UDIENZA DEL 18 APRILE 2000

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello. Io ho un telegramma qui sul mio tavolo del signor Cevidali Alberto il quale dice che si trova attualmente in Israele.

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, una precisazione in seguito ad alcune situazioni che si sono verificate alla scorsa udienza, per il verbale, avevo fatto riferimento, avevamo fatto riferimento ad un documento che era stato prodotto in udienze precedenti e che non avevamo disponibile quel giorno, io oggi voglio precisare che quel documento era stato prodotto all’udienza del 15 marzo 2000 ed è il verbale di riunione Montedison datato 10 aprile 1975, brani del quale erano stati da me letti in occasione di quell’udienza per contestarli al teste Liviero Bruno, udienza 15 marzo 2000, ed erano riportati a pagina 166 e 169 del predetto verbale di udienza, il documento è comunque prodotto agli atti del dibattimento.

 

Presidente: va bene, prendiamo atto. Come proseguiamo, Pubblico Ministero?

 

Pubblico Ministero: prima di cominciare volevo consegnare le copie dei documenti che sono state fatte o sono stati discussi o si è fatto cenno durante l’audizione del professor Maltoni. Li consegno e ne chiedo l’acquisizione, indico anche quali documenti sono: si tratta in pratica della tabella del 17 ottobre 1972, poi del documento del dicembre ‘71 che riguarda la riunione del dicembre ‘71 effettuata in Italia con gli americani, il discorso del documento del ‘73 tradotto che riguarda lo stesso i rapporti con gli americani e le industrie europee, il documento sull’accademia dei licei del 3 marzo ‘74 tradotto, è un documento di Cesare Maltoni, un documento del ‘74 sempre che riguarda gli incontri che vengono fatti e i rapporti di Maltoni con Selicof, il documento del 17 aprile ‘74 sulla riunione effettuata all’istituto superiore di sanità cui ha partecipato tra tutte le varie persone il professor Maltoni e il professor Bartalini, il documento del maggio ‘74 in relazione ai rischi e alle dosi di rischio dove vengono indicate le parti per miliardo, il documento che riguarda la riunione effettuata negli Stati Uniti d’America nel giugno del ‘74, il telegramma di cui parlava il professor Maltoni che è stato mandato negli Stati Uniti nel giugno del ‘74 per il quale c’è anche la traduzione, con l’articolo di giornale di quel periodo, un giornale statunitense. Altro documento è quel lavoro dei laboratori biotest del giugno del ‘74, poi il verbale della riunione dell’1 ottobre ‘79 cui partecipavano Maltoni, Bartalini, Giudice, Garlanda ed altre persone, l’estratto di Acta Oncologica del 1973 che è un lavoro di Maltoni e la scheda che peraltro è già agli atti sul dicloroetano di cui si è discusso come documento, come tema con il professor Maltoni. Di questi documenti chiedo l’acquisizione.

 

Presidente: va bene, se non ci sono opposizioni li acquisiamo.

 

Pubblico Ministero: possiamo cominciare con i testimoni, con il professor Moriani.

 

Presidente: va bene.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - MORIANI GIANNI -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Vuole riferire innanzitutto al Tribunale qual è la sua attività professionale?

RISPOSTA - Io attualmente insegno all’università Cattolica di Roma prevenzione ambiente di lavoro e tengo un corso al pontificio ateneo antoniano di valutazione impatto ambientale.

DOMANDA - Lei ha espletato attività lavorativa anche all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera?

RISPOSTA - Dal 1967 fino al 1977.

DOMANDA - Che attività ha svolto e con quali funzioni in particolare?

RISPOSTA - Io operavo al centro ricerche impianti pilota e seguivo lo sviluppo della filatura del polimero vinilico.

DOMANDA - Presso quale società?

RISPOSTA - La società è la Montefibre, si configura come tale, nell’arco di quegli anni ha cambiato più volte ragione sociale. Inizialmente era collegato alla Monsanto e poi, insomma, c’è stata tutta un’evoluzione, il collegamento con la Montedison è sempre stato continuo, è stato il filo rosso.

DOMANDA - Quindi il primo anno che lei lavora all’interno dello stabilimento Petrolchimico della Montefibre era il 1960?

RISPOSTA - ‘67.

DOMANDA - In particolare quando lei arriva nel 1967 allo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera com’è la situazione presso Montefibre, quali impianti ci sono e quale attività viene svolta?

RISPOSTA - Alla Montefibre in quel periodo c’era la produzione del polimero acrilico e della fibra acrilica e si stava sviluppando agli impianti pilota il perfezionamento del ciclo del cloruro di vinile.

DOMANDA - Cosa vuol dire che si stava sviluppando all’impianto pilota il ciclo del cloruro di vinile?

RISPOSTA - Nel 1968 viene avviato l’impianto per la produzione della fibra clorovinilica, il processo era un processo, almeno quando arrivai io, non completamente perfezionato e l’impianto verrà attivato con un processo non ancora messo a punto, e quindi c’era un lavoro continuo agli impianti pilota per mettere a punto sia la polimerizzazione del cloruro di vinile che la filatura.

DOMANDA - Quali erano i reparti che hanno trattato il cloruro di vinile in Montefibre?

RISPOSTA - L’impianto, il centro ricerche dell’impianto pilota e poi gli impianti di produzione che venivano indicati con la sigla VT e dove si impiegava il cloruro di vinile come materia prima oltre a tutta una serie di altri, chiamiamoli additivi, per ora, poi li preciseremo, nell’impianto il cloruro di vinile veniva indicato con la sigla che era Vinil B, e quindi gli addetti non avevano la consapevolezza del prodotto che veniva impiegato e tutti i prodotti erano indicati con una sigla e non con la nomenclatura di cui stiamo parlando ora, tanto è vero che io riporto in un saggio pubblicato su "Epidemiologia e prevenzione" le informazioni che circolavano nel reparto, appunto, si parlava di Vinil D, scusi, Vinil D.

DOMANDA - Prima di scendere all’esame particolare dell’attività all’interno dei vari reparti le volevo chiedere di precisare qual è stata l’epoca temporale in cui questi reparti sono stati funzionanti?

RISPOSTA - Il VT dal 1968 e poi hanno avuto una vita sempre tormentata dal punto di vista del processo per poi arrivare alla chiusura nel 1977.

DOMANDA - Poi c’è stata una riapertura di alcuni mesi?

RISPOSTA - Sì, ma io ero già fuori.

DOMANDA - Le volevo chiedere se lei ha partecipato alla stesura di un documento Fulc del febbraio ‘76, approvato tra l’altro dal consiglio di fabbrica, assemblea dei lavoratori, di cui si è peraltro già parlato durante questo processo ed anche durante l’audizione dei consulenti; lei si ricorda di questo documento?

RISPOSTA - Sì, io ho partecipato all’elaborazione del documento del settembre ‘75, poi del febbraio ‘76, ricordo che ci fu un’elaborazione molto approfondita, quanto scrivemmo allora non era il risultato di bizzarrie o di estremismi, ma era il recupero sia della documentazione scientifica che nel frattempo avevamo recuperato a livello internazionale e sia di una conoscenza approfondita del ciclo produttivo. Vorrei sottolineare all’attenzione della Corte alcuni aspetti di questa elaborazione che io considero una delle punte più avanzate, più mature nell’elaborazione di piattaforme, di obiettivi per migliorare le condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche. Volevo sottolineare alcuni punti, il primo: nel documento del settembre ‘75 c’è un richiamo costante...

DOMANDA - Chiedo scusa, un attimo, per il Tribunale e per tutti quanti, il documento del settembre ‘75 sarebbe quello che è già stato acquisito e discusso durante l’audizione del teste Liviero, il sindacalista Fulc, e riguardava la piattaforma sindacale, settembre ‘75. Prego, professor Moriani.

RISPOSTA - Qui c’era un nodo di fondo di fronte al quale ci siamo trovati nell’elaborazione, perché nei contratti di lavoro erano stati acquisiti gli elementi indicati dall’ACGH statunitense e non recepiti nella normativa italiana e introdotti nei contratti di lavoro dal 1969 e indicavano delle soglie, quindi ci ponemmo di fronte alla necessità di, una volta avuta la notizia scientifica, che il cloruro di vinile era un cancerogeno, di vedere come affrontare questa situazione, e il risultato di questo confronto, elaborazione, complesso, articolato, all’interno del movimento sindacale tra i lavoratori in quel periodo fu quello di dire con molta nettezza alla fine di questa discussione, che appunto fu lunga, fu articolata, che il Mac doveva essere uguale a zero, tanto è vero che in questo documento viene ripetuto più di una volta. Impostazione che viene ripresa nella piattaforma del febbraio 1976 in cui addirittura questo concetto che il Mac debba essere per i cancerogeni uguale a zero viene riportato in grassetto proprio per evidenziare e puntualizzare che quella era l’impostazione che si dava. Ancora, per mostrare quanto questo documento non fosse frutto di casualità e di richieste non meditate, posso leggere alcune righe? Vorrei citare solo questa per mostrare proprio quanta riflessione ci fosse all’interno, in particolare quanto leggerò è riferito ad un capitolo di questa piattaforma, è il punto 3 che è indicato come gestione impianti, normativa e procedure di esercizio, e poi ho un sottotitolo, ambiente interno ai reparti, e dice: "In particolare in occasione che ci sono perdite o aumenti del parametro la prassi sarà formata: bonifica, ed intervento di manutenzione e di avviamento" e poi precisa le modalità come operare in situazioni di questo tipo, in particolare "il personale si allontanerà dall’area interessata dalla perdita o all’aumento del parametro, il personale eventualmente impiegato nella bonifica in area contaminata opererà con mezzi protettivi idonei per periodi di tempo a discrezione dell’individuo, fatto salvo il concetto fondamentale che Montedison attui tutte quelle soluzioni tecnologiche necessarie perché qualsiasi operazione, bonifica compresa, si attui senza ricorso a mezzi di protezione individuali. La bonifica verrà convogliata in apparecchiature di recupero chiuse, l’allontanamento del personale evidentemente causerà la fermata parziale o totale dell’impianto, perdite ed avvenuta normalizzazione verranno segnalate su apposito registro di reparto". Ecco, io insieme al professor Carnevale, che probabilmente io ho visto citato negli atti, non so se la Corte lo conosce, ho scritto un testo che credo che sia l’unico al momento di storia della salute dei lavoratori, un testo di storia di medicina del lavoro, elaborazioni di questo tipo così avanzate non le ho riscontrate in questo periodo in nessun’altra situazione, proprio per mostrare la maturità che si era definita a Marghera. Il documento più avanti ancora al punto 6 parla di richiesta di nuovi impianti sostitutivi, nei vecchi CV6, CV14/16, CV5 e 15 del Petrolchimico ed ancora in questo contesto poi riafferma il rifacimento ex novo di vecchi impianti CV16 e CV5/15, CV14 e 16 e richiama ancora una volta il concetto del Mac zero che contrasta immediatamente con il punto 7, reparto VT2 della Montefibre, dove si dice l’impianto è stato progettato con una nocività incorporata di 500 PPM in volume d’aria di CVM. Allora, io in quel periodo, come dicevo, ero al centro ricerche impianti pilota e la cosa che mi turbava anche dal punto di vista etico, che nella progettazione impiantistica il progettista nel momento in cui traduceva le esperienze di laboratorio prima e di impianto pilota poi nel progetto impiantistico per la realizzazione dell’impianto produttivo, praticamente valutava la progettazione dell’impianto in relazione ai livelli di inquinamento che potevano determinarsi e il punto di riferimento nella progettazione di quell’impianto, il VT2, fu di 500 PPM. Tanto è vero che a fronte di quanto stavo vedendo all’interno del luogo dove lavoravo, anche per la mia formazione - esco da una famiglia in cui la persona umana è considerata al centro di ogni attenzione - quello che stavo vedendo lì e poi nei reparti, cioè, ero appena entrato in una fabbrica, e mi turbava non poco e fu motivo per un verso di un impegno prima solo personale per cui dedicavo molto tempo delle mie ore di lavoro in biblioteca, in quel tempo la biblioteca risentiva del collegamento con l’azienda americana che era la Monsanto, quindi questo mi permetteva in qualche modo di avere a disposizione tutta una serie di riviste nelle quali era riportato il rischio nell’uso di determinate sostanze, oltre, mi ricordo che c’era un sax, e quindi il famoso sax di tossicologia, che a mano a mano che avevo le informazioni e le sostanze che si impiegavano diventava il punto di riferimento minimo che allora avevamo in azienda del quale potevo disporre, il secondo livello di conoscenza scientifica derivava dalla mia presenza nella redazione della rivista "Sapere", e quindi un po’, era un po’ un cenacolo, un luogo dove c’erano competenze trasversali e al quale facevo riferimento quando le mie competenze non c’erano, quindi è un po’ la geografia delle competenze che c’erano in Italia. Ecco, detto questo, da questo mio impegno quasi dettato personalmente da una serie di valori che mi portavo dietro, ci fu un coinvolgimento nella struttura sindacale, poi sin dall’inizio presi parte alla struttura nuova che veniva configurandosi a quel tempo all’interno delle fabbriche che era la commissione ambiente, infatti il mio principale impegno poi su quel terreno era proprio per affrontare questi aspetti di rischio sull’ambiente di lavoro.

DOMANDA - Volevo, un attimo, partendo dal discorso che ha fatto lei poco fa...

RISPOSTA - Scusi, mi perdoni. Volevo aggiungere, nel terzo passaggio di questo schema di piattaforme, la piattaforma del Petrolchimico, quello dell’aprile 1977, perché c’è un salto culturale notevole su due fronti, il primo: mentre nelle piattaforme precedenti si parlava di rifacimento, nel ‘77 dobbiamo pensare che a quella data abbiamo già acquisito i risultati dell’indagine a livello nazionale, si parla di correttezza di chiusura dell’impianto, mi pare il CV6, sì, la fermata dell’impianto CV6 che risulta nocivo. A quella data abbiamo l’informazione di un morto alla Pansac e di un morto proprio al CV6, il che ci pone di fronte a scelte drastiche, però anche in situazioni particolarmente difficili, insomma, dolorose di fronte alle quali si trova con l’evenienza di queste informazioni, vorrei attirare l’attenzione della Corte sul punto piani di intervento di risanamento, perché qui c’è un salto metodologico ed anche culturale. Leggo: "E’ necessario rilanciare soprattutto a livello di fabbrica piani di risanamento specifici per gli impianti e cicli, questo non deve essere solo un inizio di studio e una contrattazione fine a se stessa, ma deve partire invece dal concetto che l’impianto è un bene sociale e come tale va preservato in termini di lotta", quindi non c’era nessun atteggiamento luddista nei confronti degli impianti, l’impianto addirittura acquista questo valore di bene sociale che va modificato, adeguato, portato a quelle condizioni che devono garantire il Mac 0, visto che si opera con cancerogeno.

 

Avvocato Santamaria: chiedo scusa, Presidente, mi perdoni, mi pare che ci stiamo allontanando dai binari di una deposizione testimoniale, vengono espresse valutazioni, opinioni, rispettabilissime, ma che non dovrebbero costituire l’oggetto di una deposizione testimoniale.

 

Presidente: sta anche tutto sommato riferendo di una sua esperienza personale che attiene ad un suo impegno anche oltre che nel posto di lavoro, che abbiamo sentito, anche a livello sindacale e nell’elaborazione delle piattaforme sindacali a cui ha fatto riferimento dandone lettura, quindi tutto sommato è un’elaborazione sul piano politico sindacale di quelli che erano i problemi che la fabbrica a quel tempo presentava, adesso sinceramente non mi pare che siamo fuori dal tema della testimonianza. Prego, Pubblico Ministero.

 

DOMANDA - A proposito dei problemi che presentava la fabbrica volevo tornare un attimo all’indicazione che aveva fornito lei poco fa in relazione alla progettazione dell’impianto del reparto VT2 di Montefibre dove si parlava già di una nocività incorporata di 500 PPM in volume d’aria, ritenendo sopportabili anche le punte di oltre 1000 PPM, tra l’altro questo risultava dalla prescrizione e sicurezza stessa dell’azienda. Ma la cosa particolare che le volevo chiedere è qualcosa sulla frase successiva, di illustrare un attimo meglio concretamente cosa significava lì dove si parlava della maggior parte dei problemi ambientali che derivavano dalla scarsa controllabilità della reazione chimica in quanto minime reazioni della temperatura determinano gelificazione, intasamenti, e quindi continui interventi degli operatori durante la marcia la cui durata regolare pertanto non supera i 15, 20 giorni. Ecco, concretamente le volevo chiedere che cosa significavano queste segnalazioni in un documento sindacale Fulc, quello del febbraio ‘76, su questi continui interventi degli operatori, questi intasamenti continui, e su questo discorso che viene fatto, la durata regolare non superava i 15, 20 giorni; cosa succedeva nell’altra metà del mese?

RISPOSTA - Il ciclo chimico dove i prodotti si muovono dentro serbatoi o tubi, cioè, c’è un flusso, quando tutto funziona e non ci sono perdite si sta tranquilli, i problemi sono quando il ciclo non funziona regolarmente, le tenute non sono adeguate per cui ci sono delle perdite, i problemi nella chimica si verificano qui, e poi si aggiungono altre problematiche legate a se c’è molta energia nel processo, cioè alte pressioni possono determinare rischi di cedimenti strutturali. Ebbene, nel caso specifico questa reazione avveniva a bassa temperatura il che poteva determinare soprattutto nel flusso del prodotto anche di reazione degli intasamenti, quando succedevano questi intasamenti bisognava intervenire, smontare, sbullonare flange, e questo esponeva agli addetti sia ovviamente in modo più frequente agli impianti pilota, magari poi potremmo approfondire come gli addetti operavano all’interno di quel contesto, e nel ciclo produttivo. Accanto a questo poi c’era tutta un’alimentazione di stabilizzanti, catalizzatori, ecco, vorrei solo rammentare che come stabilizzante si adoperava una sostanza che solo doverla ricordare adesso mi scatena la sindrome di Proust, cioè nel senso che mi fa rivivere la nausea di quel prodotto che era un mercaptano e quindi io le sostanze avvertibili olfattivamente a dosi bisognissime e comunque estremamente nauseabonde al quale erano esposti sia gli addetti - e vedremo come - all’impianto pilota, che nel ciclo produttivo, e pensare che queste sostanze che venivano aggiunte per la polimerizzazione agli impianti pilota erano contenute dentro a damigiane di vetro come quelle per il vino e avevano due tubi, uno per metterlo in pressione e l’altro per fare uscire il prodotto, tanto è vero che poi mettendo in pressione la damigiana una di queste esplose e comportò mi pare anche la punizione di una giornata di sospensione di uno o due addetti che erano impegnati in quel ciclo. Nel ciclo produttivo vero e proprio, al di là dell’impianto pilota, nel ciclo di produzione vera e propria, il VT, erano proprio le pompe che non tenevano e questa sostanza fuoriusciva e io non so come potervi descrivere questa situazione se non dicendovi che si tratta di una sostanza veramente nauseabonda, pungente, veramente disturba soltanto dal punto di vista olfattivo oltre che essendo tossica, e le pompe non tenevano, c’era una perdita continua, ci fu una protesta, ricordo, sia degli addetti del ciclo, sia dei meccanici che dovevano intervenire, perché ovviamente in queste situazioni oltre che esporre gli addetti del ciclo produttivo a queste continue fermate quando il ciclo non funziona questo espone, come dicevo prima, gli addetti a concentrazioni variabili di inquinanti per un verso della fase, poi se si deve entrare nel reattore, qua vediamo cosa succedeva. Si impiegava uno strumento che si chiamava esplosimetro, si entrava nell’autoclave, ad un passo d’uomo che era di 60 centimetri, almeno ricordo, degli impianti pilota, con questo esplosimetro, che è universale, quindi c’è una lancetta che segnalava se si era o meno all’interno di un intervallo di esplosività, per il CVM questo intervallo di esplosività è compreso tra i 4 e i 20% in volume, il che vuol dire che sotto il 4% in volume c’è una concentrazione di 40.000 PPM e gli addetti entravano, perché questi li ho visti, entravano all’interno di questa autoclave senza protezione alcuna, dovevano togliere le incrostazioni dall’autoclave, la situazione era diventata talmente pesante che successivamente fu utilizzato, dunque, con ventilatore a mano si dava aria attraverso un tubo a chi entrava dentro, e poi quando questo usciva questo era talmente imbiancato da spolverarsi utilizzando una manichetta d’aria, l’addetto entrava all’interno usando una scala di corda e era tenuto, come si fa durante le scalate in montagna, con una corda da un suo compagno di lavoro all’esterno; ecco, queste erano le condizioni che ricordo si svolgevano, alle quali ho assistito. Devo aggiungere che agli impianti pilota essendo sistemato un impianto ovviamente in verticale con piani divisi da grigliato, le perdite andavano poi, di CVM, andavano al piano terra dove non venivano raccolte né smaltite, ma il prodotto evaporava. Questa era la situazione che si verificava all’interno di quel reparto.

DOMANDA - Per quanto riguarda invece il reparto di produzione del polimero in che cosa consisteva?

 

Presidente: in che anni mi scusi, queste condizioni?

RISPOSTA - Quando sono entrato io era il ‘67, quindi questo si è protratto nel tempo negli anni successivi, mentre nell’impianto di produzione c’era un problema di fondo che era proprio l’agitatore, siccome bisognava agitare la massa di polimerizzazione che non teneva e dalla quale c’era una perdita costante, quindi c’era un problema proprio strutturale nella progettazione dell’autoclave all’interno della quale avveniva la reazione, produzione di polimero che è aumentata di molto nella seconda fase, ed è un processo che poi si era assistito anche all’interno dello stesso Petrolchimico di partire con degli impianti che avevano una capacità produttiva che poi è stata aumentata. Quindi situazioni di questo tipo richiedevano manutenzioni e... oltre che ad un ripensamento della progettazione.

 

DOMANDA - Questo per venire alla domanda sui tempi che è stata fatta dal Presidente, le volevo chiedere un attimo se si ricorda, lei ha detto è iniziato nel ‘67 e se queste attività sono continuate fino a quando lei è rimasto, fino a quando sono stati aperti questi impianti VT2 etc. che trattavano il cloruro?

RISPOSTA - Certo, sono continuate in queste condizioni anche successivamente.

DOMANDA - Perché tra l’altro un dato documentale di questo tipo indicato anche nel documento del febbraio ‘76 che lei stava commentando poco fa, se eventualmente lo vuole commentare nello specifico dove si parla ancora di valvole di antiquata costruzione, contenuta a premi stoppa, dell’agitatore, le entrate nei reattori così come indicava lei, sia nell’impianto pilota che negli altri impianti?

RISPOSTA - Sì, c’erano queste valvole che erano assolutamente inadeguate, c’erano valvole con i premi stoppa dal quale, che perdevano insomma.

DOMANDA - Certo, la domanda che le rinnovavo, va bene, nel ‘67 quando lei arrivava, fino a che epoca, fino a quando è stato chiuso?

RISPOSTA - Anche negli anni ‘70 ricordo addirittura che ci fu una protesta dei meccanici proprio per la situazione impiantistica, cioè, i necessari continui interventi su queste valvole che erano un continuo punto di perdita. Io ricordo, ecco, collegando un po’ temporalmente se può servire, che l’informazione che il rischio cancerogeno della sostanza di cui stiamo parlando, il cloruro di vinile, noi venimmo a saperlo dalla stampa che era il 1972, cioè, ci fu il professor Viola che fece quell’intervento a Houston, poi i risultati della sua ricerca vennero pubblicati su una rivista scientifica nel ‘71.

DOMANDA - L’intervento a Houston è maggio del ‘70.

RISPOSTA - Nel ‘71 c’è la pubblicazione di quell’intervento e noi praticamente nel ‘72 venimmo a saperlo. Ci recammo, io ricordo che ci recammo in direzione per evidenziare la nostra preoccupazione a fronte di queste notizie, cioè, non venimmo informati direttamente dall’azienda, ma fu una nostra autonoma richiesta di incontro con la direzione aziendale per discutere il da farsi di fronte a questa notizia. Poi venimmo a sapere...

DOMANDA - Mi scusi, quando viene a sapere di questo intervento del professor Viola a Houston, Houston parlava?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Quindi siamo nel maggio ‘70, poi della pubblicazione del suo lavoro e siamo nel ‘71, quindi lei dice successivamente andiamo a parlare a livello di direzione aziendale. Le volevo chiedere quando parla al plurale dice: "noi", di precisare chi sono questi "noi" e quali sono le risposte della direzione aziendale?

RISPOSTA - Eravamo alla commissione ambiente che in parte si confondeva anche con lo stesso consiglio di fabbrica, l’esecutivo del consiglio di fabbrica, queste erano le persone che partecipavano a incontri di questo tipo quando si affrontava la questione aziendale.

DOMANDA - E la risposta aziendale quale fu?

RISPOSTA - Dunque, fummo noi a dire che c’erano queste informazioni sul rischio oncologico e presero atto di questa informazione, poi nel ‘75...

DOMANDA - Scusi, lei va, voi andate come commissione a parlare con la direzione aziendale cosa intende, con il direttore?

RISPOSTA - Non mi ricordo esattamente chi ci fosse in quell’occasione, di solito c’era o il direttore o il responsabile del servizio personale che ci riceveva.

DOMANDA - Quando voi comunicate questi dati, Houston e il lavoro del professor Viola pubblicato sulla rivista internazionale, la richiesta quale è, cioè, prendono atto, dicono che lo sapevano, non lo sapevano, abbiamo provveduto, non abbiamo provveduto, ne parleremo, cosa dicono?

RISPOSTA - Intanto ne prendono atto, non ci dicono che lo sapevano, e l’incontro fu interlocutorio a fronte ovviamente di una documentazione che era a noi pervenuta e la risposta fu "verificheremo" mi pare.

DOMANDA - E poi cos’è successo?

RISPOSTA - Poi ci fu tutto questo lavoro prevalentemente sul sindacale che fu dell’indagine, cioè, fu tutta un’attività prevalentemente nostra, cioè, fu un’azione che partì da noi per modificare, per conoscere sempre di più e modificare le condizioni di lavoro.

DOMANDA - Però l’azione sindacale a cui lei accenna, e diceva anche prima, indicava l’anno, è l’anno 1975, da quando voi segnalate questa situazione alla direzione aziendale che cosa succede di fatto, avete incontri, vi riparlano di questa situazione, ci sono degli interventi in fabbrica, cosa succede?

RISPOSTA - Piuttosto c’è la tensione continua nostra per migliorare le condizioni, di fatto, da parte dell’azienda, non vediamo segni significativi, anzi, dicevo addirittura c’è una protesta dei meccanici a fronte di una situazione di manutenzione, di interventi manutentivi che erano diventati di estrema pesantezza, ecco, questo posso dire.

DOMANDA - Lei accennava poco fa allo studio e all’intervento del dottor Viola a Houston, lei ha avuto modo anche di conoscerlo il dottor Viola?

RISPOSTA - Io lo incontrai, ebbi modo di incontrarlo.

DOMANDA - Ma quando, all’epoca?

RISPOSTA - Successivamente, mi pare intorno al ‘74 mi pare di averlo incontrato e chiesi come mai fosse arrivato, quale fu l’elemento che lo sollecitò a indagare sulla pericolosità del CVM e mi disse: sia informazioni sulla pericolosità avuta all’interno della Solvet, sia constatazioni dirette, ed erano soprattutto problemi legati ai disturbi alle mani, sommando queste informazioni che arrivavano da altri impianti della Solvet e da una sua attenzione a questi disturbi alle mani, attivò la ricerca che lo portò al problema di cui stiamo discutendo oggi.

DOMANDA - Lei ha conosciuto anche il professor Maltoni o ha sentito parlare dei suoi studi, all’epoca dico, non adesso?

RISPOSTA - No, della ricerca del dottor Maltoni si seppe attraverso informazioni successive, quando comunicò lui i risultati, che era nel ‘72.

DOMANDA - No, nel ‘72 a chi ha comunicato?

RISPOSTA - C’è stata una sua comunicazione nel ‘72, poi nel ‘73 c’è una presentazione della sua ricerca a Bologna mi pare, nel ‘72 negli Stati Uniti e a Bologna nel ‘73.

DOMANDA - Nel ‘72, volevo che precisasse un attimo meglio, perché a me risulta che questo sia del ‘74, per carità, mi rendo conto, sono passati tanti anni, problemi di date sono un po’ difficili, se lei è in grado di ricordarli in relazione a qualche episodio specifico?

RISPOSTA - Io so che Maltoni l’ho incontrato successivamente, quando avevamo problemi in azienda andammo, con altri membri del consiglio di fabbrica, andammo a Bologna a incontrarlo perché volevamo approfondire alcuni aspetti di ricerca, ma appunto mi pare che, sì, appunto, lui alla fine del ‘72 informa, dà prime notizie sulla sua ricerca...

 

Presidente: a Bologna è l’aprile ‘73, l’ha detto lui.

RISPOSTA - Rammentavo questa data. Poi nel ‘74 fa un’altra presentazione ma all’accademia dei licei. Quindi le informazioni che stavamo acquisendo erano queste ormai, erano consolidate, e avevamo avuto la notizia dei due morti che erano stati individuati ed erano tutti e due della nostra zona, era questo che ci aveva anche particolarmente coinvolti ed attivati in questo lavoro di cui ho accennato rispetto alle piattaforme, uno alla Pansac, cioè a un’impresa di trasformazione, e l’altro mi pare al CV6. Posso sottolineare un aspetto qui? Il morto alla Pansac ci mise di fronte ad un problema abbastanza difficile da risolvere al momento che poi troverà una soluzione nell’elaborazione che venne fatta su come affrontare queste situazioni, cioè, un conto era quello di intervenire sugli impianti all’interno delle fabbriche che ci vedevano organizzati e quindi pensavamo di ottenere dei risultati, più complicato era invece affrontare questo rischio delle conseguenze del CVM incorporato nel polimero che poi durante la trasformazione in queste piccole aziende veniva liberato ed esponeva gli addetti al monomero stesso. Ricordo che alla fine ci fu una forte richiesta all’azienda perché installasse le colonne di strippaggio tipo Goodrich per togliere più possibile, strippare più possibile CVM dal polimero in modo da avere il controllo noi della condizione di lavoro di queste piccole aziende che non erano assolutamente controllabili e gestibili poi per la poca forza operaia, insomma, la dispersione, la non conoscenza del rischio, fu una scelta che partiva da una conoscenza del ciclo complessivo del prodotto e della sua utilizzazione, ma che aveva anche un contenuto, penso di poterlo dire, perché così lo abbiamo vissuto, etico nei confronti della salute di chi non dipendeva direttamente da noi, siccome ci eravamo posto l’obiettivo della popolazione, quando parliamo nella piattaforma delle tonnellate di CVM che venivano disperse nel territorio. Ecco che fu una delle prime espressioni a livello nazionale di una tensione da dentro la fabbrica delle conseguenze su chi vive all’esterno.

 

DOMANDA - Da quando venite a conoscenza di questa situazione di possibile rischio, di pericolosità dall’inizio degli anni ‘70 fino alla chiusura del reparto VT2 che dovrebbe essere del maggio del ‘77, lei è in grado di ricordare concretamente che cosa è stato fatto all’interno dei reparti per quanto riguarda le condizioni di lavoro? Che cos’è successo?

RISPOSTA - Dunque, ci fu una trasformazione all’interno degli impianti pilota che fu fatta una piccola, un piccolo box dove chiudere le damigiane che contenevano gli additivi diciamo, chiamiamoli così, che servivano al ciclo, perché c’erano continue perdite che esponevano gli addetti a livelli di concentrazione insostenibili, cioè, la condizione di lavoro non era sostenibile dagli addetti, fu fatto questo box ma dovevano controllare, leggere le quantità di sostanza che attraverso quel sistema che vi ho spiegato prima, cioè di mettere in pressione la damigiana per poi far rifluire il prodotto dentro un tubicino e una pipetta graduata per vedere quanto era il flusso e quindi quanto era la quantità della sostanza che entrava nel ciclo produttivo, questa soluzione si dimostrò ben presto assolutamente inadeguata perché gli schizzi del prodotto mascheravano lo strato trasparente, il materiale trasparente che era stato utilizzato per la chiusura del box, e quindi poi, insomma, per fare i controlli restava aperto e la situazione non cambiò di molto. Per quanto riguarda invece il VT2 ci furono degli interventi per migliorare in qualche modo la situazione interna, ma non furono finalizzati a contenere le emissioni di CVM, cioè, sostanzialmente l’intervento si tradusse in una maggiore quantità di prodotto che veniva immesso nell’atmosfera, cioè, veniva tolto l’inquinamento dall’interno e messo all’esterno, fu adottata questa scelta che comportava una minore - come comprensibile - una minore modifica del ciclo produttivo.

DOMANDA - Cioè, concretamente cos’è successo per fare uscire il CVM fuori nell’atmosfera fuori dai reparti invece che...

RISPOSTA - Si buttava fuori.

DOMANDA - Con che cosa?

RISPOSTA - Si è utilizzato, siccome usciva una certa quantità di CVM anche nei reflui liquidi, si metteva in depressione e quindi si è ridotta la quantità di CVM che andava direttamente in laguna, mi pareva che fossero 20 tonnellate, fu ridotta a metà e anziché abbatterlo questo diventava, estratto in modo gassoso e veniva emesso al camino e quindi anziché finire in laguna finiva in atmosfera.

DOMANDA - Il controllo del CVM o del dicloroetano, se c’era, nell’ambiente di lavoro come veniva effettuato?

RISPOSTA - All’interno delle richieste avanzate c’era quello, essendo un cancerogeno, di avere un controllo in automatico, e questo è un problema complessivo che si pose a Marghera, sia al Petrolchimico che da noi. Dunque, fu utilizzato, va beh, c’era un sistema di analisi in continuo, multicanali, e ogni canale c’erano più prese, il fatto che per ogni canale ci fossero più prese mediava il dato, cioè la concentrazione veniva ovviamente mediata e anziché avere uno strumento finalizzato a individuare i punti di rischio, di fatto così acquistava la funzione in qualche modo di tranquillante sostanzialmente, cioè di avere un qualcosa che controlla la mia situazione, però controllandomela in questo modo mi appiattiva le punte di concentrazione dove queste si verificavano. Su questo terreno dell’effetto tranquillante si associava da una parte le modalità di controllo dell’inquinamento all’interno degli impianti e così eseguite, e sull’altro fronte si poneva un problema per quanto riguarda la struttura sanitaria d’azienda che aveva acquistato una dimensione rilevante anche in confronto alle altre situazioni produttive, tanto da diventare elemento di rivendicazione per una gestione diversa all’interno della piattaforma dell’aprile ‘97, c’è un punto infermeria di fabbrica che mostra come l’attenzione nostra si fosse concentrata...

DOMANDA - Scusi, ‘77, non ‘97?

RISPOSTA - Sì, 1977, mi perdoni. Questa piattaforma al punto infermeria di fabbrica dice: "La struttura dell’infermeria di fabbrica oggi ha invece assunto il carattere che tende a contrapporsi e sostituirsi all’U.L.S.S. con una gestione padronale della salute, è necessario pertanto che questa struttura entri a far parte dell’unità sanitaria locale per garantire: A) che l’uso dei dati sia controllato dall’ente pubblico, trasmissione di tutti i dati; B) la possibilità dell’utilizzo delle apparecchiature già presente almeno in fase transitoria su direttive dell’U.L.S.S.", qua si poneva il problema di come in qualche modo controllare noi l’uso di questa struttura sanitaria che ci era completamente estraneo, un problema che si pone tutt’oggi, il rapporto tra il medico e paziente, qua addirittura oltre a questo c’era che il consiglio di fabbrica, la commissione ambiente, era completamente estranea alla gestione di un momento così importante del ciclo esposizione alla sostanza e danni che venivano rilevati.

DOMANDA - A questo proposito c’erano informazioni da parte dell’azienda agli operai sulla pericolosità della sostanza, sulle situazioni sanitarie dei singoli e su che cosa bisognava fare?

RISPOSTA - Su questo fronte no, venivano fornite, una volta fatte le analisi, venivano forniti i risultati, le condizioni in cui si trovavano.

DOMANDA - Ecco, certo, quando venivano fatte le visite. Sulle informazioni?

RISPOSTA - No, ecco, su quel fronte, almeno sulla parte diretta che ho potuto verificare dentro alla Montefibre, le informazioni, da quello che vi ho accennato, fino al 1967, poi ci fu l’indagine compiuta, seguita dal sindacato e la mole delle informazioni acquisite, pur in un tempo purtroppo lungo, ebbe una sua circolazione, il fatto è che a fronte di queste piattaforme ci fu una risposta aziendale completamente in direzione opposta nel senso che io venni in possesso, perché mi fu fornito da chi operava dentro al Petrolchimico, un documento aziendale che come risposta a questa condizione di lavoro si diceva che l’obiettivo era non manutenere e dovendo assicurare la capacità produttiva oggi e domani se non si può farne a meno, manutenere il più raramente possibile.

 

Avvocato Alessandri: chiedo scusa, signor Presidente, qui il teste sta leggendo un documento del quale si è ampiamente già parlato in questo processo, ma io volevo semplicemente richiamare l’attenzione, non faccio un’opposizione, ma semplicemente sollecitare la sensibilità del Tribunale, al fatto che abbiamo ascoltato una serie di dati assolutamente privi di specificità, sono informazioni generiche, rese in modo suggestivo, si è parlato di cose addirittura tecnicamente inverosimili, come la tossicità del mercaptano, di altre situazioni descritte in modo assolutamente impressionistico, che è il termine che mi viene eufemisticamente più a portata di mano. Quindi io pregherei, fermo restando che il teste può ovviamente raccontare, se è di interesse del Tribunale, la sua esperienza all’interno del consiglio di fabbrica o di sostegno all’attività sindacale, chiederei che il teste si attenesse quanto meno a descrivere delle situazioni fattuali, precisandone gli estremi, le date, i reparti, e tutto quanto serva anche alle difese per eventualmente valutare la fondatezza e l’attendibilità di quanto sta dicendo, altrimenti sono delle descrizioni assolutamente generiche di un periodo di storia di cui si possono dare interpretazioni diverse.

 

Presidente: io credo che questo possa emergere eventualmente dal controesame che voi fatte, indubbiamente questa è una prospettazione fatta in termini anche molto generici che è più che altro, diciamo, una testimonianza di una esperienza fatta, io la percepisco come tale, quindi sotto questo profilo può avere anche questi, può meritare queste valutazioni di essere un po’ impressionistica, sono memorie di 20, 25, 30 anni fa, è vero ad ogni buon conto che talvolta manca di specificità, però è anche vero che attraverso alcune domande del Pubblico Ministero e alcune domande che cercherò di fargli anch’io, cercherò di far rientrare questa deposizione anche in una specificità, cioè in risposte più puntali, ecco, l’invito può essere proprio questo, ad attenersi più alle domande e a rispondere anche in maniera un po’ più succinta.

 

DOMANDA - Sì, Presidente sono d’accordo sicuramente su quello che ha detto lei testé, soltanto volevo precisare che alcune..

 

Presidente: anche perché per quanto riguarda il monitoraggio, per esempio, il monitoraggio a cui lei ha fatto riferimento è vero che è un monitoraggio che coglie le medie, che coglie le concentrazioni medie, però il dato legislativo è quello, allora, non si può certamente criticare sotto il profilo di quelli che possono essere i risultati che si ottiene attraverso questo monitoraggio da un punto di vista di quelli che sono, o erano le allora rivendicazioni aziendali, soprattutto di fronte a una sostanza che era cancerogena, e peraltro, voglio dire, di fronte a questo dato normativo ci dica piuttosto che cosa e qual è stato l’atteggiamento del sindacato, perché parlare in astratto, voglio dire, poi ha questi limiti.

RISPOSTA - C’era di fronte alla prima esperienza di applicazione in ambiente di lavoro di un analizzatore in continuo, e quindi noi ci siamo trovati di fronte ad elaborare una modalità anche per come questo doveva essere usato e per quale finalità, la finalità principale di uno strumento di controllo è dirci che là c’è una situazione critica e bisogna intervenire, se l’obiettivo in ogni caso... lo strumento di controllo è quello di dirci di sollecitarci, di indicarci i punti dove intervenire, fu questa la riflessione che facemmo, e le modalità come veniva impiegato questo strumento erano inadeguate per ottenere questo risultato; questo è stato l’approccio che abbiamo sviluppato noi.

