UDIENZA DEL 24 GENNAIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procede all’appello. Do anche atto delle costituzioni di Parte Civile che sono avvenute o fuori udienza o all’udienza di ieri, salvo sempre ovviamente le opposizioni, che si discuteranno la prossima settimana. Benazzo Maria con l’avvocato Manderino, presente; il signor Cappelletto Vincenzo con l’avvocato Manderino; Simeon Maurizio con l’avvocato Manderino; Bianco Luciano con l’avvocato Manderino; Bertin Rino e Gargiulo Guido, eredi di Bragato Angelo, gli eredi di Coavilla Vincenzo, gli eredi di Cappellotto Rino, gli eredi di Marchesan Mario, gli eredi di Ruffa Esterino, gli eredi di Spolaor Benito, con l’avvocato Battain; Furlan Maria Luisa e Dal Corso Paolo, prossimi congiunti di Dal Corso Franco, con l’avvocato Pozzan; Faggian Stefano, Alessandro, Luciano, Guerrino, Elisa, con l’avvocato Pozzan; l’avvocato Garbin per la Parte Civile Trevisanato Lia, Carraro Enzo e Dario Carraro; ancora l’avvocato Garbin per la Parte Civile Luciana Torcellan, Marinella Silvestro, Antonella Silvestro, Maurizio Silvestro e Modestino Silvestro; l’avvocato Zaffalon per le Parti Civili Bottaro Eligio, Padovan Cesare, Toffanello Adolfo, Zennaro Ennio, Bernardi Giuseppe, Bernardi Fabrizio, Vanin Rina, Canazza Iole, Deliberali Emanuela, Vallotto Rina, Esposito Anita, Maran Bianca, Zaninello Walter, Bardelle Alda; l’avvocato Sabrina Convento per la Parte Civile Loveson Lorella; l’avvocato Duse per le Parti Civili Gentilin Rosanna, Brusegan Mariangela, Fiorella, Tosca, Ivone e Marco, prossimi congiunti di Brusegan Carlo; l’avvocato Duse per la Parte Civile Trabacchin Antonio; l’avvocato Farinea per le Parti Civili Zancanaro Gemma, vedova Tomasella, e per Tomasella Roberto e Tomasella Pierluigi; l’avvocato Farinea per Nardin Laura; l’avvocato Farinea per la Parte Civile Croust Maria, vedova Nolfo; l’avvocato Anna Maria Marin per la Parte Civile Gorin Rosanna, Gorin Gianni e Gorin Maria; l’avvocato Pozzan per i prossimi congiunti di Checchin Bruno; l’avvocato Pozzan per i prossimi congiunti di Faggian Tullio; l’avvocato Pozzan per i prossimi congiunti di Dal Corso Franco; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Ruzza; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Marchesan; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Bragato; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Caovilla Vincenzo; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Cappellotto; l’avvocato Battain per i prossimi congiunti di Spoladore; l’avvocato Manderino per i prossimi congiunti di Armini, Cappelletto, Bianco, Guerrin, Simeon e Gastone Bonigolo. Mi pare di averli chiamati tutti, salvo errori od omissioni.

 

Avvocato Scaturin: le mie Parti Civili mi pare di non averle sentite, Bertaggia e Donolato.

 

Presidente: l’avvocato Scaturin per Donolato Eugenio ed ancora per Lino Giuliana vedova Bertaggia, prossima congiunta di Giobatta Bertaggia; l’avvocato Scattolin per Lovison Lorella, sostituito dall’avvocato Santini; l’avvocato Salzer per Busato Elda, vedova Bolzonella, Manuela Bolzonella e Dimitri Bolzonella; l’avvocato Salzer per i prossimi congiunti di Boscaro Odilo; l’avvocato Ghezzo per Darisi Giovanna, vedova Botosso, Botosso Luigino e Botosso Fiorenza, prossimi congiunti di Botosso Albino; l’avvocato Duse per Trabacchin Antonio; l’avvocato Duse per i prossimi congiunti di Scaggiante Severino, cioè Longo Luigia, Scaggiante Rossella e Scaggiante Daniela; l’avvocato Duse per i prossimi congiunti di Brusegan Carlo, cioè Gentilin Rosanna, Brusegan Mariangela ed altri. Mi pare di averli chiamati tutti. Proseguiamo nell’udienza, qual è il programma di oggi allora?

 

Avvocato Stella: illustro brevemente. Cominceranno i dottori Colombo e Bellucci, che svilupperanno e completeranno, soprattutto completeranno, la memoria depositata prima di Natale. Poi affronteranno, i consulenti, il tema del rischio reale, chiamiamolo così, tanto per intenderci, e lo affronteranno sotto profili diversi: sotto il profilo degli effetti cancerogeni, e lo tratterà il professor Zocchetti dal punto di vista epidemiologico e il professor Dragani dal punto di vista delle prove sugli animali. Poi, sotto il profilo degli effetti non cancerogeni, parlerà il professor Manzo, e alla fine questo ciclo sarà concluso dal professor Pompa, che tratterà il tema dei consumi. Dopo il professor Pompa parlerà il professor Vighi, che affronterà il problema della contaminazione non solo sotto il profilo della salute ma sotto il profilo dell’ambiente. Questa è la prima parte, diciamo. Poi seguirà il professor Foraboschi che illustrerà il tema insignificante del contributo di Enichem all’inquinamento. Alla fine il professor Francani tratterà il tema delle discariche. Io penso che, secondo i calcoli approssimativi che abbiamo fatto, che tra l’udienza di oggi, quella di venerdì e il 31, io penso che il 31 addirittura non arriviamo alla fine della giornata, quindi entro il 31 sicuramente chiudiamo.

 

Presidente: va bene, d’accordo.

 

Avvocato Schiesaro: visto che stiamo parlando di prospettive di calendario, approfittavo per segnalare che, una volta terminati gli esami dei consulenti e ovviamente i controesami degli stessi, noi dovremmo concludere con il nostro consulente, il professor Paolo Leon, che è l’economista che è stato incaricato di illustrare al Tribunale i profili quantitativi del danno ambientale di cui lo Stato chiede il risarcimento. Quindi, alla fine di tutto, introdurremo, prima degli ultimi testimoni, questa consulenza tecnica. Pensavo pertanto che potesse essere già delineata una data intorno alla metà del mese di febbraio, considerato che c’è anche il controesame da concludere.

 

Presidente: sì, perché poi le udienze di febbraio verranno impegnate senz’altro, in parte quanto meno, per i controesami. Adesso faremo un programma un po’ più aggiornato, magari venerdì o martedì prossimo, insomma si tratta di vedere come finiamo.

 

Avvocato Stella: Presidente, però anche noi poi avremo il consulente che replica al professor Leon.

 

Presidente: certamente.

 

Avvocato Schiesaro: non è una novità.

 

Presidente: no. Mi pare che abbiamo rispettato sempre, voglio dire, questo modo di procedere, continueremo.

 

 

DEPOSIZIONE DEI CONSULENTI

DR. BELLUCCI LUCA - DR. COLOMBO FABIO -

 

Bellucci: io sono Luca Bellucci, sono ricercatore presso l’Istituto di Geologia Marina, sono laureato in Scienze Naturali. L’Istituto di Geologia Marina è un istituto del CNR e, come avrete sicuramente sentito dal dottor Frignani, ho partecipato a una serie di ricerche che riguardano la contaminazione dei sedimenti della Laguna di Venezia. Questi programmi sono iniziati nel ‘92, il sistema lagunare veneziano è stato il primo di questi programmi; successivamente ho partecipato al programma di ricerca finanziato da Enichem, sempre sulla contaminazione dei sedimenti lagunari, in particolar modo abbiamo approfondito la contaminazione all’interno dell’area industriale. Infine, come approfondimento di queste conoscenze acquisite precedentemente, siamo stati chiamati, anch’io in particolare, a far parte del gruppo che, all’interno del Progetto 2023, ha approfondito alcune tematiche sempre relative alla dinamica del sedimento e alla contaminazione. Un’altra cosa che volevo citare è che questi nostri studi sulla laguna di Venezia hanno portato alla pubblicazione di diversi lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali.

 

Colombo: io sono Fabio Colombo, sono laureato in Geologia nel 1987, sono un consulente ambientale, attualmente sono responsabile dell’ufficio di Milano di una società internazionale di consulenza. Mi sono occupato di problematiche relative ai siti contaminati dal 1989; ho svolto successivamente un dottorato di ricerca al Politecnico di Milano sulla ottimizzazione del disinquinamento delle acque sotterranee e, dopo un periodo di consulenza per la Provincia di Milano sulle pratiche relative alla bonifica dei siti contaminati, sono entrato in una società di consulenza nella quale mi sono occupato di valutazione di problematiche relative a siti contaminati e soprattutto di analisi di rischio, sempre relativamente alla contaminazione. Da qualche anno sono consulente dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente circa le tematiche che riguardano la messa a punto di metodologie originali per la valutazione dei siti contaminati italiani. Adesso diamo inizio alla presentazione. La presentazione sarà una presentazione a due voci, ci alterneremo più volte. La nostra relazione è - com’è già stato detto dall’avvocato Stella - un ampliamento di quella che è stata la memoria che abbiamo depositato prima di Natale, un ampliamento che chiarirà alcuni punti un po’ meglio e li completerà utilizzando dei dati che abbiamo acquisito di recente. In particolare, partendo da quella che è stata la relazione che il dottor Frignani ha presentato in quest’aula, dimostreremo come l’inquinamento da diossine, metalli pesanti, IPA e gli altri contaminanti che sono stati ritrovati nei sedimenti, abbia avuto origine nella prima zona industriale, ed oltre ad aver avuto origine nella prima zona industriale è anche datato nel tempo le lavorazioni che là si effettuavano intorno agli anni ‘30-’40. Partendo da questa, che è la base del nostro lavoro, abbiamo effettuato quindi una ricostruzione di quelle che erano le attività industriali che venivano svolte in queste che sono state risultate le aree più contaminate. In particolare abbiamo visto come, partendo dagli insediamenti produttivi presenti ed analizzando quelle che in letteratura sono riportate come associazioni tra industrie presenti e contaminanti potenzialmente rilasciati, sia possibile vedere come appunto le industrie presenti erano in grado di rilasciare i contaminanti di nostro interesse. Per quanto riguarda le diossine, vedremo con un dettaglio superiore alle altre sostanze alcune tipologie produttive. Inoltre, a riprova di quelli che saranno i risultati di questo studio storico e bibliografico, esporremo dati di recente acquisizione che riguardano in particolare i fanghi rossi, dei quali si è parlato marginalmente in questo processo. Infine vedremo le modalità attraverso le quali i rifiuti di questa prima zona industriale - quindi quando parliamo di prima zona industriale parliamo sia di localizzazione che di tempo - abbiano contaminato i sedimenti dei canali industriali.

 

Bellucci: quindi la nostra esposizione parte anche da quella che era l’ipotesi formulata dai consulenti dell’Accusa sulla contaminazione dei sedimenti. Erano state ipotizzate tre modalità di contaminazione: una prima modalità di contaminazione attribuita agli scarichi incontrollati nel Lusore-Brentelle; la seconda, invece, riferita allo scarico di autobotti, in particolar modo di peci clorurate, nel Canale Nord e Brentella; la terza modalità, invece, era riferita al fiume così definito - dal dottor Ferrari - proveniente dall’SM15, che è stato ipotizzato come contaminante dei bassi fondali antistanti la zona industriale. Le prime due ipotesi, quindi gli scarichi incontrollati nel Lusore-Brentelle e le autobotti nel Canale Industriale Nord e Brentella, si riferiscono al periodo di contaminazione pre-Enichem, mentre invece l’ultima modalità ipotizzata è stata attribuita anche ad Enichem. Inoltre vorrei citare come esistono altre modalità minori di contaminazione, che sono state citate dall’Accusa ma che verranno trattate da altri consulenti. In questa figura vediamo appunto schematizzate quelle che sono le ipotesi formulate dall’Accusa, quindi nel punto 1 il Canale di raccordo Lusore-Brentelle, nel punto 2 abbiamo invece la darsena della FINCANTIERI e il tratto terminale del Canale Brentella, mentre con il punto 3 abbiamo evidenziato la presenza dello scarico SM15 e riportata anche l’area la cui contaminazione è stata attribuita allo scarico SM15. Le considerazioni preliminari da cui partiamo sono quindi quelle che evidenziano come, secondo l’ipotesi dei consulenti dell’Accusa, il Petrolchimico è ritenuto l’unica sorgente di contaminazione dei canali industriali. Naturalmente il Petrolchimico risulta essere anche l’unica tra le tante possibili sorgenti ad essere stata analizzata. Qui citiamo un pezzo tratto da una relazione del Magistrato alle Acque del 2000 dove appunto si riporta che i contaminanti sono stati ricercati solo nei principali scarichi dello stabilimento Petrolchimico, in particolar modo SM15, SM22 E SM2 e negli scarichi della raffineria AGIP Petroli e dell’impianto di depurazione Aspi. Nella slide successiva viene riportata quella che è la distribuzione degli scarichi attivi presenti nell’area industriale di Porto Marghera. Come si vede, con le frecce sono indicati gli scarichi prima menzionati e con i pallini rossi gli altri scarichi attualmente attivi. Già è ben evidente quale sia la distribuzione degli scarichi potenzialmente contaminanti e di quelli che invece sono stati realmente indagati. La seconda è riferita alla parte meridionale, quindi alla parte meridionale del Petrolchimico, è la zona del Canale Industriale Sud, il Canale dei Petroli, ed anche qui si vede come l’unico scarico indagato sia stato l’SM15, insieme allo scarico Aspi. A questo punto, citando il piano direttore del 1989 della Regione Veneto, citiamo come la situazione ambientale veniva descritta abbastanza chiaramente. Infatti, fino a tutti gli anni ‘60, l’ecosistema lagunare è arrivato al limite del collasso, che si è raggiunto verso la fine degli anni ‘60 appunto. Questo è dovuto soprattutto all’accumularsi dei metalli pesanti e inquinanti tossici inorganici ed organici di origine prevalentemente industriale. Questo accumulo è avvenuto in primo luogo nella zona antistante Porto Marghera, San Giuliano, ma si è diffuso e inglobato nei sedimenti di tutta la laguna, con esclusione delle zone antistanti le bocche di porto, che sono più sensibili ai fenomeni di erosi e ricambio prodotti dalle maree. L’inquinamento dai metalli pesanti e composti tossici è oggi presente nei sedimenti di tutta la laguna, con eccezione appunto delle bocche di porto. La situazione appare in miglioramento grazie agli interventi di depurazione già avviati e al miglioramento e riconversione delle tecnologie industriali, ma non facilmente superabile per quanto riguarda la componente inglobata dai sedimenti. Quindi, ecco, questo documento mette già in evidenza come la situazione ambientale sia stata storicamente importante negli anni ‘60 e che in tempi recenti si notava già un deciso e chiaro miglioramento. A questo punto citiamo quelle che sono alcune delle conclusioni del lavoro Frignani-Bellucci, che si è occupato della cronologia della contaminazione dei sedimenti, dove si riferisce appunto alle concentrazioni di diossine riscontrate nella prima zona industriale. In particolar modo i valori più alti sono stati rilevati nei Canali Industriale Nord, Brentella e Salso e le evidenze ci facevano pensare che questi livelli di inquinamento, così come quelli relativi ai metalli pesanti ed ai PCB, avessero avuto origine da attività localizzate nella prima zona industriale, incluse le operazioni inerenti alle dismissioni di impianti effettuate. Sempre per citare dati che riferiscono della contaminazione e della situazione ambientale e in particolar modo dei canali industriali, citiamo in questo caso una slide presentata ad un convegno che si occupava della contaminazione dei canali industriali ed era finalizzato all’escavo dei sedimenti dei canali stessi. Come potete ben vedere, era anche in questo caso riportata la localizzazione delle zone più contaminate che, come ben vedete, ricadeva sempre nel Canale Brentella, nel Canale Industriale Nord e in alcune parti del Canale Industriale Ovest. In questi sedimenti sono state riscontrate le massime concentrazioni di tutti i contaminanti, tali da essere considerati come rifiuti tossico-nocivi e comunque, a seconda di quello che è il criterio, il protocollo del 1993, come sedimenti al di sopra della classe C, quindi da smaltire in maniera adeguata. Un’altra evidenza da questa distribuzione è che i sedimenti della parte meridionale, quindi della seconda zona industriale antistante anche il Petrolchimico, sono caratterizzati da concentrazioni decisamente inferiori e in particolar modo il tratto del Canale Malamocco-Marghera antistante il Petrolchimico abbia sedimenti decisamente di qualità migliore. Il gradiente di concentrazione dei metalli dalla prima zona industriale verso i canali della restante parte della zona industriale è evidente anche dalla mappatura della concentrazione dello zinco. Anche in questo caso è ben evidente come le massime concentrazioni siano localizzate nel Canale Industriale Nord, Brentella, Salso e nel tratto terminale del Canale Industriale Ovest e come queste concentrazioni siano massime anche in profondità, soprattutto in profondità e a profondità relativamente importanti, sui 2 metri, 3 metri all’incirca al di sotto della superficie del sedimento. Sempre da documenti, tratti in questo caso da una pubblicazione del Consorzio Venezia Nuova, Magistrato alle Acque, appare chiaramente come i canali della prima zona industriale e i sedimenti lagunari antistanti siano quelli più contaminati, dove si raggiungono e si superano tutti i valori di qualità dei sedimenti. In questo caso si fa sempre riferimento al protocollo, all’intesa del ‘93. E` ben evidente il gradiente di concentrazione, in questo caso da nord verso sud, che caratterizza la contaminazione da metalli pesanti. A questo punto, fatto questo quadro introduttivo relativo ai metalli, riportiamo quella che è la distribuzione superficiale delle concentrazioni di diossina e furani espresse come TEQ. Anche in questo caso appare stringente la correlazione tra massime concentrazioni di metalli pesanti e presenza di inquinanti organici, infatti nel Canale Industriale Nord, nel Canale Brentella ed anche nel Salso abbiamo le massime concentrazioni di diossine e furani, espresse in questo caso come TEQ, e siamo alcuni ordini di grandezza superiori alle concentrazioni che troviamo nei canali che circondano il Petrolchimico. Alcune concentrazioni decisamente più importanti le troviamo nel Canale Industriale Sud. A questo punto ripercorriamo quello che è anche lo studio cronologico della contaminazione effettuato, sia su campioni lagunari e di barena, che evidenzia come la contaminazione dei sedimenti preceda l’inizio delle attività degli impianti del CVM. In questo caso cito un lavoro presentato da Marcomini, Bonamin, Degetto e Giacometti, ad un convegno che si è tenuto qua a Venezia nel ‘99 e si è occupato appunto di diossine. In questo studio sono state analizzate tre carote di sedimento: una all’interno del Canale Industriale, prelevata in corrispondenza più o meno dell’isola delle Tresse, un’altra nei sedimenti antistanti la prima zona industriale e una terza invece all’interno della città di Venezia, del centro storico. Le conclusioni di questo lavoro sono che l’inizio della contaminazione da diossine e furani è datato alla prima metà del secolo per le carote A e B, quindi sia quella industriale che quella antistante la zona industriale. La massima contaminazione da diossine e furani è raggiunta negli anni ‘60, sempre nelle due carote A e B, mentre negli anni ‘90 si raggiungono le massime concentrazioni di diossine e furani nei canali di Venezia. Un’altra cosa importante che emerge da questo studio è che le massime concentrazioni e i flussi di PCB si riscontrano nei sedimenti dei canali di Venezia. In questa diapositiva viene riportata l’ubicazione dei siti studiati da Frignani nell’ambito del Programma 2023. In particolar modo vorrei farvi notare l’ubicazione dei siti M3 e M4, che sono due barene che sono state studiate appunto per lo scopo principale di ricostruire la storia della contaminazione in siti che noi consideriamo ottimali. Un’altra cosa è che questo studio andava a completare lo studio di due barene la cui cronologia e la cui evoluzione della contaminazione è stata già descritta dal dottor Frignani. La cronologia dei sedimenti di queste barene, che appunto vengono considerate come raccoglitori soprattutto record dei contaminanti di origine atmosferica, rivela che i valori massimi di diossine e furani sono raggiunti negli anni ‘50 e ‘60 e che le massime concentrazioni di IPA siano negli anni ‘60 e in un caso, nel sito M4, addirittura nei primi decenni del secolo scorso. Una cosa importante è che le concentrazioni contaminanti in questi siti sono su valori di fondo, in particolar modo nei livelli più superficiali e quindi più recenti del sedimento. In questa slide viene riportato il profilo rispetto alla profondità espressa come anni e vediamo appunto come questi picchi di contaminazione da diossine e furani siano ascrivibili agli anni ‘50 in un caso, nella barena M3, e invece nel caso della barena M4 sono leggermente più recenti ma comunque coincidono nel limite dell’incertezza dell’analisi e del metodo applicato, dei modelli applicati. Per quanto riguarda gli IPA, appunto nella carota M4 faccio notare come i valori più alti sono stati misurati, sono stati riscontrati in profondità addirittura all’inizio del secolo. Indagini che sono state effettuate successivamente ai nostri studi dal Magistrato alle Acque di Venezia e dall’Autorità portuale hanno confermato che nei canali della prima zona industriale si hanno i massimi livelli di contaminazione da diossine e furani. Questi valori massimi di concentrazione sono localizzati nel Canale Brentella, a qualche metro di profondità al di sotto della superficie del sedimento. In questo caso ho riportato due delle carote che sono state analizzate appunto in questo studio e vorrei farvi notare come i picchi di contaminazione da diossine e furani - in questo caso sono riportate le concentrazioni - siano bene in profondità; in un caso, nel caso del sito 17, addirittura a tre metri di profondità, quindi siamo quasi a livello di fondo del canale. Un’altra cosa e un altro elemento fondamentale che ha guidato la nostra ricerca è stata anche l’analisi delle diverse impronte. In particolar modo qui citerò sempre i risultati dello studio Frignani-Bellucci del ‘99, dove si evidenziava come nei sedimenti si ritrovavano tre diverse impronte di diossine e furani. L’impronta che ha una distribuzione generalizzata ma non si trova nel Canale di raccordo Lusore-Brentelle ha la sua origine nella prima zona industriale, nel Canale Industriale Nord, Brentelle e Salso, e caratterizza questi che sono appunto i sedimenti più contaminati. Un’altra impronta, in questo caso il campione è riferito al Canal Grande, abbiamo una componente soprattutto atmosferica caratterizzata da OCDD. Questo è il prodotto dei processi di combustione come l’incenerimento oppure la combustione da centrali elettriche, riscaldamento e motori a scoppio. La terza impronta, che caratterizza invece i sedimenti del Canale di raccordo Lusore-Brentelle, è attribuibile ai reflui degli impianti di produzione di CVM e caratterizzata dalla presenza esclusiva di OCDF. In questo canale hanno scaricato gli impianti senza trattamento fino al 1980. La cronologia della carota studiata sempre da Frignani e Bellucci nel 1999 ha evidenziato come appunto in tutta la profondità del sedimento esiste la presenza di questa impronta esclusiva e le concentrazioni crollano quando vengono interrotti gli scarichi idrici. L’indagine svolta successivamente dal dottor Raccanelli nel Canale Lusore-Brentelle ha trovato dei valori più alti vicini al vecchio scarico, siamo sul valore di circa 2000 nanogrammi/chilogrammi di TEQ; ma in questo caso il campione è stato ottenuto miscelando più sedimenti dello spessore di circa 15 centimetri e comunque l’impronta presente è la stessa e quindi caratterizzata dalla presenza esclusiva di OCDF. Gli scarichi idrici dell’SM15 confermano la presenza esclusiva di OCDF, che è ben diversa dall’impronta dei sedimenti dei bassi fondali, che secondo l’Accusa invece dovrebbero essere influenzati dal fiume proveniente dallo scarico. La analisi dell’impronta di diossine e furani nei sedimenti lagunari e in quelli delle barene evidenzia che nei sedimenti più recenti si ha un cambiamento dell’impronta, prevale l’OCDD e quindi sono più importanti le fonti di tipo urbano. L’impronta caratteristica dei canali della prima zona industriale invece è presente già nei primi anni del secolo e caratterizza anche picchi corrispondenti agli anni ‘50 e ‘60. In questo caso viene riportato sempre il sito M3 prima illustrato con riferimento anche alle impronte. Potete ben vedere come al decremento delle concentrazioni corrisponde anche un cambiamento del tipo di impronta, quindi si passa da una impronta che noi associamo ai sedimenti più contaminati della prima zona industriale, con i massimi nel Canale Brentella, ad una impronta dominata dall’OCDD nei sedimenti più superficiali. Quindi questi sono secondo noi gli errori che minano alle fondamenta le ipotesi dei consulenti dell’Accusa. La prima è che nei canali maggiormente contaminati, ad eccezione sempre del Canale Lusore-Brentelle, il Petrolchimico non ha mai avuto scarichi idrici. L’impronta del Canale Industriale Bretella e del Nord è diversa da quella del Lusore-Brentelle ma è eguale a quella di tutti gli altri canali. L’impronta inoltre è uniforme e presente in profondità. Terzo punto è che l’ubicazione dei massimi livelli di contaminazione e la presenza di metalli in grandi quantità ci suggerisce chiaramente la necessità di indagare ulteriormente le industrie ubicate nella prima zona industriale. Quindi gli obiettivi del nostro studio, una volta appurato che le ipotesi dell’Accusa non corrispondono ai fatti osservati, già provati nel processo, tenderà a produrre un modello concettuale in grado di spiegare i fatti. Seguendo questa finalità, gli obiettivi intermedi che utilizzeremo saranno questi: il primo, di cercare sorgenti di contaminazione nella prima zona industriale, ossia nelle zone più contaminate; il secondo passo sarà quello di identificare le sorgenti dell’impronta diossine e furani presenti in tutti i canali tranne che nel Lusore e Brentelle; il terzo passo di giustificare la contaminazione nel Canale Sud e capire il ruolo delle Tresse sui bassi fondali; il quarto è di verificare la presenza di altri meccanismi di diffusione della contaminazione. A questo punto la nostra presentazione sarà divisa in due parti principali, che verranno trattate successivamente l’una all’altra: la prima riguarderà la ricostruzione storica delle attività che si sono succedute a Porto Marghera, evidenziando il possibile impatto sull’ambiente della produzione legata al rilascio di diossine e furani; la seconda parte tratterà la descrizione delle modalità attraverso le quali la contaminazione prodotta da queste sorgenti ha avuto modo di diffondersi sul territorio e in tutti i canali industriali.

 

Colombo: per quanto riguarda la ricostruzione storica, vediamo come abbiamo proceduto. Riassumendo rispetto a quello che è stato detto avevamo quindi il seguente problema: sulla base dei dati dei sedimenti abbiamo identificato l’area e il periodo di provenienza della contaminazione; a questo punto andava fatta una ricerca su attività che erano presenti in quella zona 50-60 o 70 anni fa, però nella impossibilità di fare accertamenti diretti perché questo chiaramente non ci è possibile. Come abbiamo quindi organizzato lo studio? Abbiamo innanzitutto preso quelle che erano le informazioni circa la presenza delle attività produttive di Porto Marghera. Successivamente siamo andati in letteratura a ricercare tutte le informazioni che ci potessero dare indicazioni circa la associazione, che è stata effettuata in altri posti o che magari in alcuni casi può essere solo teorica o ipotetica, tra tipologia produttiva e contaminanti. E` un lavoro che si fa tipicamente per esempio quando si deve fare un audit di un sito e per la prima volta si deve andare ad investigare un sito del quale si conosce solo l’attività produttiva e si deve decidere quali indagini far fare al laboratorio, si usa tipicamente questo tipo di procedimento. Quindi, sulla base di quello che abbiamo fatto e in assenza appunto di informazioni di campo, informazioni dirette, è importante osservare che noi non siamo in grado di dire: responsabile della contaminazione è X o Y con dati di campo; siamo in grado di dire che nella prima zona industriale negli anni ‘30 ed anche successivamente erano presenti tutte le attività produttive che la letteratura indica come associabili ai contaminanti che qua ritroviamo, tenendo conto che in quegli anni, in assenza di un qualsiasi tipo di legislazione ambientale, era norma comune, pratica comune immettere gli scarichi, fossero essi liquidi o solidi, direttamente nell’ambiente e, per quanto riguarda quelli liquidi, direttamente nei canali industriali e di conseguenza alla fine nei sedimenti. La necessità di partire da una ricostruzione storica viene evidenziata anche dai consulenti dell’Accusa e in particolare dal dottor Muller in una breve interpretazione dell’analisi sulle diossine che è stata inviata il 24 settembre 1996, quella che riportiamo è naturalmente la traduzione eseguita. In particolare il dottor Muller dice che "dal momento che non è stato possibile, sulla base dei campioni analizzati, determinare in maniera definitiva le cause del carico di inquinamento di diossine sui fondali e sugli organismi marini della laguna veneta, sembra necessario effettuare un progetto più completo"; e nella prima fase - questo progetto si articola in differenti fasi - in particolare vogliamo segnalare la prima dove viene rimarcata l’importanza dello studio storico e quindi di tutte le possibili sorgenti e dei carichi che queste sorgenti possono aver comportato o attualmente ancora comportano per i sedimenti della laguna. Sulla base delle informazioni che abbiamo visto prima ed in particolare naturalmente sulle datazioni, dove erano possibili oppure dove il sedimento era più rimaneggiato, quindi non era possibile fare datazioni, sulla profondità dei picchi di contaminazione, abbiamo focalizzato l’attenzione sull’anno 1932, che è l’anno per il quale si ha a disposizione un numero di informazioni significative. In particolare abbiamo a disposizione non solo l’elenco delle industrie presenti e della loro localizzazione sul territorio, cosa che è possibile anche per altri anni e vedremo successivamente, ma per le industrie, per le tipologie produttive principali abbiamo anche una descrizione del processo. Ci siamo concentrati sul ‘32 - lo riassumiamo un attimo, magari è ripetitivo - perché i valori massimi della contaminazione sono nella prima zona industriale, e nel ‘32 c’era esclusivamente la prima zona industriale, perché l’impronta di diossine della prima zona industriale appunto è datata negli anni, agli anni ‘30 e ‘40 e comunque è localizzata nei Canali Nord e Brentella della prima zona industriale, e soprattutto o da ultimo perché molte aziende che producevano, lavoravano i metalli erano presenti lì e l’associazione metalli-diossine è un elemento molto importante nella nostra ricerca. In queste tabelle che seguono viene riportato l’elenco di tutte le società, con la descrizione della tipologia produttiva, che erano presenti nel ‘32. Naturalmente non pensiamo di illustrarle tutte. Le cose importanti quali sono? Sono due: primo, che già allora c’erano 90 differenti società e che queste società svolgevano lavorazioni di tipo differente tra di loro e vedremo come queste erano potenzialmente impattanti. Descriviamo solo alcune, che sono le più importanti, sono tre o quattro, per cui abbiamo anche la descrizione degli impianti di produzione. Ad esempio abbiamo la Società Italiana Ernesto Breda di Milano, cantiere navale e fabbrica di ossigeno, l’impianto di produzione ci dice che era un impianto di produzione acetilene: la Società Veneta Fertilizzanti e Prodotti Chimici di Milano, che lavorava le ceneri di pirite, nelle note abbiamo anche l’indicazione che ogni anno venivano prodotte 130.000 unità, giusto per avere un’idea dei quantitativi anche di prodotto dei quali stiamo parlando. La Società Veneta Fertilizzanti e Prodotti Chimici, che produceva fertilizzanti con forni di produzione di acido fosforico e superfosfati, e la produzione di superfosfati era superiore ad un milione di quintali all’anno. La Società Italiana Allumina, estrazione dell’allumina a partire dalla bauxite, forno elettrico con allumina prodotta in 12.000 tonnellate all’anno. Poi abbiamo successivamente l’Azienda Generale Italiana Petroli, che è l’AGIP, in questo caso con deposito e manipolazione di combustibili liquidi; poi viene descritta la Società Italiana Vetri e Cristalli di Torino, etc.. Per il verbale diciamo che appunto erano 5 o 6 diapositive e che il numero complessivo delle aziende è 90. In questa mappa viene diciamo riportata graficamente l’informazione che prima è stata descritta in un modo tabellare. Vediamo quindi le nostre aziende, non sono più tutte e 90 quelle dell’elenco precedente ma da queste sono state scartate le società che, sulla base di informazioni bibliografiche oppure del nostro giudizio, non sono state ritenute significative per una possibile contaminazione dell’ambiente, per esempio sono stati scartati i depositi oppure situazioni dove chiaramente non c’era possibilità di arrecare un danno all’ambiente. La cosa più importante di questa diapositiva è vedere dove sono localizzate, quindi vediamo che abbiamo completamente circondato diciamo il Canale Brentella, altrettanta cosa vale per l’industriale Nord e una buona presenza anche sull’ovest. E` interessante vedere come nella parte inferiore non siano ancora presenti i canali industriali, che dovevano ancora essere scavati, e non c’era presente neanche ovviamente nessuna attività produttiva. La mappa, per la precisione, è del ‘31, mentre abbiamo visto che reca 1932. A questo punto abbiamo visto le società presenti, dobbiamo - rispetto al discorso che abbiamo fatto prima - associarle a dei contaminanti. Siamo partiti da una pubblicazione tedesca, curata dall’Agenzia nazionale tedesca per la protezione dell’ambiente; perché siamo partiti da questa? Perché è stata predisposta per aiutare i ricercatori della qualità dell’ambiente o dei siti contaminati ad individuare quali sostanze contaminate andarsi a ricercare nei siti dismessi del bacino della Ruhr, quindi diverse tipologie, informazioni non molto grandi, come indirizzare il ricercatore c’è questa pubblicazione. Per fare questo preciso - anche eventualmente per il controinterrogatorio - che mi sono avvalso di un mio collega tedesco che sta con me nell’ufficio di Milano. Questo è l’elenco di tutte le tipologie produttive che vengono riportate nella pubblicazione che abbiamo detto, per il verbale gli autori sono Koetter, Nicklauss e Toennes, del 1989, il titolo della pubblicazione tradotto è "Rilevamento di potenziali contaminazioni del sottosuolo in sedi dismesse". Dicevamo che questo è l’elenco di tutte le tipologie produttive che sono presenti nella pubblicazione, che però possono avere dato origine ad una contaminazione di sostanze che sono di interesse primario per la Laguna di Venezia. Abbiamo scelto per ovvi motivi le sostanze di cui attualmente è vietato lo scarico; stiamo parlando quindi di arsenico, di piombo, di cadmio e di mercurio, quindi metalli pesanti, di cianuri, si idrocarburi policiclici aromatici, di PCB, diossine e furani, esaclorobenzene e DDT. Vediamo - anche qui abbiamo una tabella composta da due o tre pagine - solo alcune ovviamente di queste produzioni. Una interessante, la numero 10: agenti di preservazione del legno. In questa pubblicazione è indicata come potenziale sorgente di contaminazione di arsenico, mercurio, IPA, PCB, diossine e DDT. Sempre per il verbale, nella tabella le celle per le quali il contaminante associato alle tipologie di produzione sono evidenziate in colore arancione in questo caso. Per quanto riguarda i pesticidi, abbiamo invece l’arsenico, il piombo, il mercurio, i cianuri, gli IPA, le diossine, gli esoclorobenzene e DDT, praticamente quasi tutti. Un’altra cosa importante - illustreremo questa tabella quando parleremo delle nostre tipologie produttive per cui mi permetterò di andare velocemente ora - anche vedendola scorrere sia in avanti che indietro è la quantità di tipologie produttive che possono dare origine a contaminazione di metalli. Voi vedete che la densità delle celle arancioni è molto alta. Questo fatto non è casuale o solo perché stiamo parlando del bacino della Ruhr. Il problema è che la pubblicazione è del 1989 e il 1989 sembra un periodo, è un periodo a noi molto vicino, in realtà per quanto riguarda le conoscenze in campo ambientale stiamo parlando di un’epoca completamente differente. In particolare voi avete visto che la densità delle informazioni sulle diossine o sugli altri microinquinanti di natura organica erano estremamente basse, ma questo non perché - e lo vedremo successivamente - le tipologie produttive non potevano creare questi tipi di contaminanti, ma perché quello rifletteva lo stato della conoscenza al 1989, e che per certi contaminanti è cambiato in un modo incredibile recentemente. A questo punto quindi, partendo da quel documento tedesco di base, che ci è comodo perché illustra tutte le tipologie produttive e ci fornisce una prima indicazione, è necessario però andare avanti, andare avanti con informazioni più recenti e in particolare per quanto riguarda le diossine e furani il modo di andare avanti è quello indicato dagli inventari delle diossine che da vari Paesi e in vari periodi, sempre negli ultimi anni, però, sono stati rilasciati. Vediamo ora una nota relativa all’inventario italiano di diossine, che è disponibile su Internet; questa nota è del dottor Fanelli, è tratta da una sua pubblicazione di quest’anno che ha per titolo "L’industria del PVC: parole e fatti". Vi lascio la lettura del documento per capire qual è eventualmente...

