UDIENZA DEL 3 APRILE 2001

 

Collegio:

Dott. Salvarani Presidente

Dott. Manduzio Giudice a latere

Dott. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

 

Presidente: procediamo con l’appello. Oggi abbiamo una giornata abbastanza densa di impegni.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa, prima dell’inizio delle audizioni, io volevo consegnare del materiale documentale per il quale ho preparato un elenco di deposito atti. Se vuole, indico di che cosa si tratta. Fa riferimento a documentazione medica che è già stata discussa, studi che sono stati discussi, ed anche ad attività integrativa relativamente ad audizioni di testimoni e di consulenti. Rapidamente, per la migliore comprensione di tutti, se il Tribunale vuole posso indicare di cosa si tratta e consegnare, nel frattempo, una copia al Tribunale, tramite la cortesia dell’ufficiale giudiziario. Poi, per quanto riguarda la possibilità di effettuare fotocopie, una parte di documentazione è già stata fotocopiata perché riguarda le persone indicate. Per altra documentazione, se è più comodo per tutti, per le Parti, ed anche per il Tribunale, per la Cancelleria del Tribunale, posso eventualmente metterla a disposizione presso la Segreteria della Procura da domani mattina, visto che una parte di questi documenti sono anche attività integrativa. Comunque indico di che cosa si tratta. Si tratta innanzitutto di documentazione medica relativa a Bolzonello Carlo già discusso; documentazione medica relativa a Ruzza Esterino di cui si è già discusso; documentazione medica relativa a Carraro Lino, parimenti già discusso ed anche già nota alle Parti processuali. Poi si tratta di documentazione relativa al caso Grasso, sono degli atti che provengono dagli Stati Uniti, in relazione a discorsi su basse dosi per angiosarcomi; così come la documentazione successiva, che riguarda il caso Massachusetts 10 del 1990, uno studio di Scalli. Poi c’è la relazione del Magistrato alle Acque del 1999 sugli scarichi in acqua, di cui si è già discusso; ed una serie di studi, che non sto ad indicare perché sono una quindicina, che comunque vengono messi tutti insieme. Poi c’è documentazione IARC, ed in particolare la traduzione del testo della relazione che era stata consegnata e che risale al maggio 2000, è il draft finale; poi c’è il testo completo di IARC settembre 2000, quello definitivo, che consegno; e ci sono quelle risposte fax che hanno mandato il dottor Simonato ed il dottor Boffetta in relazione alle riserve che avevano formulato durante la loro audizione davanti al Tribunale. Poi si tratta di copie di documenti relativi a CVM, di EPA, versioni maggio 1999, maggio 2000, ed un documento tratto da EPA Internet 21 settembre 2000. Poi documenti relativi alle riserve formulate durante l’audizione del teste Mazzolin Luciano del 14 marzo 2000, ed in particolare si trattava di documentazione quando era assessore provinciale; poi documenti relativi all’audizione del 14 marzo 2001 del dottor Filippo Accetto, che mi ha mandato successivamente alla sua audizione; poi documentazione relativa all’esame di Polo Bruno, del 28 marzo 2001. Sull’audizione del dottor Polo Bruno ho chiesto all’U.L.S.S. di mandarmi tutti gli accertamenti, le indagini fatte su micro inquinanti organici presso i reparti che ci riguardano e c’è una risposta dell’U.L.S.S. del 30 marzo 2001 che deposito così com’è, con la documentazione allegata. Poi ci sono copie di atti di piccoli fascicoli autonomi; ho effettuato fotocopia di queste pesche effettuate nella zona della Laguna nonostante divieto e copie di, praticamente sono quattro fascicoli, che risalgono a fine febbraio 2001. Poi, in relazione a riserve che erano state formulate durante le audizioni di alcuni consulenti tecnici di Montedison ed Enichem, ho recuperato presso la Regione Veneto, che mi ha trasmesso una nota il 15 marzo 2001, un elenco dei pozzi inferiori ai 50 metri di profondità. Ho acquisito anche un elenco pozzi per approvvigionamento idrico, con nota della Provincia di Venezia, a me pervenuta, con nota del 2 aprile 2001. A proposito di questi pozzi e dei problemi che erano sorti durante le audizioni, ho fatto effettuare dei prelevamenti di acqua da otto pozzi il 22 marzo 2001; consegno sia questo verbale di prelievo, sia i relativi rapporti di prova. C’è infine un verbale del 30 marzo 2001, di acquisizione dei quaderni di analisi degli scarichi per il periodo 1979-1995, in relazione alle domande formulate anche dal Tribunale all’ingegnere Polo. Questi quaderni sono stati acquisiti presso l’ufficio sia di Enichem il 30 marzo 2001. Questo è l’elenco della documentazione. Io non ho nessun problema a consegnarla qua o a depositarla per le copie presso la Segretaria della Procura, credo che sia più semplice comunque. Ecco, intanto chiedo l’acquisizione di questa documentazione.

 

Avvocato Cesari: Presidente, se il Pubblico Ministero la depositasse qua, possiamo già cominciare a fotocopiarla.

 

Pubblico Ministero: certo, come volete, non c’è problema.

 

Avvocato Stella: Presidente, avevo anch’io due o tre indicazioni da chiedere al Tribunale. Beh, intanto per questa documentazione depositata dal Pubblico Ministero, naturalmente noi ci riserviamo di presentare almeno delle memorie. La prima indicazione che darei al Tribunale, io ho cominciato da tempo la preparazione della discussione; e, cominciando, ho cominciato a leggere i verbali d’udienza, dal 1998. C’è un problema banale, ma è importante: siccome io penso che tutti i difensori, io in particolare, dobbiamo fare dei riferimenti puntuali ai luoghi processuali importanti durante la discussione, ecco noi abbiamo i verbali stenotipici fino all’ottobre 1999; dopo i verbali ci sono stati mandati via e-mail, allora vorrei sapere dal Tribunale se dobbiamo munirci tutti dei verbali stenotipici, anche restanti, che sono altri due anni, un anno e mezzo o di più, per fare le appropriate citazioni nella discussione? Cioè, vorrei sapere il Tribunale, quando noi citeremo durante la discussione, che cosa andrà a guardare: il verbale stenotipico od anche l’e-mail. Questa è la prima richiesta di indicazioni, che è importante però anche per il Tribunale, e per tutti i difensori.

 

Presidente: io direi che i riferimenti si fanno sempre sul cartaceo, cioè sul verbale stenotipico; l’e-mail è una nostra comodità, io ritengo.

 

Avvocato Stella: e quindi dobbiamo munirci tutti dei verbali stenotipici. Va bene.

 

Presidente: insomma, anche per le consulenze, noi abbiamo detto: dateci i floppy disk, perché così le inseriamo dentro il CD-Rom, abbiamo l’assieme delle consulenze; però, anche per le consulenze, tenuto conto poi che hanno degli allegati che effettivamente sono inseribili diciamo così in un floppy, noi facciamo riferimento al documento. Certo, per comodità magari nostra, possiamo inserirli tutti in un disco, in un CD-Rom, tutti i verbali, infatti noi ce li abbiamo grazie anche al signor Pallara, etc., che ce li inserisce, ma questo è per una nostra comodità. Direi che ai fini proprio così dell’ufficialità processuale, noi facciamo riferimento ai verbali stenotipici, quindi alle pagine diciamo del cartaceo.

 

Avvocato Stella: bene grazie. La seconda cosa di cui volevo un’indicazione da parte del Tribunale. Io non so se la Accusa, pubblica e privata, presenterà ancora delle relazioni prima della chiusura del dibattimento. Se questo dovesse accadere, io e penso gli altri difensori chiederemmo che venissero depositate eventuali relazioni in tempo utile perché la Difesa possa replicare. E quindi chiederei al Tribunale di stabilire così un termine; perché se è vero che, se è sempre vero che la Difesa deve avere l’ultima parola. Questo è importante.

 

Presidente: questo per quanto riguarda l’acquisizione o di documenti o...

 

Avvocato Stella: di memorie.

 

Presidente: o di relazioni. No, di memorie io direi che...

 

Avvocato Stella: di relazioni, sì relazioni.

 

Presidente: le memorie possono anche essere prodotte al momento della discussione.

 

Avvocato Stella: sì, certo. Relazioni.

 

Presidente: va bene, relazioni.

 

Avvocato Stella: noi oggi depositeremo le relazioni, oggi ne depositiamo una che è quella del dottor Dragani, completa di allegati.

 

Presidente: ci sono altre richieste?

 

Avvocato Padovani: richieste no, soltanto in riferimento alla produzione documentale odierna del Pubblico Ministero. Noi ci riserviamo ogni eccezione in ordine alla legittimità di questa acquisizione, soprattutto in riferimento a prelievi ed analisi; ma, prima di avere visto, ovviamente non siamo in condizioni di pronunciarci, e quindi ci riserviamo ogni eccezione all’esito di una disamina degli atti.

 

Presidente: va bene. Il Tribunale ovviamente non si pronuncia sull’acquisizione fino a che la Difesa non abbia avuto la possibilità di esaminare la documentazione e quant’altro; oggi è stato prodotto, come da elenco, e quindi le questioni eventualmente che ritenete di proporre le proporrete alla prossima udienza, che sarà quella in cui vi sarà anche l’audizione dei consulenti sulle analisi che sono state effettuate. Quella consulenza noi l’avevamo riservata alla data - l’audizione dei consulenti - dell’8 maggio. Quindi l’8 maggio voi potrete porre le questioni relative alla documentazione prodotta. Ed ovviamente in quell’udienza vi sarà l’audizione anche dei consulenti, la produzione dei risultati delle analisi, il loro commento, etc.. Quella, tanto per proseguire nel discorso, dovrebbe essere l’ultima udienza di istruttoria dibattimentale, e quindi dovrebbe anche essere diciamo, siccome si tratta di una consulenza in contraddittorio, l’udienza dove si conclude anche questo contraddittorio tra le Parti, cioè l’esame, il controesame, etc.. E` chiaro che le produzioni ulteriori, se ce ne dovessero essere, devono avvenire prima di quell’udienza; perché? Perché in questo caso, sia Accusa che Difesa, devono poter essere in grado di prenderne visione e di discuterne eventualmente a quell’udienza. Quindi noi possiamo porre un termine, che potrebbe essere quello del 20 di aprile, come ulteriore termine per le eventuali produzioni di documenti e di relazione. Termine ultimo.

 

Avvocato Alessandri: scusi Presidente. Il Pubblico Ministero ha indicato una serie di documentazione di natura medica, indicando nomi dei casi già discussi, altri casi che non ho fatto in tempo a segnare. Volevo soltanto chiedere: questa documentazione è documentazione che non è stata esaminata dai consulenti, quindi è nuova rispetto a quanto finora discusso? Lo chiedo al Pubblico Ministero.

 

Pubblico Ministero: io volevo dire alcune cose. Innanzitutto la mia proposta di depositare questa documentazione presso l’aula bunker o presso la Segretaria della Procura della Repubblica era una proposta solo per chiedere la comodità delle Parti per fare copia così. Visto che vengono prospettate eccezioni, e non vorrei che ne venisse formalizzata una all’ultimo momento, che riguarda il fatto che non sono stati depositati questi atti presso la Segretaria della Procura; perché domani mattina, a questo punto, questi atti li metto in Procura e quindi risolvo in questa maniera il problema della comodità.

 

Presidente: ma non credo che sia questo il punto.

 

Pubblico Ministero: ma per carità, siccome non si sa mai...

 

Presidente: è avvenuto il deposito nell’ambito del processo.

 

Pubblico Ministero: è uno scrupolo mio, non vorrei trovarmi di fronte ad eccezioni di questo tipo.

 

Avvocato Padovani: se posso chiarire, la riserva attiene al contenuto, non alle modalità. Quindi, per ciò che si riferisce al deposito, almeno io personalmente, e i miei colleghi, non eccepiscono nulla in ordine alle modalità del deposito. La riserva è sui contenuti.

 

Pubblico Ministero: certo, va bene, questo discorso allora è superato. Per quanto riguarda la documentazione medica, si tratta dei tre casi di decessi che sono stati discussi dai miei consulenti tecnici, e documentazione medica che era già stata depositata a suo tempo in Procura ,e non c’è documentazione medica aggiuntiva; formalmente non è mai stata acquisita dal Tribunale, anche se è già stata discussa, quindi formalmente la consegno adesso e ne chiedo l’acquisizione. Per quanto riguarda l’intervento del professor Stella, visto che è stato introdotto anche il discorso chiusura dell’istruttoria dibattimentale e tempi della requisitoria, se il Tribunale ritiene di doverne parlare, io dovrei dire qualche cosa anche in proposito. Per quanto riguarda le consulenze tecniche, per quanto riguarda gli atti da depositare, io a questo momento non ho altra documentazione, altri documenti da depositare. Stanno arrivando delle consulenze tecniche, alcune sono già arrivate, altre ne arriveranno, e quindi la consulenza tecnica fino credo all’ultima udienza dell’istruttoria dibattimentale può essere depositata. Per quanto riguarda il discorso dell’8 maggio, c’era ancora una riserva che riguardava l’attività integrativa svolta da Enichem, che aveva sottoposto dei dati all’esame del Tribunale durante le audizioni di un paio di suoi consulenti; ed erano dei dati che riguardavano sia analisi effettuate dai laboratori di Enichem, che analisi effettuate da laboratori Chelab. Su questo punto c’era lo stesso una riserva, diciamo era stato detto: sentiremo su questi punti i consulenti delle varie Parti, compreso ovviamente quello del Pubblico Ministero, tutti assieme, per non farli venire a pezzetti, più volte. Quindi, anche su questa questione, se ne parlerà. Era stata presentata attività integrativa con dei dati; so che è stata fatta una domanda al professor Foraboschi e ad un altro consulente che non mi ricordo; io non avevo eccepito nulla sul fatto che venisse presentata direttamente in Tribunale senza alcun preavviso, ma non c’era problema perché era stato dato il tempo per discuterne un attimo.

 

Presidente: però, scusi, siccome mi sfugge in questo momento Pubblico Ministero quale sarebbe questa riserva?

 

Pubblico Ministero: era... Allora, io ricordo...

 

Presidente: su quale tema, in particolare?

 

Pubblico Ministero: durante l’audizione, non mi ricordo l’altro consulente qual era, uno era sicuramente il professor Foraboschi, si era parlato di analisi che erano state presentate dalla Difesa di Enichem in relazione, mi pare, a delle vongole, dei sedimenti, e che erano stati fatti analizzare al laboratorio Enichem e ad un laboratorio esterno Chelab. Erano stati presentati questi dati; io ho detto: non c’è nessun problema il fatto che vengano presentati e discussi dai consulenti di Enichem; quando toccherà eventualmente al consulente del Pubblico Ministero dire due parole, tra l’altro saranno su questo punto veramente due parole.

 

Presidente: sì, ma io credo che, tutto sommato, l’8 di maggio, quando discuteremo dei risultati e di quella consulenza che abbiamo fatto in contraddittorio, potremo semmai recuperare anche diciamo quelle analisi fatte precedentemente, discuterne assieme. Quindi io credo che è in quell’ambito che se ne può discutere, senz’altro in contraddittorio ovviamente.

 

Avvocato Carboni: signor Presidente, posso fare una richiesta di chiarimento al Pubblico Ministero?

 

Presidente: sì.

 

Avvocato Carboni: quelle analisi dell’U.L.S.S., di cui parlava prima il Pubblico Ministero, con riferimento alla deposizione del dottor Polo, sono delle analisi che sono state fatte con riferimento ad un procedimento penale pendente?

 

Pubblico Ministero: no, no. Allora, durante l’audizione dell’ingegnere Polo è venuto fuori che l’U.L.S.S. o l’A.S.L., come si chiamava a suo tempo, sarebbe intervenuta più volte a fare accertamenti. Ha consegnato anche due documenti, a questo proposito, verso il termine della sua audizione; il Pubblico Ministero aveva chiesto di avere delle indicazioni più precise, sapere chi, quando, come, dove ha effettuato queste analisi. E l’ingegnere Polo ha detto: sì, sono venuti varie volte. Però non era in grado di fornire delle date più precise. Avendo tutti i miei dubbi e le mie perplessità sul fatto che l’U.L.S.S. fosse stata davvero così diligente per tanti anni, ho chiesto ovviamente all’U.L.S.S. di mandarmi tutti gli accertamenti effettuati a questo proposito prima del 1996 e dopo il 1996, quindi proprio senza limite di nessun genere. Non riguardavano procedimenti ma analisi che loro avevano effettuato su queste situazioni. Loro mi hanno mandato della produzione che io pari pari consegno.

 

Avvocato Carboni: poi mi premunirò di controllare, perché a me risulta che l’U.L.S.S. avesse fatto dei prelievi e delle analisi in correlazione diciamo ad un procedimento penale che allo stato è ancora nella fase d’udienza preliminare.

 

Pubblico Ministero: quello del 2000 dice, 2001?

 

Avvocato Carboni: sì, quello sullo scarico del SM15.

 

Pubblico Ministero: no, ma non ho chiesto di procedimenti pendenti o cose del genere. Io ho fatto riferimento...

 

Avvocato Carboni: no, che lei non l’abbia chiesto, io sono d’accordo; è per vedere se oggettivamente fanno parte di un procedimento penale.

 

Pubblico Ministero: guardi, io non l’ho chiesto, anche perché so che c’era stata una sua opposizione a suo tempo, con riferimento di qualcuno e non mi ricordo chi era; ho chiesto semplicemente gli accertamenti su questi micro inquinanti che loro hanno effettuato nel passato. La questione poi ovviamente del periodo che ci interessava era fino a quando era iniziato questo procedimento penale.

 

Avvocato Baccaredda: chiedo scusa Presidente, proprio su questo aspetto, volevo ricordare al Tribunale che il teste Polo sarà presente oggi, come il Tribunale aveva richiesto; ed in questo senso, in relazione a tutta questa documentazione che è stata depositata, con riferimento alla posizione di Polo, prego il Tribunale di voler tenere conto che noi non ne siamo evidentemente a conoscenza, e che quindi nell’eventuale controesame, se verranno utilizzati questi documenti, dovranno essere comunicati alla Difesa, perché possa partecipare attivamente ad un controesame.

 

Presidente: allora bene, sono a disposizione. Quando viene sentito l’ingegner Polo?

 

Avvocato Baccaredda: oggi pomeriggio, signor Presidente.

 

Presidente: vedete un attimo se sono documenti tali impegnativi che dovessero richiedere magari, non so, una posticipazione dell’audizione dell’ingegner Polo, vedete. Adesso basta!

 

Pubblico Ministero: Presidente, i documenti che riguardano l’ingegnere Polo sono cartolarmente diciamo consistenti e riguardano però gli impianti di cui lui era responsabile in relazione al superamento dei limiti. C’erano state anche delle domande su questo punto dal Tribunale ed io mi sono limitato ad acquisire questa documentazione.

 

Presidente: va bene, d’accordo. Bene, il Tribunale, tutto sommato, dopo tre anni di istruttoria dibattimentale, ritiene che questo processo sia davvero abbastanza esaurientemente stato esaminato in tutte le sue pieghe; quindi, per carità, io non voglio sottovalutare le nuove produzioni che sono state fatte, etc., però davvero non credo che possano capovolgere i risultati di un’istruttoria che è durata più di tre anni. A questo punto il Tribunale vi pone però allora anche un programma, diciamo, che riguarderà invece la discussione. Ed allora abbiamo detto che l’ultima udienza dovrebbe essere quella dell’8 di maggio, l’ultima udienza di istruttoria dibattimentale. La discussione quindi dovrebbe avere inizio il 22 maggio, con ovviamente la requisitoria del Pubblico Ministero, che potrà prendere gli spazi che vuole. Il Tribunale, senza voler regolamentare ovviamente gli spazi di ciascuno degli interventi, però pone diciamo una indicazione per quanto riguarda le udienze che a ciascuna parte, e quella di Accusa, pubblica e privata, e quella della Difesa, ritiene di dover assegnare: e cioè sono otto udienze all’Accusa pubblica e privata ed otto udienze alle Difese; con la possibilità di repliche: due udienze ancora all’Accusa pubblica e privata e due udienze anche alle Difese. Quindi, complessivamente, sono venti udienze di discussione, che a me paiono... insomma, se ci si divide razionalmente i compiti, se si ritiene di fare un lavoro di sintesi rispetto ad un amplissima istruttoria dibattimentale, alla documentazione vastissima che è stata acquisita, io credo che possano essere sufficienti. E poi, d’altra parte, lo spirito della discussione deve essere proprio questo, cioè il Tribunale vi ha partecipato a tutta questa istruttoria e quindi al Tribunale non è che debba essere ripetuto diciamo il documento, può essere richiamato. Ma è inutile che io mi attardi a dire queste cose, io spero che siano un po’ nello spirito di tutti, di fare una cosa che serva davvero al Tribunale. Dobbiamo ricondurre tutte le acquisizioni a quelle che sono... diciamo poi queste acquisizioni di carattere scientifico a quelle che sono poi le regole, le norme, e quindi le imputazioni. Questo è il grosso sforzo che deve essere fatto, visto che siamo in un Tribunale che dovrà decidere sulla base sì di conoscenze scientifiche etc., ma soprattutto sulla base di regole giuridiche. Allora, io propongo questo calendario. Per le requisitorie, del Pubblico Ministero per il tempo che riterrà di prendersi, cominceranno il 22 di maggio; poi ci saranno le udienze del 23 maggio. Guardate che ci sono delle modifiche e delle aggiunte, quindi è bene che ne prendiate nota. Continueranno il 5, il 6, il 7 giugno, il 13, il 14, il 15 giugno. Le arringhe delle Difese cominceranno il 19 giugno e proseguiranno il 20 ed il 22 di giugno; riprenderanno il 3 luglio, per proseguire poi il 4, il 10, l’11, il 13. Le repliche saranno per il Pubblico Ministero e le Parti Civili il 2 e il 3 di ottobre; e per i Responsabili Civili e le Difese il 9 e il 10 ottobre. Questo è il calendario di massima.

 

Avvocato Padovani: mi scusi Presidente, ho l’impressione, forse mi è sfuggito qualcosa, che un’udienza non sia stata rammentata.

 

Presidente: rispetto al calendario?

 

Avvocato Padovani: sì, rispetto al calendario.

 

Presidente: sì, ma difatti sono state inserite delle udienze.

 

Avvocato Padovani: inserite sì, questo sì, ma una mi è sembrata eliminata. Forse per errore mio? Non è eliminata, allora sbaglio io, mi sembrava quella del 15 giugno; c’è quella del 15 giugno?

 

Presidente: sì. Guardate, allora le ridetto: 22, 23 maggio; 5, 6, 7, 13, 14, 15 giugno per l’Accusa, e sono otto udienze. Difese: 19, 20, 22 giugno, 3, 4, 10, 11, 13 luglio. Repliche: 2 e 3 ottobre per Pubblico Ministero e Parti Civili; 9 e 10 ottobre per Responsabili Civili e Difese. Questo è il calendario.

 

Pubblico Ministero: Presidente, io su questa indicazione del Tribunale mi ritengo in dovere di dover fare una segnalazione.

 

Presidente: va bene.

 

Pubblico Ministero: nel senso che, proprio rispetto per il mio lavoro di Magistrato, di Pubblico Ministero, e rispetto per i morti di Porto Marghera, mi pongono di segnalare questa situazione. Proprio da una recente esperienza di un altro processo che è durata poco più di trenta udienze per l’istruttoria dibattimentale, con solo dieci imputati, mi è stato necessario oltre un mese e mezzo per preparare la requisitoria. Qui stiamo parlando invece di quasi 130 udienze, di 30 imputati, di oltre 20.000 pagine di verbali, di centinaia di documenti acquisiti e non discussi in aula. In più, anche le dichiarazioni dell’ultima udienza e dell’odierna udienza degli imputati, che hanno anche presentato documentazione, che presenteranno documentazione, schede personali, ordini di servizio nuovi, impongono ovviamente che in questi giorni si vada ad una verifica, ad un accertamento, su quello che viene prodotto. Devo dire che io ho solo una testa e due mani; ho ricevuto un aiuto pressoché nullo dalla Procura della Repubblica di Venezia durante questo processo, sia durante la fase delle indagini preliminari che durante il processo dibattimentale. Basti pensare, a proposito dell’aiuto della Procura di Venezia, che da anni chiedeva una fotocopiatrice ed un fax e due giorni fa è arrivata grazie alla Procura la fotocopiatrice della Procura della Repubblica in quest’aula bunker. Per quanto riguarda i tempi, io credo, per preparare una requisitoria che possa essere ritenuta seria e completa, e che sia veramente tale, ritengo di aver bisogno di almeno quattro mesi a partire dalla chiusura dell’istruttoria dibattimentale. Non è ovviamente una richiesta dilatoria, io chiedo soltanto di poter lavorare e di essere messo in condizioni di lavorare. Se il Tribunale riterrà di dover confermare questa data del 22 maggio per l’inizio della requisitoria, ne prenderò atto segnalando fin d’ora, pur con tutto il rispetto, il massimo rispetto che è dovuto nei confronti del Tribunale, che io non sarò assolutamente in grado di svolgere adeguatamente la mia attuale funzione di Pubblico Ministero. In dieci o quattordici giorni liberi dall’8 maggio non si può preparare una requisitoria per un processo che è durato oltre tre anni. Ripeto, non sembri da mancanza di rispetto, è solo consapevolezza dei miei limiti e dei limiti del mio Ufficio.

 

Presidente: senta Pubblico Ministero, il Tribunale ritiene di ribadire il programma che ha già dato. Io devo osservare, rispetto a queste sue osservazioni, replicare in questo senso: non solo l’istruttoria dibattimentale è durata tre anni, ma abbiamo programmato insieme a lei le udienze di questo processo. E nel programmarle si sapeva quale sarebbe stata anche prevedibilmente la fine dell’istruttoria. Ora, se lei pone, come termine iniziale per la preparazione della sua requisitoria, non tanto già l’udienza di oggi, che è del 3 di aprile, rispetto alla requisitoria che dovrebbe cominciare il 22, ma addirittura quella dell’8 di maggio, dove c’è un’audizione rispetto ad una consulenza su cui si è già ampiamente... voglio dire sui cui contenuti si è già ampiamente discusso, beh insomma già mi pone un termine finale che non mi pare che sia corretto. Ma soprattutto io le faccio un’osservazione di carattere generale: quando mai uno che deve iniziare la discussione di un processo si prepara, comincia la preparazione all’ultimo giorno dell’ultima udienza, etc.. Io credo che la preparazione sia, voglio dire, durante il processo. Oltre tutto io le faccio anche questa ulteriore osservazione: lei è colui che ha condotto le indagini di questo processo, e credo che le abbia iniziate fin dal 1993. Inoltre io credo che lei sia anche il Pubblico Ministero che ha assistito, meglio ha rappresentato l’Ufficio del Pubblico Ministero durante una lunga udienza preliminare, che se non sbaglio è durata pressoché un anno. Quindi è dal 1993 che lei si interessa di queste questioni: le ha promosse, ha fatto le indagini, le ha portate qua a dibattimento. Io credo che meglio di lei, tenuto conto di questa unicità voglio dire che vi è stata tra il Pubblico Ministero che ha iniziato le indagini, che le ha portate all’udienza preliminare e che, oltretutto, le ha qui confrontate, gli elementi che ha raccolto nel pieno del contraddittorio, meglio di lei nessuno possa conoscere diciamo questa materia. Credo che abbia maggiori conoscenze addirittura forse, del Tribunale, che le ha apprese nel corso del dibattimento. Quindi non mi spiego questo suo atteggiamento di ulteriori quattro mesi, quando era prevedibile, perché era sempre stato detto che in questa primavera si sarebbe iniziata la requisitoria. Quindi io non ritengo di dover accedere, come il Tribunale d’altra parte non ritiene di dover accedere ad una sua richiesta di inizio della sua requisitoria a settembre/ottobre, dopo le ferie. La requisitoria inizierà il 22 di maggio ed il programma viene confermato.

 

Pubblico Ministero: ne prendo atto, senza per carità replicare le sue parole Presidente. Comunico, per l’organizzazione dei lavori, che le Parti Civili potranno già cominciare a parlare od il 22 od il 23 maggio.

 

Presidente: l’atteggiamento mi pare molto grave comunque, e lo sottolineo, gravissimo. Anche perché, davvero, dà l’impressione di un processo dove l’Accusa è stata, diciamo così, costretta a non avere i propri tempi di una preparazione. Il che non è assolutamente vero! E questo davvero lo ritengo un atteggiamento di una gravità assoluta, e lo ribadisco e lo sottolineo. Domani sulla stampa avremo che il Pubblico Ministero non è stato messo nelle condizioni di poter compiutamente fare la sua requisitoria; e questo non è vero! Cominciamo l’udienza.

 

Avvocato Scatturin: se posso dire due parole, Presidente.

 

Presidente: cominciamo l’udienza, per cortesia. Chi dobbiamo sentire?

 

Avvocato Scatturin: scusi Presidente, io vorrei dire soltanto due parole, se consente.

 

Presidente: le dica, coraggio.

 

Avvocato Scatturin: niente, io volevo far presente al Tribunale che io ho seguito, in questi tre anni di dibattimento, udienza per udienza, dodici Parti Civili; però io non potrò parlare da solo, evidentemente, c’è un collegio che è formato da otto Avvocati, i quali dovranno seguire parte per parte. Ora, secondo i calcoli che io ho fatto, sono solo dei calcoli, risulta che le Parti Civili sono almeno trenta. Ora, quanto tempo si può dare ad ognuna delle Parti Civili per parlare, e diciamo agli imputati anche loro per difendere le loro tesi? Dico, c’è una tale quantità di voci che si devono sentire, che mi scusi Presidente mi pare che sia quasi impossibile seguire le indicazioni che lei ci ha dato. Questo diciamo secondo il nostro punto di vista naturalmente, e senza... Noi abbiamo cercato di collaborare in tutti i modi con il Tribunale, in un processo così gigantesco come questo. Ora, anche per ricercare i nodi delle questioni, che in questo enorme mare magnum, lei dice: sì, avete seguito udienza per udienza dibattimentale, avete seguito tutte le questioni. Ma diciamo non è che possiamo riportarle queste questioni davanti al Tribunale. Noi dobbiamo ricercare i nodi fondamentali sui quali esprimere il nostro punto di vista diciamo. Ora, lei pensi tuffarsi in questo mare di questioni, una più difficile dell’altra, e poterle risolverle per portarle davanti al Tribunale, esercitando un diritto della Difesa che mi pare sia assolutamente da rispettare questo. Ecco, soltanto questo volevo dire Presidente: sono trenta Parti Civili ed altrettante parti per gli imputati, sono sessanta Avvocati che devono parlare. Per quanto tempo potremo parlare noi? Non lo so, per carità, cercheremo di ridurre nella sintesi massima il nostro punto di vista; ma da qui anche le difficoltà di ricercare i nodi del processo, per portarli davanti al Tribunale. Questo soltanto volevo dire, per carità veda lei, veda il Tribunale cosa può fare per rispondere a queste esigenze che io ho esaminato.

 

Presidente: io credo che non tutte le Parti Civili siano nella stessa posizione. E credo che lei possa avere una posizione diciamo più complessa e più ampia che non quella di altre, anche perché rappresenta un’associazione o più associazioni ed inoltre anche delle Parti Civili individuali. Molte delle altre Parti Civili rappresentano...

 

Avvocato Scatturin: Presidente, io...

 

Presidente: mi scusi, mi lasci finire, dopo lei può reintervenire. Molte altre Parti Civili rappresentano delle Parti Civili che si sono costituite per malattie o per i decessi conseguenti, etc.. Ora, per quanto riguarda queste Parti Civili, io credo che l’audizione di più consulenti sulle posizioni, abbiano già ampiamente diciamo così illustrato il caso dal punto di vista medico legale; semmai le Parti Civili dovranno suddividersi i compiti per quanto riguarda quelle che sono le problematiche di carattere generale. Io conto su questo, cioè che vi sia una suddivisione dei compiti, non una ripetizione delle vostre arringhe. Se riuscite a suddividervi i compiti, credo che sia possibile contenere la discussione nei limiti che abbiamo indicato. Questo e nient’altro, insomma.

 

Avvocato Scatturin: certo Presidente, noi abbiamo già cominciato a dividerci i compiti, però lei capisce che non sono compiti da poco insomma.

 

Presidente: ma non sono compiti da poco per nessuno, neanche per il Tribunale. Però, vedete, alla fine arriviamo a venti udienze, che saranno venti udienze fitte, piene, come sempre d’altra parte, di discussione. E davvero non mi sembrano poche. Ma non lo so, insomma, venti udienze di discussione, fate voi un calcolo. Oltretutto con la possibilità di integrare con memorie, sintetiche, etc.. Io credo che davvero sia un ampio spazio che viene dato alla discussione, pure nell’ambito di un procedimento che si è protratto per oltre 120 udienze.

 

Avvocato Battain: Presidente, posso dire qualcosa anch’io? Io esprimo perlomeno le opinioni delle Parti Civili che sono qui nei dintorni del mio posto. Siamo, non voglio dire angosciati, ma fortemente preoccupati da quanto lei ci ha detto. E da due punti di vista: primo perché comprendiamo perfettamente la richiesta del Pubblico Ministero di avere un minimo, se non proprio un minimo, ma non certo un massimo, di respiro tra la chiusura dell’istruttoria e l’inizio della requisitoria; e secondo per i tempi lasciati alle Parti Civili e al Pubblico Ministero, e poi anche alle Difese, perché penso che avranno gli stessi problemi nostri. Perché al Pubblico Ministero in un calcolo di otto udienze non ne possono essere assegnate direi più di quattro, a meno che noi non rinunciamo alle nostre arringhe. E, francamente, non vedo come in un processo durato tre anni, 120 udienze, un processo se mi permette storico, si possano poi fare dei conti; quando, mi perdoni, anche aderendo alla richiesta del Pubblico Ministero, si finirebbe comunque il processo entro il 2001, non è che andremo al 2002 per spostare la discussione al di là delle ferie e qualche cosa di più di venti udienze, su un processo che è durato 120 udienze. Quindi, francamente, vorrei che risultasse che anche la nostra voce è unanime con quella del Pubblico Ministero e con quella espressa dalla prima fila delle Parti Civili. Di quella intermedia non lo so, perché non ho parlato, ma suppongo che siano d’accordo. Noi, sinceramente, ci troviamo in una situazione di grosso imbarazzo, perché lei giustamente dice: cercate di dividervi i compiti, non ripetetevi, etc.. Non è un lavoro da poco, Presidente. Anche quello di dire "io parlo su questo pezzo, tu parli sull’altro", porta via del tempo. E, malauguratamente, non lo so, ma noi purtroppo non abbiamo solo questo processo, abbiamo anche altre attività che non possiamo non svolgere.

 

Presidente: certo che se, voglio dire, avete cominciato a pensarci adesso, allora è tardi; non bisognava cominciare a pensarci adesso, bisognava cominciare a pensarci quanto meno sin dall’anno scorso, o fin anche durante il processo, ciascuno per la propria posizione, mano a mano che portava la propria posizione davanti al Tribunale doveva fare poi una sintesi della propria posizione e cominciare a preparare. Perché, nel momento in cui si compie l’istruttoria nel processo, poi si sa che gli esiti di quella istruttoria dovranno essere discussi nel processo. Mi pare una cosa, voglio dire, di una naturalezza estrema. Non vedo, certo, che se uno comincia a pensare adesso all’organizzazione della propria requisitoria, si è preso un po’ in ritardo. Ma non è che i tempi non ci siano stati, è che la propria organizzazione dei tempi è forse stata sbagliata! Comunque adesso incominciamo davvero l’udienza.

 

Avvocato Ghezzo: Presidente, mi scusi, prima di iniziare l’audizione, io ho una produzione documentale con allegata memoria di spiegazione della documentazione. Si tratta di documentazione relativa all’attività svolta dall’Associazione in Venezia, ed in particolare sul Circolo di Venezia. E` allegata con un fascicolo, per comodità, al Tribunale.

 

Avvocato Duse: Presidente, chiedo scusa, è arrivato il dottor Favit.

 

Presidente: va bene, guardi, abbia pazienza, io non credo che il dottor Favit sia venuto qui per avere un appuntamento con il Tribunale, d’accordo! Aspetterà anche lui i suoi tempi. Lo presentate all’ultima udienza e volete anche che venga sentito dalle dieci e mezza alle undici. Ma insomma!

 

Avvocato Battain: no, dalle dieci e mezza alle dieci e quaranta, Presidente.

 

Presidente: benissimo. Ecco, guardate, questi atteggiamenti sono davvero... ma risparmiateveli. Cioè, voglio dire, ma davvero dovete fare questi interventi! Ma perché, scusate. Lo portate all’ultima udienza, ce lo venite a dire alla mattina dell’udienza udienza e volete che venga sentito dalle dieci e mezza alle dieci e quaranta! Ma non lo so.

 

Avvocato Duse: Presidente, è venuto anche alle scorse udienze, se è per questo. Lo dico per il dottor Favit.

 

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO - PISANI LUCIO

 

Presidente: va bene, prosegua nelle sue dichiarazioni e la richiamo anche ad una certa continenza, visto che tutto sommato abbiamo già avuto due ore delle sue dichiarazioni; eventualmente ci allegherà anche le dichiarazioni scritte, veda un attimo di arrivare anche lei ad una sintesi, perché oggi abbiamo parecchio da fare.

 

PISANI - Va bene. Volevo solo, l’ultima volta mi ero fermato nell’illustrare la situazione dell’impianto CV24, PVC in sospensione. Volevo solo accennare ad una cosa, che per la fretta non ero riuscito a dirlo in maniera compiuta, poi passo subito dopo. E cioè, quando avevo parlato delle entrate in autoclave, quindi su quell’argomento non ritorno; volevo solo evidenziare come erano state fatte, perché non avevo parlato di questo in maniera esplicita, delle azioni tendenti proprio a sensibilizzare il personale d’impianto e quindi in quest’ottica di sensibilizzazione del personale d’impianto, tendente ad individuare situazioni che avrebbero potuto dare luogo a perdite di CVM, fu istituito quello di cui si è parlato parecchio, il registro delle perdite, nel quale veniva segnata causa fonte, fonte causa delle perdite, i relativi valori di concentrazione di CVM, che venivano spesso letti direttamente dal cromatografo ed eventuali annotazioni tecniche sulla perdita. Io ho sentito parlare a lungo degli episodi segnati su questo registro, e ne è stato discusso spesso come incidenti di una certa entità, che a volte sono stati confusi con incidenti rilevanti. Volevo invece sottolineare che l’obiettivo di tale registro, la cui attuazione non era prescritta dalla normativa del CVM, fu l’iniziativa, come ho già detto l’altra volta, del signor Rossetti, che era stato capo reparto sia al CV6 che al CV24. E l’obiettivo era quello di individuare quali fossero le sezioni d’impianto che dovevano essere maggiormente tenute sotto controllo per prevenire le perdite di CVM. Ricordo che nel registro sono segnate molte situazioni in cui la concentrazione di CVM è inferiore al valore corrispondente all’eccezione, che era se non ricordo 7,9 PPM. Personale di impianto quindi interveniva rapidamente, ancora prima che il cromatografo segnasse una situazione anomala così come definita dal D.P.R. 962. Durante il periodo di mia competenza nessuno degli episodi segnalati su registro possono essere definiti rilevanti ai sensi del rapporto di sicurezza e neppure incidenti di una certa significatività. Al contrario, personale di impianto manteneva costantemente sotto controllo l’impianto stesso, osservando procedure di sicurezza, ispezionando alcuni dei punti critici di impianto, come ad esempio cito a caso gli organi di tenuta delle valvole, le tenute delle pompe, i boccaporti dell’autoclave, mediante un apposito cerca fughe di cui ovviamente si è parlato a lungo anche di questo nel processo, ed annotando su un quaderno i punti in cui la concentrazione di CVM era significativa e tenendo comunque sotto controllo i risultati del cromatografo. In caso di perdite, il personale interveniva rapidamente con il cerca fughe, per individuare l’esatto punto di perdita e poi rimuoverne le cause. A questo proposito ricordo che era stata istituita su entrambi gli impianti CV6 e CV24 una squadra di manutenzione e di pronto intervento, che serviva proprio a questo scopo. Per quanto riguarda poi presunte manovre che sarebbero state effettuate da parte del personale degli impianti CVM o PVC, per saltare o by-passare le analisi di CVM e di alcune linee del cromatografo, o addirittura per pilotare delle variabili contenute nel programma di elaborazione dati, al fine di falsare i risultati del monitoraggio del CVM, io penso che tali assurdità possano essere concepite solo da chi non è mai stato in un impianto, da chi non conosce com’è organizzato un impianto e non sa qual è la reale operatività di un impianto. Io ho vissuto la mia vita lavorativa quasi sempre sugli impianti e non solo a Porto Marghera. E posso dire quindi che, con tutta coscienza, tali ipotesi sono del tutto fantasiose. Prima di tutto voglio evidenziare come le mani sul quadro e le operazioni al quadro le poteva effettuare solo il quadrista; a volte anche l’assistente di turno, così come erano state, sempre in accordo l’assistente di turno con il quadrista, come da mansioni che erano state regolarmente concordate con le organizzazioni sindacali. Ed è assurdo pensare alla disponibilità di questo personale, che vuole dire in sostanza, in pratica, almeno sei persone in turno che operavano in quella mansione, a condurre quel tipo di manomissioni che sarebbero state disposte dall’azienda e a mantenerle riservate. Questa è ovviamente la cosa più assurda! E poi è altrettanto assurdo pensare che il personale addetto alla conduzione di un impianto potesse avere il tempo di effettuare sistematicamente, così com’è stato affermato, manovre di questo genere rispettando esattamente, tra l’altro, i tempi di monitoraggio delle linee. Ecco, su questo volevo fare appunto questo tipo di precisazione. Poi dopo avevo concluso parlando del problema delle polveri. Ricordo come flash che avevo parlato di quali erano state le modifiche che erano state fatte al CV6, le modifiche sostanziali che erano state la costruzione del box su di una linea, con l’operatore che era all’esterno; la modifica invece sull’altra insaccatrice, quella delle candele che aspiravano contemporaneamente, che caricavano contemporaneamente il PVC nel sacco ed aspiravano l’aria, in maniera tale da compattare il sacco e quindi da evitare qualunque uscita di polvere verso l’operatore. Avevo anche accennato in chiusura di udienza che, a proposito delle polveri al CV24, l’impianto non aveva l’insaccamento, aveva due linee di essiccamento e spediva il prodotto attraverso autosilos. E venivano spediti o direttamente al cliente, oppure veniva trasferito il prodotto al CV7, per essere successivamente insaccato oppure spedito al cliente, in funzione del confezionamento che era stato previsto per il cliente. Questo magazzino non è mai stato sotto la mia responsabilità, anche se io poi frequentavo, andavo a vedere periodicamente; e devo dire che anche lì, negli anni di mia competenza, ’89 - ’90, non c’erano quelle situazioni che sono state descritte. Perché anche all’insaccamento del CV7 gli operatori operavano con assoluta tranquillità e senza essere coperti come qualcuno ha detto di polvere. Passerei quindi all’esame dell’impianto CV15. L’impianto CV15, la produzione del PVC compound, resta - faccio subito questa precisazione - sotto la mia responsabilità gestionale fino al 30 settembre 1990. Perché la società EVC Italia, con una comunicazione organizzativa che è la comunicazione numero 12 del 1° ottobre 1990, in accordo con le strategie definite dall’EVC International, in un’ottica di autonomia gestionale, si attribuisce la gestione dell’attività del PVC compound e ne affida la responsabilità all’ingegnere Alessandro Felice, da cui tra l’altro dipende il coordinatore dell’attività di produzione, che era nominato in questa comunicazione di servizio, l’ingegnere Paolo Dellantone, che fino a quel momento era stato il responsabile di produzione dei compound e dipendeva direttamente da me. Questo vuol dire che a partire da questa data la responsabilità di Enichem per la gestione degli impianti di produzione dei compound di Porto Marghera, ovvero degli impianti Sicron1 e CV15 passa ad EVC. Cosa faceva questo impianto? L’impianto produceva granuli di PVC compound, le cui materie prime erano il PVC in emulsione, il PVC in sospensione, il carbonato di calcio. Venivano prodotti due tipi di prodotto: il PVC plastificato, il PVC compound plastificato ed il compound rigido. Naturalmente erano diversi i campi di applicazione. Il PVC rigido veniva utilizzato per la produzione nei settori che prevedevano costruzione di tapparelle, di infissi, di tubazioni di grondaie, attrezzatura da giardino, e così via. Il PVC, il compound plastificato invece era utilizzato per sostanzialmente ricoperture, teli plastificati per coperture di aree, per coperture di campi; ma la produzione più importante però era dedicati ai cavi elettrici, perché faceva la ricopertura primaria e secondaria dei cavi elettrici. Una parte di questo prodotto veniva anche utilizzato dall’industria dell’abbigliamento, per esempio nel settore delle scarpe. Nel prodotto rigido il 90 - 95% del prodotto finale era costituito da PVC. Quindi, tra le materie prime che venivano utilizzate, il PVC rappresentava il 90-95%. Ed il resto era costituito da stabilizzanti, da stabilizzati additivi e coloranti. Nel caso invece del plastificato il PVC rappresentava, nell’ambito delle materie prime, il 50% della carica; il resto, la maggior parte, era plastificante, poi aveva gli stessi ingredienti che venivano utilizzati per il rigido. L’impianto si chiama CV5-15 perché era costituito da due sezioni: il CV5, che era stato avviato ancora negli anni molto lontani, intorno agli anni ‘50, ed il CV15. Il CV5 era costituito da tre linee: due erano chiamate linee bus, che avevano una potenzialità di circa 10 tonnellate al giorno; ed invece la terza linea, la linea Bemburi, che era una macchina gelificatrice discontinua della potenzialità di 50 tonnellate al giorno. Questa sezione d’impianto era stata fermata, questo una volta che l’impianto era diventata sezione di un unico complesso, era già stata fermato nel 1987. Nel reparto invece CV15 esistevano 12 linee, che andavano dalla linea numero 11 alla linea numero 21 o 22. Le linee 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 20 – 21 - 22, erano linee bus, la cui potenzialità era di circa 12 tonnellate al giorno ciascuna; solamente la linea 16, tra queste linee bus, aveva una potenzialità invece maggiore di 20 tonnellate al giorno; le linee invece 17 e 18, linee Bembury, avevano una potenzialità di 50 tonnellate ciascuna. Faccio queste precisazioni perché sono importanti ai fini della determinazione delle produzioni che sono state poi effettuate durante il mio periodo. La linea, per concludere 19, era invece dedicata esclusivamente alla omogeneizzazione delle polveri che costituivano la maggior parte delle materie prime. Tra le materie prime, dopo aver detto del PVC che era polvere, tutte le altre, carbonato di calcio, stabilizzanti e coloranti, erano solide, quindi si presentavano allo stato di polvere. Solo il plastificante si presentava invece allo stato liquido. Le produzioni; nel 1988 erano state prodotte, anzi partirei dal 1987 le produzioni sono state 62.200 circa tonnellate; nel 1988 sono state fermate altre linee, la 12 e la 14, per cui la produzione è stata di 61.500 tonnellate. In questo stesso anno si è avviato l’impianto Sicron1. Ed è naturalmente successo che mano mano che si fermavano queste linee, quindi si rendeva disponibile del personale, questo personale... naturalmente personale che aveva le caratteristiche, quindi quel personale che continuava ancora a lavorare, è stato trasferito all’impianto Sicron1, quindi non era più all’impianto CV15. Nel 1989, quindi l’anno in cui ho assunto la direzione, l’impianto ha marciato in un assetto variabile. E cioè, o marciavano le tre linee bus, che hanno marciato poco però, oppure marciavano le due linee, principalmente le due linee Bembury, la linea 17 e la linea 18. Il granulo plastificato si faceva solo nelle linee Bembury, non nelle linee bus. Il prodotto quindi che si faceva durante il mio periodo al CV15 era fondamentalmente granulo plastificato. La produzione del granulo rigido era stata spostata all’impianto nuovo, completamente nuovo, automatizzato, che era il Sicron1. Nel 1990 quindi la linea ha marciato producendo circa, nel 1989 dicevo, volevo dare anche i numeri relativi alla produzione di PVC, con una produzione di circa 29.000 tonnellate, con un consumo di PVC che è stato circa di 16.000 tonnellate. Il prodotto che veniva utilizzato nella produzione di questo compound era il PVC sospensione, ed in particolare veniva usato prevalentemente il Ravenil 548, che diciamo aveva certe caratteristiche, che ora spiegherò, e di questo prodotto ne è stato consumato circa 13.300 tonnellate. Nel 1990 l’impianto ha marciato praticamente con una sola linea e la produzione sempre di granulo plastificato è stata intorno alle 15.000 tonellate/anno, con un consumo di PVC che è stato circa di 7.400 tonnellate, il cui tipo prevalente era ancora il prodotto di PVC sospensione Ravenil, che ha avuto un consumo di circa 5.000 tonnellate. Fatta questa introduzione, che cosa aveva fatto Enichem per migliorare la situazione di queste due linee che hanno marciato durante quegli anni? Aveva praticamente fatto delle modifiche, cioè di fianco all’impianto era stata installata una stazione di carico stabilizzanti per alimentare le linee 16, 17, 18, quindi in particolare la 17 e la 18, in automatico, collocando nella vecchia sala che comprendeva il dosaggio di PVC una nuova apparecchiatura per il dosaggio degli stabilizzanti. Poi, con un sistema di controllo automatico, aveva realizzato un assetto per cui le linee 17 e 18 avevano completamente automatizzati il carico del PVC, degli stabilizzanti, e degli additivi. La linea 16 che ho citato poc’anzi era invece una linea che era già stata nel 1988 esclusa dal ciclo di produzione dell’impianto, perché veniva utilizzata per preparare i pre miscelati che venivano poi utilizzati al Sicron1. Questi pre miscelati venivano caricati in sacconi da 1.000 chili, che allora la linea si chiamava one-pack, e serviva appunto per fornire pre miscelati al Sicron1. Ho fatto questa descrizione dell’impianto per approcciare poi i due temi fondamentali, su cui mi sono dilungato anche sugli altri in parte: il problema delle polveri in questo periodo ed il problema del CVM presente residuo nel compound di PVC. Ora, il problema delle polveri, ho detto precedentemente che le materie prime che costituivano ingredienti per produrre il PVC compound si presentavano prevalentemente allo stato di polvere. Le modifiche che erano state fatte negli anni ‘70, quella di isolare, di spostare la sala a carico materie prime, erano già state fatte, sono state indicate quindi non vado oltre, nella relazione del professor Foraboschi. Quindi, quello che voglio dire è che durante gli anni di cui mi sono occupato di questi impianti, il carico del prodotto avveniva attraverso un trasporto pneumatico: arrivavano negli autosilos e con un trasporto pneumatico venivano portati su delle tramogge di carico, che dopo pesate venivano sempre in un sistema chiuso e trasferite nelle apposite tramogge che venivano poi scaricate dall’operatore nella prima apparecchiatura, che era il blander. Quindi, sia il PVC, sia gli stabilizzanti, sia gli additivi, venivano caricati, o meglio venivano scaricati nel blander in maniera automatica. Che cos’era il blander? Il blander, è stato già detto, era un vascone che era munito di un’elica interna, che serviva per omogeneizzare le polveri ed il cui fondo era termostatato, aveva una incamiciatura in cui circolava dell’acqua termostatata. Sul blander esisteva una cappa di aspirazione vapori che impediva quindi il propagarsi di polvere nell’ambiente. Quando l’operazione di miscelamento nel blander era terminata, il prodotto attraverso delle coclee veniva scaricato in una tramoggia per alimentare la successiva sezione di impianto che era la granulazione. Ed era in quest’area che erano presenti le due macchine di cui si è parlato parecchio, si è detto il bus ed il Bembury. Che cos’erano queste macchine? Non erano nient’altro delle macchine che dovevano servire da una parte a gelificare ed omogeneizzare la massa in polvere che veniva trasformata in un prodotto fuso, e poi c’era a valle un granulatore che la riduceva in granuli. Ma in che cosa consisteva, perché è bene chiarirlo questo. Parliamo del Bembury, il bus aveva la stessa funzione, l’unica differenza era che in uno l’operazione avveniva in discontinuo, nell’altro invece, nel bus, avveniva in continuo. Ma il Bembury cos’era? Il Bembury non era nient’altro che una tramoggia, che aveva un fondo troncoconico, dentro cui si caricava la quantità dosata, che era stata ovviamente omogeneizzata nel blander, e duna volta poi caricato, scaricato il prodotto dal Bembury, sul fondo di questa tramoggia esistevano due rotori, che erano come delle viti diciamo, una inserita ed una nell’altra, sopra la massa di polvere che veniva scaricata sopra queste due viti, veniva azionata dal quadro una piastra, un pistone che invece di avere il suo cilindro aveva invece una piastra che premeva il prodotto sopra questi rotori. Questi rotori girando, ruotavano; per il solo fenomeno dell’attrito, che ovviamente era generato dalla pressione che la piastra dava sulle due viti, trasformava questo prodotto polveroso in una massa invece fusa. Quindi non c’erano elementi di riscaldamento, era solamente per effetto dell’attrito generato da questa piastra, da questo pistone ripeto azionato automaticamente in una tramoggia chiusa. Quando questa operazione, secondo i parametri di processo, era raggiunta, allora l’operatore apriva la serranda di fondo di questa tramoggia e scaricava questa massa fusa in una benna, che era proprio la benna, una delle benne tipiche che vediamo sulle pale meccaniche. Questa benna era fissata su di una catena, il prodotto ovviamente la tramoggia lo scaricava in basso, lo scaricava sulla benna; la benna aveva un percorso, riportava in alto questa massa fusa e la scaricava su quelle che sono state chiamate le calandre. Le quali calandre erano due cilindri contrapposti che ruotavano in senso antiorario, i quali avevano il compito di distribuire, quindi di omogeneizzare questa massa fusa, e di trasformarla in un nastro che poi veniva successivamente... un nastro di compound plastico, quindi fuso, che veniva poi successivamente trasportato, veniva portato davanti ad un tamburo, un cerchio forato, al di là del quale veniva tranciato e con una taglierina venivano prodotti questi famosi granuli, che non erano nient’altro che cubetti di dimensioni proprio tipiche dei cubetti, molto piccoli insomma. Questo prodotto, così come usciva dalla taglierina, sempre con un trasporto pneumatico, veniva poi definitivamente spostato su di una tramoggia finale per l’insacco. Ora vedremo quale era l’insacco. Ho voluto fare questa rappresentazione per dire che il Bembury, e quindi il bus era esattamente la stessa cosa, solo che nel bus questa operazione avveniva in continuo, mentre nel Bembury, siccome c’era appunto questa piastra, avveniva che faceva la pressione, quindi determinava la trasformazione della massa da polverosa a massa fusa, era un’apparecchiatura chiusa; quando veniva aperta la tramoggia di scarico che scaricava sulla benna il prodotto fuso, anche la benna era inserita in un involucro direttamente collegato con la cappa di aspirazione, era una cappa molto potente, che esisteva sulle calandre per aspirare i vapori che si generavano dalle calandre. Quali erano questi vapori? I vapori erano, visto che si trattava di un polimero appunto che aveva contenuto del PVC, erano vapori sostanzialmente di acqua e vapori di plastificante che si liberavano, date le temperature, si parlava di temperature molto alte, proprio perché c’erano queste temperature, era stata prevista in questa zona delle calandre questa cappa di aspirazione molto potente che aspirava anche i vapori. Cioè, nel momento in cui il prodotto fuso cadeva nella benna, si potevano generare lì. Quindi, in sostanza, la sola zona aperta che era non a contatto, perché rispetto agli anni precedenti, quando il prodotto PVC arrivava in sacconi, quindi bisognava tagliare i sacchi, trasportarli, versarli nel blander, durante il nostro periodo queste operazioni non venivano in manuale ma erano completamente automatizzate. Non c’era quindi nessuna polverosità in queste, come del resto si evidenzia, ma allegherò anche questo, ma li ha già allegati il professor Foraboschi, anche in bollettini che già dal 1985 evidenziavano scarsità di assenza di polveri. Per quanto riguarda poi l’attività specifica dell’insacco, anche qui io devo dire che durante la tipologia dell’insacco, durante il periodo della mia direzione, era costituito da sacconi da 1.200 o 1.500 chili ciascuno, che si chiamavano octabin; sacconi da 700 e da 800, che si chiamavano big; poi i container, perché avevano attrezzato nell’area dell’ex impianto CV14 dei compressori di aria, per cui facevamo il carico dei container, cioè questa era una modalità nuova: il cliente ci chiedeva di trasportarlo in container, ed erano i container classici, in cui dentro si preparava, prima di portarlo al carico, un telo di politene; e poi l’operatore cosa faceva: una volta che era stato posizionato sotto la bocca di carico il saccone, il container si limitava ad aprire la serranda di carico e far defluire il prodotto nel contenitore. Ma io mi sono sempre chiesto: come si fa a parlare di polveri in una zona di insacco di un prodotto plastificato? Perché questo era un prodotto plastificato, quindi era un prodotto tra l’altro, come diceva prima ma lo ripeterò ora per il problema del CVM residuo, che aveva delle caratteristiche di una certa porosità, proprio perché doveva assorbire la maggior parte possibile di plastificato. Quando ad esempio a valle della taglierina, quindi della formazione del granulo vero e proprio, veniva trasportato e veniva, prima di cadere nella tramoggia finale per l’insacco, veniva fatto passare attraverso dei setacci, questi setacci trattenevano degli sfilacci per quanto riguarda il prodotto plastificato. Non c’era polvere, erano sfilacci che si presentavano per effetto di una plastificazione diciamo meno precisa, meno accurata; come in tutte le cose quando non si riesce ad ottenere il cento per cento. Ma devo dire che anche questi sfilacci, che poi si presentavano per la verità anche al Sicron1, erano proprio sfilacci, quindi rimanevano nella parte della rete che rappresentava il vaglia, e quindi il vaglia faceva cadere solamente il granulo. Questo per il prodotto plastificato.