 

DOMANDA - Ecco, peraltro faccio presente che siamo nel ‘77, che non c’è ancora nessuna normativa, che i sindacati ormai da alcuni anni contestavano le scelte dell’azienda in materia, poi si porrà tutto il problema successivo, però qui siamo al maggio ‘77 ancora. E comunque su una osservazione dell’avvocato Alessandri volevo intervenire per far capire come i ricordi del teste possono essere importanti e faccio un piccolo esempio citato dall’avvocato Alessandri, sui mercaptani, che non è vero assolutamente che non siano gas tossici tanto è vero che sono classificati fin dal 1927, ed inoltre il significato estremamente chiaro, nel senso che gli operai quando sentivano l’odore nauseabondo del mercaptano avevano come difesa il loro naso, con il CVM, per il quale non c’era neanche l’odore, non c’era neanche quella difesa, questo è anche un significato e ne va tenuto conto, per questo i ricordi del teste sulla lavorazione, sul tipo di lavorazione sono comunque importanti, poi le considerazioni le trarremmo noi.

 

Presidente: facciamo le domande e rispondiamo alle domande.

 

DOMANDA - La domanda che volevo fare, stavamo parlando dell’informazione, diceva che informazioni su queste sostanze da parte aziendale non c’erano state; volevo chiedere un attimo un punto particolare, se il professor Moriani è in grado di dire - se no eventualmente il dato glielo fornisco io - se dal ‘75 al ‘77, cioè in pratica fino alla chiusura, le risulta che vi siano stati degli incrementi produttivi o dei decrementi?

RISPOSTA - Ci sono stati degli incrementi produttivi e si è passati da un ciclo di polimerizzazione discontinuo ad un ciclo continuo.

DOMANDA - Questo tra l’altro da un documento che è stato allegato a una consulenza tecnica di parte civile risulta che ad esempio dal ‘75 al ‘77 si è passati da circa 3000 a circa 5000 tonnellate anno di fiocco, proprio quel discorso del reparto della polimerizzazione, quindi con un incremento di circa il 50%; il numero delle autoclavi era rimasto lo stesso?

RISPOSTA - Era aumentata la capacità proprio produttiva.

DOMANDA - E questo cosa aveva comportato per quanto riguarda anche le emissioni, i pesi e i carichi del lavoro all’interno del reparto ed anche all’esterno del reparto?

RISPOSTA - Vi ho accennato che la modalità con cui avvenivano questi aumenti di produzione discutendone con i compagni che avevamo al Petrolchimico, era la stessa strada che veniva seguita da una parte e dell’altra del muro che divideva le due aziende, era di andare su con l’incremento di produzione senza modificare sostanzialmente il ciclo produttivo, per cui si aveva per un verso questo aumento di emissione nell’atmosfera e per l’altro direi che l’unico risultato significativo, cioè importante - questo non so se può servire, io non voglio fare polemica, voglio soltanto ricordare - però posso chiedere alla Corte di non essere torturato, cioè, io non credo che un avvocato possa torturare un teste....

DOMANDA - No, scusi, devono ancora cominciare gli avvocati.

RISPOSTA - Dico che soltanto il farmi ricordare, non voglio fare una polemica, vorrei, scusi avvocato, che lei avesse annusato il mercaptano, solo che io ricordo procura nausea, solo il ricordo, per quello l’ho paragonato alla sindrome prustiana.

 

Presidente: va bene, d’accordo.

 

DOMANDA - Gli regaleremo una boccetta. Stavamo parlando di questo aumento produttivo dal ‘75 al ‘77, non c’è aumento di autoclavi, ma solo aumento della produzione. Perché si arriva allora nel maggio del ‘77 alla chiusura di questo reparto, che problemi concreti sono sorti?

RISPOSTA - Perché a quella data siamo di fronte alla necessità, si è un po’ al punto di svolta insomma, ormai i dati sul rischio sul CVM c’erano, a livello internazionale l’OSHA aveva fissato un limite medio di 1 PPM nelle 8 ore di esposizione, si era di fronte alla necessità in qualche modo di adattarsi a una concentrazione più bassa di cloruro di vinile negli impianti e quindi le aziende si erano trovate di fronte a questo spartiacque, il passaggio tra una gestione del passato a una struttura produttiva che comportava certi livelli di esposizione, e la necessità in qualche modo di adeguarsi alle norme. A quel punto hanno fatto i calcoli economici e la situazione non era più, o si investiva per mantenere, per stare dentro a quei livelli di concentrazione oppure si chiudeva, la scelta fatta alla Montefibre è stata quella di chiusura, d’altra parte era un impianto che per giunta continuava a mostrare limiti strutturali.

 

Presidente: l’impianto chiude quando?

RISPOSTA - 1977.

 

DOMANDA - Maggio ‘77. Io volevo farle un’ultima domanda che riguarda il fatto della sua partecipazione o meno anche alla piattaforma nazionale del gruppo Montedison del 22 gennaio ‘77, questo per ricollegarmi a quello che diceva lei poco fa, perché nel capitolo ambiente si chiedeva esplicitamente: "Si richiede la garanzia di Mac 0 per il CVM", e qui siamo 22 gennaio ‘77, e poi questo documento lo produrrò, viene riportato nella rivista Fulc notizie del marzo ‘77. Ecco, allora, oltre ai limiti livello internazionale che vengono fuori a cui accennava lei, a questa progressione delle piattaforme sindacali del ‘74, ‘75 in poi, all’indagine Fulc, poiché lei ha partecipato anche a questo discorso che non è più soltanto di Porto Marghera, ma anche nazionale, e come è stato poi concretamente questo discorso di piattaforma nazionale?

RISPOSTA - La consapevolezza a fronte dei dati che emergevano dall’indagine ci portava a dare quell’indicazione che elaborata in modo consistente a Marghera, dove avevamo avuto notizia dei due decessi per angiosarcoma, questo dato poi venne accolto, almeno in quella fase, a livello nazionale, sta di fatto poi che nel ‘77 accanto ai risultati che emergevano e venivano presentati della ricerca nazionale verso la metà di quell’anno comincia anche il processo di crisi del ciclo della chimica con espulsione di centinaia e centinaia di addetti con la cassa integrazione. C’è un indebolimento complessivo della protesta, c’è uno sfaldamento delle strutture anche organizzative e da quella data in poi sostanzialmente c’è una minore pressione operaia su quel fronte che viene progressivamente indebolita e c’è poi, mi pare, nel ‘78, c’è quel documento di cui accennavo prima di non fare manutenzione. Ora io richiamavo quel documento, non avendo notizia che era stato trattato qui, perché mi resi responsabile di diffonderlo pubblicamente, scrissi degli articoli e quando commentai esplosioni di impianti nel meridione, a Brindisi prima e a Priolo dopo, ricordo che commentai sulla stampa facendo un preciso richiamo ad un documento interno che dava queste indicazioni.

DOMANDA - Che è un documento del quale abbiamo già parlato in relazione al discorso di non manutenere con un teste, poi ne sentiremo alcuni altri. L’ultima cosa riguardava sempre un riferimento a questa piattaforma nazionale Fulc del 22 gennaio ‘77 e le chiedo, perché ad un certo punto si parla di messa in opera dei programmi complessivi di risanamento ambientali per Porto Marghera a partire da quelli relativi agli impianti CVM. Per la parte di sua competenza, di sua conoscenza, a quella data, gennaio, febbraio ‘77, questa opera compressiva di risanamento ambientale era stata posta in essere o era ancora tutto un discorso teorico, un discorso programmatico?

RISPOSTA - Era stata impostata come piattaforma e visto che si pone in piattaforma ovviamente non era stata messa in opera, dopo arriva il documento Montedison sulla manutenzione che codifica un approccio che è, appunto, addirittura quello di non fare manutenzione, se non si fa manutenzione ancor meno erano stati fatti interventi strutturali; ripeto, l’unico intervento significativo importante che ottenemmo in quel periodo fu l’installazione delle colonne Goodrich per lo strippaggio del CVM contenuto nel polimero che dava quella garanzia per le piccole aziende dove non c’erano strumenti di controllo né di comunicazione delle informazioni.

DOMANDA - Io per il momento non ho altre domande.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

DOMANDA - Chiarimenti e integrazione su circostanze già riferite. La prima è quella relativa alla questione della denominazione all’interno dello stabilimento del cloruro di vinile, lei ci ha parlato di una mancanza di indicazione della sostanza con il suo nome, cloruro di vinile, e l’utilizzo di un nome Vinil D, se ho capito bene. Intanto allora vorrei chiederle di precisare dove questa scritta fosse riportata, cioè, veniva riportata su documenti interni o era riportata su targhe all’esterno dello stabilimento, all’interno dello stabilimento e sui contenitori del prodotto ad esempio?

RISPOSTA - La nomenclatura del prodotto all’interno dell’azienda era Vinil D e come tale dove c’era la manipolazione degli addetti di questa sostanza la comunicazione tra loro avveniva dicendo Vinil D; è chiaro che noi poi come commissione ambiente abbiamo precisato agli addetti che si trattava di cloruro di vinile.

DOMANDA - Ma questo Vinil D era un nome di un’altra sostanza, che le risulti, o era un nome di fantasia? Ha fatto degli accertamenti in proposito su che cosa volesse significare questo nome?

RISPOSTA - Altre sostanze venivano indicate con una sigla, era una sigla che non ha nessun rapporto con sigle di natura, che vengono impiegate nella nomenclatura scientifica.

DOMANDA - Avete fatto oggetto di contestazione questa cosa alla direzione?

RISPOSTA - L’abbiamo superata comunicandolo noi agli addetti.

DOMANDA - Una seconda questione...

 

Presidente: quando è avvenuto quanto, tanto per cercare di riportarlo al tempo?

RISPOSTA - Quando sostanzialmente in rapporto alle prime informazioni che abbiamo avuto sulla stampa della cancerogenicità della sostanza.

 

Presidente: ‘72, ’73?

RISPOSTA - Sì.

 

DOMANDA - Secondo punto, e poi è cambiata la denominazione o no, a seguito di questa...

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Quindi fino al ‘77 è rimasta questa?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei ci ha descritto la piattaforma del ‘76 in termini di richieste vostre in ordine alla procedura da seguire in caso di incidente o di fuga del CVM, e ci ha detto la sequenza, allontanamento del personale, utilizzo dei mezzi di protezione individuale da parte del personale addetto alla bonifica, la fermata totale o parziale dell’impianto e l’annotazione in uno speciale registro delle situazioni di crisi di volta in volta verificatesi; vorrei chiederle qual è stata la risposta aziendale rispetto a questa richiesta e in particolare se questa richiesta sia stata in qualche modo recepita e se nei fatti di fatto ci fosse una procedura di sicurezza precedentemente o successivamente alla vostra richiesta che avesse caratteristiche simili o analoghe a quelle da voi richieste?

RISPOSTA - Prima chiaramente no, poi ci fu questa elaborazione interna che ci fece portare a questa impostazione dell’approccio al rischio che fu elemento di duro confronto occasionalmente messo in pratica, non strutturalmente attivato negli anni successivi, cioè è sempre stato legato un po’ ai rapporti di forza che si verificavano all’interno dell’azienda tra le due parti, ma che fosse diventato un approccio codificato questo non mi risulta, fu elemento costante di richiesta, di modalità con l’azienda affinché si operasse in questo modo.

DOMANDA - C’era o non c’era lo sgombero dei reparti in occasione di incidenti?

RISPOSTA - La chiusura immediata no, almeno da esperienze che ho avuto io, quando c’erano le fughe anzi si era maggiormente esposti perché bisognava intervenire.

DOMANDA - E questa è la sua esperienza personale fino al ‘77 in questi termini?

RISPOSTA - Sì, sostanzialmente sì.

DOMANDA - Ci ha parlato anche della richiesta di rifacimento degli impianti e ci ha richiamato quella che era una sua valutazione, no, il dato che lei aveva percepito, cioè di carenze progettuali dell’impianto VT2 che sarebbe stato progettato con una tollerabilità fino a 500 PPM di emissione di CVM; allora vorrei chiederle una maggior precisione sul punto, che cosa intende dire con questa affermazione, cioè che quell’impianto era stato progettato per funzionare con un tasso costante di perdita di CVM pari a 500 PPM, o che in certe situazioni di funzionamento portava a quel tipo di risultato e come ha saputo questo dato?

RISPOSTA - Il dato è scritto in un documento che era all’interno, che circolava all’interno del reparto, che era l’informazione sul rischio del prodotto, e poi era dentro, il centro ricerche e impianti pilota dal quale sono uscite le impostazioni progettuali di quell’impianto ed è quello che mi ha maggiormente turbato. Non so se questo posso aggiungerlo, successivamente nella mia esperienza di vita mi interessai degli impianti di sterminio nei lager ed uno dei motivi che mi ha spinto a studiare la progettazione di questi impianti nacque da quella esperienza, che mi turbava, sapendo come si progetta un impianto, mi turbava il fatto di vedere che un uomo si fosse messo a tavolino a progettare impianti di quel tipo. Quindi questa esperienza all’interno di un centro ricerche impianti pilota in cui il progettista, nel momento in cui progetta, si pone degli standard, si pone delle soglie, si pone dei limiti e questi li incorpora nel progetto stesso.

DOMANDA - Allora, per capire ancora meglio, questa storia dello standard del limite era un limite di normale di funzionamento dell’impianto, era un limite in situazioni di emergenza? Cioè, vorrei capire meglio se questo impianto veniva progettato per funzionare immettendo nell’ambiente di lavoro normalmente 500 PPM di CVM?

RISPOSTA - Nella testa del progettista c’era un’idea di quell’impianto che non era a ciclo chiuso in cui poteva tollerare nel suo funzionamento alcune perdite strutturali, continue con il ciclo, tanto è vero che c’era un problema strutturale, mai risolto fino alla fine, che era la tenuta dell’agitatore che stava sul fondo dell’autoclave, che non ha mai tenuto, è stato un problema non risolto, in più c’erano le valvole, c’erano tutti questi aspetti di apparecchiature collegate al ciclo che non avevano tenute e dalle quali c’erano perdite. Dal momento che in un progetto con una soglia, con un livello di concentrazione dell’impianto che ha queste, che ha questa soglia, posso tollerare, nel momento in cui lo progetto, che ci siano apparecchiature non completamente a tenuta stagna e quindi posso pensare di avviare un progetto anche con queste debolezze strutturali.

DOMANDA - Per storicizzare di più il dato, stiamo parlando, di una progettazione di un impianto che avviene in che periodo?

RISPOSTA - L’impianto è stato avviato nel ‘68 e quindi è stato progettato negli anni precedenti, io sono arrivato nel ‘67.

DOMANDA - Quindi è stato avviato nel ‘68, un anno dopo che lei era lì?

RISPOSTA - Sì, quindi la progettazione era cominciata un po’ prima e durante la fase di progettazione c’è stato un lavoro di, un tentativo continuo di mettere a punto il progetto che era abbastanza nuovo, cioè la fibra rispetto alle plastiche ha bisogno di una sua stabilità, perché poi viene utilizzata nei telai ed uno dei limiti di questo processo fu che la fibra perdeva acido cloridrico e corrodeva i telai, e quindi anche questo fu un elemento continuo per tentare di stabilizzare maggiormente il polimero per cui ci fu quel grande lavorio di ricerca per trovare lo stabilizzatore adeguato per avere un polimero che non aggredisse le apparecchiature dove si eseguiva la filatura.

DOMANDA - Ci fu poi una risposta rispetto a questa vostra richiesta di rifacimento o di comunque interventi fortemente correttivi sul VT2 da parte dell’azienda che ponesse rimedio a questa situazione di deficit strutturale da voi segnalato?

RISPOSTA - Ecco, ci fu un tentativo, c’erano gli impianti pilota e i laboratori di ricerca che lavoravano continuamente per trovare una soluzione su due versanti, una su quella di avere una fibra che non corrodesse e l’altra di migliorare un po’ più il ciclo, il ciclo stesso presentava questi limiti per cui dovevano abbastanza frequentemente formare la polimerizzazione e che comportava un costo, era una gestione difficile anche per lo stesso produttore, fatto è che risultati significativi su questo fronte non ci sono stati, anzi, fu compiuta la scelta di aumentare la produzione del polimero, come detto in precedenza, senza lavorare molto nella direzione di contenere le emissioni, ma di risolvere il problema delle emissioni scaricando in atmosfera.

DOMANDA - Veniamo alla questione del mercaptano che lei ha accennato, io avevo capito che questo gas veniva utilizzato insieme al CVM, o ho capito male?

RISPOSTA - E` un prodotto liquido che viene pompato dentro durante la polimerizzazione perché aveva il compito di stabilizzare il polimero, furono fatti vari tentativi per trovare una sostanza che stabilizzasse il polimero e poi fu fatta la scelta di questa sostanza che, ripeto, è particolarmente nauseabonda.

DOMANDA - E` corretto dire che quando c’era una fuga e si sentiva l’odore di mercaptano nei reparti in cui questo veniva utilizzato, insieme a quello c’era anche CVM?

RISPOSTA - No, erano due cose distinte, perché poteva esserci una perdita proprio sulla pompa, e era questo il limite ed uno degli aspetti di quel ciclo, che era la pompa di alimentazione che perdeva e quindi, che era sconnessa dal ciclo, cioè non era quello del CVM, che era una linea diversa, il mercaptano era questo liquido, questo additivo che veniva aggiunto alla polimerizzazione per stabilizzare il polimero. Il cloruro di vinile aveva altre fonti di fuga che erano l’agitatore che stava sotto l’autoclave, le pompe e poi soprattutto questo problema che lavorando a basse temperature erano frequenti, come sanno gli esperti che conoscono i cicli chimici, lavorare a basse temperature con un prodotto di questo tipo di una certa densità abbastanza facilmente si avevano fenomeni di gelificazione, quindi bisognava sfrangiare i tubi, insomma, vedere quello che succedeva nell’impianto in quelle situazioni era veramente un inferno, questo un po’ se riesco a spiegare, lo era maggiormente negli impianti pilota, lo era un po’ meno nel ciclo produttivo, perché negli impianti pilota questo fenomeno avveniva con una frequenza ancora maggiore, e quando succedeva questo, appunto, come dicevo, essendo la struttura dell’impianto divisa con dei grigliati di calpestio, il materiale che fuoriusciva si scaricava sul fondo e dal fondo non veniva rimosso immediatamente e quindi rievaporava e investiva l’ambiente di lavoro dove c’erano questi addetti.

DOMANDA - Quindi da un lato allora non era necessariamente indicatore di fuga di CVM l’odore del mercaptano?

RISPOSTA - No, anche se maggiormente più avvertibile, lo si avverte immediatamente.

DOMANDA - E nei casi di questa gelificazione di cui ha parlato adesso c’era necessità di intervenire, si ricorda che si intervenisse con la fiamma ossidrica per scaldare gli intasamenti che si verificavano?

RISPOSTA - Sì, bisognava bruciare, quando c’era il problema di gelificazione del prodotto poi bisognava fare interventi di questo tipo per liberare le tubazioni, questo era uno dei limiti maggiori di questo ciclo, il disturbo di questo ciclo era legato a questi limiti proprio processuali.

DOMANDA - Questa tecnica processuale di intervento sull’impianto era a sua volta, o poteva essere, o era stato fattore di aumento della fuga, di diffusione di CVM presente nelle tubature?

RISPOSTA - In processi come questo quando si interrompe il ciclo questi sono i momenti di maggiore crisi, critici, in cui si hanno le emissioni, cioè, che espongono direttamente gli addetti che intervengono, sono tutti punti di interruzione del ciclo, sono qui, e sono, per esempio, come fatto routinario, il prelievo dei campioni, cioè quando si preleva un campione le modalità con cui si preleva il campione per verificare la, se il processo si svolge rispettando i parametri indicati per ottenere il prodotto è sottoposto a verifiche periodiche che avvengono prelevando il campione e quando si preleva il campione si ha un’apertura di qualcosa il che espone l’addetto che lo preleva.

DOMANDA - L’ultima domanda, lei ha parlato di un effetto tranquillizzante riferendolo sia da un lato al sistema di monitoraggio che aveva l’effetto di abbassare il valore medio dell’esposizione e poi ha introdotto il tema del funzionamento della struttura sanitaria cui ha attribuito anche questo ruolo di tranquillizzare circa i rischi dell’esposizione. La domanda è se ha mai visto documenti aziendali in cui venisse in qualche modo sollecitato questo effetto sedativo da parte della struttura sanitaria e in particolare le chiedo se ha mai visto il documento del verbale della riunione Montedison del 10 aprile ‘75 nel quale la direzione dell’azienda chiedeva alla struttura, tra l’altro, chiedeva alla struttura sanitaria, "al di là di tale programma di azioni si riconosce indispensabile il ruolo rassicurante e incisivo che il medico di fabbrica deve svolgere nei confronti dei singoli lavoratori". Lei questo documento ha mai avuto modo di vederlo? Siamo nel ‘75.

RISPOSTA - No, io non l’avevo visto, però l’analisi che facevamo noi, se posso dirlo, era intrinseca, era proprio consequenziale, se io mi comporto in un certo modo ho quelle conseguenze sugli addetti, l’obiettivo nostro, quando avevamo richiesto di installare l’analizzatore in continuo, era di avere uno strumento per intervenire e rendere sicuro l’impianto, così invece aveva la funzione di mettere i lavoratori nella condizione di sapere che c’era uno strumento che controllava le fughe, però come funzionava: appiattendomi le punte non mi dava quell’indicazione che noi ritenevamo fondamentale per intervenire immediatamente nei punti critici perché così non li vedevamo. Io non conoscevo questo documento però la valutazione che facevamo noi rispetto al funzionamento che aveva sia la dimensione, sia la struttura, sia le conseguenze che aveva la struttura sanitaria in azienda così come veniva fatta funzionare, appunto, come sta scritto in quel documento lì aveva quelle conseguenze, perché erano intrinseche.

DOMANDA - Glielo ho letto perché lei ha usato il termine tranquillizzante.

RISPOSTA - Sì, appunto, ma la valutazione che facevamo in quelle occasioni lì era proprio questa, sia l’analizzatore in continuo così gestito, sia la struttura sanitaria così gestita, quasi surrettiziamente ti mettevano a disposizione un qualcosa che in qualche modo ti assicurava, aveva la funzione di assicurarti, però poi di fatto non ti portava al risultato che noi volevamo ottenere dal controllo nell’ambiente e dal controllo della salute degli addetti.

DOMANDA - Veramente l’ultima, ha parlato di quantitativi enormi di CVM in ambiente esterno, sia con riferimento alle immissioni in atmosfera, sia con riferimento a degli scarichi idrici, ho sentito parlare di 20 tonnellate a proposito degli scarichi idrici; può darci qualche riferimento più preciso, da dove deriva questo dato, per darci anche una dimensione quantitativa delle sostanze, da dove ha attinto le informazioni che ci riferiva?

RISPOSTA - Noi andavamo nel reparto VT2 e parlavamo con gli addetti, là si sapeva che CVM entrava e quanto veniva trasformato in polimero, quello che mancava dalle stime che facemmo era che 330 tonnellate l’anno di CVM se ne andavano dal camino e 20 andavano in laguna. A fronte la nostra protesta perché si inquinava l’esterno, ci fu un intervento di modifica dell’azienda che aveva il compito di strippare il CVM dal refluo liquido però non veniva abbattuto, anziché portarlo da un ambiente, anziché farlo andare in un certo ambiente, il corpo idrico, lo dirigeva in un altro ambiente che era l’atmosfera.

DOMANDA - Questo fino al ‘77 o prima?

RISPOSTA - Questo intervento...

DOMANDA - No, i dati, ci ha dato dei numeri, il tempo?

RISPOSTA - La data, sicuramente la data in cui avevamo elaborato questo documento è nel ‘76, poi nel ‘77 è stato chiuso.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

DOMANDA - Io devo fare una premessa per inquadrare quanto è già stato detto dal testimone ed anche per rispondere alle osservazioni di un difensore che ha parlato di una deposizione che è generica, che è suggestiva...

 

Presidente: veda di specificarla lei attraverso le sue domande, perché le premesse, devo dire la verità, durante l’esame non è che siano necessarie, faccia le domande e sentiamo. Attraverso le domande lei può tutto sommato rispondere anche alle obiezioni che sono state fatte alla deposizione del teste.

 

DOMANDA - Ma sulla questione che per noi è centrale in questo processo, ed è la questione la quale si può riassumere nel fatto che questo processo è un processo al modo di produrre. Ora su questa questione del modo di produrre e sulle informazioni che si deve fare poi, e su questa questione della manutenzione che si deve osservare io devo richiamare l’attenzione del testimone sul fatto che quella denominazione che è stata fatta della piattaforma, piattaforma sindacale, è in realtà una denominazione impropria, perché a questa piattaforma sindacale, della quale lui ha parlato a lungo, hanno partecipato tecnici e ricercatori del CNR dell’università di Pisa, dell’istituto di oncologia e centro tumori degli ospedali riuniti di Bologna, e poi tutte le organizzazioni di fabbrica che hanno poi steso questo documento del 1975; se può dare una prima risposta su questa organizzazione di queste riunioni che hanno dato luogo poi al documento della Fulc di cui si è parlato così a lungo in questa deposizione.

RISPOSTA - Negli anni in cui queste piattaforme una dopo l’altro, ‘75, ‘76 e poi ‘77 si andavano a concretizzare, in quello stesso periodo a livello nazionale era stata attivata la prima indagine epidemiologica che aveva coinvolto le fabbriche di CVM distribuite su tutto il nostro paese, quindi un’indagine di dimensioni inusitate fino in quel periodo che aveva visto il coinvolgimento di esperti di impiantistica, esperti di medicina del lavoro e ci fu in quel periodo un costante rapporto tra noi e questi esperti e credo che il contenuto stesso, l’articolazione di queste piattaforme ne siano espressione, proprio anche per i punti che citavo, perché li ho vissuti direttamente, dietro queste frasi c’è stato approfondimento, confronto continuo, sono state pesate le parole visto che eravamo di fronte anche noi a una prima esperienza su questo terreno avendo la necessità di ripensare il ciclo produttivo senza cancellarlo, però con l’obiettivo, questo sì, di garantire la sicurezza e la salute degli addetti, e non solo, per la prima volta in queste piattaforme acquista una valenza altrettanto importante la garanzia per la salute dei cittadini al di fuori delle fabbriche.

DOMANDA - Perciò lei condivide allora, lei pensa che questo documento non sia soltanto un documento di politica sindacale, ma sia un documento anche di accertamento di determinate realtà e di determinate questioni tecniche delle quali si studiano a livello scientifico, cioè voi vi siete interessati, e avete lavorato, e avete steso poi il vostro documento avendo presente queste questioni che sono strettamente legate alle conoscenze? Questo io le chiedo.

RISPOSTA - Per la prima volta direi nella storia del movimento operaio italiano, esperienze internazionali di questo tipo non ne ho viste, che l’organizzazione sindacale abbia messo in piedi un’indagine a di queste dimensioni su tutto il territorio del paese con una struttura scientifica alle spalle di quelle dimensioni e poi tutto questo si sia tradotto in una richiesta precisa e articolata. Questo è stato fatto e direi è stata l’ultima, la prima ed anche ultima volta di un’indagine di questo tipo, eccetto poi un’indagine successiva compiuta sulla salute riproduttiva delle donne, che d’altra parte si muoveva su un terreno dove la ricerca scientifica, abbiamo scoperto, era estremamente debole e carente.

DOMANDA - E la risposta dell’azienda è quella che lei ha già detto mi pare, che obiettivo sulla questione della manutenzione è quello di non manutenere e dovendo assicurare la produttività oggi e domani se non si può farne a meno manutenere il più raramente possibile, questa è la risposta dell’azienda?

RISPOSTA - Sì, sostanzialmente questa fu perché fu possibile nel momento in cui nel ‘77 comincia lo scardinamento della struttura operaia attraverso massicci esodi, attraverso le casse integrazione, che poi ebbi modo di indagare realizzando la ricerca specifica sulle conseguenze della cassa integrazione sugli addetti nelle fabbriche di Marghera tra le quali avevamo preso in considerazione anche la cassa integrata applicata al Petrolchimico.

DOMANDA - Possiamo dire però che c’è stata un’altra risposta, ed è stata quella legislativa, e la risposta legislativa dobbiamo dire, ricordare, che poi è nella linea delle vostre rivendicazioni, è una risposta che arriva con ritardo, certamente, ed è una risposta che poi si limita a rendere attuative le direttive della Comunità Europea; ora io vorrei, soltanto per brevi tratti, richiamare alcuni punti sui quei lei ha deposto, per esempio anche sulla questione di questo Mac 0 per dirle che anche nelle norme di legge si possono trovare dei punti sui quali, per esempio nel decreto legislativo 626 del ‘94, ci si avvicina a questa indicazione quando si dice, all’articolo 64, che il datore di lavoro deve programmare e sorvegliare le lavorazioni in modo che non vi sia emissione di agenti cancerogeni nell’area, dice ancora la legge che se ciò non è tecnicamente possibile l’eliminazione degli agenti cancerogeni deve avvenire il più vicino possibile al punto di emissione mediante aspirazione localizzata, per cui si avvicina anche a questa vostra indicazione del Mac 0, cioè della concentrazione zero nell’ambiente, attraverso delle norme di legge che bene o male stabiliscono che non si debba arrivare a nessuna contaminazione dell’ambiente. Lei pensa che questa norma si avvicini a quanto voi avete già detto, voi avete già stabilito in questo vostro documento?

RISPOSTA - Quanto abbiamo scritto in quel documento era il risultato di una approfondita ricerca scientifica, base scientifica alle spalle, eravamo convinti di quello che scrivevamo, e che poi sia l’OSHA che il NIOSH non indichino delle soglie per i cancerogeni è la conferma ad anni di distanza che la strada che avevamo intrapreso allora aveva delle solide basi scientifiche. Questo è importante, però non ci tranquillizza chiaramente, perché gli impianti non sono stati adeguatamente modificati per andare in questa direzione, anzi, nelle mie vicende personali tra il ‘95 e il ‘97 avendo avuto responsabilità istituzionali, la mia vita mi ha portato ancora a doversi confrontare con questi ambienti, nelle indagini che avevo potuto iniziare senza avere avuto poi la possibilità di portare a termine, ebbi modo, con la struttura che avevo, debolissima peraltro, di trovare un impianto dentro il Petrolchimico, un impianto pilota, che era privo di autorizzazioni per le emissioni in atmosfera per cui poi fu diffidato.

DOMANDA - Io vorrei anche richiamare la sua attenzione su un altro punto che è quello dell’informazione di cui lei ha parlato a lungo, della disinformazione per la realtà, nella quale erano tenuti gli operai che lavoravano al Petrolchimico, l’articolo 7 del decreto legislativo del 10 settembre ‘82, 962, recita testualmente che il datore di lavoro deve informare del pericolo che il cloruro di vinile monomero presenta per la salute e delle precauzioni da prendere per la manipolazione dello stesso, i lavoratori all’atto della loro assunzione e in ogni caso prima che essi siano adibiti alle lavorazioni di cui al precedente articolo 1, e successivamente con periodicità almeno annuale. Ora, voi in questa piattaforma di queste cose parlate già mi pare e sono cose diremo quasi recepite testualmente dal testo legislativo; lei pensa che sia così? Lei ricorda nella vostra piattaforma se ci sono delle norme che regolano in questo modo il rapporto che deve avere il datore di lavoro con il suo operaio che lavora a queste sostanze?

RISPOSTA - C’era la richiesta ovviamente continua di portarlo, di portargli le informazioni che mano a mano si acquisivano su un terreno che era quello della conoscenza degli effetti del cloruro di vinile che non sono solo quelli di indurre l’angiosarcoma ma anche altri danni alla salute, e come emerse dall’indagine compiuta a livello nazionale, era un terreno, appunto, tutto da consolidare, c’era questa necessità di informare gli addetti e fu un compito che fu praticamente assunto dalle organizzazioni sindacali.

DOMANDA - Lei ha parlato, passando a delle domande particolari, lei ha parlato nella sua deposizione di una politica del rinvio in una situazione ambientale assai precaria nella fabbrica specialmente negli impianti al chiuso, vecchi di 20 anni del Petrolchimico e dell’impianto VT2 della Montefibre, e nel persistere di una emissione continua e discontinua in atmosfera di elevatissime quantità di inquinanti, in particolare CVM e polveri; vuole specificare meglio questa...

RISPOSTA - Quella piattaforma, appunto, sta scritto, quella del ‘76, c’è un punto che riguarda il VT2 dove noi scriviamo, ma erano dati che credo di avere acquisito io direttamente parlandone con gli addetti all’impianto stesso, che a quella data erano 330 tonnellate di CVM che uscivano dal camino e 20 tonnellate che finivano nelle fogne. Poi nelle piattaforme successive, per esempio quella del Petrolchimico, al punto, vediamo un attimo, è quello sempre "piani di intervento e risanamento", sta scritto che per quanto..., posso leggere? "Che per quanto riguarda il problema ambientale fuori della fabbrica in termini specifici dei prodotti solidi, liquidi e gassosi, indipendentemente dalla legge speciale per Venezia, Montedison deve dare avvio subito a tutti i lavori di bonifica e risanamento già individuati e programmati adeguando le attuali strutture esistenti alle attuali necessità di risanamento. Uno dei punti prioritari è quello dell’abbattimento e recupero delle 14 tonnellate giornaliere di CVM immesse nell’atmosfera", questa è la piattaforma aprile 1967.

DOMANDA - Lei ha accennato anche prima a questo impianto VT2 della Montefibre che risulta progettato con una nocività incorporata di 500 parti per milione di CVM per il fatto che erano allora ritenute sopportabili, ora si ritenevano sopportabili anche punte oltre 1000 parti per milione come risulta dalle prescrizioni di sicurezza dell’azienda? Si pensava anche questo?

RISPOSTA - Io ho accennato le modalità con cui si procede nella progettazione di impianto, il progettista si fissa delle soglie all’interno delle quali l’impianto può marciare, altrimenti non funziona, e quindi nel momento in cui concepisce la struttura partendo da un’idea base e da alcuni vincoli che si pone nella progettazione dell’impianto, nel caso specifico si è messo quella soglia, quando ero in quel reparto ho visto per esempio impianti progettati per nazioni che avevano soglie diverse che non riguardavano il cloruro di vinile ma un altro tipo di impianto, ecco, si progettava un impianto strutturato in modo da funzionare con soglie diverse, quindi nel momento in cui si progetta si decide più o meno su quali soglie può attestarsi l’inquinamento interno delle parti e le quantità che fuoriescono o dai camini o dagli scarichi liquidi, nel caso specifico quella era la soglia che il progettista si era fissato. Poi nel funzionamento stesso dell’impianto la frequenza delle interruzioni, delle disfunzioni dell’impianto provocava fughe anche incontrollate, perché non venivano misurate, come accennavo, a parte quelle perdite continue legate all’agitatore e alle pompe, poi quando c’erano queste disfunzioni, quando c’erano questi processi di gelificazione nelle tubazioni bisognava interrompere il ciclo e si determinavano le situazioni peggiori di esposizione.

DOMANDA - Può dirci se per via anche della scarsa controllabilità della reazione chimica anche per minime variazioni di temperatura si determinavano negli impianti intasamenti e gelificazioni per cui il funzionamento regolare degli impianti non durava per più di 15, 20 giorni?

RISPOSTA - Sì, questa era la frequenza, la cadenza di questo ciclo produttivo, ed era sia che si verificasse con più frequenza negli impianti pilota, più o meno con quelle frequenze o nel ciclo produttivo poi, io ho accennato anche in precedenza come si, quali erano le modalità di intervento, cioè, primordiali, io non devo fare commenti, però avendoci lavorato un po’ sulla storia della medicina di lavoro, quelle condizioni di lavoro credo siano associabili, io vi assicuro, in certi momenti quando vedevo uscire l’addetto che era una maschera bianca, cioè tutto il polimero addosso, e si puliva con la gomma che portava l’aria ad alta pressione, mi ricordavano certe immagini che avevo ritrovato leggendo i libri di Dickens.

DOMANDA - Se a lei risulta che si intasava con estrema frequenza il collettore di trasferimento della torbida per via della gelificazione rendendo necessario l’intervento degli operatori esterni durante la marcia dell’impianto questo avveniva?

RISPOSTA - Sì, questo avveniva durante la marcia dell’impianto ed ovviamente l’operatore faceva il possibile per non bloccare tutto, perché se si bloccava tutto poi le sue condizioni, doveva intervenire su un ciclo che si bloccava completamente diventavano necessariamente più pesanti, e questa è una dimostrazione che, appunto, si interveniva al di là di quanto volevamo affermare con quella piattaforma, poi i risultati ottenuti, almeno su questo fronte, sono stati piuttosto carenti, cioè, nei reparti si interveniva spesso a ciclo in marcia, i meccanici, ecco, questa figura dei meccanici probabilmente non adeguatamente sottolineata, il meccanico era l’addetto che era costretto a intervenire nelle situazioni più critiche, perché il meccanico interviene quando qualcosa non funziona, e ripeto, quando in un ciclo chimico qualcosa non funziona quello è il momento di maggiore esposizione.

DOMANDA - Il documento Fulc parla di una ridotta sperimentazione degli impianti pilota, lei ritiene che ciò dipendesse sostanzialmente dalle esigenze produttive della Montedison, che poi erano rivolte, lo si sa, a ricercare immediatamente sostanziose quote di mercato senza badare alle conseguenze per l’ambiente alle persone esposte?

RISPOSTA - Qua posso avanzare...

 

Avvocato Accinni: lei ritiene sotto questa forma ad un teste va credo addirittura oltre anche a tutte le premesse richiamate dal Presidente, lo dico perché penso che comunque un argine da qualche parte vada messo.

 

Presidente: io non lo so, ho cercato di far presente che le domande dovrebbero essere domande e non anche contenere la risposta, poi che cosa ci fosso fare, io avrei dovuto togliere la parola all’avvocato Scatturin, non lo faccio, io l’ho invitato più volte a fare delle domande, se l’avvocato Scatturin vuole fare delle affermazioni e vuole introdurre delle affermazioni poi verranno valutate come tali. Io non lo so, l’avvocato Scatturin fa una domanda che contiene già la risposta del teste, quindi, va beh, io l’ho più volte sollecitato, non so cosa farci sinceramente.

 

DOMANDA - Può riferire allora il testimone se agli inconvenienti impiantistici che hanno fin qua denunciato si devono aggiungere altre carenze del sistema, come il filtro aperto, per esempio, le pompe di scarsa tenuta, le valvole di antiquata costruzione, contenuta a premi stoppa e così via? Può rispondere ancora su queste questioni?

RISPOSTA - L’impianto era stato avviato con dei limiti strutturali, le apparecchiature poi si sono dimostrare alcune apparecchiature, come pompe e valvole, si sono dimostrare inadeguate al funzionamento perché mostravano perdite, che avevano fatto addirittura scatenare momenti di protesta da parte dei meccanici perché quando ci si accorge che un’apparecchiatura ha bisogno costantemente di manutenzione vuol dire che è inadeguata a svolgere quel ruolo all’interno di quel ciclo produttivo. Il fatto di non aver sostituito con prontezza, o cercato con prontezza apparecchiature che evitassero questi ripetuti interventi ai quali erano maggiormente esposti i meccanici, appunto, una parte li aveva fatti reagire in quel modo, per l’altro verso li aveva anche costretti ad esposizioni frequenti di inquinanti, tra i quali c’erano questi additivi di cui parlavo, che veramente li mettevano in una condizione di sofferenza nel momento in cui intervenivano.

DOMANDA - Lui è a conoscenza che nelle fogne venivano scaricate circa 20 tonnellate per anno di CVM di cui una metà a seguito di una modifica impiantistica, mi pare, del 1976, veniva aspirata e convogliata nel camino per cui in laguna finivano 10 tonnellate per anno di CVM dal solo impianto in questione?

 

Presidente: l’ha già detto poco tempo fa.

 

DOMANDA - Se gli risulta che nel reparto VT2, impianto di solfitazione situazione a pian terreno, era corroso dall’anidride solforosa e costituiva una minaccia costante per l’incolumità di chi vi lavorava?

RISPOSTA - Sì, quella era la situazione critica sulla quale si intervenne più volte come commissione ambiente per sistemarla, le modifiche non furono sostanziali, ci fu un certo miglioramento dopo ripetute pressioni ed interventi da parte nostra, era una situazione critica quella in cui si faceva questo processo.

