UDIENZA 28 MARZO DEL 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: Procede all’appello.

 

Avvocato Mittone: per precisare anche di fronte a una richiesta del Pubblico Ministero di ieri, il teste che avevo indicato e che sarà presente salvo modifiche di tabella di marcia il 3 di aprile, è presente nella lista depositata il 5 marzo ‘98 al numero 2, Salvatore Luciano, direttore delle strategie Enichem nei periodi in contestazione.

 

Presidente: Luciano e non Giuliano

 

Avvocato Mittone: probabilmente mi sono sbagliato io.

 

Avvocato Baccaredda: sempre per comunicazione alle parti, volevo fare presente che il primo teste della lista Difesa Montedison, Giancarlo Vason, ha la febbre alta; quindi chiederei, sempre se le parti sono d’accordo, che possa essere sentito nell’udienza del 3 aprile.

 

Presidente: va bene.

 

Avvocato Marin: Presidente, io chiedo di poter produrre due cartelle cliniche del settembre ‘77, relative a Pillon Eugenio, come documentazione di riferimento con riguardo alle dichiarazioni rese dal dottor Bai all’udienza del 3 dicembre ‘99, dove esaminando la cartella clinica a sua disposizione dava conto che la stessa richiamava per l’anamnesi la cartella di primo ricovero. E successivamente anche all’udienza del 13 marzo scorso la vedova ed i figli hanno dato conto di questo ricovero presso l’ospedale civile di Mestre ed il figlio espressamente ha detto che era in attesa di ricevere le due cartelle cliniche.

 

Presidente: va bene, le acquisiamo. Possiamo cominciare allora?

 

Avvocato Pulitanò: Presidente, ci sarebbe il dottor Parillo che ha delle urgenze e chiederebbe...

 

Presidente: va bene, allora se vuole accomodarsi, per rendere le sue dichiarazioni spontanee, si può accomodare qua.

 

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO - PARILLO GIOVANNI -

 

Presidente: abbiamo già revocato ieri la contumacia. A lei la parola, signor Parillo.

 

PARILLO - La ringrazio, signor Presidente. Appunto sono Parillo Giovanni, uno degli imputati per i reati ambientali, capo 2. Mi presento per rendere una breve dichiarazione, non sui fatti oggetto di accusa che non conosco ma sulla mia posizione personale. Ho iniziato a lavorare nel gruppo Eni nel ‘58.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa, vorrei fosse dato atto che legge un appunto. Non c’è nessuna opposizione.

 

Presidente: va bene. Lei si avvale di appunti per queste dichiarazioni spontanee, va bene, accordo.

 

PARILLO – E’ una dichiarazione, mi scusi Presidente, che appunto lascio poi al Tribunale, con dei relativi allegati, perché faccio riferimento ad alcune documentazioni circostanziate. Come dicevo, ho iniziato a lavorare nel gruppo Eni nel ‘58; sono laureato in giurisprudenza, specializzato in diritto del lavoro. La mia carriera si è svolta prevalentemente nell’area del personale dei sistemi informativi e dell’organizzazione, anche dopo che nel 1983 ho cominciato ad operare in Eni Chimica, capo settore dell’Eni nel comparto chimico. Dall’83 all’85 sono stato assistente del Presidente di Enichem senza alcun specifico incarico, né delega né specifica responsabilità. Di fatto ho curato le relazioni industriali relative alla ristrutturazione del personale e dell’organizzazione. Il 19 dicembre 1985 sono stato nominato direttore generale risorse e sistemi, ove per risorse e per sistemi è da intendersi relazioni con il personale, organizzazione e sistemi informativi. Conseguentemente non mi sono mai occupato di problemi tecnici, né di problemi ecologici, per i quali non avevo alcuna specifica preparazione, né avevo competenze affidatemi dell’azienda. Il capo di imputazione fa riferimento, nell’allegato A, ad alcune cariche societarie da me ricoperte in passato e, seguendo punto per punto questo elenco, mi preme fornire alcune precisazioni. La prima carica indicata è quella di direttore generale di Enimont, dal novembre 1987 al gennaio 1989. Si tratta di un’indicazione esatta. Nel 1987 Enimont ancora non esisteva: l’accordo tra Eni e Montedison, per la costituzione di Enimont, è del dicembre dell’88. In previsione della costituzione di Enimont, Enichem emise il 13 giugno dell’88 un ordine di servizio, il n. 47 che allego a questa dichiarazione come documento n. 1, in cui vengono prefigurate alcune cariche. In particolare tre amministratori delegati, due vice presidenti, un direttore generale in persona del sottoscritto. Questo ordine di servizio non definiva né responsabilità né competenze per queste rispettive cariche, in quanto le stesse avrebbero dovuto essere precisate e concordate immediatamente dopo la costituzione di Enimont, tenendo presenti i diversi apporti di manager da parte dei due azionisti: Eni e Montedison. In concreto, dopo tre mesi, l’assento organizzativo di Enimont prende forma con l’ordine di servizio n. 1, del 27 gennaio 1989, documento 2, nel quale vengono indicati tre direttori generali con competenze diversificate. Il mio incarico come già in precedenza in Eni Chimica è di direttore generale risorse ed apporti esterni, e non ha nulla a che vedere con problemi tecnici ed ecologici. Anche durante il periodo 13.06.1988 - 27.01.1989 ho continuato a gestire l’area delle risorse e dei sistemi, cioè del personale e dell’organizzazione. Il mio compito, in base all’ordine di servizio del 27 gennaio 1989, era di assistere il vertice aziendale, cito testualmente dall’ordine di servizio, nella definizione delle politiche e delle strategie di evoluzione organizzativa e di sviluppo delle risorse umane del gruppo. Era cioè il settore di attività nel quale, come già detto, avevo maturato tutte le mie esperienze e mi ero specializzato. Tale incarico è durato fino al maggio del 1990. Nella costituzione di Enimont non ho personalmente avuto alcun ruolo, non ho seguito nemmeno indirettamente gli accertamenti effettuati nel corso del 1988 dall’American Appraisal, sullo stato degli imputati e siti industriali poi conferiti in Enimont. In quel periodo, come già detto, mi occupavo di personale ed organizzazione. Enimont era una pura holding, in essa vennero conferiti, nel giugno del 1989, non impianti industriali ma partecipazioni societarie; finché è durata la joint venture io non ho fatto parte del consiglio di amministrazione, e non mi sono tra l’altro mai occupato di problemi di gestione industriale o relativi al sito industriale di Porto Marghera. Ciò non era nelle mie competenze in nessun senso del termine. In Eni sono stato direttore del personale ed organizzazione dal giugno 1990 al dicembre 1990. In quel breve periodo giugno - dicembre appunto 1990 era ancora in piedi, pur avviandosi alla conclusione, la joint venture con Montedison in Enimont, sciolta com’è noto nel novembre del 1990. L’Eni era una pura holding che non gestiva gli stabilimenti industriali e le attività delle società partecipate. Dopo la fine della joint venture Enimont - Montedison sono stato amministratore delegato della Enimont dal dicembre 1990 al gennaio 1991 ed amministratore delegato della società Enichem dal giugno 1991 al maggio 1993, non del 1994 come erroneamente è scritto nell’elenco allegato al capo di imputazione. In realtà si tratta della medesima società Enimont - Enichem, cui è stata cambiata denominazione a seguito dello scioglimento del novembre del 1990 della joint venture con Montedison, quando il settore chimico, fino ad allora gestito da Enimont, la cui direzione era espressione della Montedison, passa in proprietà e sotto il controllo del gruppo Eni. In tutto quel periodo in Enichem è rimasta una holding di partecipazioni come precedentemente era Enimont. Le società del gruppo accorpavano l’attività chimica del gruppo Eni nel corso del tempo, erano appunto confluite le realtà industriali eterogenee a seguito di operazioni di salvataggio: Liquichimica, Sir; e poi quelle provenienti da Montedison. I dipendenti erano circa 50.000; numerosi, più di 20, gli stabilimenti in ogni parte d’Italia, alcuni di grandi e grandissime dimensioni. La trasformazione di Enichem in società operativa è avvenuta più tardi, con la corporazione di società operative che avevano avuto, fino ad allora, la proprietà e la gestione dei siti industriali; e questo è avvenuto con un atto di fusione del 9 luglio 1993, che io consegno al Tribunale come documento 4. A quella data ero già uscito dal consiglio di amministrazione e non facevo più parte di Enichem a nessun titolo. Ho assunto la carica di amministratore delegato della holding chimica in un momento difficile, dopo la traumatica rottura della joint venture con Montedison. Il mio impegno è stato quello che poteva e doveva essere richiesto dall’amministratore di una holding: dovevo insieme al Presidente gestire e rilanciare la società, ridisegnando organizzazione, assetti societari, strategie di mercato. E tutto questo a fronte di consistenti difficoltà, tra le quali non ultima quella di una conoscenza delle problematiche del gruppo di fatto impedita o distorta in conseguenza della pressoché esclusiva gestione assicurata in particolare nell’ultimo periodo da un management di esclusiva espressione Montedison. L’impegno profuso è stato intensissimo ed i bilanci, le relazioni ed i bilanci dell’epoca attestano i problemi che si sono dovuti affrontare ed i risultati acquisiti. Per quanto concerne le problematiche ecologiche, esisteva una direzione, ambiente e sicurezza, istituita in epoca Enimont dal marzo 1991 ne era direttore, con un apposito ordine di servizio, l’ingegner Raffaelli, un manager di grande valore nel quale riponevamo piena fiducia e che ritengo si sia dimostrato all’altezza dell’incarico a lui affidato. I compiti della direzione ambiente, come emerge chiaramente dai documenti che appunto vengono prodotti, erano non direttamente operativi ma quelli tipici di una holding: funzioni di programmazione, coordinamento ed elaborazione di linee guida. La presa in carico di problemi specifici concernenti i singoli siti industriali era ovviamente di competenza delle società operative che avevano la proprietà e la gestione dei siti. Anche queste erano società di consistenti dimensioni, dotate di autonomia operativa piena e reale; avevano propri consigli di amministrazione con relativi Presidenti ed amministratori delegati; avevano strutture autonome, risorse proprie ed autonomia decisionale. Anch’esse avevano, già prima che fosse istituita la direzione ambiente in Enichem, propri servizi di sicurezza e protezione ambientale giustamente gelosi della propria autonomia e responsabilità in coerenza con l’assetto organizzativo complessivo del gruppo. Questo tipo di assetto ha riguardato tutti gli stabilimenti e tutte le aree di business, nessuna esclusa, almeno fino a quando io sono rimasto in Enichem. Non mi sono interessato all’attività che ha preceduto la lettera di contestazione firmata dal Presidente dell’Eni e dal Presidente di Enichem, inviata a Montedison, a fine giugno 1991, cioè al termine contrattualmente fissato per fare eventualmente valere nei confronti di Montedison le garanzie contrattuali relative agli apporti in Enimont. Le contestazioni sollevate tendevano a salvare eventuali diritti a risarcimento di danni ed erano fondamentalmente nell’interesse dell’azionista Eni. Per quanto sapevo, le contestazioni erano frutto di prime indagini che avrebbero richiesto ulteriori approfondimenti e, in ogni caso, presumo che siano state formulate in termini sufficientemente ampi, ancorché non precisi, per salvaguardare tutti gli eventuali interessi dell’azionista Eni. Ho dismesso la carica di amministratore di Enichem nel maggio 1993. Sono stato poi nominato Presidente di Eni Risorse, società capo settore dell’Eni; in tale carica sono rimasto fino al pensionamento del gruppo Eni del maggio del 1996. Nelle mie funzioni di amministratore delegato della holding curai che venissero sollecitamente adottate le iniziative di carattere generale, di programmazione e coordinamento, di competenza della direzione ambiente; un documento intitolato "la politica di Enichem in materia di sicurezza, salute ed ambiente", datato gennaio 1992, che riproduco come documento numero 8, elaborato dalla direzione ambiente e da medicina del lavoro secondo le rispettive competenze venne trasmesso alle direzioni di Enichem ed ai Presidenti delle società operative con una mia lettera datata 17 gennaio 1992, che anche questa allego come documentazione probatoria. Il documento indica, tra i principi di riferimento, e qui cito testualmente alcuni passi di questa circolare, di questa lettera di accompagnamento, l affidabilità dei sistemi e delle procedure di gestione per la sicurezza degli addetti, della collettività e dell’ambiente. Fra gli obiettivi irrinunciabili, l’integrità dell’uomo e dell’ambiente; delinea linee guida per le procedure delle società operative in materia di sicurezza, salute ed ambiente, sotto tutti i profili rilevanti nell’ordinaria gestione e nell’emergenza. L’attuazione delle linee guida e delle procedure era compito delle società operative. Per la piena attuazione dei contenuti del documento la mia lettera indicava il termine ultimo del 31.12.1993. L’impegno di Enichem nel settore ambientale trova conferma nei dati di bilancio; gli investimenti del gruppo in campo ambientale che nel 1990 erano di circa 108 miliardi, nel 1991, primo anno della mia carica, salgono a circa 240-46, più che raddoppiando l’impegno sostenuto nell’anno precedente. Questo risulta dalla relazione al bilancio. Per circa 45 miliardi si tratta di investimenti concernenti la sicurezza e venne avviato in quell’anno, dopo la presentazione dei progetti nel termine di legge del 31.03.1991, il programma di adeguamento delle emissioni atmosferiche alle linee guida attuative del D.P.R. 203 dell’88. Nel 1992, secondo l’ultimo praticamente anno della mia carica, prosegue l’impegno di massima attenzione ai problemi relativi alla protezione ambientale e sicurezza, così indica la relazione al bilancio alla quale rinvio per informazioni sugli investimenti più importanti. Ho appena parlato del documento da me trasmesse alle società operative nel gennaio del 1992. Nel corso dell’anno, inoltre, venne affidato ad un’importante società internazionale l’incarico di assistere Enichem nella predisposizione di un sistema di auditing ufficiale ed omogeneo per tutte le società operative con forme a quanto previsto nel regolamento CEE. Gli investimenti relativi specificatamente al Petrolchimico di Porto Marghera risultano dai bilanci di Enichem - Anic ed ammontano a decine di miliardi. Quello del 1992 è stato l’ultimo esercizio da me completato nella carica di amministratore delegato di Enichem, e come ho già detto sono cessato dalla carica nel maggio del 1993. Rispetto ai problemi ambientali cui si riferisce l’accusa ritengo di non avere alcuna responsabilità, in quanto sono sempre stato estraneo alle società operanti a Porto Marghera. Non ho mai dovuto occuparmi, quale amministratore delegato della holding, di problemi specifici del Petrolchimico di Porto Marghera. Mai, nei pochi più di due anni in cui sono stato in carica, sono state portate a mia conoscenza contestazioni di irregolarità Ero peraltro informato in termini generali che iniziative di carattere conoscitivo, su talune situazioni ambientali preliminari a qualsiasi eventuale ulteriore realizzazione di miglioramento, erano state avviate su iniziativa ed impulso della direzione dello stabilimento. A livello di holding, quello che doveva e poteva essere fatto, è stato fatto. Le funzioni della holding erano di coordinamento e di programmazione, ed io ho appuntato che il coordinamento e la programmazione vi fossero. La direzione ambiente, sotto la guida dell’ingegnere Raffaelli, svolgeva il suo lavoro; a mio parere in modo egregio. Il documento da me trasmesso alle società operative segnalava la centralità del problema ambiente per l’attività del gruppo. Francamente non riesco a capire come i problemi ambientali della Laguna di Venezia, quali che siano, possano essere ascritti alle mie responsabilità nel breve periodo dal 1991 al maggio del 1993. Io ringrazio dell’attenzione prestatami a questa dichiarazione; dichiarazione scritta, con i relativi allegati, sarà acquisita agli atti per un esame più circostanziato e più mirato.

 

Presidente: la ringraziamo signor Parillo, si accomodi. Allora, vogliamo proseguire sempre con le dichiarazioni spontanee?

 

Avvocato Baccaredda: c’è anche un...

 

Presidente: ci sono esigenze?

 

Avvocato Baccaredda: no, l’esigenza l’aveva il teste che è malato, comunque è già stato citato ed è presente, mi risulta, il teste Bruno Polo.

 

Presidente: va bene, allora proseguiamo con le deposizioni testimoniali. Le ultimiamo così? Ah no, ci rimane il teste che oggi è malato, per il giorno 3.

 

Avvocato Lanzi: poi ci sono due testi ulteriori di Montedison, Presidente; erano quattro i testi Montedison. Oggi.

 

Presidente: io sto parlando senza distinzioni di appartenenza.

 

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - POLO BRUNO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO.

 

Presidente: prego avvocato.

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

DOMANDA - Dott. Polo, che titolo di studio ha lei?

RISPOSTA - Sono laureato in Scienze Biologiche.

DOMANDA - Può descrivere rapidamente la sua carriera lavorativa in Montedison al petrolchimico?

RISPOSTA - Sì, io sono stato assunto al Petrolchimico il primo di ottobre del 1958, sono stato assunto e mandato al reparto dove facevano acido fluoridrico, fluorurati inorganici ed organici e mi sono occupato in quell'impianto di.., nell'ambito del laboratorio chimico, facendo delle prove pilota negli impianti pilota per lo sviluppo e la produzione di florurati inorganici e florurati organici; oltre a questo mi interessavo anche del controllo, appunto, dei prodotti che venivano fatti in questi impianti.

Nel corso degli anni, sempre nell'ambito di questo laboratorio, mi sono interessato dei prodotti nell'impianto che facevano polistirolo e plastificanti in genere, polistirolo, cloruro di polivinile in film per il controllo dei prodotti che venivano fatti là. Nell'ambito di questi reparti in cui curavo, appunto, soprattutto la parte sperimentale negli impianti pilota, mi sono fermato fino al 1975, anno in cui è cominciata la costruzione dell'impianto biologico e quindi, in funzione del titolo di studio che avevo, sono stato dirottato in quell'impianto per seguirne poi la gestione.

Nel 1975, quindi, è iniziata la costruzione di questo impianto biologico, io sono andato all'ufficio tecnico lavori per seguire la costruzione di questo impianto che è durato per circa 2 anni. Alla fine del 1977, esattamente il 15 di dicembre, l'impianto biologico è stato messo in funzione e io ho preso la responsabilità dell'impianto.

DOMANDA - Dopodiché?

RISPOSTA - Dopodiché la responsabilità dell'impianto è durata per un paio d'anni, poi sono passato capo gruppo degli impianti di trattamento nell'ambito della funzione PAS, PAS è Protezione Ambientale e Sicurezza. Passato capo gruppo, la responsabilità diretta dell'impianto è passata ad un'altra persona, però io seguivo, naturalmente ero responsabile di questo, e ho tenuto questa posizione fino al 1988 quando è entrata in funzione una società specifica per il trattamento dei rifiuti delle acque che è la Monteco, Montedison Ecologia. Nell'ambito di questa funzione io ho preso la responsabilità di responsabile tecnico degli impianti di Marghera, di Ferrara e dell'impianto di trattamento di Broni, in provincia di Pavia. E qui sono rimasto fino praticamente, con questa funzione, fino al 1900.. alla fine del '93, fine del '93, in cui ho ceduto il posto ad un'altra persona e nell'aprile del '94 sono andato in pensione.

 

Presidente: quindi dall'88 al '93 alle dipendenze della Monteco?

RISPOSTA - Sì, Monteco che poi ha cambiato nome durante questa fase, nell'88 si chiamava Monteco, dopo è passata con il nome di Geos Ambiente e infine Ambiente, perché poi è passato la gestione dalla Montedison dall'Enichem, all'Enimont prima e Enichem dopo, e Ambiente era del gruppo Eni.

 

DOMANDA - Il periodo che in particolare ci interessa, dottor Polo, è quello che parte nel 1975, quando lei ci ha detto di essere entrato all'ufficio tecnico lavori dello stabilimento per la costruzione del nuovo impianto biologico. Quando lei arriva, viene messo a conoscenza di chi si sia occupato dello studio di fattibilità, di biodegradabilità dell'impianto, chi abbia effettuato e se sia ancora in corso la sperimentazione del biologico? Ecco, che cosa viene messo a conoscenza lei nel '75?

RISPOSTA - Quando io sono entrato a far parte di questo, sono entrato in questo settore, mi è stato detto, appunto, che la costruzione dell'impianto biologico che stava attuandosi era stata fatta in funzione a delle prove sperimentali che erano state fatte prima, che io però non ho seguito, però so che sono state fatte dal laboratorio, allora dal laboratorio Montedison, seguite anche da un gruppo americano della "Wear", e lì sono state fatte delle prove per saggiare la biodegradalità dei prodotti che dovevano dopo essere trattati nell'impianto.

DOMANDA - Senta, quale ufficio della Montedison si occupava della costruzione dell'impianto biologico?

RISPOSTA - L'ufficio era l'UTL, Ufficio Tecnico Lavori.

DOMANDA - Il capo commessa chi era?

RISPOSTA - Il capo commessa era il signor Mason, Mason Giancarlo.

DOMANDA - Adesso, indipendentemente dall'impianto biologico di depurazione, quali cambiamenti strutturali furono necessari per questo impianto biologico di depurazione, nell'ambito del sistema di scarichi dello stabilimento?

RISPOSTA - Nella costruzione dell'impianto biologico, oltre a questo, ovviamente, sono stati fatti degli interventi ai limiti di batteria dei vari impianti che dovevano inviare le acque a questo impianto biologico, perché l'impianto biologico è stato costruito proprio ai bordi della laguna, nella parte opposta del vecchio petrolchimico, così detto vecchio petrolchimico che è quello che è stato prima, e la distanza dall'impianto nuovo al vecchio petrolchimico era di circa 4 chilometri. Quindi sono state fatte delle opere civili, strutturali e naturalmente con apparecchiature meccaniche, per raccogliere su ogni impianto le acque reflue che venivano prodotte in questo impianto, venivano inviate in delle vasche, chiamate vasche di rilancio, queste le mandavano, siccome gli impianti erano molti, perché alla fine gli impianti che dovevano mandare le acque al biologico erano circa una ventina, naturalmente non si potevano fare 20 linee che arrivavano al biologico, quindi nella parte del vecchio petrolchimico è stata costruita una vasca, cosiddetta baricentrica, perché è stata messa, diciamo, al centro di tutti questi impianti, in cui dai limiti di batteria di questi impianti l'acqua veniva mandata in questa vasca e poi lì, tutte le acque mescolate assieme, venivano inviate attraverso una grossa tubazione all'impianto di trattamento.

DOMANDA - Questa vasca baricentrica grosso modo che periodo, in che periodo viene fatta?

RISPOSTA - Nello stesso ambito dell'impianto, perché quando si è cominciato ad avviare l'impianto, le acque arrivavano dalla vasca baricentrica, quindi è contemporaneo.

DOMANDA - Dell'atto di collaudo dell'impianto biologico, avvenuto diversi anni dopo, ai fini delle varie autorizzazioni, risulta che la datazione della vasca baricentrica sarebbe dal 2/4/76 al 31/10/76, corrisponde al suo ricordo?

RISPOSTA – Sì, sì, certamente. Non i giorni ma l'anno sì.

DOMANDA - Senta, quali erano gli impianti che scaricavano nel biologico?

RISPOSTA - Dunque, gli impianti che scaricavano nel biologico praticamente erano tutti quelli che producevano delle acque reflue nel vecchio petrolchimico, comunque l'inizio del trattamento è stato fatto con gli impianti che producevano acido tereftalico e terftalati, gli impianti TA, gli impianti PA che producevano plastificati, impianti CV24 e CV6/14 che producevano cloruro di polivinile, 4 o 5 impianti sono quelli che hanno cominciato l'avviamento, poi sono venuti dentro un po' alla volta, durante l'anno '78, tutti gli altri impianti che cianuri vari, dalla produzione dell'acido acetico e derivati, alcool vinilico, polivinicolo e derivati, cloruro di vinile, cloruro di butile, fertilizzanti ed acque provenienti dalla Montefibre e dal parco serbatoi, scusi.

DOMANDA - C'erano dei trattamenti, pre trattamenti specifici prima dell'invio al biologico?

RISPOSTA - Sì, c'erano degli impianti che avevano dei trattamenti specifici perché i reflui che mandavano avevano dei componenti dentro che potevano essere tossici all'impianto biologico, questo in particolare era l'impianto che produceva acido cianidrico e cianuri di sodio e di potassi, gli impianti AM, e lì veniva fatta una ossidazione dei cianuri primi di inviare le acque all'impianto biologico, perché i cianuri sono tossici per quanto riguarda la microflora batterica.

DOMANDA - Parleremo più avanti dell'impianto invece di trattamento delle acque clorurate. Senta. quale era la portata di questo impianto biologico che viene costruito alla fine del '77?

RISPOSTA - La portata progettuale dell’impianto è 1600 metri cubi/ora con contenuto di solidi sospesi, ecco, forse varrebbe la pena di dire che l'impianto biologico, le acque reflue, possono contenere dei solidi sospese e possono contenere delle sostanze che sono sciolte dentro nell'acqua, quindi la caratterizzazione viene fatta anche in base ai solidi sospesi che ha dentro quest'acqua, quindi l'impianto biologico, che poi dopo vedremo magari le sue fasi..

DOMANDA - Se vuole dire rapidamente quali erano le fasi dell'impianto?

RISPOSTA - L'impianto era distribuito, le varie fasi di sezione erano queste: la prima era una sezione di accumulo, praticamente l'impianto biologico, essendo più che un impianto chimico, è un sistema vivente, perché sci sono batteri dentro che vivono, deve essere alimentato il più costante possibile per avere la massima efficienza di depurazione. Per avere la massima efficienza di depurazione, quando ci sono molti reparti che inviano dei reflui, è evidente che bisogna avere una parte, una sezione a monte di tutto questo che equalizzi e mescoli bene i rifiuti e le acque reflue che arrivano, in modo da mandare in impianto una miscela il più omogenea possibile. Quindi, la prima sezione dell'impianto era costituita dai serbatoi di stoccaggio, che erano 4, due da 8 mila metri cubi e 2 da 6 mila metri cubi, quindi una capacità molto superiore anche a quella che di solito si utilizza per questi impianti di depurazione, che di solito si dice che il volume per l'equalizzazione deve essere circa, per contenere 10 ore di portata delle acque reflue. Siccome le acque reflue erano 1600 metri cubi, bastavano 16 mila metri cubi, questi ne avevano 8 e 8, 16, 6 più 6, 12.

Oltre a questa prima parte quindi di accumulo ed equalizzazione, si passa alla sezione di trattamento chimico fisico che non è altro che una sezione per eliminare tutti i solidi sospesi che sono presenti nell'acqua e quindi mandare nella parte biologica che è il cuore dell'impianto, un'acqua che abbia solo delle sostanze sciolte organiche che dopo possano venire biodegradate. In questa sezione chimico fisica, con l'aggiunta di fluocuranti che non sto qui a descrivere in dettaglio, si tirano via i solidi sospesi, i quali su delle vasche sedimentano sul fondo e poi.. allora dicevamo che nella parte, nella sezione chimico fisica vengono eliminati i solidi sospesi, non c'è altro che un processo durante il quale si buttano dentro dei reagenti che formano i fiocchi, questi fiocchi di fango inglobano le particelle sospese e le sedimentano in fondo a una vasca da dove vengono prelevate e poi vengono inviate nella sezione di trattamento fanghi che vedremo alla fine.

Dopo questa sezione di trattamento chimico fisico, appunto per tirare via i solidi sospesi, si passa al trattamento biologico vero e proprio. Il trattamento biologico è formato da un insieme di vasche con un volume totale di 20 mila metri cubi. Questi 20 mila metri cubi l'impianto è stato fatto in modo modulare in modo da avere la massima flessibilità nella gestione; praticamente questi 20 mila metri cubi sono suddivisi in 4 linee parallele e quelle esterne, sono 4 linee parallele attaccate l'una all'altra, quelle esterne addirittura suddivise in altre 3 parti, 3 e 3, 6, in modo da avere la massima modularità di alimentazione dell'impianto.

DOMANDA - Cosa vuol dire con modularità?

RISPOSTA - Modularità vuol dire che lei può utilizzare tutto il volume disponibile, oppure sono una parte. Ad esempio nel avviamento dell'impianto in cui si è partiti con circa 100 o 200 massimo metri cubi di acque, contro i 1600 che erano previsti alla fine, si è utilizzato solo una piccola parte dell'impianto, e poi gradatamente sono state inserite le altre vasche fino ad avere il completo utilizzo di tutto il volume disponibile.

DOMANDA - Poi l'ultima, ulteriore fase, un'altra fase dell'impianto biologico qual è?

RISPOSTA - Oltre a questo, l'impianto biologico poi, naturalmente questa sezione di trattamento chimico fisico in cui ci sono queste vasche di ossidazione, dopo ci sono delle vasche che sono dei sedimentatori in cui la biomassa che si forma e che si sviluppa nella parte di ossidazione biologica in condizioni aerobiche, praticamente si fornisce dell'aria, dell'ossigeno per il metabolismo batterico, nell'altra parte viene sedimentata questa biomassa e riciclata nelle vasche. Naturalmente, durante l'utilizzo della sostanza organica per la biodegradazione, questi batteri si riproducono ed aumentano, quindi una parte di questa biomassa viene giornalmente spurgata e poi inviata al trattamento fanghi che avrà come destinazione finale i forni di incenerimento. Oltre a questo c'è da dire che in questo impianto biologico, la parte più vecchia dell'impianto è una piccola sezione che è stata..

DOMANDA - Di questo ne parliamo dopo, se permette. Adesso proprio descriviamo l'impianto che va in marcia nel '78, il nuovo impianto biologico, lei stava parlando della fase di trattamento fanghi e dell'incenerimento.

RISPOSTA - I fanghi che vengono estratti dalla sezione chimico fisica e dalla sezione biologica, vengono inviati a degli spessitori, perché siccome la destinazione finale è l'incenerimento, bisogna cercare di disidratare al massimo prima di buttare dentro nel forno, perché si butta dentro acqua a bruciare ovviamente. Quindi ci sono degli spessitori, degli spessitori.. poi questi fanghi spessiti con concentrazione che arrivano al 6 - 8% vengono centrifugati, la concentrazione di questi fanghi passa quindi dal 6 al 8 % negli spessitori al 18 - 20% nella centrifugazione e a questo punto vengono inviati all'incenerimento. L'incenerimento viene fatto.. li sono due forni, due forni a letto fluido, a letto fluido si intende che questi forni hanno sul fondo una massa di sabbia che serve quando si butta dentro il fango, il fango ricopre le particelle, le sferette di silice e quindi aumenta la superficie di contatto.

DOMANDA - Questi forni coprivano il fabbisogno di incenerimento dell'impianto biologico?

RISPOSTA - Guardi, questi forni, a dire vero, innanzitutto ce n'era in marcia solo uno ed uno era fermo, cioè io mi sono molto meravigliato quella volta lì quando è stata fatta questa scelta addirittura di due forni, perché già un forno ha una capacità che è circa 3 volte la capacità di produzione di fango dell'impianto, quindi bastava un unico forno. Cioè non esiste un impianto al mondo, e io, mi creda, ne ho vista tantissimi, direi sicuramente a decine ma forse arrivo a cento di sicuro, in cui ci siano due forni, come le pompe che quando se ne rompe una c'è quella di scorta, lì ci sono addirittura due forni di incenerimento.

DOMANDA - Ecco, appunto, a cosa serviva, quindi, quello non utilizzato durante la marcia?

RISPOSTA - Perché all'inizio dicevano: se un forno si ferma per avere una manutenzione, se la manutenzione dura a lungo, i fanghi poi invece che doverli mandare non si sa dove, venivano inceneriti dall'altra parte.