Per il prodotto rigido, quale era? Anche lì il prodotto era costituito da dei cubetti; cubetti che quindi avevano una forma geometrica perfettamente definita. Lì si poteva, si formava, del polverino, ma che era da che cosa dovuto? Questo polverino era dovuto soprattutto ai trasporti pneumatici, perché data la velocità con cui transitavano attraverso le tubazioni, gli spigoli di questi cubetti venivano chiaramente arrotondati per effetto degli urti. E quindi si generava questo polverino. Questo polverino, analogamente a quanto avveniva nella vagliatura del granulo plastificato, a differenza però del granulo plastificato, passavano su delle reti che lasciavano cadere solo il polverino. Cioè, la rete era fatta con maglie molto fitte, diciamo con varchi, buchi molto stretti, in modo che potesse passare solo questo polverino, il quale veniva raccolto in dei sacchi; non arrivava nemmeno alla zona di insacco. Anche se, ripeto, durante gli anni ‘89-’90 sono stati spediti prodotti dall’area CV15 granulo plastificati. Come sono stati spediti? Nel 1989, praticamente su una produzione di circa 29.000, poco più di 29.000 tonnellate, la stragrande maggioranza, 25.000 tonnellate sono state spedite in container.

 

Presidente: l’ha già detto alla fine della scorsa udienza.

 

PISANI - No, non avevo parlato del CV5-15. Questo è un impianto nuovo.

 

Presidente: comunque di insaccamento e di spedizione aveva già detto.

 

PISANI - Sì. Volevo dire, per evidenziare al Tribunale, che sia nel 1989, di sacchi da 25 ne sono stati fatti solo 2.700 chili su 29.000; e nel 1990 sono stati fatti 0 sacchi, è stato tutto spedito in container. Quindi, per quanto riguarda il problema delle polveri, ripeto e ribadisco nell’insaccamento e nel sistema l’esposizione alle polveri non c’era. O perlomeno era assolutamente trascurabile. Per quanto riguarda poi invece il problema del CVM residuo nel compound di PVC io devo dire, ho già detto prima che il prodotto che veniva utilizzato era un prodotto che conteneva al massimo nella specifica 1 PPM di CVM. Ed essendo un prodotto molto poroso, era anche, per i motivi che ho detto, perché doveva assorbire molto plastificante, il PVC che veniva assorbito veniva chiaramente assorbito a queste porosità. Quando quindi queste polveri si mescolavano nel blander, che veniva riscaldato ad una temperatura di 50 o 60 gradi, il CVM si liberava subito; perché già queste temperature cominciavano ad essere delle temperature in cui il prodotto cominciava a rammollirsi; e quindi veniva aspirato dalla cappa di aspirazione posta sul blander, non disperdendosi in ambiente. Come del resto anche qui evidenziano le analisi ambientali che erano state fatte e che allegherò, che evidenziano contenuti inferiori a 01 PPM. Non c’erano all’epoca, l’impianto è stato fermato nel ‘91, altri punti in cui ci potesse essere presenza di CVM. Quindi io sul CV5-15 avrei chiuso.

Il CV22-23. Questi due impianti, uno di produzione del dicloroetano di ossiclorurazione e l’altro di produzione di cloruro di vinile monomero attraverso i forni di pirolisi, erano stati installati su un’area molto ampia, un’area all’aperto; avevano un’ottima ingegneria di base ed una tecnologia di processo che era la tecnologia Goodrich. Sono impianti, è già stato detto, chiusi, automatizzati, e lavorano in continuo, il processo è un processo continuo. Evidenzio questo per evidenziare come solamente in occasione delle manutenzioni generali e manuali le apparecchiature di impianto venivano aperte e si seguivano le relative procedure di bonifica; o quando, al di fuori anche delle manutenzioni generali di impianto, c’erano, avendo alcune postazioni, le macchine di scorta, per esempio le pompe, allora se ne fermava una e si metteva in esercizio l’altra, seguendo sempre le procedure di manutenzione. Questo tipo di impianto, che poi era tra l’altro anche un impianto in pressione, ma questo l’hanno già detto in molti, era un impianto che aveva una tipologia di processo che era diversa dalla tipologia dell’impianto di PVC sospensione, o degli impianti di PVC emulsione; perché perlomeno, per la zona polimerizzazione lì si apriva l’apparecchiatura, quindi l’autoclave, si apriva il ciclo produttivo periodicamente; mentre nel caso di questi impianti il ciclo veniva aperto solo una volta all’anno, completamente.

Anche qui furono avviate negli anni precedenti, negli anni ‘70 praticamente, tutte le modifiche che sono già state descritte per la riduzione della concentrazione di CVM negli ambiente di lavoro. Io ricordo solamente, non so l’installazione delle doppie tenute con fluido di sbarramento; le barriere di vapore intorno ai forni per isolare i forni in caso di - sempre per motivi di sicurezza - fuga di CVM nella zona di distillazione. Insomma, erano stati fatti tutti questi lavori che avevano anche qui drasticamente ridotto l’esposizione. E per questi dettagli, così come anche per i bassi livelli di concentrazione e con poi i numeri estremamente bassi di eccezioni rilevate dal cromatografo, rimando, rinvio, alle relazioni dei consulenti, in particolare del professor Foraboschi.

Per quanto riguarda il monitoraggio del dicloroetano, il monitoraggio ambientale avveniva in maniera discontinua, con un monitoraggio discontinuo; ricordo valori di concentrazione rilevati che erano inferiori ad 1 PPM. Durante il mio periodo, durante il periodo di gestione di tali impianti, quali sono stati gli interventi miglioranti effettuati? Le modifiche, alcune le aveva già indicate nella precedente udienza il dottor Smai, erano state appunto proposte e poi durante la mia epoca sono state realizzate e portate a compimento. Quindi la modifica di alcuni sfiati che venivano, in attesa della costruzione del forno di termodistruzione degli off gas, quindi dei gas che uscivano dai reattori di ossiclorurazione, che erano 15.000 metri cubi ciascuno, quindi per un totale di 45.000 metri cubi, erano stati collettati per essere mandati all’impianto di incenerimento CS28. Poi, per la riduzione delle emissioni in ambiente, avevamo fatto la polmonazione di alcuni serbatoi con azoto, quindi una modifica del sistema di polmonazione. E poi alcune modifiche anche relative ad alcuni sfiati nella zona delle pompe da voto del CV23, quindi sfiati che erano fatti o con pompe da voto o con eiettori, ed erano stati anche questi modificati e mandati nella zona di assorbimento degli sfiati acidi, il che voleva dire in pratica mandati sulla aspirazione dei compressori dell’acido cloridrico. Poi, quello più importante, che io ho seguito personalmente, è stata l’installazione del nuovo forno che era stato proposto, e successivamente approvato nel 1989, e poi affidato a società terze di ingegneria per il loro completamento. Che cosa posso dire? Che anche qui, durante i due anni della mia direzione, non si sono verificati incidenti rilevanti, ai sensi sempre del rapporto di sicurezza od incidenti che avessero comportato perdite significative. Da un punto di vista organizzativo di reparto, durante la mia direzione era stata consolidata la figura che io avevo trovato e che ha deposto in questo procedimento, che era quella del signor Fin, cioè l’assistente che ricopriva allora le funzioni di assistente di sicurezza, ecologia ed ambiente. Quale era il suo compito? Il suo compito era intanto, quando arrivavano dei nuovi assunti, quello di formazione del personale in campo; poi ovviamente si discuteva con il personale turnista sull’aggiornamento dettato per esempio dalle modifiche, per cui era lui che provvedeva non solo a discutere, prima ancora di realizzarla con il personale di esercizio, la validità della modifica; e poi dell’aggiornamento dei manuali operativi di impianto. Alla fine concordava le prove di emergenza simulata, perché si facevano prove di emergenza simulata, sia programmate che invece improvvise, senza preavviso. E poi preparava la relazione annuale antinfortunistica e di sicurezza. Ed io allegherò la relazione dell’anno 1990, preparata appunto da Fin, in cui sono descritte tutte le attività che sono state fatte durante quell’anno, e quindi dentro ci sono anche i rapporti delle prove di emergenza che sono state fatte durante l’anno. Noi avevamo anche per la verità introdotto un’abitudine nuova: siccome ogni anno si facevano delle fermate annuali, che erano le fermate annuali dei singoli reparti, erano biennali perché il CV23 si fermava ogni due anni ed anche il CV22 si fermava ogni due anni. Erano state programmate in maniera tale che fossero non contemporanee ma sfalsate, e quindi praticamente ogni anno avveniva una fermata generale: un anno del CV22, l’anno dopo del CV23. Durante queste fermate di manutenzione generale quale era il compito, a cui ho partecipato anch’io, spesse volte? Era quello di fare delle riunioni con gli assistenti di giornata di impianto e con i responsabili delle imprese di manutenzione che venivano, che dovevano venire a svolgere i lavori di fermata generale, quindi durante i lavori di manutenzione ad impianto fermo. Questo addirittura in anticipo rispetto a quanto poi è stato previsto nella normativa emanata dal decreto legislativo 626 del ‘94, perché? Perché era molto forte, era molto sentita, l’esigenza, sia dal personale direi, da un po’ tutti quelli che partecipavano alla vita dell’impianto, di programmare le cose in maniera tale da non avere poi problemi durante le manutenzioni. E quindi si programmavano i tempi, si programmavano ovviamente le bonifiche delle apparecchiature per poi cedere apparecchiature ai manutentori, ma si programmavano anche gli interventi che dovevano svolgere, come, con quali permessi di lavoro, quali erano le prescrizioni che avrebbero dovuto osservare il giorno dopo, quando alle otto si presentavano in impianto, il personale di impresa e con quali modalità. E durante queste operazione di manutenzione generale il personale di esercizio, che ovviamente era libero da manovre di esercizio, perché l’impianto era fermo, vigilava continuamente all’interno del reparto, perché il comportamento fosse corretto e quindi ci fosse una corretta applicazione delle procedure. Io non ho mai avuto diciamo richiami od osservazioni da parte dei capi reparto, che all’epoca erano i signori De Simone e Scibè, a proposito di non osservanze di procedure da parte di personale d’esercizio. Ed io stesso, che questo impianto in particolare lo frequentavo abbastanza spesso, devo dire che ho trovato sempre un personale estremamente attento alle manovre e soprattutto alle prescrizioni che, nel caso si verificassero appunto delle perdite, sapeva come intervenire, sapeva intervenire tempestivamente e con grande -a mio parere -professionalità. Ho già detto che in questo impianto venivano effettuate delle prove di emergenza, delle prove simulate di emergenza, con e senza preavviso. Ricordo che a queste prove, ora dirò subito dopo i risultati di una in particolare sempre durante il mio periodo, che in occasione di sopralluoghi, o di collaudi, che venivano effettuati dai Vigili del Fuoco nazionali, anche loro richiedevano all’istante una prova di emergenza e questa veniva fatta, e di questo veniva immediatamente steso un rapporto. Ora, questa è stata la panoramica degli impianti, sulla quale non mi dilungo ulteriormente. Non si è parlato in questo processo di quali erano le reali modalità di lavoro del personale nei reparti, dei tempi effettivi di permanenza degli operativi nei luoghi dove potevano verificarsi delle perdite. E chiaramente l’operatività, come ora cercherò di illustrare, era diversa in funzione dei turni, ovviamente anche in funzione degli impianti. Ma diciamo i caratteri generali dell’operatività erano più o meno gli stessi, tranne qualche cosa che poi ora dirò. Com’era organizzata la squadra turnista? Una squadra turnista aveva fondamentalmente una assistente del turno, che era il responsabile del turno; poi esistevano od uno o due quadristi, dipende dalla complessità dell’impianto; poi c’era un certo numero di operatori esterni che avevano delle aree assegnate entro cui svolgevano la loro attività. Cosa faceva l’operatore esterno? Mediamente l’operatore esterno, nel primo turno di lavoro, nel turno 06.00 - 14.00, arrivava, si faceva il suo giro di controllo dell’impianto, che poteva durare quindici minuti, come poteva durare mezzora, dipende dalla complessità dell’impianto e da che cosa in quel momento trovava in impianto. Io parlo di una situazione di assetto normale d’impianto. Quindi si faceva il suo giro e poi ritornava in sala quadri. Quando alle 08.00 arrivavano gli uomini di manutenzione, e quindi i giornalieri di manutenzione, per fare i lavori di manutenzione, l’operatore esterno, dopo che l’assistente aveva firmato il relativo permesso di lavoro con le prescrizioni, accompagnava gli uomini di manutenzione sul posto e si accertava che le parti di impianto, l’apparecchiatura, il serbatoio, oppure la pompa, oppure lo strumento che dovevano essere affidati alla manutenzione, fosse stato escluso o dal turno precedente oppure lo escludeva lui al momento, dipendeva da quale era il tipo. Sostanzialmente si preoccupava che le attività della manutenzione potessero aver decorso da subito, facendo vedere quale era l’apparecchiatura, quali erano le cose da fare in impianto, e quindi consegnava di fatto queste parti al personale di manutenzione. E dopo ovviamente tornava in sala quadri. Sempre l’operatore esterno di impianto, quando il personale di manutenzione andava per ora di pranzo, interrompeva il lavoro, ritornava sul posto per andare a controllare che tutto si svolgesse, nel momento in cui lasciavano non ci fossero delle situazioni di pericolo, quindi faceva un controllo del posizionamento degli attrezzi, degli strumenti, e che la zona di reparto, la zona di impianto, fosse esattamente così come l’aveva consegnata lui al mattino. Quindi diciamo l’operatore del primo turno era quello che era un po’ più impegnato sull’esterno, perché oltre i normali giri, ma ricordo che già nei normali giri di ispezione c’era una grossa differenza tra gli anni diciamo... la seconda metà degli anni ‘80 e gli anni precedenti, perché una serie di operazioni che prima l’operatore esterno faceva, già all’epoca, in quell’epoca, non si faceva più. Per esempio gli impianti erano estremamente automatizzati, quindi a quadro c’era l’indicazione di temperatura, di pressione, numero di giri di motori, etc.; l’operatore, negli anni ‘70, quando girava l’esterno dell’impianto, siccome all’esterno c’erano anche dei termometri, dei manometri locali, riportava su dei fogli l’indicazione di questi indicatori di misure che non erano riportati, la cui misura non era riportata in sala quadri. A che cosa serviva questa attività? Serviva al quadrista per verificare che il dato che lui leggeva, dello strumento sul quadro, era corretto perché un manometro od un termometro, per semplificare, posto nelle immediate vicinanze dello stesso strumento che lui leggeva in sala quadri, portava la stessa indicazione. E quindi questo era un segno che le cose andavano bene. L’operatore del secondo turno già aveva un’attività minore, perché? Perché entrava alle ore 14.00 ed usciva al 22.00; ricordo che i lavori di manutenzione nel nostro stabilimento, i lavori giornalieri, ma lavori di turno ormai non se ne facevano più, si esauriva alle ore 16.00 - 16.30. Quindi l’operatore, nel momento in cui la manutenzione annunciava di aver finito, usciva verso l’esterno ed andava a controllare che la zona, che era lasciata libera dalla manutenzione, fosse in ordine. L’operatore poi rifaceva anche lui i suoi giri normali, mediamente ogni paio d’ore. L’operatore del terzo turno, faceva i giri normali d’impianto; naturalmente poi, se durante il loro lavoro si rendeva necessario l’allineamento o l’esclusione di una macchina, o l’esclusione di un’altra, etc., facevano chiaramente anche queste operazioni. Però voglio dire che già il carico di lavoro dell’operatore del terzo turno era un carico abbastanza ridotto, proprio perché tra l’altro non c’era nemmeno, non solo non c’erano operatori di manutenzione in campo, ma come procedure d’impianto noi evitavamo di fare variazioni significative di assetti di impianto durante la notte, proprio per evitare, perché lo stabilimento a quel punto era presidiato solamente dai turnisti, per evitare problemi si facevano manovre di una certa rilevanza, di variazione di assetto di impianto venivano fatte di mattina, di giorno e non di notte. Concludendo, gli operatori esterni operavano in sala quadri per oltre la metà del loro tempo con i colleghi di reparto; anche perché gli impianti, essendo estremamente automatizzati, era interessante, era importante seguire a quadro l’evolversi dell’andamento della produzione. Oggi ancora di più, con i sistemi di controllo distribuito che esistono negli impianti che sono stati totalmente automatizzati, è chiaro che gli operatori stanno prevalentemente in sala quadri. I quadristi operavano al quadro, non avevano necessità di muoversi. Abbiamo fatto delle variazioni anche sotto questo aspetto, in accordo con le organizzazioni sindacali, per consentire non solo un accesso alle qualifiche superiori degli operatori esterni ma anche per avere un personale che fosse il più possibile flessibile, ma direi che sapesse operare anche al quadro. Per cui, in certi impianti, al CV22-23 questo era stato realizzato abbastanza rapidamente, per cui c’era una certa intercambiabilità tra operatori quadristi ed operatori esterni. In altri impianti, come al CV24, sono stati fatti degli accordi per cui si è concesso, si è stabilito, che l’operatore esterno operasse anche al quadro. Questo nasceva anche da alcune considerazioni di carattere organizzativo, perché in alcuni momenti nel turno potevano mancare degli operatori esterni, allora il quadrista poteva tranquillamente sostituirlo. Al CV6 le cose erano leggermente diverse, perché l’operatore autoclavista che governava dalle due alle tre autoclavi, operava non solo sull’autoclave, che in questo caso l’autoclave era al chiuso, ma operava anche al quadro, e quindi era un operatore polivalente sotto tutti gli effetti. Al CV15 invece gli operatori esterni, chiamiamoli così, erano praticamente tre: operatore al blander, operatore alle calandre o al Bembury, operatore al trasferimento del prodotto. Poi v’era l’assistente in turno ed un coordinatore sotto l’assistente in turno che operava. Quindi in sostanza questi operavano, al Bembury si poteva operare solo dal quadro; al blander l’operatore, quando è stato nel mio periodo automatizzato, ovviamente andava a verificare sul posto che il carico stesse avvenendo in maniera regolare, ma l’operazione anche qui era automatica. L’intervento invece manuale che facevano era quando c’era il cambio di prodotto per tipo oppure per colore, allora bisognava aprire le apparecchiature e pulire, perché ovviamente se si cambiava il tipo bisognava che l’apparecchiatura fosse pulita. E quindi questo era il momento in cui erano all’esterno ed aprivano il ciclo; altrimenti non c’era motivo di aprirlo. Ho parlato prima, e poi con questo volevo chiudere questa parte, di come venivano effettuate delle prove di emergenza simulate. Bene, il 9 agosto del 1985 è stata effettuata una prova di emergenza simulata da parte di una commissione operativa del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri nel corso di una ispezione disposta dal Pubblico Ministero all’impianto cracking di etilene senza alcun preavviso. Nel rapporto infatti si legge, cito testualmente "La Commissione del NOE, incaricata tra l’altro di valutare l’affidabilità dei sistemi di sicurezza e dei servizi preposti per la gestione delle eventuali situazioni di emergenza, al fine di minimizzare le condizioni di impatto ambientale determinate dall’insorgere di un evento anomalo". Non voglio parlare del rapporto, cito solo quali sono state le conclusioni inserite nel rapporto. In pratica l’ispettore è andato improvvisamente in impianto, accompagnato da uno dei nostri, ed ha fatto scattare un allarme senza nessun preavviso. Le considerazioni che sono state riportate nel rapporto che poi allegherò integralmente sono: "Ottimo il funzionamento dei sistemi di comunicazione dell’evento e di allertamento dei servizi preposti all’intervento di emergenza. Rapidi i tempi di intervento delle squadre dei Vigili del Fuoco e dei servizi di supporto e gestione dell’emergenza. Buona la capacità di smaltimento della rete fognaria di raccolta delle acque di risulta dell’evento. Ottima la rispondenza comportamentale del personale di impianto e dei servizi di supporto in ragione del dettato delle norme di emergenza per quanto rispettivamente di competenza. Apprezzabili i tempi impiegati dal personale interessato alla prova dell’indossare regolarmente gli autorespiratori e le altre dotazioni personali in dotazione". Un altro argomento che è stato discusso in questo processo è la manutenzione. Io vorrei chiarire solamente alcuni aspetti relativi alla politica di manutenzione adottata dall’Enichem. Quando praticamente noi cominciamo la gestione diretta degli impianti ci siamo posti subito il problema dell’efficacia della manutenzione. Allora, per ottenere una migliore efficacia, si decide di attuare una politica con una diversa filosofia di manutenzione, che è quella che aveva accennato già il dottor Smai, che era la sostituzione periodica delle parti d’impianto soggette a manutenzione, piuttosto che non la periodica revisione delle valvole di manutenzione: valvole, apparecchiature, etc.. Quindi che cosa si fa? Si spendono quindi parecchi soldi, molti direi, nell’ambito dell’acquisto di materiali nuovi, piuttosto che non nella revisione, quindi utilizzo di personale per revisionare le stesse parti. E questo, se si vanno a guardare le tabelle che nella relazione del professor Foraboschi sono state illustrate, è facilmente evidenziabile. In particolare voglio evidenziare per esempio che nel 1989 al CV24 spendiamo 1 miliardo 293 milioni di soli materiali e nel 1990 spendiamo 1 miliardo 171 lire di soli materiali su di un totale per 1989 ho detto 1 miliardo 293 milioni contro un valore globale di manutenzione di 3 miliardi 590 milioni nel 1989; e nel ‘90 di 1 miliardo 171 milioni di materiali su di un totale di 3 miliardi 770 milioni di manutenzione. Nell’anno di chiusura nel CV6, nel 1989, si spendono 1 miliardo 380 milioni di manutenzione globale di cui 345 circa di soli materiali. Nello stesso CV22, nel 1990 si spende 1 miliardo 365 milioni di materiali su un totale di 3 miliardi 250 milioni. Al CV23 nello stesso anno si spendono 978 milioni di materiali su di un totale di circa 3 miliardi complessivi di manutenzione. L’altro aspetto, che è un po’ più tecnico, ma cercherò di spiegarlo al Tribunale con un esempio, è quello di cercare di convincere, ricordo che la manutenzione era gestita da Montedipe, di convincere la manutenzione di Montedipe a classificare gli interventi di manutenzione in episodi. Cosa vuole dire questo? Generalmente si facevano gli interventi di manutenzione e questi interventi venivano scaricati su un centro di costo, che era considerato la routine. Perché io in particolare avevo spinto per cercare di avere il maggior numero di episodi possibili? E qua devo fare un esempio: se io pulisco uno scambiatore, nel pulire questo scambiatore impiego un certo numero di persone, dura la pulizia dello scambiatore un certo numero di giorni, e la frequenza con cui pulisco questo scambiatore è una certa frequenza. Se queste voci io le metto in un calderone com’è quello della routine, non riesco ad evidenziare invece aspetti che ci interessano. E cioè: se nel momento in cui individuo la manutenzione di un’apparecchiatura come questa, apro un episodio di manutenzione che vuol dire: pulizia degli scambiatori, oppure pulizia del scambiatore E260; in questo episodio di manutenzione durante tutto l’anno so, ho evidenza esattamente del numero di volte che l’ho fatto; di quanto personale ho impiegato, quanto è durata, alla fine ovviamente il costo. A cosa mi serve questo? Mi serve perché, nel momento in cui devo decidere e devo prendere una decisione di andare a pulire lo scambiatore, posso essere di fronte ad una alternativa: lo pulisco più tardi e quindi ho un tempo di manutenzione poi più a lungo, perché ovviamente più a lungo lo tengo in esercizio, più croste, più sporcizie si formano all’interno dello scambiatore, più lunga mi diventa l’operazione di manutenzione. Oppure invece mi conviene anticipare, fare cicli di vita dell’apparecchiatura più brevi, perché è vero che lo escludo, ma questo non ha nessuna influenza nell’ambito della produzione ma serve per esempio ad avere l’apparecchiatura sempre più efficiente e comunque ad avere costi di manutenzione che sono chiaramente diversi. Sono minori, perché è vero che avrò un maggior numero di interventi, ma l’effetto complessivo degli interventi ha sicuramente un costo minore. Questo per spiegare come alle volte l’efficienza dei singoli interventi di manutenzione porta anche, a parità di manutenzione, anzi addirittura in qualche caso con aumento di manutenzione, un miglioramento degli standard di impianto. Voglio dire semplicemente che all’inizio della mia attività queste parti erano l’80% in routine ed il 20% in episodi; quando ho lasciato questa funzione la routine si era abbassata al 60% e gli episodi erano saliti al 40%, con un miglioramento netto di efficienza. Parliamo ora del periodo di direzione giugno ‘93/novembre ‘95. Io ho assunto la direzione dell’intero Petrolchimico il 1° giugno 1993, succedendo all’ingegnere Zerbo che era stato fino al 1990 il direttore del Petrolchimico senza gli impianti di CVM e PVC; e poi, dopo la conclusione di Enimont, era stato il primo direttore dell’intero stabilimento, questa volta compresi gli impianti CVM e PVC. Quindi alle mie dipendenze al 1° giugno 1993 non vi erano più gli impianti di PVC, che erano stati acquistati già nel 1990 da EVC ed il personale era stato trasferito nella stessa data, nel giugno ‘93, ad EVC. Contemporaneamente vengo nominato direttore di Enichem Agricoltura e resto in carica fino all’anno successivo, cioè fino alla formazione dell’Agricoltura S.p.A. in liquidazione. Sei mesi dopo la mia nomina chiudiamo gli impianti di produzione nello stabilimento dell’Agricoltura; quindi l’Agricoltura viene chiusa nel dicembre 1993. Anche Enichem Augusta Industriale aveva una presenza industriale nel sito e la società mi nomina contemporaneamente anche direttore di questa attività. Ma questa era un’attività, come ora spiegherò, che non aveva produzione, perché gli impianti erano stati fermati già molto tempo prima, addirittura se non vado errato nel ‘92 o giù di lì. Queste due nomine, Agricoltura ed Augusta Industriale, rispondevano ad un’esigenza dell’Eni, la quale voleva che per le società che facevano parte del gruppo, per le società operative, che nei siti dov’erano presenti più società appartenenti allo stesso gruppo ci fosse un unico rappresentante aziendale che aveva quindi i rapporti con le pubbliche autorità per tutte le attività che erano necessarie per lo svolgimento di funzioni più che altro amministrative, burocratiche. Parliamo subito degli argomenti che sono invece la parte importante del secondo capo d’Accusa: le discariche. Volevo intanto precisare che quanto era stato dichiarato dall’ispettore Spoladori del Corpo Forestale dello Stato durante l’udienza del 20 settembre 2000, a proposito di una presunta mancata disponibilità di Enichem a fornire documentazione relativa alle discariche abusive, alla richiesta scritta del Corpo Forestale dello Stato il 17 settembre 1995, che riguardava... era espressamente scritto: "La consegna di documentazioni relative a denunce di discariche abusive attuate all’interno dello stabilimento Petrolchimico antecedente al D.P.R. 915 del 1982 e dichiarate agli organi preposti" ho risposto in maniera puntuale dichiarando che tali documenti, perché questa era la domanda scritta che era formulata nella richiesta, non c’erano. Questo non significava evidentemente che non vi fossero discariche abusive; mi sono semplicemente limitato a rispondere ad una domanda che era stata fatta in maniera puntuale: a domanda puntale, risposta puntuale. Nel periodo di mia direzione mi sono occupato delle discariche situate all’interno, solo all’interno del Petrolchimico; e per tutto ciò che riguardava invece le aree poste al di fuori dei limiti di batteria dello stabilimento, questa era di competenza della sede. Me ne sono occupato pur non avendo Enichem partecipato alla costruzione di quella che il professor Nosengo aveva definito in un’udienza "bomba ecologica"; e pur non essendo Enichem in qualità di proprietaria tenuta alle opere di bonifica. Ma comunque preciso che all’interno, nei comparti all’interno del Petrolchimico, non abbiamo mai scaricato rifiuti; per giunta le altre discariche che appartengono alla società Montefibre, non appartenevano alla gestione del Petrolchimico. Le aree interne al Petrolchimico, entro cui erano localizzate le discariche, sono note. In area Agricoltura vi erano, e qui devo fare delle precisazioni, alcune discariche. Una era il ricettore, quella che è stata nominata ricettore rifiuti impianto Agrimont; l’altra era Enichem Agricoltura ex Agrimont Ausidet; e poi l’area di Campaccio. Nell’ambito delle funzioni che io ho svolto anche per questa azienda, per l’azienda Agricoltura, devo dire che intanto le due discariche di Enichem Agricoltura erano estranee al ciclo del Petrolchimico; e le due discariche, quindi Agricoltura ed Ausidet, erano state entrambe autorizzate. La discarica Enichem Agricoltura è una discarica autorizzata il 23 marzo ‘89 dalla Provincia di Venezia; questa discarica nel novembre ‘90 diventa di proprietà Enichem; il 20 luglio ‘94 viene esaurita. La discarica Ausidet invece, che era ancora vecchio gruppo Montedison, era stata autorizzata anch’essa il 23 marzo 1989 dalla Provincia di Venezia; nel novembre ‘90 anche questa diventa di proprietà Enichem; nell’ottobre ‘93 terminano gli scarichi. Sulle altre due discariche che erano estranee al ciclo produttivo vorrei dire: il ricettore dei rifiuti dell’impianto Agrimont, e qui leggo testualmente quella che è stata una frase richiamata dalla deposizione dell’ispettore Spoladori il 13 dicembre 2000: "E` una discarica contaminata da arsenico e piombo per la massiccia presenza di ceneri di pirite". E` stato già illustrato dal professor Francani questo inquinamento, che non è legato alle produzioni che appartenevano al ciclo produttivo ma è legata invece alla produzione del ciclo produttivo del rame. Ovvero, a quella lavorazione delle ceneri di pirite che è terminata negli anni ‘70 e ‘71, pertanto noi siamo completamente estranei all’inquinamento di quest’area. Anche per l’area Campaccio, ricordo sempre che dalla relazione del professor Francani questo inquinamento è dovuto alla presenza di arsenico e metalli pesanti dovuto all’uso dell’area a partire dagli anni ‘50 come area di stoccaggio provvisorio per prodotti di lavorazione materiali da conferirsi poi in discarica. Erano quindi in sostanza dei catalizzatori arsenicali che derivavano dall’impianto ammoniaca, che era tra l’altro poi posto di fronte a questa discarica. L’utilizzo dei catalizzatori arsenicali era relativo ad un ciclo produttivo che è terminato nel 1978 e sostituito da un altro ciclo in cui si utilizzava come catalizzatore la glicina. Enichem diventa proprietaria dell’area nel 1990 e quindi non può che essere estranea a questo inquinamento.

Invece ora voglio passare all’esame delle attività delle discariche che ricadevano sotto la mia responsabilità, che vi ho detto erano interne all’area di stabilimento. E qui seguo un ordine cronologico per illustrare le attività che sono state fatte durante il periodo della mia direzione. Nel 1993, nei mesi di settembre ed ottobre, la zona esaminata è la zona 31-32; viene assegnato uno studio condotto diciamo su incarico di Enichem dalla Geo Sondaggi; questo studio prevede la realizzazione di sei sondaggi, attrezzati a piezometro, per una descrizione geotecnica e stratigrafica del sottosuolo. La parte invece di caratterizzazione analitica dei terreni e delle acque di falda viene realizzata dallo stesso servizio SIA, sicurezza ed ambiente di Enichem. Nell’ottobre dello stesso anno, nel periodo da ottobre a dicembre, viene iniziata dalla Geo Sondaggi anche la prima indagine di caratterizzazione sull’intera area del Petrolchimico. Quale è l’obiettivo, e lo leggo testualmente dall’ordine che è stato dato alla Geo Sondaggi: "L’individuazione delle condizioni di deflusso delle falde sotterranee e di definizione tipologica degli acquiferi". A tale scopo vengono realizzati dieci sondaggi, poi attrezzati a piezometro lungo tutto il perimetro del Petrolchimico dello stabilimento e vengono eseguite misure piezometriche ed un’analisi stratigrafica. Nel novembre dello stesso anno si occupiamo anche della parte Agrimont, che era appena entrata, e viene commissionato alla Snam Progetti uno studio per un progetto di risanamento ambientale per il ricettore rifiuti impianti Agrimont. Nel 1994, a febbraio, termina l’elaborazione dei dati relativa all’indagine geognostica ed idrogeologica su tutto lo stabilimento che era stata assegnata prima, e viene consegnata una relazione che dà le prime indicazioni sulla presenza e la distribuzione dei livelli impermeabili. E qui si evidenzia la necessità di proseguire l’indagine, ed anche qui leggo, estratto dalla relazione: "Si suggerisce di protrarre nel tempo le letture, al fine di tracciare con sufficiente precisazione la configurazione della falda e la sua variazione temporale". Abbiamo poi contemporaneamente anche una campagna analitica, che viene effettuata a cura del perito industriale Bustreo e del dottor Racanelli, che a quell’epoca era del SIA Enichem, delle acque di falda dei piezometri installati dalla Geosondaggi. In aprile viene consegnata la relazione con i risultati nella campagna analitica. Tra i parametri vi sono: idrocarburi clorurati, gli aromatici, fenoli, ammine aromatiche, metalli pesanti. "L’indagine - anche qui leggo dalla relazione analitica - sembra confermare le ipotesi di tenuta dello strato argilloso presente non essendoci una diffusione degli inquinanti. Le concentrazioni dei composti chimici analizzati risultano normalmente basse e la loro eventuale presenza è limitata all’area di origine o può essere addebitata ad eventi anomali". In ogni caso programmiamo ulteriori controlli. A maggio il nostro ufficio, il SIA sempre, formula una proposta di approfondimento dell’indagine idrogeologica, soprattutto nella zona ovest dello stabilimento, con l’installazione di nuovi piezometri e con nuove letture piezometriche, il proseguimento di questo. A giugno viene consegnata, era stata assegnata precedentemente, una relazione elaborata dalla Snam Progetti per l’area ceneri, che era l’altra area dell’Agricoltura, del secondo stabilimento dell’Agricoltura. L’apertura; a luglio viene aperta una commessa di investimenti per il completamento dell’indagine idrogeologica di stabilimento; lo scopo del lavoro è l’obiettivo di ricostruire il quadro idrogeologico dell’area di stabilimento e di determinare l’andamento delle falde acquifere interessanti l’area stessa. Si legge inoltre che la ricostruzione più dettagliata e precisa della situazione idrogeologica dello stabilimento è condizione preliminare per qualunque altra eventuale iniziativa volta alla protezione delle falde, secondo la politica di Enichem, etc., etc.. Nel 1995 viene formulata la proposta di caratterizzazione analitica della falda che si conclude nel luglio ‘95. A marzo viene commissionata ad Aquater un’indagine sullo stabilimento in zona Agricoltura, tra cui l’area Campaccio per la realizzazione di un piano di risanamento. A maggio viene commissionata ad Aquater un’ulteriore indagine di caratterizzazione dello stato del sottosuolo delle isole 31 e 32 e la progettazione definitiva dell’intervento di messa in sicurezza dell’area. Questo a maggio. In luglio viene consegnato il progetto di messa in sicurezza delle isole 31 e 32 con una descrizione dettagliata sia da un punto di vista ovviamente dell’area 31 e 32, sia da un punto di vista idrogeologico ed ambientale dell’intervento proposto. Ad ottobre viene consegnata la relazione contenente il progetto di bonifica dell’area nella zona Agricoltura, tra cui Campaccio, quella che avevamo richiesto prima; a novembre viene commissionato uno studio idrogeologico ad Aquater e qualitativo dei terreni e delle acque sotterranee, ad integrazione di tutte le indagini fatte precedentemente con quelle nuovamente predisposte. Nel corso di questa indagine saranno realizzati 67 sondaggi completati a piezometro, 32 prove geotecniche, ed il campionamento in analisi dei piezometri dello stabilimento. E viene poi consegnato il progetto preliminare di risanamento ambientale suolo e sottosuolo dello stabilimento complessi dell’agricoltura di Porto Marghera. Al 30 novembre ‘95 lascio lo stabilimento di Porto Marghera. Poi mi sono trasferito, vado a Milano ad occupare una posizione di responsabile di gestione, ma non ha molta importanza per il Tribunale. Tuttora sono direttore di divisione oli fini ed aromatici. Comunque, per questi approfondimenti, per le motivazioni tecniche di dettaglio, rimando poi a quella che è la relazione del professor Francani e del dottor Alberti. Vorrei ora riferire al Tribunale in merito alla deposizione del signor Mazzolin, che ha parlato della diffida che è stata nei giorni scorsi, protocollo numero 24348 del 26 maggio 1993 della Provincia di Venezia ad Enichem a seguito di sopralluoghi compiuti in alcune aree delle stabilimento nei giorni precedenti. Nella diffida vengono segnalati i seguenti punti. "Punto 1: nell’area che viene individuata come zona 46 si trova uno stoccaggio di inerti consistente in materiale proveniente da demolizione e scavi effettuati all’interno dello stabilimento. Si richiede, in stretta collaborazione con le autorità competenti, in questo caso l’U.L.S.S., una campionatura del sito e comunque un progetto di risanamento dell’area". E` stato immediatamente eseguito un campionamento con successive analisi, questo nel mio periodo, con tecnici dell’U.L.S.S. e della Provincia, con esiti positivi e non è stato rilevato nessun inquinamento. Successivamente questa zona adiacente ad un’altra zona che era la 45 - 48 è stata inserita nel progetto di recupero ambientale. La Provincia poi, con decreto che io poi allego alla relazione, numero 34725, ha autorizzato l’utilizzo dei materiali che erano in questa zona, in quest’area, per la sistemazione della discarica Malcontenta.

Questo per chiarire che una volta per tutte non solo non era stato trovato inquinamento, ma questi materiali sono stati utilizzati per ricoprire e per sanare la zona, la discarica di Malcontenta. "Punto 2: nell’area individuata come zona 10 viene segnalato un deposito di contenitori di morchie oleose in quantità di circa 500 tonnellate definite rifiuti speciali". Da analisi effettuate da laboratori di stabilimento, ne erano state effettuate, un po’ di tempo prima, esattamente il 3 ottobre ‘91. Devo dire che in precedenza, prima che arrivasse questa diffida, quindi in data 11 maggio ‘93, era stato inviato alla Provincia un piano di smaltimento rifiuti che comprendeva il piano di smaltimento delle morchie oleose. Comunque abbiamo effettuato successivamente lo smaltimento delle morchie oleose e per questo non tedio il Tribunale con i documenti. Dico solamente che allegherò alla relazione il certificato di avvenuto smaltimento di una parte che è stata effettuata dalla società Ecoveneta; allego le copie del registro di carico e scarico; le copie dei documenti di trasporto; le copie dei formulari; le copie del modello unico di dichiarazione che a quell’epoca si usava per lo smaltimento di queste morchie.

 

Presidente: va bene, prosegua nelle sue dichiarazioni e la richiamo anche ad una certa continenza, visto che tutto sommato abbiamo già avuto due ore delle sue dichiarazioni; eventualmente ci allegherà anche le dichiarazioni scritte, veda un attimo di arrivare anche lei ad una sintesi, perché oggi abbiamo parecchio da fare.

 

PISANI - "Il punto 3 della diffida, individuata come zona 2-9, si segnalano due depositi di rifiuti consistenti in catalizzatori anidride varadica ed anelli in ceramica o plastica e melme acide". Per quanto riguarda il catalizzatore anidride varadica, lo smaltimento è avvenuto nel corso del 1994, e quindi allego anche qui copia del registro di carico e scarico, copia delle bolle di accompagnamento ed anche qui la copia del modello unico di dichiarazione. Gli anelli di ceramica invece o di plastica, sono stati smaltiti subito con gli assimilabili cassonetti e non ci sono per questi registrazioni specifiche ma sono state tolte dall’area. Le melme acide, infine, sono state smaltite nel 1994 ed anche per queste allego la copia del registro di carico e scarico, delle bolle di accompagnamento e del modulo unico di dichiarazione. "Al punto 4 veniva individuata, nella zona parco serbatoi sud, un altro cumulo di morchie oleose, circa 700 tonnellate". Anche queste vengono completamente smaltite ed anche per questo allegherò un bel file, copia del registro di carico e scarico e del formulario del modello unico di dichiarazione. "Punto 5: nelle aree che erano state individuate come le zone 38, 60, 59, viene rilevata la mancata copertura dei rifiuti con doppio telo impermeabile e un deposito di contenitori di rifiuti posti nelle immediate vicinanze di un deposito legname". Allego per questo il decreto della Provincia successivo 19681 è il numero del 30 agosto 1993 di revoca della prescrizione dell’uso del doppio telo impermeabile. Si erano sbagliati. Tutti i fusti, cioè quindi tutti i contenitori presenti nelle zone citate, sono stati smaltiti; le zone 38 e 59 poi sono state soggette a re-infustaggio e questi fusti sono stati depositati nel nuovo magazzino CY1 che era stato adibito allo scopo. Tra l’altro allego anche in questo un documento, subito dopo che era arrivata la diffida che ho firmato proprio io dell’11 giugno ‘93, protocollo 64/93 di risposta in relazione al problema del doppio telo, in cui comunico tra l’altro che i rifiuti oggetto, che erano presenti nella zona - l’avevo già comunicato allora - erano in via di smaltimento presso una ditta Ecora di Longarone. Quindi, con la dichiarazione del signor Mazzolin, avrei terminato. Due parole, e poi mi avvio rapidissimamente alla conclusione, sullo scarico SI2, di cui ha già parlato l’amministratore delegato il dottor Patron. Com’è noto nell’aprile del ‘95 furono fatti dei campionamenti nello scarico parziale, che era stato regolarmente autorizzato dal Magistrato alle Acque. I campioni furono poi inviati presso la società SGS che si avvalse di un laboratorio esistente a Bruxelles, che aveva un’apparecchiatura che era uno spettrografo di massa ad alta risoluzione. E questo spettrografo ovviamente era in grado di rilevare micro inquinanti anche a bassissime concentrazioni. I risultati nelle analisi furono resi noti nel luglio del 1995; era presente un solo valore anomalo indicato dal Magistrato alle Acque come anomalo, ed io qui non voglio dire nient’altro; volevo solo evidenziare ancora una volta come al momento del campionamento lo scarico SI2, che tra l’altro questo campionamento era stato effettuato in presenza di una forte pioggia, era stato deviato perché era previsto che fosse deviato in caso appunto di situazioni del genere, all’impianto di trattamento biologico. Quindi questo era uno scarico che era stato autorizzato direttamente nel corpo ricettore, che poi sfociava nel SM15, ma che al momento del campionamento non era in quello scarico ma andava al sistema di trattamento del biologico. Ciò nonostante questo scarico fu, tralascio, venne sequestrato, segregato in un serbatoio di alta capacità; fu inviato praticamente per consentirci di fare alcune operazioni, in un serbatoio da circa 25.000 metri cubi; si tratta di uno scarico che era, il valore di portata se non ricordo male, intorno 40 metri cubi/ora. Noi ci attivammo immediatamente per fare tutta una serie di analisi e prendemmo tutta una serie di campioni, in punti di campionamento vario, per capire soprattutto quali potevano essere le fonti che avevano portato alla determinazione di questo micro inquinante. Ed utilizzammo per queste analisi lo stesso laboratorio di Bruxelles, a cui si era rivolta la società SGS. Voglio dire che in meno di tre mesi lo stabilimento fu in grado di rispettare il limite nuovo che il Magistrato alle Acque aveva imposto e quindi ottenemmo di nuovo l’autorizzazione del Magistrato alle Acque allo scarico. Ricordo che per la prima volta, e solo per Enichem, il Magistrato alle Acque ha indicato un limite di concentrazione negli affluenti liquidi di 0,5 picogrammi litro di tossicità equivalente, TEC. Questo limite non risultava in nessuna normativa nazionale ed internazionale, ma fu accettato da noi nella convinzione di poterlo rispettare. E questa convinzione era basata sui risultati analitici che avevamo fatto e che dimostravano, tenuto conto anche delle basse portate, la presenza di quantitativi minimali di diossina. E quando parlo di, credo che al Tribunale sia stato ampiamente detto, ma voglio ripetere per dare la dimensione del problema, quando parla di 0,5 picogrammi litro sto parlando di milionesimo e milionesimo di grammo, 10 alla meno 12 tanto per essere chiaro. Non avrei altro da dire se non che durante il mio periodo di competenza gli scarichi idrici attivi, SM2, SM7, SM8, SM9. SM15, che scaricano direttamente in Laguna, e gli scarichi parziali invece SM22, SI1, SI2, erano tutti regolarmente autorizzati dal Magistrato alle Acque. Al Magistrato alle Acque venivano regolarmente inviati i bollettini di analisi semestrali previsti e prescritti dalle autorizzazioni. Voglio far presente inoltre che nel 1994 il Magistrato alle Acque inviò al Pretore di Mestre una notevole mole di analisi che risultavano tutte regolari. Durante il mio periodo di competenza mi risulta il sostanziale rispetto degli scarichi, salvo qualche assai sporadico superamento. E riguardo questo aspetto rimando comunque alla relazione del professor Foraboschi.

In conclusione chiudo dicendo che ritengo infondati gli addebiti che mi sono stati rivolti. E quanto alla accusa di simulazione di reato, confermo quanto dichiarato nella dichiarazione spontanea nell’udienza del settembre dell’anno scorso. La ringrazio.

 

Presidente: io sentirei adesso il dottor Favit che abbiamo fatto attendere; poi farei una breve sospensione, poi riprendiamo con le dichiarazioni spontanee. Nel frattempo, scusate, io vi do un elenco, che è stato fatto dal signor Pallara, che si interessa un po’ dei supporti, delle consulenze che sono state depositate su floppy disk. Vi inviterei tutti a vedere se per caso sia completo, oppure se è in incompleto, se è possibile avere le residue consulenze e memorie, su supporto informatico. Lo do per le copie eventualmente, così potete completare. Queste quelle che abbiamo trovato.

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE - FAVIT ENZO -

 

FAVIT - Medico del lavoro, o diciamo specialista della clinica delle malattie professionali a quei tempi si chiamava, da oltre quarant’anni.

 

Presidente: lei si è interessato dei casi relativi a?

 

FAVIT - A Trabacchin Antonio, patrocinato dall’Avvocato Duse; e di Gargiulo Guido e di Bertin Rino, patrocinati dall’Avvocato Battain.

 

Avvocato Duse: che sostituisco.

 

FAVIT - Cerco di essere brevissimo, per non tediare.

 

Presidente: no, per carità, lei adesso ci relazioni sui singoli casi.

 

TRABACCHIN ANTONIO

 

FAVIT - Sì. Io vorrei parlare prima del caso più complesso, quello di Trabacchin Antonio. Trabacchin Antonio è nato nel 1925 ed è il penultimo di undici fratelli, di cui sei femmine e cinque maschi. Padre e madre sono deceduti ad 84 anni per senectus. La scolarità del soggetto è limitata alla frequenza della prima elementare. Dopodiché iniziò qualche attività lavorativa come bracciante agricolo all’età di dieci anni, come si usava ai tempi. Prestò servizio di leva negli alpini e a trent’anni sposò donna sana, da cui ebbe tre figli. Non ha mai fumato ed è stato un modesto bevitore. Ha lavorato come carrettiere per circa tre anni e dal ‘45 fino alla fine degli anni ‘50 come manovale in cantieri edili. Dal ‘58 lavorò in ambiente Montedison, e precisamente come insaccatore di CV7. Anche qui non parliamo della cosa, perché credo sia stata ampiamente illustrata da altri prima di me, sia per quanto concerne la mansione degli insaccatori, sia per quanto concerne la tossicità del CV7. Nel 1981 fu ricoverato presso l’ospedale di Mestre per emoftoe; accertamenti successivi evidenziarono un addensamento broncopolmonare, per cui fu portato a Milano all’Ospedale Maggiore e nell’81 venne operato per adenocarcinoma a cellule squamose, scarsamente differenziato, senza metastasi linfoghiandolari. La cosa andò bene, tant’è vero che il soggetto è ancora vivo. Naturalmente a fine ‘81 cessò l’attività lavorativa in Montedison. Nel ‘98, e precisamente il 2 gennaio, fu ricoverato al Reparto Odontoiatrico circa dell’ospedale di Mestre, dove fu posta diagnosi di carcinoma laringeo con insufficienze respiratoria. Fu eseguita la ringectomia sovraclottica con svuotamento laterocervicale e tracheotomia. Anche in questo caso l’esame istologico confermava la presenza di carcinoma laringeo scarsamente differenziato. Mi giunge notizia, anzi ho visto i dati ma non li ho riportati ancora, che ultimamente, e precisamente alla fine del 2000 e nel gennaio 2001, Trabacchin è stato nuovamente ricoverato all’ospedale di Mestre per un terzo carcinoma: carcinoma intestinale, anche questo a cellule scarsamente differenziate, e sembrerebbe privo di metastasi linfonodali. In questo caso, in carenza di fattori confondenti, perché trattasi di soggetto non fumatore; considerando la pressoché nulla attività preventiva e la scarsa igiene diciamo ambientale che esisteva ai tempi nell’ambiente Montedison, che io per fortuna o per disgrazia ho avuto motivo di conoscere da vicino, in quanto ho diretto per qualche anno la centrale termoelettrica Montedison, cioè la Selm, indipendentemente, in un modo indipendente da quello che era il servizio sanitario Montedison, ci sembra logico invocare il nesso causale sia per l’attività ad altissimo rischio e prolungatasi per parecchio tempo, sia per la mancanza come ho detto di fattori confondenti o di altri fattori che avessero in parte o del tutto potuto provocare una patologia analoga. La anamnesi familiare, come abbiamo visto, è negativa. Per cui, volendo quantificare attualmente il danno biologico indotto da queste patologie nel soggetto, ci sembrerebbe equo richiedere una diminuzione del 50 - 60% rispetto alla complessiva integrità psicofisica, cioè il 60% quale danno biologico. Avrei finito per quanto riguarda Trabacchin.

 

GARGIULO GUIDO

 

FAVIT - Per l’Avvocato Battain mi sono interessato per Gargiulo Guido che lavorò in ambiente Montedison dal ‘77 al ‘92; occupato in plurime posizioni lavorative con esposizioni a cloruro di vinile. Nell’arco della sua vita lavorativa Gargiulo ha maturato una cirrosi epatica con ipertensione portale ed ascite. Trattasi di modesto bevitore. Ora, ben conoscendo l’attività specifica del cloruro di vinile quale epatotossico, ci sembrerebbe non solo equo ma giusto richiedere almeno un meccanismo concausale nel determinismo della malattia epatica maturata dal periziando, e vorremmo indicare nella misura del 15% la riduzione dell’integrità psicofisica, cioè il danno biologico indotto. Questo per quanto riguarda Gargiulo.

 

BERTIN RINO

 

FAVIT - Ed adesso per Bertin Rino, che sin dal 1973 è stato documentato alla clinica del lavoro di Padova un episodio di insufficienze epatica da esposizione di solventi organoclorurati come si diceva ai tempi. Poi il successivo lungo periodo di esposizione nell’officina di zona del CV22 ed in laboratori dov’era presente il cloruro di vinile, non possono certo aver influito beneficamente sull’epatopatia, non si sono comportati certo come delle banali vitamine. Si ritiene pertanto in questo caso di poter richiedere l’ammissione della concausa nel determinismo della malattia epatica. Malattia epatica che vige anche attualmente e che ci sembra possa portare ad una diminuzione dell’integrità psicofisica del soggetto nella misura del 10% circa, cioè un danno biologico del 10% circa. Avrei finito.

 

Presidente: quindi questa malattia epatica è un’insufficienza lei ha detto epatica caratterizzata da che cosa? Stiamo parlando di Bertin.

 

FAVIT - Insufficienza epatica caratterizzata da disturbi digestivi, da alterazione degli indici bioumorali del fegato, etc.. Non sono stato a dirveli un po’ tutti, ma siccome vedo che c’è stata anche...

 

Presidente: quindi ci sono alterazioni enzimatiche?

 

FAVIT - Alterazioni anche dei parametri di funzionalità epatica; l’ecografia che dimostra un fegato aumentato in volume, inconsistenza diciamo di tipo steatosico e fibrotico.

 

Presidente: va bene, grazie. Ci sono domande?

 

Avvocato Duse: nessuna grazie.

 

Presidente: acquisiamo le relazioni del consulente. Va bene, facciamo una sospensione di un quarto d’ora.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa, prima della ripresa volevo solo comunicare una precisazione. Adesso, rimettendo a posto di là tutti i vari faldoni della documentazione che ø stata sistemata, nell’elenco degli studi, e cioè al numero 7 dell’elenco che ho depositato, non sono stati indicati a macchina i due studi che adesso indico: uno riguarda le tappe Sefilippinarum, praticamente sono due o tre fogli di un lavoro dell’Esav, della Regione Veneto del 1990; e delle traduzioni di studi che sono stati depositati al Pubblico Ministero, le traduzioni, il 27 febbraio 2001 e riguardavano il controesame dei professori Bellucco, Pascon, Cescon; sono già stati discussi con questi professori, questi studi, in inglese; ne ho fatta la traduzione, le ho consegnate, sono rimaste fuori. Poi ci sono altri sette od otto fogli, che riguardano atti a P.M.E. di Bruxelles, che avevo già consegnato a febbraio, il 16 di febbraio di quest’anno; ci sono questi sette od otto fogli che riguardano atti a P.M.E., stabilimento di Ravenna, per i due casi ultimi di angiosarcoma del fegato. Questi erano sfuggiti nell’elencazione tra tutti i faldoni che sono stati consegnati.

 

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO - ZERBO FEDERICO -

 

ZERBO - Mi chiamo Federico Zerbo, sono nato a Venezia il 9 dicembre 1940; sono un ingegnere elettronico ormai da trentasei anni. Io ho seguito molto da vicino questo processo, sono venuto a molte udienze, mi sono letto i verbali, l’ho ritenuta una cosa importante per la mia vita personale ovviamente ma anche professionale. Credo che sia naturale che una persona che si senta accusata di crimini così orrendi, quali l’avere causato la morte di molte persone, di aver inquinato la Laguna di Venezia, etc., una persona ovviamente cerca di capire, si sottopone ad un esame critico, cerca di analizzare criticamente la sua condotta in merito ai fatti che gli vengono contestati. Io questo esercizio l’ho fatto ed ho condotto anche scrupolosamente credo, e posso affermare di aver tratto la convinzione di aver operato nell’ambito del mio ruolo, nel rispetto della legge, al fine di garantire sempre adeguate condizioni di sicurezza al personale e di ridurre l’impatto ambientale. Posso fare questa affermazione con molta serenità, anche per la consapevolezza che mi deriva dal sapere di aver sempre profuso tutto il mio impegno e la mia energia nel cercare di operare al meglio. Quindi non sono qui a dire che non sapevo, che non c’ero; io sono qui a dire le cose che ho fatto. E` sempre possibile comunque che nella gestione di una macchina, così di dimensioni complessa, di dimensioni davvero ragguardevoli qual è uno stabilimento come il Petrolchimico di Marghera, possano succedere dei disservizi, dei piccoli guai, etc.. Questo è un fatto che credo, date le dimensioni, sia quasi inevitabile, probabilisticamente parlando; però le dimensioni di questi eventi, il fatto che sono degli episodi generalmente molto circoscritti, e mi riferisco al fatto che si può bucare uno scambiatore, quindi c’è l’inquinamento della fogna, a queste tipo di realtà. E le loro cause, che molto spesso non sono poi riconducibili direttamente a carenze della direzione o omissioni. Dalle indagini che noi abbiamo fatto molto frequentemente sugli infortuni, sugli incidenti, si vede che l’80, il 90% di questi che accadono sono imputabili a fatti comportamentali, cioè a persone che non si attengono, non per ignoranza, ma per sbadataggine, per trascuratezza, alle disposizioni che hanno. Questa è l’esperienza di una lunga storia. Io ho fatto il direttore di stabilimento per cinque anni e mezzo a Marghera e per oltre sette a Ravenna, quindi diciamo che ho una certa esperienza. Comunque, per cercare di dimostrare le ragioni di questo mio convincimento, renderò una dichiarazione spontanea che si articola in tre parti. Prima farò una considerazione di carattere generale; poi interverrò più specificatamente a parlare del primo capo di imputazione, con l’illustrazione dei periodi di competenza, la situazione degli impianti produttivi CVM e PVC. Per tranquillità del Presidente non parlerò di come sono fatti, perché do per scontato ormai, ne hanno parlato in molti, in particolare l’ingegnere Pisani. La situazione sanitaria degli esposti a CVM e PVC ed alcune considerazioni sugli addetti ai servizi. Poi affronterò il secondo capo di imputazione, parlando di affluenti liquidi, affluenti gassosi, stato dei suoli, quindi discariche, ed infine della problematica dei rifiuti. Questo è un po’.