 

Avvocato Stella: la legga.

 

Colombo: vi lascio la lettura completa del documento per vedere qual è la posizione che esprime in essa il dottor Fanelli. Diciamo, per quello che ci riguarda e per questa esposizione, due cose. La prima: ad un certo punto si dice che "l’industria della lavorazione dei metalli è una delle maggiori fonti di diossine per l’ambiente". La seconda: "Le sorgenti di diossine sono ormai ben conosciute. In Italia è stato recentemente completato un inventario nazionale delle emissioni in ambiente di diossine e furani. Si può osservare che le fonti più importanti per il nostro Paese sono quelle legate a fenomeni di combustione; in prima fila sono gli impianti di combustione e rifiuti che contano quasi per il 70 per cento delle emissioni totali, seguiti dalle emissioni dell’industria metallurgica - che ci interessa - che contano per circa il 20 per cento delle emissioni". Infine - questa frase non l’ho sottolineata io, è sottolineata nel documento originale - c’è una conclusione di questo periodo, che io ho messo in evidenza come c’è in evidenza sopra, ben conosciute, perché sotto si dice: "Da rimarcare che l’industria del PVC non è citata tra le fonti significative". Su questo non credo sia il caso di fare commenti. Questo invece è il riassunto del procedimento storico-bibliografico che abbiamo seguito. In questa tabella anche l’ordine delle colonne esprime la sequenza temporale e la logica del lavoro che abbiamo fatto. Abbiamo le seguenti colonne: nella prima viene identificata la tipologia produttiva, quindi è la copia della tabella che abbiamo visto prima; nella seconda viene descritto l’impianto, dove questa informazione era disponibile, per il 1932 è quasi sempre disponibile, o quanto meno per le società principali; successivamente abbiamo dieci colonne per le nostre dieci sostanze o gruppi di sostanze per le quali è vietato lo scarico in laguna e che non ripeto perché l’abbiamo detto prima, sono le stesse. Quindi abbiamo la fonte di letteratura che è stata utilizzata per colorare, diciamo così, le celle di arancione nella tabella, o, per dirla in un altro modo, per stabilire quali contaminanti associare alla tipologia produttiva della prima colonna, quindi diciamo che la nostra è la giustificazione di quello che c’è prima. Nell’ultima è l’associazione tra la tipologia produttiva e il nome della società che era presente nel 1932 nella prima zona industriale. Vediamo alcuni esempi. Tipologia produttiva - è la prima della tabella - vetro e cristallo; i contaminanti, che la fonte di letteratura a 26, quando vedete il numero si riferisce al numero della tabella del 1989, quindi in pratica 26 vuol dire - sto tornando indietro - produzione e trasformazione vetro, vedete i contaminanti, e in questa tabella sono riportati di pari passo questi contaminanti, ossia o non abbiamo trovato o non ci sono in bibliografia ulteriori informazioni. La società presente nel ‘32 si chiamava Società Italiana Vetri e Cristalli. Poi che cosa abbiamo? Abbiamo una tipologia produttiva coke, gas povero, solfato di ammonio etc.. A questa tipologia abbiamo due differenti fonti: la prima è quella dell’89, la riga è la numero 2, che ci dice che collegati ci sono l’arsenico, il piombo, i cianuri e gli IPA. Vedete poi come l’EPA nel 2000 associ le diossine e i furani, giusto come indicazione di quella che era la limitatezza nelle conoscenze nell’89. Andiamo avanti, la terza riga riguarda la lavorazione delle ceneri di pirite. Anche in questo caso abbiamo due fonti. Quella più importante - più importante per il proseguo di questa esposizione - è la prima, che è sempre l’EPA 2000, che associa alla lavorazione delle ceneri di pirite e in particolare alla sinterizzazione la presenza di diossine; vedremo come altre parti di questo processo possono dare origine a questi contaminanti; abbiamo fabbrica di fertilizzanti fosfatici. Ci fermiamo un attimo - poi scorreremo velocemente le parti successive della tabella - la tipologia produttiva dell’allumina e della ghisa. In questo caso abbiamo due differenti società che avevano due differenti tipi di impianti. Per la prima utilizziamo, come associazione di contaminanti, la pubblicazione del 1989; voi non vedete un numero ma c’è scritto "U - Industria metallurgica", perché non c’era la tipologia produttiva allumina, allora questa tipologia è stata associata alla industria metallurgica, sapendo che: a) è una imprecisione, però, b) era la cosa migliore che si potesse fare con quelle informazioni, ma è evidenziato comunque che è una associazione con la U, e questa prima tipologia produttiva è della Società Italiana Allumina. La seconda invece riguarda la SAVA e in questo caso, siccome sulla base delle informazioni bibliografiche c’è scritto che avvenivano processi di rifusione dell’alluminio per purificazione, in questo caso per questo processo l’EPA associa, oltre ai metalli pesanti, che valgono anche per l’altra tipologia di produzione, la presenza di diossine e furani. Queste sono le tabelle successive, che naturalmente depositeremo, quindi in questo caso non mi sembra necessario andare ad analizzare. La tabella è divisa in due parti da questa riga bianca perché le aziende sono state per nostra decisione suddivise in due sezioni: la prima riguarda le aziende di dimensioni grandi e di sicuro impatto sull’ambiente; la seconda invece, aziende di dimensioni piccole ma che potevano anch’esse avere impatto sull’ambiente. Per esperienza, la dimensione non è sempre un indicatore di maggiore o minore contaminazione, anzi spesse volte capita anche il contrario. Vediamo ora - come abbiamo visto prima - abbiamo l’elenco completo, siamo passati all’elenco ridotto di quello che ci sembrava di interesse, adesso vediamo la riproduzione grafica di quello che è all’ultima tabella che abbiamo visto. In particolare nella prima vediamo come per il 1932 abbiamo riportate tutte le aziende che abbiamo già visto prima, quelle che la letteratura associa alla presenza potenziale di arsenico sono evidenziate in colore giallo. Ci interessa, al di là dei nomi etc., che quelli che ci interessano li vediamo dopo, ma l’informazione che vuole dare questa immagine è primo: il numero, il numero è significativo, sono oltre una ventina; secondo: la distribuzione, quindi vediamo la presenza di questa tipologia di industrie che la letteratura associa all’arsenico, le vediamo lungo il Bretella, lungo il Canale Nord e in parte lungo l’Ovest. Questa è la stessa immagine, relativa però al piombo; anche in questo caso vedete la densità e le aziende si affacciano sugli stessi canali e sono molto simili tra di loro, si vede facendo passare velocemente le due immagini piombo ed arsenico. Il cadmio, la presenza è più concentrata nella zona terminale nel Canale Industriale Nord, mentre per quanto riguarda il Canale Ovest la densità è più o meno quella degli altri metalli pesanti, vediamo una limitata ad uno presenza sul Canale Brentella. Il mercurio; in questo caso abbiamo un numero di 6 o 7 aziende che sono presenti anche in questo caso sul Nord, una parte dell’Ovest e sempre la stessa sul Brentella. I cianuri, anche per loro la densità è significativa. Gli IPA; gli IPA sono nella parte proprio terminale del Nord, intorno all’isola dei Petroli, se vogliamo, sul Brentelle e in porzioni limitate dell’Ovest. Le diossine; già dalle immagini che abbiamo visto finora è facile dire che molte delle aziende che abbiamo visto come potenzialmente contaminanti di metalli pesanti le vediamo ora nelle diossine. Dove sono presenti? Sono presenti sulla sponda meridionale del Nord, lungo il Brentella e in porzioni medie di quello che era allora il Canale Industriale Ovest. Questo è più interessante perché in questa mappa vengono riportate in colore giallo unicamente le industrie che nei loro flussi di contaminanti possono avere associati sia l’arsenico che le diossine e i furani; l’arsenico e le diossine e furani perché vedremo che ci interessa nel proseguo dell’esposizione. Anche queste sono lungo il Brentella, sempre nella parte media o terminale, nella sponda meridionale del Canale Industriale Nord e sempre nella parte diciamo mediana del Canale Industriale Ovest. A questo punto abbiamo completato quello che è il quadro delle informazioni che l’associazione con i contaminanti che è stata fatta, ripeto, ci teniamo a precisarlo, unicamente sulla base di informazioni bibliografiche e senza accertamenti diretti, abbiamo completato l’anno 1932, che è l’anno che ci interessa maggiormente per i motivi ovvi. La stessa cosa si può fare per gli altri anni, in particolare qua facciamo scorrere rapidamente le informazioni degli altri anni che abbiamo analizzato, che sono il 1954, il ‘68, l’80 e il ‘98; vediamo in particolare la ubicazione delle tipologie produttive identificate come potenziali sorgenti di diossine e furani in letteratura. Vedete il numero e la distribuzione nel 1954 e la loro presenza intorno ai soliti canali, quindi Brentella, Nord ed Ovest, è aumentata la presenza sull’Ovest; vediamo qua, nel 1968, come l’industria si sia espansa verso sud, la stessa cosa nel 1980 e nel 1998. Una cosa importante, anzi devo anche scusarmi del fatto di non averla detta prima, era sottolineata in una diapositiva ma non l’ho detto, è che noi abbiamo visto il modello concettuale che ci è stato proposto dall’Accusa, che identificava un colpevole. Noi siamo andati a vedere gli altri naturalmente, o i potenziali altri, nelle nostre immagini la sorgente alla quale viene attribuita la completa responsabilità della contaminazione dei sedimenti non viene indicata. Conclusioni di questa prima parte del nostro lavoro e della nostra esposizione. Le informazioni bibliografiche e lo studio storico delle attività produttive di Porto Marghera a partire dagli inizi dell’insediamento hanno evidenziato che lungo le sponde dei canali della prima zona industriale, che sono stati visti essere i maggiormente contaminati, sono presenti numerose tipologie produttive e tipologie produttive alle quali la letteratura associa i contaminanti che poi noi ritroviamo. La mancanza di leggi a salvaguardia dell’ambiente faceva sì che queste attività, per quanto riguarda in particolare gli scarichi idrici, fossero scaricate direttamente - qui la diapositiva non è molto chiara - nei canali industriali, che anche a tutt’oggi sono i maggiori contaminati, quindi parliamo del Brentella, del Nord e in parte dell’Ovest. Se vi ricordate abbiamo visto, nell’esposizione del dottor Bellucci, la foto del Consorzio Venezia Nuova che identificava le porzioni di canali che abbiamo qua descritto in rosso, quindi con la classe più alta rispetto al protocollo del ‘93, perché in quel caso era stato utilizzato quel protocollo per la valutazione della qualità dei sedimenti. Relativamente a quest’ultimo aspetto della mancanza delle leggi vorrei leggervi una piccola citazione da una pubblicazione del Consorzio Venezia Nuova del 1996 che ha per titolo "Indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera, aspetti qualitativi e qualitativi, prima fase". Nella parte introduttiva di questo documento c’è scritto: "I fattori che hanno orientato verso la scelta del margine lagunare come l’area di insediamento, che sarebbe diventato successivamente il polo industriale di Porto Marghera, sono molteplici e di ordine diverso. La possibilità di smaltire le acque reflue industriali (acque di processo) direttamente entro i canali lagunari e la comodità di utilizzare i vasti territori barenali marginali per collocare a discarica i solidi di risulta sono stati sicuramente due dei fattori non secondari tra i tanti che furono presi in considerazione". Dopo questa citazione passiamo la parola al dottor Bellucci, che a partire dalla ricostruzione storica e dell’identificazione di alcune tipologie di sorgenti associabili in particolare alle diossine tratterà nello specifico di una sorgente di diossine che, secondo la letteratura, produrrebbe l’impronta caratteristica ritrovata in tutti i canali industriali.

 

Bellucci: sì, quindi ripartendo da quella che era la distribuzione delle concentrazioni dei contaminanti all’interno dei canali industriali e dell’impronta rinvenuta all’interno di questi, siamo andati a cercare se esistevano in letteratura delle lavorazioni di metalli che potevano avere determinato livelli di contaminazione da diossine e furani confrontabili a quelli dei canali della prima zona industriale e che fossero caratterizzati da un’impronta simile a questa. Poi viene dai consulenti dell’Accusa definita come impronta del cloro. In particolare abbiamo individuato un lavoro, una pubblicazione scientifica - ed anche altre pubblicazioni che hanno approfondito il tema - relativa alla contaminazione da diossine e furani nei sedimenti di un fiordo norvegese. L’autore principale che ha trattato questo tema è Oheme e facciamo riferimento al suo lavoro del 1989. In questo caso nel fiordo norvegese era presente la produzione di magnesio. Questo tipo di produzione prevedeva la clorurazione del magnesio, quindi l’aggiunta di cloro al metallo in presenza di carbonio e ad una temperatura abbastanza elevata. In questo fiordo si rinviene un’impronta che corrisponde a quella dei canali industriali ed anche i livelli di contaminazione sono confrontabili. Se voi guardate la figura qui di sotto riportata si vede come l’impronta sia perfettamente confrontabile con quella presente all’interno dei canali più contaminati e che è ubiquitaria anche cronologicamente, caratteristica dei picchi di contaminazione che rinveniamo anche nelle barene. I livelli di contaminazione in questo caso arrivano a circa una ventina di migliaia di nanogrammi/chilogrammi come equivalente di tossicità, che sono le stesse che ritroviamo nei canali industriali della prima zona industriale. A questo punto ci siamo chiesti se esistessero delle associazioni nei sedimenti dei canali industriali tra i picchi di diossine e quelli dei metalli. In questa figura potete ben vedere come ci sia un’associazione, io dico più che chiara, cioè estremamente chiara e stringente tra i picchi di arsenico e quelli dei furani. In questo caso sono stati presi dati dell’indagine svolta dal Magistrato alle Acque di Venezia e dell’Autorità portuale, che avevo prima rappresentato secondo la profondità. Inoltre mi pareva opportuno citare quella che era l’affermazione fatta dalla dottoressa Stringer nella sua deposizione, dove cita che per la formazione di diossine e furani sono necessarie la presenza di ossigeno, di un idrocarburo, di cloro, di un catalizzatore metallico, in quel caso rame, di una temperatura ideale e di un adeguato tempo di residenza. Esistevano quindi dei processi che potevano avere queste caratteristiche, presentare queste caratteristiche ed essere in relazione con l’arsenico? Abbiamo appunto da fonti bibliografiche individuato come l’estrazione di rame dalle ceneri di pirite, che prevedeva l’aggiunta di cloruro di sodio in percentuale del 10 e successivo arrostimento con raggiungimento di temperature di circa 450-550 gradi, che inoltre aveva come stadi successivi la formazione di cloruro di rame e cloruro ferroso. Sempre da fonti bibliografiche questi composti sono stati identificati come catalizzatori per la formazione di diossine e furani, in particolar modo di furani. La fonte citata è quella di Mariani del 1972, il titolo è "Chimica applicata e industriale"; in questo caso vengono descritte tutte le fasi che caratterizzano l’arrostimento delle piriti previa aggiunta di cloruro di sodio. In rosso sono evidenziati quelli che sono questi composti, sempre da fonti bibliografiche riconosciuti come catalizzatori per la formazione di diossine e furani. In questa successiva figura potete vedere come da questo lavoro di Ryan e Altwicker del 2000 sono state fatte delle prove con presenza di carbonio e cloruro ferroso e si è riscontrata la formazione di diossine, in particolar modo di furani, con prevalenza di OCDF e con una impronta in questo caso assimilabile a quella che noi ritroviamo nei canali della prima zona industriale. Citando Giannotti del 1999, "Meccanismi di formazione delle diossine", presentato al congresso "Le diossine - esame a 360°", viene riportato proprio il meccanismo di formazione per sintesi "de novo", dove avvengono reazioni di clorazione e di ossidazione di particelle carboniose a struttura gratifica degenerata, che sono presenti nei gas di combustione. Queste reazioni hanno luogo su siti reattivi che consistono in ossidi metallici presenti nelle ceneri volanti e vengono catalizzate da composti di metalli di transizione. Viene riportato inoltre come la clorazione avviene essenzialmente ad opera di sali inorganici: cloruro di potassio, cloruro di rame e cloruro di sodio; in questo caso l’apporto di ossigeno è dato sia da quello presente nella fase gassosa che da quello esistente nei nuclei aromatici presenti nelle strutture gratifiche degenerate. Il residuo dell’arrostimento veniva quindi lisciviato e dalla soluzione risultante venivano recuperati rame metallico, piccole quantità di argento, oro ed anche zinco. A questo punto mi riallaccio a quella che era l’illustrazione fatta dal dottor Frignani relativa alla carota C12 prelevata nel Canale Brentella, dove appunto si vedeva come le concentrazioni dei metalli pesanti correlate con il picco di diossine rinvenuto all’interno di questa carota erano proprio quelle dell’arsenico e dell’argento. Un passo successivo di questo tipo di produzione prevedeva il recupero dell’ossido di ferro che precipitava, chiamato purple ore, che veniva agglomerato in mattonelle attraverso un processo di sinterizzazione. Questo processo di sinterizzazione viene ritenuto critico sempre da fonti di letteratura per la produzione di diossine e furani. In questo caso si presume che la presenza di cloro residuo dal precedente trattamento fosse un fattore critico per la formazione appunto di diossine e furani. In questa ultima diapositiva viene riportata la localizzazione, la ubicazione della azienda che nel 1932 produceva rame recuperandolo dalle ceneri di pirite, quindi potenzialmente sorgenti di diossine e furani, con il riferimento anche alla produzione, per quanto riguarda la fase di sinterizzazione, consistente in circa 130.000 unità all’anno di mattonelle e minerali di ferro. Quindi, concludendo, tra i vari processi produttivi che erano presenti nella prima zona industriale e che sono in grado di spiegare la associazione ritrovata nei sedimenti tra diossine e furani e metalli, abbiamo approfondito lo studio di questo tipo di produzione, quindi la decuprazione delle ceneri di pirite, e abbiamo cercato di dimostrare, sempre su base bibliografica, come essa sia in grado di produrre un quantitativo significativo di diossine e furani con impronta caratteristica dei canali industriali.

 