DOMANDA - Dottor Polo, questa era la struttura dell'impianto biologico costruito nel '78, però. da un documento Montedison che è agli atti e che comunque le consegno, a pagina 24, risulta che fosse stato contemporaneamente, ci dirà lei che periodo, potenziato anche l'impianto biologico delle acque provenienti dal craking.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Può dirci, sempre in sintesi ovviamente, che funzione aveva questo impianto, il potenziamento quando è stato, e che differenze avevano queste acque rispetto a quelle del biologico.

RISPOSTA - Allora, ritornando un passo indietro, quando è stato costruito il craking della Virgin Nafta per la produzione di etilene e propilene, contemporaneamente è stato fatto anche un piccolo impianto di depurazione acque, che come struttura era uguale a quella dell'altro impianto, se non che nella parte a monte aveva una sezione per la disoleazione, perché le acque potevano contenere idrocarburi, oli vari, etc., quindi c'era prima una disoleazione, poi si passava ai serbatoi di accumulo, trattamento chimico fisico e trattamento biologico. Questo piccolo impianto che trattava, aveva una capacità di 300 metri cubi, era stato costruito con l'impianto cracking della Virgin Nafta. Questo impianto che è nato con il cracking della Virgin Nafta, trattava delle acque che erano acque salmastre perché, oltre ad acque dolci, venivano mescolate anche con acque prelevate dalla laguna e quindi si aveva una mescola che erano parzialmente salate. Questo era un impianto di 300 metri cubi nato quando è nato il GR.

DOMANDA - L'impianto invece di cui ha parlato prima, il grosso biologico, che acque aveva?

RISPOSTA - Le acque del biologico avevano acque esclusivamente acque dolci, perché erano acque che venivano prelevate dai fiumi o dall'acquedotto, e quindi utilizzate nei vari processi e poi scaricate, quindi non prelevate dal mare. Quindi, uno era acque dolci, quello nuovo, e quell'altro era invece acque salmastre, non salate, salmastre, vuol dire che avevano una certa salinità.

DOMANDA - Poi avevano altre caratteristiche queste acque salmastre del craking?

RISPOSTA - Beh, avevano le caratteristiche che erano specifiche solo di quell'impianto, quindi contenevano delle sostanze dentro da depurare che venivano solo da un impianto di cracking dalla Virgin Nafta, quindi erano completamente diverse da quelle che provenivano dagli altri impianti che vi ho accennato prima.

DOMANDA - Io mi riferivo al fatto se queste sostanze dovevano subire, rispetto a quelle del biologico grande, un trattamento di disoleazione?

RISPOSTA - Sì, infatti l'ho detto prima. A monte c'erano delle vasche proprio per disoleare, prima di mandare queste acque al trattamento biologico, perché se rimane presente dell'olio, l'olio provoca dei ricoprimenti, dei fiocchi della biomassa e quindi impedisce il trasferimento dell'ossigeno o per lo meno rende più difficile questo trasferimento e quindi diminuisce il rendimento di depurazione e quindi c'è questa sezione di disoleazione in testa.

DOMANDA - Dottor Polo, lei ci ha detto che dopo la costruzione del biologico diventa, in sostanza, responsabile dell'impianto SG31, quindi del biologico e degli impianti annessi di trattamento, quindi di quelli impianti di cui fino adesso ha parlato. Io voglio chiederle, sempre ovviamente privilegiando la sintesi, se dopo il '78 - '77 - '78 quando è entrato in funzione, se avvennero dei mutamenti nel funzionamento dei due impianti biologici, e perché se avvennero questi mutamenti?

RISPOSTA - Volevo completamente brevissimamente il discorso del piccolo impianto biologico, quello che è stato costruito con il craking della Virgin Nafta, perché quando è stato costruito invece l'altro impianto, quello più grosso, di cui la tecnologia è della Tecneco di Fano, è stato anche raddoppiato il piccolo impianto, quello diciamo che prima era stato fatto per il craking della Virgin Nafta, in previsione che l'impianto cracking fosse raddoppiato e quindi avesse bisogno di trattare un'altra parte di acque, praticamente uguale a quelle che stava già trattando, quindi è stata fatta una linea parallela uguale a quella di prima, che prima trattava 300 metri cubi, ne è stata fatta un'altra per altri 300 metri cubi.

DOMANDA - Quindi, la portata era 600 metri cubi?

RISPOSTA - Sì, la portata di progetto, però quello che era in funzione era solo uno, l'altro era stato fatto in previsione del raddoppio del cracking che poi non è stato fatto, ecco.

DOMANDA - Quindi in quel momento lì non era in funzione questa parte nuova?

RISPOSTA – No, no, certo.

DOMANDA - A questo punto, dopo il '77, '78, le chiedevo se avvennero dei mutamenti nel funzionamento di questi due impianti?

RISPOSTA – Sì, sì. Certamente, dunque..

DOMANDA - E perché, ovviamente, avvennero questi mutamenti, le ragioni?

RISPOSTA - Allora, vale la pena di dire che appena l'impianto è andato in marcia, i flussi che arrivavano.. ecco, una cosa fondamentale è questa: nella biodegradazione è necessario che nei flussi che arrivano all'impianto contenenti sostanze organiche carbonacee, siano presenti anche due elementi chiave, detti nutrienti, per lo sviluppo microbiologico, altrimenti questo sviluppo non avviene. Questi due elementi sono fosforo ed azoto. Nei flussi alimentati all'avviamento dell'impianto, non era contenuto né uno né l'altro, quindi per fare avvenire questo processo veniva aggiunto, prima dell'ingresso nella sezione biologica, dell'acido fosforico e dell'urea, in modo da avere poi la sicurezza della depurazione biologica.

Alla fine, negli anni '78, andando avanti con gli anni, prima gli impianti che erano stati collegati non contenevano azoto, dopo invece sono stati inseriti degli impianti in cui era contenuto anche dell'azoto, ad esempio gli impianti che producevano caprolattame, impianti che producevano i cianuri, perché anche i cianuri, nell'ossidazione dei cianuri si forma dell'ammoniaca, impianti che provenivano dai fertilizzanti, impianti comunque che avevano dell'azoto. A quel punto, parlo verso la fine del '78, è stato interrotta l'alimentazione dell'urea, è stata mantenuta solo quella dell'acido fosforico per quanto riguarda i nutrienti, perché l'azoto che arrivava era più che sufficiente al metabolismo batterico.

DOMANDA - In questo periodo, in questo primo periodo, le acque in entrata al biologico sono sempre costanti rispetto all'inizio o diminuiscono, o aumentano?

RISPOSTA - Dunque, c'è stata una prima fase cui c'è stato l'aumento, perché si è partiti con 100 - 200 metri cubi e verso la fine del '78 siamo arrivati a circa 800, metri cubi, 1000 metri cubi come portata. Durante questo periodo, però, siccome si erano sviluppati anche dei problemi in impianto, tipo per esempio la produzione di batteri filamentosi, che adesso non sto qui a descrivere, ma degli impianti, dei problemi nel trattamento delle acque reflue, dei problemi di schiume che sono venuti fuori, gli impianti che mandavano questi prodotti hanno rivisto un momentino i loro processi, etc., e quindi è stato possibile avere anche una riduzione di carico che dal '79 all'80 è diminuita rispetto al previsto di circa il 25 - 30%.

DOMANDA - Questa riduzione di carico è da riferirsi quindi ad interventi che sono stati fatti nei singoli impianti a monte?

RISPOSTA - Certamente.

DOMANDA - Da chi erano stati fatti questi interventi?

RISPOSTA - Per esempio, nel reparto che produceva plastificanti, che era uno di quelli critici per quanto riguarda la produzione di schiume, perché avevano dentro dei tensioattivi, delle cose del genere, quelli hanno rivisto i loro processi di trattamento e hanno ridotto il carico, e quindi il carico organico è diminuito di una quantità notevole. Nel frattempo però, con l'avvento dei nuovi flussi, c'erano delle fluttuazioni per quanto riguarda il trattamento dell'azoto, perché l'impianto nuovo che è stato fatto, era stato fatto solo per il trattamento delle sostanze organiche carbonacee e non per il trattamento dell'azoto. Visto che con i nuovi flussi che sono arrivati, il trattamento, l'azoto era in quantità superiore al metabolismo batterico e aveva anche notevoli oscillazioni, è stata rivista la questione per vedere, visto che erano state fatte anche delle diminuzioni di carico, vedere se nello stesso impianto, oltre ad avere la demolizione delle sostanze carbonacee, era possibile anche fare un trattamento dell'azoto. Allora, poiché nei due impianti piccoli, uno era quello che trattava le acque del CR, e che era invece fatto per il raddoppio, in quella parte lì che era libera sono state fatte delle prove di nitrificazione per vedere se era possibile avere questo processo, effettuare questo processo nell'impianto. Dopo alcuni mesi di prova si è visto che era possibile e quindi dopo si è passati ad una ristrutturazione della linea di flusso nell'impianto grosso per avere la possibilità di effettuare, oltre il trattamento delle sostanze carbonacee, anche la nitrificazione dell'azoto.

DOMANDA - Come funzionava questo meccanismo nell'impianto grosso?

RISPOSTA - Le dico subito che i batteri che sono deputati al processo di demolizione o di metabolismo delle sostanze carbonacee, sono dei batteri che utilizzano le sostanze carbonacee per il loro metabolismo e quindi per il loro sviluppo e sono chiamati batteri eterotrofi. I batteri invece che sono deputati alla nitrificazione dell'azoto, cioè alla trasformazione dell'azoto ammoniacale a nitrati, sono dei batteri cosiddetti autorofoti, praticamente non utilizzano carbonio organico, ma utilizzano carbonio inorganico per il loro metabolismo, praticamente sono come le piante, utilizzano CO2 o carbonati per l'apporto di carbonio necessario al loro metabolismo, anzi, quando ci sono presenti delle sostanze carbonacee, questi batteri, se sono in competizione con gli altri, sono sempre perdenti, perché il processo di nitrificazione dell'azoto è un processo molto sensibile e delicato. Quindi, la linea di flusso è stata cambiata rispetto all'inizio, che era una linea, come vi avevo detto, su 4 linee parallele più altre 6, sempre in parallelo nelle altre vasche, è stata fatte una linea come un flusso.., una linea di flusso rettangolare, detta in termine tecnico "plag flo" un flusso a pistone, in modo che nella prima parte di questa linea di flusso ci fosse un accumulo, un carico molto elevato di sostanze carbonacee, e quindi in questa prima parte c'era un ambiente adatto alla depurazione delle sostanze carbonacee, molto favorevole perché il carico organico era molto elevato. In questa prima parte, però, tutto il carico organico veniva tirato via, nella seconda parte non restava più carico organico come sostanze carbonacee, ma restava il carico azotato, quindi nella seconda parte l'ambiente era molto adatto allo sviluppo dei batteri nitrificanti e quindi alla nitrificazione dell'azoto.

DOMANDA - E questo avveniva tutto nel grosso, diciamo, impianto biologico?

RISPOSTA - Sì, grosso impianto biologico, infatti io ho presentato anche dei lavori a dei convegni, proprio specificando questo tipo di processo con i carichi e si vede proprio l'andamento anche delle depurazioni dei due tipi di sostanze organiche..

DOMANDA - A questo proposito io produco al Tribunale ed anche al Pubblico Ministero due relazioni che il dottor Polo ha fatto nel 1981 e nel 1987 che illustrano poi tecnicamente quali sono stati i passaggi. Ecco, lei ci ha detto della nitrificazione, quindi dell'azoto che avveniva all’interno delle vasche del grosso biologico.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Ma era completo il processo a quel punto?

RISPOSTA - Completando adesso il discorso, la nitrificazione, il trattamento dell'azoto viene effettuato in due step, uno è l'ossidazione dell'ammoniaca a nitrati, però si producono i nitrati, che sono anche quelli sottoposti a limiti di legge, la seconda parte è invece la denitrificazione. Praticamente il trattamento dei nitrati con riduzione dei nitrati ad azoto elementare che va in atmosfera. Questa seconda parte è stata ottenuta nei.., qui devo fare una piccola parentesi, torno indietro un attimo. Nel corso di queste sperimentazioni è stato anche visto che il trattamento delle acque del CR, parzialmente salate, in un impianto separato, non aveva alcun senso rispetto alle altre trattate dal altra parte, anzi, diciamo che nei due il mescolamento delle due, visto dopo, ha portato dei miglioramenti di efficienza, soprattutto per impedire lo sviluppo di batteri filamentosi, delle schiume e di tutte quelle altre cose che nell'impianto piccolo non succedevano. Quindi, siccome nell'impianto grosso, quello da 1600 metri cubi, c'era spazio, le acque del cracking che occupavano solo una linea, sono state spostate e mescolate assieme alle altre, quindi tutti i reflui venivano alimentati in questo grosso impianto. Quindi, le due sezioni più piccole, quelle che trattavano 300 metri cubi una e 300 l'altra, sono state adibite alla denitrificazione dell'azoto. Allora, le acque che uscivano dall'impianto di trattamento in cui veniva fatto anche il trattamento dell'azoto con nitrificazione, una parte di queste acque, perché non potevano essere mandate 1600 metri cubi, ma solo secondo la capacità di queste altre due linee, venivano denitrificate dall'altra parte, i nitrati vengono portati a zero e poi rimescolato tutti insieme e le acque uscivano molto al di sotto dei limiti di legge, per quanto riguarda sia le sostanze carbonacee, sia per quanto riguarda l'azoto nelle sue varie forme.

DOMANDA - Arriviamo un attimo ai risultati, cioè i risultati della depurazione di questo impianto biologico, così come lei ha descritto, ecco, in questa formazione a quando arriva l'impianto biologico con questo trattamento delle acque azotate?

RISPOSTA - E` arrivato subito dopo, negli anni, dunque, nel '78 è da considerare un anno di avviamento dell'impianto, nel '79 sono state fatte le prove, nell'80 è già funzionante.

DOMANDA - Quali erano i risultati in termini di depurazione delle acque da parte dell'impianto biologico?

RISPOSTA - Guardi, per esempio l'ammoniaca era sempre inferiore ad un milligrammo litro, quindi ben al di sotto dei valori previsti, i nitrati, pur essendo presenti, erano sempre molto al di sotto dei 50 milligrammi litro che erano previsti dalla legge, erano intorno a 10, 20 milligrammi litro, circa.

DOMANDA - Una questione che ritengo importante: dove venivano effettuati i monitoraggi delle acque?

RISPOSTA - Allora, per quanto riguarda questo, ci sono due cose da dire, uno è che nell'impianto biologico gradatamente sono stati inseriti, perché all'inizio poi neanche esistevano, sono stati inseriti degli strumenti di misura on-line che potessero dare in qualsiasi momento, in continuo in sala quadri, l'andamento del processo. Allora, cominciando dall'inizio, dall’inizio, subito dopo il trattamento chimico fisico, sono stati inseriti un torbidiametro che dava la misura della torbidità dell'acqua in uscita da questo impianto, se la torbidità aumentava vuol dire che la sezione chimico fisica aveva dei problemi di separazione dei solidi e quindi bisognava intervenire con correzioni di PH, variazioni di reagenti che si buttavano dentro, poli elettroliti, etc.. Sempre in questo flusso, prima dell'ingresso al biologico, è stato inserito un analizzatore del TOC, che significa Total Organic Carbon, che non fa altro che misurare il carbonio organico totale che le dà un'idea di quanta roba organica c'è dentro. Non esiste naturalmente strumento che le dica le specie chimiche che sono presenti nelle acque, perché sono a migliaia, però le danno una valutazione sul carbonio organico e in base a quello lei sa che il carico che va all'impianto aumenta o diminuisce o se è nei termini previsti. Oltre a questo, sempre in questa parte, veniva misurata anche..

DOMANDA - Lei adesso sta parlando dell'entrata, nell'entrata dell'impianto?

RISPOSTA - Sì, certo, perché è importante anche sapere nell'entrata cosa va dentro per intervenire, perché se aspetta che fuori di vedere che non va dopo, siccome qui il tempo di ritenzione delle vasche è di circa 15 ore, lei ora che interviene deve aspettare dopo abbastanza prima di intervenire. All'uscita naturalmente erano stati inseriti, sempre on-line, dei misuratori ancora di TOC, dell'ammoniaca, e qui sono stati inseriti anche i nitrati, fosfati e nitriti, oltre al PH e l'ossigeno che sono altri due..

DOMANDA - Ecco, ma gli esami, cioè che verifiche che facevate, chi faceva ci dirà anche lei, per valutare le quantità di sostanze, venivano fatte in che punto? Noi sappiamo che l'impianto biologico poi riportava allo scarico SM15, dove venivano fatti i campionamenti?

RISPOSTA - Attenzione, lo scarico del biologico ha il pozzetto prima dello scarico 15 che è un pozzetto fiscale che si chiama SM22, e noi avevamo la prescrizione dalla Provincia che già in quel pozzetto dovevamo rispettare i limiti di legge prima di entrare nello scarico SM15 in cui confluivano anche altri scarichi dello stabilimento. Lo scarico SM15 è un grosso scarico, lo scarico del biologico è una parte e quindi..

DOMANDA - L'SM22 quindi che cosa riceveva, riceveva altre acque oltre a quello dell'impianto biologico?

RISPOSTA – No, no, no, solo e esclusivamente le acque dal trattamento biologico.

DOMANDA - E qui venivano fatti gli esami?

RISPOSTA - Sì. Oltre a questo, volevo dire che oltre a questi strumenti on-line avevamo un laboratorio dedicato all'impianto, il quale tutti giorni faceva le analisi in ingresso e in uscita all'impianto, per tutti i parametri previsti, per essere sicuri che gli analizzatori on-line dessero dei dati significativi. Inoltre il laboratorio faceva delle analisi, quelle secondo la metodologia ufficiale Irsa, perché è quella, diciamo, che dopo venivano controllati anche gli scarichi ufficialmente.

DOMANDA - Dottor Polo, adesso parliamo un momento di alcuni aspetti specifici. Il nerofumo innanzitutto, lei sa come veniva trattato il nerofumo dopo la chiusura di un impianto di incenerimento specifico, che tra l'altro in questo processo è già emerso, è già risultato, c'era un trattamento di incenerimento specifico di nerofumo, di incenerimento, ecco, se lei ricorda la data in cui questo fatto, questo impianto cessò e se ricorda che cosa avvenne poi del nerofumo?

RISPOSTA - Allora, l'impianto che faceva nerofumo, che era l'AC1, si è fermato mi sembra nell'85, anno più, anno meno, ma nell'85, è una data abbastanza precisa, a quel livello.. Dunque, diciamo una cosa, quando era in funzione il nerofumo le acque della produzione, le acque di questo impianto venivano filtropressate, no filtropressate, venivano trattate attraverso dei filtri sotto vuoto e la parte solida veniva incenerita nel forno, le acque arrivavano all'impianto biologico. Dall'85..

DOMANDA - Io ho una data leggermente diversa, dovrebbe essere l'82 la data che...

RISPOSTA - No.

DOMANDA - A lei risulta invece che sia qualche un anno dopo?

RISPOSTA - '82 non di sicuro, se è '85 - '84 o '86 sì, '82 no, almeno da quello che mi ricordo, sì perché '82 era troppo presto. Allora, volevo dire che le acque di questo impianto provenivano, sono sempre arrivate all'impianto biologico, dall'84 all'85 in queste acque, oltre a solo l'acqua, arrivava anche il nerofumo. Ora, il nerofumo, prima di inviare le acque all'impianto biologico, sono state fatte delle prove per vedere se il nerofumo che arrivava in queste acque era possibile fermarlo nel trattamento chimico fisico, perché è evidente che il nerofumo è una sostanza amorfa e quindi ha bisogno di essere ed è una sostanza anche finemente suddivisa, e ha bisogno dei trattamenti particolari per potere essere separata dall'acqua. Questa non doveva andare nella sezione ossidazione biologica ma adesso aveva fermarsi prima, allora sono state fatte delle prove e si è visto che, poiché l'impianto di trattamento chimico fisico era un impianto molto efficiente da questo punto di vista, aumentando i reagenti che si buttavano dentro, che era solfato ferroso, tanto per fare un nome, che produceva i fiocchi di fango di idrato ferroso ferrico, questi inglobavano molto bene anche tutte le particelle di nerofumo, con polielettro.., poi si aumentavano questi fiocchi che venivano completamente separati nella sezione di chiarificazione dell'impianto chimico fisico prima di entrare nella sezione biologica. Quindi si è visto che non c'era nessun problema per trattare questo nerofumo nell'impianto, perché non è che si tratti, si trattava nella sezione chimico fisica dell'impianto biologico, non nella sezione biologica. Poi, la fine di questo nerofumo andava nel forno di incenerimento, che praticamente era sempre un forno di incenerimento come piccolo che era l'AC1, quindi non cambiava la filosofia.

DOMANDA - Nel nerofumo, questo quando arrivano le strumentazioni adeguate a farle, immagino nella seconda metà degli anni '80, erano presenti gli IPA?

RISPOSTA - Sì, erano presenti gli IPA nel nerofumo.

DOMANDA - Vuole dire come funzionamento l'incenerimento, cioè, che risultati c'erano, se sono state fatte delle verifiche degli IPA presenti dopo l'incenerimento?

RISPOSTA - Certamente. Dunque, innanzitutto i forni di incenerimento dell'impianto biologico lavoravano a circa 1000 gradi, perché 950 era la temperatura imposta dalla legge e si lavorava a circa 1000 gradi, 1000, 1050, quindi a queste temperatura gli IPA vengono ben bruciati; oltre a questo c'è una sezione di lavaggio fumi molto efficiente, ed anche questa si è sviluppata negli anni, perché per esempio quando è stato fatto l'impianto biologico il forno di incenerimento aveva uno scramber di lavaggio fumi che era in testa al forno, siccome questo scramber, proprio sulla testa del forno, aveva dato dei problemi per quanto riguarda il catino sotto che raccoglieva l'acqua, perché con i gas caldi che salivano si producevano delle crepe sul refrattario e quindi delle crepe anche su questo catino e quindi dell'acqua cadeva dentro sul forno, allora è stato spostato lo scramber invece che sopra il forno in fianco di questo, e quindi con questo poi non si sono avuti più questi problemi che erano problemi più che altro meccanici.

DOMANDA - Ecco, a proposito delle verifiche, se le risulta che sono state fatte delle verifiche in presenza di IPA all'uscita dall'impianto?

RISPOSTA - Sì, volevo solo descrivere che qui, oltre a questo, c'era un'altra colonna di lavaggio fumi, comunque non ha importanza. In fondo al camino, a parte il fatto che c'erano degli strumenti specifici di controllo del carbonio organico, del SO2, dell'acido cloridrico, dell'ossigeno e delle polveri, strumenti previsti dalla legge e quindi inseriti on-line con registramento a quadro su supporto cartaceo anche volendo, venivano fatti, noi avevamo un laboratorio molto attrezzato che era quello di Ferrara, che era un centro ricerche di Ferrara, molto attrezzato per l'analisi delle emissioni. Lì c'era dentro poi una persona che aveva eseguito ai sui tempi analisi negli enti pubblici di Milano, quindi era molto esperto anche nella determinazione delle emissioni.

DOMANDA - Chi era?

RISPOSTA - Il dottor Gorni, il dottor Gorni che ha seguito poi tutta la faccenda Seveso, etc., quindi non solo esperto negli IPA ma anche nelle diossine e tutti in quegli altri micro inquinanti più specifici.

DOMANDA - Adesso parliamo poi degli IPA?

RISPOSTA - Certo, lì così naturalmente sono state fatte delle analisi, sono venuti loro del laboratorio, sono state fatte delle analisi e le concentrazioni degli IPA in uscita o non c'erano affatto, erano al di sotto dei limiti di sensibilità, oppure erano talmente basse che erano addirittura 100 volte più inferiori a quello che era previsto nei limiti di legge.

DOMANDA - Lei sta parlando degli IPA in uscita dall'impianto di incenerimento?

RISPOSTA - Sì, nelle emissioni.

DOMANDA - Senta una cosa, adesso parliamo del problema delle diossine, con riferimento sempre all'inceneritore del biologico, lei ha già accennato che c'era questo centro di Ferrara, voglio sapere da lei se lei è al corrente se sono stati fatti, alla fine degli anni '80, studi e sperimentazioni per vedere se questo forno formava diossine, in che misura le formava eventualmente.

RISPOSTA - Sì, allora, innanzitutto è bene dire che all'inizio, quando è partito il forno prima degli anni '80, nessuno parlava di diossine e quindi nessuno ha mai controllato le diossine, quando è saltato fuori il problema delle diossine ovviamente noi ci siamo preoccupati non solo di vedere le diossine in certi punti, ma abbiamo seguito anche nelle acque per esempio, anche nelle acque sono state determinate le diossine per vedere se entravano nell'impianto biologico, etc.. Tutte le analisi che sono state fatte, parliamo un momento prima dell'acqua..

DOMANDA - Sì, parliamo allora.. No, forse sarebbe meglio che prima esaurissimo il discorso dell'incenerimento perché poi parliamo anche del trattamento delle acque clorurate, sarebbe meglio che prima esaurissimo l'inceneritore.

RISPOSTA - Allora l'incenerimento, e sono state fatte ovviamente delle analisi, quando sono state analizzate gli IPA, sono state analizzate anche le diossine non solo gli IPA, cioè erano contemporanei i discorsi. Venivano fatte con uno strumento nel Centro Ricerche di Ferrara che era il più evoluto in fatto di tecnologia in Italia perché era uno spettrometro di massa che aveva 40 mila di risoluzione che non aveva nessuno in giro, e quindi era in grado di determinare valori di micro inquinanti, tipo diossine ed altri, molto, molto bassi. Le diossine non si sono, non sono mai state trovate nelle emissioni, cioè sempre inferiore al limite analitico. Cioè lo zero assoluto al mondo non esiste, non è che lo scopra io, però c'è un limite analitico al di sotto del quale uno non si sa se poi ci sono.. sì, qui si sta parlando di nanogrammi o di picogrammi non di milligrammi.

DOMANDA - Ma sono stati fatti anche degli studi per comprendere perché non si formavano le diossine?

RISPOSTA - Certo. Allora, nel discorso delle diossine, c'è la letteratura che parla proposito e quindi qui non è che andiamo scoprire e non è che abbiamo scoperto niente, che la formazione delle diossine nell'incenerimento avviene, per esempio nei forni di incenerimento anche dei rifiuti urbani, dove c'è un sistema di recupero di calore e l'abbattimento della temperatura dei fumi non è repentino ma passa attraverso uno stadio di recupero che va dai 1000 gradi, 1100 ai 7, 800 gradi e poi successivamente va giù. In questo forno dell'impianto biologico, invece, abbiamo un abbattimento di temperatura drastico e repertino nello scramber del lavaggio con acqua, che passa da 1000, 1100 gradi a 70 - 80 gradi di colpo. Questo raffreddamento repentino, questo non lo dico io ma si trova in letteratura perché l'hanno studiato gli altri, impedisce la formazione delle diossine con i radicali che circolano ancora dopo l'incenerimento.

DOMANDA - Dottor Polo, adesso parliamo dei clorurati e poi parleremo, quindi, anche del problema della diossina nelle acque. Ecco, l'impianto di trattamento delle acque clorurate che già noi in questo processo sappiamo che entra in funzione all'inizio degli anni '80, 1980, dopo questo trattamento specifico, prima lei ha parlato di alcuni pre trattamenti specifici che andavano al biologico, ecco, c'era una confluenza di questo trattamento di acque clorurate con il biologico?

RISPOSTA - No, all'inizio non c'era questa confluenza perché dopo le acque clorurate erano solo, avevano un trattamento per tirare via i clorurati dall'acqua, non avevano bisogno di biodegradazione perché dentro non c'erano sostanze organiche, però questo trattamento siccome veniva fatto un trattamento anche chimico fisico con del ferro che si buttava dentro, quando aveva dei problemi questo trattamento chimico fisico succedeva che del ferro usciva con l'acqua e quindi colorava di rosso lo scarico. Allora è stato chiesto, dice, ma quando ci sono questi problemi se era possibile mandarlo al biologico in modo che il ferro che era contenuto venisse poi fermato nella sezione di trattamento chimico fisico. Ora il discorso noi lo buttavamo già dentro il ferro al chimico fisico, quindi non c'era nessunissimo problema per questo impianto. L'unica cosa che è stata detta è che però le acque che dovevano mandare, che venivano mandate al biologico, fossero sicure che avessero.., che fossero già a posto con i limiti di legge per quanto riguarda i clorurati, perché l'impianto biologico è un impianto che tratta le acque organiche, ma non è un impianto che tratta con i clorurati, poi c'è anche la legge speciale che prevede che l'impianto sia specifico, la legge 133. Allora, nelle acque del trattamento di clorurati è stato inserito un analizzatore per vedere i clorurati dentro nell'acqua, uno speciale analizzatore che non faceva altro che strippare con aria, si chiama un analizzatore di testa..

DOMANDA - Era in continuo questo analizzatore?

RISPOSTA - Sì, era on-line, però era specifico, non è che lei può mandare i clorurati nello spettro fotometro e vede subito la concentrazione, devono essere, siccome lì sono contenuti in quantità molto basse quindi questo strumento aveva dell'aria che borbottava dentro, che faceva strippare i clorurati, li portava nella fase gas e lì nella fase concentrata poi questa veniva inviata allo strumento di misura per vedere la concentrazione, e quindi era sotto controllo il discorso dei clorurati nell'acqua quando questi venivano inviati al biologico.

DOMANDA - Se poteva accadere che i clorurati fossero in condizioni tali da non poter essere accettati al biologico?

RISPOSTA - Ma allora venivano riciclati nell'impianto, perché loro avevano un serbatoio di accumulo da dove prelevavano queste acque per il trattamento, e quindi venivano riciclati dentro, siccome questo serbatoio di accumulo naturalmente veniva gestito in modo tale da avere spazio per la gestione di questi disservizi, chiamiamoli se vogliamo così, era gestito all'interno dell'impianto.

DOMANDA - Se invece i clorurati erano accettabili, quindi non era necessario questo riciclo all'impianto di trattamento delle acque biologiche, mi è sembrato di capire non era automatica comunque l'entrata al biologico?

RISPOSTA – No, no, assolutamente, diciamo che veniva telefonato e inviato solo quando loro avevano dei problemi che vedevano che usciva del ferro con le acque, solo in quel caso.

DOMANDA - Adesso veniamo proprio al problema della percentuale quindi, innanzitutto che cosa era la, qual era la percentuale di clorurati in entrata al biologico?

RISPOSTA - Guardi, le dico subito: la concentrazione era molto molto bassa, era inferiore a mezzo PPM, ma inferiore a mezza non vuol dire che fosse lo 04, potevano anche essere zero o due zeri, però quando era inferiore a mezza PPM, poiché nell'impianto biologico se fossero state presenti delle tracce di clorurati, queste venivano adsorbite nelle cellule batteriche, nella membrana batterica che è una membrana mucopolisaccaride, e quindi assorbe le sostanze clorurate, allora, se fossero presenti delle tracce di clorurati in ingresso questi vengono adsorbiti, ovviamente sto parlando di tracce, non di concentrazioni elevate, perché se ci fossero delle concentrazioni elevate sono tossiche per l'impianto biologico, concentrazioni molto basse queste vengono adsorbite nella biomassa e quindi poi nell'acqua in uscita, e sono state fatte tantissime volte le analisi, i clorurati non si sono mai trovati.

DOMANDA - E le diossine?

RISPOSTA - Le diossine..

DOMANDA - In uscita, sono state fatte delle verifiche per verificare le diossine in uscita?

RISPOSTA - Certamente, infatti le dicevo, le diossine sia in ingresso che in uscita, ma non sono mai state trovate.

DOMANDA - Senta, lei ha parlato del trattamento dell'azoto accanto a quello delle acque carbonacee, una parte di acque azotate le risulta che andasse anche a Fusina?

