UDIENZA DEL 17 OTTOBRE 2000

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello. Bene, allora riprendiamo l’udienza. Si prosegue.

 

Avvocato Stella: avrei una richiesta da fare al Tribunale.

 

Presidente: prego.

 

Avvocato Stella: i consulenti dell’accusa si stanno avviando alle loro conclusioni, tocca a noi il 7 con il controesame; perché il controesame sia fruttuoso è indispensabile, secondo me, che si verifichi una condizione preliminare. Finora noi stiamo sentendo la versione dell’accusa privata e pubblica che è una versione di parte per definizione, in questa vicenda sono intervenute molte istituzioni e io penso che proprio per rendere possibile il controesame sia indispensabile che noi possiamo confrontarci, possiamo datare eventi e consapevolezze, prima di tutto, e possiamo confrontarci con valutazioni, stime, campionamenti, fatti dalle autorità istituzionali che hanno svolto un grande lavoro in questo settore; ed allora io ho due richieste da fare: i consulenti del Pubblico Ministero non hanno parlato dei documenti che pure il Pubblico Ministero aveva depositato e che io oggi per comodità faccio avere al Tribunale, sono la relazione del Magistrato delle Acque del settembre 1993; la relazione del Magistrato delle Acque inviata al Pretore di Mestre sullo scarico SM15 nel ‘94, queste relazioni sono fondamentali, devo aggiungere, basti dire che a pagina 22 il Magistrato delle Acque, volume primo, dice che il contributo all’inquinamento industriale delle industrie è oggi insignificante, tanto perché il Tribunale si renda conto. Devo purtroppo constatare che il Pubblico Ministero ha depositato due soli volumi dei 13 volumi del Magistrato delle Acque nel 1993 e purtroppo noi non riusciamo a farci dare la copia degli altri 11. Allora, la prima richiesta che io faccio al Tribunale è che venga sentito come teste, prima del controesame, il Magistrato delle Acque dottor Settaro perché illustri tutta l’attività del Magistrato delle Acque e in particolare queste relazioni. Chiedo poi che il Tribunale voglia ordinare la trasmissione al Magistrato delle Acque dei restanti 11 volumi che il Pubblico Ministero non ha prodotto. Noi non li conosciamo però li vogliamo leggere. La seconda o terza richiesta che faccio, allora, qui tutti sanno che un grande lavoro è stato svolto dalla Regione, la Regione ha pubblicato nel bollettino ufficiale della Regione Veneto il piano direttore del 2000, la Regione aveva già fatto altri due piani direttori, uno nel ‘79 ed uno nel ‘91, anche le valutazioni, le stime, la visione d’insieme che dà questo piano direttore è importante, non sempre la difesa sarà d’accordo con certe stime, con certe valutazioni, però io penso che il processo non possa andare avanti se non si tiene conto, se non ci si confronta con queste valutazioni, campionamenti, stime, compiute dalla Regione con il piano direttore del 2000. Ecco, allora io adesso consegno al Tribunale sia i volumi del Magistrato delle Acque che sono agli atti ma che per comodità il Tribunale li potrà consultare, magari per la decisione sulle mie istanze, e poi mi riservo di chiedere la testimonianza del Presidente della Commissione speciale, del Presidente della Commissione speciale per Venezia che è Serin, e mi riservo altresì di chiedere l’audizione come teste del direttore generale dell’Ambiente. Ecco, allora io consegno queste...

 

Presidente: sulle richieste che oggi sono state proposte?

 

Pubblico Ministero: sulle richieste che sono state proposte devo dire che sono proceduralmente del tutto intempestive ed assolutamente non previsto da nessuna norma del Codice un intervento di questo tipo. Faccio una premessa al parere che voglio dare sulle richieste dicendo che per quanto mi riguarda non c’è nessun problema di acquisizione di atti, di documenti, di testi, nei tempi e nelle forme che sono consentite dal Codice, non so di quali atti parli l’avvocato Stella quando parla di atti del Pubblico Ministero, non si sa dove si trovano e sono depositati perché nemmeno la Procura della Repubblica, almeno per quanto mi riguarda, è in possesso di tutti gli atti del Magistrato alle Acque, tanto meno di quelli della Regione, tanto meno di quelli del Comune, tanto meno di quelli della Provincia, tanto meno quelli del Ministero, tanto è vero che alle volte ho dovuto incriminare qualcuno dei vari enti per avere della documentazione, per avere gli accertamenti, per omissione di atti d’ufficio. Fatta comunque la premessa generale per dire che non ho nessun problema ad acquisire nei tempi che il Codice prevede e prescrive, credo che in questo momento chiedere l’audizione di testimoni o di acquisizione, non si sa poi sotto quale forma di queste relazioni, non sia ammissibile. Alla fine dell’istruttoria dibattimentale è prevista una norma di chiusura... chiedo per favore che il brusio se lo tengano per conto loro, perché nessuno da questa parte ha fatto brusio quando parlava l’avvocato Stella, i commenti possono essere fatti a voce alta, il sottofondo non mi piace. C’è una norma, che è quella dell’articolo 507 del Codice di Procedura Penale, che consente qualsiasi intervento, qualsiasi soluzione per quanto riguarda il Pubblico Ministero, le parti civili e difese per intervenire e per rivolgere delle richieste al Tribunale. L’iter che si è intrapreso di sentire i consulenti tecnici è un iter che è stato accettato dalle parti, che è quello corretto, prevede l’esame, prevede il controesame. Per quanto mi riguarda stanno completando le fotocopie degli schemi dei vari consulenti che verrà depositato al cancelliere nel corso di questa giornata in maniera tale che tra 20 giorni possa iniziare il controesame dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero e poi quelli delle parti civili. Aggiungo un’altra cosa in conclusione, io vorrei avere tutti gli atti di Enichem che sono stati sottratti nel corso delle indagini, ed anche di Montedison. Quindi se qualcuno ha fatto sparire carte e probatoriamente questo dato è già stato provato, è stata qualche parte, sicuramente non Pubblico Ministero e tanto meno credo le parti civili, quindi che comincino le imprese a tirar fuori tutte le carte che hanno e che è stato provato che sono state sottratte.

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, semplicemente un’ulteriore osservazione, fermo restando l’osservazione del Pubblico Ministero sulla non tempestività della richiesta e sulla non rilevanza ai fini del controesame, perché in fin dei conti il controesame si fa sulla base di quelle che sono le affermazioni fatte dai consulenti, avere la pretesa di dire: c’è una scienza al di fuori e noi chiediamo che il Tribunale acquisisca tutto ciò che questa scienza può portare dentro il processo per poter controesaminare il consulente della parte civile, un consulente del Pubblico Ministero, mi pare che sia una pretesa assolutamente anche infondata da un punto di vista tecnico, perché se c’è questa scienza i loro consulenti la porteranno nel processo e la confronteremo qui davanti a voi nel contraddittorio delle parti, non si vede come questa iniziativa di parte debba essere supplita da una iniziativa d’ufficio del Tribunale e per quale ragione. Ci sono dei documenti pubblici, c’è l’accesso ai documenti pubblici, li ritengono rilevanti, facciano l’accesso, se ne facciano dare copia e li producano, non c’è nessun impedimento da questo punto di vista, non vedo tecnicamente dove sia il problema. Ma dico, tra l’altro poi non si dice neanche questo che ci sono documenti rilevanti di cui si chiede l’acquisizione, si dice: ci sono degli altri documenti che forse potrebbero essere rilevanti se li conoscessimo. Allora vedeteveli, giudicateli e se li ritenete rilevanti produceteli, perché non c’è nessun impedimento da questo punto di vista. Però io credo che vada sottolineata un’altra cosa, qui bisogna fare molta attenzione a non cercare di sovrapporre i livelli di giudizio, perché già in occasione della precedente richiesta che è stata rivolta a noi, io ho colto questo segnale da parte delle difese, cioè di tentare di far fare, di far percorrere al Tribunale una strada che è stata segnata a livello amministrativo, circa l’apprezzamento del fatto, circa la sua connotazione, circa le sue valutazioni in ordine a tutti quelli che sono i requisiti dell’azione amministrativa, l’autorità amministrativa si muove ad un altro livello quando si occupa di queste vicende, perché non si occupa certamente soltanto dell’inquinamento provocato dal Petrolchimico di Porto Marghera, ha un problema laguna, ha un problema Porto Marghera generale, ha azioni di governo del territorio che non sono assolutamente comparabili con l’azione... sindacato sul fatto al fine di stabilire delle responsabilità penali. Quindi la confusione dei livelli è pericolosissima, possono esserci punti di contatto, e li vedremo se ci sono, ma non è che si può pensare di portare il Tribunale a seguire il percorso di un’autorità amministrativa quale che essa sia, perché quel percorso è un percorso che ha una matrice, un’origine e delle caratteristiche che sono proprio giuridicamente difformi da quelle che invece devono essere seguite in questo tipo di valutazione. Tra l’altro, signori del Collegio, questo Collegio ha avuto elementi di conoscenza assolutamente unici, unici, l’analisi che abbiamo fatto sul monitoraggio, sul sistema di monitoraggio di esposizione del CVM, non l’ha fatta nessuno, nessuno degli enti di controllo, gli elementi, poi giudicheremo della bontà delle acquisizioni che abbiamo avuto, però questo tipo di accertamento, questo tipo di analisi, questo tipo di conoscenza del fatto, è esclusivo di questo dibattimento penale, potrete cercare dappertutto, non troverete mai niente di simile a quel tipo di valutazione e come quelle vi sono tanti altri settori d’indagine che sono stati tipici dell’accertamento penale. Allora tentare di by-passare questi problemi attraverso un riferimento, a un’azione amministrativa fatta da questo o da quell’altro ente, per finalità del tutto distinte, io credo che porti degli elementi di gravissima incertezza e contraddizione che non possono certo giovare all’accertamento della verità. Quindi se si tratta di avere delle fonti di conoscenza in più, ben venga, se si tratta invece di fare un’operazione di questo tipo io credo che questa non abbia possibilità di ingresso nel dibattimento penale. Quindi poi, da ultimo, rilevo che non ho capito a quale direttore generale Ministero dell’Ambiente si riferisca l’avvocato Stella che vuole sentirlo come testimone visto che ne abbiamo decine in quel Ministero che si occupano di tante materie.

 

Presidente: va bene.

 

Avvocato Scatturin: noi facciamo opposizione a queste nuove istanze istruttorie dell’avvocato Stella per una semplicissima ragione: non si possono rimettere in discussione atti amministrativi che sono passati nella storia dell’attività amministrativa dell’ente, si potranno condividere questi atti, si potranno criticare, denunciare, ma non si possono rimettere in discussione, non si può ricreare un contraddittorio ed ottenere una nuova decisione su atti che, ripeto, sono passati ormai nella storia dell’attività amministrativa dell’ente, per cui noi facciamo opposizione per questi evidentissimi motivi.

 

Avvocato Stella: io volevo solo precisare, per quanto poco conosca il Codice so benissimo quando è il turno del 507 e queste cose, ricordo però che all’udienza scorsa è stato sentito il dottor Pavanato in qualità di teste, cioè, voglio dire, la mia richiesta era, se vogliamo nel mio intento, era anche nell’interesse dell’accusa, nell’interesse di tutti, nell’interesse del processo, si trattava soltanto di accelerare le cose, perché altrimenti la mia preoccupazione è che il controesame diventi troppo lungo, ed anche disarticolato; quindi il mio intento era che venisse qua e cominciasse a venire il Magistrato delle Acque ad esporre la situazione e dopodiché potevamo andare avanti. Io non ho mai detto, non ho mai pensato che, né detto né pensato che il Pubblico Ministero abbia nascosto alcunché, mi dispiace molto se il Pubblico Ministero ha capito... vuol dire che è colpa mia che mi sono spiegato male, non avrei mai detto una cosa del genere.

 

Pubblico Ministero: brevissimo, solo sulla replica dell’avvocato. Volevo dire, la posizione del dottor Pavanato è del tutto diversa dalle nuove prove che vengono richieste perché il dottor Pavanato era comunque nelle liste, quindi era comunque una prova prevista e cambiata la veste processuale cui è stato sentito, le richieste di oggi sono completamente nuove e quindi valutate nell’ottica nuova.

 

Avvocato Garbisi: è stato fatto un accordo sull’ordine di assunzione delle prove, si è detto che si sentivano i consulenti, allora queste richieste introducono surrettiziamente una modifica all’ordine di assunzione delle prove. Si è detto: si ascoltano, si sentono, si esaminano e controesaminano i consulenti, introdurre delle testimonianze su circostanze che potrebbero essere rilevanti ma che, ovviamente, dovrebbero essere valutate ai sensi dell’articolo 507, perché sono circostanze nuove e del resto non mi risulta siano stati indicati nella lista testi, perché se fossero stati indicati questo dirigente del Ministero dell’Ambiente, il responsabile della Commissione in lista testi, si sentiranno con i testi, quindi francamente non credo si possa neppure per questa via introdurre un’assunzione di prova in una situazione in cui si è, sull’accordo delle parti, stabilito di dare ingresso alle consulenze. Quindi c’è opposizione anche da parte del Comune di Venezia e della Regione Veneto. Quando verranno sentiti vedremo se porteranno il bollettino...

 

Avvocato Padovani: innanzitutto una precisazione, il Pubblico Ministero ha alluso a una sparizione o scomparsa di documenti che si riferirebbe anche a Montedison; ora io debbo dire come difensore del responsabile civile che la circostanza non mi risulta affatto, anzi, mi risulta il contrario, che i pochi archivi superstiti in Montedison relativi alla gestione del Petrolchimico sono stati messi integralmente a disposizione, in essi non credo sia stato rinvenuto nulla di significativo, sparizioni non sono mai state... quindi debbo pensare che si sia trattato di un lapsus...

 

Presidente: adesso abbandoniamo un attimo quello che è l’aspetto polemico.

 

Pubblico Ministero: non era un lapsus, glielo confermo.

 

Presidente: comunque non fa parte di questo processo.

 

Avvocato Padovani: fa parte nel momento in cui il Pubblico Ministero lo dichiara in questo dibattimento.

 

Presidente: cerchiamo di restringere il discorso sulle richieste e sulle opposizioni relative.

 

Avvocato Padovani: a parte questo riferimento che io debbo respingere con assoluta fermezza, sul merito delle richieste rilevo: dal punto di vista processuale mi era parso di capire che questo dibattimento fosse governato da un’interpretazione piuttosto estensiva delle norme del Codice accordandosi un privilegio alla ricerca della verità anche a scapito di una interpretazione rigorosamente letterale delle norme, e questo mi pare fosse un pregio del dibattimento, ora si scopre un rigore, una rigidità che finora non avevo percepito. Ma d’altra parte rilevo come si tratti di un rigore un po’ fuori luogo, perché? Perché per ciò che si riferisce alle richieste di produzioni documentali, preclusioni non ce ne sono, ogni momento è buono, mi pare, se ho letto bene la giurisprudenza della Cassazione, quindi non esistono decadenze, se il professor Stella ha ritenuto di prospettare in questa fase, perché in questa fase l’avrà conosciuta, l’esistenza di certi documenti, ma non mi pare che sia motivo di timore per nessuno, né dal punto di vista procedimentale né dal punto di vista del merito se questi documenti vengono acquisiti, sono documenti certamente non inutili, si riferiscono ad analisi svolte da organi pubblici e il Tribunale ne terrà il conto che vorrà ma non si potrà certo dire che si nuocciono all’accertamento della verità, la impediscono o la ritardano. Per quanto riguarda poi le richieste relative ai testimoni, io non ho un particolare interesse adesivo a queste richieste, però non sono nemmeno contrario, nello spirito di questo accertamento della verità. D’altra parte rilevo che lo strumento dell’articolo 507 è sì precostituito all’esito del dibattimento, ma non esistono nullità se esso viene attivato prima, come normalmente accade in tutti i Tribunali di questa Repubblica, sarebbe il primo caso quello di Venezia in cui si dicesse: fermi tutti, il 507 arriva in fondo, lo scoprirei come elemento direttivo del processo per la prima volta ora. E quindi non mi pare che si realizzi in questo modo una preclusione. Quanto poi alla, direi, all’intensità, ecco, mi sembra questa la parola, dell’opposizione, debbo esprimere un certo stupore perché se è vero, come è certamente vero, che il primo interesse è quello di allargare il campo delle conoscenze, quindi di realizzare nel modo migliore l’acquisizione di dati che consentano di raggiungere la verità, ma non capisco tutto questo levar di scudi contro richieste che sono processualmente ammissibili e certamente utili a questo accertamento. Se poi in questo modo, ed è l’obiezione da ultima formulata, si altera un accordo raggiunto circa l’escussione dei consulenti, l’esame e il controesame, mi pare che non ci si debba scandalizzare posto che la premessa stessa del discorso del professor Stella era che attraverso queste acquisizioni, e queste testimonianze, si finiva con il rendere, io credo che sia per l’appunto così, più proficuo, pertinente e puntuale il controesame. Insomma, la domanda è: si vuole che il processo raggiunga un maggior livello di conoscenza o no? Perché se la risposta è no allora queste istanze devono essere sicuramente disattese. Quindi aderisco all’iniziativa del professor Stella.

 

Presidente: allora io ritengo che qui non ci siano problemi di reclusioni da parte del Tribunale... cioè riteniamo di non modificare quello che è stato il nostro atteggiamento finora, cioè massima apertura rispetto a quelle che possono essere le conoscenze che davvero si rivelino però rilevanti e direi, a questo punto del processo, anche necessitate ai fini dell’accertamento del fatto. Ora, il discorso dell’avvocato Stella è partito, mi pare, da una premessa, l’accusa e le parti private, parti civili, hanno introdotto degli elementi che sono stati acquisiti anche da istituzioni, da enti pubblici, io credo che anche alla difesa non venga negato nel momento in cui introduce i propri consulenti e i propri testi di portare non solo testi che fanno parte di quelle istituzioni, ma anche documentazioni che hanno prodotto quelle istituzioni sui problemi attinenti al processo e che possono essere illustrati, così com’è avvenuto da parte della pubblica accusa e della parte civile, attraverso i consulenti ovvero altresì attraverso anche i testi. Quindi c’è tutto il tempo perché le difese possano introdurre queste ulteriori conoscenze che proverrebbero dagli studi e dagli accertamenti del Magistrato alle Acque, anche per far capire e comprendere al Tribunale la rilevanza di questi studi, perché è stato prospettato che vi sono 11 relazioni, però il Tribunale ancora, 11 più 2, 13, il Tribunale ancora non è in grado di valutarne l’assoluta indispensabilità, ma io credo che la difesa abbia tutto il tempo per poterlo fare attraverso i consulenti che devono introdurre e che potranno fare anche riferimento a questi studi. Dopodiché il Tribunale deciderà se debba essere sentito il Presidente del Magistrato alle Acque o comunque il Presidente della Commissione regionale dell’ambiente o il funzionario che è stato delegato a questi compiti, ma è una valutazione che il Tribunale si riversa di fare proprio all’esito delle consulenze e delle testimonianze che sono state già introdotte, con la possibilità, peraltro, da parte delle difese, già di introdurre delle valutazioni, o comunque delle illustrazioni, dei lavori del Magistrato alle Acque che appaiono di così grande rilevanza per la difesa. Relazioni che il Tribunale sin da ora, peraltro, non ha nessuna preclusione ad acquisire, tutte, completamente. Quindi direi che ci possiamo muovere su questo terreno. Benissimo, grazie. Quindi resta fermo l’ordine intanto di audizione e di escussione, audizione dei consulenti, escussione dei testi, si autorizza la produzione e il Tribunale acquisisce quindi le relazioni del Magistrato alle Acque, si riserva di eventualmente, ai sensi dell’articolo 507, se ne ravvisa la necessità, di sentire in qualità di testi il Presidente del Magistrato alle Acque e il Presidente della Commissione regionale all’ambiente.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTI

DR. MARA LUIGI -  CARRARA ROBERTO

 

Presidente: stava proseguendo, se non sbaglio, il consulente di parte civile Medicina Democratica dottor Mara. Se vuole un attimo riprendere il discorso molto brevemente per riportarci al punto.

