UDIENZA DEL 15 NOVEMBRE 2000

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello.

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, prima di dare inizio volevo chiedere di poter depositare la massima tratta dal CED della Corte di Cassazione relativa alla sentenza delle Sezioni Unite 12310 del 13 dicembre ‘95 che è stata prodotta all’ultima udienza dalla difesa del professor Pulitanò, massima di cui non era stata data lettura e che io vorrei depositare nel testo autentico del massimale della Cassazione e che recita testualmente in questi termini: "Il DPR 915 dell’82 disciplina tutte le singole operazioni di smaltimento - esempio: conferimento, raccolta, trasporto massa, stoccaggio dei rifiuti, siano essi solidi o liquidi, fangosi o sotto forma di liquami - con l’esclusione di quelle fasi concernenti i rifiuti liquidi o assimilabili attinenti allo scarico e riconducibili alla disciplina stabilita dalla legge 319 del ‘76, con l’unica eccezione di fanghi e liquami tossici e nocivi che sono sotto ogni profilo regolati dal DPR 915 dell’82". Quindi io deposito il testo della massima tratto dal CED di Cassazione di questa sentenza.

 

Presidente: va bene, grazie. Allora, diamo senz’altro inizio all’esame dei consulenti che sono stati indicati alla scorsa udienza. Chi vogliamo introdurre?

 

Avvocato Lanfranconi: pensavamo di cominciare con il professor Facchetti, che illustrerà le problematiche attinenti alle metodologie di campionamento e di analisi e poi svilupperà tutta una parte sulle diossine che tanto ci hanno occupato in questo processo. Ovviamente accogliendo l’invito formulato dal Tribunale l’intervento sarà, pur se in senso relativo, piuttosto concentrato, riservandoci poi di sviluppare nelle relazioni scritte che verranno depositate degli approfondimenti.

 

Presidente: va bene, si accomodi, professore.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. FACCHETTI SERGIO

 

RISPOSTA - Dopo aver conseguito la laurea in chimica pura presso l’Università di Pavia mi sono specializzato presso il CISE di Milano e presso la stazione sperimentale dei combustibili del Politecnico per l’analisi strutturale degli oli combustibili. Funzionario della Commissione delle Comunità Europee dal 1961 al 1996, dove sono divenuto dirigente e responsabile di una divisione scientifica con oltre cento ricercatori dei quindici Paesi della Comunità Europea, ho svolto anche il ruolo di coordinatore delle attività di ricerca del centro di (Ispra) effettuate per conto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente di Copenaghen; attualmente sono presso l’Università di Milano di Tossicologia dell’Ambiente. Riguardo la mia attività: sono stato ideatore e responsabile dello studio denominato (Ile), cui hanno fatto riferimento per la definizione del contenuto massimo in piombo delle benzine il Parlamento Europeo, la Environmental Protection Agency americana e altre organizzazioni nazionali. Sono stato coordinatore del progetto Eureca 674 per la progettazione e la realizzazione di laboratori mobili dotati di tecniche avanzate e innovative. Sono stato incaricato dalla Magistratura per lo svolgimento di tutte le perizie tecniche relative all’incidente di Seveso nel 1973. Membro del gruppo di lavoro dell’EPA degli Stati Uniti per la preparazione del documento sui criteri della qualità dell’aria per l’inquinamento da piombo, sono stato consulente del Governo americano e delle forze aeree americane per i problemi legati all’inquinamento ambientale da diossine e benzofurani. Sono stato presidente di diverse commissioni scientifiche, tra cui l’attuale Commissione di Valutazione delle prestazioni dell’impianto di incenerimento di rifiuti solventi urbani sito in provincia di Pavia, a Parona. Sono attualmente il rappresentante per l’Italia nell’European Community Chemistry Council, nell’European Chemistry Registration (Bort), nella Divisione Ambientale delle Società Chimiche Europee, che ha come acronimo FECS. Sono membro del Rester Group sui composti organici persistenti delle Nazioni Unite, l’UNIDO. Sono autore e coautore di oltre 230 pubblicazioni e memorie scientifiche ed editore di sette volumi, membro dell’Editorial Bort in numerosi giornali scientifici; mi sono state conferite diverse medaglie d’oro, l’ultima quest’anno, e i profili bibliografici su riviste internazionali, giapponesi, americane e dell’Inghilterra. Bene, allora potrei, se è d’accordo il signor Presidente, dare inizio alla prima relazione che riguarda l’approccio metodologico. Questa relazione è articolata in queste parti: la produzione dei risultati analitici non idonei allo scopo, che purtroppo è una tendenza generalizzata a livello mondiale; il confronto tra laboratori, che è uno dei punti chiave dell’attività analitica; l’incertezza e l’errore nella misura analitica; l’assicurazione della qualità e la riferibilità di ogni fase del processo analitico; il campionamento, che è parte dell’attività analitica; la preparazione del campione composito; la scelta del dato rappresentativo di un insieme di dati; infine l’incompletezza delle analisi condotte. Inizio con un’affermazione scritta nel programma di lavoro dell’Agenzia Europea dell’Ambiente nel 1994, che diceva che le misure analitiche devono essere affidabili e comparabili per poter essere di aiuto nei processi decisionali. Sembra ovvia, ma l’agenzia si basava sui risultati di diverse indagini fatte in tutto il mondo. Infatti nel Regno Unito un rappresentante dei chimici del Laboratorio Governativo di Chimica nel 1996 ha affermato che nel Regno Unito ogni anno si eseguono un miliardo di misure chimiche e oltre il 20% dei dati prodotti non è adatto allo scopo per il quale queste analisi sono state prodotte. Analoga situazione è stata registrata qualche anno prima in America, è stata pubblicata su... Chemistry, che è uno dei giornali fondamentali della chimica analitica; diceva, appunto, che nel 1988 250 milioni di analisi vengono effettuati ogni giorno negli Stati Uniti e circa il 10%, cioè 25 milioni, di analisi al giorno sono mal condotte e devono essere ripetute. La stessa osservazione aveva fatto qualche anno prima in Germania il professor Tolk, che ha stimato che esisteva una situazione analoga agli Stati Uniti in Germania e poi alcune industrie in cui la (farestazione) di un prodotto è strettamente correlata alla composizione chimica, circa il 30% dei campioni deve essere rianalizzato. Questo è stato confermato da un’indagine della Comunità Europea. A livello italiano purtroppo non esistono questi confronti, questi studi, queste indagini, però posso citare uno studio che è stato fatto dal Dipartimento Ambiente dell’Enea che aveva confrontato le analisi relative ai licheni, i licheni sono una specie di muschi che servono per valutare l’inquinamento dell’ambiente. Aveva osservato che a quella data, al 1992, relative ai licheni c’erano 5.000 pubblicazioni; hanno verificato i risultati ottenuti o con la stessa tecnica, ma da laboratori diversi, sullo stesso materiale o da tecniche diverse e l’ultima colonna fa vedere che il rapporto tra i risultati effettivamente è un rapporto che lascia molto perplessi, cioè che va da un valore 15 fino ad un rapporto di 100, cioè quando all’analisi del mercurio con l’assorbimento atomico venivano trovati 0,55 PPM, in altro caso si trovavano 0,05 PPM. Quindi la situazione chiaramente lascia, se non vengono prese delle contromisure, la situazione dell’analisi non è certo delle migliori. Se permette, signor Presidente, uso una metafora. Dato che si è parlato molto di parti per trilione, PPT e cose del genere, per visualizzare il significato di questa analisi, questa metafora fa vedere il significato di evidenziare la difficoltà dell’analisi in traccia. Cioè, vediamo di trovarci lungo l’autostrada New York-San Francisco, che è lunga 8.000 chilometri, e questa autostrada è ricoperta da rifiuti. Dico ricoperta da rifiuti per il semplice fatto che noi dobbiamo fare la purificazione del campione, quindi non è soltanto l’analita nella matrice, ma abbiamo tutte le sostanze interferenti. Lo scopo era quello di individuare la capocchia di uno spillo delle dimensioni di un millimetro lungo questa autostrada. Se noi normalizziamo la lunghezza 8.000 chilometri e la trasformiamo in millimetri, noi abbiamo 8 per 10 alla 9 millimetri, 8 miliardi di millimetri. Rapportata alla lunghezza dello spillo noi abbiamo 10 alla meno 10, cioè ci troviamo nel campo delle parti per trilione, delle PPT, 100 PPT. Ma le analisi che noi facciamo sono a livelli ancora inferiori, cioè noi dobbiamo analizzare 0,1 o 1 PPT, vale a dire che dobbiamo determinare delle concentrazioni a livello da 100 a 1.000 volte inferiori a quanto poteva dare questa metafora, questo esempio. Quindi se noi trasformiamo in termini un pochettino più, diciamo, più confrontabili con la chimica, diciamo che una parte per trilione equivale ad un grammo disperso in un milione di tonnellate di acqua o di terreno o di sedimento, quindi è un’analisi, chiaramente si rende conto che l’analisi non è delle più facili. Allora, avevo detto nell’introduzione il confronto tra laboratori che è una parte chiara. La Comunità Europea a cominciare dal 1972-’73 aveva realizzato questa difficoltà e allora come prassi sceglieva i laboratori migliori a livello, cioè i laboratori specialistici, quelli specializzati in una particolare determinazione - quella più alta - e faceva il confronto tra questi laboratori. Questo può essere il caso dell’analisi dell’ammoniaca nell’acqua. Il valore era 35 microgrammi per litro. Se vede i risultati, sono dispersi su un grande intervallo, che va fino a 160, fino a qualche laboratorio che non ha trovato niente, laboratori che si ritenevano specialistici del campo. Produrrò qualche esempio per le diverse matrici e i diversi inquinanti. C’è, per esempio, il caso del piombo in acqua, è un’analisi che è stata effettuata anche nel caso di Venezia. Il valore era 44,35 e vedete che ci sono tre laboratori che non hanno affatto trovato il piombo, non sono stati capaci di individuarlo, altri si sono trovati dei valori fino a 400, 500. Qui gli esempi diventano numerosi, ne farò ancora un paio. Per esempio, l’analisi dell’arsenico, che è un altro esempio di analita che viene determinato; vedete che i risultati di questi laboratori specializzati, i cui risultati sono stati un po’ depurati ed eliminati quelli che erano completamente fuori, vedete che c’è una dispersione notevole e quella barra significa l’interezza del risultato, quindi c’è un’incertezza del risultato disperso perché il valore di riferimento era 93,3, quindi vedete come varia. Lo stesso il caso del nichel, che non penso sia il caso di produrre, ma produrrei per esempio il caso dei PCB, di cui si è parlato tanto. Vedete che per un congenere, dato che bisogna ricercare, sono analisi di congenere specifiche, cioè i congeneri tossici, vedete che noi abbiamo il valore di riferimento, era 128 microgrammi/litro, e i risultati vanno fino a 300 microgrammi, fino a pochi microgrammi. La difficoltà di queste analisi sta anche effettivamente, pur prendendo tutte le precauzioni, posso far vedere l’andamento giornaliero in un laboratorio che segue giornalmente l’analisi. Vedete che i risultati dovrebbero essere contenuti nella fascia indicata fra le righe azzurre e vedete che, pur essendo effettuato il controllo in continuo, ci sono delle oscillazioni, delle variazioni notevoli nello stesso laboratorio dovute alle situazioni particolari. Allora, facendo tesoro di questo fatto, la Comunità ha preso coscienza della necessità di verificare tutte le diverse fasi del processo e queste si possono dividere in quattro fasi: la taratura o calibrazione; la separazione e rilevazione dell’analisi; la purificazione del campione; l’estrazione e poi l’analisi. Dato che non è sempre facile seguire tutte queste fasi, recentemente ha pensato di fornire i laboratori di tutte queste specie di soluzioni, quindi vedete nel caso dell’analisi del mercurio, nei mitili e nel tonno, che è un’analisi che ha incontrato notevolissime difficoltà, viene fornita prima di tutto una soluzione pura di mercurio dove il laboratorio può verificare la prestazione del proprio strumento e nulla più; poi viene dato un estratto del tonno e dei mitili dove il laboratorio deve effettuare la purificazione e la misura; poi fornisce la polvere del tonno e dei mitili e deve essere effettuato tutto il procedimento. In questo modo le cose si stanno realizzando. Comunque è da ricordare che non solo il confronto tra laboratori dà dei risultati che possono essere presi come validi al 100%, a volte si riscontrano delle differenze che grazie al confronto tra laboratori poi si trova la causa. E’ il caso, per esempio, di una analisi delle diossine. L’analisi delle diossine, sempre a livello di test della Comunità Europea, a maggioranza di laboratori si vedono delle grosse dispersioni comunque il valore medio era 180; un solo laboratorio, che porta il numero 8, aveva trovato un valore più basso che normalmente si sarebbe dovuto scartare, ma, insistendo nell’indagine, si è visto che era l’unico laboratorio capace di separare i due congeneri delle esa indicati con le cifre F118 e F119, era l’unico laboratorio capace di fare questa separazione, quindi era l’unico laboratorio che poteva fornire dei risultati corretti, quindi questa è l’utilità. Per concludere, gli inglesi, il laboratorio del Governo inglese ha stimato che occorrono in media - loro dicono - nove esercizi inter-laboratorio, pur essendo specializzati, per raggiungere una stabilizzazione dei risultati, dati confrontabili. La nostra esperienza porta che ne bastano tre o quattro, infatti c’è il primo picco, per avere una buona prestazione, ma se uno vuole raggiungere il massimo effettivamente deve fare questa serie di confronti. Uno degli esercizi fatti sempre dalla Comunità Europea, per esempio nell’analisi di questi elementi, cadmio, mercurio, piombo, rame, in una polvere di latte, per esempio, nel latte, il primo confronto... Il valore certificato è quello indicato nell’ultima colonna, 2,9 PPB nanogrammi/grammo; il primo risultato dava delle dispersioni che andavano da 0,4 a 4.500, quindi dati fortemente non validi, questo per il cadmio; per il mercurio lo stesso, il valore di riferimento era 1 e venivano trovati valori che andavano da 0,6 a 42; per il piombo, il cui valore certificato è stato 104, andava da 68 a 5.500; per il rame lo stesso. Quindi quel suggerimento sembra un po’ banale, comunque è il distillato di venticinque anni di esperienza fatto da un ricercatore tedesco che ha la responsabilità di questi programmi. Lui dice: "Mai pensare che il metodo sia sempre controllo statistico. Laboratori che siete specializzati, state attenti che siete quelli che sono più facilmente indotti all’errore. Cercate i punti deboli nella propria struttura analitica, cooperate il più possibile con altri laboratori e non rassegnatevi mai, anche quando gli esiti sono negativi, alla fine viene fuori una soluzione". Quindi penso di aver illustrato l’importanza dei confronti tra laboratori perché è una parte chiara. Nella misura analitica, però, bisogna tenere presente l’incertezza della misura analitica. L’incertezza della misura analitica rappresenta praticamente la distribuzione dei valori possibili, cioè viene dato un valore medio e poi un intervallo, più o meno un valore; tutti questi valori sono valori che devono essere accettati. Non c’è mai il valore che fa riferimento, c’è un valore medio e poi c’è una distribuzione. Un altro fatto importante è che il percorso analitico deve essere sempre riferibile, ossia tutte le fasi del processo analitico devono essere documentate e percorribili attraverso una catena ininterrotta di operazioni di confronto di incertezza nota, vale a dire che in un processo che si articola in diverse fasi ogni fase deve essere verificata e deve essere riferibile, cioè per indicare l’errore deve essere ripercorso questo... Quindi una stima realistica dell’incertezza deve essere fatta solo nel caso in cui ci siano dei procedimenti di misura ufficiali, ma che siano correttamente eseguiti, che siano verificati, questo è il punto. Quindi determinante è l’assicurazione delle qualità di una determinazione analitica. In questo caso gli studi fra laboratori, come abbiamo visto, svolgono un ruolo fondamentale. Ora, un’altra osservazione da fare è che nessuna correzione può essere apportata all’incertezza, quindi il risultato è questo e tutti i valori compresi in questo intervallo devono essere accettati. Prova ne è che anche i materiali di riferimento certificati hanno una incertezza, quindi non viene mai dato un valore unico, ma viene data una serie, un intervallo. Quindi questo è il caso, per esempio, dei PCB che vengono usati sempre, vedete che c’è un valore medio, per esempio il primo caso del congenere 8, è 11,4, più o meno 0,3, e così via; lo stesso per le diossine, la stessa cosa, vengono introdotte queste incertezze, questo range di questo intervallo di valori possibile. Ora, ho detto che l’incertezza deve essere accettata e non deve essere corretta. Se invece noi andiamo a prendere in considerazione l’errore, cioè quanto un risultato si discosta dal valore vero, se questo è rappresentato da un solo valore, da una differenza tra valore fornito e valore vero del parametro da misurare, questo potrebbe essere corretto, ma altrimenti l’errore lo si deve, diciamo, subire. Questo grafico magari spiega meglio. Quindi noi effettuiamo una misura e abbiamo una deviazione dal valore vero. Se questa deviazione è sistematica ed è conosciuta noi possiamo applicare la correzione e quindi abbiamo la correzione dell’errore e l’abbiamo in valore misurato; se è sconosciuta oppure se noi con la correzione già applicata abbiamo una deviazione residua oppure abbiamo una deviazione casuale, tutto questo va incluso sull’incertezza della misura. Insisto su questo punto per il semplice fatto che non sono mai state prodotte delle incertezze di misure, ma erano stati dati solo dei valori. Il controllo della qualità è un’altra fase estremamente importante ed è articolata. Si identifica come assicurazione della qualità ed è divisa in due parti: una parte che è detta controllo della qualità e che serve alla verifica delle procedure; l’altra parte è chiamata valutazione della qualità e serve per valutare la qualità dei risultati. Il tutto confluisce nel sistema assicurazione della qualità. Questo procedimento deve essere applicato sistematicamente e nella sua interezza e non mi sembra e non mi risulta che questo procedimento sia stato sempre applicato nella totalità dei laboratori coinvolti in questa indagine. A riprova sta un’osservazione fatta dal dottor Müller che in una nota all’interpretazione delle analisi relative alle diossine faceva notare al dottor Casson che l’assicurazione di qualità gioca un ruolo importantissimo in modo da avere un controllo sulla qualità dei risultati. Allo stesso tempo il dottor Müller proponeva un piano d’indagine più ampio e meglio articolato. A proposito delle analisi fatte dal dottor Müller, sarà interessante disporre, come peraltro promesso, della copia delle procedure seguite. Infatti sulla base di quanto riferito dal dottor Sesana può nascere qualche dubbio. Si prenda come esempio il rapporto segnale-rumore, quindi come segnale è l’altezza del picco e il rumore è quel rumore di fondo che si vede indicato sulla... Ecco, quello. Com’era stato affermato e confermato dal dottor Sesana, il rapporto delle misure quantitative era uguale o maggiore di 3. Bene, già a livello di Analytical Chemistry nel 1980 e riconfermato dalla norma (Sen) 1948 nella parte terza del 1996, il segnale-rumore deve essere superiore a 10 e nella norma Sen deve essere superiore a 20, perché la presenza di segnali interferenti potrebbe portare ad un valore quantitativo superiore a quello vero. Il campionamento contrariamente a quanto pensano alcuni chimici analitici è parte della procedura di chimica, della procedura analitica ed è una fase determinante, per cui il chimico, l’analista non dovrebbe mai affidare ad un estraneo al laboratorio il procedimento di campionamento oppure assistere, ma in modo sistematico. La nostra esperienza personale, per esempio nel caso di Seveso e tutto quanto, che tutti i campionamenti sono stati fatti da noi, dedicavamo il sabato e la domenica, ma tutti i campionamenti venivano da noi fatti. Ora, quando è stato detto che nell’analisi delle diossine l’errore globale era del 30, 40%, penso che ci fosse stata una cattiva interpretazione dell’errore, perché è vero, l’errore a livello di analisi di laboratorio, non c’è dubbio, i laboratori migliori - e qui si trattava di laboratori validi - senz’altro, e vedremo poi i risultati da loro prodotti, sono in grado di dare dei risultati con una incertezza di questo genere. Ma se uno va a includere il campionamento, l’incertezza - e lo dimostrerò con i risultati - sarà ben superiore. Comunque, la qualità e la validità del dato analitico sono funzione del modo in cui il campione è stato ottenuto e della adeguatezza del piano di campionamento, in quanto il campione deve rappresentare, senza alcuna distorsione, la popolazione in esame. Quindi un corretto piano di campionamento deve includere la definizione degli obiettivi dell’indagine e l’incertezza associata al numero dei campioni raccolti e alla variabilità della popolazione. Quindi il numero di campione da prelevare per definire con una ridotta incertezza il valore medio della concentrazione della popolazione in esame può divenire elevato, e farò un esempio. Poi ci sono delle regole precise riguardo alle modalità e alla strategia di prelievo, la conservazione e il trasporto dei campioni onde evitare l’alterazione della composizione del campione. Qui c’è un brutto esempio perché ho pensato solo stamattina di inserire, comunque penso sia leggibile, riguarda un esempio di piano di campionamento. Questo è un esempio nel manuale ufficiale dell’Unichim, che sarebbe l’Associazione dei Chimici Italiani. Dice: "Nel piano di campionamento devono essere precisati obiettivi e scopo delle indagini, definire l’area di interesse, gli operatori, i loro compiti e responsabilità, devono essere indicati i parametri da determinare e le misure da eseguire, disposizione dei punti di prelievo, tempo, durata e frequenza dei prelievi, procedure di preparazione dei dispositivi di prelievo e dei contenitori dei campioni, procedure di prelievo - e farò degli esempi adesso di come le procedure di prelievo possono alterare completamente il risultato - procedure di trattamento e conservazione dei campioni, modalità di identificazione, etichettatura e registrazione dei campioni e relative responsabilità, modalità di trasporto, considerazioni generali relative alla sicurezza... in campo, eventuale procedura di controllo della qualità, procedure analitiche di misure, modalità di presentazione dei dati". Bene, analizzerò qualcuno di questi casi. Il numero dei campioni per poter definire senza distorsione la concentrazione media di una certa popolazione è definito da una serie di formule. Adesso io non vorrei... Lo allegherò nella relazione, comunque l’esempio... Mi fermerei alla seconda parte, questa è una delle formule che esistono. Se noi abbiamo la popolazione il cui valore di concentrazione media è 0,1 PPM, che sono casi che abbiamo incontrato nella laguna, con una deviazione standard di 0,05 PPM e se si decide che l’errore non deve essere superiore al 20% del valore della concentrazione media con un livello di confidenza del 95%, applicando quella formula in una piccola area noi dobbiamo prelevare e analizzare 24 campioni. I campioni devono essere prelevati per definire il valore medio della concentrazione della popolazione in esame in accordo con l’errore prestabilito. Dicevo delle modalità del campionamento, le modalità del campionamento in genere non sono considerate, ma adesso si sta evidenziando, com’era stato nel ‘97 da Ellison, pubblicato nel ‘97, che l’incertezza legata ala campionamento in particolare per la variazione casuale dei diversi campioni e per le potenziali variazioni dovute alle metodologie e alle procedure di campionamento è di particolare rilevanza. Presento un risultato che la Comunità Europea sta ottenendo in questi giorni per valutare - è in fase di pubblicazione il rapporto - l’influenza, l’impatto della metodologia di prelievo, unica metodologia di prelievo, perché hanno scelto i quindici laboratori specializzati in questo campo a livello europeo, hanno già caratterizzato il terreno agricolo, hanno incaricato un laboratorio dell’analisi per cui si esclude la diversità di analisi tra i vari laboratori e hanno incaricato questi quindici laboratori all’operazione di prelievo e semplice pre-trattamento, cioè setacciatura del campione. Bene, gli errori commessi sono risultati... Quindi solo dovuto al metodo di prelievo, variare tra il 20% per il piombo e il 100% per cadmio, quindi al di fuori di tutta la procedura analitica. Un’altra esperienza, che è stata condotta anche qua con la collaborazione di ricercatori dell’Università di Venezia riguardo i prelievi dell’acqua di mare, sempre condotta dalla Commissione Europea del Progetto Aquacon, che è un acronimo che dice la qualità e gli studi di qualità della procedura analitica in pratica, volevano identificare e quantificare l’impatto delle procedure di prelievo sull’acqua di mare per la determinazione di elementi in tracce. Hanno messo a confronto due serie di campionatori di uso generale negli studi oceanografici, uno detto Niskin e l’altro Go-Flow. Erano costituiti da due serie di campionatori con volumi diversi che andavano da 2,5 a 20 litri e le bottiglie dette Niskin, dal nome di chi le ha introdotte, che andavano fino a 30 litri. Il confronto dei campionatori è stato effettuato prelevando e analizzando tre serie di campioni, sulla nave sono state fatte subito le determinazioni di cadmio, piombo e rame; successivamente sono state inviate a tre laboratori: al laboratorio del CNR di Venezia, al laboratorio della Comunità Europea di Ispra e al laboratorio di Genova per il controllo di queste analisi e per l’estensione delle analisi a zinco, ferro, nichel e manganese. I risultati, appunto, dicono che c’è una differenza tra i due tipi di campionatori e l’importanza del volume delle bottiglie, cioè il rapporto superficie-volume, è molto importante, infatti quelli che introducono minore contaminazione sono le bottiglie denominate Go-Flow con volume di 20 litri. Quindi occorre fare uno studio non solo sulle metodologie analitiche, ma anche sul modo in cui si prelevano. Qui devo dire che l’ANPA ha realizzato e sta portando avanti uno studio a tal proposito. Quando poi uno fa il campionamento deve tenere conto anche della variabilità spaziale e temporale, perché si possono ricordare la stratificazione verticale dei contaminanti a livello sia di suolo che si acqua, l’accumulo, per esempio, di composti lipofilici nello strato superiore della colonna d’acqua, l’effetto diluizione legato ai fenomeni di marea con variazione anche di ordine di grandezza. Per esempio, l’EPA dice che per ridurre la variazione spaziale nell’analisi, per esempio, dei metalli, suggerisce di prelevare tre campioni e di analizzarne due: se due campioni risultano come risultati entro il 15% riconosce la validità del prelievo; se invece c’è una differenza maggiore chiede di analizzare il terzo campione e di farne poi la media. C’è anche il problema della conservazione dei campioni di acqua, che è un ruolo importante e dipende dalla tipologia del contenitore, della temperatura, dal pH, perché possono aversi degli assorbimenti, dei rilasci e delle modificazioni delle specie. Lo stesso, un ruolo importante sui sedimenti ha il tenore di umidità, per cui sarebbe opportuno o liofilizzare il campione o conservarlo a basse temperature o altre procedure che... Nel piano di campionamento non si è mai vista una strategia di campionamento. Ora, che cosa significa strategia? Scusi se uso un lucido in inglese, ma è evidente ugualmente. Se noi abbiamo una conterminazione abbastanza omogenea, quindi una uguale probabilità di raccogliere campioni nelle varie zone, uno può fare un campionamento casuale come indicato al punto A del lucido; se invece l’eterogeneità non è casuale, si deve fare un primo campionamento, identificare le zone abbastanza confrontabili, suddividere la zona da campionare in più zone e qui operare un secondo campionamento in modo casuale, in modo da avere effettivamente queste zone ben definite. Poi ci sono altre strategie, adesso io ne porto alcune, ma, per esempio, il decreto 971, il decreto ministeriale del mese di dicembre, è stato preparato a ottobre ‘99, ma pubblicato nel dicembre ‘99, ricorda di seguire la strategia dei transetti, cioè campionare lungo delle linee parallele con un certo passo, per esempio. Quindi adesso anche le nostre normative lo prendono in considerazione. Ma se ho capito quando è stato detto dall’incaricato al campionamento, il campionamento è stato mirato, cioè con obiettivo i punti di scarico o i punti che all’apparenza erano i più contaminati. Questo mi era parso di capire dalla deposizione dell’ispettore Spoladori. Quindi si sono ottenuti dei dati puntuali rappresentativi forse dei punti di maggiore contaminazione, se è andato a cercare i punti, comunque delle analisi puntuali. Ma quello che lascia molto perplessi è stato il modo di omogeneizzare il campione, perché il sedimento è stato prelevato e messo in un sacchetto e dopodiché cercato di omogeneizzare mischiando questo campione. Queste è una delle fasi più importanti a livello di analisi e lo dimostrerò con i risultati. Perché? Intanto non si può in un campione di sedimento prelevato in questo modo fare l’analisi dei volatili perché i volatili... C’è tutto un procedimento diverso, noi abbiamo fatto anche un brevetto per campionamento in modo che non siano alterati da... Dimenticando i volatili, deve essere fatta una setacciatura; eliminata la frazione superiore ai 2 millimetri in quanto essenzialmente silice, materiale refrattario, cose del genere, la frazione inferiore ai 2 millimetri deve essere omogeneizzata. Se si dispone in campo di un sistema di rotazione, di omogeneizzazione delle apparecchiature almeno per dieci minuti, altrimenti c’è un’altra procedura che è suggerita e che dà dei risultati senz’altro migliori. Ricordo che per la preparazione di materiali di riferimento - questa è una delle operazioni chiave - l’omogeneizzazione viene effettuata per 24 ore in continuo in modo da essere sicuri che i tutti i laboratori abbiano lo stesso campione e non delle differenze fra punto a punto. Ora, una procedura - se volete - semplice è quella di fare una piramide, appiattirla, dividerla in quattro segmenti, miscelare i due quarti contrapposti e ripetere l’operazione almeno cinque volte: in questo modo c’è una ragionevole probabilità di avere un campione omogeneo, perché altrimenti uno ha un campione per cui, a seconda della parte che prende, il risultato è nettamente diverso. Infatti a livello di sorgente di errore si riconosce che la prima è dovuto all’uniformità del campione, la seconda al progetto di campionamento, la terza ai metodi di campionamento e per ultima la metodologia analitica, quindi la metodologia analitica, che sembra sia stata quella accurata, è quella che occupa un quarto delle... Sembra evidente che nella definizione e nella trattazione di un dato analitico si deve considerare l’incertezza e di conseguenza si devono evitare considerazioni rigorose sul significato del dato ottenuto essendo questo sempre affetto da errore e da incertezze, soprattutto quelle dovute, come ho detto, al campionamento. Da quanto mi risulta dai documenti esaminati, non mi sembra che ciò sia stato fatto. Se noi andiamo a riprendere in mano le analisi a diverse concentrazioni, si vede che l’incertezza aumenta col diminuire della concentrazione. E’ pubblicato già dal 1982 da Horwitz e si vede che come si diminuisce la concentrazione e si arriva alla zona di 10 alla meno 12 parti per trilione - è proprio il caso che faceva questo autore delle diossine - noi abbiamo un coefficiente di variazione, cioè la differenza fra i vari laboratori, escluso il campionamento, superiore almeno al 60%. Adesso i metodi sono migliorati e chiaramente c’è un miglioramento, però cito i risultati della norma Sen del 1996. Qui è incluso anche il campionamento. D’accordo che non è il campionamento di sedimenti, ma è il campionamento di effluenti dagli impianti di incenerimento, ma sono stati trattati tre impianti indicati con A, B e C, sono stati adottati dei metodi diversi di prelievo: il metodo detto della diluizione, il metodo del filtro refrigerante e un altro della sonda raffreddata. Se vediamo il valore medio del singolo laboratorio, per esempio, col primo metodo il valore medio è 0,19 con una variabile interna, quindi un’incertezza, 0,12, quindi abbastanza rilevante, dell’ordine del 60%, roba del genere; nel filtro refrigerante il valore medio è 0,04, quindi diverso rispetto al primo, va beh che ero lo stesso impianto, ma con incertezza superiore al valore dato; nell’altro impianto, B, ci sono tre risultati che sono abbastanza confrontabili con l’incertezza che, però, raggiunge dei valori del 45, 50%. Nel caso dell’ultimo impianto si vede che in un caso, quello della diluizione, l’incertezza è superiore al valore trovato, quindi superiore al 100%, la sonda raffreddata è del 20, cose del genere. Però se noi confrontiamo i risultati fra i vari laboratori e vediamo che la variabilità esterna rispetto ad un valore di 0,035 è 0,05, quindi ben superiore al 100%. Uno studio fatto dagli svedesi, al quale hanno partecipato anche i laboratori di Venezia, dice che l’incertezza, dove non c’era il campionamento, ma il campione era già stato distribuito, a livello di 10 PPB, quindi mille volte superiori ai valori, l’incertezza era del 16%. Se però si scende a livello di PPT e col diminuire dell’incertezza passa dal 47 al 144%, quindi - ripeto per l’ennesima volta - quella incertezza data del 30, 40% dovrebbe essere dimostrata. Analizziamo adesso qualche risultato prodotto e vediamo il confronto tra i risultati ottenuti dal laboratorio di Brescia e dal laboratorio di Mestre per i campioni, i campioni dei rifiuti indicati nella prima colonna. Vedete il risultato, per l’arsenico per esempio, 3 contro 16, 4 contro 9, 2 contro 9, 13 contro 19, 1 contro 21, e così per il cadmio si hanno dei risultati 27 Brescia, Mestre inferiore allo 0,2, il secondo campione non li ha trovati e così via, ci sono delle differenze notevoli. Secondo me non è dovuto al laboratorio, all’incertezza del laboratorio, ma è dovuto all’incertezza del campionamento, alla omogeneizzazione del campione, cioè il modo in cui è stato omogeneizzato, è stata data al laboratorio una parte che è ben diversa da quella che ha avuto il secondo laboratorio perché non posso credere che i laboratori abbiano delle differenze di questo genere. Lo stesso l’analisi dei mitili prodotta dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’SGS vicino Padova, nel caso degli IPA su campioni doppi. Vedete il valore 41 contro 27, 5 contro 94, 2,9 contro 8,8, 4 contro 16... Penso che il motivo sia sempre questo. Lo stesso per il rame, si trovano dei valori che sono discordanti, non so, 8,8 contro 0,76, cose del genere. Io penso che l’omogeneizzazione e il campionamento abbiano avuto ruoli estremamente importanti. Andiamo a vedere sempre i risultati prodotti nella consulenza dai laboratori sui diversi campioni. Qua sono indicati, per esempio, il campione 3-4A e 3-4 bis. Vedete che se sono... Ho messo in grassetto alcune differenze che sono molto più rilevanti, per esempio per il rame 100 contro 1.250; per un altro campione in basso sempre del rame 160 contro 11, 8 contro 130. Io penso che sia proprio ancora questo, perché altri risultati sono abbastanza coincidenti, quindi non può essere il metodo una volta valido e un’altra volta no; penso sia proprio il modo di omogeneizzare e il modo di prelevare. Il mercurio, lo stesso, vedete delle differenze enormi, 2,72 contro 0,96, 4,8 contro 0,58, così via; per il piombo altre differenze; lo zinco idem. Ma non è soltanto per i metalli, vediamo anche le sostanze organiche. Adesso non vorrei far perdere tanto... Produrrò questi risultati. Prendiamo il caso dei DDE, DDT, esaclorobenzene. Vedete che ci sono, per esempio, del DDE, del campione 11 a 3, 43 contro 0,05, cioè inferiore, quindi in pratica non l’hanno visto; nel DDT lo stesso, stesso campione, 19 con inferiore ad 0,05, siamo a livello di PPB; per l’esaclorobenzene lo stesso, ci sono dei valori 340 contro 1.520 e 23 contro 0,19 e così via. Vediamo il caso di questi campioni, vediamo i PCB e le diossine. Allora, gli IPA danno, per esempio, in un caso il campione 3, 4A1, danno 10.100 contro 3.000, in un altro campione 34.700 contro 17.500, l’11A3 28.600 contro 696, il 13A3 356 contro 36.600. Per i PCB abbiamo ancora delle differenze, vediamo il primo, 29.000 contro 55.000, il secondo campione 2.600 contro 800; se scendiamo c’è il 40 contro 15, il 198 contro il 5 e così via. Diossine, il primo campione dà 433.000 e l’altro dà 4.600, il secondo 7.000 contro 28.000 e così via. Va beh, io direi che di esempi ce ne sono stati abbastanza. Io direi, non a difesa di laboratorio, però bisogna essere obiettivi, constatare i risultati dei laboratori e il confronto che hanno fatto i laboratori, su una matrice completamente omogenea, perché era una matrice che era stata prodotta a livello internazionale, quindi una matrice omogeneizzata per 24 ore, si vede che i risultati sono... Sono i tre laboratori che sarebbero l’Istituto Superiore di Sanità, il laboratorio Mario Negri e l’SGS, quindi indicati con le sigle A, B e C. Su questa matrice omogenea i risultati sono abbastanza buoni, c’è qualche caso... Beh, in un caso, per esempio, degli eptaclorodibenzofurani c’è un rapporto un po’ elevato, il rapporto tra i laboratori, però diciamo che con la matrice omogenea, sono laboratori esperti, hanno dato dei risultati validi. Se invece andiamo a prendere in considerazione una matrice non completamente omogeneizzata, preparata dall’Istituto Superiore di Sanità, si vede che i risultati peggiorano e il raffronto tra i vari laboratori si vede che ha dei valori meno buoni di quello che si era ottenuto con la matrice omogeneizzata. Quindi io credo che questa sia un’ulteriore prove della necessità di avere un’omogeneizzazione completa del campione. Altro esempio, i campioni di sedimenti prelevati dai ricercatori spagnoli nel 1996, in queste zone della laguna, nel ‘95 prelevati, nella zona urbana Isola di Giudecca, nella zona di controllo Pellestrina, nella zona portuale di Chioggia, Porto Marghera, la zona agricola del fiume Dese che... Vedete nella penultima riga orizzontale che i laboratori spagnoli hanno ottenuto dei valori di tossicoequivalente, dato che il confronto si fa solo sulle tre zone C, D e E, di 3, 34 e 2. L’Istituto Superiore di Sanità nella pubblicazione del ‘94, ma campioni prelevati nelle stesse località, avrebbe trovato dei valori inferiori, quindi questo vuol dire la variabilità in funzione del punto di prelievo. Questa è un’altra prova che non posso credere che abbiano voluto dare dei risultati diversi. Se permette un’ultima considerazione. Vengono normalmente presentati i valori e si prende in considerazione il valore massimo, isolato il valore singolo. Ora, non è una procedura che si può adottare, perché vengono fatte delle valutazioni sul valore massimo che non è rappresentativo di quella popolazione. La norma dice che i valori... Si dovrebbe prendere o la media aritmetica o, nel caso in cui non ci sia una distribuzione omogenea, ci sia una distribuzione asimmetrica, si deve prendere la mediana. La mediana cosa vuol dire? Si mettono in ordine crescente i valori ottenuti, si prende il valore medio, in questa serie di sei valori la mediana è compresa tra lo 0,26 e lo 0,47, quindi il valore intermedio è 0,365. Se invece uno fa la media aritmetica può essere influenzato dai valori esagerati, per esempio un valore più elevato che può avere un peso enorme. Quindi è buona norma prendere la mediana; se la distribuzione è simmetrica mediana e media hanno lo stesso valore, ma bisogna fare tutte le valutazioni sulla mediana e non sul singolo valore, sia questo il più alto o il più basso. Infatti alcuni ricercatori... Presenterò nella seconda parte questi valori della mediana, quindi ci si deve riferire alla mediana e a niente altro. Allora, per concludere, per una corretta valutazione dei livelli di inquinamento dei sedimenti e del relativo rischio per la salute umana e per l’ambiente è necessario disporre di campioni di riferimento, cosa che abbiamo già detto prima, possibilmente certificati, ma comunque costituiti da una matrice identica a quella del campione in esame, e qui posso produrre una serie di campioni che sono disponibili sul mercato internazionale, sia per i sedimenti nel caso... Se vuole far vedere, per i metalli, dove viene chiaramente data l’incertezza, ma questo è il sedimento che è disponibile; nel caso dei IPA esistono questi valori certificati, quindi uno ha la possibilità di... il proprio metodo, anche questo relativo ai PCB. Poi ci sono anche dei campioni relativi all’acqua di mare, all’acqua di falda, tutto il mercato ormai offre tutti questi campioni e chiaramente bisogna usarli. Poi bisogna acquisire informazioni aggiuntive, cioè è già stato detto nel corso delle udienze passate che granulometrie e composizione mineralogica del sedimento sono molto importanti, perché sulle frazioni fini si intrappola l’inquinante. Poi bisogna determinare la frazione organica contenuta nel sedimento. Questo perché? Perché quando uno ottiene un dato, il dato va normalizzato sul contenuto di sostanza organica, gli stranieri lo chiamano LOI, cioè la perdita per iniezione. Come viene fatto nel caso dell’analisi del sangue, viene normalizzato sul contenuto dei lipidi, così va fatta nel caso dei sedimenti la normalizzazione sulla quantità di sostanza organica perché in quel punto c’è maggiore concentrazione, quindi è un’informazione non veritiera dell’insieme della zona. A proposito dei lipidi, c’è anche un andamento nelle varie specie del biota, un andamento che varia stagionalmente, quindi è necessario considerare il relativo ciclo biologico, comunque un altro consulente parlerà di questo. Poi c’è la presenza di solfuri, cioè per l’azione dei microrganismi in condizioni anossiche si ha la riduzione dei solfati dei metalli asolfuri, composti che fortunatamente sono insolubili e quindi non restano più nocivi per l’ambiente. Quindi bisogna valutare la quantità di solfuri presenti, perché non si deve fare l’analisi totale del metallo, ma vedere quello che resta biodisponibile, quello che viene rilasciato; per verificare la quantità e le specie degli inquinanti nelle condizioni della laguna c’è la possibilità di analizzare la quantità delle acque interstiziali nei sedimenti e c’è la possibilità di valutare le condizioni di rilascio e quindi le specie, e qui verrà un altro consulente che parlerà, cioè in altre parole non è la massa che è presente nel sedimento, ma è la quantità che ritorna in ciclo, la quantità che viene assunta, assorbita dal biota e quindi di conseguenza dall’uomo e non quello che è presente inertizzato nel sedimento. Poi la speciazione, ci sono anche parecchi materiali di riferimento per le specie, qui sono degli esempi di materiali che sono disponibili in commercio, ma ce ne sono tanti, per l’analisi dello stagno, del mercurio, del piombo, del cromo, dell’arsenico, tutte le specie, perché l’arsenico in genere è solo il 10% tossico, per (l’arseno-betaino), (l’arseno-coino), così, non sono specie che vengono metabolizzate, di conseguenza non sono nocive per l’uomo, c’è solo la specie inorganica, la S2O3, la S2O5, che sono tossiche. Quindi sono tutte informazioni che il chimico dell’ambiente ben conosce e che sono fondamentali per uno studio ambientale. A me risulta poco comprensibile, sarà forse una mia lacuna, poco comprensibili i confronti fatti per i sedimenti con il decreto ministeriale 471 relativo ai terreni. Nessuno va ad edificare e nessuno va ad utilizzare come... Il confronto con i sedimenti, a parte tutte le quantità che non vengono rilasciate, ma praticamente... E poi il decreto 471 dà dei valori tabellari, ma dice anche che se questi valori vengono superati deve essere fatta un’analisi del rischio per valutare veramente l’impatto, ma di questo parlerà un altro consulente. Quindi in conclusione, io direi, non si intende ovviamente negare la presenza di contaminanti nel sistema lagunare, non è questa l’intenzione, ma la valutazione della loro concentrazione deve essere effettuata secondo criteri rigorosamente scientifici. Si deve valutare allo stesso tempo la quantità che può essere assunta dal biota e dall’uomo, mentre ancora più importante è la quantità che può venire realmente assorbita nell’uomo. Ne consegue che i dati prodotti soddisfanno solo un’indagine orientativa preliminare, ma non consentono di trarre delle conclusioni scientificamente valide riguardo il rischio di esposizione della popolazione e tanto più di valutare la necessità e i rischi che deriverebbero da una bonifica eseguita forse solo da... Io, signor Presidente, chiuderei questa parte perché penso che l’amplierò nella relazione scritta, ma penso sia stata sufficiente come presentazione.

