UDIENZA DEL 3 OTTOBRE 2000

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello. Riprendiamo l’udienza allora con i consulenti del Pubblico Ministero.

 

Pubblico Ministero: allora questo programma di oggi prevede per quanto riguarda i consulenti del Pubblico Ministero, le audizioni del dottor Guerzoni, poi dell’ingegner Rabitti, poi dell’ingegner Zapponi e infine del professor Vineis. Quindi si può accomodare il dottor Stefano Guerzoni del CNR di Bologna, il quale si presenterà ed illustrerà qual è la tematica che tratterà. Fino a quando nel frattempo si presenta dico soltanto due parole per illustrare al Tribunale e a tutti quanti di che cosa si tratta. Il riferimento che è stato fatto durante le audizioni pomeridiane dell’ultima udienza del dottor Ferrari, del Magistrato alle Acque di Venezia, e del dottor Racanelli parlavano di inquinamento sull’ecosistema lagunare causato da vari fattori, uno di questi fattori era stato indicato essere l’inquinamento atmosferico e quindi viene sentito il dottor Guerzoni, che è stato responsabile di una ricerca denominata "Progetto 2023" del Magistrato alle Acque di Venezia commissionato dal CNR di Bologna per quanto riguarda appunto il contributo atmosferico alle immissioni in laguna e quindi verrà spiegato il meccanismo e le modalità attraverso le quali l’inquinamento atmosferico poi giunge dall’aria alla terra e all’acqua.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. STEFANO GUERZONI

 

RISPOSTA - Mi chiamo Stefano Guerzoni e sono ricercatore al Consiglio Nazionale delle Ricerche da circa 25 anni, Istituto di Geologia Marina di Bologna, mi occupo di problemi ambientali dal 1976. La relazione che presento in questo caso riguarda una ricerca commissionata dal Magistrato alle Acque nella laguna di Venezia e, in particolare, l’argomento di cui io parlerò sono le deposizioni atmosferiche. Qui adesso ho indicato i 7 punti, quelli che saranno gli argomenti che andrò a toccare, spenderò alcune parole per parlare degli obiettivi del "Programma 2023" in modo tale che si abbia l’idea di che cosa si tratta, perché credo che molti non lo conoscano, in particolare mi soffermerò sulla spiegazione delle stazioni di campionamento, dei materiali e dei metodi usati per campionare, poi la terza parte mi concentrerò sui dati che sono usciti nei 13 mesi di lavoro nei flussi di esaclorobenzene e di diossine e furani, anche se il lavoro comprendeva una serie di microinquinanti organici e inorganici molto più ampia che indicherò sommariamente. Parlerò un attimo dell’analisi fattoriale e dell’analisi statistica perché sono già state presentate nelle due relazioni dell’ultima udienza dal dottor Ferrari e dal dottor Racanelli, ma giusto per rinfrescare il sistema che non è tanto un tentativo di fare degli artifici matematici ma un modo quantitativo di descrivere le stesse cose che si sono viste prima in maniera meno matematica, più descrittiva. Dopo passiamo ad esaminare un aspetto che è più qualitativo e che è già stato fatto con lo stesso schema della volta scorsa, cioè ogni campione è stato, è stata fatta la sua impronta, il profilo dei congeneri e dei gruppi omologhi e vedremo la variabilità da un mese all’altro nell’estrazione. Il penultimo punto, un’analisi delle componenti principali su queste impronte in analogia con quanto è stato fatto sui sedimenti e poi l’ultimo punto un confronto annuale tra la media di tutto l’anno di campionamento e l’ultimo campione che era del luglio ‘99 che è occorso essere immediatamente dopo, cioè dopo una uscita di composti dal Petrolchimico certificata e studiata ai primi di giugno del ‘99, vedremo che questa impronta si è verificata ed è stata vista nelle nostre deposizioni. Allora, brevemente cominciamo dal primo punto perché, per segnalare che questa attività sulle deposizioni atmosferiche è durata un anno, aveva come scopo studiare le deposizioni nella laguna per quello che riguardava i microinquinanti organici ed inorganici, questo sulla base del fatto che non esistevano dati fino ad allora sulle deposizioni e sul trasporto atmosferico in laguna, dati sperimentali, per avere una prima valutazione dell’importanza di questo comparto che abbiamo visto nelle spiegazioni dell’altra volta, essere una delle vie attraverso cui i contaminanti possono arrivare in un bacino acquatico come la laguna, accanto a quella dei fiumi, agli scarichi diretti, agli eventuali scambi con il mare. Tutto ciò per riempire dei buchi di conoscenza e cercare di fare degli interventi mirati una volta avuti questi dati di conoscenza. Gli obiettivi erano abbastanza generali come quello di identificare il trasporto e le deposizioni di questi contaminanti, ciò per vedere se c’è una differenza tra una stazione e l’altra, vedere quali erano questi numeri su una lista di sostanze sia organiche, inquinanti organici che inorganici, considerate pericolose, oggetto di attenzioni dal Ministero Ambiente. Mi riferisco al protocollo d’intesa, la legge Ronchi-Costa, al tentativo di identificare i massimi carichi ammissibili per la laguna che ha interessato una serie di composti inorganici e organici, alcuni di questi sono stati studiati da noi, in ultima analisi per avere dei dati su questo input atmosferico per fare un modello di deposizioni, quindi un modello concettuale. Per raggiungere questi obiettivi, visto che questa era una ricerca originale, ci siamo basati ovviamente su degli standard internazionali e su delle competenze che il nostro Istituto in particolare come consulente dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale per le deposizioni atmosferiche nel mediterraneo, quindi della più grossa organizzazione internazionale che si occupa anche, oltre che di meteorologia, di inquinamento dell’atmosfera, questi sono i punti più importanti da studiare. Quindi prima decidere quale sistema di campionamento utilizzare, va beh, allestire le stazioni, usare dei protocolli seguendo appunto indicazioni di rilevamento su rete internazionale in modo da essere confrontabili e in grado di confrontare i dati con le altre zone in cui queste reti funzionano, definire dei protocolli per il trattamento dei campioni, perché come immagino sia già stato segnalato dagli esperti chimici e in alcuni casi si tratta di sostanze a concentrazioni di nanogrammi o picogrammi, quindi vuol dire parti per milione o per miliardo di grammi e per unità di volume o unità di peso, e quindi si tratta di avere dei metodi adeguati per evitare qualunque tipo di errore, quindi per questo ci sono intercalibrazioni, c’è una serie di passi per assicurare la quantità del dato, sia del dato di campionamento che poi del dato analitico, quindi la definizione di protocolli analitici. L’approccio metodologico testato ha seguito, come dicevo, i protocolli di tre progetti che sono segnati qui, quindi uno un global atmospheric watch, sarebbe controllo globale dell’atmosfera, il secondo background airborne pollution monitoring, sarebbe un programma dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale sul monitoraggio di inquinamento di base nell’aria e in questo caso ovviamente ci sono dei protocolli che vanno dal dettaglio più minimo alla generalizzazione più ampia a seconda appunto dei soldi che si hanno a disposizione, degli obiettivi etc.. In questo caso, siccome non c’erano dati, il primo obiettivo è stato quello di avere un poco di dati e quindi la raccomandazione di questa organizzazione è iniziare con campionamenti con dei deposimetri su un sistema che poi descriverò, con periodi di 15 e 30 giorni, quindi per avere pochi campioni in un anno, ma intanto per avere un’idea di quello che cade su di un bacino o di un’area che si studia. Andiamo a cosa abbiamo fatto: abbiamo fatto un campionamento di 13 mesi, abbiamo ripetuto il mese di luglio, quindi dall’inizio di luglio ‘98 alla fine di luglio ‘99 e abbiamo utilizzato in accordo con i protocolli il raccoglitore bulk che non è altro che un raccoglitore passivo che raccoglie deposizioni umide e secche, in quattro stazioni che poi farò vedere dove sono collocate. I quattro siti, si sono messe, questa frase la spiego, in zone non interne alle sorgenti di immissione urbana e fortemente inquinanti che possono essere una città o un sito industriale, ma sono state messe esterne, quindi non abbiamo stazioni nella città di Mestre, non abbiamo stazioni dentro la zona industriale di Porto Marghera, non abbiamo stazioni dentro una sorgente di potenziale inquinamento. Sostanzialmente, siccome non c’erano dati, noi volevamo cercare di vedere se esisteva un gradiente di questi contaminanti, nord, sud, est, ovest, insomma, una caratterizzazione di massima. Passiamo al secondo punto, cioè dove abbiamo messo le stazioni e che materiali abbiamo usato. Le stazioni sono quattro, questa è la laguna di Venezia, questa è la città del centro storico, qui in alto c’era un diagramma che fa vedere la rosa dei venti media nel periodo dal ‘51 all’88, in questo sito in cui si vede che la maggior parte dei venti spirano da nord-est, poi la seconda frequenza è da nord, poi da sud, da est e l’ultima è da ovest. Questa è l’area industriale, in questa foto dal satellite, le stazioni erano... la numerazione scusate è un po’ strana comunque non è in fila, la stazione numero 1 è nel centro storico, quindi la chiameremo d’ora in avanti centro storico, la stazione numero 2 è nella parte della laguna nord, a Valle Dogà, poi farò vedere alcune diapositive che la descrivono un po’ meglio, per memoria la stazione numero 4 è in località Dogaletto, 3 chilometri e mezzo a sud-ovest della zona industriale, la stazione numero 3 è a Valle Figheri in un’area, una valle da pesca, e a sud della zona industriale, è circa una quindicina di chilometri, una decina, dentro, posizionata su una torre, in una zone dove c’erano già delle altre ricerche da parte del Consorzio Venezia Nuova, quindi siamo stati ospitati. Per fare vedere cosa sono questi deposimetri, non sono altro, sono di solito posizionati in alto, su un palo, questo era sul tetto della stazione numero 1, ospitata presso l’Istituto di Biologia del Mare, di fronte al bacino di San Marco, questo è un campionatore per i microinquinanti inorganici, in PVC in polietilene, PVC è la parte esterna e polietilene, questa è la stazione di Valle Dogà, laguna nord, un contesto più naturale in cui si vede un campionatore che contiene poi un imbuto, una bottiglia di polietilene per campionare i microinquinanti inorganici, e un altro campionatore che qui sembra trasparente ma c’è, che è un imbuto di vetro silanizzato con una bottiglia di vetro. In dettaglio possiamo vedere, questo è il laboratorio, all’interno di quella struttura c’è questo, che è il campionatore, una bottiglia aperta, quindi tagliato ad imbuto di vetro silanizzato collegato a una bottiglia che raccoglie la deposizione mensile. In questo caso quindi questa bottiglia è questa e qui dentro è dentro, qui c’è l’imbuto e qui c’è la bottiglia, analogamente per gli inorganici c’è questo secondo campionatore. La stazione 3 abbiamo detto che si trova nella località in Campagna Lupia dentro alla Valle Figheri, la stazione 4, ecco questa è la località Dogaletto, presso l’idrovora e il macchinario del consorzio di bonifica, abbiamo detto a circa 3 chilometri a sud del polo industriale e questa è una stazione che è stata utilizzata, lo vedete anche questo è un casottino che normalmente ospita degli strumenti o dell’ente zona o della Provincia perché è una stazione che è nella rete delle, era nella rete delle deposizioni acide, c’è un pluviometro, insomma è una stazione che è già presidiata da parecchi anni. Allora, riassumendo, 4 stazioni, centro storico, laguna nord, laguna sud e zona a ricaduta industriale. D’ora in avanti, vedrete spesso le sigle, a volte C.S. per centro storico, L.N. per laguna nord, L.S. per laguna sud e Z.I. per zona industriale. Questo è il periodo del campionamento iniziato il 20 luglio del ‘98 e terminato il 30 luglio del ‘99, 13 campioni in tutto. In realtà il campionamento non è stato, torniamo indietro, non è stato di 13 campioni in tutte e quattro le stazioni, come vedremo è iniziato prima in due stazioni, quindi 13 mesi ci sono solo per due stazioni, dopo, per fare queste prove, per allestire le stazioni protocolli metodologici, dal novembre del ‘98, quindi dopo i primi quattro campioni, dal 13 novembre al 30 luglio sono state occupate anche le altre stazioni, quindi abbiamo 9 campioni. Quindi noi vedremo a volte dei profili, degli andamenti con 13 campioni riferiti a due stazioni e di 9 riferiti alle altre due. Una puntualizzazione rispetto al metodo di campionamento, perché ovviamente è abbastanza grossolano, nel senso che non è che è usato in tutto il mondo, ma non è un’aspirazione di aria, non è un campionatore che campiona separatamente l’acqua dall’aria e quindi sono state fatte molte ricerche per vedere l’attendibilità di questo campionamento. Quindi io qui ho elencato le cose che possono in qualche modo sottostimare, quindi fare a noi avere un numero più basso della realtà di quello che catturiamo oppure anche sovrastimare, cioè farci fare una stima per eccesso delle nostre deposizioni. I meccanismi più frequenti che possono ridurre la quantità di materiale che noi troviamo nel nostro campionatore sono dei processi di volatilizzazione e di fotodegradazione, che sono possibili, visto che sta un mese, questo campionatore, e il campione ha... la frequenza del campionamento è mensile, può esserci una parte delle sostanze che vengono fotodegradate o si volatilizzano e questo può essere una riduzione del 10, 20%. La frequenza del campionamento mensile in riferimento eventualmente ad una frequenza di campionamento più alta, settimanale o addirittura giornaliera, è stato studiato anche questo, mettendo non da noi, ma da esperti in Germania e in Inghilterra, mettendo parallelamente un campionatore che veniva raccolto il campione ogni giorno, e un altro che stava lì un mese; facendo il confronto alla fine di un periodo si è visto che la differenza in meno del campionatore che stava un mese era al massimo del 30%, comunque sempre in meno. Poi ovviamente essendo un campionatore passivo ha uno scarso, limitato campionamento dei gas, poche di queste sostanze, spesso sono assorbite le particelle quindi comunque cadono, però ci può essere una sottostima non grande dei gas, sto parlando del rapporto tra quello che noi campioniamo e quelle che sono le reali concentrazioni nell’aria durante il periodo di campionamento. Viceversa ci può essere una sovrastima dovuta al fatto che le pareti del campionatore che sono di vetro potrebbero assorbire delle sostanze, cioè fare come da trappola, da collante, però questo in parte viene ovviato attraverso i meccanismi di trattamento del contenitore di vetro che serve sia per ridurre i bianchi, la sinalizzazione che anche per ridurre questo meccanismo di assorbimento, ci può essere un problema dovuto al fatto che il sito che noi abbiamo preso, ne abbiamo presi quattro in tutta la laguna, non siano molto significativi, cioè che in quel punto venga giù più roba che in un punto di fianco, o limitatamente, poco distante, quindi noi facciamo una sovrastima, ovviamente può essere vero anche il contrario, una sottostima. Noi su questo abbiamo, non le descriverò in questa relazione, però abbiamo fatto degli studi utilizzando... scusate un attimo, ma questi sistemi, è diventata più piccola l’immagine. No, torniamo... Okay. Non riesco a capire cosa sta succedendo, non vuole. Colpa mia come sempre, ma è colpa del computer, avevo messo due presentazioni separate, avevo fatto. Allora, passiamo adesso a descrivere in dettaglio i flussi di esaclorobenzene e di diossina e furani, prima volevo fare vedere a proposito del problema della stima, sovra o sottostima potenziale, che questa di nuovo è una cartina della laguna, qui con due, 1, 4, 3 ci sono le nostre stazioni di campionamento, tutte le altre sigle sono stazioni meteo o pluviometriche o del Magistrato alle Acque, o del consorzio di bonifica o di altri enti, che noi abbiamo utilizzato per confrontare la piovosità e i venti nelle nostre quattro stazioni con altre, con la situazione media della laguna, e quindi possiamo dire che quell’errore del 10% che avevo messo è quello che noi abbiamo visto di variabilità dalla nostra stazione rispetto a tutte quelle che ci stavano attorno. Utilizzando i dati anemologici volevo semplicemente far vedere perché non è il caso di dilungarci, le rose dei venti delle quattro stazioni, sono rose dei venti medi di tutto l’anno di campionamento, come si legge, questa rosa dei venti? Queste sono le percentuali, 20, 30%, sarebbe per quanto tempo durante l’anno il vento è venuto dalla direzione che è segnata qui, quindi qui vediamo che nella laguna nord abbiamo 40 più 10, 50% del vento che viene da nord, nord-est, voglio dire bora, nord-est è il vento prevalente in quasi tutte le stazioni, una parte da sud e da sud-est; un po’ differente è la laguna sud essendo esposta al mare ha venti di brezza e venti prevalenti da est, quindi dal mare, una percentuale del circa 30% di venti da nord, nord-est; la stazione del centro storico invece mostra la prevalenza dei venti di nord-est per il circa 40%; la stazione di Dogaletto ci fa vedere che per una percentuale che va dal 30, 50, il 60% circa del tempo in cui noi abbiamo campionato il vento veniva da nord, quindi veniva dalla zona industriale che era a nord del nostro campionamento. Noi la chiamiamo zona industriale ma in realtà con questa rosa dei venti vediamo che noi circa per il 60, 70% del tempo riceviamo nella stazione numero 4 il vento dalla zona industriale. Quindi anche quando facciamo vedere i profili di quella stazione sono comunque una sottostima rispetto alla sorgente. Ora, una lista veloce di quelle che sono state le analisi per far vedere che sono stati analizzati una serie di microinquinanti organici, cosiddetti alcuni metalli pesanti, altri invece sono minerali, che sono normalmente nella costituzione naturale delle particelle. Una serie di microinquinanti organici più ampia di quella di cui io parlerò oggi, cioè sono gli IPA, i PCB, gli esaclorobenzene, diossine e furani e DDT e DDE organoclorurati, abbiamo analizzato anche granulometria e mineralogia perché in alcuni casi sarebbero le costituenti geologiche delle particelle che si catturano durante il mese perché in alcuni casi hanno un’influenza sulla deposizione e comunque perché è il nostro mestiere fare i geochimici e quindi dobbiamo anche occuparci di queste cose. Ora passiamo alla descrizione...

 

Avvocato Cesari: chiedo scusa, Presidente, se interrompo un momento, ma c’era un’eccezione relativa all’utilizzabilità di questa consulenza, e si riallaccia un po’ a quanto aveva detto il professor Bettiol la volta scorsa a proposito di altre consulenze che sono state introdotte. Ma qui c’è un dato chiarissimo, che si riferisce ad accertamenti compiuti nell’98-‘99 e quindi fuori dal periodo contemplato dal capo di imputazione per quello che riguarda Enichem e quando è risaputo che gli impianti, o perlomeno parte degli impianti che avrebbero in ipotesi contribuito all’inquinamento, erano transitati nell’esercizio, nella proprietà della società EVC, quindi mi domando se questi accertamenti fatti dal professore possono essere utilizzati nei confronti degli odierni imputati. Si aggiunga a questo che le analisi relative non sono state fatte in contraddittorio, quindi c’è opposizione a che prosegua questa consulenza, grazie.

 

Presidente: sentiamo anche su questo punto se ci sono le difese che devono aggiungere qualcosa. No. Pubblico Ministero, le parti civili?

 

Pubblico Ministero: allora, avevo già accennato in premessa, pensando vagamente a una possibile eccezione di questo tipo e sinteticamente presentando questo studio. Si tratta di uno studio completamente autonomo rispetto ad attività del Pubblico Ministero e ad attività di Polizia Giudiziaria che, come è stato sinteticamente detto anche dal dottor Guerzoni e che eventualmente risponderà su questo punto, traggono origine da un lavoro commissionato autonomamente dal Magistrato alle Acque di Venezia all’interno di un progetto denominato "Progetto 2023" al CNR di Bologna, è uno studio che è stato depositato per le difese nell’agosto di quest’anno, è uno studio di cui avevo preso visione nel corso di quest’anno e che ho ritenuto di dover presentare, e ci facevo cenno durante la mia indicazione introduttiva, in quanto spiega i meccanismi, le modalità attraverso i quali si verifica un inquinamento delle acque partendo da uno dei fattori già indicati dal dottor Ferrari e dal dottor Racanelli. Ne hanno indicato mi pare quattro o cinque, uno di questi fattori era l’inquinamento atmosferico. E` pacifico il dato, ci mancherebbe, nessuno aveva intenzione di nasconderlo e d’altra parte non si poteva nascondere che questo studio riguarda il periodo estate ‘98, estate ‘99, però questo studio è molto utile a capire come si può verificare un inquinamento verso il basso a seguito di immissioni nell’aria. Questo lo avevo accennato fin dall’introduzione dicendo che il meccanismo, le modalità attraverso il quale si può concretizzare quell’inquinamento di cui avevano parlato i due precedenti consulenti. Quest’estate avevo visto questo studio, avevo ritenuto che potesse essere utile a chiarire i meccanismi di questo inquinamento, l’avevo depositato a tutte le difese perché potessero vedere di che studio si trattava, le modalità, potessero essere messe in grado anche di rispondere o preventivamente o successivamente e credo che questo si possa fare. Non c’è nessuna intenzione di contestare fatti del ‘98 o ‘99, ma sono soltanto le spiegazioni dei meccanismi fenomenici.

 

Avvocato Schiesaro: solo per aggiungere, signor Presidente, che abbiamo discusso molto in questo Tribunale delle leggi di copertura dove per leggi di copertura scientifica si intendeva la scoperta dei meccanismi che spiegassero da un punto di vista tecnico il verificarsi degli eventi, secondo regole. Allora, questo, da quello che capisco, è uno studio fatto per conto di una pubblica amministrazione per la conoscenza di regole che tenta di evidenziare dei meccanismi causali codificando alcune regole fondamentali. Quando ci viene a dire che ricostruiscono la rosa dei venti ed accertano quale statisticamente sia stato nel corso degli anni pregressi in un periodo di tempo molto lungo l’orientamento prevalente del vento, ci dicono una... ci danno una spiegazione scientifica di un fenomeno, che poi riguardi e che sia comprovato da dati del ‘99, del 2000, 2001, a noi interessa anche poco, perché quello che ci interessa non è il dato singolo che può essere utilizzato semplicemente come riprova o come verifica sperimentale della regola, a noi interessa l’enunciazione della regola. Allora, in questo senso mi pare che trattandosi, lo ripeto, di una documentazione che viene, e di uno studio scientifico che viene svolto per conto di una pubblica amministrazione, lo studio sia perfettamente, la consulenza possa essere perfettamente ammissibile. Faccio inoltre presente che anche la nostra domanda risarcitoria è stata costruita sull’ipotesi di un inquinamento veicolato dall’atmosfera, oltre che dall’acqua, e pertanto anche ai fini di comprovare il nesso causale dell’illecito che sta alla base della nostra domanda risarcitoria, credo che noi abbiamo interesse a sentire fino in fondo l’illustrazione di questi meccanismi causali che possono giustificare non solo un accertamento di penale responsabilità, ma soprattutto anche un accertamento di una domanda risarcitoria della fondatezza di una domanda risarcitoria che si fonda su alcuni meccanismi causali che vengono illustrati.

 

Avvocato Santamaria: signor Presidente, mi scusi, solo una brevissima osservazione. Non faccio alcuna opposizione, cioè non mi associo all’opposizione fatta dall’avvocato Cesari, la preoccupazione di questa difesa però è un’altra: il Consorzio Venezia Nuova, concessionario del Magistrato alle Acque, ha compiuto, e non è l’unico ente scientifico ad averlo fatto negli ultimi anni, innumerevoli lavori sullo stato ambientale della laguna con risultati vari che questa difesa per esempio conosce soltanto parzialmente. La preoccupazione di questa difesa è che se entrano nel processo questi dati conoscitivi che sono una piccolissima frazione di un lavoro molto più ampio che è stato affidato a innumerevoli commissioni, ebbene noi vogliamo che allora i dati conoscitivi che devono essere discussi in questa sede siano completi, cioè che tutta l’elaborazione di questi ultimi anni fatta sul problema dello stato ambientale della laguna e che possa avere attinenza in questo processo entri in questa sede, altrimenti noi ci troviamo nella condizione di non poter conoscere se eventualmente il Consorzio Venezia Nuova, concessionario dei lavori da parte del Magistrato delle Acque, ha eseguito, ha fatto altri e diversi lavori che contengono elementi di maggior respiro, di maggior importanza che per questa difesa è interesse evidente conoscere, ma credo che sia interesse evidente anche per l’accertamento della verità che è oggetto di questo processo. La mia indicazione è allora che nel processo entri tutto il materiale esistente, almeno elaborato negli ultimi anni, sullo stato ambientale della laguna.

 

Presidente: va bene, grazie. Ci ritiriamo un attimo. Accomodatevi, prego. Il Tribunale, sull’eccezione proposta in ordine all’ammissibilità e utilizzabilità della consulenza del Pubblico Ministero, rileva che il tema della consulenza è quello delle regolarità fenomeniche che ineriscono alle immissioni in laguna e che in questo quadro ha la rilevanza del follow out atmosferico. Quindi questo è il tema, l’oggetto specifico della consulenza e pertanto, premesso l’individuazione esatta dell’oggetto della consulenza, ritiene il Tribunale che l’analisi dei campioni che sono stati effettuati, oltretutto al di fuori di ogni contesto investigativo o comunque procedimentale, perché è stato commissionato dal Magistrato alle Acque, non ha riguardo alla violazione di limiti di accertabilità o comunque di parametri, anche di carattere normativo o scientifico, riferibili alla colpa di qualsivoglia soggetto. Pertanto, ritiene il Tribunale che non hanno ragion d’essere, per quanto riguarda l’acquisizione di questi dati, le osservanze delle garanzie previste dagli articoli 360 del Codice di Procedura Penale e 223 delle disposizioni di attuazione del Codice di Procedura Penale e quanto a questo fa riferimento e richiama anche l’ordinanza che è stata emessa alla scorsa udienza, l’ordinanza di rigetto per l’appunto dell’eccezione proposta. Quanto poi al rilievo che questa è solo una piccola parte di conoscenze che viene portata all’attenzione del Tribunale, ritiene il Tribunale che la completezza delle allegazioni o, meglio, il rilievo dell’incompletezza delle allegazioni può essere o può trovare compensazione in un’attività di integrazione da parte del contraddittore, e pertanto il Tribunale ritiene che si possa proseguire in quello che è l’oggetto della consulenza che per l’appunto attiene all’osservanza o, meglio, all’osservazione di queste deposizioni atmosferiche sulla laguna di Venezia. Prego.