MARA - Diciamo che nel completare il discorso circa la problematica delle emissioni del mercurio dalle filiere di cui abbiamo esposto all’udienza precedente, in particolare il cloro-soda e l’utilizzo dei sali di mercurio come catalizzatore cloruro mercurico sotto altra forma nel caso dell’acetaldeide, vorrei fare un breve richiamo sulle emissioni, su uno schema che, su un aspetto... ecco, volevo richiamare questo schema per dare una informazione, e cioè in un impianto gestito negli anni ‘80, all’inizio degli anni ‘80, così si trova in letteratura o nei seminari in campo ecologico di questo processo, se noi andiamo a ponderare tutte le emissioni di mercurio, cioè la contaminazione della soda, dell’acqua, del cloro, l’aria di ventilazione delle celle etc., noi troviamo che praticamente abbiamo uno, diciamo, come emissione globale di questi flussi, le perdite dall’impianto, pur gestito bene - avevamo proiettato una sala celle l’altra volta per dare un’idea delle migliaia di giunzioni, tubi etc. - sono grosso modo 30, quindi il rapporto grosso modo è 1 a 30, questo per dire l’importanza delle manutenzioni, della gestione di queste cose qua. Adesso, se per favore mi dà la 1.16, l’altra volta avevamo visto, prendendo come fonte i dati delle emissioni nelle acque del mercurio, la fonte era 1978, Comune di Venezia, che noi avevamo una emissione all’anno di 2.265,9 chilogrammi complessivamente nelle acque, la volta precedente io avevo citato un’altra fonte, che appunto è questa relazione tecnica del ‘77, ovviamente questa relazione tecnica valuta i consumi di mercurio al petrolchimico Porto Marghera complessivamente, non solo il mercurio che va nelle acque, ma quello che va in tutti i comparti dell’ambiente, quindi sia sotto forma di fanghi, di cui abbiamo parlato l’altra volta, sia come aeriformi, abbiamo 10.183 chilogrammi di mercurio. Nello specifico, nella relazione, venivano proprio citati due dati, diciamo così, di consumo di mercurio giornaliero, un primo dato era 13,4 chilogrammi di consumo di mercurio giornaliero che porta ad un valore annuo di 4.800 e rotte, diciamo 2,1 volte rispetto a quello della fonte Comune di Venezia, e l’altro che era 27,9 chilogrammi, che era, diciamo così, il consuntivo, andando a vedere tutto ciò che era stato reintegrato nel ciclo verificando tutto e non solo alcune fasi del processo, che porta, appunto, i 10.183 chilogrammi/anno di mercurio in tutti i comparti del, stiamo parlando solo del CS23/25. Adesso se per gentilezza mi dà la tabella 1.6. Ecco, la tabella 1.6, io ho avuto modo, e comunque è una posizione condivisa da tutti e 4 questi consulenti, ho avuto modo di dire che le celle a mercurio non si potevano non installare, non dovevano essere installate presso il Petrolchimico in quanto ci troviamo, al di là di ogni altra considerazione, in un ecosistema fragile ed unico quale quello della laguna di Venezia. Abbiamo sentito in quest’aula, io non ne ho accennato l’altra volta, ma ne ha parlato il consulente del Pubblico Ministero ingegner Rabitti, ne hanno parlati altri, comunque è un fatto noto a livello mondiale, della cosiddetta malattia di Minamata, cioè di questo inquinamento all’inizio degli anni ‘50 che è avvenuto in Giappone nella baia di Minamata, scaricava un impianto di acetaldeide con catalizzatore cloruro mercurico, come quello che si utilizzava qui a Marghera al CV1 e al CV10, e i pescatori che si cibavano di questo pesce praticamente ci furono centinaia di morti, per sintetizzare, migliaia di invalidi, purtroppo le cose si fanno sentire anche nei nostri giorni, la ditta che scaricava era la giapponese (Chisso), e dopo quegli eventi, all’inizio, io ho trovato questi dati per poterli mettere insieme, tra il ‘72 e il ‘75 a livello internazionale avviene questa grande modificazione, praticamente nel ‘72 in Giappone - per restare al Giappone - avevamo 4% di impianti, fatto 100 la totalità della capacità installata con celle a diaframma, nel ‘75 abbiamo il 50% dell’uno e il 50% dell’altro, se si vede la nota sotto, che però lì, sì, giusto, ‘77, arriviamo al 65% di diaframma e 35 di mercurio e poi le cose sono ulteriormente andate avanti in questa linea, non solo, ma a livello internazionale sono subentrate le celle a membrana che sono ancor più favorevoli, sia dal punto di vista dell’ottenimento del prodotto, perché si ottiene un prodotto con un titolo significativo del 30-35% di soda caustica, non inquinato da cloruro mercurico etc. etc., anche se utilizzare le celle a membrana rispetto a quelle a diaframma prevede un trattamento integrativo di depurazione della salamoia perché bisogna passare su resine di scambio ioni per eliminare contaminanti, sali di magnesio, di calcio, alluminio etc.. Possiamo andare avanti un attimo. Volevo segnalare, per chiudere temporaneamente questo problema mercurio, sul fatto che mercurio e suoi composti, oltre a presentare una notoria tossicità del sistema nervoso centrale, dei reni etc., presenta anche dei problemi di genotossicità, cioè il mercurio, sia il mercurio metallico, sia i suoi sali inorganici, sia il metilmercurio, un inciso, il mercurio quando viene scaricato nelle acque attraverso dei processi di biotrasformazione praticamente lo troviamo nelle acque come sotto forma di metilmercurio per oltre il 90%, ed è appunto sotto questa forma che viene assunto lungo la catena alimentare a partire dai pesci etc.. Ecco, dicevo che un punto sulla cancerogenesi e sulla genotossicità del mercurio e dei suoi composti lo ha fatto il dottor Paolo Boffetta che è stato ascoltato anche in questa aula e che è appunto dell’unità di epidemiologia dell’agenzia IARC di Lione e lo ha fatto con due articoli nel ‘93, in particolare - per non togliere molto tempo, ma faccio degli accenni abbastanza puntuali - per il metilmercurio e i suoi composti si può parlare di possibile cancerogenicità per gli umani in quanto la sostanza si è dimostrata cancerogena nei topi maschi, tumori renali, il cloruro di mercurio invece ha dimostrato attività cancerogena nei ratti maschi ma una evidenza non chiara di cancerogenicità nelle femmine e nei topi maschi. Per il mercurio metallico e i suoi composti inorganici sono da considerare inadeguati gli studi sperimentali negli animali e gli studi epidemiologici su lavoratori esposti sia a basse che ad alte dosi, comunque i pochi dati epidemiologici disponibili indicano eventualmente fra gli organi bersaglio: polmone, rene, sistema nervoso centrale. E’ stata documentata la genotossicità del mercurio inorganico, è molto più elevata, anche di 10 volte, quella del metilmercurio. Per quanto riguarda la cancerogenicità è stata segnalata per il metilmercurio in piccoli studi mentre non è stata studiata negli studi di soggetti esposti ad alimenti trattati con fungicidi a base di metilmercurio. Qui noi abbiamo, diciamo così, negli anni ‘70 per esempio, in Iraq è successa praticamente una strage, cioè migliaia di persone morte perché, diciamo così, erano stati sversati nelle acque questi fungicidi o perché erano stati trattati dei cereali che poi sono stati utilizzati per l’alimentazione, si parla addirittura di mezzo milione di invalidi e diverse migliaia di persone morte. Si è invece dimostrato un eccesso di tumori polmonari tra i minatori delle miniere di mercurio rispetto ad altri minatori considerando sia i casi con e senza silicosi. Lo stesso rischio è stato documentato per i cappellai, e questa, diciamo, è una cosa antica che ha evidenziato anche Ramazzini nel ‘700. Per quanto riguarda il tumore del rene si è rilevato un rischio leggermente superiore in dentisti e in addetti alle produzioni di armi nucleari, il che non consente di escludere una cancerogenicità anche per quest’organo del mercurio inorganico. Infine per il tumore del sistema nervoso centrale si hanno evidenze contraddittorie da studi su dentisti, infermieri di studi dentistici, addetti alla produzione di armi nucleari. In conclusione su questi due, metilmercurio, mercurio metallico e suoi composti inorganici, si può dire, ferma la tossicità nota, mentre per il metilmercurio e i suoi composti la cancerogenicità è fortemente sospetta, per il mercurio metallico e composti inorganici la cancerogenicità è stata finora poco studiata sia a livello sperimentale sia a livello epidemiologico con sospetti di coinvolgimenti di organi quale: rene, polmone e sistema nervoso centrale, mentre per quanto riguarda, come già detto, la genotossicità è dimostrata sia per il mercurio metallico che per il metilmercurio. Adesso affrontiamo il problema delle emissioni delle polveri di polivinilcloruro e del cloruro di vinile monomero dagli impianti CV6, CV14/16, CV24/25 a partire dal rapporto Tecneco, ci dovrebbe essere una tabella, mi pare che è la 1.9. C’è una tabella generale, poi dopo si possono apprezzare meglio gli istogrammi, noi abbiamo considerato in questa tabella sia gli anni di attività di questi impianti al 1978, cioè al 1978 noi abbiamo fatto uno step perché dopo il ‘78 assumiamo generalmente che funzionino le colonne di stripping sugli impianti e quindi è chiaro che non si può fare una proiezione tra i dati del rapporto Tecneco che è del maggio ‘74 ad un’introduzione, diciamo così, di colonne di stripping. Che non significa ovviamente che poi non c’è inquinamento, ma che evidentemente le colonne di stripping, non abbiamo dati per poter valutare di quanto hanno tolto, decrementato queste emissioni, specifico subito che queste emissioni sono non tutte le emissioni, sia per le polveri che per il CVM scaricato all’atmosfera, degli impianti lì indicati, CV6, 14/16, 24/25, ma solo dei punti di emissioni dove nel rapporto Tecneco era disponibile la portata e la concentrazione del contaminante, per cui ci sono molti altri punti di emissione, stiamo parlando di emissione in atmosfera, che non abbiamo potuto computare e quindi questi sono, diciamo così, è una specie di trend che è più qualitativo che quantitativo da questo punto di vista e che comunque ci sembra interessante illustrare. Vediamo, abbiamo gli anni, dicevo, gli anni totali di funzionamento dell’impianto, nel caso del CV6 sono 34, nel ‘78 sono 23 e così via gli altri impianti. Sulle successive colonne abbiamo le polveri di PVC chilogrammi/anno e i chilogrammi totali al 1978, abbiamo quindi 319.000 chilogrammi/anno nel caso del CV6 e abbiamo poi 7.349.827 chilogrammi per 23 anni di funzionamento, fino al 1978 e per soli quei punti di emissione di cui dicevo. Poi abbiamo il CVM e con discorso analogo; io direi di andare a vedere la prima figura, che dovrebbe essere la 1.20. Ecco, dicevo che i punti di emissione, noi qui possiamo vedere per esempio per il CV6 sono solo i punti 6, 15, 16, 17, e così via per gli altri impianti dove sono indicati, qui stiamo parlando delle polveri. Anticipo già, per esempio, che l’impianto CV24/25, che è quello tuttora in attività, quando noi andremo a vedere le emissioni di cloruro vinile monomero abbiamo solo il punto 8, perché il 10 e l’11 in quel caso là non ci hanno dato le emissioni o la portata o le concentrazioni, quindi se torniamo al nostro grafico vediamo sostanzialmente, ecco queste sono le emissioni in un anno, cioè in un anno di funzionamento, dal momento della messa in marcia di questi impianti al 1978, in tutto questo arco di tempo, sulla base della fonte aziendale rapporto Tecneco, e solo per quei punti indicati, diciamo, in legenda di questa figura, noi arriviamo ad un totale di 1.200.000 chilogrammi/anno di polveri emesse all’atmosfera per questi tre reparti. Andiamo alla successiva. La successiva è il cloruro di vinile monomero, il discorso per quanto riguarda il periodo è lo stesso, gli impianti sono quelli, quindi sono i 23 anni, per farmi capire, di funzionamento al ‘78 dell’impianto CV6, e gli 8 anni del CV24/25, e noi vediamo che anche per il cloruro di vinile monomero arriviamo a oltre 2.600.000 chili/anno di monomero emessi nell’atmosfera solo, ripeto, da quei punti, che possiamo leggere sotto, e infatti si può vedere che per il CV24/25 è solo l’emissione del punto 8 e noi vediamo che solo il punto 8 emette all’incirca poco meno di 1.400.000 chilogrammi/anno di cloruro vinile monomero e si tratta di una fonte aziendale in quanto il rapporto Tecneco è stato commissionato dalla Montedison per le emissioni sia del Petrolchimico che della Montefibre. Se vediamo la successiva, la successiva è la figura, concerne le emissioni all’atmosfera delle polveri di PVC per il rispettivo periodo di attività, cioè nella tabella 1.9 abbiamo visto che si andava dai 23 anni del CV6 agli 8 anni del CV24/25 facendo lo step nel dicembre 1978. Se per cortesia si evidenzia, noi vediamo che le polveri emesse per i rispettivi periodi di attività al 1978 sono oltre 16 milioni di chilogrammi in questo periodo, e ripeto, per i soli punti di emissione indicati nella legenda della figura. Se andiamo a vedere la prossima, la prossima praticamente il ragionamento è analogo e, diciamo così, si tratta del cloruro di vinile monomero. Vediamo che per il cloruro vinile monomero complessivamente abbiamo circa 40 milioni di chilogrammi, la sommatoria dei periodi di funzionamento, di questi tre reparti fermandoci al 1978. Noi sappiamo, ce lo ha ricordato qui il consulente del Pubblico Ministero ingegner Rabitti, che anche dopo il ‘78 e tuttora ci sono emissioni di CVM ma molto corpose, di centinaia di tonnellate anno, se la memoria non mi inganna l’ingegner Rabitti ricordava che, per esempio, un certo decremento che si ebbe dopo il 1990 era dovuto per una quantità di circa 100 tonnellate all’anno di monomero in atmosfera emesse dal reparto CV6 che era stato fermato come produzione nel 1990. Voglio anche ricordare un aspetto, perché poi lo affronteremo anche più avanti, sul fatto, diciamo così, che questo rapporto Tecneco, nonostante che evidenzi emissioni enormi, massive di queste sostanze cancerogene, sottostima di molto le emissioni reali, e faccio l’esempio del reparto CV14 e CV16, richiamo la deposizione del teste Corò Dino che ci ricordava nella primavera di quest’anno, durante il corso della sua deposizione come teste, ed era il capo reparto di questi impianti, ci ricordava che si produceva presso questo impianto circa 300, 340 tonnellate al giorno di polimero, nel senso che in questo reparto si faceva la polimerizzazione del CVM, e che perdeva quotidianamente nell’ambiente almeno 15 tonnellate al giorno di CVM, e questo è un dato che questi consulenti hanno nuovamente riverificato sul campo parlando direttamente ed è un dato che potete tutti apprezzare estremamente superiore ai dati, diciamo così, che dà il rapporto Tecneco, perché se noi torniamo, per piacere, alla seconda, all’emissione annua di CVM, che è questa, noi vediamo che qui abbiamo come emissione annua, abbiamo poco più di 400.000 chili/anno di CVM dall’impianto CV14 e CV16, se però noi facciamo 15 tonnellate al giorno per 365 giorni o per 330 giorni, troviamo dei valori enormemente maggiori e questo tengo a segnalarlo perché nonostante queste emissioni siano così rilevanti, sottostimano purtroppo grandemente la realtà e quindi la esposizione per gli addetti, l’impatto ambientale di questi impianti durante il loro funzionamento. Se per favore andiamo avanti e dovremmo avere adesso la 1.24. Ecco, la 1.24 concerne il particolato di piombo emesso all’atmosfera dai soli punti 8, 9 e 11 dal reparto CV15 rispettivamente per un anno e per i 30 anni di attività del reparto. Ci si può chiedere: perché in questo caso non ci siamo fermati al 1978? Non ci siamo fermati al 1978 perché questo reparto - come il successivo che vedremo, il CV5 - è un reparto che era un disastro fino al momento della sua chiusura e lo abbiamo, qui richiamo, diciamo così, il capitolo 8 della nostra relazione tecnica depositata l’8 novembre del ‘99, per semplicità, dove abbiamo una tabella che mette in evidenza a partire dalle analisi effettuate dall’azienda, come i MAC, o i TLV che dir si voglia, erano superati di centinaia di migliaia di volte non solo per il piombo ma anche per le polveri etc.. Quindi riteniamo che questa emissione di piombo, valutata su tutto il periodo dell’attività dell’impianto, sia un’emissione ancora sottostimata, sia per le ragioni che dicevo prima che tratta, come fonte è il rapporto Tecneco che già sottostima i dati di emissione, ma perché è limitata a quei 3 punti, si può leggere sotto, a quei tre punti che sono il numero 8, il numero 9 e il numero 11; quindi qui siamo, diciamo così, al 1990-‘91, se la memoria non mi tradisce, come emissioni di piombo. Se gentilmente andiamo alla successiva, la successiva concerne il reparto CV5, il CV5 e il CV15 erano i reparti, diciamo così, lo dico ad alta voce come memoria per chi sta parlando, erano i reparti nel quale si effettuavano le formulazioni dei diversi PVC, sia quelli elastici, rigidi, tutta la varia gamma con i vari additivi, quindi si utilizzavano plastificanti. Noi siamo riusciti ad avere i dati di emissione solo dal punto numero 13 del reparto CV5, per tutto il periodo di funzionamento e qui abbiamo i dati per solo questo punto di emissione, i chilogrammi in un anno e i chilogrammi per il periodo di funzionamento di questo reparto che sono oltre 51.000 chilogrammi emessi dal solo punto di emissione 13 dal reparto CV5. Anche in questo reparto non abbiano, diciamo, tagliato i dati, non abbiamo fatto lo step al 1978 perché come il CV15 era un reparto veramente ad altissima esposizione, ad altissima emissione, basti pensare che lo stesso rapporto Tecneco nel descrivere questi reparti parla di polvere persistente dappertutto, cioè cose veramente pesanti che poi descriveremo in dettaglio nella relazione dopo il controesame che consegneremo al Collegio. Possiamo andare avanti per favore con il... ecco; qui richiamiamo, diciamo così, il processo, brevemente ovviamente, non entro nei dettagli, richiamiamo brevemente il processo di produzione del cloruro di vinile via acetilene perché si utilizza il cloruro mercurico come catalizzatore e perché, diciamo, c’è un confronto fra le tecnologie che noi a suo tempo abbiamo evidenziato nella relazione quando abbiamo parlato di impiantistica, adesso andremo a quantificare cosa significa in termini di impatto ambientale, cioè in termini di una resa inferiore di processo, cioè vuol dire si alimentano le materie prime, invece di ottenere 97 e qualcosa chili per 100 chili di materie prime complessive, se ne ottiene invece solo 93, si ottengono prodotti indesiderati che adesso andiamo a vedere. Andiamo avanti per favore. Ecco, se si arriva alla prossima, qui così è interessante... noi avevamo esaminato a suo tempo tra la tecnologia adottata presso il Petrolchimico e la tecnologia disponibile al momento in cui questi impianti furono installati, avevamo detto che si trattava una tecnologia in origine obsoleta, che si trattava di impianti concepiti e gestiti a ciclo aperto, e cioè per sversare direttamente nell’ambiente di lavoro e nell’ambiente esterno tutte le emissioni inquinanti, quindi senza nessun trattamento, faccio solo un richiamo, avevamo anche evidenziato che questo impianto, per restare a questo impianto, era stato installato con una potenzialità di, mi pare, circa 26.000 tonnellate l’anno, e in pochi anni era stato portato a una, con un incremento modulare, cioè aumentando i convertitori, i reattori di conversione in alcune parti dell’impianto, era stato incrementato fino a 100.000 tonnellate e avevamo anche sottolineato che nello stesso rapporto Tecneco si evidenziava che tutti gli investimenti per gli aumenti produttivi erano stati, diciamo, mantenuti secondo una certa scadenza che si era data l’azienda, ma viceversa nulla era stato fatto per l’abbattimento, diciamo così, delle emissioni all’atmosfera in quel caso che il rapporto Tecneco si riferisce alle emissioni all’atmosfera. Va da sé che con 25.000 tonnellate se io vado a 100.000 e nulla faccio a parità di resa del processo aumenta enormemente le emissioni in tutti i comparti dell’ambiente, quindi nell’aria, nelle acque, nel suolo e nel sottosuolo come potremmo vedere. Avevamo anche visto che con 100.000 tonnellate che si erano raggiunte nel 1970 come produzione su questo impianto, c’era un consumo di catalizzatore stimato da noi in un chilogrammo per tonnellata di CVM prodotta, che significa 100.000 tonnellate di CVM prodotte all’anno, 100.000 chili di catalizzatore a base di cloruro mercurico supportato su matrice di carbone o di altro tipo. Un altro aspetto importante - e dovremmo andare alla tabella successiva - avevamo anche evidenziato che, diciamo così, la conversione dell’acetilene... rispetto all’acetilene era abbastanza similare sia con il processo convenzionale, che era quello installato presso il Petrolchimico, e quindi a ciclo aperto, che il processo a tecnologia migliore disponibile all’epoca. Però la selettività, cioè la resa in prodotto desiderato che in questo caso era il CVM, nell’un caso era il 99%, nell’altro caso, nel processo convenzionale, era il 96,40, e quindi noi abbiamo 2,6% di delta come selettività, questo 2,6% di delta come selettività su 100.000 tonnellate di CVM significano ogni anno 2.600 tonnellate di prodotti organoclorurati indesiderati, cioè che poi debbono essere smaltiti. Avevamo poi anche visto, vedendo i costi, che se si, diciamo così, se si fosse adottato il processo a miglior tecnologia, se non vado errato, l’incremento era di un circa 6% di costi e questo per dire che abbiamo avuto dal 1957, anno in cui è stato installato questo impianto, al 1985, anno di chiusura assieme all’impianto CV11 che praticamente era un unico impiantistico, però il CV11 produceva CVM a partire dal dicloroetano e dal suo cracking, quindi per tutti questi anni noi abbiamo avuto, almeno da quando la produzione è stata portata a 100.000 tonnellate, cioè dal 1970, 2.600 tonnellate/anno di prodotti organoclorurati indesiderati portati a smaltimento di cui poi farò richiamo e di cui invece parlerà poi estesamente il collega ingegner Carrara. Per gli anni prima del ‘70 basta ponderare la potenzialità installata e invece di 2.600 tonnellate chiaramente con 25.000 tonnellate all’inizio saremmo ad un quarto delle 2.600 tonnellate e così via crescendo dal 1957 al 1970. Possiamo andare adesso, prima di affrontare il problema del dicloroetano, c’è una tabella che è la tabella che evidenzia in rosso dove si trova il mercurio, i fanghi etc.. La volta scorsa, diciamo così, concludendo frettolosamente avevo detto che poi, a proposito dei fanghi contenenti mercurio, poi questi fanghi venivano portati presso destinazione ignota. Con questa tabella cerchiamo di dare un nome alla tumulazione di questi fanghi. Faccio solo un accenno per chi ha il compito di redigere il verbale anche, oltre per chi ci ascolta, questa è una tabella che poi verrà illustrata con tutte le sue implicazioni, impatti ambientali etc. dall’ingegner Carrara ma che io utilizzo per far vedere le matrici o contenenti mercurio o composti di mercurio o catalizzatori, sono state tumulate e idem dicasi per le sostanze organoclorurate di cui ho già fatto cenno parlando ultimamente per l’impianto CV10 e per le quali farò cenno poi parlando anche per l’impianto di dicloroetano. Allora abbiamo indicato in questa tabella per comodità in rosso, diciamo, tutti i residui contenenti mercurio, in blu le sostanze organiche clorurate e in verde i catalizzatori esausti. La fonte di questa tabella è un consulente tecnico del Pubblico Ministero e cioè l’ispettore del Corpo Forestale dello Stato Alberto Spoladori. Quindi noi vediamo che le sostanze organiche clorurate le troviamo nei canali industriali nord, ovest, sud, canale Malamocco Marghera; andando avanti troviamo nel canale Lusore Brentelle: mercurio, idrocarburi clorurati e mercurio sotto forma di fanghi; nel Petrolchimico Enichem alle isole 31, 32, area Catagna-Eliporto Gardini 35, troviamo, per limitarmi a queste tre matrici inquinanti, le peci, i solventi clorurati, i PCB, per quanto riguarda gli organoclorurati, e il mercurio. Andiamo avanti, le isole 45 e 48 dell’Enichem, troviamo i solventi clorurati, poi qui così incontriamo molte volte metalli pesanti o metalli che io ho illustrato nell’udienza precedente ma che non sto a richiamare per non diventare troppo dispersivo, lo faremo nella relazione che depositeremo. Per quanto riguarda ancora i solventi clorurati e i PCB abbiamo al Petrolchimico le isole 59, 60, 61, su cui è stato realizzato l’impianto TD12; poi le isole, l’Enichem, discarica Enichem Agricola Augusta, non abbiamo queste tre famiglie, andiamo avanti, alla discarica Montefibre abbiamo le peci, e abbiamo mercurio. Qui abbiamo discarica Solon, abbiamo residui mercuriosi, abbiamo catalizzatori esausti nei quali ci possono essere altri catalizzatori ma ci possono essere anche i catalizzatori utilizzati presso il Petrolchimico sia per produrre cloruro di vinile monomero che per produrre acetaldeide, come ricordato la volta scorsa, che si produceva presso l’impianto AC4 dal 1953 ai primi anni ‘70, quando l’impianto è stato trasferito a Priolo ma non più con il processo via acetilene ma con il processo via etilene che quindi non utilizza catalizzatore al mercurio, e quindi abbiamo mercurio anche in questa discarica. Qui alla discarica San Giuliano a Mestre, di cui dirà diffusamente l’ingegner Carrara, abbiamo catalizzatori esausti, quindi sotto questa voce generale ci possono essere anche catalizzatori a base di mercurio. Alla discarica Pili, Mestre, abbiamo ancora catalizzatori esausti. Alla discarica di viale Bottenigo a Marghera abbiamo ancora catalizzatori esausti. Alla località Moranzani abbiamo le peci; qui, diciamo così, non si tratta di, come dire, di quantità contenute, perché solo dal ciclo del TD5, del toluendisocianato, se la memoria mi sorregge, ma poi posso verificare il dato, mi pare che si parli di 9.000 tonnellate all’anno che sono state pubblicate nel 1978 dal Comune di Venezia, quindi si tratta di enormi matrici fortemente inquinanti che sono state portate presso questa discarica Moranzani di Marghera. Andiamo avanti. Sempre a Malcontenta, viale della Chimica Ecormed, abbiamo i PCB, che come è noto sono dei composti estremamente tossici clorurati. Alla discarica Campo Sportivo Villaggio San Marco Mestre, abbiamo ancora mercurio, qui abbiamo in modo chiaro il rame, lo zinco, di cui ho esposto la volta precedente; alla discarica Rotonda San Giuliano di Mestre abbiamo ancora mercurio, per restare a questo contaminante, ma anche qui abbiamo rame, zinco ed altri metalli. Alla discarica viale San Marco, via Romanin Mestre, abbiamo ancora mercurio e abbiamo rame e zinco che ci accompagnano. Alla discarica Quartiere San Giuseppe Mestre abbiamo mercurio; poi abbiamo a Dogaletto, Mira, residui organici clorurati. Andiamo avanti, alla discarica Marano o al sito Marano via Taglio a Mira abbiamo fanghi mercuriali, questa, come dire, è come un marchio di fabbrica, questi fanghi mercuriali arrivano sicuramente dall’impianto CV10 che utilizzava questi, che utilizzava, diciamo così, dall’impianto CS23/25 che produceva questi fanghi mercuriali di cui la volta precedente ho illustrato quel documento Enimont e le quantità di fanghi mercuriali, oltre 2000, 2.300 mi pare tonnellate all’anno, prodotte da questo impianto per tutto il periodo, nel senso, tuttora, nel senso che eravamo nel 1988, l’impianto di demercurizzazione è stato collaudato nel 1982, al dicembre dell’82, come ci ha ricordato il consulente tecnico del Pubblico Ministero ingegner Rabitti, e quindi è una fonte insospettabile, è l’azienda, è l’Enimont che fa queste dichiarazioni, nel 1988 e che si era impegnata sottoscrivendo con il Ministero dell’Ambiente una lettera d’intenti per la sostituzione delle cellule a catodo di mercurio con le celle a membrana, sostituzione che, com’è noto, non è avvenuta, infatti tuttora sono in atto e si produce con cellule a catodo di mercurio. A Lughetto via Marzabotto Campagna Lupia ci sono fusti con peci e quindi sappiamo che queste peci arrivano da processi di distillazione, soprattutto di composti organoclorurati, poi li esamineremo anche. Poi se non c’è altro... Adesso, per cortesia, possiamo andare al ciclo, richiamare il ciclo del dicloroetano. Nella, diciamo così, nella nostra, sia nelle nostre audizioni del giugno dello scorso anno, sia nel controesame del settembre dello scorso anno, sia nella nostra relazione, la tecnologia per produrre dicloroetano attraverso ossiclorurazione utilizzando l’ossigeno puro invece dell’ossigeno contenuto nell’aria, è stato oggetto di ampio dibattito, anche nelle relazioni dei consulenti della difesa, in particolare del professor Pasquon e del professor Foraboschi ma anche del professor Zanelli, se non vado errato. Sostanzialmente noi abbiamo illustrato nel corso delle audizioni del ‘99 che questa produzione doveva essere attuata con la tecnologia ad ossigeno che era disponibile dagli anni ‘70 ma che non fu adottata e non è tuttora adottata presso il Petrolchimico, e questo fatto, questa scelta di mantenere una tecnologia obsoleta ha un impatto ambientale che vediamo subito. Ha un impatto ambientale che vediamo subito andando alla tabella successiva. A questa tabella successiva praticamente ci sono il vent, cioè l’emissione all’atmosfera in chilogrammi/ora per una certa capacità produttiva di dicloroetano e lì nella prima colonna a sinistra noi abbiamo i vari contaminanti. Complessivamente, fatto cento il volume di questi contaminanti, se si adotta la tecnologia ad ossigeno noi possiamo ridurre di oltre, di avvicinarci anche al 95%, di eliminare queste emissioni per circa il 95%. Ci fu risposto dai consulenti della difesa che sì, è vero che si riduce il vent, che si riducono le emissioni di questa entità, ma che c’erano due controindicazioni; la prima controindicazione, diciamo, era una controindicazione che poi noi abbiamo documentato essere totalmente infondata e cioè che si sostenne, da parte del professor Pasquon, che c’erano solo due impianti al mondo negli Stati Uniti negli anni ‘90 che utilizzavano questa tecnologia. Noi abbiamo documentato nella relazione che a metà degli anni ‘70 questa tecnologia era utilizzata da compagnie come la Monsanto, la (Chelogo) o altre compagnie giapponesi e che non solo questa tecnologia era utilizzata negli Stati Uniti, in Giappone e in altri Paesi, ma che addirittura era già stata realizzata presso il Petrolchimico di Ravenna e era in corso di realizzazione presso il Petrolchimico di Porto Torres, mentre a Porto Marghera ciò non era ancora avvenuto e non è tutt’oggi avvenuto. Di più, il professor Foraboschi anch’egli affermando: sì, è vero che si può utilizzare questa tecnologia, ci ha ricordato che lui l’ha utilizzata in un impianto di depurazione delle acque a Bologna etc. etc., però a nostro modesto parere muovendo un po’ dall’emozione di quanto era avvenuto nella camera iperbarica ai Galeazzi di Milano ha cercato di evidenziare che utilizzare l’ossigeno praticamente era una tecnologia estremamente pericolosa e non c’erano le condizioni tecniche per utilizzare l’ossigeno su questi impianti. Si tratta di un’affermazione anche questa quanto meno infondata, perché è da oltre un secolo che (l’Ind) ha progettato gli impianti per produrre aria liquida frazionata da tutti i suoi componenti e l’ossigeno liquido viene utilizzato in tutti i petrolchimici, avevamo fatto l’esempio di Castellanza, ma qui è il caso di dire che ci sono impianti a Porto Marghera da 50 anni attualmente gestiti dalla società Crio, alcuni realizzati addirittura dalla società Sicedison, altre realizzati dalla società Montedison. C’è poi una terza osservazione che è stata fatta a questi consulenti tecnici, ed almeno per quanto riguarda questi consulenti tecnici è un’osservazione che ci ha anche ferito dentro, e sintetizzo, non voglio assolutamente far polemica, ma è quanto ha affermato il professor Zanelli, basta andare a leggere nei verbali. Cioè il professor Zanelli ha fatto un’osservazione di questo genere, anche lui ha detto che è possibile ridurre il 95% etc. etc. con ossigeno, però dice: se si sceglie di utilizzare questa tecnologia, questa tecnica, si sceglie l’ambiente, si privilegia l’ambiente a scapito della sicurezza, se invece noi privilegiamo la sicurezza allora dobbiamo andare avanti con l’aria, ha fatto un’equazione che secondo noi non regge assolutamente. Primo perché è pacifico, e lo ribadiamo, se ci fossero degli equivoci da parte di questi consulenti, che quando si parla di utilizzare una tecnologia si parla di una tecnologia provata sul campo da decenni, in questo caso da molti decenni, di utilizzare tutte le norme di buona tecnica, di utilizzare tutte le norme di sicurezza, di applicare nella gestione degli impianti tutti gli interventi di manutenzione preventiva, conservativa, straordinaria quando è il caso etc., per cui quest’ultima osservazione la mandiamo, se ci è consentito, al mittente, al professor Zanelli. Ma arrivando al cuore dell’impatto ambientale - se andiamo avanti un attimo - qui c’era praticamente uno schema semplificato del processo di ossiclorurazione con aria e con ossigeno, a sinistra abbiamo lo schema con aria, a destra abbiamo lo schema con ossigeno. Anche in questo caso noi abbiamo, se noi andiamo a vedere la resa, diciamo così, noi troviamo che nel processo ad ossigeno è più selettivo e abbiamo una produzione inferiore rispetto all’analogo processo con aria a parità di capacità installata, di 3,6%, quindi abbiamo una produzione di 3,6%, facendo il delta tra i due valori, perché in un caso troviamo 99%, nell’altro caso troviamo 3,6 in meno come resa, e quindi se per ogni 100.000 tonnellate di dicloroetano prodotto per ossiclorurazione, ogni anno noi abbiamo avuto 3.600 tonnellate di prodotti organoclorurati, ivi comprese le peci, di cui abbiamo prima fatto un breve excursus nella tabella precedente, e quindi si tratta di un impatto ambientale notevole, non è solo un problema di emissioni all’atmosfera, ma è anche un problema di produzione di scorie, di residui estremamente inquinanti, appunto, altobollenti, organoclorurati e peci. Adesso affronterò, diciamo così, alcune operazioni discontinue ma particolarmente inquinanti e prenderò ad esempio, diciamo così, alcuni reparti, in particolare il reparto CV14 e CV16. Per quanto riguarda il reparto CV14 e CV16, in questo reparto erano installati due gasometri, uno da 150 metri cubi di volume utile, e l’altro da 550 metri cubi di volume utile, praticamente noi ci troviamo in presenza di una grossa vasca con sopra una campana che si muove in senso verticale all’interno della vasca, quando la campana è abbassata e cioè quando il CVM è assente nel gasometro noi abbiamo un battente di acqua, questo battente di acqua corrisponde al volume utile del gas, quindi se il gasometro è di 150 metri cubi avremmo un battente di circa 150 metri cubi d’acqua, se il gasometro è da 500 metri cubi avremo un battente da 500 metri cubi. Naturalmente quando si degasa e quindi si invia CVM di recupero dalle autoclavi o da altre apparecchiature al gasometro, c’è la superficie dell’acqua che fa da battente all’interno del gasometro come se fosse una grossa guardia idraulica, tanto per farmi capire, che è a contatto con il gas, quindi è chiaro che essendo solubile il CVM nell’acqua per una certa concentrazione, nella fattispecie a 25 gradi centigradi il CVM è solubile per lo 0,11%, che quindi vuol 1.100 parti per milione di CVM che si sciolgono nell’acqua. Quindi questa acqua che è contenuta come battente nei due gasometri viene a saturarsi di CVM a una concentrazione di 1.100 parti per milione. Questa acqua satura, dalle informazioni che abbiamo potuto verificare sul campo, veniva scaricata direttamente in fogna almeno una volta alla settimana senza alcun trattamento, quindi noi abbiamo uno scarico di acqua a 25 gradi in fogna con una concentrazione di 1.100 parti per milione. Ricordo che i 25 gradi da noi adottati sono una temperatura prudenziale, perché questo è un gas, e quindi, per esempio nella stagione invernale quando la temperatura è più bassa la concentrazione del gas è maggiore di 0,11, però noi diciamo in modo prudenziale ipotizziamo che ci sia una gestione nel corso di tutto l’anno, una temperatura media di 25 gradi, con questa temperatura media noi abbiamo queste acque che vengono scaricate con una concentrazione di 1.100 parti per milione di CVM. Per, diciamo così, rendere tangibile questa concentrazione purtroppo, io voglio qui ricordare, è un’informazione che abbiamo assunto nell’andare a verificare questo tipo di scarico, presso questo reparto lavorava l’operaio Alberio Mario, questo operaio Alberio Mario ha avuto nella sua attività, prima faceva l’autoclavista, poi il compressorista, il compressorista presso questo reparto, compressorista chiaramente del CVM, era adibito allo scarico dell’acqua di questi gasometri attraverso una valvola di DM di diametro di 150. Una sera durante il turno 14-22 questo operaio si recò a scaricare le acque di uno di questi due gasometri e non tornava più in reparto, fu trovato svenuto vicino al pozzetto di scarico di queste acque, fu portato all’ospedale, ci fu l’infortunio e quindi di questi fatti c’è traccia documentale, noi lo abbiamo perché l’abbiamo acquisito oralmente però sicuramente c’è traccia. Questo per dire che queste acque erano decisamente acque contaminate da CVM. Ancora, in questi due gasometri, dato che si strippava dalle autoclavi e da altre apparecchiature, nel battente di acqua in questi due volumi si depositava anche del polimero, del polimero che veniva trascinato nel flusso dei gas verso il gasometro e questo polimero si depositava fino a che all’incirca ogni 200, 300 giorni, dipendeva dal funzionamento degli impianti, perché poi per un certo periodo degasava anche l’impianto CV6 a questi gasometri degli impianti CV14 e CV16, si formava uno strato di questo polimero che raggiungeva anche oltre i 2 metri di spessore. Cosa si faceva? E questo per, diciamo così, richiamare la tabella che abbiamo visto prima, residui industriali etc.. Cosa si faceva? Sostanzialmente si apriva il boccaporto - facciamo l’esempio per uno dei due gasometri, il discorso è solo quantitativamente maggiore, perché cambiano i volumi ma è analogo - si apriva questo boccaporto con un diametro di circa 50 centimetri, il boccaporto era installato a circa 30, 50 centimetri dal piano di calpestio, si toglieva il boccaporto e poi si prendeva una lancia ad acqua a pressione e si iniettava l’acqua a pressione dentro il boccaporto e per trascinamento questo polimero cominciava a fluire assieme alle acque e naturalmente fogna, canale e laguna. Dopodiché con un’autogrù si sollevava completamente questa campana, questo grosso cappello metallico che andava su e giù per questa vasca - mi dispiace che non ho il disegno - comunque si toglieva e i lavoratori dopo aver scaricato, preventivamente aver scaricato le acque di cui dicevo prima, entravano all’interno di questo gasometro, all’interno di questo gasometro venivano portati dei fusti ed attraverso proprio, come i muratori, piccone e pala, si mettevano a riempire di questo deposito di polimero i fusti, questi fusti venivano poi sollevati e portati presso tumulazioni, discariche. A questo lavoro erano adibiti sia i lavoratori delle manutenzioni ma soprattutto i lavoratori delle imprese appaltatrici. Lascio immaginare il tipo di esposizione, di inquinamento, di questi lavoratori, perché si trattava di un polimero, come dire, elastico, spugnoso etc., quindi impregnato di CVM. Il lavoro per pulire un gasometro durava anche 15 ed anche più giorni, quello di maggior volume, questo per, diciamo così, per collegare un’attività discontinua ma con un rilevante impatto ambientale, sia attraverso il discorso dello scarico frequente delle acque che dello scarico quando c’erano queste operazioni, sia perché questi fusti poi venivano tumulati in siti o all’interno o all’esterno del Petrolchimico, venivano allontanati sostanzialmente come rifiuti, e questo è un tipo di attività discontinua che ho voluto qui segnalare perché ha comportato negli anni notevoli impatti ambientali e che poi nell’indagine condotta dal consulente del Pubblico Ministero, Spoladori e dagli altri consulenti, ha portato a tutta questa enorme massa di rifiuti tossici ubicata in vari siti interni ed esterni al polo chimico. Un altro tipo di lavoro discontinuo, di operazione discontinua che portava ad un tipo di rifiuto analogo, tra virgolette, era il blocco delle autoclavi, quando per ragioni di anomalie di processo nelle autoclavi di polimerizzazione si bloccava il tutto, allora naturalmente intercettavano tutte le linee, in modo che in uscita, in entrata dall’autoclave, cercavano di lavare questa massa con acqua ma evidentemente si lavava quello che si poteva lavare, diciamo il surnatante che stava sopra la parte, alla massa coagulata e gelificata, e poi dopo i lavoratori anche in questo caso, officine di manutenzione, perché evidentemente ci sono problemi di interventi meccanici, flangiature, aperture etc., e poi c’erano i lavoratori delle imprese appaltatrici che dovevano entrare ed anche qui con degli attrezzi, tipo piccone etc., e cercare di rimuovere questa massa che era una massa molto elastica, che quindi non è che si rompeva facilmente, ovviamente impregnata di monomero, e questo tipo di lavoro durava giorni e determinava anche un inquinamento nella sala autoclavi per gli addetti dell’impianto, oltre naturalmente a tutti gli impatti ambientali. Diciamo, l’impatto ambientale finale è anche in questo caso rappresentato da questa massa di polimero coagulato che veniva posta in fusto ed allontanata in discariche a questi consulenti tecnici allo stato non identificate in modo puntuale ma si può pensare ai diversi siti che prima ho illustrato di cui poi parlerà diffusamente l’ingegner Carrara. Un altro tipo di reflui ai quali ho già fatto cenno, cioè altobollenti organoclorurati, peci e quant’altro, era determinato, cioè questo refluo solido o comunque pastoso, diciamo, di peci, era determinato dalla pulizia delle colonne di distillazione del cloruro di vinile, il cloruro di vinile sappiamo, il cloruro di vinile grezzo viene distillato per essere purificato, la stessa cosa avviene per il dicloroetano, qui il personale di manutenzione, anche in questo caso è delle imprese appaltatrici, venivano smontati i piatti dall’interno, cioè i lavoratori entravano all’interno di queste colonne, il diametro di queste colonne è di circa 1,5 metri, 2 metri, per 15, 20 metri d’altezza, per dare una dimensione, e dall’interno smontavano uno per uno tutti i piatti, la risultante di questo lavoro che è molto impegnativo, che espone grandemente questi lavoratori, è abbastanza comprensibile, adesso qui mi limito a fare questi accenni macroscopici, portava poi sempre ai cosiddetti fondi di distillazione, scorie di distillazione, peci risultanti dalle colonne di distillazione, ed anche queste peci venivano poi portate, tumulate in diversi siti, alcuni di essi, di questi siti, prima sono stati elencati nella tabella che abbiamo scorso assieme, erano indicate in blu. Un’altra, diciamo così, manipolazione di sostanze chimiche fatta in modo discontinuo ma con considerevole impatto ambientale, è quella, diciamo così, la manipolazione del cicloesanone. Qui così noi abbiamo per un certo periodo utilizzato, probabilmente lo utilizziamo tuttora, senza probabilmente... il cicloesanone per pulire il fascio tubiero del condensatore di CVM di recupero, o le pompe, i tratti di linea, insomma, tutte quelle apparecchiature dov’è necessario sciogliere il polimero PVC. Negli anni ‘70, e qui, diciamo così, arrivo fino a oltre la prima metà degli anni ‘70 con certezza, praticamente il cicloesanone arrivava, il cicloesanone fresco arrivava in fusti, questo per dire, da 200 litri, e veniva caricato in un piccolo serbatoio attraverso un flessibile e una pompa, quindi praticamente un lavoro estremamente manuale che comporta di per sé sgocciolamenti, esposizioni, emissioni etc.. Poi il cicloesanone veniva inviato attraverso le linee fisse attraverso il serbatoio polmone del reparto ai condensatori a circa 60 gradi di temperatura e fatto circolare per il tempo necessario alla pulizia dell’apparecchiatura stessa. Ovviamente l’utilizzo di questo cicloesanone aveva un tempo di vita, questo tempo di vita era determinato da una parte dal contenuto di acqua nel cicloesanone che, diciamo, di recupero, dopo ogni lavaggio veniva recuperato, e dalla quantità di polimero, di PVC disciolto nello stesso cicloesanone. Quando questo cicloesanone era considerato non più, diciamo così, utilizzabile, veniva allontanato o in fusti, cioè si faceva il processo alla rovescia, dal serbatoio di stoccaggio del cicloesanone di recupero, si scaricavano, diciamo così, in fusti da 200, in un autocarro, questi fusti contenenti sedimenti etc. venivano allontanati dallo stabilimento per destinazione non nota. Altre operazioni pericolose discontinue sono state già illustrate da questi consulenti nella precedente relazione e in quel caso noi avevamo evidenziato queste operazioni discontinue dal punto di vista dell’esposizione dell’uomo, qui invece focalizziamo il discorso dal punto di vista dell’impatto ambientale di queste operazioni, e quindi ricordo la pulizia dei serbatoi contenente la sospensione di polimero, lo slurry, e quindi anche in questo caso noi abbiamo delle masse polimeriche che vengono allontanate dopo questa pulizia, abbiamo la pulizia dei serbatoi del CVM grezzo, del dicloroetano grezzo, abbiamo una serie di serbatoi di stoccaggio, abbiamo la pulizia delle colonne di stripping, della sospensione di polimero, che anch’esse, diciamo così, danno notevoli flussi da un punto di vista dell’impatto ambientale, e tutte queste matrici venivano allontanate per destinazione, diciamo, per comodità, per destinazione ignota, adesso alcune di queste destinazioni sono state individuate dai consulenti del signor Pubblico Ministero. Adesso, diciamo così, dovremmo passare agli impianti che danno, agli impianti organoclorurati che danno scorie organoclorurate.

