UDIENZA DEL 12 OTTOBRE 1999

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: diamo inizio all'udienza, il programma odierno.

 

Avvocato Stella: tocca a noi oggi. Prima di iniziare vorrei dire due parole anche a nome di tutta l'équipe dei difensori Enichem sul problema già affrontato con ordinanza. Devo dire che gli avvocati Enichem sono compatti tranne un dissenziente. Volevo esporre il mio punto di vista. Intanto devo dire che personalmente a me piace molto questa idea di una discussione critica così come è stata impostata, ancora prima della contestazione, cioè qui cerchiamo tutti la verità insieme, la verità non la troveremo mai, però cerchiamo di avvicinarci, e dunque siamo veramente... io devo esprimere la mia soddisfazione personale per questo metodo. In questa prospettiva però volevamo fare delle precisazioni, solo un minuto, Presidente. Noi abbiamo visto le indagini nuove sui casi vecchi e i casi nuovi, la situazione è questa: che nella stragrande maggioranza dei casi non c'è una "diagnosi", ce n'è qualcuna. Faccio un esempio: Mastrangelo dice che il mieloma multiplo è dovuto a CVM, e questo mette la difesa in grado fin d'ora di organizzarsi per dibattere. L'altro esempio è quella splendida memoria prodotta, devo dire che non capisco più molto, comunque dell'accusa, del professor Berrino e del professor Colombati, comunque è molto bella e devo dire che quella è già una presa di posizione e la difesa si prepara a rispondere. Per il resto, sia per gli accertamenti nuovi sui casi vecchi che per i casi nuovi non ci sono diagnosi. Allora questo io credo che sia importante, che si arrivi all'udienza, quando parlerà Enichem, credo che dirò un'ovvietà, però è un'esigenza che sentiamo, che prima parlino i consulenti dell'accusa esprimendo la diagnosi e dopodiché subentriamo noi con la nostra. Io vedo così la discussione critica, non con un confronto immediato, perché se no arriveremo all'assurdo che insieme costruiamo le... Sarebbe anche bello in teoria, però allo stato mi sembra che la cosa preferibile sia questa. Intanto noi ci prepariamo, non è che chiediamo tempo, ci prepariamo a rispondere, avremo qualche mutamento di consulenti perché lo richiedono le cose, ma saranno delle sostituzioni. Quindi io penso che le cose possano andare avanti celermente, Presidente, se imbocchiamo questa strada. Intanto noi ci vediamo tutte le carte, le studiamo, e dopodiché però abbiamo bisogno di una presa di posizione precisa da parte dei consulenti del Pubblico Ministero sulle diagnosi. Ecco, tutto qua.

 

Presidente: devo dire che in proposito ci sono stati dei colloqui informali dove si era preso atto anche di questa situazione e quindi si era, appunto, arrivati ad una prima proposta di sentire in contraddittorio sui casi vecchi, perché? Perché sui casi vecchi semmai ci sarebbe stata semplicemente un'integrazione di quella che era la documentazione medica, ipotizzavamo, per cui la diagnosi poteva rimanere quella che era o, semmai, poteva essere un attimo rivista, ma insomma, non di molto spostata. Sui casi vecchi si pensava, quindi, già ad un esame dove ci potesse essere un contraddittorio tra i consulenti dell'una e delle altre parti. Poi ci è stato detto che questo per vari motivi, non ultimo anche quello non solo di una presa di posizione chiara, ma soprattutto anche del tempo necessario per poter esaminare e valutare questa nuova documentazione, era forse meglio che già si sentissero prima i consulenti del Pubblico Ministero. A questo punto abbiamo detto: va bene, sia così, vorrà dire che se il Tribunale riterrà necessario, su alcuni specifici casi, sentire in contraddittorio i consulenti lo disporrà e lo farà successivamente. Comunque io voglio solamente augurarmi questo: che l'esame dei casi non debba ripercorrere tutto l'iter che è stato percorso allorquando è un riesame, è una revisione ed in questi limiti che deve avvenire perché c'è un'integrazione - mi rivolgo anche al Pubblico Ministero - della documentazione ed è su quei specifici esami e documenti che si dovrà intrattenere, parlo per i 299 casi vecchi, ovviamente per i 66 è un altro discorso. Per quanto poi riguarda gli altri problemi relativi alle sostituzioni, il Tribunale, visto che c'è un'esigenza di questo tipo da entrambe le parti, lascia nella disponibilità delle parti, peraltro anche qui sempre con quello spirito... insomma con un po' di contentezza tanto per intenderci.

 

Avvocato Stella: non abbia timore in questo senso, Presidente.

 

Presidente: non è tanto che ci possa essere un timore, il fatto è che questo processo si sta prolungando e non se ne vede davvero quale possa essere ancora il tempo disponibile per arrivare ad una sua definizione. Capisco che ponga tanti problemi, ma insomma, anche nell'audizione dei consulenti devo dire che talvolta l'esposizione mi pare anche un po' troppo, come dire, lunga. Perché io non credo che abbiamo bisogno di una spiegazione di documenti che già l'hanno in sé, basterà semplicemente inquadrare nell'ambito dell'audizione prima illustrando, attraverso una scaletta, quale sarà il tema della propria esposizione, quali sono i punti che verranno trattati e quali sono i documenti che verranno allegati alla relazione. Dei documenti se ne parlerà semplicemente per dire qual è il loro contenuto ma senza descriverli quando sono ben chiari alla lettura. A me pare davvero che andiamo a riempire pagine e pagine di verbali per oralizzare un documento che è già ben chiaro. Io faccio un esempio riferendomi alla scorsa udienza, che bisogno c'è di andare ad indicare tutte quelle che sono le percentuali già indicate nell'istogramma che viene presentato, tanto per intenderci, anno per anno? A me pare davvero che così si perda un po' di tempo e oltretutto non si riesce neppure a seguire perché gli stessi consulenti si rendono perfettamente conto che poi è difficile seguirli, affrettano il loro discorso e diventa ancora più difficile seguirli. Anche qui credo che si debba scegliere quello che davvero è necessario rappresentare ai Giudici, nel senso che è necessario anche dei documenti spiegare l'impostazione di quei documenti ed il significato di quei documenti, dopodiché diamo anche ai Giudici una patente di media intelligenza che possono comprendere il contenuto. Io vi invito semplicemente a questo perché altrimenti le udienze si susseguono e si riempiono di verbali che potrebbero essere più contenuti direi.

 

Avvocato Bettiol: scusi, Presidente, sempre in relazione al programma da formulare, non mi risulta sia stato formalizzato ancora un provvedimento di ammissione delle prove su casi nuovi, su questo avremo anche da discutere.

 

Presidente: veramente noi non abbiamo distinzione tra casi nuovi e casi vecchi, noi abbiamo fatto distinzione tra documentazione antecedente e documentazione susseguente.

 

Avvocato Bettiol: la documentazione è una cosa, l'altro discorso è l'audizione di consulenza in relazione...

 

Presidente: certo, sì. A noi non era ancora stato chiesto, quindi non ci siamo pronunciati, non dovevamo pronunciarci, a noi è stata chiesta semplicemente l'acquisizione della documentazione depositata.

 

Avvocato Bettiol: era sui provvedimenti ammissivi.

 

Presidente: abbiamo detto che eventualmente la documentazione successiva potrà essere introdotta attraverso altre modalità, non come documenti, non sono ammissibili come documenti, con altre modalità.

 

Avvocato Bettiol: grazie, era solo per precisare.

 

Pubblico Ministero: se mi è consentito, visto che è stato introdotto il tema, alla fine della scorsa udienza si parlava con alcuni difensori, sia dalla parte Montedison che della parte Enichem, in relazione, appunto, al programma delle prossime udienze dopo la conclusione dell'esame della parte impiantistica, quindi con riserva anche di formalizzare le varie richieste. Visto che il programma dovrebbe essere questo, al termine dell'audizione dei consulenti di parte impiantistica e del controesame, di sentire la parte medica, a questo punto, visto che il problema è stato introdotto, io formalizzo la richiesta di risentire i consulenti tecnici in relazione a documentazione che avevo esibito e che è stata in parte acquisita, quindi in relazione sia all'integrazione dei casi vecchi, per la parte che riguarda le visite, così come erano state indicate alla scorsa udienza, e sui deceduti per quanto riguarda i casi già contestati e sugli accertamenti successivi sui casi nuovi che sono stati fatti. Con questa richiesta formalizzata credo che eventualmente si potrà rispondere, quando deciderà il Tribunale, alle obiezioni e alle richieste dei difensori delle varie parti processuali.

 

Presidente: lei chiede formalmente che vengano risentiti i consulenti?

 

Pubblico Ministero: vengano sentiti i consulenti tecnici, che, tra l'altro, sono già stati sentiti, su tutti i vari accertamenti che sono stati eseguiti sia sulle persone per quali c'era già stata contestazione in origine, o contestazione suppletiva nel luglio del 98, sia sui casi di persone decedute, tra questa prima categoria di persone, e che sono decedute nel frattempo, che sono ormai 20 casi, e sia sui casi nuovi che sono stati esaminati e portati all'esame e all'attenzione del Pubblico Ministero con denunce ed esposti nuovi successivamente all'inizio del processo. Hanno un fascicoletto ma gli accertamenti li hanno fatti gli stessi consulenti tecnici del Pubblico Ministero, sempre in relazione all'ipotesi di reato di delitto.

 

Avvocato Stella: per noi va bene.

 

Avvocato Bettiol: qua c'è opposizione. Presidente, qui ci troviamo di fronte ad una situazione del tutto particolare che è quella di una prova tardiva presentata al dibattimento, cioè per l'esattezza ad una prova mutata di cui si chiede l'ammissione al di fuori dei termini di cui all'articolo 468 del Codice di Procedura Penale e al di fuori dei casi previsti dall'articolo 519 del Codice di Procedura Penale. Questo che cosa comporta, come problema di valutazione dell'ammissibilità? Questo comporta, in realtà, che quella prova non ha lo statuto di cui all'articolo 190 del Codice di Procedura Penale e cioè di un diritto assoluto all'acquisizione della prova salva la manifesta superfluità o non pertinenza. Lo statuto, in realtà, che riguarda questa prova è quello di cui all'articolo 507 del Codice di Procedura Penale, vale a dire l'assoluta necessità dell'acquisizione della prova stessa. Ma questo requisito dell'assoluta necessità comporta inevitabilmente una diversa valutazione dei requisiti della non superfluità della prova stessa e della pertinenza, cioè comporta la necessità di un più rigoroso esame circa la non superfluità e la pertinenza della prova stessa, cioè sull'idoneità della prova ad essere elemento di convincimento in relazione al fatto contestato. Io non vorrei che si cadesse in un equivoco, e cioè che stante l'imputazione di disastro colposo si ritenesse che in questo processo possa entrare qualunque cosa, qualunque cosa che in qualche modo possa ricollegarsi alla stessa imputazione. In realtà, il punto focale che va tenuto presente è che una cosa è il disastro così come è configurato dal Codice Penale, l'altra cosa sono gli effetti del disastro. Cioè una cosa è il pericolo per la pubblica incolumità generalizzato, altra cosa sono i singoli fatti di lesione, malattia e via dicendo, che non hanno affatto un nesso necessario con la situazione di pericolo che viene contestata ma possono dipendere anche da ragioni del tutto autonome e particolari. Ne consegue necessariamente che la prova inerente a malattie e ad eventuali eventi dannosi non è una prova pertinente al fatto del disastro, è al più una prova indiziaria su quel fatto stesso, ma prova indiziaria che nel contesto probatorio in cui ci troviamo non assume affatto quella diretta pertinenza, e quindi il requisito dell'assoluta necessità che valga a confermarne l'ammissibilità. E quindi, da un lato, ciò che si richiede non pertinente all'imputazione stessa e sotto un altro profilo la prova appare superflua, perché in astratto, parliamo naturalmente in astratto perché poi le prove vanno valutate, il Tribunale ha già acquisito più di una prova relativa al fatto contestato di disastro. Non va confusa la prova mancata, cioè la prova escussa ma non persuasiva con la prova pertinente. Cioè se le risultanze processuali non soddisfano l'assunto dell'accusa ciò non significa che l'accusa non abbia già avuto la soddisfazione del proprio diritto a dare la prova di quanto andava affermando e di quanto è suffragio dell'esercizio dell'azione penale. Allora, considerando che i casi nuovi in realtà sono casi che non rientrano nel capo di imputazione, non sono casi pertinenti al capo di imputazione stesso, ma se è così ne risulta evidente l'inammissibilità e senza non dimenticare che in realtà la valutazione di ammissibilità della prova al di fuori dei criteri stabiliti dal Codice, di cui all'articolo 190 e 507, si riflette poi in un giudizio sull'utilizzabilità della prova. E` per questo, anche al fine di non compiere attività inutile, che ci opponiamo a consulenze tecniche relative ai nuovi casi, in modo particolare perché ci difetta il requisito della pertinenza in assenza oltretutto di un capo di imputazione che vada a giustificare l'acquisizione di nuove prove, e d'altra parte, come lo ripetiamo, non esiste alcun nesso logico tra il singolo fatto di lesioni e malattie ed il fatto di disastro imputato. Quindi insistiamo nell'opposizione.

 

Presidente: chi vuole prendere ancora la parola?

 

Avvocato Stella: io penso che quando si opera al cervello bisogna andare fino in fondo. Gli imputati Enichem, io guardo la sostanza delle cose, hanno un interesse rilevante a provare che il disastro non c'è stato e a difendersi su questo punto, quindi ben venga, tiriamo fuori tutte le carte e difendiamoci su tutto, affrontiamo i problemi fino in fondo. Io non faccio un discorso di procedura perché non lo saprei fare, credo che la strada indicata dal Pubblico Ministero sia una strada percorribile e che vada percorsa fino in fondo, qui dobbiamo liberarci di questi problemi. E quindi io esprimo questa opinione, che dissente da quella del professor Bettiol, nel senso che per noi va bene, noi vogliamo dimostrare che non c'è stato disastro, questa è un'occasione che ci viene offerta. Perché poi questi processi sono processi così difficili, infatti negli Stati Uniti non ce n’è uno di processo penale che riguardi queste sostanze tossiche perché sono difficili ed allora secondo me non dobbiamo complicare le difficoltà ulteriormente. Quindi andiamo avanti e svolgiamo le nostre funzioni ed i nostri ruoli nel modo più intelligente possibile e con maggiore impegno. E` interesse preciso dei miei difesi difendersi anche dall'ombra del sospetto.

 

Presidente: ci sono interventi ulteriori da parte delle difese?

 

Avvocato Accini: soltanto per fare una riserva da parte di questa difesa di Montedison, nel senso che noi riteniamo che un'eventuale opposizione o eccezione la potremo fare soltanto nel momento in cui l'esame dei consulenti sui nuovi 66 casi avverrà e quindi saremo in condizioni di poter comprendere se e che cosa si vorrà cercare di introdurre nel dibattimento e a quel punto, ciò verificato, verificare se appunto ci siano o non ci siano motivi di opposizione.

 

Presidente: Prego, le Parti Civili.

 

Avvocato Schiesaro: brevemente, Presidente. Credo che non sia tanto una questione affidata alla disponibilità delle parti quella di decidere se una prova sia ammissibile e sia pertinente in relazione all'imputazione, e due quindi forse parole sul punto vanno spese, pur prendendo atto della disponibilità manifestata dal professor Stella. La richiesta che viene formulata dal Pubblico Ministero è, a quello che ho capito, stata espressamente formulata in relazione all'ipotesi di disastro innominato, 434. Questa è un'ipotesi in cui l'evento morte di una persona non è compresa né come elemento costitutivo né come circostanza aggravata, quindi in relazione a questo tipo di evento l'esistenza di una o più morti non è oggetto di una contestazione, non deve essere necessariamente oggetto di specifica contestazione, a differenza, invece, di quanto previsto per il delitto di strage in cui la morte diventa elemento costitutivo o circostanza aggravata. Allora se partiamo da questa riflessione non abbiamo alcuna difficoltà a vedere come la morte di più persone, o di altre persone oltre a quelle inizialmente indicate, non è nient'altro che un modo per provare uno degli elementi costitutivi del pericolo e cioè la sua non solo esistenza, ma anche la sua diffusività, la sua imprevedibilità, la sua capacità di colpire senza un numero indeterminato di soggetti sempre più vasto di quelli che magari sono stati scoperti. Allora in questo senso lo scoprire che ci sono altri eventi di morte che non vengono in rilievo come oggetto di contestazione suppletiva per richiedere una pronuncia del Tribunale sul delitto di omicidio colposo e di lesioni colpose, ma vengono in rilievo unicamente al fine di apprezzare la concretezza del pericolo, che è elemento costitutivo, questo sì, del delitto del 434, io credo che in relazione a questo unico scopo la prova sia ammissibile e pertinente e non incontri affatto alcuno dei rilievi che sono stati mossi dal professor Bettiol.

 

Avvocato Zaffalon: Presidente, un'aggiunta a quanto è stato detto, riguarda l'aspetto tecnico della situazione, quello attinente al fatto che il Tribunale ha già ammesso una mole rilevante di documenti, quelli precostituiti al processo, di cui una buona parte riguarda anche i casi nuovi, cioè ci sono cartelle cliniche e documentazioni mediche riguardanti i 66 nuovi casi e si tratta di documenti ammessi. D'altra parte, le consulenze tecniche di cui si sta parlando sono consulenze già ammesse, quindi prove già ammesse nel processo e si tratta solo di risentire consulenti che già sono stati ammessi. Non vedo l'ostacolo, ovviamente tenuto conto altresì di quanto appena detto dall'avvocato dello Stato, non vedo l'ostacolo di sentire consulenti già ammessi su documenti già ammessi, anche in quelli relativi ai nuovi casi.

 

Presidente: ci sono altri interventi? Prego, Pubblico Ministero.

 

Pubblico Ministero: molto rapidamente perché i concetti principali sono già stati toccati dall'avvocato Schiesaro e dall'avvocato Zaffalon. L'opposizione riguarda soltanto i 66 casi nuovi e su questo punto bisognerà un attimo dire due cose, nel senso che, come testé indicato dall'avvocato Zaffalon, già su questi 66 casi nuovi sono stati acquisiti dei documenti da parte del Tribunale e quindi su questi bisognerà iniziare una discussione. Il secondo punto riguarda la considerazione che tutta la documentazione, sia quella ammessa che quella esibita ma non ancora ammessa sui casi nuovi, è già stata sottoposta ad esame di tutte le parti processuali con il deposito, come è noto ormai a tutti, presso la segreteria della Procura della Repubblica di Venezia da fine giugno di quest'anno. Un'ultima cosa ricordo, oltre all'indicazione della ipotesi di disastro colposo ricordata dall'avvocato Schiesaro, c'è anche l'ipotesi di cui all'articolo 437 del Codice Penale ed il riferimento all'interno del 437 al secondo comma dove si parla espressamente di fatto da cui deriva disastro o infortunio. Quindi sono degli elementi di prova che vogliono essere chiesti e vogliono essere introdotti in questo processo per individuare se queste fattispecie di pericolo o di danno che ci sono possono essere suffragate con documentazione sia preesistente sia che è emersa successivamente, ad esame innanzitutto del Pubblico Ministero e poi anche delle altre parti processuali. Quindi ipotesi di reato molto ampia c'è e su questa si chiede che venga completata e formulata la prova.

 

IL TRIBUNALE SI RITIRA IN CAMERA DI CONSIGLIO

 

ORDINANZA

 

Presidente: sulle richieste del Pubblico Ministero di audizione dei consulenti tecnici medico-legali, sia sui casi di malattia e di morte di soggetti già individuati nei capi di imputazione, sia sui casi di malattie e morti di soggetti non ancora individuati, ritiene il Tribunale, sentite le parti: l'esame dei consulenti tecnici già oggetto di considerazione si appalesa come un'integrazione della valutazione tecnica già espressa dalle parti nel contraddittorio e, pertanto, va ritenuta ammissibile non sostandovi alcuna preclusione; l'esame dei consulenti sui casi non ancora portati all'attenzione del Tribunale appare rilevante e pertinente con riferimento ai reati di pericolo contestati, articoli 434, 449 e 437 comma secondo del Codice Penale, e deriva dalla necessità di valutare i documenti già acquisiti ed inoltre non trova preclusioni di sorta essendo queste risultanze state acquisite dal Pubblico Ministero a seguito di attività integrativa di indagine legittimamente esperita sulla base di sollecitazioni di privati rese successivamente all'apertura dell'istruttoria dibattimentale.

 

Presidente: devo aggiungere, anche al di fuori dell'ordinanza formale, che il Tribunale avrebbe potuto ricorrervi anche ai sensi dell'articolo 506. Questo è quanto. Secondo il programma odierno...

 

Avvocato Stella: inizierà il professor Franco Foraboschi per la parte impiantistica che poi affronterà insieme al professor Giovanni Galli la parte del gascromatografo e alla fine ci sarà il professor Severino Zanelli in sostituzione dell'ingegner Messineo.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE 

DR. FRANCO FORABOSCHI

 

Presidente: se vuole, intanto, presentarsi ed illustrarci l'oggetto della sua consulenza.