Colombo: a questo punto, ritornando a quella che era la nostra agenda, crediamo di aver completato l’esposizione di quelli che erano gli obiettivi 1 e 2 che ci eravamo prefissi, quindi completata la parte A. Parte da questo momento la parte B della nostra esposizione, che riguarda due aspetti. Finora abbiamo visto come intorno al Canale Industriale Nord, dove ci sono i massimi - sarò ripetitivo ma ritengo sia importante - dove abbiamo visto essere i massimi di contaminazione, c’erano presenti le industrie che potevano creare questa contaminazione. Abbiamo visto come - ma questo si sa - nel passato i rifiuti venivano smaltiti, in assenza di leggi, nel modo più comodo sul territorio. I liquidi quindi finivano nei canali e nei sedimenti e per questo riteniamo che la contaminazione di quei canali prospicienti queste aziende sia la più elevata di tutta la zona industriale insomma. A questo punto ci rimane da spiegare come la contaminazione, che ha sempre i massimi là, ma sia presente, con il gradiente o comunque con concentrazioni più basse, ma sia comunque presente anche in altri canali. Quindi come ha fatto da lì ad arrivare anche in altre parti? Nella prima parte di questa parte B ci occuperemo di descrivere e di analizzare come la dispersione dei residui di lavorazione della prima zona industriale sia stata effettuata su tutti, quasi tutti o gran parte dei terreni sui quali poi è stata costruita la seconda. Questo è riportato - come vedremo - in svariati documenti ufficiali di vari Enti pubblici. La seconda parte è come cause naturali o artificiali abbiano portato questi contaminanti ai sedimenti, quindi il trasferimento ai sedimenti e la diffusione in laguna. Iniziamo la parte che mi riguarda di questa esposizione, che è la parte B1, con questa diapositiva che è tratta, come altre che abbiamo visto, da un CD che è stato rilasciato dal Consorzio Venezia Nuova nel 1996, che ha per titolo "Con l’acqua e contro l’acqua", e alla cui realizzazione hanno partecipato, oltre naturalmente al Ministero ai Lavori Pubblici, al Magistrato alle Acque di Venezia, anche la Regione Veneto, la Provincia di Venezia e il Comune di Venezia. In questa diapositiva, che evidenzia tutta la Laguna di Venezia, sono indicate in colore rosso le aree di barene scomparse. Il titolo dell’immagine è "trasformazione del tessuto barenoso". In particolare vorremmo segnalare alla vostra attenzione sull’area attualmente occupata dalla seconda zona industriale, che è questa, e in particolare su questo limite tra la zona a sinistra e quindi ad occidente, che è in colore indifferenziato, marroncino, e la parte a destra che è rossa, quindi che riguarda le barene scomparse. Per avere indicazioni sulla localizzazione dell’area vediamo che questo è il Canale Industriale Sud, che quindi taglia all’incirca a metà nella sua parte angolare la zona tra la rossa e la marrone, e questa, sempre in rosso, era l’isola delle Tresse com’era prima. Per avere un quadro più preciso di quello di cui stiamo parlando o per entrare maggiormente in tema riportiamo qua quella che è la cartografia del 1902 con in rosso la delimitazione dell’area che attualmente è occupata dal Petrolchimico. Questo unicamente per capire come il territorio è stato modificato per dar posto a questo insediamento, per dar posto perché per almeno i due terzi, i due terzi che sono ubicati nella zona più ad oriente, nel 1902 avevamo a che fare con una zona di barena, quindi non certo adatta a costruirci sopra un Petrolchimico, anzi adatta a costruirci sopra un bel niente visto che per alcuni periodi risulta addirittura sommersa. La restante parte, che è quella occidentale, che è questa, è quella dov’era già terraferma allora. Questo canale che vedete tra le due parti è la famosa linea che abbiamo visto nell’immagine precedente delimitare quella che era la zona barenosa da quella che era la zona terraferma. Per citare alcuni - poi nella memoria scritta sono già stati elencati tutti - per vedere ancora nel maggior dettaglio come si è proceduto a far passare una zona da barenosa ad edificabile, poi a costruirci il Petrolchimico, vediamo alcune informazioni che sono riportate in letteratura. La prima - la scorriamo velocemente - è l’ormai famosa convenzione, detta convenzione Levi, tra il Magistrato alle Acque, il Corpo Reale del Genio Civile, la Provincia di Venezia, l’Ufficio di Venezia con la ditta Ettore Levi, nella quale in pratica la ditta Ettore Levi acconsente che una parte dei suoi terreni, anziché allo scarico delle materie provenienti dagli scavi del porto Laguna di Venezia, che era la convenzione originaria, sia destinata quale sacca di deposito di rifiuti di lavorazione industriale per un periodo di 5 anni, decorrente in questo caso dal primo luglio del ‘38. Vediamo poi che viene indicata anche l’area riferita a questa convenzione, con i nomi Canaletta Litoranea Fusina Marghera, Ponente del Canale Fossetta e Tramontana e Mezzogiorno delle Canaletta 1 e 2. Si dice poi che i residui di lavorazione industriale saranno approssimativamente spianati alla quota di un metro e mezzo sopra il livello del mare in modo da permettere che poi detti rifiuti vengano ricoperti in un secondo tempo con altro materiale, in particolare in questo caso materiale proveniente dagli scavi del porto. Quindi in pratica partiamo da una zona barenosa che potremmo dire all’incirca sul livello del mare e abbiamo un metro e mezzo di rifiuti e poi la deposizione di altro. L’area, naturalmente con le precisioni del caso, a cui fa riferimento la convenzione Levi, è quella identificata in questa immagine, c’è una mappa nella convenzione che riporta proprio Canale della Fossetta, Canale Pantanella, questa è la Litoranea, sul lato orientale, che in pratica è la zona attualmente occupata dal Canale Malamocco-Marghera. Vediamo come si presenta attualmente quest’area, e stiamo parlando dell’area del Petrolchimico, dell’area orientale del Petrolchimico, dell’area occupata attualmente dal Canale Malamocco-Marghera a finire contro l’attuale isola delle Tresse, della porzione del Canale Industriale Sud dal suo inizio a partire dal Malamocco-Marghera fino in pratica alla zona in cui si piega verso sud e dalla parte delle industrie presenti sul sud, del Canale Industriale Sud. Vediamo quali materiali sono stati utilizzati per imbonire queste aree. Un rilievo importante: che da questo punto in poi non parleremo solo delle aree a cui fa riferimento la convenzione Levi ma a tutte le aree che abbiamo visto nell’immagine precedente, che erano barene e che sono diventate terreno edificabile, poi ci hanno costruito sopra la seconda zona industriale. Citiamo in questo caso la pubblicazione della Regione Veneto del 2000, piano direttore del 2000, pagine 127 e 128: "Le aree industriali di Porto Marghera sono state realizzate innalzando e consolidando il terreno naturale barenoso fino a quota di 2 metri, 2 metri e mezzo - dice in questo caso - sul livello del mare, sia mediante l’impiego di materiali dragati, sia utilizzando rifiuti e residui di lavorazione industriale". Questo se vogliamo conferma quello che abbiamo già visto prima. "Tutta l’area è stata interessata, a partire dagli anni ‘20, dal riporto di rifiuti e di residui di lavorazioni industriali per imbonimento. Questa pratica si è protratta fino agli anni ‘70", ossia fino a raggiungere gli spessori che abbiamo detto prima. Ora segue la parte di identificazione o comunque elenco degli anni e dei rifiuti che venivano utilizzati per imbonire queste aree. "Negli anni ‘20 e ‘30 i residui provenivano prevalentemente dalla distillazione del carbone, dalla produzione del vetro, di acido solforico, di fertilizzanti fosfatici, di anticrittogamici. Negli anni ‘30-’40 le lavorazioni prevalenti erano alluminio, zinco ed ammoniaca sintetica, a cui si aggiungevano gli scarti dell’industria termoelettrica". Vedremo come in altre parti questi rifiuti vengono in prevalenza definiti come fanghi rossi e fanghi neri. Continuando sempre nel piano direttore si dice che "un censimento di tali risulte è contenuto in uno recente studio eseguito per conto del Magistrato delle Acque, che abbiamo acquisito solo di recente ed è quello che vi ho citato prima. Ulteriori indicazioni relativamente ai materiali utilizzati per l’imbonimento sono contenute anche nei documenti attinenti alla bonifica di un’area situata lungo la sponda sud del Canale Industriale Sud redatti dal Comune di Venezia", tutta questa frase identifica... cioè il nome è Area 43 Ettari, per dire il nome e il cognome. "La tipologia di rifiuti è così qualificata in tali lavori: limi e sabbie da dragaggio, gessi, ceneri e nerofumo, idrocarburi policiclici aromatici maggiori di 2.000 milligrammi/chilo - il nerofumo contiene un quantitativo molto alto di IPA, praticamente è costituito quasi da IPA insomma - fanghi rossi di lavorazione della bauxite". In particolare in questi fanghi rossi della bauxite abbiamo il piombo con concentrazioni di circa di 400 milligrammi/chilo, il rame di 150, il cadmio di 32, l’alluminio - com’è ovvio - di 32.000 e gli IPA sono assenti alle indagini, al metodo analitico effettuato, quindi in questo caso inferiori ai 5 milligrammi/chilo e praticamente, rispetto ai 2.000 visti prima, possiamo dire che sono praticamente assenti. "Dove le sponde - continua il piano direttore - non sono perfette o dove la protezione è permeabile o danneggiata - vedremo dove questo avviene - tali materiali vengono sistematicamente erosi, entrando in soluzione nelle acque lagunari o disperdendosi sul fondo dei canali stessi. Diciamo che questa foto al momento ci serve proprio per dire, insomma per evidenziare come questi colori, in questo caso rossi, dei fanghi rossi, si trasferiscano dalle sponde altrettanto rosse all’acqua del canale. In particolare questa immagine al momento ci serve solo come evidenziazione di un colore rosso nelle acque, perché preciseremo meglio l’argomento, è stata presa dicevamo sempre da quel convegno internazionale che si è svolto a Venezia nel 2000, al quale ha fatto riferimento il dottor Bellucci, e l’argomento proprio di questo convegno internazionale era la gestione del rischio connessa ai sedimenti contaminati. A questo punto andiamo maggiormente in argomento. Focalizziamo la nostra attenzione sulle aree, che non sono più quelle della prima zona industriale, perché là abbiamo visto essere la sorgente la maggior contaminazione, ma sono quelle della seconda, e in particolare sul Canale Industriale Sud, sul Canale Malamocco-Marghera e sul Canale Ovest e su quella che, nelle ipotesi dell’Accusa, viene identificata come l’area dei bassi fondali che, sempre secondo l’ipotesi dell’Accusa, sarebbe dovuta al fiume uscente dall’SM15. In questa prima immagine, che è tratta dal convegno al quale abbiamo fatto riferimento in precedenza, si vede l’inizio del Canale Industriale Sud, l’inizio è nella parte in basso a destra della fotografia, ed in particolare la sponda nord del Canale Industriale Sud, ossia la sponda che è immediatamente al di sotto del Petrolchimico, e si vede la sua macroscopica direi colorazione rossa. Proprio per questi motivi e per questo stato di dispersione dei rifiuti che poi producono questi effetti - li abbiamo visti sul Canale Industriale Sud - è stato messo in atto un piano di protezione delle sponde lagunari. Cito la Regione Veneto del 2000, il piano direttore alla pagina 351, nella quale si dice: "La sistemazione delle sponde dei canali e delle darsene del porto industriale e commerciale di Marghera, non protette dall’erosione, prevede la realizzazione di diaframmature impermeabili lungo la fascia demaniale, per evitare inquinamenti delle acque lagunari determinati da: 1) dispersioni da parte di rifiuti con cui sono stati realizzati i suoli artificiali dell’area industriale; 2) rilascio di sostanze pericolose alle acque infiltratesi in tali suoli per effetto delle maree - quindi stiamo parlando di acque dei canali che entrano nelle sponde dove ci sono i contaminanti e per effetto delle maree ritornano indietro trasportandosi i contaminanti stessi e colorando le acque, vedremo una serie di foto relative a questo argomento - 3) trasporto di inquinanti ad opera delle falde inquinate", vedremo come questo aspetto è in realtà estremamente marginale rispetto agli altri due e lo vedremo proprio detto non da Fabio Colombo o da Luca Bellucci ma dagli Enti pubblici. "Le sponde da sistemare ammontano in tutto a circa 12 chilometri su un totale di 36", quindi questo dà un’idea di quale era la lunghezza delle sponde dei canali che necessitava di questo intervento, "e sono localizzate soprattutto lungo il Canale Industriale Sud - e di questo ne abbiamo visto anche il motivo direttamente - il Canale industriale Brentelle e il Canale Industriale Ovest". In questa immagine, tratta dal convegno, si vede l’effetto prodotto sulle acque del Canale Industriale Sud a seguito della realizzazione dei marginamenti di cui abbiamo parlato sino ad ora, effettuati tra il ‘97 e il ‘99, in particolare è sempre la stessa sponda del Canale Industriale Sud sul quale si affaccia il Petrolchimico e vediamo che la presenza di fanghi rossi è estremamente limitata, anche perché probabilmente l’intervento è stato appena effettuato, allora ci vuole un po’ di tempo affinché si annulli. Noi abbiamo fatto un giro, una ispezione con la barca ai giorni nostri, in dicembre, di queste sponde, e la colorazione rossa non l’abbiamo più vista. Passiamo ora all’associazione diossine e furani e ceneri di pirite. E` un’associazione che abbiamo visto, sulla base dello studio bibliografico e delle informazioni che ci ha fornito il dottor Bellucci, essere significato per la formazione di contaminazione in concentrazioni elevate di diossina, e vediamo questa associazione partendo dalle evidenze di colorazione delle acque. Quindi sulla base di associazione ceneri di pirite e diossine e furani - le ceneri di pirite, per chi non le avesse mai viste, sono proprio rosse - con l’associazione delle acque rosse siamo andati lungo le sponde dei canali alla ricerca di questi fanghi rossi ed in particolare la nostra ricerca è stata effettuata sul Canale Industriale Sud, sul Malamocco e sull’Ovest. Questa è l’immagine che comprende, se vogliamo, quasi tutto il Petrolchimico; il nostro giro è partito in particolare dal bacino di evoluzione sud, quindi dalla parte terminale del Canale Industriale Sud, ed ha riguardato tutta la sponda sud del Canale Industriale Sud, anche perché la sponda nord, come abbiamo visto, è completamente conterminata mentre la sponda sud non lo è ancora, si è spinto fino alla fine del Canale Industriale Sud dicevo, poi è risalita nel canale Malamocco-Marghera, quindi da una parte l’SM15 e dall’altra l’isola delle Tresse, e poi si è conclusa nella parte del Canale Industriale Ovest, in questo caso riguardando anche le parti affioranti al di sotto dell’attuale insediamento di Montefibre, che è evidenziato nel disegno. Nella mappa inoltre sono localizzate l’isola delle Tresse, che abbiamo già citato, la zona dei bassi fondali, quindi al di sotto delle Tresse, dell’SM15 e dall’altra parte al di sotto dello sbocco del canale industriale Sud nel Malamocco-Marghera, e l’Area 43 Ettari che abbiamo già citato. Le foto sono state realizzate il 5 dicembre, dalle 11.00 alle 15.00, in condizioni di marea medio-bassa. Questa è la stessa immagine vista in precedenza senza la base topografica e l’abbiamo messa perché nelle foto che vedremo ora viene riportata l’ubicazione della foto di dov’è stata realizzata la foto appunto come memoria e per comodità della presentazione. La prima foto dicevamo - lo vedete in basso - è stata effettuata all’incirca nell’angolo tra il bacino di evoluzione sud e il Canale Industriale Sud e al di sotto di un angolo dell’Area 43 Ettari, adesso non so se è proprio al di sotto o l’Area 43 Ettari è a dieci metri di distanza, comunque in prossimità dell’Area 43 Ettari. Credo sia evidente il fatto che, al di sotto della vegetazione, affiorino sedimenti o comunque strati rossi che costituiscono le attuali sponde del Canale Industriale Sud. Poi si vede una specie di spiaggia, sembrano rifiuti di varia natura, e le acque che, oltre ad essere rosse, sono anche particolarmente torbide. Nella foto successiva, che è stata realizzata sulla verticale nello stesso punto, vediamo che su questa spiaggetta è presente una addensamento significativo di, iniziamo a chiamarle conchiglie di vario tipo, e vediamo come la maggioranza di esse sia costituita dalle vostre vongole da un lato, con presenza di alcuni esemplari di ostriche di dimensioni superiori a decimetrica. Per comodità è stata riportata una matita in figura per dare origine della dimensione, per precisione bisogna dire che la matita era un po’ consumata, non era esattamente nuova. Questa terza foto si riferisce sempre dallo stesso punto ed è un dettaglio dei fanghi rossi che abbiamo visto affiorare sotto la vegetazione che sta proprio lì sopra, si vede la parte terminale. In particolare in questo punto è stato preso il campione denominato ES1, quindi campione di fango rosso ES1, su un affioramento di fango rosso che costituisce la sponda del Canale Industriale Sud, al di sopra di un ammasso significativo di conchiglie con esemplari la maggior parte dei quali o quasi tutti morti. Questa immagine è stata presa al di sotto dell’Area 43 Ettari, ripeto, io non se se l’Area 43 Ettari arrivi proprio fino alla sponda o a quanta distanza, comunque appena dietro c’è l’Area 43 Ettari; in questo caso si vede una piccola scarpata, la fotografia è stata presa dalla barca, risulta anche un po’ mossa, è importante segnalare come al di sopra della solita spiaggetta con detriti ci sia un fango rossiccio al di sopra del quale c’è un fango grigiastro e infine un livello nerastro che, sulla base di quello che abbiamo detto prima dei rifiuti, costituisce i famosi fanghi neri. Stiamo procedendo dalla parte terminale alla parte iniziale del Canale Industriale Sud, in questo caso siamo sullo spigolo dell’Area 43 Ettari ma in particolare siamo sul pontile di quello che è l’insediamento Decal. L’insediamento Decal o banchina Decal è molto importante per la nostra ricerca perché? Perché in questa zona è stato fatto un elevato sequestro di vongole. Allora che cosa abbiamo fatto? Abbiamo chiesto a degli operai che si trovavano in prossimità del bacino: ma dove vanno a prenderle queste vongole? Proprio in questo modo: ma dove si prendono? Allora un operaio è entrato nell’acqua fino alle caviglie, ha messo una mano nel sedimento, l’ha tirata su e quello che aveva in mano è la vongola che qua è completamente sfuocata - me ne scuso - è riportata sulla banchina. Questo per testimoniare il luogo ma anche la facilità con cui è stato recuperato questo esemplare. Quella che vediamo ora è l’immagine del Decal, con una scogliera a protezione delle sponde, ci sono anche dei rifiuti, ed era importante proprio per l’importanza di quest’area per i sequestri di biota. Questa è una foto che si riferisce ad una chiatta dell’AMAV perché subito l’insediamento della Decal c’è un’area dove vengono credo immagazzinati rifiuti solidi urbani. Procedendo sempre dalla fine, dal bacino di evoluzione del Canale Sud verso l’inizio del Canale Industriale Sud, subito dopo la sua curvatura è stata ripresa questa foto con dei fanghi in affioramento, in particolare nel settore nord ovest attualmente occupato dall’insediamento Alcoa. Si noti la forma a lente di questo livello di fanghi rossi, che è inglobato all’interno di un livello che potremmo definire marroncino grigiastro, e questo come questo livello sia molto eterogeneo ad indicare - lo vedremo anche meglio dopo - il fatto che è un livello dragato dal canale stesso, quindi non è un livello originariamente deposto in questo modo ma è un livello che risulta così eterogeneo, con questa forma (lenticolare) e presenza di materiale vario inglobato, proprio perché è stato dragato. Lo vedremo meglio dopo. Questo è un ingrandimento di quel livello che abbiamo visto prima, dove si vede proprio quanto sia eterogeneo. I fanghi rossi hanno la caratteristica di essere proprio estremamente uniformi tra di loro e senza presenza di inclusi di vario tipo, come in questo caso. Vedremo in altre foto, sempre lungo il Canale Industriale Sud, la presenza all’interno di queste parti inglobate di conchiglia, chiara testimonianza del fatto che sia un sedimento dragato. Questa fotografia è stata ripresa nello stesso punto della precedente, è una fotografia fatta sulla verticale, anche in questo caso sulla spiaggia vediamo la presenza di varie conchiglie, in particolare delle vongole, forse anche una cozza. In questo caso il numero di conchiglie non è così elevato come in precedenza perché, come vedete, il sedimento è particolarmente grossolano e ghiaioso, quindi le conchiglie vengono frantumate, infatti si vedono pezzi di conchiglia diffusi. Anche in questo punto abbiamo preso un campione di fanghi rossi denominato ES2. Il criterio, anche per gli altri quattro campioni che vedremo, è sempre stato quello di prendere un campione - naturalmente in presenza di fanghi rossi, perché siamo alla ricerca dell’impronta nelle ceneri di pirite - al di sopra anche di rinvenimenti di conchiglie o di esemplari vivi di vongole. Questa foto invece illustra l’affioramento dei fanghi rossi dov’è stato preso il campione denominato ES3. A questo punto ci stiamo avvicinando all’inizio, all’imbocco del Canale Industriale Sud ed in particolare siamo in vicinanza del confine nord ovest dell’attuale insediamento ENEL. Questa fotografia è stata presa una decina di metri più ad oriente rispetto alla precedente e si vede proprio come, al di sotto della vegetazione, dei rifiuti o di materiale di varia natura, sia presente uno strato di almeno 50 centimetri di fanghi rossi e vediamo anche come ci sia evidente l’impatto sulle acque, che sono rossastre, che viene visualizzato meglio nella foto successiva. Questa foto riguarda un pontone incontrato all’inizio del Canale Industriale Sud; a questo punto siamo in prossimità del ponte che attraversa il Canale Industriale Sud, al suo inizio. Evidenziamo anche in questo caso la presenza di, ormai possiamo dire soliti, fanghi rossi, in questo caso lo spessore è sempre di 30-40 centimetri, sono sormontati da dei fanghi di colore più grigiastro. Poco più ad est vediamo da questa foto come sia ancora presente la colorazione rossiccia delle acque e, sia sul lato sinistro che destro della fotografia, l’affioramento di fanghi rossi, che in questo caso sono in posizione un po’ più alta rispetto alle foto precedenti. Nelle foto precedenti erano proprio in corrispondenza di quello che era l’attuale livello delle acque, qui sono una trentina di centimetri al di sopra di esso. Sulla spiaggia - che abbiamo visto in precedenza - è stata fatta questa foto verticale, che fa vedere ancora una volta la presenza di conchiglie, anche se in questo caso, oltre alle vongole, ci sono altri tipi di conchiglie, forse a testimonianza di un ambiente anche con energia superiore, visto che ci stiamo avvicinando al canale Malamocco-Marghera, un numero significativo di conchiglie a forma conica e di piccole dimensioni. In questa foto viene evidenziato dov’è stato preso il campione denominato ES4, siamo anche qui ancora una volta in presenza di un affioramento di fanghi rossi, non si vede il limite inferiore, lo spessore dei fanghi rossi in questo caso è superiore ai 50 centimetri. Procedendo sempre con la barca verso l’imbocco del Canale Sud, qua siamo nella parte quasi terminale e vediamo ancora una volta l’affioramento di fanghi rossi che colora le acque del canale. Da testimonianze dirette ed anche da quello che abbiamo visto in queste foto, lungo tutte le sponde visibili del Canale Sud sul lato sud sono presenti questi fanghi rossi. In alcuni punti non sono visibili perché ci sono delle banchine, perché ci sono delle scogliere, ma dove sono visibili sono rintracciabili praticamente ovunque. Questa diapositiva è interessante perché siamo una decina di metri più ad est della foto precedente, si vede la comparsa in affioramento di un livello di fanghi che, rispetto a quelli rossi che vedete in alto a destra, è un po’ più marroncino, ed anche qua vediamo una non particolarmente significativa colorazione delle acque. La foto fatta sulla verticale dimostra, al di là della presenza delle nostre vongole, anche di un numero significativo e vario di conchiglie. Questa foto è stata scattata a seguito del passaggio di un’imbarcazione, vedete come le acque, che abbiamo visto in precedenza non essere troppo rosse, appena passa una imbarcazione si colorano immediatamente di rosso ed è molto chiaro data la posizione dei fanghi rossi appena sopra il livello delle acque. Questo è l’affioramento dov’è stata scattata la foto 21, quella dei fanghi che abbiamo detto essere marroncini, e si vede come anche in questo caso i fanghi marroncini siano particolarmente eterogenei e ci sia la presenza di conchiglie in un modo significativo anche nell’area dov’è stato preso il campione ES5, c’è proprio la presenza di conchiglie, vedete quelle parti bianche della fotografia. Questa è una chiatta che abbiamo incontrato lungo il canale Malamocco-Marghera, perché sfortunatamente attualmente sia la sponda ovest, quindi quella del Petrolchimico, che la sponda est, quindi quella dell’isola delle Tresse, sono state protette, non sono visibili i terreni originari, per quello sarà necessario - e lo faremo - vedere delle foto storiche. A questo punto siamo entrati nel Canale Industriale Ovest subito dopo il suo imbocco dal canale Malamocco-Marghera, siamo al di sotto dell’insediamento Edison, vedete anche qua la presenza del nostro livelli di fanghi rossi; sulla foto in verticale, con la matita che ci dà le dimensioni, vedete anche in questo caso una presenza densissima di resti di conchiglie, con vongole ed anche molte altre specie. Mentre la foto precedente era fatta dalla barca, questa è fatta da terra, con l’affioramento di fanghi rossi ed un particolare dove si vede la presenza di un’ostrica di fianco ad una moneta che è stata posizionata per dare un’idea delle dimensioni, a chiara evidenza del fatto che siamo in presenza di un materiale che non arriva certo dai residui di lavorazione della prima zona industriale ma è un materiale che arriva dai sedimenti del canale che è stato dragato, quindi ecco la presenza delle ostriche. Alla base di questo affioramento, vedete anche qua le conchiglie ovunque, abbiamo preso il campione ES6, che è il nostro ultimo campione di fanghi rossi; successivamente, proseguendo sempre nel Canale Industriale Ovest, al suo interno, in questo caso siamo al di sotto della parte più o meno centrale dell’insediamento Montefibre, vediamo sempre i fanghi rossi; i fanghi rossi si vedono, anche se a una porzione è più alta, quindi a circa un metro di quello che era il livello attuale delle acque, li vediamo in questa fotografia che è stata presa verso la parte terminale dell’insediamento Montefibre. A questo punto abbiamo terminato quella che era l’esposizione o quello che è stato l’esame di questi tre canali e abbiamo i nostri sei campioni. Questi sei campioni ricordiamo che sono stati presi sui fanghi rossi e sopra le conchiglie, sopra le vongole, o quanto meno i resti di quelle che erano le conchiglie di vongole vuote. In laboratorio che cosa abbiamo ricercato? Siamo alla ricerca di associazione di metalli e diossine, in particolare arsenico, quindi ricerchiamo i 17 congeneri delle diossine e i metalli pesanti, quindi l’arsenico e l’alluminio perché abbiamo visto che i fanghi rossi possono essere sia lavorazioni della pirite, quindi arsenico, o bauxite, quindi alluminio; inoltre il cadmio, lo zinco ed il rame. Questo è un riassunto di quella che è l’ubicazione dei campioni e questi sono i risultati. Io credo che questa sia la dispositiva centrale di tutta la nostra esposizione o comunque il punto di arrivo di quello che è stato il percorso sino a qui esposto, forse un percorso logico. Vedete in questa tabella i risultati ottenuti dal laboratorio, in particolare il laboratorio Chelab, le analisi sono state effettuate nella metà di dicembre, e vedete nella prima colonna i campioni da 1 a 6 e nelle successive le concentrazioni di alluminio, arsenico, cadmio, rame e zinco in milligrammi/chilo, le diossine espresse con I-TE, tossicità equivalente in nanogrammi/chilo, ed infine la percentuale di 2,3,7,8 tetraclorodibenzodiossina che era espressa in I-TE. Poiché per calcolare la I-TE la tetraclorodibenzodiossina viene moltiplicata per un fattore 1, in questo caso abbiamo direttamente la concentrazione. Ci sono alcune colonne, in questa tabella, che sono evidenziate in colore, in particolare la seconda, dove viene riportato l’alluminio. I valori di alluminio sono 11.300 - ometterò le unità di misura sia per i metalli che per le diossine, che li abbiamo visti in precedenza - nel campione 1, 26.000 nel 2, 39.600 nel 3, 36.590 per il 4, 2.475 per il 5, 43.700 per il 6. E’ evidente come, con concentrazioni tra i 10 e i 43.000, il campione 5 di 2.475 si discosti di cinque volte, quindi in una misura direi sufficientemente significativa. Ancor più significativa però è la variazione dell’arsenico, che nei primi quattro campioni presenta concentrazioni di 21, 13, 67 e 4, 10.425 nel 5, l’ES6 a 16. Quindi, sulla base di questi due metalli, possiamo già identificare due tipologie di campioni: l’1, il 2, il 3, il 4 e il 6 che potremmo associare alla bauxite o comunque, sulla base delle informazioni che ci forniscono le evidenze macroscopiche e la presenza di alluminio, è molto probabile che sia quello. Il campione 5 invece ha l’arsenico che è 10.000 contro gli altri che sono di tre ordini di grandezza più bassi; questo è stato interpretato - sulla base delle informazioni che avevamo ovviamente - come riferito alle ceneri di pirite decuprate. Il primo risultato è che siamo andati alla ricerca dei fanghi rossi per trovare le ceneri di pirite e abbiamo trovato le bauxiti. Questo è praticamente il primo risultato. Dopo questa attesa vediamo la colonna più importante, che ovviamente è quella delle diossine. Come tossicità equivalente abbiamo 95 nel campione 1, 3.230 nel campione 2, 38,63 nel campione 3, 10,35 nel 4, 293,2 nel 5 e 157,4 nel numero 6. I valori 10 e 38 non sono evidenziati in colore perché, secondo alcune fonti bibliografiche ed anche all’interno della laguna, le autorità hanno ritenuto essere più o meno vicini ai fattori di fondo; sicuramente il 10; in una pubblicazione - che vedremo dopo - anche il 38 viene considerato un fattore di fondo di sedimenti europei. Ma in ogni caso diciamo di escludere il 10, quindi il campione 4 che ha diossina ma non molta, tutti gli altri valori, con la precisazione del campione 3, sono particolarmente alti; 3.230 è un valore estremamente alto. Il secondo punto invece qual è, che ci interessa? Che è stata trovata la tetraclorodibenzodiossina, quindi la madre di tutte le diossine diciamo, quella di Seveso, e in concentrazioni che sono alte. Qui è riportata per uniformità la percentuale per vedere se si discostava molto e vedete che, a parte il 4 che abbiamo detto essere poco contaminato, le percentuali degli altri sono diciamo dell’1 per cento, ad eccezione dell’1 che ha solo lo 0,3. L’1,1 per cento per il campione ES2, che ha 32.300 di I-TE, significa che ha 32 di tetraclorodibenzodiossina, è un valore molto alto; oppure 1 per cento dell’ES5 è 2 nanogrammi/chilo, quindi abbiamo percentuali che sembrano basse ma abbiamo valori che, espressi come massa, che in questo caso è eguale alla tossicità equivalente, sono significativi ed alti. Questa diapositiva è stata devo dire la nostra sorpresa più grande, la nostra sorpresa inaspettata più grande: se escludiamo il campione numero 4, che è quello che vediamo sotto, che abbiamo detto essere più o meno pulito e del quale eventualmente, non so, potremo fornire delle precisazioni dopo, ma la cosa più importante è che tutti gli altri campioni, siano essi campioni di ceneri di pirite - e questo ce lo diceva anche la letteratura - ma anche e soprattutto, visto che sono quattro su sei, tenendo conto solo di quelli contaminati, quelli dei fanghi rossi bauxitici, hanno la stessa impronta del Brentella, che guarda caso è la stessa impronta che è diffusa in tutti i canali. Quindi, partendo da una indicazione bibliografica che progressivamente riteniamo si sia completata con l’intervento di Bellucci, siamo arrivati ad identificare una tipologia produttiva che faceva diossine ma anche quell’impronta che è diffusa in tutti i canali. Andiamo a cercarla, la troviamo, e siamo ben felici, però troviamo in abbondanza direi, lungo la maggior parte delle sponde, la stessa impronta in concentrazioni di un ordine di grandezza più alte, perché passiamo da centinaia a migliaia, l’impronta nei fanghi rossi bauxitici. A questo punto il nostro interesse si amplia, perché oltre alle ceneri di pirite, per le quali abbiamo diciamo identificato in letteratura il processo... Scusate, una precisazione: quando parliamo di ceneri di pirite associate a questa impronta parliamo sempre di ceneri di pirite decuprate, ossia alle quali è stato tolto il rame. Dicevamo che la nostra attenzione dev’essere ampliata, perché oltre alle ceneri di pirite decuprate, per le quali la letteratura ci indica diossine con impronta, abbiamo anche la bauxite. Vediamo allora che informazioni sono disponibili in letteratura su questi fanghi rossi bauxitici a partire da quando venivano fatti, in che quantità, da chi, dove. "Nel decennio ‘30-’40 - leggo da una pubblicazione del Consorzio Venezia Nuova del ‘96 che si riferisce alle indagini sulle risulte industriali di Porto Marghera e che abbiamo già citato in precedenza - a seguito dell’incremento della produzione di alluminio, si ebbe un forte eccesso di fanghi rossi, inutilizzabili come sottoprodotto. Lo smaltimento di tali fanghi seguì per un lungo tempo vie del tempo empiriche, con prevalente distribuzione su aree barenali e marginali più o meno prossime alla zona industriale. In periodi successivi le aree di smaltimento dei fanghi rossi sono venute a trovarsi proprio dentro i perimetri di quei nuovi territori barenari colmati che sono stati in parte occupati dai nuovi insediamenti industriali degli anni ‘60 e ‘70". Evidentemente questa informazione era nota e noi eravamo forse quelli che ne sapevano di meno. Negli anni ‘60-’70 in seconda zona industriale, che in parte avrebbero dovuto costituire la seconda zona industriale. Quindi è un’ulteriore riprova di quello che abbiamo detto in precedenza dell’utilizzo di questi fanghi per imbonimento delle aree barenali. Facendo riferimento sempre al Consorzio Venezia Nuova, indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera, pagina 114, viene riportata la scheda numero 59. In questa pubblicazione vengono fatte delle schede per ogni tipologia produttiva identificando, oltre a quale era la produzione, anche quali erano appunto le risulte principali e i quantitativi. In questa scheda numero 59 si dice: "I fanghi rossi vengono prodotti nella proporzione di circa l’80 per cento", quindi se noi partiamo da 100 chili di bauxite, 80 diventa fango rosso, quindi una percentuale estremamente significativa, "hanno un contenuto di acqua di circa il 35 per cento. Nei periodi di massima attività la SAVA - questa scheda si riferisce a questo tipo di azienda - produceva intorno a 800 tonnellate/giorno di fanghi". Di fianco a "800" c’è un punto di domanda perché gli stessi autori si meravigliavano di questo dato e ponevano un loro dubbio sulla correttezza del dato. L’asterisco invece si riferisce al periodo, perché nella parte introduttiva dello studio si dice che questo studio è focalizzato al periodo successivo all’ultimo dopoguerra, quindi quel quantitativo si riferisce alla produzione dell’ultimo dopo guerra. Continuando da questa pubblicazione del Consorzio Venezia Nuova si legge che: "Il destino delle risulte è stato assai vario. Inizialmente negli anni ‘30-’40 è stato smaltito, in parte è spappolato con le acque e in parte depositato su aree barenali limitrofe e distanti", e qui parla proprio della zona sud di Fusina. "Di queste aree mancano rilevamenti. Successivamente è stato smaltito in mare ma anche durante i tragitti - che non capisco bene che cosa significhi - con maone e bettoline a fondo apribile. Attualmente il problema è ridimensionato in conseguenza della crisi del settore dell’alluminio". In questa diapositiva, tratta dal CD del Consorzio Venezia Nuova del ‘96, "Con l’acqua e contro l’acqua", viene riportata l’ubicazione di dove questi fanghi rossi venissero scaricati in mare, quindi vediamo che ci sono dei colori, ci sono innanzitutto altre tipologie di fanghi, fanghi vari (1970/1977), abbiamo i nostri fanghi rossi, poi i fanghi bianchi ed altre indicazioni e nella legenda della diapositiva si legge che per qualche decennio è stato autorizzato lo scarico a mare di reflui industriali quali fanghi rossi della produzione di alluminio e quelli bianchi dell’acido fosforico prodotti a Marghera. "Agli inizi degli anni ‘70 gli scarichi avevano raggiunto punte di qualche migliaio di tonnellate al giorno". Quindi, in pratica, da quello che abbiamo capito e da quello che abbiamo letto nella bibliografia, sembrerebbe che all’inizio questi fanghi siano stati utilizzati per imbonire le aree e successivamente, visto che le aree da imbonire non sono infinite o comunque per altri motivi a partire dagli inizi degli anni ‘70 siano stati autorizzati per uno scarico in mare aperto. Abbiamo detto delle ceneri di pirite e della diossina. Dell’alluminio sappiamo molto di meno. Sappiamo molto di meno nel senso che abbiamo visto in precedenza come la letteratura associ la possibile presenza di diossine per la rifusione dell’alluminio, comunque per l’alluminio secondario, però in letteratura circa la produzione di diossine a partire dalla bauxite per arrivare all’allumina francamente non abbiamo trovato niente. Riportiamo le informazioni che abbiamo. La SAVA nel periodo in cui parliamo, nel ‘32, utilizzava il processo Bayer per fare questa operazione, e che secondo fonti bibliografiche non produce diossine. Sempre su basi bibliografiche, dell’EPA 2000, la formazione di diossine sarebbe invece associata ai processi di diffusione di cui abbiamo già detto. Nel ‘32 a Marghera era presente anche un’altra società che partiva dalla bauxite per estrarre l’alluminio per poi utilizzarla per l’alluminio, era la Società Italiana Allumina; in questo caso l’estrazione veniva effettuata con un altro procedimento, che si chiama Haglund, e riportando quanto viene scritto da Volpi di Misurata nel 1932 sul suo libro relativo alle attività di Porto Marghera si dice che nelle linee generali, col procedimento Haglund, la bauxite viene trattata a forno elettrico in presenza di coke e di pirite, la quale facilita le operazioni di fusione e separazione dell’alluminio dalle impurità e dalla ghisa che si forma per la riduzione degli ossidi, etc.. Quindi, ripeto, in letteratura non c’è niente, questa nota sembrerebbe indicare la presenza del catalizzatore metallico e la presenza del cloro come ingredienti del processo nel coke, forse anche nel forno elettrico della temperatura adeguata, però non abbiamo proprio nient’altro. A proposito delle sponde del Canale Sud, vediamo quanto detto anche dal dottor Bonardi, perché in questa ricerca abbiamo avuto problemi successivi, nel senso si risolveva o si pensava di avere delle indicazioni sul problema e subito dopo se ne poneva uno successivo. Il nostro problema successivo è questo: abbiamo visto dal campionamento come le sponde, ora non conterminate, dei canali industriali Sud ed Ovest in particolare abbiano la diossina con l’impronta che è stata ritrovata in tutti i canali. Dobbiamo spiegare come questa roba finisca nei sedimenti, perché stiamo parlando delle sponde. Sentiamo cosa ci dice il dottor Bonardi, è la parte del verbale della sua deposizione trascritta fedelmente, a meno di errori miei naturalmente: "Recentemente ho fatto, ho cercato di prelevare delle carote lungo il canale, il Canale Industriale Sud, e mi è stato impossibile ottenere dei sedimenti sulle sponde del canale. Perché questo? Perché sulle sponde era rimasto il lastrone del caranto, ma il lastrone del caranto era completamente pulito. I sedimenti erosi, i sedimenti che venivano dalle barene, erosi e rimessi in sospensione, erano stati risucchiati al centro del canale al passaggio delle navi, e quindi che cosa comporta questo? Comporta che i sedimenti dei materiali di riporto che sono inquinati sono rimessi in sospensione e quindi messi in circolazione nella zona, soprattutto nella zona dell’area industriale, ma anche all’interno della Laguna di Venezia". Va poi ricordato che la maggior contaminazione è dovuta al fatto che il Canale Sud è stato scavato dopo la messa in posto dei rifiuti. Questa parte, quest’ultima frase non è del dottor Bonardi, è nostra, e vedremo proprio ora come non solo siano presenti i fanghi rossi sul Canale Sud ma il Canale Sud è stato scavato dopo che i fanghi rossi erano stati deposti. Naturalmente io continuo ad oltranza finché ho indicazioni contrarie da parte del Tribunale. Sappiate che non stiamo concludendo, ecco. Diciamo che ci vorrà ancora un’oretta, per fare una stima.

 

Presidente: facciamo una breve pausa.

 

Avvocato Schiesaro: approfitterei della pausa per depositare la copia di una consulenza tecnica del dottor Nardella, una memoria, e della consulenza tecnica del dottor Bonardi.

 

Presidente: accomodatevi, riprendiamo.