RISPOSTA - Sì. Allora, l'impianto biologico di Fusina è andato in marcia circa nell'85 mi sembra, sì, nell'85, era già previsto all'inizio, quando è stata fatta la progettazione dell'impianto, che sia Montedison che Montefibre avessero mandato una certa quantità di acqua azotata a quell'impianto per il trattamento. Quindi l'impianto stesso ha costruito una linea in acciaio inossidabile che andava proprio dall'impianto di Fusina fino alla Montefibre e, passando vicino al reparto AS della Montedison, dove facevano i fertilizzanti, li è stato fatto uno stacco, e quindi tutte le acque azotate provenienti sia dalla Montedison reparti AS, dove c'era solfato ammonico ed altri fertilizzanti, sia quelle della Montefibre che contenevano azoto, sono state confluite in questa tubazione, questa tubazione passava vicino al biologico, una parte veniva prelevata al biologico e trattata, un'altra parte veniva inviata all'impianto consortile di Fusina. Questo dava anche la possibilità, quando succedeva che per esempio il contenuto di azoto aveva delle oscillazioni abbastanza rilevanti, poteva essere gestito al meglio perché il sovrappiù poteva essere mandato dall'altra parte. Non solo, una cosa che vorrei mettere in risalto è che negli anni le capacità di accumulo e di prevenzione per qualsiasi disservizio di impianto sono state fatte aumentando la capacità di accumulo dei serbatoi non nell'impianto biologico ma addirittura a piè dei vari impianti e nel parco serbatoi. Per esempio nel parco serbatoi è stato adibito un serbatoio da 10 mila metri cubi che quando ci fosse successo qualche disservizio, magari sovraccarico elevato, prima che arrivasse in impianto le acque che dalla baricentrica venivano inviate in impianto, venivano deviate in questo serbatoio, accumulate e poi scaricate lentamente in modo da sopportare il carico, perché nell'impianto biologico, a esempio, perché funzioni bene il carico non deve superare, in un certo momento se non vogliamo dei disservizi, più del 20% del carico che sta trattando in quel momento. Quindi, in definitiva, alla fine di tutti questi anni, avevamo una capacità di accumulo a monte dell'impianto biologico di circa 60 mila metri cubi, quindi una capacità enorme. Non esiste al mondo una cosa del genere!

DOMANDA - Un ultimo punto. Lei ha detto di essere, alla fine degli anni 70, diventato responsabile degli impianti di trattamento, quindi biologico, neutralizzazione.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - In questo tipo di vicende, quindi riguardanti gli impianti di depurazione, com'erano i rapporti con il Consiglio di fabbrica, con la Commissione Ambiente del Petrolchimico?

RISPOSTA - Guardi, glielo dico subito, diciamo che più volte sono stati fatti, quando noi avevamo dei delegati di reparto, ovviamente, come succede dappertutto, quando c'erano dei problemi si andava all'Ufficio Personale e lì venivano discussi e se era necessario venivano presi sempre degli accorgimenti per poter migliorare le condizioni sia operative del personale sia tecniche dell'impianto. Si vede che erano molto buoni perché quando c'era qualche problema si discuteva, si parlava, si portava in evidenza e quindi dopo si cercava di risolverlo.

DOMANDA - Ho concluso.

 

Presidente: allora, vediamo se ci sono delle ulteriori domande di integrazione da parte delle Difese, altrimenti la parola è al Pubblico Ministero per il controesame.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Presidente, io ho subito alcune domande da fare, anche se, raccogliendo anche l'invito di alcuni difensori di Parte Civile, chiedo che, vista anche la documentazione che è stata prodotta e il tenore delle dichiarazioni, al limite tra un teste e un bravo consulente tecnico, sia possibile far tornare il 3 aprile, così come è stato consentito sul dottor Chiozzotto, sulle questioni tecniche il signor Polo.

 

Presidente: senz'altro.

 

Pubblico Ministero: grazie. Io alcune domande volevo comunque chiedere..

 

Avvocato Baccaredda: signor Presidente, scusi, solo per rilevare che il dottor Polo non è un consulente tecnico, ha parlato..

 

Presidente: va bene ma, voglio dire, ha comunque riferito su un trattamento complessivo attraverso questo impianto che indubbiamente contiene anche delle cognizioni, implica delle cognizioni tecniche che il Pubblico Ministero adesso, immediatamente, non riesce, ha bisogno quindi di consultarsi con i propri consulenti evidentemente e poi eventualmente compiere un controesame più approfondito. Quindi mi pare che sia giustificata la domanda di fare il controesame la prossima settimana. Lei, quindi. dovrà tornare il giorno 3.

RISPOSTA - Il giorno 3 per la prossima settimana dovrei essere all'estero, ho già degli impegni.

 

Presidente: senta, se può rinviare, anche perché questo processo oramai è alle sue ultime battute davvero, per quanto riguarda l'istruttoria dibattimentale abbiamo fissato l'udienza del giorno 3 come ultima udienza.

RISPOSTA - Ho capito, ma se c'è da fare uno scambio con i consulenti posso farlo anche oggi, domani.

 

Presidente: non ci sono qui i consulenti.

 

Avvocato Baccaredda: signor Presidente, eventualmente, per venire incontro alla indisponibilità del teste e alle necessità delle altre parti, non si potrebbe fare questo controesame insieme all'audizione dei periti sulla ittiofauna? E` troppo lontano?

 

Presidente: ma davvero lei proprio ha preso degli impegni indifferibili per il giorno 3?

RISPOSTA - Io ho preso degli impegni, devo andare all'estero perché io faccio consulenza in questo campo, tanto per essere molto chiaro, non voglio nascondere niente, però ho preso degli impegni, devo andare all'estero, devo andare in Turchia tra l'altro, quindi con degli impegni anche con della gente di là. Proverò a sentire se è possibile spostare. Io questo posso fare.

 

Presidente: ce lo faccia sapere magari, entro venerdì almeno. Intanto, Pubblico Ministero..

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Volevo chiedere innanzitutto, probabilmente mi è sfuggito, se può precisare innanzitutto il teste da quando ha iniziato a lavorare al laboratorio?

RISPOSTA - Scusi, non ho capito.

DOMANDA - Quando ha iniziato a lavorare presso il laboratorio chimico di Porto Marghera?

RISPOSTA - Nel '78, prima avevo detto che all'inizio della mia carriera io sono andato in laboratorio, però il laboratorio era come sede, diciamo, io mi occupavo degli impianti pilota, però sempre del laboratorio, nel '78, scusi, nel '58.

 

Presidente: laboratori dei fluorati e dei plastificanti dal '58 fino al '75.

 

DOMANDA - E poi anche faceva cenno all'attività svolta anche all'interno di questo laboratorio, parlava di pellicole, di film di PVC. A questo proposito le volevo chiedere una cosa molto semplice, cioè se lei è in grado di ricordare, di dire, se, appunto nel corso degli anni '60 o inizio anni '70, sono stati fatti degli esami o dei controlli a cura del personale, di funzionari, di dirigenti o tecnici di Montedison, sulla tossicità del PVC?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Che lei sappia ovviamente?

RISPOSTA - Che io sappia no, diciamo che nel laboratorio dove sono io no di sicuro, nelle altre parti non posso dirle, non sono in grado di dirglielo se sono stati fatti o meno, perché io non ero in un impianto, in un laboratorio in cui veniva trattato il cloruro di polivinile, il cloruro di vinile. scusi, al massimo ho seguito per un paio danni la trasformazione della resina del cloruro di polivinile in fogli, quindi c'era solo un aspetto meccanico nel discorso, ma non, diciamo, prima nella produzione del cloruro di polivinile e quindi del cloruro di vinile come gas.

DOMANDA - Questa trasformazione in pellicole di PVC avveniva con trattamento a caldo?

RISPOSTA – Sì, sì, c'erano delle estrusioni meccaniche con dell'aria che veniva dentro, veniva fatto un tubo, praticamente, veniva buttata dentro la resina, la resina di cloruro di polivinile, scaldando questa resina naturalmente si attaccava, veniva fuori un tubo.

DOMANDA - Il PAS da chi dipendeva nell'epoca in cui è stata..?

RISPOSTA - Dipendeva dalla direzione, io ero nell'ambito del PAS, però il PAS dipendeva direttamente dalla direzione.

DOMANDA - Gli uffici di Monteco, materialmente, dove si trovavano?

RISPOSTA - Si trovavano nell'impianto biologico.

DOMANDA - Cioè, comunque all'interno dello stabilimento Petrolchimico Montedison?

RISPOSTA - Sì si, certo.

DOMANDA - Sono sempre stati poi gli uffici utilizzati anche con i vari cambi di denominazione sociale, cioè lei accennava prima?

RISPOSTA - Sì, risposta positiva.

DOMANDA - Fino ad Ambiente che è diventato..?

RISPOSTA - Certo. Non è cambiato niente come ufficio. A parte la sede, che la sede era a Milano ovviamente.

DOMANDA - Sì, certo, quella centrale. Chi è che aveva i rapporti, di che tipo erano i rapporti tra Monteco e poi Ambiente, rispetto alle società, se vogliamo chiamarle madri Montedison ed Enichem? Come funzionavano i contatti?

RISPOSTA - Dalla Monteco, etc., lei sa che c'era un Presidente e un amministratore delegato, e questi erano quelli che tenevano i contatti con l'altra parte.

DOMANDA - Sì, certo formalmente poi a Milano. Ma intendevo riferirmi allo stabilimento di Porto Marghera, se c'erano dei rapporti e come funzionavano?

RISPOSTA - I rapporti, dunque, io personalmente per esempio presenziavo a tutte le mattine ad una riunione dove veniva tenuta in direzione dove venivano discussi i vari problemi se c'erano, tutte le mattine avveniva alle 8 una riunione in cui venivano interessati tutti i capi gruppi dello stabilimento.

DOMANDA - Dello stabilimento Montedison e poi Enichem?

RISPOSTA - Sì, di tutto lo stabilimento quindi tutti i vari settori e là ognuno parlava se c'erano dei problemi. Io, per esempio, quando avevo dei problemi nell'impianto io dicevo: "guarda che qua ho avuto dei problemi, così, così, che magari vengono da questo o da quello", là c'erano i responsabili e si discutevano tutti i giorni.

DOMANDA - Quindi, oltre al direttore dello stabilimento o, in caso di sua assenza per ferie o altro, il suo sostituto.?

RISPOSTA - Il vice.

DOMANDA - Rappresentante di Monteco e Enichem, chi c'era in queste riunioni mattutine di stabilimento? Si ricorda, come ruoli non come nomi?

RISPOSTA - C'era il Responsabile del PAS, ovviamente, Protezione Ambiente e Sicurezza, poi c'era sempre o il direttore o il vice direttore dello stabilimento e i vari capi gruppo degli impianti di produzione, di tutti gli impianti dello stabilimento. Cioè, era rappresentato tutto lo scibile, se possiamo dire così, una parola forse impropria, dello stabilimento.

DOMANDA - Al di là della divisione formale in Monteco. Montedison, etc.?

RISPOSTA - Sì, al di là della divisione, lì non è che.. A quel livello non c'erano più le varie suddivisioni delle società, ma si parlavano dei problemi reali che venivano fuori e che dovevano essere affrontati.

DOMANDA - Le volevo chiedere, passando un attimo ad un altro tema, non so se lei è in grado di darmi delle indicazioni, volevo chiedere delle questioni relative all'incenerimento di code clorurate, di scarti dell'impianto, il TA, ad un certo punto..

RISPOSTA - Impianto TA?

DOMANDA - Sì, ad un certo punto..?

RISPOSTA - Code clorurate all'impianto TA?

DOMANDA - No. Code clorurate e scarti degli impianti TA, sono due cose diverse?

RISPOSTA - Certo, infatti.

DOMANDA - Lei si ricorda, nel corso degli anni metà anni '70, metà anni '70, nel corso degli anni '80, se ci sono stati dei problemi per questi scarti industriali, se si è posto il problema dell'incenerimento e come si è sviluppato questo problema?

RISPOSTA - Io sapevo per esempio, perché tra l'altro ho gestito per un paio di anni, mi sembra, il reparto dell'incenerimento dei clorurati CS28 ed era un impianto che funzionava ad una temperatura molto elevata, infatti si bruciava a 1450 gradi, perché ovviamente c'era dentro del cloro, e quando sono stato io là non si è mai verificato alcun problema. Però allora, le ripeto, molto francamente, ancora a quei tempi non si facevano analisi di diossine nei fumi.

DOMANDA – No, no, ma poi arriviamo. Volevo chiedere, intanto appunto non si facevano queste analisi, poi sui risultati parleremo, ma le volevo chiedere se le risultano delle prove di incenerimento di questo tipo di rifiuti di cui le parlavo, appunto di code clorurate, di scarti di impianto TA presso altri stabilimenti, o di Ravenna o di Ferrara, visto che parlava anche di queste sue esperienze, qui siamo al '76, a metà anni '70?

RISPOSTA - Guardi, il forno d'incenerimento di Ferrara non era adatto all'incenerimento di clorurati, quindi sicuramente dì là non è stato mandato niente. Le code clorurate, al CS28 innanzitutto si parla di rifiuti liquidi, non solidi, perché i forni razionalo adatti dall'incenerimento solo di rifiuti liquidi, quindi code clorurate però liquide, non solide, e neanche a Ravenna è mai stato mandato code clorurate, venivano bruciate tutto all'interno dello stabilimento Montedison, lì al forno CS28, che poi c'erano due forni.

DOMANDA - Sono state utilizzate delle ditte di trasporto in un certo periodo per portare questo materiale fuori della Montedison, fuori di per sé del confine dello stabilimento, ad esempio in certe località circostanti, come lo località Molanzani, o altre discariche circostanti lo stabilimento?

RISPOSTA - Lei sta parlando di rifiuti solidi?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Rifiuti solidi non posso dirle, so che c'erano giri di rifiuti ma non so dirle dove andavano a finire perché non era un campo di mio interesse.

DOMANDA - Lei è in grado di dire se quando venivano utilizzate queste ditte per trasportare rifiuti se i contratti venivano curati dalla direzione di stabilimento o dalla sede centrale?

RISPOSTA - Lei parla di contratti, dunque, non Monteco o cosa? Lei parla quello dei clorurati?

DOMANDA - Clorurati, il materiale che andava in località Molanzani?

RISPOSTA - Lì io so che lì c'era, nell'ambito del PAS, sempre Protezione Ambientale e Sicurezza, un settore che si occupava esclusivamente dei rifiuti solidi e che li mandava in giro, e questo curava anche i contatti burocratici, diciamo amministrativi, quei contratti, tutte quelle cose lì, controllava le autorizzazioni, quelle cose lì. Poi noi avevamo un ufficio apposito per quanto riguarda le autorizzazioni che in direzione, il quale teneva controllava se le autorizzazioni erano a posto, se erano valide, se non erano valide.

DOMANDA - Un'ultima cosa su questo punto volevo chiedere, poi, per carità, se la sa sennò non c'è problema, eventualmente cercheremo di provarla documentalmente, se le risulta che i contratti con questi trasportatori venivano trattati a livello di direzione di stabilimento o a livello centrale, se lo sa?

RISPOSTA - No, non lo so.

DOMANDA - Non c'è problema. Un'ultima cosa in questa materia, arrivo a fine anni '70 e inizio anni '80, sulle rimozioni delle peci le volevo chiedere che cosa le risulta, appunto, in quanto al trasporto di queste peci, di questo materiale poi contenente anche tracce di TDI all'esterno dello stabilimento?

RISPOSTA - So che c'è stato del movimento, però siccome non era un settore di mio interesse, non so assolutamente dirle come veniva gestito e dove veniva mandato.

DOMANDA - Lei è in grado di dire fino a quando c'è stato questo problema di trasporto all'esterno di queste peci del TDI? Fino a quando?

RISPOSTA - Fino a quando c'è stato il problema..

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Il problema di cosa?

DOMANDA - Di trasportare, di smaltire queste peci all'esterno dello stabilimento, tipo in località Malanzani o altro?

RISPOSTA - So per esempio che le peci del TDI avevano un forno di incenerimento che poi alla fine venivano incenerite tutte lì. Prima c'erano dei depositi e dopo venivano inviate direttamente al forno di incenerimento appositamente costruito per bruciare tutte le peci, però non so dirle.

 

Presidente: quando?

RISPOSTA - Non lo so, non mi ricordo. Non mi ricordo, no non lo so. Non lo so perché era un altro impianto, io ho visto, ho sentito, però se mi parla del biologico le so dire esattamente le date, qui assolutamente non mi ricordo. Direi una cosa che non voglio neanche dirla perché non la conosco.

 

DOMANDA - Lei accennava prima anche al problema delle diossine, volevo chiedere quand'è che ne avete cominciato a parlare, a discutere?

RISPOSTA - E` difficile dire l'anno..

DOMANDA - Finisco la premessa. Non so se lei lo sa, se lo può confermare, di diossine in letteratura si parlava ovviamente fin dal primo dopoguerra, ma ci sono dei testi che parlano comunque dagli anni '50 di diossine come..

RISPOSTA - No, guardi, all’inizio sicuramente nessuno parlava di diossine e nessuno si è interessato alle diossine. Direi che negli anni '80 è cominciato questo discorso.

DOMANDA - Ecco, volevo chiedere: inizio che cosa intende lei? Sennò non ci capiamo sui tempi?

RISPOSTA - Come, scusi?

DOMANDA - Per inizio cosa intende?

RISPOSTA - Eh..

DOMANDA - Cioè, quando ha cominciato a lavorare lei, in questo senso, cosa vuol dire inizio?

RISPOSTA - All'inizio, quando io ho cominciato a lavorare non c'era questo discorso, dopo io l'ho seguito però credo che sia a metà degli anni '80 circa, adesso.., però questo qui non posso assicurarglielo con precisione.

DOMANDA - Quindi, lei è venuto a conoscenza del problema, se era un problema diossine, a metà degli anni '80?

RISPOSTA - Sì, e quando sono venuto a conoscenza di queste diossine che c'era questo discorso che veniva fuori, allora ho incaricato subito il nostro Centro di Ricerche, il quale è venuto là ed ha fatto le analisi.

DOMANDA - Il quale maniera lei è venuto a conoscenza di queste problematiche?

RISPOSTA - Se ne cominciava a parlare, dalla letteratura, dai rapporti che c'erano fuori, dalle leggi che dovevano uscire, che sarebbero state indirizzate anche su questo fatto, per esempio le leggi comunitarie.

DOMANDA - Da metà degli anni 80?

RISPOSTA - Siccome io partecipavo a convegni in giro per il mondo, quando ho sentito che cominciava a venire fuori questo discorso degli inceneritori delle diossine, allora dopo allo dopo ho cominciato a vedere anch'io in casa cosa succedeva.

DOMANDA - Lei è in grado di ricordarsi un po' più esattamente chi gliene ha parlato all'interno di Montedison, oppure se è stato lei a parlarne per primo all'interno..?

RISPOSTA - Io mi sono interessato dell'impianto nostro del forno di incenerimento, sugli altri forni che erano all'interno dello stabilimento se ne parlavano proprio non..

 

Presidente: ma prima o dopo Seveso?

RISPOSTA – Dopo, dopo, eh!

 

DOMANDA - Ma Seveso è già anni '70.

RISPOSTA - Sicuramente dopo. Perché Le dico perché, perché la persona che ha seguito le diossine a Seveso è quella che ha preso in mano il Centro Ricerche di Ferrara e l'ha preso in mano nell'88, quindi è più tardi, è verso la fine degli anni '80, non a metà.

DOMANDA - Glielo chiedo appunto perché quanto meno Seveso, che è fine anni '70, '76 mi pare?

RISPOSTA - Sì, però quello era un discorso che riguardava i terreni, roba solida, diciamo, dove si parlava di diossine nei fumi al momento non c'era.

DOMANDA - Perché lei ha dato un po' una situazione idilliaca, perché gli IPA non li trovavate, le diossine non si trovavano?

RISPOSTA - Sì, è venuto dalle analisi.

DOMANDA - Sì, certo, infatti questo è il problema, proprio perché non venivano fuori dalle vostre analisi, perché è stato sentito un teste alcuni giorni fa, che tornerà per il controesame, il dottor Chiozzotto, che ha presentato al Tribunale un lavoro fatto in relazione allo stato di contaminazione del suolo dell'area stabilimento, alla contaminazione delle acque nel riporto, alla contaminazione delle acque in prima falda. Le cifre e i dati che ha consegnato, ovviamente verranno approfonditi da tutti quanti, perché sono stati presentati semplicemente per il momento, danno una situazione piuttosto preoccupante perché le voglio dare soltanto alcuni numeri..

 

Avvocato Santamaria: c'è opposizione, appunto perché è un documento che dobbiamo ancora discutere a fondo controesaminando il teste, quindi non mi pare corretto parlare ora di documenti, di risultati che debbono essere interamente discussi con il teste che li ha esibiti. Neppure abbiamo letto questi documenti, per cortesia!

 

DOMANDA - Il documento è stato acquisito, è stato consegnato..

 

Avvocato Santamaria: non abbiamo avuto la possibilità di leggerlo, dobbiamo ancora controesaminare il teste, faccio opposizione che la domanda venga formulata sulla base di queste premesse.

 

Presidente: va bene. Allora faccia riferimento solo a dei risultati che sono stati riportati e nella testimonianza e nella documentazione che è stata depositata all'udienza scorsa dal teste dottor Chiozzotto, però si riservi eventualmente un controesame più approfondito e puntuale nel momento in cui tutti saranno in grado di esaminare questi documenti. Ora, siccome abbiamo chiamato il teste, anzi, la invito senz'altro a venire il giorno 3, perché ci sarà anche il dottor Chiozzotto, quindi eventualmente potremmo parlare compiutamente di questi problemi. Se ha questi impegni veda un attimo di prorogarli, d'altra parte non succede molte volte nella vita di avere a che fare con un impegno in Tribunale, quindi veda un attimo di privilegiare questo impegno questa volta, visto che c'è questa esigenza che mi pare un attimo prioritaria.

Allora, Pubblico Ministero, se vuole fare delle domande di carattere, così, intanto generico le può fare. Cioè, sono state rilevate delle diossine, etc., poi dopo per quanto riguarda domande più specifiche e più puntuali le possiamo fare mercoledì, se vuole intanto.., però mi pare che abbia già risposto su questo, che non se ne occupava, che non sono state rilevate nel corso delle analisi, etc.. Dopo che ci fossero, voglio dire...

RISPOSTA - Io posso rispondere innanzitutto solo che il forno inceneritore..

 

DOMANDA - Sì, ma scusi, se posso fare la domanda può rispondere perché l’avevo detto in premessa. Avevo detto in premessa proprio che è stato consegnato questo lavoro, ovviamente i numeri e nel particolare, documenti nel particolare non può averli visti nemmeno il Pubblico Ministero, però ci sono dei dati di sintesi che volevo intanto rappresentare, perché eventualmente quando tornerà verranno affrontati nel particolare, si vedrà.

 

Presidente: lei eventualmente si può riservare di rispondere.

 

DOMANDA - Era solo di dare la possibilità di una risposta più meditata. C'è un primo grafico generico, appunto, sullo stato di contaminazione del suolo che parla ad esempio, per quanto riguarda gli IPA, di superamento dei valori per 246 volte, per le diossine di 12, organoclorurati 2843; le situazioni che riguardano poi, invece, l'acqua di riporto, sono addirittura ancora più elevate, più gravi, per me anche più preoccupanti, si parla di IPA con superamento dei valori di 10 mila volte, organoalogenati 16 mila volte, organoclorurati 28.600 volte. L'ultimo dato che viene fuori, e che così sinteticamente e genericamente le rappresento, è quello delle acque, contaminazione dell'acqua in prima falda, dove si parla di superamento dei valori per gli IPA di 10 mila volte, degli organoclorurati 31363 volte, etc., poi ci sono tutte le altre sostanze, non le sto a raccontare tutti i particolari. Allora in questa..

 

Avvocato Santamaria: mi perdoni, già il fatto che lei parli di superamento dei valori, lei fa riferimento a valori emanati nel 1999.

 

DOMANDA - Sì, ma l'ha detto il dottor Chiozzotto.

 

Avvocato Santamaria: allora di cosa stiamo parlando, per cortesia? Non dia per pacifico il superamento di valori che sono entrati in vigore l'altro ieri, nel 1999. Questo lo dica per chiarezza quando formula le domande!

 

DOMANDA - Sì, ma l'avvocato Santamaria si dimentica che le analisi sono state fatte da Enichem, non sono state fatte dal Pubblico Ministero.

 

Presidente: sì, va bene, ma è vero che sono valori riferiti al 1999, non solo, ma sono valori anche si riferiscono invece a discariche e a terreno, invece prima si faceva riferimento a valori di emissione. Siamo in ambiti diversi!

 

DOMANDA - Presidente, io ho fornito tutte le indicazioni, ho detto contaminazione del suolo, contaminazione dell'acqua di riporto, contaminazione della prima falda, ho precisato che le sostanze, etc.. Allora, siccome il teste presentava questa situazione paradisiaca, andremo tutti ad abitare a Porto Marghera, allo stabilimento, a questo punto, vuol dire che ci sono dei dati molto diversi!

 

Avvocato Baccaredda: il teste parlava, Pubblico Ministero, degli scarichi del biologico, eh!

 

DOMANDA - Appunto dove non trovavano né diossine..

 

Avvocato Baccaredda: non dei terreni parlava.

 

DOMANDA - Allora volevo chiedere come facevano queste analisi, con quale strumentazione e da quando?

RISPOSTA - Se lei avesse ascoltato bene avrebbe già sentito bene.

 

Presidente: risponda con tono.

RISPOSTA - Però, siccome ha parlato di fatti paradisiaci, non è assolutamente così, non è assolutamente così, poi lui parlava di inquinamento di acque, ma quali acque? Io sto parlando di acque che escono dal biologico, non di altre acque! Le altre acque non so, possono avere qualsiasi cosa, non posso rispondere! Quelle del biologico le dico, sono state fatte le analisi e lì non è stato trovato, questo io posso dire, per il resto io non posso rispondere perché non lo so. Le metodiche di controllo era quello di una spettrometria di massa, con uno spettrometro di massa con 40 mila di risoluzione, se lei vuole più particolari bisogna che invitiamo la persona che faceva tutte le analisi e le darà tutti i particolari. Io più di questo non posso dirle.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

DOMANDA - Presidente, soltanto un chiarimento. Lei ha riferito sulle operazioni della sezione chimico fisica.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - E poi ha anche riferito su come vengono eliminati i solidi sospesi.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Ora però si è dimenticato di dire con quali sostanze vengono eliminati questi solidi sospesi, vuole precisare con qui sostanze?

RISPOSTA - Con quali sostanze..

DOMANDA - Con quali reazioni chimiche?

RISPOSTA - Con quelli reazioni chimiche? Incenerimento. I solidi sospesi vengono alimentato al forno di incenerimento e viene bruciato tutto, quindi tutte le sostanze organiche che ci sono dentro a quella temperature vengono trasformate in CO2 ed acqua, non è un mistero per nessuno. Non so se ho capito male la domanda.

DOMANDA – No, no, è proprio questa.

 

PRESIDENTE

 

DOMANDA - Lei prima aveva detto che i prelievi, prima che le acque trattate fossero scaricate nell'SM15, venivano analizzate tramite prelievi nel pozzetto SM22 per disposizioni della Provincia. Mi vuole dire qual è il percorso tra l'SM22 e l'SM15?

RISPOSTA - Glielo dico subito, il percorso era praticamente 50 metri, o 80 metri prima, facciamo 80 metri prima dell'inserimento di questo scarico nell'SM15, c'era il pozzetto SM22 che faceva parte di una, della fognatura generale di tutto l'impianto per.., era l'unica uscita di acque dall'impianto avrà solo quella l'uscita, che avveniva circa 80 metri prima di confluire nello scarico SM15.

DOMANDA - E perché fu data questa disposizione da parte della Provincia di fare il prelievo...

RISPOSTA - Glielo posso dire subito come mia interpretazione, perché diciamo che se nello scarico del biologico ci fossero state delle sostanze o micro inquinanti, etc., di una certa concentrazione, e lì lo scarico del biologico aveva una portata ben inferiore a quella dello scarico 15, uno poteva dire: "ma, le sostanze che ci sono qua, mescolate con tutte queste acque che lì c'erano anche acque di raffreddamento, potevano avere una diluizione, quando facendo l'analisi nel 15 non si trovava più quello che lei scaricava e quindi l'hanno messo... Questa era un'interpretazione mia però.

 

GIUDICE A LATERE DOTT. LIGUORI

 

DOMANDA - Quindi, la verifica del recupero della qualità delle acque sotto il profilo del rispetto dei parametri veniva, avveniva nel luogo dell'SM22, nel pozzetto di ispezione?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - O avveniva dopo?

RISPOSTA - No, nel pozzetto di ispezione, nel pozzetto di ispezione, nel punto ufficiale di campionamento.

DOMANDA - E su questa questione...

RISPOSTA - Scusi, da quel pozzetto veniva anche prelevato la parte.. c'era un campionatore automatico che prelevava 24 ore su 24, al mattino il personale del laboratorio andava a prelevare il campione prelevato e faceva le analisi. Contemporaneamente però in questo pozzetto veniva prelevato un campione e mandato direttamente agli analizzatori, c'era una cabina analisi messa lì vicino proprio, in cui facevano le analisi in continuo di tutti i parametri, e lei poteva controllarle dopo nei diagrammi, dai dati del computer della sala quadri.

DOMANDA - Nel corso del tempo voi avete interloquito con l'autorità preposta ai controlli su questo tema?

RISPOSTA - Sì, veniva lì ogni tanto a controllare, a fare analisi. Noi anche, tra l'altro, ogni 6 mesi mandavamo risultati all'ente pubblico, previsto anche dal coso, mandavamo i risultati delle analisi fatte dopo loro sono venuti lì.

DOMANDA - Quindi, i bollettini di analisi le comunicavate all'ente pubblico, dovrebbero essere disponibili in capo all'ente pubblico?

RISPOSTA - Credo di sì, io non lo ho personalmente, bisogna andare a vedere nelle carte dell'impianto, dove erano messe.., penso che siano messi via le copie o sennò l'ente pubblico ce l'ha di sicuro.

DOMANDA - E in quante occasioni e per quali parametri avete avuto modo di verificare la violazione di quel parametro, anche puntualmente, anche occasionalmente?

RISPOSTA - C'è stata una volta un disservizio su un parametro del fosforo. E' successo che, adesso non mi ricordo più che anno fosse, c'è stato uno scarico eccezionale di soda che ha fatto variare il PH dentro nell'impianto biologico e quindi ci sono state, c'è stato un inizio di lisi batterica, quando c'è la lisi batterica questo butta fuori la roba che c'è dentro; siccome dentro la lisi batteria dentro c'è anche del fosforo, come le dicevo prima, che è uno degli elementi nutrienti chiave per il metabolismo, che è contenuto nella denosin - trifosfato, che è una molecola che serve il metabolismo interno, e questo, il contenuto di fosforo è andato oltre i limiti; naturalmente è stato avuto uno scambio, è stato comunicato all'ente pubblico, nel giro di 24 ore il discorso è rientrato nei termini. Perché è un discorso.., non è stato un discorso che ha ammazzato tutto, è cominciata questa lisi batteria, siccome dentro il volume è molto grosso, nel giro di 24 ore è ritornato nei limiti previsti.

DOMANDA - Su questioni di fondo con l'autorità preposta al controllo voi vi siete mai trovati a discutere, sulle metodiche applicate? Utilizzavate lo stesso metodo Irsa CNR tutti e due?