 

RISPOSTA - Adesso il computer speriamo che sia dello stesso parere perché si è... Aspettiamo un attimo... Tanto che il Presidente parlava è saltato tutto. Scusatemi, io non sono in grado... Ci vuole un tecnico... Ci vuole qualcuno della... Perché non...

 

Presidente: qualche collaboratore.

 

RISPOSTA - Va bene, possiamo proseguire. Allora, eravamo rimasti alla serie delle determinazioni fatte sulle quattro stazioni e però dicevo che la descrizione dei risultati sarà riferita solo all’esaclorobenzene, alle diossine e ai furani per una piccola parte a una elaborazione comune con alcuni metalli pesanti soggetto della normativa sui carichi massimi ammissibili. Questo trasparente si legge in questo modo: qui ci sono le estrazioni del centro storico e delle zone industriali in cui ho detto che ci sono 13 campioni che coprono un anno di campionamento, nella laguna sud e nella laguna nord invece ci sono nove stazioni che coprono un periodo di circa 9 mesi, 9 mesi e mezzo, da novembre a luglio. E l’asse delle y definisce i flussi mensili, l’unità di misura è giornaliera perché i periodi non erano uguali per confrontabilità, quindi le unità di misura sono nanogrammi metro quadro per giorno, cioè di flusso verso il basso. La descrizione di questi dati fa vedere come le concentrazioni del centro storico, i flussi della laguna nord, della laguna sud, siano abbastanza basse, attorno ai 10 nanogrammi metro quadro giorno, o anche meno, mentre nella zona industriale abbiamo flussi che sono dell’ordine dei venti con alcuni picchi anche oltre i 100 con una certa variabilità tra un mese e l’altro. Un altro modo di vedere lo stesso risultato, qui sulla destra ci sono sempre i flussi giornalieri, ma non ce ne occupiamo, era la diapositiva precedente, qui abbiamo invece fatto la somma di questi flussi giornalieri e facciamo un carico annuale che a questo punto è in nanogrammi metro quadro perché il tempo non c’è più, è un anno. Abbiamo fatto per confronto nelle stazioni 1 e 4, che avevano 13 campioni, anche la somma dei 9 mesi, in modo tale da avere un numero che è questo: 558 a nord, 600, 4.000 e 425, nella laguna sud sono 9 mesi, due numeri più in grande, 1.500 e 8.600 sono i flussi annuali, si vede che più o meno sulla base dei 9 mesi, abbiamo le quattro stazioni, tre stazioni su quattro hanno flussi confrontabili, la stazione 4 Dogaletto circa 8 volte più alto su base annuale media, mentre invece se è riferita a un anno il rapporto è un po’ più basso è circa 6 volte tra la stazione 1, che era l’unica per cui c’è un anno, e la stazione 4 zona industriale. Un altro modo per vedere la stessa cosa, più grafico, è questo: quattro stazioni per 9 mesi, centro storico e zona industriale per un anno, più o meno, i numeri sono gli stessi ovviamente, riportati in modo diverso per vedere graficamente la stessa cosa. Adesso possiamo vedere i flussi della sommatoria di diossine e furani e la modalità di vettura della trasparenza è la stessa, cioè nella parte sottostante abbiamo le due stazioni estreme, la laguna nord e laguna sud con solo 9 campioni, nella parte superiore abbiamo la stazione del centro storico e quella di Dogaletto zona industriale, blu e rosso rispettivamente, qui abbiamo i mesi, qui abbiamo le deposizioni giornaliere che in pratica sono poi mensili ma l’unità di misura è giornaliera. In questo caso si vede che le stazioni delle due lagune estreme sono i valori più bassi, attorno a 50 picogrammi metro quadro, questa è un’unità di misura diversa, picogrammi, quindi mille volte più bassa della precedente, nella stazione del centro storico abbiamo una certa variabilità, la media è leggermente più alta con un paio di picchi ad agosto e a febbraio, e nella stazione della zona industriale abbiamo questa distribuzione mensile con una media che è sempre inferiore a 100, attorno a 50, 60 e con quattro picchi di deposizione con numeri più alti in agosto, in gennaio, febbraio, agosto ‘98, gennaio, febbraio ‘99 e luglio ‘99. Facendo il conteggio delle deposizioni annuali in questo caso abbiamo diviso per mille, quindi sono di nuovo nanogrammi per non avere numeri molto grandi, sulla destra è sempre la variabilità delle quattro stazioni, quello che abbiamo visto prima. In questo caso vediamo, stesso discorso, 9 mesi, i numeri a destra piccoli, in questo caso 12 mesi, 13 campioni nei numeri grandi per le stazioni centro storico e zona industriale Dogaletto. I numeri sono quelli che vedete, cioè circa uguali tra laguna sud e laguna nord, leggermente più alti nella stazione del centro storico, circa due volte e mezzo più alti nella stazione di Dogaletto su base di 9 mesi, su base annuale abbiamo questi due numeri, quindi 18 nanogrammi metro quadro nel centro storico e tre, due volte e mezzo, poco più, tre, nella stazione zona industriale. Altro modo di vedere gli stessi dati di prima in cui si vede di nuovo nel caso delle quattro stazioni i due diciamo bianchi, o comunque le due zone più, in cui le deposizioni sono minori rispetto al centro storico e alla zona industriale. Questa è la tabella di sintesi in cui ci sono i numeri, così uno magari, c’è chi si trova meglio con gli istogrammi che con i numeri, abbiamo nella parte superiore i flussi annuali per 12 mesi, nella parte superiore per 9. Ora a questo punto su questa prima parte possiamo trarre delle conclusioni, ovviamente limitate all’anno di studio e cioè che nella zona, nella stazione in prossimità della zona industriale si è riscontrato il carico annuo maggiore di deposizione di esaclorobenzene e di diossina e furani, in particolare i carichi annuali nella zona industriale, anzi, nella stazione di Dogaletto che chiamiamo zona industriale ma in realtà siamo a 4 chilometri a sud, è da 6 a 10 volte più alto che nella media delle altre stazioni e le diossine e i furani, la somma di diossine e furani sono da 2 a 5 volte più alti. Questo è quello che conclude in maniera sintetica la parte diciamo dei flussi in termini quantitativi. Ora farò una piccola, spenderò 5 minuti per far vedere due cose, una per dire, proprio veramente in parole semplici, che cos’è l’analisi multivariata, magari insulterò qualche esperto, ma è per cercare di essere semplici e in poche parole, e poi in questa analisi multivariata ho voluto, siccome ho fatto vedere che abbiamo analizzato anche una serie di altri metalli pesanti e di altri microinquinanti organici, vedere se c’era una qualche associazione che legava questi elementi e vedere come si distribuivano all’interno delle quattro stazioni e questo è quello che farò vedere nelle prossime trasparenze. Sulla statistica multivariata anche l’altra volta è stato detto qualcosa ma siccome non è una cosa semplicissima anche se poi la usiamo tutti i giorni e la sentiamo per televisione quando l’Istat o l’Istituto di De Rosa divide gli italiani tra emergenti yuppie e conservatori cinquantenni, e le varie categorie, non fa altro che fare un’analisi multivariata della popolazione italiana riducendo tutte le caratteristiche che vanno dal reddito, dalle competenze, dai titoli di studio, ai pochi profili, anche in quel caso, multivariato. E` la stessa cosa. Quindi il concetto è quello di prendere i campioni tutti insieme e di ridurre il numero delle variabili. Questo serve per analizzare quali sono le caratteristiche comuni a tutta l’area indipendentemente dal sito di campionamento, cioè si correlano tutte le variabili non dicendo alla statistica qual è la stazione 1 e qual è la stazione 2, e questi si chiamano fattori, queste relazioni tra variabili. Dopo abbiamo fatto un’altra analisi delle discriminanti che, come dice il nome, serve a discriminare, quindi a separare, in base a questi raggruppamenti che abbiamo trovato, le quattro stazioni, nel nostro caso erano solo quattro anche se sono di più, e dire in che cosa sono diverse e se sono diverse. Le due elaborazioni insieme possono dare un’idea delle sorgenti o comunque delle provenienze. Quindi l’elaborazione della correlazione sostanzialmente tra tutti questi metalli pesanti, rame, cadmio, nichel, zinco e vanadio, cromo, antimonio, piombo e arsenico che sono quelli che sono nella lista del controllo per i carichi massimi ammissibili e sono tra i metalli pesanti più studiati perché tossici o comunque indicatori di processi di vario tipo e i quattro, abbiamo scelto per semplicità gli impari, gli idrocarburi poliaromatici, i PCB, gli esaclorobenzene, e diossine e furani. Vediamo che la elaborazione divide tutta questa variabilità in tre fattori invece che 15, 13 variabili. I tre fattori sono: uno è questo, il colore azzurro, con questa serie, non li ripeto, di metalli pesanti, quindi di microinquinanti inorganici, questi che sono un fattore che contiene tutti i microinquinanti organici, STRAL, DDT e DDE che non abbiamo usato nell’elaborazione e questo che contiene un’altra serie di microinquinanti inorganici, cioè metalli pesanti, in particolare arsenico, piombo e antimonio. Questi tre gruppi vengono utilizzati per dividere le stazioni. Le stazioni, dall’analisi delle discriminanti, quindi pur solamente su base matematica, sono venute ben discriminate la stazione della laguna nord, ognuno di questi pallini rappresenta un campione mensile in una stazione, quindi come vedete sono solo 9 per confrontabilità, perché non abbiamo potuto usare la stazione 1 e 4 per tutti e 13 i campioni perché non avevamo la 2 e la 3, sono 9 campioni per ogni stazione e questo in sintesi fa vedere che le quattro stazioni, adesso vedere tridimensionalmente è difficile, sono abbastanza ben divise tra di loro, quindi vuol dire che non ci sono delle grosse sovrapposizioni tra una stazione e l’altra, quindi con quelle poche stazioni che avevamo siamo riusciti a identificare e a vedere una buona quantità di variabilità. La stazione 1 e 4 in particolare, quindi zona industriale e laguna nord, sono le più separate tra di loro, centro storico e laguna sud vengono, alcuni campioni sono diciamo comuni, o comunque rientrano allo stesso spazio fattoriale, non approfondiamo nulla, l’unica cosa che voglio dire qui, vedete che ci sono i fattori che sono gli stessi tre raggruppamenti che ho fatto vedere prima, organici, metalli, antimonio e arsenico, arsenico, antimonio e piombo e gli altri metalli. Tutti i campioni della zona industriale sono spostati verso chi guarda, quindi lungo questa funzione 2 che aumenta quanto più aumenta il segnale dei microinquinanti organici. Quindi vuol dire sostanzialmente che la caratterizzazione della stazione 4 che la distingue dalle altre stazioni è dovuta principalmente non solamente, non esclusivamente solo per quell’anno di studio, a questa serie di composti. Bene, questo era solo per far vedere come la sostanza, i microinquinanti organici anno possono essere elaborati insieme agli altri microinquinanti inorganici, come anche se io ho fatto vedere principalmente i flussi di diossine e di esaclorobenzene il gruppo degli organici che aveva come dire un’assegnatura, o comunque delle caratteristiche che erano prevalenti nella zona industriale contiene anche gli idrocarburi poliaromatici e i PCB. Adesso farò vedere una serie di trasparenze in cui noi abbiamo calcolato le impronte, quindi le abbondanze relative dei dieci gruppi omologhi delle diossine e dei furani, qui prendo a prestito la diapositiva che è già stata vista, e quindi non la spiego solo per ricordare che i composti sono più di 200, è stato detto tante volte, vengono ridotti a 17, 7 clorodibenzodiossine e 10 clorodibenzofurani, i quali poi per semplicità vengono sommati per fare delle impronte confrontabili, vengono normalizzate rispetto a questa somma in cui viene fatta la sommatoria dei congeneri, quindi 4, 5, 6, 7, 8, da 4 a 8 clori nelle diossine, da 4 a 8 nei furani, normalizzati e presentati in per mille o in per cento, in modo tale che la presentazione sia omogenea indipendentemente dai numeri assoluti dell’analisi. Quindi qui adesso avremo per quattro diapositive, per quattro figure, analoghe, quindi le spiego una volta, dopo la cosa è la stessa, di sotto abbiamo i gruppi omologhi, quindi sono cinque, da tetraclorodibenzodiossina, l’octaclorodibenziodiossina, tra tetraclorodibenzo-furano... Ognuna di queste file è un campione mensile. Quindi qui ci sono 13 campioni, i mesi sono, laguna nord sono 9, quindi vanno da novembre a luglio, queste sono le abbondanze relative quindi o percentuali. Ora, questa prima trasparenza fa vedere che il profilo tipico mensile ha una certa variabilità però presenta la prevalenza dell’octaclorodibenzodiossina sull’octaclorodibenzo-furano che è l’impronta tipica che viene utilizzata per distinguere campioni di area urbana, area rurale, oppure campioni di depuratore da produzioni di dicloroetano, cloruro di vinile monomero. C’è una certa variabilità, tra i mesi addirittura c’era un mese in cui erano tutti zeri, in maggio ‘99 in questa stazione, l’unica cosa che voglio farvi notare perché poi ritornerò, dopo è questo picco comunque che può rientrare nella variabilità, che in ogni caso in tutti questi campioni non è in grado nessun campione di ribaltare il profilo e il rapporto tra octadibenzodiossina ed octadibenzofurano. Vediamo la stazione del centro storico. La stazione del centro storico mostra meno variabilità a dir la verità nei profili però un’impronta che è tipica della prevalenza dell’octaclorodibenzodiossina in tutte le stazioni tranne nelle ultime due stazioni, qui i mesi sono alternati, queste due sono giugno e luglio, in cui c’è un inizio del rovesciamento di questo rapporto e un rovesciamento nel mese di luglio. Zona industriale, queste sono le impronte di 13 campioni, i mesi sono alternati, questi sono campioni mensili, vedete che qui i profili sono in alcuni casi completamente diversi e in particolare in 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7 campioni, e forse anche questo 8 su 13, in cui c’è prevalenza dell’octaclorodibenzofurano rispetto all’octaclorodibenzodiossina con una certa variabilità abbastanza significativa. Allora, per semplificare... Adesso no. C’è l’ultima, la laguna sud, la laguna sud 9 campioni solo, impronta come laguna nord simile al centro storico, prevalenza di octaclorodibenzodiossina in tutti i campioni tranne nel campione di luglio. Ora per semplificare e per vedere in una sola trasparenza le quattro stazioni abbiamo fatto l’impronta media dei 9 mesi, non dell’anno perché, appunto, per confrontarla abbiamo usato 9 mesi. Laguna nord e laguna sud l’abbiamo messa da questa parte, che sono le due stazioni estreme, il centro storico è questa, la zona industriale è questa. Si può vedere come queste tre impronte sono abbastanza simili tra di loro, e invece come l’impronta media annuale di tutto l’anno luglio ‘98-luglio ‘99 del campione a Dogaletto abbia queste caratteristiche. Questo su base media. Ovviamente però abbiamo visto che ci sono delle variabilità tra un mese e l’altro, allora poteva essere interessante andare a studiare mese per mese in ordine al fatto di vedere un pochino più in dettaglio a che cosa assomigliavano, comunque se si poteva cercare di capire qualcosa della variabilità intera annuale ed anche per cercare di vedere a che cosa assomigliavano, comunque dove si posizionavano in un’analisi multivariata i nostri campioni, abbiamo inserito nell’analisi delle componenti principali una serie di standard, o comunque marker li chiamerei, tratti o dalla letteratura o da analisi effettuate nella laguna di Venezia varie che poi descriverò una a una, che sono tipiche di quelle che possono essere chiamate le sorgenti. Ora questi due istogrammi sono tratti dalla letteratura, dopo ci sarà il riferimento bibliografico, area urbana ed area rurale negli Stati Uniti. Cole è un autore che ha studiato la diossina in tutti... no, Stati Uniti, scusate, United Kingdom, quindi in Gran Bretagna e queste sono due impronte tipiche di area urbana e area rurale con la prevalenza dell’octaclorodibenzodiossina sugli altri omologhi o congeneri. Abbiamo utilizzato anche un campione anche questo di acque reflue proveniente da produzioni di cloruro di vinile monomero pubblicate in letteratura da Stringer e che ha questo profilo, e abbiamo anche acquisito dei dati analitici prodotti dei laboratori Enichem sequestrati dal Corpo Forestale di Acque di processo del CV22-23. Queste così le sigle che poi vedrete nelle elaborazioni sono marcate in questo modo. Abbiamo anche aggiunto nell’elaborazione tre markers che sono stati presentati anche dal dottor Ferrari nella sua relazione precedente, pubblicati in letteratura e quindi consolidati, di distribuzione dei congeneri, di acque reflue provenienti da produzione di dicloroetano e cloruro di vinile negli Stati Uniti con questa impronta in cui c’è sempre la prevalenza di octadibenzofurano ma anche una certa percentuale, circa attorno al 15, 20%, di octaclorodibenzodiossina, queste sono acque reflue. Impronta simile, sempre di letteratura da residui solidi provenienti dal trattamento dei reflui che abbiamo chiamato RS1 - residui solidi 1 - con un’impronta tipo quella precedente e l’impronta che è più conosciuta dei residui solidi provenienti dal trattamento di reflui anche questa, bibliografia, RS2. Abbiamo anche aggiunto altre due impronte che erano state, per completezza, anche se abbiamo fatto l’elaborazione anche senza, che comunque erano due impronte presentate dal dottor Racanelli nella sua presentazione della settimana scorsa, in cui aveva analizzato una serie di campioni di sedimento tratto dai pozzetti prelevati all’interno dello stabilimento dell’Enichem, questa è la media di 6 campioni che lui ha chiamato impronta del cloro comunque di produzioni cloroderivate, che ha questo profilo di sopra, ed anche per far vedere la differenza, l’impronta dei fanghi d’ingresso dei depuratori di Fusina Campalto con una prevalenza di octaclorodibenzodiossina. Tutti questi che io chiamo marker nell’elaborazione sono messi all’interno di un’analisi delle componenti principali assieme a tutti i nostri campioni mensili, in modo tale da cercare di capire qualcosa di più della variabilità che abbiamo visto nella stazione 4 per quello che riguarda le impronte dell’octadibenzofurano ed anche delle altre stazioni. Quindi adesso dirò... Questa è la bibliografia da cui sono stati prelevati i campioni non analizzati nella laguna di Venezia, Cole, sono i due di area urbana e area rurale, Stringer è il più 40, 43 di lavorazioni di cloruro di vinile idrocarburi clorurati, Carroll sono le tre impronte presentate da Ferrari la volta scorsa. Di nuovo, semplicemente per orientarsi nella spiegazione che poi farò dopo, l’analisi delle componenti principali anche in questo caso si basa sulle correlazioni tra le variabili o poi sul confronto tra i campioni e viene utilizzata per ridurre il numero di variabili, di nuovo in questo caso sono dieci, sono tutti i gruppi omologhi, è un numero limitato di fattori composto da una combinazione di queste variabili. Il metodo poi pesa le singole variabili e quindi ottiene un profilo che può essere utilizzato per avere delle informazioni sulle sorgenti. In questo caso noi abbiamo applicato l’analisi delle componenti principali e i dati di deposizione in modo tale da poter confrontare i profili dei campioni da noi presi con quelli derivanti da sorgenti ambientali di questi inquinanti ed anche come indicatori di provenienza oltre ad analisi di campione, come ho fatto vedere, provenienti da Venezia. Ovviamente riducendo la complessità si perde un po’ d’informazione, e l’informazione persa in questa elaborazione che faccio vedere è del 25%, quella persa, quindi abbiamo mantenuto il 75% della varianza di tutto il nostro campione di un anno. Cominciamo a guardare questa elaborazione, la parte di sopra sono i pesi fattoriali, noi mettiamo a confronto il fattore 1 con il fattore 3. Il fattore 1, il fattore 3 anzi, cominciamo da questo, che è in verticale e identifica il peso dell’octaclorodibenzofurano contro, quindi con segno diverso, inverso, perché di sotto è negativo, di sopra è positivo, dell’octaclorodibenzodiossina, quindi segnala diciamo la prevalenza dell’uno o dell’altro, in questo senso il fattore 1 invece identifica il peso dell’octaclorodibenzofurano rispetto agli altri dibenzofurani con numero di atomi di cloro inferiore, 6, 5 e 7. Se guardiamo di sotto, allora, di sotto abbiamo plottato in questo spazio, del fattore 1 e del fattore 3, i nostri campioni mensili e i markers, quindi con il colore porpora ci sono i campioni della zona industriale, i campioni gialli della laguna sud, campioni rossi con il triangolo sono i nostri markers, quindi le nostre sorgenti potenziali o comunque teoriche, perché alcune sono state analizzate, altre sono di bibliografia, però sono profili ormai consolidati ed usati in tutti i casi per identificare le provenienze, i pallini blu il centro storico e verdi la laguna nord. Adesso questa diapositiva di sotto, possiamo già vedere che alcuni markers si posizionano da questa parte, altri di sotto, una parte dei campioni della zona industriale, la maggior parte si posizionano in questa zona, quindi con profili alti di octadibenzofurano altri qua. Quindi la variabilità che abbiamo visto nelle descrizioni singole. Adesso su questa ci dobbiamo stare magari due minuti di più. Questa è la stessa di prima, è questa stessa di sotto ingrandita nel quale abbiamo messo accanto ai markers la loro etichetta, quindi questo è il campione di area urbana, il campione di area rurale di Cole, questa è l’impronta del depuratore di Fusina Campalto, scendendo abbiamo il riferimento bibliografico dei reflui e di produzione di dicloroetano e cloruro di vinile monomero, quello che ho chiamato RS1, impronta del cloro, RS2, campione di Stringer, lavorazione di cloruro di vinile monomero, bibliografia, campione analizzato, sequestrato al Corpo Forestale, reflui, EVC CV22-23, e ho messo le etichette anche ai campioni che poi andrò a far vedere più in dettaglio. Allora Z.I. sta per zona industriale, il numero sta per il campione progressivo. Quello che volevo fare vedere è che in questa area che poi ho delimitato con questa ellisse rossa ci sono quattro campioni, cinque, questo è un po’ a cavallo, della zona industriale che hanno delle caratteristiche simili a questi tre markers. In particolare in questa area cadono anche due campioni, il 13 è l’ultimo campione di luglio, del centro storico e della laguna sud. Faccio notare che l’altro campione di luglio della laguna nord invece, per esempio, cade fuori anche essendo in prossimità. Un’altra serie di campionamenti, di campioni sempre della zona industriale, cerchiata da questa ellisse blu, invece ha delle caratteristiche che assomigliano, anche se sono un po’ distanti, però sono sul lato destro inferiore di questo quadrante, alle impronte dell’RS1 e delle lavorazioni dei reflui. Però così è difficile riuscire a capire che cosa vogliamo dire, allora facciamo una cosa un pochino più analitica e cioè plottiamo le impronte dei cinque campioni che sono in questa area, sono le stesse che avete visto prima, tutte e 13, solo queste cinque, il campione 2, che è agosto del 1998, il campione 7 e 8, che sono gennaio e febbraio del ‘99, maggio e luglio, ed otteniamo questa impronta. Di sotto plottiamo queste tre impronte che sono i congeneri sostituiti di acque reflue e di sali di produzione ed otteniamo questa impronta. Se facciamo la media, per semplicità, di sopra e di sotto, vediamo che le due impronte, a meno di una piccola quantità di octaclorodibenzodiossine più alta, qui sono molto molto simili. Questa è la media dei cinque campioni della zona industriale, questa è la media di quelli che ho chiamato marker 1. Parlo troppo in fretta? No. Adesso rivediamo la stessa trasparenza e facciamo la media in quest’area blu. Quest’area blu è fatta da tre campioni, il 4, 5, 12, queste sono le distribuzioni delle abbondanze relative, questi sono i due markers dei reflui solidi e liquidi e se facciamo la media di questi due insiemi otteniamo questo profilo la cui somiglianza è abbastanza stringente. Ora questi due markers, cioè quello che ha prevalenza di octadibenzofurano e quasi senza octadibenzodiossina e questo sono stati chiaramente esposti dal dottor Ferrari la volta scorsa come entrambi markers di indicatori di acque o reflui o comunque di impronta di lavorazioni di cloroetilene cloruro di vinile monomero. Quindi nel nostro caso possiamo dire che un certo numero di campioni della stazione di zona industriale e un paio di campioni solo delle stazioni fuori di laguna sud e centro storico hanno un’impronta simile o suggestiva di una sorgente di lavorazione di cloroetilene o cloruro di vinile monomero. Adesso vorrei fare vedere un attimo il confronto tra la media di tutti i campioni prima di maggio e i campioni di giugno e luglio, perché vi ho fatto vedere che nel mese di luglio c’è stata una inversione di impronta in due stazioni al di fuori della zona industriale oltre che un innalzamento della... del segnale della zona industriale che può essere interessante da capire. Noi abbiamo... questi sono 1, 2, 3, 4 e 5, va bene, incominciamo con la zona industriale. Noi vediamo... Questa è la media dei campioni da novembre a maggio, vediamo in giugno e in luglio c’è l’aumento del picco nella zona industriale dove già comunque è alta l’impronta di novembre e maggio. Se andiamo nella laguna sud che è quella che ogni tanto è la più prossima alla stazione 4, vediamo che questa è la media dei campioni da novembre a maggio, questa è la media di giugno dove già abbiamo un innalzamento di questo picco e un innalzamento del picco dell’octaclorodibenzofurano che però non inverte il rapporto e luglio abbiamo questo ulteriore picco. Se guardiamo il centro storico cose abbastanza simili, con aumento a giugno e un aumento ulteriore a luglio, stessa cosa nella laguna nord. Ora, questo, dopo cercheremo di vedere cosa significa, però prima di capire o di fare qualunque illazione volevo portare quelle che sono tre conclusioni dall’unica o la più importante review che c’è in bibliografia di esperto, K. Jones è un esperto internazionale di diossine e furani e fra l’altro è anche nel comitato scientifico che controlla la qualità del lavoro nel "Progetto 2023". Comunque praticamente queste sono tre affermazioni, sintesi degli studi fatti, che dicono le cose seguenti: il primo cosa significa che i tempi di vita di diossine e furani con 4 o più atomi di carbonio sono superiori ai tre giorni? Vuol dire che quando viene emessa in atmosfera o viene risollevato anche dal terreno, da residui solidi è un composto che poi comincia a viaggiare aerotrasportato e può avere dei tempi, può rimanere in atmosfera un certo numero di ore, giorni o decine di giorni, allora gli studi hanno fatto vedere che più aumentano i numeri di atomi di cloro più aumenta il tempo di residenza in atmosfera, non proprio in maniera così precisa, comunque sicuramente nel caso degli octaclorodibenzodiossina e furani possono essere anche... arrivare a cento giorni, tempo di dimezzamento cento giorni in atmosfera, quindi rimane finché o la pioggia o qualcosa non li dilava. Il tempo di dimezzamento, cioè in quanto tempo metà praticamente vengono via dall’atmosfera è diverso tra i dibenzofurani e dal penta in su e le diossine, nel senso che le diossine tendono a depositarsi più in fretta, avendo tempi di dimezzamento più alti dei furani. Cosa vuol dire? Che se esce una certa impronta è probabile che nel tempo prima cadano le diossine e poi dopo i furani, quindi ci può essere una differente dipartizione, però hanno visto che una volta che un’impronta è arrivata in atmosfera non c’è una grande differenza tra quello che esce in atmosfera e quello che si deposita. Quest’ultimo punto è abbastanza importante, come hanno fatto a studiarlo? Hanno messo contemporaneamente degli aspiratori, quindi delle pompe e dei deposimetri nello stesso sito e hanno cercato di vedere se quello che veniva aspirato con le pompe giornalmente, quello che veniva depositato nel giro di un mese, avevano delle impronte diverse, hanno visto che c’è una certa somiglianza molto molto stringente, c’è solo un arricchimento di octaclorodibenzodiossina avendo loro un tempo di dimezzamento più basso. Quindi se facciamo il ragionamento inverso quello che troviamo nei deposimetri rappresenta quello che c’è in atmosfera. Quindi possiamo concludere questa parte dicendo che la stazione in prossimità della zona industriale è caratterizzata da una sorgente di immissioni in atmosferica ricca di octaclorodibenzofurani, che l’analisi delle componenti principali conferma la correlazione tra l’impronta nella zona industriale e quella di produzione di cloruro di vinile monomero, e che nei mesi di giugno e luglio ‘99 si è riscontrato un incremento di octaclorodibenzofurani in tutte e quattro le stazioni mentre in tutti gli altri mesi in 3 su 4 non c’era questo segnale. Ora noi sulla base proprio dei nostri picchi nell’andamento giornaliero, mensile che abbiamo visto, siamo andati a vedere se c’erano stati degli eventi che in qualche modo avessero giustificato, potessero essere collegabili a quello che noi prendevamo nei nostri deposimetri rispetto al picco che abbiamo trovato in agosto del ‘98. Questa è la lista delle stime, delle fuoriuscite che sono nel database della Provincia. Per quello che riguarda il picco di gennaio e febbraio abbiamo queste uscite, e per quello che riguarda il picco di giugno e luglio abbiamo la nota uscita che è stata anche oggetto di analisi ed accertata dell’8 giugno. Il fatto che nelle deposizioni ci possa essere un ritardo rispetto all’uscita è dovuta al fatto, a quello che ho detto prima, cioè al tempo di permanenza in atmosfera e alla diversa modalità di deposizione. Allora, l’ultimo punto che volevo... questa non c’entra... ecco... L’ultimo punto che volevo segnalare e mi è stato, mi è venuto da presentare questa cosa vedendo le relazioni della giornata precedente, che cercavano in qualche modo di identificare, di cercare di correlare dei livelli massimi di assunzioni ammissibili con le concentrazioni in quel caso delle vongole. Noi in Italia non abbiamo studi di questo tipo, però il Ministero dell’Ambiente del Belgio e in Inghilterra hanno tentato di correlare le deposizioni con quello che poi gli organismi introducono con la dieta attraverso, che è sempre fatto attraverso un ciclo alimentare, perché quello che si deposita viene catturato dall’erba o dall’acqua, e quindi ci sono dei fattori di concentrazione. Vi ricordate, io non ho la trasparenza, che l’Organizzazione della Sanità Mondiale aveva stabilito dei limiti da 1 a 4 picogrammi di tossicità, per chilogrammo di peso corporeo, come limiti massimi, il 4 è il limite massimo, ma con consiglio di cercare di arrivare ad un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo. Il Ministero dell’Ambiente in Olanda ha fatto un lavoro che è pubblicato, nel quale ha correlato le deposizioni atmosferiche raccolte con il nostro stesso identico metodo ai carichi massimi ammissibili di... si chiamano di allow e dayling take, cioè quantità permissibile di ingestione diciamo giornaliera. Questi sono i due limiti, questo corrisponde ad un picogrammo e questo corrisponde a 4 picogrammi grammo di peso corporeo. Quello che volevo fare vedere era che se noi mettiamo nella tossicità equivalente non solo le diossine ma anche i PCB che sono ormai usati in tutti i modelli che sono chiamati dioxin-like, noi vediamo questi, sono i campioni mensili della stazione 4, che abbiamo preso, da giugno a luglio, noi vediamo che la dose di sicurezza di un picogrammo chilogrammo di peso corporeo viene superata in qualche caso e nel caso del limite meno restrittivo solamente dal campione 1. Recentemente al convegno di Dioxin che è stato proprio fatto qui a Venezia ci sono stati diversi lavori che hanno tentato di vedere un effetto sinergico di vari microinquinanti e hanno aggiunto, sempre espressi in tossicità equivalente riferito alla diossina anche, l’esaclorobenzene e i poliaromaticidrocarbo che sarebbero gli idrocarburi policiclici aromatici con esperimenti fatti e di equivalenza. Ora, se noi aggiungiamo la tossicità legata a questi due composti, vediamo che la maggior parte di questa variabilità è dovuta agli IPA, noi raggiungiamo in quasi tutti i nostri campioni superiamo anche il livello di tossicità meno restrittivo, però magari ci limitiamo a questo. Con questo ho finito, questa ultima trasparenza è per segnalare l’importanza da un lato potenziale delle deposizioni atmosferiche, il fatto che esiste la possibilità, è stato fatto in altre parti, di cercare almeno di mettere assieme un numero che definisce quello che cade con una tossicità per l’uomo. L’ultima cosa è che questo studio di deposizioni atmosferiche è l’unico che è stato fatto da sempre nella laguna di Venezia, quindi altri studi di questo tipo che possano avere informazioni diverse o conclusioni diverse per ora non esistono. Grazie, ho finito.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Mi scusi, soltanto una cosa le volevo chiedere, se può tornare un attimo indietro in relazione al picco che si era, che lei aveva segnalato per l’estate del 1999, se vuole illustrare meglio quella situazione visto che nel giugno del ‘99 c’era stata questa stima poi dell’azienda poi ovviamente, perché per quanto mi riguarda la stima era molto inferiore a quello che è stato accertato, comunque prendiamo la stima dell’azienda di fuoriuscita in atmosfera di 900 chilogrammi dell’8 giugno ‘99 e che cosa queste quattro stazioni hanno rilevato in quel periodo dopo questa fuoriuscita in atmosfera.