FORABOSCHI - Sono professore di principi di ingegneria chimica nella Facoltà di Ingegneria di Bologna dove insegno anche principi di ingegneria chimica ambientale. Ho insegnato disciplina antinquinamento nella nuova branca di diritto sanitario della Facoltà di Giurisprudenza di Bologna, dove ora insegno nel corso di perfezionamento in diritto sanitario, insegno igiene e sicurezza del lavoro. Sono stato Preside della Facoltà di Ingegneria di Bologna, sono autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, sono membro corrispondente dell'Istituto delle Scienze dell'Accademia di Bologna, ho fatto parte della Commissione del Ministero della Sanità per il disinquinamento di Seveso, ho lavorato per sei o sette anni. Ho presieduto il Consiglio scientifico del progetto Aripa, quello che ha individuato le condizioni di sicurezza dell'area portuale ed industriale di Ravenna, un progetto promosso dal Ministero della Protezione Civile, dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Ravenna, e ha portato ad individuare le mappe del rischio locale, del rischio individuale, del rischio sociale nell'area di Ravenna. Ho fatto parte del Comitato regionale per l'inquinamento atmosferico della Regione Emilia Romagna fino ad un mese fa e poi del Comitato Rifiuti della Regione Emilia Romagna, ho fatto parte dei progettisti del piano regionale della Regione Veneto per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, faccio da consulenza al Consiglio Superiore dei lavori pubblici per progetti che comportano il rischio di incidenti rilevanti, il problema di stoccaggio di gas liquido in un'area portuale, e sono membro del Comitato scientifico ambientale delle Ferrovie dello Stato. La mia relazione è una relazione, appunto, che guarda gli aspetti impiantistici in tutto l'arco dei problemi con riferimento, peraltro, al periodo dal giugno del 1987 fino al 1993 in cui l'Enichem ha avuto la gestione degli impianti del CVM e PVC e li ha gestiti con il proprio personale. Questo però non impedisce che in qualche momento debba guardare a situazioni anche precedenti a questo periodo. Cercherò di essere il meno ripetitivo possibile rispetto alle cose già dette, però purtroppo delle ripetizioni dovranno esserci per legare il discorso, però terrò conto delle indicazioni che il Presidente ha cortesemente dato. La relazione partirà vedendo gli aspetti ambiente di lavoro, gli aspetti di emissioni atmosferiche, gli aspetti che riguardano le industrie a rischio di incidente rilevante, passerà poi a considerare le situazioni impiantistiche, cercando sempre di collegare quello che si faceva in altre parti del mondo sugli impianti con quello che si faceva a Marghera. Toccherà il discorso, come ha detto il professor Stella, del monitoraggio ambientale per gli aspetti più di carattere ingegneristico perché la relazione specifica sarà poi fatta dal professor Galli. Esaminerò il problema delle tenute dei vari organi, valvole e pompe perché sono un elemento estremamente rilevante dal punto di vista ingegneristico ai fini della caratterizzazione dell'ambiente e concluderò questa parte con un esame degli accessori di sicurezza degli apparecchi a pressione, in particolare le famigerate guide idrauliche, e con questo la relazione è conclusa. Passerei poi, però dopo che il professor Galli ha esposto la parte del monitoraggio, a fare una serie di considerazioni in relazione a cose dette o scritte dai consulenti del Pubblico Ministero e dai consulenti della Parte Civile, questo è il programma che purtroppo impegnerà del tempo, d'altra parte la problematica è grossa. In questa trattazione io avrò sempre presente, e mi permetterò di esporla, se il Presidente sarà d'accordo, la normativa tecnica, perché parlare in astratto di queste cose è parlarne in astratto, e quindi mi scuserò se parlo di norme di legge, ma non ne parlo da un punto di vista giuridico, ne parlo da un punto di vista tecnico, che è quello che ci interessa. Il primo punto è proprio quello delle caratteristiche del cloruro di vinile. Sappiamo che è un gas incolore, che è altamente infiammabile, di odore leggermente dolciastro, e così via, sono cose che sono state dette più volte. La classificazione; anche la classificazione è stata indicata se non altro dal professor Pasquon, ma mi permetterei di introdurre il discorso per far capire quanto siano importanti queste sigle e queste cose per un tecnico, in particolare per un ingegnere. Questa normativa, che parte, appunto, con un decreto ministeriale dell'85, ma che poi ovviamente è stata integrata ed aggiornata, l'ultimo aggiornamento è del febbraio del '97 che ha ampliato notevolmente gli elenchi delle sostanze pericolose, si inquadra in una situazione che si è sviluppata a livello mondiale, prima di tutto negli Stati Uniti, la partenza... forse quelli di età un po' più avanzata ricorderanno il caso del talidomide, a quel punto ci si rese conto che non si potevano immettere sul mercato le sostanze chimiche quando un laboratorio le sintetizzava, un impianto le produceva, si mettevano sul mercato, anche perché si stavano immettendo sull'ordine di 4.000, 5.000 sostanze nuove ogni anno, allora è stato detto: "No, prima dell'emissione sul mercato bisogna che siano fatti tutti gli studi che ne accertano la pericolosità", pericolosità non solo nell'immediato, ma pericolosità anche sul lungo termine, quindi gli effetti cancerogeni, gli effetti mutageni, gli effetti peratogeni. La cosa partì negli Stati Uniti con un atto di controllo delle sostanze tossiche che prevedeva questa notifica con questi studi prima della produzione. L'Europa si è mossa da un lato allargando il discorso a tutti i fattori di pericoli, quindi anche incendio, esplosione, non solo la parte tossica, naturalmente prendendo in esame tutti gli effetti cancerogeni, effetti mutageni, effetti sull'ambiente anche. Però la notifica e precedente, non alla produzione ma all'immissione sul mercato, sono cose importanti, ma ai fini della sostanza è che da un certo momento in poi non si può immettere una sostanza sul mercato se non si sono dati questi risultati. Ne è venuto fuori un elenco delle sostanze pericolose che in Europa è oggetto di direttive comunitarie, che con il solito ritardo vengono recepite dalla normativa italiana. Quindi ci si trova con questo lunghissimo elenco, oggi sono tre volumi della Gazzetta alti così. Qual è il punto fondamentale per il tecnico, e quindi per quanto dovremo vedere nella mia relazione? E` il fatto che cerca di fare una sintesi di quello che è il risultato più attendibile in quel momento della ricerca scientifica, con tutte le cautele necessarie quando si tratta di problemi di salute, e quindi non accentando tutte le cose laddove c'è un fondato dubbio che possano essere pericolose e di darne una sintesi con simboli molto chiari, simboli che devono essere chiari a livello di etichettatura ai normali acquirenti del prodotto e che quindi sono particolarmente adatti per l'ingegnere per vedersi trasferire quei risultati di una ricerca scientifica in un campo, per esempio quello tossicologico e quello medico, che sarebbe ben difficile poter acquisire leggendo la letteratura specifica perché, come anche il Tribunale ha avuto modo di vedere, la letteratura scientifica è estremamente vasta, si trovano anche delle cose opposte. Per il cloruro di vinile noi vediamo una classificazione ed un'etichettatura, ma questo vale per qualunque sostanza, cioè classificazione ed etichettatura. La classificazione del cloruro di vinile ci dice che è altamente o estremamente infiammabile, ci dice che è cancerogeno di prima categoria e ci dà delle frasi di rischio, sempre come classificazione. Le frasi di rischio sono R12 estremamente infiammabile e la R45 che può provocare il cancro. Sono ritornato su questo discorso per sottolineare che non ci sono frasi di rischio di tossicità del cloruro di vinile, nemmeno nocivo, vedremo più avanti, per esempio, che il dicloroetano ha delle fasi di rischio di nocività, non di tossicità, ma di nocività. Poi passiamo all'etichettatura. Passando all'etichettatura invece vediamo il T della tossicità, ma questa è una norma europea, trasferita poi nella normativa italiana che dice che quando una sostanza è cancerogena, di prima categoria o di seconda categoria, deve essere etichettata a meno tossica o molto tossica. Questo è un punto estremamente rilevante per quanto riguarda, per esempio, la normativa dell'industria a rischio di incidente rilevante perché proprio questa normativa ha specificato che le sostanze che devono essere considerate sono quelle che sono cancerogene ma anche tossiche ma come classificazione, non come etichettatura. Sono cose noiose, però hanno poi dei riflessi importantissimi perché se io ho un chilogrammo di una sostanza che è contemporaneamente classificata cancerogena e tossica o molto tossica devo provvedere a fare le dichiarazioni, a fare tutte le procedure e quindi le valutazioni del rischio previste dal D.P.R. 175 dell'88, cioè dalla normativa Seveso. Ora è stata pubblicata in questi giorni la modifica che recepisce ancora la Seveso, si chiama Seveso Due. In realtà questa normativa non è partita con l'incidente di Seveso, è partita due anni prima con l'incidente di Fishbourne, però poi facemmo questo incidente che ha avuto pubblicità in tutto il mondo per cui in tutto il mondo queste norme sono conosciute come legge di Seveso. Se io ho un chilo ed in passato all'inizio, quando il decreto è uscito nell'89, quando sono uscite le norme tecniche, addirittura 200 grammi di una sostanza tossica e cancerogena, ma come classificazione, devo fare tutte le procedure previste dall'industria a rischio di incidente rilevante. La sostanza cancerogena e tossica come classificazione di benzene, il cloruro di vinile no, il cloruro di vinile è tossico come etichettatura ma non come classificazione, è per questo che mi sono permesso di ritornare su questi discorsi. Per quanto riguarda i limiti per la concentrazione del CVM negli ambienti di lavoro, anche su questo è stato già visto molto. Questa tabella è già stata proiettata più volte, è l'evoluzione del TLV cioè del valore limite di soglia stabilito dalla Conferenza americana degli igienisti industriali governativi a partire dal '46-'47 per arrivare al '99. Se guardiamo i limiti vediamo che da 500 si arriva nel '99 ad 1 come TLV-TWA, TLV-TWA come sappiamo è il limite come media sulle 8 ore. Quindi fino al '98 il limite sulle 8 ore è stato di 5 parti per milione, sono parti per milione in volume, io mi limiterò a dire parti per milione, quelle poche volte che dovrò usare le parti milione in massa lo dirò, giusto per la precisione, perché sono cose decisamente diverse. Perché proietto questa tabella? Per richiamare l'attenzione sulla grossa incertezza che la Conferenza degli igienisti industriali americani ha avuto nel '74 sul limite. Nel '72 il limite era stato abbassato a 200, in quel periodo l'OSHA manteneva ancora un limite di 500, ma il TLV si era abbassato a 200, nessuna segnalazione di possibili effetti cancerogeni. Nel '74 viene la segnalazione, ma viene non come modifica, come proposta di modifica ed in questo quadro niente si dice sul limite. Bisogna arrivare al '78, quindi quattro anni, perché la Conferenza stabilisse che la sostanza è cancerogena, sospetta cancerogena allora e poi dopo cancerogena, e fissare il limite a 5. Questo per il tecnico, per l'ingegnere, per chi, avendo la mia età, ha vissuto quel periodo, è estremamente significativo perché la Conferenza americana era un punto di riferimento molto importante, cioè un punto di riferimento molto importante perché? Perché, come è già stato detto, poi i contratti di lavoro richiamavano questi limiti, perché l'articolo 4 della 833 del '78, cioè la cosiddetta riforma sanitaria, l'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, al comma 2 diceva che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri si stabiliscono i limiti per le sostanze chimiche pericolose, si stabiliscono questi limiti per l'ambiente esterno e per gli ambienti interni, ambienti interni dividendoli in ambienti abitativi da ambienti di lavoro, poi si stabiliscono i limiti per i rumori, i limiti per gli agenti chimici. Questo nel ‘78. Il risultato è stato di pochissime norme emanate ai sensi dell'articolo 4 della 833, queste norme riguardavano gli inquinanti dell'ambiente esterno, pochi inquinanti da ambiente di lavoro, l'amianto, il piombo, il benzene etc., niente sugli ambienti abitativi. Allora, siccome poi la società vive anche se le norme sono in ritardo, i contratti di lavoro dovevano avere un riferimento di limiti ed in appendice ai contratti di lavoro si trovavano queste tabelle. Allora il fatto che queste tabelle avessero questa natura non è che, dico, uno ignorava che l'OSHA aveva messo 1, però certamente al tecnico faceva pensare che ancora un'associazione così importante fosse indecisa su cosa stesse facendo. Questo per questa evoluzione. Se invece guardiamo cosa è successo a livello di OSHA, l'organismo statale che riguarda la salute e la sicurezza del lavoro, come sappiamo, il 5 aprile del '74 il limite di 500 è stato improvvisamente abbassato a 50, dicendo che si trattava di un limite temporaneo. Qui c'è la concretezza, che spesso si trova nel mondo anglosassone, di stabilire le cose nel possibile. A me interessa ripetere queste cose perché voglio sottolineare che si sapeva che gli impianti di CVM o di PVC avevano guardato solo alla problematica dell'incendio da esplosione, il limite per l'incendio è il 3,6 per cento in volume. Il 3,6 per cento in volume vuol dire 36.000 parti per milione, quindi lo sguardo era molto lontano dai limiti per la salute, quindi già 500 era di ampia sicurezza rispetto al problema che tutti avevano presente e che la letteratura tecnica di allora riportava. Però gli impianti, evidentemente, non si fanno per avere il 3,6 per cento negli ambienti, gli impianti si fanno per avere molto meno. Quindi si sapeva che con provvedimenti di carattere gestionale, con interventi di carattere manutentivo si era in grado immediatamente di abbassare il limite, e questo l'OSHA fece. Al tempo stesso commissionò degli studi per vedere che cosa era possibile fare per arrivare a quello che riteneva l'obiettivo, cioè 1 PPM, sempre come media sulle 8 ore. A volte, probabilmente, la fretta nell'esposizione ha portato a dire dei numeri senza poi dire a quale media si riferivano. Quindi una media di 3 PPM in un anno è una cosa ben diversa da una media fatta sulle 8 ore. Quindi i limiti OSHA guardavano al TWA, cioè la media sulle 8 ore di lavoro. L'obiettivo era uno, però concretamente hanno fatto fare tutta una serie di studi sugli impianti con una serie di audizioni delle industrie per vedere concretamente la possibilità, ma soprattutto i costi, perché la possibilità non veniva troppo messa in dubbio, il problema era di costi e tempi. Uno studio fondamentale che in quel periodo, quindi nella seconda metà del '74, fu fatto è un rapporto che traducendo è "Studi economici sugli effetti degli standard OSHA proposti per il cloruro di vinile". E` uno studio che guarda qual è la situazione, fornisce un sacco di dati sulla situazione a quel momento, dati che nel nostro percorso richiameremo anche per capire quale era la situazione prima degli interventi, che non era una situazione da 500, anche se il limite era 500, e poi cosa si doveva fare ed i tempi per farlo. Alla fine di queste considerazioni e di questi studi, a conclusione l'OSHA stabilì che a partire dal gennaio del '75 si doveva fare riferimento ad un limite di 1 PPM come media su 8 ore con un massimo di 5 PPM per periodi non eccedenti i 15 minuti, è il cosiddetto TLV-STE (short time exposition). Però concretamente tenne conto che passare ad 1 non lo si faceva con soli interventi di gestione e di manutenzione, bisognava fare interventi impiantistici e progettistici. Ed i tempi, come risultavano da tutti quei studi in concreto fatti sugli impianti esistenti in quel momento negli Stati Uniti, indicavano ovviamente che le cose variavano a seconda del tipo di impianto e del tipo di intervento, ma si andava da alcuni anni, mesi a vari anni, i tempi più lunghi era quando si avesse deciso, per esempio, di cambiare i reattori chimici. Dice: va bene, avrai bisogno di tempo per fare gli interventi, che però dovranno essere fatti. Nel frattempo? Nel frattempo bisogna comunque però abbassare l'esposizione a CVM dei lavoratori, e questo lo dovrai fare con misura gestionale ed in particolare con l'impiego di mezzi di protezione individuale necessari. Perché faccio questo esame? Perché la mia tesi è che in tutto il mondo e a Marghera, che era nel mondo, si sono potuti fare immediatamente interventi che hanno dato risultati importanti in termini di riduzione delle concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro, poi altri interventi invece sono maturati su tempi più lunghi ed i risultati si sono visti progressivamente nel tempo. Nel Giappone il Ministero del Lavoro nel '74 disse che l'esposizione a CVM doveva essere tenuta, come norma di emergenza anche lì, il più possibile sotto le 50 PPM. Questa norma di emergenza vuol dire: guarda non dormire perché io ti dico ora 50 perché immediatamente se dicessi 1 faccio una guida manzoniana; il concetto era questo, detto in maniera un po' semplicistica: "Stai in campana perché...". Nel ‘75 il Ministero giapponese fissò a 2 parti per milione in volume. Però anche qui, attenzione, sono cose particolari e rilevanti, queste 2 PPM non erano la media aritmetica delle misure, erano la media geometrica. La media aritmetica se ho dieci dati sommi i dieci dati e poi divido dieci, il risultato è la media aritmetica, nella media geometrica se io ho dieci dati faccio il prodotto di questi dieci dati, che devono essere maggiori di zero per avere significato, faccio il prodotto e poi ne faccio la radice decima. E` una forma diversa per esprimere una media. E` una forma che è più adatta laddove, come negli ambienti di lavoro, la distribuzione della concentrazione della sostanza pericolosa, in questo caso il cloruro di vinile, non è una distribuzione gaussiana, cioè quelle distribuzioni normale con la campana, è una distribuzione normale. Di questo ne tiene conto anche la direttiva comunitaria, la legge successiva, se ben ricordo, ricordo pubblicazioni anche dell'ingegner Nano proprio su questo argomento, è una cosa abbastanza classica. Allora in condizioni di distribuzioni normali la media geometrica sembra più significativa. Ma, attenzione, se io ho gli stessi numeri, faccio la media geometrica di questi numeri o faccio la media aritmetica, la media geometrica mi dà un valore più basso, al massimo uguale, eccezionalmente può essere uguale, ma di norma è più basso. Cosa vuol dire? Che se il limite invece di darlo in 2 PPM, come media geometrica, fosse stato dato come media aritmetica il limite è più alto, cioè ci si riportava a quelle che sono le condizioni medie di quel periodo che erano più sui 5 che su 1 dell'OSHA. La norma giapponese non dà un limite superiore, cioè dice: "Non devi superare tot", vedremo per esempio che le altre normative di questo fanno la media, anche la normativa americana quando dice che il limite sul quarto d'ora è 5, mi dà sostanzialmente un limite superiore. La norma giapponese preferiva dare un limite ad un parametro statistico e quindi dava un limite alla deviazione standard. La deviazione standard più grande è più vuol dire che rispetto al valore medio le singole misure si allontano. Quindi deviazione standard piccola vuol dire che le singole misure sono molto vicine al valore medio, deviazione standard grande vuol dire che sono più lontane. Allora invece di dire: "Non devi superare questo valore" diceva: "La deviazione standard non deve superare 0,4 PPM", la situazione deve essere abbastanza raccolta intorno al valore medio, non deve essere troppo rispetto al valore. Nel Regno Unito l'Health and Safety Executive nel '74 promesse dei gruppi di lavoro con i rappresentanti delle organizzazioni industriali e i lavoratori per definire un codice di pratica, come viene chiamato, per il CVM, e fu stabilito un TLV-TWA, cioè media su 8 ore di 25 PPM, con un massimo, il ceiling ammesso di 50 PPM, qui invece si è scelta la strada di dare il valore medio e di dare però un massimo. Nel '76 questi valori furono abbassati a 10 per la media su 8 ore, è 30 il massimo da non superare. Nella Repubblica Federale Tedesca l'associazione delle industrie chimiche, chiamiamola così, raccomandò nel '74 un limite di esposizione a CVM di 50 PPM. Questo valore fu adottato dal Ministero del Lavoro come limite massimo provvisorio, quindi ancora una volta provvisorio. Successivamente il limite fu abbassato differenziandolo per gli impianti in funzione prima del luglio '75, per i quali erano ammessi limiti maggiori, e quelli che invece entravano in funzione dopo il '75. Il limite medio annuo, e qui si comincia a vedere la media annua, era di 20 PPM, come loro ricordano il limite medio annuo poi fissato dalla direttiva comunitaria era 3, quindi in Germania nel '76 si parla di limite medio annuo di 20, e si parla anche però di un massimo orario di 60. Successivamente furono portati rispettivamente a 10 e a 30. In Francia il Comitato Tecnico Nazionale per l'industria chimica della Cassa Nazionale per le assicurazioni indicò nel '76 ancora una volta limiti differenziati per gli impianti costruiti a partire dal gennaio del '76 e per quelli esistenti a quella data. Per i nuovi il limite non doveva superare 1 PPM con massimo ammesso 5, quindi traduzione in Francia della normativa OSHA, però per i nuovi. Per i vecchi invece 5 e 15, 5 come media sulle 8 ore e 15 come massimo per il quarto d'ora. E` chiaro che poi i Paesi appartenenti alla Comunità nel '78 uscì la direttiva, si sono adeguati alla direttiva, con tempi che in questo momento non ricordo, l'Italia l'ha fatto nell'82. Se oggi io guardo le linee guida, più avanti le citerò, le linee guida nel Regno Unito è 3 PPM come valore di riferimento tecnico. In Italia c'era, appunto, da un lato questa lacuna guardando nei contratti di lavoro, le norme dall'Associazione degli igienisti industriali governativi americani. Io mi sono ritrovato nel mio archivio un paio di fogli, ma sostanzialmente dovevano essere ciclostilati, della società italiana di Medicina del Lavoro e dell'associazione italiana degli igienisti industriali che nel '75 dicevano che il valore limite ponderato su 8 ore per il CVM va fissato a 5 PPM in attesa di definizione internazionale. Erano associazioni scientifiche private, però l'indicazione era di allinearsi a questa tendenza di molte parti di 5 PPM come TLV, in attesa però di determinazioni a livello internazionale. Nel '78, come loro sanno, esce fuori la direttiva 610 della Comunità in cui si stabilisce che negli stabilimenti in cui il CVM era prodotto, recuperato, immagazzinato, travasato, trasportato o utilizzato in qualunque maniera o in cui il CVM è trasformato in polimeri di cloruro di polivinile, vale un valore limite tecnico di lunga durata di 3 PPM e la lunga durata è l'anno, la media sarebbe stata sull'anno. La direttiva dava un anno di tempo per adeguarsi, ma in Italia fu recepita con il D.P.R. 672 dell'82. Il valore limite tecnico di lunga durata è il valore della concentrazione media temporale annua di CVM nell'atmosfera di una zona di lavoro, che non deve essere mai superata, quindi questa media non deve essere mai superata. Loro sanno benissimo che questo non vuol dire che se io faccio la media del '78, guardo qual è il valore e poi aspetto tutto il '79, guarda qual è il valore del '79 e così via. Queste medie si fanno per le medie trascinate, cioè passato un giorno, tolgo quel giorno e metto il giorno nuovo, in maniera da avere costantemente il valore della media annua, non avendo discretizzato un anno dopo l'altro. In nessuna di queste valutazioni deve risultare che si siano superate le 3 PPM. Direttiva e decreto dicono che nel calcolare la media si tiene conto solo delle concentrazioni misurate nei periodi di attività degli impianti e si tiene conto della durata di tali periodi, escludendo dal calcolo i periodi di inattività che siano superiori al giorno, quando l'inattività è superiore al giorno quel periodo si toglie dalla media, quindi i valori non sono rappresentativi di una condizione di lavoro. Poi la normativa, e questo è uno dei punti sui quali il Tribunale è stato intrattenuto e penso di intrattenerlo anche io, si devono escludere i valori di concentrazione rilevati nei periodi di allarme, e quindi valori superiori a 30 PPM, stando all'indicazione della direttiva e del D.P.R., il limite fissato è 30. Ora non devo spendere molte parole per dire che qualunque limite ha un senso ed un significato se la verifica viene fatta secondo i metodi stabiliti, cioè non esiste un limite e poi uso una procedura qualunque per verificarlo, un limite ha senso se si definisce come si fa il controllo. In particolare, trattandosi di concentrazioni, se si definiscono tutti i termini, ed uno di questi termini è, appunto, l'esclusione di quel valore. Quindi io non posso improvvisare un metodo diverso di valutazione e poi confrontarlo con il limite che non prevedeva il metodo. Di carattere generale, anche se a volte ci si dimentica, un caso clamoroso è la legge Merli, la legge Merli è una legge tecnicamente fatta male perché mette la tabella con i limiti all'interno di una legge approvata in Parlamento, tutti sanno che cose di questo tipo devono far parte di norme tecniche approvate per decreto, ma la legge Merli partì con la tabella dei limiti all'interno. Ci impiega tre anni per verificarne la validità, dopo tre anni il Parlamento iniziò a discutere la cosa, l'IRSA ha portato tutti i risultati nei tre anni, ad un certo punto ci fa un emendamento che disse che le tabelle non si cambiano e si smise la discussione. Però ad un certo momento fu detto: però il campionamento che la prima legge Merli prevedeva era 3 ore, questo nella prima legge Merli; fu detto nella modifica, con la legge 650/79: no, si possono fare anche i campionamenti istantanei. Questo è come se uno avesse cambiato i numeri della tabella perché una cosa è rispettare certi limiti su un campione medio su 3 ore ed una cosa è rispettare i valori istantanei. Allora è importante, quando si fanno queste cose, definire completamente le modalità, come dicevo prima non si possono affrontare i limiti di media annua con un limite di TLV. Su questo ritornerò parlando di un'affermazione dell'ingegner Rabitti, il quale porta a dimostrazione che il limite misurato con il monitoraggio continuo non poteva corrispondere alla situazione reale perché al tempo stesso l'ingegner tal dei tali propone 12 miliardi di investimento per abbassare a 10, quando invece se io vado a vedere i risultati del monitoraggio vedo 3 o 4, in quel momento per il CV6 eravamo su 7. Però quando uno va a vedere cosa ha scritto quell'ingegnere vede che quell'ingegnere ha scritto: io voglio portare sotto 10 il TLV-TWA. Il 7 è la media mensile, e se uno va a vedere i dati con cui in quel momento sono costruite le medie mensili vede che una certa percentuale di TLV-TWA, misurati giornalmente, sono decisamente superiori a 10. Poi mettendo giorni in cui sono superiori e giorni in cui sono inferiori, si arriva ad una media di 7, ma non posso confrontare numeri apparentemente uguali se poi invece si riferiscono a medie diverse, lo farò vedere citando i documenti, però non anticipo, citerò i documenti. Ma la normativa italiana e la direttiva ci danno poi indicazioni per raccordare le misure su tempi brevi rispetto alla misura sul tempo lungo, e quindi accanto al VM-TLV cioè valore tecnico di lunga durata sull'anno, danno indicazione anche sui valori limite tecnici, e per raccordare queste grandezze devono basarsi su un modello statistico, il modello statistico è quello, appunto, della distribuzione normale. E sulla base di questo negli allegati della direttiva si danno indicazioni specifiche, quindi per esempio il valore medio su 8 ore, quindi il valore limite di breve durata, che corrisponde al valore limite tecnico di lunga durata di 3 PPM, è 7. Quindi se io ho un limite di 3 sulla lunga durata è come se avessi un limite di 7 sulle 8 ore, cioè il TWA. Poi, sempre in base a considerazioni statistiche, dice: guarda però che si può rispettare il limite di lunga durata anche superando il valore di 7, però non lo devi superare troppo frequentemente. Statisticamente si valuta, ma la valuta la normativa, che i superamenti possono arrivare a 55 in un anno. Le misure su 8 ore sono 1.095, perché faremo 3 misure al giorno e quindi 3 per 365 sono 1.095 misure di media sulle 8 ore. Su queste 1.095 misure la normativa ci dice che prendendo il modello statistico che viene riconosciuto tu puoi avere fino a 55 superamenti, possono essere