DOMANDA - Se può precisare allora se da questi interventi che sono stati effettuati dall’azienda e che erano rivolti a ridurre possibilmente le concentrazioni di CVM, aumentava però l’immissione di CVM dai camini con conseguente contaminazione dell’ambiente circostante, anche quello esterno allo stabilimento?

RISPOSTA - La strada imboccata sia al Petrolchimico che alla Montefibre è stata quella di intervenire su impianti esistenti con una certa ricchezza tecnologica per aumentare la produzione fino a quanto si poteva senza intervenire proprio sulla tecnologia, cioè, si è imboccata la strada di aumentare la produzione con tecnologie sostanzialmente esistenti, senza fare quel salto di qualità che avrebbe permesso di andare nella direzione che noi avevamo indicato di andare verso Mac 0, perché, come accennavo, quando si progettano gli impianti si progettano incorporando un certo livello di inquinamento, se vogliamo mettere in discussione questo livello di inquinamento all’interno dei reparti, bisognava ripensarli concettualmente, e questo non è avvenuto, per la stragrande maggioranza degli impianti non è avvenuto. Negli anni successivi poi ci sono state le fermate che hanno chiuso, ma in anni molto vicini a noi, hanno chiuso una serie di impianti e sono stati potenziati altri. In alcuni casi, quello che ho seguito maggiormente, il VT2, e quindi il ciclo dei VT, per non, cioè, andare nella direzione, cioè avere il Mac 0 voleva dire riconcepire, riprogettare, ricostruire completamente quell’impianto, questo non è stato fatto, l’azienda a quel punto ha deciso di chiuderlo.

DOMANDA - Se lei è informato, sono le ultime domande queste, se nel settembre del ‘93 l’Assessore all’ambiente della Provincia abbia censito le discariche abusive fortemente inquinate create all’interno del Petrolchimico pubblicando il rapporto poi?

RISPOSTA - Ecco, quando io presi l’incarico di Assessore all’ambiente in Provincia che era il ‘95 trovai questa documentazione e partii da quella per fare poi ulteriori approfondimenti arrivando alla conclusione sostanzialmente che l’area del Petrolchimico 2 era stata costruita sopra materiale di risulta dei cicli produttivi, con cessioni visibili ad occhio nudo di inquinanti ai canali interni della laguna e poi con rilevazioni che mostravano interessamento delle prime falde data la situazione poi particolare che c’è nel sottosuolo di quell’area, che sono falde stratificate e quindi le prime falde erano compromesse.

DOMANDA - Lei si riferisce al canale Brentelle, San Giuliano, Bili, Bottenigo, Moranzani, Via Teramo, Mira?

RISPOSTA - La ricognizione che è stata fatta da chi mi aveva preceduto comprendeva l’area interna alla zona industriale di Gronda, a partire da quell’indagine, almeno nel periodo in cui ho potuto, siamo andati nella direzione di fare alcuni approfondimenti ed è emerso questo dato, cioè questa configurazione di un primo sottosuolo che era di natura antropica, realizzato con imbonimenti ottenuti dalla risulta di cicli.

DOMANDA - Se lei può ricordare in quale data la Provincia scoprì gli sfiati nell’atmosfera dell’impianto pilota CVM privi di autorizzazione e quali provvedimenti siano stati adottati?

RISPOSTA - Credo che fosse stato il ‘96, il provvedimento fu quello di diffidare la chiusura e le modifiche, poi pare che l’impianto sia stato, l’impianto pilota sia stato chiuso.

 

AVVOCATO BOSCOLO RIZZO

 

DOMANDA - Vorrei dei chiarimenti sulla commissione ambientale cui lei ha fatto riferimento poco fa, se non erro dicendo che c’erano dei momenti di comunicazione e di interscambio tra la commissione ambiente e la commissione di fabbrica, in che anno è stata costituita la commissione ambiente e a quale commissione ambiente si riferisce, a quella mista o a quella che poi invece venne programmata, suggerita dal sindacato?

RISPOSTA - C’era una commissione ambiente all’interno delle aziende e ci fu una esperienza significativa anche a livello nazionale sia il Petrolchimico che la Montefibre, che era un’organizzazione dentro il consiglio di fabbrica, cioè la commissione ambiente faceva parte del consiglio di fabbrica e era costituita da tecnici, da persone esperte che avessero conoscenza dei cicli, della tossicità dei prodotti, oppure l’hanno acquisita mano a mano che operavano con queste finalità, si avvaleva del supporto di tecnici esterni, inizialmente i rapporti erano informali con il mondo esterno, cioè, era tutto in costruzione in quel periodo, poi invece con la costruzione di...

DOMANDA - A me interessava sapere in che anni è stata costituita questa commissione ambiente e per quanto tempo ha operato?

RISPOSTA - La commissione ambiente è nata sostanzialmente dopo i momenti di iniziativa operaia a Marghera successivi al ‘69.

DOMANDA - E fino a quando ha operato?

RISPOSTA - Ha operato finché io sono rimasto in azienda, almeno per la Montefibre.

DOMANDA - Perché a me consta, e sto prendendo notizie dalla rivista "La Salute" pubblicata da quelli della C.G.I.L. che vanno dagli anni ‘72 al ‘75 e che mi consta che in realtà le commissioni ambiente fossero due, ci fosse stata una prima esperienza di commissione mista e successivamente invece una commissione gestita esclusivamente dal sindacato, a quale ha fatto parte lei?

RISPOSTA - Ripeto, c’era una commissione ambiente all’interno della fabbrica, legata al consiglio di fabbrica, poi ci si trovava tra commissioni ambiente all’esterno e c’erano queste competenze delle commissioni ambiente interne che supportavano l’iniziativa del sindacato più in generale che davano vita a questa struttura informale di incontro tra commissioni ambiente del sindacato, quindi erano due momenti, uno dentro ed uno fuori.

DOMANDA - Sempre in questa rivista leggo che a un certo punto la commissione ambiente promossa dal sindacato ha anche promosso una forma di lotta che è stata definita la cosiddetta contestazione tecnica che aveva lo scopo di fornire indicazioni per le modifiche strutturali degli ambienti di lavoro; lei ha fatto parte anche della commissione che ha prodotto la cosiddetta contestazione tecnica?

RISPOSTA - Sì, è nato, sono nato all’interno, il mio impegno è partito proprio dall’essere dentro questa commissione, e quindi questa competenza acquisita dentro veniva portata dentro la competenza sindacale esterna che aveva poi questa ricaduta più complessiva, perché erano due aziende, separate da un muro.

DOMANDA - Quando lei parla dei rapporti con gli enti che hanno condotto l’indagine Fulc, parla di rapporti di questa commissione o di rapporti suoi personali? Intendo dire, quando nel 1977 c’è la piattaforma, le indicazioni che provengono a seguito dell’indagine Fulc, ed anche dagli esperti che parteciparono all’indagine Fulc, furono acquisite con contatti della cosiddetta commissione tecnica ambientale con la Fulc?

RISPOSTA - Sì, è stata un’indagine di dimensioni, come dicevo, di ampie dimensioni, un lavoro molto approfondito, l’unico nel momento del quale si poteva disporre, e quindi si è partiti da lì, da quei dati, da quell’esperienza per costruire queste piattaforme.

DOMANDA - E quindi lei è al corrente di quali indicazioni vennero date nel ‘77 dalla società degli igienisti italiani in tema di Mac?

RISPOSTA - No, l’indicazione degli igienisti no, perché eravamo questo gruppo sul quale noi ci basavamo che era quello che aveva operato su questo settore.

DOMANDA - Lei ha avuto rapporti con il professor Crebbi nel 1977 sulla questione del Mac? Può essere che io stia facendo una domanda a una persona che non ha avuto rapporti con l’istituzione di medicina del lavoro.

RISPOSTA - No, l’istituto di medicina del lavoro erano tenuti con il professor Saia in modo particolare, cioè, avevo un rapporto quasi costante, poi ha partecipato direttamente all’indagine.

DOMANDA - Allora eventualmente chiederemo al professor Saia. Sempre in questa rivista leggo che lei nel 1974 per la Bertani ha pubblicato un libro che si chiama "La Nocività", qui ho soltanto la recensione che non ho letto, so che però vengono riportati numerosissimi episodi di intossicazione ai danni dei lavoratori Montefibre per episodi però verificati nel reparto AS del Petrolchimico; è in grado di ricordare alcuni degli episodi più significativi e quali conseguenze provocarono?

RISPOSTA - Accanto, posso tentare di spiegare questa situazione, ed anche topografica, cioè le due fabbriche sono separate da un confine, la Montefibre è ad oriente e il Petrolchimico è ad occidente, a ridosso del confine della Montefibre c’era questo impianto AS, vedete le sigle, AS sta per impianto dove si produceva anidride solforosa, zolfo, anidride solforosa, anidride solforica, acido solforico e credo anche olium, durante il funzionamento di questo impianto se cambiava la direzione dei venti dalla parte della Montefibre dove c’era un’attività anche manifatturiera, e quindi con grosse concentrazioni localizzate di addetti, cosa che non si verifica nel ciclo chimico, dove il personale è sparpagliato o è chiuso dentro la sala quadri per poterlo difendere dalle esalazioni, qualche volta, se è possibile, poi quando va nel ciclo ovviamente è esposto, deve intervenire quando non funziona, bene, c’è stato un periodo lungo di anni e pesante per la frequenza degli accadimenti, che la popolazione operaia della Montefibre è stata colpita da queste esalazioni di gas che provenivano dai reparti AS, quindi dal ciclo dello zolfo, zolfo, anidride solforosa, acido solforico, con disturbi per cui era necessario ricorrere in infermeria per alcuni e per quelli maggiormente colpiti c’era il trasporto e il ricovero in ospedale. Essendo membro della commissione ambiente in queste situazioni ero direttamente coinvolto, quindi le ho vissute direttamente e poi pensando che la memoria possa essere utile, ho tenuto memoria su supporto cartaceo, quindi scrivendo articoli o saggi, come in quel caso quel libro.

DOMANDA - Lei ricorda una lunga chiusura del reparto AS con, il riferimento che qui viene fatto, 400 lavoratori dell’AS sono stati messi in ore improduttive in conseguenza della chiusura del reparto; cosa significa, lei ricorda se effettivamente ci siano stati 400 lavoratori dell’AS messi in ore improduttive? Che cosa significa in ore improduttive?

RISPOSTA - Vuol dire che tu entri in fabbrica e vieni pagato, c’è la mia disponibilità, non ti pago perché per motivi di gestione dell’impianto, l’impianto non funziona.

DOMANDA - Su questa prima esperienza di chiusura ai danni dei lavoratori, successivamente quale fu la proposta in caso di nuovi episodi di intossicazione, di chiusura di reparti, di bonifica, rispetto al trattamento retributivo?

RISPOSTA - La richiesta era quella della fermata, bonifica, quindi anche modifica del ciclo e di avvio, con la garanzia del salario. Cioè, esperienze di questo tipo avevano consolidato, appunto, non so se posso richiamare l’attenzione della Corte, Presidente, che i singoli aspetti contenuti in questa piattaforma richiamavano esperienze concrete per cui si tentava di dare una risposta coerente anche con il funzionamento del ciclo produttivo, cioè l’articolazione, l’ho letto proprio per questo motivo, perché non fu facile elaborazione, eravamo anche noi di fronte ad esperienze del tutto nuove dove non c’era esperienza operaia, per cui era tutto da inventare, da costruire, da provare un percorso che fosse praticabile, non inventato.

DOMANDA - Io le avevo fatto una domanda precisa, dopo questa chiusura, questa prima chiusura dell’impianto, dell’AS, nella piattaforma si danno delle indicazioni, e lei l’ha richiamato, l’indicazione è: bonifica a salario pieno, fermata, bonifica a salario pieno e riavvio; lei sa se l’azienda abbia, che risposta abbia dato a questa richiesta?

RISPOSTA - Questo era successo al Petrolchimico, nel caso specifico non ricordo che risposta sia stata data. Certamente quanto lei mi citava, cioè che erano stati messi in ore improduttive significa che non sono pagate.

DOMANDA - Lei sa nulla quanto ai costi, a chi sopportò i costi dell’indagine Fulc? Non importa perché possiamo chiederlo ad altri.

RISPOSTA - Era un aspetto, l’aspetto amministrativo non l’ho seguito, il mio impegno in questa ricerca era meramente tecnico, dopo aver contribuito a impostarla e a divulgarne, a diffondere e a tradurre concretamente nelle aziende i risultati dell’indagine stessa.

 

Presidente: grazie professore. Sospendiamo per un quarto d’ora. Riprendiamo l’udienza.

 

Pubblico Ministero: consegno innanzitutto i tre documenti che erano stati discussi durante l’audizione del professor Moriani che sono due peraltro già consegnati, comunque la piattaforma settembre ‘75, il documento del febbraio ‘76 e l’altro documento è quello Fulc notizie 11 marzo ‘77. Adesso dovrebbero essere sentiti due testi. Gregio Maria dell’U.L.S.S..

 

DEPOSIZIONE DELLA TESTE - GREGIO MARIA -

 

LA TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Se vuole innanzitutto dire qual è il suo titolo di studio?

RISPOSTA - Sono laureata in chimica.

DOMANDA - Qual è la sua attività lavorativa?

RISPOSTA - Mi occupo di igiene industriale all’interno del servizio della U.S.L. veneziana.

DOMANDA - Da quanto tempo lavora all’interno della U.S.L. veneziana?

RISPOSTA - Dal giugno 1988.

DOMANDA - In particolare presso il laboratorio di igiene e tossicologia industriale?

RISPOSTA - Sì, il laboratorio di igiene e tossicologia industriale è stato istituito nel ‘96, prima faceva parte del servizio Spisal medicina del lavoro.

DOMANDA - Le volevo chiedere alcune cose relativamente a una visita che è stata effettuata all’interno dello stabilimento Enichem di Porto Marghera nel 1988 di cui si è già discusso con il dottor Corrado Clini, il documento a datato 24 giugno ‘88 - che viene esibito adesso, ne consegno copia anche al Tribunale - le volevo chiedere se si ricorda di che cosa si tratta, per la miglior comprensione di tutti leggo l’oggetto di questa nota che è una domanda di concessione per nuovo forno di cracking di dicloroetano per produzione di CVM presso l’esistente impianto CV22 Enichem Anic di Porto Marghera; se vuole riferire al Tribunale quali sono i suoi ricordi?

RISPOSTA - Sì, sono stata chiamata mi pare, non mi ricordo più se direttamente dal dottor Clini o dall’ingegner Iagher, per accompagnare l’ingegner Iagher in questo sopralluogo, sopralluogo di tipo conoscitivo finalizzato alla concessione di un ampliamento dell’impianto per la costruzione di un nuovo forno di cracking.

DOMANDA - Lei era laureata di chimica pura ed esperta di chimica analitica in particolare?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Che tipo di attività avete svolto, lei si è recata innanzitutto presso questo reparto e insieme a chi?

RISPOSTA - Insieme all’ingegner Iagher.

DOMANDA - Chi avete trovato al reparto?

RISPOSTA - Adesso, io ricordo in particolare il dottor Carcassoni, penso ci fossero altri dirigenti o responsabili di reparto, però non ricordo i nomi.

DOMANDA - Lei il 2 luglio ‘96 aveva ricordato, per quanto riguarda la presenza di qualcuno dell’Enichem, aveva parlato del dottor Carcassoni del PAS e del dottor Berto, che dipendeva direttamente dalla direzione dello stabilimento?

RISPOSTA - Sì, penso che ho conosciuto il dottor Berto in quell’occasione.

DOMANDA - Che cosa è stato fatto quando vi siete recati al CV22/23?

RISPOSTA - Sì, al CV22/23 il sopralluogo era finalizzato a conoscere dove sarebbe sorto il nuovo forno e abbiamo fatto un sopralluogo conoscitivo dell’impianto, ma non particolarmente approfondito, ci è stato illustrato a grandi linee quali erano le procedure di sicurezza presenti nell’impianto, abbiamo visto qualche punto di prelievo del sistema cromatografico e visto il sistema in funzione, nel senso qualche cromatogramma, l’acquisizione dei cromatogrammi.

DOMANDA - La cosa particolare che le volevo chiedere riguarda il fatto di alcune prescrizioni che sono contenute in quella lettera del 24 giugno ‘88 e la prima in particolare dice: "Si dispone che la rete di controllo in continuo del CVM sia regolarizzata" poi continua, "secondo quanto previsto dal D.P.R. 962/82 e potenziata adeguandola alle nuove necessità conseguenti all’ampliamento richiesto". Le volevo chiedere su questa prima disposizione o prescrizione, perché è stata data questa disposizione sulla rete di controllo in continuo che doveva essere regolarizzata?

RISPOSTA - Sì, allo stato del nostro sopralluogo ogni punto di monitoraggio nel reparto veniva monitorato una volta all’ora essenzialmente, la legge 962/82 nella parte, nell’allegato tecnico raccomandava almeno 3 misure all’ora per punto di monitoraggio, in quel caso c’era sembrato, pur essendo la legge, indicando in linea di massima i criteri in base ai quali doveva essere strutturato l’impianto di monitoraggio, abbiamo pensato che la frequenza dovesse essere, la frequenza del monitoraggio dovesse essere aumentata.

DOMANDA - In quella circostanza durante il sopralluogo ne avete parlato anche con i dirigenti o funzionari o tecnici dell’azienda presenti, in particolare con Carcassoni e Berto o è stato un rilievo che avete fatto e poi avete scritto la disposizione senza dirlo prima verbalmente?

RISPOSTA - Guardi, l’osservazione sicuramente è stata fatta in quell’occasione, circa, come dire, l’aver sollevato qualche dubbio sulla frequenza troppo rada rispetto alla legge, ecco, io non ricordo in particolare se l’ho fatta al momento, se ho sollevato al momento la cosa oppure se, diciamo, questo è stato oggetto poi di un approfondimento successivo, questo non lo ricordo.

DOMANDA - Un altro punto di quella disposizione del 24 giugno ‘88 riguarda il fatto che i lavoratori, così indicati, dovranno essere dotati di mezzi di protezione individuali; per quale motivo è stato dato in quel giugno ‘88 questa disposizione?

RISPOSTA - Penso che fosse una, come dire, un sottolineare, un rafforzare alcune precauzioni che avrebbero dovuto essere prese e la procedura dell’azienda prevedeva che l’addetto uscisse indossando le protezioni individuali ovviamente quando c’erano situazioni di allarme. La dotazione dei mezzi di protezione pensavamo non come, avere a portata di mano i mezzi di protezione anche per le persone impegnate nei normali controlli, nelle normali attività di reparto.

DOMANDA - Oltre che nella manutenzione?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere allora in particolare, visto che è stata data questa prescrizione di usare questi mezzi individuali di protezione per tutti i lavoratori, se aveva visto durante alcune operazioni se i mezzi ce l’avevano, questi mezzi di protezione tutti i lavoratori o no?

RISPOSTA - Al momento del sopralluogo al reparto non abbiamo visto lavoratori impegnati in particolari operazioni, direi che questa disposizione viene dall’osservazione delle procedure che l’azienda ci aveva fornito.

DOMANDA - Sì, ma questo le chiedo, in un impianto chimico si possono indicare diverse disposizioni, prescrizioni etc., qui in particolare ce ne sono due, una che riguardava questa rete di controllo del CVM da regolarizzare e una che riguardava i mezzi di protezione individuale, c’era una situazione di fatto in premessa che vi ha consigliato di dare questa disposizione? Cioè, questi mezzi per i lavoratori che lavoravano normalmente, per quelli che facevano manutenzione, ce li avevano o non ce li avevano? Perché se no se date la disposizione, se avevano i mezzi non capisco che senso aveva dare la disposizione?

RISPOSTA - Era ulteriormente rafforzativa rispetto a quanto diceva la legge, nel senso, i mezzi in dotazione non sono stata a verificare che li avessero, ma la problematica era relativa al fatto che le persone quando uscivano nel reparto avessero a portata di mano i mezzi.

DOMANDA - Quindi ogni persona che andava in reparto...

RISPOSTA - Non indossati.

DOMANDA - Certo, infatti, era un discorso aveva fatto la volta scorsa, fin dal ‘72 l’ispettore del lavoro aveva fatto un’ordinanza che diceva che tutti dovevano avere a disposizione la maschera, non addosso, allora proprio per questo le chiedo, questi dovevano avere a disposizione questi mezzi di protezione sia che facessero manutenzione sia che facessero le normali operazioni di reparto?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E questo perché le è stato dato, torno alla domanda di prima, avete visto che non c’erano?

RISPOSTA - No, perché nelle procedure presentate dall’azienda questo punto in particolare non era descritto.

DOMANDA - Quindi non c’era già nelle procedure previste dall’azienda?

RISPOSTA - Nelle procedure era previsto l’utilizzo, la vera e propria applicazione del mezzo di protezione nel caso di segnalazioni di allarme.

DOMANDA - Però non era previsto che comunque dovessero avere questa maschera...

RISPOSTA - Con sé, sì.

DOMANDA - Tutti quelli che arrivavano in reparto, per qualsiasi motivo. Un’altra cosa le volevo chiedere, quando avete effettuato questo sopralluogo al reparto CV22 diceva poco fa che avevate parlato con il dottor Carcassoni, voi avete verificato se le analisi che venivano effettuate dal gascromatografo erano corrispondenti alla realtà, avete in qualche maniera fatto un’attività di controllo?

RISPOSTA - No, il sopralluogo in quel momento era solo conoscitivo, non era un sopralluogo di tipo tecnico fiscale.

DOMANDA - A lei risulta che altre persone dello Spisal o del laboratorio abbiano effettuato autonomamente delle verifiche di corrispondenza in passato o successivamente, comunque in passato, parliamo da prima dell’88, in relazione alla corrispondenza tra gascromatografo, rilevamento del gascromatografo e reale presenza di CVM nell’ambiente di lavoro?

RISPOSTA - No, non mi risulta.

DOMANDA - Le risulta che lo Spisal o il laboratorio abbia effettuato degli accertamenti, delle verifiche all’interno di qualsiasi reparto di CVM e PVC?

RISPOSTA - No, da quello che so io no, CVM e PVC no.

DOMANDA - Lei sa se c’erano nel reparto i registri di taratura delle linee o se l’ha chiesto?

RISPOSTA - Mi è stato detto che c’erano, ma non l’ho verificato.

DOMANDA - Perché, guardi, quando il 2 luglio ‘96 lei era stata sentita dal Pubblico Ministero aveva detto: "Non sono in grado di dire se in quel reparto fossero tenuti i registri di taratura, io non l’ho nemmeno chiesto", sui registri di taratura, si ricorda se l’ha chiesto?

RISPOSTA - Io non l’ho chiesto, mi è stato detto che c’erano.

DOMANDA - Però non ha verificato se c’erano davvero?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Lei si ricorda se dopo, prima abbiamo parlato del periodo precedente al giugno 1988 al vostro sopralluogo, volevo chiedere se dopo il 1988 presso questi reparti CVM e PVC di Porto Marghera è stato effettuato qualche accertamento da parte del laboratorio o dell’U.L.S.S.?

RISPOSTA - In tempi molto recenti per la predisposizione della nuova rete di controllo e del nuovo sistema di misura nei due reparti so che la U.S.L. si è attivata per le verifiche in parallelo.

DOMANDA - Lei per tempi molto recenti intende che anni?

RISPOSTA - Dopo il ‘96.

DOMANDA - Tra l’88 e il ‘96 non le risultano approfondimenti, accertamenti da parte dell’U.L.S.S. e del laboratorio?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Non ho altre domande, chiedo l’acquisizione del documento che è stato consegnato testé.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

DOMANDA - Due precisazioni. La prima per capire un po’ il contesto in cui è avvenuto questo sopralluogo, lei ha detto si trattava di un sopralluogo conoscitivo e non di un sopralluogo fiscale; può chiarire meglio la differenza che lei assegna a queste due categorie di sopralluogo? Cosa intende per sopralluogo conoscitivo e in che cosa differisce il sopralluogo fatto in questa veste dall’organo ufficiale di controllo da quello che lei definisce sopralluogo fiscale?

RISPOSTA - Forse avrei dovuto utilizzare un altro termine, ispettivo più che altro, conoscitivo.

DOMANDA - Qual è comunque la distinzione che lei dà a questi due concetti, anche per capire meglio che tipo di attività ha svolto nell’ambito di questo rispetto a quello che avrebbe potuto svolgere in un ambito diverso?

RISPOSTA - Sì, diciamo che io non mi sono mai occupata di ispezioni in ambiente di lavoro, ma sempre di sopralluoghi conoscitivi ai fini della conoscenza dei processi produttivi o ai fini della predisposizione di indagini ambientali. In quel caso sono andata insieme all’ingegner Iagher diciamo di supporto all’ingegnere il quale si occupava in quel periodo delle pratiche relative alle concessioni edilizie in ambiti di lavoro per quello che riguardava gli ampliamenti di impianti.

DOMANDA - Quindi lei sta cercando di dirci che non si occupava direttamente dell’accertamento di violazioni?

RISPOSTA - No, il fatto che il mio linguaggio non sia adeguato lo dimostra.

DOMANDA - Comunque aveva una nozione di quali fossero le prescrizioni normative per il monitoraggio degli ambienti di lavoro in CVM se è vero che ha rilevato questa difformità tra il monitoraggio della singola zona una volta all’ora e un monitoraggio che per legge avrebbe dovuto essere fatto 3 volte l’ora, quindi questa nozione l’aveva?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E anche ai fini conoscitivi, e quindi di capire la situazione di fatto nella quale andava lei a proporre o a verificare l’ammissibilità di interventi tecnici di bonifica e di ampliamento, era o non era rilevante apprendere il significato di un monitoraggio una volta l’ora, cioè le conseguenze di un monitoraggio di una volta all’ora rispetto alle 3 volte all’ora? O meglio, preciso ancora meglio il senso della domanda. Sono per lei identiche queste due forme di monitoraggio o sono diverse solo da un punto di vista formale?

RISPOSTA - Sono diverse da vari punti di vista. Innanzitutto dal punto di vista della legge.

DOMANDA - Questo è ovvio, a me interessavano gli altri profili.

RISPOSTA - Gli altri profili sono rispetto all’aspetto della valutazione dell’esposizione media dei lavoratori e rispetto alla possibilità di segnalare delle situazioni di allarme.

DOMANDA - In che cosa differisce l’uno dall’altro rispetto a questi due profili? Qual è il significato pratico?

RISPOSTA - Il significato pratico dal punto di vista della valutazione dell’esposizione dei lavoratori probabilmente questa diventa meno accurata, attorno al valore vero.

DOMANDA - Quindi è meno rappresentativa.

RISPOSTA - Sì, in qualche modo si può dire così.

DOMANDA - E rispetto alle situazioni di allarme?

RISPOSTA - Rispetto alle situazioni di allarme ovviamente un dato all’ora consente con minore probabilità di rilevare una situazione di concentrazione anomala.

DOMANDA - Allora, queste due conseguenze hanno portato a una valutazione in ordine a una diversità della situazione dell’esposizione in quei luoghi rispetto a quella che risultava dai dati dei monitoraggi che venivano sottoposti? Lei dice: abbiamo visto dei cromatogrammi, però erano dei cromatogrammi che venivano fatti con queste caratteristiche, quindi che subivano queste due limitazioni concettuali di cui ci ha appena parlato. In relazione ad avere appreso questa nozione ed aver quindi accertato una possibile difformità tra quello che viene rappresentato e la situazione effettiva, lei si è posta il problema di vedere quanto pesasse questa possibile difformità o ha rimandato ad altri il compito di fare questo tipo di accertamento?

RISPOSTA - E` stata data la disposizione di aumentare la frequenza del monitoraggio.

DOMANDA - E questo per la situazione...

 

Presidente: vogliamo fare precisare se si tratta di una disposizione o di una prescrizione in senso proprio, in senso tecnico; lei capisce la differenza? La prima riguarda la disposizione tutto sommato di un precetto che si dà quando si vuole rafforzare la tutela ancorché non vi sia difformità rispetto alla regola, alla norma; la prescrizione invece è quando si vuole dare un precetto per riportare alla conformità, alla regola, una situazione che è difforme alla regola posta in questo caso dal D.P.R.?

RISPOSTA - Penso che questo bisognerebbe chiederlo a chi ha dato la disposizione.

 

Presidente: quale era la situazione di fatto? Cioè, voglio dire, la situazione di fatto che vedeva un monitoraggio ogni ora era secondo la regola oppure contro la regola?

RISPOSTA - Allora, premesso che la legge parla di criteri, come dire, dice chiaramente "in linea di massima dovrebbe essere impostato così il monitoraggio", diciamo che in particolare relativamente alle situazioni di allarme sembrava non adeguato il sistema, in particolare rispetto alle rivelazioni delle situazioni di allarme, rispetto alla valutazione dell’esposizione media questi tipi di sistemi probabilmente sui grandi numeri davano risultati, non dico sovrapponibili ma vicini a quelli che prevedevano campionamenti più frequenti; comunque posso solo fare delle ipotesi, non ho delle certezze al riguardo.

 

DOMANDA - L’ultima domanda, questa prescrizione sui mezzi di difesa individuali per i lavoratori di reparto. Lei ci ha detto che è stata data poiché la regola procedimentale dell’azienda prevedeva soltanto la disponibilità del mezzo di protezione individuale per il personale addetto alla manutenzione; è vero questo? E non per il personale di reparto.

RISPOSTA - No, io adesso questo non lo ricordo essenzialmente, addetto, mentre il personale addetto alla manutenzione nello svolgimento delle manutenzioni chiaramente.

DOMANDA - Lei ci ha detto c’è una regola procedurale, abbiamo esaminato la regola procedurale e abbiamo visto che assegnava il mezzo individuale di protezione al personale della manutenzione quando andava a fare la manutenzione, poiché abbiamo ritenuto necessario estendere questa tutela anche al personale di reparto, abbiamo dato la disposizione o la prescrizione che anche quel personale avesse a disposizione il mezzo individuale di protezione, io ho capito così da quello ce che ci ha detto, ce lo conferma?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - La domanda che le facevo, ma allora la regola procedimentale nulla diceva per il personale di reparto, è questa la constatazione che lei ha fatto?

RISPOSTA - Io adesso non ho più la procedura sottocchio, non diceva che doveva avere con se durante i giri nel reparto il materiale.

DOMANDA - Lei sa se c’erano comunque prescritte sulle situazioni di allarme delle regole che imponessero l’immediata evacuazione dei lavoratori?

RISPOSTA - Sì, nelle procedure c’erano, adesso non mi ricordo più se all’allarme dei 15 PPM o dei 25, dovrei rivedere la procedura.

DOMANDA - E quindi il vostro intervento è stato comunque dettato da un’esigenza di garanzia nonostante questa prescrizione procedurale, perché c’era comunque uno spazio da tutelare?

RISPOSTA - Sì.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

DOMANDA - Lei ricorda se la società Enichem Anic ottemperò alla disposizione che era stata, all’adempimento della quale era stato condizionato il rilascio del parere favorevole per la concessione dell’autorizzazione?

RISPOSTA - La società presentò un progetto e un adeguamento del funzionamento del gascromatografo e lo mise in atto, mi pare, non so, nell’ottobre, novembre, io però questo non l’ho verificato, il servizio ha acquisito la documentazione, non so se qualcuno andò a verificarlo.

DOMANDA - Fu rilasciata la concessione che aveva dato luogo in fondo al vostro ingresso in stabilimento o no?

RISPOSTA - Questo non lo so, perché non seguivo io queste pratiche.

DOMANDA - Lei è in grado di rispondere, lei si ricorda se a dicembre del 1990 passò anche dal suo ufficio un’istanza di Enichem volta ad ottenere la dilazione delle visite periodiche ai sensi dell’articolo 5 del D.P.R. 303 del ‘56? Le faccio questa domanda perché io so che l’autorizzazione fu concessa dal dottor Magarotto il 4 dicembre del ‘90 e visto che leggo riferimenti che possono in qualche modo avere a che fare con la sua competenza, si dice in questa lettera: "In riferimento alla vostra richiesta visti gli articoli..." etc., "presa visione della documentazione inviataci attestante la realizzazione di idonee misure di sorveglianza, visto che i risultati degli accertamenti sanitari mirante i rischi lavorativi depongono per una situazione accettabile, ma soprattutto visto che i controlli ambientali eseguiti dall’azienda realizzano un idoneo sistema di sorveglianza ambientale, tutto ciò premessa si autorizza la dilazione", cioè il passaggio da una cadenza trimestrale a una cadenza semestrale. Lei ha avuto modo di partecipare in qualche modo alla procedura che poi ha dato al rilascio di questo documento, di questo atto?

RISPOSTA - No, il mio laboratorio non ha mai acquisito documenti al riguardo.

 

Presidente: va bene, se non ci sono altre domande può andare.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - IAGHER PIERMARIA -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Innanzitutto se vuole riferire al Tribunale qual è il suo titolo di studio.

RISPOSTA - Ingegnere.

DOMANDA - Lei che attività lavorativa svolge e da quanto?

RISPOSTA - Dunque, presso quello che una volta si chiamava medicina del lavoro dal 1979.

DOMANDA - Presso il servizio medicina del lavoro Spisal?

RISPOSTA - Attualmente sì, Spisal.

DOMANDA - 1979?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E` già stato consegnato al Tribunale un documento relativo ad un intervento che è stato effettuato nel giugno del 1988 presso Enichem in relazione al reparto CV22, lei si ricorda di quel sopralluogo effettuato in data 21 giugno ‘88?

RISPOSTA - No, non ricordo.

DOMANDA - Allora, le esibisco, credo che ce l’abbia lì sul tavolo quel documento che era stato consegnato prima alla dottoressa Gregio, se lo può leggere il maniera tale da vedere se si ricorda di cosa si tratta.

RISPOSTA - Posso leggerlo a voce alta?

DOMANDA - No, il documento è noto, se vuole leggerlo pure a voce bassa, intanto io le leggo nuovamente quello che era l’oggetto e cioè: "Domanda di concessione edilizia per nuovo forno di cracking dicloroetano per produzione di cloruro vinile monomero presso l’esistente impianto CV22 Enichem Anic di Porto Marghera". Veniva dato con questa lettera firmata dal dottor Corrado Clini in data 24 giugno ‘88 a seguito del sopralluogo del 21 giugno, veniva espresso parere favorevole al rilascio della concessione, peraltro con delle disposizioni che vengono riportate in calce alla lettera. Volevo chiedere innanzitutto se si ricorda questo punto di quel sopralluogo e di quel parere?

RISPOSTA - No, del sopralluogo non ho memoria, del parere una memoria esatta non ce l’ho neanche del parere.

DOMANDA - Perché quando lei è stato sentito il 28 giugno ‘96 dal Pubblico Ministero lei diceva: "Ho partecipato al sopralluogo in data 21 giugno ‘88 presso l’Enichem di Porto Marghera congiuntamente alla mia collega dottoressa Gregio Maria. Ricordo che preparai io il parere che era datato 24 giugno dell’88 e firmato dal dottor Corrado Clini in quanto in quel periodo era di mia competenza...", e poi continua.

RISPOSTA - Non so, forse ho espresso male quella volta il mio parere, io probabilmente il sopralluogo l’ho fatto, ma non ho memoria di quel sopralluogo, il parere, penso di aver contribuito anch’io all’espressione di questo parere, però materialmente non lo ricordo.

DOMANDA - Lei ricorda di essere andato insieme alla dottoressa Gregio Maria?

RISPOSTA - No, non ricordo proprio.

DOMANDA - Nel corso del sopralluogo, lei non ha proprio nessuna idea di essere andato?

RISPOSTA - No, io questo documento, appunto, ripeto, fisicamente non lo ricordo, probabilmente ho espresso, anzi, senz’altro avrò anch’io dato il mio contributo sull’espressione di questo parere.

 

Presidente: Pubblico Ministero, se non sa niente è inutile che andiamo avanti.

 

DOMANDA - Presidente, chiedo scusa, io devo fare le domande, perché formalmente devo fare le contestazioni e chiedere eventualmente l’utilizzazione o delle contestazioni o comunque del verbale, non è una questione molto lunga. Ecco perché la domanda di passaggio che volevo fare: lei si ricorda quante volte è andato allo stabilimento Petrolchimico per fare degli accertamenti, delle verifiche, delle ispezioni, non lo so, come può chiamarle lei?

RISPOSTA - Quante volte no, è passato talmente tanto tempo che non ricordo.

DOMANDA - Ma dico lei è dal ‘79?

RISPOSTA - Sì, ci sono state altre occasioni per entrare in Petrolchimico, per altri motivi.

DOMANDA - Nei reparti del CVM e PVC ricorda quante volte è andato?

RISPOSTA - Beh al CVM se andiamo alle cose relativamente recenti..

DOMANDA - A parte le cose recenti, degli anni ‘96, ‘97 in poi, prima del ‘96?

RISPOSTA - Prima del 1996, può darsi che io sia andato a vedere questo impianto, ma per altri motivi, non legati ad esposizioni dei lavoratori al CVM, per altre motivazioni perché esprimendo pareri sulle concessioni edilizie, probabilmente sarò andato anche a vedere qualche parte dell’impianto relativamente a qualche parere sulla concessione edilizia.

DOMANDA - Quel 28 giugno ‘96 lei diceva: "Nel corso del sopralluogo effettuato presso l’impianto CV22, oltre a vedere l’impianto abbiamo visionato la documentazione del reparto e abbiamo rilevato che la rete di controllo dell’eventuale presenza di gas CVM nell’ambiente di lavoro non era regolare", si ricorda?

RISPOSTA - Riferito a questo sopralluogo del 21/6?

DOMANDA - Sì. Tanto è vero che nelle...

RISPOSTA - Probabilmente sì, perché nel parere viene espresso, ribadito una disposizione che richiama l’adeguamento dell’impianto, essendo un ampliamento dell’impianto, in quanto veniva costruito un nuovo forno, nel nostro parere veniva ribadito, ricordato, il fatto di adeguare e potenziare la rete di monitoraggio in funzione di questo ampliamento di impianto e probabilmente appunto la carenza nel sistema di monitoraggio, era in funzione di questo nuovo ampliamento, futuro però, quindi una carenza che...

DOMANDA - Lei si ricorda se il tempo di analisi per ogni linea di quel reparto CV22 fossero i 6 minuti il che comportava un passaggio ogni ora trattandosi di 10 linee sullo stesso punto a differenza di quanto previsto dal D.P.R. che in linea di massima indicava che i vari campioni dovessero essere effettuati entro il termine massimo di 20 minuti?

RISPOSTA - Sì, sì, ricordo che era emerso anche questo aspetto, sì. Diciamo che il sistema di monitoraggio compiva le analisi dei 10, una decina di punti, in tempi superiori a quelli previsti, prescritti dal Decreto Ministeriale.

DOMANDA - Un’altra cosa le volevo chiedere in relazione alla terza disposizione che date in relazione ai mezzi di protezione individuali, le volevo chiedere come mai è stata data questa disposizione?

RISPOSTA - Appunto, rivedendo il parere io penso che anche questa disposizione sia stato un richiamare il rispetto per quanto riguarda le dotazioni dei lavoratori dei dispositivi di protezione individuale. Poi qua il punto è un po’ vago, bisognerebbe risalire al ragionamento.

DOMANDA - Appunto questo le chiedo: c’erano o non c’erano questi mezzi di protezione individuale?

RISPOSTA - Probabilmente c’erano.

DOMANDA - Ed allora perché è stata data la disposizione?

RISPOSTA - Forse per richiamare il... Siccome qua si parla appunto di normale marcia degli impianti, dei forni, probabilmente è stato ribadito che, io suppongo, che i lavoratori fossero dotati, cioè la dotazione l’avevano, ma che avessero con se questi mezzi di protezione anche durante le normali, i normali giri in impianto, giri di controllo in impianto.

DOMANDA - Qui scrive: "Dovranno essere dotati di mezzi di protezione individuali, sia durante la normale marcia che nelle operazione di manutenzione".

RISPOSTA - Durante la marcia probabilmente come dicevo, durante la marcia normale dell’impianto e quindi i giri di controllo che gli operatori facevano per verificare il normale funzionamento dell’impianto e delle operazioni di manutenzione questo richiamo mi è poco chiaro adesso anche a me.

DOMANDA - Perché quando è stato sentito all’epoca lei aveva detto: "Il fatto di avere indicato quella prescrizione significa che i mezzi di protezione individuali o non c’erano o erano in numero insufficiente".