 

Colombo: stiamo parlando del Canale Industriale Sud e abbiamo concluso dicendo che va poi ricordato che la maggior contaminazione del Canale Industriale Sud è dovuta al fatto, a nostro avviso, che il Canale Industriale Sud è stato scavato dopo contro sono stati messi in posto i rifiuti. In questa foto aerea - nella foto è erroneamente indicato l’anno 1956, invece è il 1958 - viene identificata l’area sulla quale poi - in parte si vedono già dei primi lavori - sarà costruito il Petrolchimico, che è questa, che è la situazione nella quale si trova. Vediamo che ci sono ancora delle zone che sembrano quasi completamente barenose, almeno per quanto si possa vedere, delle zone invece che sono già state parzialmente imbonite e qua sotto mi ricordo che questa linea che scorre all’incirca a metà della diapositiva da nord ovest a sud est evidenzia nella parte bassa una zona che è stata completamente bonificata perché era una zona che prima era barenosa, come abbiamo visto dalle immagini all’inizio dell’esposizione di questa parte. Qui invece vediamo quella che era la parte delle isole delle Tresse a quel tempo e questo piccolo canale che poi è stato modificato ed è diventato il canale Malamocco-Marghera. Comunque, per quanto riguarda il Canale Industriale Sud - questa diapositiva si sovrappone a quella precedente - vediamo in questa foto aerea del 1961 la traccia di questo canale, che al momento è ancora un’indicazione sul campo, sul terreno dell’area che poi farà posto al canale industriale. In particolare nel settore occidentale vediamo o intravediamo il bacino di evoluzione del canale, questa è la sponda sud che abbiamo percorso con la barca e nella quale sono stati presi i campioni rossi, questa sarà l’altra sponda, che attualmente nel 1961 era occupata da questo piccolo canale, e poi c’è l’altra sponda, che è questa, e che vedete che è completamente occupata già da materiale, eccola qua. Si vede meglio nella diapositiva successiva, che in bianco fa vedere quello che è l’attuale perimetro del Canale Industriale Sud ed anche l’attuale perimetro dell’area del Petrolchimico. In questa foto del 1966 vediamo come si sviluppa il Canale Industriale Sud, vediamo, facendo scorrere rapidamente, come sia corretta l’attribuzione dei margini di quello che sarà il Canale Industriale Sud nella foto del 1961, dove il Canale Industriale Sud non c’era ancora, e nella successiva vediamo le parti, la colorazione rossa forse non è casuale, non stiamo dicendo che sono tutti fanghi rossi, ma queste sono le aree che erano occupate da chiamiamolo "terreno", terreno più rifiuto o solo rifiuto o quant’altro, che poi hanno dovuto essere rimosse. In particolare tutta l’area del Canale Industriale Sud, ovviamente; una porzione, che è questa, di terreno che ha dovuto essere rimossa perché si trova dove attualmente è collocato il canale Malamocco-Marghera, una isoletta nella parte del Malamocco-Marghera immediatamente a destra dell’area attualmente occupata dall’insediamento Edison, che ha dovuto anch’essa essere rimossa, e infine la parte iniziale, diciamo al di sotto di buona parte di quello che attualmente è l’insediamento di Montefibre, una parte dicevo di terreno che ha dovuto essere rimossa dal canale Malamocco-Marghera per riportarlo nella sua attuale configurazione. Per cui in questo colore rosso vediamo tutte le porzioni di territorio che hanno dovuto far posto ai canali industriali così come si trovano nella conformazione attuale e così come li vediamo per esempio in questa diapositiva del 1966. Questo meccanismo di andare a scavare i canali in zone che abbiamo visto essere state costruite con del materiale diciamo in generale alloctono ed in particolare per un metro, un metro e mezzo viene riportato in una fonte bibliografica o per due, due metri e mezzo in un’altra, con dei rifiuti, è ovvio, voi immaginate scavare questa cosa e portarla ad una condizione di terraferma a mo’ di canale, è chiaro come vi sia stato un significativo di trasferimento di contaminazione da quello che una volta era terreno a quello che al di sotto di esso si trova ad essere canale. Quindi a nostro avviso questo meccanismo di scavo dei canali in zone dove una volta c’erano i rifiuti è preponderante per definire la contaminazione dei sedimenti. Oltre a questo meccanismo c’è quello che abbiamo visto in precedenza e che illustreremo meglio in futuro e che riguarda l’erosione di questi materiali che affiorano lungo le sponde, erosione che avviene sia per fenomeni naturali, per la marea, sia per fenomeni dovuti al passaggio delle navi. Perché abbiamo dedicato così tanta attenzione al Canale Industriale Sud e perché abbiamo voluto - e l’abbiamo anche esplicitato - prendere campioni di fanghi rossi lungo il Canale Industriale Sud al di sopra delle aree dove c’era una maggiore evidenza di presenza di conchiglie, dove sono stati anche presi degli esemplari vivi? Lo vediamo da questa tabella. Questa tabella illustra i sequestri di biota nei canali industriali. Nella prima colonna vediamo gli anni, ‘94-’95-’96, fino al 2000, e nell’ultima abbiamo i totali. Nelle altre colonne abbiamo la suddivisione in chili di mitili sequestrati nel Canale sud, compresa l’area Decal, che abbiamo visto essere all’interno del Canale Sud, nel canale Malamocco, nel canale Brentelle, nel Canale Nord. Abbiamo escluso dalla diapositiva i sequestri effettuati nell’area Campalto, Tessera e San Secondo, che sono in una porzione del territorio che non mi sembra riguardi questo processo. Tutti i dati che sono riportati sono tratti dalle tabelle che sono state depositate a seguito della relazione dell’ispettore Spoladori, e sono le uniche informazioni delle quali disponiamo. Il totale dei sequestri di mitili nel Canale Sud è stato dal 1994 al 2000 di diciamo all’incirca 2.500 chili e costituisce il 91 per cento dei sequestri totali che sono stati fatti nei canali industriali che si riferiscono alla prima o alla seconda zona industriale. Nel canale Malamocco-Marghera, che abbiamo al momento non evidenziato in particolare perché abbiamo detto che le sponde attualmente sono protette e dobbiamo risalire a immagine storiche, il sequestro è stato di 230 chili, pari all’8 per cento. I sequestri nel Brentelle e nel Nord, rispetto a quanto detto, sono quasi trascurabili, sono dell’ordine di poco più dell’1 per cento, con un totale di 21 chili contro i 2.700 che derivano dalla somma di quanto fatto nel Canale Sud e nel Malamocco. Vediamo di tracciare una conclusione per il Canale Sud. Partendo dalle ceneri di pirite, a sorpresa dobbiamo dire, abbiamo trovato che i fanghi rossi bauxitici non solo hanno la stessa impronta del Brentella, quindi la stessa impronta - come ha fatto vedere il dottor Bellucci e come ha esposto in precedenza diffusamente il dottor Frignani - ma che sono anche le impronte prevalenti in affioramento. I fanghi rossi hanno sicuramente contaminato di diossine e metalli i canali Sud e Ovest. Abbiamo visto le concentrazioni di questi fanghi rossi e abbiamo visto i due meccanismi di trasferimento della contaminazione ai sedimenti, l’erosione delle sponde e il fatto che siano stati scavati all’interno dei rifiuti stessi. Il Canale Industriale Sud nella sua interezza, l’Ovest nel tratto che abbiamo visto nella figura precedente ed in particolare ricordo il tratto che si trova al di sotto degli attuali insediamenti Edison e di una parte, metà all’incirca, dell’insediamento attualmente Montefibre. E’ ragionevole ipotizzare che anche altrove, associate ai fanghi rossi, siano presenti diossine e furani con l’impronta tipo Brentella ed elevate concentrazioni di diossine. Questo perché? Perché su sei campioni fatti il valore più basso trovato è stato di 10 nanogrammi/chilo, un altro era di 30, tutti gli altri erano di centinaia o di migliaia, quindi concentrazioni molto alte. La percentuale quindi di successo, chiamiamola così, di ritrovamento delle diossine nei fanghi rossi è il 100 per cento, una percentuale significativa in concentrazioni molto alte. Inoltre ricordiamo che nei fanghi rossi è stata ritrovata la 2,3,7,8 TCDD. Nel Canale Industriale Sud, come abbiamo detto all’inizio, nei canali maggiormente contaminati il Petrolchimico non ha mai avuto scarichi diretti e neanche nel Canale Industriale Sud, e in tutte le analisi effettuate sugli scarichi idrici di Enichem, su quelli monitorati, la tetraclorodibenzodiossina non è stata trovata, quindi questo è un segnale importante, la presenza di 2,3,7,8 TCDD nei fanghi rossi per spiegare come mai in qualche posto, nei sedimenti o nel biota, possa essere ritrovata. Inoltre sotto tutti i campioni di fanghi rossi contaminati da diossine e furani sono stati ritrovate appunto conchiglie e vongole e in alcuni casi abbiamo fatto prendere in realtà degli esemplari vivi e il 91 per cento dei sequestri avviene nel Canale Industriale Sud, per cui si ritiene di poter dire che la contaminazione del biota del Canale Industriale Sud sia in elevata misura direttamente connessa con la presenza di questi fanghi rossi insomma. Partiamo ora da questo quadro generale tracciato sul Canale Industriale Sud ed anche sul Canale Ovest per approfondire determinate aree per le quali sono presenti delle informazioni in letteratura e per le quali viene descritta la presenza di fanghi rossi. Partiamo dall’Area 43 Ettari, parleremo successivamente dell’isola delle Tresse e quindi della loro influenza sull’area dei bassi fondali che viene attribuita come contaminazione al fiume uscente dall’SM15. Infine parleremo dell’isola Sacca Fisola. Questa è la illustrazione molto schematizzata dell’Area 43 Ettari, che abbiamo già visto in precedenza essere localizzata in prossimità del bacino Di evoluzione del Canale Industriale Sud e a sud dello stesso. Storia dell’area; ora seguiranno alcune diapositive per le quali il riferimento bibliografico ha uno sfondo azzurro, che è diverso da quello che abbiamo visto sinora che era giallo. La presenza di questo sfondo azzurro significa che questi documenti non sono ancora stati acquisiti ma abbiamo potuto al momento esclusivamente consultarli presso il Comune di Venezia e l’acquisizione è in fase di attuazione, per cui questi documenti non li abbiamo ancora nelle nostre mani. Li abbiamo visti e abbiamo scritto quello che abbiamo letto, ci sembrava corretto evidenziarlo in un modo differente. La storia dell’Area 43 Ettari la possiamo dedurre da questo lavoro del Consorzio Cambrian Calladere del 1996, è uno studio di un consorzio gallese o comunque straniero che è stato commissionato mi sembra dal Comune di Venezia e che riguarda la relazione sull’indagine di un sito inquinato dell’area dei 43 Ettari a Porto Marghera. Alla pagina 3 di questo rapporto si scrive che l’area è stata colmata in due fasi, durante il periodo ‘20-’30 e negli anni ‘60. L’area è stata usata come una discarica incontrollata per materiale proveniente da altre zone di Porto Marghera. I ricordi dei funzionari del Comune indicano che l’area più a sud venne colmata prevalentemente con ceneri in forma di fanghiglia. L’area più a sud si intende all’interno della 43 Ettari la porzione a sud, che viene distinta dalla nord. "I materiali depositati negli altri due bacini si dice siano formati di ceneri di centrale elettrica, che vengono successivamente definite come i fanghi neri, ceneri di pirite - questi li conosciamo - rifiuti industriali di altri stabilimenti di Porto Marghera e rifiuti provenienti da altre zone. Le quantità e le proporzioni di questi materiali di rifiuto non sono conosciute ma sembra che siano stati scaricati per lo più in forma di fanghiglia". In questa diapositiva illustriamo con differente dettaglio quale è la tipologia dei rifiuti scaricati nell’Area 43 Ettari così come emerge dal lavoro di Calcinati, Carrara, Sbrana e dell’Istituto Ambiente Italia del 1999 che ha per titolo "Area 43 Ettari, località Malcontenta - Analisi di Rischio - Seconda Fase. Rapporto definitivo". Alla pagina 6 del capitolo 4 le tipologie dei rifiuti scaricati vengono definite come fanghi rossi bauxitici o argille rosse. Dal punto di vista chimico-qualitativo detti rifiuti sono caratterizzati da un elevato pH e dalla presenza di notevoli quantitativi di metalli pesanti (alluminio ma anche zinco, arsenico, cromo e piombo); di questi per inciso abbiamo avuto una prova anche nel campionamento che abbiamo effettuato noi sulle sponde del Canale Industriale Sud. Continuando con la citazione, "esse appaiono come residui di lavorazione dell’alluminio, che nella zona di Porto Marghera ha trovato un notevole e duraturo sviluppo in anni passati". La seconda tipologia di rifiuti che viene definita è nerofumo e ceneri di combustione: "Si tratta di materiali dall’aspetto limoso ed argilloso di colore dal grigio scuro al nero, di odore acre e dall’aspetto oleoso in superficie", è proprio la caratteristica di come si presenta il nerofumo. "Dal punto di vista qualitativo questo materiale è caratterizzato dall’elevato contenuto di IPA e dall’assenza di sostanze organiche volatili quali idrocarburi aromatici (benzene) ed alifatici clorurati (dicloroetano, etc.). La tipologia di terreno presente - continua sempre questa citazione - nella parte nord dell’area, quindi quella prospiciente al Canale Industriale Sud, è il risultato dell’accumulo del materiale di scavo nel Canale Industriale Sud". Noi abbiamo visto questa presenza di sedimenti non deposti così in origine ma derivanti dal dragaggio nel Canale Sud, l’abbiamo vista per l’associazione - vi ricordate - a conchiglie e materiale inglobato. La nostra esposizione quindi si arricchisce di un elemento ulteriore, ossia gli IPA. Finora abbiamo visto le diossine e i metalli pesanti, adesso queste ceneri nere o i residui di combustione ci portano anche gli IPA. Caratteristiche qualitative dei fanghi rossi. Sempre nella pubblicazione relativa all’analisi di rischio che abbiamo citato in precedenza, al capitolo successivo si riporta la seguente tabella con i principali parametri statistici relativi agli inquinanti, i metalli, contenuti negli strati dei fanghi rossi dell’area nord. Devo dire che la tabella qui riportata non è riportata in modo integrale ma limitatamente ai metalli e in particolare con i valori medio, minimo e massimo, e con il numero di esemplari di campioni che è stato utilizzato per costituire questa media. La tabella riporta appunto nella prima colonna il valore medio ritrovato, il minimo ritrovato, il massimo ed il numero di esemplari. I contaminanti riportati sono l’alluminio, il cadmio, il cromo, il piombo, il rame, lo zinco e da ultimo l’arsenico. Non mi soffermerò sul valore numerico di questi contaminanti perché ricalca il valore numerico che abbiamo già visto dall’analisi dei nostri campioni. E` importante rilevare che anche qui l’alluminio è stato ritrovato in oltre 10.000 milligrammi/chilo, abbiamo una concentrazione di cadmio di 30-50 milligrammi/chilo, cromo da 20 a centinaia, il piombo in concentrazioni fino a 600, il rame fino a 180, lo zinco - come capita direi quasi sempre in questi campioni - di migliaia di milligrammi/chilo, e l’arsenico in presenza modesta con un valore medio di 15 milligrammi/chilo. Il lavoro poi presenta la seguente notazione: "Una pecca evidente del campionamento dell’area nord è che in soli due campioni di fanghi rossi - come si vede anche dalla tabella - è stata misurata la concentrazione di alluminio, che è il primo indicatore della presenza dei residui della lavorazione della bauxite". Per cui anche gli stessi autori avvalorano la nostra ipotesi alluminio=bauxite che abbiamo fatto in precedenza. Questo lavoro ha per titolo "Analisi di rischio". Una parte - se non la parte fondamentale di questa analisi di rischio - è stata effettuata per vedere in quale modo la contaminazione presente nell’Area 43 Ettari, sia per quanto riguarda il terreno, quindi praticamente i rifiuti, sia per quanto riguarda la falda in esso contenuta, come possa quindi la contaminazione di queste due matrici ambientali impattare sulla qualità dei sedimenti del Canale Industriale Sud. Capite l’importanza dei risultati di questa analisi di rischio per il nostro ipotizzato secondo meccanismo di diffusione della contaminazione tramite erosione e invece l’importanza - vedremo se lo è - della falda come trasporto di contaminanti verso i canali industriali. Vediamo innanzitutto la valutazione dello scambio tra la falda e la laguna, è il titolo del paragrafo 5.6.2, siamo a pagina 78 del capitolo 5. "La nostra attenzione - viene citato in questa pubblicazione - relativamente all’interscambio tra la falda e la laguna si è concentrata sul primo acquifero (quello sottostante al primo strato di caranto). Come si nota dalla figura precedente (5.49) gli apporti di inquinanti da parte della prima falda al Canale Industriale Sud sono del tutto irrisori"; quindi che cosa vuol dire? Vuol dire che in questa analisi di rischio - credo di essere ridondante ma per sicurezza lo spiego - si è visto che a fronte di una contaminazione dei sedimenti attuale nel Canale Industriale Sud, quello che gli arriva dalla falda - quindi il contributo percentuale della falda alla contaminazione - è del tutto irrisorio. Vedremo, altri consulenti diranno, altri nostri consulenti, il professor Francani evidenzierà come: a) la falda dell’Area 43 Ettari ha le stesse caratteristiche idrodinamiche della falda del petrolchimico; b) - questo lo dice Colombo - non si capisce come una falda da una parte abbia un contributo irrisorio e dall’altra possa avere un contributo differente. Al capitolo 5.6.3 di questa valutazione del rischio si parla invece dello scambio tra suolo e laguna, erosione superficiale. In questa parte si dice quanto segue: "La valutazione del carico inquinante veicolato nelle acque della laguna dal trasporto di terreno contaminato conseguente all’erosione idrica superficiale è stata effettuata valutando, in primo luogo, la perdita di terreno per erosione. Dati gli elementi di incertezza sinteticamente richiamati e considerata l’importanza dell’erosione superficiale nella valutazione del rischio ambientale - anche perché la falda è irrisoria, ci rimane solo l’erosione - l’analisi del fenomeno è stata condotta sulla base di tre scenari: lo scenario minimo, lo scenario medio e lo scenario massimo", come da pratica direi comune. Al capitolo 5.6.4 si continua dicendo: "La finalità della presente analisi è quella di pervenire ad una stima delle concentrazioni di sostanze contaminanti nei sedimenti del Canale Industriale Sud, derivanti da rilascio di inquinanti da parte dell’Area 43 Ettari, (apporti di falda ed erosione), i due meccanismi che abbiamo descritto ora. I risultati dello scenario medio mostrano che il contributo dovuto all’Area 43 Ettari rappresentano poco meno del 50 per cento delle concentrazioni "misurate" nel Canale Industriale Sud". Questo valore - faccio una piccola parentesi - è altissimo, cioè il 50 per cento è tantissimo, quindi gli autori ora si pongono il problema di valutare gli scenari che hanno usato e continuano dicendo: "E` assai probabile che questo valore così elevato "sovrastimi" in qualche misura il reale contributo proveniente dall’area oggetto d’indagine. Lo scenario massimo produce risultati assolutamente irragionevoli e che non trovano conferma nelle analisi effettuate sui sedimenti nel Canale Industriale Sud". Mi permetto di fare un commento: c’erano due possibili meccanismi di veicolazione dei contaminati verso il Canale Industriale Sud: la falda, ma abbiamo visto che è del tutto irrisorio; e poi c’è l’erosione. Per effettuare questa analisi di rischio gli autori hanno ipotizzato tre scenari. Il secondo scenario, quello medio, che normalmente viene assunto come quello più ragionevole o più probabile, ha portato come risultato che poco meno, all’incirca il 50 per cento delle concentrazioni misurate nel Canale Industriale Sud arrivano direttamente dalla 43 Ettari. Voi capite che in questo 50 per cento non è assolutamente compreso il fatto che il Canale Industriale Sud sia stato scavato nei rifiuti, primo punto. Il secondo punto è che lo scenario massimo che è stato utilizzato ha prodotto dei numeri che sono addirittura più alti di quelli che si ritrovano nei sedimenti. Ora, naturalmente nessuno, né gli autori né tanto meno noi, sappiamo quale sia il contributo dell’erosione superficiale derivante dall’Area 43 Ettari che contamina il Canale Industriale Sud. Il fatto però che lo scenario medio, quindi uno scenario ragionevole, indichi che la metà della contaminazione del Sud è riferita al resto, è un dato molto significativo e sappiamo, abbiamo visto che tutto quello che manca è dovuto al fatto che è stato scavato all’interno dei rifiuti stessi. Successivamente vengono riportate, alla fine della relazione, in allegato, delle foto che gli autori hanno fatto alle sponde; queste foto non ve le mostro e neanche ve le commento perché sono praticamente dei replicati di quello che abbiamo visto anche noi, del resto chiunque prenda una barca e vada lì li può vedere anche oggi. Vogliamo solo sottolineare che in una figura, la foto numero 10, gli autori dicono che nella figura 10 è riportata una imbarcazione e gli autori aggiungono che sembrerebbe testimoniare un’attività di pesca abusiva nell’area. Conclusioni per l’Area 43 Ettari; quindi abbiamo visto come il contributo della contaminazione del Canale Sud, a causa dell’erosione dei fanghi rossi e neri, qui noi abbiamo aggiunto gli IPA, è molto rilevante. Questa situazione di erosione è comune a tutto il Canale Industriale Sud ovviamente perché parliamo di sedimenti esposti addirittura all’azione delle onde, compreso lo sbocco nel canale Malamocco-Marghera. Lo sbocco nel canale Malamocco-Marghera si trova proprio a sud dell’SM15, e di conseguenza si trova di fronte, dall’altra parte della sponda del canale Malamocco-Marghera, dei bassi fondali, che secondo le ipotesi dell’Accusa e su particolare indicazione del dottor Ferrari vengono assunti come contaminati dell’SM15. Inoltre, al di sotto dell’SM15, c’è anche l’isola delle Tresse, che è proprio sopra i bassi fondali. Questo ci porterà nella direzione di analizzare meglio l’isola delle Tresse, visto che dobbiamo occuparci della contaminazione dei bassi fondali, che viene attribuita direttamente all’SM15 ed anche al periodo Enichem. Questa situazione è comune anche per il Canale Industriale Ovest, questa situazione di erosione, perché abbiamo visto in affioramento proprio i fanghi rossi e li abbiamo visti in affioramento in condizioni di bassa marea. In condizioni di marea media o alta i fanghi rossi si trovano in parte sommersi dalle acque. Per quanto riguarda il Canale Ovest, le sponde ovest del Malamocco, quindi le sponde del Petrolchimico, non è visibile quello che accade perché c’è una scogliera, e abbiamo visto come la contaminazione proveniente dalla falda o il contributo alla contaminazione del Canale Industriale Sud, che può essere ascritto al trasporto di contaminante di solidi in falda, sia irrisorio. In questa diapositiva vediamo la mappa, come in colore rosso identifichiamo la presenza dei fanghi rossi appunto, è una mappa che completeremo nel corso dell’esposizione e che a questo momento riguarda il Canale Industriale Sud, l’Area 43 Ettari, la parte di Ovest che abbiamo ispezionato e adesso passiamo all’isola delle Tresse. I bassi fondali sono in colore rosso, in realtà è un errore grafico, non significa la presenza di fanghi rossi o quanto meno non ci sono evidenze. Vediamo l’isola delle Tresse. Questa diapositiva è tratta sempre dal CD del Consorzio Venezia Nuova che abbiamo citato all’inizio, siamo all’interno del paragrafo che viene dedicato alla sicurezza delle discariche lagunari, in particolare è il titolo di questa immagine, isola delle Tresse, e sotto ci sono gli Enti o le autorità che hanno prodotto questo tipo di documentazione, che abbiamo detto essere il Ministero dei Lavori Pubblici, il Magistrato alle Acque di Venezia, il Consorzio Venezia Nuova, ovviamente, che ha fatto il lavoro, la Regione Veneto, la Provincia di Venezia e il Comune. Sempre dallo stesso CD in questa immagine si vede quale era nel 1901 l’area sulla quale è sorta l’isola delle Tresse. In particolare si vede un cerchio rosso che delimita com’era conformata la zona originariamente, posso descrivere la presenza sul lato occidentale di tutta la zona barenosa che abbiamo visto anche nelle immagini precedenti, quindi la presenza di un canale abbastanza stretto posizionato in posizione nord sud, che successivamente è stato poi allargato per farlo diventare il canale Malamocco-Marghera, ed anche questo l’abbiamo abbastanza visto, c’è quindi una zona stretta e lunga che è stata probabilmente eliminata quand’è stato scavato il canale Malamocco-Marghera e successivamente sono presenti due isolotti di forma triangolare, più o meno triangolare, staccati tra di loro. Il commento della diapositiva, il commento originale, riporta che si tratta di una grande isola artificiale - sto parlando delle Tresse attualmente - tra il Canale delle Tresse e il Canale dei Petroli, accresciuta nei decenni con lo scarico di un milione di metri cubi di materiali vari: rifiuti urbani, detriti edilizi, macerie ed anche residui industriali. Analogamente a quanto abbiamo fatto per l’Area 43 Ettari, vediamo qual è la storia dell’area, che rifiuti ci sono e vedremo anche le immagini attuali e storiche dell’isola. In particolare nella pubblicazione del Consorzio Venezia Nuova del 1993 che ha per titolo "Recupero delle Isole Lagunari. Isola delle Tresse. Progetto esecutivo. Relazione Tecnica", nelle premesse si dice che: "Con lo sviluppo dei processi industriali la zona oggi occupata dall’isola delle Tresse è stata adibita a discarica dei residui della produzione industriale. Vi sono stati prevalentemente scaricati i fanghi rossi provenienti dalla lavorazione dell’alluminio (oggi ancora ben visibili sia dalla stratigrafia che dai rilasci lungo i bordi dell’isola), gessi e sedimenti provenienti dall’escavo dei canali. Nel periodo 1965-1970 l’isola è stata anche adibita a deposito dei rifiuti solidi urbani della città di Venezia". Per inciso, stiamo sempre parlando di anni di evidente carenza normativa per cui l’industria ma anche la municipalità aveva da risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti e le soluzioni erano più o meno simili. Continua la citazione: "Vi sono stati scaricati circa 150.000 metri cubi, credo di questi rifiuti solidi urbani. Complessivamente, se si confronta la cartografia del 1930 con quella attuale, si può stimare che in questo periodo sull’isola delle Tresse è stato depositato un volume di materiali di un milione di metri cubi", ed è una conferma di un dato che abbiamo già visto. Questa immagine è tratta dal sito Internet che si chiama Sal.Ve, sta per Salvaguardia Venezia, è un sito Internet che è del Ministero dei Lavori Pubblici, del Magistrato alle Acque di Venezia e del Consorzio Venezia Nuova, e non è riportato solo nella nostra legenda di riferimento ma lo vedete scritto in piccolo anche nella parte a sinistra centrale dell’immagine illustrata. L’immagine si riferisce ad una delle attività per la salvaguardia, in particolare a quella denominata "riduzione dell’inquinamento e messa in sicurezza delle discariche" e si riferisce alla discarica delle Tresse. Viene descritto quelli che sono stati gli studi e i progetti ma ci interessa in questo momento la parte centrale dell’immagine, dove viene riportata una foto con una parte di isola ed una evidente colorazione rossastra di acque e la legenda riferisce: "L’isola delle Tresse prima degli interventi. E` chiaramente visibile il rilascio di inquinanti dalle sponde", quindi vi è una legenda abbastanza evidente. Nel lavoro del Consorzio Venezia Nuova del ‘93 che abbiamo già visto in precedenza sull’isola delle Tresse ed in particolare sul progetto esecutivo di intervento si descrive lo stato delle sponde dicendo che attualmente le sponde dell’isola sono esposte ai canali navigabili, sono degradate ed in avanzata fase di erosione, stiamo parlando del ‘93. Il confronto tra la cartografia regionale del 1981 ed il rilievo realizzato dal Consorzio Venezia Nuova allo scopo di redigere questo progetto evidenzia come, soprattutto nelle zone meridionali dell’isola, che tra parentesi sono quelle più vicine ai nostri bassi fondali, l’erosione abbia effetti di grande rilevanza, avendo causato nel giro di soli dieci anni un arretramento delle sponde di quasi 50 metri". Con 50 metri di arretramento di sponde e qualche centinaio di metri di fronte, considerato anche solo 2 metri lo spessore dei sedimenti, è facile fare migliaia di tonnellate di rifiuti. L’altra cosa interessante è che dall’81 al ‘91 o ‘93, data della pubblicazione, l’isola è in erosione marcata, quindi è finita la fase di stoccaggio ed è iniziata quella di smaltimento dei rifiuti, tramite il moto ondoso e l’erosione. Continuando in questa parte del progetto si dice al punto a) dei criteri progettuali che "è prioritario fermare il processo erosivo lato canale che è in atto con velocità molto alta e che comporta dispersione diretta in laguna di materiale inquinante". Il lato canale è quello canale Malamocco-Marghera di fronte all’SM15. Al punto b): "E` prioritario fermare lungo il perimetro dell’isola la percolazione in laguna delle sostanze inquinanti depositate, che avviene a seguito dell’alternanza delle maree; questa parte dell’opera è particolarmente importante - e lo trovate evidenziato in colore - sui lati ovest e sud, lungo i quali è stato maggiore il deposito dei rifiuti". Questo pezzettino è proprio la parte più importante, cioè noi stiamo dicendo, il Consorzio Venezia Nuova sta dicendo che la parte dell’isola nella quale sono stati maggiormente stoccati i rifiuti è quella ad ovest, quindi di fronte al Petrolchimico e all’SM15, e quella a sud, dove ci sono i bassi fondali, e quest’area è proprio quella che è quella maggiormente erosa. Questa foto evidenzia... direi è abbastanza semplificativa di quanto abbiamo detto sinora, è tratta dal convegno internazionale che si è svolto a Venezia 2000 sui sedimenti, ha ovviamente scritte in inglese visto che si trattava di un convegno internazionale, e nella parte inferiore della diapositiva si dice: situazione dell’isola delle Tresse prima della sua conterminazione nel ‘92. E` evidente una dispersione di colore rosso e quindi di contaminanti ad essi associati lungo il lato meridionale dell’isola delle Tresse, che è proprio di fronte allo sbocco del Canale Industriale Sud, e la parte meridionale sul lato orientale, che è proprio nei bassi fondali. Inoltre è evidente una colorazione rossastra di dimensione variabili lungo tutta la sponda occidentale proprio di fronte al Petrolchimico e allo scarico SM15. Continuiamo con la descrizione dell’isola delle Tresse facendo riferimento in questo caso a quanto dice la Provincia di Venezia nel 1998, "Censimento delle discariche non autorizzate ed aree inquinate", alla scheda numero 35, che è proprio la scheda dell’isola delle Tresse. "L’area è stata oggetto negli anni passati - leggo testualmente - di scarichi e rifiuti industriali che, vista la conformazione del sito e causa i fenomeni di erosione delle rive e l’innalzamento della marea della laguna, ha comportato la contaminazione delle acque lagunari. Per cui il primo intervento realizzato è stato la messa in sicurezza dell’isola tramite la costruzione di un diaframma perimetrale impermeabile immorsato in profondità in uno strato argilloso e di conseguenza il rifacimento delle rive". In pratica l’isola è stata posta in sicurezza mettendo una barriera impermeabile e impedendo alla contaminazione di raggiungere il bersaglio, quindi le acque della laguna e dei canali industriali. Continuando nella citazione: "Il secondo intervento, ancora in fase di realizzazione, è la ricomposizione superficiale mediante il riutilizzo dei fanghi provenienti dall’escavo dei rii di Venezia", quindi una volta messa in sicurezza l’area la colmiamo ed uniformiamo le superfici scaricandoci i fanghi dei dragaggi dei rii di Venezia. Questa immagine è del Consorzio Venezia nuova perché è una relazione di Bernstein e di Bonsembiante e si riferisce al convegno internazionale di Venezia; in questa fase si vede la sponda occidentale dell’isola delle Tresse di fronte al Petrolchimico che è in fase di conterminazione con parancole metalliche e nell’angolo in basso a destra dell’isola è evidente la colorazione insomma del terreno, comunque del materiale in affioramento, in superficie. In questa immagine, invece, tratta dal CD del Consorzio Venezia nuova "Con l’acqua e contro l’acqua" sono mostrate le immagini dell’isola delle Tresse prima degli interventi e dopo gli interventi. Si vede anche come la parte inferiore sia o sembri sia stata rimodellata come perimetrazione, in particolare nella zona in basso. E’ interessante invece come la parte mostrata nell’immagine superiore, che evidenzia ancora una volta la colorazione rossastra delle acque, e sotto invece viene riportata, rispetto alla conformazione attuale, dove si trovano i bassi fondali, la cui contaminazione attualmente viene attribuita all’SM15. Conclusioni per l’isola delle Tresse; le diossine e i furani non risulta che siano stati ricercati nei terreni. La gran quantità di fanghi rossi e in alcuni punti di arsenico - come inciso, nella perizia di variante suppletiva del Consorzio Venezia Nuova del 1993 è stata ritrovata una concentrazione massima di arsenico di 555 milligrammi/chilo e non ricordo se, sicuramente in un altro punto o in due, se superava la concentrazione di 500 - fa ritenere molto probabile la presenza di diossine e furani e, visto che nel Canale Industriale Sud avevano l’impronta del Brentella, come analogia riteniamo possibile, se non probabile, che anche qua i fanghi rossi, oltre ad avere diossine, ce le abbiano con la stessa impronta del Brentella. Ricordiamo che questa impronta caratterizza i bassi fondali posti a sud dell’isola delle Tresse. Concludiamo questa parte dell’isola delle Tresse con la seguente nota, cioè a fronte di un fenomeno erosivo che ha coinvolto decine di migliaia di metri cubi, che è desunto dalla letteratura e che ha coinvolto i fanghi rossi, come abbiamo visto, questa erosione, che tra l’altro o soprattutto è avvenuta proprio in un’area che si trova tra l’SM15, identificato come sorgente della contaminazione, e i bassi fondali, identificati come luogo di deposizione della contaminazione. Riteniamo che, a fronte di questo fenomeno erosivo, dimostrato credo in modo significativo, si possa dire che i fatti neghino la tesi o l’ipotesi che il "fiume" - tra virgolette perché è stato chiamato fiume quello dell’SM15 - possa essere una sorgente di contaminazione di sedimenti dei bassi fondali. Vedremo poi dal dottor Bellucci - non lo voglio anticipare - come c’è una ulteriore riprova di questo fatto. In questa diapositiva quindi riassumiamo i risultati, le risultanze dei fanghi rossi, vediamo che abbiamo accresciuto la diapositiva con il canale Malamocco-Marghera, in particolare la sponda occidentale, che è quella dell’isola delle Tresse. A questo punto forse è più ragionevole o più giustificabile la colorazione dell’area bassi fondali di rosso, ossia contributo dovuto ai fanghi rossi. Tra l’altro, ripensando al Canale Industriale Sud, voglio citare una cosa che ho sentito, che non so se sia vera, ma pare che oltre che ad essere stato scavato, ed anche gli altri canali, oltre che essere stati scavati completamente o in parte all’interno dei rifiuti della prima zona industriale, pare che queste aree siano state addirittura sottratte alla proprietà senza nemmeno pagare l’indennizzo. Passiamo ora alla parte che riguarda l’isola dell’ex inceneritore o Sacca Fisola, come viene anche chiamata. Ci riferiamo sempre ad un CD del Consorzio Venezia Nuova "Con l’acqua e contro l’acqua", con gli Enti che abbiamo già visto in precedenza. Con riferimento a questa isola il cerchio evidenzia un’area dove di isole non ce ne sono, è una foto della Giudecca del 1901 e l’isola dell’inceneritore non esiste ancora. Il commento originale all’immagine dice che "L’isola si trova all’estremità ovest della Giudecca ed occupa una superficie di quattro ettari. E` sorta nel dopoguerra con l’accumulo di materiali inerti provenienti da demolizioni. Tra il 1969 e l’83 ha ospitato un impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani di Venezia, per cui si sono depositati strati di scorie, inquinanti e ceneri. Per molti anni l’erosione delle rive dell’isola ha provocato la dispersione nelle acque lagunari di questi rifiuti classificati come speciali", questo almeno sulla base del commento originale. Anche in questo caso partiamo dalla storia dell’area; la storia dell’area viene tratta da un lavoro - che non abbiamo ancora acquisito - del professor Boniforti ed altri del 1984 che ha per titolo "Perizia tecnica-tossicologica sull’impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani di Sacca Fisola Venezia e sulle sue emissioni". Nel capitolo 7, possibilità di inquinamento delle acque, si dice: "Infatti le scorie di combustione e le polveri provenienti dai multicicloni fuoriescono congiuntamente dall’impianto e vengono sparse, mediante pala meccanica, sull’isola. Si può ormai considerare che l’intera superficie della sacca sia costituita da scorie dell’inceneritore accumulate nel corso degli anni. Dette scorie sono quindi soggette sia all’azione delle acque meteoriche sia all’azione dell’acqua della laguna. Inoltre, in diversi punti lungo i bordi dell’isola, risulta evidente come vi sia stato uno sversamento di scorie in laguna (vedi figure 11 e 12)). A questo punto vediamo quali sono stati i criteri progettuali che hanno utilizzato i progettisti per redigere appunto il progetto di intervento, anche in questo caso di messa in sicurezza dell’isola. I criteri progettuali sono essenzialmente di due tipi. Il primo, a), è definito come: "è prioritario fermare il processo erosivo lato canale della Giudecca e lato sud che, come già illustrato alla figura 1.2, è in atto con velocità alta, e che comporta dispersione diretta in laguna di materiale inquinante; b) è prioritario fermare, lungo il perimetro dell’isola, la percolazione in laguna delle sostanze inquinanti depositate, che avviene a seguito dell’alternanza delle maree". Queste informazioni sono tratte dal Consorzio Venezia Nuova ‘94 ed è il progetto esecutivo analogo a quello che abbiamo visto per l’isola delle Tresse e, se vogliamo, anche i criteri progettuali e le condizioni dell’erosione sono del tutto analoghe. Sempre nella stessa pubblicazione - vi leggo quanto segue perché diciamo che potrete giudicare voi - si scrive che "i materiali depositati sull’isola sono stati via via sottoposti ad erosione e si presentano oggi a quote inferiori con pendenze alquanto abbattute a formare una spiaggia piuttosto degradata sotto il profilo dell’impatto visivo. Il nuovo marginamento sarà quindi impostato all’incirca in coincidenza alla batimetrica meno 0,5 metri sul livello medio del mare", quindi già per gran parte del tempo all’interno dell’acqua. "Questa scelta, consueta ormai nelle progettazioni di recupero delle isole lagunari, permette da un lato di non ampliare l’isola verso la laguna. D’altra parte consente di inglobare nell’isola stessa una rilevante porzione dei materiali franati per effetto dell’erosione e di mascherare alla vista, anche in condizioni di bassa marea, la spiaggia venutasi a creare in seguito al processo delle frane". In questa immagine vediamo com’era l’isola e com’è tutt’oggi a seguito dell’intervento, ed è un’immagine tratta sempre dal CD del Consorzio Venezia Nuova e direi che non mi soffermerei a commentarla perché probabilmente la parte precedente è già significativa. Com’era l’isola, si vede chiaramente l’inceneritore nella parte centro-meridionale della foto e il cono di deposizione delle scorie e il suo propagarsi verso i bordi dell’isola stessa. Successivamente all’intervento è stato effettuato un monitoraggio post-intervento. Questo monitoraggio post-intervento è stato effettuato dalla società Rodio nel ‘99, non è ancora acquisito, è stato unicamente visionato, sempre presso il Comune di Venezia, il titolo del lavoro è "Isola Sacca San Biagio - Venezia - Campionamento ed analisi del suolo, dei sedimenti e delle acque nell’isola sede dell’ex inceneritore". Il lavoro è costituito da una relazione generale e da un numero di allegati che mi sembra sia 6 o 7. In questa diapositiva viene citata inizialmente una parte tratta dall’allegato 4 e successivamente la parte principale del rapporto. Nell’allegato c’è scritto che è noto come l’incenerimento dei rifiuti, almeno negli impianti di vecchia concezione, rappresenti anche una potenziale diffusione nell’ambiente di specie altamente tossiche come IPA e diossine. Questo l’abbiamo già evidenziato, ricordate che nell’inventario italiano delle diossine - come dice il dottor Fanelli - la combustione occupa il 70 per cento della produzione di diossine in Italia. Nel secondo punto c’è scritto... prima ha definito le sostanze da ricercare nelle matrici acqua, terreno e sedimenti all’esterno della conterminazione per questo monitoraggio, adesso dice i criteri che saranno utilizzati per valutare la qualità dei risultati ottenuti. Relativamente ai sedimenti si dice: "Accanto ai parametri espressamente considerati dal protocollo d’intesa tra Ministero dell’Ambiente e Comune di Venezia - abbondantemente citato - è stata presa in considerazione anche la verifica del livello di contaminazione da diossine e furani". C’è un pezzo saltato che parla del altre sostanze. "Per quanto riguarda infine la disponibilità di valori guida relativi alla presenza di queste sostanze tossiche - diossine e furani - nei sedimenti, l’Olanda è l’unico Paese ad avere normato la presenza di questi composti in tale matrice", e cita la fonte bibliografica. "Il valore fissato è di 13 per dieci alla meno 6 milligrammi/chilo - quindi 13 nanogrammi chilo di peso secco - e fa riferimento alla sola 2,3,7,8 TCDD, ossia al congenere unanimemente riconosciuto come il più tossico". Quindi per questo monitoraggio dell’isola Sacca San Biagio, per valutare la qualità dei sedimenti posti all’esterno della contaminazione, non viene utilizzato il protocollo d’intesa, che sappiamo riporta valori particolarmente bassi, ma viene utilizzata l’Olanda come unico Paese che l’ha normato e un valore di 13. Poi, quando si è andati a fare effettivamente la valutazione dei sedimenti fino a 50 metri, se non ricordo male, dalle sponde, si sono trovati, con un valore massimo assunto di 11, valori di 9,75, 11,3 e 11,7. Teniamo un attimo in sospeso questo valore sui sedimenti, che affronteremo con maggior dettaglio nella conclusione relativa all’isola di Sacca Fisola, e passiamo un attimo all’aspetto che riguarda l’emissione di diossine come particolato e vapore dall’inceneritore, quindi in atmosfera. Stiamo parlando della tabella 3, inquinanti organoclorurati rilevati nella emissione di particolato e valore, che è riportata sulla perizia tecnica tossicologica dell’84 che abbiamo citato in precedenza. Per correttezza e per chiarezza, in giallo in questa tabella sono riportate le informazioni che sono tratte dalla pubblicazione appena citata; in bianco, invece, sono riportate le informazioni e le elaborazioni che abbiamo fatto noi. Nella parte gialla, che è la parte sinistra della tabella, si riportano nella prima colonna i valori di TCDD, con la precisazione che risulta assente la 2,3,7,8 TCDD, almeno ad una analisi che ha avuto un limite di rilevabilità di 10 picogrammi; poi l’eptaclorodibenzodiossina e l’optaclorodibenzodiossina e l’optaclorodibenzofurani. Sono poi espresse le concentrazioni in nanogrammi al metro cubo nel particolato e nel vapore, dove si vedono percentuali differenti che danno un totale, espresso in milligrammi ora emessi dall’inceneritore, visto che si tratta di misure reali, di 1,7 per la TCDD, 3,7 milligrammi/ora per l’EPTA CDD e 4,7 milligrammi/ora per l’optaclorodibenzofurani. Nella parte bianca che prosegue con le colonne di questa tabella è riportata la nostra elaborazione, che ha avuto due presupposti, che costituiscono anche limiti a quello che è stato il nostro lavoro. Il primo presupposto è quello che non vengono riportati tutti i congeneri, per cui non sappiamo niente dell’epta e dell’esaclorodibenzodiossina e di quasi tutti i furani. Sono state quindi introdotte delle ipotesi, che vengono identificate con i due asterischi. Il secondo problema è che non viene riportato se le eptadiossine e gli optaclorofurani e diossine siano i 2,3,7,8 sostituiti, non lo sappiamo, per cui il calcolo è unicamente un’ipotesi basata sulle assunzioni che sono indicate in tabella e quindi, assumendo che si tratti di soli congeneri 2,3,7,8, quindi il valore fornito in milligrammi/anno espressi come I-TE è un valore che è ha un limite superiore. Noi non sappiamo quale sia il valore giusto ma quello è il massimo, può essere solo più basso. Sulla base di questi presupposti, che sono anche gli unici che ci permettevano di fare dei conti, i valori di emissione sono di grammi/anno: 3.000 per le penta e le esa, 324 per la eptadiossine etc., quindi valori che sono significativamente alti. Abbiamo visto qual è però il limite in questa elaborazione. Conclusioni, per la Sacca di San Biagio. Il rilascio nell’ambiente di diossine e furani potrebbe - perché abbiamo visto che abbiamo dei limiti effettivi - essere stato molto elevato. Per il sito - questo ci interessa per i bassi fondali - sono state considerate accettabili concentrazioni di diossine e furani pari a 10-11 nanogrammi/chilo di I-TE, e comunque inferiori ai limiti di qualità olandesi che hanno assunto come standard di qualità accettabili pari a 13 nanogrammi. Non entrando nel merito del fatto che abbiano utilizzato un valore corretto o no del limite ma valutando solo il numero ed estendendo il ragionamento, lo stesso ragionamento ai sedimenti dell’area del fiume del dottor Ferrari, questa stessa applicazione di criteri di qualità farebbe rientrare nella normalità quasi tutti i valori di diossine e furani presenti. Ricordiamo che nella quartultima figura consegnata relativa alla deposizione del dottor Ferrari a questo Tribunale, in quest’aula, i valori che indicava di diossine e furani nell’area dei bassi fondali erano compresi tra 2,3 e 19 nanogrammi/chilo. Si ricordi inoltre a questo proposito che, punto tratto dalla deposizione del dottor Turrio Baldassarri in quest’aula: 6,1 PPT - o nanogrammi/chili, che dir si voglia - di I-TE nei sedimenti è compatibile con un inquinamento di fondo presente più o meno ovunque. 2, tratto dalla figura 7 dei grafici utilizzati nella deposizione del dottor Ferrari: la concentrazione del campione di fanghi riportato in figura e relativo ai rii interni a Venezia è di 22,1 nanogrammi/chilo. Terzo, Marcomini e Tali, 1997, il lavoro ha per titolo "Diossine, ambiente e salute". Secondo questo autore, 35 nanogrammi/chilo di I-TE rappresenta la concentrazione media dei sedimenti europei in siti "supposti" lontani da sorgenti di immissione. Concluderemo poi su quest’area dei bassi fondali, perché abbiamo visto i diversi elementi ora, i canali, le Tresse. Adesso dobbiamo parlare - sempre che ci sia il tempo e la possibilità - di altre fonti che in letteratura sono indicate rilasciare diossine e furani. In particolare, secondo questo lavoro del 1992 del TNO, in particolare del centro di ricerca di ambiente ed energia, un Ente ambientale olandese, in questa pubblicazione sono state misurate le immissioni dei camini delle navi di alcuni contaminanti. In particolare di IPA, PCB, diossine ed esaclorobenzene. Giusto per avere un’idea delle dimensioni delle navi di cui parliamo, questa fotografia credo che sia sufficientemente esplicativa che stiamo parlando di navi di una certa dimensione; anche questa è tratta dal CD del Consorzio Venezia Nuova nel ‘96. Qui vediamo rapidamente qual è stata la movimentazione delle navi nel porto di Marghera nel 1990-1999, parliamo di 83.365 movimentazioni, utilizzando questi dati dell’Autorità portuale, per esempio ci sono state 22.500 cisterne, 2.656 traghetti etc.. Ritornando al lavoro che abbiamo citato del TNO olandese, questi sono i risultati delle emissioni dei contaminanti che abbiamo detto rilevate dai camini di navi. In particolare le emissioni sono state misurate in tre tipologie differenti di navi: il traghetto, la chiatta e una nave da cargo. Inoltre, sempre lo stesso lavoro olandese, riporta come altre sorgenti ed altre misure i motori di automobili e i motori di navi. I primi tre dati si riferiscono a misure che sono state effettivamente fatte dagli autori; i dati delle ultime due righe si riferiscono invece a risultati presenti nella letteratura scientifica ed unicamente riportati dagli autori. Riguardo alle diossine nei gas emessi, l’unità di misura è il nanogrammo/metro cubo, si va da valori per il traghetto che sono 0,09 nanogrammi/metro cubo fino ad 0,2, citerò solo il primo, il traghetto per questi tre contaminanti, perché poi vedremo le elaborazioni. Per la somma di esaclorobenzene più PCB abbiamo valori compresi tra 20 e 60 nanogrammi per metro cubo di scarico ammesso; per gli IPA i valori sono in microgrammi per metro cubo, quindi mille volte più alti, 64 e 92, quindi 64.000 e 92.000. Vedete che i motori delle automobili hanno per le diossine valori significativamente più alti di quelli delle navi. Poi viene riportato un valore di letteratura delle navi, che anche questo è molto alto rispetto a quelli misurati dagli autori. Per le nostre elaborazioni che seguono noi utilizzeremo solo i valori che sono stati prodotti da questi autori. In questa tabella, senza entrare nel dettaglio ma considerando il numero di navi movimentate, il conto è del ‘99, le tonnellate medie trasportate, la potenza necessaria alla nave per trasportare una tonnellata, il consumo medio orario di una nave cargo standard, i gas emessi per consumo di carburante, il tempo medio di permanenza in laguna per una nave, che è stato considerato in quattro ore in funzione, e di un coefficiente per tener conto che la nave viaggia con un numero di giri ridotto, e l’abbiamo considerato un coefficiente di riduzione di 0,1, otteniamo come media tra i traghetti, le chiatte e le navi cargo, una emissione in atmosfera di diossine di 7 milligrammi all’anno, di 8,5 grammi all’anno di esaclorobenzene e PCB e di quasi 4 chili di IPA. Questo giusto per evidenziare come per certi contaminanti ci sia una pluralità di sorgenti, come abbiamo già visto nella parte industriale, ma anche di sorgenti non industriali. Abbiamo la parte finale, che riguarda la rimobilizzazione della contaminazione sia per cause naturali ed artificiali a cura del dottor Bellucci.

