UDIENZA DEL 13 OTTOBRE 2000

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello.

 

Avvocato Partesotti: Presidente, ho già depositato nei giorni scorsi le diapositive e il floppy disk relativo all’audizione del consulente di Greenpeace dottor Fabbri, deposito oggi di nuovo la stessa relazione su floppy unitamente ai riferimenti bibliografici e ai riferimenti documentali di cui ha parlato nella scorsa udienza ed inoltre deposito il floppy disk relativo alla relazione della dottoressa Stringer unitamente alla traduzione.

 

Presidente: la ringrazio, quindi è a disposizione delle parti. Bene, diamo inizio all’udienza.

 

Pubblico Ministero: per quanto riguarda il programma di oggi erano previste le audizioni cominciando con il professor Rindone per conto del Comune e della Regione, poi il dottor Cocheo dell’Avvocatura dello Stato, dottor Drei per WWF, e al pomeriggio era prevista l’audizione del dottor Mara a iniziare gli interventi di Medicina Democratica. Poi c’era la possibilità, proprio raccogliendo l’invito del Tribunale, al fine di evitare che ci fossero delle sospensioni eccessive o dei buchi durante l’udienza, di sentire il dottor Pavanato, secondo l’indicazione del Tribunale di sentirlo come teste anticipando per certi versi l’ordine che era stato previsto, ritengo comunque che questo possa essere un interesse comune, perché siccome il tema riguarderà le bonifiche e gli smaltimenti, questo anche anticipando quello che potrebbe essere l’audizione come teste, potrebbe essere utile anche in vista del controesame per completare il panorama e questo soprattutto per evitare che ci siano degli scompensi durante l’udienza, se ovviamente va bene a tutti quanti e soprattutto al Tribunale. Poi, soltanto così, per completare, credo, ma lo dirà eventualmente meglio il difensore di Greenpeace che ci siano dei problemi per un loro consulente straniero e quindi avranno una sostituzione con consulente italiano, ma è sempre nel novero dei consulenti che non si aggiungono, c’è solo una sostituzione per motivi di estero. Quindi dovrebbe cominciare il professor Rindone.

 

Presidente: sentiamo un attimo.

 

Avvocato Partesotti: preciso che noi avevamo altri due consulenti, uno straniero ed uno italiano, ci sono dei problemi, comunque li sostituiremo con un solo consulente anziché con i due.

 

Presidente: voglio dire, avete già il nome di questo nuovo consulente?

 

Avvocato Partesotti: dovrebbe essere la signora Venier Paola, però glielo preciserò entro la fine di questa udienza.

 

Avvocato Santamaria: Presidente, mi perdoni, mi permetto solo di rammentare che la scorsa udienza il professor Stella aveva rivolto una richiesta all’Avvocatura dello Stato in relazione alla deposizione del professor Nosengo; si voleva conoscere quali fossero i progetti di bonifica sulla base dei quali erano state formulate certe stime e soprattutto si voleva conoscere quale fosse la valutazione che la presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Ambiente avevano eventualmente dato di queste stime. Il Presidente aveva sollecitato, ricordo, una risposta da parte dell’Avvocato dello Stato.

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, qui ci troviamo di fronte ad uno dei problemi che sono stati posti sin dall’inizio, quello cioè di verificare se dall’attività processuale dell’Avvocato dello Stato, della linea difensiva dell’Avvocato dello Stato, sia possibile poi enucleare una autonoma linea difensiva della parte e chiedere al Tribunale di sindacare se effettivamente questa alternativa linea difensiva esista ed eventualmente di quali contenuti essa si componga. Credo che questo sia inammissibile dal momento che l’Avvocato dello Stato rappresenta la volontà dello Stato sia dal punto di vista sostanziale che dal punto di vista formale e processuale, per cui da questo punto di vista non sarebbe da prendere in considerazione questo tipo di sollecitazione. Peraltro, per esigenze di chiarezza di tutti, anche del Tribunale, abbiamo voluto porre al Ministero dell’Ambiente il quesito, abbiamo voluto girare il quesito che era stato irritualmente posto in questa sede dall’Avvocato Stella e le do, vi do la risposta del Ministero dell’Ambiente per il tramite del suo capo di gabinetto consigliere Goffredo Zaccardi, mi scuso per la qualità del testo che ho ricevuto via fax questa mattina, ovviamente depositerò il testo un po’ più leggibile, comunque ve lo leggo e poi discuteremo, fermo restando comunque che tutte le questioni relative al contenuto della consulenza tecnica del professor Nosengo saranno discusse in quest’aula in sede di controesame dello stesso consulente con tutte le domande che loro vorranno rivolgere e le risposte che darà il consulente sul punto. Leggo la missiva del capo di gabinetto del Ministro dell’Ambiente. Con nota 6 ottobre 2000, per la verbalizzazione poi magari se corro troppo...

 

Presidente: non corra e così...

 

Avvocato Schiesaro: con nota 6 ottobre 2000 protocollo 22278, codesta Avvocatura chiede di conoscere notizie in merito al procedimento di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale del sito di Venezia Porto Marghera in relazione ai fatti oggetto del processo pendente avanti al Tribunale di Venezia a carico di Cefis + 30. Il sito è stato inserito tra le aree inquinate da bonificare d’interesse nazionale e successivamente è stato perimetrato con il decreto ministeriale 23 febbraio 2000. Per espresso rinvio della citata legge 426/98 la bonifica del sito è sottoposta alle disposizioni dettate in materia di bonifica dall’articolo 17 del decreto legislativo 5 febbraio ‘97 numero 22 e del relativo decreto di attuazione del Ministro dell’Ambiente numero 471/99 con particolare riguardo ai criteri e alle procedure di riferimento nonché alle modalità ed ai limiti per il finanziamento degli interventi. Al fine di coordinare la realizzazione delle opere di bonifica con gli obiettivi di riconversione del polo industriale di Porto Marghera, è stato sottoscritto ed approvato con DPCM 12 febbraio ‘99 uno specifico accordo di programma per la chimica di Porto Marghera che riguarda parte del sito perimetrato ai sensi della legge 416 del ‘99 e per quanto concerne le modalità degli interventi di bonifica e i limiti di accettabilità circa la contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee, fa esplicito riferimento a quanto verrà definito nell’emanando decreto di attuazione del primo comma dell’articolo 17 del decreto legislativo 22/97 e cioè al decreto ministeriale 471 del ‘99. E` inoltre in corso un confronto tra le amministrazioni interessate per coordinare nell’ambito della conferenza prevista dall’accordo per la chimica l’istruttoria dei progetti di bonifica ai sensi e nel rispetto della legge 241/90 nonché per disciplinare le modalità di adempimento dell’obbligo di bonifica anche per la parte del sito di Venezia Porto Marghera non compresa nel predetto accordo. Con specifico riferimento all’attività istruttoria avente oggetto la bonifica del sito Venezia Porto Marghera sino ad oggi svolta da questa amministrazione, si segnala in particolare che è stato presentato ed approvato con decreto di con il Ministro dell’Ambiente di concerto con il Ministro dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato, con il Ministro della Sanità d’intesa con la Regione ai sensi dell’articolo 17 comma 4 del decreto legislativo 22/97 ed articolo 15 del decreto ministeriale 471/99, il progetto definitivo di bonifica predisposto da Enichem S.p.A. per l’area interessata alla costruzione del nuovo impianto di ossido di carbonio e di idrogeno, reparto TD12, bonifica la quale costituisce solo una parte della più vasta area da sottoporre ad intervento di bonifica. Non risultano al momento presentati ai sensi del DM471/99 progetti che riguardino specificamente l’inquinamento provocato dei fatti oggetto del procedimento penale richiamato. Al riguardo è noto che le norme vigenti in materia e sopra richiamate pongono l’obbligo della predisposizione dei progetti e di esecuzione degli interventi di bonifica e ripristino ambientale espressamente in capo al responsabile dell’inquinamento e in secondo luogo in capo al proprietario del sito inquinato, seppure indirettamente attraverso il sistema delle garanzie reali e personali previsto dall’articolo 17 commi 10 e 11 del decreto legislativo 22 che stendono a quest’ultimo, il proprietario, la responsabilità patrimoniale per la bonifica. Solo qualora il soggetto responsabile non provveda o non sia individuabile e non provveda nessun altro soggetto interessato quale proprietario, il progetto è elaborato e gli interventi sono realizzati in danno da parte della pubblica amministrazione, articolo 14 del decreto ministeriale 471/99. Quanto infine ai costi per il recupero ambientale del sito si rileva che l’esatta determinazione in via amministrativa degli stessi nei singoli casi concreti, risulta strettamente correlata alle soluzioni elaborate ed approvate nella sede propria del procedimento dettato dal decreto ministeriale 471/99, a riguardo si sottolinea che la bonifica prevista dall’articolo 17 del decreto legislativo 22/97 e il ripristino dello stato dei luoghi quale risarcimento in forma specifica previsto dall’articolo 18 della legge 349/96, operano su piani diversi. Infatti mentre quest’ultimo in via di principio, mira in via di principio a riportare la situazione ambientale a quella esistente al momento in cui si è verificato l’evento inquinante la disciplina della bonifica dei siti inquinati mira a garantire che i livelli di concentrazione degli inquinanti presenti in un determinato sito siano compatibili e rispettino le esigenze di tutela della salute e dell’ambiente, detto in altri termini siano tali da prevenire ed eliminare possibili rischi per la tutela della salute e dell’ambiente. In tale prospettiva il decreto ministeriale 471/99 prevede e modula diverse tipologie di intervento che vanno dalla messa in sicurezza d’emergenza, finalizzata a contenere l’inquinamento in via transitoria e in funzione dei successivi necessari interventi, alla bonifica, finalizzata alla riduzione dell’inquinamento ai limiti di concentrazione che il DM471 dichiara accettabili, alla bonifica con misura di sicurezza, finalizzata alla riduzione dell’inquinamento ai limiti superiori a quelli dichiarati ed accettati dal DM471 purché la permanenza di tale inquinamento residuo risulti accettabile sotto il profilo degli obiettivi di tutela della salute e dell’ambiente in base a una puntuale analisi di rischio; alla messa in sicurezza permanente, cioè il contenimento definitivo della fonte inquinante presente nel sito costituita da rifiuti stoccati. La scelta tra le diverse opzioni ovviamente è dettagliatamente procedimentalizzata con specifici criteri di selezione tra i quali in particolare e per quanto interessa lo specifico quesito, deve essere segnalato il ricorso alle migliori tecnologie disponibili a costi accettabili in base alla normativa comunitaria, requisito questo che trova oggi precisi riferimenti normativi nella disciplina sul controllo integrato dell’inquinamento. Ovviamente in sede di svolgimento del procedimento amministrativo viene necessariamente presa in considerazione ogni fonte di informazione utile alla più corretta e puntuale ricostruzione della situazione di inquinamento dedicando particolare attenzione al materiale probatorio acquisito nei procedimenti giudiziari che si siano occupati della situazione d’inquinamento di volta in volta considerata. In tale contesto anche l’attività tecnico-scientifica svolta nel procedimento penale dai consulenti di parte può confluire nel procedimento amministravo anche al fine di concorrere a determinare la valutazione della pubblica amministrazione in ordine alla idoneità dei progetti presentati dai soggetti obbligati. Ultima frase significativa: ciò posto non si hanno allo stato elementi per disattendere o valutare diversamente la previsione effettuata dal consulente di parte. Questa è la risposta del Ministro per bocca del suo capo di gabinetto.

 

Presidente: va bene. Allora vogliamo far accomodare il professor Rindone? Prego, avvocato.

 

Avvocato Scatturin: devo dire che il dottor Mara e gli altri consulenti di Medicina Democratica saranno qui nel pomeriggio, anche perché devono preparare lo schermo.

 

Presidente: questa mattina è previsto già, ci ha dato già praticamente il programma della mattinata il Pubblico Ministero.

 

Avvocato Scatturin: l’ho detto perché lei possa regolare l’udienza.

 

Avvocato Santamaria: solo due brevissime annotazioni e poi chiudiamo questa parentesi. Ovviamente ci riserviamo ogni valutazione ad una lettura approfondita del documento. Per intanto tenevo ad evidenziare due punti: uno, il termine per la presentazione dei progetti cui ha fatto riferimento la nota del capo del gabinetto del Ministero dell’Ambiente non è ancora decorso, scadrà il 30 marzo del 2001, questo non risultava se non sbaglio dalla nota; l’altro punto è che l’oggetto della nostra richiesta riguardava il tentativo di comprendere se vi fosse e quale fosse il fondamento tecnico-scientifico dei numeri che abbiamo sentito esposti dal professor Nosengo, prendiamo atto che anche per il capo del Ministero, il capo di gabinetto del Ministero non esistono allo stato fondamenti differenti da quelli enunciati dal professor Nosengo che per noi sono del tutto inidonei anche solo a iniziare una stima, una valutazione. Con questo ci riserveremo in tutte le sedi, anche differenti, anche amministrative, ogni presa di posizione rispetto al documento che abbiamo ascoltato.

 

Presidente: va bene. Professor Rindone, prego.

 

DEPOSIZIONE  CONSULENTE

DR. RINDONE BRUNO

 

AVVOCATO CESARI

 

DOMANDA - Il professor Rindone è ordinario, credo si sia già qualificato nella precedente tranche.

 

Presidente: è bene che lo faccia anche adesso.

 

DOMANDA - Allora lo dirà lui. Si occuperà del mercurio come prodotto... del mercurio e delle emissioni in atmosfera e del conseguente bilancio di massa.

 

Presidente: va bene. Allora, professor Rindone, se vuole un attimo qualificarsi ulteriormente per il verbale ed inoltre dirci esattamente quale sarà l’oggetto della sua relazione?

RISPOSTA - Buongiorno, mi chiamo Bruno Rindone, sono luminario di chimica organica presso l’Università di Milano Bicocca dove dirigo il dipartimento di scienze e dell’ambiente del territorio. Io mi occuperò, cercando di essere più breve possibile, di tre punti, uno è il bilancio di massa, cosa succede quando uno mette in un reattore un chilo cosa pretende di ottenere da questo chilo di materiale che ha messo in un reattore. Il secondo punto è una messa a punto sul problema del mercurio; il terzo, su cui mi dilungherò forse un po’ di più, è invece il problema delle emissioni in atmosfera, cioè del controllo dei composti organici volatili quando questi sono espressi in atmosfera. Io vorrei fare innanzitutto una premessa se il Tribunale me lo permette, la comunità chimica ha acquisito sensibilità negli ultimi tempi sulla difficile convivenza della produzione chimica con la compatibilità ambientale, e questo è molto ben rappresentato da un editoriale che vorrei riuscire a proiettare con la lavagna luminosa, è possibile? Questo è un editoriale pubblicato sulla chimica e l’industria del, mi sembra maggio del 1999, e firmato FT e che commentava un articolo di Aldo Grasso uscito su Sette, che è l’inserto del Corriere della Sera, il quale a sua volta commentava una novella scritta da Fenoglio negli anni ‘50 e che narrava cos’era la (bormida) in quel tempo. Io credo che non si legga niente, quindi se mi consentite vorrei leggervi io una piccola parte del commento dell’editoriale. FT dice: è da tanto tempo che abbiamo intenzione di creare una rubrica nuova con l’obiettivo di commentare notizie apparse sui media non solo relative ad errori di chimica ma soprattutto quelli che ne forniscono un’immagine deformata. Questa rubrica a partire da uno dei prossimi numeri e sostituirà una precedente sarà curata penso sempre da un collega al quale, chi vuole, può cominciare fin d’ora a spedire del materiale del nuovo genere. Quante volte ci siamo mangiati il fegato leggendo articoli sui giornali o ascoltando alcune trasmissioni televisive dove veniva data un’immagine errata e criminale della chimica? Inizieremo con pagine tratte da un quotidiano senza fare per questa volta alcun commento, le pubblichiamo coscienti che nel caso descritto non era lo specchio deformante ma era proprio così, un vecchio modo di fare chimica che continua tragicamente a pesare sulla nostra credibilità. Pubblichiamo di seguito alcune parti dell’articolo come la... e la mia valle di Aldo Grasso uscito su Sette il 6 maggio scorso firmato FT. Per me questo significa che quando abbiamo sbagliato lo dobbiamo ammettere. E io per primo vorrei fare la mia di ammenda, io ho dato un’immagine imprecisa sull’acetilene. Vi è stato infatti fatto rilevare che ho fatto pensare alla Corte che in tutte le trasformazioni che utilizzano l’acetilene sia necessaria la catalisi da mercurio e questo non è vero, la chimica dell’acetilene in realtà è molto, molto più ricca di quello che è stato descritto in questa sede, perché noi qui parliamo di un piccolo frammento della chimica dell’acetilene e però nel fare ammenda per avere indotto una convinzione non esatta in chi mi ascoltava devo però anche puntualizzare che nella chimica che noi stiamo trattando in quest’aula se si usa l’acetilene il mercurio è necessario, quindi per il nostro problema il mercurio è necessario come catalizzatore per mobilitare quelle tre sbarrette che ho segnato lì su, quelle tre sbarrette sono 6 elettroni, quei 6 elettroni non si muovono se non è presente mercurio nel sistema, e quindi chiunque voglia utilizzare quei 6 elettroni o per fare cloruro di vinile, o per fare acetaldeide, com’è avvenuto nella baia di Minamata, ricordate l’esempio che vi feci delle neuropatie da mercurio che si generarono per effetto delle emissioni di mercurio da un impianto di produzione di acetaldeide in Giappone; bene, in tutte queste trasformazioni la presenza del mercurio è necessaria. E quindi, scusate, per chiarire, è necessaria perché altrimenti la trasformazione chimica voluta è troppo lenta per essere di utilità pratica, e questa è la definizione di catalizzatore. Niente di magico, è semplicemente un reagente chimico che modifica il cammino di una reazione in modo tale che sia sufficientemente veloce da essere di utilità pratica. Faccio un esempio per spiegare ancora meglio, noi conosciamo la combustione, la combustione trasforma i composti del carbonio, per esempio il petrolio, in anidride carbonica ed acqua, più calore, la usiamo per i nostri scopi di approvvigionamento energetico. Però c’è un altro tipo di combustione che noi usiamo ogni giorno della nostra vita, è quando bruciamo glucosio per ottenere energia noi, le nostre cellule. Bene, se noi utilizzassimo la stessa chimica che si usa nella fiamma, bruceremmo anche noi, il nostro organismo ha dei catalizzatori, gli enzimi della catena respiratoria che permettono di organizzare il flusso di energia associata alla combustione del glucosio in modo tale che non danneggi la cellula. Il catalizzatore quindi è necessario perché sia praticamente utilizzabile il materiale di partenza che noi abbiamo scelto, semmai - e questa è la puntualizzazione che vorrei fare - se il materiale di partenza che abbiamo scelto richiede un catalizzatore che pone un problema, per cui esiste un problema di controllo, di tossicità etc., forse è saggio appena è disponibile un’alternativa economicamente valida cambiare strada. Più o meno queste cose le avevamo già dette ma forse vale la pena di puntualizzarle. Qui aggiungo una cosa, che il mercurio fosse un metallo pesantemente neurotossico si a sa, come avevamo detto, già dal tempo del libro "Alice nel paese delle meraviglie", dove, se ricordate, lo dissi già l’altra volta, il cappellaio matto in realtà era una malattia professionale di quelli che usavano i trattamenti antimicrobici con mercurio; non solo, la migliore tecnologia disponibile per controllare i reflui di mercurio è nota da moltissimo tempo, perché non è una tecnologia di trasformazione, è una tecnologia di messa in sicurezza, il mercurio, il controllo del mercurio si faceva e si fa confinandolo rispetto ad altre scorie e poi portandolo in un posto sicuro, non esiste in questo momento altra alternativa, oppure nei casi in cui è possibile riciclandolo, naturalmente questo lo do per scontato, quando uno non riesce a riciclare allora deve buttare via, butta via in maniera saggia. Questo elemento di saggezza del tecnico oggi è normato in maniera severa ma la necessità di controllare i reflui con grosso potenziale di tossicità è non solo nella normale coscienza professionale del tecnico ma è in realtà normato in termini generali da molto tempo, come noi sappiamo, quindi in nessun modo, in nessun caso e in nessuna epoca storica può essere stato consentito di mettere in una situazione non sicura un refluo contenente mercurio. Questa era solo una puntualizzazione per ciò che riguardava l’utilizzo del mercurio in questa tecnologia, certo aggiungo: può darsi che quando i chimici riusciranno a inventare un catalizzatore per immobilizzare qui elettroni P greca dell’acetilene che sia diverso dal mercurio, a questo punto magari l’acetilene potrà entrare in competizione nella competizione chimica, oggi no, tanto è vero, com’è stato rilevato già da parecchi, la produzione di cloruro di vinile via acetilene che ha bisogno del mercurio come catalizzatore ormai è confinata ad un piccolo numero di impianti collocati in situazioni, qualcuno ha citato la Repubblica Popolare Cinese per esempio, io so un grosso impianto in costruzione nel nord del Brasile, in situazioni in cui evidentemente la pressione per il controllo ambientale è meno acuta di quello che avviene invece in Europa o negli Stati Uniti. Questa è la mia prima puntualizzazione. La seconda puntualizzazione invece riguarda il bilancio di massa di una qualsiasi trasformazione chimica. Ordinariamente ad uno studente che frequenta un laboratorio... io mi scuso, probabilmente dovremo proiettare dai lucidi, non delle diapositive. Il secondo problema è quello che riguarda il bilancio di massa. Dicevo, ogni volta che noi portiamo uno studente in laboratorio e consegniamo ad uno studente una bustina con un grammo di prodotto da sottoporre a trasformazione chimica, noi pretendiamo che lui torni con un grammo di materiale, che potrà essere lo stesso prodotto di partenza se non sarà riuscito a fare nessuna reazione chimica, oppure potrà essere il o i prodotti di trasformazione, pretendiamo che alla fine, entro i limiti della ragionevolezza, il bilancio di massa sia 100%. Questo vale dalla scala di laboratorio e vale anche alla scala industriale, quindi se - io mi scuso, a questo punto proietterò - quindi se noi dobbiamo far operare uno schema, un impianto come quello qui mostrato, questo è uno dei tanti schemi che illustrano in maniera schematica il modo in cui viene prodotto nel caso particolare il dicloroetano. Senza bisogno di essere particolarmente accurato, voi notate che in alcuni punti di questa diapositiva è mostrato che ci sono dei sottoprodotti, per esempio light ends, c’è scritto lì, sottoprodotti leggeri, sottoprodotti pesanti, che sono dei residui di lavorazione che sono diversi rispetto al materiale che noi consideriamo economicamente valido, questi sottoprodotti vanno raccolti separatamente dal materiale che a noi interessa in maniera particolare e vanno poi messi in sicurezza. Nel caso particolare di questa produzione, vi è stato già fornita penso dall’ingegner Rabitti una lista peraltro molto limitata di sottoprodotti di questo, di questa tecnologia e avete notato - senza bisogno che io rifaccia la lista - che in tutti i nomi di questi sottoprodotti, in quasi tutti, compariva la parola cloro, cioè quasi tutti questi sottoprodotti di questa produzione erano dei composti organici clorurati; non è strano perché questa chimica è una chimica, il cloruro di vinile per primo è un composto organico clorurato, non è quindi strano che la maggior parte delle trasformazioni chimiche che lo generano, generano dei sottoprodotti anch’essi clorurati. Quindi questi sottoprodotti di questa tecnologia sono tutti collettivamente facenti parte della famiglia dei composti organici clorurati che oggi sono considerati dalla cultura scientifica europea ed anche per alcune parti, anche dalla normativa in alcuni altri paesi, COP significa composto organico persistente. Un composto organico persistente è classificato come tale se è stato dimostrato avere un tempo di persistenza nei vari comparti ambientali superiori a certi parametri, un COP, per dirne uno, per essere, diciamo, così, concreti, un tipico COP è il DDT, il DDT ha dei grandi meriti come insetticida, però il DDT ha un tempo di semitrasformazione nel sedimento di 20 anni, e quindi è un composto che se finisce nel sedimento ci rimane tanto tempo. Aggiungo ancora di più, che il DDT quando si trasforma nel sedimento diventa un suo prodotto di trasformazione che si chiama DDE che ha come tempo di semitrasformazione alcune centinaia di anni, quindi anche quando il DDT viene rimosso dal sedimento viene trasformato in qualcosa che è peggio. Ecco, i COP sono un segnale di rischio grave e quindi le tecnologie che usano o producono COP sono considerate tecnologie da curare in maniera particolarmente raffinata, e quindi i sottoprodotti di queste tecnologie sono quelle che costituiscono un importante problema di smaltimento perché questi composti sono persistenti nell’ambiente, quindi la natura non ci aiuta a farli sparire, non ci aiuta per niente a farli sparire, ecco perché segnalavo come puntualizzazione - io mi scuso se uno poco i lucidi perché mi sembra che si veda poco, però penso di essermi fatto capire - ecco perché il bilancio di massa in una tecnologia che produce oltre al prodotto principale le cui caratteristiche le abbiamo già viste, il cloruro di vinile, produce anche dei sottoprodotti che sono dei COP, è una tecnologia che va considerata nella cultura chimica e nella coscienza professionale del chimico, va considerata intrinsecamente da considerare con grande importanza, e naturalmente quindi io mi aspetto, perché non facilmente dagli atti, almeno da ciò che sono stato in grado di leggere e capire emerge, mi aspetto di vedere qualcuno che mi fa un bilancio di massa e mi dice: oggi ho messo una tonnellata di materiale di partenza e ho tirato fuori una tonnellata tra prodotto economicamente utile ed anche tutti i vari sottoprodotti, i vari rifiuti etc. e questi io ti dico dove sono. Questo esercizio via via nel tempo è diventato un esercizio obbligatorio e quindi via via nel tempo è diventato un elemento di costo importante, ma lo è sempre stato, lo è sempre stato un elemento di costo importante quello del controllo e della... di sottoprodotti. E su questo vorrei fare un inciso che mi ricollega al terzo punto che tratterò, cerco di essere molto breve. L’emissione, dell’emissione in atmosfera, cioè del tema dell’emissione in atmosfera c’è una cosa che mi ha particolarmente impressionato, per lungo tempo qui si buttava via una grande quantità di prodotto economicamente utile, si buttava via, cioè finiva dentro nel camino e finiva in giro, al di là del fatto se è giusto o sbagliato buttare delle emissioni gassose nei camini, quello che veniva buttato via in buona parte era cloruro di vinile che uno si chiede: era saggio buttarlo via o non era magari il caso di trovare una modifica della tecnologia che permettesse di riciclarlo? Cosa che infatti avvenne, se ricordate avvenne con l’avvento di sistemi di intrappolamento del cloruro di vinile che non era immediatamente ottenuto dalla produzione. Naturalmente il fatto che per lungo tempo si buttassero via quantità importanti di materiale utile, era, dal mio punto di vista, un caso paradossale di mancato controllo del ciclo produttivo, è paradossale che il mancato controllo del ciclo produttivo arrivi fino a buttare via prodotto utile, è paradossale perché in generale se uno ha difficoltà di controllo del ciclo produttivo la prima cosa che cerca di ottenere al massimo è il prodotto utile, non è giusto che lo faccia solo nei riguardi del prodotto utile però è umano, come si suol dire. Su questo osservo che in realtà sono io che chiedo un bilancio di massa che mi convinca che effettivamente nel corso del tempo usando la migliore tecnologia disponibile si è migliorato il bilancio di massa tra ciò che entrava e ciò che usciva nel processo, e la cosa che mi inquieta è che le parti che mancano nel bilancio di massa, per lo meno che non sono così evidentemente reperibili in atti, sottoprodotti clorurati, mercurio, rame per esempio che è utilizzato in una certa parte del processo produttivo, questi, leggo in atti, vengono trovati in alcuni ammassi in questa, nella zona di cui noi stiamo parlando, ed allora il dubbio viene che in realtà il bilancio di massa sia possibile ma deve tenere conto di questi ammassi che sono sparsi, che sono sparsi nel perimetro che noi stiamo trattando. Il bilancio di massa è possibile se però si tiene conto oltre che della quantità di prodotto utile che è stato ottenuto, anche di quello che è stato variamente stoccato in giro, oltre che di quello che è stato riciclato, oltre che di quello che è stato conferito per lo smaltimento all’esterno. Questa cosa è una cosa che inquieta e inquieta, è una notizia che forse cioè molti sanno, inquieta non soltanto per la vicenda che noi stiamo trattando adesso, ma anche per un dettaglio che chi opera sul piano professionale nel campo dei rifiuti conosce bene. In tutto il nord d’Italia chi vuole acquisire un terreno in una zona periferica di una grande città chiede normalmente che venga fatto un accurato monitoraggio di cosa c’è nel sottosuolo e questo accurato monitoraggio viene fatto tra l’altro da operatori molto bravi e la ragione di questo è che si teme che alcune zone che oggi magari sono state classificate dai piani regolatori in una certa maniera, nel passato potessero essere zone industriali e potessero essere state zone in cui si era, in tutto e in parte, si avevano avuti sversamenti o interramenti di materiali e naturalmente chi acquista, se incautamente acquista un terreno contaminato poi dopo, prima o poi dovrà accollarsi l’onere della sua bonifica. Questa osservazione, il mancato bilancio di massa apparente che in realtà diventa meno mancato se uno purtroppo esamina con realismo una cattiva abitudine, quella cattiva abitudine di cui parla l’editorialista della chimica industria, organo ufficiale della società chimica italiana, quindi questo editoriale segna il passo della coscienza della cultura chimica italiana, ecco, questa era la seconda osservazione che volevo fare, scusatemi se io sono a mani nude ma a questo punto... Ecco, la terza cosa invece più tecnica riguarda le emissioni in atmosfera, e su questo io le chiederò di darmi una mano.

 

Presidente: scusi, professore, venendo un attimo a concretizzare forse questo discorso che lei ha fatto in ordine a questo metodo produttivo che include l’acetilene e il mercurio come catalizzatore, il bilancio di massa è possibile o non è possibile farlo? E se è possibile attraverso quale procedura è possibile farlo?