RISPOSTA - Sì, probabilmente, forse potrà essere anche questo. Però non c’erano mi sembra un’ipotesi forse non giusta, o insufficienti, nel senso come ripeto, che non venivano tenuti con sé durante i giri di controllo. E poi siccome questa disposizione si rifà un po’ nel contesto alla concessione edilizia che prevedeva interventi in impianto, probabilmente con queste disposizioni si è voluto richiamare, anche durante questi lavori che avrebbero previsto presenza di operatori, anche di imprese, operatori anche non professionalmente esposti, voleva essere un richiamo al rispetto di questa norma di utilizzare, avere in dotazione i dispositivi. Cioè bisognerebbe vedere nel contesto di questa concessione edilizia.

DOMANDA - Senta l’ultima cosa che le volevo chiedere: le notizie che avete chiesto durante quel sopralluogo, sono state verificate da voi o le avete ricevute e ne avete preso atto e avete dato fede alla notizia ricevuta dall’azienda?

RISPOSTA - Notizie di che tipo?

DOMANDA - Quello che vi ha dato sugli impianti, sui gascromatografi, su che cosa veniva controllato.

RISPOSTA - Non mi ricordo.

DOMANDA - Il reparto CV22 per quanto riguarda il discorso dei gascromatografi, si ricorda se controllava solo il CVM o anche il dicloroetano?

RISPOSTA - Non ricordo questo particolare.

DOMANDA - Io non ho altre domande e chiedo l’acquisizione ovviamente per il discorso delle contestazioni che sono state fatte del verbale del dottor Iagher, dell’ingegner Iagher del 28 giugno ‘96.

 

Presidente: ci sono domande? Nessuna, acquisiamo il verbale utilizzato per le contestazioni. Può andare, grazie. Chi sentiamo?

 

Pubblico Ministero: adesso possiamo sentire Burri Alceste.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - BURRI ALCESTE -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Vuole indicare innanzitutto al Tribunale qual è il suo titolo di studio?

RISPOSTA - Sì, sono laureato in chimica nel 1953 presso l’università di Firenze.

DOMANDA - Lei quando ha iniziato a lavorare per la società Montecatini e dove?

RISPOSTA - Ho cominciato con tre mesi di..., appena assunto, nel ‘55, a Novara, poi sono stato assunto all’Istituto Ricerche Polimeri nella società Polimeri della Montecatini nel marzo del ‘55.

DOMANDA - E ha lavorato a Terni?

RISPOSTA - Ho lavorato a Terni fino al ‘68.

DOMANDA - Nel 1968 dov’è andato?

RISPOSTA - Nel 1968 sono stato, dopo la fusione con la Edison, sono andato alla direzione commerciale inquadrato nell’assistenza alla clientela.

DOMANDA - Fino a quando?

RISPOSTA - Fino al ‘72.

DOMANDA - Nel 1972 dov’è passato?

RISPOSTA - Sono passato al servizio Ricerche e Tecnologia.

DOMANDA - Che dipendeva da che ufficio e da quale persona?

RISPOSTA - Dipendeva dall’ingegner Oddi, come capo e dipendeva dalla società Dimp.

DOMANDA - Fino a quando è rimasto in questo ufficio?

RISPOSTA - Fino alla fine del ‘79, dopo il ‘79 sono passato all’esercizio.

DOMANDA - Che trattava?

RISPOSTA - Che trattava diversi impianti di Porto Marghera, di Brindisi, di Terni e di Priolo.

DOMANDA - Lei anche quando dipendeva dall’ingegner Oddi si è interessato dell’impianto di Porto Marghera?

RISPOSTA - Dunque, quando dipendevo dall’ingegner Oddi io mi sono interessato prevalentemente della ricerca qualitativa dei prodotti, cioè, approfittando anche dell’esperienza maturata, sia a Terni come responsabile della ricerca del PVC, sia presso la direzione commerciale per quanto attiene alla ricerca di mercato, ecco, davo delle indicazioni di qualità che dovevano essere perseguite in fase di ricerca. La qualità naturalmente era un fattore fondamentale perché il collocamento dei prodotti era un fattore di vitale importanza dato che la Montedison era uno dei più grossi produttori europei di PVC.

DOMANDA - Lei si è interessato anche dell’impianto pilota di Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì, seguivo le ricerche che vi venivano fatte.

DOMANDA - Vuole illustrare in particolare qual è stata l’attività di questo servizio ricerche impianto pilota di Porto Marghera, quanto personale vi lavorava dentro?

RISPOSTA - Questo non lo ricordo francamente, quante persone e come fosse..., lo ricordo come impianto pilota, ma diciamo ecco, il personale che ci lavorava e quanti questo non lo so.

DOMANDA - No, al di là del numero preciso e posso capire la difficoltà nel ricordo, volevo chiedere: sostanzialmente qual era stata la sua attività in relazione a questi impianti pilota e al servizio di ricerca?

RISPOSTA - Semplicemente quella di segnalazione con le persone che seguivano direttamente l’impianto pilota a Porto Marghera.

DOMANDA - Chi erano queste persone?

RISPOSTA - Il dottor Gatta. Seguire praticamente lo sviluppo delle ricerche, cioè in quel periodo ricordo che c’erano due punti di debolezza per esempio nella gamma dei prodotti Montedison, tanto che praticamente la società tentò anche al di fuori delle proprie strutture di trovare la possibilità di risolvere questi problemi e io seguivo questi problemi insieme, con la persona diretta che si interessava di questi problemi.

DOMANDA - Appunto questo le volevo chiedere, quali erano questi problemi.

RISPOSTA - I problemi erano fondamentalmente su una inadeguatezza di due nostri prodotti allo sviluppo delle tecnologie. Cioè uno era per esempio la trasformazione diretta da polvere di PVC nelle macchine che avevano raggiunto delle capacità produttive molto elevate, ecco, in questi eravamo carenti, il secondo settore era...

DOMANDA - Scusi, non ho capito quale era il problema.

RISPOSTA - Cioè quello di avere un prodotto che potesse essere trasformato nelle macchine ad altissima capacità produttiva e naturalmente con rendimenti qualitativi al massimo.

DOMANDA - L’altro problema quale era?

RISPOSTA - L’altra problema è quello di produzione di calandrati e trasparenti, cioè di fogli rigidi e plastificati trasparenti nei quali la gamma Montedison non era allineata almeno alla capacità produttiva che aveva di questi prodotti.

DOMANDA - Il discorso che lei faceva poco fa in riferimento a queste macchine da adeguare, quali erano queste macchine, estrusori, calandre?

RISPOSTA - Erano delle macchine di estrusione..

DOMANDA - Solo quelle di estrusione?

RISPOSTA - Sì e calandre per la trasformazione in fogli.

DOMANDA - Solo queste due macchine?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei all’epoca tra il ‘72 e il ‘79 ha avuto occasione di venire spesso a Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì, sono venuto spesso a Porto Marghera a parlare con il personale che si occupava di questi prodotti.

DOMANDA - Quello che le volevo chiedere ancora su questo punto era: l’impianto pilota e il servizio ricerca di Porto Marghera tra il ‘72 e il ‘79 hanno seguito esclusivamente questi due problemi che ha indicato lei?

RISPOSTA - No, seguivano anche l’andamento produttivo, cioè l’andamento qualitativo anche degli altri prodotti, solo che questi erano, diciamo, due punti di carenza della gamma Montedison.

DOMANDA - Quindi da un punto di vista qualitativo produttivo, semplicemente questo.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere ancora: poi quando nel 1980 lei passa al settore esercizio, che mi pare fosse diretto dal dottor Giuseppe Grassi?

RISPOSTA - Esatto.

DOMANDA - Che tipo di attività svolge?

RISPOSTA - L’esercizio consisteva nel seguire gli standard di produzione, cioè, diciamo, annualmente venivano stabiliti dei consumi variabili, per esempio, di vapore, di energia elettrica etc. che dovevano poi essere seguiti nel corso dell’anno per evitare che ci fossero degli sprechi non previsti o se c’erano stati degli aumenti di aliquote, dovevano essere giustificati, questa era una delle attività. Poi seguire l’andamento produttivo a livello di capacità e diciamo anche da un punto di vista qualitativo ma non certamente era prevalente questo aspetto.

DOMANDA - Lei fino a quando si è occupato degli impianti relativi alla produzione di CVM e PVC?

RISPOSTA - Fino alla fine dell’82 quando io sono rimasto in Montedipe e invece gli impianti sono passati ad Enichem.

DOMANDA - Quando ha saputo lei della pericolosità del CVM?

RISPOSTA - Dunque, nel ‘72, dopo il ‘72, quando sono rientrato, diciamo, nelle Ricerche e Tecnologie ne ho sentito parlare dal mio diretto superiore ingegner Oddi, il quale si era interessato abbastanza intensamente del problema. Ecco, ne ho sentito parlare e successivamente ho anche visto qualcosa di scritto in cui si parlava delle ricerche del professor Viola ed anche di ricerche di provenienza americana, ora non mi ricordo se era la Goodrich o la Daw. In questo documento si parlava appunto che persone esposte al CVM per un lungo periodo, erano, potevano essere colpite da angiosarcoma al fegato.

DOMANDA - Quindi lei associa temporalmente questa sua conoscenza con la cancerogenicità del CVM con gli studi del professor Viola?

RISPOSTA - Sì, il professor Viola, esatto.

DOMANDA - Che poi lui ne parla nel maggio dell’80 a Houston, ‘70.

RISPOSTA - Io mi ricordo di averlo saputo sicuramente molto prima.

DOMANDA - Prima del maggio del ‘70?

RISPOSTA - No, prima del maggio dell’80.

DOMANDA - Chiedo scusa, era un lapsus, la data del congresso di Houston è del maggio del ‘70.

RISPOSTA - Io dico che dopo il ‘72, perché prima non avevo assolutamente mai sentito parlare di questo problema.

DOMANDA - Io le chiedo se è possibile, per carità, precisare un attimo meglio questo ricordo, nel senso che lei ha accennato al discorso del professor Viola e queste segnalazioni di pericolosità. Poi lei ha conosciuto anche il professore Cesare Maltoni o ne ha sentito parlare?

RISPOSTA - Sì, l’ho conosciuto anche.

DOMANDA - Poi lei ha mai sentito parlare del cosiddetto caso evento Goodrich, nel senso che ad un certo punto c’erano degli operai della Goodrich di Louisville in Kentucky deceduti per angiosarcoma.

RISPOSTA - Esatto.

DOMANDA - Allora le do tre date che sono quelle che risultano storicamente in quest’ordine: nel maggio del ‘70 il dottor Viola fa questa comunicazione al convegno di Houston, poi ci sono questi accertamenti del professor Maltoni, e c’è questa notizia della Goodrich che risale al dicembre ‘73, gennaio 74; la sua conoscenza tra questi tre episodi, la sua conoscenza della pericolosità del CVM, quando la colloca e in relazione a che cosa?

RISPOSTA - Mi è particolarmente difficile, direi sul ‘73, ‘74, cioè, perché c’era anche questa notizia della Goodrich, mi pare di averle viste insieme.

DOMANDA - Quindi erano in contemporanea?

RISPOSTA - Mi pare di averle viste insieme, però su questo non posso essere più preciso di tanto.

DOMANDA - Perché le volevo leggere un attimo un passo della sua deposizione del 18 agosto ‘95 in cui lei diceva, rispetto al discorso del professor Viola: "Ricordo che in un secondo tempo la pericolosità del CVM, come cancerogeno, venne confermata dagli studi del professor Maltoni che era stato incaricato dalla Montedison etc.".

RISPOSTA - Sì, in effetti, diciamo, è così, ora la sequenzialità nei tempi..., non so dirle molto di più.

DOMANDA - Lei diceva di avere incontrato anche il professor Maltoni, si ricorda in che occasione lo ha incontrato e insieme a chi?

RISPOSTA - Mi ricordo di averlo visto in due occasioni, sicuramente, una in una riunione con il professor Bartalini, in cui naturalmente si parlava di CVM e l’altra quando è stata presentata ufficialmente la normativa italiana in Parlamento.

DOMANDA - Questo però è successivo?

RISPOSTA - Sì, alle soglie dell’estate dell’82.

 

Presidente: Pubblico Ministero, tutte queste cose ormai le sappiamo, cioè che cosa può portare di nuovo questa deposizione, mi scusi? Io vorrei cercare, insomma, ce lo siamo già detti più volte, che noi procedessimo in questo processo che non restassimo su queste che sono notizie ampiamente acquisite nel processo.

 

DOMANDA - C’è un aspetto di queste notizie che è diverso rispetto alla conoscenza di quanto è stato detto al convegno di Houston e cioè l’aspetto della conoscenza e della conoscibilità all’interno dell’azienda che è un aspetto diverso e su questo, sui testi che io ho indicato io intenderei a porre le domande. Se il Tribunale mi dice...

 

Presidente: ci ponga un attimo il problema, adesso anche se c’è il teste, ci ponga il problema, in che senso? Cioè, è per lei rilevante questa circostanza?

 

DOMANDA - A quale livello e in quale epoca si venne a conoscenza della pericolosità della sostanza, come dovrò chiederlo agli operai che verranno qui, dovrò chiederlo anche ai funzionari e lo dovrò chiedere anche ai vertici, perché poi andando avanti e ovviamente non posso porre le domande in maniera improvvisa, una domanda successiva al teste che doveva essere fatta e alla quale ha già risposto, era che livello si sapeva di questa pericolosità della sostanza, se era un discorso limitato ai vertici locali o se era un discorso che andava al di sopra e fino a che punto arrivava.

 

Presidente: io alcune risposte le ho già sentite qui a dire la verità su questo problema, non solo da parte di funzionari, ma direi anche questa mattina il professor Moriani ha dato anche una risposta.

 

DOMANDA - Il professor Moriani era in Montefibre a Porto Marghera, il dottor Burri...

 

Presidente: il dottor Moriani è vero che era a Montefibre Porto Marghera però era anche in quel consiglio di sicurezza, di fabbrica etc. e questa mattina mi pare di avere percepito che abbia dichiarato che fu proprio il consiglio di fabbrica una volta saputo della cancerogenicità a diffondere anche presso le maestranze questa notizia.

 

DOMANDA - Presidente, il discorso che accennavo con la domanda successiva e che vorrei fare, è quello proprio della conoscenza all’interno...

 

Presidente: allora cerchiamo proprio di limitare a questa circostanza se lei la ritiene ancora rilevante la domanda, perché chiedergli se ha conosciuto il professor Viola, il professor Maltoni, benissimo, ma allora faccia la domanda diretta. Perché altrimenti davvero mezz’ora per arrivare...

 

DOMANDA - Intanto non mi pare che sia mezzora. Comunque Presidente io ritengo importante che vengano fuori delle circostanze da parte di tutti i testimoni, perché un conto è il livello locale, un conto è il livello sindacale, gli imputati teoricamente possono venire a dire che non ne sapevano niente, i testimoni vengono sentiti per questo, proprio per dire quello che si sapeva, a che livello. Io non so cosa diranno gli imputati, se gli imputati diranno che sapevano ne prendo atto e mi fa piacere altrimenti ci sono tutti i testi che dicono il contrario, semplicemente questo. Comunque volevo chiedere: il livello di conoscenza di questa pericolosità della sostanza all’interno della Montedison sia come diffusione che come livello di altezza.

RISPOSTA - Posso rispondere per parte del mio ambito, non di più, però posso dire che data l’intensità del lavoro che è stato fatto in quel periodo, la cosa sicuramente doveva essere nota anche ai vertici, perché in quel periodo sono stati approntati notevoli autorizzazioni di investimento. Ecco, da questo posso dedurre che la sensibilità fosse altissima ed ovunque, però lo devo dedurre perché io nel mio ambito posso dire: "Sì che se ne parlava, era noto, etc.".

DOMANDA - Perché il 18 agosto ‘95 lei diceva: "Le notizie sulla pericolosità del CVM all’interno della Montedison erano notorie, particolarmente all’interno della direzione generale, stante l’importanza della questione".

RISPOSTA - In questi termini.

DOMANDA - E poi continuava: "Tali notizie sicuramente passarono fino ai vertici della Montedison".

RISPOSTA - Penso di sì che questa è una mia opinione di allora, è una mia opinione di oggi, però non ho parlato con il Presidente della Montedison o con il direttore generale, lo deduco dal fatto che c’era un’intensità di lavoro notevole, c’erano tanti investimenti da fare e questi investimenti dovevano anche essere autorizzati.

DOMANDA - Le volevo chiedere su un documento, una lettera riservata di 8 fogli a sua firma sul problema del risanamento degli impianti che è una lettera dell’80 mi pare. Ecco per quanto riguarda il problema del risanamento degli impianti di Porto Marghera, le volevo chiedere a quale titolo è intervenuto, su indicazione di chi e per quale motivo.

RISPOSTA - Dunque, questa lettera di cui lei parla che mi pare mi mostrò quando ci siamo incontrati nell’agosto del ‘95...

DOMANDA - Sì, di cui consegno copia al Tribunale.

RISPOSTA - Era uno dei riepiloghi che io compilavo, non mi ricordo con quale cadenza, per avere un quadro della situazione dei lavori che erano in atto o che dovevano essere fatti e dove era possibile la precisazione anche degli investimenti da fare ed anche i tempi. Questo era lo scopo, in modo da avere sotto mano il quadro della situazione.

DOMANDA - La competenza, per quanto riguarda il risanamento, gli interventi sugli impianti, di chi era?

RISPOSTA - Prevalentemente era dello stabilimento, cioè delle protezioni ambientali, le proposte partivano prevalentemente da loro, poi naturalmente a Milano venivano anche concordate delle linee di condotta o roba del genere, però come proposta diciamo di investimento veniva elaborato in fabbrica, almeno per quanto mi riguarda.

DOMANDA - Che differenziazioni c’erano di competenze tra la direzione di stabilimento e la direzione generale? C’erano dei limiti di spesa, dei limiti di importo?

RISPOSTA - C’erano degli investimenti che, qui però devo andare con un ricordo, che se erano entro certi limiti di spesa, ma non ricordo quanto fossero, potevano essere decisi dallo stabilimento messi in conto manutenzione e delle autorizzazioni di investimento molto grosse seguivano un altro iter burocratico che credo doveva avere lo "stabat" delle direzioni generali.

DOMANDA - Lei è in grado di dire se era un problema soprattutto di importo la differenza di competenza? Sulla base di che cosa decideva la direzione di stabilimento o la direzione generale o ancora più sopra?

RISPOSTA - No, ci sarà stato sicuramente, lo devo dire come ipotesi, perché in effetti in questo momento mi sfugge quale potesse essere l’autonomia che aveva il direttore di stabilimento e quella del direttore generale, penso che soprattutto per quanto riguarda gli investimenti ci fosse un iter burocratico che per investimenti molto cospicui dovevano arrivare sicuramente alla direzione generale.

DOMANDA - Le volevo chiedere ancora una cosa, se lei si ricorda in relazione a questa situazione degli impianti, di CVM di Porto Marghera se c’erano stati dei problemi relativi alla chiusura di alcuni impianti, o risanamento globale o qualcosa di questo tipo.

RISPOSTA - No, per la chiusura non mi ricordo per quanto riguarda Porto Marghera, cioè..., scusi, mi può ripetere la domanda? Se era stato deciso in base al CVM di chiudere degli impianti?

DOMANDA - Io lo chiedo a lei perché lei dipendeva dall’ingegner Oddi che purtroppo è deceduto e a lui non possiamo chiederlo.

RISPOSTA - Io mi ricordo che la propensione era per il risanamento, naturalmente, saranno state fatte anche delle considerazioni di età negli impianti o cosa del genere, però in quel momento la propensione era per il risanamento.

DOMANDA - Perché c’è un documento che al Tribunale è noto perché è datato 1 luglio 1975 a firma Dall’Aglio, problematica CVM, e in relazione ai reparti in particolare CV14/16 e ad altri reparti si parla di fermarli e un discorso simile risulta che era stato fatto per il CV6 per i quali la Fulc chiedeva proprio la chiusura del reparto?

RISPOSTA - Queste sono linee strategiche che io non conoscevo.

DOMANDA - Perché questo è un documento che è stato mandato anche all’ingegner Oddi, lei non è a conoscenza di questa documentazione?

RISPOSTA - No, assolutamente.

DOMANDA - Un’ultima domanda le volevo fare prima di chiudere, in relazione al discorso che ha fatto nella fase iniziale della sua deposizione sulle carenze delle estrusioni, delle calandre, quali erano queste carenze, da che cosa erano determinate?

RISPOSTA - Erano determinate per quanto riguarda nelle estrusioni da distribuzioni granulometriche e strutture dei singoli granuli non adeguati per alimentare macchine ad alta capacità produttiva e per quanto riguarda la calandratura era un problema soprattutto di colore e di plasticità.

DOMANDA - Io non ho altre domande per il momento e consegno i due documenti che ho citato così come consegno anche il verbale tramite ufficiale giudiziario dell’ingegner Iagher di poco fa.

 

Presidente: l’abbiamo già avuto.

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

DOMANDA - Il suo nome risulta in numerosi documenti che sono acquisiti agli atti del Tribunale, sono documenti sia sottoscritti da lei sia documenti di riunioni che documentano le discussioni per l’adeguamento del sistema di monitoraggio alla direttiva CEE. Io ovviamente le chiedo soltanto dei chiarimenti, perché i documenti giustamente sono già, parlano di per sé, le chiedo alcuni chiarimenti e brevi chiarimenti. Il primo documento che mostro è un documento lettera da lei firmata 13/12/78 si chiama "Bozza di applicazione di normativa CEE".

 

Pubblico Ministero: vorrei che fossero indicati un po’ meglio questi documenti.

 

DOMANDA - E` un documento, Pubblico Ministero, che è allegato alla deposizione del teste Burri, da lei allegato, datato 13 dicembre ‘78 "Bozza di applicazione normativa CEE" indirizzato a varie persone e sottoscritto dal dottor Burri. La premessa innanzitutto, "Sono stato incaricato - si dice - ai AS chimici di stendere una bozza di metodologia applicativa della normativa CEE, relativamente agli articoli di contenuto tecnico". La mia domanda è questa: vuole chiarire che tipo di attività svolgeva in AS chimici e che attività, chi coinvolgeva queste attività?

RISPOSTA - No, io in AS chimici, non svolgevo nessunissima attività. AS chimici fu scelto come terreno neutro nei quali abbiamo avuto diverse riunioni tra produttori italiani di PVC.

DOMANDA - Che scopo avevano queste riunioni?

RISPOSTA - Prevalentemente quello di concordare, per esempio, la bozza, la normativa, il recepimento della normativa della Comunità Europea da presentare al Ministero del Lavoro.

DOMANDA - E a queste riunioni partecipavano le più importanti produttrici di PVC?

RISPOSTA - Esattamente, che erano la Solvic, la Runianca, la Sir e mi pare anche la Liquichimica.

DOMANDA - Nella pagina seconda di questo documento, sempre firmato da lei, viene fatto riferimento alle aree controllate e quindi alla delimitazione di queste aree controllate. Ovviamente sono atti che il Tribunale conosce e che quindi non mi dilungo, volevo capire se si ricorda che questa delimitazione, cioè questa interpretazione di concetto di area controllata ai sensi della legge, interpretazione sulla base della realtà esistente, era stata fatta sulla base di che criterio? Cioè, perché avevate ritenuto certe aree controllate ed altre aree non controllate?

RISPOSTA - Dunque, al momento in cui sono giunte le notizie allarmanti sulla nocività del CVM, fu avviato un programma di risanamento ambientale e contemporaneamente applicato un sistema di rilevamento che aveva come caratteristica essenziale, la maggiore estensione. Quindi per capire attraverso un monitoraggio continuo la situazione degli impianti, questa era la situazione.

DOMANDA - E vuole dire che questo è stato il parametro sulla base del quale definire le aree...?

RISPOSTA - Quindi c’era la polimerizzazione, c’era la produzione del CVM, diciamo che queste erano le aree principali che venivano...

DOMANDA - E il parametro principale era il gascromatografo?

RISPOSTA - Sì, perché le analisi venivano fatte con gascromatografo in modo continuativo con sistema permanente sequenziale.

DOMANDA - Le mostro una nota sulla riunione 29 novembre ‘78, si intitola "Note sulla riunione del 29 novembre ‘78 presso Dimp Milano" intestata "Per l’ingegner Sella", ma il documento fa riferimento anche alla sua presenza come primo partecipante, dottor Burri, è un particolare che le chiedo in realtà, un’affermazione che c’è a pagina 2 e fa riferimento sempre evidentemente a queste riunioni che c’erano agli AS chimici, "E’ stata confermata la posizione per cui l’utilizzo di un gascromatografo per reparto di produzione sia sufficiente per un idoneo controllo ambientale e ciò in linea a quanto indicato dagli altri produttori, Solvet, Anic, Sir, Runianca". Ora vedete che in questo documento non si fa riferimento né al monoterminale e al pluriterminale, si parla di un gascromatografo per reparto. Voglio capire se questa frase, lei si ricorda di questo accertamento che effettivamente c’era una situazione di questo tipo oppure non si ricorda?

RISPOSTA - No, così come la leggo mi sembra semplicemente una notizia. Cioè, vale a dire, gli altri produttori avevano espresso un parere di sufficienza di un gascromatografo per reparto di produzione.

DOMANDA - Così, un parere, un parere espresso dagli altri produttori?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - C’è un ultimo documento che le mostro che è un documento anche questo che è stato più volte utilizzato, è il verbale della riunione sul rilevamento CVM di Porto Marghera del 19/10/79. Questo documento che viene sottoscritto da lei, ed è per questo che glielo mostro, perché è un documento che dico già al Tribunale e al Pubblico Ministero, è già stato mostrato ad altri testi, che tecnicamente se ne sono occupati, ma questo documento è firmato da lei. Dà atto di un controllo tra dati ottenuti con sistema mono e pluriterminale e dà atto che i valori medi ottenuti con monoterminale, sono sovrapponibili, a quelli ottenuti da pluriterminale. Questo semplicemente per chiederle di questo documento e se si ricorda delle verifiche che sono state fatte.

RISPOSTA - Mi ricordo ora che lo sto leggendo che effettivamente erano state programmate queste verifiche..., anzi, facciamo una breve storia. Da quella situazione di estensione massima dei terminali e quindi per esplorare la maggior parte dell’impianto, poi successivamente era stata fatta una revisione critica del sistema di rilevamento e erano stati ridotti i terminali ad un numero massimo che doveva essere mi pare di 5 o 6, e con il progredire delle notizie che provenivano...

DOMANDA - Lei quando dice "terminali" intende le prese?

RISPOSTA - Intendo i terminali per ogni linea. Quindi progrediva la normativa e fu concordato di verificare in che misura quello che era già in atto poteva rispondere per garantire la sicurezza degli impianti e essere compatibile con la normativa. Ecco, questo lavoro è stato fatto con questo obiettivo, di verificare il monoterminale, che era l’altra alternativa del pluriterminale, e di vedere quali fossero i risultati. I risultati furono positivi anche se fu visto che tendenzialmente il pluriterminale era più pronto nel mettere in evidenza la variazione, il monoterminale nel mettere in evidenza la punta che poteva determinarsi in una determinata posizione di lavoro.

DOMANDA - Un’ultima domanda che è un po’ una domanda che riassume le precedenti domande: è in grado di spiegare perché il sistema cosiddetto multiterminale venne adottato a Porto Marghera nel ‘74, ‘75 quando fu adottato, in pratica quando vennero messi i gascromatografi e perché esso venne mantenuto nel corso degli anni quando ci si adeguò alla direttiva CEE?

RISPOSTA - Per quando fu installato la prima volta posso parlare soltanto per quello che ho appreso in quanto non me ne interessavo, ma comunque per quello che ho appreso era di dare la massima estensione al rilevamento, questo fu l’obiettivo. Poi, appunto, come ho detto, fu rivisto un po’ criticamente questo sistema di rilevamento, fu stabilito un numero massimo di terminali in modo da poterli bilanciare, nel senso che potesse essere garantita una omogeneità di aspirazione tra i vari terminali, e un sistema di rilevamento messo in questi termini ed anche poi esteso agli impianti di Brindisi e di Terni, fu verificato in quale misura questo sistema che era già funzionale e che già era funzionante, prima che i risultati davano i confronti dell’uno e dell’altra alternativa del monoterminale secondo come poteva essere compatibile con la normativa. Per quanto riguarda la normativa la compatibilità fu considerata accettabile perché la normativa parlava di settori, cioè di media per un lungo periodo nell’ambito di varie posizioni di lavoro che costituivano l’area in cui ogni operatore svolgeva le proprie mansioni.

DOMANDA - Ho concluso Presidente.

 

Avvocato Schiesaro: vorrei fare una domanda dopo aver visto i documenti di cui si chiede l’acquisizione.

 

Pubblico Ministero: nel frattempo un paio di domande posso farle io.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - In relazione al documento che è stato citato del 7 giugno ‘79 a firma dottor Capodaglio e indirizzato a lei, sui terminali linee gascromatografi, lì dove dice: "E` scaturita la ferma decisione di perseverare nella tesi, di avere più punti di rilevamento CVM ambientale per ogni stream dei gascromatografi", continuando la lettera ad un certo punto, di fronte alle obiezioni che venivano formulate da parte sindacale, cioè l’obiezione di considerare valori medi e quindi dotati di minore variabilità, anziché valori singoli, come chiedevano i sindacati, viene scritto a lei dal dottor Capodaglio che questa obiezione potrebbe essere superata affermando che l’allarme potrebbe essere posto a 30 diviso M, lei si ricorda di questa indicazione di Capodaglio se è stata accolta?

RISPOSTA - Dell’indicazione del dottor Capodaglio non la ricordo, però ricordo che nell’arco del ‘79, ora non ricordo in quale mese, fu tenuta a Milano una riunione in cui furono discussi tutti questi problemi e fu presentata la posizione Montedison sul problema. Le conclusioni di quella riunione furono che il sistema pluriterminale in funzione delle verifiche che erano state fatte a Porto Marghera dava delle risposte positive e poteva essere accettato in luogo del monoterminale, che l’esplorazione di uno spazio interno a quella che è chiamata posizione di lavoro, poteva dare una maggiore prontezza nel rilevare delle perdite e che per le macro perdite, macro perdite si intendeva soprattutto i livelli di allarme, questa fu una precisazione delle persone di impianto, la diffusione è così rapida che praticamente la diluizione ha poca prevalenza, cioè ha poca importanza, la diffusione è così rapida. Per quella di preallarme fu detto a titolo di cautela e di prudenza, "riduciamo il valore", invece che a 15 lo riportiamo ad un valore più basso.

DOMANDA - Fino a quando l’ufficiale giudiziario le consegna questo documento così vede la proposta da Capodaglio indirizzata a lei per portare l’allarme a 30 diviso M, le volevo chiedere: in quella riunione in cui fu deciso come far funzionare il sistema di controllo gascromatografico chi partecipò?

RISPOSTA - Dunque, erano ancora i rappresentanti delle protezioni ambientali di Milano, di Porto Marghera, mi pare, e poi fu mandato per conoscenza, il dottor Garlanda, che ora non mi ricordo di quale servizio facesse parte, cioè il nome, la sigla mi sfugge in questo momento e poi fu mandato in copia ai direttori di stabilimento di allora.

DOMANDA - Di Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì ed anche degli altri stabilimenti, anche di Brindisi e di...

DOMANDA - Credo che solo su un documento che le è stato consegnato dalla difesa si parla di quella che è l’applicazione della normativa CEE, ad un certo punto, su documenti sia dell’80 che dell’82, proprio in questi documenti a proposito dell’applicazione di normativa CEE, viene indicato che vanno tenute fuori dalle zone sorvegliate, dalle aree sorvegliate, insacco, stoccaggio PVC etc., chi ha deciso questo e per quale motivo?

RISPOSTA - Questo non lo ricordo, l’insacco proprio francamente non lo ricordo.

DOMANDA - Zone di essiccamento?

RISPOSTA - Ah, cioè, l’essiccamento come zona?

DOMANDA - Sì, che erano state tenute fuori.

RISPOSTA - Ecco, però mi risulta che il permanente sequenziale fosse stato già inserito nell’essiccamento in alcuni reparti ora non ricordo...

DOMANDA - L’indicazione era tenere fuori dalle zone controllate queste zone che sono indicate?

RISPOSTA - La normativa prevedeva l’obbligo solo per la polimerizzazione.

DOMANDA - La normativa prevedeva in maniera talmente generale, "dovunque viene trattato e in qualsiasi maniera", questo dice la normativa.

RISPOSTA - Ecco appunto però...

DOMANDA - Non le chiedevo un commento alla normativa le chiedevo...

 

Avvocato Baccaredda: non dice così la normativa.

 

DOMANDA - Infatti non chiedo un commento della normativa, lo discuteremo noi, chiedevo su quelle decisioni di inserire o non inserire certe aree, se sono state decise nell’ambito di quella riunione centrale lì a Milano?

RISPOSTA - No, in quella riunione centrale no, assolutamente, quella riunione era proprio orientata a definire la posizione Montedison nei confronti del sistema di rilevamento, cioè il pluriterminale e monoterminale.

DOMANDA - Allora queste decisioni sulle zone da tenere inserite o non inserite da chi sono state adottate? Tra l’altro per queste zone non inserite non venivano neanche scritti nel registro degli esposti i lavoratori che operavano in quelle zone.

RISPOSTA - Io ricordo che il rilevamento era suddiviso in due parti ben distinte, una che faceva capo al rilevamento sequenziale e che aveva un rilevamento continuativo, le altre aree dovevano essere comunque presidiate, rilevate con rilevamenti discontinui secondo un’equazione statistica che era addirittura riportata anche nella normativa. Cioè poi il numero delle analisi discontinue da fare era determinato dalla varianza che era stata riscontrata in quella zona di lavoro o posizione di lavoro.

DOMANDA - Se vuole vedere quel documento del 7 giugno ‘79 che le è stato consegnato, al terzo capoverso, si parla appunto di questa indicazione del dottor Capodaglio a lei per portare l’allarme a 30 diviso M, se lo ricorda se ne ha parlato con qualcuno, se è stato discusso?

RISPOSTA - No, non me lo ricordo questo, mi ricordo bene questa riunione che fu fatta per stabilire la posizione Montedison in cui si diceva delle 30 PPM, il livello è talmente elevato con una diffusione così rapida che praticamente l’effetto eventuale di diluizione non sarebbe stato rilevante. Per quanto riguarda invece le 15 PPM fa detto prudenzialmente portiamolo ad un valore più basso da stabilire.

DOMANDA - Senta un altro discorso che fa sempre in quel documento il dottor Capodaglio, a lei, è la proposta di inserire i flussimetri?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Siccome poi nel documento dell’80 di cui abbiamo discusso anche prima con lei, si parla ancora di flussimetri, in particolare a pagina 7 viene detto "Porto Marghera è orientata verso l’estensione fissa solo in zona autoclavi, però siamo ancora a livello di progettazione etc.", anche se viene detto: "La presenza fissa di flussimetri è necessaria etc.". Allora questa situazione dei flussimetri come è stata risolta, sono stati inseriti, non sono stati inseriti, sono stati inseriti dappertutto e quando è stata risolta? Perché qui ci sono continue proposte ma le decisioni per il momento non si vedono.

RISPOSTA - I problemi che venivano discussi a Milano ad un certo punto quando venivano fatte delle proposte poi queste proposte dovevano essere trasferite in operazioni, questo voglio dire. Poi successivamente onestamente io non me lo ricordo questo fatto, se siano stati installati regolarmente su tutti i terminali, anche perché probabilmente siamo già alla fine dell’80, insomma nel periodo in cui poi ad un certo punto io non me ne sono più interessato. Però questi problemi erano delle cose che dovevano essere recepite da parte di chi era direttamente coinvolto che era la protezione ambientale e poi portate avanti.

DOMANDA - Quindi lei sa che è stato discusso ma non sa fino a quando lei è rimasto se sono stati risolti?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Non ho altre domande.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

DOMANDA - Qualche domanda sul primo documento che è stato prodotto e richiamato dalla difesa e su cui il teste ha già risposto. Dunque, mi riferisco a questa lettera del 13 dicembre 1978 che lei, Alceste Burri, invia a una serie di destinatari Bellan Carcassoni... Ce l’ha sotto mano?

RISPOSTA - Sì questa.

DOMANDA - Per presentare quella bozza che lei aveva elaborato e che è allegata. Le è stato chiesto di chiarire il significato di aree controllate indicato a pagina 2 punto 2.1. Vengono definite "aree controllate" le zone nelle quali esiste il rischio di presenza di cloruro di vinile gassoso in concentrazioni superiori ai limiti indicati nell’articolo 3). "In conformità all’articolo 1 - lei dice - le aree interessate sono quelle dove: il cloruro di vinile viene prodotto; 2) il cloruro di vinile viene trasportato e stoccato; 3) il cloruro di vinile viene polimerizzato; 4) il cloruro di vinile viene recuperato. Poi c’è un 5) il cloruro di vinile può in qualsiasi modo sprigionarsi nell’atmosfera. Questa ultima voce viene depennata.

RISPOSTA - Depennata quando?

DOMANDA - La vedo cancellata, non so il testo che lei ha sotto, vedo che è cancellata, le chiederei notizie di questa cancellatura e della ragione per cui sarebbe stata posta.

RISPOSTA - Senta, io non mi ricordo il motivo per cui è stata cancellata...

 

Avvocato Baccaredda: c’è opposizione al modo di formulazione della domanda, signor Presidente. Vorrei dire soltanto questo che viene formulata la domanda in modo tale, per cui ci sarebbe questa distruzione di una frase quando invece tutto il documento, che è una bozza, tutto il documento ha tutta una serie di frasi che vengono cancellate e vengono modificate, proprio perché si tratta di una bozza. Quindi direi che la domanda dovrebbe essere formulata in altra maniera.

 

DOMANDA - Sinceramente non ho capito il senso dell’obiezione, faccio fatica a riformulare la domanda, sempre di correzione si tratta.

 

Presidente: non solo questa, ma anche le altre correzioni per quale motivo sono state fatte. Innanzitutto la natura di questo documento era una bozza mi pare, benissimo, che è stata utilizzata nel corso, ovviamente io penso, di discussione?

RISPOSTA - Esatto.

 

Presidente: quelle correzioni che cosa rappresentano e quella in particolare su cui ha fatto la domanda?

RISPOSTA - Questa del cloruro di vinile dove lei ha visto la cancellatura, cioè le correzioni, io credo che queste siano fotocopie di qualche cosa che è stato discusso con gli altri produttori italiani. Cioè, vale a dire, in sede di discussione sono state apportate delle modifiche e queste modifiche, qualcuno ha cancellato quello che praticamente per collettiva decisione, veniva ritenuto che non fosse necessario mettere. Quindi "quando il cloruro di vinile poteva sprigionarsi in atmosfera" io penso che si tratti dello stoccaggio del PVC che come peso specifico ne ha sicuramente molto meno di quanto può essere un cloruro di vinile dove viene prodotto o dove viene polimerizzato. Il fatto che sia stato cancellato è sicuramente dovuto al fatto che discutendone con tutti gli altri produttori italiani, si è ritenuto di depennarlo da questo elenco.

 

DOMANDA - No, scusi un momento, perché qua vorrei essere un po’ più preciso. Lei dice nella lettera inviata ai suoi superiori: "Sono stato incaricato da AS chimici di stendere una bozza di metodologia applicativa della normativa CEE relativamente agli articoli di contenuto tecnico, analoga cosa verrà fatto per l’aspetto sanitario. Ho pertanto preparato la bozza in allegato che previo accordo delle persone in indirizzo, verrà sottoposta agli altri produttori italiani di PVC".

RISPOSTA - Ma sicuramente io non l’ho cancellata questa, quindi bisogna vedere questa bozza se è la bozza che è stata utilizzata nella fase di discussione e praticamente qualcuno ha apportato... Le correzioni infatti, vedo, che non c’è soltanto questa cancellatura ma ci sono altre cose, per esempio "sufficientemente adeguato in funzione dell’estensione" e qui in fondo ci sono altre parole che praticamente non so neanche decifrare. Quindi questa è una bozza che è partita integralmente e che nella fase di discussione con gli altri produttori, ha avuto queste modifiche.

DOMANDA - Peraltro osservo che questa è la bozza allegata alla sua lettera di trasmissione ai superiori e che in questa lettera si dice che questa bozza viene trasmessa a loro prima di essere sottoposta agli altri produttori in modo tale che i suoi superiori avallassero il contenuto di questa bozza.

RISPOSTA - A questo punto vorrei vedere l’originale, perché praticamente non posso pensare di avere scritto una bozza avendo scritto queste cose che poi tra l’altro facevano parte anche di un accordo nell’ambito della Montedison. Cioè io scrivevo, ma scrivevo naturalmente per parte Montedison, e poi praticamente aver cancellato...