RISPOSTA - Erano utilizzati i metodi ufficiali del CNR, quindi metodi Irsa e quindi lì non c'è mai stato nessun coso di differenza di interpretazione dei risultati. Ecco, l'unica cosa che avevamo discusso con l'ente pubblico, quando venivano a fare anche loro, che sono venuti a fare le analisi delle emissioni al camino - questo proprio per precisare- siccome il camino è un camino molto grosso, a seconda del punto in cui lei fa il prelievo, mette dentro la sonda di prelievo, ci sono delle velocità diverse nella sezione del camino, non in funzione, diciamo, ad analisi fuori standard, ma proprio per avere uno scambio di metodologia corretta quando si fanno le analisi. Siccome noi avevamo visto questo problema che c'era dentro al camino, abbiamo fatto proprio una piccola relazione, mandata all'ente pubblico e detto: "Guardate che se venite a fare i campioni, state attenti perché bisogna vedere, perché nel diametro ci sono delle velocità diverse" e quindi, per esempio per il prelievo delle polveri che deve essere fatto in condizioni isocinetiche, cioè praticamente alla stessa velocità con cui esce in quel punto dove lei preleva, se lei si sposta può darsi che la velocità si sposti e quindi non faccia un prelievo entro i termini previsti dalla metodulistica ufficiale.

DOMANDA - Questo prima o dopo l'88?

RISPOSTA - Non mi ricordo adesso questo, credo prima.

DOMANDA - Prima dell'entrata in vigore della 203?

RISPOSTA - Credo prima, perché era un discorso solo.. Ripeto, è solo un discorso di correttezza di metodologia analitica, non perché erano stati trovati dei parametri fuori standard e quindi si è cercato di vedere il perché. Siccome mi ha chiesto della metodologica io le ho detto questo..

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

DOMANDA - Se le altre parti non hanno domande, era solo per due dettagli, poi in vista anche di questa successiva audizione. Uno è questo: si è parlato di autorità deputata al controllo, per quanto riguarda l'autorità deputata al controllo delle acque, lei si ricorda che ci fosse anche presente l'autorità del Magistrato alle Acque?

RISPOSTA - Sì, il dottor Ferrari, tanto per non fare nomi, è venuto lì parecchie volte.

DOMANDA - Invece un'altra cosa su cui, appunto, su cui l'ha interrogata il Pubblico Ministero, cioè le diossine rilevate, i micro inquinanti rilevati, l'assenza di micro inquinanti rilevata negli inceneritori da parte dei vostri controlli, se si ricorda se siano stati effettuati controlli che abbiano dato esiti analoghi anche da parte dell'autorità pubblica?

RISPOSTA - Sì, infatti.

 

Pubblico Ministero: scusi Presidente: sì, chi, quando, come e dove?

 

Presidente: ricorda i tempi, le modalità, le autorità?

RISPOSTA - Ecco, questi..

 

Avvocato Baccaredda: lei riferisca di quello che sa, poi eventualmente...

RISPOSTA - Qui ho delle analisi fatte nell'89, per esempio fatte dall'U.L.S.S. in cui sono state determinate diossine, PCB, IPA..

 

Presidente: va bene, e quali sono i risultati?

RISPOSTA - I risultati sono inferiore, per esempio, diossine: inferiore 0,2 nanogrammi per metro cubo; IPA: inferiori 0,0002 milligrammi per metro cubo.

 

Presidente: ricorda altre analisi che si siano discostate da queste?

RISPOSTA - Qualche volta c'è stato qualche..

 

Presidente: da questi standard più o meno?

RISPOSTA - In linea di massima i valori erano sempre inferiori al limite di metodologia analitica, questo per quanto riguarda le diossine è sicuro; per quanto riguarda gli IPA qualche volta è stato trovato qualcosa, però anche questi valori bassissimi come concentrazione, addirittura 10 - 100 volte inferiori ai limiti previsti dalla legge.

 

Pubblico Ministero: no, Presidente, chiedo scusa se insisto, questa non è una risposta, perché chi l'U.L.S.S., bisogna vedere.. Avevo chiesto: chi, come, quando, dove. Allora se ci comincia a dire dove, siccome ha il foglio preparato..

 

Avvocato Baccaredda: non è un foglio preparato, Pubblico Ministero.

 

Pubblico Ministero: no, da lui, è un foglio suo, un appunto suo, allora se ci legge anche la data, se ci legge esattamente dove, se ci legge che cosa. Siccome ha tirato fuori lui il foglio, l'abbiamo visto tutti ma il verbale stenotipico non lo può vedere.

 

Presidente: va bene, se vuole specificare a quale data risale questa analisi..

RISPOSTA - L'ho detto.

 

Pubblico Ministero: non l'ha detta la data.

 

Presidente: sì, aveva detto nel 1989.

 

Pubblico Ministero: l'89 non è una data, è un anno!

 

Presidente: aveva detto 1989. Posso confermarlo Perché l'ho sentito, santo cielo! Poi da quale autorità?

RISPOSTA - Dall'U.L.S.S., dall'U.L.S.S. della terraferma.

 

Presidente: ci sono altre domande?

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Sì, Presidente. Volevo chiedere anche, appunto, il dato relativo al giorno, sia al numero di referto e quante volte oltre a questo '89 sono venuti questi dell'U.L.S.S. e di altri enti pubblici?

RISPOSTA - Questo non me lo ricordo, sono venuti altre volte ma non ricordo esattamente quante siano state le volte che sono venuti lì, bisognerebbe andare vedere sulle carte..

 

Avvocato Baccaredda: a questo punto direi che, anche per soddisfare la curiosità del Pubblico Ministero..

 

DOMANDA - No, guardi, non è una curiosità, è una domanda processuale, le mie curiosità sono diverse!

 

Avvocato Baccaredda: ecco, direi che però, dottor Polo, se lei ha già a sue mani della documentazione ufficiale della U.L.S.S. la consegna al Tribunale, così anche per la prossima udienza sarà possibile controesaminarla da parte del Pubblico Ministero.

RISPOSTA - Io i due fogli che ho qua glieli posso dare, non c'è nessun problema.

 

Avvocato Baccaredda: sono documenti che lei ha in originale?

RISPOSTA - No, sono fotocopie.

 

Avvocato Baccaredda: va bene allora li può consegnare al Tribunale.

 

Presidente: si riferiscono alla determinazione di micro inquinanti organici, emessi a camino dal forno dell'impianto SG31 della Montedipe. La data è quella del 9/11/89, poi vi è questa ulteriore analisi fatta il 22/11/89, è il settore dell'Igiene Pubblica che indirizza questa nota al Commissario ad acta per lo smaltimento dei rifiuti industriali trasportati alla nave Jolly Rosso e l'oggetto è l'analisi di micro inquinanti organici. Dà i risultati e conclude dicendo che le su citate sostanze non sono state rilevate in quantità superiori o uguali ai limiti di sensibilità della tecnica analitica. Si tratta di diossine e di idrocarburi, IPA e di diossine.

RISPOSTA - Ed anche PCB, mi sembra.

 

Presidente: ed anche PCB. Va bene, comunque sono a disposizione di tutti queste. Poi altre domande? Allora ci rivediamo martedì prossimo, la ringraziamo.

RISPOSTA - Farò il possibile.

 

Presidente: no, deve fare anche l'impossibile, dottore.

RISPOSTA - Lei capisce che se l’avessi saputo prima era un discorso, comunque va bene, vedo...

 

Presidente: cerchi di fare il possibile, arrivederci.

 

Pubblico Ministero: è possibile fare una copia, Presidente?

 

Presidente: sono a disposizione di tutti.

 

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - LUGLI FRANCO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO.

 

Presidente: prego avvocato.

 

AVVOCATO BALDINI

 

DOMANDA - Che funzione ha svolto nel gruppo Montedison nel periodo dal 1971 al 1977?

RISPOSTA - Io in Montedison, come gruppo, sono entrato nel corso del 1972. Nel 1971 mi trovavo ancora all’Agip, nel gruppo Eni, dove svolgevo compiti di direttore amministrativo. Sono entrato nel gruppo Montedison nel 1972 e sono entrato nell’area tessile fibre, nel senso che allora c’erano quattro società principali che operavano in quel settore, di cui era stata decisa la fusione diciamo, fusione che poi dette vita a Montefibre.

DOMANDA - A quel tempo il settore fibre era autonomo o era una divisione?

RISPOSTA - Dunque, il settore fibre forse era tutti e due, nel senso che le fibre erano costruite diciamo e vendute da società autonome: c’era la Sciation, c’era la Rodiatò, c’era la Sinteco che era una società commerciale, c’era la Polime; e queste tre società però, nell’ambito Montedison, facevano capo a una divisione che ne effettuava una certa opera di coordinamento. Queste società di cui ho parlato sono poi scomparse per dar vita alla Montefibre; sono scomparse nel senso che si sono fuse nella Montefibre. Quindi, tornando al discorso Montedison, invece Montedison S.p.A., nella capogruppo, sono passato nell’anno successivo, e quindi nel 1973.

DOMANDA - Che funzioni ha svolto presso la Montedison?

RISPOSTA - La funzione veniva chiamata responsabile di amministrazione; era sostanziale una posizione direi da direttore amministrativo, per usare una terminologia più diffusa ero direttore amministrativo. Il direttore amministrativo aveva l’incarico che normalmente ha un direttore amministrativo, quindi sovrintendeva alla contabilità, sovrintendeva alla contabilità generale, alla contabilità industriale, alla formazione del budget, ai bilanci e così via.

DOMANDA - In quel tempo ed in tale sua veste lei ha avuto rapporti con il consiglio di amministrazione, aveva ragioni di frequentazione funzionale?

RISPOSTA - Sì, nel senso che, come tale, evidentemente non facevo parte del consiglio, ma venivo invitato a partecipare alle riunioni dove venivano esaminati o progetti di bilancio o situazioni contabili. Nel senso che il consiglio di amministrazione si riuniva normalmente un tre volte all’anno in corrispondenza della formazione del progetto di bilancio e delle situazioni contabili che allora si facevano con ritmi quadrimestrali: quindi c’era una prima situazione a fine aprile, una seconda a fine agosto ed una terza situazione che poi dava vita al bilancio.

Il consiglio aveva evidentemente un interesse a seguire in modo particolare questi tipi di documenti e quindi in quella sede, pur essendo io direttore amministrativo facente capo ad uno degli amministratori delegati, che era poi la persona che illustrava al consiglio l’andamento della gestione, e siccome questo amministratore delegato aveva tante altre cose di cui occuparsi, per di più aveva una preparazione ingegneristica, quindi si preferiva invitare anche la persona che un po’ più da vicino diciamo seguiva queste situazioni contabili e questi bilanci.

DOMANDA - Quindi, se ho ben inteso, e gliene chiederei conferma, in una società così vasta e così differenziata nelle produzioni quale era la Montedison, che ricordo dava estrazione degli idrocarburi alle miniere, all’alluminio, alla petrolchimica. La funzione essenziale del consiglio di amministrazione quale era: quella di gestire tutto questo conglomerato di attività o di trarre da questa complessa attività le norme fondamentali e le regole fondamentali ai fini della presentazione del bilancio?

RISPOSTA - Mah, il consiglio direi seguiva diverse cose o comunque all’ordine del giorno del consiglio venivano presentate diverse cose che erano fondamentalmente... va beh, ci potevano essere dei consigli che potrei chiamare a carattere relativamente straordinario e che quindi non avevano per oggetto l’esame dell’andamento gestionale, che erano consigli che assegnavano le cariche sociali o conferivano poteri o prendevano atto di dimissioni, o procedevano a cooptazioni; e consigli che spesso si esaurivano in tempi abbastanza brevi e che magari si svolgevano subito dopo la conclusione dell’assemblea che aveva rinnovato il consiglio di amministrazione. Ma diciamo, se prescindiamo da questi particolari consigli, il consiglio di amministrazione, come dicevo prima, si riuniva quando era disponibile una situazione contabile od un bilancio, perché il consiglio avvertiva l’esigenza di seguire in modo particolare l’evoluzione della gestione; e, dalle situazioni contabili infrannuali, e dai commenti che venivano fatti, e dalle informazioni aggiuntive che venivano date, cercava di trarne elementi per capire dove si andava a parare in sede di bilancio in cui il consiglio avvertiva in particolare la responsabilità.

DOMANDA - Quindi non si occupava direttamente di gestione produttiva?

RISPOSTA - Di gestione si occupava nel senso che in queste occasioni veniva relazionato su quello che era l’andamento gestionale nel suo complesso.

DOMANDA - Quindi veniva relazionato a posteriori?

RISPOSTA - Veniva relazionato solitamente a posteriori e questa relazione era già una relazione piuttosto impegnativa, perché come lei diceva la Montedison era capogruppo di un gruppo che allora era particolarmente vasto. Tanto che c’era quindi una situazione contabile, una situazione contabile che si riferiva alla società e c’era una situazione contabile consolidata che cercava di mettere insieme tutti questi settori a cui lei faceva cenno. A volte anche la messa assieme di questi settori presentava direi dei problemi di tecnicalità di un certo rilievo, di una certa opinabilità; nel senso che in consolidato si chiedeva se valesse la pena di consolidare tutto oppure riconsolidare tutte le cose relativamente, come dire di cui era possibile lecitamente metterli insieme per una certa significatività, e lasciare fuori altre cose che avrebbero impedito di capirci qualcosa. In particolare ricordo che non si consolidava per esempio la banca che si aveva, perché miscelare le componenti patrimoniali ed economiche di una banca con le componenti patrimoniali ed economiche della chimica o della grande distribuzione, diventava un elemento diciamo che avrebbe reso più complicato l’esame consapevole di queste situazioni. Quindi si esaminava una situazione contabile di società, una situazione di gruppo ed andamento gestionale con l’illustrazione dei fatti di maggior spicco. In più, specialmente in prossimità della fine dell’esercizio, si cercava di dare delle indicazioni; si cercava..., gli amministratori, gli amministratori delegati ed il Presidente, cercavano di dare delle indicazioni su quelle che potevano essere le attese di risultato di bilancio e di evoluzione dell’indebitamento finanziario, che erano elementi che venivano seguiti con una certa...

DOMANDA - Ma nel merito della gestione?

RISPOSTA - Di gestione in termini analitici il consiglio non si occupava, perché il consiglio oltre a seguire questi fatti qua si occupava dei finanziamenti; nel senso che in particolare esistevano degli istituti, gli istituti a medio e lungo termine, che chiedevano le delibere consiliari per l’assunzione dei mutui, quindi all’ordine del giorno il consiglio si trovava con l’esame delle assunzioni di mutui, il conferimento dei poteri relativi. Si occupava il consiglio, ed erano frequenti, ed erano anche cose di un relativo impegno, si occupava anche della ristrutturazione del gruppo. E proprio perché il gruppo era così vario, erano all’ordine del giorno di pressoché tutti i consigli progetti di scorpori di attività, di certe attività produttive, che venivano scorporate dalla società per dar vita o ad una società autonoma o per essere conferite ad un’altra società, con cui queste attività che venivano scorporate avevano una maggiore similitudine.

DOMANDA - Come avveniva diciamo l’assegnazione del fabbisogno finanziario alle singole divisioni: vi erano delle procedure fisse? Faccio più precisamente la domanda. Ormai è entrato nell’uso comune il termine budget mutuato dalla tecnica americana; il budget è un po’ la linea di sviluppo e di controllo e di attività delle grandi multinazionali; come avveniva la formazione del budget in una società, ripeto, così diversificata nelle produzioni e così estesa nella sua componente produttiva ed umana? Come avveniva il budget? Come veniva formato? Che rapporto stabiliva tra il consiglio di amministrazione e le singole unità operative?

RISPOSTA - Il budget lo si faceva come lo si fa sostanzialmente penso da tutte le parti, cioè il budget nasceva direi dalla base via via per salire con consolidamenti successivi, fino alla formazione del budget di società e poi alla formazione del budget di gruppo. Quindi il budget nasceva a livello di reparto e poi, diciamo, via via, di organizzazione più grande e fondamentalmente di stabilimento; e poi degli stabilimenti che facevano capo alla divisione; e poi la divisione a sua volta veniva consolidata per dar vita al budget di società. Poi c’era un budget di gruppo che consolidava diciamo i budget delle diverse società e dei diversi settori. Quindi diciamo la formazione del budget via via saliva in questi termini qua. C’erano tre componenti direi, tre filoni principali poi che interessavano. C’era un primo filone, che era quello degli investimenti; c’era un secondo filone, che era quello dell’esercizio, diciamo della gestione, quindi dell’andamento dei ricavi, dell’andamento dei costi, quindi della formazione di un certo risultato; e poi c’era il budget finanziario che risultava direi dalla fusione di questi elementi e da cui derivava il fabbisogno finanziario di società ed il fabbisogno finanziario di gruppo. Quindi sostanzialmente direi che le risorse alle divisioni corrispondevano ad un fabbisogno di divisione, quali risultava da una previsione di investimenti più o meno diciamo il risultato del conto economico.

DOMANDA - Quindi diciamo la base operativa e la struttura, la materia obiettiva di questi finanziamenti, veniva determinato attraverso questa catena ascendente di cui lei parlava prima, nel senso che i singoli stabilimenti...

RISPOSTA - Sì, senz’altro. Fermo restando che i dati che via via affluivano dalle divisioni sostanzialmente, nel senso che al centro arrivavano dalle divisioni, e poi il rapporto con stabilimenti e con unità più piccole era un rapporto che veniva intrattenuto dalle divisioni, e quindi veniva filtrato attraverso le divisioni, questi dati che arrivavano erano oggetto di un esame centrale che era curato in modo particolare da due unità che facevano capo all’amministratore delegato per il coordinamento ed il controllo della gestione, cioè le due unità erano l’unità programmazione investimenti ed erano l’unità analisi operative. La prima si occupava di programma di investimenti e di valutarne diciamo la redditività e l’opportunità; l’altra si occupava dell’andamento del resto della gestione: del mercato, delle vendite, dei costi gestionali.

DOMANDA - Quando si trattava quindi di destinare risorse finanziarie ad una bonifica di impianto, ad un miglioramento di impianto medesimo, all’introduzione, che so io, di un impianto di depurazione dell’aria o di protezione ambientale in genere, questo problema veniva trattato in consiglio di amministrazione o a livello di amministrazione delegata o a livello di direzione generale?

RISPOSTA - Il consiglio, cioè i programmi ed il budget venivano esaminati annualmente e con la periodicità quadrimestrale cui facevo cenno in sede di supervisione dell’amministratore delegato per il controllo e per il coordinamento della gestione, nel senso che il budget dava luogo ad una discussione così come dava luogo ad una discussione gli aggiornamenti che si facevano nel corso dell’esercizio. In quell’occasione si facevano queste valutazioni in cui si portavano i risultati delle analisi cui facevo cenno prima; quindi partecipavano a queste riunioni il responsabile della programmazione ed investimenti ed il responsabile od i collaboratori delle analisi operative, in modo che risultassero in generale nella riunione, c’era l’esposizione della divisione e c’era l’esposizione, diciamo, e le osservazioni diciamo che potevano essere fatte presso la direzione generale. Al consiglio arrivavano dei dati che erano di carattere riassuntivo, cioè fondamentalmente il consiglio esaminava delle situazioni che ricalcavano la falsa riga dei bilanci, quindi esaminavano delle situazioni che sostanzialmente erano degli stati patrimoniali e dei conti economici che erano articolati come sono articolati i conti economici di questo mondo, che non sono un’articolazione direi divisionale o per unità aziendale, ma che è un’articolazione per tipologia. Quindi diciamo gli investimenti, non è che c’erano gli investimenti del Petrolchimico, oppure delle plastiche, oppure di Brindisi, oppure di Marghera; c’erano le indicazioni, le immobilizzazioni tecniche erano divise come normalmente sono divise, quindi c’erano gli impianti, c’erano le attrezzature, c’erano gli automezzi, quindi una tipologia piuttosto che un’indicazione ubicazionale. E così i conti economici erano fatti come sono in genere i conti economici, quindi c’erano i costi del lavoro, i costi del materiale, le prestazioni, gli oneri finanziari. Il consiglio voleva avere, e non poteva fare altro direi con i tempi che aveva, voleva avere una visione di assieme, quindi voleva sapere il bilancio Montedison come sarebbe uscito fuori ed il bilancio consolidato come sarebbe uscito fuori e quali erano le società del gruppo che più avrebbero concorso a dare un contributo in positivo o in negativo alla formazione del bilancio consolidato.

DOMANDA - Ma le risulta che in qualche occasione il consiglio di amministrazione abbia respinto domande di investimento da parte delle divisioni, in particolare per quanto riguarda il CVM e in particolare per quanto riguarda la protezione ambientale? Cioè, vi sono state occasioni in cui il consiglio ha detto: no, non posso stanziare 100 miliardi per questa operazione di bonifica ambientale, o non posso stanziare questi 30 miliardi per comprare un gascromatografo, o per stabilire un sistema di pulizia automatica delle autoclavi del CVM?

RISPOSTA - Ma, torno a dire, il consiglio si occupava di queste cose di assieme; certo, potevano emergere in consiglio anche discorsi di protezione ambientale o di inquinamenti. Io ricordo che uscì fuori il discorso di Scarlino, di cui allora se ne parlava tanto, ne parlava tanto la stampa e se ne parlava anche in consiglio, nel senso che si diceva che per Scarlino occorreva fare uno stabilimento nuovo, occorreva fare una certa serie di investimenti. Ricordo anche che quando si valutavano programmi di investimento che erano piuttosto sostanziosi e che in certi anni si poneva il problema poi della loro finanzialibilità, tanto che il consiglio arrivò a decidere di riproporre all’assemblea un aumento di capitale, veniva sempre messo in evidenza che dei programmi di investimenti ce ne era una quota parte che, essendo in funzione della protezione ambientale o dell’inquinamento, era una quota che non era, diciamo, come dire, non ci si poteva tanto soffermare, nel senso che non era pensabile che si potesse o ridimensionare o post porre. Quindi non ricordo che mai, né per questo né per altro, il consiglio sia entrato in una valutazione del singolo investimento, né meno che mai per dire: no, questo investimento non lo si approva o lo si mette in discussione. C’è anche da tenere presente che la composizione del consiglio era fatta da persone che, cioè erano o uomini di finanza, c’era il rappresentante di istituti di medio e lungo termine, dell’Imi e dell’Icipu; oppure erano giuristi, c’erano dei professori universitari, ricordo il professor Nicolò od il professor Guarino; od erano professionisti. Ma, diciamo.., e c’era una persona che insegnava credo tecnica industriale; ma tecnica industriale nel senso di strategia od altro. Quindi la loro anche caratterizzazione professionale era una caratterizzazione che li portava a trovare direi un punto di incontro e di interesse comune più nelle cifre economico-finanziarie piuttosto che nella valutazione di singoli fatti tecnici o di gestione.

 

AVVOCATO LANZI

 

DOMANDA - Lei sostanzialmente ha già detto qualcosa, però se può puntualizzare: per quanto concerne l’organizzazione della società, ed in particolare modo per quello che riguardava nuovi impianti, bonifiche, miglioramenti, e via dicendo, lì c’erano delle strutture particolari, se ne parlava anche in consiglio, c’erano delle sinergie fra il consiglio e queste strutture? Com’era organizzata la questione?

RISPOSTA - Dunque, io credo, cioè strutture particolari per gli investimenti esistevano presso ogni singola società capo settore del gruppo e nell’ambito della società esistevano presso le divisioni; nel senso che ogni divisione aveva sicuramente persone che si occupavano di programmazione degli investimenti e di valutazione degli investimenti e valutazione anche dell’andamento economico della gestione. In sede, diciamo in direzione generale, esistevano anche due unità, di cui ho fatto cenno prima: una per la programmazione degli investimenti ed una per le analisi operative, che erano elementi come dire di vaglio critico di quella che era la.., che poteva essere il lavoro condotto dalle analoghe unità nelle divisioni. E questo rispettivamente per gli investimenti e per l’andamento della gestione. Il consiglio non entrava nei singoli, e credo che non venissero nemmeno forniti al consiglio, come dire dei dettagli in ordine a singoli investimenti, valutava nel complesso. Quindi c’era un programma di investimento, faccio per dire, esemplifico, per 1000 miliardi e prendeva atto che c’erano 1000 miliardi di investimenti da fare che riguardavano la chimica in una certa entità, e che so io la grande distribuzione in un’altra entità od altro; e prendeva atto ancora che il contributo che poteva dare alla gestione era di una quota parte e che quindi ne risultava da finanziare un’altra quota parte. E poi magari si soffermava sul come finanziare questa quota parte, e lì si analizzava quanta parte poteva essere soddisfatta da finanziamenti a medio e lungo termine e quanta parte invece dovesse essere finanziata su un breve o richiedesse misure...

DOMANDA - Quindi sostanzialmente, riportandoci anche a quello che lei aveva precedentemente detto, la politica degli investimenti, la quantità degli investimenti, appariva al consiglio una volta che questo prendeva atto del budget, perché poi confluiva tutto nel budget, ai fini della compilazione del bilancio?

RISPOSTA E` così.

DOMANDA - E questo budget lei lo ha descritto come una sorta di documento, informazione, che per stratificazione viene fatto da tutte le varie, partendo dalla periferia verso il centro; poi questo budget in consiglio fisicamente come arrivava? C’erano degli organi preposti proprio al...

RISPOSTA - Il budget, per quanto riguarda il consiglio ed anche per quanto riguarda il Presidente, veniva, vorrei dire concluso, veniva riassunto in una relazione, in una presentazione dell’amministratore delegato per il coordinamento e controllo delle gestioni. All’amministratore delegato i dati pervenivano come cifre sostanzialmente dalla contabilità analitica e dal budget, che era nell’area amministrativa. Questi dati venivano analizzati e commentati dalle analisi operative e per quanto riguarda gli investimenti dalla programmazione degli investimenti ed era l’amministratore delegato che sostanzialmente varava questo budget. Al consiglio arrivava il documento di assieme. Documento di assieme che non è detto forse venisse dato nemmeno in modo sistematico, nel senso che c’erano anni in cui le incertezze erano tali, perché in quegli anni per esempio ci fu uno degli shock, i cosiddetti shock petroliferi, per cui i prezzi del greggio aumentarono pressoché improvvisamente ed enormemente. Furono varate delle misure per il controllo dei prezzi ed era estremamente difficile fare delle previsioni sull’evoluzione della situazione. Quindi può darsi che in certi anni il budget non fosse stato prospettato al consiglio in modo formale ma il consiglio venisse di tempo in tempo informato dell’evoluzione della situazione e dei risultati di assieme e delle prospettive di assieme. Comunque chi faceva questo, diciamo la persona che relazionava il consiglio in tema di budget, come del resto poi in via consuntiva dell’andamento della gestione, era l’amministratore delegato per il coordinamento ed il controllo.

DOMANDA - E quindi la prospettiva che aveva il consiglio delle gestioni e delle problematiche di gestione anche locali era sempre attraverso la spia, la chiave di lettura del budget che conteneva anche la politica degli investimenti; si può dire questo?

RISPOSTA - Sì, del budget e dei consuntivi, cioè fondamentalmente i documenti attraverso cui il consiglio valutava l’evoluzione della situazione erano questi due documenti: l’esame dei consuntivi, sia sotto il profilo patrimoniale, sia sotto il profilo dell’indebitamento finanziario, che dell’andamento della gestione, e direi le prospettive di conclusione dell’esercizio che in coda ai consuntivi e sulla base dei consuntivi venivano formulate e prospettate al consiglio.

DOMANDA - Nel consuntivo evidentemente si prendeva atto di un qualcosa che era già successo, quindi a cose fatte; il budget rappresentava la prospettiva, per la compilazione del bilancio la prospettazione dell’andamento anche dell’anno in corso. Ecco, in relazione quindi a questo budget, il consiglio, lei ha detto già sostanzialmente che ne prendeva atto, ma è mai intervenuto, ha operato dei tagli? Oppure ne prendeva atto e poi faceva una politica, e poi al fine di predisporre il bilancio, semplicemente questo? Forse l’ha già detto, ma se lo vuole ribadire, poi abbiamo concluso.

RISPOSTA - Evidentemente nel corso dell’esame ci potevano essere domande e ci potevano essere interventi dei singoli consiglieri, che erano relativi a quelle che potevano essere le aspettative settoriali o di assieme; quindi si poteva parlare, che so, del fatto che in relazione al forte aumento dei prezzi, che cosa ci si poteva aspettare sul versante dei consumi e l’influenza che poteva avere l’aumento dei prezzi sull’attitudine della gente a comprare, e quindi questo che cosa potesse significare per una presa della grande distribuzione, com’era la Standa, e quindi se la Standa, se quelle prospettive di vendita che venivano sottoposte potevano essere realistiche, potessero subire degli incrementi o dei decrementi, perché si diceva la Standa in fondo come grande magazzino potrebbe sì risentire in negativo della minore attitudine a spendere, visto che c’era l’aumento dei prezzi, però al tempo stesso poteva forse anche beneficiare del fatto che proprio in periodi in cui c’era l’aumento del prezzi e si contraggono i consumi, la gente tende a privilegiare il grande magazzino piuttosto che la boutique od altre cose. Quindi, voglio dire, si discuteva dei singoli problemi. Il consiglio non è che recepisce in silenzio i dati che gli venivano dati; diciamo che nelle linee generali ed in funzione della caratterizzazione dei consiglieri, si parlava di queste situazione. Per esempio molto si disertava sull’andamento degli oneri...

 

Presidente: sia cortese, per far comprendere un attimo meglio, andiamo un attimo nel concreto. Prima abbiamo parlato con il teste ingegner Polo della realizzazione tra il 1975, il 1977, il 1978, di un importante impianto, che è l’impianto biologico per il trattamento delle acque reflue, che immagino implicasse uno stanziamento, un investimento di una certa entità. Ecco questo allora viene realizzato presso il Petrolchimico di Porto Marghera; mi dica un attimo quale è l’iter procedurale attraverso cui si arriva poi alla deliberazione di approvare diciamo non solo la realizzazione ma anche di pianificare, programmare, gli investimenti per la realizzazione di questo impianto.

RISPOSTA - Probabilmente il teste precedente, che non ho il piacere di conoscere...

 

Presidente: non ha importanza, io mi riferisco soltanto per fare un esempio di investimento.

RISPOSTA - Tenga presente che la mia posizione era una posizione da direttore amministrativo centrale, e quindi come tale non aveva, come dire, e che non seguiva questi tipi di aspetti e questo tipo di evoluzione. La risposta che le do gliela posso dare, ipotizzando, alla luce delle conoscenze, nel caso di un investimento di quel genere, l’investimento nasceva, debbo pensare, presso lo stabilimento. Lo stabilimento formulava uno studio per fare la formazione del tecnico e con le diverse componenti economico-finanziarie, quindi prevedeva dei costi, prevedeva la loro distribuzione nel tempo, quindi in un esercizio piuttosto che in due o in tre. Mandava la sua proposta alla divisione, la divisione Petrolchimico immagino che fosse all’epoca, oppure dopo un certo momento il Petrolchimico fu diviso anche in plastica. La divisione ne faceva oggetto di un vaglio, aveva un’unità che si occupava di programmazione degli investimenti e su cui poteva trovare da ridire o non da ridire, poteva adeguare i costi se li riteneva inadeguati o altro; dopodiché inoltrava la proposta se la condivideva presso la sede centrale ove c’era una unità per la programmazione degli investimenti dell’intero gruppo. Di nuovo c’era un vaglio, e se passava questo vaglio c’era l’approvazione da parte dell’amministratore delegato per il controllo e la gestione. Per quanto riguarda il Consiglio di amministrazione, al Consiglio di amministrazione questo investimento andava ricompreso nelle cifre di assieme degli investimenti della società e quindi del Gruppo.

 

Presidente: ho capito, va bene. Lei, rispondendo ad una domanda precedente, mi pare che abbia risposto nel senso che tutti quegli investimenti che si ritenevano necessari per quanto attiene ad un adeguamento della produzione a quelli che erano gli standard di protezione o dei lavoratori o dell’ambiente, avevano una priorità oppure potevano essere invece, secondo la situazione di bilancio, anche rinviati ad altri anni finanziari o...