RISPOSTA - Il chimico fa sempre il bilancio di massa già dal laboratorio del primo anno, deve farlo, se il chimico non è in grado di fare il bilancio di massa perché per esempio i suoi strumenti non glielo permettono, a quel punto quella lavorazione viene abbandonata perché intrinsecamente rischiosa per lui, se è un chimico di laboratorio, per lui se non è in grado di controllare il flusso del materiale. Quindi questo è un imperativo professionale sempre. Dicevo, andando alle emissioni in atmosfera, volevo innanzitutto riprendere una discussione tra tecnici ma, secondo me, comprensibile anche a chi non è strettamente un tecnico, quando parlammo ci ponemmo la domanda se una flangia in un impianto di produzione di CVM o in un piano di produzione di PVC se è una flangia perde, una connessione perde un pochino e tutte le connessioni perdono un pochino perché nel mondo reale lo zero non esiste, l’emissione zero non esiste, se una flangia perde e perde il cloruro di vinile, quindi che per noi è il rischio maggiore, dove va a finire questo cloruro di vinile? E lì se ricordate c’era stata un’interessante discussione tra tecnici che io considero ancora aperta perché la verità spesso è più complessa di quella dei nostri tentativi di ridurla, e poi alcuni sostenevano che la diluizione della perdita nell’atmosfera circostante avveniva molto rapidamente, altri tra cui il sottoscritto sostenevano che in alcune condizioni invece un gas più pesante dell’aria se emesso lentamente da una fonte, per esempio una flangia che perdeva, si sarebbe stratificato innanzitutto sotto l’aria, quindi sarebbe stratificato e poi in un secondo momento pian piano per diffusione oppure perché c’è un ventilatore acceso si sarebbe mescolato e si diceva che questa, questo non era un dettaglio, una discussione diciamo tra esperti, così, per essere molto precisi, era estremamente rilevante per stabilire qual era, per valutare qual era la correlazione tra i monitoraggi d’aria del cloruro di vinile, nel caso particolare però questo discorso vale sempre, il monitoraggio d’aria e invece il monitoraggio fatto con il dosimetro personale. Si diceva che se il processo di mescolamento del cloruro di vinile sfuggito da una flangia era lento, allora a questo punto poteva essere che il monitoraggio d’aria sottovalutasse l’esposizione del lavoratore che era seduto, che per caso era stato parecchio tempo vicino al luogo della fuga, se invece il mescolamento era veloce, come per esempio può avvenire quando la fuga non è una piccola fuga ma è una fuga massiccia oppure quando la piccola fuga è a una temperatura molto superiore rispetto a quella dell’area circostante, allora se il mescolamento è veloce il monitoraggio d’aria sarebbe stato più vicino, anche se non uguale, all’esposizione del lavoratore che transitava lì vicino. Questa, se ricordate, noi discutemmo di questa cosa e fu tra l’altro sollevato un esempio della vita pratica alla grotta del cane, ricordate, nella grotta del cane c’è una emissione di anidride carbonica che è un gas più pesante dell’aria, in questa grotta in un ambiente che ha evidentemente poca turbolenza, perché è una grotta, io non so quanta maggiore turbolenza ha un salone dove sono collocati degli impianti chimici rispetto a una grotta a Pozzuoli, questo non lo so, si può anche però sapere. Lì nella grotta del cane il cane moriva, il cane moriva perché evidentemente, moriva asfissiato perché lui camminava nella parte dell’atmosfera locale dove c’era essenzialmente CO2. Quindi si era, mi sembra, concluso che la semplicistica rappresentatività del monitoraggio d’aria come rappresentatività dell’esposizione del lavoratore andava vista, valutata sulla base caso per caso, diciamo. Ricordo questo fenomeno perché lo stesso tipo di strumentazione logica noi adesso dobbiamo assumere per valutare un altro fatto che coinvolge la fluidodinamica dei gas, cosa succede quando un chilo, una tonnellata, quello che sia, di cloruro di vinile escono fuori dal camino posto all’altezza di 50 metri, se non ricordo male, qui escono fuori da quel camino e quindi si ripartiscono nell’ambiente circostante, e in qualche modo la strumentazione che noi abbiamo utilizzato per capire cosa avveniva nell’impianto di produzione dobbiamo considerarla anche per capire quello che avviene invece nell’ambiente circostante. Io qui vorrei mostrarvi, scusatemi, ci vedete molto poco ma riesco a spiegarlo. Normalmente i parametri che vengono determinati più usualmente dalla rete sia pubblica che in alcuni casi anche delle reti private del monitoraggio della qualità dell’aria normalmente non comprendono questi analiti che qui sono mostrati, cioè normalmente non comprendono né il cloruro di vinile né il dicloroetano e neanche, per dire, i gas serra, non comprendono il monitoraggio gi questi composti per la semplice ragione che sono tanti e quindi bisogna selezionare quelli che rappresentano un rischio reale e monitorare solo quelli e monitorarli tutto l’anno perché le condizioni dell’atmosfera sono, come voi sapete, variabili con molta più velocità rispetto alle condizioni dell’acqua. Dico questo perché in alcuni casi si è capito che una contaminazione grave della qualità dell’area urbana in alcune grandi conurbazioni con forti flussi di traffico automobilistico e con forte presenza di attività antropica, attività industriale, per esempio c’era una contaminazione, c’era una contaminazione, come dire, ormai purtroppo indennica, da composti organici volatili alcuni dei quali gravemente portatori di rischio e che naturalmente quindi una nuova emissione, una emissione di qualcosa di diverso, per esempio a causa di un incidente, avveniva non in un’aria che era pulita, aveva un’aria che era già contaminata, a volte anche oltre i limiti del rischio e naturalmente quindi l’equivalente in termini di salute umana era ancor peggiore. Ora per questa ragione in Regione Lombardia, cosa che mi sembra che in Regione Veneto non sia ancora avvenuto, si è avviato un piano di risanamento della qualità dell’aria che ha comportato delle campagne di monitoraggio vero, di un numero di 142 analiti, tra cui non c’è il cloruro di vinile monomero ma ci sono alcuni analiti che sono considerati possibili emissioni industriali e che quindi vanno considerati come elemento per valutare l’efficienza del ciclo produttivo. Questa attività è stata fatta in collaborazione, diciamo con una collaborazione a livello mondiale perché a noi interessava sapere se i nostri numeri erano diversi, peggiori o migliori rispetto a quelli che si notavano a Santiago del Cile o Kuala Lumpur. Bene, la conclusione, io qui non mi dettaglio, la conclusione di questo è che in realtà ci sono delle concentrazioni a volte allarmanti di analiti che non pensavamo neanche che fossero presenti e quindi da questo deriva un, per noi deriva un warning importante, cioè un non sottovalutare il problema della presenza di composti organici volatili, specialmente persistenti nelle atmosfere fortemente antropizzate. Adesso torniamo al nostro caso, io ho letto che secondo alcuni nel passato le importanti emissioni di cloruro di vinile monomero dal camino derivante dal fatto che evidentemente non riuscivano a recuperarlo e quindi lo buttavano via, secondo alcuni potevano in alcuni casi creare nelle immediate vicinanze dell’impianto, quindi qui attorno, delle concentrazioni anche non lontane da un PPM. Questo numero mi ha impressionato perché istintivamente l’ho paragonato rispetto all’obbligo di essere sotto il PPM nell’ambiente di lavoro, allora mi sono detto: se nell’ambiente di lavoro adesso bisogna essere sotto il PPM, il lavoratore che lavora 8 ore al giorno per un numero limitato di ore all’anno deve essere, quando è lì dentro, deve essere sottoposto a meno di un PPM, e se dall’altra parte dico: va beh, quando questo lavoratore esce e dopo qualcuno dice che è sottoposto per tutta la vita, cioè sempre, è sottoposto ad un livello basale che è non lontano da questo numero, se fosse un PPB direi benissimo, se fosse un milionesimo direi: va bene, ma se invece io osservo che l’esposizione della popolazione circostante è invece di un ordine di grandezza, lo stesso ordine di grandezza o comunque non troppo lontana dall’esposizione professionale, questo è un elemento che mi allarma molto. E naturalmente questo dato, che io ripeto, è un dato che deriva da alcuni numeri, da alcune campagne isolate, io mi stupisco che quando è stato osservato che potevano esserci concentrazioni anche vicine all’1 PPM attorno a Porto Marghera non è immediatamente partita una campagna per monitorare l’area di Porto Marghera per 365 giorni l’anno, perché magari quel giorno era così, perché quel giorno era un giorno di depressione etc., quindi era un giorno che magnificava le concentrazioni, magari se avessero fatto il monitoraggio in un giorno di vento era quasi zero. Ecco, mi sono stupito del fatto che questo segnale di allarme derivante dal fatto di avere un livello basale di cloruro di vinile monomero qui attorno così, diciamo, sdegno di rispetto non abbia creato delle conseguenze. Però dico questo: se noi scoprissimo in una campagna fatta in maniera opportuna che attorno ad un impianto di produzione di un certo materiale c’è una concentrazione tutto l’anno di quel materiale di un certo rispetto, questa cosa è allarmante. Ed è allarmante tra l’altro perché il cloruro di vinile oltre alle sue caratteristiche tossicologiche è anche lui un COP, un tempo di semitrasformazione di due giorni, provate a fare il conto nei due giorni in cui lui si semitrasforma quanti chilometri può fare, e qui vorrei soffermarmi un attimo. Nella contaminazione atmosferica il tempo di semitrasformazione è importante - e io la pregherei di proiettare un lucido - calcolare il tempo di semitrasformazione di un composto nell’atmosfera non è semplice perché occorre conoscere alcuni parametri importanti dell’atmosfera, però se voi vedete i tempi di semitrasformazione dei composti nell’atmosfera possono essere da geologici a istantanei e questo deriva dalla loro chimica che non dettaglio. Però naturalmente dobbiamo osservare che un composto che avesse un tempo di semitrasformazione di 15 minuti se fa danno lo fa nell’immediato intorno in cui viene messo e quindi la valutazione che noi dovremmo dare sull’opportunità di liberare questo composto in atmosfera è esclusivamente locale. Se un composto invece ha un tempo, come nel caso del cloruro di vinile o come nel caso del dicloroetano, ha un tempo di semitrasformazione di giorni allora noi dobbiamo considerare che il danno eventuale arrecato dalla contaminazione atmosferica con questo composto può essere anche avvertito in siti remoti rispetto a quelli in cui è messo e questa cosa è ancora un ulteriore warning, emettere cloruro di vinile da un camino significa che questo ci impiega due giorni a semitrasformarsi e che quindi questo finirà in testa alle persone che hanno la sventura di essere in quel giorno sotto vento. Da questo deriva il fatto che era saggio, era poco saggio ed è poco saggio scaricare composti di questo genere in atmosfera. Aggiungo un’altra cosa, quando un composto viene messo in atmosfera, l’ho già detto poco fa ma è bene ripeterlo, perché questa è una cosa che spesso è sottovalutata. Quando un composto viene emesso in atmosfera, se in due giorni si semitrasforma significa che in due giorni metà della concentrazione non è più lui ma è un’altra cosa. Nel caso particolare del cloruro di vinile, le altre due cose, si è dimostrato che i due prodotti principali di trasformazione del cloruro di vinile sono l’acido cloridrico e l’acetaldeide, quindi chi volesse valutare gli effetti di uno sversamento gassoso in atmosfera di una certa quantità di cloruro di vinile dovrebbe valutare che dopo due giorni c’è solo metà del cloruro di vinile però dopo due giorni è presente l’altra metà, è il concetto del bilancio di massa, l’altra metà non è sparita, è diventata acetaldeide, acido cloridrico, i quali a loro volta poi subiranno delle ulteriori trasformazioni, in alcuni casi poco allarmanti, nel caso dell’acetaldeide non poco allarmanti. Concludo quindi diciamo questa brevissima, questa mia brevissima puntualizzazione sulle emissioni in atmosfera, se il dato che ho osservato in atti è quello di emissione in atmosfera dell’ordine tonnellate giorno nel passato, questo dato è tale da fare pensare che sia più che plausibile il fatto che intorno, nella zona intorno al luogo di emissione e quando dico per la zona intorno intendo dire una zona ampia, vista la caratteristica di COP del cloruro di vinile, nella zona intorno alla zona di emissione, potessero esserci concentrazioni importanti di questo materiale. Naturalmente questo a che condizione? A condizione che nei momenti in cui avviene l’emissione, a quanto pare tanto tempo fa sempre, non piovesse, perché come capite se piove tutto ciò che è gassoso tende a essere buttato giù, oppure che non ci fosse la bora, non so se qui c’è la bora, perché in quel caso lì allora ovviamente i fenomeni di trasporto remoto si verificassero. Ma certamente in quella parte dell’anno in cui qui l’atmosfera è ferma, se io fossi a Milano vi potrei dire qual è la percentuale di atmosfera ferma a Milano, in quella parte dell’anno in cui l’atmosfera è ferma, sicuramente una parte di questo materiale non riuscirebbe a raggiungere uno strato rimescolato, cioè quella parte dell’atmosfera in cui soffiano le turbolenze ma rimarrebbe tra noi. Ed aggiungo una cosa, siccome questo materiale è a densità 2.2, è più pesante dell’aria, se non viene mescolato rapidamente si stratifica sotto. Io, cioè, sono stato anche forse un po’ veemente nel parlarne, perché le caratteristiche tossicologiche del cloruro di vinile fanno sì che sia necessario essere precisi nello stabilire dove va a finire, quando viene sversato in atmosfera. Vorrei fare un’ultima considerazione, ho promesso di essere breve e quindi spero di essere riuscito, è sicuramente, nel corso del tempo è sicuramente diminuita in maniera importante l’emissione, come dire, l’emissione normale di composti organici gassosi dai camini, è diminuita nel tempo senza dubbio, questo è stato il risultato del fatto di utilizzare una tecnologia più aggiornata ed anche del fatto di, come dire, avere più interesse al fatto, come dire, cercare di recuperare tutto il prodotto buono, diciamo avere un maggiore interesse alla competitività aziendale. Ecco, su questo io vorrei fare - ed è l’ultima cosa che vi mostro - vorrei mostrarvi ancora, ve ne parlo a voce tanto non è importante, una opinione di uno dei più importanti esperti di chimica organica sintetica, il cloruro di vinile monomero è uno dei tanti prodotti della chimica organica sintetica che vengono utilizzati nella vita pratica. (Bari Trost), ve lo mostrai anche quando fui sentito il primo di giugno dell’anno scorso. Bari Trost sostiene nella prefazione di un libro di (Green Kenestry) edito dall’American Chemical Associated, quindi edito dalla società scientifica più grande del mondo, sostiene questo punto: noi chimici abbiamo avuto in mente per molto tempo essenzialmente la redditività economica del prodotto, ci siamo un pochino meno interessati del processo che portava a quel prodotto, oggi se vogliamo competere tra noi e con altri settori della produzione scientifica, per esempio quelli per via biotecnologica per dire, noi dobbiamo avere una cura altrettanto importante per il processo oltre che per il prodotto perché il costo per controllare il processo, specialmente per controllare i sottoprodotti del processo, per controllare, diciamo per fare il bilancio di massa, spesso se il processo non è ben disegnato sono tali da far diventare problematica la redditività economica. Quindi dice Bari Trost, a questo punto la nostra cultura deve cambiare da una cultura di puro prodotto a una cultura di processo, come si dice in inglese, benigno dal punto di vista ambientale. Queste parole fanno ricordare che in realtà ormai la lettura del passato che noi stiamo facendo in questo momento è una lettura in cui intrinsecamente la comunità scientifica ha capito che c’è da criticarsi, e ha capito naturalmente che se la critica serve a introdurre sensibilità e importanti modificazioni, questa critica è servita. Scusate, io ho finito, mi dispiace per il disordine con cui ho mostrato le cose, spero di essere stato chiaro.

 

Presidente: ci sono domande di integrazione, di precisazione? Va bene, grazie professore, si può accomodare. Chi facciamo accomodare?

 

Pubblico Ministero: credo che ci sia il dottor Cocheo.

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. COCHEO VINCENZO

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

DOMANDA - In attesa che adesso vengano a sistemare il computer se magari il dottor Cocheo vuole cominciare a presentarsi al Tribunale e a dire qual è la sua esperienza professionale, che tipo di attività, incarichi ha svolto, di che cosa si è occupato fino ad oggi e poi a illustrare le caratteristiche generali diciamo della relazione che tratterà.

RISPOSTA - Io mi chiamo Vincenzo Cocheo e sono il direttore del Centro Ricerche Ambientali di Padova della Fondazione Salvatore Maugeri, io sono un ricercatore che si occupa da circa 30 anni di problemi ambientali, io svolgo ricerche nel campo ambientale, ho anche svolto numerose perizie, consulenze per la Magistratura attinenti proprio all’argomento di cui oggi vi parlerò, cioè all’inquinamento delle acque, acque superficiali, acque sotterranee e allo smaltimento dei rifiuti.

DOMANDA - Può fare qualche esempio?

RISPOSTA - Tra le più recenti la perizia che ho appena concluso per il G.I.P. di Taranto che riguarda gli impianti di depurazione, 12 impianti di depurazione dell’intera provincia di Taranto, ho svolto il compito di perito per il Pretore nel caso, nel procedimento per l’inquinamento dell’Adige, numerosissimi altri incarichi peritali di questo tipo, un po’ per tutta Italia.

DOMANDA - Procura di Torino?

RISPOSTA - Sì, sono anche consulente della Procura di Torino per quanto riguarda i problemi legati sia all’ambiente in generale che all’ambiente di lavoro in particolare. Sono numerosissimi, avvocato Schiesaro, non credo sia il caso..

DOMANDA - Andiamo all’oggetto di questa consulenza tecnica.

RISPOSTA - Ora l’oggetto della consulenza. Ora lo scopo della mia consulenza è quello di verificare quale fosse la situazione degli scarichi idrici del petrolchimico di Porto Marghera, poi nel corso della mia discussione mi soffermerò in modo particolare su due impianti. L’obiettivo era quello di svolgere una ricognizione degli scarichi liquidi allo scopo di stabilire in base alla loro provenienza quale debba essere la normativa di riferimento per la classificazione e lo smaltimento. Questa mia ricognizione si è limitata al periodo che va dal 1984 al 1997 per le ragioni che saranno più chiare nel prosieguo della mia presentazione.

DOMANDA - Quindi in pratica lei ha preso in considerazione gli scarichi provenienti dallo stabilimento?

RISPOSTA - Sì, ho preso in considerazione gli scarichi dello stabilimento, li ho esaminati un po’ tutti e ne ho selezionati alcuni per i motivi che dirò fra un attimo.

DOMANDA - E ha valutato anche il tipo di provenienza dal reparto?

RISPOSTA - Certo, il tipo di provenienza dell’acqua, perché questa.

DOMANDA - Perché è importante questa...

RISPOSTA - Questa condizione è fondamentale perché è costume corrente considerare la regolamentazione agli scarichi come stabiliti dalla legge Merlin, diciamo, dalla legge 319 del ‘76. In realtà come dimostrerò più avanti la legge Merlin è sì importante, era importante, adesso c’è il nuovo decreto del Ministero dell’Ambiente che più o meno ricalca a grandi linee quella, ma è una legge che viene subordinata ad un’altra legge che, secondo il mio punto di vista, è prevalente, cioè è la regolamentazione che riguarda i rifiuti speciali, tossico, pericolosi, non pericolosi oggi, tossico-nocivi una volta.

DOMANDA - E quindi l’esame della provenienza dello scarico dal reparto, cioè l’individuazione del reparto da cui lo scarico proviene diventa decisiva ai fini di una sua corretta qualificazione?

RISPOSTA - Diventa decisiva la provenienza dello scarico dall’attività produttiva a cui si riferisce, questo è fondamentale. Infatti la questione preliminare da porre è questa: uno scarico idrico può essere considerato un rifiuto? La risposta, secondo l’esame che io ho fatto della normativa vigente in Italia, ma un po’ in tutta Europa, in quanto la normativa italiana ricordiamoci deriva da direttive comunitarie, quindi da questo punto di vista è uniforme un po’ in tutta l’Unione Europea, la risposta che io do è sì. Cioè uno scarico idrico è da considerare un rifiuto e dirò adesso quali sono i motivi. Il motivo principale è quello che lo stesso DPR 915/82, all’articolo 2, comma 1, definisce rifiuto qualsiasi sostanza derivante da attività umana o da cicli naturali abbandonati o destinata all’abbandono. Ora questa norma, com’è noto, non esiste più perché è stata abolita dal decreto Ronchi, però anche lo stesso decreto Ronchi riprende esattamente questa definizione. Ora secondo me, ma immagino secondo l’eccezione comune, è indubbio che lo scarico idrico sia una sostanza che derivi da attività umana, così com’è altresì indubbio che sia destinata all’abbandono e sia abbandonata. Cioè il produttore dello scarico si disinteressa dello scarico una volta che questo è avvenuto, anzi, è addirittura obbligato a disfarsi di questo scarico, e quindi da questo punto di vista si riallaccia alla nuova normativa, cioè al decreto Ronchi. Allora, da questo punto di vista alle acque di scarico è da applicarsi, secondo il mio punto di vista, con prevalenza il DPR 915/82, sicuramente questo decreto era da applicarsi all’epoca dei fatti ai quali mi riferisco, cioè tra l’84 e il ‘97, e solo in subordine si applica la legge 319/76, questa mia affermazione deriva dal penultimo comma dell’articolo 2 del DPR 915 il quale recita testualmente: "Resta salva la normativa dettata dalla legge 10 maggio ‘76, numero 319, e successive modificazioni e relative prescrizioni tecniche per quanto concerne la disciplina dello smaltimento delle acque, nel suolo e nel sottosuolo dei liquami e dei fanghi di cui all’articolo 2, lettera e), punti 2 e 3, della citata legge purché non tossici e nocivi ai sensi del presente decreto". Quindi stabilire se uno scarico è tossico-nocivo è condizione preliminare per poter poi decidere se è applicabile o meno la legge 319/76.

DOMANDA - Oppure quella speciale per la laguna di Venezia?

RISPOSTA - Oppure quella speciale per la laguna di Venezia, diciamo le norme che regolamentano in maniera specifica gli scarichi chimici. Ora si potrebbe obiettare che esista una certa contrapposizione nelle coppie di termini liquame e acque di scarico da una parte, e smaltimento e scarico dall’altra, così come definiti dalle due normative che regolamentano in maniera specifica i due settori, cioè il DPR 915/82 per i rifiuti e la legge 319/76 per le acque di scarico. Ora in realtà questa contrapposizione non esiste affatto ed è dimostrata proprio dalla normativa vigente attualmente in Italia. Io mi riferisco innanzitutto al regolamento principe delle acque di scarico, cioè alla delibera al regolamento principe delle acque di scarico, cioè alla delibera del 4 febbraio del ‘77 del Comitato dei Ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento.

DOMANDA - Per il verbale diciamo che si tratta dello stesso testo normativo che è stato prodotto al Tribunale dal consulente professor Nosengo che è stato utilizzato per le valutazioni di quel consulente tecnico.

RISPOSTA - Ecco, il primo punto dell’allegato 5 di questa delibera recita testualmente: "La presente normativa relativa allo smaltimento dei liquami nel suolo e nel sottosuolo riguarda gli scarichi degli insediamenti civili e degli insediamenti produttivi", quindi la norma non fa nessuna distinzione tra liquame ed acqua di scarico, sono assolutamente equivalenti. Per quanto attiene invece all’ipotizzata differenziazione tra smaltimento e scarico, beh, qui fa testo la sentenza della Prima Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione del 13 gennaio ‘93, la numero 17 che poi allegherò, depositerò agli atti, si tratta di una sentenza relativa ad un procedimento penale...

 

Avvocato Pulitanò: signor Presidente, posso fare un’osservazione? Ma questa è una consulenza tecnica o una consulenza giuridica? Pongo l’interrogativo.

 

DOMANDA - Posso rispondere io, signor Presidente, se crede. Il consulente tecnico...

 

Presidente: ognuno imposta la sua consulenza anche con delle premesse di carattere giuridico per definire che cos’è lo smaltimento, cos’è il rifiuto, poi dopo tutto è oggetto di discussione più approfondita, nessuno vi sottrae il vostro mestiere.

RISPOSTA - Se mi è permesso dirlo in un dibattimento penale è difficile separare nettamente l’aspetto tecnico da quello giuridico, sono due cose che si intrecciano tra di loro, non potrei assolutamente esporre il mio parere se non facessi riferimento alla normativa esistente. Ora, mi stavo riferendo a questa sentenza che riguarda l’inquinamento dell’Adige, un procedimento penale del quale io mi sono onorato di essere il perito del Giudice all’epoca, la quale afferma questa sentenza che lo smaltimento configura attività di dispersione sostanzialmente coincidente, a parte la diversa terminologia, con lo scarico, sempre che trattasi di elementi tossici e nocivi. La stessa sentenza poi aggiunge che smaltimento e scarico non ricevono separate ed autonome regolamentazioni. Quindi a mio parere è che le due norme, cioè quella che riguarda specificamente i rifiuti e quella che riguarda specificamente le acque di scarico, si debbano integrare fra di loro. Quindi fermo restante il divieto stabilito all’articolo 9 del DPR 915/82 di scaricare rifiuti di qualsiasi genere nelle acque pubbliche e private, il carattere di rifiuto tossico e nocivo è conferito ai liquami smaltiti quando, in base alla deliberazione del 27 luglio 1984 del Comitato interministeriale di cui all’articolo 4 del DPR 915/82, che è una norma tecnica, tra l’altro una norma tecnica che è tuttora in vigore, sia bene sia stato abolito il DPR 915/82...

 

DOMANDA - Perché la fa salva?

RISPOSTA - La fa salva l’articolo 57 del decreto legislativo Ronchi. Ora secondo questa norma il carattere di rifiuto tossico e nocivo è conferito quando i rifiuti figurino nell’elenco 1.3, provenienti da attività di produzione o di servizi, salvo che il soggetto obbligato dimostri che i rifiuti non sono classificabili tossici e nocivi ai sensi del precedente punto 1, il quale punto 1 dice che questi rifiuti perché non siano tossico-nocivi non debbano contenere una o più delle sostanze indicate nella tabella 1.1 in concentrazioni superiori ai valori di concentrazione limite CL.

DOMANDA - Questa è una questione centrale...

RISPOSTA - Questa è una questione che è contemporaneamente giuridica e tecnica, perché bisogna entrare nel merito tecnico per stabilire se esistano o meno i presupposti giuridici.

DOMANDA - Questo è il punto nodale, allora in base a questa previsione normativa che è contenuta nella delibera dell’84, il rifiuto ha le caratteristiche di tossicità e nocività quando provenga da un certo tipo di attività produttiva?

RISPOSTA - Sì, da un certo tipo di attività che è elencato in questa tabella, che qui si legge malissimo ma che è citata qui come copia della Gazzetta Ufficiale. Andiamo alla parte evidenziata in giallo, ecco, al punto 3 sono elencate come attività produttive i cui prodotti di smaltimento sono aprioristicamente considerati tossico-nocivi, fatta salva la prova del contrario che compete al produttore del tessuto, bene, quando questi prodotti, questi materiali di scarto derivino da una di queste attività produttive, tra le quali a noi interessa quelle del punto 3, cioè i residui e code di distillazione da produzione ed utilizzazione di, qua c’è un elenco di sostanze tra le quali compaiono il cloruro di vinile al punto 3.6 ed il dicloroetilene al punto 3.7.

DOMANDA - Anche il cloruro di benzile vedo lì?

RISPOSTA - Ci sono tante altre cose, però io mi soffermerò in maniera specifica sul... cioè basta una sola attività produttiva perché sia, ci sia la definizione di tossico e nocivo. Io cercherò di dimostrare in questa sede che i liquami scaricati almeno da due scarichi del Petrolchimico, quelli distinti dalla denominazione SM15 ed SM2, sono da considerarsi rifiuti tossici e nocivi perché provengono da attività contemplate dalla tabella 1.3 appena vista ed allora per allora, cioè dall’84 al ‘97, non è stata fornita la dimostrazione che la concentrazione di almeno una delle sostanze di cui alla tabella 1.1 non fosse superiore alla concentrazione limite. In realtà questa definizione è ancora limitativa, perché la deliberazione del comitato non si limita alle sostanze elencate nella tabella 1.1 ma a tutte quelle di cui la concentrazione limite sia superiore, anche quelle non elencate, ma questo è giusto, perché non può un decreto elencare tutti i prodotti chimici esistenti al mondo che sono milioni. Quindi intanto si riferisce in maniera specifica ad un elenco ristretto, lasciando aperta la porta si ha la dimostrazione che nel caso ci fossero sostanze estranee a quell’elenco spetta, compete comunque al produttore dimostrare che quelle sostanze si trovano a concentrazione inferiore alla concentrazione limite.

DOMANDA - Dimostrazione ovviamente da dare per ciascuno scarico?

RISPOSTA - Da dare per ciascuno scarico e per la sua complessità. Allora, per giungere a questa conclusione, vediamo un po’ la successiva, ecco qui vediamo il punto rosso, il cerchietto rosso è lo scarico SM15...

DOMANDA - Questa da dove è presa, questa diapositiva?

RISPOSTA - Questa figura è presa da un documento recentissimo pubblicato dal Magistrato alle Acque, che io se vuole posso anche depositare...

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Questo documento è, eccolo qua, si chiama relazione sulle caratteristiche degli scarichi idrici nell’area di Porto Marghera e sono i dati relativi al ‘99.

DOMANDA - Che è lo stesso presentato dal dottor Ferrari.

RISPOSTA - Benissimo, quindi è già stato presentato. Ora da questo, da questa figura si vede intanto dov’è localizzato lo scarico e si vede anche dalla didascalia annessa alla figura quali sono le attività produttive che concorrono a formare lo scarico, comunque fra queste attività produttive è citata in modo specifico la produzione di dicloroetano e cloruro di vinile monomero e gli stabilimenti che concorrono a formarli, tra questi stabilimenti ci sono i reparti CV22-23 proprio del Petrolchimico.

DOMANDA - Parliamo dell’SM15 o dell’altro?

RISPOSTA - Non ho capito scusi.

DOMANDA - Di quale scarico stiamo parlando? Perché abbiamo visto una fotografia...

RISPOSTA - Stiamo parlando dell’SM15, cominciamo da questo. Quindi allo scarico dell’SM15 confluiscono i reflui liquidi del reparto CV22/23. Possiamo passare alla successiva, tanto si è capito bene qual è la situazione. Un attimo di pazienza che abbiamo un problema tecnico. Comunque allo scarico dell’SM15 pervengono tra gli altri i residui di produzione del cloruro di vinile, punto 3.6 della tabella 1.3, mentre lo scarico SM2, che farò vedere dopo, pervengono tra gli altri i residui di utilizzazione del cloruro di vinile, ricordiamoci che la tabella faceva riferimento a residui o di produzione o di utilizzazione di una certa sostanza.

DOMANDA - Quindi entrambi?

RISPOSTA - Sì, quindi entrambi gli scarichi si trovano proprio per questa situazione nella condizione che è già sufficiente ad affermare presuntivamente che i loro liquami sono da classificare rifiuti tossico-nocivi, ovviamente è fatta salva prova del contrario.

DOMANDA - Che noi non abbiamo avuto.

RISPOSTA - Poi dirò perché la prova del contrario non c’è. Tra l’altro la prova del contrario che ci deve essere allora per allora, cioè data oggi la prova del contrario non serve per ricostruire la situazione di allora, perché lo scarico per definizione è un materiale fluido in movimento, cioè non è più possibile dire: beh se oggi scarica così lo era anche 10 anni fa. Ciò nonostante esiste anche il dubbio fondato che almeno una delle sostanze della tabella 1.1, cioè il cloruro di vinile, possa essere stata e possa essere presente tuttora a concentrazione superiore alla concentrazione limite che era stata fissata in 500 milligrammi per chilogrammo. Perché potrebbe essere la concentrazione ben superiore ai 500 milligrammi per chilogrammo? Per dimostrare questo dobbiamo aspettare un attimo che il computer sia a posto perché devo mostrare uno schema a blocchi. Comunque in attesa dello schema a blocchi ricordiamo a cosa è addetto il reparto CV22/23, in realtà sono due reparti separati ma insomma adiacenti. Allora, bisogna ricordarci come avviene la produzione del cloruro di vinile monomero, avviene in due fasi, la prima è quella della sintesi del dicloroetilene, la sintesi del dicloroetilene avviene usando come reattivi l’etilene stesso, no, scusi, del dicloroetano, non del dicloroetilene, usando l’etilene stesso, usando dell’acido cloridrico gassoso e dell’aria. Una volta ottenuto il dicloroetilene questo viene trasformato in cloruro di vinile per sottrazione della molecola di acido cloridrico. La produzione del dicloroetilene avviene nel CV23, quella della demolizione del dicloroetilene a cloruro di vinile avviene nel CV22. Vediamo se riusciamo a capire allora perché i reflui di questi due reparti possono contenere, è molto ragionevole anzi che contengano cloruro di vinile a concentrazione superiore alla CL.

DOMANDA - Chiariamolo subito, questa è una valutazione in più rispetto a quella che...

RISPOSTA - Questa diciamo che è rafforzativa.

DOMANDA - Perché tanto comunque basta la provenienza del reparto per avere la classificazione del refluo come tossico-nocivo, fino a prova contraria?

RISPOSTA - Certo, basterebbe già quella, però diciamo l’ipotesi è ragionevolmente rafforzata proprio dal tipo di produzione che avviene, cioè dalle modalità con cui avviene la produzione. Comunque, in attesa di poterlo vedere, nel reparto CV23 avviene la produzione, la sintesi del dicloroetano, ora, arrivano etilene gassoso, acido cloridrico gassoso ed aria, si ottiene una massa di reazione formata da una miscela gassosa che contiene il prodotto di reazione che è il dicloroetano, ed anche l’acqua, più i residui della reazione stessa, e quindi acido cloridrico residuo, lo stesso, la stessa area, quindi ossigeno ed azoto, e poi altre cose secondarie come il monossido di carbonio, un po’ di metano, di ossido di carbonio etc., questa massa gassosa viene raffreddata con la tecnica cosiddetta del quencing, cioè iniezione di acqua, l’evaporazione dell’acqua sottrae il calore e raffredda la massa, naturalmente quest’acqua iniettata forma poi una condensa, una condensa che va smaltita come rifiuto liquido. Questa condensa può contenere cloruro di vinile anche se questo apparentemente non compare né fra i reagenti né fra i prodotti di reazione, perché ripeto i reagenti sono: acido cloridrico, etilene ed aria; i prodotti di reazione sono: dicloroetano ed altre cose ma non c’è il cloruro di vinile. In realtà non è così, perché l’acido cloridrico che viene impiegato in questo reparto proviene dal CV22, cioè quello nel quale la molecola del dicloroetano è stata demolita a cloruro di vinile ed acido cloridrico. L’acido cloridrico che si forma quindi nella reazione di demolizione del dicloroetano viene riciclato al CV23. Si tratta quindi di un acido cloridrico fortemente impuro per cloruro di vinile monomero, ecco perché anche le acque scaricate dal CV23 possono contenere grandi quantità di cloruro di vinile monomero sebbene formalmente questo non compaia né tra i reagenti né tra i prodotti della reazione.

DOMANDA - Quindi è questa la ragione per cui è ragionevole ritenere che un eventuale accertamento analitico sulla qualità dell’acqua che fosse mirato alla ricerca della quantità di CVM darebbe quel superamento della soglia di 500 milligrammi chilo - aveva detto lei - che è la soglia di tossicità e nocività in concreto dello scarico? E` così? Ho capito bene?