DOMANDA - A me basta sapere che lei non l’ha cancellato?

RISPOSTA - Nella maniera più assoluta, lo escludo nella maniera più assoluta.

DOMANDA - Perché se lei non l’ha cancellata e mi conferma che lei l’aveva inserita nella bozza di protocollo, vorrei che spiegasse al Tribunale l’importanza e la ragione per cui ha ritenuto che nelle aree da controllare, dovessero esserci non solo quelle relative al posto in cui il cloruro di vinile viene prodotto, trasportato, polimerizzato e recuperato, ma anche tutte le altre non nominate in cui ci potesse essere in qualsiasi modo la diffusione in atmosfera del CVM, qual è la ragione?

RISPOSTA - In questo riferimento "il cloruro di vinile in qualsiasi modo sprigionarsi in atmosfera", sono gli stoccaggi del PVC, è lo stoccaggio del PVC.

DOMANDA - Del CVM.

RISPOSTA - No, del PVC.

DOMANDA - Stiamo parlando del cloruro di vinile.

RISPOSTA - Sì, lo stoccaggio del PVC che può dare emissioni di CVM in funzione della parte che ha assorbito e che è rimasta assorbita, ma che sono roba di qualche PPM.

DOMANDA - Ma non sono forse i serbatoi di stoccaggio del CVM di reparto di centrale?

RISPOSTA - No, perché è il cloruro di vinile dove viene prodotto, quindi è già qui, quindi il cloruro di vinile che viene prodotto e diciamoci anche lo stoccaggio del CVM. Poi il cloruro di vinile dove viene trasportato e stoccato, è già previsto.

DOMANDA - Quindi lei dice che questa...

RISPOSTA - Questa è una deduzione la mia, ma credo che sia la verità, cioè si tratta degli stoccaggi di PVC.

DOMANDA - E` una deduzione, l’ha scritta lei questo protocollo, ed allora le chiedo di dirci in base a che cosa l’ha scritto? Cioè lei stava pensando allo stoccaggio del PVC?

RISPOSTA - Non è che stavo pensando, probabilmente nel discorso che abbiamo fatto nell’ambito Montedison, è stato messo anche questo particolare che io ritengo sia da attribuire allo stoccaggio del PVC, proprio dell’intento di poi sottoporre la bozza, la più completa possibile per quanto riguarda le emissioni di CVM al giudizio anche degli altri produttori.

DOMANDA - Allora queste precisazioni sul fatto che lei non ha apportato le correzioni e quindi che lei non sa chi le abbia apportate e le ragioni per le quali sono state apportate, valgono anche per quelle correzioni apportate a pagina 4 laddove difficilmente si legge, perché è proprio cancellato a penna, "il personale addetto all’impianto - la pregherei di leggere, se lei ha più facilità di me - utilizzando alimentatori portatili e con utilizzazioni di tipo ante-deflagrante" e vedo un’annotazione "cancellare la seconda parola". Ci può dire che cosa legge, che cosa è stato cancellato, che cosa ha scritto lei?

RISPOSTA - Faccio fatica anch’io a capire cosa sta scritto, no, non lo leggo. Comunque, diciamo...

DOMANDA - Comunque sono tutte correzioni che lei non ha fatto?

RISPOSTA - Assolutamente.

DOMANDA - L’aveva mai visto corretto questo testo?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Quindi nessuno le ha più chiesto..., perché poi non è andato lei alla riunione con i produttori?

RISPOSTA - Aspetti, altrimenti divento precipitoso. Questo può darsi che io l’abbia visto, al momento che abbiamo discusso con tutti gli altri produttori italiani penso che l’avremmo visto.

DOMANDA - Ecco questa era la domanda.

RISPOSTA - Diciamo lei mi ha chiesto: questa lettera è allegata a una bozza che era quella originale? Io le rispondo di sì.

DOMANDA - Allora la domanda successiva è: lei manda un testo con un certo contenuto, qualcuno a sua insaputa apporta delle correzioni a questo testo.

RISPOSTA - Non è a mia insaputa, queste sono, secondo me, delle correzioni fatte in seduta con gli altri produttori, in seduta con gli altri produttori.

DOMANDA - Quindi lei ci sta dicendo che questo testo va ai suoi superiori in originale?

RISPOSTA - Certo.

DOMANDA - Poi torna senza modifiche?

RISPOSTA - Certo.

DOMANDA - Va in seduta, viene discusso, lei non sa chi chieda le correzioni e chi materialmente le apporti e poi torna e torna ad essere allegato all’originale missiva in sostituzione del testo che era stato...

RISPOSTA - Senta...

DOMANDA - E` questa la perplessità che io ho sulla base della risposta che lei mi ha dato, non mi torna, logicamente non mi torna.

RISPOSTA - Io ho curato la stesura di questa bozza e la lettera, l’accompagnatore a questa bozza, è l’accompagnamento a questa bozza e la bozza è stata inviata sicuramente nella sua versione originale.

DOMANDA - Integrale.

RISPOSTA - Poi se da Porto Marghera o da Brindisi o da Terni sono arrivate delle modifiche già su questa bozza, che poi sono state discusse con gli altri produttori, io fino a questo punto non posso arrivare nel ricordo. Però quello che io posso dire è che la bozza è partita nella sua versione originale.

DOMANDA - L’ultima domanda era quella sul documento, mi pare numero 2, laddove si diceva, eccolo qui, riunione 29 novembre ‘78 laddove si diceva: "E` stata confermata la posizione per cui l’utilizzo di un gascromatografo, per reparti di produzione, sia sufficiente per un idoneo controllo ambientale e ciò in linea a quanto indicato dagli altri produttori. Ma abbiamo sentito anche oggi che c’era un problema di frequenza del monitoraggio. Fino al 1988, 21 giugno ‘88 la frequenza del monitoraggio non era quella, secondo gli organi di accertamento che hanno dato una prescrizione in proposito adeguatrice, non era quella prevista dal Decreto Ministeriale. Allora, se c’era questa difformità, ammesso che lei dica che c’era, questa difformità poteva rendere così sicuri in ordine alla idoneità dello strumento ad effettuare quel controllo che voi davate per scontato?

RISPOSTA - Si parla di frequenza di misura.

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Cioè vale a dire che il cromatografo esplora la stessa linea nell’arco di 20 minuti.

DOMANDA - Invece di 3 volte la esplorava una volta in un’ora.

 

Avvocato Baccaredda: scusi, avvocato di parte civile, si riferisce ad un documento che è assolutamente al di fuori dell’attività del dottor Burri, è un documento che si riferisce all’88, un’attività, che hanno fatto architetti, nel 1988, non vedo come possa rispondere il dottor Burri a questa domanda.

 

DOMANDA - La domanda è semplicemente: siccome danno un giudizio di idoneità dello strumento gascromatografico, gli chiedo se questo giudizio teneva conto anche di quelli che erano gli aspetti metodologici di funzionamento dello strumento.

 

Presidente: comunque risponda.

RISPOSTA - Io nell’ambito Montedison, ma anche parlando con gli altri produttori di PVC e partecipando a Roma al primo esame della normativa comunitaria, non ho sentito, almeno non ricordo di avere sentito delle obiezioni su una frequenza di 20 minuti, non ricordo.

 

DOMANDA - Va bene grazie.

 

Pubblico Ministero: si sente solo l’interpretazione grafica di quella cancellatura che si legge che con un attimo di attenzione volevo sottoporla all’esame del teste di quel documento, sempre 13 dicembre ‘78, dove io riesco a leggerlo, però lo chiedo. "Il personale addetto all’impianto utilizzando analizzatori portatili a ionizzazione di fiamma...", è così?

RISPOSTA - Sì, il cromatografo.

 

Pubblico Ministero: siccome quelli di tipo anti-deflagrante hanno una sensibilità molto grossolana, mentre a ionizzazione sono molto...

RISPOSTA - Sono quelli che hanno una sensibilità di 1 PPM.

 

Pubblico Ministero: sì una sensibilità notevolissima ed è stato cancellato "ionizzazione di fiamma", la cancellatura è sempre ionizzazione di fiamma?

RISPOSTA - Non le so dire di più.

 

Pubblico Ministero: non le chiedo il perché, le chiedo, siccome prima non si riusciva a leggere, se la cancellatura, a cancellare le due parole, è su ionizzazione di fiamma?

RISPOSTA - Sì, "ionizzazione di fiamma" è stato cancellato.

 

Pubblico Ministero: è chiarissimo anche il significato, non ho altre domande.

 

AVVOCATO GARBISI

 

DOMANDA - In relazione a quella riservata, indirizzata a Capodaglio, Grandi, Sellan, Vidotto, Profeta, Imparato del dicembre ‘78, lei fa delle valutazioni su Porto Marghera sull’impianto pilota, che tipo di rilevazioni aveva individuato rispetto all’impianto pilota rispetto al 1978 intendo dire di...

RISPOSTA - Era semplicemente una segnalazione che era pervenuta e era abbastanza importante che in una fase del procedimento di polimerizzazione si potevano avere delle emissioni piuttosto notevoli di CVM.

DOMANDA - Del tipo?

RISPOSTA - Emissioni che addirittura mi pare che arrivassero alle decine di PPM.

DOMANDA - Lei qui parla di "poco inferiori ai 100 PPM".

RISPOSTA - Appunto.

DOMANDA - E questo era un dato preoccupante?

RISPOSTA - Era un dato preoccupante tanto è vero che fu concordato di fare degli interventi manutentivi ed anche di installare il rilevamento permanente e sequenziale nell’impianto pilota.

DOMANDA - Poi volevo chiedere un’altra cosa: sempre in questo documento lei fa un riferimento alla opportunità, mi riferisco al CV22 e CV23, "di adottare la pompa a giunto magnetico di produzione HMD ed è in corso di installazione", poi dice: "Se i risultati saranno ancora negativi, verrà adottata una soluzione simile a quella prevista per il CV10 - CV11". Successivamente, un anno dopo, sempre in un documento a sua firma, e mi riferisco al verbale di riunione su rete di rilevamento CVM di Porto Marghera 19/10/79, sempre parlando di questa circostanza lei dice che questo sistema non ha dato i risultati sperati e che quindi dice: "Dopo il nuovo insuccesso della pompa a giunto magnetico della HMD si pensa di utilizzare anche in questo caso, se i risultati al CV10 e CV11 saranno positivi, una doppia tenuta, in tandem, per il risanamento della zona di stoccaggio". E` passato un anno, vorrei capire che cos’era l’insuccesso di questa pompa, che finalità aveva l’utilizzo di questa pompa.

RISPOSTA - Questa è una pura recensione da parte mia, perché questi erano dei problemi di intervento manutentivo di cui erano responsabili direttamente la protezione ambientale e la manutenzione degli impianti.

DOMANDA - Ma che tipo di effetto doveva avere questo intervento manutentivo?

RISPOSTA - Quello di ridurre le perdite penso.

DOMANDA - Quindi passa un anno e questo insuccesso permane e rimangono le perdite precedenti in sostanza?

RISPOSTA - Non ho sotto mano nessun dato per poterle dire cose diverse.

DOMANDA - Se lei ha scritto scusi: "Dopo il nuovo insuccesso della pompa..." vuol dire che c’erano insuccessi che si erano succeduti nel corso dell’anno e siamo ad un anno dopo, e che doveva ancora essere installato un sistema che poteva ovviare a quel problema delle perdite o no?

RISPOSTA - Non so risponderle a questo, ripeto. Questo per me è una pura recensione di cose che ho visto e che ho rimesso nel conto delle cose da fare, da risolvere, ma...

DOMANDA - Ma non era risolta sostanzialmente?

RISPOSTA - Se così è scritto...

DOMANDA - Un’altra cosa, sempre in quel primo documento di cui parlavamo del dicembre ‘78, sempre con riferimento al CV22 e CV23, lei dice con riferimento alla distillazione: "Non si dispone ancora della doppia tenuta a suo tempo richiesta per la pompa di riflusso", a suo tempo richiesta quando?

RISPOSTA - Non lo so. Guardi che queste, diciamo questa era un riepilogo delle cose che erano messe in bilancio da fare, ma che partivano proprio come proposta dallo stabilimento e dalla manutenzione, perché erano loro che vedevano questi problemi e che proponevano.

DOMANDA - La pompa di riflusso era uno strumento idoneo ad evitare perdite anche questo?

RISPOSTA - Sì, certo.

DOMANDA - Poi lei dice: "Verrà comunque installata quando si presenterà la necessità di una radicale manutenzione a quella esistente". Quindi voi programmavate gli interventi, come questo, quando si metteva in cantiere un programma di manutenzione generale cioè di una particolare portata, è così?

RISPOSTA - No, guardi mi porta fuori dal seminato, nel senso che questa domanda la deve rivolgere direttamente a chi si occupava di manutenzione e chi aveva fatto la proposta per i cosi...

DOMANDA - Ho capito, ma ha scritto lei che verrà installata...

RISPOSTA - Ma questo era, come le ho detto, un riepilogo delle cose che erano in... in modo che ognuno, chiunque che fosse, anche fuori dalla fabbrica, potesse capire nei vari reparti come stava la situazione, ma io non so dirle di più.

 

Presidente: bene, allora sospendiamo e riprendiamo alle 15.15. grazie ed arrivederci. Prego accomodatevi.

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, i documenti allora sono stati depositati.

 

Presidente: sì, ho visto, grazie.

 

Avvocato Schiesaro: a questo proposito chiederei se fosse possibile che le cartelline relative alle testimonianze e i documenti, soprattutto allegati alle testimonianze venissero conservate tutte presso l’aula qui, presso il Bunker, perché ho fatto delle ricerche questa mattina e non ci sono tutte.

 

Presidente: io le faccio allegare al verbale di ciascuna udienza e quindi sono trattenute presso la cancelleria di Rialto.

 

Avvocato Schiesaro: ci può essere la necessità di consultare il documento prodotto.

 

Presidente: siccome ciascuno di noi si segna i testi che vengono sentiti di udienza in udienza, rimangono allegati lì ai verbali di udienza. Io pensavo che questo fosse un sistema, va beh, se volete faccio fare delle fotocopie in maniera da averle anche qui.

 

Avvocato Schiesaro: l’unico problema è quando c’è la necessità di utilizzare un documento già prodotto, è impossibile accedere al fascicolo perché in questo caso il documento si trova in un altro luogo fisico. Se si trovasse una formula.

 

Pubblico Ministero: c’è il professor Saia.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - SAIA BRUNO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Innanzitutto le volevo chiedere quale è la attività professionale?

RISPOSTA - Sono il direttore del dipartimento di medicina ambientale e sanità pubblica ex istituto di medicina del lavoro dell’università di Padova.

DOMANDA - Le volevo chiedere se lei ha partecipato direttamente agli accertamenti che sono poi sfociati nella relazione chiamata Fulc che è datata Padova 12 marzo 1977, cioè la cosiddetta indagine Fulc?

RISPOSTA - Sì, io coordinavo il gruppo di lavoro su Porto Marghera.

DOMANDA - Vuole illustrare al Tribunale sinteticamente com’è nata questa indagine e da chi avete ricevuto l’incarico e con chi avete collaborato?

RISPOSTA - Sì, questa indagine..., beh, l’attenzione sul cloruro di vinile, una particolare attenzione si ha a livello del mondo scientifico a partire dagli anni ‘70, prima c’erano alcune indagini, alcune segnalazioni. A partire dagli anni ‘70 con gli studi di Viola che segnalano la cancerogenicità, e poi ricordo una splendida relazione di Viola al congresso di medicina del lavoro a Pisa nel ‘71 e poi il congresso a Houston dove alcuni ricercatori oncologi dell’Istituto Regina Elena comunicano dei dati sperimentali su cavia fatti per inalazione che era molto importante allora, perché i precedenti non erano fatti per inalazione ma per inoculazione od altro. Poi venne incaricato Maltoni, però il professor Maltoni di Bologna aveva già segnalato alcune sue preoccupazioni perché lui già seguiva qualcuno degli operai a Terni, poi gli viene dato un incarico dalla Montedison e ai primi dati di Maltoni siamo intorno al ‘72 e poi nel ‘75 inizia questa operazione dell’indagine Fulc. Ricordo una importante riunione della Fulc cui partecipò buona parte del mondo scientifico dei medici del lavoro, ‘75 mi sembra a Firenze, in cui poi iniziò questa operazione.

DOMANDA - Una fase di passaggio che è quella del 1974, lei non so se sa che ad un certo punto nell’aprile del ‘74 il Ministro del Lavoro riduce il Mac per il CVM da 500 a 50 PPM. Ecco, questo fatto ha rappresentato qualche cosa su questa indagine Fulc?

RISPOSTA - Sì, credo che abbia contribuito indubbiamente alla nascita dell’indagine, quella volta fu il Ministro del Lavoro, ma il suo braccio armato diciamo che è l’Ispettorato Centrale del Lavoro sulla base di queste segnalazioni cui accennavo. Teniamo presente che il limite che era di 500 PPM, l’ACGH cioè l’Associazione Igienisti Americani aveva già nel ‘70 proposto di abbassarlo e nel 1972 lo portò a 200.

DOMANDA - Sì, già l’ACGH l’aveva portato a 200.

RISPOSTA - L’Ispettorato del Lavoro fa una sorta di circolare su stimolo del Ministro, che mi pare che fosse Bertoldi allora.

DOMANDA - Sì, il Ministro Bertoldi.

RISPOSTA - In cui dice che bisogna abbassare il TLV quello che noi poi chiamiamo VLP a 50, dice che le aziende che producono cloruro di vinile devono controllare le situazione in cui c’è inquinamento di cloruro di vinile e suggerisce alle aziende di fare delle indagini epidemiologiche. Quindi questo fu sicuramente molto importante perché lanciò il discorso dell’indagine epidemiologica. Nel 1975 prima che l’indagine partisse, c’è da dire che la associazione italiana medicina del lavoro e l’associazione igienisti industriali, in un congresso nazionale a Padova, proposero come valore limite 5 PPM, cioè già molto più basso. Dopodiché per quello che riguarda il Veneto, la Regione Veneto fa una convenzione con l’università di Padova, firmata dal rettore e dall’assessore alla sanità, incaricando l’istituto di medicina del lavoro di svolgere questa indagine a Porto Marghera. Quella volta il direttore incaricò me di coordinarla. Mi sembra che la cifra complessiva sia stata intorno ai 50 milioni che diede la Regione all’università, In un paio di rate. Con questi soldi furono fatte 4 borse di studio per medici che dovevano procedere alle visite, alla organizzazione pratica della cosa e a questi poi si aggiunsero altri 3 - 4 - 5, insomma, alla fine il gruppo era di una decina di medici. La Regione incaricò noi e contestualmente il servizio di medicina del lavoro che allora era provinciale, perché eravamo prima della riforma, di svolgere questa indagine e il servizio di medicina del lavoro ci mise a disposizione dei locali, degli ambulatori che era molto importante perché vivevano a Marghera e non potevano venire fino a Padova tutti questi operai e fece una serie di analisi, ricordo le radiografie del torace le fecero loro, gli esami ematochimici li fecero loro e l’oculista lo misero a disposizione loro, per altre cose invece abbiamo portato lì l’attrezzatura e gli apparecchi e facevamo noi.

DOMANDA - Quindi nonostante l’indicazione del Ministro dell’aprile del ‘74 l’indagine non la fa l’azienda, almeno in Veneto, ma viene fatta su incarico della Regione in collaborazione con Provincia e università.

RISPOSTA - Ci coordinavamo con l’indagine nazionale, facendo un gruppo unico.

DOMANDA - Poi le verranno poste delle domande da un difensore di parte civile; per quanto riguarda in particolare questa indagine, io avevo soltanto alcune domande specifiche da farle: in relazione alla fase conclusiva delle indagini, ad un certo punto c’è in allegato un elenco di lavoratori da allontanare. Le volevo chiedere se la relazione finale e questo elenco è stato da voi consegnato e a chi e con che incombenze?

RISPOSTA - Allora, l’elenco, sia la relazione conclusiva che l’elenco dei lavoratori da spostare, fu consegnato ovviamente alla Regione che era il nostro committente e al servizio di medicina del lavoro di Marghera che era quello che insieme a noi aveva fatto l’indagine e che in quella fase, adesso non ricordo bene se avesse già dei compiti di vigilanza, però sicuramente aveva dei compiti di controllo e quindi aveva rapporti con l’azienda.

DOMANDA - Su questa questione relativa all’elenco dei lavoratori da allontanare e su un’altra questione relativa sempre a quell’indagine, quella parte impiantistica, c’è un suo intervento sul quaderno Fulc numero 4) del luglio ‘77, quindi successivo al deposito della relazione Fulc, chiedo che l’ufficiale giudiziario ne consegni una copia al Presidente, al Tribunale e a lei in esibizione. Volevo chiedere: in questo documento c’è un intervento indicato Saia, istituto di medicina del lavoro di Padova. Ci sono delle notizie che vengono riferite circa gli impianti, si parla di una situazione in realtà molto grave, si è riscontrata una patologia diffusa, alterazioni a carico di molti organi, in particolare del fegato che risulta danneggiato in una grandissima quota degli operai esposti. Poi dice: "Tale situazione va certamente correlata allo stato degli impianti che nonostante i miglioramenti recenti resta lontano da uno standard ottimale". Le volevo chiedere innanzitutto su questa parte concernente gli impianti, da che cosa lei ha ricavato questi dati?

RISPOSTA - Questo credo che sia immediatamente successivo..

DOMANDA - Sì, è del luglio ‘77.

RISPOSTA - Al convegno fatto, e quindi lì c’era un gruppo di lavoro coordinato dal professor Zanelli che aveva riferito sullo stato degli impianti su tutti gli stabilimenti italiani ed anche quello di Porto Marghera, quindi sicuramente il riferimento è a quello.

DOMANDA - Perché poi lei continua anche nella pagina successiva, dicendo che ci sono impianti per cui la bonifica è impossibile. Le volevo chiedere: lei ha un ricordo preciso di questo discorso di problematiche impiantistiche, riesce a...

RISPOSTA - Io ricordo quello che disse Zanelli facendo la sua relazione a quel convegno e poi quello che fu scritto poi. Faceva riferimento ad alcuni reparti, io ricordo di Porto Marghera, sicuramente un riferimento ad un reparto che poi fu rapidamente chiuso che era il CV6, che era sicuramente...

DOMANDA - "Rapidamente" non tanto perché finì la produzione nel ‘90.

RISPOSTA - Quindi molto dopo, però era sicuramente uno del reparti più problematici in quella fase.

DOMANDA - E la chiusura veniva chiesto per quello. Un’ultima cosa le volevo chiedere: sul discorso dell’allontanamento, lei in questo documento del luglio ‘77 ma anche prima, faceva delle considerazioni relative agli operai che avevano dei problemi di patologie correlate secondo voi al CVM; le volevo chiedere quali furono i vostri suggerimenti per operai in ordine al problema degli spostamenti all’interno dell’azienda?

RISPOSTA - Dunque, esisteva una scheda finale che veniva consegnata al singolo operaio in cui si precisava se era il caso o no di abbandonare, di essere spostato e poi questa stessa scheda fu data al servizio di medicina del lavoro che avrebbe dovuto gestire gli spostamenti, però gli spostamenti suggeriti non erano solamente in rapporto a malattie correlate al cloruro di vinile, ma anche ad altre alterazioni per le quali però un’esposizione al cloruro di vinile si sconsigliava.

DOMANDA - La mia domanda era specifica, nel senso era un’indicazione medica precisa o una cosa molto vaga, generica? Cioè, il significato di questa indicazione, lei ne parla in questo articolo, comunque volevo chiederle se lo ricorda.

RISPOSTA - Per alcuni operai si consigliava di spostarli da quel posto di lavoro in cui c’era un noto inquinamento elevato da cloruro vinile monomero.

DOMANDA - Perché lei nell’articolo diceva: "Questa azione - cioè di spostare - va praticata da subito e rappresenta indubbiamente un nodo grosso".

RISPOSTA - Un nodo grosso sì, perché credo che il numero fosse cospicuo di operai da spostare, quindi dal punto di vista organizzativo immagino che non fosse facilissimo, tenuto poi conto che in alcune situazioni si spostavano operai ma dove l’inquinamento era elevato bisognava mettercene un altro che quindi andava incontro ad analoghi problemi, in questo senso il problema è molto grosso, era molto grosso.

DOMANDA - Io per il momento non ho altre domande, chiedo solo l’acquisizione di questo quaderno Fulc 4) del luglio ‘77 che è stato testé esibito.

 

AVVOCATO BOSCOLO RIZZO

 

DOMANDA - Professor Saia, volevo approfondire la questione dell’indagine Fulc. Vedo dalla relazione depositata al convegno di Roma del 7 - 8 luglio ‘97 che l’indagine Fulc fu preceduta da incontri a livello di équipe di esperti incaricati dell’indagine, per la definizione dei protocolli degli elementi organizzativi dell’indagine e delle metodiche per gli accertamenti. Volevo sapere se lei ha partecipato a questi incontri preliminari e se sì con chi, quanti sono stati e quali sono le decisioni che sono state raggiunte da questa équipe.

 

Avvocato Santamaria: scusi, ha detto ‘97 o ‘77 o ho inteso male io?

 

DOMANDA - No, la relazione è Roma 7 - 8 luglio 1977. Avevo detto 1997?

 

Avvocato Santamaria: sì.

 

RISPOSTA - Allora, quella volta si disse di fare un gruppo nazionale che definisse il protocollo dell’indagine, questo gruppo si riunì 5, 6, 7 volte, non ricordo, e ci riunivamo a Bologna presso l’Istituto Ramazzini, che era un istituto della Regione Emilia Romagna diretto dal dottor Bottazzo che era un epidemiologo e, sempre presenti oltre al sottoscritto c’era il professore Foà, il professor Bertazzi e poi qualcuno che girava e definimmo un protocollo e un questionario che poi fu utilizzato in tutte le diverse sedi, diversi stabilimenti e una serie di criteri di valutazione.

DOMANDA - Questo era un questionario che sarebbe dovuto servire per l’anamnesi?

RISPOSTA - Per l’anamnesi, per la registrazione di tutti i test delle analisi strumentali, analisi di laboratorio, per tutto e poi questo questionario doveva essere computerizzato e rielaborato dai statistici epidemiologici che facevano parte del gruppo.

DOMANDA - Quindi si optò per l’anamnesi a questionario?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Può essere più preciso su questo aspetto dell’anamnesi a questionario? Quando viene utilizzata e con quali criteri viene utilizzata e quali obiettivi si dà?

RISPOSTA - Dunque, questo nasce, dall’inizio dell’indagine epidemiologica perché ci sono state tutta una serie di valutazioni epidemiologiche, di applicazioni epidemiologiche e di fatto nasce all’inizio come uno screening di massa. Quando si fa uno screening di massa bisogna utilizzare degli strumenti e che quindi vuol dire strumenti di rilievo dell’anamnesi o test o esami di laboratorio o esami strumentali, che abbiano la caratteristica di essere particolarmente sensibili, cioè bisogna giocare su una griglia larga. Sensibili cosa vuol dire? Che devono essere in grado di farci sfuggire dei falsi negativi, cioè che tutti i soggetti che hanno delle positività di un certo tipo, riguardo alla patologia o alterazioni, riusciamo a pescarli tutti, quindi gli strumenti devono essere molto sensibili. Lo strumento che si usa in genere nelle indagini di massa, pressoché sempre, non solo in medicina del lavoro, ma anche in medicina in comunità generale, è il questionario perché è lo strumento più standardizzato. Nel momento in cui a rilevare il volume dei sintomi e segni non è un solo medico, ma sono più medici, com’era in questo caso eravamo una decina, è opportuno che tutto sia codificato e ci dà delle informazioni più precise, se no uno si può dimenticare un certo tipo di domanda, un altro tipo di domanda, quindi l’indagine a questionario normalmente è utilizzata negli screening di massa.

DOMANDA - L’obiettivo dell’indagine era quello di definire lo stato di salute degli operai o anche di individuare degli organi cosiddetto bersaglio, vi siete mossi da quale presupposto e con riferimento a quale obiettivo?

RISPOSTA - L’obiettivo era sicuramente quello di valutare lo stato di salute generale degli operai tenuto conto però delle conoscenze che c’erano, che già ci suggerivano l’esistenza di una serie di organi bersaglio per il cloruro di vinile e per il PVC e cioè la particolare attenzione soprattutto per quello che riguarda i numerosi test ed esami strumentali effettuati, erano quegli organi bersaglio che noi sapevamo dalla letteratura che erano sicuramente interessati.

DOMANDA - E quali?

RISPOSTA - Bisogna avere l’elenco, io ricordo sicuramente il fegato, sicuramente il polmone, sicuramente l’angiopatia, cioè le mani, fu fatta fare a tutti una visita oculistica perché allora qualcuno aveva parlato di possibili sclerosi a livello della retina e mi pare che bastino. L’apparato respiratorio, il fegato, le mani, l’occhio e mi pare che basti.

DOMANDA - Lei ricorda quali furono gli accertamenti di laboratorio individuati da questa Commissione ai fini della valutazione delle patologie di questi organi?

RISPOSTA - Sì, lo ricordo anche perché lo sto guardando. Per quello che riguarda, tenuto conto che tutti venivano sottoposti a un esame clinico, per quello che riguarda il fegato, c’erano una serie di indici, gli enzimi soprattutto, indici di funzionalità epatica più la bilirubinemia. Per quello che riguarda il polmone c’era la radiografia al torace, un esame spirometrico e un esame citologico dell’escreato. Con l’esame citologico dell’escreato si decise di centralizzare tutte le letture all’istituto oncologico del professor Maltoni. Per quello che riguarda la l’acrosteolisi c’era una radiografia alle mani, per l’angiopatia c’è la fotopletismografia digitale che allora si faceva con un cold test, cioè un test con uno stimolo freddo, in acqua fredda, per vedere se c’erano delle variazioni e poi si andava a vedere anche l’esame emocromocitometrico perché allora erano stati discussi in alcuni studi delle piastrinopenie o delle leucopenie.

DOMANDA - Ritornando al polmone, quindi radiografia al torace, esame citologico dell’espettorato e spirometria. Sulla base di questi accertamenti che cosa rilevaste a carico del polmone nella popolazione lavoratrice esaminata?

RISPOSTA - Un dato che ci sembrò interessante perché era stato descritto ma solo in maniera sporadica, fu una serie di casi, non molti, di pneumoconiosi da polveri, quindi da PVC, negli esposti alle polveri, non negli esposti al cloruro di vinile monomero, cioè negli insaccatori, in alcuni gruppi di essiccatori. Furono trovate una ventina di queste pneumoconiosi, questa è una pneumoconiosi che era già stata descritta allora, e poi successivamente fu descritta da altri, ma allora era già stata descritta in un paio di pubblicazioni, una di Zender che aveva visto solo un caso, e una di Lillis, che aveva visto più casi, così come l’abbiamo vista noi è una pneumoconiosi di tipo benigno, che vuol dire non evolutiva e non associata a importanti alterazioni della funzionalità respiratoria e caratterizzata da presenza di granulomi, che sono quelli che poi si vedono radiograficamente come dei noduli, non in quantità massive come avviene nella silicosi, ma insomma c’era una certa quota di questi noduli che corrispondono a dei granulomi.

DOMANDA - Vennero evidenziate anche delle fibrosi polmonari?

RISPOSTA - Tenuto conto che la diagnosi di fibrosi polmonare corretta non può che essere una diagnosi istologica, però allora, allora ed anche oggi, una radiogramma del torace ci suggerisce che possa esserci una fibrosi. Comunque già in una pubblicazione, per esempio quella del Selder era un unico caso però, lui diceva che c’erano delle note di fibrosi istologica, cioè viste istologicamente con la biopsia in un soggetto che presentava appunto una pneumoconiosi e devo dire che successivamente, però dopo la nostra indagine, ci sono stati altri lavori in cui i singoli casi evidentemente non si può fare una biopsia di massa, è un esame troppo invasivo. In singoli casi hanno visto che accanto alla pneumoconiosi c’è anche una fibrosi polmonare. Io credo che la fibrosi però è difficile che non ci sia quando ci sono dei granulomi. Nel meccanismo che determina la fibrosi polmonare, in generale, non solo quella da cloruro di vinile, da PVC o da polveri, ma anche le fibrosi polmonari idiopatiche, cioè quelle non professionali, il granuloma gioca un ruolo molto importante. Cioè la presenza di granulomi vuol dire che c’è, il granuloma non è altro che un ammasso, una concentrazione di cellule molte delle quali immunocompetenti... Immunocompetenti vuol dire che mandano segnali ad altre cellule, segnali di muoversi attraverso certe funzioni e nel granuloma polmonare, molte delle cellule presenti sono dei macrofagi e questi macrofagi, uno dei segnali che mandano è un segnale di proliferazione ai fibroplasti. I fibroplasti sono appunto le cellule che provocano, nel loro sviluppo la fibrosi polmonare. Quindi quando ci sono dei granulomi, è difficile che non ci si associ anche una fibrosi polmonare, cosa che poi si è vista, come dicevo, in alcune pubblicazioni anche successive alla nostra indagine.

DOMANDA - Ricorda in quale reparto con più frequenza vennero rilevate pneumoconiosi e anche vedo qui nella relazione del marzo del ‘77 che viene rilevato un alto numero di quadri radiologici di accentuazione della trama bronco-vasale con riferimento soprattutto ai lavoratori di certi reparti.

RISPOSTA - Sono reparti polverosi, di insacco delle polveri.

DOMANDA - Qui leggo: "La frequenza massima si ha nel rapporto CV6 e magazzino PVC".

RISPOSTA - Diciamo che dove ci sono degli essiccatoi, degli insaccatori, soprattutto perché c’è un problema che queste polveri siano in grado di penetrare nel polmone, non è detto che tutte le polveri di PVC abbiano tali dimensioni da poter penetrare nel polmone. La polvere quella che penetra che è in grado di dare una malattia dell’interstizio, cioè una fibrosi, è una frazione inferiore a 5 micron, ora, le polveri sono tanto più piccole, sono molto più piccole nella produzione di PVC in emulsione. Il PVC può essere prodotto in emulsione o in sospensione. La produzione in sospensione, le polveri in genere più grossolane in quella in emulsione sono più piccole, quindi sono in grado di penetrare e il CV6 produceva in emulsione, quindi sicuramente le polveri erano più piccole.

DOMANDA - Poi sempre per quanto attiene all’apparato respiratorio vedo una forte incidenza di bronchiti croniche, mediamente per il 20% del totale della popolazione esaminata.

RISPOSTA - Sì, qua siamo a Marghera e alcuni soggetti fumano, non mi sembrano una altissima percentuale.

DOMANDA - Leggo: "La bronchite cronica incide mediamente per il 20% del totale del popolazione e si accompagna ad alterazioni della funzionalità respiratoria, nei reparti particolarmente polverosi" e si richiama ancora una volta agli essiccatori ed agli insaccatori del CV6.

RISPOSTA - Sì, dove c’era la polvere, la polvere è un irritante respiratorio però ripeto non è dato eclatante, un 20 per cento.

DOMANDA - L’ultimo aspetto, per quanto riguarda invece l’apparato sempre respiratorio, gli esiti degli esami citologici dell’espettorato che vennero eseguiti dal professor Maltoni, che esiti diedero?

RISPOSTA - Il professor Maltoni aveva fatto, questa cosa sarà opportuna chiederla anche al professor Maltoni, comunque aveva modificato la classificazione classica quella... che è in 5 classi creando una classe intermedia fra la seconda e la terza, voglio ricordarla, la classe seconda è una classe, non dico di normalità, ma insomma molto diffusa in soggetti fumatori, in soggetti che abitano nei centri urbani inquinati. Il professor Maltoni aveva notato in indagini anche precedenti, lui mi pare che queste cose le avesse fatte proprio allo stabilimento di produzione di cloruro di vinile di Terni, aveva notato un lieve spostamento, cioè, aveva creato una classe che lui chiamava "seconda maggiorata". Cioè la classe seconda è caratterizzata da una metaplasia squamosa, lui invece in una serie di casi vedeva anche dei fatti displastici, delle distipie adenomatose e così via. Allora questo gruppo, che non è proprio una classe terza di sospetto, ma non è neppure una classe seconda, lui aveva fatto un gruppo a sé e per questi soggetti consigliava di ripetere poi nel tempo l’accertamento per vedere che tipo di evoluzione potessero avere. Di questi noi abbiamo trovato, adesso non ricordo bene le percentuali, però sicuramente nei reparti dove c’erano gli autoclavisti, dove c’era una maggiore esposizione le percentuali di questa classe seconda maggiorata erano superiori.

DOMANDA - Il professor Maltoni è già stato sentito qualche udienza fa, ne ha parlato e ha parlato addirittura di displasie che all’epoca..., per la verità quando dice "all’epoca" il professor Maltoni, lo riferisce ai primi esami citologi dell’espettorato fatti su Terni all’incirca ‘68 - ‘69 - ‘70, questi sono successivi e vengono fatti nel ‘75. Ha riferito che all’epoca c’era il forte sospetto che un quadro di displasia potesse comunque essere preditivo di un tumore. Quando avete fatto l’indagine Fulc era ancora un sospetto o lo stadio di displasia poteva già essere preditivo e se ne è tenuto conto per esempio nelle indicazioni su soggetti da spostare?

RISPOSTA - Nelle indicazioni sui soggetti da spostare certamente. Che questa non fosse una vera classe di tipo terzo, cioè di displasia chiara, era pure vero, però Maltoni quella volta suggerì e credo che avesse ragione, di considerare questo gruppo che aveva delle displasie iniziali come un gruppo a rischio cioè di far ripetere poi l’esame ciclicamente.

DOMANDA - Invece per le alterazioni epatiche che tipo di accertamenti vennero effettuati?

RISPOSTA - Furono fatti, appunto, gli accertamenti degli enzimi, le transaminasi, la Gamma GT, la fosfatasi alcalina e poi la bilirubinemia che è un’altra cosa, questi sono gli accertamenti che si decisero quella volta sulla base delle conoscenze che c’erano.

DOMANDA - E cioè?

RISPOSTA - Soprattutto le nostre conoscenze allora erano basate su un grosso lavoro di Popper del ‘74, non erano note tutte le cose che sono note oggi sul bersaglio che è prevalentemente l’endotelio perché si sapeva già l’angiosarcoma si conosceva, però oggi le conoscenze sono più approfondite, però già allora sulla base di questo lavoro, grosso lavoro di Popper, Popper parla di alterazioni che non sono ancora di fibrosi epatica, sono pre-fibrotiche, alterazioni dei sinusoidi, aveva una sofferenza che ci può essere a livello dell’epatocita dove c’è anche un’ipertrofia focale, per cui immaginammo, sulla base di questa, di questi dati che fosse importante fare anche gli enzimi epatici. Ed oltretutto poi c’erano, erano di fondamentale importanza sul piano preventivo, perché qualunque poi sia la causa di un’epatopatia di questo tipo l’esposizione ha cloruro di vinile, poteva peggiorare la situazione.

DOMANDA - Gli esiti di questi accertamenti in quanto alle percentuali, cioè, la popolazione visitata che risposta ha dato a questi accertamenti?

RISPOSTA - Beh, tenga presente che questo problema degli enzimi è un problema che ha molti fattori di confusione, soprattutto l’uso di alcool, di farmaci, o di altro per cui non è difficile che si possano ascrivere esclusivamente...

DOMANDA - Io vedo sempre sulla relazione finale un dato importante, innanzitutto questo: nel totale della casistica solo un quarto dei soggetti esaminati, presentava tutti gli esami di funzionalità epatica nei limiti della norma ed assenza di epatomegalia, il che significa che tre quarti della popolazione esaminata invece non aveva gli indici di funzionalità epatica nella norma e presentava epatomegalia?

RISPOSTA - Sì, ma non vuol dire...

DOMANDA - In base al rapporto...

RISPOSTA - Sì, ma non vuol dire che fossero tutti 3 quarti intossicati dal cloruro di vinile, era un dato molto elevato, un dato sicuramente allarmante, da considerare soprattutto nei casi in cui l’alterazione era la più importante, proprio per evitare di continuare l’esposizione, sulla base delle notizie che avevamo allora il cloruro di vinile era un potente epatotossico, si sa che lo è meno, però non vuol dire che tre quarti avessero un’epatopatia da cloruro di vinile.