 

Bellucci: innanzitutto, come il dottor Colombo ha già evidenziato dall’illustrazione, che è fotografica della situazione di degrado dei canali industriali, sono chiari e ben evidenti i fenomeni di erosione che caratterizzano gli ambienti lagunari. In particolar modo volevo citare - sempre da una fonte Internet citata precedentemente dal dottor Colombo - una panoramica o un riassunto di quella che è la situazione dell’ecosistema lagunare per quanto riguarda appunto la presenza di un degrado di tipo morfologico. Le opere dell’uomo hanno prodotto nei secoli un drastico impoverimento di ingresso in laguna di sabbie e sedimenti e insieme alle azioni naturali hanno innescato un processo opposto, per cui attualmente la laguna perde sedimenti verso il mare ed oppone sempre meno resistenza alle forze disgregatrici. Questa tende quindi a una progressiva erosione sia dei fondali interni che dei cordoni litoranei. Il totale dei sedimenti trasportati all’interno della laguna nell’arco di un anno ammonta a circa 2 milioni e 200.000 metri cubi di sedimento. Le componenti di questo bilancio sono negative perché, dei sedimenti che vengono rimessi in sospensione, solo 30.000 vengono ancora dall’ingresso dei fiumi, mentre 70.000 si originano dall’erosione delle barene e addirittura più di 2.000.000 da quella dei bassi fondi. Di questi sedimenti all’incirca un milione di metri cubi si ridepositano in laguna e in parte interra nei canali, mentre altri 700.000 fuoriescono dalle bocche di porto. C’è da notare che fino a poco tempo fa circa 400.000 metri cubi provenienti dai dragaggi dei canali venivano scolmati a mare, mentre invece oggi sono trattenuti in laguna per la ricostruzione di velme e barene. In questa figura, sempre riportata dalla stessa fonte, viene riassunto quello che è lo schema grafico di ciò che ho appena letto, quindi una rimobilizzazione, volumi notevoli, consideriamo che questo è un bilancio annuale, quindi più di 2 milioni di metri cubi di sedimento vengono rimobilizzati all’interno della laguna e 400.000 metri cubi di sedimento vengono dragati dai canali e, mentre prima venivano smaltiti a mare, attualmente vengono riutilizzati all’interno della laguna. Per quanto riguarda invece quelli che fuoriescono per cause naturali dalle bocche di porto, abbiamo un valore stimato di 700.000 metri cubi. All’interno della laguna troviamo, sempre da questa fonte Ministero dei Lavori Pubblici - Magistrato alle Acque di Venezia, "Con un l’acqua e contro l’acqua", in questo caso è il CD, quello che è l’insieme degli interventi che sono stati fatti all’interno della laguna per ricalibrare i canali e per ricostruire le velme e le barene. Se si legge nella didascalia appare evidente come 70 chilometri di canali sono stati dragati e con i sedimenti asportati sono stati realizzati 300 ettari di barene e velme. Da un’altra fonte risulta come questo tipo di intervento abbia rimobilizzato all’incirca 5 milioni di metri cubi all’interno della laguna. Qua, solo per farvi vedere, abbiamo anche un’animazione di quello che è il processo di dragaggio dei sedimenti dai canali e riposizionamento di questo materiale all’interno delle velme e le barene. E` una ripresa effettuata dall’alto, che segue la condotta che conduce i sedimenti dal canale - dove i sedimenti vengono asportati - alle velme o barene in fase di ricostruzione. La sorgente è sempre il CD del Consorzio Venezia Nuova "Con l’acqua e contro l’acqua". Potete notare qua la consistenza anche del materiale, in quanto abbiamo dei sedimenti non coesi ma in forma liquida, fluida. Notate anche la portata, qui sembra abbastanza evidente l’effetto di questa rimobilizzazione di materiali. Sempre dalla stessa fonte è chiara quella è la somma di tutti i fenomeni che contribuiscono a questa evoluzione negativa dell’ecosistema lagunare, in particolare in questo caso viene citato il moto ondoso; il moto ondoso, causato da queste correnti oppure dal vento e dalle imbarcazioni a motore, che aggrava il processo di erosione sia delle barene che delle isole e, come abbiamo visto, anche delle sponde dei canali industriali. Allo stesso tempo l’approfondimento dei fondali e la scomparsa delle barene accentuano la potenza delle onde. Relativamente ad un tentativo di quantificazione di quello che può essere il passaggio di un’imbarcazione, del fenomeno di rimobilizzazione dei sedimenti dovuto al passaggio di una imbarcazione, abbiamo trovato una fonte bibliografica, qua citata, Admiraal del 1999, che tratta proprio la risospensione di sedimenti dovuti alla navigazione. In questo caso sono stati fatti diversi esperimenti utilizzando modelli differenti, prendendo in considerazione un’imbarcazione simile ad una chiatta. Questa determina su un fondale costituito prevalentemente da sedimento con un diametro di 0,5 millimetri, quindi mezzo millimetro, che può corrispondere a sabbia e che è lo stesso sedimento che noi troviamo sul fondo dei canali sia industriali che canali lagunari, appunto determina un tasso di risospensione di circa 4 metri cubi per secondo di passaggio per il solo effetto delle onde provocate dalla chiglia e addirittura 37 metri cubi al secondo per effetto delle eliche. Ipotizzando che ogni chiatta che naviga in laguna rimanga almeno un’ora all’interno dei canali meno profondi, avremmo in questo caso la risospensione di circa 148.000 metri cubi di sedimento. Io per esperienza personale ho assistito diverse volte campionando nell’area antistante Porto Marghera al passaggio del Burchiello e posso testimoniare appunto l’effetto visivo, anche solo visivo, del passaggio di questa imbarcazione nel canale. Una cosa importante, sempre relativa alla dinamica del sedimento, è lo studio che è stato fatto proprio sui fenomeni erosivi, in particolar modo sui bassi fondali. In questo caso, nell’ambito del Programma 2023, sono state effettuate misure dirette del tasso di erosione. Citando quelli che sono i risultati ottenuti dal dottor Sfriso, che coordinava la linea di D del Progetto 2023, nel sito proprio di Fusina, che è un sito antistante l’area industriale, sono presenti fenomeni erosivi continui che determina una perdita di circa 3,6 centimetri di sedimento all’anno di questi bassi fondali. Naturalmente nello studio erano presenti altri siti, dov’è stato fatto lo stesso tipo di misura, ed è stato calcolato per il bacino centrale della laguna di Venezia un valore medio di erosione di circa un centimetro e mezzo all’anno. Per maggior chiarezza in questa figura viene riportata la mappa con la localizzazione del sito in cui stato misurato questo tasso di 3,6 centimetri di erosione all’anno, quindi una perdita netta di 3 centimetri e mezzo di sedimento all’anno. Come potete vedere - la figura non è molto chiara - questo è il Naviglio Brenta, ci troviamo proprio nel punto che è stato definito dal dottor Ferrari come il punto di accumulo di contaminanti provenienti dal fiume dello scarico SM15. Quindi pare abbastanza improbabile come dei contaminanti possano deporsi in una zona dove sono presenti processi di erosione continui di questa entità. Tra i vari fattori che possono aver provocato la redistribuzione dei contaminanti in questo caso, non dei sedimenti solamente, dai canali industriali, il principale consiste nell’attività di dragaggio. In particolar modo quello eseguito nei canali della prima zona industriale, dove sono stoccati - e questo lo ripeto, ma sono le considerazioni che derivano sia da tutti quelli che sono gli studi citati, sia dal sottoscritto che dai consulenti dell’Accusa che da studi del Consorzio Venezia Nuova - quindi in questi canali industriali abbiamo quasi la totalità dei contaminanti presenti all’interno della laguna di Venezia, facendo riferimento in particolar modo ai canali industriali della prima zona industriale. A questo punto ci pareva opportuno citare alcuni riferimenti, alcune affermazioni fatte da alcuni consulenti dell’Accusa relative al fenomeno del dragaggio e alla pericolosità, se vogliamo, del fenomeno del dragaggio. In questo caso cito il dottor Bonamin, che dice: "Qua non oserei immaginare dragare come si fa con un sedimento non contaminato", si riferisce ai sedimenti del canale Lusore-Brentelle, "un sedimento dove ci sono dentro a 300 milligrammi/chilo di mercurio. Si rischierebbero dispersioni, quindi evidentemente esistono tecniche per effettuare questo tipo di attività in sicurezza, parancolandolo o chiudendo per settori il canale". Citando la deposizione del professor Perin nel corso del suo controinterrogatorio appaiono queste affermazioni. Quando si parlava delle movimentazioni della zona di Marghera, devo dire che sono perfettamente d’accordo, però do atto che ancora nel ‘92 la stessa movimentazione avevamo, perché non è che sia cambiata molto negli ultimi otto anni la movimentazione. Mi ricordo io stesso che ho seguito con molto disanimo una grande barca di dragaggio che ha dragato molto accuratamente il fondo del Canale dei Petroli e dopo io, con i miei collaboratori, che prendevamo dei campioni, abbiamo visto riaprire le aperture laterali e riscaricare tutto a 100-200 metri più a valle del punto dove avevano fatto i prelievi, il che vuol dire che praticamente è giusto quello che lei dice, in questo caso si faceva riferimento anche ad un fenomeno di omogeneizzazione, di rimescolamento dei sedimenti presenti nei canali industriali. Dalla perizia di Di Domenico, Turrio Baldassarri ed altri del 1996 vengono riportate alcune affermazioni: "Se l’ipotesi del dragaggio dei canali fosse corretta, questo tipo di intervento: a) potrebbe aver determinato una redistribuzione dell’inquinamento dei canali; b) potrebbe avere contribuito a diffondere - tramite risospensione del particolato e concomitante movimentazione, oppure tramite eventuali perdite di materiale contaminato dalle draghe lungo le vie navigabili, oppure per entrambi i fenomeni - l’inquinamento dalle zone limitrofe e di transito". A questo punto ci pareva opportuno riportare quello che era la storia di escavo del canale Malamocco-Marghera e i successivi interventi di dragaggio effettuati all’interno del canale. Il canale del Malamocco-Marghera, cosiddetto Canale dei Petroli, è stato escavato nel periodo che va dal 1961 al ‘69, per consentire l’accesso delle petroliere direttamente dal porto di Malamocco fino agli impianti di raffinazione di Marghera. I sedimenti provenienti dall’escavo del Canale dei Petroli o Malamocco-Marghera è stato utilizzato per la realizzazione delle casse di colmata. Inoltre su queste casse di colmata doveva sorgere una nuova parte dell’area industriale, che poi comunque non è stata realizzata e quindi il progetto è stato abbandonato. Il Canale dei Petroli, profondo fino a 14 metri, è stato scavato quindi dalla bocca di Malamocco fino al terminal petrolifero San Leonardo, da qui un tratto rettilineo si estende fin dentro la prima zona industriale e ha causato, all’interno dell’ecosistema lagunare, un impatto molto molto importante, in quanto la presenza del canale ha modificato la velocità e la distribuzione delle correnti ed ha innescato un processo di erosione. Questo processo di erosione ha determinato lo spostamento anche della zona di (spartiacque) di circa 5 chilometri verso nord, dove appunto si incrociano le maree provenienti dalla bocca di lido, che è a nord, e la bocca di Malamocco, da cui si diparte il Canale dei Petroli. In questo schema, realizzato con i dati forniti dall’ufficio del Genio Civile per le opere marittime, abbiamo riportato tutti gli interventi di scavo che hanno interessato il canale Malamocco-Marghera, per un totale di più di 2.300.000 metri cubi di sedimenti, a partire dall’anno 1975 fino all’anno ‘95. Vorrei specificare, vorrei far notare come negli anni ‘80 sia stato dragato l’intero canale per un totale di un milione di metri cubi in soli due anni due anni; e che nel ‘95 è stato effettuato un dragaggio nella zona antistante l’isola delle Tresse. Arrivando ai canali critici, ai canali della prima zona industriale, da atti forniti dall’Ente zona industriale stessa riportiamo appunto queste considerazioni: l’Ente zona industriale ha provveduto dal ‘69 al 1987, anno in cui sono stati bloccati i dragaggi all’interno dei Canali industriali Nord e Ovest, alla stipula di contratti per il dragaggio del Canale Industriale Nord e Canale Industriale Ovest. Questi contratti prevedevano il mantenimento di un pescaggio minimo di circa 9 metri nel Canale Industriale Nord e 10 metri nel Canale Industriale Ovest. La quantità totale di sedimenti asportati, riferita agli ultimi due anni in cui i dragaggi sono stati effettuati, corrispondeva a circa 100.000 metri cubi all’anno, per un totale - noi abbiamo effettuato questo calcolo - di circa 150.000 tonnellate all’anno. I dragaggi sono ripresi nel 1997 e nel 1997 è stato effettuato dal Consorzio Venezia Nuova un intervento pilota all’interno della darsena della FINCANTIERI. Questo intervento pilota prevedeva l’escavo di circa 90.000 metri cubi di sedimenti e in questa slide, in questa diapositiva viene riportava l’ubicazione appunto del sito in cui è stato effettuato il dragaggio. La prima fase relativa al dragaggio ha riguardato l’asportazione di 45.000 metri cubi di sedimento mentre attualmente - non so se questo intervento è stato ultimato - è in corso l’escavo dei restanti 45.000 metri cubi di sedimento. In questa diapositiva successiva abbiamo lo schema, i risultati della caratterizzazione della qualità dei sedimenti da dragare all’interno della darsena FINCANTIERI. Come potete ben vedere, secondo questo tipo di classificazione i sedimenti rientrano tutti nella categoria di rifiuti speciali o rifiuti tossico-nocivi; quindi secondo il protocollo del 1993 questo materiale è stato temporaneamente stoccato sull’isola delle Tresse, dove sono presenti delle vasche adibite proprio allo scopo, e successivamente smaltito in discarica. Per ultimare, sempre da dati forniti dall’Ente zona industriale, viene riportato uno schema relativo sempre al dragaggio dei canali industriali. In questo caso, come potete vedere, nella zona 1 e nella zona 2 riportiamo i volumi dell’intervento pilota prima menzionato, mentre invece con il numero 3 ci si riferisce al dragaggio di circa 1 milione di metri cubi, questo intervento risulta essere stato fatto dopo il 1997 e ha interessato il canale Malamocco-Marghera dal bacino di evoluzione fino al porto di San Leonardo. Naturalmente, ecco, il dragaggio ha interessato tutto il canale. Risultano inoltre interventi locali di dragaggio, identificati nelle aree 4, 5, 6, 7 ed 8, per un totale di 250.000 metri cubi di sedimento. Potete notare come questi ultimi interventi di dragaggio sono stati effettuati nei moli operativi di diverse aziende ed uno di questi interventi è stato effettuato proprio nel Canale Industriale Sud. Mi riferisco al numero 4. Un altro intervento è stato effettuato invece proprio in vicinanza dello scarico SM15 nel canale Malamocco-Marghera. Concludendo questa breve parte di intervento, riportiamo che i sedimenti dei canali, dei bassi fondi e delle barene sono interessati da erosione; questa erosione è determinata da fenomeni sia naturali che artificiali e i sedimenti vengono quindi ridistribuiti nella laguna... Gli interventi di dragaggio, rimobilizzando milioni di metri cubi di sedimento, hanno contributo alla diffusione degli inquinanti dai canali più contaminati. Il bilancio totale dei sedimenti del bacino centrale è negativo e si ha quindi una perdita netta di sedimenti, in particolare dai fondali lagunari prospicienti la prima zona industriale.

 

Colombo: conclusioni. Credo che ormai sia stato delineato il percorso e siano chiare, comunque qua le abbiamo riassunte in questo modo. Innanzitutto abbiamo visto che a Marghera, già dagli anni ‘30, prima delle leggi di protezione ambientale, erano presenti le attività produttive che in letteratura sono identificate in grado di produrre una contaminazione da diossine e metalli pesanti, IPA, PCB e gli altri contaminanti che ci interessano. Tali attività produttive erano ubicate proprio nella prima zona industriale in corrispondenza di quei canali dove si ritrovano attualmente, ancor oggi, i massimi della contaminazione dei sedimenti, ancor oggi nel senso dei carotaggi che sono stati effettuati ancor oggi. I rifiuti di queste industrie - e passiamo alla seconda parte della nostra esposizione - sono stati sparsi sul territorio, con spessori di un paio di metri, per imbonire le aree dove poi è sorto il Petrolchimico, e, insieme al Petrolchimico, anche tutto il resto della seconda zona industriale. I campionamenti che abbiamo effettuato lungo il Canale Sud e il Canale Ovest hanno dimostrato la presenza primo di significative concentrazioni di diossine e furani e secondo che queste diossine e furani avevano la stessa impronta - che ormai possiamo definire impronta tipica del Brentella - e che queste impronte rappresentano i fanghi rossi sia in quelli bauxitici in prevalenza, visto che erano cinque su sei campioni i fanghi bauxitici, sia nelle ceneri di pirite, quindi rispettivamente associati ad alluminio ed arsenico, che affioravano lungo le sponde del Canale Sud e del Canale Ovest. E abbiamo visto, perché è stato proprio un requisito di base del campionamento, che questi fanghi rossi e quindi queste diossine sono a diretto contatto con le acque e con i molluschi che in esse vivono nei sedimenti. Nei fanghi rossi è stata ritrovata la 2,3,7,8 TCDD con percentuali di I-TE di 1, all’incirca 1, e ricordiamo che la TCDD non è mai stata trovata negli scarichi monitorati dal Petrolchimico. Il biota è stato sequestrato al 90 per cento nel Canale Industriale Sud e risulta quindi in prossimità proprio di questi fanghi o acque rossastre. Abbiamo visto poi successivamente, in quest’ultima parte, come le maree e la erosione, unite al dragaggio dei sedimenti dei canali, abbiano trasferito questa contaminazione che abbiamo rilevato sulle sponde dei canali alle acque e di conseguenza ai sedimenti, e poi abbiano diffuso questa contaminazione in tutti i canali. In questo discorso è ovviamente escluso il Lusore-Brentelle, con la tipica impronta della lavorazione di DCE e CVM, che non è un canale navigabile. In particolare quanto detto sul Canale Sud e sull’isola delle Tresse dimostra che il contributo di Enichem alla contaminazione dei bassi fondali sia inesistente. Infatti, più che parlare di un fiume che si origina dall’SM15 e che deposita sui bassi fondali, noi riteniamo sia più corretto parlare ancora di un fiume, ma questo fiume verso i bassi fondali è quello dei fanghi rossi, fanghi rossi che si originano da sud, proprio di fronte all’area dei bassi fondali, e dall’isola delle Tresse o quanto meno si originavano dall’isola delle Tresse prima che fosse messa in sicurezza, come abbiamo visto. In ogni caso, al di là della sorgente di contaminazione dei bassi fondali, abbiamo: a) che le concentrazioni sono molto basse ed usando valori di fondo riportati dalla letteratura ed utilizzati anche in altre parti della laguna di Venezia, rientrerebbero quasi tutti nella norma e con il valore medio dei sedimenti europei tutti nella norma; in secondo luogo il dottor Bellucci ha dimostrato come quest’area è area di asportazione di materiale, quindi non ci può essere deposizione e di conseguenza non ci potrebbe essere nemmeno la deposizione dell’SM15 attualmente. Ricordiamo infine che Enichem è estranea alla contaminazione dei sedimenti che è stata rinvenuta negli altri canali industriali ed in particolare che è stata dovuta alle altre due ipotesi presentate dall’Accusa, ossia le autobotti per quanto riguarda i canali della prima zona industriale e gli scarichi incontrollati nel Lusore-Brentelle per quanto riguarda appunto la contaminazione di questi canali. Enichem con questi due non c’entra. Non abbiamo ancora chiarito, sia per motivi che non abbiamo al momento trovato niente in letteratura, sia per forse anche il fatto che la scoperta delle diossine nei fanghi rossi è stata di poco tempo fa, non abbiamo ancora chiarito l’esatto meccanismo per cui queste vecchie lavorazioni dell’allumina, a partire dalla bauxite, producevano diossine. Questa cosa invece è stata fatta per quanto riguarda le ceneri di pirite con l’esposizione del dottor Bellucci. Relativamente invece alle lavorazioni della bauxite abbiamo però a nostro avviso l’elemento più importante, ossia abbiamo la prova: nei fanghi rossi bauxitici ci sono le diossine, hanno quell’impronta che è stata trovata nel Brentella e sono diffusi lungo tutto il Canale Sud, ad eccezione di un punto campionato dove c’erano le ceneri di pirite, ed anche nel Canale Industriale Ovest. Per cui stabilire il perché sono presenti è un passo successivo. Per il nostro ruolo e il nostro incarico è stato sufficiente stabilire la presenza di esse e dimostrarne poi l’importanza per la contaminazione di tutti i sedimenti. Questa è la fine della nostra esposizione, avevamo portato una copia di tutti gli acetati illustrati, purtroppo non la possiamo consegnare per le modifiche delle ultime ore di ieri, per cui ci riserviamo di consegnarla la prossima volta, grazie.