 

Presidente: mi scusi un attimo, lei si è dato un tempo? Perché oggi dovevamo esaurire tutti i consulenti. Le faccio anche rilevare una cosa di cui stavamo discutendo noi tre componenti del Collegio, cioè a dire che più che i processi produttivi, che li abbiamo già esaminati e che indubbiamente danno tutta una serie di scorie, di residui di processo, di reflui di processo etc., io credo che qui oggi si debba semmai esaminare più che il processo che produce queste scorie, semmai quelli che possono essere i quantitativi di scorie, le conseguenze che possono determinare, la composizione di queste scorie, le conseguenze che ne possono determinare, ma che lei ci descriva per ogni impianto il processo mi pare che sia forse anche un po’ eccessivo. Lei deve cercare di, quindi, rimanere nell’ambito di quella che è la consulenza che oggi può essere interessante e rilevante. Mi pare che sia un po’ dispersivo ripercorrere tutto l’iter del processo, oltretutto, voglio dire, con una illustrazione che è quasi più della testimonianza diretta che non della consulenza. Ma a prescindere da questo il processo produttivo mi pare che oggi sia fuor di tema e quindi la vorrei richiamare a una maggior stringatezza ma soprattutto a voler cercare di rimanere in quello che è il tema della sua consulenza. Anche perché, le ribadisco, io oggi alle 18.30 voglio avere esaurito tutti i consulenti delle parti. Quindi ci deve essere spazio per tutti.

MARA - Proprio, diciamo così, per questa ragione...

 

Presidente: siccome lei oggi ha parlato per due ore, credo che abbia parlato altrettanto anche alla scorsa udienza, insomma, uno non può venire qui e pretendere poi di dire tutto quello che... credo che si sia arrivati a una suddivisione dei compiti proprio perché le consulenze abbiano, diciamo così, una loro specificità con riferimento anche a chi illustra il tema della consulenza e alla professionalità di chi illustra il tema della consulenza. Ho l’impressione che lei voglia ripercorrere tutto, diciamo così, ancora l’ambito di quelle che sono state le varie problematiche di questo processo, dal punto esposizione al punto processo, alla conclusione, diciamo così, scorie o reflui o comunque... Ecco, io credo che sia su quest’ultimo punto che lei debba soffermarsi e non invece sugli altri due, sono degli antecedenti che abbiamo già affrontato. Quindi io vorrei invitarla davvero, ancora sottolineo questo.

MARA - D’accordo, signor Presidente, mi sembrava che la volta scorsa avevo portato dei quantitativi riferiti agli impianti di cloro-soda, di consumi mercurio, di produzioni di fanghi etc...

 

Presidente: io l’altra volta infatti non sono intervenuto.

MARA - E stamani di CVM, di polveri, ha ragione, per quanto riguarda il gasometro sui dati non dovevo sorvolare, per esempio globalmente con una frequenza settimanale lo scarico di queste acque con CVM a 1.100 PPM a una temperatura di 25 comporta 33.800 metri cubi anno di queste acque che finiscono nei reflui della fognatura. Per quanto riguarda ogni volta che si puliva, diciamo così, il gasometro da questo polimero depositato, nel gasometro da 150 metri cubi si trattava di una massa, ipotizzando uno spessore di 1,7 metri, di 60, 65 metri cubi che dovevano essere allontanati, per questo riguarda il gasometro da 500 metri cubi si trattava di una massa di questo polimero di circa 130, 135 metri cubi che venivano posti nei fusti, allontanati etc. etc., questo per dare dei dati quantitativi. Per quanto riguarda le autoclavi, evidentemente, se l’autoclave era da 15 metri cubi c’è il volume utile di questo autoclave, possiamo ipotizzare un due terzi di questi 15 metri cubi, e se era da 25 metri cubi anche qui possiamo ipotizzare un volume di circa due terzi dei 25 metri cubi, sto parlando delle autoclavi bloccate dalle quali bisognava allontanare il polimero dall’autoclave stessa. Per quanto concerne, proprio per stringere, nei limiti delle capacità del sottoscritto, diciamo così, di evidenziare senza togliere molto tempo, poi vedremo come cercare di illustrare meglio nella relazione, per quanto riguarda i reflui, le scorie, le peci, i rifiuti organoclorurati noi abbiamo emissioni da tutti questi reparti del Petrolchimico, naturalmente si tratta di reparti che hanno avuto periodi diversi di attività, dal CV1 arriviamo al CV3 e vai andando, poi abbiamo i reparti VT della Montefibre, per quanto riguarda la fibra vinilica sono stati chiusi, se non vado errato, nel maggio ‘77, poi abbiamo il ciclo TDI 1-5, abbiamo i TS12 che è la produzione di trielina, il TR4, che è il tetracloruro di carbonio e poi il DL2 dove si produce percloroetilene ed altri composti alogenati. Per quanto riguarda il benzilcloruro, cioè l’impianto BC1 di cui abbiamo già ampiamente illustrato il ciclo produttivo nella precedente relazione, diciamo, i flussi maggiori che arrivano da questi impianti sono dovuti da una parte, diciamo così, alle fasi di purificazione dei singoli prodotti, quindi alle distillazioni o se si tratta di sospensione del polimero allo stripping nelle colonne di stripping di questi polimeri che poi dà queste masse di polimero che è un PVC, un organoclorurato solido. Per quanto riguarda invece il discorso delle perdite che possono andare sia nei comparti come reflui liquidi sia nell’atmosfera, o se si tratta di peci, di scorie solide, nelle discariche di cui abbiamo già fatto cenno, quindi sostanzialmente a smaltimento, è evidente che per le ragioni sacrosante cui ha fatto cenno il signor Presidente non entrerò nei singoli processi produttivi. Se vediamo la successiva, dovremmo avere una tabella se non vado errato, la tabella degli organoclorurati, anche qua, diciamo così, questa è una tabella che abbiamo costruito cercando di ricorrere a delle fonti note, in questo caso la fonte nota è una pubblicazione del Comune di Venezia del 1978 e abbiamo evidenziato in questo caso, sulla prima colonna le sigle degli impianti che sversano in un certo scarico, il numero 15, per esempio, il primo blocco di impianti che va dal CS24 al CS23/25 scaricano nello scarico numero 15, questo scarico ha una portata di 50.000 metri cubi/ora, il recapito di questo scarico è il canale Malamocco Marghera, la concentrazione dell’inquinante è un milligrammo/litro, per cui noi abbiamo un inquinamento da solventi organoclorurati pari a 1.200 chilogrammi al giorno che corrispondono a 438.000 chilogrammi all’anno. Se vediamo il successivo, deposito costiero sud, stesso discorso, abbiamo scarico numero 16, la portata sono 160 metri cubi/ora, e alla fine abbiamo 140 chilogrammi circa all’anno che vengono scaricati solo da questo scarico numero 16. Lo scarico 121 è uno scarico sul quale mi soffermo un attimo per cercare di chiarire, nel senso che l’impianto CS11 è l’impianto di acido muriatico, praticamente abbatte gas, acido cloridrico con acqua, il BC1 abbiamo visto prima è l’impianto dove si produceva cloruro di benzile e cloruro di benzale, il CV11 è l’impianto dove si produceva cloruro vinile monomero via dicloroetano, il CV10 è l’impianto dove si produceva CVM via acetilene, l’AC9/AE è acrilato di etile; perché ho fatto questo richiamo? Perché sostanzialmente gli impianti che utilizzano composti organoclorurati sono il BC1, il CV11 e il CV10, nel senso che l’acrilato di etile non è un composto clorurato e il CS11 è acido muriatico. In questo scarico abbiamo un notevole sversamento di solventi organoclorurati che vanno nel canale Brentelle, la portata è di 190 metri cubi/ora, però la concentrazione è di 300 milligrammi/litro che significano una concentrazione di 1.368 chilogrammi al giorno, pari a 499, quasi mezzo milione di chilogrammi all’anno di solventi clorurati. C’è da fare una precisazione: in queste pubblicazioni - di qui il fatto che mi sto soffermando su questo aspetto - non viene mai citato neppure il cloruro di vinile, ma vengono sempre presentate tutta la famiglia solventi organoclorurati, allora noi qui ci siamo soffermati perché abbiamo un forte inquinamento e, diciamo così, abbiamo come portatori di questo inquinamento tre impianti, due di CVM ed uno di cloruro di benzile e di benzale per cui... è chiaro che non si può fare questo ragionamento perché uno può, diciamo così, smontare questo ragionamento dicendo: al cloruro di benzale c’era un signore che versava fusti di organoclorurati in fogna per cui il tuo ragionamento non regge, ma se noi pensiamo alle capacità produttive installate, sul CV11 abbiamo circa 100.000 tonnellate all’anno di CVM, sul CV10 abbiamo circa 100.000 tonnellate all’anno di CVM, sul BC1 abbiamo meno di 7.000 tonnellate all’anno di cloruro di benzile e di benzale, quindi possiamo ipotizzare in modo prudenziale, che quanto meno, almeno i due terzi di quello scarico siano determinati dagli impianti CV11 e CV13, cioè dando un 33% a tutti gli impianti, anche se il cloruro di benzile ha una capacità installata di circa 7.000 tonnellate. Se andiamo oltre, qui abbiamo altri impianti, naturalmente noi qui abbiamo citato, pur parlando di emissioni di reflui contenenti solventi organoclorurati, abbiamo citato tutti gli impianti che sversano in quel numero, in quello scarico, perché evidentemente determinano la portata, non perché tutti quegli impianti, da tutti quegli impianti escano solventi organoclorurati, ma questo è scritto nella pubblicazione. Se andiamo avanti per cortesia. Qui abbiamo lo scarico 128, stesso discorso, la portata sono 450 metri cubi/ora, il canale è quello, 500 milligrammi/litro, sono 54 chili al giorno e sono 19.710 chili all’anno. Anche qua non mi soffermo ma è chiaro il discorso che ho fatto circa gli impianti che producono organoclorurati e quelli che non li producono. Poi abbiamo lo scarico 129 dove sversano un gruppo di altri impianti, dal CV14 e CV16 all’AC5, qui abbiamo 30 milligrammi/litro come concentrazione, che fanno 144 chili al giorno, e fanno 52.560 chilogrammi all’anno. Poi abbiamo lo scarico numero 130 con una portata di 500 metri cubi/ora, il canale è sempre il canale Raccordo, milligrammi/litro, da 12 chilogrammi al giorno e dà 4.380 chilogrammi all’anno. Se ci spostiamo un po’ a sinistra vediamo che il totale dei chilogrammi sversati di solventi clorurati da questi punti di scarico sono 3.018,4 chilogrammi al giorno e sono 1.101.710 chilogrammi all’anno, solo dagli scarichi che abbiamo indicato. Adesso vediamo, per cortesia, il grafico successivo e qui abbiamo, diciamo così, i solventi organoclorurati scaricati con reflui di Porto Marghera, la fonte è quella. Qui abbiamo sommato, perché può essere utile anche vedendo questi dati insieme ad altri dati, magari quando si parla di diossine e di altri microinquinanti perché è chiaro che i solventi organoclorurati sono delle matrici che contengono sicuramente diossine, furani, PCB etc., allora qui abbiamo visto complessivamente nel canale Raccordo che tutti gli scarichi nel canale Raccordo portano ad un totale di 164.250 chilogrammi, nel canale Marghera Malamocco a 438.000 chilogrammi e nel canale Brentelle a 499 e qualcosa, il totale in tutti e tre questi canali è 1.101.710 chilogrammi/anno di solventi reflui clorurati sversati in questo ambito.

 

Presidente: ci fermiamo qui, facciamo un quarto d’ora di sospensione. Proseguiamo.

