UDIENZA DEL 20 OTTOBRE 1999

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: Procede all'appello.

Avvocato Alessandri: Volevo soltanto depositare la parte residua dei lucidi, che erano stati proiettati dei consulenti tecnici di Montedison, sono uniti ai verbali di udienza, quindi la gran parte di questa carta è costituita dai verbali d'udienza, dove sono richiamati nelle varie pagine i lucidi, a cui si fa riferimento.

 

Presidente: va bene. Allora, oggi dobbiamo proseguire nella audizione del consulente Foraboschi.

 

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE 

DR.FRANCO FORABOSCHI

 

FORABOSCHI - Stavo esaminando alcuni punti delle consulenze tecniche, presentate precedentemente, e in particolare avevo visto alcuni punti della relazione degli ingegneri Nano e Rabitti. Riprenderei da questo punto, in particolare con una annotazione relativa all'esame dell'ingegner Rabitti. Nel verbale d'udienza si legge, a pagina 72, prima vorrei leggere un documento, che abbiamo reperito, che è del 30 giugno 1975, questo dice l'ingegner Rabitti, a metà del 1975, agosto, non si sa ancora se gli impianti potessero rimanere in funzione. E` da notare che le concentrazioni di CVM che vengono mostrate dall'azienda danno circa 3 PPM a marzo del 1975, se si fosse avuta una concentrazione di questo genere agli impianti non si sarebbe posto il problema di mantenerli in marcia o meno. Sono state fatte tre alternative, che hanno in comune una spesa per una serie di modifiche in corso già approvate, per un totale di circa 12 miliardi per portare la media fino a 10 PPM. Quindi a due terzi del 1975 praticamente si dice che l'obiettivo finale è quello di portare la media di concentrazione degli impianti a 10 PPM. Una spesa ulteriore di risanamento per circa 7,2 miliardi per portare la media da 10 a 1 PPM. L'ingegner Rabitti ha poi precisato che il documento a cui faceva riferimento è dell'ingegner Monzana. L'intervento dell'ingegner Monzana è riportato nel verbale di riunione Montedison, tenuta il 30 giugno 1975 con oggetto problematiche CVM, relatore dottor Dall'Aglio, ed era la parte relativa al gruppo di lavoro e al realizzo di interventi risanatori su impianti esistenti. Ecco, se uno legge il documento si rende conto che le cose sono un po' diverse da come appaiono da quanto esposto dall'ingegner Rabitti. Infatti l'obiettivo di 10 PPM, in volume, che il documento si pone per le concentrazioni di CVM, è in termine di media sulle 8 ore di lavoro, cioè, un limite TWA, mentre il valore di 3 PPM, che l'azienda indica, è una media mensile, che, com'è noto, risulta più bassa della media su 8 ore. La media poi in realtà in certi reparti a quell'epoca era anche più alta di 3 nei dati aziendali, dati che abbiamo proiettato, discusso, sia l'ingegner Nano e Rabitti, sia il sottoscritto. Nel mese di marzo 1975 la media mensile su 1327 rilevamenti nel reparto CV6 è risultata 7 e 6 parti per milioni. Ma non è tanto questo che interessa, quanto il fatto che questa media risulta poi da valori più alti e valori più bassi e c'erano non pochi valori presi come media sulle 8 ore, che erano superiori ai 10. Per esempio, lì vediamo che 7 valori erano compresi tra 7 e 25 parti per milione, quindi il 12% dei valori, 12 erano compresi tra 10 e 15 parti per milioni, il 20%, 23 valori invece erano compresi, sempre delle medie giornaliere, tra 3 e 10 PPM, e 18 addirittura risultavano inferiori a 8 PPM. Quindi lo stesso possiamo vedere nel mese di aprile, la concentrazione media nel reparto era 5 e 82 PPM, la distribuzione dei valori invece come medie giornaliere avevamo su 89 valori 5 compresi tra 15 e 20, 6 erano compresi tra 10 e 15, 54 erano compresi tra 3 e 10 e poi 24 erano inferiori a 10. Quindi qual è il quadro che si pone di fronte all'ingegner Monzana, che parla di questi provvedimenti? E` un quadro di grande variabilità dei valori, questa variabilità dei valori ho tentato, e spero di esserci anche riuscito, di spiegare perché in quel momento non ci si poteva aspettare una costanza di valori, essendo ancora gli interventi di urgenza, fatti ancora senza quella indestabilizzazione della situazione. Ecco, il discorso che si poneva l'ingegner Monzana era quella di quanto meno il 10 come parte per milione in volume non superarlo mai durante l'arco delle misure, anche se le medie poi mensili erano più basse. L'obiettivo di una parte per milione, ricordiamoci che nel 1975 ancora non c'era una normativa europea e quindi probabilmente penso che l'ingegner Monzana avrà detto: "Ma come si svilupperà la normativa europea, se si dovesse sviluppare in analogia alla normativa Osha. La normativa Osha dall'inizio del 1975 era una parte per milione, quindi poniamoci anche questo obiettivo, ma sempre non come medie sul mese o sull'anno, ma come medie sulle 8 ore. Poi la normativa europea si è sviluppata sulla media annua. Quindi non è che l'ingegner Rabitti non abbia fornito dati che non ci sono in queste cose, manca quella specificazione, che da un lato si sta parlando di media mensili, dall'altro si sta parlando di medie sulle 8 ore, che mi sembra metta il problema in una luce un po' diversa da quella che poteva apparire, e quindi mi premeva sottoporre questa cosa all'attenzione del Tribunale. Io con questo avrei concluso sull'esame delle consulenze dei consulenti del Pubblico Ministero e inizierei ad esaminare la consulenza del professor Rindone. Il professor Rindone ha fatto notare ad un certo momento che se apro un barattolo di CVM la concentrazione in prossimità del barattolo sarà più alta che a distanza del barattolo. Su questo non si può essere altro che d'accordo, volevo solo richiamare il fatto che, tanto per dare un'idea anche quantitativa, seppure grossolana della cosa, il sottoscritto ha anche presentato qualche calcolo, pur non dando troppo peso al valore numerico, ma per far vedere che da un certo punto di perdita si sviluppa questo pennacchio di aria con concentrazioni anomali di CVM. Poi il professor Rindone ha anche indicato che il CVM è un gas più denso dell'aria e tende a stratificarsi sotto l'aria. Sono proprio le parole precise a pagina 19 del verbale dell'udienza del 1 giugno del 1999. La stratificazione si verifica quando si ha un rilascio a velocità molto bassa del gas denso e pesante, si parla appunto di gas pesanti, intendendo gas che hanno, a parità di condizioni, una densità maggiore di quella dell'aria. Allora, se io ho un rilascio a velocità bassa è chiaro che questo gas, è chiaro, insomma... questo gas più pesante tende a stagnare sotto; queste circostanze quando si verificano in pratica? Per esempio, se ho una pozza, ho una perdita di liquido, ho una pozza di liquido, questa pozza evapora, il vapore però non ha grande velocità, anzi a velocità quasi trascurabile, quindi tende a stabilizzarsi sotto l'aria. Ma le situazioni, che si verificano e che sono quelle che determinano situazioni anomale nei reparti, sono situazioni in cui la perdita avviene da un foro, da una guarnizione che non tiene, quindi il CVM esce ad una certa velocità e si miscela subito con l'aria, per cui praticamente in prossimità, non proprio dove esce, ma subito dopo, non abbiamo il CVM gas da solo, abbiamo il CVM mescolato in aria. E il CVM mescolato in aria indubbiamente aumenta la densità di quest'aria inquinata, però siccome l'inquinamento poi non è elevatissimo l'aumento è modesto. Per esempio, quel caso che io ho esaminato con riferimento alle perdite secondo i dati dell'EPA cioè con aria che ha 15 mila parti per milione di CVM, se si fanno i conti in condizioni normali, cioè a temperatura di 0 gradi e a pressione atmosferica, la densità dell'aria inquinata è 1,31 chilogrammi per metro cubo, la densità dell'aria è 1,29. Quindi è vero, è più densa, ma molto poco, se fosse CVM puro sarebbe oltre il doppio la densità. Quindi non è che la cosa uno la ignori, perché il livello, che io ho adottato per fare quei calcoli grossolani, è un modello proprio per gas pesante, cioè per tener conto che ha una maggiore densità, che quindi si muove più stando verso il basso. Però questi modelli cosa fanno? Tengono conto della differenza piccola, una differenza che inizialmente c'è, ma camminando poi questo pennacchio chiama dentro ulteriore aria, si diluisce, da un certo momento in poi le differenze sono trascurabili, per cui prende poi e fa i calcoli secondo modelli di gas neon. Quindi se io guardo in inquinamento, sempre molto forte in un ambiente di lavoro, con 1000 parti per milione di CVM, praticamente la densità mi viene 1,29 come quella dell'aria, cioè siamo con cambiamenti oltre la terza cifra significativa, cioè cambiamenti molto modesti. Quindi, ancora una volta, non è che quello che ha detto il professor Rindone sia sbagliato, però si riferisce ad una particolare situazione, che non è quella di interesse per la nostra situazione, se pensiamo a quella di interesse per la nostra situazione sostanzialmente l'effetto di maggiore densità del CVM è molto modesto, peraltro, ripeto, nei calcoli che io ho fatto ne ho anche tenuto conto. Da pagina 25 a pagina 29 del verbale d'udienza del primo giugno 1999, il professore Rindone prende in esame quello che un manuale di strategia di campionamento per l'esposizione occupazionale del Niosh diceva nel 1977, quindi è un manuale del 1977. Ed allega poi alla sua relazione parte di questo manuale. Leggo anche qui ad un certo momento cosa dice: "C'è stato un dibattito, tra cui Brestling ed altri nella pubblicazione C1 hanno sostenuto invece che c'era un'inadeguatezza - partiamo dalla prima - l'inadeguatezza del monitoraggio generale per misurare le esposizioni degli impiegati". Questo è il titolo del documento. Poi dice che ci sono persone che si sono espresse in direzione coerente con questo titolo, altre persone, altri ricercatori, altri tecnici, che si sono espressi invece dicendo che il monitoraggio generale d'aria poteva servire per misurare l'esposizione degli operatori, degli impiegati. Qui mi limito ad osservare che il maggiore sostenitore dell'adeguatezza è poi l'unico che si è occupato di monitoraggio di CVM, perché questo manuale, e lo dice chiaramente, è un manuale che deve aiutare a concepire piani di campionamento per valutare l'esposizione occupazionale a sostanze chimiche ed aerodisperse e nell'introduzione precisa anche che le strategie di campionamento, emerse dalle statistiche di questo manuale, si applicano specificamente all'esposizione occupazionale a sostanze chimiche aerodisperse (come polveri, fumane, goccioline, gas e vapori), quindi è un manuale in cui si prende in esame non il CVM, ma, diciamo, non solamente gas e vapori, che si disperdono in aria, ma anche polveri e gocce. E` chiaro che le problematiche di campionamento e di misura per goccioline, per particelle solide disperse in aria sono ben diverse dalle problematiche relative invece alla dispersione di gas e di vapori, come del resto il professor Rindone stesso fa osservare, c'è tra i vari autori uno che sostiene in maniera molto precisa la validità del metodo ed è l'unico che tra tutti gli autori citati si è occupato... la sua sperimentazione riguarda proprio il CVM. In quel periodo, nella seconda metà degli anni '70, però non c'era solo il Niosh che si occupava della determinazione dell'esposizione dei lavoratori al CVM, per esempio, nel 1978 è stato pubblicato un volume sull'argomento dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo volume si dicono tante cose, ma ad un certo momento parlando di campionatori personali, con riferimento ai campionatori personali tradizionali, quelli normali, si legge: "I campionatori personali descritti sin qui hanno lo svantaggio che l'informazione non è disponibile, finché non è stata condotta l'analisi in laboratorio". Sì, ci sono indubbiamente dei vantaggi nell'uso del campionatore personale perché il campionatore personale segue l'operatore, quindi io non devo fare dei calcoli o delle valutazioni, devo fare solo l'analisi alla fine di quanto CVM è stato raccolto sul campionatore. Però dice: "Attenzione che questo non mi da informazione subito di quel che sta succedendo, lo vedo quando vado a fare le analisi, e questo naturalmente per una gestione del problema può costituire un limite notevole. Poi, nello stesso periodo, sono stati pubblicati dei volumi in Inghilterra, nel Regno Unito, ancora una volta sulle misure di CVM in ambiente di lavoro. La pubblicazione era a cura dell'Associazione delle Industrie Chimiche Inglesi, in particolare dal Comitato per la Sicurezza Industriale e per la Salute. Devo però dire che ad esempio il volume dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che è dedicato alla misura del CVM anche in ambiente di lavoro, ma il volume riguardava proprio la misura del CVM in tutte le situazioni che poteva interessare. Ecco, per quanto riguarda la misura nell'ambiente di lavoro riporta direttamente le metodologie sviluppate in questo testo dell'Associazione delle Industrie Chimiche del Regno Unito, quindi sembra sia una conferma indiretta, cioè, una conferma si ha leggendo, si vede che sono cose serie, ma diciamo indirettamente che, pur essendo fatta dall'Associazione delle Industrie, era un volume tecnicamente molto ben fatto, lo si vede dal fatto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che cura la pubblicazione di questo volume sui metodi analitici, per quanto riguarda le misure in ambiente di lavoro riprende proprio esattamente, rimanda, proprio, come referenza, a questi volumi. Questi volumi che sono usciti, io poi ne conosco tre, mi sembra nel 1974, 1976, 1978, in quegli anni lì, è uscito in tre edizioni. Ecco, se si va a vedere cosa dice questo libro, questo manuale, a proposito dei campionatori automatici, traduco io, è riportato anche il testo in inglese. Nella relazione c'è la fotocopia del testo inglese. Nel Regno Unito lo standard di igiene per il cloruro di vinile stabilisce che nessuno può essere esposto a una concentrazione superiore a 10 parti per milione mediata su 8 ore, siamo nel 1977. Strettamente parlando, il rispetto di questo standard può essere dimostrato solo dotando tutti i lavoratori di un dispositivo, che o registri continuamente le concentrazioni istantanee di CVM a cui il lavoratore è esposto o campioni continuamente a porta costante l'atmosfera, nella quale si sta lavorando. Tale monitoraggio di tutti i lavoratori non è praticabile con le attuali tecniche e il codice di pratica per le precauzioni per la salute accetta che il monitoraggio d'aria sia usato per misurare il livello di CVM medio in un'area e che l'esposizione personale media venga calcolata da questi livelli di CVM medi, tenendo conto del tempo speso dai lavoratori nelle diverse aree. Il codice richiede che il monitoraggio sia usato per confermare che il valore ottenuto dal calcolo siano in accordo con il reale valore misurato. Cioè, in definitiva, il discorso è: il monitoraggio personale è preferibile a quello medio di area per determinazione l'esposizione di ciascun operatore, ma non è concretamente praticabile in un impianto, ed allora si ricorre alla determinazione della concentrazione media del CVM nelle diverse aree di lavoro e si calcola l'esposizione dei singoli operatori, tenendo conto del tempo di permanenza degli stessi nelle diverse aree. Qui siamo nel 1977, siamo ormai nell'imminenza della direttiva comunitaria, la direttiva comunitaria sposò questa tesi, parlando quindi di metodo sequenziale e di determinazione della concentrazione in un'area e poi della determinazione dell'esposizione, appunto tenendo conto delle... Quindi mi sembra che il discorso del Niosh, che in quel momento era molto rivolto, come metodologia generale, ad escludere l'utilizzazione della misura della concentrazione in area, trova poi altri punti di vista autorevoli, almeno altrettanto. Proseguendo, a pagina 34 e 39 del verbale d'udienza, sempre del primo giugno, il professor Rindone parla dei risultati di un'indagine condotta nel 1974 dalla Bendix Corporation per conto del Niosh. Anche qui leggo esattamente quello che ha detto il professor Rindone: "Nell'impianto A le concentrazioni che erano ottenute, che si sono misurate, furono per il cloruro di vinile in PPM da 0,01 a 5,89; quindi diciamo i 5,89 erano di gran lunga superiori rispetto al limite normato. Nell'impianto A poi guardando invece le esposizioni di singoli, cioè di gruppi di lavoratori per mansione, si vidi che, per esempio, i tecnici di laboratorio erano esposti da 0,4 a 4,36 PPM; gli operatori d'impianto da 0,13 a 2,45 PPM". I campioni di area, che erano ottenuti, erano nell'intervallo da 0,56 a 5,89 e quindi c'era una grande variabilità sia nelle concentrazioni di area, sia nelle concentrazioni individuali. Successivamente dice il professor Rindone che la conclusione, che ne traeva la società affidataria del contratto, cioè la Bendix, era questa: "Nonostante gli sforzi sinceri da parte di tutte le compagnie, che sono state contattate, di ridurre il livello di cloruro di vinile al quale i loro impiegati sono esperti, le concentrazioni di cloruro di vinile sono al di sopra dei limiti di 1 PPM di TWA e di 5 PPM di soglia per 15 minuti, che ancora esistono in alcune aree delle compagnie interessate". E sempre con riferimento al lucido 37 del professor Rindone, indica cosa c'è in certe righe, in certi dati che fornisce, ma quello che mi interessa è che dice: "Questi numeri sono diversi, e scusate, io non mi sarei mai aspettato che potessero essere non diversi, quindi, diciamo, mi sembra assolutamente logico, che una concentrazione di area potesse essere anche molto diversa dalla dose a cui era esposto il singolo lavoratore". Allora, intanto la data, come ci dice il professor Rindone, come sembra di capire dal documento allegato che il professor Rindone ci ha fornito, è il 74, quindi il contratto Niosh Bendix sembra essere tra quelle attività, che l'Osha fece per verificare la fattibilità del limite di una parte per milione che sarebbe scattato nel 1975, di queste ne ho citate anch'io, ho riportato vari dati sempre di contratti dati dall'Osha per studiare questo. Quindi siamo però in un periodo in cui ancora il limite non è negli Stati Uniti 1, come valore massimo permesso sulle 8 ore, 5 su un quarto d'ora, e 0,5 come livello d'azione, cioè 0,5 è il livello da cui deve partire l'azione di miglioramento. Il limite che valeva in quel momento era 50 parti per milioni. Quindi, sostanzialmente, l'azienda rispettava questo limite a parte un punto in cui c'erano 85... ovviamente non mi preoccupa se questa azienda rispettava o non rispettava i limiti americani. E` per dire: "Guardate che siamo ancora in quei momenti in cui non si erano presi provvedimenti definitivi", cioè si era ancora in quel momento in cui si stavano abbassando i limiti più che si poteva con i provvedimenti, che si potevano fare urgentemente. In questa situazione io non mi posso aspettare regolarità di misure né nel tempo né nello spazio, quindi anch'io non mi meraviglio, come non si meraviglia il professor Rindone, che i dati siano variabili e non ci sia una buona congruenza tra i dati del campionatore personale e i dati della misura d'area. Ma questo anche per un motivo ben preciso, che oltre a questa regolarità, e l'abbiamo vista da tutti i diagrammi, non c'è da tutte le parti, i valori che riporta questo rapporto della Bendix per l'area sono valori di area e non sono fatti calcoli per l'esposizione personale, partendo dai valori di area e tenendo conto dei tempi di permanenza degli operatori nelle singole aree, quindi anch'io non mi meraviglio che i risultati siano diversi. Io non so la conclusione a cui forse voleva arrivare il professor Rindone, mi sembra che l'abbia detto esplicitamente, era di prendere questo come riferimento, di cattiva misura dell'esposizione personale attraverso le misure di area. Io non condivido che questi dati portano a conseguenze di questo genere, se penso alle misure fatte sugli impianti assestati, su impianti dove le variazioni diventano molto più piccole, sono correlabili solo ad eventi anormali, e quindi ritengo che poi la decisione, presa dalla Comunità e trasferita nella direttiva, di ritenere controllabile l'esposizione personale con la misura di area, sia tecnicamente e scientificamente giustificata. Ricordo che la direttiva comunitaria dice: "Verifica dove hai posizionato i campionatori, le prese per la misura di area, facendo delle misure con campionatore personale, rimanendo all'ambito che mi interessa, cioè periodi recenti, le misure fatte da EVC, recentemente, hanno mostrato che appunto questo accordo c'era, ma tutto sommato anche le misure fatte nel 1977, 1978, di cui abbiamo parlato, pur essendo misure ancora con intervalli abbastanza larghi, davano un sostanziale accordo. Ma, ripeto, per quanto mi interessa il periodo recente, non c'è dubbio che questa verifica è una verifica positiva. Un'ultima osservazione riguardo sempre al professor Rindone, alle cose che ha detto il professor Rindone, il quale parlando a pagina 47 del verbale d'udienza, sempre del primo giugno 1999, parlando dell'indagine affidata all'American Appraisal, scrive: "Mi ha impressionato, ed ecco perché ve l'ho mostrato, che l'ultima riga, quella degli interventi straordinari per la sicurezza ambientale, che erano previsti per il prossimo triennio non c'è niente, nonostante che questa è una cosa a cui i valutatori dovevano rispondere, non hanno risposto né buono, né discreto, né sufficiente, né scarso, né insufficiente. Io questo noto e vi ho riportato". Evidentemente tra la documentazione consultata dal professor Rindone era disponibile la sezione dell'indagine dell'American Appraisal riguardante gli aspetti produttivi, cioè la parte degli impianti prioritari, aspetto produttivo, e non c'era quella impianti prioritari, aspetto ecologico, nella quale venivano considerati gli aspetti concernenti la conformità degli impianti alla vigente normativa ambientale, perché effettivamente ha ragione il professor Rindone, se non ci fosse stato questo elemento ambientale l'indagine dell'American Appraisal era molto parziale. Ma, ripeto, erano due i rapporti. Nel controesame del professor Rindone, pagina 109 e 112 del verbale d'udienza del 18 giugno 1999, il professor Rindone spiega cosa ha inteso dire con possibilità per composti del tipo del CVM di accumularsi negli organismi. Quello che aveva detto a pagina 10 del verbale d'udienza del primo giugno 1999. In particolare a pagina 111 del controesame si legge: "La parola accumulo significa essenzialmente che, quando una certa quantità di cloruro di vinile o di qualsiasi altra sostanza si trova a contatto con due comparti di diversa caratteristica, uno idrofilo ed uno lipofilo, la parola accumulo sta a dire quanto di questo, cioè del CVM, si trasferisce nel comparto lipofilo e quanto nel comparto idrofilo", quindi è chiaro che questa considerazione del professor Rindone non riguarda la capacità dell'organismo di accumulare la sostanza, perché è incapace di metabolizzarla o, comunque, di eliminarla. E su questo punto direi che il professor Rindone poi si è espresso chiaramente, rispondendo alle domande del professor Pulitanò, a pagina 120 del verbale di udienza del 18 giugno 1999, alla domanda: "Quindi trarre dalla sua parola l'idea che il CVM sia una sostanza bioaccumulabile sarebbe un'illazione errata e non corrispondente al suo pensiero, risposta: "Certo". Devo dire che in questo campo esiste una certa confusione di linguaggio, lo stesso termine viene usato con significati diversi. Nel campo della modellistica ambientale il fenomeno, che ha descritto il professor Rindone per il CVM, viene indicato con il termine di bioconcentrazione. Cioè, se io ho un pesce in un'acqua, dove c'è del CVM, siccome il CVM va più volentieri nel grasso che nell'acqua, alla fine io troverò una concentrazione più alta del CVM nel grasso di quanta non ce ne sia nell'acqua, quindi c'è una bioconcentrazione, ed è un fenomeno ben noto. Poi in genere si parla di bioaccumulazione, ripeto, sempre nel settore della modellistica ambientale, ma anche nei testi, che io ho citato, che sono testi abbastanza importanti, dicono: "Attenzione che non c'è proprio una uniformità di linguaggio, quindi noi diamo queste definizioni, però non meravigliatevi se altri autori usano altre definizioni". Questo a spiegare, proprio perché credo ci sia stato, se uno rilegge il controesame, qualche incomprensione sull'inizio proprio nell'uso delle parole. La bioaccumulazione viene riferita non solo all'assunzione attraverso le branchie, attraverso i tessuti epiteliali, ma all'assunzione completa di una sostanza, e quindi anche attraverso il cibo. Poi sempre nella modellista ambientale si parla di biomagnificazione, è una traduzione brutta del termine inglese, ma mi sembra dia il concetto abbastanza bene, e questa sta a indicare l'aumento di concentrazione nella catena trofica, cioè nel plancton trovo del mercurio, i piccoli pesci accumulano più mercurio di quanto ce ne sia nel plancton, i pesci grossi mangiano i pesci piccoli ed accumulano ancora più mercurio, per cui se prendo un pesce grosso