ammessi fino a 55 superamenti. Sempre la normativa prevede anche il periodo di riferimento di 20 minuti, 20 minuti sono il cromatografo con dieci linee e con 2 minuti per ciascuna misura. Per i 20 minuti il corrispondente valore limite tecnico di breve durata è 7,9 PPM, quindi è un po' più alto, via via che si diminuisce il tempo di media aumenta il valore medio annuo. E` per quello che dicevo prima, ho portato il raffronto della legge Merli, perché vi è la possibilità che sia molto più alto. Per quanto riguarda gli sforamenti ammessi possono essere al massimo in un anno 1.314, perché di più? Sono molte di più le misure, le misure che io posso fare con un intervento di 20 minuti sono tre ogni ora e quindi arrivano a 26.280 misure in un anno. Di queste 26.280 misure la normativa ci dice che 1.314 possono essere superiori al limite di breve durata di 20 minuti che è 7,9. Vediamo ora il trasparente 3, dove riassumo la situazione di oggi per i limiti relativi al CVM. Per l'Europa abbiamo già detto le 3 PPM come valore limite tecnico di lunga durata. Attenzione però che l'Unione Europea ha già detto che a partire dal 2003 si cambieranno i metodi e si parlerà di TLV, si parlerà al limite su un periodo di 8 ore e sarà ancora 3 PPM, ma appunto sulle 8 ore. Questa non è direttiva specifica per il cloruro di vinile, è una direttiva per i cancerogeni, quella che vedete citata sulla lavagna, seguendo l'indicazione del Presidente non la cito, darò una relazione in cui ci sono queste cose, quindi la carenza di indicazioni a verbale può essere colmata dal fatto che queste cose ci saranno nella mia relazione. La Conferenza americana fino a tutto il '98 ha stabilito 5 PPM e dall'1 gennaio del '98 ha abbassato ad 1 PPM. L'OSHA è rimasto fisso ad 1 PPM e 5 per la media durata, ha avuto anche indicazioni per quelli che possono essere gli obiettivi per restare più bassi, l'Australia per esempio invece è attestata ancora sulle 5 PPM. Era per dare un quadro. Tirando le somme, ci ricordiamo tutti che l'annuncio della Goodrich fu del 22 gennaio '74. Noi vediamo, ovviamente, che tra il '74 ed il '77 abbiamo visto che sono successe molte cose a livello di normativa e dobbiamo dedurre che in molti Paesi, finché si è stati a limiti che potevano essere le 5 PPM come media su 8 ore, le 2 PPM giapponesi come media geometrica, grossi problemi l'industria non ne ha incontrati. Non abbiamo sulla letteratura tecnica internazionale, sulla letteratura degli enti di controllo segnalazioni di problemi di rispetto di questa normativa. Il problema è nato invece negli Stati Uniti con il limite di 1, tant'è che, come loro sanno, l'industria del settore è ricorsa ai vari livelli giurisdizionali, arrivando fino alla Corte Suprema. Quello che ottenne alla fine fu che invece del primo gennaio del '95 il limite scattò a marzo o aprile, non ebbe nemmeno una proroga, l'iter giudiziario portò a spostare alla fine il limite di qualche mese. Io credo che da questa analisi storica sia chiaro, appunto, che si è partiti da una situazione in cui gli impianti erano gestiti pensando poco ai problemi di salute del CVM, perché i fatti che si conoscevano, negativi, che c'erano, erano ritenuti coperti, per esempio, dal limite di 200 che ad un certo momento è venuto fuori, intorno agli anni '70, proprio per tenere conto di questi effetti negativi alla salute. Peraltro, se si esclude l'effetto cancerogeno, vediamo che a tutt'oggi la normativa europea e la normativa italiana non mi danno nessuna frase di rischio che non sia quella dell'incendio per il CVM, e quindi il fatto rilevante è stato il fatto cancerogeno. Però questa attenzione limitata, che guardava fondamentalmente al problema dell'incendio, che si pone oltre le 36.000 PPM, non voleva dire che gli impianti non potessero avere interventi che con risultati molto rapidi, se non in qualche caso proprio immediati, potevano abbassare drasticamente la concentrazione. Ritornerò sull'argomento con dati specifici americani ed italiani più avanti, parlando dell'impianto e parlando di quali possono essere i provvedimenti che si possono prendere immediatamente a livello sostanzialmente di carattere gestionale o al massimo nell'ambito dei budget di manutenzione. Passerei ad esaminare il problema delle emissioni atmosferiche, finora abbiamo parlato di inquinamento dell'ambiente di lavoro, ora parliamo delle emissioni in atmosfera. Iniziamo da un ricordo per noi di qual è la normativa italiana. L'inquinamento atmosferico è stato il primo oggetto di leggi specifiche sull'inquinamento, è la legge 615 del '66, precedentemente non avevano in Italia norme specifiche sull'inquinamento, avevamo il Testo Unico delle leggi sanitarie. La legge 615 del '66 rimandava a norme di attuazione e poi l'applicazione. Per quanto riguarda l'industria la norma di attuazione è venuta fuori nel '71, che è il D.P.R. 322 del '71. Questa norma non prevedeva valori limite, non indicava dei numeri che rappresentavano i limiti alle emissioni, distingueva tra emissioni ed immissioni, l'emissione è quello che esce dal camino, l'immissione è quello che si trova nell'ambiente esterno, fuori dallo stabilimento. Fissava per alcuni inquinanti dei limiti all'esterno dello stabilimento, li fissava in una maniera che ottimisticamente possiamo dire buffa, ma in una maniera che rendeva assolutamente inapplicabili questi limiti perché erano limiti che non si riferivano alla concentrazione dell'inquinante nell'atmosfera esterna allo stabilimento, ma al contributo, a quella concentrazione dello stabilimento. Ora, per un inquinante particolare, che poteva uscire solo fuori da quello stabilimento, la concentrazione che trovo l'attribuisco allo stabilimento anche se poi, come è successo sul piano giudiziario, non era poi così semplice accettare in sede penale un discorso di questo tipo, ma per degli inquinanti più importanti, che possono venire dal traffico delle automobili, da tante cose, vedremo tra un momento i fattori di emissione dell'EPA americana per il cloruro di vinile, vedremo fattori di emissione per gli impianti di potabilizzazione dell'acqua con il cloruro di vinile. Non è così semplice trovare l'inquinante che può venir fuori solo... già il CVM è un caso che dovrebbe essere in questa direzione, ma per altri inquinanti individuare il contributo dello stabilimento è come andare a caccia della pantera albina, si trovava, era a limiti stabiliti, ma chi li ha stabiliti non ha pensato e poi non era verificabile. Quello che si può verificare e che si deve verificare sono i limiti alle emissioni, cioè le concentrazioni che ho nel camino, che sono quelle che andranno poi nell'ambiente, perché quelle sono riferibili strettamente allo stabilimento, non ci sono discussioni. Il D.P.R. 322 del '71 diceva che questi limiti erano stabiliti caso per caso dai Comitati tecnici regionali contro l'inquinamento atmosferico. In quegli anni noi ci trovavamo a voler stabilire questi limiti senza nessun riferimento al livello nazionale, fortunatamente c'erano poi i riferimenti internazionali, e quindi a quelli si poteva fare carico. Un altro limite della normativa era che la legge 615 suddivideva il territorio nazionale in zone A e zone B e le altre zone. Le zone A e le zone B erano zone in cui si doveva pensare alla tutela dall'inquinamento atmosferico, le altre zone erano zone tranquille. Ed il 322, anche questo in maniera inaspettata, quando uscì ci meravigliammo che si occupava di queste cose, limitava l'applicazione della normativa alle industrie che erano nelle zone di controllo, zone A e B. Ma le zone di controllo erano nate con riferimento al numero di persone, differenziate nord e centro rispetto al sud ed isole, per cui quello che si doveva fare nel nord e centro in Comuni sopra i 65.000 abitanti, nel sud ed isole si doveva fare nei Comuni con più di 300.000 abitanti, perché questo? Perché si pensava che gli impianti di riscaldamento e al traffico di allora, parliamo del '67, le automobili al sud e nelle isole erano una densità territoriale molto minore del nord, quindi era un criterio di classificazione che non pensava assolutamente all'industria, pensava ad altre forme. Quindi limitare l'intervento a queste zone ci sembrò molto strano, anche perché, per un po' di cultura della normativa che serve per le cose tecniche, tutti noi ricordavamo il 216 del Testo Unico della legge sanitaria, questo articolo c'è da inizio secolo in Italia e diceva che le industrie vanno fatte fuori dai centri abitati, anzi diceva che andavano fatto in campagna, e quindi in un certo senso se si fosse veramente seguita l'indicazione della normativa vigente per decenni e decenni in Italia le industrie le trovavamo tutte fuori i Comuni grandi ai quali si affidavano. Dico queste cose perché, evidentemente, c'è un periodo di scopertura, è chiaro che Porto Marghera si collocava in una zona che era tra quelle di controllo. I Comuni potevano chiedere di entrare in zona di controllo ma lo facevano con molta prudenza, perché se avevano un'industria o delle industrie portanti, volevano entrare in zona di controllo per poter imporre i valori alle emissioni di queste industrie, o perché la Regione imponesse i valori a queste industrie, però sottoponevano alla normativa, e quindi all'uso di particolari combustibili, e tutta un'altra serie di norme, tutti i cittadini che invece per la densità di popolazione non avrebbero dovuto... Quindi in Emilia Romagna molti Comuni chiesero di entrare, in tante altre parti d'Italia se ne guardano bene perché appunto era un aggravare la situazione sulle spalle anche dei cittadini normali. Successivamente, quando ci sono state possibilità per le norme regionali di darsi delle regole diverse da quelle nazionali, per esempio io ricordo che la Regione Emilia Romagna la prima cosa che fece fu quella di stabilire che si poteva mettere sotto controllo l'industria anche senza mettere all'interno delle zone A e B l'intero Comune. Questa situazione quanto è andata avanti? Fino all'88, dal '72 all'88, perché dal '66 al '71 non c'erano le norme tecniche per le industrie, dal '71 all'88 la situazione è quella che dicevo, quando si vanno a vedere le cose si vede che la normativa è... Nell'88 cambiano le cose, si recepiscono delle direttive comunitarie, il D.P.R. 203 dell'88 assoggetta a procedure autorizzative praticamente tutte le emissioni, ne esclude pochissime. Poi successivamente si sono resi conto che mescolando le cose piccole con le grosse si impediva di controllare le grosse o di controllarle sufficientemente, per cui sono state attenuate le cose introducendo concetti tipo le emissioni piccole. Però il concetto a questo punto fu: qualsiasi emissione convogliata sul territorio nazionale deve passare attraverso un procedimento autorizzativo e si stabilì che le industrie esistenti al momento dell'entrata in vigore del decreto, l'entrata in vigore fu dell'1 luglio dell'88, a quel momento le industrie avevano un anno di tempo, fino all'1 luglio dell'89 per presentare domanda di autorizzazione alla continuazione delle emissioni. Questa domanda doveva essere corredata da tutti gli elementi tecnici, per capire le emissioni da dove arrivavano, per capire quali erano i provvedimenti per ridurle e poi dovevano essere corredate da un piano di adeguamento, da un progetto di adeguamento, con modalità e tecniche. Adeguamento a cosa? Qui nasce il problema che dobbiamo esaminare. Ad un certo momento in una relazione dell'ingegner Nano e dell'ingegner Rabitti si dice che il combustore termico è stato realizzato nel '96 quando la norma diceva che doveva essere completato nel dicembre del '91. Storicamente è così, esisteva una norma del 31 dicembre del '91, la realizzazione è del '93, però cosa è successo? Che le norme tecniche che dovevano dire quali erano i limiti alle emissioni, in maniera che uno sapesse se doveva adeguarsi oppure no, cioè se stava rispettando quei limiti o non li stava rispettando, e che l'articolo 3 del D.P.R. 203 diceva che dovevano essere emanate con decreto del Ministro dell'Ambiente e che, evidentemente, se uno doveva presentare domanda e progetto entro il primo luglio dell'89, di queste norme ne poteva disporre almeno ad inizio '89, perché non è che si fanno verifiche e progetti, perché peraltro poi questa norma diceva che veniva anche indicata la maniera come misurare le concentrazioni. Quindi anche la misura delle concentrazioni era messa in dubbio perché in precedenza uno l'aveva fatta seguendo norme. Al momento in cui tu mi dici che devo fare la misura in questa maniera, io dovrò cominciare intanto a vedere quali sono le concentrazioni e la situazione delle mie emissioni con il rapporto a questo che tu mi prescrivi. Quindi inizio anno era proprio già un tempo da lavorare pesantemente per arrivare al primo luglio dell'89. Ogni bozza era diversa dalla precedente, ma il decreto non arrivava. Intanto viene data una proroga per le domande e si prorogano al 31 luglio dell'89, si dice: presenta la domanda di continuazione ma il progetto lo presenti tra un anno. Quindi la presentazione del progetto di adeguamento, in cui rientra nel nostro caso il forno in questione, e quindi sto facendo considerazioni generali ma anche riferimento poi ad una situazione specifica che devo trattare, si dice appunto che il progetto di adeguamento lo presenti entro 31 luglio del '90, questo per le industrie ad alto impatto ambientale, per quelle a minore impatto ambientale addirittura sia da un anno di tempo. Le linee guida sono un decreto ministeriale del 12 luglio del '90, pubblicate sulla Gazzetta il 30 luglio del '90. La scadenza per il progetto di adeguamento è 31 luglio, la Gazzetta arriva dopo che i progetti dovevano essere presentati, perché la Gazzetta è del 30, anche se poi fosse arrivata chiaramente non avevano il tempo per dire alla dattilografa: "Riscrivimi il progetto". Ma è successo in tutta Italia, per tutte le situazioni, ma nella fattispecie viene presentato il progetto di adeguamento con la riserva di dire: "Quando poi mi dirai a cosa devo adeguarmi e mi darai tutte le informazioni necessarie io verificherò se quello che ti ho detto di fare va bene o se devo fare qualcosa di diverso". In queste condizioni quel termine, 31 dicembre del '91, che era previsto pensando che tutto si risolvesse con un progetto presentato a fine luglio dell'89, che rimase anche nel decreto pubblicato nel luglio del '90, entrato nell'agosto del '90, non aveva possibilità di essere rispettato tecnicamente. Per realizzare impianti portanti va portato il progetto, bisogna approvvigionare i materiali, realizzare, fare verifiche, etc. ed il legislatore se ne rese conto. Se ne rese conto ed in un D.P.R. successivo disse che era possibile chiedere una proroga, proroga che nel caso è stata chiesta. Ma ritorniamo al 203. Cosa prevedeva il 203 una volta che l'industria, o chi aveva emissioni, aveva presentato domanda di continuazione delle emissioni, relazione tecnica e progetto di adeguamento? Prevedeva che la Regione entro 120 giorni esaminasse le cose, desse il suo parere in ordine a quello che intendevi fare e ai tempi con cui intendevi farlo. La Regione poi doveva dare questi pareri tenendo conto di tutte le cose di questo decreto e di un altro decreto che avrebbe dovuto uscire per quanto riguardava i limiti. Al solito, come si fa in queste cose, però realisticamente si tiene presente che poi le strutture che devono esaminare queste cose sono quelle che sono. In questo caso poi l'aver esteso a tutte le emissioni l'obbligo di richiesta, di autorizzazione alla continuazione, sommerse le Regioni di numeri di domande tanto che aveva problemi dove metterli, tant'è che poi molte Regioni immediatamente fecero una normativa che delegava le Province ad esaminare queste cose, ma con grossi problemi. La Provincia di Bologna si rifiutò per molto tempo di accettare la delega finché non gli fossero stati dati spazi e persone per poter fare il servizio. In queste condizioni l'articolo 13 del D.P.R. 203 prevedeva che se entro 120 giorni la Regione non ti ha dato una risposta tu devi andare avanti con il progetto che hai presentato nei modi e nei tempi, vale un'autorizzazione provvisoria, l'autorizzazione provvisoria sarà trasformata in autorizzazione definitiva al momento in cui la Regione avrà verificato che le cose vanno bene. La Regione in qualsiasi momento ti può dare però prescrizioni. Allora fu discusso molto se era un silenzio assenso, in realtà non era proprio un silenzio assenso, tant'è che c'era un inciso che diceva: "Ferme rimanendo le responsabilità della Regione per non aver risposto entro termini dovuti", però la mia esperienza mi dice che la stragrande maggioranza delle emissioni che esistevano a luglio dell'88, e che esistono ancora in Italia, che non hanno subìto modifiche sono sotto autorizzazione provvisoria ai sensi di questo articolo 13 perché le Regioni hanno proceduto sul nuovo e le forze che avevano gli consentivano solo di agire sul nuovo. C'è stato un periodo in cui l'interpretazione del D.P.R. 203 era che non si poteva dare un'autorizzazione per la singola emissione ma si doveva dare l'autorizzazione per le emissioni dell'intero stabilimento, poi temperato da un DPCM che impiegava con l'intero stabilimento ma l'impianto, però non puoi dare, come era prima, l'autorizzazione al camino, devi dare l'autorizzazione all'emissione di tutto l'impianto. Allora quando c'era del nuovo le autorizzazioni riprendevano in esame anche il vecchio per quell'impianto. Non tutte le Regioni si sono comportate così, certe l'hanno fatto ed altre no, però la situazione è questa. Quindi lo stabilimento si è trovato ad una norma che diceva: se nessuno ti risponde tu devi andare avanti con i modi ed i tempi che hai detto, ed è andato avanti con i modi e con i tempi che aveva stabilito. Questo per inquadrare un problema che è rilevante in quanto è stato suscitato. Vediamo invece il discorso delle quantità e delle concentrazioni di emissione. Il decreto ministeriale che ho appena citato normalmente l'ho chiamato "linee di guida per il contenimento", che si riferisce agli impianti esistenti, prevede un elenco di sostanze pericolose per le quali fissa i limiti alle emissioni, ecco la grossa differenza rispetto alla normativa preesistente. La normativa preesistente lasciava alle Regioni di stabilire le attitudini, la nuova normativa dice: no, li fisso. In realtà, fissa un intervallo tra un valore minimo ed un valore massimo, la Regione può stabilire all'interno tra il minimo ed il massimo. Se poi la Regione ha particolari condizioni gravi può fare dei piani di risanamento ed imporre anche valori inferiori al minimo, ma all'interno degli ambiti. In questo elenco, in sostanza, si va per classi a pericolosità decrescente. La prima classe è la classe dei cancerogeni, mutageni e telatogeni. La normativa italiana, quindi, non prevede emissioni zero per i cancerogeni, prevede di limitarli. Il cloruro di vinile si trova insieme al benzene in una classe in cui se l'emissione ha un flusso di massa superiore a 25 grammi/ora, quindi proprio la portata di inquinante, se in un'ora quell'emissione supera i 25 grammi allora la concentrazione non può superare 5 milligrammi al metro cubo, 5 milligrammi al metro cubo sono grossomodo 1,5 PPM. Mi sembra che già il professor Belluco abbia fatto vedere come nella pratica tecnica scientifica, ma anche nella normativa gli inquinanti atmosferici sono misurati o in PPM in volume o in milligrammi metro cubo. Le PPM in volume hanno un gran vantaggio, che siccome si considera che il sistema si comporta come una miscela di gas perfetti non devo dire a che pressione e a che temperatura lo faccio perché i volumi, cambiando pressione e temperatura, nell'ambito delle miscele di gas perfetti si muovono proporzionalmente. Quando invece parlo di milligrammi metro cubo devo dire quei metri cubi in quali condizioni di temperatura e pressione risultano. Lo svantaggio però delle parti per milione è che si possono riferire solo a gas e vapori, e quindi vanno benissimo quelli del CVM, ma se ho delle polveri non sono certamente un gas perfetto, e quindi non posso fare le considerazioni che ho fatto prima, un'emissione di polveri la devo dare in milligrammi al metro cubo. Per cui, oggi come oggi, forse prevalgono nelle normative e nell'uso, per quanto riguarda le emissioni esterne, i milligrammi metro cubo. Nel caso specifico PPM sarebbe più basso. Quindi, ripeto, un limite di 5 milligrammi metro cubo quando il flusso di massa è superiore a 25 milligrammi/ora. Negli Stati Uniti siamo intorno a limiti più alti. Si ammette nel '76, per esempio, l'EPA ha fissato uno standard di 10 PPM, il che vuol dire 28 milligrammi metro cubo, e quindi i nostri 5 milligrammi metro cubo nella normativa EPA sono 28 milligrammi metro cubo. Nel '94 ha confermato questo limite ed ha precisato che si riferiva alla media su 3 ore, ad una concentrazione media su 3 ore. Il limite italiano di norma viene misurato con media su mezzora, e questo appesantisce ancora di più il limite, cioè il limite italiano è più restrittivo perché è 5 invece di 28, è più restrittivo perché è una media su mezzora invece che una media su 3 ore. Quali sono le fonti di emissione di CVM? Guardando la normativa americana, quindi l'EPA, noi vediamo, ovviamente l'industria PVC e CVM, ma vediamo anche gli impianti di produzione di altri composti organici clorurati, vediamo l'incenerimento di rifiuti solidi, l'incenerimento di fanghi di depurazione, la clorazione per la potabilizzazione delle acque potabili, vediamo anche la combustione del biogas per gli scarichi dei rifiuti. La normativa italiana, sempre 203, tra le tante cose che prevedeva, prevedeva anche l'emanazione dei cosiddetti fattori di emissione. Questi fattori di emissione sono dei valori espressi come quantitativo di inquinante per unità di produzione, per esempio, non so, quanti milligrammi di ossido di azoto chilowattora ha prodotto di energia elettrica? Nel nostro caso, per esempio, quanto CVM per tonnellata di CVM prodotto, oppure per tonnellata di PVC prodotto. Prevedeva questo ma di fatto di fattori di emissione ne sono stati emessi solo tre o quattro e non riguardano questo. Per cui se vogliamo avere un'idea di quello che dobbiamo attenderci come emissioni nei vari impianti dobbiamo andare alla normativa americana. Questi sono fattori di emissione recenti, non ricordo se il '98 o il '97, sono fattori di emissione che si riferiscono a situazioni attuali, e riguardano impianti senza abbattimento degli inquinanti, quindi questo è quello che viene emesso se non ci sono sistemi di contenimento, possono essere sistemi di abbattimento oppure sistemi di contenimento alla fonte, il processo stesso di formazione. Allora noi vediamo nelle unità nostre che in un impianto di produzione del PVC dobbiamo aspettarci, se non abbiamo appunto trattamenti che riducono queste emissioni, dobbiamo aspettarci 8,5 chilogrammi di CVM emessi per tonnellata di PVC. Nelle produzioni di dicloroetano e CVM, quelle produzioni che sono state illustrate in particolare dal professor Pasquon, dobbiamo aspettarci 0,36 chilogrammi per tonnellata di CVM o di CE prodotta. Nell'incenerimento dei fanghi di depurazione delle acque reflue urbane i quantitativi per tonnellata di fango secco sono più basse, però ci sono, 0,065 chilogrammi/tonnellata. Lo stesso gli impianti di disinfezione delle acque potabili con cloro, lo stesso in altri impianti non produttivi ma di servizio. Questi dati ci serviranno, sì perché cercheremo di fare dei raffronti tra le emissioni di Porto Marghera, in relazione alle produzioni che ci sono, e quello che c'è da aspettarsi in assenza di depurazione, ovviamente l'emesso oggi, nel periodo. Io riporterò dati dall'89 al '93, sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli calcolati con questi fattori di emissione. Passerei a considerare gli impianti di Porto Marghera. Allora, per riprendere, ricordo che ho esaminato tutta la parte sull'ambiente di lavoro per quanto riguarda le diverse normative ed, in particolare, la normativa vigente nel nostro Paese, vorrei proiettare su questo un lucido che mi ero dimenticato di proiettare. In questo lucido si riportano i dati rilevati dal monitoraggio in quegli anni, gli anni vanno da inizio aprile a fine marzo, per i reparti in funzione nel periodo '87-'93 a Porto Marghera. Su questo naturalmente dovremo ritornare in relazione al sistema di monitoraggio, lo farò più avanti, ma intanto i numeri che il sistema di monitoraggio dà sono di questo tipo. Io ho riportato anche i numeri con due cifre decimali, su questo discuteremo, non lo vorrei fare ora, però se guardiamo questi numeri siamo molto al di sotto di quel 3 PPM che costituisce il valore limite da rispettare come media annua. Questi sono i numeri che si devono confrontare con il limite posto dalla normativa. Dopo questo ho affrontato il problema delle emissioni e l'ho affrontato appunto come emissione, perché la normativa vigente fissa i limiti per il cloruro di vinile all'emissione, cioè al camino. Abbiamo visto quali erano i fattori di emissione che l'EPA fornisce per impianti che non abbiano sistemi di contenimento delle emissioni stesse, passiamo a vedere gli impianti di Porto Marghera, qual è la situazione. Lo stabilimento ha provveduto a presentare alla Regione Veneto una domanda di autorizzazione alla continuazione delle emissioni atmosferiche entro il termine previsto del 31 luglio dell'89, previsto dal D.P.R. 203 dell'88 e dai successivi decreti legge convertiti, DPCM che hanno spostato rispetto al termine. Ha presentato il progetto di adeguamento delle emissioni entro il termine previsto del 31 luglio del '90, questo previsto prima dal D.P.R. 203 all'89, e poi portato al 31 luglio del '90 da una serie di decreti legge convertiti, ed ancora una volta un DPCM che è un atto di indirizzo del governo alle Regioni per quanto riguarda la gestione del 203. Poi al 28 marzo del '91 lo stabilimento ha prodotto alla Regione un'integrazione del progetto di adeguamento a seguito, appunto, della pubblicazione delle linee guida. Ha visto le linee guida, ha rivisto il progetto, ha rifatto tutte le valutazioni, ha visto che bisognava modificare rispetto a quello che aveva indicato, in assenza però di indicazione di legge per sapere a cosa si doveva adeguare. E questo dicevo al 28 marzo del '91. Poi ha fatto una domanda di proroga ai sensi dell'articolo 13, il riferimento preciso di legge ci sarà nella relazione, sempre per seguire l'indicazione del Presidente di non impegnare verbali di queste cose, la domanda di proroga è stata presentata il 18 ottobre del '91. Il decreto che prevedeva la possibilità di queste proroghe è del 25 luglio del '91, la scadenza prevista era di avere l'impianto realizzato al 31 dicembre del '91, cosa impossibile stante i ritardi con cui la normativa aveva stabilito cosa si doveva fare, al punto che poi si è ritenuto di dare proroghe motivate. Ripeto che su tutto questo la Regione non si è espressa, non solo non si è espressa nel termine di 120 giorni ma, per quanto ne so io, non si è espressa mai, e quindi lo stabilimento ha provveduto, ai sensi del comma 3 dello stesso articolo, a realizzare nei tempi che lo stesso stabilimento aveva indicati, il progetto di adeguamento modificato presentato. Al momento in cui ha presentato il piano di adeguamento, sapendo a cosa si doveva adeguare, alcune emissioni non erano in linea con il nuovo limite che era stato posto dal decreto ministeriale del luglio del '90, è un limite nuovo, non esisteva prima, qualche emissione, poche, non rispettavano questo limite. Quindi il piano di adeguamento prima di tutto era per portare anche queste emissioni a rispettare il limite. Ma siccome si trattava di realizzare un'opera importante come un combustore termico, che sostanzialmente, se condotto bene, elimina completamente il CVM dall'emissione, si è pensato di portare al combustore termico non solo le emissioni, poche, che non rispettavano il nuovo limite, non è che non fossero inadempienti ad una legge esistente, esiste un nuovo limite, mi confronto, non lo rispetto e la norma prevede di fare i piani di adeguamento proprio per dare il modo di portarsi a rispettare questa nuova cosa. I post-combustori furono portati non solo a queste poche correnti, ma anche ad altre correnti che i 5 milligrammi normal metro cubo non rispettavano, ma per ridurre l'emissione nell'ambiente esterno di CVM, e poi per disperderlo anche meglio, perché il camino del combustore è un camino alto 50 metri, la temperatura di uscita è a meno 120 gradi, e quindi c'è un pennacchio che si alza e quindi siamo all'immediata riduzione di questa emissione con l'aria e questo naturalmente determina un abbassamento rilevante della concentrazione. A questo proposito vorrei ricordare che la vita del cloruro di vinile nell'atmosfera è breve, i dati in letteratura vanno da 1,7 giorni