Penso che la prima cosa che sia utile fare, anche perché mi pare che non sia mai stato trattato questo tema, è cosa compete ad un direttore di stabilimento, cosa deve fare un direttore di stabilimento. Ovviamente la mia esposizione è molto grossolana, ma insomma traccia a grandissime linee le competenze. La prima cosa che deve fare, credo, è darsi un’organizzazione; pensato al fatto che ci sono queste ragguardevoli dimensioni, non può che gestire per deleghe. E la gestione per deleghe va sia nel senso diciamo dall’alto in basso, per quanto riguarda le disposizioni ed i controlli; va dal basso in alto invece per quanto riguarda le informazioni. Io ho assunto la direzione dello stabilimento l’8 febbraio ‘88, era già adottato prima ma nel marzo dell’88 è uscito un ordine di servizio che poi io allegherò, che adesso ovviamente mi esimo dall’illustrare dettagliatamente, che comunque mostro alla Corte, che è praticamente un libretto, che è questo, che io produrrò. Qui mostro solo il primo foglio per due ragioni, perché ognuna di queste caselle, dove si vede personale, sanitario, protezione ambientale e sicurezza, organizzazione, insomma tutte queste caselline, per ognuna di queste, in questo libretto, ci sono le sotto caselle, chiamiamole così per semplicità, e poi ancora le sotto caselle. Quindi si fanno decine e decine di fogli, dove sono scritte tutte le persone che sono sempre nominate con un ordine di servizio scritto: le attribuzioni di responsabilità sono sempre fatte in questo modo - lo erano prima di me, credo che lo siano state anche dopo di me - in maniera che c’è un’attribuzione molto chiara e precisa delle responsabilità. Per ogni funzione c’è una descrizione poi, per ogni funzione, per ogni unità organizzativa, c’è una descrizione molto dettagliata di quelle che sono le funzione, anche per le funzioni di livello molto inferiore, si arrivava fino ai quadri. Quelle che erano regolamentate erano quelle dei capi reparto, dei capi officina; queste erano, come dire, le tessere base del mosaico su cui si costruiva poi tutta l’organizzazione di fabbrica. Io poi produrrò questo documento ovviamente; mi limitavo qui a far notare anche un’altra cosa che mi interessa abbastanza da vicino, che è quella di quel tratteggio, dove si vede che sia il centro ricerche che le unità produttive, alla mia epoca, quando io ho assunto la direzione come Montedipe, erano dipendenti direttamente dalle gestioni, cioè quindi dai capi divisione di sede in pratica, e non dipendevano gerarchicamente da me. Tant’è che queste unità fecero direttamente tutte le denunce a loro firma, questi responsabili, sia dell’allora diciamo legge sui grandi rischi industriali, sia le incombenze che gli derivavano dal fatto che durante la mia gestione fu emesso il D.P.R. 203 per la regolamentazione delle emissioni gassose. Non mi soffermo, anche perché ormai è tardi, a discutere meglio di come sono organizzate le varie funzioni. Torneremo su una, che è un po’ più interessante, che è quella del PAS, ma lo faremo dopo.

L’organizzazione, bisogna anche stabilire che cosa ed a chi compete fare e come fare. Quindi un’altra responsabilità, che è demandata alla direzione di stabilimento, è quella di emettere delle procedure, erano delle circolari ma il concetto è dire a ciascuno che cosa deve fare e come si devono affrontare questi problemi. Quando io sono diventato direttore, la struttura aziendale aveva già partorito un bel corpo di circolari; e tengo anche a precisare.., io adesso parlo delle circolari e delle disposizioni di carattere generale, che emetteva il direttore di stabilimento. C’erano però, all’interno delle singole unità produttive, tutta una serie di procedure che in dettaglio definivano che cosa.., ogni operazione, come doveva essere fatta, da chi, in che modo, in che tempi. Quindi era un corpo veramente enorme di questa struttura. Ovviamente io mi occupavo delle procedure di carattere generale; i manuali operativi dei reparti, che è una delle tessere fondamentali per la sicurezza, erano invece redatti da chi aveva competenza e si intendeva di questo ovviamente, dai capi reparto o dai tecnologi del reparto. Questo mi pare che sia abbastanza logico. Nel periodo della mia direzione ho emesso comunque ben 46 procedure, dalla n. 126 alla n. 162, io le produrrò queste; e dalla n. 1 alla n. 9. Queste procedure riguardavano, io ho dato una scorsa, circa l’80% di queste procedure, che hanno un numero e sono anche reperibili ovviamente negli archivi dello stabilimento, hanno il numero, la data, ed un oggetto diciamo a cui attengono. Nel periodo della mia direzione, ne ho emesse come dicevo 46, ne vorrei citare alcune velocemente, non le andiamo a vedere, con i numeri, che sono relative ad alcuni temi interessanti per il nostro procedimento, per il mio. Smaltimento rifiuti speciali e tossico nocivi, ci torneremo sopra. Rimozione raccolta e smaltimento amianto. Norme generali di emergenza di stabilimento. Norme operative per l’intervento manutentivo e macchine ed apparecchiature con presenza di cavità. Norme operative per interventi negli impianti elettrici alimentati a bassa tensione. Installazione, caratterizzazione, assistenza e manutenzione della strumentazione analitica di processo ed ecologica ambientale; l’ho messa perché ha riferimento particolarmente ai cromatografi, a quelle cose. Modalità operativa per la gestione del sovraccarico idraulico in caso di eventi anomali delle acque biodegradabili; cosa si doveva fare quando ci fosse stata una piovosità eccezionale. Norme operative per interventi cabine elettrice. Isolamento degli impianti durante i lavori di manutenzione. Esclusione blocchi. Scarico materiali inerti nella zona di travaso temporaneo dal numero 46. A questa si riferiva l’assessore Mazzolin, dicendo che lì veniva un po’ scaricato di tutto. Beh, insomma, in questa procedura possiamo poi entrare a vederla quando parliamo dei rifiuti, veniva regolamentato chi poteva accedere, che tipo di controlli da parte del PAS dovevano essere fatti, che tipo di verifiche a spot dovevano essere fatte dal servizio di vigilanza per accertare che la gente poi si attenesse a queste procedure. Deve pensare, signor Presidente, che allora in fabbrica si facevano in continuazione lavori, si spendevano oltre i 100 miliardi di manutenzione e 100 miliardi di investimenti, pressappoco in quegli anni. Quindi per tutti questi lavori, era ovvio, si usufruiva di materiali, etc., quindi andava regolamentato.

Quindi abbiamo parlato di organizzazione, abbiamo parlato di procedure, parliamo di uomini che sono tutt’altro che poco importanti nella gestione di una realtà come il Petrolchimico. Al Petrolchimico lavoravano 130 - 140 laureati; erano un migliaio i diplomati su 3.500 persone, pressappoco. Quindi diciamo che il 40% quasi delle risorse, il 35, erano risorse con una scolarità alta, perché diplomati o laureati. A questo fatto, cioè una base di scolarità alta, soprattutto per la rimanente popolazione lavorativa, c’era un grosso sforzo che io adesso cerco di testimoniare per curare la formazione di queste persone, con la consapevolezza che la formazione delle persone dà garanzie sulla qualità del lavoro che esse fanno. Lo stabilimento era dotato di una scuola aziendale al nostro interno, che era tra l’altro intitolata a Taliercio; era un grosso centro di formazione che aveva una certa serie di persone, sette o otto persone sempre dedicate, come una scuola proprio; in più si serviva di molte collaborazioni e di molti collaboratori che venivano ad insegnare, provenienti dai reparti, quindi tecnici interni alla fabbrica. Talora si ricorreva anche alla docenza esterna; però il grosso, il corpo degli insegnanti, erano persone della fabbrica. Questo centro di formazione erogava più di 80.000 ore di lavoro all’anno, ore di formazione all’anno, quindi un numero ragguardevole. Si tenevano ogni anno 350 corsi. Ovviamente queste cose che dico sono tutte facilmente certificabili perché sono nella tradizione della fabbrica, non che li ho fatti io perché ero arrivato in quel momento, c’erano prima e ci sono stati anche dopo, più o meno. Ogni corso veniva programmato con largo anticipo; l’anno precedente si chiedevano a tutti gli addetti, a tutti i capi reparto, le esigenze formative; si raccoglievano queste esigenze formative e si partoriva, chiamiamolo così, un piano di formazione per l’anno successivo. Per ogni corso si stilava poi un preciso programma. Io ne faccio venia di tutti gli altri, porto questo che è l’intervento formativo che si faceva sui temi della sicurezza per il personale di nuova assunzione. Cioè, ogni persona che entrava in fabbrica doveva partecipare ad un corso di 40 ore, quindi una settimana a tempo pieno, solo su temi di sicurezza ed ambiente. I titoli che vorrei scorrere brevemente di questi temi sono, lasciamo perdere anche la prima pagina, perché tutto sommato parla di com’è fatto il corso. Passiamo alla seconda, al secondo giorno. Prodotti e loro caratteristiche di igiene ambientale; fornire informazioni su valori che definiscono i vari limiti di sostanze chimiche che possono essere presenti negli ambienti di lavoro. Schede prodotto; illustrare la scheda prodotto e la sua articolazione; definire le informazioni che si possono ottenere da una sua corretta interpretazione. Ambiente di lavoro; illustrare e definire i contenuti del D.P.R. in tema di ambiente di lavoro; esplicitare ed illustrare la legislazione vigente relativamente ai problemi di inquinamento delle acque e di gestione dei reflui solidi. Se può passare oltre, al terzo giorno. Fornire informazioni, e parliamo di prevenzione incendi, sul corretto utilizzo delle attrezzature; illustrare il manuale operativo, che era articolato in ogni reparto per capitoli. Emergenza; illustrare e definire il significato di emergenza, le normative di stabilimento locali e/o di reparto; fornire informazioni sui sistemi di segnalazione, sirene, radioriceventi, citoloni; comportamento relativo da adottare in caso di emergenza, illustrare il significato, etc.. Passiamo al quarto giorno. Definire il metodo con cui si intende affrontare il problema, c’era l’introduzione al caso da discutere. Ma questo era un esercizio in pratica, lasciamolo perdere. Evidenziare l’importanza della corretta applicazione delle procedure operative per la sicurezza individuale e collettiva. Individuazione dei rischi connessi all’esecuzione di un lavoro di manutenzione nell’area dell’esercizio; sperimentare un metodo di ricerca di possibili rischi connessi alle scelte operative. Analisi rischi evidenziati con le sue operatività; ricondurre il lavoro del sottogruppo ma questo è un tema un po’ particolare. Passiamo all’ultimo giorno, al venerdì, si finiva mi pare parlando del D.P.R. se non sbaglio: proiezione film sull’abc della rianimazione. Qui si parlava quindi proprio del pronto intervento. I mezzi di protezione individuali, cosiddetti MIP, e collettivi; illustrare il corretto funzionamento, definire caratteristiche e limiti di impiego dei mezzi di protezione individuale e collettivi; fattore di protezione dei MIP. Infine si finiva con una panoramica, illustrando com’era organizzato lo stabilimento, per sapere un po’ orientare queste persone, e soprattutto una illustrazione più puntuale della funzione PAS. Ognuno dei corsi che si facevano era articolato più o meno in questo modo, questo è l’unico esempio che ovviamente portiamo. I partecipanti ai corsi firmavano un quaderno di presenza che veniva inviato, ogni fine corso, al responsabile del personale, con la loro firma. Quindi sono documenti certificati. Per quanto riguarda la qualità della formazione, vorrei evidenziare che circa un quarto delle ore erogate, qualche volta anche un terzo, venivano erogate a ditte terze, che non avevano quindi nessun obbligo di venire da noi a fare la formazione, presso il nostro centro, e che pagavano regolarmente le prestazioni fornite. Era una realtà a Marghera molto articolata e molto importante. Vorrei infine ricordare un fatto che a me non sembra secondario: di tutte le persone che avevamo, parlo a livello di operatori, c’erano più di 400 persone, ai miei tempi 420 persone circa, che erano definite pompieri ausiliari, cioè che avevano fatto dei corsi appositi e che avevano ottenuto una certificazione particolare per poter essere affiancati, in caso di necessità, ai pompieri normali. E c’erano oltre 700 persone che avevano un patentino, cosiddetto patentino gas tossici, che veniva rilasciato se non ricordo male dalla Questura di Venezia, dopo un esame e dopo ovviamente tutta una serie di corsi a cui partecipavano. Quindi 700 persone, io sono andato anche a scorrere questi elenchi delle persone; se andiamo a scorrere questi elenchi, vediamo che ci sono moltissimi partecipanti a questi corsi che appartenevano ai reparti CV22, CV23, e via discorrendo. Quindi queste persone avevano anche in gran parte una formazione molto specifica, proprio per poter conseguire, come prevede la legge, la possibilità di maneggiare prodotti tossici. Vorrei concludere questo discorso sulla formazione dicendo: tutto sommato, durante la mia gestione di cinque anni e mezzo, abbiamo fatto oltre 2.000 corsi, abbiamo erogato 400 - 450.000 ore di formazione. Credo che sia uno sforzo assolutamente adeguato alle dimensioni della fabbrica che aveva circa 3.000 persone. Quindi ogni persona, nel giro di cinque anni, ha avuto almeno 100 ore di formazione. Se scartiamo un po’ i quadri, i dirigenti, che erano sottoposti ad un percorso formativo minore, possiamo dire che gli altri avevano praticamente una settimana all’anno di corsi, su vari temi. Metà di questi erano solo sicurezza ed ambiente, ma quelli che riguardavano le pompe, le tenute, le colonne, erano ovviamente indirettamente della formazione che poteva garantire un esercizio più sicuro della fabbrica. Il terzo punto che secondo me compete ad un direttore è organizzarsi, fare le procedure, formare la gente, verificare che poi ci si attenga alle procedure, cioè che le persone si comportino in maniera corretta. In questo caso ovviamente si andava molto per delega, nel senso che i controlli erano demandati ai capi delle singole unità organizzative e via via giù per la scala gerarchica. La direzione però si serviva di una struttura, che era chiamata PAS, e cioè protezione ambiente e sicurezza, che fungeva anche come dire da braccio destro, occhio della direzione, nei singoli reparti. Questa funzione non aveva responsabilità di linea se non per eccezione; aveva compiti diciamo di assistenza, di advisor chiamiamola così, e di vigilanza. Era una funzione, io adesso proietto una piccola slider, che era composta all’epoca, qui siamo nell’88 - ’89, da quasi 150 persone; di cui una parte però era dedicata al laboratorio chimico, e quindi in realtà non si occupava veramente di sicurezza ed ambiente. Restavano circa più di 100 persone demandate a temi di sicurezza ed ambiente, con parecchi laureati e con una struttura molto articolata che vorrei far vedere velocissimamente, perché ognuna di quelle scatoline era altresì articolata, qui c’erano nomi e cognomi delle persone, con le categorie e le date, cose secondarie. Se può passare anche le altre, vorrei soffermarmi su una, forse questa. Eccola qui, questa è controlli ecologici ed impiantistici, che era demandata al dottor Carcassoni, che poi è diventata una struttura che si chiamava sicurezza ed ambiente, demandata al signor Bustreo, per cui sono nomi ricorrenti. Nell’ambito di questa c’era una struttura che si chiamava strumentazione ecologica, la prima a sinistra, e di processo; dove c’era quel signor Perin che è stato qui interpellato a proposito della manutenzione sui cromatografi del CV24; credo sia anche stato sentito, se non ricordo male. C’era quindi una struttura molto ben articolata, che era demandata proprio come braccio operativo per i problemi di sicurezza ed ambiente dalla direzione a fare verifiche, controlli. Tante volte sorgevano anche dei conflitti, perché mi venivano a riferire di comportamenti scorretti da parte di colleghi, e questo era un aspetto, come dire, un po’ scomodo. Io direi che vorrei fare solo una piccola zoomata sul discorso dei mezzi di protezione di reparti individuali. Perché è stato ipotizzato che questi fossero inadeguati alle situazioni che c’erano. Ancora cito una lettera del 1986, che ovviamente produrrò, di un certo Antonello che scrive ai PAS di altri stabilimenti, in cui si allega un estratto delle norme di emergenza generali e di stabilimento che veniva esposto negli albi, nelle bacheche, era fatto con dei disegni, etc.. La leggo, poi la deposito ovviamente: "In particolare per la protezione delle vie respiratorie, in caso di situazioni di emergenza, ogni reparto dispone di un numero stabilito di autoprotettori necessari al personale che deve provvedere alla fermata dell’impianto in condizioni di sicurezza, nonché di un numero sufficiente di respiratori di emergenza a filtro, conservati in apposita scatola sigillata e disposti in cassetta di custodia, atti a consentire l’evacuazione in sicurezza di tutto il restante personale non interessato alle manovre di fermata dell’impianto. Tali respiratori, corredati con occhiali a tenuta, etc., segue una descrizione del dispositivo e di come doveva essere usato". Quando un impianto ha un problema, diciamo che può andare in emergenza, nelle procedure di reparto è specificato molto bene che cosa si deve fare. Generalmente, ad alcuni operatori dell’impianto, sono demandati dei compiti specifici; agli altri è demandato l’unico compito di indossare la maschera di emergenza che abbiamo visto, per lasciare al più presto possibile, ovviamente con certe indicazioni e contra ventum diciamo, il reparto. Così se ci sono anche delle persone di manutenzione, tutti devono abbandonare il reparto secondo certe indicazioni; rimangono in reparto, dipende dalle dimensioni dell’impianto, solo due o tre operatori. Questi operatori sono muniti di autoprotettore. Tengo a precisare che ogni settimana al Petrolchimico c’era una prova di emergenza, era il giovedì, senza preavviso; in più tutti i reparti dovevano fare, almeno due volte l’anno, le prove di emergenze, ogni turno. Quindi erano circa 12 prove, queste venivano programmate; ogni giovedì si faceva una prova invece non programmata. Gli autorespiratori erano stabiliti per le persone che dovevamo compiere le operazioni di sicurezza in impianto, che si chiamavano di solito con dei numeri, tipo a, b, c; cioè, l’operatore a doveva fare un certo percorso e certe manovre; l’operatore b altri discorsi ed altre manovre; l’operatore c altre cose. Io passerei adesso a parlare di CVM e PVC. Dopo quanto ha detto l’ingegnere Pisani, ed è anche stato detto a lungo durante questo procedimento, non parlerò assolutamente di impianti, con grande sollievo. Perché? Perché mi pare che ormai la questione sia stata molto sviscerata, etc.. Inizierei invece, e mi aiuterei qui con la proiezione a colori qui, per vedere i periodi di competenza. Io ho fatto qualche grossolanità, nel senso che ho diviso la direzione Zerbo in due periodi, uno azzurro ed uno verde, sotto c’è il codice dei colori. In quello azzurro, che va praticamente dall’8 febbraio ‘88 fino alla fine del ‘90 quasi, è il periodo che io ho chiamato Montedipe; ma in realtà la Montedipe era stata una Montedipe S.p.A., poi S.r.l., appartenente a Montedison e poi ad Enimont, perché ovviamente c’erano state tutte queste storie. Però, sostanzialmente, io lo chiamerei periodo Montedipe. Il secondo periodo, quello segnato in verde, l’ho chiamato Enichem, anche se qui in realtà è Enichem Mancem, Enichem Polimeri, poi Enichem S.p.A., insomma sono cambiati parecchi nomi. Ma, con qualche approssimazione, credo che questo aiuti a fare un po’ di chiarezza. Vorrei intanto dire che gli impianti CV1, CV3, CV10, CV11, CV14, CV16, erano tutti stati chiusi prima del 1° gennaio ‘88, quindi prima dell’arco temporale a cui fa riferimento questo trasparente. Questi erano già tutti fermi. Nel 1989, queste sono cose che risultano agli atti, penso che non ci siano più dubbi, è stato fermato anche l’impianto CV6 e CV8. Nel febbraio del ‘91 è stato fermato il CV5-15 e basta. Tengo a precisare quindi che se facciamo una specie di matrice di coincidenze, che non è poi così difficile da fare, io sulle righe superiori degli impianti con il tratto pieno ho evidenziato di chi era la gestione; con il tratto a trattini, sono bimestri ognuno di quei trattini, ho evidenziato la proprietà degli impianti. Allora vediamo che la proprietà degli impianti PVC che a partire dalla fine ‘90 diciamo era tutto di EVC; io mi sono occupato degli impianti CVM e PVC sostanzialmente a partire dal ‘91, fine ‘90, quando questi impianti erano di EVC. Gli unici impianti che io mi sono trovato a gestire, io sono l’ultimo della lista degli imputati, diciamo temporalmente parlando per il CVM, erano CV22 e 23, CV24 e 25, laboratorio PVC. Perché il laboratorio PVC, di controllo della produzione della polvere, era strettamente connesso alle attività degli impianti. Io non ho mai avuto niente a che fare né con il CV6, né con il CV5-15, perché tra l’altro era gestito ben da prima da EVC, dall’ottobre, comunque sarebbe stato fermato di là a poco, era già in agonia come impianto; né con Sincron1 e né con la ricerca, che è sempre stata gestita, compresi gli impianti pilota, direttamente da EVC. Ovviamente una copia di questo diagramma, un po’ che cerca di fare chiarezza in questo mosaico di pertinenze, competenze, tempi, società, la depositerò. Mi preme qui affermare che io ho avuto la competenza solo su impianti che erano già di proprietà di EVC, con Saim manager che era tra l’altro nominato direttamente, nel senso che ho diviso la direzione Zerbo in due periodi, uno azzurro ed uno verde, sotto c’è il codice dei colori. In quello azzurro, che va praticamente dall’8 febbraio ‘88 fino alla fine del ‘90 quasi, è il periodo che io ho chiamato Montedipe; ma in realtà la Montedipe era stata una Montedipe S.p.A., poi S.r.l., appartenente a Montedison e poi ad Enimont, perché ovviamente c’erano state tutte queste storie. Però, sostanzialmente, io lo chiamerei periodo Montedipe. Il secondo periodo, quello segnato in verde, l’ho chiamato Enichem, anche se qui in realtà è Enichem Mancem, Enichem Polimeri, poi Enichem S.p.A., insomma sono cambiati parecchi nomi. Ma, con qualche approssimazione, credo che questo aiuti a fare un po’ di chiarezza. Vorrei intanto dire che gli impianti CV1, CV3, CV10, CV11, CV14, CV16, erano tutti stati chiusi prima del 1° gennaio ‘88, quindi prima dell’arco temporale a cui fa riferimento questo trasparente. Questi erano già tutti fermi. Nel 1989, queste sono cose che risultano agli atti, penso che non ci siano più dubbi, è stato fermato anche l’impianto CV6 e CV8. Nel febbraio del ‘91 è stato fermato il CV5-15 e basta. Tengo a precisare quindi che se facciamo una specie di matrice di coincidenze, che non è poi così difficile da fare, io sulle righe superiori degli impianti con il tratto pieno ho evidenziato di chi era la gestione; con il tratto a trattini, sono bimestri ognuno di quei trattini, ho evidenziato la proprietà degli impianti. Allora vediamo che la proprietà degli impianti PVC che a partire dalla fine ‘90 diciamo era tutto di EVC; io mi sono occupato degli impianti CVM e PVC sostanzialmente a partire dal ‘91, fine ‘90, quando questi impianti erano di EVC. Gli unici impianti che io mi sono trovato a gestire, io sono l’ultimo della lista degli imputati, diciamo temporalmente parlando per il CVM, erano CV22 e 23, CV24 e 25, laboratorio PVC. Perché il laboratorio PVC, di controllo della produzione della polvere, era strettamente connesso alle attività degli impianti. Io non ho mai avuto niente a che fare né con il CV6, né con il CV5 - 15, perché tra l’altro era gestito ben da prima da EVC, dall’ottobre, comunque sarebbe stato fermato di là a poco, era già in agonia come impianto; né con Sincron1 e né con la ricerca, che è sempre stata gestita, compresi gli impianti pilota, direttamente da EVC. Ovviamente una copia di questo diagramma, un po’ che cerca di fare chiarezza in questo mosaico di pertinenze, competenze, tempi, società, la depositerò. Mi preme qui affermare che io ho avuto la competenza solo su impianti che erano già di proprietà di EVC, con Saim manager che era tra l’altro nominato direttamente da Bruxelles, per gli impianti CV22 e 23, CV24 e 25, e laboratorio PVC. C’è però, se si guarda bene, un’altra coincidenza, ed è relativa all’inizio della mia gestione nell’88, si vede bene con l’azzurro. All’inizio dell’88 c’era Montedipe, gestiva per conto di Enichem, che era proprietaria degli impianti, l’insacco polveri del CV7. Come si vede, c’è una sovrapposizione di azzurro pressappoco per periodo diciamo così febbraio ’88 - maggio ‘88. In questo periodo il CV7 era sotto la mia gestione, indiretta ovviamente ma era competente Montedipe, e quindi se ne occupava Montedipe per conto di Enichem. I mesi di competenza sono stati, ripeto, da febbraio a maggio ‘88. Non vorrei parlare degli impianti, l’ho già detto, vorrei però ancora due precisazioni però. Una, che nel periodo di mia competenza io non sono mai stato direttore degli impianti, né pure all’interno del Petrolchimico né di Ausimont, che erano quelli che si occupavano di acido fluoridrico, che erano sotto un’altra direzione; né di Monteco, che dall’inizio dell’88 proprio di lì era stata una società a cui il gruppo Montedison aveva demandato la responsabilità della gestione degli impianti di trattamento ecologico. Per quanto riguarda più specificatamente gli impianti, ripeto che io non avevo mai avuto niente a che fare neanche con il CV6, il CV8, il CV5, di cui si è molto dibattuto in questo processo; gli impianti che io ho in qualche modo ereditato dalla gestione Pisani diciamo così erano assolutamente degli impianti adeguati, a garantire delle condizioni di sicurezza per i lavoratori, con valori di esposizione chiaramente di ordine di grandezza, se gestiti correttamente e mantenuti bene, di ordini di grandezza inferiori a quelli che erano i limiti di legge. Vorrei anche ricordare che per quanto riguarda il CV24, qui si è dibattuto a lungo di questo problema, praticamente tutti i lavori che erano stati definiti come lavori del ciclo chiuso, nel ‘91 erano già stati completati. E quindi, avendo contemporaneamente adottato il bus 80 come antisporcante, che era stato sperimentato tutti gli anni precedenti, ma ormai era diventato di routine, non c’era la necessità di entrare per la pulizia nelle autoclavi. Per quanto riguarda infine la qualità dell’impianto CV24, io vorrei ricordare alla Corte che questo impianto, primo tra quelli del Petrolchimico e tra i primi in Italia ha ottenuto nel giugno ‘90, prima quindi della mia gestione, la certificazione di qualità secondo le British standard, che sono delle normative con gli ispettori inglesi che vennero, fecero tutta una serie di considerazioni. Questa che presento è la certificazione attuale, che risale quindi al... non ricordo più l’anno, nel ‘94 parla; se loro leggono sotto, c’è scritto: "Registrato originariamente"; cioè la prima registrazione risale al 1° giugno 1990 e corretta al 9 ottobre 2000. Quindi il 1° giugno 1990 questo impianto, primo tra quelli di Porto Marghera e tra i primi in Italia, perché allora là non si usava molto la certificazione, tant’è che non so nemmeno se ci fosse un istituto italiano che la faceva allora, forse sì; questo è un istituto inglese che è venuto a farla ed è stata ottenuta. Il che significa, ottenere una certificazione di qualità, soprattutto su base documentale, che l’impianto è ritenuto assolutamente ad uno standard elevatissimo. C’erano parecchi armadi di carta ricordo, che erano relativi proprio ai documenti che aveva controllato l’istituto di certificazione delle qualità. Passo adesso a parlare un po’ della situazione sanitaria dei lavoratori ritenuti in qualche modo esposti, di impianti non parlerò più. Quando sono diventato direttore dello stabilimento ho parlato alcune volte, adesso io le date non le ricordo, comunque è abbastanza plausibile, con il responsabile del servizio medico che allora era il dottor Giudice. Incontrai questa persona per avere ragguagli, perché io prima avevo fatto altri mestieri, io ho lavorato anche in altri stabilimenti, per sapere un po’ quale era la situazione sanitaria in generale della fabbrica. E mi fu dato un quadro non solo tranquillizzante, direi di più: molto più che tranquillizzante. Queste affermazioni del responsabile sanitario mi furono ripetute più volte ed io ebbi modo poi di vederle come dire certificate per iscritto, perché firmarono un lavoro che fu presentato ad un convegno, di cui adesso parlo, a nome proprio del dottor Giudice e dei suoi collaboratori. Mi riferisco a questo libretto che si chiama "Ambiente di lavoro e salute". Questo libretto non è altro che la pubblicazione degli atti di un convegno che si tenne verso la fine dell’anno ‘89, fu pubblicato nell’aprile ‘90, diciamo che era attuale ai miei tempi; e questo libretto che io lessi riassumeva un po’ l’opinione corrente e gli esiti delle prime indagini epidemiologiche che erano state fatte sulla coorte degli esposti a CVM a Porto Marghera e negli altri siti italiani. Se si va a leggere alle pagine 103 e 104, i dottori Giudice, Salvatore, Nardellotto, riferiscono: "Si può solo dire che dai numerosi e ripetuti accertamenti clinici e strumentali, effettuati su tutta la popolazione lavorativa del nostro stabilimento negli ultimi 15 anni - il dottor Giudice era un medico che si occupava di questi problemi da molti anni - non sono emerse, negli esposti al CVM, rispetto ai lavoratori non esposti al CVM, differenze che consentano di porre o tanto meno confermare ipotesi di patologia correlabile allo specifico ambiente di lavoro". Questa è l’équipe dei medici che parla in un convegno pubblico nell’89 e che firma un lavoro nel ‘90 di questo tipo. Questo non faceva che confermare le cose che mi venivano dette a voce. A pagina 96 dello stesso libretto i dottori Comba, Belli, Pirazu e Reggiani affermano: "La mortalità complessiva dei componenti la coorte è dunque risultata inferiore alle attese. Questo non pare ascrivibile ad incompletezza della coorte, sia per le procedure eseguite e sia a posteriori, alla luce dei risultati non incoerenti per quanto ritiene la patologia più specificatamente legata al CVM". Poi riprendono e dicono: "In conclusione, la coorte degli esposti al CVM, del Petrolchimico Marghera, è caratterizzata da una mortalità complessivamente bassa". A pagina 59 i dottori Alessandro, Magarotto, Marchi, Clini, questa era la funzione del PMP di Marghera deputata al controllo della salute e delle verifiche anche sul campo di come ci comportavamo, affermano: "Nelle industrie di processo del comparto chimico, petrolchimico, e della produzione di energia elettrica - perché avevano fatto un’indagine non solo sul petrolchimico ma su tutta l’area di Marghera -, lo stato di salute delle popolazioni lavorative risulta nel complesso soddisfacente. E questo dato è confermato dai primi risultati degli studi di mortalità". Le stesse conclusioni venivano poi confermate, e mi sono anche state mandate per iscritto da alcuni collaboratori, con riferimento ad uno studio del ‘91 del dottor Pirazu ed altri, pubblicato appunto nell’ottobre del ‘91. Io ricordo proprio questo fatto, che mi guardai questo libretto; in questo libretto ci sono tutte le tabelline delle morti attese, delle morti... io non sono uno statistico, quindi mi sono messo a guardarle con molta semplicità; però si poteva vedere chiaramente che tutte le morti attese, tranne ricordo bene il caso delle malattie epatiche, dove c’erano due casi accertati allora, contro uno e quattro di attesi, quindi proprio tutte le altre erano inferiori, io ero anche un po’ stupito in questo fatto, perché vivendo in una fabbrica non eravamo certamente come dire in una situazione... Ed il dottor Giudice mi spiegò allora un fatto che io non conoscevo, che era il fatto del lavoratore sano. Però anche in quella fase mi disse, pur facendo anche queste considerazioni: "Stai tranquillo che, per quanto riguarda problemi del CVM, non ce ne sono". Io feci anche un altro ragionamento, dissi: ma se non ci sono stati dei problemi sanitari conseguenti a degli atteggiamenti di non prudenza nei confronti del CVM, e mi riferisco agli anni ‘50 e ‘60, quando la gente metteva l’anguria e le bottiglie di Coca Cola a rinfrescare delle vaschette del CVM, quindi immagini lei. Negli anni ‘50 e ‘60 in cui la gente di manutenzione mi diceva che prima di saldare facevano solo un controllo, che non ci fosse l’esplosività che era fissata mi pare al 4%, quindi parliamo di 40.000 PPM; la gente andava a operare in queste condizioni. Nella mia mente, con una considerazione se vuole anche grossolana, dicevo: ma se queste esposizioni, di questi livelli, non hanno causato danni, voglio dire che in quel momento, nel ‘91, quando io presi la responsabilità di questi impianti, le posso assicurare Presidente che non c’era una persona in fabbrica che parlasse del problema del CVM, come problema attuale: né medici, né autorità, né capi reparto. Non esisteva il problema del CVM nell’anno ‘91, quando io mi occupai di questo non si parlava di questo problema. C’erano molte altre cose, parleremo poi degli aspetti ambientali invece, che avevano in quegli anni avuto un grandissimo come dire accelerazione. Del problema del CVM non si parlava. E le notizie che io ho, da povero ingegnere, potevo attingere dalla stampa o dalle cose che mi dicevano i miei collaboratori, erano assolutamente tranquillizzanti. Periodicamente venivano inviati i registri degli esposti alle autorità ed anche lì i valori che c’erano segnalati e che io sottoscrivevo come lettera d’invio, solo come lettera di invio, erano assolutamente modesti. Una piccola cosa riguardo il cromatografo. Anche per quanto riguarda il cromatografo, e come ho detto prima c’era una funzione del PAS che era decisamente, e se adesso può tornare un attimo indietro per cortesia, volevo leggere proprio... quando abbiamo parlato del PAS c’era un funzionigramma, comunque non ha molta importanza... Proprio a questa funzione del PAS erano demandati tutti i controlli ambientali. Di questo problema si occupavano i capi reparto, i responsabili di gruppo, le tecnologie, quindi la linea gerarchica di questi impianti; ma c’erano gli uomini del PAS, i responsabili del PAS, che io vedevo più volte nella giornata, proprio per quei problemi di cui parleremo dopo, né il sindacato. Il sindacato di Marghera non era un sindacato così connivente, aveva fatto delle grossissime battaglie negli anni precedenti. Io non ricordo in quei periodo lì una trattativa sindacale, non ricordo una discussione. Oddio, non le ricordo; non posso escludere che ci siano state, perché... ma direi di no. Né Le pubbliche autorità, cioè coloro che ricevevano gli elenchi, che discutevano, che venivano in impianto a vedere come funzionavano i sistemi di controllo. Nessuno ha mai sollevato un problema di affidabilità delle analisi fatte dal cromatografo. Sapevo di una polemica circa che c’era stata... di una disquisizione che c’era stata negli anni precedenti in merito... non mi occupavo allora di CVM, al tipo di campanella multipla o campanella singola. Questo era stato un discorso degli anni ‘80, che si era dibattuto in fabbrica ed io ne ero venuto così a conoscenza, ma in quegli anni non si discuteva nemmeno più di questo problema. Ma il problema CVM nell’anno ‘91, con quegli impianti, non era un problema all’ordine del giorno della direzione della fabbrica; ed io direi nemmeno delle altre organizzazioni. Passo un momento a parlare dell’esposizione delle polveri. Come ho detto prima, io ho avuto la responsabilità dell’impianto CV7 per quattro mesi, nel periodo febbraio ‘88/maggio ‘88. Cosa si faceva in questo reparto? Questo reparto era fatto sostanzialmente di due grosse sezioni: una di ricevimento della polvere che veniva dal reparto di produzione CV24; ed una di insaccamento. Poi c’era un’altra sezione ancora, erano tre allora, dove c’era un grande magazzino, che se non ricordo male era un magazzino di 20000 metri quadrati, dove venivano depositate tutte le pedane con i sacchi di PVC già avvolti nel polietilene, quindi le imprese di facchinaggio prendevano con i muletti questi e li mettevano nei camion in partenza. La parte di possibile esposizione alle polveri era chiaramente quella dell’arrivo delle polveri che venivano trasferite con dei trasporti pneumatici e quella dell’insacco. Le uniche polveri che venivano insaccate al cv7 erano quelle del cv24. Non venivano insaccate polveri diverse. Gli altri prodotti che pervenivano dal magazzino, pervenivano già insaccati in pallet pronti per la spedizione. Con le polveri di CV6 eventuali, del CV5 - 15, etc., le persone che lavoravano al CV7 non sono mai state esposte.

La ipotetica esposizione è relativa alle polveri del cv24, questo è stato più volte anche ribadito, ma mi faceva piacere definirlo. Polveri del cv24 sono delle polveri che vengono fatte dall’impianto cv24 in sospensione, che hanno una granulometria di un certo tipo, possiamo andare a vedere un momento. Di questi bollettini ce ne sono a migliaia, io ne ho portato uno ma sono tutti molto simili. Si può vedere sostanzialmente che il grosso della polvere, c’è una curva, è contenuta dai 160 agli 80 micron, parliamo di micron. La percentuale di polveri di 63 micron unità è dell’1 per cento. Tutto il resto è polvere superiore ai 60 micron. L’esposizione alla polvere è ovviamente, più la polvere è sottile, più pericolosa è la polvere, perché può raggiungere via via organi bersaglio, quali possono essere i bronchi, i polmoni, etc.; può penetrare sempre di più quanto più sottile è la polvere, e questo è intuitivo. Ma c’è una norma, la EN481, è una norma europea recepita dalla norma italiana, uni, io ovviamente tutte queste carte ovviamente le deposito, dove si può vedere molto semplicemente quelle che vengono chiamate convenzione inalabile, convenzione toracica e convenzione respirabile. Questa curva rappresenta bene la percentuale di polvere totale in sospensione e si vede quanta può essere quella inalabile, che può raggiungere le prime vie respiratorie; quanta può essere quella che può raggiungere le zone cigliate, i bronchi, etc., e quella respirabile che può raggiungere i polmoni. Non c’è bisogno di molti commenti, si vede che sopra i 10 micron sostanzialmente non ci può essere frazione respirabile; e sopra i 20 - 30 micron non c’è frazione che può raggiungere nemmeno le parti più interne che non sono i polmoni ma semplicemente i bronchi. Io non vorrei fare altri commenti sulle polveri, perché credo anche se grossolanamente di avere rappresentato un po’ qual era almeno la mia opinione. Si è anche detto che i lavoratori addetti all’insaccamento erano esposti a CVM, avevano due rischi, uno alle polveri di PVC e qui rimetterei la slider di prima, quella precedente a questa curva, anche di queste ce ne sono migliaia e migliaia, tutte più o meno uguali per ricordare che il CVM residuo in questo tipo di polveri era in genere inferiore a una parte per milione, quindi CVM residuo non ce n’era in quei tempi lì e in quel tipo di prodotto. Il fatto che non ci fosse CVM residuo già di per sé esclude il fatto che i lavoratori che ci possono andare vicino abbiano la possibile esposizione, perché, non si facevano lavorazioni a caldo che al limite questa piccolissima percentuale potesse venire fuori.

Si facevano delle analisi che ricordo bimestrali, queste sono già state depositate agli atti, analisi di concentrazione di CVM nel reparto. Queste analisi sono sempre state, non solo inferiori ai limiti, etc., ma praticamente davano sempre valori inferiori ai limiti di accettabilità, la sensibilità analitica del metodo. Queste analisi venivano fatte anche, e sono agli atti, alla bocca delle insaccatrici, dove in qualche modo, sia pure con molti accorgimenti, il ciclo si apriva. Gli altri cicli erano sempre cicli chiusi, la gente non lo vedeva il PVC. Inoltre c’erano dei manuali operativi, molto dettagliati, ne ha parlato anche il signor Danale nella sua audizione, qui davanti a questo Tribunale, erano molto precisi nel descrivere come si doveva operare e ogni operazione qualora ci fosse un’ipotetica esposizione alle polveri, le persone dovevano indossare i mezzi protettivi che erano prescritti, è agli atti proprio il dettaglio, operazione per operazione, quando si deve indossare o meno la maschera. Il signor Denale ha altresì detto che queste operazioni, peraltro saltuarie, prevedevano che le persone adoperassero i mezzi protettivi e si prevedeva che ci fossero dei controlli e che effettivamente questo accadesse. Lui ha citato per il personale Montedipe, ma anche per il personale delle cooperative dei richiami fatti più volte, sia al responsabile, della cooperativa che agli addetti. Un’ultima annotazione, volevo dire che studiando un po’ le carte relative alle polveri, ai limiti, solo alcuni paesi del mondo occidentale, quello più evoluto su queste tematiche, dà dei limiti specifici per le polveri di PVC e sono mi pare la Svizzera l’Inghilterra e altri. Altri paesi, tra cui mi pare anche gli Stati Uniti, non danno nemmeno un limite per le polveri di PVC, danno un limite solo per le polveri. Il che vuol dire per me, che non sono un esperto di queste cose, che alle polveri di PVC non era attribuita una pericolosità specifica, perché non era normata. Comunque questi limiti erano nei casi più restrittivi 5 milligrammi di frazione respirabile per normale metro cubo o 10 milligrammi per frazione, il che vuol dire parecchia. Ripeto che quando abbiamo sentito parlare qui di effetto nebbia, con questa granulometria l’effetto nebbia non è possibile che esista perché la polvere cade per terra. Io non sto facendo delle considerazioni scientifiche, il Tribunale non me ne voglia perché direi che quelle scientifiche ne ha già sentite a iosa.

Andrei adesso a parlare un attimo di quattro servizi che dipendevano da me nel periodo ‘88, ‘93. Prima mi soffermo un secondo sugli addetti del laboratori di PVC, che hanno seguito la storia dell’impianto, per dire che valgono tutte le considerazioni che avevamo fatto per quanto riguardava le polveri di CV7, sia per il CVM che per le polveri. Le polveri erano le stesse, il CVM non c’era. Tralascio di entrare nel dettaglio, anche a guadagno di tempo. C’era un laboratorio chimico centrale, di cui si è parlato qualche volta, che non aveva niente a che fare con i laboratori di ricerca di cui abbiamo accennato prima per il PVC, questo si occupava di fare le analisi su tutti i prodotti dello stabilimento; era suddiviso in dipartimenti, uno di questi si occupava anche di analisi di CVM. I campioni del CVM venivano in alcuni casi prelevati dagli stessi analisti; in altri casi da alcuni addetti proprio al campionamento. Tutte le operazioni di analisi e campionamento venivano effettuati secondo quanto dettagliatamente previsto nello specifico manuale operativo. Io torno sempre su questo concetto del manuale operativo, perché è importante che alla gente si dica come si deve operare per salvaguardare la propria salute e si verifichi che lo rispetti.

Il manuale operativo molto dettagliato come in questo caso è stato depositato in un allegato a una memoria depositata dai miei difensori il 26 maggio ‘98. Nel periodo di mio interesse le operazioni di campionamento avvenivano in circuito chiuso, si andava con una bomboletta vuota, si apriva una valvolina ci si collegava dall’altra parte si riempiva questa bombola, si chiudevano le due valvoline e si portava via, le bomboline erano collaudate secondo certe norme tedesche, etc.. Le analisi venivano effettuate sotto cappa aspirante, quindi se si considera che questa è l’operazione di prelievo e che si andavano a fare le analisi che voleva dire prendere una siringa e infilarla dentro in un cromatografo, sotto cappa, quindi in depressione, la possibilità che gli operatori venissero a contatto con il CVM era onestamente molto, molto remota. E’ importante però fare anche una considerazione di quanto tempo dedicavano gli operatori che erano anche interessati all’analisi del CVM ad analisi di CVM. E come vedremo sono del tutto trascurabili. Anche in questo caso produrremo un documento che è redatto dal responsabile attuale, ma che lo era anche allora del laboratorio chimico, il dottor Dabalà, che parla di tempo dedicato generalmente alle analisi di CVM sempre o quasi sempre inferiore all’1 per cento. Afferma infatti, e si vedrà nell’allegato 18 che depositeremo, che i tempi dedicati all’analisi del CVM e al campionamento per il personale turnista sono inferiori rispettivamente allo 0, 5 per cento e allo 0, 04 per cento. E per il personale giornaliero questi tempi sono rispettivamente dell’1 e 75 e dello 0 e 45. E’ vero che c’erano delle persone che facevano i turnisti dell’orario giornaliero, ma più o meno si parla di ordini di grandezza di meno dell’1 per cento della loro attività, perché si analizzavano molti prodotti, era dedicato o a campionare, anzi la somma di campionamento più le analisi era in genere, tranne per i giornalieri, che si arrivava all’1 e 75 era in genere di molto inferiore all’1 per cento. Credo che non ci siano altre cose da aggiungere.

Si è parlato più volte anche distribuzione di logistica, cioè di quella parte della fabbrica che era deputata a stoccare e movimentare il CVM. C’era un parco serbatoi, che si chiamava parco serbatoi ovest, che stoccava anche il CVM oltre ad altri prodotti l’alcetico, il G.P.L., ma stoccava il CVM. Questo reparto aveva a nord la banchina, il mare, una banchina portuale, dove potevano attraccare anche le navi di CVM, o per spedire o per importarlo; a sud aveva invece una zona per il caricamento, soprattutto il caricamento, di CVM in ferrocisterne soprattutto. Tutte queste zone di reparti erano all’aperto, quindi zona abbastanza ventilata; questo perché anche eventuali perdite che ci possono essere state in ipotesi sono meno pericolose in un ambiente ventilato piuttosto che in un ambiente chiuso. Ma era possibile che ci fossero delle perdite? Io direi di no, perché tutte le operazioni avvenivano, nel periodo di mia competenza ovviamente in circuito chiuso, bilanciando fase liquida con fase gas. Un serbatoio, una ferrocisterna, una nave, aveva un tubo che scaricava il liquido, il CVM liquido, che riempiva un serbatoio; il gas che doveva fare spazio al liquido del serbatoio andava a saturare lo spazio che si liberava all’interno della nave, della ferrocisterna. Spero di essere stato chiaro. Si bilanciavano queste due fasi, quindi non c’era possibilità di emissione all’aria di CVM durante queste operazioni. Queste operazioni che anche in questo caso erano veramente in maniera scrupolosa e dettagliata descritte nei manuali operativi che sono già stati depositati assieme alla mia memoria difensiva. Le persone che effettuavano queste operazioni erano persone formate ed informate dei rischi del CVM, e bene addestrate su queste cose, l’ha detto più volte il signor Farciglia, che ha prodotto o abbiamo prodotto noi delle liste dove le persone firmavano di avere preso atto in consegna di libretti, mi riferisco ad anni molto precedenti alla mia gestione. Questo è importante. Manuali operativi ben fatti e dettagliati, personale informato ed addestrato. Non basta, a conferma del fatto che il CVM proprio non c’era, venivano frequentemente, anzi con una cadenza mensile mi pare di ricordare, anche queste sono moltissime analisi che noi abbiamo già prodotto, si facevano delle analisi con metodo puntiforme, che la legge non voglio qui stare a ribadire, prevedeva che si potessero fare in quei luoghi dove non c’era la trasformazione del CVM. Nei locali dove avveniva la polimerizzazione era obbligatorio avere il cromatografo eccetera, nelle altre zone dove si movimentava il CVM non era necessario avere il cromatografo, anche perché erano molto distribuite nello spazio per cui si facevano delle analisi puntuali. Queste analisi venivano fatte una volta al mese, le abbiamo tutte prodotte, sono l’allegato I alla memoria difensiva del 26 maggio ‘98; da tutti questi documenti, e sono migliaia di analisi, risulta che i valori di CVM sono sempre stati inferiori ai limiti di sensibilità, tranne in tre valori che sono stati superiori a 1 PPM, comunque non c’è nessun valore mai superiore e 3 PPM e ripeto sono centinaia e migliaia di analisi che testimoniano che teoricamente il CVM non ci doveva essere ma non l’abbiamo neanche mai trovato. Queste analisi erano curate dal signor Scaglianti che è stato qui, da quel laboratorio che tutelava proprio la situazione ambientale. Parlo di manutenzione. Vorrei dire soprattutto che interventi di manutenzione venivano tutti richiesti per iscritto. Quando si parla di manutenzione bisogna avere presente un’entità del Petrolchimico di circa 800, 900 persone che lavoravano al mio tempo. Si facevano tutte queste richieste per iscritto che si chiamavano ordini di lavoro, se la memoria non mi inganna erano 24000 all’anno, per dire che ogni piccolo intervento non veniva fatto chiamando una persona, dicendogli fai; era tutto regolamentato da un corpo di procedure veramente molto importante. Credo fossero almeno una ventina. Pensare che c’erano interventi sulle cabine, la parte elettrica era tutta regolamentata da una cosa, però direi che fra tutte queste procedure che c’erano, sono andato un po’ a rivedermele, ce n’era una che mi sembra sia importante per capire qual era la filosofia di queste procedure. Qui non andiamo a vedere i moduli, io li ho anche preparati, se la Corte vuole dare un’occhiata, per capire che erano due fogli, questo e un altro, su ogni modulo di lavoro, questo era per il personale aziendale, per il personale di terzi c’era un’altra modulistica ancora più complessa. Qui c’erano tutte le fasi di lavoro e venivano specificate. Ogni lavoro veniva richiesto per iscritto; per ogni lavoro veniva compilato un permesso di lavoro che è questo, in cui venivano precisate tutte le operazioni, anche precedenti il lavoro, le condizioni del luogo di lavoro, le operazioni preliminari per l’esecuzione del lavoro, l’attenzione alla bonifica, quindi era una specie di ceck list per non dimenticare di fare le cose. Quello che è importante è che il reparto che richiedeva il lavoro era responsabile delle condizioni di igiene ambientale di quel lavoro. Il padrone di casa rispondeva della qualità dell’ambiente, dove andava ad operare la manutenzione. La manutenzione invece era responsabile di fare eseguire quel lavoro effettivamente in sicurezza, per i rischi specifici del lavoro che i lavoratori dovevano fare. Quindi era tutto strettamente, dettagliatamente bene ordinato e previsto da questo corpo di norme che c’erano. In questi spazi, in questi permessi, c’era anche uno spazio; nel caso in cui ci fossero dei lavori particolarmente complessi, non tutti i lavori avevano lo stesso grado di rischio; per quelli che chiamavamo lavori in cavità, dove era previsto di entrare, lavori di scavo, dove è pericoloso perché c’era il rischio di prendere dei cavi, lavori a caldo, dove c’erano lavori di saldatura o si doveva lavorare a fiamma, oppure apertura di cicli dove si doveva aprire il ciclo, si prendevano delle precauzioni maggiori. Se uno doveva costruire un ponteggio fuori da una colonna, corre certi rischi; se deve aprire la colonna ed entrare, corre dei rischi maggiori. Tutte le precauzioni erano funzionali al grado di rischio che si pensava di dover affrontare, precauzioni adeguate al rischio stimato del problema. Comunque anche il PAS poteva prescrivere delle cose particolari. Era rigorosamente vietato, ma veramente rigorosamente vietato a tutto il personale di manutenzione, di iniziare qualunque lavoro, anche quello che era ritenuto come dire abbastanza semplice, senza avere un’autorizzazione scritta del capo reparto o della persona che ne faceva le sue veci, che voleva dire il capo turno nell’orario extranormale quando il capo reparto non c’era, un lavoro richiesto di notte era firmato dal capo turno che rappresentava il capo reparto negli orari non giornalieri o di sabato e domenica. Questo era un discorso che era radicato nel costume prima che io facessi il direttore dello stabilimento, non era una cosa nuova. Le procedure di lavoro, anche quando mi occupavo di manutenzione, la cultura che aveva l’azienda, etc., io ho avuto modo di parlarne anche ad un convegno, facevano un po’ testo per le altre aziende, sia perché noi avevamo una complessità di interventi rilevante, perché le piccole aziende non si strutturavano con tutte queste procedure, con questa documentazione. Queste cose hanno anche fatto un po’ di "scuola". Se la gente si atteneva scrupolosamente alle procedure che c’erano, credo di poter affermare che anche per le persone della manutenzione, i rischi di esposizione i rischi di esposizione erano veramente molto, molto limitati. Perché anche quando può capitare che l’esercizio non riesca a bonificare bene una pompa, perché ha una sacca in un certo modo, non si riesce a far defluire l’azoto bene, può capitare questo, è una cosa di eccezione, allora in quel caso si prendevano le precauzioni adatte, che era l’utilizzo dell’autorespiratore nei casi più gravi o della maschera nei casi in cui si era incerti se potesse esserci ancora qualche cosa. Quindi il concetto fondamentale è: rischio, precauzione proporzionale al rischio. D’altronde anche la legge prevede che si possono fare degli interventi su impianti sotto tensione, che sembra una cosa molto pericolosa; si possono fare se colui che guida l’intervento è un professionista e sa esattamente quali sono tutte le cautele da prendere affinché la gente non si faccia male.

Passerei alla parte ambientale, andiamo avanti. La parte ambientale io l’ho suddivisa in effluenti liquidi, effluenti gassosi e poi avrò una parte più sostanziosa sul discorso dei suoli, discariche, etc.. Le discariche dello stabilimento è stato detto da più gente erano tutti regolamentati da dei disciplinari, erano autorizzati dal magistrato alle acque e regolamentati da un disciplinare che veniva allegato al decreto di autorizzazione. Il magistrato alle acque ha fatto più volte controlli sugli scarichi, io ricordo spesso la presenza del dottor Ferrari che è venuto in questo Tribunale; la presenza ai campionamenti, la discussione sui dati, noi avevamo ogni anno un piano di miglioramento sulle acque, perché è chiaro che si può sempre fare di meglio, quindi ogni anno ipotizzavamo certi investimenti per cercare di aumentare l’affidabilità di pulire quella fogna che ci sembrava avesse dei problemi, etc.. Quindi su queste cose il dottor Ferrari era anche d’accordo. Comunque tutti gli scarichi sono stati controllati, tutte le analisi, tutti i certificati fatti, non hanno mai dato esiti diciamo, mai trovato uno scarico fuori legge. Ricordo che anche nella lettera del dottor Cheielli del magistrato alle Acque che noi produrremo, è stato citato che di tutti i controlli fatti, qui parlava solo dello scarico 15 a dire il vero, sullo scarico 15 sono stati trovati solo due fuori norma ed erano riferiti all’impianto Monteco, per due periodi credo anche abbastanza contenuti. Comunque non ha mai parlato di fuori norma dello scarico 15, bensì dello scarico mi pare si chiamasse 22 che era il pozzetto di uscita dell’impianto di trattamento, che come ripeto era Monteco e come ripeto non faceva capo alla mia gestione, era gestito da altra società di cui io non avevo responsabilità. L’ingegnere Gavagnin, nell’udienza di qualche giorno fa, una delle ultime udienze, ha avuto modo di parlare di un documento che il dottor Trotta e lui avevano redatto e consegnato non so bene a chi della sede di Milano, allora dell’Enichem credo, segnalando alcuni problemi. Mi riferisco in particolare a quello che lui ha citato come scarichi dei clorurati e dei nitrati. Questi due scarichi, com’è ormai noto credo, lo scarico 15 non è altro che lo scarico terminale di una specie di collettore generale di una serie di affluenti a questo scarico, una specie di albero con le varie radici che affondano le loro radici nei singoli impianti. Questi che l’ingegnere Gavagnin ha detto, secondo la mia filosofia dovevano essere controllati ai limiti reparto e non alla fine, quindi secondo me non erano a norma, andavano dentro esattamente nella canaletta e il Magistrato alle Acque conosceva perfettamente la formazione dello scarico 15, non è che sapesse cosa c’era a monte, conosceva tutti gli affluenti e mai una volta ha sollevato un problema di questo tipo. In particolare per i nitrati il 9 agosto del 1980 lo stabilimento di Marghera chiese un finanziamento di cinque miliardi e mezzo circa per risolvere il problema dello scarico dei nitrati. Se nel ‘90 fummo in grado di presentare un investimento, vuol dire che fino dall’89 ci avevamo pensato, perché chiaramente quando uno conosce un problema, studia le varie alternative e fa rapporti costi benefici, fa la progettazione e chiede che gli venga autorizzato un investimento alla sede, tutto questo porta via generalmente un po’ di tempo, non ricordo quando incominciammo ad occuparci di questo. So per certo, perché ho trovato i documenti, che nell’agosto del ‘90 chiedemmo all’allora Montedipe di autorizzare questo investimento; a settembre del ‘90, subito dopo, l’azienda autorizzò questo investimento per 5 miliardi e mezzo, noi abbiamo anche i lucidi ma credo che possiamo anche tagliare perché li produrremo chiaramente, comunque a novembre del ‘90 fu autorizzato l’investimento che fu realizzato tra il ‘91 e il ‘92. All’epoca in cui Trotta e Gavagnin scrissero quella nota, l’investimento era già stato autorizzato ed era già in corso. Probabilmente lo spirito era quello di segnalare che ci poteva essere un problema in futuro che richiedeva dei quattrini per sistemarlo. In realtà invece che cinque miliardi e mezzo spendemmo sette miliardi per fare questo lavoro. Io sono andato a leggermi anche quando un investimento era autorizzato per una cifra e alla fine se ne spendeva di più, la direzione di stabilimento doveva giustificare questo dicendo, ho speso sette miliardi invece che cinque e mezzo. Questa documento che si chiama integrazione di spesa che io produco porta nelle motivazioni per cui abbiamo speso un miliardo e mezzo in più, proprio quello che abbiamo dovuto assegnare il lavoro, ed è esplicito questo discorso e produrrò questo documento, che abbiamo speso 1 miliardo e mezzo in più, sostanzialmente perché abbiamo fatto molto in fretta i lavori. Non abbiamo potuto fare delle gare d’appalto come dire molto redditizie, molto economiche; abbiamo affidato alle imprese direttamente l’acquisizione dei materiali e chiunque lavori in una fabbrica sa che quando fa i lavori a corpo, chiavi in mano ad un’impresa, l’impresa mette in conto qualcosa in più, chiaramente. Però la macchina è molto più agevole, perché i coordinamenti si riducono, etc.. Noi Quindi spendemmo allora sette miliardi, ed è del gennaio ‘93 mi pare la richiesta di integrazione, a significare che l’intervento era già stato chiuso nel ‘92. Questo perché ho fatto una zoomata su questo argomento, perché è stato proprio più volte citato. Una brevissima nota riguarda anche le diossine. E` inutile che lo precisi, ma lo ricordo ancora: nessuna legge allora, ma in realtà forse neanche adesso, prevedeva dei limiti agli scarichi fissati per le diossine. Nessuna legge, né dello Stato, né Regionale, né Provinciale, né Magistrato alle Acque; nessuno parlava di diossine. E noi in fabbrica si parlava poco o niente di diossine nelle acque. Quindi, in quegli anni, l’attenzione della diossina nell’acqua era effettivamente modesta. Forse non saremo neanche riusciti a trovarla con la strumentazione di cui disponevamo allora, anche se l’avessimo dovuta cercare, perché a livello di picogrammi bisogna avere degli strumenti molto, molto sofisticati. Vorrei anche ricordare, per dare un’idea di quelli che erano i tempi, non molti anni fa, a Venezia si è tenuto, e probabilmente il Presidente se lo ricorderà, un procedimento penale per gli scarichi a mare dei fanghi dell’escavo dei canali industriali. Il periodo era ’94 - ’95. Quindi si parlava di classificazione di rifiuti di fanghi, e non di acque, ed in tutti gli atti di questo processo, di tutti i periti che hanno parlato, sia per il Pubblico Ministero che per la Difesa, non si è mai parlato di diossina. E siamo nel ’94 - ’95, quindi un anno e mezzo dopo che io sono andato via. Non solo, ma non stiamo parlando di acque. Credo sia emerso anche abbastanza chiaramente, anche per me che non sono uno specialista, un chimico, che se c’è diossina è più facile che si, mi si passi il termine, attacchi ad una particella solida, piuttosto che resti in soluzione nell’acqua. Ebbene, in questo processo, anni ‘94 e ‘95 a Venezia, sull’escavo dei canali, sui fanghi, non si è mai parlato di diossina.. Passo a parlare di affluenti gassosi. Quando sono diventato direttore dello stabilimento è stato emesso il D.P.R. 203/88 che regolamentava per la prima volta l’emissione ai camini. Fu un lavoro enorme che si trovò ad affrontare lo stabilimento. Ricordo che i punti di emissione per noi furono 444, un numero facile da ricordare, quindi un numero notevolissimo. Per ogni camino dovemmo fare una denuncia per una serie di inquinanti, per ogni emissione, quindi erano determinazioni dell’ordine di grandezza di decine di migliaia. Quindi un lavoro colossale. Questo lavoro è stato fatto direttamente dai responsabili di reparto e firmato dai capi gruppo, anche perché era un lavoro così grande che la direzione non avrebbe potuto materialmente prenderne conoscenza. Come fu fatto questo lavoro? In due modi. Uno, facendo in alcuni casi una campagna analitica di determinazione: cioè si andava a prendere il camino, si andavano a valutare alcuni parametri degli inquinanti tipici di quella lavorazione, quindi si facevano delle ipotesi di dire "probabilmente questo impianto, questo camino, questo punto di emissione, ha queste caratteristiche, perché l’abbiamo campionato una certa serie di volte e sono venuti fuori questi numeri". Altre volte non c’è stato nemmeno il tempo e la possibilità di fare per tutti e per tutti gli inquinanti delle caratterizzazioni, delle determinazioni analitiche, perché è un lavoro enorme. E quindi si sfruttava o quello che c’era in Letteratura, che diceva, non so: per ogni chilo di olio combustibile bruciato, che ha queste composizioni, vengono fuori dai camini queste cose. Oppure si andava per similitudine, per deduzione; ciascuno fece il meglio di quello che poteva fare. E` chiaro che negli anni successivi, perché questo è stato riportato, alcune di queste dichiarazioni furono ritoccate, perché in quegli anni si incominciò a fare anche storia delle emissioni: si controllavano i camini e ci si accorse anche di qualche errore che si fece nella denuncia; e si corresse. Di tutte le denunce fatte ci accorgemmo anche che c’erano 25 emissioni che non ricadevano entro i limiti di legge. Per queste facemmo, come prescriveva la legge, che poi mi pare fosse stato nel luglio del ‘90 che erano state pubblicate le linee guida del decreto ministeriale suddetto, facemmo anche dei progetti di adeguamento, dandoci dei tempi. Io questi progetti li depositerò, ma non credo che siano poi così importanti, furono poi eseguiti i lavori e rispettati i tempi. Nel caso in cui non furono rispettivi i tempi, furono richieste delle proroghe, motivandole con la complessità dell’intervento, con dei problemi che potevano essere sorti, con la difficoltà di trovare una soluzione al problema. Per inciso, direi che un grosso intervento di miglioramento negli anni ‘89-’93, di cui però non mi ascrivo onestamente il merito, era stato quello relativo al forno di incenerimento degli sfiati CV22 e 23. Fu fatto sotto la mia direzione, lo seguì molto da vicino l’ingegner Pisani che all’epoca fu per un periodo anche vice direttore con me, che seguì proprio la parte diciamo dei lavori. Comunque fu fatto anche questo intervento che fu un discreto salto di qualità sull’impatto ambientale della fabbrica.