RISPOSTA - Sì, ha capito benissimo. Ora, nel reparto CV22 invece la produzione di scarico idrico contaminato da cloruro di vinile deriva dall’ultima fase del processo produttivo, cioè quella di lavaggio del cloruro di vinile gassoso con soluzione di soda caustica, cioè è un lavaggio neutralizzato, perché questo cloruro di vinile è impuro da acido cloridrico, così come l’acido cloridrico è impuro da cloruro di vinile. Allora, questo cloruro di vinile gorgoglia in questa soluzione di soda caustica, viene neutralizzato, la soluzione di soda caustica ovviamente viene saturata di cloruro di vinile. Questa confluisce all’impianto di depurazione che posto a monte dello scarico SM15. Ora perché esiste il fondato sospetto che la concentrazione nello scarico sia superiore alla CL, perché la concentrazione di saturazione del cloruro di vinile a 25 gradi, quindi diciamo a temperatura ambiente, è di 1.100 milligrammi per chilogrammo, cioè 2,2 volte la concentrazione limite. Quindi non è assolutamente campata per aria l’ipotesi che la concentrazione di limite in questi scarichi sia superata.

DOMANDA - Quindi ci sta dicendo in sostanza che quella sorta di presunzione normativa di cui ci ha parlato prima, che considera sempre tossico-nocivo il rifiuto quando provenga da un certo tipo di attività produttiva, ha come fondamento tecnico questa sua considerazione qui, cioè che il processo normalmente produrrebbe il rifiuto in quantità tale da renderlo tossico-nocivo, normalmente?

RISPOSTA - Io dico questo: che la presunzione di rifiuto tossico-nocivo ci sarebbe anche se, parlo per assurdo, le acque scaricate non venissero in nessun modo a contatto né con i reattivi né con i prodotti, questa sarebbe già una presunzione fatta salva prova del contrario, ma c’è anche il dubbio che non si tratti solo di una presunzione ma anche di un fatto reale, perché il processo produttivo presuppone lo scarico di acque sicuramente contaminate da cloruro di vinile, perché sono venute a contatto sia con i reattivi che con i prodotti.

DOMANDA - Qui c’è finalmente la diapositiva, se vuole illustrare al Tribunale...

 

Presidente: scusi un attimo, su questo punto, ma ci sono mai state delle verifiche empiriche, al di là di quelle che sono le presunzioni che lei ha detto e eventualmente le deduzioni che ne trae, sulla presenza e la quantità di presenza del cloruro di vinile o delle altre sostanze a cui lei ha fatto riferimento in questi scarichi cioè l’SM2 e l’SM15?

RISPOSTA - Se lei mi consente, signor Giudice, vorrei rispondere fra un attimo alla sua domanda, perché vedrà che la risposta arriverà automaticamente. Allora, vediamo un po’, questo è lo schema blocchi dal CV23, allora si vede, vediamo le parti evidenziate dalle ellissi in giallo, si vede come fra i reattivi ci sia l’acido cloridrico che proviene dal CV22, questi sono documenti che sono tratti dalle consulenze di parte della difesa che sono agli atti, cioè fanno parte della montagna di atti che esiste qui. Ora, come si vede quest’acqua poi finisce, dopo il quencing, finisce al trattamento biologico, cioè all’impianto di depurazione che precede lo scarico vero e proprio, che un impianto a depurazione di tipo biologico, tradizionale, cioè non abbiamo alcuna garanzia che il cloruro di vinile da quest’acqua venga in qualche modo allontanato.

 

DOMANDA - Cioè l’impianto, per dirla in altre parole, non è fatto per neutralizzare il cloruro di vinile nell’acqua?

RISPOSTA - No, è un impianto di tipo generale, di tipo chimico fisico biologico tradizionale, non è specificamente fatto per l’allontanamento del cloruro di vinile.

DOMANDA - Perché per questa operazione occorrerebbe avere un impianto di particolari caratteristiche allora?

RISPOSTA - E` ovvio, si tratta di un rifiuto molto speciale e molto delicato. Ora vediamo un po’ la numero 13, no, vediamo qua, qui abbiamo invece il CV22, ecco, io ho cerchiato in giallo, il primo cerchio quello più piccolo in centro fa vedere l’avvio dell’acido cloridrico prodotto in questo reparto al reparto CV23, quindi come si vede è un acido cloridrico che certamente è contaminato da cloruro di vinile perché deriva da quella massa, con il cerchio più grosso invece si vede la fase finale di neutralizzazione del cloruro di vinile gassoso, quindi la soda caustica, il gorgogliamento del gas nella soda caustica etc., dopodiché questa massa liquida che costituisce il neutralizzante finisce nell’impianto di depurazione.

DOMANDA - La soda caustica allora a cos’è che serve, a far gorgogliare...?

RISPOSTA - Serve a neutralizzare il cloruro di vinile che essendo in puro di acido cloridrico è acido.

DOMANDA - Quindi viene contaminata dal cloruro di vinile?

RISPOSTA - E` ovvio, se il cloruro di vinile vi gorgoglia dentro la satura, non c’è ombra di dubbio su questo. Se così non avviene qualcuno ci deve spiegare perché non avviene così, ma a giudicare dal layout che noi qui vediamo, così avviene, io su quello mi baso. Ora, l’SM2, qui vediamo lo scarico SM2, ancora una volta è il cerchietto rosso più grande, cerchiato dall’ellisse si vede l’impianto che ha contribuito a formare questo scarico, ricordiamoci che sono scarichi ai quali confluiscono più attività produttive, non soltanto quella che riguarda la produzione di cloruro di vinile, non sono più attività produttive ma addirittura più stabilimenti, cioè entità giuridiche diverse. Ora, a questo scarico confluisce l’attività del CV24 e 25 che è addetta alla polimerizzazione del cloruro di vinile monomero. Ora per capire perché questo impianto produca un’enorme quantità di massa liquida di scarto, è opportuno vedere - la prossima - il layout dell’impianto, è una figura piuttosto brutta, ma era l’unica che ho trovato agli atti disponibile e ho fatto questa, comunque in sintesi vorrei far vedere questo: in questa zona avviene la vera e propria polimerizzazione del cloruro di vinile che è realizzata con la tecnica della sospensione, cioè il cloruro di vinile è fatto gorgogliare in una massa acquosa che contiene catalizzatori di polimerizzazione e vari ausiliari...

DOMANDA - Nelle autoclavi?

RISPOSTA - In queste autoclavi, ciascuno di questi cerchi è un’autoclave, sono 12 in tutto, sono autoclavi di grandi dimensioni, sono volumi intorno ai 30, 40 metri cubi ciascuna. Allora il cloruro di vinile gorgoglia qui dentro, polimerizza, polimerizzando diventa solido, diventa una polvere sospesa nell’acqua, dopodiché questa massa acquosa che si chiama torbida in gergo tecnico viene filtrata, la parte solida che è il cloruro di vinile viene recuperato, la parte acquosa che è la massa preponderante viene avviata agli impianti di depurazione e quindi allo scarico. Ora questa massa è sicuramente satura di cloruro di vinile, perché glielo abbiamo fatto gorgogliare apposta e siccome le reazioni di polimerizzazione non sono mai quantitative, una certa quantità di monomero residuo rimane. Allora, andiamo alla prossima, si potrebbe obiettare però, ecco, qui rispondo alla domanda postami dal Presidente, che i liquami scaricati non siano tossico-nocivi poiché dai certificati di analisi che sono numerosissimi relativi agli scarichi il cloruro di vinile non c’è mai, cioè la voce di cloruro di vinile non c’è mai. Allora, uno potrebbe dedurre che il cloruro di vinile, visto che non c’è la voce, è assente. Ora in realtà non è così, intanto devo dire che per poter stabilire se un rifiuto presuntivamente tossico e nocivo non lo è, non serve mica la singola analisi del singolo componente, ma ci vuole un’analisi millesimale completa, perché siccome deriva da quell’attività io non sono autorizzato a limitare la mia ricerca da uno dei reattivi di quella attività, io debbo approfondire la mia ricerca a tutte le sostanze presenti fino ad arrivare alla somma millesimale di tutte, perché questo lo stabilisce la delibera del comitato interministeriale la quale dice che il produttore del rifiuto per dimostrare che non lo è devo dire intanto che non c’è nessuna delle sostanze della tabella, ma che non ce ne è neanche nessun’altra che supera la CL.

DOMANDA - E quindi alla fine solo quando la somma delle sostanze corrisponde a mille... ?

RISPOSTA - Uno può dire che non ci sono quelle pericolose. Allora, innanzitutto questo tipo di analisi non esiste proprio, io ho esaminato un po’ tutto l’incartamento a disposizione, ho trovato decine e decine di certificati di analisi delle acque eseguite con i criteri che dirò dopo, e da questi certificati di analisi ho dedotto il convincimento, anzi, io direi la prova addirittura, che il cloruro di vinile non è stato mai ricercato né tanto meno dosato. Quindi non è che non c’è né certificato la voce cloruro di vinile perché sia assente, perché nessuno l’ha mai né cercato né dosato. Ed anche lo dimostro perché. Io qui ho estratto due degli innumerevoli certificati di analisi presenti agli atti.

DOMANDA - E` documentazione prodotta da noi, signor Presidente, riferimento ad analisi al Magistrato alle Acque.

RISPOSTA - Qui vediamo un certificato di analisi prodotto dal Magistrato alle Acque che è un certificato di analisi che tra l’altro è molto interessante perché è limitato proprio ai componenti clorurati dell’acqua. Ora voi potete vedere come siano elencati ben 21...

DOMANDA - Facciamo riferimento a verbale di campionamento numero 727 del 14/04/95.

RISPOSTA - Questo però è un esempio, in realtà ce ne sono montagne di questi documenti. Qui vedete come ci sia un elenco di 21 composti clorurati ricercati, 20 dei quali sono stati dichiarati assenti. Ora, se avessero ricercato anche il cloruro di vinile avrebbero scritto cloruro di vinile e avrebbero scritto assente come qua hanno fatto per gli altri. Cioè, vi chiedo: perché mai ricercare l’esaclorobutano ad esempio? Ma da dove viene fuori questo esaclorobutano? Però lo hanno cercato, lo hanno dosato e hanno scritto che era inferiore ai limiti di sensibilità analitica, cioè era assente, ma il cloruro di vinile non compare nella lista, quindi non è stato ricercato, non che fosse assente, se fosse assente non lo sappiamo. Un certificato analogo, un tipo di certificato analogo, ripeto, ce ne sono decine, è quello prodotto da un altro ente, da un’altra istituzione, che è la SGS, e la procedura è assolutamente la stessa, in questo caso 21 composti clorurati ricercati, 12 risultati assenti, la voce cloruro di vinile è ancora assente, la voce, non la sostanza.

DOMANDA - Sempre certificati sull’SM15?

RISPOSTA - Sempre sull’SM15 ma ce ne sono altre tanti sull’SM2.

 

Avvocato Santamaria: quando lei dice cercati, cercati da chi?

RISPOSTA - Da chi ha compiuto le analisi.

 

Avvocato Santamaria: quindi dal Magistrato alle Acque?

RISPOSTA - Dal Magistrato alle Acque, dall’SGS.

 

Avvocato Santamaria: dipendente dal Ministero dei Lavori Pubblici?

RISPOSTA - Sì.

 

DOMANDA - Scusi sta facendo il controesame? Allora non faccia il controesame, certo abbiamo detto sono domande e sono certificati del Magistrato alle Acque, quindi questa è la documentazione prodotta, poi vedremo i vostri.

RISPOSTA - Questo si trova agli atti, e su questo io mi baso, non mi posso basare su cose che forse ci sono e non sono visibili.

DOMANDA - Sì, guardi io credo che ci sia un equivoco ancora non sufficientemente chiarito perché questa domanda me lo evidenzia. Stiamo ragionando di un di più?

RISPOSTA - Sì, questo è un rafforzativo.

DOMANDA - Ecco, siccome ci stiamo perdendo del tempo sopra non vorrei mai che si...

RISPOSTA - Sì. Allora, la prossima, da tutta questa argomentazione cosa salta fuori? Che i liquami provenienti da CV22/23 hanno conferito il carattere di rifiuto tossico e nocivo all’intero flusso dell’SM15. Il concetto è questo: se sono tossico-nocivi ma non sappiamo quanto, non siamo in grado di stabilire se la diluizione effettuata sullo scarico proveniente dal CV22/23, prodotta dagli altri scarichi concludenti, sia stata sufficiente a portare la concentrazione ipotizzata delle sostanze che conferiscono nel carattere tossico e nocivo al di sotto della CL. Quindi io devo presupporre che l’intero scarico sia tossico e nocivo.

DOMANDA - C’è un’altra domanda che le faccio, ma è consentita la miscelazione?

RISPOSTA - La miscelazione tra scarichi sì, non è consentita la miscelazione con le acque di raffreddamento. In realtà questi impianti hanno, come vedremo dopo, anzi, lo vediamo subito, un flusso spaventoso, enorme, proprio perché lì confluiscono anche le acque di raffreddamento, questo è proibito dalla legge, che io sappia, non so se ci siano delle deroghe speciali per questi casi, però per quanto mi risulta sia la vecchia legge Merlin che l’attuale decreto legislativo sulle acque proibiscono questo, proibiscono questo. Comunque questo scarico ammonta a 371 milioni di metri cubi l’anno, dati sempre del Magistrato alle Acque.

DOMANDA - Quindi qui stiamo parlando della portata dell’SM15 calcolata dal Magistrato alle Acque, 371 milioni di metri cubi?

RISPOSTA - Milioni di metri cubi all’anno.

DOMANDA - E’ uno scarico indifferenziato nel quale confluisce sicuramente quell’apporto proveniente dai reparti che lavorano il CVM e che ha quelle caratteristiche?

RISPOSTA - Sì, quindi per quanto mi risulta io devo presupporre che l’intero scarico sia un rifiuto tossico e nocivo. Analoga considerazione va fatta per l’SM2, qui confluiscono i reflui del CV24/25, i quali ammontano a poco meno di 22 milioni di metri cubi all’anno.

DOMANDA - Adesso abbiamo dato già delle misure, ma qual è la differenza tra uno scarico che sia veicolabile in acqua ed uno scarico che invece non sia veicolabile in acqua e che debba essere smaltito secondo le modalità dello smaltimento previsto dalla legge per rifiuti tossico-nocivi? C’è una differenza o è tutto uguale?

RISPOSTA - E` assolutamente la stessa cosa, nel momento in cui li abbiamo definiti rifiuti tossico-nocivi...

DOMANDA - Non da questo punto di vista, voglio dire, lo scarico tossico-nocivo può essere veicolato in acqua?

RISPOSTA - Assolutamente no, è proibito dalla legge.

DOMANDA - Come va trattato il rifiuto tossico e nocivo?

RISPOSTA - Va smaltito con le tecnologie apposite per il trattamento dei rifiuti tossico-nocivi.

DOMANDA - Quali sono queste tecnologie apposite?

RISPOSTA - Nel caso di un rifiuto di questo genere la tecnologia più sicura è l’incenerimento.

DOMANDA - Quindi se ci troviamo in presenza di scarichi che hanno le caratteristiche del rifiuto tossico-nocivo, non possono essere veicolati nell’acqua ma debbono essere trattati con una forma diversa?

RISPOSTA - Devono essere trattati come rifiuti tossici e nocivi, per carità io non posso escludere che esistono tecnologie alternative più economiche, a me viene in mente questa, ma potrebbero essercene anche altre.

DOMANDA - Discarica o incenerimento?

RISPOSTA - Sì, non c’è altro.

DOMANDA - Sono previste dalla delibera qui. Quindi lei mi parla di incenerimento e poi vedremo...

RISPOSTA - Vado avanti. Allora, qual è la conclusione di tutta questa mia chiacchierata? Che tra il 1984, adesso si capisce perché ho preso questi limiti temporali, cioè è l’anno di entrata in vigore della deliberazione del comitato interministeriale, è il 1997 che invece è l’anno di entrata in vigore del decreto Ronchi, che ha cambiato un po’ la filosofia...

DOMANDA - Siamo anche fuori dai capi di imputazione.

RISPOSTA - Allora, dall’SM15 all’SM2 insieme sono stati riversati in laguna, salvo prova contraria ovviamente, che deve essere fornita però, questo è importante, 5,1 miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e nocivi, miliardi di metri cubi, che sono equivalenti grosso modo a 10 volte la massa d’acqua dell’intera laguna di Venezia.

DOMANDA - Allora, il succo è questo: 5,1 miliardi di metri cubi finiti in laguna che avrebbero invece dovuto essere trattati, attesa la loro tossicità e nocività...

RISPOSTA - Come rifiuti tossici.

DOMANDA - E quindi in discarica o in impianto di incenerimento, è così?

RISPOSTA - E` così, salva prova del contrario. Sì, l’acqua incenerita, è una tecnica di depurazione dell’acqua inquinata. Si fa proprio così, chiaramente l’acqua non è che bruci, brucia quello che è contenuto nell’acqua, è una tecnica che si usa da almeno 30 anni, non sto inventando niente, costosa ma...

DOMANDA - Costosa! Cosa costa questa tecnica di smaltimento di rifiuto tossico-nocivo? Per dare un’idea di quanto si è risparmiato sversando in laguna delle sostanze che avrebbero dovute essere smaltite in modo diverso? Ci dà un’idea di cosa costa lo smaltimento corretto di quelle sostanze?

RISPOSTA - Guardi, io adesso darò un’idea che per la sua mostruosità susciterà l’ilarità di questo consesso. Lo smaltimento con incenerimento costa come minimo un milione al metro cubo.

DOMANDA - Quindi se avessimo voluto smaltire come incenerimento i 5,1 miliardi di metri cubi?

RISPOSTA - Faccia la moltiplicazione... si tratta di 5 milioni di miliardi.

DOMANDA - Di lire?

RISPOSTA - Di lire.

DOMANDA - Che si sarebbero dovute spendere per fare quel tipo di incenerimento e che evidentemente non sono state spese?

RISPOSTA - A meno che non si fosse dimostrato che non si trattasse di rifiuti tossico-nocivi, però a quanto risulta a me questa dimostrazione agli atti non c’è.

DOMANDA - Io credo che abbiamo detto tutto.

 

Presidente: scusi, adesso, va bene, io ho capito che lei ha tratto questa convinzione anche dalla mancata indicazione nelle analisi del Magistrato alle Acque della presenza del CVM specificamente, ma io volevo dirle, invece lei ha una prova positiva, nel senso le sono mai state sottoposte delle analisi effettuate su questi scarichi dove fosse presente invece il CVM? Voglio dire, non solo del Magistrato alle Acque che ha dato le autorizzazioni allo scarico, ma anche da parte, per esempio, di altri enti o istituzioni che, oppure da parte di indagini dell’autorità giudiziaria sullo scarico dell’SM15 sono state fatte indagini mi pare e quindi forse sono state fatte anche analisi. Le risulta che ci siano analisi dove in positivo è stata indicata la presenza del CVM ed eventualmente è stata quantificata?

RISPOSTA – Vede, signor Giudice, questo tipo di analisi... ho capito benissimo la domanda, questo tipo di analisi non esiste agli atti, sa per quale motivo? Perché la filosofia che ha ispirato tutti i controlli sia interni che esterni è stata quella di considerare sempre l’acqua sotto la luce della legge Merlin, e quindi chi faceva i controlli sia interni che esterni si limitava a controllare tutti i parametri elencati nella legge Merlin, e siccome il cloruro di vinile nella legge Merlin non c’è, nessuno l’ha mai cercato.

 

Avvocato Santamaria: ma perché lei parla sempre di legge Merlin quando a Venezia non si applica la legge Merlin?

RISPOSTA - Guardi, lasci perdere, la legge Merlin, diciamo la legge speciale per Venezia la tabella è assolutamente la stessa, non cambia niente. Da questo punto di vista sì, non cambia niente, il cloruro di vinile non c’è, neanche in quell’altra tabella. Quindi diciamo la legge Merlin o legge speciale per Venezia è lo stesso.

DOMANDA - Era tanto per capirci, la disciplina normativa delle acque di scarico, poi che...

RISPOSTA - Sì, quale sia la tabella che si applichi, ovviamente si applica quella della legge speciale di Venezia, in ogni caso il cloruro di vinile tra i parametri da ricercare non c’è, quindi non l’ha mai fatto nessuno.

DOMANDA - Allora la domanda conclusiva è questa: questa mancanza di accertamento in concreto della presenza del cloruro di vinile fa venir meno la sua classificazione, la classificazione di quello scarico come tossico-nocivo in base alla normativa che lei ci ha richiamato?

RISPOSTA - No, assolutamente no, perché la presunzione di tossico-nocivo è già insita nella provenienza dello scarico.

DOMANDA - E lei ci ha dato anche la spiegazione...

RISPOSTA - Un momento, ho sentito un commento, presunzione, è una presunzione che però è definitiva, cioè se non c’è la prova prodotta dal produttore del rifiuto che lo scarico non è tossico e nocivo non si tratta più di presunzione, si tratta di certezza che sia tossico e nocivo. Bisogna produrre la prova che non lo è, a norma della normativa della deliberazione del comitato.

DOMANDA - Quello che volevo sottolineare, ci ha fornito oggi la spiegazione scientifica del perché di questa classificazione normativa, cioè del fatto che ci sia in quegli scarichi normalmente una concentrazione di cloruro di vinile superiore a quella che è la dose massima consentita?

RISPOSTA - Io non sostengo che ci sia, io sostengo che è molto ragionevole che ci sia.

DOMANDA - Nel procedimento che è stato descritto, che ci riguarda?

RISPOSTA - Certo.

DOMANDA - Vuole fornire al Tribunale la sentenza di Cassazione che ha citato?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Grazie.

 

Presidente: va bene, d’accordo, ci sono ulteriori domande di integrazione, di chiarimento? Salvo quelle di controesame che si faranno al momento... Bene, allora facciamo una breve sospensione di un quarto d’ora e riprendiamo. Riprendiamo l’udienza, prego.

 

Avvocato Pozzan: secondo il programma ora ci sarebbe l’audizione del dottor Paolo Drei che è il nostro consulente.

 

Presidente: va bene, si accomodi.

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. DREI PAOLO

 

AVVOCATO POZZAN

 

RISPOSTA - Il mio nome è Paolo Drei, sono biologo, professionalmente posso dire che ho lavorato per una compagnia petrolifera in mare per diversi anni, come tecnico controllo ambiente, mi occupavo degli scarichi a mare delle piattaforme di produzione e perforazione e mi sono occupato anche di ricerche sui sedimenti per l’impatto che avevano gli scarichi appunto sugli stessi. Successivamente sono uscito dall’azienda e ho svolto attività professionale, ho lavorato per 2 anni sul problema dell’(Aven), sono stato consulente della Regione Liguria e successivamente ancora ho lavorato per il layout del pozzo TR24. Ho fatto altri lavori analoghi su ricerche di impatto ambientale su centrali elettriche e cose di questo genere.

DOMANDA - Vuole anticipare al Tribunale qual è l’oggetto del suo intervento è in particolare quali sono le finalità. Devo premettere che è un intervento che è assai diverso da quelli che l’hanno preceduto perché è più finalizzato agli scopi dell’associazione WWF?

RISPOSTA - Dunque lo scopo di questa esposizione è di dimostrare in qualche misura che la situazione dei fondali della laguna veneta è dal punto di vista ecotossicologico più compromessa di quanto non sembri dalla valutazione delle analisi chimiche dei PCDD, PCDF, PCB, HCB finora effettuati sui sedimenti stessi. Allora, per fare questo occorre rifarsi ad alcune ricerche che sono state prodotte negli anni. Il primo grafico riguarda il potenziale di ossido di produzione che è stato rilevato al livello di sedimenti in diverse tornata di analisi negli anni ‘92 fino al ‘98 circa. Ora il potenziale di ossidoriduzione nel sedimento molto semplicemente indica quanto il sistema sia in grado di demolire, portare alla demolizione delle sostanze organiche intrappolate in esso. Ora come vedete dal primo grafico la stragrande maggioranza dei valori sono negativi. Cosa significa questo? Quando l’ossigeno viene a essere carente nel sedimento e nella colonna d’acqua, il dato rilevato, cioè il potenziale di ossidoriduzione che viene rilevato in termini potenziometrici, cioè in millivolt, dà un valore negativo. Il valore negativo indica che è il sistema è carente, è in fase di cadenza di ossigeno. Ora, l’insieme dei dati lì esposti, precedentemente esposti, se trattati molto semplicemente con una curva di questo tipo, ci indica che l’80% circa di quei numeri, di quei dati puntuali, hanno valore negativo, in altri termini, sinteticamente, l’insieme di queste ricerche fatte in tutti questi anni ci dice che in quel periodo, e probabilmente anche prima, visto che ci sono dati in bibliografia al riguardo, la situazione della laguna era tale per cui si aveva sistematicamente durante l’arco dell’anno una carenza di ossigeno a livello di sedimento. Ora, i dati sono stati acquisiti, sono stati elaborati durante l’inverno normalmente, febbraio-marzo, questo è importante, perché se fossero state fatte queste ricerche in estate si potrebbe argomentare che in realtà si era davanti, di fronte a una situazione indotta dalla stagionalità, d’estate e i processi metabolici vanno più rapidamente, c’è maggiore consumo di ossigeno, c’è meno trasferimento di ossigeno all’acqua e parallelamente alla matrice sedimentaria, invece questi sono stati fatti tutti d’inverno praticamente, e dimostra che la situazione della laguna a livello di sedimento è tale per cui si ha una matrice organica molto elevata mediamente e quindi un consumo di ossigeno tale per cui si va in condizioni di anaerobiosi o parziale anaerobiosi, poi dopo si può argomentare sui numeri.

DOMANDA - Può dirci esattamente quali dati lei fa riferimento?

RISPOSTA - Io faccio riferimento ad un insieme di dati che ho acquisito dal CD-Rom del Magistrato alle Acque e da altri dati recuperati in bibliografia, sostanzialmente, quindi è un insieme, un corpo di dati che ho cercato di sintetizzare in questo grafico. E` un’indicazione dello stato della laguna. Questo non è strettamente legato alla questione di Porto Marghera, però è una situazione che ha degli effetti, e che come vedremo, sul destino degli inquinanti che sono emessi e che finiscono nel sedimento stesso. Ora, il sistema lagunare dal punto di vista microbiologico può essere equiparato, per comodità di ricerca, insomma, ad un reattore biologico, microbiologico, dove avvengono tutte le reazioni proprie dei microrganismi, e quindi reazioni di catabolismo e di anabolismo, cioè di distruzione di sostanze, di consumo di sostanze, e sintesi di altre sostanze che seguono... quindi proteine etc.. Quindi lo usiamo, usiamo questo modello per comodità al fine di chiarire un po’ quella che è la dinamica del sedimento stesso. Ora, le dinamiche del sedimento, dei processi del sedimento e della colonna d’acqua, non sono così facilmente identificabili e prevedibili, questo per ragioni varie, in particolare di carattere matematico perché alcuni processi possono essere considerati come deterministici e quindi possono essere elaborati con equazioni deterministiche che portano ad un risultato definito, altri processi invece sono di carattere istocrastico oppure addirittura non lineare al punto da divenire caotici, quindi sostanzialmente non prevedibili. In tutto questo chiaramente abbiamo un problema di prevedibilità e questo diciamo che può riservare delle sorprese una volta che si possono verificare effetti strani in laguna etc.. Dunque il grafico in basso a destra, l’ultimo che è importante, ora, tutti i campioni fatti sono qui riassunti, o meglio, quelli che sono riuscito a plottare, sono qui riassunti e diciamo che ci danno la profondità della carote, sull’asse della X, in basso, quindi c’è la profondità della carote, vediamo che arriva fino a un metro ed arriva dalla superficie ad un metro di profondità, invece sull’asse delle Y vediamo il potenziale, come vedete c’è una costante situazione di potenziale negativo, cioè di carenze di ossigeno dalla profondità di un metro fino alla superficie. Questo perché? Perché c’è una deposizione di materia organica e di vari materiali chiaramente nel sedimento anche in superficie che fa sì che il consumo dell’ossigeno sia tale per cui si creino queste particolari condizioni. Ora lasciamo perdere un attimo queste cose, comunque da rammentare e recuperiamo 2 o 3 numeri sull’immissione in laguna di certi inquinanti. Qui non parlerò dei PCB e delle diossine, qui mi riferisco ai solventi clorurati organici ed aromatici. Ora, io in questo grafico, i solventi clorurati organici derivano, in questo grafico, come quantità, dalle valutazioni che sono state fatte nel 1995-1996, i dati derivano da un documento del Corpo Forestale dello Stato. In totale da quegli scarichi, cioè l’SM2, SM8, il 15 e il 22, la sommatoria di solventi clorurati dava 6, 7 tonnellate, questo era il calcolo che veniva fuori, e questo valeva per gli anni dal ‘92 fino al ‘95-‘96, c’è da rilevare che lo stesso dato corretto come valore in meno, però si può rilevare anche sull’ultima relazione sullo stato degli scarichi, di questi tipi di scarichi, prodotto dal Magistrato delle Acque, il valore è più basso, però sostanzialmente conferma questa situazione. Cioè siamo in una situazione in cui annualmente, almeno da questi numeri, si può dire che nei canali finissero 6,7 tonnellate di solventi clorurati, però forse il dato va corretto verso l’alto. Verso l’alto perché alcune analisi degli scarichi stessi se integrati sul totale dei volumi scaricati danno un valore più alto, però questa non è un’illazione ma è un dato solo, o due dati non possono giustificare in toto questo calcolo. Noi prendiamo per buono che annualmente, fino ad oggi, sono stati emessi mediamente in laguna 7 tonnellate circa di organoclorurati, solventi clorurati organici. Questa quantità è una quantità notevole. Allora, oltre questi solventi organici c’è da dire che una parte degli inquinanti di cui parlava il professor Rindone, una parte, adesso io non so quantificare, però una parte non irrilevante, ci sono delle stime che danno dei valori molto elevati, una parte degli inquinanti organici che finiscono in aria dagli impianti poi vengono trasferiti alla laguna, al sistema lagunare, non in modo puntuale ma in modo chiaramente diffuso e questo non fa altro che aumentare ancora di più la concentrazione di sedimenti degli inquinanti. Ora là purtroppo non si vede, ma sostanzialmente quello è un grafico di una serie di dati che ho ricavato dal volume edito dall’Arpav Veneto, il totale degli scarichi in aria, così come venivano riportati, dava 1.081 tonnellate in un anno, il che significa che 3 tonnellate giornalmente finiscono in aria di questi prodotti, e una parte di questi ritorni alla laguna, aumentando quindi il livello degli stessi nei sedimenti. Qui ho fatto un’operazione un po’ particolare, ho preso le analisi prodotte da Racanelli, dottor Racanelli, le ultime, e le ho confrontate per le molecole identiche che sono state analizzate con quelle delle acque sotterranee, rinvenute nelle aree 31 e 32, prelevandole tramite i piezometri e secondo tutte le tecniche ufficiali etc., fatte dagli anni ‘92 e ‘95, come risulta poi dagli atti del Corpo Forestale dello Stato, e - anche se si vede male - la distribuzione dei componenti, dei due campioni, anche se sono così diversi, uno sedimento, l’altro acqua, uno del ‘99 e gli altri tra il ‘92 e il ‘95, tendono a essere, a sovrapporsi, a essere omologhi, e questo è in qualche modo una dimostrazione che il flusso degli inquinanti è dagli impianti, di questi inquinanti, è dagli impianti alla laguna stessa. Queste sono sempre le analisi dei campioni del dottor Racanelli, campione 7A e 7B, e queste sono tutte le molecole che sono state ritrovate da lui nei sedimenti stessi e vedete quante ce ne sono qua, e non hanno niente a che vedere, dal punto di vista proprio tipologico, con le diossine. Queste sono quelle che però, diciamo, sono presenti in modo massivo alla fine negli scarichi e che sono importanti ai fini del nostro discorso. Allora, che cosa succede nel sedimento una volta che questi componenti si adagino su di essi, si inglobino. Qui abbiamo un sedimento di matrice sedimentaria, argillosa, comunque questi sono dettagli tecnici, comunque sono interessanti perché ci fanno capire un attimo come possono poi avvenire certi processi. Vediamo che la porosità, che è protratta sul secondo grafico sull’asse delle Y, diminuisce con l’aumentare delle altre, questo ci dice in sostanza che a seconda delle zone potremmo avere degli inglobamenti più o meno massivi e più o meno calibrati in funzione, appunto, delle caratteristiche fisiche del substrato stesso del sedimento. I processi che avvengono nel sedimento sono vari e coinvolgono l’attività quindi dei batteri. Qui c’è uno schema molto semplice, dove si vede che si passa da proteine, lipidi etc., a monomeri, a fase inorganica oppure a geopolimeri, cioè tutta una serie di sostanze che vengono inglobate nel sedimento e vengono inizialmente elaborate fino alla mineralizzazione. Ora nel grafico in basso a destra abbiamo, diciamo così, isoterme di assorbimento, cioè sostanzialmente diciamo le cinetiche con cui si assorbono alcune molecole, in questo caso esocloro, tricloro etc., su diverse matrici, suolo, argilla, acidi umici e sabbia ed anche qui possiamo rilevare come a seconda delle zone, diciamo, sedimentarie della laguna i processi di assorbimento e quindi di inglobamento delle molecole stesse sono mediate dalle particolari condizioni del sistema stesso. Alcune delle molecole di cui parliamo sono appunto queste qua. Ora, questo schema è piuttosto complesso, però ci dà la dimensione di come l’elaborazione degli inquinanti possa venire a livello della laguna, abbiamo tutta una serie di reazioni tali per cui i vari comparti ecologici vengono interessati dall’attività sia dei batteri sulle molecole, sia da altri organismi che sono organismi di tipo superiore, come può essere esoplancton, erbivori etc.. Dunque, quando gli inquinanti sono inglobati nel sedimento non è che rimangano bloccati, non rimangono bloccati per il semplice motivo che ci sono processi che li portano ad essere rimossi e rimescolati al sedimento stesso. Ecco, tutti quei quadrettini lì con le palline bianche e nere, ecco, quelli sono modelli, diciamo così, di quello che avviene dopo che un sedimento è stato interessato da quello che è chiamato biotubazione, cioè dall’attività di scavo e di rimescolamento di tutti gli organismi che vivono nel sedimento, sul sedimento. Quello che è importante notare è che anche se, diciamo, gli inquinanti si sono depositati stratificandosi, l’attività degli organismi li rimette sostanzialmente in circolo e li rimescola creando un gradiente continuo nel sedimento stesso, e questo è importante perché ci dice che in fondo gli inquinanti non vengono sequestrati e spariscono dall’ambiente, ma continuano ad agire nel tempo. Qui abbiamo uno schema dove si vede come ai vari livelli ci sia quello che è normalmente chiamato il processo di biocumulazione e successivamente la magnificazione dell’inquinante stesso. Cioè, il fitoplancton riaccumula l’inquinante, lo zooplancton mangiando il fitoplancton modifica sostanzialmente la concentrazione dell’inquinante stesso, questo ai vari livelli della rete alimentare fino ad arrivare appunto agli organismi superiori, agli uccelli etc.. Sotto c’è una tabella interessante dove vengono citati alcuni dati che riguardano analisi fatte su grasso di pescatori giapponesi che furono sottoposti a inquinamento cronico continuato in alcune aree del Giappone negli anni ‘70, e insieme ai PCB vengono trovate notevoli quantità di PCT, che sono molecole degli additivi usati durante il processo di fabbricazione dei PCB, questi PCT probabilmente sono presenti anche nei sedimenti nostri, anche se qui non sono mai stati analizzati. Andiamo avanti. Allora, va beh, io adesso ho cercato di essere rapido e di dare un po’ il quadro della situazione.