RISPOSTA - Per il periodo di cui parliamo, e quindi fra il ‘70, per quanto mi concerne...

 

Presidente: fra il ’75 - ’80 - ‘82, questi sono gli anni cruciali un po’.

RISPOSTA - Un problema di finanziabilità degli investimenti indubbiamente si poneva, si pone sempre, ma in un gruppo che aveva alti e bassi e i bassi erano superiori agli alti. Nel senso che gli anni con un andamento negativo erano piuttosto frequenti di quelli con andamento positivo. C’è da dire che il gruppo che era nato con una infinita serie di partecipazione nei settori più svariati, prima cercò di mettere ordine e poi cercò di alienare quelli che erano gli investimenti che oggi si direbbe meno vicini al core business, cioè meno vicini alla chimica, che poi gradualmente si ridusse all’attività fondamentale. E quindi furono vendute le diverse attività, dall’alluminio alle aziende agricole, alle alimentari e così. In un secondo tempo, nel ‘76, si pose il problema di fare un aumento di capitale proprio perché c’era un programma di investimenti che si pensava non fosse razionalmente finanziabile con il ricorso al solo indebitamento, aumento di capitale che poi fu deliberato, ma peraltro non fu attuato, oppure fu revocato e poi attuato in tempi successivi. Successivamente furono vendute le cose positive che più di altre forse concorrevano alla formazione di redditi che erano la banca, allora il Banco Lariano Fondo oltre l’Istituto San Paolo e poi furono vendute le partecipazioni del settore assicurativo ed altre partecipazioni bancarie che stavano nella Fingest. C’era egualmente un problema di copertura degli investimenti. Ecco, ogni volta che veniva affrontato il problema dell’entità degli investimenti, veniva sempre detto in premessa: "Guardate che c’è una quota di investimenti che sono relativi all’ecologia e come tali...", allora c’era la legge Merli in gestazione, che poi fu approvata, e come tale non sono riducibili, quindi discutiamo del resto. Quindi il problema dell’adeguatezza della redditività del finanziamento si poneva con riferimento agli altri investimenti, questo per quanto ne so io in questi termini. In Consiglio direi che il problema non ricordo che fosse stato affrontato, se non nel senso di dire: abbiamo questi investimenti, in genere il Consiglio arrivava già agli investimenti analizzati, in qualche modo sottoposti a vaglio critico, e quindi quelli che erano rinviabili erano già rinviati.

 

Presidente: ma allora caliamoci ancora di più nell’interesse di questo processo, nel momento in cui una produzione, come quella del CVM si scopre che è una produzione nociva, ma non solo nociva per malattie che può indurre o per un inquinamento atmosferico, ma nociva per l’uomo, nel senso che può essere ed è, si manifesta come una produzione cancerogena, c’è bisogno quindi di investimenti, di adattamento degli impianti, questo, siccome avviene negli anni ’74 - ’75 - ‘76 quando lei già svolgeva queste funzioni, ci può dire se all’interno del Consiglio di amministrazione ci sia stato un dibattito su questo tema che era un tema che io ritengo di un certo rilievo.

RISPOSTA - Non mi risulta se ne sia mai parlato, del CVM io non ne ho sentito parlare né in quella sede né in altre sedi.

 

Presidente: neanche di proposte che provenivano dal Petrolchimico di Porto Marghera, ma non solo forse di Porto Marghera, di investimenti per adattare gli impianti per evitare le esposizioni, etc., dovevano essere anche investimenti di un certo rilievo, qua ne abbiamo sentiti, erano di decine o centinaia di miliardi che allora valevano, erano gli anni ‘70, ragguagliati al valore di oggi erano indubbiamente degli stanziamenti che dovevano essere valutati dal Consiglio di amministrazione. Non credo che potessero sfuggire ad un vaglio del Consiglio di amministrazione, investimenti di tale entità.

RISPOSTA - Io ricorderei come ordine di grandezza quando si parlò di aumentare il capitale e quindi che furono fatte certe situazioni, anche analisi in materia di finanziabilità o meno, direi che si parlasse di un programma di assieme da finanziare che stava fra i 2500 e i 3000 miliardi e i programmi da finanziare per l’intera società per un triennio. Cioè in un triennio si prevedeva di spendere cifre che si potevano forse avvicinare, stavano fra gli 800 e i 1000 miliardi mediamente all’anno. Questo è l’ordine di grandezza. Dicevo che quando si parlò di prospettare all’assemblea un aumento di capitale, avrei in mente degli ordini di grandezza di un piano di investimenti triennale dell’ordine di 2500-3000 miliardi in un triennio. Ecco, non so dire se in queste cifre ci stessero o non ci stessero gli investimenti a cui lei signor Presidente, faceva riferimento, questo non so dire. Ricordo che queste cifre dal Consiglio furono prese, cioè, furono inserite, erano inserite in una situazione che veniva prospettata al Consiglio e il Consiglio prese atto che esisteva questo programma e che la componente economica, che avrebbe dato un solo modesto concorso alla copertura del fabbisogno finanziario, e che non era realistico pensare che fosse finanziato tutto con il debito e il resto, e quindi uscì fuori una proposta di aumento di capitale che grosso modo era una proposta di raddoppio del capitale.

 

Presidente: a che anni si riferisce?

RISPOSTA - Mi riferisco ad un aumento di capitale sottoposto a un’assemblea del ‘77 e che quindi fu messo in gestazione nel ‘76, avanzato ‘76, nell’assemblea di aprile.

 

Presidente: va bene, vuole proseguire nelle sue domande, avvocato? Non ne ha altre. Allora il Pubblico Ministero se ritiene di fare delle domande.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

DOMANDA - Volevo chiedere innanzitutto di precisare o di riprecisare per quale periodo lei ha avuto modo di partecipare ai Consigli di amministrazione della Montedison?

RISPOSTA - Consigli di amministrazione della Montedison, come responsabile di amministrazione, a partire dal ‘73, adesso non so dirle da quale mese, dal ‘73 fino al ‘77 come responsabile di amministrazione. Poi ancora fino all’81 come amministratore delegato sempre per l’amministrazione e la finanza.

DOMANDA - Prima del ‘73 non aveva partecipato a consigli di amministrazione?

RISPOSTA - Della Montedison no.

DOMANDA - L’aumento di capitale nel ‘76, di cui parlava poco fa, a che cifre, se si ricorda, fa riferimento?

RISPOSTA - Le cifre dell’aumento di capitale?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Il capitale direi grosso modo passava da 400 a 800 miliardi, sono cifre molto a spanne, ma direi che grosso modo la proposta era quella di un raddoppio.

DOMANDA - Esistevano delle funzioni di staff alla sede centrale di Foro Bonaparte?

RISPOSTA - Di staff, certo che esistevano.

DOMANDA - Quali erano queste funzioni di staff, in staff rispetto a chi?

RISPOSTA - Dunque, io le rispondo ma le rispondo come persona non proposta all’organizzazione e quindi che fa leva sui suoi ricordi. Lì la situazione non era statica, ma se prendiamo un certo momento esisteva con il Presidente, sotto il Presidente esisteva un Vice Presidente direi un Esecutivo, esistevano amministratori delegati che erano, cerco di prendere un periodo, direi ‘76, sostanzialmente, esistevano 4 amministratori, o ‘75 forse, ’75 - ’76, esistevano 4 amministratori delegati, uno per l’amministrazione, uno per il coordinamento e il controllo della gestione, un secondo per la finanza, un terzo per l’alimentare, per la grande distribuzione e settore alimentare; un quarto per i rapporti con l’estero. Lo staff, c’era uno staff che faceva capo al Presidente che era il personale e l’organizzazione, che erano le relazioni esterne, non so se allora si chiamassero così, ma direi sostanzialmente le relazioni esterne, ma probabilmente c’era qualche altra unità che adesso...

DOMANDA - C’era anche la funzione medica e igienica - ambientale?

RISPOSTA - La funzione medica mi pare che fosse nell’area del personale e dell’organizzazione.

DOMANDA - Lei ha conosciuto il dottor Bartalini?

RISPOSTA - No, non l’ho conosciuto. Lo conosco di nome ma non ho avuto occasione...

DOMANDA - Si ricorda che funzioni aveva?

RISPOSTA - Mi pare che era l’uomo che si occupava.., io forse ne ho una conoscenza, come dire, io ricorderei che era la persona che si occupava dell’organismo che in qualche modo dava assistenza medica al personale, io non ero dirigente, e me lo ricordo che era tra le persone che facevano parte o presiedevano ad un comitato per stipulare convenzioni con medici, specialisti e case di cura, ma francamente non conoscevo bene quest’area qua, e immagino che evidentemente coordinasse in qualche modo o seguisse anche la parte relativa ad altre unità aziendali, però...

DOMANDA - Era in staff col Presidente del Consiglio di amministrazione, era in collegamento, in staff il servizio medico igienico - ambientale?

RISPOSTA - Io credo che in effetti il collegamento fosse, se c’era ci sarà stato, ma sarà stato un collegamento filtrato attraverso i responsabili del personale e dell’organizzazione. Io penso che questa fosse un’area che faceva capo evidentemente al personale più che all’organizzazione, e in particolare alla parte di assistenza del personale.

DOMANDA - Mi collego ad alcune domande che le sono state fatte poco fa dal Presidente ed ai capitoli di prova rappresentati dai difensori dell’imputato Cefis. Le volevo chiedere se all’interno del Consiglio di amministrazione si è parlato in qualche occasione, che lei si ricordi, del CVM, ma ha già detto di no, comunque le chiedo se lo riconferma, e del professor Cesare Maltoni?

RISPOSTA - Del CVM no, del professor Cesare?

DOMANDA - Maltoni, professore oncologo di Bologna.

RISPOSTA - Non mi dice nulla questo nome.

DOMANDA - Scendo in particolare alla presenza del Presidente Cefis. Le risulta o sa che il Presidente Cefis si è interessato di tali questioni, di CVM, del professor Cesare Maltoni?

RISPOSTA - Non mi risulta, però non saprei dire.

DOMANDA - Le consegno, e consegno anche una copia anche al Tribunale, consegno una lettera, tramite la cortesia dell’ufficiale giudiziario, una lettera a firma Eugenio Cefis, datata 19 agosto 1975 mandata al Presidente della Regione Veneto, Presidente del Consiglio regionale del Veneto, per conoscenza ai Capigruppo del Consiglio regionale, al Presidente della Giunta regionale del Veneto e al Sindaco di Venezia, lettera che ovviamente è agli atti del fascicolo processuale, anche degli atti del Tribunale, si trova inserita nel faldone 47. Questa lettera, come lei avrà modo di leggere, scorrendola adesso, fa riferimento a notizie che aveva il Presidente Cefis nell’agosto del ‘75, notizie che aveva ricevuto addirittura, non da chissà quali relazioni ma di volantini distribuiti all’ingresso dello stabilimento di Porto Marghera e della mozione presentata dal Gruppo Comunista al Consiglio regionale Veneto sulla nocività del cloruro di vinile monomero, si parla del professor Cesare Maltoni, Cefis dice che fin dal 1970, non dal ‘73 o ‘74, fin dal ‘70, appena si manifestarono i primi dubbi sui possibili effetti oncogeni del cloruro di vinile monomero la Montedison ha promosso, ha fatto, etc., e questa lettera continua a dire che la Montedison esclude qualsiasi pericolo e comunque segnala questa lettera la piena disponibilità della Montedison ad affrontare la questione del cloruro di vinile monomero con i rappresentanti delle forze politiche presenti nel Consiglio regionale, nella sede che lei riterrà più idonea. Poi continua... ci sono altri particolari noti a tutti, a tutte le parti processuali, ed è a firma di Cefis Eugenio. Questa lettera così chiara e precisa, del 19 agosto ‘75, che lei sappia, che lei abbia sentito, il Presidente Cefis ha mai portato, ha mai riferito all’interno del Consiglio di amministrazione, lui o qualcun altro dei suoi?

RISPOSTA - Non so, questa lettera non ne avevo nozione, quindi la ringrazio di averla ora data, ma non ne ho mai sentito parlare, né in Consiglio né in altre sedi.

DOMANDA - Mi basta, mi bastava così, era importante la conferma.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

DOMANDA - Lei ha toccato il punto del relativo disinteresse della società di guida della Montedison rispetto agli affari delle singole imprese del gruppo; ora io le domando, e questo è il chiarimento che io le chiedo: come è mai possibile occuparsi degli affari generali, e cioè del bene generale del gruppo di imprese senza interessarsi dell’andamento delle singole aziende, e quindi, dico io, del loro concreto operare e dei problemi che si presentano alle singole imprese? Questa è la domanda.

RISPOSTA - Direi che è possibile, anzi è nella norma, una volta che le dimensioni raggiungono una certa entità c’è il principio della ripartizione delle competenze e delle responsabilità che è un principio universalmente seguito. E’ un principio che naturalmente non ha una codificazione precisa e ferma nel tempo, c’è un’evoluzione continua nel pensiero ma direi che resta fermo il fatto che non esistono persone singole o nemmeno organismi collegiali che possano occuparsi analiticamente di tutti i problemi quando questi non rientrano nella possibilità, nella capacità e di tempo e proprio di comprensione dei singoli. Cioè, il Consiglio, il Consiglio era un organismo che si riuniva fondamentalmente per dedicarsi all’andamento della gestione 3 volte l’anno, si riuniva 3 volte l’anno nel corso di una giornata, in generale era mezza giornata e si esaminavano le cose che possono essere esaminate nel corso di una mezza giornata, cioè di un gruppo che comprendeva decine di migliaia di persone, che operava in una miriade di settori, che aveva tanti problemi e il Consiglio si occupava, così, riassuntivamente, ma d’altra parte credo che salendo, non so, un Consiglio dei Ministri gestisce l’Italia ma senza occuparsi della situazione analitica delle singole Province, e credo che sia un modo che delude, però è così, almeno io ho sempre visto che sia così.

 

TRIBUNALE

 

DOMANDA - Io mi riallaccio ancora una volta alla domanda che le ho fatto prima, perché qui trovo uno spunto in questa lettera del Presidente Cefis al Presidente del Consiglio regionale Veneto, cioè in questa nota dove si rivendica una particolare attenzione di Montedison di fronte ai problemi della salute e dell’ambiente, si dice: "Il gruppo ha affrontato ed affronta i problemi della salute, della sicurezza, dell’ambiente, e ha destinato negli anni scorsi e programmato per i prossimi oltre 400 miliardi di lire destinati ad aumentare per il prevedibile incremento dei costi, programmato 400 miliardi di lire di investimenti per tali interventi". Allora io vorrei sapere da lei se le risulta che questa programmazione, lasciamo perdere ormai la destinazione negli anni passati, ma la programmazione per gli anni venturi, gli oltre 400 miliardi di investimenti a questi fini sia stata poi una programmazione che ha avuto una sua realizzazione negli anni successivi, o se invece vi era difficoltà di carattere finanziario del gruppo, o per altri inconvenienti, non abbia avuto esecuzione, che a lei consti?

RISPOSTA - Non glielo so dire. Non glielo so dire perché non glielo so dire, ma probabilmente se lei mi facesse altrettante domande per altri tanti possibili investimenti, probabilmente neanche di quelli saprei dire.

DOMANDA - Lei faceva prima riferimento che il gruppo ha dovuto procedere ad un aumento di capitale piuttosto cospicuo e alla vendita anche di pochi cespiti.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Era proprio in questo periodo, quindi era un periodo di difficoltà finanziaria del gruppo?

RISPOSTA - Senz’altro, c’è da dire che l’aumento di capitale a cui facevo riferimento deliberato nel ‘77, poi non ebbe luogo. Ora è vero, il problema che fino a quel momento tutto sommato in quegli anni vero che c’erano sì delle difficoltà, però c’era una certa attitudine degli Istituti a medio e lungo termine, anche delle banche finanziarie, quindi il problema di un ridimensionamento degli investimenti in quel periodo direi che tutto sommato non ci fu. Non ci fu nel senso che di investimenti se ne fecero tanti. Via via che passava il tempo e si realizzavano le vendite dei cespiti, evidentemente.., e poi anche intervenne un periodo effettivamente di una relativa stretta finanziaria, gli oneri finanziari, i tassi di interesse aumentarono di molto, si arrivò facilmente a superare il 20% di tasso di interesse, quindi le difficoltà con il tempo si accrebbero. In questo periodo della presidenza Cefis le difficoltà non è che mancassero, però venivano fronteggiate, in tempi successivi le restrizioni aumentarono ancora. Non so dirle specificamente di questo investimento. Quello che ricordo è che ripetutamente, quando si parlava di investimenti veniva sempre messo in evidenza che a fronte di un certo programma ce ne era una quota parte che era destinata all’ecologia e veniva citata sempre come un qualcosa che doveva orientare la discussione alla restante parte degli investimenti.

 

Presidente: va bene, grazie, ci sono ulteriori domande? Può andare, grazie.

 

Avvocato Baldini: mi scusi Presidente.

 

AVVOCATO BALDINI

 

DOMANDA - Che lei sappia, atteso che la rappresentanza della società nei confronti dei terzi per statuto compete al Presidente, lei può dirci che il fatto che il dottor Cefis abbia sottoscritto la lettera del 19 luglio 1985 al Consiglio regionale Veneto sia una prova che questa lettera è stata scritta, concepita e voluta direttamente, soprattutto concepita dal Presidente?

 

Pubblico Ministero: c’è opposizione alla richiesta di un pensiero, o è un fatto, non si può chiedere un pensiero.

DOMANDA - Allora riformulo la domanda in questi termini: le risulta che nella sua quantità di legale rappresentante della Montedison il Presidente firmasse lettere elaborate da altri servizi o da altre direzioni? Preciso, quando la società formulava la richiesta di licenza amministrativa per edificare...

 

Presidente: avvocato, abbia pazienza, io credo che quando uno firma anche una lettera predisposta dalla segretaria se ne assuma la responsabilità.

 

DOMANDA - No signor Presidente, il discorso non è così semplice, mi consenta, qui parliamo di responsabilità amministrativa, certamente la responsabilità civile se la assume, ma vogliamo distinguere la responsabilità civile.

 

Presidente: ma certamente, ma non è questo il problema insomma.

 

DOMANDA - La domanda è questa: chi firmava, chi aveva la rappresentanza legale della Montedison se non il Presidente?

 

Presidente: credo che questo lo sappiano tutti, chi aveva la rappresentanza legale, il Presidente mi pare del Consiglio di amministrazione.

 

RISPOSTA - Certo, mi pareva che la domanda fosse se questa lettera venisse dal Presidente o direttamente dai suoi collaboratori diretti piuttosto che da una specifica unità organizzativa, forse era questo il discorso che si voleva fare. Io direi che una lettera così, direi abbastanza articolata, veniva certamente da un’unità organizzativa, quello che non so dire con certezza è da quale unità organizzativa, nel senso che tocca problemi della sicurezza e della salute, che erano dell’area del personale, e problemi del programma di investimento che era della programmazione degli investimenti, verosimilmente la lettera era stata prodotta da uno di questi due organismi.

 

Presidente: va bene, d’accordo, se non ci sono altre domande può andare.

 

Avvocato Stella: il programma sarebbe questo: gli amministratori delegati, diciamo in posizione di vertice, e poi i direttori dello stabilimento, quindi adesso dovrebbe esserci il dottor Palmieri.

 

Presidente: dovremmo avere un altro teste.

 

Avvocato Lanzi: l’avevamo citato per le tre e mezza, e non dovrebbe essere ancora arrivato.

 

Presidente: allora proseguiamo con l’audizione degli amministratori delegati

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO

 DOMENICO PALMIERI -

 

PALMIERI: A me è stata contestata l’imputazione dei reati ambientali del capo 2), e ho scelto di rendere questa breve dichiarazione perché in effetti io ho ben poco da dire sui fatti oggetto d’accusa in maniera dettagliata, giacché, per le ragioni che cercherò di illustrare, in effetti non mi sono mai personalmente e direttamente occupato di specifici problemi ambientali.

Quello che ho da dire concerne in effetti due aspetti, che credo sia rilevante mettere in risalto. A) il mio profilo professionale; e b) le cariche societarie che ho ricoperto, e che sono allegate all’allegato A) del capo di imputazione. Per quanto concerne il primo punto, cioè il mio profilo professionale, voglio precisare che io sono un laureato in ingegneria elettrotecnica, in effetti non mi sono mai occupato di chimica in termini di specificità tecnica. Nei miei compiti di manager, iniziati nel lontano 1967 presso un’azienda tessile, ho sempre svolto funzioni di coordinamento gestionale ed organizzativo, qualificandomi, come si dice nel gergo, nel nostro gergo, come un generalista. Questa competenza, questo profilo professionale è così notorio da avere indotto il Politecnico di Milano ad assegnarmi come professore a contratto l’insegnamento di economia ed organizzazione aziendale presso le facoltà di aerospaziale o meccanica a seconda degli anni, incarico che tuttora assolvo. Il mio profilo professionale quindi è stato quello sempre del gestore dei meccanismi di coordinamento intersocietario e interfunzionale.

Per quanto concerne invece il secondo punto, come avevo indicato, cioè le cariche sociali da me ricoperte di cui all’allegato al capo di imputazione, la prima in ordine di tempo è quella di amministratore delegato per le attività chimiche diversificate della società Enichem S.p.A. dal dicembre ‘85 al marzo ‘89, recita il capo di imputazione. Faccio presente che Enichem si trattava di una holding che si limitava al controllo delle società figlie, le quali soltanto erano delle società operative. Aggiungo, peraltro, che io ero solo uno dei tre amministratori delegati, ciascuno con deleghe diverse, la mia era relativa alle cosiddette attività chimiche diversificate che abbracciavano le seguenti società: la società Alta, Enichem Agricoltura, Enichem Agusta, Enichem Nostomery, Enichem Fibre, nelle quali non erano ricomprese in alcun modo le attività relative al Petrolchimico di Porto Marghera. Non avevo, dunque, in quegli anni, alcuna competenza relativa ai problemi di quel polo chimico, e non ho mai avuto occasione di occuparmene neppure marginalmente. Nell’allegato A) al capo di imputazione viene poi indicato l’incarico di responsabile dell’Area.., della società Enimont dal novembre ‘89 al novembre ‘90. Anche l’Enimont era una società di partecipazione, una holding, mentre i vari stabilimenti di impianti dipendevano direttamente dalle singole società figlie.

Conseguentemente, pure in Enimont non ho mai ricoperto alcuna concreta responsabilità gestionale, ma mi occupavo esclusivamente di uno studio prima e della realizzazione poi degli assetti finali e organizzativi del gruppo, secondo quello che era il mio profilo professionale, volti a creare una realtà unitaria in luogo della precedente disarticolazione dei due gruppi Eni - Montedison, che erano ben diversi tra di loro e lontani culturalmente ed organizzativamente. Credo che sia superfluo precisare che non avevo partecipato in quelle fasi in alcun modo alle trattative per la costituzione della joint venture tra Montedison ed Eni, e così in particolare nulla avevo saputo degli accertamenti condotti dall’American Appraisal, come già ebbi modo di specificare al Pubblico Ministero nella mia audizione del 14 ottobre del 1996. Questo mio incarico in Enimont, dunque, non mi ha portato a contatto con problemi né ambientali né d’altro tipo relativi al Petrolchimico. Del resto, la rapida dissoluzione della joint venture e la brevità del mio incarico, non avrebbero consentito di prendere conoscenza di tutti gli enormi problemi dell’intera galassia di società che gravitavano nell’ambito della holding.

Fallita l’alleanza tra Eni e Montedison fui chiamato a presiedere, e qui il terzo incarico cui fa riferimento l’allegato A) al capo di imputazione, dal novembre ‘90 fui chiamato a presiedere la società Enimont - Anic, che poi sarebbe diventata Enichem - Anic alcuni mesi dopo. Società che accorpava buona parte degli impianti di chimica di base e contava più di 10 mila dipendenti con stabilimenti, oltre che a Porto Marghera, anche a Priolo, Porto Torres, Assemini, Gela, Ravenna e Brindisi. Assunto l’incarico, immediatamente procedetti alla definizione delle strutture organizzative societarie, come dall’ordine di servizio numero 1 del 15/11/90, che verrà allegato all’allegato 1, e dal verbale del Consiglio di amministrazione del 19/11/1990, allegato 2. L’ordine di servizio delinea l’articolazione delle strutture e le relative linee gerarchiche; e il Consiglio di amministrazione provvide subito a completare gli incarichi nominando in particolare il Vice Presidente della società, nella persona dell’ingegner Burrai, al quale vennero rilasciate deleghe generali analoghe a quelle del Presidente e deleghe specifiche in materia di ambiente e sicurezza. Dal Vice Presidente dipendevano le unità sicurezza ed ambiente, affidata all’ingegnere Caltabiano e ricerca e sviluppo affidata all’ingegner Buzzi. Questo assetto organizzativo che è una società così complessa, ed è stato anche laborioso mettere in piedi, di lì a poco fu completato con la nomina di due amministratori delegati, nel Consiglio di amministrazione del 4/3/1991, allegato 3, e l’ordine di servizio numero 11 del 25/3/1991, allegato 4. Le funzioni, rimaste alle dirette dipendenze del Presidente, erano finanza, amministrazione e controllo, pianificazione e ingegneria. Nel Consiglio di amministrazione del 19/11/90, come ho già citato, che aveva ratificato la struttura organizzativa e nominato il Vice Presidente, quella con cui io ho iniziato il mio mandato di Presidente di Enimont - Anic, poi divenuta Enichem - Anic, venne adottata anche una specifica delibera di carattere generale così intitolata al punto 8 del verbale del Consiglio d’Amministrazione "Adempimenti societari ai sensi delle vigenti normative ambientali e di sicurezza". La delibera, come risulta dal punto 8 del verbale del Consiglio di amministrazione del 19/11/90 della società, allegato 2 citato, recita testualmente, e credo valga la pena, chiedo venia e pazienza alla Corte, recita: "Il Presidente, in considerazione dell’importanza attribuita alle problematiche di sicurezza del lavoro e tutela ambientale, suggerisce al Consiglio l’opportunità di formulare indirizzi di politica aziendale ed organizzativa in materia. Il Consiglio, preso atto che il rispetto delle normative vigenti in materia ambientale e di sicurezza della lavorazione, in relazione alle caratteristiche delle attività industriali esercite dalla società, richiede un significativo impegno da parte delle funzioni tecniche dei responsabili degli stabilimenti, ritiene opportuno ribadire, con unanime delibera, alcune direttive generali. Esse sono: A), la società identifica nella protezione dell’ambiente e della sicurezza delle lavorazioni e nella scrupolosa osservanza delle disposizioni di legge dell’autorità amministrativa, una priorità aziendale di primo livello a cui pertanto dedicare la massima cura e risorse adeguate di uomini e mezzi. B), la società ricorrerà pertanto sia alla più qualificata competenza tecnica ed operativa di cui dispone al proprio interno, sia ad ogni necessario apporto da parte di società del gruppo o di terzi di ulteriori elevate competenze, prestazioni e servizi caratterizzati dalla più aggiornata tecnologia disponibile. C), i direttori dei singoli stabilimenti, i responsabili delle funzioni tecniche, i responsabili di divisione, nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, in conformità agli ordini di servizio in vigore, sono tenuti alle verifiche delle esigenze di cui al precedente punto A) e alla progettazione ed attuazione degli interventi e degli adeguamenti occorrenti. B) - siamo sempre nell’ambito del contesto della delibera del Consiglio - gli investimenti destinati alla realizzazione degli obiettivi della società nell’area della protezione ambientale e della sicurezza costituiscono parte integrante della priorità sopra enunciata.

Pertanto, per dare adempimento a quanto prescritto in tale settore, ed anche con specifico riferimento agli adeguamenti delle emissioni eventualmente richiesti dalle determinazioni legittimamente assunte dai pubblici organi competenti, nonché a quelli comunque visti necessari dalla società, gli stanziamenti occorrenti saranno deliberati dai responsabili sulla base delle deleghe in vigore, e in ogni caso le relative proposte saranno presentate con carattere di urgenza al diretto superiore quando gli stessi stanziamenti esorbitassero le deleghe.

Il Consiglio - ultimo punto della delibera che ci riguarda in questo caso - il Consiglio, infine, all’unanimità delibera che il Vice Presidente al quale viene affidato il coordinamento delle attività nel campo della sicurezza e dell’ambiente, verifichi che nella struttura ed organizzazione aziendale siano definite ed assegnate chiare ed appropriate responsabilità per le attività oggetto della presente delibera trasmettendo altresì alle strutture interessate le indicazioni di priorità della stessa". Fin qui la delibera del Consiglio di amministrazione del 19/11/90. Nella successiva riunione del Consiglio di amministrazione del 4/3/91, quella in cui sono stati nominati due amministratori delegati, il Consiglio confermò espressamente che il Vice Presidente continua ad assicurare il coordinamento delle attività di ricerca e di sicurezza ed ambiente con le deleghe e le responsabilità in essere come conferite nella delibera consiliare del 19/11/1990. La ripartizione di funzioni così realizzata corrispondeva a consolidati criteri di buona organizzazione, idonei per la gestione di una struttura industriale molto complessa e articolata, secondo standard di livello elevato, a mio avviso, all’epoca peraltro non frequenti nel mondo industriale italiano. La delega al Vice Presidente, ingegner Burrai, tecnico esperto, già impegnato precedentemente in ruoli di vertice della società, assicurava che il capitolo ambiente e sicurezza venisse seguito ad un adeguato livello di responsabilità e in modo mirato così da consentire il miglior adempimento dei doveri facenti capo alla società.

Nel giugno ‘91 Enimont - Anic cambiò ragione sociale in Enichem - Anic, qui c’è il passaggio delle cariche indicate dall’allegato al capo di imputazione, restando tuttavia immutata la struttura organizzativa di cui ho parlato; io mantenni ovviamente la carica di Presidente con le competenze di cui ho riferito, fino alla mia uscita da Enichem - Anic nell’aprile del 1992. L’allegato al capo di imputazione menziona anche la carica di Presidente di Enichem - Anic Partecipazioni dal novembre ‘90 al giugno ‘92. Tale società non ha nulla a che fare con la gestione di Porto Marghera essendo una società di partecipazioni cui facevano riferimento attività marginali del gruppo estranee alla Petrolchimica. Ad abbondanza, comunque ricordo che anche in questa società era stato adottato il modello organizzativo e di deleghe analogo a quelle di Enichem - Anic. L’affidabilità del modello organizzativo adottato da Enichem - Anic e l’idoneità dei dirigenti erano per me fuori discussione. In questo quadro realmente mi sconcerta l’accusa di avere concorso ad aggravare l’inquinamento della laguna di Venezia. Non entro nei dettagli su quanto ho letto nel capo di imputazione perché, come ho detto, non seguivo personalmente gli aspetti ambientali che rientravano nelle competenze delegate al Vice Presidente e a strutture che a lui facevano capo; quello che posso dire riguarda il quadro d’insieme, così come io allora l’ho visto e vissuto nel breve periodo tra il novembre ‘90 e l’aprile ‘92, in cui io ho ricoperto la carica di Presidente di Enichem - Anic. Per quanto sapevo, e so oggi ancora, in quel periodo non è intervenuta alcuna contestazione di irregolarità, né sono stati portati a mia conoscenza segnali di preoccupazione imminente. Ritengo di poter tranquillamente escludere che nell’ambito della gestione Anic, sotto la mia Presidenza, siano stati effettuati depositi irregolari di rifiuti. Gli scarichi idrici, per quanto mi consta, erano tutti regolarmente autorizzati ed erano sottoposti a controlli da parte di organi pubblici; escludo, vista l’importanza anche della udienza di questa mattina, che all’argomento è stato attribuito nel processo, che siano mai emersi problemi relativi a diossine verso il vertice di Enichem - Anic. Sempre in relazione a quanto ho avuto modo di leggere negli atti del processo, preciso che non ho avuto conoscenza neanche del lavoro svolto dall’ingegner Trotta in vista delle contestazioni da muovere a Montedison. Peraltro, il problema delle discariche ex Montedison, che costituisce il nucleo dell’accusa, è stato fattivamente preso in carico proprio negli anni in cui io sono stato Presidente di Enichem - Anic. Gli elementi di conoscenza disponibili all’epoca, per quanto mi venne riferito, non erano tali da segnalare situazioni di pericolo ravvicinato, ma suggerirono ai responsabili preposti l’opportunità di effettuare degli ulteriori approfondimenti che vennero subito avviati.