nella baia di Minamata poi succedono tutti i guai, che là successero, ma a volte succedono purtroppo anche nel Mediterraneo, perché il Mediterraneo ha del mercurio proprio per sua natura, cioè si trova il mercurio nei pesci. Allora mi premeva - e con questo concludo il discorso sul professor Rindone - mettere in evidenza che il fenomeno descritto dal professor Rindone è corretto, perfetto, però si riferisce ad un aumento di concentrazione, non sta a indicare né una bioaccumulazione nè tanto meno una biomagnificazione e del resto lui l'ha detto chiaramente. Passerei ora all'esame della consulenza del professor Nardelli e riprendo un punto già accennato. Sostanzialmente con riferimento ad una relazione Galli-Foraboschi-Messineo, depositata in sede di udienza preliminare, di indagini preliminari, il professor Nardelli osservava che, a suo avviso, era sbagliato che nel calcolo della distribuzione di concentrazione di CVM con il programma Wotzon si prendessero per il CVM la temperatura ambiente 20 gradi e la pressione ambiente un'atmosfera, cioè 1,013 bar, anziché 60 gradi centigradi e 7 o 9 bar effettivi come si hanno nell'autoclave di polimerizzazione. Però vorrei leggere esattamente quello che risulta a pagina 54 del verbale d'udienza dell'11 giugno 1999: "Il professor Foraboschi mi dovrà dire come fa il gas ad uscire se è a pressione ambiente, perché se è a pressione ambiente resta dentro nell'autoclave, no, non viene fuori e l'autoclave, diciamo, e a 7 o 9 atmosfere, quindi pressione iniziale del gas 7 atmosfere, professor Foraboschi, non pressione ambiente. Temperatura iniziale del gas è 20 gradi, il gas per polimerizzare ha bisogno di 60 gradi altrimenti non polimerizza. Quindi condizioni iniziali non 20 gradi e pressione ambiente, ma 7 o 9 atmosfere a 60 gradi". Bene, non è il sottoscritto che ha sbagliato, ma il professor Nardelli i cui rilievi derivano da una lettura superficiale di quanto ho scritto nella relazione e da una carente analisi della situazione. Io ovviamente risparmio la lettura di tutto quello che abbiamo scritto in quella relazione, però rileggendo in nessun punto viene detto che stiamo parlando di autoclavi o di zona autoclavi, quindi dato lo scopo dei calcoli, che non era quello di andare a dire che, per esempio, nella sala autoclavi la distribuzione di concentrazione è questa, lo scopo, come ho detto più volte, era quello di far vedere che si forma un pennacchio, che poi dopo avrà una evoluzione, che avrà quando ci sono gli ostacoli, ma che in assenza di ostacoli ha queste caratteristiche. E quindi dato lo scopo dei calcoli non si faceva riferimento a nessun specifico punto dell'impianto da cui la fuga poteva aver origine. Ci si limitava a supporre che in un punto dell'atmosfera si avesse una concentrazione di CVM di 15 mila parti per milione in volume e una portata di CVM di un grammo/secondo, alle condizioni atmosferiche di 20 gradi centigradi e 1 atmosfera, cioè 0,013 bar, e si sottolineava che si trattava di una perdita molto grossa, molto grande, perché bastava confrontarla con il fattore di emissione EPA per le perdite di gas da valvole, che con concentrazioni nell'atmosfera in prossimità del punto di perdita maggiori di 10 mila parti per milione era di 0,08 chilogrammi/ora, cioè circa 0,02 grammi/secondo, cioè, 50 volte minore di quello considerato nel calcolo. E queste erano le cose che erano dette. Quindi riferirsi, come fa il professor Nardelli, ad una perdita dalle autoclavi di polimerizzazione è del tutto arbitrario. Il punto di perdita, oltre a non essere su un'autoclave, poteva trovarsi in un reparto CVM, dove non ci sono autoclavi. Ora, questo mi sembra serve a dimostrare che non è il sottoscritto che ha sbagliato. Però se anche il punto di perdita non fosse stato dall'autoclave il rilievo sarebbe ugualmente sbagliato, infatti da quanto scritto risulta che il calcolo condotto con programma riguarda, e cito testualmente, "la dispersione di un'emissione gassosa nell'atmosfera esterna", e non riguarda la fuoriuscita di CVM dall'autoclave, quindi il rilievo di come fa ad uscire, niente, noi lo consideriamo già uscito, già miscelato nell'aria. Quindi com'è possibile nell'aria ambiente che la pressione sia diversa dalla pressione atmosferica? Quindi la situazione iniziale per il nostro calcolo, che è, ripeto, il calcolo della dispersione di una emissione gassosa, partendo da un punto dove si ha questa concentrazione di 15 parti per milione, l'1,5% in volume, non poteva essere altro che la pressione atmosferica, è impossibile avere 7 o 9 atmosfere come pressione relativa e quindi 8 o 10 atmosfere come pressione assoluta, quella che si ha nell'autoclave. Ma anche per la temperatura vale lo stesso ragionamento, perché se anche il gas, che esce dall'autoclave e si miscela con l'aria, avesse la temperatura di 60 gradi, bisogna tener presente che questo gas è l'1,5% in volume, quindi miscelo l'1,5% in volume di gas a 60 gradi con 98,5% di aria a 20 gradi, il risultato non possono essere 60 gradi, siamo vicino a 20. Facendo i calcoli, verrebbero 21 gradi. C'è da dire però che il gas non esce a 60 gradi, perché si ha un efflusso, che in gergo tecnico porta ad avere le condizioni critiche, cioè condizioni di velocità soniche nella sezione di uscita e quindi... poi dopo si hanno fatti di miscelazione, per cui si perde questa velocità. Se si calcola la temperatura con i normali modelli, che sono modelli di gas perfetto, che evidentemente a pressioni di 10 atmosfere possono non essere proprio perfettamente rappresentanti della realtà, ma facendo il calcolo, la temperatura di uscita è sui 30 gradi centigradi. Ma, comunque, ripeto, anche se fosse 60 alla fine la miscela sarebbe intorno ai 20 gradi. Quindi il calcolo presentato a suo tempo e ripresentato oggi, cioè ripresentato nelle udienze precedenti, è corretto. A pagina 97 del verbale d'udienza dell'11 giugno 1999 si legge: "Scegliendo come soglia di allarme il valore di 25 PPM e impedendo, l'ho sottolineato e mi prendo la responsabilità di quello che scrivo - leggo quello che ha detto il professor Nardelli - e lo lascio, cioè i 25 PPM, impedendo, non rendendo possibile vuol dire impedendo, al contempo di conoscere il vero valore di concentrazione - la lettura dei verbali, come loro sanno meglio di me, è sempre complicata, quando mi rileggono i verbali mi domando chi è quell'analfabeta che ha parlato, purtroppo perdendo le forme retoriche, quindi mi scuso se leggendo non riesco a rendere la cosa, ma credo sia chiaro quello che era detto. I verbali hanno questo limite di riportare la forma retorica che dà senso a certe frasi e che rilette possono sembrare più difficili da capire. E quindi dice: "Non rendendo possibile vuol dire impedendo, al contempo, di conoscere il valore di concentrazioni raggiunto in dette situazioni. Il Petrolchimico di Porto Marghera si è messo al riparo da possibili stabellamenti rispetto ai valori limiti fissati dalla direttiva della Comunità Europea, numero 610 del 1978, articolo 6, comma 1 o 2, che fissa 30 parti per milione per 2 minuti". Letto questo, mi sono andato a rileggere le norme comunitarie, a cui si fa riferimento e l'articolo 6, commi 1 e 2, dicono: "Per registrare aumenti anormali delle concentrazioni di cloruro di vinile monomero deve essere previsto un sistema di controllo, che consenta di rilevare tali aumenti nei punti in cui essi possono prodursi. Nel caso di aumento anormale della concentrazione devono essere prese immediatamente disposizioni tecniche, che consentano di stabilirne le cause e di porvi rimedio. Il valore corrispondente al livello di allarme non deve essere superiore, in un punto di misurazione, a 15 parti per milione per valori medi, rilevati su base di un'ora a 20 parti per milione per valori medi rilevati sulla base di 20 minuti o a 30 parti per milione per valori rilevati sulla base di 2 minuti. In caso di superamento del livello di allarme dovranno essere adottate immediatamente misure protettive individuali". Ora, se vado al D.P.R. 662 del 1982, che recepisce la direttiva, leggo l'articolo 5 comma 1: "Per registrare aumenti anomali della concentrazione di cloruro vinile monomero deve essere previsto un sistema di controllo, che consenta di rilevare tali aumenti nei punti in cui possono prodursi" e qui praticamente riproduce la prima parte del comma 1 dell'articolo 6 della direttiva. Poi prosegue: "Qualora in un punto di rilevamento si verifichi un aumento anormale della concentrazione, tale che questa superi il valore di 15 parti per milione, devono essere adottate immediatamente misure tecniche per l'individuazione delle cause e la loro rimozione", poi parla di cosa fare per le 30 parti per milione. Vediamo quindi che il secondo comma della direttiva non è stato recepito nella maniera precisa come era scritto, è stato recepito, tutto sommato, a mio avviso, in maniera più restrittiva, come sappiamo un recepimento di direttiva può fare, cioè non può rendere il un controllo meno rigido, può invece renderlo più rigido. Dico questo perché mentre i 15 parti per milione nella direttiva sono valori medi sulla base di un'ora, il D.P.R. 962 parla invece semplicemente quando si supera il valore di 15 parti per milione, quindi anche sulla misura di 2 minuti. Forse loro ricorderanno che invece queste indicazioni temporali sono state riprese dalla normativa inglese, dalla normativa del Regno Unito, ora, letta la norma di riferimento, io trovo che la frase "il Petrolchimico di Porto Marghera si è messo al riparo da possibili stabellamenti rispetto ai valori limiti fissati dalla direttiva della Comunità Europea" sia priva di significato, è un limite mio, che non colgo il significato, cercherò però di spiegare anche il perché. La norma non fissa dei limiti, che non possono essere superati, Allora non vedo come si possa parlare di stabellamento quando non ci sono dei limiti da rispettare. Io dico che c'è uno stabellamento rispetto alla tabella A della legge Merli, lo dicevo quando era ancora in vigore la legge Merli, se c'erano dei superamenti dei limiti massimi di accettabilità stabiliti nella tabella A della legge Merli, qui invece ci sono soglie di allarme e ci sono non il divieto di superare quelle soglie, ma i provvedimenti da prendere quando si superano quelle soglie, certamente sono provvedimenti non normali, quindi è chiaro che il superamento di quelle soglie indica una situazione anormale, ma non vedo come si possa parlare di stabellamento. Vediamo però di seguire il discorso, al di là dell'uso di certe parole, può essere non proprio rappresentativo della situazione, si parla nella direttiva, nel comma 1, di un sistema di controllo, che consenta di rilevare tali aumenti, cioè aumenti anormali della concentrazione nei punti in cui essi possono prodursi, nel caso di aumento normale bisogna trovarne le cause e porvi rimedio, io osservo che intanto certamente non si fa riferimento al sistema o al solo sistema di misura sequenziale, perché è impossibile poter avere una sonda con propria linea, che rilevi la concentrazione in tutti i punti, in cui possono prodursi aumenti anomali, i punti sono una infinità, frange, valvole, pompe, le sonde possono controllare una certa area, una certa zona, anche se il sistema fosse monocampanella, la campanella non potrà essere in ogni punto, non potrà avere una campanella e la sua linea in ogni punto in cui si può verificare, si può produrre un aumento anormale, quindi chiaramente qui si intende il controllo con il cercafughe e, a mio avviso, e questo è dimostrato anche dal fatto che si parla di aumento anormale senza dire un numero che esprima questo aumento anormale. Perché se si va a vedere il secondo comma il livello di allarme, per esempio delle 15 parti, delle 20 parti o delle 30 parti per milione a seconda della durata, questo sì che è invece quello che io misuro con i sistemi di monitoraggio, ma questo è strettamente in relazione all'esposizione del personale, perché la conseguenza che ne trae la direttiva è quella di adottare immediatamente le misure protettive individuali. Quindi a mio avviso la lettura tecnica dell'articolo 6 vede due cose: uno, un controllo delle fughe, che non può essere fatto altro che con il cercafughe, quindi per esempio io trovo rispondente a questa indicazione il fatto che vado a cercare la fuga non quando il sistema di monitoraggio mi segna 15 o 30, ma quando grosso modo mi segna 5, come abbiamo visto e detto con riferimento ai casi, che si leggono sul registro degli interventi. E quindi mi preoccupo prima di andare a cercare la fuga, trovarne le cause e rimuoverle. Poi c'è invece un altro discorso ed è quello appunto che, siccome la verifica del rispetto del valore limite tecnico di lunga durata viene fatto in base alle misure di concentrazione di area e poi tenendo conto dei tempi di permanenza nelle diverse aree dei lavoratori, io mi preoccupo che quando quel sistema mi dà una concentrazione superiore a 15 per un'ora... questo come direttiva europea, come legge italiana, quando è superiore a 15, mi preoccupo che... la direttiva europea si preoccupa che vengano adottate le misure protettive individuali. Cosa vuol dire misure protettive individuali? Ad esempio, allontanamento degli operatori, come abbiamo visto sono poi anche le procedure, gli operatori, che nell'area non seguano quegli interventi, è meglio che si allontanino, ma comunque mettersi le misure protettive individuali. Ora, ritornando a quanto detto dal professor Nardelli e al discorso del limite di 25 parti per milioni come soglia in allarme, spostando appunto alle 25 parti per milione, cioè quando si arriva o si supera questo valore, tutte le incombenze, che la normativa prevede per il superamento del livello di 30 parti per milione, inclusa quindi l'adozione di misure protettive individuali e potendo fare valore come fondo scala dello strumento, quindi lo strumento non misura oltre i 25, questo non rappresenta in alcuna maniera, ad avviso del sottoscritto, un'elusione del dettato dell'articolo 6 della direttiva comunitaria, in particolare riguardo al livello di allarme di 30 parti per milione di CVM, come valore medio su 2 minuti, perché la misura è media su 2 minuti e i 25 sono più bassi di 30; che poi prendere 25 invece che 30 non sposta in maniera significativa la media con cui mi devo rapportare rispetto al valore limite tecnico di lunga durata, l'ha fatto vedere il professore Galli, l'ho fatto vedere anch'io rapidamente, cioè tener conto di 30 invece che di 25 non sposta il valore medio. Invece intervenire a 25 piuttosto che a 30 è un provvedimento cautelativo. Qui poi devo proseguire il mio ragionamento, dicendo: "Attenzione, è del tutto arbitrario rapportare le misure di concentrazione fatte con il cercafughe con quelle fatte con il sistema di monitoraggio continuo", anche se il sistema di monitoraggio continuo fosse monocampanella, con il cercafughe io andrò a misurare la concentrazione in prossimità del punto di perdita, la sonda di misura è sempre in una posizione, che è ad una qualche distanza dal punto di perdita, spesso è anche abbastanza distante dal punto di perdita, e le differenze tra quel che misuro immediatamente vicino al punto di perdita e ad una certa distanza dal punto di perdita sono grandi nei casi normali, poi sono molto grandi nei casi normali di perdita dagli organi di tenuta. Io ho cercato di illustrare come porre appunto soglie di 15 - 30, come fa la direttiva, come fa la normativa italiana per gli allarmi, vuol dire proprio tener conto di questo, perché chi ha fatto queste norme ignori che, come ci dice l'EPA, se c'è una perdita ad una valvola allora almeno in prossimità della valvola misuro 10 mila, dato acquisito, ricordo che addirittura in precedenza della nuova normativa, che è venuta fuori dal seguito del nuovo atto dell'aria pulita, l'EPA diceva: "Perde, non perde, perde se c'ho più di 10 mila PPM in prossimità del punto di fuga e non perde se c'ho di meno", chi ha fatto la direttiva, i tecnici che hanno lavorato alla direttiva non potevano ignorare cose di questo tipo, perché hanno messo 15, hanno messo 30 perché sanno benissimo che è impossibile che il sistema di monitoraggio stia lì con il suo naso, che annusa ogni punto di perdita. Quindi io devo aspettarmi che la perdita sia a una certa distanza. Dopodiché la differenza tra la concentrazione nel punto di perdita e la concentrazione che misuro con la sonda è più meno grande in funzione di quale è la portata della perdita, perché anche una perdita molto piccola di CVM nell'immediatezza, quando si è potuto miscelare ancora un poca aria, mi dà valori molto elevati, poi se la portata della perdita è grande la diminuzione, allontanandosi dal punto di perdita, c'è, è grande, ma non è enorme, se la portata è modestissima allontanandosi dal punto di perdita la diminuzione è enorme, quindi sono due sistemi che misurano cose diverse. Si aggiunga poi che, procedendo a questa indagine con il cercafughe in maniera da arrivare rapidamente a individuare la fuga e poi intervenire, la misura è una misura del tutto, non dico aleatoria, ma non riproducibile perché a che distanza è andato dal punto di fuga? E` andato vicino? E` andato lontano? Cosa ha fatto? Per precisare meglio quello che sto dicendo voglio dire che, quando l'EPA dopo il nuovo atto dell'aria pulita, quindi nel 1994, ha messo quelle regole sulle valvole, che abbiamo visto e che tutto sommato abbiamo visto se sono sicuramente meno rigide dei provvedimenti, che si prendono nei reparti dello stabilimento, perché appunto parlavano anche di mesi, in attesa di individuare e riparare la perdita, pur parlando di sostanze pericolose, tra cui, nell'elenco, c'è anche il CVM. Quelle regole che hanno stabilito quindi dei comportamenti da tenere in rapporto al valore della concentrazione nel punto di perdita indicano anche le modalità tecniche con cui misurare questa concentrazione, portano un'appendice con queste regole e ne parlano però anche nel testo, perché se non c'è una metodologia non posso avere un numero riproducibile, dipende poi da troppi fattori. Nel caso dell'operazione, che si faceva in reparto, di cercare la fuga, lo scopo non era quello di vedere se supera i 5 mila, supera i mille, era di vedere quel valore anomalo, per esempio superiore a 5 parti per milione, ma anche superiore a 25, quello che ho letto sul sistema di monitoraggio continuo e che mi ha fatto andare a cercare la fuga, la fuga è questa, una volta trovato dove è la fuga, ci sono gli interventi per ripararla, non è che interessasse sapere che nel punto di fuga, con misura normalizzata, avevo 5 mila 200, piuttosto che mille e ho misurato ad una certa distanza. Quindi proprio il confronto e a maggior ragione una correzione dei dati di monitoraggio con il sistema sequenziale, fatto sulla base di misure della concentrazione fatta con il cercafughe è del tutto arbitrario, perché sono categorie di misure diverse, anche se riguardano tutte e due la concentrazione del CVM. La normativa fissata dalla direttiva comunitaria, recepita in Italia dal D.P.R. 962, all'articolo 5, ci ricorda che, a seconda dell'estensione di una zona di lavoro, si appronteranno in essa uno o più punti di misurazione. Nel caso in cui si siano più punti di misurazione, si assumerà in linea di massima come valore rappresentativo per l'intera zona di lavoro il valore medio relativo ai diversi punti di misurazione. La lettura della direttiva e del decreto fanno vedere che le norme si basano su un'analisi statistica della distribuzione delle concentrazioni di CVM nelle zone di lavoro, cioè il limite fissato e le maniere per controllare il rispetto del limite fissato fanno riferimento ad un'analisi statistica della situazione, in particolare l'ipotesi è che la distribuzione non sia una distribuzione gaussiana normale, ma che sia una distribuzione lognormale, questo in base a tutta una serie di studi, ho già detto che ricordo in passato di aver letto studi dell'ingegner Nano proprio in questa direzione, proprio perché è uno dei dati che la letteratura tecnica, forse ricorderanno che quando ho parlato della prima normativa giapponese ho parlato di media geometrica, anziché di media aritmetica e ho detto che la giustificazione per cui il Giappone adottò il limite in termine di media geometrica anziché di media aritmetica era proprio per tener conto della distribuzione lognormale, ora mi rendo conto che questa parola lognormale può non dire niente, ma vi è un'associazione tra il valore della concentrazione e la probabilità di avere questo valore. Quindi la direttiva parte da un'ipotesi su quale può essere la probabilità con cui si distribuisce il valore di concentrazione nel tempo in un'area di lavoro. In questa distribuzione ci sono le probabilità dei valori piccoli e le probabilità dei valori grandissimi, cioè non è limitata al 3, va da zero a infinito ed associa ad ognuno dei valori una certa probabilità. Dopodiché la normativa cosa fa? Dice: "Guarda, ti fornisco un'indicazione di quella che è la varianza da cui tu puoi calcolare poi la deviazione standard e te la do in funzione di cosa? Te la do in funzione del periodo a cui fa riferimento il limite", quindi per esempio nel nostro caso l'anno. L'altro parametro che interviene è l'intervallo tra una misura e la successiva, nel nostro caso i 20 minuti, e nel decreto c'è proprio un esempio, in cui si prende un anno e 20 minuti, in queste condizioni siamo in grado di tracciare questa curva di distribuzione, cioè di associare ad ogni valore una probabilità compatibile con che cosa? Compatibile con il fatto che la media annua sia 3 parti per milione. Dopodiché cosa dice la direttiva e cosa dice la nostra legge? Vediamo il valore per il quale misure superiori corrispondono al 5% del totale, questo valore lo consideriamo il valore limite tecnico di breve durata per rapportare e poter controllare quindi con misure di breve durata se sto rispettando il limite di lunga durata e si dice: "Guarda, tenendo conto di questo 5%, cioè se tu rispetti il limite, la distribuzione è quella che io ho ipotizzato, quindi l'associazione tra valore di concentrazione nell'ambiente di lavoro e la probabilità di presenza di questo valore è questa, sicuramente un 5% di misure sono superiori a questo limite, che è poi 7,9; per cui se tu superi nell'anno meno del 5%, cioè il 7,9 delle misure su breve durata, cioè misure ogni 20 minuti, rispetti la direttiva. Perché mi sono inoltrato in discorsi, che di solito un legale, quando li fai, ti dice: "Ma guarda, sono argomenti tecnici, cerca di dire cose un po' meno tecniche, perché altrimenti rischi di non essere seguito", perché ho cercato di farmi capire addentrandomi però in discorsi... perché è fondamentale rendersi conto che la direttiva non poteva non aver presente che per 20 minuti il sistema non misura e quindi la concentrazione in quei 20 minuti poteva essere superiore a quei limiti, per i quali dico di mettere i mezzi di protezione individuale, per cui io metto in conto, cioè i signori che hanno fatto la direttiva, metto già in conto la valutazione statistica di quanti episodi ci possono essere con concentrazione superiore a quei livelli, per i quali io dico che occorre la protezione, il mezzo di protezione individuale, ma che tu non puoi mettere perché siamo nell'intervallo, in cui per quella linea non faccio la misura. Allora io credo che sarebbe veramente impensabile che una norma, che è stata fatta nel 1978, che è tuttora valida, avesse una lacuna così grossa, che non avesse considerato il fatto che appunto l'intervallo di misura è 20 minuti, è il massimo. E ha fatto tutte le considerazioni statistiche del caso, quindi quando mi si dice che il limite è 3, lo misuri con il metodo sequenziale, quindi con un controllo che normalmente, se tu non intervieni con il famoso pulsante, è di 20 minuti, se alla fine dell'anno i superamenti del 7,9 non superano quel valore, che corrisponde a questo 5% io ritengo che comunque l'operatore sia stato sottoposto ad un livello di esposizione, che rispetta il valore limite tecnico di lunga durata, se la media che tu mi dai è inferiore a questo valore, cioè io non devo andare a correggere perché la misura è entro i 20 minuti, lo ha già fatto la normativa. A questo punto è chiaro che la normativa non mi chiede di misurare oltre i 30 o oltre i 25, nel caso in cui io non abbasso il limite, non me lo chiede perché quello che interessa sono i punti sopra a 7,9; quando io so che è sotto a 25 sicuramente è sopra a 7,9. Non si basa sui valori misurati, di controllo, si basa su queste valutazioni di tipo statistico, avranno tutti i limiti che una valutazione di tipo statistico può avere, ma non hanno bisogno di correzione, c'è già nel limite e nei metodi di misura, che la direttiva e la legge italiana dà, la considerazione che ci saranno misure superiori a 25, a 30, superiori a 7,9 e ci saranno però degli intervalli in cui può darsi che, se facessi la misura, trovo più alto, ma siccome la misura non la faccio perché l'intervallo è di 20 minuti, ma ne tengo conto con questa ipotesi statistica. E` possibile fare una piccola sosta?