 

Presidente: ma gli inquinanti a cui lei fa riferimento li vuole specificare?

RISPOSTA - Sì, sono quelli della tabella, quelli che sono stati mostrati, ecco, quelli lì.

 

Presidente: cioè? Noi non li vediamo, ce li dica. Ce li legga, faccia la cortesia, altrimenti manca qualche cosa al suo discorso, lei ha parlato sempre di inquinanti, ha detto quelli lì...

RISPOSTA - I clororganici sono genericamente definiti come clororganici, comunque 1,3 di diclorobenzene, 1,4 di diclorobenzene, 1,2 di diclorobenzene...

 

Presidente: quindi sono dei clorurati?

RISPOSTA - Esattamente, sono, diciamo si citano come organoclorurati perché la serie è enorme.

 

Presidente: adesso lei ha dato già un’indicazione.

RISPOSTA - Nei sedimenti quindi vanno a finire, si accumulano tutti questi composti. Allora, abbiamo detto prima che il potenziale redox dei sedimenti è basso, tutti questi composti non sono così refrattari alla biodegradazione come i PCB e le diossine, sono un po’ più degradabili, però sono degradabili in certe condizioni, cioè sono degradabili, e qui sono stati fatti tutti i vari esperimenti in laboratorio, ci sono i tempi di dimezzamento etc., per ognuna di queste molecole o comunque per le più importanti, e sono degradabili in condizioni controllate e in presenza di ossigeno. Noi in realtà qui siamo in carenza di ossigeno, ora per la biodegradazione di queste sostanze l’ossigeno è importantissimo perché serve ai batteri per i processi appunto catabolici. Se noi priviamo il sistema dell’ossigeno i batteri bloccano le loro vie ossidative normali e ne attivano altre, questo cercando di essere semplici, questo perché devono continuare a sopravvivere nell’ambiente e a procurarsi energia. Quindi quelli che erano processi veloci di ossidazione non ci sono più, si innescano dei processi più lenti di demolizione di sostanze che servono per procurare al batterio l’energia. Quelle sostanze inquinanti che i batteri riuscivano a demolire non è che a questo punto non vengono più attaccate, vengono attaccate con modalità differenti e con velocità molto, molto inferiori, anzi, paradossalmente in condizioni anaerobiotiche alcuni PCB sono più attaccati che in condizioni aerobiotiche, questo non significa che vengono demoliti, vengono semplicemente modificati. Quando queste molecole vengono modificate non si possono più definire come PCB, ma diventano qualcosa di differente, con un nome differente, sono strutture differenti non perdono il cloro normalmente in queste condizioni, cioè, non vengono declorurate, tant’è che nelle elezioni che sono state fatte, nelle analisi che sono state fatte non c’è liberazione del cloro, la molecola si trasforma in qualche cosa d’altro. Ora, quando si fa, adesso parliamo di PCB ma questo vale anche per gli organoclorurati di tipo diverso, quando si fa una ricerca di PCB nel sedimento si usa una certa tecnica analitica, se si deve cercare un cometabolito, un metabolito del PCB se ne deve usare un’altra, questo significa che quando si determina i PCB nei sedimenti - come è stato fatto - sfuggono tutti quelli che sono i metaboliti del PCB, in altri termini probabilmente, anzi, certamente, nei sedimenti la quantità di metaboliti dei PCB e di altre molecole clorurate - quelle di cui abbiamo parlato ed altre ancora - sono molto elevate e vanno assommate ai PCB stessi e a tutte le altre molecole determinate per determinare la tossicità dei sedimenti stessi. Ecco perché la mia ossessione di prima è stata fatta in quel modo, cioè in realtà noi abbiamo un sistema in cui c’è un mix di inquinanti di cui soltanto una parte, quella parentale, quella originaria, diciamo così, è stata determinata, quell’altra sfugge all’indagine, ma questo non vuole dire che non ci sia. Allora io adesso posso far vedere qualche sistema, diciamo così, di degradazione parziale di PCB. Come vedete qui agiscono diversi enzimi, dalla diossigenasi alla dedrogenasi, poi si torna su, dove si ha un’altra ossidazione oppure si va verso quell’altra direzione dove si ha una netta scissione, si va verso destra dove si ha la metascissione della molecola parentale oppure verso l’alto dove si ha un’ossidazione di tipo diverso. Quelle due molecole sono diverse dalla parentale, se voi andate a fare l’analisi del sedimento in condizioni di quel tipo voi trovate la prima, con le tecniche del PCB, ma non trovate le altre, non riuscite a identificarle, ci vogliono altri metodi. Allora di qui viene la sezione, il punto di prima, che la totalità degli inquinanti potenzialmente pericolosi dei sedimenti è superiore a quella che normalmente si può ritenere dalle analisi finora fatte. Queste sono altre relazioni, giusto per darvi un’idea della complessità della faccenda e delle migliaia e migliaia di possibilità metaboliche che si possono realizzare in quelle condizioni. Adesso senza stare a citare tutti i nomi perché è una follia. Questo è uno schema abbastanza, come dire, ironico, questo è un inquinamento di una falda da parte di tetracloroetilene in condizioni di scarsa ossigenazione. Quando sono andati a fare la ricerca degli intermedi metabolici hanno scoperto che dall’inquinante originario, il tetracloroetilene, si aveva una serie di reazioni al tricloroetilene, al cis 1,2 di dicloroetilene, al trans 1,2 di dicloroetilene, poi 1,1 di dicloroetilene fino ad arrivare paradossalmente al cloruro di vinile. Il cloruro di vinile è, in test di laboratorio, molto più cancerogeno, molto più mutageno a livello degli organismi superiori, quindi anche mammiferi, ratti, topi, tetracloroetilene. Cioè noi abbiamo una situazione in cui attraverso una serie di reazioni metaboliche a livello di microrganismi abbiamo un prodotto finale che è più tossico dell’originale. Di questo genere di reazioni ne sono state scoperte parecchie e molto però rimane da fare, perché come dicevo prima le indagini sono molto complicate e molto difficili, veramente è un capo di ricerca sterminato. Per chiudere, per sintetizzare un po’ il discorso, lo stato dell’ambiente lagunare, cioè in assenza di ossigeno, sistematicamente povero di ossigeno, fa sì che le reazioni chimiche, biochimiche, vengono innescate dai batteri etc., vengono rallentate, si creano degli intermedi metabolici che non vengono rilevate dalle analisi, ma che sono strettamente legate alle molecole parentali, una parte di questi intermedi metabolici sono anche a lunga persistenza - come dicevo prima - nell’ambiente, come dicevo prima da indagini di laboratorio emerge che non c’è liberazione di cloro, cioè la molecola in realtà non viene distrutta, viene semplicemente modificata anche dal punto di vista estetico. Quindi rimane nell’ambiente sotto altra forma e una parte di queste molecole si sa sicuramente che sono altrettanto aggressive dal punto di vista biochimico e biologico delle parentali, delle originarie, questo è se sono riuscito a dare il quadro della situazione, cioè il discorso di fondo. E` interessante una cosa, come ultima cosa, che tutto questo, il sedimento sostanzialmente, la matrice sedimentaria in fondo funziona come un campo di alimenti per una serie di organismi sterminati, e da qui si passa a livelli sempre più alti della piramide alimentaria. Il fatto che tutti questi organismi alla fine si alimentino assumendo, anche solo per contatto, non solo per ingestione, perché la stragrande maggioranza di queste molecole sono lipofiliche in varie misure e vengono assunte anche per contatto, sono esperimenti fatti e dimostrano che organismi morti accumulavano PCB ed altro quasi nella stessa misura di quelli che si alimentavano sul sedimento stesso. Comunque, tutti questi organismi che si alimentano e vengono in contatto con tutto questo mix di molecole di fatto introducono nell’organismo una serie di, al minimo, mutageni che hanno sicuro effetto dal punto di vista ecogenetico nel senso che agendo sul DNA degli organismi ne modificano le caratteristiche e operano una selezione artificiale sugli stessi, quindi di fatto abbiamo una situazione in cui è in corso un esperimento di selezione artificiale mediato da questo tipo di inquinamento. Ecco, io avrei terminato, spero di essere stato sintetico e abbastanza chiaro.

 

Presidente: grazie. Domande? No, va bene, si può accomodare allora, grazie.

 

Avvocato Giacomini: Presidente, è a disposizione il dottor Pavanato per l’amministrazione provinciale di Venezia.

 

Presidente: si accomodi.

 

Avvocato Santamaria: no, Presidente, mi perdoni, il dottor Pavanato dovrà essere sentito come teste e la difesa non consente che sia sentito oggi, ma richiede che debba essere sentito insieme agli altri testi, non oggi con i consulenti tecnici, cioè non vi è consenso a questa decisione.

 

Avvocato Giacomini: se posso, Presidente, solo brevemente, è una disponibilità quella del dottor Pavanato ad essere sentito nell’odierna giornata come teste che nasce dalla volontà di aderire a questa preminente attenzione all’economia processuale ed ai tempi di questo processo che si stanno facendo probabilmente molto più lunghi delle previsioni. Credo che con questo intendimento possa essere, riuscire opportuna la sua audizione nella giornata odierna, osservando peraltro come, valuterà poi il Tribunale le decisioni da assumere, però, ecco, credo che premessa questa che è la ragione per la quale se ne chiede l’audizione oggi, anche ai fini, così, di una continuità dei temi d’indagine l’oggetto di quella che sarà la testimonianza ne suggerisca l’opportunità che la stessa venga assunta oggi, valuterà poi il Tribunale comunque.

 

Pubblico Ministero: solo una parola e chiedo scusa al Tribunale, è semplicemente una comodità di tipo di economia processuale per evitare appunto questi buchi nelle udienze, non c’è assolutamente nessun altro discorso, rimarrebbe ovviamente come scontato e come pacifico ferma la possibilità del controesame in qualsiasi momento le difese lo vogliano fare, è solo un problema di evitare questo buco di un’ora e mezza, ecco, non ho altro. Il controesame si fa quando si vuole.

 

Presidente: qual è, voglio dire, la ragione per cui non vi è il consenso, al di là che questo è il momento dei consulenti e non già dei testi, cioè la ragione un po’ più apprezzabile di fondo per cui l’interesse che avrebbe la difesa a non sentirlo oggi, visto che si fa un discorso di economia dei tempi, per intenderci, quale sarebbe il contenuto della deposizione di Pavanato, credo che sia a conoscenza, perché nel momento in cui è stato sollevata l’obiezione, o meglio, l’eccezione di una incompatibilità del Pavanato di essere sentito in qualità di consulente, già in quella sede si conoscevano i contenuti di quello che sarebbe venuto a illustrare al Tribunale. Abbiamo ritenuto di sentirlo per l’appunto in qualità di teste, credo che l’oggetto non cambi e che quindi, voglio dire, la difesa sia nelle condizioni, tenuto conto che poi avrà anche i tempi del controesame, cioè, non riesco ad apprezzare esattamente quale sia l’interesse della difesa.

 

Avvocato Santamaria: no, visto il mutamento di status processuale, che non è soltanto un mutamento formale, ma è il mutamento che riguarderà l’oggetto stesso di quella che dovrà essere la deposizione del rispetto, quello che era originariamente previsto, visto che in questo momento processuale vengono sentiti i consulenti sui vari temi ai quali è consentito fare valutazioni su materiale del più vario tipo, visto che ci sarà una fase processuale successiva in cui invece i testimoni sui fatti verranno sentiti, io credevo che per omogeneità di status processuale fosse più opportuno sentire i testi, insieme ai testi, e non viceversa trasformare quasi surrettiziamente un teste in un consulente comunque facendolo sentire insieme a tutti i consulenti. Detto questo, non desidero fare una questione di principio, mi rimetto davvero al Tribunale, volevo solo sollevare questo tipo di problema.

 

Presidente: va bene, il Tribunale, insomma, se è una questione solamente di omogeneità e di tempi, e ritiene, tenuto conto che tutti i tempi anche del processo e dell’udienza vanno utilizzati, di sentirlo, la qualità evidentemente conta ed oggi noi sentiremo il signor Pavanato in qualità di teste ovviamente, e quindi avrà una veste ben diversa da quella che aveva quando si è presentato alla scorsa udienza. Dovrà giurare di dire la verità, dovrà riferire su documentazione che eventualmente ha lui stesso acquisito oppure che comunque ci dirà da dove proviene, ci potrà narrare su fatti che ha percepito direttamente, circostanze che ha percepito direttamente, voglio dire, quindi il Tribunale sarà ben attento a far sì che l’escussione del signor Pavanato sia nell’ambito della testimonianza e non in quello della consulenza. Allora se vuole accomodarsi. Le domande stesse quindi dovranno essere impostate nel senso della testimonianza.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - PAVANATO ALESSANDRO

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

RISPOSTA - Sono dirigente del settore politiche ambientali della Provincia di Venezia.

 

Presidente: lei ha sentito, verrà sentito come teste, le domande gliele porrà la parte che l’ha introdotta e cioè la parte civile Provincia, ma può cominciare anche il Pubblico Ministero, anzi, se ritiene di dover fare delle domande.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Io volevo solo chiedere il ruolo, quale era la funzione che ha svolto e se vista che è stata accennata alla scorsa udienza la vicenda relativa al procedimento penale se può dire come si è concluso, con quale formula, se è passata in giudicato.

 

Avvocato Giacomini: sì, posso anche fornire io, se ritiene, senza nulla togliere la risposta...

 

Presidente: no, ma lasciamo che intanto risponda, visto che la domanda è stata, poi dopo lei potrà documentare quello che...

RISPOSTA - Io lavoro dal 1980 presso la Provincia sempre nel settore ecologia ambiente, adesso si chiama settore politiche ambientali, prima come funzionario e poi dal ‘92-‘93 come dirigente. Sono stato imputato in un processo che riguardava la vicenda del canale Lusore Brentella, dell’inquinamento del canale Lusore Brentella e sono stato assolto con sentenza passata in giudicato.

DOMANDA - Con formula piena?

RISPOSTA - Con formula piena.

DOMANDA - Io non ho altre domande, anche perché le domande specifiche verranno rivolte dal difensore della Provincia.

 

Avvocato Giacomini: è solo per completezza dei dati, Presidente, è la sentenza 743 del ‘98, la deposito ai fini di questa...

 

Presidente: d’accordo, quindi lei viene sentito ai sensi dell’articolo 197 in qualità di teste.

 

AVVOCATO GIACOMINI

 

DOMANDA - Vuole riferire al Tribunale qual è la specifica competenza o quali sono le specifiche competenze del settore delle politiche ambientali da lei diretto in relazione alla presenza nel territorio della provincia di eventuali siti contaminati?

RISPOSTA - Sì, le competenze della provincia in materia di siti contaminati partono sin dal 1976, sostanzialmente, quando la Regione Veneto con una propria circolare ha affidato alla Provincia il compito di valutare di approvare i progetti di bonifica di siti inquinati presentati da privati, la cui esecuzione spettasse a soggetti privati, non a soggetti pubblici. In realtà di bonifiche, di siti inquinati nella legislazione nazionale si comincia a parlare successivamente con la legge 441 del 1987 che affida alle Regioni il compito di realizzare, di predisporre dei piani per la bonifica delle arie inquinate. Le Regioni per fare questo dovevano effettuare un censimento dei siti inquinati avvalendosi delle Province a norma del decreto ministeriale del 16 maggio del 1989. Proprio partendo da questo decreto la Provincia di Venezia ha ritenuto di avviare un censimento delle aree inquinate, la prima fase di questo censimento è stata realizzata nel 1989 attraverso una fotointerpretazione di fotoaeree di diverse annate che hanno consentito di individuare alcune centinaia di siti che erano stati modificati nel corso degli anni per asportazione o per apporto di materiali di tipo diverso. Da questa prima stesura del censimento si è passati poi successivamente a una seconda fase in cui tutti questi siti sono stati effettivamente indagati sul campo e sono stati acquisiti in varie fasi successivamente, informazioni da atti e da documenti disponibili presso gli uffici del settore della Provincia, del settore politiche ambientali in particolare. Ecco, tutto questo ha portato a due aggiornamenti del sedimento in cui larga parte di questi siti precedentemente individuati sono stati esclusi dai censimenti in quanto di scarsa rilevanza ai fini ambientali e invece sono state individuate nella seconda fase del censimento che risale al 1998, delle 335 aree che sono state ritenute significative in relazione al loro impatto sull’ambiente.

DOMANDA - Più in particolare se vuole riferire sugli esiti di questo censimento svolto con, riferendo i dati acquisiti e le circostanze di fatto acquisite in relazione a tutti i siti oggetto del censimento promosso dall’amministrazione provinciale.

RISPOSTA - Sì. Siccome è difficile ricordare tutti i dati allora mi aiuto con la proiezione di alcune, di alcune immagini che possono anche aiutare, almeno delle cartografie che individuano i singoli siti, almeno spero di farlo, o altrimenti vado avanti a dirle senza...

DOMANDA - Se è possibile, Presidente, il tecnico per il collegamento del computer, sono comunque...

 

Presidente: ovviamente si tratta di siti che sono pertinenti al processo e quindi nell’area, diciamo così, industriale o contigua all’area industriale?

RISPOSTA - I siti sono tutti quelli che interessano la Provincia, e io salterò in questa fase i siti che non sono pertinenti, che non ritengo siano pertinenti alla vicenda processuale.

 

Presidente: ecco, così abbiamo delimitato.

 

DOMANDA - Le schede che vengono utilizzate, Presidente, sono quelle anche che materialmente poi costituiscono il volume che è stato prodotto in esito al censimento, questo è per chiarimento dell’utilizzo del video.

RISPOSTA - Abbiamo diviso appunto queste aree inquinate dividendo quelle che sono esterne all’area di Porto Marghera e quelle che invece sono interne alla zona industriale. Allora, tra quelle esterne all’area di Porto Marghera, che io ritengo pertinenti ai sensi di quanto rilevato dalla documentazione disponibile e dagli accertamenti che sono stati fatti, ecco, cominciamo dalla numero 1, è un’area in comune di Campagna Lupia, un’area di proprietà della ditta Rasego S.p.A., società per azioni, che svolgeva attività di trattamento di rifiuti o di recupero di mercurio o di altri rifiuti prevenienti dagli stabilimenti di Porto Marghera. Una indagine compiuta nel 1989 proprio, a seguito del rinvenimento durante lavori di scavo di alcuni fusti contenenti materiali, sostanze catramose classificate come rifiuti tossico-nocivi, ha permesso di rilevare una serie di inquinanti tra i quali quelli più significativi sono sostanze catramose, contenute o meno in fusti, gessi, contaminati da solventi, ceneri di vario tipo ed altri materiali meno significativi. Su quest’area, su parte di quest’area è stato realizzato un progetto di bonifica che ha previsto l’asporto di una parte di questi materiali contaminati e invece la ricopertura, la messa in sicurezza degli altri che non presentavano problemi di rilascio di sostanza. Possiamo passare a quella successiva. Beh, l’area 2 è in comune di Chioggia ma non è pertinente, l’area numero, individuata con numero 5 è in comune di Mira, anche qui durante una serie di scavi per altri motivi, per motivi diversi, sono stati rinvenuti dei fusti metallici interrati fino alla profondità di circa 3 metri. Sono stati rinvenuti nell’area anche altri rifiuti e sono state, per questo motivo, proprio a causa, a seguito del rinvenimento dei fusti, sono state programmate delle indagini di tipo geologico e chimico, sono stati installati dei piezometri per il controllo delle falde, e dalla risultanza di queste indagini è stato rilevato che, intanto che un fossato che scorre all’interno dell’area presentava segni di contaminazione da sostanze quale per esempio ftalati o fenoli, che sono tipiche delle produzioni industriali che avvengono nell’area di Porto Marghera, in particolare negli stabilimenti Enichem, e però non sono state adottate ulteriori misure. Mi risulta che il Comune di Mira abbia in corso ulteriori indagini in questo senso e che stia facendo ulteriori accertamenti. Al momento comunque della stesura di questa relazione non sembrava che ci fosse pericolo immediato di fuoriuscita di rifiuti di sostanze inquinanti, il pericolo è che comunque è sempre possibile, che potrebbe essere sempre possibile a seguito della rottura dei fusti il cui numero rimane ancora imprecisato, non si sa ancora quanti siano questi rifiuti. Poi passiamo alla numero 6 che è l’area sempre in Comune di Mira in località Dogaletto. Questa era in proprietà di un’azienda agricola Alba, azienda agricola che era di proprietà della Montedison all’epoca in cui sono stati fatti questi accertamenti. E` un’area di circa 19 ettari su cui sono stati scaricati rifiuti per un’altezza massima di circa 10 metri, in un volume stimato tra un milione e un milione e mezzo di metri cubi. L’area è confinante con la laguna la quale è separata solo da un argine di contenimento, un argine di separazione. Ecco, durante le indagini eseguite dalla stessa Montedison, adesso non ricordo quale denominazione avesse all’epoca, è stata rilevata la presenza di idrocarburi clorurati in concentrazioni elevate, soprattutto in due zone distinte dell’area, per il resto altri rifiuti industriali di varia natura costituiti prevalentemente da gessi, sia i gessi che gli idrocarburi clorurati provenienti molto probabilmente dallo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. Ecco, non si può escludere, le nostre indagini non ci hanno consentito di escludere che nel passato alcuni di questi materiali, in particolare gli idrocarburi clorurati si siano diffusi nell’ambiente circostante, perché? Perché al di sotto dell’area su cui erano stati scaricati questi rifiuti non è stato rilevato uno strato impermeabile continuo, quindi questi rifiuti erano direttamente a contatto con le falde. In particolare è stata attivata un’azione di messa in sicurezza che continua tuttora e che prevede la realizzazione di alcuni pozzi di captazione nelle acque di falda allo scopo di prelevare queste acque contaminate da idrocarburi clorurati e di mantenere la falda in depressione in modo da evitare che eventuali contaminanti possano migrare verso l’esterno, questa crea un richiamo delle acque dall’esterno verso l’interno ed è un’azione che è tuttora in corso e che dovrà proseguire probabilmente fino a quando non si rileveranno più concentrazioni di, considerazioni apprezzabili di idrocarburi clorurati nelle acque di falda. Poi c’è un’altra area sempre in Comune di Mira, lungo la statale Romea, in località Bastie, nella quale sono state scaricate ceneri di pirite, un’area di circa 80.000 metri quadrati, ceneri di pirite in cumuli di altezza variabile tra i 7 e i 10 metri parzialmente ricoperti con terreno vegetale, già all’epoca. Le ceneri di pirite derivano dalla produzione dell’acido solforico o almeno dalla produzione che in passato si faceva dell’acido solforico partendo dalla pirite mentre adesso questa produzione viene attuata partendo dallo zolfo quindi non causa più questi residui. In ogni caso le coperture che sono state realizzate in passato non hanno impedito la fuoriuscita di questi materiali, infatti contaminazioni dei metalli pesanti contenuti nelle ceneri, in particolare dell’arsenico, sono state trovate anche nei corsi d’acqua circostanti ed anche nei terreni circostanti. Dal 1996, nel 1996 la Veneta Mineraria che è proprietaria dell’area ha presentato e chiesto l’autorizzazione per la realizzazione di un progetto di risanamento e di bonifica che prevede l’asporto di tutte le ceneri e il loro riutilizzo nei cementifici perché questi materiali possono essere riutilizzati per esempio nella produzione dei cementi in piccole quantità ed è un progetto che è tuttora in atto e che richiederà però un elevato numero di anni perché chiaramente la quantità che può essere acquisita non è molto, che può essere smaltita, conferita ai cementifici non è molto elevata. Passiamo alla numero 8, la discarica sempre in Comune di Mira in località Malpaga, anche qui sono stati rinvenuti, era una cava di argilla che tra il 1970 e l’80 è stata utilizzata come discarica di rifiuti industriali. All’inizio degli anni ‘80 era stata realizzata una sistemazione sommaria con una ricopertura con un leggero strato di terreno agricolo, che era stato anche utilizzato come coltivazione poi, però poi lavori di miglioria fondiaria nell’area hanno portato alla luce questi rifiuti che provengono dalla zona industriale di Porto Marghera, che si ritiene provengono dalla zona industriale di Porto Marghera, e che sono costituiti in parte, almeno nella parte che è stata caratterizzata, da residui di produzione dell’acido acetico e degli intermedi acetici, e degli intermedi ftalici, ftalati. Ecco, in alcuni punti le analisi hanno permesso di classificare questi rifiuti come rifiuti tossici e nocivi, anche qua è stato, tra il ‘90 e il ‘93 è stato realizzato un intervento che allora era stato chiamato intervento di bonifica, in realtà si tratta di un intervento di messa in sicurezza, che prevedeva appunto la realizzazione di un diaframma perimetrale di contenimento impermeabile e una copertura con uno strato di argilla e successivo strato di terreno coltivabile. Per isolare la parte più contaminata di questi rifiuti dall’ambiente circostante e impedirne quindi la diffusione. Altre, poi ci sono altre discariche appunto che non sono pertinenti o che, di cui non ci siano i riscontri che siano pertinenti con questo processo, e quindi passiamo al numero 14. Numero 14 è l’area della barena di passo Campalto, anche qui è un’area di complessivi 36 ettari in cui sono stati scaricati rifiuti industriali e in particolare soprattutto gessi, scarti di fonderia, bitumi e rifiuti inerti o rifiuti di altro tipo. Il piano è stato realizzato sull’area, sia un piano di indagine chimica sia un piano di indagine radiologica, perché si è scoperto nel corso degli anni, poi successivamente, che questi gessi derivanti dalla produzione dell’acido fosforico contengono quantità significative di radionuclidi di origine naturale che però vengono in qualche modo concentrati. Le indagini fatte nell’area hanno permesso di rilevare un livello di contaminazione radioattiva di questi gessi variabile tra le 5 e 8 volte superiori ai livelli di fondo naturali delle aree circostanti. Sono state anche realizzate indagini chimiche che appunto hanno permesso - adesso senza citare i numeri che sono veramente molto alti, molto grandi, ma comunque, cioè, sono molti numeri voglio dire, quindi non posso citarli tutti - comunque hanno permesso di attribuire la natura di questi rifiuti, almeno in buona parte, alle lavorazioni dell’area chimica di Porto Marghera. Sono stati fatti anche dei test di tossicità e alcuni hanno presentato, alcuni campioni hanno presentato una biotossicità notevolmente alta, il 60% circa dei campioni ha presentato una tossicità significativa in classi 3 e 4 secondo una certa classificazione, e il rimanente, quindi circa il 38% ha presentato una biotossicità media o bassa. In realtà tutto il materiale può essere considerato come rifiuto, soprattutto i gessi a causa del loro pH molto acido, va da un pH variabile tra il 2 e 3, non consentono di essere, cioè devono essere isolati dall’ambiente circostante per evitare problemi di natura ambientale. Il Magistrato alle Acque ha predisposto un progetto di bonifica, di messa in sicurezza in realtà dell’area, che è attualmente in corso di esecuzione il cui costo stimato è di circa 60 miliardi di lire per la messa in sicurezza di tutta quest’area di passo Campalto. Ce n’è un’altra in realtà, è un’area di Malcontenta, località Moranzani, numero 17, che può essere divisa perché è un’area molto estesa, è stata divisa così a scopi di indagine, in tre subaree, area A, B e C. Ecco, su queste aree l’Enichem e Ausimont, proprietarie di parti di queste aree, hanno presentato a seguito di un’ordinanza del Sindaco di Venezia nel 1997 una indagine ambientale di caratterizzazione dell’area. L’area Ausimont, si tratta di un’area che non è compresa in questa, è compresa nel censimento ma che non è compresa in queste cartografie perché si tratta comunque di una discarica autorizzata a suo tempo che è in fase di, che è ormai esaurita e che dovrà essere comunque ripristinata secondo il progetto già approvato allora dalla Regione Veneto, mentre per le aree Enichem, le tre sub aree A, B e C, che hanno superficie rispettivamente di 11, 15 ettari e mezzo e 10 ettari, hanno dimostrato, le indagini chimiche hanno dimostrato gradi di contaminazione diversi. In particolare nell’area A, che è quella più in basso a destra, nell’area A i terreni di riporto risultano contenere quantità notevoli, significative di idrocarburi policiclici aromatici in corrispondenza dei livelli di riporto che sono costituiti da rifiuti industriali di vario tipo. Sono stati rilevate in altri punti concentrazioni superiori alle normative che allora erano di riferimento ma che sicuramente, visto che la normativa attuale è più restrittiva, risultano superiori anche ai sensi della normativa attuale, concentrazioni, dicevo, superiori ai limiti di mercurio in un sondaggio e poi sono stati rilevati nelle acque sotterranee presenze di idrocarburi policiclici aromatici, quasi esclusivamente nella fase superficiale, e concentrazioni di cloruri, ferro ed ammoniaca nelle diverse falde. E a livello puntuale anche concentrazioni di mercurio e di composti organo allusionati, gli idrocarburi clorurati. Ecco, l’indagine per quest’area ha ipotizzato che ci sia una correlazione tra la presenza di contaminazione nel terreno di riporto e la contaminazione nella falda. Per l’area B invece, che è quella centrale, sono stati, anche qua sono state analizzate le varie matrici e nei terreni di riporto sono state rilevate concentrazioni di inquinanti superiori agli standard di riferimento per arsenico e rame nel livello superficiale di riporto, mentre in profondità sono stati rilevati superamenti per gli idrocarburi clorurati. Le acque di falda sono di cattiva qualità e sono state rilevate concentrazioni anche di, oltre ad ammoniaca e i cloruri, i cloruri in particolare possono essere dovuti anche a infiltrazioni di acqua nella laguna, sono state rilevate comunque concentrazioni di idrocarburi clorurati e in particolare di tetracloroetilene, associati anche ad altri idrocarburi. In questo caso non è stata rilevata una correlazione precisa tra i livelli da contaminazione dei terreni dei materiali di riporto e della falda. Nell’area C, invece, sono stati individuati solventi, dunque, nello stato di riporto localizzati in particolare nel settore nord occidentale nell’area, concentrazione di arsenico, rame e mercurio, e idrocarburi totali in alcuni altri punti e pH elevato, quindi pH molto basico. Nelle acque di falda invece sono stati trovati idrocarburi policiclici aromatici, solventi clorurati e nitrobenzeni nelle acque di 5 su 6 piezometri che sono stati analizzati. No, mi scusi, solo in uno di questi 6 piezometri sono stati rilevati questi valori significativi di queste sostanze che ho detto.

 

Presidente: per scendere ad un attimo al concreto, valori significativi rispetto a quali parametri?

RISPOSTA - Rispetto ai parametri che allora sono stati utilizzati come riferimento che erano, siccome non c’era né una normativa nazionale né una normativa regionale di riferimento, allora venivano presi come riferimento i limiti predisposti o dalle normative internazionali, per esempio la normativa olandese - ma proprio per avere un riferimento - oppure normative regionali di altre Regioni italiane, in particolare la Toscana e il Piemonte, rilevo però che questi sono tutti dati, per esempio in questo caso sono tutti dati forniti da Enichem stessa su richiesta del... In ogni caso i limiti di riferimento attuali sia per i terreni, per i materiali, sia per le acque di falda, che sono definiti dal decreto ministeriale 471 del dicembre del ‘99, anzi, ottobre ‘99, sono inferiori a questi limiti di riferimento, generalmente, quindi se superavano quei limiti di riferimento evidentemente superano anche quelli di riferimento dell’attuale normativa in materia di siti contaminati.