CARRARA - Io vorrei presentare la situazione dei luoghi o discariche in cui i rifiuti prodotti dagli impianti di cui si è parlato, i luoghi in cui sono confluiti e sono stati riscontrati; per far ciò ripresento molto brevemente l’elenco dei siti, dei siti contaminati, tenendo presente che questo elenco riporta i siti che erano stati in gran parte già censiti nel 1993 dalla Provincia di Venezia, o almeno quelli presentati e pubblicati nell’indagine nel censimento pubblicato nel settembre ‘93, ci è stato detto dal dottor Pavanato che poi successivamente, diciamo, che questo censimento era stato rivisto, completato e i dati, diciamo, attuali, sono stati presentati nell’udienza precedente dal dottor Pavanato, io faccio riferimento ai siti pubblicati dalla Provincia di Venezia e a quelli ulteriori presentati nella deposizione dell’ispettore Spoladori che ha deposto il 20 settembre scorso. Molto, ripeto, molto rapidamente, perché la stessa tabella era già stata illustrata dal collega Mara. In questo caso, in questa tabella abbiamo anche aggiunto i valori di stima che indubbiamente è una stima grossolana, dei quantitativi dei rifiuti, almeno laddove questi quantitativi erano stati dichiarati, o erano presenti nei documenti di cui ho fatto cenno, in certi casi si dà solo il valore, diciamo, della estensione del sito contaminato, in altri casi si fa anche una stima di volume, in certi casi una stima di quantità ponderali. Da questa tabella, tabella 13, che dà l’elenco dei siti contaminati, si parte con la presentazione del sito Canali, cioè i canali industriali nord, ovest, sud, e canale Malamocco, che presentano, come già si è detto, sedimenti contaminati da sostanze organiche clorurate e da metalli, in particolare oltre ad oli minerali, che li fa individuare o classificare come tossico-nocivi. Laddove si dice tossico-nocivi si fa riferimento alla normativa, diciamo, degli anni in cui questo elenco, questo censimento era stato predisposto, oggi in base alle nuove normative dovremmo chiamarli rifiuti pericolosi. Bene, per quanto riguarda i canali io non ho trovato una stima di quantitativi, il canale Lusore Brentelle invece, che è il secondo elencato, porta gli stessi sedimenti che sono stati quantificati in circa 15.000 metri cubi, anch’essi speciali o tossico-nocivi a seconda delle concentrazioni dei contaminati, mercurio e idrocarburi clorurati, riscontrati nei campioni prelevati. Poi c’è un insieme di siti contaminati interni al Petrolchimico, che qui viene chiamato Petrolchimico Enichem, già descrizione fatta, ma la ripetiamo perché potrebbe essere utile, ed esattamente un’area inquinata definita isole 31, 32, voi avete già visto nelle piante che queste isole corrispondono a zone, diciamo aree, del Petrolchimico, il Petrolchimico era stato suddiviso in aree contornate da strade, quindi ciascuna di queste aree è stata poi numerata e questa numerazione interna di stabilimento è ripresa nel presentare il sito contaminato. Le isole 31 e 32 e isola 35, denominata anche area Catanga o Eliporto Gardini nella descrizione, qui come si è detto i rifiuti sono caratterizzati da presenza di peci, fanghi rossi con metalli tossici, questo dal punto di vista morfologico, chiamiamolo, qualitativo. Dal punto di vista quantitativo o di concentrazione o di composizione si è riscontrato una serie di metalli tossici, dall’arsenico, cadmio, mercurio, piombo, zinco, si sono riscontrati anche fenoli, idrocarburi aromatici, solventi clorurati, PCB, ammine aromatiche ed ammoniaca; il sito del 31 e 32 ammonta a 140.000 metri quadrati, non c’è, non ho trovato una stima di entità tonnellate o metri cubi dei rifiuti o dei, diciamo, dei terreni contaminati. Sempre nel Petrolchimico Enichem sono state individuate le zone delle isole 45 e 48 laddove sono stati riscontrati anche lì metalli pesanti e solventi clorurati. Le isole 59, 60 e 61 si tratta di, in questo caso, di un’area al porto di queste isole, in cui sono stati riscontrati metalli pesanti, ammine aromatiche, idrocarburi aromatici, idrocarburi policiclici aromatici, solventi clorurati e PCB. Quindi c’è una cosiddetta discarica Enichem Agricoltura o Enichem Augusta Industriale, in cui si dice nei documenti che ho citato che vi erano stati deposti gessi, fanghi, residui di lavorazione con ammoniaca, urea, fosfati, arsenico e cadmio, in questo caso l’area ammonta a 14.000 metri quadrati per un totale di terreni o rifiuti di 40.000 metri cubi. C’è poi una discarica detta Ausimont, sempre in Porto Marghera, caratterizzata da circa 100.000 metri quadrati, spessore medio un metro, quindi 100.000 metri cubi, di rifiuti con metalli pesanti; la discarica Enichem Agrimont Porto Marghera in cui ci sono anche lì rifiuti industriali con metalli pesanti su una superficie di 80.000 metri quadrati con 40.000 metri cubi di materiale contaminato; la discarica Enichem zona Campaccio, anche qui rifiuti industriali con metalli pesanti per 6.000 metri quadrati e 12.000 metri cubi; la discarica Montefibre comparti 8, 11, 12, anche qui la sigla comparti corrisponde sostanzialmente all’idea o al significato delle isole utilizzate al Petrolchimico, in cui sono stati riscontrati 1.200 fusti con scarti e peci e rifiuti speciali con metalli pesanti, cadmio, arsenico, cromo, mercurio, piombo, rame e zinco. Un’altra discarica definita Solon, vicino allo stabilimento Caffaro sempre a Porto Marghera, con rifiuti industriali con metalli pesanti etc., in particolare con mercurio ed arsenico, oltre a idrocarburi policiclici aromatici, per 10.000 metri quadrati di superficie e 40.000 tonnellate di rifiuti. La discarica 43 ettari - io l’ho chiamata 43 ettari, in altri casi è stata denominata 40 ettari - prospiciente al lato sud del canale industriale sud, compresa tra il sito della Decal e il sito della Chiari e Forti nella zona di Malcontenta a Marghera, in questo caso sono presenti fanghi rossi, nerofumo, il nerofumo di cui parleremo è quello che proviene dalla produzione dell’acetilene, acetilene da idrocarburi, in particolare da gas metano; calce spenta, la produzione di calciocianammide e ceneri di pirite da produzione acido solforico, in questo caso il sito complessivamente è di 400.000 metri quadrati, per l’appunto 40 ettari, il volume circa un milione di metri cubi. La discarica di San Giuliano è una discarica di rifiuti industriali ed urbani, tra gli industriali ci sono anche tossico-nocivi composti da: gesso, fondi distillazione clorurati in cui si ipotizza la presenza di circa 5.000 fusti e 8.000 fusti di fondi di distillazione di tereftalici, sono stati identificati o dichiarati residui ammonici, residui di fonderia metalli pesanti, catalizzatori esausti, ceneri di pirite, residui cianurici, in questo caso la superficie è di circa 100.000 metri quadrati con presenza di un materiale ammontare a 400.000 metri cubi di cui circa 300.000 di rifiuti come tali e 100.000 di terreno, perché in questo caso è stato ricoperto da terreno che però nel tempo si è anch’esso contaminato e quindi è inscindibile ormai dalla massa di rifiuti. Discarica Campalto, che praticamente è costituita dalla ex barena che passa tra la penisola di San Giuliano di cui si è detto prima fino al paese o alla frazione di Campalto, in questo caso su questa ex barena sono stati depositati gessi, oltre a residui metallurgici con metalli pesanti e fondami petroliferi. In questo caso la superficie è di circa 300.000 metri quadrati e il volume di questi rifiuti è di circa 1 milione di metri cubi. La discarica Pili che c’è anch’essa alla radice del ponte translagunare, che è formata anch’essa da gessi, catalizzatori esausti, fondi di distillazione, per 100 metri quadrati e 300.000 metri cubi di materiale. Altre discariche sono poste a Marghera e a Mestre oltre che a Mira, fino ad un sito a Portogruaro, sono citati in questa tabella che riproduce però informazioni già presentate in questo processo, salvo alcuni piccoli dettagli di chiarimento. Nel seguito qui si vorrà esaminare con qualche maggior precisione tre siti tra quelli presentati che sono quelli della discarica di San Giuliano, la discarica Campalto e la discarica dei 43 ettari Malcontenta, questo perché il sottoscritto si è dovuto occupare professionalmente per conto del Comune di Venezia di progetti di risanamento di queste discariche e quindi qualche elemento in più di quelli pubblicati è spesso possibile recuperarlo e quindi descrivere. Ulteriori dati invece per quello che riguarda in particolare l’aspetto della contaminazione dell’acqua di falda sottostante ai rifiuti, ecco, per questo aspetto sono stati utilizzati anche documenti, peraltro agli atti, che sono uno studio commissionato dall’Enichem S.p.A. ed eseguito dal Consorzio Basi nell’aprile del ‘96 che si intitola "Stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera, studio idrogeologico e quantitativo delle acque sotterranee", questo studio fa riferimento al sito Enichem di Porto Marghera, in particolare alle famose discariche relative alle isole 31, 32, 35, 45, 48, 59, 60 e 61 di cui si è detto. L’altro documento che ci è servito anche per una valutazione dello stato della falda, è il documento predisposto dalla società Acquater per l’Enichem Augusta Industriale che si intitola "Enichem Augusta Industriale S.r.l. stabilimento di Porto Marghera, piano di risanamento ambientale progetto preliminare", questo è un documento del settembre ‘95. Cominciamo con la discarica di San Giuliano, unendo la San Giuliano e Campalto, essendo località limitrofe e con molte analogie, anche se con alcune fondamentali differenze. Ecco, mentre troviamo una fotografia, una planimetria dell’intera zona onde individuare ciò di cui si parlerà, premetto che le informazioni qui riportate sono tratte da un’indagine eseguita dal Comune di Venezia nel 1985 e che si chiama "Relazione sulle indagini analitiche effettuate sull’area dell’ex discarica di San Giuliano nel 1986" e per il resto dalle documentazioni del progetto per la realizzazione del parco di San Giuliano commissionata dal Comune di Venezia all’architetto Antonio Di Mambro di cui i lavori sono stati avviati e riprenderanno a breve. Ecco, purtroppo in questa planimetria i siti non sono, almeno uno dei siti non è perfettamente visibile, comunque è visibile il sito di 43 ettari, quello di Malcontenta, voi vedete, vedete che a nord del sito troviamo il canale industriale sud, e quello è un sito molto vasto colorato nella fattispecie in grigio. San Giuliano, vediamo un po’, l’area industriale Enichem contaminata lo vedete invece in quel pallino rosso che viene ora evidenziato, è tutta quell’area industriale. La zona invece della discarica di San Giuliano resta purtroppo ai bordi di questa fotografia, comunque dove c’è il pallino si intravede l’area del cosiddetto rilevato della discarica, cioè laddove sono stati collocati la quasi totalità dei rifiuti industriali. La zona Campalto resta a destra, purtroppo fuori da quell’immagine, si estende da quella zona, San Giuliano, fino al paese di Campalto, tutta la zona di barena. Venendo alla discarica di San Giuliano, vi risparmio una presentazione della situazione geologica perché mi risulta sia già stata ampiamente e dottamente presentata da esperto precedente, ma per capire poi una serie di elementi io cercherò da ingegnere, quindi in maniera molto grezza e sintetica, di presentare un elemento fondamentale, che è questo, ripeto, in maniera molto schematica: la configurazione del terreno sottostante a queste zone ai fini della capacità di questo terreno di contenere gli eventuali contaminanti. Il contenimento dei contaminanti dovrebbe essere affidato all’esistenza o alla predisposizione di strutture di contenimento impermeabili, nelle discariche, voi sapete, nelle discariche cosiddette controllate o si sceglie di eseguirle in luoghi che abbiano già forti spessori di materiale, terreno tipicamente argilloso, impermeabili, o si predispongono questi materiali, che siano naturali come le argille o artificiali come membrane impermeabili, normalmente eseguite in polietilene ad alta densità, in modo tale da essere sicuri che non vi sia possibilità di contatto e trasmigrazione degli inquinanti. Ora siccome in nessuno di questi siti che sono stati utilizzati come discarica è stato predisposto questo strato impermeabile, questa struttura di contenimento, è importante capire quale sia la situazione. Bene, quindi l’ipotesi di massima presentata in molti studi geologici è quella che ci suggerisce: a) la presenza di un primo livello impermeabile collocato grosso modo a livello del medio mare, quindi sarebbe il piano campagna delle aree lagunari, e che volta volta viene chiamato caranto laddove si individui proprio lo strato naturale ben identificabile per alcune sue caratteristiche morfologiche, oppure livelli limo-argillosi o argillo-limosi equivalenti, quindi nella schematizzazione molto brutale noi possiamo immaginare che dovrebbe esistere uno strato di base che chiamiamo per brevità caranto, che dovrebbe avere caratteristiche di impermeabilità. Sottostante a questo caranto c’è invece un livello, uno strato permeabile in cui scorre quella che, sempre per comodità, chiamiamo la prima falda. Questa prima falda scorre in questo strato di parecchi metri fino ad un livello impermeabile che risulta un po’ più potente, che è posto, ripeto, in maniera molto grezza, ma indicativa, grosso modo a 12 metri, tra 10 e 15 metri dal livello medio mare, al di sotto di questo strato c’è quella che chiameremo, per brevità, seconda falda. Bene, venendo alla zona di Campalto, di San Giuliano e Campalto, non credo sia irrilevante o inutile accennare o descrivere brevemente le caratteristiche di questa discarica e le modalità con cui è stata eseguita, in particolare eseguito lo scarico dei rifiuti industriali. Queste informazioni sono state personalmente da me tratte da consultazione di alcune persone che conservavano la memoria storica del sito, come si fa sempre quando si deve predisporre dei piani di risanamento di siti contaminati. Nella fattispecie io a suo tempo sentii il signor Martini, che era funzionario dell’Amniup, l’azienda municipalizzata per l’igiene urbana, che ha ricoperto la carica di direttore dell’Amniup nel periodo di utilizzo dell’area di San Giuliano come discarica di rifiuti solidi urbani prodotti dalla terraferma, cioè negli anni tra il ‘65 e il ’70; il dottor Pavanato, che è stato sentito nell’udienza precedente, che è funzionario della Provincia di Venezia all’Assessorato Ecologia, il dottor Pavanato aveva partecipato a suo tempo alla Commissione di esperti che nell’86 aveva redatto una proposta di interventi di bonifica sull’area della discarica di San Giuliano; il dottor Camoli, che era il responsabile del laboratorio analisi acque del Comune di Venezia che nel all’85-’86 eseguì analisi chimiche su terreni acque della discarica partecipando anche alla suddetta Commissione di esperti; il dottor Rizzetto, che è geologo, libero professionista, che coordinò nell’85-’86 le campagne dei sondaggi nell’area delle discariche di San Giuliano e tra parentesi anche nell’area Pili di cui si è detto, fornendo le relazioni di interpretazione idrogeologica e infine l’ingegner Gavagnin, che era allora responsabile per le bonifiche di discariche aree contaminate del gruppo Enichem. Da questi, dagli elementi documentali ed anche da queste, diciamo, conferme o testimonianze è stato possibile descrivere, diciamo, la storia di questa discarica. Non impiegherò molto tempo e comunque rassicuro il Presidente che staremo entro i tempi stabiliti per questa giornata. Ecco la ricostruzione sommaria è sostanzialmente questa: l’area della discarica veniva chiamata o individuata con la denominazione di seno della seppa, laddove seppa credo che sia la seppia per noi non veneziani, e una barena. In quel sito esisteva, dalle carte di inizio secolo, solo un tiro a segno, quindi aveva la parte emersa, quindi non invasa, non di barena, aveva un utilizzo come piazza d’armi e poligono di tiro militare fino alla seconda guerra mondiale, in questo sito alla fine degli anni ‘20 venne eseguita la prima colmata - credo che sia chiaro a voi cosa vuol dire la classica colmata di zone lagunari - di una fascia di barena prospiciente la strada dal casello del Dazio situato alla punta San Giuliano, una striscia che corre grosso modo tra sud e nord, e questa colmata compare per la prima volta nella carta dell’istituto geografico militare nel ‘31 ed era destinata a coltivazione agricola, il resto era ancora barena. L’inizio di questa area come luogo di scarico dei rifiuti non è, diciamo, è grosso modo riconducibile al periodo del secondo dopoguerra, non risulta ad oggi che fosse stata utilizzata nel periodo tra le due guerre, pur tenendo presente che la prima zona industriale di Porto Marghera mi sembra che sia stata avviata nel ‘17, o quanto meno alla fine della prima guerra mondiale. In quel caso in effetti, essendo industria di tipo non organico ma inorganico la prassi era quella di scaricare direttamente tutti i residui direttamente sul terreno dello stabilimento, anzi, devo dire che gli insegnamenti di ingegneria chimica di quei tempi ma anche molto successivi, insegnavano che nel calcolare le strutture in cemento armato, le strutture portanti di un impianto di questo tipo, si faceva sempre il primo piano dei macchinari a circa 3 metri di altezza e alla domanda: ma perché si sciupa tutto lo spazio che c’è sotto? La risposta era che nel tempo, più o meno rapidamente, tutta quell’altezza diventata inutilizzabile perché si sarebbe riempita con gli scarichi degli scarti dell’industria. Dicevamo, nel secondo dopoguerra, quindi nei primi anni del dopoguerra, ‘48-’50, questa zona, che è la zona più a nord, verso la cosiddetta polveriera Manin, venne utilizzata come discarica delle macerie dei bombardamenti, quindi con demolizioni civili e industriali e rifiuti vari. E’ del periodo ‘50-’55 la realizzazione della colmata invece dell’area di barena del seno della seppa compreso tra quella fascia di cui abbiamo detto della vecchia colmata fino al canale Osellino, anzi, meglio, canale Osellino nord e ad est il cosiddetto scaricatore alle rotte, che è lo scaricatore del canale Osellino; quindi tutta questa vecchia area di barena venne colmata, fino a formare un piano alla quota di circa un metro, un metro e mezzo sul livello medio del mare. Bene, dal periodo ‘55 al ‘68 questa zona, quest’area di colmata è stata utilizzata per lo scarico di materiale vario, rifiuti, provenienti sia dalle industrie della prima zona industria, che dalle industrie della seconda zona industriale che dal ‘50 in poi si sono insediati a Porto Marghera. Abbiamo una lista ma che non vi presentiamo ora per non tediarvi, della storia, diciamo, negli anni dell’insediamento dei vari reparti o impianti. Questo ci è comunque servito per datare i possibili conferimenti, come vedremo, una volta individuata la tipologia di materiali che sono stati riscontrati nella discarica è stato possibile almeno associare questi scarti ai cicli che potevano essere l’origine e la fonte di quei materiali. Giusto per mostrare, proviamo a mostrare anche la tabella 14 a pagina 26. Ecco, voi vedete, quando verrà consegnata la relazione, ma qui la presentiamo, che a ciascuno di questi impianti è associato l’anno di messa in attività, la sigla con cui questo compare anche nei nostri precedenti lavori e il tipo di prodotto, nella fattispecie abbiamo usato questa lista per ipotizzare da dove potessero essere giunti il tipo di materiali, quindi in questo caso con un asterisco, e c’è l’elenco, vedete, dal ‘52, ci siamo arrestati fino a metà degli anni ‘70 perché come vedremo fino a quegli anni risulta siano stati scaricati nella discarica di San Giuliano materiali di provenienza industriale. Quindi abbiamo visto dal ‘50 giungono a questo sito scarichi da polo chimico, quindi comprendente Petrolchimico e Montefibre. Una testimonianza indica che dal ‘68 i residui del Petrolchimico siano stati scaricati altrove e in particolare in località Dogaletto, di cui si è già accennato, mentre sono continuati scarichi dei rifiuti industriali da altre industrie. Qualcuno in realtà, e in particolare in questo caso il dottor Camoli del laboratorio analisi, affermava invece che i rifiuti hanno continuato a essere scaricati anche dal Petrolchimico fino al 1976. Come si realizzava questa discarica? In pratica c’era un fronte iniziale di avanzamento della discarica realizzato con scarti industriali solidi di varia pezzatura, quali gessi, calce da carburo, terre e scarti di fonderia dei forni San Marco.

 

Avvocato Scatturin: sono quelli segnati in rosso gli scarichi per il Petrolchimico?

CARRARA - No, il rosso è semplicemente il segnale che dà il programma software quando trova una parola che non gli risulta in... Poi in un altro elenco faremmo un riassunto dei, nella tabella 15 successiva faremmo un riassunto assegnando anche, per quanto ci è stato possibile, ai vari reparti la provenienza dei materiali. Quindi c’era una base, un fronte di avanzamento, voi immaginate che si tratti di macerie o di terreno, ecco, è lo stesso modo con cui venivano stesi questi materiali. Di particolare rilevanza erano quegli scarti denominati gessi, in questi gessi venivano fatti assorbire rifiuti liquidi con due modalità sostanziali, o in maniera più artigianale che consisteva in un processo simile a quello della produzione della pasta all’uovo, quindi si scaricavano i gessi, si formava un cratere al centro di questi gessi, e nel cratere si rovesciavano fusti o bronzette, dopodiché si richiudeva la pasta e, ovviamente nei fusti c’erano le peci di distillazione, per indurire poi la sommità di questo cumulo si bagnava il gesso, quindi acquistava una consistenza maggiore, i gessi sono costituiti eminentemente da solfato di calcio, quindi con proprietà da materiale da costruzione. Quindi voi immaginatevi un avanzamento con tante di queste torte di gessi con loro contenuto a sorpresa che poi venivano ricoperti, una volta finito il fronte si ripassava sopra, si livellava, costituivano la parte portante. In queste zone, come ripeto, oltre a questi due prodotti, a queste modalità, è stato detto dalle persone consultate che c’erano presenti in discarica almeno 5.000 fusti, quindi circa un migliaio di tonnellate, di fondi di distillazione di solventi clorurati, quindi collocati direttamente come fusti e non quindi sversati, e 8.000 fusti di peci di distillazione di metiltreftalato. Fino a quando, ripeto, la discarica ha continuato a essere gestita? La discarica di rifiuti solidi urbani, cioè l’utilizzo di questo sito per discarica di rifiuti solidi urbani è stato relativo al periodo circa ‘69-’73, i rifiuti industriali si è detto, a seconda delle testimonianze, terminati più o meno nel ‘70 oppure, come dice uno dei testimoni, proseguiti fino al ‘76. Se si fa, se si esclude l’utilizzo sporadico di quel sito per altri tipi di rifiuti più... di tipo civile ma anche alle volte industriale, perché quando c’è un sito contaminato devo dire che la tentazione è ghiotta, e quindi spesso notte tempo o durante la giornata molti tendono ulteriormente a scaricare, e non c’è nulla di peggio in questi casi che spianare i rifiuti per immediatamente invogliare a riprodurre la discarica, però quello che ci interessa eminentemente è legato a quel periodo di sfruttamento. Nella tabella 15 noi abbiamo tentato una descrizione tipologica dei rifiuti e un’associazione di queste tipologie a impianti che potevano produrli e quindi i fondi di distillazione che abbiamo visto provenivano sia da filiere del cloro, quindi di sostanze clorurate, sia non clorurate, quindi fondi da produzione di altre sostanze organiche, fondi che teniamo ben presente contengono direi sempre o quasi sempre, anche i metalli residui dei catalizzatori; perché? Nel processo produttivo, come abbiamo visto nel caso del mercurio, c’è il trascinamento in sostanza del catalizzatore nel prodotto, e questo trascinamento termina nel momento in cui separiamo la parte pesante dei prodotti o dei sottoprodotti, quindi all’interno di questa parte pesante ci sono anche i catalizzatori, è un po’ quello che succede - scusate il paragone forse infelice - ma con, non so, le margarina, le margarine prodotte idrogenando gli oli vegetali, bene, in questo caso si utilizza un catalizzatore di idrogenazione che è il nichel, questo nichel finisce nella margarina e quel poco che invece viene estratto, perché fortunatamente le norme poi lo hanno imposto o hanno imposto quanto meno dei limiti di contaminazione della margarina da nichel, questo nichel finisce nel fondo di distillazione della margarina, purtroppo questi fondi di distillazione della margarina solo in piccola quantità viene utilizzato, viene smaltito ed utilizzato per usi che io direi propri, gran parte viene utilizzato nel mangime degli animali, e quindi questo nichel che noi abbiamo eliminato dalla margarina in modo da non assumerlo finisce nell’animale per cui finisce ancora a noi nella carne dell’animale stesso; ma scusate questa digressione. Bene, questi fondi di distillazione possono provenire da questi impianti, la sigla corrisponde a una denominazione che compare nella tabella precedente 14, in cui ci sono gran parte dei cicli della, per esempio del cloruro di vinile monomero, ad esempio il CV1, il vecchio CV11, perché è solo il CV11 e non il CV10? Mi limito solo a fare questa precisazione. Perché è nel CV11 la parte distillazione, mentre nel CV10 è la parte produzione, quindi è ragionevole pensare che gran parte dei fondi di distillazione derivino nel momento in cui si purifica il prodotto, poi ci sono i solventi etc.. Altre possibili fonti, elenco molto rapidamente, sono i fondami di pulizia di serbatoi, ne abbiamo trovate tracce anche in quel sito ed altri, i catalizzatori esausti come tali, che ripeto, sono diverse dalle tracce trascinate, ma è proprio il catalizzatore giunto della sua vita, che se ne è già parlato per quanto riguardava il mercurio; fosfogessi e fluorogessi, i fosfogessi ci risultano prodotti dall’impianto, dagli impianti acido fosforico che appartenevano a (Diag) Montedison, poi originariamente non so che denominazione avessero avuto, mentre i fluorogessi dall’impianto acido cloridrico FO2/5; le ceneri di pirite dell’impianto acido solforico; residui con piombo possono derivare da molti impianti, in particolare tutti quelli che producono o utilizzano l’acido solforico, perché il piombo viene usato per proteggere dalla corrosione. L’acetilene viene dagli impianti acetilene da metano, che sono l’AC1 e l’AC3, l’AC2 no perché funzionava da carburo e in questo caso si produce come sottoprodotto quella che viene chiamata calce spenta. Terre esauste di filtrazione di plastificanti, cianuri dagli impianti cianuri. Bene, diciamo che il mio intento non è solo quello di ricollegare impianti e residui presenti in queste discariche, ma ripeto, come avevo anticipato, anche descrivere poi gli effetti su una matrice che ad oggi è stata poco descritta, che è quella dell’acqua, l’acqua di falda. Molto brevemente in tabella 16 si descrivono alcuni elementi dei materiali contenuti in questa discarica, e parliamo della discarica di San Giuliano nella fattispecie, in questa tabella, descrivo solo gli elementi, se no sarebbe stata molto lunga l’esposizione, gli elementi di una prima campagna d’indagine dell’85 per quanto riguarda lo zinco, rame, piombo e cadmio. I valori riscontrati in un sito, in posizione di una scarpata, scarpata sud-ovest, sono espressi in milligrammi/chilo, nella stessa unità, voi vedete a destra, sono elencati i limiti di concentrazione previsti dall’attuale normativa, molto simili o quasi analoghi ai precedenti riferimenti normativi, per destinare questa area a verde o a servizio pubblico o anche agricolo eventualmente. Vicino a questa c’è segnato anche l’elenco invece dei limiti, sempre della normativa, per consentire l’utilizzo dell’area per usi commerciali o industriali. Vedete che lo zinco presenta concentrazioni che vanno da 30.000 a 70.000 milligrammi chilo, contro un limite per utilizzo a verde di 150 milligrammi chilo, e addirittura per aree industriali che è 1.500, quindi vediamo sostanzialmente da 20 a 40 volte di più perfino dei limiti per aree industriali. Per il rame, il piombo e il cadmio valgono analogamente considerazioni simili. Qui vale la pena di fare un’ultima osservazione che è questa: queste zone - non a caso ho preso le concentrazioni della scarpata sud-ovest - erano zone accessibili al pubblico, cioè normalmente frequentate dalle persone, e quindi nel caso di sollevamenti di polveri di questo tipo le persone erano esposte indubbiamente ad un potenziale pericolo non irrilevante. Una situazione a mio parere per certi versi più grave l’abbiamo nell’area della barena vicino a Campalto. Qui si sono riscontrati tenori fino a 300, 500 milligrammi/chilo, ma in molte di queste aree, come dicevamo, erano stati scaricati questi gessi, in molte di queste aree non solo non cresceva la vegetazione ma il materiale si presentava allo stato puro, polverulento, e questa era una zona che per lunghi anni era stata impiantata, seppure in maniera un po’ abusiva, o comunque spontanea, una specie di pista per motocross, vi assicuro che l’inalazione di queste polveri de che arrivavano a pH 2, 3, oltre al contenuto di cadmio, doveva essere pericolosa per i polmoni ma probabilmente anche per i mezzi che ne venivano corrosi. D’altro canto è rimasta in queste condizioni per tempo. Per gli effetti di questi, in particolare di questi gessi, gli effetti ma la loro particolare rilevanza ambientale, e per gli effetti che potrebbero avere anche sulle matrici ambientali, io mi permetto di fare una piccola digressione, anche se mi rendo conto che parlare di gessi e forse non parlare della filiera cloro, ma se parliamo degli effetti ambientali io credo che sia consentito, sempre che il Presidente lo accetti.

 

Presidente: va bene, mi vuole dire però dove sono indicati e da dove lei ha tratto quei limiti sia per l’area verde sia per le aree commerciali e industriali?