 

Presidente: grazie, può proseguire, se ritiene di prendersi una pausa...

RISPOSTA - Grazie, sì, con piacere.

 

Presidente: allora facciamo una piccola pausa di dieci minuti. Riprendiamo l’udienza. Va bene, riprenda, professore, prego.

RISPOSTA - La seconda parte riguarda le diossine, la contaminazione ambientale e l’esposizione umana. E’ suddivisa in questi sottocapitoli: le sorgenti primarie e il loro apporto all’ambiente, le sorgenti secondarie e la loro incidenza sull’esposizione umana, il carico annuale della laguna veneta e le deposizioni atmosferiche, la riduzione nel corso degli anni delle emissioni in atmosfera e dell’esposizione attraverso i cibi, i valori guida di assunzione giornaliera tollerabile, l’esposizione media giornaliera attraverso la dieta, laguna compresa, la quantità giornaliera tollerabile di prodotti ittici provenienti esclusivamente dalla zona industriale, alcune considerazioni sulle concentrazioni dei congeneri dovute alle diverse lavorazioni - la cosiddetta impronta del cloro - e poi farei un riferimento al caso Seveso per chiedermi: è giustificato un confronto con il Petrolchimico? Vorrei far presente che citerò di frequente il nome del professor Rappe. Il professor Rappe è un chimico organico svedese, ordinario di Chimica Organica, e dal 1975 circa è sempre stato coinvolto nel problema delle diossine e oltre che svolgere analisi, tutto quanto, col suo laboratorio, ha anche avuto il merito di raccogliere e di confrontare i dati, per cui è una sorgente di informazione abbastanza importante. Allora, prenderei in considerazione la prima parte relativa alle sorgenti. Le sorgenti... Prima di tutto va osservato - ed è anche ben noto - che le diossine e i benzofurani sono ubiquitari in tutto il mondo e si trovano persino nell’Artico e Antartico. La contaminazione ambientale è da attribuirsi ad un insieme di sorgenti primarie, mentre l’esposizione umana è generalmente dovuta a sorgenti secondarie. Ora, le sorgenti primarie vanno divise in quattro categorie: i prodotti secondari di reazioni chimiche, e il caso Seveso è un esempio chiaro; i processi di combustione che rappresentano la sorgente principale; delle reazioni fotochimiche, in particolare durante il trasporto in atmosfera, ma con la possibilità di degradazione anche dei prodotti; alcuni processi biologici, processi enzimatici. Mi fermo, adesso analizzo le sorgenti primarie. Nella classificazione delle principali sorgenti di diossine negli Stati Uniti considerano il più importante i processi di combustione, cioè l’incenerimento dei rifiuti urbani, dei rifiuti pericolosi, dei fanghi, e poi considerano una sorgente importante anche le fornaci e le caldaie industriali. In seconda priorità vengono i processi metallurgici, cioè fusione, sinterizzazione e raffinazione dei metalli; in terza priorità come importanza quantitativa le produzioni chimiche, in particolare la sbiancatura della carta, i fenoli clorurati, e poi quello che loro chiamano riserve, cioè sono praticamente suoli, sedimenti, il legno trattato con pentaclorofenolo, quindi sono queste nella categoria... Analoga classificazione esiste in Giappone, che è un Paese che ha dei grossi problemi con le diossine; ugualmente in Italia, perché è stato fatto un inventario e mettono in primo posto i problemi dell’incenerimento di vari tipi di rifiuti, in secondo posto i problemi di sinterizzazione dell’acciaio, in terzo i processi industriali e le centrali di potenza, al quarto alcuni settori del terziario e come ultima la combustione dovuta al traffico automobilistico. Questa valutazione è stata fatta dall’Enea per conto del Ministro dell’Ambiente. Volevo solo citare che nel caso dell’incenerimento dei rifiuti subito dopo Seveso - l’incidente avvenuto nel ‘76 - nel ‘77 hanno realizzato questo problema che gli inceneritori potevano immettere... Però c’è un tempo piuttosto lungo prima che vengano fatte le direttive, parlo sempre a livello comunitario, che poi vengono recepite dai vari Paesi membri. Le ultime, le norme comunitarie, praticamente i rifiuti non pericolosi è una direttiva dell’89, la 369 e poi la 429 che obbligava il miglioramento degli impianti; riguardo i rifiuti pericolosi nel ‘94 al numero 67 e adesso c’è un testo unico sull’incenerimento che si trova al Parlamento Europeo e al Consiglio dei Ministri, che i vari Paesi hanno preso una... comune e si spera che nel giro di qualche mese si possa avere definitivamente questa posizione. Ma una cosa interessante da notare a livello di questo testo unico sono le temperature negli impianti di incenerimento, le condizioni di esercizio. Alla fine la proposta fa riferimento a 850 gradi nel caso fosse disponibile un bruciatore di riserva, quindi con un secondo stadio e una permanenza di due secondi; nel caso in cui fosse disponibile soltanto un unico bruciatore la temperatura deve essere superiore ai 1.100 gradi e nel caso di concentrazioni di cloro superiori all’1%... Quindi sono dei parametri molto importanti, fino a adesso c’erano delle posizioni piuttosto contrastanti. Bene, prendo in considerazione il problema delle reazioni fotochimiche che avvengono nell’atmosfera. C’è da fare una piccola storia, cioè nel 1991 sempre il professor Rappe in Svezia aveva constatato che i flussi di deposizione annuali di diossine superavano di 10, 20 volte i flussi di emissione annuale, cioè quanto avevano valutato come emissione delle varie sorgenti vedevano che era una quantità 10, 20 volte inferiore a quanto non ritornava in terra. Analoga osservazione è stata fatta in Inghilterra nel ‘92 e nel ‘96 nell’area di Amburgo; nel ‘97 gli inglesi hanno ripetuto questo bilancio fatto nel ‘92 perché supponevano che ci fossero degli errori dovuti al campionamento, si era basato in precedenza su una esiguità di dati, e avevano trovato che la quantità di deposizione superava di almeno due volte le emissioni. L’anno scorso, nel ‘99, si è stimato che a livello di oceani veniva depositata almeno, parlo di diossine e non di tossicoequivalente, quindi della totalità della famiglia delle diossine e dei benzofurani, venivano depositati negli oceani circa mille chilogrammi/anno di queste diossine, quindi su tutta la superficie. Inoltre avevano valutato che le deposizioni superavano di un fattore superiore a 4 le emissioni, cioè avevano valutato che le posizioni si potevano assommare a 13.000 chilogrammi/anno e le emissioni a 3.000 chilogrammi/anno. Nel ‘98 c’è stato un altro studio che constatavano che le sorgenti in quantità variabili risalgono almeno al 1930 e che possono avere tempi di residenza molto lunghi nell’atmosfera. Altri ricercatori americani hanno calcolato che le deposizioni possono superare da sei a venti volte le emissioni. Ultimo studio quello di quest’anno, che poi produrrò, c’è una stima che la deposizione globale di diossine varia da 3.000 a 10.000 chilogrammi/anno. Comunque tutti questi studi hanno portato alla conclusione che le deposizioni di diossine dall’atmosfera superano le immissioni nell’atmosfera e in analogia a quello che avviene negli impianti di incenerimento hanno ipotizzato una de novo sintesi in analogia, appunto, a quanto avviene negli impianti di incenerimento. Hanno fatto delle ricerche approfondite riguardo il profilo delle sorgenti e hanno trovato che nelle emissioni predominano i tetra, penta ed esafurani, mentre nelle deposizioni al suolo predominano le octadiossine e in quantità minore le epta e le esa, quindi c’è un’alterazione del profilo fra emissione e deposizione. Partendo allora dalla constatazione che il pentaclorofenolo, che è un fungicida utilizzato con preservante del legno - pali della luce, così - di cui c’era nell’85 un consumo di 100.000 tonnellate all’anno in tutto il mondo, e ad una tensione elevata pari a circa 10 milioni di volte quella delle octadiossine, hanno ritenuto che ci deve essere una elevata volatilizzazione di questo pentaclorofenolo e questa è stata confermata dai valori misurati in atmosfera, per esempio in Canada 1.200 nanogrammi al metro cubo, da 1 a 1.200 nanogrammi al metro cubo, nel suolo in Inghilterra tra 2 nanogrammi/grammo e nei campioni di acqua piovana prelevati negli Stati Uniti, in America, in Inghilterra e in Croazia. Quindi hanno formulato un’ipotesi basata su un modello, che poi è stata verificata sperimentalmente, che il pentaclorofenolo nella fase acquosa condensata, meglio se presente in goccioline fini, quindi nebbie, nubi, etc., e una lunghezza d’onda superiore a 290 nanometri, provoca la decomposizione del pentaclorofenolo che viene attivata dal radicale OH e c’è una conseguente sintesi de novo delle octa, epta ed esa, con un range pari allo 0,1%, allo 0,01%, e allo 0,03% e tempi di reazione di quattro ore. Cosa ne consegue? Che se solo lo 0,05% di pentaclorofenolo venisse trasformato in octadiossine si avrebbero 5.000 chilogrammi/anno di octa, 700 chilogrammi/anno di epta e con la chiusura dei bilanci che fino... sulla base del bilancio emissione e deposizione le cose non riuscivano a farli chiudere. Al contrario hanno trovato che questa reazione porta a delle trasformazioni, quindi ad una demolizione, dei PCB presenti nell’atmosfera. Questa è praticamente una spiegazione di queste reazioni fotochimiche nell’atmosfera e adesso tutti i laboratori più avanzati del mondo stanno studiando, stanno facendo verifiche ulteriori. Poi c’è da vedere i processi biologici. Si parte dalle constatazioni nei suoli che ricercatori tedeschi hanno fatto riguardo i valori di fondo nel suolo e hanno visto che nei suoli prelevati nelle foreste vi sono concentrazioni di diossine e furani da dieci a trenta volte più elevate di quelle misurate nei suoli prelevati nei campierati e nelle praterie. Va osservato che la octadiossina è risultata la componente maggiore in un campione di suolo che risaliva al 1893 e campioni di erba raccolti tra il 1891 e il 1900 davano eguali risultati, cioè elevata concentrazione di octadiossine. Questi campioni risalivano a oltre cinquant’anni prima della commercializzazione del pentaclorofenolo, ma dopo l’introduzione in commercio di questo prodotto i livelli di octadiossine nell’ambiente ebbero un aumento di grande rilevanza. Vediamo i sedimenti, cosa capita nei sedimenti. I sedimenti ovviamente, come nel caso anche dei suoli, nelle zone vicine alla sorgente le concentrazioni sono altamente variabili per la presenza di sorgenti locali, ma anche in assenza di sorgenti si possono osservare elevate concentrazioni di epta e octadiossine a valori variabili. Questa osservazione è stata fatta per la prima volta dal professor Rappe in Svezia e da lui pubblicata nel ‘96 e aveva osservato che nel fiume Dal in Svezia c’era una variabilità notevole delle concentrazioni, anche di un fattore 100, pur in assenza di sorgenti. Normalmente ha studiato un sistema fluviale del sud degli Stati Uniti in zone incontaminate coperte da paludi e ammarcite e i sedimenti hanno mostrato elevate concentrazioni di epta e octa che nell’asta posta all’interno di una foresta nazionale avevano raggiunto valori di octa superiori a 350.000 picogrammi per grammo, valori normalizzati rispetto alla quantità di materia organica contenuta nel sedimento. Quindi sono valori confrontabili con altre situazioni. Questi valori sono circa cinque volte maggiori dei valori riscontrati nei sedimenti del porto di Amburgo, che notoriamente è altamente inquinato. Il professor Rappe ha portato altre ricerche, ha effettuato altre ricerche e un analogo riscontro l’ha avuto nei sedimenti del lago artificiale Perry, che è stato creato nei primi del 1960 all’interno della foresta nazionale De Soto, in una zona incontaminata del Sud degli Stati Uniti. La concentrazione di epta e octa è riscontrata elevata e crescente con la profondità, cioè risalendo gli anni ha visto che in superficie c’erano 172 picogrammi/grammo, nella frazione relativa al 1980 la concentrazione aumentava a 210, la concentrazione relativa al 1970 aumentava a 390 e quella relativa al 1960 si riscontrava 830 PPT. Quindi, non esistendo sorgenti antropogeniche, la sola spiegazione logica secondo Rappe, che l’ha presentata anche a Lerici qui in Italia nel ‘99 al Congresso Nazionale della Divisione Ambiente, sembra sia quella di una formazione naturale di PCDD. Quindi in analogia a quello che avviene in atmosfera si hanno delle reazioni e delle formazioni anche nei sedimenti e nei suoli. Ora, veniamo a considerare la laguna di Venezia e uno studio effettuato e pubblicato lo scorso anno al congresso qui di Venezia della stima del carico annuo in diossine e PCB dovuto a diversi apporti. Le deposizioni atmosferiche sono state stimate di diossine 0,28 grammi tossicoequivalenti in questo caso, l’anno, e di PCB 0,45 tossicoequivalenti, che rappresentano praticamente il 49% del bilancio totale; poi un apporto fluviale dello 0,23 grammi tossicoequivalenti e PCB 0,12 che corrisponde a circa il 40%; poi gli effluenti delle acque di scarico, quelle municipali che pesavano lo 0,042, quindi 7% e quelle industriali, 0,023, quindi circa il 4%. Nello stesso studio valutavano che la quantità totale contenuta nei sedimenti ammontasse a 1.359 grammi tossicoequivalente delle diossine, mentre nel porto di Amburgo c’è una quantità nettamente superiore, in pratica 1.980 grammi o 1.981 grammi; nel suolo di Amburgo sono 4 chili e 340 grammi. I PCB ammontano a 321 grammi in questa stima. Si è sentito - era stata fatta anche una relazione - che c’è uno studio, questa è una fase più avanzata di quella che era stata presentata qui, c’è uno studio che è stato presentato al XX° Congresso della Società Chimica Italiano quest’anno, nel giugno del 2000, che le deposizioni atmosferiche in laguna erano state valutate per il periodo luglio ‘98-luglio ‘99 mediante quattro raccoglitori passivi di deposizioni umide, questo era già stato presentato in questa sede. Il carico per le osservazioni fatte, il carico delle deposizioni atmosferiche di diossine è risultato per tutto il periodo piuttosto omogeneo con un carico annuale di inquinanti organici da due a tre volte più elevato per la zona industriale rispetto al centro storico. Al contrario se si valuta il carico dal punto di vista di tossicoequivalente è risultato più elevato come tossicità equivalente il centro storico con valori massimi nei mesi di dicembre e di febbraio, cioè le quantità emesse dalla zona industriale sono superiori, ma le quantità tossiche sono superiori a livello di centro urbano. Poi hanno considerato che nella zona industriale c’è un contributo dovuto alle emissioni in atmosfera di PCDD dovute alla centrale termoelettrica e all’inceneritore di rifiuti solidi urbani, a cui vanno aggiunte anche le emissioni di altre sorgenti quali il traffico, il riscaldamento e così via. Lo studio infine precisa che le emissioni correlate alla produzione di VCM interessano essenzialmente la zona industriale e in minor misura il centro storico e ancora meno la restante laguna. A questo punto si dovrà porre una domanda: le deposizioni atmosferiche in laguna avranno solo origine locale o risentiranno degli apporti di altre zone o della trasformazione di altri prodotti presenti nell’atmosfera in concentrazioni più elevate rispetto alle diossine, quale il pentaclorofenolo? Qui occorrerebbero degli studi più approfonditi perché non si può rispondere così, a sensazione, però è stato fatto da parte della Venezia Nuova uno studio basato su numerosi campionamenti, tra 200 e 300 campionamenti, e hanno studiato le qualità di sedimenti superficiali per diversi inquinanti organici. Non so se sia leggibile. Allora, lo studio considera la quantità di esaclorobenzene nei vari sedimenti e un solo campione risultava inquinato a livello di PPB da mille a 5.000 PPB. Va però considerato che il fattore di tossicità dell’esaclorobenzene è pari a 10 alla meno 4, quindi tutti questi valori, se si considera la tossicità di questi prodotti, bisogna prenderli per un fattore di 10.000. Due campioni, quindi uno da 1.000 a 5.000, due campioni da 500 a 1.000 PPB, sette campioni da 50 a 500 PPB e 131 a livello tra 0 a 50 PPB di esaclorobenzene. Altro inquinante preso in considerazione sempre da Venezia Nuova, in un lavoro fatto per il Magistrato delle Acque considera gli idrocarburi, gli idrocarburi a livello di PPM. Due campioni mostrano concentrazioni, che sono quei campioni - spero si possa vedere in alto, ecco, quelli con l’anellino giallo - due campioni da 500 a 4.000 PPM, quattro campioni da 100 a 500 PPM, undici da 30 a 100 PPM, 106 da 0 a 30 PPM. Hanno anche considerato l’inquinamento dovuto alle diossine chiaramente, espresse questa volta come PPT tossicoequivalenti, quindi nanogrammo per chilogrammo, e hanno visto che quattro campioni - com’era stato trovato anche dai consulenti - variavano tra 100 e 500 PPT e sono nella zona in alto, dei quattro campioni; undici campioni da 10 a 100 PPT, mentre i restanti 109 sono compresi tra 0 e 10 PPT su tutta la laguna. Altro inquinante è considerato sono i PCB totali. Naturalmente nei PCB totali si vede che c’è una concentrazione per cinque campioni da 2 a 20 PPM sulla zona retrostante, quindi i segni in rosso; sette campioni da 0,2 a 2 PPM, che sono quelli in giallo; poi ci sono 86 campioni da 0,01 a 0,2 PPM, i blu, e i 151 campioni - quelli in verde - da 0 a 0,01 PPM. Però questi sono PCB totali, quindi come tossicoequivalente vanno presi in considerazione, come è stato già detto più volte, i dodici dioxin-like che hanno una tossicità dell’ordine di 10 alla meno 3. Si vede che questi campioni...

 

Presidente: mi scusi, professore, ai fini anche della comprensione del verbale, quando lei parla di zona retrostante facendo riferimento al lucido che viene proiettato, si riferisce esattamente alla zona industriale...

RISPOSTA - Ai canali, sì, la parte alta.

 

Presidente: cioè, allora, mi scusi, ai canali quali? Canali sud, canali nord...

RISPOSTA - Canale nord, quello là.

 

Presidente: al canale nord in particolare?