DOMANDA - Queste domande le faccio, forse è bene che io faccia una premessa, un consulente Montedison, sentito credo ancora l’anno scorso, ha sostenuto che l’indagine Fulc, le metodiche dell’indagine Fulc, gli accertamenti fatti di laboratorio, e i danni ematochimici, comunque non potevano consentire una diagnosi di malattia professionale; a questo punto forse è utile di esaminare queste schede Fulc che sono state già viste solo parzialmente, parlo della scheda tipo, questo è il famoso questionario che è composto di una parte che credo di poter attribuire all’indagine Fulc nazionale, e poi, che va numerata da 1 a 32, e finisce con l’esame obiettivo; poi ci sono altre schede, e sono la scheda Fulc numero 3, si riferisce all’apparato respiratorio, la scheda numero 4 per i disturbi alle mani, e la scheda numero 5 per disturbi di carattere generale. Dopodiché si conclude con un foglio separato, in cui c’è la conclusione diagnostica e le indicazioni per l’azienda sull’idoneità del lavoratore a mantenere quella funzione oppure la necessità di essere spostato ad altro reparto. Vorrei che lei ripercorresse questa scheda e mi dicesse se sulla base di questa scheda, sulla base di questa anamnesi a questionario, è possibile o meno formulare una diagnosi di malattia professionale, cioè, se c’è la possibilità di fare anche una diagnosi differenziale, posto che si è sostenuto che non era assolutamente possibile farlo sulla base di elementi di cui disponevate.

RISPOSTA - Allora, io vedo qua, la scheda numero 1 è di fatto un questionario anamnestico che comprende soprattutto l’anamnesi lavorativa.

DOMANDA - Che veniva compilato da chi?

RISPOSTA - Dai medici che avevamo addestrato, da quei borsisti che avevamo fatto assumere con il finanziamento della Regione.

DOMANDA - Per esempio, la scheda numero 4...

RISPOSTA - Ero partito dalla 1. Parliamo dalla 4 se vuole.

DOMANDA - No, vada pure avanti.

RISPOSTA - Quindi la 1 è soprattutto l’anamnesi, l’anamnesi lavorativa dove aveva lavorato e per quanto tempo alla Montedison, ai reparti CVM, dove ha lavorato prima di andare in pensione, dove ha lavorato eventualmente dopo, perché poi in realtà c’era anche una quota di ex esposti, che abbiamo visto. Poi ci sono dei dati sul fumo, sul consumo di alcool sono molto analitici, sull’uso abituale di farmaci, sui ricoveri ospedalieri, e su un’anamnesi patologica remota su malattie che avesse avuto. La scheda numero 2 invece non è un questionario, è una scheda che riassume, perché poi li abbiamo computerizzati, tutti gli accertamenti di laboratorio e strumentali, infatti le varie parti sono radiogramma al torace, fotopletismografia, sugli esami poi epatici, transaminasi, bilirubinemia, gli esami della traviematica, il fumus dell’oppio cioè questo non è un questionario, è una scheda di rilevamento che poi veniva computerizzata.

DOMANDA - E` stato definito un questioniario da un consulente Montedison, non sono io che lo chiamo questioniario.

RISPOSTA - Questioniario significa si fanno delle domande, in realtà si scrivevano dei numeri, quindi la 2 non è un questioniario. La scheda numero 3 è un famoso standardizzato questioniario predisposto dalla CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, una ventina di anni fa, che è il questioniario per la diagnosi di bronchite cronica, diagnosi anamnestica e questo è un questionario standardizzato utilizzato in tutta la Comunità Europea che ha consentito confronti anche importanti tra i vari paesi e le diverse situazioni lavorative. Il questionario numero 4 invece è quello dei disturbi delle mani, questo si riferisce sia a problemi che potevano nascere con l’acrosteolisi, per il quale ne ho trovate solo due, acrosteolisi è questa alterazione tipica da cloruro di vinile, per cui si fissurano le ossa delle dite, si possono fissurare anche altre ma noi siccome noi l’indagine l’abbiamo fatta sulle mani, per cui sono quelle più frequentemente interessate, e poi il fenomeno di Raynaud, questa angiopatia tipica da cloruro di vinile che veniva, questa è la parte anamnestica, che era pure stata allestito sia dai nostri consulenti angiologi, ma in realtà poi tutte le valutazioni le facevamo sul testo del fotopletismografico non sulla mano. La scheda numero 4 è una serie di questioniari su disturbi generali che si fanno in queste indagini.

DOMANDA - Questi questioniari venivano consegnati in bianco agli operai che lo restituivano compilato o venivano compilati davanti alla presenza di un medico?

RISPOSTA - Non alla presenza, venivano compilati da un medico.

DOMANDA - Siccome su questo si era anche discusso.

RISPOSTA - Mah, nel senso che per esempio la scheda numero 2 che non è un questioniario, ma la raccolta dei dati strumentali, veniva compilata dopo, quando avevamo in mano i dati strumentali, quando avevamo in mano la radiografia del torace e tenevamo qui quello che si era trovato nella radiografia del torace.

DOMANDA - Qui davanti a me ho invece la scheda finale che è quella che veniva consegnata al singolo operaio e all’istituto di medicina del lavoro di Marghera, chiamiamolo così, e vedo...

RISPOSTA - Quella è una scheda da computer, no?

DOMANDA - Sì, ne ho presa una a caso, non c’è nessun riferimento al soggetto, era soltanto per vedere... Questa era la scheda conclusiva diagnostica che accompagnava il fascicolo personale di ciascuno?

RISPOSTA - Questo era il fascicolo personale di ciascuno, nel senso che siccome erano un numero enorme, noi le avevamo computerizzate e gli abbiamo dato le risposte in questa maniera, in maniera che non avesse da portare al suo medico una risposta con tutti gli esiti degli accertamenti e poi c’era una conclusione diagnostica in cui si diceva, se c’era qualche problema, se il problema era riferibile o no all’esposizione attuale e se c’erano dei provvedimenti di tipo preventivo da prendere, tipo lo spostamento di mansioni.

DOMANDA - Vedo in questa: conclusioni diagnostiche, radiografie del torace: pneumoconiosi da PVC, epatopatia cronica riferibile all’eposizione al cloruro di vinile, opportuno evitare l’esposizione a cloruro di vinile. Questa conclusione diagnostica è una diagnosi di malattia professionale?

RISPOSTA - Sì, questa sì.

DOMANDA - E` anche una diagnosi differenziale?

RISPOSTA - Non capisco cosa vuol dire. Allora diciamo, uno che fa il medico quando gli viene davanti un signore che ha problemi, un paziente, fa la seguente operazione, ma come tutti i medici credo, prima fa una, tenta di fare una diagnosi nosologica, che vuol dire prende, così, conoscenza di segni, sintomi, risultati di test, elaborazioni varie, e li infila in una classificazione generale delle malattie, ovviamente procedendo ad una pratica comparativa e quindi differenziale con altre malattie che presentano altri sintomi, altre caratteristiche, etc.. Quindi la diagnosi nosologica, diagnosi di malattia, sicuramente bisogna utilizzare una pratica comparativa e differenziale. Poi c’è una seconda fase, quella della diagnosi eziologica, non sono fasi assolutamente separate, ma diciamo... la diagnosi eziologica vuol dire quali sono i fattori eziologici, 1, 2, 3, 5, c’erano dei fattori non cause, etc., che hanno, che possono avere, che hanno o possono avere determinato quella malattia, qui il medico del lavoro è un pochino più avvantaggiato rispetto ad altri medici, perché ha una conoscenza particolare su un ambiente di lavoro, su rischi specifici, sul peso che hanno questi rischi nelle diverse mansioni, etc.. E quindi fa, anche qui fa una diagnosi differenziale, e anche qui fa una operazione comparativa.

DOMANDA - Le ho fatto questa domanda per il semplice fatto che in quest’aula si è sostenuto che l’indagine Fulc i medici del lavoro non possono porre diagnosi nel modo in cui sono state fatte, non avevano gli strumenti per fare una diagnosi di malattia professionale e men che meno una diagnosi differenziale. Mi premeva quindi approfondire questo argomento per smentire una...

 

Avvocato Baccaredda: Presidente, però si pone veramente la domanda al teste come se fosse un consulente tecnico, cioè gli si pone la valutazione critica di quello che hanno detto i consulenti della difesa.

 

Presidente: mi sembra che veramente si pone al teste una domanda sulla base di un accertamento che lui stesso ha fatto, o che comunque ha partecipato a fare, cioè, voglio dire, glielo si chieda proprio lui, mi pare che sia giusto perché dà una risposta come teste. Facciamola direttamente, lei come ha fatto, com’è arrivato a quelle conclusioni diagnostiche, conclusive, che sono qui nella scheda riportate, attraverso anche una analisi non solo della malattia ma anche un esame complessivo che andasse a individuare anche l’eziologia di quella malattia sì o no?

RISPOSTA - Certamente, quello che dicevo era, quando si parla di differenziale vuol dire si fa un’analisi comparativa riferita all’apparato di cui ci si occupa, con altre possibili malattie; quando si parla poi di eziologia si fa un’analisi di tutti i fattori di rischio che possono aver provocato quella malattia, se noi 30 anni fa, 25 anni fa, avessimo avuto la possibilità di fare anche - parliamo di fegato che è l’argomento più complesso - di sapere anche se questi soggetti avevano un’epatite C, o un’epatite B, sarebbe stato molto meglio, non eravamo in grado in quella fase non esistevano dei test adatti per fare questo, per cui abbiamo però tutti i fattori possibilmente confondendo il rispetto a una diagnosi di professionalità delle varie malattie, li abbiamo considerati, quindi abbiamo fatto quella che si chiama la diagnosi differenziale, che poi, insomma, io non credo che ci siano particolari caratterizzazioni, categorizzazioni di medici per cui uno sa fare una cosa, una ne sa fare un’altra, uno sa fare la diagnosi ratiale ed uno sa fare solo la diagnosi professionale. Evidentemente la cosa è integrata, queste sono categorie...

 

DOMANDA - Su questo aspetto qua vedo tra l’altro che all’indagine Fulc hanno collaborato specialisti per ogni tipo di patologia, per esempio mi consta che abbia partecipato per la pneumoconiosi?

RISPOSTA - Sì, certo.

DOMANDA - Lei è in grado di...

RISPOSTA - Dopo non lo so cosa sia stato detto in quest’aula, perché ovviamente non c’ero, però se è stato detto che in merito al lavoro a me, Pico della Mirandola, io sono assolutamente d’accordo, il medico del lavoro si deve occupare di tutti gli apparati che Dio ha creato, è chiaro che ha delle difficoltà, e quindi nelle diverse situazioni al di là delle sue competenze che poi sono specifiche e originali sulla valutazione dei fattori di rischio deve, e naturalmente lo fa, crearsi dei supporti, dei supporti con degli specalisti specifici. Cosa che noi abbiamo fatto per le situazioni più grosse, perché ricordo che appunto per le pneumoconiosi, per esempio, per quello che riguarda il polmone ci servimmo di quello che allora era il maggior rispetto nazionale sicuramente di radiologia del torace del professor Piazza dell’università di Padova per la parte fotopletismografia che è un argomento pure molto particolare che invece è un lavoro di tutti i giorni, lo abbiamo fatto in collaborazione con il servizio di angiologia dell’ospedale di Padova dove i nostri (inc.) hanno fatto un training per imparare bene a fare l’esame che poi ci fecero la consulenza il professor Signorini nelle varie considerazioni diagnostiche, per il fegato avevamo il professor Malcalato al quale ci siamo riferiti più volte per alcune diagnosi o alcune interpretazioni che non c’erano chiare.

DOMANDA - Una volta concluso il lavoro, l’indagine Fulc, la Montedison prese contatti, l’azienda prese contatti con l’istituto di medicina del lavoro per concertare interventi, per valutare anche le indicazioni che erano state date circa lo spostamento?

RISPOSTA - No, non avemmo contatti, un’altra volta abbiamo consegnato tutto il materiale al servizio medicina del lavoro, che mi risulti qualche telefonata, qualche segnalazione c’era, trattò questo problema, o comunque ne parlò con il servizio sanitario della Montedison, noi non abbiamo avuto rapporti.

DOMANDA - Ma seguirono assemblee, perché lei prima ha detto che dell’équipe faceva parte anche il professor Foà; il professor Foà ha riferito che conclusa l’indagine seguirono moltissime assemblee in collaborazione anche con l’azienda per intervenire sul piano della bonifica e, anche sul piano ovviamente del cambiamento dell’ambiente di lavoro, di migliorie dell’ambiente di lavoro. Lei ha partecipato o no a questi incontri in cui c’era anche il professor Foà?

RISPOSTA - No, il professor Foà evidentemente si riferisce a situazioni che lui ha gestito direttamente a Marghera, il professor Foà è venuto con noi a fare i vari sopralluoghi, a prendere in considerazione le varie situazioni e sempre a livello di studio di protocollo, però poi non ha partecipato lui personalmente, io ricordo le assemblee finali, quattro assemblee fatte in due giorni, 4 per riuscire a prendere tutti gli operai turnisti, riferimmo nel capannone, quello che è davanti alla Montedison, ingresso 2, 3, riferimmo i risultati in quelle assemblee.

DOMANDA - Allora, promossi dal sindacato o promossi dall’azienda?

RISPOSTA - Promossi dalla Fulc questi incontri, in cui riferivamo del risultato delle indagini.

DOMANDA - E il professor Foà non c’era?

RISPOSTA - No, perché a Marghera il professor Foà non aveva fatto l’indagine, a Marghera l’indagine l’aveva fatto l’istituto di medicina del lavoro, cioè noi. Comunque non c’era. Non vedo perché avrebbe dovuto esserci, non era lui che doveva riferire sui dati di Marghera, queste sono assemblee fatte con gli operai che avevano partecipato a questa indagine.

 

Pubblico Ministero: solo una precisazione su una domanda dell’avvocato Boscolo, quando si era accennato al protocollo nazionale proposto dal gruppo di lavoro, volevo chiedere soltanto una circostanza a proposito del dottor Bottasso che era stato indicato semplicemente come epidemiologo, ma solo per completare le competenze, volevo chiedere se risulta al professor Saia che fosse anche un biostatisco che lavorava presso l’istituto di tibiometria e statistica medica dell’università di Milano con il professor Macca Carro, tra l’altro che si trovava all’interno del centro tumori di Milano, questo per le competenze del dottor Bottasso.

RISPOSTA - Le ho detto credo che prima di andare a Bologna fosse stato con il professor Macca Carro a Milano, poi lui era responsabile, non so dove sia adesso.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

DOMANDA - L’indagine che avete svolto voi ha coinvolto una popolazione di 4713 lavoratori esposti CVM ritengo globalmente, e se non ho inteso male a ciascuno di questi lavoratori fu consegnata alla fine una scheda individuale, personale?

RISPOSTA - Io le parlavo di Marghera.

DOMANDA - Quindi ai lavoratori di Marghera esposti a CVM fu consegnata una scheda che riassumeva l’esito dei risultati, ritengo quindi ovvio che i lavoratori di Marghera esposti a CVM interessati queste indagini fossero a quel punto informati sui rischi e sui pericoli del CVM, è così? Perché durante le visite mediche immagino che in attesa di un’iniziativa di un’indagine di questo tipo, presupponeva l’informazione di coloro che erano interessati, è corretto?

RISPOSTA - Sì, le dirò di più, prima di cominciare furono pure fatti degli incontri, prima di iniziare l’indagine con gruppi di operai a seconda dei vari reparti, dove si spiegava il motivo dell’indagine.

DOMANDA - Quindi c’era una informazione diffusa a quel punto sugli scopi dell’indagine e sulle...?

RISPOSTA - Sugli scopi dell’indagine li avevamo espressi, certo.

DOMANDA - Spero che questa risposta rassicura una delle Parti Civili.

 

Pubblico Ministero: ma l’ha fatta il sindacato comunque l’informazione.

 

DOMANDA - Se fossero informati oppure no.

 

Pubblico Ministero: comunque l’informazione è da parte sindacale. Ha detto sì, non solo per il verbale stenotipico?

RISPOSTA - Sì, l’aveva data la Fulc quella informazione.

 

Presidente: grazie.

 

Pubblico Ministero: sentiamo il teste dottor Cancanelli. C’è solo una domanda su una questione che era emersa durante l’audizione del dottor Giudice su una documentazione medica nel periodo ‘87 - ‘91.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - CANCANELLI GERARDO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Lei è responsabile del servizio sanitario Enichem di Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Un’unica domanda volevo farle relativamente al fatto che durante l’audizione del dottor Giudice Salvatore nella scorsa udienza, si parlava di documentazione medica delle persone relativamente al periodo 1987 - 1991, che dalla Guardia di Finanza delegata dal Pubblico Ministero non è stata trovata, volevo chiedere se questa documentazione è stata richiesta anche a lei, se l’ha cercata e se lei l’ha trovata? Periodo ‘87 - ‘91.

RISPOSTA - Documentazione medica?

DOMANDA - Sì, delle persone. Documentazione medica che riguardasse le visite che venivano fatte periodicamente sulle persone e quindi l’esito con le comunicazioni.

RISPOSTA - Per documentazione intendiamo il fascicolo sanitario personale, è conservato presso il servizio sanitario, appunto per documentazione, si intende documenti stilati al termine della visita medica e trasmessi, io ricordo che la Guardia di Finanza è venuta nel servizio sanitario, proprio per acquisire questa documentazione, relativa a questo periodo in particolare, ma che non è stato rinvenuto nulla.

DOMANDA - Mentre da quando lei aveva iniziato la sua attività a Porto Marghera come responsabile del servizio sanitario, quando?

RISPOSTA - Gennaio ‘92.

DOMANDA - E prima fino al dicembre ‘91 chi era?

RISPOSTA - Il dottor Giudice.

DOMANDA - E la documentazione cassetta ‘91, questa documentazione lei non l’ha rinvenuta neanche successivamente?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - L’ha cercata anche presso gli archivi centrali o da altre parti?

RISPOSTA - Archivi centrali, presso i luoghi dove è custodita la documentazione... sì, anche io per quello che ho potuto mi sono attivato, ma in realtà non abbiamo trovato nulla.

 

Presidente: ulteriori domande? Grazie, può andare.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - CORO’ DINO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Giudice: prego Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Il signor Corò ha operato in diversi reparti del Petrolchimico di Porto Marghera, fin dal ‘56 per finire nel 1990. Le volevo chiedere, signor Corò, inizialmente se può riferire sinteticamente dove ha iniziato la propria attività lavorativa e in quali reparti e con quali funzioni e nel corso dell’audizione io le farò delle domande specifiche relativamente sia ai reparti sia ai periodi. Ecco, lei innanzitutto quando è stato, ha iniziato a lavorare presso lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera?

RISPOSTA - Dunque, io ho iniziato nel settembre del ‘56 e ho iniziato a lavorare nel gruppo cloro soda; siccome lì si doveva fare un corso anche per i diplomati, bisognava fare un corso di un anno come operai, prima di essere assunti definitivamente, io ho fatto sempre l’operaio in questi reparti che ho girato durante l’anno di addestramento e quindi ho cominciato con il cloro soda alla sala Cerni, poi ho fatto un periodo di un paio di mesi all’impiantino pilota della metil-etil-piridina che doveva ancora essere avviato quindi facevano ancora prove di laboratorio, e si avviava in qualche ora durante le giornate al giorno, a giorni alterni. Dopodiché...

DOMANDA - Ecco, qui siamo arrivati al...

RISPOSTA - Al ‘57.

DOMANDA - Poi lei dove è andato?

RISPOSTA - Poi sono stato trasferito al CV1.

DOMANDA - Era il primo contatto che lei aveva con il cloruro di vinile?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Con che mansioni?

RISPOSTA - Io facevo sempre l’operaio, cioè ero seguito dall’assistente di turno, perché poi io avrei dovuto fare quel mestiere lì, però la mia mansione in quel momento era quella di essere sempre affiancato da un operaio e facevo le mansioni che facevano gli operai.

DOMANDA - Lì quanto tempo è rimasto?

RISPOSTA - Al CV1 sono stato tre o quattro mese. Il CV1 era un impianto dove si produceva il cloruro di vinile con il vecchio sistema ancora di acetilene e di acido cloridrico. Addirittura al CV1 si faceva con i bruciatori, si produceva anche l’acido cloridrico da cloro e idrogeno.

DOMANDA - E veniva usato come catalizzatore che cosa, a base di cosa?

RISPOSTA - Era un convertitore a fasce a tubi verticali con il catalizzatore composto da carboni attivi e cloruro mercurico.

DOMANDA - Poi lei è stato trasferito al CV6?

RISPOSTA - Sì, dopo sono andato al CV6 e praticamente anche lì ho fatto circa tre mesi da operaio dove diciamo facevo, siccome al CV6 c’erano tre autoclavi di cui una produceva più cinemussione e le altre due producevano PVC in sospensione che veniva poi trasferita alla fine della polimerizzazione all’impianto CV3 che aveva anche l’essiccamento. E quindi in questo reparto c’era una di queste due autoclavi, l’autoclave 9 esattamente, che non era smaltata, era una di quelle vecchie autoclavi...

DOMANDA - Però scusi, adesso volevo un attimo ricordare quali erano i reparti, poi sui reparti singoli le rivolgerò alcune domande specifiche dopo. Anche su questa autoclave non smaltata e di...

RISPOSTA - Siccome facevo l’operaio volevo dire che io ho lavato, ho lavato le autoclavi per due mesi, perché questa autoclave qui bisogna lavarla una carica sì e una no, cioè ogni due polimerizzazioni doveva essere lavata.

DOMANDA - Va beh, poi su questo le farò delle domande specifiche. Poi lei dal CV6 è passato al CV3?

RISPOSTA - Sì, quando sono stato poi confermato in servizio, sono passato al CV3 a fare l’assistente turnista e lì sono rimasto fino all’ottobre del ‘60.

DOMANDA - E qui al CV3 è assistente turnista per la polimerizzazione in sospensione mi pare, no?

RISPOSTA - Esatto.

DOMANDA - Poi dopo il CV3 presso che reparto è stato a lavorare?

RISPOSTA - Sono stato trasferito al CV24 con il compito di fare l’assistente di giornata.

DOMANDA - Scusi, CV24 o 14?

RISPOSTA - Mi scusi, al CV14 con la mansione di assistente di giornata.

DOMANDA - Per che periodo?

RISPOSTA - Dalla fine del ‘60, mi pare che fosse ottobre e lì sono rimasto fino a quando sono andato via dopo, perché ho chiesto io nel ‘76 se era possibile un allontanamento, però dal ‘60 fino al ‘69 ho avuto la mansione di assistente di giornata, e dopodiché quando il capo reparto ha lasciato l’impianto, ho avuto la mansione di caporeparto, quindi da fine ‘69 a settembre ‘76.

DOMANDA - E` rimasto caporeparto al CV14?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Poi c’è stato anche il CV16 che mi sembra sia entrato in funzione dopo rispetto al CV14?

RISPOSTA - Quando io sono andato al CV14 alla fine del 1960, dopo poco è partito l’impianto CV16: 1 e 2; ma siccome al CV14 c’erano quattordici autoclavi e tre linee di essiccamento, le quali producevano poco più di una tonnellata ora ciascuna, si è reso necessario con l’avviamento nel CV16, siccome aveva soltanto autoclavi il CV16, di aumentare la potenzialità di essiccamento, altrimenti non si poteva essiccare quello che le autoclavi producevano. Quindi io ho seguito tutto l’ampliamento delle linee di essiccamento del CV14 che sono passate appunto da una tonnellata e mezza a una che potevano fare perché avevano un unico stadio di essiccamento, sono state impiegate fino a poter produrre 4 tonnellate, 5 tonnellate ad ora perché è stata scelta (inc.) in più oltre che aumentare la potenzialità delle tre linee che si chiamavano linea 4, 5 e 6, è stata costruita e montata una settima, cioè una quarta linea che si chiamava settima linea.

DOMANDA - Come linee di essiccamento?

RISPOSTA - Sì, in modo che tutta la potenzialità delle autoclavi del CV16 potesse essere poi essiccata al CV14.

DOMANDA - Quindi in pratica vuol dire la produzione è stata quadruplicata pur mantenendo la presente capacità...

RISPOSTA - Beh, perché era ovvio che al CV14 c’erano 14 autoclavi, al CV16 ce n’erano 20, però di queste 4 erano da 25 metri cubi anziché 15, sì, diciamo triplicata.

DOMANDA - Volevo chiedere sul CV14 lei ricorda le grandezze delle autoclavi come metri cubi?

RISPOSTA - Sì, erano tutte da 15 metri cubi a cinque pollici.

DOMANDA - A me risultano 10 da 15 metri cubi e 4 da 17.

RISPOSTA - No, quelle di 17 sono state montate dopo, quando si è cominciata la rismaltatura. Erano tutte da 15 fino al ‘75.

DOMANDA - Mentre il CV16 c’erano 16 autoclavi da 15 metri cubi e 4 autoclavi da 25 metri cubi?

RISPOSTA - Esatto da 25.

DOMANDA - Dopo il ‘76 lei che attività di lavoro ha svolto e fino a quando?

RISPOSTA - Allora dopo il ‘76 io sono stato, mi è stato chiesto, perché siccome c’era il discorso appunto del CVM, io avevo avuto anche problemi fisici, sono stato ricoverato a Padova, ho chiesto di essere allontanato possibilmente dall’impianto e mi è stato concesso di scegliere dove andare e dal momento che passava l’assistenza tecnica a Marghera, il dottor Trapasso... mi hanno chiesto se ero d’accordo per non perdere l’esperienza che avevo avuto nel polimero nel PVC, di continuare a farla seguendo l’assistenza tecnica dei clienti in Italia e all’estero. E quindi io sono passato in servizio presso il centro ricerche che seguiva anche nella branchia dell’assistenza tecnica ai clienti ed ai trasformatori.

DOMANDA - Ecco, quindi si può dire che praticamente dal settembre del ‘76 a quando è andato in pensione nel ‘90, lei non è più entrato nei reparti?

RISPOSTA - No, non sono più andato.

DOMANDA - Le volevo rivolgere alcune domande, alcune molto rapide sui primi reparti e un po’ più diffuse sull’ultima attività che lei aveva svolto all’interno del CV14 - CV16 e volevo partire appunto dal primo reparto, che anche lei ha trattato con il CVM, è il CV1. Diceva poco fa lei che venivano utilizzati questi catalizzatori a base di cloruro di mercurio?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere se vuole indicare al Tribunale le modalità con le quali veniva attuato il cambio del catalizzatore, che tipo di... come veniva fatta questa operazione? Le chiedo perché non sembri, visto che il reparto CV1 è stato chiuso nel ‘70, è un discorso che riguarda anche questo processo, perché poi queste modalità sono quelle che sono state utilizzate anche per il reparto CV10 che invece sappiamo ha avuto una più lunga vita. Ecco allora la domanda era: questo cambio del catalizzatore al CV1 come si svolgeva?

RISPOSTA - Il cambio del catalizzatore intanto veniva effettuato dal personale della manutenzione, non si faceva con il personale d’impianto; veniva formato il convertitore che come dicevo era un recipiente con un fascio verticale, venivano tolti i coperchi e si scaricava il carbone dal fondo. Sotto venivano messi dei fusti, c’era una certa quantità che cadeva giù da sola, altra invece quantità di carbone doveva essere spinta verso il fondo - e questo durava anche parecchio tempo - con delle punte da trapano, insomma con dei trapani ad aria, in maniera da liberare i tubi dal carbone che si era attaccato su. Allora logicamente questo comportava la caduta del carbone nei fusti anche a terra. Dopodiché veniva spostato...

DOMANDA - C’era il carbone con il cloruro di mercurio?

RISPOSTA - Eh, sì. I catalizzatori erano all’interno dei tubi. Dopo questa roba veniva raccolta, quello che cadeva a terra si raccoglieva con delle pale e veniva poi spostato dalla zona di lavoro, ma molte volte questo qui veniva fatto anche a distanza di tempo, non è che si facesse subito.

DOMANDA - Il cambio di questo catalizzatore presso questo impianto CV1, ogni quanti giorni avveniva, se si ricorda.

RISPOSTA - Non è che non mi ricordi, è che dipendeva dal carico dell’impianto, delle volte si facevano non so 25 - 30 giorni, delle volte si faceva un po’ più avanti, era un po’ legato a quanto carico aveva l’impianto; e cioè quanto tempo impiegava il catalizzatore ad esaurirsi.

DOMANDA - Volevo passare un attimo al CV10, non perché lei abbia lavorato al CV10, ma perché ha lavorato in zona limitrofa cioè al reparto CV14 e 16. E per questo la prima domanda che le volevo fare, riguardava l’ubicazione dell’impianto CV10 all’interno del Petrolchimico, rispetto ad esempio sia al CV14 - 16 ed anche rispetto al CV11 e per che motivo lei conosce nello specifico questa situazione?

RISPOSTA - Dunque, prendendo, adesso non so se avete visto mai una pianta, prendendo l’ingresso 1 dello stabilimento, la portineria, subito sulla destra c’era una strada, perché le strade si identificavano con lettere e numeri, non mi ricordo se fosse la strada 3, ad ogni modo era una la strada dove un in lato, diciamo dal lato nord c’era il CV10, più avanti il CV11, verso la portineria 3; mentre davanti nella strada... praticamente la strada aveva in un lato il CV10 e dal lato opposto il CV16. Il CV14 stava ancora, devo aver buttato giù un pezzo di piantina, ecco qua, praticamente diciamo che c’erano...

DOMANDA - Il CV10 e CV11 era una cosa sola, unica?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Attaccati?

RISPOSTA - Diciamo messi sul lato nord della strada, mentre il CV16 1 e 2 erano proprio di rimpetto dall’altro lato della strada, dalla parte ancora più in dentro verso sud c’erano i serbatoi della sospensione e c’era il CV14, al lato est c’erano i due gasometri e qui c’era una torre di... dell’acqua e la portineria stava proprio sul lato nord est.

DOMANDA - Le volevo chiedere se lei che lavorava al reparto CV14 - 16 ha avuto occasione di andare presso il reparto CV10 e per quale motivo.

RISPOSTA - Beh, andare al reparto CV10 capitava di rado, nel senso che se c’era qualche problema con il monomero, come qualità, ma proprio come reparto; però per passarci sotto e di fianco era una cosa quasi praticamente di tutti i giorni, perché noi avevamo le pompe che caricavano prima che venissero inserite le sfere, come circuito impressione del monomero, noi avevamo i serbatoi del CVM da caricare in autoclave che erano praticamente ancora un po’ più a nord rispetto al CV10, quindi dovevamo per forza per andare nei serbatoi, dovevamo transitare sotto i grigliati e di fianco al reparto CV10.

DOMANDA - Le facevo questa domanda preliminare perché lei, come dicevo prima, ha lavorato al reparto CV1 dove c’era il catalizzatore a base di cloruro di mercurio?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E le volevo chiedere se presso questo reparto CV10 lei ha avuto occasione di vedere le stesse operazioni di cambio di catalizzatore, stesse o diverse, se le ha viste. Al reparto CV10 adesso.

RISPOSTA - Sì, erano le stesse.

DOMANDA - Come veniva...

RISPOSTA - Si operava nella stessa identica maniera, cioè veniva sempre aperto il convertitore e veniva scaricato a terra il carbone; ripeto, c’erano dei tubi che si vuotavano tubi e il carbone cadeva, e ce n’erano altri in cui bisognava per forza estrarlo facendo pressione dall’alto verso il basso, e quindi la cosa durava... era la stessa identica cosa.

DOMANDA - Questi cumuli di polvere di carbone di cloruro mercurico rimanevano lì a terra, non so, quanto tempo venivano trasferiti, trasportati altrove?

RISPOSTA - C’erano delle volte in cui il grosso quantitativo si tirava via subito, anche perché poi non era l’agente della manutenzione che si preoccupava di asportare, l’agente faceva l’intervento poi si preoccupava di chiudere e di ripartire, poi venivano delle altre persone delle imprese che caricavano la roba sui camion e la portavano via. Ma la cosa poteva essere fatta anche dopo diversi giorni, non era una cosa che si faceva subito appena terminato il lavoro.

DOMANDA - Com’è che veniva effettuata materialmente questa operazione di movimentazione con gli automezzi di queste polveri, di questi cumuli di polvere?

RISPOSTA - I fusti venivano caricati su dei pianali in legno, cioè i fusti che erano già pieni che si erano riempiti con la caduta del carbone, venivano presi e caricati sui pianali in legno e poi con un carrello elevatore questi li caricava sui camion. La roba che rimaneva lì a terra con delle pale veniva rimessa su altri fusti e fatta la stessa cosa.

DOMANDA - Quindi i fusti venivano riempiti con i badili?

RISPOSTA - Sì, per quelli che non si erano riempiti da soli per la caduta del carbone, venivano riempiti con i badili.

DOMANDA - Per quanto riguarda il reparto CV6, le volevo chiedere lei accennava poco fa che aveva effettuato anche la pulizia manuale interna delle autoclavi adibite alla polimerizzazione e emulsione del CVM a PVC. Spieghi un attimo in sospensione come funzionava questa operazione?

RISPOSTA - Eravamo io e il mio collega che doveva fare anche lui lo stesso...

 

Presidente: ci dica anche in che anni siamo.

RISPOSTA - Nel ‘56 ero al CV6.

 

DOMANDA - Abbiamo detto che al reparto CV6 è meglio ripeterlo appunto, lavorato ‘56 fino al ‘58?

RISPOSTA - Sì, però quando si faceva questa operazione qua, mi scusi, devo correggermi, nel ‘57 questo; nell’estate del ‘57 io ero al CV6, come ho detto prima, perché i primi mesi li ho fatti, a settembre, i primi mesi li ho fatti al cloro soda e poi sono passato al laboratorio ricerche. Nell’estate del ‘57 facevo l’operatore al CV6 assieme ad un mio collega, e, appunto, perché anche giustamente per conto mio, capissimo cos’era il lavoro degli operai, facevamo le mansioni degli operai e quindi a turno, un giorno io e un giorno lui, dovevamo aiutare a pulire l’autoclave 9, che era l’autoclave che ripeto non era smaltata, era in acciaio. E quindi bisognava con dei raschietti in rame raschiare lo strato di polimero che si era formato sulla parete e dopo si dovevano tirar via i blocchi che erano sull’agitatore. Ma comunque rispetto alle altre autoclavi questa aveva la necessità di essere raschiata completamente sul cielo, sulle pareti e sul fondo dalla crosta che si formava di polimero.

DOMANDA - Il controllo sulla presenza del CVM eventuale all’interno di queste autoclavi, come veniva effettuato?

RISPOSTA - No, non veniva assolutamente effettuato fino al ‘75 quando è sorto il problema non si controllava mica, si cercava l’autoclave, cioè, l’autoclave veniva intercettata una volta terminato lo scarico, si intercettavano le tubazioni che collegavano o con il monomero o con il degasaggio o con l’acqua insomma venivano intercettate le tubazioni che collegavano l’autoclave e poi si toglievano i fusibili all’agitatore, si toglievano le cinghie, si riempiva l’autoclave d’acqua e si svuotava. Una volta vuota l’operaio entrava, perché si dava per scontato che, siccome non entrava assolutamente dentro niente, non era più in collegamento con nessun altro tubo, una volta riempito e l’autoclave è svuotata non c’era più niente, non si facevano...

DOMANDA - Presso il reparto CV6 si procedeva anche all’insacco di polveri PVC, in cosa consisteva questa operazione e da che cosa era determinata e chi vi provvedeva?

RISPOSTA - Il CV6 si insaccava con sacchi a bocca aperta, non c’erano i sacchi a valvola che avevamo al CV14 - 16, e all’inizio quando ero là io si facevano circa 15 - 16 sacchi l’ora, quindi roba alla poco, i sacchi da 25 chili, non so quanti siano, roba da 3 - 400 chili l’ora e l’operaio doveva mettere sulla bocca della macchina insaccatrice il sacco, fissarlo, poi attendere sulla bilancia che fosse arrivato al peso giusto, staccarlo, ripiegarlo e cucirlo con la cucitrice.

DOMANDA - Durante queste operazioni c’erano problemi di polverosità?

RISPOSTA - Eh, beh, sì.

DOMANDA - Cioè, che cosa vuol dire, che ricordo ha di questa operazione per quanto concerne la polverosità?

RISPOSTA - Brutto, perché al CV6 in modo particolare la polvere era come il talco, la gente... lì quando si andava al CV6 specialmente nella zona essiccamento, si era completamente bianchi, perché le particelle erano talmente sottili che sembrava talco.

DOMANDA - Durante le fasi della polimerizzazione in emulsione del CVM, volevo chiedere se si verificavano perdite del monomero, cosiddette fuoriuscite di schiume a seguito del trattamento trasferimento dell’emulsione nell’autoclave e dall’autoclave ad altre apparecchiature, se c’erano queste perdite e con quali frequenze?

RISPOSTA - No, non erano perdite signor Pubblico Ministero.

DOMANDA - Per carità, forse non sono un tecnico...

RISPOSTA - Sì, ho capito ma non erano perdite, era la procedura che prevedeva, cioè l’autoclave in emulsione doveva essere scaricata e il prodotto doveva essere prima filtrato su due filtri che erano a bocca aperta, proprio perché l’interruzione era continua in quanto c’erano parecchi grumi che si chiamavano lumps, e che bisognava diciamo separare prima di mettere in serbatoio questi filtri erano aperti e la cosa brutta è che erano anche dentro alla stessa sala autoclavi, quindi questa operazione veniva fatta all’interno della stessa sala sul grigliato e bisognava con un bastone si doveva intingerlo sull’alcool etilesilico per usarlo come antischiuma, dopo quando il filtro si intasava bisognava chiudere la valvola, che erano delle valvole sounders in gomma, proprio per avere la tenuta migliore, rispetto ai sassi che c’erano dentro e dopodiché si vuotava il filtro, si puliva, lo si rimetteva e si riprendeva lo scarico. Quindi la cosa più onerosa dell’autoclave in emulsione era proprio lo scarico che poteva durare anche tanto tempo.

DOMANDA - Per quanto riguarda ancora il reparto CV6 e peraltro anche in riferimento agli altri impianti dove lei ha lavorato, volevo chiedere in relazione alle rotture o ai cosiddetti sfondamenti delle guardie idrauliche, lei se ne ricorda e in pratica cosa succedeva.

RISPOSTA - Lo sfondamento dei dischi di rottura delle autoclavi?

DOMANDA - Sì, quelle che sono definite...

RISPOSTA - Sì, noi avevamo sulle autoclavi due valvole di sicurezza e due by-pass, perché nel caso che la valvola non funzionasse fosse insufficiente, avevamo due by-pass, uno per ogni valvola; e quindi capitava, o perché l’autoclave andava in pressione più del dovuto, o per altri motivi, o perché era stata caricata troppo per qualche errore, capitava che qualche valvola scattasse, si doveva... della guardia idraulica, cioè magari una cosa non di tutti i giorni ma comunque capitava qualche volta, questo gas veniva convogliato poi in un... c’era un collettore apposta sotto le autoclavi andava in un abbattitore di schiuma e dopodiché andava in torcia, nelle fiaccole che erano al di là del canale.

DOMANDA - Questi sfondamenti, queste rotture erano degli episodi che si verificano con frequenza?

RISPOSTA - Mah, direi di no, anzi, non doveva capitare, però succedeva, diciamo, qualche volta al mese capitava.

DOMANDA - Quindi solo qualche volta al mese?

RISPOSTA - Sì, sfondamenti sì.

DOMANDA - E poi cosa succedeva dopo questi sfondamenti, rotture delle guardie idrauliche, come si interveniva, mettendone delle altre?

RISPOSTA - Esatto.

DOMANDA - Uguali?

RISPOSTA - Sì. Si cambiava il disco e si cambiava anche la valvola, perché se la valvola è saltata dopo non c’è la possibilità di fare una carica, si montava una valvola di scorta, già revisionata, controllata dalla NSC, cioè una valvola tarata e si rimetteva al posto di quella smontata.

DOMANDA - Fino alla successiva rottura. Volevo passare un attimo al reparto CV14 e 16 dove lei ha prestato attività lavorativa dal ‘60 fino al settembre del ‘76; per quanto riguarda questo reparto le volevo chiedere in particolare quali problemi di questo tipo, disfunzioni lei ha rilevato nel corso del tempo, non so, tipo perdita delle valvole, pompe, compressori, vuole illustrare un attimo quali erano le operazioni critiche? Non so, ad esempio, le cito: perdite di valvole, pompe dai compressori, dalle... erano problemi che si verificavano?