a 2,5 giorni, si trasforma rapidamente. Quando dico breve faccio riferimento ad altri composti, per esempio ad altri composti clorurati, ci sono dei composti clorurati, quelli che poi compromettono la fascia dell'ozono, che hanno vite di molti anni, cioè prima di trasformarsi passano anni. Il cloruro di vinile ha una vita media. Io ho riportato un dato di una letteratura, è una rivista piuttosto importante, è quella che esamina i problemi dei cicli di vita dei composti. Quella dà 1,7. La stessa tabella dove io leggo 1,7 per il cloruro di vinile leggo anni per altri composti. In questo trasparente riportiamo i dati delle emissioni nell'89 e nel '93, prima, l'89 sono quelli della richiesta della domanda di autorizzazione alla continuazione delle emissioni, cioè quelle indicate alla Regione nel luglio dell'89. Nel '93 ci sono i risultati dopo la messa in marcia del combustore termico. Naturalmente c'è poi un'altra cosa che avvantaggia la situazione del '93, è la chiusura del CV6 avvenuta, mi sembra, verso la fine dell'89. Quindi un impianto che contribuiva abbastanza alle emissioni globali viene chiuso. Per avere un'idea però dell'evoluzione della situazione ho riportato anche i dati del '74 della relazione Tecneco che è stata più volte citata in questa sede. Se guardiamo i risultati finali noi vediamo che in tonnellate anno si passa dalle 2.500 del '74 alle 176 dell'89, alle circa 8, o un po' meno di 8 del '93. Quindi il progresso è evidente. Ma per confrontare la cosa non solo come trend, come andamento, ma anche per cercare di dargli un confronto più assoluto, in base alle potenzialità degli impianti, e quindi la produzione degli impianti, ho calcolato quanto sarebbero state le emissioni, secondo i fattori di emissioni in EPA, in assenza di sistemi di riduzione delle emissioni. La cifra che viene è di 1.479 tonnellate, questo con riferimento alle produzioni del '93, se confrontiamo questo 8 con 1.479 vediamo che di tutte le emissioni che essi si avrebbero con quelle produzioni che venivano fatte nel '93, se non si fossero adottati provvedimenti per contenere le emissioni stesse siamo allo 0,5 per cento, cioè quello emesso è lo 0,5 per cento di questa quantità. Se guardiamo le cose nell'89 ovviamente la situazione è diversa, cioè la percentuale di emissioni rispetto a quelle che si calcolano su fattori EPA porta ad una percentuale maggiore, è una percentuale piuttosto bassa, è un decimo. Cioè se noi calcoliamo le produzioni dell'89, le moltiplichiamo per i fattori di emissione EPA otteniamo un valore di circa 1.700 tonnellate l'anno a fronte di 176, e quindi già allora il livello era un decimo. Uscita la nuova normativa che introduce i limiti, che ripeto a livello statale prima non c'erano, gli interventi, compresa però la chiusura dell'impianto, portano questo un decimo a ridursi di 20 volte, e quindi ad andare allo 0,5 per cento. Mi sembra interessante, appunto, aver esaminato non solo il trend, l'andamento decrescente, partiamo dal '74 in cui sappiamo come era considerato il CVM, ed andiamo avanti fino nel '93, il decrescente è nella natura delle cose. Ma anche in assoluto vediamo che i risultati conseguiti sono rilevanti. Con questo passerei ad un altro argomento: la normativa sulle industrie a rischio di incidenti rilevanti. Ripeto che ho ritenuto di collocare le valutazioni nel contesto di norme tecniche in cui si operava e si doveva operare. La normativa è dettata dal D.P.R. 175 dell'88 che recepisce una direttiva comunitaria dell'82, appunto la cosiddetta direttiva Seveso. Se andiamo vedere il CVM vediamo che il CVM rientra tra le sostanze pericolose previste dal D.P.R. 175 dell'88, e rientra come? Rientra come sostanza infiammabile, cioè rientra tra le sostanze infiammabili conformi all'allegato 4 del decreto, dove leggiamo che i gas infiammabili sono, per quanto riguarda l'applicazione di questa direttiva, le sostanze che allo stato gassoso, a pressione normale e mescolate con aria, diventano infiammabili, il cui punto di ebollizione è pari o inferiore a 20 gradi centigradi alla pressione normale. Il CVM a 20 gradi centigradi e alla pressione normale è un gas, quindi rientra in questa categoria. Quindi non è una categoria in cui il CVM c'è in quanto CVM, c'è insieme a tutti i gas infiammabili, cioè si sommano tutti i gas infiammabili presenti nell'impianto e si guarda se questi superano e non superano questi limiti, se superano certi limiti si deve procedere a fare o la notifica ai sensi dell'articolo 4 del D.P.R. 175 o la dichiarazione ai sensi dell'articolo 6. Il fare la notifica e fare la dichiarazione non è semplicemente scrivere: "Signori, guardate io ho una sostanza pericolosa con quantitativi superiori alle soglie indicate nel decreto", è corredare questa notifica da una relazione tecnica, fatta secondo uno schema molto preciso definito da un DPCM dell'89, nella quale si fanno tutte le valutazioni di rischio, si vedono i provvedimenti per la sicurezza adottati, l'organizzazione della sicurezza, i piani di emergenza, cioè dichiarazione e notifica sono accompagnate da uno studio, appunto, della condizione di rischio, e quindi poi guardando i provvedimenti presi della condizione di sicurezza. La notifica deve essere fatta, nel caso dei gas infiammabili, quando si raggiungono o si superano le 200 tonnellate, e quindi quando nell'impianto abbiamo più di 200 tonnellate di gas infiammabili si deve effettuare la notifica. La dichiarazione deve essere fatta quando il quantitativo è inferiore a 200 tonnellate ma raggiunge o supera le 40 tonnellate. Questo per gli impianti, per i depositi separati il limite è 50 tonnellate per la dichiarazione. Così orientativamente, anche se poi dovremo entrare un po' più nel dettaglio, ma orientativamente la notifica ha come riferimento il Ministero dell'Ambiente che, come altri Ministeri, dove occuparsi della cosa, quindi è un discorso a livello nazionale; la dichiarazione ha come riferimento la Regione. Questa normativa ha avuto cambiamenti, uno importante è stato introdotto con un decreto ministeriale del 20 maggio del '91, che ha cambiato le soglie per la notifica, le soglie per la notifica e le soglie per la dichiarazione nel caso dei depositi separati, portandolo per esempio a 300 tonnellate, ha dato dei cambiamenti. Ricordiamoci che notifica e dichiarazione devono essere, ai sensi dell'articolo 8 del D.P.R. 175, rinnovate ed aggiornate in via ordinaria almeno entro tre anni, e quindi non è che uno fa la dichiarazione e la notifica, per esempio la notifica fatta entro il luglio dell'89 e la dichiarazione fatta entro il 31 dicembre del '90, non è che dice: "L'ho fatta", tre anni dopo deve provvedere ad inoltrare gli aggiornamenti. Se poi ha introdotto cambiamenti significativi ai fini della sicurezza o del rischio l'aggiornamento deve essere presentato prima, e cioè al momento in cui si fanno questi cambiamenti. Ho già anticipato che al momento della prima applicazione della normativa sulle industrie, attività industriali non nucleari a rischio di incidente rilevante, al momento della prima applicazione di questa si aveva l'obbligo di dichiarazione quando erano presenti nello stabilimento almeno 200 grammi di... leggendo esattamente il testo diceva: "Sostanze cancerogene molto tossiche o tossiche". Una lettura dell'allegato 4, in cui si collocavano alla fine queste cose, portava a concludere però che le sostanze dovevano essere classificate cancerogene e classificate tossiche o molto tossiche, e quindi non etichettate tossiche o molto tossiche. Devo dire che però in prima applicazione ci fu molta incertezza sulle cose, ed in via cautelativa molte attività industriali provvidero a fare la dichiarazione anche semplicemente per la presenza di una sostanza cancerogena che automaticamente era etichettata tossica. C'erano, per la verità, delle lettere del Ministero, delle lettere tra il Ministero e la Comunità, però non era così chiaro. La precisazione che le sostanze dovevano risultare contemporaneamente classificate come cancerogene e molto tossiche, oppure cancerogene e tossiche, è venuta con decreto ministeriale dell'1 febbraio del '96 che poi è stato confermato dalla legge 137 del '97, che sanava una situazione di decreti legge ripetuti, non so se 17, 17 decreti legge ripetuti. Era il periodo in cui si ripetevano in continuazione i decreti legge e che la Camera non convertiva. Si emanavano decreti ministeriali ai sensi dei decreti legge mettendo in crisi noi ingegneri per sapere se il decreto ministeriale valeva ancora o non valeva al momento in cui il decreto legge era cambiato. Per cui sono stati momenti in cui chi faceva, come il sottoscritto, attività di consulenza si trovava a dover esprimere opinioni con molta cautela perché non è il mestiere nostro e quando ci rivolgevamo ai legali dicevano: "Ma sono questioni tecniche". Mi scusi, Presidente, se faccio queste annotazioni. Io non lavoro solo con il professor Stella. Mi scuso se faccio queste annotazioni, ma sono annotazioni che dicono di come si trova a lavorare il tecnico in queste cose. Ad un certo momento i decreti decadono, viene la norma che non si possono più reiterare, cosa succede? Nel settore rifiuti fu fatta la norma di sanatoria dei decreti piuttosto rapidamente ed invece nel campo delle industrie a rischio di incidenti rilevanti sono passati molti mesi prima che il Parlamento approvasse la legge. Per cui siamo stati in un interregno in cui i decreti non esistevano più, non si sapeva dei decreti ministeriali che avevano variato certe soglie, per esempio uno di questi decreti aveva portato quei 200 grammi di sostanze cancerogene e tossiche ad un chilogrammo. Insomma, avendo poi responsabilità penali attorno a queste cose, sapere se io a questo punto rilevavo ai 200 grammi o al chilogrammo, certo per un impianto come Porto Marghera se il CVM fosse stato cancerogeno e tossico come classificazione problemi non c'erano, perché si superano ben altro che i 200 grammi o il chilogrammo, ma mettetevi in tante industrie chimico-farmaceutiche dove effettivamente 300 grammi o un chilogrammo di sostanza cancerogena o tossica vuol dire una differenza significativa. Poi è uscita una legge che ha sanato quello che c'era da sanare ed, in particolare, ha confermato che le sostanze dovevano essere classificate, sia cancerogene sia tossiche, ed ha confermato anche molte altre cose. Quindi, alla fine, la possibilità concreta poi nel caso degli impianti di Marghera, come vedremo tra un po', di doversi assoggettare alle procedure previste dal D.P.R. 175 dell'88 per l'industria a rischio di incidente rilevante, per gli impianti PVC e CVM non era in relazione alla cancerogenicità, era in relazione al carattere altamente infiammabile. In altre parole, se questa normativa fosse entrata in vigore nel '72 ugualmente si dovevano fare le procedure previste dalla 175. E` interessante osservare che la situazione degli Stati Uniti è la stessa. Negli Stati Uniti il problema degli incidenti rilevanti è arrivato molto più tardi che in Europa. In Europa c'era stato, ripeto, Fishbourne nel '74, una fabbrica distrutta da un'esplosione nel Regno Unito, 27 morti solamente perché era un sabato pomeriggio e c'era pochissima gente sull'impianto, se l'esplosione fosse avvenuta in un altro giorno era una catastrofe. Quindi già a quel momento cominciò una riflessione che ha portato alle normative sugli incidenti rilevanti in attività non nucleari. Negli Stati Uniti il discorso è partito molto dopo, è partito con il nuovo atto dell'aria pulita, cioè con gli emendamenti all'atto dell'aria pulita, che sono emendamenti del '90. Questo atto ha fatto carico all'EPA di emanare l'elenco delle sostanze sottoposte a regolamentazione per la prevenzione di rilasci accidentali e di stabilire le relative soglie. Il rilascio accidentale non è la perdita della tenuta di una valvola o dalla tenuta di una pompa, è il rilascio accidentale a seguito di un evento incidentale, un evento grosso. L'EPA ha fatto questa lista nel '94, ed è la lista delle sostanze regolate, regolamentate e della soglia per la prevenzione di rilasci accidentali. In questo elenco noi troviamo il CVM ma lo troviamo nelle tabelle relative non alle sostanze tossiche, ma relative alle sostanze infiammabili. E sì che il CVM era stato posto in particolare attenzione all'EPA, perché c'era proprio una raccomandazione, io direi, del Congresso degli Stati Uniti che indicava 16 sostanze all'EPA da considerare comunque in questa lista delle soglie per gli incidenti rilevanti, ed indicava il CVM. Il CVM l'ha considerato ma come infiammabile, cioè la stessa situazione che c'è da noi. C'è una regolamentazione dell'OSHA che si muove per molti versi parallelamente alla regolamentazione all'EPA, ed è una regolamentazione che riguarda la gestione della sicurezza di processo per i prodotti chimici altamente pericolosi. Anche qui troviamo il CVM, ma lo troviamo, anche qui, compreso non tra le sostanze tossiche, ma negli elenchi degli infiammabili. Quali soglie vengono stabilite? Sono le stesse nella normativa EPA o nella normativa OSHA, sono 10.000 libbre, il che vuol dire 4,54 tonnellate, che ovviamente è una cifra molto più bassa di quella che ho indicato prima per quanto riguarda le soglie della normativa italiana che, per la notifica, sono di 200 tonnellate, per la dichiarazione di 40 tonnellate. Attenzione però che la soglia degli Stati Uniti è per il CVM, come infiammabile, la soglia in Italia è per tutti i gas infiammabili presenti nell'impianto e quindi si sommano i quantitativi di tutti i gas infiammabili. 1,2-dicloretano, DCE come sigla, che è un intermedio per la produzione di CVM, si trova rispetto alla normativa sugli indicenti rilevanti in condizioni analoghe, parlo della normativa sugli indicenti rilevanti perché altri consulenti, precedentemente a me, hanno introdotto questo argomento, quindi ritengo che da parte mia debba dare quello che mi sembra possa essere un contributo all'argomento. Dicevo che il DCE si trova in condizioni analoghe, analoghe non vuol dire uguali, perché intanto il DCE è un liquido, non è un gas, come classificazione è non altamente infiammabile ma facilmente infiammabile, per quanto riguarda la classificazione come cancerogeno è cancerogeno di seconda categoria, la situazione ondeggiante a livello internazionale l'ha messa in evidenza qualche udienza fa il professor Pasquon, per quanto riguarda però il nostro decreto ministeriale che raccoglie la normativa comunitaria troviamo cancerogeno di seconda categoria, lo troviamo come nocivo, lo troviamo come irritante. Quindi le frasi di rischio sono R11 di facilmente infiammabile, R45 può provocare il cancro. Queste sigle sono estremamente importanti, il linguaggio è ormai tra noi tecnici spesso... "è un R45, allora se è un R45 questo, questo e quest'altro", forse rappresenta un po' la vecchia barzelletta sui pazzi che si raccontano le barzellette a numeri, ormai anche noi a furia di sigle e numeri siamo a livelli di pazzia, però semplifica molto i discorsi. Non mi interessa cancerogeno di prima categoria o di seconda categoria, per me è R45 ai fini della normativa sugli incidenti rilevanti mi gioca in una certa maniera, come il discorso tecnico. Poi è chiaro, c'è invece un discorso che riguarda il giudizio medico e tossicologico, è tutto un altro discorso. Per quanto mi riguarda, lo Stato mi dice che è un R45, io tale lo devo considerare, mi basta questa sigla, lo stesso vale per le altre sigle. Quindi R22 è nocivo per ingestione e poi ha una sigla composita R36/37/38, che vuol dire irritante per gli occhi, le vie respiratorie e la pelle. Io se che questa sostanza, a parte il fatto che può provocare cancro, ha anche effetti immediati di irritazione degli occhi, delle vie respiratorie e della pelle. L'etichettatura è F facilmente infiammabile, T tossico e, naturalmente, gli R che ho appena detto. Ci sono poi le consuete frasi, i consigli di prudenza che sono simili a quelli che abbiamo visto per il CVM. A questo punto, io devo andare a vedere quali sono le soglie non più per i gas altamente infiammabili ma per i liquidi infiammabili e l'allegato 4 del D.P.R. 175 dell'88 mi dice che sono liquidi facilmente infiammabili le sostanze che hanno un punto di infiammabilità al di sotto di 21 gradi centigradi ed un punto di ebollizione a pressione normale al di sopra di 20 gradi centigradi. A temperatura ambiente e a pressione ambiente il CVE è un liquido che rientra in questa categoria per quanto riguarda il punto di ebollizione. Per quanto riguarda il punto di infiammabilità, al di sotto dei 21 gradi non è che vuol dire che se io ho questa roba al di sotto dei 21 gradi mi piglia fuoco, il punto di infiammabilità è una misura che si fa per vedere quale temperatura mi rilascia dei vapori che in presenza di una scintilla mi danno luogo ad un piccolo incendio, ad una piccola esplosione, non è la temperatura di autoaccensione, la temperatura di autoaccensione sarà a 300, 400 gradi, cioè quella a cui è portata la sostanza comunque mi prende fuoco. Questa è una temperatura che mi dice la capacità di rilascio di vapori. A questo punto, guardando le soglie, le soglie sono molto, molto più alte, perché le soglie per la notifica per i liquidi infiammabili di questo tipo sono 50.000 tonnellate. Quindi un quantitativo enorme, che non viene superato negli impianti di Marghera. Lo stesso la dichiarazione ci porta a 10.000 tonnellate per gli impianti e a 5.000 tonnellate per i depositi. Ci portava, poi anche qui sono intervenute delle modifiche a seguito del decreto 20 maggio del '91. C'è la terza sostanza sugli impianti che ci interessano che può portare all'interno della direttiva Seveso, ed è l'acido cloridrico sotto forma di gas liquefatto. L'acido cloridrico in soluzione è l'acido muriatico, infatti è pericoloso, ma non pericoloso a livello da incidenti rilevanti, il gas liquefatto invece sì. In questa sostanza la soglia per la notifica è 250 tonnellate. Non era ricompreso l'acido cloridrico nei criteri dell'allegato 4 del decreto, per cui fino al '91 non c'erano problemi di dichiarazione, le modifiche introdotte nel '91 hanno portato le soglie per la notifica e per la dichiarazione, la notifica è rimasta a 250, la dichiarazione che prima non esisteva è a 25 tonnellate. Le scadenze fissate inizialmente erano l'8 luglio dell'89 per gli impianti soggetti a notifica, il 31 dicembre del '90 per gli impianti soggetti a dichiarazione. Erano fissati inizialmente e rimasero tali perché la normativa si è potuta applicare, avendo poi le norme tecniche per farlo, le norme tecniche uscirono, se ricordo bene, nel marzo dell'89, quindi c'era un tempo non grande, ma certamente sufficiente per rispondere a questi termini, quindi non ebbero proroghe. Anche qui però ritengo importante vedere cosa succede a valle di quello che l'azienda è tenuta a fare. L'azienda nella fattispecie, lo diremo più dettagliatamente tra un po', ha fatto quello che doveva fare, cioè ha fatto le dichiarazioni a quelle date, ha fatto gli aggiornamenti triennali richiesti. Chi riceveva queste cose cosa doveva fare? Evidentemente le doveva esaminare. E` un evidentemente per la verità che poteva anche non essere così all'inizio, perché ci fu una notevole discussione se la notifica era un po' quella che si fa per le costruzioni in cemento armato e calcestruzzo armato ed in acciaio in zone non sismiche. Per queste costruzioni si deposita al Genio Civile progetto, verifiche di rottura dei cubetti del ferro, collaudo, e lì rimane in attesa che non succeda niente, se succede qualcosa si vanno a riprendere quei documenti per vedere che cosa è stato fatto. Anche per le notifiche delle industrie a rischio di incidente rilevante ci fu l'ipotesi che fosse semplicemente un obbligo di fare queste analisi, così come il progettista del calcestruzzo ha l'obbligo di progettare per bene, secondo noi, un rendiconto di tutte queste cose che veniva messo in un archivio e sarebbe stato tirato fuori solo al momento in cui, per disgrazia, ce n'era la necessità. Devo dire che ricordo personalmente, questa era l'opinione del Ministro della Sanità Degan, con il quale ebbi modo di parlare, ci trovammo in una Commissione, successivamente invece si è detto: no, questi documenti devono essere esaminati, si deve verificare se le analisi sono state fatte correttamente, richiedere eventuali integrazioni e dare prescrizioni, quindi è una notifica con conseguenze, non una notifica semplicemente che si ferma lì. Il D.P.R. 175 dell'88 aveva un articolo 18 che stabiliva come doveva essere fatta l'istruttoria sulle attività soggette a modifica, istruttoria che, come ho già detto, doveva essere fatta in sede ministeriale e doveva avvalersi come organi tecnici dell'Istituto Superiore di Sanità, dell'Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, del Consiglio Nazionale delle Ricerche nei suoi istituti specialistici, del Corpo Nazionale del Vigili del Fuoco e poi doveva avvalersi anche di organi consuntivi e, quindi, una Commissione istituita dal Ministero della Sanità nell'85, integrata di volta in volta con un rappresentante designato dalla Regione, dal Comune e dall'Unità Sanitaria Locale nel cui ambito territoriale si svolge l'attività industriale, integrata con l'ispettore regionale ed interregionale dei Vigili del Fuoco, con il comandante provinciale dei medesimi. Cioè era chiara nel decreto l'intenzione di esaminare, ma non di esaminare delle carte, di esaminare delle carte tenendo presente quali sono le realtà, e quindi ecco l'ispettore provinciale dei Vigili del Fuoco, ecco l'U.S.L.. C'era poi, come organo consuntivo, anche un Comitato di coordinamento delle attività di sicurezza in materia industriale istituito anche questo nell'85. Come si procedeva? Il Ministero dell'Ambiente, di concerto con il Ministero della Sanità, doveva nominare un responsabile dell'istruttoria. Questo responsabile doveva essere un dirigente dei due Ministeri o un dirigente degli organi tecnici che ho prima richiamato. Doveva inviare immediatamente il rapporto di sicurezza, allegato alla notifica, ai diversi organi tecnici che abbiamo prima indicato, per avere una loro valutazione. Doveva richiedere eventuali informazioni complementari al fabbricante, il soggetto che fa queste cose nel D.P.R. 175 è identificato come fabbricante. Doveva quindi richiedere le eventuali informazioni complementari al fabbricante, queste informazioni complementari gli venivano indicate dagli organi tecnici che avevano ricevuto questi rapporti, i quali poi esprimevano un loro parere. L'istruttore, quello che era stato nominato responsabile di istruttoria, acquisiti gli atti degli organi tecnici doveva convocare, trascorsi 60 giorni dalla notifica o dalla data di ricevimento delle eventuali informazioni complementari richieste, una Conferenza di servizio con la partecipazione della rappresentanza degli organi tecnici della Regione e dei Comuni interessati. Doveva raccogliere a verbale le valutazioni espresse nella Conferenza di servizio, compilare una dichiarazione da trasmettere entro i successivi 15 giorni agli organi consuntivi, che a loro volta entro 30 giorni dovevano pronunciarsi. Quindi, i tempi previsti per l'istruttoria ed i pareri consuntivi erano di 105 giorni, più il tempo per acquisire eventuale documentazione integrativa. A questo punto, dice l'articolo 19 del decreto, acquisiti gli atti istruttori ed i pareri degli organi consuntivi, il Ministero dell'Ambiente, di concerto con il Ministero della Sanità, formula le conclusioni sul rapporto di sicurezza, indicando, se del caso, le eventuali misure integrative o modificative ed i tempi entro i quali il fabbricante è tenuto ad adeguarsi, le conclusioni devono essere motivate con riferimento alle norme generali di sicurezza previste dell'articolo 12, comma 1, ovvero in difetto di queste alle norme vigenti e, comunque, con riferimento a specifiche ed individuate esigenze connesse al caso. I fabbricanti, ed in particolare il fabbricante interessato a noi di Enichem, hanno presentato le notifiche nei tempi e nei modi previsti, ma quello che doveva avvenire a valle non si è verificato, tant'è che già un decreto del '92 prevedeva modificazioni della procedura, ma era uno dei decreti legge che sono poi decaduti, veniva eliminata la figura del responsabile dell'istruttoria, veniva istituita una Conferenza di servizi per rischi industriali, insomma si cambiava regime. Perché? Perché al '92, per quanto mi risulta, nessuna notifica era stata esaminata. Ma per quanto ne so io, ad oggi nessuna notifica è stata esaminata, comunque non è stata esaminata la notifica che riguarda gli stabilimenti. Nel frattempo, ogni tre anni venivano forniti tutti gli aggiornamenti. La procedura è stata poi cambiata nuovamente da quella legge che costituiva sanatoria dei decreti non approvati, ma i cambiamenti delle norme non hanno prodotto effetti che io conosca. Le dichiarazioni erano invece di competenza regionale. Sempre il decreto, l'articolo 16 diceva che le Regioni esaminano le dichiarazioni, formulano in ordine ai progetti di nuovi impianti, perché ovviamente questa procedura riguardava gli impianti vecchi ma riguarda anche i nuovi impianti, se io devo fare un nuovo impianto che rientra nella classificazione delle industrie a rischio di incidente rilevante devo farlo precedere dalla notifica o dalla dichiarazione a seconda del caso. Quindi formulano i pareri, trasmettono la dichiarazione, insomma per le cose che doveva fare il Ministero, le dichiarazioni le dovevano fare le Regioni. Ci sono state delle Regioni che l'hanno fatto, la prima è stata la Regione Toscana. La Regione Toscana ha concluso l'esame di quelle cento dichiarazioni che aveva da esaminare e nel giugno del '93 ha pubblicato, anzi l'ha presentato in un convegno con la pubblicazione, le relazioni tecniche conclusive ed i provvedimenti della Giunta regionale in relazione a questo esame. La Regione Emilia Romagna ha già da tempo finito tutto, nel senso che sono stati esaminati anche lì circa 80, 90 impianti sottoposti a dichiarazione ed ha richiesto integrazioni. Studia anche questo tipo di incidente, è considerato solo un foro da un quarto di pollice, ma io credo che in questo caso bisogna anche considerare un foro da un pollice, se verificasse un foro da un pollice cosa succede? Le istruttorie non sono istruttorie generiche di carattere semplicemente amministrativo, sono istruttorie tecniche. Completata l'analisi, laddove era da completare, è stato detto: bene, ora tu devi però lì le fogne intercettarle perché ritengo pericoloso che ci siano fogne che non siano intercettate, lì devi mettere una valvola di sicurezza, ha dato le prescrizioni e l'ha fatto con decreti del Presidente della Giunta regionale, lo stesso in Toscana. Per quanto riguarda l'Emilia Romagna so che ha fatto anche le verifiche, ha partecipato come consulente delle aziende ad un momento di verifica, cioè ha verificato anche se le prescrizioni erano state realizzate. Non mi risulta che in Veneto sia stato fatto questo. Non è che mi interessa più di tanto, se è stato fatto in Veneto, non è stato fatto nello stabilimento di Porto Marghera. Esiste una legge regionale che stabilisce le procedure con cui doveva andare avanti la Regione per questo esame, l'ho riportato nella mia relazione, non sono state applicate. A mio avviso, è molto importante perché ancora una volta ci si trova da un lato a fare quello che la legge ti chiede, non hai il riscontro da parte di chi deve fare la verifiche, di chi deve svolgere la sua funzione di controllo, e quindi ti trovi a navigare spesso a vista, senza i punti di riferimento. Vediamo la situazione degli impianti di Marghera. Lì c'è un lucido nel quale noi vediamo che per quanto riguarda l'impianto CV22 di produzione e lo stoccaggio del CVM, il CVM è 540 tonnellate, la soglia per la notifica è 200, quindi comporta la notifica che è stata fatta. Il DCE ha 2.853 tonnellate, a questo punto comunque la notifica era fatta per l'impianto ed andare a vedere le altre sostanze... comunque, per esempio, l'HCL liquefatto da solo non avrebbe comportato la notifica. Per quanto riguarda il CV24/25 abbiamo la dichiarazione perché con 140 tonnellate non superiamo la soglia delle 200 tonnellate per la notifica, ma superiamo la soglia delle 40 tonnellate per la dichiarazione e quindi è stata inviata nei termini previsti dalla normativa la dichiarazione. Per quanto riguarda il CV23 è produzione e stoccaggio di DCE. Abbiamo 2.992 tonnellate di DCE, la dichiarazione scatta sopra le 10.000 tonnellate, non era dovuto niente. Qui però si è verificato quel fatto di non chiarezza a quel punto sul fatto se il tossico doveva essere l'etichettatura o la classificazione, lo stabilimento ha fatto la dichiarazione in via prudenziale. Questa è la situazione, naturalmente le cose sono state aggiornate ed il tutto mi pare senza riscontri di ritorno.