 

Presidente: d'accordo, ci fermiamo per un quarto d'ora.

 

L'udienza viene sospesa alle ore 11.00.

 

L'udienza riprende alle ore 11.30.

 

Presidente: possiamo riprendere.

 

FORABOSCHI - Per quanto riguarda il discorso complementare alle misure di area, che è quello della misura con il campionatore personale, perché abbiamo visto il campionamento a misura d'aria, calcolo sulla base dei tempi di permanenza, ma anche verifica con il campionatore personale, ora qui vorrei far vedere ora un qualcosa che è nella relazione sui metodi di monitoraggio, che ha illustrato per certi punti il professore Rindone, questo è un punto che il professore non ha trattato. E` un punto in cui viene indicata quella deve essere la metodologia da seguire, il discorso è: devi verificare la situazione dell'esposizione e se l'esposizione è minore di 0,5 PPM, che era il limite, anzi è il limite Osha per il livello d'azione, uno per il limite da non superare, se tu misuri al di sotto di 0,5 non importa più che tu faccia misure con il campionatore personale, se invece misuri tra 0,5 e 1 devi fare delle misure di esposizione almeno ogni due mesi, se per due volte queste misure ti danno valori al di sotto di 0,5 smetti di fare le misure e il campionature personale perché la situazione è una situazione che non lo richiede. Naturalmente smetti fintanto che non cambi qualcosa. Se cambia qualcosa deve tornare a farle. Questo dice quel manuale del 1977, quello, ricordo, in cui si diceva che il metodo di area non va bene per le esposizioni personali, si dovrebbero utilizzare il campionatore personale, quel manuale lì però dà anche queste indicazioni, allora se io applicassi queste regole, ma non sono regole italiane, sono regole di un altro paese, quindi con limiti diversi, ma se applicassi questi criteri direi che nell'attuale situazione di livelli, di misure di esposizione che si sono viste anche recentemente a EVC con il campionatore personale, siamo nella situazione in cui occorre fare controlli con il campionatore personale e quindi mantengo il controllo d'area per avere la situazione in rapporto poi agli interventi per uscire, se ci sono fatti anomali, questo evidentemente lo devo mantenere, ma non ho più... fino a quando non cambia qualcosa, perché se cambio qualcosa si riparte da zero. Questo mi sembra abbastanza significativo le cose, anche se, ripeto, è una normativa di un altro paese. Credo sia chiaro che la normativa ormai, perché è stato detto più volte, italiana, ma anche la normativa comunitaria, prevede che il gascromatografo abbia un selettore che consente di analizzare sequenzialmente i campioni provenienti dalle varie linee, in un tempo massimo di 20 minuti, quindi con questo intervallo massimo di 20 minuti, o in alternativa - dice la norma - di ripetere infinitamente l'analisi di una linea. Allora, se vado a pagina 123 del verbale d'udienza dell'1 giugno 1999 e a pagina 7 della relazione depositata il 16 giugno 1999 dal professor Nardelli, trovo citata una comunicazione interna Montedison del 4 dicembre del 1987, il cui oggetto è: invio segnale AN da gascromatografo a calcolatore CV24 e su sua richiesta di poter disporre di un contatto On/Off dal gascromatografo al calcolatore, è stata predisposta una uscita dall'interruttore Aut/Man sul pannello frontale del selettore di linea; contatto chiuso con selettore manuale, contatto aperto con selettore in automatico. Nelle pagine citate del verbale si legge ancora che il professor dice: "Quando il cromatografo è nato Carlo Erba non l'ha fornito in questa maniera, ma è stato predisposto successivamente, è un'uscita dell'interruttore Aut/Man sul pannello frontale del selettore di linea". A questo punto è ovvio che questo interruttore a cosa serviva? Serviva a compiere più agevolmente quanto la norma prescrive, cioè di poter ripetere indefinitivamente l'analisi di una linea, perché in certi momento sia importante far questo l'ho già detto io, ma lo hanno già detto anche altri. Quindi tutto, non è che questa comunicazione facesse altro che dire: "Guarda, tu hai chiesto di poter più agevolmente fare questo, ti ho messo in condizione di farlo". Il professor Nardelli ha parlato degli incidenti rilevanti ipotizzati nel rapporto di sicurezza, redatto in adempimento degli obblighi di cui D.P.R. 175 del 1988, quello che attuava le direttive CEE, la cosiddetta direttiva Seveso, relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali e tra gli incidenti ha considerato, a pagina 74 del verbale d'udienza dell'11 giugno del 1999, la seguente ipotesi incidentale, leggo testualmente dal verbale: "Seconda ipotesi di incidente è quella che riguarda lo sfondamento della guardia idraulica, allora la valvola di sicurezza posta a protezione all'autoclave di polimerizzazione può intervenire a seguito di anomalie di conduzione impiantistica o per avaria alla strumentazione di controllo. Le condizioni di progetto per lo scatto di detta valvola sono 14,6 atmosfere. In tale evenienza è probabile che la guardia idraulica posta a protezione del regolare afflusso degli sfiati a termodistruzione, quindi devono distruggere termicamente questa roba, che va fuori, che esce perché è tanta e venga sfondata. In definitiva è possibile che scatta la valvola di sicurezza sull'autoclave, il flusso che esce dall'autoclave determina una condizione di pressione, che sfonda la guardia idraulica". Cosa è una guardia idraulica? Cosa vuol dire sfondamento o rottura di una guardia idraulica? Su questo mi sono già soffermato, vuol che praticamente porta via il liquido e quindi il gas può uscire da dove invece prima non usciva perché c'era questo battente di liquido, che ne impediva l'uscita. Il professor Nardelli poi riassume i dati relativi ad emissione CVM, calcolati nel rapporto di sicurezza, in particolare indica una portata di scarico di 20,03 chilogrammi/secondo, che appunto risulta nel rapporto di sicurezza. Alla domanda sul verbale: "in caso di incidenti di questo tipo? Risponde, richiamandosi al registro degli interventi e indicando la data del 7 luglio del 1991. Negli allegati alla relazione del professor Nardelli ci sono alcune pagine del registro e a quella data si legge quello che è riportato sulla lavagna luminosa, data, ora e firma. La data è il 17 agosto del 1991, l'ora è 6.50-7.00, fonte della perdita, guardia idraulica D501/A, causa della perdita: sfondamento guardia, scaricata carica, zona 8 e 1, valori raggiunti: PPM 25, note: la carica era anomala, non degasata a dovere. Ovviamente quando sul registro segnano 25 PPM, vuol dire che il registratore è a fondo scala, quindi siamo oltre il livello di allarme. La guardia idraulica D501/A non è quella considerata nell'ipotesi di incidente, quindi l'esempio non si riferisce all'incidente rilevante, perché la guardia idraulica, a cui si riferisce l'incidente è in un'altra posizione, è la D24/143, la guardia idraulica a cui si riferisce questo incidente ed altri, che sono registrati, dello stesso tipo sono guardie idrauliche sui serbatoi della torba, come sigla è D25/501A/B/C/D perché sono 4 i serbatoi. Le due situazioni sono completamente diverse, le guardie idrauliche sui serbatoi della torbida si sfondano, la rottura, quindi la perdita di gas, avviene con una pressione di 800 millimetri di acqua, cioè 8 centesimi di atmosfere, nell'altro caso abbiamo visto che la valvola di sicurezza si apre con 14,6 atmosfere. Quindi sono eventi completamente diversi. Questo però è un discorso di carattere generale. Non si possono applicare Le valutazioni relative agli incidenti rilevanti, fatti nei rapporti di sicurezza, allegati alle dichiarazioni, non si possono applicare ad episodi riportati sul registro degli interventi, perché non basta che abbiano lo stesso nome, l'organo o l'apparecchio a cui si riferisce l’anomalia, c'è scritto guardia idraulica, quindi vado a vedere l'incidente rilevante sulle guardie idrauliche, c'è scritto rubinetto, quindi vado a vedere l'incidente rilevante, considerato nel rapporto e così via. Ho già detto, parlando in generale degli organi di sicurezza, che ogni organo di sicurezza ha le sue caratteristiche, risponde a certe esigenze e che la progettazione dell'organo di sicurezza avviene con riferimento all'ipotesi più grave di incidente o di fatto anomalo, che possa determinare l'intervento dell'organo di sicurezza stesso, ma che anche per quel tipo di organo, progettato per una certa portata di scarico, devo poi andare a vedere cosa succede in realtà perché l'evento, che può aver determinato l'apertura, può essere completamente diverso dall'evento, per il quale l'ho progettato e addirittura se la progettazione è stata corretta sarà certamente un evento meno grave, perché la progettazione è per l'elenco più grave o quanto meno al massimo è quello, ma non posso leggere un nome di apparecchio e dire che c'è una perdita su quell'apparecchio, siccome quel nome lo ritrovo sul rapporto di sicurezza i dati sono quelli del rapporto di sicurezza, questa è una considerazione di carattere generale. Credo che poi sarà più chiaro quello che sto dicendo, dopo che il professor Zanelli avrà chiarito la differenza tra incidente rilevante e anomalia normale di funzionamento, in effetti la direttiva Seveso chiede di valutare ipotesi incidentali gravi, quindi le cose che si fanno lì dentro sono ipotesi di eventi pesanti, non è detto che appunto se trovo uno stesso nome sia lo stesso evento, anzi siccome gli eventi incidentali dei rapporti di sicurezza sono eventi incidentali, che hanno basse probabilità, altrimenti sarebbe accettabile avere un incidente rilevante ed un'elevata probabilità del verificarsi di questo incidente, è un incidente rilevante e ha basse probabilità, quindi è molto probabile che proprio non si tratta di quell'incidente. In questo caso poi della guardia idraulica, bastava guardare la sigla della guardia idraulica, si vedeva che si trattava di cose diverse. Sulla probabilità degli incidenti rilevanti poi la normativa italiana io credo abbia voluto prendere una posizione intermedia rispetto a certe discussioni, che c'erano a livello comunitario, paesi come la Francia o la Germania, che hanno una visione più deterministica nel settore dei incidenti, e paesi come l'Olanda, il Regno Uniti, in cui invece si è sviluppato molto il calcolo probabilistico, il calcolo delle frequenze attese degli incidenti, tornerò poi, in conclusione alla mia relazione, su questo argomento. La normativa italiana ha preso questa posizione per le notifiche, dice: "Calcola la probabilità degli incidenti, ma non me lo dire, tienilo nel cassetto, se ne ho bisogno te la chiederò", che è una posizione intermedia, ma come molte delle posizioni intermedie sono non proprio comprensibili per un tecnico, perché o decidi una posizione deterministica in cui ti dico che cose, che vanno fatte per la sicurezza, tu le fai e lì ci fermiamo, oppure no, mi fai delle valutazioni, ma me le fai complete, dandomi probabilità e conseguenze, però il dibattito è un dibattito a livello mondiale su queste cose. Quando ho visto questa norma mi veniva in mente una descrizione di una riunione con la Commissione Atomica Americana in cui partecipava l'allora Presidente del Comitato dell'Energia Nucleare Italiana, il professor Meri, in un momento in cui in Italia c'era una grande discussione se usare l'uranio arricchito o l'uranio naturale, il Centro Destra era per l'uranio arricchito, la Sinistra era per l'uranio naturale, e appena arrivati a questa riunione immediatamente il Presidente della Commissione Atomica Americana chiede al Presidente dell'ente italiano: "Allora, vi siete decisi? Uranio arricchito o uranio naturale?", la descrizione di uno dei presenti, del professor Silvestri, è molto bella perché dice: "Ti guarda prima le scarpe, poi il soffitto, poi cerca di tirarsi ancora più su e poi con un sospiro dice: "Arricchito", ma il Presidente della Commissione Atomica Americana dice: "Arricchito, ma quanto?" e la risposta fu bellissima: "Just a bit", mentre invece il dibattimento è un dibattito importante, il professor Stella lo sta seguendo a livello mondiale, internazionale, perché è un dibattito molto importante. Però, ripeto, sono eventi gravi e rari. Quindi io devo partire dall'ipotesi che se mi avviene frequentemente, sto parlando di altre cose, poi può darsi che non sia così, ma lo devo verificare. Un'ultimissima considerazione, molto banale, a pagina 21, 22 del verbale d'udienza dell'11 giugno del 1999 si legge: "Si va avanti 8 ore e 4 minuti, no pic, boh. Misteri. Cosa scrive, cosa vuol dire questo "Warning up", attenzione... ma cosa vuol dire? "Warning no pic" è molto semplice cosa vuol dire, vuol dire che il CVM è del tutto assente, cioè il sistema non vede nemmeno un accenno di picco. Quindi non è nemmeno in grado di dire: "Siamo sotto al limite di sensibilità", dice che proprio nella zona non c'è, quindi vuol dire che manca il CVM, quindi è ovvio che queste sono situazioni quanto meno paragonabili a quelle in cui il sistema mi dice che siamo al di sotto del limite di sensibilità. Il discorso è molto semplice, quindi per tutto il resto rimando a quanto detto dal professor Galli a proposito del monitoraggio, da quanto detto dal sottoscritto e da quanto anche dirà il professor Zanelli sia sul monitoraggio sia sulla differenza tra l'anomalia di esercizio e incidenti, in particolare rilevanti. Ed avviandomi verso la conclusione, vorrei parlare della consulenza del dottor Mara e dell'ingegner Carrara. In questa consulenza si parla di tante cose, cose che non riguardano il processo, ad un certo momento, se ben ricordo, lo stesso Presidente garbatamente faceva rilevare che certi argomenti uscivano dall'ambito processuale. Riguarda periodi in cui Enichem non aveva gestione degli impianti, quindi la parte di interesse per me è limitata, però siccome è un discorso molto ampio quello che fanno il dottor Mara e l'ingegner Carrara, io devo rimandare per molto alle cose dette nella relazione, perché non è che c'è il tal punto quel quale io dico questo, la mia relazione ha cercato di illustrare una situazione, ha cercato di documentare il più possibile quello che affermava e tante delle cose, che sono state dette dal dottor Mara e dall'ingegner Carrara, confliggono con quello che ho detto o viceversa, però non posso far altro che rimandare alla mia relazione, però su qualche punto vorrei invece soffermarmi, perché mi sembra che ne valga la pena. Intanto è il discorso di impianti ad emissione zero, vorrei cominciare con questo argomento a dire che se uno guarda gli impianti che esistono nessuno di questi ha emissione zero, così a titolo esemplificativo riporto due impianti degli Stati Uniti in cui abbiamo i dati presi da quella raccolta, da quell'inventario sui rilasci tossici che l'EPA fa e, parlando di singoli impianti, questa volta sono in grado anche di dare una risposta al Presidente sulla potenzialità, sono impianti di potenzialità simile alla nostra. Questo qui ha una potenzialità di 190 tonnellate/anno, saranno 190 mila ed anche l'altra è su quest'ordine di grandezza. Se andiamo a vedere noi troviamo elencate le emissioni per i diversi anni, mi sembra fino al 1997, se ricordo bene, sì, ecco, dall'87 al 1997 vediamo sia le emissioni gassose sia altre cose, sia emissioni di altre sostanze, che non sono il cloruro di vinile, ma le prime due righe si riferiscono al cloruro di vinile, le emissioni sono in libre per anno, quindi diciamo per passare alle tonnellate dobbiamo intanto dividere per mille e poi grosso modo dividere per due, quindi in 13.600 diciamo che possa essere, in tonnellate, 6 tonnellate all'anno di emissioni fuggitive e 25 tonnellate all'anno di emissioni convogliate. Ecco, allora, siamo nel 1997, confrontiamoli con i dati del 1993, noi abbiamo in globale 8 tonnellate all'anno. Un altro, questo è nell'Illinois, mi sembra, un altro impianto a Louisville direi con potenzialità grosso modo quella che abbiamo detto e qui andiamo su emissioni più basse per vedere che, appunto, sono interventi che hanno portato risultati di miglioramento rispetto ad altri impianti, cioè, il progresso naturalmente c'è, però non è un progresso, che porta a dire emissioni zero. Guardando quel rapporto della Stanford, intanto, come è già stato detto, mi sembra, erano e sono rapporti, che servono per le valutazioni economiche, l'impianto proposto è un collage di soluzioni, ma non è un impianto sperimentato né a livello pilota, né tanto meno a livello industriale. A mio avviso, impianti di questo genere, se si applicasse rigorosamente la normativa italiana sarebbero impianti che non si possono realizzare, perché, per esempio, la normativa italiana contro l'inquinamento atmosferico indica l'adozione della migliore tecnologia e dà una definizione di migliore tecnologia e, attenzione, non è la migliore tecnologia sugli impianti di abbattimento, è la migliore tecnologia che globalmente mi porta a contenere il più possibile le emissioni atmosferiche, quindi una tecnologia, che prima di tutto deve guardare al processo e agli impianti e poi eventualmente ai impianti di abbattimento. Quando vedo la definizione di migliore tecnologia mi si dice che deve essere una tecnologia sperimentata, cioè non si corrono avventure di impianti grossi se non si sono sperimentati in precedenza, non si corrono avventure ambientali, dico, non se ne dovrebbero correre nemmeno dal punto di vista economico, ma la normativa... ecco, questo concetto di migliore tecnologia è un concetto, che c'è in tutti i paesi industrializzati, ma che in particolare è stato recepito da alcune leggi, da alcune norme italiane, in particolare dal D.P.R. 203 del 1988. Quindi, parlare di impianti di questo genere, sì, è interessante culturalmente, potrebbe essere interessante dire: "Cominciamo a fare un impianto pilota per vedere se le cose funzionano, ma certamente non è un impianto disponibile, del resto sfogliando le riviste non si trova indicato laddove ci sono appunto gli impianti, che vengono costruiti, non se ne trova uno di questo tipo. Se poi si va a vedere anche l'impianto, l'impianto ad emissioni zero. Beh, intanto sicuramente se realizzo quell'impianto dovrò mettere dischi di rottura, guardie idrauliche, valvole di sicurezza, cioè in nessuna parte del mondo è pensabile di realizzare un impianto se non si mettono gli organi di sicurezza dove le apparecchiature sono a pressione e tanto più un impianto è chiuso tanto più ha bisogno di questi organi di sicurezza. Quindi, diciamo, se il discorso è, siccome è un discorso che è stato fatto più volte sia dal dottor Mara sia dall'ingegner Carrara, quello degli organi di sicurezza, sicuramente quell'impianto c'ha gli organi di sicurezza. Poi se si va a vedere ci sono le correnti, per esempio ce ne è una in cui è indicato CVM meno di una parte per milione. Beh, insomma, la normativa italiana ci fa onere di stare al di sotto delle 5 parti per milione. Se io ho un limite di 5 parti per milione come massimo che posso raggiungere, normalmente sono sull'ordine di una parte per milione, perché non mi posso permettere di avere poi una situazione di punta che mi va fuori, cioè se il limite è 5, certamente non faccio l'impianto, cioè non è che siamo poi così lontani dalla situazione, e parlo della situazione attuale chiaramente, perché se invece mi riporto a situazioni di molti anni fa è chiaro che la cosa era diversa e ad onor del vero non è che l'ingegner Carrara, mi sembra fu lui in particolare che parlò, su una domanda del Presidente, proprio di questa cosa, abbia fatto riferimento a una data precisa, anzi parlando di un impianto attraverso acetilene certamente si parlava di roba vecchia, perché, come è stato detto più volte, l'acetilene non c'era. Allora mi premeva dire che, sì, è chiaro che gli obiettivi sono a calare, la tecnologia consentirà di calare, ma lo zero è lontano. Questo era il primo punto, un altro punto, l'invecchiamento. Io non ho la pubblicazione, che hanno citato, che ha citato, mi sembra in particolare il dottor Mara, una vecchia pubblicazione, se ricordo, del Politecnico di Torino, non so se nel frattempo queste cose sono state depositate, però io non ce l'ho, il giorno che ce l'avrò potrò parlare specificamente di quella. Se però io guardo quello che conosco di quest'argomento, essendo il mio mestiere, lo conosco, io ho sempre trovato per l'invecchiamento diagrammi di questo tipo, in cui si fa una curva dei ricavi, una curva dei costi e ad un certo momento si dice i costi mi superano, passando gli anni, i costi mi superano i ricavi e a questo punto io non ho più interesse a mandare avanti questo impianto. Quindi sono curve, ripeto, può darsi che la pubblicazione a cui abbia fatto riferimento il dottor Mara invece parli di altre cose, quando l'avrò la leggerò, però per quello che conosco io, questo è un testo usatissimo di ingegneria meccanica, di impiantistica meccanica, per esempio, principi generali di progettazione degli impianti industriali, che è usato in molte sede universitarie, quando si parla di invecchiamento è soprattutto l'obsolescenza tecnologica, cioè ad un certo momento la situazione rispetto ai costi viene ad essere deficitaria, quindi è un discorso economico. Sulla obsolescenza tecnologia o la non obsolescenza tecnologica ci intratterrà il professor Zanelli, che su queste cose ha notevole esperienza e conoscenza. Per quanto riguarda l'invecchiamento fisico, io dico obsolescenza fisica, ma il professor Zanelli parla di invecchiamento, quindi per essere coerenti almeno all'interno di una certa parte, parlo anch'io di invecchiamento, vale il discorso che ho iniziato a fare parlando dei controlli, cioè oggi le apparecchiature si controllano con controlli non distruttivi e si cambiano i pezzi, per cui si ha un rinnovamento continuo, perché quando io prendo lo scambiatore di calore, mi accorgo che il fascio tubiero interno ha ormai dei punti con spessori ridotti, cambio l'intero fascio tubiero, ho uno scambiatore nuovo, non sempre è necessario cambiare l'intero fascio tubiero, cambio quei tubi nei quali si sono manifestate queste cose. Cioè, un impianto ha tutta una serie di apparecchiature, che fin dalla partenza si sa che la loro vita sarà una vita molto più breve della vita dell'impianto e che quindi dovranno essere ricambiate, quando si fanno i calcoli dei costi proprio ci sono addirittura delle apparecchiature, che si adoperano delle formule di matematica finanziaria, indicano proprio il ricambio periodico indefinito, cioè questa apparecchiatura io so che ogni due anni la devo cambiare, quindi se io valuto il costo dell'impianto devo mettermi, come costo, questo ricambio perché so che c'è. Ecco, ce ne è un numero rilevante di apparecchiature, che richiedono di essere ricambiate più o meno ad intervalli di tempo. Poi, ripeto, ci sono i controlli, ci sono i controlli di legge e ci sono i controlli invece fatti internamente agli stabilimenti, al di là di quello che la legge richiede, però per le apparecchiature a pressione, per esempio, anche i controlli di legge sono piuttosto frequenti, importanti, e come ho avuto occasione di dire ci si muove in un settore dove è maturata una grossa esperienza da parte dei tecnici, degli enti di controllo. Per cui quando si va in stabilimento si trovano normative precise, per esempio qui è scambiatore, posizione E504, E804 forse, reparto CV23, rilievi da ispezione: "l'apparecchio ritubato nel luglio 1978 è stato ispezionato internamente, previa estrazione del fascio tubiero. Quindi un apparecchio che nel 1978 era stato ritubato, cioè era stato sostituito, per esempio. Distributore a bronzo o a alluminio, le superfici interne e quelle esterne non presentano segni di corrosione..." va beh, non vi annoio leggendo questi pacchi di cose, ma ci sono controlli come questi che sono controlli visivi e controlli spessimetrici, che invece sono controlli strumentali, solo per parlare del problema corrosioni, poi misure di vibrazione, misure di rumore, per capire la situazione delle macchine rotanti. Allora, parlare di invecchiamento di un impianto non se ne può parlare, pensando come un qualcosa che è lì, passano gli anni, ingrigisce e ad un certo momento si porta alla tomba. No, si fa una manutenzione in cui le parti che hanno bisogno di essere ricambiate vengono ricambiate, per cui la durata dell'impianto spesso è condizionata dalla sua validità sul piano del processo, dal suo non essere superato da processi che portano a prodotti migliori, a prodotti a costo decisamente più basso e a quel punto l'impianto è invecchiato, ma non tanto fisicamente, quanto per il fatto che c'è di meglio sul mercato. Vorrei ritornare sull'argomento cloruro di vinile monomero residuo, ritornare perché è stato anche oggetto di domande da parte del professor Pulitanò. Anche qui è stata citata dal dottor Mara una pubblicazione, una pubblicazione se ricordo bene del dottor Pezzin con l'ingegner Ciotti, quando sarà depositata potrò consultarla, nel frattempo io ho cercato quello che avevo, ho trovato una cosa recente dell'ingegner Ciotti, c'è stato questo seminario "Sicurezza e compatibilità ambientale dei processi produttivi e dei manufatti in PVC", è del 1998, la pubblicazione citata dal dottor Mara fosse del 1991, quindi stiamo parlando di anni diversi. C'è all'interno di questo varie relazioni, una è dell'ingegner Ciotti "Bilancio ambientale", impianti, questo è l'indice... andiamo pure sulla tabella. Parla di impatto ambientale, della situazione ambientale. Impianti PVC in sospensione, qualità del PVC/S, cioè sospensione a vendita, contenuto di CVM, la percentuale con meno del 5% è il 100%, cioè, tutto il prodotto ha meno di 5 PPM, la percentuale con meno del PPM è 98%. Questo non è in contrasto con quanto letto o perlomeno con quanto detto nell'ambito della risposta alla domanda del professor Pulitanò perché è meno del 10%. Ma a parte questo noi abbiamo sia le specifiche di produzione, e vediamo che le specifiche di produzione, sia del CV24, sia del CV6, fin quando c'è stato, erano specifiche in cui il massimo era il 3% di CVM ammessi nei vari tipi di prodotto, e poi abbiamo le analisi. Ricordo che a fronte del... qui per esempio siamo sotto le 0,5 PPM. Ricordo che quando il professor Pulitanò osservò che esistevano tutti i bollettini di analisi, che confermavano questi dati, il dottor Mara disse: "Sì, ma le analisi... dipende da come si fa il campionamento", l'affermazione detta così è giusta, perché mi sarà capitato forse di dirla anch'io più volte, che ogni misura deve avere un metodo di campionamento e dei metodi d'analisi, che però si possono avere dei metodi di campionamento, che mi danno tutte le volte il risultato di CVM basso, e quando invece la stragrande parte del prodotto, secondo l'indicazione che aveva dato il dottor Mara, guardando quanto era il prodotto che non andava per usi alimentari e per il quale quindi non c'era una disposizione di legge, che ci chiedeva di stare sotto al limite per esempio di 1. Ecco, allora, come faccio a pensare che ho un metodo di campionamento, mi dà la mano felice del campionatore che mi prende sempre il campione, che dà risultati bassi? Pensiamo a queste cose quando si pensano a sospetti di... pensiamo anche alla vita dello stabilimento, pensiamo che queste cose non le fa il direttore o il vice direttore, sono cose che sono fatte da operatori di basso livello, dico basso livello non culturale, ma basso livello come categoria, come persone egregie e di altissimo livello, sto però dicendo una qualifica professionale. Facciamo anche un conto, mi permetto di sottoporlo, che forse non è così presente. Se io ho un posto di lavoro, quindi una persona che lavora, ma deve lavorare su tre turni, e per tutto l'anno, vuol dire che ci sono 6 persone che ruotano su quel posto, dalle 5 alle 6, diciamo 6 se si tiene conto delle malattie. Quindi io dovrei pensare di avere persone che sono molto lontane dalla dirigenza, che eseguono trucchi, chiamiamoli così, in un numero rilevante in uno stabilimento, dove le cose si sa... io credo, e questo non è un discorso tecnico, chiedo scusa, introdurre un discorso... ma, comunque apprezziamo veramente come si vive in uno stabilimento e le persone, che vi sono. Quindi io credo che tutti questi elementi ci dicono che la concentrazione del CVM è decisamente sotto ai 10, ma addirittura è sotto le 3 e spesso sotto l'1, anche se non facciamo del prodotto alimentare... 3 PPM, non 3%. E` tutta una serie di cose che riguardano i reparti CV14, CV16, appunto, io rimanderei alle cose già dette. Vorrei ricordare che è stato parlato spesso dell'insaccamento nel CV14, è stato chiuso nel 1979, quindi per quanto ci riguarda... è fuori dalle cose che mi interessano. Ecco, ho trovato la definizione esatta di migliore tecnologia disponibile che dà il D.P.R. 203: "Sistema tecnologico adeguatamente verificato e sperimentato, che consente il contenimento e/o la riduzione dell'emissione a livelli accettabili per la protezione della salute e dell'ambiente, sempre che l'applicazione di tale misure non comporti costi eccessivi", su questo "non comporti costi eccessivi" c'è stata anche una pronuncia importante della Corte Costituzionale, quindi sperimentata adeguatamente, non posso sperimentare su un impianto grosso. E` stato parlato degli impianti di produzione del CVM ad ossigeno invece che con aria. Anche qui devo dire che il discorso di base, così come è stato fatto, è corretto, perché se io adopero ossigeno invece di aria non avrò l'azoto che accompagna l'ossigeno, e che è molto, perché grosso modo posso dire che nell'aria 4 parti sono d'azoto e una parte è d'ossigeno, quindi per ogni parte d'ossigeno quattro volumi di azoto, e siccome questo azoto dovrà poi essere scaricato, è chiaro che in un impianto, che lavora con aria, ci sono emissioni maggiori di un impianto che lavora con ossigeno. Quindi non contesto assolutamente il discorso tecnico di base, perché è perfettamente corretto. Invece qui, sulla base di esperienza personale di lavoro dico: "Attenzione che una cosa è lavorare con aria e una cosa è lavorare con ossigeno". Forse ricorderanno una Missione Apollo, una delle prime, in cui tutti i membri dell'equipaggio morirono bruciati dentro la cabina e morirono bruciati perché chi aveva progettato e realizzato la cabina aveva utilizzato materie ininfiammabili in aria, ma, ahimè, dentro la cabina non c'era aria, ma c'era ossigeno. Quindi quello era non infiammabile in aria, era infiammabile in ossigeno. Spesso nelle riviste di sicurezza, quelle un po' più a livello pratico, non teorico, si vedono articoli in cui..., ma non solo in Italia, anzi, quelli che ho in mente io sono in Inghilterra; l'ossigeno non è aria e si riportano episodi di chi, non avendo tenuto conto di questo, per esempio, aveva le ruote della gomma sgonfia, aveva vicino la bombola dell'ossigeno e ha dato pressione alla ruota con l'ossigeno: dopo cento metri col riscaldamento della ruota la gomma gli è scoppiata ed è andato fuori strada. Non so, io ricordo un episodio di un saldatore che stava saldando in una fossa con bombole ossigeno e - non ricordo se era propano, insomma, acetilene, gas - esce fuori dalla fossa, va lontano per accendersi una sigaretta, accesa la sigaretta ha preso fuoco come una torcia perché aveva la tuta imbevuta di ossigeno perché la bombola d'ossigeno perdeva. Quindi, attenzione, lavorare con ossigeno richiede accorgimenti e pone problemi di sicurezza molto più grandi che lavorare con aria. L'ossigeno a pressione in certe condizioni mi fa bruciare, chiamiamolo così, mi ossida fortemente, distruggendomele, anche tubazioni in acciaio normale per il surriscaldamento in certi punti. Allora, anche qui le tecnologie vanno avanti e si riesce ad operare in condizioni di sicurezza anche con l'ossigeno. Ecco, non solo operare in condizioni di sicurezza con l'ossigeno, ma anche avendo una tranquillità di avere del margine. Quindi se dovessi fare una previsione io dico: certamente tra qualche anno gli impianti a ossigeno saranno di più di quelli che sono oggi, ma noi stiamo parlando del passato. Allora ancora una volta ci si trova di fronte a quei problemi in cui una cosa va meglio facendo così, un'altra cosa va meglio facendo cosà e la scelta tra le due non è così banale. Allora, se io guardo con una sola ottica, se guardo solo con l'ottica del così, mi va bene questa scelta, ma se guardo con tutte e due le ottiche devo vedere le cose. Ripeto, il lavorare con l'ossigeno, io ricordo anni fa che per un impianto in cui avevamo le due opzioni ossigeno o aria, insomma, ci abbiamo pensato molto prima di decidersi che poteva valere la pena di tentare il progetto con l'ossigeno e poi tirare le somme alla fine. Sempre parlando di esperienze concrete, l'impianto di depurazione delle acque di Bologna è un impianto che ad un certo momento è stato trasformato da impianto in cui per ossidare biologicamente la sostanza organica si forniva l'ossigeno come aria ad un impianto dove invece l'ossigeno si fornisce come ossigeno. Io che assistevo il Comune per tutte queste cose, poi ho fatto la direzione dei lavori di questo impianto, so quanta fatica abbiamo fatto a convincere gli operatori che poi dovevano operare su questo impianto che le tecnologie oggi consentivano di avere impianti ad ossigeno sicuri. Abbiamo dovuto mandare gli operatori a vedere gli impianti in Svizzera, in Germania per convincerli perché, ripeto, l'ossigeno non è aria. Quindi, ripeto, non dico che le considerazioni fatte dal dottor Mara e dall'ingegner Carrara siano errate, dico che vanno collocate in un contesto in cui non c'è solo quel punto di vista. Per cui io non mi meraviglio che solo ora si comincia a vedere anche in Italia il prendere piede degli impianti ad ossigeno.