E` venuto fuori più volte nel procedimento delle considerazioni sulla Laguna di Venezia, inquinamento da diossine della Laguna, dipendente dai camini dell’inceneritore del Petrolchimico. Questo è un tema che è tornato, io almeno ho assistito a molte udienze ed ho sentito parlarne frequentemente. Allora, non è vero che noi non controllavamo le emissioni dei camini per le diossine. Mentre nelle acque non mi risulta, non lo ricordo ma credo di no, per i camini lo ricordo bene questo discorso. Allora, i forni di termodistruzione, che erano in marcia nel periodo di competenza mio, erano il CS28 ed il CS30. Il CS28 ed il TDI chiedo scusa, ho sbagliato. Il forno SG31, di cui si è parlato a lungo, faceva capo a Monteco, quindi non era sotto la mia chiamiamola giurisdizione; è il forno di cui ha parlato a lungo il dottor Polo l’altro giorno. Io non mi sono mai occupato di quel forno e non c’entro, Montedipe non c’entra con quel forno lì. Monteco è un’altra società del gruppo Montedison. E poi la proprietà di questi impianti, di trattamento e di relativi forni, passò via via, a seconda del cambio delle varie società, ahimè molto complicato, sotto Geo Ambiente e poi infine con infine con Ambiente credo. Io non sono mai stato direttore di nessuna di queste società. Quindi, per i forni CS28 e TDI noi facemmo delle analisi; mi pare che addirittura fosse prescritto di farle, ma per questo vado un po’ a memoria. E c’erano delle difficoltà a farle, perché non era così facile a quei tempi trovare dei laboratori che facessero le analisi. Ricordo che si andò a Pavia. Io non ho trovato Presidente documentazione di questo tipo di analisi fatte a Pavia, però lo ricordo bene perché mi era rimasto impresso il fatto di andare a Pavia e non a Milano o a Torino, non so una città grande. Si andò per un periodo a Pavia e molte analisi invece furono fatte dall’Università di Venezia. Io ne produrrò alcune, quelle che ho trovato; comunque non è una sola, sono alcune analisi. In questi bollettini si ricercavano un po’ di inquinanti tipici ma anche micro inquinanti, quindi IPA, PCB, diossine. Le analisi venivano fatte dall’Università di Venezia e la strumentazione che usava la Università di Venezia aveva una sensibilità di 0,05 nanogrammi per normale metro cubo. La stessa Università di Venezia, quando ci recapitava i bollettini di analisi, che sono firmati, scriveva: "Linee guida della Regione Lombardia - penso che allora, all’epoca, forse era l’unica che aveva dato dei limiti, perché non capisco come mai facesse riferimento alla Regione Lombardia - riportava come limite a tali emissioni 50 nanogrammi a normale metro cubo". Da 50 a 0,05 c’è un rapporto di 1 a 1.000, quindi la sensibilità era mille volte superiore diciamo a quella che era necessaria per poter accertare, quindi era adeguata e non è mai stata trovata diossina. Sempre, in tutte le analisi, c’è la freccina con scritto inferiore a 0,05 nanogrammi, e sotto riportata la linea. Mentre per PCB ed IPA si trovavano, ma erano inferiori ai limiti riportati proprio dalla stessa Università nei limiti guida, che presumo fossero quelli di legge, non so. Successivamente invece che all’Università di Venezia, presumibilmente ci eravamo dotati di uno spettrometro anche noi all’interno, ma su questo vado per deduzione però, non ho trovato le prove, abbiamo fatto delle analisi in casa. Il nostro laboratorio, di cui abbiamo parlato prima, ha effettuavo una serie di campionamenti ed analisi su questi forni, con una strumentazione di sensibilità un po’ minore, perché era dieci volte inferiore a quella dell’Università di Venezia, ma ritenuta ancora evidentemente sempre in termini prudenziali ben adeguata per i limiti guida che c’erano allora, e mai si trovarono, cercandole, le diossine. Mai si trovarono diossine sempre inferiori ai limiti di sensibilità. Parlerei dei suoli; troppo lungo? Io ho ancora mezz’oretta, un quarto d’ora o mezzora direi, tra suoli e rifiuti.

 

Presidente: riprendiamo tra un’ora circa, però deve un attimo restringere; abbiamo un programma oggi.

 

ZERBO - Guardi, io cercherò di... non leggerò la relazione, Presidente.

 

Presidente: tutto sommato ha cominciato alle 12.45, è già un’ora e mezza che parla, aveva detto un’oretta ed adesso con un’altra mezzora, sono due ore. Va bene comunque lei veda un attimo...

 

ZERBO - Vedrò di stringere.

 

Presidente: ecco, di stringere un po’ nella seconda parte. Riprendiamo allora alle 15.20 circa. Abbiamo per l’appunto da finire la sua audizione, poi ancora le dichiarazioni spontanee del signor Burrai, del signor Porta, poi abbiamo i controesami dei testi Chiozzotto e Polo.

 

Avvocato Baccaredda: e c’è il teste Mason, signor Presidente.

 

Presidente: ed il teste Mason. Voi avevate detto che, tutto sommato, le vostre dichiarazione spontanee si limitavano, chi a mezzora, chi a tre quarti d’ora, chi a un’ora... insomma, avete dilatato i tempi.

 

Avvocato Stella: mi permette Presidente?

 

Presidente: sì.

 

Avvocato Stella: dico per Polo, c’è un esame molto...

 

Presidente: va bene, ma siamo qui Avvocato.

 

Avvocato Stella: l’avverto, Presidente, scusi è soltanto per dirglielo.

 

Presidente: ma io mi rendo perfettamente conto. Ma perché mi deve avvertire, cioè voglio dire noi siamo qui, rimaniamo qui fino alla sera, sempre, tutte le sere! Non è che scappiamo via. Vedrà che lascerò tutto il tempo anche per il teste Polo. Però, allora, cerchiamo di contenerci un po’ tutti, sulla base anche di quelli che sono i tempi sopportabili di un’udienza, ecco. Avete anche la possibilità di produrre memorie integrative, etc.; cioè, anche nell’esposizione, dovete essere piuttosto succinti.

 

ZERBO - Lo sarò, senz’altro.

 

Presidente: può riprendere il suo discorso.

ZERBO - Io le chiedo un po’ scusa, perché mi sono lasciato prendere anche dalla foga, sono quattro anni che aspetto di parlare.

 

Presidente: cerchiamo di accorciare adesso, di recuperare i tempi.

 

ZERBO - Anche perché è più facile, nel senso che io stamattina ho toccato dei temi che mi è parso che non fossero stati molto approfonditi in queste udienze, mentre nel pomeriggio toccherò i temi dei suoli, cose di cui abbiamo già molto parlato, per cui mi sembra anche meno interessante da approfondirli.

Allora, ho assunto la direzione dello stabilimento nell’88. Io nell’88 non avevo elementi di nessun tipo per sapere quale era la situazione dello stabilimento e delle discariche esterne. Anche per un fatto contingente: io sono succeduto al dottor Schiavo, diciamo che purtroppo di lì a poco pare che morì nei primi giorni del marzo dell’88, quindi lui non era in fabbrica da mesi quando io ho assunto la direzione, quindi non ho avuto la possibilità di ricevere delle consegne, di ricevere dei documenti, magari che mi indirizzassero. Io quindi sono arrivato lì; io provenivo dallo stabilimento di Mantova, negli anni precedenti, ero lì solo da un anno e quindi non avevo conoscenze di questo, perché in passato mi ero occupato di problemi di manutenzione, di servizi tecnici. La cosa allora che feci fu di assumere informazioni, perché contrariamente al CVM il discorso ambientale era molto pressante, stava montando, in effetti era cambiata la mentalità, e questo discorso in fabbrica si sentiva. Quindi io mi appoggiai ai miei collaboratori che avevano però esperienze di fabbrica: erano l’ingegnere Miani per un periodo, poi l’ingegnere Paoli e l’ingegnere Gavagnin, che nel frattempo era venuto a far parte della nostra struttura. Affrontammo insieme questi problemi, parlando con persone di una certa esperienza in fabbrica, che si ricordavano storicamente; facemmo un po’ il quadro della situazione e ci rendemmo anche conto che era una situazione che andava affrontata, ma che richiedeva effettivamente un largo dispiego di mezzi e di uomini. Difatti mi dotai di una struttura ad hoc, che fu quella che delegai l’ingegnere Gavagnin, sono stato anche l’unico che aveva una struttura con quattro diplomati, doveva fare praticamente solo delle discariche, interne ed esterne. Proprio questa tematica dei suoli era, insomma... Aveva avuto la Montedison anche un discreto grado di libertà, nel senso che teneva lui rapporti con Provincia e Regione, quindi si informava, sentiva, etc.. Quello di cui ci rendemmo conto subito era che i problemi erano abbastanza grossi e che avremmo dovuto fare delle scelte. E questo è un concetto a cui tengo molto, dovevamo fare delle scelte di priorità. E` impossibile pensare che qualunque persona, anche più capace di me per carità, possa essere come dire paracadutata nello stabilimento Petrolchimico e quando tocca terra risolti i problemi. Così non è, così non può essere. Vedemmo queste problematiche e decidemmo di fare delle scelte, stabilendo delle priorità; i problemi erano molti, abbiamo visto quante discariche c’erano. Un po’ in accordo anche con l’autorità, perché Gavagnin continuava a tenere questi rapporti; un po’ dovuto al fatto che avevamo ricevuto delle prescrizioni delle autorità di fare delle cose, quindi lì diciamo che era obbligatorio aderire a queste richieste. Diciamo che la prima cosa che facemmo, ne parlò anche l’ingegnere Gavagnin, ma io ho già depositato, facemmo sette o otto ordini alla Geotecnica Veneta, perché ci rendemmo conto che la prima cosa da conoscere era sapere un po’ quale era la situazione della fabbrica, pur grossolanamente. Gavagnin l’ha ribadito qui, proprio lui stesso aveva detto: ogni volta che facciamo un buco, perché dobbiamo fare le fondazioni di un nuovo impianto, assumiamo informazioni anche su falde e su caratteristiche di terreni, in maniera che in un po’ di tempo ci facciamo un quadro generale della fabbrica. Tutto quello che afferiva a questo problema dei suoli veniva un po’ portato all’ingegnere Gavagnin, che doveva poi farsi un’idea più precisa. Quindi partimmo già nell’88, nell’89; e nell’89 poi ci facemmo un’idea di quelle che erano le priorità da affrontare. Ripeto che nell’89 erano già arrivati all’attenzione della direzione i problemi relativi alla discarica del Dogaletto, alla discarica di Malpaga già nell’89, e comunque le cose che ci dicemmo, che ci demmo come priorità, furono: Dogaletto e Malpaga perché avevamo avuto delle prescrizioni, erano tra l’altro delle discariche molto grosse; il Canale Lusore Brentelle, di cui parlerò più avanti; e la zona 31, 32 e 35. Queste tre cose furono quelle che noi ritenemmo allora più importanti per quanto riguardava i siti. A fianco di queste dovevamo partire per approfondire la situazione, le conoscenze del resto della fabbrica, che ripeto non è che fossero.., perlomeno io non le avevo, ma non credo che fossero mai state fatte delle ricerche in merito.

Adesso, con riferimento alle accuse che mi vengono fatte, passo in rassegna velocissimamente tutte le discariche che sono censite nel capo di imputazione e parto proprio dal comparto 32, 33, 35, dicendo che la proprietà era dello stabilimento e che la data di cessazione dell’apporto rifiuti è antecedente all’83; poi ci sono le azioni Zerbo, che io adesso scorro velocemente. Anzi, per la 31, 32, 33, ne parlerò più diffusamente un attimo dopo. Poi c’era il terreno di Cormed, di proprietà di Cormed, cioè fuori dallo stabilimento; discarica rifiuti prima dell’83, quindi estraneo. Comparti 59, 60, 61; sono i numeri 3 e 21 del capo di imputazione. Qui si parla, in alcune testimonianze, che fino agli inizi degli anni ‘80 c’era stata una discarica; io non credo, perché la logica mi porta a dire che questo fosse antecedente la costruzione degli impianti, e quindi prima del ‘70, comunque per me anni ‘80 vuol dire che non c’entro comunque. In questa io ho scritto: non nota all’epoca la problematica. Cioè, questa non era un’area di quelle ritenute non prioritarie e da indagare, perché la storia era che tutto il Petrolchimico nuovo era un po’ stato, più o meno costruito, come abbiamo sentito più volte, su vecchi depositi degli anni ancora ‘60 o antecedenti. Agricoltura Ausidet; la proprietà era Enichem, Agricoltura Enichem, Augusta Industriale; io sono diventato direttore di queste due società a febbraio del ‘92; ci sono gli ordini di servizio che io produrrò, ovviamente. Quando io sono diventato direttore, queste discariche erano già autorizzate, ed io ho gestito una discarica autorizzata. Abbiamo copia del quaderno di carico e scarico dei rifiuti, che io depositerò. Lusore Brentelle mi soffermerò più avanti, perché questo è stato un tema molto importante; proprietà del Demanio; data di cessazione dei rifiuti è ormai stabilito che sia antecedente il ‘75. E qui ho fatto una serie di cose. Ricettore rifiuti ex ceneri, Enichem Agricoltura; sono diventato direttore dell’Agricoltura nel marzo ‘92 e già a febbraio del ‘93 è stata presentata una prima indagine dell’Aquater. Agricoltura zona Campaccio, Enichem Agricoltura, vale quanto sopra detto, quindi non ci sono depositi periodo Zerbo, sono molto antecedenti. Però la proprietà era Enichem Agricoltura, io facevo il direttore ed abbiamo fatto delle cose, che sono quelle censite. I comparti 11 e 12 Montefibre, direi che non mi riguardano assolutamente. San Giuliano, Demanio, è antecedente al ‘75 la data di deposito. E` un’analisi molto grossolana la mia, ma che fa la sintesi insomma delle cose. Abbiamo il Dogaletto, ne parleremo più avanti; questa attività è messa in sicurezza. L’area 43 ettari era stata venduta ancora nel 1900.., credo prima dell’80, al Consorzio per lo Sviluppo del Porto; e successivamente all’Immobiliare Veneziana, non è mai stata nelle competenze della direzione, né della società, nel mio periodo. Data di cessazione rifiuti prima dell’85, quindi non c’entro. Bottenigo, idem come sopra, altri privati che non sono Montedison ed Enichem. Area Sordon, lo stesso discorso. Moranzani, Ausimont, lo stesso discorso; ho precisato che io non ho mai avuto niente a che fare con Ausimont, pur essendo una società all’interno del Petrolchimico. Moranzani Enichem primi anni ‘80. Qui sono state fatte delle operazioni molto modeste, di livellamento del terreno, inerbamento, piantumazione, per risolvere il problema dell’impatto visivo. Non certamente per risolvere il problema delle discariche. Siccome era vicino ad una zona.., relativamente vicino alla zona urbana e dal punto di vista paesaggistico abbastanza interessante, perché c’era il Brenta che scarica lì a Fusina, il consiglio di quartiere ci richiedeva, almeno per il momento, in attesa di risistemare tutto, di fare almeno un intervento di qualificazione come dire urbana. A Rasego Lughetto stesso discorso, la proprietà non era della fabbrica, antecedente l’85. Ausimont Fusina è un’altra discarica autorizzata dopo l’85, comunque di Ausimont. Malpaga Mira; qui mi sono dimenticato di scrivere che in realtà è stata messa in sicurezza, manca un pezzetto. Comparto VIII di Montefibre, primi anni ‘80; io ripeto sono dall’88, quindi Montefibre non è mai stata nelle mie competenze. Comparti 45 - 48, cosiddetto Laghetto; non nota all’epoca la problematica, non prioritaria. Quindi via Teramo Mira, di altri privati fino al discarico dell’80; queste sono anche le affermazioni che ha fatto Gavagnin su precisa richiesta dei miei Avvocati. Via Bastiette, Gambarare di Mira, Veneta Mineraria, prima del ‘72. Isola delle Tresse, Demanio, prima del ‘70. Quindi, in pratica, riassumendo un po’ la situazione di tutte le discariche che sono bene 26, io potevo al limite avere competenza su alcune, quelle che erano interne alle fabbrica, o Moranzani, che era comunque un’area gestita dalla fabbrica. Su tutte queste io sono intervenuto, tranne su due, che sono per la precisione i Comparti 45 e 48 ed i Comparti 59 - 60, 61. Perché non ritenuti prioritari e non noti nemmeno al momento della mia direzione. A questo punto, ribadito che i problemi, tra l’altro non c’era solo il problema delle discariche, erano molti, noi ci occupammo, e dico noi perché c’era questa squadra specifica, guidata dall’ingegnere Gavagnin, ci occupammo di questi problemi. Quindi: indagine generale sulla fabbrica, fatta un po’ alla buona perché avevo cominciato ad indagare qua e là; analisi fatta nelle zone 31 e 32, erano le prime volte che si facevano, l’ha detto anche Gavagnin; e poi discarica Malpaga e discarica Dogaletto, e Lusore Brentelle. Io di questi, questi sono argomenti, contrariamente a quelli che ho trattato stamattina, che sono già stati... di cui si è parlato molto. Io potrei parlare per un’ora, ma visti i tempi faccio una cosa molto veloce, perché mi pare che le conoscenze ci sono già. Però mi vorrei soffermare sul Canale Brentelle, perché è un tema che ho seguito in prima persona, a cui ho dedicato moltissimo tempo. Tutti gli allegati a cui io farò cenno sono già stati depositati, sono numerosissimi perché ci sono decine di lettere, di promemoria, di cose riguardanti quella situazione del Canale Lusore Brentelle, che in quel periodo, tra l’altro, bisogna dire che si cambiava abbastanza frequentemente capi. Io avevo avuto un periodo con tutti questi cambi di gestione, di società, avevo dei riferimenti abbastanza spesso diversi. Noi ci occupammo del Canale Brentelle all’inizio dell’89, se non ricordo male, quando si presentarono in fabbrica una ditta, di cui non ricordo il nome, mandata dal Consorzio per scavare il Brentelle. Si sapeva che questo canale era inquinato, però non avevamo delle notizie anche qui certe. Comunque rinviammo subito al mittente la ditta, dicendo che non si poteva far niente; avvertimmo le autorità; cominciammo a fare delle analisi. Carotaggi di vario tipo e a varie profondità, ed analisi delle acque. Io feci fare delle analisi delle acque, in regimi diversi di marea, per vedere se queste acque si portavano dietro, avendo appurato che sotto c’erano parecchi inquinamenti, com’è stato d’altronde già più volte detto, se si portavano dietro degli inquinanti. Perché chiaramente il discorso diventava grave anche dal punto di vista dell’acqua. In quell’occasione accertammo che il deposito di 30 - 40 cm. di fango, di limo, che si era depositato negli anni, dopo il deposito degli inquinanti, costituiva praticamente un materassino di isolamento. Queste analisi di fatti non erano assolutamente preoccupanti. Io le ho già depositate, le facemmo in due o tre occasioni, e non erano assolutamente pericolose. Cioè, l’acqua era quella che arrivava dal Brentelle. E questo mi sembra abbastanza importante. Fatto questo, l’ingegnere Gavagnin l’ha già detto, e quindi io non voglio soffermarmi più, che d’accordo con la società Isoltec si fecero delle ricerche, coinvolgendo l’Università di Brema, so che andava spesso all’estero per queste cose, tutto questo filò e qui Gavagnin ha ricordato tutti i problemi della soluzione che io non sto a ribadire, la presenza contemporanea di clorurati, di mercurio, tutti questi discorsi. E quindi, nel ‘90, si elaborò un primo progetto. Questo progetto, che è quello che ha curato in prima persona l’ingegnere Gavagnin, prevedeva l’asportazione di tutti i fanghi, il trattamento con dei solventi, etc., quindi la riqualificazione di questi fanghi meno pericolosi per portarli portare in discarica. Questo progetto fu presentato alle autorità. Nel frattempo, nel ‘91, subentrò Enichem. Enichem, giustamente a mio giudizio, aveva avuto anche dei dubbi sull’efficacia; era un progetto interessante, di avanguardia, ma che certamente presentava dei rischi. Il fatto di rimuovere da un fondo di un canale tonnellate di rifiuti da trattare in un certo modo, etc., cioè la certezza del risultato non c’era; il rischio di inquinamenti c’era, quindi era un progetto... D’altronde era l’unico che sembrava, in quel momento, anche percorribile; altre idee non c’erano, quindi si fece in quel modo. Enichem portò avanti invece l’idea di dire: facciamo come fanno in Inghilterra, isoliamo con dei materassini - che si chiamavano materassini Reno - il sistema delle acque, in maniera che per il momento la discarica resta lì. Anche perché Enichem non si sentiva né proprietaria del bene, che di fatto era del Demanio, né coinvolta in qualche modo nell’inquinamento di questo canale; quindi era anche, come dire, abbastanza umano che si pensasse in questo modo. A questo punto partimmo con un’altra serie di progetti che richiesero un’indagine idrogeologica che feci fare io dal professor Dal Paos di Padova, dall’Università di Ancona non mi ricordo da chi; tutti questi documenti sono già depositati, io li richiamerò nella memoria. Successivamente si arrivò ad un progetto fatto dalla Snam Progetti, che fu ripresentato alle autorità pressappoco verso la fine del ‘91 o ‘92. Verso la fine del ‘92. A questo punto questo progetto mi pare che non fu accettato dalle autorità, parlo di Regione e Provincia che erano gli enti che seguivano questa cosa, ed allora si decise di fare un gruppo misto tra azienda ed autorità. Qui ci sono le lettere che decidono i nomi delle persone che partecipano, etc.. In realtà poi io lasciai lo stabilimento e non credo che successivamente ci siano stati altri progetti. Quindi un problema grosso per la Laguna e per Venezia, a cui avevamo dato priorità, era stato da me affrontato. Io ho dedicato anche molto tempo a questo tema, abbiamo fatto due progetti che mi risulta che all’atto attuale sono ancora gli unici, che siano perfetti, buoni, cattivi, non lo so, comunque sono gli unici che sono stati fatti finora. Il problema quindi è stato più che affrontato, direi in termini anche abbastanza scientifici, con indagini di carattere, analisi e determinazioni analitiche per capire; determinazione delle acque per studiare i moti; verifica delle soluzioni possibili, coinvolgendo anche ripeto strutture all’estero. Sulla zona 31, 32, 35, etc., già nel giugno ‘89 era stato emesso, anche questo è stato detto più volte, alla Geotecnica Veneta un ordine per l’esecuzione di sondaggi geognostici, infissione piezometri nella zona 32 in particolare. Ricordo che le zone 31, 32, 35, sono un’area dello stabilimento, area ovest diciamo, dove non c’è una ripartizione... insomma, con spartiacque, è tutta una grande area comune. Aquater, diciamo dopo aver effettuato raccolta di dati disponibili, etc., provveduto perforazione, sondaggi, stratigrafia, quindi furono le prime analisi che si fanno, campionamenti, etc., presentò rapporto finale nel luglio ‘91. Quindi già nel luglio ‘91 noi avevamo, ed è stato depositato questo rapporto Aquater. Da tale rapporto, questo è importante, ricordo che vennero a riferire a me questo discorso, si evince che è difficile individuare con precisione i confini dell’intervento di risanamento, poiché la situazione dei terreni è alquanto caotica, e che soprattutto per giungere a progettazione di interventi di bonifica sono necessari ulteriori indagini di dettaglio, sia nella zona 31 e 32 che in zone estese. Cosa succedeva? Che si aveva la sensazione che le falde acquifere andassero, e questo me lo ricordo bene, dalla Laguna, in queste prime analisi, verso la terraferma, che lasciava questi geologi un po’ perplessi, perché dicevano: ma è molto strano che ci sia una situazione di questo tipo, visto che non ci sono pozzi. Qui bisogna che capiamo di più, anche perché è un po’ variegato il panorama. Allora facemmo un’altra serie di indagini, ed anche queste sono agli atti, e alla fine, nel febbraio del 1993, Aquater presentò il primo progetto di bonifica, ancora diciamo un po’ grossolano ma già con una prima stima di tutte le cose da fare ed i costi relativi. Si parlava allora di 6 miliardi e 6. Questo documento dell’Aquater è già depositato come allegato B3 alla memoria. Quindi sulla zona 31, 32, 33 si lavorò alquanto. Vorrei anche qui fare una piccolissima nota riguardo all’eliporto, che è stato dipinto come il tentativo maldestro un po’ di coprire queste discariche. Vorrei ricordare che l’eliporto è una superficie che misura 20 metri per 20 metri, quindi 400 metri quadrati; la zona 31, 32, 35 misura credo 180.000 metri quadrati, quindi sarebbe stato veramente velleitario nascondere un problema di questo tipo con un fazzoletto di 400 metri quadrati. Credo che il buon senso possa far capire che non era possibile. L’altro tema che ci occupò moltissimo fu la discarica Dogaletto. Qui avevo molte cose da dire, visto che se n’è già parlato tanto riassumo moltissimo. Questa discarica fu messa in sicurezza. Ricordo bene però lo sforzo per le determinazioni analitiche. Io non credo più se erano più di 100.000 determinazioni analitiche solo per la discarica Dogaletto. Questo a significare che comunque noi ci dovevamo dare delle priorità, non potevamo affrontare dieci discariche da 100.000 determinazioni analitiche l’una, perché non ci sarebbero stati nemmeno i laboratori in giro per la Regione in grado di soddisfare una richiesta di questo tipo. Ricordo che questa discarica fu messa in sicurezza e fu collaudata dall’ingegner Francesco Chiacchieretta l’11 maggio ‘92; anche qui ho l’allegato e ci sono tra i miei allegati tutte le descrizioni delle opere fatte che io, per economia di tempo, direi di trascurare. Lo stesso discorso per la discarica Malpaga. Anche qui abbiamo fatto molti lavori. Non li descrivo proprio per risparmio di tempo; anche questa discarica è stata collaudata, di queste due discariche la direzione lavori era dell’ingegnere Galvagnin; il collaudatore è sempre stato l’ingegnere Francesco Chiacchieretta. E` stata collaudata il 15 marzo ‘93. Delle due discariche si sono spesi, solo per queste due discariche, circa sei miliardi e mezzo, per la messa in sicurezza. Tengo anche a ribadire che per quanto a mia conoscenza, ma anche quanto ha ribadito l’ingegnere Gavagnin, credo che siano tra i primi esempi, se non il primo esempio, di messa in sicurezza di siti di questa dimensione: un milione di metri cubi la discarica Dogaletto ed un po’ meno, diciamo estesa, quella Malpaga. Non credo che in Italia nessuno abbia fatto mai queste cose prima; forse non sono state fatte come le faremo adesso, perché questo tema è stato, come dire approfondito, studiato, forse si sarebbe intervenuti forse meglio, avendola fatta negli anni 2000. Però noi l’affrontammo ed in tre anni facemmo queste cose. E` chiaro che a questo punto, sulla discarica Dogaletto, c’erano quasi sempre fisse due persone delle nostre, del gruppo, più altri, tra analisi ed altro, più l’impegno dei laboratori, etc..

Quindi queste tre cose grosse, insieme all’indagine di carattere generale, assorbirono praticamente tutte le risorse, ma non in termini economici, in termini proprio di gente, di personale disponibile per fare queste cose. E noi scegliemmo queste priorità. Credo di non aver scelto male, però di questa scelta anch’io rispondo chiaramente, perché nel mestiere del direttore, come di qualunque capo, c’è certamente una responsabilità che è quella di scegliere le cose da far prima rispetto a quelle da fare dopo. Ce ne sono sempre tante da fare, chiaramente, però bisogna sceglierle. Un discorso analogo riguarda un po’ i rifiuti. Qui, mentre sulle discariche, interramenti, etc., non avevamo informazioni, sui rifiuti invece c’erano le informazioni perché c’erano una serie di depositi, più di uno, autorizzati regolarmente dalla Provincia, che è quando io ho preso la direzione, quindi c’era una situazione diversa delle discariche, questa era una situazione nota: i rifiuti c’erano, erano depositati in discariche regolarmente autorizzate dalla Provincia, che io produrrò queste autorizzazioni dell’epoca, tutte autorizzate. Ed anche qui però il problema era che fino agli anni ‘70 più o meno i rifiuti erano stati sparsi per il territorio; poi, con le prime legislazioni, anni fine ‘70, ‘80, si cominciarono a costruire gli impianti e si cominciarono a mettere via i rifiuti che si producevano, in attesa di trovare una sistemazione. Quindi si accumularono molti rifiuti negli anni ‘80, fatalmente, perché non potendoli interrare, non sapendo come risolvere il problema, qualche volta si stoccavano in attesa di trovare poi delle soluzioni. Quindi la soluzione che ci trovammo ad affrontare era quella di migliaia e migliaia di fusti di rifiuti regolarmente censiti ma distribuiti in varie zone della fabbrica. Anche qui ci demmo delle priorità, torno su questo concetto che per me è importante. In funzione della pericolosità dei rifiuti, del loro stato di conservazione, cioè i fusti ben messi, i fusti un po’ malandati, di dov’erano, e tutte queste cose, e decidemmo di affrontare alcuni problemi. E furono: rifiuti clorurati, rifiuti con mercurio, morchie oleose di cui ha parlato l’assessore Mazzolin, ed anche un impianto di cui parlerò dopo che aveva attinenza stretta con quei famosi fosfogessi di cui si è parlato molto spesso durante questo processo.

A fianco di queste operazioni di miglioramento di carattere straordinario, lo sforzo dello stabilimento era: dobbiamo smaltire tutte quello che produciamo, dobbiamo cercare di ridurre quanto abbiamo in casa. Abbastanza normale. Io ho tirato fuori un report del ‘90: ogni anno la funzione PAS faceva un report, in cui descriveva esattamente tutti i rifiuti che uscivano, tipologia di rifiuto, quantità di rifiuto, trasportatore, autorizzazione del trasportatore, destinazione finale di chi riceveva il rifiuto, con le autorizzazioni che aveva anche lui. Quindi non era una cosa gestita così. Ripeto, io nell’aprile ‘88 avevo fatto una prima procedura per la gestione dei rifiuti, che io ho qua, bella grossa; nel settembre dell’88, quindi subito dopo, ne facemmo un’altra, che praticamente era quella precedente, solo affinata, che poi credo che sia rimasta in vigore per molti anni. Questa quindi era la procedura di gestione dei rifiuti, cosa che io dovevo fare e che ho fatto: aprile ‘88 e settembre ‘88. Fatto questo, nel ‘90, noi inviammo circa 6.000 tonnellate di rifiuti vari alla discarica di Malcontenta, che era una discarica regolarmente autorizzata e di cui produrrò ovviamente l’autorizzazione; 150 tonnellate di amianto, le mandammo all’Ecolinea e alla Tecnoservizi; 30 tonnellate di oli esausti; 53 di materiale contaminato da PCB; 31 di fanghi oleosi; 39 di carbone esausto solo per parlare dei solidi e solo per dire che c’era uno sforzo di riduzione degli stoccaggi che c’erano, e certamente di non accumulare più niente. A fianco di questo, che era diciamo così se vogliamo chiamarla la routine che competeva, abbiamo fatto quegli interventi di carattere straordinario che io adesso citerei velocemente. Si è parlato, ma non troppo diffusamente, di questo, e sono i rifiuti clorurati. Nell’89 esistevano in tre aree dello stabilimento, il parco serbatoi TRTS e zona 56, alcune migliaia di tonnellate di rifiuti clorurati, che è una cosa molto grossa; erano stoccati in fusti metallici ed in alcuni casi erano un po’ in cattive condizioni. Erano stati accumulati fin dagli anni ‘70. Questo problema lo affrontammo, perché lo ritenemmo prioritario, reinfustando tutti questi fusti in nuovi fusti di polietilene da 220 litri, a tenuta ermetica, con delle procedure concordate con la Provincia; ristrutturammo un magazzino, che si chiamava Cipso1, di cui si è più volte parlato, per renderlo idoneo allo stoccaggio dei rifiuti reinfustati, sia dal punto di vista strutturale: pavimenti in pendenza, cunicoli di raccolta, spanti, areazione; sia da quello delle attrezzature: rilevamento di fiamma, rilevatore di fumo, rilevatore di idrocarburi totali; sia da quello procedurale: registrazione dati, modalità di stoccaggio fusti, modalità di accesso al capannone. Io credo che questo sia un esempio difficile da riscontrare da altre parti di un grosso stoccaggio di rifiuti tossico nocivi gestito in questo modo. Si vede in proposito il collaudo tecnico funzionale redatto dal professor De Faveri il 18 maggio ‘92; anche questo in allegato ovviamente. Non ci limitammo a reinfustare tutto, inviammo a termodistruzione, presso il forno della 3D in Francia, a San Vulbai, circa prima 200 nel ‘91 e poi altre 300 tonnellate negli anni ‘92 e ‘93. Questi furono mandati ad una società francese che poteva incenerire queste peci clorurate che erano solite, quindi non potevano andare al nostro forno. Fu inoltre avviata una sperimentazione per trattare peci clorurate in alternativa alla termodistruzione del rifiuto solido tal quale. Ne ha accennato anche l’ingegnere Gavagnin, cioè si trovava di trovare un sistema, avendo noi un forno, il CS28, per trattare i rifiuti clorurati, di renderli liquidi e poterle alimentare lì, perché erano talmente tante che anche al mondo non si potevano smaltire in anni, ci voleva tempo perché le disponibilità che ci davano di importazione erano modeste. Tutto questo discorso è costato circa tre miliardi e mezzo ed è stato gestito in piena trasparenza con la collaborazione e sotto la supervisione di tutte le autorità. C’è anche da evidenziare che in quel periodo la produzione di rifiuti clorurati e da parte degli impianti di produzione era praticamente inesistente; si faceva un po’ di produzione come si facevano le pulizie delle fogne, che inevitabilmente depositi di anni avevano portato delle sabbie. L’altro tema che fu ritenuto molto importante erano i rifiuti con il mercurio. I fanghi contenenti il mercurio, che derivavano sia dagli impianti di trattamento degli affluenti fluidi e gassosi, sia da pulizie varie dell’impianto cloro - soda, venivano collocati in un deposito temporaneo presso il reparto stesso a norma. Negli anni ‘87 ed ‘89 furono effettuate delle sperimentazioni per individuare un processo chimico che consentisse la soluzione di questo problema, cioè distillare il mercurio dal fango in pratica. Queste sperimentazioni furono avviate dai miei predecessori; noi provvedemmo, nel mio periodo, a costruire questo impianto. Nel periodo ’90 - ’92, l’investimento fu proposto nel settembre ‘89, quindi nel mio periodo; tale impianto ha richiesto un investimento di 1.600 miliardi ed è in grado di smaltire 110 tonnellate di fanghi mercuriosi, quindi in grado di risolvere con una tecnologia proprietaria nostra un grosso problema ambientale, perché i fanghi mercuriosi erano molto difficili da gestire; consentendo il recupero del mercurio, ma questo era secondario, che viene poi riciclato in impianto, quindi diventa un impianto nel complesso quasi a circuito chiuso. Credo che i rabbocchi di mercurio siano praticamente inesistenti. E declassamento a rifiuto speciale di quello che restava, ci si toglieva il mercurio. Anche questo impianto è stato collaudato dal professor De Faveri in data 5 novembre ‘92; e la documentazione relativa è agli atti. Mi preme ricordare che questo impianto aveva una capacità superiore alla produzione dei rifiuti che produceva l’impianto ogni anno, in maniera che si poteva togliere dal deposito che c’era lì a presso, ogni anno, una certa quantità di rifiuti venivano smaltiti, in maniera che in tre o quattro anni, due o tre anni, adesso non ricordo esattamente quanti, ci saremmo liberati e non avremmo più prodotto rifiuti con mercurio. Questa era una soluzione radicale al problema del rifiuto con mercurio, che è un problema annoso di tutti i cloro - soda. Ed credo sia il primo impianto, se non al mondo almeno in Italia di sicuro, ma credo anche al mondo, fatto così. Poi c’erano le morchie oleose, questi erano rifiuti meno pericolosi, di cui ha parlato l’assessore Mazzolin. Erano stoccati circa 8.000 fusti, quindi una quantità rilevante, vicino all’impianto AC1 nella zona del reparto ex AM10. Noi ci interessammo fin dal ’90 - ’91 di questi fusti che erano lì, erano cose che erano venute praticamente a crearsi a seguito di pulizia di serbatoi, ancora negli anni ‘70 etc., quindi erano morchie oleose, il fondo di serbatoi di olio combustibile per dire. Abbiamo prima provato ad inviare questi rifiuti a Monteco a Ferrara, ma il risultato non fu dei migliori. Nel marzo del ‘92, quindi molto prima di quando parlava Mazzolin nel maggio del ‘93, noi chiedemmo il finanziamento per lo smaltimento del rifiuto, per 525 milioni. Anche questa documentazione è tutta agli atti, è l’allegato G1. Nel novembre del ‘92 fu autorizzata la spesa da parte dell’azienda, della sede. Nel maggio ‘93 fu emesso l’ordine, perché non era facile trovare una ditta che smaltisse queste cose, alla ditta Eco Veneta da parte di Sarchem, che era allora l’approccio operativo per gli appalti di Enichem. Conclusione: quando io ho abbandonato lo stabilimento, nel maggio ‘93, c’era già l’ordine a questa ditta Eco Veneta di smaltire i rifiuti. L’assessore Mazzolin li ha visti nel momento in cui in effetti avevano già una destinazione finale. Vorrei parlare adesso dei fosfogessi. I fosfogessi li abbiamo trovati un po’ in giro dappertutto, è un annoso problema a cui credo di aver contribuito a dare una soluzione. Difatti nell’88 fu inaugurato, presso lo stabilimento Petrolchimico, presso l’impianto AS5, un impianto che consentiva la riconcentrazione dell’acido solforico di provenienza TDI. Questo acido solforico, poiché era un acido solforico che chiamerei sporco, pieno di impurezze, non aveva altra soluzione finale che quella di andare ad aggredire le fosforiti nell’impianto di agricoltura, per fare l’acido fosforico, e come risulta aveva i fosfogessi famosi. I fosfogessi non si sono più scaricati in Adriatico dall’autunno dell’88, proprio a seguito di un impianto che facemmo alla AS5, impianto tecnologicamente anche abbastanza complesso, perché è quasi tutto vetrificato per l’aggressività degli acidi che trattava. E quindi la costruzione di questo impianto di fatto consentì di risolvere l’annoso problema dei fosfogessi che prima erano stati scaricati un po’ dappertutto, per le varie discariche, e poi andavano a finire nell’Adriatico. Mi pare quindi che le accuse di essere stato inerte rispetto a questi grandi problemi siano abbastanza, come dire almeno dal mio punto di vista, giustificate. Credo di aver dato dimostrazione di aver affrontato questo problema con molta energia, con molta determinazione, certamente ho dovuto fare delle scelte di priorità. Credo che anche sui rifiuti, a distanza di anni, sono ancora convinto di aver operato bene e di aver scelto le cose che erano più importanti. Soprattutto nei due campi dei rifiuti del mercurio ed i fosfogessi, dove siamo intervenuti a monte, cioè abbiamo evitato che si producessero quei rifiuti. Da quel momento non ci sono più stati. Qualcosa ho sorvolato ma ho finito. Grazie.

 

Presidente: bene, la ringraziamo. Adesso il Tribunale ritiene che si possa proseguire con il controesame del dottor Chiozzotto.

 

Avvocato Alecci: posso chiederle Presidente, per favore, per le dichiarazioni del dottor Porta, cosa intende fare?

 

Presidente: tenuto conto che anche il Tribunale deve fare delle scelte di priorità, riteniamo di sentire prima i testi in controesame e da ultimo proseguire nelle dichiarazioni spontanee.

 

Pubblico Ministero: Presidente, finché si avvicina il teste dottor Chiozzotto, volevo comunicare al Tribunale ed ai presenti lo stato dell’accertamento a Berlino. Nel senso che ho ricevuto un fax dal laboratorio Emmepiù di Berlino in lingua inglese, la traduzione mi è stata consegnata poco fa. Leggo così la traduzione che mi viene indirizzata su questi esami di campioni di molluschi e pesci. Mi dice il laboratorio: "La contatto oggi perché abbiamo dei problemi relativamente allo svolgimento dell’esame sui campioni che lei ci ha mandato. Il nostro problema maggiore - ovviamente poi consegno la copia di quello che leggo anche in lingua inglese - è rappresentato dalle lunghe discussioni con i diversi consulenti. Nella nostra offerta numero 01/010 avevamo preso in considerazione del tempo supplementare per i consulenti, così come avevamo fatto quando abbiamo lavorato per lei cinque anni fa. Questa volta però è cambiato tutto, ora dobbiamo spiegare, discutere ogni passo da noi intrapreso con due o più consulenti ed i consulenti che vengono qui a Berlino alla Emmepiù cambiano ogni volta. Dobbiamo perciò cominciare daccapo ogni volta le discussioni. Tale comportamento richiede tempo e non è molto efficace ai fini del completamento del nostro studio. Oltre alle ore di lavoro del dottor Muller, che le abbiamo già messo in conto, vedasi fattura n. 01/2496, abbiamo avuto delle spese supplementari: 28 marzo, 29 marzo, 30 marzo. Riteniamo che avverrà la stessa cosa se incominciamo gli ulteriori esami mercoledì 4 aprile. Un altro fattore di discussione è rappresentato dai metodi analitici: esistono delle discordanze tra il dottor Racanelli e gli altri. Potrebbe essere così gentile da fare chiarezza immediatamente su questa situazione, giacché vorremmo dare inizio ai nostri ulteriori esami mercoledì 4 aprile. La prego di cercare di capire la nostra situazione e spero di avere presto sue notizie. Distinti saluti". Io ho girato e consegno la copia della missiva che ho girato poco fa al dottor Muller a Berlino, e per conoscenza anche al Presidente di questo Tribunale. Il mio testo era: "I metodi da utilizzare sono quelli già indicati nella missiva di incarico trasmessavi e comunque comunicati al Tribunale e alle altre Parti processuali sia il 23 febbraio 2001, sia il 6 marzo 2001". Riallego copia di quelle indicazioni, delle determinazioni, dei congeneris, etc., secondo quello che è stato consegnato. Ho mandato il testo a Berlino in lingua inglese. Chiedo che l’ufficiale giudiziario ne consegni copia al Tribunale, così può essere vista da tutti quanti.

 

Avvocato Mucciarelli: Presidente, se posso, anche noi avevamo avuto una comunicazione simile, che è un rapporto delle attività svolte al laboratorio Emmepiù, per le giornate del 28, del 29 di marzo, e del 30 di marzo, e la pianificazione dell’attività del 2 e del 4 aprile, con un’aggiunta, perché il laboratorio chiedeva di confermare che tra i committenti, così lo chiamano loro, del lavoro, oltre al dottor Felice Casson c’erano anche Enichem e Montedison, abbiamo dato conferma di questo. Per quello che riguarda la metodologia dell’analisi, abbiamo risposto che ovviamente le analisi e le metodologie erano quelle indicate nelle due come dire ordinanze, diciamo così, fissate dal Tribunale ed a quelle metodologie bisognava adeguarsi e che se si dovevano cambiare o modificare bisognava che fossero d’accordo tutte e tre le parti committenti diciamo così. Poi c’era un particolare molto banale, quello della richiesta da parte nostra dell’acquisizione, a cura ovviamente a spese proprie, del set completo dei risultati, cioè delle fotocopie di quello che veniva fatto. Ma questo è un problema burocratico, è la richiesta di una determinazione. Io direi che anche di questa documentazione do copia al Tribunale, abbiamo mandato una lettera in lingua italiana ed una traduzione in tedesco che deposito.

 

Pubblico Ministero: volevo solo chiedere una precisazione, perché il 28, il 29, il 30, per il Pubblico Ministero non c’era nessuno a Berlino. Ovviamente non ho i verbali, volevo chiedere: le determinazioni dei vari congeneri, campioni, etc., sono quelli di cui alle missive che sono state consegnate e depositate in Cancelleria? Volevo solo chiedere conferma di questo, visto che non ho visto...

 

Avvocato Mucciarelli: adesso a memoria non glielo so dire, direi proprio di sì, perché su quelli soltanto si sono basati.

 

Pubblico Ministero: quelli che sono praticamente i sei punti che erano stati depositati in Cancelleria a suo tempo, dando avviso all’avvocato Franchini ed all’avvocato Cesari?

 

Avvocato Mucciarelli: ho ragione di ritenere di sì. Se vuole, posso darle senza problemi, credo che l’avesse avuto anche lei, il report delle attività.

 

Pubblico Ministero: no, perché non c’era nessuno per il Pubblico Ministero.

 

Avvocato Mucciarelli: va bene, ovviamente le do la fotocopia di questo, le attività solo quelle indicate da lei credo.

 

Presidente: il Tribunale non può che prendere atto di queste osservazioni che fa il dottor Muller od il laboratorio del dottor Muller, per quanto riguarda le difficoltà nel progredire delle analisi, per delle divergenze che peraltro qui in aula non sembrano esserci. Cioè, mi pare che tutti siate d’accordo su quelle che sono le metodologie che sono state indicate, allora non capisco perché davanti al dottor Muller e/o ai suoi collaboratori poi invece ci siano i disaccordi che denuncia il dottor Muller. Io credo che ci sia un’esigenza innanzitutto di continuità, di identità dello stesso consulente. L’avevamo anche già sottolineato questo. E` chiaro, se ci va un consulente che non è consapevole dell’attività che è stata fatta precedentemente, questo viene ad incidere sul progredire delle analisi, le ritarda o le può ritardare indubbiamente, questo è un inconveniente a cui voi dovete in qualche modo porre un qualche rimedio. Per quanto riguarda, ripeto, le modalità, le metodologie, se siete d’accordo, andate avanti. Se il giorno 8 saranno pronte queste analisi, il Tribunale le raccoglierà; altrimenti prenderà atto che non ci sono analisi convergenti. Pazienza, cosa volete che vi dica!

 

Avvocato Mucciarelli: Presidente, per quello che risulta me, per parte Montedison, è sempre stato presente il professor Facchetti, tranne i primi due giorni, ma era soltanto un problema di preparazione, c’erano il dottor Del Carro ed il nostro collega professor Palliero che era andato a vedere più o meno di che si trattava, e la dottoressa Nasci. E` poi sempre stato presente il professor Facchetti; nei prossimi giorni sarà presente il professor Degetto, ma si scambierà con Facchetti in modo che si passino le consegne, quindi per parte nostra credo di poter escludere che ci siano problemi di riferimento. Ci sono, ma credo che sia normale in questo tipo di situazioni, come dire propensioni a cercare di fare un tipo di analisi più vicina a quella che era stata fatta; noi invece riteniamo che non ci sia nessun problema, si svolgerà secondo quelle che sono le indicazioni che ha dato il Tribunale, o meglio che il Tribunale ha consacrato sulla base di quell’accordo. Ci metteranno un giorno in più, due giorni in più, ma vedrete che per l’8 di maggio avremo i risultati e li discuteremo. Non credo ci siano grandi problemi. Tutto qui.

 

Pubblico Ministero: Presidente, solo per la chiarezza, allora, perché non vorrei che si parlasse di due documenti diversi. Io faccio vedere questi sei punti che erano stati depositati in Cancelleria, per sapere se sono quelli o se parliamo di due cose diverse. Se l’ufficiale giudiziario vuole consegnare il testo che è stato consegnato al Tribunale adesso dall’Avvocato Mucciarelli, così vediamo; perché magari, senza modificarli, poi magari parliamo di due cose diverse. Presidente, siccome mi sembra strano che ci siano divergenze, per questo vorrei capire se ce ne sono e vedere il testo scritto, se no non si capisce. Perché io citavo, in questa missiva che ho mandato oggi al dottor Muller, e per conoscenza al Presidente di questo Tribunale, diciamo l’offerta, visto che parliamo in questi termini, indirizzata in vari laboratori, Bolzano, Firenze, etc.; l’atto depositato il 23 febbraio 2001 aveva appunto per semplicità messo insieme tutti questi criteri di determinazione che erano stati depositati in Cancelleria per tutti quanti. Su questi criteri, su questa indicazione di indagini e di accertamenti, poi era stata formulata l’offerta dai vari laboratori. Questa mezza pagina poi che indica le determinazioni dei vari criteri era stata depositata varie volte in Cancelleria del Tribunale e mandata alle Parti, tra cui appunto il 6 marzo 2001. Ora, se è questa, non so.

 

Presidente: vorrei avere una risposta, ci sono delle osservazioni sui criteri, o vi è convergenza, consenso?

 

Avvocato Mucciarelli: guardi Presidente, secondo quello che è il mio ricordo, questa è la base su cui stanno lavorando in Germania. Sto scorrendo il report di quello che hanno fatto il 28, il 29, il 30, non mi pare che ci siano particolari problemi né divergenze; anche le richieste aggiuntive che trovo in questo fax, nel report dell’Emmepiù, non contiene cose che saranno probabilmente problemi, discussioni di dettaglio, ma che modifichino questo. Semmai, l’unico punto che posso leggere, ma non credo che sia un problema che può interessare al Tribunale, è sostanzialmente così congegnato, è una domanda dei signori del laboratorio: "Avendo la presente campagna di analisi lo scopo di verificare i risultati ottenuti dal laboratorio del dottor Racanelli e non le metodologie analitiche utilizzate a Venezia, si richiede al laboratorio Emmepiù - cioè loro stessi - di applicare i metodi ritenuti più idonei. Qualsiasi modifica delle loro metodologie dovrà essere preventivamente concordata ed approvata dal laboratorio e dalle altre parti committenti". Cioè a dire, quello che è stato chiesto di determinare è l’elenco che ha richiamato il dottor Casson, come farlo; l’Emmepiù dice: lo faccio secondo le mie metodologie. E dice: se mi chiedete delle metodologie diverse, io posso anche farlo, però bisogna che vi mettiate d’accordo tutti e tre. Questa mi pare una cosa assolutamente ovvia ed evidente. Non so se mi sono spiegato, mi pare che non ci siano problemi.

 

Presidente: si è spiegato.

 

Pubblico Ministero: voglio dire che non mi è molto comprensibile la divergenza, perché sono stati indicati tutti i metodi EPA, con i vai numeri, etc.; non capisco dove sono i problemi.

 

Avvocato Mucciarelli: scusi, prendiamo il primo punto: "Determinazione dei 17 congeneri, etc.".

 

Pubblico Ministero: "Metodo EPA 1613B/94". Quello è un metodo che è consacrato in manuale.

 

Avvocato Mucciarelli: certamente. Lei sa però che per fare, se vuole basta scorrere quello che hanno fatto il 29 marzo, ci sono diverse pratiche concrete. Allora, ogni laboratorio ha la sua, tanto che per esempio sappiamo che l’Emmepiù chiede che un certo tipo di attività venga fatta senza la presenza di nessuno dei nostri consulenti, né i suoi né i nostri. Perché evidentemente c’è un know-how operativo il cui segreto loro vogliono mantenere, pure all’intorno della metodologia. Se le discussioni sono su questi punti, credo che non sia un problema nostro.

 

Presidente: questi dettagli, scusate, abbiate pazienza, sono esigenze del laboratorio. Va bene, prendiamo atto, abbiamo capito perfettamente. Ribadisco che delle analisi noi ne discuteremo, delle analisi fatte o non fatte il giorno 8, basta.

 

Pubblico Ministero: sul punto, un’ultima cosa. Deve venire anche il dottor Muller, l’8 maggio?

 

Presidente: io direi che sarebbe opportuno, nel caso che il dottor Muller fosse chiamato a dare spiegazioni di eventuali divergenze che vi possono essere state e sui metodi che ha usato nelle analisi insomma. Potrebbe essere utile, visto che le analisi le effettua con il suo laboratorio sotto la sua responsabilità. Bene, procediamo al controesame del dottor Chiozzotto.

 

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - CHIOZZOTTO ERMINIO -

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Una questione molto semplice, volevo chiedere al dottor Chiozzotto innanzitutto sui dati che sono stati presentati e che sono stati curati da Enichem, volevo chiedere se lui, come Comune di Venezia, è in possesso degli esiti di tutte le analisi, anche delle ultime che sono state effettuate. Perché dalla documentazione mi pareva vi fosse una riserva per un certo numero di dati.

RISPOSTA - Noi abbiamo, sembra un gioco di parole, tutte le analisi che Enichem ci ha prodotto. Non mi pare che Enichem, che io sappia, abbia prodotto altre analisi ad enti diversi da quello del Comune, pertanto le descrizioni, le illustrazioni, etc., etc., si basano, almeno per quello che ne so io, nell’universo dei dati che Enichem ha prodotto a seguito dell’accordo di programma della chimica, assemblati a dati precedenti legati all’applicazione dell’articolo 17 del decreto legislativo 22. Cioè, vale a dire l’articolo 17, che dava a suo tempo, nel ‘97, poteri al sindaco in materia di controllo, o meglio di bonifica dei siti contaminati.

DOMANDA - Vediamo se riesco ad essere un po’ più preciso. In una relazione di Aquater S.p.A. ad un certo punto, a foglio mi pare 35 di 92, il foglio è Consorzio Basi Ambiente Aquater, laddove parla dei risultati in relazione 03, si fa una riserva in relazione - è un esempio questo - a 76 campioni di acque prelevate da falde tramite piezometri. Questo documento parlava appunto di questi dati che sarebbero stati trasmessi. Volevo sapere se a voi sono stati trasmessi con i commenti dovuti ovviamente?