 

Presidente: possiamo sospendere qui e riprendiamo alle ore 15.00.

 

L’UDIENZA E’ SOSPESA ALLE ORE 13.50.

 

Presidente: possiamo riprendere.

 

FORABOSCHI: Vorrei ora illustrare il problema del CVM residuo nel PVC ed anche qui, mi scuso, ma voglio riferirmi anche alle situazioni normative, di norme tecniche sull'argomento. Cominciando dal decreto ministeriale del 21 marzo del '73 che è la disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire a contatto con le sostanze alimentari o con sostanze ad uso personale. Questo decreto, per quanto importante in generale, per il nostro problema fornisce un'indicazione molto generica. Le resine da impiegare per la preparazione di oggetti di materia plastica non devono cedere sostanze ritenute nocive alla salute come taluni monomeri composti a basso peso molecolare, intermedi, catalizzatori, solventi ed agenti emulsionanti. Naturalmente, poi c'è un allegato in cui tra le sostanze a cui si rivolge questa norma è indicato il polivinile cloruro, però nella colonna dove ci sono condizioni e limitazioni di tolleranza e di impiego non vengono poste, siamo nel '76 d'altra parte. Gli aggiornamenti del decreto che sono stati frequenti e ripetuti, ce ne sono stati due nel '74, due nel '75, due nel '79, non apportano cambiamenti per quanto riguarda il PVC. Bisogna arrivare alla modifica delle vicende del 2 dicembre dell'80 per trovare delle indicazioni. Ed, in particolare, proprio in questo aggiornamento vengono fissati i limiti alla concentrazione di CVM nel polimero, nell'80 troviamo queste indicazioni. L'articolo 2, comma 1, stabilisce, infatti, che devono essere rispettate le condizioni di limitazione, tolleranza e di impiego di cui all'allegato 2, e quindi rimanda ad una norma nell'allegato in cui si dice che non devono contenere cloruro di vinile monomero in quantità superiore ad un milligrammo di prodotto finito. Questo secondo il metodo di analisi riportato nell'allegato. Poi naturalmente non si limita, trattandosi di impieghi alimentari, a dire quanto è il residuo di CVM nel polimero, dice anche che, comunque, non devono cedere ai prodotti alimentari che sono stati o sono messi a contatto con oggetti fabbricati con dette resine, cloruro di vinile monomero rilevabile con il metodo di analisi riportato nell'allegato 4, sempre il discorso del limite. Quindi non si deve trovare con questo metodo che ha un limite di rilevabilità pari a 0,01 milligrammi per chilogrammo, quindi deve essere sotto zero, sotto il limite di sensibilità, e siamo nell'80. Ci sono successive modifiche, ripeto, è un tipo di normativa che viene aggiornata in continuazione, ma riguardano cose importanti, metodologie in determinazione, per l'esposizione direi che è superfluo parlarne, ovviamente nella relazione riporto questi elementi. Poi quando invece arriviamo al '90 con le linee guida su cui mi sono intrattenuto abbastanza questa mattina, le linee guida per il contenimento dell'emissione degli impianti industriali, emissioni atmosferiche, quando si va a vedere cosa dice per gli impianti di produzione di polivinile cloruro troviamo che ci sono dei limiti per il contenuto di cloruro di vinile monomero nel polimero in fasi intermedie di lavorazione, quindi dice: i tenori residui di cloruro di vinile nel polimero devono essere ridotti al massimo, in particolar modo nella zona di passaggio dal sistema chiuso al sistema aperto. Si preoccupa, quando il polimero passa da zone chiuse a zone aperte lì il contenuto residuo nel polimero deve essere basso, e stabilisce appunto i limiti, che sono lì proiettati, e che sono per il PVC in massa - la produzione di PVC in massa non c'era a Marghera - 10 milligrammi per chilogrammo di PVC, per i monopolimeri in sospensione 100 milligrammi per chilogrammo, per il PVC in macrosospensione in emulsione 1.500 milligrammi per chilogrammo. Quindi, questo con riferimento ad una normativa che non era per l'ambiente di lavoro, perché questa è una normativa per le emissioni nell'atmosfera e quindi per l'ambiente esterno, però ugualmente si preoccupava che dal momento in cui si passa da fase chiusa a fase aperta il rilascio fosse il minimo possibile. Dopodiché dava un'indicazione che poi troviamo applicata proprio in applicazione di queste linee guida del '90, dice: "Al fine di ridurre ulteriormente la concentrazione di cloruro di vinile nell'affluente gassoso, proveniente dall'essiccatore, questo dovrà, per quanto possibile, essere utilizzato come comburente in un impianto di combustione", cioè l'indicazione è quando hai in generale degli sfiati contenenti di PVC vedi se non è il caso di bruciarli. Questo era il quadro normativo. Nello stabilimento di Porto Marghera i limiti di legge che abbiamo richiamato erano rispettati ampiamente. Qui c'è una tabella nella quale vengono forniti una serie di dati, per questi dati poi in allegato alla mia relazione riporto il documento da cui sono stati tratti. Quindi vediamo già che nel '74, quindi molto presto, il CVM residuo nel prodotto finito era da 1 a 6 PPM in massa, quindi milligrammi per chilogrammo, che poi veniva evaporato in fase di essiccamento. Quindi il polimero aveva veramente tracce di CVM, questo già nel '74. Poi se prendiamo le specifiche prodotti finiti del manuale operativo di CV6, che è un documento del '78, vediamo il sicron pasta con massimo 1 PPM in pasta, per vari tipi il massimo è 1 PPM per due tipi per uno il massimo è 10 PPM e per l'altro il massimo è 5 PPM. Anche qui poi dovrò parlare ad un certo momento con riferimento a quei dati che ha citato il dottor Mara, sul residuo di CVM e di PVC. Ancora io non sono riuscito ad avere la copia della pubblicazione che il dottor Mara ha citato, non so se l'abbia depositata, a me non è ancora arrivata. Io ho trovato una pubblicazione successiva dell'ingegner Giotti, il coautore non è il professor Pezzin che citava il dottor Marra in quella pubblicazione che mi sembra fosse del '91, io ne ho trovata una successiva, in questa pubblicazione successiva di cui parlerò poi più avanti troviamo un'indicazione molto precisa, che il 100 per cento del PVC prodotto ha un contenuto di CVM inferiore a 3 PPM in peso, il 98 per cento di quello prodotto ha un contenuto inferiore ad 1 PPM in peso. Poi quando avrò la pubblicazione citata dal dottor Mara vedrò come si accordano le due. Per la polimerizzazione in sospensione già nel '77 si era tra 1 e 5 PPM in massa per il 50 per cento del prodotto, insomma avevamo una situazione che era ampiamente all'interno delle normative, anche di quelle successive. Quando arriviamo all'88 e al '93 una serie di analisi che abbiamo consultato ci dicono che abbiamo un contenuto uguale o inferiore a 1 PPM, a parte qualche eccezione. Emissioni atmosferiche negli impianti di produzione del PVC; questa mattina abbiamo visto delle emissioni atmosferiche negli impianti di produzione del CVM, ora vediamo quelli di polimerizzazione. Per quanto riguarda il limite, rimane lo stesso, quei 5 milligrammi al metro cubo indicati dal decreto ministeriale del '90, dalle linee guida rimangono sia per gli impianti di produzione del CVM che abbiamo visto questa mattina, sia per gli impianti di produzione del PVC che vediamo ora. Lo stesso la normativa USA, quel dato di 10 PPM, valore medio su 3 ore, equivalente a 28 milligrammi normal metro cubo che abbiamo visto questa mattina, valgono anche per gli impianti di produzione del PVC. La normativa americana prende in esame qualche dettaglio in più del problema, per esempio dà delle indicazioni al momento che valgono per la fase di apertura del reattore, dell'autoclave. Per esempio, viene stabilito che nella fase di apertura del reattore il CVM emesso non deve superare gli 0,02 grammi per chilogrammo di PVC secco prodotto. Il limite delle 10 PPM in volume vale non solo per la parte reattore ma vale anche per poi le parti successive, stripper, miscelatori, sistemi di recupero e così via. Sulla lavagna luminosa sono riportate le indicazioni della normativa USA che entrano più nel dettaglio nelle diverse fasi, quindi per quanto riguarda la concentrazione residua del CVM nelle varie fasi di lavorazione, qualcosa di analogo a quello che abbiamo visto nel decreto del '90 delle linee guida italiane. Non entro nel dettaglio dei numeri, sono numeri, come si vede, ancora piuttosto alti perché siamo, appunto, in queste fasi. Quello che mi preme sottolineare è che la normativa americana attuale non pensa che da questi impianti non ci siano dispersioni in ambiente di CVM, le controlla, ne fornisce i limiti ma prende atto che la tecnologia questa è e naturalmente le rapporta anche alle conseguenze sull'ambiente, sia l'ambiente di lavoro sia l'ambiente esterno, e ritiene queste emissioni accettabili. Il lucido numero 11 è l'inventario dei rilasci tossici negli Stati Uniti nel '95, sono i dati relativi a 23 impianti di produzione del PVC. Noi vediamo in questo inventario 74 tonnellate anno di emissioni diffuse, 272 tonnellate anno di emissioni convogliate, in totale 346 all'anno. Se facciamo il valore medio, cioè dividiamo questo quantitativo, che è relativo ai 23 impianti per 23, otteniamo che il valore medio per impianto di emissione totale è di 15 tonnellate anno. Abbiamo visto che nel '93 Marghera, dopo il combustore, era sulle 8.

 

Presidente: ad eguale quantità prodotta?

 