 

Presidente: va bene, grazie, può andare avanti.

RISPOSTA - Qui sono stati ipotizzati degli interventi di messa in sicurezza in particolare per l’area A e per l’area C, mentre per l’area B era stato previsto solo un programma di monitoraggio che doveva continuare per verificare se ci fosse una possibilità di diffusione, questa era la proposta Enichem naturalmente, se ci fosse una possibilità di diffusione dell’inquinamento verso l’esterno. Adesso questi, siccome poi allo stato attuale la normativa prevede che l’inserimento di Venezia e di Porto Marghera, in particolare, nelle aree di rilevanza nazionale ai fini della bonifica dei siti contaminati, queste aree sono comprese nella perimetrazione e quindi la competenza sull’approvazione dei progetti non è più del Comune o della Provincia, come era precedentemente, ma del Ministero dell’Ambiente, e quindi tutti questi progetti sono all’esame del Ministero dell’Ambiente, quelli che non erano già stati approvati precedentemente. Il 20, ecco adesso qui, tra le aree contaminate sono inseriti a pieno titolo anche i canali industriali, sia per i livelli di contaminazione sia per i livelli di, sia per la necessità di interventi di bonifica o quanto meno di messa in sicurezza. Ecco, in questo censimento, e quindi io riferirò in questa sede adesso solo del canale industriale nord, perché all’epoca di questo censimento noi avevamo dati certi disponibili solo relativi al canale industriale nord. In questo canale i sedimenti depositati sul fondo, depositatisi nel corso degli anni, risultano contaminati a livello tale da farli classificare in alcuni punti, se fossero considerati come rifiuti da farli classificare come rifiuti tossico-nocivi. I contaminanti...

 

Avvocato Santamaria: dottor Pavanato, per chiarezza di esposizione, potrebbe dire quali erano le industrie che gravitavano sul canale nord e che scaricavano sul canale nord della laguna, della zona industriale?

RISPOSTA - Non ho dati al momento disponibili sugli scarichi nel canale nord, le industrie che gravitano intorno al canale nord, adesso non ho i dati qui con me, posso riservarmi di produrli in seguito, non vorrei essere impreciso.

 

Presidente: va bene, ma non si ricorda?

RISPOSTA - Non me le ricordo tutte, quindi ne potrei dire una o due e rischierei di... mi riservo di produrli.

 

Presidente: va bene, ma oltre a Montedison e Enichem...

Avvocato Santamaria: no, no, Montedison e Enichem non avevano scarichi sul canale nord, il Petrolchimico aveva scarichi sul canale nord, ha mai avuto scarichi sul canale industriale nord?

RISPOSTA - Il Petrolchimico no, c’erano altre aziende del gruppo Montedison all’epoca, oggi anche di proprietà Enichem, Enichem Agricoltura, di cui non so, che gravitavano nella zona del canale nord, non so, ripeto, al momento se avessero scarichi, perché ricordo che la competenza sugli scarichi in laguna non è della Provincia, è una competenza del Magistrato alle Acque e quindi non ho dati, posso riservarmi di produrre...

 

Presidente: qui sentiremo eventualmente anche per quanto riguarda questi scarichi il Magistrato alle Acque, immagino che ci sia fra i testi. Prosegua.

RISPOSTA - Quindi in particolare su 23 campioni che sono stati analizzati in una indagine del 1996 dal Magistrato alle Acque ai fini di uno scavo del canale, su 23 campioni che sono stati analizzati, 23 punti di campionamento, in 7 di questi campioni sono stati risultati luogo di deposizione, di accumulo di sedimenti che, ripeto, se classificati come rifiuti dovrebbero essere classificati come rifiuti tossici e nocivi, in particolare per la presenza di metalli pesanti, in particolare l’arsenico, il cadmio e il mercurio. Si è rilevata una contaminazione minore, almeno all’epoca, di sostanze organiche, sostanze di natura organica, in soli policlorobifenili risultano superiori, però non al limite che li rende tossico-nocivi, ma ad un limite che ne destina, che ne, come dire, che ne vincola la destinazione, nel caso fossero conferiti in discariche, in discariche di seconda categoria tipo C, che sono discariche dotate di particolari misure di cautele, di impermeabilizzazione. Parte di questi rifiuti sono stati scavati, proprio ai fini di garantire la navigabilità del canale sulla base di un progetto predisposto dal Magistrato alle Acque e sono stati conferiti ad un impianto di trattamento proprio perché rifiuti. Passiamo poi al numero, al 21, il canale Lusore Brentella che è il tratto terminale del fiume Lusore che scorre all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Marghera.

 

DOMANDA - Adesso sta cominciando la trattazione delle discariche dei siti all’interno dello stabilimento del Petrolchimico?

RISPOSTA - Sì, in realtà sono un po’ mescolati, comunque questo è all’interno dello stabilimento Petrolchimico, poi magari dirò di volta in volta se sono all’interno o all’esterno dello stabilimento Petrolchimico. Il tratto finale di questo fiume attraversa lo stabilimento Petrolchimico e fino a sboccare nella darsena della Rana e quindi nel canale industriale ovest e in laguna. Fino agli anni ‘70 questo è stato il recapito di buona parte degli scarichi derivanti dalle lavorazioni del Petrolchimico che, a quanto mi risulta, io all’epoca, non ho documenti dell’epoca, mi risulta che all’epoca venissero scaricati senza nessun trattamento, fino alla costruzione dell’impianto di depurazione di Fusina al quale poi sono stati confluiti i reflui prima di essere scaricati o almeno una parte di reflui. In ogni caso gli inquinanti probabilmente sversati da questi scarichi si sono accumulati in quanto pesanti e in quanto non facilmente biodegradabili o completamente non biodegradabili, si sono accumulati nei sedimenti del canale Brentella, Lusore Brentella, e quindi questi sedimenti risultano contaminati da mercurio e idrocarburi clorurati, prevalentemente, ed anche da idrocarburi policiclici aromatici. Il mercurio e gli idrocarburi clorurati provengono probabilmente dagli impianti di produzione di cloro-soda il mercurio e dagli impianti di produzione del cloruro di vinile gli idrocarburi clorurati o di altri intermedi clorurati, però questi sono gli impianti principali. Le analisi hanno anche qua evidenziato concentrazioni di contaminanti tali da far considerare i metalli, classificare i fanghi se fossero classificati come rifiuti, come rifiuti tossico-nocivi. A seguito di un’ordinanza, questo già in realtà fin dal 1989 l’Enichem aveva presentato uno studio di fattibilità per la bonifica del tratto terminale di questo canale, studio di fattibilità che è stato presentato alla Regione che era competente per l’approvazione all’epoca e che però è stato, a cui non è stato dato seguito. Successivamente a seguito di un’ordinanza del Sindaco del Comune di Venezia, richiesta anche dalla Provincia di Venezia, nel ‘97 l’Enichem, nel ‘96, Enichem ha presentato un ulteriore progetto di bonifica che prevedeva l’asporto di questi sedimenti contaminati, il loro, per un volume di circa 31.400 metri cubi, cito dati del progetto Enichem, 31.400 metri cubi corrispondenti a circa 40, 45.000 tonnellate, e che sono state, che appunto dimostravano un inquinamento oltre che mercurio e idrocarburi clorurati, come dicevo prima, anche da idrocarburi policiclici aromatici e basta sostanzialmente. Il progetto di bonifica è stato presentato, sono state richieste una serie di integrazioni e poi è stato presentato un ulteriore progetto di bonifica anche se Enichem ha sempre dichiarato, anzi, ha fatto ricorso al TAR contro decreti della Provincia che gli chiedevano queste integrazioni ai progetti di bonifica, dichiarando sempre la sua incompetenza, indisponibilità a provvedere alla bonifica di questo, pur avendo presentato il progetto richiesto. In ogni caso il costo stimato da questo progetto era di circa 40, 50 miliardi, circa. Poi l’area 22 è l’area Pili, questa è un’area esterna allo stabilimento Petrolchimico, in cui sono stati scaricati prevalentemente gessi provenienti dalla produzione dell’acido fosforico, è stato presentato un piano di caratterizzazione, il Magistrato alle Acque - siccome è un’area demaniale poi - ha presentato e ha predisposto un piano di caratterizzazione anche qua sia chimica sia radiologica ed anche qua sono stati rilevati valori di radioattività superiori al fondo naturale analoghi a quelli che sono stati trovati nell’area di Campalto e di cui abbiamo parlato precedentemente. In questo caso i materiali scaricati sono prevalentemente gessi provenienti dalla produzione di acido fosforico, e il tipo di intervento è ancora in fase di studio, non si è ancora stabilito come intervenire. Ecco, il 23 anche qua è un’area esterna allo stabilimento del Petrolchimico, di proprietà di un’azienda chimica, industria chimica Sordon in Comune di Marghera che effettuava attività e produceva acido solforico, fertilizzanti e catalizzatori. In quest’area in particolare alcune indagini, a seguito di indagini nella provincia sono stati rinvenuti rifiuti che provenivano dalla ditta ex Rasego, che era al punto 1 di questo elenco di discariche e che contenevano fanghi contenenti mercurio provenienti, probabilmente, dallo stabilimento, quasi sicuramente, dallo stabilimento Petrolchimico dalla produzione del cloro. Questi rifiuti in ogni caso sono stati poi smaltiti ed è stata fatta anche un’indagine sui terreni e sono stati rinvenuti in particolare mercurio, come contaminante dei terreni, altri metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici. L’area 24 è un’area esterna allo stabilimento Petrolchimico, però noi abbiamo motivo di ritenere che sia collegata con quanto è successo nella confinante area, che vedremo dopo, che si chiama, che è definita area 31, isole 31 e 32 dello stabilimento Petrolchimico. Questo perché? Perché c’è una falda che è comune tra le due aree, e in ogni caso questa è un’area che è stata ceduta da Montedison a una società che si chiamava Ecormed, oggi fallita, che aveva avuto un progetto approvato per la realizzazione dell’impianto per lo stoccaggio dei rifiuti. Durante i lavori di ricostruzione di questo impianto, durante i lavori di scavo sono stati rinvenuti rifiuti industriali di varia natura che probabilmente sono gli stessi che sono stati rinvenuti, gli stessi, della stessa natura, di quelli rinvenuti nelle confinanti aree 31 e 32 che vedremo poi successivamente. Essendo la ditta fallita poi il Comune di Venezia ha assunto l’incarico di predisporre un progetto di bonifica che era stato redatto qualche anno fa, adesso non ho la data precisa qui, ma credo nel ‘96, no, probabilmente anche prima, nel ‘95, e in ogni caso le indagini per la predisposizione di questo progetto hanno rilevato che lo strato superficiale è il più compromesso per la presenza, per la presenza di idrocarburi policiclici aromatici anche qui in concentrazioni superiori ai limiti che allora sono stati presi come riferimento e che erano quelli della Regione Piemonte. Per le acque di falde invece è risultato più contaminato l’acquifero sottostante che è compromesso per valori alti di domanda chimica di ossigeno, COP, di ferro, di idrocarburi aromatici e di alcuni idrocarburi clorurati che sono gli stessi inquinanti che si trovano, ripeto ancora una volta, nelle confinanti aree 31 e 32. Era stato previsto di fare un ulteriore approfondimento di indagine per vedere se gli accorgimenti previsti per la messa in sicurezza fossero sufficienti e al momento siamo ancora a questo stato. Poi c’è il numero 25, anche qui è un’area esterna allo stabilimento Petrolchimico, l’area denominata 43 ettari, oggi di proprietà del Comune di Venezia e questa è stata oggetto in passato, fin dagli anni ‘50 e ‘60 probabilmente di scarichi di rifiuti di origine industriale. Le indagini hanno evidenziato una presenza in una parte di quest’area che è corrispondente a circa 20 ettari, di 2 strati quasi uniformi, diciamo, uno strato soprastante, costituito prevalentemente da nerofumo che è un sottoprodotto delle lavorazioni sempre del Petrolchimico, con bassa presenza - poco significativa - di metalli pesanti e invece concentrazioni elevati di idrocarburi policiclici aromatici, mentre nello strato più profondo ci sono fanghi di bauxite, è stato rilevato uno strato di fanghi di bauxite che invece presentano concentrazione basse di idrocarburi policiclici aromatici ed alti dei metalli pesanti. Questi fanghi derivano dalle lavorazioni dell’alluminio, dalle vecchie lavorazioni dell’alluminio. Al momento è stato presentato un progetto di messa in sicurezza di una parte dell’area che è in corso di esecuzione e che prevede comunque un’attività costante e successiva di emungimento delle acque e di monitoraggio di tutta l’area, come peraltro tutti i progetti di messa in sicurezza devono prevedere. Poi ritorniamo alle aree interne allo stabilimento Petrolchimico, in particolare alle aree 31 e 32 che sono confinanti con l’area Ecormed di cui abbiamo parlato precedentemente, queste sono le aree 31 e 32 mentre l’area Ecormed è quella piccola area a forma di trapezio sottostante. Queste aree sono state indagate a seguito di, dunque, nel luglio ‘95 è stato effettuato uno studio di caratterizzazione e questo conseguente ad uno studio preventivo che il Corpo Forestale dello Stato in collaborazione anche con la Provincia aveva svolto in tutta l’area dello stabilimento Petrolchimico con esecuzione di un numero elevato di sondaggi che avevano evidenziato situazioni di inquinamento in diversi punti. Ecco, successivamente nel luglio ‘95 Enichem ha presentato uno studio effettuato da Acquater, una società incaricata, e una successiva integrazione nel luglio del ‘96 per la confinante area 35, che è quella più piccola a destra, che ha portato a rilevare nel sottosuolo, quindi uno strato nel terreno, una presenza di elevate concentrazioni superiori ai limiti allora di riferimento, di ammoniaca e localizzati, in punti localizzati concentrazioni elevate di solventi clorurati, solventi aromatici ed ammine aromatiche. Questi inquinanti sono stati riscontrati anche nelle acque sotterranee e sono in parte gli stessi inquinanti che si trovano nell’area Ecormed, per questo dicevo che probabilmente c’è una comunicazione tra, almeno a livello di falde, tra le due aree. In questa area poi è stato realizzato un intervento di messa in sicurezza che è consistito nell’infissione di una diaframmatura impermeabile perimetrale, fino a una profondità, è una profondità invariabile tra i 17 e i 31 metri quindi fino ad intercettare quello che è stato individuato come uno strato continuo impermeabile ed una ricopertura superficiale e un sistema di gestione delle acque, quindi di captazione delle acque di eventuali infiltrazioni e il loro invio a trattamento, attività che dovrà proseguire poi nel corso degli anni finché questi problemi permangono. Altra area interna allo stabilimento Enichem, numero 27, le isole 59, 60 e 61, anche qua nel luglio ‘96 è stata effettuata da Enichem un’indagine ambientale che ha permesso di evidenziare la presenza in alcuni punti di idrocarburi, scusate, di metalli pesanti, in particolare arsenico, cadmio e mercurio in concentrazioni anche queste tali da far classificare questi terreni, se fossero considerati rifiuti, come rifiuti tossico-nocivi in alcuni casi. E sostanze organiche generalmente però in concentrazioni più basse, tolueni, xileni, idrocarburi aromatici e idrocarburi clorurati. Le tre falde sottostanti invece al di là della presenza di ione solvato e ione cloruro che derivano probabilmente da infiltrazioni delle acque della laguna attraverso le falde o comunque da una comunicazione tra le falde e la laguna, hanno evidenziato invece la presenza di solventi clorurati e in qualche caso anche di solventi aromatici che sono in parte gli stessi inquinanti che troviamo nei terreni e nei materiali di riporto soprastanti. Però anche in concentrazioni, cioè lo studio prodotto da Enichem faceva, evidenziava che, come non ci fosse una comunicazione tra questo strato di materiale di riporto e la falda sottostante, per cui ipotizzava il fatto che la presenza di idrocarburi aromatici, idrocarburi clorurati nelle acque di falda potesse essere dovuta non tanto a una percolazione diretta di questi materiali ma a una contaminazione derivante da materiali scaricati in altri siti, anche qui si dice probabilmente internamente allo stesso stabilimento. Poi qui non sono stati fatti altri interventi. Passiamo poi alle isole 45 e 48, queste erano delle, un’area in passato degradata che però era occupata in parte, dunque, l’area complessiva è di circa 22 ettari di cui 5 coperti da un laghetto, laghetto che è stato anche in passato, che è tuttora oggetto di sosta degli uccelli di passo che si fermano a sostare in quest’area. Ecco, l’indagine anche qua eseguita nel ‘95-‘96 ha evidenziato una contaminazione dei terreni per lo strato di riporto, in particolare nelle zone nord-est e nord-ovest a causa di una presenza elevata e diffusa di sostanze idrocarburi clorurati, c’è anche una presenza puntuale, quindi in alcuni punti di metalli pesanti anche se in concentrazioni non particolarmente elevati, così dice lo studio di Enichem. Le analisi indicano un collegamento tra la presenza di inquinanti nei terreni di riporto, in particolare i solventi clorurati e la falda superficiale e una correlazione, anche se probabilmente non immediata, con la prima falda, anche qua probabilmente per effetto anche di contaminanti scaricati in altre aree. Invece, mentre invece la seconda falda - sulla base di questo studio - non risulta contaminata, o almeno presenta livelli di contaminazione molto più bassi rispetto a quelli della prima falda, della falda superficiale. Ecco, in quest’area è stato approvato poi dal Comune di Venezia un progetto di messa in sicurezza che prevede anche qua la diaframmatura perimetrale per evitare la diffusione di inquinanti e la ricopertura, la sistemazione superficiale, l’impermeabilizzazione anche superficiale, però che era ipotizzata per il solo confinamento in una, con una spesa di 10, 15 miliardi, mentre i costi complessivi di bonifica al momento non sono ipotizzati, non erano ipotizzabili. Il 29 possiamo lasciarlo perdere che tanto non c’entra. Poi possiamo passare al numero 30, anche questa è un’area esterna allo stabilimento, è l’area in cui dovrebbe essere realizzato il parco di San Giuliano. All’interno di quest’area c’è, è stata rilevata già negli anni ‘80 la presenza di una discarica in elevazione di rifiuti di origine sia urbana, quindi erano stati rinvenuti sia rifiuti urbani che rifiuti di origine industriale. Probabilmente tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 provenienti da diverse lavorazioni della zona industriale di Porto Marghera. In particolare sono stati rilevati tra l’altro anche gessi, quindi la produzione dell’acido fosforico e le indagini effettuate in particolare nel corpo della discarica hanno evidenziato la presenza, cioè concentrazioni di inquinanti in particolare metalli pesanti tali da far classificare in alcuni punti i rifiuti, questi rifiuti come rifiuti tossici e nocivi, ai sensi naturalmente della normativa allora vigente. Ecco, la maggior parte delle indagini sono state limitate proprio a quest’area, che è solo una parte dell’area, mentre nella parte dell’area altre indagini sono in corso e comunque non sano state, le poche indagini fatte non avevano evidenziato segni particolari di contaminazione. Anche qua è stato approvato un progetto di messa in sicurezza da parte del Comune di Venezia che dovrebbe essere - a parte le vicende di appalti - dovrebbe essere in corso di realizzazione. Un’altra area, sempre all’interno, all’esterno del Petrolchimico, ma comunque all’interno dell’area industriale, è l’area numero 31, l’area oggi occupata dal parco scientifico e tecnologico all’epoca, non all’epoca di questo censimento, ma precedentemente occupata da produzione di fertilizzanti della società Agrimont, si chiamava all’epoca, ha avuto diverse denominazione, quindi... Anche qua sono stati rinvenuti rifiuti di vario tipo presenti in varie aree dello stabilimento in particolare segni di pirite e di rifiuti contaminati da metalli pesanti, arsenico in particolare, cadmio, rame e basta sostanzialmente, questi erano i materiali più rilevanti, cioè gli inquinanti più significativi. E` stato approvato e realizzato in quest’area un progetto di bonifica che prevedeva l’asporto di tutti questi rifiuti sparsi in giro per lo stabilimento, i loro, una parte veniva asportata e un’altra parte invece veniva confinata all’interno di due vasche appositamente realizzate con elevato grado di sicurezza e con un sistema di monitoraggio per accertare eventuali perdite. I lavori di bonifica sono in fase di conclusione attualmente, gran parte sono già stati realizzati. Poi sempre all’interno, questo all’interno dello stabilimento Petrolchimico, però nell’area di proprietà Montefibre, anche qua sono state, nel ‘96 la Provincia ha acquisito uno studio prodotto dalla stessa società Montefibre, e poi sono stati acquisiti dati anche da indagini del Corpo Forestale dello Stato. Anche qua sono state rilevate concentrazioni particolarmente elevate in particolare di metalli pesanti e di altri inquinanti anche credo mi pare anche... la presenza in particolare di idrocarburi volatili. Qui non sono stati meglio caratterizzati, si parla solo di idrocarburi totali, nonché anche a varie profondità - appunto dicevo prima - di metalli pesanti. Anche qua in concentrazione tali da far considerare questi materiali, in alcuni casi se fossero classificati come rifiuti, come rifiuti tossici e nocivi. La società Montefibre aveva presentato un progetto di messa in sicurezza che però è stato giudicato inidoneo perché si era ipotizzato che l’indagine doveva essere estesa a tutta l’area dello stabilimento. Poi altre aree, le aree sempre di proprietà, oggi di proprietà Enichem Agricoltura, società in liquidazione, allora di proprietà delle varie società del gruppo Montedison, Agrimont etc.. Parliamo in particolare dell’area complessi nella quale è stato realizzato uno studio di caratterizzazione in cui sono state rilevate contaminazione, concentrazioni elevate di rame in particolare e di altri metalli pesanti, arsenico, piombo e ferro. Anche in questo caso è in corso di realizzazione un intervento di bonifica con modalità analoghe a quelle che vi ho illustrato precedentemente per l’area del parco scientifico. E poi un’area, anche questa esterna all’area dello stabilimento Petrolchimico, che è una sacca all’interno della laguna, l’Isola delle Tresse, chiamate Isola delle Tresse, all’interno della quale sono stati, che è stata realizzata praticamente su una barena per apporto di rifiuti di vario tipo, successivamente sopra a quest’area è stato realizzato, sono state realizzate delle vasche per lo stoccaggio dei fanghi di scavo del canale nord di cui abbiamo parlato precedentemente. E` stato effettuato anche un intervento di bonifica e di ricomposizione perimetrale da parte del Magistrato alle Acque e dovrà essere attuato anche un progetto di ricomposizione ambientale e superficiale, attualmente l’isola, quest’isola viene utilizzata per il deposito temporaneo dei fanghi di scavo del canale nord e per deposito invece definitivo dei fanghi di dragaggio dei canali del centro storico veneziano con autorizzazione del Magistrato alle Acque. Ecco, all’88 questa era la situazione che noi abbiamo rilevato, volevo solo far presente che questa è una situazione non esaustiva sicuramente perché questo censimento si va man mano aggiornando a seguito di dati nuovi o di nuove indagini che vengono prodotte o direttamente dalle aziende o da enti pubblici o da altri soggetti. Sì, ecco, una sintesi, tanto proprio per sintetizzare, all’interno della provincia ci sono in totale, sono stati trovati in totale, ripeto all’88, scusate, al ‘98, 35 siti contaminati, 24 dei quali in comune di Venezia e di questi 19 sono provenienti da discariche comunque da apporto di rifiuti speciali, quindi di tipo industriale, 12 sono aree industriali dismesse, quindi con, anche qua con rifiuti presenti in vari punti, e altri sono discariche di rifiuti urbani realizzati prima dell’entrata in vigore della normativa che regolamenta. Questa è una progressione dei due aggiornamenti dal ‘93 al ‘98 ma non credo che sia significativa.

 

Presidente: va bene, grazie. Ci sono domande di ulteriori integrazioni?

 

Avvocato Scatturin: questi progetti di messa in sicurezza ed anche gli stessi progetti di bonifica, sono rimasti poi allo stato di progetto? Sono stati realizzati poi?

RISPOSTA - Alcuni sono nello stato di progetto, gli altri, credo di averlo detto prima durante l’esposizione quando erano allo stato di progetto e quando invece erano stati realizzati, alcuni di questi, adesso non posso, potrei cercare di ricordarli ma credo di averlo già detto precedentemente quali sono stati realizzati, quali sono in corso di realizzazione e quali invece sono allo stato di progetto o sui quali non esiste ancora un progetto di bonifica perché non c’è ancora un’idea precisa di come intervenire.

 

Presidente: va bene.

 

Pubblico Ministero: credo che non abbia completato però.

RISPOSTA - Questa è una situazione riassuntiva...

 

Presidente: se eventualmente non ha terminato, non ha terminato, non lo so io.

 

DOMANDA - Volevo solo farlo presente, però vista l’ora...

 

Presidente: sospendiamo adesso e riprendiamo alle 15.15. Rimanga a disposizione quindi. Accomodatevi. Se vuole accomodarsi, prego. Riprendiamo l’udienza, se la parte civile ritiene di fare ulteriori domande...

 

DOMANDA - Sì, grazie, Presidente. Solo se in relazione ai dati raccolti in questo censimento è stata fatta una aggregazione per comuni di insediamento dei siti inquinati?

RISPOSTA - Sì, l’avevamo già vista prima, in realtà è questa.

 

Presidente: ha fatto specifico riferimento proprio, quando ha parlato delle singole aree, anche ai comuni, io mi ricordo...

 

DOMANDA - Era solo per facilità d’interpretazione perché c’è un dato aggregato che è stato fatto proprio sulla base del censimento.

 

Presidente: va bene.

 

RISPOSTA - Comunque sono 24 aree in comune di Venezia, 5 in comune di Mira, il totale del censimento, io prima non le ho esposte tutte perché ho esposto solo quelle che sono relative a questo dibattimento. Una rispettivamente nel comune di Campagna Lupia, Chioggia, Dolo, Marcon, Salzano e Portogruaro.

DOMANDA - Adesso una precisazione in relazione alle specifiche competenze della pubblica amministrazione e nella specie dell’amministrazione provinciale. Con riferimento ai siti già inquinati nei quali sia stata conclusa l’attività di bonifica o messa in sicurezza. Ecco, con riferimento a questi siti permane una necessità e un obbligo di una attività di verifica e controllo successiva all’intervento di bonifica o messa in sicurezza?

RISPOSTA - Sì, dunque, premesso che nessun intervento di bonifica vero e proprio è stato finora realizzato, si è trattato solo di interventi di messa in sicurezza, almeno per le situazioni che abbiamo illustrato precedentemente. In ogni caso questi interventi di messa in sicurezza richiedono l’imposizione di vincoli urbanistici sull’area, che dimostrino, appunto, che c’è questo vincolo, perché messa in sicurezza vuol dire che rimane comunque una certa concentrazione di sostanze inquinanti superiori ai limiti però senza possibilità che queste si diffondano verso l’esterno, allora queste aree devono essere interessate da un vincolo urbanistico, in questo senso, e devono essere oggetto di una attività di monitoraggio e di controllo che si protrae nel tempo per un congruo numero di anni, dipende dalle situazioni poi.

DOMANDA - Con riferimento ai dati acquisiti e contenuti in questo censimento di cui lei ci ha parlato, volevo chiederle se l’attendibilità dal punto di vista tecnico di questo lavoro ha trovato riscontro in altre attività di indagine o studio effettuate sul medesimo argomento.

 

Avvocato Bettiol: c’è opposizione, è una valutazione, Presidente, questo è teste.

 

Presidente: se conosci altri studi o comunque altre indagini effettuate da altre, da altri enti istituzionali che possono convalidare quello che lei ha riferito sulla base dei documenti che erano nella disponibilità dell’ente di cui lei è dipendente?

RISPOSTA - Allora, c’è stato uno studio del Corpo Forestale dello Stato che credo sia stato già ampiamente illustrato in questa sede e quindi su cui non mi pare il caso di ritornare, successivamente alla stesura di questa versione del censimento, quindi dopo anche il 1998, in particolare nell’ambito dell’accordo di programma per la chimica a Porto Marghera, è stato avviato un lavoro di monitoraggio di tutti i suoli e delle falde nell’area, in tutta l’area di Porto Marghera. E` stata predisposta una griglia, una maglia sulla carta di lato 100 metri e più o meno compatibilmente con le strutture esistente, più o meno dai nodi di questa griglia sono stati eseguiti a cura delle aziende delle indagini...

 

Presidente: quali aziende?

RISPOSTA - Delle aziende proprietarie delle aree, quindi Enichem, EVC, Montefibre, via via, quindi tutti i proprietari delle aree, sono 17 le aziende che hanno firmato l’accordo, sottoscritto l’accordo per la chimica. Quindi dicevo queste, ai nodi di questa maglia sono stati eseguiti dei sondaggi e in alcuni casi sono stati posizionati anche dei piezometri e sui campioni di terreni e di acque prelevate sono state eseguite delle analisi chimico-fisiche. Queste analisi sono state consegnate a tutti gli enti che partecipano alle conferenze di servizi previste per l’accordo della chimica e in particolare ai Comuni di Venezia, anche alla Provincia di Venezia, ma soprattutto al Comune di Venezia che sta provvedendo alla loro elaborazione cartografica e alla loro stesura coordinata sulla banca dati. In sostanza queste analisi confermano la presenza di, e sono, ripeto, analisi eseguite, sondaggi ed analisi eseguite dalle stesse aziende, per quanto riguarda ad esempio Enichem, su cui il Ministero dell’Ambiente ha eseguito una prima elaborazione molto sommaria dei dati, confermano la presenza di un inquinamento sia dei terreni e dei materiali di riporto, sia delle acque in particolare della prima falda.

 

DOMANDA - Sì, con riferimento ai siti inquinati di cui alla parte precedente della sua deposizione, vuole riferire se è stata rilevata la presenza di inquinanti che siano riconducibili al ciclo del cloro?

RISPOSTA - Sì, sommariamente l’ho già detto prima, comunque ci sono delle discariche in cui ci sono presenti, sono stati rinvenuti, discariche, ricordo che si tratta comunque di aree in cui sono stati depositati dei rifiuti, non si può parlare di discariche autorizzate, perché erano state realizzate tutte, direi, precedentemente all’entrata in vigore della legge che regolamenta lo smaltimento dei rifiuti, quindi al 1982. Quindi dicevo che ci sono alcuni siti in cui sono stati individuati questi rifiuti che sono sostanzialmente identificabili come il mercurio, perché è un rifiuto derivante dalla produzione del cloro, gli idrocarburi clorurati, che derivano dalla produzione invece degli altri prodotti e quindi cloruro di vinile monomero, e poi ci sono peci clorurate, per esempio, ed ammine aromatiche che possono derivare dalla produzione del toluendisocianato e questi siti sono sostanzialmente, con riferimento alla numerazione che abbiamo detto prima, queste 3, il numero 6, il numero 17 e 23 esterne all’area dello stabilimento Petrolchimico, e poi ce ne sono altre, il numero 21, 24, 26, 27 e 28 interne all’area dello stabilimento Petrolchimico. Per tornare invece alla domanda di prima, quella sugli altri studi che possono confermare o comunque, da cui si possono ricavare... c’è stato anche uno studio del Magistrato alle Acque dell’autorità portuale sullo stato di compromissione dei fondali, delle sponde e dei fondali dei canali industriali di Porto Marghera, questo studio ha confermato le notizie che già erano state raccolte in sede di censimento sullo stato di compromissione del canale industriale nord, e ha messo in evidenza altre situazioni, in particolare nel canale industriale ovest e nel canale industriale Brentella, di contaminazione dei sedimenti, in particolare da metalli pesanti e da altre sostanze, comunque ho preparato una serie di immagini da cui si può vedere questa situazione.

 

Presidente: quindi questo è uno studio del Magistrato alle Acque?