RISPOSTA - Appunto, bisogna distinguere se erano incidenti o c’era una procedura normale, perché gli incidenti sì capitavano, capitavano quando si caricava l’autoclave e magari dopo un po’ di tempo che si era cominciato il carico, fischiava perché la guarnizione di tenuta del boccaporto era stata messa male o era mangiata come un... quindi capitava di dover fermare il carico e degasare l’autoclave perché il monomero usciva dal boccaporto, quello era un incidente che succedeva. Insomma capitava che durante la polimerizzazione improvvisamente una valvola perdesse e si notava subito...

DOMANDA - Certo, io le volevo chiedere soprattutto i problemi definiamoli di natura cronica, cioè, ripetuti normalmente nel tempo.

RISPOSTA - Bisogna distinguere, se lei parla di queste perdite qua...

DOMANDA - Io le chiedo di tutte e due. Parliamo adesso di quelle che si possono definire croniche, disfunzioni, problemi cronici, quali erano?

RISPOSTA - Più che disfunzioni...

DOMANDA - Li chiami come vuole lei.

RISPOSTA - Faceva parte delle procedure, i serbatoi della sospensione erano aperti, si scaricava con il serbatoio aperto. Quindi non è la disfunzione si caricavano 50 - 60 cariche al giorno e si scaricava sempre con il boccaporto aperto, per dirne una. Quindi quando si entrava per l’autoclave si doveva, una volta vuotata l’autoclave dell’acqua, si metteva dentro la manichetta del ventilatore dei pompieri e si ventilava con il ventilatore all’interno dell’autoclave, quindi quel po’ di gas che era sulle... tornava fuori. I compressori, per esempio, ad anello liquido sotto nella sala compressione perdevano sempre, lo si vedeva anche dal fatto che brinavano i tubi. Quelli non erano incidenti, era una procedura che ormai, perché il prodotto non era considerato un prodotto che... cioè, bisognava stare attenti soltanto che non bruciasse, che non si incendiasse, che non scoppiasse. Per cui il discorso bisogna che ci parliamo chiaro, non era considerato un prodotto che facesse male, quindi tutto l’impianto era fatto come se si dovesse trasferire dell’acqua mineralizzata, non c’era differenza, perché l’unico problema era che non prendesse fuoco, che non esplodesse, e mi pare che non sia mai successo niente. Almeno in quegli anni io non mi ricordo incidenti.

DOMANDA - Lei è stato parecchi anni in questo reparto CV14/16, le volevo chiedere, se è in grado di ricordarsi, soprattutto nel periodo degli anni ‘70, poi quando è stato assiso a caporeparto, come premessa, se è in grado di ricordare quella che era la produzione annua del PVC e quindi anche dei vari consumi del CVM, per venire a una serie di domande?

RISPOSTA - La produzione annua era molto legata ai prodotti che si facevano, perché c’erano prodotti che impiegavano 13 ore, 12 ore, 11 ore per polimerizzare, e c’erano prodotti che impiegavano soltanto sei ore e mezza, sette ore, considerando la polimerizzazione dal momento del carico del monomero fino al momento del degasaggio, poi c’erano i tempi supplementari e poi c’erano i tempi morti. Comunque questo era legato alla produzione mensile che si preparava già un 10 giorni prima del mese successivo e quindi in base ai prodotti che venivano richiesti si poteva pensare di arrivare ad un massimo di 340 tonnellate giorno e un minimo di 280, 270.

DOMANDA - 340 tonnellate al giorno di consumi di CVM?

RISPOSTA - No, io parlo di prodotto finito.

DOMANDA - Ed allora facendo questi calcoli e il discorso delle valutazioni e i calcoli che faceva lei come caporeparto, volevo fare una domanda specifica sulle perdite di CVM nell’ambiente al giorno, lei ha mai effettuato questo calcolo?

RISPOSTA - Ero obbligato a farlo ogni mese.

DOMANDA - Lo so, però le devo chiedere di fornire i dati anche al Tribunale, per questo le ho chiesto la produzione annua di PVC e poi il discorso, quella giornaliera, e in conclusione considerando questi dati che lei ha testé fornito le volevo chiedere se è in grado di dire al Tribunale che perdite di CVM nell’ambiente c’erano al giorno?

RISPOSTA - Allora, io dico questo, fissata la produzione che io dovevo fare il bilancio a fine mese, diciamo che sul quantitativo prodotto bisognava fare un consumo specifico di tutti i vari additivi che si usavano, il CVM quando andava bene era sui 105, ma 104 era già un lusso, quindi diciamo che ogni 100 chili di prodotto si consumava 104, 105, anche 107, dipendeva dai prodotti.

DOMANDA - Volevo che precisasse innanzitutto il periodo di cui stiamo parlando adesso. Siamo negli anni ‘70?

RISPOSTA - Sì, fino a quando sono andato via.

DOMANDA - Quindi fino a settembre ‘76?

RISPOSTA - Dopo, difatti l’ultimo anno era calato leggermente, perché si era cominciato a lavorare in un altro modo.

DOMANDA - Poi arriviamo ai tipi di PVC, che non sono un tipo solo con anche conseguenze di natura diversa. Quello che volevo chiedere è se si ricorda che perdite di CVM c’erano nell’ambiente al giorno?

RISPOSTA - Nell’ambiente?

DOMANDA - Sì, all’esterno, nell’aria?

RISPOSTA - Ripeto, non avevamo nessuno strumento perché il prodotto non era considerato un problema, l’unica cosa che dovevamo fare era quella di misurare il quantitativo di CVM quando si doveva intervenire con la manutenzione, cioè noi non ci si preoccupava mai di fare analisi, perché ripeto non era necessario farle, però quando si doveva intervenire con i meccanici, quando si doveva fare qualche saldatura, qualcosa, allora si chiamavano i pompieri di stabilimento e si facevano le analisi, c’era un assistente apposta, addetto alla manutenzione che aveva questo compito e noi quando si doveva decidere di fare i lavori moltissime volte abbiamo deciso di farlo per non perdere la giornata intera a tenere fuori l’apparecchio, perché sotto l’1,2, 1,4, 1,5 anche 1,6 non si riusciva ad andare, parlo di percentuali. 1 e 2 non eravamo quasi mai sotto l’1 %.

DOMANDA - Questo è un discorso produttivo. Utilizzando il dato che ha fornito lei poco fa, cioè parlando di una produzione giornaliera di circa 340 tonnellate, è corretto dire che nell’ambiente alla fine finivano, tenendo conto di queste perdite, 15 tonnellate al giorno di CVM, quando era lei caporeparto a quell’epoca lì?

RISPOSTA - Sì, andavano via 5 chili ogni 100, perciò su 300 di polimero ne andavano via, 3 per 5, 15, erano 15.

DOMANDA - 15 tonnellate?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Un conto è 15 chili e un conto è 15 tonnellate al giorno.

RISPOSTA - Per 100, no. Quindi se sono 100 tonnellate andavano via...

DOMANDA - Non dia per scontato, perché io per primo non sono a conoscenza di molti dati e va bene che molti dati vengano forniti. Quindi perdite al giorno di 15 tonnellate di CVM nell’ambiente sulla base dei calcoli che lei doveva fare come caporeparto e sulla base dei consumi della resa.

RISPOSTA - Sì, soprattutto sui consumi.

DOMANDA - Allora, venendo al discorso della resa, della polimerizzazione da CVM a PVC, le volevo chiedere di illustrare un attimo al Tribunale i diversi tipi di PVC, cioè esistono vari tipi di PVC e come vengono chiamati?

RISPOSTA - Dunque, i PVC che noi facevamo intanto...

DOMANDA - Cioè, non c’è un PVC solo intanto?

RISPOSTA - No, i PVC che noi facevamo erano divisi in due grosse famiglie; c’era l’omopolimero ed ecopolimero.

DOMANDA - Che cosa significa?

RISPOSTA - Adesso glielo spiego. L’omopolimero vuol dire che in autoclave al di là dell’acqua, che c’è sempre, al di là degli additivi, cioè catalizzatori, sospendenti e chi più ne ha più ne metta, bisognava mettere dentro un monomero, il monomero quando era solo cloruro di vinile si produceva omopolimero. Avevamo anche la possibilità di fare dei copolimeri, cioè si metteva dentro del cloruro di vinile monomero e dell’acetato di vinile monomero in percentuali diverse. Capitava che con i copolimeri noi avessimo tre prodotti, l’822, così chiamato, Sicron 82, che si usava soprattutto per i dischi ancora negli anni, quando il discorso si usava in altri impieghi un po’ particolari, poi c’era l’830, l’822 si arrivava a caricare 18% di acetato e il resto 82% sulla formula era cloruro di vinile, invece con l’830 si arrivava a caricarne 13 di acetato, cioè calava la quantità di acetato e aumentava quella di cloruro, poi avevamo un terzo polimero che era il 945, Sicron 945 che aveva soltanto 4 parti su 100 di acetato e 96 di cloruro. Questi erano i tre copolimeri, poi invece sugli omopolimeri avevamo le tre serie che si chiamavano 200, era la serie 200, che si faceva 230, 240, 248 che erano prodotti atossici e quindi si potevano usare anche per i prodotti alimentari, per esempio per coprire con i fogli estensibili i formaggi, la carne, oppure per fare i tubicini medicali, tutta la parte della serie 200, siccome si usavano dei sospendenti non erano considerati tossici, diciamo, si usavano nella sede 200 e aveva sempre 3 livelli di peso molecolare, il 230 è il prodotto a peso molecolare più basso, e vuol dire che la catena del polimero era più corta e si produceva a temperature più elevate in autoclave, proprio perché con la temperatura più elevata la reazione faceva sì che le catene si rompessero più spesso, poi avevamo la serie media, che era la serie del 240 che aveva il K64 e la serie del K70 che è la serie del 248.

DOMANDA - Lei come caporeparto aveva delle indicazioni relative ai valori di perdita del CVM, del PVC e c’erano delle indicazioni che venivano anche dai capitolati, lei si ricorda dell’esistenza di limiti, dei capitolati limiti massimo che dovevano essere sopportati per quanto riguarda la perdita in peso e quali erano poi le conseguenze quando questi limiti venivano superati?

RISPOSTA - Mi scusi, signor Pubblico Ministero, non ho capito bene la domanda.

DOMANDA - Un PVC che presenta dei valori di perdita?

RISPOSTA - Per perdita cosa intende.

DOMANDA - Di perdita in peso.

RISPOSTA - Perdita in peso, allora noi dovevamo fare una serie di analisi quando mettevamo in essiccamento la miscela, facevamo tutta una serie di analisi, il peso molecolare la contaminazione e la capacità di assorbire plastificanti, quindi non avere dei rinfusi sul prodotto finito e tra le varie cose c’era la perdita in peso e l’umidità, come acqua. Si faceva con l’analisi della Fischer, noi avevamo due valori, quello dell’acqua e quello della perdita in peso al riscaldamento.

DOMANDA - Quello che volevo chiedere, tornando alla domanda che abbiamo precisato in questo senso, quando un PVC presentava questi valori di perdita del peso superiori al limite massimo di capitolato dello 0,5%, che conseguenze c’erano praticamente per gli addetti all’insacco?

RISPOSTA - Non era 0,5%, dipendeva dai prodotti, per esempio sul 548 era 0,3, mentre l’umidità che si faceva in stufa, come previsto a 105 gradi, quello era sempre 0,2%, doveva essere 0,20, la perdita del riscaldamento invece aumentava a seconda, come dicevo prima, della serie i che si produceva, perché c’erano dei prodotti che avevano una struttura molto più... a cellule più aperte che quindi il monomero usciva dal polimero durante la fase di essiccamento. C’erano invece degli altri prodotti che erano molto più sferici, meno porosi, per cui il monomero restava all’interno del polimero e allora la perdita di riscaldamento standard era permessa più elevata, per esempio andavamo fino ad un massimo dell’1,5%.

DOMANDA - Per il Sicron 822 anche dell’1,8...

RISPOSTA - Parlavo di copolimeri, per esempio per il 530 era 1,5, però in questo caso il limite si doveva integrare da 0,5 in poi. Cosa succedeva? Che l’operaio addetto alla miscela doveva aggiungere al peso del sacco, quando il sacco era in bilancia non faceva i 25 chili giusti, ma metteva i 25 chili più la differenza che era tra la perdita di riscaldamento trovata e lo standard considerato limite che era di 0,5, cioè per esempio, se la perdita limite era 1,5 lui doveva integrare 1,5 meno 0,5 doveva mettere 250 grammi di polimero in aggiunta su ogni sacco.

DOMANDA - Questo lo faceva come? A mano?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Ci può riferire quali erano le caratteristiche impiantistiche delle linee di insacco delle polveri di PVC sempre presso reparti CV14 e 16?

RISPOSTA - Caratteristiche impiantistiche in che senso?

DOMANDA - Linee di insacco, quante erano queste linee di insacco delle polveri PVC?

RISPOSTA - Le linee di insaccamento erano 4, così come erano 4 le linee di essiccamento, cioè ogni linea di essiccamento aveva la sua bilancia e la sua capacità di insaccare, su ogni linea c’erano due insaccatrici meno la quarta, la quarta linea che era quella che viaggiava più piano ne aveva una, le altre avevano due insaccatrici ciascuna, dopodiché quelle modifiche che abbiamo fatto, abbiamo montato l’insaccatrice automatica.

DOMANDA - Questo si ricorda quando è successo?

RISPOSTA - L’insaccatrice automatica?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Negli anni ‘64, ‘65, adesso non ricordo esattamente l’anno, comunque sicuramente a metà tra gli anni ‘60 e ‘70. E c’erano delle insaccatrici dove l’operaio stava seduto, come su una sedia di un trattore, aveva due bocche di insacco e impiegava, metteva il sacco in una bocca e questo lo chiudeva con una leva, bloccava il sacco, avviava il pulsante, si riempiva, intanto buttava su il sacco dall’altra parte, quando il sacco era pronto doveva sfilarlo, perché c’era un seggiolino con una molla che si piegava e chiudeva la valvola a mano del sacco e lo scaricava nel nastro che poi lo portava alla pedana che lo metteva su impilato, diciamo che queste insaccatrice hanno permesso che la gente non avesse più mal di schiena, perché prima doveva prendere il sacco a mano e portarlo sopra.

DOMANDA - E questa operazione è durata fino a quando lei se ne è andato?

RISPOSTA - Sì, dopo avevamo aumentato la quantità che andava trasferita al magazzino con gli autosilos, quindi la parte che si insaccava era molto ridotta, si insaccava praticamente quasi solo in quarta linea, perché dopo molta roba andava o al CV5-15 per via pneumatica, perché si trasferiva sfusa, oppure andava al magazzino con l’autosilos e poi l’insacco veniva fatto al magazzino.

DOMANDA - Queste operazione di insacco determinavano polverosità nell’ambiente di lavoro?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Questo fino a quando lei è rimasto lì, cioè fino al ‘76?

RISPOSTA - Sì, più che l’insacco vero e proprio non era in quanto la polvere, sì, faceva polvere anche l’insacco, ma la grande quantità di polvere lì proveniva dallo scarto dei vagli, dei setacci, siccome si doveva setacciare con delle reti a 60 mash, che sono 250 micron di luce netta della maglia, capitava che se la resina era più o meno elettrizzata, perché risentiva molto e del carico della linea ed anche del tempo, delle condizioni atmosferiche, tanto è vero che noi dopo avevamo messo su dei rottametri con degli spruzzatori ad acqua per umidificare leggermente la resina prima che andasse nei vagli, in quanto che più la resina era secca, come lei sa benissimo quando si strofina qualcosa, questa qui tende a rapprendersi ed ostruiva completamente le maglie dei setacci, questo qui portava, noi avevamo dei setacci a 4 reti, a questo elementi, e quando la rete era piena il prodotto che entrava nel setaccio, invece di andare sotto, anche se era di dimensione che passava per la rete veniva scaricato nella parte del sopra velo, quindi bisognava smontare i vagli, pulirli, ma il prodotto che cadeva giù dall’alto, perché i setacci erano all’altezza di questo soffitto qui e dovevano arrivare fino al livello del fusto, questo qui cadendo, questa colonna che veniva giù dal tubo faceva un polverone boia.

DOMANDA - Cos’è questo sopra velo di cui ha parlato?

RISPOSTA - Era la parte che rimaneva sopra la superficie del setaccio che invece di andare sotto al buco della rete veniva scaricato da fuori.

DOMANDA - Poi che cosa succedeva di questo sopra velo, si può dire prodotto di scarto, era?

RISPOSTA - Molte volte era prodotto ottimo, soltanto che il vaglio non riusciva a farlo passare, quindi dopo bisognava recuperarlo.

DOMANDA - Come veniva recuperato?

RISPOSTA - Consideriamo solo l’ultima parte, perché inizialmente si recuperava addirittura a mano, portando su per il montacarichi, ma consideriamo da quando è stato fatto l’impiantino, noi abbiamo costruito un impiantino adiacente alla settima linea, cioè un impiantino di recupero dove avevamo messo su un vaglio, un apparecchio che aspirava, diciamo che c’era un filtro con una tramoggetta ad altezza d’uomo, un po’ più alta, e l’operaio metteva dentro i fusti in questa tramoggetta, attaccando il ventilatore in aspirazione il prodotto veniva preso, messo su su un ciclone e poi veniva rivagliato logicamente, in questo caso si rivagliava lentamente, se serviva lo si umidificava e questo prodotto poteva andare poi in un serbatoio dove veniva diluito con dell’acqua demineralizzata e rinviato poi mescolandolo un po’ per parte negli altri serbatoi, oppure si poteva direttamente insaccarlo, se era il caso, o rimetterlo anche nei fusti, perché molte non si poteva recuperare e si doveva tenere lì, accantonarlo fino a quando capitava di fare lo stesso tipo di prodotto, perché non si metteva molte volte nei sacchi per non rompere i sacchi per niente, si metteva in fusti, si chiudeva e si accantonava in attesa della nuova produzione.

DOMANDA - Queste polveri di PVC che erano fuori dei parametri, fuori della norma, venivano risetacciate e inserite in fusti aperti poi, e venivano reimmesse in produzione?

RISPOSTA - Non erano fuori della norma, erano particelle sottili che non passavano proprio, perché il vaglio aveva problemi a setacciarle, moltissime volte il prodotto era identico a quello che si doveva produrre, solo che il vaglio non riusciva per vari motivi a setacciarlo, o perché si caricava elettrostaticamente, o per altre cose, quindi era un polverino sottile, perfetto, non era roba grossa, di grosse dimensioni, che doveva essere a scarto, era prodotto normale che bisognava però rilavorare.

DOMANDA - Come veniva rilavorato questo lavoro, questo prodotto e con che frequenza, sempre mi riferisco al periodo finale della sua attività presso il reparto CV14-16? C’è una macchina particolare che provvedeva a questa...

RISPOSTA - Alla risetacciatura?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - No, l’operaio che stava alla linea di insaccamento aveva il compito man mano che il fusto si riempiva di spostarlo, e metterlo sotto là vuoto, poi i fusti venivano accantonati e quando in orario giornaliero venivano due operai che facevano orario di giornata li prendevano su con il carrello e lo portavano al magazzino e a mano rovesciavano questi fusti su questa tramoggetta e li portavano piano piano al recupero, all’impianto diluendolo con prodotto normale. Era tutto un lavoro che si faceva manualmente.

DOMANDA - Questo lavoro si faceva fuori del reparto?

RISPOSTA - Sì, si faceva in magazzino che era adiacente alla settima linea.

DOMANDA - E quindi lì non c’era nessun controllo, controllo ambientale, nessun sistema di recupero polveri etc.?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Anche questo magazzino presentava problemi di polverosità?

RISPOSTA - Sì, tanto è vero che la gente che lavorava lì, anche perché, ripeto, uno, per dire, l’idea, uno recuperava, faccia conto lei, non so, 10 - 15 fusti ora, risetacciavano anche 120 fusti in un giorno questa gente qui, normalmente io li facevo andare sempre in permesso, siccome per mandare la gente via prima del tempo bisognava fare un permesso particolare, bisognava farlo ogni giorno, ogni volta, questa gente faceva sempre questo lavoro e io gli avevo fatto un permesso che si rinnovava di mese in mese in maniera che i guardiani non creassero problemi quando andavano in portineria a fare la doccia, perché erano sempre bianchi.

DOMANDA - Cioè che tipo di permesso era questo qua?

RISPOSTA - Si scriveva autorizzo il signor tal dei tali ad usufruire della doccia a 20 minuti, mezz’ora, siccome smettevano alle cinque... e dopo hanno cambiato gli orari di fabbrica, questi qui se no quando andavano lì trovavano le docce sempre occupate, erano bianchi dalla testa ai piedi e avevano un permesso, d’accordo anche con i miei superiori di dargli un permesso in modo che andassero 20 minuti prima a pulirsi, a lavarsi.

DOMANDA - Perché erano bianchi di questa polvere di PVC?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere ancora sulle modalità e sulle condizioni di lavoro, sugli strumenti poi che utilizzavano gli operai che effettuavano le operazioni di pulizia manuale degli essiccatoi del polimero PVC. Intanto se erano frequenti, continui, discontinui...

RISPOSTA - L’essiccatore si puliva o quando si cambiava produzione, perché per passare da un prodotto all’altro, per non inquinare il prodotto, perché non è detto che l’essiccatore si adottasse regolarmente, rimanevano delle nicchie, rimanevano dei punti morti e allora quando si cambiava produzione, bisognava pulire l’essiccatore, oppure si doveva intervenire quando capitava che si trovava il prodotto che continuava a essere contaminato per più ore e non si riusciva a farlo entrare in standard, allora evidentemente c’era qualcosa, o dai radiatori si erano staccate delle croste, si entrava nella canale in un primo tempo e si andava a controllare la canale dei radiatori, e se si vedeva che c’era bisogno di entrare bisognava per forza fermare la linea e pulire l’essiccatore, questo comportava l’ingresso nell’essiccatore, prima si vuotava con l’aria senza continuare ad alimentarlo, si vuotava la quantità massima possibile, quando non usciva più prodotto, e lo si vedeva dall’insaccatrice, si apriva l’essiccatore, si controllava con la lampada, si vedeva e si entrava, si metteva l’essiccatore girato in maniera tale che il buco di scarico fosse nella parte più bassa, si entrava con delle pale, si scaricava con la pala la quantità di polimero che era rimasta verso il fondo e dopodiché si entrava con la lancia, come quella che hanno i pompieri e si lavava il tutto con l’acqua.

DOMANDA - Per avere un’idea, le volevo chiedere, questo essiccatore quanto era grande?

RISPOSTA - Sarà stato, non so adesso, così, 15 metri di lunghezza, sarà stato una quindicina di metri, come da qua al muro, 15, 18 metri, e, non so aveva un diametro di 3 metri.

DOMANDA - E com’è che entravano gli operai dentro questo essiccatore e quante volte entravano?

RISPOSTA - Ripeto, delle volte si entrava una volta ogni 15 giorni, delle volte se capitava che c’erano dei problemi, diciamo che mediamente su ogni linea si entrava due volte al mese.

DOMANDA - Questo fino al ‘76?

RISPOSTA - Sì, io parlo sempre fino a quando sono rimasto là io. Lei dice... In che senso come si entrava? Cioè con quali precauzioni?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - C’era una canara, c’era una batteria di radiatori e poi una canara di collegamento e poi c’era l’essiccatore vero e proprio, sulla canara di collegamento c’era un portellone e si aprivano i galletti del portellone e si entrava, l’operaio che entrava indossava il corpetto e con la corda uno dall’esterno lo teneva.

DOMANDA - Questo essiccatore, che però operava a una certa condizione, in certe situazioni di calore, veniva aperto ed entravano gli operai all’interno quando la temperatura raggiungeva che livello, quando era freddo, o ancora quando...?

RISPOSTA - Quando era freddo, cosa vuole, specialmente in estate, avevamo in impianto 35 gradi, quindi l’essiccatore aveva marciato fino a quel momento, si aspettava, la temperatura era quella, temperatura ambiente, 30 gradi, 35, perché poi era molto grosso l’essiccatore, quindi non si poteva aspettare che si raffreddasse, insomma si raffreddava, si metteva in marcia l’aria più possibile tenendo chiuso il vapore in maniera che l’aria entrando dall’esterno raffreddasse, ma come dico, più di tanto, calcoliamo che si entrava sui 30 gradi, ecco, non lo so.

DOMANDA - Oltre alle polveri di PVC all’interno di questi essiccatori c’erano altre sostanze tossiche?

RISPOSTA - C’era il PVC che era rimasto sul fondo dell’essiccatore.

DOMANDA - C’era anche del monomero residuo?

RISPOSTA - Se il PVC conteneva l’1% di monomero, c’era il monomero, il monomero che era contenuto nel PVC, questo è pacifico. Cioè il monomero residuo che trovavamo nel PVC.

DOMANDA - Cos’è il flash dryer?

RISPOSTA - Quando abbiamo modificato le linee, prima il prodotto usciva dalla centrifuga, il prodotto veniva pescato dai serbatoi e veniva centrifugato, dalla centrifuga il prodotto scendeva direttamente nell’essiccatore e l’essicatore rotante lo faceva avanzare, siccome era investito in equicorrente con dell’aria calda, veniva portato fino alla fine della corsa e veniva essiccato, però, come dicevo prima, questo comportava una produzione abbastanza limitata in questo modo qua, ed allora noi abbiamo fatto una modifica, appunto, quando è partito il CV16 altrimenti non si sarebbe potuto essiccare, ed è stato inserito questo flash dryer, che non è altro che un tubo abbastanza lungo che correva a livello terra e prendeva il polimero che cadeva dalle centrifughe, in questo caso allora entrava in questo tubo orizzontale, che poi saliva in verticale ed entrava nei cicloni e faceva un percorso, diciamo come vedere i pop-corn, veniva portato via dall’aria, uscendo dalle centrifughe veniva buttato via dall’aria e portato in questi cicloni, dal ciclone veniva scaricato nell’essiccatore, ecco a questo punto allora...

DOMANDA - Che dimensioni aveva questa tubazione?

RISPOSTA - La tubazione quanto potesse essere lunga, perché faceva un certo giro, diciamo che sarà stata lunga, il tratto orizzontale che era a livello di terra era molto più lungo dell’essiccatore, quindi diciamo un 25 metri.

DOMANDA - Di diametro?

RISPOSTA - Il diametro era da 900.

DOMANDA - 900 cosa?

RISPOSTA - Centimetri.

DOMANDA - 90 o 100, circa un metro?

RISPOSTA - Un po’ meno di un metro. La settima linea, che era l’ultima, l’abbiamo fatta di un metro.

DOMANDA - Queste tubazioni c’erano nelle 4 linee degli impianti? RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Come veniva effettuata la pulizia di questo flash dryer, di questa tubazione orizzontale?

RISPOSTA - Questa pulizia qua si doveva fare con la sola aria, cioè tirando aria senza alimentare il prodotto dalle centrifughe questo tubo si doveva pulire, perché si tirava via circa 36.000, 40.000 metri cubi d’aria ora, quindi il ventilatore era molto grosso, però capitava che, o perché si erano fermati dei pacchi umidi, dei grumi, o perché si incollava un po’ dopo alla parete, bisognava spesso entrare ed allora erano stati fatti dei portelli sul tratto orizzontale, perché quello che si fermava si trovava lì, nel tratto basso, e si doveva entrare nel portello e smuoverlo anche dall’esterno se era possibile si smuoveva in maniera che dopo richiudendolo l’aria la portava via.

DOMANDA - Spesso, cosa voleva dire che dovevano entrare in questo tubo spesso? Di frequente?

RISPOSTA - Quando si puliva l’essiccatore, circa 2 volte al mese, per ogni linea si doveva fare l’operazione, se capitava che si intasava per altri motivi, si vedeva che cadeva la portata dell’aria bisognava aprire e andare a vedere e, ripeto, se andava bene si poteva fare dall’esterno smuovendolo un po’ alla volta, però se capitava che i grumi erano tra un boccaporto e l’altro, logicamente non ci si arrivava là e bisognava che uno entrasse e andasse a smuovere e pulisse un po’.

DOMANDA - Chi entrava in questo tubo com’è che smuoveva, com’è che puliva? Aveva degli strumenti? Come faceva?

RISPOSTA - Aveva una specie di ferro, tipo una zappa, uno lo teneva con un corpetto, con la corda dall’esterno, questo entrava smuoveva fin dove arrivava, poi ritornava fuori, usciva e questo riattaccava di nuovo l’aria, cioè, si faceva due o tre volte questa operazione fino a quando si vedeva che mettendo le lampade e guardando dentro che il tubo era stato...

DOMANDA - Rientrava attraverso questi sportelli come una talpa dentro il tubo?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Sempre per quanto riguarda il periodo in cui era caporeparto, soprattutto per il periodo fino al ‘76 su qualcosa sui filtri dell’aria, se vuole intanto dire che cosa sono questi filtri e come venivano puliti?

RISPOSTA - I filtri dell’aria sono dei filtri che stanno sopra al terrazzo nella parte più alta dell’impianto, almeno da noi era così, era sulla parte alta, hanno una serranda, sono alti abbastanza, non so circa 2 metri e mezzo come altezza di questa griglia, c’è una griglia come la tapparella che è quella che abbiamo in casa, che si muove a tempi fissi, non so fa 20 centimetri ogni 10 minuti, va ad intermittenza, in maniera di presentare sempre all’aria che passa attraverso questa tapparella una superficie bagnata d’olio, perché questi filtri la tapparella ha alla base una vaschetta piena d’olio e girando, viene praticamente... la serranda metallica viene bagnata da quest’olio e dopodiché l’aria che passa appoggia le particelle, vengono trattenute, le particelle contenute nell’aria perché c’era la polvere di stabilimento, di tutto, e veniva appiccicata e quindi piano piano queste qua quando dopo rifaceva il giro, depositava nuovamente questa roba sull’olio.

DOMANDA - Parlare di una vaschetta, tanto per dare un’idea di quanto era grande questa vaschetta?

RISPOSTA - Beh, la vaschetta era grande, diciamo era larga come il filtro, e quindi circa...

DOMANDA - Quanto olio conteneva?

RISPOSTA - Conteneva circa 250 litri, perché ci volevano due fusti.

DOMANDA - Quindi relativamente una vaschetta?

RISPOSTA - Sì. Filtra dall’alto e era largo anche... Sì, diciamo che la capacità della vaschetta era di 250 litri, adesso non so, 250 - 300, non ho adesso...

DOMANDA - Allora, come si verificavano queste operazioni di pulizia e quanto duravano quando succedeva la pulizia manuale dei filtri dell’aria?

RISPOSTA - All’interno di questo filtro, perché c’era la tapparella che presentava la superficie bagnata d’olio all’aria poi all’interno avevamo dei pannelli in (diledò) che dovevano servire per trattenere eventualmente le goccioline d’olio che fossero state portate dentro. Quindi avevamo la doppia filtrazione. Succedeva che se per caso c’erano dei periodi in cui l’aria esterna era molto polverosa e il filtro si intasava, perché era solo questione di tempo, ma che fosse ogni tre mesi, ogni due mesi, ogni tanto bisognava pulirlo, poi capitava spesso anche in inverno, perché con la neve, quando faceva brutto tempo si intasava si incrostava il filtro, insomma succedeva di dover intervenire, bisognava fermare il filtro, fermare la linea di essiccamento, c’era un boccaporto basso, un boccaporto circolare all’altezza del terrazzo e quindi si apriva questo boccaporto, ce n’era un altro sopra a questo, si apriva anche quello là, e l’operaio entrava, anche qui entrava sempre controllato da uno che stava all’esterno, smontava i pannelli in (diledò) comunque c’era la proceduta già stampigliata siccome era una cosa che si faceva con una certa frequenza, che era avvenuta in aria c’era un foglio già pronto in maniera che l’operaio doveva fare solo le crocette man mano che procedeva, era scritto tutto quello che si doveva fare. Questo smontava i pannelli e dopodiché dall’esterno lui usciva, dall’esterno si vuotava la vasca dell’olio, si liberava tutto l’olio della vaschetta, si metteva dentro della trielina e con delle spazzole, facendo girare il filtro questa volta in continuo...

DOMANDA - A mano?

RISPOSTA - Sì, a mano altrimenti si bruciava anche il motore, si girava... veniva fatto con un aggeggio per cui si poteva farlo girare in continuo e man mano che il filtro girava sulla vaschetta della trielina, lasciava giù la morchia, il fango e l’olio e con delle spazzole si puliva. Questa operazione durava altri due giorni fra la messa fuori servizio e il vento durava due giorni e dopodiché si ruotava la trielina un paio di volte, fino a che fosse stata limpida, pulita per ultimo, l’operaio entrava nuovamente, una volta portata per l’ultima volta la trielina, puliva le pareti del filtro con degli stracci, asciugava bene il tutto e rimetteva i pannelli nuovi...

DOMANDA - Degli stracci con la trielina?

RISPOSTA - Beh, se c’era dell’olio attaccato doveva per forza usare un solvente, dopodiché si chiudeva il tutto e si ripartiva.

DOMANDA - Quanti filtri dell’aria che venivano puliti manualmente in questa maniera c’erano nel ‘76 installati al reparto CV14 - 16?

RISPOSTA - Ce n’erano due per linea, ce n’era uno grosso che era quello del primo stadio che erano appunti che filtrava 36 - 40.000 metri cubi d’aria e c’era quell’altro dell’essiccatore che viaggiava con quantità non... non so 7.000, 8.000, 9.000 metri cubi ora, quindi erano 2 per 4, erano 8 filtri.

DOMANDA - Quindi 8 filtri e ognuno di questi filtri doveva essere pulito normalmente almeno un paio di volte al mese?

RISPOSTA - No, ognuno no. Diciamo che si pulivano tre o quattro filtri al mese.

DOMANDA - Tre o quattro filtri al mese?

RISPOSTA - Dipendeva dal periodo, dipendeva dalla stagione, dipendeva da tante cose. Non era una cosa fissa.

DOMANDA - Noi abbiamo parlato fino adesso di queste pulizie manuali all’interno degli essiccatori dei flash dryer dei filtri dell’aria, delle autoclavi di polimerizzazione, e volevo chiedere se gli operai entravano anche in altre apparecchiature per effettuare la pulizia interna di queste apparecchiature manualmente, se c’erano altri apparecchi, se li ricorda?

RISPOSTA - Sto facendo mente locale, c’erano le autoclavi che si pulivano continuamente tutti i giorni, c’erano i filtri dell’aria così che erano saltuari, c’erano i serbatoi della sospensione, anche lì erano interventi quando si faceva la manutenzione preventiva, cioè diciamo che si faceva una volta all’anno anno, ogni 16 mesi. Quindi i serbatoi erano accesi, sì, calcoliamo...

DOMANDA - Quanti erano appunto i serbatoi?

RISPOSTA - Erano 16, ogni linea aveva a disposizione 4 serbatoi.

DOMANDA - Serbatoi della torbida questi, dell’aria?

RISPOSTA - Sì, che erano regolati dal 201/1 al 201/16, cioè erano 16 serbatoi che comportavano un intervento... non so, ogni volta che si faceva la manutenzione insomma, con l’officina. Quindi siccome mi pare che non fosse annuale, credo che fosse ogni 18 mesi, calcoli lei insomma che grosso modo uno al mese se ne faceva.

DOMANDA - Poi c’erano anche i serbatoi di stoccaggio del CVM grezzo?

RISPOSTA - Sì, esatto. Poi c’erano due serbatoi del CVM di recupero, e poi... ma questo è stato fatto molto molto poco c’erano i gasometri. Abbiamo fatto, nel tempo in cui sono stato io, in quegli anni là, abbiamo fatto anche due volte la pulizia del gasometro, specialmente dove degasavano il CV6 che abbiamo trovato completamente pieno di polimero.

DOMANDA - E questi sono tutti serbatoi in cui entravano gli operai per la pulizia manuale?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Lei stava accennando poco fa al sistema di recupero del CVM con relativo gasometro?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere se questa operazione dava luogo a emissioni di CVM, e che frequenza avevano queste emissioni nell’ambiente.

RISPOSTA - Lei scusi, signor Pubblico Ministero, parla della fuoriuscita di CVM dal gasometro?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Se devo dire la verità la fuoriuscita del CVM dal gasometro era una cosa costante. Io ho ancora dei vecchi appunti che mi erano stati chiesti e avevo fatto... prima di smettere di lavorare, proprio per la questione delle bonifiche, io avevo fatto un controllo abbastanza serio.

DOMANDA - Questo quando era ancora caporeparto?

RISPOSTA - Sì, guardi, ho ancora qui un vecchio foglio con la data 02/08/73. Glielo posso subito dire perché questi sono dati importanti che mi erano stati chiesti e non l’ho fatto neanche da solo, l’ho fatto in compagnia con dei miei colleghi e le posso dire che dai gasometri io avevo calcolato che nel massimo riempimento la frequenza... io avevo scritto: la zona in cui avveniva la fuga, la fase, la frequenza e la durata. Allora la zona dei gasometri in fase di massimo riempimento - perché c’era anche quella del ricambio acqua ma mettiamo quella del massimo riempimento - con frequenza discontinua, ma in numero elevato di episodi e durata anche per più ore, cioè diciamo che per 24 ore se calcoliamo i tempi, 8 ore il gasometro era sempre al massimo e buttava fuori.

DOMANDA - Questa situazione che lei ha segnalato nel ‘73 è durata fino al ‘76?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Fino a quando lei è rimasto lì?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Poi si è modificata?

RISPOSTA - No, noi abbiamo modificato dopo, abbiamo inserito i compressori (bosco), abbiamo messo il blocco sul gasometro. Il gasometro arrivato ad un certo livello non fuoriusciva più perché si chiudeva la valvola prima che il monomero entrasse, quindi... per questo è stato fatto questo lavoro qua, per vedere proprio dove era necessario intervenire per ridurre le fuoriuscite del monomero. Purtroppo c’era sempre il CV6 che aveva la precedenza, perché altrimenti la produzione del CV6 in emulsione si coagulavano le cariche in autoclave, quindi loro avevano la precedenza. Eravamo noi che perdevamo del tempo e quindi c’erano state date disposizioni di fermare le autoclavi, cioè perdere del tempo, noi potevano farlo, il CV6 no, ed allora si dava la precedenza. Questo comportava perdita di produzione, è dopo di questa data qua lei... cioè quando è stato nel ‘75, ‘74 quando abbiamo cominciato a fare le modifiche, questo qui non succedeva più, nel modo più assoluto.

DOMANDA - Quindi è finito al ‘75?

RISPOSTA - Sì, ‘75.

DOMANDA - Le volevo chiedere in relazione ad una operazione, all’operazione di sfiato che cosa succedeva appunto quando le pompe che erano adibite al caricamento del CVM fresco e del CVM di recupero dovevano essere sfatiate?

RISPOSTA - Eh, beh, qui è successo... cioè succedeva quando per fortuna... messo il circuito in impressione delle sfere il problema non c’è stato più, ma chi ha lavorato, ascolta e sa come funzionano quelle pompe lì, consideri lei. Siccome questo faceva delle bolle di gas all’interno, capitava che quando uno andava caricare l’autoclave la pompa non si innescava, quindi bisognava andare giù, sfiatarla e venivano diciamo le bolle di gas si sfiatava dall’esterno fino a che la pompa si innescava di nuovo. E questo comportava una grossa fuoriuscita di monomero che poteva durare cinque minuti, poteva durare... c’erano delle volte che dovevamo andare giù in due o tre per vedere come andavano le autoclavi perché non si poteva... il monomero è l’ultima cosa che si faceva e prima si facevano... si faceva il vuoto, si caricavano gli additivi e capitava, era già da tanto tempo che era tutto pronta l’autoclave che attendeva il monomero e il monomero non arrivava perché le pompe non lo mandavano su. Quindi la fase durava anche un quarto d’ora, bisognava sfiatare in più riprese.

DOMANDA - Quello che volevo chiedere se è in grado di precisare dove venivano effettuati questi sfiati?

RISPOSTA - Gli sfiati venivano fatti prima proprio vicino al CV10 dove avevano i serbatoi del monomero fresco con le relative pompe di carico, e giù fra il CV14 e il CV16 dove c’erano installati due serbatoi del monomero di recupero. Cioè fra i due fabbricati diciamo.

DOMANDA - Questi sfiati che consistenza avevano, cioè era una cosa concentrata, una cosa leggera, sottile o era una cosa più grossa, tipo non so una nuvola?

RISPOSTA - Era grossa.

DOMANDA - Per dare un’idea anche visiva, grossa cosa vuol dire?