RISPOSTA - Allora, bisogna fare... per capire questa cosa, bisogna confrontare questa figura, che è l’impronta media di tutto l’anno nelle quattro stazioni in cui si vede che la laguna nord, la laguna sud e il centro storico hanno un andamento di questo tipo con l’octaclorodibenzodiossina prevalente e invece la stazione di zona industriale dove la prevalenza è nell’octaclorodibenzofurani. Se noi andiamo invece a vedere il confronto, che questo è ancora più semplice, tra la media del periodo novembre-maggio e ho messo insieme giugno e luglio per i motivi che ho detto prima, perché il tempo di residenza in atmosfera è anche di circa un mese, quindi abbiamo preso entrambi i campioni, noi vediamo che nella zona industriale dove c’è già sempre un picco molto alto di octaclorodibenzofurano il profilo non cambia, si alza leggermente, abbiamo visto che il valore assoluto è molto alto, però il valore relativo non è molto. Quello che è interessante è vedere che il confronto tra la media di tutti i mesi precedenti e i campioni di giugno e luglio invertono e quindi alzano, cambiano il profilo nella stazione del centro storico ed altrettanto fanno nella stazione della laguna sud, non così anche se comunque alzano il profilo, ma non invertono il rapporto tra octadibenzofurano ed octadibenziodiossina nella laguna nord. Questo cosa significa? Significa che è possibile che l’uscita di giugno, avendo un segnale così alto, si sia espansa al di fuori di quello che normalmente è il segnale che abbiamo visto in tutte le altre stazioni arrivando a creare addirittura un’inversione del rapporto octadibenzodiossina, octadibenzofurano sia nella laguna sud che nel centro storico.

DOMANDA - Di Venezia?

RISPOSTA - Di Venezia, laguna sud intendo stazione numero 3 Valle Figheri, dieci chilometri circa sud, dodici dal centro storico, centro storico, Istituto di Biologia del Mare del CNR di Venezia...

DOMANDA - Che è verso i giardini, mi pare?

RISPOSTA - Sì, aumento ma non inversione, però segnalazione di questo picco, laguna nord Valle Dogà, estremo nord-est della laguna di Venezia.

DOMANDA - Allora laguna sud diceva circa dieci chilometri...?

RISPOSTA - Allora, possiamo vedere le stazioni, le guardiamo, le guardiamo se le troviamo, scusate un secondo. Ecco, prendiamo la cartina, eccola qua. Questa è la cartina, allora stiamo parlando di questa, è la stazione di Dogaletto e che è a tre chilometri e mezzo, 4 a sud della zona industriale dove abbiamo visto che in 8 campioni su 13 c’è una prevalenza dell’octadibenzofurano e dove abbiamo visto che nel mese di luglio c’è sia un picco di flusso che un’impronta ancora più accentuata. Questa è la stazione di Valle Figheri, quindi siamo da questo punto a circa una decina di chilometri, circa, la stazione laguna sud, dove la media di tutto l’anno è un’impronta con l’octadibenzodiossina prevalente, però nel mese di luglio c’è stato un picco che ha invertito il profilo, quindi l’octadibenzofurano è più alta dell’octadibenzodiossina. Analogo ragionamento si può fare per la città di Venezia, centro storico vicino ai giardini, quindi sempre una decina di chilometri, meno, 8, dalla zona industriale ed anche il segnale, anche se non sufficiente per invertire il rapporto, si vede a Valle Dogà, una stazione che è circa una ventina di chilometri a nord-est della zona industriale.

DOMANDA - Questo in relazione all’estate del 1999 ed è stato individuato quell’evento segnalato dall’azienda come fuoriuscita di 900 chilogrammi l’8 giugno ‘99. Le volevo solo chiedere se nel periodo precedente di quest’anno ci sono stati degli altri picchi e in che epoca, perché eventi del genere non sono stati segnalati dall’azienda? Basta che mi dica soltanto in che periodo i picchi.

RISPOSTA - Sì, bisogna che prenda la diapositiva, altrimenti non lo ricordo. Questo è il profilo delle deposizioni in termini di quantità e non di qualità.

DOMANDA - No, bastava dire solo il periodo.

RISPOSTA - Il periodo è agosto ‘98, gennaio ‘99, febbraio ‘99 e luglio.

DOMANDA - E poi quello di luglio ‘99. Grazie, non ho altre domande.

 

Presidente: va bene, grazie, facciamo una piccola pausa di 10 minuti per un caffè, dopo riprendiamo. Riprendiamo l’udienza.

 

Pubblico Ministero: per la prosecuzione dell’udienza è previsto l’intervento del professor Paolo Rabitti, che quindi si può accomodare.

 

Presidente: sì, certo. Volevo dirvi, come d’altra parte forse avevo già preannunciato, che delle udienze Enichem in programma salterà quella del 27 di ottobre e questa del 24 di novembre. Quindi 27 ottobre e 24 novembre.

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. PAOLO RABITTI -

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Allora, professor Rabitti, come tra l’altro si era già presentato al Tribunale, anche come consulente dell’ANPA e membro del comitato tecnico scientifico dell’Agenzia Nazionale Protezione dell’Ambiente, ANPA, appunto. Parlerà delle questioni relative, in particolare al ciclo del cloro di Porto Marghera e ai rifiuti clorurati che esso produce. Quindi il problema relativo all’inquinamento dei suoli e delle bonifiche, alla gestione dei rifiuti industriali con riferimento in particolare, oltre che alle normative, alle tecnologie disponibili negli anni ‘60 e negli anni ‘70 per tutti i tipi di rifiuti che ho appena indicato, parlando anche nello specifico in riferimento alla situazione tecnologica italiana. Prego.

RISPOSTA - Come ha detto il dottor Casson, interverrò essenzialmente sul ciclo del cloro e specialmente sull’impianto cloro-soda lasciando l’elaborazione che avevo fatto all’intervento del professore. Interverrò principalmente sul ciclo del cloro-soda per quanto riguarda l’impianto di Porto Marghera in quanto ci siamo accordati con il professore Rindone perché la parte relativa al ciclo del CVM la tratti direttamente lui quando interverrà, credo il 13.

DOMANDA - Il 13 di ottobre, il professor Rindone che è consulente tecnico del Comune e quindi c’è stata questa suddivisione di compiti.

RISPOSTA - Il Petrolchimico di Porto Marghera si caratterizza principalmente per la chimica del cloro, in pratica dalle due principali materie prime in ingresso a Porto Marghera, quali la virgin naphtha ed il sale, ne derivano per il cracking dell’etilene 450.000 tonnellate all’anno come prodotto principale ed olefini aromatici 430.000 tonnellate all’anno di benzene e toluene come sottoprodotti. Per l’elettrolisi del sale deriva cloro, 90.000 tonnellate all’anno, ed ipoclorito di sodio 92.000 tonnellate all’anno. Vi sono inoltre come prodotti principali, come sottoprodotti, soda caustica, 210.000 tonnellate all’anno e idrogeno 5.400 tonnellate all’anno.

DOMANDA - Quali sono le fonti di questi dati e a che periodo si riferiscono?

RISPOSTA - Questi dati, la fonte è il rapporto ambientale di area di Porto Marghera del 1998, si riferiscono agli impianti attuali questi dati che ho citato adesso. Il cloro è prodotto da Enichem e ha due destinazioni principali, entrambi interne allo stabilimento, la sintesi del fluosgene, che è impiegato come intermedio per la produzione del TDI, 218.000 tonnellate all’anno, e la produzione di dicloroetano, DCE, per clorurazione diretta dell’etilene a bassa temperatura. Anche l’EVC Italia produce il dicloroetano, ma con una modalità alternativa a quella adottata dall’Enichem e cioè di sintesi per ossiclorurazione dell’etilene. E’ importante sottolineare che i due processi, clorurazione diretta ed ossiclorurazione sono complementari, in quanto l’insieme dei due consente il bilanciamento e quindi il completo utilizzo nel passaggio successivo a CVM del sottoprodotto acido cloridrico. Il dicloroetano prodotto da Enichem e quello prodotto da EVC vengono poi convertiti in cloruro di vinile monomero CVM nel reattore di cracking in PVC. Il CVM così ottenuto viene polimerizzato per la PVC in polvere, 185.000 tonnellate all’anno. Infine il PVC in polvere viene poi trasformato da EVC compound in granuli plastificati e rigidi per mezzo del processo di estrosione. Questa è una visione generale del processo per quanto riguarda l’uso del cloro. Le impurezze in un processo industriale sono molte volte inevitabili e di varia natura e trovano origine da reazioni secondarie che hanno luogo contemporaneamente a quelle primarie, nel caso specifico un elenco non esaustivo comprende butadiene, metilcloruro, 1.1 tetracloroetano, trielina, benzene, cloroformio, percloroetilene, cloruro di etile, cloruprene, tetracloruro di carbonio, tricoloretano, autobollenti etc., ed inoltre anche diossine come abbiamo visto recentemente. Le impurezze comunque rappresentano quanto rimane nel prodotto generalmente tracce dopo i vari passaggi di distillazione e purificazione per cui non danno luogo ad un problema di smaltimento ma piuttosto, eventualmente di standard qualitativi del prodotto finito e di sua eventualità tossicità. I sottoprodotti si possono distinguere in gassosi e liquidi e sono costituiti o contaminati da sostanze clorurate e vengono smaltiti mediante incenerimento all’interno dello stesso stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera secondo la seguente ripartizione tra EVC ed Enichem: i sottoprodotti clorurati, sfiati gassosi, vanno all’impianto di termocombustione di EVC, sono i gas provenienti dai reattori di ossiclorurazione dalla polmonazione dei serbatoi del dicloroetano, dagli impianti di produzione PVC contenenti CVM, emissione da altri stoccaggi ed apparecchiature dell’impianto di cloruroetano CVM, polmonazioni o bonifiche varie dei serbatoi del CVM, invece i sottoprodotti clorurati liquidi vanno all’impianto di termocombustione dell’Enichem, e sono costituti da miscela di idrocarburi clorurati contenenti le sostanze che ho citato prima ed altre sostanze tra i quali PCB. All’interno del ciclo produttivo viene impiegata, ovviamente, acqua di processo che dà luogo allo scarico dei reflui idrici clorurati, che vengono prima trattati in impianto, in due impianti di pretrattamento di acque clorurate distinti per i reflui di EVC e di Enichem, e poi convogliati attraverso lo scarico intermedio SI2 per i reflui Enichem, ed attraverso lo scarico intermedio SI3, per i reflui EVC a trattamento consortile chimico fisico biologico gestito dalla società ambiente prima dello scarico finale in laguna, scarico parziale SM22 e scarico finale SM15. Nell’allegato tecnico al DM 26 maggio ‘99, che è stato predisposto dall’ANPA, anch’io ho fatto parte del gruppo di lavoro che ha messo a punto per conto dell’ANPA del Ministero dell’Ambiente questo allegato tecnico, sono riportate puntuali indicazioni relative ai carichi inquinanti di questi scarichi, alle migliori tecnologie disponibili, tanto di processo che di trattamento e dai conseguenti limiti allo scarico tecnologicamente raggiungibili. Ricordo che i decreti Ronchi dello scorso anno relativi alla laguna di Venezia riportano il divieto di carico in laguna per dieci sostanze, tra cui diossine, PCB, cioè metalli pesanti vari, etc.. Quindi tutto lo sforzo che è stato fatto da parte dell’agenzia è stato quello di preparare il documento tecnico di supporto per fissare quali potessero essere i limiti a cui dovevano essere sottoposti gli impianti già esistenti per i quali non si poteva proibire in assoluto lo scarico di queste sostanze e per questo è stata fatta una ricognizione sui vari cicli produttivi e alcuni dei dati che cito qui oltre al rapporto d’area di Porto Marghera, provengono da quel lavoro che è stato fatto per conto dell’Agenzia Nazionale per la Protezione Ambientale. Dal ciclo produttivo complessivo infine vengono prodotti rifiuti classificati come pericolosi i quali dovrebbero essere prima stoccati provvisoriamente in fusti e poi smaltiti tramite incenerimento da aziende specializzate esterne al polo industriale di Porto Marghera. Indicativamente considerando che la parte prevalente è quella relativa ad EVC dovrebbero essere smaltite circa 500 tonnellate all’anno di rifiuti pericolosi, sempre rapporto ambientale d’area di Porto Marghera. La cui tipologia è stata così identificata da ANPA. Rifiuti EVC, stoccaggio provvisorio in fusti, quindi smaltimento esterno, che contengono sottoprodotti organici clorurati solidi e semisolidi, terriccio contaminato da sottoprodotti organici clorurati, carbone esausto contaminato da sottoprodotti organico-clorurati, catalizzatore di ossiclorurazione esausto contaminato da sottoprodotti organici clorurati. Mentre la normativa attualmente è abbastanza stringente e vincolante per le aziende attraverso il recepimento delle diverse direttive comunitarie, diciamo lo strumento legislativo organico a cui si fa riferimento è il DPR 10 settembre ‘82 numero 915 a livello nazionale, però vi erano già state altre indicazioni, ma prima del 1982 per mancanza di una normativa specifica, o per mancanza di vigilanza e controlli da parte dell’autorità pubblica venivano smaltiti i rifiuti secondo le modalità più differenti ma aventi come unico criterio di scelta il risparmio economico. Nella seconda parte di questa deposizione tratteremo il fatto che già dalla fine degli anni ‘70, primi anni ‘70, al di là della presenza o meno di una normativa specifica erano comunque disponibili tecnologie di smaltimento rispettose dell’ambiente e della salute pubblica, questo lo si può verificare consultando vecchie edizioni dei manuali (Paris Chemical Engineer Handsbook) e della (Kirk Otmer). Inoltre una ricerca bibliografica verso gli archivi universitari del Politecnico di Milano ha permesso di fotografare la situazione italiana in materia di smaltimento dei rifiuti industriali nel decennio relativo agli anni ‘70. E’ stato dimostrato anche in quest’aula che vi è un diffuso inquinamento dei suoli industriali nell’area di Porto Marghera che è relativa sicuramente a smaltimenti non corretti quale l’interramento. Le problematiche relative alla contaminazione di suolo, sottosuolo, ambienti acquatici, sotterranei e superficiali sono particolarmente significative per l’area di Porto Marghera e questa considerazione è stata recepita anche dalla legge 426 del ‘98 che dichiara l’area sito di interesse nazionale relativamente al problema della bonifica dei siti inquinati. L’area di Porto Marghera presenta inquinamento ad ampia diffusione dovuto prevalentemente a depositi non controllati ed interramento dei rifiuti speciali e/o tossici che hanno avuto luogo nei decenni passati, sversamento nel suolo e percolazione nelle acque sotterranee di scarichi industriali e scarichi di attività di gestione dei rifiuti; perdite in suolo e sottosuolo da serbatoi, reti tecnologiche interrate, aree di carico e scarico e sversamenti nelle acque superficiali. Adesso passiamo alla parte relativa alla gestione dei rifiuti industriali. Come è dato leggere nella Enciclopedia della Tecnologia Chimica (Kirk Otmer) la seconda edizione del 1970, il termine e concetto di waste management, gestione dei rifiuti, diviene d’uso corrente solo verso il finire degli anni ‘60, questo non vuol dire che negli anni precedenti il problema non venisse preso in considerazione, piuttosto solo nel finire degli anni ‘60 il forte sviluppo industriale a livello mondiale abbinato con una crescente pressione legislativa, una maggiore attenzione agli aspetti ambientali da parte dell’opinione pubblica ed alcune considerazioni economiche un po’ complessive, portarono a ritenere, anche per la stessa industria, che lo smaltimento dei rifiuti così come era stato inteso fino a quel momento, non poteva più essere realistico in quanto l’ambiente non era più in grado di sostenere una tale pressione inquinante. Si trattò dell’inizio di un cambiamento culturale che portò a fare accettare l’idea che certi livelli di inquinamento non potevano essere più ammissibili e pertanto andava fatto uno sforzo maggiore nella rivalutazione dei sistemi di smaltimento. Dal punto di vista prettamente tecnologico però nulla è cambiato in quegli anni e poco è cambiato negli anni successivi fino ai giorni nostri. Le diverse tecnologie di smaltimento dei rifiuti che tuttora vengono impiegate erano per la maggior parte già tutte ben note in quegli anni per cui quello che è gradualmente avvenuto dalle fine degli anni ‘60 ad oggi è stato un riposizionamento su tecnologie in grado di garantire un maggiore grado di abbattimento e smaltimento delle emissioni inquinanti, atmosferiche reflue e solide ed una maggiore attenzione alle valutazioni degli impatti ambientali dovuti alle emissioni. A questo riguardo può essere interessante segnalare che l’ultima frontiera in materia di salvaguardia ambientale con la quale l’industria si dovrà misurare è l’IPPC, Integrate Pollution Prevention and Control, che è una direttiva comunitaria sulla prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento che prevede l’individuazione e l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili. Una prima applicazione metodologica che si è tradotta poi nel decreto ministeriale del 26 maggio ‘99 che citavo prima, dei concetti di prevenzione integrata dell’inquinamento è stata effettuata proprio per Porto Marghera. Un processo, o più in generale un ciclo produttivo, dà generalmente luogo a una serie di sottoprodotti reflui e rifiuti che vanno in qualche modo trattati e/o smaltiti. Un’interessante rassegna delle tecnologie di trattamento e smaltimento relative al finire degli anni ‘60 e agli inizi del ‘70 la si può trovare sulla già citata Enciclopedia (Kirk Otmer) seconda edizione volume 21/1970 alla voce Industrial waste rifiuti industriali, è da notare che quello indicato è anche l’ultimo volume di un’edizione in cui il primo volume inizia nel ‘63, ed è probabilmente significativo della maggior attenzione verso l’ambiente in quel finire degli anni ‘60 il fatto che l’anno successivo all’uscita del volume 21, quindi nel 1971, della stessa enciclopedia esce un supplemento che inserisce alcuni argomenti non trattati ma evidentemente divenuti di attualità, tra cui l’inquinamento industriale, waste pollution, etc., e alla fine, a pagina 737, il trattamento dei solidi. Voglio dire che concettualmente e anche tecnologicamente sino dall’inizio degli anni ‘60, fine anni ‘60, vi erano le possibilità quasi simili a quelle attuali di trattare i rifiuti. Entrando nel merito delle tecnologie abbiamo una suddivisione di queste ultime sulla base della natura delle emissioni inquinanti da trattare e/o smaltire, gas, solidi e liquidi. Come sistemi di trattamento troviamo già nel ‘70 tutte le classiche tecnologie che tuttora trovano ancora impiego. Per i gas la separazione meccanica della fazione di solidi e polveri trascinata attraverso l’impiego di sistemi classici, quali cicloni, filtri, scrubber, la condensazione di vapore inquinante, mediante raffreddamento dei gas, l’assorbimento su carbone attivo dei vapori inquinanti. I cicloni sono costituiti da un corpo cilindrico con una base conica per la raccolta e la rimozione del materiale solido, la separazione avviene sfruttando la forza centrifuga che viene imposta dalle particelle ed è indotta dalla rotazione del gas nel ciclone. Praticamente si fa ruotare l’aria all’interno di un recipiente cilindrico e man mano le particele più pesanti si depositano e vanno a confluire nel cono che sta di sotto e alla fine si raccolgono alla punta del cono. I filtri sono costituiti da un solido poroso che permette di trattenere le particelle inquinane contenute in un gas. Le prestazioni di un filtro sono caratterizzate da due parametri che sono il salto di pressione e il rendimento. Entrambi i parametri sono funzione del mezzo filtrante che a sua volta è funzione della velocità di filtraggio, è importante conoscere la distribuzione della grandezza delle particelle per effettuare una separazione adeguata. Immagino che ci ricordiamo della diatriba che c’è stata quando l’ingegner Nano ed io abbiamo mostrato un’analisi granulometrica delle polveri relativa ad uno dei reparti di polimerizzazione che veniva usata per una commessa per chiedere l’installazione di filtri, e nella quale commessa, in relazione alla relativa commessa, si diceva che vi era una determinata quantità, adesso non mi ricordo, mi pare un grammo per metro cubo di aria, mentre l’analisi granulometrica allegata alla richiesta era relativa a una quantità molto inferiore, e noi abbiamo risposto alla contestazione della difesa che non era l’analisi relativa allegata per quanto riguarda la quantità di polvere, ma era allegata solo e in quanto la conoscenza della granulometria, cioè dei vari diametri secondo i quali si dividevano le polveri all’interno del reparto di polimerizzazione, solo questa conoscenza avrebbe permesso di progettare il filtro, e quindi questa analisi non era allegata per la quantità ma quanto per la tipologia della polvere che il filtro doveva andare a ridurre. Lo scrubber, che è una doccia praticamente, impiega un liquido per la rimozione delle particelle del gas, utilizza goccioline liquide che entrano in contatto con le particelle che le trattengono oppure utilizza il liquido che viene versato continuamente in una membrana porosa, il contatto viene realizzato in una torre in cui il liquido entra dall’alto e viene spruzzato in modo verticale opposto al gas inquinato. Nella condensazione dei vapori inquinanti si usa il raffreddamento dei gas con dei condensatori e si rimuovano i gas che condensano a seconda delle diverse temperature, perché le temperature di condensa dei gas sono diverse per ogni gas. Questo tipo di trattamento può avvenire per contatto diretto o indiretto. Nel primo caso il flusso freddo è a contatto diretto con il flusso di vapore, mentre nel secondo il contatto è effettuato attraverso una barriera con uno scambiatore, o cose del genere. Poi vi era l’assorbimento su carbone attivo dei vapori inquinanti comunemente usato per eliminare composti inquinanti da flussi molto diluiti. Il gas viene fatto passare in un letto di carbone attivo che trattiene l’inquinante. Queste erano le tecnologie per la depurazione dei gas. Per i liquidi si hanno ugualmente sistemi di separazione meccanica delle frazioni solide, concentrazione, distillazione, estrazione con solvente, assorbimento equalizzazione, neutralizzazione, degradazione biologica e scambio ionico. La concentrazione viene usata per il trattamento delle acque di rifiuto in quanto ne riduce il volume e per la rimozione di solidi disciolti di natura inorganica, la distillazione solitamente è parte integrante di un processo industriale nel trattamento delle acque di rifiuto, perché dà la possibilità di recuperare il solvente che poi viene riutilizzato nel processo. L’estrazione con solvente consiste nell’estrazione dell’inquinante dalla corrente liquida inquinata attraverso l’uso di un terzo solvente in cui il primo è maggiormente solubile. L’assorbimento è una tecnica che viene utilizzata per trattenere l’inquinante utilizzando una fase liquida contenente molto spesso carbone attivo. L’equalizzazione e la neutralizzazione sono tecniche che consentono l’omogeneizzazione attraverso la miscelazione del refluo e l’aggiunta di determinate sostanze neutralizzanti per consentire un trattamento più uniforme delle acque di scarico. La degradazione biologica consiste nella rimozione della materia organica dalle acque di scarico attraverso l’azione di batteri che possono essere di due tipi: aerobici o anaerobici. L’azione aerobica è preferita rispetto a quella anaerobica in quanto l’ossidazione degli organici richiede ossigeno. Lo scambio ionico viene utilizzato specialmente per la rimozione di sali inorganici disciolti nelle acque di scarico usando zeoliti naturali o sintetici oppure resine. Per quanto riguarda i soliti i sistemi di trattamento sono compattazione e trinciatura che riducono il volume e ne facilitano la gestione. Come trattamento dei solidi non abbiamo menzionato l’inartizzazione, che invece trova oggi una vasta applicazione. Per quanto riguarda i sistemi di smaltimento in generale troviamo nel ‘70, anche qua, tutte quelle tecnologie che tuttora trovano ancora impiego. Per i gas, vi è l’incenerimento termico e quello catalitico. L’incenerimento termico viene utilizzato per correnti di rifiuto gassoso contenenti piccole quantità di materiale combustibile organico, la temperatura di combustione utilizzata è quella di autoemissione del rifiuto gassoso. L’incenerimento catalitico è utilizzato nel caso di rifiuti aventi una bassa concentrazione di combustibile in aria, il catalizzatore usato nel trattamento è solitamente un metallo nobile, platino o palladio. I vantaggi di questo metodo sono le basse temperature operative che riducono i costi del combustibile ausiliario, mentre tra gli svantaggi vi sono i costi elevati del catalizzatore. Nella perizia presentata insieme all’ingegner Nano nell’agosto ‘99 abbiamo riportato le emissioni in atmosfera di CVM e qui riprendiamo parte di quella perizia, quindi gli allegati non li citiamo nemmeno perché sono allegati già alla perizia del ‘99, per mostrare come la riduzione delle emissioni sia avvenuta piuttosto tardi rispetto alle tecnologie disponibili. Abbiamo un rapporto della Tecneco allegato all’altra perizia, che stima fino al 1974 quantità di CVM emesse dagli impianti, dai camini, in 7.441 chili al giorno, ed inoltre il rapporto evidenzia una serie di emissioni continue e discontinue non quantificate a cui si devono aggiungere le emissioni dirette negli ambienti di lavoro che, come abbiamo visto nell’ambito durante questo processo, erano considerevoli, ed inoltre vi sono le emissioni di polveri che avevano una quantità di CVM residuo non trascurabile. E’ quindi possibile stimare che in quegli anni, negli anni fino al 1975 la quantità di CVM immessa nell’ambiente fosse di circa 10 tonnellate al giorno. Abbiamo visto dalla precedente deposizione del dottor Guerzoni, come rispetto ad una fuga di CVM stimata dall’azienda in 900 chili vi siano state queste variazioni delle concentrazioni delle tipologie delle diossine in tutta la zona, in special modo nella zona industriale, ma anche nella città di Venezia. Le emissioni fino al 1975 erano circa 10 volte al giorno, no, 10 volte questa fuga stimata, se ricordo bene del giugno del ‘99, però vi erano per tutti i giorni di tutti gli anni per 20 anni circa. Gli interventi tecnologici più importanti che hanno permesso di ridurre le emissioni sono strippaggio sotto vuoto del CVM dalle autoclavi, chiusura dei filtri di scarico, chiusura dei serbatoi di stoccaggio, introduzione delle colonne di strippaggio del lattice, introduzione dei sistemi di lavaggio automatico delle autoclavi. Come abbiamo visto andando alla verifica delle singole commesse sono tutti interventi che avvengono dopo il 1975 e si sviluppano in un arco temporale di alcuni anni. Il trattamento degli sfiati mediante termocombustione è stato realizzato solo nel 1993. Per dare alcuni dati schematici che derivano da valutazioni globali fatte dall’azienda, allegati 3 e 4 della perizia dell’agosto ‘99, rispetto alle circa 3.000 tonnellate annue emesse fino al ‘75 nel 1984 diventano 800, nell’’89 200 e nel ’93, in corrispondenza con l’inizio del trattamento degli sfiati mediante termocombustione, diventano 8, quindi vi è un salto dal 1975 al 1993 da 3.000 tonnellate all’anno ad 8 tonnellate all’anno. Vi sono inoltre altri elementi per quanto riguarda la riduzione delle emissioni specialmente dovute al reparto CV6 con una riduzione di quasi 100 tonnellate all’anno ed altre modifiche impiantistiche. In considerazione...