RISPOSTA - In particolare. Poi c’è uno studio riguardo l’IPA, la qualità dei sedimenti. Allora, anche in questo caso gli IPA hanno un fattore di tossicità che va da 10 alla meno 4 a 10 alla meno 5, andrebbero diminuiti tutti per 100.000 i valori; ci sono undici valori - quelli in rosso - che sono distribuiti, però, in varie parti anche a sud, vede che c’è un segno rosso, sono undici campioni da 20 a 200 PPM; quattro campioni - quelli in giallo - da 10 a 20 PPM; 32 campioni - quelli in blu - da 1 a 10 PPM; 202 campioni da 0 a 1 PPM, che sono tutti quelli in verde. Ultimo, gli organoclorurati, i pesticidi organoclorurati, che potrebbero essere chiaramente dei precursori delle diossine. Ci sono due valori tra 500 e 1.500 PPB, quelli in rosso, e ce n’è anche uno più a nord, mi pare, se ricordo bene, o forse quello giallo, perché qui non si vede bene, comunque dodici campioni da 20 a 500, quelli in giallo; 121 campioni da 1 a 20 PPB; i restanti 91 a livelli bassi, però in questo caso i pesticidi sono distribuiti un po’ su tutta la laguna a concentrazioni più basse. Però questo studio verrà poi ripreso da un altro consulente, quindi vorrei dare una panoramica generale. Allora, prendendo in considerazione l’altra parte della relazione, dicevo che c’è stata una riduzione nel corso degli anni delle emissioni in atmosfera e dell’esposizione attraverso i cibi, dico che questo è stato osservato negli Stati Uniti e nell’Unione Europea e fortunatamente c’è una diminuzione di questi livelli di PCB sia nel sangue della popolazione sia nella quantità assunta attraverso la dieta e nei livelli delle emissioni nell’atmosfera, come vado a dimostrare. Allora, questo è uno studio fatto dai tedeschi e dimostra che negli anni c’è stata una significativa diminuzione. La parte alta sono un numero abbastanza rilevante di campioni, è scritto a destra il numero di campioni che hanno analizzato; si vede che da livelli nell’88 di 47 PPT, cioè picogrammi per grammo di lipidi - sono normalizzati, questo è importante - è diminuito nel 1999 - si era già stabilizzato nel ‘98 - a livelli dell’ordine tra 15 e 20 PPT. Avevano potuto accedere a dei campioni di una banca che avevano, perché i tedeschi hanno questa buona abitudine di fare queste banche di campioni, di conservarli nel tempo. Hanno potuto analizzare dei campioni di plasma umano del 1944 e c’erano 55 PPT a livello di diossine, che sono diminuiti a 30 nel 1997. Quindi è una notizia che chiaramente fa piacere, anche se è relativa alla Germania, però c’è anche una diminuzione relativa ai livelli di dieta e nell’Unione Europea nel periodo 1980-2000 c’è una diminuzione annuale media del 12% che varia da Paese a Paese, l’Olanda per esempio nel periodo ‘90-’96 ha diminuito del 10%, l’Inghilterra del 16, la Germania del 10. Le emissioni in atmosfera hanno anch’esse questa tendenza, che lo stato che ha un’emissione più elevata - sono dati relativi al 1998 - c’è un’emissione di 5,300 chilogrammi di tossicoequivalente nell’atmosfera in Giappone. Gli Stati Uniti hanno nel bilancio del ‘95 una emissione pari a 2,7 chilogrammi. E’ da notare che nel periodo dal 1987 al 1995, anno a cui si riferisce questo bilancio, loro hanno avuto una riduzione delle emissioni del 75%, cioè da 12 chilogrammi a circa 3 chilogrammi tossicoequivalenti. L’Italia si trova in sesta posizione in questa graduatoria con emissione di 560 grammi/anno, ma è prevista una riduzione entro il 2005 a 143 grammi equivalenti. Questi sono i dati dell’ANPA, è uno studio fatto per conto del Ministero dell’Ambiente. Se veniamo a considerare l’emissione dagli impianti di cloroetilene e VCM, negli Stati Uniti c’è un’emissione di 34 grammi all’anno, ma un’emissione di 11 grammi di tossicoequivalente nell’atmosfera, 0,6 nell’acqua, 0,7 nel suolo e i restanti 21,7 vengono messi in discarica. In Giappone, che è il Paese - abbiamo visto - che ha le più elevate emissioni, ha un’emissione in atmosfera di 0,62 grammi e in acqua di 0,374 come acqua o come solidi per un totale di un grammo. Il Belgio in atmosfera ha un’immissione di 0,05 grammi/anno. Ora, avendo visto che l’Italia... Ora anche la zona di Venezia sembra allinearsi ai livelli europei per quanto riguarda le diminuzioni nella dieta e per quanto riguarda le emissioni in atmosfera e, come vado ora a dimostrare, per il contenuto nel latte materno, sembra lecito supporre che anche per la popolazione italiana si abbia una diminuzione di diossine nei livelli del sangue, anche se manca un quadro generale della popolazione italiana. Questo è uno studio fatto alla fine degli anni ‘80 congiuntamente anche con l’Istituto Superiore di Sanità, ma anche con l’Università di Pavia e col Centro di Innsbruck. Su 9 campioni a Pavia, 9 a Roma, 27 a Firenze, 14 a Milano, si erano rilevati dei PCB a livello di 15 picogrammi per grammo. Riguardo le diossine abbiamo dei livelli che - sono riportati nella parte in basso B, nelle prime quattro bar-graf a sinistra - sono confrontabili con i valori tedeschi. Allora ci si augura che anche nei nostri livelli ematici ci sia una diminuzione, c’è una speranza, comunque sembra che stiano facendo questo studio. Ma vediamo adesso, perché si è discusso molto nelle udienze passate, i valori di assunzione giornaliera tollerabili raccomandati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1992 raccomandava 10 picogrammi della tetraclorodibenzodiossina, che è quella cancerogena, per chilogrammo di peso corporeo al giorno di assunzione, che poi nel ‘98 - come abbiamo già visto - considerando come tossicoequivalente, li hanno passati da 1 a 4, c’è questo intervallo. Il Governo giapponese ha in corso una proposta, non ancora accettata, di 10 picogrammi per tossicoequivalente. Quindi bisogna osservare che queste sono delle raccomandazioni che portano a dei valori guida, dei valori che testimoniano la non rigidità dei valori raccomandati come tollerabili. Si spera che un giorno si trovi un accordo. Ma vediamo quali sono le assunzioni giornaliere attraverso i cibi nei vari Paesi europei e anche America, Canada e Giappone. Queste sono delle assunzioni attraverso i cibi espresse come picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno e si vede che c’è una diversità notevole con un intervallo che va dal valore minore per gli Stati Uniti di 0,65 PPT al valore massimo per la Spagna di 3 PPT. Ora, cosa capita in Italia? Il dottor Di Domenico dell’Istituto Superiore di Sanità ha fatto una valutazione, valutazione che ha presentato nel maggio scorso a Trieste alla riunione dell’UNIDO riguardo le sostanze organiche persistenti e ha fatto questa valutazione dove risulta che la quantità totale assunta di diossine e di PCB ammonta a 140 picogrammi che, se divisa per il peso corporeo medio di 70, vuol dire che noi abbiamo un’assunzione di 2 picogrammi/grammo che è in linea con tutti i valori che abbiamo visto al mondo che c’era un intervallo tra 0,65 a 3. Aggiungiamo questo, che se consideriamo solo diossine chiaramente l’assunzione è minore. I pesci sono mediamente 64 picogrammi, quindi hanno un peso che può essere stimato attorno al 45% nella dieta. Riguardo alla dieta c’è uno studio specifico per la laguna di Venezia, lo studio pubblicato anche questo lo scorso anno, dove risulta... La parte alta dà dei livelli in PPT relativi a diverse specie di pesci e di crostacei, valori che vanno da 0,15 a 1,68 PPT. Ma in questo studio, che prende in considerazione tutte le possibili fonti di diossina, che vanno dalla carne bovina al pollame, i pesci di mare, il latte e così via, risulta - e questa è una valutazione fatta correttamente nel modo in cui avevo detto nella prima parte, cioè prendono in considerazione il valore minimo, il valore massimo, la media e la mediana, questo l’hanno affrontato in modo corretto - risulta che il valore totale, la quantità di picogrammi di diossina sulla base della mediana è 30 picogrammi al giorno nella laguna veneta. Se veniamo a considerare - perché mi serve per il seguito - la quantità assunta attraverso il pesce, il peso della quantità assunta attraverso il pesce è grosso modo del 49% sul totale. Il pesce nella laguna veneta pesa per il 49% sulla base di questo studio. Valutazione che è utilizzerò tra pochi minuti relativa all’interpretazione del dato dell’inquinamento dei mitili e dei pesci. Allora, altro studio fatto da De Andrea e Marcomini, sempre qui a Venezia, hanno valutato che la popolazione veneziana nel 1993 aveva un consumo mensile inferiore a 2 chilogrammi di pesce al mese, il 66%; il 10% invece aveva un consumo da 2 a 3 chilogrammi; il 12% da 3 a 5 chilogrammi; l’altro restante 12% superiore ai 5 chilogrammi. Hanno fatto una stima e hanno visto che praticamente riguardo la concentrazione dei mitili loro hanno... Sulla base di queste assunzioni vedono che il valore misurato è 0,60 PPT, che risulta 40 volte inferiore al limite posto dall’Organizzazione americana dell’amministrazione per i cibi americani, inferiore a 40 volte il limite posto dagli americani. Se si confronta con il limite posto dai tedeschi, che esprimono come totale di tutte le diossine, il valore per Venezia è 3,2 e per la Germania è 1.000, quindi 300 volte inferiore al limite posto. Ma loro hanno considerato non solo i mitili, ma anche la quantità che viene assunta attraverso il pesce che, come si è detto, è di 2 chili al mese. Hanno quindi valutato un consumo di 70 grammi giornaliero di pesce e sulla base della concentrazione di 0,5 picogrammi/chilogrammo al giorno per un individuo di 70 chili risulta che l’assunzione a livello di laguna è 0,5 picogrammi al giorno, valore inferiore al valore fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che abbiamo detto poter essere dall’1 al 4, teniamo pure l’1, dall’Agenzia Americana per le Sostanze Tossiche e le Malattie, che è 0,7 picogrammi, ed è inferiore anche a quella dei tedeschi che fissano praticamente un picogrammo. Risulta solo superiore al valore che è stato fissato dalla Food... ma per la diossina, la 2378, la sostanza cancerogena, in questo caso loro hanno fissato 0,06 picogrammi. Conclusione da parte degli autori, dicono che ciò testimonia come da presupposti apparentemente uguali si possa giungere a conclusioni differenti per quanto riguarda i livelli accettabili anche all’interno della Comunità Scientifica dello stesso Paese. Per verificare questi livelli porto due dati di concentrazione di diossine nelle vongole effettuati sempre per conto del Ministero della Sanità nel ‘96: nella zona industriale risultano 1,3 PPT, picogrammi/grammo, e nell’area urbana 0,87. Il Centro di Ispra ha fatto ugualmente una valutazione per conto del Comune di Venezia e ha fatto una determinazione di sei campioni raccolti dal laboratorio chimico dell’U.L.S.S. 12 qui di Venezia. Ci sono un valore massimo di 1,77 e un minimo di 0,7 e alla fine risulta che il valore della mediana è di 0,365 PPT. Ora, veniamo ad analizzare un po’ i risultati delle consulenze. Il dottor Müller sulla base dei valori relativi a cinque mitili ha fatto un raffronto con la scala di valori che è stata proposta dai ricercatori norvegesi e i risultati, diceva, sui mitili coincidono quasi completamente con il valore appartenente alla parte superiore della scala di valori normali e con quello inferiore della scala di valori della zona contaminata, ma sono comunque significativamente al di sopra dei valori di riferimento. Beh, questo sembra ovvio perché i valori di riferimento vuol dire che sono dei valori di bianco dove non c’è affatto una sorgente. Infatti ricercatori norvegesi esprimendo in PPT davano come valore di riferimento da 0,1 a 0,2, come scala normale da 0,15 a 2 PPT e come area contaminata da 1,5 a 6. Ripeto, non si possono prendere il valore massimo e il valore singolo, perché allora per la stessa ragione uno può fare il ragionamento sul valore minimo, ma deve prendere il valore o della media aritmetica o della mediana. La mediana è quella che dà più garanzia. In questo caso la mediana è 1,53 e quindi ricadono, sulla base della mediana, nella scala normale proposta dai ricercatori norvegesi. Analizziamo adesso i valori relativi ai mitili e relativi ai pesci prodotti nelle varie consulenze. La consulenza del dottor Raccanelli dava cinque valori riguardo ai mitili e io mi riferirò per semplicità, lì sono stati calcolati tutti, ma solo ai valori della mediana per essere conseguente a quanto detto; il valore della mediana è 1,27 PPT per il pescato. Ora, io ho fatto un calcolo che è un po’ diverso da quanto presentato dai consulenti che mi hanno preceduto, cioè loro dicevano: "Va bene, l’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa un valore di un picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno e anche 4 picogrammi" e hanno fatto l’esempio su un picogrammo dicendo: "Moltiplicate per 4 e qui troverete anche il valore dei 4 picogrammi". Io però voglio essere più restrittivo e sulla base dello studio fatto nel caso della dieta nella laguna di Venezia risultava che il pesce aveva un peso del 49% della dieta totale, perché non si può pensare che un individuo che mangia pesce non prenda poi il cappuccino, non mangi il formaggio o cose del genere, quindi bisogna rispettare questa dieta. Quindi il picogrammo al giorno, sarebbe 70 picogrammi al giorno di una persona di 70 chili, si riducono a 34,3 picogrammi al giorno per una persona che rispetta la dieta trovata nei vari ricercatori, Marcomini etc.. Quindi nel caso del limite di un picogrammo la quantità di pesce che può essere mangiata al giorno, tutti i giorni, è pesce che proviene esclusivamente dalla zona industriale, sia ben chiaro, dalla zona industriale esclusivamente, sono 27 grammi di mitili o quello che volete, se però teniamo come limite 4 picogrammi la quantità ammonta a 108,04 picogrammi. Non sto a dire che se uno facesse il calcolo anche sui nuovi valori dell’OMS per le octa ed epta diminuirebbero, ma sono frazioni che nessuno va a pesare il mezzo grammo. Nella consulenza di Di Domenico che sono 4 dati dei mitili, il valore della mediana porta praticamente alle stesse cifre di 27 nel caso del limite di un picogrammo è... Nella perizia di Müller, dove la mediana è un pochettino più elevata, cioè è più elevata a 153, diminuisce la quantità 22 e nel caso di 4, 89. Nel caso del pesce abbiamo la mediana di 0,912, si portano a 37 grammi di pesce, e 150 nel caso di 4... Però va fatta un’osservazione, questi sono valori che noi abbiamo posto, che sono stati posti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel caso in cui ci sia un consumo giornaliero continuo di pescato proveniente dalla zona industriale ove vige il divieto di pesca. Ma se noi andiamo a calcolare qual è il peso del pescato proveniente dalla zona industriale rispetto alla quantità totale immessa sul mercato, questo è compreso tra lo 0,4 e il 4%, quindi è una valutazione che poi lascerò ad altro consulente da dimostrare. Ciò sta a significare che pur prendendo il valore massimo del 4% che aumentiamo a 5%, le quantità giornaliera in precedenza stimate possono essere aumentate di un fattore 20, quindi i valori che noi abbiamo visto di 27 diventa nel caso, nel primo caso diventa circa mezzo chilo, nel secondo caso lo stesso mezzo chilo, per il terzo è del quarto invece abbiamo un 600 grammi, o roba del genere, se poi andiamo a 4 picogrammi chiaramente si moltiplica per 4. Poi va anche osservato che secondo la deposizione, alcuni dei pesci sottoposti ad analisi sono stati presi con le mani, si trattava quindi probabilmente di pesce diciamo stordito, non so come definire questo pesce, ma non confrontabile con quello che auspicabilmente si trova in commercio. Quindi questa è una rivalutazione, una riconsiderazione dei livelli del coso. Se si considera ancora la consulenza di Di Domenico sui valori dei prodotti ittici presi nella zona urbana dove ha prodotto 8 dati, la mediana praticamente viene a coincidere a 1,50 con il valore degli altri casi della zona industriale, le quantità che si possono mangiare più o meno sono 22 grammi nel caso del limite di un picogrammo e ‘91 nel caso del limite di 4 picogrammi. Passerei ora, siccome ho preso in considerazione l’esposizione media giornaliera attraverso la dieta, adesso, è anche la zona dei prodotti ittici provenienti esclusivamente dalla zona industriale, adesso farei alcune considerazioni sulle concentrazioni dei congeneri della PCDD dovute alle diverse lavorazioni, la famosa impronta del cloro che qualche consulente diceva che era rigorosa, altri invece giustamente hanno detto che è indicativa. Allora, io ritengo che si debba fare una distinzione, cioè si deve distinguere tra emissioni del singolo impianto e immissioni nell’ambiente. Allora, una emissione di PCDD è rappresentata da un profilo che è tipico di un impianto a condizione che non vengano alterate le condizioni operative, vale a dire variazioni di temperatura, oppure vengono introdotte delle variazioni all’impianto, ne è l’esempio l’utilizzo di uno (scraber), che è una pioggia d’acqua che serve a purificare i fumi, quindi con il conseguente aumento delle PCDD a minore clorurazione per la loro maggiore tensione di vapore, quindi lo scraber mi abbatte la maggiore colorazione. Oppure escludere, si potrebbe escludere l’uso di esacloroetano nelle industrie dell’alluminio, o usare del coke, del carbon coke a basso contenuto di composti organici clorurati, quindi in questo caso si deve effettuare un monitoraggio in continuo per dare delle informazioni corrette sul tipo e sulla quantità di diossine emesse da ogni impianto. Per immissione nell’ambiente invece si assommano i contributi delle diverse sorgenti, di conseguenza il profilo finale rappresenta la media dei profili delle singole sorgenti pesate per le quantità emesse. In aggiunta vanno considerate le modificazioni di profilo che possono avere luogo nell’atmosfera, come abbiamo visto in precedenza, o con il tempo nei sedimenti, ho portato degli esempi, si ricorda inoltre che negli Stati Uniti è stato esercitato un controllo, e viene esercitato un controllo di 92 dei pesticidi prodotti sui 161 che hanno in commercio, in quanto questi potrebbero essere contaminati da diossine o essere loro precursori, e che negli impianti municipali di trattamento delle acque reflue il contributo degli scarico delle lavabiancheria per la presenza di prodotti sbiancanti può contribuire dal 27 al 94% del totale delle diossine prodotte. Va infine ricordato che molte sorgenti hanno profili alquanto simili che possono rendere difficile il riconoscimento dei diversi contributi, quindi un profilo può dare delle indicazioni riguardo alle sorgenti che vanno però interpretate con attenzione, in particolare se il controllo è stato fatto in modo estemporaneo. Per maggiore chiarezza presenterò alcuni di questi profili che possono alterare quelli dovuti agli impianti del Petrolchimico. Questo è l’esempio delle fonderie di alluminio, ci limitiamo alla parte alta, perché se non sbaglio hanno valutato in genere il singolo... vedete che il contributo degli octafurani è significativo, lo stesso le fonderie di rame, abbiamo dei contributi significativi, guardiamo sempre per la parte alta, parliamo degli octafurani e degli esafurani. Vediamo i contributi dei combustori, delle caldaie, degli impianti industriali che operano con il carbone, oppure le emissioni delle automobili con un distinguo però in questo caso, il distinguo è che i motori diesel hanno un’emissione più elevata di octa PCDD, mentre i motori a benzina, con il piombo, hanno dei contributi che risultano più significativi per le octa e gli eptafurani, contributo comunque evidente anche per le octadiossine, e poi un impianto, come ho detto, può dare dei valori diversi a seconda delle condizioni di operazione, operative, è per esempio il caso degli elettrodi in grafite per la produzione di fanghi che provengono dagli elettrodi in grafite e dalla produzione di cloro e vedete che i valori, non so, ad esempio se guardiamo la colonna l’ultima a destra per esempio c’è un contributo significativo di octafurani e di epta, più basso di octadiossine, mentre invece se ci spostiamo, vediamo questo qui, degli octafurani che è significativo, però in questo altro impianto, altri fanghi, vedete che varia, cioè non sono produzioni costanti, vediamo che la quantità prodotta, il totale delle diossine di benzofurani può variare a 263 a 647, dipende molto dalla gestione dell’impianto, quindi bisognerebbe controllarli - come ho detto - in continuazione. L’ultima cosa che vorrei dire era la domanda che mi ponevo se il caso di Seveso può giustificare un confronto con il Petrolchimico, perché era stato da un consulente citato più volte che ci sono dei livelli di 2, 3, 7, 8, elevati molti lavoratori, e del livello di 200, 300 PPT nel sangue. Bene, prima di tutto va ricordato - penso che tutti lo sappiamo - che Seveso per il 94% c’era un’emissione della 2, 3, 7, 8, quindi era la cancerogena, la più tossica. Riporto dei valori della popolazione di residenti che non sono stati affetti da cloracne ed altri che sono stati affetti da cloracne, degli individui che hanno avuto 10.000 PPT nel sangue, non 200, ma 10.000 PPT, non hanno dato alcuna manifestazione di cloracne, altri invece con livelli molto più bassi si è manifestata, quindi c’è una risposta del singolo come ci è stato detto da... Ma i livelli di Seveso vanno anche a 56.000 PPT, quindi il discorso è un po’ diverso. E poi vorrei citare uno studio che abbiamo fatto riguardo la distribuzione delle diossine nel corpo umano ed è un caso che è ancora citato, infatti i manuali di tossicologia pubblicati quest’anno lo riportano perché sembra che sia, non so se è l’unico o uno dei pochissimi casi. Questa donna era morta 7 mesi dopo l’incidente di Seveso ma aveva già dei problemi di cancro al fegato e praticamente i livelli nel sangue erano assai PPT, mentre l’adipe era 1.840 PPT, nel pancreas 1.040, così c’era una distribuzione ma il sangue in quel momento era, non era rappresentativo dell’intossicazione totale, che in pratica avevamo valutato 2 milligrammi di diossina. Questi dati sono stati controllati e verificati 10 anni dopo dagli americani, i miei dati. Mentre io li avevo dovuti produrre in, sotto l’urgenza, l’evento di Seveso chiaramente il Giudice istruttore mi telefonava tutti i giorni, gli americani avevano il campione e l’hanno verificato 10 anni dopo con la strumentazione più avanzata, io produco il testo che mi hanno mandato loro, questo è il motivo per il quale è in inglese. I risultati da me trovati, io avevo trovato 2,5 e loro hanno trovato 3 PPT e in un altro caso 11,3 e loro hanno trovato 13,8, quindi rientra ampiamente nel coso, quindi la validità di questi dati direi che è una validità convalidata dai cosi. Ma se noi guardiamo adesso i livelli di diossina attualmente, li abbiamo pubblicati lo scorso anno qui a Venezia, ma sono i livelli attuali nella vegetazione e nel suolo della zona B) di Seveso che è aperta, dove possono coltivare, ci sono dei valori nella zona B) di 45 PPT, con una concentrazione massima di 253 PPT, per le zone agricole il decreto 471 fissa 10 PPT, quindi i valori attuali sono di gran lunga superiori, e se guardiamo la famiglia delle cucurbitacee, zucchini, cetrioli, cavolo, vedete i valori che sono estremamente, altroché 5,6 per grammo di valori del genere, quindi se uno mangia 200 grammi di vegetale fresco c’è un’assunzione giornaliera che va da 15 a 60 picogrammi al giorno. Prendiamo il caso di conigli, perché abbiamo analizzato anche questi conigli, sono conigli selvaggi, quindi possono girare, e vediamo che ci sono dei valori che vanno da 30 picogrammi grammo nel fegato mentre il controllo è 1 e vanno da 5 a 30, appunto, e quindi se per caso si mangiassero 100 grammi di fegato ci sarebbe un’assunzione giornaliera di 2.000 a 3.000 picogrammi tossico equivalenti. Io non credo che sia possibile fare un confronto con la situazione di Seveso sia per la tipologia della sostanza che per i livelli di concentrazione. Invocando il decreto 471 la Regione, adesso sto facendo un’analisi di rischio perché dice: bene, i valori tabulati sono questi, ma facciamo l’analisi del rischio e vediamo cosa comporta, poi prenderanno delle decisioni e non so quali. Credo che sia ora di chiudere questa presentazione, la completerò, aggiungerò altri dati nella relazione scritta.

 

Presidente: bene, la ringraziamo professore, si accomodi pure. Chi sentiamo ora?

 

Avvocato Lanfranconi: il professor Dal Prà.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. ANTONIO DAL PRA’

 

Presidente: quando vuole può partire presentandosi.