 

Avvocato Stella: lei non sa, per esempio, le camere iperbariche, tutti gli incidenti nelle camere iperbariche, tranne due o tre, secondo statistiche notissime sono avvenuti in camere iperbariche ad ossigeno e le camere iperbariche oggi sono ad aria, non più ad ossigeno.

 

FORABOSCHI - Ma l'ossigeno, appunto, è pericoloso. Io ricordo di essere stato chiamato dalla Corte d'Appello di Ferrara anni fa, avevano una situazione in cui era morta una persona incendiandosi praticamente. Non riuscivano..., avevano perizie, consulenze, era ancora con il vecchio Codice di Procedura Penale, ma consulenze a vari livelli e tutte..., uno diceva una cosa, un altro diceva un'altra, per cui ad un certo momento il Tribunale decise, pure in Appello, non è così consueto, di fare l'ennesima perizia. Io andai a vedere le cose e mi resi conto che il problema era di una banalità enorme, ma di quelle cose banali quando uno le sa. Il problema era molto semplice: avevano una tubazione piccola in cui scorreva ossigeno a pressione, la pressione dell'ossigeno era a 200 atmosfere e aveva comperato un tubo per oleodinamica da 400 atmosfere, dice: "Vuoi che non mi regga le 200 atmosfere?". Ma il tubo per oleodinamica era di una gomma con fuori poi il rinforzo per tenere la pressione. Con l'ossigeno la gomma ha preso fuoco e ha fatto quasi una specie di esplosione, ha investito l'operaio, purtroppo spesso le tute non sono così pulite come dovrebbero, la tuta ha preso fuoco e l'operaio è morto. Sapendo la cosa, uno si domanda: "Ma bisognava arrivare alla perizia disposta dalla Corte d'Appello?", però, ecco, sapendolo, perché io avevo avuto occasione per l'esplosione dell'ospedale di Parma dove morirono ventun persone, una nell'esplosione, l'altra ventina per crollo, avevo avuto occasione, appunto, di occuparmi dei problemi della pericolosità dell'ossigeno. Quindi, ripeto, stiamo parlando di cose molto concrete e sulle quali, è chiaro, uno può avere opinioni tecniche diverse. Oggi credo si vada verso situazioni in cui operare con l'ossigeno mette molta più tranquillità di quanto non metteva in passato. Passerei, ed è l'ultimo dei consulenti sui quali dico qualcosa, quindi mi avvio veramente alla conclusione chiedendo scusa a tutti, ma i problemi sono tanti, la lunghezza della mia esposizione... Parlerei della consulenza del professor Zappone. Dico subito: non per la parte tossicologica, l'ingegner Zappone è un ingegnere elettronico, ma qui ci ha parlato da tossicologo per buona parte della sua relazione e quindi io ho già detto che sotto questo piano preferisco avere delle certezze, per cui se vedo che il CVM è R45 io dico che è cancerogeno, le discussioni poi del perché lo sia non mi interessano. Io so che devo fare gli impianti e devo gestirli avendo una sostanza cancerogena, dopodiché andrò a vedere i limiti che esistono. L'altra discussione interessantissima da un punto di vista culturale, da un punto di vista di approfondimento delle proprie conoscenze, ma non è una discussione sul piano professionale, sul piano professionale io mi accontento, per modo di dire, nel senso che prendo atto che, ahimè, è un R45. Questo mio atteggiamento mi deriva anche proprio dai lunghi anni di Commissione Seveso. La Commissione Seveso era una commissione in cui aveva tutte le professionalità contemporaneamente presenti e le riunioni erano riunioni di tutta la Commissione anche se l'argomento erano ingegneristico. C'erano i medici se era medico e c'erano gli ingegneri, per avere un quadro complessivo della situazione. In particolare c'era un Comitato dei Garanti, diciamo, sul discorso dei danni a lungo tempo e quindi dell'eventuale effetto cancerogeno. Periodicamente si riunivano, io ascoltavo le cose e mi sono reso conto evidentemente che quelle cose vanno discusse a livelli di professionalità elevatissima. Non basta leggere un qualcosa, anche se di un autore molto importante, perché... Allora, dico, parlo della consulenza del professor Zappone, ma non per la parte tossicologica. Però ha dato delle indicazioni, a mio avviso, soprattutto nella risposta a una domanda che gli ha fatto il professor Stella, delle risposte molto importanti, cioè il discorso dell'incertezza. Dell'incertezza e della necessità, quindi, di procedere con cautele particolari proprio laddove c'è questa incertezza. Questo è un dato di fatto che ormai sono più i problemi che si muovono nella logica dell'incerto che quelli che si muovono nella logica del certo. Personalmente, lo dico anche con una certa preoccupazione perché la mia carriera scientifica l'ho fatta occupandomi di modelli deterministici, ma vedo che se iniziassi oggi dovrei pensare, appunto, molto di più al discorso. Addirittura oggi si vede nella pubblicità lavatrice, lavastoviglie, lavatrice con logica Fuzzy. Qui siamo addirittura nella logica a tre valori e nel discorso della sfumatura, cioè nel discorso che ci sono regioni in cui posso dire A o B per la stessa cosa a seconda di come la colloco... L'esempio classico: un uomo lo posso dire alto o masso, lo stesso uomo, a seconda della logica nella quale mi metto, ma la cosa è estremamente più complicata. Quindi siamo certamente di fronte a una situazione in cui la visione deterministica è utile, ma in tanti casi non è perseguibile. A questo punto un ingegnere di scarsa immaginazione, come siamo in genere noi ingegneri, mi è capitato anche in passato, noi siamo persone di scarsa immaginazione... No, no, è vero, io mi confronto con persone molto più fantasiose. Ecco, come mi comporto nelle scelte in questo regime di incertezza? Quanto la cautela deve andare avanti? Certo, anche quando studiavo io sapevo che se il carico di rottura di un acciaio era tot lo facevo lavorare ad un terzo del carico di rottura, ma gran casi più semplici perché sapevo che prima di rompersi si allungava, si deformava permanentemente. Le incertezze di cui parliamo oggi sono molto più pesanti, sempre da orecchiante dico tutto il discorso sulla esistenza, non esistenza della soglia, gli effetti cancerogeni, l'estrapolazione lineare, non lineare. Vedo che ormai anche le riviste che arrivano al mio Dipartimento, il mio Dipartimento è Ingegneria Chimica e Mineraria e Tecnologie Ambientali, quindi non è un Dipartimento di Tossicologia, anche nelle riviste alle quali siamo abbonati c'è un articolo su questi argomenti. Ecco, allora, la cautela per progettare una struttura in cemento armato so qual è, non ho grossi bisogni, anche se per la verità anche sul cemento armato non è che si ragiona in termini statistici. In questi altri campi ho bisogno che qualcuno queste cose me le dica e chi me le può dire? Me le deve dire lo Stato, le Regioni. Non possono essere cose che vengono da decisioni soggettive, perché impegnano cose rilevanti, impegnano grossi capitali investiti, ma soprattutto impegnano poi la salute delle persone, impegnano l'ambiente. A che livello, fatta una valutazione di rischio di incidente rilevante, accetto la frequenza attesa? Sono settori nei quali l'esperienza ci dice poco. Il mio amico e collega professor Scardovi, che era il professore di Statistica a Bologna, Presidente del corso di laurea in Statistica, quando parla di queste cose riporta sempre una frase di uno scrittore francese del secolo scorso, il quale diceva: "A memoria di rosa non si è mai visto morire un giardiniere". Cosa vuol dire? Attenzione, sono eventi rari, normalmente tu non li hai visti e non li vedrai, però ne devo tener conto. Allora non posso basarmi sulle mie sensazioni, sulla mia esperienza. Quando vedo le norme dettate dal Parlamento in Olanda sugli incidenti rilevanti e mi si dice che solo una singola industria può essere ritenuta accettabile se il rischio degli incidenti rilevanti è sopra, se ricordo bene, a 10 alla meno 6 eventi gravi, cosa vuol dire sopra a 10 alla meno 6 di eventi gravi? Che nei miei calcoli mi risulta che la frequenza attesa di questo evento è un evento ogni milione di anni. Però mi dice anche che se la frequenza attesa è superiore a 10 alla meno 5 è inaccettabile. Cosa vuol dire 10 alla meno 5? Un evento ogni centomila anni. Queste sono cose che... La rosa non ha visto morire il giardiniere, ma i giardinieri muoiono. Siamo in quest'ordine di idee, cioè, bisogna che mi metta in una prospettiva che non trova un appoggio sulle mie conoscenze di vita normale. Se io sono in Olanda e faccio il mio mestiere in Olanda, so cosa mi devo aspettare. Nella fascia tra 10 alla meno 5 e 10 alla meno 6 cosa dice la legge olandese? Che l'impianto è accettabile se ha adottato le migliori tecnologie disponibili. Quindi io devo verificare che abbia fatto il meglio. Se ha fatto il meglio lo accetto nella fascia tra 10 alla meno 5 e 10 alla meno 6. La cosa evidentemente può essere estesa a fatti molto meno grossi come eventi. E', appunto, una discussione che appassiona in particolare il professor Stella tra coloro che dicono: "Guarda la probabilità dell'evento. Se la probabilità è sufficientemente bassa non mi interessano le conseguenze dell'evento" e chi invece dice: "No, la probabilità va soppesata in funzione delle conseguenze dell'evento". Ecco, un tempo, per esempio, soprattutto nel nucleare si calcolava il rischio come prodotto della frequenza attesa dell'evento e della magnitudo dell'evento, per esempio il numero dei morti attesi. Da un certo momento in poi si è detto: "Sì, ma psicologicamente la popolazione accetta di più rischi a grandi probabilità, ma con effetti piccoli rispetto a rischi a bassissima probabilità, ma con effetti molto grandi". E allora qualcuno ha detto: "Va bene, facciamo la stessa relazione, ma invece di calcolare il rischio come prodotto tra la grandezza - la magnitudo, come si chiama in gergo - dell'evento e la sua frequenza attesa, la magnitudo mettiamola al quadrato, facciamola pesare di più", ecco. Quindi nella valutazione del rischio la magnitudo viene a pesare di più. C'è stata tutta una scuola che dice: "Conto sia la frequenza sia la grandezza", altri invece dicono: "Valuto la probabilità, se la probabilità è bassa...". Ma queste cose non si possono lasciar risolvere all'ingegner Foraboschi o a chi per lui nella sua attività professionale. Si deve avere dei riscontri normativi precisi e non possono essere nemmeno riscontri di dire: "In Olanda fanno così", perché sono fatti che attengono proprio a tutta una serie di scelte che sono quelle della civiltà, del paese in cui si vive, dei problemi del paese in cui si vive. Per esempio, in Olanda la partenza cosa è stata? Di dire: "Abbiamo il rischio di inondazioni dalle dighe", è inutile in altri settori andare a cautelarci più di quanto ci possiamo cautelare dal rischio di rottura di una grossa diga, ecco. Per cui se il rischio aggiuntivo globalmente non mi dà un rischio..., per il normale cittadino olandese non mi dà il rischio maggiore di quello che aveva comunque per la presenza delle dighe, io sono già contento. E` stato un discorso iniziale, non dico che oggi si ragioni così. Però è chiaro che sono situazioni che dipendono dal paese in cui uno vive e che deve prendere le sue scelte. Su questo punto io credo sia... Lo dico perché? A giustificazione del fatto che io ho elencato molte normative, ho cercato di far vedere come queste normative tecniche, ma normative poi di legge, si applicavano ai nostri problemi. Mi sento di dover giustificare l'aver dato non poco spazio nella mia relazione non solo a problemi tecnici, ma a problemi tecnici visti nell'ambito delle normative. Da questo punto di vista ho espresso il mio giudizio, che vale per quel che vale, che mentre Enichem ha fatto le cose che doveva fare, i piani di adeguamenti, i progetti di adeguamento, le denunce, le notifiche o dichiarazioni, i rapporti di sicurezza, gli è mancata la controparte che facesse quelle verifiche, quei controlli, che adottasse quei provvedimenti che non ti lasciavano nell'ipotetico silenzio-assenso. Voglio, però, anche dire che questo che sto dicendo io ho avuto il piacere di ritrovarmelo in uno scritto del dottor Guariniello che... Meraviglierà che un ingegnere legga il dottor Guariniello, ma il dottor Guariniello scrive cose su cui è bene che gli ingegneri meditino molto e devo dire che io anche a lezione dico: "I progetti o le cose che noi facciamo devono rispettare la fisica e il campo di rispetto della fisica - della fisica, della chimica, della matematica, insomma - è larghissimo". Comincio a stringerlo dicendo che devono rispettare anche l'economia. Poi, attenzione, dobbiamo stringerlo ulteriormente, in ogni paese in cui andremo a lavorare ci saranno delle norme e un progetto che non rispetta le norme non è un progetto, è un lavoro astratto. Ecco, allora, dicevo, meraviglierà, ma è una situazione. Allora mi permetto di leggerlo per il verbale ovviamente, non per i signori che queste cose le conoscono certamente meglio di me, è nel libro "Se il lavoro uccide". Dice: "Non è raro sentire insinuare che le regole tecniche assurgerebbero al rango della legge. Bisogna stare in guardia verso pretese tanto drastiche. In realtà le regole tecniche non costituiscono di per sé precetti giuridici. Lo diventano a patto che siano richiamate da una fonte del diritto e allora si procurano l'efficacia tipica della fonte che le recepisce e dunque volta a volta forza di legge o di regolamento. Paradigmatiche sono le norme CEE, regole di buona tecnica elaborate dal Comitato Elettrotecnico Italiano su incarico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sono in effetti norme con valore di legge avendo ricevuto riconoscimento giuridico da una legge del '78 in cui si dispone che apparecchiature e impianti elettrici ed elettronici vengono costruiti a regola d'arte e in cui espressamente si considerano a regola d'arte quelle apparecchiature e quegli impianti realizzati, appunto, secondo le norme del Comitato Elettrotecnico Italiano". E` una legge brevissima, due commi, uno dice che tutte queste apparecchiature devono essere fatte a regola d'arte, punto e a capo. Se usi le norme CEE hai realizzato le opere a regola d'arte. Matematicamente noi diremmo: "E' sufficiente che tu adoperi le norme CEE per fare le cose a regola d'arte, non è una condizione necessaria". E' logico che sia così, perché se io realizzo con le normative tedesche, paragonabili e forse in qualche punto più rigide delle norme CEE, non mi si può dire che non ho operato a regola d'arte, però mi si dà una tranquillità: "Opera a secondo le norme CEE e tu hai rispettato questo vincolo della regola d'arte", se no rimane molto aleatoria questa regola d'arte. Mentre, appunto, tanti anni fa quante volte mi è capitato di fare perizie in cui mi si domandava: "E' il comportamento del buon padre di famiglia?", allora, insomma, la situazione era meno complicata, si riuscivano a dare risposte anche da parte di un tecnico su domande di questo genere. Oggi la situazione è molto più complessa. Quindi ho trovato in queste cose che il dottor Guariniello ha scritto un supporto a questo punto di vista. Devo dire, e con questo ho concluso, che se guardo, per esempio, la cosiddetta direttiva macchine, cioè quella direttiva recepita anche in Italia in cui il produttore di una macchina o chi la vende ha la responsabilità della sicurezza di questa macchina e quindi che si siano adottate tutte le norme per la sicurezza, ecco, questa direttiva trova sempre più norme UNI e N, cioè, di recepimento di norma europea, norme tecniche in cui mi si danno tutte le specificazioni. Specificazioni tecniche che mi consentono di giudicare in maniera molto più precisa e quindi con riferimento, quindi, normativo preciso se rispondo a queste regole. E questo diventa fondamentale, per esempio, in tempi in cui si cerca di accelerare tante cose con le autocertificazioni. Se io autocertifico devo sapere cosa autocertifico, non posso pensare di autocertificare su un'interpretazione che do io di una norma. La parte tecnica deve essere chiara, se no io firmo ed assevero un qualcosa... Ecco, è per questo che io mi sono permesso di dire queste cose. Concludo dicendo in questo quadro, io però non posso pensare che, per esempio, dal 1975 ad oggi o, diciamo, all'inizio di queste vicende processuali o di indagini ci sia stato un sistema di monitoraggio che sia non rispondente alla normativa, così pesantemente come in certi momenti è stato detto, e che l'organo di controllo non se ne sia accorto. Io posso capire che non mi si risponde sugli incidenti di rischio rilevante, ma per decenni hai sotto esame i risultati di un sistema di monitoraggio, sai com'è fatto. Insomma, mi risulta ben difficile pensare che questo sia dovuto al fatto che chi doveva controllare non ha controllato che era fuori legge. Io sono convinto, e gli argomenti tecnici che ho sviluppato spero che abbiano convinto anche altri, che erano all'interno della legge.