DOMANDA - Quest’ultimo punto sul CV6 non è chiaro, quando si sarebbe verificato e per che motivo relativamente al CV6?

RISPOSTA - Il CV6 è stato chiuso nel 1990 con una riduzione di quasi 100 tonnellate all’anno di emissioni in atmosfera. Il CVM ha una discreta persistenza in aria, il tempo di dimezzamento medio della concentrazione, mi pare che ne abbiamo parlato di che cosa vuol dire il tempo di dimezzamento, è di circa tre giorni e ad una emissione di 10 tonnellate al giorno dovevano corrispondere in funzione delle condizioni meteorologiche dei valori abbastanza importanti di concentrazione sul territorio legati sia alla presenza di CVM in se stesso sia alla presenza di diossine e furani. Per gli anni ‘70 non sono state ritrovate analisi sul territorio ma una conferma indiretta che viene dalle misure effettuate nell’88 e nel ‘95, allegati 10 e 11 alla perizia citata, nel 1988 per una emissione di 0,5 tonnellate al giorno sono stati misurati valori con punte di alcune centinaia di PPB, parti per bilione, il valore più alto trovato di 750 parti per bilione è molto vicino al limite stabilito dall’OSHA di mille parti per bilione, cioè un PPM, di cui abbiamo spesso parlato come unità di misura. Per l’esposizione lavorativa di 8 ore. Nel ‘95 di fronte ad un’emissione di 0,025 tonnellate al giorno si riscontrano ancora concentrazioni di alcune centinaia di PPB. Adesso non si possono fare comparizioni lineari tra la concentrazione sulla base della quale sono state calcolate queste ricadute e la concentrazione che era presente negli impianti ai tempi, fino al 1975, però se si tocca un limite di un PPM, vicino ad un PPM con una emissione di 0,5 tonnellate al giorno siamo autorizzati a pensare che con una emissione di 10 tonnellate al giorno, questa concentrazione al suolo fosse molto più alta, non dico che era 20 volte ma diciamo sicuramente era molto più alta. Per i liquidi, torniamo alle modalità di smaltimento, per i liquidi si ha sempre l’incenerimento con modalità diverse a seconda delle caratteristiche fisiche dell’inquinante da trattare, ad esempio per i fanghi il sistema di incenerimento cambia a seconda della consistenza. Ma era già nota anche la wet oxidation, ossidazione ad umido, che è un trattamento utilizzato nel caso di acque di rifiuto industriale molto inquinate con una bassa biodegradabilità e che consiste nello sfruttare il potere ossidante dell’ossigeno insufflando aria o altro gas in condizione di alta pressione e temperatura. Per i solidi troviamo ancora un incenerimento di compostaggio che viene utilizzato, quest’ultimo, per ridurre il volume dei rifiuti solidi. Infine vi è lo smaltimento in discarica controllata che è possibile, almeno per quanto riguarda il codice di pratica fino dalla fine degli anni ’60, inizio anni ‘70. Questo smaltimento in discarica viene indicato come la pratica maggiormente diffusa ma idonea solo quando effettuata in discariche controllate, mentre nella maggior parte dei casi questo non avveniva, non solo fino al 1982 ma anche più tardi. Inoltre viene indicato come un serio problema, i tempi, il fatto che il rifiuto solido può contenere delle sostanze solubili, ancora peggio se queste sostanze sono tossiche, che possono essere insidiate da piogge o acque superficiali e quindi contaminare l’ambiente circostante. Per lo smaltimento in discarica dei rifiuti solidi vengono anche indicati dei costi di massima, nel 1970 per gli Stati Uniti vanno da 2 ai 5 dollari per tonnellata su piccoli impianti e da 0,75 ai 2,50 dollari per tonnellata sugli impianti più grandi. In Italia la situazione tecnologica è un po’ diversa, da elaborazioni statistiche risalenti alla metà degli anni ‘70 risultava che poco meno della metà dei rifiuti industriali era oggetto di interventi di recupero, 6.900.000 tonnellate di vendite, oltre a 7.300.000 tonnellate, mentre la maggior parte di essi, più di 20 milioni di tonnellate, era destinata a essere eliminata. Per quanto riguarda l’eliminazione dei rifiuti industriali c’è da dire che in Italia esistevano non pochi problemi legati a circostanze particolari. Innanzitutto non era ancora presente una classificazione dei rifiuti che tenesse conto della loro composizione, inoltre la maggior parte delle industrie erano scarsamente interessate alla raccolta e alla eliminazione dei rifiuti. Difatti solo in alcuni casi le aziende provvedevano direttamente ad eliminarle, mentre nella maggior parte dei casi o li smaltivano nel proprio territorio o incaricavano imprese private disinteressandosi completamente della destinazione finale dello scarto. Le cause principali di questa situazione vanno ricercate nel fatto che l’industria italiana non aveva ancora considerato l’eliminazione dei rifiuti, da un punto di vista tecnologico ed economico, parte integrante del ciclo produttivo, pertanto contrariamente a quanto avveniva già all’estero, non si era mai interessata a studi, a capitali o spazi per cercare soluzioni diverse da quelle in pratica seguite, che erano comodissime, visto che erano praticamente gratuite. I metodi di smaltimento più comunemente usati secondo i dati di un rapporto di Confindustria, "I rifiuti solidi industriali, elementi conoscitivi e propositivi per una politica di intervento", un rapporto del 1977, erano 1,5 per cento forno d’incenerimento, 1,5 per cento combustione non controllata, 15,4 per cento discarica pubblica, 33 per cento discarica privata, 21 per cento vendita dei prodotti, 19,7 per cento recupero, e poi altre frazioni di percentuale che sono cessione a terzi, ritiro da parte di ditte specializzate, uso in cave e fondi stradali, concimazione, scarico in corso d’acqua e vi era invece un 5,6 per cento di altri metodi di smaltimento. Alcuni di questi metodi risultano essere abbastanza critici dal punto di vista della sicurezza e della salvaguardia ambientale, a riguardo si può citare, è stato già citato, il documento sui rifiuti solidi industriali, il commento di Confindustria a questo elenco: "Come si può rilevare se alcuni di questi metodi appaiono corrispondere ad esigenze di tutela ambientale in maniera abbastanza soddisfacente e altri al contrario legittimano serie preoccupazioni? Poiché in presenza di una normativa alquanto lacunosa in materia è difficile impedire che la destinazione finale di un rifiuto, in molti casi anche tossico, non sia rappresentata dai corpi idrici e dalle stesse fognature". I sistemi di smaltimento mediante incenerimento, internazionalmente venivano riconosciuti come il metodo migliore in molti casi. Fino dai primi anni ‘70 erano stati costruiti da Montedison impianti progettati opportunamente e con discrete garanzie nei confronti delle emissioni, ricordo per esempio l’inceneritore per tossico-nocivi che è stato costruito nel 1973 a Mantova. Situazione normativa in Italia. Negli anni ‘60 e ‘70 la situazione normativa in Italia sui rifiuti industriali era carente, faceva eccezione proprio Venezia in base alle leggi speciali del ‘73 e al DPR 972 del ‘73. In altri Paesi invece, come la Gran Bretagna, la Germania, gli Stati Uniti, lo studio e l’emanazione di norme per il controllo dell’inquinamento erano già in fase avanzata. Altrove infatti si parlava già a quel tempo di autorizzazione per l’eliminazione dei rifiuti industriali pericolosi per l’ambiente, per il principio di causalità nell’eliminazione dei rifiuti e di commissioni tecniche preposte al controllo ed alla disciplina in merito all’inquinamento da rifiuti industriali tossico-nocivi. La prima vera legge organica a livello nazionale è il DPR 915/82 per quanto riguarda l’Italia, fino a questa data ci si riferiva però a leggi sanitarie, leggi regionali o ordinanze comunali. Le uniche leggi nazionali vigenti che contemplavano una qualche disciplina normativa sui rifiuti erano una del 20 marzo 1941 numero 366, relativa però ai rifiuti solidi urbani, e l’altra è il DPR 303 del 19 marzo ‘56, di cui l’articolo 17 vieta l’accumulo dei rifiuti, immondizie e simili nelle adiacenze dei locali di lavoro e dispone che per il loro scarico siano osservate le leggi e i regolamenti sanitari. Queste due leggi però non erano sufficienti. Gli articoli 216 e 217 del testo unico sulle leggi sanitarie, regio decreto 27 luglio 1934 numero 1865, sono in parte riconducibili ad una qualche normativa in materia di rifiuti industriali. Nel primo si menzionano le industrie insalubri, che sono menzionate anche in vari decreti successivi, le quali vengono divise in due classi, quelle di prima classe, come recita il regio decreto: "Debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontano dalle abitazioni, invece quelle di seconda sono quelle che esigono speciali cautele per l’incolumità del vicinato". L’articolo 217 recita invece quanto segue: "Quando vapori, gas o altre esalazioni, scoli di acque, rifiuti solidi o liquidi provenienti da manifatture o fabbriche, risultino di pericolo o di danno per la salute pubblica, il Sindaco prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno o il pericolo e si assicura della loro esecuzione ed efficienza". Anche Confindustria nel citato documento del ‘77 segnala il problema dello smaltimento dei rifiuti. In questo caso si afferma che per poter avviare una buona politica di gestione dei rifiuti è necessario un testo unico e comunque Confindustria dichiara in quel documento di essere consapevole delle proprie responsabilità, per cui non intende sottrarsi al dovere di eliminare a proprie spese le sostanze dannose all’ambiente da essa stessa prodotte, ma dichiara anche che l’entità del problema supera le capacità delle singole imprese. E’ però importante sottolineare che in presenza di una normativa nazionale lacunosa, già all’inizio degli anni ‘70 l’Istituto di Ingegneria Sanitaria del Politecnico di Milano pubblicava un regolamento per lo smaltimento sul terreno dei rifiuti solidi che allegheremo successivamente in copia, emanato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In tale regolamento tutte le tecniche di un corretto smaltimento sono ampiamente trattate e descritte con particolare attenzione ai rischi di inquinamento delle falde acquifere sotterranee, in particolare il regolamento affronta il problema dello smaltimento di natura tossica affermando che in una discarica controllata si possono anche accettare molti rifiuti di natura tossica se la quantità immessa è una piccola frazione rispetto allo scarico totale, in ogni caso prima di accettare tale tipo di rifiuti si devono consultare sempre le autorità preposte alla protezione delle acque. A livello comunitario sino al 1975 erano state emanate direttive in merito allo smaltimento dei rifiuti, in particolare la numero 75/442 relativa ai rifiuti del 25/7/75. La numero 76/403 concernente lo smaltimento dei policlorobifenili e dei policlorotrifenili PCB e PCT del 6 aprile ‘76, la numero 78/319, relativa ai rifiuti tossici e nocivi del 20 marzo ‘78. Il citato DPR 915/82 è il decreto di attuazione delle tre direttive citate e infatti le cita nel primo capitolo ma fino dall’inizio degli anni ‘70 si avevano sicuramente gli strumenti per una corretta gestione dei rifiuti, la scelta di smaltirli o sversarli in laguna non era certo dettata dalla buona tecnica né dalle migliori tecnologie disponibili. Si segnala inoltre che lo smaltimento dei rifiuti in acqua comunicante con la laguna, come già in alcuni casi segnalati dall’ispettore Spoladori nella zona in cui è stato poi costruito l’eliporto di Gardini, chiamata allora catanga dagli operai, era vietato, almeno a partire dal 1976 in base al DPR 962/73 e la legge 171/73, che sono leggi per Venezia, in quanto era prescritta la depurazione prima dell’ingresso in laguna, questi rifiuti erano stati sversati direttamente in un laghetto comunicante con la laguna, come è stato mostrato nella deposizione dell’ispettore Spoladori. Passo adesso alla parte relativa al ciclo del cloro-soda che caratterizza molto la produzione di Porto Marghera. La produzione di cloruro di vinile monomero e di toluenbisocianato richiedono a monte la produzione di cloro per elettrolisi a partire dal salgemma che risulta essere adesso, come in passato, un processo primario e fondamentale da cui dipende la quasi totalità dei processi produttivi del Petrolchimico. Visto il periodo considerato fine anni ’60, inizi anni ‘70, ovvero antecedente all’avviamento del TDI e la particolare criticità legata allo smaltimento dei sottoprodotti, reflui e rifiuti generati, si focalizzerà l’attenzione sul ciclo del cloro per la sola parte relativa alla produzione di cloro. Ripeto, la parte relativa alla produzione di dicloroetano e cloruro di vinile monomero e PVC verrà trattata da un successivo consulente, che è il professor Rindone, abbiamo cercato di stringere e accorpare le relazioni. La produzione di cloro. Il cloro viene prodotto industrialmente contemporaneamente alla soda caustica, inizialmente era la soda il prodotto principale, poi dopo l’utilizzo del cloro è saltato, diciamo ha superato quello della soda per quanto riguarda l’importanza proprio con l’avvento delle plastiche. La reazione complessiva che avviene è somma delle reazioni parziali che avvengono ai due elettrodi, anodo e catodo, risparmio la formula chimica che comunque sarà scritta nella consulenza che depositeremo, all’anodo si scarica lo ione cloruro dando luogo a cloro, tale processo di elettrolisi può essere condotto su tre tipologie di impianti a seconda della tipologia di celle che viene impiegata, a diaframma c’è la (Grishime) del 1885, ad amalgama di mercurio cella (Castner Kelmer) del 1892, o a membrana, che è il metodo migliore finora che ha cominciato a svilupparsi negli anni ‘60 ed è stato tecnologicamente maturo già dalla fine degli anni ‘60. Ora l’Enichem ha depositato lo studio dell’impatto ambientale in base all’accordo sulla chimica di Marghera per costruire questo tipo di impianto con celle a membrana in sostituzione dell’impianto con celle a mercurio esistente.

DOMANDA - Ora quando?

RISPOSTA - Scusi, non ho capito.

DOMANDA - Quando è stato presentato questo...