RISPOSTA - Oddio, questo non lo so.

DOMANDA - Se sapeva almeno che c’era questa riserva su 76 campioni di acque di falda?

RISPOSTA - Non sapevo che c’era questa riserva dei 76 campioni di acqua di falda.

DOMANDA - Comunque è a pagina 35 di questo contratto che ho citato di Aquater; eventualmente li produrrò io questi dati. Un’altra cosa, ma credo che eventualmente posso lasciare la domanda al difensore di Parte Civile Comune di Venezia, volevo chiedere l’esito degli accertamenti di tipo aerofotogrammetrico sulla zona Canale Industriale Sud: cos’è emerso sul fatto della data di costruzione di questo canale rispetto al fatto che esistessero già delle discariche laddove è stato fatto lo scavo del canale?

RISPOSTA - Ecco, presa visione delle fotografie, immagini aerofotografiche a disposizione e datate, risulta che il canale è stato costruito nell’anno ’60 - ’61 - ‘62; che insiste sul lato destro guardando la Laguna su un canale già esistente. E quindi praticamente, per semplificare il discorso, è una ricalibrazione estremamente importante di un pezzo di canale che dalla Laguna arrivava fino al Canale Bondante, per poi piegare verso sud - ovest in quella che poi diventa la darsena sud, cioè la darsena del Canale Industriale Sud. La parte che sta ad est del Bondante, dalle fotografie che sono qua, ne ho una, posso?

 

Presidente: prego.

RISPOSTA - Qui la vedo solo io, ma comunque...

 

DOMANDA - La mostri al Tribunale quanto meno.

RISPOSTA - E` una foto un po’ piccola. Questo è il canale che dicevo, chiamiamolo preesistente; sul lato nord di questo canale è stato ricalibrato e quindi costruito il Canale Industriale Sud, che piega in questa direzione e cioè in direzione ovest o sud - ovest in sostanza, in maniera tale che la darsena del Canale Industriale Sud insiste grossomodo in questo ambito, che è campagna.

DOMANDA - Comunque, tanto per dare un’indicazione...

RISPOSTA - Infatti, com’è stato detto, tutta la parte che sta ad ovest del Canale Bondante era campagna fin da tanto tempo insomma. Se noi andiamo a guardare invece ad est del Bondante, laddove ci doveva essere la Laguna, noi abbiamo che una certa parte, che poi è stata interessata dallo scavo del canale, figura ancora caratterizzata da ghebi, da canali, da velme e barene. Mentre la parte più vicina, chiamiamola così alla Laguna, guardando bene, si nota che questa parte cinturata sembra, dalla fotografia, interessata da materiali liquidi che sono stati riversati in quest’ambito, che è praticamente una cassa di colmata; infatti questo colore bianco che si vede e con grande evidenza avvicinandosi sotto il colore bianco si vede tutta la rugosità, le caratteristiche, etc., di questi canali, chiamiamoli canali, chiamiamoli ghebi, queste intersezioni, etc., che vanno a caratterizzare l’ambiente barenicolo. Quindi, se a questa immagine vado a riconsiderare un’altra immagine, che è più piccola, dove si vede lo scavo del canale, noi vedremmo che - e qui si vede ancora meno - comunque aperto, ricalibrato il canale preesistente, dopo aver creato la darsena sud, perché hanno cominciato a scavare dalla darsena sud per andare poi verso la Laguna, si vede che il materiale che viene scavato per ricalibrare questo canale, quindi creare il Canale Industriale Sud, viene refluito in questa cassa di colmata. Questa cassa di colmata che si vede alterata diciamo così dall’immissione dei materiali che vengono scavati per la creazione di questo canale. Questi ghebi, queste barene, scompaiono sotto ad un materiale biancastro, rimanendo invece in piedi questa struttura che è una fabbrica, un’industria, un deposito preesistente, che viene quasi raggiunto, anzi viene raggiunto da questi materiali che sono stati refluiti in questa zona. Cioè, vale a dire: il materiale in questa zona non sembra portato con camion; sembra refluito come torbida, con quelle tecniche che venivano normalmente impiegate in gronda lagunare, com’è stato fatto per esempio il San Giuliano, come sono state fatte altre aree che, refluendo materiale liquido, il quale materiale liquido era vettore di materiale solido sospeso, questo materiale liquido rimanendo in una cassa di calma, in un vaso di calma chiamiamolo, sedimentava il materiale solido sospeso, rifluendo più o meno chiarificato, per l’efficienza, doveva essere abbastanza chiarificato, nel corpo d’acqua lagunare. E così via. Quindi il succo del discorso...

DOMANDA - Si può dire in conclusione che lì c’era già un canale e che è stato seguito il corso di quel canale?

RISPOSTA - E` stato seguito il corso di quel canale fino a qui, fino al Bondante.

DOMANDA - Fino alla prima curva.

RISPOSTA - Poi lo scavo ha seguito questo canale, che era preesistente, che è stato creato però in un certo momento; si inclina verso ovest/sud - ovest, per arrivare in questo sito dove si vede lo scavo della darsena chiamiamola così di evoluzione, del bacino di evoluzione del Canale Industriale Sud. E qui finisce il discorso. Quindi una parte è in ambiente barenicolo, dove ci sono delle prove di rifluizione di torbide; ed una parte invece in terreno agricolo, dove non c’è nessuna evidenza di discariche o quant’altro.

DOMANDA - Io per il momento non ho altre domande.

 

Avvocato Vassallo: mi scusi, la data di quella aerofotografia?

RISPOSTA - Questa aerofotografia purtroppo non ha data, però se noi guardiamo quello che rappresenta, io vedo che c’è il cavalcavia di San Giuliano, quindi vuol dire che questa immagine è stata fatta dopo la costruzione del cavalcavia di San Giuliano. Il cavalcavia di San Giuliano è stato fatto nel ‘59, giù di là, quindi è un’immagine che è immediatamente prima dello scavo del Canale Industriale Sud; guardandola, si vede che tutta l’area industriale è interessata da movimenti.

 

Avvocato Vassallo: e le altre fotografie che lei ha utilizzato?

 

DOMANDA - Le altre fotografie, queste sono degli anni ‘61 e ‘62.

 

Avvocato Vassallo: quindi si notano le stesse...

RISPOSTA - Sì, si nota...

 

Avvocato Vassallo: l’evoluzione del canale, in pratica?

RISPOSTA - Qui c’è un’evoluzione del canale che, evidentemente, qui siamo allo stato zero, quindi qui il canale non c’è.

 

Avvocato Vassallo: posteriori a quella fotografia grande?

RISPOSTA - Sì. Immediatamente successiva.

 

Avvocato Vassallo: Presidente, noi produrremo questa che chiamiamo fotografia grande e le successive più piccole che sono degli anni successivi.

 

Avvocato Santamaria: Presidente, innanzitutto le chiedo l’autorizzazione a far sì che le domande di controesame siano poste direttamente dal mio consulente, il dottor Colombo, che ha svolto questi accertamenti e queste ricerche sul campo, potendosi avvalere di fotografie che proietteremo e mostreremo al dottor Chiozzotto. Spero che non ci siano opposizioni, questo è utile per la comprensione di tutti.

 

Avvocato Vassallo: Presidente, chiedo scusa, non è che io voglia fare opposizione; faccio notare a) che il dottor Chiozzotto è un teste e non un consulente.

 

Avvocato Santamaria: beh, su questo potremo discutere a lungo!

 

Avvocato Vassallo: b), che quando si è trattato di fare dei controinterrogatori, a chi le parla è stato impedito di far fare le domande direttamente dai propri consulenti.

 

Avvocato Santamaria: non è vero, non è mai stato impedito da nessuno.

 

Avvocato Vassallo: quindi prepararle e leggervele senza capire.

 

Presidente: sentite, se ci sono queste divergenze e queste opposizioni, le faccia lei direttamente, mi dispiace Avvocato. il controesame va fatto dalla Difesa.

 

Avvocato Santamaria: siamo arrivati alla fine del processo, potrebbe essere l’ultima udienza; queste risultanze sono nuove e gli accertamenti sono stati compiuti in campo dal dottor Colombo e dal dottor Bellucci; mi stava a cuore che le domande fossero più puntuali, tecnicamente più appropriate di quanto avrei potuto fare io. Potrei rimandare a relazioni scritte successive, faremo anche questo, ma mi pareva che fosse più utile per tutti consentire. Anche perché potremo usare lo strumento del confronto a rigore, visto che il consulente e il teste hanno detto cose diverse tra loro, potremmo ammettere un confronto su questo tema. Questo processualmente è plausibile, è possibile.

 

Avvocato Vassallo: no, tra consulente e teste direi proprio di no.

 

Presidente: andiamo avanti, coraggio, faccia le domande Avvocato Santamaria.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

DOMANDA - Innanzitutto debbo dire che non farò domande sulla relazione Aquater, per due ragioni. Innanzitutto perché depositeremo una nostra consulenza; la relazione Aquater riguarda temi che non sono strettamente pertinenti all’oggetto delle imputazioni, perché non riguarda le discariche oggetto dell’accusa ma riguarda altro. Non per questo faccio opposizione, dico che i nostri consulenti prepareranno una memoria su questo tema, quindi non farò domande su questo punto. Vorrei fare domande allora affrontando il tema del Canale Sud dopo; volevo fare altre domande legate ad alcune domande che avevo posto al dottor Chiazzotto alla scorsa udienza. Innanzitutto il documento a cui faccio riferimento è il rapporto definitivo analisi del rischio seconda fase Comune di Venezia, area 43 ettari, località Malcontenta. Alla scorsa udienza sorta una controversia su un passaggio che io avevo erroneamente attribuito allo studio di un consulente, società di consulenza inglese, relativo al fatto che l’area era stata colmata in tempi diversi, durante i primi anni ‘20 e negli anni ‘60. Ora, questa frase che avevo indicato espressamente, è in realtà contenuta nel documento del Comune, cioè nel documento Comune di Venezia, rapporto definitivo analisi del rischio, seconda fase. La rileggo: "L’area è stata colmata in tempi diversi, durante i primi anni ‘20 e negli anni ‘60. L’area è stata usata come discarica incontrollata e vi sono stati depositati materiali vari provenienti da altre zone industriali di Marghera". E` quindi una rettifica: non è un documento di quel consulente inglese di cui si è parlato l’altra volta ma un documento del Comune di Venezia. Lei ricorda questo punto?

RISPOSTA - Questo documento io non lo conosco; sarà stato un documento presentato dai lavori pubblici, comunque quello che c’è scritto...

DOMANDA - No, mi scusi, Comune di Venezia.

RISPOSTA - Ma io non sono tutto il Comune di Venezia, io sono responsabile di un apparato del Comune di Venezia. Comunque, al di là di quello che c’è scritto in quel documento, nel 1920 là non c’era una discarica e non lo era neanche nel 1940.

DOMANDA - Dottor Chiozzotto, era solo una precisazione mia: questo passo l’ho trovato in un documento del Comune di Venezia.

RISPOSTA - Ed io preciso: non l’ho scritto io quel documento.

DOMANDA - Questo documento però è inviato a lei.

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Dottor Erminio Chiozzotto, settore ecologia, sede; 1 settembre 1999.

RISPOSTA - Non l’ho scritto io.

 

Presidente: sì certo, ma lei condivide il contenuto?

RISPOSTA - Non lo condivido. Sto insistendo nel dire che nel 1920 quell’area non era minimamente interessata da discariche.

 

DOMANDA - Ma non parla di discariche il documento, mi perdoni. L’area è stata colmata. Lo rileggo un’altra volta.

 

Presidente: lo rilegga, per cortesia.

RISPOSTA - "L’area 43 ettari è situata in una zona di Porto Marghera conosciuta come area C, area di produzione alluminio ed energia. E’ delimitata a nord/nord - ovest dal Canale Industriale Sud; ad est si trova un deposito di sostanze chimiche e petrolchimiche. L’area è stata colmata in tempi diversi, durante i primi anni ‘20 e negli anni ‘60. L’area è stata usata come discarica incontrollata e vi sono stati depositati materiali vari, provenienti da altre zone industriali di Porto Marghera". Questo nel passo che avevo letto alla scorsa udienza, attribuendolo erroneamente ad un documento di una società di consulenze; in realtà è un documento del Comune di Venezia. Io insisto allora nel dire che, esaminando gli IGM nei diversi anni, partendo dal 1800 e qualche cosa, l’area ad ovest del Canale Bondante, che è quella linea che attraversa, quella poligonale è il Canale Bondante, non risulta oggetto di operazioni di imbonimento con l’impiego di materiali ascrivibili ad attività di qualsiasi tipo. Peccato, non mi sono portato dietro tutta la raccolta dell’IGM, ma so che ce ne sono diverse, si arriva fino al 1940, con un salto poi al 1965, giù di là. Comunque, fino al 1940, quindi dopo il 1920, dalla lettura di quelle carte, non figura, non vedo questo fatto, di questo imbonimento, soprattutto imbonimento. Perché imbonimento non ci poteva essere, perché lì la barena, vale a dire Laguna, è da centinaia e centinaia d’anni che non c’è. Adesso io non so quando abbiano costruito il Bondante, ma non vorrei sbagliarmi che già dal 1300 la Laguna in quell’area non c’era.

 

DOMANDA - Non credo che ci siano problemi, non è una contestazione. Io ho solo fatto una rettifica, anche perché fosse chiaro da quale documento avevo tratto il passo che avevo letto. Null’altro. Vengo ad un altro tema, e ripeto traggo queste informazioni, adesso le frasi che leggerò, sempre da questo documento del Comune di Venezia, analisi dei rischi. Il tema che tratto adesso riguarda la valutazione dell’interscambio tra falda e Canale Industriale Sud. Ora io le leggerò alcuni passi contenuti in questo documento e poi le domanderò che cosa ne pensa lei, cioè se la sua funzione di funzionario del Comune coincide con quella del documento del Comune, oppure se c’è una divergenza, sempre legittima e sempre ammissibile. A pagina 88 di questo documento si dice: "Per quanto concerne gli apporti - stiamo parlando del trasferimento da falda a canale - di IPA cancerogeni e non da parte della prima falda essi sono assolutamente trascurabili rispetto al contributo dovuto all’erosione superficiale, pertanto verranno eliminati dalla presente analisi. Anche i metalli provenienti dalla prima falda non costituiscono un serio rischio per la salute umana, è il biota; ad esempio in rapporto ai 200 grammi annui di alluminio per cinque anni corrisponde ad un accumulo potenziale massimo nei sedimenti del Canale Industriale Sud di 05 un milligrammo chilo. Valori intorno a questo ordine di grandezza non costituiscono un pericolo né per la salute umana né per il biota acquatico". A pagina 105 si ribadisce il medesimo concetto: "La prima falda non sembra apportare in Laguna Canale Industriale Sud quantità di sostanze inquinanti tali da procurare un serio rischio per la salute umana". Ancora, capitolo 6, pagina 2 di questo documento: "Esiste una possibilità - ora sta parlando dei fanghi rossi - che rilascino alcuni inquinanti nella falda o nelle falde immediatamente a contatto. Tuttavia, come già accennato, i livelli di inquinamento della prima falda non costituiscono un potenzialo pericolo in un’ottica di contaminazione delle acque lagunari". Se mi consente, anche se mi rendo conto che è un documento che forse lei non conosce, ma potrebbe invece conoscerlo, faccio riferimento al documento progetto definitivo relazione tecnica, Ministero Lavori Pubblici, Magistrato alle Acque, nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia, del giugno 2000, ove è detto, a pagina 11, a proposito della prima falda: "Il moto di tale falda è talmente contenuto da poterla di fatto ritenere immobile". La domanda che allora le pongo è se queste frasi, che rispecchiano la valutazione contenuta in questo documento, corrispondono anche agli accertamenti da lei eseguiti o alla sua valutazione?

 

Avvocato Vassallo: chiedo scusa, signor Presidente. Dal documento che adesso cita il collega, leggo innanzitutto che questo è un documento che riguarda, dalla lettera accompagnatoria al dottor Emilio Caldotto, da parte dell’ingegner Vento lavori pubblici, si tratta di indagini sul rischio dell’area, riferisce all’area denominata 10 ettari e non la 43 ettari.

 

DOMANDA - E` una parte dell’area 43 ettari, non c’entra nulla questo.

 

Avvocato Vassallo: è la lettera accompagnatoria.

 

DOMANDA - Sì, ma è una parte della 43 ettari, come le spiegherà bene il dottor Chiozzotto adesso; non stiamo parlando d’altro, stiamo parlando della area 43 ettari, dei 10 ettari che sono stati bonificati o messi in sicurezza. Stiamo parlando della falda sottostante l’area 43 ettari. Non è così?

Presidente: risponda?

RISPOSTA - L’hanno messa in sicurezza quell’area, hanno fatto un cheb di tutta quanta l’area di 12 ettari in maniera tale che tutto ciò che andava a caratterizzare lo stato di contaminazione di quei 12 ettari, che è caratteristica di altri 10 vicini, ma non come ho detto l’altra volta tutta la parte nord che è completamente diversa, è stata messa in sicurezza. Perché è stata messa in sicurezza? E` stata messa in sicurezza perché l’autorità che tutela l’ambiente...

DOMANDA - Mi perdoni, lei è teste ed ha il dovere di dire la verità. Ora, l’area è stata messa in sicurezza, soprattutto, quasi esclusivamente, per fronteggiare il pericolo di erosione, che nel documento che ho letto è continuamente indicato come l’unico vero pericolo per il Canale Sud, o no?

RISPOSTA - Qui non c’è un’immagine: l’area dei 10 ettari è nella parte opposta del Canale Industriale Sud, eccola là; è orientata... quindi la parte nord è la parte che si affaccia al Canale Industriale Sud; la parte sud è quella invece prospiciente a via dell’Elettronica, mi pare si chiami così. La parte bonificata è l’angolo sud - est di quel trapezio disegnato. Non ha niente a che vedere quindi con l’erosione lagunare, perché l’erosione lagunare è nella parte completamente opposta.

DOMANDA - Il documento che io le ho letto fa parte al pericolo di erosione. I passi che io le ho letto, rispetto al problema della comunicazione tra falda e canale, corrispondono alla realtà, o no?

RISPOSTA - Adesso io non riesco più a capire la domanda. Un momento fa mi ha detto che l’opera che noi abbiamo eseguito era per evitare l’erosione nei confronti del Canale Industriale Sud; io le dico no, l’opera che è stata eseguita era per eliminare gli effetti negativi che i materiali giacenti su quell’area potevano dare luogo all’intorno. Questo il motivo, altrimenti non si faceva un confinamento. Il confinamento si fa per evitare che l’acqua, vista come vettore, possa portare degli analiti da un punto ad un altro. Si cintura l’area, l’analita che può essere trasportato viene immobilizzato. Questo lo si fa ovviamente nella presunzione che quell’analita sia mobile. Se quell’analita non si muove, io non riesco a capire come mai l’organo amministrativo di tutela approvava od ha approvato un’opera del genere; altrimenti sarebbe un puro esercizio non so di che tipo. Non so se riesco a spiegarmi.

 

Presidente: mi scusi, se l’acqua che mobilizzerebbe diciamo questa parte che è stata così conterminata da dove proverrebbe?

RISPOSTA - L’acqua.., praticamente sono gli acquiferi, c’è un acquifero superficiale, ci può essere un acquifero più profondo. Vengono creati dei diaframmi plastici impermeabili, che vengono incernierati sullo strato impermeabile, alla profondità che si vuole, al fine di isolare quella porzione di territorio con la falda, con le acque che caratterizzano quella porzione di territorio, isolarla dall’intorno, immaginando che l’inquinamento che sta nel riporto possa contaminare le acque sottostanti; e che le acque sottostanti, pur con movimenti lentissimi, diciamo limite tendente a zero, ma comunque non è zero, l’acqua si muove, possano in qualche misura diventare vettori che da questi inquinanti, che da movimenti verticali, possono poi orizzontalmente interessare un intorno. E` stata fatta questa operazione, che voleva essere un’operazione sperimentale, al fine poi di allargarla a tutti i 23 ettari, in quanto ovviamente qualcuno ha ritenuto che la situazione dei 23 ettari, caratterizzata da un fondo di fanghi di bauxite, con sopra un orizzonte di nero fumo, potesse costituire danno o nocumento all’ambiente all’intorno. Mi pare quindi che ci sia la risposta in questo. Altrimenti nessuno avrebbe finanziato, autorizzato, ammesso, progettato, etc., un’opera del genere.

 

DOMANDA - Sì, mi perdoni, ma è vero o non è vero che in un documento intitolato proprio valutazione del rischio, rapporto finale area 43 ettari...

RISPOSTA - Non l’ho scritto io.

DOMANDA - Sì, ma è vero o non è vero che è scritto che l’apporto di contaminanti dalla falda al Canale Sud non costituisce un pericolo né per la salute umana né per il biota acquatico?

RISPOSTA - Che sia pericoloso per la salute umana io non lo posso dire perché non sono un igienista; che sia pericoloso per il biota acquatico non lo posso dire, perché non sono un esperto di idrogeologia lagunare. Dico solo che chi ha scritto quella cosa si assume le responsabilità di quello che ha scritto. Non ho scritto io quelle cose! Io dico soltanto che se una falda risulta inquinata e la legge dice che bisogna intervenire per o disinquinarla, cosa che è improbabile, od evitare che la falda si comporti da vettore di inquinamento, tutto il resto sono delle aggravanti, dei motivi in più per fare. Non so se riesco a spiegarmi. Il fatto che la falda sia inquinata è condizione sufficiente per dover intervenire. Se poi ci sono delle altre cose, gli igienisti diranno che quell’acqua bevuta, utilizzata, etc., etc., può recare danno a chi la usa, a chi la utilizza, etc., etc..

 

Presidente: perfetto, ha dato una risposta.

 

DOMANDA - Sulla questione del Canale Sud depositeremo una relazione con delle fotografie, perché è una questione altamente tecnica; io non sono stato in sito, quindi ci difenderemo in quest’altro modo. Produrremo una relazione con delle fotografie, Poi il dottor Chiazzotto potrà prenderne visione ed eventualmente dire quello che ne pensa.

 

Presidente: volete mostrare le fotografie, ne avete qua di fotografie?

 

DOMANDA - Sì, le abbiamo.

 

Presidente: allora le mostri, il suo consulente lo può utilizzare per mostrare al dottor Chiozzotto delle fotografie e, in base a quelle fotografie, fare poi le domande. Nessuno le ha negato questo. Stiamo parlando di questo, rinviare ancora una volta, una conclusione.., cerchiamo di definire tutti quegli aspetti che possono essere controversi attraverso un esame il più completo possibile.

 

DOMANDA - Lei conosceva questa mappa del 1902?

RISPOSTA - Sì, fa parte dell’IGM del 1902.

DOMANDA - L’area del Petrolchimico è quella segnata in rosso?

RISPOSTA - Direi di sì.

DOMANDA - Andiamo alla foto successiva. Lei vede nella foto il canale a cui faceva riferimento prima?

RISPOSTA - Sì, è quella linea più o meno che è più scura di qua e più chiara di là, insomma quella linea trasversale che dal Bondante va verso sud - est.

 

Presidente: è quella che viene adesso indicata dalla freccia che si sta muovendo?

RISPOSTA - Sì.

 

DOMANDA - Vorrei che mostrassimo adesso al teste che l’area della cassa di colmata, di cui ha parlato lui, corrisponde all’area della cosiddetta convenzione Levi, che noi abbiamo depositato al Tribunale, convenzione tra il Magistrato alle Acque ed il proprietario dell’area, nella quale si stabiliva che quell’area sarebbe stata depositata come deposito dei rifiuti. Dottor Alberti, lei è in grado di mostrare questa foto? Adesso mostreremo una foto da cui risulta la coincidenza tra l’area di cui parlava il dottor Chiozzotto e l’area indicata negli allegati alla convenzione Levi che abbiamo depositato, quindi la corrispondenza tra l’area del deposito dei rifiuti e l’area dove poi è stato scavato il Canale Sud. Eccola qui, è questa.

RISPOSTA - Posso interloquire, deve dire qualcosa?

 

Presidente: certo.

 

RISPOSTA - Dall’immagine che io ho qui nel computer...

 

Pubblico Ministero: scusi, è quella che c’è anche sullo schermo?

RISPOSTA - No, non è quella.

 

Pubblico Ministero: bisognerebbe allora farla vedere a tutti, se no non riusciamo a capire.

RISPOSTA - E` un’aerofotografia, numero 3, comparti 59 – 60 - 61, è del 1956. Eccola. Adesso è sparita dal mio computer, comunque è là. La domanda è stata: il Canale Industriale Sud è stato scavato all’interno di una discarica? Se io guardo quell’immagine, ma meglio nell’immagine che veniva nel monitor del computer, io vedo una cosa. E vale a dire: la parte a nord, lì è molto bianca, ha un determinato aspetto; la parte sud, quella lungo il canale, quella linea nera, etc., ne ha un altro. Il discorso del contratto con Levi, ne abbiamo parlato anche l’altra volta, non ho fatto il nome di Levi per rispetto del personaggio, ma comunque qualcuno l’ha nominato. Sappiamo anche cosa dice quel contratto, dice: "Fino ad un metro e cinquanta rispetto allo zero marino, apporto di materiali provenienti dalla prima zona industriale". Il fatto non implica necessariamente che tutta l’area Enichem, chiamiamola così, sia stata interessata necessariamente dal... Infatti insisto, quando disporrete di questa foto, ma comunque visto che voi mi mostrate le vostre, venite a vedere anche le mie, se io guardo la foto che ho davanti, vedo sì che c’è un’immissione di qualche cosa sull’area, ma non è l’immissione come dicevo prima di una discarica; per me la discarica è una cosa, ed una cassa di colmata è un’altra cosa. La discarica è quel sito dove dei materiali via terra normalmente vengono portati per un recupero altrimetrico prefissato, etc., etc., con una logica, che è la logica di chi ha fatto il progetto del recupero; la cassa di colmata è un qualcosa, una porzione di Laguna conterminata nella quale si buttano delle torbide per recuperare quell’ambito prima lagunare per farlo diventare un ambito terrafermiero, un qualche cosa. Quindi io dico...

 

DOMANDA - Mi scusi, ma queste torbide possono essere fanghi rossi? Io non so se lei è stato nel luogo, è stato sul Canale Sud, perché sul Canale Sud i fanghi rossi affiorano dappertutto.

RISPOSTA - Sì, ci sono dei fanghi rossi.

DOMANDA - Queste torbide di cui parla lei, potrebbero anche essere fanghi rossi?

RISPOSTA - Ragioniamo in questa seconda maniera...

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa, intervengo e faccio opposizione sulla premessa, sia perché poco fa l’Avvocato Santamaria ha detto che lì non è mai stato; sia perché io che sono stato ho visto che non è vero che dappertutto ci sono i fanghi rossi. Sulla premessa quindi faccio opposizione.

 

Presidente: va bene, ha fatto per ipotesi, possono essere fanghi rossi, visto che comunque all’intorno ci sono anche dei fanghi rossi?

RISPOSTA - Allora, in sistemi lenticolari, a macchia di leopardo, fanghi rossi li abbiamo fino al villaggio San Marco, quindi nulla mi vieta di pensare, anzi sono portato a pensare che fanghi rossi li trovo anche sotto il sedime dell’Enichem. Però un discorso è macchie di leopardo, un discorso è una discarica ottenuta con... Se io confronto, e torno al discorso della cassa di colmata ed al discorso di una discarica, se io confronto la cassa di colmata anomala dei 43 ettari.., perché dico anomala: perché era già un ambito terrafermiero di campagna, dove sono stati fatti degli argini e dentro questo ambito venivano immesse delle torbide. Torbide che prima erano costituite, molto dense, di fanghi di bauxite; ma cosa ho ottenuto? Ho ottenuto che tutta la cassa di colmata, o meglio il corpo recipiente, è stato interessato da uno strato uniforme del materiale che ho refluito. Infatti, quando io vado ai 43 ettari, nei 23 ettari che stanno a sud io trovo i fanghi di bauxite che già il tetto diciamo, il tetto dei quali, lo strato, il tetto dei quali si trova praticamente alla stessa quota. E` leggermente inclinato in funzione del punto dove i fanghi vengono refluiti. Perché? Perché laddove il fango viene refluito la precipitazione è più rapida, quindi là avrò una crescita leggermente superiore, o comunque superiore da quello che può provenire a valle, dove le acque già chiarificate dalla prima precipitazione ovviamente portano una minore quantità di materiale. Se fosse come dice lei, cioè che tutto il Petrolchimico è costituito da una cassa di colmata, io dovrei trovare... Perché la mia fotografia è così. Lei ha fatto un’ipotesi, io ne faccio un’altra: se tutto il Petrolchimico, o meglio se tutta la parte del Petrolchimico di cui stiamo parlando adesso fosse stata una cassa di colmata, io dovrei trovare alla stessa quota un orizzonte di materiali che venivano refluiti. Altrimenti non riesco a capire come sedimentava questo fluido in un ambiente unico; sedimentarlo in maniera diversa, qui sedimento fanghi di bauxite, qui sedimento ceneri di pirite, qui sedimento gessi. Trovo strano insomma questo fatto qua. Comunque qui c’è la fotografia, se lei vuol vederla, può vederla penso. Come ha mostrato le sue, io mostro le mie, non si scappa. E questa fotografia è una fotografia fatta immediatamente prima della costruzione del canale. Io non sindaco nel fatto che attraverso gli accordi stipulati a suo tempo dallo stato con i privati proprietari, l’altra volta ho detto anche che trovo strano che ci siano dei privati proprietari della laguna, mi pare di averlo detto.., che attraverso questi contratti siano stati fatti degli imbonimenti, dei recuperi altrimetrici, utilizzando materiali oggi impropri. Su questo non ci piove sopra. Quello che io vado a rispondere, che è la domanda che avete fatto anche l’altra volta, è se il sedime del Canale Industriale Sud attraversa o non attraversa una discarica. Per quello che ne so io, e concludo perché non saprei più cosa dire, non attraversa una discarica. Al limite lambisce per una certa fascia un ambito di cassa di colmata, dove dalle fotografie risulta che dei reflui sono stati sversati, e quindi un qualche cosa è precipitato, ma non metri di roba. Un qualche cosa che io adesso non so quantificarlo.

 

DOMANDA - Quindi forse il nostro apparente dissidio, che probabilmente è dovuto anche alla mia stanchezza, è puramente terminologico, perché io non ho mai parlato di discarica. Se lei parla di cassa di colmata, probabilmente andiamo d’accordo; una cassa di colmata all’interno della quale si possono anche trovare fanghi rossi. E` così. Materiali impropri, dice lei.

 

Presidente: io posso anche sbagliarmi, ma l’altra volta lei ha detto che si tratterebbe di fanghi di bauxite, di provenienza di.

RISPOSTA - Sì. I famosi fanghi rossi non sono altro che fanghi di bauxite ottenuti attraverso la produzione dell’alluminato di sodio, etc., etc., che sono rossi per la presenza di sespiossido di ferro mi pare, o roba del genere. Questi fanghi vengono dalla DIM, prima chiamata perché ha cambiato nome continuamente, chiamata anche DIAL.

 

Presidente: ed immessi come? Lei l’altra volta l’aveva anche indicato come.

RISPOSTA - Nei 43 ettari sono immessi via tubo. Cioè, come dicevo, come se i 43 ettari, o meglio la porzione di 23 ettari a sud, fosse una cassa di colmata. Cioè, versavano liquido e questo liquido era vettore di grosse quantità di questo, per campagne. Cioè, non mi mescolavano la bauxite con qualche altra cosa. Per anni sono andati avanti con la bauxite; poi evidentemente hanno trovato una soluzione migliore per lo smaltimento della bauxite, l’hanno trasferita in mare o non so dove, e da quel mentre, avendo il problema dello smaltimento del nero fumo, è arrivato il nero fumo. Quindi io ho uno strato di bauxite sul fondo e sopra ho uno strato di nero fumo, fino a cielo aperto, perché non è neanche coperto da materiali terrosi, lo si può vedere, è ancora là.

 

Giudice Liguori: e l’inizio di questa pratica a quando risale nel tempo? Lei che conosce la storia del sito?

RISPOSTA - L’inizio non lo so, però posso dire quando non c’era questa operazione. Perché? Se io guardo le fotografie della costruzione del famoso canale di cui si parlava prima, Canale sud, io vedo che in una di queste foto, questa qua, dove si vede che stanno costruendo la darsena di evoluzione del Canale Industriale Sud, nella parte a sud di questa darsena io ho campi coltivati, cioè campagna.

 

Avvocato Vassallo: può indicare il nome della foto, per il verbale?

RISPOSTA - Questa è una foto che non ha nomi, o meglio ha "Lavori di scavo, Canale Sud 62"; è là, si vede, anche là si può vedere che laddove dovrebbe esserci la zona di 43 ettari, quando hanno costruito il canale non c’era. Almeno quindi nel 1962 non c’era la chiamiamola discarica, chiamiamola sacca, chiamiamolo imbonimento, chiamiamolo come vogliamo, denominato 43 ettari.

 

Avvocato Vassallo: ci sono anche dei campi?

RISPOSTA - Sì, erano campi agricoli. Parlando con i signori abitanti di Malcontenta, dicono che c’erano delle vigne, hanno detto anche che c’era una stalla.

 

DOMANDA - Questa pratica di versare questi fanghi di bauxite con i tubi quando potrebbe essere iniziata, per riprendere la domanda del Giudice a latere, e quando è cessata? Non avete fatto indagini su questo? L’industria dov’era esattamente ubicata?

RISPOSTA - La DIM era ubicata dove poi è sorta la Lumetal, lì nei pressi, ad est diciamo così di quell’area là. Quella è l’area dei 43 ettari; ci spostiamo a destra, ancora un po’ perché là c’è la Decal, ecco là, dove c’è la freccia, l’indice, lì c’è la Lumetal di Fusina, che quella volta si chiamava DIM di Fusina. Perché c’era la DIM di Fusina e la DIM di Marghera, due centri di produzione dell’alluminio.

DOMANDA - Voi avete mai fatto accertamenti su campioni di fanghi rossi per cercare la diossina?

RISPOSTA - No. Che io sappia, no.

DOMANDA - Perché noi invece abbiamo prelevato dei campioni di quei fanghi rossi ed abbiamo trovato diossina con un’impronta molto molto simile a quella che abbiamo trovato, che anche i consulenti dell’Accusa hanno trovato nei sedimenti del Canale Nord, per esempio dove altre industrie dell’alluminio scaricavano?

RISPOSTA - Non l’abbiamo mai cercata.

DOMANDA - La diossina là no?

RISPOSTA - Là no.

 

Presidente: ci sono domande ulteriori? Va bene, grazie allora dottor Chiozzotto, può andare.

 

Avvocato Baccaredda: signor Presidente, chiedo scusa, uno dei testi citati da Montedison, Mason, avrebbe dei problemi di disponibilità. Se fosse possibile sentirlo adesso?

 

Presidente: va bene, sentiamolo.

 

Avvocato Vassallo: Presidente, abbiamo altre tre produzioni che sono collegate a ciò che ha detto, sono schemi riassuntivi.

 

Presidente: va bene, prendiamo tutto quello che volete.

 

Avvocato (dell’imputato Necci): Presidente, per quello che riguarda la Difesa Necci, il teste che era stato fissato per oggi non può venire; visto anche il programma del Tribunale, vi si rinuncia.

 

Presidente: va bene, prendiamo atto della rinuncia. Il teste Chiozzotto deposita le fotografie che sono state mostrate, sia quella grande che quelle piccole di dettaglio, e comunque di epoche successive, che ci sono state mostrate durante la sua deposizione. Cos’altro deposita?

RISPOSTA - Deposito i dati relativi alle altre aziende esistenti nell’area che io chiamo Enichem, o meglio dire Petrolchimico, che si riferiscono all’Ausimont, All’Edison Termica, all’EVC compound, all’EVC Italia, al Transped S.r.l., come mi era stato chiesto nell’ultima udienza, in quanto gli elementi conoscitivi che avevo presentato ed illustrato si riferivano ad Enichem e non alle altre ditte che si trovano all’interno di quella che noi chiamiamo la penisola del Petrolchimico.

 

Presidente: acquisiamo.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - MASON GIANCARLO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO.

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

DOMANDA - Quando ha iniziato a lavorare al Petrolchimico e che mansioni ha ricoperto?

RISPOSTA - Io sono stato assunto nel ‘56 alla società San Marco, che era un’unità indipendente allora dalla Sicedison; poi sono entrato nella Sicedison quando la San Marco è stata assorbita, e quindi unificata con la Sicedison, mi pare nei primi anni ‘60.

DOMANDA - Che funzione aveva?

RISPOSTA - Sia alla San Marco prima, che poi quando sono passato nel gruppo Sicedison, il mio compito era assistente montaggio d’impianti.

DOMANDA - Dopodiché?

RISPOSTA - Ho continuato questa funzione praticamente per sempre, fino a che sono rimasto nel gruppo Montedison. Da un certo periodo in poi, inizio anni ’70 - ’72 - ‘73, adesso non ricordo esattamente, con una funzione diversa di project manager, di capo commesse. Quindi da assistente montaggio impianti a capo commesse.

DOMANDA - Negli anni ‘70 lei da chi dipendeva?

RISPOSTA - Dall’ufficio tecnico del Petrolchimico.

DOMANDA - Lei ha detto che diventa capo commessa nel ’72 - ’73?

RISPOSTA - Sì, grossomodo.

DOMANDA - C’era una strategia da parte di Montedison per quanto riguarda l’ambiente?

RISPOSTA - Diciamo che appunto a partire dai primi anni ‘70 il problema dell’ambiente è nato anche per tutta una serie di leggi che sono venute in proposito, e quindi in particolare i capi commessa che... Facciamo una premessa: i capi commessa a Porto Marghera prima non esistevano, prima degli anni ‘70; tutta la progettazione, gli acquisti, etc., etc., venivano fatti a Milano, nella sede, che c’era la direzione centrale di progettazione; e poi i progetti venivano mandati negli stabilimenti e venivano gestiti appunto dagli assistenti per la costruzione degli impianti. Per difficoltà di coordinamento, etc., etc., è venuta evidente la necessità che le commesse venissero gestite in loco, e quindi il coordinamento per evitare appunto tutte queste lungaggini, perdite di tempo, etc., fossero gestite dagli stabilimenti. Sono quindi stati creati i capi commessa per questo motivo. I capi commessa, da quel momento, gestivano i progetti da zero, cioè dal momento in cui nasceva il problema, coordinavano tutta la fase iniziale, fino alla costruzione, all’avviamento degli impianti. Quando sono nati i problemi diciamo dell’ecologia, i capi commessa, quelli che avevano tra l’altro... perché ce n’erano ovviamente di vari livelli, di esperienza, sono stati dirottati, ed io tra questi, sui problemi ecologici.

DOMANDA - Quando questo? Lei ha detto quando sono nati i problemi dell’ecologia.

RISPOSTA - In particolare, per quanto riguarda, mi pare intorno al ‘74, perché l’impianto biologico, la legge su Venezia mi pare sia del ‘74 o ‘75, adesso non ricordo esattamente...

DOMANDA - ‘73.

RISPOSTA - Ecco, ‘73. Quando c’è stata la legge su Venezia è venuta evidente la necessità di adeguarci in grande fretta, e quindi la direzione ha diciamo dirottato i capi commessa con maggiore esperienza, diciamo anche maggiore età, sul problema dell’ecologia, perché c’erano dei tempi da rispettare.

DOMANDA - Le mostro un documento che è già in atti, che è il programma di investimenti ’73 - ’75 per il miglioramento delle condizioni ambientali e di sicurezza nel complesso industriale Montedison di Porto Marghera; è un documento che porta la data del novembre ‘73 ed una parte di questo documento è dedicata proprio ai problemi di depurazione effluenti idrici ed incenerimento di rifiuti solidi, a pagina 11. Lei si ricorda di questo documento e se questo documento venne diffuso e presso chi?

RISPOSTA - Questo è un documento ovviamente che è stato raccolto dalle varie funzioni di stabilimento ed era noto a tutto lo stabilimento; qui dentro c’è evidentemente anche la parte biologica e così via. Sicuramente era noto a tutto lo stabilimento, non c’era motivo perché non lo fosse.

DOMANDA - Le mostro anche un altro documento, questo è documento molto successivo, è un documento Enimont - Anic del maggio ‘91, intitolato "Il Petrolchimico nell’ecosistema lagunare"; è un documento che ricostruisce quelli che sono stati i lavori proprio dal ‘73 all’81, per il problema degli affluenti liquidi. A pagina 5 di questo documento si dice, tra l’altro, in fondo: "I progetti ormai concretizzati con la realizzazione delle opere previste hanno comportato un investimento di circa 60 miliardi, costi storici dal ‘73 all’81". Visto che lei ci ha già detto di essere stato fatto capo commessa per la costruzione del biologico, è corretto?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei si ricorda in questo piano di risanamento con questo tipo di costi, ed in particolare ci può dire se ricorda i costi della costruzione dell’impianto biologico?

RISPOSTA - Quelli li ricordo bene. Questa cifra era una sommatoria delle varie commesse ecologiche dello stabilimento, e la ricordo. In particolare le commesse che ho gestito io a quel tempo, le due fondamentali, biologico e risanamento parco serbatoi, diciamo il biologico era intorno ai 13 miliardi, costi di allora, ed il parco serbatoi 6 miliardi, più o meno di 6 miliardi, perché c’era un preventivo rivisto, ma alla fine mi pare che il consuntivo... Praticamente insomma le due commesse che ho gestito io, globalmente valevano sui 20 miliardi.

DOMANDA - Prima di parlare delle due cose di cui lei si è occupato, com’erano i rapporti con la sede di Milano, che evidentemente erogava queste somme: ci furono dei limiti di spese per la costruzione di queste opere di cui lei si è occupato?

RISPOSTA - No. Come funzionava, quale era il compito del project manager, brevemente come funziona un investimento? Intanto c’è l’oggetto dell’investimento, cioè diciamo che c’è un investimento produttivo od ecologico. Nel caso specifico c’era da fare il risanamento delle acque, etc., etc.. Quindi l’oggetto era chiaro. E quindi bisognava fare tutto per realizzare questo intervento, per risolvere il problema ed adeguarci ai limiti imposti dalla legge. Allora, nel momento in cui c’è l’obiettivo, cosa si fa: si fanno tutti gli studi preliminari, cosiddetta ingegneria di base; si fa il preventivo, più o meno il 10%, questa è la prassi ormai consolidata nel mondo; alla fine viene fuori una cifra, che è appunto il preventivo più o meno del 10%. Questo, come era il meccanismo, si compilava una RDA, che è una richiesta di investimento; questa veniva mandata alla sede e la sede autorizzava. Naturalmente, se questa RDA giustificava o quanto meno garantiva che uno otteneva i risultati per i quali era stato fatto questo studio, questa ingegneria di base, questo preventivo, la cosa veniva approvata. E` evidente che nel momento in cui, nella relazione, c’erano delle opzioni, nel caso specifico non so se ne parleremo ma per il biologico di Marghera, per motivi vari, la quantità di fanghi prodotti, il gruppo di lavoro che io avevo formato ed in particolare, avevamo detto: qui bisogna stare molto attenti per il problema di fanghi. Allora, nel progetto e nella presentazione del progetto e del preventivo era stato scritto che per prudenza lo stabilimento riteneva di dover mettere due forni, uno in stand by all’altro. E quindi la direzione poteva dire: no, io questo miliardo e mezzo non lo voglio spendere, mi prendo i rischi per l’eventuale fuori servizio del forno e risolvo in qualche maniero il problema dei fanghi. Questo poteva fare.

DOMANDA - In concreto vennero fatti, vennero posti dei limiti ai lavori di costruzione dell’impianto biologico, o no?

RISPOSTA - No, non lo può fare la direzione, perché la direzione si deve prendere responsabilità e dire, sia per un impianto produttivo che per un impianto ecologico, dire: se io modifico i tuoi parametri, che tu mi hai dato, mi prendo la responsabilità. Per chi fa il preventivo, chi la l’ingegneria di base, ovviamente non è una persona ma è il risultato di tutta una serie di progettazioni, di studi, di prove di laboratori, etc.; la direzione deve altro che prendere atto, oppure mettere in discussione tutto il lavoro. Questo non è mai successo. Perché, brevemente, prima di arrivare alla conclusione, ci sono numerose conferenze, riunioni dove si dice: siamo a questo punto, seguiamo questa strada. E` difficile quindi arrivare alla fine che è finito il progetto e che uno dice: non va bene. Perché c’è tutto un addivenire, quindi alla fine si arriva.

DOMANDA - Sempre in quel documento che le ho dato precedente, a pagina 5, viene messo in evidenza quello che Montedison, il progetto, i progetti che Montedison presentò alla Regione Veneto nell’agosto ‘74, relativi al problema delle acque di scarico e degli impianti di depurazione, che sono stati dai nostri consulenti illustrati come 12 progetti. Lei ci ha già detto di aver avuto ruolo nella costruzione dell’impianto biologico. Nell’ambito di questo progetto noi abbiamo già sentito un teste, il dottor Polo, che ha avuto modo di lavorare con lei, ma io volevo chiederle in particolare qual è stata l’attività precedente alla costruzione dell’impianto biologico, e se lei l’ha seguita come capo commessa, relativa al monitoraggio e alla razionalizzazione degli scarichi?

RISPOSTA - Abbiamo detto prima che quando è nato il problema, cioè c’è stata la legge su Venezia, allora il vice direttore responsabile diciamo per l’impiantistica, il vice direttore tecnico era l’ingegner Bigi, che tra l’altro era un collega, avevamo cominciato a lavorare insieme alla San Marco, lui come ufficio tecnico ed io come ufficio impianti, appunto mi chiamò dicendo: qui bisogna lasciar perdere le altre commesse d’investimento e dedicarsi in maniera totale a questo problema. Naturalmente in quel momento, nello stabilimento, le conoscenze erano abbastanza approssimative. Cosa vuol dire questo: tutto il vecchio Petrolchimico, nato dagli anni ‘50 in poi, aveva sì un sistema di fognature, ma come giravano le fognature dai reparti agli scarichi non era molto chiaro. Allora, dovendo trattare le acque inquinate organiche di questi reparti era evidente che bisognava conoscere quale effettivamente era la situazione dello stabilimento. E siccome, ripeto, la prima cosa, quando ho avuto l’incarico, io ho riunito tutti i responsabili, i capi gruppo, etc., dico: datemi quello che avete. Evidentemente la risposta fu quella che immaginavo: non lo sappiamo, etc., etc.. Quindi è stato fatto un piano molto laborioso, che consisteva in che cosa: prendere reparto per reparto, con la responsabilità del personale di ogni reparto, che doveva monitorare la situazione interna al reparto. Cioè dire: io in questo reparto ho scarichi bianchi. Per esempio voi sapete che gli scarichi bianchi sono l’acqua che si pesca dal canale, passa per degli scambiatori, non si inquina ovviamente e poi viene o scaricata o passa agli areatori di raffreddamento, etc., etc.. Gli spandi di queste acque sono bianchi, quindi sono pulite, quindi quelle possono avere un destino chiaro ed essere scaricate. Le fognature, essendo comuni, anche gli scarichi inquinati, uno lavava un pavimento, etc., etc., andavano a finire sulle stesse fognature. Per definire quante erano le acque da trattare... Facciamo un passo indietro: per dimensionare l’impianto di trattamento bisogna sapere quanti metri cubi di acqua c’è da trattare e che carico organico c’è. Allora uno dimensiona che volumi di vasca ci vogliono, che areatori ci vogliono, etc., etc.. Questi dati mancavano. Per poter sapere quale era la situazione è stato necessario fare un piano grossissimo di monitoraggio, che è consentito appunto in ogni reparto che doveva separare le acque bianche dalle organiche, mettere stramazzi sulle fogne per dimensionare le quantità; poi prendere i campioni e fare i campioni medi; prendere i campioni di tutti i reparti, mescolarli insieme e fare il campione medio totale; dare al laboratorio pilota, che cominciava le prove per dire quali erano le condizioni di queste acque, e quindi quale poteva essere la dimensione dell’impianto per fare il trattamento. Questo è stato un lavoro molto grosso, perché gli impianti del vecchio Petrolchimico erano vecchi, erano stati ampliati e modificati, quindi è stato un lavoro molto grosso.

DOMANDA - Lei ha riferito, quando ha parlato delle commesse di cui si è occupato, anche quella relativa al parco serbatoi. Questa commessa del parco serbatoi è collegata in qualche maniera a questa nuova costruzione dell’impianto biologico?

RISPOSTA - E` la stessa cosa dei reparti, cioè è lo stesso problema dei reparti come ho detto prima. Anche il parco serbatoi era, teoricamente, un reparto; anche il parco serbatoi aveva scarichi bianchi, raffreddamenti, etc., scarichi delle piogge, e così via, e prodotti diversi, perché il parco stoccaggi è enorme come sapete ed aveva prodotti petroliferi, chimici, etc., etc.. Lì bisognava fare la stessa cosa, cioè separare le fognature organiche da quelle acide, da quelle oleose, in modo tale che le acque organiche potessero andare, senza avere clorurati, etc., al biologico; quindi era la stessa cosa di un reparto, bisognava monitorare e sistemare, quello è stato fatto anche nei reparti, sistemare la suddivisione delle fogne, in modo da separare le varie qualità di acqua.

DOMANDA - Già il dottor Polo ci ha spiegato come poi vennero costruite le vasche di rimbalzo presso ogni impianto e la vasca baricentrica nel vecchio Petrolchimico.

RISPOSTA - Sì, questa è una conseguenza del discorso fatto prima. Nel momento in cui, ovviamente poi con la collaborazione dei reparti, è stata fatta questa suddivisione tra acque bianche, acque organiche, acque acide, acque oleose, in modo che ognuna avesse la sua destinazione, siccome i reparti, forse qualcuno vi ha mostrato la geografia dello stabilimento, erano abbastanza distanti l’uno dall’altro, è chiaro che bisognava convogliare queste acque di ogni reparto... Cioè, diciamo, all’interno del reparto viene fatta questa suddivisione delle acque; una volta individuate le acque organiche, queste dovevano uscire da qualche parte ed essere rilasciate al biologico. Siccome il biologico è stato costruito a circa 4 o 5 chilometri dal vecchio stabilimento, bisognava fare un sistema di rilancio di queste acque. Allora il progetto, che l’ho curato io, era di disporre ai limiti di batteria di ogni reparto monitorato, che aveva acque organiche, una vasca di rilancio con due ponte, una di marcia ed una di scorta, in maniera tale che si mandavano queste acque ad una grande vasca baricentrica, che metteva insieme tutte le acque del vecchio Petrolchimico; ed attraverso un sistema di pompe, per 1.500 metri cubi ora, una vasca baricentrica, con circa 4 o 5 chilometri di percorso, con tubo da 600 mm., queste acque venivano mandate all’impianto biologico.

DOMANDA - Avete effettuato delle visite in altri impianti prima di costruire il biologico?

RISPOSTA - Sì. Quando mi è stato dato l’incarico per costruire, per affrontare questo problema, la cultura mia, ma soprattutto quella dello stabilimento, era vicina allo zero, per quanto riguarda questo tipo di impiantistica. Allora è stato fatto presente questo problema, ho detto: se nel gruppo ci sono delle conoscenze particolari, che siano messe in evidenza; se no... Allora la direzione, d’accordo con la direzione di Milano, è stata organizzata una visita di quindici giorni mi pare in Germania, che allora risultava la nazione che aveva già cominciato ad affrontare, non ancora risolto ma affrontato questo problema del trattamento delle acque; abbiamo fatto appunto una visita di quindici giorni, organizzata attraverso la Sezione Chimica Europea, etc., da un nostro Vice Presidente Ghezzi, il dottor Ghezzi di Milano, che ci ha organizzato questa visita. Abbiamo praticamente visitato tutta la industria chimica tedesca, per dire Bayer, Bas, Lavacher a Monaco, poi un’altra nella Saar, adesso non ricordo, un altro piccolo stabilimento, dove appunto abbiamo incontrato, sempre con questa visita preparata molto bene, abbiamo trovato i responsabili dell’ecologia di questi stabilimenti ed abbiamo visto appunto cosa stavano facendo. Ecco, questa visita è importante perché noi avevamo fatto delle visite precedenti, io avevo fatto delle visite precedenti per capire com’era stato affrontato in Italia il problema dei trattamenti biologici. Io avevo fatto per tutta la vita impianti chimici ma nessuno di noi aveva mai fatto impianti di questo tipo, però ne avevo sentite di tutti i colori, e cioè che gli impianti venivano costruiti ma non c’era sufficiente cultura, ed almeno quelli che avevo visto io, tre quarti degli impianti...

DOMANDA - Cosa c’era in Italia, in quel momento lì?

RISPOSTA - Impianti grossi di industria zero; c’era qualche impianto comunale. Noi abbiamo visto l’impianto di Bologna, un impianto alla Iron. Ecco, l’unico impiantino che funzionava, fatto dalla Tecneco, era qui a Marghera, l’Iron, un impiantino piccolo, per trattare le acque in raffineria; ed era l’unico impiantino fatto qualche tempo prima di questo periodo. Comunque perché questa visita in Germania?

DOMANDA - Scusi, visto che ha parlato un attimo della situazione italiana, ha parlato di un impiantino della Iron, lei non ha fatto riferimento al piccolo impianto biologico che era già in funzione...

RISPOSTA - Quello è nato quando è nato il CR fatto dalla Lurghi; impiantino che trattava le acque salmastre.

DOMANDA - Le dimensioni erano simili a quelle della Iron?

RISPOSTA - Direi di sì, grossomodo; era un impiantino, mi pare fosse 100... Non mi ricordo.

DOMANDA - In Italia non c’erano in quel momento impianti biologici industriali?

RISPOSTA - A livello industriale, che mi risultasse no. Anzi sicuramente no. C’erano degli impianti civili, però fatti da gente "incompetente", perché sembrava a quei tempi che bastasse fare una vasca e buttare dentro un po’ di aria. Quelli che ho visto, che ho visitato ripeto, impiantini piccoli e di media dimensione, almeno cinque o sei, quasi quattro o cinque erano fermi, non funzionavano.

DOMANDA - Tornando alla Germania, in quel momento lì, per quanto riguarda gli impianti industriali, impianti di depurazione industriale, come si impostava il problema biologico?

RISPOSTA - Quello per esempio della Levercuser, della Bayer, che guarda caso era appena partito ed era delle dimensioni del nostro, quindi il nostro era dopo quello della Bayer il più grosso, almeno a quanto mi risultava allora, d’Europa come capacità, perché era progettato con una ..(inc.) di 2.000 metri cubi ora, la Bayer aveva fatto un impianto, però quello era misto. Lì si erano associati al Comune di Levercuser e trattavano anche le acque civili, cioè ricevevano dall’esterno le acque civili e mescolavano con le acque industriali, e avevano un trattamento comune. Mentre noi eravamo naturalmente indipendenti, etc.. La tecnologia sostanzialmente che noi abbiamo applicato era la stessa della Lurghi, come areazione, turbine della areazione, etc.; ecco loro non avevano, e questa visita è stata importante perché abbiamo visto tanti problemi operativi. Uno di questi era quello del trattamento fanghi. Nella visita, ovviamente quando si vanno a visitare degli impianti per capire quali problemi ci sono, bisogna andare a vedere tutto. Siamo andati anche dentro. Ecco, questa visita non l’ho fatta da solo ma l’ho fatta insieme al professor Grandi, che era dell’ecologia, che era poi docente qua, comunque era un dipendente...

DOMANDA - Sì, è già conosciuto al processo.

RISPOSTA - Ma è morto.

DOMANDA – Sì, sì.

RISPOSTA - Ed Arzani, che era della sede nostra, dell’ecologia di sede, il PAS di sede si chiamava. A questa visita eravamo in tre.

DOMANDA - Diceva del problema dei fanghi.

RISPOSTA - Questo è importante, perché queste visite servono per vedere quello che non funziona, perché vedendo gli impianti che funzionano, parlando con la gente, oppure guardando, entrando, uno si rende conto dei problemi. Uno dei problemi che ha fatto nascere la proposta mia, nostra, di mettere due forni, è stata proprio quella dei fanghi. La Lurghi allora non aveva previsto di distruggere i fanghi in loco ma aveva previsto solo un sistema di compattazione di questi fanghi. Noi avevamo visitato anche una grande discarica organizzata da quelle parti, nel nord della Germania, molto ben localizzata tra l’altro, loro avevano scelto questa opzione, cioè di concentrare molto, cioè compattare con filtri pressa i fanghi e poi mandarli a discarica. Io sono entrato in un salone enorme, lungo ricordo 150 metri, etc., di filtri pressa, perché l’impianto era grosso, si producevano tonnellate al giorno di fanghi, dove c’era... il vice direttore che ci ha accompagnato si è fermato alla porta, io sono entrato e c’era una puzza bestiale dentro,. Tant’è vero che io feci una battuta, dico: ma come fate a far lavorare questa gente in queste condizioni? E loro mi hanno risposto: ma noi diamo la sovrapaga. Cioè l’indennità di nocività si chiamava anche da noi a quei tempi. Comunque questo era un grosso problema, tant’è vero che nella relazione di questa visita noi appunto dicemmo che era essenziale trovare una soluzione, distruggere in tempo reale questi fanghi. Però voi sapete che i fanghi lasciati in atmosfera dopo un po’ vanno in putrefazione, e quindi e quindi e quindi.

DOMANDA - E quindi cosa si decise di fare?

RISPOSTA - Noi a Marghera appunto abbiamo detto: è da escludere di poter compattare i fanghi e movimentarli e portarli a discariche, che erano tutte opzioni da vedere, perché dove si portavano? E quindi noi abbiamo detto, tra l’altro questa era l’idea già iniziale del progetto, che non c’erano alternative, a costruire anche i forni per distruggere in tempo reale i fanghi.

DOMANDA - Lei ha messo in marcia il biologico?