CARRARA - Questi limiti sono quelli stabiliti da una recente normativa italiana che riguarda i siti contaminati e la bonifica dei siti contaminati, e che esattamente sono il decreto del Ministero dell’Ambiente 25 ottobre ‘99 numero 471, precedentemente la problematica siti contaminati veniva affrontata con riferimento a normative di altri Paesi o normative di altre Regioni italiane che avevano già anticipato in sostanza questa impostazione e avevano stabilito delle tabelle di limiti di contaminazione accettabile; la normativa - ne ha già parlato anche il dottor Pavanato precedentemente - la normativa di riferimento era la normativa olandese, che è una normativa dell’inizio degli anni ‘80, c’era una parallela normativa tedesca ed anche una normativa di un altro Paese del nord Europa che non ricordo, in Italia diciamo che, in Italia il punto di riferimento era la normativa olandese che veniva utilizzata per definire se un sito era contaminato o meno e per definire i limiti da conseguire per, diciamo, per la sua bonifica, per considerarlo riutilizzabile. In alcune regioni italiane, in particolare la Toscana, è stato inserito questo sistema di limiti nella loro normativa regionale che riguardava la bonifica di siti contaminati, questo direi, se ricordo bene, alla fine degli anni ‘80, potrei essere più preciso se volete un riferimento più preciso. Siccome la normativa prevedeva che fosse la pubblica amministrazione a definire dei limiti, ecco, questa pubblica amministrazione aveva tratto da altri Paesi questi riferimenti, ora c’è una legge che vale su tutto il territorio nazionale, allora valeva in Toscana, in Piemonte, avevano stabilito anche lì un limite di riferimento, in Lombardia veniva normalmente utilizzato il limite della Toscana ed anche in Veneto veniva usato questo come riferimento, tant’è che nella definizione del piano d’intervento in questo caso si fece riferimento come obiettivo che doveva essere ottenuto quel sistema di limiti. Dicevamo, il problema dei gessi, si ha una indubbia rilevanza sia perché ce li troviamo in ambiente ma sia, tenete presente, perché qualcuno li lavorava. Questi gessi possono provenire dal ciclo di produzione dell’acido fluoridrico, da fluoriti, o dalla produzione dell’acido fosforico da minerali fosfatici. Per capire la quantità, tenete presente che nel caso dell’acido fosforico per una tonnellata di prodotto di acido solforico si formano da 4 e mezzo a 5 mezzo di tonnellate di fosfogessi, quindi 5 volte tanti fosfogessi rispetto alla produzione, quindi avendo la potenzialità degli impianti si può anche fare presto il conto di quanto se ne è potuto produrre. Questi gessi sono costituiti eminentemente da solfato di calcio, ma contengono anche numerosi altri composti, in particolare metalli tossici e radioattivi oltre che acidi forti, acidi perché sono volta volta l’acido fluoridrico o l’acido fosforico. Ci interessa la questione in particolare dei metalli pesanti tossici e radioattivi, anche perché, è già stato detto che nei siti di Campalto fu fatta poi un’indagine, anche nel sito di San Giuliano... un’indagine per il rilievo della radioattività. Limitatamente al solfato di calcio teniamo presente che il solfato di calcio è solubile in acqua, è solubile in acqua dolce ed ancora più solubile in acqua di mare, i valori sono 2,4 grammi/litro in acqua dolce e 3 e mezzo grammi/litro in acqua di mare, gli acidi forti naturalmente aumentano questa solubilità. Da dati riscontrati in siti di scarico in mare di questi gessi si è visto che il pH del mare, tenete presente che si scaricano sempre sì ingenti quantità di gessi, si va con navi, però l’acqua di mare è tanta, quindi in proporzione dovrebbe diluirsi, ebbene, lo scioglimento del solfato di calcio e la sua acidità provoca una variazione del pH dell’acqua di mare che scende dai circa 7, 8, che è la normalità, a valori decisamente acidi, 5,5. Ma la solubilità dei gessi fa sì che pian piano o più o meno rapidamente questi vengano sciolti in acqua. Ora abbiamo visto che nel caso di Campalto ed anche nel caso Pili le discariche sono esattamente fatte sulla barena fronte laguna, quindi progressivamente per effetto delle acque di laguna e per effetto delle acque meteoriche, questi gessi vanno in laguna. Per completare il discorso, nella tabella 17 vengono riportate le caratteristiche o almeno il contenuto di metalli pesanti nel caso del minerale fosfatico e poi nei fosfogessi, sono desunti da pubblicazioni, da enciclopedia Holman, quindi dati sostanzialmente di caratterizzazione media. Vediamo innanzitutto che i minerali o, scusate, i metalli presenti, sono anche tra quelli molto tossici, citiamo nella fattispecie il cadmio o il nichel, anche il rame, e l’uranio; l’uranio è tra i minerali quello che è presente in concentrazioni quasi superiori a tutti gli altri, queste concentrazioni sono variabili a secondo della provenienza del minerale fosfatico, ma noi elenchiamo i minerali di provenienza Marocco e i minerali di provenienza Florida, non so in questi impianti quali tipo di minerali si utilizzasse, abbiamo fatto comunque poi la concentrazione nei fosfogessi degli stessi minerali, in particolare la questione uranio voi vedete che avremmo quindi dei materiali fosfogessi che potranno avere una concentrazione a seconda della loro provenienza da 18 a 40 PPM di uranio. Nelle tabelle successive, per capire questo cosa vuol dire, nella tabella 18 abbiamo presentato un esempio che ci consentirà di paragonare quella concentrazione prima detta con quella, diciamo, di situazioni naturali di altri siti, e nella tabella 18 dà il contenuto uranio e di torio nel suolo e rocce del territorio italiano. Vedete la prima colonna, che è il contenuto medio di uranio, e vediamo, in sostanza, sabbia, argilla, marne, alluvioni sud-padane, peninsulari e insulari, com’è grosso modo la zona nostra, oppure i sedimenti alluvionali padano-veneti e vedete che le concentrazioni sono da 2 a 5 PPM, mentre nelle situazioni indubbiamente con contenuto di uranio molto più elevato che è tipico dei tufi e lave laziali e campane si arriva a 15 e 60, se vi ricordate la concentrazione da noi stimata precedentemente per i fosfogessi avevamo, diciamo, da 20 a 40 PPM, quindi da 20 a 40 PPM ci trasferisce dalla laguna veneta alle lave laziali e campane. Vi risparmio gli altri aspetti legati alla stima della radioattività e quindi al confronto della radioattività, certo è che questa differenza di radioattività non è irrilevante, e non è irrilevante per chi lavora ma, chi lavora il materiale, chi è andato materialmente a scaricare, ma anche chi con quei rifiuti ha poi in qualche maniera contatto, è un problema che ci siamo posti per quanto riguarda gli addetti ai lavori di bonifica che abbiamo cercato di tutelare, non possiamo dire nulla su tutte le persone esposte per lunghi anni al contatto, come dicevamo, di queste polveri. Non solo c’è un rischio di inalazione delle polveri, ma l’uranio ha una caratteristica particolare, che è quella di decadere, decadendo arriva a produrre una sostanza, un elemento che non è più solido ma è gassoso, che si chiama radon, quindi sia l’inalazione delle polveri di uranio, emettono dentro di noi alla fine radon, che è esso stesso radioattivo, ma anche da questi, chiamiamoli giacimenti, come dal giacimento del minerale di provenienza, si liberano costantemente gas, radon, ed è il problema della contaminazione radioattiva delle abitazioni che viene dall’emanazione di radon dai terreni o dai materiali da costruzione. Se serve qualche altra informazione la potremmo dare, ma mi sembra che basti e si debba chiudere qua, riprenderemo la questione quando esamineremo il problema delle acque. Ora rapidamente presentiamo l’altra discarica che è la discarica 43 ettari. La discarica 43 ettari abbiamo visto, questa discarica attualmente è di proprietà comunale, perché il Comune decise di acquistare quell’area dalla Montedison, la Montedison l’aveva utilizzava come discarica incontrollata di rifiuti. La collocazione l’abbiamo vista, immaginate di dividere grosso modo quest’area in due parti, una zona 23 ettari a sud e 20 a nord, è contrassegnata dalla presenza di un argine che si verifica... oggi se doveste andare a vedere questo sito vedete la parte nord ancora in gran parte invasa dalle acque, la parte sud per una metà sottoposta ad un intervento, e un’altra parte invece ancora allo stato originale di discarica, perché il Comune sta tentando di recuperare questo sito che altrimenti sarebbe rimasto lì contaminato e inutilizzato. Il Comune ha deciso, ha immaginato di poter recuperare questo sito, attenzione, quando io parlo di recupero non parlo di bonifica, è già stato detto dal dottor Pavanato ieri e lo ribadisco perché non rimanga dubbio, che non esiste alcuna bonifica dei siti né di Porto Marghera né delle discariche a cui qui si è accennato, le discariche importanti non possono essere bonificate, occorrerebbe un impegno di risorse che nessuno, né le industrie, né io credo correttamente, lo Stato, intende farsi carico. Tutto ciò che si è fatto qui è quella cosa che viene chiamata messa in sicurezza, cioè un tentativo di isolare e tumulare, sperando che la tumulazione permanga nel tempo, queste, chiamiamole, bombe ecologiche. E` vero, non si tratta di una discarica di rifiuti radioattivi, anche se abbiamo visto che c’è perfino questo problema, però noi immaginiamo che una parte non trascurabile del territorio è ormai ridotta a una tumulazione di rifiuti. Avete d’altro canto visto le tipologie di contaminanti e tra le tipologie di contaminanti i più critici sono i metalli tossici e i solventi clorurati, è decisamente difficile e su quelle quantità impossibile arrivare a ricondurre le caratteristiche del sito alla sua origine o almeno a dei livelli utilizzabili. Quindi quando io dico risanamento o riutilizzo dico al massimo messa cosiddetta in sicurezza, quindi isolamento del materiale contaminato dal resto dell’ambiente. In questa discarica cos’è stato depositato? Dalle indagini fatte, dalla ricostruzione fatta, eminentemente, per la parte sud, noi parliamo di un materiale che denominiamo fanghi rossi bauxitici che derivano dalla produzione, almeno per quanto ci è risultato, dalla produzione di alluminio da minerale bauxite, che contiene indubbiamente i metalli pesanti che sono gli scarti che vengono poi a finire nei rifiuti, ovviamente parte dell’alluminio che è il caratterizzante fondamentale, ma anche zinco, arsenico, cromo e piombo. Questi fanghi rossi costituiscono la base, una base di circa 2 metri, questi fanghi analogamente a quelli successivi e sovrastanti di nerofumo, come diremo, probabilmente sono stati scaricati direttamente dagli impianti di produzione, questo è certo per quanto riguarda il nerofumo, quindi immaginiamo il sito in cui il proprietario l’ha destinato prima a una discarica di fanghi rossi fino a determinare uno spessore medio di circa 2 metri. Sopra questi fanghi rossi è cominciata la discarica del nerofumo, questo avveniva direttamente dallo stabilimento di produzione tramite da tubi, cioè immaginiamo un impianto di produzione dal quale si riparte un tubo che va a scaricare lì questo materiale che noi chiamiamo nerofumo. Nella figura 11, che è a pagina 37, viene presentato, mentre il collega tenta di raddrizzare l’immagine io la presento. Questo è uno schema dell’impianto di produzione di acetilene a partire da gas naturale, mi serviva perché - io prego cortesemente di fare uno sforzo - vedete nella parte a destra, all’estrema destra c’è quella specie di torre, che è la torre evaporativa di raffreddamento delle acque, ed appena prima quella specie di bruco con tanti aculei è la zona in cui finisce quello che lì viene chiamato soot water, cioè il fango derivante dal quencing, cioè dal lavaggio dei gas contenenti l’acetilene, questo contiene nerofumo, questo fango finisce nella vasca di decantazione dalla cui superficie viene asportato il surnatante, il surnatante è questa cosa che noi chiamiamo fango o fango contenente nerofumo, bene, quel fango veniva pompato fuori dallo stabilimento. Oggi, e quindi fino a una certa data, fino a una certa data questi prassi è stata condotta, circa, almeno dalle nostre ricostruzioni, dal ‘53 al ‘69 sicuramente, ma questo lo immaginiamo solo con un ragionamento molto semplice, il ‘69 è l’anno di avviamento dell’impianto AC1, che è la seconda unità di produzione di acetilene del Petrolchimico, siccome l’impianto AC1 ha annesso un impianto di incenerimento del nerofumo, che abbiamo già presentato nell’udienza precedente, chiamato AC1/NF, deduciamo, ma semplicemente per ragionevolezza, che tutto il nerofumo prodotto da questo impianto AC1 e dal precedente che venne mantenuto in produzione, che veniva denominato AC3, terminasse a questo impianto di incenerimento, ciò non è detto ma diamo almeno questa ipotesi, quindi sono anni più o meno definiti. Questi nerofumo contiene in particolare gli idrocarburi policiclici aromatici, tenete presente che questa modalità di discarica presenta un paio di piccoli problemi, il primo è che gli argini venivano fatti semplicemente con terra, perché venivano fatti con terra? Per far sì che la componente acquosa potesse filtrare ed andarsene, da dove filtrava e dove finiva questa componente acquosa? Tramite fossi o direttamente nel canale industriale sud. In queste acque in concentrazioni, diciamo, variabili, a secondo della solubilità delle singole sostanze costituenti questi IPA c’erano sicuramente almeno gli idrocarburi policiclici aromatici, quelli che sono stati trovati nei fanghi del canale industriale sud. Non dettaglio ancora di più ma ce ne sarebbero molte altre di... di questi siti e di queste discariche e quindi del sistema di gestione ambientale delle società che erano responsabili, ma andiamo avanti. L’ultima delle discariche che presentiamo - dica il Presidente se devo procedere, grazie - è quello già presentato altrove, ma per fare il quadro che ci consente poi di ragionare sulle acque sottostanti, è quella riportata in tabella 20, che sono le zone del Petrolchimico Enichem, già presentate e qui riassunte in questa tabella, dove vedete le isole e a destra della tabella le caratteristiche della contaminazione. Questo mi serve perché oltretutto viene individuato un problema di questi siti, vi ho già detto che se esistesse uno strato impermeabile, il famoso caranto, alla base di questi rifiuti, potremmo anche, per certi versi, essere da un canto tutelati e rassicurati circa la possibilità di contaminazione della falda sottostante avvenuta nel corso degli anni, ma anche rassicurati sulla possibilità di contenere lateralmente e quindi di fare una vera messa in sicurezza del sito che si fonda sull’esistenza di uno strato impermeabile di fondo e sulla installazione, diciamo, di una specie di setto impermeabile attorno al sito contaminato che poi viene chiuso con cappello anch’esso impermeabile. Certo che laddove non esista questo strato di fondo noi avremo sicuramente una contaminazione della falda, perché gli inquinanti saranno percolati al di sotto, ed anche una difficoltà a contenere l’inquinamento, anche perché non è credibile poter fare artificialmente uno strato di fondo, questo, ripeto, per inquadrare. Allora, nella descrizione di queste aree contaminate io mettevo in evidenza questi aspetti, le isole 31 e 32 sono quelle in cui risultava esistere rifiuto definito ceneri nerastre maleodoranti di spessore medio 2,8 metri, alte concentrazioni di ammine aromatiche, solventi aromatici e clorurati, qui sotto, nel documento redatto, adesso non ricordo se Acquater o comunque Consorzio Basi, si diceva: è assente o limitato lo strato impermeabile di fondo, tant’è che a conferma la situazione delle acque sostanti rispecchia quanto individuato sui terreni. L’isola 35 è analoga alle isole 31 e 32, evidentemente anche lì sono stati deposti gli stessi tipi di rifiuti. L’isola 33, in un sondaggio all’S5 ci sono elevate concentrazioni di clorurati e in particolare di un composto che è l’octodiclorobenzene nei terreni, mentre nelle acque si sono rilevate alte concentrazioni di trielina. Le isole 45 e 48, l’area del cosiddetto laghetto ornitologico - anche questa è una bizzarria, avrebbero potuto fare un bel laghetto ornitologico anche nell’area di 43 ettari che presenta un laghetto quasi costantemente tutto l’anno - qui vengono individuate nelle acque in particolare la presenza di solventi clorurati. Nella zona 59, 60, 61, risultano deposti fanghi di spessore 4 metri, sul piano campagna, anche qui è assente o limitato lo strato impermeabile di fondo e nelle acque sono state rilevate presenze di solventi clorurati, solventi aromatici e idrocarburi policiclici aromatici. Un settore vicino ad un piezometro che viene denominato 43, P43, ed è al confine con la Montefibre, confine nord, in questo caso ci sono rifiuti spessi 3 metri e nelle acque rilevate alte concentrazioni di solventi clorurati e idrocarburi policiclici aromatici. Nei settori, nei piezometri 55, 56 e 21 - purtroppo non ho da mostrarvi la pianta per rendervi conto, ma insomma, sono pur sempre aree di questo sito - in questo caso ci sono rifiuti per 4 metri di spessore, nemmeno qua sotto c’è uno strato impermeabile di fondo e nelle acque si sono rilevate alte concentrazioni di solventi clorurati. La stessa cosa manca lo strato impermeabile di fondo anche nel settore corrispondente a P66 e 67 che è limitrofo, praticamente sulla strada, che separa le isole 5, 6, 7 e 9, altre qui nelle acque viene riscontrato solventi clorurati; aree sparse denominate PZS1, PM2, PM5, 77, P2/FO in cui nella fattispecie nelle acque sono state riscontrate alte concentrazioni di sostanze organiche. Andiamo a vedere, per concludere il mio ragionamento, l’effetto di queste discariche sulle falde idriche, teniamo presente che sono falde idriche sottostanti o campionate in prossimità o al di sotto delle aree contaminate, nella tabella 21. In questa tabella esponiamo i dati relativi alla zona della discarica San Giuliano e della discarica 43 ettari. Com’è strutturata la tabella? Si riporta la concentrazione, diciamo, sono le concentrazioni massime o quanto meno le concentrazioni riferite nei punti di maggiore contaminazione, rilevate nella prima falda e nella seconda falda, spero che vi sia chiaro cosa si intenda per prima falda e seconda, la prima più superficiale e la seconda più profonda. Queste concentrazioni le abbiamo confrontate con due tipi di limiti, il primo limite, sempre relativo alle acque sotterranee ed espresse sempre in microgrammi/litro, è la concentrazione massima ammissibile del decreto che vi ho citato, cioè quello, il DM471 del ‘99 che individua le concentrazioni delle falde che fanno sì che se la contaminazione sta al di sotto di questi valori la falda non abbia bisogno di interventi di risanamento, se supera questi valori la falda è da considerarsi contaminata e quindi da sottoporre ad interventi di risanamento. L’altro valore invece è una concentrazione massima ammissibile definita dal DPR 236 dell’88 e ripresa peraltro da tutte le normative successive, che dà la concentrazione per le acque destinate al consumo umano. Vedete che i valori sono molto simili. Qui anticipo una mia, una nostra considerazione, che forse getta luce perché su molte delle indagini fatte o dei documenti presentati, i relatori, diciamo, si esprimevano in toni molto rassicuranti sullo stato di contaminazione della falda che in questi lavori - e noi non siamo persuasi che sia l’approccio giusto - veniva considerata quella falda come se fosse un corso d’acqua superficiale inquinato e lo scarico, anzi, meglio, addirittura quella falda veniva considerata come uno scarico in laguna, cioè era semplicemente il veicolo tramite il quale una contaminazione o uno scarico industriale andava poi a terminare in laguna, per cui paragonavano quei livelli con i limiti stabiliti dalla norma sulla protezione della laguna di Venezia per gli scarichi dagli insediamenti produttivi. Ora a me non sembra che questo sia un approccio né ragionevole né condivisibile, quella è una falda idrica che potenzialmente potrebbe essere destinata anche al consumo umano e quindi a quell’obiettivo noi dobbiamo porci, e quindi semmai adottiamo il criterio stabilito dalla normativa sui rifiuti e siti contaminati dicendo che se superano quelle concentrazioni si dovrebbe provvedere ad interventi per il risanamento. Mi risulta che solo in un caso, ma non ricordo, perché l’ho appreso nell’esposizione del dottor Pavanato, solo in un caso all’interno dei progetti di non bonifica ma messa in sicurezza, è previsto anche, in pratica, un tentativo di risanamento della falda per semplice pompaggio, cioè si cerca di asportare dalla falda ed estrarre e scaricare in laguna quelle acque fino a che spontaneamente in qualche modo esse smetteranno di essere contaminate. Allora se è chiarito il concetto e chiarita la mia impostazione, vediamo i dati. Nel caso della discarica di San Giuliano noi abbiamo riportato i valori per i fluoruri e i solfati. I fluoruri riscontrati nelle zone, ripeto, a maggiore contaminazione, sono molto simili in questo caso, da 3.000 a 12.000 microgrammi/litro, il limite stabilito dal decreto 471 è 1.500; i solfati 1.700, 1.900 milligrammi/litro, il DM471 fissa 250 milligrammi, così peraltro come concentrazione lo fissava il decreto 236. Qui io metto una piccola considerazione, in quasi tutti i lavori che io ho consultato si procede con questo ragionamento: i solfati in quell’acqua sono dovuti alla possibile penetrazione dell’acqua di mare, o dell’acqua lagunare, che notoriamente presenta elevati tenori di solfati, quindi non è derivante dalla presenza di gessi che sono praticamente solfati di calcio, no, il motivo è quello che c’è l’acqua di mare che probabilmente in questa prima falda da qualche parte penetra. Ora, io vi posso solo dire questo per quanto riguarda i solfati, nelle acque di mare aperto i solfati ammontano, diciamo, a valori di 1.600 milligrammi/litro, e qui troviamo solfati 1.700-1.900, ma in laguna di Venezia, un sondaggio fatto proprio in zona San Giuliano, ha mostrato che in laguna di Venezia, che non è acqua di mare, ma è acqua mista, parzialmente dolce e di mare, le concentrazioni sono 500 milligrammi/litro; ora come faccia un’acqua lagunare con 500 milligrammi/litro ad entrare in una falda di acqua dolce e portarla a 1.700, 1.900 milligrammi/litro non lo so, probabilmente la laguna o quella falda si comporta come una specie di concentrazione, una membrana che per processi osmotici concentra. Scusate il piccolo punto polemico. Nella discarica 43 ettari, al di sotto della discarica 43 ettari noi abbiamo alti valori di metalli e di idrocarburi policiclici, in questo caso, discarica 43 ettari, sono state analizzate anche le acque della seconda falda, cioè quella profonda, e vediamo per esempio che per quanto riguarda l’alluminio, fanghi rossi contenenti l’alluminio, vi ricordate, noi abbiamo valori che giungono 500, 1000 milligrammi/litro nella prima falda, ma anche, sia pur puntualmente, a 600, scusate, seppur puntualmente, a 600... scusate, per errore ho detto milligrammi/litro, sono valori espressi sempre in microgrammi/litro. Bene, anche nella seconda falda sono stati riscontrati 600 microgrammi/litro, i limiti sono entrambi sempre, per tutte le normative individuate, 200 microgrammi/litro. Nella prima falda abbiamo trovato arsenico in concentrazione superiore a quella delle acque contaminate, e quindi ai siti contaminati; il nichel, 80 microgrammi contro i 20 che è il limite; il piombo 40 microgrammi nella prima falda contro un limite di 10, ma 30 microgrammi anche nella seconda falda, sempre con un limite o di 10 o di 50 a seconda del livello che noi consideriamo. Gli idrocarburi policiclici aromatici presentano anch’essi delle difformità, in particolare pur non avendo qui compiuto uno screening molto completo, è stato possibile individuare almeno due di questi idrocarburi che hanno un limite specifico stabilito dal decreto ministeriale 471, ed uno di questo, il fluorantene ha una concentrazione che è di 20 volte superiore al limite ammissibile, mentre l’altro, il pirene, che è meno tossico, ha una concentrazione che è inferiore al limite ammissibile; il toluene, riscontrato anch’esso, 400 microgrammi/litro contro un limite di 5 sempre nelle acque sotterranee. In sostanza anche da questi dati compare come vi sia stato per effetto di quella discarica una compromissione delle acque sotterranee e in certi casi addirittura anche della seconda falda. Dati analoghi - procediamo nella tabella - sono qui indicati per le altre zone e in particolare dati relativi alle falde, alle acque sotterranee campionate al di sotto della Enichem Augusta ed acque sotterranee campionate al di sotto del Petrolchimico Enichem. Nel caso dell’Enichem Augusta i campionamenti si sono limitati alla prima falda, e nella prima falda noi vediamo superamento del limite di solfati, arsenico, ferro, benzene, cloruro dimetilene, 1,2 di cloropropano, e composti organici alogenati totali. Per il Petrolchimico Enichem noi abbiamo valori per nitriti, nella prima falda 8.000 microgrammi/litro, contro un limite di 500 per sito contaminato e 100 per uso potabile; l’ammoniaca 1.972.000 microgrammi, cioè 1.972 milligrammi, e nella seconda falda 30.000 microgrammi, per quanto riguarda l’ammoniaca l’unico limite che noi abbiamo è quello stabilito per le acque potabili, che stabilisce 500 microgrammi. Spero che nessuno, e nessuno l’ha fatto, venga a giustificare questo dato con la presenza dell’ammoniaca nell’acqua di mare o in qualche altro luogo, però segna una contaminazione tale che anche l’acqua della seconda falda risulta veramente e fortemente contaminata. Solfati, 2.500 milligrammi/litro nella prima falda, contro il limite di 250; cianuri superano anch’essi, sia pur di non molto, però sono quasi il doppio del limite, cianuri 90 microgrammi contro un limite di 50; arsenico 450 microgrammi nella prima falda, 400 microgrammi nella seconda, contro un limite di 10 o di 50 per le acque potabili. Mercurio, 100 nella prima falda, 10 nella seconda, i limiti sono 1 microgrammo. Vi risparmio lo zinco, i solventi clorurati, che in questo caso sono stati tutti determinati in maniera consistente, salvo per dirvi, non so, tetracloroetano si riscontrano nella prima falda 200.000 milligrammi/litro contro un limite di 0,05; il tetracloroetilene 30.000 milligrammi/litro, ed anche 200 nella seconda falda contro un limite di 1; lo leggerete con attenzione e verificherete se non abbiamo ragione nel dichiarare che quel, anche solo quei pochi siti contaminati che sono stati indagati con un minimo di precisione, mostrano chiaramente che ciò che è stato fatto ha comportato la degradazione ambientale del territorio del terreno nella sua utilizzabilità ed anche delle risorse idriche sottostanti.

 

Presidente: ci fermiamo qui e riprendiamo alle ore 15.00. Riprendiamo.

 

Avvocato Schiesaro: deposito copia del testo della delibera del 27 luglio ‘84 che in occasione del dottor Cocheo non avevo depositato, quindi è un testo normativo, per comodità del Collegio ve lo deposito.

 

Presidente: grazie.

 

Avvocato Partesotti: la dottoressa Paola Venier.

 

DEPOSIZIONE DELLA CONSULENTE

DR. VENIER PAOLA

 

Presidente: se vuole presentarsi, nome, cognome, generalità e poi anche se ha titoli e illustri l’oggetto della sua consulenza.

RISPOSTA - Sono Paola Venier, laureata in biologia, in ruolo come ricercatore universitario all’Università di Padova, è dall’81 che mi occupo di mutagenesi ambientali in termini di ricerca e poi anche come insegnamento, perché insegno mutagenesi ambientale per Scienze Biologiche da diversi anni e faccio parte del direttivo della società italiana di mutagenesi ambientale che proprio domani apre il suo convegno annuale a Palermo. Il tema che voglio introdurre è quello... Sono nata a Varmo, in provincia di Udine, del 1957, residente stabilmente a Padova in via Bergo, 22. Il tema che voglio introdurre è quello delle evidenze di danno genetico in organismi lagunari e in particolare per l’area di Marghera. La domanda quindi che viene posta con questa mia relazione tecnica è se esistono o meno evidenze sperimentali che mostrano che gli organismi lagunari dell’area di Marghera hanno danni a livello del DNA. Come premessa alla descrizione che farò vorrei dire che al di là del significato specifico che i dati possono assumere, essi hanno un valore intrinseco in quanto dovrebbero migliorare il quadro conoscitivo e, se capiti, possono essere poi utilizzati a predisporre interventi ambientali efficaci, e quello che vado a raccontare è quello che ho raccolto sperimentalmente dal ‘93 sulla base del lavoro che ho fatto io personalmente con studenti laureandi e non laureati. Prima di tutto dobbiamo aver chiaro cosa significa danno genetico per poter capire i dati e chi volesse avere degli spunti potrebbe considerare i preamboli che compaiono in ogni monografia IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro di Lione, quindi quanto compare nelle monografie sugli agenti possibilmente cancerogeni per l’uomo, potenzialmente cancerogeni per l’uomo, e... pubblicazioni scientifiche. L’agenzia offre tra l’altro anche delle banche dati consultabili online su temi bibliografici ma anche specifici, ma quello che è importante e che tutti sappiamo del resto è che le nostre, è l’informazione codificata dal DNA e quindi, che è importante per la vita e quindi le funzioni essenziali che le cellule esprimono dipendono da essa. E` per questo che vengono indicati come genotossici quegli agenti che sono in grado di alterare l’integrità strutturale del DNA così poi potendo dare origine a mutazioni in cellule somatiche, che significa del nostro corpo, e germinali che nel nostro corpo sono quelle che poi sono responsabili del processo riproduttivo. Va ricordato però che un agente genotossico se agisce sul DNA può produrre questo, ma ha anche molti altri bersagli intracellulari su cui può causare altri effetti. Per avere un’idea ampia di quello che è il tema che affronto, proprio perché parlerò di mitili e di pesci, conviene considerare le conseguenze a un’esposizione ad agenti tossici o tossici a diversi livelli di organizzazione biologica e temporali. Vale a dire - questa è una diapositiva che sono riuscita a presentare solo in inglese ma su cui mi soffermo - ci sono tre colonne, che possono poi essere lette, nella prima a sinistra è mostrata la cronologia degli eventi biologici che possono accadere in organismi esposti a sostanze tossiche, tra questa la tossicità è una, la tossicità genetica è un aspetto particolare; la seconda colonna è riferita alla presenza o agli effetti che possono accadere a diversi livelli di organizzazione biologica, e la terza: i segnali rilevabili, cioè quelli che poi possiamo misurare. E in effetti a livello di esposizione ambientale prima di tutto si può misurare - quindi vado adesso dall’alto verso il basso - la concentrazione del composto chimico e posso anche farlo nell’ambiente interno, e cioè su sangue ed urine per esempio. Dopo assorbimento, è chiaro che negli organismi accadere varie reazioni biochimiche, tra queste quelle del metabolismo che trasforma sostanze di per sé inerti magari proprio in composti DNA reattivi, e quindi interazioni molecolari, e questi composti di per sé o resi reattivi dal metabolismo, sono quelli poi responsabili dei primi effetti, quindi effetti precoci ed è a questo livello che mi pongo quei dati che descriverò, cioè indici biochimici e molecolari ed anche citologici di danno genetico; in ogni caso gli eventi che possono seguire è l’eliminazione del composto se il metabolismo è stato detossificante, ovvero a sinistra, non in centro, la mortalità, cioè se il composto ha causato morte della cellula tutto sommato ha una storia finita. Quello che è più importante è un effetto che non risulta letale, che quindi viene sopportato dalla cellula o dall’organismo, perché questo poi lascia vedere effetti successivi e cioè effetti sul comportamento, malattie, sulla riproduzione e cambiamenti che se non considerati a livello di individuo possono riflettersi poi a livello di popolazione in una diversa composizione, dal punto di vista genetico, di quella popolazione e quindi poi spostare su nuovi equilibri l’intera comunità dell’ecosistema.

 

Avvocato Partesotti: dottoressa, intanto se può parlare per cortesia più lentamente per la stenotipia e le chiederei di indicare da dove ha preso questo schema, perché da qua poi riusciamo a leggere anche molto poco.

RISPOSTA - In fondo, scendendo è un articolo del ‘98... è pubblicato quindi, ma come questo esistono altre pubblicazioni rilevanti che danno un’ottica ecologica alle indagini sul danno genetico nell’uomo e in altri organismi. Tanto più ci si allontana dall’inizio di quella scala temporale ed organizzativa verso il fondo, tanto più complesso è mettere in relazione le cause e gli effetti in termini di esposizione e di effetti indotti, e poi va anche tenuto presente che essendo dei viventi che parliamo, l’esistenza di individui a diversa sensibilità rispetto alle possibili conseguenze dell’esposizione, i cosiddetti fenotipi metabolici, la diversità biologica individuale, fa sì che le risposte biologiche che osserviamo siano variabili. Se possiamo passare alla prossima. Vorrei a questo punto introdurre quali sono le lesioni che io chiamo promutagene, in quanto sono lesioni iniziali da cui per evoluzione del danno possono consolidarsi delle vere e proprie mutazioni, cioè cambiamenti stabili ereditari. La prossima. Prima di, anzi, guardando questa diapositiva, anche questo è tratto da un lavoro scientifico ma è abbastanza generale da poter essere considerata nei suoi elementi, e cioè la doppia elica del DNA, danno di tipo diverso, appunto promutageni, che possono essere come questi, gli addotti al DNA sono rappresentati qui da una molecola legata covalentemente in un qualche punto della doppia elica, potrebbe essere un azoto o un ossigeno delle basi aromatiche terocicliche del DNA e questo è l’altro tipo di danno che prenderò in considerazione, rotture di elica, singola che può diventare di doppia elica, che possono poi rendersi evidenti come micronuclei; i micronuclei però possono avere anche, originare in altro modo. E per essere, per capire di che si tratta, questo è l’esempio di un legame crociato che impedisce l’apertura dell’elica, dovuto a composti come possono essere alcuni chemioterapici, cioè sostanze usate contro i tumori. E il danno da raggi UV, componente della luce solare, è un (dinarodattimina) ma anche i fotoprodotti 6 e 4. Questo tipo di lesioni possono essere quindi scaturite da agenti genotossici, indotte quindi, da agente esterno, ma prodotte anche dal normale metabolismo, quindi va tenuto presente questo per quando poi si analizza il danno genetico. Procedendo, quello che voglio dire è che due tipi di parametri, indici di danno genetico, addotti al DNA micronuclei, mi sono stati utili per verificare se esisteva o meno danno genetico in organismi lagunari. Allora in particolare addotto è una modificazione strutturale risultante dal legame covalente, cioè un legame forte, a bersaglio - qui parliamo del DNA ma i bersagli possono anche essere RNA e proteine - di una molecola di per sé reattiva oppure resa tale dal metabolismo, come esempi di sostanze reattive di per sé ce ne sono varie che mostrano quanto diversi possono essere i composti chimici alchilanti capaci di reagire sul DNA, alcuni come cloroalchilsolfuri, claroalchilammine, sono stati usati come gas bellici, sono (leipriti), vorrei ricordare che qualsiasi specie radicalica, proprio per la reattività di questo stato molecolare, può legarsi ad un bersaglio e formare quindi addotti, in questo senso sia specie radicali di molecole grosse come gli idrocarburi aromatici policiclici o altri, sia piccoli radicali come quelli derivati dalla molecola dell’ossigeno. Tra quelli invece che devono essere trasformati per diventare DNA reattive, tipicamente ammine aromatiche, come 4 amminobifenile , il butadiene, lo stesso cloruro di vinile, idrocarburi e molte altre possono attaccarsi al DNA; tra gli idrocarburi, per considerare come esempio un gruppo di sostanze chimiche abbastanza affini, va considerato che non tutti reagiscono nello stesso modo e quindi anche piccole differenze molecolari possono spiegare una diversità di effetto. L’addotto viene considerato esposizione avvenuta, quindi dose biologica efficace. Il micronucleo invece è definito da una masserella di DNA nel citoplasma, la presenza anomala di DNA, può derivare, come abbiamo visto prima, da rotture del DNA o da un’alterata migrazione dei cromosomi in anafase, quindi un disturbo è un disturbo di tipo cromosomico e richiede che la cellula si replichi per poter essere evidente. Composti che danno micronuclei sono proprio tra i più vari, questo è quindi aspecifico come indice, dalle radiazioni, che sono le prime su cui si è visto questa evidenza, a composti inorganici, sali di metalli pesanti, ed anche a tanti organici di tipo diverso. Nella formazione dei micronuclei degli addotti molte sono le variabili, prima di tutto la molecola che reagisce con la sua reattività chimica, e l’accessibilità del DNA con la diversità dei suoi siti bersaglio; non va dimenticato che diverse specie hanno una dotazione enzimatica specifica e questo, nel caso di composti che vengono attivati dal metabolismo, fa sì che gli effetti poi siano diversi, poiché dipenderà dalla presenza e dall’attività di un certo enzima che si formi o meno con il composto DNA reattivo. Da ultimo, come variabile, i meccanismi di rimozione del danno, che vanno dalla presenza di antiossidanti nella cellula al fatto che enzimi della riparazione possono rimuovere queste lesioni in modo efficace o inefficace e che la cellula stessa può scegliere di morire, la morte cellulare programmata o (apoctosi) in presenza di danno genetico troppo elevato, e poi altre difese dell’organismo che ci spostano però a livelli successivi come per esempio le difese immunitarie nei confronti di cellule trasformate. Per entrare in merito possiamo fare un esempio, questo è il caso del benzopirene, che è un modello di agente mutageno cancerogeno che di per sé è idrofobico e inerte, chimicamente inerte, ma che dopo metabolismo può produrre questo intermedio DNA reattivo, benzopirene di ossido, che sa reagire sul DNA, ma se questo è stato il primo imputato fin dai primi decenni del secolo per la cancerogenesi del benzopirene nei topi, oggi si conoscono altre strade metaboliche attraverso cui il benzopirene può formare composti DNA reattivi e questi implicano la produzione di radicali e tanto più si va avanti tanto più si capisce che i radicali hanno un’importanza... radicale dell’ossigeno, per l’azoto, specie e radicale più complesse, hanno un’importanza concreta nella patogenesi delle malattie degenerative, e non solo il cancro. Chiaramente se un addotto permane nella cellula può poi ostacolare la replicazione del DNA e le funzioni dei geni che dipendono dal fatto che sul DNA devono poter agire gli enzimi, interazione DNA-proteina, senza trovare degli impicci come possono essere le molecole attaccate ad esso. Quindi riassumendo questa parte, la presenza di addotti può determinare mutazioni, cioè cambiamenti definitivi e di estensione variabile, dell’informazione codificata nel DNA e quindi alterare funzioni cellulari, dipenderà dal tratto di DNA coinvolto, da eventi successivi all’interno della cellula, dal tipo di cellule, dal tipo di organismo, quello che poi noi osserviamo. Per il micronucleo, la perdita di DNA può significare perdita di funzioni essenziali. E - sempre a concludere questa prima parte - nonostante la mutazione sia di per sé una risorsa evolutiva, mutazioni critiche, cioè sempre quelle in punti specifici di certi geni, geni deputati al mantenimento dell’omeostasi replicativa cellulare, cioè dell’equilibrio per cui una cellula sceglie di replicare, non replicare o morire, sono state implicate, quindi queste mutazioni critiche, come eventi che accadono nelle fasi più precoci del lungo processo della cancerogenesi. Inoltre se ci spostiamo dalle cellule somatiche alle cellule germinali, mutazioni che possono causare disfunzioni nei gameti, quindi o non riescono ad andare a fecondazione o la fecondazione non ha successo, e infine può comportare anche alterazioni negli stadi più precoci dello sviluppo dell’organismo, o effetti che diventano palesi molto più tardi nella vita dell’individuo neonato, o addirittura in generazioni successive, e in questo intendo l’effetto di mutazioni di tipo recessivo nel DNA. Vengo alle procedure adesso i cui dettagli sono pubblicati in articoli di letteratura che posso rendere disponibili. Per quanto riguarda gli addotti al DNA dobbiamo capire immagini come queste, per avere questa evidenza degli addotti del DNA bisogna immaginare che il DNA viene isolato prima di tutto dagli organismi di interesse, sangue se si tratta di uomo, quindi linfociti umani, o tessuto branchiale di mitilo o di pesce, come il caso in questo studio, viene depolimerizzato con degli enzimi, in modo da liberarne i nucleotidi che sono i suoi componenti, e ci saranno dei nucleotidi normali e nei nucleotidi che sono modificati da addotti, allora il campione viene predisposto all’analisi arricchimento, l’estrazione dagli addotti avviene in due modi che di seguito saranno indicati come arricchimenti in butanolo, B, ed arricchimento per digestione con nucleasi P1, N. Dopo arricchimento il DNA digerito viene marcato con un tracciante, un isotopo radioattivo, fosforo 32, che è la ragione per cui si vedono queste macchie nere che esprimono radioattività, il DNA viene depositato alla base di una lastra cromatografica che viene fatta migrare in due posizioni ortogonali e su cui poi viene fatta un’altra radiografia, questi sono dettagli tecnici ma servono per capire che ci si aspetta in presenza di addotti la comparsa di macchie rispetto a una condizione di assenza, e macchie che si distribuiscono nel cromatogramma a seconda della loro mobilità e quindi della loro struttura molecolare. Questo, la macchia più grossa, è quanto si può vedere per l’intermedio reattivo del benzopirene, il benzopirene... che produce però anche altri addotti ed è questo verosimilmente l’addotto tra il carbonio 10 del benzopirene e l’azoto in posizione 2 della guanina, azoto esociclico.