RISPOSTA - Nel mese scorso, negli ultimi giorni insomma. Ognuno dei processi si differenzia sostanzialmente per il modo nel quale il cloroprodotto all’anodo resta separato dalla soda caustica e dalle droghe nei prodotti, direttamente o indirettamente al catodo. Se non fossero separati reagirebbero di nuovo riformando di nuovo il cloruro di sodio, il sale. Nelle celle ad amalgama o celle a mercurio il catodo è costituito da un film di mercurio che scorre lungo la cella e su cui si deposita il sodio, formando un amalgama che successivamente viene decomposto con acqua in mercurio a soda caustica con sviluppo di idrogeno in recipienti detti disamalgamatori, per cui i prodotti dell’elettrolisi vengono tenuti separati per allontanamento del sodio dal cloro. Il processo fu sviluppato nel 1892 simultaneamente da (Castner e Kelmer) e il suo principale vantaggio consiste nel fatto che la soluzione di soda caustica che si ottiene al 50, 70 per cento, è molto pura e non presenta tracce di cloro. Dal 1972 l’importanza di questo processo è andata sempre più diminuendo a causa dei problemi di inquinamento ambientale e di sicurezza e salute dei lavoratori che l’impiego del mercurio può comportare. In Giappone il processo è stato legalmente bandito dal 1972 a seguito della presa di coscienza dei pericoli derivanti dall’impiego del mercurio dopo che venne accertato che in un arco di tempo compreso tra il 1932 ed il 1968, gli scarichi mercuriosi nella baia di Minamata di un’industria, la (Kiso Corporation), il cui processo produttivo per ottenere acetaldeide prevedeva l’impiego di ossido di mercurio, generarono un avvelenamento da mercurio nella popolazione del luogo, la quale si cibava del pesce della baia, furono sono 798 vittime accertate e 3.000 le persone che si ritiene siano state coinvolte. In Giappone quindi tutti gli impianti del cloro-soda esistenti sono stati gradualmente sostituiti con nuovi impianti a celle a membrana e l’ultimo impianto a celle di mercurio è stato chiuso nel 1986. Nelle celle a diaframma l’anodo su cui si svolge il cloro per l’ossidazione degli ionicloruro è di grafite, il catodo su cui si svolge l’idrogeno per decomposizione dell’acqua è costituito da una lastra o griglia di ferro separata dall’anodo da un diaframma, la soluzione di cloruro sodico viene alimentata nello scomparto anodico laddove fluisce nello scomparto catodico attraverso il diaframma che ha funzione di impedire agli ionidrossido OH, che si formano al catodo, di migrare verso l’anodo e di reagire con il cloro gassoso per formare cloruri e ipocloriti. Nelle celle a membrana, cioè la tecnologia più nuova, l’anodo è a base di titanio, mentre il catodo è di acciaio dolce, la salamoia ottenuta per dissoluzione in miniera viene trattata con soda caustica oppure carbonato di sodio, il precipitato che si ottiene viene allontanato mentre la fase liquida viene fatta passare attraverso una resina chelante per rimuovere il calcio e il magnesio, la salamoia così purificata viene addizionata con salamoia esaurita proveniente dalla cella elettrolitica ed inviata nella sezione anodica della cella elettrolitica. Gli ioni NA sodio passano attraverso la membrana nella zona catodica dove si ha liberazione di idrogeno e formazione di NAOH, nella sezione anodica si ha la formazione di cloro che viene successivamente allontanato dalla salamoia esaurita in un apposito serbatoio. Dal punto di vista ambientale il processo a membrana è superiore agli altri due processi, perché impiega una membrana polimerica inerte, quindi non si ha nemmeno formazione di idrocarburi policiclici aromatici e diossine e non richiede le misure protettive necessarie nel caso del processo ad amalgama dove si impiega mercurio e del processo a diaframma dove si usa amianto. Attualmente a Porto Marghera la produzione di cloro e di soda caustiva è demandata alla sola Enichem e gli impianti che sono attualmente operativi impiegano celle ad amalgama per una capacità produttiva complessiva di 200.000 tonnellate all’anno di cloro gas, circa 6.000 tonnellate all’anno di idrogeno, 60.000 tonnellate all’anno di ipoclorito di sodio e 230.000 tonnellate all’anno di soda caustica. I reparti produttivi di questa sezione sono complessivamente due: il CS2325 in cui il processo consiste nell’elettrolisi sul catodo di mercurio, che abbiamo già visto, e il CS24 in cui il processo consiste nell’assorbimento del cloro gassoso in una soluzione acquosa di idrato di sodio, con formazione di ipoclorito sodio. L’amalgama di sodio che si forma nelle celle fluisce per gravità nel decompositore, dove reagisce con acqua demineralizzata per produrre soda caustica in soluzione al 50 per cento idrogeno. La soda caustica che fluisce dai decompositori viene raccolta in due serbatoi, sistemati sotto la sala celle, raffreddati in scambiatori a piastre, filtrata dal mercurio in filtri a carbone attivo e inviata allo stoccaggio. Una parte della soda viene utilizzata per la produzione di ipoclorito di sodio, l’idrogeno che si sviluppa dai decompositori viene raffreddato in scambiatori a piastre montati sulle singole celle ed inviato ai reparti utilizzatori. I primi impianti del cloro-soda - adesso vi è una descrizione abbastanza dettagliata del processo che tenderei a saltare tanto sarà scritto sulla relazione e comunque non è influente sulle questioni che stiamo trattando - sino dai reparti CS3, 4 e 5, sono stati avviati nel 1952 dalla allora CIC Edison e fermati in parte nel ‘72 e definitivamente nel ‘94. Gli attuali impianti del cloro-soda, CS23, 25 e CS24, sono stati invece avviati nel ‘71 dalla Montedison, per una ironia della sorte proprio nel momento in cui in Giappone veniva vietato questo tipo di impianto, qui si provvedeva al raddoppio del cloro-soda, proprio con quel tipo di impianto. I primi impianti del cloro-soda si trovavano nella prima zona industriale di Porto Marghera insieme al resto degli impianti chimici che fino al ‘70 hanno rappresentato il cuore produttivo del Petrolchimico basato sull’utilizzo dell’acetilene e del cloro come intermedi principali. Dal ‘70 in poi avvenne la svolta verso lo still cracking e il baricentro dell’attività produttiva si spostò nella seconda area industriale di Porto Marghera che abbiamo visto è stata creata sul territorio esistente, se ricordate le diapositive che ho mostrato l’ultima volta. I nuovi impianti produttivi erano basati sull’utilizzo dell’etilene prodotto per cracking della virgin naphtha e ancora del cloro-soda per il quale fu realizzato appunto un nuovo impianto. Le date in questo specifico caso risultano essere particolarmente importanti ai fini di un giudizio sulla scelta appropriata o meno della tecnologia adottata o meglio dire mantenuta, proprio perché, in Giappone, in quegli stessi anni fu fatta una scelta radicale, che portò a vietare l’utilizzo del mercurio e a sviluppare industrialmente la tecnologia a membrana indubbiamente migliore da un punto di vista ambientale ma anche economico e gestionale. Comunque dal processo suddetto si formano diverse tipologie di sfiati, reflui e rifiuti mercuriosi che necessitano di essere trattati e smaltiti. Reflui mercuriosi. L’inquinamento da mercurio sulle acque di scarico del Petrolchimico, derivante dall’impianto di produzione cloro-soda dell’Enichem, è stato analizzato dall’ANPA nell’ambito degli impegni previsti dai decreti Ronchi-Costa che ho citato precedentemente. L’inquinamento da mercurio avviene con l’acqua industriale impiegata per il lavaggio della sala celle, dell’impianto salamoia e per la rigenerazione dei filtri della salamoia, sono 30 metri cubi ora alla concentrazione di mercurio di mille microgrammi per litro, per un totale di 263 chili all’anno e con l’acqua demineralizzata impiegata per la tenuta delle pompe in salamoia e per la condensazione dei vapori mercuriosi, 13 metri cubi ora, concentrazione di 10.000 microgrammi litro per un totale di 1.139 chili all’anno. Le acque contaminate da mercurio vengono convogliate attraverso la fogna mercuriosa all’impianto di demercurizzazione, dove vengono additivate da tiourea per consentire la precipitazione del mercurio, quindi vengono chiarificate e poi filtrate su due filtri posti in serie, il primo è a sabbia e il secondo a carbone attivo. L’introduzione di quest’ultimo stadio di filtrazione consente di avere un contenuto di mercurio nel refluo in uscita dal depuratore inferiore a due microgrammi litro, il che significa un’uscita di 0,5 chilogrammi all’anno. Attraverso lo scarico intermedio SI1, che comporta circa 370.000 metri cubi all’anno, i reflui vengono poi inviati all’impianto consultile di ambiente per poi essere scaricati in laguna attraverso lo scarico SM22 che a sua volta confluisce sullo scarico SM15 nel canale Malamocco Marghera. Sembra accertato che si abbia anche un inquinamento da mercurio su alcuni tipi di acque che poi non vanno a confluire nell’impianto di demercurizzazione, in particolare le acque-mare impiegate per il raffreddamento dei fluidi di processo, provenienti da zone di processo con presenza di mercurio, così come le acque semipotabili o meteoriche, possono essere per vari motivi, esempio perdita da flange, contaminate da mercurio con valori calcolati dall’ANPA intorno agli 0,2, 0,4 microgrammi litro, che considerando una portata della fognatura bianca dell’impianto cloro-soda di circa 1.500 metri cubi ora, vorrebbe dire circa 3 chilogrammi all’anno direttamente scaricati in laguna. Indirettamente si può avere una contaminazione di mercurio anche dell’acqua di torre impiegata nei reparti cloro-soda e TDI dal momento che viene impiegato per la clorazione ipoclorito di sodio prodotto dall’Enichem, nello stesso reparto cloro-soda a che quindi necessariamente risulta essere sporco di mercurio. La concentrazione di mercurio riscontrabile su queste acque sarebbe di circa 0,5 microgrammi litro che in linea di massima rimarrebbe segregato nel circuito in quanto non viene mai scaricata acqua dalla torre salvo che per 40 metri cubi ora di acqua, da cui uno scarico di 0,2 chilogrammi all’anno di mercurio. Questi 40 metri cubi vengono impiegati al TDI per il flussaggio delle pompe e poi vengono convogliati in fogna bianca che si riversa direttamente in laguna. Analoga situazione potrebbe verificarsi anche su altri circuiti ed acqua torre del Petrolchimico con un conseguente inquinamento da mercurio che non verrebbe ad essere rilevato. Questa situazione si presenta a Marghera da quando l’azienda rientrò nei limiti 0,005 milligrammi litro di mercurio nelle acque depurate previste dalla normativa CEE, n. 76/464 del 4/5/76, relativa agli scarichi mercuriosi da impianti cloro-soda. Evidentemente anche l’Europa ritenne di doversi adeguare all’evidenza di Minamata. Il collaudo di questi impianti porta la data del 15/12/1982, fino alla fine degli anni ‘70 quindi, lo scarico dei reflui mercuriosi dai vecchi impianti cloro-soda situati nella prima zona industriale avveniva attraverso lo scarico S2 nel canale della darsena della Rana e su questo scarico che prendeva dentro la maggior parte dei reflui di processo del vecchio Petrolchimico, compresi anche i reflui clorurati, non venne dichiarato al Magistrato alle Acque di Venezia alcun trattamento specifico di depurazione. Per avere un’idea di cosa possa comportare l’assenza o l’avaria di un trattamento di demercurizzazione sulle acque reflue di un impianto cloro-soda, basti tener presente che nei casi più tipici, la fonte è una brochure della Montedipe che allegheremo del 1985, il mercurio totale è in concentrazione che varia da 1 a 10 grammi al metro cubo con un valore tipico di 3 grammi al metro cubo e che la portata di questi reflui su un impianto come quello di Marghera varia dai 15 ai 60 metri cubi ora, con un valore tipico di 35 metri cubi ora, fatte le debite moltiplicazioni si hanno circa 100 grammi ora di mercurio scaricato, che in un anno vuol dire 800 chilogrammi di mercurio scaricato in laguna e che in 25 anni, dal 1951 al 1980 diventano 24 tonnellate. A Minamata dal 1932 al 1968 si stima che ne vengono scaricate 25 tonnellate, cioè una quantità uguale. In effetti però, il limite di 0,005 milligrammi litro di mercurio nelle acque depurate, previsto dalla normativa CEE del ‘76 è lo stesso limite indicato nell’allegato 1 al DPR 20/9/73 n. 962, Tutela della città di Venezia e del suo territorio dagli inquinamenti delle acque. Questo decreto norma le caratteristiche degli impianti di depurazione prescritti dall’articolo comma secondo della legge 171 del 16/4/73, Interventi per la salvaguardia di Venezia. Secondo questo articolo, entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge, le aziende che scaricavano in acque comunque confluenti nella laguna di Venezia dovevano costruire, mantenere e gestire impianti di depurazione, il contenuto medio di mercurio di 3 grammi a metro cubo, pari a 3 milligrammi litro scaricato fino all’entrata in funzione dell’impianto di demercurizzazione collaudato nel dicembre 1982, è pari a 600 volte quello di 0,005 milligrammi litro consentito dal DPR n. 962/63. Conclusione, sintetizzo brevemente, per quanto riguarda la coproduzione di cloro, la scelta tecnologica degli anni ‘50 di utilizzare celle ad amalgama venne confermata nel 1971 in occasione dell’ampliamento di molte produzioni con la creazione del nuovo Petrolchimico nella seconda zona industriale di Marghera, proprio nel periodo in cui si rende disponibile la tecnologia delle celle a membrana. La documentazione di collaudo di alcune opere soggette a contributi regionali ha permesso, per l’appunto il demercurizzatore, di stabilire che gli impianti di segregazione e trattamento delle acque mercuriose vengono collaudati nel dicembre 1982 e realizzati verso il 1980 per ottemperare alla normativa CEE numero 76/464 del 4/5/76, per scarichi di mercurio negli impianti cloro-soda. Antecedentemente a tali date non viene dichiarato alcun trattamento specifico per la rimozione del mercurio. Le prime cellule a mercurio utilizzavano sicuramente anodi in grafite, mentre solo in un secondo momento presumibilmente con l’avvio della nuova produzione si è passati ad utilizzare degli anodi in titanio, soluzione ambientalmente preferibile in quanto non dà luogo ad emissioni cancerogene come invece si ha con gli anodi in grafite. Volevo segnalare che l’impianto cloro-soda con anodi in grafite è un notevole emettitore di diossine secondo sia l’IPEI che l’Istituto Superiore di Sanità. Io avrei concluso.

 

Presidente: grazie, ci solo ulteriori richieste di integrazione?

 

Pubblico Ministero: no.

 

Presidente: va bene, si accomodi pure, grazie. Proseguiamo.

 

Pubblico Ministero: sì possiamo proseguire, non credo che finirà prima della pausa, comunque possiamo iniziare con l’ingegnere Zapponi, per il quale bisogna preparare la macchina per i lucidi o se nel frattempo verranno anche per le proiezioni.

 

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. ZAPPONI GIOVANNI -

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Prego, vediamo di preparare i grafici.

RISPOSTA - Il mio nome è Giovanni Zapponi, sono il responsabile del Laboratorio di Igiene ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità, sono laureato in ingegneria informatica e anche in filosofia della scienza e forse vale la pena citare che sono stato in passato responsabile per l’Istituto Superiore di Sanità del campionamento di Seveso, relativamente alle diossine. La mia ricerca è essenzialmente in materia di valutazione del rischio. Ho già parlato, in questo Tribunale circa sei mesi fa. Potrei avere il primo lucido? Ecco non è molto evidente perché la lampada non funziona granché.

 

Presidente: vogliamo magari spegnere queste luci?

 

RISPOSTA - Intanto comincio a discutere. L’indirizzo che ho dato a questa discussione si basa direi su un canone abbastanza classico, che è quello poi dell’OMS che raccomanda in particolare certe cose, tra le quali c’è per esempio quella di dare le informazioni sui livelli di fondo, sui livelli in altre situazioni, in modo da collocare in una giusta prospettiva i dati esaminati. Noi dobbiamo innanzitutto considerare l’oggetto di studio, cioè la definizione dei composti tossicologicamente simili alla diossina, i cosiddetti dioxin-like compounds, perché è variata in modo significativo questa definizione nel tempo. Un secondo aspetto da considerare è la tipologia delle misure dell’esposizione, noi abbiamo per esempio misure sui sedimenti, che sono state già ampiamente discusse in questo Tribunale, misure nell’aria, ma abbiamo anche per esempio misure possibili sul latte umano e sugli alimenti, nonché misure sul sangue, in particolare sui lipidi del sangue. Un altro aspetto di rilievo sono le concentrazioni ambientali di fondo, in particolari condizioni rilevate in Italia, l’esposizione di fondo in termini di livelli ematici, in popolazioni non esposte professionalmente, questo dato ha particolare rilievo anche per confrontare poi dati epidemiologici a dati con risultati positivi e quindi capire qual è l’intervallo tra un’esposizione di soggetti umani con effetto rispetto al fondo, ancora le esposizioni più basse con effetti tossici e cancerogeni, sia sull’animale che sull’uomo, quindi le valutazioni di rischio esistenti a livello internazionale e infine voglio discutere in questo ambito lo scenario di esposizione il quale emerge rispetto alla contaminazione della laguna di Venezia e trarne alcune semplici valutazioni di rischio. Se fosse possibile abbassare la luce forse si vede maglio, ma non è possibile. Mi scuso di fare la presentazione con i lucidi ma in genere è quello che faccio normalmente. Dunque, cosa sono i composti dioxin-like, i composti simili alla diossina? Allora noi cominciamo storicamente, come è noto, con la 2378, tetraclorodibenzodiossina, la diossina di Seveso, cosiddetta, che è il composto più noto di tutti e il composto relativamente al quale si hanno le maggiori informazioni di tipo tossicologico. Ed era diciamo 25 anni fa, praticamente l’unica diossina a cui si faceva riferimento. Il discorso si allarga sia perché ci si accorge che altre diossine e poi anche altre sostanze, il policlorodibenzofurani, hanno caratteristiche tossicologiche di rilievo in qualche modo assimilabili alle diossine ma anche perché, e questo è stato visto ampiamente nelle discussioni, nelle sedute precedenti, l’esposizione tipica inclusa quella che stiamo discutendo in questo caso, l’esposizione tipica non è alla singola sostanza ma è un insieme di sostanze. Quindi sia l’aspetto che le altre diossine e il policlorodibenzofurani includono sostanze tossicologicamente attive, sia il fatto che le sostanze si presentano insieme, si passa al cosiddetto parametro di tossicità equivalente, è stato ampiamente discusso, per cui non entrerei in particolari dettagli e direi fino a qualche anno fa, praticamente fino ad un anno fa nella pratica ci si limitava a considerare diossine e furani. E’ importante sottolineare una cosa, recentemente, nel 1998 l’OMS propone un ampliamento della famiglia di questi composti con l’introduzione del PCB policlorobifenili, 12 dei quali sono identificati come composti con caratteristiche tossicologicamente simili alla diossina. Questo aspetto porta ad un cambiamento della scala TEF...

 

DOMANDA - Si può dire che continuano a suonare...

 

Presidente: pare un’orchestra, vogliamo spegnere? E’ stata abbandonata una borsa. Va bene, senta sopporti questo accompagnamento.

RISPOSTA - Quindi quello che è importante sottolineare è che oggi il riferimento è ad una scala di tossicità equivalente che considera anche il PCB. Questo ha rilievo fondamentale a mio avviso anche nel caso specifico, perché per il PCB noi abbiamo una situazione di presenza significativa nei sedimenti per esempio dell’area industriale, si trovano le migliaia di nanogrammi grammo a fronte delle unità di... ecco, questa è la scala TEF, fa vedere i PCB simili alle diossine, semplicemente per citarlo è inutile fermarsi sui dettagli, comunque questi parametri esistono e sono attualmente considerati da OMS e in Environmental Protection Agency negli Stati Uniti per la sua valutazione di rischio. Ecco, il discorso appunto che facevo prima è che noi abbiamo una presenza a livello di migliaia di nanogrammi grammo nei sedimenti dell’area 1 secondo la perizia Bonamin, cioè l’area che include i canali industriali e la fascia costiera immediatamente prossima, rispetto ad alcuni PPB alcuni nanogrammi nelle aree meno contaminate, quindi c’è una grossa presenza, valori significativi sono anche nei mitili, altro argomento di particolare rilievo. Quindi sarebbe difficile oggi fare un’analisi senza considerare questo aspetto. Le tipologie di misure disponibili sono attualmente, ovviamente le misure ambientali, quindi sedimenti, quindi aria, acqua, suolo, misure di concentrazione negli alimenti e alcune di queste parlerò tra poco, ma diventa particolarmente importante il monitoraggio biologico, principalmente si tratta di livelli di diossina nei lipidi del sangue. Questo in particolare perché come è ampiamente noto la diossina e i composti simili si accumulano prevalentemente in larghissima misura nei grassi, è lì che li troviamo. L’utilità di un’analisi del sangue, intanto il sapere che c’è una certa concentrazione a livello ematico significa sapere che c’è una disponibilità di questa sostanza per arrivare al bersaglio, quindi è un’esposizione direttamente in vivo per così dire, è un’informazione immediata sulla condizione di un individuo. Altro aspetto altrettanto importante è quello dell’elevata emivita della diossina nei tessuti umani, le stime recenti sono di 7 anni, cioè questo significa che data una certa esposizione che porta ad un certo livello per esempio nel sangue, anche in assenza di esposizioni successive ci vogliono 7 anni perché si riduca a metà il valore originario, quindi questo significa che il nostro organismo in qualche modo ha una memoria delle esposizioni passate, significa anche che c’è qualcosa di notevole rilievo ai fini del rischio, cioè noi prima di liberarci delle esposizioni pregresse abbiamo bisogno di molto tempo. Infine l’altro aspetto di rilievo è che nelle valutazioni epidemiologiche più recenti, che poi sono quelle su cui si basano le valutazioni di rischio attuali, i livelli di diossina nel sangue sono riportati e quindi abbiamo un parametro oggettivo per i vari confronti. Adesso alcuni esempi di concentrazioni ambientali in Italia, noi abbiamo delle stime dei livelli di fondo nei suoli, questo è uno studio fatto tra l’altro dal mio Istituto e che poi anche è entrato nei dati dell’OMS, riportato nel volume "Ambiente e salute in Italia" dell’OMS, pubblicato nel ‘97, e i dati sono che in aree non prossime a impianti industriali, non prossime a città, abbiamo livelli al suolo che vanno da 0,1 a 4,3 picogrammi TE per grammi, oppure PPT TE considerando in questo caso sia policlorodibenzodiossine che policlorodibenzofurano. La media di questi dati è circa un picogrammo TE per grammo, un PPT TE. E’ stato fatto anche uno studio all’interno di grotte, per avere un’informazione più chiara, cioè in ambienti dove non ci fosse una ricaduta diretta dall’aria, un argomento di cui si è parlato anche questa mattina della ricaduta diretta e si è visto che le concentrazioni in questo caso vanno tra 0,057 ad 0,12 picogrammi TE per grammo, o PPT TE con un valore medio di 0,09, quindi piuttosto basso. Quindi abbiamo un quadro che ci dice quale grosso modo, potrebbe essere il livello di fondo in Italia, questi dati, bisogna dire, sono anche in accordo con dati europei. Ancora sono state fatte delle indagini nell’ambito di un progetto di ricerca sulle concentrazioni in vari alimenti ittici, siccome nelle perizie disponibili, nei dati a cui io faccio riferimento abbiamo a che fare con mitili e con bivalvi, citerò questi. Le concentrazioni che possiamo ritenere di fondo, comunque concentrazioni rilevate nell’Adriatico, in aree non specificamente inquinate, lontane al solito da impianti industriali, da scarichi e quant’altro, sono tra 0,11 e 0,24 picogrammi TE per grammo o PPT TE. Una considerazione che conviene fare quando si parla di questo tipo di organismi, dei mitili etc., è che il livello di grassi è molto molto limitato, siamo a livello tra l’1 e il 2 per cento, questo ha significato in quanto la diossina si concentra nei grassi, quindi un organismo che ha meno grassi ne raccoglierà di meno, mentre i mitili sono buoni predittori dell’inquinamento degli alimenti, in quanto non si muovono, forse non sono buoni predittori del possibile inquinamento massimo in quanto il loro contenuto non è di grassi, è un contenuto molto più basso rispetto ad altri animali, i quali però non necessariamente sono stanziali. Questa considerazione poi la riprenderò più in seguito. Andiamo invece adesso al successivo. Il caso Seveso, la contaminazione è stata essenzialmente in termini di 2, 3, 7 e 8 TCDD in conseguenza della meccanica dell’incidente e in particolare per il precursore che è il 2, 4, 5 triclorofenolo, e abbiamo avuto un’area più contaminata che includeva livelli tra la soglia analitica dell’epoca che era circa il 3,7 PPT o 0,7 microgrammi metro quadro, misuravamo in questo modo, perché così era stato richiesto, fino a valori massimi del centinaio di PPB ovvero di 100.000 PPT. Va detto anche che da quest’area è stata evacuata a breve distanza temporale dall’incidente tutta la popolazione, l’area è stata sottoposta a bonifica e questi aspetti sono importanti alla fine dell’interpretazione dei dati epidemiologici, perché non sempre sono stati tenuti in adeguata considerazione, in quanto poi i valori, i livelli di patologia riscontrati non sono elevati nella zona A, e questo è anche logico perché c’è stata un’attività di prevenzione che è stata efficiente. Nella zona B - potrei avere il successivo - immediatamente contigua alla zona A e nella direzione del moto della nube contaminante, le concentrazioni medie risultavano nell’ordine di 25 PPT, sono sempre PPT di diossina non di equivalente, e i valori massimi dell’ordine di 250 PPT in questa area sono state effettuate alcune opere di bonifica, nel senso di decorticazione, rovescio, ricoprimento con suolo pulito ed è stato in modo tassativo vietato l’uso alimentare dei prodotti locali, insieme ad altre cautele, incluse per esempio il divieto di entrare in certe aree. Poi c’è una zona R, che è la successiva alla zona B, nella direzione del moto inquinante i livelli medi sono nell’ordine di 2,5 PPT e quelli massimi nell’ordine di 25 PPT, infine il fondo all’epoca sempre della diossina risultava nell’ordine di mezzo PPT. Adesso passerei ad un altro tipo di dato. Questi sono i dati relativi al monitoraggio biologico delle diossine in non esposti, ci sono alcuni dati sulla popolazione generale, lo IARC nella sua monografia pubblicata nel 1997 sul policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, indica un’esposizione di fondo misurata in termini di concentrazione nei lipidi del sangue tra 2 e 3 picogrammi grammo, in questo caso è 2, 3, 7 e 8 diossina. L’EPA negli Stati Uniti per il periodo 1980-1990 indica un valore di 5,2 picogrammi grammi, PPT, più grande del precedente ma a partire invece dagli anni ‘90 il valore indicato è di 2,1 picogrammi grammo PPT, d’altronde anche lo IARC citava che vi era stata una riduzione sostanziale nel tempo a partire dagli anni ‘70. Queste considerazioni hanno importanza in quanto indicano che una serie di attività che sono state messe in atto per la prevenzione ed esposizione a diossina hanno avuto un qualche successo attestabile anche dalla diminuzione delle concentrazioni nel sangue della popolazione generale. E’ anche da sottolineare che i dati di esposizione a popolazione generale espresse in questo modo indicano che il contributo della 2, 3, 7 e 8, TCDD alla tossicità equivalente totale è dell’ordine del 10 per cento, ancora non sono arrivato ai dati della tossicità totale, però è importante notare che il contributo della 2, 3, 7 e 8 è una parte limitata. Alcuni dati relativi al monitoraggio biologico dei composti simili alle diossine, i dioxin-like, in non esposti in questo caso sono i gruppi di controllo utilizzati nelle valutazioni epidemiologiche non è la stessa cosa di campioni di popolazione generale, perché per esempio il primo dato che è quello di Fingerhunt e collaboratori che è citato da IARC si riferisce all’esposizione in lavoratori industriali non esposti i quali hanno nel sangue, per quel che riguarda la 2, 3, 7, e 8 TCDD, 7 picogrammi grammo o 7 PTT, che è più alto dei valori che abbiamo visto, però si tratta di lavoratori industriali forse non immediatamente assimilabili alla popolazione generale, altri dati sono stati prodotti a Seveso, e un dato di riferimento è 5,5 picogrammi grammo o PPT e ancora più recentemente di 4,9 picogrammi grammo PPT, sempre in soggetti non esposti. Però vediamo che comunque ci si va ad attestare su alcuni picogrammi grammo come esposizione, come livelli in soggetti non esposti, anche se i dati della popolazione generale sembrano più bassi di quelli che sono i dati, per esempio, di soggetti usati come controllo in studi epidemiologici. Passiamo adesso al discorso dell’esposizione ad un livello superiore, cioè i dati relativi al monitoraggio biologico dei composti simili alle diossine in non esposti considerando i PCDD E PCDF, quindi a questo punto siamo alla tossicità equivalente e consideriamo, non è solo la 2, 3, 7 e 8, ma l’insieme dei PCDD e PCDF pertinenti, cioè sono le famose 17 sostanze che sono state ancora citate stamattina. Allora, l’OMS nel volume del 1995 sulle condizioni salute ambiente dell’Europa, cita che sulla base di cinque studi di monitoraggio biologico in Europa il periodo è tra il 1980 e il 1992, i livelli di fondo sono da 17 a 43 picogrammi TE grammo, o PPT TE, considerando, ricordo, PCDD e PCDF. Andando più avanti, sono state fatte più recentemente valutazioni considerando anche in questo caso i PCB nella tossicità equivalente, cioè con i nuovi valori di tossicità equivalenti, inserendo anche i PCB. Allora la valutazione dell’EPA, questo è disponibile su Internet e si tratta di un documento del 2000, la valutazione EPA è che nel periodo dal 1980 al 1990 nella popolazione generale il complesso di tutte queste sostanze, chiamiamole dioxin-like assimilabili alle diossine, inclusi i PCB, fosse di 55 picogrammi TE grammo, dopo il 1999 la stessa agenzia riporta 25 picogrammi TE per grammo ovvero PPT TE. Quindi c’è stato un calo, circa un dimezzamento secondo questi dati, negli ultimi vent’anni.

DOMANDA - L’ultimo dato, forse un lapsus, diceva EPA statunitense, dopo il 1990, non dopo il 1999?

RISPOSTA - Questi sono proprio dati dell’ultima decade.

DOMANDA - Dal ‘90 in poi?