RISPOSTA - Sì. Il compito del capo commessa è quello di ricevere l’incarico di realizzare qualcosa e di portarlo a termine. Ovviamente assistere alla messa in marcia, finché tutto è secondo i parametri di progetto. Se l’impianto, o chimico, o ecologico, etc., non dà i risultati per i quali è stato costruito ed è stato finanziato, il capo commessa deve portarlo alle condizioni di. Quando l’impianto è a condizioni, c’è una procedura in reparto diciamo, cioè chi poi fa l’esercizio lo accetta, quindi si fa il test Run e dice: sì, questo realizza l’oggetto della commessa, quindi io lo accetto.

DOMANDA - Com’è stata questa verifica qualitativa?

RISPOSTA - In un impianto biologico è semplice: si fanno una serie di campionamenti sullo scarico e se quelli sono nei limiti del progetto, l’impianto... ovviamente non in un’ora ma in un arco di tempo sufficiente. Il test Run non dura... appunto ha un tempo abbastanza lungo di marce controllate, in modo tale che risulta che nel tempo questo realizza l’oggetto della commessa.

DOMANDA - Le acque in uscita del biologico andavano nei canali immagino, ma venivano anche utilizzate per qualche uso da parte dello stabilimento?

RISPOSTA - Come abbiamo detto prima, la commessa è stata gestita in stabilimento; questa è stata una mia scelta, siccome le acque di raffreddamento del Petrolchimico, le acque dolci ovviamente, voi sapete che vengono pescate dal Canale Naviglio Brenta, c’è una derivazione dove c’è un sistema di pompe, mi pare di ricordare 10.000 metri cubi ora di acque che vengono pescate dal fiume, e queste vanno nel circuito di fabbrica, circuito che si chiama di acqua industriale, e vanno a fare i vari servizi: di raffreddamento, di lavaggi, etc., etc.. Queste acque, a quei tempi, parliamo dell’inizio anni ‘70, anche i comuni scaricavano nei canali, quindi le acque erano non come sono oggi, perché oggi tutti i comuni sono collettati ad impianti di trattamento, ma allora le acque che si pescavano, noi avevamo le analisi, erano peggiori di quelle che erano ipotizzate in uscita dal biologico. Ovviamente, sapendo questo, perché questo era l’oggetto del nostro progetto, io con una spesa aggiuntiva, ovviamente autorizzata d’accordo con lo stabilimento, abbiamo fatto un laghetto da 3.000 metri cubi di cemento, alla fine del ciclo di trattamento. Voi sapete com’è il trattamento: ci sono i chiarificatori; i fanghi vengono riciclati indietro, etc.; alla fine le acque chiarificate ed in norma dovevano andare alla fognatura ed allo scarico. Siccome queste acque era un peccato buttarle via, perché erano migliori di quelle che pescavamo da fuori, io appunto ho convinto ed abbiamo fatto questo laghetto con un sistema di pompe di rilancio e circa mi pare 300 metri cubi, 350 metri cubi di acqua industriale, che servivano al biologico per il raffreddamento dei forni, etc., noi le abbiamo utilizzate riciclando le stesse acque che avevamo nel biologico. Io avevo un sistema di pompe che era un progetto che poi non so se negli anni successivi è stato fatto, che potevano queste acque essere rilasciate nella rete di stabilimento, invece che tutte dal canale esterno insomma, perché erano di qualità controllata e migliore.

DOMANDA - Lei prima di diventare capo commessa dell’UTL si è occupato della costruzione di altri impianti di trattamento?

RISPOSTA - Beh, prima di diventare capo commessa, come ho detto prima, da quando ho cominciato a lavorare a Marghera, dal ‘56, ho sempre fatto investimenti.

DOMANDA - Io non dicevo investimenti, se si è occupato di altri impianti, o di trattamento o di incenerimento di reflui?

RISPOSTA - Io ho costruito sempre impianti, in particolare dagli anni ’69 - ’71, io avevo un gruppo di impianti che erano CV22 e 23, DL2, CS28, torce, tutta quell’isola l’ho curata io come montaggio.

DOMANDA - In questa fase del processo ci interessa il CS28, cioè l’incenerimento dei clorurati. Che tecnologie avevano questi forni?

RISPOSTA - Il forno CS28 è stato comprato e fornito come unità base dalla Lurghi, che allora era ritenuta.., questo è stato un acquisto, perché ripeto fino agli anni ’73 - ‘74, tutti gli acquisti venivano fatti dalla sede, perché lì c’era la direzione progetti. Poi, quando i capi commessa sono stati dislocati negli stabilimenti, le cose venivano gestite in stabilimento. Quello comunque è stato un acquisto fatto dalla Lurghi tedesca, che era quella ritenuta a quei tempi, anzi dopo mi risultò che era quella che si era accettata di prendersi questo compito, che era un compito evidentemente difficile. Era comunque un ordine alla Lurghi.

DOMANDA - Erano già in funzione anche qui degli impianti ai quali vi siete rapportati, impianti di incenerimento clorurati?

RISPOSTA - No. Che io sappia, credo che sia.., anzi sono quasi sicuro che fosse uno dei primi. In Italia sicuramente, in Europa credo, ma non so. So che era un problema abbastanza nuovo. E sa perché le dico questo, piccolo inciso, perché io, gestendo questo lavoro, quando uno fa il montaggio di un impianto, se tutto è perfetto alla fine del montaggio i costi tornano. Per il CS28 invece ci sono stati molti problemi di messa a punto, etc., etc.. Al che, io protestai, tra virgolette, con la nostra sede, dicendo: attenzione perché qui stiamo spendendo una barca di quattrini per mettere a posto un impianto che abbiamo comprato da dei signori che si chiamano Lurghi; quindi voi è opportuno che lo sappiate, e quindi come mai questi costi non possono essere ribaltati alla Lurghi, visto che sono problemi, etc.. Mozzana allora, che era il direttore dei progetti della sede, mi rispose, perché io questo lo misi per iscritto, ovviamente dovendo poi giustificare i costi finali di un montaggio, perché se invece di spendere 50 miliardi ne spendevo 55, dovevo rispondere del perché. Io quindi ho messo le mani avanti, dicendo: attenzione, qui stiamo spendendo soldi. Ebbi una risposta, per questo le dico che la tecnologia penso fosse unica della Lurghi, Mozzana mi disse: sì, lei deve sapere che è l’unica ditta che abbiamo trovato - mi pare che lui avesse detto in Europa, ma forse nel mondo - che si è impegnata ad affrontare questo problema; quindi bisogna collaborare e prendersi pure, anche da parte nostra, tutte le spese necessarie per completare il progetto.

DOMANDA - Lei parlava di problemi di costruzione, di installazione; a che cosa si riferiva?

RISPOSTA - In particolare, siccome il forno marciava a 1.300 - 1.350 gradi, nella camera di combustione, e poi i fumi salivano nella camera di post combustione, c’era subito un quenc, cioè un raffreddamento con acido cloridrico, mi pare subito a 100 gradi, con un abbattimento immediato di questa temperatura. In questo punto di congiunzione tra i fumi caldi ed il quenc saltavano i pozzetti. E` un sistema di pozzetti e di graffite, quindi a mettere a punto questo sistema si è andati avanti parecchio tempo, trovando i materiali adatti, fino a che poi è stato messo a posto, spendendo... Per esempio ci ha collaborato la Carbonio di Terni, insomma abbiamo fatto insieme alla Lurghi molte ricerche per risolvere questo problema. Quindi soprattutto questo era il problema.

DOMANDA - La temperatura ed il quenc erano caratteristiche che c’erano già all’atto della installazione dell’impianto?

RISPOSTA - Questo è il processo, era previsto, sono parametri di processo. Quando si fa un impianto, ci sono dei parametri che poi ovviamente devono essere rispettati nella fase di marcia.

DOMANDA - A seguito di questa procedura di incenerimento di cloridrati si realizzava un riciclo di prodotto?

RISPOSTA - Beh, per raffreddare questi fumi c’era un sistema di pompe che pescavano l’acido cloridrico mi pare al 25 o 28%; riciclato continuamente in questo punto di congiunzione tra fumi caldi e questo acido cloridrico, insomma faccia conto che è come considerare acqua che raffreddava questi fumi, e si formava appunto acido cloridrico, che poi veniva spostato in altra colonna e alla fine veniva concentrato per portarlo mi pare al 30 - 33%, per essere prodotto commerciale.

DOMANDA - Quali impianti inviavano all’atto della costruzione a questo primo impianto di incenerimento clorurati?

RISPOSTA - Il CS28 è nato in maniera specifica per bruciare i fanghi, diciamo le peci che venivano prodotti dal DL2. Perché questo? Perché c’erano dei chetel, che sono dei concentratori che prendono questi residui; un residuo ha dentro solventi, ha dentro prodotto, viene distillato al massimo in modo da ridurre al minimo la roba che si butta via; questa roba che poi bisogna incenerirla. Ecco, c’erano questi chetel che erano concentratori, che concentravano queste peci, che gelavano mi pare sotto i 180 gradi, o roba del genere; venivano tenuti liquide conlinee incamiciate, e per circa 150 metri di percorso, da dov’erano questi chetel, dov’era il CS28, venivano portate a bocca forno e spruzzate dentro il forno per essere incenerite. Quindi il CS28 io l’ho montato proprio come coda del DL2, perché il DL2 non poteva marciare se non infustando le peci se non c’era il CS28. Quindi è nato per questo motivo.

DOMANDA - Lei è a conoscenza se nel parco serbatoi fosse stato costruito un grande deposito di peci clorurate che provenivano da altri impianti?

RISPOSTA - No, peci clorurate direi no. Acque clorurate, prodotti clorurati. Perché per peci si intende un qualcosa che se uno non lo mantiene in temperatura di fusione, diventa duro.

DOMANDA - Certo.

RISPOSTA - Quindi, per mettere un serbatoio atmosferico ed a temperatura ambiente, devono essere...

DOMANDA - Liquide.

RISPOSTA - Soluzioni, liquide. Potevano Quindi essere anche peci, ma molto diluite, in modo tale che non solidificassero.

DOMANDA - E da dove venivano queste sostanze?

RISPOSTA - Sicuramente dagli impianti dei clorurati.

DOMANDA - Ecco, ma la mia domanda è se successivamente sono stati collegati all’impianto di incenerimento clorurati altri impianti?

RISPOSTA - Sì. L’impianto CS28 è nato con due camere di combustione: una per queste peci fuse diciamo a 180 gradi di temperatura, etc.; ed una camera contrapposta, dove era previsto in un secondo tempo, ma io penso che sia stato fatto negli anni successivi. Perché, ripeto, quando io mettevo in marcia un impianto e quello era a posto, io passavo ad altri compiti. Però il CS28 aveva una seconda camera per clorurati leggeri, quindi era predisposto per poter bruciare quei famosi clorurati che mi risulta erano stoccati al parco serbatoi, mi pare con uno o due serbatoi da 10.000 metri cubi, appunto in previsione di andare. Però, quando è partito il DL2, da quanto io mi ricordo, è partito solo con le peci del...

DOMANDA - Che dimensioni aveva questo serbatoio che raccoglieva clorurati?

RISPOSTA - Ricordo sui 10.000 metri cubi. Mi pare che poi fossero due, ma uno sicuramente.

DOMANDA - E da dove provenivano questi clorurati?

RISPOSTA - Dagli impianti del CV11 e 12 e dai CV22 e 23.

DOMANDA - Io le mostro un verbale di visita fatta da lei, di un sopralluogo effettuato da lei e da altri dipendenti Montedison, Montevecchi e Mastini; è verifica ad una discarica controllata dì proprietà della Cantieri Costruzioni Cemento di Musile di Piave. Il verbale è del 13 marzo ‘75 e si legge: "A seguito di una lettera dell’ingegnere Ligabue all’ingegnere Cecchi, 24 febbraio ‘75, nella quale veniva prospettata la possibilità di avviare in una discarica controllata di proprietà della società Cantieri Costruzioni Cemento, residui solidi provenienti dagli stabilimenti di Porto Marghera, e in particolare anche i fanghi biologici opportunamente trattati, è stato deciso da parte della direzione di stabilimento che l’ingegner Mastini, il perito Mason, l’ingegnere Montevecchi, approfondissero il problema, contattando l’ingegnere Merlo, direttore della società citata". Viene dato atto del sopralluogo, viene dato atto che a garanzia del rispetto dell’integrità della falda il professor Campo dell’Università di Padova dovrebbe eseguire controlli mensili opportunamente correlati da analisi chimiche delle acque stesse. A pagina due si legge: "L’impressione riportata è che attualmente il problema sia ancora lontano da una soluzione razionale e tecnicamente valida, che possa soprattutto offrire, in caso di discarica dei nostri materiali, garanzie di continuità e tranquillità da un punto di vista ambientale e giuridico. Si ritiene invece che possa essere mantenuto il contatto per materiali non inquinati". Che cosa si ricorda di questa verifica e a proposito di quale smaltimento veniva verificata questa discarica?

RISPOSTA - Io sono stato coinvolto proprio, come dicevo prima, era proprio il discorso che facevo prima, per questo problema, quando io appunto nella proposta, nel RDA del preventivo, avevo ipotizzato, avevamo ipotizzato, i due forni, uno di scorta all’altro.

DOMANDA - La sua commessa sempre del biologico?

RISPOSTA - Biologico. Perché uno di scorta all’altro abbiamo proposto? Voi sapete che i forni, marciando a temperature elevate, avendo shock termici, avendo effetti corrosivi, erosivi, etc., hanno bisogno di manutenzione. Noi avevamo esperienza, tutti i forni hanno bisogno di manutenzione periodica, e così via. E un forno in particolare non è una cosa che si ripara in mezza giornata ma ha, per sua costituzione, la necessità di avere un ciclo di raffreddamento e un ciclo di riscaldamento alla fine delle operazioni. Ciclo di riscaldamento, in un forno che marcia a mille gradi, se no ci sono shock termici che spaccano tutto, quindi ci sono delle curve da rispettare. Quindi, nel momento in cui uno ferma un forno, c’è tutto il periodo, che sono giorni, per raffreddare, perché poi la gente deve andare dentro a lavorare, e poi finiti i lavori, ad esempio rifare refrattario e così via, bisogna riprendere la fase di riscaldamento. Ed anche questa deve essere fatta secondo delle curve precise, che sono date poi da calcoli precisi, perché se no ci sono cricche dei refrattari, e così via. Allora, un’ipotesi ragionevole era che un forno di quel tipo stesse fermo minimo quindici giorni. Io ho fatto un conto semplicissimo: quindici giorni per x, adesso non ricordo ma erano tonnellate di fanghi, io dissi "dove buttiamo questi fanghi"? Perché voi sapete, l’ho detto prima, che i fanghi stoccati in atmosfera vanno in putrefazione e sono una fogna a cielo aperto, allora la proposta del secondo forno. A meno che, era nella mia relazione, non si trovi una soluzione per smaltire i fanghi, ovviamente in maniera sicura, nel periodo di manutenzione dei forni. Questa visita, cioè qualcuno si è posto il problema di risparmiare questo miliardo e mezzo del secondo forno trovando la soluzione; io credo che sia nata proprio in conseguenza di quella proposta. Questa visita allora perché è stata fatta? Mi hanno detto: andate a vedere, perché abbiamo questa proposta. Noi siamo andati a vedere, siamo scesi in questa cava; era una cava al di sopra di Treviso e voi sapete come sono adesso le discariche, hanno una procedura precisa, prevista dalle normative precise, strati di argilla, nastri impermeabili, etc.; abbiamo visto questa cava che era, il fondo di questa cava, fonda 10 - 15 metri, cava di mistone perché voi sapete che a nord di Treviso ci sono molte cave dove ancora oggi pescano il mistone, che è un misto di sabbia e sassi che serve per fare il sottofondo delle strade, dei terreni, che vanno caricati, di costruzione, etc.. Noi abbiamo visto che il fondo di questa cava, ed abbiamo chiesto, dicono: sì, sì, ma non ci sono problemi. Dico: ma scusate, ma qui siete più alti di Treviso - io feci questa battuta - ma qui non è che penetra roba e va a finire ad inquinare le falde? Comunque abbiamo avuto risposte vaghe, e la relazione mia che non vedo qua ma io la ricordo bene, dissi: per l’amor di Dio, io non prenderei il rischio... Dicemmo noi perché eravamo in commissione, perché Mastini era dell’ufficio acquisti, in caso di fare un appalto, un contratto con questa gente; Montevecchi era della sicurezza dell’ecologia di stabilimento, io come...

DOMANDA - Quindi non si mandarono i fanghi biologici?

RISPOSTA - Nel modo più assoluto, perché nella... Bisi rispose, dopo la nostra relazione, dicendo: vista la situazione di questa cava, che non dà nessuna sicurezza, noi andiamo avanti con la...

DOMANDA - Io produco al Tribunale, ed anche al Pubblico Ministero, oltre che la lettera che aveva innestato questa verifica, quella del 24 febbraio ‘75 dell’ingegnere Ligabue all’ingegnere Cecchi, la lettera del 7 marzo ‘75 dell’ingegner Bigi, mandata per conoscenza anche al perito Mason, in cui si dice: "L’argomento della discarica controllata è indubbiamente suggestivo; mi pare tuttavia che vada visto in prospettiva piuttosto che in alternativa all’incenerimento da noi prospettato nell’ADI del nuovo biologico. Siamo dell’opinione tuttavia che nel caso nostro si debba procedere con la massima urgenza e realizzare la sezione incenerimento dell’impianto biologico". E poi via dicendo, vengono specificate le caratteristiche della discarica che non davano garanzie. Ecco, concludendo, devo produrre un altro documento al Tribunale, Il Corriere della Sera del 15 marzo ‘75; è un articolo in cui si dà atto che la Magistratura ha aperto un’inchiesta e ordinato delle perizie tecniche su delle discariche abusive. In particolare, nel secondo paragrafo, ci si riferisce ad una discarica in Musile di Piave, gestita dall’ingegner Pasquale Cristaldi di Padova. Lei si ricorda questo nome?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E` quello che risulta nel verbale di sopralluogo.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Con cui era consulente il professor Francesco Campo, che anche questo era nel sopralluogo.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Con riferimento all’area 31 e 32, che era collocato all’interno dello stabilimento vero?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei, pure non occupandosi di questo, aveva notizia, si è reso conto che fino ad un certo momento quest’area ha funzionato come discarica?

RISPOSTA - Sicuramente sì, perché io nella mia attività di impiantista diciamo, io ho costruito negli anni ‘65 gli impianti ..(inc.) che era un know-how della Amoco americana e progettato dalla Sititi Design, ed ho dovuto, per insistenza, perché essendo uno dei vecchi della baracca, allora direttore diciamo, qui non va etc., ho fatto la gestione dei reparti TA, cioè li avevo costruiti ed avviati con gli americani e poi, per motivi vari, era morto il responsabile della produzione, insomma non producevano nei quantitativi previsti dal progetto, quindi c’erano problemi più impiantistici che di processo da risolvere. E quindi, per due anni e mezzo, tre anni, ho fatto l’esercizio, quindi ho smesso il mio mestiere ed ho fatto il mestiere, che a me personalmente non piaceva, comunque ma ho dovuto farlo. Ed appunto in quel periodo, lì avevamo un centinaio di dipendenti in questi reparti, nelle aree 31 e 32, che erano adiacenti ai reparti TA, arrivavano puzze boia...

DOMANDA - Riesce a collocare questo periodo?

RISPOSTA - Beh, gli anni ‘70, dopo che ho fatto...

DOMANDA - Il biologico?

RISPOSTA - Direi di sì.

DOMANDA - Lei si ricorda se questa area, ad un certo momento, sia stata ricoperta ed inerbata?

RISPOSTA - Sicuramente sì. Perché io, dall’87 poi, ho lavorato nella CPM, che appunto è un’area, uno stabilimento che è nato sul vecchio insediamento dei reparti TA. Ed una delle opzioni, e questo nell’87, di questa società era anche di acquisire le aree del 31 e 32, che erano ovviamente ricoperte, etc., etc.; quindi erano sicuramente ricoperte in quel periodo lì.

DOMANDA - Cercando di essere più preciso con riferimento a questa epoca in cui sarebbe venuta questa cosa, lei riesce a collocare, ha degli elementi per collocare quanto meno in un periodo di un particolare direttore di stabilimento, questa opera, questa attività?

RISPOSTA - Sì. Il povero Taliercio, che oltretutto era anche della mia generazione, quindi un amico, lavoravamo insieme, perché ai tempi che io facevo il montaggio degli impianti lui curava la parte elettrica, come ufficio tecnico, allora era direttore di stabilimento e lo era anche nella fase di esaurimento, etc., aveva un progetto nell’angolo sud - ovest dell’area 32, cioè praticamente dove c’è la Veneta Lavaggi, nell’angolo, sempre nell’area ricoperta, è stata costruita una vasca che aveva un preventivo molto alto; Taliercio mi chiese un parere, dice: ma ti sembra giusto questo preventivo? Gli dico: fammi vedere. E ricordo che la vasca fu, adesso non ricordo esattamente l’anno preciso che è stato ucciso Taliercio, ma era prima insomma, lui era già alla fase di esaurimento diciamo, quindi era vicino a quando poi l’hanno rapito, etc.. Quindi sicuramente io ricordo che la vasca è stata costruita in quell’area, quindi a me risulta che a quel tempo l’area era coperta. Adesso l’anno...

DOMANDA - Con riferimento al periodo invece in cui funzionava come discarica, lei si ricorda che tipo di rifiuti portavano in quest’area?

RISPOSTA - Ripeto, avevamo il personale che si lagnava delle puzze, portavano con bonze, cioè con autobotti, degli spanti scuri, degli spanti neri, ritengo del TDI.

DOMANDA - Grazie.

 

PRESIDENTE

 

DOMANDA - Tanto per puntualizzare tutta questa sua deposizione, alcune domande brevissime. Quando entra in funzione l’impianto biologico?

RISPOSTA - Mi pare o ‘76 o ‘77, che andò a regime. Adesso la data precisa non la ricordo.

DOMANDA - Forse più tardi, mi pare che il teste Polo abbia detto che diventa pienamente funzionante tra il ‘79 e l’80.

 

Avvocato Baccaredda: fine ‘77 signor Presidente, l’entrata in funzione, 15 dicembre ‘77.

 

DOMANDA - Va bene. Veramente ha anche distinto mi pare la realizzazione dell’impianto in tre sezioni.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E mi pare che alla fine della realizzazione delle tre sezioni e alla fine di un, diciamo forse necessario, anche rodaggio di tutto l’impianto, il funzionamento diciamo così tranquillizzante che dava garanzie di trattamento fosse avvenuto tra il ‘79 e l’80; così mi ero annotato, ma se è precedente, prendo atto che è precedente.

RISPOSTA - Io lo ricordo perché il test Run è stato fatto, appunto mi pareva fine ‘77; e ripeto, il test Run è una marcia controllata, quindi con campioni presi ogni x ore, ed i parametri di COD e BOD in uscita erano sempre abbondantemente... Non ho detto una cosa importante: nel momento in cui abbiamo progettato l’impianto biologico, in funzione ripeto della quantità delle acque da trattare e del carico organico, per tranquillità noi abbiamo preso un over design quasi del 25%, cioè abbiamo detto: non si sa mai, prendiamoci i margini. Quindi aveva margini di capacità.

DOMANDA - Il trattamento dei fanghi per incenerimento quando esattamente avviene?

RISPOSTA - Insieme. Perché, se non c’era incenerimento di fanghi, se non c’era altro modo per smaltirli, bisognava assolutamente incenerirli. Quindi è andato in marcia contestualmente. Una volta a regime, quando è iniziata la produzione di fanghi...

DOMANDA - Ed il trattamento del nero fumo all’incenerimento quando si verifica?

RISPOSTA - Il nero fumo arrivava con delle acque che arrivavano dal vecchio Petrolchimico. Adesso non lo so se è stato fatto in tempi successivi, questo non lo ricordo.

DOMANDA - Per il trattamento dei clorurati invece l’impianto viene ad essere funzionante quando?

RISPOSTA - Parliamo di CS28 o di un impianto per le acque clorurate?

DOMANDA - Per le acque clorurate.

RISPOSTA - No, io non l’ho curato, non era una commessa mia.

DOMANDA - Sono tutti successivi, quindi? Anche quello per il trattamento degli azotati.

RISPOSTA - Sì..

DOMANDA - Perché sono degli anni ‘80, metà anni ‘80?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - D’accordo, non ho altro da chiederle. Se ci sono in controesame delle domande da fare?

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Sì, alcune domande rapidissime. Lei parlava prima del fatto di essere stato nominato capo commessa. Le volevo chiedere sulle procedure in generale, dopo che c’era l’apertura dei lavori, nella fase conclusiva che cosa succedeva per quanto riguarda la parte collaudi e poi la formale chiusura della commessa?

RISPOSTA - La procedura diciamo standard, della conclusione di un progetto, perché come ho detto prima chi deve ricevere il progetto è l’esercizio, chi poi lo deve esercire nel tempo. Ovviamente c’è sempre una difficoltà da parte dell’esercizio a ricevere un impianto, perché si prende da quel momento la responsabilità per ottenere i risultati; quindi c’è sempre una fatica a fare accettare all’esercizio l’impianto. Ecco perché il test Run dura parecchi giorni e naturalmente l’esercizio chiede in quella fase, è la fase di ceck - list, di messa a punto, alcune modifiche, alcune comodità, alcune cose che il capo commessa, se ritiene che siano richieste ragionevoli, ha il dovere di fare. Richieste che non sono ragionevoli, a quel punto il capo commessa, siccome non aveva ovviamente il potere, diceva: no, queste cose non ritengo giusto farle. A quel punto allora veniva convocata una riunione con la direzione; se la direzione riteneva giusto fare queste ulteriori modifiche, aggiunte, etc., veniva fatta una variazione del preventivo, autorizzata la variazione della commessa, e quindi si facevano questi interventi. Però gli interventi di routine, non so una passerella più comoda per accedere o una presa campione più comoda, sono cose che si facevano normalmente.

DOMANDA - E concretamente e materialmente cosa succedeva, c’era un modulo di ordine lavori?

RISPOSTA - Proprio un verbale di consegna, dove se l’esercizio aveva delle riserve, diceva: sì, va tutto bene, però io qua ho qualche dubbio, lo vediamo nel tempo, faccio una riserva; se c’è la necessità, devi intervenire, etc., etc.. Però nel biologico questo non è successo.

DOMANDA - Ad un certo punto quindi c’era la chiusura formale dei lavori?

RISPOSTA - La chiusura della commessa. Il capo commessa.., ovviamente veniva aperta una commessa; ovviamente c’era un continuo monitoraggio del consuntivo, perché c’era una procedura. Perché questo, sono stati creati i capi commessi di stabilimento? Perché, vedi il nuovo Petrolchimico, i preventivi fatti in sede erano probabilmente fatti in gran fretta ed il consuntivo è risultato molto superiore agli importi previsti. Voi sapete, o se non lo sapete ve lo spiego io, per fare un preventivo più o meno del 10%, che è quello che si fa adesso normalmente negli investimenti, bisogna produrre una documentazione di base analitica, cioè dire: un pec, cioè un forno, uno deve avere l’offerta in mano per dire cosa costa. Quindi la sommatoria dei costi deve essere fatta su cose concrete, certe; sennò il preventivo è impossibile farlo bene. Il capo commessa appunto, una volta che ha concluso la commessa, ha verificato, ha avuto l’ok diciamo da chi deve ricevere l’impianto, tenendosi una piccola commessa per fare questi arrangiamenti finali che normalmente ci sono sempre nella consegna di un impianto, chiude la commessa e tiene aperta quella commessa, che in quel caso mi pare fosse di 50 o 80 milioni per piccole cose, etc..

DOMANDA - Venivano anche collaudi tutti questi lavori?

RISPOSTA - In che senso?

DOMANDA - C’era un collaudo formale?

RISPOSTA - Diciamo che le apparecchiature ISPELS od NCC, come si chiamavano in quei tempi, c’erano i collaudi ufficiali con gli enti esterni che venivano, rilasciavano certificati: valvole di sicurezza, etc.; i collaudi interni erano collaudi fatti in contraddittorio: pressatura delle linee, marcia delle macchine, misura degli assorbimenti, etc., etc.. Erano quindi dati che si facevano col test Run.

DOMANDA - E temporalmente questi collaudi esterni ed interni si ponevano dopo la data di chiusura della commessa?

RISPOSTA - No, i collaudi presenti ed ufficiali, per esempio se ad un paranco c’era allora l’ENPI che doveva fare i controlli, i certificati etc., si facevano durante: una volta montato l’apparecchio ISPELS, voi sapete che ogni apparecchio a pressione ha un libretto che nasce insieme alla costruzione dal costruttore; poi arriva nello stabilimento dove viene montato e poi diventa appunto proprietà dello stabilimento; quando l’apparecchio è montato, l’ISPELS locale, cioè in questo caso di Venezia, veniva a fare la visita, i controlli, le pressature, etc. etc.; e rilasciava, firmava diciamo il libretto, che l’apparecchio arrivato e collaudato presso il costruttore, arrivato e montato, era in ordine, era in regola, etc.. Questi erano i collaudi ufficiali; mentre i collaudi interni diciamo, di marcia delle varie macchine, etc., etc., ovviamente si facevano in contraddittorio durante il test Run. Test Run significa provare tutte le sezioni di impianto, tutte le macchine, etc., etc., finché tutto era in regola. Perché, se durante il test Run c’era qualcosa che non era conforme, bisogna modificare, cambiare, perché l’esercizio non riceveva ovviamente quella sezione di impianto.

DOMANDA - Quindi la chiusura di commessa formalmente era successiva?

RISPOSTA - Veniva alla fine, quando tutto era a posto.

DOMANDA - E veniva rinnovato?

RISPOSTA - Perché se no bisognava riaprire la commessa. Perché è chiaro che il capo commessa, quando aveva l’okay, che tutto andava bene, diceva: benissimo, io ho finito, questo è il consuntivo, la commessa può essere chiusa. Si faceva una comunicazione alla sede, dicendo il consuntivo che risultava a noi, perché c’era un consuntivo tecnico, poi c’era il consuntivo di sede dove venivano caricate tutte le altre balle che erano al di fuori diciamo della responsabilità, perché erano decisioni della sede quando faceva la ripartizione delle spese generali, ma diciamo il consuntivo tecnico veniva chiuso e si diceva: la commessa ha realizzato. Ovviamente con il verbale di consegna all’esercizio.

DOMANDA - Salvo riaperture o nuovi finanziamenti?

RISPOSTA - Esattamente. Se c’era la decisione di aggiungere qualcosa, si faceva una nuova procedura, cioè si faceva il preventivo, lo studio. Ripeto, è l’unico modo per avere costi certi. Una volta non veniva fatto in Montedison, fino agli anni ‘71; e poi, quando si è iniziata a fare questa procedura, gli investimenti erano certi. Io che ho fatto investimenti dopo questa fase come capo commessa, a mia memoria nessun investimento è uscito dal preventivo, sempre dentro più o meno al 10%.

DOMANDA - Quindi anche per problemi di rientrare nei bilanci, nei preventivi?

RISPOSTA - Sì, perché vede, se è un impianto ecologico, lì non ci sono problemi di guadagnare soldini, quindi bisogna risolvere dei problemi. Ma se un impianto è di produzione, il costo è fondamentale; perché se un impianto, invece di costare dieci miliardi ne costa venti, conviene non farlo, perché uno dopo non ci sta dentro col prezzo. Quindi, sapere cosa costa un impianto era fondamentale; e mantenere quel costo anche.

 

AVVOCATO VASSALLO

 

DOMANDA - Da quanto tempo lei era dipendente Montedison?

RISPOSTA - Io sono entrato nel ‘56 alla San Marco, che poi è stata assorbita, acquistata, dalla Sicedison. Cioè la San Marco era della Sade allora.

 

Presidente: la domanda era fino a quando è rimasto in Montedison.

 

DOMANDA - Avevo capito male la domanda. Io sono rimasto fino all’87.

DOMANDA - Quindi dal ‘56 all’87.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei alla DIM non ci ha mai lavorato?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Volevo capire solo un po’ il discorso a monte. Chi le dava gli input per preparare i preventivi in modo tale da seguire poi come capo commessa, chi stabiliva quali erano questi, quale attività doveva essere svolta da lei?

RISPOSTA - Le ho detto prima, velocissimamente, che si doveva produrre un’ingegneria di base; ingegneria di base che significa: significa uno schema.

DOMANDA - Sì, l’RDA.

RISPOSTA - Ingegneria di base è un termine abbastanza noto che significa il basic di un investimento. Il basic in cosa consiste? Sostanzialmente è uno schema di marcia, schema ovviamente quantificato, i data sit voglio dire, le specifiche delle varie apparecchiature che servono per l’impianto, l’elenco linee e tutto quello che è necessario per costruire l’impianto. Ecco perché, dicevo prima, una volta prodotta in maniera corretta la ingegneria di base, è facile fare il preventivo, perché all’elenco dettagliato di tutte le apparecchiature...

DOMANDA - Ma questo l’ho capito, è a monte: chi stabiliva inizialmente di fare gli impianti? Chi glielo diceva, chi le diceva: facciamo questo impianto, inizi a prepararmi?

RISPOSTA - In genere un impianto...

DOMANDA - No in genere, volevo sapere a chi si rapportava lei, che la chiamavano e le dicevano: lei è capo commessa, mi prepari tutta la procedura iniziale per questo impianto?

RISPOSTA - La direzione.

DOMANDA - Chi, soggetti?

RISPOSTA - Nel caso specifico, per quanto mi riguarda, c’era a quei tempi l’ingegner Bigi o il direttore di stabilimento o la sede; perché la RDA, cioè gli investimenti al di sopra di un certo importo, venivano coordinati diciamo dalla sede. Allora era l’ingegnere Gallinari il responsabile di questo settore.

DOMANDA - La decisione di iniziare una procedura per un impianto era presa dal direttore di sede?

RISPOSTA - C’era una procedura, se mi consente gliela spiego, come meccanismo.

DOMANDA - Prego.

RISPOSTA - C’è da produrre scarpe, dice: vogliamo produrre scarpe. Allora, per produrre scarpe cosa bisogna fare: c’è il reparto che ha prodotto qualcosa di simile che fa un process, cioè uno schema di base, dice: per produrre scarpe bisogna fare più o meno questa roba qui. A quel punto si comincia a produrre la documentazione per produrre, per fare questo...

DOMANDA - Lei continua a non rispondermi.

RISPOSTA - Io non capisco la sua domanda.

DOMANDA - Chi ha deciso di produrre scarpe? Chi decide e la chiama? A me interessa a monte, non a valle. Lei continua a parlarmi a valle.

RISPOSTA - Allora, per un impianto di produzione, è la società che dice: voglio vendere scarpe.

 

Presidente: no, ma guardi, abbia pazienza, qua non si parla di scarpe, etc.. Vuole sapere l’Avvocato, tanto per intenderci, di tutti questi vari impianti di cui lei ha parlato, dall’impianto biologico agli impianti di trattamento, etc., che via via qua ha illustrato, chi li ha decisi questi investimenti, tanto per intenderci? Chi ha deciso questa politica di investimenti per.

RISPOSTA - Ho detto prima che, e parliamo del biologico in particolare, quando è stata emanata la legge su Venezia, allora la vice direzione, che era l’ingegnere Bigi, mi convocò dicendo: bisogna fare l’impianto biologico, bisogna risolvere il problema delle acque di stabilimento, bisogna fare tutto quello che è necessario per. Da quel momento, ho spiegato prima mi pare in maniera chiara, è stato fatto il discorso del monitoraggio delle acque dello stabilimento, è stato dimensionato l’impianto, etc., fino ad arrivare alla schematizzazione di tutto e la produzione del preventivo, perché il preventivo ripeto si fa alla fine di tutta questa fase.

DOMANDA - C’erano degli importi al di sopra dei quali veniva stabilito un certo iter, o al di sotto dei quali?

RISPOSTA - Sì. C’erano dei limiti che cambiavano continuamente, cioè le commesse fino a 100 milioni, 50 milioni, venivano decise anche dallo.., cioè il direttore di stabilimento aveva la possibilità di decidere direttamente, però aveva dei limiti. Però le RDA, le commesse grosse, venivano ovviamente inviate in sede, c’era un comitato di sede e di direzione che le esaminava e dava l’okay, l’apertura.

DOMANDA - Quindi era Milano?

RISPOSTA - Le commesse grosse, tipo biologico, parco serbatoi, erano commesse decise dalla sede.

DOMANDA - Decise quindi dalla sede, calate su di lei per programmare i preventivi e da lì poi ritornavano a Milano?

RISPOSTA - Milano apriva la commessa o non apriva la commessa, ma d’accordo con l’investimento. Diceva, come ho detto prima: no, un impianto produttivo non mi conviene e non si fa l’investimento.

DOMANDA - Torniamo al biologico: era una necessità dovuta dalla legge?

RISPOSTA - Esattamente, quindi ha preso atto ed ha aperto la commessa.

DOMANDA - Volevo capire: quindi non si partiva già con un budget iniziale su cui lei poteva lavorare?

RISPOSTA - No, il budget iniziale non poteva essere noto perché se non si faceva il preventivo.., il budget iniziale, quando la commessa è stata aperta, è stata aperta sul preventivo da me prodotto, ed allora ricordo di 10 miliardi 330, ed è stata aperta la commessa su questo preventivo. Il budget era questo.

DOMANDA - I limiti di cui parlava poco fa a cosa vengono riferiti, le diversità di importi delle commesse e quindi comportamenti diversi, a che cosa li riferiva?

RISPOSTA - I limiti erano il preventivo che io avevo presentato. Se un capo commessa presenta un preventivo di una certa cifra, se ovviamente, nel caso dell’ecologia, doveva essere accettato, perché c’era una legge da rispettare, il capo commessa era responsabile di rispettare questo importo. Ripeto, ho detto prima, se il capo commessa si rendeva conto, per vari motivi, perché erano stati fatti errori od erano nate nuove esigenze, vedeva, perché il consuntivo veniva controllato in tempo reale, continuamente, chiedeva soccorso. E` capitato in altre cose: qui bisogna aggiungere degli apparecchi, bisogna che mi dai ancora due miliardi, etc., etc. per finire.

DOMANDA - Ho capito, ma lei parla del dopo ed io invece voglio il prima. Ho capito che quando viene deciso, e lei è autorizzato, segue il lavoro, perché corrisponde a tal preventivo e lo speso. E questo è il controllo di procedura, questo è abbastanza normale direi. Quello che volevo capire era sempre a monte, prima: quando si decide un impianto, chi lo decide l’ha detto poco fa.

RISPOSTA - La direzione.

DOMANDA - A Milano, se ho capito bene.

RISPOSTA - Certo.

DOMANDA - Su proposta, penso, del direttore di sede o di qualcun altro, perché non è che Milano...

RISPOSTA - Il direttore di stabilimento mandava l’RDA a Milano e Milano appunto approvava, apriva le commesse.

DOMANDA - Ma c’erano delle volte che non approvava?

RISPOSTA - Ripeto, se c’erano dei casi... per quanto mi riguarda, io non ricordo commesse che furono state rifiutate. Ma ho detto in linea teorica, se la società ritiene che quel costo di quell’impianto non giustifica..

DOMANDA - Ma se il costo lei non l’ha ancora fatto, come fa a saperlo! Poco fa lei mi ha detto che non c’era il costo.

RISPOSTA - E` lei che non capisce, io ho detto che si manda avanti un preventivo e si manda avanti un RDA, con allegato il preventivo; quindi il costo è noto a chi deve decidere. Non capisco, forse mi spiego male, ma mi pare di averlo detto chiaro.

 

Presidente: un attimo, siccome a me interessa poi parlare delle cose concrete di cui si è qua trattato e si sono soprattutto fatte le domande al teste, io voglio sapere rispetto a quali preventivi lei si riferisce. Perché è inutile parlare o di scarpe come fa il teste oppure di cose ipotetiche come fa lei. Cioè, rispetto all’impianto biologico, ha risposto; rispetto agli altri impianti, se vuole fare delle domande, le faccia, ma ad impianti specifici, non semplicemente così a commesse e le procedure. Siamo ancora a tre anni fa, abbiate pazienza santo cielo.

 

DOMANDA - Sì, ma abbiamo dei testi che hanno lavorato là dentro, noi dobbiamo chiedere com’erano...

 

Presidente: ho capito, ma sono domande che sono già state fatte ripetutamente.

 

DOMANDA - Ad altri testi, Presidente.

 

Presidente: e poi comunque, se si fanno domande, si fanno domande specifiche rispetto alle risposte che il teste ha dato.

 

DOMANDA - Benissimo, allora posso chiedere, grossomodo, quale era l’ammontare della spesa per l’impianto biologico?

RISPOSTA - Il preventivo era, ricordo, di 10 miliardi 330.

 

Avvocato Baccaredda: è già stata fatta la domanda, signor Presidente.

 

DOMANDA - Poco fa le è stato ricordato in un documento che le è stato prodotto, secondo il quale sarebbero stati spesi, tra il ‘73 e l’81, 60 miliardi; grossomodo lei mi dice che spendevate sui 7 miliardi e mezzo di investimenti per...

 

Avvocato Baccaredda: non dice niente il teste a proposito. Io faccio opposizione al modo di formulare le domande, signor Presidente.

 

Presidente: ma sono domande fatte a pressappoco. Scusate, il teste ha fatto riferimento a degli investimenti precisi che sono stati fatti con riferimento a determinati impianti. Allora, se vogliamo parlare dei 60 o 70 miliardi, prendiamo il documento che è stato presentato e chieda se effettivamente questi investimenti sono stati poi utilizzati, non solo deliberati ma sono stati effettivamente utilizzati, per fare gli impianti che ci ha descritto. Sì o no? Questo è quello che deve essere richiesto al teste.

 

DOMANDA - Va bene, Presidente, nessuna domanda.

 

Presidente: ma le domande, voglio dire, le si devono fare specifiche, precise.

 

DOMANDA - Io ricordo benissimo, è stato detto a pagina se non sbaglio, potrei sbagliarmi sul numero della pagina: "Sono stati fatti investimenti per 60 miliardi dal ‘73 all’81"; ed è stato chiesto al teste di confermarlo. Se vuole, si veda pure il verbale; me lo sono scritto anche. Quindi chiedevo da spiegazione.

 

Presidente: ma investimenti rispetto a che cosa, mi scusi? Perché non credo che la Montedison abbia fatto dal ‘73 all’81 investimenti per 70 miliardi; ne avrà fatti rispetto a determinati impianti che sono stati indicati.

 

Avvocato Baccaredda: impianti di depurazioni acque ed è stato precisato nella domanda.

 

DOMANDA - Ecco, vede Presidente, non era solo quindi investimenti per creare scarpe, come diceva il teste; ma secondo il teste sarebbe stato per fare un certo tipo di investimento del depuratore. Volevo allora sapere se mi conferma che secondo... lei si è occupato di tutti questi investimenti?

RISPOSTA - No, io ho detto che mi sono occupato di due commesse: piano biologico e risanamento parco serbatoi, per un importo globale di circa 20 miliardi, adesso non ricordo le cifre, di questi 60.

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

DOMANDA - Sulle domande del Presidente, due dettagli. Forse non è stata detta la data, che lei ricorda, dell’impianto di incenerimento clorurati?

RISPOSTA - E` stato fatto contestualmente al montaggio del CV22 e 23 e di DL2, quindi ‘70 o ‘71, quando è stato costruito il nuovo Petrolchimico.

DOMANDA - Seconda ed ultima domanda: lei, quando faceva gli impianti, ha detto che li metteva in marcia e faceva una verifica qualitativa. Dopo che li aveva messi in marcia gli impianti, se ne occupava ancora?

RISPOSTA - No. Perché il capo commessa, l’ho spiegato prima, una volta che consegnava all’esercizio gli impianti, l’esercizio li riceveva, perché è chiaro uno dà e l’altro deve riceve, se è d’accordo, il capo commessa passava ad altro, perché evidentemente il mio mestiere era...

DOMANDA - Ho concluso.

 

PRESIDENTE

 

DOMANDA - Il Giudice a latere voleva che lei dicesse, ma mi pare l’avesse già descritto il teste Polo, quale impianto esisteva prima, o quali impianti esistevano, prima della realizzazione dell’impianto biologico. Esistevano degli impianti di reparto per il trattamento dei reflui, oppure non esisteva nulla?

RISPOSTA - L’unico impianto che esisteva era il Lurghi cosiddetto del cracking, che è quel primo impiantino che era nell’area dov’è stato fatto il biologico, veniva scaricato e le fogne andavano nello scarico.

DOMANDA - Perfetto. Quindi, praticamente prima del biologico allora lei ci ha descritto all’inizio quale era la situazione, praticamente era una situazione dove tutte le acque venivano scaricate in maniera diciamo anche così incomprensibile, attraverso un impianto fognario che poi veniva a scaricare direttamente?

RISPOSTA - In Laguna. Nei canali, etc.. Perché la legge, appunto, da quando è nata ha imposto che non si poteva più scaricare, quindi bisognava fare gli impianti per. E quello è stato appunto il discorso, l’ho detto prima, di monitoraggio, di separare, di dividere, perché tutto andava insieme.

DOMANDA - Benissimo, grazie, può andare.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - POLO BRUNO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Volevo cominciare con una prima domanda che fa riferimento alla pubblicazione Montedison che è stata depositata la volta scorsa dalla Difesa di Montedison; pubblicazione che era relativa al trattamento chimico biologico delle acque di scarico dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. A pagina 1 di questa pubblicazione viene detto: "Il complesso degli impianti biologici Montedison di Porto Marghera, SG31, Più impianto biologico presso il reparto cracking, è in grado di trattare - questa letteralmente è la sua dichiarazione - complessivamente 55.000 metri cubi al giorno di acqua, contenenti fino a 86.000 chilogrammi al giorno di sostanze organiche, espresse convenzionalmente come COD, il termine cioè di ossigeno necessario per l’ossidazione chimica della sostanza organica". Concludeva lei e concludeva questa documentazione dicendo che le prestazioni sarebbero sufficienti per depurare tutto il carico organico delle acque di scarico di una città di circa 500.000 abitanti. Per contro, nella relazione svolta da lei nel convegno di Riva del Garda nel settembre ‘81, altro documento prodotto la volta scorsa, a pagina 1 veniva scritto: "La potenzialità di questi impianti, in termini di carico organico, espresso come COD corrisponde a 750.000 abitanti equivalenti". Io allora le volevo chiedere come mai c’è questa vistosa differenza, che è di oltre il 50% nella sua relazione dell’81, nella valutazione della potenzialità di questi stessi impianti?

RISPOSTA - Le rispondo subito: lì bisogna stare molto attenti al discorso, perché la valutazione del carico organico biodegradabile deve essere fatta con le concentrazioni di COD o BOD5 che entrano nella sezione di ossidazione biologica. Non vorrei che nella prima relazione che ha letto lei ci fosse questa discrepanza, perché è diverso il carico organico che entra all’ingresso dell’impianto, e quindi passa attraverso prima la sezione di chimico fisica, dove viene abbattuto un certo carico; quello è un carico che viene battuto prima della sezione biologica. Di solito quindi l’ipotesi si fa che il carico venga calcolato nella sezione, solo nella sezione biologica.

DOMANDA - Non è un documento mio, che ho letto io, è un documento che è stato prodotto da Montedison, che lei ha commentato la volta scorsa. Lì i calcoli sono fatti nella stessa maniera, le indicazioni relative alle sostanze organiche sono sempre espresse convenzionalmente come COD...

RISPOSTA - Ma la quantità è la stessa, scusi, nei due casi?

DOMANDA - Le ho detto qual è la differenza. Mentre nella pubblicazione Montedison si parla di questa possibilità di depurare acque di scarico per una città di circa 500.000 abitanti, lei parlava invece di 750.000 abitanti; al di là del numero, c’è una divergenza notevole che è del 50%. Le volevo chiedere se questa divergenza ha un significato o se sono, non so, degli errori, delle sviste numeriche?

RISPOSTA - C’è un’altra cosa da dire: quando si fanno i calcoli del carico organico equivalente di una città, lei sicuramente l’avrà visto in Letteratura, ci sono tre valori. Uno è il valore minimo, uno è il medio, uno è il massimo, che variano a seconda del tipo di città, se è più o meno antropizzata, se ci sono dentro delle industrie nella città che scaricano poi nelle fognature. La discrepanza quindi può variare da un numero tolto dalla Letteratura e diverso in funzione, se si considera una città più o meno industrializzata, o più o meno con un carico organico medio, minimo, massimo. Non credo che questo sia un punto molto importante nella discussione, perché poi l’efficienza dell’impianto si fa in base ai carichi applicati nella sezione biologica. Se lei fa i conti di questi carichi, dove li troverà scritti là, vedrà che le cose sono quelle da guardare: che siano 500.000 o 750.000, è puramente un numero che non ha molta importanza ai fini dell’efficienza dell’impianto.

DOMANDA - Guardi, io non le ho chiesto se era importante, le ho chiesto se era frutto di una svista od altro, perché erano documenti prodotti nella stessa circostanza.

RISPOSTA - Dovrei guardarlo più a fondo, e allora potrei dirle più esattamente.

DOMANDA - I numeri sono questi, comunque non insisto sulla domanda, questa è la prima di varie altre domande. Un’altra cosa sempre emersa alla scorsa udienza, a proposito dei monitoraggi delle acque, lei aveva affermato che nell’impianto biologico gradatamente sono stati inseriti degli strumenti di misura online, che potessero dare in qualsiasi momento, in continuo, in sala quadri, l’andamento del processo. Le volevo allora chiedere di riferire al Tribunale se tra questi strumenti, installati online, vi è anche lo strumento, ovvero l’apparecchiatura per la determinazione del COD nelle acque in uscita dalla sezione di trattamento biologico dell’impianto SG31?

RISPOSTA - Sì. Le spiego: nell’impianto non c’è uno strumento online che dia il COD, perché è una misura abbastanza complessa. Di solito, in tutti gli impianti, ed anche in questo, la misura del carbonio si fa con il TOC, che è un total organic carbon, che dà una misura del carbonio organico totale, che può essere riferita al COD. E quindi, nell’uscita dell’impianto biologico, c’è questo analizzatore che analizza il TOC, non il COD. Noi sappiamo però, da analisi di laboratorio, quanto sia il rapporto tra i due, e quindi quando c’è un valore di TOC possiamo correlarlo al valore di COD, anche se questa non è naturalmente una misura ufficiale, perché la misura ufficiale sappiamo bene che richiede due ore per fare l’analisi, due ore di ebollizione, e quindi il metodo per determinare questo parametro è molto lungo. Per avere una misura continua ed immediata, si utilizza negli impianti, ed anche in questo, questa misura di questo TOC, che è equivalente, non è COD però è una misura che si può correlare benissimo con l’inquinamento che sta uscendo.

DOMANDA - Quindi la sua domanda, alla mia semplicissima domanda, se ci fosse questo strumento per la determinazione del COD nelle acque in uscita, da questa sezione di trattamento biologico, è no?

RISPOSTA - Guardi, allora le precise ancora meglio...

DOMANDA - No, scusi un attimo, poi mi precisa quello che vuole: c’è o non c’è? Questa è la domanda.

RISPOSTA - Adesso c’è il TOC; all’inizio, quando si è iniziato con l’impianto, c’era un COD.

DOMANDA - Io le ho chiesto se c’è uno strumento...

 

Presidente: ha dato una risposta, d’accordo.

 

DOMANDA - Vado avanti, per quello che ho capito io, la risposta dovrebbe essere negativa. Allora le volevo chiedere quali erano le ragioni di questa mancata installazione online dell’apparecchiatura per la rilevazione analitica in continuo del parametro di legge COD? Le chiedo questo perché tra l’altro mi pare che questa apparecchiatura fosse da tempo disponibile sul mercato, di facile installazione e gestione.

RISPOSTA - Sì, le rispondo subito. All’inizio, quando è nato l’impianto, l’apparecchiatura in uscita dell’impianto era proprio un analizzatore di COD e non di TOC. Però ha dato moltissimi problemi e non era assolutamente affidabile, quindi è stata cambiata e da quella apparecchiatura è stato messo quello di TOC, perché con quello si poteva benissimo vedere che cosa stava uscendo.

DOMANDA - Su un impianto di trattamento biologico delle acque reflue di elevata potenzialità, come quello in esame che conosciamo, quando si determinano delle anomalie nel processo, o dei disservizi come li ha chiamati lei, per riportare il processo nei suoi parametri standard di funzionamento, non basta un giorno; servono più giorni, possono servire anche delle settimane, a seconda della rilevanza dell’anomalia dei processi determinatisi. Volevo chiedere se è così?

RISPOSTA - Certo, lei ha ragione di quello che ha detto, e le rispondo subito. Proprio per cercare di avere delle informazioni in anticipo, quindi di prevenire eventuali disservizi e disfunzioni nell’impianto, anche all’ingresso dell’impianto ci sono degli analizzatori che ci danno in continuo la portata dell’acqua che entra ed in più ci sono delle analisi che danno il carico organico, espresso come TOC ed il carico azotato come ammoniaca. Con questi parametri noi siamo in grado di gestire l’impianto, in modo tale da evitare qualsiasi fenomeno di disefficienza. Poi, per quanto riguarda parametri chiave, come ad esempio i cianuri, abbiamo addirittura sulle linee dove potrebbero arrivare dei cianuri, un analizzatore online che ci dà la concentrazione del cl in arrivo, quindi ancora prima che arrivi nei serbatoi di accumulo. E quindi questo ci permette, eventualmente ci fosse qualche aumento di questo parametro, di mandare subito o le acque da una altra parte od intervenire presso l’impianto che invia le acque al biologico.

DOMANDA - E` vero che l’installazione online dell’apparecchiatura adibita al monitoraggio in continuo del COD, nel flusso delle acque in uscita dell’impianto biologico, stanti i tempi che abbiamo detto lunghi e necessari per il ripristino delle condizioni standard del processo, registrerebbe inevitabilmente dei valori di punta del COD superiore ai limiti di legge ma della durata di giorni o settimane?

RISPOSTA - No assolutamente. A parte che il COD è un parametro che non è mai andato fuori standard, perché è un parametro abbastanza controllabile, i dati sono stati sempre molto inferiori ai limiti di legge; quindi proprio per questo parametro direi che proprio non ci sono stati problemi. Ci sono stati solo problemi come le dicevo all’inizio, per avere la certezza dell’analisi di questo parametro. Perché quando avevamo, e ripeto, quell’analizzatore che dava il COD, aveva molti problemi; questo è stato sostituito e da quando è stato sostituito è stato molto più semplice gestire tutto l’impianto, per quanto riguarda questo parametro.

DOMANDA - C’è un documento Monteco mandato alla Provincia di Venezia, datato 3 giugno ‘92, in cui risulta che sono effettuate le analisi del COD con frequenza bisettimanale. Volevo chiederle perché questa frequenza bisettimanale? Il periodo riguarda i mesi di gennaio, febbraio, marzo ‘92; si ricorda l’episodio?

RISPOSTA - Le spiego subito. Le analisi, come le avevo già accennato l’altra volta, nell’impianto biologico, a parte gli analizzatori online, che ci danno in continuo, 24 ore su 24, l’andamento in tempo reale di questi parametri, c’è il laboratorio, che è un laboratorio espressamente adibito al controllo di questo impianto, che tutti i giorni lavorativi, eccetto sabato e domenica, fa le analisi dei COD per vedere la corrispondenza tra gli analizzatori online e l’analisi ufficiale, per vedere se il COD è a posto. Non solo, ma addirittura in sala quadri degli impianti c’è addirittura un kit, per vedere in una analisi indicativa, e non naturalmente precisa come quella dell’analisi ufficiale, ma indicativa, se ci sono dei problemi per quanto riguarda questi parametri. Analisi ad esempio del COD ed analisi dell’ammoniaca. In aggiunta a tutti quelli che ci sono lungo la linea di processo. Quel discorso che lei faceva prima delle analisi, sono quelle che sono previste. Nell’89 mi sembra la Provincia di Venezia ci ha espressamente prescritto di inviare delle analisi in ottemperanza alla legge 35 regionale, la quale prevedeva la stesura dei registri di carico e scarico dell’impianto ed un invio delle analisi bisettimanali all’impianto; analisi bisettimanali da inviare alla Provincia. Noi però abbiamo... tutte le analisi interne non sono bisettimanali, sono addirittura - come le dicevo - 24 ore su 24 per il TOC e giornalmente anche controllate dal laboratorio.

DOMANDA - Su questa normativa regionale o provinciale, cui lei fa riferimento, è per caso la circolare 4 giugno ‘90, n. 35, della Regione Veneto?

RISPOSTA - Esattamente, la n. 35.

DOMANDA - Quindi riguarda il periodo successivo, non l’89 ovviamente.

RISPOSTA - Può darsi che lei sia stato preso prima... perché sa, quando lei se la legge, prima si sa già pressappoco come esce il discorso. E` dall’89 che la Provincia ci ha prescritto l’invio secondo quanto stabilito dalla legge 35, adesso non mi ricordo l’articolo, la tenuta dei registri di carico e scarico...

DOMANDA - Mi scusi, se questa norma è la 35, se è questa per carità, che è del ‘90, non può chiedere nell’89 di eseguire una disposizione che è del ‘90!

RISPOSTA - Guardi, il discorso dell’89, adesso non mi ricordo esattamente. Io so che noi abbiamo cominciato a mandare le analisi, io questo me lo ricordo esattamente, che nell’89 la Provincia di Venezia, in una sua prescrizione, autorizzazione all’esercizio dell’impianto, ci ha prescritto di seguire la legge 35. Me lo ricordo, era nell’89; questo non corrisponde con quello che sta dicendo lei, che è del ‘92 la 35?