RISPOSTA - Mi chiamo Antonio Dal Prà, sono geologo, insegno geologia applicata all’Università di Padova dove sono professore ordinario. Vedete l’argomento dello studio che ho svolto qualche tempo fa per conto Montedison, tratta la geologia e la idrogeologia della zona industriale di Mestre e Marghera in relazione alla presenza sul suolo di discariche di rifiuti industriali. La finalità dello studio è stata quella di evidenziare i rapporti tra i caratteri del sottosuolo e i processi di contaminazioni, è importante mettere in evidenza la modalità con cui è stato fatto lo studio, si tratta di uno studio bibliografico che ha analizzato la maggior parte delle pubblicazioni esistenti sulla geologia e idrogeologia della zona veneziana e che ha analizzato i documenti tecnici scientifici contenuti negli atti. Esistono degli stretti rapporti tra i processi di inquinamento del sottosuolo e i caratteri geologici. Cosa vuol dire? Vuol dire chi ci sono certe situazioni geologiche che consentono l’infiltrazione dell’inquinante ed altre situazioni geologiche che non consentono l’infiltrazione dell’inquinante. Per esempio la struttura stratigrafica e la composizione granulometrica dell’immediato sottosuolo, cioè quello posto sotto la discarica, condizionano la possibilità di infiltrazione delle sostanze inquinanti nel sottosuolo con molti prevalentemente verticali. I caratteri idrogeomodici, cioè i caratteri relativi alle acque sotterranee, alle falde, condizionano la possibilità che questi inquinanti si trasferiscono per via sotterranea al di sotto, dalla zona di discarica verso l’esterno, cioè se un inquinante si infiltra nel sottosuolo e raggiunge una falda, se questa falda è in movimento la falda può prendere in braccio l’inquinante e portarselo verso valle pian piano, quindi trasferire lontano l’inquinante dalla zona di discarica. Il carattere geologico stratigrafico principale che condizione l’infiltrazione, cioè la possibilità che l’inquinante si infiltri dalla zona di discarica con moti verticali è la permeabilità dei materiali che stanno sotto la discarica, la permeabilità e la proprietà di un materiale sciolto di lasciarsi attraversare dall’acqua e per esempio sono materiali permeabili le ghiaie e le sabbie che sono i componenti principali del sottosuolo dell’alta e media pianura veneta, sono praticamente invece impermeabili i limi e le argille, la permeabilità non è un valore soggettivo, si esprime con un numero, che viene rappresentato da un coefficiente di permeabilità, coefficiente di permeabilità si chiama K, si ricava dalla legge di Darcy. La legge di Darcy è la legge principale dell’idrogeologia, in pratica condiziona, in pratica è la legge che guida, descrive il movimento delle falde e dice che la portata di una falda è direttamente proporzionale vedete alla permeabilità K, quindi più permeabili sono i materiali maggiore è la portata. La portata è anche direttamente proporzionale al grado (entidraulico) e alla sezione di filtrazione, naturalmente tutti sanno che cos’è una portata, è un volume di un’unità di tempo, che so io il Piave e il Nervesa hanno una portata di 60 metri cubi al secondo, vuol dire che in quella sezione in un secondo passano 60 metri cubi. Vi do alcuni esempi di valore di permeabilità dei materiali che costituiscono il sottosuolo della pianura veneta che è la pianura entro la quale si inserisce la pianura veneziana, le ghiaie alluvionali dell’alta e media pianura veneta dove ci sono le grandi risorse idriche venete hanno una permeabilità dell’ordine, vedete, di un centimetro al secondo fino alla 10 alla meno 1 centimetro al secondo. Le sabbie fini limose invece che sono i materiali acquiferi della bassa pianura veneta, e quindi anche della zona industriale, hanno permeabilità di 10 alla meno 3, 10 alla meno 4 centimetri al secondo, vuol dire mille volte inferiore a una permeabilità, mille volte inferiore a quella delle ghiaie alluvionali, le argille invece, limi ed argille hanno per me delle permeabilità molto basse, vedete, uno per 10 alla meno 7, uno per 10 alla meno 9, vuol dire dai 10 milioni ad un miliardo di volte inferiori a quelle delle ghiaie alluvionali e difatti sono considerate praticamente impermeabili, anche se la permeabilità non è zero, perché se no dovrei avere un coefficiente uguale a zero. La permeabilità, ecco, scusate, vi mostro tre schizzetti molto elementari, molto semplici, che indicano come avviene l’infiltrazione in differenti condizioni di permeabilità del sottosuolo, nella parte alta, ecco nella parte alta c’è un sottosuolo interamente di ghiaia, materiali molto permeabili, 10 alla meno 1 centimetri al secondo, interamente ghiaioso, una discarica sul piano di campagna, se questa discarica non ha il fondo impermeabilizzato, se questa discarica è costituita da materiali solubili, per esempio come gessi, se questa discarica non ha una copertura, le acque di pioggia possono arrivare sulla discarica, permeare lentamente la discarica, sciogliere una parte di questo materiale e produrre un percolato che si infiltra nel sottosuolo con una velocità abbastanza rilevante perché le ghiaie hanno permeabilità rilevanti, quindi infiltrazione facile e veloce. Il secondo esempio mostra invece un sottosuolo impermeabile per molti metri, argille, argille limi, valore di impermeabilità 100 milioni di volta inferiori. La stessa discarica, non impermeabilizzata, non coperta, gli afflussi meteorici, la sostanza solubile, non è possibile l’infiltrazione, infiltrazione zero. Il terzo caso è un caso intermedio, sabbie fini limose, che sono i materiali acquiferi della zona industriale Mestre e Marghera, sabbie fini limose, permeabilità mille volte inferiore a quella delle ghiaie, la solita discarica non impermeabilizzata, non coperta, afflussi meteorici, infiltrazione difficoltosa e molto lenta, perché? Perché è una permeabilità molto bassa. Cerco di spiegarmi meglio con un esempio elementare, se io con un escavatore faccio tre trincee, tre buchi, una nelle ghiaie, una nelle sabbie fini limose, una nelle argille e riempio la trincea di acqua, nelle ghiaie si svuota nel giro di un’ora, nelle sabbie fini con una permeabilità mille volte inferiore ha bisogno di mille ore, nelle argille impermeabilità bassissima in pratica non si svuota quasi mai, avrei bisogno di un miliardo di ore, questo è l’effetto della permeabilità nel sottosuolo. La permeabilità non condiziona solo l’infiltrazione degli, le possibilità di infiltrazione dell’inquinante nel sottosuolo, ma condiziona anche la situazione idrogeologica, cioè le acque sotterranee e le falde, la presenza o meno di falde e le caratteristiche delle falde sono importanti ai fini dello studio dei processi inquinanti perché le falde possono essere la causa del trasferimento dell’inquinante per via sotterranea al di fuori dell’area di discarica. Per esempio, presenza o meno di falde, le falde nel sottosuolo non ci sono dappertutto, ci sono dove esistono nel sottosuolo dei materiali permeabili che fungono da serbatoi delle falde, se ho ghiaie e sabbie posso avere delle falde, se ho limi ed argille non ho le falde. La permeabilità condiziona anche il tipo di falde, vedremo dopo con dei disegnini, io posso avere una falda friabile, una falda in pressione, un sistema con più falde nel sottosuolo. La velocità, la permeabilità condiziona anche la velocità di deflusso, più il materiale è permeabile e più la falda corre e vedremo poi gli esempi. La permeabilità condiziona anche la vulnerabilità delle falde, la permeabilità condiziona anche la ricchezza delle falde, le falde ricche sono contenute in materiali molto permeabili. Qui avete due differenti esempi di situazione idrogeologica condizionati dalla permeabilità, nel primo caso materiali molto permeabili, ghiaie, un livello impermeabile alla base, presenza di una falda di tipo freatico, questa è la superficie freatica, al di sotto di questa superficie l’intero materiale è saturo, questa è la falda, questo è un pozzo freatico, si riempie d’acqua fino al livello della falda, posso estrarre l’acqua come un pozzo. La falda è in comunicazione con il piano di campagna attraverso un materiale permeabile. Secondo esempio, un’altra situazione completamente differente, un primo strato di materiali impermeabili, argille, il materiale acquifero, l’acquifero ghiaie, materiale saturo di acqua contiene una falda in pressione, la falda è messa in pressione dal carico idraulico che c’è nella zona di ricarica, cioè questa falda esiste perché verso monte questo livello impermeabile non sussiste più, lì avviene l’infiltrazione, lì c’è un carico idraulico, quest’acqua è in pressione, tanto che in questo caso l’acqua può entrare nel filtro del mio pozzo, risalire sul pozzo ed erogare spontaneamente dal pozzo, è una falda di tipo artesiano si dice, per curiosità, il pozzo si chiama freatico, se vi ricordate, freatos dal greco vuol dire pozzo, artesiano perché nell’800 questi pozzi ad erogazione spontanea erano comunissimi nella regione francese dell’(Artoir) e i francesi sono stati i primi grandi idrogeologi. Un’altra situazione idrogeologica diversa ancora, un sistema multifalde, più falde, una sopra e una sotto, una falda freatica sopra con il pozzo freatico, una falda in pressione di tipo artesiano sotto e il pozzo ad erogazione spontanea, si dice sistema multifalde. Tutte queste strutture sono condizionate dalla differente permeabilità degli strati che costituiscono il sottosuolo. La differente struttura idrogeologica condiziona anche la vulnerabilità delle falde, se io qui ho una sorgente inquinante, è una falda freatica, questa falda è vulnerabile perché non ho una copertura impermeabile. Ma se andiamo nel dettaglio la falda è vulnerabile e non è vulnerabile in questo pozzo perché l’inquinante può scendere, raggiungere la falda ed essere spostato verso valle senza colpire questo pozzo. Invece la falda in pressione sottostante non è vulnerabile perché ha una copertura impermeabile, l’acqua di questo pozzo non sarà mai inquinata. Un’altra situazione, una copertura impermeabile direttamente sul piano di campagna, una falda in pressione, una sorgente inquinante che non disturba assolutamente questa falda. Il pozzo può essere anche a valle lungo la direzione di afflusso, ma non si inquinerà mai. Qui invece vedete gli effetti differenti della situazione idrogeologica. Sono rappresentate una falda freatica, la superficie freatica, la solita discarica, non impermeabilizzata sul fondo, non coperta, l’acqua di pioggia, una sostanza solubile, il percolato che penetra e arriva in falda, ma la falda non è in movimento, la falda è stagnante, l’inquinante si ferma al di sotto della discarica e sta lì per decine di anni. Può subire processi limitatissimi o limitati in funzione di tanti fattori, di diluizione, di soluzione, etc., etc., però rimane al di sotto della discarica. Non c’è trasferimento dell’inquinante. Il trasferimento dell’inquinante verso valle viene operato solo se la falda è in movimento. Qui vediamo una falda in movimento, l’inquinante - sempre con gli stessi presupposti - arriva in falda, viene preso in groppa dalla falda e viene portato a valle lungo la direzione di deflusso con una velocità che poi vedremo. Quindi in questo caso io posso trovarmi l’inquinante a valle dell’area di discarica anche ad una certa distanza. Ci sono esempi nell’alta pianura veneta di processi inquinanti da solventi clorurati dove le falde sono molto veloci e contenute in materiali molto permeabili che, partiti negli anni 50, hanno fatto 10, 20 chilometri verso valle. Sulla base di questi presupposti che hanno messo in evidenza l’effetto della struttura geologica e della situazione idrogeologica nei processi di inquinamento vediamo quello che succede nella zona che ho studiato. Questo è il territorio che ho studiato, vedete Mestre, Venezia, il Petrolchimico, non è orientata bene perché il nord è così. E’ importante per quanto mi riguarda mettere in evidenza che il Petrolchimico è una penisola circondata su tre lati da canali con acqua marina ed è collegata verso l’entroterra solo sul lato ovest. Com’è la geologia del sottosuolo della zona di Mestre, Mestre-Marghera? La geologia del sottosuolo di questo territorio è stata molto studiata per il problema della subsidenza. Tutti sanno che la subsidenza è un processo geologico che avviene nel sottosuolo e quindi per studiare la subsidenza bisogna studiare innanzitutto la geologia del sottosuolo. La subsidenza - voi sapete - è un processo prevalentemente naturale che avviene per costipamento dei materiali, i quali materiali sotto il carico del proprio peso diminuiscono di volume e hanno come effetto l’abbassamento del piano di campagna. Nella zona veneziana ci sono state delle cause artificiali che si sono sovrimposte alle cause naturali che hanno accelerato la subsidenza. Vi ricordo che il Consiglio Nazionale delle Ricerche negli anni ‘70 ha costituito un laboratorio, un dipartimento con la finalità di studiare la subsidenza, costituito prevalentemente da geologi, i quali hanno prodotto grandi quantità di materiale geologico che ho potuto consultare. Tra i numerosi lavori, che sono a portata di tutti, prodotti dal CNR ricordo questo perché è un lavoro molto importante, pubblicato nel ‘74 da Gatto e Previatello, che ha questo titolo: "Significato stratigrafico, comportamento meccanico e distribuzione nella laguna di Venezia di una argilla sovraconsolidata nota con il nome di caranto". Su questa pubblicazione all’interno ci sono molte sezioni geologiche che mostrano quali sono la struttura geologica e la composizione del sottosuolo dell’area di Mestre-Marghera. Ve ne mostro alcune, due o tre, giusto perché voi capiate com’è la situazione geologica. Lì vedete dove passa questa sezione. Profilo schematico trasversale, nella prima zona industriale, questo è il Petrolchimico, passa qua. Il sottosuolo è stato esplorato fino a 12 metri, il primo strato è lo strato di terreno di riporto; poi gli altri strati arancioni sono strati limosi e argillosi. L’unico livello sabbioso è questo, sono sabbie fililimose e questo unico banco che voi vedete è il famoso caranto, che in questa zona i due autori dicono essere continuo. L’importante è rilevare la prevalenza dei materiali limosi e argillosi che conferiscono al sottosuolo condizioni generali di bassa permeabilità. Un’altra sezione geologica è lungo il ponte translagunare: materiale di riporto, limi sabbiosi, il caranto, il livello sabbioso che abbiamo visto prima e poi materiali argillosi. Ancora altre tre sezioni, ma in pratica si ripete la stessa geologia, vedete materiali argillosi prevalenti, il banco di caranto e il solito livello di sabbia che troveremo anche sotto il Petrolchimico perché è il primo livello che contiene la prima falda sotto il Petrolchimico. Questi due autori nella loro pubblicazioni dicono, però, che il caranto non è continuo su tutto il territorio veneziano. Cito quello che dicono: "Il caranto sembra mancare nel bacino lagunare di Poveglia, Sacca Sessola, la Grazia, poi nel tratto di litorale adiacente e nella laguna nord tra Murano e Burano". Dicono anche: "Quando è presente esso si mostra piuttosto discontinuo, ad eccezione della prima zona industriale dove si estende in modo uniforme". Questa è una carta della distribuzione del caranto contenuta in questa pubblicazione. In particolare guardate la zona industriale che stiamo esaminando, questo è il Petrolchimico, gli autori dicono che su questa zona il caranto è continuo. Di aiuto ci vengono anche nel determinare le condizioni geologiche del sottosuolo della zona industriale alcune informazioni contenute in questo piano direttore 2000, che è stato già citato qualche udienza precedente, pubblicato recentemente, vedete 14 luglio 2000. Nel capitolo caratterizzazione geologica del suolo e del sottosuolo nell’area industriale di Marghera è scritto: "Nei primi metri, fino a 2, 3 metri di profondità, appaiono quasi totalmente materiali di riporto, in parte grossolani e in parte fangosi e rossastri. Il profilo geologico più profondo, fino a 24 metri, indica prevalenza di strati limoso-argillosi - ripeto, prevalenza di strati limoso-argillosi - e presenze stratiformi di sabbie fini più o meno limose - quindi materiali complessivamente a permeabilità molto bassa - a media profondità, cioè intorno ai 7, 10 metri" ed è quel livello che abbiamo visto nelle sezioni, ma dicono: "Anche con spessori minori sotto i 10 metri" e chiudono dicendo: "Uno strato di caranto, argilla sovraconsolidata, a profondità intorno ai 4, 6 metri è presente in tutta la zona". Allora, tutto questo insieme di studi che ho potuto consultare, assieme agli studi contenuti negli atti, afferma che cosa? Afferma che il sottosuolo della zona di Mestre e Marghera è costituito nelle prime decine di metri da materiali sciolti a granulometria molto fine, cioè argille, limi, sabbie fini normalmente limose, e che la permeabilità complessiva di questi materiali è molto bassa. Allora, sulla base di queste due osservazioni io posso sostenere che questo territorio è poverissimo di acque sotterranee nelle prime decine di metri perché mancano i materiali che dovrebbero fungere da serbatoio alle falde e inoltre che le falde contenute nei vari livelli di sabbie fini limose sono di dimensioni limitatissime, cioè spessore di qualche metro, pressoché inutilizzabili per le modestissime portate che possono produrre, perché quando una falda è contenuta in materiali fini e per di più con spessori molto limitati le portate sono assolutamente molto basse, ma poi ci arriviamo. Infine posso anche sostenere che le velocità di deflusso delle acque sotterranee sono insignificanti, perché? Perché vedremo che la velocità è un parametro che è direttamente proporzionale alla permeabilità. A sostegno di queste affermazioni, per esempio, c’è un censimento, il famoso censimento operato dalla Forestale in questi territori: Chirignago, Malcontenta, Marghera, Mestre, Mira. In tutto questo vasto territorio un censimento pozzi operato dalla Forestale ha individuate 69 pozzi, solo 69 pozzi; 30 di questi, però, sono pozzi profondi, quindi non ci interessano per il momento perché stiamo valutando solo le falde entro i primi 10, 15 metri, 20 metri. Allora, solo 39 pozzi nei primi 20 metri. Vi ricordo che se noi facciamo qualche chilometro verso monte e arriviamo nella media e alta pianura veneta, lì i pozzi sono centinaia di migliaia; addirittura tra il vicentino, il padovano e il trevigiano, zone ricchissime di acqua, ci sono 250.000 pozzi. Questi 39 pozzi che ci sono in questo vasto territorio, trovati dalla Forestale, sono quasi tutti i vecchi pozzi scavati a mano del diametro di un metro, sono i vecchi pozzi delle cascine; 18 sono inattivi e abbandonati; gli altri 21 sono utilizzati saltuariamente per irrigare orti e giardini con prelievo a mano o piccole pompe. Questo indica la povertà idrogeologica, la povertà di falda del territorio. Vi ricordo anche che l’intero territorio è servito da decine di anni da acquedotto pubblico che ha i suoi pozzi decine di chilometri a monte; vi ricordo anche che su questo territorio non sono mai esistiti pozzi per acquedotto pubblico, vuol dire che non c’è acqua nel sottosuolo. Le prime falde utilizzabili in termini quantitativi si trovano a oltre 100 metri di profondità, ma anche queste non sono mai state utilizzate o l’acquedotto di Venezia ha ritenuto di non utilizzarle per scopo potabile perché da un punto di vista qualitativo sono acquacce. Adesso arriviamo alla geologia del Petrolchimico. 500 ettari, abbiamo giù visto che confina con canali lagunari, abbiamo visto che è collegata con l’entroterra solo dal lato ovest. Lo studio della geologia del Petrolchimico l’ho svolto sulla base di circa 120 stratigrafie relative a vari sondaggi svolti soprattutto per conto Enichem negli anni passati. La profondità di indagine, vedete, è da 10 a 25 metri dal piano di campagna, quindi abbiamo molti dati. Questa è la planimetria del Petrolchimico con l’ubicazione di tutti i sondaggi eseguiti di cui abbiamo stratigrafie, sondaggi che hanno raggiunto profondità da 4 metri a 25 metri. Vi faccio perdere tre minuti per parlarvi delle stratigrafie perché è importante, perché può essere un documento molto utile, può essere anche un documento inutilizzabile. Che cos’è la stratigrafia? E’ un documento che la ditta che fa i sondaggi consegna al committente dove riporta la granulometria, lo spessore e la profondità degli strati attraversati da sondaggio. Granulometria vuol dire classificazione granulometrica, il materiale sciolto viene classificato in funzione del diametro dei granuli a partire dalle granulometrie più basse: argille, limi, sabbie fini, sabbie medie, sabbie grosse, ghiaie fini, ghiaie medie, ghiaie grosse, ciottoli, blocchi e massi. Viene costruita questa stratigrafia, viene redatta sulla base dell’esame del materiale che viene fornito dal foro di sonda man mano che lo scalpello avanza. Vi dicevo prima, può essere un documento molto valido, ma può essere anche un documento inutilizzabile, dipende da tre fattori: dipende dal tipo di sondaggio, dal tipo di operatore che ha fatto la stratigrafia e da come è stata svolta l’analisi granulometrica. Ci sono molti tipi di sondaggi, vi dico i due estremi. C’è un sondaggio a carotaggio continuo: il foro avanza con infissione di un tubo vuoto all’interno, un tubo a pareti sottilissime, avanza a pressione e quindi il materiale entra nel tubo, il tubo scende e quando il tubo è pieno il carotiere - si chiama carotiere - viene recuperato, portato all’esterno e quindi l’operatore in pratica ha a disposizione la carota che riflette esattamente tutte le caratteristiche che quel materiale aveva in posto, quindi è un ottimo campione per fare la stratigrafia. Dalla parte opposta invece c’è un altro tipo di sondaggio, che costa molto meno, ed è un sondaggio che si chiama a distruzione. Perché? Perché il carotiere è sostituito da uno scalpello che gira come la punta del trapano che usate per il muro, scalpello che gira, il quale scalpello cosa fa? Rompe il materiale, lo mescola, lo sconvolge e lo butta su attraverso i fanghi di circolazione, quindi quello che arriva in superficie non è più una carota indisturbata, ma è un materiale che è in emulsione nei fanghi di circolazione, che l’operaio prende, lava e poi classifica a spanne. Allora io posso avere errori nella classificazione granulometrica, ma anche errori nella profondità dello strato, nello spessore dello strato. Questi sono i due estremi dei tipi di sondaggio. Poi il tipo di operatore. Una stratigrafia che si rispetti deve essere fatta da un geologo, il geologo è l’unico che è autorizzato a firmare la stratigrafia. Il geologo di cantiere è in grado di interpretare la granulometria del materiale che sale; dall’altra parte invece ci può l’essere l’operaio, il quale operaio da solo è costretto a prendere il materiale, a valutarlo, oppure a fare il mucchietto su un angolo aspettando che arrivi qualcuno per valutarlo. Infine il tipo di granulometria. La granulometria dovrebbe essere fatta a laboratorio con analisi granulometriche attraverso uno strumento che consente di valutare il diametro dei granuli, perché la classificazione granulometrica segue dei limiti che sono imposti dalla letteratura internazionale. Una sabbia è sabbia non perché lo dico io, ma perché i suoi granuli rientrano tra le dimensioni di 0,2 e 2 millimetri, tanto per farvi un esempio, quindi c’è una classificazione internazionale che deve essere rispettata. Questo tipo di granulometria può essere fatto solo in laboratorio. In cantiere può essere fatta una granulometria approssimativa, ci sono certi terreni che sono difficilmente distinguibili tra di loro, anche da parte di un geologo esperto. Per esempio, una sabbia fine limosa può essere difficilmente distinguibile da un limo sabbioso. Allora, voi capite che un documento stratigrafico può essere molto valido, può essere anche non valido. Come sono le stratigrafie trovate? Insomma, l’importante è quando si hanno questi dubbi non formalizzarsi sul dato singolo, ma fare una valutazione complessiva dei dati in modo da... Però gioca molto il buonsenso su queste valutazioni. Allora, sulla base di queste stratigrafie questa è la ricostruzione schematica del sottosuolo del Petrolchimico. E’ una struttura a strati, l’andamento ondulato dei limiti significa che varia lo spessore, a strati; un primo strato è costituito dai materiali di riporto e dai rifiuti; poi c’è un primo strato argilloso, vedete, sulla destra ci sono gli spessori, sulla sinistra ci sono delle profondità e le classificazioni granulometriche. C’è questo primo strato argilloso che è il famoso caranto. In prevalenza limi e argille con qualche zona sabbiosa. Effettivamente nel Petrolchimico attraverso l’analisi delle stratigrafie risulta che il caranto non è interamente costituito da limi e argilla, ci sono delle zone in cui i limi e le argille sono sostituiti da sabbie fini limose o limi sabbiosi, poi vi mostrerò anche con che percentuale di stratigrafie si trovano questi valori. Poi c’è il primo strato di sabbie fini limosi che è immediatamente sotto il caranto; c’è un secondo strato di argille tra 15 e 20 metri di profondità e poi c’è ancora un altro livello di sabbia fine limosa al di sotto del secondo livello impermeabile. Questa è la stratigrafia ricostruita sulla base di oltre un centinaio... la struttura stratigrafica ricostruita con oltre un centinaio di stratigrafie fino a 25 metri di profondità. Ecco, qua si vedono ubicati i sondaggi che hanno attraversato il caranto, i sondaggi rossi hanno incontrato il caranto, i sondaggi verdi hanno incontrato il caranto, ma non argilloso limoso. Direi che il 10% dei sondaggi ha dimostrato che il caranto ha delle parti sabbiose. Qua vedete un diagramma che mostra le profondità, i nomi dei sondaggi; i tratti neri indicano il caranto e la sua profondità nei vari sondaggi, i sondaggi gialli mostrano le stratigrafie dove manca la parte limosa argillosa. Ecco, adesso sulla base di questa conoscenza geologica si possono individuare le caratteristiche idrogeologiche, che sono queste: i materiali di riporto fangosi - quelli del primo strato - contengono acque di impregnazione e sono acque che arrivano dalle piogge, non sono definibili falda, sono praticamente stagnanti; i due livelli sabbiosi, quelli posti sotto il caranto e sotto il secondo livello argilloso, contengono la prima falda tra 10 e 15 metri e la seconda falda sotto i 20 metri, cioè c’è un sistema multifalde. La prima falda sta subito sotto il caranto, la seconda falda è separata dalla prima mediante un letto argilloso di 4, 5 metri di spessore; questo letto argilloso è stato incontrato in tutti i sondaggi che lo hanno attraversato, non sono molti, sono venti, ma tutti i sondaggi che sono scesi alla profondità di 20, 25 metri hanno incontrato il secondo strato argilloso. Le caratteristiche di queste due falde consentono di fare questa valutazione: sono falde poverissime - e poi vediamo perché - a deflusso lentissimo, praticamente stagnanti, di nessun interesse pratico ai fini dello sfruttamento. Ma perché possiamo fare queste affermazioni? Adesso vediamo. Possiamo fare queste osservazioni, per esempio, perché i materiali acquiferi che contengono le due falde hanno permeabilità bassissime, sono sabbie fini limose che hanno permeabilità un migliaio di volte inferiori a quelle delle ghiaie alluvionali dell’alta pianura veneta, per esempio. Poi perché le falde hanno modestissimi spessori, poi perché hanno un gradiente idraulico limitatissimo. Qui vi devo spiegare cos’è il gradiente idraulico. La portata di una falda è direttamente proporzionale oltre che alla permeabilità anche al gradiente idraulico. Il gradiente idraulico è la pendenza della falda. L’acqua non va mai in salita, va sempre in discesa, cioè va dai punti di quota maggiore ai punti di quota minore, perché? Perché l’acqua è mossa dalla forza di gravità. Se io considero un lago perfettamente orizzontale l’acqua nel lago non si muove; se considero la superficie liquida di un fiume, è inclinata, l’acqua si muove dai punti di quota maggiore ai punti di quota minore. Allora la pendenza della superficie freatica mi dà il gradiente, cioè in pratica l’energia che spinge la falda a muoversi. Se il gradiente è piccolo avrò una portata limitatissima, limitata e quindi una ricchezza d’acqua trascurabile. Il gradiente della falda del Petrolchimico è di 1, 2 metri su mille, cioè la superficie della falda è inclinata solo di 1, 2 metri su mille. Un altro dato importante è questo: sono state fatte delle prove di portata su dei pozzetti all’interno del Petrolchimico. In un documento che è agli atti sono riportati i dati di uno studio fatto per conto Enichem dal Consorzio Basi; i ricercatori che hanno fatto questo studio scrivono che due pozzetti con una pompa che dava 0,1 litri al secondo non hanno sopportato questa portata, si sono prosciugati nel giro di qualche minuto. 0,1 litri al secondo vuol dire la portata di un tubicino. Se io faccio un confronto con l’alta pianura, dove i valori di permeabilità sono mille volte superiori, beh, nell’alta pianura io ho pozzi che possono dare anche 100 litri al secondo, ma con valori di permeabilità mille volte inferiori ad una portata di mille volte inferiore, cioè 0,1 litri al secondo, ma questa portata non è neanche sopportabile da quelle falde. Tra l’altro le falde di alta pianura hanno spessori di un centinaio di metri, queste hanno spessori di 3, 4, 5 metri. Vi ricordo anche che le due falde del Petrolchimico non sono mai state utilizzate. Non ho trovato nessuna traccia di pozzi che siano stati utilizzati dentro al Petrolchimico né nella documentazione agli atti né in bibliografia. Per trovare falde di una certa potenzialità bisogna scendere sui 100 metri di profondità, difatti fino agli anni ‘70-’75 nel Petrolchimico esistevano sedici pozzi profondi che erano utilizzati per le industrie, di questi pozzi cinque avevano una profondità tra 90 e 115 metri, cinque a 230 metri, cinque tra i 270 e i 280 metri, uno oltre i 300 metri. Questi pozzi poi, sapete, sono stati chiusi per il problema della subsidenza perché depressurizzavano le falde. Ma, individuate le falde, adesso devo individuare i parametri principali di queste falde per capire cos’è successo con gli inquinanti che possono aver raggiunto la falda. Allora, la prima cosa da verificare intanto è la direzione di deflusso. Da che parte vanno queste falde? Abbiamo visto che le falde sono in movimento se hanno un gradiente idraulico; le falde del Petrolchimico hanno mostrato di avere un gradiente idraulico, quindi la superficie della falda è inclinata, vuol dire che la falda si muove. Ma da che parte si muove? Bisogna sapere la direzione di deflusso per capire se gli inquinanti si sono mossi lungo questa direzione di deflusso. Né negli atti né in bibliografia ho trovato delle carte idrogeologiche che indicassero la direzione del flusso delle falde del Petrolchimico. Negli atti ci sono due carte idrogeologiche che indicano la direzione del deflusso, ma in un’area molto limitata, una costruita nel ‘91 e l’altra costruita nel ‘95, però sono due carte che danno dei risultati assolutamente contraddittori. E’ la stessa zona e guardate le direzioni di deflusso di questa carta rispetto alle direzioni di deflusso di quest’altra carta: addirittura opposte. Però non è che io mi meravigli molto di questi errori, perché qual è quella giusta? Non lo so, può darsi che sia giusta questa, può darsi che sia giusta questa, può darsi che siano ambedue sbagliate, non lo so, ma nella documentazione agli atti questa confusione è abbastanza ricorrente, anche per altri fattori: sul valore di permeabilità, sui valori di porosità... Ma non è che sia molto preoccupante questa storia perché succede sempre che quando si ha una montagna di dati a disposizione molti di questi non siano validi. Sono dati che sono stati raccolti in epoche differenti, prodotti da operatori differenti, sulla base di sondaggi fatti da ditte differenti con sistemi differenti e quindi normalmente succede che una certa percentuale di questi dati non sia utilizzabile. L’importante è, come vi ho detto prima, non formalizzarsi su un unico dato, sul dettaglio, ma cercare di fare valutazioni globali dei dati per tirare fuori... Però nella globalità io credo che si possa tirare fuori la situazione reale. Ma in mancanza di dati cos’è che bisogna fare per individuare le direzioni di deflusso? Allora bisogna ragionare con il buonsenso, naturalmente il buonsenso calato su una conoscenza idrogeologica. Però conosciamo la situazione geologica, conosciamo la situazione idrogeologica, il buonsenso ci dice che l’acqua va sempre in discesa perché è spinta dalla forza di gravità; siccome le quote dell’acqua di falda nel Petrolchimico sono più alte del livello dell’acqua dei canali di cui il Petrolchimico è circondato, è evidente che l’acqua dal Petrolchimico va sui canali, non può andare in salita. Allora secondo me l’acqua della falda va sui canali. Attenti però, l’acqua della falda va sui canali se la falda è meno profonda dei canali, cioè se i canali intercettano la falda, perché se una falda è più profonda dei canali la falda ci passa sotto, se la falda è più profonda della laguna non va in laguna, andrà in Adriatico. Allora individuata pressappoco la direzione di afflusso, molto importante è la velocità di deflusso, con che velocità si muove questa falda, perché? Perché la velocità è significativa nel trasporto degli inquinanti. Normalmente quando le falde corrono molto la velocità si misura sperimentalmente, si fanno prove sperimentali. Ci sono vari tipi, per esempio, vari tipi di metodi, c’è il metodo dei due pozzi con il tracciante, allora si individua la direzione di deflusso, si fanno due pozzi, uno monte e uno a valle, si butta un tracciante nel pozzo a monte e si misura quanto tempo ci impiega il tracciante ad arrivare nel pozzo a valle, siccome la velocità è uguale spazio-tempo, so la distanza dei due pozzi e so quanto tempo ci impiega il tracciante a passare dal primo pozzo al secondo pozzo e ho la velocità, però è chiaro che questa è una prova che si fa con falde che si muovono velocemente, per esempio 10 metri all’anno, per noi, quando una falda si muove 10 metri all’anno, cioè scusate al giorno, ho sbagliato, 10 metri al giorno, quando si muove 10 metri al giorno è una falda veloce, molto veloce, se si muove 10 metri al giorno io posso fare la prova e stare lì ad aspettare il tracciante, ma se la falda si muove 10 metri all’anno, allora tutto diventa più complicato, anche perché queste prove hanno la possibilità di subire molti errori, allora se la velocità è elevata l’errore viene assorbito, se la velocità è molto bassa l’ordine di grandezza di errore può essere anche superiore a quello della velocità della falda. Il secondo metodo è quello del metodo unico con tracciante, anche quello è abbastanza semplice ma in teoria, ma molto complicato ad eseguirsi. Su un pozzo si butta un tracciante e poi si misura la variazione della concentrazione del tracciante, ha concentrazione diminuisce in funzione della velocità di deflusso. Infine c’è un metodo geoelettrico che è ancora più complicato, si tratta di buttare un tracciante sul pozzo e poi con misure di resistività elettrica del terreno si riesce a individuare il flusso di trasferimento del tracciante portato dalla falda, in questo caso individuo sia la direzione che la velocità. Però vi ripeto, sono prove sperimentali che hanno senso se vengono eseguite con falde veloci, con falde pochissimo veloci, come sono quelle che sono contenuti nei materiali a bassa permeabilità posso dare dei grossi errori. Fino al ‘97, ‘98, non mi risultava che fossero state fatte delle prove sperimentali nel Petrolchimico, mi pare che Enichem abbia fatto qualcosa nel ‘98, ‘99, eventualmente ci dirà Francani, il consulente Enichem quando verrà sentito, ma in mancanza di dati sperimentali io ho dovuto fare delle valutazioni a spanne, a spanne nel senso che ho utilizzato delle formule, su queste formule ho inserito dei valori logici cercando di tirare fuori un ordine di grandezza, quando mancano dei dati sperimentali bisogna cercare di capire almeno l’ordine di grandezza della velocità della falda, cioè è 1, è 100 o 1.000, quindi sono dati approssimativi quelli che vi dico adesso. Il primo percorso che ho fatto è stato quello di un confronto con le velocità che sono state ripetutamente misurate nella pianura di (Aiosa) del trevigiano; nella pianura di Aiosa del trevigiano dove sono state fatte fare prove sperimentali, le velocità avevano questo campo di variazione, da un metro a 10 metri al giorno, da un metro a 10 metri al giorno. Ma questa è la formula delle velocità, vedete la velocità è direttamente proporzionale alla permeabilità poiché nel trevigiano abbiamo acquiferi e permeabilità 1.000 volte superiori a quelle del veneziano, beh la velocità del veneziano sarà circa 1.000 volte inferiore a quella del trevigiano, facendo 4 conti a spanne ho l’ordine di grandezza. Le falde del Petrolchimico si dovrebbero muovere con queste velocità, cioè da 40 centimetri a 4 metri all’anno, vi ripeto, da 0,4 a 4 metri all’anno, quindi secondo questo calcolo, questo conto, sono falde praticamente stagnanti o quasi. Il secondo percorso che ho fatto è questo: utilizzo la formula della velocità, velocità uguale permeabilità per gradiente e ha fatto porosità efficace, ho messo dentro un valore pensato logico della permeabilità, ho messo dentro un valore del gradiente, un valore logico di porosità efficace, mi è venuto fuori questo valore, 300 centimetri all’anno, cioè 3 metri all’anno, è un valore, vedete che è molto simile, che è in linea con quello ottenuto con il primo percorso, vi ripeto, questo dato è un dato che dà l’ordine di grandezza, vuol dire che non è né 100 né 1.000, posso aver sbagliato anche di 5, 6, 10 volte, però quello è l’ordine di grandezza. Ci viene ancora in aiuto il piano direttore 2000 della Regione del Veneto il quale piano direttore contiene indicazioni sulle velocità di falda del veneziano, le valutazioni di velocità di questo piano direttore sono state fatte dai geologici del dipartimento di geologia della Regione che operano da decine di anni nel territorio e quindi hanno il polso della situazione, e questi cosa dicono? Dicono che - non leggo la prima parte - che con gradienti idraulici di 5 per 1.000, in realtà i gradienti idraulici sono inferiori, ma 5 per 1.000 il massimo ipotizzabile, questi valori di permeabilità dicono che comportano un flusso con velocità dell’ordine di 0.01, 0.016 metri al giorno, trasformati in metri all’anno viene fuori 0.3, 5 metri all’anno, che sono due valori che sono perfettamente in linea con quelli che abbiamo individuato con gli altri due percorsi fatti in precedenza. Ma non è finita però, perché questa è la velocità di deflusso della falda, sappiate che le velocità di trasferimento degli inquinanti sono sempre inferiori alle velocità di deflusso della falda, esistono in bibliografia interi volumi che parlano di questo fenomeno. Le due velocità sono regolate da un coefficiente di ritardo, questo coefficiente di ritardo indica quante volte la velocità di trasferimento degli inquinanti è inferiore alla velocità di deflusso della falda, cioè l’inquinante preso in groppa dalla falda, viene trasportato dalla falda, ma subisce dei rallentamenti che conferiscono all’inquinante una velocità di trasferimento inferiore, questi rallentamenti sono dovuti a processi chimico-fisici che io non conosco ma so che esistono, e che sono, che dipendono da fenomeni di assorbimento, dispersione, diluizione etc. etc.. Io non mi avventuro a parlarvi di questi fenomeni, perché il mio mestiere è quello del geologo, a ciascuno il proprio mestiere, però mi viene insomma di spiegare. Mi è stato detto che il valore di questo coefficiente R di ritardo è tale che può portare a una velocità di trasferimento degli inquinanti inferiore anche di qualche decina di volte la velocità di deflusso della falda. Allora se io ho a che fare con una falda che ha velocità di deflusso di qualche metro all’anno, anche se ho sbagliato, ed entra in gioco anche questo coefficiente di ritardo, voi capite che gli inquinanti al sotto delle discariche non si dovrebbero essere mossi, però questa è una valutazione di tipo idraulico, poi andiamo a verificare se c’è una corrispondenza con i dati chimici. Ha importanza anche la valutazione della portata della falda. Perché ha importanza la valutazione della portata della falda? Perché se la falda va dentro i canali che circondano il Petrolchimico la falda può aver portato quantità rilevanti o non rilevanti di sostanze in laguna, quindi è importante mettere in risaltato la portata della falda, ed è importante mettere in risalto anche il rapporto tra la portata della falda in laguna e la portata degli altri fattori di ricarica della laguna. Non esiste in nessuna prova sperimentale di portata della falda, non è possibile farla tra l’altro, quindi anche qua ho dovuto arrivare a valutazioni quantitative molto approssimate, a spanne, sono valori che danno l’ordine di grandezza. I percorsi sono questi: ho preso la formula della portata, ho messo i valori all’interno, ho ipotizzato che l’intera falda, la prima falda del Petrolchimico, che l’intera falda vada nei canali, quindi ho ipotizzato che lungo tutti e 3 i canali si scarichi completamente la falda in laguna. Difatti la lunghezza 8 chilometri di perimetro per 5 metri di spessore della falda, questo è il valore di permeabilità, il valore del gradiente idraulico, cosa mi viene fuori? Mi viene fuori circa un litro al secondo, cioè la portata che si riversa in laguna ad opera della falda è di un litro al secondo, posso aver sbagliato di 10 volte in più o in meno ma questo è l’ordine di grandezza, non è né 100 litri né 1.000 litri, è qualche litro al secondo. Il secondo percorso è questo: tutti sanno che una portata è uguale alla velocità per la sezione di filtrazione, la portata di un fiume è uguale alla velocità del fiume moltiplicato la sezione attraverso il quale il fiume passa. La velocità si misura nel fiume in centomila maniere, con galleggiante etc. etc.. Allora impostando dei valori numerici, 5 metri all’anno per la sezione di filtrazione, mi viene fuori 0,6 litri al secondo, un valore più basso del litro secondo ma insomma sempre dello stesso ordine di grandezza, l’importante è che non si abbiano grossi sbalzi. Ci viene ancora in soccorso il piano direttore 2000 della Regione Veneto, il quale piano direttore 2000 parla anche di portata di falda, e dice: con queste velocità - che abbiamo visto - si hanno portate da 1 a 16 litri per giorno per metro quadro di sezione di deflusso. Io conosco quali sono i metri quadri di sezione, 40.000, cioè 8 chilometri di perimetro per 5 metri di spessore di falda e mi vengono fuori questi valori da 0,3 a 5 litri al secondo, che sono valori ancora una volta simili a quelli che sono stati stimati con i due procedimenti che abbiamo visto prima. Agli atti poi c’è una relazione di Francani, il quale Francani dà un dato di valore di portata, però non so come l’abbia calcolato e non so se si riferisca a tutte e due le falde o a una sola, credo che si riferisca a tutte e due le falde però non è detto. La portata che è stimata è di 4 litri al secondo, ed è lo stesso ordine di grandezza di tutti i dati che siamo riusciti a tirare fuori. Quindi l’insieme di tutti i valori esaminati porta a stime di portata della prima falda di qualche litro al secondo, cioè la falda che si sversa in laguna ha una portata di qualche litro al secondo. Ma che significato hanno questi alcuni litri al secondo di portata in laguna nel bilancio globale della laguna? Devo considerare quali altre portate entrano in laguna, e confrontarle. In laguna entrano corsi d’acqua dalla gronda lagunare, scarichi industriali, la falda intera della gronda e più la falda del Petrolchimico. Guardate un po’ questi valori: corsi d’acqua dalla gronda lagunare, 30.000 litri al secondo come media annua, 30 metri cubi al secondo, 30.000 litri al secondo per mediana, scarichi industriali circa, qua posso aver sbagliato, ma circa 20.000 litri al secondo. Gronda lagunare, ho tutta la falda e i contorni della laguna che si sversa in laguna, quanto è? Non lo so, non è mai stata misurata ma certamente sarà centinaia e centinaia di litri se quella del Petrolchimico mi dà 2,4 su 8 chilometri, e quella del Petrolchimico alcuni litri al secondo, se voi confrontate la portata della falda del Petrolchimico rispetto a tutte le altre portate che entrano in laguna ci si accorge che il confronto tra le portate in entrata nella laguna indica come l’apporto della falda del Petrolchimico sia assolutamente trascurabile nel bilancio idrologico della laguna e indica anche l’enorme diluizione che le acque della prima falda in uscita dal Petrolchimico subiscono qualunque sia la concentrazione delle sostanze inquinanti che esse possono portare. Adesso dobbiamo parlare, abbiamo parlato della parte idraulica delle falde, cioè direzione di deflusso, velocità portata, adesso dobbiamo parlare della qualità delle acque di falda, ma non per valutare il grado di inquinamento, perché vi ripeto ancora una volta, io sono geologo, non sono un chimico, di chimica dico di non sapere niente, anche se sono 35 anni che lavoro di fianco ai chimici e a furia di lavorare con quelli qualcosa ho imparato, però mi servono delle valutazioni qualitative per valutare se le valutazioni che io ho svolto sui caratteri idraulici delle falde trovano riscontro nei caratteri chimici. Cioè abbiamo detto che la falda è stagnante, beh voglio vedere se l’inquinante si è spostato o no. Allora ho pregato i chimici di fornirmi delle informazioni, queste informazioni sono state rilevate sulla base di, dell’esame di oltre un centinaio di analisi di acque prelevate in 105 piezometri, 12 piezometri nei materiali di riporto, cioè le falde stagnanti, cioè l’acqua stagnante in materia di porto, 73 nella prima falda, quella subito sotto il caranto e 20 nella seconda falda, sotto il secondo livello impermeabile, ricordatevi che le falde sono due, sotto il Petrolchimico. Questa è la pianta del Petrolchimico, l’ubicazione di tutti i piezometri analizzati, vedete che c’è una distribuzione non indifferente, 12 piezometri a profondità 2, 6 metri, c’è materiale di riporto, 73 piezometri nella prima falda, 20 piezometri nella seconda falda. Questo è lo schema di impostazione dei piezometri calato sulla situazione geologica e idrogeologica del Petrolchimico, prima falda, seconda falda, i piezometri nell’acqua di impregnazione dei materiali di discarica, i piezometri come i filtri nella prima falda e i piezometri con i filtri nella seconda falda. A questo punto però vi faccio perdere tre minuti solo per parlarvi dei piezometri, perché? Perché la costruzione e la posa in opera dei piezometri sono operazioni molto delicate, se non vengono fatte perfettamente si possono fare degli errori enormi nella valutazione dei dati. Che cos’è un piezometro? E` un tubo in metallo o in plastica che viene inserito in un foro di sonda, in genere ha un diametro di 10 centimetri, serve per prelevare l’acqua ma anche per fare le misure idrauliche, profondità di falda, prove di portata etc.. Sono muniti di filtri laterali, cioè l’acqua nel piezometro in genere entra attraverso fessure che vengono operate per un certo tratto di 3, 5 metri sul tubo piezometrico. Quando il sottosuolo è costituito da materiali fini, per esempio fini limose, le fessure vengono avvolte da un tessuto permeabile per far entrare l’acqua e non fare entrare la sabbia evidentemente. Importantissimo, il tratto filtrato deve essere posto il corrispondenza della falda che si vuole campionare, che già qua entra in gioco la prima possibilità di errore, cioè questa operazione di posa del piezometro, di costruzione del piezometro deve essere seguita direttamente o indirettamente dal geologo il quale deve fornire la stratigrafia esatta per poter porre i filtri esattamente in corrispondenza alla falda che si vuole campionare, altrimenti si prendono campioni che non sono rappresentativi. Occorre conoscere esattamente la stratigrafia del sondaggio, posizionare i filtri solo sulla falda da campionare, isolare le altre falde presenti per fare in modo che non ci sia una infiltrazione di acqua dalle falde sotto sopra nella falda che io sto campionando. Pose mal fatte causano mescolamenti di acque differenti, di falde differenti possono provocare contaminazione di una falda ad opera di un’altra falda, cioè in pratica possono determinare errori clamorosi. Vi faccio vedere i soliti schizzetti elementari, qui vedete una falda di tipo freatico, la superficie della falda, una falda in pressione, un livello impermeabile che separa le due falde, il tratto filtrato, posizione sbagliatissima dei filtri, perché in questa maniera io estraggo da questo pozzo un campione che è il risultato di un mescolamento della falda freatica che può entrare da questi 50 centimetri di tratto filtrato con l’acqua della falda in pressione, con quale risultato? Con il risultato che se io volevo campionare la falda in pressione e la falda freatica è inquinata ho un campione che è inquinato e che io attribuisco alla falda in pressione. Qui ho un altro esempio, questo è un errore che è ricorrente quando si campiona una falda sottostante a un’altra. Il tratto verde indica il foro di sonda, il tratto nero indica il tubo piezometrico, i filtri posizionati adeguatamente, ma rimane un intercapedine tra il tubo del piezometro e il foro di sonda e l’acqua della prima falda può scendere ed entrare nei filtri posizionati sulla seconda falda, vuol dire che io campiono dell’acqua che non è rappresentativa della seconda falda, posso attribuire un inquinamento alla seconda falda che mi proviene dalla prima falda, non solo, ma se i piezometri sono tanti nel tempo posso anche determinare, ed è successo, l’inquinamento della seconda falda da parte della prima falda attraverso i piezometri mal fatti. Questo è un piezometro ben fatto invece, la falda freatica, la falda in pressione, i filtri posizionati sulla seconda falda, un tappo di argilla, importantissimo, che serve a isolarmi le acque della prima falda dalle acque della seconda falda e in questo caso io sono sicuro di campionare esclusivamente le acque della falda sottostante. Allora cosa ho chiesto io ai chimici? Ho detto: analizzatemi le concentrazioni di un certo numero di sostanze fondamentali che siano dei traccianti di un inquinamento industriale e poi analizzo quello che è successo in falda. Allora mi hanno dato i dati dell’ammoniaca, che è di origine naturale fino a qualche decina di milligrammi litro, ma quando supera questa concentrazione di origine industriale, un po’ di arsenico, trielina, dicloretano, benzene, ammine, carburi policlinici, poi ho detto anche: beh già che ci siete fatemi anche i cloruri inorganici, cioè cloruro di sodio, quelli che derivano dalle acque marine e vediamo quello che succede. Adesso vi mostro cosa succede con l’ammoniaca, cioè ho cercato di verificare se c’è corrispondenza tra le caratteristiche idrauliche della falda e le caratteristiche, e la distribuzione delle concentrazioni nella falda. Ammoniaca, ah, no, scusate, prima vi faccio alcune valutazioni che io dico molto timidamente per la solita ragione. Le acque di impregnazione almeno dai dati mineral-chimici, campionate su 12 punti sono risultate molto inquinate con concentrazioni tuttavia differenti da punto a punto in ordine alla presenza di discariche, cioè è chiaro che l’acqua di impregnazione della discarica è inquinata. Le acque della prima falda: sono risultate in modo pesante inquinate solo in corrispondenza ad aree ristrette, cioè luogo di deposizione dei rifiuti, vedremo dopo che le concentrazioni elevate sono solo sotto la discarica, gli inquinanti non si sono propagati, ma lo vedremo dopo. Poi nella prima falda sono presenti e diffuse alte concentrazioni di cloruri inorganici di origine marina con valori simili a quelli presenti nelle acque della laguna. Infine le acque della seconda falda raggiunte solo in 20 punti mostrano localmente per qualche sostanza concentrazioni sensibili, cioè la maggior parte delle sostanze o non c’è più o ha concentrazioni assolutamente trascurabili, per qualche sostanza c’è una concentrazione, ma io dal punto di vista idrogeologico ho dei forti dubbi sulla bontà di quei dati, poi eventualmente ne riparliamo. Ammoniaca prima falda, tutti pozzi che hanno campionato l’ammoniaca nella prima falda, vedete, sono distribuiti in maniera uniforme su tutto il territorio. Vediamo com’è adesso l’ammoniaca nel sottosuolo. E` un diagramma tridimensionale, la base rappresenta l’area del Petrolchimico, l’altezza le concentrazioni dell’ammoniaca, queste barrette sono in corrispondenza al sondaggio, voi vedete che tutte le alte concentrazioni sono concentrate su quest’area ristrettissima che corrisponde a una discarica, alla zona 31 e 32, ai contorni ci sono tutti valori molto bassi che mostrano chiaramente come queste alte concentrazioni non si sono spostate, ricordatevi che la laguna è dalla parte opposta, l’area 31 e 32 è vicino al lato ovest. Questa discarica è lì da decine di anni, da molti anni, queste concentrazioni sono lì immobili da, secondo me, da decine di anni. Vediamo un’altra sostanza, ammine, prima falda, tutti i piezometri che hanno analizzato le ammine della prima falda, una distribuzione capillare, ecco il diagramma, valori bassi, relativamente bassi, adesso io non entro in gioco, non entro a valutare le concentrazioni, ma vedere valori bassi delle concentrazioni su ogni punto delle ammine fuorché in questa zona dove ci sono valori molto elevati ristretti a un’unica area che è l’area della discarica, questo significa che questi inquinanti, la discarica è lì da 50 anni, questi inquinanti, le alte concentrazioni degli inquinanti non si sono mosse, questo si sposa bene con il fatto che la falda ha valore di velocità bassissimi e poi c’è anche questo coefficiente di ritardo che in pratica rende il tutto stagnante.