FORABOSCHI: questi dati non forniscono le produzioni perché negli Stati Uniti i 23 impianti esistenti danno questo totale, è un valore medio, presumibilmente siccome le produzioni in genere sono abbastanza paragonabili, ma poi più avanti, se ci sarà il tempo ed il modo, darò anche delle informazioni impianto per impianto e si vede che ci sono abbastanza differenze, quindi la sua osservazione è estremamente pertinente. Questo dato qui non si riesce a confrontarlo a parità di produzione, però pensando che l'impianto di Marghera, come ci ha illustrato il professor Pasquon, è un impianto che per tipologia e per dimensioni si colloca nella situazione degli impianti importanti come ci sono negli altri Paesi, il confronto con il dato medio penso che sia significativo. Però la sua domanda è puntuale e per la risposta non ho gli elementi per... proprio nell'inventario delle sostanze tossiche non viene riferito questo dato, perché la preoccupazione di questo inventario è di fornire ai cittadini americani l'idea di quanta roba viene emessa in tutti gli Stati Uniti, ma poi entra nel dettaglio dei singoli Stati, e quindi ha una segnalità diversa dalla nostra. Però credo che ugualmente sia un dato significativo per dirci che... l'avevamo già visto in rapporto ai fattori di emissione, abbiamo visto che con i fattori di emissione siamo allo 0,5 per cento di quello che verrà. Un altro dato che, messo insieme a quello, ci dice che non siamo fuori dal mondo, siamo nel mondo ed il mondo non è di emissione zero, di questo dobbiamo prenderne atto. Per quanto riguarda gli impianti di produzione del PVC dobbiamo pensare anche alle polveri. Il TLV-TWA, cioè medio sulle 8 ore, per la frazione di polvere inalabile, quindi con diametro di taglio di 100 micron, il diametro di taglio è il diametro in cui si colloca il 50 per cento delle dimensioni, cioè il 50 per cento è sotto ed il 50 per cento è sopra a questa dimensione. Quindi il TLV è 10 milligrammi metro cubo per la frazione inalabile, scende a 3 milligrammi metro cubo per quella respirabile con diametro di taglio 4 micron; questo secondo le solite norme della Conferenza americana degli igienisti industriali. Per quanto riguarda le linee guida del '90 si hanno delle indicazioni per quanto riguarda le emissioni di polveri totali, quindi non sono le sole polveri di PVC, sono le polveri totali. Ancora una volta il limite in concentrazione varia in funzione di quello che è il flusso di massa, per cui se il flusso di massa è basso il limite per la concentrazione è basso o addirittura non c'è limite per la concentrazione, se il flusso di massa è più alto diminuisce il limite per la concentrazione. Quindi se il flusso di massa è pari o superiore a 5,5 chilogrammi ora la concentrazione non deve superare i 50 milligrammi normal metro cubo riferiti all'emissione secca, cioè portato via. Se il flusso di massa è pari o superiore a 0,1 chilogrammo/ora, ed inferiore a 0,5 chilogrammi/ora la concentrazione non deve superare i 150 milligrammi metro cubo, la portata è minore e quindi si ammette una concentrazione maggiore. Questa è la normativa italiana per gli impianti esistenti. Andando ancora una volta all'EPA il fattore di emissione delle polveri, queste sono polveri di PVC, in assenza di sistemi di abbattimento è 17,5 chilogrammi/tonnellata, dopodiché l'indicazione è che se si adottano impianti di abbattimento importanti, e quindi per esempio filtri a maniche, l'efficienza di abbattimento è del 98 o 99 per cento, cioè di questi 17 il 98 o 99 per cento si può abbattere. Questo è il quadro in cui si va collocare come normativa italiana o come riferimento alla normativa americana. Per gli impianti di Porto Marghera, per quanto riguarda le incombenze introdotte dal D.P.R. 203 rimando a quanto detto questa mattina a proposito del CVM, non cambia niente, quando uno ha fatto la domanda di continuazione delle emissioni l'ha fatto per il CVM ma l'ha fatto anche per le polveri. Invece riportiamo i dati relativi alle emissioni atmosferiche convogliate relative all'89 dai reparti CVM e PVC. Al solito, per avere un confronto si riportano anche i dati relativi alle emissioni continue di polvere desunti dalla relazione Tecneco del '74, quindi molti anni prima. Rispetto al '74 le emissioni dell'89, con tutti gli interventi che sono stati fatti e che sono stati illustrati ampiamente, per esempio dal professor Pasquon ma anche dall'ingegner Nano, nell'89 dopo due anni che Enichem gestiva direttamente gli impianti, le emissioni sono circa un decimo e si riducono poi ulteriormente nel '93. Per avere anche qui un dato di confronto facciamo il calcolo secondo quelle che dovevano essere le emissioni secondo i fattori di emissione della EPA. Facendo il rapporto tra le emissioni che si hanno di polveri negli stabilimenti di Marghera, quelli che con la produzione, e qui invece la produzione interviene, che si dovevano avere con i fattori di emissione EPA troviamo che le emissioni sono circa l'1,7 per cento. Se ci ricordiamo che con i filtri a manica, cioè con la tecnologia più... il 98 o 97 per cento di abbattimento si vede che si è in linea con le migliori tecnologie disponibili secondo l'EPA. Con questo io ho terminato questa parte di considerazioni iniziali su ambiente di lavoro ed emissioni, grandi rischi o meglio ancora rischio di incidenti rilevanti. A questo punto passerei all'esame della situazione impiantistica vera e propria, non è che non l'abbiamo considerata, perché quando andiamo a vedere i fattori di emissione, quanto viene emesso, tutto questo è legato alla situazione impiantistica, però ora vorrei entrare in maniera più precisa però vorrei fare, anche se sicuramente è ben presente, la situazione degli impianti presenti. Ed allora ricordo che gli impianti erano CV6, anche qui possiamo vedere la situazione al giugno dell'87, cioè mi preme ricordarmi e ricordarci al giugno dell'87, che è il momento che particolarmente mi interessa, quale era la situazione. Noi abbiamo il reparto CV6 che è produzione di cloruro di vinile polimero in emulsione, ed Enichem ha preso la gestione l'1 giugno dell'87 e l'ha portata avanti fino al 21 dicembre dell'89, data di chiusura. Nel reparto CV5/15, produzione di compound di PVC mediante miscelazione di PVC, additivi, classificanti, operazioni di edificazione e granulazione, ancora una volta preso l'1 giugno dell'87 fino all'8 febbraio del '91, data di chiusura. Però nel settembre dell'87 comincia ad entrare in funzione l'impianto sicron 1 e la produzione viene via via trasferita dal CV5/15 al sicron 1, impianto tuttora in funzione, gestito al momento, questo dall'1 agosto del '93, da EVC. Mentre per il reparto CV6 possiamo parlare di chiusura vera e propria, qui si ha quasi un'estinzione per trasferimento successivo della produzione da questo reparto al nuovo. Abbiamo il reparto CV24/25 che è la produzione di cloruro vinile polimero in sospensione, gestito fino all'1 agosto del '93, naturalmente poi passato ad EVC. Il CV22/23, che è la produzione di CVM da pirolisi del dicloroetano, anche qui gestione dal giugno dell'87 all'1 agosto del '93. Quindi gli impianti nativi al giugno dell'87, di tutti gli impianti, perché naturalmente chi ha l'interesse ad esaminare l'intera situazione, come gli ingegneri Nano e Rabitti che avevano il compito di esaminare tutto il periodo, considerano sempre tutti gli impianti e poi in certi momenti viene precisato, ma per natura stessa della relazione diventa non semplice distinguere le situazioni. Per quanto mi riguarda io devo occuparmi del periodo Enichem, per occuparmi del periodo Enichem devo fare qualche sguardo in periodi diversi, finora in periodi precedenti, tra un po' anche in periodi successivi. Però voglio ricordare che il CV10 era chiuso dall'81, il CV11 era chiuso dall'85, il CV14/16 era chiuso dall'86, aggiungo che l'impianto pilota non è mai stato in gestione Enichem, è passato direttamente ad EVC. Io non ne parlo perché non ha avuto momenti di gestione Enichem. Premesso questo, vorrei cominciare a vedere la situazione però con l'ambiente di lavoro prima del '74 per capire meglio quello che via via è successo, quello che è successo da noi, ma anche negli altri impianti nel mondo. Evidentemente, il '74 rappresenta il momento in cui a livello tecnico si prendeva atto che i risultati delle ricerche mediche sulla correlazione tra angiosarcoma ed esposizione a CVM portavano a stabilire dei limiti per la concentrazione di questa sostanza nettamente inferiori a quelle fino a quel momento esistenti. Volutamente, dico la cosa in questi termini, la dico da ingegnere, cioè nel '74 non mi interessava, io in quel momento non è che mi occupassi di questi impianti, facevo il mestiere del professore di ingegneria chimica, il mestiere dell'ingegnere chimico è stato un fatto così rilevante ed anche chi non si occupava direttamente di queste cose seguiva nelle riviste la cosa. L'ottica di una persona della cultura del sottoscritto, quindi cultura ingegneristica, non è tanto quella di capire se effettivamente c'è questa correlazione o non c'è questa correlazione, è il fatto di dire che l'OSHA ne stabilisce uno, l'OSHA ne stabilisce 50, e tutti gli altri limiti che abbiamo visto. Dopodiché io mi devo preoccupare, come ingegnere, nella progettazione, nella manutenzione e nella gestione, di tenere conto di questo. Quindi dico che è un momento critico non perché... sono tutte queste interessantissime, ma professionalmente quello che mi interessa è che ufficialmente mi si fotografa un abbassamento netto dei limiti. Come ho già avuto occasione di dire, non si deve pensare che prima del '74 l'ambiente di lavoro fosse un ambiente in cui non c'era controllo delle emissioni del CVM, se non altro per i problemi di esplosività e di infiammabilità, e vi assicuro che se uno guarda le riviste tecniche di quel periodo trova spesso articoli su questo tema; articoli in cui si dice: "Attenzione, pigliati delle tenute buone perché è una sostanza pericolosa". Poi c'erano quelle segnalazioni, non di cancro, ma di fatti sulla salute, e quindi non è che ci fosse libertà di emissione del CVM. Nel '69, per esempio, un importante rivista di ingegneria chimica, traducendo, scriveva: "La migliore maniera per garantire la sicurezza delle strutture di stoccaggio e di manipolazione del CVM è di ingegnerizzare, cioè tenere sotto controllo tecnico forte le installazioni in modo da rendere minime le perdite e le fughe". Quindi, la segnalazione era non con riferimento agli effetti sulla salute, ma... Poi i motivi sanitari di carattere generale, vorrei anche qui citare un qualcosa di letteratura tecnica americana, c'è un signore che verso il '77 ha fatto un articolo in cui cercava di rappresentare quello che il '74 aveva voluto dire per chi operava come igienista industriale nel settore del CVM, ed ancora traducendo - traduzione mia - diceva: "Nell'industria chimica c'è un vecchio detto, non ci sono sostanze chimiche sicure, c'è solo un modo sicuro di usarle". Quindi noi consideravamo questo vecchio adagio e le proprietà e gli usi comuni del cloruro di vinile, che ci portava ad avere quella prudenza che un igienista industriale deve avere considerando questo. Però è chiaro che non c'era alcun motivo di ritenerlo come una delle sostanze chimiche più pericolose, questo scrive questo signore. Quindi il quadro generale era di questo tipo. Poi c'erano motivi sanitari di carattere specifico, c'erano patologie degli operatori addetti alla produzione di PVC riferibili al CVM, le manifestazioni sulle dita delle mani è dal '67 che si segnalano, non si era in presenza di una sostanza per la quale anche l'ingegnere non aveva avuto la segnalazione che non era del tutto tranquilla. L'abbassamento del TLV da 500 PPM come massimo, era un tetto, a 200 PPM che invece non era un tetto ma era un valore medio sulle 8 ore, quello del '72, è dovuto fondamentalmente alla constatazione del manifestarsi di queste patologie in operatori esposti a CVM. Però indipendentemente, ancora una volta, da quello che si saprà nel '74 sul CVM, l'industria aveva un progresso tecnologico che portava come conseguenza a diminuire le concentrazioni di sostanze rilasciate dagli impianti negli ambienti di lavoro. Questi sono i fattori? Ci sono fattori di carattere generali e fattori specifici che in quegli anni si manifestano. C'è lo sviluppo del controllo di processo e l'automazione degli impianti dell'industria chimica, questo ovviamente comporta una diminuzione dell'esposizione dei lavoratori, comporta una diminuzione delle perdite, questo è un fatto generalizzato. Un altro fattore che in molti casi ha avuto un peso notevole è il passaggio da operazioni discontinue ad operazioni continue, e quindi passaggio da operazioni in cui fai la carica, fai le trasformazioni necessarie e poi scarichi, e quindi apri e chiudi apparecchiature, a sistemi ad operazioni continue. La polimerizzazione del PVC, anche se ha avuto esempi di operazioni continue, è fatto ancora in reattori bach, senza però la necessità di aprirli o chiuderli e fare le cose che si facevano in quegli anni. Poi un altro fattore molto importante che in quegli anni ha avuto un peso notevole come sviluppo è l'adozione generalizzata della manutenzione pianificata ed, in particolare, della manutenzione preventiva, quindi non manutenzione a guasto ma manutenzione pianificata o preventiva. Altro fattore che in quegli anni comunque si andava sviluppando era la realizzazione di sale quadri con condizioni ambientali controllate. A volte qui mi viene da scherzare dicendo che, ad un certo momento, quando si sono iniziati ad adoperare calcolatori, strumentazione sofisticata, questa aveva bisogno di condizioni termoicrometriche molto più controllate dell'uomo, per cui a quel punto anche l'uomo si è trovato in condizioni... Questo discorso ha una sua realtà, ad un certo momento imponendosi il controllo automatico, imponendosi il controllo di processo si è visto che queste cose andavano messe in ambienti che non erano sottoposti a variazioni di temperatura, a variazioni di composizione, così come l'ambiente di lavoro normale. Quindi, di fatto, indipendentemente da una volontà in relazione ad un riconoscimento della pericolosità della sostanza, ma proprio per l'evoluzione naturale dell'impianto, si realizzavano sempre più le sale quadri, per cui i lavoratori stanno dentro, escono poi per certi periodi ma non sono sempre fuori. Poi si è avuto un progresso notevole sugli organi di tenuta sia come materiali e sia come sistema. Per quanto riguarda invece le motivazioni specifiche di questo progresso che portava comunque a diminuire le concentrazioni del CVM negli ambienti di lavoro, è stata la crescita dei volumi dei reattori di polimerizzazione, crescendo il volume del reattore di polimerizzazione si ha intanto una diminuzione delle perdite perché diminuiscono le superfici di perdita rispetto al volume totale e poi, a parità di produzione, diminuisce il numero di cariche necessarie e quindi diminuisce il numero di volte che uno deve aprire o chiudere, o doveva aprire o chiudere con ingresso del personale per la pulizia. L'adozione di sistemi di agitazione disposti con l'ingresso dal fondo del reattore; avendo l'ingresso dal fondo del reattore la tenuta sull'agitatore era nella parte liquida, quindi più facile e con minori perdite, tant'è che se si vanno a vedere, anche qui a Marghera, gli impianti nati nel '71 si vede che tutte queste cose sono verificabili, i reattori sono più grandi, gli agitatori sono dal basso, e quindi sono cose progettate ancora prima, molti anni prima di conoscere la cancerogenicità del CVM, o prima di avere questa diminuzione dei limiti. Se poi si guarda la situazione italiana credo che sarebbe ignorare un fatto molto importante se non si tiene conto delle lotte sindacali degli anni '68 e successivi, se non si tiene conto dello statuto dei lavoratori. Dice ma perché me ne parli? Perché con queste lotte, con questo statuto c'è stata una presenza molto più precisa sui problemi della sicurezza, dell'igiene del lavoro e delle rappresentanze sindacali, o addirittura, come lo statuto dei lavoratori prevedeva, del singolo lavoratore. Cioè tutta una serie di cose che prima erano fuori del controllo e dalla gestione dei lavoratori e dei loro rappresentanti a partire dal '68 sono diventate invece oggetto di questa attenzione, è tutto uno sviluppo che ritroviamo poi con la 626 quando, appunto, mi introduce il rappresentante per la sicurezza e così via. Se io guardo la letteratura tecnico-scientifica e guardo le indicazioni che mi fornisce, vedo che effettivamente se vado da ‘45 a ‘75 c'è un continuo progresso che naturalmente ha poi portato ad un controllo intorno al '75. Quindi parlando in generale, non parlando in particolare di Marghera, noi abbiamo per esempio un'indicazione di letteratura piuttosto importante e molto citata anche nel seguito che ci dice ‘45-‘55... pensiamo alle 1.000 PPM, 400 o 500 PPM nel '55-'60, 400 o 300 nel '60-'70, sulle 150 metà del '73, 5 nel '75. Questo è Barnes, che era un tecnologo dell'Imperial College, direi che le situazioni erano poi abbastanza diverse da casa a casa ma questo per individuare un trend, un andamento. In altra citazione bibliografica si legge che la concentrazione del CVM negli ambienti di lavoro prima del '60 erano maggiori di 100 PPM e decrebbero sotto le 100 PPM tra i '60 e la metà degli anni '70, per poi scendere a 5 PPM nel '75, questo 5 PPM nel '75 lo ritroviamo in citazioni bibliografiche diverse. La nota di Pirastu ed altri che viene trattata e considerata da vari punti di vista entra anche su questo problema e ci dice: "Una prima riduzione dell'esposizione è avvenuta per motivi di sicurezza intorno agli anni '50, una seconda negli anni '60, in seguito alla segnalazione di casi di acroosteolisi, alla metà degli anni '70, dopo la dimostrazione della cancerogenicità del CVM sono state adottate misure di controllo più efficaci che hanno portato l'esposizione a livelli solitamente inferiori ad 1 PPM". In punti e momenti particolari, per esempio in prossimità delle autoclavi di polimerizzazione, al momento dell'apertura o in prossimità dei filtri aperti dei lattici di PVC la concentrazione di CVM poteva raggiungere anche valori molto più alti di quelli sopra indicati e questo risulta dai bollettini di analisi di quel periodo. Per quanto riguarda postazioni normalmente occupate da operatori negli anni '62 e '63 all'interno del reparto CV14 di polimerizzazione in sospensione, nella sala autoclavi, durante le operazioni di lavaggio con aria si raggiungevano in prossimità delle autoclavi anche dei valori altissimi, che si sono visti citati da dei bollettini di quell'epoca, del '62, e cioè di 40.000 PPM in volume. Ma questo in posti molto particolari ed in momenti molto particolari. Nell'impianto CV6, anche qui se risaliamo a prima di questi periodi, si trovano anche punte di qualche migliaio di PPM, anche qui ci sono agli atti bollettini di analisi, ovviamente se poi si campionava all'interno delle autoclavi negli anni precedenti al '74 si avevano valori notevolmente alti. Quanto dico è per dimostrare che la situazione, al momento in cui ci si è resi conto della natura del CVM, quantomeno nel momento in cui i limiti sono stati così abbassati, c'erano margini per interventi immediati, perché si era a livelli così alti che si poteva operare con provvedimenti molto semplici per vedere proprio un crollo. Andando alla situazione degli Stati Uniti ho citato questa mattina un rapporto che l'OSHA ha chiesto ad un importante gruppo americano per vedere le possibilità e le conseguenze dell'applicazione del limite di 1 PPM sull'economia e la conduzione di questi impianti. E nella ricerca molto dettagliata che hanno fatto, per conto dell'OSHA, questi signori si danno tutta una serie di indicazioni sulle concentrazioni che mediamente si avevano in punti di lavoro prima degli interventi. In questa tabella noi vediamo che intanto c'è una notevole variazione, perché, per esempio, operatore fornaci per produzione - e qui siamo impianti di produzione CVM - i dati sono di media sulle 8 ore, vediamo che l'intervallo è tra 0 e 11 PPM, con un valore medio di 2. La relazione a cui faccio riferimento non dà l'indicazione dell'impianto con ditta e localizzazione, dà dei numeri, per esempio impianto produzione CVM numero 13. Per la sintesi del dicloroetano ci dà intervalli tra 0 e 0,4 PPM con valore medio di 0,2, nella zona a purificazione 0,4 con valore medio 1, nel parco serbatoi i valori più alti 1,25 con media 10. Siamo prima del limite di 1, dopo il limite di 50 posto dall'OSHA e quindi non ci sono provvedimenti strutturali presi, ci sono provvedimenti gestionali presi da queste aziende e vediamo che i numeri sono decisamente bassi rispetto a quelli che abbiamo citato quando ancora non si sapeva niente. Un impianto ulteriore, un impianto di produzione PVC... qui vale la pena anticipare un discorso, cioè la realtà è che la situazione degli impianti di produzione del CVM era una situazione molto più semplice da risolvere degli impianti di produzione PVC, cioè la riduzione dell'esposizione a CVM è stata più complessa, decisamente più complessa negli impianti PVC che non negli impianti CVM. C'è chi ha valutato che gli interventi sono costati in generale, negli Stati Uniti, l'80 per cento per la messa a punto degli impianti PVC, il 20 per cento per la messa a punto degli impianti CVM. Allora per un impianto PVC relativamente nuovo le concentrazioni di CVM determinate nell'ambito di questo rapporto vanno da 0 a 159 PPM. Per quanto riguarda l'esposizione degli operatori dice questo rapporto che nessuno è esposto mediamente sulle 8 ore a più di 50, quindi si rispetta il provvedimento temporaneo, urgente dell'OSHA. Il 2,2 per cento è esposto sulle 8 ore a più di 25, quindi tra 25 e 50, il 22,2 è esposto sulle 8 ore a più di 10, il 44,5 è esposto mediamente sulle 8 ore a più di 5, il 91,1 è esposto mediamente sulle 8 ore a più di 1, quindi è una tabella che ci dice quanti sono sopra, quindi sopra va fino a 50 perché nessuno è sopra a 50. Questa è una situazione determinata nell'ambito di questa ricerca fatta per conto dell'OSHA. Noi abbiamo altri dati ed in questi altri dati vediamo che i numeri sono anche diversi, per esempio qui vediamo intervalli 10/15, comunque non vediamo quei numeri elevatissimi che si riscontravano prima dell'intervento, in questo caso dell'intervento OSHA con il limite di 50 PPM. Dando dei quadri più riassuntivi la situazione relativa agli impianti di produzione del PVC è variegata, come abbiamo detto, con impianti di medie dimensioni, impianti che fanno dalle 45.000 alle 90.000 tonnellate all’anno e di età intermedia, cioè dagli 11 ai 20 anni in condizioni di clima freddo le esposizioni medie di CVM al '74 andavano da 0,3 PPM per personale di piazzale a 26,1 PPM per l'operatore del reattore di polimerizzazione. Ci sono però impianti di grandi dimensioni, un impianto nuovo, anche questo in condizioni di clima freddo in cui sin dall'aprile del '74 si parla di un intervallo che parte da zero ma arriva anche a 10.000, ritroviamo i discorsi che abbiamo visto relativi alle autoclavi, vicinanza delle autoclavi, interno di autoclavi. Questi maggiori valori si riferiscono alle aree di recupero e di scarico del CVM. Questo impianto, in cui si andava da 0 a 10.000, fino all'aprile del '74, questi sono dati fino all'aprile del '74, nel luglio del '74 questo istituto, questa società che faceva lo studio per conto dell'OSHA, nel luglio è andata a vedere qual era la situazione, quindi ad aprile del '74 ancora non era entrata in vigore la norma delle 50 PPM, quindi questa norma è entrata all'inizio dell'aprile. A luglio dell'84, quindi a valle degli interventi immediati fatti per rispettare la norma urgente e temporanea dell'OSHA, la massima concentrazione non era più 10.000 PPM ma era 180 PPM come massima concentrazione, ed era ancora nell'area di recupero in varie postazioni. C'erano i vari punti in cui si era avuta una diminuzione notevolissima, per esempio in polimerizzazione da valori medi di 90, che erano stati misurati prima dell'aprile, a valori di 10, misurati nel luglio, in zona di sedimentazione del polimero da 130 a 10, all'interno del reattore in fase di pulizia da 20 a 42. Questa è una conferma precisa, sulla base delle misure fatte in questo periodo negli Stati Uniti, che al momento in cui si dice: "Attenzione, bisogna diminuire le emissioni" c'era modo di farlo senza interventi che portassero via tempo, si poteva fare immediatamente, si poteva fare sostanzialmente, come ho detto più volte, con interventi sulla gestione e sulla manutenzione. Ci sono altri dati su questo periodo che riporto nella relazione e che danno ancora una volta un'indicazione di quello che era il punto di partenza al momento in cui da 50 si doveva scendere ad 1. Il rapporto fatto all'OSHA dal NIOSH, cioè dall'Istituto nazionale per l'igiene e la sicurezza del lavoro, il NIOSH di Cincinnati ha seguito degli impianti per poter ancora una volta fare una relazione all'OSHA su quelle che erano le condizioni con cui si aveva evoluzione in base alla nuova normativa. Il lucido 20 dà i risultati su misure di concentrazione media su 8 ore che sono state fatte nel '74, '75 e '76. Allora se guardiamo i valori sotto ad 1 PPM nel '74 sono il 2 per cento delle misure, nel '75 sono il 43 per cento delle misure, nel '76 sono il 73 per cento delle misure. Ripeto, come media sulle 8 ore, e quindi il TWA. Se andiamo a guardare il lato opposto, cioè le concentrazioni superiori a 10 PPM, vediamo che nel '74 erano il 24 per cento, nel '75 erano il 3 per cento, nel '76 erano il 2 per cento. Quindi, come viene detto nel rapporto del NIOSH, la riduzione del livello di esposizione dei lavoratori è evidente, specialmente dal '74 al '75, è durante questo periodo che molti controlli ingegneristici furono installati. Quali sono questi interventi? A partire dal '74 l'industria CVM e PVC in tutti i Paesi industrializzati cosa fa? Intanto adotta provvedimenti di carattere gestionale e manutentivo e poi effettua modificazioni di impianto e di processo, e queste modificazioni di impianto e di processo sono modificazioni che sono finalizzate ad ottenere una drastica riduzione dell'esposizione a CVM degli operatori. Gli interventi immediati; ripeto che il margine di intervento era valido, poiché le cautele gestionali ed impiantistiche adottate fino al '74 abbiamo visto, per quanto attente, erano commisurate ai limiti di infiammabilità e di esplosività prevalentemente e ad una nocività per la valute degli operatori ritenuta modesta. L'OSHA proseguiva ad avere un limite di 500 PPM, anche quando invece il TLV era sceso a 200. Passare a valle dei reattori di polimerizzazione ad operazioni in apparati chiusi con strippaggio del CVM, fino ai limiti che abbiamo visto prima di presenza di CVM nel polimero, questi richiedevano interventi impiantistici; interventi impiantistici che non potevano essere realizzati immediatamente, occorreva del tempo. Però bastava un semplice cambiamento della procedura di apertura dei reattori di polimerizzazione per migliorare notevolmente la situazione, bastava prevedere che prima di aprire il reattore il reattore fosse mantenuto in depressione per un periodo sufficiente. Si recuperava una frazione rilevante del CVM non reagito e quindi si riducevano in misura notevole le dispersioni del CVM nelle sezioni a valle del reattore e questo poteva essere fatto subito, ed è stato fatto subito. Quindi i tempi necessari per realizzare lo strippaggio del CVM da polimero, che è uno degli interventi che tutti hanno segnalato tra i più importanti per ridurre l'esposizione a CVM, i tempi potevano essere anticipati appunto prevedendo questa aspirazione. In qualche caso si è facilitata ed aumentata la rimozione del CVM riscaldando con acqua calda la camicia del reattore, quindi aumentando la temperatura e lo strippaggio per aspirazione era più efficace. Andando al rapporto del NIOSH, quindi ancora una volta per vedere cosa si faceva in quel periodo nel mondo, andando al rapporto del NIOSH che stava seguendo una serie di impianti, si legge: "Lo strippaggio del CVM è intrapreso nell'autoclave dopo il ciclo di polimerizzazione ed è molto importante ai fini del programma complessivo di controllo del CVM", e questo non richiedeva di fare la colonna di stripping, poi sono state fatte, sono state messe in funzione, poteva essere realizzato in tempi molto brevi. Passando ad un altro intervento, il controllo delle perdite dalle valvole richiedeva il cambiamento delle valvole, passando per esempio da valvole con tenuta semplice, a baderna a valvole con doppia tenuta, le valvole normalmente erano valvole in cui per fare questa tenuta sull'albero, per non avere perdite sull'albero, c'era una treccia che poi veniva pressata, un po' come in certi rubinetti che si mette la stoppa per fare tenuta. E` chiaro che una tenuta di questo genere non è la tenuta migliore che si possa avere quando ci si trova con una sostanza i cui limiti sono bassi come per il PVC, e ci sono sistemi di tenuta diversi, appunto tenute meccaniche, però bisogna cambiare la valvola. Però anche qui se in manutenzione si rendeva più frequente il momento del serraggio per stringere, più frequente il cambiamento di questa treccia, della baderna, di questa treccia di tenuta, si riducevano notevolmente le perdite. Se noi guardiamo l'andamento delle perdite da una valvola nel tempo, sto parlando di una valvola con premi stoppa, e quindi le valvole che erano spesso installate su impianti in cui la sostanza non aveva particolari condizioni di pericolosità, parte che non perde, comincia a perdere, la perdita cresce nel tempo, ad un certo momento arriva ad un punto che si dice: "Guarda, bisogna stringere la baderna, bisogna stringere il bullone in maniera da pressare la baderna e non farla perdere". A quel punto la perdita diminuisce però non va a zero, come era inizialmente, o quasi zero come era inizialmente, riparte da un livello più basso ma la perdita c'è. Ancora una volta passa del tempo, arriva al livello in cui la perdita non è più accettabile, serro ancora la baderna e poi ad un certo momento mi rendo conto che devo cambiare la baderna, cambio la baderna e riparto da zero. Se in sede di