DOMANDA - No. Io le ho indicato questo numero 35, che è circolare 4 giugno ‘90. Comunque rimane il dato. Andiamo avanti. Nella relazione del convegno di Riva del Garda dell’81, a pagina 4, lei scrive: "Nella sezione di trattamento primario il maggior problema incontrato è stato quello della perdita di fango, più o meno consistente ma continua, nell’affluente dei sebi flottatori. Questo fango, che andava ad interessare la sezione di ossidazione biologica, produceva in questa sezione due effetti negativi. Uno, derivante dalla parte organica del fango, che aumentando il carico in COD comportava una diminuzione della potenzialità effettiva di trattamento. L’altro effetto negativo era invece inerente alla presenza del ferro nella parte inorganica, che poteva provocare la precipitazione del fosforo come fosfato, rendendo così carente il sistema di un elemento nutriente fondamentale al metabolismo batterico". Allora, sulla base di questo che dice lei, le volevo chiedere se è vero che la riduzione del fosforo, come elemento nutriente fondamentale in presenza del suddetto aumento del carico in COD, causa una ulteriore diminuzione della potenzialità effettiva di trattamento dell’impianto. Sulla base proprio di quello che scriveva lei.

RISPOSTA - Sì, quello che è scritto, io lo confermo. Questo è un problema che è saltato fuori perché nel trattamento primario gli impianti di trattamento primario, che erano previsti da progetto, prevedevano... nei chiarificatori non erano solo dei chiarificatori, erano dei sedi flottatori. Praticamente in quelle vasche era previsto di fare un doppio effetto: un’immissione di aria che andava alimentata con l’acqua di riciclo a pressione, in modo da portare le particelle leggere sulla superficie dell’acqua, e quindi qui venivano scremate e quindi tolte dal processo; quelle pesanti andavano sul fondo e venivano tirate via dal fondo. Però, agli effetti pratici, quando io ho visto quel discorso lì, lei faceva due effetti completamente opposti nella stessa vasca; due effetti completamente opposti nella stessa vasca di solito è difficile averli, perché inevitabilmente, se lei ha delle sostanze che vanno verso l’alto e delle sostanze che vanno verso il basso, c’è un punto in cui, dove l’acqua esce, che trascina fuori dei fanghi. Quindi in un primo momento io ho visto questo fenomeno che veniva, quindi la flottazione, l’immissione di aria, è stata interrotta; da quel momento i chiarificatori sono stati alimentati e gestiti solo per precipitare il fango sul fondo, perché particelle leggere da flottare non ce n’erano. Da quel momento lì sono scomparsi tutti i problemi. Il discorso che lei ha visto, quello di Riva del Garda, nel convegno, era proprio la filosofia di questo tipo di discorso. Dico: se lì passava avanti del ferro, il ferro produce la precipitazione del fosforo. E infatti questo è un mezzo che si utilizza anche negli impianti di depurazione civili, dove la quantità di fosforo che c’è dentro è molto elevata, mentre qui noi dovevamo buttarcela dentro perché fosforo non c’era; si butta dentro del ferro per precipitare il fosforo, e quindi andare al di sotto dei limiti di legge.

DOMANDA - Sempre in questa relazione di Riva del Garda del 1981 lei parlava: "Il maggior problema incontrato è stato quello della perdita di fango". Le volevo chiedere quando si sono verificati questi fenomeni?

RISPOSTA - Ma perdita di fango da dove, dal primario lei intende?

DOMANDA - Quello che leggevo anche prima, sì.

RISPOSTA - Prego?

DOMANDA - Questo che le leggevo anche prima, poco fa.

RISPOSTA - Sì, quello dal trattamento chimico fisico primario.

DOMANDA - Sì, le chiedevo l’epoca.

RISPOSTA - Ah, l’epoca di quando avveniva questo fenomeno?

DOMANDA - Quando succedeva questo?

RISPOSTA - Questo si è presentato subito, quando l’impianto è stato messo in marcia; e infatti dopo io sono intervenuto subito a togliere la parte di flottazione, perché era quella che provocava questo fenomeno.

DOMANDA - E per quanto tempo è durato?

RISPOSTA - E` durato nel tempo in cui uno se ne accorge per vedere, perché poi c’è da dire questo: quando, all’inizio questo fenomeno, quando veniva fuori, e questa parte di fango andava avanti, siccome l’impianto non era ancora alla massima potenzialità ma ben al di sotto della potenzialità, anche se passava avanti del fango dal trattamento fiumario, questo andava dopo ad essere tolto nel trattamento di chiariflocculazione. L’unica cosa che c’era è che andando dentro del fango di qua, la biomassa che c’era dentro, la biomassa attiva, in concentrazione, diminuiva. Però era comunque l’efficienza rispettata. Non era tolto dalla parte di trattamento primario ma veniva tolto dopo. Quindi una perdita di fango non produceva nessun effetto di disefficienza dell’impianto, solo veniva dall’altra parte.

DOMANDA - Scusi, l’ha detto lei, le ho letto il passo poco fa, che nella relazione dell’81 lei diceva: "Questo fango che andava ad interessare la sezione di ossidazione biologica produceva due effetti negativi".

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Quindi gli effetti negativi c’erano?

RISPOSTA - Sì, ma non tali da pregiudicare il processo.

DOMANDA - Comunque questo "maggior problema" si è verificato fin dall’81, si può dire?

RISPOSTA - No, nell’81 era già risolto.

DOMANDA - E fino a quando allora, è possibile indicarlo, all’incirca?

RISPOSTA - Guardi, nel ‘78 diciamo, è nel ‘78 che è stato visto, perché l’impianto è partito nel dicembre del ‘77; nei primi giorni, ovviamente nei primi mesi di marzo, la concentrazione di fango, la quantità di acqua che andava dentro, era talmente piccola che sicuramente non c’erano questi problemi. Nell’anno ‘78 è stato risolto il problema.

DOMANDA - Volevo chiederle, sempre su questo punto, se quando si verificava la perdita di fango di cui abbiamo parlato, che andava ad interessare appunto questa sezione di ossidazione biologica, e produceva in questa sezione l’effetto negativo dell’aumento del carico in COD, le volevo chiedere se questo parametro veniva monitorato in continuo?

RISPOSTA - Sì. Le ho detto che con l’impianto che è partito, l’impianto era analizzato in ingresso, e quindi tra il trattamento chimico fisico e la sezione biologica c’era un analizzatore di COD, che però non era molto affidabile, cioè ha avuto un sacco di problemi, però c’era in quel momento, noi vedevamo questo discorso.

DOMANDA - Quali erano i valori riscontrati del COD nelle acque, sia in entrata che in uscita, dalla sezione dell’impianto biologico?

RISPOSTA - In ingresso all’impianto biologico, quando ci sono dei solidi sospesi, la valutazione del parametro in termini di analizzatore online è piuttosto difficile, perché i solidi che ci sono dentro, anche se sono pochi, perché la perdita di fango bisogna anche intendere che cos’è. Noi, siccome nel trattamento chimico fisico abbiamo bisogno di avere un’efficienza di eliminazione di solidi sospesi, fino ad arrivare a qualche decina di milligrammi litro, quando ne vanno fuori 50 od 80 milligrammi litro, per noi è già un disservizio dell’impianto. Però 50 od 80 milligrammi litro, ci sono degli impianti che non hanno neanche il trattamento primario ma vanno direttamente dentro nel trattamento biologico.

DOMANDA - Appunto per questo, le volevo chiedere se lei era in grado di ricordare o di indicare i valori riscontrati?

RISPOSTA - Non mi ricordo i valori. Però le posso dire che all’uscita non avevamo problemi.

DOMANDA - Ed in entrata?

RISPOSTA - Le ripeto che l’entrata sono stati questi problemi, che vedevamo questo fango che andava dall’altra parte, che ovviamente in termini tecnici e scientifici non è un discorso che va bene, dopo siamo intervenuti. Ma questo, come le dicevo, non ha pregiudicato l’efficienza del trattamento biologico.

DOMANDA - I dati relativi ai valori del COD di cui stiamo parlando adesso sono stati registrati?

RISPOSTA - Sì, certo che sono registrati.

DOMANDA - Sono stati notificati ad enti di controllo? E, se sì, quali?

RISPOSTA - All’inizio non veniva notificato niente, era scritto sui fogli di marcia.

DOMANDA - E quando sono stati comunicati, notificati agli enti di controllo?

RISPOSTA - Come le ripeto, l’ente di controllo ci ha chiesto i valori... A parte il fatto che prima sono venuti a fare dei campionamenti, ogni tanto venivano là a fare dei campionamenti, ma i valori, la prescrizione di comunicare i valori all’ente pubblico è iniziata con l’autorizzazione dell’89.

DOMANDA - Intanto siamo già all’89. Se fa riferimento ai controlli dell’U.L.S.S., io ho depositato questa mattina la documentazione da cui risulta che praticamente controlli non ne hanno mai fatti, salvo nell’89 quei due o tre che diceva lei.

RISPOSTA - Non mi chieda adesso quanti ne hanno fatto, perché non me lo ricordo proprio. All’inizio, lei sa benissimo che all’inizio questi controlli non venivano neanche quasi fatti, non ho ricordi; se lei adesso mi dice in che anno sono cominciati a venire a vedere i controlli ufficiali, non lo so, non me lo ricordo.

DOMANDA - Allora le chiedo se questo inizio vuol dire i primi dieci anni, quanto meno?

RISPOSTA - Non so negli anni ‘80 se loro sono venuti. Non mi ricordo questo, guardi glielo dico molto francamente. Dopo sì, me lo ricordo esattamente, però prima non mi ricordo quando hanno cominciato.

DOMANDA - Non risultano, dagli atti che abbiamo consegnato, quindi anche qua controlli assolutamente non ce ne sono stati. Passo ad un’altra questione. Sempre alla scorsa udienza lei ad un certo punto diceva, c’è stata una domanda che era questa: "In quante occasioni e per quali parametri avete avuto modo di verificare la violazione di quel parametro, anche puntualmente, anche occasionalmente". E lei aveva risposto: "C’è stato una volta un disservizio su un parametro del fosforo; è successo che c’è stato uno scarico eccezionale di soda, che ha fatto variare il pH dentro l’impianto biologico, quindi c’è stato un inizio di lisi batterica. Quando c’è la lisi batterica, questo butta fuori la roba che c’è dentro". Questa è la sua risposta.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Allora le volevo chiedere invece rispetto a quello che lei ha scritto nella relazione di Riva del Garda, del settembre ‘81, dove diceva: "Esaminiamo ora brevemente il problema delle eventuali sostanze tossiche che possono arrivare ai nostri impianti di trattamento". Continuava dicendo: "Le acque reflue possono contenere cianuri, fenoli, clorurati organici, cloro attivo, sostanze oleose, alcuni metalli. Le quantità di queste sostanze all’ingresso delle vasche di ossidazione biologica sono alcuni milligrammi litro, per quanto riguarda cianuri, clorurati organici circa, sostanze oleose, metalli. Inferiori a 0,5 milligrammi litro al cloro attivo e tra 10 e 20 milligrammi litro i fenoli. Se tali concentrazioni vengono invece superate, un eventuale effetto di tossicità può essere facilmente ipotizzato". Poi lei conclude questa parte di relazione dicendo: "In alcune occasioni è stato effettivamente osservato nei nostri impianti il fenomeno appena descritto, causato da qualcuno dei tossici sopra citati. In questi casi siamo intervenuti prima che il fenomeno pregiudicasse l’intero sistema biologico. Solo nei casi più gravi di tossicità è stata rilevata una diminuzione del rendimento di depurazione fino al 50-60%". Pagine 9 e 10 della sua relazione dell’81. A quest’ultimo riguardo le volevo chiedere alcune cose: di precisare al Tribunale quando si sono verificati i casi nei quali il fenomeno era prossimo a pregiudicare l’intero sistema biologico, come ha detto lei, come ha scritto lei nell’81.

RISPOSTA - E’ difficile poter rispondere a questa domanda, perché i tempi sono molto, molto lontani. Che io ricordi, il discorso della diminuzione di rendimento per esempio si è verificata anche con sovraccarichi ad esempio di ammoniaca.

DOMANDA - Mi scusi, probabilmente la citazione era troppo lunga, allora mi correggo e la preciso. C’erano due situazioni, una più grave in cui si parlava del fenomeno che pregiudicava l’intero sistema biologico; e poi un’altra situazione ancora più grave, di una diminuzione del rendimento di depurazione fino al 50 - 60%. Per il momento le chiedo su questa situazione di fenomeno prossimo a pregiudicare l’intero sistema biologico, quando si sono verificati questi casi ed ovviamente quali erano i valori delle concentrazioni delle sostanze tossiche?

RISPOSTA - Non credo di aver scritto che si è verificato... Mi scusi, mi può ripetere il discorso?

DOMANDA - Le leggo le pagine 9 e 10 di questa relazione: "In alcune occasioni è stato effettivamente osservato nei nostri impianti il fenomeno appena descritto, causato da qualcuno dei tossici sopra citati. In questi casi - sintetizziamo - siamo intervenuti prima che il fenomeno pregiudicasse l’intero sistema biologico. Solo nei casi più gravi di tossicità è stata rilevata una diminuzione del rendimento e depurazione fino al 50 - 60%". Le voglio chiedere quali sono quei valori delle concentrazioni di sostanze tossiche determinate analiticamente che avevano quasi pregiudicato questo intero sistema biologico e quando si sono verificati questi casi?

RISPOSTA - Il quando non me lo ricordo di sicuro, però c’è ad esempio un discorso per quanto riguardi i cianuri, quelli che arrivavano in impianto, che alle volte, invece di essere inferiori a 0,5 milligrammi litro, arrivavano a 1 o 2 milligrammi litro. In quel caso noi facevamo una deviazione, prima naturalmente contattavamo subito ed immediatamente l’impianto che mandava questo tipo di refluo, poi si deviava in uno dei serbatoi di stoccaggio per poi alimentarlo gradatamente nell’impianto. Se questo fenomeno andava avanti, il discorso si vedeva subito una diminuzione. Quando però lei interveniva, la diminuzione era talmente veloce, cioè l’effetto di intervento era talmente veloce e le vasche di accumulo ed equalizzazione erano talmente grandi che non si riusciva mai a buttare fuori l’efficienza dell’impianto dello scarico in uscita. Perché lì deve pensare che dentro abbiamo, tra le vasche di ossidazione, il trattamento primario, e le vasche di chiarificazione finale, e poi c’era anche una vasca di accumulo, avevamo più di 30.000 metri cubi. Prima quindi che lei butti fuori 30.000 metri cubi e che vada sotto i parametri di legge, deve succedere un disastro. Praticamente, quando noi vedevamo l’effetto ed intervenivamo, sì vedevamo l’effetto che si verificava e quindi veniva controllato nelle vasche, della diminuzione di efficienza, però non riusciva mai a portare fuori lo scarico dei valori di legge.

DOMANDA - Arriviamo poi ai valori di legge, là ce ne sono una marea di questi valori di legge superati. Lei parlava poco fa solo dei cianuri. Le volevo chiedere, siccome faceva l’esempio lei in quella relazione, anche dei fenoli, dei clorurati organici...

RISPOSTA - Quello era un discorso generale, però, attenzione.

DOMANDA - Lei quindi si ricorda solo di cianuri?

RISPOSTA - Sì, cianuri. Gli altri non si sono mai verificati. Anche se è un problema. Siccome quello era un discorso generale, e siccome dentro nelle acque microgrammi di quegli altri c’erano, era un discorso generale. Però non si sono mai verificati problemi da quel lato.

DOMANDA - Passo alla seconda parte della citazione della sua relazione dell’81, pagina 10. Le volevo chiedere quali sono stati e quando sono avvenuti, se se lo ricorda, i casi più gravi di tossicità, dov’è stata rilevata una diminuzione del rendimento di depurazione fino al 50 - 60%. Visto che lei poi scrive che in alcune occasioni appunto è stato effettivamente osservato.

RISPOSTA - E` quello che abbiamo detto adesso nel caso dei cianuri, l’abbiamo appena sviluppato questo punto.

DOMANDA - Che poteva arrivare fino a pregiudicare l’intero sistema biologico?

RISPOSTA - No. Ho detto se continuava, poteva pregiudicarlo. Però nell’impianto, quando lei interveniva prima, il processo lo conteneva dentro nelle vasche, vedeva una diminuzione di efficienza, però non pregiudicava lo scarico.

DOMANDA - I valori di queste sostanze non ricorda quali erano, abbiamo detto che erano solo i cianuri ma non si ricorda quali erano i valori delle concentrazioni dei cianuri?

RISPOSTA - Uno o due milligrammi litro, l’avevo detto anche prima.

DOMANDA - Nel febbraio-marzo ‘91 non so se si ricorda che sono stati eseguiti dal Magistrato alle Acque presso la Monteco quattro controlli. Due di questi controlli hanno evidenziato il superamento dei limiti di legge di alcuni parametri. Lei si ricorda della vicenda, cosa era successo?

RISPOSTA - Di che parametri sta parlando, scusi?

DOMANDA - Sono dei bollettini, prelievi campioni acque del 20 febbraio ‘91 e del 7 marzo ‘91; bollettini analitici, rispettivamente sono datati 27 febbraio e 21 febbraio ‘91. Hanno evidenziato, nel primo controllo, come conclusioni: "I valori dei parametri fosfati idrocarburi aromatici superano i limiti previsti della colonna allegata al D.P.R. 962 del ‘73, colonna laguna. Il secondo controllo riguardava il valore dei parametri COD e BOD5, superano i limiti previsti della tabella legata al D.P.R. 962/73, colonna laguna". Lei si ricorda di questa vicenda?

RISPOSTA - Sì, la prima è quella che le dicevo prima, perché legata al fosforo. Quello è il primo discorso. Il secondo discorso invece, quello legato ai parametri COD e BOD5, lo ricordo benissimo, perché lì c’è stato un discorso di cambiamento non fatto in modo adeguato. Infatti dopo è stata fatta una perizia da un esperto dell’Università di Padova, perché quando sono venuti a fare i campioni, dentro il pozzetto, SM22 per essere molto chiari, quando buttano dentro il secchio, e se lei raschia le pareti tira su anche quel po’ di biomassa che è attaccata alle pareti. Quindi dentro, quando sono stati fatti i campioni, e sono stati fatti i campioni che sono stati lasciati a noi anche sigillati, e poi gli altri che ha portato via il Magistrato alle Acque, che ha trovato quei valori che dice lei fuori di COD, il COD non era COD solubile, era COD proveniente dalla biomassa che c’era dentro. Perché lei, se fa l’analisi della biomassa, ogni milligrammi litro di biomassa dà circa 0,9 milligrammi litro di COD. Questi dopo abbiamo visto che la concentrazione della biomassa che è stata prelevata perché col secchio che hanno buttato dentro hanno rischiato le pareti, era completamente diversa da un campione a quell’altro, quindi è stata contestata la metodologia di campionamento. E lì infatti hanno riconosciuto che il discorso era stato valido. Dopo sono ritornati a rifare i campioni e il discorso era a posto.

 

Presidente: chi ha riconosciuto?

RISPOSTA - E` stato parlato con il Magistrato alle Acque, di questo discorso qua. Ci sono delle relazioni del professor Bellucco e dell’Università di Padova, che ha fatto proprio questa... l’ha fatto lui, è stato affidato a lui questo incarico di vedere un momentino questa questione. Perché la questione del campionamento, cioè se si va a raschiare sulle pareti, per forza vengono fuori anche...

 

Presidente: va bene, sulla base delle contro analisi, sarebbero emersi elementi nuovi e diversi?

RISPOSTA - Sì, che hanno praticamente convalidato quanto diceva il professor Bellucco.

 

DOMANDA - Non è assolutamente così, le volevo chiedere se parliamo di due cose diverse, allora le chiedo nei particolari, perché pensavo che fosse una cosa pacifica. Le volevo chiedere se su questa vicenda ha subìto un processo e poi una sentenza l’amministratore delegato di Monteco, Toscanini Carlo. Se si ricorda e se è la stessa poi, per carità?

RISPOSTA - Per Marghera?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Per questo fenomeno qua?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Non mi ricordo questo discorso. Sinceramente.

DOMANDA - Proseguo nella vicenda processuale ed ovviamente consegnerò le sentenze che sono definitive in questo senso.

RISPOSTA - Questo non me lo ricordo assolutamente.

DOMANDA - Adesso glielo dico. C’è una sentenza del Pretore di Mestre, dottor Gino Contini, pubblica udienza 16 novembre ‘92, in cui ad un certo punto nella motivazione dice: "Nell’ambito dell’organigramma della società Monteco le responsabilità di ogni settore è delegata a persone munite di specifiche competenze". Toscanini, sulla base di questo, viene mandato assolto con formula piena, viene disposta la trasmissione degli atti all’Ufficio del Pubblico Ministero per l’ulteriore corso. E nella sentenza il Pretore dottor Contini segnalava, e siamo per fatti relativi al ‘91, una competenza per materia certo, poi territoriale lo chiederò adesso, del dottor Bruno Polo oppure del signor...

RISPOSTA - Cravin.

DOMANDA - Vede che se lo ricorda?

RISPOSTA - Sì, le spiego subito.

DOMANDA - Aspetti un attimo, questa è la premessa, allora siamo sulla stessa vicenda storica. Io non so, le chiedo se per questa vicenda è stato coinvolto lei o Cravin, se è la stessa per carità, perché io ho una sentenza anche su Cravin che non è di assoluzione chiaramente. Se la ricorda?

RISPOSTA - Sì, me la ricordo benissimo. La sentenza di Cravin, che era il responsabile dell’impianto, è quella relativa all’episodio del fosforo, di cui abbiamo parlato prima, quello di cui abbiamo parlato prima, dello spando di ammoniaca, che è andato in lisi battueica, che è andato fuori il fosforo per l’impianto. E Cravin, che era responsabile dell’impianto...

DOMANDA - Questa sentenza, che consegnerò...

RISPOSTA - Questa è sicuramente quella, questo me lo ricordo benissimo.

DOMANDA - Allora lei ricorda male un’altra volta, perché adesso le parlo di una sentenza, sempre del Pretore di Mestre, il Pretore dottor Francesco Saverio Pavone, pubblica udienza 10 giugno ‘93, che riporta nel capo di imputazione i due fatti: Marghera, accertato il 20 febbraio, che è il primo che dicevo relativo ai parametri fosfati idrocarburi aromatici; secondo, il 7 marzo ‘91, che è quell’altro che riguarda il COD ed il BOD5. Qui c’è una sentenza di patteggiamento, ovviamente l’Avvocato Cesari conosce bene tutte queste vicende: sentenza di patteggiamento alla pena di 27 giorni di arresto. Non c’è quindi stata nessuna assoluzione, di nessun genere, non c’è stato nessun disconoscimento di quelle contestazioni di questi controlli, pur sporadici, del Magistrato alle Acque.

 

Avvocato Cesari: ma neanche una condanna, signor Pubblico Ministero.

 

DOMANDA - Io chiedevo se lo ricordava; siccome lui ha detto che è stato smentito tutto, che è stato corretto tutto...

RISPOSTA - Non smentito. Se infatti lei va a fondo... Dunque, due sono quelle sentenze lì. Una è quella dei fosfati, che le ho già detto di sì, e quella è quella di Cravin. Quell’altra, quella del COD, è stato fatto tutto un discorso con il perito di parte, che era il professor Bellucco dell’Università di Padova...

DOMANDA - Perito di parte Montedison?

RISPOSTA - Monteco, sì. Il quale ha dimostrato che il discorso del prelievo non era fatto in maniera adeguata, quindi hanno riconosciuto perché dopo hanno rimandato a fare il campionamento. Può darsi che lì il discorso, per chiudere la vicenda, si sia addivenuti al patteggiamento, però il problema era quello che le avevo detto prima.

DOMANDA - Quell’accertamento quindi in piedi è rimasto e a sentenza è andato. Comunque vado avanti, sempre nella sua relazione del convegno di Riva del Garda, del 1981, a pagina 4 si legge tra l’altro: "Nella flocculazione, per ottenere l’abbattimento dei solidi che non sedimentano spontaneamente, aggiungiamo solfato ferroso ferrico ed aumentiamo il pH fino a valore 9-9,5 , in modo da provocare la precipitazione di ferro idrato sotto forma di grossi fiocchi. Questi inglobano le particelle solide e di colloidi in sospensione, sottraendoli al refluo". Questa è la sua citazione. Le volevo chiedere di riferire al Tribunale se nel processo di flocculazione a pH 9 - 9,5 per la sediflottazione prima del biologico, tutti i metalli riescono a precipitare come idrossidi, oppure se ce ne sono alcuni che non precipitano proprio o che precipitano solo in parte?

RISPOSTA - Guardi, dentro nell’impianto biologico, metalli che arrivano lì, c’è solo un po’ di zinco, ma in quantità molto, molto basse. I metalli fatti dopo la chiarificazione primaria, praticamente sono a valori infinitesimi. Quindi, a quel pH lì, tutto quello che c’è dentro in quel flusso, ripeto, ci sono dei metalli che precipitano a valori più elevati, ma non sono dentro nel flusso. Quel pH è stato scelto proprio per avere la massima efficienza in questa sezione di trattamento. Che poi il pH, come ha letto lei, viene corretto prima di entrare nel biologico, perché sarebbe troppo elevato se entrasse dentro quel pH lì; infatti c’è una correzione con acido solforico tra l’uscita del trattamento chimico fisico e l’ingresso della sezione biologica.

DOMANDA - Allora le volevo chiedere se oltre lo zinco diceva, se in questa situazione di pH 9 - 9,5, se le risulta che non precipitino il cadmio, lo zinco, il piombo, il nichel, in parte il rame?

RISPOSTA - Ecco, ha detto un’altra cosa, adesso mi viene in mente: c’è anche circa un po’ di piombo, dentro negli scarichi...

DOMANDA - No, non precipita proprio.

RISPOSTA - Come non precipita?

DOMANDA - Per carità, glielo chiedo, se a lei risulta?

RISPOSTA - Certo che precipita. Precipita sì. Infatti le analisi, a quel pH, noi abbiamo fatto le analisi delle acque che entrava nella sezione biologica, praticamente le quantità ancora presenti, perché tutti i metalli quando precipitano hanno un loro prodotto di solubilità, sempre, quel po’ di metalli che andavano dentro dall’altra parte, venivano inglobati nella biomassa. Perché la biomassa è anche un accumulatore di metalli; non solo un accumulatore ma addirittura ha bisogno di oligoelementi, cioè praticamente di una quantità di metalli molto bassa, però per il loro metabolismo. Uno di questi ovviamente è lo zinco.

DOMANDA - Io ovviamente le ho citato questi dati di non precipitazione di cadmio, zinco, piombo, nichel, in parte il rame, perché in letteratura appare pacifico questo dato. Io le cito soltanto due fonti: Giusto Domenico e Ghilardi, Inquinamento, ottobre ‘80, pagina 83, numero 10; poi Patterson Allen, ..(inc.) pollution contro ilfederation, pagina 2409, in cui risultano questi dati da cui vengono tratti. Sempre su questo punto le faccio un’altra domanda.

 

Presidente: cosa dicono questi autori?

 

DOMANDA - Dicono che praticamente a questo pH 9 - 9,5, cadmio, zinco, piombo, nichel, non precipitano, ed il rame precipita solo in parte.

RISPOSTA - E` scritto così, scusi?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Non mi risulta.

DOMANDA - Poi andiamo ancora avanti, sempre su questo discorso del pH. Le volevo chiedere se quando questo processo di flocculazione avviene invece a pH 8 - 8,5, come riportato a pagina 9 della pubblicazione Montedison di cui abbiamo parlato poco fa e prodotta sempre durante il suo esame, le volevo chiedere, qui siamo ad un pH ancora più basso, se le risulta che ancora questi metalli cadmio, zinco, piombo, nichel, non precipitano come idrossidi, e in parte neanche il rame?

RISPOSTA - Ecco, allora le dico subito...

DOMANDA - E` Montedison che dice 8 - 8,5, quindi ancora più basso.

RISPOSTA - Sì. Il pH dentro l’impianto chimico fisico non è un valore assoluto che deve rispettare sempre quel valore; è un valore che oscilla in funzione di quello che arriva. Lei ha fatto un esame prima, ha tirato fuori lo zinco come metallo, perché è uno di quelli che si trova dentro, anche in quantità infinitesime, e quindi non dà assolutamente problemi; comunque lo zinco precipita in un certo punto, precipita come idrato. Se però lei va su con il pH, si ridiscioglie perché si comporta da elemento anfotero, cioè prima come metallo e dopo come metalloide, come altri metalli che possono fare questo giro. Però il fatto fondamentale sono le analisi dell’acqua in ingresso alla sezione biologica. E lì i metalli non ci sono, o sono in quantità talmente piccola, come le dicevo prima, in tracce, ma tracce molto piccole, che vengono assolutamente assimilati dalla biomassa quando passa attraverso l’impianto biologico. Quindi questo non è assolutamente un problema, mai stato.

DOMANDA - Questo è un altro discorso, che non sia un problema è un altro discorso. E continuo su questo tema. Le volevo chiedere di riferire al Tribunale se dato l’utilizzo del solfato ferroso ferrico, come flocculante, si tenderà ad operare a valori di pH più bassi di 9 - 9,5, come appunto indicato nella pubblicazione Montedison, allo scopo di avere una produzione minore di fanghi; oppure, non lo so, per utilizzare una quantità inferiore di calce idrata per portare i reflui al pH alcalino

DOMANDA - Il discorso della quantità di fango dipende naturalmente da quanti solidi arrivano; maggiori sono i solidi che entrano dentro in impianto, maggiore è la quantità di ferro che lei deve buttare dentro. Infatti l’altra volta io le ho detto che proprio all’uscita dell’impianto chimico fisico è stato lesso un analizzatore di torbidità, proprio per vedere se ci sono dei solidi che aumentano in concentrazione, invece che 10 o 20 milligrammi litro, magari arrivano a 30 o 40. In quel caso viene aumentato il carico di ferro, per aumentare l’efficienza di trascinamento dei solidi sospesi che entrano in impianto. Perché i solidi sospesi che entrano in impianto, anche quelli, non sono un numero fisso ma sono variabili. E questo va gestito in modo tale da intervenire quando c’è bisogno. Cioè, il carico di solfato ferroso che si butta dentro varia in funzione della quantità di solidi che entrano. E noi questo lo controlliamo con la analisi della torbidità in uscita da questa sezione di trattamento.

DOMANDA - Infatti, mi scusi se insisto ancora un attimo su questo punto, ma il motivo è determinato dal fatto che i cinque metalli di cui parlavamo poco fa, a seconda del valore del pH, il quale avviene il processo di flocculazione, finiranno in quantità più o meno elevate nelle acque sversate in Laguna, dalla sezione dell’impianto biologico; mentre le restanti parti trattenute dai fanghi poi vengono emesse in atmosfera attraverso il successivo incenerimento dei fanghi medesimi. E per questo facevo riferimento a questi dati di letteratura che le ho citato, dati di letteratura dai quali risulta anche che questi metalli sono dei catalizzatori. Anche questo, mi pare un dato pacifico, che favoriscono, come reazione parassite, la formazione di micro inquinanti come diossine e furani, e i tossici, nei processi di termocombustione dei fanghi. Allora, sempre su questo discorso che le facevo, ai valori di pH suddetti, 9 - 9,5, 8 - 8,5, alla luce della non precipitazione come idrossidi di cadmio, zinco, piombo, in parte del rame, nel processo di flocculazione, volevo chiederle: conviene che i metalli in questione escano dall’impianto primario per finire nello scarico finale? E se questo in standard, sicuramente in parte nei fanghi che successivamente vengono sottoposti all’incenerimento?

RISPOSTA - Allora, lei ha detto adesso che escono dal trattamento primario e poi finiscono in Laguna. Dal trattamento primario non finiscono in Laguna ma finiscono nelle vasche di ossidazione biologica. Ora, variando il pH, la quantità che precipita di metallo è sicuramente variabile, però l’importante è che i metalli non vadano fuori. Questo è il punto del discorso. Quindi, che si fermino, la maggior parte, quasi totalmente, si fermano nel trattamento chimico fisico. Le tracce che vanno avanti dal chimico fisico e vanno nella sezione biologica vengono inglobale dalla biomassa e il tutto dopo viene inviato al forno di incenerimento. Però gli unici due metalli, come le ripeto, che siano stati riscontrati anche se in quantità molto bassa nell’impianto, sono zinco e piombo.

DOMANDA - Alla scorsa udienza, in riferimento all’inserimento degli strumenti online, per i controlli in continuo di parametri analitici, lei aveva citato la misura della torbidità dell’acqua in uscita dall’impianto chimico fisico. Poi diceva circa: "Sempre in questo flusso, prima dell’ingresso al biologico che è stato inserito un analizzatore del TOC, per la misura del carbonio organico totale. Inoltre, sul flusso delle acque in uscita dall’impianto biologico, sono stati inseriti dei misuratori di TOC, dell’ammoniaca, dei nitrati, fosfati nitriti, oltre al pH e all’ossigeno". Sulla base di queste sue dichiarazione della volta scorsa, le volevo chiedere di riferire al Tribunale quali sono gli altri parametri rilevati analiticamente in modo discontinuo e con quale frequenza?

RISPOSTA - Oltre a questi online, lei dice?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - A parte il fatto, come le dicevo l’altra volta, e come ripeto anche adesso, che anche questi parametri online vengono giornalmente, e dico giornalmente, analizzati dal laboratorio, e parlo del COD, parlo dei nitrati, dei nitriti, dei fosfati, giornalmente analizzati; gli i parametri più critici, tipo ad esempio non so i metalli, i clorurati organici, quegli altri parametri che sono compresi dopo dentro nei parametri di legge, vengono analizzati saltuariamente. Saltuariamente, e lei mi dice: ogni quanto? Ogni quanto, adesso di preciso, non me lo ricordo.

DOMANDA - Era per questo che le chiedo: è possibile che le analisi di questi parametri analitici, non rilevati in continuo, vengono effettuate anche adesso alcuni giorni?

RISPOSTA - No. Le analisi in continuo vengono...

DOMANDA - No, non in continuo.

RISPOSTA - Però le analisi non in continuo, come le ripeto, sono quelle analisi che non hanno mai evidenziato valori non vicini ai limiti di legge ma molto molto lontani dai limiti di legge. Quindi tutta l’analisi dei metalli ad esempio, quando non ci sono, quando viene fatta una volta al mese, è più che sufficiente. Questo è il discorso, se non ci sono!

DOMANDA - Ecco, va bene, e questa è una risposta a una seconda domanda; proprio per questo volevo sapere dopo quanto tempo e lei addirittura mi dice anche dopo un mese e va bene. Prendo atto di questa risposta. Perché l’importante di questo problema era il fatto che la rilevazione dell’eventuale superamento dei limiti di legge di questi parametri avviene solo ex post, addirittura dopo un mese diceva lei poco fa qualche volta, e cioè quando il flusso delle acque fuori norma ormai è già finito in Laguna. Questo è il motivo per cui le ho fatto questa domanda. Sempre alla scorsa udienza, alla domanda che le è stata rivolta "a quanto arriva l’impianto biologico con questo trattamento delle acque azotate", lei rispondeva: "Nel 1979 sono state fatte le prove. Nell’80 è già funzionante".

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Allora le chiedo se può riferire al Tribunale dove venivano scaricate le acque reflue contenenti sostanze azotate derivanti dagli impianti del polo chimico di Porto Marghera, Montedison, Enichem, Montefibre, prima che avvenisse la messa in funzione dell’impianto di depurazione consortile di Fusina nel 1985, e prima della suddetta trasformazione dell’impianto biologico SG31 ?

RISPOSTA - Ecco, l’altra volta le avevo già accennato che all’inizio, quando l’impianto biologico è andato in marcia, non c’erano assolutamente flussi azotati che arrivavano all’impianto. Infatti eravamo costretti a metterci dentro dell’azoto sotto forma di urea. Quando dopo, nel ‘78, fine ‘78, sono cominciati ad arrivare dei flussi con ammoniaca dentro, flussi che venivano ad esempio dal caprolattame, dalla Montefibre, allora quando è cominciato ad arrivare l’azoto, è stato tolto l’urea ed è stato visto che l’azoto che arrivava era più che sufficiente al metabolismo batterico; addirittura era di più di quello che serviva. Allora, a quel punto, si è pensato, si dice: ma qua, se arrivano altri flussi azotati, cosa facciamo? In quel periodo però non è che noi andavamo fuori dai limiti, rimanevamo sempre nei limiti di legge, però non c’era il trattamento dell’azoto. E quindi, siccome c’erano anche delle oscillazioni, e quindi dovevamo sempre intervenire con i serbatoi di accumulo, per accumulare la roba quando ne arrivava di più di quello che serviva per il metabolismo biologico, allora è stato messo in funzione le prove per vedere di fare anche la nitrificazione dell’azoto. Quindi, in un tempo brevissimo diciamo, appena i flussi sono cominciati ad arrivare.

DOMANDA - Lei è in grado di ricordare quando sono state modificate le linee di flusso delle acque reflue all’impianto biologico SG31?

RISPOSTA - Sì, le ho detto che nel ‘79 sono state fatte le prove e nell’80 è partito già il nuovo assetto dell’impianto.

DOMANDA - E l’inserimento del processo di denitrificazione risale a qualche anno dopo?

RISPOSTA - Il processo di denitrificazione non è un processo che ha bisogno di provare; infatti le prove sono state fatte solo per la nitrificazione dell’azoto, che è il processo più sensibile del discorso; quell’altro era scontato che si poteva fare, quindi quando si è visto che si poteva fare la nitrificazione, è stato inserito nelle due vasche del vecchio impianto, quella del cracking della Virgin Nafta andata in marcia nel ‘72, e quell’altra costruita in parallelo durante la costruzione del nuovo impianto biologico; quelle due vasche lì, come le ripeto, le acque sono state inviate all’impianto di trattamento, quello più grande, e quelle lì sono state utilizzate contemporaneamente al processo di nitrificazione dell’azoto anche alla denitrificazione dello stesso.

DOMANDA - Le volevo ancora chiedere se la depurazione dei reflui di Montedipe ha presentato dei problemi nel decennio ‘78-’87, e di che tipo?

RISPOSTA - I problemi diciamo che erano...

DOMANDA - Di cattivo funzionamento, e che durata aveva questo mal funzionamento?

RISPOSTA - Le spiego subito. Un impianto biologico è un impianto che naturalmente, come le avevo detto l’altra volta, siccome è un sistema vivente, bisogna cercare di alimentarlo il più costantemente possibile. Allora negli anni, quando si vedeva che le oscillazioni erano abbastanza evidenti, e quindi bisognava intervenire di continuo, ed intervenire di continuo vuole dire intervenire nei serbatoi che erano dentro l’impianto, si è cercato di vedere ed anche prevenire ancora prima questo tipo di discorso quando succedevano dei disservizi negli impianti. Allora, gradatamente, sono stati allestiti dei serbatoi di accumulo lungo le vie di arrivo dei flussi, per accumulare nei momenti critici. Infatti l’altra volta, nella mia deposizione, le avevo detto che ad esempio nel parco serbatoi addirittura è stato messo un serbatoio da 10.000 metri cubi, non da 1.000, perché c’era quello per fortuna, che quando succedeva qualcosa ad esempio l’acqua andava dentro a quel serbatoio; perché altrimenti bisognava gestire con più difficoltà, non che non si potesse ma con più difficoltà, gestire il fenomeno nell’impianto biologico. Questi, i problemi diciamo, in quegli anni che lei mi ha chiesto, erano quelli di carico organico e carico azotato, che venivano gestiti equalizzando i flussi quando il carico superava i limiti per poter essere accettato dal biologico senza problemi di disefficienza dell’impianto.

DOMANDA - Ma proprio queste sue alcune considerazioni mi spingono a chiederle, visto che questo impianto biologico tuttora ha dei problemi di mal funzionamento, perché questo impianto non riesce a trattare i reflui, tra l’altro come vedremo, come lei conosce tutti i bollettini di analisi, etc., in modo da rispettare i limiti per le sostanze azotate che sono state fissate dalla legge per Venezia?

RISPOSTA - Ma guardi che quei limiti sono sempre stati rispettati.

DOMANDA - Se vuole, anticipiamo, ne ho tutta una serie, in cui risulta che sono ampiamente e spesso superati. Ho recuperato i quaderni. Lei sa cosa sono i quaderni?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Quando siamo andati a chiederli, ci hanno risposto: ma come fate a sapere che esistono questi quaderni.

RISPOSTA - Non ho capito, scusi.

DOMANDA - Questi quaderni che cosa sono?

 

Presidente: allora, risponda, cosa sono questi quaderni?

RISPOSTA - I quaderni sono... i fogli di marcia vuol dire, o i quaderni quelli dove veniva... I quaderni sono stati fatti dall’89 in poi, quando c’è stato imposto dalla Provincia di scrivere delle analisi bisettimanali su questi quaderni tenuti a disposizione dell’ente pubblico. Questi erano i quaderni che erano stati fatti.

 

DOMANDA - Sì. Su questa documentazione, sulle analisi effettuate, risultano spesso i superamenti di questi limiti per le sostanze azotate.

RISPOSTA - Questa non solo è conservata in reparto ma è anche di dominio dell’ente pubblico.

DOMANDA - Certo, adesso ce l’ha...

 

Presidente: le sta chiedendo il Pubblico Ministero, le sta contestando, che sarebbero stati superati più volte i parametri.

RISPOSTA - Non mi risulta.

 

DOMANDA - Va bene, comunque i quaderni adesso li ha il Tribunale e se vuole...

 

Presidente: no, no Pubblico Ministero, il Tribunale non li ha; e se lei adesso li ha, e ha detto che dai quaderni vi sono dei superamenti, glieli contesti.

 

DOMANDA - Sono dei bollettini di analisi, scarichi che sono stati effettuati, e le posso cominciare a citare alcuni di questi dati, cominciando dai primi...

 

Avvocato Baccaredda: facendoli vedere magari al teste!

 

DOMANDA - Sì, uno alla volta, perché sono molti.

RISPOSTA - Scusi Avvocato, lei sta parlando dei quaderni prodotti dall’azienda o di analisi fatte fuori?

DOMANDA - Sono tutti recuperati.

 

Presidente: adesso glieli produce, così spiegherà anche a noi che cosa sono questi quaderni.

RISPOSTA - Perché i quaderni sono una cosa, le analisi fatte fuori sono un’altra.

 

DOMANDA - Sono diversi quaderni, documenti, faldoni, bollettini di analisi, che sono stati recuperati tutti insieme e che sono dietro quest’aula.

 

Presidente: cerchiamo di distinguere comunque i quaderni dai faldoni.

 

DOMANDA - Allora, comincio a consegnarle dei bollettini di analisi su uno scarico sul quale credo lei avesse competenza, che è lo scarico n. 15/16 no?

RISPOSTA - Sì, è quello che poi è stato chiamato SM22.

DOMANDA - Prelievo del 17 novembre 1988, la data di questo bollettino è del 18 novembre ‘88, dove su NH4+ risulta 37.7. Intanto le mostro uno. Poi c’è il 10 novembre 1988, sempre NH4, limite 20.5. Poi c’è un bollettino di analisi, andando avanti, del 22 gennaio 1990, sul discorso solidi sospesi, si parla di 424. Poi altro bollettino di analisi dell’88, purtroppo non sono ancora in ordine vista la necessità di fare con urgenza questi atti, 4 novembre 1988, NH4, limite 25.1, solidi sospesi 186. Bollettino di analisi sempre di ottobre, 7 ottobre 1988, NH4, 30.8, le cito solo quelli che diceva lei che sono regolari. Lei si ricorda quale era il limite?

RISPOSTA - Posso chiederle prima di chi sono quei bollettini?

DOMANDA - Finisco gli ultimi tre e adesso glieli mostro. Sempre lo scarico 15/16, NH4 del 13 ottobre, 50.7, solidi sospesi 88. Poi bollettino 21 ottobre, NH4 28.5, solidi sospesi 204. 28 ottobre, NH4 47.5, solidi sospesi 260. 4 novembre NH4 25.1, solidi sospesi 186. Intanto le consegno questo primo, ma sono molti di questo tipo.

 

Presidente: questi ottobre e novembre di che anno sono, mi scusi?

 

DOMANDA - ‘88, ed uno del ‘90-’91 era indicato. Poi ce ne sono del ‘90, del ‘95, ce ne sono di vari anni. Se vuole dire innanzitutto quale era il limite di legge per NH4?

RISPOSTA - 5 milligrammi litro.

DOMANDA - Sì, tra 2 e 5, quindi comunque siamo sempre, in tutti i casi, molto al di sopra. E per i solidi sospesi quanto era il limite?

RISPOSTA - 80.

DOMANDA - Tra 50 e 80, e comunque anche qui ho citato i casi...

RISPOSTA - E` 80, perché noi avevamo il limite superiore della Laguna, previsto e autorizzato.

DOMANDA - Sì, c’era un limite inferiore che era 50, un limite superiore che era 80; nei casi che vi ho citato l’avete sempre superato. Per dire così alcuni casi, ma ne ho un altro pacco e potremo andare avanti, continueremo, comunque faremo una scheda a questo punto, su tutti questi casi.

RISPOSTA - Questi io non so che razza di bollettini siano; a parte il fatto che non sono neanche firmati!

DOMANDA - Le posso dire che sono stati, c’è un verbale di acquisizione del 30 marzo, sono stati acquisiti dalla Guardia di Finanza, ne ho chiesta l’acquisizione stamattina. Ovviamente non li hanno visti gli Avvocati, perché sono di questo, recentissimi, anche per me, per questo dico che gliene consegno pochi, perché non li ho visti tutti. Probabilmente, se li avessi visti tutti, gliene consegnerei molti di più. Le faccio rilevare un’altra cosa: dove c’è scritto scarico 15/16 per lei, c’è scritto "copia al dottor Polo".

RISPOSTA - Qua c’è scritto "copia ingegnere Vladic".

DOMANDA - Gliene consegno un’altra del ‘93, bollettino d’analisi dove vedo "copia dottor Polo" e siamo su dati di questo tipo, dove si parla degli idrocarburi clorurati con limiti superiori. Comunque è il suo scarico, questo è il discorso. A lei non risultava niente?

RISPOSTA - Io vorrei, ad esempio adesso, lei mi ha messo questi bollettini, io li vedo, quindi non posso contestare che qua non sia scritto così; vorrei vedere, dai risultati delle analisi che noi abbiamo in continuo, vedere quanto era questo risultato, cioè quanto era questo valore dell’ammoniaca quel giorno. Perché non lo so qui, questo bollettino di analisi, se si riferisce a cosa si riferisce, perché qui non c’è scritto. E` un campione istantaneo, è un campione medio, di quante ore? Non c’è scritto niente.

DOMANDA - Sono i campioni della società questi, o no?

RISPOSTA - Sì, ho capito.

DOMANDA - Sono bollettini di analisi della società?

RISPOSTA - Però, siccome, come le ho detto prima, noi avevamo un analizzatore in continuo, che registrava i dati, che venivano registrati e sono dentro nei dischetti, io vorrei vedere lì se corrisponde a questo discorso, se mi permette.

DOMANDA - Certo, ma io le volevo chiedere...

 

Presidente: il Tribunale vorrebbe cercare di capire da dove provengono questi bollettini di analisi. A me non basta guardarli.

 

DOMANDA - Produco il verbale di acquisizione, così leggiamo.

 

Presidente: io non posso capire da dove. Se non lo capisce neanche lei, si immagini se lo posso capire io!

RISPOSTA - Perché vede, sono bollettini che non sono neanche firmati, non lo so che bollettini siano.

 

Presidente: che cosa sono, che cosa rappresentano questi bollettini, come sono stati acquisiti, dove e che cosa rappresentano; vorremmo saperlo, per poterli capire anche noi.

 

DOMANDA - Allora Presidente, ho fatto recuperare il verbale di acquisizione; la storia di questi bollettini è nata in questa maniera. Quando la volta scorsa l’ingegnere Polo aveva parlato di limiti, sempre a posto, sempre in regola, c’erano anche state delle dichiarazioni del teste che diceva, su domande anche del Tribunale, questi bollettini, l’ha ripetuto anche poco fa, li abbiamo mandati agli enti di controllo, sono in azienda. Io, siccome non mi fido degli enti di controllo, sono andato direttamente in azienda, che ha sicuramente più dati; e, dopo avere preso le informazioni dovute, siamo andati a colpo sicuro presso il servizio SIA di Enichem, come risulta dal verbale di acquisizione, dove hanno espresso meraviglia per il fatto che sapessimo che c’erano questi atti. Li abbiamo presi con verbale di acquisizione spontaneo ovviamente, non c’è alcun sequestro, e ho chiesto l’acquisizione questa mattina al Tribunale. E` parecchia documentazione, e da una prima visione ripeto, perché sono stati portati a me venerdì o sabato addirittura, non mi ricordo quando, da prima visione ce ne sono molti di questi superamenti.

 

Presidente: allora, in questo verbale di acquisizione di documentazione, che è di data 30 marzo, si dice che in data 29 marzo, alle ore 13.00, si acquisiva presso il signor Tagliapietra Giancarlo, che evidentemente è il responsabile del servizio ecologia ambiente, nell’ambito della funzione ambiente sicurezza dell’Enichem, i quaderni delle analisi degli scarichi SM2, SM8/9, SM15/16, SM15/5, SM15 parco serbatoi. Il tutto relativo al periodo dal 1979 al 1995. Tagliapietra esibiva e consegnava la seguente documentazione costituita da 17 faldoni, così contraddistinti: uno, scarichi dal 10.05.1995 al 22.11.1995. Scarico 15/16, ora SM22, dal 1986 al 1995. Scarichi ufficiali e parziali dal 20.07.1993 al 30.09.1993. Scarichi ufficiali e parziali dal 03.01.1994 al 15.03.1994. Scarichi dal 02.12.1994 al 09.05.1995. Caratteristiche delle acque di scarico dei clorurati dal 28.04.1981 - evasi. Scarichi ufficiali e parziali dal 02.02.1993 al 30.04.1993. Scarichi dal 12.07.1994 al 01.12.1994. Scarichi ufficiali e parziali dal 03.05.1993 al 19.07. immagino 1993. Scarichi ufficiali e parziali dal 01.10.1993 al 31.12.1993. Scarichi ufficiali e parziali dal 22.06.1992 al 28.08.1992. Scarichi dal 16.03.1994 all’11.07.1994. SM2, 15/16, dal 22.06.1992 al 01.02.1993. Scarichi ufficiali parziali 31.08.1992-18.11.1992. Analisi scarichi esterni 1980. Scarichi ufficiali e parziali dal 19.11.1992 al 01.02.1993. Un numero 29 quaderni così contraddistinti e seguono poi l’elenco dei 29 quaderni, che riguardano gli scarichi dal 26.10.1990 al 05.09.1991 di idrocarburi clorurati. Poi c’è un quaderno COD dal 07.03.1991 al 14.06.1991. E poi ancora gli scarichi aromatici nel periodo 1992-1993, di idrocarburi aromatici fini di scarichi clorurati, dal 1993 al 1995. E poi ancora quaderni COD nei vari periodi. E poi ancora quaderni relativi a scarichi ufficiali e parziali nei vari periodi. Insomma, io credo che oramai le risulti chiaro di che cosa si tratta, mi pare?

RISPOSTA - Sì.

 

Presidente: perché è documentazione che indubbiamente lei ha potuto...

RISPOSTA - Io rispondo solamente per questo scarico ovviamente, per lo scarico del biologico ovviamente, perché là ci sono molti altri scarichi che non sono del biologico. Io rispondo di questo.

 

Presidente: sì. Ma le domande le sono state fatte con riferimento al biologico?

RISPOSTA – Certo, certo. Qui ho visto, io non posso dire che qua non ci sono dei dati fuori, però come le ripeto l’altra volta, anche ad esempio la questione dei solidi sospesi, che qui sono 400 - 200, sono numeri assurdi. Il discorso è: come sono stati fatti i campioni? Io non vorrei, come abbiamo detto prima, che fossero andati lì col secchio a tirare su la roba che veniva su.

 

Presidente: scusi, spieghi al Tribunale allora da chi sono stati fatti questi?

RISPOSTA - Non lo so, non sono stati fatti dal personale dell’impianto. Non lo so chi li ha fatti. Se qui c’è scritto Montedipe e PAS ecologia, non sono neanche firmati, non lo so chi li ha fatti questi qua.

 

DOMANDA - Presidente, per precisare allora, sono all’interno dei faldoni, dei 17 faldoni, di cui ho chiesto l’acquisizione; sono delle fotocopie estratte per comodità mia rapida di consultazione, quindi è documentazione aziendale, fatti dal laboratorio dell’azienda. Che poi l’azienda non ritenga necessario far firmare le analisi, è un altro discorso; però vedo che alcune analisi, ne ho due sotto mano in questo momento, così, del 1993, 13 gennaio, la n. 13 e la n. 15, relativi ancora una volta allo scarico dell’ingegner Polo, dello scarico 15/16, indirizzato al dottor Polo, il bollettino 15, adesso consegno anche questo, c’è la firma del capo del laboratorio. Ed ancora una volta c’è indicato su uno il superamento per i nitrati, 50.20.

RISPOSTA - Beh, 50.20 era 50, non credo che questo sia un dato che possa...

DOMANDA - No, guardi che i nitrati...

RISPOSTA - Il limite è 50.

 

Presidente: non è che adesso interessi, tutto sommato, immediatamente conoscere quali sono stati i superamenti, etc.; eventualmente il Pubblico Ministero ce ne farà un elenco, visto che ci sono 17 faldoni. Ma quello che mi interessa sapere è chi teneva questi quaderni, chi teneva e chi redigeva questi bollettini, chi faceva queste analisi?

RISPOSTA - Io le posso dare le analisi fatte dal laboratorio dell’impianto, quelle sì, quelle ci sono tutte.

 

Presidente: ma allora queste che cosa sono, rispetto a quelle fatte dal laboratorio dell’impianto?

RISPOSTA - Questo è il laboratorio... SIA ecologia è un laboratorio che è interno dello stabilimento, che è quello che fa analisi di tutti gli scarichi. Non specifico per questo. Tutto l’andamento dell’impianto noi lo controllavamo con il laboratorio adibito solo ai controlli dell’impianto. Lì ci sono i quaderni, come le ripeto, quelli che noi abbiamo mandato, e ci sono i quaderni, perché possiamo esibirli, che abbiamo mandato all’ente pubblico, dove sono riportate le analisi. Dove le analisi, almeno quelle che ho visto io, sono a posto.

 

Presidente: ma allora, adesso ho capito, il Pubblico Ministero le contesta che peraltro le analisi fatte dal laboratorio dell’impianto, molto probabilmente non sono conformi, sempre quanto meno, non sono sempre conformi a quelle fatte dal laboratorio del servizio ecologia, dal SIA?

RISPOSTA - Ho capito.

 

Presidente: mi pare che questa sia la contestazione che le fa, sulla base della documentazione acquisita presso il SIA.

RISPOSTA - Ad un certo punto io dico: signori, io ho le analisi del laboratorio e guardo quelle.

 

Presidente: risponda a questa domanda, con quale frequenza il SIA veniva a fare questi campionamenti?

RISPOSTA - Questo non lo so. Io le posso rispondere per quelli che so del laboratorio, che dipendeva...

 

Presidente: lei non vedeva, scusi, i responsabili del SIA, venire a fare i prelievi?

RISPOSTA - Lo scarico è addirittura fuori dalla rete di recinzione dell’impianto. Lì possono venire a qualsiasi ora, io non li ho visti che venivano lì. Possono essere venuti, non dico per carità che perché non li ho visti non siano venuti.

 

Presidente: ma le sono mai stati comunicati gli esiti di queste analisi? Cioè, voglio dire se le sono stati comunicati esiti di analisi che superavano i parametri?

RISPOSTA - Che io ricordi, ci sono stati degli scambi. Io sapevo che loro ogni tanto venivano a fare. Per esempio, se lei mi chiede se venivano tutti i giorni, non glielo so dire. Loro venivano ogni tanto a fare queste analisi. Ogni tanto ci sentivamo su queste analisi. Ma non mi hanno mai detto, per esempio venivano quel giorno lì, trovavano che qui c’erano fuori i nitrati, dicevano: guardate che siete fuori con i nitrati. Questo no.

 

DOMANDA - Presidente, voglio fare una contestazione precisa sulla base dell’ultimo documento che ho consegnato e su un altro che è analogo, che ho in mano. Quello che ho consegnato è del 1993, non mi ricordo la data, è firmato dal capo laboratorio ed è scritto "copia al dottor Polo", e supera i limiti dei nitrati come ho indicato, che sono...

 

Presidente: sì.

 

DOMANDA - Adesso gliene consegno un altro, data 30 settembre 1992, sempre il capo laboratorio, sempre "copia al dottor Polo"; sono 12 esami che sono stati fatti nel settembre 1992 in vari giorni, a varie ore; abbiamo superamenti notevoli di nitriti e di nitrati, ricordo che i limiti si va da 110 - 95, etc., praticamente tutti superano i primi sei controlli. E lo stesso gli altri tre sugli altri sei. Quindi sono 12, la grandissima parte di questi controlli, nitriti e nitrati, superano. E copia al dottor Polo. Questo è 1992. Quello che ho dato prima è del 1993.

RISPOSTA - Questo ce l’ho qui sotto mano e lo vedo. Guardi, onestamente non me lo ricordo. Può anche darsi che l’abbiano mandato, però non me lo ricordo sicuramente.

DOMANDA - Guardi, ce ne sono del 1991. Purtroppo sono arrivati solo molto di recente...

 

Presidente: cioè, dice il Pubblico Ministero che in molti casi, in cui sono state effettuate analisi da parte del SIA, sono stati superati i limiti. In particolare ha parlato di nitrati.

RISPOSTA - Nitrati ed ammoniaca.

 

Presidente: perfetto. Le è mai stato comunicato l’esito di queste analisi? Lei, visto che c’è scritto anche "al dottor Polo", etc..

RISPOSTA - Certo, lo vedo questo.