RISPOSTA - Sì, perché sono una serie di dati. Ancora è importante sottolineare che l’EPA cita che, data la persistenza della TCDD nell’organismo umano e di composti equivalenti, naturalmente i livelli attuali risentono dell’esposizione pregressa, nel senso che se andiamo a misurare oggi, secondo questa posizione, secondo questa informazione, andiamo a misurare il livello nella popolazione generale non misuriamo solo l’esposizione di ieri o di una settimana fa o di un anno fa, se l’emivita, il tempo di dimezzamento sono 7 anni, certamente anche quello che è stata un’esposizione di 7 anni fa conta, sia pure per la metà e così via, cioè, misuriamo anche un’esposizione pregressa e il che da un punto di vista epidemiologico ha dei vantaggi perché dà un’idea di integrazione di esposizione cumulativa in qualche modo. E vediamo un altro tipo di approccio. C’è un altro modo per vedere le esposizioni di fondo, che è quello di considerare le dosi giornaliere per chilogrammo di peso corporeo assunte dall’ambiente, includendo tutto. Quindi non parliamo più di concentrazioni nel sangue, parliamo di quantitativo di sostanza che uno assume ogni giorno e lo riportiamo ad unità di peso corporeo. Allora, un primo discorso è che per la popolazione generale la primaria via di assunzione di TCDD e composti dioxin-like è attraverso la dieta, come ci spiegano sia IARC che EPA, la dieta contribuisce sempre per la popolazione generale al totale per circa il 90, 95 per cento, questa cosa è ben comprensibile, se si pensa che si tratta di un composto con elevatissima capacità di bioaccumulo, quindi elevatissima capacità di entrare nella catena alimentare, questo è un motivo, mentre ha solubilità molto scarsa e le concentrazioni in aria sono generalmente molto limitate. Quindi il problema è essenzialmente attraverso la dieta ed è anche esasperato dalle catene alimentari, nel senso il predatore che mangia una certa specie che già ha bioaccumulato ha un aumento ulteriore di concentrazione. Sulla base delle diete tipiche, quindi uno studio fatto negli Stati Uniti sulle diete tipiche e i dati di concentrazione misurati negli alimenti negli Stati Uniti è stata stimata un’assunzione di fondo dell’ordine di 1 picogrammo TE al giorno per chilogrammo di peso corporeo. Questa stima è stata anche confrontata con i dati nei livelli ematici, quindi è una stima abbastanza solida, chiaramente siamo su un ordine di grandezza, nel documento era citato che è ragionevolmente valida anche per un contesto europeo in cui abbiamo situazioni molto simili. Naturalmente questa stima si riferisce all’individuo medio, essa può essere superata di un fattore tra 2 e 3 in relazione ad elevato consumo di grassi, per esempio. Un amatore di alimenti molto grassi tenderà ad avere, a parità di condizioni, un’esposizione maggiore a diossine, perché le diossine le troviamo nei grassi. Altrettanto un grande amatore di alimenti ittici potrebbe avere un’esposizione più elevata dell’individuo medio perché negli alimenti ittici generalmente le concentrazioni sono più elevate. Allora tutto questo secondo l’EPA, ma procedure simili sono anche adottate nell’Unione Europea per considerare l’esposizione attraverso la dieta, porta un fattore 2, 3.

DOMANDA - Chiedo scusa al Tribunale, allora, siccome sono le 2 meno un quarto, dovrebbe iniziare la trattazione relativa agli esempi di esposizioni più basse con effetti tossici e cancerogeni, se si potesse interrompere adesso in maniera tale che cerchiamo di sostituire anche i lucidi con le proiezioni, quindi anche così per una migliore visione da parte di tutti.

 

Presidente: va bene, ci ritroviamo alle 15.00 allora.

 

Avvocato Santin: scusi, Presidente, volevo dare atto solo della mia presenza, avvocato Santin in sostituzione dell’avvocato Chinaglia.

 

Presidente: va bene.

 

DOMANDA - Ecco, siamo riusciti a sistemare anche la grafica un po’ meglio per seguire l’esposizione dell’ingegner Zapponi.

RISPOSTA - Volevo ringraziare il mio vicino che nell’ora del pranzo ha sistemato i lucidi come potete vedere, sono veramente riconoscente, così sarà molto più chiaro. Qui volevo discutere gli esempi di esposizione più basse con effetti tossici e cancerogeni per la 2, 3, 7, 8 TCDD, cominciando con la sperimentazione su animali. Come potete vedere i primi dati vengono dallo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, è la tabella 61, in particolare del volume dello IARC del ‘97 e ho scelto i dati più bassi di sperimentazione su animale con qualche effetto. Allora, ci sono vari dati di tossicità riproduttiva, per esempio nel resus, cioè in un primate noi abbiamo che 126 picogrammi per chilogrammo a peso corporeo per giorno, usati per trattare le madri, per qualche anno, hanno portato a endometriosi e difficoltà di riconoscimento di oggetti nella prole, quindi c’è anche un discorso di neurotossicità. Da notare che 126 picogrammi a chilogrammo peso corporeo giorno è abbastanza vicino ad un picogrammo a chilogrammo a peso corporeo giorno che appare, secondo le stime più recenti, essere grosso modo l’esposizione di fondo. Sempre in un primate, abbiamo il secondo punto, la tossicità riproduttiva in callitricide 135 picogrammi in chilogrammo a peso corporeo giorno, trattamento materno e cambiamento dei linfociti nella prole. Infine nel ratto (spregdoli), induzione CP1A, cioè un’alterazione metabolica a seguito di trattamento con 100 picogrammi chilogrammo peso corporeo giorno, si tratta di effetti non letali, comunque sono alterazioni significative. Poi l’agenzia statunitense per le sostanze tossiche registro delle malattie indica per una dose di 120 picogrammi chilogrammo peso corporeo giorno una moderata menomazione dell’apprendimento e del comportamento della prole in cavie per trattamento delle madri. Quindi sono effetti indotti sulla prole a seguito di trattamento materno. Essenzialmente c’è un aspetto di neurotossicità. Venendo al discorso di tipo cancerogeno abbiamo che il dato più basso tuttora citato nella relazione dell’EPA del 2000 è quello del National Toxicology Program, cioè l’ente che si occupa della sperimentazione tossicologica negli Stati Uniti, l’NTP, il quale ha trovato che la dose cronica più bassa con incremento significativo di tumori è 1.400 picogrammi chilogrammo peso corporeo giorno, tumori della tiroide nel ratto, sempre 2, 3, 7, 8, TCDD. Andiamo al secondo aspetto. Passiamo agli studi epidemiologici, questo è un discorso più complesso ma forse di maggiore rilievo. Volevo citare all’inizio un lavoro di Steenland e collaboratori del ‘99 i quali citano un trend statisticamente significativo, tra i rapporti standardizzati di mortalità, gli SRM e un’esposizione a 2, 3, 7 e 8 TCDD con un eccesso significativo a esposizioni da 100 a 1.000 volte superiori a quella di fondo. Fingerhunt nel 1991 è un lavoro citato dallo IARC e messo nella tabella di una particolare evidenza, IARC ‘97, in uno studio di mortalità relativo a lavoratori di cinque impianti chimici, lo studio è durato fino al 1987, i lavoratori sono 5.172 sono stati esposti dal 1942 al 1984. C’è una serie di osservazioni, un rischio relativo di 1,5 per tutti i tumori, sono 114 i casi osservati, i limiti di confidenza del rischio relativo sono 95 per cento e sono tra 1,2 e 1,8, ancora c’è un rischio relativo di 1,4 per tumori polmonari, 40 osservati, i limiti di confidenza del rischio relativo sono tra 1 e 1,9 e infine c’è un rischio relativo di 9,2 per sarcomi dei tessuti molli. In questo caso sono tre osservati con limiti di confidenza al 95%, tra 1,9 e 27. Credo che valga la pena di fare un’osservazione al volo, che da un lato abbiamo un rischio relativo, magari non elevatissimo per tutti i tumori, però con un grosso numero di casi osservati, quindi poi la frazione attribuibile è relativamente elevata, altrettanto vale per i tumori polmonari, abbiamo 40 osservati, quindi una parte consistente di queste in qualche modo attribuibile all’esposizione, il rischio relativo per i sarcomi dei tessuti molli riguarda solo tre casi osservati e il rischio relativo è molto elevato in quanto è un tumore estremamente raro. E’ un po’ il corrispondente all’angiosarcoma del fegato nel caso del cloruro di vinile o il mesotelioma per l’amianto, però direi è meno chiara in questo caso l’associazione, è meno definitiva, e comunque sia, vale la pena di dire che non va forse cercato solo questo tipo di effetto, cioè i sarcomi dei tessuti molli, ma è interessante citare anche gli altri, da notare che l’EPA nella sua valutazione di rischio considera l’incremento di tutti i tumori, l’incremento dei tumori polmonari anche. In questo gruppo di lavoratori il livello medio di 2, 3, 7, 8 di TCDD era di 233 PPT nei lipidi ematici di 253 esposti a fronte di 7 parti PPT nel controllo. Le misure si riferiscono all’anno ‘87, quindi al termine dell’esposizione, anzi, qualche anno dopo, e comunque permane un’elevata concentrazione nel sangue degli esposti. E’ da notare che il rapporto tra 233 e 7 non è un rapporto elevatissimo. Veniamo ad un caso che è stato discusso poi l’anno scorso nel ‘99, alla riunione qui a Venezia sulle diossine al Dioxin del ‘99 e l’aggiornamento degli studi epidemiologici relativi a Seveso. Allora, da un lato nel ‘99 Bertazzi citava per il periodo 1976-1991 per quelle che riguarda la zona B, di cui ho già parlato, un rischio relativo di 3,1 con 7 casi osservati e i limiti di confidenza al 95% da 1,3 a 6,4. Tumori linfatici ed ematopoietici un rischio relativo di 2,4 12 casi osservati, limiti di confidenza al 95%, da 1,2 a 4,1. Infine mielomi multipli nelle femmine, rischio relativo 4, quattro casi osservati, i limiti di confidenza sono tra 1,8 e 16,8. In questo caso abbiamo delle incidenze dei dati, numero di osservati che non è elevatissimo, almeno confrontato a quelli del caso precedente. Zona A e B, questo è il lavoro presentato proprio al Dioxin ‘99 qui a Venezia, abbiamo per i tumori linfatici ed ematopoietici, un rischio relativo di 1,6 per i maschi, 17 osservati con i limiti di confidenza a 95% sono da 1 a 2,71 nelle femmine il rischio relativo è di 1,7, 14 osservati, il limite confidenza è 95% sono da 1 a 2,9. Nella zona R, cioè nella zona a minor contaminazione, quella ai limiti della contaminazione, c’è un rischio relativo nei tessuti molli di 2,2 7 osservati, i limiti di confidenza sono tra 0,9 e i 5,1, non raggiunge la significatività comunque è suggestivo. La stima dell’esposizione non è semplice in questo caso, è stata fatta, ed è citato questo nello IARC, il solito volume del ‘97, in relazione all’esposizione della zona B, 58 PPT di 2,3, 7,8 TCDD nel sangue, è una stima retrospettiva, non è back calculated in inglese, calcolato all’indietro, non è una misura, mentre la misura recente è di 11 PPT di 2, 3, 7, 8 TCDD a fronte di livelli di controllo di 5,1 e 4,9. Quindi la condizione attuale tra esposti e non esposti, si è molto ravvicinata, questo indica in qualche modo che c’è un progressivo ritorno verso la normalità. Delle conclusioni da tutto questo, cioè, questo che ho presentato serve soprattutto ad evidenziare questo punto che viene adesso, cioè che il margine tra esposizione a cui è stato associato un effetto tossicologico o cancerogeno e l’esposizione di fondo è un margine molto piccolo, questo è un punto fondamentale discusso sia da IARC che da EPA ed OMS, ed è l’argomento che ha creato particolare preoccupazione per l’esposizione e questo tipo di sostanze. Per esempio De Vito e collaboratori è un gruppo di ricerca che lavora a Triangle Park dell’EPA, dice che i dati disponibili sull’uomo suggeriscono che alcuni individui possono rispondere con effetti cancerogeni e non cancerogeni a carichi corporei di diossina che sono entro uno o due ordini di grandezza di quelli dell’esposizione generale, quindi dell’esposizione di fondo. Il discorso di alcuni individui e non tutti, sottintende anche un aspetto di vulnerabilità individuale che verrà discusso successivamente dal professor Vineis, non specificamente su questo ma comunque lui affronterà questo tema. Quindi ancora prima di valutazioni di rischio quantitative e specifiche, il dato che si notino questi effetti a dosi esposizioni vicine a quelle di fondo, all’esposizione di fondo, ci spinge a una notevole prudenza. Questa è una prima conclusione possibile. Veniamo ad alcuni aspetti più noti, le classificazioni di cancerogenicità, lo IARC sempre nel ‘97 valutazione globale, classifica la 2, 3, 7, 8 TCDD come cancerogeno per l’uomo, cancerogenic to humans, l’EPA nel 2000 e riporta la 2, 3, 7, e 8 TCDD, è lo stesso classificata come cancerogena per l’uomo, human carcinogen, e i composti simili alla 2, 3, 7 e 8 TCDD i cosiddetti dioxin-like, sono classificati come probabili, likely, cancerogeni per l’uomo, questo è relativamente alle classificazioni. E veniamo ai parametri di riferimento, ai limiti, a quello che a livello internazionale ci arriva indipendentemente dall’evento che stiamo considerando, questo è un discorso del tutto generale. Allora l’OMS, siamo al 2000, parla di una dose tollerabile giornaliera TDI, l’uso della parola tollerabile invece che accettabile non è casuale, in quanto si vuole, da qualche tempo l’OMS usa questo termine perché accettabile aveva un significato positivo che il tollerabile non ha, anche in termini di comunicazione alla gente. Allora, noi abbiamo che il TDI, questo parametro di accettabilità o di tollerabilità va da 1 a 4 picogrammi chilogrammo tossicità equivalente per chilogrammo peso corporeo al giorno. Il range è abbastanza largo in quanto a quel che mi risulta l’OMS ha considerato anche una variabilità di fondo, con la raccomandazione di fare riferimento al valore più basso e ridurre comunque l’esposizione. Cioè, si va da 1 a 4 però praticamente questo ente ci dice: fate riferimento a 1. L’agenzia statunitense per le sostanze tossiche e il registro delle malattie pubblicato da De Rosa e collaboratori presenta una dose di rischio minimale, minimal risk level, anche qui la terminologia ha la sua importanza, cioè non si dice una dose sicura, dose di rischio minimale, che significa che qualche rischio magari minimo, magari infinitesimo ma esiste, un MRL di un picogrammo, tossicità equivalente per chilogrammo peso corporeo per giorno, anche in questo caso noi abbiamo che il TE, la tossicità equivalente, considera le diossine, i furani ed anche i PCB. Infine l’EPA ha aggiornato recentemente la stima del rischio per basse dosi e sostanzialmente aumentando la valutazione del rischio, e la cifra proposta attualmente è tra 5 per 10 alla meno 4, cioè 5 su 10.000, e 5 per 10 alla meno 3, cioè 5 su 1.000 per picogrammo chilogrammo corporeo giorno, sempre considerando TCDD, PCDF, e PCB, è anche importante notare che questo ente dice che nel fare questo tipo di valutazione che deriva essenzialmente in questo caso da dati epidemiologici, non da dati di sperimentazione umana, alcuni dei dati epidemiologici li ho presentati quelli utilizzati, è sottolineato che l’estrazione verso bassi dosi è minimale, quindi non c’è uso complicato di modelli matematici, semplicemente si fa un rapporto di proporzionalità fondamentalmente. A questo punto verrei alla situazione locale, cioè lo scenario di esposizione conseguente alle contaminazione ambientale da TCDD, PCDF e PCB della laguna di Venezia come presentata dalla perizia di Bonamin e collaboratori 1997 procedimento 12279/95 RGNR. Allora, le concentrazioni in questo caso l’ho già accennato, sono espresse in termini di tossicità equivalente relativa a PCDD, policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, ma non viene considerato il PCB, il motivo non è che non ci fosse la volontà di farlo, diciamo il discorso del PCB si inserisce sostanzialmente dopo il completamento di queste misure, perché, come ho già citato, è praticamente dell’anno passato o giù di lì. Allora, i sedimenti. Conviene considerare anche il discorso ambientale, con un discorso ambientale alla svelta prima di passare ai mitili perché comunque è informativo. Abbiamo che l’area 4, che nella perizia è definita come a bassa esposizione, zone di pesca e di allevamento, che comunque è un’area interna alla laguna, questo è importante perché abbiamo un riferimento interno su 6 misure i livelli sono tra 0,35 e 3,3 picogrammi PPT TE per grammo, la media aritmetica è di circa 1,3 picogrammi TE per grammo, ovvero PPT TE e l’osservazione che si può subito fare a questo riguardo è che la media e i livelli indicati dall’indagine sono pienamente compatibili con l’inquinamento di fondo di suoli lontani da impianti industriali e lontani da città. Il dato l’ho citato precedentemente, la media era un picogrammo TE per grammo e l’intervallo era tra 0,1 e 4,3 picogrammi per grammo PPT TE. Le misure e il calcolo sono stati effettuati nello stesso modo che a Venezia. Quindi questo sembrerebbe almeno sulla base di questi dati, anche se il sedimento non è la stessa cosa del suolo, ma che la contaminazione di questi due substrati è a livelli che non possiamo e non c’è nessun motivo per definire diversi sulla base di questi dati. Passiamo all’area invece definita da Bonamin e colleghi l’area 1, esposizione prevalentemente o esclusivamente industriale. Qui abbiamo 12 misure, livelli tra 13 e 570 picogrammi TE per grammo, una media aritmetica di circa 100 picogrammi TE per grammo. E’ evidente che c’è una differenza tra le due aree, questa differenza tra le due medie è di circa due ordini di grandezza, in termini statistici è altamente significativa rispetto all’area 4 ed anche la differenza è altrettanto significativa con i livelli di fondo di cui ho parlato prima. La concentrazione media nei sedimenti, questa è un’informazione che può essere utile, rientra nell’intervallo rilevato a suo tempo nel suolo della zona B di Seveso, la cui media era circa 25 PPT e un massimo di 250 PPT, in questo caso per la sola 2, 3, 7, 8 TCDD, tetraclorodibenzodiossina, mentre per Venezia stiamo parlando di un TE, cioè dell’insieme di più composti. Andiamo ai molluschi bivalvi. L’area 4, comincio sempre con quello che è a più basso livello, l’area a bassa esposizione, zone di pesca e di allevamento, definizione della perizia di Bonamin e colleghi, 12 misure, i livelli sono tra 0,079 e 0,68 picogrammi TE grammo, la media aritmetica e circa 0,42 picogrammi TE per grammo. Quindi è senz’altro molto inferiore alla precedente. Il confronto con i dati dei mitili dell’Adriatico. Alcuni dei dati rilevati nell’indagine sono lievemente superiori a quelli misurati nell’Adriatico. Quelli dell’Adriatico andavano da 0,11 a 0,24 picogrammi TE per grammo, sono sempre stati fatti con la stessa procedura, in entrambi i casi non vengono considerati PCB peraltro, l’intervallo dei dati dell’Adriatico in zone ritenute non contaminate andava tra 0,11 e 0,24, qui l’intervallo è tra 0,079 e 0,68, quindi ci sono alcuni dati che sono maggiori rispetto a quelli dell’Adriatico però non ho indicazioni sufficienti per dire che la differenza sia significativa, comunque quello che si può dire è che i due intervalli sono in larga parte sovrapponibili. Se passiamo invece all’area 1, esposizione prevalentemente o esclusivamente industriale, 9 misure, i livelli sono tra 0,78 e 4,9 picogrammi TE per grammo, la media aritmetica è circa 1,85 picogrammi TE per grammo. Che osservazioni si possono fare? Questi dati sono significativamente maggiori di quelli rilevati nell’area 4, la cui media, ripeto, era pari a circa 0,42 picogrammi TE per grammo, la differenza è altamente significativa e sono altrettanto significativamente maggiori di quelli di fondo nell’Adriatico che sono compresi tra 0,11 e 0,24 picogrammi TE per grammo. In questo caso il rapporto tra i due è circa 10. L’ultimo dato che presento non riguarda la perizia Bonamin, è un discorso fatto nell’ambito della conferenza di servizi in relazione alle bonifiche previste dal decreto ministeriale 471/99 per la bonifica dei suoli. I dati discussi alla conferenza dei servizi relativi a sondaggi effettuati a circa 2 metri di profondità indicano a questo livello concentrazioni tra 210 e 1.030 picogrammi di tossicità equivalente TE per grammo. La maggior parte dei valori, peraltro relativamente vicina al limite inferiore dell’intervallo. Il limite di azione era di 100 picogrammi TE grammo, per cui poi a quello che io so si deve procedere a una bonifica. Comunque, e considerando indipendentemente da questo i dati, abbiamo che dati di questa entità indicano una potenziale esposizione pregressa significativa e sono in parte confrontabili con i livelli più elevati determinati nei sedimenti dell’area più contaminata, il valore massimo nei sedimenti nella perizia di Bonamin e collaboratori era 570 picogrammi TE per grammo, quindi superiore al massimo di questo intervallo, ma comunque incluso. Per quanto concerne l’entità dei livelli di contaminazione a maggior ragione vale ciò che è stato osservato per i sedimenti dell’area lagunare più contaminata e in relazione alla comparazione con i livelli della zona B di Seveso. La passata esperienza, anche italiana, nella gestione del rischio di diossine, pur indicando una scarsa capacità di percolazione della TCDD, mette in evidenza in particolare questo: un trasporto orizzontale con le acque superficiali che si è verificato in passato e un rischio ancora più elevato nella movimentazione di questi terreni. Per esempio nel caso di Seveso c’è stato un episodio in cui uno straripamento del fiume, del fiume Seveso che si chiama come il paese, ha portato dei fanghi molto lontano e questi fanghi avevano livelli di diossina significativi, erano arrivati non dico a Milano ma a molti chilometri di distanza. Anche se la sostanza non è solubile però si assorbe molto fortemente, cioè ha una elevata tendenza a legarsi ai sedimenti, ad assorbirsi ai sedimenti, per cui un trasporto di acqua torbida, un acqua ricca di sedimenti è un modo per spostare questa sostanza anche se la solubilità è minima. Forse è una precisazione di qualche utilità. Veniamo ad alcune valutazioni di rischio. Volevo cominciare citando i criteri di stima. Allora, come già avevo accennato le misure effettuate nell’ambito della perizia di Bonamin e colleghi, hanno considerato solo PCDD e PCDF nel calcolo della tossicità del TE equivalente, senza includere i PCB, il cui inserimento è entrato nella pratica di queste valutazioni solo attualmente e successivamente alla perizia stessa. Forse è utile sottolineare di nuovo che la stima dell’EPA nel 2000 relativamente alla contaminazione di fondo è nei termini di un incremento del TE di circa il 55% rispetto a solo le policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, cioè moltiplicare i valori di questi due per un fattore moltiplicativo a 1,55, questo per le esposizioni di fondo, è il dato di cui disponiamo. La presenza elevata di PCB nei sedimenti e nei bivalvi implica la necessità di considerare anche questo fattore. Cioè ci troviamo di fronte a delle recenti valutazioni che sia OMS che negli Stati uniti viene detto si fa adesso la valutazione considerando anche i PCB, e quindi l’unico strumento che mi sono trovato di fronte, peraltro avendone discusso con i colleghi chimici, è che si può applicare il fattore moltiplicativo indicato dall’EPA anche ai nostri dati. Infine, per tenere il conto della variabilità dei consumi alimentari è stato anche considerato il caso di un incremento di un fattore 3 rispetto alla media. Dunque, l’uso, supponiamo un consumo di 50 grammi di bivalvi al giorno, mi dicevano delle gentili signore che amano la cucina e anche un collega che ama pure lui, oltre a fare l’epidemiologo, ama la cucina, che questo può corrispondere a una pasta alle vongole, 50 grammi di bivalvi, e questo comporta, allora, in questa ipotesi per una concentrazione media di 1,85 picogrammi TE grammo, comporta un’ingestione totale giornaliera di 1,85 moltiplicato per 50 grammi, cioè circa 92,5 picogrammi TE per persona. Ora, ricordando che tutti i dati di interesse tossicologico e parametri, i limiti vengono espressi per unità di peso, dobbiamo dividerlo per 70 chilogrammi che è il peso di un adulto. Quindi 92 diviso 70 dà circa 1,3 picogrammi TE per chilogrammo peso corporeo per giorno. E’ un conto piuttosto banale. Nell’ipotesi del consumo di 100 grammi al giorno, cioè due volte il precedente, questo valore raddoppia, ovvero 2,6 picogrammi TE per chilogrammo peso corporeo per giorno. I dati di misura sui mitili, sui bivalvi sono abbastanza limitati numericamente e il processo ha una sua, insomma, con un andamento abbastanza variabile. Allora, mi è sembrato importante considerare non solo la media ma anche il valore massimo almeno a titolo informativo. Il valore massimo rinvenuto da Bonamin e colleghi era di 4,9 picogrammi TE per grammo, che è circa 2,7 volte superiore al valore medio. Quindi facendo riferimento a questo le due stime di sopra aumentano di un fattore, 2,7 per una, e sono i due valori in fondo, c’è l’ultimo, devo dire, mi dispiace, era corretto nel lucido, non è corretto qui, non è 5,4 ma dovete considerare 7, comunque nella relazione, nella tabella successiva è scritto in modo corretto. Allora, l’ultima cosa è che in assenza di dati specifici relativamente al TE con l’inclusione dei PCB si è fatto riferimento ad un incremento del 55% del TE relativo a PCDD e PCDF. Quindi ho presentato anche una stima con un incremento del 55% per tener conto dei PCB nell’ipotesi che si tratti di una situazione paragonabile a quella di fondo. Non avevo altri strumenti, diciamo, perché è difficile, non era possibile rientrare a vedere tutti i singoli PCB e fare il conto preciso. E infine c’è il discorso dei consumatori estremi, quindi anche il calcolo nell’ipotesi di un’ingestione superiore di 3 a quella media. Non è che un’induzione superiore di 3 sia una cosa così strana, se fate per esempio riferimento al mangione di pesce, a quello che detesta il pesce lo trovate abbastanza frequentemente, cioè non è un dato... o lo stesso chi ama le bistecche, chi invece se c’è il vegetariano il rapporto è ancora più elevato tra i consumi. Allora, un sommario delle stime di esposizione aggiuntiva all’esposizione di fondo per consumo di bivalvi dell’area inquinata. Qui chiaramente io non ho considerato l’esposizione di fondo, è un’esposizione aggiuntiva a quella di fondo, cioè noi assumiamo che in assenza di questa... sulla base di quello che ci dice l’EPA, di quello che ci dice lo IARC e quant’altro, ne assumiamo che ci sia un’esposizione di fondo indipendentemente che uno mangi o meno questi benedetti bivalvi dell’area 1 di Venezia. Quindi noi consideriamo l’esposizione in più. Allora, consumando ogni giorno 50 grammi per persona di molluschi bivalvi abbiamo un’esposizione aggiuntiva a quella di fondo, nell’ipotesi del livello medio dei bivalvi, cioè quello che abbiamo trovato in media che va da 1,3 senza considerare i PCB, a 2 considerando i PCB, credo che sia importante fare riferimento al secondo valore, quello che consideri i PCB, perché, ripeto, noi abbiamo trovato livelli considerevoli di PCB e le stime di rischio correnti includono i PCB. Se facciamo invece riferimento al livello massimo nei bivalvi, cioè il massimo che hanno trovato Bonamin e colleghi, abbiamo 3,5 senza PCB e 5,4 con PCB. Andando avanti il caso successivo, che semplicemente è il doppio del precedente perché è un consumo giornaliero di 100 grammi persona di molluschi bivalvi che qui abbiamo, sempre come esposizione aggiuntiva a quella di fondo, senza PCB un valore di 2,6 picogrammi TE, chilogrammi peso corporeo giorno e con PCB arriviamo a 4, nel caso del riferimento il livello massimo che è strato trovato da Bonamin e collaboratori nell’area 1 di Venezia abbiamo 7, qui il numero era corretto, e 10,8 considerando i PCB. Poi c’è il terzo caso, i consumatori estremi, quelli che praticamente possono arrivare a tre volte il livello medio, e in questo caso abbiamo praticamente un fattore 3 a quello di fondo, al primo, scusate, all’ipotesi 1, non a quello di fondo, e abbiamo senza PCB 3,9 nel caso del livello medio nei bivalvi, sempre nel caso del livello medio nei bivalvi considerando i PCB, con una correzione, seguendo quello che ha detto l’EPA otteniamo 6, il livello massimo nei bivalvi senza PCB sarebbe 10,5 con i PCB 16,2. Ora, ricordando adesso qui se andiamo avanti, ecco, di nuovo per chiarezza ho rimesso nella sequenza i parametri di riferimento. Allora, l’OMS ci dava come dose tollerabile giornaliera da 1 a 4 picogrammi TE chilogrammo peso corporeo raccomandando di fare riferimento al livello inferiore, l’ATSDR, un livello di rischio minimale di 1 picogrammo TE chilogrammo peso corporeo giorno, l’EPA ci dice: un incremento di rischio cancerogeno per una esposizione aggiuntiva di 1 picogrammo chilogrammo peso corporeo al giorno da 5 su 10.000 a 5 su 1.000. Quindi è facile trarre delle conclusioni, cioè questi valori vanno ad aggiungersi comunque a un fondo stimato nell’ordine di un picogrammo TE chilogrammo peso corporeo al giorno. Forse, non è detto che non sia una stima ottimistica. Anche senza considerare il possibile contributo del fondo tutte le ipotesi proposte superano il valore di 1 che sarebbe di 1 picogrammo TE chilogrammo peso corporeo al giorno proposto dall’ATSDR, e il valore minimo del limite della dose tollerabile giornaliera dell’OMS, questa dose tollerabile è tra 1 e 4 picogrammi TE chilogrammo peso corporeo, ricordo che il riferimento al valore minimo è raccomandato dall’OMS. Se sommiamo queste esposizioni a quelle di fondo nella maggior parte delle ipotesi formulate l’esposizione globale supera anche il valore maggiore del TDA della dose tollerabile giornaliera dell’OMS, cioè di 4 picogrammi TE chilogrammo peso corporeo al giorno. Ci sono alcune ipotesi in cui questo non avviene ma nello scenario che ho presentato in molti casi viene superato e comunque siamo a livelli abbastanza elevati. Chiaramente il riferimento della stima di rischio dell’EPA già per l’ipotesi minima, cioè considerando... senza neanche considerare i PCB, cioè quell’1,3 picogrammi TE per chilogrammo peso corporeo al giorno, comporterebbe un rischio aggiuntivo secondo l’EPA tra 6,5 su 10.000 e 6,5 su 1.000. E alla fine osservazione ancora più semplice è che il consumo alimentare degli alimenti di questo tipo che è in pieno contrasto con tutte le raccomandazioni fatte dai vari enti, lo IARC, l’OMS, l’EPA, di minimizzare l’esposizione a TCDD e sostanze simili. Un’ultima osservazione, come avevo accennato precedentemente, questi bivalvi hanno un contenuto di grassi molto limitato. Questo contenuto è stato indicato dagli stessi analisti in via di pubblicazione, un lavoro che include anche questo, nei termini dell’1%, 2% del peso totale, quindi un centesimo, un cinquantesimo della massa totale. Dato che il bioaccumulo della TCDD e composti simili è in larghissima misura nei grassi, questo significa che nel grasso dei bivalvi in questione le concentrazioni sono circa 50 o 100 volte superiori a quelle dell’organismo in toto. Cioè, se pensiamo che tutta la sostanza sta nei grassi evidentemente la concentrazione lì è molto più elevata di quello che era il calcolo sull’organismo in toto. Quindi dovremmo moltiplicare le concentrazioni rilevate da Bonamin e collaboratori per un fattore tra 150, se facciamo riferimento al grasso. Questo può essere importante perché spesso i dati sono presentati negli alimenti, sono presentati come concentrazione nei grassi, quindi se uno volesse confrontarlo dovrebbe fare questa operazione. Però quello che mi interessava sottolineare non è tanto questo quanto che esistono molti altri organismi marini, esistono vari pesci i quali hanno contenuti di grasso ben più elevati dell’1, 2%. Allora in questo caso essendo molto maggiore la quantità di grasso la contaminazione che troveremmo in questi animali è molto più elevata di quella nei bivalvi. Questo sarebbe soprattutto importante nel caso di organismi stanziali, perché, è anche da dire che la scelta dei bivalvi è una scelta ragionevole in quanto sono organismi che per definizione non si muovono, lì restano, sono a contatto con questi sedimenti, mentre invece non è la stessa cosa per certi pesci che possono magari attraversare tutta la laguna. Però nel caso di animali, di organismi che hanno caratteristiche stanziali, cioè che permangono nella zona, questo aspetto potrebbe essere importante, cioè potrebbero esserci organismi, non abbiamo evidenze di questo tipo al momento, però è un’ipotesi ragionevole sulla base dei dati fisico-chimici e di bioaccumulo potrebbero esserci organismi più contaminati. Infine i livelli ambientali, ossia relativi ai sedimenti che al suolo, pongono dei limiti importanti all’uso del territorio in questione, significa che non è un territorio qualsiasi ma che è un territorio che merita la dovuta attenzione e che richiede comportamenti diversi di quello che si potrebbe fare in un territorio qualsiasi. Ho finito.