manutenzione stabilisco che tutte queste operazioni siano fatte con frequenza molto più elevata riduco notevolmente le perdite. Quindi anche questo, in attesa di cambiare queste valvole, in attesa di acquistarle, installarle e così via, sceglierle ed installarle è un provvedimento che è stato attuato e ha portato a quei miglioramenti che in tutto il mondo ci sono stati perché, come dicevo stamane, non ci sono stati problemi sostanziali nel rispettare i limiti quando questi limiti erano intorno non ad 1 come TLV-TWA, cioè come media sulle 8 ore, ma quando erano su valori per esempio del 5. Quello che io ho detto per le valvole può valere anche per la tenuta di pompe, compressore, agitatori. E poi c'è l'uso dei mezzi di protezione individuale, ricordo che l'OSHA quando ha stabilito il limite di 1 e ha riconosciuto che occorrevano interventi di varia durata, ha poi detto: "Nel frattempo usa i mezzi di protezione individuale". Interventi, abbiamo detto, di varia durata. Vediamo queste durate come sono state individuate nel rapporto predisposto per l'OSHA. Uno degli interventi, areazione generale, aumento dei ricambi di aria negli edifici chiusi, si prevedevano tempi abbastanza lunghi, 18 mesi però era possibile provvedere a delle ventilazioni localizzate, e quindi non il ricambio generalizzato ma ventilatori locali su singoli apparati, pompe e filtri, e si prevedeva da 15 giorni a 2 mesi. Lo sfiato delle linee di collegamento con i cavi cisterna, e quindi sfiatare e non come si faceva un tempo di scollegare il tubo e quello che c'era dentro andava negli ambienti di lavoro, e quindi per diminuire il rilascio del cloruro di vinile intrappolato tra le valvole. Bisognava però aspirare e flussare con azoto portando il tutto a punti di recupero, un mese o due la valutazione. La valutazione è quella che è stata fornita all'OSHA per poi vare le valutazioni finali rispetto al limite di 1 PPM come media sulle 8 ore. Sostituzione e revisione dei reattori per ridurre le perdite dai boccaporti e dalle tenute e, come dicevo prima, anche eventualmente capovolgendo e mettendo l'agitatore dal basso per ridurre le perdite dalla tenuta dall'agitatore, dai 18 ai 24 mesi. Installazione di reattori a pulizia con solventi per ridurre la necessità di pulizia manuale 30 mesi, installazione di sistemi di pulizia con acqua dei reattori in alternativa alla pulizia con i solventi, 24 mesi, stripping addizionale che non richiedesse nuovi generatori di valore, cioè lo stripping viene fatto con vapore. Se le caldaie, i generatori di vapore, erano sufficienti a fornire il vapore richiesto l'intervento poteva richiedere, secondo questa stima, 18 mesi, però era lo stripping a valle, non quel provvedimento immediato di aspirazione nel reattore. Se invece si dovevano installare anche nuovi generatori di vapore bisognava pensare a 3 mesi. Sostituzione dei filtri abbastanza rapida, 3 e 6 mesi, sostituzione dei filtri portandoli ad unità chiuse, con autolavaggio, cioè il problema che è stato segnalato più volte dai filtri aperti, questo è un problema che non è solo di Marghera, perché queste cose riguardano gli impianti anche negli Stati Uniti. Riduzione del numero di unioni frangiate, cioè quelle unioni che hanno una tenuta con delle guarnizioni e che quindi possono dar luogo a qualche perdita, e quindi ridurre queste unioni sfrangiate, da 1 a 12 mesi. I cambiamenti di processo invece spesso richiedevano notevoli studi. Allora '74, fine '74, si pensava ad un cambiamento per passare da reattori di polimerizzazione discontinui a reattori continui, quindi eliminando tutte le fasi di perdita di CVM legate ad aperture del reattore. Si pensava a periodi lunghi, fino ad 84 mesi, in realtà è una tecnologia che non ha dato risultati che potessero portare a sostituire i reattori discontinui. Poi naturalmente c'è la costruzione di nuovi impianti, completamente riprogettati, si parlava di 30 o 36 mesi. Gli interventi immediati li abbiamo già citati, il lucido 23 li riporta riassunti in una tabella per comodità. Allora, dicevo, l'OSHA quando dà il limite di 1 indica anche il fatto che nel periodo intermedio si dovrà provvedere con i mezzi di protezione individuale e dà anche tutta una serie di indicazioni. Voglio far vedere questa tabella perché non c'è nulla di improvvisato in questo settore, l'OSHA da tempo ha dato tutte le indicazioni su quelli che sono i mezzi di protezione individuale in relazione alle concertazioni nell'ambiente in cui si va ad operare. Ha cominciato addirittura a prendere in esame la situazione in cui la concentrazione è sconosciuta, si sa che c'è CVM, non so quanto ce n'è, oppure so che ce ne sono più di 3.600 PPM in volume. Qui tu devi andare con un respiratore a circuito aperto, ad aria compressa, con facciale a maschera intera. Al li dà del significato tecnico di queste lì si va non con maschera con filtro, si va con un qualcosa che ha la sua riserva di aria pulita e ne ha abbastanza per tutto il tempo che deve operare dopodiché dà tutta una serie di indicazioni a degradare in funzione della concentrazione. Ma vediamo ancora per esempio sotto le mille PPM, ma sotto alle cento, vediamo una cosa abbastanza importante, un respiratore ad aria compressa, tipo a flusso continuo, con facciale a maschera intera, anche eventualmente a semi maschera o a cappuccio ed elmetto. Finché se andiamo alla 25 cominciamo ad essere a concentrazioni meno importanti, ma sempre importanti rispetto al limite di 1 PPM, ed ecco che, per esempio, sotto le 25 PPM in volume c'è il respiratore a filtro assistito, con cappuccio ed elmetto, con facciale a maschera intera o anche a mezza maschera, il filtro deve avere una grande capacità, quindi una vita utile di almeno 4 ore a 25 PPM, deve poter assorbire l'inquinante e quindi non farlo respirare per almeno 4 ore pur essendo a 25 PPM. Quand'è che io invece non metto la maschera secondo la normativa OSHA? Ovviamente, quando sono nelle condizioni di accettabilità, e quindi 1 PPM come media sulle 8 ore o per 15 minuti che 5 PPM. Io non ho informazioni precise, ma ho sempre avuto l'idea che 25 PPM invece di 30 PPM come limite di allarme posto nello stabilimento sia collegato a questo dato OSHA che mette a quel punto il passaggio del tipo di mezzo di protezione. Non è che abbia informazioni in questo senso, è una riflessione che ho fatto, ma penso che possa essere credibile, ai fini pratici come vedremo non sposta nulla, probabilmente abbiamo un riferimento preciso per il tipo di mezzo di protezione individuato. Naturalmente queste cose noi le troviamo, troveremo poi le norme da seguire, i mezzi di protezione individuale che si devono adattare alle diverse condizioni nello stabilimento. Però mi premeva dare l'idea che, appunto, non è che uno prende una maschera, prende un respiratore, il nostro settore è un settore che la cercato di lavorare anche nel campo della sicurezza definendo su tutta la base di una serie di risultati sperimentali, di considerazioni teoriche, di dare delle linee guida da seguire, che poi siano le OSHA è perché sono settori dove avevano molte più persone a lavorare che non in Italia, che spesso questi settori vedono poche persone a lavorare. Ma la cultura è quella nostra, nostra di chi opera nel mio settore. Sempre andando nelle indicazioni che nel '74 la Foster dette alla OSHA per incarico della OSHA stessa si trova l'indicazione, tutti i lavori in riparazione della tenuta fatti sulle pompe del forno dovrebbero utilizzare il sistema di recupero degli sfiati per il primo spurgo, un collegamento temporaneo al sistema di recupero degli sfiati dovrebbe essere fatto quando necessario per schiaffare un pezzo isolato dell'apparecchiatura ad un tratto di tubazione, tutti i recipienti saranno spurgati al sistema di recupero degli sfiati prima di essere aperti, cioè non si è pensato solo alla situazione a regime ma si è pensato anche alle operazioni di manutenzione. Detto questo, cerchiamo di capire come a Porto Marghera queste cose si muovessero. Quindi ci furono provvedimenti immediati, ci fu, per esempio, un miglioramento della ventilazione dei reparti, installazione di finestre apribili con sistema servocomandato, addirittura fatto nel '73, installazione di tubazioni e degli eiettori a getto di vapore per la modifica delle autoclavi prima delle operazioni di pulizia, quindi aspirare, l'eiettore è un qualcosa che è messo per aspirare e portare via il CVM. Anche questa è roba prima ancora delle segnalazioni. Procedure di bonifica delle apparecchiature contenenti il CVM prima di operazioni di manutenzione, e qui siamo ad una procedura del '74, quindi siamo in quei provvedimenti urgenti presi dopo le notizie dell'effetto cancerogeno di questa sostanza. Procedure di strippaggio del CVM dal polimero prima dello scarico con l'invio del CVM al gasometro, è una procedura del '74, modifica delle procedure di bonifica all'interno delle autoclavi prima dell'ingresso degli operatori, promemoria interno della Montedison. Io non voglio ripetere quello che è già stato detto qui, nel senso che si raccorda immediatamente a tutte le cose che prima ho letto e detto, di quello che si faceva negli Stati Uniti in quel periodo, tutte queste indicazioni c'erano anche prima. Era quello che si faceva e si diceva di dover fare negli Stati Uniti. Vediamo ora gli interventi sulla produzione, sugli impianti di produzione del CVM. Abbiamo parlato delle cose che si potevano fare immediatamente senza dover fare interventi impiantistici, ora invece cominciamo a vedere le cose che si potevano e si dovevano fare con interventi impiantistici, cominciamo dal CVM. Ancora una volta mi riferisco al rapporto Foster e Snell per l'OSHA, perché è fondamentale. Cosa diceva questo rapporto? Che, tutto sommato, negli impianti di produzione del CVM gli interventi richiesti erano limitati, perché? Perché la produzione era altamente automatizzata, l'impianto di produzione del CVM non è un impianto batch, è un impianto continuo, non è un impianto discontinuo, apro e chiudo, metto la carica, faccio reagire e scarico, è un impianto continuo e, come tale, negli anni '70 aveva già una forte automazione. Quindi controllo a distanza, controllo dalla sala quadro delle operazioni, non c'era l'operatore che andava ad aprire o gli operatori che andavano ad aprire il boccaporto dell'autoclave per scaricare e caricare, perché l'impianto era continuo. E questo nel mondo, sto parlando ora non di Porto Marghera, sto parlando della fotografia fatta negli Stati Uniti in quegli anni. Gli impianti erano installati all'aperto e quindi con una circolazione d'aria che impediva l'accumulazione di perdite di CVM, processi continui in impianti chiusi, processi continui a pressione e l'impianto non può essere che chiuso. Le aree critiche individuate nel rapporto di Foster e Snell; carico delle ferrocisterne, laddove il CVM prodotto veniva trasferito agli utilizzatori con mezzi di trasporto, e quindi laddove non si utilizzava in luogo, oppure per utilizzarlo anche in luogo si metteva prima sotto alle cisterne. A Porto Marghera queste operazioni avvenivano presso apposite rampe di carico nell'ambito del reparto parchi serbatoi ovest. L'altro punto era la manutenzione, perché io ho detto che non si doveva operare aprendo e chiudendo, questo nelle operazioni normali e continue, ma nel momento in cui faccio la manutenzione ecco che invece devo aprire e se non ho tutte le cautele per bonificare rischio di avere esposizioni al CVM inaccettabili. Però i problemi erano tutto sommato limitati. Per stimare i costi necessari per rispettare differenti limiti per i livelli di concentrazione del CVM nell'ambiente di lavoro quali voci la Foster Snell ha considerato? Ha considerato i costi per la ventilazione, il recupero dei vapori, lo stripping, il caricamento per la spedizione del prodotto, quindi per risolvere i problemi di perdite nelle zone di caricamento, e poi in generale per le pompe, le tubazioni, etc.. La Foster li chiama costi di ingegneria. Poi costi per l'equipaggiamento protettivo del personale, docce e mense, attrezzature per la respirazione, respiratori, linee di fornitura aria, bombole di aria, le vesti, uniformi e vesti protettive, i costi di monitoraggio che comprendevano dispositivi di campionatura individuali, esposimetri, apparecchi di monitoraggio di perdite di aria, mediche ed archivio dati. Questi sono i costi con i quali poi va a vedere l'incidenza sui costi di produzione di questi provvedimenti. Ancora andando sull'impianto di Porto Marghera gli interventi effettuati sono quelli che abbiamo sentito e visto nel primo elenco, lo facemmo l'ingegner Messineo ed io, fu prodotto in sede di udienza preliminare, è da molto che si elencano questi interventi. Allora se parliamo del reparto CV22/23, quello che è stato esercito anche da Enichem, questo impianto fu avviato nel '71, già a partire dal '72 però furono fatti una serie di lavori per abbattere gli sfiati acidi, ridurre l'inquinamento ambientale, in particolare furono installati collettori di scarico dei ribollitori per evitare gli scarichi in fogna, l'installazione di tre collettori per dare raccolta a degli sfiati dai serbatoi, il campionamento del CVM in bombola a circuito chiuso, l'impianto di abbattimento dell'acido cloridrico, l'installazione di un selettore di canale sull'analizzatore di umidità del dicloroetano, installazione dei sistemi di sicurezza sui forni di cracking, sono tutte commesse che sono già state esaminate, costruzione di una linea per creare una barriera di vapore attorno ai forni per isolare in caso di fughe di CVM. Dal '74 furono fatti anche tutta una serie di lavori per ridurre l'inquinamento da dicloroetano, in particolare l'inquinamento nelle acque che poi dopo comportava anche inquinamento degli ambienti. Quindi bonifica degli affluenti liquidi clorurati, attraverso la riduzione della portata di acque alle fogne acide, isolamento dei flussi più inquinati con l'invio a trattamento, purificazione e strippaggio, installazione di collettori per disporre di dicloroetano secco da utilizzare poi per l'essiccamento di alcune apparecchiature in luogo delle manichette di gomma utilizzate in precedenza. Nel '77 poi si ha anche in quel reparto l'installazione di un gascromatografo per il CVM nell'ambiente. Quali sono le cose che hanno riferimento appunto specificamente con la riduzione dell'inquinamento da CVM? La sostituzione di valvole nella zona di stoccaggio del CVM che avevano perdite, le precedenti, che portavano a concentrazioni di CVM abbastanza alte, i lavori per la riduzione degli sfiati di CVM nell'area per l'adeguamento della rete di controllo ambientale alle norme comunitarie. Ci furono una serie di interventi sugli scarichi idrici, nell'83 furono realizzate tutte le segnaletiche, la cartellonistica così come previsto dal D.P.R. 962 dell'82, proiettiamo due tabelle in cui si riassumono queste cose. Per valutare gli interventi, io non vorrei rileggere gli interventi, vorrei dare la chiave di lettura perché questi interventi sono già noti. Ricordiamoci che intanto gli impianti erano già all'aperto, questi di CVM, quindi laddove mi si dice nel rapporto Snell di ventilazione è già fatta. La raccolta degli sfiati andava ad operare su un impianto che già in origine prevedeva recupero per condensazione ed assorbimento del dicloroetano prodotto nei reattori di ossiclorurazione, il convogliamento a trattamento degli sfiati acidi, l'invio a termodistruzione dei sottoprodotti clorurati. Quindi questi interventi erano interventi che si aggiungevano a cose che erano già previste, perché era un impianto appunto realizzato nel '71 e '72, quindi già con criteri molto più avanzati ingegneristicamente degli impianti realizzati negli anni '50. L'impianto prevedeva già di per sé lo strippaggio dei composti organici dall'acqua prelevata dal fondo delle colonne di raffreddamento dei gas uscenti dai reattori di ossiclorurazione dell'etilene mediante iniezione di acqua. Successivamente si è provveduto a disporre l'uso dei mezzi di protezione individuale per le vie respiratorie, per il capo, per gli occhi, per l'udito e per il corpo, necessari e provvedendo a fornirli agli operatori, e questo risulta da varie cose. Lo stabilimento era già dotato di adeguati servizi per gli operatori, mensa, spogliatoi con docce, servizi igienici, infermeria, quindi tutta una serie di quelle voci di costo che ho elencato prima prendendole dal rapporto della Snell non dovevano essere fatte perché erano state fatte prima. Gli operatori erano sottoposti a controlli medici, si disponeva di un sistema di monitoraggio di apparecchi cercafughe, lo stabilimento disponeva di un archivio dati. Quindi confrontando la situazione dei reparti CV22/23 con le indicazioni che emergono dal rapporto '74 della Foster e Snell per l'OSHA appare che gli interventi effettuati rispondevano pienamente a quanto previsto dal rapporto. Qual era la situazione tecnologica a giugno dell'87 perché poi, ripeto, il compito che mi è stato affidato da chi mi ha nominato è occuparsi di queste cose qua, però queste cose sono poi figlie delle cose precedenti, qual era la situazione al momento in cui Enichem prende la gestione dell'impianto? L'impianto di produzione del CVM, gestione del processo da calcolatore in sala quadri, componentistica atta a garantire la migliore tenuta per CVM in ambiente di lavoro, organi di intercettazione e di regolazione, tenute meccaniche sulle pompe, rubinetti piuttosto che valvole, tutte queste cose erano state fatte e le commesse sono state viste. Erano già stati fatti interventi per ridurre le emissioni di dicloroetano nell'atmosfera, per esempio facendo la polmonazione con azoto dei serbatoi di stoccaggio, era in corso in quel momento, per la verità, questo provvedimento. Lo sviluppo tecnologico dal giugno '87; è stato installato un nuovo forno di cracking DCE, naturalmente trattandosi di un forno nuovo aveva tutta una serie di miglioramenti tecnologici che ci sono naturalmente quando si prende una tecnologia più recente. Poi si è provveduto a sostituire valvole con rubinetti laddove ancora non era stato fatto. Il rubinetto, se è un rubinetto adeguato, dà delle perdite molto minori delle valvole. Una delle ultime cose che farò è proprio parlare un po' delle tenute, perché ci sono dei dati che devono far pensare, insomma, cioè su certi organi passare da una baderna semplice ad una tenuta meccanica doppia vuol dire che se le perdite erano 100 al momento in cui avevo la baderna semplice si riducono a 4 millesimi quando ho la tenuta doppia. Cioè non solo mi dimezza, mi diminuisce di molti ordini di grandezza. Questo lo farò vedere con delle tabelle. Quindi queste note sono evidentemente per parlare del discorso tecnico, di cosa è una tenuta meccanica per dire che quando diciamo che abbiamo cambiato una baderna semplice a tenuta meccanica diamo qualcosa che si sa che dà dei risultati notevolissimi in termini di evitare le perdite. Lo vedremo però, se il Presidente ed i Giudici hanno pazienza, un po' più avanti. Quindi esistevano ancora delle valvole e sono state sostituite dopo l'87, sono state installate valvole di regolazione con soffietto di tenuta sullo stelo. La valvola di regolazione funziona in continuazione, si apre e si chiude, ha uno stelo che la comanda, facile che ci siano perdite da questo stelo, perché dovendosi muovere non può essere così vicina, allora gli si mette un soffietto che tiene chiusa la cosa e come una fisarmonica si apre e si chiude, senza bisogno però di dover avere un contatto diretto tra la perdita e l'ambiente esterno. Queste sono cose che sono state fatte dopo l'87, sono state messe ulteriori pompe centrifughe con un organo di tenuta doppia, o a doppia contrapposizione, sono due forme sempre di tenuta molto buone. La cosa importante di questi organi di tenuta è che tra le due tenute c'è dell'olio. Se la tenuta non tiene non si ha una perdita verso l'esterno, si ha un ingresso di olio all'interno. Il serbatoio che alimenta l'olio segnala che sta calando il livello dell'olio per cui si ha l'informazione immediata che la valvola sta perdendo, ma non sta perdendo verso l'esterno, sta perdendo verso l'interno. Quindi è per questo che sono organi che una volta installati danno risultati notevolissimi in termini di diminuzione dei quantitativi esposti. Ci sono ulteriori recuperi di sfiati di dicloroetano, di acido cloridrico di etilene, di sottoprodotti clorurati pesanti che provenivano da valvole di sicurezza, dalla polmonazione dei serbatoi, dalla bonifica delle apparecchiature con conseguente recupero di dicloroetano. Qui l'argomento è molto importante, se anche io potessi immaginare, posso anche forse immaginare, ma non lo dico, un impianto completamente chiuso, dovrei avere comunque valvole di sicurezza, rischi di rotture, guide idrauliche, perché la normativa non mi consente di tenere qualcosa chiuso senza che al momento in cui aumenta la pressione invece di scoppiare e crearmi le conseguenze di uno scoppio, non si apra la valvola di sicurezza, sfiata, riduce la pressione e l'apparecchiatura non si rompe. Allora il problema è che bisogna il più possibile raccogliere questi collegamenti che sono assolutamente necessari tra l'interno dell'apparecchiatura e l'esterno e convogliarli laddove possono essere trattati, o comunque laddove possano essere dispersi avendo concentrazioni nell'ambiente che sono accettabili. Allora anche qui sono stati fatti ulteriori recuperi da valvole di sicurezza, polmonazione dei serbatoi, bonifica delle apparecchiature, recuperando il dicloroetano e quindi mettendosi in condizione di recuperare il dicloroetano. Il problema è decisamente complesso perché quando si creano queste vie di fuga in maniera da non fare scoppiare l'apparecchiatura bisogna anche che siano certe, cioè che non mi determinino perdite di carico, non si trovino con difficoltà, per cui si cerca di ridurre al minimo i percorsi, di dare percorsi che non presentino delle difficoltà. Allora, avere sistemi di recupero a volte può introdurre qualche motivo... Allora perché si sono fatte solo dopo l'87? Appunto perché le tecnologie si sviluppano, i criteri di progettazione e di installazione migliorano e quindi certe cose sulle quali dovevi fare un conto, recupero dicloroetano ma ho pericolo che le perdite di carico lungo il percorso tra l'apparecchiatura ed il punto dove questa roba deve andare sono così alte che mi determinano la pressione nell'apparecchiatura. Parlando di esperienze quasi personali, il mio compagno di banco del liceo mi diceva: "Ti assicuro che vedere andare in pressione un reattore, vedere andare in pressione un serbatoio, scattare la valvola di sicurezza, e poi rendersi conto che lo sfiato non sfiatava..." spesso sono anche cose banali, per esempio nidi di vespa che si sono formati, che chiudono lo sfiato, comunque disse "vedere spanciare il reattore lì accanto sono esperienze che nella vita uno se le ricorda e potendole raccontare è contento". Dice queste cose, Presidente, perché è facile dire i concetti generali, quindi dalla valvola di sicurezza devo andare a recupero però dopo bisogna vedere se la cosa è fattibile con un livello di sicurezza adeguato. Naturalmente si può andare in tante maniere, nell'87 è stato riconosciuto che si potevano fare in questa direzione cose che non si erano fatte prima. Sempre degli interventi fatti dopo l'87 c'è il collegamento degli sfiati accidentali ai forni dell'impianto CS28 e successivamente invio degli sfiati a forno di combustione, ancora una volta per cercare di non mandare questi gas in ambiente ma mandarli in ambiente dopo averli trasformati. Passerei agli impianti di PVC, la struttura del discorso è dello stesso tipo. Vediamo prima il '74 negli Stati Uniti, vediamo il '74 e gli anni successivi a Marghera, va da sé che rimane quello che ho detto, cioè che la situazione degli impianti di produzione del PVC era molto più complicata per conseguire i risultati di riduzione, soprattutto di riduzione al limite OSHA. Perché? Impianti discontinui. E` un impianto in cui c'è un flusso in cui entrano le materie prime da una parte ed escono i prodotti da un'altra, sono impianti in cui il reattore va caricato, reagisce e poi va scaricato. Scartamenti automatizzati. Devo dire che l'automazione degli impianti discontinui è avvenuta molto più tardi dell'automazione degli impianti continui e non è stata nemmeno semplicissima. Io ho seguito una grossa industria della chimica degli intermedi, addirittura ho dovuto fare tutta una serie di corsi per coinvolgere gli operatori perché l'operatore è abituato ad essere lui a comandare in queste apparecchiature discontinue e quindi è abituato ad operare come in cucina, metto gli spaghetti e poi ad un certo punto li assaggio se sono cotti, se non sono cotti li faccio andare avanti di cottura e quando sono cotti giusti li scarico. L'idea invece di mescolare apparecchi che comandano... finché appunto era l'impianto continuo in cui non ci metto le mani, tutto bene, ma sull'impianto discontinuo portare gli operatori ad accettare il controllo automatico non è tanto semplice, l'ho proprio vissuto professionalmente. Quindi scarsamente automatizzati, spesso installati all'interno di locali con limitata circolazione d'aria e quindi con possibilità di accumularsi dei rilasci di CVM. Poi alcune fasi di processo produttivo avvenivano in apparati aperti. Il dottor Mara ha detto che non era ammissibile comunque, indipendentemente. Sì, però abbiamo visto che anche negli Stati Uniti i filtri erano aperti, oggi la critica è senz'altro fattibile, ma bisogna poi anche collocare le cose con la cultura tecnica del momento. C'erano i filtri aperti a Marghera, ma c'erano i filtri aperti anche negli Stati Uniti, abbiamo visto che uno degli interventi successivi era quello di intervenire per la chiusura dei filtri. Quindi apparati aperti che evidentemente non contenevano adeguatamente i rilasci di CVM, e poi c'era il problema della pulizia dei reattori, che comportava l'ingresso nei reattori degli operatori, questo era così in tutto il mondo. Ancora una volta la Foster e Snell in questo grosso rapporto fatto per l'OSHA, quando considera i costi per mettere a punto gli impianti, tra l'altro valuta i costi per vari limiti, cioè dice: "Se il limite è 10 i costi sono questi, se il limite è 1 i costi sono quest'altri", cioè fornisce un'indicazione all'OSHA non solo per il limite 1 per il quale l'OSHA aveva incaricato il lavoro, ma gli dà anche l'indicazione di qual è la differenza tra adeguarsi a 10 o adeguarsi ad 1. Ma a noi non interessano i costi, interessano le voci di costo. Ancora una volta ci sono i costi di ingegneria, lo scarico del CVM dal reattore portandolo al recupero, la ventilazione degli ambienti chiusi, sistemi di pulizia dei reattori che comportino pochi ingressi o nessun ingresso delle persone, lo stripping con recupero del CVM, intervento fondamentale, pompe e tubazioni. Poi per quanto riguarda gli altri costi le voci non sono molto diverse da quelle che abbiamo visto prima per il CVM, perché i costi per l'equipaggiamento produttivo del personale, docce e mense, attrezzature per la respirazione e quindi respiratori, linee di fornitura aria, le stesse cose che abbiamo visto prima, lo stesso vale per i monitoraggi. Quindi la grossa differenza era sugli interventi impiantistici. Abbiamo un lucido che ci dà i tempi di intervento sugli impianti di PVC. C'è un rapporto NIOSH che ho già citato, NIOSH di Cincinnati che segue una serie di impianti dal '74 al '77 per vedere come andavano le cose in relazione all'adeguamento alla normativa USA, c'è uno studio di caso numero 4 che riguarda l'impianto di produzione del PVC in sospensione. Ed i limiti che si pongono a questo impianto sono per il CVM 1 PPM come TLV-TWA, cioè media su 8 ore, 1 ceiling, cioè un massimo di 5 PPM per un periodo di 15. Quindi limiti OSHA. Per la polvere di PVC un limite di 15 milligrammi per metro cubo. Questi sono i limiti nell'ambiente di lavoro per questo impianto. Il NIOSH ci dice che i provvedimenti adottati sono stati i seguenti: intanto ridurre il CVM residuo nella sospensione del PVC, quindi installazione di un'apparecchiatura di stripping con recupero del CVM che non ha reagito alla sospensione del PVC. Questa è la modifica del processo più importante, secondo il NIOSH, ai fini della riduzione dell'esposizione. Ma non è solo secondo il NIOSH, è stato detto più volte, anch'io l'ho già detto più volte, porta una drastica riduzione del CVM residuo nella sospensione di PVC, rimuove il CVM dall'atmosfera del reattore che viene messo sotto vuoto dopo lo scarico della sospensione dello stripper, e quindi quando si apre il reattore il CVM è stato tolto, quindi grossi rilasci non se ne hanno, addirittura se si è operato bene non si hanno rilasci. Questo è l'intervento più importante. Poi gli accoppiamenti flangiati, sono quegli accoppiamenti che, come dicevo, hanno per esempio un tubo che ha intorno due superfici che vanno a contatto dei bulloni e poi stringono ed uniscono le due parti, nel mezzo c'è una guarnizione. Ancora una volta, guardando le cose in generale, sembrano cose banali, ma se si guarda invece in particolare, come fare questo accoppiamento flangiato, quindi scegliere il tipo di flange, scegliere il tipo di guarnizione, può essere estremamente importante per la riduzione delle perdite di CVM. Spesso si dice che nell'impiantistica entriamo nei particolari, in generale di un impianto siamo in molti a saperne parlare ma la progettazione vera la sa fare chi conosce i particolari e sa come realizzare i particolari. E` molto difficile, bisogna avere larga esperienza. Le flange, tutti i tecnici sanno della flangia, poi dopo chi se ne occupa in maniera specifica sa anche come scegliere. Quindi proprio qui il NIOSH dice: "Cambiamento di flange piane da circa 8 bar, flangia a semplice risalto a 10 bar, su punti critici, per esempio la linea di sfiato dal recipiente di pesata del CVM, la flangia di tenuta dei rischi di rottura", dà una serie di indicazioni che sono particolari, ma poi l'impiantistica è l'insieme dei particolari, il risultato è che questi particolari sono esatti. Sulle correnti di acque di rifiuto, interventi, eliminazione del cloruro di vinile monomero da queste correnti prima del loro scarico nei pozzetti della