RISPOSTA - Questo è uno studio del Magistrato alle Acque, la relazione dell’autorità portuale, fatto congiuntamente. Qui vediamo, allora, i limiti che sono stati presi come riferimento in questo caso non sono i limiti del decreto ministeriale 471 del ‘99 previsti per la bonifica, cioè, i limiti quindi per la bonifica delle aree inquinate, ma sono i limiti definiti da un protocollo sottoscritto nel 1993 tra Magistrato alle Acque, Ministero dell’Ambiente, Regione, Provincia e Comune, che definiscono le caratteristiche dei sedimenti lagunari in funzione, in relazione alla possibilità di un loro impiego e di un loro permanere all’interno della conterminazione lagunare. Ecco, in questo caso sono stati distinti quindi in 4 classi questi sedimenti, classe A sono quelli che possono rimanere all’interno della conterminazione lagunare, indicati con un cerchio verde, la classe B possono rimanere all’interno della conterminazione lagunare ma con un contenimento finalizzato ad evitarle l’erosione, e la classe C invece possono permanere lo stesso all’interno della conterminazione lagunare ma con particolari accorgimenti volti non solo a limitarne l’erosione da parte del moto ondoso ma anche la diffusione attraverso le acque di falda. Invece quelli superiori alla classe C devono essere, non possono rimanere all’interno della laguna, devono essere smaltiti all’esterno dell’area, della conterminazione lagunare. In questo caso per le diverse sostanze inquinanti vediamo che, in questo caso abbiamo l’arsenico e il cadmio che sono due metalli pesanti, vedete i cerchi rossi sono quelli che caratterizzano i campioni di sedimenti che in relazione alle loro caratteristiche per questi parametri non possono rimanere all’interno della conterminazione lagunare. E vedete che la maggior parte dei sedimenti nel canale industriale nord, nel canale industriale ovest e nel canale Brentella non possono, non potrebbero rimanere lì, dovrebbero essere portati. Per il cadmio la situazione è sostanzialmente analoga per quanto riguarda il canale nord e il canale Brentella. Il fatto che il canale sud sia quasi del tutto bianco vuol dire solo che non si hanno notizie sui sedimenti, nel senso che i punti di campionamento sono quelli, tutti quelli indicati con i cerchietti, dov’è bianco vuol dire che non sono stati eseguiti dei campionamenti, quindi non si hanno notizie più precise sulla qualità di quei sedimenti. Noi possiamo andare avanti, per il cromo c’è una situazione nettamente migliore, mentre per il mercurio sia il canale nord, sia il canale ovest, sia il canale Brentella presentano situazioni di inquinamento abbastanza preoccupante. Poi per il nichel invece la situazione è tranquilla, per il piombo lo stesso, il canale nord, il canale Brentella e il tratto terminale del canale ovest. Il rame e lo zinco vedete voi qual è la situazione. Ecco, in questo caso passiamo agli inquinanti di tipo organico. Qui vedete i campioni sono molto meno numerosi, soprattutto per quanto riguarda le diossine, perché sono di analisi più difficili e più costose da fare, quindi sono state eseguite in numero minore. Però vedete che anche in questo caso nel canale nord e nel canale Brentella ci sono, i sedimenti dovrebbero essere comunque, quelli che sono stati caratterizzati in buona parte non potrebbero rimanere all’interno della laguna. I dati sono molto minori invece nel canale ovest e nel canale sud. Analogo discorso vale per i PCB, in particolare qui diventa preoccupante la situazione del canale nord. Poi andiamo avanti. Ecco, qui poi vedete i dati sugli idrocarburi totali e sugli idrocarburi policiclici aromatici, anche qui il canale nord, il canale ovest e il canale Brentella con buona parte di sedimenti che non potrebbero permanere all’interno della conterminazione lagunare. Ecco, e questa è l’ultima diapositiva relativa ai pesticidi organoclorurati. Questa invece è una mappa dei canali industriali con l’individuazione dei tratti da scavare ai fini di garantire la navigabilità e qui poi, punto successivo, vediamo che qui sono, in riferimento a quei tratti che abbiamo visto nella diapositiva precedente, questi sono i quantitativi di materiale da scavare caratterizzati in base alla loro possibile destinazione, vedete che in particolare tra tutti i canali industriali ci sono, alla fine, 716.802 metri cubi di materiali che se scavati non possono rimanere all’interno della laguna, quindi presentano una situazione di conterminazione tale che devono per forza essere portati al di fuori della laguna. Altri, 1.670.000 che possono rimanere all’interno della laguna però con particolare cautelare e precauzioni di confinamento e di... 1.196.793 che possono rimanere sempre all’interno della laguna ma con contenimento per evitare l’erosione, e praticamente non c’è nessun sedimento nei canali industriali che possono essere tranquillamente riutilizzati nella laguna senza precauzioni. I valori che vedete in grigio, in particolare riferiti al canale sud, sono comunque volumi da scavare che però al momento non sono stati ancora caratterizzati. Quindi una stima dello stesso Magistrato alle Acque - va beh, questo è un... - la stima del Magistrato alle Acque, visto anche le risultanze di queste analisi e le previsioni sulle ulteriori analisi, stima che su un totale di circa 6.900.000 metri cubi di materiali da scavare circa il 78%, quindi 5.400.000 metri cubi possono rimanere all’interno della laguna sia pure con diversi gradi di precauzione nel loro confinamento, mentre 1.500.000 metri cubi dovrebbero essere obbligatoriamente, ai sensi di questo protocollo, portati con destinazione esterna alla laguna. Un milione e mezzo di metri cubi è anche difficile da visualizzare, facendo conto che per esempio quest’aula possa avere un volume di 5.000 metri cubi circa, se ne riempirebbero 300, ecco, tanto per avere un’idea dei volumi, solo di quelli che devono essere portati all’esterno della laguna. Ecco, questi sono studi che sono stati acquisiti dalla Provincia di Venezia in esecuzione di compiti istituzionali e che quindi sono disponibili.

 

DOMANDA - Passiamo, se null’altro ha da aggiungere su questo argomento..

 

Presidente: volevo solamente chiederle una cosa, prima lei quando ha parlato dei siti su cui sono stati, diciamo, gettati, e queste varie scorie lei ha fatto riferimento, ha detto: no, io parlo di siti, non parlo di discariche, perché la normativa sulle discariche è entrata in vigore nel 1982 e quindi così lei ha fatto intendere forse che si trattava di scarichi di materiale precedente a quella data?

RISPOSTA - Per la maggior parte sì, almeno a quanto mi risulta praticamente tutti questi materiali erano stati scaricati precedentemente a quella data. E` difficile dire qualcosa per esempio per i sedimenti dei canali, perché i sedimenti sono frutto non di uno scarico diretto e ben determinato nel tempo, quanto piuttosto di un accumulo di sostanze inquinanti che derivano da scarichi che sono durati anni nel tempo e in particolare per esempio nel canale Lusore Brentella ci sono ancora degli scarichi in atto, soprattutto però la maggior parte di questi inquinanti probabilmente deriva da scarichi effettuati prima della costruzione degli impianti di depurazione.

 

Presidente: questo prima e dopo da che cosa le risulta?

RISPOSTA - Da una valutazione che abbiamo fatto sui dati disponibili, quindi non ci sono dati oggettivi che mi consentano di dire, di fare questa valutazione.

 

Presidente: scusi, quali sono? Mi faccia capire com’è avvenuta questa elaborazione dei dati etc. per poter poi affermare che vi è stato un primo e un dopo senza una percezione diretta, diciamo, o senza che vi siano stati accertamenti di un qualche tipo che possono portarla a questa conclusione. Cioè, qual è l’elaborazione, ci sono dei dati, diciamo, sempre così, di fatto, empirici etc., oppure è semplicemente, così, un’elaborazione di dati che vi sono stati in un qualche modo trasmessi dalle stesse imprese, dalle stesse aziende? Mi faccia capire, non riesco qui a....

RISPOSTA - Dunque, anche i dati trasmessi dalle singole aziende in parte confermano questa ipotesi, però, per esempio, dal 1982-1983 è stato attivato anche un servizio di controllo su questi, su questa attività che è in capo alla Provincia che prima non esisteva, cioè prima non c’era una competenza sul controllo delle attività di smaltimento di rifiuti e di gestione di rifiuti, quindi salvo casi particolari che comunque sono stati puntualmente segnalati, non sono mai stati individuati casi di discariche abusive, salvo, ripeto, casi particolari che comunque sono stati segnalati all’autorità competente, però non sono mai stati rilevati direttamente casi di... quindi è presumibile che queste situazioni fossero antecedenti al 1982, ciò non toglie che per esempio l’inquinamento delle falde derivante da queste situazioni sia tuttora in atto, quindi non è che si possa escludere anche oggi una permanenza dell’inquinamento derivante da queste, chiamiamole discariche, chiamiamole siti contaminati. Sia per quanto riguarda i canali che sono oggetto anche al dilatamento, e per esempio attraverso fenomeni di erosione delle sponde possono provocare il rilascio di inquinanti in laguna e quindi nelle acque superficiali, sia attraverso fenomeni di movimento dei fondali, per esempio, per il passaggio di natanti o per attività di pesca o di altro tipo, possono provocare un movimento dei fondali e quindi anche un rilascio di sostanze inquinanti. Sia per i siti che sono in terraferma che non adeguatamente messi in sicurezza, possono comunque continuare a rilasciare sostanze inquinanti.

 

Presidente: va bene, allora, può proseguire.

 

DOMANDA - Se non c’è nulla da aggiungere su questo argomento le chiederei, dottor Pavanato, di riferire al Tribunale quali sono le competenze della Provincia in materia di emissioni in atmosfera e se vuole anche riferire, così, brevemente, quale ne è il fondamento normativo?

RISPOSTA - Sì, la legge che oggi regolamenta le emissioni in atmosfera è il DPR 203 del 1988, che attribuisce alla Provincia il compito, la competenza di attuare un censimento, il censimento delle fonti inquinanti in atmosfera, mentre attribuisce, lo stesso DPR 203, alla Regione la competenza relativa al rilascio delle autorizzazioni e quindi all’autorizzazione non tanto all’emissione in atmosfera quanto alla gestione, costruzione o modifica di impianti che costano emissione in atmosfera. In realtà questa competenza regionale è stata, in due tempi successivi, delegata alla Provincia, una prima parte relativa alle attività di poca, di scarse dimensioni nel 1990, e la parte più consistente che riguarda quindi anche gli impianti delle industrie chimiche, con la legge regionale numero 15 del 1995. Quindi oggi la Provincia dal 1995 è competente anche al rilascio, all’approvazione dei progetti, all’autorizzazione alla costruzione, modifica, spostamento e gestione di impianti che producono attività in esercizi, più che gestione degli impianti, che producono emissioni in atmosfera.

DOMANDA - In base a queste specifiche competenze volevo chiederle quali sono le attività svolte dalla Provincia in tema di emissioni in atmosfera nello specifico ambito della zona industriale di Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì, dunque, innanzitutto quando la Provincia ha ricevuto questa delega qualche mese dopo ha ricevuto anche una montagna di documentazione, perché tutte le pratiche, allora, ricordo che per tutti gli impianti esistenti c’era l’obbligo di presentare una domanda di autorizzazione alla continuazione, un obbligo di presentare una domanda di autorizzazione alla continuazione delle emissioni in atmosfera entro il 1989, poi i termini sono stati prorogati via via con successivi provvedimenti, però comunque entro il 1989, ed entro il 1990 invece dovevano essere presentati i progetti di adeguamento per quelle emissioni che superassero i limiti che erano stati fissati con un decreto, un decreto del Ministro dell’Ambiente del 12 luglio 1990. Sulla base di questi adempimenti tutte le aziende avevano presentato una domanda di autorizzazione alla Regione correlata di una relazione sugli impianti e sulle attività e sul funzionamento degli impianti e da una serie di schede tecniche descrittive delle caratteristiche e delle quantità e delle qualità delle sostanze emesse, caratteristiche delle emissioni, quantità e qualità delle sostanze emesse. Quando la Provincia ha ricevuto, e la Regione avrebbe dovuto rilasciare queste autorizzazioni, quando la Provincia sulla base della delega ricevuta nel 1996 ha ricevuto tutta questa documentazione, ha dovuto provvedere, cominciare a provvedere al rilascio di queste autorizzazioni, si tratta comunque di una documentazione molto complessa e che richiede un esame tecnico anche approfondito, e quindi si è dovuto strutturare anche un ufficio con dei tecnici che fossero in grado di esaminare questa documentazione e di valutarla adeguatamente dal punto di vista tecnico. Successivamente ci si è resi conto che i dati, cioè eravamo ormai nel 1996-1997, che i dati valutati sulla base di dichiarazioni presentate 8 anni prima, 7, 8 anni prima alla Regione potevano non essere aggiornati, e quindi è stato chiesto a tutte le aziende, anche all’Enichem, di produrre un aggiornamento dei dati relativi alle emissioni, quindi dati relativi alle caratteristiche delle emissioni, alle qualità e quantità delle sostanze emesse ed anche alle attività e agli impianti che erano in esercizio. Ecco, quindi nel valutare la documentazione tecnica pervenuta ai fini del rilascio delle autorizzazioni, si è riscontrato che tra le domande di autorizzazione presentate nel 1989 e le documentazioni integrative presentate tra il ‘97 e il ‘98 in relazione alle diverse richieste di integrazione che sono state formulate, c’erano delle differenze, delle discrepanze, sia in termini di numero di punti di emissioni sia in termini di quantità e qualità delle sostanze emesse, vale a dire che nelle dichiarazioni del 1989 non risultavano delle sostanze emesse che invece erano presenti negli aggiornamenti del ‘97-’98, non risultavano dei camini che invece erano presenti negli aggiornamenti del ‘97-’98, e quindi sulla base di queste difformità sono state avviate, è stata avviata una fase di indagine, sono state fatte delle segnalazioni anche all’autorità giudiziaria.

DOMANDA - Sì, solo se vuole un attimino meglio precisare come avveniva proprio materialmente il rilievo delle differenze, di queste divergenze di dati.

 

Avvocato Cesari: prima che il testimone prosegua sul tema, a me sembra che proprio questo tema non sia contemplato nelle condotte che ci sono rimproverate nel capo di imputazione, fra tutte le leggi che il dottor Casson ha citato non c’è assolutamente la 203 dell’88 che riguarda l’emissione in atmosfera, e quindi mi domando se il teste può continuare a riferire su questo tema, soltanto questo.

 

Presidente: io voglio sapere se, voglio dire, questo rientra in un discorso che abbiamo già sentito, cioè a dire, tanto per essere chiari, su quelle che possono essere le conseguenze di ricaduta poi sul terreno o nelle acque di queste emissioni. Cioè, non è tanto il problema del DPR, tanto per intenderci, che è stato citato, ma il problema invece riguarda ancora le contaminazioni che possono essere state determinate dalle emissioni attraverso la loro ricaduta.

 

Avvocato Cesari: certamente ma non...

 

Presidente: questa è stata l’impostazione che hanno dato anche gli altri consulenti, anche quello precedentemente sentito, quindi la rilevanza e la pertinenza può essere in questo ambito, non tanto per quanto attiene all’emissione in atmosfera ma piuttosto per, diciamo così...

 

Avvocato Cesari: Presidente, non c’è dubbio che qualcosa che va in aria poi ricade se non altro per la legge di gravità, non occorreva che ce lo dicesse il professor Guerzoni l’altra volta, si tratta di vedere se le emissioni superano i limiti di accettabilità regolati dalla legge 203...

 

Pubblico Ministero: no chiedo scusa, Presidente, intervengo sulla richiesta, precisando quello che è stato già precisato alla volta scorsa, non fa parte di questo procedimento, com’è pacifico dalla lettura del capo di imputazione, l’eventuale inquinamento in aria, è però importante che venga spiegato il meccanismo per cui quanto viene immesso in atmosfera poi ha possibilità di ricadere sul suolo con possibilità di inquinamento, delle acque, dei terreni, ai danni delle persone... questo è un discorso che è stato fatto, non riguarda, è pacifico, non viene contestato...

 

Presidente: io credo che la pertinenza possa essere esclusivamente questa, se, voglio dire, alla parte civile può interessare anche questo, visto che è pertinente, perché è stato già introdotto anche nelle altre consulenze, il Tribunale ritiene che possa rispondere insomma. Ho avuto anche la conferma dei Giudici a latere, quindi ho detto il Tribunale.

 

Avvocato Cesari: va bene, ne prendo atto, Presidente.

RISPOSTA - Allora, dicevo che sono appunto state...

 

Avvocato Santamaria: allora sarebbe il caso di chiedere al teste se lui ha a disposizione dati relativi alla ricaduta di contaminanti dall’atmosfera al terreno, così risparmiamo tempo.

 

Pubblico Ministero: prima di sapere i dati relativi alla ricaduta voglio sapere se ci sono queste emissioni e poi è un discorso successivo. Comunque, Presidente, eventualmente in sede di controesame faranno tutte le domande che vorranno.

 

Presidente: sì, d’accordo, prosegua intanto per quanto riguarda i dati delle emissioni, poi eventualmente per quanto riguarda le ricadute rimarremmo in attesa degli eventuali dati o studi.

RISPOSTA - Dicevo che appunto sono state notate queste differenze dall’esame dei moduli relativi alle caratteristiche delle emissioni nell’89 e ‘97-‘98 sono state rilevate queste differenze che sono state opportunamente segnalate. Poi un’altra attività appunto della Provincia è stata quello di provvedere ad un censimento delle, di tutte le emissioni in atmosfera che ha permesso di stabilire quali sono le quantità di sostanze potenzialmente emesse dalle aziende di Porto Marghera, nel senso che questi dati, queste quantità sono ricavate non da analisi fatte sulle emissioni, perché era impossibile analizzarle tutte con frequenza tale da prevedere il coso, di dare dei dati certi, ma sono dati ricavati dalle quantità dichiarate e autorizzate, quindi sono i quantitativi massimi teoricamente che possono essere emessi, in realtà il quantitativo che effettivamente è immesso può essere anche inferiore o può essere superiore nel caso di superamenti, che sono stati accertati però solo in casi molesti, ci sono stati alcuni casi in cui sono stati accertati dei superamenti dei valori limiti di emissione e questi sono stati opportunamente segnalati, se volete posso riferire, ma comunque sono stati segnalati alle autorità giudiziarie. Io però non ho portato qui tutti i dati del censimento, perché sono effettivamente tanti, eventualmente posso riservarmi di fornirli, di acquisirli...

 

Presidente: mi rendo perfettamente conto.

RISPOSTA - Perché altrimenti è un elenco di numeri che alla fine diventa...

 

DOMANDA - Solo se è in grado di, a titolo esemplificativo, ma proprio per miglior comprensione fornire una scheda delle modalità di rilievo di questi dati in occasione dei due momenti temporali in cui questo è avvenuto, altrimenti anche questo verrà, è un modello quindi....

RISPOSTA - Sono modelli predisposti...

 

Presidente: lei ha detto che ci sono delle differenze tra quelle che furono le dichiarazioni originarie e poi le dichiarazioni integrative successivamente...

RISPOSTA - Posso citarne qualcuna per esempio.

 

Presidente: mi faccia capire.

 

DOMANDA - Se vuole spiegare il meccanismo che porta a...

 

Presidente: lei ha rilevato, come ha rilevato queste difformità?

RISPOSTA - A titolo di esempio, questi sono i moduli che sono utilizzati per la presentazione, per l’illustrazione delle caratteristiche e delle quantità e delle qualità delle sostanze emesse, questo a titolo di esempio, ho portato il modulo relativo al camino 1, ce ne sono oltre 400 mi pare di ricordare, quindi non potevo materialmente portarli tutti. Questa è una copia del camino del 1989 e riporta certi dati relativi alle quantità di sostanze emesse in termini di concentrazione nelle emissioni che poi correlate con la portata mi danno le quantità totali di sostanze emesse, ed anche la portata è indicata in questi modelli. In questo caso, per esempio, la portata era una emissione di 240.000 normal metri cubi/ora, i quantitativi di sostanze emesse in concentrazione sono, quelli dichiarati nel 1989, 150 milligrammi per normal metro cubo di ossido di azoto e 100 milligrammi per normal metro cubo di ossido di carbonio. Sostanzialmente sono questi. Nello stesso modello, che solo graficamente si discosta da quello precedente ma è identico sostanzialmente, cioè, come contenuti, c’è una, viene indicata una portata di 300.000 normal metri cubi/ora, contro i 242.000 di quello precedente...

 

DOMANDA - Il modello, questo redatto...

RISPOSTA - Quello nel 1997, scusate, verifico la data un attimo, il 30 dicembre 1997, 300.000 normal metro cubi/ora di portata contro i 242.000 precedentemente, e con concentrazioni di 350 milligrammi per normal metro cubo di ossidi di azoto contro i 150 dichiarati precedentemente, e 250 milligrammi per metro cubo di ossido di carbonio contro i 100 dichiarati precedentemente, cioè dichiarati nel 1989. Questo comporta nel caso del camino numero 1, per il camino numero 1 un aumento di sostanze inquinanti emesse di 69 chilogrammi ora, fatti i conti con la portata e concentrazione, 69 chilogrammi ora di ossido di azoto, e 51 chilogrammi ora di ossido di carbonio in più dichiarati nel 1997 rispetto a quanto dichiarato nel 1989 ed analoghi discorsi si possono fare per il camino numero 2, numero 3 e per altri camini che noi abbiamo suddiviso per reparto, adesso senza elencarli tutti io posso, mi riservo di produrli come documentazione integrativa. Non solo, in alcuni reparti, in alcune situazioni ci sono anche dei camini che con numerazioni e con caratteristiche che non figurano, quindi di cui non erano stati compilati i moduli allegati A, nel 1989 e questo comporta sicuramente una violazione anche delle norme in materia.

DOMANDA - Una volta, aveva terminato? Sì, una volta riscontrata questa divergenza di dati, qual è stata l’ulteriore attività posta in essere o le eventuali segnalazioni o iniziative sul punto?

RISPOSTA - Per tutte le inadempienze che sono state rilevate sono state segnalate all’autorità giudiziaria, poi chiaramente si è provveduto all’esame, alla valutazione tecnica dei progetti e della documentazione e delle carte, la verifica sulla carta teorica del rispetto dei limiti e quindi al rilascio delle autorizzazioni con eventuali prescrizioni per esempio di installazione di analizzatori o di altre, altre prescrizioni che consentissero meglio di controllare le qualità e le quantità di sostanze emesse.

DOMANDA - Vuole riferire ancora al Tribunale quali altre attività sono state svolte dal settore di sua appartenenza, quindi dal settore delle politiche ambientali dell’amministrazione provinciale in tema specifico di prevenzione e tutela dell’ambiente con particolare riferimento all’area di Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì, tra le altre attività mi pare che possa essere particolarmente significativa e indicativa un’attività che noi abbiamo in realtà avviato tra il 1998 e il ‘99, che è l’istituzione di un servizio di pronta reperibilità che possa intervenire in caso di incidenti industriali, non tanto per sostituirsi agli interventi di tipo di protezione civile nei casi in cui fossero necessari, ma soprattutto per fornire indicazioni, per valutare intanto qual è, quali sono le reali dimensioni degli eventi accidentali che fossero stati riscontrati, ed anche per poter fornire valutazioni in merito alle cause di questi incidenti e indicazioni finalizzate, se possibile, a ridurne il numero e la pericolosità. Questo si lega anche con l’attività di controllo dell’emissione in atmosfera perché molti di questi incidenti possono provocare, di questi eventi diciamo, possono provocare delle emissioni anomale in atmosfera. Quindi sulla base di questa attività che già da un paio d’anni prosegue, si sta costituendo, via via che vengono segnalate queste anomalie, sulla base dei riscontri e delle verifiche fatte dal personale della Provincia e dell’Arpav che è l’Agenzia Regionale per la Prevenzione dell’Ambiente, sulla base appunto di queste attività e di questi accertamenti è stata costituita una banca dati, in realtà noi abbiamo i dati relativi al 1999 perché prima di quella data non si erano, non si era attivata un’attività del genere. Quindi vediamo che nel 1999 ci sono stati 54 e 20 accidentali che in qualche modo hanno interessato l’area industriale di Porto Marghera e prevalentemente le aree del Petrolchimico che qui vedete riportate in colore rosso o blu etc.. Poi se andiamo avanti, quello che mi pare significativo in questo caso sono le tipologie di incidenti, cioè, ci sono stati 6 incidenti che hanno provocato spanti in acqua anomali, 22 incidenti che hanno provocato l’attivazione di torce di reparto e quindi di dispositivi di combustione di sicurezza, che però se funzionano male, come in qualche caso è successo, possono provocare anche delle immissioni anomale...

 

Avvocato Santamaria: Presidente, debbo fare opposizione, cioè mi rendo conto di essere petulante, ma che pertinenza hanno questa descrizione, eventi del ‘99, eventi accidentali del ‘99, principio di incendio, cioè, stiamo superando i limiti della rilevanza e della pertinenza. Io mi rimetto alla sua valutazione, ma mi pare davvero che..

 

Presidente: sono eventi...

 

Avvocato Schiesaro: e se non altro dal punto di vista statistico, Presidente, se nel ‘99 sono 54 che la tecnologia migliora, statisticamente significa che negli anni precedenti, e parliamo di 15 o 20 anni prima, il numero di incidenti è statisticamente più significativo.

 

Presidente: no, va beh, queste potrebbero essere deduzioni che si possono fare sulla base di una consulenza, ma sulla base di una testimonianza no, in effetti sono circostanze che sono estranee anche al capo di imputazione e quindi se volete sono dati che potete depositare e sui quali dati potete poi fare quelle deduzioni che ho sentito adesso, ma che in effetti non possono mi pare essere oggetto di una testimonianza perché sono dati verificatisi successivamente a fatti che sono contestati agli imputati in questo processo. Poi dopo ognuno li può utilizzare come vuole, ma, voglio dire, è inutile che continuiamo...

 

DOMANDA - E` pacifica è condivisibile la valutazione, era l’ultima domanda al teste, è solo, non tanto per acquisire o far acquisire al processo dati che esorbitano dall’imputazione, ma è solo, atteso che è teste di un ente locale, della Provincia di Venezia nella specie, per evidenziare in ragione di tutta una serie di problemi e di circostanze che riguardano l’area del Petrolchimico, quali sono le attività che l’ente Provincia di Venezia ha ritenuto istituzionalmente di realizzare. Questo è lo scopo della domanda e in questi termini veniva offerta la risposta al Tribunale.

RISPOSTA - Se posso solo una cosa, questo aveva anche lo scopo di dimostrare che tutto sommato la presenza e l’attività di questo polo chimico ha comportato un aggravio di lavoro per...

 

Presidente: un aggravio di lavoro, un controllo...

RISPOSTA - Sì, un’attività di controllo consistente da parte...

 

Presidente: più penetrante dall’ente istituzionalmente preposto a questo controllo, non è un aggravio di lavoro. Va bene, ognuno la vede come vuole. D’accordo.

 

DOMANDA - Io ho terminato, deposito chiedendone l’acquisizione il censimento cui ha fatto riferimento il teste nella prima parte della sua audizione, mi riservo, ne chiedo sin d’ora l’acquisizione, mi riservo di depositarle e quanto prima, tutte le schede cui il teste ha fatto riferimento che per brevità non sono state lette ed utilizzate nella loro interezza.

 

Presidente: va bene, mi pare che siano senz’altro acquisibili perché vi ha fatto continuamente riferimento.

 

Avvocato Schiesaro: se c’è il controesame in un secondo momento..

 

Presidente: no, il controesame è in un secondo momento, però lei non è in controesame, perché lei è della stessa parte della parte civile, quindi è in esame.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa...

 

Presidente: il controesame è della parte contraria, mentre invece della stessa parte, è comunque un esame, anche se è un consulente di una parte civile, di un’altra parte civile etc., ma siamo sempre in sede di esame.

 

Pubblico Ministero: se l’osservazione è questa...

 

Presidente: è il Codice che lo dice.

 

Pubblico Ministero: facendo riferimento a degli interventi anche di riferimento di consulenti tecnici di parte civile...

 

Presidente: se lei mi dice che adesso non è in grado di potere fare delle domande allora questo è un altro paio di maniche, possiamo cioè risentirlo etc., ma siamo sempre nella fase dell’esame.

 

Pubblico Ministero: io mi fermo qua allora a questa considerazione del Presidente. Volevo solo aggiungere che in relazione ad alcuni consulenti di parti civili io non sono d’accordo e ho intenzione di fare delle domande ovviamente. Questo credo che mi sia consentito.

 

Presidente: va bene, ho capito, ma certamente che le è consentito, cioè, voglio dire, però sempre in sede di esame, poi l’esame non è detto che voglia avere delle risposte, diciamo così, identiche etc., vuole avere delle risposte. Adesso, per carità, non voglio stare qui a sottilizzare, esame, controesame etc., se lei mi dice, Pubblico Ministero, che oggi non è in grado di fare queste ulteriori domande, ripeto...

 

Pubblico Ministero: per il dottor Pavanato qui mi fermo, perché non sono in grado, bisogna vedere un attimo meglio le schede anche per questioni visive.

 

Presidente: la prossima volta che il dottor Pavanato verrà chiamato per fare il controesame, inizierà lei a fare le domande, lo stesso vale per la parte civile Avvocatura dello Stato e per quant’altri oggi richiedono di poter vedere ed esaminare la documentazione, o meglio, leggere la deposizione che è stata fatta. Va bene, allora possiamo congedarlo? No, sì? Va bene, d’accordo, grazie dottor Pavanato. Allora adesso chi sentiamo?

 

Avvocato Scatturin: per Medicina Democratica l’ingegner Carrara e il dottor Mara, anche per le altre parti civili che io difendo.

 

Presidente: va bene. Scusatemi, comunque io adesso non lo so quanto durerà, ma per questa sede noi poniamo il limite sempre delle 18.30, poi eventualmente, voglio dire, possiamo continuare il 17.

 

Avvocato Schiesaro: anche per capirci bene, visto che loro chiudono in pratica i consulenti delle parti civili su questa materia, noi avremo, come ben ricorderà, alla fine di tutto il consulente economista per la quantificazione del danno, è ovvio che quello noi lo sentiremo dopo che sono stati sentiti i testimoni perché farà un’operazione di sintesi per la quantificazione del danno, quindi io ho chiuso i miei consulenti sulla parte ambientale, tengo a dire fin da adesso che ne ho ancora uno finale conclusivo.

 

Presidente: va bene.

 

DEPOSIZIONE  CONSULENTI

DR. MARA LUIGI E - DR. CARRARA ROBERTO

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

DOMANDA - Se vogliono riferire sulle loro esperienze professionali.

 

Presidente: date i vostri nomi.

 

MARA - Luigi Mara, come già generalizzato nella precedente audizione del giugno ‘99.

 

CARRARA - Roberto Carrara, ingegnere chimico, anch’io mi sono presentato nella precedente occasione.

 

Presidente: va bene, allora l’oggetto?