 

Presidente: va benissimo, grazie. Riprendiamo alle 15.15-15.20.

 

Avvocato Stella: Presidente, i prossimi cinque consulenti cercheranno di dimostrare che il fatto non sussiste. Professor Zocchetti.

 

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. ZOCCHETTI CARLO

 

RISPOSTA - credo che il Tribunale conosca già che sono un epidemiologo e che mi occupo in particolare di epidemiologia dei tumori. Con questo intervento, dopo una premessa sull’assenza degli epidemiologi da questa parte del dibattimento e sulle incertezze che caratterizzano la scienza, affronterò sostanzialmente tre argomenti. Innanzitutto il problema della valutazione del rischio cancerogeno in termini concettuali e generali, evidenziando i pregi e i difetti di questo approccio in relazione ai quesiti che sono in discussione per le singole sostanze, e commenterò sia i vari apporti al problema che i diversi consulenti hanno presentato, sia altre considerazioni o informazioni che si trovano in letteratura. In secondo luogo presenterò una valutazione complessiva delle evidenze che emergono dagli studi epidemiologici relativamente a ciascuna delle sostanze di cui si è discusso particolarmente a lungo, esaminando soprattutto quelle che in qualche modo sono attribuite o attribuite maggiormente ad Enichem, e tale valutazione epidemiologica sarà diretta specificamente agli effetti cancerogeni nell’uomo. In terzo luogo, i due argomenti cui ho appena fatto cenno mi serviranno per proporre al Tribunale una visione sintetica che cerchi di rispondere al quesito se le sostanze in discussione sono idonee o meno a produrre un danno di tipo cancerogeno per la popolazione che vi venga in contatto. Il Tribunale si sarà di certo accorto che gli argomenti direttamente o indirettamente epidemiologici hanno dominato una buona parte del procedimento sul cloruro di vinile. Ne abbiamo parlato a lungo e giustamente e per parte mia ho contributo con alcune memorie. Per lo stesso motivo mi aspettavo di vedere salire a questo tavolo ancora diversi epidemiologi, ovviamente insieme ad altre competenze, considerando che molte delle domande suscitate possono trovare nel ragionamento epidemiologico un utile contributo alla risposta. Valgano come semplice esempio molte delle domande formulate durante i vari controesami, domande che spesso non hanno trovato risposta o hanno trovato una risposta del tutto inadeguata se non errata, proprio perché la risposta principale probabilmente doveva venire dal ragionamento epidemiologico, ma in quel momento la competenza epidemiologica non era presente. Per esempio non si può parlare di effetti dell’esposizione sulla salute dell’uomo, di effetto tossico o di effetto cancerogeno senza fare ricorso alle competenze epidemiologiche, senza fare un’analisi epidemiologica critica della letteratura, senza fare una valutazione del rischio che abbia evidenti connotazioni epidemiologiche e così via. E’ la natura stessa del problema che si affronta, cioè il problema della valutazione del danno nell’uomo, nelle popolazioni umane, a richiedere l’uso di determinati strumenti. Ecco perché, prima di entrare nel merito, io devo innanzitutto osservare la totale assenza degli epidemiologici ma soprattutto del ragionamento epidemiologico da questa parte del procedimento. Vineis, unico epidemiologo intervenuto, non ha affrontato i temi tipici dell’epidemiologia. Zapponi, se vogliamo proprio essere larghi di vedute, ha introdotto qualche considerazione epidemiologica, che riprenderò successivamente quando parlerò di diossina. D’altra parte diversi consulenti hanno introdotto argomenti che avrebbero trovato beneficio da un’analisi epidemiologica, e poiché le competenze c’erano, devo dedurre che volontariamente o involontariamente si è scelto di non utilizzare questa argomentazione. Sul perché di tale assenza posso solo pensare benignamente ad una svista, ad una dimenticanza, all’esigenza di affrontare magari altri argomenti come le discariche, le emissioni etc., e ho detto benignamente, perché non vorrei invece pensare, questa volta malignamente, che si sia voluto esplicitamente affrontare alcune questioni da un punto di vista non epidemiologico, proprio perché l’epidemiologia avrebbe potuto fornire - come indicherò in seguito e spero risulterà chiaro - delle indicazioni che si discostano esplicitamente da alcune delle tesi che si vorrebbero sostenere e che sono state sostenute dall’Accusa. In altre parole anticipo una tesi che svilupperò con dettaglio per le singole sostanze: gli epidemiologi avrebbero potuto documentare la irrilevanza del rischio in discussione, la irrilevanza del rischio pratico, reale, in discussione per la popolazione della laguna. Ma faccio ancora una considerazione introduttiva metodologica: a giudicare da molte argomentazioni prodotte dai colleghi dell’Accusa sembra che la scienza di cui ci occupiamo sia una collezione di certezze, di successi, di dati incontrovertibili ed inconfutabili ai quali possiamo solo aggiungere nuove ed ulteriori certezze. Purtroppo o fortunatamente, dipende dai punti di vista, non è così. La scienza è invece una collezione di incertezze, di insuccessi, di ipotesi, di congetture, di possibilità che a volte trovano maggiore supporto e a volte trovano supporto minore se non addirittura confutazione. Dico questo perché già oggi su molte questioni che sono state riportate anche in quest’aula come certezze assolute esiste invece non solo una grande eterogeneità e differenza di vedute, ma addirittura sono presenti degli evidenti contrasti tra gli stessi scienziati, e quando esaminerò le singole sostanze questa osservazione, che per ora è volutamente generale, diventerà concreta e puntuale. Sul tema dell’incertezza che caratterizza la scienza, e cioè per gli argomenti in particolare di questa partita del procedimento, vale a dire la valutazione del danno per l’uomo e le popolazioni umane conseguente alla esposizione a sostanze potenzialmente dannose, avevo già presentato a suo tempo una memoria, il 28 febbraio; mi limito quindi a richiamarla, visto che dovrebbe fare già parte integrante degli atti del procedimento. Quando successivamente parlerò della valutazione del rischio vi farò invece qualche riferimento esplicito. Ma questa posizione di generale prudenza che ho espresso in relazione alle supposte certezze, o meglio incertezze, della scienza, trova un ulteriore rafforzamento proprio nel caso in questione. Ci dobbiamo infatti chiedere: dove sono le evidenze scientifiche che dimostrano la presenza di un rischio reale per la salute dell’uomo conseguente ai livelli di esposizione di cui si sta discutendo? Quali sono i lavori scientifici presenti in letteratura a supporto di questa tesi? E dobbiamo parlare di letteratura perché non è stato indicato alcun caso concreto, sono solo state offerte delle ipotesi, delle suggestioni, discutendo di effetti avversi che, quando sono osservati, quando sono stati osservati, sono stati associati per di più o alla sperimentazione animale oppure ad esposizioni i cui valori sono risultati di alcuni ordini di grandezza più elevati di quelli in questione, ordini di grandezza vuol dire decine, centinaia, migliaia di volte, poi entrerò in dettaglio. Già, ma dove sono le competenze che avrebbero eventualmente potuto introdurre questi argomenti, ammesso che siano presenti in letteratura? Non certo nei consulenti che si sono presentati a questo tavolo, che per loro ammissione sul tema del rischio si sono sempre limitati a riportare affermazioni ascoltate o lette, senza essere in grado in nessun modo di discuterle o di motivarle con strumenti ed argomenti adeguati, come hanno ampiamente dimostrato i controesami effettuati. Vengo ora al primo dei miei tre argomenti principali: la valutazione del rischio in termini di aspetti generali. Questo argomento è echeggiato molte volte in quest’aula, senza trovare, secondo il mio punto di vista, una sistematizzazione soddisfacente, in particolare attraverso i consulenti dell’Accusa. Ne ha parlato invece con una certa dovizia di particolari, anche se specialmente per la sola diossina, il professor Lotti, e credo possa risultare quindi di particolare utilità riprendere l’argomento in maniera generale. Allora, come al solito, è bene affrontare l’argomento dall’inizio partendo dalle definizioni. Cos’è il rischio? E cos’è la valutazione del rischio? Il rischio è la probabilità che, in un periodo di tempo predefinito, si verifichi in un soggetto o in una popolazione un evento avverso. Nel caso specifico e per le mie competenze il rischio è la probabilità che, per esempio per tutta la vita, un soggetto si ammali - o muoia - di un tumore essendo stato esposto alla sostanza o alle sostanze di cui stiamo discutendo. Se tralasciamo gli aspetti più di dettaglio ci possiamo accontentare anche di una definizione operativa magari più semplice o più comune: il rischio può essere approssimato dalla frequenza con cui si verifica una malattia in una popolazione. Valutare il rischio, allora, significa valutare se la frequenza di una malattia in una popolazione esposta è superiore oppure è inferiore alla frequenza della stessa malattia in una popolazione paragonabile ma non esposta. La definizione che ho dato è naturalmente semplificata, si può allargare in particolare per quello che riguarda noi per introdurre il problema della dose, cioè di una descrizione quantitativa e non solo qualitativa dell’esposizione, in modo da non accontentarci di una suddivisione grossolana tra esposti e non esposti. Allora valutare il rischio vuole dire innanzitutto costruire una relazione tra la dose cui si è esposti e la probabilità di insorgenza di una malattia. Si tratta quindi di un compito tipico per e dell’epidemiologia, per l’epidemiologo e dell’epidemiologia. Ora, la valutazione di rischio cancerogeno per l’uomo a quei valori di esposizione per cui sono disponibili degli studi epidemiologici coincide con una valutazione epidemiologica. Non che ciò voglia dire che le valutazioni siano facili; il caso del cloruro di vinile ci è di buon esempio da questo punto di vista. Però il metodo per lo meno è chiaro e possiamo dire anche condiviso. Possiamo quindi convenire che la valutazione epidemiologica è una valutazione del rischio osservato o avvenuto, cioè una valutazione del rischio quando l’effetto si è già espresso. Alle dosi a cui ci sono gli studi epidemiologici la valutazione del rischio coincide con la valutazione epidemiologica. Quando invece non ci sono studi epidemiologici o ci sono solo studi sugli animali, la valutazione del rischio implica tutta una serie di invenzioni, di scelte di default, di decisioni politiche che rendono problematico tutto questo impianto di valutazione, per esempio le basse dosi, le dosi a cui sono esposti gli abitanti in laguna. In questo contesto la valutazione del rischio è una valutazione ipotetica, un ragionamento astratto, un puro esercizio teorico di applicazione di ipotesi, più o meno scientifiche, o di modelli, più o meno complicati, in assenza di qualunque informazione sul rischio vero, espresso, osservato. Il contrasto tra valutazione del rischio osservato e valutazione del rischio ipotizzato è evidente e insanabile, è il contrasto tra realtà e finzione, tra pratica e teoria, tra osservazione del rischio, cioè cos’è successo, e previsione del rischio, cioè cosa potrebbe succedere se, e così via le metafore potrebbero seguire all’infinito. Mi metto allora, seppur malvolentieri, nell’ottica di questa visione ridotta e parziale della valutazione del rischio per evidenziarne le peculiarità e per far vedere, come diceva già il professor Lotti, come questa valutazione sia ricca di criteri scientifici ma anche di criteri non scientifici, dove arriva la scienza e dove intervengono altri fattori in sostituzione di una informazione scientifica mancante, di una informazione scientifica dubbia. Espresso in termini sintetici, fare una valutazione del rischio vuol dire applicare anche ipotesi scientifiche e modelli matematici, ma soprattutto giudizi e considerazioni di varia natura e in particolare non scientifici, per arrivare a definire valori di esposizione cui corrisponda un rischio, una frequenza di malattia, ritenuto in qualche modo accettabile dalla comunità e dai singoli individui. Dal punto di vista tecnico, in pratica, anziché dire quale rischio si riscontra in corrispondenza di una certa esposizione, si usa il procedimento contrario, cioè quale esposizione corrisponde ad un determinato rischio atteso, ad un determinato rischio teorico. Di questo concetto di valutazione del rischio, dicevo, ho parlato a lungo nella memoria del 28 febbraio che si intitolava "dalle congetture ai fatti" e adesso riprendo alcuni elementi, perché sono di pertinenza al tema di oggi. In quella memoria riprendevo un’affermazione del professor Zapponi, che era la seguente: "La valutazione del rischio può essere considerata una attività che si basa su fatti e dati scientifici e su un giudizio scientifico informato, quindi non solo i dati ma anche un giudizio, si basa sul consenso, sia all’interno delle comunità scientifiche, ma anche un consenso più vasto, ed aggiungeva: "E c’è anche un discorso di scelte politiche, per esempio è una politica sanitaria anche assumere un certo livello di cautela od un altro, più precisamente direi che in questa accezione la scelta politica è anche una scelta che si basa anche sul principio democratico", e si concludeva dicendo, dopo aver fatto tutta una lunga discussione sul calcolo del valore di esposizione a CVM che ammette un rischio di un caso ogni tot persone, 100.000, un milione, Zapponi concludeva: "E’ chiaro che la scelta di un parametro come questo, cioè quale deve essere il rischio, non è un discorso solo scientifico, chiaramente è un discorso di politica sanitaria". Ma questo modo di guardare alla valutazione del rischio non è solo di Zapponi. Per esempio Vineis, nel volume "Modelli di rischio, epidemiologia e causalità", del 1990, fa propria questa definizione: "Per valutazione del rischio si intende nel senso più generale lo studio delle decisioni concernenti esposizioni soggette a conseguenze incerte". E più ancora di loro, ma lo riporto solo per la autorevolezza della fonte, ed è il Consiglio Nazionale delle Ricerche degli Stati Uniti, a cui dal congresso americano era stato chiesto di valutare al massimo livello di competenza l’operato dell’EPA per quanto riguarda la attività di valutazione del rischio condotta da questa agenzia. Il Consiglio delle Ricerche americano ha pubblicato un ponderoso volume dal titolo "Scienza e giudizio nella valutazione del rischio", molto importante, e dice: "Il completamento delle fasi di valutazione del rischio si fonda su molte valutazioni per le quali un consenso scientifico non è stato raggiunto. Le scelte politico-scientifiche che le varie agenzie per la valutazione del rischio fanno svolgono una influenza considerevole sui risultati", ed ancora: "La valutazione del rischio è innanzitutto un processo di raccolta e valutazione della informazione e di impostazione di scelte politico-scientifiche". Ora, bastano queste poche battute per comprendere come la valutazione del rischio è sì un processo che cerca di utilizzare evidenze scientifiche, dove esistono, con tutte le incertezze che si portano dietro, combinandole con giudizi e valutazioni chiaramente e volutamente non scientifici, e devo anche aggiungere che la valutazione del rischio non è un processo che è capace di generare conoscenza dove la conoscenza non c’è; la valutazione del rischio è un processo che può fornire utili elementi per prendere decisioni, ma si fonda su quello che già si conosce. Ciò che sappiamo ad esempio sugli effetti di una sostanza potenzialmente tossica alle basse dosi rimane ignoto persino dopo un procedimento di valutazione del rischio condotto nel migliore dei modi, e per capire questo concetto in quella memoria e con riferimento al cloruro di vinile avevo fatto questo esempio: Zapponi aveva affermato che a 0,04 PPM di cloruro di vinile c’è un rischio aggiuntivo di un caso ogni 100.000 esposti a cloruro di vinile di contrarre un tumore. Con questa affermazione Zapponi non aggiunge alcun elemento alla nostra conoscenza degli effetti del cloruro di vinile alle basse dosi e in particolare a 0,04 PPM, ha solo fatto un esercizio di applicazione di alcune congetture, di alcune opzioni politico-scientifiche discutibili, che chiamiamo in genere opzioni di default - ma su questo interverrò a lungo successivamente - ad un contesto particolare. Però ciò che non gli era - o che gli era - noto prima di condurre la valutazione del rischio, e cioè quale sia l’effetto sulla salute dell’uomo di una esposizione a 4 PPM di cloruro di vinile, gli resta altrettanto ignoto - o noto - anche dopo la valutazione del rischio, nonostante i suoi calcoli gli facciano affermare - e noi abbiamo dimostrato che questi calcoli non avevano fondamento scientifico - che a quella esposizione vi sarebbe un rischio aggiuntivo di un caso di tumore ogni 100.000 esposti. Con ciò non si intende dire che l’operazione di valutazione del rischio è un’operazione completamente inutile, un mero esercizio intellettuale fine a se stesso; la valutazione del rischio ha un proprio contesto ben specifico e definito, che potremmo indicare - sempre utilizzando le parole del Consiglio Nazionale delle Ricerche americano - come segue: "Le stime del rischio non sono stime scientifiche del vero rischio di tumore. Esse sono utili ai regolatori per stabilire delle priorità di intervento". Lo stesso concetto, seppur con diversa fraseologia, è stato espresso da Lotti dicendo: "La valutazione del rischio è un processo ultraprudenziale che ha uno scopo eminentemente pratico, giunge in maniera codificata ad una valutazione, ad un numero che deve servire alla regolamentazione e alla prevenzione". Ora non sto a riprendere tutte le considerazioni che avevo già espresso in quella memoria, mi limito a sintetizzare, a ricordare i punti più critici, come i seguenti: il concetto di accettabilità del rischio, che non è certamente un concetto scientifico; dice Vineis: "La probabilità ritenuta accettabile è arbitraria, essa viene comunemente assunta come pari a 1 su un milione per ogni sostanza chimica senza che questa scelta abbia alcuna giustificazione scientifica". Altro punto critico, la modalità con cui viene valutata la letteratura disponibile, e qui faccio ancora riferimento evidentemente al caso del cloruro di vinile. Altro punto critico: le incertezze nei parametri, cioè la nostra incapacità di determinare accuratamente i valori di un modello, come le emissioni, le concentrazioni ambientali, i tassi di azione metabolica, il carico corporeo etc., nonché le incertezze nei modelli stessi, causati dalla imperfezione e dai vuoti della nostra conoscenza, vuoti che rendono impossibile conoscere in modo certo quale ad esempio tra parecchi modelli in competizione, lineare, non lineare, con soglia, senza soglia, quale tra questi modelli siano quelli corretti o adeguati. Per arrivare a quel concetto che è diventato noto con il termine di "opzioni di default" e che il Consiglio Nazionale delle Ricerche americano descrive essenzialmente come valutazioni politiche che cercano di aggirare il problema dell’incertezza, oppure, in maniera più tecnica e meno forte, come "opzioni utilizzate in assenza di una conoscenza scientifica convincente, per la maggior parte queste opzioni sono conservative, cioè rappresentano una scelta che è più probabile che porti ad una sovrastima che ad una sottostima del rischio". Sono sempre frasi del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Ricordo che le opzioni di default più importanti nella valutazione del rischio cancerogeno riguardano i seguenti argomenti: "Gli animali di laboratorio sono un surrogato per gli esseri umani nella valutazione del rischio. Risultati positivi negli esperimenti in animale sono presi come evidenza della capacità di una sostanza chimica di causare il tumore negli uomini". Ancora: "Gli esseri umani sono sensibili come le più sensibili specie animali valutate in laboratorio". Ancora: "I tumori benigni sono un surrogato dei tumori maligni", oppure: "Le sostanze chimiche agiscono nella induzione dei tumori come le radiazioni alle basse dosi, cioè anche una sola molecola della sostanza chimica ha la probabilità di indurre tumori" etc.. Ricordo anche che queste opzioni non sono solo oggetto di dibattito in sede scientifica ma l’inadeguatezza e l’arbitrarietà connesse al loro uso hanno già invaso i Tribunali, per lo meno quelli americani, come si evince per esempio anche da questi esempi relativi a sentenze tutte della Corte Suprema degli Stati Uniti. Anno 1980; sostanza in causa: il benzene; opzione di default: l’estrapolazione dalle alte alle basse dosi: l’agenzia coinvolta: OSHA. Anno ‘87; sostanza: cloruro di vinile; opzioni di default: uso di modelli di estrapolazione lineare; agenzia coinvolta: EPA. Anno ‘97; sostanza: PCB; opzione di default: estrapolazione da animale a uomo. Su questo tema dell’estrapolazione si sono espresse anche moltissime Corti dei singoli Stati americani. Sono tutte sentenze, queste, in cui la Corte Suprema ha fortemente criticato l’utilizzo di questi metodi, ed è intuitivo...

 

Avvocato Stella: professore, scusi, ne approfitto per depositare al Tribunale cinque sentenze.

 

RISPOSTA – E’ intuitivo pensare che i ripetuti pronunciamenti della Corte Suprema abbiano poi costituito un importante segnale anche per le Corti di merito, che in numerose sentenze hanno mosso gravi censure all’uso di queste opzioni. Riporto, ma solo come esempio, tre sentenze della Corte d’Appello del distretto di Columbia. Anno ‘95; sostanza: atrazina; opzione di default: esistenza di un limite soglia; agenzia coinvolta: EPA. Anno ‘98; sostanza: ossido di azoto; problema: arbitrarietà delle scelte adottate dall’agenzia regolatrice, che sono addirittura definite capricciose, in un linguaggio un po’ inusuale.

 

Avvocato Stella: arbitrarie e capricciose.

 