Infatti fu proprio il Consiglio di amministrazione di Enimont - Anic sotto la mia Presidenza, e questo già nella riunione del 26 marzo 1991, allegato 5, a stanziare 500 milioni per svolgere uno studio conoscitivo di impatto ambientale a Porto Marghera che fu affidato alla società Acquater, studio che ho visto più volte citato negli atti del processo. Per quanto concerne poi il canale Lusore Brentelle, di cui pure si parla nel processo, posso dire che quando il problema fu portato all’attenzione del Consiglio, sebbene non fosse di competenza societaria, perché il canale non era e non é di proprietà, e perché in esso la società non aveva effettuato scarichi, il Consiglio deliberò ugualmente - vedi verbale dell’11/12/1991, allegato 6 - un investimento di 35 milioni per uno studio di ingegneria, cioè di carattere progettuale propedeutico ad un eventuale intervento. Dai verbali del Consiglio di amministrazione risultano anche altri stanziamenti per problematiche ambientali per importi considerevoli, nell’anno sempre 1991, che poi è stato sostanzialmente l’unico della mia gestione dell’attività di Porto Marghera, un anno, un anno e mezzo. Limitando il discorso a Porto Marghera, infatti, segnalo in particolare lo stanziamento di oltre 15 miliardi per il forno inceneritore, inceneritore Ven Gas, nel Consiglio d’Amministrazione del 26/3/91, e gli stanziamenti per adeguamento delle emissioni alle indicazioni del D.P.R. 203. In complesso, non meno di 25 miliardi stanziati per le sole problematiche ecologiche di Porto Marghera secondo le proposte e le priorità indicate dalle strutture tecniche a ciò delegate.

Nell’aprile del 1992 io ho lasciato le cariche in Enichem - Anic e subito dopo sono uscito definitivamente dal gruppo Eni. Se nell’area della laguna di Venezia vi sono problemi di inquinamento, continuo a non capire francamente, anche dopo la lettura degli atti del processo, come possono venire ricollegati ad azioni od omissioni di Enichem - Anic nel breve periodo, poco più di un anno, di mia competenza. Non mi pare proprio che la società sia rimasta inerte, come ho già detto, la tutela dell’ambiente è stata subito indicata come priorità aziendale di primo livello ed è stata costruita un’organizzazione aziendale adeguata ad affrontare ed attuare le soluzioni proposte. Sui problemi concreto - emergenti sono stati avviati studi, quando era il caso di studi, ed interventi individuati dai tecnici, disponendo i necessari stanziamenti in coerenza con la delibera generale assunta nella prima riunione del Consiglio di amministrazione del 19/11/90. Non vedo proprio che cos’altro avrei dovuto fare nell’anno e mezzo in cui sono stato in carica, oltre agli adempimenti deliberati dal Consiglio di amministrazione da me presieduto dei quali ho sinteticamente riferito. Spero proprio di essere riuscito a spiegare come la società ha preordinato, avesse allora preordinato le condizioni per seguire al meglio i problemi ambientali e via via che sono stati proposti abbia dato risposte in quel momento considerate dai tecnici necessarie ed adeguate. Io avrei finito.

 

Presidente: la ringraziamo, si può accomodare.

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO

PATRON LUIGI -

 

PATRON: il mio intervento tenderà a ricostruire documentalmente i fatti relativi ai capi di imputazione oggetto di questo processo. L’intervento sarà in due parti, prima tratterò in generale il ruolo che ho avuto in Enichem e le discariche, poi parlerò del problema dei micro inquinanti trovati negli affluenti liquidi. Qui è la documentazione pertinente alla mia presentazione, e quindi se ce ne fosse necessità caso per caso è già disponibile fin da ora. Mi chiamo Luigi Patron, ma sono nato anche a Venezia, e questo è un fatto che voglio sottolineare, perché non ho gestito il mio ruolo soltanto come amministratore delegato ma anche come veneziano. Mi sono occupato del Petrolchimico di Porto Marghera nella veste di amministratore delegato di Enichem S.p.A.; sono stato nominato il 2 giugno del ‘93 e il fine mandato è il 28 maggio del ‘96, ma direttamente dello stabilimento di Porto Marghera mi sono occupato a partire dal primo agosto 1993, quando Enichem, dando attuazione ad un piano di semplificazione organizzativa, finalizzato ad un miglior governo economico ed industriale dell’azienda, incorpora 10 società operative, e precisamente: Enichem - Anic, Enichem Polimeri, Serchen, Enichem Partecipazioni, Istituto Donegani, il Ceric, Enichem International, Donegani Anticorrosione, Enichem Tecnoresine, Ausind S.p.A., non figura tra le società incorporate la società Enichem Agricoltura S.p.A., lo dico in riferimento alla discarica di quella società, che da Enichem S.p.A. era già stata alienata nel 1991, come non figurano le attività relative al CVM e al PVC interamente possedute da EVC. Però mi sembra che da questo punto di vista non ci siano disallineamenti rispetto al capo di imputazione. Pertanto, da tale data, primo agosto 1993, Enichem assume il ruolo di società industriale, non più holding, organizzata per direzioni con una pluralità di attività produttive in oltre 40 stabilimenti, con 30 mila dipendenti in Italia e all’estero, in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e ad Hong Kong. Questo il primo agosto ‘93. Il Consiglio di amministrazione, il nuovo Consiglio di amministrazione, siamo nell’autunno del 1993, viene subito chiamato a fronteggiare la gravissima crisi finanziaria nella quale era precipitata la società in conseguenza delle perdite registrate nel 1992 che assommavano a 2600 miliardi. A queste si accumulano nel primo semestre ulteriori perdite che al 31 dicembre del 1993 arriveranno a toccare i 2690 miliardi e la società riporterà un indebitamento superiore agli 8 mila miliardi. L’impegno di Eni, per il salvataggio della chimica, si sostanzierà nella ricostruzione del capitale sociale con il versamento di 3 mila miliardi, a seguito della delibera assembleare straordinaria del 29 giugno 1994, le rimanenti risorse finanziarie, 2500 miliardi, saranno ottenute tramite la cessione delle attività non strategiche, e tutto questo per inquadrare, signor Presidente, la criticità e la complessità del contesto in cui si è operato in quel tempo. Con riferimento alla tematica ambientale, ho inteso svolgere il mio ruolo di amministratore delegato di Enichem, società industriale oggi, non più holding, indicando ai direttori, in particolare ai direttori degli stabilimenti, obiettivi prioritari, assegnando le risorse necessarie, adeguando le procedure ove richiesto e verificando costantemente il grado di conseguimento degli obiettivi. Nonostante la pesantissima crisi finanziaria, ricordo che alla fine del ‘93 non c’erano soldi nelle casse per pagare gli stipendi ai dipendenti, e decidemmo di non pagare gli armatori che trasportavano i prodotti. Nonostante questa pesantissima crisi finanziaria non sono mai state fatte mancare le risorse necessarie per gli interventi di salvaguardia della salute dei lavoratori e dell’ambiente in coerenza con le politiche che la società si era data nel gennaio 1992, dopo che Eni ne aveva assunto il pieno controllo.

E si veda, a tal proposito, il documento che qui eventualmente ho, se lei lo ritenesse necessario, intitolato: "La politica di Enichem in materia di ambiente, sicurezza e salute". Non voglio leggere il documento perché non voglio tediarvi, d’altra parte è già stato depositato, non mancherò di allegarlo alla mia nota, si dice che tra i principi di riferimento Enichem nella sua missione assume come principi di riferimento l’affidabilità dei sistemi e delle procedure di gestione per la massima sicurezza degli addetti della collettività e dell’ambiente, e tra gli obiettivi si dice anche: "Uno degli obiettivi irrinunciabile della missione di Enichem è l’integrità dell’uomo e dell’ambiente. Non solo in termini di preservazione ma anche e soprattutto di valorizzazione finalizzata ad un reale miglioramento della qualità della vita. E si dice: tale missione si esprime con coerenza in tutte le politiche della società ed assume negli indirizzi di responsabilità sociale, mi sembra un punto fondamentale, la consapevolezza diffusa a tutti i livelli di perseguire un ruolo di accrescimento del benessere della collettività in modo univoco, trasparente ed efficace". Debbo dire che il conseguimento di una consapevolezza diffusa a tutti i livelli ed estesa a tutti gli stabilimenti di poter essere realmente attori di un accrescimento del benessere della collettività, nella sua espressione più ampia, inclusiva delle valenze ambientali, non è risultato per Enichem un obiettivo agevole da raggiungere, ciò in conseguenza di una cultura formatasi in congiunzione e quindi influenzata, da politiche e norme certamente inadeguate, quando non totalmente errate negli indirizzi, se si dovesse risalire con analisi ai tempi più lontani; mi riferisco ovviamente agli anni ‘25 e ‘65.

Nel triennio 1992, ‘93 e ‘94 la spesa complessiva per gli investimenti ambientali in conto esercizio e per investimenti negli impianti, sì manterrà tra i 250 e i 300 miliardi, come risulta dai corrispondenti rapporti ambientali che allegherò. Tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994, in occasione della elaborazione del rapporto ambientale, che Enichem fin dal 1992 aveva deciso di pubblicare per documentare il proprio impegno in tema di sicurezza ed ambiente, la direzione ambiente di Enichem di sede, mi informò circa l’impegnativo programma, e impegnativo non solo da un punto di vista finanziario, ma anche tecnico, avviato per il recupero ambientale e la protezione del suolo di siti petrolchimici. In tale contesto mi si riferì dei buoni risultati ottenuti al Petrolchimico di Mantova con tecniche di biorisanamento mai prima sperimentate e messe a punto da Eni Ricerche, dello studio di nuove tecniche di isolamento idraulico di aree contaminate, come saranno poi applicate a Cesano Maderno, che ho potuto constatare direttamente, ed in versione più evoluta a Porto Marghera con l’intervento del ‘95 e ‘96, come pure nel progetto di bonifica del sito di Assemini. Possiamo trovare riferimento di questo nel rapporto ambientale ‘92, pagina 18, rapporto ambientale ‘93 pagina 20. Per quanto concerne Porto Marghera, la direzione ambiente di Enichem mi riferì dell’esistenza nell’area dello stabilimento Petrolchimico di discariche interrate, in numero ed estensione non ancora certe, risalenti al periodo di attività di Montedison per le quali Enichem - Anic aveva avviato le prime indagini nel 1991. In relazione a tale problema il direttore di stabilimento ingegner Pisani aveva già avviato nel corso del ‘93, affidando i lavori alla Geotecnica Veneta e alla Geosondaggi, uno studio geognostico per controllare sull’area dello stabilimento lo stato delle falde acquifere, al fine di individuare tutte le zone compromesse e i possibili interventi, in considerazione della collocazione dello stabilimento ovviamente non si presentava di facile definizione, pur non conoscendo in dettaglio la problematica relativa ai terreni di Porto Marghera, ma per semplice coerenza con le linee aziendali e di politica ambientale, proposta dalla direzione ambiente di procedere all’avvio degli interventi di risanamento allo studio già da alcuni anni. Contestualmente, in una mia lettera del 14 gennaio 1994, quindi a pochi mesi dall’incarico, richiamavo ai direttori la priorità delle tematiche legate alla sicurezza, salute ed ambiente. Questo riferito nell’allegato 1, è una lettera che io mando ai direttori di divisione ma anche ai 10 direttori di stabilimento, e per conoscenza ai responsabili di altre aree, l’area chimica fine e agricoltura, fibre, elastomeri e detergenza, che erano gestite da società autonome e che quindi avevano con Enichem un rapporto in cui Enichem si poneva come azionista di queste società, quindi riferivano alla Presidenza di Enichem. E in questa lettera richiamo, tra l’altro, è intitolata "Sicurezza, salute ed ambiente", le priorità che devono essere poste per quanto riguarda questi temi, quindi dico: al fine di dare concretezza a tale impegno, andranno formalizzati piani di azione mirati al conseguimento di obiettivi condivisi e individuati attraverso la riflessione critica sulle priorità di ciascun stabilimento, avendo a riferimento le linee guida aziendali espresse nel documento "La politica Enichem in materia di sicurezza, salute ed ambiente" del gennaio ‘92 che ho testé commentato.

Conseguentemente, e questo è un punto mi sembra significativo, in sede di bilancio 1993 venne previsto uno stanziamento di spesa pari a 7500 milioni, voglio dire 7 miliardi e mezzo, a copertura dei costi per i lavori di bonifica delle zone 31 e 32 di Porto Marghera, sto parlando del bilancio che chiude al 31 dicembre 1993. Ciò nell’ambito di un più ampio piano di intervento di bonifica su tutti i siti di proprietà pari a 196,9 miliardi, come si legge nel bilancio Enichem al 31 dicembre 1993 a pagina 179. Più specificatamente, si dice: il fondo rischi per problemi di natura ecologica ammontante a 196 miliardi 985 milioni è relativo all’accantonamento effettuato negli anni precedenti da alcune società incorporate ed aggiornate nel 1993 per fronteggiare passività emergenti legati allo smaltimento di reflui pregressi e alla bonifica di terreni. Quindi significa che avendo posto al bilancio e l’azionista avendo approvato questo bilancio, aveva approvato 197 miliardi per ripristinare i siti petrolchimici e per intervenire dove ne fosse stata verificata la necessità. Divenuto disponibile di là a poco, nell’aprile ‘94, il rapporto con i dati analitici relativi a tutta l’area dello stabilimento, la direzione di stabilimento decideva di incrementare da 10 a 50 il numero dei pozzi piezometrici, perché evidentemente era necessario passare ad una fase di progettazione. Appunto, come si dice, per poter passare dalla fase di indagine dei livelli di inquinamento a quella di progettazione degli interventi di bonifica; interventi, che per la complessità dei fenomeni, dei fenomeni geomorfologici implicati dalla tipologia, dalla collocazione del sito, si dimostreranno all’atto pratico, come vedremo nell’esecuzione dei lavori, essere di non semplice realizzazione, nonostante l’apporto tecnologico e scientifico degli specialisti più qualificati. In data 4 luglio, quindi pochi mesi dopo, viene disponibile dall’unità investimenti di sede, unità pianificazione e controllo degli investimenti, un aggiornamento del programma relativo "Interventi prioritari di ecologia per l’intera società". Riscontrando un avanzamento non in linea con il piano, avevamo stanziato 196 miliardi, richiedo la predisposizione di un calendario per la presentazione urgente delle rimanenti richieste apertura commessa per la loro autorizzazione, e c’è una nota che ho fatto circolare a questa lettera manoscritta.

Il 27 luglio ‘94, pochi giorni dopo, la direzione di stabilimento di Porto Marghera, l’ingegner Pisani, richiede formalmente l’apertura della commessa relativa agli ulteriori 40 pozzi piezometrici; la motivazione dell’investimento viene citata la politica Enichem in materia di sicurezza, salute ed ambiente a significare che il rispetto di tale politica supera qualsiasi considerazione di merito economico. Nel medesimo documento riscontro che l’iter autorizzativo, secondo le procedure in vigore, può prendere un tempo fino a 2 mesi, infatti arriva sul mio tavolo e firmo 2 mesi dopo la firma dell’ingegner Pisani. L’iter autorizzativo viene rivisto per gli investimenti ambientali nel successivo mese di dicembre, esattamente il 12 dicembre del ‘94, quando Enichem autorizza preventivamente, con la procedura numero 26, che ho qui, gli investimenti finalizzati al mantenimento e al ripristino delle richieste e condizioni legali e all’adeguamento urgente alle prescrizioni per la tutela dell’ambiente e della sicurezza, e si dirà nella procedura semplicemente se ne darà notizia all’unità investimenti e si proporrà a rettifica l’investimento fatto. Nel medesimo documento, ecco, successivamente a questo documento, in aprile del ‘95, devo dire dopo che avevamo autorizzato comunque alla spesa i direttori, in aprile del ‘95, 4 mesi dopo, si assegna dopo gara l’appalto alla Geosondaggi per questi famosi 40 piezometri. Successivamente si deciderà di rinunciare alle gare d’appalto e di procedere tramite convenzione per celerità, perché la semplice emissione di una gara di appalto più richiedere tempi da 3 a 4 mesi, per accelerare si decide, evidentemente sacrificando il parametro economico, di procedere senza gare d’appalto tramite convenzione, al guadagno di tempo si assegnerà ad Acquater l’incarico di coordinare l’indagine, ma anche di predisporre in parallelo il progetto di messa in sicurezza delle aree 31 e 32, normalmente non si procede in parallelo, ma lo abbiamo fatto per accelerare questa bonifica. Anche perché, devo dire, che l’attenzione che ci stava dedicando il Pubblico Ministero ci ha imposto di procedere in parallelo e non di attendere la conclusione dell’indagine, ma si è passati in parallelo con la progettazione. In considerazione della complessità del problema e dell’assenza di esperienza in materia di bonifica di siti lagunari, viene dato incarico ad un esperto di verificare la qualità del lavoro e le proposte su come proseguire; nel mese di luglio, quindi 3 mesi dopo, Acquater consegna a Enichem un rapporto contenente le basi per l’intervento di messa in sicurezza delle isole 31 e 32. Siamo nel luglio del 1995. Il primo di agosto viene trasmesso il progetto alla Provincia, che lo autorizza soltanto dopo 6 mesi, in data 31 gennaio 1996, dopo una lunga verifica. Nei successivi 2 mesi si elabora l’ingegneria di dettaglio e quindi in aprile del ‘96 si assegnano i lavori, che richiederanno ripetuti interventi dei progettisti per adeguamenti in corso d’opera, data la complessa conformazione del terreno sottostante non sufficientemente nota al momento della progettazione dell’intervento. Saranno necessarie ben 4 revisioni del progetto esecutivo in conseguenza delle quali i lavori si protrarranno per oltre un anno, e qui c’è un indice, un elenco di tutte le iniziative e delle riprese dell’iniziativa relativa alla bonifica dell’isola 31 e 32 e poi anche, come dirò, anche dell’isola 35. Ma mentre si stava, ricordo che ero amministratore delegato dell’Enichem, quindi vedete che ho dedicato molto tempo allo stabilimento di Porto Marghera, forse la mia anima veneziana mi ha fatto spostare il baricentro delle mie attenzioni. Quindi in maggio si apre il cantiere, maggio 1996, ma già in febbraio si tiene una riunione presso la direzione dello stabilimento di Porto Marghera esclusivamente sulle tematiche ambientali, vi partecipò tutto il vertice societario, anche il Presidente, il Vice Presidente e le direzioni di sede per una ricognizione puntuale, reparto per reparto, dello stato degli impianti, degli impatti ambientali, secondo il resoconto dei responsabili di produzione e per una loro sensibilizzazione a tali priorità. Ricordo che in quell’occasione ero stato nominato nuovo direttore di stabilimento, quindi la nostra visita aveva anche lo scopo di supportarlo e di dimostrare alla struttura di stabilimento che la persona stava eseguendo delle politiche volute dal vertice societario. Seguirà, nel successivo mese di marzo, nove mesi dopo, un’ulteriore verifica sull’iniziativa in merito a tutte le discariche che ricadono sotto la responsabilità di Enichem S.p.A., la qualità dell’ambiente di lavoro, ricordo la problematica dell’amianto, e l’emissione in atmosfera, temi per i quali la direzione di stabilimento, attraverso una puntuale ricognizione, individuerà gli interventi migliorativi richiesti che successivamente saranno avviati a realizzazione. In particolare, nell’ambito di questa riunione viene fatto il punto anche sulla discarica 35, che inizialmente era rimasta fuori, viene deciso di affidare ulteriori indagini ad Acquater, il che consentirà in settembre del ‘96, comunque dopo la mia uscita avvenuta, come ricordavo all’inizio, il 28 maggio del ‘96, di includere l’isola 35 nel ripristino delle isole 31 e 32, di estendere il contratto alle imprese Geosonda e Socaim per l’esecuzione di lavori anche di questa porzione dell’area, e in maggio 1997 i lavori relativi alle isole 31, 32 e 35 vengono ultimati e Porto Marghera potrà finalmente registrare il primo intervento di bonifica eseguito da Enichem su aree inquinate da altri.

Signor Presidente, devo respingere l’addebito di aver omesso di adottare tutte le misure urgenti e necessarie al fine di evitare il deterioramento della situazione ambientale, anzi, rivendico con orgoglio di aver attuato una politica di intervento efficace, tempestiva, perfino incalzante in talune circostanze. Respingo anche ovviamente l’addebito di avere effettuato o consentito di effettuare lo stoccaggio di rifiuti tossici nelle discariche incontrollate. Mi sembra pacifico che questo addebito non possa in alcun modo essermi rivolto. Ritengo al contrario di essermi adoperato in linea con le responsabilità che il ruolo mi assegnava per rimediare ai guasti provocati da altri precedentemente al mio mandato e per aver operato per recuperare una cultura di fabbrica rispettosa dell’ambiente, in linea con le nuove politiche della società in materia di sicurezza ed ambiente. Respingo altresì l’addebito di aver consentito la dispersione nel sottosuolo e nelle acque sottostanti di sostanze tossico - nocive, di acque di rifiuto non trattate, nonché di aver abbandonato rifiuti tossico - nocivi. Ribadisco, che sempre la mia attività gestionale è stata caratterizzata nei fatti dalla volontà di operare nel pieno rispetto dell’ambiente e di intervenire per rimediare a situazioni non create da me o dagli uomini che dirigevo. Quanto all’addebito di non aver informato la pubblica autorità, faccio presente che quando mi fu illustrato il problema dalla direzione ambiente di sede, il problema delle discariche, mi fu detto che la Provincia era stata informata già negli anni ‘90 e ‘91, e anche questo addebito è dunque infondato. Volevo solo, a conclusione, ricordare i passaggi fondamentali in merito alle discariche e le date per collegarle, come dire, collocarle correttamente nel tempo. Lo stanziamento a bilancio dei costi da sostenere per ripristini ambientali è avvenuto con la relazione di bilancio del 1993, approvata in aprile di quell’anno. La mia lettera ai direttori in cui assegnavo le priorità, avviene il 12 gennaio 1994, la procedura con la quale venivano dati i poteri ai direttori di stabilimento, i poteri di spesa per investimenti ambientali è del 12 dicembre 1994, mi sia consentito di registrare che questi eventi sono antecedenti l’incarico affidato dal Pubblico Ministero dottor Casson all’ispettore Spoladori di acquisire elementi probatori circa le discariche del Petrolchimico; questo solo per precisare gli eventi nel tempo, senza, perché non ne ho il diritto, motivo di far polemica, ma per rappresentare la verità. Devo anche dire che le continue attenzione che il dottor Casson ci ha riservato sono state stimolo ad accelerare i lavori. Questa è la conclusione della mia prima parte. Ho una seconda parte che riguarda le discariche e la diossina, i reflui idrici, non so se vuole che trattiamo adesso.

 

Presidente: facciamo prima una pausa.

 

Presidente: può riprendere il suo intervento.

 

PATRON: In questa seconda parte parlerò del problema del ritrovamento dei micro inquinanti, o come è detto diossine, ma in realtà non sono state trovate diossine nello scarico SI2, Furani, per la precisazione. Il ritrovamento è avvenuto nel luglio del 1995, nella corrente SI2 del Petrolchimico, e devo dire che la notizia mi colse di sorpresa, mi colse di sorpresa perché non essendo un esperto del settore ritenevo che questo problema fosse legato esclusivamente alla produzione del CVM. E a crisi superata, i fatti diranno che questo, nella sostanza, è vero. Non risultavano ai controlli di stabilimento presenza di micro inquinanti negli scarichi, ricordo che si usava una strumentazione che consentiva di leggere i nanogrammi e quindi questi inquinanti venivano dati per assenti o non rilevabili quando la concentrazione era inferiore a 0,1 nanogrammi, questo ho potuto appurare successivamente documentandomi. Si scoprì proprio in quei tempi che taluni Istituti di ricerca, in particolare a Bruxelles, collegati con l’SGS di Padova, stavano impiegando strumenti di nuova generazione in grado di rilevare la presenza di micro inquinanti a livelli sensibilmente più bassi, quindi strumenti mille volte più sensibili di quelli usati fino ad allora. Portai subito il fatto, cioè il ritrovamento dei micro inquinanti nell’SI2 all’attenzione della Presidenza Enichem, fu oggetto anche di un dibattito in Consiglio di amministrazione, e prospettavo un ventaglio di possibilità che prevedevano eventuali chiusure di impianti se fossero risultati responsabili degli inquinamenti; allegherò la nota che poi ho mandato alla Presidenza in cui al punto 3 dico: "Intervenire sull’impianto che può generare concentrazioni eventualmente non accettabili con modifiche di assetto, o in estrema ratio fermandolo".

Conosciuto l’esito effettuato delle analisi dal Magistrato alle Acque presso SGS a Bruxelles mediante l’impiego di queste nuove apparecchiature, detti disposizione al direttore di stabilimento ingegner Pisani di procedere all’immediata chiusura di questa corrente, allo SI2, e di ricoverare le acque in un serbatoio, ben consapevole che qualora non fosse stata trovata una soluzione al problema non si sarebbe potuto proseguire all’infinito, e questo avrebbe portato alla chiusura del Petrolchimico e degli stabilimenti collegati in Val Padana. La direzione di stabilimento, cioè l’ingegner Pisani, da parte sua dette disposizioni affinché, utilizzando questo laboratorio, SGS, collegato a Bruxelles, venissero effettuate campagne analitiche su tutti i flussi che componevano lo scarico SI2 per capire da quali impianti fossero generati questi micro inquinanti. Quindi i nostri impianti, l’impianto EVC che pure scaricava nell’SI2, analizzammo anche le acque in ingresso allo stabilimento, perché come si fa in questi casi, si fa un bilancio complessivo entrata ed uscita, furono analizzate anche le acque in ingresso dello stabilimento, che risultarono peraltro prive di diossine, quindi non fu un tentativo, come Rabitti ha scritto nel suo libro, di dimostrare che le diossine sono ubiquitarie, no, era un corretto approccio per capire da dove si generassero, quindi uno analizza anche l’acqua in ingresso dello stabilimento. Lo stabilimento si attivò subito per dotarsi di strumentazione analoga a quella utilizzata dal laboratorio di Bruxelles, ed anche l’Istituto Donegani, cioè il nostro istituto di ricerca a Novara, di ricerca centrale Enichem, fu coinvolto per il miglioramento delle metodiche analitiche. Dei test mirati condotti per 45 giorni sulle lavorazioni Enichem, controllate a bocca di reparto non davano giustificazione del livello riscontrato in occasione del campionamento di aprile, analisi il 27 di luglio, il campionamento è stato fatto in aprile dal Magistrato alle Acque, le analisi sono pervenute il 27 di luglio. In quel campionamento furono trovati 150 - 151 picogrammi di micro inquinanti, credo che il livello vada valutato tenendo conto che l’unità di misura rappresenta quantità veramente infinitesimali, minime, al punto che il contenuto ad esempio messo nell’acqua secondo la legge olandese è di 5 picogrammi, nel latte, scusi, la legge olandese che è l’unica in Europa che si è fatta carico del problema del contenuto dei micro inquinanti nel latte ha posto un limite del 6%. Il contenuto ammesso nell’acqua potabile dall’EPA è di 30 picogrammi. Poi va anche riferito che si riscontra nelle acque domestiche, di scarico domestico, un contenuto di micro inquinanti compreso tra 0,8 e 14 picogrammi, dalle acque scaricate da una lavatrice, dopo il lavaggio di vari tessuti, questi micro inquinanti sono misurati in un range tra 17 e 25 picogrammi. Il contenuto nelle acque dopo una nostra doccia è compreso tra 1 e 15 picogrammi, non voglio dire con questo che le diossine ci sono dappertutto e le dobbiamo accettare, do soltanto degli elementi per valutare che il quantitativo riscontrato, poi vedremo in quale condizione, nella corrente SI2 dello stabilimento non è in termini quantitativi una cosa massiva. Ma per quanto riguarda proprio il campionamento va subito detto che questo campionamento, campionamento di aprile, fu effettuato in concomitanza di una precipitazione con conseguente trascinamento di fanghi nell’acqua piovana all’SI2 e che aveva comportato l’invio della corrente medesima SI2 all’impianto trattamento biologico, perché secondo una procedura di reparto, che peraltro abbiamo sentito confermata questa mattina anche dal dottor Polo, non si inviano in laguna scarichi con solidi sospesi. Quella notte il campione è stato prelevato alle 2 di notte, durante una pioggia intensa, il campione presentava evidenti segni di fanghiglia, e per questo era dirottato al biologico. E` più che certo in queste condizioni il livello di micro inquinanti riscontrato nella corrente SI2 è stato alterato rispetto ad una condizione normale, per effetto della presenza dei fanghi provenienti dal dilavamento di strade e piazzali, micro inquinanti da follow-out e dal trascinamento di micro inquinanti dal sistema fognario. Tant’è che nell’accordo di programma firmato nel ‘99 è previsto un trattamento ad hoc per le cosiddette prime piogge, proprio perché si sa che il dilavamento dei piazzali e delle fognature può portare ad una raccolta concentrata di inquinanti. E poi abbiamo anche noi riscontrato, durante quel momento di crisi, che il sistema fognario poteva contenere micro inquinanti, tant’è che l’iniziativa che poi ha risolto il problema, prevalentemente è stata quella di una pulizia a fondo del sistema fognario, come sarà riferito anche dal direttore di stabilimento.

Quindi il dato di 150 picogrammi, TEQ per litro, non può essere preso a rappresentazione del livello di presenza di micro inquinanti nella corrente SI2, quando questa in condizioni normali recapitava in laguna. Bisogna assolutamente tenere conto di questa perturbazione indotta dalle condizioni meteorologiche particolari e dal fatto che presentava rilevanti quantità di solidi sospesi, che appunto non avevano consentito a questa corrente di essere versata in laguna, ma era stata mandata in biologico. Il Magistrato alle Acque, dopo pochi giorni, se non ricordo male, dall’averci comunicato l’esito di queste analisi, fissò anche il limite con il quale ci avrebbe consentito di scaricare da quel momento le acque in laguna. E il limite era stato posto, è stato posto, perché è tuttora valido, in 0,5 picogrammi; ricordo che nel latte è consentita una concentrazione fino al 6%, il limite per l’acqua potabile è 30. Per dire, in sostanza, che ci è stato posto un limite 60 volte superiore a quello accettato per l’acqua potabile, avremmo potuto, come dire, anche contestare questa imposizione, da un punto di vista amministrativo ad esempio, ma l’accettammo senza opposizione alcuna perché eravamo convinti di poterla rispettare, eravamo convinti di poterla rispettare sulla base delle risultanze dell’indagine sul contenuto dei micro inquinanti a bocca dei reparti Enichem; che considerate anche le basse portate, evidenziava una presenza di quantitativi insignificanti, facilmente rimovibili ai limiti di batteria dell’impianto. Tant’è che di fronte ad una alternativa più semplicemente, che sarebbe stata quella di dirottare quest’acqua al biologico, come da anni si faceva, si fa in EVC, dove è stato detto che rimuovono le diossine attraverso il trattamento biologico, io non ho voluto conferire le acque al biologico perché, siccome eravamo convinti che avremmo avuto tracce veramente insignificanti, il problema doveva essere risolto all’interno dei nostri impianti, e così fu. In meno di tre mesi lo stabilimento fu in grado, con interventi modesti, di rispettare pienamente nuovamente i nuovi limiti e di ottenere dal Magistrato alle Acque l’autorizzazione allo scarico delle proprie acque. L’EVC, che era coutente dello scarico SI2, al momento del ritrovamento dei micro inquinanti, provvederà autonomamente a trattare le proprie correnti. Insomma, l’insieme degli elementi raccolti durante la crisi e la sua rapida soluzione, hanno dimostrato nei fatti che le produzioni di Enichem non sono responsabili di un inquinamento della laguna di Venezia, e forse altre sono le fonti di inquinamento sulle quali dobbiamo fare una riflessione. Non è compito mio cercarle, né voglio, come dire, distrarre l’attenzione di chi deve giudicare su altre potenziali fonti, ma me ne sono occupato perché mi rendevo conto che a fronte degli elementi che emergevano anche dai consulenti dell’Accusa, che ci sono delle indicazioni di contaminazione in canali che io non riesco a giustificare, il canale Malamocco e il Canale Sud, il Canale Sud non ha scarichi di Enichem oggi.