 

Presidente: grazie. Io direi che potremmo ancora proseguire. Avvocato Stella, il professor parlerà di argomenti completamente diversi.

 

DEPOSIZIONE CONSULENTE

DR. ZANELLI

 

ZANELLI - Io insegno impianti chimici all'Università di Pisa, insegno impianti chimici e affidabilità e sicurezza nelle industrie di processo nell'Università di Pisa. Sono nato 61 anni fa, ho fatto per quattro anni..., ho lavorato al Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare, dopodiché sono rientrato all'università, dove ho fatto carriera e sono diventato professore ordinario. Però io credo che del curriculum mio la cosa che può interessare qui il Tribunale sia il fatto che dal '74 al '77 per due anni e mezzo in realtà mi sono occupato dell'indagine che la Federazione Unitaria dei Lavoratori Chimici ha svolto sugli impianti di cloruro di vinile esistenti a quel tempo in Italia. La cosa è un po' particolare perché mi ricordo che i miei colleghi erano piuttosto scettici che uno che aspirava a diventare professore ordinario in quel tempo perdesse..., cioè, dedicasse parte delle sue energie a fare questo lavoro. In realtà poi, come spero di aver modo di dire, questo lavoro ha avuto degli esiti, dei risultati apprezzabili sia per l'obiettivo che si proponeva, ma anche dal punto di vista mio personale per i miei interessi scientifici che poi ho avuto modo di sviluppare in Italia all'università. Io vorrei presentare la cosa, organizzare il lavoro in..., la presentazione in quattro parti. La prima parte devo dire che non voglio assolutamente approfittare dalla pazienza del Tribunale perché di questo avete sentito parlare molto, sull'evoluzione tecnologica nell'ambiente di lavoro. Io cercherò soltanto di fare alcune puntualizzazioni che credo possano essere di interesse del Tribunale sulla base dell'esperienza fatta. La seconda parte, invece, tratta un pochino il cuore di quello che è secondo me il cuore del problema, cioè il problema dell'autoclave di polimerizzazione, e cercherò di utilizzare anche proprio l'esperienza e gli studi che ho fatto per una quindicina di anni all'università. La terza parte riguarda gli insegnamenti che ci dà l'analisi storica sugli incidenti avvenuti negli impianti di cloruro di vinile in tutto il mondo, che può essere di aiuto al Tribunale per le sue valutazioni. L'ultima parte, invece, riprenderà alcuni..., farò alcune osservazioni sempre sul sistema di monitoraggio, che è un pochino il leitmotiv che ha seguito tutte le presentazioni e tutte le consulenze che io ho ascoltato qui in questo Tribunale. Devo dire che essendo entrato in questa vicenda non dall'inizio, ma soltanto negli ultimi tempi, di fatto non posso far altro che mantenere le cose su un piano abbastanza generale facendo degli approfondimenti soltanto specifici su alcuni temi. Perché poi, prima il professor Pasquon, poi il professor Foraboschi, altri consulenti, il dottor Mara, l'ingegner Carrara, hanno parlato moltissimo di queste cose. Quindi non farei altro che ripetere. Quello che mi interessava, appunto, è l'impostazione generale che io ho sempre dato a questo tipo di argomento. Cioè, io immagino la questione come divisa in tre parti. Una parte riguarda i problemi che riguardano la sorgente del rischio, che riguarda essenzialmente l'impianto con il processo di polimerizzazione con le procedure che si impiegano. E questa è la sorgente del rischio ed è anche la sorgente delle emissioni. La seconda parte è la qualità dell'aria, cioè la concentrazione del CVM che è poi rilevata dal sistema di monitoraggio. Ora, tra queste due parti c'è il problema della diffusione delle emissioni. Questo è un problema fisico che in generale viene affrontato in termini deterministici. Quando si dice termini deterministici non significa - scusi la pesanteria, ma credo che sia abbastanza importante - che qualsiasi problema abbia una soluzione chiusa, cioè una soluzione univoca. Possono esserci diverse soluzioni, però queste soluzioni vengono fuori dalla soluzione analitica del problema impostato correttamente. La terza parte del problema, che è poi quella che ha impegnato tutti gli epidemiologici e tutti i medici, è la parte dell'effetto di questo rischio e quindi le patologie sull'uomo. Il collegamento che c'è fra la qualità dell'aria e la verifica degli effetti riguarda l'esposizione e su questo fatto invece affrontare il problema, come qui molto ampiamente ha discusso mezz'ora fa il professor Foraboschi, è un problema che difficilmente si affronta in termini deterministici. Anzi, praticamente quando si va..., oramai è noto che quando si affrontano dei problemi in campo biologico e non in campo fisico l'analisi deterministica è di scarso aiuto, quindi si usano dei metodi stocastici, si usa la statistica e si usano... Perché può tener conto della risposta soggettiva che ha, per esempio, il bersaglio uomo che non risponde in modo univoco alla sollecitazione, al vettore impatto dato dall'esposizione. La cosa che io mi permetto di fare è quella di fare alcune osservazioni sulla sorgente, perché io come ingegnere mi occupo della sorgente, non mi occupo certamente del bersaglio uomo. Sulla sorgente c'è..., sulla sorgente che in questo caso sono, appunto, gli impianti, il processo e le procedure per utilizzare l'impianto e il processo. Se uno va a vedere la cosa dal punto di vista storico, come è noto - voi lo avete sentito ripetere moltissime volte - il 1973 è un punto di discontinuità in questo fatto perché... Io l'ho vissuta, per esempio, iniziando questa..., all'inizio del '74, io ho messo '73 perché le prime notizie ufficiali apparvero alla fine del '73. Ci fu l'inizio delle indagini della FULC sugli impianti, l'inizio dei controlli sanitari, l'inizio dei controlli ambientali sull'ambiente di lavoro, l'inizio delle azioni per la bonifica degli impianti e quindi del miglioramento dei processi, questo è il punto di discontinuità. Allora, nel '74-'75, tanto per darvi un'idea, gli impianti che io ho visto a quell'epoca, fra il '74 e il '77, sono tre impianti da acetilene, di cui uno a Porto Marghera, ho visto cinque impianti da etilene, di cui uno a Porto Marghera, e un impianto di polimerizzazione in massa a Ravenna, quattro impianti di polimerizzazioni in emulsione, uno a Porto Marghera, e dodici impianti di polimerizzazioni in sospensione, di cui allora ne erano in funzione due a Porto Marghera. Allora, da tutta questa cosa è venuta fuori tutta, in sostanza, una pagella degli impianti con delle proposte che sono emerse dai sopralluoghi fatti, dalle discussione fatte con i tecnici, fatte con gli operatori di impianto, fatte soprattutto con le Commissioni Ambiente che allora funzionavano nei Consigli di Fabbrica. Non ultimo anche, se vogliamo, dalla preparazione professionale degli scritti di chi vi parla e di quelli che collaboravano con lui. E allora sono venute fuori tutte queste... Io ora qui ho ripreso questo trasparente modificandolo per cose di dettaglio proprio dal lavoro fatto dal mio collega professor Foraboschi, in cui si vede..., lui è stato così gentile da fare il lavoro per me. Cioè, rispetto a quello che si faceva nel '76 cosa è stato fatto, rispetto alla pagella data negli impianti di Porto Marghera CV6, CV24-25 per la polimerizzazione, le cose che..., quelli che erano i risultati delle indagini e quella che è stata poi l'azione svolta. Io non sto a ripetermi, perché dovrei ripetere tutte le cose che avete sentito non tanto dal professor Foraboschi, ma soprattutto dal professor Pasquon, perché a quell'epoca gli impianti erano gestiti da Montedison. Ora io scorrerei rapidamente queste cose, andiamo in fondo alla questione. Vorrei soltanto accennare ad alcuni punti che io ritengo abbastanza importanti. Un primo punto è quello che è stato ripetuto più volte, cioè sull'evoluzione delle tecnologie del CVM e da acetilene. Oggi soltanto il 9% degli impianti che producono CVM nel mondo produce CVM da acetilene e la maggior parte è localizzata..., la gran parte è localizzata nella Repubblica Popolare Cinese. Se noi prendiamo in conto soltanto l'Unione Europea, gli Stati Uniti e il Canada, solo il 5% degli impianti producono CVM da acetilene e, come è noto, come è stato ripetuto più volte, qui in Italia quelli che c'erano sono stati chiusi. Quello che invece è fatto... Ecco, qui, il CVM viene prodotto da etilene. Ora, l'etilene, come vedete, si fa etilene e cloro che fa dicloroetano per fare CVM più acido cloridrico. Poi l'acido cloridrico viene utilizzato con dell'altro etilene e questa volta con ossigeno, che può essere preso o ossigeno diretto o aria, per dare ancora dell'altro cloruro di vinile monomero ed acqua, che è la cosiddetta ossiclorurazione. Qui il professor Foraboschi ha ricordato in modo, direi, non saprei far meglio io, la questione dell'alternativa ossigeno/aria. Io la riprendo completamente e devo dire che a quell'epoca non si discuteva sulla opportunità di utilizzare aria rispetto ad ossigeno, nel senso che allora l'obiettivo che si aveva negli impianti era quello di salvaguardare la sicurezza. Ora teniamo presente che in un impianto di ossiclorurazione il rischio di incidente maggiore è il rischio di incendio e di esplosione perché è presente etilene. Oltre ad avere possibilità di rilascio di sostanze tossiche, perché c'è il cloro, poi, diciamo, l'altro rischio è l'incendio e l'esplosione. Ora, avere ossigeno in presenza di gas fortemente infiammabile come l'etilene è considerato un pericolo, un rischio forte. Non solo, ma lì..., non sto a ripetervelo perché probabilmente lo avrete ancora in mente per le tante volte che l'avete sentito dire, ma questo processo avviene ad alta temperatura, ci sono dei forni. Quindi la sorgente calda per innescare l'incendio o l'esplosione, diciamo, è protetta certamente, però è presente nell'impianto. Tanto è vero che uno degli interventi che sono stati fatti anche a Porto Marghera su questi impianti è proprio quello di introdurre delle barriere di vapore, dei sistemi di protezione per impedire gli incendi e le esplosioni. Quindi in quel momento, negli anni Settanta l'obiettivo che si perseguiva, la funzione-obiettivo che si perseguiva era quello di garantire la sicurezza e quindi preferire l'aria rispetto all'ossigeno. Allora qui riprendo un discorso generale che si diceva prima, che molti problemi tecnici non hanno una soluzione chiusa, cioè una soluzione univoca. Utilizzare l'ossigeno non era affatto sbagliato, è un'altra soluzione. Devo dire che ha ragione il..., non mi ricordo se era il dottor Mara o l'ingegner Carrara quando dicono che se si usa ossigeno diminuiscono le emissioni in atmosfera. Giusto. Però in quel caso si cambia la funzione-obiettivo, cioè si trascura l'obiettivo di aumentare la sicurezza e si privilegia l'obiettivo di diminuire le emissioni. Nel '77 si privilegiava la sicurezza. Ora, la linea di tendenza in questo momento è quella di privilegiare la tutela dell'ambiente, di diminuire le emissioni, anche utilizzando certamente i miglioramenti tecnologici e il miglioramento dei sistemi di protezione che sono stati introdotti negli impianti. Quindi quello che oggi, diciamo, la tendenza che si può individuare oggi è diversa da quella che si poteva fare, la strada che si poteva perseguire nel '76. Io su alcune cose, sugli impianti di produzione di PVC, che sono - come è noto - in emulsione, in sospensione, in massa e, come è noto, anche qui la resa è del 90%; il fatto che la resa è del 90% è esattamente il problema dei problemi, cioè il fatto di dove va questo 10% che non reagisce? Qui ho messo in fila delle cose, che avete già sentito. Però io mi vorrei fermare sulla prima linea, che è la preparazione delle cariche con la "closed lid technologies". Questo è del 1975, la closed lid technologies è a coperchio chiuso. Ora, io credo... Questo voleva dire? Voleva dire di preparare le cariche senza aprire il passo d'uomo o il boccaporto dell'autoclave, questo voleva dire, e quindi diminuire naturalmente le emissioni, no?, di quando si apre la cosa. Questa tecnica fu messa a punto nel '75 dall'U.L.S.S. e acquistò diffusione..., passava attraverso la soluzione del problema di, diciamo, sciogliere gli iniziatori, gli additivi nel monomero. Questi erano difficilmente solubili, quindi si alimentavano male all'autoclave. Tradizionalmente si apriva il boccaporto e si versavano dentro, questa era la cosa che si faceva. Si voleva invece mantenere il boccaporto chiuso. Allora, mi ricordo proprio durante questa indagine del '75-'77 che una delle richieste più pressanti era quella di sviluppare un sistema di alimentazione degli additivi a boccaporto chiuso. Da qui nacque lo slogan dell'impianto chiuso e poi estrapolato con l'impianto ad emissione zero. Di qui nacque, da questa che allora era una richiesta che, se limitata all'impiego dell'autoclave chiuso, era una cosa legittima che poi è stata in realtà realizzata; ma nel momento in cui si chiede emissione zero, questo è di fatto impossibile. Io non voglio entrare di nuovo nel processo che avete sentito raccontare più volte, ma dopo la fase di polimerizzazione e la fase di separazione c'è la fase di essiccamento, che viene fatta con aria calda, che viene insufflata, e quella come si fa a chiuderla? Questa aria calda esce in atmosfera, si potranno limitare, si potrà recuperare quello che si deve recuperare, ma sostanzialmente un'apertura, un'entrata ed una uscita di un fluido di servizio, quale è l'aria in tutto mondo, c'è e resta. Quindi l'idea, che è stata ripresa qui nella deposizione del dottor Mara e dell'ingegner Carrara sia nel giugno, sia poi anche nel controinterrogatorio, che ho ascoltato qui in settembre, io credo che vada interpretata limitatamente a mantenere chiuso il sistema di funzionamento delle autoclavi. Le altre cose le avete già ascoltate, non sto a svilupparlo, cioè il degasaggio, come è evoluto, come è migliorato il degasaggio sottovuoto nel tempo, come si è introdotto lo stripping con vapore sulla base brevetto Goodrich, e un'altra cosa su cui vorrei spendere qualche parola è la questione dell'aggiunta modulata di acqua e iniziatore, questa è una cosa che io riprenderò poi anche per quel che riguarda l'autoclave perché questa aggiunta modulata, questo affinamento del processo di polimerizzazione ha consentito di aumentare molto il volume dei reattori, che altrimenti avrebbe presentato dei punti non tollerabili. Aggiunta modulata di CVM, acqua e iniziatore vuol dire che in pratica una parte dell'acqua viene aggiunta, man man che la reazione prosegue, e una parte dell'iniziatore viene aggiunta man mano che la reazione avanza. Ultima questione sono le formulazioni antincrostranti, ve ne sono 100 brevetti nel mondo, alcuni anche italiani, queste sono le cose, che si sono sviluppate, che avete sentito molte volte. Vi dicevo che l'evoluzione degli impianti invece è questo, il volume delle autoclavi, naturalmente sono cose tranchant, tra il 50 e il 60 era tra 5 e 15 metri cubi, tra il 60 e il 70 tra 15 e 30, poi 80 e da 80 a 200 e così via, quindi c'è stato bisogno di potenziare il raffreddamento delle autoclavi, poi un'altra cosa, che si è fatta, cioè la captazione degli sfiati, la chiusura dei filtri e dei serbatoi di torbida, nel 1974-1975 e un altro punto essenziale è il trattamento degli sfiati, che in un primo momento fu fatto per assorbimento con... sia dalla Goodrich e dopo gli anni '80 con un processo di termossidazione, che poi sono stati applicati anche qui a Porto Marghera. Qui ne avete sentito parlare ormai tante volte, che lascerai perdere, sulla pulizia delle autoclavi, come è evoluta la pulizia. Andiamo avanti. Questo è il riassunto di quello che è successo in Italia. In Italia, come vi dicevo, nel 1974 vi erano tre impianti di CVM e nel 1986 invece ve ne era uno soltanto. Dal 1990 stanno studiando il fatto di sostituire l'aria per diminuire le emissioni. Questi sono i temi, che sono stati affrontati, che riguardano sia la gestione e la manutenzione dell'impianto, sia la questione degli effluenti liquidi, le emissioni gassose e soprattutto sulle emissioni gassose è un punto essenziale, che è stato fatto a Marghera è stato quello di collettare tutte le emissioni ed avviarle verso un termossidatore, che ha diminuito in modo drastico le emissioni in atmosfera. I progressi che sono stati fatti a Porto Marghera a grandi linee sono: nel 1974, cioè immediatamente furono riviste le procedure di manutenzione per diminuire l'esposizione degli addetti, nel 1977 è stato installato il controllo continuo del CVM, nel 1989 è stato fatto un revamping ed introduzione di un sistema di controllo centralizzato in una nuova sala. Questo è il revamping. Qui il concetto del revamping vuol dire una manutenzione straordinaria, che riesca in qualche modo a riattualizzare un impianto, che progressivamente sta invecchiando. Questa è la definizione di revamping. Questa è anche l'evoluzione degli impianti di polimerizzazione, come vedete da 17 impianti del 1977 con 4 a Porto Marghera siamo passati a 1. Se voi avete... come vedete l'evoluzione che è stata fatta prima a livello generale, mondiale, di fatto segue le stesse date, che sono riscontrabili lì a Porto Marghera, così per gli impianti di produzione, nel 1973 - 1974 questi era i primi interventi fatti con potenziamento dell'aspirazione, sono cose di cui avete sentito parlare più volte, ricerca delle fughe, bonifica con vapore delle apparecchiature, sistema mobile di ventilazione, interventi manutentivi. Questo è tutto l'elenco, saltiamolo pure, perché il Tribunale le ha già sentite molte volte. E questo è il problema degli effluenti negli anni '60, c'è stato un trattamento, cioè se furono le acque per dare dei trattamenti specifici, nel 1974 c'è stato uno stripping, un trattamento degli spurghi e drenaggi di impianto, per evitare delle emissione diffuse e incontrollate di CVM sugli scarichi, così per le emissioni gassose c'è stata dapprima una riduzione con chiusure, polmonazione, captazioni, di cui avete sentito parlare con grande dettaglio, e dopo finalmente nel 1993 un invio delle emissioni gassose al termossidatore, così come avete sentito parlare più volte della progressiva sostituzione dei componenti con componenti più affidabili. L'esposizione dei lavoratori è stata, oltre che essere diminuita perché si è agito sulla sorgente dell'esposizione, cioè si è agito sull'impianto con le modifiche e con i miglioramenti, si è agito anche con la loro protezione, cioè evitare comunque l'esposizione, allora sono state... nella protezione del bersaglio, sono state costruite delle cabine di controllo al CV6, nel reparto insacco, CV5-15, non solo, ma è stata aumentata la ventilazione, per accrescere la ventilazione dei reparti, sono state demolite in parte le pareti della sala autoclavi del CV6 e poi la cosa più importante è che si è controllato in modo sistematico la qualità dell'area e dell'ambiente. Io vorrei concludere questa parte con queste considerazioni, in Italia i processi di produzione di CVM e di polimerizzazioni di PVC non sono cambiati in modo sostanziale negli ultimi 50 anni, diciamo da quando c'è... Si è avuto un processo di selezione con abbandono di alcune tecnologie tradizionali, però nessuna nuova tecnologia è stata proposta negli ultimi 50 anni. Gli impianti industriali di produzione di CVM e di PVC sono migliorati molto negli ultimi 10-15 anni, in modo tale che essi possono continuare a funzionare anche dopo più di 20 anni, pur di sottoporli ad adeguati programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria, il cosiddetto revamping, né il processo né gli impianti di CVM e PVC hanno subìto un processo di obsolescenza. Questo problema lo tratterò di più nella seconda parte. Le modifiche e i miglioramento introdotti dalle più aggiornate società di produzione di CVM e di PVC degli Stati Uniti, del Regno Uniti, della Germania, del Giappone sono stati adottati a Porto Marghera. Le modifiche impiantistiche sono iniziate prevalentemente nel 1974 e direi che sono ancora attuali. Ho concluso la prima parte. La seconda parte riguarda l'importanza dell'autoclave di polimerizzazione del cloruro di vinile per la tutela dell'ambiente e della sicurezza, dicevo prima, ho avuto modo già di dirlo, che l'autoclave è il cuore del processo di polimerizzazione, ma direi anche che è il cuore del problema, che dobbiamo affrontare, se esistesse un'autoclave perfetta, un reattore perfetto che fa reagire tutto il monomero, che si mette dentro, il problema non sussisterebbe, cioè non ci sarebbero più perdite di CVM né sull'ambiente di lavoro, né sull'atmosfera, il problema è che autoclave perfetta non esiste e quindi c'è sempre una resa in reazione e l'obiettivo che costantemente si è cercato di perseguire negli ultimi 50 anni, dedicando a questo obiettivo molte risorse è quella di migliorare questi autoclavi di polimerizzazione con tre sottobiettivi: il primo, aumentare la conversione, con diminuzione del cloruro di vinile monomero, che non ha reagito; secondo obiettivo, quello di ottenere un prodotto, cioè un polimero con caratteristiche costanti, questo per motivi che si possono percepire facilmente; il terzo, diminuire la formazione di croste, che sono un sottoprodotto indesiderato e che presentano notevoli inconvenienti. E la formazione di agglomerati solidi, capaci di appiccicarsi alle pareti del reattore, costituisce il maggior inconveniente che si è dovuto affrontare, volendo ridurre ed annullare la frequenza degli interventi di pulizia all'interno dello stesso reattore. In questa esposizione cercherò di ripercorrere l'evoluzione che hanno avuto le autoclavi a partire dal 1974, quando diventarono prioritari gli obiettivi di diminuire le emissioni esterne, continue ed accidentali ed evitare l'esposizione dei lavoratori ai vapori di CVM. Alcune informazioni che darò sono già state date da altri consulenti, in particolare l'ingegner Carrara e il dottor Mara, i quali hanno illustrato i cambiamenti avvenuti e le relative conseguenze, a loro avviso, riscontrate, qui di seguito si metteranno in luce le motivazioni dei cambiamenti e i loro effetti, reali o potenziali per sottolineare la positiva evoluzione della tecnologia di polimerizzazione. Io mi riferisco... queste cose qui sono state trattate dal dottor Mara il 18 giugno del 1999, dunque la prima cosa - intanto richiamo alcune cose, che ormai vi saranno diventate familiari - cioè la polimerizzazione del cloruro di vinile è una reazione che genera calore, questa è una cosa essenziale da ricordare sempre, nel momento in cui avviene questa reazione si genera automaticamente calore. Un'altra cosa un pochino più sottile, che non credo sia stata messa in evidenza adeguatamente, è che questa è una reazione autoaccelerante, cioè man mano che procede la conversione, trasformare una cosa molto volte si dice convertire, man mano la conversione del monomero a polimero procede la velocità aumenta. Il meccanismo di reazione semplificato prevede due stadi: un primo stadio lento in cui la reazione inizia, c'è un'iniziatore o catalizzatore, ma è più corretto chiamarlo iniziatore, che rende la molecola del CVM reattivo, cioè genera dei radicali, il secondo stadio più veloce è di formazione e propagazione della catena polimerica, cioè questi radicali si attaccano e questo è molto veloce, costituita da numerose molecole di monomero unite... per dare il PVC. Qui ho cercato di mettere in forma grafica quello che sto dicendo, c'è su quel grafico da una parte c'è rappresentata la conversione, cioè la X, che va da 0 fino al massimo, a 1, dall'altra parte, quello tratteggiato, è il calore generato, come vedete c'è una prima fase, in cui si genera molto lentamente, vi ricordo che nelle asse delle ascisse c'è il tempo, quindi se seguite la curva tratteggiata, che è la cosa veramente critica di questo processo, all'inizio il calore si genera molto lentamente, la curva sale molto gradualmente, dopodiché c'è una brusca accelerazione, fino ad arrivare ad un picco molto forte di calore generato per poi decrescere e la parte decrescente è dovuta al fatto che il monomero è finito, cioè sta finendo e quindi diminuisce anche la velocità di reazione. Io ho avuto l'imprudenza di definire la velocità di reazione come la derivata di X rispetto a T, cioè la variazione di X della conversione rispetto a T, quindi quando vedete D(x) rispetto a T vuol dire velocità di reazione. Questa cosa è stata formalizzata anche analiticamente, ora qui non voglio approfittare della vostra pazienza, ma come vedete c'è un primo termine in quella relazione che è la velocità di reazione moltiplicata la concentrazione iniziale del monomero, che è uguale ad un termine K, è una costante di velocità, per una radice della concentrazione dell'iniziatore, che moltiplica un termine, dove appare una F, la F è proprio il fattore di accelerazione. Questo io l'ho riportato anche perché in qualche modo questa equazione qui, che a suo tempo aveva un certo valore scientifico, è stata proposta proprio da un italiano, uno di quelli che l'ha studiata di più era proprio un tecnico della Montedison, un certo dottor Talamini. La prima espressione dà la formulazione analitica della velocità di reazione, che, come vedete, che è funzione sia della concentrazione dell'iniziatore, sia anche di F per X, dove X è la conversione, quindi questa è tanto più grande quanto più avanza la conversione. La seconda relazione è l'espressione analitica della quantità di calore generato, questa è uguale al volume V della massa che reagisce, Delta H è la quantità di calore, che si genera durante la reazione, e C zero per derivata di X su D(t) è la velocità di reazione. Come vedete, la quantità di calore generato, cioè quella curva tratteggiata, cioè quel picco, è tanto più grande quanto più grande è il volume della massa, che genera, quanto più grande è la velocità di reazione. Ora se noi non asportassimo calore da una massa in reazione e il calore continua a essere generato, anzi sempre più velocemente questa massa si scalderebbe, scaldandosi aumenterebbe la pressione, aumenterebbe la temperatura e quindi la pressione, per evitare questo, noi abbiamo tutto l'interesse per ragioni di sicurezza, ma anche per ragioni di processo, per ragioni di mantenere le qualità del prodotto adeguate abbiamo tutto l'interesse a mantenere la temperatura del reattore costante. Per fare questo non possiamo fare altro che sottrarre il calore generato, che abbiamo visto prima si può esprimere attraverso un'equazione algebrica, allora bisogna sottrarlo scambiando calore, cioè raffreddando la nostra autoclave. La legge di raffreddamento di questa autoclave è quella, che ho scritto lì, in quella legge compare U, che è il coefficiente di scambio termico, S, che è la superficie di scambio termico, Tr che è la temperatura di reazione, Tc che è la temperatura del fluido refrigerante, ora una delle cose, che assillano questo Tribunale, è proprio quel U, il coefficiente di scambio termico, perché? Perché la pulizia delle autoclavi e la disincrostamento delle autoclavi si fa per mantenere quel U costante, perché altrimenti se non si pulissero le autoclavi e si lasciassero sporcare le pareti, quell'U diminuirebbe, la quantità di calore scambiata, cioè la capacità di raffreddamento diminuirebbe, quindi non si riuscirebbe a sottrarre tutta la quantità di calore generato. Infatti per mantenere la temperatura di reazione costante, cioè per mantenere le condizioni isotermiche, è necessario che la quantità di calore generato sia uguale alla quantità di calore scambiato. Perché così non fosse... per fare questo il sistema di raffreddamento e lo schema di regolazione della temperatura è questo, rappresentato in figura, dove è rappresentata un'autoclave con una camicia di raffreddamento, all'interno della quale si alimenta dell'acqua fredda, che poi viene in parte reciclata e in parte mandata al sistema di raffreddamento per essere poi riutilizzata. Questo sistema presenta due caratteristiche: uno, deve essere notevolmente sovradimenzionato rispetto alle esigenze medie della reazione per far fronte al valore massimo del calore generato, cioè quella punta di calore, che era rappresentata in quel diagramma tratteggiato; secondo, deve essere in grado di far decrescere la temperatura di camicia Tc con il procedere della reazione per aumentare la quantità di calore scambiata Qs ed assorbire comunque la punta di calore. Se la quantità di calore scambiato attraverso la superficie S del reattore diminuisce, quando sulle pareti di formano croste di polimero a bassa conducibilità termica si abbassa il coefficiente di scambio e quindi la quantità di calore generato supera quella scambiata e quindi si hanno condizioni di instabilità, aumenta la temperatura, aumenta la pressione e si possono avere dei guai seri. Quindi le condizioni di stabilità dell'autoclave sono garantite quando il calore generato è minore o uguale al calore scambiato e si ha questa diseguaglianza. Io mi sono avventurato in questa spiegazione, che per me è stata un'avventura, perché? Perché ho cercato di spiegare a questo Tribunale uno dei concetti più delicati, che si insegnano agli allievi ingegneri chimici, cioè il concetto di stabilità o di instabilità dei reattori chimici, non so se vi sono riuscito... Ad ogni modo, quello che interessa è che le perdite dall'autoclave, dal sistema di polimerizzazione, dipendono proprio dal fatto di rispettare o non rispettare queste condizioni di stabilità, questo è il punto, perché ad un aumento di temperatura corrisponde un aumento di pressione e quindi un aumento di probabilità di avere perdite dalle tenute, e il problema della stabilità... e questo è il problema della stabilità degli autoclavi di polimerizzazione. Quello che si voleva fare, nel tempo... si voleva migliorare da una parte le condizioni di sicurezza ed ambientali diminuendo la probabilità di fuoriuscita dal CVM, ma dall'altra parte si voleva anche aumentare il volume V delle autoclavi per diminuire il numero di cariche necessarie e per ottenere le produzioni volute, cioè a parità di produzione, aumentando il volume delle autoclavi si potevano fare meno operazioni di polimerizzazione. Ma abbiamo visto che l'aumentare del volume V rendeva più critico, cioè faceva aumentare la quantità di calore generato e quindi rendeva più critico il rispetto delle condizioni di stabilità del reattore. Questo è stato uno degli argomenti su cui personalmente ho lavorato per alcuni anni in Università per vedere cosa si poteva fare per mantenere le condizioni di sicurezza, pur aumentando i volumi dei reattori, che, ripeto, sono passati, in una ventina d'anni, da un ordine di grandezza di 15 metri cubi fino a 200 metri cubi, non in Italia, in Italia credo che il massimo sia 60, almeno a Porto Marghera credo che sia 60. Voi sapete che le tecniche di polimerizzazione sono introdotte, e alcune modifiche alla tecnica di polimerizzazione, che sono, uno, nella tecnica sospensione abbiamo il CVM liquido in acqua, nella tecnica ad emulsione abbiamo sempre il CVM liquido sempre in acqua, mentre in massa abbiamo il CVM liquido senz'acqua, quindi nella tecnica di polimerizzazione abbiamo da una parte le modifiche della tecnica di polimerizzazione, che sono consistite da parte l'iniezione di acqua fredda durante la reazione, e di questo vi ho già accennato prima, durante la polimerizzazione la massa, che reagisce, diminuisce il suo volume, quindi lascia libera una parte del volume dell'autoclave, si inietta l'acqua fredda e quindi si può raffreddare la massa. Da un'altra parte c'è la formulazione della ricetta con delle ricette, se è stata modificata la ricetta della massa in reazione, introducendo degli additivi antisporcanti e modificando anche... e, ultima cosa, sono stati sviluppati nuovi iniziatori. Andiamo avanti. Ecco, qui le differenze più evidenti tra i due reparti di polimerizzazione costituiti uno negli anni '50 e l'altro negli anni '90 è il volume delle autoclavi, di questo abbiamo già parlato. La maggior parte dei miglioramenti introdotti nell'autoclave sono dovuti alla necessità di garantire un funzionamento sicuro e un prodotto di qualità in un reattore di volume grande. La quantità di calore generata, come ho già detto, è proporzionale al volume del reattore, per rendere sicuro il suo funzionamento è necessario aumentare in misura uguale il calore scambiato. La qualità del prodotto, oltre che dalla ricetta e dalle procedure di reazione già viste, garantite da una buona agitazione uniforme e da un buon controllo di temperatura. Il recupero della maggior parte del CVM non reagito direttamente dall'autoclave è stata una delle esigenze più forte degli anni '70, come è noto, ed ha prodotto interventi di modifica estesi a tutti gli apparecchi, compresi quelli di Porto Marghera. Le autoclavi devono garantire una buona tenuta alla pressione di esercizio, uno scambio termico tale che sia uguale o superiore alla quantità di calore generato, una agitazione uniforme in tutta la massa, una completa compatibilità tra il sistema reagente e il materiale con il quale sono costruiti. Primo punto, il volume: la tendenza ad aumentare il volume dell'autoclave è dovuta all'opportunità di far crescere la produzione mantenendo costante il numero di cariche della stessa e diminuire gli interventi di pulizia delle pareti, è stato messo in evidenza più volte che per evitare un aumento di pressione, quindi l'instaurarsi di condizioni anomali, è necessario che da un più grande volume corrisponda una accresciuta capacità di scambio termico, che può essere ottenuto in vari modi, aumentando la superficie di scambio, aumentando la differenza tra la temperatura di reazione e la temperatura del fluido refrigerante in camicia, mantenendo alto il coefficiente di scambio termico. Per esempio a Porto Marghera si iniziò con autoclavi da 15 metri, ma nel 1974 e 1975 vi erano autoclavi da 60 metri cubi. La superficie di scambio, fissato il volume del reattore e la sua forma cilindrica con un determinato rapporto diametro-altezza la superficie di raffreddamento praticamente è fissata. Se si vuole aumentare la superficie di scambio occorre immergere un serpentino, un tubo avvolto ad elica, nella massima reazione, però con conseguenze fastidiosissime in fase di pulizia, perché la sua presenza impedisce l'uso di getti d'acqua in pressione per il disincrostamento delle pareti. Un limitato aumento della superficie di scambio è stato ottenuto immergendo candele verticali, al cui interno scorre il fluido refrigerante, tali candele, in numero 4 o 5, per la loro forma semplice e per il loro limitato ingombro non impediscono al getto d'acqua di raggiungere la superficie. A Porto Marghera le candele erano presenti negli anni '70 nelle autoclavi di dimensioni maggiori, come è già stato ricordato dal dottor Mara nella deposizione del 18 giugno 1999. Secondo punto, la temperatura del fluido refrigerante: questa temperatura... la temperatura di reazione deve essere regolata e mantenuta... è regolata nel modo più opportuno per ottenere alte rese di conversione di CVM in PVC e per ottenere una buona qualità del polimero. Nella figura è stato messo in evidenza che la quantità di calore generato, prima in quella figura che ho richiamato più volte, cioè quel grafico con la curva tratteggiata, la quantità di calore generata varia molto con il procedere della variazione, per assorbire tale variazione l'unica possibilità è quella di far variare la temperatura del fluido refrigerante mediante un sistema automatico e di regolazione, tipo quello illustrato nella figura che è proiettata ora, che può essere collegato ad un computer che programma quelle variazioni, essendo nota a priori la variazione nel tempo della quantità di calore generato. Nel verbale della deposizione del tecnico signor Bartolozzo, letta il 21 settembre 1999, si cita espressamente l'introduzione di un microprocessore per regolare il processo di polimerizzazione del CV6 a conferma che tali innovazioni tecnologiche sono state introdotte a Porto Marghera, appunto con un sistema di questo tipo. Il coefficiente di scambio termico: per tenere alti i valori di coefficiente di scambio termico e mantenere costante nel tempo il valore richiede di adottare una buona agitazione meccanica della massa reagente e di impiegare un sistema di regolazione della temperatura e del fluido refrigerante, che non ne faccia diminuire la portata in camicia, come si può ottenere con lo schema riportato in figura. Terzo punto: richiede di mantenere pulita la superficie di scambio mediante operazioni di pulizia che sono state descritte e discusse più volte dai miei colleghi. A Porto Marghera tutti gli accorgimenti sopraesposti sono stati adottati in modo differenziato nel tempo, come è già stato detto da altri. Il materiale di costruzione: l'autoclave è costruita con lamiere di acciaio inossidabile saldato, la superficie interna è lucidata oppure è ricoperta da un sottile strato di vetro o di smalto. La superficie interna è lucidata oppure è ricoperta da un sottile strato di vetro o smalto per evitare che croste di polimero restino aderenti alle parenti, facendo diminuire il coefficiente di scambio termico. Negli anni '60 e all'inizio degli anni '70 la ricopertura della superficie con lo strato di vetro smalto che, pur abbassando leggermente il coefficiente di scambio per la sua bassa conducibilità termica, garantiva scarsa aderenza delle croste e facilità di pulizia, ebbe molto successo anche a Porto Marghera. Negli anni '60 la tecnologia di smaltatura consentiva di costruire recipienti di 10 - 20 metri cubi, intorno al 1975 furono prodotte autoclavi smaltate fino a 70 - 75 metri cubi. Negli anni successivi la messa a punto, questa è una annotazione di curiosità, di ricette antisporcanti, l'introduzione di sistemi di pulizia automatica, l'orientamento di impiegare reattori di grandi dimensioni, cioè fino a 200 metri cubi, difficilmente smaltabili hanno fatto prevalere l'uso di autoclavi in acciaio Inox non ricoperti dallo strato di vetro e smalto. La curiosità significa questo, che per ricoprire le autoclavi smaltate bisogna poi introdurle, dopo averle ricoperte di smalto in un forno di cottura e i forni di cottura grandi, da poter contenere autoclavi da 200 metri cubi non esistevano nel mondo, non esistono, quindi si è... non so se le abbiano fatte ora, ma si ripiegò su autoclavi in acciaio Inox. Un altro punto essenziale è il blocco delle reazioni. Al fine di evitare aumenti di temperatura e di pressione, che non potendo essere corretti dal sistema di raffreddamento potevano causare l'apertura delle valvole di sicurezza ed altre più gravi conseguenze è stato introdotto un sistema di iniezione rapida di stirolo nel reattore per bloccare la reazione. Io volevo semplicemente, può essere di un certo interesse, far vedere nella prossima diapositiva, nella prossima trasparenza, che cosa significa l'azionamento di un sistema di controllo. Nel fascio di curve superiori, come vedete c'è una curva che cresce, nell'asse delle ascisse c'è sempre il tempo, e leggiamo un momento la temperatura. Vedete, la curva 1 dà una temperatura crescente, dopodiché rimane costante intorno ai 90 gradi, la temperatura si legge sulla coordinata sulla destra, resta a 90 grandi. Nel momento in cui per una qualsiasi perturbazione del sistema, per esempio un errore nell'introdurre l'iniziatore, perché se ne introduce di più, oppure un errore nella temperatura dell'acqua di raffreddamento, c'è comunque una perturbazione, il sistema di controllo del raffreddamento può assorbire questa perturbazione, ed è la curva 2 sempre dello stesso fascio, vedete, la temperatura, c'è una perturbazione, la temperatura del sistema cresce, dopodiché entra in funzione il sistema di controllo, che riporta il sistema al plateau a 90 gradi già visti prima, questa è la curva 2, che cresce e poi riporta... Se la perturbazione è superiore, prendiamo la curva 3, come vedete il nostro sistema subisce questa perturbazione, la temperatura cresce, va oltre i 120 - 130 gradi, ma poi il sistema di controllo è ancora adeguato a riportare in linea, a riallineare la nostra l'autoclave. Se la perturbazione è ancora maggiore, la curva 4, la temperatura scappa e il sistema di controllo non è più in grado di... Allora a quel punto che cosa succede? Si può intervenire con (l'avvelenatore), di cui ho detto prima, con il blocco dell'areazione, con iniezioni di polistirolo oppure si aprono le valvole di sicurezza, aumenta la temperatura e si aprono le valvole di sicurezza. Il professore Nardelli e l'ingegner Carrara, anche nel controinterrogatorio del 21 settembre 1999 hanno elencato le fuoriuscite di CVM da guardie idrauliche, valvole di sicurezza, chiamandoli incidenti. In realtà in quelle occasioni le valvole di sicurezza hanno svolto la loro prevista funzione di protezione degli operatori e delle apparecchiature dal funzionamento anomalo, quello che vi ho descritto in questo momento. Funzionamento anomalo che il sistema automatico di controllo non è riuscito a correggere. L'incidente, che io cercherò di definire poi in un'altra parte della relazione, è distinto dal funzionamento anomalo sulla base della gravità delle conseguenze. Una buona parte delle ricerche sul funzionamento delle autoclavi per la polimerizzazione del CVM, svolte negli ultimi decenni, ha abbassato moltissimo la frequenza con la quale si hanno funzionamenti anomali, migliorando la formulazione delle cariche, migliorando l'affidabilità dei componenti e migliorando il sistema di controllo. Io volevo finire parlandovi dell'obsolescenza. La polimerizzazione del CVM è una tecnologia matura i cui mutamenti migliorativi, introdotti negli anni, non ne hanno cambiato sostanzialmente le caratteristiche. Ancora oggi i nuovi impianti in costruzione, che non si costruiscono in Italia, ma che si costruiscono nel resto del mondo, usano il processo e le autoclavi descritte sommariamente all'inizio di questa memoria. L'obsolescenza di un processo o di un impianto è definita come la perdita di efficienza economica che il processo o l'impianto subiscono in misura superiore a quella derivante dal loro invecchiamento e dalla loro usura. Io credo che sia davanti a tutti il fenomeno di obsolescenza comune, che è quello dei computer, si cambiano non tanto perché invecchiano, ma perché sono obsoleti, perché non siamo più soddisfatti delle loro prestazioni, perché il mercato ci offre dei prodotti superiori a prezzi inferiori e quindi rinunciamo al computer ancora funzionante, che abbiamo, perché è obsoleto. Vuol dire che questo ha subìto in misura superiore un deprezzamento economico superiore a quello derivante dal loro invecchiamento o dalla loro usura. Nell'industria chimica l'obsolescenza si ha quando si trova un prodotto sostitutivo, un nuovo processo, un'apparecchiatura di nuova concezione, ma nel caso di CVM nulla di tutto questo è avvenuto negli ultimi 50 anni. E` sbagliato quindi parlare nel caso di CVM e PVC di obsolescenza del processo e dell'impianto, come ha fatto fin qui il dottor Mara in sede di esposizione e di controinterrogatorio. E` giusto, direi che il CVM è uno degli impianti longevi, è giusto invece esaminare l'invecchiamento sia del processo sia degli impianti per introdurre elementi di miglioramento ed evitare l'usura. In tal modo la vita dell'impianto, fermo restando la validità del processo, può essere prolungata, finché gli interventi di miglioramento ed aggiornamento, il cosiddetto revamping, diventano così onerosi che allora il gestore troverà più vantaggioso chiudere il vecchio impianto e costruirne uno nuovo. Io a questo punto avrei finito questa seconda parte.