fognatura convogliando le acque in una vasca di miscelazione, messa sotto vuoto per la rimozione del CVM, cioè dice: non mi buttare in fognatura l'acqua che ha disciolto il CVM, perché poi si perde il CVM lungo tutta la fognatura, tu mandala ad una vasca, manda tutte queste acque ad una vasca, in una vasca chiusa, mettila un po' sotto vuoto questa vasca, porti via il CVM e poi da lì le acque le mandi via, non hanno quasi più CVM o non hanno più CVM; altro provvedimento scarico dei filtri. Una modifica delle tubazioni su filtri a cartuccia sono i filtri quelli aperti di cui abbiamo parlato, si fa una modificazione delle tubazioni su questi filtri così da poterli drenare e lavare prima di aprirli. Il montaggio normale di questi filtri comportava che per aprirli, per poterli aprire ed intervenire sulla cartuccia non si poteva drenarli, cioè portare via il liquido che era dentro, quando si aprivano non c'era liquido. Cambiamento di tubazioni, intervento anche questo se si vuole banale, ma importante perché al momento in cui si aprivano i filtri si scaricava del liquido che c'era dentro, e quindi anche del CVM che conteneva questo liquido e si erano lavati. Una prevenzione generale delle perdite, installazione di tenute meccaniche doppie, autoallineamento sulle pompe dei comprensori, anche questo se c'è del non allineamento si autoallineano automaticamente e quindi evitano le perdite. Poi, naturalmente, il rilevamento delle perdite mediante cercafughe di idrocarburi in dotazione ad un addetto, sono indicazioni poi molto concrete, perché come dice cercafughe di CVM, si dice cercafughe di idrocarburi. Anche qui abbiamo sentito più volte che il cercafughe misurava tutti gli idrocarburi, poi siccome prevalentemente c'era il CVM, e quindi la misura era la misura del CVM, mediante un sistema gascromatografo che ripete uno stesso punto di 23 minuti... Qui per esempio la cadenza non era 20 minuti ma era 23 minuti il ciclo, erano 15 punti con un intervallo di 1 minuto e mezzo per punto. E` importante quello che dice il NIOSH, lo traduco: "Poiché molti dei punti di campionamento sono nella stessa area relativa, è improbabile che una perdita significativa resti non rilevata per 23 minuti". Questo ciclo di 23 minuti, secondo il NIOSH, andava bene anche ai fini non solo di controllare l'ambiente di lavoro in condizioni normali, ma anche come rilevatore di perdite. Sistemi di ventilazione, aspirazione delle perdite da compressori e pompe in attesa dell'installazione di tenute affidabili, cioè cambiare il sistema di tenuta... mettimi delle aspirazioni in maniera che non si disperda nell'ambiente. Addirittura il sistema lì lo realizzarono con ventilatori semplici, delle manichette flessibili che andavano ad aspirare nei punti. Aspirazione sopra ai reattori in fase di apertura degli stessi; il sistema di ventilazione è stato realizzato, anche qui, con un ventilatore di manichette flessibili e poi una ventilazione generale che richiedeva del tempo ed infine mezzi di protezione individuale. Questo è stato il complesso dei provvedimenti che in questo impianto di produzione di PVC in sospensione, sono controllo del NIOSH, sono stati presi per rispettare i limiti fissati dall'OSHA. Una monografia pubblicata nel '77 indica che i provvedimenti hanno portato alla concentrazione di CVM negli impianti di produzione del PVC a livelli medi di 2,5 PPM in volume. Ancora una volta si parla di medie giornaliere, cioè quello che, come ho ricordato stamattina, secondo la normativa italiana, che recepisce la direttiva comunitaria, il corrispondente del limite di lunga durata di 3 è 7 come media sulle 8 ore, quindi questo 2,5 è sotto il limite attualmente in vigore in Italia. E` ripetitiva, maggiore efficienza del degasaggio del PVC sia nel reattore di polimerizzazione sia in apposito apparecchio a valle di questo; sviluppo di metodi automatizzati di lavaggio ad alta pressione dei reattori; sviluppo di sistemi di trattamento della superficie dei reattori o dell'utilizzazione di additivi per ridurre la formazione di croste e pellicole sulla stessa; operare a distanza dai reattori con l'ausilio di calcolatori; utilizzare reattori più grandi. Questo autore, Clayton, dice che lo sviluppo di reattori di maggiori dimensioni era in atto dapprima che sorgesse il problema della cancerogenicità del CVM, perché ovviamente ai fini produttivi erano più comodi. Da quel momento il più grande reattore commerciale era in Germania ed era di 200 metri cubi di capacità. La Goodrich aveva in funzione a Louisville - posto dove si erano verificati poi i morti - un reattore da 62 metri cubi. Una compagnia giapponese utilizzava reattori da 130 metri cubi. L'impianto CV24/25 di Porto Marghera, quello della polimerizzazione in sospensione, quello avviato nel '71, aveva dodici reattori da 45 metri cubi. Quindi non si collocava lontano come dimensioni da queste che abbiamo appena detto, certo l'impianto tedesco era da 200 metri cubi, ma sopra la Goodrich era a 62 metri cubi, quindi il CV24/25 aveva reattori delle dimensioni che in quel momento aveva. Se andiamo a vedere il CV14/16, anche questo di polimerizzazione in sospensione, che era avviato nel '58 il CV14, nel '61 il CV16, lì si avevano 26 reattori di 15 metri cubi, 4 reattori di 17 metri cubi, 4 reattori da 25 metri cubi. Si era su dimensioni decisamente più piccole, ma anche qui il naturale sviluppo della tecnologia, quando si è andati verso il gigantismo degli impianti dell'industria chimica di base il progresso era sempre perché la tecnologia vi consentiva di avere un unico compressore con portata maggiore, un unico reattore di volume maggiore, anche qui c'era un progresso che, indipendentemente dalle caratteristiche del CVM, portava ad aumentare il volume dei reattori, l'aumento del volume dei reattori però era positivo ai fini del rilascio delle perdite di CVM nell'ambiente di lavoro, più grandi erano i reattori, minori erano queste perdite a parità di produzione. Sempre questa monografia dice: sviluppo di ricette e di sistemi di agitazione che portavano ad una maggiore uniformità delle particelle di resina. Il problema era, prima di tutto, di carattere commerciale ma anche la maggiore uniformità favoriva lo strippaggio del CVM. Uso dei mezzi di protezione individuale, sviluppo di un sistema di monitoraggio automatico delle aree di lavoro, quindi ritroviamo un quadro omogeneo in Paesi diversi, autori diversi, organi di controllo ed autori che scrivono nella letteratura tecnico-scientifica che ci danno più o meno le stesse indicazioni. E` da osservare che questo 1 DPM era estremamente restrittivo, era, per quanto mi consta, il più restrittivo tra quelli stabiliti nei diversi Paesi industrializzati. Recentemente, su una rivista italiana, si è fatto un riassunto di quelle che sono state le modifiche importanti sugli impianti PVC e nel '97 ritroviamo l'elenco che abbiamo appena fatto: inserimento delle colonne di strippaggio, inserimento di sistemi automatici di carico e scarico, la tecnologia del reattore chiuso permessa dallo sviluppo di sistemi che evitano lo sporcamento dei reattori. Quindi io ritengo che sia corretto dire che chi ha studiato queste cose a cavallo del '74-'75 ha individuato tutte le cose importanti, importanti anche oggi, che poi dopo su tante cose, passati tutti questi anni, si possono avere con sistemi di controllo computerizzati, molto più efficaci, questo è evidente, però non si sposta il quadro. Qui c'è un discorso che riprenderà penso il professor Zanelli, perché è un discorso sul quale lui ha particolari competenze. La tecnologia in questo campo non ha avuto grossi progressi, anzi si potrebbe dire che non ha avuto progressi se non nelle cose particolari, per cui impianti di questo tipo sostanzialmente non conoscono obsolescenza tecnologica, una volta eliminata tutta quella serie di problemi che abbiamo indicato. Questo articolo recente dice: "Oggi tutte le operazioni di carico e scarico dei reattori in polimerizzazione avvengono automaticamente. Prima di ogni ciclo di polimerizzazione il reattore viene trattato attorno ad un agente antisporcante che evita la formazione di residui sulle sue pareti ed elimina la necessità di pulizie manuali e della sua apertura, alla fine della reazione il CVM residuo non polimerizzato viene strippato, in parole povere estratto da una massa di reazione, aspirato in un serbatoio di stoccaggio prima di essere riutilizzato in un altro ciclo di polimerizzazione. Il reattore viene scaricato e lavato automaticamente, il boccaporto del reattore viene aperto solo una volta al mese per un'ispezione visiva ed una volta all'anno per una pulizia interna manuale, quando ciò accade si provvede prima alla bonifica del reattore per la totale eliminazione del CVM interno e al suo recupero. Durante l'ispezione viene costantemente monitorata l'eventuale presenza di CVM", è un articolo del '97, mi sembra su Industria chimica di processo. Porto Marghera, ancora una volta, visto questo quadro, gli interventi effettuati sono quelli che sono stati elencati, li riporto separati per i vari impianti che a noi interessano, il CV6, il CV5/15 ed il CV24/25. Le tabelle vogliono riassumere le cose più importanti e dare l'indicazione di qual è la significatività di questi interventi ai fini della riduzione delle perdite di CVM. Ventilazione; che era una delle indicazioni, sono state installate fin dal '73 le finestre apribili e poi da un certo momento in poi si è provveduto a buttare giù tutta una serie di pareti divisorie in maniera da fare un locale unico. Altra indicazione: sostituzione di tenuta di valvole; tutta una serie di commesse riguardano la sostituzione di tenuta su boccaporti, flange, pompe, compressori, sostituzione di valvole e rubinetti in circuito CVM e quindi questo tipo di intervento è stato presente. La bonifica autoclavi; subito lo spurgo delle autoclavi con vapore, dopo aver scaricato il lattice, e cioè il prodotto, ed il recupero del CVM gassoso, una commessa del '74. Lavaggio con acqua ad alta pressione, fine dell'ingresso degli operatori all'interno delle autoclavi a me risulta dal '77. Lo stripping del lattice a valle, tutte le commesse con tutti i risultati positivi che questo comporta. La filtrazione del lattice, anche qui la modifica del sistema di scarico del lattice dalle autoclavi, installazione di (prepanrantumatore) e di una turbina ad umido che funzionano a ciclo chiuso in sostituzione di due filtri preesistenti per la preparazione del lattice scaricato e che portarono a perdite. Poi installazione di nuovi filtri a cestello, e quindi con eliminazione delle perdite in fase di filtrazione. Anche questo era uno degli interventi indicati ed un intervento che troviamo sul CV6. I serbatoi del lattice, chiusura del serbatoio con polmonazione con azoto, cioè vuol dire metto sopra, come nella parte alta del serbatoio, dove c'è il gas metto l'azoto e poi questo azoto lo porto in zone dove non mi disperde il CVM. Installazione del gascromatografo; furono fatte verifiche con monitoraggio personale, adozione dei mezzi di protezione individuale. Anche qui qual è la situazione quando Enichem a giugno dell'87 prende in mano la gestione diretta di questo impianto? L'impianto aveva la gestione della polimerizzazione delle linee di essiccamento della sala quadri, la componentistica era stata sostituita per avere organi di intercettazione, di detonazione e tenute meccaniche in maniera da non avere perdite, si aveva lo stripping del CVM da lattine, i serbatoi erano stati polmonati con azoto, l'insaccamento del PVC era fatto fuori dai limiti dell'impianto con abbattimento delle polveri. Quindi non si aveva più l'insacco nel reparto, altrove c'era l'abbattimento dei limiti. Cosa è successo tra l'87 e l'89? Non è stato necessario fare molto però, per esempio, una cosa significativa è stato l'aumento delle sicurezze sulle autoclavi di polimerizzazione e sui separatori di schiuma facendo degli interblocchi sui rubinetti, in maniera che non si poteva aprire il rubinetto fino a che non era chiuso un altro, si evitavano situazioni che potevano portare a dispersione di CVM nell'ambiente. Al dicembre dell'89 l'impianto è stato fermato. Impianto CV24 e CV25, polimerizzazione in sospensione. E` un impianto più recente, è più recente di 15 anni rispetto al CV6, di 13 anni rispetto al CV14, di 10 anni rispetto al CV16, quindi soluzioni impiantistiche iniziali migliori. Migliori da un punto di vista produttivo, da un punto di vista della gestione, ma migliori anche ai fini del contenimento delle emissioni in CVM. L'ho già detto, maggior volume dei reattori; questo è un argomento indubbiamente importante, alberi degli agitatori che entrano dal basso, e quindi tenuta sul liquido molto più facile che non quando entrano dall'alto che la tenuta è solcata. Già la relazione Tecneco del resto, quella del '74, dell'8 gennaio del '74, già la relazione Tecneco metteva in evidenza le situazioni migliori rispetto agli altri impianti del reparto CV24/25, l'impianto analogo al CV14/16, al contrario di quest'ultimo, è modernissimo, stiamo parlando nel '74 di un impianto costruito nel '71, avviato nel maggio del '72, ne sfrutta l'esperienza e si presenta molto più pulito. Diversamente dal CV14/16 è costruito all'aperto e i problemi di igiene ambientale sono meno gravi, nonostante la recente costruzione sono state realizzate modifiche determinanti circa l'inquinamento, polmonazione e collegamento dei serbatoi di stoccaggio lattice, installazione di un eiettore per la bonifica delle autoclavi. Altre modifiche in programma, oltre a quelle citate nella nota 8 e 10, che sono impianto di abbattimento delle polveri nella linea essiccamento, installazione dei filtri autopulenti sul silos di stoccaggio, sono l'installazione di uno scrub per gli sfiati dell'essiccamento. Lo scrub è un sistema di lavaggio degli sfiati in maniera da abbattere le polveri, anche eventualmente da solubilizzare o abbattere per condensazione di altre cose. E quindi uno scrub per gli sfiati dell'essiccamento ed il collegamento degli sfiati delle centrifughe e rinvio al recupero del monomero. Anche per questo reparto è allo studio lo strippaggio del CVM disciolto nel polimero. Anche qui una tabella proiettata come lucido mette nella prima colonna la tipologia dell'intervento così come era stata indicata dalla letteratura tecnica americana, la descrizione degli interventi con riferimento della commessa e i risultati conseguiti. Ed anche qui, appunto, vediamo che sostanzialmente tutte le cose che erano previste e che ho elencato prima sono state via via fatte, una delle più recenti, per esempio, è la modifica delle procedure di bonifica, vedo il fine lavori nell'84, quindi fine lavori precedente al periodo che interessa questa relazione. L'elenco è lungo, non voglio tediare perché è solo per far vedere che quegli interventi di cui si è già parlato da vari altri prima di me si collocano, facendo quello che negli Stati Uniti si era detto che si doveva fare, ma non a Marghera, era poi un punto in cui il limite era più basso di tutti quelli che nel mondo si avevano in quel momento, almeno per quanto mi risulta. Sono molti lucidi ma non vi tedio facendoli vedere uno per uno, invece do al solito la situazione tecnologica a giugno dell'87, la condizione iniziale della gestione Enichem. Ancora una volta gestione del processo da calcolatore in sala quadri, componentistica atta a garantire la migliore tenuta del CVM in ambiente di lavoro, idonei organi di regolazione, tenute meccaniche, sperimentazione e trattamento antisporcante delle autoclavi di polimerizzazione. Parlo di sperimentazione, su questo punto domani mi intratterrò perché è un punto importante. E` un punto importante perché non c'erano le soluzioni in tasca di questo problema, cioè non aprivo il cassetto e trovavo la soluzione, dovevo elaborarla. Certe soluzioni che, per esempio, venivano dalle indicazioni della Goodrich in questo periodo, le sperimentazioni fatte da Enichem per esempio le trovavano convincenti, comunque non anticipiamo. Procedure di bonifica delle autoclavi di polimerizzazione, stripping da CVM dalla torbida, serbatoi di stoccaggio della torbida chiusi e polmonati con azoto, eliminazione degli sfiati di CVM dalla sezione di recupero per assorbimento ed invio ad un camino alto 170 metri con possibilità di dispersione sempre con quel tratto che poi la vita ambientale, il fatto ambientale del CVM era un fatto di breve durata. Cosa è successo dopo l'87 nel periodo fino al '93? Un nuovo sistema di controllo di processo, un'introduzione di controllo del processo con DCS, un altro era con PLC, messa a punto del trattamento antisporcante delle autoclavi di polimerizzazione, quindi quella sperimentazione va a chiusura in questo periodo. Quando parlerò di queste cose mostrerò della letteratura degli anni anche recenti in cui nelle riviste più importanti delle tecniche in questo settore si dice: "Io sto facendo, ti posso offrire un nuovo impianto di PVC, io ho un antiimbrattante, antisporcante", ancora oggi sostanzialmente costituisce motivo di invogliamento dell'acquisizione del processo proprio il disporre di queste cose. Quindi parlo di questo tipo di polimerizzazione, abbiamo visto che per il CV6 la cosa si è risolta molto prima. Anche qui quindi, a questo punto, gestione della polimerizzazione a boccaporto chiuso. Aumento della sicurezza delle autoclavi, in particolare l'assorbimento dell'apertura boccaporti alla pressione delle autoclavi, cioè se non avevo ridotto sufficientemente di pressione il boccaporto non si apriva. Un gascromatografo dedicato al controllo all'interno delle autoclavi in occasione degli interventi di manutenzione, eliminazione degli sfiati di CVM dal camino di emergenza con l'invio prima, per un certo periodo, al forno CS28 e poi al combustore termico di cui abbiamo parlato a lungo questa mattina. A questo punto io potrei iniziare, se c'è il tempo, forse c'è anche il tempo di finirlo, il discorso della pulizia dei reattori di tipo dei reattori di polimerizzazione. Impianto CV6; l'ingresso degli operatori nelle clavi di reazione per la loro pulizia era cessato dal '77 e quindi gli ingressi erano limitati alle operazioni di manutenzione. In qualche parte di documentazione agli atti, direi rapporti della Guardia di Finanza mi sembra agli atti, si parla dell'uso di un antiincrostante, la nicrosina, che è una soluzione di questo, la nicrosina in alto, e poi altre cose, non voglio far felice il professor Introna leggendo dei composti chimici sui quali poi mi coglie in fallo, glieli dico in privato. Non si usava l'antiincrostante nicrosina nei reattori dell'impianto CV6 della polimerizzazione in emulsione, non occorreva. Si usava la nicrosina non nei reattori, ma per la pulizia dei condensatori in sostituzione del cicloesanone, solvente che si è usato prima, si è trovato preferibile usare nicrosina. Quindi non c'era un problema, come può apparire da qualche documento agli atti, di utilizzazione della nicrosina nei reattori del CV6, un uso c'era, non era nel reattore, era un uso molto più modesto a valle. Invece il discorso si pone per la pulizia dei reattori di polimerizzazione, impianto CV24. La necessità di ingresso del personale in autoclave per la pulizia manuale di queste autoclavi e di questi reattori fino al '78 mi risulta un ingresso ogni 10 o 12 cariche dell'autoclave, ogni 10 o 12 processi di reazione c'era l'ingresso per pulizia in autoclave. Nell'86 gli ingressi si erano ridotti, era 1 ogni 30 o 40 cariche, quindi laddove erano 10 o 12 sono diventate 30 o 40. Dall'86 al '91 si è sviluppata la tecnologia di applicazione della soluzione antisporcante e di conduzione della polimerizzazione a boccaporto chiuso. Nel '91 il boccaporto delle autoclavi viene aperto solo in occasione di ispezioni, una volta al mese, e per pulizia manuale una volta all'anno oppure interventi di manutenzione. Se andiamo a vedere i particolari vediamo, appunto, che gli studi condotti in laboratorio e su impianti pilota da Enichem portano a scartare la soluzione Goodrich, viene portata avanti con esiti positivi la soluzione nicrosina, ad un certo momento si trova che un altro composto buss funziona meglio della nicrosina, per cui ad un certo momento si è passati dalla nicrosina a questo altro composto. Nella relazione fornisco i consumi, c'è un lucido, vediamo tutta una serie di consumi di questi antisporcanti, nell'89, nel '90 e '91, appunto ad un certo momento vediamo comparire questo buss, lo vediamo comparire nell'89, buss 80, non sono in grado nemmeno di dirlo in privato al professor Introna di cosa si tratta, era questo composto, vediamo con il '90 sparire il consumo di nicrosina. Le procedure operative per l'apertura delle autoclavi, torniamo al lucido 57; già negli anni '70 erano in atto procedure di bonifica da seguire prima dell'apertura, e quindi guardiamo una procedura, per esempio, di lavaggio interno autoclavi datata 9 novembre del '77 per il CV24. Viene posta una sonda del cromatografo in posizione manuale, all'interno dell'autoclave a circa un metro dal fondo, l'operatore entra, il cromatografo non è in funzionamento automatico, è in funzionamento manuale solo su quel punto. E` un discorso che è già avvenuto qui e che riprenderò, è proprio quello che la normativa prevede, cioè in particolari condizioni posso porlo esaminando un solo punto. Qui dice posizione manuale del cromatografo con sonda all'interno dell'autoclave a circa un metro dal fondo. L'operatore entra quando l'inquinamento è inferiore ad 1 PPM e viene richiamato all'esterno quando vengono superate le 5 PPM, quindi il concetto sostanzialmente è americano anche se qui la PPM ha valore istantaneo, non è nemmeno la media su 8 ore, il concetto OSHA è 1 come media sulle 8 ore e 5 per un quarto d'ora. Quindi la procedura dice: "Entri dentro quando misuriamo meno di 1", e qui non ci sono discussioni su multicampanella o monocampanella, perché è quella campanella e quindi qualunque sia l'opinione è risolta in partenza, e viene richiamato all'esterno se vengono segnalate le 5 PPM. Il tempo di permanenza dell'operatore all'interno dell'autoclave è di circa 30 o 40 minuti primi. Attualmente le condizioni sono mediamente inferiori a 1 o 2 PPM, perché c'è questo problema? Perché quando entro per fare pulizia faccio pulizia, ma facendo pulizia può darsi che levi delle croste dietro le quali c'è ancora del CVM, quindi anche se io ho misurato 1 al momento in cui sono entrato, la concentrazione può aumentare. Se no dice: come è che hai misurato 1, dopo misuri 5, oppure mi dice che mediamente siamo a 1 o 2 PPM? E` che disperso nell'atmosfera c'era meno di 1, però ci sono delle zone dove il CVM ci poteva essere. Un'altra procedura dell'83, cloruro di vinile, norme di protezione per i lavoratori, pulizia autoclavi ed altre apparecchiature, interventi manutentivi ed altre particolari operazioni. La pulizia e la bonifica dell'apparecchiatura che ha contenuto CVM. Il controllo ed il ricambio periodico dell'atmosfera interna all'apparecchiatura durante la fase di pulizia. La presenza costante di un operatore all'esterno dell'apparecchiatura che sorvegli la regolarità dell'operazione all'interno, l'obbligo da parte del personale addotto di indossare i mezzi di protezione individuale prescritti nelle procedure previste per il particolare intervento. Il manuale operativo poi riprendeva queste procedure da seguire per la bonifica delle apparecchiature, comprese in particolare le autoclavi di polimerizzazione. Perché il discorso bonifica si pone per le autoclavi ma si pone per tutte le apparecchiature, cioè prima di andare ad intervenire io devo averle bonificate, quindi la bonifica delle autoclavi è fase importante, ma non è solo la bonifica. Leggo testualmente: "Tutte le apparecchiature inquinate da CVM, cicloesanone, stirolo - ricordo il cicloesanone per lavare prima di usare ha nicrosina - devono essere spurgate e, quindi, bonificate prima di essere aperte per i lavori di manutenzione. Le caratteristiche del CVM, cicloesanone si trovano nelle schede di caratterizzazione prodotte", quindi ecco che parliamo di schede che danno le caratteristiche e quindi l'eventuale pericolosità e le cautele da adottare nell'uso dei prodotti. Oggi questa scheda è prevista a livello comunitario, deve avere sedici voci, oggi è tutto inquadrato in una normativa molto precisa, però abbiamo agli atti schede di sicurezza dei prodotti che risalgono agli anni '60 o anche prima. Del resto, proprio quando dicevo dell'intervento dei sindacati, dello statuto dei lavoratori dal '68 in avanti, una delle conquiste che io ricordo, la considero una conquista per tutti, era proprio di avere la disponibilità e l'accesso alle schede di sicurezza da parte di tutti. Per quanto riguarda i mezzi protettivi che vengono normalmente impiegati essi sono: per i CVM maschera facciale con filtro per vapori organici fino a 15 PPM, oltre a tale concentrazione si deve prendere il DAC 70 d'aria, che è un respiratore ad aria compressa con filtro ausiliario. Cioè se dentro non si superano i 15 puoi usare una maschera con filtro, se si superano i 15 devi avere un respiratore che ti fornisce l'aria. Però ha una cautela aggiuntiva, se per qualche motivo l'aria si dovesse interrompere comunque ha un filtro, per cui per un certo periodo tu ugualmente non respiri CVM perché hai un filtro, anche se per qualche motivo si dovesse... Altra procedura per il cloruro di vinile, norme di protezione per i lavoratori, procedura di sicurezza per gli interventi sugli impianti, la 228 del '71, che poi è stata aggiornata nel '90 con l'autorizzazione all'esecuzione dei lavori su impianti. E` un concetto che da un certo momento in poi è stato adottato da tutta l'industria chimica, è quello dei permessi di lavoro o delle autorizzazioni. Cioè un documento che ti dice che puoi fare certi interventi, ma ti dice anche quali sono le cautele che devi adottare nel fare questi interventi, poi dice anche molte altre cose. L'autorizzazione all'esecuzione lavori su impianti, lavori con ingresso in cavità, lavori di scavo, lavori a caldo, apertura di cicli che hanno contenuto o potrebbero contenere sostanze pericolose, tutti gli interventi affidati al personale terzo. Quindi nel modulo di autorizzazione all'esecuzione ai lavori di impianti, stiamo parlando in questo caso di una circolare del '90, interna, il responsabile dell'impianto richiede, tra l'altro, sotto la voce prescrizione per l'esecuzione, i mezzi protettivi che l'esecutore del lavoro dovrà indossare. Quindi il lavoro può essere fatto ma può essere fatto sotto quelle condizioni. Parlando ancora di pulizia dei reattori di polimerizzazione e dello sviluppo dei sistemi antisporcanti delle autoclavi, per esempio su Petrolchemical Handbook nel '91, manuale degli impianti petrolchimici, è una rassegna che ogni anno viene pubblicata su una rivista che si chiama Hydrocarbon Processing, cioè lavorazione degli idrocarburi. Nel marzo del '91 si parla di un impianto per la produzione di PVC in sospensione messo a punto dall'EVC, ma EVC americana. E traducendo si dice: "I depositati di resina nel reattore sono prevenuti dall'uso di un additivo antidepositi di proprietà, che è applicato prima di ogni carica, dopo la marcia un lavaggio a bassa pressione con acqua è tutto ciò che occorre per rimuovere il polimero staccato ed il ciclo è pronto a ripartire, il reattore necessita di essere aperto per un lavaggio completo dopo 500 e più cariche". Però siamo nel '91 ed ancora è un titolo di merito disporre di know-how di conoscenze che permettano di fare queste cose, tanto che appunto la più importante rivista nel settore dei processi degli idrocarburi lo presenta tra gli impianti che in quell'anno vale la pena di presentare al pubblico. Ho già detto che nell'85 le ricerche Enichem portarono a scartare il sistema Goodrich, orientare verso la nicrosina. Intorno all'88 si considera anche di sperimentare il buss 80 che poi dopo si è affermato. I consumi li abbiamo già visti e a questo punto, tirando le somme anche su questo argomento, nell'88 abbiamo l'apertura di una commessa per la messa a punto della tecnologia di conduzione del processo di polimerizzazione a boccaporto chiuso per l'effettuazione in automatico di tutte le operazioni previste dal processo produttivo a ciclo chiuso, compreso il caricamento degli additivi ed il lavaggio dell'autoclave. Nel '91 una relazione trimestrale emessa da Tecnologia CVM e PVC, dice: "Ultimati i lavori in linea A si è evidenziato il problema degli ugelli dei lavatori che non funzionano correttamente, in linea B sono ultimati i lavori di preparazione, nel prossimo trimestre tutte le autoclavi potranno essere condotte", il problema degli ugelli è un problema evidentemente tecnologico da risolvere, si può risolvere in tempi brevi come abbiamo detto. Ripeto però che è in quegli anni che nella letteratura tecnica internazionale si vede che il problema le diverse società cominciano ad averlo risolto. E quindi non ci sono ritardi rispetto alle conoscenze e alle possibilità poi di realizzazione, perché una cosa è avere sperimentato in laboratorio o su impianto pilota ed aver trovato risultati positivi, una cosa è poi la messa a punto definitiva, perché la messa a punto definitiva passa anche attraverso il fatto che gli ugelli non si devono occludere, che devono spruzzare bene e lavare tutto, c'è tutta una serie di problemi da risolvere che su impianto grosso, su scala industriale sono problemi che possono presentare dei tempi, possono richiedere alcuni tempi per la loro soluzione. Avrei finito questo argomento. Vorrei passare, ma inizierei domani, a fare un confronto che mi sembra interessante tra le indicazioni che la Fulc dette nel '77 per gli interventi che si dovevano fare e quello che è effettivamente stato fatto. Ringrazio dell'attenzione.

 

Presidente: riprendiamo domani mattina.

 

Avvocato Alessandri: Presidente, scusi, volevo soltanto depositare, come avevo anticipato la volta scorsa, i primi due verbali di audizione dei consulenti tecnici Montedison, per la parte impianti, corredati dai lucidi che sono stati proiettati, come era stato anticipato.

 

Presidente: va bene, li acquisiamo. Arrivederci a domani.

 

RINVIO AL 13 OTTOBRE 1999

 

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