RISPOSTA - E veniva fuori un nebbione, si vedevano queste nubi di CVM, tanto è vero che non si vedeva neanche... si chiamava per gridare, per dire di ridurre un po’, e non si vedeva neanche chi stava operando. Perché era una nube.

DOMANDA - Le volevo rivolgere alcune domande in relazione, in particolare al suo ruolo di caporeparto. Prendendo spunto da considerazioni che sono state fatte da un consulente tecnico Montedison che ad esempio diceva che un lavoratore - mi ricordo questo appunto - Turno Giuseppe del reparto CV14, CV16 fumava 80 sigarette al giorno. Ora a parte l’esagerazione di una cifra del genere, la domanda che volevo fare a lei riguardava il fatto del fumo all’interno del reparto, era consentito fumare, se uno voleva fumare cosa succedeva? Cioè lei quando era caporeparto.

RISPOSTA - Sì, ho capito perfettamente. Solo che volevo dire una cosa, visto che lei ha parlato di una persona, è la prima volta che sento fare un nome.

DOMANDA - No, guardi... perché l’ha detto il professor Lotti durante la sua...

RISPOSTA - Fino ad adesso io ho parlato in senso generale, adesso visto che lei ha fatto un nome, io dico subito che quella persona era quello fisso che faceva quel mestiere in magazzino, lo faceva in orario giornaliero perché setacciava 80 - 100 - 120 fusti al giorno di PVC. Quindi era lui l’incaricato. Poi avevo un altro in aiuto, ma lui era fisso sempre a fare questo mestiere. Quindi si doveva prendere i fusti e li andava risetacciare. Allora io le dico che intanto si doveva chiedere il permesso all’assistente per andare a fumare in sala fumo fino a una certa... dopo quando è successa una storia sindacale hanno incominciato ad allargare... insomma bastava il buon senso. Ma fino agli anni ‘70 si doveva per forza chiedere il permesso all’assistente di turno per andare a fumare. C’era una sala fumo dove la gente si recava con una targhetta, quindi quando...

DOMANDA - C’era una saletta?

RISPOSTA - Sì, una saletta.

DOMANDA - Una sala fumo?

RISPOSTA - Sì, la CV16 era. Era vicino alla sala mensa, e siccome bisognava per forza andare con la targhetta, perché poi arrivavano... c’era l’assistente che se vedeva che andava senza dirglielo ci pensava lui, ma c’erano anche i guardiani che venivano spesso e volentieri in sopralluogo. Uno per andare a fumare veniva lì e chiedeva la targhetta, quindi quando era andato tre volte non poteva andare più di tre volte a fumare. Se questa è la domanda che lei mi ha fatto.

DOMANDA - Cosa vuol dire questa targhetta?

RISPOSTA - Era una targhetta rossa, lui non poteva con questa targhetta recarsi in sala fumo e se qualcuno lo trovava, il guardiano o un superiore, lui era giustificato perché si era assentato dal reparto con un permesso. Serviva come permesso.

DOMANDA - Il suo posto nel frattempo doveva essere coperto da qualcuno o si procedeva senza?

RISPOSTA - No, no, mai. In questo caso di questa persona qua, abbiamo parlato di... Giuseppe, chiaramente lui sospendeva quei 10 minuti, un quarto d’ora, andava fumare e tornava. Nel caso degli autoclavisti o degli operatori dell’essiccamento è evidente che sceglievano il momento opportuno, e per questo chiedevano al capoturno quando c’erano... ognuno aveva... il gruppo degli autoclavi quando non c’erano fare né carichi né scarichi né degasaggi, bisognava solo controllare le temperature di marcia e gli strumenti, chiedeva ad un altro di dare un’occhiata o chiedeva allo stesso capoturno e si assentava per 10 minuti per andare a fumare, ma non veniva mai sostituito.

DOMANDA - Nel corso della sua audizione lei ha parlato in più occasioni di eventi di inquinamento da polveri di PVC, del CVM? Le volevo chiedere nell’arco temporale in cui lei è stato al CV4 - 16 prima come assistente tecnico e poi caporeparto, se ha rilevato una diminuzione delle condizioni di inquinamento da polveri di PVC, da CVM o se la situazione è sostanzialmente rimasta la stessa e di motivare queste sue osservazioni.

RISPOSTA - Qui bisogna fare un discorso un po’ più profondo perché quando è sorto il problema del CVM che faceva male, se non ricordo più se sia stato nel ‘74, ‘75 non lo so. So che sicuramente è stato all’inizio del ‘75 perché io sono stato in ospedale a Padova, mi sono fatto ricoverare perché avevo dei problemi anche io e che era subentrato un nostro collega, che aveva dei problemi, ed era andato a parlare con il professor Reggiani e a farsi visitare e aveva provato che... aveva chiesto di esaminare un gruppo di noi, quindi noi abbiamo fatto quelle visite là molto prima dell’indagine Fulc, quindi io adesso non ricordo... quando mi può aiutare, il tempo. Ad ogni modo a partire da una certa data, probabilmente è stata dopo questa data qua, noi abbiamo cominciato a lavorare diversamente, cioè con lo stesso impianto, non facendo niente, perché ancora non erano state approvate le commesse perché si doveva vedere se conveniva buttar via tutto e fare l’impianto nuovo, per vari motivi abbiamo fatto delle riunioni per vedere se lavorando diversamente cosa si riusciva a fare. E di fatti sono stati fatti passi in avanti perché sono stati chiusi i serbatoi, sono state... non è stata più pulita l’autoclave come sa faceva prima ma si è rischiusa si è cominciato a degasare... insomma abbiamo fatto grossi passi soltanto cambiando le procedure di esercizio. Lavorando diversamente poi è capitato il discorso che abbiamo cominciato a mettere i filtri sotto le autoclavi, abbiamo cambiato i rubinetti che c’erano sotto le autoclavi, le valvole si sono messe quelle che non perdevano più... insomma abbiamo cominciato a lavorare anche sull’impianto, spendendo dei soldi, i risultati si sono visti. Perché quando abbiamo inserito il gascromatografo si è cominciata a vedere la differenza, quindi non c’è neanche paragone da prima a dopo. Non esiste. Ripeto prima si lavorava a livelli di un per cento, che vuol dire 10.000 parti per milione, e dopo eravamo al gascromatografo con il fondo scala 25. Quando io sono andato via il gascromatografo era tarato al fondo scala 25, ma si marciava a 6, 5, 4 parti per milione. Quindi non c’è neanche da fare un confronto.

DOMANDA - In relazione alle valvole di cui parlavamo prima, le volevo chiedere sulle valvole di intercettazione, quelle tipo sounder, nel periodo in cui lei poi è andato via, nel settembre del ‘76, si ricorda se c’erano ancora queste valvole o se erano state sostituite?

RISPOSTA - No, c’erano.

DOMANDA - C’erano ancora?

RISPOSTA - C’erano sul circuito della torbida proprio essendo la valvola... forse smaltata con la gomma permettevano una tenuta in maniera da far passare il prodotto, il flusso, dove non doveva passare perché altrimenti se si lavora normale, si inserisce la crosta il fumo non tiene più e il... passa lo stesso. Però queste non funzionano, ma non garantivano l’uscita verso l’esterno; perché erano quattro bollicine verso un castelletto. Quindi quelle non erano... ma ripeto...

DOMANDA - Aveva delle perdite gassose?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Frequenti?

RISPOSTA - Diciamo che dopo... dal momento che si lavava l’autoclave, che c’erano i filtri di scarico, la perdita era già dall’esame era abbastanza minimizzata. Comunque erano sempre le stesse sounders di prima, degli anni 50.

DOMANDA - I gascromatografi da chi erano controllati?

RISPOSTA - Erano controllati da noi... aspetti, un attimo che faccio mente locale. Noi intanto non potevano entrare nella cabina del gascromatografo, bisognava chiamare gli addetti. Uno era Nicola Regina, lui lo dovevamo chiamare e lasciare che entrasse lui e un altro era il signor Silvano Ortolani, di Jesolo erano due persone che nel CV14 e CV16 potevano entrare nella catena del gascromatografo.

DOMANDA - No, ma le chiedevo se qualcuno in reparto aveva la possibilità di verificare il funzionamento?

RISPOSTA - No, noi avevamo solo un diagramma, dovevamo sollevare i punti, vedere cosa succedeva e se c’erano delle difficoltà chiamare queste due persone.

DOMANDA - Da chi è stato informato delle proprietà tossiche e cancerogene del CVM?

RISPOSTA - Come dicevo prima l’ho saputo in occasione della mia visita a Padova. Poi si cominciava a leggere sui giornali, a leggere in America la Goodrich, io sono stato come tutti gli altri penso che abbiamo conosciuto tutto dalla stampa, e dopo se ne è parlato, è stata una cosa abbastanza veloce ma i primi allarmi li abbiamo avuti dalla stampa e io l’ho avuto dai medici di Padova.

DOMANDA - Le faccio vedere attraverso l’ufficiale giudiziario delle schede di sicurezza, indico anche le date quali sono, le consegno in copia al Tribunale. C’è una scheda datata 11 maggio 1975, poi c’è una scheda datata 27 settembre ‘76; la prima quella del ‘75 parla di massima concentrazione tollerabile per otto ore al giorno 500 PPM in aria. Poi c’è una scheda del novembre del ‘67 che parla ancora di concentrazione per esposizione otto ore al giorno 500 PPM, concentrazioni tollerabili per brevi esposizioni, nel ‘67 viene scritto 16.000 PPM. Le mostro anche una scheda del 27 settembre del ‘76 dove si comincia a parlare di composto riconosciuto come cancerogeno al fegato e posizioni croniche agli animali hanno evidenziato danni al fegato e un’altra scheda poi revisionato nell’80, nell’83 più specifica. Le mostro queste schede per sapere quali di queste schede lei ha visto, le aveva in reparto, le erano state consegnate o se non aveva visto nessuna, le chiedo appunto da dirmelo.

RISPOSTA - Sicuramente io le ho inserite sul modello operativo prima di andare via dall’impianto, non so se sono queste.

DOMANDA - No, io le mostro tutte quelle che ho trovato c’è un ‘65, un ‘67, un settembre ‘76 e poi revisionata agli anni ‘80.

RISPOSTA - Questa sicuramente è quella che io ho inserito nel manuale del...

DOMANDA - Dovrebbe indicare anche la data per il verbale.

RISPOSTA - E` la scheda numero 58 data 06/11/67 seconda edizione.

DOMANDA - Che è quella che parla...

RISPOSTA - Che dice 500 PPM per otto ore al giorno e...

DOMANDA - Questa era inserita?

RISPOSTA - Questa l’ho inserita io nel manuale operativo.

DOMANDA - Ed è rimasta fino al ‘76 questa?

RISPOSTA - Sì, io sono andato via nel ‘76 a settembre e ho inserito questa.

DOMANDA - Quindi lei va via... C’era quella che parlava di 16.000 PPM?

RISPOSTA - Sì. Questa no, questa non la conosco.

DOMANDA - Che data è quella lì?

RISPOSTA - Questa è 11/05/65. Questa evidentemente era già superata.

DOMANDA - Anche se era più protettiva era superata?

RISPOSTA - Ma io ho messo questa perché era... Io ero sempre quando ho fatto queste cose qua, ero in contatto con il dottor Carcassoni che era in stabilimento da noi e insomma io... quando ho consegnato all’ingegner... il manuale operativo, dentro c’erano tutti i documenti che erano in vigore in stabilimento a quella data, questa non l’ho mai vista....

DOMANDA - Qual è, che data....

RISPOSTA - 27/9/76... evidentemente porta lo stesso numero di questo qua ma scritta così in questo modo non l’ho vista mai, forse è fatta dopo che io sono andato via, non lo so.

DOMANDA - Tra, l’altro, appunto, è fine settembre ‘76...

RISPOSTA - 27/9/76, sì, questa qua..., io sono andato via proprio il 20 settembre..., no, io questa non l’ho vista mai.

DOMANDA - Quindi il 27 settembre ‘76 lei non l’ha mai vista?

RISPOSTA - Mai vista.

DOMANDA - E quella successiva?

RISPOSTA - Questa, cloruro di vinile monomero, no, lo stesso, io non lavoravo più là, non ero là, non, mai vista, mai viste queste tre.

DOMANDA - Chiedo l’acquisizione semplicemente di questa scheda del 6 novembre ‘67 numero 58 che è quella che è rimasta in bacheca del signor Corò fino a quando è andato in pensione, quindi quella può essere consegnata.., fino al ‘76, chiedo scusa, fino a quando è andato in pensione, quindi questa scheda è del ‘76 e chiedo che venga acquisita.

RISPOSTA - Perché vede signor Pubblico Ministero, io qui ho una vecchia indicazione che avevamo tutti noi...

DOMANDA - Presidente, sono già agli atti, comunque possiamo consegnare copia di tutto, facciamo copia di tutto per le differenziazioni.

 

Presidente: così vediamo l’andamento visto che è stata una deposizione storica.

 

DOMANDA - Questa è una ricostruzione storica che consegniamo in questo momento. Le volevo chiedere ancora un’ultima cosa su una persona che ha lavorato con lei come autoclavista, il signor Canciani Eugenio, sul 14/16, le volevo appunto chiedere che cosa faceva Canciani? Questa qua e poi io ho concluso.

RISPOSTA - Canciani mi pare, può darsi che sbagli, che sia stato assunto, ha fatto un corso di addestramento, perché gli operai poi li addestravo io, perché a quell’epoca facevo l’assistente di giornata, è stato assunto nel ‘61, se ben ricordo, e ha fatto l’autoclavista.

DOMANDA - Autoclavista e quindi con tutte le operazioni che ha indicato lei prima?

RISPOSTA - La sua mansione era di autoclavista, dopo, siccome era una persona abbastanza in gamba, durante le fasi in cui le autoclavi erano ferme o perché la linea di manutenzione..., cioè insomma, c’erano dei gruppi di autoclavi che per vari motivi si fermavano per qualche giorno, lui andava anche giù nella sala compressori e si interessava di come funzionava tutto il sistema del recupero del CVM e quindi succedeva che poi, siccome i professionisti erano abbastanza limitati, quando erano in ferie o ammalati lui si prestava a sostituire uno di loro, perché noi avevamo per forza la necessità di sostituire la gente quando mancava, ma non è che tutti fossero all’altezza di fare..., ed allora Canciani è passato poi dopo a fare anche il compressorista, che è un lavoro abbastanza meno faticoso rispetto a quello dell’autoclavista.

DOMANDA - Dopo ha fatto anche il capoturno?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Le volevo chiedere perché, appunto, di esposizione di Canciani si parlava che aveva avuto una leggerissima esposizione, per questo le volevo chiedere che tipo di attività aveva svolto. Allora io non ho altre domande, credo ci siano alcune domande da parte della parte civile, chiedo semplicemente l’acquisizione di quei documenti in ordine cronologico così come sono stati rammostrati al teste.

 

AVVOCATO MANDERINO

 

DOMANDA - A proposito della pulizia delle autoclavi lei ha detto, ha fatto riferimento a quando la faceva lei nel reparto CV6 fine anni ‘50...

RISPOSTA - ‘57, sì.

DOMANDA - Che a lei risulti quando è che è cessata nel reparto CV6 la pulizia interna, cioè quando hanno smesso di entrare gli operatori all’interno?

RISPOSTA - Io credo che non sia mai cessata, anche da noi si continuava ad andare dentro in autoclave.

DOMANDA - Quando dice da noi...

RISPOSTA - Il CV14/16, io sono andato via nel ‘76, ma so che, si trattava solo di allungare i tempi ma in autoclave si entrava sempre, al CV24, dappertutto, da noi per esempio, al CV14/16, c’era un registro dove erano registrate le cariche che ogni autoclave faceva, perché avevano un... alle polimerizzazioni e dopo 7-8, a seconda di come era conservato lo smalto dell’autoclave, era necessario entrare per pulirla. Quindi fino a quando sono andato via si entrava ogni 8-10 cariche di media su ogni autoclave, al CV6 non mi pare che fosse diversa la cosa, con che frequenza non lo so, le potrà dare una risposta più precisa chi ha lavorato lì, ma cessata mai.

DOMANDA - Non è mai cessata?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Quindi, siccome un consulente tecnico delle difese ha dichiarato che al CV6 non si è più entrati in autoclave dal 1974 per pulire l’autoclave...

RISPOSTA - Può darsi che io mi sbagli, può darsi che sia smentito, che sappia io no.

DOMANDA - I mezzi di protezione che usavano gli operatori all’interno dell’autoclave durante la pulizia, cioè, com’erano vestiti, che tipo di protezione avevano?

RISPOSTA - Allora, chi entrava, come ho detto prima, entrava inizialmente fino, prima del ‘75 si entrava, come erano vestiti, con la tuta, con il casco, con il corpetto, e con gli attrezzi per pulire l’autoclave.

DOMANDA - Che attrezzi erano quelli per pulire l’autoclave?

RISPOSTA - Avevano una scaletta in legno che si incastrava sul..., l’autoclave ha un agitatore con tre pale, la scaletta doveva essere messa, incastrata nelle pale dell’agitatore in maniera da non muoversi e poi si appoggiava alla parete dell’autoclave e chi entrava entrava con il corpetto ed era molto importante che chi stava all’esterno avesse cura di tenergli sempre la corda abbastanza abbastanza in tiro lasciandogli poco margine di movimento perché, com’è successo a uno da noi al CV14, che una sera è caduto, si è spostato, quello non aveva tirato bene la corda, la scala si muoveva con una certa facilità e quindi c’era il rischio che se non era tirato bene quello lì cadesse per terra ed andasse giù sul fondo dell’autoclave, allora entrava con questo corpetto, con la corda abbastanza tirata e fissata su una valvola, su un branchetto in maniera che non avesse possibilità di movimento, poi si portava dentro dei raschietti, dei martelli di gomma o di materiale plastico in maniera da non rovinare lo smalto, e cominciava a tirare via i blocchi dai frangiflutti e dall’agitatore dove si erano create le croste.

DOMANDA - E poi questi blocchi come venivano tolti, una volta che erano stati scrostati dalle pareti?

RISPOSTA - Martellando questi qui si staccavano, cadevano sul fondo, alla fine l’operaio andava a raccogliere il tutto, lo passava a quello che stava fuori dal boccaporto, si usciva, si risciacquava tutto l’autoclave con la lancia e si ripartiva per il carico successivo.

DOMANDA - E quanto tempo durava questa operazione di pulizia?

RISPOSTA - Dalle 2 ore, 3 ore all’interno, se andava bene, alle 6-7 ore, dipendeva dallo stato di incrostazione dell’autoclave, dal fatto che lo smalto fosse messo più o meno bene, non era un tempo standard.

DOMANDA - Lei ha anche detto che quando era al reparto CV14/16 lo scarico, quando il Pubblico Ministero le ha chiesto quali erano i problemi cronici di questo reparto lei ha detto, subito ha detto: "Il carico avveniva a boccaporto aperto, ma questo non era un incidente, era una prassi"; fino a quando voi avete scaricato a boccaporto aperto?

RISPOSTA - Come ho detto prima non so se fosse stato fine ‘74, inizio ‘75, quando abbiamo fatto le modifiche, questa è stata una delle prime modifiche che abbiamo fatto, cioè scaricare senza preoccuparsi di quello che c’era dentro l’autoclave, perché capitava che era proprio una prassi, nel senso che quando l’autoclave aveva terminato di polimerizzare una volta che era arrivata alla pressione del gasometro si doveva aspirare leggermente con il compressore e dopodiché aprire il boccaporto ed andare a controllare se la dimensione, diciamo, come si presentava il polimero, e siccome questo arrivava sempre a livello, perché noi si riempiva l’autoclave per sfruttare la capacità produttiva si riempiva a livello del boccaporto, c’era sempre l’autoclave in marcia che girava con il boccaporto aperto, ma si doveva fare per forza perché non si poteva scaricare l’autoclave senza sapere cosa c’era dentro, quindi era una prassi, faceva parte delle norme operative, era necessario aprire l’autoclave con il boccaporto aperto per forza.

 

PRESIDENTE

 

DOMANDA - Le ha chiesto l’avvocato Manderino adesso quali erano i mezzi di protezione che venivano utilizzati per entrare nelle autoclavi successivamente?

RISPOSTA - Il mezzo, l’ho detto, era il casco e il corpetto.

DOMANDA - Anche dopo che si è saputo della cancerogenicità del...

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Praticamente non è cambiato niente dal primo....

RISPOSTA - No, perché non era come mezzo, è che dopo, quando è subentrata la questione che il CVM faceva male, si andava a controllare con la presa del gascromatografo prima di entrare, cosa che prima non si faceva, ma non c’erano differenze di mezzi.

DOMANDA - C’era un mezzo preventivo?

RISPOSTA - Sì, questo qui, dopo il ‘75, prima di entrare, dopo aver... l’autoclave, di averla riempita d’acqua, di averla svuotata, prima di entrare si andava a fare il controllo di quanto misurava il gascromatografo all’interno del recipiente, cosa che invece in precedenza non si faceva perché non era previsto, ma come mezzo di protezione c’era la braga con la corda e il casco.

DOMANDA - E si entrava solo se il gascromatografo dava quali valori?

RISPOSTA - Quando sono andato via io, quando l’operaio entrava dentro, quando era meno di 5 PPM si entrava.

 

Presidente: ho capito, va bene, ci sono domande, difesa?

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Su questa domanda del Presidente volevo fare una richiesta di precisazione. Il controllo con questo gascromatografo viene effettuato solo prima che entrasse, non durante l’operazione?

RISPOSTA - No, quando sono andato via io soltanto prima che entrasse.

DOMANDA - Quindi poi quando scrostavano non c’era nessun controllo?

RISPOSTA - No, comunque dopo era sempre mantenuto ventilato.

DOMANDA - Con l’aria di reparto?

RISPOSTA - Sì.

 

Presidente: va bene, non ci sono domande, difese? Va bene, prendiamo atto. Grazie allora, può andare. Ci sono altri testi Pubblico Ministero?

 

Pubblico Ministero: sì, ce ne sono tre.

 

Presidente: tre assolutamente no.

 

Pubblico Ministero: siccome sono come posizioni legate tra loro e riguardano una continuazione, diciamo è la coda della vicenda Enimont, facciamo come vuole il Tribunale, o li sentiamo o rinviamo a maggio.

 

Presidente: tutti e tre, visto che domani c’è una continuità...

 

Pubblico Ministero: se no domani mattina.

 

Presidente: no, siccome noi possiamo dedicare ancora una mezz’oretta all’udienza, allora se ne vuole sentire uno poi gli altri due possiamo continuare domani mattina se è necessario.

 

Pubblico Ministero: può darsi anche che sia anche sufficiente. Allora cominciamo con Erba.

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - ERBA ACHILLE -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO

 

Presidente: prego, Pubblico Ministero.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Le volevo chiedere di riferire innanzitutto il suo titolo di studio?

RISPOSTA - Io sono ingegnere meccanico.

DOMANDA - Quando è stato assunto da Montedison, sinteticamente qual è stata la sua carriera lavorativa?

RISPOSTA - Sono stato assunto qua a Marghera nel 1967 e sono rimasto fino al ‘74 nella sfera manutenzione dello stabilimento, prima sulla zona dell’acetilene ammoniaca, diciamo nella zona nord, poi sono stato responsabile dell’ufficio tecnico di manutenzione, studiavamo un po’ i problemi principali, guasti macchine, interventi sulle apparecchiature, poi nel ‘74, alla fine del ‘74 ho dato le dimissioni e sono andato alla Sir, la Società Italiana Resine, e sono rimasto fino all’82 circa quale responsabile del coordinamento delle attività di manutenzione in sede, cioè di coordinamento...

DOMANDA - Poi nell’82 è passato a Enichem polimeri?

RISPOSTA - Dall’82 sono diventato Enoxi, ero direttore dello stabilimento di Porto Torres, poi nell’84, a seguito della fine dell’Enoxi sono rientrato in sede, in Enichem polimeri, e seguivo il discorso dei contratti di interscambio tra i servizi di, interscambio servizi tra Enichem, o la Polimeri, nelle varie sue forme, con le altre società coinsediate, questo fino all’ottobre dell’86 quando è partita la EVC, ed allora sono diventato responsabile della divisione cloro e cloro derivati a cui faceva capo anche il conto economico delle attività di conto lavorazione con l’EVC, questo fino al ‘93, adesso non so se era marzo, fino al ‘93, dopo sono diventato responsabile dell’ingegneria logistica ed appalti di sede dell’Enichem fino alla fine del ‘95 e poi sono diventato responsabile del coordinamento delle attività di produzione e servizi degli stabilimenti dell’Enichem, e lo sono tuttora.

DOMANDA - Le volevo fare una domanda specifica sul periodo in cui lei è stato alla manutenzione a Porto Marghera e le volevo chiedere i budget di manutenzione, le questioni relative alla manutenzione e alle programmazioni annuali con chi venivano discussi?

RISPOSTA - Come le dico io ero appena entrato, quindi seguivo praticamente una zona come addestramento, poi sono diventato responsabile dell’ingegneria di manutenzione, per cui io più che di budget diciamo che allora mi interessavo delle problematiche tecniche, si rompeva un compressore, o aveva breve durata, o si corrodeva un tubo, il materiale non era adatto, io e i collaboratori... studiavamo presso le ditte con l’impianto e tutto se c’era qualcosa di meglio in giro per il mondo. In quel periodo l’attività del budget non è che me ne interessassi molto, ero più sul lato tecnico che sul lato budget.

DOMANDA - Quando aveva bisogno di effettuare delle spese a chi si rivolgeva?

RISPOSTA - Su questi studi per modifiche, noi studiavamo, e era un costo generale di fabbrica, se mi ricordo bene, perché noi eravamo uno staff, e quando invece trovavamo la soluzione, la soluzione la pagava l’impianto, era una modifica, era un cambiamento di macchina, o era un cambiamento di apparecchiature.

DOMANDA - Funzione di staff della direzione di stabilimento?

RISPOSTA - No, di staff della direzione manutenzione centrale.

DOMANDA - Quando nell’84 lei è passato a Enichem polimeri, volevo chiedere una cosa particolare, cioè se lei ha avuto a che fare nei passaggi di impianti di proprietà del CVM e PVC a Enichem Polimeri e alla società Riveda?

RISPOSTA - No, io nell’84 sono rientrato in sede e era la Riveda, mi sembra, aveva già fatto il cambio, la razionalizzazione della chimica era già avvenuta, cioè era già stato fatto tutto questo passaggio, io mi sono trovato, cioè, io gestivo quanto era già stato fatto, sono subentrato a gestire questi rapporti di interscambio, servizio, fornitura vapore, energia, queste cose.

DOMANDA - Lei ha gestito la parte economica di questo interscambio tra Montedison e Enichem?

RISPOSTA - Sì, per quanto riguarda Marghera seguivo i contratti, fornitura vapore, elettricità, manutenzione.

DOMANDA - E per quanto riguarda la controparte, cioè Montedison, con chi lei ebbe rapporti in quel periodo?

RISPOSTA - In quel periodo responsabile della Montepolimeri mi sembra che era l’ingegner Gaiba, come responsabile delle attività di Montepolimeri, come responsabile del conto lavorazioni dell’azienda PVC di Porto Marghera.

DOMANDA - Quando lei è diventato poi nell’86 responsabile della divisione cloro e cloro derivati per Enichem base, Enichem era solo proprietaria degli impianti CVM e PVC, come funzionava il rapporto Enichem Montedison, proprietari e conto lavorazione?

RISPOSTA - Diciamo che nell’86 era ancora, siamo andati avanti ancora, mentre nell’EVC c’era una gestione diretta degli altri siti praticamente per come Brindisi o Porto Torres, mentre Porto Marghera ha ritardato perché c’era questo conto lavorazione con Montepolimeri e ha ritardato ancora un anno prima che venisse trasferito il personale dalla Montepolimeri alla Enichem, mi sembra che sia avvenuto nel giugno dell’87, in questo periodo continuavamo la gestione come prima del conto lavorazione, a questo punto c’era un terzo intermediario, cioè noi a Montepolimeri poi i conti però li pagava tutti l’EVC perché era quella che era subentrata.

DOMANDA - Nell’87 EVC?

RISPOSTA - No, dall’86 all’87, poi dall’87, quando il personale è passato da Montepolimeri a ruolo nell’Enichem allora c’era l’EVC che pagava, praticamente era responsabile del business, vendeva...

DOMANDA - EVC o Enichem?

RISPOSTA - No, EVC nell’87, cioè, nell’86 abbiamo formato l’EVC, di questa parte è rimasta fuori l’attività di Porto Marghera perché il personale della Montepolimeri non era Enichem, per cui abbiamo passato circa, cioè, diciamo dall’ottobre fino a giugno, a regolarizzare il passaggio del personale e dalla fine del conto lavorazione con Montepolimeri, per cui sono passati nel giugno dell’87 personale ad Enichem e lì è entrata in piena attività, come in tutti gli altri siti, la gestione del conto lavorazione da parte dell’Enichem con la EVC.

DOMANDA - Per questo periodo, cioè dall’86 fino a giugno ‘87, per quanto riguarda ovviamente il suo periodo temporale di competenza, come sono stati gestiti i problemi e le spese relativi alla sicurezza ambientale e nell’ambiente di lavoro?

RISPOSTA - In questo caso siccome gli impianti e il personale era ancora di Montepolimeri erano gestiti precedentemente, cioè, Montepolimeri praticamente aveva dei rapporti con l’Enichem, in base ad un conto lavorazione in cui si diceva: io ti do l’etilene e tu mi dai determinati prodotti finiti, tipo i vari tipi di PVC, le varie quantità, secondo i programmi fatti dall’EVC, l’EVC pagava i costi del conto lavorazione e in più pagava i servizi necessari per produrre, io gestivo questa attività praticamente economica di passaggio da Montepolimeri a Enichem, e da Enichem a EVC.

DOMANDA - Per quanto riguarda le problematiche e le spese relative alla sicurezza, chi è che pagava inizialmente, poi c’erano dei rimborsi o veniva pagato direttamente....

RISPOSTA - Fino...

DOMANDA - Fino al giugno ‘87?

RISPOSTA - Fino a giugno ‘87, adesso mi fa una domanda precisa e non mi ricordo, ma penso che sia andato avanti, penso che siccome gli impianti erano di proprietà della Montepolimeri, il personale di proprietà della Montepolimeri, li faceva Montepolimeri che si avvaleva poi del risultato stato avanzamento sull’Enichem, che era proprietaria degli impianti come precedentemente.

DOMANDA - Quindi fino a giugno ‘87 le spese venivano sostenute direttamente da Montepolimeri, poi venivano rimborsate a Montepolimeri da Enichem, fino a giugno ‘87?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Poi quando nel giugno ‘87 passa all’Enichem anche il personale, che lavorava presso gli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera che cosa succede?

RISPOSTA - Allora a questo punto l’Enichem, era finito l’affitto degli impianti a Montepolimeri, era finito il conto lavorazione con Montepolimeri, a questo punto l’EVC aveva la gestione diretta della produzione, praticamente dava i programmi di produzione, diceva gli sviluppi, definiva il tutto, e l’Enichem faceva gli investimenti, e anche, lei mi ha chiesto specificatamente quella dell’ecologia e sicurezza, fino alla fine del ‘90, quando abbiamo trasferito gli impianti anche a EVC, Enichem supportava, come la ICI, era un accordo paritetico con l’altro partner, i due pares, diciamo, ICI e Enichem, sostenevano a proprie spese tutti gli interventi per ecologia e sicurezza. A fine ‘90, dopo quando abbiamo passato gli impianti, anche questo onere di questi investimenti per l’ecologia e sicurezza venivano sostenuti da Enichem, perché era sempre proprietaria..,, no, a questo punto erano sostenuti direttamente da EVC, alla fine del ‘90.

DOMANDA - Quindi fino alla fine del ‘90 Enichem come proprietaria degli impianti provvede a investimenti sia tecnici che di sicurezza ed ecologia?

RISPOSTA - Sì, mentre quelli di sviluppo venivano rimborsati da EVC, quelli di ecologia e sicurezza invece rimanevano a carico di Enichem.

DOMANDA - Dopo l’estate del ‘90 investimenti di qualsiasi genere venivano effettuati tutti da EVC?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Anche se il personale continua a essere di Enichem?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Poi nell’agosto del ‘93 lei era diventato direttore di ingegneria?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Il personale passato tutto a EVC Italia?

RISPOSTA - Sì, era passato dopo che io ero diventato, sì, quasi contemporaneamente, però è passato dopo.

DOMANDA - Quando lei era diventato responsabile della divisione cloro, e cioè nell’ottobre del 1986, da chi dipendeva e a chi chiedeva autorizzazione per quanto riguarda la materia di sua competenza, cioè per questi impianti?

RISPOSTA - Io dipendevo come capo divisione dall’ingegner (Presotto) che era il direttore generale dell’Enichem.

DOMANDA - Sia Enichem Base che Enichem Anic?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Il direttore dello stabilimento di Porto Marghera da chi dipendeva fino alla fine, dalla fine del 1990?

RISPOSTA - Dopo il 1990?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Dopo il 1990 dipendeva dall’ingegner Presotto. Il direttore di stabilimento di Porto Marghera?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Allora, vediamo, aspetti un attimo, io quando nell’87 sono passati gli impianti, sì, dal novembre dell’87 sono passati alle dipendenze del direttore generale che prima, cioè, dall’87 era Presotto, poi non so se c’è stato l’ingegner Spinelli, coordinatore o qualcun altro, non mi ricordo, però so che dal novembre, dal primo novembre dell’87 il direttore dello stabilimento di Porto Marghera dipendeva dall’ingegner Presotto, poi non so se è subentrato l’ingegner Spinelli a coordinare o qualche altra variazione, adesso non me la ricordo. Io facevo la divisione cloro, ero un po’ fuori dall’attività, dalla direzione industriale.

DOMANDA - Un’ultima domanda le volevo fare in relazione a tutti i periodi in cui lei ha lavorato relativamente agli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera, quindi un po’ tutta la sua carriera; qualcuno, e se sì chi e quando le ha riferito di problemi relativi alla sicurezza ambientale degli impianti per la parte ovviamente che concerne il CVM e PVC?

RISPOSTA - Io sapevo della problematica che era sul tappeto, del dibattito in corso, di tutti questi studi, verifiche, necessità, tecnologie, però in realtà...

DOMANDA - A che epoca questo, quando era ancora a Porto Marghera negli anni ‘70?

RISPOSTA - No, dopo, io ho cominciato di questo discorso quando sono diventato direttore di Porto Torres, perché avevamo gli impianti di PVC, in Enoxi si cominciava ad accennare il discorso, sentivo..

DOMANDA - Quindi negli anni ‘80?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Finché era a Porto Marghera nessuno le ha detto niente negli anni ‘70?

RISPOSTA - No, innanzitutto mi interessavo di zone diverse, poi non avevo mai sentito, ho cominciato con la direzione di stabilimento di Porto Torres, e poi dopo si sapeva di questo discorso, di tutti gli investimenti che stava facendo la società, gli sforzi, cioè la problematica che era sul tappeto.

DOMANDA - Successivamente cioè quando negli anni dall’82 in poi lei è passato a Enichem Polimeri, Enichem Anic e poi Enichem S.p.A., qualcuno le ha fatto riferimento a problemi concernenti la sicurezza ambientale?

RISPOSTA - No, perché...

DOMANDA - Non la sicurezza di lavoratori ma problemi di ambiente?

RISPOSTA - No, il mio mestiere era diverso, cioè mi interessavo più che altro di vapore, manutenzione, di cose di manutenzione, cioè, non era espressamente in quel periodo...

DOMANDA - E` stato anche direttore di ingegneria oltre che responsabile della divisione cloro e cloro...

RISPOSTA - Dopo dal ‘93?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Ormai dal ‘90 l’EVC aveva preso in carico tutto, non facevamo più niente noi dal ‘93 per quanto riguardava gli impianti dell’EVC, cioè, è come se non erano più nostri.

DOMANDA - EVC era una joint-venture?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - 50% Enichem...

RISPOSTA - Sì, quando siamo partiti sì.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

DOMANDA - Lei ha fatto cenno ad un tema che non è mai entrato fino in fondo in questo processo, almeno fino a questo momento; EVC quando viene costituita?

RISPOSTA - Ufficialmente è partita il 6 ottobre, mi sembra, dell’86.

DOMANDA - EVC è una joint-venture tra Enichem e ICI?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Qual è il suo compito, la sua missione imprenditoriale, quella di gestire il business del CVM e del PVC in tutta Europa, è così?

RISPOSTA - Sì, quelli dell’attività dell’ICI e dell’Enichem.

DOMANDA - EVC comincia a gestire le attività del CVM e del PVC in tutti i siti italiani fuorché Porto Marghera?

RISPOSTA - Sì, perché c’era ancora questo accordo, perché non era Enichem Porto Marghera.

DOMANDA - EVC ha una sua struttura, una sua organizzazione imprenditoriale, ha sede a Bruxelles?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Con personale Enichem e personale ICI?

RISPOSTA - No, con personale, tutto quello di Bruxelles era stato trasferito tutto, era tutto EVC, cioè il nostro personale..

DOMANDA - Sì, dicevo Enichem e ICI....

RISPOSTA - Enichem ed ICI solo diventati EVC, hanno fatto la struttura dell’EVC.

DOMANDA - Dal giugno 1987 EVC comincia già a dirigere anche l’impresa del CVM di Porto Marghera, comunque ad organizzarla, a indirizzarla, ad orientarla?

RISPOSTA - Dall’86 dava i programmi di produzione, mentre prima era Enichem che vendeva il PVC sul mercato, dal primo, dall’ottobre, adesso non so se era il 6 o che dell’ottobre ‘86, ed essendo la gestione del PVC di Enichem passata in EVC e la responsabilità del business è passata in EVC, i programmi di produzione, il coordinamento di tutti i vari prodotti, le spedizioni logistiche e le vendite erano, sono passate in EVC.

DOMANDA - Questo nella sostanza significa che si svuotata in parte la responsabilità di Enichem rispetto all’attività del CVM e del PVC? E` passata a EVC che è una nuova società, diversa?

RISPOSTA - Si è svuotata tutta la parte commerciale, di sviluppo, di business, di risultati, tutto, è rimasta in capo, come prima Enichem aveva la vendita, lo sviluppo, i programmi produttivi, mentre con un conto lavorazione che definiva quanto era il compenso per ogni chilo di PVC di vario tipo o grado che ci veniva dato di qualità, dopo questo, dal primo, dall’ottobre, adesso non so se era il 6 o che, dell’86, l’Enichem ha passato all’EVC questi compiti però si triangolava perché gli impianti di Porto Marghera c’era ancora Montepolimeri, perché per sanare Montepolimeri ci abbiamo messo qualche mese cioè dall’ottobre fino a giugno, ad effettuare questi rapporti.

DOMANDA - Ma dopo l’uscita di Montepolimeri come funzionava il rapporto bilaterale Enichem ed EVC, rispetto all’impianto di Porto Marghera?

RISPOSTA - Dopo sono entrati nell’armonia, tutti gli impianti funzionavano alla stessa maniera, c’è un contratto Provention Service Agreement siglato tra le parti che vengono stabiliti i principi di cui l’Enichem in attesa che l’EVC si consolidasse, il personale fosse trasferito all’EVC, praticamente gli impianti rimanevano ancora di proprietà della Enichem o della ICI nei vari impianti, il personale rimaneva, però l’Enichem e la ICI, perché erano proprio paralleli e reciproci, i contratti erano tutti fatti uguali, praticamente l’EVC dava i programmi di produzione, era responsabile della ricerca e dello sviluppo e noi facevamo sì che rispettassimo, di rispettare a termine contrattuali tutti i loro programmi che ci venivano dati.

DOMANDA - L’ingegner Presotto è uno dei dirigenti che da Enichem è passato a EVC?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Mai?

RISPOSTA - Mai.

 

Presidente: non ce ne sono altre? Va bene, allora la ringraziamo, arrivederla. Lei Pubblico Ministero vuole sentire anche gli altri?

 

Pubblico Ministero: Presidente, ci abbiamo messo 20 minuti per una posizione che era abbastanza rapida, gli altri due sono sicuramente un po’ più lunghi.

 

Presidente: va bene, allora a domani mattina.

 

Pubblico Ministero: questi due oppure gli altri che sono stati comunque indicati nelle liste, adesso sentirò io.

 

Presidente: va bene, a domani mattina. Grazie.

 

RINVIO AL 19 APRILE 2000

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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