 

Presidente: quanto ritiene ancora che possa proseguire?

 

ZANELLI - Io penso per un'ora e mezza, 2 ore.

 

Presidente: a questo ci fermiamo e ricominciamo alle 3 e un quarto.

 

L'udienza è sospesa alle ore 14.05.

 

L'udienza riprende alle ore 15.20.

 

ZANELLI - Dunque, alla fine della seduta di questa mattina ho cercato di far vedere quale poteva essere, qual è, quale può essere l'origine di molti dei malfuzionamenti o anche degli incidenti collegati ad aumenti anomali di pressione nell'autoclave. La cosa che mi propongo di fare ora, e propongo a voi, è quella di avere un criterio per distinguere quelli che sono funzionamenti anomali, quindi i rilasci di CVM dovuti a funzionamento anomalo, e quelli che possono essere classificati realmente come incidenti. La normativa non ci è di grande aiuto in questa distinzione, perché se uno ha la pazienza di leggersi il D.P.R. 175, la distinzione, la definizione di incidente rilevante non è chiarissima. Certamente, però, questa distinzione è fatta in funzione delle conseguenze degli effetti generati dal malfunzionamento di un certo impianto, di una certa apparecchiatura. La cosa che vi propongo e che viene fatta normalmente è quella di richiamarsi all'esperienza storica registrata. E allora, al pari di quanto normalmente viene fatto nel campo della sicurezza, in cui si fa un'analisi degli incidenti avvenuti per avere insegnamenti per il futuro e quindi migliorare le condizioni degli impianti futuri, così vi esporrò gli insegnamenti dell'analisi storica sulla sicurezza degli impianti di produzione di cloruro di vinile e polivinilcloruro. L'analisi di un incidente con individuazione delle sue cause di condizioni quali avvenute costituisce sempre un insegnamento prezioso per il futuro. Ora, nell'industria chimica, nella petrolchimica, è nata l'esigenza di raccogliere le informazioni sugli incidenti rilevanti avvenuti nel passato in tutto il mondo e di creare un archivio costantemente aggiornabile dove tali informazioni riguardanti i dati storici sono raccolti. Questo deriva dal fatto che, al contrario di quello che può avvenire nella cosiddetta infortunistica, in cui gli insegnamenti possono essere tratti dagli incidenti che avvengono a livello di stabilimento e quindi della casistica, diciamo, degli incidenti che avvengono a livello di stabilimento o a livello di società articolate in più stabilimenti, nel caso di incidenti rilevanti data la loro rarità non è sufficiente pensare di limitare l'analisi soltanto agli incidenti di uno stabilimento, di una società. Per cui è nata questa esigenza di raccogliere su scala più ampia, possibilmente mondiale, la statistica di questi incidenti. La consultazione di questi archivi costituisce l'analisi storica, che è un metodo basato sull'esperienza per affrontare il problema dello studio dei rischi delle attività pericolose. Allora, per far questo io credo sia indispensabile capire quali sono i limiti di questi archivi, come si possono superare questi limiti e quindi i risultati che se ne possono trarre. Queste banche sono nate all'inizio degli anni Settanta e sono dette Banche Dati Incidenti. Alcune esistevano già e sono state ampliate. Un forte impulso allo sviluppo di queste Banche Dati Incidenti è stato dato dall'applicazione della direttiva Seveso, cioè del già citato decreto del Presidente della Repubblica 175, che prevedeva proprio la consultazione di queste Banche Dati Incidenti per valutare la possibilità che si realizzino certi fatti incidentali. Ora, come tutte le banche dati anche questa è strutturata e contiene un certo tipo di informazioni, tipo il luogo, la data, il tipo di impianto coinvolto nell'incidente, oppure il tipo di deposito, il mezzo di trasporto, le sostanze coinvolte, le cause, il tipo di scenario incidentale. Per scenario incidentale intendo dire... Di fatto i grandi scenari incidentali poi in realtà si riducono a tre e sono: l'incendio, l'esplosione oppure il rilascio di sostanze tossiche. Dopodiché questi scenari incidentali possono essere il risultato di una catena di eventi che si innescano uno in seguito all'altro. Per esempio, la formazione di una nube di CVM, che è lo scenario incidentale rilascio di sostanza pericolosa, è il risultato di un'apertura di una valvola di sicurezza, la quale a sua volta è causata da un aumento di pressione, il quale a sua volta è causato da una insufficienza del sistema di controllo e dello scambio termico di cui abbiamo parlato questa mattina. Ma qui ci fermiamo soltanto allo scenario incidentale, cioè all'evento finale di tutta questa catena incidentale. Dopodiché la banca dati contiene anche le conseguenze e spessissimo una breve descrizione in cui sono riassunte tutte le informazioni. Vista così dice: "Ma allora qui abbiamo risolto la cosa, quali sono i problemi che comporta la consultazione di una Banca Dati Incidenti?". Beh, qui ho riportato i vantaggi che comporta. I vantaggi che comporta sono, uno, la velocità e la facilità di accesso alle informazioni, la facilità e la rapidità con cui si possono analizzare catene accidentali avvenute che hanno prodotto determinati scenari. Un altro vantaggio è che si ha una visione complessiva del problema senza doversi addentrare troppo nell'analisi, per esempio, fisica, chimico-fisica del problema. Tuttavia, appunto, bisogna utilizzare alcune cautele perché le informazioni sono spesso disomogenee e talvolta incomplete. Dunque, l'incompletezza delle informazioni è dovuta prevalentemente al modo in cui le banche dati sono nate e si sono aggiornate. Queste banche dati, dicevo prima, sono nate negli anni Settanta prevalentemente, però molte di queste hanno avuto l'ambizione di completare il loro archivio andando a ritroso nel tempo, cioè vedendo quali sono le informazioni, qual era lo stesso tipo di incidente avvenuto prima degli anni Settanta. E` chiaro che andando a ritroso la precisione delle informazioni è decrescente nel tempo, sia perché la sensibilità del pregresso, degli organi di informazioni in precedenza magari era minore sia perché certe informazioni sono andate perdute. Non solo, ma poi sono andate perdute o sono state scartate dagli organi di informazione. Diciamo che si può garantire una certa completezza di informazione, anche una certa omogeneità, soltanto dal momento della costituzione della Banca Dati Incidenti, perché in quel momento si sono stabilite delle regole per la raccolta dei dati che definiscono gli incidenti da registrare e le notizie da introdurre. Un altro elemento di incompletezza può essere dovuto all'accesso delle fonti di informazione, di cui poi vi parlerò. Diciamo, le fonti di informazione in rea..., per esempio, se uno costruisce una Banca Dati Incidenti qui in Italia è chiaro che ha accesso alle informazioni sugli incidenti italiani molto superiore..., l'accesso è molto più largo, molto più diffuso di quello che può essere l'accesso alle fonti informazioni olandesi o statunitensi. Quindi soffrono in qualche modo di questo tipo di disomogeneità dovuta alle fonti di informazione. L'altra questione è il criterio di selezione degli incidenti, i quali... Io nella consultazione di queste banche dati ho visto che i criteri di selezione sono molto difformi da una banca dati all'altra. Le fonti di informazione sono costituite spesso dagli organi di stampa oppure da rapporti degli organi di controllo. Molto spesso la prima informazione di un incidente si ha attraverso la stampa, la stampa comune, dopodiché soltanto successivamente questa informazione viene completata, ampliata e resa più pregnante dal punto di vista tecnico attraverso informazioni tecniche della stampa specializzata oppure attraverso gli organi di controllo. Devo dire che alcune Banche Dati Incidenti invece hanno una procedura di rapporto molto codificata. Per esempio, la Banca Dati Incidenti dei Vigili del Fuoco è codificata, la Banca Dati Incidenti della Comunità Economica Europea - anche questa - è codificata, cioè non accoglie notizie dalla stampa, ma accoglie soltanto rapporti ufficiali degli Stati membri. Però in tutti i modi quello che si può constatare è che Banche Dati Incidenti, per esempio, italiane registrano un numero di incidenti accaduti in Italia superiore a quello che è archiviato in una banca dati inglese, che a sua volta contiene un numero di incidenti accaduti nel Regno Unito superiore a quello presente in banche dati di altri paesi. Anche la selezione degli incidenti da registrare in generale non segue dei criteri molto uniformi per tutte le banche dati. Spesso sono archiviati incidenti irrilevanti o addirittura incidenti mancati, che tuttavia sono utili..., si chiamano i cosiddetti quasi-incidenti, che tuttavia sono utili per gli insegnamenti che da questi si possono trarre. Allora, come si può fare per superare questa disomogeneità e azzerarla? In generale, per esempio, la disomogeneità dovuta alla diversa origine delle Banche Dati Incidenti si ha confrontando informazioni ottenute da Banche Dati Incidenti, per esempio, nel miglior caso ho utilizzato una banca olandese, una banca inglese, una banca italiana, una banca europea della Comunità e le ho confrontate tra loro per vedere di omogeneizzare e di incrociare le informazioni tra queste in modo da depurare queste Banche Dati Incidenti dall'influenza delle fonti di informazione locali. Un altro modo per selezionare gli incidenti e levare la disomogeneità che si ha nel diverso criterio di selezione degli incendi, dicevo che in alcune si trovano degli incidenti irrilevanti, tanto per fare un caso, prendo un caso estraneo all'interesse di questo Tribunale, per esempio prendo il caso delle raffinerie, dello spandimento di gas di petrolio liquefatto che è una sostanza molto pericolosa origine di molti incidenti dovuti a esplosione o a incendio. Se si va a consultare le banche dati su questo particolare prodotto si trovano registrati incidenti che vanno dallo spandimento di un litro e mezzo di GPL, cioè qualcosa di irrilevante, fino a, non so, l'incidente di Città del Messico che è dovuto a una rottura di migliaia di tonnellate, uno spandimento e un'esplosione di migliaia di tonnellate di GPL. Allora bisogna introdurre un criterio per selezionare questi incidenti. Allora, appunto, lo scopo di questo lavoro è fornire qui..., io ho cercato di descrivere cosa sono queste banche e come si consultano. Ora, venendo al caso specifico, lo scopo nostro era quello di vedere, avere una visione complessiva dello stato di sicurezza degli impianti di produzione di cloruro di vinile monomero e degli impianti di polimerizzazione. L'interesse è posto sugli incidenti che possono generare effetti acuti, non effetti dovuti a lunga esposizione, che poi..., ma quelli acuti e con scenari incidentali del tipo incidenti, esplosioni e rilascio di rilevanti quantità di cloruro di vinile monomero in tempi limitati, cioè la nube di cloruro di vinile monomero. Per sottolineare anche questa distinzione io ho provato a consultare una banca dati degli Stati Uniti gestita dall'Environmental Protection Agency, che è stata citata più volte qui, l'EPA. Questa EPA ha organizzato un programma di informazione sui rilasci accidentali. Cosa ha fatto questo EPA? Ha messo sotto controllo non tutti, ma una numerosa serie di impianti di produzione di CVM e di polimerizzazione del CVM dando a loro un formulario per denunciare qualsiasi tipo di rilascio, grande o piccolo che fosse. Ha tenuto sotto osservazione questi impianti per, mi sembra, due anni e mezzo e io ho avuto la possibilità di consultare i risultati. Allora, i rilasci accidentali denunciati in questi impianti degli Stati Uniti, quelli messi sotto controllo erano meno di venti, erano una quindicina, i rilasci accidentali in questi due anni e mezzo, i rilasci denunciati era 97. I rilasci di CVM superiori a una tonnellata, quelli cioè che io comincio a considerare come incidenti, li altri li considero malfunzionamenti, erano nove. Questo dà già un'idea di quello che può essere il rapporto di frequenza fra eventi anomali che causano il rilascio e invece incidenti. Negli Stati Uniti la Banca Dati Incidenti è gestita non dall'EPA, ma è gestita dall'American Institution of Chemical Engineering ed è fatto su base riservata, per cui è inaccessibile in pratica al pubblico. Per cui le banche dati che sono riuscito a consultare sul CVM, sugli impianti di produzione di CVM e PVC, riferito al periodo '74-'97, cioè un periodo significativo sia per gli interessi di questo Tribunale sia per..., significativo perché le Banche Dati Incidenti dopo il '70 hanno cominciato a funzionare bene, in modo sufficientemente omogeneo; ci sono cinque Banche Dati Incidenti, una è l'Ichem nel Regno Unito, che è gestita dall'Accident Database of Institution of Chemical Engineering; l'altra è una banca dati olandese; la terza è la banca dati dell'Unione Europea, che è gestita a Ispra; la quarta è ancora gestita dall'Health and Safety Executive; la quinta è gestita dalla Temars, che è del gruppo ENI. La consultazione di tutte queste cinque banche dati da una parte consentiva di superare i limiti che prima avevo citato, cioè di disomogeneità, dall'altra parte naturalmente comportava una sovrapposizione di informazioni, cioè le stesse informazioni le potevo vedere... Quindi di fatto ho dovuto incrociare queste e ho dovuto costruire, diciamo, limitatamente al CVM, limitatamente agli anni '74-'97, una banca data ad hoc. E` questa. Beh, le caratteristiche della banca dati... Questa dà la data di accadimento, il luogo, il tipo di impianto, il sistema che ha causato l'incidente, per esempio se è un reattore o un autoclave, lo sfiato, un tubo, una pompa, un serbatoio, un magazzino o altro, lo scenario incidentale, cioè se è un incendio o un'esplosione, gli effetti, cioè se ha provocato dei decessi, e la quantità di CVM che ha rilasciato durante l'incidente. Ecco, io qui non sto a fare... Ho costruito di fatto una banca dati autonoma e, come vedete, sono riportati in questa banca dati autonoma gli elementi che ho detto prima. Vi faccio notare semplicemente che il luogo spesso..., c'è sempre il paese in cui è avvenuto l'incidente, non sempre c'è la città perché spesso si vuole mantenere certe informazioni, si vogliono mantenere riservate per questioni sostanzialmente giudiziarie anche. I risultati di tutta questa costruzione... Dunque, sono stati creati due sottoinsiemi sulla base delle conseguenze, cioè un insieme sono gli incidenti che hanno provocato incendi oppure esplosioni oppure rilasci di CVM uguali o superiori ad una tonnellata, che sono quelli che io considero incidenti; il secondo, incidenti gravi, cioè incidenti che hanno provocato almeno un decesso. Quindi sono due gli insiemi, tutti e due sono incidenti, però c'è in sottoinsieme che sono gli incidenti gravi, quelli dove è avvenuto almeno un decesso. Allora, nei 24 anni esaminati al 31/12/97 sono stati registrati 89 incidenti e qui io mi sono permesso ancora di fare una distinzione, cioè fra gli 89 incidenti avvenuti in tutto il mondo io ho considerato anche in questo caso un sottoinsieme costituito dagli incidenti registrati nell'Unione Europea, negli Stati Uniti e in Canada. Perché ho fatto questo? Perché io sono profondamente convinto che gli organi di informazioni, quindi l'origine delle informazioni, in questi paesi - cioè Unione Europea, Stati Uniti e Canada - è..., gli organi sono molto più sensibili a denunciare gli incidenti che non i paesi estranei a questo. Quindi, mentre questo insieme lo considero sufficientemente omogeneo, per esempio non sono assolutamente sicuro che l'informazione di un incidente avvenuta in Turkmenistan sia recepito dagli organi di informazione. Allora, gli incidenti reali in impianti produttivi di CVM e PVC con incendio, esplosione, cioè con rilascio di CVM superiore a una tonnellata, sono 43, cioè degli 89 quelli reali, cioè gravi, in questi 24 anni sono 43. Quelli nell'Unione Europea, USA e Canada sono 34. Gli incidenti gravi con decessi registrati in tutto il mondo in questi 24 anni con almeno un decesso sono sei, quelli nell'Unione Europea uno ed è avvenuto nel 1974 a Barcellona, dove è avvenuto un incidente con un decesso. Facendo la distinzione fra gli impianti di produzione di CVM e gli impianti di produzione di PVC, troviamo..., dei 43 incidenti reali ne troviamo 22 per gli impianti di produzione di monomero e 21 per quelli di polimero. Gli incidenti di sfiato, cioè per rilascio di quantità superiore, diciamo, fra gli 89 sono 22, quelli con quantità superiore a una tonnellata, cioè gli incidenti reali dovuti a sfiato, sono soltanto quattro. Gli incidenti gravi dovuti a sfiati, cioè con almeno un decesso, nessuno, non c'è nessun incidente registrato. Allora, questo io l'ho voluto rapportare a... Questi incidenti hanno un senso diverso a seconda del numero di impianti che ci sono in produzione, cioè, sono una cosa grave se sarebbero molti, se gli impianti in produzione fossero dieci; sono una cosa molto diversa se gli impianti di produzione di monomero, per esempio totali nel mondo sono 136, nell'Unione Europea, Stati Uniti e Canada sono 40, così come da acetilene sono 18 e di fatto questi 18 sono nessuno, che io abbia visto, nessuno da acetilene è nell'Unione Europea. Quindi si può dedurre, se noi abbiamo... Ora, questi impianti hanno una vita... Questi dati sul numero di impianti sono stati ricavati da una pubblicazione che è citata nella memoria, mi sembra sia del '97. Io non sapevo sinceramente quanto fosse la vita, quanti anni avevano funzionato questi impianti, quindi io ho immaginato..., ho dato loro un'età media, siccome ho analizzato 24 anni ho pensato che l'età media di questi impianti fosse 12 anni. Per cui ho stimato che la vita di tutti gli impianti esistenti nel mondo fosse di 1.632 anni e che la vita degli impianti esistenti nell'Unione Europea, negli Stati Uniti e in Canada fosse 480 anni. Una deduzione che voi avete già sentito, ma qui, diciamo, ha una verifica storica proprio sulla base statistica. La produzione di CVM da acetilene è completamente abbandonata nel mondo tecnologicamente più evoluto, se vogliamo farlo coincidere con l'Unione Europea, Stati Uniti e Canada, e l'ossigeno in sostituzione dell'aria per ossidare dicloroetano da CVM è impiegato nel 5% degli impianti presenti nell'Unione Europea, in USA e in Canada. Questo può essere utile per richiamare un po' la discussione che c'è stata anche questa mattina. Io ho fatto una stima anche di quella che è la vita complessiva degli impianti di polimerizzazione. In questi casi gli impianti di polimerizzazione sono molto più numerosi degli impianti di monomero e si può pensare che questi siano complessivamente 3.600 anni e 1.800 anni per gli impianti esistenti nell'Unione Europea, Stati Uniti e Canada. Qui le conclusioni: gli incidenti sono una piccola parte dei rilasci accidentali dovuti a funzionamento in condizioni anomale e come tali sono tutti registrati nei fogli di marcia e nei registri dei dati ambientali. Negli impianti di produzione di CVM e PVC dell'Unione Europea, Stati Uniti e Canada gli incidenti hanno provocato in 24 anni un solo decesso il 5 settembre del 1974 a Barcellona. In termini statistici, con l'approssimazione prima esposta, c'è un decesso ogni 2.280 anni di esercizio. Questo sarebbe il termine statistico che risulta da questa consultazione. Gli incidenti reali, cioè quelli che hanno provocato incendio, che hanno provocato esplosione o che hanno provocato rilasci superiori a una tonnellata, negli impianti di monomero dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e del Canada sono stati 22 in 24 anni. In termini statistici un incidente reale ogni 22 anni di esercizio. Gli incidenti reali negli impianti di polimerizzazione, ancora nell'Unione Europea, Stati Uniti e Canada, sono 21 in 24 anni e in termini statistici un incidente reale ogni 86 anni di esercizio. In conclusione di questo discorso voglio dire che dal punto di vista degli incidenti questi impianti sono impianti che sono nella categoria degli impianti sicuri per gli incidenti acuti, per gli effetti acuti. Non sono da considerare... E' sbagliata l'impressione che si vuole dare che questi impianti siano incidenti ad alto rischio. Questo lo dà anche una rigorosa..., lo dice sia una rigorosa applicazione del 175, che in qualche modo li classifica come incidenti non degni di essere sottoposti a notifica, e lo conferma qui l'analisi storica. Una cosa diversa sono i rilasci accidentali che portano a piccole fughe di CVM. Da questa statistica certamente viene escluso, perché si è fermata al '97, anche perché questa è stata fatta in contemporanea, è escluso l'incidente di Porto Marghera del 4 maggio del 1999, cioè che è avvenuto in... Ora, che questo possa entrare in questa statistica o non possa entrare in questa statistica sinceramente, nonostante gli sforzi che abbia fatto, non saprei dare una risposta. Perché gli organi di informazione a cui io ho accesso hanno dato un rilascio di 850 chili di CVM in atmosfera, il che con il criterio che vi ho esposto escluderebbe questo incidente dalla statistica; qualche altro organo di informazione, invece, dice più di una tonnellata di CVM, il che lo porterebbe dentro a questa statistica e il che farebbe apparire per la prima volta un incidente nella banca dati per il CVM, incidente collegato all'attività di produzione di polimerizzazione di Porto Marghera, cosa che sarebbe una new-entry perché fino ad ora incidenti acuti avvenuti a Porto Marghera non appaiono. E' opportuno osservare che la tecnologia... Sì, ma questo l'ho già detto. Io avrei finito questa parte e continuerei con un'ultima parte. Dunque, l'ultima parte, signor Presidente, riguarda il monitoraggio ambientale negli impianti di polimerizzare e di stoccaggio del CVM. Di questa cosa qui voi avete già sentito parlare, io ho assistito qui a diverse udienze, ne avete sentito parlare varie volte e in qualche misura è un pochino eccentrica dall'obiettivo che mi ero proposto. L'obiettivo che mi ero proposto era quello di cercare di puntualizzare quelli che erano gli interventi che si sono..., quali gli interventi fatti e qual è la situazione reale sul termine sorgente, cioè sugli impianti. Invece il monitoraggio ambientale è qualcosa che riguarda il secondo dei tre aspetti che avevo tratteggiato questa mattina, cioè la questione della qualità dell'ambiente di lavoro. Però questo... Io credo sia indispensabile concludere il lavoro in questo modo perché chi si interessa di migliorare gli impianti poi in realtà ne vuole vedere il risultato e