E` pur vero che ci sono evidenze anche di altri, come dire, contributi di inquinamento, per esempio l’erosione dei confini dell’Isola delle Trezze, ma lascio ai consulenti trattare questo argomento. Però è chiaro che se qualcuno dice che può esserci anche un contributo della Petrolchimica, il mio concludere che in Enichem oggi non ci sono gli elementi per supportare, giustificare quell’inquinamento, mi lascia, devo dire, come persona coinvolta anche da un punto di vista sociale in questo problema, purché io sia uscito dall’Enichem, mi lascia insoddisfatto. Però questa mattina la chiave l’ho trovata, probabilmente è stata trovata anche dai consulenti, io non ho avuto modo di leggere tutte le memorie, ma questa mattina si è detta una cosa importante, si è detto che il nuovo Petrolchimico, con i nuovi impianti di CVM che sono stati avviati nel 1971, ha potuto beneficiare dell’impianto biologico solo dal 1977, dicembre avviamento, quindi nella pratica, nel 1978. Posto che subito il CV22/23 siano stati recapitati in laguna attraverso un trattamento biologico. In realtà poi, durante la presentazione di questa mattina, ho appreso che solo a metà degli anni ‘80 è sorto il problema, ci si è resi conto del problema delle diossine, e quindi devo ritenere che fino a metà degli anni ‘80 il CV22/23 siano stati scaricati attraverso l’SM15 e qualche altro scarico sul Canale Sud. Io questo lo rappresento, perché credo che sia necessario una ricostruzione storica complessiva degli inquinamenti, non solo per difendere il mio operato e quello della mia società, ma perché ritengo che se si vuol ricostruire in maniera, il più possibile vera, basata sui fatti, i motivi, le ragioni, le responsabilità collegate a queste compromissioni ambientali, non si possono trascurare queste considerazioni. Quindi altre sono le fonti di inquinamento, sono due, mi sia consentito di dare questo contributo. In primo luogo, la dispersione dei fanghi dai canali interessati alle attività industriali chimico - metallurgiche, terribili, da questo punto di vista, basate sull’impiego intensivo del carbone, iniziata nel 1924 e conclusasi questa attività intorno agli anni ‘75. Sono attività relative alla prima zona industriale, si sono protratte per oltre mezzo secolo, non le possiamo rimuovere dalla nostra memoria.

E a tal proposito vorrei che non fosse, come dire, tralasciato, fosse tralasciato il fatto che il carbone è stato usato nel centro storico e nelle principali isole, quale fonte per il riscaldamento domestico per lunghi decenni, per diversi decenni. Quindi, quando leggo dell’ipotesi di teorie di intorbidamento delle acque, che in maniera malefica dovrebbero portare l’inquinamento dei canali industriali proprio al centro storico, devo dire che probabilmente, sì, l’inquinamento è partito dall’area industriale ma è arrivato a Venezia con le pedate del carbone, è arrivato a Chioggia con il carbone, è arrivato a Murano con il carbone. Quindi credo che se abbiamo a cura l’interesse di un ripristino ambientale del nostro territorio non possiamo assolutamente, in una logica di priorità, dimenticare la prima zona industriale. Per quanto riguarda il contributo della Petrolchimica - e finisco - questo si protrae, come abbiamo sentito anche questa mattina, fino alla fine degli anni ‘70, inizio anni ‘80, quindi non solo gli scarichi del primo insediamento insistente sul canale Lusore Brentelle, ma anche gli scarichi del nuovo Petrolchimico, le cui correnti, con esclusione dell’impianto Cracking, che aveva un suo biologico dedicato, venivano conferiti in laguna senza trattamenti fino a quando lo stabilimento non si è dotato di un adeguato trattamento biologico, cioè, come abbiamo sentito questa mattina, in dicembre del 1977. Altri impianti per il trattamento di altri correnti specifiche, per esempio dei clorurati, il CS30, verrà disponibile solo dopo. Cioè, in sostanza, prima si sono fatti gli impianti e poi si sono fatti gli impianti di trattamento, questa è la verità che deve essere rappresentata. Quindi respingo conseguentemente come infondato l’addebito di avere effettuato lo scarico di fanghi e di altri sottoprodotti di risulta dai trattamenti attraverso gli carichi 2 e 15, con concentrazioni di nitrati e cloruri superiori ai limiti. Su questo aspetto non vi voglio tediare ulteriormente, lascio all’approfondimento del professor Foraboschi dimostrare l’insignificante livello di diossine o micro inquinanti trovati nell’SI2.

E per concludere, credo di poter dire di essere stato amministratore delegato di una società, che quanto meno, nel periodo del mio mandato, lungi dal consentire di commettere illeciti ambientali, si è distinta per aver affrontato di petto, con grande serietà, la protezione ambientale ed anche il ripristino.

 

Presidente: grazie, si può accomodare. Chi vuole intervenire ora?

 

Avvocato Baldini: noi avremmo un teste ancora.

 

Presidente: va bene, introduciamolo allora.

 

 

DEPOSIZIONE DEL TESTE - PAPETTI RENATO -

 

IL TESTE LEGGE LA FORMULA DI RITO.

 

Presidente: prego avvocato.

 

AVVOCATO BALDINI

 

DOMANDA - Noi abbiamo chiamato il teste a conferma di organigrammi che abbiamo prodotto in giudizio e che abbiamo poi riportato in un tavolo generale, molto ingombrante, per cui io mostrerei gli organigrammi. Se mi consente, esibisco questi documenti.

 

Presidente: va bene.

 

DOMANDA - La domanda è molto semplice, se il teste riconosce questi documenti, ne riconosce in calce la firma del dottor Cefis, e se sa se questi documenti vennero effettivamente utilizzati negli uffici Montedison e negli uffici delle consociate?

 

Presidente: sì, ai fini della comprensione, i documenti a cosa si riferiscono?

RISPOSTA - I documenti che qui vedo sono di ordini di servizio sull’organizzazione del Gruppo Montedison a partire dal 31 maggio 1971, che io in effetti riconosco che erano quelli utilizzati nel gruppo in quel periodo; vedo la firma del dottor Cefis che era notoria evidentemente, vedo che sono diversi ordini di servizio. Erano gli ordini di servizio di organizzazioni del Gruppo che venivano utilizzate in Montedison S.p.A. e in tutto il Gruppo delle società controllate, in tutte le controllate. E` in quel periodo che la Montedison aveva un’organizzazione divisionale, evidentemente erano riferite anche alle singole divisioni. Sì, confermo.

 

Presidente: quindi il periodo è quello che va dal ‘71 al?

RISPOSTA - Dal ‘71 al ‘77, se vedo qua bene.

 

Presidente: va bene, d’accordo.

 

DOMANDA - Se il teste, in particolare, riconosce aderente alla realtà effettiva della organizzazione del Gruppo, il documento formato lenzuolo che pregherei al collega di rammostrare.

 

Presidente: va bene.

RISPOSTA - Era l’organizzazione generale del Gruppo in quel periodo con le funzioni di Presidenza, le divisioni e le società operative.

 

Presidente: va bene.

RISPOSTA - Devo dire che non l’avevo mai visto così grande.

 

Presidente: va bene, andiamo avanti. Non ha altre domande? Va bene. Allora, se non ci sono domande, Pubblico Ministero?

 

Pubblico Ministero: domande non ce ne possono essere, ovviamente bisognerà vedere per bene tutti gli organigrammi e gli ordini di servizio, ai fini di una verifica.

 

Presidente: se sono già organigrammi depositati...

 

Pubblico Ministero: io non posso vederli in questo momento.

 

Presidente: va bene, acquisiamo gli organigrammi ed anche il lenzuolo. Prego, può andare. Allora proseguiamo nell’audizione.

 

Avvocato Carboni: ingegner Presotto.

 

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE DELL’IMPUTATO

PRESOTTO CIRILLO

 

PRESOTTO: mi sono laureato a Padova nel 1956 in Ingegneria chimica e il primo febbraio del 1957 sono entrato assunto come impiegato presso l’Anic, e presso l’Anic, che era la Capogruppo della chimica dell’Eni, sono rimasto praticamente fino al mio pensionamento che è avvenuto il primo febbraio del ‘92, passando attraverso tutte le vicissitudini che ha subìto l’Anic e le varie società del gruppo dell’Eni.

Devo dichiarare subito che non ho mai lavorato presso lo stabilimento chimico di Porto Marghera, mentre invece fino dall’inizio ho lavorato fino al 1968 presso gli stabilimenti di Ravenna e di Gela. Nel ‘68 sono rientrato in sede e ho avuto diverse mansioni fino al gennaio del ‘79; da gennaio ‘79 partono le mansioni che sono scritte nell’allegato A), pagina 61 per il CVM o 66 per la Laguna, che sono ritenute evidentemente rilevanti ai fini delle imputazioni, e io vorrei dimostrare che non lo sono rilevanti, almeno per quanto mi riguarda. E anzi, è probabile che ci siano stati dei fraintendimenti, perché ci sono state nel periodo parecchie variazioni e mutazioni delle varie società che possono aver indotto questo, se permette adopero dei lucidi per essere più chiaro. Mettiamo su il lucido numero 1. Questa è la società Anic del 1979, quindi parte proprio con l’inizio dell’allegato A). Nel gennaio ‘79 l’Anic è una capogruppo che dipende direttamente dall’Eni, io ho fatto un organigramma molto semplificato ovviamente, perché altrimenti, ho cercato di tenere solo le parti essenziali per far capire meglio quello che intendo dire. Nel ‘79 la società si dà una organizzazione divisionale, infatti si vedono le 6 divisioni che sono le prime ad essere costituite, poi ne arriveranno delle altre. Faccio notare subito due cose, io non sono capo divisione ma sono dipendente del capo divisione o il responsabile di divisione della chimica di base e sono responsabile della produzione. Faccio notare che la chimica di base non ha la gestione del CVM, questo lo dico perché contrariamente a noi, in Montedison la divisione chimica di base gestiva il CVM, questo non succedeva invece all’Anic.

Per contro, all’Anic il CVM e PVC è prodotto a Ravenna in una società che si chiama Società Chimica Ravenna e che è per il 76% di proprietà dell’Anic, e per il 24% della Valcher, una società tedesca. Questa società è gestita dalla divisione materie plastiche, quindi la divisione chimica di base non ha niente a che fare con il CVM e PVC, non ha niente a che fare con Porto Marghera, ovviamente, che è del Petrolchimico e della Montedison.

Ho messo in evidenza la Società Chimica Ravenna perché adesso vedremo che da qui parte tutta una serie di trasformazioni. Passiamo al numero 2. La seconda mansione, che ho sempre dell’allegato A), che parte dal gennaio del ‘91 fino al febbraio dell’85, è di direttore di divisione della Società chimica di base dell’Anic. Contemporaneamente alla mia nomina nella società, nella divisione materie plastiche è nominato come responsabile l’ingegner Sergio Bianchi e, come detto prima, la Società Chimica Ravenna continua a dipendere e dipenderà anche dopo dalla divisione materie plastiche, quindi non dipende da me.

Andiamo al lucido numero 3. Nel lucido numero 3 si vede subito una cosa, la Società Chimica Ravenna viene riscattata dall’Anic, il 24% della Valcher viene riscattata dall’Anic e a questa società viene cambiato il nome. Comunque la Società Chimica Ravenna chiama nome e prende il nome di Enoxy Chimica; in questa Enoxy Chimica vengono messi dentro tutti gli impianti della divisione materie plastiche, tranne alcune tecnoresine molto particolari, e tutta la divisione gomme. Quindi questa società si irrobustisce, diventa più grande e cambia nome. Questa società, come vedremo fra un momento, viene acquistata dall’Eni. Devo anche aggiungere che in questa società, nel frattempo, sono arrivati anche gli impianti di polimeri, di CVM e PVC di Porto Torres e Assemini che avevamo ereditato dalla Sir e dalla Rumianca, che per legge erano entrati nell’Eni. Fra un momento vedremo cosa succede in questa società Enoxy Chimica. Mettiamo il numero 4. Quindi, per chiarire ulteriormente la mia posizione...

 

Presidente: a questo punto abbiamo... la società assorbe praticamente la divisione materie plastiche di Ravenna e poi anche quella della Sir...

PRESOTTO - Non era un divisione, era la stessa divisione che aveva gli impianti...

 

Presidente: comunque assorbirà altre sedi, praticamente Ravenna e Sardegna?

PRESOTTO - Gli impianti del CVM e PVC e polietilene della Sardegna e gomme della Sardegna, più le gomme di Ravenna.

 

Presidente: quindi il Petrolchimico ancora qui non c’entra?

PRESOTTO - Il Petrolmimico qui non c’entra, e io in queste cose non c’entro, non sono mai entrato nell’Enoxy. Nel lucido numero 4 si vede appunto questa estraneità che comincia, si vede la divisione com’è organizzata la divisione chimica di base, dove io sono responsabile, non l’ho disegnata tutta ovviamente, ho trascurato la parte commerciale. Nella parte che interessa, che è la parte dedicata alla produzione, c’è un capo produzione e ci sono i servizi di raffinazione, i servizi aromatici, gli acidi borici e la chimica organica, i crackers sostanzialmente. Gli stabilimenti, c’è lo stabilimento di Gela, lo stabilimento di Ravenna, lo stabilimento di Porto Torres, lo stabilimento di Sarroch in Sardegna e due stabilimentini che sono la Società Chimica Larderello che produce borici in Toscana. Sul lucido numero 5 si vedono due fatti importanti, il primo: che l’Eni ha acquistato dall’Anic la Enoxy Chimica, e questo è il 28 dicembre del 1981; da questo momento ovviamente l’Anic non ha più niente a che fare con il CVM e PVC, quindi tanto meno la divisione, quindi tanto meno il sottoscritto. Nella stessa data, o subito dopo, si vede che l’Eni costituisce una nuova società, questa nuova società si chiama Enichimica ed è una finanziaria, cioè, una società holding, ed è un’altra capogruppo. E poi vedremo in seguito la storia anche di questa società qui. Passiamo al 6. Altro fatto importante: il 29 dicembre dell’81 l’Eni e l’Occidental Petroleum, che è una società americana, costituiscono una società paritetica, 50 e 50, che viene chiamata Enoxy Incorporated, e l’Eni cede all’Enoxy Incorporated l’Enoxy Chimica che aveva comprato dalla società Chimica Ravenna. Quindi l’Anic e il sottoscritto, che sono già usciti da questo gioco, non c’entrano più niente; inoltre io non ho mai avuto incarichi né in Enoxy Chimica, né in Eni, né in Enoxy Incorporated, tanto meno nell’Occidental. A conferma di questo, vediamo il lucido numero 7. Nel lucido numero 7 faccio rilevare solo una cosa, che la divisione materie plastiche ha cambiato nome, e da questo momento si chiama Tecnoresine, a significare che ha perso tutti i polimeri, cioè il polietilene, il CVM e il PVC, che erano andati in Enoxy, e gli sono rimaste solo delle resine particolari, dei polimeri molto speciali ed è una divisione molto piccolina. Le cose si stanno un po’ complicando, però è la storia vera delle società che sono riuscito a ricostruire andando a recuperare, e rivedere tra i faldoni e tra i documenti che mi serve per discolparmi. Andiamo al lucido numero 8 allora.

A questo punto dobbiamo introdurre un altro argomento. Il 29 luglio dell’82 il CIPI, che sta pensando a riorganizzare la chimica italiana emette una deliberazione, questa deliberazione ha un titolo e il titolo è: "Approvazione delle linee di razionalizzazione del ciclo di olefine e dei coprodotti del cracking". In questo lucido si vedono i punti salienti. Primo: la delibera si riferisce al gruppo Eni e al gruppo Montedison, e non ad altri, quindi è fatta apposta per queste due società. Secondo: esplicitamente, tra gli impianti che devono scambiarsi per la razionalizzazione le due società, parla del complesso, è così chiamato, complesso CVM-PVC di Porto Marghera. E dice che per questo stabilimento, data la sua peculiarità, deve esserci una univocità di direzione, sostanzialmente, in altre parole, la mano del direttore deve essere unica, non ci deve essere più di un direttore. Ancora la delibera dice: le parti devono mettersi d’accordo su come trovare la soluzione, la società individuata tra le società dell’Eni per fare l’operazione di razionalizzazione dei polimeri è la società Enoxy che abbiamo appena visto. Da ultimo il CIPI dice: un accordo globale di compravendita o un accordo generale deve essere firmato entro il 29 dicembre dell’82. Quali sono le conseguenze di questa delibera? Le vediamo nel lucido numero 9. Vi è un contratto di compravendita che viene firmato 2 giorni dopo il limite di date, il 31 dicembre dell’82 anziché il 29, ma comunque è quello; questo contratto globale prevede che la gestione del CVM e PVC di Porto Marghera rimanga alla Montepolimeri del Gruppo Montedison, e così viene salvato il principio che era stato deciso dal CIPI.

In particolare in basso, non si legge bene, lo leggo io, nell’articolo 18/3 al punto C) si legge: l’Eni e la Montedison, ciascuno per quanto riguarda la propria competenza, garantiscono inoltre la conformità degli impianti e delle strutture industriali conferiti alle normative in materia di tutela dell’ambiente, di sicurezza e di igiene del lavoro. Questo contratto generale è firmato dai Presidenti dell’epoca dell’Eni e della Montedison. A seguito di questo - mettiamo il lucido numero 10 - il 16 marzo dell’83, quindi qualche mese dopo, Montepolimeri e Montedipe conferiscono ad una società della Montedison che si chiama Riveda, gli impianti che devono essere oggetto della razionalizzazione voluta dal CIPI e che devono transitare all’Eni. E quindi inseriscono nella Riveda anche il complesso CVM e PVC di Porto Marghera. Il giorno dopo, il 17 marzo dell’83, Montepolimeri e Montedipe vendono Riveda all’Eni, quindi non dell’Anic, ma all’Eni, e sono firmati da parte Riveda, che mette subito un nuovo Consiglio di amministrazione, un contratto di affitto degli impianti alla Montepolimeri, un contratto di conto/lavorazione, conto/lavorazione per Riveda da parte di Montepolimeri, e controfirma un contratto di fornitura di tutti i servizi di fabbrica, servizi ausiliari, generali e industriali tra Montepolimeri e Montedipe, perché Montedipe è la società ospitante, la società che esprime il direttore, Montepolimeri è una società ospitata e ha bisogno di tutti i servizi da parte di Montedipe. L’amministratore delegato di Riveda è il dottor Autori ed è lui che ha firmato tutti questi contratti. Vedremo dopo perché cito il dottor Autori; io non ho alcuna carica, come ho detto, né in Riveda né nell’Eni, e quindi sono completamente estraneo a questa operazione societaria.

Intanto, nell’83 - vediamo il lucido che segue - l’Enichimica, che avevamo visto prima essere costituita il 29 dicembre dell’81, comincia ad avere un po’ di sostanza, perché l’11/3/83 alcune divisioni della società Anic, che era ed è ancora capogruppo, perché è una società di secondo livello rispetto all’Eni, l’Eni è primo livello, l’Anic, l’Enichimica e l’Enoxy sono di secondo livello, le società che sono figlie di queste società sono di terzo livello. La società Anic, che è ancora di secondo livello, cede alcune divisioni alla società Enichimica, però lo stesso giorno che vengono cedute queste divisioni diventano società. Quindi la divisione fibre diventa Anic Fibre e poi diventerà Enichimica Fibre, la divisione Agricoltura diventerà Anic Agricoltura, poi Enichimica Agricoltura, poi c’è l’Enichimica secondaria, la chimica Agusta, che riguarda la detergenza. Inoltre, l’Anic cede all’Enichimica anche le partecipazioni in alcune società con la Sclavo, la Cucirini International, la Carpefin, l’Alcantara e la Chimica Dauna. Per finire, in tutte queste società che si vedono lì, io non ho nessun incarico. Come si è ridotta l’Anic dopo questa operazione? Se noi vediamo l’Anic capogruppo dipendente dall’Eni è rimasta con la sola chimica di base ed il cemento. L’Anic è rimasta con la sola chimica di base e con la divisione cemento, quindi è stata depauperata di molto.

Passiamo al prossimo lucido. Dopo l’acquisto di Riveda da parte dell’Eni, il coinvolgimento da parte dell’Enoxy, non so se per questi motivi o per altri motivi, non sono in grado di dirlo, succede il dissidio tra l’Occidental e l’Eni, e si va alla rottura della joint venture, perciò l’Eni riscatta la parte non sua di Enoxy e già proprietaria di Riveda e rimane con queste due società appese lì. Per cui, il 28 ottobre dell’83 cede ad Enichimica sia Riveda che Enoxy, a questo punto Enichimica tranne la chimica di base e il cemento, che sono rimaste in Anic, ha tutte le società che prima erano della capogruppo per la chimica dell’Eni.

Tuttavia, Anic ancora dipende dall’Eni. Come vedremo più avanti, l’Enichimica cambierà il suo nome, il nome di Enoxy Chimica in Enichem Polimeri, e venderà Riveda all’Enichem Polimeri. Enichem Polimeri fonde, cioè Riveda si fonde nell’Enichem Polimeri, e quindi vediamo sparire Riveda che da quel momento, era nell’84, se non vado errato, diventa Enichem Polimeri. A questo punto siamo arrivati al 1985, marzo ‘85 - vediamo il nostro organigramma - dove io ottengo o mi danno, bontà loro, il titolo di direttore generale delle attività chimiche della società Anic, e va dal marzo ‘85 fino all’aprile dell’86. Anche questa posizione, come le precedenti, non è rilevante ai fini delle imputazioni. Infatti l’Anic non c’entra per niente, continua a non c’entrarci con nessuna delle operazioni che abbiamo visto finora, e io non ho nessun titolo, nessuna carica in nessuna delle società che abbiamo visto finora che sono state oggetto di quelle operazioni. L’Anic ha una nuova organizzazione con tre direttori generali, io ho la direzione generale delle attività chimiche, e perché è diventata una direzione generale? Perché con l’assorbimento della Sir e della Rumianca il numero degli impianti e degli stabilimenti era notevolmente aumentato, quindi la divisione era notevolmente ingrossata. Un altro direttore generale si occupa di tutti i servizi per l’Anic, e un terzo direttore generale, che è l’ingegner Sergio Bianchi, è direttore per l’ingegneria e per gli approvvigionamenti. Gli stabilimenti di cui io mi occupo sono sostanzialmente Gela, Porto Torres, Ravenna, Sarroch e gli stabilimenti minori di Saline e di Larderello; le divisioni che sono sotto di me sono la divisione chimica di base, la divisione raffinazione, lo streem crackers, gli intermedi organici, i clorosoda e i borici. Questo è a quanto si è ridotta l’Anic, poi c’è la divisione cemento che è a se stante, e questo a quanto si è ridotta l’Anic in quel periodo. Possiamo passare al lucido numero 15, mi pare che sia. Avevamo visto che il 23 agosto dell’83 l’Eni aveva ceduto sia la Riveda che l’Enoxy all’Enichimica. Allora, l’Enichimica è proprietaria di Riveda ed è proprietaria di Enichem Polimeri, lo avevo già detto ma lo rivediamo qui nel lucido, cambia nome all’Enoxy in Enichem Polimeri e cede Riveda all’Enichem Polimeri e la Riveda viene fusa all’interno della società Enichem Polimeri. Dopodiché vedremo che Enichem polimeri cederà gli assets all’Enichem Base e verrà fusa in un’altra società del Gruppo. Quindi, da un certo momento in poi sparirà anche il nome di Enichem Polimeri e comparirà il nome di Enichem Base. E` un po’ complicata la storia, ma vale la pena di continuare a farla. Lucido numero 16, alla fine della fiera, l’Enichimica anche lei cede gli assets ad una nuova società che si chiama Enichem e viene fusa in una società del Gruppo. La nuova società che è la capogruppo per l’Eni è ora l’Enichem. A questo punto anche l’Anic deve fare la stessa fine, cioè diventa Enichem Anic e viene messa come società di terzo livello alle dipendenze di Enichem, e così si è ricostituita un’unica società capogruppo della chimica dell’Eni, che ora si chiama Enichem e che ha sotto tutte quelle società che noi vediamo e che sono l’Enichem Fibre, l’Enichem Agricoltura, l’Enichem Gomme, che è stata ricostituita, portando via di nuovo gli assets alla Enichem Polimeri, l’Enichem Polimeri stessa, l’Enichem Anic, l’Enichem Tecnoresine, la Sclavo che si interessa di medicinali, e le altre società dell’Enichem. Quindi io a questo momento sono ancora direttore generale nella divisione delle attività chimiche non più dell’Anic, ma dell’Enichem - Anic che è una società di terzo livello, e finora sono rimasto completamente fuori da tutte le operazioni che si sono svolte in precedenza, operazioni societarie. A questo punto arriviamo al 1986. Nel marzo dell’86, come dice l’allegato A, io vengo nominato amministratore delegato della società Enichem Polimeri che poi diventerà Enichem Base e vi rimango fino all’ottobre dell’87. In questa data ritorno ad essere direttore generale della società Anic, che però non si chiama più Anic, ma si chiama Enichem Anic, quindi società di terzo livello, dove rimango fino all’89, perché? Perché l’Enichem Base viene ad essere assorbita dall’Enichem - Anic. A partire dal primo ottobre dell’86 Enichem possiede anche il 50% di EVC. E qui devo dire che partendo da Riveda, e poi si vedrà il perché, il dottor Autori che era amministratore delegato di Riveda, poi amministratore delegato dell’Enichem Polimeri, ha sempre avuto l’incarico di fare tutta la trattativa dall’inizio, e fin qua e continua sempre la trattativa perché c’è stato un contratto di conto/lavorazione con Montepolimeri, ha mantenuto sempre i rapporti e le trattative con la Montedison e con le sue società. Quando nel novembre dell’87 l’Enichem Base viene fusa in Enichem - Anic, vedremo che Autori assume la carica di vice Presidente vicario dell’Enichem Anic, ma mantiene ancora tutti i suoi rapporti con la Montedison e poi anche con l’Ici e l’EVC, che fra un momento vedremo.

Io invece rimango a fare il direttore generale delle attività chimiche alle dipendenze dell’amministratore delegato dell’Anic e l’Anic non è più Anic ma si chiama Enichem Anic. Mi rendo conto che è un po’ complicata tutta questa storia ma è così. Le mansioni che ho adesso sono un po’ allargate perché mi si è aggiunto a quelle che avevo prima anche le mansioni me mi sono portato dietro con l’Enichem Base che è stata assorbita, in altre parole io dovevo curare sostanzialmente la programmazione del lavorazioni, l’acquisto delle materie prime, l’esercizio, il marketing, le vendite ed anche la ricerca di 6 divisioni, perché 6 divisioni erano sotto di me, circa 120 impianti che erano distribuiti in... stabilimenti, gli stabilimenti sono Porto Torres, Assemini e Sarroch in Sardegna, Gela, Ragusa e Priolo in Sicilia, Brindisi, Saline, Larderello, Ravenna e Ferrara nel continente, seguendo le indicazioni che avevo avuto io continuavo a fare la gestione di queste società. A questo punto inizia la storia dell’EVC. L’EVC cos’è? E` una società paritetica costituita dall’Enichem e dall’Ici, Imperial Chemical Industry inglese, paritetica, cioè 50% dell’uno e 50% dell’altro; qual è lo scopo di questa società? Quello che si prefiggono i due partners? E` quello di razionalizzare la produzione di CVM e PVC nell’Europa occidentale, almeno razionalizzare le loro produzioni, perché altri producono CVM e PVC. La Ici possedeva impianti in Inghilterra, in Germania occidentale, in Francia e in Svizzera, Enichem possedeva gli impianti italiani. Per la costituzione di questa società sono iniziati dei colloqui che risalgono all’84, cioè si è partiti nell’aprile dell’84 a discutere dell’eventualità di procedere alla costituzione di questa società paritetica, subito sono stati costituiti dei gruppi di lavoro, questi gruppi di lavoro erano 10 con all’interno circa una cinquantina di persone per ogni partner, cioè in totale un 100 persone che discutevano, erano divisi in gruppo di lavoro, ogni gruppo di lavoro discuteva cose particolari, tipo i sistemi di tassazione, tipo come finanziarsi, tipo come organizzare la società, per ciascuna specializzazione c’era un gruppo di lavoro. Due dei gruppi di lavoro - e si vedrà dopo perché - sono gestiti dal dottor Autori il quale coordina anche tutto il resto dei gruppi di lavoro. Qualche mese dopo l’istituzione di questi gruppi di lavoro vengono costituiti i gruppi di negoziazione, i negoziatori cosiddetti, questi negoziatori sono una ventina, il leader coordinatore dei negoziatori è ancora il dottor Autori, e poi vedremo perché. Tutto questo lavoro porta a tre contratti, un contratto che è, che contiene sostanzialmente i principi base su cui si fonda la joint venture, ed è il lucido numero 18.

Quali sono i principi base su cui si fonda.., questo contratto viene firmato il 12 febbraio dell’86. I principi sono: la volontà di costituire una joint venture paritetica che sarà la società holding e che alcune società sussidiarie, sempre dell’EVC, nell’Europa dell’ovest, questo insieme di società viene chiamato EVC Group, è prevista anche la costituzione dell’EVC Italia, come vedremo poi. La decisione dei partners di affidare i pieni poteri della gestione degli impianti dedicati alla produzione di CVM e PVC a questo EVC Group è anche di dedicare i pieni poteri nella vendita. All’articolo 7 di questi agreement, come sono chiamati, si legge in particolare chiaramente che l’Enichem e l’Ici intendono attribuire all’EVC, European Vinil Corporation, pieni poteri per la produzione e la vendita dei prodotti anche se per ragioni di contabilità e fiscali - e poi vedremo anche per un’altra ragione - non sembra opportuno passare la proprietà degli impianti immediatamente alla joint venture, ma questo avverrà successivamente non appena le due società troveranno un modo per poterlo fare. Sempre nel lucido 18 si vede che è intendimento ancora della Ici e dell’Enichem di fare in modo che gli impianti CVM e PVC siano dedicati esclusivamente alla produzione per la joint venture EVC, non possono produrre per altri, inoltre viene stabilito ancora che su ciascun stabilimento ci sarà un contratto a hoc calato nello stabilimento e quindi ritagliato sullo stabilimento, che regolerà le modalità di produzione e le modalità di rapporti tra l’EVC e la produzione negli impianti.