RISPOSTA - Arbitrarie e capricciose, dalla Corte d’Appello, agenzia coinvolta ancora EPA. Anno 2000; sostanza: cloroformio; vari problemi: dalla arbitrarietà delle scelte alle estrapolazioni lineari, dalla presenza di una soglia alle modalità con cui vengono stabiliti i limiti e così via; agenzia coinvolta: EPA. Ora, ho fatto questo elenco, breve e solo esemplificativo, non per entrare nel merito, sono questioni che devono essere affrontate da giuristi con gli strumenti adeguati e non da un epidemiologo, ma per indicare che il livello del dibattito in corso e le contestazioni di cui si discute di fronte all’agenzia, l’EPA appunto, che è quella che più si è buttata sul tema della valutazione del rischio, non interessano solo ed unicamente la comunità scientifica ma hanno trovato collocazione stabile in sede giuridica, con pronunciamenti importanti e netti. In pratica, in sintesi le Corti chiedono la verifica, la dimostrazione, il riscontro del rischio reale, non di un discorso attorno al rischio teorico. Tornando alle opzioni di default devo anche aggiungere, però, che queste opzioni in un certo senso sono ineludibili, perché senza di esse l’operazione di valutazione del rischio non è possibile stante le incertezze scientifiche insite nel processo stesso. Allora ciò che è importante è riconoscere che la valutazione che risulta è fortemente condizionata proprio da queste opzioni. Il professor Lotti ha portato un esempio per quello che riguarda la diossina, un esempio pratico per quello che riguarda la diossina, mi sembra che sia sufficientemente esplicativo di questa idea. Quindi in termini generali possiamo dire che la valutazione del rischio è un processo in cui, utilizzando elementi scientifici e giudizi dichiaratamente non scientifici, congetture e scelte politico-scientifiche sulle quali la comunità scientifica non è in grado di raggiungere un accordo, si cerca di ottenere una stima della esposizione alle basse dosi cui possa corrispondere un livello di rischio che si considera accettabile per la popolazione. In questo percorso dev’essere chiaro dove arriva la scienza e dove intervengono altri fattori. Quali sono i dati scientifici e quali quelli non scientifici? Quindi abbiamo di fronte uno strumento - un po’ scientifico e un po’ no - per individuare dei valori di esposizione che possono rappresentare in qualche modo un punto di paragone soprattutto, ma forse bisognerebbe dire esclusivamente, a fini regolamentatori o per individuare priorità nella scelta di azioni di politica sanitaria. Volendo essere ulteriormente espliciti è indispensabile che le agenzie regolamentatrici si pongano dei giusti problemi di protezione della popolazione, di prevenzione del rischio eventuale, di approccio cautelativo e così via, e quindi adottino tutte le cautele che ritengono possano in qualche modo garantire adeguatamente la salute dei cittadini, e quindi è del tutto giustificato che l’adozione di cautele possa appoggiarsi anche ad argomenti non scientifici. La teoria dei limiti di esposizione, basata sui fattori di incertezza o di sicurezza, è un altro di questi strumenti, oltre alla valutazione del rischio - ma ne parleremo tra poco - per arrivare allo stesso obiettivo. Riprendendo le parole di Lotti, il limite non è una verità scientifica perché è basato su assunti, analogie, informazioni scarse. Ciò nonostante è una necessità pratica per poter giustificare l’azione preventiva. Allora approccio preventivo e valutazione del rischio vanno di pari passo; del resto, poiché la valutazione del rischio produce dei valori di esposizione che hanno il significato di limiti, sarebbe poco prudente stabilire come limiti quei valori di esposizione ai quali gli studi epidemiologici hanno evidenziato degli effetti avversi, verrebbe a cadere l’assunto di protezione della popolazione. Quindi questi limiti concettualmente devono risultare inferiori di uno, due, tre o più ordini di grandezza dei valori di esposizione ai quali si attendono eventuali effetti dannosi. Allora qui sta il punto fondamentale di tutte le osservazioni che ho fino ad ora svolto. Come dev’essere interpretato un valore di esposizione, un limite di esposizione derivato da una valutazione del rischio? Possiamo rifarci per esempio proprio al documento che è stato introdotto in precedenza sia da Zapponi e da Vineis, che è il documento del Comitato scientifico per la alimentazione della Commissione Europea. E` un documento che riprenderò più volte, anzi devo ringraziare Zapponi e Vineis che hanno portato alla nostra attenzione questo documento, altrimenti le considerazioni svolte lì dentro ci sarebbero sfuggite. Bene, in questo documento si sostiene l’idea - che condivido - che "il limite proposto non è il confine inferiore della tossicità - sto citando il documento - ma è una stima di un livello tendenzialmente sicuro di assunzione, derivato a partire da un approccio conservativo. Pertanto non vuol dire che il leggero superamento di questo limite comporti un apprezzabile rischio per la salute degli individui che eccedono tale valore, ma una esposizione che supera questo limite porta ad una erosione della protezione, che è contenuta nel valore stesso". E per chiarire meglio il contesto di queste affermazioni riporto anche un’altra osservazione, sempre del Comitato scientifico. Il Comitato enfatizza che esso non ha prodotto una valutazione quantitativa del rischio per la salute associato alla esposizione a diossine e PCB. Questo perché i dati disponibili alle alte dosi negli studi sugli animali e gli studi delle esposizioni accidentali ed occupazionali nell’uomo - ma ne parlerò ampiamente successivamente - non possono essere estrapolati quantitativamente, con nessun livello di confidenza giù ai valori che costituiscono le esposizioni della popolazione generale. Ciò sta ad indicare con grande chiarezza la differenza di significato tra limite e tossicità. E’ errato pensare che il superamento di un valore stabilito in seguito ad una valutazione del rischio si traduca automaticamente nell’instaurarsi di un effetto tossico di qualche natura. Un’altra autorevole conferma viene - ma è solo un ulteriore esempio - dall’organizzazione che fin dagli anni ‘60 si dedica prevalentemente all’opera di fissazione di limiti di tipo ambientale o professionale. Questa organizzazione è l’organizzazione degli igienisti americani, ACGH, ogni anno pubblica un volume contenente limiti di esposizione per una enorme quantità di sostanze ed agenti. L’introduzione a questo volume contiene proprio questa idea, questo concetto: questi limiti sono stabiliti per essere utilizzati nella pratica come linee guida o come raccomandazioni per il controllo dei rischi potenziali per la salute e non per altri usi. Per esempio non devono essere utilizzati come prova di una malattia esistente, perché questi limiti non sono delle linee sottili che rappresentano una suddivisione tra concentrazioni sicure e concentrazioni pericolose. Ed è proprio per mantenere un sufficiente margine di sicurezza per l’individuo più svantaggiato che la distanza tra le esposizioni regolamentate e quelle alle quali sono osservati degli eventuali effetti avversi dev’essere sufficientemente ampia. Cosa che viene ottenuta appunto facendo in modo che la differenza tra questi due valori possa essere di 10, 100, 1000 volte o più a seconda dei casi o delle situazioni. Allora non mi stupisce che ai livelli di esposizione di cui si parla in questo procedimento non ci sia spazio per il concetto di rischio, perché questo concetto - mi riferisco in particolare agli effetti cancerogeni - si manifesterebbe eventualmente a livelli di esposizione che sono lontanissimi da quelli osservati in laguna, anche nei canali industriali, perché gli studi che eventualmente documentano un rischio parlano di esposizioni che sono almeno centinaia o migliaia o di più volte più elevate di quelle lagunari. Allora il processo di valutazione del rischio dovrebbe dire qual è il rischio di insorgenza di un tumore in corrispondenza ad una determinata esposizione, ma in realtà agisce al contrario ho detto, cioè viene fissato un rischio teorico ritenuto accettabile e si va alla ricerca di una esposizione che permetta di non superare quel rischio. E` un esercizio fondato sostanzialmente sul principio della estrapolazione, unito ad alcuni principi di natura non scientifica, quindi ad un processo alla fin fine dichiaratamente non scientifico. Adotta un approccio naturalmente prudenziale e conservativo, utilizzando il concetto di prevenzione e le opzioni di default; non genera informazioni sui danni quando queste informazioni non ci sono già e, se ci fossero, non avrebbe senso fare questa valutazione del rischio. Dà luogo a dei valori di esposizione e di rischio non verificabili, ipotetici, fortemente condizionati dalle scelte imposte, valori il cui superamento non implica l’instaurarsi di un effetto avverso. Alla domanda: quale sia il rischio reale? Non sa rispondere, ma il rischio reale, qualora ci fosse, dovrebbe comparire ad una esposizione molto più elevata (centinaia, migliaia etc. di volte, a seconda dei casi); è utile invece per creare degli scenari: cosa succede se, per prendere decisioni regolamentatorie a fini pratici nonché per definire strategie ed azioni di politica sanitaria. Potrebbe essere utile a questo punto discutere alcuni aspetti di dettaglio, come la differenza di approccio quando le sostanze hanno o non hanno una soglia, la difficoltà dell’uso per l’uomo di dati desunti dagli animali, la difficoltà e la arbitrarietà delle estrapolazioni, il concetto di individuo medio. Ricordo che si tratta di un soggetto di 60-70 chili di peso, considerato esposto ad una sostanza per una vita media di 70 anni, ad una concentrazione media costante, per 24 ore al giorno quand’è ambientale l’esposizione oppure tutti i giorni quando assume cibo. Non occorre grande profondità scientifica per ammettere che tale soggetto non esiste nemmeno nei racconti di maggiore fantasia e pertanto viene a mancare l’individuo stesso al quale la valutazione del rischio pretende di indirizzare i propri risultati. Si può discutere ancora di valori non scientifici etc.. Prenderei troppo tempo, perciò ci rinuncio. Un punto però mi sento di segnalare, ed è il seguente: Sesana, parlando di valori di tossicità equivalente per le diossine, ha fatto riferimento a valori diversi ottenuti secondo le normative tedesche e secondo le normative nazionali. Facchetti, presentando i risultati di uno studio fatto da De Andrea e Marcomini qui a Venezia, riporta le conclusioni degli autori in questo modo: "Ciò testimonia come da presupposti apparentemente uguali si possa giungere a conclusioni differenti per quanto riguarda i livelli accettabili anche all’interno della Comunità Scientifica dello stesso Paese". Infine Lotti ha descritto i percorsi diversi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, della Comunità Europea e dell’EPA, per fissare dei limiti per la diossina, arrivando a risultati sostanzialmente diversi. Allora cosa suggeriscono queste tre citazioni? Innanzitutto che nel fissare i valori limite è naturale che le agenzie perseguano obiettivi che variano in rapporto al loro specifico mandato, che può essere la protezione dell’ambiente per EPA, la tutela dei consumatori per FDA o la prevenzione e il controllo delle malattie per OMS, e questi mandati non sono scientifici. In secondo luogo vuol dire che le differenze nei risultati sono solo un ulteriore esempio, ma questa volta a livello pratico ed applicativo, degli ampi margini di discrezionalità che caratterizzano le attività dell’Agenzia. Per il terzo commento torno un attimo all’esempio della diossina; il limite derivato dall’OMS e dalla Comunità Europea è tra 1 e 4 picogrammi TEQ per chilogrammo/die, mentre il limite EPA, ancorché non ufficiale, è molte volte più piccolo. Viene naturale chiedersi a chi dei due dobbiamo chiedere e la risposta è elementare: poiché nessuno di loro a questi livelli di esposizione ha mai osservato degli effetti cancerogeni - neanche tossici ma io parlo di quelli cancerogeni - manca qualsiasi metro per dire chi ha ragione e chi ha torto, e la differenza tra i valori è solo un esempio di quanto questi procedimenti di valutazione del rischio possano portare a risultati - e poi a decisioni - chiaramente paradossali. Ma se il procedimento di valutazione del rischio è un processo soggettivo, fortemente dominato dai valori, caratterizzato dalle incertezze della scienza e del giudizio degli esperti, allora non potrà evitare di fare i conti anche con il problema della percezione del rischio, anzi con tutta probabilità la percezione sociale del rischio finisce col diventare - volontariamente o involontariamente - la prospettiva dominante. Non sviluppo il tema, ricordo che Lotti vi ha già fatto qualche accenno, sarebbero necessari degli strumenti che non mi competono; mi limito però a sottolineare, per quello che mi compete, il ruolo facilmente distorsivo che svolgono le agenzie regolamentatrici nei confronti dei cittadini e delle loro organizzazioni quando li inducono a fraintendimenti o comportamenti inadeguati perché hanno individuato rischi inesistenti o perché hanno sottovalutato o enfatizzato i rischi stessi. Concludo questo paragrafo ricordando che la valutazione del rischio è solo uno degli strumenti che si possono utilizzare; ci sono altri modi per fissare i valori limite, ne parleranno altri consulenti. Passo adesso al terzo argomento, vale a dire la valutazione epidemiologica delle sostanze allo studio. Faccio innanzitutto un piccolo collegamento con quanto avevo già fatto per il cloruro di vinile per dare ragione delle affinità e delle differenze che caratterizzano quell’approccio da quello che ho adottato in questa seconda parte. Il cloruro di vinile si presentava diverso per diversi ordini di motivi. I più rilevanti sono i due seguenti: con il cloruro di vinile si trattava dell’esame di una sola sostanza, caratterizzata da una bibliografia epidemiologica limitata, e che pertanto poteva valere la pena di considerare e presentare in dettaglio voce per voce, come ho fatto. Qui le sostanze in discussione sono invece molte, alcune delle quali hanno una grande bibliografia ed un esame di dettaglio con la discussione di singoli lavori è al di fuori di qualunque economia di intervento. In secondo luogo, per quanto riguarda il cloruro di vinile, si trattava di una sostanza classificata dalla IARC in classe 1, poi spiegherò bene cosa vuol dire, alla luce di valutazioni effettuate nel ‘79 e nell’87, ma che negli anni successivi ha visto l’emergere di molti studi epidemiologici che hanno presentato dei risultati piuttosto differenti rispetto alle conclusioni raggiunte dalla agenzia di Lione. Qui la situazione è piuttosto differente, perché vi sono molte sostanze, come le diossine, che sono state valutate solo di recente, e pertanto la bibliografia esaminata si può considerare sufficientemente esaustiva, e sostanze - e sono molte - la cui valutazione di cancerogenicità le pone in classe 3. Questa diversa situazione impone di effettuare un esame epidemiologico di dettaglio differente da caso a caso. Allora, per ogni sostanza o gruppo presenterò queste tre considerazioni: innanzitutto le evidenze emergenti dagli studi epidemiologici nell’uomo, con qualche dettaglio evidentemente necessario a farmi capire ma senza entrare più di tanto nel merito dei singoli studi, e questo per ovvi problemi di economia di intervento. Poi riporterò le valutazioni complete effettuate dalla IARC e infine discuterò e presenterò gli eventuali elementi di particolare criticità che fanno riferimento alla valutazione di ciascuna sostanza. Il tutto appunto, come dicevo nell’introduzione, con una impostazione epidemiologica. Alcuni colleghi hanno presentato con dettaglio singoli lavori o singoli documenti, estratti da un contesto generale, come se tali documenti costituissero la vera ed unica certezza scientifica sull’argomento di volta in volta in discussione. Personalmente non condivido questo approccio - e l’ho dimostrato appunto con il cloruro di vinile - se non si esamina tutta o quasi tutta la letteratura non si potrà avere un’idea completa ed esauriente delle questioni, e farò più avanti sostanza per sostanza gli esempi. Ora, visto che userò ripetutamente la classificazione della IARC, mi permetto di ricordarla brevemente, dato che diversi consulenti dell’Accusa hanno dimostrato di avere di essa una conoscenza del tutto inadeguata o per lo meno approssimativa. Ricordo che viene innanzitutto esaminata tutta la letteratura disponibile, ricordo che questa operazione non è indolore, ed io ho criticato in maniera esplicita questa operazione svolta nell’87 per il cloruro di vinile. Poi, alla luce della letteratura esaminata, viene espresso un giudizio generale di cancerogenicità separatamente per gli animali e per l’uomo, formato da quattro categorie, che sono così identificate: evidenza sufficiente - è chiaro cosa vuol dire - evidenza limitata, quando il gruppo ritiene che esista una relazione ma che anche l’azione di altri fattori - caso, distorsione o confondimento - non possa essere ragionevolmente escluso; terzo, evidenza inadeguata quando il gruppo ritiene che gli studi disponibili non permettono di raggiungere una conclusione. Poi evidenza di mancanza di effetto. Vengono poi presi in considerazione eventuali altri dati esistenti su altre informazioni per arrivare a fare la famosa classificazione a cinque gruppi che tutti dovrebbero conoscere. Gruppo 1: la sostanza è cancerogena, vi è evidenza sufficiente nell’uomo. Per questo caso la diossina costituisce un’eccezione. Gruppo 2A: la sostanza è probabilmente cancerogena per l’uomo, vi è evidenza limitata nell’uomo e così via. Gruppo 2B: la sostanza è possibilmente cancerogena, evidenza limitata nell’uomo, evidenza meno che sufficiente nell’animale etc., ci sono ulteriori dettagli che tralascio. Gruppo 3: la sostanza non è classificabile in quanto a cancerogenicità, e questo giudizio viene dato quando vi è evidenza inadeguata nell’uomo ed evidenza limitata o inadeguata nell’animale. Gruppo 4: la sostanza non è cancerogena. Che commenti si possono fare? Ora non entro nel merito della correttezza generale del lavoro svolto dalla IARC, analizzeremo caso mai il problema sostanza per sostanza. Mi limito a ricordare che la valutazione IARC è una valutazione puramente qualitativa, non viene mai affrontato il problema della dose, vale a dire che la IARC, nel suo lavoro di revisione, non affronta mai il problema quantitativo di definire delle dosi di riferimento. In generale l’Agenzia si limita a segnalare se i livelli di esposizione a cui sono stati osservati eventuali effetti cancerogeni siano esposizioni elevate rispetto a quelle riscontrate nella popolazione generale. Dal punto di vista invece della classificazione mi interessa commentare il significato del gruppo 3; la collocazione di una sostanza nel gruppo 3 richiede che vi sia evidenza inadeguata nell’uomo e limitata oppure inadeguata nell’animale. Una evidenza inadeguata implica due cose: o che gli studi disponibili non permettono di raggiungere una conclusione oppure che non ci sono studi. I consulenti dell’Accusa, invece, quando l’hanno fatto, hanno cercato di presentare questo gruppo 3 come un gruppo nel quale vengono messe le sostanze solo perché non esistono gli studi che le riguardano ma che, se ci fossero, andrebbero nella direzione di dimostrare la presenza di effetti cancerogeni. Ma anche su questa osservazione, cioè la mancanza di studi, si può fare un commento. E’ vero che non tutto può essere studiato e che le dinamiche che portano ad organizzare studi sono varie, ma è anche vero che è piuttosto difficile che vengano tralasciati studi su argomenti rilevanti, e molto spesso la mancanza di studi è proprio un segnale della irrilevanza di quel problema. Infine, se la mancanza di studi rappresenta lo stato dell’arte attuale, bisognerà che ne teniamo conto; può darsi che tra 100 anni sarà diverso. Di fatto, alle conoscenze di oggi sta lì, e noi possiamo solo prenderne atto eventualmente organizzandoci per il futuro. Bene, fatte queste premesse inizio a considerare le singole sostanze. Inizio dalle diossine. Tanto perché non ci siano fraintendimenti mi atterrò a queste definizioni: con il termine diossine al plurale intendo tutte le sostanza della famiglia delle PCDD, policlorodibenzodiossine, mentre quando il termine è usato al singolare, diossina, intendo la 2,3,7,8, tetraclorodibenzoparadiossina, 2,3,7,8 TCDD la chiameremo. Con il termine diossine simili, invece, sono costretto ad intendere i PCDF, policlorodibenzofurani, e i PCB, policlorobifenili. Dico che sono costretto in quanto purtroppo è invalso l’uso, anche nella Comunità Scientifica, di questa terminologia che ritengo del tutto inadeguata. Non è chiaro infatti sulla base di quale elemento questi tre gruppi di sostanze debbano essere ritenuti simili, soprattutto perché manifestano, come già emerso nel dibattimento e come sarà ancora più chiaro tra breve, sostanziali differenze negli effetti sulla salute. La più grossa valutazione epidemiologica degli effetti sull’uomo della esposizione a diossine è recente, è del 1997, dell’agenzia di Lione. Altre erano state fatte in precedenza ma questa recente le riassume. Anche EPA ha messo in atto un percorso di valutazione che per certi aspetti può essere considerato paragonabile a quello della IARC, seppur con sostanziali differenze soprattutto negli obiettivi e nei metodi, oltre che nei risultati. Ma questo percorso è iniziato nel ‘91, ha visto la pubblicazione di un documento provvisorio nel ‘94 e, dopo un cammino che non è sembrato per niente lineare e facile, segno che ci sono evidenti incertezze e discordanze nel raggiungere una valutazione consensuale, dovrebbe portare ad un documento finale probabilmente nel 2001. I contenuti di questo documento sono più o meno noti, si spera che esca ufficialmente quest’anno. Veniamo agli studi che sono stati esaminati. Nell’uomo ci sono circa un centinaio di studi principali; per comodità di analisi si possono raggruppare in questo modo: studi in cui l’esposizione a diossine è avvenuta in maniera diretta nell’industria, attraverso esposizioni industriali o accidenti industriali, questo è il primo capitolo; in impianti chimici, due impianti americani, produzione di triclorofenolo e 2,4,5-T, la coorte dell’incidente alla BASF in Germania, 2,3,7,8, TCDD nella produzione di triclorofenolo, altre coorti di impianti tedeschi, produzione di erbicidi contaminati con diossine, quattro coorti britanniche, esposizione nella produzione di erbicidi e clorofenoli, due coorti olandesi, diossine nella sintesi e formulazione di erbicidi e clorofenoli, uno studio multicentrico IARC, esposizione a 2,3,7,8 TCDD nella produzione e spruzzamento di erbicidi e clorofenoli. Questi almeno sono gli studi principali. Faccio osservare che nessuna di queste lavorazioni riguarda le produzioni che interessano o hanno interessato Enichem. In secondo luogo popolazioni esposte in incidenti industriali, famoso il caso di Seveso per il quale sono stato direttamente coinvolto. Ci sono poi studi in cui l’esposizione alla diossina è avvenuta in maniera indiretta, come esposizione ad erbicidi o pesticidi contaminati con 2,3,7,8 TCDD o altre diossine, in coorti di applicatori di erbicidi in Svezia, Finlandia e Danimarca almeno, in coorti di militari utilizzatori/applicatori di pesticidi in Vietnam, in studi caso-controllo relativi a vari gruppi di casi nella popolazione in diverse sedi, sarcomi dei tessuti molli, linfomi, altri tumori del sistema ematopoietico, altri tumori solidi come colon, naso etc.. Mentre negli studi con esposizione diretta nell’industria l’esposizione a diossine è chiara ed identificabile, negli studi con esposizione indiretta la valutazione dell’esposizione è molto più problematica. Le difficoltà riguardano in particolare gli studi caso-controllo, che da questo punto di vista sono i più esposti a critiche, e difatti anche per le diossine questo tipo di studi pone dei seri problemi di valutazione dell’esposizione. Non è un caso che proprio questi studi siano quelli che forniscono i risultati più discordanti. Beh, per superare almeno in parte queste difficoltà, allora, all’interno degli studi esaminati si è cercato di andare alla ricerca delle popolazioni che potevano essere considerate maggiormente esposte. Secondo l’idea che se le associazioni osservate sono rilevanti, le popolazioni maggiormente esposte dovrebbero essere anche quelle che danno luogo ai rischi più elevati. La selezione dei gruppi più esposti ha interessato in generale sia interi studi che sottogruppi all’interno di studi e ha identificato prevalentemente esposti a 2,3,7,8 TCDD. Ecco come la IARC ha sintetizzato questo processo, sono parole prese dai volumi della IARC: "L’evidenza epidemiologica derivante dallo studio delle popolazioni maggiormente esposte a 2,3,7,8 TCDD indica una evidenza più forte di un aumentano rischio per il totale dei tumori ed una evidenza molto meno forte per un aumentato rischio di tumori di specifiche sedi, anche se la forza dell’associazione risulta piuttosto debole. Il ruolo del confondimento, da fumo o da altre esposizioni professionali ad altre sostanze chimiche, non può essere escluso. Complessivamente quindi l’evidenza maggiore interessa la 2,3,7,8 TCDD, riguarda tutti i tumori insieme, la dimensione dell’aumento di rischio è piccola; il rischio più elevato è stato riscontrato nelle coorti, nelle sottocoorti che hanno avuto le esposizioni più elevate e le latenze maggiori, e ciò nonostante si tratta di un rischio relativo solo di 1,4, che è un rischio considerato non elevato. Inoltre, mentre questo rischio non sembrerebbe probabilmente spiegato da alcun fondamento, tuttavia questa eventualità non può essere esclusa", sto sempre citando le informazioni della IARC. E’ utile sottolineare come questa evidenza così poco evidente - mi si perdoni il gioco di parole - riguarda i soggetti a maggiore esposizione e latenza e solo la 2,3,7,8 TCDD. Sembrano dettagli ma poi risulteranno essenziali. Qual è la valutazione? Cominciamo dalla 2,3,7,8 TCDD; la IARC ha concluso in questo modo: "Vi è evidenza limitata nell’uomo; vi è evidenza sufficiente negli animali, complessivamente la 2,3,7,8 è cancerogena per l’uomo" e, nel trarre questa conclusione, il gruppo di lavoro ha considerato l’evidenza in particolare derivante da un supposto meccanismo di azione. Altrimenti la evidenza limitata nell’uomo impedisce la categorizzazione nella classe 1 IARC, allora hanno dovuto integrare questa evidenza limitata con delle altre idee, l’idea appunto che ci sia un meccanismo di azione. Inoltre la IARC aggiunge che la 2,3,7,8 TCDD non è genotossica ed agisce come un promotore. Che valutazione invece è stata data delle diossine diverse dalla 2,3,7,8? Vi è evidenza che suggerisce mancanza di cancerogenicità negli animali da esperimento per la dibenzoparadiossina, evidenza limitata negli animali per alcuni esaclorodibenzoparadiossine, evidenza inadeguata negli animali per la 2,7 diclorodibenzoparadiossina, evidenza inadeguata negli animali per le pentacloroparadiossina, evidenza inadeguata negli animali per eptaclorodibenzoparadiossina. Niente viene proposto per quanto riguarda tutti gli altri congeneri e in particolare niente si dice delle OCDD, le octaclorodibenzodiossine, cioè le diossine di cui si è discusso molto in termine di impronta del cloro relativamente al CVM. Complessivamente tutte le diossine, ad esclusione della 2,3,7,8, sono nel gruppo 3. Allora veniamo a qualche commento e a qualche considerazione per quanto riguarda poi la situazione di Venezia. Dice la IARC: "Ci sono pochi esempi di agenti che causano un aumento di tumori in molte sedi. Gli esempi sono il fumo e le radiazioni ionizzanti. Questa mancanza di precedenti di un cancerogeno che agisce su molti siti, senza che qualche sito particolare predomini, significa che i risultati epidemiologici devono essere trattati con molta cautela". Forse non è inutile ricordare che la decisione a cui è pervenuto il gruppo di lavoro IARC è stata una decisione molto discussa e contrastata e si è conclusa con un voto a maggioranza relativa molto risicato perché si erano formati due gruppi quasi di pari numerosità, e questo è un segnale ulteriore di quanta incertezza scientifica ci fosse sul problema, nonostante la enorme quantità di materiale a disposizione, e la IARC prosegue in questo modo esprimendo le sue cautele: "La mancanza di un precedente non può escludere la possibilità che di fatto la 2,3,7,8 TCDD ad alte dosi possa agire come cancerogeno per molti siti". L’Agenzia stessa si rende conto della problematicità della materia, tanto che cerca di contestualizzare al meglio le proprie conclusioni, e anziché affermare si pronuncia per non escludere la possibilità, e non è un caso che ponga continuamente in evidenza il problema della esposizione alla sola 2,3,7,8 TCDD e non alle altre diossine e inoltre alla esposizione ad alte dosi, anche se l’Agenzia non dirà mai qual è il valore numerico di esposizione che lei ritiene per alte dosi, il suo giudizio è sempre di tipo qualitativo, non c’è nessun riferimento alla dose nella formazione delle cinque classi di giudizio. Allora, se questo è il contesto specifico di cui si discute, mi chiedo, ma solo di passaggio per non rubare altro tempo, su quale base scientifica si appoggi l’affermazione del professor Zapponi che i sarcomi dei tessuti molli sarebbero un po’ il corrispondente all’angiosarcoma del fegato nel caso del cloruro di vinile o il mesotelioma per l’amianto. Il professor Lotti aveva bonariamente - poi nella memoria citerò tutte le date e le pagine, ovviamente, di queste citazioni, adesso le risparmio per brevità - considerato questo paragone molto azzardato; il mio giudizio è più realistico e più critico: se l’osservazione di Zapponi fosse vera, mi chiedo come mai non emerge dalla letteratura scientifica, così come sono emersi dalla letteratura i casi dell’angiosarcoma e del mesotelioma, ma l’osservazione di Zapponi in effetti non è vera, tanto che la IARC non è in grado di definire nessuna sede specifica come bersaglio privilegiato o almeno preferenziale, né della 2,3,7,8 né tanto meno delle altre diossine. Ma questo è solo uno degli esempi delle approssimazioni con cui alcuni consulenti hanno presentato il problema. Sul versante della esposizione vi è da notare che le esposizioni delle popolazioni indagate, sia quelle risultate esposte come conseguenza di incidenti industriali che soprattutto quelle lavorative, e torno a dire che nessuno dei processi industriali esaminati in letteratura riguarda lavorazioni presenti in Enichem Marghera, queste esposizioni sono state giudicate dal gruppo di lavoro IARC molto più elevate - e lo IARC indica un ordine di grandezza, dalle centinaia alle decine di migliaia di nanogrammi per chilo di grassi - delle esposizioni riscontrabili nella popolazione in generale. In particolare gli attuali livelli di esposizione di fondo nelle popolazioni umane sono da centinaia a migliaia di volte inferiori a quelli osservati negli studi sperimentali e nelle coorti lavorative oggetto della valutazione IARC". Sto riportando ciò che lo IARC ha scritto. Ma questa non dovrebbe essere una novità, perché allo stesso modo si esprime anche Zapponi quando ricorda per esempio lo studio di Steenland e dice: "Passiamo agli studi epidemiologici, volevo citare all’inizio un lavoro di Steenland e collaboratori del ‘99, i quali citano un trend statisticamente significativo tra i rapporti standardizzati di mortalità, gli SMR, e un’esposizione a 2,3,7,8 TCDD, con un eccesso significativo ad esposizioni da 100 a 1000 volte superiori a quella di fondo. E su questi ordini di grandezza si muovono anche le considerazioni dei documenti EPA per quanto non ancora ufficialmente pubblicati. Altrettanto chiari sono i pronunciamenti del Comitato scientifico per la alimentazione della Commissione Europea, che afferma testualmente: "Il Comitato nota che i carichi corporei di 2,3,7,8 TCDD nei ratti femmina, che hanno mostrato una aumentata incidenza di tumori del fegato, e i carichi corporei di 2,3,7,8 TCDD associati ad un aumento di rischio negli uomini appartenenti a coorti esposte professionalmente o per motivi accidentali, erano parecchi ordini di grandezza superiori ai carichi corporei di diossina di background osservati nella popolazione generale". Sempre sul versante dell’esposizione ricordo - come hanno già ampiamente dimostrato altri consulenti - che le fonti di emissione di diossina sono molteplici anche in laguna e che i livelli di 2,3,7,8 TCDD, che noi riteniamo erroneamente attribuiti a Enichem, sono comunque decisamente bassi, per non dire irrilevanti, rispetto ai valori riscontrati. Inoltre non ci risulta alcuno studio epidemiologico che abbia mostrato evidenze, anche incerte, di effetti cancerogeni nell’uomo ai valori di diossina di cui si parla in laguna, a prescindere da chi è responsabile per quei valori. Per sovrappiù mi sembra che sia ormai acquisito dal dibattimento che le diossine di cui si parla, anche se non costituiscono l’impronta rilevante, comunque sarebbero le OCDD, cioè le octaclorodibenzodiossine. Per questi congeneri non esiste in letteratura nessuno studio epidemiologico, nessuna segnalazione di effetti sulla salute, e non è un caso che non siano nemmeno citate nella valutazione IARC. Oblio totale si potrebbe dire. Del resto, anche se facciamo riferimento ad un concetto che noi fortemente criticheremo dal punto di vista scientifico - e faccio riferimento alla relazione successiva del professor Manzo - che è il concetto di tossicità equivalente, la tossicità di questo congenere, che era considerata a livello di un millesimo di quella della 2,3,7,8 TCDD, adesso è stata declassata addirittura ad un decimillesimo, e teniamo conto che non si parla nemmeno di effetti cancerogeni. Mi scuso con il Tribunale se è stato necessario un po’ di tempo per presentare queste mie considerazioni, sarò molto più veloce ora sulle altre sostanze, ma quello che ho detto è stato motivato sostanzialmente dalla genericità, dalla non specificità e dalla inadeguatezza con cui questi argomenti, nonostante il tempo dedicato, sono stati introdotti dalla maggioranza dei consulenti dell’Accusa, anche da quelli, come per esempio il professor Zapponi, che per competenza avrebbero potuto trattare l’argomento in maniera sufficiente. Credo inoltre non solo di aver chiarito il quadro degli effetti cancerogeni ma anche di aver indicato un percorso metodologico, lo stesso che adesso ho adottato per le altre sostanze. Secondo passaggio, quindi, sostanze simili alla diossina. Con il termine "simili alla diossina" dicevo in precedenza che sono costretto a intendere PCDF, policlorodibenzofurani, e PCB. Tra breve sarà chiara la distinzione di effetti che c’è tra queste sostanze e la critica che farò al concetto di "sostanza simile alla diossina". Inizio dai policlorodibenzofurani. Sono stati valutati anch’essi nel ‘97. L’uomo non risulta essere stato esposto in maniera documentata ad ammontari significativi di PCDF da soli. Sono invece documentati due episodi di forte intossicazione alimentare in Asia, nel 1968 a Fukuoka e a Nagasaki, in Giappone, e nel 1979 a Taiwan, in particolare sono episodi in cui c’entravano anche i PCB, e hanno dato luogo a una patologia che viene chiamata (iuscio) in Giappone, che vuol dire malattia da olio, e (iucenga) a Taiwan, che vuol dire ancora malattia da olio ma in cinese. L’intossicazione è derivata dal consumo di olio da cucina contaminato. Sono documentati anche altri tipi di incidenti che hanno causato elevata esposizione a PCDF, quasi sempre per esplosione di trasformatori contenenti PCB, ma in questi casi l’esposizione è sempre risultata mischiata con molte altre sostanze. I risultati epidemiologici che riguardano entrambi i due incidenti di intossicazione alimentare sono ancora discordanti e di incerta valutazione. Nel caso dell’incidente giapponese si è osservato solo un eccesso di morti per tumore del fegato tra gli uomini ma non per tra le donne, mentre nel caso dell’incidente cinese non si è osservato alcun eccesso per tumore. Non ci sono invece studi su coorti lavorative esposte a PCDF che non siano già stati considerati in precedenza con le diossine. Le conclusioni della IARC allora indicano evidenza inadeguata negli uomini per la cancerogenicità di tutta questa classe di composti. Poi indicano evidenza limitata negli animali per pentaclorodibenzofurano, evidenza limitata per esaclorodibenzofurano e inadeguata per 2,3,7,8 tetraclorodibenzofurano. Niente viene proposto per tutti gli altri congeneri e in particolare niente si dice degli OCDF, cioè proprio i congeneri di cui si è discusso in termini di impronta del cloro. Complessivamente la valutazione IARC è che tutti i policlorodibenzofurani sono in classe 3. E allora veniamo a qualche considerazione. Sul versante della esposizione vi è da notare che le esposizioni delle popolazioni indagate dagli studi epidemiologici, essendo risultate esposte come conseguenza di gravi incidenti di intossicazione alimentare, sono state giudicate dal gruppo di lavoro IARC migliaia di volte più elevate delle esposizioni riscontrabili nella popolazione generale. Per sovrappiù, mi sembra che sia ormai acquisito che i PCDF, che potrebbero risultare associati a qualche processo produttivo di Enichem, sono gli optaclorodibenzofurani e per questi congeneri non esiste in letteratura nessuna segnalazione di effetti sulla salute, e non è di certo casuale che non siano nemmeno citati nella valutazione IARC, anche per loro oblio totale. Ed anche per loro, facendo riferimento al concetto criticabile di tossicità equivalente, dobbiamo segnalare che la tossicità di questo congenere, che era considerata un millesimo di quella della 2,3,7,8 TCDD, è stata declassata ad un decimillesimo, un po’ in analogia con quello che è avvenuto per le optaclorodibenzodiossine. Anche per queste sostanze non ci risulta alcuno studio epidemiologico che abbia segnalato effetti cancerogeni dell’esposizione nella popolazione generale. Il prossimo capitolo i PCB, policlorobifenili. Per queste sostanze non è disponibile una valutazione recente; la IARC ha effettuato una valutazione nel ‘74, poi nel ‘78, la terza volta nell’87, dove, a partire da un’evidenza limitata per l’uomo e sufficiente per l’animale, pose i PCB nel gruppo 2A dei probabili cancerogeni. Alla valutazione dell’87 abbiamo già espresso tante critiche, quindi non torno a ripetere le critiche sulla modalità con cui questa valutazione è stata condotta. Il caso dei PCB è un altro degli esempi in cui dopo la ultima valutazione della IARC è stata pubblicata diversa nuova letteratura scientifica, pertanto è necessaria qualche considerazione di dettaglio. Provo a sintetizzare i risultati più importanti emersi. Comincio dagli animali, anche se non è il mio campo. IARC ed EPA considerano l’evidenza sufficiente, aggiungo però due informazioni. La prima: i tumori che interessano gli esperimenti sull’animale sono quasi esclusivamente i tumori del fegato; la seconda: la rivalutazione di questa materia fatta da EPA nel ‘96, rispetto alla sua valutazione precedente dell’87, ha portato a valori di potenza cancerogena inferiori da 4 a 100 volte rispetto a quelli stabiliti in precedenza. Molto più interessante per me epidemiologo è la valutazione dell’evidenza negli uomini. Si possono fare diverse considerazioni. Gli studi valutati dalla IARC fino all’87 riguardavano esposizioni avvenute in ambiente di lavoro, esposizioni professionali, oppure erano conseguenza di evidenti accidentali, prevalentemente per esplosione di condensatori o come conseguenza, dicevo, di episodi di grave intossicazione alimentare in Giappone e Cina. Siamo quindi di fronte ad episodi di elevata esposizione, che hanno dato luogo a risultati epidemiologici discordanti sia in fatto di cancerogenicità complessiva che per quanto riguarda le specifiche sedi: melanoma, sistema linfoemopoietico, apparato gastrointestinale, che sono risultati diverse da studio a studio e diverse dalle sedi segnalate nell’animale. Queste incongruenze, infatti, hanno portato la IARC ad emettere un giudizio di evidenza limitata nell’uomo, e siamo all’87. Seconda considerazione dopo l’87: cinque sono gli studi epidemiologici condotti su coorti di lavoratori esposti professionalmente e pubblicati dopo la valutazione IARC dell’87; due grossi studi hanno fornito risultati completamente negativi rispetto alla evidenza di cancerogenicità, nessun eccesso né totale né per specifica sede; un terzo lavoro ha segnalato un eccesso solo di melanomi; un quarto di melanomi e tumori del cervello; un quinto di tumori al pancreas; inoltre uno studio sulla popolazione, lo stesso discusso dal professor Vineis e che riprenderò più avanti, ipotizza l’insorgenza di linfomi non-Hodgkin e un altro sui pescatori del Baltico ipotizza l’insorgenza di mielomi multipli e melanomi. Infine, due revisioni della letteratura epidemiologica segnalano una evidenza di cancerogenicità inadeguata. Curiosamente nessuno di questi studi ha segnalato tumori del fegato, che sono invece quelli che sarebbero stati osservati negli animali. Terza considerazione: gli studi sul tumore della mammella, ne ha parlato il professor Vineis nell’udienza e nel controesame. Qualche lavoro ha suggerito un possibile aumento di rischio per il tumore della mammella in relazione alla esposizione a PCB e parecchi studi epidemiologici hanno esplorato questa ipotesi. I risultati, sempre dopo l’87, sono questa volta del tutto concordi. Uno studio è parzialmente negativo e ben sei sono completamente negativi. Ad essi si aggiungono quattro review, tutte concordemente negative. L’associazione tra esposizione a PCB ed aumentata insorgenza di tumore della mammella è pertanto alle conoscenze oggi disponibili esclusa. La quarta osservazione: i tumori che interessano gli esperimenti sull’animale sono quasi esclusivamente i tumori del fegato, mentre gli studi epidemiologici, quando segnalano qualche eccesso ed ammesso che questo eccesso riguardi effettivamente l’esposizione a PCB, evidenziano sedi diverse dal fegato, in particolare melanoma o il sistema linfoemopoietico. Fin qui la letteratura disponibile. Prima però di concludere questo esame devo dedicare qualche osservazione a commento di due lavori introdotti dal professor Vineis nell’udienza e nel controesame. Uno solo di questi purtroppo è pubblicato e pertanto posso commentarlo, per l’altro devo ovviamente aspettare la pubblicazione. Rispondendo ad una domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva se esistono dei recenti studi, delle prove epidemiologiche sulla cancerogenicità di esposizione a PCB, Vineis diceva: "Questo studio di Rothman e collaboratori è uscito su Lancet nel ‘97, si tratta della determinazione di PCB nel siero di soggetti appartenenti alla popolazione generale e la concentrazione di PCB è stata messa in relazione con il rischio di linfomi non-Hodgkin. Si trova una relazione dose e risposta molto evidente tra la concentrazione di PCB nel siero e il rischio di linfomi non-Hodgkin con un rischio massimo aumentato di 4,5 volte nei soggetti con l’esposizione più elevata. Si vede che c’è una relazione dose/risposta importante, che non è stata trovata invece per il DDT e il DDE, e direi che costituisce una evidenza piuttosto forte. Quindi direi che c’è una specificità in un certo senso di relazione tra PCB nel siero linfomi", questo è Vineis. Che osservazioni si possono fare? Moltissime, ma mi limito alle più rilevanti. La prima è di tipo metodologico e riguarda il fatto che, se si vuole una valutazione della letteratura sugli effetti sulla esposizione a PCB, non si può prendere un solo studio perché sostiene una tesi che si condivide, ma si deve esaminare tutto quello che è stato pubblicato, anche gli studi che sostengono le tesi contrarie. Io ho adottato questo tipo di procedimento. E’ vero che la domanda del Pubblico Ministero chiedeva solo se ci sono prove epidemiologiche per cancerogenicità e non se ci sono prove di non cancerogenicità, ma penso che la risposta doveva essere completa e non parziale. Le altre osservazioni sono di merito. Lo studio, secondo quanto dicono nella medesima pubblicazione, non Vineis ma gli autori dello studio, non era stato condotto per valutare se l’esposizione a PCB è associata ad una aumentata insorgenza di linfomi non-Hodgkin, bensì l’ipotesi primaria dello studio riguardava l’eventuale effetto del DDT. Questo effetto non è stato trovato ma, con somma sorpresa degli autori, è emerso un apparente effetto da PCB. Allora questo risultato del tutto inatteso costringe gli autori ad un approfondimento del problema, che li porta a fare le seguenti tre affermazioni. La prima: "I risultati degli studi sui lavoratori esposti a PCB e sui pescatori del Baltico mostrano per i tumori del sistema linfoemopoietico delle evidenze deboli e inconsistenti; sono le osservazioni degli autori. I lavoratori esaminati negli studi epidemiologici presenti in letteratura avevano concentrazioni documentate di PCB nel siero almeno un ordine di grandezza superiori a quelle del quartile più alto dello studio in esame, eppure in questi lavoratori non è stato trovato alcun eccesso di rischio per linfoma non-Hodgkin. E concludono con queste parole, che cito in maniera testuale: "Poiché i nostri risultati non corrispondono in maniera specifica ad una ipotesi formulata a priori, devono essere considerati alla stregua di generatori di ipotesi. Prima che delle inferenze causali possano essere fatte in merito alla esposizione a PCB e ad un aumentato rischio di linfomi non-Hodgkin, questi risultati richiedono innanzitutto delle replicazioni e in secondo luogo che siano presi in considerazione - cosa che in questo studio non è stata fatta - fattori di rischio che possono avere agito come confondenti". "Inoltre la incongruenza tra i nostri risultati e quelli emergenti dagli studi sui lavoratori esposti professionalmente a PCB dev’essere spiegata ed anche la plausibilità biologica di questa associazione ha bisogno di essere ulteriormente approfondita". Come appare evidente, io ho riportato volutamente le parole usate dagli autori per evitare qualunque presa di posizione mia personale, si tratta di una visione del tutto differente da quella prospettata dal professor Vineis e si tratta dello stesso lavoro. La nuova letteratura epidemiologica emersa dopo le conclusioni della IARC rende ancora più debole e problematica la valutazione che era stata condotta in precedenza, in particolare per quanto riguarda l’evidenza per l’uomo. Se a quel tempo i pochi studi disponibili avevano portato ad una evidenza giudicata limitata, i nuovi studi che si sono aggiunti, vuoi quando hanno segnalato un’assenza di effetti cancerogeni, vuoi quando hanno segnalato effetti in disaccordo tra di loro, cioè sedi diverse da studio a studio, porterebbero oggi molto probabilmente nell’uomo ad una valutazione di evidenza non limitata bensì inadeguata. Ulteriori problemi di valutazione derivano poi dal contrasto di effetti tra animale ed uomo. Tumori del fegato nei primi, melanoma o sistema linfoemopoietico nei secondi. Infine, sul versante della esposizione, vi è da notare che tutte le esposizioni delle popolazioni indagate dagli studi epidemiologici, essendo risultate esposte come conseguenza di gravi episodi di intossicazione alimentare o di episodi di esposizione professionale diretta, sono state giudicate migliaia di volte più elevate delle esposizioni riscontrabili nelle popolazioni generali. E con questo ho concluso l’esame delle diossine e delle sostanze considerate simili alla diossina. A questo punto, alla luce della letteratura epidemiologica sui possibili effetti cancerogeni sull’uomo di tutte queste sostanze, mi permetto un commento su cosa vuol dire sostanze simili alla diossina e sono così in grado di giustificare quell’affermazione di critica all’uso di questo termine che avevo anticipato all’inizio dell’esame di queste sostanze. Il raggruppamento di sostanze singole diverse tra di loro dà sempre luogo a classificazioni che contengono un elevato grado di arbitrarietà, perciò tale operazione di norma è giustificata quando sono ben chiari gli obiettivi della classificazione stessa. Questa osservazione vale non solo per le esposizioni ma vale in generale. Seguendo questo ragionamento allora è del tutto legittimo, per quanto completamente arbitrario, costruire una categoria di sostanze che possano essere definite "simili alla diossina". Ciò che però deve risultare chiaro è che tale giudizio di similitudine non ha niente a che fare con gli effetti sulla salute dell’uomo, tant’è vero che, come ho dimostrato esaminando il problema dei tumori, gli effetti osservati come conseguenza della esposizione ad elevate dosi di tali sostanze sono del tutto differenti, e le differenze non sono marginali perché si passa dall’estremo di sostanze giudicate cancerogene all’altro estremo di sostanze giudicate non cancerogene. E se quanto detto è vero per le alte dosi, ancora più problematica è la valutazione alle basse dosi. Dobbiamo ammettere che alle basse dosi non esiste neppure alcuna evidenza di effetto cancerogeno, nemmeno per la 2,3,7,8 TCDD, figuriamoci per le altre sostanze considerate simili alla diossina. Ma se questa è la situazione, allora come dobbiamo interpretare per esempio l’indicazione del Comitato scientifico per l’alimentazione della Comunità Europea che dice che l’uso della sola 2,3,7,8 TCDD come unica misura di esposizione a PCDD, PCDF e PCB simili alla diossina potrebbe sottostimare gravemente il rischio per l’uomo? Frase riportata anche da Zapponi nel suo esame. Ho già ripreso questo documento, la Commissione Europea si pone dei giusti problemi di protezione della popolazione, di prevenzione del rischio eventuale, di approccio cautelativo, e in questa direzione suggerisce un affronto pragmatico, semplificato del problema, che porta ad una sovravalutazione dell’esposizione. In questo modo aumenta la protezione della popolazione. Così dice il Comitato: "Desidera enfatizzare che il limite proposto non è il confine inferiore di tossicità ma è una stima di un livello sicuro di assunzione ed è derivato conservativamente usando i fattori di incertezza applicati ai livelli NOAEL oppure a livelli LOAEL; in ogni caso ciò non significa necessariamente che ci sia un apprezzabile rischio per la salute degli individui eccedendo tale valore, ma una esposizione che supera questo TWI porta ad una erosione della protezione che è contenuta nel valore stesso". Aggiungendo anche che la modalità con cui questo indice è stato ricavato fa riferimento al carico corporeo per queste sostanze nelle donne fertili, che sono considerate i soggetti tossicologicamente più sensibili, e ricordando come i valori indicati dalla OMS siano stati ottenuti per estrapolazione dai valori LOAEL, riferiti agli (inc.) più sensibili negli esperimenti negli animali, passando poi attraverso il confronto di carico corporeo tra animali e uomini, per finire applicando un fattore di incertezza di 10. Del resto bastava leggere in maniera più completa non tutto il documento del Comitato ma anche solo la prima parte del capoverso che Zapponi ha citato, dove testualmente si dice: "In linea con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Comitato riconosce che esistono un certo numero di incertezze nell’uso del concetto di TEF per effettuare una valutazione del rischio per l’uomo. Comunque, in maniera pragmatica, rimane l’approccio maggiormente praticabile". Vorrei terminare queste considerazioni anticipando un commento sintetico che riprenderò. I vari consulenti dell’Accusa hanno presentato al Tribunale molte misure di esposizione alla TCDD o alle sostanze simili alla diossina, presentando diversi confronti tra situazioni differenti, in laguna ma anche al di fuori di essa, riferiti esclusivamente alla quantità di queste sostanze presenti in specie edibili, o in sedimenti, scarichi etc.. Niente è stato detto, invece, della popolazione generale veneziana, sia in termini di esposizione che soprattutto in termini di rischio, perché quello che manca è la misura dell’eventuale rischio conseguente a tali esposizioni. Perché questa assenza di considerazioni sul rischio? Perché - e tento una risposta - chi ha studiato i rischi, in particolare quelli cancerogeni di cui io mi occupo, ha considerato esposizioni che sono almeno centinaia di volte - ma sarebbe più corretto dire migliaia di volte e forse ancora di più - più elevate di quelle della popolazione generale. In altre parole gli effetti cancerogeni nella popolazione, nell’ipotesi che possano essere attribuiti a queste sostanze, si osservano a valori di esposizione decisamente più elevati di quelli in discussione. Due-tre ordini di grandezza, vale a dire cento o mille volte più alti. E su questo punto mi pare che le frasi che ho riportato indichino chiaramente come tutti gli operatori istituzionali, a prescindere dalle decisioni regolatorie suggerite, cioè i limiti, siano sulla stessa linea di pensiero, la IARC, la EPA, la Commissione Europea, ma aggiungo anche i consulenti dell’Accusa che hanno portato informazioni su questi punti. La sostanza successiva sono gli idrocarburi policiclici aromatici. La IARC ha valutato queste sostanze a partire dal lontano ‘73.