 

Avvocato Lanfranconi: quei picchi che abbiamo notato, anche per quanto riguarda le ammine, corrispondono alla discarica sempre isole 31 e 32?

RISPOSTA - Sì, perché sono sempre nella stessa posizione. Guardate la trielina, la trielina è stata campionata in tutti questi... la trielina però è una sostanza i cui fanghi sono stati depositati un po’ qua e un po’ là, ma comunque adesso vedremo com’è la distribuzione della trielina. Vedete, anche questa, io ho dati di concentrazioni elevate circondate tutte attorno da dati di concentrazione bassissime, vuol dire che l’inquinante arriva in falda e poi non si muove. Il benzene, prima falda, un campionamento uniformemente distribuito, anche qua, due zone di discarica mi dicono i chimici, su questa zona e su questa zona e poi una miriade di punti in cui le concentrazioni sono basse. Se io avessi avuto il trasferimento dell’inquinante vedrei dei flussi di inquinamento lungo la direzione di afflusso della falda. L’arsenico, prima falda, pozzi campionati, non entro in merito alle concentrazioni perché non è compito mio, però mi interessa vedere anche qua l’arsenico. Io ho valori elevati circondati da valori bassi, che mi mostrano come l’inquinante arrivato in falda non si è mosso. E finalmente i cloruri, perché finalmente i cloruri? Perché i cloruri non derivano dalla discarica, i cloruri sono nati con la falda, i cloruri derivano sia dai canali che circondano la falda e sia dal fatto che questa falda si è costituita all’interno di materiali, di depositi marini recentissimi, quindi devo trovare i cloruri non nelle stesse condizioni degli inquinanti. Ecco, voi vedete, i cloruri danno concentrazioni elevate pressoché ovunque al di fuori di questa piccola zona che è la zona in cui il Petrolchimico è in comunicazione con l’entroterra e quindi è la zona in cui probabilmente arrivano le ricariche delle falde non sanate dall’entroterra. Arrivo alle conclusioni: allora, noi abbiamo visto tutti i dati geologici, abbiamo visto tutti i dati idrogeologici, ricordate le falde, abbiamo fatto delle valutazioni di tipo idrochimico per vedere se si possono collegare con le valutazioni idrogeologiche, a questo punto possiamo fare delle valutazioni conclusive. I dati idraulici, i dati geologici, i dati chimici indicano che le falde superficiali del Petrolchimico sono praticamente stagnanti le falde, cioè qualche metro all’anno, 10 metri all’anno, su 1 metro all’anno, non importa, l’importante è che non siano 100 metri o 1.000 metri, e che le sostanze inquinanti non si sono trasferite nel sottosuolo al di fuori delle aree di discarica. Gli stessi dati portano ad escludere che quantità significative di sostanze inquinanti siano giunte in laguna trasportate dalla falda, cioè in pratica le cause dell’inquinamento della laguna vanno ricercate altrove certamente non nelle acque di falda. Un’ultima considerazione - poi ho finito - le falde del Petrolchimico sono ragionevolmente inutilizzabili, al di là dell’inquinamento presente, perché? Perché le falde possono fornire solo portate insignificanti, vi ricordo la prova riportata del Consorzio Basi: 0,1 litri al secondo e i pozzetti si asciugavano, 0,1 litri al secondo vuol dire un tubicino grande così. Per la salinità delle acque, guardate che quei valori di salinità sono uguali identici o simili alle acque salate. Per il pericolo di richiamare acqua salata dai canali perimetrali. Se io sottopongo a pompaggio quella falda la falda si abbassa e il canale che passa a 2 metri mi butta dentro acqua perché abbasso la superficie piezometrica della falda al di sotto del livello dell’acqua del mare. Per la portata trascurabile complessivamente della falda. Se io ho una falda che mi dà alcuni litri al secondo, abbiamo visto che globalmente la falda mi dà alcuni litri al secondo, se io sui 500 ettari estraggo con i pozzi una portata leggermente superiore o superiore, per esempio 10 litri al secondo dalla falda, io prosciugo quella falda perché estraggo dai pozzi una portata superiore a quella della falda stessa, quindi è una falda che non può dare acqua. Per il divieto di costruire pozzi nell’area, si sa, è la questione della subsidenza. Vi ricordo che l’area è anche servita dall’acquedotto di acqua potabile e di acqua industriale da decine di anni, quindi sono falde praticamente inutilizzabili. Spero di non avervi annoiato.

 

Avvocato Lanfranconi: potrei soltanto avere due specificazioni? Le falde del Petrolchimico possono defluire verso l’entroterra?

RISPOSTA - Abbiamo visto che una falda si muove secondo una direzione di deflusso che è imposta da un gradiente idraulico, cioè è imposta dalle quote che ha la falda nei differenti punti.

 

Presidente: qual è l’andamento della falda, va verso il canale sud, verso il canale della Rana?

RISPOSTA - Adesso le spiego. Non esiste - ho detto prima - uno studio o una carta idrogeologica che dia in ogni punto le direzioni di deflusso, però il buonsenso calato sulla conoscenza geologica e idrogeologica dice che le acque della prima falda - non della seconda e poi le dico perché - vanno verso i canali, quindi nel punto più vicino al canale, perché lì c’è il punto di minor pressione, di maggior gradiente idraulico. Quindi va verso tutti i canali che gli stanno attorno. Perché prima falda? Perché la prima falda ha una profondità limitata e può essere stata intercettata o è stata intercettata dai canali. Allora l’acqua dalla falda va sui canali. Ma la seconda falda, che è profonda 20, 25 metri, non può andare nei canali. Le posso dire anche di più: la laguna ha profondità normali 1, 2, 3 metri; solo nei canali può arrivare a 10, 15 metri, ma quella falda è profonda 20, 25 metri, quindi è molto probabile che o non va assolutamente in laguna, passa sotto e se ne va in Adriatico, o può solo in qualche zona, dove i canali sono stati molto approfonditi, essere intercettata dai canali. L’acqua va sempre in disce...

 

Presidente: ma la seconda falda non è in pressione?

RISPOSTA - Certo. E’ in pressione, però se la profondità della laguna non è riuscita a intaccarmi la copertura impermeabile, non c’è comunicazione idraulica. La figura 11. La laguna è profonda al massimo 15 metri nei canali solo, guardi la struttura idrogeologica. No, il profilo con le falde. Eccola qua. Allora, questa è la prima falda, da 10 a 15 metri. Il mio canale, che è qua sul fianco, ha raggiunto la falda, ha tirato via il caranto che stava sopra, ma non ha sfondato questo livello perché si ferma prima il fondo del canale. Questa falda ha una copertura a 20 metri, quindi perché questa falda vada in laguna occorre che la profondità della laguna arrivi a intercettare le sabbie, cioè a sfondare il tetto che la mette in pressione. Se io non sfondo quel tetto per il sistema dei vasi comunicanti non può venire fuori l’acqua, cioè devo rompere il tetto.. Allora l’acqua mi viene fuori perché ha la pressione e ha una pressione superiore a quella del carico del mare, perché? Perché parte dall’entroterra dove la falda è più alta. Sistema dei vasi comunicanti. Però devo rompere il vaso comunicante per consentire... Allora è molto probabile che questa falda non vada in laguna. Questa sì, ma perché questa sì va in laguna? Perché i canali l’hanno raggiunta, se non ci fossero i canali neanche quella andrebbe in laguna, perché la laguna è profonda 2, 3 metri. Quindi non può andare verso l’entroterra la falda perché le direzioni di deflusso generali sono da monte verso valle e a monte ho quote più alte di superficie di falda.

 

Avvocato Lanfranconi: allora a monte, dove ci sono dei pozzi che sono stati anche esaminati, volevo chiederle: nelle acque dei pozzi dell’entroterra, quindi adiacenti al Petrolchimico, sono stati segnalati, rilevati inquinamenti di tipo industriale?

RISPOSTA - Io non sono un chimico, però le posso rispondere perché? Perché agli atti c’è un documento, mi ricordo bene, della Forestale, che è quello del censimento, il quale chiaramente dice: "Noi abbiamo esaminato, abbiamo fatto fare le analisi di tutte le acque prelevate dai 69 pozzi e - mi pare di ricordare anche bene la frase - non abbiamo trovato inquinamenti ascrivibili ad attività industriali", hanno trovato però, mi pare, non so se pesticidi o diserbanti, cioè prodotti agricoli o qualcosa del genere.

 

Avvocato Lanfranconi: l’ispettore Spoladori l’altra volta a domanda ha riferito DDT.

RISPOSTA - Ecco, quindi non...

 

Presidente: ci sono domande da fare? Può andare, grazie. Io direi che si può sospendere qui e riprendere alle 15. Siccome ho visto che c’è ancora un programma molto fitto perché, tenuto conto delle indicazioni che erano state date, dovrebbero essere sentiti il professor Pasquon, il professor Belluco e il professor Del Carlo...

 

Avvocato Lanfranconi: il dottor Del Carlo, sì. Pensavamo e speravamo nell’ambito del pomeriggio di esaurire questi interventi. Eventualmente quello che potrebbe forse rimanere fuori è quello del dottor Del Carlo, che però da un punto di vista dei tempi è molto, molto ristretto.

 

Presidente: va bene, è l’una e mezza, un’ora e un quarto di sospensione ci basta, siamo qui alle due e tre quarti allora. Riprendiamo l’udienza.

 

Avvocato Lanfranconi: sarebbe per noi previsto il professor Belluco che parlerebbe brevemente degli impegni di Montedison a partire dai primi anni ‘70 rispetto alle problematiche della laguna; poi interverrà il professor Pasquon sugli impianti.

 

Presidente: va bene.

 

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. BELLUCO UMBERTO -

 

RISPOSTA - Mi chiamo Umberto Belluco, sono ordinario di Chimica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova. Il mio campo di ricerca è nel settore della sintesi e della reattività dei composti organometallici. Ho collaborato fino al 1971 all’organizzazione del Convegno Nazionale annuale Ambiente e Risorse, che era patrocinato dall’Università di Padova e si teneva nella sede estiva di Bressanone. Ho fatto parte fin dal 1975 del Comitato Tecnico per la progettazione dell’impianto consortile di depurazione dei reflui urbani ed industriali realizzato a Fusina nei primi anni ‘80. Ho collaborato con la Provincia di Venezia per l’organizzazione del primo censimento sugli scarichi di origine industriale in laguna nei primi anni ‘90. Riferirò di alcuni interventi, a mio avviso rilevanti, promossi dalla Montedison nel comprensorio di Porto Marghera. Gli scarichi dei reflui industriali dei collettori comunali alla fine degli anni ‘60 erano organizzati dal Comune di Venezia, il quale aveva condotto un censimento degli scarichi delle industrie di Porto Marghera collegati alle fognature comunali. All’epoca, cioè alla fine degli anni ‘60, esistevano un collettore comunale nell’area dei petroli che scaricava nel canale Brentella, un collettore comunale lungo via Industrie che scaricava nel canale Brentella anche e poi alcuni tratti di fognatura comunale nell’area compresa tra il canale ovest e via Fratelli Bandiera che scaricavano nel canale ovest. Nel ‘72 il Comune di Venezia mette in esercizio una nuova fognatura lungo via Fratelli Bandiera che raccoglieva i reflui delle varie industrie che erano prospicienti a quella via; il convogliamento di questi reflui era all’impianto di depurazione dei Bottenighi che è stato messo in marcia nel ‘73, questo ad opera del Comune. Andiamo avanti. L’impianto dei Bottenighi era un depuratore biologico, quindi per l’abbattimento del carico organico, e poteva trattare reflui per 70.000 abitanti equivalenti; era al servizio sia dell’area industrie sia del quartiere urbano di Marghera. Lo scarico finale era nel Lusore tramite la centrale di sollevamento della Rana. Questo impianto ha funzionato dal ‘73 all’86, anno in cui i reflui sono stati convogliati all’impianto consortile di Fusina. Allora, vediamo un po’ la cronistoria di questi interventi. La legge 171 del ‘73 fissa le competenze della Regione del Veneto e del Magistrato alle Acque di Venezia; la Regione del Veneto può costituire in base a questa legge dei consorzi per la costruzione, manutenzione e gestione di impianti ad uso consortile per la depurazione delle acque, questo è quello che stabilisce la legge 171. In base a questa legge le industrie di Marghera, coordinate dall’Ente della Zona Industriale di Porto Marghera, decidono di costituire il Consorzio Depurazione delle Acque. Parlerò in particolare dell’attività svolta da questo Consorzio che era stato costituito il 18 aprile del ‘74 e che come soci promotori ha la Montedison, che conta per circa l’80%, la società per azioni Sordon e poi Francesconi. Successivamente a questa data aderiscono al Consorzio tutte le industrie praticamente che operano a Porto Marghera. Nell’ottobre del ‘75 il Consorzio Depurazioni Acque e l’Ente della Zona Industriale di Porto Marghera promuovono una tavola rotonda per individuare quali sono i problemi e come affrontarli, riguardanti l’inquinamento lagunare di origine sia urbana che industriale. Il convegno è presieduto dal professor Vincenzo Cagliotti, che era all’epoca presidente onorario del Consiglio Nazionale delle Ricerche; la scelta è stata fatta sulla base del fatto che era la persona più indicata per conoscere quali erano le competenze nel settore a livello nazionale e non solo. Il 4 maggio del ‘79, quindi soltanto quattro anni dopo, cinque anni dopo, anzi, la costituzione di questo Consorzio Depurazione Acque, cinque anni, si costituisce il CCID, cioè Consorzio Comunale Impianti Depurazione, cioè confluisce il CDA, il Consorzio Depurazioni Acque, nel Consorzio Comunale Impianti Depurazione, che è di promanazione comunale. Il 4 maggio del ‘79 aggiudica la gara di appalto per la realizzazione degli impianti consortili di Fusina a queste ditte che sono qui elencate: CMC, ITL, CCC e Techint. Il progetto vincente viene trasmesso per l’approvazione alla Regione del Veneto, che lo approva nelle sedute del primo agosto e del 6 settembre del ‘79, quindi sono passati appena quattro anni da quella tavola rotonda - poi vedremo quali sono i contenuti dei temi trattati - all’aggiudicazione del progetto vincente. Il 24 agosto del ‘79, quindi in tempi molto rapidi, la Regione del Veneto emana le norme che prevedono i metodi chimici, fisici e chimico-fisici di analisi per gli inquinanti di origine urbana e industriale, strumento che era essenziale per poter procedere ad un razionale intervento nel campo dell’impiantistica della depurazione. Andiamo avanti. Andiamo adesso al 26 marzo ‘84: il Comune di Venezia con questa delibera sancisce che il CCID, che è quello comunale, assorbe per il 100% l’impianto di Fusina. Precedentemente il Comune era socio per il 51%, il 49% era nelle mani invece del Consorzio Depurazione Acque, cioè Consorzio delle Industrie in pratica, quindi 26 marzo ‘84. Adesso vediamo quali erano i problemi da affrontare e le difficoltà, come si sono affrontati, etc.. Questa qui è la copertina del testo che è stato pubblicato e che credo sia anche stato depositato, riguarda i problemi dell’inquinamento lagunare, presieduto dal professor Cagliotti, che si tiene il 21 ottobre del ‘75. A questo partecipano... Il presidente del Consorzio Depurazioni Acque era il dottor Piero Lecis, che era anche presidente dell’Ente Zona Industriale di Porto Marghera; interviene l’ingegner Rinaldo, che era presidente del Comitato del Comprensorio Veneziano e che era anche presidente del Consorzio dell’Usellino-Dese, che tratta il problema dell’inquinamento di origine agricola; poi il dottor Jenkins e il dottor Chalmers, di cui parleremo successivamente, che erano consulenti della Bostock Hill di Birmingham, personaggi cioè esperti a livello mondiale di impianti di trattamento di reflui misti industriali e urbani, e vedremo le difficoltà. Intervengono il professor Paccagnella, che è dell’Università di Padova, e il professor Pavanello che è dell’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità; il professor Croatto che parla delle tecnologie di disinquinamento delle acque da composti azotati. Poi il professor Pasino, che era il direttore dell’Istituto di Ricerca sulle Acque, IRSA, quello del CNR, quindi la massima autorità in Italia per quanto riguarda la conoscenza dei processi di depurazione delle acque; il suo intervento ha riguardato i limiti di accettabilità. Andiamo avanti e vediamo qual era la tematica che si affrontava. Il problema principale era questo, cioè il problema dell’eutrofizzazione della laguna per la presenza di composti organici, carico organico, derivati dell’azoto e derivati del fosforo. Derivati dell’azoto e del fosforo sono dei concimanti, cioè dei nutrienti per le alghe, quindi il fenomeno che si presentava all’epoca era quello del (bloom algali), cioè il pericolo era quello. Gli apporti inquinanti del carico organico dei derivati dell’azoto e del fosforo erano dovuti ai reflui urbani - teniamo conto che non c’era una rete di collettamento dei reflui urbani se non in misura assai ridotta, quindi neanche un trattamento - scarichi industriali e scarichi di origine agricola, cioè derivanti dalle coltivazioni, da concimazione agraria, e poi gli allevamenti di bestiame. Il problema è che si dovevano individuare le varie sorgenti di questi inquinanti, di questi apporti inquinanti, che potevano essere puntiformi, nel qual caso era abbastanza facile collettarli, ma il problema si poneva per le fonti invece diffuse per le quali i tempi di realizzazione, quando potevano sussistere, erano piuttosto lunghi. Altro problema che il Consorzio Depurazione Acque, il suo comitato tecnico affronta è quello della quantificazione degli apporti del carico organico di azoto e di fosforo di diversa origine, cioè si promuove un censimento degli scarichi degli insediamenti industriali di Porto Marghera, con tutte le difficoltà facilmente immaginabili in quanto non esistevano dati all’epoca; poi bisognava prospettare delle soluzioni tecnologiche per l’abbattimento dei nutrienti - che abbiamo detto essere fosforo e azoto - nei reflui urbani e industriali, di quelli di origine agricola non si poteva parlare perché era una sorgente diffusa e non erano convogliabili, tenuto conto del fatto che per quanto riguarda l’apporto industriale questo non era soltanto... Vi era la presenza di acque salmastre e quindi bisognava affrontare il problema dell’abbattimento di questi inquinanti in acque salmastre, il primo problema che non era stato affrontato a livello mondiale. Poi bisognava abbattere un impianto biologico, bisognava abbattere il carico organico e i derivati dell’azoto; poi l’impianto doveva essere dotato anche di un trattamento terziario - come si dice - per l’abbattimento del fosforo che era presente nei detersivi e all’epoca nei detersivi c’era il 5% di polifosfati; fortunatamente nel giro di pochi anni si è passati dal 5% all’1,5% e il problema così è stato risolto. Che cos’è questa eutrofizzazione? A parità di altre condizioni ambientali, significa a parità di luminosità, temperatura e grado di acidità delle acque, le cause dell’eutrofizzazione sono dovute ad un accumulo di derivati di carbonio, fosforo e azoto nel corpo idrico considerato, nonché alla presenza di microquantità di metalli pesanti, di oligoelementi cosiddetti, cioè ferro, zinco, manganese, cobalto, rame e anche di vitamine. Le fonti delle sostanze eutrofizzanti abbiamo già detto prima che sono puntiformi, ben localizzate, per esempio i reflui urbani e quelli industriali, e diffuse sono queste per le quali non è che ci sia una soluzione neanche oggi. I limiti di tollerabilità di un corpo idrico dipendono da diversi fattori, tra i quali la diluizione a seguito dell’apporto di acque non inquinate, dallo scambio idrico, quindi laguna-mare in questo caso, scambi tra il sedimento e l’acqua sovrastante e altri ancora. I nutrienti della laguna costituiti da fosfati e azotati, che cosa provocano questi agenti eutrofizzanti? Uno sviluppo abnorme di alghe in due stagioni dell’anno: maggio e settembre-ottobre. Abbiamo già visto dove sono presenti questi nutrienti nella laguna; i reflui di origine industriale ed urbana possono essere convogliati ad un depuratore comunque, perché sono puntiformi, per l’abbattimento di questi agenti oltre che del carico organico e dei metalli pesanti e dei solidi sospesi. Quelli di origine agricola invece non sono suscettibili di depurazione in laguna, una volta che arrivano lì esplicano la loro azione e soltanto il tempo può migliorare la situazione. I fenomeni più vistosi sono una produzione eccessiva di alghe negli strati superficiali, cambiamenti nella struttura biocenotica, distruzione della fauna ittica, progressiva diminuzione dell’ossigeno negli strati profondi a causa della decomposizione delle masse vegetali e dei pesci morti. Gli effetti negativi sono evidenti, cioè diminuzione della pescosità e danni al turismo, oltre ad altri ancora che si possono immaginare. Per quanto riguarda il carico organico... Quindi il Consorzio Depurazione Acque nel quale la Montedison ha l’80% e partecipa con i suoi tecnici, in particolare era presente il professor Zilio Grandi, il quale aveva suggerito di cooptare, cosa che era avvenuta immediatamente, il professor Chalmers e Jenkins... Immediatamente si dà luogo allo studio del carico organico di origine industriale e urbana immesso in laguna. Quello di origine urbana viene calcolato sulla base di questo dato, cioè che per ogni abitante ci sia un apporto di 54 grammi al giorno di carico organico biodegradabile, quindi il carico organico immesso in laguna all’epoca - siamo nel ‘75 - viene valutato in chilogrammi/giorno di BOD, carico organico, 30.000 chili al giorno che è paragonabile a quello di origine urbana, centro storico, Mestre e Marghera. Gli abitanti equivalenti corrispondenti a questi valori di BOD sono all’incirca uguali, 550.000, in totale circa un milione di abitanti equivalenti, tenuto conto anche del movimento turistico. Allora, gli scarichi... Nel tempo si è avuta, all’epoca, in epoca successiva al ‘70, una considerevole diminuzione del contenuto in fosforo e composti azotati presenti negli scarichi industriali e questo è stato il frutto del risultato di interventi di ristrutturazione industriale programmati, che sono qui riportati. Tipo di scarico industriale, si è passati da 4.600 tonnellate/anno a 1.850 tonnellate/anno, quindi vi è una diminuzione drastica per l’azoto, i derivati dell’azoto; il fosforo passa da 1.250 a circa 300 tonnellate/anno. A seguito della chiusura del reparto per la produzione di solfato ammonico, che erano 500 tonnellate al giorno, di questo sale che si preparava, e nitrato ammonico, 400 tonnellate/giorno, i reflui di questi due impianti danno origine a scarichi contenenti composti azotati, opere di sbarramento, segregazione di acque di scarico, riutilizzo di residui di lavorazione; controllo sistematico degli scarichi e chiusura dell’impianto di ammoniaca che era di circa 300 tonnellate/giorno. Tutto questo fa diminuire il carico di azoto e di fosforo. Qui è riportata una pagina di quello che è pubblicato su quel volume che abbiamo citato prima ed è a firma questa dell’ingegner Rinaldo, il quale, appunto, si occupava dell’inquinamento di origine agricola. Balza subito evidente che attraverso la rete di bonifica pervengono in laguna nei periodi di precipitazioni stagionali particolari acque che contengono fertilizzanti organici e inorganici, pesticidi, biocidi ed erbicidi. La Montedison aveva promosso per conto proprio una ricerca per vedere qual era la percentuale di nutrienti, cioè di sostanze concimanti che venivano rilasciate dal terreno a seguito di piovosità; il dato emerso è dal 5% al 20% dei concimi impiegati, a seconda dell’intensità delle precipitazioni, defluisce dai campi ai collettori e da questi in laguna, quindi vi era una perdita notevole che proveniva anche da quella parte. Il Comitato Tecnico del Consorzio Depurazione Acque - quello privato, per intenderci - decide di affidare al professor Chalmers, che è consulente del Governo britannico per la depurazione delle acque del Tamigi, di fare uno studio di fattibilità che rispondesse un po’ a quello che chiedeva la legge 171 di cui abbiamo parlato prima. Il 14 agosto del ‘74 il Consorzio presenta alla Regione del Veneto domanda corredata di una relazione tecnica, facendo proprie le conclusioni dello studio di Chalmers. Contemporaneamente si attiva il CDA con il Sindaco e gli amministratori del Comune di Venezia e nasce il Consorzio misto pubblico-privato che viene costituito il 2 agosto del ‘77 e prende il come di CCID, come abbiamo detto prima: 51% il Comune e 49% invece il Consorzio dell’Industria. Alla società Italconsult, che ha sede a Roma - lavoravano all’epoca oltre 350 ingegneri di diversa estrazione e apparteneva alla Montedison - viene affidato l’incarico di predisporre un progetto di massima di un impianto di depurazione consortile nel rispetto della legge speciale che tenga alla base le indicazioni del professor Chalmers e dell’Istituto Donegani della Montedison di Novara, perché tutti i dati di base riguardanti le velocità di reazione, etc., come vedremo, venivano studiati in un impianto pilota presso questo Istituto qui, Donegani della Montedison. Il processo era abbastanza semplice: per abbattere le sostanze azotate, che sia ammoniaca o che siano ammine o altri composti aromatici, è abbastanza semplice, cioè arriva un refluo che contiene un composto azotato, ammoniaca; in un primo stadio, che si chiama nitrificazione, in condizioni di aerobiosi, cioè insufflando aria in una vasca che contenga questo liquame con queste sostanze azotate, si insuffla dell’aria e avviene l’ossidazione dell’ammoniaca a nitriti. Dopodiché ad opera di altri batteri, nitrobacter, sempre in condizioni di aerobiosi, spingendo quindi l’insufflazione d’aria, i nitriti passano a nitrati. Abbiamo trasformato quindi in un primo stadio aerobico l’ammoniaca o le ammine in nitrati. Successivamente in condizioni di anaerobiosi, cioè adesso non c’è più ossigeno, in un’altra vasca, in un altro stadio, i nitrati passano da azoto, che si libera e va nell’atmosfera, oppure ossidi o sottossidi di azoti, che sono pure dei gas che si liberano in atmosfera. Quindi si distrugge l’ammoniaca che diventa azoto e altri gas. Il processo era noto ed era semplice, si trattava di realizzare un impianto per il quale non c’era nessun esempio di impianto industriale a livello mondiale, questo è un punto da tener presente. Questi sono schemi di impianti di depurazione. Per la massima parte - queste sono le parole di allora, ancora, del ‘75 - su scala pilota. Lo schema era questo, era abbastanza semplice lo schema, cioè l’entrata dell’acqua, sedimentazione primaria per separare tutti i solidi sospesi, quindi si va nella vasca dove entra aria e qui avviene l’ossidazione da ammoniaca a nitrati; dopodiché qui non c’è aria, siamo in condizioni anossiche, e i nitrati diventano azoto e ossidi di azoto. Si formano dei fanghi che vanno in quest’altra vasca di sedimentazione secondaria e fuoriesce l’effluente purificato, depurato. I fanghi attivi in eccesso fanno al digestore produrre biogas o, se non contengono metalli pesanti, possono andare in agricoltura. Quello che il Comitato Tecnico si proponeva fin dall’inizio, il Comitato Tecnico del Consorzio Depurazione Acque, era di ottenere dei fanghi che potessero essere riutilizzati in agricoltura. Questo poteva essere raggiunto - questo obiettivo - soltanto se l’acqua che entrava in questo primo stadio qua era stata depurata dai metalli pesanti, in quanto c’erano delle soglie previste per i metalli pesanti che rendevano inutilizzabile il fango in agricoltura. Qui, per esempio, in Sudafrica, a Città del Capo, si sapeva che c’era un altro impianto, sempre impianto pilota. Quando si parla di impianto pilota sono impianti che servono circa qualche migliaio di abitanti equivalenti, qui parlavamo invece di centinaia di abitanti equivalenti, quindi bisogna anche rendersi conto che cosa significa passare dalla scala pilota alla scala industriale. Questo è un altro tipo di impianto pilota che comunque riflette sempre quella caratteristica del processo che dicevamo prima. Andiamo avanti. Questo è quello che dice il professor Pasino e a me sembra che sia degno di considerazione, sempre nel ‘75. Dice: "Ovunque si siano realizzati impianti che trattino scarichi complessi in maniera spinta si è proceduto con gradualità - questo termine viene usato anche dal professor Cagliotti più volte - verificando e sperimentando in corso d’opera. Nessuno si sente il coraggio di dire: ‘Procediamo alla realizzazione di questo impianto’ perché non abbiamo esempi nel mondo". E dice Pasino: "Noi non abbiamo certo né la preparazione - attenzione - né l’esperienza per presumere di fare meglio e più rapidamente degli altri", però riconosce che c’è una disponibilità da parte dell’industria e dell’agricoltura - che poi questa è venuta un po’ meno - ad intervenire per limitare il proprio potenziale inquinante e dall’altra riconosce che c’è una presenza di forze di ricerca che, opportunamente integrate, probabilmente proponeva di entrare anche lui, possono colmare le lacune conoscitive di cui si è parlato. Andiamo avanti. E poi è sempre Pasino che dice, tanto per renderci conto di che opera stiamo parlando, che le tabelle dei limiti attualmente in vigore, quelli che dovevano essere raggiunti dal refluo depurato, fissano valori molto restrittivi che comportano il ricorso a tecnologie di depurazione spinte e costose, a parte questo, ma comunque spinte e di cui non si aveva... lui stesso riconosce che non c’era un’adeguata conoscenza. Allora comincia la sperimentazione sull’impianto pilota, perché? Perché non c’era, il Comitato Tecnico del CDA non aveva acquisito elementi tali da suffragare la decisione di procedere immediatamente alla realizzazione di un’opera così ingente. Sperimentazione sull’impianto pilota che viene fatta all’Istituto Donegani della Montedison di Novara per l’abbattimento di questi agenti eutrofizzanti. Che cosa comporta questo? Comporta un sistema rigido del controllo dei singoli scarichi industriali, perché questi possono contenere delle sostanze tossiche per i batteri che devono svolgere la loro azione nel depuratore stesso, quindi metodiche analitiche da applicare ai reflui industriali - teniamo conto che molte delle acque erano salmastre - e quindi metodi che fossero affidabili per la determinazione dei vari parametri in acque salmastre. Queste metodiche di cui parleremo dopo sono state elaborate dalla Montedison all’epoca, entro il ‘77 mi pare. Poi un altro problema che era enorme è questo, pensate che tutto è stato fatto in quattro anni e a Venezia: la preparazione del campione del refluo industriale urbano per la sperimentazione. Mentre per il refluo urbano la composizione è nota perché ormai in ogni luogo si sa qual è la sua composizione, il refluo industriale era il refluo che proveniva dagli apporti delle singole industrie, che erano apporti che erano discontinui come portata nel tempo e per di più erano caratterizzati da inquinanti, da parametri diversi. Preparare un refluo per sperimentare sull’impianto pilota era già questa una scelta piuttosto rischiosa. A Novara una volta che avevano ottenuto il campione del refluo misto, lì hanno rilevato i parametri cinetici, cioè le velocità delle reazioni di nitrificazione e denitrificazione in quanto su questi dati si basava il dimensionamento delle parti facenti parte del depuratore. Andiamo avanti, grazie. Allora, tra i primi punti che si individuano è la necessità di abbattere i metalli pesanti all’origine, quello che abbiamo detto prima. La Montedison organizza dei corsi informativi della durata di una settimana, uno era stato organizzato all’Italconsult a Roma ed era tenuto da una delle maggiori autorità al mondo nel campo dell’impiantistica, che era il professor Eckenfelder di Nashville, Stati Uniti, e sempre dal professor Chalmers. Sulla base dei dati acquisiti si procede al dimensionamento dell’impianto, si fissano dei limiti di accettabilità alla condotta consortile, quindi pre-trattamenti significa; si fissa il tariffario, quanto si deve pagare, etc., e poi si avanza l’ipotesi, che non è stata realizzata, però fin dal ‘75 questo si era detto, cioè l’ipotesi che lo scarico del depuratore consortile avvenisse a mare. Perché a mare? Perché mentre prima della costruzione del depuratore i singoli scarichi avvenivano in punti diversi della laguna, quindi sotto certi aspetti l’inquinamento era diffuso su un’ampia area della laguna, convogliando invece tutti i reflui in un unico impianto in caso di fuori servizio si sarebbe creato il disastro ecologico perché si sarebbero concentrati tutti i reflui non trattati in un unico punto della laguna, per cui si fece questa ipotesi di andare a mare con uno scarico a pettine, insomma. Tra gli interventi invece impiantistici e strutturali per il risanamento, per il trattamento degli effluenti liquidi presso il Petrolchimico - e qui non c’entra più adesso il Consorzio delle varie industrie - realizzati prima e dopo, avviati e realizzati prima e dopo l’emanazione della legge 171, la Montedison ha presentato i programmi di risanamento così chiamati degli effluenti liquidi, che riguardavano un programma di risanamento in data 5/8/74, un aggiornamento del programma di risanamento che comprendeva gli interventi che vedremo subito dopo e che era stato inviato il 4 luglio del ‘75; nel gennaio del ‘76 la Regione Veneto comunica a Montedison che gli interventi indicati in questo programma erano stati giudicati tecnicamente rispondenti alle finalità della legge e invitava la società a presentare i relativi progetti esecutivi, progetti esecutivi che hanno riguardato dodici di questi progetti, eccoli qua, elencati - non starò a leggerli - alcuni dei quali saranno oggetto della relazione del professor Pasquon che seguirà al mio. Quindi dodici progetti. Qui riporto soltanto in data 27/2/80 la domanda che la Montedison presenta alla Regione per l’autorizzazione alla realizzazione degli impianti di cui parlavamo prima, di quei dodici progetti. Ecco, chiede di essere autorizzata al completamento del programma di cui sopra. Questa è la Regione Veneto che scrive alla Montedison dicendo: "Si trasmette l’autorizzazione alla realizzazione del programma". Andiamo pure avanti, qua siamo nell’82. Sempre nell’82, vista l’autorizzazione, etc., visto il programma presentato ed approvato poi nell’82, che riguarda questi dodici progetti, attesta che i costi che erano stati precisati dalla Montedison erano congrui rispetto alla realizzazione delle opere, era un atto dovuto in sostanza. Uno degli strumenti per poter controllare sia l’efficienza degli impianti di depurazione che la qualità dei reflui depurati era costituito dal poter disporre di metodiche analitiche che fossero valide. La Montedison per prima, fin dai primi anni ‘70, la Montedison intanto realizza un laboratorio, laboratorio d’avanguardia di ricerca tra i più moderni e attrezzati del nostro Paese, proprio a Porto Marghera; direttore di questo laboratorio era il professor Zilio Grandi all’epoca. Era dotato di strumentazione d’avanguardia all’epoca, elettrochimica, spettroscopia e gascromatografia, per il controllo della funzionalità degli impianti di depurazione e per la sperimentazione su impianti pilota di nuove tecnologie di depurazione. Di tutte queste metodiche si è avvalso l’Istituto Donegani per i suoi studi che dicevamo prima. All’epoca non è che non esistessero altre metodiche a livello mondiale, c’erano delle metodiche pubblicate che erano - qui sono riportate - Alpha Standard Methods, ASTM, Book of Standards per le acque industriali, DPA, Metodi per le Analisi Chimiche di Acque e di Rifiuti e anche l’IRSA, l’Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR, nel luglio del ‘73 aveva pubblicato un testo per le diverse metodologie con metodi analitici che non erano sempre, però, ritenuti validi, nel senso che poi sono state fatte diverse revisioni e comunque non erano affidabili per gli scopi del Consorzio. Ecco, la Montedison a quell’epoca mette a punto una raccolta di metodi unificati quale strumento operativo per Marghera, che poi estende a tutte le altre unità del gruppo. La raccolta va sotto il nome di Metodologie Analitiche ed è stata stampata nel ‘75; una copia di questo voluminoso Metodologie può essere depositata, all’avvocato Lanfranconi è stata fornita una copia, potrebbe esibirla successivamente. Andiamo pure avanti. Ecco, all’epoca non era contemplata la determinazione dei microinquinanti organici, quali le diossine - siamo negli anni ‘70 - gli IPA e i PCB. Tali parametri non erano inclusi peraltro nelle tabelle allegate né alla legge Merli né al DPR 962 del ‘73, questi non c’erano. L’IRSA invece era carente rispetto ai criteri di campionamento, ai metodi di analisi di aldeidi, pesticidi fosforati, pesticidi clorurati, solventi clorurati e soprattutto mancavano alcuni metodi per la determinazione del mercurio, del selenio, dei fenoli, che non consentivano delle rilevazioni a livelli di concentrazione bassi come quelli che erano imposti dai limiti tabellari. Invece le metodiche internazionali non contemplavano la determinazione di questi altri parametri, cioè solventi clorurati, solventi aromatici e solventi azotati. Andiamo pure avanti. Ecco, qui sono riportati nella prima colonna i numeri cui corrispondono i vari parametri contenuti nella legge speciale per Venezia e anche nella 319. Uno è il pH, il secondo le temperature e così via, tutti gli altri... Questi numeri fanno riferimento alla tabella A della legge Merli, qui è un codice interno della Montedison e qui c’è l’anno della pubblicazione su schede fatte dall’IRSA-CNR, che sono tutte - come potete vedere - in epoca successiva al 1977 quando venne pubblicato il volume delle metodiche analitiche da parte della Montedison, tutto viene pubblicato dall’IRSA-CNR in epoca successiva. Anche qua prosegue l’elenco dei vari parametri, vedete che siamo sempre in epoca successiva, da parte sempre dell’IRSA-CNR. Ecco, occorre ricordare poi che nelle normative vigenti, cioè la legge speciale e la legge Merli, non era contemplata la determinazione dei microinquinanti quali diossine, IPA e PCB e questi parametri non risultano contemplati neanche nel decreto 18 agosto 2000 258, invece compare nel decreto Ronchi-Costa del 23 aprile del ‘98. Un altro problema - e mi avvio verso la conclusione - che il Consorzio Depurazione Acque, sempre il Consorzio tra le industrie di cui la Montedison detiene l’80%, era quello delle acque calde, cioè di sversamenti di acque provenienti da centrali termoelettriche in laguna, in quanto un innalzamento eccessivo della temperatura può provocare anoressia, perché la concentrazione di ossigeno disciolto nell’acqua all’aumentare della temperatura diminuisce, e in più favorisce quello che è il fenomeno della eutrofizzazione. Il Consorzio Depurazione Acque quindi istituisce una commissione - qui ci sono i partecipanti a questa commissione - per lo studio dei problemi riguardanti gli scarichi delle acque di raffreddamento. Allora contribuivano a questi scarichi di acque calde cosiddette le centrali elettriche dell’ENEL, della Sava, che poi ha cessato l’attività, della Montedison e dell’Alluminia. Quello che fu messo a punto all’epoca fu un sistema di monitoraggio degli scarichi in laguna per poter fare delle misure per verificare se poteva esserci o meno il superamento dei limiti previsti dalla legge. Poi fu promosso uno studio delle correnti idriche in laguna per vedere di far confluire le acque calde eventualmente laddove la corrente fosse maggiore per disperdere il calore. Poi vennero proposte dalla Commissione che operò all’epoca delle modifiche alle modalità, ai punti e ai tempi di scarico delle acque di raffreddamento. Per ultimo - e termino - sempre il Comitato Tecnico del Consorzio Depurazione Acque fin dall’inizio si diede da fare per promuovere attraverso accordi con la SNAM tutto il programma, notevole peraltro, che comportava la metanizzazione del centro storico e del comprensorio veneziano. Questo intervento, che fu realizzato abbastanza celermente, consentì di diminuire notevolmente quelle che erano le emissioni in atmosfera di anidride solforosa, ossidi di azoto, polveri inerti e non inerti. Ecco, con questo io avrei ultimato.