 

Presidente: va bene, grazie.

 

DOMANDA - Non ci sono domande specifiche per il momento.

 

RISPOSTA - Grazie dell’attenzione.

 

Presidente: grazie a lei.

 

Pubblico Ministero: ci dovrebbe essere ora l’intervento del professor Vineis.

 

Presidente: va bene, allora se si vuole accomodare il professor Vineis...

 

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. VINEIS PAOLO

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Innanzitutto se si vuole presentare al Tribunale?

RISPOSTA - Io mi chiamo Paolo Vineis, sono laureato in medicina, sono professore associato di statistica medica all’Università di Torino e mi occupo da circa vent’anni di epidemiologia dei tumori. Mi occupo in particolare della relazione tra sostanze chimiche e insorgenza di tumori ed ancora più specificamente del ruolo che svolge la suscettibilità genetica nel modulare le relazioni tra sostanze chimiche e insorgenze di tumori. In questa presentazione...

DOMANDA - Ecco, mi scusi. Prima di passare alla presentazione volevo solo ricordare che il professor Vineis nell’ambito di questo processo ha già firmato una relazione sulle sinergie di CVM fumo alcol che è stata già depositata al Tribunale, che è stata già presentata al Tribunale dal dottor Berrino, non si tratterà di tale questione nell’ambito di questa audizione ma adesso dei temi che verranno indicati nella maniera specifica dal professor Vineis.

RISPOSTA - Mi pongo in questa presentazione i seguenti obiettivi e cioè fornire alcune informazioni generali sul metabolismo di alcune delle sostanze tossiche che sono pertinenti a questo processo, cioè diossine, PCB e cloruro di vinile. Considerare la molteplicità di effetti metabolici e tossici, effetti legati al meccanismo d’azione di queste sostanze; considerare la variabilità nella risposta individuale, quindi la variabilità nel modo in cui diversi individui rispondono all’esposizione a queste sostanze e valutare gli effetti a basse dosi, considerare come contribuiscono i cosiddetti markers biologici nella valutazione degli effetti a basse dosi di queste sostanze. Le sostanze tossiche, una volta entrate nel nostro organismo, vengono metabolizzate da due grandi sistemi metabolici, da due grandi vie metaboliche, si parla abitualmente di enzimi di fase 1 e di enzimi di fase 2, quindi le sostanze vengono attivate da una serie di enzimi definiti di fase 1, per esempio per ossidazione, vengono trasformate in sostanze metabolicamente più attive, per esempio capaci di reagire con il DNA e indurre danni come mutazioni. Vado più piano. Gli enzimi di fase 2 sono invece coinvolti in processi di detossificazione, sono cioè enzimi che rendono la sostanza più inerte e ne facilitano l’eliminazione dall’organismo, per esempio attraverso le urine. Un tipico processo di detossificazione o di fase 2 è il legame con il glutatione, quindi c’è una classe di enzimi che si chiamano glutatione transferasi che cedendo una molecola, la molecola di glutatione rendono la sostanza più facilmente eliminabile dall’organismo. Queste vie metaboliche sono comuni ad un numero enorme di sostanze presenti nell’ambiente, anche le diossine, anche la TCDD passa attraverso vie metaboliche analoghe, per esempio viene metabolizzata da un enzima che si chiama CIP1A1. Queste sigle che userò, CIP1A1 non hanno alcun significato particolare, sono dei nomi convenzionali, venivano definiti in passato enzimi del gruppo citocromo P450, oggi si usa la definizione CIP o CYP1A1 indica un particolare enzima appartenente alla famiglia 1A che è coinvolto nella fase 1, quindi nell’attivazione di diverse sostanze. La detossificazione della TCDD avviene in parte per coniugazione con glutatione. Una caratteristica importante degli enzimi a cui mi sto riferendo è che vengono codificati da geni che sono polimorfici nella popolazione. Mi spiego meglio, come sapete i geni contengono le informazioni per la sintesi delle proteine, queste proteine possono essere sostanze fondamentali nel ciclo cellulare che regolano per esempio la replicazione cellulare, oppure possono essere enzimi implicati nelle vie metaboliche cui mi riferivo in precedenza. Questi geni possono presentare delle varianti nella popolazione umana, come per motivi genetici esistono persone con gli occhi neri e persone con gli occhi azzurri, così esistono varianti comuni di questi geni. Comuni vuol dire che sono presenti in più dell’1% della popolazione, ma talvolta nel 50%, farò poi un esempio. In altre parole nella popolazione generale esistono sottogruppi che hanno varianti dei geni che portano alla sintesi di proteine che o svolgono un ruolo chiave nelle funzioni cellulari oppure sono enzimi implicati nel metabolismo di sostanze tossiche. Una variante genetica può significare che l’enzima funziona meno bene. Farò l’esempio più tardi dell’GSTM1, il 50% dei caucasici, quindi degli italiani, ha una variante che viene definita genotipo nullo, cioè in pratica non ha il GSTM1, c’è una sorta di delezione di questo gene. Questo significa che vi è un’alterazione metabolica, cioè queste persone sono meno capaci di metabolizzare sostanze tossiche, le sostanze tossiche che normalmente vanno incontro a quel certo percorso metabolico. Quindi ciò che sto dicendo significa che esiste prima di tutto una molteplicità di vie metaboliche, non esiste un’unica via metabolica, la stessa sostanza può andare incontro a diverse vie metaboliche, e di queste vie metaboliche una tende a essere predominante ma ve ne sono altre secondarie. Nel corso del metabolismo viene prodotta una molteplicità di metaboliti e vi è anche una molteplicità di bersagli biologici e di effetti tossici. Questo è particolarmente evidente nel caso delle diossine, dei PCB, delle sostanze di cui stiamo parlando come vedremo più tardi. L’altro aspetto importante è la variabilità individuale nella risposta. Come dicevo prima, esistono varianti comuni dei geni che portano alla sintesi di proteine e in particolare di enzimi varianti che implicano una diversa suscettibilità degli individui all’azione delle sostanze tossiche. Tra i geni polimorfici, cioè soggetti a variabilità interindividuale, ci sono il CIP1A1 che ho già citato perché coinvolto nel metabolismo della TCDD ed anche il gene che porta la sintesi del recettore AH. Che cos’è il recettore AH? In termini tecnici è un fattore di trascrizione e comunque è un recettore responsabile di un insieme di manifestazioni tossiche che sono quelle proprio della diossina per esempio gli effetti immunologici. Non sono ancora stati ampiamente citati ma le diossine e le sostanze dioxin-like hanno numerosi effetti immunologici dimostrati nell’uomo ma anche in altri organismi. Il recettore AH è responsabile della teratogenesi, della cancerogenesi di sostanze chimiche, delle sostanze chimiche che si legano a questo recettore ed è responsabile della cloracne. Il recettore media gli effetti delle diossine e di numerosi altri tossici. Ora, prima di tutto esiste un polimorfismo per il recettore AH, quindi ci sono sottogruppi nella popolazione generale che hanno una diversa suscettibilità, cioè che reagiscono in modo più o meno importante all’esposizione alle sostanze che si legano al recettore AH, è un po’ come se questa sorta di grilletto che è il recettore AH, fosse più o meno sensibile nei diversi individui. Ci sono individui in cui l’azione della sostanza è molto potente in seguito al legame con il recettore AH, individui in cui l’azione è molto meno potente. Il recettore AH a sua volta induce l’espressione di geni. Cioè, agisce facendo sì che svariati geni si esprimano, cioè diano luogo alla sintesi proteica delle proteine che ciascun gene codifica. Questi geni includono il CYP1A1, che ho già citato, il CYP1A2, se l’espressione di questi geni viene aumentata, se c’è un incremento dell’espressione di questi geni, ci sarà anche una più facile attivazione di sostanze cancerogene. Quindi stimolare il recettore AH, legarsi al recettore AH significa rendere l’individuo più capace di attivare sostanze tossiche e in particolare sostanze cancerogene, anche diverse da quelle che si legano al recettore AH, quindi aumentare la suscettibilità di quell’individuo rispetto a una gamma di sostanze tossiche che sono quelle metabolizzate da CYP1A1, CYP1A2 e così via. Come dicevo, il recettore AH è coinvolto anche nella risposta immunitaria e induce anche l’espressione di geni importanti nel ciclo cellulare, quindi in fenomeni biologici di base nel funzionamento della cellula. Vi sono numerosi studi nell’uomo sugli effetti della suscettibilità individuale nella stima dei rischi di cancro. A mia conoscenza non ci sono però ancora studi relativi alle sostanze di cui stiamo parlando, cioè studi che si riferiscano all’effetto della suscettibilità individuale nella risposta cancerogena in seguito all’esposizione a diossine o sostanze dioxin-like. Gli studi che sono stati condotti finora si riferiscono a sostanze cancerogene come il fumo di tabacco, come le ammine aromatiche, le ammine aromatiche eterocicliche, gli idrocarburi aromatici policiclici. Gli idrocarburi aromatici policiclici sono una classe di composti pertinente a questo processo perché rientrano tra le sostanze reperite tra gli inquinanti, per esempio il benzopirene e il benzoantracene. Esiste un numero molto elevato di studi che dimostrano che l’insorgenza di tumori del polmone o della vescica o di altre sedi in seguito all’esposizione a fumo di sigarette ma anche a idrocarburi aromatici policiclici, per motivi professionale per esempio, è diversificata a seconda dei polimorfismi metabolici a cui mi riferivo in precedenza, cioè a seconda del possesso da parte dell’individuo di una certa variante genica il rischio di cancro del polmone o della vescica o di altre sedi è aumentato. Per fare un esempio il CYP1A1 che è coinvolto anche nel metabolismo della diossina, oltre che degli idrocarburi aromatici policiclici, è associato ad un aumento del rischio di 1,73 volte, aumento del rischio di cancro nel polmone negli asiatici. Una certa variante definita MSP1 per il CYP1A1. Un’altra variante è quella dell’Exon E7, c’è un aumento del rischio di più di due volte tra gli asiatici se sono portatori della variante ad alto rischio e un aumento del 30% nei caucasici. Per essere più chiaro, i portatori della variante del CYP1A1 definito Exon E7, o meglio, di una variante genica nell’Exon E7, sono individui che metabolizzano più rapidamente sostanze cancerogene aumentando la produzione di metaboliti tossici, di metaboliti che si legano al DNA e inducono a mutazioni nel DNA. E questo si traduce in un aumento del rischio di cancro del polmone. A parità di esposizione questi individui hanno una reazione superiore a quella della media o a quella degli individui che non sono portatori della variante genica. Questi sono tipici esempi di interazioni geni-ambiente. La reazione degli individui alle stesse dosi delle stesse sostanze cancerogene è diversificata, c’è una variabilità interindividuale che si esprime in questi numeri. Questi numeri sono tratti da una pubblicazione dello IARC, dell’Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro, curata da me ed altri, che è uscita nel 1999 ed è una sintesi della letteratura, devo dire molto ampia, sull’argomento della suscettibilità individuale alle sostanze cancerogene. Ancora un esempio, ho citato ampiamente il CYP1A1 perché coinvolto nel metabolismo della diossina, ho detto però anche che la diossina viene in parte detossificata per coniugazione con glutatione, c’è un enzima che si chiama glutatione s-transferasi M1 che è coinvolto nella detossificazione di molti cancerogeni, in particolare gli idrocarburi aromatici policiclici. Ricordo ancora che gli idrocarburi aromatici policiclici si trovano nel fumo di sigarette ma si trovano in numerosi ambienti, in particolare lavorativi, e sono pertinenti a questo processo. Ne sono esempi il benzopirene e il dibenzoantracene e vari altri. Come dicevo il 50% dei caucasici, quindi anche degli italiani, ha un genotipo definito nullo per GSTM1, quindi in pratica non è in grado di detossificare queste sostanze cancerogene attraverso quella via metabolica. Come dicevo prima le vie metaboliche sono diverse, quindi questi individui non sono totalmente incapaci di eliminare gli idrocarburi aromatici policiclici. Hanno una suscettibilità aumentata a causa del mal funzionamento di questa via metabolica. Però esistono altre vie metaboliche, compensatorie in un certo senso. Questo esempio tratto dalla letteratura è pertinente all’argomento degli idrocarburi aromatici policiclici e fa vedere come possedere il genotipo nullo per la glutatione s-transferasi M1 incrementa a parità di dose il rischio di cancro del polmone. Questo è uno studio condotto in Cina, si vede che il rischio di cancro del polmone nelle persone esposte ad alte dosi nel corso della combustione di carbone a idrocarburi aromatici policiclici, hanno un rischio... il rischio di cancro del polmone è moltiplicato per 1,8 nei soggetti positivi GSTM1, nei soggetti positivi diciamo normali, tanto per intenderci. Negli individui in cui il genotipo è nullo, quindi soggetti ad alto rischio, quelli con la variante genica, c’è un aumento del rischio di cancro del polmone di 1,8 volte anche se sono esposti a basse dosi, e c’è un aumento di 5,2 volte se sono esposti ad alte dosi. Questo è un tipico esempio di interazione geni-ambiente. La suscettibilità individuale aumenta il rischio di cancro a parità di esposizioni ambientali. Quindi i polimorfismi genetici indicano che esiste un sottogruppo anche numeroso della popolazione che ha un rischio superiore se esposto a tossici ambientali. Per cui i normali limiti accettabili o tollerabili, stabiliti come media statistica, per esempio quelli di cui ha parlato l’ingegnere Zapponi, possono non essere validi per questi individui, dobbiamo tenere conto del fatto che non tutti rispondiamo nello stesso modo ai tossici ambientali e non necessariamente una media statistica è applicabile a tutti gli individui. Un altro argomento, sempre relativo alle trasformazioni metaboliche, consiste nel fatto che le trasformazioni stesse possono dare origine ad effetti tossici diversi da un’azione cancerogena diretta. Per esempio i PCB e in particolare i loro metaboliti idrossilati hanno un effetto estrogenico, cioè hanno un effetto di tipo ormonale che viene mediato da una inibizione della sulfotransferasi estrogenica. In altre parole il ciclo metabolico in cui sono coinvolti i PCB dà origine ad un aumento degli estrogeni, in particolare dell’estradiolo nei tessuti, e questo può indurre a danni di tipo ormonale. C’è una discussione in corso alla quale non mi riferirò ulteriormente, ma che ha interesse seguire, sul fatto che ci sia o no un aumento del rischio di cancro della mammella in seguito ad esposizione a PCB, proprio a causa di questo meccanismo ormonale, cioè dell’aumentata disponibilità di estradiolo nei tessuti. Dico questo perché non soltanto esiste una variabilità interindividuale nella risposta, ma le vie metaboliche cui vanno incontro queste sostanze possono produrre degli effetti diversi da quelli che consideriamo comunemente, per esempio l’effetto cancerogeno, o lo stesso effetto cancerogeno può essere realizzato, raggiunto in modo indiretto, per esempio aumentando la disponibilità di estrogeni a livello dei tessuti. Il cloruro di vinile viene metabolizzato da un altro CYP, da un altro citocromo P450 definito 2E1, anche questo CYP2E1 è polimorfico, porta alla produzione di due metaboliti principali, 2 cloroetilenossido e 2 cloroacetaldeide. Che io sappia non sono disponibili studi sul rischio di angiosarcomi in relazione a questo polimorfismo, quindi non sappiamo se individui portatori di questo polimorfismo sono a rischio maggiore di angiosarcoma, in seguito all’esposizione a cloruro di vinile, sappiamo però che il polimorfismo esiste, quindi possiamo almeno teorizzare che ci sia una variabilità interindividuale nella risposta anche a cloruro di vinile. Può essere interessante far notare che l’etanolo, l’alcool etilico, segue le vie metaboliche in gran parte separate dal cloruro di vinile ma induce l’enzima CYP2E1. Questo significa che l’etanolo può potenziare l’effetto del cloruro di vinile e di altri cancerogeni. C’è in altre parole un’interazione tra il consumo di etanolo e l’esposizione a cloruro di vinile. Questo non vuol dire che l’etanolo spiega l’effetto del cloruro di vinile ma al contrario l’etanolo può incrementare gli effetti tossici del cloruro di vinile. L’etanolo non agisce come un mutageno diretto ma viene definito cocancerogeno, proprio attraverso il potenziamento cui mi riferivo, potenziamento che consiste in una induzione dell’enzima che metabolizza il cloruro di vinile trasformandolo in composti tossici. L’etanolo non induce a mutazioni mentre il cloruro di vinile induce a mutazioni. E le induce in un gene molto particolare. E’ il gene P53 che è uno dei geni più importanti nel ciclo cellulare, il gene P53 codifica per una proteina, P53, che ha un ruolo fondamentale nel ciclo cellulare e per l’esattezza nella risposta ad agenti che danneggiano il DNA. Il gene P53 è stato definito guardiano del genoma perché interviene quando il DNA viene attaccato da sostanze tossiche, genotossiche, interviene o stimolando la riparazione dei danni del DNA oppure avviando la cellula verso la morte, la morte cellulare programmata o a poptosi. Quindi qualunque danno sul gene P53 ha delle conseguenze a cascata, perché implica che la cellula non è in grado di difendersi da danni al DNA, non è in grado di riparare questi danni oppure di andare incontro a una morte programmata evitando la trasmissione dei danni al DNA alle generazioni Taiwan pubblicato l’anno scorso perché dimostra che dosi anche basse del cloruro di vinile provocano danni precoci a carico del gene P53. Vorrei insistere sul fatto che il gene P53 è di grande importanza per il ciclo cellulare, è stato definito la molecola dell’anno da Science, dalla rivista Science alcuni anni fa, è stato definito guardiano del genoma, quindi è un gene che è fondamentale per il mantenimento dell’integrità del nostro patrimonio genetico. Il cloruro di vinile è in grado di indurre alterazioni precoci di P53. Per l’esattezza in uno studio pubblicato l’anno scorso su 251 lavoratori di Taiwan il 13% degli esposti a cloruro di vinile avevano una sovrespressione di P53, cioè il gene era espresso più di quanto non avviene normalmente, ed inoltre erano presenti mutazioni della P53 nel 10% degli esposti a cloruro di vinile. Invece solo il 5,6% dei non esposti avevano una sovraespressione e solo il 2,8% dei non esposti avevano una mutazione. L’espressione era correlata alla dose di cloruro di vinile, cioè aumentando la dose dell’esposizione aumentava anche l’espressione della P53 in modo statisticamente significativo. Ora, l’aspetto interessante è che sia le mutazioni della P53 che la sovraespressione erano presenti anche a dosi direi molto basse, cioè a 40 PPM anno. In altre parole l’esposizione a dosi paragonabili alla dose tollerabile, al TLV, induceva danni di un gene che è considerato fondamentale per il ciclo cellulare. Analoghi risultati sono stati trovati nella stessa popolazione e dallo stesso gruppo di ricercatori per l’oncogeneras. Quindi concludendo che cosa impariamo dallo studio del...

DOMANDA - Mi scusi un attimo. Prima delle conclusioni, soltanto tornando alla diapositiva precedente, il discorso dei 40 PPM, dose cumulativa anno intende?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Solo questo?