 

Presidente: facciamo una pausa

 

Riprendiamo.

 

RISPOSTA - Idrocarburi policiclici aromatici. La valutazione degli effetti cancerogeni dell’esposizione a queste sostanze è iniziata nel 1973, la IARC ha fatto diverse valutazioni. Rispetto ad altre sostanze chimiche, però, per le quali in genere si parla di singola sostanza, di singola esposizione, gli IPA si caratterizzano in quanto l’esposizione nell’uomo avviene in genere attraverso miscele o composti e non attraverso singoli elementi o sostanze. Gli esempi più importanti riguardano la fuliggine, il nero di carbone o nerofumo, il catrame di carbon fossile, la pece, gli oli minerali, il fumo di sigaretta, i vapori di scarico dei vapori, i bitumi etc.. Sono tutte miscele che contengono in quota più o meno rilevante degli IPA. Questo fa in modo che la valutazione di queste sostanze sia avvenuta per le sostanze singole prevalentemente negli animali e nell’uomo prevalentemente per quanto riguarda, invece, i composti, le miscele. Allora, anche vista l’ora, magari accelero un attimino sulle singole sostanze per arrivare poi al quarto capitolo che avevo ancora da accennare, tutto questo materiale poi lo metto all’interno della relazione. Dicevo, le singole sostanze prevalentemente sono state valutate negli animali ma sulle singole sostanze in sintesi non ci sono studi epidemiologici di per sé e la valutazione di cancerogenicità di queste sostanze si basa più che altro sul principio che alcune di queste si trovano all’interno di miscele che sono eventualmente valutate, anche se il contributo di ogni sostanza all’interno di queste miscele non è del tutto noto. Per quanto riguarda le miscele, sono state valutate nell’83 il fumo di tabacco e l’inquinamento dell’aria e per quanto riguarda gli IPA si fanno le seguenti considerazioni: non vi è evidenza epidemiologica che suggerisce che l’ingestione di cibi contenenti tracce di IPA aggiunga qualsiasi apprezzabile contributo al rischio di tumori per l’uomo. Sebbene non vi siano studi epidemiologici che hanno stabilito in maniera chiara un legame tra esposizione ad IPA ed occorrenza di tumori del polmone o di altri tumori, parecchi studi di lavoratori mostrano un rischio aumentano per tumori della pelle e dello scroto dopo esposizione a fuliggine, catrame, oli minerali e per tumori del polmone dopo esposizione a gas di carbone ed emissione da forni di cokeria. Nell’87 sono state valutate invece pece e catrame di carbon fossile, produzione di carbon coke, oli minerali, fuliggine ed ancora fumo di tabacco e la conclusione è che queste sostanze sono state inserite nel gruppo 1, mentre invece gli oli di creosoti e alcuni IPA presi individualmente sono stati inseriti nel gruppo 2, il nerofumo, invece, che è di interesse per quanto riguarda Enichem, è stato inserito nel gruppo 3. Qualche considerazione; nessuna miscela composta di soli idrocarburi policiclici aromatici è stata classificata dalla IARC e pertanto nessuna miscela di idrocarburi policiclici aromatici è presente nel gruppo 1 dei cancerogeni per l’uomo. Dico questo perché, invece, per esempio Fanelli, aveva dichiarato che miscele di idrocarburi policiclici aromatici sono cancerogene. C’era stata una domanda del professor Stella che diceva: "Ci sono degli IPA classificati nel gruppo 1 dalla IARC?", chiedeva, e rispondendo Fanelli diceva: "Le anticipo questo, che non è la mia specialità, mi sembra che nel gruppo 1 siano classificati come miscela, cioè sicuramente cancerogene per l’uomo, cioè per via di quelle esposizioni che erano documentate. I singoli invece mi sembra che abbiano una classificazione inferiore". L’osservazione non è corretta, vero è invece che alcune miscele che la IARC ha classificato come cancerogene per l’uomo - e le ripeto, pece, catrame di carbon fossile, carbon coke, oli minerali, fuliggine, fumo di tabacco - contengono, tra altre numerose o numerosissime sostanze, anche alcune - pochi o tanti - idrocarburi policiclici aromatici, il cui ruolo in quanto a cancerogenesi è tutt’altro che chiaro e definito. Anche questo per la precisione. La cancerogenicità degli IPA o dei composti contenenti IPA quindi è stata esaminate molte volte ed è il segnale di una notevole attenzione dei ricercatori verso la possibile azione tossica di queste sostanze. Dicevo che la vera differenza tra gli IPA e gli altri è il problema della miscela, quindi che non ci si può o non si può ragionare solo o singolarmente sulla singola sostanza; la letteratura che interessa l’uomo è del tutto assente per le singole sostanze ed è invece discreta per le miscele. Se si esclude il caso del fumo, del fumo di tabacco ovviamente, le esposizioni della popolazione generale sono molto basse rispetto a quelle lavorative che caratterizzano i pochi studi epidemiologici disponibili. Per quanto riguarda Marghera, devo osservare che il solo nerofumo tra le miscele o i composti valutati come cancerogeni dalla IARC è presente nei processi produttivi, però ricordo che il nerofumo è stato classificato in gruppo 3, vale a dire evidenza inadeguata di cancerogenicità, mentre i processi produttivi contenenti IPA classificati nel gruppo 1 non hanno nulla a che fare con Enichem e le sue produzioni. In secondo luogo vi sono alcune interessanti osservazioni degli stessi consulenti dell’Accusa sui valori di IPA riscontrati che portano a pensare come il problema non sia ritenuto complessivamente rilevante dal punto di vista sanitario, a prescindere dalle responsabilità di emissione. Vi porto due esempi. Il primo, Fabbri, dice: "Secondo i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità consumando esclusivamente organismi lagunari si assumerebbero circa 150 nanogrammi per persona di idrocarburi policiclici aromatici contro un limite che è compreso tra 160 e 320 nanogrammi per persona". Oppure Fanelli, sempre rispondendo ad una domanda di Stella nel controesame, la domanda diceva: "Senta professore, lei ha definito gli IPA come una classe di composti cancerogeni a cui tutta la popolazione generale è esposta. Poiché a noi non risulta che siano documentati effetti cancerogeni degli IPA, a lei risultano invece documentati?", e Fanelli risponde: "No, perché diciamo che in pratica è impossibile, perché non esistono. Esistono per esempio degli studi epidemiologici su delle popolazioni di lavoratori fortemente esposti a miscele di IPA, ma per la popolazione generale è difficile stabilire esposizioni particolari, a mia conoscenza non esistono, a mia conoscenza non ci sono degli effetti sulla salute documentati". Il prossimo capitolo riguarda il mercurio. Il mercurio è una sostanza di cui si parla da molto tempo, ne parlava Ramazzini nel ‘700, è citato all’interno del libro "Alice nel Paese delle meraviglie" di Carrol attraverso la figura del cappellaio matto, ma dal punto di vista cancerogeno viene valutato solo recentemente, nel 1993. Si usa suddividere gli studi pubblicati in due filoni: gli studi relativi al mercurio metallico ed ai composti del mercurio inorganico da una parte e gli studi relativi al metilmercurio ed ai composti del mercurio organico dall’altra. Il rene e il cervello sarebbero le sedi di eventuale attenzione per queste sostanze. Vediamo il mercurio metallico e i composti del mercurio organico, prima. Due studi in fabbriche di armi nucleari negli Stati Uniti non hanno trovato alcun eccesso di rischio per tumori, neppure in relazione a sedi specifiche. Allo stesso modo due studi di coorte su lavoratori esposti in Svezia e in Norvegia, nessun eccesso neppure per tumore del rene e del cervello. Un eccesso di rischio per tumore del cervello è stato osservato in uno studio su dentisti in Svezia, ma due studi analoghi, condotti uno degli Stati Uniti e l’altro in Australia, non hanno confermato questo eccesso o hanno riscontrato addirittura dei difetti. Uno studio caso-controllo in Italia in donne che avevano avuto una elevata esposizione a mercurio nella produzione di cappelli di feltro ha segnalato un eccesso di tumori del polmone, ma queste donne avevano anche una elevata esposizione ad arsenico. Infine un caso-controllo in Canada segnala il tumore della prostata e il tumore del polmone. Questo per il mercurio metallico e i composti del mercurio organico. Invece metilmercurio e composti del mercurio organico. Uno studio di coorte in Svezia in operatori addetti alla disinfezione con mercurio non ha riscontrato alcun eccesso di tumori del cervello. Allo stesso modo tre studi caso-controlli, sempre in Svezia, questa volta però sui sarcomi dei tessuti molli, nessun eccesso significativo. L’unico studio che segnala un eccesso è stato condotto sugli esposti a metilmercurio nell’incidente di Minamata, ne parleranno successivamente altri consulenti; l’eccesso riguarda i soli tumori del fegato e dell’esofago nell’area che ha avuto l’esposizione più elevata, con qualche dubbio sul significato delle associazioni riscontrate a causa dell’effetto di confondimento del consumo di alcool, noto nella zona, e che non è stato valutato. Importante è anche un episodio di inquinamento avvenuto in Iraq negli anni ‘70, ma non risultano pubblicazioni sugli eventuali effetti cancerogeni. Passiamo anche qui alla sintesi. I composti del metilmercurio sono classificati nel gruppo 2B, il mercurio metallico e tutti i composti del mercurio inorganico nel gruppo 3. Qualche considerazione; la letteratura epidemiologica disponibile per l’uomo o non presenta evidenze di eccessi o presenta diverse discordanze. In particolare le sedi di eventuale interessate per l’animale, che sarebbero reni e cervello, non sono state trovate in eccesso nell’uomo, mentre altre sedi tumorali, e tra queste soprattutto il polmone, sporadicamente segnalate in eccesso, hanno sempre trovato negli studi condotti delle spiegazioni alternative: amianto, fumo etc.. Anche per questi studi, anche per queste sostanze gli studi epidemiologici sul versante della esposizione hanno indagato popolazioni risultate esposte professionalmente in maniera diretta oppure risultate esposte come conseguenza di gravi episodi di intossicazione alimentare, Minamata e Iraq, pertanto i loro valori di esposizione sono decisamente più elevati delle esposizioni riscontrabili nelle popolazioni generali, come quella veneziana. Però per il mercurio si pone un problema di tipo diverso dalle altre sostanze, un problema generale che è: di quale mercurio si parla? Perché è evidente che un conto è parlare del mercurio organico e un conto è parlare del mercurio inorganico. Vista l’ora io preferirei rinunciare diciamo a presentare alcune considerazioni che avevo preparato sul piombo, sull’esaclorobenzene e sull’esaclorobutadiene, le metterò evidentemente nella memoria, perché preferisco dedicare quest’ultima parte che mi rimane a toccare il quarto punto della mia relazione, vale a dire la valutazione del rischio per le sostanze allo studio in relazione a Venezia, a Marghera, alla laguna.

 

Avvocato Stella: professor Zocchetti, magari una rapida rassegna delle altre sostanze dovrebbe farla, però.

 

RISPOSTA - Per quanto riguarda il piombo, è stato valutato nel 1987, i composti del piombo inorganico sono stati classificati nel gruppo 2B, mentre quelli del piombo organico sono stati classificati nel gruppo 3 e di conseguenza il piombo ripropone lo stesso problema che si è proposto per il mercurio, vale a dire: di quale piombo si parla? Hanno effetti differenti i diversi tipi di piombo e perciò almeno una differenziazione. Anche per il piombo devo dire che la letteratura epidemiologica disponibile per l’uomo o non presenta evidenze o presenta molte e differenti discordanze, sia in termini di sede tra animale e uomo, sia in termini di spiegazioni alternative. Diversi studi epidemiologici insieme al piombo avevano altre esposizioni che spiegavano l’effetto, esempio ancora radon e fumo. Poi lascerei eventualmente esaclorobutadiene ed esaclorobenzene a chi si occupa di animali, per il fatto che non ci sono studi epidemiologici che documentano effetti negativi della esposizione ad esaclorobutadiene e della esposizione ad esaclorobenzene. Per l’esaclorobenzene, è un caso abbastanza interessante perché nel 1955-’59 si è verificata in Turchia un’enorme epidemia di porfiria cutanea tarda; circa 4.000-5.000 casi sono risultati affetti da questa patologia come risultato del consumo di pane prodotto con grano fortemente contaminato da esaclorobenzene. Nonostante questo grave episodio, a distanza di oltre 20-25 anni non è stato riportato alcun effetto cancerogeno. Mi limiterei a questi commenti un po’ di tipo generale, lasciando eventualmente poi ulteriore dettaglio all’interno della relazione. Dicevo allora, quarto capitolo: valutazione del rischio delle sostanze allo studio. Devo innanzitutto osservare che i vari consulenti dell’Accusa hanno presentato al Tribunale dati e ragionamenti per cercare di documentare le differenze nei valori di esposizione per le varie sostanze in discussione tra i differenti siti della laguna e, tra questi, con differenti siti nel mondo. Si tratta ovviamente di dati e ragionamenti riferiti alla quantità di sostanze presenti in specie edibili o in sedimenti, in scarichi. Altri consulenti commenteranno queste informazioni e questi confronti. Per quello che mi riguarda, invece, poco o niente è stato detto della popolazione generale veneziana, sia in termini di esposizione che soprattutto in termini di effetti sulla salute. Sì, perché quello che manca in questa parte del dibattimento è proprio la misura degli eventuali effetti avversi conseguenti a tali esposizioni, cioè quello che manca è una misura del rischio reale, del rischio osservato nella popolazione. In altre parole i veneziani, a causa di queste esposizioni, stanno peggio degli altri? E quelli della laguna stanno peggio di quelli di terraferma? Perché questa assenza di considerazioni sugli effetti? Perché - e riporto qui in termini generali la risposta che avevo anticipato in altra parte di questa relazione - chi nel mondo ha studiato gli effetti ha considerato esposizioni molto ma molto più elevate; ormai è costume, è diventato costume, centinaia e migliaia di volte è la differenza tra l’esposizione agli effetti osservati e l’esposizione di cui stiamo discutendo, quindi è naturale che a valori di esposizione bassi non si osservino effetti avversi. Ma prima di arrivare a questa conclusione vediamo quali sono le informazioni disponibili, scontando la fatica che abbiamo fatto per trovare queste informazioni sulla salute all’interno del materiale presentato. Cercherò di considerare tutti i contributi che sono stati portati nel procedimento e che hanno trattato esplicitamente il tema della valutazione del rischio. Allora, di valutazione del rischio ha parlato Zapponi, ma non per documentare un rischio reale, osservato, bensì solo per ragionare su un rischio teorico, ipotetico. Zapponi dice: allora consumando ogni giorno 50 grammi per persona di molluschi, etc., etc., ed arriva a costruire quanta diossina, PCB, assumerebbe il veneziano durante la sua vita. Bene, in questo modo ricadiamo proprio nella teoria che io ho criticato all’inizio di questa relazione, sono solo osservazioni relative ad un rischio ipotetico, teorico, non osservato. Di valutazione del rischio poi ha parlato Fabbri, riportando i risultati dello studio condotto nel settembre del ‘96 dall’Istituto Superiore di Sanità per conto del Ministero della Sanità sulle concentrazioni di alcuni inquinanti di molluschi lagunari. Confrontando i valori riscontrati nei campioni dell’area industriale riporta queste conclusioni dei ricercatori: questi valori non furono ritenuti preoccupanti per la salute da parte dei ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità in quanto, anche considerando una sostituzione, diciamo così, complessiva della dieta quotidiana a base di pesce, con tutti organismi di provenienza lagunare, questi avrebbero rappresentato solo una frazione, che a detta dei ricercatori non era trascurabile, ma pur sempre una frazione di quella che viene definita la dose giornaliera tollerabile da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma anche in questo caso siamo di fronte ad un rischio teorico, ipotetico, non osservato, desunto da un confronto con qualche livello di esposizione, alla cui determinazione si possono riferire tutte le critiche che ho introdotto in termini generali all’inizio di questa relazione. Infine di valutazione del rischio ha parlato Turrio Baldassarri durante il controesame rispondendo ad una domanda di Stella. La domanda: "Sempre nello stesso rapporto e relazione c’è l’affermazione seconda la quale, pur notando che nella zona sotto maggiore impatto antropico il biota sembra effettivamente mostrare una tendenza verso un più alto livello di contaminazione che concerne almeno alcuni microinquinanti, si può concludere che i dati finora disponibili delineano una condizione, dal punto di vista del rischio per l’uomo, che non sembra indicare situazioni di particolare preoccupazione o allarme", questa è la domanda, la risposta di Turrio Baldassarri: "Sì, in questo rapporto per il Ministero della Sanità non veniva svolta una vera e propria stima del rischio ma delle considerazioni basate sul confronto con i livelli ambientali di campioni di specie similari". Ancora una volta anche in questo caso non si tratta di vera e propria valutazione del rischio. E questo, sperando di non aver dimenticato nessuno, è tutto quello che ho trovato attraverso i verbali di tutte le sedute del procedimento. Devo aggiungere ovviamente, ma non è ancora nei verbali, la valutazione di cui ha parlato ieri il professor Lotti, presentando l’ipotetica assunzione di diossine e diossine simili del caso di esposizione peggiore, mettendola a confronto con dei valori di paragone. Ancora una volta si parla di rischio teorico, di ipotesi, di supposizioni, ma mai di rischio osservato reale, e su questo mi pare che Lotti sia stato sufficientemente chiaro nel presentare le sue informazioni. Una valutazione del rischio dettagliata riferita alla popolazione veneziana, invece, è contenuta nella perizia di Simonato, Tomatis, Vineis e Zapponi del gennaio ‘98. Il professor Lotti ne aveva anticipato le conclusioni in questo modo, diceva Lotti, in questa fase la domanda è stata: "L’inquinamento della laguna ha causato un eccesso di rischio di malattie negli abitanti della laguna?", e la risposta secondo la perizia di Vineis, Zapponi, Simonato, Tomatis è: no, e riportava questa frase: "Non emergono dall’analisi di questi dati descrittivi elementi che depongano a favore di un rischio più elevato della popolazione lagunare rispetto a quella di terraferma", queste sono le parole di Vineis e Zapponi. Ma la perizia merita un esame accurato e io dedicherò gli ultimi minuti di questa mia relazione alla presentazione di dettaglio degli aspetti che riguardano la valutazione del rischio propri di questa perizia. Dopo avere presentato alcune considerazioni generali sulla procedura di valutazione del rischio e sui suoi limiti, ricordando anch’essi le incertezze e l’arbitrarietà di tale procedura, i consulenti hanno applicato questa metodologia alle sostanze di interesse, raggiungendo le seguenti conclusioni, che cito in maniera testuale: "PCB: sulla base delle informazioni disponibili non è possibile effettuare una stima quantitativa dei rischi di linfoma associati con le esposizioni ambientali a PCB". Per quanto riguarda gli IPA, riportando i dati di un rapporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità, la consulenza dice: "E` riportata una stima dell’assunzione di benzopirene di un certo livello. Questo livello di esposizione è - 1,4 microgrammi per persona/giorno - considerato accettabile dall’OMS in quanto corrispondente ad un livello di rischio cancerogeno molto basso, 10 alla meno 5, stimato con un metodo che lo stesso Ente definisce conservativo. Assumendo ancora conservativamente che il benzopirene contribuisca con un 5,15 per cento alla cancerogenicità totale dell’insieme degli IPA, l’ipotesi di esposizione per ingestione formulata dai periti risulterebbe ancora associabile al livello di rischio di 10 alla meno 5, che l’OMS assume come riferimento per l’esposizione della popolazione generale". Nessuna valutazione del rischio, invece, viene proposta in relazione alla diossina. Quella fin qui riportata è ancora una valutazione teorica, ipotetica, però la relazione dei consulenti termina con un paragrafo che ha questo titolo significativo: "Confronto tra dati descrittivi sull’incidenza dei tumori", a pagina 21 e 22 di questa perizia. In questo paragrafo vengono riportati e commentati i dati sull’incidenza di alcuni tipi di tumore nella popolazione di Venezia, suddivisa in centro storico più isole da una parte e Mestre dall’altra, così come questi dati sono stati calcolati dal registro dei tumori del Veneto. Le informazioni presentate sono specifiche per sede di tumore, sono specifiche per sesso, sono specifiche per periodo, l’analisi interessa due periodi, il periodo ‘87-’89 e il periodo ‘90-’94, sono anche i periodi più recenti per le informazioni disponibili, quindi non si può parlare degli anni ‘99 e ‘2000; inoltre contengono anche un confronto con i valori medi regionali. Io vi presento la prima tabella, queste tabelle le ho semplicemente copiate, quindi non c’è nessuna elaborazione mia in queste tabelle, le ho semplicemente copiate, eventualmente semplificate o riorganizzate, ma solo per problemi visivi. Vi spiego com’è fatta la prima, vi aiuto ad interpretare la prima e poi introduco quello che è un commento conclusivo degli stessi autori della perizia a partire da queste differenti tabelle. Questa tabella riguarda i maschi, il primo periodo di analisi, cioè 1987-1989, le sedi tumorali che i consulenti hanno ritenuto di interesse in quanto facevano parte delle eventuali o potenziali sedi messe in relazione alle sostanze di cui si sta discutendo, quindi linfoma non-Hodgkin, mieloma, leucemie, prostata, rene e totale dei tumori. La parte sinistra della tabella riporta il tasso standardizzato, ed esattamente quello calcolato a Venezia - la seconda colonna - e quello calcolato a Mestre - la terza colonna -. La parte destra della tabella, invece, riporta il confronto con la Regione, sempre per Venezia quarta colonna e per Mestre quinta colonna. Ai fini della interpretazione ricordo che un valore di 100 indica, ai fini della interpretazione dei dati di confronto con la Regione, il valore di 100 indica una incidenza eguale a quella della Regione, un valore superiore a 100 vuol dire una incidenza superiore, un valore inferiore a 100 una incidenza inferiore a quella della Regione. Questo era per spiegare cosa contiene la tabella. Solo che la singola tabella di per sé non può essere esaminata da sola, dovrebbe essere esaminata contemporaneamente a quelle successive, vale a dire per esempio i maschi del primo periodo con quella successiva - che si vede adesso - i maschi del secondo periodo, per apprezzare ovviamente le differenze o le omogeneità che ci sono tra le due tabelle. Per esempio nel primo periodo i linfomi non-Hodgkin, maschi primo periodo, i linfomi non-Hodgkin a Venezia hanno un tasso di 9,5 che è inferiore a quello di Mestre, 11,1, mentre noi, se passiamo al secondo periodo, questo rapporto si inverte, il tasso è più alto a Venezia, 17,7, e più basso a Mestre, 12,0. Un altro esempio ancora, è interessante confrontare maschi dello stesso periodo con femmine dello stesso periodo per vedere se esistono o non esistono omogeneità anche in questo confronto. Allora faccio un esempio ancora: voi vedete che il mieloma nei maschi del primo periodo è più alto a Venezia che a Mestre, 3,3 contro 2,7, mentre invece nelle femmine stesso periodo il mieloma è più basso a Venezia, 1,8, è più alto a Mestre, 2,9. Quali sono i commenti che fanno gli autori analizzando questi tipi di dati, questi tipi di informazioni? Dicono: "Dall’insieme delle sedi esaminate non appaiono tendenze costanti che individuino una delle due popolazioni come soggetta a rischi più elevati per tumore", vale a dire è ovvio che guardando una tabella di tassi noi troveremo sempre alcuni tassi che sono alti, alcuni tassi che sono bassi, magari in un sesso un tasso alto, in un altro sesso un tasso basso, oppure in un periodo un tasso alto, in un altro periodo, per la stessa causa, un tasso basso; e così via. Se questi tassi, se questi valori devono avere una associazione di qualche genere con una potenziale esposizione, noi andiamo alla ricerca di omogeneità, di costanze, cioè qualche fenomeno che ci dica che si è verificato qualcosa di rilevante. Difatti gli autori continuano e dicono: "Alcune tendenze presenti nel primo periodo (tassi più elevati a Mestre per linfomi e leucemie) si invertono nel secondo periodo, e inoltre sono in contraddizione con i tassi di incidenza di mieloma multiplo che, a sua volta, mostra tendenze differenti a seconda del sesso". Gli autori proseguono poi il loro commento con una osservazione che a mio modo di vedere non è supportata dai dati e rappresenta un tentativo di voler trovare a tutti i costi qualcosa anche quando quel qualcosa non c’è, ed è la seguente osservazione: "Da notare comunque la tendenza alla crescita dei tassi di incidenza per linfoma non-Hodgkin e leggermente più elevato appare a Mestre il rischio nella popolazione maschile per i tumori del rene". Andando ad osservare i dati noi vediamo che questo leggermente più elevato per quanto riguarda i maschi, il tumore del rene, vuol dire dei valori estremamente vicini tra di loro e che rientrano perfettamente nella variabilità statistica, io qui non l’ho riportata ma nella consulenza è riportata anche la variabilità statistica e di conseguenza non esiste nessun tipo di diversità per questo tipo di informazione. Concludono poi i consulenti con questo giudizio complessivo: "Non emergono comunque, dall’analisi di questi dati descrittivi, elementi che depongano a favore di un rischio più elevato nella popolazione lagunare rispetto a quella di terraferma". L’affermazione potrebbe essere estesa se noi analizzassimo anche il confronto con la Regione, dove per molte di queste patologie i dati di Venezia e di Mestre risultano inferiori ai dati della Regione, quindi non è solo una differenza tra Mestre e Venezia ma è anche una differenza tra Mestre e Venezia e Regione. E questo finale è anche il pezzo di giudizio che era stato riportato da Lotti. Bene, con questo io direi che siamo passati dalla teoria alla pratica, dalle ipotesi alla realtà, dalla speculazione alla osservazione. Non credo che ci sia bisogno di ulteriori commenti. Io avrei terminato.

 

Avvocato Stella: mi scusi, Presidente, mi perdoni, prima che il consulente prenda congedo lei mi consente di rivolgergli una richiesta di un chiarimento soltanto?

 

Presidente: sì, certo.

 

Avvocato Stella: niente, tutto il suo discorso - che io ho seguito evidentemente - si riferisce al rischio fuori della fabbrica mi pare.

RISPOSTA - Esatto, il rischio per la popolazione generale.

 

Avvocato Stella: per la popolazione esposta.

 

Avvocato Lanfranconi: Presidente, volevo produrre, se me lo consente, la documentazione relativa all’intervento del dottor Di Domenico al convegno di Trieste, citato dal professor Facchetti nel suo intervento e richiesta - questa documentazione - dal dottor Casson all’udienza del 12 dicembre.

 

Presidente: ci rivediamo venerdì per il seguito.

 

Avvocato Stella: gli altri quattro consulenti più gli altri due disponibili se abbiamo tempo. Presidente, poi ci sono le discariche e c’è il dottor Foraboschi.

 

Presidente: lei ha tradotto due sentenze, se riesce a fare una traduzione anche di altre...

 

Avvocato Stella: autenticata, sì.

 

Presidente: il Tribunale rinvia all’udienza del 26 gennaio 2001.

 

RINVIO AL 26 GENNAIO 2001

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page