il risultato viene fuori, soprattutto dal punto di vista ambientale, essenzialmente dal controllo della qualità dell'ambiente di lavoro. E per controllare questa qualità dell'ambiente di lavoro il sistema è quello del monitoraggio ambientale degli impianti di produzione. Questa cosa fu evidente fin dall'inizio, quando il 9 gennaio del '74, come ricordavo già stamattina, la Federazione Unitaria dei Lavoratori Chimici e in particolare gli allora segretari nazionali, che si chiamavano Craviotto, Tamagnone e Vigevani, convocarono una riunione che aveva questo scopo: rendere idonee iniziative per l'eliminazione dei rischi derivanti dalla produzione di cloruro di vinile e dalla polimerizzazione dello stesso. Questa riunione veniva a valle di un convegno che era avvenuto nell'autunno dell'anno precedente a Firenze, in cui le prime notizie provenienti Goodrich, diciamo, vennero pubblicizzate. In questa riunione furono creati due gruppi di lavoro, un gruppo in cui era coordinatore il professor Foà, sostanzialmente medico, che doveva realizzare indagini epidemiologiche ed ambientali sulla nocività e in particolare sui rischi da CVM e PVC, e credo abbiate già sentito relazione di questa cosa; il secondo gruppo, chiamato impiantistico, che era coordinato da me stesso, aveva come obiettivo studiare le strutture degli attuali impianti, degli impianti pilota di produzione e di trasformazione per l'individuazione dei punti di esposizione, delle modifiche da realizzare in materia di organizzazione del lavoro. Io vi parlerò di questo secondo gruppo e soprattutto vi parlerò, in parte ve ne ho già parlato questa mattina, diciamo, vi parlerò di quello che è stato fatto proprio per controllare poi, almeno mettere insieme i sistemi per controllare l'efficacia delle operazioni di bonifica che allora venivano promosse. Ecco, di questo gruppo, del gruppo impiantistico facevano parte i Consigli di Fabbrica di quelli che allora erano gli stabilimenti attivi nella produzione o di monomero o di polimero ed erano ANIC SCR di Ravenna, la Liquichimica di Ferrandina, la Montedison di Brindisi, la Montedison Porto Marghera, Montefibre di Porto Marghera, Montefibre di Terni, Rumianca di Cagliari, la SIR di Porto Torres, Solvay Ferrara e Solvay di Rosignano Solvay. Tra trasformazione della chimica italiana è stata molto profonda, il ridimensionamento vedendo queste cose qui, uno si rende conto di... Sono le vittime delle scorribande della Finanza italiana nella chimica italiana. Di questo gruppo di lavoro facevano parte sia gli organi tecnici di tre Regioni - l'Emilia Romagna, la Toscana e l'Umbria - sia i ricercatori del CNR e dei centri universitari, tra i quali lo stesso. L'obiettivo generale dell'indagine era questo, cioè l'eliminazione dei rischi derivanti dall'esposizione a CVM nell'ambiente di lavoro. I mezzi per fare questo erano l'eliminazione di perdite e rilascio di CVM, riduzione della concentrazione di CVM, protezione degli addetti all'esposizione, ma di questo abbiamo parlato, ne avete sentito parlare più che a sufficienza, quindi non ve ne parlerò. Vi richiamo, invece, lo schema concettuale che vi ho già esposto stamattina. Io stamattina vi ho parlato di quelle azioni che sono state fatte sulla sorgente con modifiche di impianto, modifiche di procedura, modifiche di processo, ricerca perdite, e ora invece vi parlo, appunto, del controllo che deve essere fatto sull'efficacia di queste modifiche che riguardano la sorgente mediante un monitoraggio della qualità dell'aria nell'ambiente di lavoro, cioè facendo delle misure di concentrazione. La terza parte, cioè l'effetto sull'uomo, era quella di cui si occupava la prima Commissione, cioè la Commissione Medica coordinata dal professor Foà. Qui ci occupavamo, appunto, del miglioramento delle tecnologie di processo, degli impianti e delle procedure di lavorazione. Ecco, ora la qualità dell'aria in relazione alle bonifiche delle sorgenti, questa era il leitmotiv che ha seguito tutto il lavoro di quei due anni e mezzo. Io ricordo..., non ho partecipato alle riunioni, ma avevo visto i verbali di una riunione avvenuta a Porto Marghera il 20 febbraio del '75, che era proprio il risultato dell'azione che veniva fatta sia dalle aziende sia anche dal..., dovuta in qualche modo, non fatta, ma dovuta in qualche modo alla sollecitazione dei Consigli di Fabbrica e del Sindacato sul tema di bonificare gli impianti. E proprio allora, già allora, ci si rendeva conto che per vedere l'efficacia di queste azioni bisognava controllare la qualità dell'aria-ambiente. Questo veniva fatto attraverso dei campionamenti discontinui, dei campionamenti sequenziali, alcuni dei quali erano già in funzione dalla fine del '74, e il campionatore individuale. Io credo che non serva descriverli perché avete già sentito molto. Per campionamento discontinuo vi dirò che io intendo i campionamenti che venivano fatti saltuariamente attraverso delle apparecchiature mobili installate nei punti critici e con un prelievo singolo da un punto singolo. Per campionamenti sequenziali intendo invece dire dei campionamenti strutturati, cioè con delle linee collegate ad un analizzatore, a quel tempo era gascromatografico, linee il cui prelievo veniva scandito da un selettore sequenziale. Il campionatore individuale era fatto attraverso un sistema di prelievo d'aria portatile, cioè agganciato all'operatore e il CVM veniva o assorbito in fiale di carbone attivo oppure il campione d'aria veniva immagazzinato in sacchi impermeabili portati dalle persone. Questi erano i sistemi impiegati. Dunque, a quel punto chi ha scelto... Fra questi tre sistemi, che poi sono quelli, indipendentemente dalla discussione che c'è stata sul tipo di analizzatore, cioè se utilizzare la gascromatografia, utilizzare la gasmassa, cioè la spettrometria di massa in fase gas, cose su cui tornerò tra un pochino; ma indipendentemente da questo io in questo momento vorrei rispondere alla domanda: fra i tre metodi che abbiamo visto prima - campionatore discontinuo, campionatore sequenziale o campionatore personale - chi sceglieva il metodo? Devo dire che nel 1974, quando io ho iniziato ad occuparmi del problema, io ho trovato che il metodo era stato scelto sostanzialmente dall'azienda. Però nel '75 c'è un documento della..., cioè, l'azienda nel '74 di fatto aveva proposto, aveva già in qualche caso, non in tutti i casi, ma in molti... Ora io non sto a fare la distinzione, ma potrei anche farla, dove nel '74 avevo già trovato dei metodi di analisi e dove invece non li avevo ancora trovati. Ma, diciamo, nel '74 in sostanza l'azienda aveva proposto dei sistemi di campionamento. Però durante il '74 e il '75 ci fu una elaborazione abbastanza approfondita e una discussione abbastanza vasta e partecipata e fu redatto un documento della Federazione Unitaria Lavoratori Chimici e del Centro di Ricerche e Documentazione, che era un Centro di Ricerche del Sindacato, che rivendica ai lavoratori il compito di scegliere e di discutere con i tecnici dove collocare i campionatori, come fare il campionamento, quindi il tipo di metodo da impiegare, e quando effettuare le misure ambientali. Ora io vi ricordo che nel '75..., diciamo che la capacità di intervento dei Consigli di Fabbrica, delle Commissioni Ambiente nelle realtà produttive era abbastanza forte, era abbastanza incisiva e difatti così avvenne. Cioè, fu argomento di grande discussione la scelta del metodo, la scelta della collocazione e la scelta della frequenza di campionamento. Io avevo partecipato a queste discussioni, tanto è vero che se ne ritrova traccia anche nella relazione che poi fu pubblicata alla fine di questo lavoro in occasione del convegno organizzato nel '77. Dopodiché, dopo questa fase, nell'82, cioè con il decreto più volte citato del 1982, di fatto il metodo è stato scelto dalla legge. Ora, quello che poi interessa... Qui io vorrei sottolineare anche una diversità di come un ingegnere come me si colloca di fronte al sistema di monitoraggio rispetto a come ci si colloca un medico rispetto al sistema di monitoraggio. Per me ingegnere il sistema di monitoraggio, come vi ho già detto, è uno strumento indispensabile per controllare l'efficacia degli interventi tecnici e ingegneristici che ho compiuto sull'impianto, sulla sorgente e quindi sull'impianto. Per il medico il controllo della qualità dell'aria e il sistema di monitoraggio è un sistema per controllare ed avere un elemento che consenta di valutare l'esposizione dei lavoratori a sostanze nocive. La cosa è abbastanza diversa, perché da una parte io devo collegare semplicemente il termine sorgente con il termine qualità dell'aria attraverso un'equazione di diffusione, quindi un sistema fisico che riesco a risolvere; dall'altra parte devo collegare la qualità dell'aria con gli effetti sul bersaglio attraverso un tempo di esposizione e la reattività del bersaglio a questa esposizione. In un caso, come dicevo stamattina, posso usare dei sistemi di analisi deterministici, dall'altra parte invece purtroppo devo scontrarmi con gli elementi di incertezza che comporta l'impiego di metodi stocastici e di strumenti statistici. Il modo per controllare i lavoratori esposti, cioè il bersaglio, poteva essere quello di utilizzare i campionatori individuali, però l'impiego dei campionatori individuali in modo diffuso presentava dei problemi organizzativi e di agibilità sostanzialmente insuperabili. L'altro metodo era quello di trovare i termini di esposizione deducendoli dal danno subìto dai soggetti. Cioè, in sostanza quello che voglio dire io è questo: si va a valutare il danno subìto attraverso un'indagine epidemiologica e sulla base di questo si deduce quanto fosse grave l'esposizione precedente. Quindi c'è... Però questo comporta, a parte, ripeto, l'uso di strumenti statistici, questo comporta la correttezza, fare una corretta indagine epidemiologica e poi fare alcune estrapolazioni che..., partendo dall'indagine epidemiologica, cioè i danni subiti, andare a vedere quale poteva essere l'esposizione precedente. Quindi una ricerca di una correlazione fra i risultati di un'indagine epidemiologica e i dati ambientali che sono in relazione all'esposizione, questa è una cosa che presenta elementi di incertezza molto forti. Il campionatore individuale, vi dicevo, è... Il campionatore individuale, qui per chiarire a me stesso e anche al Tribunale la differenza dei diversi sistemi; il campionatore individuale con la fiala carbone attivo e con la sacca impermeabile, tutte e due sono poste sull'operatore, questo consente di determinare la dose, cioè la dose viene determinata,. Però la dose, io mi ricordo, la dose assorbita in qualche modo è..., quindi dà un'idea dell'esposizione, questa è data da una..., può essere determinata anche dalla concentrazione nella zona di lavoro per il tempo di permanenza nella zona di lavoro. Questo è quello che dà il campionatore personale. Bisogna tenerne presente per vedere poi il confronto con i metodi successivi. Il campionatore discontinuo, che è costituito da una presa del campione posta in un solo punto, e poi l'analisi diretta del campione, questo fornisce la concentrazione in un solo punto. Questo è molto adatto..., mentre il metodo precedente è adatto a valutare immediatamente la dose a cui è esposta la persona, questo è molto adatto a rilevare le perdite vicino al punto dalla zona di misura. Quindi, se uno vuole valutare una concentrazione nella zona di lavoro, non in un punto, ma in una zona di lavoro, è costretto a fare una media delle concentrazioni misurate in più punti rappresentativi della stessa zona, cioè ha bisogno di più punti e poi fa la media e quindi ha la zona di lavoro. Il campionatore sequenziale automatizzato con prese multiple, questo... Qui è inutile che vado avanti a leggerlo, ma per completezza. Questo è costituito da prese campione multiple, cioè le campanelle, collocate in una zona di lavoro omogenea e collegate ad una linea di aspirazione. Io richiamerei l'attenzione sul "collocati in una zona di lavoro omogenea" e "collocati in una linea di aspirazione". Un analogo sistema ripetuto più volte, fino a dieci, per prelevare campioni in più zone di lavoro omogenee, appunto generalmente fino a dieci. L'analisi del campione ottenuto dalla miscelazione del gas prelevato dalle campanelle collegate alla stessa linea, quindi le campanelle collegano il gas in più punti, lo portano a una stessa linea, la quale va all'analizzatore. A questo punto si misura una concentrazione nella zona di lavoro, questa volta non c'è più bisogno di fare una media perché la media la fanno già le campanelle stesse; si misura la concentrazione nella zona di lavoro, se questa la moltiplichiamo per il tempo di permanenza dell'operatore in quella zona, abbiamo la dose a cui l'operatore stesso è sottoposto. Io mi auguro di aver semplificato in modo visibile qual è la differenza fra i tre sistemi. Il sistema di analisi era un sistema di gascromatografia con rilevatore a ionizzazione di fiamma e questo sistema era stato scelto dalle imprese. Devo dire che in due anni e mezzo in cui ho partecipato a queste discussioni questo sistema non è mai stato messo in discussione e devo dire che allora, a quel tempo, qualsiasi altro sistema, diciamo, appariva - almeno che fosse noto - avere dei difetti sia per tempi di risposta sia per sensibilità delle analisi alle concentrazioni basse che si desideravano, praticamente queste limitazioni apparivano a quel tempo insuperabili. Questo sistema gascromatografico direi che è consigliato, anzi, è citato, praticamente è consigliato, citato esplicitamente dal D.P.R. 962 del 1982. Poi naturalmente ci sono stati dei progressi tecnologici, cioè, oggi, per esempio, il sistema di spettrometria di massa in fase gas non è lo stesso che era nel 1974-'75, cioè sono stati fatti dei progressi molto forti. Per cui anche in questo caso la soluzione del problema è molteplice. Si tratta di capire... L'analisi di una corrente in gas che contiene basse concentrazioni di cloruro di vinile monomero può essere fatta in questo momento sia con la gascromatografia sia con la spettrometria di massa. Si tratta di capire qual è la funzione-obiettivo che si vuole perseguire. Ci sono altri sistemi, che sono, per esempio, la gascromatografia con rilevatore alcatura di elettroni oppure la spettrometria di massa in fase gas e questa è l'applicazione dell'EVC, che è stata esposta qui, mi sembra qualche mese fa, dal perito Scatto e che è stata richiamata. Dunque, com'è evoluto questo sistema di campionamento a Porto Marghera? Perché questo è stato richiamato, ma, appunto, fino al '74 l'ho visto direttamente. E' evoluto in questo modo: prima c'era un campionamento discontinuo puntuale, cioè con l'uso di campionatori mobili, quelli che descrivevo prima; nel '75 è stato installato un campionatore sequenziale automatizzato con prese multiple. Poi sono stati fatti con frequenza..., sono stati usati a cominciare dal '74 con frequenza, però non prestabilita, dei campionatori personali, per cui si ha la possibilità di avere anche questi dati. Ora, da quello che ho detto prima - e questa è una cosa che tengo a precisare - i tre sistemi forniscono misure che non sono omogenee tra loro, cioè, il campionatore personale dà una dose, il campionatore discontinuo o, diciamo, con una monopresa, con una presa unica, dà la concentrazione in un punto, il campionatore a multiprese, sequenziale, automatizzato a multiprese, dà una concentrazione in una zona omogenea. Allora, è improprio paragonare due valori di concentrazioni ottenuti con il metodo discontinuo puntuale con il campionatore sequenziale con prese multiple. Ora, questo concetto che è stato già ribadito da molti, io ricordo il professor Rindone, ricordo il professor Bellucco, il professor Galli, mi sembra che l'abbia ripreso anche il professor Foraboschi; questa questione non è una insistenza accademica, ma è una convinzione nostra, mia stessa e senza tener conto di questa improprietà e quindi della necessità di normalizzare i dati, se in qualche modo si vogliono confrontare, diciamo, non tener conto di questa improprietà porta a delle considerazioni non giuste, sbagliate. Voglio dire, quando si vengono a confrontare i dati puntuali ricavati prima dell'installazione del sistema multicampanelle, confrontati con il sistema multicampanelle, si confrontano e si pongono addirittura nello stesso grafico, questa cosa qui è una cosa..., si accusa la cosa di avere barato o cambiato. In realtà si confrontano due dati di origine diversa. Però questo non vuol dire che questi dati fra loro non si possano confrontare, però bisogna normalizzarli. Allora, vedete, se io confronto, per esempio, faccio il confronto fra i dati ricavati da un campionatore personale oppure un campionatore multiplo sequenziale, il campionatore personale - dicevamo prima - fornisce il valore della dose, il campionatore multiplo sequenziale fornisce la concentrazione nella zona omogenea. Per paragonarli fra i due c'è di mezzo il tempo di permanenza dell'operatore nella zona omogenea. Quindi o si fa una stima di quello che è il tempo di permanenza e si introduce in quella semplice relazione, oppure non si possono confrontare. Ora questa cosa qui non è una cosa che..., è una cosa notissima e che fanno tacitamente molti. Per esempio, nel momento in cui, mi sembra, il lavoro che è stato anche discusso qui in quest'aula di Comba e altri, ora non ricordo più gli altri coautori, ma che tirano fuori la dose dalle concentrazioni delle zone omogenee, è chiaro che hanno stimato quelli che potevano essere i tempi di permanenza degli operatori nella zona omogenea. La stessa cosa se uno fa un confronto tra il campionatore puntuale e un campionatore multiplo sequenziale. Si può fare questo confronto se si confronta la concentrazione nella zona omogenea data dal campionatore multiplo, la si confronta con la media fra le concentrazioni di più campionatori puntuali, cioè bisogna andare a vedere su diversi punti. Beh, prima di andare a questo devo dire che all'epoca di questa indagine impiantistica sulla bonifica degli impianti io ero, così come ora, convinto che il sistema di analisi, di monitoraggio dell'aria-ambiente, la qualità dell'aria-ambiente, dovesse servirmi, servire a me perché mi sentivo molto coinvolto, ma servire ai tecnici per controllare, come ho già detto, l'efficacia degli interventi impiantistici sulle apparecchiature. Allora, da questo punto di vista io ero convinto che fosse preferibile fare un prelievo puntuale ed utilizzare una sola campanella e una sola misura perché in quel modo io avevo un dato incontrovertibile, indiscutibile su quella che era la concentrazione del CVM in quel punto. Il sistema a più campanelle, a più sorgenti, mi consentiva di risalire alla concentrazione in un punto o di individuare la zona di fuga, il punto di fuga, soltanto attraverso una qualche elaborazione aritmetica che considerasse la diluizione che veniva fuori, come più volte è stato spiegato qua. Diciamo, c'era un'altra opinione che era quella che privilegiava invece il controllo della concentrazione del CVM in una zona di lavoro omogenea perché questo, come ho fatto vedere prima, si riusciva a mettere in relazione più direttamente, cioè attraverso un tempo, esclusivamente il tempo di esposizione, si riusciva a mettere in relazione direttamente con l'esposizione dei lavoratori. Quindi, diciamo, c'era una corrente di pensiero sostenuta sostanzialmente dai medici che privilegiavano l'individuazione della concentrazione in una zona di lavoro omogenea, quindi multicampanelle, con la mia posizione, che ho avuto modo anche di esprimere esplicitamente, la mia posizione di impiantista che privilegiava quella di utilizzare il sistema di monitoraggio per individuare puntualmente la concentrazione. Questa discussione è andata avanti a lungo e non ultimo è andata avanti in occasione della conversione in legge della direttiva europea sul CVM, quella che poi ha generato il decreto legge più volte citato. Ricordo che prima che venisse emanato questo D.P.R. io come persona che si era interessata della cosa fui invitato al Ministero del Lavoro assieme ai Sindacati e alle aziende per discutere proprio di che sistema impiegare per monitorare la qualità dell'aria nell'ambiente, cioè il termine della discussione era se utilizzare una presa unica o utilizzare una linea con multiprese. Devo dire che io fui messo in minoranza e dopo questa riunione fu scritto l'allegato 1 del decreto, che non dice, non obbliga, non dice che..., però l'interpretazione di allora, degli estensori di allora, era che orientava di fatto verso il sistema a multicampanelle. Devo dire che questo non mi fece molto piacere. Però a distanza di..., ormai, ahimè, sono passati 22 anni, a distanza di 22 anni non sono proprio così sicuro, cioè, penso che non sia stata una decisione sbagliata. Perché io sono uno sperimentale, è stato dichiarato che nessun caso di angiosarcoma del fegato è stato riscontrato nei lavoratori assunti a partire dal '68 in impianti dove sia presente CVM. Ciò significa che gli interventi di modifica impiantistica, di adeguamento gestionale e di miglioramento processistico, nonché i metodi di controllo ambientali e sanitari sono stati efficaci. Quindi, anche se ritengo che questi due metodi abbiano tutti e due la loro dignità e la loro significatività, non dico assolutamente che uno sia sbagliato e uno sia giusto, dico che sono cose diverse con obiettivi diversi. Però a distanza di 22 anni penso che forse coloro che hanno fatto questa scelta, la scelta realmente fatta, non avessero torto. Allora io vorrei concludere in questo modo. La prima conclusione: è improprio eseguire confronti diretti fra i valori ottenuti con diversi metodi di campionamento perché questi, come dicevo, non sono omogenei. La decisione di collegare più prese campione, cioè campanelle, alla stessa linea di aspirazione fu presa dalle aziende e dai Consigli di Fabbrica con l'appoggio del Sindacato perché i valori erano più rappresentativi dell'esposizione a CVM, alla quale era sottoposto il gruppo di lavoro omogeneo. Io vi ricordo cosa significa gruppo... Non serve. La sensibilità e l'accuratezza del metodo gascromatografico con rilevatore ionizzazione di fiamma a quel tempo erano adeguate agli scopi del controllo della concentrazione di CVM nell'ambiente di lavoro. I dati raccolti con il campionamento sequenziale automatizzato sono rappresentativi della situazione ambientale delle zone nelle quali sono installati i campionatori. Io ho finito.