MARA - L’oggetto della nostra relazione, che è una relazione di consulenza unitaria di Luigi Mara, dell’ingegner Roberto Carrara, del professor Ettore Tibaldi, che sarà presente il 17, e dell’ingegner Bruno Time. L’oggetto della relazione focalizza le cause dell’inquinamento del polo chimico di Porto Marghera inteso come Petrolchimico Montefibre e società Enimont, Enichem, e società ed esse collegate, inoltre più nello specifico tratterà delle emissioni dei reflui di processo... liquidi e solidi dagli impianti delle diverse filiere, del polo chimico con particolare riferimento alla filiera del cloro e segnatamente agli impianti del ciclo produttivo 1, 2 dicloroetano, cloruro di vinile, policloruro di vinile. Inoltre - ed è la parte che in particolare focalizzerà l’ingegner Carrara - i rifiuti, le scorie, i cascami dei processi industriali del polo chimico in questione, la loro tumulazione, e, diciamo così, all’interno e all’esterno del sito industriale. Ancora un’altra parte che coinvolgerà, diciamo così, il sottoscritto, l’ingegner Carrara e l’ingegner Time, lo stato degli impianti, la loro tecnologia obsoleta, la violazione delle norme di buona tecnica, degli standard di sicurezza e di legge, della loro progettazione, costruzione, gestione, come origine e causa delle emissioni dei reflui e della produzione di rifiuti, scorie e cascami industriali tossico-nocivi. Questo a grandi linee per le cause. Per gli effetti l’inquinamento dei diversi comparti dell’ambiente, aria, acque superficiali e di falda, suolo e sottosuolo determinato dalle emissioni degli impianti e delle discariche e dei rifiuti suddetti. I fenomeni di bioaccumulo lungo la catena alimentare, questa è la parte che tratterà in particolare il professor Ettore Tibaldi, che è un ecologo, con particolare riferimento a inquinamento da microinquinanti (organolaginati), policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, PCB, metalli pesanti, in particolare il mercurio, cadmio, piombo, zinco, manganese, questo è, diciamo così, impalcato lo scheletro della nostra consulenza. Per ragioni anche di economia di udienza diamo come consulenti per richiamate sia la nostra relazione depositata, del 24 ottobre, depositata all’udienza dell’8 novembre ‘99, sia la nostra relazione depositata il 12 luglio 2000, faremmo solo per lo stretto necessario dei richiami ai processi quando è necessario o a delle tabelle proprio per poter introdurre il tema e renderlo più fruibile da parte di chi ci ascolta. Iniziamo con la testa di questa filiera del cloro ed è, appunto, il processo cloro-soda, di questo processo daremo delle informazioni generali, cercheremo di contenere al massimo, diciamo così, questa parte della consulenza, ed ovviamente poi quando depositeremo la relazione cercheremo di essere esaustivi sui vari punti ed anche tenendo conto delle successive domande, chiarimenti o contestazioni che ci verranno mosse in sede di controesame. Presso il Petrolchimico di Porto Marghera sono stati installati dalla società Sicedison a partire dal 1951 gli impianti di cloro-soda, in particolare il reparto CS3, CS4 e CS5, questi reparti sono stati in parte chiusi nel 1972 e in modo definitivo nel 1994; successivamente, nel 1971, la società Montedison installava presso il Petrolchimico gli impianti CS23 e CS25 che attualmente sono in produzione. Per quanto concerne la produzione di questi ultimi impianti è una produzione installata di 200.000 tonnellate anno come cloro prodotto. Nella tabella 1.1, che immagino che bisognerà... praticamente indichiamo tutti i reparti coinvolti nella filiera del cloro e naturalmente adesso tratteremo in particolare in questa seduta l’inquinamento da mercurio che deriva da questa filiera. Se gentilmente si fa scorrere, poi ovviamente non sto a leggerli, ma richiamo, diciamo, questa è una tabella che noi abbiamo già prodotto nella relazione del novembre ‘99 ed è riferita alla filiera del cloro ivi compreso il centro di ricerche, impianti pilota e cose di questo genere. Nella figura 1.1 si mostra, qui è la 1 bis, vi sono depositi, serbatoi e laboratori, nella figura 1.1 praticamente si... la figura 1.1 poi la riprendiamo un attimo, praticamente si visualizzano tutte le interconnessioni tra la filiera del dicloroetano, cloruro di vinile, policloruro di vinile e poi le produzioni di acido cloridrico, il trattamento reflui, le peci e cose di questo genere. Noi vediamo che le produciamo il dicloroetano, dal dicloroetano per cracking nel reparto CV22 - dico cose già dette, ma tanto per fare un breve richiamo - produciamo il cloruro di vinile, dal cloruro di vinile per polimerizzazione produciamo il PVC e poi vediamo che da questi impianti ci sono dei reflui di processo, alcuni vanno all’impianto CS28 di termocombustione, ove si recupera il cloro come acido cloridrico, che poi ritorna in testa, diciamo così, come integratore di materia prima per la produzione di dicloroetano, altri reflui, l’acido cloridrico va all’impianto DL2 che per termoclorurazione dà altri prodotti clorurati percloroetilene, tetracloroetano, tetracloruro di carbonio etc., abbiamo a sinistra gli sfiati, i fluidi gassosi che arrivano da questi cicli che vanno a un termocombustore e vediamo che ad un certo momento sia, per semplificare, sia il camino del termocombustore che tratta i reflui gassosi, sia il camino del CS20, alla fine, è nel riquadro, effluenti gassosi che vanno all’atmosfera. Per quanto riguarda gli altri reflui vanno al trattamento biologico e effluenti liquidi e quindi attraverso i canali in laguna. Andiamo avanti. A questo punto si tratta di inquadrare, almeno per quanto sinteticamente, quali sono le tecnologie per la produzione di cloro-soda attraverso i processi retrochimici; premetto che facciamo questo brevissimo accenno alle tecniche di produzione perché poi intendiamo focalizzare un aspetto che riteniamo molto importante, e che cioè ammesso e non concesso che bisognava costruire il Petrolchimico dove oggi sta e questi CTP hanno fortissime riserve su questa scelta, ma era possibile produrre comunque cloro senza il processo cloro-soda con celle a catodo di mercurio, e quindi era possibile, si doveva evitare la produzione di cloro attraverso le celle a catodo di mercurio che sono tuttora utilizzate perché questo processo ha in sé in modo intrinseco un inquinamento ineliminabile dei diversi comparti dell’ambiente, aria, acque superficiali di falda, suolo e sottosuolo, come vedremo. Dico questo perché se andiamo a vedere un attimo le produzioni di cloro attraverso le celle a diaframma - e però qui noi presentiamo queste figure che cerco di illustrare - della produzione di cloruro vinile e della successiva mostreremo un’altra figura della produzione di cloruro vinile abbiamo preso gli Stati Uniti, abbiamo fatto un’indagine che va dal 1900 al 1990 attraverso diverse fonti e vediamo sostanzialmente che ci troviamo, da questo grafico possiamo evidenziare alcune cose, che nel 1900 si producevano 13.000 tonnellate, che diventano poi 610.000 nel 1940; questa produzione subisce un ulteriore balzo, al termine del conflitto arrivava a oltre un milione di tonnellate, tra il ‘45 e il ‘50 si arriva ad 1.900.000 tonnellate, fra il ‘50 e il ‘56 si raddoppia un’altra volta la produzione di cloro, nel ‘56 siamo a 3.750.000 tonnellate anno, dal ‘56 al ‘79 si passava dai 3.750.000 agli 11.200.000 tonnellate di cloro prodotte. Posta uguale a 100 la produzione del ‘56 l’indice raggiungeva il valore di 302,7 nel ‘79, in altri termini la produzione era stata triplicata. A questo punto è interessante evidenziare cosa è successo dopo. Negli Stati Uniti d’America questi enormi livelli produttivi avevano indotto a forte preoccupazione, soprattutto da parte delle popolazioni a rischio e dai movimenti ambientalisti, noi abbiamo nel 1982, se si guarda sul grafico, un calo, cioè la produzione scende a 8.300.000 tonnellate, meno 2.900.000 tonnellate; naturalmente noi non ignoriamo che tra l’80 e l’81 negli Stati Uniti c’è stata una crisi economica e questa crisi economica avrà pesato anche in termini di riduzione della produzione di cloro, però la realtà è che per tutta una serie di iniziative assunte dalle agenzie governative, e cioè una legislazione sempre più restrittiva per le emissioni di questa filiera etc. etc., ci inducono a dire che effettivamente c’è stato un calo che è stato determinato dalla pressione, dalla pubblica opinione in termini, sintetizzo in modo grezzo, di riduzione dell’impatto ambientale di questa produzione. Infatti sempre in questo arco di tempo si sviluppano una serie di iniziative che portano le industrie ad attuale delle sostituzioni nei processi produttivi, per esempio si passa dalle vernici a base di solventi alle vernici a base di acqua, e sappiamo che molti di questi solventi sono anche solventi clorurati, si passa dalla stampa off set che invece di utilizzare solventi utilizza oli vegetali, si passa alla sostituzione del tricloroetilene e del percloroetilene, produzione anche qui al Petrolchimico, che si producono, e si utilizzano soluzioni acquose alcaline per lo sgrassaggio dei pezzi metallici, oppure in altri comparti merceologici, anche nel settore dei trasporti, si arriva persino alla sostituzione dei solventi ogni tot nell’industria elettronica dei componenti o la sostituzione dei solventi, anche in questo caso, con soluzioni acquose alcaline, si arriva poi in anni successivi a porre il problema e quindi, voglio dire, c’è già stato Seveso, ci sono già state tutta una serie di problematiche relative alle diossine, a porre il problema anche all’industria della carta e quindi a porre all’industria della carta il problema di sostituire il cloro con acqua ossigenata nella sbianca, nei processi di sbianca della carta. Se noi andiamo a vedere praticamente vediamo che la riduzione, prima, l’incremento della produzione di cloro trova - se vediamo la figura successiva per cortesia - sempre negli Stati Uniti e sempre considerando il periodo dove naturalmente ci sono dati, noi vediamo che questa produzione di cloro, di CVM, si sviluppa parallelamente alla produzione del cloro soprattutto nel secondo dopoguerra ed è nel secondo dopoguerra che anche negli Stati Uniti si ha questa grossa esplosione nella produzione di cloro. Se si pone mente che il cloro è circa il 56% in peso nella molecola del cloruro di vinile e si vanno ad analizzare un attimo questi dati - io salto molto per non rubare tempo - cioè, voglio dire, è nota la connessione che c’è tra produzione di cloro e produzione di cloruro di vinile, ma è meno nota l’entità di questo legame; nei USA, nel periodo ‘56-’79, per tornare all’esempio precedente, si è avuta la triplicazione della produzione di cloro - figura 1 e 2 - e contestualmente l’aumento di 12 volte quella del CVM, quindi è chiaro che c’è stato questo impulso nella produzione di cloro dovuta alla produzione di CVM. Bisognerebbe fare un richiamo, cioè, dall’inizio del secolo fino agli anni ‘30, anni ‘40, la produzione di cloro-soda aveva come prodotto indesiderato il cloro, cioè il prodotto principale era la soda caustica, nel secondo dopoguerra si inverte questa situazione, la soda caustica prodotta per i processi di caustificazione, con la latte di calce e carbonato di sodio, viene sempre più diminuita ed entra in gioco il processo elettrolitico. Sempre per dare dei dati, quando a Porto Marghera vengono realizzati gli impianti per la produzione cloro-soda, CS23 e CS25, a livello mondiale, nel ‘69, si produce ancora circa il 10% di soda caustica, non con il processo elettrolitico ma con processo di caustificazione del carbonato di sodio con latte di calce. Nell’87 il consumo di... cloro è stato di 34.500 tonnellate, di questi 34 milioni oltre 9 milioni di tonnellate sono state utilizzate per produrre CVM, oltre il 26% del totale della produzione di cloro, dopo l’87 questa percentuale per il solo omopolimero ha raggiunto il 30%, se si considerano anche i copolimeri del cloruro di vinile si arriva anche al 35%. Perché stiamo sottolineando questi aspetti? Perché noi pensiamo che sia indispensabile fuoriuscire da questa filiera produttiva, dalla filiera del cloro, poi cercheremo di documentare quali sono gli impatti ambientali, questo è solo un quadro di fondo. I consumi di cloro, per esempio, nel comparto della carta, sempre nell’87, dove ho dato il valore di 34 milioni e mezzo di tonnellate anno di cloro prodotte, i comparti della carta per la sbianca consumava oltre 4.500.000, il tetracloruro di carbonio, 934.000 tonnellate anno, il percloroetilene 687.000 tonnellate, epicloridina 600.000, l’1,1 tricloroetano 560.000, il tricloroetilene, e la cosiddetta trielina, 368.000 tonnellate, il cloro di metilene 520.000, il cloruro di metile 450.000, il dicloroetilene etc.. Solo queste 9 sostanze più l’uso del cloro nel comparto carta, porta ad un consumo, sul totale di 34 milioni e mezzo di cloro prodotto nello stesso anno, di oltre 18 milioni di tonnellate di cloro, cioè oltre del 52% del cloro prodotto nel mondo, per restare all’esempio al 1987, veniva assorbito da queste 9, da 9 sostanze più il comparto carta e sono 9 sostanze tutte cancerogene, tutte tossiche e per molte delle quali in alcuni Paesi ci sono limitazioni, o addirittura fuoriuscite dal loro uso, come dicevo prima, sostituzione di composti organi clorurati con soluzioni alcaline a base d’acqua, come nel comparto elettronico, o in altri comparti. In altri termini il fatto di porsi il problema della fuoriuscita dalla filiera produttiva del cloro non si pensi a una forzatura di questi consulenti tecnici, perché se si vanno a vedere dichiarazioni di eminenti scienziati, oncologi, epidemiologi, tipo (Senicos), è di questa opinione a proposito del CVM o se si vanno - adesso non sto a richiamare per non rubare tempo ma poi nella relazione sono tutte che vengono precisate - oppure a dichiarazioni dello stesso dottor Lorenzo Tomatis, che per 12 anni è stato direttore dell’agenzia IARC di Lione, sono tutte eminenti personalità nel mondo scientifico, che indicano che bisogna prendere il toro per le corna e fuoriuscire da queste produzioni. Noi abbiamo indicato alcuni settori, naturalmente c’è molto da fare anche nel settore che noi abbiamo richiamato, però dove la fuoriuscita dalla filiera del cloro non è più solo un’indicazione, ma sono già stati compiuti dei passi positivi, cioè sono avvenute delle sostituzioni nei cicli produttivi, cioè il cloro è già fuoriuscito da diversi comparti merceologici. Ritornando al processo di produzione della soda caustica e del cloro e, come sottoprodotto, dell’idrogeno vediamo il discorso della produzione elettrolitica con le celle a diaframma. Perché dicevo poco fa che a Porto Marghera non si deve assolutamente produrre cloro con le celle a catodo di mercurio, perché la prima cella a diaframma è stata realizzata nel 1892, cioè oltre un secondo fa; di più, all’inizio del 1900 si sono realizzate le prime celle a diaframma per la produzione in continuo della soda caustica e del cloro, quindi processo a ciclo continuo. Qui presentiamo uno schema di principio, sostanzialmente noi vediamo al lato destro che entra una soluzione satura di oltre 300 grammi al litro di cloruro di sodio, e vediamo in alto dalla parte dello scomparto anodico, che viene poi prodotto l’acido cloridrico, pardon, il cloro gas CL2, nello scomparto invece catodico noi abbiamo una soluzione che fuoriesce di soda caustica con ancora cloruro di sodio, che poi viene riportato in ciclo e abbiamo la produzione di idrogeno. Proseguiamo con la prossima. Sostanzialmente si tratta di un anodo costruito con una piastra di grafite, mentre il catodo è una piastra di ferro, qui sono degli esempi sui quali però non vorrei rubare del tempo, sostanzialmente si tratta di schemi di celle a diaframma con anodi verticali e direi di passare oltre. Questo è un altro tipo di cella a diaframma di una società americana, la presentiamo perché andando oltre vedremo anche la fotografia della installazione pratica di queste celle. Possiamo andare... Qui sono dati, diciamo così, di funzionamento di queste celle che ovviamente non voglio tediare nessuno con la lettura degli ampere per metro quadro e cose di questo genere..

 

Presidente: cerchiamo di entrare nel ciclo produttivo, per carità, perché ci possono essere state delle alternative...

MARA - Sì, arriviamo subito..

 

Presidente: sarà senz’altro, però noi dobbiamo fare i conti con questo ciclo.

MARA - Arriviamo al cloro-soda. Questo era... volevo solo attirare l’attenzione sul fatto che queste celle a diaframma sono concretamente installate da molti anni fa. Questi sono sempre i dati sul funzionamento. Ecco, qui abbiamo un aspetto importante che volevo richiamare, perché è legato al processo cloro soda con celle a catodo di mercurio, cioè, le celle a catodo di mercurio richiedono un sale puro, più puro che nell’altro processo, e qui praticamente si presenta una concentrazione con gli inquinanti che accompagnano il cloruro di sodio e come si può vedere il sale che proviene dalla salina ha degli insolubili, ha una quantità di inquinante maggiore. Attiro l’attenzione perché poi quando parleremo dei fanghi che escono da questo processo cloro-soda è importante conoscere la qualità nel senso di purezza della materia prima, che è il sale in sostanza. Andiamo avanti. Ecco, qui è lo schema di principio, diciamo così, del processo che è installato al Petrolchimico. Praticamente noi abbiamo sulla destra la cella cloro-soda con catodo di mercurio propriamente detta, il mercurio scorre sul piano inclinato di colore verde, arriva nel... forma un amalgama con il sodio, arriva nel disamalgamatore, incontra acqua ed esce a sinistra idrogeno e soda caustica, si ottiene soda al 50%, mentre sulla destra in alto vediamo che c’è la produzione di cloro gas. Proseguiamo. Qui andiamo avanti per non rubare tempo, sono diversi tipi di celle, diciamo così, se si può almeno dare una visione d’insieme, sono diverse tipi di celle o orizzontali, con disamalgamatore, o orizzontale o verticale, proseguiamo che per il momento è ininfluente. Questi sono i dati di funzionamento di una cella De Nora, attiro l’attenzione del Tribunale e delle parti presenti sul fatto che al Petrolchimico sono installate celle tipo De Nora a catodo di mercurio. Proseguiamo per piacere. Ecco, proseguiamo ancora. Possiamo dire come dato interessante, qui ho schematizzato sostanzialmente cosa avviene per cercare di... sostanzialmente a sinistra noi abbiamo energia elettrica, cloruro di sodio e reagenti, abbiamo la conversione, al centro abbiamo la cella elettrolitica, è importante il problema della... per quanto riguarda, attiro l’attenzione per quanto riguarda la produzione di fanghi, filtrazione in salamoia, è chiaro che a valle di questa filtrazione in salamoia noi avremmo una produzione di fanghi, o a destra dove c’è la produzione di soda caustica avremmo un raffreddamento e filtrazione in soda caustica e quindi anche qui avremmo produzione di fanghi. Degli altri componenti ne abbiamo già parlato, naturalmente c’è anche il discorso della depurazione salamoia a sinistra che introduce reagenti perché bisogna eliminare alcuni inquinanti, sodio di magnesio, di calcio, etc. che altrimenti incrementano ancora di più questa produzione. Andiamo oltre. Ecco, qui cominciamo ad entrare nel vivo, in un reparto a celle a catodo di mercurio noi abbiamo le emissioni di mercurio sia nella soda, sia nell’acqua, sia nel cloro gas, sia nell’area di ventilazione della sala celle, sia nei materiali, negli scarichi gassosi, nei fanghi, nelle acque reflue e nelle perdite che sono significative. Gli impianti cloro-soda installati al Petrolchimico tra il ‘69 e il ‘71, sono andati in marcia nel ‘71, a quell’epoca avevano un consumo di mercurio per tonnellata di cloro prodotta di 300 grammi per tonnellata di cloro prodotta, poi vedremo queste cose più avanti. Andiamo avanti per piacere. Questo è analogamente, ma non ce ne è il tempo, è tutto lo schema dal cloruro di sodio, alla dissoluzione, tutti i passaggi che io ho schematizzato per non rubare tempo con l’altra figura. Andiamo pure avanti. Ecco, questa è praticamente l’installazione di celle a mercurio con disamalgamatore verticale, questa fotografia l’abbiamo presentata per dare l’idea, qui è un impianto all’aperto, però le celle sono queste, per dare l’idea delle centinaia e centinaia di tubi, flange, giunzioni e quant’altro che interessa un reparto cloro-soda, perché poi quando parleremo delle perdite, della manutenzione, del lavaggio delle celle ci si può fare un’idea di larga massima. Possiamo andare oltre per favore. Poi qui non rubo tempo, mi limito al fatto che, oltre alla cella a diaframma e le celle a catodo di mercurio, ci sono anche le celle a membrana, sottolineo solo l’aspetto che queste celle a membrana, poi lo vedremo, dovevano essere installate nel 1988 a Porto Marghera sulla base di un accordo sottoscritto tra la società Enimont e il Ministero dell’Ambiente, accordo totalmente disatteso e infatti le celle a mercurio sono tuttora attive e solo nell’agosto di quest’anno la società Enichem ha presentato al Ministero dell’Ambiente e al Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali un progetto per la sostituzione delle celle a catodo di mercurio dell’impianto CS23-CS25 con celle a membrana. Io non entro nei dettagli, attiro solo l’attenzione sul fatto che fra la cella a diaframma, che è la prima in alto, a destra in basso noi avevamo, come abbiamo visto all’inizio, che fuoriesce soda caustica con ancora cloruro di sodio, invece nelle celle a diaframma esce soda caustica pulita con acqua, anche se ad un titolo inferiore rispetto al 50% delle celle a mercurio perché mediamente si va sul 30% - 35% e con opportuni trattamenti si va oltre. Le celle a diaframma richiedono, e questo è interessante anche ai fini dell’impatto ambientale, richiedono l’alimentazione di una salamoia molto più pura, infatti c’è un trattamento aggiuntivo in questo processo che in genere è basato su resina a scambio di ioni per eliminare l’alluminio, il ferro, il magnesio e il calcio, che sono degli elementi negativi perché andrebbero a diminuire l’efficacia del funzionamento della membrana ed aumentare l’inquinamento. Andiamo avanti ed arriviamo... ecco qua, arriviamo ai dati che presumo interessano molto di più la Corte e i presenti, ma era per dare un quadro. Noi qui abbiamo analizzato diverse fonti per parlare delle emissioni di mercurio e queste fonti sono sia le fonti istituzionali sia la letteratura scientifica sia le informazioni assunte direttamente sul campo da questi consulenti all’interno del Petrolchimico, all’interno del gruppo Montedison, all’interno del gruppo Enichem. Per quanto concerne questa tabella, questa tabella fa riferimento ad un censimento, alle cosiddette autodenunce fatte dall’azienda e pubblicate dal Comune di Venezia nel 1978, in questa tabella noi abbiamo indicato, abbiamo messo in rosso il mercurio che è, diciamo così, l’inquinante, che trattiamo in questa fase della discussione, e vediamo praticamente il numero dello scarico, la portata dello scarico, il recapito, la concentrazione dell’inquinante e poi abbiamo calcolato i chilogrammi/die e i chilogrammi/anno emessi nelle acque, in laguna. Vediamo il primo caso, poi vediamo il secondo nel canale Brentelle, poi vediamo il terzo nel cosiddetto canale Raccordo e via via gli altri. Se andiamo a vedere questi dati nella figura successiva, CB, canale Brentelle, CR canale Raccordo, CMM, canale Malamocco Marghera, noi vediamo che in un anno abbiamo lo scarico totale per ogni sversato da tutti gli scarichi nel canale e abbiamo il totale annuo, che in questo caso è 2265,89 chilogrammi di mercurio che finiscono nel corpo idrico e in laguna. Adesso dovremmo vedere gli altri metalli che per comodità, visto che abbiamo presentato la tabella, presentiamo anche gli altri metalli, poi nel proseguo dell’audizione indicheremo anche le fonti di questi metalli. Per esempio, il rame, una delle fonti, tanto per affrontare subito il problema, è il catalizzatore cloruro di rame che si utilizza su supporto di alluminio e di silice nel processo di cracking del dicloroetano per produrre cloruro di vinile. Comunque noi qui abbiamo, anche in questo caso, gli scarichi nel canale Raccordo e nel canale Malamocco Marghera e poi abbiamo lo scarico totale annuo, che sono 21.965 chilogrammi all’anno. Se proseguiamo abbiamo messo in grafico ovviamente i principali, qui abbiamo lo zinco e qui abbiamo la darsena della Rana, il canale Brentelle, il canale Raccordo e il totale. Anche in questo caso abbiamo sempre espresso i valori in chilogrammi/anno e vediamo che siamo a 8.935 chilogrammi in un anno di zinco sversate nelle acque. Andiamo avanti. Qui abbiamo il manganese, anche in questo caso si tratta dei canali Brentelle, Raccordo e totale. Qui abbiamo 4984,4 chili in un anno, vorrei precisare che questi dati, vorrei chiarire almeno questo aspetto, questi dati non sono tutte le emissioni di questi metalli, ma sono solo le emissioni che noi siamo riusciti a reperire dove abbiamo trovato la portata, la concentrazione, il numero dello scarico etc. etc., per cui sono dati certamente non solo prudenziali, ma che sottostimano l’inquinamento specifico di questi metalli, ivi compreso il mercurio per le ragioni che vedremo successivamente. Andiamo avanti. Adesso qua noi, avevo detto che nel 1988 era stato sottoscritto un accordo fra il gruppo Enimont, che come sappiamo è nato dalla Montedison e dall’Eni, e dovevano essere sostituiti, diciamo così, i processi a celle di mercurio, in quella lettera d’intenti vengono indicati solo come residui mercuriali 8.000 tonnellate all’anno. Questi fanghi, noi abbiamo fatto un’elaborazione, sono riferiti a 6 stabilimenti, Marghera, Mantova, Assemini, Gela, Porto Torres, Pieve Vergonte, per una capacità complessiva di circa 700.000 tonnellate/anno di cloro prodotte. Siamo andati a vedere, nella tabella successiva, qual era la produzione in questi stabilimenti del gruppo Enimont. Ed allora vediamo che a Porto Marghera abbiamo le 200.000 tonnellate all’anno di cloro, di cui ho già detto, con gli impianti CS23 e CS25 e a Porto Marghera si produce cloruro di vinile; a Mantova si producevano 125.000 tonnellate di cloro, sempre con il processo cloro-soda, non si produceva cloruro di vinile, è il caso di dire che questo impianto è un inciso ovviamente, non voglio fare polemiche, ha inquinato il Mincio, i laghi, per cui è stato chiuso, è intervenuta la Magistratura competente in quella situazione. Andiamo avanti, a Assemini si producevano 135.000 tonnellate e si produceva CVM; a Gela si produceva solo cloro, a Porto Torres si produceva cloro e si produce CVM, e sappiamo, per le cose che abbiamo detto nella precedente audizione dell’anno scorso, che si produce policloruro di vinile con la polimerizzazione in emulsione; a Pieve Vergonte si produceva il cloro per produrre DDT e la filiera dei pesticidi ed anche in questa situazione non solo la Magistratura competente è intervenuta, ma addirittura il Ministro dell’Ambiente ha fatto chiudere gli impianti perché il pesce del Lago Maggiore sia sul lato italiano che sul lato svizzero era contaminato, anche questa estate sono state sequestrate tonnellate, tonnellate no, quintali di pesce di lago contaminati con DDT, e fatte le debite proporzioni quanto avviene in laguna avviene in altri siti Enichem dov’è attiva la filiera del cloro. Sulla base di questa capacità produttiva installata, noi siamo andati a ricavare la produzione di fanghi, e se vediamo la tabella successiva, anzi, il grafico successivo, noi vediamo che sulla base, per esempio, delle 40.000 tonnellate di cloro anno prodotte nell’88 a Pieve Vergonte, se si va a ponderare questa produzione sul totale delle 8.000 tonnellate di fanghi dichiarate dall’azienda, quindi è una fonte insospettabile, abbiamo 470.000 chili, e così andando vediamo che a Porto Marghera, che è la quantità maggiore, sono 2.370 chili, pardon, tonnellate, sono tonnellate queste, non chili. Andiamo avanti. Adesso questi qui praticamente sono i residui mercuriali prodotti dagli impianti cloro-soda CS23-CS25 del Petrolchimico di Porto Marghera dal 1971 al 2000. Questi dati preciso subito che sono dati prudenziali, nel senso che questa dichiarazione delle 8.000 tonnellate di fanghi, di cui abbiamo parlato poco fa, è una dichiarazione dell’azienda del 1988, quindi siamo a valle anche del dicembre 1982, quando è stato effettuato il collaudo dell’impianto di demercurizzazione delle acque reflue dagli impianti cloro-soda. Allora noi vediamo che ponderando la produzione annua che sono, dell’88, che sono 2.300, che è la prima del ‘71, 2.370 tonnellate, e per quinquennio, facendo le cumulate, noi vediamo che arriviamo al momento della firma, cioè al 1988, che è la riga tratteggiata in rosso, se a quella data si fossero realizzate le celle a membrana, come sottoscritto dal gruppo Enimont con il Ministero dell’Ambiente, la produzione di fanghi contenenti mercurio si sarebbe fermata a 42.266,7 tonnellate, viceversa siamo già a oltre 68.000 tonnellate, quindi l’inadempienza di questo accordo ha portato a questo delta, cioè 68.000 meno 42.000, per usare i numeri arrotondati. Andiamo avanti. Adesso dobbiamo vedere, ci sono una serie di altri dati che voglio far presente al Tribunale..

 

Presidente: ci consente una pausa di 5 minuti? Grazie. Bene, proseguiamo.