 

Avvocato Partesotti: sta parlando della figura 04, per il verbale?

RISPOSTA - Sì. Se io invece faccio reagire in provetta sul DNA del benzopirene come tale, non il suo intermedio, devo però aggiungerci degli enzimi per simulare il metabolismo, ottengo un altro quadro che mi dà l’idea che la formazione di addotti è meno efficace ma questo in funzione della variabile attivazione metabolica. Se possiamo procedere, questo è l’effetto che si può osservare in mitilo, quindi formazione di addotti, la figura è la 05, nel caso di mitili non trattati, queste sono, DNA da branchia, questo è DNA da ghiandola digestiva o epatopancreas, qui in realtà il trattamento è un solvente, DMSO, il quadro è pressoché pulito, quando invece questi mitili sono lasciati in acqua contaminata dal benzopirene per 2 o 3 giorni compare un addotto. Di seguito, per capire, per renderci familiari queste immagini, questi sono i risultati sempre da benzopirene in cellule di mammifero, questi sono linfociti il cui metabolismo produce un quadro ridotto rispetto a cellule che possono metabolizzare meglio il benzopirene e quindi per le stesse dosi, 1, 2, 3 a crescere...

 

Avvocato Partesotti: figura?

RISPOSTA - Figura 06. A crescere verso destra, si vede la formazione di addotti in quantità diversa e crescente. Questo è un lavoro che abbiamo fatto in laboratorio insieme con la professoressa Celotti nel ‘96. Procedendo, la tecnica quindi rivela addotti al DNA da composti aromatici dovuti a molecole grosse - quindi non piccoli addotti ma grosse - come sono quelle degli idrocarburi aromatici policiclici ma anche nitro-aromatici ed ammino-aromatici, e quello che ho preso della tecnica, forse un pregio e un difetto, è quello di poter rilevare addotti nel DNA senza sapere chimicamente il loro nome. Questo è un pregio perché così è possibile vedere addotti che vengono formati da composti raramente o mai misurati in un campione ambientale come il sedimento e la polpa del mitilo, e per capire di cosa parlo, gli addotti sono, gli idrocarburi aromatici policiclici normalmente saggiati da un punto di vista chimico sono 16 e non comprendono questi, il 7 benzofluorene, il dibenzopirene, il (ciclopentacidiperene) che sono dimostrati importanti da un punto di vista della formazione di addotti e della tumorigenicità in roditori di laboratorio e questi sono gli articoli di letteratura che ne parlano, sono riferiti al 2000, i primi 2 della figura 6 B, e poi al ‘97 e al ‘94 i rimanenti. L’altra tecnica è più semplice concettualmente, prevede l’analisi microscopica di cellule, per esempio queste sono cellule da branchia di mitilo...

 

Avvocato Partesotti: può indicare per cortesia in questa figura dov’è il micronucleo, così ci rendiamo conto tutti quanti?

RISPOSTA - Ci stavo arrivando. Se questo è il nucleo cellulare, e questi sono altri esempi di nuclei nelle cellule, il citoplasma è intorno, il micronucleo sta nel citoplasma come massa distinta, qui sono cellule di tipo diverso e riferite a branchia di mitilo. Venendo quindi alle due specie, il mitilo mediterraneo e il gò, gli addotti sono stati saggiati in mitili e i pesci in tempi diversi dal ‘93 ad oggi, per varie ricerche e parzialmente porto anche dati di micronuclei ed analisi chimiche. Di solito l’analisi si riferisce ad un campione che rappresenta 5 animali per gli addotti, per i micronuclei l’analisi delle loro frequenze è individuale, però poi i dati vengono guardati insieme da un punto di vista statistico per gruppo campione. Allora, venendo all’area di Marghera, devo dire che i punti campionati sono tutti all’intorno degli stabilimenti del Petrolchimico nei canali Malamocco Marghera, canale Tresse, canale Vittorio Emanuele e canale Brentelle in più vicini ad essi e all’intersezione con altri canali. Quello che sostengono i risultati per questo primo blocco di dati, beh, blocco di dati che è del ‘93-’94 riferito a ricerche Murst, dati che sono stati riferiti al convegno nel ‘93 alla Sima e alla Site, e che sono stati pubblicati nel ‘96, in parte, i punti campione sono Marghera-Fusina, porto canale Lido, porto canale Malamocco, porto canale Chioggia, laguna Lusenzo e canale Lombardo Esterno, questi ultimi riferiti all’area di Chioggia, e quello che sostengono i dati di questo primo blocco d’indagine è che nell’area di Marghera ci sono addotti al DNA a livello significativo rispetto ad aree di riferimento, nei mitili e nei gò, esattamente nel tessuto branchiale. Questa mappa della figura 08, mostra che a Marghera i prelievi sono stati effettuati intorno allo sbocco del canale, lungo il canale Malamocco Marghera, da Fusina...

 

Avvocato Partesotti: 08 la figura?

RISPOSTA - Sì. Da Fusina all’imboccatura del canale industriale sud e questo per confronto con i punti di sbocco a mare, Lido, Malamocco e Chioggia, e quei due punti che ho riferito prima relativi all’area di Chioggia. Una prima analisi ha considerato il prelievo a Marghera per confronto con questi altri punti, esattamente Marghera, 5 siti, questo di Marghera, di Malamocco, Chioggia, e i tre di Chioggia, e successivamente poi si è esteso, ritornando a Marghera, ed andando a confronti accoppiati tra Marghera e Lido o Marghera e Malamocco, o Marghera e Chioggia; i dati sono nella diapositiva successiva e cioè dal confronto di prima battuta i livelli di addotti al DNA compaiono in quantità a Marghera più elevata rispetto alle altre 4 stazioni esaminate, laguna Lusenzo, Chioggia porto, canale Lombardo Esterno, Chioggia e Malamocco. I livelli in generale di addotti sono bassi perché stanno al di sotto di 0,4 RAL, che significa numero di addotti ogni 10 alla 8 nucleotidi normali, quindi molecola alterata ogni 10 alla 8 molecole, e questo dato va detto che è caratterizzato da dispersione...

 

Avvocato Partesotti: il dato di 5 Marghera-Fusina?

RISPOSTA - Sì, ma forse quello che più è illuminante - la diapositiva successiva – è l’immagine che ne emerge. Considerando il pannello di sinistra della figura 10, si può vedere come invece di avere un singolo addotto compare una striscia lungo la diagonale, una striscia che si ferma e non procede lungo la diagonale, questo è branchia di mitilo, dati successivi fatti sui pesci, i gò di Marghera, mostrano che la striscia è di nuovo presente e si estende maggiormente lungo la diagonale.

 

Avvocato Partesotti: quindi questa diagonale, se può soffermarsi sul significato della diagonale che vediamo su questa figura che è la numero?

RISPOSTA - 10. Vorrei intanto far notare la differenza di risposta che poi si riprodurrà in dati successivi, cioè il mitilo ha una risposta più limitata rispetto a quella del pesce, e questo è ragionevole considerando la diversità tra gli organismi, ma per capire questa zona diagonale che viene indicata in letteratura diagonal radioactive zone, DRZ, ho portato alcuni esempi...

 

Avvocato Partesotti: se può tradurre per cortesia DRZ?

RISPOSTA - Zona radioattiva diagonale. Ho portato alcuni esempi di lavori recenti, questa - è l’immane di insieme che va colta - è la figura 11, è tratta da un lavoro di Ericson del ‘99 e collaboratori, siamo vicini a Stoccolma, è un dato di laboratorio, mostra come rispetto ad un controllo di un esperimento in cui venivano trattati dei lucci con singole sostanze: benzopirene, benzofluorantene e 7 dibenzocarpazolo, esperimento in cui il controllo non mostra addotti, il benzopirene fa il suo affetto, con il benzofluorantene la risposta è ridotta, solo quella del dibenzocarpazolo, sono tutti e tre inquinanti che si possono trovare nei sedimenti dell’acqua marina, in zone costiere, l’effetto d’insieme è quello di produrre quasi una mistura, una zona diagonale in cui ancora si possono distinguere i singoli addotti, e questo in diversi tessuti, è cioè da sinistra a destra, nel fegato, nell’intestino, nelle branchie e nel cervello dei pesci sperimentalmente trattati. Nella diapositiva successiva invece si mostra quello che accade per campioni ambientali, questo non è luccio ma è pesce persico, è la figura 12, ancora da Ericson, un altro lavoro del ‘95, in una zona di riferimento considerata non inquinata il quadro è pulito, e poi compare la zona diagonale per due aree inquinate, evidentemente con composti che sono DNA reattivi, è la baia di (Sandsvold) e di (Norrsandet). E rispetto a questo secondo, no, rispetto alla zona, alla prima che ho citato, di Sandsvold, si può mettere in relazione la formazione degli addotti alla zona inquinata secondo un gradiente, il sito 1, 2, 3, 4...

 

Avvocato Partesotti: siamo passati alla figura 13.

RISPOSTA - Nella figura 13, il sito 1, 2, 3, 4 sono rispettivamente vicini e poi gradualmente più lontani dalla fonte inquinante o comunque dall’area più inquinata e a questo corrisponde anche una maggiore formazione di addotti, i due panelli più in basso, le due serie più in basso per quanto riguarda il rene e sopra per il fegato del pesce persico catturato.

 

Avvocato Partesotti: quindi più si ci allontana dalla zona inquinata e meno vediamo gli addotti, quella linea diagonale di cui ci ha parlato.

RISPOSTA - In questo ovviamente ci sono dei dettagli sperimentali che possono spiegare la maggiore o minore evidenza degli addotti, anche in funzione di come vengono rilevati, perché questi sono stati rilevati con la tecnica di analisi d’immagine e come alternativa, quella che io ho usato, è scintillazione in fase liquida, che è meno efficace. Nella successiva, la figura 14, è mostrato, sempre in riferimento all’area diagonale, alla zona radioattiva diagonale, l’effetto del fumo, che è il più tipico, sono ratti che sono stati esposti al fumo da solo o ad alcool da solo, quindi è stato dato alcool etilico, e quindi sono stati analizzati dopo 8 mesi, quindi si tratta di un’esposizione cronica, con la tecnica del fosforo 32 che è quella che prima ho descritto per le analisi degli addotti, e cioè dà una condizione, oh, qui il lavoro è, taglia in maniera diversa i cromatogrammi, nel senso che lascia invece, invece di tagliare il cromatogramma all’origine lo lascia e quindi compare quello che è il punto di origine come punto nero che però non viene poi conteggiato nell’analisi dei dati, quindi quello che in genere si osserva è, escludendo questa parte che è a sinistra in basso in tutti questi cromatogrammi, si guarda l’area diagonale per confronto tra controllo, tutto a sinistra in alto, e trattati con solo etanolo, con solo fumo di sigaretta, o con entrambi. La prima serie in alto si riferisce agli effetti sul DNA del tessuto esofageo, quindi per confronto con i controlli ed anche con i singoli agenti usati per l’esposizione, compare una pesante zona diagonale radioattiva. Nel fegato l’evidenza è quasi nulla, invece di nuovo forte intensità degli addotti rilevati per il polmone e per il cuore. Qui ci sono molte implicazioni, per esempio il fatto che si parli di tessuti proliferanti e non proliferanti, però era solo per la zona radioattiva che ne parlavo. Venendo ai dati del ‘93-’94, a conclusione di questo primo blocco di dati, siccome era uno studio multicentrico, sono stati analizzati anche gli idrocarburi aromatici policiclici sia per quelle 5 stazioni di cui dicevo prima, e cioè laguna di Lusenzo, porto canale di Chioggia, canale Lombardo Esterno, porto canale Malamocco e Marghera tra il canale industriale sud e Fusina, sia nei sedimenti che nei mitili, va detto che qui sono branchie di mitilo, non polpa totale. Ed espresso in nanogrammi per grammo nel sedimento si vede che la concentrazione più elevata di policiclici aromatici è nel campione 5 di Marghera e per quanto riguarda i mitili lo stesso, i valori più alti sono stati trovati, intorno ai 2.000 nanogrammi per grammo, sono stati trovati proprio nella stazione 5. I dati sono stati ottenuti per gascromatografia associata alla spettrometria di massa, da un gruppo di lavoro del Mario Negri esattamente nella persona di Emilio Benfenati, Roberto Fanelli e Elena Fattore, che sono consci che li sto presentando qui. Non solo, ma per i dati del ‘93 a quel punto abbiamo ripetuto l’indagine accoppiando Marghera di volta in volta con un porto canale, nel maggio ‘94, nel giugno ‘94, nel luglio ‘94, nell’ottobre ‘94, sempre trovando, come nel primo caso, differenze significative nel livello di addotti rilevavi a Marghera rispetto al porto canale. Questo è il caso della branchia di mitilo, siamo alla figura 16, ma nella successiva lo stesso, è vero, nel luglio ‘94, nell’ottobre ‘94, per le branchie di gò, e sono dati pubblicati in un lavoro Venier-Retal ‘96. Passo adesso al secondo blocco di dati...

 

Avvocato Partesotti: ci può, tornando indietro alla figura precedente, se ci può dare qualche cifra indicativamente, sarà poi depositata la tabella, ma forse è il caso...

RISPOSTA - Per quanto riguarda i pesci, rispetto a valori di controllo che sono quasi zero, per esempio in questo caso sto leggendo il campionamento, i campionamenti relativi a giugno ‘93, dei valori di quasi 0, di 0,039, 0,037...

 

Avvocato Partesotti: figura 16.

RISPOSTA - In figura 16. Si passa a valori di 0,290, il che in generale sono cifre molto basse ma bisogna sempre pensare a quella che è l’estrema efficacia del tracciante radioattivo e quindi del tipo di analisi che è stata applicata. I valori comunque si oscillano, sono sempre inferiori ad un RAL, cioè un addotto ogni 10 alla 8 nucleotidi normali. Procedendo nel secondo blocco di dati, questi sono stati finanziati dal Murst e dall’Associazione Ricerca sul Cancro di Ancona, poi riportati al convegno nel ‘98, si riferiscono a 4 stazioni, ancora Marghera, in due punti, alla confluenza tra il canale Malamocco Marghera e il canale industriale sud, all’inizio, verso Marghera, del canale Vittorio Emanuele III, alla sommità del canale Brentelle e poi al porto canale di Chioggia, come controllo avevamo anche dei mitili tenuti in stazione, mitili presi dalla zona di allevamento e tenuti nella stazione idrobiologica di Chioggia. Il gruppo di dati dice che nel DNA, ancora tessuto branchiale, di mitili sia nativi indigeni che trapiantati nell’area di Marghera, ci sono livelli significativi di addotti al DNA, intendo significativi per confronto con siti di riferimento. La mappa mostra le stazioni appena citate e cioè confluenza del canale industriale sud e Malamocco Marghera, la sommità vicino all’isola dei petroli del canale Vittorio Emanuele, canale Brentelle in cima e poi giù il porto canale di Chioggia.

 

Pubblico Ministero: mi scusi un attimo, interpreto correttamente mi pare, però lei ha detto già un paio di volte significativi, significativamente maggiori?

RISPOSTA - Sì, significativamente maggiori, ed è un’analisi che...

 

Pubblico Ministero: solo per il verbale, è pacifico, però va precisato.

RISPOSTA - Sì, livelli significativamente maggiori, come abbiamo visto dalle tavole, dai numeri, e comunque è un’analisi della varianza condotta su un numero di repliche adeguato. I risultati sono questi e cioè: rispetto...

 

Avvocato Partesotti: cioè quelli indicati nella figura 19 a livello grafico?

RISPOSTA - Sì, riferiti al tessuto branchiale di mitilo per le 4 stazioni appena indicate, analizzate con due tipi di arricchimento diversi, arricchimento con nucleasi P1 ed arricchimento in butanolo, quelli precedenti, del ‘93, erano arricchiti con nucleasi P1 soltanto. Quindi sono stati fatti sullo stesso DNA, stesso campione, e la risposta può non essere equivalente, per questo vengono introdotti entrambi, in ordinata espressa la quantità di addotti in RAL, e quello che si può vedere per quanto riguarda l’arricchimento in butanolo è che rispetto a Chioggia porto canale preso a riferimento si alza il livello di addotti nelle altre tre stazioni, in particolare essendo significative all’analisi, maggiormente, quindi maggiore quantità di addotti, la stazione 3, canale Vittorio Emanuele e il canale Brentelle, la stazione 4. Per quanto riguarda l’arricchimento con nucleasi P1 la risposta è minore e comunque, dato il livello di controllo, risultano significativi tutti e tre i campioni presi nell’area industriale. L’immagine che si ottiene è questa, parlo del pannello B e nel pannello D della figura 20 che sono stati presi ad esempio per mitili della zona industriale a confronto con i mitili di Chioggia, i pannelli A e C, e per i due tipi di arricchimento, A e B in butanolo e C e D l’altro, nucleasi P1. Questa figura dice che anche per mitili trapiantati l’esposizione causa addotti, questo pannello in alto della figura 21 è riferito a mitili tenuti nella stazione idrobiologica di Chioggia, a 25 settimane non si vede la formazione di addotti, erano mitili presi da un’unica resta, che significa mitili cresciuti insieme, quindi forse più omogenei da un punto di vista genetico, rispetto agli stessi mitili trapiantati al canale Brentelle. La formazione di addotti è significativa lungo la diagonale anche se la risposta nei mitili rimane limitata. A 54 settimane si riferiva quel dato, quindi dopo 54 settimane dall’esposizione. Il terzo blocco di dati si riferisce a campionamenti effettuati nel ‘98-’89, finanziati dal Murst e dal Magistrato alle Acque, e quindi riportati nelle relazioni del progetto 2023. I siti campionati sono una decina in preliminare, poi ridotti a 5 per dare un’informazione più esauriente. Il punto di riferimento è il numero 1 e si tratta di un’area ecologicamente ricca e con ricambio d’acqua, essendo più prossima al mare, ed è di fronte alla ricettoria di Treporti lì dove confluiscono tre canali, poi lo mostro sulla mappa. Gli altri punti percorrono tutta la laguna perché vanno dall’isola di Crevan lato est, il numero 2, isola San Francesco del deserto lato nord, il numero 3, canale di Tresse ramo sud-est, numero 4, passo Campalto barena di passo, numero 5, isola delle Tresse lato nord, numero 6, il numero 7 è lo stesso isola delle Tresse lato sud, e numero 8 è la confluenza dei canali, come prima, Malamocco Marghera, sbocco del canale industriale sud, quindi 6, 7, 8, sono le stazioni più vicine agli stabilimenti industriali e poco più distante è la stazione 5, quella di passo Campalto. Le ultime due sono nell’area di Chioggia, la 9 ancora nella laguna di Lusenzo, vicino all’isola di San Domenico, e la 10, in prossimità del canale Lombardo Esterno e del Ponte del Musichiere. Adesso sulla mappa è più chiaro, forse, e cioè da un’estremità all’altra della laguna partendo dal sito di riferimento, siamo nella figura 23, ecco, il sito di riferimento, gli altri che sono stati considerati in prossimità dell’isola di Sant’Erasmo, il punto a barena del passo, i tre punti a Chioggia, per i mitili abbiamo dovuto campionare scendendo lungo il gradiente di salinità fino all’isola di San Secondo, questo punto che è più vicino a Venezia, e poi i due punti relativi a Chioggia. E’ su questo che vado ad esporre i dati e i dati nell’insieme hanno mostrato ancora una volta che nell’area di Marghera, per i siti 7 e 8 in particolare, ci sono livelli di addotti nei pesci e nei mitili significativamente maggiori rispetto al sito di riferimento, e questo si conferma anche facendo l’analisi dei micronuclei, si osserva un incremento significativo e poi mostrerò anche alcune analisi chimiche che sono state effettuate per cercare una relazione con gli inquinanti che potevano essere responsabili della formazione di addotti, sono analisi chimiche riferenti solo a polpa di mitilo e solo alla seconda campagna, essendo questo uno studio articolato in due campagne di prelievo. In questi pannelli, siamo nella figura 24, da uno, in alto a sinistra, a 10, in fondo a destra, sono illustrati i cromatogrammi e quindi gli addotti, l’immagine degli addotti, relative alle 10 stazioni guardate in via preliminare, studiate in via preliminare, e rispetto a casi in cui il cromatogramma è pressoché negativo, compare la zona diagonale nelle stazioni 5, 7 e 8, in 5 l’evidenza...

 

Pubblico Ministero: quella dovrebbe essere la 6?

RISPOSTA - Sì, scusi, 6, 7, 8.

 

Avvocato Partesotti: se può ripetere quali sono le stazioni 6, 7, 8, grazie.

RISPOSTA - Allora, tornando dietro, 6 isola delle Tresse lato nord, 7 isole delle Tresse lato sud, e siamo nel canale Vittorio Emanuele III, e poi era alla confluenza dei canali Malamocco Marghera e sbocco industriale sud. Quindi riprendendo i dati la zona diagonale compare nelle tre stazioni citate, 6, 7, 8, e quello che è una novità è che compaiono addotti anche nella stazione 10 che è riferita a Chioggia che però non risultano come distribuzione cromatografica simili a quelli rilevati nell’area industriale, quindi possono essere dovuti a componenti diversi rispetto a quelli che hanno causato questi addotti data la mobilità cromatografica che mostrano. Adesso restringo il confronto soltanto alle zone di riferimento 1, nella figura 25, contro 7 e 8 che sono quelle dell’area industriale. Questo a sinistra è lo stesso dato mostrato nella figura precedente però corredato dall’analisi parallela sul DNA arricchito con nucleasi P1 anziché con butanolo, è la zona diagonale, è confermata. Passando avanti, anche nell’intestino di pesce - quella di prima era la branchia e questo è l’intestino negli stessi pesci - si vede la comparsa della zona diagonale nei due modi di arricchimento, a sinistra butanolo e a destra nucleasi P1, per il controllo che è quello vicino, tra la palude della Centrega e la ricettoria di Treporti, si vede che compare la zona diagonale per la stazione 7 e per la stazione 8; la zona diagonale è marcata intensamente anche con l’altro tipo di arricchimento, nucleasi P1, che però mette in rilievo qualcosa anche per i pesci dell’area di riferimento. La mia interpretazione di questo dato è che la laguna è un ambiente semichiuso e quindi è possibile che il campione di controllo non sia un vero e proprio bianco. Procedendo, in una seconda campagna di raccolta fatta nel ‘99, i dati precedenti erano nel ‘98, si conferma l’analisi, il significato dell’analisi, e rispetto - in alto - al sito di riferimento, i due pannelli in alto mostrano risultati per la branchia di gò analizzata arricchendo con butanolo o nucleasi P1, compare la zona diagonale e questa immagine risulta molto ridotta ma ugualmente significativa anche per i mitili, nel sito di riferimento la figura 28 si interpreta come quelle precedenti, nel sito di riferimento il cromatogramma è pulito, nel sito delle stazioni 7 compare una zona diagonale, anche se limitata, e la risposta è qui però inferiore, si può intuire la traccia diagonale, ma inferiore per la stazione 8. Guardate l’insieme, solo per i casi in cui si è a potuto fare l’analisi statistica, quindi il pannello sottostante della figura 29, abbiamo potuto rilevare un incremento significativo degli addotti al DNA nelle stazioni 7, per quanto riguarda pesci raccolti nel ‘99 ed analisi della branchia, arricchimento con butanolo, e mitili raccolti nel ‘99, analisi della branchia, arricchimento con butanolo. Dati significativi sono stati anche raccolti per la stazione 8 nel ‘98, perché è la prima campagna, analisi della branchia, pesci gò, e per mitili, analisi della branchia, è significativo anche quel dato di Chioggia che avevo fatto notare rilevato nel ‘98, l’unico però rispetto agli altri punti. Procedendo, i mitili sono stati utilizzati anche per l’analisi dei micronuclei in due tessuti, cellule di branchia e cellule dell’emolinfa, che sono come un po’ le cellule del nostro sangue, e le stazioni sono di nuovo, uno è il sito di riferimento..

 

Avvocato Partesotti: che è la figura 30.

RISPOSTA - Uno è il sito di riferimento, contro la stazione 5, che era quella di Campalto ma in realtà questi sono mitili di San Secondo perché a Campalto non ce ne sono affatto, questo per la stazione 5, poi le stazioni 7 e 8 che già conosciamo e la stazione 10 che è riferita a Chioggia.

 

Avvocato Partesotti: le stazioni 7 e 8 cosa rivelano?