 

Presidente: va bene. Allora, per oggi abbiamo finito il programma. Allora è a venerdì l'appuntamento. Prego, grazie, professore.

 

Pubblico Ministero: due cose volevo dire. Una: ricordo che all'udienza del 21 settembre 1999 avevo chiesto l'acquisizione di tutta una serie di faldoni e di documentazione ed era stato dato avviso in quell'udienza della presenza di un faldone 47, documentazione che ha integrato quello che era stato il deposito fatto a giugno '99 presso la Segreteria della Procura della Repubblica. Il Presidente del Tribunale aveva dato atto che l'avviso era stato fatto in quel momento e quindi aveva dato, per così dire, il termine di venti giorni per poter acquisire anche quel faldone, il termine dei venti giorni è decorso e quindi chiedo formalmente l'acquisizione anche di quel faldone. La seconda cosa che volevo chiedere al consulente di Enichem, ingegner Zanelli, è se ha quei due verbali-documenti cui ha fatto riferimento durante l'esposizione visto, appunto, il controesame. Ha parlato di un documento febbraio '75 citando due documenti del '75. Se può dire di che cosa si tratta, perché sono troppo generiche queste indicazioni. Allora, ricordo... Si tratta di un verbale di riunione a Porto Marghera del 20 febbraio '75, se ce l'ha. Poi ha fatto riferimento ad un documento FULC CRD del '75, non meglio precisato. Quindi se fosse possibile avere delle indicazioni più precise.

 

ZANELLI - Dunque, il documento riguardante le bonifiche l'ho in archivio a casa e quindi posso produrlo soltanto la prossima volta che ci troviamo qui. Invece il documento FULC CRD, questi li ho qui, ho la copia che ho ritrovato nel mio archivio, quindi la do al Tribunale. Cioè, ho sia il documento FULC in cui istituiva i due gruppi di lavoro, appunto, il documento del gennaio del '74, sia il documento FULC del gennaio del '75 e il documento FULC CRD che riguardava la strategia che la FULC si poneva sul monitoraggio ambientale. FULC CRD.

 

Presidente: va bene, d'accordo.

 

Avvocato Garbisi: quella documentazione che è stata prodotta oggi rimane qui o viene portata a Venezia dalla Difesa dell'Avvocato Alessandri?

 

Presidente: se vi è più comodo rimane qui la copia. D'altra parte, siccome venerdì ci ritroviamo, la lasciamo qui. Va bene? Allora, se non ci sono altre domande e altri interventi, arrivederci a venerdì. Grazie.

 

RINVIO AL 22 OTTOBRE 1999

 

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