RISPOSTA - Sì, certo, scusi. Che cosa impariamo dallo studio del metabolismo di queste sostanze? Mi sono riferito alle diossine, ai PCB, al cloruro di vinile e agli idrocarburi aromatici policiclici. Esiste una variabilità interindividuale. Esistono sottogruppi che hanno una diversa suscettibilità su base genetica in quanto sono portatori di varianti genetiche o polimorfismi, esattamente come nella popolazione ci sono individui con gli occhi neri e individui con gli occhi azzurri, bisogna tenere in qualche modo conto di questa suscettibilità individuale nello stimare i rischi, per esempio quando andiamo a stimare i rischi di popolazioni lavorative oppure di individui che consumano pesce contaminato. La suscettibilità individuale significa che a parità di dose i portatori di un certo polimorfismo hanno un maggior rischio di malattia e specificamente di cancro. Taluni individui sono suscettibili all’azione di dosi anche molto basse, gli studi relativi a mutazione di P53 che sono diversi, si riferiscono in particolare all’esposizione a cloruro di vinile, ma ve ne sono anche per altre sostanze, suggeriscono che queste mutazioni o la sovrespressione della P53 possono essere utilizzate come marcatori precoci di un danno indotto anche a dosi basse di sostanze tossiche. E infine sostanze tossiche come le diossine e i PCB, che hanno la capacità di legarsi per esempio al recettore AH, cioè a molecole che hanno un’ampia gamma di effetti, avranno uno spettro d’azione tossico ampio, proprio a causa di questo meccanismo d’azione, siccome il recettore AH è coinvolto in una vasta gamma di effetti a valle di tipo immunitario, oppure nella regolazione del ciclo cellulare, sostanze che si legano a questo recettore a loro volta hanno uno spettro d’azione tossica ampio. Io ho finito, grazie.

 

Presidente: bene, grazie a lei, professore.

 

Pubblico Ministero: ovviamente il professor Vineis, sia in relazione alla parte che ha trattato oggi sia alla consulenza che ha già depositato, è disponibilissimo al controesame, a domande quando volessero essere fatte. Per quanto riguarda il Pubblico Ministero è finito l’esame dei suoi consulenti per la parte ambientale, quindi dovrebbe cominciare adesso un consulente dell’Avvocatura dello Stato.

 

Presidente: allora eventualmente, professore, sarà riconvocato per il controesame, se richiesto.

 

Pubblico Ministero: ecco, soltanto, per carità, lo avrei detto a una delle prossime udienze, se fosse possibile sia per il professor Vineis sia per gli altri di saperlo, ovviamente, con un certo anticipo perché tutti abbiamo...

 

Presidente: dobbiamo fare un programma, perché il controesame lo si fa dopo avere sentito i consulenti ovviamente delle difese, consulenti ulteriori delle parti civili e poi delle difese.

 

Pubblico Ministero: quindi prima i consulenti di parte civile, poi quelli delle difese e alla fine il controesame.

 

Presidente: credo che sia davvero difficile fare un programma.

 

Pubblico Ministero: no, no, era solo questa indicazione per me...

 

Avvocato Stella: Presidente, la volta scorsa, eravamo rimasti d’accordo... cioè lei aveva detto: "Il controesame dopo le relazioni dei consulenti dell’accusa, e poi i consulenti della difesa"...

 

Presidente: così avevo detto?

 

Avvocato Stella: no, no, è tanto perché noi ci eravamo messi in questo ordine di idee.

 

Presidente: quindi avevo derogato a quello che era stato l’ordine normale diciamo delle cose negli altri casi?

 

Avvocato Stella: no, i consulenti dell’accusa, poi si fa il controesame, poi i consulenti della difesa con relativo controesame.

 

Pubblico Ministero: ci sono anche quelli delle parti civili.

 

Presidente: non è quello il problema, quello è chiaro. Va beh, allora noi senz’altro... no, adesso ero un attimo allora... No, non è tanto una questione di caffè, è così, oramai ho perso anch’io il riferimento a quello che era accaduto prima. Va bene. Allora qui bisogna fare un calcolo, fatelo voi, soprattutto voi parti civili, di quante udienze sono necessarie per esaurire i vostri consulenti, così che noi si possa già eventualmente...

 

Pubblico Ministero: io credo che alla prossima volta con le parti civili sarò in grado...

 

Presidente: intanto ci vediamo domani e domani già si può...

 

Pubblico Ministero: la mia domanda riguardava il fatto soprattutto se fosse possibile indicare di chi vuol essere fatto il controesame, perché anche la volta scorsa abbiamo fatto venire delle persone da Roma e da altre parti d’Italia che poi non sono state sentite. Ora, per carità, io sono qua comunque, non ho problemi, però mi sembra che quanto meno da indicare i nomi magari per l’udienza del 13, ecco, almeno di quelli del Pubblico Ministero, tanto da mettere in preallarme i consulenti. Solo questo, se no vengono da Roma, perdono una giornata per niente.

 

Presidente: domani sera, alla fine dell’udienza, vediamo di fare un programma. Ci fermiamo davvero 5 minuti, così rimettiamo a posto le idee. Si vuole accomodare allora il consulente della parte civile Avvocatura della Stato. Buonasera.

 

DEPOSIZIONE  CONSULENTE

DR. BONARDI MAURIZIO -

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

DOMANDA - Può dire qualcosa sulla sua esperienza professionale, che tipo di studi ha svolto prima di trattare l’argomento?

RISPOSTA - Maurizio Bonardi, sono un geologo, e ho svolto la mia attività professionale all’inizio della mia carriera presso il Geological Observing of Canada dove mi sono dedicato all’indagine mineralogica e geochimica di materiali geologici ed extraterrestri, nel senso che ho analizzato anche i primi campioni lunari, ho avuto l’opportunità di analizzare e individuare una decina di nuovi minerali, poi nell’89 ho iniziato la mia attività di ricerca con il professor, con il defunto professor Dalla Porta, allora direttore del nostro Istituto, dello studio per la dinamica delle grandi masse del CNR. Presso questo Istituto mi sono dedicato soprattutto allo studio dei sedimenti recenti, di un tardo quaternario, all’incirca per avere un’idea temporale di 20.000 anni, in zone costiere, lagunari, in Italia e anche all’estero, in Cina e in Brasile. Al fine di determinare l’evoluzione delle lagune, l’impatto delle variazioni palateoclimatiche sulla laguna e, più recentemente, in tempi più recenti, dei sedimenti più recenti, l’impatto antropico sui sedimenti lagunari o delle altre zone costiere. Ritengo che sia particolarmente importante avere una visione dei processi evolutivi delle aree costiere, in particolare della laguna di Venezia, se si vuole meglio interpretare, capire i processi di impatto antropico sui sedimenti, quindi inizierò con una breve introduzione su come le lagune vengono formate in natura. Le lagune costiere sono specchi d’acqua poco profondi, generalmente paralleli alla linea di costa, separati dal mare aperto da cordoni generalmente sabbiosi o con una serie di isole, isolotti, e comunicanti con il mare aperto con alcune, da una o più aperture. Secondo Pleger un fattore importante per la formazione delle lagune è una sufficiente disponibilità di sedimento trasportato dai fiumi e una sufficiente attività del moto ondoso per la formazione del cordone litoraneo o della serie di isole che formano la barriera. Secondo Hoit, si formano, queste isole si formano a seguito di un lento innalzamento del livello del mare. Zencovic ritiene invece che gran parte delle sabbie necessarie alla formazione delle barriere, delle isole e dei cordoni litoranei, provenga dai sedimenti della pianalità della piattaforma continentale in prossimità della costa. Per quanto riguarda la laguna di Venezia bisogna risalire a circa, beh, facciamo la storia molto indietro, risaliamo al periodo del tardo quaternario, quando durante l’ultima glaciazione, o cosiddetta glaciazione vurmiana, la linea di costa era spostata a circa 90, all’altezza di Pescara e il livello del mare era circa una novantina di metri più in basso. Quindi il bacino dell’alto Adriatico era un bacino emerso costituito da una piana continentale solcata da numerosi corsi d’acqua che a seguito di estese alluvioni depositarono uno spesso strato di sedimenti. Questi sedimenti sono costituiti da livelli di argille, di sabbie, di limi, di torbe, e parzialmente rimaneggiati, furono solcate dagli stessi fiumi che depositarono i sedimenti e scavarono degli alveari meandriformi di cui è possibile a tutt’oggi vedere l’esistenza. Qui abbiamo un esempio di successione dell’evoluzione della laguna di Venezia, a circa 10.000 anni fa abbiamo una situazione fluviale lacustre che poi passa alla prima formazione, al primo stadio della formazione della laguna di Venezia circa 6.000 anni fa, con la trasgressione marina, cioè l’avanzamento, la copertura del mare in questa piana continentale, poi più recentemente c’è stata la formazione del cordone litorale, quindi con la formazione della laguna di Venezia sino ad arrivare allo stato attuale. Questo è un esempio di una successione stratigrafica di sedimenti lagunari non troppo bella, mi scuso della scarsa qualità dell’immagine, dove vediamo un susseguirsi di strati dove ci sono argille mescolate con vegetali e conchiglie, altri strati di argilla più o meno compatta, in questo caso il secondo strato di argilla è quello di cui parleremo più avanti e cui ci si riferisce come il caranto. Poi altri strati sottostanti argillosi e sabbiosi con alternanze di livelli di sabbia di varia colorazione. Una cosa importante da dire è che il passaggio tra la fase continentale alla fase lagunare dei sedimenti è nettamente marcato da questo livello di argille sovraconsolidate chiamate comunemente caranto. Come dicevo siamo partiti dalla grande, dall’ultima glaciazione quando poi il clima è migliorato c’è stata una risalita del livello del mare, una risalita delle acque su questa piattaforma costituita da sedimenti portati dai fiumi, e si è formata la laguna di Venezia. Naturalmente il mare, continuando ad aumentare e risalendo lungo il corso dei fiumi, invase quelle paludi e le ha trasformate in acque salmastre, man mano poi trasformandosi in laguna. Occorre ricordare che le variazioni paleoclimatiche, e quindi le conseguenti oscillazioni del livello medio del mare, hanno portato ad uno spostamento delle linee di costa, lo indichiamo con il nome di ingressioni quegli spostamenti verso terra delle linee di costa e regressioni quelle verso il mare, e vengono queste oscillazioni della linea di costa sono riportate anche su scala globale e danno, hanno dato origine a una serie di dune litoranee di cui abbiamo testimonianza, ad esempio nella prima parte abbiamo all’epoca romana, la situazione all’epoca romana della linea di costa, per poi passare verso il 600 dopo Cristo circa, per poi, scusate, nel medioevo, poi in tempi più recenti c’è stato un avanzamento verso il mare per poi raggiungere la situazione più o meno attuale. Un’altra testimonianza di questa variazione, oscillazione delle linee di costa sono le cosiddette beach rocks, che sono formazioni di sabbia cementata che sono state trovate, ad esempio qui nell’alto Adriatico, a circa cinque chilometri al largo della costa veneta e sono state datate da Stefanon a circa 3.900 anni fa. Abbiamo parlato di successione di livelli sedimentali sottostanti alla laguna di Venezia. Occorre precisare che la distribuzione dei sedimenti e delle strutture sedimentali nella laguna è controllato soprattutto dalle condizioni idrografiche e dalla disponibilità dei sedimenti. Nei canali delle lagune dove la velocità di corrente è alta, prevarranno i sedimenti sabbiosi, grossolani, mentre nei canali a bassa velocità di corrente prevarranno i sedimenti più fini ed argillosi. Il sommarsi degli effetti del vento, delle condizioni meteoclimatiche, delle correnti, della morfologia del fondo, dell’attività di bioturbazione, di rimaneggiamento, eccetera, hanno determinato non solo il tipo litologico del sedimento, ma anche la sua dimensione, sia verticale che areale, con depositi lenticolari, con depositi irregolari, discontinui, con variazioni laterali ed anche con lacune sedimentarie.

DOMANDA - Cosa si intende per lacune sedimentarie?

RISPOSTA - Sono aree dove non c’è stata la sedimentazione di quel particolare tipo di sedimento. Come ho detto è dovuta ad esempio per un... morfologico, cioè la morfologia più elevata per cui i sedimenti sono depositati nelle depressioni, oppure perché, adesso le ritroviamo come lacune sedimentali perché sono stati erosi, i sedimenti sono stati erosi. Allora, fatta questa premessa cerchiamo di vedere la successione stratigrafica di carotte lunghe circa un 30, 40 metri e prelevate nella laguna di Venezia. Possiamo notare che molto spesso i sedimenti continentali tardo o pleistocenici, cioè quelli risalenti a 18.000 anni fa circa, sono costituiti, come ho detto prima, da alternanza di strato sabbiosi, limosi, di torbe, e sono rappresentati verso l’alto da un livello di argilla sovraconsolidata. Il termine argilla forse non è molto corretto ma è questo livello conosciuto poi comunemente con il nome di caranto è anche riferito come un livello di argilla, spiegherò poi il perché di questa mia osservazione. Sopra il caranto si hanno alternanze di livelli sabbiosi, sedimenti sabbiosi, limosi, argillosi e di condizioni lagunari e litorali con abbondanti resti conchigliferi che sono riferibili all’ultima trasgressione flanziana olocenica, cioè all’ultimo avanzamento del mare. Allora, parliamo adesso del caranto; il caranto riveste una particolare importanza nella laguna di Venezia perché è conosciuto dai perforatori come quel livello molto tenace, molto duro su cui si appoggiano molte delle fondazioni degli antichi palazzi di Venezia. Quindi per caranto si intende comunemente un livello di argilla sovraconsolidata che testimonia l’insistere di un periodo di emersione in condizioni climatiche di clima arido che hanno comportato l’essiccamento del livello di argilla grigio-giallastra di origine alluvionale e di potenza variabile, cioè spessori variabili che si è modellato seguendo la morfologia di quella piana alluvionale fluvio-lacustre che ricopriva, quindi non è perfettamente orizzontale ma come vedremo in seguito tende a una pendenza a est, sud-est. Questo livello posto alla sommità della serie pleistocenica dei sedimenti continentali è caratteristico del passaggio della sedimentazione continentale pleistocenica a quella olocenica marino lagunare. Per fare una breve storia..

DOMANDA - E` discontinuo questo o è continuo?

RISPOSTA - Il passaggio, il caranto, anche il passaggio, il passaggio tra il pleistocene, sedimenti continentale e l’olocene, sedimenti marino-lagunari non è continuo, sono presenti delle lacune, delle zone non coperte da questo caranto, da questo strato di argilla, limi sabbiosi, e questo, come ho detto, è dovuto o a mancanza di sedimentazione, o erosione. Ho detto che il termine argilla è, non sempre è appropriato in quanto da studi recenti è risultata una composizione granulometrica più tendente a limi e a volte in zone, e in alcune zone addirittura si passa ad uno strato molto cementato di sabbie. Dicevo che il termine caranto viene spesso indicato come l’orizzonte, quello dove si appoggiano le fondazioni dei vecchi edifici veneziani. In effetti il termine caranto viene indicato dai perforatori a seconda delle località con diversi nomi, scaranto, telone, margone etc., in alcuni casi la percentuale di argilla che lo costituisce passa a limo e addirittura a sabbia.

DOMANDA - Cioè cosa vuol dire, ci sono dei punti in cui non è solo argilla ma è più sabbia che argilla?

RISPOSTA - In alcuni punti è molto sabbioso.

DOMANDA - E quindi è permeabile?

RISPOSTA - Non completamente permeabile in quanto queste zone dove, che sono un po’ fuori, sono ai limiti della laguna, questo caranto di formazione piuttosto sabbiosa è cementato, quindi non ha certamente la permeabilità di uno strato di argilla, è comunque cementato, certamente è più permeabile che non gli strati argillosi. Gatto e Proebiatello, che sono strati tra i primi a studiare il caranto, si riferiscono al caranto come a un livello di materiale argilloso abbastanza superficiale in genere di colore bruno-giallastro con un alto grado di sovraconsolidazione, tuttavia livelli argillosi o limo argillosi con caratteristiche analoghe al caranto sono state trovate anche a profondità maggiori, addirittura sino a meno 45 metri, quindi questo sta a indicare un susseguirsi di condizioni climatiche e deposizionali molto simili. Il caranto viene considerato da... per esempio da Batteotti, come un vecchio paleosuolo. Personalmente solo personalmente, ma anche altri colleghi, ho alcuni dubbi su questa definizione, perché non è stato trovato nessuno di quei parametri per cui possiamo con certezza definire paleosuolo il caranto, ad esempio non sono stati rintracciati nel livello del caranto, non sono state rinvenute tracce di radici, orizzonti di suoli oppure concrezioni o noduli che confermerebbero appunto l’origine del paleosuolo. I minerali, se i minerali argillosi si fossero formati per illuviazioni, cioè per accumulo nel suolo avrebbero dovuto riempire i pori e rivestire i clasti originali. Dal momento che queste caratteristiche non sono state osservate e che i minerali argillosi e gli altri grani di silicati appaiono freschi, è pensabile che siano stati depositati come materiale fluvio-lacustre, e quindi è messa in discussione in parte almeno la definizione di paleosuolo, potrebbe essere che la parte superficiale con caratteristiche più di paleosuolo essendo molto friabile e molto facilmente erodibile sia stata esportata nel corso dei tempi. Anche il processo di sovraconsolidazione non è molto chiaro, essiccamento e riduzione del carico per erosione portano anche al sovraconsolidamento, come pure può contribuire l’alterazione meteorica. D’altra parte, ecco, qui è una, questa immagine fa vedere praticamente come si è sviluppato e si è formato il caranto. Abbiamo la superficie della piana continentale, si risale a 18.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, dove abbiamo questo deposito di ambiente fluvio-palustre di argille e limi, man mano che... dopo i 18.000 anni non ci sono state più sedimentazioni quindi il livello di argille e limi viene esposto in condizioni subaeree, viene quindi essiccato e consolidato e poi viene invaso, coperto dalle acque del mare che man mano aumenta di livello e copre tutta la piana continentale, sino ad arrivare poi verso a circa 6.000 anni fa quando con il rimaneggiamento del... l’azione delle onde, si viene a formare il primo cordone lagunare, si forma la prima, la laguna primordiale, che man mano, con delle variazioni delle linee di costa, di cui ho accennato prima, si viene a stabilizzare nella posizione attuale. Possiamo vedere le formazioni degli strati dei vari sedimenti con depositi subtorbosi con sabbie e limi lagunari, poi ci sono i depositi palustri intercalati nei sedimenti lagunari, infine delle sedimenti argillose coeve, non cementate coeve al caranto, e poi il cosiddetto caranto al limite, sotto il caranto avremmo quei livelli di cui ho accennato con livelli di sedimenti continentali, di sabbia, argille e torbe. Avevo accennato a suo tempo che, questa è una esagerazione naturalmente, è una scala molto esagerata, la linea pressoché continua sta a indicare il passaggio dai sedimenti olocenici, quindi marino-lagunari, con intercalazioni di sedimenti sabbiosi ed argillosi e sotto abbiamo i sedimenti pleistocenici continentali, la linea non sempre è continua perché sta a indicare praticamente l’ubicazione del caranto, ma ne vedremo poi i particolari più in seguito. Il caranto ha caratteristiche proprie, si deve pensare a un’età di circa 18.000 anni in quanto i sedimenti che già sono sopra il caranto sono stati datati a circa 6.000, 7.000 anni fa, quindi c’è stato un periodo di non sedimentazione durante il quale i sedimenti limoso-argillosi continentali hanno, si sono essiccati e sovraconsolidati. Secondo Grinsmith e Tucker dopo aver studiato il tetto del complesso continentale pleistocenico nella zona dell’Essex, suggeriscono invece un periodo più ridotto di circa 10.000 anni per una formazione delle argille sovraconsolidate simile alle nostre del caranto. Ho detto che la distribuzione del caranto non è continua e presenta delle lacune notevoli nella zona lagunare, il caranto ha delle caratteristiche di composizione chimica e mineralogica piuttosto marcate, ad esempio possiamo vedere come la variazione del valore del bario e dello stronzio variano al passaggio dai sedimenti sottostanti al pleistocene alla parte centrale del livello di pleistocene del caranto, al top del caranto per poi variare ulteriormente nei livelli dell’olocene.

 

Presidente: bisognerà però che veniamo più ai tempi nostri, guardi, con un po’ più di...

RISPOSTA - Sto arrivando. Per quanto riguarda i tempi molto più recenti vediamo che nella zona, soprattutto nella zona industriale qui della laguna il caranto è molto superficiale, arriva praticamente ad un metro di profondità, un metro e mezzo, due metri, addirittura nella zona di Malcontenta emerge in superficie. Il caranto nella zona industriale è ricoperto da una, da dei sedimenti... non dai sedimenti, da materiale di riporto che, scusate, salto un po’. Ecco, questo qua, volevo accennare a questa immagine dove viene evidenziata la varia, i diversi valori del sovraconsolidamento del caranto passando dalla parte inferiore al top del caranto e questi valori poi ricadono ai minimi nella parte olocenica. Questa immagine fa vedere un po’ la distribuzione irregolare del caranto. Se ci focalizziamo sull’area industriale, sulle zone industriali di Marghera, vediamo che nella zona industriale il caranto è inciso da notevoli, un notevole numero di canali sia artificiali che naturali che hanno intaccato praticamente lo spessore del caranto, addirittura sono, hanno inciso completamente il caranto. I materiali di riporto che hanno, che sono stati utilizzati per alzare il livello delle barene sono costituite in alto, nella parte superiore, da un livello di nerastro di limi e di materiale molto permeabile, sottostante a questo c’è un livello di argille bauxitiche ricche di scorie bauxitiche e quindi ad alto contenuto di inquinanti che sarà poi oggetto di uno studio specifico. Occorre precisare che il caranto, data la sua posizione molto superficiale, è facilmente soggetto a essere sia eroso che scavato quando interviene l’azione antropica sia, per esempio, per scavare canali di navigazione all’interno dell’area, e quindi viene ridotto lo spessore del caranto riducendone anche le sue capacità di impermeabilizzazione. Dicevo che le argille rosse che fanno parte dei materiali di riporto sono, sì, conosciute come argille però hanno una costituzione granulometrica che le riporta più ad un limo argilloso, quindi con un minore fattore di impermeabilità. Il caranto, come dicevo, molto spesso ha un contenuto di acqua del circa 20, 25%. Per quanto riguarda gli strati più superficiali, molto spesso è presente una frazione sabbiosa di circa 5% all’incirca, una stima relativa del 5%, che ne diminuisce praticamente l’impermeabilità. Una cosa da tenere in considerazione è, come ho accennato, il fatto che molto spesso il caranto viene, è stato inciso, ad esempio per, ne cito uno, il canale industriale sud. Il canale industriale sud arriva a delle profondità di 6, 7, 10 metri, nel bacino anche di più. Cosa vuol dire? Vuol dire che hanno tagliato completamente, scavato, esportato, tutto lo spessore del caranto. Recentemente ho fatto, ho cercato di prelevare delle carotte lungo il canale, il canale industriale sud e mi è stato impossibile ottenere dei sedimenti sulle sponde del canale. Perché questo? Perché sulle sponde era rimasto il lastrone del caranto, ma il lastrone del caranto era completamente pulito. I sedimenti erosi, i sedimenti che venivano dalle barene, erosi e rimessi in sospensione erano stati risucchiati al centro del canale al passaggio delle navi e quindi cosa comporta questo? Comporta che i sedimenti dei materiali di riporto che sono inquinati sono rimessi in sospensione e quindi messi in circolazione nella zona, soprattutto nella zona dell’area industriale, ma anche all’interno della laguna di Venezia. Io penso di aver finito.

 

DOMANDA - Volevo solo chiedere come giudizio conclusivo di tutta questa argomentazione tecnica sull’esistenza del caranto e soprattutto sui suoi limiti, se lei può condividere questa opinione, cioè che il caranto è o potrebbe essere uno scudo a protezione delle falde però è uno scudo debole per le ragioni che lei ha illustrato?

RISPOSTA - Allora, il caranto potrebbe essere uno scudo alle falde sottostanti, però, come ho ripetuto, non è sempre presente, il caranto presenta dei buchi, chiamiamoli buchi, sia per ragioni naturali, per mancata formazione, per erosione, sia per ragioni antropiche, per l’impatto antropico, in quanto l’escavo, ad esempio, in zone sempre lì dell’area industriale per far posto alle discariche, se hanno intaccato, hanno scavato, sono andati oltre ai 2 o 3 metri hanno certamente scavato..

DOMANDA - Bucato il caranto?

RISPOSTA - Bucato il caranto in certe situazioni, in certe altre sono stati un po’ più alla superficie, hanno ridotto lo spessore, quindi riducendo con questo anche il suo potere impermeabilizzante, bisogna vedere se nelle zone dove manca il caranto, nei cosiddetti buchi, artificiali o meno, la zona è stata impermeabilizzata artificialmente. Risulta che in certe zone, le discariche, i materiali di discarica, risultano a contatto con i depositi sottostanti il caranto.

DOMANDA - E quindi è debole un po’ perché non c’è dappertutto, un po’ anche per le caratteristiche che lei ha illustrato, non garantisce quella impermeabilità che sarebbe invece indispensabile? Non perfetta?

RISPOSTA - Non perfetta.

DOMANDA - Anche quando c’è?

RISPOSTA - Anche quando c’è, dipende molto dal suo spessore, che ripeto, varia da zona a zona e in più varia se è intervenuto anche l’uomo.

DOMANDA - Io non ho altre domande.

 

Presidente: va bene, la ringraziamo, professore, si accomodi pure. Abbiamo esaurito quindi oggi?

 

Avvocato Schiesaro: sì, abbiamo esaurito per oggi, domani mattina io concludo con l’altro mio consulente per il momento che è il professor Nosenco, geologo, che segue questo tipo di ragionamento di tipo geologico sulle discariche.

 

Presidente: va bene, per domani il programma è completo?

 

Pubblico Ministero: sì, credo che sia completo, credo che anzi alcuni consulenti previsti per domani dovranno slittare. Ci dovrebbero essere anche i consulenti stranieri di Greenpeace e quindi ci saranno comunque sicuramente domani tutti quanti.

 

Presidente: vediamo alla fine della giornata di domani quali possono essere i tempi per richiamare i consulenti del Pubblico Ministero e della parte civile per il controesame e da parte delle difese, tenuto conto già di quello che si è sentito oggi, quali siano i consulenti che ritengono di dover controesaminare, già domani ci potrebbe essere una prima individuazione. Buonasera a tutti. Grazie.

 

RINVIO AL 04 OTTOBRE 2000

 

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