RISPOSTA - Gli asterischi riportati in questa figura indicano l’incremento significativo di micronuclei esattamente nella branchia, la prima colonna, e poi nell’emolinfa, no, l’emolinfa non ha risultato significativo, quindi nella branchia, la prima colonna, e per la stazione 8 sia branchia che emolinfa, quindi un altro stato di danno genetico che riferisce la presenza di inquinanti che possono dare lesioni al DNA. Questo è vero anche per la stazione 5, per l’analisi delle cellule della branchia. Procedendo, la polpa di mitilo consegnata al laboratorio SGS Ecologia per cui fa riferimento il dottor Bonamin, è stata predisposta per l’analisi di metalli e di organici; queste analisi sono state condotte con metodi standard, i risultati sono stati forniti come dati unici, e quindi di riporto come tali, e sono state effettuate sull’eufilizzato dalla pompa e quindi espressi in peso secco. I milligrammi/chilo, qui è riportata la concentrazione di arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo e stagno, che ho scelto come elementi per l’analisi e che ho cumulato insieme per avere un indice sintetico di descrizione delle stazioni. Le stazioni non sono discriminate dall’analisi di metalli pesanti, anche se emerge a Chioggia una discreta concentrazione della somma ma in particolare dell’arsenico. L’analisi invece degli IPA totali espressa in nanogrammi per grammo di peso secco, relativa alle 5 stazioni, 1, 5, 7, 8, 10, siamo in figura 32, mostra come le concentrazioni maggiori siano rilevate rispettivamente nella stazione 7 e di seguito nella 8 e nella 5, rispetto al valore più basso che è quello della stazione 1. La figura successiva mostra un altro indice sintetico, i dati analitici però esistono, in cui io ho messo insieme come descrittore i 13 singoli congeneri e l’aroclor determinato come misura quindi dei PCB e con questo indice vediamo che rispetto alla stazione 1 le stazioni 7 e di seguito 8, sono quelle a concentrazione maggiore, raggiungendo valori che al punto massimo supera 1.200 microgrammi per chilo di peso secco. Passando alla successiva, l’esaclorobenzene... quindi come tale, dà un’immagine ancora più netta della differenza tra le stazioni e in particolare rispetto ad un valore pressoché nullo della stazione 1, valori consistenti sono raggiunti dalla stazione 7 e 8 per più di 50 microgrammi/chilo la stazione 7 e per circa 20 microgrammi/chilo la stazione 8. L’analisi dei pesticidi clorurati, che si riferisce ad alfa, beta e gamma esacloroesano, eptacloro, (eptacloroepposido), (andrin) e (dialdrin) e i composti del DDT, mostrano, presi insieme, questi risultati: la stazione 1 e la stazione 10 hanno livelli simili intorno a 16 microgrammi, 16, 18 microgrammi per chilo, le stazioni 5, 7 e 8 hanno valori più elevati, vicini a 30 microgrammi/chilo. In conclusione, riassumendo quelle che sono le evidenze relative al periodo ‘93-’99, anni, penso che si possa dire che Marghera rispetto alle altre aree considerate nello studio si mostra del tutto particolare, in quanto ripetutamente nei mitili e nei pesci campionati si sono osservati livelli significativi di danno genetico.

 

Avvocato Partesotti: dal ‘93 al ‘99?

RISPOSTA - Sì. Per quanto riguarda l’analisi degli addotti al DNA, la presenza del DRZ, cioè zona diagonale radioattiva, è segno di un’esposizione multipla a composti aromatici DNA reattivi, le analisi chimiche più recenti, quindi del ‘98 e ‘99, suggeriscono una relazione di questo dato biologico con la presenza di idrocarburi aromatici policiclici, bifenili policlorurati ed esaclorobenzene e comunque penso sia innegabile la condizione di esposizione ambientale ad agenti genotossici in questi organismi. Ho finito.

 

Presidente: la ringraziamo molto, grazie. Intanto se si vogliono accomodare, facciamo 5 minuti proprio di sosta.

 

Avvocato Scatturin: i nostri due consulenti di questa mattina concluderanno velocemente, e Medicina Democratica chiude il discorso su queste questioni con il professor Ettore Tibaldi che è un ecologo.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTI

DR. MARA LUIGI - DR. CARRARA ROBERTO

DR. TIBALDI ETTORE

 

MARA - Illustreremo brevemente le emissioni del complesso Montefibre riferite alla produzione di fibra vinilica, i reparti VT. Poi l’ingegner Carrara dirà altre cose sempre sul problema Montefibre. Così abbiamo preso in esame, questa è la fotografia secondo le fonti ufficiali aziendali al momento della chiusura di questo ciclo produttivo di Montefibre perché fa riferimento alla relazione del dottor Guermani del luglio ‘77, quella che va sotto il nome di task-force, e poi fa riferimento alla fonte Tecneco del ‘74. Noi abbiamo confrontato queste due fonti e in particolare per quanto concerne il CVM volevamo evidenziare che c’era una grossa discrepanza, cioè tra il documento interno Montedison riservato della task-force, etc., noi abbiamo con certezza evidenziato un’emissione annua di 300 tonnellate di cloruro di vinile monomero, stiamo parlando all’atmosfera, mentre dal documento Tecneco, che è antecedente, e quindi ipoteticamente uno può pensare che le condizioni degli impianti erano peggiori, abbiamo 16 tonnellate/anno, quindi c’è una notevole differenza tra questi due valori. Una delle ipotesi che abbiamo considerato è il fatto, e che è emersa dalla documentazione in atti e dai verbali, è che ad un certo momento risulta che la Montefibre scaricava complessivamente 330 tonnellate all’anno di CVM e si diceva per esempio nella piattaforma del febbraio ‘76 della Fulc e dei consigli di fabbrica, che 20 tonnellate venivano scaricate attraverso le acque reflue di questi processi dei cicli produttivi della fibra vinilica. Si dice anche che attraverso interventi che mettevano in depressione le acque madri, le acque reflue, il CVM veniva scaricato nello stesso camino all’atmosfera, per cui si può ipotizzare che la differenza per una certa parte, per una certa quota, nel caso specifico 10 tonnellate, si è dovuta al fatto che nelle acque prima andava 20 tonnellate all’anno, poi con questo intervento si è dimezzato lo scarico dei reflui anni nelle acque, però si è buttato l’inquinante in un altro comparto, invece che nelle acque, nell’aria. Questa è sostanzialmente una piccola spiegazione di questa grossa discrepanza, poi c’è il discorso che vedevamo anche stamani sugli impianti CV14, CV16, e sugli altri impianti, che la fonte Tecneco sottostima probabilmente non intenzionalmente - io non vorrei essere frainteso - nel senso che la fonte Tecneco fornisce solo alcuni punti di emissione, dove c’è la portata e la concentrazione, per cui se uno va a vedere, fa la sommatoria di tutte queste emissioni trova dei valori molto bassi, ma perché il rapporto Tecnico non è rappresentativo in modo esaustivo delle emissioni all’atmosfera, sia per quanto riguarda il CVM che le polveri. Per quanto riguarda il cicloesanone diciamo che le due fonti sono abbastanza vicine, la fonte Montedison dà 811 tonnellate/anno, la fonte Tecneco dà 884 tonnellate/anno, e qui così il ragionamento, diciamo che il tempo intercorso si può considerare come piccoli interventi migliorativi, c’è un delta, diciamo, di circa 30 tonnellate in meno alla chiusura dell’impianto rispetto al maggio del ‘74 quando c’è il riferimento Tecneco. Lo stesso discorso vale per l’alcool, nel senso che avevamo per l’alcool nel ‘74 368 tonnellate/anno, e invece al momento della chiusura abbiamo sempre una fonte rilevante, 250 tonnellate all’anno, però c’è un delta, quindi uno può pensare che sono stati fatti alcuni interventi che hanno captato l’inquinante che prima veniva immesso nell’atmosfera. Per quanto riguarda altre considerazioni sui reflui lascio la parola all’ingegner Carrara.

 

CARRARA - Completo l’informativa che riguarda l’impianto della Montefibre esaminando anche gli aspetti degli scarichi idrici limitatamente a quelli provenienti dalla produzione delle fibre viniliche, anche questi dati provengono da documentazione agli atti fornita, consegnata dalla Montefibre relativa al periodo 1976-’77 che rifaceva una fotografia dello stato degli impianti e delle stime per continuare potenziando le produzioni stesse o sospendere le produzioni, poi alla fine, come si sa, decisero di sospendere le produzioni e chiudere questo reparto e quindi anche gli scarichi relativi a questo reparto. Nelle documentazioni fornite si sottolinea per quanto riguarda gli scarichi liquidi questa situazione: che il reparto VT ha un unico scarico, un unico collettore separato che scarica nella laguna con una portata di 50 metri cubi/ora, che corrispondono a circa 400.000 metri cubi all’anno. Mi scuso con la Corte, non ho avuto tempo di predisporre delle tabelle da proiettare e dovrò raccontare, ma la cosa è abbastanza breve. Qui si dice sempre nel documento che l’inquinamento delle acque di scarico è dovuto principalmente ad alcool metilico, che come sapete è una sostanza tossica, che è la causa principale del carico organico, questa sostanza è impiegata nell’impianto di polimerizzazione, e poi cicloesanone, che invece è un solvente sia per pulizia sia per lavorazioni successive del polimero. Sempre nel documento, prima di arrivare a definire poi la qualità dello scarico, vengono citati recenti interventi realizzati nel periodo ‘75-’76, che hanno permesso di diminuire la quantità delle sostanze scaricate. Tratto brevemente questi interventi perché sono particolarmente curiosi e indicativi di un certo modo di operare di questa azienda, ma non credo solo di questa azienda. Prima di entrare nel merito cito questa situazione: mentre per gli scarichi atmosferici la normativa allora in vigore in quegli anni non aveva ancora fissato generalmente dei limiti di concentrazione nelle emissioni per gli inquinanti e tali limiti venivano, come ho già detto, fissati volta per volta dall’organo, dall’ente autorizzativo delle emissioni, per quanto riguarda l’inquinamento degli scarichi idrici invece peculiarmente in laguna di Venezia era uscita nel ‘73 una normativa specifica che fissava dei limiti piuttosto restrittivi per un insieme di sostanze, e quindi direi che la più rilevante preoccupazione delle aziende era quella di cercare di non violare la normativa per lo scarico sulle acque piuttosto che la normativa sulle emissioni atmosferiche, e da questo si riconduce il ragionamento che aveva già introdotto Mara precedentemente circa la scelta di veicolare, di strippare, di mandare in atmosfera una parte degli inquinanti contenuti nello scarico, e lui parlava del CVM, in modo tale da diminuire il contenuto nello scarico idrico, e qui si rileva un comportamento analogo. Qui vengono citati una serie di recenti interventi, che riguardavano un intervento sulla colonna di distillazione denominata C1, che faceva parte del reparto VT5, e che in sostanza è un intervento che non scarica più le acque, il contenuto acquoso del fondo colonna, non lo scarica più nello scarico idrico, ma lo inserisce nel circuito industriale, le acque normalmente utilizzate per il raffreddamento, certo contaminando il circuito delle acque industriale ma sostanzialmente essendo esse normalmente connesse con torri evaporative di fatto si può ritenere che questo inquinamento fosse poi emesso in atmosfera. Con questo intervento si è riuscito a ridurre la quantità di, loro chiamano perdite, di solvente negli scarichi idrici da un valore prima dell’intervento che era pari a 1,43%, cioè un chilo e 43 di cicloesanone nella fattispecie, rispetto a 100 chili di fibra prodotta, facendo i conti di questa entità fotografiamo la situazione precedente all’intervento stesso, quindi facendo le moltipliche sulla portata, sulla quantità di fibra che si produceva nel reparto si ottiene che nella fattispecie erano circa 4.000 tonnellate all’anno, quindi 4 milioni di chili di fibra all’anno, moltiplicando per questa percentuale di perdita otteniamo qualcosa come 57.000 chili anno di cicloesanone in questo caso, scaricati in laguna, in scarichi di fogna e quindi in laguna; dopo l’intervento la percentuale di perdita è ridotta allo 0,24% peso su peso, e quindi arriviamo a valori dell’ordine dei 10.000 chili all’anno. Lo scarico finale nonostante questi interventi di riduzione che riducono in questo caso in maniera significativa l’apporto inquinanti rimangono - dice sempre il documento - eccedenti ai limiti fissati dal decreto 962 del ‘73 appunto per gli scarichi in laguna, per una serie di parametri, i parametri che qui venivano identificati erano il cosiddetto BOD5, COD, solidi sospesi, estratto etereo. Abbiamo cercato di fare un piccolo ragionamento che vi riporto su questi indici, nel documento viene riportato anche il valore, quindi non solo si dice supera, ma in una tabella a pagina 152 di questo documento, vengono riportati proprio i valori realmente riscontrati comparati con i limiti di accettabilità, con la premessa, cito testualmente, per avere l’esatta cognizione dell’entità di superamento dei limiti di accettabilità si riportano le caratteristiche dell’acqua scaricata in confronto con i limiti imposti dalla legge sopra citata, e si vede in particolare che per quanto riguarda il BOD5, che se non lo sapete significa domanda biologica di ossigeno, si ottiene un valore allo scarico di 638 contro un valore massimo di accettabilità che poteva variare tra 35 e 50, un COD, che vuol dire la domanda chimica di ossigeno, di 1.230 contro un valore di accettabilità massima variante tra 80 e 150. Mi fermo su quest’ultimo parametro per questo motivo: in questo documento non viene data un’analisi dettagliata dello scarico, solo nel testo si dice che il principale responsabile di questa entità, contaminazione dello scarico, è il solvente, l’alcool, l’alcool metilica, e in seconda istanza il cicloesanone. Ciò nonostante, pur non avendo valori di analisi specifici ho cercato di capire o di determinare quanto fosse questo scarico, pur avendo a disposizione un valore, che è questo COD, che è un valore generale, cioè che rappresenta l’ossigeno necessario per ossidare con un ossidante chimico tutti i composti ossidabili e quindi i composti organici che erano contenuti nello scarico. La cosa funziona in questo modo: un composto organico, ovviamente diverso dall’altro, ma ciascuno è ossidabile con un forte ossidante, in questo caso per manganato, e quindi in base alla quantità di ossigeno che serve ad ossidare, quindi a ridurre il carbonio ad anidride carbonica e l’idrogeno ad acqua, si può fare una stima di quanto poteva essere quel determinato composto allo scarico. Immaginando un mix composto prevalentemente da alcool metilico e una quantità meno rilevante di cicloesanone, e quindi facendo un calcolo in base alle quantità di ossigeno necessario ad ossidare queste molecole, viene un’entità di questo genere, cioè uno scarico che conteneva principalmente alcool metilico e in parte cicloesanone per un ammontare di circa 240.000 chili anno, di cui, utilizzando invece i dati di percentuale di perdita sopra riportati, solo 10.000 chili anni erano composti da cicloesanone; questo per dare un quadro anche di quell’entità di scarico. Per quanto riguarda il CVM in questo documento - e chiudo - non si fa cenno, ma il dato sullo scarico, cioè sul contenuto di CVM allo scarico è stato precedentemente fornito da Mara che mi sembrava stimasse l’entità dello scarico in circa 20.000 chilogrammi all’anno, quindi, poi con quell’intervento che mandava in atmosfera una parte ridotte ad un valore inferiore, questo ovviamente succedeva fino alla data del 1977 in cui l’impianto è stato chiuso.

 

MARA - Un breve richiamo al problema, alla stima, diciamo così, che abbiamo fatto su un impianto di Porto Marghera di produzione cloruro di vinile, mi riferisco all’impianto CV11, una stima della quantità di diossine che può aver prodotto questo impianto. Prima di arrivare a questo esempio, se per piacere mi dà la tabella dei metalli, brevemente introduco, proprio pochi minuti. Il problema è questo: che nella produzione di cloruro vinile monomero per cracking del dicloroetano si utilizza un catalizzatore a base di rame, cloruro di rame, questo è il catalizzatore ottimale per la produzione del prodotto principale che è, appunto, il CVM, si dà il caso che i metalli globalmente siano anche dei catalizzatori per la produzione delle diossine in determinate condizioni e in determinate matrici; per evidenziare il ruolo dei diversi metalli io qui ho ripreso un lavoro, una tabella, sostanzialmente siamo in un altro, come dire, in un altro sistema, in un altro processo, qui sostanzialmente si sono presi i diversi cloruri e si sono aggiunti all’1% sulle ceneri e si è visto anche le ceneri tal quali non additivate, la sperimentazione è stata condotta a 300 gradi e praticamente noi vediamo che il cloruro di calcio ha una concentrazione di nanogrammi/grammo di PCDD e PCDF che è pari alle ceneri tal quali che sono state esaminate, nel caso specifico il cloruro di rame invece è il metallo che interviene, cioè è il miglior catalizzatore fra i diversi metalli che sono stati esaminati nel dare policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani. Chiudo subito nel senso che questo è solo un esempio, non sto dicendo che questo è il sistema di cracking del dicloroetano, ma è un esempio sperimentale di come intervengono i diversi metalli nella catalisi della produzione di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani. Perché ho presentato questa tabella? Perché il nostro obiettivo è stato quello di cercare di rispondere a una sacrosanta domanda, cioè noi abbiamo qui degli impianti che hanno prodotto cloruro di vinile per cracking del dicloroetano prodotto per ossiclorurazione, si può ipotizzare una stima della produzione di diossine da questi cicli sulla base delle tonnellate di CVM prodotte? Ed allora abbiamo esaminato un lavoro finlandese, pubblicato quest’anno su Environment Science Entomology, volume 34 numero 13 del 2000, qui in Finlandia abbiamo un impianto, praticamente con un processo analogo a quello del CV11 di Porto Marghera, che è entrato in funzione nel 1973 e che è stato chiuso nel 1981 perché ha inquinato e poi dirà anche il professor Tibaldi di questo inquinamento, ha inquinato le acque della baia del golfo di Finlandia da diossine e da altri contaminanti, è stata vietata la pesca etc. etc.. Allora siamo andati a vedere le stime che hanno fatto questi ricercatori su questo impianto, vado molto velocemente e dico che negli 8 anni di marcia i ricercatori stimano che da questo impianto siano stati scaricati 11,4 chilogrammi complessivamente per tutte le policlorodibenzodiossine e per tutti i policlorodibenzofurani corrispondenti a 32 grammi di indici di tossicità equivalente alla PCDD. Allora esaminando il periodo di funzionamento del CV11 dal 1958 al 1975, ponderando i primi 12 anni, dal ‘58 al ‘70 con una capacità produttiva installata di 50.000 tonnellate, a Marghera era di più, ma stiamo in modo prudenziale, e dal 1970 al 1985, quando è stato chiuso, 100.000 tonnellate come media di produzione annua, noi arriviamo a Porto Marghera ad avere nel periodo ‘58-’70 l’emissione di 17,1 chilogrammi, ovviamente si tratta di stime immaginando che i due processi siano identici etc. etc., voglio però qui attirare l’attenzione sul fatto che il processo di Porto Marghera è un impianto che è entrato in marcia nel 1958, quindi con tecnologia ancora più antica, rispetto a quello finlandese che è entrato in marcia nel 1973 e che questa pubblicazione dà questi dati. Morale: dal ‘58 al ‘70 abbiamo 17,1 chilogrammi come policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani complessivi, e abbiamo 48 grammi come indice di tossicità equivalente alla PCDD, dal ‘71 all’85, quando l’impianto abbiamo considerato avere una produzione media di 100.000 tonnellate all’anno, abbiamo 42,75 grammi di complessivamente PCDD e PCDF e 120 grammi di indice di tossicità... sì, i 17,1 era in chilogrammi, i 48 invece sono grammi. Nei due periodi, sommando i due periodi si hanno chilogrammi 59,85 come policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e 168 grammi come indice di tossicità equivalente PCDD; ovviamente questa è una stima però riteniamo che si tratti di una stima abbastanza ben approssimata perché abbiamo fatto riferimento, diciamo così, ad un lavoro recente pubblicato quest’anno e ad un impianto che ha funzionato, ripeto, dal ‘73 all’81, poi è stato chiuso per ragioni di inquinamento, è stata vietata la pesca etc. etc.. Termino, prima di dare la parola al professor Tibaldi, facendo solo alcuni accenni, proprio per ragioni di tempo che non stiamo ad affrontare questa sera, noi nella relazione che consegneremo dopo il controesame affronteremo anche alcune problematiche tecnologiche che non abbiamo ancora affrontato per esempio nella relazione che ho richiamato venerdì del 12 luglio 2000, quella sulle valvole, gli interblocchi e tutte queste cose, come per esempio apparecchiature come il blow-down, che sono dei sistemi di scarico chiusi che potevano evitare moltissimo l’inquinamento, a nostro parere, anche in caso di grosse anomalie sulle autoclavi, ma ripeto, di questo parleremo con la relazione ed eventualmente nel controesame. Come affronteremo, diciamo così, anche problematiche che tengono presente anche dell’ultimo, alla luce anche dell’ultima comunicazione della Commissione al Consiglio del Parlamento europeo, cioè la strategia comunitaria in materie di sostanze che alterano il sistema endocrino, quindi i microinquinamenti di più sostanze nell’ambiente etc., e qui abbiamo il problema dei microinquinanti nelle acque, la catena alimentare di cui dirà subito il professor Tibaldi. Volevo anche dire che abbiamo parlato in queste due udienze di inquinamento sia ambientale in tutti i comparti, per esempio a proposito del ciclo cloro-soda, quindi dai fanghi a quanto viene messo nelle acque, all’aria etc., abbiamo parlato poi degli inquinanti, e qui siamo arrivati a una situazione praticamente che è la situazione vigente, perché abbiamo portato i dati relativi, per esempio, alla produzione di fanghi mercuriali del documento Enimont che è dell’88, ma dall’88 venendo ai nostri giorni l’impianto è sempre quello, celle a catodo di mercurio e quindi l’inquinamento è purtroppo attivo. Così come abbiamo parlato, sia l’ingegner Carrara che il sottoscritto, di altre situazioni inquinanti. Si potrebbe immaginare anche, così, se qualcuno lo immagina, volevo chiudere dicendo che le società che hanno gestito qui a Porto Marghera sicuramente non erano sprovvedute, conoscevano di questo inquinamento, io non sto a leggere, ma per esempio ho qui davanti una relazione del relatore Rismondo, addirittura della società Edison del ‘66, che studia gli inquinamenti sul canale Brentelle, considera le maree etc. etc., per limitarmi a due righe, dice, per esempio, resta il fatto che per 5 o 6 ore al giorno la concentrazione di acido cianidrico totale nel canale Brentelle è allarmante di tale entità da poter facilmente essere rilevata, per cui si parla di come scaricare di notte etc., quindi questo per dire che - non rubo tempo - ma cercheremo di dare un quadro, diciamo così, per usare una parola grossa, se possibile, anche di storicizzare gli eventi in modo da fornire, per quanto ne siamo capaci, l’informazione più congrua e più efficace. Grazie.

 

Presidente: allora la parola al professor Tibaldi.