 

Presidente: va bene, grazie, professore.

 

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. PASQUON

 

RISPOSTA - Io sono Pasquon, sono già intervenuto, quindi non credo sia il caso che mi ripresenti. Chiedo scusa sin d’ora per la mia voce, ma ho avuto un abbassamento ieri e ho cercato oggi di recuperare. Io parlerò, illustrerò in modo molto sintetico gli interventi strutturali impiantistici per il risanamento degli effluenti e per i trattamenti dei residui effettuati al Petrolchimico. Oltre a questo argomento, parlerò di un argomento affine che può essere definito come interventi per ridurre le perdite di prodotti all’interno degli stabilimenti Petrolchimico e Montefibre. I dati che presenterò sono ripresi in buona parte da verbali di collaudo degli impianti che sono stati depositati, se non erro, in data 29/5/98 e che sono quindici, è questo materiale che ho in mano abbastanza voluminoso; poi una pubblicazione anch’essa in atti presentata ad un convegno della Fulc in data 17 febbraio ‘95 da parte di Rocco Di Paola, l’evoluzione tecnologia ambientale delle produzioni chimiche, Convegno Fulc, la chimica tra ambiente, ricerca e sviluppo, Mestre, Venezia, 17/2/95. Altre fonti verranno citate man mano che procederò. Ci sono anche tra i dati che ho utilizzato degli schemi semplificati che presenterò, anch’essi depositati nell’udienza - credo - mi pare, del 5/6/98. Ecco, voglio premettere che questi impianti sono piuttosto numerosi, sono più di trenta e non credo sia il caso di illustrarli uno ad uno in quanto sono schemi di processo, per ognuno c’è uno schema con tutto quanto... avviene in modo semplificato. Ritengo, però, di dover almeno dare l’elenco di questi impianti con qualche commento e di limitarmi ad illustrarne, mi pare, quattro tra i più significativi. Gli impianti che presento sono stati realizzati, almeno da quanto ho potuto ricostruire, dal 1960 fino al 1982-’83 e vanno divisi in due parti: quelli realizzati dal ‘60 al 1972 e quelli successivi. Mi fermo a quelli successivi per i quali mi fermo all’83, perché quest’ultimo gruppo, quelli cioè realizzati dal ‘73 all’83, è stato oggetto di collaudi, collaudi i cui risultati sono riportati nei documenti che ho citato poco fa e che contengono tutte le informazioni di dettaglio concernente questi impianti in termini di struttura, ma anche in termini di apparecchiature; sono elencate tutte le apparecchiature utilizzate con i relativi costi. Questo venne fatto al fine di avere dei contributi, di chiarire i contributi alla Regione, quindi questi documenti di collaudo sono serviti a questo fine. Passiamo al prossimo. Allora, parlerò appunto di questi impianti di trattamento attivati nel periodo che ho indicato. Procediamo. Il primo impianto che in termini cronologici ho trovato è quello indicato "impianti trattamento mediante ossidazione chimica delle acque contenenti cianuri", avviato nel 1960. In questo e nei successivi otto lucidi sono indicati il nome dell’impianto, laddove l’ho trovata la portata - in questo caso 200 metri cubi/ora - la portata di acque trattate, l’anno di costruzione, 1960, e tra parentesi in corsivo gli impianti ai quali questo impianto era collegato. In questo caso l’impianto in questione era collegato agli impianti che all’interno del Petrolchimico producevano acido cianidrico e sostanze derivate. Ecco, va detto che, come si può desumere da quanto riportato, questo è un impianto specifico, cioè è un impianto che tratta le acque provenienti soltanto da quegli impianti produttivi, si dice che è un impianto a pie’ di reparto, a limite di batteria, cioè non è un impianto centralizzato. Gli impianti centralizzati sono invece quelli nei quali confluiscono acque provenienti da svariati reparti, ne vedremo poi alcuni più avanti. Questo impianto, quindi, realizzava la distruzione dei cianuri, come ho detto, e fu avviato all’epoca della messa in marcia dei reparti produttivi da cui era servito, cioè i reparti di produzione dell’acido cianidrico e dei suoi derivati e fu poi modificato, ampliato più che altro. L’impianto successivo indicato qui di seguito è l’impianto di neutralizzazione acque reflue del Petrolchimico 2. Come dice il nome, neutralizzava le acque provenienti dai reparti produttivi che erano situati nell’alveo del Petrolchimico 2, cioè le acque provenienti da reparti di produzione del toluendisocianato, cloro-soda, ipoclorito, ed era stato dotato di una sezione di preparazione del latte di calce, sostanza necessaria per la neutralizzazione. Non dico oltre in merito a questo impianto perché concettualmente si può capire, è semplice, insomma, neutralizzazione, se le acque erano acide si aggiungeva una base, se erano basiche viceversa. Di questi, voglio dire, ho qui gli schemi, ma non li proietto per non tediare troppo ognuno di voi; saranno ovviamente depositati nella relazione che presenteremo. Segue quello che ho chiamato primo impianto di trattamento chimico-fisico e biologico. Questo impianto che trattava 350 metri cubi/ora di acque è stato realizzato nel ‘72; è stato realizzato parallelamente all’attivazione, alla realizzazione dell’impianto di stream cracking che già io stesso avevo citato nel mio intervento nell’udienza precedente, che serviva a produrre l’etilene per preparare poi il cloruro di vinile. Questo impianto dava luogo, l’abbiamo detto allora, etilene, propilene, butene, benzene di cracking, etc.; il prodotto principale allora era l’etilene. All’epoca dissi che questo impianto di stream cracking era uno dei primi realizzati in Europa, cioè lo stream cracking di virgin naphtha è stato sviluppato in Europa per la produzione di etilene, mentre lo stream cracking che veniva sfruttato in America prima degli impianti europei partiva da etano, quindi processi sostanzialmente diversi. Questo per dire che se la chimica dell’etilene esisteva già da prima, soprattutto in America, in Europa la si è avuta in questi anni e quindi anche l’impianto di trattamento chimico-fisico e biologico è stato uno dei primi in Europa. Questo impianto è stato studiato su scala pilota dalla Montedison con la società... era una società tedesca che l’ha costruito, con delle prove sperimentali e con diverse operazioni su pilota perché non si conoscevano bene i parametri da utilizzare, ma soprattutto il tipo di acque che veniva trattato aveva delle caratteristiche tali che a questo impianto non si potevano applicare criteri noti per altri tipi di impianti. In particolare in questi impianti entravano delle acque salmastre e, come ha ricordato prima anche il professor Belluco, insomma, la biodegradazione di inquinanti contenuti in acque salmastre non è un’operazione comune, per esempio negli impianti biologici che si hanno nelle città. Furono necessarie delle prove pilota molto, molto approfondite, preparando i campioni anche in questo caso di acque da trattare; fu necessario preparare il fango attivo perché, come probabilmente molti di voi sanno, un fango attivo contiene microrganismi che possono degradare le sostanze organiche in particolare. Se queste sostanze organiche sono presenti in natura il fango attivo si trova facilmente in natura, quindi lo si prende nel terreno e lo si mette in questi impianti di trattamento e il fango attivo, cioè i microrganismi in esso contenuti fanno il loro lavoro. Se invece il prodotto da degradare è un prodotto non naturale, bisogna preparare il fango attivo. In questo caso dai documenti che ho potuto vedere i tempi di acclimatazione per preparare questo fango attivo su pilota hanno richiesto più di trentacinque giorni. Quindi la ricerca che fu fatta a livello di laboratori per poter pervenire a questo impianto ha consentito di definire le condizioni ottimali di funzionamento dell’impianto stesso. Questo impianto è descritto in un documento che è citato negli atti, ma che non credo sia stato depositato, un documento del quale leggo il titolo, un documento Montedison, la depurazione delle acque di scarico dell’impianto di cracking di Porto Marghera, impianto di trattamento chimico-biologico e impianto di trattamento (spent caustic), del quale parlerò fra un minuto, divisione Petrolchimico della Montedison, unità di Porto Marghera, relatori Rinaldo, Rismondo, Lacchin e Napoli. Questo documento è del ‘73. Io lo avevo nel mio carteggio al Politecnico in quanto ne ho potuto disporre sin dal ‘73, l’ho utilizzato, ho utilizzato quanto contenuto in questo documento anche per riportare esempi in un mio libro di testo, quindi già allora davo una certa importanza a questo lavoro. Ecco, l’importanza deriva non soltanto dal fatto che ho evidenziato, ossia che erano dei primi impianti, ma anche perché all’epoca, cioè nel ‘72, quando fu fatto questo impianto, non c’era ancora nessuna normativa, non c’era né la Merli né la legge speciale su Venezia, quindi fu fatto l’impianto proprio allo scopo di depurare le acque in attesa di leggi che erano in gestazione. In questo impianto di stream cracking, del quale ho parlato, le acque che vengono trattate nell’impianto pilota - ho detto - contengono vari tipi di sostanze e tra queste ci sono degli oli, degli oli che galleggiano sulla superficie dell’acqua, cosa che non si ha, per esempio, negli impianti biologici di acque civili, quindi oli che vengono allontanati o recuperati in un qualche modo, cioè in più modi, e poi bruciati di norma. Ma oltre a queste differenze rispetto a delle acque di tipo civile ce n’è un’altra importante, differenza legata alla natura della materia prima che viene utilizzata in questi impianti, materia prima che è la virgin naphtha. La virgin naphtha è una frazione petrolifera che proviene dagli impianti petroliferi - non petrolchimici - che contiene degli idrocarburi, cioè dei prodotti paragonabili alla benzina se vogliamo, ma impuri, contenenti impurezze solforate in quantità non trascurabile. Queste impurezze solforate vanno eliminate dalla virgin naphtha, perché nell’etilene, per esempio, non si vuole zolfo, non si vogliono composti solforati, neanche nel propilene. Allora, nell’impianto ci sono dei trattamenti per eliminare lo zolfo dalla virgin naphtha. Questi trattamenti producono idrogeno solforato. L’idrogeno solforato viene abbattuto, non viene scaricato all’atmosfera, è un inquinante tossico e anche molto maleodorante; questo trattamento di eliminazione dell’idrogeno solforato dà luogo ad acque contenenti solfuri che vanno eliminate. L’eliminazione di questi solfuri era fatta in un impianto parallelo al precedente che si chiama impianto di trattamento spent caustic che, come vedete, ha una portata molto minore, 12 metri cubi/ora, perché è solo una parte, insomma, dei fluidi che sono presenti nel totale dei fluidi da trattare che contiene questi idrogeni solforati. Passiamo, il prossimo, sì, va bene così, il prossimo, che è stato attivato nel ‘72, è indicato come primo impianto di incenerimento di sottoprodotti clorurati organici, primo in quanto ce n’è uno successivo che illustrerò con qualche dettaglio più avanti. Questo impianto era collegato agli impianti di dicloroetano, cloruro di vinile, tetracloroetano e percloroetilene, quindi è un impianto centralizzato. Già allora questo impianto provvedeva alla combustione... No, scusate, di questo impianto parlo dopo, stavo confondendo col successivo, ho messo il materiale... Di questo impianto di incenerimento parlo più avanti in dettaglio, quindi per non ripetermi lo lascio da parte per ora. Invece stavo parlando adesso dell’impianto di combustione dei reflui organici, sottoprodotti del toluendisocianato, anch’esso attivato nel ‘72, che trattava le acque provenienti dall’impianto TDI e associati. I TDI erano diversi, producevano il toluendisocianato e gli intermedi necessari per produrre il toluendisocianato. Questo impianto anch’esso è un impianto di combustione, realizzava la combustione a oltre mille gradi centigradi dei reflui organici azotati provenienti da questi reparti. Venne anch’esso potenziato negli anni successivi e la temperatura che si raggiungeva con l’adattamento era di 1.300, 1.450 gradi. Poi vedo qui dai miei appunti che il primo impianto, che era un forno di incenerimento con relativo scarico dei gas combusti in atmosfera, è stato integrato successivamente con un sistema di abbattimento dei fumi. I fumi con l’aggiornamento dell’impianto anziché essere scaricati direttamente in atmosfera venivano lavati con acqua per abbattere eventuali tracce di prodotti presenti. Passiamo al successivo. Allora, continuiamo con questi elenchi. Il successivo, che è riportato nella prima riga, nella prima parte di questa tabella, è l’impianto finale per la combustione di nerofumo e dei residui organici. Ho indicato che questo impianto è stato attivato prima del ‘73, non ho trovato la data esatta. Perché prima del ‘73 sicuramente? Perché quelli attivati nel ‘73 sono stati oggetto di collaudo, come ho detto prima; questo non è stato oggetto di collaudo e quindi è stato attivato prima del ‘73. Ritengo, ma non ne sono certo, che sia stato attivato quando è partito l’impianto o per lo meno quando è stato potenziato l’impianto di produzione dell’acetilene. Si vede infatti che questo impianto era collegato agli impianti di acetilene da metano, ma anche agli impianti di acido acetico e derivati e all’impianto di caprolattame e plastificanti. Qui va aggiunto qualcosa. La maggior fonte di inquinanti che venivano bruciati in questo impianto era il nerofumo, cosiddetto nerofumo. Che cos’è, come si produce? Nella preparazione dell’acetilene da metano, che è il metodo più moderno per fare acetilene, che è stato introdotto - mi pare - negli anni... Ci sono diversi impianti a Marghera. Prima acetilene da carburo che risale al ‘52, che non ha nulla a che vedere con questo; un altro nel ‘53; questo è degli anni ‘60. Ecco, acetilene da metano, 1959. In questi impianti di produzione di acetilene da metano si realizza una combustione a 1.500 gradi del metano con ossigeno, con ossigeno in difetto, e si produce acetilene in ragione del 6, 7% e ossido di carbonio... ma si produce molto nerofumo che proviene dalla decomposizione termica del metano, quindi è un prodotto impalpabile, una polvere più fina del talco. La cinetica e la termodinamica di questo processo richiedono che i gas in uscita dal forno, nel forno c’è una fiamma vera e propria, vengono raffreddati bruscamente con getti di acqua. Questo getto di acqua raffredda i gas e abbatte il nerofumo, quindi ciò che si ottiene è dell’acqua contenente nerofumo. La quantità di nerofumo presente in questa acqua è dell’ordine di poco per cento, quindi in pratica non è nerofumo carbonio, è acqua sporca. I problemi che hanno avuto le aziende che hanno preparato acetilene da metano per smaltire quest’acqua sono stati notevoli in quanto, essendo acqua sporca, non si può bruciare come se fosse carbonio. Io conosco la situazione di altre aziende perché per ragioni didattiche, insomma, di mestiere, ho dovuto informarmi in proposito sin da quando insegno; ancora oggi non lontano da Milano ci sono due montagne di 300.000 metri cubi di nerofumo che risalgono dagli anni ‘50 in poi che nel frattempo si è essiccato, ma è ancora lì, non si sa come smaltirlo. Ecco, questo impianto di combustione aveva questo pregio, insomma, che, credo il primo in Italia o uno dei primi in Europa, distruggeva questo nerofumo, quest’acqua ricca di nerofumo. Posso dire che i tentativi fatti per recuperare, separare questo nerofumo - e qualcuno ne ho fatto anch’io nel mio dipartimento - comprimere, fare dei mattoni, sono tutti stati infruttuosi, quindi non è un problema semplice. Dato che c’era questo forno di combustione oltre al nerofumo mettevano anche residui organici provenienti dalle altre produzioni: acido acetito e derivati, caprolattame e plastificante. L’impianto di trattamento delle acque rameose anch’esso è stato attivato prima del ‘73 e vale quanto detto prima, insomma, non è stato collaudato, non ho trovato la data esatta di attivazione, quindi ho messo ante ‘73. Era collegato anche questo all’impianto TDI o, meglio, ad una sezione del TDI, perché per fare il toluendisocianato serve monossido di carbonio, ossido di carbonio. Questo ossido di carbonio era ottenuto nell’impianto in questione mediante lavaggio con una soluzione cupromoniacale, che è una soluzione contenente sali di rame che fissa l’ossido di carbonio. Da questa soluzione veniva recuperato l’ossido di carbonio e la soluzione veniva riciclata. Quindi questo impianto non aveva uno scarico, semmai aveva uno scarico continuo, erano o delle perdite, si potevano avere, o degli scarichi parziali per rigenerare la situazione, quindi ho scritto trattamento discontinuo di perdite accidentali. Non ho la portata, appunto, anche perché era un impianto di tipo discontinuo, quindi la portata poteva dire poco. Questo impianto recuperava il rame, separava il rame, che era rame disciolto perché si usa cloruro di rame o acetati o formiati di rame nelle soluzioni cupromoniacali, quindi sotto forma di ione, che veniva separato mediante l’impiego di resina scambio ioniche, periodicamente venivano rigenerate. Impianto di pre-trattamento delle acque reflue della produzione del tetracloroetano, anche questo ante ‘73, anche questo impianto specifico in quanto trattava le sole acque provenienti dal reparto tetracloroetano. L’impianto di produzione del tetracloroetano generava due tipologie di acque reflue, l’una contenente cloro libero e l’altra contenente sostanze organiche separati dall’acqua per smiscelazione, cioè qua non erano miscele. L’impianto di cui a questo trasparente consentiva il trattamento dei due tipi di acque, cioè eliminava il cloro ed eliminava le sostanze organiche separabili dall’acqua, insolubili in acqua. L’ultimo impianto di questo trasparente è l’impianto di neutralizzazione delle acque reflue della produzione dell’acido solforico. Questo impianto era collegato, appunto, all’impianto di produzione dell’acido solforico, era un grosso impianto ed è il primo che troviamo essere stato collaudato tra l’80 e l’83, precisamente è stato collaudato questo nel dicembre dell’80. Nel lucido ho messo l’intervallo tra l’80 e l’83, però i documenti che ho qui mi danno la data esatta che per l’impianto in questione è dicembre ‘80. Questo impianto realizzava prevalente... Era una neutralizzazione con soda, quindi non era complicato dal punto di vista concettuale, c’erano delle vasche di neutralizzazione nelle quali si mandava la soda e usciva acqua neutralizzata contenente solfato di sodio, visto che c’erano acido solforico e soda. Passiamo al prossimo. Impianto di chiariflocculazione delle acque reflue dei reparti PVC. Vedete in questa tabella, da qui in poi, tutti gli impianti riportati sono stati oggetto di collaudo, quindi abbiamo la data di avviamento e la data di collaudo che riporterò ad uno ad uno. Allora, questo impianto è stato costruito in due tempi, dal ‘72 al ‘75; era un impianto centralizzato nel senso che interessava acque di più reparti, tutti i reparti PVC che abbiamo più volte ricordato in quest’aula, cioè CV6, CV14/16 e CV24/25. In che cosa consiste questo trattamento? Cosa vuol dire chiariflocculazione? E’ un trattamento che consente di separare mediante decantazione le particelle sospese e le sostanze colloidali contenute nell’acqua stessa. Per facilitare questa flocculazione o, meglio, ci sono due chiariflocculazioni. La flocculazione è un qualcosa che si induce, si formulano dei flocculi all’interno dell’acqua che si depositano e l’acqua chiarifica. Per facilitare questa flocculazione - ricordo che questi flocculi sono delle dimensioni di un decimo di millimetro - si aggiungono dei flocculanti. Questi flocculanti sono di vario tipo, vengono utilizzati nell’industria; in questo caso era cloruro ferrico. Si aggiungeva cloruro ferrico, si formava dell’idrossido che flocculava, appunto, che consentiva di aggregare le particelle solide presenti che poi si depositavano. Le acque uscenti da questo impianto non erano esenti da inquinanti, contenevano ancora inquinanti organici e andavano al trattamento biologico, quindi non era un trattamento finale questo. Impianto termico alcalino delle acque contenenti cianuri. Era un piccolo impianto che trattava 10 metri cubi/ora e che si affiancava a quello che abbiamo visto prima di distruzione dei cianuri mediante ossidazione chimica. Questo realizzava un trattamento termico di distruzione, termico alcalinico, ma portava allo stesso risultato. Anche questo è un impianto specifico che era associato all’impianto di produzione delle acetoncianidrine. Quell’altro era associato a impianti cianuri, questo a acetoncianidrine, insomma, erano impianti legati tra di loro perché per fare le acetoncianidrine si parte da acido cianidrico e le acetoncianidrine sono un intermezzo per fare il plexiglas, il metilmetacrilato. Il procedimento di flocculazione è stato collaudato nell’82. Questo qui è stato collaudato anch’esso nell’82, dicembre nel ‘82. Poi c’è l’impianto di granulazione spurghi azotati, un piccolo impianto, 4 metri cubi e mezzo circa l’ora; era collegato agli impianti di produzione di solfato ammonico e di solfato sodico. Questo è stato avviato nel ‘75, completato nel ‘77, collaudato nell’82. Aveva lo scopo di trattare acque reflue contenenti fino al 60% di solfato ammonico e di solfato sodico provenienti dai reparti che ho citato prima e produceva, dava luogo ad un granulo che era utilizzato come fertilizzante in questo contenente, appunto, solfato ammonico che è uno dei più importanti fertilizzanti azotati. Impianto di neutralizzazione delle acque di lavaggio resine. Questo è un impianto un po’ a sé in quanto era un impianto collegato alla produzione di acqua demineralizzata. Per produrre l’acqua demineralizzata bisogna togliere i minerali presenti in quest’acqua; questa operazione viene fatta con delle resine. Queste resine vanno rigenerate con acidi, con acidi e poi trattamento basico e trattamento acido; si ottengono delle acque acide o basiche e quindi queste vanno neutralizzate. Vedete che non è un impianto piccolo, trattava 200 metri cubi/ora, non era piccolo, in quanto la quantità di acqua demineralizzata utilizzata nello stabilimento era piuttosto importante. Passiamo ora all’impianto di trattamento delle acque mercurose avviato nel ‘76 e collaudato - mi pare - nell’80, ‘82, comunque non è molto importante. Ecco, dell’82, collaudato nel dicembre ‘82, avviato nel ‘76. Ecco, su questo mi soffermerò un po’ perché è uno degli impianti più importanti, almeno dal punto di vista tecnico, del quale si è già parlato in questa sede. Ritengo opportuno anche parlare degli impianti ai quali era collegato questo impianto di demercurizzazione. Era l’impianto di produzione cloro-soda, per l’esattezza era l’impianto di produzione cloro-soda che è stato introdotto, realizzato a Marghera nel 1971 in sostituzione del vecchio impianto cloro-soda. Si è parlato di questo impianto in questa sede, quindi volevo dare qualche informazione in proposito. L’impianto, chiamiamolo nuovo impianto cloro-soda del ‘71, era un impianto a mercurio con catodi di mercurio, si chiamano anche impianti ad amalgama di mercurio, realizzato dalla De Nora, che è una società di Milano che era ed è ancora - allora soprattutto - la più importante società produttrice di impianti cloro-soda a livello mondiale, tanto che in quegli anni il 30% del cloro e della soda prodotti a livelli mondiali era ottenuto con impianti De Nora. Su questi impianti io ho diverse informazioni che sono contenute in pubblicazioni che ho qui, altre che ho raccolto a suo tempo perché sono argomenti che trattavo a lezione. Allora, è bene ricordare che nel 1970, data alla quale sono stati fatti i progetti - e qui ho i disegni, almeno parte dei disegni, dei progetti De Nora relativi all’impianto in questione, che sono datati 16/7/70, 16/10/70, 20/11/70, quindi sono disegni del ‘70 - questo impianto è stato realizzato con una nuova tecnologia, nuova per due ragioni importarti. La prima è che sono stati applicati i cosiddetti anodi inattaccabili, anodi metallici cosiddetti anodi DSA, dimensionamenti stabili; questi anodi sono stati messi a punto dalla De Nora e dalla Diamond Chamrock americana, io conservo ancora questa pagina ingiallita che utilizzavo per le mie lezioni, datata 15 luglio ‘68, della De Nora, c’è la sigla della De Nora, dove annuncia un nuovo tipo di elettrodo, appunto quello metallico. Quindi gli elettrodi metallici, gli anodi metallici introdotti dalla De Nora a livello mondiale nel ‘68 sono stati poi applicati in tutti gli impianti del mondo che avevano anodi di grafite in precedenza, vuoi l’impianto di mercurio vuoi gli altri impianti delle altre tipologie di impianti. I disegni che ho qui indicano, appunto, anodi metallici, quindi non c’è dubbio che l’impianto De Nora costruito a Marghera allora avesse gli anodi metallici. Io stesso ho avuto occasione, sono venuto a Marghera nel ‘72-’73, ho visti questi impianti. L’altro aspetto importante da evidenziare è questo, che dopo la - chiamiamola - tragedia di Minamata, dove aveva evidenziato decessi provocati da mercurio a pescatori che avevano mangiato pesce inquinato da mercurio, molti si sono dati da fare per ridurre le perdite del mercurio. La De Nora è stata una di queste aziende che ha modificato le proprie celle per ridurre le perdite di mercurio. Non parlo di trattamento di acque, ma parlo di impianti modificati. Io stesso ho verificato un progetto nel 1961, l’ho verificato per conto del Ministero e ho qui la relazione che conservo nelle mie carte datata Milano, primo dicembre ‘71, che ha per titolo: relazione sul programma presentato dalla società De Nora, impianti elettrochimici relativo ad una ricerca di finanziamento di ricerca sulla contaminazione da mercurio. Questa ricerca aveva, appunto, come oggetto quello di modificare le celle al fine di ridurre le perdite di mercurio. Queste modifiche oggetto di questa ricerca sono state introdotte a Marghera. Un’altra cosa che volevo evidenziare in quanto è stata presentata in questa sede riguarda la scelta dell’impianto fatto nel ‘71. Io ho sentito dire che nel ‘71 erano già disponibili su scala industriale le celle cosiddette a membrana. Questo è un errore, diciamo un errore, in quanto le celle a membrana... Dunque, dirò che esistono tre tipi di celle per fare il cloro-soda a partire da soluzione di cloruro di soda: celle a diaframma, celle a mercurio e celle a membrana. Le celle a diaframma e le celle a mercurio risalgono al 1890, 1892, quindi sono tecnologie molto vecchie; le celle a diaframma esistono tuttora, hanno un diaframma costituito da amianto. Solo attorno al 1985 sono stati proposti dei diaframmi non di amianto. Nel mio dipartimento abbiamo fatto... non li ho fatti io, ma li ha fatti un collega che seguivo in qualche modo perché mi interessava la sua ricerca, lo studio di preparazione di diaframmi non di amianto. Ancora oggi la maggior parte delle celle a diaframma introdotte nel mondo hanno diaframmi contenenti amianto, quindi, insomma, verranno anch’esse abbandonate per ragioni evidenti, data la presenza di amianto. Le celle a membrana hanno una peculiarità in qualche utilizzano membrane sintetiche cosiddette semipermeabili. Cosa significa semipermeabili? Significa che devono lasciar passare tutto quanto salvo qualcosa e in particolare devono... Mi spiego meglio con questo lucido. Non vorrei scendere troppo nei dettagli, ma credo sia utile per spiegare meglio. Questa è una cellula a membrana, è uno schema ripreso da un mio libro di testo. La parte centrale è la membrana, da una parte e dall’altra ci sono l’anodo e il catodo. La membrana deve essere permeabile all’acqua, permeabile ai cationi sodio e agli anioni CL meno, ma non agli ioni OH meno. Per questo si dice semipermeabile. La difficoltà che si è riscontrata nel mettere a punto queste membrane è dovuta a due fattori: primo, avere una membrana veramente selettiva che non lasci passare l’OH meno; secondo, che la membrana sia resistente meccanicamente nel tempo essendo una membrana dell’ordine di pochi micron. Queste membrane sono state proposte all’inizio degli anni ‘70, duravano pochissimo, provate su impianti pilota, duravano pochissimo, lasciavano passare l’OH meno, quindi si otteneva cloro impuro da ossigeno. In pratica... Adesso passando ai risultati che si possono desumere da documenti che posso citare... Allora, sull’enciclopedia di tecnologia chimica che ho già avuto occasione di citare in questa sede, datata 1978, è scritto: "Membrana cationica, tuttora in fase di sviluppo", nel ‘78. Questo stesso articolo, cioè è la voce di una enciclopedia, riporta l’elenco degli impianti presenti negli Stati Uniti distinti in impianti a mercurio e a diaframma. Non c’è un impianto a membrana, nel ‘78. Anche se questi dati pubblicati nel ‘78 possono risalire a pochi anni, ma in questo inizio degli anni ‘70 non c’era ancora nessun impianto a membrana. Quando si vedono apparire? Ripeto, questi documenti io li utilizzavo per il mio corso, quindi mi aggiornavo, ricevevo le riviste a casa, quindi le leggevo e le utilizzavo. Ecco, qui è scritto che... Questo è il Chemical Engineering News, che è la più importante rivista a livello mondiale in questo settore, perché è la rivista ufficiale della Società Chimica America, marzo ‘78, la Diamond Chamrock, che è la stessa azienda che ha messo a punto gli elettrodi DSA che ho citato prima, sta operando con un impianto dimostrativo da 12 tonnellate al giorno nel suo proprio impianto... quindi siamo nel ‘78, impianto dimostrativo, poi se è il caso depositerò questi documenti. Quest’altro documento, che è del Chem System International l’edizione è dicembre ‘87, ha per titolo, traduco: il futuro del business cloro-soda nell’Europa dell’ovest riporta tutti gli impianti installati in Europa nel 1986, di questi oltre 100 impianti che sono elencati qui in tutti i paesi europei 75 sono a mercurio, 10 sono a membrana, quindi nell’86 vi erano già 10 impianti a membrana in Europa. L’altro documento che ho qui, che è ancora la (Chem Corner) edizione ‘91, riporta, elenca gli impianti cloro-soda negli Stati Uniti, ne elenca 60, di questi 60, 20 sono a mercurio e 7 sono a membrana. Il primo impianto a membrana realizzato negli Stati Uniti è indicato qui, è dell’83, quindi il primo impianto a membrana industriale negli Stati Uniti è dell’83, quindi si può dire che gli impianti a membrana sono diventati abbastanza affidabili a partire dagli anni ‘80 e non negli anni ‘60. Sempre per aver seguito un po’ questi argomenti in letteratura posso dire che questi impianti, li collego a dei miei appunti che utilizzavo a lezione del ‘91, all’inizio questi impianti davano una soluzione di soda del 17%, ora, cioè nel ‘91, erano al 31, presto al 37, l’obiettivo era il 50. Questo 50% di concentrazione è quello che si aveva con le celle a mercurio, mentre le celle a diaframma si ha il 10, 12%, si ottiene con le celle a diaframma una soluzione al 10, 12% di soda con altrettanto cloruro di sodio, quindi c’era da separare il cloruro di sodio, evaporare l’acqua, concentrare e... questa è la ragione per la quale gli impianti a mercurio hanno avuto un notevole sviluppo a livello mondiale, ed è la ragione per la quale ce ne sono ancora. Io ho potuto verificare che almeno al ‘97, anno che io ho terminato di insegnare, adesso sono fuori luogo nel ‘98, due anni fa, nel ‘97, cioè tra il ‘72 e il ‘97 almeno 100 impianti nuovi a mercurio sono stati costruiti nel mondo escludendo gli Stati Uniti, quindi non è una tecnologia superata, certamente posso dire che in futuro ci saranno solo impianti a membrana, in futuro, però posso affermare e documentare che questi impianti a membrana risalgono, quelli affidabili, agli anni ‘80, non agli anni 60.