MARA - Abbiamo visto la produzione di fanghi a Porto Marghera, il fatto che nel 1988 c’era questo accordo sottoscritto per installare celle a membrana e quanto si è continuato a scaricare sulla base di valori dichiarati dall’azienda Enimont, tengo a sottolineare. Adesso, se noi richiamiamo, diciamo così, le quantità di mercurio che avevamo visto in un anno, che finivano nel canale Brentelle, Malamocco Marghera, Raccordo etc., che erano 2.265 chili/anno, se noi andiamo dal 1971 al 1982, perché è nel dicembre 1982 che viene fatto il collaudo dell’impianto di demercurizzazione, noi vediamo che la quantità di mercurio scaricato in questo lasso di tempo, 1971-1982, è pari a 27.180 chili di mercurio finito nelle acque della laguna e la fonte attraverso la quale si ricava questo dato è, appunto, l’autodenuncia dell’azienda e la pubblicazione del Comune di Venezia. Abbiamo poi stimato le quantità di mercurio scaricate sempre nell’ambiente, ed in questo caso in tutti e tre i comparti dell’ambiente, cioè ponderando i grammi di mercurio consumati per tonnellata di cloro gas prodotto, sugli impianti CS3, CS5, che sono stati e sono entrati in produzione nel 1951, e considerando solo fino al 1972. In questo arco di tempo il consumo prudenziale di mercurio per tonnellata di cloro prodotta, e sto parlando sia di fonte italiana che di fonte americana o di altri Paesi, è di 300 grammi per tonnellata di cloro prodotta. Quindi noi vediamo che si arriva in 21 anni a scaricare una quantità spaventosa di mercurio nell’ambiente, pari a 315.000 chili di mercurio. Se, diciamo così, andiamo a vedere il periodo di inquinamento da mercurio dal 1951 al 1982, cioè in questo periodo noi abbiamo anche non solo gli impianti CS3, CS4, CS5, che vanno dal ‘51 al ‘72, ma abbiamo anche gli impianti CS23 e CS25 che vanno dal ‘71 all’82; abbiamo posto questo step, questo tempo, che è, appunto, il collaudo dell’impianto di demercurizzazione. Noi vediamo, diciamo così, che le quantità di mercurio totale scaricato in questo arco di tempo, 1951-1982, sono 342.180 chilogrammi. Faccio una precisazione, per chi ci ascolta: non avendo trovato documentazione certa sulla produzione annua di cloro sugli impianti CS3, CS4, CS5, noi abbiamo stimato i conti con una produzione di 50.000 tonnellate all’anno di cloro gas, avendo presente che dal ‘71, con i nuovi impianti, se ne producono 200.000 tonnellate di cloro gas, che è un dato della produzione attuale presso il Petrolchimico. E` evidente che se si producevano più tonnellate, più di 50.000 tonnellate, la quantità di consumo di mercurio per il periodo 1951-1972 per gli impianti CS3, CS4, CS5, aumenta; e, viceversa, se si hanno produzioni inferiori alle 50.000 tonnellate, ci sarà una diminuzione corrispondente, appunto perché, diciamo così, il consumo sul quale abbiamo fatto il calcolo è 300 grammi di mercurio per tonnellata di cloro prodotta. Fatto questo chiarimento abbiamo cercato di - e qui arrivo a quella che possiamo definire l’indagine condotta sul campo da questi consulenti - ascoltare diverse fonti; alla fine abbiamo incrociato tutte queste fonti ed abbiamo avuto queste informazioni. Queste informazioni, dico subito, evidenziano l’inattendibilità delle autodenunce aziendali di cui ho parlato all’inizio, quelle del 1978 a cui si riferisce questa figura. Perché dico questo? Perché nella relazione tecnica Montedison-Dipe-Sede, Dipe e divisione petrolchimica, funzione RIT/ACV, relazioni numero 1/77, avente ad oggetto "confronto tra diversi processi di demercurizzazione delle acque da impianto cloro-soda, relatore Zuccala Carlo", in questa relazione gli stabilimenti che vengono studiati sono Porto Marghera, Priolo, Brindisi, Mantova, Bussi. E si fa uno studio, ponderando il consumo di mercurio, valutando una marcia degli impianti a 120.000 tonnellate annue di produzione di cloro gas. Dico subito che in questo studio la media del consumo di mercurio a Porto Marghera è di 85 grammi tonnellata; quindi ci troviamo in questa relazione del ‘77 con un consumo di mercurio enormemente più alto a quello già elevatissimo, che è riprodotto in quel grafico. In particolare, per non lasciare adito a dubbi, in questo studio vengono indicati due tipi di consumi di mercurio giornaliero a Porto Marghera: un consumo è di 13,4 chilogrammi di mercurio, e sto parlando del reparto CS23 e 25; e, da questi 13,4 chilogrammi, che però erano, diciamo così, chili di mercurio consumati, erano il frutto di un controllo solo su alcune fasi del ciclo. Chi ha condotto questa ricerca ha voluto vedere a consuntivo in archivio le quantità di mercurio reintegrate nel ciclo e la quantità di mercurio consumata si è raddoppiata, infatti abbiamo 27,9 chili di mercurio consumato, che ponderati su una marcia di 120.000 tonnellate anno di produzione di cloro, qual era l’oggetto dello studio, porta ad un consumo di 85 grammi di mercurio per tonnellata di cloro prodotta. Questa quantità è una quantità mai dichiarata dall’azienda, e sostanzialmente neppure dagli enti locali, non hanno mai ricevuto questo dato. Faccio a riguardo anche una precisazione: abbiamo voluto verificare il problema degli anodi, di queste celle di mercurio installate presso il Petrolchimico di Porto Marghera. Noi abbiamo avuto modo di sentire l’audizione dell’ingegner Rabitti, che ha detto che questi anodi erano anodi di titanio, diciamo così rivestiti con metalli nobili, i cosiddetti anodi permanenti. Perché faccio questa precisazione? Perché di sicuro fino al 1980 al Petrolchimico gli anodi erano di grafite; se sostituzione è avvenuta, è avvenuta solo dopo il 1980. Questo dato è estremamente importante perché incide, la grafite si consuma, quindi contamina i fluidi, e fra essi la soda, soda caustica, tanto per fare un nome, e quindi incide anche sulla produzione di fanghi, sulla quantità di fanghi. Fanghi che, evidentemente, trascinano con sé, per captazione, anche il mercurio. Questo da un punto di vista dell’impianto cloro-soda. Dopodiché abbiamo cercato di affrontare il problema, e porto avanti il discorso del mercurio, delle altre sorgenti, delle altre fonti di mercurio presenti presso il Petrolchimico, che quindi incidono sull’inquinamento. Allora, abbiamo visto che queste fonti sono l’impianto CV10, che è la produzione che abbiamo già visto in quest’aula, che è la produzione di CVM di acetilene, che utilizza come catalizzatore il cloruro mercurico; abbiamo analizzato l’impianto CV1, che utilizzava anche lui e produceva CVM via mercurio, via cloruro mercurico come catalizzatore, via acetilene, come il CV10; e ci siamo posti, richiamo qui sinteticamente lo schema, c’è l’acetilene, l’essiccamento dell’acetilene, la sintesi, che è quella che chi interessa, dove praticamente si produce il CVM, dov’è in gioco questo catalizzatore in un reattore a letto fisso multitubolare che possiamo andare, c’è una figura più avanti, se gentilmente andiamo avanti. Questo è uno schema di impianto, eventualmente lo richiamiamo dopo. Andiamo avanti ancora. Ecco, siamo andati a vedere, abbiamo sentito qua in diverse udienze, abbiamo sentito che noi come consulenti avevamo già evidenziato, diciamo così, l’impatto ambientale, oltre che sull’uomo, sugli addetti dell’utilizzo di questo catalizzatore; ci siamo posti il problema di stimare le quantità di quanto catalizzatore manipolato, cioè scaricate; abbiamo sentito qua in quest’aula anche consulenti della difesa, come il professor Zanelli per esempio, che ha convenuto che il cambio del catalizzatore, nel senso quando il catalizzatore è esausto in uno di questi convertitori, avviene mediamente ogni 20, 30 giorni. Noi, nel nostro conto, per non complicare i dati, abbiamo ipotizzato il cambio di catalizzatore una volta al mese, per undici mesi all’anno, ipotizzando una manutenzione annua di un mese sull’impianto, quindi undici mesi produttivi. Il problema che abbiamo dovuto affrontare è stato: ma quanto erano grossi questi convertitori, che dimensioni avevano i tubi, quanti ce n’erano, e quindi quanti erano i volumi di questo catalizzatore in gioco? Tralascio tutta la parte dei calcoli, etc., ed arrivo a dirvi che nel CV10 noi avevamo 13 convertitori; e questi 13 convertitori avevano dimensioni: altezza di 5 metri, diametro di 4 circa, e volume complessivo di circa 60 metri cubi, e un volume interno al fascio tubiero di 13 metri cubi. Cosa significa questo? Significa che, queste sono operazioni che vengono fatte manualmente, cioè quando noi togliamo il cappello di questo reattore ci troviamo davanti ad una piastra rotonda, circolare, con all’interno 4.186 tubi, tanto per cominciare a focalizzare il problema. E questi tubi sono stati riempiti precedentemente da questo catalizzatore supportato su matrice di carbone, o altra matrice. Quindi dall’alto bisogna scaricare ogni tubo, con degli scovolini etc.; e sotto, e tolto anche il fondo, abbiamo sentito qui anche delle testimonianze, questo catalizzatore cade a terra, rimane lì. Per esempio, testimonianza Dino Corrò, rimane lì per settimane; poi arrivano gli operai degli appalti e con il badile riempiono dei fusti; questi fusti vengono posti su un autotreno che se ne va a scaricare in località allo stato a noi ignota. Allora, noi vediamo che abbiamo questi 13,4 metri cubi per ogni convertitore; ma dato che i convertitori sono 13 e considerando undici mesi solo di produzione, insomma salto tutti i conti, arrivo a dirvi che abbiamo una movimentazione manuale di quel tipo lì di 1925 metri cubi anno che viene scaricato a terra, che quindi diventa friabile, polverulenta, che se rimane lì a terra come un cumulo di sabbia poi gli eventi atmosferici, vento, acqua, etc., può esserci anche un’azione di dilavamento, e via di questo passo. Se andiamo a vedere l’altro impianto, l’altro impianto era il CV1; questo aveva 6 convertitori, invece di 13; avevano dimensioni inferiori; qui avevamo praticamente, abbiamo praticamente per ogni cambio di catalizzatore, ogni 30 giorni abbiamo un totale annuo di 237 metri cubi, per tutti e 6 i convertitori, abbiamo un totale per mese questo è, 6 convertitori per una volta, quando c’è il 37, per tutto l’anno fanno 752 metri cubi, che sommati agli altri, nel periodo considerato di funzionamento del CV1, fanno 4.500 metri cubi. Se consideriamo che dal ‘57, anno in cui è entrato in funzione il reparto CV10, che produceva appunto CVM di acetilene con catalizzatore cloruro mercurico, e nel 1957 era attivo anche il reparto CV1, quindi dal ‘57 al ‘70 noi abbiamo avuto la produzione di cloruro di vinile via acetilene sia sull’impianto CV1 che sull’impianto CV10. In questi 14 anni questi 2 impianti scaricavano mediamente 2.162 metri cubi anno, che ovviamente basta moltiplicare per il numero di anni e viene fuori la mole. Perché qui abbiamo sempre parlato di metri cubi e non di peso, di tonnellate, etc.? Perché il tipo di manipolazione, cioè lo scarico, va a rompere questo catalizzatore che è impaccato dentro il tubo, crea, diciamo così, un prodotto polverulento, che cade a terra, che quindi ha un peso specifico apparente che per, diciamo così, se vogliamo usare un parolone, per deontologia tecnica, anche se noi abbiamo in testa un nostro valore non abbiamo voluto qui esprimere, abbiamo solo voluto rappresentare al Tribunale e alle parti presenti a questa udienza la mole in volume di questo catalizzatore. E questa mole in volume è solo la quantità di catalizzatore cloruro mercurico esausto, che quindi è impregnato anche di prodotti, di sottoprodotti della sintesi del CVM, altro piccolo inciso, ed è chiaro che questi addetti, questi lavoratori poi dovevano ogni volta riempire una quantità corrispondente a questo volume, quindi le quantità di catalizzatore manipolate sono per lo scarico quelle che citavo poco fa, e poi per il carico sono identiche; e poi abbiamo la manipolazione del catalizzatore scaricato a terra, che successivamente viene movimentato manualmente con il badile per riempire i fusti da caricare sugli autotreni da portare fuori dal sito produttivo. E questo è un tipo di inquinamento. Nel condurre queste indagini abbiamo incontrato altre informazioni, per esempio abbiamo incontrato un reparto che in quest’aula non è mai stato nominato: il reparto CV4. In questo reparto CV4, dal 1951 ai primi anni ‘70, potrebbe essere ‘72, ‘73, è stato adibito esplicitamente alla produzione di catalizzatore cloruro mercurico supportato su matrice di carbone. Come avveniva questa lavorazione? E quindi i riflessi in termini di impatto ambientale. Questa lavorazione avveniva manualmente all’interno di un blender. Noi abbiamo già avuto modo qui di illustrare cos’è un blender: è una macchina che si apre, il caricamento e lo scarico avveniva manualmente di questo catalizzatore, che poi dal blender veniva infustato, i fusti venivano portati in reparto e venivano utilizzati appunto questi fusti, contenenti il catalizzatore, al reintegro del catalizzatore vergine in questi impianti. Abbiamo, dalle informazioni assunte, stimato che le cariche che avvenivano in questo blender erano circa, una carica circa 300, 400 chili per volta, cioè sia del sale cloruro mercurico che del suo supporto a matrice di carbone, e che questo impianto funzionava a ciclo continuo, 24 ore su 24, 3 turni al giorno. Quindi era un grosso consumo, questa cosa ci ha, diciamo così, convalidato anche il computo, i conteggi, le stime che prima abbiamo illustrato circa le quantità volumetriche di catalizzatore scaricato e di catalizzatore caricato in questi reattori. Questi reattori peraltro, un blender non è una macchina stagna, utilizzavano sali di mercurio; come si sa il mercurio è molto volatile, così sono molto volatili i suoi sali; quindi noi abbiamo contaminazioni notevoli da questo punto di vista, sia dell’aria ma poi anche delle acque, del suolo, perché queste polveri cadevano a terra durante le operazioni di carico e scarico, veniva lavato, tutto veniva drenato nelle fognature, e da qui in fogna, e poi nei canali e nella laguna. Un’altra fonte che abbiamo incrociato circa il mercurio - e chiudo questa fase del mercurio - è la produzione di acetaldeide. Acetaldeide via acetilene. Si produceva nel reparto AC4 questa acetaldeide. Anche qui abbiamo avuto non poche difficoltà, però abbiamo incrociato molte informazioni all’interno del gruppo Montedison ed Enichem; alla fine abbiamo la certezza che questa acetaldeide veniva prodotta per idratazione dell’acetilene con catalizzatore a base di mercurio. Voglio raccontare alla Corte un aneddoto, ma è vero purtroppo: ricercatori che lavoravano su questo ciclo produttivo ci hanno riferito che in quegli anni i consumi di sale di mercurio erano così elevati che, ad un certo momento, qualcuno nello stabilimento si era messo in testa che questi sali di mercurio venissero asportati, e quindi addirittura si sono fatte delle perquisizioni agli addetti, perché i consumi nell’ambiente erano veramente elevati. Da questo punto di vista per il momento chiudo, poi nella relazione saremmo più esaustivi con i dati, per non insistere ancor di più su questo aspetto, che comunque è un aspetto rilevante in termini di impatto ambientale, ripeto sia per gli addetti, questa operazione di cambio catalizzatore, un’altra informazione che immagino interessa a tutti i presenti, venivano effettuate dagli addetti alle officine di manutenzione, per le operazioni di sflangiamento etc. etc., di assistenza, e soprattutto dagli addetti delle imprese di appalto. Per cui, diciamo così, i lavoratori che hanno pagato sulla loro pelle queste esposizioni in modo massivo sono gli addetti del Petrolchimico alle manutenzioni e gli addetti delle imprese appaltatrici che lavoravano al Petrolchimico e svolgevano queste attività in quel lungo periodo, appunto dal 1951 fino al 1985, arco di tempo nel quale, in periodi diversi, sono stati attivi sia il CV1 che il CV10 presso il Petrolchimico. Adesso andrei ad illustrare alcune operazioni pericolose, però volevo... io purtroppo non ho l’orologio... Fino alle 18.30? Ecco, allora io terminerei il mercurio per non spezzettare i discorsi e darei la parola all’ingegner Carrara per affrontare altri problemi ambientali; ovviamente poi il giorno 17 riprenderemo congiuntamente insieme al professor Tibaldi.

 

CARRARA - L’argomento che penso di poter trattare in questo scorcio di tempo è quello del destino dei rifiuti che provenivano dai cicli produttivi, in particolare parlerò dei 3 impianti di incenerimento che erano installati e che sono ancora installati nel polo chimico. Tengo presente, cioè il Tribunale deve tener presente un fatto: noi abbiamo potuto aver accesso a documentazione che è sostanzialmente documentazione agli atti, che è quindi molto parziale su tutta questa materia, quindi eventuali lacune informative non abbiamo potuto, in parte a volte abbiamo potuto colmarle con dati di letteratura, a volte non è stato possibile colmarle, quindi me ne scuso in anticipo. Il quadro degli impianti di incenerimento viene fornito ad esempio nel 1984, quando per effetto delle normative in materia di trattamento dei rifiuti le società che gestivano questi impianti vennero autorizzate dalla Regione a proseguire l’attività di smaltimento, si diceva allora. Nella fattispecie gli impianti di incenerimento erano di proprietà, erano gestiti allora dalla società Montedipe S.p.A., presso il Petrolchimico. Esistevano 4 impianti di trattamento di rifiuti, di cui 3 di incenerimento; il quarto è quello cosiddetto del recupero del mercurio dei fanghi, impianto di demercurizzazione acque, che ha già in parte trattato il collega Mara. Io mi limiterò ai 3 impianti di incenerimento. Questi impianti di incenerimento sono: l’impianto del cosiddetto reparto CS28, che è un impianto di incenerimento dei residui organici clorurati, quindi tutti gli scarti degli impianti di lavorazione dei prodotti organici clorurati, con recupero dei prodotti di combustione per quanto riguarda l’acido cloridrico. Quindi era un impianto che bruciava questi scarti e, dai fumi di combustione, recuperava l’acido cloridrico, acido cloridrico che poi, come abbiamo visto nello schema generale illustrato da Mara veniva utilizzato come materia prima nei cicli per esempio di precisamente del CVM. Questo reparto CS28 è stato avviato nel ‘72. Ovviamente, prima dell’avvio di questo impianto, questi residui delle varie lavorazioni venivano non recuperati, e quindi smaltiti variamente. Ne troviamo poi traccia, com’è stato detto negli interventi precedenti, nelle varie discariche o nei siti contaminati sia del Petrolchimico, che in generale del polo chimico, e territori vicini. L’impianto viene descritto nel ‘74 o le sue caratteristiche per quanto riguarda in particolare le emissioni, viene descritto nel ‘74 nel rapporto tecnico, che già più volte è stato citato in questo processo. Rapporto tecnico fatto per conto dei gestori del Petrolchimico. L’impianto trattava, nel ‘74, 10.000 tonnellate l’anno di sottoprodotti clorurati, e produceva 7.000 tonnellate anno di acido cloridrico in soluzione, detto acido muriatico in gergo. Nel ‘74 era previsto il raddoppio dell’impianto, quindi il raddoppio della potenzialità, non so e non sono a conoscenza del fatto che se questo progetto sia stato realizzato o meno. Quindi descrivo un impianto con le caratteristiche che aveva nel ‘74. L’impianto era costituito da due camere parallele di combustione primaria, che nella relazione tecnica veniva dichiarato bruciare alla temperatura di 1.600 gradi, i fumi di combustione da queste due camere passavano in un’unica camera di post-combustione, le cui condizioni di funzionamento non sono dichiarate in questo documento e ne sono a me ignote, i fumi in uscita contenevano l’acido cloridrico ed evidentemente altri prodotti di non completa combustione o prodotti derivanti appunto dalla dissociazione termica dei sottoprodotti clorurati. Questi fumi quindi venivano trattati in una colonna, cosiddetta di raffreddamento lavaggio, in pratica lavati con un quencing, un raffreddamento eseguito tramite acque, iniezione di acqua e che dava origine ad un liquido che era l’acqua e l’acido cloridrico, la soluzione era al 28% di acido cloridrico che era già un prodotto. I fumi continuano nel loro percorso, passavano in una colonna di assorbimento in acqua, scusate una piccola correzione ma poco influente ma non vorrei essere frainteso la colonna di raffreddamento lavaggio veniva lavata con una soluzione di acido cloridrico al 28%. La colonna di assorbimento in acque invece questa produceva l’acido cloridrico al 28%, come soluzione di fatto esausta. I fumi a questo punto contenevano ancora evidentemente tutti gli altri sottoprodotti e in parte anche l’acido cloridrico e subivano una serie successiva di lavaggi. Una colonna di lavaggio con acqua di mare e questa acqua di mare proveniente dal lavaggio veniva scaricata in fogna e non subiva trattamento. Una terza colonna veniva eseguita con lavaggio con una soluzione di soda caustica, una soluzione basica che avrebbe dovuto e probabilmente eseguiva un abbattimento ulteriore dei vapori acidi di acido cloridrico, questa soluzione veniva anch’essa scaricata in fogna. Infine i fumi venivano emessi in atmosfera, annesso all’impianto vi erano anche altre, diciamo altri componenti che andavano dalla parte che concentrava l’acido cloridrico portandola dal 28 al 33% e impiegava acido cloridrico gassoso, questa parte è interessante perché operando sottovuoto aveva anch’essa poi una emissione, anzi dirò di più, uno scarico idrico e una emissione atmosferica, lo scarico derivava dal fatto che il vuoto era prodotto tramite un eiettore. L’altra componente dell’impianto che poteva avere un significato per le emissioni era quello della parte di stoccaggio ed esattamente vi erano due serbatoi di stoccaggio dell’acido cloridrico prodotto e si provocavano emissioni sia quando questi serbatoi venivano riempiti sia quando dai serbatoi si trasferiva l’acido cloridrico nelle autocisterne dello scarico. Nel reparto tecnico venivano anche quantificati, venivano quantificati non tutti questi sfiati, se ne trascura uno, ed esattamente quello dall’eiettore, tuttavia nella tabella 10 vengono, abbiamo riassunto i dati, i dati contenuti nel suddetto rapporto tecnico, pagina 5. Ecco, l’inceneritore aveva un’emissione, dichiarata, di 4.800 normal metri cubi/ora, che conteneva secondo il dichiarante, 123 milligrammi normal metro cubo di acido cloridrico, che facendo le opportune moltipliche diventano 4.800 chili anno e cloro 22 milligrammi normal metro cubo. Poi c’erano le altre emissioni di cui non si dava alcun dato, sfiato dai serbatoi, sfiato autocisterne. Ora faccio solo osservare un elemento, è vero siamo nel ‘74 e quindi nel ‘74 eravamo probabilmente tutti molto ignoranti, ma certamente dare solo questi dati significa trascurare del tutto la presenza dei cosiddetti microinquinanti organici clorurati. Ora, voi pensate che vengono stabiliti dei criteri rigorosissimi per l’esercizio e la conduzione di impianti incenerimento di rifiuti quando essi contengono sostanze anche solo, sostanze e clorurati anche solo fino all’1% di cloro, in questo impianto si bruciavano esclusivamente sostanze organiche clorurati, quindi il rischio indubbiamente di formazione di sottoprodotti di quel genere era un rischio molto elevato, è vero che c’erano impianti di abbattimento, però tenete presente - non so se vale la mia valutazione - che quegli impianti di trattamento non erano eminentemente degli impianti di recupero di acido cloridrico e certamente non erano in grado di abbattere in maniera significativa le eventuali presenze di microinquinanti organici. Peraltro questi microinquinanti organici, quindi quelli emessi in atmosfera non sappiamo quanto fossero ma nella prossima relazione del dottor Mara si entrerà anche nel merito proprio delle emissioni degli impianti di incenerimento e cercheremo di darvi quindi un’idea della possibile emissione. Ma anche quelle parti che venissero per caso abbattute nell’impianto di lavaggio, finivano come è stato detto, in larga misura nelle acque che venivano scaricate in fogne, queste acque poi venivano scaricate e terminavano, e terminavano in qualche recapito, in qualche acqua. Le diossine, voi sapete in generale questi microinquinanti sono talmente persistenti che una volta generate e immessi in ambiente in realtà non fanno altro che trasferirsi da un mezzo all’altro, possiamo abbatterli in acqua, poi nell’acqua li ritroviamo, possiamo trattare l’acqua in qualche modo in un impianto di depurazione e magari li troviamo nei fanghi e questi fanghi finiscono poi da qualche parte di nuovo nel territorio. Quindi, per tornare sul punto, vediamo che un inceneritore che trattava quantità significative di prodotti che oggi considereremo rifiuti tossico-nocivi, anzi non più tossico-nocivi perché la normativa ha cambiato nome, ora si chiamano rifiuti pericolosi, ecco un impianto di questo genere ha dei tempi, diciamo non veniva sottoposto a particolari restrizioni, e qui voglio introdurre un elemento che sicuramente sarà già stato trattato o verrà trattato successivamente. Nel ‘74 quale era il sistema normativo che fissava limiti alle emissioni? La situazione, credo che fosse anche qui in Veneto analoga a quella che c’è in altre Regioni, la situazione era questa: la prima normativa che entra nel merito dell’emissione atmosferiche è il DPR 615 del 1966 che rimase senza un’applicazione o un decreto applicativo per quanto riguarda l’emissione industriale fino al ‘71, quando venne emanato il DPR credo 322 che fissava delle regole, ma attenzione non fissava ancora dei limiti ma definiva semplicemente l’obbligo delle aziende di denunciare le proprie emissioni, ad un organismo che si chiamava CRIAV, Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico del Veneto, in questo caso, il quale doveva esaminare queste dichiarazioni, esprimere una sua valutazione ed eventualmente emettere una autorizzazione. Il riferimento che allora veniva dato era solo questo: le emissioni dovevano essere ridotte al minimo consentito dalla tecnica. Noi non sappiamo se questi impianti nel ‘74 fossero stati già oggetto di istruttoria presso la Regione, ne se fossero stati quindi definiti dei limiti di emissione, ci limitiamo a riportare quanto venne detto in questo documento. Un ultimo aspetto che mi sembra significativo è questo: primo, nel rapporto tecnico venivano segnalati nella parte delle note questi elementi. La prima osservazione era questa, per problemi di manutenzione dovuti a corrosione l’impianto venne fermato 4 o 6 volte all’anno per una durata di 15 giorni, è chiaro che un impianto che tratta solventi clorurati e che produce, li tratta ad elevata temperatura, con dei sistemi di lavaggio che hanno cloro, acido cloridrico se non realizzato, concepito in maniera adeguata diventa rapidamente un colabrodo, perché cloro, acido cloridrico sono dei fortissimi corrosivi e quindi intaccano i materiali normali. Questo segnala, come dire, mi lascia supporre che tutto sommato questo impianto non fosse stato realizzato con materiali a prova di corrosione. Ma le altre due segnalazioni sono anche interessanti, si dice nel rapporto: sono previste le seguenti modifiche concernenti l’inquinamento atmosferico: primo, installazione di un analizzatore di cloro sul camino in uscita dalla colonna di abbattimento dei gas di combustione, ciò permetterà di segnalare tempestivamente concentrazioni di cloro ed acido cloridrico superiori ai valori normali, in modo da poter intervenire opportunamente su parametri di processo dell’abbattimento. Apro una mia osservazione che è questa: evidentemente prima di allora l’impianto veniva gestito senza rilevatori automatici della contaminazione residua al camino, ovviamente sempre che successivamente a questa indicazione sia poi scaturito un intervento in tal senso. La seconda osservazione secondo, diciamo, modifiche previste era questa: è previsto di raccogliere in un serbatoio le acque del secondo e terzo lavaggio dei gas di combustione e trattarle con soda e bisolfito. Attualmente queste acque vengono convogliate in fogna e si verifica che qualora queste acque contengano ipoclorito di sodio in concentrazione superiori alle normali, per funzionamento anomalo dell’impianto, a contatto con acido presente nelle fognature possono dare origine ad emissioni di cloro. Anche qui l’osservazione è abbastanza immediata circa le, voglio dire, le modalità e la rudimentalità in sostanza del sistema adottato in quegli anni. Nel ‘74 teniamo presente che l’impianto aveva già un esercizio di due anni essendo, come ho detto, stato avviato nel ‘72. In più un’ultima osservazione riguardo a questo impianto, questo impianto nell’85 è stato autorizzato secondo la normativa in vigore anche all’incenerimento di residui contenenti policlorobifenili e policloroperfenili per un quantitativo massimo autorizzato di 75 chili/ora. In questa autorizzazione veniva stabilita una temperatura di combustione, sempre e solo se si alimentavano questi residui contenenti policlorobifenili o policloroperfenili in 1.350 gradi, la nostra osservazione è questa: se un impianto era stato descritto nel ‘74 come capace di funzionare a 1.600 gradi, o almeno veniva descritto funzionante alla temperatura di combustione di 1.600 gradi, è strano che venga autorizzato a una temperatura di esercizio almeno di 1.350 gradi, il che lascia pensare che oltre tutto quando si alimentavano solventi non contenenti PCB o PCT la temperatura fosse ancora inferiore. Mi sfugge il fatto che anche la temperatura e i tempi di contatto nella combustione sono elementi critici nell’obiettivo di garantire una distruzione dei microinquinanti e in generale delle sostanze che erano comprese nei rifiuti. Il secondo inceneritore, sempre gestito da Tecneco, era quello definito impianto di combustione con recupero di calore di residui di lavorazione costituiti da nerofumo da produzione acetilene, aceti, prodotti solventi o soluzioni acetiche, autobollenti liquidi da ciclo di produzione caprolattame, soluzione idroalcolica di produzione plastificante, questo impianto veniva individuato come AC1/NF, AC1 sta per acetilene 1, quindi era un impianto che peraltro non compare nemmeno negli elenchi che noi avevamo fornito ma si suppone che fosse quindi parte integrante dell’impianto di produzione di acetilene, l’AC1 è l’ultimo in ordine di tempo degli impianti di produzione acetilene che sono stati installati nei pressi del Petrolchimico. Questo impianto quindi bruciava abbiamo detto, eminentemente era nato per bruciare il nerofumo, questo impianto è stato avviato, questa è una nostra stima nel ‘69, abbiamo stimato che fosse stato avviato nel ‘69, abbiamo stimato che fosse stato avviato nel ‘69 per il semplice motivo che presumiamo fosse entrato in marcia contemporaneamente al suddetto impianto AC1 appunto al fine di smaltire il nerofumo. Come si vedrà, anzi come si è già visto, ma ribadiremo anche nell’esame di alcune discariche di prodotti industriali, il nerofumo evidentemente smaltito prima del ‘69, nerofumo prodotto dagli altri impianti, AC2 e AC3 del Petrolchimico veniva evidentemente smaltito sul territorio, come vedremo in particolare uno di questi luoghi in cui veniva regolarmente smaltito il nerofumo era la discarica detta dei 43 ettari. L’impianto, questo impianto era un impianto di combustione a letto fluido, era, funzionava su due linee, vi risparmio altri dettagli, salvo che per dire come combustibile di supporto si usavano dalle 10.000 alle 12.000 tonnellate giorno di olio combustibile ATZ, che significa alto tenore di zolfo, allora credo che si usasse come alto tenore di zolfo un combustibile che aveva in quegli anni ancora il 4% di zolfo, gli hanno bruciati. Bene, questo impianto funzionava bruciando nerofumo ed altri rifiuti senza alcun tipo di abbattimento degli inquinanti, vediamo nella tabella 11, pagina 7, le emissioni dal camino dell’impianto incenerimento AC1/NF sempre come risultavano nel rapporto Tecneco del ‘74, ossidi di zolfo 740 milligrammi normal metro cubo per un totale anno di 150.000 chili, ossido di azoto 196 milligrammi normal metro cubo per un totale annuo di 40 mila chili, polveri 1000, 2000 normal metro cubo, 1 o 2 grammi metro cubo per un totale di 300.000 chili anno. Anche questo impianto nel ‘74 funziona, autorizzato o no, in condizioni che indubbiamente non sono conformi alla buona tecnica né a ciò che consentiva chiaramente la tecnica. Questo impianto ha continuato a funzionare fino a che ha funzionato l’impianto di produzione di acetilene. Il terzo impianto di incenerimento è l’inceneritore cosiddetto SG31, questo inceneritore fa parte o è collocato laddove è collocato l’impianto di depurazione acque della zona del Petrolchimico. Questo impianto e l’impianto di depurazione acque connesso, sono, diciamo, stati gestiti o di proprietà di varie società, all’epoca dell’avviamento avvenuto nel 1977 la proprietà era Montedipe, quindi la medesima degli altri inceneritori di cui si è detto, la Montedipe è rimasta proprietaria fino all’87 passando poi la proprietà a una società denominata Monteco, Montedison Servizi Ecologici, poi chiamata Geos Ambiente, il tutto fino al ‘94, dal ‘95 la proprietà è passata ad Ambiente S.p.A. ed ancora, per quanto mi risulta, ci sono in ballo variazioni societarie e cessioni di questi impianti ad altre società. L’impianto, dicevo, SG1 era un impianto che si componeva di una parte di depurazione degli scarichi idrici e una parte che era l’impianto incenerimento, l’impianto, la sezione di incenerimento doveva essenzialmente bruciare i fanghi che si generavano dall’impianto di depurazione. Vedremo che poi man mano questo impianto che era funzionale a questa finalità è stato man mano utilizzato anche per trattare rifiuti, ovviamente, tossico-nocivi, rifiuti liquidi prodotti all’interno del Petrolchimico, poi rifiuti liquidi sempre di questo tipo, scarti industriali, provenienti da altre società del gruppo, e infine anche aperto al trattamento di rifiuti provenienti da terzi. Vale la pena di accennare al fatto che tra questi terzi ci sono ad esempio i rifiuti generati alla Petrol Dragon e dalla Oner di Lacchierella, credo la cui fama sia arrivata anche in Veneto, questo trattamento giunse, dicono in azienda, dietro regolare autorizzazione. L’impianto è un impianto che tratta - vi risparmio i dettagli tecnici che comunque faranno parte della relazione - tratta, allora abbiamo detto, i fanghi di depurazione grosso modo in quantità di 8 tonnellate/ora e 4 tonnellate/ora di residui organici acquosi, oleosi e nerofumo. Tra questi residui oleosi o residui acquosi ci sono anche sostanze clorurate, l’autorizzazione venne data per un contenuto, l’ultima delle autorizzazioni ottenute dall’azienda, è stata rilasciata per trattare anche un flusso di rifiuti contenenti fino all’1% di cloro; un piccolo dettaglio che può essere comunque di rilievo è questo: nell’autorizzazione si fissa il limite al cloro, quindi l’1%, solo ai rifiuti che vengono immessi nell’inceneritore, quindi bruciati, in realtà non vi è limite al contenuto di cloro dei rifiuti che possono essere accettati e la prassi è quella che se questi rifiuti superano l’1% di cloro vengono miscelati con altri tipi di rifiuti onde rispettare il limite di cui si diceva. Questi rifiuti possono, ripeto, contenere clorurati organici, possono, sono anche autorizzati a contenere certe quantità di metalli pesanti e in particolare vengono previste diciamo specifiche sia per il mercurio che per il cadmio che per il piombo e, come ho detto, venne autorizzato anche per un certo contenuto di PCB e PCT. Le emissioni da questo impianto, così come risultano da documenti, diciamo, dell’azienda, sono riassunte nella tabella 12, che se fa la cortesia di proiettare. Teniamo presente, questi dati sono eminentemente esclusivamente dati forniti dal gestore, perché? Perché su questo impianto non sono mai state eseguite analisi di controllo. Facciamo una breve spiegazione di questa tabella, le emissioni vengono raggruppate in tre anni diversi perché tre anni diversi si riferiscono le autorizzazioni che sono state rilasciate, quindi la fotografia in sostanza nei vari anni è una fotografia che deriva dalle dichiarazioni dell’azienda recepite poi nei decreti autorizzativi. Mai nel decreto autorizzativo è stata fatta particolare osservazione circa la plausibilità e ragionevolezza dei limiti che l’azienda dichiarava, garantiva. L’aspetto abbastanza paradossale e si vede dalla tabella ma con questa premessa, dall’88 al ‘90 l’azienda propone di integrare i propri sistemi di abbattimento, che allora erano anch’essi direi molto frugali, aggiungendo una serie, due serie di lavaggi in più, sono sempre ripeto sistemi di abbattimento povere tecnologie, sicuramente per esempio non in grado di abbattere i microinquinanti organici clorurati, ma la cosa curiosa è che dopo l’89 pur migliorando l’impianto, a detta dell’azienda, la sezione di abbattimento, noi vediamo che gli ossidi di zolfo triplicano, l’acido cloridrico quadruplica, l’ossido di carbonio raddoppia circa ed anche le polveri ed anche altri componenti sembrano aumentare. Ora la cosa, ripeto, è assurda e paradossale perché l’impianto non ha aumentato la potenzialità, ha solo aumentato la sezione di abbattimento. Non si capisce come mai l’azienda stessa abbia ritenuto, anzi forse io malignamente posso pensare di dare una spiegazione, come mai l’azienda abbia aumentato i limiti che dichiarava. Forse anche per due motivi: a, era certa che sarebbero comunque stati accettati anche questi limiti, non essendoci nessun interlocutore in grado di ribattere; e, secondo, perché era cosciente del fatto che neanche quei limiti dichiarati precedentemente erano in grado di essere rispettati. Solo nel ‘92, dopo l’incremento ulteriore dell’impianto di abbattimento, i limiti rientrano in quelli dichiarati precedentemente nell’89. Si tenga presente, ripeto, che la potenzialità dell’impianto non è variata in tutti questi anni. Ultimo accenno al fatto che questo impianto venne sequestrato dalla Magistratura di Venezia nel ‘99, perché privo della camera di post-combustione ed è rimasto a tutt’oggi credo sequestrato, in attesa che l’azienda realizzasse degli interventi consistenti, in particolare sulla sezione di trattamento dei fumi, al fine di rientrare nei limiti che oggi fortunatamente la norma fissa per gli inceneritori di materiale dei rifiuti pericolosi, e che peraltro erano già stati anticipati da una direttiva europea e da un’imposizione, ingiunzione, eseguita dagli organi competenti, Regione e Provincia. Quindi l’impianto era un impianto, fino a quando ha potuto funzionare, ed ha potuto funzionare fino all’89, non era in grado di garantire dei limiti che la tecnica avrebbe sicuramente potuto garantire. Se il Tribunale ritiene, io a questo punto inizierei un argomento che riguarda i rifiuti.

 

Presidente: aggiorniamo al 17, alle ore 9.15 circa ci ritroviamo di nuovo per la prosecuzione. Quel giorno il programma allora adesso aggiornato qual è?

 

Pubblico Ministero: il programma aggiornato, siccome dovevano trattare tutti gli argomenti indicati i consulenti tecnici di Medicina Democratica che hanno cominciato oggi per un paio d’ore, ci sarà comunque la giornata dedicata ai 4 interventi dei consulenti di Medicina Democratica e si aggiunge a completare la giornata, comunque per il pomeriggio, per questioni lavorative, secondo quello che mi diceva poco fa l’avvocato Partesotti, il consulente di Greenpeace.

 

Presidente: va bene, al 17.

 

RINVIO AL 17 OTTOBRE 2000

 

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