 

Presidente: io le sto domandando se non si ricorda, se fosse accaduto una volta sola, potrebbe anche dire che non ricorda, ma il Pubblico Ministero le sta contestando che...

RISPOSTA - Eh, ho capito.

 

Presidente: che sono molti i casi in cui vi è stato questo sforamento dei parametri tanto per intenderci, o superamento dei parametri.

RISPOSTA - Bisogna vedere anche cosa si intende per molti. Qua ci sono per esempio 10 bollettini in vent’anni. Non so se si può dire molti!

 

DOMANDA – No, no, guardi, non sono dieci.

RISPOSTA - Ho capito il discorso, non è uno, questo l’ho capito. L’ho capito benissimo. Dico che non mi ricordo di questi. Poi indirizzato a me, lo vedo che è indirizzato a me, però non mi ricordo di questo discorso qua. Siccome io avevo anche altri impianti, può anche darsi che io in questo momento fossi a Ferrara o a Bronico, non è questo il punto. Perché, comunque, se il bollettino arriva in impianto, è il responsabile d’impianto che vede se i valori non vanno bene, etc.. Quindi, anche se non ci sono, non ha importanza questo, ma potevo anche non esserci. Questo per dire che potevo anche non averli visti, questo era il discorso, tutto qua.

 

Presidente: va bene, adesso vedremo quanti sono. Voglio dire, si potrebbe giustificare, come dice lei, se fossero dieci in vent’anni; ma se invece fossero dieci in una settimana...

RISPOSTA - Certamente, allora il discorso cambia completamente. Però io, se mi permette, vorrei anche andare a vedere e a controllare, in queste date, le analisi del nostro laboratorio, per confrontare.

 

Presidente: mi scusi un attimo. Voi avete le analisi fatte dal vostro laboratorio.

RISPOSTA - Non solo, ma, come le ripeto, abbiamo le analisi online, con dei diagrammi.

 

Presidente: certo, avete le analisi in continuo, poi avete le analisi per, abbiamo sentito per quanto riguarda invece i minerali, che sono invece fatte così, di tanto in tanto mi pare, dal vostro laboratorio?

RISPOSTA - Sì.

 

Presidente: sono confrontabili le due analisi? Possono essere confrontate?

RISPOSTA - Beh, un’analisi, per essere confrontata a un’altra, dovrebbe essere fatta sulla stessa bottiglia, se è questo che vuole sapere. Però è evidente che se un impianto manda fuori una certa sostanza, che lei la faccia in un’ora o nell’ora successiva, non varia il discorso, o varia di poco. Questa è la risposta.

 

Presidente: grossomodo, tutto sommato, è scritto e indicato il giorno e l’ora del prelievo?

RISPOSTA - Sì, ore 08.00, ore 13.00, ore 08.00, ore 13.00.

 

Presidente: quindi allora si può benissimo, guardando il dischetto, se a quell’ora, di quel giorno, quali sono i valori rilevati online, come lei dice?

RISPOSTA - Sì. Di questi però ci sono solo due bollettini che riportano, e non tutti, l’ora; su questi, non riporta niente, non c’è l’ora. Su questi.

 

Presidente: su questi che le sono stati esibiti?

 

DOMANDA - Sugli ultimi che ho consegnato, c’era ora e giorno. Sui primi invece c’era il giorno.

RISPOSTA - Qui c’è l’ora, qui non c’è.

 

Presidente: allora va bene, potremo fare una verifica per quanto riguarda quei bollettini dove c’è la data e dove c’è l’ora. E` una verifica fattiva.

RISPOSTA - Come ripeto, io posso anche non averli visti, ma questo non giustifica il discorso. Voglio essere ben chiaro su questo discorso qua: se sono fuori, sono fuori; che io ci sia stato o meno, non ha importanza.

 

Presidente: va bene, se vuole proseguire, Pubblico Ministero.

 

DOMANDA - Sì, io non ho problemi a proseguire, sono a metà del mio controesame. Alla scorsa udienza lei dottor Polo, rispondendo ad un Avvocato di Parte Civile, affermava testualmente: "I solidi sospesi vengono alimentati al forno di incenerimento e viene bruciato tutto, quindi tutte le sostanze organiche che ci sono dentro a quella temperatura vengono trasformate in CO2 ed acqua". Non è un mistero per nessuno. Allora, le volevo chiedere, sulla base di queste considerazione scientifiche che lei aveva espresso, se su questo che le dico: "I principali prodotti della combustione dei materiali organici sono acqua, anidride carbonica, ed altri elementi al loro massimo stato di ossidazione e nessun impianto di incenerimento ossida però completamente i materiali organici"; è così?

RISPOSTA - Certo. Cioè il discorso della trasformazione della roba organica in CO2 ed acqua è naturalmente al 99,99, non è al 100%, non esiste impianto di incenerimento che faccia una combustione al 100%. Questo è ovvio.

DOMANDA - "E così i gas di scarico e i residui del processo di combustione contengono ancora materiale organico di varia complessità, che può derivare sia da combustione incompleta, sia da reazioni di sintesi termica". E` così?

RISPOSTA - Sì. Infatti l’altra volta sicuramente si ricorderà che io le ho detto che per le analisi delle emissioni, per esempio diossine non ne sono state trovate; gli IPA invece sono stati trovati, anche se i valori riscontrati sono 10, addirittura 100, addirittura a volte assenti, rispetto ai limiti minimi posti dal decreto del febbraio del 2000.

DOMANDA - Le volevo chiedere se in questo materiale, in cui le dicevo di residuo, se possono essere presenti le diossine e i furani?

RISPOSTA - Ecco, come le ripeto, tutte le analisi che sono state fatte delle diossine, hanno sempre dato valori al di sotto del limite di sensibilità analitica.

DOMANDA - Sulla formazione di queste diossine o furani, che in qualche parte sono stati trovati, le volevo chiedere se le risultano questi meccanismi di formazione?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Prego, se tali composti sono presenti in tracce nei rifiuti e non completamente distrutti?

RISPOSTA - Le ho detto l’altra volta che per esempio questo si trova scritto in Letteratura ovviamente, la formazione delle diossine si ha principalmente negli impianti di incenerimento dopo, all’uscita dei fumi dalla camera di combustione, c’è un recuperatore di calore. Dove la temperatura non viene drasticamente diminuita dalla temperatura di combustione a temperatura sotto i 100 gradi, ma passa attraverso uno stadio che è intorno ai 6 - 800 gradi, dove viene recuperato del calore. E successivamente poi, nella fase di lavaggio, viene portata al di sotto dei 100 gradi. L’impianto, il forno di incenerimento dell’SG31 ha invece quello shock termico che va da 1.000 - 1.050 gradi che è la temperatura normale di incenerimento, a temperatura di 70 - 80 gradi di colpo, nella colonna, dello scrabber di lavaggio dei fumi. Quindi, in queste condizioni, sia dai dati riportati in Letteratura, sia da analisi che noi abbiamo fatto, non abbiamo mai visto, nei fumi in uscita, la presenza di diossine.

DOMANDA - Oltre questo discorso dello shock termico, le volevo chiedere se è corretto dire che le diossine e i furani vengono distrutti ad alte temperature di combustione del forno in questione, ma al di là del superamento ad un certo punto della soglia normale dei forni di combustione?

RISPOSTA - Dunque, nell’incenerimento sicuramente le diossine e i furani vengono distrutti; però le molecole possono essere rotte con formazione di radicali; e questi radicali poi, nella fase di raffreddamento dei fumi, se questa fase non è repentina, possono ricombinarsi e riformare le diossine. Questa è una tecnica conosciuta.

DOMANDA - Quindi aumentando la temperatura di combustione dei rifiuti, non è detto che si distruggano le diossine e i furani?

RISPOSTA - Le diossine e i furani si distruggono di sicuro. Bisogna vedere che cosa intende lei per distruzione.

DOMANDA - Poi si riformano dice lei?

RISPOSTA - Sì, la prima fase della combustione è rottura delle molecole ovviamente, delle molecole organiche. La rottura dopo va... è il primo step della combustione; la seconda, dopo si bruciano i pezzi che si formano, e via, via in questo stadio si va fino alla combustione finale e definitiva di CO2 ed acqua. Ma questa combustione finale, come le ripeto, non esiste incenerimento al mondo che sia 100%; è 99,99 però 100% non lo è. Quindi la possibilità che possano riformarsi questi cosi, la possibilità teorica, c’è. E c’è nei casi in cui lei, nella fase di raffreddamento, non ha questo shock termico di cui le dicevo prima.

DOMANDA - Certo, e questo sia per sua esperienza che per Letteratura?

RISPOSTA - Certo, per Letteratura certamente. Dopo noi abbiamo misurato anche i fumi nelle emissioni.

DOMANDA - Adesso volevo venire un attimo a quello che diceva lei alla scorsa udienza, in particolare sui forni di incenerimento dell’impianto biologico. Diceva: lavorano a circa 1.000 gradi, perché 950 era la temperatura imposta dalla legge, e si lavorava a circa 1.000 gradi centigradi, 1.000 o 1.050, quindi a queste temperature gli IPA vengono ben bruciati. Però, nel documento Montedison, di cui parlavo anche all’inizio di questo controesame, si diceva testualmente: "Questa sezione è costituita da due forni del tipo a letto fluido, nei quali vengono bruciati a 900 gradi i fanghi provenienti dalla centrifugazione". Le volevo chiedere di dire al Tribunale qual è la temperatura di combustione dei fanghi nei suddetti forni dell’impianto di incenerimento SG31?

RISPOSTA - La temperatura di combustione, come le avevo già detto, si lavora intorno ai 1.000 - 1.050 gradi, perché la temperatura prevista è 950. Anche se, come lei ben sa, nell’ultima legge che è uscita nel febbraio del 2000, la temperatura di combustione è stata addirittura abbassata a 850 gradi. Questo vuol dire e significa che quando lei lavora a temperature superiori a 850 è sicuramente sicuro di fare una combustione efficiente.

DOMANDA - Ma appunto le volevo chiedere se c’è contraddizione o se c’è stata una modifica anche tecnologica rispetto a quel documento Montedison, che parlava di 900 gradi e invece lei parlava alla scorsa udienza di 1.050 o 1.000 gradi?

RISPOSTA - Anche la temperatura del forno di incenerimento è ben misurata e inserita dentro nei diagrammi online, perché è una temperatura che... Ed io le assicuro che lì si lavorava sempre intorno ai 1.000 gradi, 1.000-1.050 o 980. Adesso, i dieci o venti gradi, certamente non sto qua a dire che non oscillavano, però quella era la temperatura di incenerimento.

DOMANDA - Le volevo chiedere se è corretto dire che qualsiasi processo di combustione che utilizza olio combustibile immette nell’atmosfera gli IPA?

RISPOSTA - Che utilizza olio combustibile?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - A parte il fatto che lì non si utilizza l’olio combustibile. Lei sa che il combustibile che utilizziamo è il metano, quindi non è mai stato utilizzato olio combustibile; anche se, come ripeto, all’inizio i forni erano stati fatti con la possibilità anche di utilizzare olio combustibile. Ma quello non è mai stato utilizzato.

DOMANDA - Gli IPA possono essere emessi dalla combustione dei fanghi e degli altri rifiuti inceneriti nell’impianto in questione?

RISPOSTA - Come le dicevo l’altra volta, qualche volta noi abbiamo trovato degli IPA in uscita nelle emissioni, ma a valori talmente bassi che sono 10 - 100 ed addirittura 1.000 volte inferiori al limite minimo ultimo che è stato messo nel decreto legge del febbraio del 2000.

DOMANDA - Alla scorsa udienza lei aveva detto: nessuno parlava di diossine e nessuno si è interessato alle diossine. Direi che negli anni ‘80 è cominciato questo discorso, poi diceva verso la fine degli anni ‘80, non a metà, che l’azienda ha cominciato i controlli sulle diossine dell’inceneritore, con l’ausilio dei tecnici e del centro ricerche di Ferrara.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Poi, sempre in questa materia e a questo proposito, in relazione alla vicenda di Seveso, lei aveva detto: quello era un discorso che riguardava i terreni, roba solita diciamo. Dove si parlava di diossine nei fumi, al momento non c’era, così era poi la sua letterale espressione. Le volevo chiedere se conferma questi dati soltanto fine anni ‘80 e se conferma le circostanze che emergono proprio in relazione alla vicenda di Seveso, che è del 10 luglio 1976 in cui la Commissione di Bonifica, insediata dalla Regione Lombardia, subito dopo questo suo insediamento, non aveva approvato il progetto che prevedeva l’installazione di un impianto di incenerimento a Seveso per bruciare le diverse matrici vegetali ed animali e rifiuti industriali, proprio per evitare ulteriori inquinamenti dell’ambiente con diossine. E qui siamo nell’estate del ‘76. E poi, sempre novembre e dicembre 1976, nella rivista Sapere, c’è un articolo del professor Danilo Cattelani, dell’Universià di Milano, che parlava espressamente di questi fumi di inceneritore che non possono essere agevolmente controllati in termini di contenuto di diossine, e l’eventualità di un cattivo funzionamento dell’impianto è da ritenere del tutto improbabile. Questo per dire che già nel 1976 ampiamente si parlava di fumi, di inceneritori, di diossine; non fine anni ‘80.

RISPOSTA - No, io ho parlato degli anni ‘80 nell’ambito nostro; di là certo che si parlava prima, ma noi solo negli anni ‘80 abbiamo cominciato ad affrontare questo problema.

DOMANDA - Come Montedison?

RISPOSTA - Come Montedison. Perché si parlava allora di questo discorso delle diossine; prima nessuno ne parlava, nessuno si è mai interessato del discorso.

DOMANDA - Va bene. Perché ci sono altri documenti del 1979, del 1980.

RISPOSTA – Sì, sì.

DOMANDA - Lei sa che c’è tutto questo discutere in letteratura di fine anni ‘70 e di primi anni ‘80 sulle diossine, a seguito di inceneritori; lo sa?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Ma lo sapeva anche quella volta?

RISPOSTA - Guardi, adesso lei mi chiede se lo sapevo nel ‘79 o nell’80, io questo non me lo ricordo proprio.

DOMANDA - Nel ‘76.

RISPOSTA - Io le dico per la questione delle diossine, nel nostro impianto e nell’ambito della Montedison, se n’è parlato negli anni ‘80; e quando si è cominciato a parlare, siamo andati a vedere se c’erano o non c’erano. Questo è il punto.

DOMANDA - A me viene spontaneo allora chiederle per quale motivo, per dodici anni, dal 1976 al 1988 diciamo, fine anni ‘80, il monitoraggio analitico dei micro inquinanti, in particolare come sappiamo diossine e furani emessi con i fumi, con le polveri, i reflui dall’inceneritore, non sono mai stati effettuati?

RISPOSTA - Non venivano effettuati in nessuno dei camini, dei forni, della Montedison. Quando si è cominciato a parlare di questo problema, sono stati fatti. Prima no, non sono stati fatti, glielo dico molto onestamente.

DOMANDA - E lei sa se c’è un motivo particolare per cui ad un certo punto in Montedison si è cominciato a parlare alla fine degli anni ‘80 di questo?

RISPOSTA - No, questo non lo so di sicuro. Io quando ho sentito questo discorso, che stava andando avanti etc., ho cercato di far fare delle analisi sul forno di inceneritore nostro, SG31, dove abbiamo visto che le diossine non c’erano. Questo è stato fatto tardi sì, però perlomeno si può dire che le diossine lì non c’erano. Perché non è che dopo marciasse in condizioni diverse a quelle di dieci anni prima, e bruciava sempre la stessa roba.

DOMANDA - Le volevo chiedere se le risulta che nel luglio del 1999 l’inceneritore SG31 abbia avuto dei problemi in relazione a dei controlli effettuati dalla Magistratura, per la mancanza della camera di post combustione; è vero che non c’era questa camera di post combustione?

RISPOSTA - Ecco, allora le dico subito che la camera di post combustione non c’era, perché nel letto fluido, e c’è una legge che parla espressamente, adesso non mi ricordo di che anno, però si può ritrovare, parla espressamente dei letti fluidi e diceva che la camera di combustione è quella parte al di sopra dell’ultima alimentazione dell’area corburente. Quindi già il letto fluido aveva sopra il letto di silice la camera di post combustione, perché era lì che veniva mandata dentro l’ultima aria di combustione, che era quella che entrava dentro con le lance in mezzo al letto fluido. Oltre a questo però, la camera sopra il letto fluido, sulla testa del forno, c’era un grosso condotto che convogliava i fumi della testa del forno allo scrabber dove veniva fatto il lavaggio dei fumi e veniva drasticamente abbassata la temperatura. Il volume che era tra la testa del forno e l’ingresso su quello scrabber, quel grosso condotto, praticamente tecnicamente era una camera di combustione, perché lì venivano rispettate sia le temperature di combustione, sia i tempi di contatto, sia le velocità di ingresso del gas all’ingresso della camera di combustione. Quindi praticamente anche se non si chiamava espressamente camera di post combustione, esisteva già un volume tale per cui non solo diciamo era una camera di post combustione, ma era in più rispetto a quella che prevedeva la legge al di sopra del letto fluido.

DOMANDA - Ma in questo inceneritore non mancava anche la sezione di abbattimento degli ossidi di azoto?

RISPOSTA - Non c’era sezione di abbattimento degli ossidi di azoto.

DOMANDA - Non c’era, appunto?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - E la sezione di filtrazione?

RISPOSTA - La sezione, quella di filtrazione per mantenere le polveri a valori al di sotto dei 10 milligrammi per normale metro cubo, mentre prima il limite era 30, in previsione di rispettare i 10, è stata messa su una sezione di filtri a maniche, attualmente funzionante già da tempo, che porta i valori di polvere inferiori a 10 milligrammi.

DOMANDA - Scusi, è stata messa su due anni fa, vuol dire?

RISPOSTA - Io non c’ero già più.

DOMANDA - Circa, una cosa tipo due anni fa?

RISPOSTA - Io le dico solo per conoscenza, perché non c’ero altro.

DOMANDA - Poi il sistema completo di analisi in continuo degli inquinanti emessi dal camino, esisteva fino a quando è stato lei, o no?

RISPOSTA - Dunque, le analisi al camino... è stato messo... adesso non ricordo... Sì, c’era già quando c’ero io, però non so esattamente quando sono stati installati tutti gli strumenti. Perché prima c’era uno strumento che misurava le polveri; dopo c’era uno strumento che misurava l’SO2, c’era quello naturalmente che misurava l’ossigeno, la temperatura; e dopo sono stati inseriti anche quelli degli NOX.

DOMANDA - Dopo vuole dire quando, quanti anni fa?

RISPOSTA - Non mi ricordo esattamente. Negli anni ‘80 di sicuro, non mi ricordo quando però.

DOMANDA - A me risulta che questo sistema di analisi in continuo degli inquinanti sia stato messo su un paio di anni fa?

RISPOSTA - No, assolutamente guardi, perché un paio di anni.., Io è già dal 1993, dal 1994 che sono in pensione; e era quando c’ero io là, quindi un paio di anni fa non di sicuro.

 

Presidente: da cosa risulta, scusi Pubblico Ministero?

 

DOMANDA - Da questa attività cui accennavo, poi era sintetica perché poi eventualmente verrà dimostrata, perché chiedevo appunto la premessa era partita dagli accertamenti che erano stati effettuati nel 1999 sull’inceneritore SG31 dalla Magistratura veneziana. E questo inceneritore SG31 era stato appunto posto sotto sequestro, perché mancava la camera di post combustione. Poi si è messo a regola, è stato sistemato, è stata installata la camera di combustione, è stata installata la sezione di abbattimento degli ossidi di azoto, la sezione di filtrazione e il sistema completo di analisi in continuo degli inquinanti. Proprio perché non c’era, è stato fatto, per questo dico di recente. Io facevo la domanda perché i dati che io so sono questi qua; chiedevo se le risulta questo. Allora diceva sulla camera di postcombustione, con le precisazioni che ha fatto, ha dato la sua risposta. Sulla sezione di abbattimento degli ossidi di azoto ha risposto lo stesso. Sulla sezione di filtrazione lo stesso, che non c’era se non da epoca recentissima. Mentre, su il sistema completo, ha detto che c’era anche quella volta. Ne prendo atto, a me non risulta, comunque solo su questo ultimo sistema.

RISPOSTA - No, guardi, per quanto riguarda le analisi di continuo, le posso assicurare che quando c’ero io, c’erano.

DOMANDA - Sì sì, ne prendo atto per carità, non c’è problema.

RISPOSTA - Okay.

DOMANDA - Questo impianto di incenerimento SG31 le volevo chiedere, secondo le dichiarazioni Montedipe, la richiesta di autorizzazione è del 1983, si smaltivano, su ciascuna delle due sezioni di combustione a letto fluido, 12.000 chilogrammi all’ora di rifiuti costituiti da fanghi provenienti da impianti di depurazione, massimo 216 tonnellate al giorno; ed altri residui organici acquosi ed oleosi, per un totale annuo di 100.000 chilogrammi.

RISPOSTA - Scusi, questa era la potenzialità, attenzione.

DOMANDA - Ecco, appunto.

RISPOSTA - Questa è la potenzialità; la quantità che andava a incenerimento era ben al di sotto di questi valori.

DOMANDA - E cioè?

RISPOSTA - Cioè, per esempio per i fanghi, si parlava di 20 - 30.000 anziché 100.000, parlo anno, 20 - 30.000 tonnellate.

DOMANDA - Per ogni sezione?

RISPOSTA – No, no, no, c’è solo una sezione. Infatti i due forni, come le dicevo l’altra volta, o marciava uno, o marciava l’altro. Non era prevista la marcia in contemporanea dei due forni.

DOMANDA - E la presenza di solventi clorurati, nei rifiuti alimentati all’inceneritore, a che livello si poneva?

RISPOSTA - Questo glielo avevo già detto l’altra volta, noi avevamo un limite prescritte e previsto dall’amministrazione della provincia che era di 10.000 milligrammi chilo, praticamente l’1% , contro il 2% che era previsto dalla legge. Noi costantemente, con le analisi naturalmente che abbiamo a disposizione, eravamo sempre al di sotto dello 0,5%, quindi meno del 50% di quello che era previsto. Era presente cloro organico, glielo ho detto anche l’altra volta, per esempio quello che proveniva dalle resine di CPV.

DOMANDA - E per quanto riguarda i metalli pesanti?

RISPOSTA - I metalli pesanti erano anche quelli in tracce, ma non.., per esempio in tracce, nei fanghi, ci sono i metalli pesanti, però non uscivano mai dal camino, andavano a finire nelle ceneri. Il forno produceva anche delle ceneri, che poi venivano analizzate e mandate in discarica controllata.

DOMANDA - All’udienza del 28 marzo lei diceva: tra l’altro ho gestito per un paio di anni il reparto dell’incenerimento dei clorurati CS28 e era un impianto che funzionava a una temperatura molto elevata, infatti si bruciava a 1.450 gradi, perché ovviamente c’era dentro del cloro; quando io sono stato lì, non si è mai verificato alcun problema. Però allora, le ripeto molto francamente, ancora a quei tempi non si facevano analisi delle diossine nei fumi. Allora, per quanto riguarda le analisi delle diossine nei fumi, abbiamo già visto, di questo discorso abbiamo già parlato. Per quanto riguarda l’impianto CS28 le volevo porre alcune domande. Le risulta che gli impianti CS28 siano costituiti innanzitutto da due linee impiantistiche parallele, adibite anche all’incenerimento di residui contenenti PCB e PCT, policlorobifenili e policlorotrifenili?

RISPOSTA - Le rispondo subito. L’impianto di incenerimento del CS28, io ancora non c’ero là, però le posso dire che è entrato in marcia nel 1972, la prima linea del CS28, un forno di incenerimento: 1972, con una potenzialità intorno alle 38 tonnellate al giorno di clorurati. Nel 1977 è entrata in funzione la seconda unità di incenerimento, la quale comprendeva anche poi una distillazione dell’acido cloridrico che si formava nella combustione dei clorurati; distillazione dell’acido cloridrico che veniva inviato al reparto DL, dove avveniva l’ossiclorurazione per fare dicloroetano. La parte invece che non veniva distillata, perché c’era una frazione che non veniva distillata di acido cloridrico nelle acque, veniva inviato agli impianti di neutralizzazione dell’SG31 praticamente, che era dentro nel coso, e lì veniva corretto il pH per i cloruri che c’erano dentro. Per quanto riguarda il PCB, sono state fatte delle prove di incenerimento del PCB in accordo con la Regione Veneto, la quale ha mandato i suoi funzionari, nel 1984; nel 1984 sono state fatte delle prove di incenerimento del PCB con analisi delle emissioni, comprese le diossine, per vedere come funzionava il discorso. Le analisi sono state fatte dall’Università di Venezia, proprio per avere un Ente esterno qualificato per poter vedere come andavano le cose. Nell’84 sono state fatte queste prove e le prove sono andate bene, infatti dopo ci è stata anche data l’autorizzazione per bruciare il PCB in quell’impianto.

DOMANDA - Allora nel giugno dell’85 c’è l’autorizzazione regionale per un massimo di 75 chilogrammi all’ora di residui contenenti PCB e PCT a temperatura di 1350 gradi di combustione, è così?

RISPOSTA - Quello era il minimo.

DOMANDA - Il minimo come gradi di temperatura?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Prima di questa autorizzazione, giugno ‘85, quali erano i quantitativi inceneriti di PCB e PCT e a quale temperatura avveniva la loro combustione?

RISPOSTA - No, non veniva incenerito né PCB né PCT prima di quell’ora, perché le prime prove per l’incenerimento, come le ho detto, sono state fatte nell’84.

DOMANDA - E come si bruciavano prima?

RISPOSTA - Li mandavano, per esempio io so che i rifiuti, lo so per sentito dire, perché non ero interessato direttamente, per esempio il PCB veniva mandato alla Decoman di Torino, che era la ditta specializzata allo smaltimento del PCB, che lo mandava poi credo in Francia al 3D, dove erano specializzati per bruciare il PCB.

DOMANDA - Lei conosce il rapporto Tecneco del 1974?

RISPOSTA - Rapporto Tecneco del ‘74? Sì, ma la Tecneco è la società di ingegneria che ha fatto l’impianto di depurazione.

DOMANDA - Infatti da questo rapporto Tecneco del ‘74 risulta che nell’inceneritore delle reparto CS28 si bruciavano certamente dal ‘74 circa 10.000 tonnellate/anno di sottoprodotti clorurati, per esempio fondi di distillazione, purificazione del CVM, dell’1,2 dicloroetano, greggi e cloruri di benzili e di benzale, provenienti rispettivamente dai reparti CV11 e BC1. Questo è il rapporto Tecneco del ‘74.

RISPOSTA - Sì, infatti le ho detto che la prima unità è andata in marcia nel ‘72, quindi ancora prima del ‘74 venivano inceneriti.

DOMANDA - Quindi è corretto questo dato che ho citato del rapporto Tecneco?

RISPOSTA - Certo, sì. Addirittura è cominciato nel ‘72 l’incenerimento dei clorurati.

DOMANDA - Lei è a conoscenza che questo impianto di incenerimento dei residui industriali organoclorurati del reparto CS28 era costituito tra l’altro da questa apparecchiatura: la colonna di raffreddamento lavaggio con soluzione di acido cloridrico al 28 per cento, colonna di assorbimento in acqua con produzione di una soluzione di acido cloridrico al 28 per cento, colonna di lavaggio dei fumi originati dalla combustione con acqua di mare e la soluzione di lavaggi in questione veniva scaricata direttamente in mare; poi una colonna di lavaggio dei fumi con soluzione acquosa di soda caustica, e questa soluzione, quando esausta, veniva scaricata direttamente nelle fognature. Le risultano questi dati?

RISPOSTA - Dunque, la linea di processo praticamente era quella che lei ha accennato, però non mi risulta che il discorso fosse scaricato in mare. Per esempio, come le dicevo prima, le acque che contenevano l’acido cloridrico andavano a finire alla neutralizzazione, quindi non andavano direttamente, venivano prima mandate per la correzione del Ph, perché c’era dentro l’acido cloridrico al 20 per cento.

DOMANDA - Le risulta che i micro inquinanti organici clorurati, tra cui diossine e furani, presenti nei fumi di combustione dell’inceneritore CS28, considerati i sistemi all’epoca in vigore carenti di lavaggio installati, venivano solo in parte abbattuti e finivano per essere scaricati in Laguna con gli scarichi idrici, mentre una quantità rilevante di essi veniva emessa in atmosfera dal camino di emissione dei fumi che era alto 30 metri, l’emissione numero 1?

RISPOSTA - Ecco, io le posso solo dire che, quando io sono rimasto là, le analisi delle diossine sono state fatte in occasione dell’incenerimento del PCB nel 1984. Altre analisi in cui siano state fatte le diossine non le ricordo, non mi sembra, però non vorrei sbagliarmi.

DOMANDA - Non venivano neanche effettuate le analisi sui micro inquinanti organici diossine e furani, PCB e PCT?

RISPOSTA - Che sappia io no, però non posso escluderlo questo, che sappia io no, almeno in quel periodo che sono stato là io, io mi ricordo che sono state fatte, però in quell’occasione specifica.

DOMANDA - Perché infatti dal rapporto Tecneco sempre del ‘74, sulle emissioni dal camino dell’impianto di incenerimento CS28, diossine, furani, PCB e PCT non ci sono proprio.

RISPOSTA - Infatti nel ‘74, come le dicevo prima, nessuno parlava diossine, io non c’ero nel CS28, quindi non posso risponderle direttamente, ma non credo che neanche là siano state fatte, come non sono state fatte neanche all’SG31.

DOMANDA - Ma sempre in questo rapporto, che è del maggio ‘74, quindi ha una data certa diciamo, le volevo chiedere, sempre sul contenuto di questo rapporto per la parte che ci riguarda e che la riguarda, un dato che viene riferito, e cioè si parla di tecnologia obsoleta di questi impianti e della inadeguatezza dei loro materiali di costruzione. E in questo rapporto si segnalano diverse circostanze, sinteticamente gliele leggo saltandone alcune parti, si dice: "Per problemi di manutenzione dovuti a corrosione, l’impianto viene fermato 4 - 6 volte all’anno per una durata di circa 15 giorni, che comprendono i lavori di manutenzione. In questo periodo le emissioni sono notevolmente al di sotto di quelle che si hanno durante la marcia dell’impianto. Sono previste le seguenti modifiche concernenti l’inquinamento atmosferico: installazione di analizzatore di cloro sul camino in uscita dalla colonna di abbattimento gas di combustione; ciò permetterà di segnalare tempestivamente concentrazione di cloro o di acido cloridrico superiori ai valori normali, in modo da potere intervenire opportunamente. Quindi, a questo punto, le volevo chiedere innanzitutto di dire se le risulta che questo impianto funzionava senza che ci fosse alcun controllo su queste emissioni di cloro ed acido cloridrico superiore ai valori normali.

RISPOSTA - Quando c’ero io gli analizzatori c’erano. Se lei mi parla del ‘74, come c’è il rapporto della Tecneco, non posso risponderle perché non lo so. Però so di certo, per esempio, che i problemi di corrosione all’inizio ci sono stati, infatti nella colonna di abbattimento dell’acido cloridrico, dopo è stata sostituita da quella normale, che fosse in acciaio speciale, è stata sostituita con una di grafite, per limitare o evitare proprio nel modo assoluto la questione della corrosione. Questo però è stato fatto prima che io andassi là, quindi non posso precisarle altro.

DOMANDA - Vado verso la conclusione. Nella sua testimonianza del 28 marzo, alla domanda se la trasformazione del cloruro di polivinile in pellicola avveniva con trattamento a caldo, lei rispondeva affermativamente. Le volevo chiedere di riferire, se lo sa, quali sono le sostanze che vengono emesse nell’ambiente durante la lavorazione a caldo del PVC plastificato.

RISPOSTA - No, questo non glielo so dire assolutamente, perché addirittura quel periodo che io... quel breve periodo che ho passato negli impianti dove veniva estruso il CPV sotto forma di resina, che venivano fuori i tubi, lì noi facevamo un controllo, come laboratorio, per quanto riguarda le caratteristiche di resistenza, quelle cose lì, ma non di emissione. Non so dirle cosa usciva.

DOMANDA - Per carità, allora non insisto, poi verrà prodotta ovviamente anche una memoria sul punto. Questi inquinanti emessi dal polivinilcloruro sono tratti, come indicazione, da relazione di ricerca, Padova, 1982, Fondazione Clinica del Lavoro, identificazione e dosaggio dei prodotti di degradazione termica delle materie plastiche, Unità Sanitaria Locale della Regione Lombardia, e tra le altre sostanze inquinanti emesse in microgrammi per grammo di polivinilcloruro lavorato ci sono queste sostanze: clorometano 140, cloroetano 300, cloruro di vinile 25, fosgene 150, poi cito quelle principali come il benzene 10.000, toluene 180, ottene 1.300. Chiedo scusa, forse è sfuggito, dicevo che come quantità ho indicato unità di misura in microgrammi per grammo di PVC lavorato.

RISPOSTA - Guardi, a questo non posso assolutamente rispondere perché, come le ripeto, io analisi di emissioni non le ho mai fatte. Quel breve periodo che sono stato lì dove veniva fatta l’estrusione del CPV era solo un controllo fisico, diciamo, meccanico della roba che usciva, come resistenza, come quella cosa lì, ma delle emissioni non so dirle assolutamente niente.

DOMANDA - Io per il momento non ho altre domande.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

DOMANDA - Lei ha operato dal 1956...

RISPOSTA - No, ‘58, nel ‘56 non c’ero ancora.

DOMANDA - Dal 1958 al 1979 nei laboratori chimici collegati al reparto FO, ove si producevano azoto fluoridrico, florurati inorganici ed organici e in particolare negli impianti pilota. E lei si è anche occupato del controllo di prodotti polimetrici come il polistirolo, di plastificanti, di film e di PVC, sempre in impianti pilota. Lei può confermare questa circostanza?

RISPOSTA - Innanzitutto volevo precisare, lei ha citato due date, quella del ‘56 che abbiamo già corretto al ‘58, poi quell’ora che diceva ‘79, mentre era ‘75, perché io dal ‘75 sono passato all’impianto di depurazione, cioè sono passato all’ufficio tecnico lavori per la costruzione dell’impianto. Questo per precisare la data, non per altro. Per quanto riguarda poi il discorso che stava facendo adesso, io mi sono...

DOMANDA - Il discorso che dovrebbe fare è quello sul quale io l’ho interrogata.

RISPOSTA - Allora non ho capito bene cosa vuole sapere.

DOMANDA - Se lei ha lavorato in laboratori chimici collegati al reparto FO, ove si producevano acido fluoridrico, florurati inorganici ed organici e in particolare negli impianti pilota. Questa era la mia domanda.

RISPOSTA - Sì, la risposta è sì.

DOMANDA - Allora io le chiedo se può dire se esistevano in questi reparti normative interne di informazione dei lavoratori sulla nocività delle sostanze trattate, sulle misure di prevenzione e protezione dei rischi per i lavoratori e per l’ambiente e se venivano effettuati controlli sulle emissioni.

RISPOSTA - Per quello che so io, da quello che ricordo, perché lì stiamo andando adesso veramente molto indietro nel tempo, io ricordo che lì l’unica cosa che era sotto controllo era la questione dell’acido fluoridrico, che poteva uscire da qualche parte, quindi quella era tenuta sotto controllo. Poi c’erano delle disposizioni operative per quanto riguarda il personale che andava per esempio a fare i campionamento, di come dovevano essere fatti, perché anche lì c’erano da utilizzare certi sistemi di protezione, per esempio l’acido fluoridrico non è acqua, è una cosa che bisogna andare, non so, con i guanti, con la maschera, con l’elmetto, con tutto questo. C’erano allora, ricordo benissimo, delle disposizioni date agli operatori per andare a fare le manovre in impianto, sia per fare le manovre, sia per prelevare i campioni per analisi.

DOMANDA - E c’erano dei controlli, anche, sul rispetto delle...

 

Avvocato Santamaria: Scusate, però c’è una opposizione in questo senso: si fanno delle domande riguardanti l’ambiente di lavoro di reparti che non riguardano il CVM e PVC. Quindi o si tratta il capo di imputazione che stiamo trattando adesso, l’ambiente esterno, o eventualmente l’ambiente di lavoro del CVM e PVC.

 

Presidente: Comunque ha già risposto, andiamo avanti.

 

DOMANDA - Ha già risposto su questo punto. Lei può dirmi allora che, nonostante questi controlli, nonostante queste disposizioni, queste misure di sicurezza, c’è stato nel ‘79 un gravissimo rilascio di acido fluoridrico nell’ambiente, avvenuto nel marzo del ‘79, che ha comportato la morte di tre lavoratori?

 

Avvocato Santamaria: Non c’era il dottor Polo nel ‘79.

 

DOMANDA - Mi lasci finire la domanda, poi lei potrà anche intervenire.

 

Avvocato Santamaria: C’è opposizione.

 

DOMANDA - Mi lasci finire la domanda.

 

Avvocato Santamaria: Non c’era il dottor Polo, c’è opposizione.

 

Presidente: Se non c’era e non può rispondere, eventualmente lo potrà provare...

 

DOMANDA - Era lì, perché lavorava dentro al Petrolchimico, diciamo, il Petrolchimico non è un luogo segregato. Lavorava al Petrolchimico, siccome è un fatto clamoroso di cui si è occupato la Magistratura.

 

Presidente: Finisca la domanda. Le risulta che ci sia stato questo incidente che ha provocato la morte di tre persone?

 

RISPOSTA - Sì, questa è una cosa che sanno tutti, c’era sui giornali, quindi io non è che fossi là, ero da un’altra parte...

DOMANDA - Non le chiedo se lei era lì. Come spiega che, nonostante queste misure di sicurezza, nonostante queste informazioni che venivano date a questi addetti, che si occupavano di queste sostanze, fosse avvenuto questo gravissimo incidente?

 

Avvocato Santamaria: Opposizioni, è una valutazione che si chiede al teste.

 

Presidente: Lei sa la causa di questo incidente.

 

RISPOSTA - No, assolutamente.

 

DOMANDA - Come lo spiega insomma?

 

Presidente: Non la sa la causa di questo incidente?

 

RISPOSTA - No, assolutamente non ero là, quindi non so assolutamente.

 

Presidente: Non lo sa perché non era nello stabilimento.

 

DOMANDA - Può confermare se lei tuttora svolge ruolo di consulenza a favore della società Ambiente del gruppo Eni dell’impianto SC31 di Porto Marghera?

RISPOSTA - La risposta è no. Lo facevo, adesso no, non più.

DOMANDA - Quando ha smesso di fare questa consulenza? Di dare anzi.

RISPOSTA - Mi scusi un attimo, voglio risponderle con precisione. Nel ‘99.

DOMANDA - Cioè successivamente alla sua messa in pensione, mi pare.

RISPOSTA - No, ero anche prima in pensione, io facevo consulenza da pensionato.

DOMANDA - Lei è andato in pensione nel ‘94?

RISPOSTA - Sì, esattamente.

DOMANDA - Se può riferire al Collegio diciamo l’oggetto di queste sue consulenze che lei ha fatto.

RISPOSTA - Molto varie. Consulenze di tutti i tipi, per esempio bilanci termici, bilanci di massa, bilanci... Sono variabilissime queste consulenze, poi andavo in giro per i reparti degli altri stabilimenti per vedere come funzionavano, per vedere di ottimizzare i processi. Io lavoravo nel campo della depurazione delle acque, quindi andavo in giro dove la società aveva questi problemi per vedere di ottimizzare i trattamenti.

DOMANDA - Lei ha riferito su un impianto di depurazione che era talmente ben progetto al punto di essere sovra dimensionato rispetto al fabbisogno.

RISPOSTA - Sì, parlavo dell’inizio.

DOMANDA - Perché provvedeva su una potenzialità di 1.600 metri cubi/ora di acque reflue da trattare.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Ora com’è che un impianto di questa fatta, di questa portata, aveva bisogno di trasferire e mandare all’impianto consortile di Fusina una parte rilevante di questi reflui?

RISPOSTA - Guardi, la risposta è molto semplice. All’inizio si pensava di mandare tutte le acque contenenti azoto all’impianto di Fusina quando sarebbe stato messo in funzione. Dopo, nei bilanci degli anni, andando avanti, si è visto che la quantità di azoto era superiore a tale quantitativo che era stato concordato, quindi si è pensato di trattarlo nell’impianto, anche perché, prima di mandare a Fusina, siccome qui c’era già il problema dell’azoto ed è stato risolto, a quel punto lì l’impianto di Fusina andava benissimo perché, quando c’erano dei problemi, si deviava di più dall’altra parte e quindi si gestiva anche meglio l’impianto.

DOMANDA - Alla scorsa udienza lei ha affermato, a proposito dei 20 impianti produttivi, che recapitano le proprie acque reflue all’impianto di depurazione SG31, che non si potevano fare venti linee di collegamento ma si dovevano mescolare tutti i venti reflui per trasferirli con una sola tubazione. Lei ha detto questo, mi pare.

RISPOSTA - Sì, ma comunque lei deve capire bene il discorso; non è che non si potessero fare, lei poteva fare anche venti tubi, ma non aveva senso di fare venti tubi che facevano quattro chilometri di strada. Quando lei sente uno che fa le progettazioni, dice: ma come, venti tubi? Ne facciamo uno più grosso.

DOMANDA - Ma non è questa la domanda.

RISPOSTA - Allora mi dica cosa vuole sapere, perché non ho capito.

DOMANDA - Non le sembra che questa sua affermazione sia quanto meno discutibile, diciamo noi, tenuto conto che, secondo le norme di buona tecnica, nonché di legge, i reflui liquidi non dovrebbero essere miscelati prima del trattamento depurativo, in quanto tale miscelazione pregiudica e di certo non favorisce i trattamenti depurativi, siano di tipo chimico - fisico che di tipo biologico?

RISPOSTA - Allora, le contesto in modo assoluto questa affermazione perché non è assolutamente vera. Allora, primo discorso, la questione della scelta di un unico tubo anziché venti non l’ho fatta io ma l’hanno fatta gli ingegneri progettisti. Il secondo discorso, invece, le posso rispondere personalmente, perché ho una laurea in scienze biologiche, quindi le posso garantire che su tutti gli impianti, per avere una efficienza massima, i reflui devono essere assolutamente mescolati e più mescolati sono e meglio è per l’impianto biologico, perché l’impianto biologico deve ricevere un refluo che sia altamente equalizzato e il più costante possibile, per avere la massima efficienza di depurazione.

DOMANDA - Questa è la sua opinione, ma noi non la condividiamo.

RISPOSTA - Va beh, se lei non la condivide...

DOMANDA - Certamente, questa è la sua opinione.

RISPOSTA - Ognuno è libero di pensare come vuole.

DOMANDA - All’udienza del 27 marzo lei ha parlato di batteri eterotrofi.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Alla stregua di microrganismi che utilizzano sostanze carbonacee, così ha detto testualmente. Per il loro metabolismo. Ora, a noi risulta, e io qui richiamo i pareri dei nostri consulenti, in particolare quello del professor Giorgio Forti, a noi risulta che i batteri utilizzano sostanze organiche come fonte di energia e carbonio per la sintesi delle loro strutture cellulari: proteine, acidi nucleici, lipidi, polisaccaridi, etc., e in più hanno bisogno di composti azotati, magari il solo ione ammonico, dai quali i batteri traggono l’azoto, essenziale componente delle strutture viventi. Lei condivide queste analisi?

RISPOSTA - No, non le condivido, ma le spiego subito il perché. Allora, primo discorso, le ho detto l’altra volta, batteri eterotrofi, sono batteri che metabolizzano le sostanze carbonacee, è ovvio che qualsiasi sistema vivente, compreso quello dei batteri, che è di una semplice cellula, ha bisogno anche di energia, quindi una parte, ma solo una parte del carico organico che viene metabolizzato, viene metabolizzato per creare l’energia sufficiente per fare il lavoro che deve fare il batterio, che è quello di produrre degli amminoacidi, quindi delle proteine per la loro riproduzione. Quello che facciamo anche noi, è la stessa cosa, noi lo facciamo in sistemi complessi, loro lo fanno, invece, in un modo molto più semplice, però è la stessa cosa, è la vita che si svolge in questo modo. Secondo discorso, lei parlava di elementi nutrienti; certamente, infatti l’ho detto l’altra volta che all’inizio addirittura lei parlava di un elemento, invece sono due, gli elementi nutrienti sono fosforo ed azoto, sono due elementi essenziali per il metabolismo batterico, perché l’azoto è contenuto negli aminoacidi, il fosforo è contenuto invece nelle altre proteine che servono per il metabolismo, perché per esempio, glielo ho detto anche l’altra volta, avevo accennato, ma non credo che sia questa la sede, di andare in dettaglio al denosintrifosfato, che è un composto utilizzato nel metabolismo batterico come elemento, nel processo di metabolismo batterico. Quindi sia il fosforo che l’azoto sono due elementi che, se non ci sono, noi bisogna darglieli.

DOMANDA - Sì, ma lei parlava in altro modo, parlava di...

RISPOSTA - No, lei parlava di batteri...

DOMANDA - Sostanze carbonacee, lei ha detto.

RISPOSTA - Sì, le sostanze carbonacee sono le sostanze contenenti carbonio.

DOMANDA - D’accordo. Lei adesso mi dice che l’azoto è uno degli elementi fondamentali?

RISPOSTA - Certo, l’azoto è uno degli elementi fondamentali che deve essere alimentato se non c’è.

DOMANDA - Mi scusi, il problema principale del resto sorge quando lei definisce, a sproposito secondo noi, come autotrofi i batteri nitrificanti che ossidano l’ammoniaca. In dettaglio lei afferma che questi batteri nitrificanti utilizzano carbonio inorganico, come le piante per il loro metabolismo. Lei quindi classifica questi batteri fotosintetici, ma ciò è vero solo per alcune rare specie di batteri nitrificanti. Lei condivide questa opinione?

RISPOSTA - No assolutamente, guardi, lei sta parlando.., mi dispiace contraddirla, glielo faccio in modo molto...

DOMANDA - Non è che contraddice me, contraddice il professor Forti, che è ordinario di Biologia all’Università di Milano.

RISPOSTA - Non credo che il professor Forti, se è ordinario di Biologia, abbia detto una cosa del genere, perché queste cose qua non gliele dico io.

DOMANDA - L’ha detto proprio lui e io glielo ho rappresentato.

RISPOSTA - Allora le rispondo, se permette. Ribadisco che i batteri nitrificanti sono batteri autotrofi, e non eterotrofi, che utilizzano carbonio inorganico per il loro metabolismo. Se vuole le dico anche come si chiamano, per esempio ci sono... la nitrificazione avviene in due step, prima avviene l’ossidazione dell’ammoniaca a nitrite e nitrite a nitrati. I primi si chiamano nitrosomonas, i secondi nitrobacter, sono i due tipi di batteri, che sono autotrofi, utilizzano carbonio inorganico per il loro metabolismo, anzi se c’è presente quello organico, come le ho detto l’altra volta, nella competizione interspecifica tra le due specie, sono sfavoriti, neanche si sviluppano. Poi non è come ha detto lei che sono fotosintetici, non sono fotosintetici, non utilizzano l’energia solare per fare il loro metabolismo ma utilizzano carbonio inorganico ed utilizzano l’ossigeno che noi gli forniamo dentro con l’aria che gli insuffliamo dentro nella sezione biologica, e poi utilizzano l’azoto per trasformarlo da ammoniaca a nitriti e quindi a nitrati.

DOMANDA - Noi depositeremo una memoria contro queste sue opinioni.

RISPOSTA - Guardi, basta che lei prenda un libro, non è che glielo dica io.

DOMANDA - A suo giudizio quante sostanze organiche sono presenti nel liquido che esce dal depuratore biologico per passare alla nitrificazione da parte dei batteri nitrificanti.

RISPOSTA - Che esce dall’impianto o che è alimentata all’impianto?

DOMANDA - Che esce dall’impianto, dal depuratore biologico.

RISPOSTA - Quante specie organiche?

DOMANDA - Per passare al nitrificazione da parte dei batteri nitrificanti.

 

Presidente: scusi avvocato...

 

DOMANDA - Cioè quante sostanze organiche sono presenti nel liquido?

 

Presidente: ho capito, ma che cos’è questa, una interrogazione oppure un controesame. E` per vedere se il teste sa di biologia, di chimica, oppure...

 

DOMANDA - E` una premessa alla domanda, Presidente.

 

Presidente: guardi, faccia la domanda.

 

RISPOSTA - Anche perché, mi scusi Presidente, posso dirle, le analisi proprio delle sostanze organiche che sono dentro nei flussi da depurare sono a migliaia. Proprio per questo è stato scelto un parametro ben diverso, lei non può andare là e identificare sostanza per sostanza, perché è una cosa impossibile.

 

Presidente: l’aveva già detto questo. Appunto per questo faccia la domanda specifica, per cortesia. Tenga conto che siamo in un’aula di Tribunale e che non siamo...

 

DOMANDA - Mi rendo conto benissimo che siamo in un’aula di Tribunale, Giudice, mi rendo conto.

 

Presidente: allora faccia delle domande che in un qualche modo servano, siano pertinenti a quello che è l’oggetto di questo processo. Non è il sapere biologico.

 

DOMANDA - Può precisare se l’impianto di depurazione funziona con flora batterica naturalmente presente, oppure vengono seminati batteri in qualche modo selezionati?

RISPOSTA - Le rispondo subito anche a questo: in natura, quando lei scarica qualcosa, i batteri, quelli che sono in grado con i loro enzimi a metabolizzare una certa sostanza, si riproducono; quelli che non sono in grado di farlo non si riproducono. Infatti, quando si fa l’avviamento di un impianto di depurazione, non si prendono dei batteri specifici che per esempio degradano, non so, il fenolo, l’alcool etilico, l’alcool metilico o altre cose, si butta dentro in una miscela. La biologia ci insegna che questi batteri si riproducono, sono a decine di miliardi ovviamente contenuti dentro nel liquido, questi si riproducono, è la stessa cosa che succede in natura, si riproducono utilizzando le sostanze organiche che loro possono metabolizzare. Quelli che sono in grado di farlo si riproducono, gli altri scompaiono da soli, quindi lei fa una selezione di batteri che serve per i floruri reflui, viene automatica, non serve che la faccia lei, se la fa da sola. E` lo stesso fenomeno che succede in natura; l’impianto di depurazione non è altro che il trasferimento dalla natura ad un impianto, riducendo tempi e concentrazioni di microrganismi.

 

Presidente: signor Polo, basta così, abbiamo capito.

 

DOMANDA - Può precisare il contenuto di sostanze organiche e di azoto nelle acque alla fine del processo, quando vengono riversate nell’ambiente circostante lo stabilimento?

RISPOSTA - Le rispondo molto semplicemente che, siccome nei parametri di legge sono contenute tutte le sostanze azotate, l’azoto presente negli affluenti è di quattro tipi, c’è sotto forma ammoniacale, sotto forma organica, sotto forma di nitriti e sotto forma di nitrati. Queste sono le quattro forme di azoto che sono presenti nello scarico in quantità ovviamente, nel pieno ed ampio rispetto dei limiti di legge.

DOMANDA - Non ho altre domande.

 

AVVOCATO CESARI

 

DOMANDA - Lei, se non ho capito male dottor Polo, prima, rispondendo al Pubblico Ministero e parlando delle emissioni del forno CS28, ha detto che non si facevano analisi delle emissioni. Può precisare il periodo in cui non si facevano analisi di queste emissioni?

RISPOSTA - Però vorrei capire, non si facevano analisi di che tipo, diossine? Quando sono andato io, quando io ho gestito, c’erano già gli analizzatori delle emissioni, quando sono andato io, a metà degli anni ‘80 circa. Non so dirle però questi quanto prima siano stati inseriti, non lo so.

DOMANDA - Le diossine le analizzavate?

RISPOSTA - Le diossine, come le ripeto, sono state fatte, quando io ero là, nell’anno ‘84, proprio in concomitanza a quella prova di incenerimento del PCB, e sono state fatte anche le diossine, sono state fatte dall’Università di Venezia.

 

Presidente: va bene. Non ci sono altre domande. Aggiorniamo l’udienza per le dichiarazioni spontanee dei due imputati che oggi non abbiamo potuto sentire, e che d’altra parte non sentiremo stasera, tenuto conto dell’ora che abbiamo fatto, sempre all’8 di maggio. Il termine che ho posto questa mattina per gli eventuali depositi di documenti, etc., ovviamente è sempre fermo. Per quanto riguarda i documenti che sono stati acquisiti il 29 di marzo e di cui al verbale di acquisizione di cui ho dato lettura, questi dovranno essere messi a disposizione ovviamente delle controparti, possibilmente ordinati per tipo di scarico ed anche per date. Il termine può essere quello, di questo riordino, perché il deposito deve essere già fatto, per questo riordino il termine può essere quello del 20 di aprile.

 

Pubblico Ministero: su questi documenti volevo solo segnalare, a parte che di una metà è già stata fatta una fotocopia durante questa giornata, sono ordinati in faldoni così come sono stati presi dall’azienda e i quaderni e le fotocopie esibite sono state tratte autonomamente, però tutti i faldoni sono già attaccati, tutti i fogli, non sono fogli sparsi, così. Comunque è per questo che io stamattina chiedevo la comodità, l’interesse a tutte le Parti se tenerli al bunker o portarli in segreteria. Nel frattempo comunque per metà è già stata fatta copia.

 

Presidente: si tengono al bunker questi documenti. Comunque, voglio dire, siccome questi verbali, che sono in 17 faldoni, per potere essere letti per una rilevanza che possono avere devono essere ordinati, ripeto, per quanto riguarda la loro natura, la loro origine, gli scarichi a cui si riferiscono, le date relative e, soprattutto, devono essere evidenziati quei bollettini, non so come si chiamino, di analisi che riportino dei dati fuori dai parametri. Cioè ci sono 17 faldoni, si dice che in questi quaderni molti sono i dati, moltissimi sono i dati che sono fuori dai parametri, allora devono essere evidenziati, perché questa è la ragione per cui li si è depositati, i bollettini di analisi che indicano per l’appunto degli sforamenti, dei superamenti dei parametri.

 

Pubblico Ministero: Presidente, se è possibile do già delle indicazioni, nel senso che i faldoni sono come questo qua che mi sono fatto per esempio portare adesso, sul frontespizio è scritto lo scarico, è scritto di che cosa si tratta, sono indicati gli anni, sono stati ordinati dall’azienda credo in un ordine temporale. Io credo, i quaderni sono una cosa analoga, dov’è scritto "scarichi ufficiali e parziali", sono indicate esattamente le date, poi sono indicati scarico 15, 16, 131...

 

Presidente: Pubblico Ministero, lei li ha utilizzati per fare delle contestazioni oggi al teste, e queste contestazioni a che cose attenevano? A dei superamenti di parametri. Allora io credo che intanto la controparte possa essere interessata a contraddire su questi sforamenti e il Tribunale, ovviamente rispettando quella che è la sua prospettazione, possa essere interessato ad esaminare quelli che sono gli sforamenti e compararli invece, piuttosto, con quei bollettini di analisi che invece rispettano i parametri. Questa è la ragione per cui io l’ho invitata ad evidenziare quelli di sforamento in particolare, ed anche a fare capire al Tribunale a quali, ripeto, impianti si riferiscono, a quali... Questo è quanto le chiedo, insomma.

 

Pubblico Ministero: certo, ma questo lavoro di cernita e di indicazione verrà sicuramente effettuato. E` che io credo di non potere presentare e depositare soltanto i dati che superano, perché la Difesa deve vedere questo.

 

Presidente: io non ho detto questo. Lei ha già depositato tutto. Io ho chiesto semplicemente che metta in evidenza al Tribunale, oltre che alle Difese, quelle che sono state le ragioni del sue contestazioni e dell’utilizzo di quei documenti, cioè gli sforamenti, cioè i bollettini che sforano. Questa è la richiesta che le fa il Tribunale.

 

Pubblico Ministero: sicuramente sarà fatto.

 

Avvocato Alessandri: Presidente, per l’esame di questa documentazione, che mi pare non sia ancora stata acquisita dal Tribunale e sulla quale c’è la riserva a vario titolo e che si scioglierà l’8, io ritengo che, se ci sarà una replica, una risposta da parte di queste Difese, non potrà che essere una risposta scritta, essendoci soltanto l’udienza dell’8 evidentemente.

 

Presidente: questo non è detto.

 

Avvocato Alessandri: le chiedevo soltanto, ovviamente non può essere il termine del 20, quello che lei ha indicato prima, per eventuali relazioni o controdeduzioni rispetto a queste analisi o a questi documenti.

 

Presidente: io, guardi, ho posto il termine del 20 di aprile...

 

Avvocato Alessandri: per le relazioni. Ma io volevo avere...

 

Presidente: ma non può essere per queste perché ho posto il termine del 20 per il riordino, per un riordino per l’evidenziazione.

 

Avvocato Alessandri: quindi sarà un termine successivo.

 

Presidente: è un termine successivo, d’altra parte avete anche il tempo fin anche all’8 tanto per intenderci, si tratta di indagini integrative che sono state fatte, non lo so, qualche giorno fa e che evidentemente...

 

Avvocato Alecci: Presidente, scusi, volevo chiedere, è possibile il giorno 8 che il dottor Porta possa fare le sue dichiarazioni al mattino?

 

Presidente: sì, le dichiarazioni spontanee saranno le prime.

 

Avvocato Alecci: scusi ancora, mi perdoni, siccome noi abbiamo dei documenti da presentare insieme con le dichiarazioni spontanee che attengono alla posizione personale, lo faremo sempre quel giorno, è inutile presentarli prima?

 

Presidente: io direi di sì, perché tutto sommato sono integrativi di dichiarazioni spontanee. Buonasera.

 

RINVIO ALL'8 MAGGIO 2001

 

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