 

Presidente: scusi, ci richiami, per cortesia, quando sono stati installati presso la Montedison....

RISPOSTA - Questo impianto del quale sto parlando è del ‘71, l’impianto a mercurio, il cosiddetto... quello che c’è tuttora, è del ‘71, cioè costruito, i disegni che ho sono del ‘70, da qualche parte ho letto avviato nel ‘71, qualcun altro nel ‘72, ‘71-’72, allora non c’erano sicuramente impianti a membrana, neanche se se ne parlava all’epoca.

 

Presidente: poi, voglio dire, sono state installate anche delle celle a diaframma di amianto?

RISPOSTA - No.

 

Presidente: mai queste?

RISPOSTA - No, che io sappia no. Io so per averli seguiti che la De Nora, che era leader mondiale delle celle a mercurio si è messa a studiare celle a diaframma per abbandonare il mercurio, si è messa a studiare celle a membrana, adesso propone anche la De Nora delle celle a membrana, ma è arrivata dopo gli americani e dopo i giapponesi. Anche le celle, le celle a diaframma senza amianto sono state proposte da aziende diverse dalla De Nora e prima per lo meno. E adesso parlerò dell’impianto di trattamento delle acque mercurose. In questo lucido c’è anche l’impianto centralizzato di neutralizzazione delle acque reflue al Petrolchimico 1 sul quale non mi soffermo più di tanto, mi limito a dire che era un impianto centralizzato, come si vede, che...

 

Presidente: scusi un attimo, ancora una precisazione, allora, sono rimasti gli impianti con gli anodi di mercurio sia pure nella tecnologia De Nora...

RISPOSTA – Scusi, signor Presidente, come anodi metallici e il catodo di mercurio.

 

Presidente: allora, con anodi metallici e catodi di mercurio con tecnologia De Nora, ecco, voglio dire, questi, secondo quello che lei ha detto, davano garanzie, mi pare di capire, che però sono stati contestati dai consulenti Carrara e Mara mi pare, nella ultima loro audizione; visto che questa tecnologia comunque a membrana era già disponibile negli anni ‘80, come mai non si è ritenuto di passare dalla tecnologia, sia pure ad anodi metallici con catodi di mercurio a questi a membrana, a celle a membrana?

RISPOSTA – A questo non le so rispondere, signor Presidente perché le scelte aziendali...

 

Presidente: no, voglio dire, come hanno affermato i consulenti del Pubblico Ministero, si è trattato di un problema di così...?

RISPOSTA - Io posso dire quello che penso, ma è solo un parere, non è una certezza la mia. Questi impianti ovviamente sono molto costosi, questo non c’è dubbio, cambiare completamente una tecnologia implica costi molto elevati, io ho detto che all’inizio degli anni ‘80 sono stati introdotti in America il primo impianto 1983, quindi a partire da allora ci poteva essere una tecnologia disponibile, ho anche detto che leggendo appunti manoscritti che utilizzavo alle mie lezioni che nel ‘91 - qui non vorrei dilungarmi - nel ‘91 in Europa il 7% della produzione del cloro-soda era fatto con celle a membrana, il 7%; qual è la ragione? La ragione è dovuta al fatto che ed ancora allora pure essendoci questi impianti a membrana duravano poco, sono membrane di pochi micron di spessore, andavano cambiate di sovente, davano una soluzione di cloruro di NAOH al 32% di soda contro il 50 delle celle a mercurio, soluzione contenente ancora cloruro di sodio, quindi dopo devi separare il cloro di sodio dall’NAOH e davano luogo a del cloro impuro da ossigeno, questo lo ricordo molto bene perché mi fu chiesto in quegli anni di pensare alla separazione ossigeno cloro, che non è semplice, non è una operazione banale togliere l’ossigeno dal cloro, quindi il prodotto che si otteneva non era dei migliori, però per alcune produzioni poteva anche andare, ma non per tutte. Quindi nel ‘91, da quanto leggo qui da questo mio appunto, non era ancora la tecnologia consolidata, tranquilla, e vorrei evidenziare la differenza che c’è tra gli impianti a diaframma e gli impianti a mercurio con questo, nelle celle a mercurio, se la cella funziona bene si ha subito quello che si vuole, cioè non c’è, c’era da evitare - ricordo i primi impianti nel 1892, evitare i corto circuiti, però già allora si otteneva soda al 50% senza cloruro di sodio, che non c’era nessun’altra cosa di mezzo diciamo. Le celle a diaframma, stesso discorso, una volta che ho il diaframma di amianto che deve resistere all’ambiente corrosivo, succede - possiamo riprendere il disegno di prima - qual è la differenza tra membrana e diaframma? E si capisce perché... ecco, questa è la cella a membrana, la cella a diaframma è identica con la differenza che è in mezzo al diaframma che lascia passare OH-, qui non c’è un problema di bloccare degli ioni, passa, quindi non c’è da mettere appunto la tecnologia, si deve, nelle celle a diaframma di allora e di adesso, limitare la concentrazione di soda che esce a destra perché se si... un certo valore insieme al cloro esce l’ossigeno, questo è un dato che si illustra facilmente da un punto di vista tecnico. Quindi si è costretti ad uscire con 10, 12% di soda. L’importanza, l’interesse delle celle a membrana è che si può uscire con soda molto più concentrata, l’obiettivo è arrivato al 50%, ed ancora non ci siamo, però siamo vicini, concentrazioni identiche a quelle che si hanno nelle celle a mercurio evitando di prendere il mercurio, ecco, questo è l’obiettivo. Per far questo bisogna far sì che la membrana sia totalmente impermeabile a OH-, quindi c’è una difficoltà in più, il che fa capire le ragioni per le quali queste celle hanno richiesto parecchio tempo a essere messe a posto. Delle membrane... sono note dagli anni ‘60 ma per tutt’altra applicazione, non per questa, ed anche nel mio dipartimento ci sono i colleghi che ci lavorano perché è un argomento molto importante, molto attuale la preparazione di membrane che servono in svariatissimi settori, in questo caso c’è questo tipo di difficoltà. Quindi per rispondere alla sua domanda, Presidente, presumo, cioè posso dire che nell’83 non era una tecnologia ancora completa perché non lo è nel ‘91, ancora, non lo era, per il resto non so, bisognerebbe, cioè soltanto chi ha fatto o non ha fatto queste scelte può dare una risposta più puntuale in proposito, so che in Italia il primo impianto a membrana è stato messo, installato nell’86, se ricordo bene, non qui.

 

Presidente: dove, in quali produzioni?

RISPOSTA - Enichem Assemini, credo, se ricordo bene.

 

Presidente: insomma, quali sono stati i motivi per cui si è ritenuto, nonostante che la tecnologia non fosse ancora pienamente affidabile, si è ritenuto di passare alla membrana...?

RISPOSTA - Sono scelte... io come tecnico posso dire quali sono i problemi e i limiti, poi le scelte vanno fatte in funzione degli obiettivi, l’obiettivo può essere: mi accontento di un 36%, mi accontento di un cloro impuro di ossigeno perché i miei scopi sono quelli. Più di tanto mi è difficile dire.

 

Presidente: i miei obiettivi sono quelli e nello stesso tempo, non lo so, riesco ad evitare determinati inconvenienti? Cioè inconvenienti di inquinamento...

RISPOSTA - Con l’utilizzo di membrane?

 

Presidente: sì.

RISPOSTA - Direi di no. No, sono impianti puliti in quanto non c’è amianto e non c’è mercurio, ci sono, come in tutti gli impianti del genere, i fanghi, però sono fanghi che provengono dalle impurezze presenti nell’acqua che introduco, sono carbonato di calcio, idrossido di magnesio, impurezze tranquille si può dire. Impurezze che nel caso delle celle a mercurio, ecco, potrei rispondere così, signor Presidente, io ho insistito un po’ nel dire che le celle a mercurio De Nora sono state studiate già nel ‘70, e ho una relazione che riferiva il Ministero in proposito, che mi era stato chiesto di verificare il progetto, vedere se era finanziabile o meno, se valeva la pena insomma, è stato fatto con lo scopo di ridurre il più possibile queste perdite di mercurio. Quindi questi interventi, incluso il...

 

Avvocato Baccaredda: scusi, professor Pasquon, in quest’ottica della riduzione delle perdite, nell’ottica della domanda che le fa il Presidente, che funzione ha avuto l’impianto di demercurizzazione?

RISPOSTA - Purtroppo non ne ho ancora parlato, era quello che stavo per dire, ma l’importante è capire che questi impianti affrontano un argomento in due modi, primo: ridurre le perdite costruendo un impianto diverso da quelli precedenti, gli impianti, diciamo, di allora, De Nora, erano costruiti con questo obiettivo, cioè riduzione notevole di perdite di uscita di mercurio dall’impianto. Successivamente a valle è stato fatto l’impianto di demercurizzazione, cioè di abbattimento del mercurio dalle acque fino ad ottenere un limite che è quello di legge, meno di 5 microgrammi litro. Allora, questo impianto attuale, che funziona così già da allora, scarica acque contenente mercurio entro i limiti di legge, a piè di impianto, non sono acque di... questo è impianto di reparti, quindi una delle ragioni per la quale c’è ancora può essere questa, nel rispetto delle leggi. Quindi quello che volevo dire con queste precisazioni in sostanza sono due cose che vorrei riassumere, che allora, nel ‘71, non c’erano altre scelte, che non c’erano celle a membrana, che l’impianto è stato fatto con criteri molto moderni che sono tuttora validi inclusa la scelta degli anodi che non erano di grafite, quindi all’epoca era certamente l’impianto più avanzato dal punto di vista tecnologico, certamente all’avanguardia dalla tecnologia, fatto da un’azienda leader mondiale. Ciò detto volevo ora parlare dell’impianto di demercurizzazione. L’impianto, uno dei 4 che volevo illustrare, è schematizzato in questo disegno, non credo sia il caso di scendere molto nel dettaglio, ma anche qui volevo... allora, questo impianto trattava le acque contenenti mercurio proveniente dall’impianto cloro-soda, ma anche le acque provenienti dall’impianto CV10, gli scarti parziali, temporanei, dal CV10 che utilizzava, come sappiamo, catalizzatore a mercurio, non credo sia il caso di scendere nei dettagli della descrizione di queste singole parti, quindi mi limito a leggere alcune cose, c’è una sezione di reazione costituita da vasche di raccolta in un reattore nel quale si... tiourea, a sinistra in bassa reattore tiourea. Questa tiourea in ambiente basico fa precipitare il mercurio sotto forma di solfuro di mercurio, quindi si ha una sospensione, si va nell’apparecchio sovrastante chiariflocculatore, che ha la stessa funzione di quello ho illustrato poco fa, si aggiunge un polielettrolita che ha la stessa funzione del cloruro di ferro che abbiamo visto prima, ma qui è un polimero che facilita la flocculazione e si ottengono dei fanghi contenenti il solfuro di mercurio e delle acque limpide depurate. Si passa poi ad un filtro a sabbia e alla fine nelle acque che escono, acque trattate, si ha un’acqua contenente meno di 0,005 milligrammi litro di mercurio che è il limite di legge introdotto con la legge Merli nel ‘76. I fanghi sono poi lavati, lisciviati, addensati, stoccaggio fanghi e in basso a destra si vede fanghi al trattamento, questo è nell’impianto del ‘76. Successivamente questo impianto è stato integrato con un trattamento delle acque di lisciviazione, cioè i fanghi che si ottengono possono portare, da queste vasche si può allontanare ancora il mercurio, allora queste acque di lisciviazione, sono in un’epoca successiva mi pare - poi citerò le date più precise - mi pare all’inizio dell’80, all’inizio dell’80, sono demercurizzate su resina a scambio ionico in modo da bloccare il mercurio, quindi si aveva un’ulteriore separazione di mercurio, successivamente, credo negli anni ‘90 - ma di questo non ho cercato negli altri documenti, ma mi è stato detto - che è stato dato un altro impianto di distillazione del mercurio per allontanarlo completamente di questi fanghi residui. Perché mi soffermo su questo impianto? Per una ragione evidente, che è un impianto importante perché abbatteva il mercurio, ma anche per dire che è stato il primo impianto di questo genere a livello mondiale ed era il primo impianto che consentiva di raggiungere questi limiti di concentrazione, quindi non era una tecnologia vecchia, tanto è vero che è stato brevettato, c’è un brevetto italiano datato ‘9 agosto 1973, cioè... priorità italiana, che è stato riconosciuto negli Stati Uniti, nella fotocopia della prima pagina del brevetto americano che è stato accettato in America il 2 maggio ‘78, il brevetto americano è 4087359, ecco, volevo evidenziare questo fatto perché chi conosce questi problemi sa che in Italia si può depositare qualunque brevetto, non c’è esame, possono essere anche stupidate che vengono brevettate, non è il caso, ma non c’è un esame, mentre la concessione di un brevetto americano passa attraverso esami solidissimi, io stesso per esperienza personale, sono diversi brevetti che sono stati depositati in America, concessi alcuni sì ed altri no, con esami approfonditi che richiedono delle deposizioni giurate, che richiedono presentazione di documenti, sopralluoghi, udienze in America, quindi se questo brevetto è stato riconosciuto a livello americano non è un brevetto da poco, ed è appunto del ‘73. La messa a punto di questo brevetto non è stata... dell’impianto stesso, ovviamente non è stata semplice, se no qualcuno avrebbe fatto prima, e infatti sono state fatte ricerche sperimentali, prove varie, il tutto è contenuto e descritto nei brevetti, ma anche soprattutto in relazione, ne ho due qui, vediamo dove sono. Allora, qui ce ne sono due, una del ‘73...

 

Presidente: facciamo rinvio per quanto riguarda questo alla relazione scritta.

RISPOSTA - Ecco, volevo solo, per chiudere questo argomento, ci sono pubblicazioni scientifiche...

 

Presidente: sì, ma a queste si può fare tranquillamente rinvio.

RISPOSTA - Solo per chiudere, signor Presidente, io stesso in un mio libro di testo dell’85 riporto tutti i metodi di abbattimento del mercurio, leggo soltanto i risultati, un... 0,01 PPM, un altro 0,01, un altro 0,1, e l’unico che dà 0,05 è questo più uno simile pubblicato nell’82 da... insomma lo produrrò, pubblicato in Italia, ma viene dopo, quindi per dirvi che questo impianto era certamente all’avanguardia ed è stato il primo a livello mondiale. Io purtroppo, signor Presidente, devo continuare con questa elencazione di impianti, ho ancora 3 o 4 lucidi con altri tre impianti da descrivere con qualche dettaglio, anche se non così approfondito.

 

Presidente: si prenda 5 minuti, che ce li prendiamo anche noi, di pausa.

RISPOSTA - Questo trasparente indica il secondo impianto chimico-fisico e biologico con incenerimento dei fanghi che si affianca a quello del ‘72, questo è stato costruito nel ‘77 e collaudato, mi pare, nell’80. Questo impianto, come si può vedere, è un impianto centralizzato, è molto grande, tratta 1.950 metri cubi ora ed occupava almeno all’epoca 51.000 metri quadri, quindi molto esteso, ed ovviamente, chiaramente è un impianto centralizzato, che trattava le acque provenienti dalla maggior parte dai reparti del Petrolchimico e di Montefibre, adesso non sto, non credo sia il caso di leggere riga per riga ma basta dire che confluivano in questo impianto la maggior parte delle acque da trattare presenti nel Petrolchimico o, meglio, acque biodegradabili, cioè è chiaro che qui non arrivavano sostanze non biodegradabili, in questi impianti confluivano acque provenienti da altri impianti di trattamento, per esempio impianti dai quali si toglieva il mercurio, si toglieva il rame, finivano qui, in quanto qui si trattava sostanze biodegradabili. Ora, questo impianto ha una storia in quanto ha richiesto una serie notevole di indagini, indagini che sono partite nel ‘72, perché notevole? Perché le acque che venivano trattate non erano acque semplici o facili, diciamo così, come quelle di un insediamento civile, erano decisamente più complesse, il problema era ben più complicato di quanto è stato visto, ci ha detto prima il dottor Belluco, per Fusina, perché per Fusina arrivano acque civili più acque di alcune aziende, qui erano acque di vari reparti del Petrolchimico, in poche parole era necessario conoscere il comportamento di tutti gli inquinanti che potevano arrivare da tutti i reparti, è stata fatta una serie notevole di prove, si aggiunge a questo il fatto che anche queste acque erano salate, quindi era un trattamento di acque contenenti svariati tipi di inquinanti da biodegradare, inquinanti sintetici, di natura sintetica, per lo più contenenti cloruro di sodio, si è visto che per il primo impianto di trattamento, quello associato all’impianto di stream cracking, avevano anche lì il problema del cloruro di sodio che è stato risolto con prove sperimentali e pilota, ma i risultati ottenuti erano validi soltanto con quel tipo di acqua, qui si è dovuto fare una ricerca più approfondita in questo senso. Per dare un’idea questo impianto tratta una quantità di acqua equivalente a quella scaricata da una città di 150.000 abitanti, quindi un impianto piuttosto imponente. Vediamo, è chiaro che per poter realizzare questo impianto bisognava convogliare tutte le acque che venivano raccolte nei vari reparti, quindi modifiche strutturali anche nei vari reparti e nelle linee di convogliamento. Di questi, uno dei 4 dei quali vi ho presentato lo schema, ma non mi soffermerò più di tanto, si può vedere, poi verrà depositato ovviamente nella nostra relazione, depositato, in pratica contiene le fasi che si trovano in qualunque impianto chimico-fisico biologico, c’è una fase di chiariflocculazione, di ossidazione biologica, separazione fanghi e in più qui abbiamo l’incenerimento dei fanghi, questo disegno non è ovviamente in scala, quanto si vede lì in basso, l’incenerimento, è un forno di incenerimento che è più grande delle vasche stesse. Questo impianto era comunque diviso, oltre a queste parti che vediamo, distinto in tre unità, unità di trattamento delle acque salmastre che era associata all’impianto, al primo impianto biologico visto prima, unità di trattamento delle acque dolce e unità di trattamento dei fanghi che qui è indicato. Questo impianto è descritto con dettaglio in un fascicolo pubblicato nel ‘78 dalla Montedison che non è stato depositato ma che potrò depositare, è abbastanza voluminoso, non credo sia il caso di illustrarlo più di tanto. Ecco, volevo solo ricordare due aspetti un po’ peculiari, anche questo ha avuto esigenza di prove sperimentali, l’altro aspetto è quella parte in alto, sediflottazione, che cos’è questo? E` un’operazione che consente di separare delle fasi solide con sedimentazione dal fondo e in superficie mediante flottazione; la flottazione è un’operazione che si ottiene insufflando dell’aria, le bolle di aria che salgono nell’acqua sulla superficie, le bolle aderiscono a delle particelle solide e le portano in superficie, è quel fenomeno che si vede sulle acque ferme in superficie del quale si vedono le particelle solide. La polvere come fa a rimanere in superficie? Rimane in superficie perché è mantenuta da bolle varie, questa operazione si chiama flottazione, quindi qui c’era una sediflottazione, è un’operazione che consente di separare una parte di fanghi, una seconda parte di fanghi. Ecco, non direi oltre, ho voluto solo evidenziare l’importanza di questi impianti e i lavori che si sono dovuti fare per metterlo a punto. Passiamo alla successiva. Secondo forno, come ho già detto tutti questi impianti sono stati oggetto di collaudo, la loro descrizione dettagliata è contenuta nei documenti del collaudo. Secondo forno, in quanto ce ne era uno prima, è quello del quale ho detto che ne avrei parlato più avanti, quindi ne parlo adesso. Il primo impianto che non ho illustrato prima venne realizzato nel ‘72 per procedere alla distruzione dei residui clorurati perché si formano nei reparti di produzione del dicloroetano, del cloruro di vinile, del tetracloroetano e del percloroetilene, acque che venivano separate dall’impianto centralizzato di trattamento dei reflui clorurati dei quali parleremo dopo. L’incenerimento di questi prodotti consentiva il recupero del cloro contenuto nei prodotti stessi sotto forma di acido cloridrico. Vediamo l’impianto, poi ritorneremo su questo lucido. Si vede - anche qui non voglio soffermarmi sul dettaglio - è un impianto abbastanza complesso, aveva una sezione di combustione, il forno, una sezione di assorbimento per assorbire l’acido cloridrico che si forma durante la combustione, una sezione di concentrazione dell’acido cloridrico, si avevano queste tre sezioni. Ecco, volevo soffermarmi... e una sezione di distillazione dell’acido cloridrico diluito per ottenere acido cloridrico gassoso. Questo è un aspetto complesso, perché i tecnici sanno che è molto facile ottenere dell’acido cloridrico in soluzioni acquose che l’acido muriatico, ben più difficile è ottenere acido cloridrico gassoso. Qui veniva ottenuto, recuperato questo acido cloridrico gassoso perché serviva negli impianti di produzione, negli impianti stessi del Petrolchimico, quindi era un recupero, non veniva smerciato, svenduto o venduto o scaricato, veniva riutilizzato. Quali sono i problemi che si presentano in questo tipo di impianto? Sono almeno di due tipi, uno la natura estremamente corrosiva delle sostanze, quindi scelta dei materiali, i materiali che andavano provati, cercati e provati e soltanto dopo un’attenta verifica potevano essere utilizzati; l’altro riguarda la combustione vera e propria di questi prodotti, ora, questo impianto, il primo è stato realizzato nel ‘72, questo qui nel ‘77, e qui bisogna fare una precisazione, nel ‘77, domanda: si sapeva che la combustione dei clorurati doveva essere condotta in modo tale da ridurre, limitare il più possibile la presenza di diossine? La risposta è no, perché da quanto ho potuto verificare la prima pubblicazione che ho trovato, ce ne saranno magari delle altre, la prima che ho io, che parla di diossine nei fumi di inceneritori è del ‘77, sappiamo tutti che la questione diossine è nata in Italia nel ‘76, io ricordo, anche per aver seguito la questione, che nel ‘76, all’epoca dell’incidente Seveso, in Italia nessuno sapeva fare un’analisi di diossine, non c’era nessun laboratorio attrezzato, non solo, nessuno sapeva cosa fosse la diossina, credo che il primo, la prima persona a fare analisi di diossine in Italia sia il professor Facchetti che è stato sentito questa mattina. Certamente all’epoca, e prima ancora si parlava di diossine, ma dove e in quali prodotti? Allora è bene - qui spero di non far perdere troppo tempo - ecco, quello a destra è la forma della diossina di Seveso che tutti conoscono. Come si è formata a Seveso? Mediante condensazione di due molecole, quelle che si vedono a sinistra, che sono i triclorofenato sodio, che era il prodotto che veniva preparato a Seveso, è chiaro che da questo prodotto, triclorofenato, è facile pensare a formazione di diossina, quindi tutti cloro che si sono occupati di diossine nei prodotti vari cercavano ma cercavano in prodotti che avevano qualche similitudine con la forma del triclorofenato, ma non in altre sostanze, questa è la ragione per la quale solo più tardi si è pensato alla diossina un po’ dovunque, e solo più tardi si è visto che la diossina era ubiquitaria, per esempio ricordo di avere raccolto io documentazione fine anni ‘70 dove si parlava di tenori elevati di diossine in ceneri di legname raccolti in alta montagna, di avere visto poi che la quantità di diossine che si produce in un incendio di foresta è notevole e così via, però allora non si sapeva. Oggi cosa si sa in merito di formazione di diossine nell’incenerimento? Studi recenti, che ho avuto modo di vedere perché nell’ambito di progetti di ricerca che sono tuttora in corso, evidenziano che la diossina nella combustione si forma sì ad alte temperature nel forno stesso, ma si forma mediante reazione tra l’acido cloridrico che si forma sicuramente da una combustione con un clorurato e condensazione, reazione dell’acido cloridrico con altre sostanze presenti nei fumi, questo ad alta temperatura, tanto è vero che alcuni progetti di ricerca che sto vedendo sempre per conto del Ministero, prevedono di abbattere, ridurre la produzione di diossine togliendo l’acido cloridrico a caldo, cioè nei forni caldi tolgono l’acido cloridrico, in questo modo questo non può più reagire e quindi non ho più diossine. Allora, il meccanismo conosciuto attualmente è appunto questo. Tutto quanto contiene cloro, non solo i clorofenati o altri prodotti simili, quando brucia in presenza di sostanze organiche ed aria dà luogo a diossine, tutto quanto, queste diossine si formano ad alta temperatura. Si sa però un’altra cosa, questo è un lucido che ho preso da una conferenza tenuta anni addietro, nel quale sono indicati in ascisse, in orizzontale, le temperature di incenerimento di rifiuti urbani, RSU, e in verticale le temperature di combustione, i punti neri sono rifiuti urbani tal quali, i triangoli sono rifiuti urbani esenti da PVC al quale è stato aggiunto il PVC in granuli, i triangoli bianchi sono rifiuti urbani meno PVC, qui non si vedono grandi differenze per la presenza di PVC, i quadrati sono rifiuti urbani più PVC in granuli. Cosa si vede da questo diagramma? A parte l’importanza o meno del PVC, si vede che all’aumentare della temperatura - qui non ho tracciato la curva ma l’andamento è chiaro - quando si arriva a 1.000 gradi la quantità di diossina è relativamente bassa, questi sono fumi prelevati da vari inceneritori, che non ha nulla a che vedere con il nostro impianto di combustione di cloro derivati, però c’è un’affinità, perché si brucia, si brucia con... che contiene cloro derivati, si vede che a 1.000 gradi le diossine sono molto basse. Com’è stato fatto questo impianto? Senza sapere allora che ci potevano essere le diossine. Questo impianto ha una camera di combustione dove si arriva a, una prima camera di combustione orizzontale, poi si ha una camera di post-combustione dove la temperatura raggiunge i 1.500 gradi, si va a 1.500 gradi, quindi ben oltre quel 1.100, dopo la camera di post-combustione, dove... è una seconda combustione che sta dopo la prima, i gas escono a 1.000-1.200 gradi, in questo impianto i gas vanno in una colonna ove sono bruscamente raffreddati a 100-110 gradi, con una iniezione di una soluzione di acido cloridrico, soluzione acquosa, quindi come effettuato questa combustione? Si arriva a 1.500 gradi, cioè temperatura alla quale già di per sé ci sono poche diossine, poi si raffredda bruscamente, da 1.200 fino a 100-110 gradi, raffreddando bruscamente quella formazione di diossina che citavo prima essere provocata dalla condensazione dell’acido cloridrico, dalla reazione dell’acido cloridrico con altre sostanze organiche non avviene più, perché si è congelato il tutto, quindi non so se volutamente, ma non credo, questo sia stato fatto per ridurre la formazione di diossine, io non ho analisi di questi fumi perché allora non vennero fatte, non so, probabilmente adesso sono fatte, perché ci sono delle norme, ma non avrei dubbi, non ho dubbi sul fatto che già allora il tenore di diossine in questi fumi erano sicuramente molto bassi per le ragioni che ho detto. Riprendiamo il lucido con l’elenco degli impianti. Anche questo impianto è stato oggetto di pubblicazione che qui vedo sulla rivista Acqua ed Aria, a nome di Bosio, e descrive questo impianto nella rivista del 1980. Allora, andrò in fretta, adesso gli altri. Impianti di combustione di spurghi azotati ed degli acidi neri. L’impianto provvedeva a bruciare reflui, qui vedete le date, nel ‘77, è stato collaudato nel dicembre ‘80, l’impianto provvedeva a bruciare reflui particolari ad elevato contenuto di sostanze organiche e di composti azotati provenienti dalla produzione dell’acetilene e del caprolattame, i reflui provenienti dall’impianto acetilene erano costituiti dall’acido solforico esausto, che era utilizzato per l’operazione di depurazione, mentre quello di caprolattame venivano utilizzate per, producevano reflui contenenti sostanze organiche azotate. Qui si bruciavano questi prodotti, si otteneva gli acidi neri che venivano trattati. L’altro è la seconda unità di combustione dei reflui organici sottoprodotti del toluendisocianato, io ho già detto che una prima unità è stata costruita prima del ‘72 e l’ho illustrata allora, questo era un potenziamento, una seconda unità che trattava un quantitativo maggiore, e non dirò di più. L’ultimo impianto indicato qui è l’impianto centralizzato di trattamento delle acque contenenti composti organici clorurati, che è stato avviato nel ‘79, collaudato non ricordo, penso che non ha importanza, entro l’83 anche questo. Ecco, su questo impianto mi volevo soffermare per alcune ragioni. E` un impianto centralizzato, perché trattava tutti i composti organici clorurati, cioè non biodegradabili, quindi non potevano essere mandati all’impianto di biodegradazione, provenienti dai reparti di trielina, percloroetilene, tetracloruro di carbonio, dicloroetano, tetracloroetano, cloruro di vinile etc., il principio utilizzato in questo caso è già stato menzionato da qualcuno in questa sede, è quello di fare lo stripping, cioè le acque contenenti queste sostanze vengono inviate in una colonna, l’unica che si vede in questo disegno, alla base della quale si manda vapore, il tutto è sotto vuoto e dall’alto escono i prodotti clorurati. Ora, anche questo impianto ha richiesto delle messe a punto, vuoi per la scelta di materiale per le ragioni dette prima, e per la scelta del principio. Ho visto che questo impianto è stato scelto dopo uno studio approfondito su scale pilota di altre forme di trattamento, per esempio l’estrazione con un solvente dei prodotti clorurati, l’assorbimento su carbone attivo, l’assorbimento su resine, lo stripping a pressione atmosferica, lo stripping con aria anziché con vapore, è stato scelto questo perché era il più efficace e era anche il più costoso, decisamente, quindi la scelta è stata fatta in funzione del risultato che si voleva ottenere. Anche in questo caso si è dovuto rivedere tutta la struttura delle opere di captazione, leggo che il collettore principale, che portava le acque da trattare a questo impianto, era lungo 4 chilometri. Ecco, qui mi sono posto un altro problema, questo impianto, le acque che arrivano a questo impianto e che escono da questo impianto sono quelle che possono contenere diossine per ragioni evidenti, si tratta di clorurati. Allora mi sono chiesto di verificare se a quell’epoca era noto che in queste acque ci potessero essere diossine, e ho fatto una ricerca bibliografica e ho trovato i risultati che sono riportati in questo lucido. L’ho fatto in modo accurato, ora non voglio dire... ho cercato tutto quello che potevo e penso di aver cercato tutto. Allora, le prime informazioni indicate in letteratura sulla presenza di PCDD o PCDF in acque di scarico o sedimenti, cioè acque di scarico e sedimenti, ho cercato queste due voci, connesse a produzioni analoghe a quelle del Petrolchimico, si trova per la prima volta in due pubblicazioni dell’89, entrambe dello stesso autore. La prima che ho trovato come pubblicazione è quella indicata (chemosfere), volume 19, che ha... sedimenti raccolti in luoghi e nelle vicinanze di Rotterdam, ho riportato la frase che indica quanto stavo cercando, che traduco: dai sedimenti di questi porti, i sedimenti di questi porti erano contaminati da PCDD e PCDF che provenivano da effluenti prodotti da un inceneritore municipale e da un impianto chimico che produceva cloruro di vinile, questa è la prima indicazione che si trova in letteratura. Quell’altra che vedete, dello stesso autore, non è una pubblicazione, infatti non, cioè non ce l’ho, ho solo il titolo, l’ho vista citata in un lavoro, sempre 1989, formazione di PCDF e PCDD e prodotti... nel processo di ossiclorurazione dell’etilene. Ho detto che non era una pubblicazione, è un technical report dell’Università di Amsterdam, che presumo che sia dell’89 perché c’è scritto ‘89 e perché è dello stesso autore, quindi prima di allora non c’era nessuna pubblicazione, almeno che io abbia trovato, che parlasse di diossine presenti o di PCDD presenti in effluenti di lavorazioni simili a quelle del Petrolchimico. Ho qui la pubblicazione, penso che... ho una descrizione che è contenuta in una pubblicazione, una pubblicazione sulla rivista "Inquinamento del nuovo..." per la depurazione delle acque contenenti solventi clorurati. Ecco, passiamo ad uno degli ultimi trasparenti. Neutralizzazione delle acque reflue deposito costiero sud che è del ‘79, collaudato nell’82, i depositi costieri contenenti diversi prodotti chimici, biodegradabili e non biodegradabili, si distingue quello nord e quello sud-ovest per questo: uno aveva prodotti biodegradabili e non biodegradabili, il sud, il nord erano prodotti benzina, gasolio, oli combustibili, il sud-ovest acque di zavorra, oli e così via, insomma, adesso non sto, non vado nel dettaglio, il problema era che le acque raccolte in questi depositi venivano trattate o in impianti specifici o in impianti centralizzati. Impianti degli abbattimenti di... ammoniacali, ante ‘80, qui non ho la data, però è stato collaudato nell’80, quindi è stato avviato prima dell’80, e dopo il ‘73, cioè tra il ‘73 e l’80, che funzione aveva questo? Questo impianto era destinato all’abbattimento dell’ammoniaca gassosa contenuta dagli sfiati proveniente dai reparti di produzione ammoniaca, si lavava con acqua demineralizzata e si otteneva una soluzione acquosa ammoniacale che veniva recuperata. Le acque cromiche, questo impianto è stato collaudato nell’80, non ho la data di avviamento, collaudato nell’80, quindi ante ‘80. Dov’erano queste acque cromiche? Nei reparti di produzione di ammoniaca con operazione di lavaggio dei gas, veniva effettuato con acqua contenenti sali di cromo che erano impiegate per contenere la proliferazione della flora batterica. L’impianto di trattamento per il cromo provvede ad eliminare il cromo presente nelle acque di scarico, quindi veniva separato in modo da non essere scaricato. Impianto di raccolte e di... tra trasferimento e le acque reflue clorurate dai depositi costieri sud e ovest, era semplicemente un impianto di raccolta di tutte le acque dei depositi costieri, lavaggio pontile, per inviarlo all’impianto di trattamento delle acque clorurate visto prima, entrato in esercizio nell’80, collaudato nell’82. L’ultimo lucido di questa serie, numero 8, riporta impianti relativamente semplici, decantazione delle acque reflue provenienti dai piazzali di movimentazione del PVC, sui piazzali di movimentazione di PVC cadeva il PVC, le acque venivano raccolte e il PVC veniva decantato e separato. Raffreddamento acqua mare, è un grosso impianto, trattava 2.200 metri cubi ora, avviato nell’81 e aveva la funzione di non scaricare, insomma, raffreddando le acque mare utilizzate per raffreddare gli impianti mi consentiva di non scaricare acqua calda in laguna, questa era la sua funzione. Impianti di trattamento... cloro, allora, alcune acque che contenevano cloro proveniente dall’impianto di produzione ipoclorito di sodio, scarichi, prese campione, fondo serbatoi, acque di lavaggio, quindi era scarico discontinuo, queste acque contenente cloro venivano trattate con acque ossigenate per ossidare il cloro a cloruro insieme al cloruro di sodio. L’ultimo qui indicato, impianto combustione dei residui organici dalla produzione dell’acido tereftalico, residui organici non clorurati in forno di incenerimento al quale seguiva un precipitatore idrostatico per abbattere polveri trascinati e scarico a camino. Ho un altro lucido dove sono posizionati i vari impianti...