TIBALDI - Buongiorno, mi chiamo Ettore Tibaldi, nato a Bergamo il 17 marzo del 1933, residente a Bergamo in via Corridoni, 42, professore di zoologia applicata alla facoltà di Scienze dell’Università degli studi di Milano; la mia attività di ricerca riguarda soprattutto le relazioni tra quello che viene chiamato il mondo degli animali e quello degli uomini, ed anche in particolare le relazioni alimentari per quanto riguarda soprattutto la zootecnia, la caccia e la pesca, l’economia di raccolta e l’acquacoltura. Io un po’ a conclusione di questa giornata interessante, vorrei invitarvi prima di tutto a prendere in considerazione il contesto nel quale gli animali così importanti per la salute delle persone e per le abitudini alimentari della zona sono inseriti e quindi vi inviterei con delle immagini delle quali mi scuso per la quantità assolutamente approssimativa - quindi andiamo alla prima figura - vi inviterei a prendere in considerazione dapprima la laguna come contesto generale e se, è come se guardassi la laguna di Venezia attraverso un macroscopio, cioè una modalità di visione abbastanza generale. Seguendo le informazioni diffuse dal Magistrato delle Acque, dal Consorzio Venezia Nuova, un’immagine sommaria del bilancio idrico della laguna di Venezia fa pensare, io credo, come si è detto in un convegno anni fa, al fatto che la laguna possa essere paragonata ad un grande vassoio lungo 5 metri, largo 1, che contiene un velo d’acqua di un decimo di millimetro, spesso dunque come un foglio di carta. Si tratta di 540 chilometri quadrati in tutto, 418 di laguna aperta, 85 di laguna chiusa per proteggere le valli da pesca, 7 di... 29 di isole ed altre superfici di bacino scolante, queste portano acque dolci dall’entroterra, sono 418 chilometri quadrati, le superfici aperte, le escursioni di marea dell’arco Adriatico, cioè il 92% del totale, il 12% è invece formato da acque canalizzate. Il nostro sottile velo d’acqua nel vassoio oscillante che avevo evocato all’inizio comporta l’entrata e l’uscita, il traffico di acque attraverso le bocce di porto, che è complessivamente di 400 milioni di metri cubi, attraverso le tre bocche di porte che hanno una portata complessiva di 20.000 metri cubi al secondo, la bocca più importante è quella di Malamocco, quello proprio di nostro diretto interesse, che ha la portata più rilevante, 8.000 metri cubi al secondo, lo stesso ordine di grandezza del Po in piena, anzi, mi scuso, oggi il Po a Piacenza è 12.000 metri cubi al secondo, secondo quanto diceva la radio stamattina. 300 milioni di metri cubi l’anno giungono in laguna dall’alto con la pioggia, un altro contributo di acqua dolce viene dall’entroterra, e si tratta di 1.400 milioni di metri cubi d’acqua che vengono dal bacino scolante, se piove 588 millimetri come accade in media ogni anno. Poiché la capacità di invaso della laguna, come ho sottolineato con l’esempio del vassoio, è piccolissima, relativamente piccola, di 550.000 metri cubi misurati al livello del mare, le acque dolci contribuiscono ben poco al bilancio idrico globale che invece è dominato dall’ingente traffico di 400.000 metri cubi d’acqua con il mare, 400 milioni, scusate. Le... canalizzate tra la laguna e il mare la dividono, come tutti sanno, in tre sub bacini, quello settentrionale ha un maggior rapporto con i coni d’acqua dell’entroterra, quello meridionale ha un maggior rapporto con il mare per via dei canali navigabili, quello di nostro più diretto interesse, quello centrale, ospita la città di Venezia e la zona industriale. Lo scambio di acque con il mare avviene per il 40% attraverso la bocca di lido, per il 40% a Malamocco e per il 20% per la bocca di Chioggia. Possiamo passare alla prossima figura. Si è detto che rispetto al passato oggi la laguna di Venezia è più grande, più profonda, più piatta, più salata, più sporca; la caratteristica originaria che porta la laguna a essere vivificata dal mare e nutrita dall’entroterra, come dicono gli ecologi classici, si è via via indebolita con la deviazione dei fiumi storici, il Brenta e il Sile, e l’allontanamento delle foci del Piave e del Po. I flussi di materiale sospeso descrivono la laguna ancor meglio che il bilancio delle acque che vi ho appena mostrato e ha, per noi, un’importanza strategica proprio perché molti degli inquinanti considerati sono associati ai sedimenti o al materiale sospeso e giungono agli animali attraverso queste vie. Il flusso di materiale sospeso è da tempo in parte intercettato dai moli, la quantità di materiale sospeso che entra in laguna si è ridotta negli ultimi decenni e la quantità che ne esce è invece aumentata in modo rilevante. Il traffico secondo le fonti già citate dei sedimenti messi in sospensione è di oltre 2 milioni di metri cubi, 2.100.000 derivano dall’erosione dei fondali, cioè materiale che viene rimesso in sospensione ogni anno, questi sono valori tutti riferiti all’anno, 70.000 derivano dall’erosione delle barene e solo 30.000 giungono dal bacino scolante, ben 700.000 metri cubi escono ogni anno dalle bocche di porto, 1.100.000 si rideposino in laguna e altri 400.000 sono... per liberare i canali e ricostruire le velme o le barene consumate dall’erosione. Allora sempre guardando la laguna al macroscopio, come dicevo, il fondale ha ormai un profilo alterato, si è persa la forma originaria, si è appiattito per effetto dell’erosione e, come possiamo schematicamente vedere nella prossima figura, la laguna tende a divenire una sorta di baia, un braccio di mare, che non presenta fasce di transizione tra terraferma e laguna. Il ricambio delle acque è alto vicino alle bocce di porto, minore quando ci si allontana, ma il profilo del fondale che si sta evolvendo dal basso verso l’alto, nel mio disegno, sta semplificandosi e, appunto, la laguna sta diventando una sorta di baia, e continua a fornire sedimenti al mare antistante. Certo il tempo di permanenza della sostanza disciolta in acqua può superare i 12 giorni ci dicono gli esperti se rilasciata all’interno e non sedimenta, ma in realtà, come molta della documentazione prodotta dimostra, i sedimenti conservano e ridistribuiscono la memoria degli eventi inquinanti, tanto che il 53% dell’inquinamento è stato attribuito a fonti zootecniche, ma il 43% a fonti industriali, civili e urbane; inoltre sono 17 le discariche abbandonate, individuate fino ad ora, con circa 5 milioni di metri cubi di materiale, che la pioggia e le maree rimettono in parte in circolazione se queste non sono messe, come ci ha detto l’ingegner Carrara, in sicurezza. Basta ricordare l’isola delle Terrazze che è cresciuta negli ultimi decenni di fronte a Porto Marghera grazie all’apporto di un milione di metri cubi di macerie, detriti, rifiuti ma anche residui industriali. L’erosione e l’inquinamento che ne è derivato hanno costretto a rafforzare il perimetro dell’isola. Ma passiamo agli esseri viventi; la vegetazione acquatica della laguna è diventata celebre anche perché vi sono stati gravi problemi derivati dalla introfizzazione, cioè dall’eccessiva produzione di materiale vegetale, e così cominciamo ad entrare, entriamo alla base della catena alimentare. Certo, se è vero che in generale la produzione vegetale nelle lagune è superiore a quella del mare aperto, e che sempre in generale una frazione limitata del materiale vegetale, la metà di quello sospeso in acqua con il plancton, e il 10% di quello che finisce nei fondali è utilizzato dagli erbivori, il resto, è vero, si decompone e di nuovo entra a contribuire a quella che chiamiamo la catena del detrito, cioè entra a contribuire alla produzione dei sedimenti rispetto ai quali, dei quali abbiamo raccontato il vivace traffico e la densa fornitura verso il mare. La produzione primaria, cioè quella che è tipica dei vegetali e di alcuni batteri, contribuisce dunque con meno di quella del detrito alla rete alimentare che è possibile delineare in laguna. Il materiale sospeso in acqua, i vegetali delle alghe planctoniche sospese in acqua contribuiscono solo al 50% della produzione disponibile per gli erbivori e in questo schema potete vedere come un’antica e importantissima comunità, che è quella delle praterie sommerse, che i botanici chiamano (zoostereto), perché quella era la comunità vegetale, è passata in questi anni da un indice di copertura del 50% ad uno del 10%; contemporaneamente delle alghe, che i giornalisti e i tecnici chiamano macroalghe, sono alghe verdi che appartengono alla famiglia della ulvacee, sono cresciute in questi anni al punto tale che facendo una media di 5 anni tipici obbligano gli operatori a prelevare 50.000 metri cubi anno di questo materiale vegetale dalla laguna. Se andiamo a prendere in considerazione i consumatori - nella prossima figura, grazie - possiamo osservare che il popolamento animale è determinato essenzialmente dalla dinamica delle acque, ed anche la possibile messa a rischio di animali per se stessi e per l’uomo consumatore dipende non solo dalla loro posizione nella catena alimentare ma anche dalla loro posizione nello spazio lagunare. Mi spiego, il popolamento animale è determinato essenzialmente dalla dinamica delle acque, da quella dei sedimenti e dalla presenza di produttori vegetali o del detrito che a sua volta è modulata dal respiro delle maree e dalla erosione dei fondali. Le particolari condizioni di degrado hanno consentito la vita ad animali dotati soprattutto di una grande plasticità atrofica; io avrei voluto mostrarvi uno schema che fosse classico, come quello che si disegna nelle scuole elementari, in cui alla base c’è l’erba, poi ci sono i conigli, e poi la volpe, ma purtroppo la situazione è estremamente intricata. Dove l’influenza delle acque marine è più alta, cioè sul lato sinistro del mio disegno, i sedimenti ospitano dei vermi, tra virgolette, qua si tratta di anelli di policheti che appartengono alla famiglia dei nereidi e che localmente sono chiamati, la terminologia in laguna è sempre molto gradevole, saltarelli o tremoline. Anche questi non sono consumati dalle persone ma sono oggetto di prelievi intensi perché vengono usati come esca dai pescatori. Il granchio comune, già ben noto dalle vicende giudiziarie della laguna perché sospettato di trasmettere contaminanti microbiologici all’uomo con le moleche, è un altro rappresentante delle acque più salate, come anche ricci di mare ed altre forme. Nelle zone, nelle acque più interne della laguna, ecco, scusate, a sinistra in basso avete una vongola comune, mentre invece un po’ più in alto sulla destra avete la cosiddetta vongola verace che ormai è quasi esclusivamente rappresentata, per quanto riguarda il consumo, da un specie introdotta dalle Filippine. Ancora, abbiamo appena sentito parlare del gò, il ghiozzetto di laguna, che è in basso sulla destra, ancora un po’ più in alto, almeno due specie di cefali piuttosto comuni e più in alto ancora l’orata. Diverse specie di pesci vivono tutto il loro ciclo in laguna, come il ghiozzetto di cui vi parlavo, o il latterino, che è indicato timidamente a sinistra, ma altri entrano periodicamente in laguna come il cefalo, vari cefali, la spigola, l’orata e la passera di mare. Le relazioni alimentari degli organismi che io qui ho voluto indicare vagamente con le frecce, sono state di molto influenzate, oltre che dai fattori che ho citato, dall’aumento in alcune aree delle macroalghe, dalla diminuzione in altre aree delle praterie sommerse e infine da alcune tecniche di pesca, come quelle con le turbosoffianti che viene praticata illegalmente per le vongole veraci, che hanno effetti devastanti sulle comunità dei fondali; tale attività è stimolata dalla disponibilità della vongola verace. Prevalgono dunque in laguna organismi che si nutrono di detriti, la classificazione classica che viene usata è organismi sospensivi, organismi intercettatori di detrito, organismi deposivori. Ebbene questi ruoli sono ormai intercambiabili, molti animali, soprattutto i policheti e i bivalvi, ma anche i pesci che vivono in rapporto con il fondo, sono stati costretti ad adattarsi in modo flessibile alle mutate condizioni ambientali, alla scarsità, alla indisponibilità di una rete alimentare del pascolo di tipo classico e quindi sono costretti a nutrirsi di detrito, ad entrare spesso in rapporto molto diretto con il fondo, ed anche ad assumere accidentalmente non solo materiale sospeso, che è il mestiere di alcuni di questi, come i bivalvi, ma anche detrito sedimentato, e come vedremo alcuni elementi relativi alla contaminazione dimostrano, o meglio, confermano questa ipotesi. L’occasione non è felice, ma certe volte la strada che i contaminanti seguono nella catena alimentare può spiegarci non solo le insidiose vie della contaminazione ma anche che cosa gli animali mangiano. Non definirò i PCDD e i PCDF, che sono già stati più volte illustrati in quest’aula, ricorderò solo che i vari congeneri relativamente a queste informazioni sostituiti con cloro in posizione 2, 3, 7, 8 e quelli sostituiti 5 o 6 volte, penta o esaclorurati, presentano concentrazioni elevate in alcuni organismi per effetto o del bioaccumulo o della biomagnificazione, cioè per effetto che il fatto che il contaminante giunge con l’acqua o con il cibo, non sempre è possibile, se non in laboratorio, discriminare le due fonti di contaminazione. Nei crostacei e nei molluschi si osservano fenomeni di bioaccumulo e di biomagnificazione anche in congeneri delle PCDD e le PCDF, non 2, 3, 7, 8 sostituiti, si ritiene dunque che questi due... animali, più dei pesci, siano utilizzabili per identificare sorgenti di emissione, ma purtroppo non sono molte le informazioni disponibili per quanto riguarda i crostacei. PCDD e PCDF rilasciati in acqua entrano nella catena alimentare fino dal livello dei produttori primari, certo, ma se l’assunzione da parte delle piante acquatiche non può passare al livello successivo della catena alimentare, ricordo che l’assunzione avviene soprattutto attraverso la parte immersa in acqua e non attraverso il fondale, gli organismi detritofagi, sospensivori, intercettatori di sedimento e deposivori assumono così la maggior parte della loro quota di PCDD e PCDF con l’alimento e li trattengono i tessuti per via della lipodificità, cioè del fatto che si trattano di molecole lipofile che si sciolgono facilmente nei grassi dell’organismo. Si hanno allora processi di aumento della concentrazione man mano che si sale di livello nella rete alimentare. Le informazioni fin dall’inizio disponibili alla nostra riflessione erano piuttosto discontinue e deludenti perché avevamo - penso alla pubblicazione di Marcomini e collaboratori su diossina ambiente e salute dell’editore arsenale di Venezia del ’97 - prelievi che non riguardavano organismi molto esposti al detrito e al sedimento. La preoccupazione è alta lo stesso perché il consumo di pesce ed altri prodotti da pesca era valutato da questa pubblicazione in 26 chilogrammi pro capite l’anno nel comune di Venezia, di cui 44% molluschi essendo circa un terzo di questo rappresentato da vongole e il 18% da cozze, si è calcolato il rapporto medio di PCDD, il congenere unanimemente riconosciuto come il più pericoloso, per i mitili e le vongole in laguna. Tale valore è ritenuto tollerabile da alcune agenzie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dava una dose giornaliera ammissibile da 1 a 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo e quella federale tedesca 1 picogrammo per chilogrammo di peso corporeo, ma intollerabile da altre, come l’FDA americana che propone una dose giornaliera molto minore e infine dall’agenzia per la protezione ambientale statunitense che ne propone un’altra ancora minore. I valori sono elencati in questa tabella, rispettivamente per l’OMS, per l’agenzia federale tedesca, per l’FDA e per l’agenzia per la protezione ambientale. Come potete osservare con il procedere degli studi e l’aumento delle conoscenze dei tossici, i limiti, seppur formali, si spostano verso valori che si avvicinano sempre più allo zero, unico valore, secondo noi, scientificamente accettabile. Un contributo analitico rilevante è stato fornito sempre su richiesta della Magistratura di Venezia, su alcune analisi, da alcune analisi che sono state svolte a Berlino dalla (MPUGLBH) su vari campioni che hanno consentito di ottenere migliori informazioni sulle concentrazioni di vari composti organoclorurati. Anche qui non eravamo molto soddisfatti perché si trattava di tre filetti di pesce di acqua dolce, quindi probabilmente organismi non molto consumati dalla popolazione locale. Peraltro le specie non erano state classificate e come vi dimostrerò tra poco invece è molto importante sapere di che pesce si tratta perché attraverso una corretta classificazione sistematica è possibile dedurne le abitudini e quindi il suo ruolo non solo nella catena alimentare ma la sua capacità di essere a rischio per lui e per noi, se mi permettete questo termine. Peraltro i pesci hanno, contrariamente ai molluschi che sono di abitudini più sedentarie, una mobilità tale da costituire da un lato un elemento di disturbo, nel senso che non ci segnalano esattamente una situazione topograficamente identificata, e dall’altra però possono esser un elemento di rischio perché trasferiscono i contaminanti che hanno concentrato ad altri distretti,; questo tipo di sensazione ce l’aveva data l’orata di cui si tratta in alcune relazioni di perizia tecnica del giugno ‘96, del settembre ‘96, del 28 settembre ‘96 e del luglio ‘97, si tratta di un solo valore, 1,3 nanogrammi di tossicità equivalente chilogrammo che secondo noi derivano dal fatto che... i valori che abbiamo riscontrato nell’orata, 1,3 nanogrammi di tossicità equivalente per chilogrammo, derivano, com’è logico pensare, dal fatto che questo pesce, cibandosi anche di molluschi bivalvi, come le vongole e i mitili, ha una robusta dentatura formata da elementi molariformi capaci di stritolare molto facilmente il guscio, è in grado di accumulare nel proprio organismo gli inquinanti organici per via della sua posizione nella catena alimentare come risulta, appunto, dal rapporto conclusivo. Non è possibile purtroppo stimare la capacità che le orate hanno di concentrare dal cibo i contaminanti più pericolosi, tuttavia poiché il valore medio calcolato per i bivalvi è di 0,5 nanogrammi di tossicità equivalente chilogrammo, e quello unico noto per l’orata, di 1,3 nanogrammi di tossicità equivalente per chilogrammo, si può in via del tutto provvisoria, indicare una capacità che questo animale carnivoro ha, anche se inferiore, che implica almeno il raddoppio mediante accumulo. Questi prospetti sono stati successivamente confermati dalle informazioni che sono rappresentate in questa figura, e che derivano da un contributo recente, quello di Green e collaboratori che presentarono proprio qui a Venezia, nell’autunno del ‘99, nell’occasione di un convegno specializzato sulle diossine, presentarono risultati che sono dedicati alla migliore definizione della concentrazione di PCDD e dei PCB, cioè dei policlorobifenili, in organismi acquatici della laguna di Venezia. Come potete osservare in alto i valori sono tutti espressi in termini di tossicità equivalente per chilo di peso fresco di parte edibile di questi animali. Come potete osservare a sinistra avete il mitilo, vi ricordo che i mitili o cozze non vivono sul fondo, aderiscono grazie al bisso, questa secrezione fibrosa, ai substrati immersi, e quindi sono grosso modo degli animali sospensivi veri e propri, cioè stanno nella colonna d’acqua. Le vongole veraci invece, per loro attitudine e loro struttura, vivono sui fondali, anche sui fondali melmosi ed argillosi, ecco che si può notare, grazie a Green e collaboratori, che un animale che vive nella colonna d’acqua, cioè che è un vero è proprio sospensivoro, ha una concentrazione dei composti che ci interessano molto inferiore a quella di una vongola verace che vive all’interno del sedimento. Ancora, lo stesso tipo di considerazione, che non costituisce una relazione alimentare diretta, ma costituisce un suggerimento e un’indicazione importante, si ha se confrontiamo il ghiozzo di laguna, lo stesso del quale abbiamo appena sentito parlare per la genotossicità, e il cefalo, la relazione che il ghiozzo di laguna ha con il fondale, un tipico animale di fondo, è molto più intesa che non quello del cefalo che mangia presso il fondo, così dicono gli esperti, e di nuovo troviamo una concentrazione, per quanto riguarda il ghiozzo di laguna, molto più elevata per questo animale che vive presso il fondo, sul fondo e mangia e si nutre di organismi di fondo, presumibilmente assume accidentalmente anche particelle di sedimento, e il cefalo che invece si nutre presso il fondo di organismi che vivono sul fondale e di detriti che posano sul fondale. Queste indicazioni possono certo essere utilmente contestualizzate nella situazione generale della laguna e dell’Adriatico, ed è cosa che faremo della relazione definitiva. Mi interessa mostrarvi, ora che ho indicato l’importanza dei sedimenti, un’altra figura che riguarda l’uso alimentare dei cefali e in particolare la interessante e logica differenza che esiste tra la concentrazione delle carni, cioè della parte edibile, del filetto, e quella dei visceri, è un dato precedente a quello che ho appena citato ma che adesso può essere riletto con maggiore attenzione. Certo, le concentrazioni di visceri sono più alte, questo non deve tranquillizzare, talvolta esistono abitudini locali per cui un pesce di piccola taglia viene consumato con visceri, ma anche se il consumatore mantenesse la sana abitudine di mangiare del filetto perfettamente pulito, siamo di fronte a una concentrazione di 6,76 nanogrammi di unità di tossicità equivalente per chilo di parte edibile secondo l’Organizzazione Mondiale di Sanità, che corrisponde al fatto che è molto probabile che con 10 chilogrammi di filetto si giunga al di sopra della dose giornaliera accettabile. Il dottor Mara, a conclusione del suo intervento, ci ha parlato di un lavoro pubblicato quest’anno da (Isoai), presso un impianto, e in questo lavoro io ho trovato delle cose di nuovo importanti per quanto riguarda i pesci come fattore di rischio. Isoai scrive nel suo valore, quindi dà una situazione disastrata e complessa come di quella di cui stiamo parlando, che mangiando una volta a settimana 200 grammi del pesce contaminato si giunge alla dose media considerata limite; ebbene, di che pesce si tratta? Si tratta di un pesce che il consumatore italiano conosce bene, perché lo vede pulito e surgelato, è la sogliola, e questo organismo è capace ancora di contaminare la catena alimentare che porta al consumatore umano anche se quell’impianto, come ha detto il dottor Mara, è stato operativo dal ‘73 all’81, il lavoro scientifico non riportava la data di prelievo dei pesci e della sogliola in particolare, gli autori sono stati così gentili il 13 scorso da inviarmi la data, e risulta che i pesci continuano a essere tossici 13 anni dopo la chiusura dell’impianto, e questo mi sembra che sia un’indicazione importante. Il mio argomentare si conclude ora con una parte dedicata, in teoria metalli pesanti ma in pratica al mercurio come tracciante più importante di quest’altra problematica. Il mercurio, come sapete, è un elemento molto tossico e molto disponibile nelle catene alimentari, molto noto, il dottor Mara ha citato i drammatici eventi dell’Iraq, vi mostro rapidamente pochi dati di bibliografia che saranno riportati puntualmente nella relazione scritta, è possibile classificare i sedimenti utilizzando valori limiti che consentono di comprendere il grado di contaminazione, come in questa tabella, è possibile, come nella prossima, mostrare degli indici di contaminazione utili per stimare l’entità dell’inquinamento, come ha fatto l’agenzia di bacino per il Rodano. Il nuovo decreto legge chiamato Testo Unico sulle Acque 152 del 1999 mette il mercurio nella lista dei principali elementi chimici da controllare, come molti sanno, per lo stato di qualità ambientale e i corpi idrici superficiali e nella lista delle sostanze pericolose da cercare con particolare attenzione nei sedimenti acquatici. Nelle acque il mercurio può rimanere attivo grazie a particolari processi metabolici che i chimici chiamano metilazione per molti decenni, quasi 100 anni, in acqua la scarsissima mobilità, perché tende a fissarsi stabilmente a substrati, particelle, materiale in sospensione, con cui entra in contatto, e quindi diventa un fattore di rischio non solo per la salute umana e quella dell’ambiente, ma anche per tutti gli animali che siano sospensivori o deposivori. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il mercurio non dovrebbe superare le concentrazioni di 0,001 milligrammo/litro nelle acque destinate al consumo umano e a riguardo occorre ricordare i valori limite sugli affluenti contenenti mercurio nella legge per Venezia, nel decreto Ronchi-Costa che danno valori imperativi e guida per la laguna. E` nota dal ‘93 una concentrazione massima di mercurio consentita per il pesce, occorre richiamare a questo proposito di nuovo delle direttive, come quella della CEE 76464 del 4 maggio del ‘76, 84156 del 1984 che stabiliscono i limiti di mercurio nelle acque, acque di discarico da impianti di produzione proprio del cloruro di vinile, del cloro-soda, decreto legge 29/5/99, allegato 2 sezione C. Le fonti industriali di produzione del mercurio purtroppo sono celebri, per quanto è nell’interesse nel presente procedimento si ricorda che presso il Petrolchimico di Porto Marghera il mercurio è stato ed è grandemente utilizzato negli impianti di cloro-soda come ampiamente documentato anche in questa giornata e nelle giornate precedenti. Inoltre per molti anni, dal ‘51 a metà degli anni ‘80 presso lo stesso Petrolchimico, come si è detto, sono stati utilizzati notevoli quantità di catalizzatori che hanno ulteriormente impattato la situazione complessa ma preoccupante delle catene alimentari. Dal ‘53 ai primi anni ‘70, come di nuovo sono, devo a Luigi Mara questo tipo di informazione nella precedente audizione, il mercurio è stato largamente utilizzato in molteplici settori. Gli effetti tossici sull’uomo sono noti, una tabella mostra di nuovo rapidamente che il metilmercurio, forma con cui il mercurio viene assunto tramite il cibo, nel 95% dei casi provoca gravi danni al sistema nervoso centrale, per cui esiste una stima dei valori medi di assunzione del mercurio, i microgrammi giorno per un uomo di 70 chili che è qui rapidamente mostrato. Come molti sanno i metalli pesanti possono essere assorbiti con l’acqua o con il cibo e di nuovo troviamo nelle carte, nelle perizie e nelle utili documentazioni di questo procedimento, i molluschi bivalvi, anche in questo caso come anello critico della catena alimentare che può portare contaminanti all’uomo grazie alla loro abitudine di nutrisi di materiale sospeso. Nel caso del mercurio è ampiamente dimostrato, il trasporto attraverso le reti trofiche, che comporta un aumento di concentrazione quando si passa dai livelli idrofili inferiori a quelli superiori. Da uno studio comparato sugli organismi marini prelevati in varie zone del Mediterraneo e quelli prelevati dalla laguna per valutarne la concentrazione in metalli pesanti, è emerso che la contaminazione degli organismi lagunari, soprattutto mitili, è maggiore anche per il mercurio. Uno studio di cui hanno già parlato gli esperti di Greenpeace e che è stato svolto da Greenpeace aveva mostrato che le vongole prelevate in PM2 superano anche del 60% il limite consentito dalla legge in materia di prevenzione sanitaria in questa zona dove si svolge la raccolta di vongole. L’apporto del mercurio in laguna è dovuto principalmente agli scarichi degli impianti di cloro-soda che utilizzavano ed utilizzano, come si è detto, celle elettrolitiche a mercurio presso gli impianti CS3, 4, 5, dal 951 al 972 e il CS23/25 dal ‘71 a tutt’oggi come di nuovo devo dire ha testimoniato il consulente Luigi Mara. In uno studio recente, 30 dicembre ‘99, condotto su bivalvi e cefali, si è osservato in tutti i campioni studiati un accumulo maggiore di numerosi metalli rispetto ai campioni di confronto, in particolare anche piombo, misurato nei bivalvi, mostrava un accumulo con concentrazioni che variano da 2,4 a 11,3, a 2,4 milligrammi per chilogrammo, maggiore rispetto a quello consentito dei limiti di legge di 2 milligrammi chilogrammo, rendendo così i bivalvi inadatti al consumo umano. Il contenuto di mercurio, non ci tradisce, presenta un massimo di 0,12 milligrammi per chilogrammo, tuttavia poiché i sedimenti prelevati all’interno del Petrolchimico, nel canale Lusore Brentelle hanno mostrato contaminazione da mercurio ben più marcata di quelle segnalata nelle perizie precedenti, 0,12 milligrammi/chilogrammo, contro 230 milligrammi/chilogrammo, è molto probabile che le complesse relazioni del sedimento, materiale sospeso e bivalvi, che sono organismi sospensivori, abbiano portato a rilevare quest’ultimo valore contenuto di mercurio, ma con tutta evidenza si tratta di una incongruenza solo apparente. Nel canale Lusore Brentelle sono stati prelevati peraltro soltanto i cefali mentre i due campioni di bivalvi studiati provenivano invece dal canale industriale ovest, darsena della Rana e scarichi a mare. Dunque la lettura dei dati e quindi livello di preoccupazione, non dipende dal valore assoluto che i numeri possono avere, ma da due altri fattori importantissimi, di che animale si tratta, dove ed anche quando quell’animale è stato prelevato. Ogni tipo di considerazione pare tuttavia superflua se si confronta la concentrazione di mercurio nei sedimenti della laguna con i valori di riferimento che ho riportato. Concludo finalmente per voi, organismi sospensivori che nel contesto diventano intercettatori di sedimento e quindi divoratori di detrito, come le vongole, oppure onnivori che vivono in stretto rapporto con il sedimento e possono ingerire accidentalmente, come il diossor e il cefalo bosega, questi organismi presentano livelli di contaminazione la cui origine può essere rintracciata nella produzione industriale oggetto di questo procedimento e che costituiscono danno per la salute della popolazione in funzione del loro ruolo trofico. Come spesso accade lo statuto anche giuridico di un animale dipende dalla sua posizione nel tempo, nello spazio, nei suoi rapporti con gli altri animali e nei suoi rapporti con gli uomini. Vi ringrazio per l’attenzione.

 

Presidente: bene, grazie a lei professor Tibaldi. Abbiamo concluso per oggi, vi potete accomodare, quindi allora riprenderemo le nostre udienze a novembre, mi pare che sia il 7 e il 7 quindi che programma vogliamo fare?

 

Pubblico Ministero: allora, Presidente, innanzitutto prima della conclusione dell’udienza io consegno le schede così come mi sono pervenute, tra l’altro dagli ultimi consulenti anche poco fa, ai fini del controesame, e in pratica sono tutte quelle relative alle persone che sono state sentite per conto del Pubblico Ministero. Rappresento peraltro che al di là delle schede per tutte quante queste persone, a parte l’unica eccezione, mi pare quella del dottor Racanelli, c’erano tutti rapporti di Polizia giudiziaria, gli atti acquisiti, le consulenze, quindi erano tutti comunque atti ampiamente noti, comunque consegno queste schede. Poi per quanto riguarda il controesame del 7 novembre, come già indicato dal Tribunale, ci saranno tutti i consulenti tecnici del Pubblico Ministero ed anche l’ispettore Spoladori che è stato il primo a essere sentito durante questa tornata di audizioni e rappresento che l’unico che ha comunicato delle difficoltà per carattere d’ordine professionale è il professor Vineis che comunque ha comunicato ovviamente la sua disponibilità a venire ad una delle successive udienze, probabilmente quella del 17 o comunque una successiva ecco, per due settimane ha proprio questo vincolo qua, per gli altri non c’è problema. Parlando del controesame dico un’ultima cosa, che a proposito anche di ordine di controesame, che io, lo dico perché sono ormai 5 o 6 udienze che vedo sempre il professor Bellucco qui dietro, che io ho ancora il controesame da effettuare nei confronti del professor Bellucco per la prima parte, ecco, questo soltanto... quindi quando alcune domande dovrò comunque fargliele, questo comunque è il programma per quanto mi riguarda.

 

Presidente: va bene, e per il giorno 8 che è l’udienza immediatamente successiva?

 

Avvocato Garbisi: per il giorno 8 sicuramente il professor Rindone per il Comune di Venezia sarà disponibile, le do anche all’80% il professor Perin che però siccome è fuori Italia in questi giorni non mi ha potuto dare una conferma, che avrò a fine settimana, ma insomma mi preoccuperò di farlo, magari deposito una nota in cancelleria al Tribunale anche per il giorno 8 per la presenza del professor Perin per il controesame, sempre che sia richiesto dalle difese ovviamente.

 

Avvocato Partesotti: sì, non c’è nessun problema per i consulenti se non per la consulenza della dottoressa Stringer che è all’estero, in Cile, e rientrerà dopo le date previste, il 7 e l’8, comunque mi riservo comunque di indicare la data precisa di un suo ritorno e della sua disponibilità.

 

Presidente: all’udienza dell’8?

 

Avvocato Scatturin: dipende da quanti consulenti verranno presentati per il controesame, non so.

 

Avvocato Garbisi: Presidente, sostituisco l’avvocato Schiesaro che mi aveva chiesto questa cortesia, mi diceva che lui aveva dei problemi per il giorno 8, nel senso che lui fisicamente non potrà essere a Venezia e quindi chiedeva la cortesia di far venire i suoi consulenti o il 15 o il 7, cioè non l’8 perché lui proprio non c’è.

 

Pubblico Ministero: Presidente, dipende anche dal numero...

 

Presidente: no, il Tribunale ha intenzione di concentrare il controesame il 7 e l’8 di tutti i consulenti.

 

Avvocato Garbisi: allora per l’Avvocatura dello Stato metta il 7, Presidente, perché l’8 l’avvocato Schiesaro...

 

Avvocato Scatturin: mi scusi, Presidente, indifferentemente o 7 o 8?

 

Presidente: no, ho detto il 7 i consulenti del Pubblico Ministero e l’Avvocatura dello Stato, l’8 le parti civili che hanno presentato i loro consulenti e cioè la Regione, il Comune di Venezia, i consulenti di Greenpeace e i consulenti di Medicina Democratica, non ce ne sono altri mi pare.

 

Pubblico Ministero: no, l’unica è quella riserva che ho segnalato io.

 

Presidente: sì, su quello siamo d’accordo.

 

Avvocato Santamaria: mi pare di non avere avuto notizia dei documenti dei consulenti dell’Avvocato dello Stato, dei documenti proiettati e depositati, non mi pare che siano stati depositati e che siano tuttora disponibili.

 

Presidente: va bene, è a verbale la sua richiesta e cercheremo di contattare l’Avvocatura dello Stato perché depositi i documenti in modo che sia possibile fare un controesame completo, va bene.

 

Pubblico Ministero: posso avvisare anch’io l’Avvocato dello Stato. Un’ultima cosa, dopo l’8, che dovrebbe partire l’esame dei consulenti degli imputati, è possibile sapere se parte la parte Montedison o la parte Enichem, quanto meno sapere questo?

 

Presidente: il 15 e il 17 che sono le due successive udienze, avete già un programma delineato oppure no? Non ancora?

 

Pubblico Ministero: lo chiedo perché so che c’è qualche contrasto ovviamente, è comprensibile, che però dovrebbe essere sciolto.

 

Avvocato Santamaria: lo presenteremo il giorno 7.

 

Presidente: il giorno 7 presentate la lista dei consulenti in ordine in maniera che si sappia chi verrà sentito il 15, chi il 17, sì, perché io non so se si esaurirà l’audizione il 15 e il 17, dubito, ecco, appunto, ho ragione di dubitare quindi.

 

Pubblico Ministero: poi c’è il 12 dicembre...

 

Presidente: sì, poi ce ne sono altre quattro a dicembre, io voglio sperare che quelle siano più che sufficienti sia per l’esame sia per il controesame, a dicembre chiudiamo proprio, per i consulenti chiudiamo, dopo abbiamo ancora le audizioni dei testi, eventuali...

 

Pubblico Ministero: ci sono anche gli esami degli imputati che vorranno rendere l’esame.

 

Presidente: sì, certo, abbiamo l’esame degli imputati, testi etc., e poi chissà, quindi vorremmo davvero chiudere le consulenze a dicembre, cercate di fare in modo che, insomma, i tempi vengano rispettati nella relazione orale, poi dopo magari ci si può soffermare un attimo di più, com’è successo anche da parte dei consulenti del Pubblico Ministero e delle parti civili nella relazione scritta, nella documentazione allegata etc., io credo che qui davvero la relazione debba essere una sintesi, perché altrimenti, insomma, io, avete visto, ho cercato anche di, un po’, richiamare a questo spirito di sintesi nella relazione orale, tanto più che poi nella relazione scritta molte volte, insomma, ci sono molte più cose alla relazione scritta, magari si dà una maggiore organicità, tenuto conto poi anche che c’è la possibilità di integrare nel momento del controesame. Va bene? Allora cerchiamo di fare un programma con questo spirito. Grazie, arrivederci.

 

RINVIO AL 07 NOVEMBRE 2000

 

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