 

Avvocato Baccaredda: scusi, professor Pasquon, sempre con riferimento agli impianti, mi sembra di capire che non se ne sia parlato, in corrispondenza del secondo grosso impianto ecologico del ‘77, lei si ricorda che ci sia stato un potenziamento dell’impianto biologico delle acque trattate dello stream cracking?

RISPOSTA - Allora, l’impianto dello stream cracking, il primo impianto trattava 300 metri cubi ora, questo impianto è stato potenziato, è stato raddoppiato, è stato raddoppiato quando è stato avviato il grande impianto biologico, i due impianti sono stati associati ed utilizzati però in epoca successiva al ‘77, penso all’inizio degli anni ‘80, per effettuare anche il trattamento dei reflui azotati. Il professor Belluco prima ci ha detto in che cosa consiste l’abbattimento dell’azoto dalle acque, c’è una nitrificazione e poi una denitrificazione, allora la nitrificazione al grande biologico è stata introdotta all’inizio degli anni ‘80 nella parte centrale dell’impianto biologico, le acque così trattate andavano poi al secondo impianto del cosiddetto stream cracking, quello che è stato raddoppiato, per fare un trattamento aerobico, ottenere la denitrificazione, quindi è stato un potenziamento del primo impianto e una integrazione del secondo per effettuare questa operazione. Dicevo, qui sono indicate le posizioni dei vari impianti ma non credo sia il caso di stare lì a illustrare, si vede che interessava tutto lo stabilimento. Quanto detto fino ad ora purtroppo è solo una parte di quello che è contenuto in questi documenti, infatti riguarda gli impianti di trattamento veri e propri, ma altre attività svolte all’epoca, cioè dal ‘73 all’80, hanno interessato tutti i reparti del Petrolchimico, per ridurre le perdite da un lato e per consentire un collegamento ottimale tra l’impianto in questione, gli impianti veri e propri di produzione e l’impianto di trattamento. Questi interventi nei reparti e nelle aree li ho divisi in tre parti, interventi nei reparti CV, interventi nei reparti Montefibre, interventi in tutti gli altri reparti del Petrolchimico. Allora, gli interventi nei reparti CV sono stati, alcuni li abbiamo presentati nella nostra relazione impianti perché avevano il duplice scopo di ridurre le esposizioni dei lavoratori e di abbattere i prodotti, quindi non li riporto, li ho indicati in commesse, altri interventi fatti nei reparti CV sono indicati nella nostra prima relazione impianti, ma non sono stati né considerati ai fini dei costi di investimento e né illustrati, sono indicati, ricoperti di grigio, sono 14 commesse, non so, signor Presidente, se è il caso che le legga una a una, sono tutti interventi, ne leggerò 2 o 3..

 

Presidente: ecco, finalizzati...

RISPOSTA - Gliene leggo 2 o 3. Interventi per il trattamento degli effluenti liquidi nei reparti CV6, CV14, CV16 con flocculazione, filtrazione ed addensamento dei fanghi... flocculazione, neutralizzazione dell’acidità, effettuati tra il ‘72 e il ‘74 prima di mandare le acque al biologico, questo è uno. Recuperi dei solventi clorurati e delle acque reflue nei reparti CV22, prima di mandarle ai trattamenti; costruzione di vasche per la raccolta delle acque reflue nel reparto CV10 e CV11, per evitare lo scarico e facilitare il... trattamento. Bonifica degli effluenti liquidi clorurati del CV22 entro limiti di batteria, quindi non centralizzato, con isolamento dei flussi più inquinati e... un trattamento di purificazione per stripping, che è quello centralizzato. Installazione nel ‘78 di una linea di purificazione delle acque mare provenienti dalle centrifughe dei reparti CV14 alla vasca del reparto CV6 nella quale le acque venivano inviate al trattamento biologico, sono tutti interventi di reparto finalizzati al recupero e comunque all’invio al trattamento finale. Accorpamento delle acque nel ‘69 della raccolta delle acque reflue clorurate causa di emissione di vapori organici nei reparti CV10/11 e per l’invio al trattamento. Lavori vari tra il ‘79 e l’81 di accorpamenti di acque reflue sei reparti CV22 e 23 da inviare al trattamento... fognaria, invio delle acque reflue dai reparti CV5/15 al trattamento biologico e così via. Questi, in questa relazione che presenteremo, sono oggetto di commesse delle quali vi abbiamo dato il numero, la data, tutti i dati simili a quelli già presentati a suo tempo. Miglioramenti, ampliamento di vasca, recupero mediante centrifugazione dei poli PVC delle acque di lavaggio dei filtri...

 

Presidente: scusi, mi perdoni solo una cosa, perché avvengono in questi anni sulla base, voglio dire, di nuove cognizioni oppure sulla base di quale filosofia?

RISPOSTA - Direi, così rispondo...

 

Presidente: aziendale.

RISPOSTA - Esce la legge speciale su Venezia.

 

Presidente: quindi quella del ‘73?

RISPOSTA - Sì, e quindi parte una ristrutturazione completa dello stabilimento a tutti i livelli, direi che l’input per questi miglioramenti che sto dicendo parte da lì, mentre quelli fatti prima no, io per questo ho distinto gli interventi in due fasi. Io questi riesco a descriverli in dettaglio con l’elenco delle apparecchiature perché sono contenute nei documenti di collaudo, cosa è stato fatto prima di stime non lo so perché non ho documenti, ma questi elencati qui, quelli relativi alla prima voce, sono dettagliati perché sono descritti in dettaglio nei documenti di collaudo. Lo stesso dicasi per gli interventi nei reparti VT di Montefibre che ho già descritto nella relazione presentata a suo tempo e quindi non sto a rileggerli.

 

Presidente: ecco, no, ma ci dica questo, quindi sono tutti interventi che vengono realizzati ai fini di...

RISPOSTA - Di ridurre l’impatto ambientale.

 

Presidente: ai fini del recupero di determinate sostanze per un riutilizzo industriale, ed ai fini anche di rientrare in quelli che sono i parametri che vengono...

RISPOSTA - Sì e no. I parametri io li rispetto con gli impianti di trattamento, io potevo fare un impianto di trattamento doppio di quello che ho fatto e lasciare stare tutto il resto, mandavo tutto a purificare, invece gli interventi nei reparti, quelli che ho letto...

 

Presidente: interventi di reparti a pie’ di reparto tanto per intenderci, immediatamente con il recupero...

RISPOSTA - Io riducevo ciò che poteva uscire dal reparto, lo recuperavo...

 

Presidente: in maniera poi da mandarlo nell’impianto di trattamento con un, un primo trattamento e un carico già abbattuto...

RISPOSTA - Da ridurre il carico sugli impianti, questa è un po’ la filosofia che è stata seguita. Ora questi interventi che ho menzionato per i reparti CV sono relativi, sono alcuni reparti, ma lo stesso tipo di interventi è stato fatto in tutti i reparti del Petrolchimico che sono qui indicati non reparto per reparto ma come tipologia di interventi, allora, è stato fatto interventi nei reparti, per raffreddare le acque reflue, interventi associati alla neutralizzazione delle acque reflue del Petrolchimico 1; allora, l’impianto di neutralizzazione delle acque reflue al Petrolchimico 1 l’ho menzionato prima. Come arrivavano le acque a tale impianto? Da dove arrivavano? Da vari reparti; cosa ha fatto nei vari reparti prima di mandare le acque? Ho fatto diversi interventi, ora gliene leggo alcuni, interventi associati alla neutralizzazione delle acque reflue al Petrolchimico 1, che è la seconda voce, i reparti interessati sono stati - non do le sigle, do i nomi dei reparti - produzioni di ipoclorito di sodio, produzione di acetilene, produzione di ammoniaca e derivata, deposito costiero sud, le opere sono consistite essenzialmente negli interventi nell’ambito dei reparti suddetti necessari per la segregazione delle acque da trattare, la riduzione dei volumi, la raccolta e il convogliamento delle acque stesse all’impianto di neutralizzazione. Questo riguarda la voce, secondo puntino indicato in questa tabella. Impianto di lavaggio autobotti e ferrocisterne, il titolo è esaustivo. Interventi nel reparto acque demineralizzate, questo non l’ho riportato qui; interventi associati all’impianto di demercurizzazione, che abbiamo visto prima, in questi reparti sono stati effettuati interventi per ridurre, segregare e inviare al trattamento specifico le acque e i reflui contenenti mercurio separandole da quelli contenenti cloro, ovviamente a monte dell’impianto di trattamento. Piazzali, specchi d’acqua e scarichi vari, anche qua si può intuire cosa c’era dietro. Interventi associati agli impianti di neutralizzazione delle acque reflue dei reparti di produzione dell’acido solforico, erano interessati i reparti: produzione di (idrammina), produzione di solfato ammonico e in soluzione, produzione di solfato ammonico, solfato sodico e solfato ammoniaco, acido nitrico e solforico, reparti... sono consistite nella realizzazione di 4 vasche per la raccolta dei reflui di varia provenienza inquinati sostanzialmente da azoto ammoniacale in modo da riciclare nei reparti produzione - quindi questo è un recupero - evitare così lo scarico nella fognatura di acido. In un altro reparto, sempre di questa serie, gli interventi erano, tendevano ad eliminare, eliminare lo scarico di acque inquinate da azoto nitrico, qui c’è la descrizione... condensatori, non credo di doverli leggere. Razionalizzazione della rete fognaria reparto per reparto, interventi associati all’impianto biologico, e qui avrei due pagine da leggere, perché riguardava tutti i reparti in pratica, lo scopo comunque era inviare al trattamento biologico flussi che non ne compromettessero la biodegradazione previa eliminazione o riduzione dei prodotti potenzialmente inibenti all’attività dei fanghi, per esempio al biologico non possono andare i metalli pesanti; ridurre i quantitativi di sostanze organiche azotate nei limiti previsti dal consumo di... dei fanghi attivi, ridurre il più possibile il carico organico biodegradabile in modo da contenere le dimensioni dell’impianto biologico.

 

Presidente: questo ho capito, quindi, voglio dire, lei li ha elencati e oltretutto sono documentati dalle commesse?

RISPOSTA - Dettagliatamente. No, queste sono documentate dai documenti di collaudo.

 

Presidente: comunque sono documenti allora...

RISPOSTA - Che riporterò nella nostra relazione.

 

Presidente: dai collaudi.

RISPOSTA - Sì. Ecco, concludo - non so quanto possa essere utile - con l’ultimo lucido, io ho fatto un calcolo dei costi sostenuti, tanto per avere un’idea, di questi interventi. Allora, gli interventi di cui al collaudo hanno dei costi puntuali, sono indicati gli investimenti, 262 miliardi di lire attualizzati al ‘98, e sono indicati i contributi avuti dalla Regione, che sono 16 miliardi, sempre attualizzati. Gli impianti attivati anteriormente al ‘73 io li ho stimati con dei miei criteri a 133 miliardi, sono valori ovviamente approssimati, complessivamente i costi sostenuti da Montedison per ridurre l’impatto ambientale ammonta a 370 miliardi, 27 di questi li ho già conteggiati nella relazione impianti, sono quelle commesse ambivalenti diciamo. Ecco, con questo avrei terminato. Ora, signor Presidente, bisogna vedere i risultati di questi lavori, i risultati li presenta il dottor Del Carlo che produce dei documenti, produce le analisi degli scarichi.

 

Presidente: si accomodi allora, grazie, professor Pasquon. Proseguiamo allora con il professor Del Carlo.

 

Avvocato Lanfranconi: quindi proseguiamo l’udienza, Presidente?

 

Presidente: sì, se non riusciamo a finire per un’ora accettabile, che potrebbero essere i tre quarti d’ora prossimi, possiamo proseguire venerdì insomma.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. GIUSEPPE DEL CARLO

 

RISPOSTA - Io mi sono già presentato ma sarò brevissimo in questo intervento. Con questo breve intervento si intendono riportare i risultati ottenuti con gli interventi ristrutturativi e migliorativi realizzati al Petrolchimico con particolare riferimento agli scarichi liquidi in laguna e al loro rispetto alle leggi vigenti. Allora, com’è stato descritto, seppure se sommariamente dal professor Pasquon, ancor prima della uscita della 171/73, la legge speciale di Venezia, il Petrolchimico ha realizzato e messo in esercizio vari impianti per il trattamento delle acque reflue. Con l’emanazione della 171/73, del DPR 962 che per le successive, per le proroghe concesse a seguito della legge Merli sono entrate in vigore successivamente, lo stabilimento ha attuato una vasta serie di interventi ristrutturativi e di bonifica per l’adeguamento degli scarichi alla nuova normativa, di tali interventi si ricorda solamente la ristrutturazione della rete fognaria perché con la stessa viene drasticamente ridotto anche il numero degli scarichi in laguna, lasciando attivi solamente i seguenti: lo scarico numero 2, poi denominato SM2, è quello in alto a destra, a sinistra, pardon, lo scarico numero 8, poi denominato SM8, lo scarico 9, poi denominato SM9, e il 15, poi SM15, e il 151 che poi è stato chiamato l’SM7, più alcuni altri, pochi altri normalmente inattivi o parzialmente attivi durante le piogge. Sul piano amministrativo tutti gli scarichi risultano autorizzati e rinnovati. Dicevamo, alla luce dei fatti gli interventi di ristrutturazione e di miglioramento realizzati al Petrolchimico sono risultati adeguati alle aspettative, hanno cioè sortito appieno l’effetto programmato, infatti da vari controlli effettuati negli anni a venire la qualità delle acque scaricate, almeno per tutta la cosiddetta gestione Montedison, cioè fino alla fine dell’88 ed ancora sino alla ufficializzazione della Enimont, è il 30 giugno dell’89, salvo rarissime eccezioni, di cui verrà detto, è risultata entro i limiti tabellari del DPR 962 con molti margini residui di rispetto. Quanto detto qui emerge da vari documenti in atti dei quali ricordiamo semplicemente la lettera del 2 maggio 1983 del Magistrato alle Acque, che ora vedremo, e i controlli analitici degli scarichi negli anni successivi. La lettera del 2 maggio 1983 che abbiamo ritrovato tra i vari faldoni depositati presso la Guardia di Finanza che lì non leggiamo gran che, però ora, proprio perché è importante vederla, la proietteremo a pezzetti. Dunque, questa lettera, dicevamo - ecco, facciamo vedere anche l’altra per fare vedere la firma dell’ingegnere capo - questa lettera a firma dell’ingegnere capo del nucleo operativo di Venezia, Pasquale D’Agostino, è esplicita sin dall’oggetto, infatti dice nell’oggetto Magistrato alle Acque, 2 maggio ‘83, protocollo numero etc.: "attestazione di adeguamento degli scarichi degli stabilimenti Montedipe e Fertimont di Porto Marghera alla normativa di legge". Ma questa lettera riporta anche altri importanti punti significativi riferiti ad impegni di legge assolti dalla società o precisazioni che è opportuno non ignorare e qui ci sono dei richiami specifici, se ben ricordate, a quello che ha detto dinanzi il dottor Belluco, circa presentati programmi, non presentati e così via. Montedison, riprende la lettera, ha chiesto ed ottenuto dalla Regione, ai sensi dell’articolo 2 della legge 650, l’autorizzazione a realizzare un programma di interventi per il contenimento entro i limiti consentiti dalla legislazione vigente dei fattori inquinanti contenuti nelle acque di scarico dei propri stabilimenti di Porto Marghera. Montedison ha presentato la documentazione tecnica dei progetti delle opere finalizzate alla depurazione delle acque reflue, Montedison ha notificato che a decorrere dal 31/12/80 per variazioni intervenute nel suo assetto societario le attività produttive dei propri stabilimenti di Porto Marghera, che sono state conferite a Montedipe e a Montepolimeri e poi alle altre, Fertimont, Ausimont etc.. La titolarità degli scarichi pertanto di Montedipe relativamente a quegli stabilimenti, pardon, di Montedipe relativamente a quelli degli stabilimenti siti in area petrolchimica, cioè fino al 1980 erano Montedison e poi sono divenuti Montedipe, Montepolimeri etc.. Le opere contemplate nei progetti di cui sopra sono state completate e collaudate con esito favorevole, successivamente al completamento delle opere sono stati effettuati nel periodo novembre ‘82-febbraio 1983, prelievi dai punti di scarico dei campioni delle acque che sono stati sottoposti ad analisi presso laboratori ufficiali, sono stati esaminati i risultati delle prove effettuate per verificare la funzionalità degli scarichi costituiti dai certificati di analisi rilasciati dall’Unità Sanitaria Locale corredate dai verbali di prelievo dei relativi campioni. Quindi tutto ciò premesso, il Magistrato alle Acque attesta che le acque di scarico provenienti dagli stabilimenti Montedipe e Fertimont, ma a noi interessa Montedipe del gruppo Montedison, operanti nell’area industriale di Porto Marghera risultano alla data odierna, cioè al 2 maggio 1983, essere a norma delle prescrizioni del DPR 20 settembre ‘73 numero 962 di attuazione della legge 16/4/73 numero 171. L’altro punto avevamo visto, noi avevamo detto che emerge dalla lettera 2 maggio ‘83, che abbiamo visto ora, e dai controlli analitici degli scarichi negli anni successivi. La certificazione dei controlli analitici effettuati negli anni successivi è stata ricordata e prodotta dall’Avvocatura dello Stato con la memoria 29/5 ultimo, ma è stata depositata anche copia della certificazione originale dal Pubblico Ministero all’udienza del 17 maggio di quest’anno, e tra le due, come vedremo, vi sono delle differenze. Vediamo intanto la certificazione prodotta dal Pubblico Ministero il 17 maggio del 2000. Dunque, trattasi il pacco di circa 420 referti analitici inseriti in una serie di lavori del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia indicati come (C) analisi o perizie estemporanee, facenti parte della documentazione ottenuta dalla Guardia di Finanza il 25 febbraio del ‘97 dal dipartimento medesimo. A titolo di esempio facciamo vedere una sorta di indice da noi ricostruito limitata ai primi 70, 80 casi, infatti lì abbiamo ricostruito, vediamo primo certificazione 1, 2, 3, le varie date, 10/2/84 comune di Treviso, analisi acque pozzi etc. etc., fino, siamo arrivati fino all’83, ma le abbiamo analizzate tutte, fino alla 422 mi sembra, ad ogni modo, per quanto ci riguarda, interessano solo i seguenti referti che andiamo... Ecco abbiamo enucleato solo quei referti che interessano, i campioni prelevati allo scarico, e sono, sono 57, poi li rivedremo uno per uno, li rivedremo, relativi ad altrettanti campioni effettuati alla presenza - e questo è importante - dell’analista del dottor Zanini, cioè dell’università, agli scarichi del Petrolchimico dal 1984, e che è la data di istituzione del dipartimento, a tutto il 1988. Cambiamo, andiamo avanti, sono riportate una per una, quindi siamo ancora nell’87, e siamo arrivati alla numero 299 del 11/10/88 presso Montedipe, campione prelevato dal dottor Zanini, per non scrivere tutto dottor Z., allo scarico numero 9, e lì ci sono anche dei commenti, più altre 10 analisi prelevate, campionate nel periodo successivo, cioè prima della formalizzazione dell’Enimont, di cui, di questi 5, di questi 10, 5 campioni prelevati lo stesso giorno, è l’11 febbraio ‘89 e che ora vedremo, ci ritorneremo sopra. I valori delle 67 certificazioni, cioè 57 più 10, pari a circa 1.780 analisi, ora noi li abbiamo tabulati tutti e riportati in 5 tabelle, una per ogni scarico, che facciamo vedere, però ci ritorniamo perché è difficile leggere tutti questi numerini, qui li abbiamo riportati mettendo, questa è relativa allo scarico SM2, cioè l’ex numero 2, sulle prime tre colonne abbiamo riportato le indicazioni dei parametri e con i limiti del DPR 962, il limite 1 e il limite 2, cioè il minimo e il massimo, poi nelle colonne successive data per data i valori rilevati. Sono tutti buoni, ad eccezione, come vedremo dopo, lì c’è, verso il centro, cioè nella colonna 130286 l’ammoniaca, 5,31 ma anche su questo ci ritorneremo ora. Facciamo vedere rapidissimamente le altre, sono le tabelle relative allo scarico SM7, 8, 9, così tanto per far vedere che le abbiamo tabulate tutte per non perderci. Questa è l’ultima tabella relativa allo scarico numero 5, abbiamo messo una riga un po’ più scura per limitare il periodo dall’88 all’89, ma comunque ora vediamo un momentino, enucleiamo di tutti gli scarichi con i cosiddetti superamenti, di tutte le 5 tabelle che abbiamo visto prima abbiamo tirato fuori quelli che sono i valori superiori alla norma, cioè vediamo l’ammoniaca, nello scarico SM2 del 13 febbraio ‘86, e in fondo i solventi clorurati, sempre della stessa data, stesso scarico, 0,08 contro i limiti di 0,05 e in più vediamo poi nell’11 febbraio ‘89 allo scarico 15, 57 e 5, ed ora vogliamo parlare subito di questo. Dunque, il primo stabellamento, quello lì di 5,31 è un valore, è un superamento, 5,31 contro 5 di tabella, è alquanto strano se si considerano i valori del parametro dell’azoto ammoniacale nello scarico SM2 dall’84 all’89, sempre 0,45, sono tutti numeri bassi, c’è solamente questo valore che è più sopra, che supera un po’, supera leggermente. Ma a prescindere da qualsiasi altra considerazione che non stiamo qui ora, trattandosi di un valore molto vicino al limite, per essere certi che il superamento o del non superamento del limite stesso occorre verificare se il valore rilevato è maggiore, uguale o inferiore ai limiti di tolleranza del metodo. I metodi analitici dell’azoto ammoniacale dell’IRSA-CNR, quelli citati anche più volte prima, già in uso all’epoca e specificamente richiamati dalla legge Merli sono 2, ecco, Istituto ricerca sulle acque, la ricerca azoto-ammoniacale mediante un metodo o mediante un altro metodo, uno è il D-002 del gennaio ‘81 e l’altro è del novembre ‘82. Qui vediamo una cosa, che per ambedue i metodi l’accuratezza che rappresenta la differenza, errore o scarto, tra il valore della media dei risultati e il valore vero o ritenuto tale della quantità misurata, è dell’ordine del 7%, sia dell’uno che dell’altro, quello di sotto metodo di precisione ‘7% accurato entro più o meno 10, 15, comunque prendiamo il ‘7%. Ebbene, questo 7% se noi lo applichiamo al 5 vediamo che si va, 5 più 5 per 007, 7% e 5 fa 5 e 35, per cui si è nei limiti della tolleranza del metodo analitico in quanto siamo appena a 5,31, quindi questo 5,31 lo dobbiamo considerare allineato alle tabelle. Il secondo stabellamento è rappresentato, lo abbiamo visto, da parametri di solventi clorurati del campione sempre del 13/2/86 e di questo, è uno stabellamento e non abbiamo niente da dire. Il terzo e il quarto stabellamento sono, è rappresentato dal parametro ammoniaca rilevato allo scarico 15 l’11 febbraio ‘89 e questo però si vede subito che è un campione prelevato a brevissima distanza, il primo campione alle 14.10, il secondo campione alle 14.15, e un terzo campione è stato rilevato alle 14.25, prelevato alle 14.40. Il primo, la prima analisi, al primo campione ha dato 57,50, il secondo a 10,65, il terzo 4,50, quindi questo trattasi evidentemente di un disservizio che niente a che fare con la validità degli impianti, questa qui infatti è la sequenza delle concentrazioni di ammoniaca riscontrate allo scarico 15 prima e dopo l’evento in parola e che mediamente è da 0,2 a 0,3 milligrammi, è sempre inferiore ad un milligrammo, solo quella volta lì l’11/2 si è arrivato in questi 5, 10 minuti a quei valori così alti. Sembra che la valutazione, cioè il fatto che sia stato un incidente sia sin troppo chiaro. Quindi in conclusione, di tutti i dati analitici depositati dal Pubblico Ministero nel maggio scorso sostanzialmente c’è un solo valore, in 5, 6 anni di campionamenti per circa 1.780 analisi c’è un solo stabellamento, il che si può concludere che effettivamente gli impianti sono validi. Abbiamo citato anche, dobbiamo citare poi la documentazione depositata dall’Avvocatura dello Stato il 29/5/98 perché trattasi questo di schede su carta non intestata con il timbro del Magistrato alle Acque, questo qua a destra, ufficio per la salvaguardia da Venezia, tutte datate ottobre 1996, ecco, 8/10/1996. Queste schede appaiono come la trascrizione dei certificati analitici dell’università prima riferiti con talune informazioni aggiuntive. Ecco, quindi vediamo, è lo stesso scarico numero 2 come abbiamo visto prima, tipo di scarico in laguna, eseguito da personale dell’università, numero del verbale non c’è però... c’è la data, 6/5/85, e certificato numero 24, cioè proprio il certificato di quelli che abbiamo visto prima, quindi è la copia dei vecchi, dei certificati che abbiamo detto prima. Le aggiunte - torniamo un momentino su quello da prima - in alto c’è, oltre allo stabilimento, il punto e le modalità di prelievo e lo scarico e impianti tributari etc., cioè stabilimento Petrolchimico, impianti AS2, in alto a destra, e poi ci sono, cioè informazioni aggiuntive sono sul tipo di campionamento e sui risultati. Sui risultati c’è l’indice IQ a destra in basso che è prezioso come indicazione perché questo qui è il rapporto tra il valore risultato all’analisi e il valore tabellare, quindi si vede subito se quell’indice, quel valore è inferiore a 1 vuol dire che siamo nel rispetto, se invece l’indice è superiore, cioè, pardon, se è inferiore a 1 siamo nel rispetto della tabella, se è superiore vuol dire che abbiamo stabellato. Questi sono tutti dentro; poi c’è un’altra dizione, si è superato, superamenti dei valori limite, sì o no? Qui c’è scritto no. Ora andiamo, riprendiamo l’altra. Si richiama, cioè noi abbiamo già parlato delle analisi depositate dal Pubblico Ministero e richiamiamo anche queste perché, siccome come dice la stessa Avvocatura a pagina 5 capo 3: "da questi dati emerge la qualità degli scarichi idrici provenienti dall’insediamento del Petrolchimico, questi dati sono stati esaminati e si è rilevato che i valori parametrici riportati, superiori ai limiti, cioè con la IQ superiore ad uno, sono per lo più il frutto di errori di trascrizione". Vediamo subito qualcuno. Nel certificato dell’Avvocatura relativo al campionamento 6/5/85, che è questo, allo scarico numero 2, quello in alto a sinistra, scarico numero 2, per il parametro solfuri figura il valore 1,2 in basso, solfuri, vi ho riportato ingrandito per farlo vedere perché altrimenti si vede male, comunque poi depositiamo gli originali e non ci sarà dubbi, ed è qui 1,20, in effetti però nel certificato dell’università non c’è questo 1,2, c’è NR, non rilevato, anche qui solfuri, l’ho evidenziato in giallo, però poi l’ho riportato ingrandito, solfuri H2S, NR, probabilmente l’addetto alla trascrizione ha preso per 1 quella N con la lunga virgola e per 2 la R. Andiamo avanti. Nel certificato relativo al campionamento dell’1/10/84 allo scarico 2, per il parametro solventi organici clorurati figura il valore di 0,65 e dalla dizione superamento del valore limite la risposta C, nell’originale che proiettiamo subito qui, nell’originale certificato numero 25 dell’università prodotto dal Pubblico Ministero è riportato invece chiaramente il valore inferiore a 0,065, quindi non si può dire, non si può parlare di superamento di limite, se è inferiore non lo sappiamo di quanto è. Andiamo ancora avanti. Nel certificato relativo al campionamento del 13 febbraio ‘86, allo scarico 2, figurano i seguenti parametri e i rispettivi valori: azoto ammoniacale 5,31 - sto illustrando quello che c’è scritto nel certificato dell’Avvocatura - azoto ammoniacale 5,31, mercurio 0,01, solventi clorurati 0,08, e alla dizione dei superamento dei valori limiti la risposta sì. Nell’originale certificato numero 9, che è questo, dell’università prodotto dal Pubblico Ministero, sono riportati i seguenti parametri e rispettivi valori: per l’azoto ammoniacale, va bene, 5,31, lo vediamo lì, e su questo ne abbiamo già parlato, per i solventi clorurati anche questo l’abbiamo già visto e l’abbiamo già rilevato che trattasi di un superamento di 1 su 1.780 determinazioni, quanto al mercurio è indubbio che trattasi di un errore, qui c’è inferiore ad 0,001, inferiore addirittura, mentre in quello dell’Avvocatura c’è, abbiamo visto, 0,01. Nel certificato poi relativo al campionamento del 19/8/86, dunque, nel certificato, dicevamo, dell’Avvocatura relativo al campionamento del 19/8/86 allo scarico numero 2 il parametro mercurio figura il valore di 0,01, nell’originale certificato numero 52, che è questo, dell’università, prodotto come gli altri, è riportata invece la dizione assente, la differenza in questo caso è notevole, da assente ad 0,01; e infine nel certificato, passiamo pure all’altro, nel certificato infine relativo al campionamento del 23/5/89 allo scarico 8, per il parametro selenio figura il valore di 0,1, il limite tabellare è 0,03, e per il parametro somma degli elementi tossici, arsenico, cadmio etc., il valore 3,54, il limite è 3, e alla dizione superamento del valore limite la risposta è sì. Nell’originale certificato numero 46 dell’università, che è questo, prodotto come sopra, manca tanto il valore selenio quanto la somma degli elementi tossici, come si vede il selenio non c’è e non c’è nemmeno la somma degli elementi tossici. Per il selenio probabilmente l’addetto alla trascrizione si è sbagliato con lo zinco che appunto è di 0,001, ma si noti bene che il limite tabellare dello zinco è 1, per cui l’indice IQ non sarebbe, come hanno riportato loro 3,33, bensì 0,1, quanto alla somma degli elementi tossici facendo la dovuta correzione di cui sopra si arriva a circa 0,31, quindi siamo completamente fuori tema. Abbiamo finito.

 

Presidente: bene, d’accordo. Riprendiamo allora venerdì alle 9.00.

 

Pubblico Ministero: prima della conclusione, anche su richiesta di altri difensori, volevo chiedere quando saranno disponibili gli schemi e gli slide grafici vari che sono stati presentati, perché proprio visti i tempi impressi alla prosecuzione dell’udienza c’è un problema di preparazione del controesame.

 

Avvocato Lanfranconi: Presidente, in risposta a questa richiesta del Pubblico Ministero credo che tranquillamente alla prossima udienza di venerdì 17 saremmo in grado di depositare la copia di questi slide.

 

Presidente: benissimo, arrivederci a tutti a venerdì allora.

 

RINVIO AL 17 NOVEMBRE 2000

 

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