In questo periodo, precisamente il 20 giugno dell’86, come da isolf agreement, la Enichem Polimeri conferisce all’EVC Italia, che nel frattempo era stata costituita, il ramo commerciale dedicato al PVC, quindi praticamente trasferisce tutta la parte commerciale, compresi gli uomini, all’EVC. A valle di questo isolf agreement viene firmato l’8 ottobre dell’86 un altro contratto che è il vero e proprio contratto e che è il contratto - numero 19 il trasparente - che si chiama share holders agreement, o contratto fra i soci. Questo contiene sostanzialmente in via definitiva quanto è già contenuto nell’isolf agreement, che era un intendimento, e contiene inoltre la costituzione della joint venture, EVC, con sede in Amsterdam, qui istituisce due board, il supervisors board, di cui fanno parte i vertici delle società Enichem e Ici, e il Management Board, anche qui nel Management Board c’è il dottor Autori il quale è anche Presidente del Management Board, poi si vedrà perché lo sto tirando fuori continuamente. Quindi il dottor Autori trattava con Montedison, era Presidente dell’Enichem Polimeri e poi Enichem Base, è Presidente del Management Board, è all’interno anche di un altro istituto che viene fatto a Bruxelles, che vediamo fra un momento, e sarà poi vice Presidente vicario dell’Enichem - Anic. Negli holders agreement si stabilisce anche la costituzione di un centro di coordinamento tecnico a Bruxelles, e qui c’è un altro board che viene chiamato Board of Directors, di cui fa parte ancora Autori, dal centro di Bruxelles dipendono tutti i siti produttivi e tutte le società costituite per la parte marketing e vendite, inoltre anche il centro ricerche di Porto Marghera che viene ceduto in gestione nell’ottobre dell’86 all’EVC di Bruxelles, con tutte le sue strutture, con gli impianti piloti e con il personale addetto. Ricordo le società costituite per il marketing che erano: l’EVC Italia, Svizzera, Germania, Gran Bretagna e qualche tempo dopo è stata costituita Belgio e Francia. Share holders agreement dice che anche se non è opportuno trasferire la proprietà degli impianti all’EVC per i motivi che ho detto prima la data di inizio dell’attività è fissata il primo luglio dell’87. Qualche tempo prima l’Ici tira fuori un’altra grana, grana loro comunque, dice: io in Inghilterra non posso trasferire il mio personale all’EVC, ammesso che dia gli impianti all’EVC non posso trasferire il mio personale, perché il mio sistema pensionistico, che è diverso da tutti quegli altri europei, non me lo permette, quindi anche per questa ragione in ottobre dell’87 non è stato possibile il trasferimento degli impianti coinvolti all’EVC direttamente. Però trovano la soluzione i vertici, si sono riuniti, di una lavorazione per conto, cioè, i partners che rimangono proprietari degli impianti, sia italiani che inglesi, lavoravano per conto dell’EVC, e questo qui porta un notevole problema - ecco, ci sono arrivato - a Porto Marghera. Perché? Perché a Porto Marghera c’è la Montepolimeri che lavora per conto dell’Enichem Base, ma l’Enichem Base lavora per conto dell’EVC, quindi avremmo un conto lavorazione del conto lavorazione, che ovviamente non poteva che generare dei pasticci. A questo punto l’Enichem Base, i vertici si riuniscono e decidono che, vertice ovviamente dell’Enichem e della Montedison, e decidono che alla mezzanotte del 30 ‘giugno 87 il personale, così, dalla sera alla mattina, passa a ruolo Enichem Base, quindi da Montepolimeri Enichem Base, sono 350, 360, non ricordo esattamente il numero di persone, comunque la direzione del Petrolchimico rimane alla Montedipe e l’Enichem Base si adegua ad essere una società ospitata, la società Montedipe è ospitante e ha la direzione dello stabilimento, mentre l’Enichem Base è una società ospitata. Cosa vuol dire? Vuol dire che vive all’interno del Petrolchimico attenendosi a tutte le regole e a tutti i comportamenti in vigore in fabbrica ed adoperando tutti i servizi di fabbrica, ausiliari, generali e industriali, che la società ospitante gli fornisce. Tutto il coordinamento di tutto quello che succede in fabbrica è sempre della società ospitante che è Montedipe. Lucido numero 20. Il terzo contratto, che è quello che era sempre previsto dall’isolf agreement e poi confermato dagli share holders agreement, è il cosiddetto PSA o Production Services Agreement che è particolare per ogni stabilimento, il Production Services Agreement di Porto Marghera entra in funzione il 30 giugno ‘87, cioè lo stesso giorno del passaggio a ruolo del personale Montepolimeri coinvolto a Enichem Base. Inoltre cosa stabilisce questo PSA? La costituzione di una figura che si chiama section manager, questo manager è un manager dell’Enichem Base, però è nominato dall’Enichem Base ma scelto EVC, cioè, deve operare un uomo dedicato all’EVC, che deve operare full time, a tempo pieno per l’EVC e quindi ricevere ordini da Bruxelles, se Bruxelles chiede deve essere sostituito immediatamente, non mi va bene questa persona, nel giro di 24 ore me ne dai un’altra che però deve andare bene a me Bruxelles. Inoltre il PSA stabilisce che l’Enichem Base deve fare in modo che gli impianti CVM e PVC siano dedicati esclusivamente all’EVC, che il relativo personale sia sotto la direzione e il controllo dell’EVC a spese dell’EVC, che ovviamente me lo deve pagare alla fine tramite Enichem Base. La EVC ha anche i pieni poteri della gestione della produzione. Che cosa succede per gli investimenti? Gli investimenti sono proposti dal section manager, che è l’uomo che abbiamo detto, questa figura particolare, il quale però deve avere la preventiva autorizzazione dell’EVC, una volta che ha ottenuto attraverso un documento che si chiama CEP, Capital Espenditur Progect mi sembra che sia, attraverso questo documento ottiene l’autorizzazione di Bruxelles, quindi propone, attraverso documenti Enichem o documenti Montedison, che al momento si mescolano tra loro, ma sono equivalenti, che sono le.., vedremo dopo perché, propone alla Enichem Base l’investimento. L’Enichem Base non può rifiutarlo, deve fornire i mezzi economici, perché così è previsto dai partners, quindi l’Enichem Base si limita a fornire i mezzi economici e poi cosa fa? Addebita gli ammortamenti all’EVC, cioè, mi rifaccio dell’investimento che ho fatto facendoti pagare l’ammortamento che va maturando. La stessa cosa succede, lo stesso iter è uguale per quanto riguarda gli investimenti ecologici, con un’unica differenza, investimenti ecologici e di sicurezza, con un’unica differenza, che l’Enichem base se ne assume l’onere, cioè non addebiterà gli ammortamenti conseguenti, se li terrà in casa sua. In quel periodo, soldi di allora, sono spesi circa 18 miliardi. Non vi racconto, anche per non annoiarvi, com’erano nel dettaglio i documenti, le CEP ho già detto che cos’erano, per quanto riguardava l’Enichem c’erano in vigore le Rac, che significano richieste apertura commessa, l’equivalente documento della Montedison si chiamava Adi, sostanzialmente l’importante era che era il Section Managner che li mandava alla divisione cloro - soda dell’Enichem Base dopo aver ottenuto l’autorizzazione di Bruxelles, e quindi sostanzialmente per quanto riguarda Enichem Base era una struttura quasi amministrativa che serviva questo.

Queste Rac, o queste Adi, dopo la firma del capo divisione prendevano o la mia firma o la firma del dottor Autori che era Presidente della società. Era una formalità amministrativa. Per quanto riguarda la manutenzione l’iter è pressappoco analogo, il section Manager proponeva, dopo avere avuto l’autorizzazione del budget da parte di Bruxelles, proponeva all’Enichem Base, l’Enichem Base lo inseriva nel proprio budget, dopodiché passava a Montedipe... base per l’esecuzione perché è Montedipe che coordina le imprese di manutenzione, comunque le manutenzioni all’interno dello stabilimento. Poi stabilisce anche dei contratti generali con Montedipe a favore di Enichem Base che però sono autorizzati e controfirmati anche dalla EVC, la Montedipe è la land lord, così è chiamata, cioè la società ospitante, da questi servizi io vi cito quelli che a me sembrano più interessanti per il processo. Ci sono le analisi riferite al controllo ecologico e ambientale, il trattamento delle acque reflue, incluse le acque clorurate, lo smaltimento dei rifiuti solidi in discarica controllata, l’incenerimento dei prodotti policlorurati, la protezioni ambientale e la sicurezza incluso il monitoraggio ambientale, l’immagazzinamento, lo stoccaggio dei liquidi, la logistica, il pronto intervento, l’emergenza, le tecnologie della sicurezza, il servizio sanitario, la manutenzione delle fogne delle vasche dei canali, la supervisione degli appalti e la gestione delle imprese di facchinaggio. Per quanto riguarda i reflui poi, Montedipe si obbliga a controlli continui e saltuari ai limiti di batteria del complesso CVM e PVC di Enichem Base per verificare se sono a specifica secondo le specifiche concordate tra le sue società, e se sono a specifica è di Montedipe l’onere di riportarle per quanto è previsto dalla legge per la laguna, se non sono a specifica la Montedipe ha anche il diritto di chiudere le discariche e non accettarle più. Riassumendo tutto quanto detto - e adesso vedrete perché mi serve - c’era il rapporto con la Montedison e con Montedipe, contemporaneamente i colloqui e l’inserimento dei gruppi di lavoro e il coordinamento del gruppo di lavoro, i negoziatori con l’Ici e la gestione, il coordinamento dei negoziatori della Ici, la costituzione dell’EVC holding, la costituzione dalle EVC europee, la formulazione dei contratti tra EVC ed Enichem, la formulazione di contratti con Montedipe per i servizi, la partecipazione e il Management Board dell’EVC in qualità di Presidente, la partecipazione al consiglio di amministrazione dell’EVC Italia e per finire il resto dell’Enichem Base da gestire, e questo non era poco, tutto questo ricadeva nelle spalle del dottor Autori ed è stato in questo periodo che sono stato chiamato dal Presidente dell’Enichem il quale mi ha detto: devi andare a fare l’amministratore delegato in aiuto ad Autori perché non ne viene più fuori, tali sono le sue mansioni, la nomina è stata fatta l’11 marzo dell’86 e l’accordo era, non scritto ovviamente, verbale, che io dovevo occuparmi del resto. Nel lucido numero 21 c’è la suddivisione dei compiti tra me e Autori. Siamo arrivati rapidamente subito alla suddivisione dei compiti perché il dottor Autori mi disse: io ho talmente tante cose da fare in giro per l’Europa che se mi gestisci il resto mi va più che bene. Allora nella prima parte si vede cosa doveva fare il dottor Autori, e che è sostanzialmente quello che ho appena detto, cioè continuare le trattative e i rapporti con Montedison, le trattative e i rapporti con la Ici, la costituzione dell’EVC, i rapporti con l’EVC, essere dentro all’EVC come Management Board, e nel comitato di gestione. Sotto, nella seconda parte, c’è quello che rimaneva a me; cosa rimaneva a me? Dovevo gestire il budget e il controllo di budget, gli investimenti, che sono stati notevoli, come si vede alla fine del lucido, esattamente 264 miliardi nell’86, 229 miliardi nell’87, gli acquisti delle materie prime, la gestione della produzione, degli impianti che erano i crackers di Priolo, Porto Torres e Gela, i polietilene a bassa densità di Brindisi, Ferrara, Ragusa, Gela e la loro razionalizzazione, basta pensare che Brindisi e Gela aveva degli impianti fermi e ho dovuto razionalizzarli e rimetterli in marcia. I polietilene ad alta densità di Brindisi e di Porto Torres, con le modifiche che erano in corso, i polietileni di Assemini e Priolo, Assemini era un piccolo impianto che serviva però per prodotti particolari, mentre Priolo era anche un impianto in avviamento, e chi sa di avviamenti impianti sa cosa vuol dire il lavoro tra avviamento e messa a punto degli impianti.

Inoltre i cloro - soda di Gela, di Porto Torres e di Cagliari e i servizi ausiliari, generali e industriali di tutte le fabbriche dove l’Enichem Base era società ospitante, ho spiegato prima cosa voleva dire società ospitata e società ospitante, e ricordo che invece a Marghera Enichem Base era una società ospitata da parte della Montedipe. Inoltre avevo anche da gestire il marketing, le vendite, le ricerche, i piloti, gli impianti piloti di Ragusa e le produzioni di nuovi catalizzatori a Milano e a Ferrara e il personale era di 5.457 unità e ci dovevano essere quindi anche i rapporti con i sindacati da mantenere, inoltre, quando sono stato nominato, mi era anche stato detto: a breve prepara la gente, prepara i manager e tutti alla fusione perché l’Enichem Base sarà riassorbita dall’Enichem - Anic, che il 27 maggio dell’85 da Anic era diventata Enichem - Anic.

Concludendo: Autori ha continuato a fare il suo lavoro, io ho continuato a fare il mio, ognuno si è interessato del proprio lavoro, evidentemente ci raccontavamo le cose, però ognuno faceva le proprie gestioni, le proprie mansioni, e questo è successo sia durante il periodo Enichem Polimeri, sia durante il periodo Enichem Base ed anche durante l’Enichem - Anic, anche se, come ho spiegato prima, il lavoro, la mansione o il titolo di Autori era vice Presidente vicario dell’Enichem - Anic, mentre il sottoscritto aveva ripreso il vecchio nome di direttore generale delle attività chimiche di Enichem - Anic. Qui, per essere esatti, nell’allegato A) si parla ancora di Anic, mentre invece è bene precisare che non è più l’Anic di primo livello, capo gruppo che dipende dall’Eni, ma è l’Enichem - Anic che dipende dall’Enichem, che è questa la nuova capo gruppo che dipende dall’Eni. E siamo arrivati così ad un altro capitolo, il capitolo American Appraisal. Anche qui, dico subito che io non ho partecipato in alcun modo, non ho mai visto, avuto, ricevuto, lettere, schede, o visto o ricevuto e visto, delle relazioni, ho solo visto dei documento, dopo il rinvio a giudizio mi sono dato da fare presso lo studio del professor Stella a guardare faldoni etc., ho solo visto dei documenti che mi sembrano interessanti e qui riporto. Uno è il primo verbale che è stato fatto nell’aprile, no, il 26 settembre dell’88, di una riunione che è stata fatta in via Mozart a Milano, il verbale, sono presenti Amato e Cerani per la Montedison, Bianchi, l’ingegner Bianchi, e Franchi per l’Enichem, Guerzoni per l’American Appraisal e un certo Petrini per la Ercore Marelli Servizi, che poi non so se ha più partecipato o meno. In questo verbale si dice che American Appraisal può dare il servizio al massimo per 250 impianti entro il 15 ottobre dell’88, i siti produttivi da indagare sono: Marghera, Priolo, Brindisi, Ferrara, Ravenna, Gela, Porto Torres, Manfredonia e Mantova, e poi eventualmente verranno attaccati altri siti quali San Giuseppe di Cairo, Rho, Pieve Vergonte e Pisticci. L’American Appraisal si riserva di inviare a Bianchi e a Cerani, per la Montedison, le schede concordate che sono predisposte per essere riempite da ciascuna società in autonomia, anche per i problemi ecologici saranno inviate delle schede apposite che saranno riempite in autonomia dalle sue società senza il controllo di, dell’altra società. Il 28 settembre dell’88 i due direttori amministrativi dell’Enichem e della Montedison firmano l’ordine a Enichem Base, questo è nel faldone 75, lo ricordo. In una lettera del 30 settembre, quindi di due giorni dopo, l’ingegner Bianchi, che nel frattempo, ma non nel frattempo, circa un anno prima, da Enichem - Anic dove era direttore generale era passato a fare il vice direttore generale per l’ingegneria all’Enichem capo gruppo, quindi la gestione dell’American Appraisal è dell’Enichem, non dell’Enichem - Anic, scrive una lettera ai vertici aziendali dove dice che a valle dell’ordine dato in due settimane saranno espletate le operazioni da parte dell’Enichem, dell’American Appraisal e manda copia di questa lettera all’Enichem Augusta, l’Enichem Lastomere, l’Enichem Fibre, Enichem Agricoltura, Enichem - Anic, Enichem Sinthesis, Enichem Tecnoresine, perché ognuna di queste società deve mettere a disposizione delle persone per collaborare con l’Enichem Anic coordinate dall’ingegner Bianchi. L’American Appraisal dà 24 nomi di loro tecnici che sono quelli che devono visitare in due settimane i 240 impianti. Per concludere anche questo punto, non ho mai conosciuto persone dell’American Appraisal, mai visto riunioni, mai presenziano a riunioni, ricevuto o visto lettere o schede o relazioni. Alla fine consideriamo l’ultimo mio periodo che è un po’ il periodo nero, ed è il periodo, almeno per quanto riguarda la mia carriera, ed è il periodo di direttore dell’ambiente della società Enimont dal dicembre ‘89 al maggio ‘91; cosa succede? Io ero direttore generale per l’attività chimiche dell’Enichem - Anic, arriva l’Enimont e io come altri sono senza tanti complimenti accantonato, esautorato, silurato, come volete, sono stato estromesso e nessuno mi ha dato una spiegazione, e mi viene data questa posizione, che si viene lì nel lucido, di direttore ambiente a livello della holding.

Allora qui devo spiegare, nel periodo Enichem - Anic, quando l’Enichem - Anic era capo gruppo, aveva un servizio di sicurezza centralizzato, però si trattava di divisioni, questo servizio sicurezza centralizzato serviva le divisioni, dopo che è stata costituita la Enichimica poi diventata Enichem, che era capo gruppo, sotto l’Enichem si sono formate tutte quelle società che abbiamo visto prima e tutte le società si sono date un servizio di sicurezza e ambiente.

Quando ci siamo uniti con l’Enimont anche l’Enimont aveva la stessa organizzazione, l’ho schematizzata là, sostanzialmente c’erano 40 o 41 stabilimenti, non ricordo bene quanti, che avevano un proprio Pas, anche l’Enichem ha adottato la parola Pas, che significa protezione ambientale e sicurezza. Ogni società dell’Enimont, io le ho schematizzate, Enimont 1, 2 e 3, ma erano circa 12, avevano un proprio Pas, quindi cosa ci stava a fare la direzione ambiente, quando i Pas operativi erano quelli sotto? Quindi era anche difficile trovare uno spazio e che cosa fare, come fare, con chi interagire, quindi è stato veramente un periodo nero, tanto è vero che nei primi mesi sono andato in cerca di piazzarmi da qualche altra parte, perché proprio non riuscivo a mandare giù questa cosa, poi verso la fine dell’anno, visto che l’Enimont andava sciogliendosi e tornava all’Enichem, mi è stato detto: stai buono che poi vedrai che ti sistemeremo, come in effetti poi è successo. Nel frattempo però uno stipendio lo avevo e qualcosa dovevo corrispondere alla società. Mi erano arrivati alcuni collaboratori, alcuni significa 4, di cui uno poi, l’ingegner Trotta, mi è stato portato via perché è stato dato in comando alla direzione legale, quindi il ragionamento con i 3 che mi sono rimasti è stato: che cosa dobbiamo fare, che spazio dobbiamo dare, come può rendersi utile questa direzione ambiente. Allora abbiamo detto: cerchiamo di capire che cosa fanno gli altri e siamo andati a vedere che cosa facevano le altre società. Vediamo il prossimo. Quindi, dandoci da fare abbiamo organizzato una serie di convegni, di incontri, abbiamo ricevuto gente da noi, siamo andati noi in giro per l’Europa ed anche per Stati Uniti a discutere con questa gente per sapere che strategie sull’ambiente utilizzavano, se avevano delle leggi quadro da inserire in tutte le società, perché queste erano le holding da inserire per le società operative, cosa che avremmo voluto fare anche noi e così via. Non sto a leggere tutte le riunioni che abbiamo fatto perché si vedono benissimo lì, ad aprile abbiamo fatto un convegno a Ravenna molto importante con la partecipazione della Saic, che era la società che principalmente collaborava con l’EPA americana, ma poi siamo stati a Parigi, a Milano, Parigi, Bruxelles, Bruxelles, Milano, Amsterdam, Londra, Milano ancora diverse volte, per finire ai primi di marzo del ‘91, quando già sapevo dove sarei andato a finire, cioè in un’altra società dell’Enichem, che era la società di raffinazione che si chiamava Provel, siamo stati circa un mese negli Stati Uniti e siamo stati ricevuti da tutte queste società che si vedono, che erano la Saic, la Union Garbait, la Dupont Chemical, il Marcel Institute, la Proctel e Gambel, l’EPA di Washington, Triangle Park di Cincinnati, poi siamo stati alla Camera di Commercio e a tutte queste cose qui, chiacchierando e discutendo con questi signori abbiamo capito finalmente qual era la scopo che potevamo dare alla direzione ambiente, ed era quello di produrre una legge quadro che fosse valevole per tutte, a livello di holding ovviamente, che fosse valevole per tutte le società che dipendevano dall’Enimont diventata ora Enichem.

Quali sono i principi di queste linee guida che abbiamo subito messo giù? Sono l’Enichem e le società controllate dichiarano pubblicamente la volontà di operare emettendo piani per la sicurezza e per l’ambiente tali da rispettare le leggi vigenti, le norme e gli standard aziendali, prevedere e anticipare il trend legislativo, cosa significa trend legislativo? Verificare in anticipo cosa si fa negli Stati Uniti, in particolare in California, in Europa, in particolare Olanda e Germania, che erano le più sensibili, cosa bolliva in pentola all’undicesima divisione della CEE che era deputata a proporre norme per l’ambiente, in maniera tale da recepire in anticipo di alcuni anni quello che sarebbe successo poi anche nella legislazione italiana, una volta elaborato questo trend obbligare i progettisti ad adoperarlo, quindi adoperare anzitempo quanto previsto dalla legge e questo ha anche un risvolto economico. Dimostrare l’impegno costante per l’ambiente e la sicurezza alle autorità, progettare e gestire gli impianti e gli stabilimenti assicurando la tutela e la saluta dell’ambiente, produrre e vendere sostanze che se usate, manipolate, immagazzinate, distribuite e poste a discarica secondo le prescrizioni dell’azienda che le produce siano sicure per la salute e per l’ambiente, essere certi che tutti i dipendenti aziendali delle imprese operanti in fabbrica siano addestrati ad adoperare con cognizione dei rischi potenziali, ragionevoli rischi ovviamente, connessi. Le linee guida devono essere inviate dal Presidente o dai Presidenti delle società a tutti i dipendenti della società. Ciascun dipendente a qualsiasi livello deve assumersi le responsabilità attinenti il proprio ruolo e così via. Inoltre, per finire, deve esserci un piano sistematico di (holding) interni alla società. Queste linee guida io le ho lasciate in bozza al mio successore quando sono stato prima inserito nel consiglio di amministrazione della Provel e poi sono diventato Presidente della.., il tempo di farle stampare e io con lettera personale le ho inviate a tutti i dipendenti della Provel, ed era luglio del ‘91, sono stato nominato nel maggio del ‘91 Presidente della Provel. Nell’ultimo, ma non ve lo leggo, l’ultimo lucido è il contenuto delle procedure delle linee guida, che sono un volumetto così, che contengono tutte le procedure generali, le procedure di sicurezza, le procedure di sicurezza per i prodotti, le procedure per la protezione dell’ambiente, le procedure per la tutela della salute nei posti di lavoro. E con questo ho finito i lucidi. Mi rimane un’ultima cosa, credo di aver con questo dimostrato abbondantemente la mia estraneità a tutte le vicende del Petrolchimico di Porto Marghera. Mi rimane un’ultima cosa da dire, da confutare, quanto testimoniato qui l’ingegner Caltabiano poco tempo fa. Ripetendo quello che aveva già testimoniato in altra occasione ha detto che si era recato nello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera e che il direttore e il responsabile del Pas gli avevano assicurato che non c’erano problemi di alcun tipo, poi, dice Caltabiano, una volta che siamo diventati una grande e un’unica famiglia, vale a dire quando la Montedipe si è fusa con Enichem - Anic, cosa che è avvenuta nel giugno del ‘91 se non erro, o in quelle date lì, allora il direttore di Porto Marghera è venuto in sede dai vertici dell’Enichem - Anic a protestare, a dire: guardate che io ho dei guai, ho degli inquinamenti nel terreno che vanno risanati. Il Caltabiano dice di aver riferito a me, unitamente all’amministratore delegato della società Enichem Base, di questa vicenda. Allora, faccio rilevare che l’amministratore delegato dell’Enichem Base è stato nominato in luglio, che la fusione è avvenuta in giugno e io ero già da alcuni mesi Presidente della Provel, quindi si confonde evidentemente con le date l’ingegner Caltabiano, non si ricorda bene, evidentemente ha conferito con il mio successore e non con me. Con questo ho finito e ringrazio.

 

Avvocato Stella: vengono acquisiti agli atti i lucidi?

 

Presidente: sì, certamente.

 

PRESOTTO - Produrremo i lucidi ed anche tutto quello che va allegato, ordini di servizio e così via, ci vorrà qualche giorno di tempo per prepararli.

 

Presidente: bene, proseguiamo allora.

 

Avvocato Stella: dottor Smai.

 

 

DICHIARAZIONI SPONTANEE IMPUTATO

 SMAI FRANCO

 

SMAI - Sono dottore in chimica, sono stato nominato responsabile dell’insediamento Enichem di Porto Marghera nel settembre del 1987 e sono rimasto in quella posizione fino al dicembre del 1988 quando poi sono stato posto in prepensionamento, cioè in pratica poco più di un anno. Prima di venire a Marghera ero direttore dell’insediamento Enichem di Ferrara.

L’ingegner Presotto ha già detto parecchie cose di quel periodo per cui mi limiterò ad alcuni punti soprattutto per spiegare meglio quali erano gli ambiti dei miei poteri e le mie responsabilità in quel periodo. Come sappiamo tutti nel 1983 Montepolimeri e Montedipe avevano ceduto la Riveda, parliamo di Enichem, perché in quella girandola di società, che anche Presotto le ha indicato, ci si perde, meglio dire Enichem, gli impianti di PVC e di cloruro di vinile di Porto Marghera, ma lasciandoli però in affitto alla Montedison fino al giugno del 1987, perciò in pratica gli impianti sono passati in gestione all’Enichem solamente più o meno al mio arrivo. Gli impianti sappiamo benissimo quali sono, comunque CV22, 23, 24, il CV6, CV5/15, VC1, il PA2/4, CV8, SA7, CV7, a quei tempi il centro ricerche e gli impianti piloti del centro ricerche erano già stati conferiti all’EVC, perciò non facevano più parte di questo insediamento. Nell’insediamento Enichem di quei tempi vi era ancora il laboratorio di controllo del prodotto finito e i servizi amministrativi, in pratica amministrazione, controllo di gestione e personale, più un piccolo gruppo di ingegneria che si occupava praticamente della modifica agli impianti, tutto il rimanente dello stabilimento come impianti, terreni e servizi, era rimasto al Montedison.

In quel periodo pertanto nel Petrolchimico ci sono, coesistono due realtà, due direttori, il direttore del Petrolchimico vero e proprio, prima l’ingegner Schiavo e poi l’ingegner Zerbo, dal quale dipendono in pratica tutti gli altri impianti, eccetto quelli che ho citato, i terreni e i servizi, e solamente la parte degli impianti che ho citato che vengono diretti da me. In quel periodo, poco prima che io arrivassi a Porto Marghera, era stata firmata tra Montedipe ed Enichem Base la convenzione per la somministrazione di servizi di cui anche l’ingegner Presotto ha parlato. Conseguenza che vorrei citare immediatamente, molto importante, secondo me, di tutta questa cosa, è la completa estraneità e miei doveri e miei poteri del problema delle discariche. Onestamente devo dire che di queste discariche non solo non ne sapevo niente ma ne ho sentito parlare per la prima volta solamente quando questo processo è cominciato. Nel passaggio degli impianti dalla Montedison all’Enichem in gestione era rimasto in gestione alla Montedipe il CV7, cioè il magazzino del prodotto finito, e Montedipe lo gestiva o con personale proprio o con personale d’impresa ma sempre controllato dalla stessa Montedipe, questo fino alla fine di giugno dell’88 quando il contratto che avevamo con Montedipe è stato trasferito alla Transfert.

Adesso qui vorrei citare alcuni di quei servizi, ovviamente non li vado a nominare tutti, perché sono moltissimi e alcuni sono di pochissima importanza, la portineria, i servizi generali, queste cose qui, non sono importanti, comunque la convenzione dice ad un certo punto che Montedipe avvalendosi di personale qualificato predisponendo ed organizzando con i criteri della migliore economicità ed efficienza tutti i mezzi tecnici e finanziari necessari allo scopo garantendo sin d’ora di possedere conoscenze tecniche e organizzative adeguate per lo svolgimento dei servizi stessi ad regola d’arte ed assumendone la responsabilità. Infatti nell’organizzazione di quei tempi di Enichem due figure di servizio erano indicate una per la protezione ambientale e la sicurezza e una per la logistica, ma si trattava in realtà di due persone singole, non avevano né struttura né personale, anzi addirittura nel caso della protezione ambientale quando io sono arrivato non c’era proprio nessuno, è stato inserito un giovane laureato qualche mese dopo, questi però avevano solo il compito di tenere i contatti con la Montedison per verificare che è Montedipe che effettuasse i servizi che ci doveva nel rispetto dei contratti che sono stati firmati. Fra questi contratti vorrei citarne alcuni, sono solo i più importanti: prestazioni di ingegneria, assistenza tecnica e l’ingegneria relativa ad esecuzione di modifiche degli impianti gestiti da Enichem, le prestazioni di laboratorio dello stabilimento, cioè praticamente analisi chimiche, fisico chimiche, fisiche, cioè, volumetriche, spettrometriche, cromatografiche, qui ne cita tutta una serie, riferite soprattutto al controllo ecologico ed ambientale. Poi si parla...

 

Avvocato Stella: scusi se la interrompo, ma così non si capisce tanto il senso di quello che dice, deve spiegare bene, perché lei ha parlato per esempio delle discariche, spieghi un po’ il senso di quello che ha detto.

 

SMAI - Ho spiegato che tutto quello che si riferiva per le discariche di cui ho sentito parlare molto dopo che è cominciato questo processo, arrivando io a Porto Marghera non ne avevo mai sentito parlare, erano discariche gestite dalla Montedison in terreni o in proprietà Montedison o non so dove e non c’era nessun motivo per cui la direzione Montedison raccontasse a me che cosa aveva fatto in quelle discariche, perché evidentemente non rientrava nelle mie responsabilità né nei miei terreni. Faccio presente che gli impianti di cui ho parlato e che erano parte dell’insediamento Enichem non erano concentrati in un punto particolare, in un’area particolare dello stabilimento, ma erano distribuiti qua e là in tutto lo stabilimento fra di loro anche molto lontani. Per esempio fra il CV22/23 e CV6 e 24 c’erano più di 2 chilometri di distanza e tutto quello che c’era in mezzo era rimasto di proprietà Montedison e di gestione Montedison, perciò se là c’erano cose interrate dapprima dalla Montedison non c’era nessun motivo per cui loro me lo dicessero. Allora, tornando alle prestazioni che Montedison ci doveva, uno molto importante il trattamento e lo smaltimento degli effluenti. Il trattamento di effluenti liquidi, combustione residui liquidi e semiliquidi in forni di incenerimento, smaltimento dei rifiuti solidi in discarica controllata. Per il trattamento degli effluenti liquidi Montedipe specifica che dispone di un impianto biologico centralizzato per la depurazione di acque di scarico con annesso incenerimento fanghi e residui liquidi, di impianti di neutralizzazione di acque acide e alcaline, di un impianto di trattamento acque... con presenza di clorurati organici e forni di incenerimento e sottoprodotti organici clorurati, compresi i PCV e si stabilisce che Montedipe effettuerà in detti impianti il trattamento delle acque reflue provenienti dai reparti della somministrata. Sempre nel contratto che abbiamo detto ci sono due frasi estremamente importanti secondo me. La prima dice che la somministrante - che è la Montedipe - garantirà che lo smaltimento delle acque trattate sarà effettuato in conformità alle norme vigenti in campo ecologico ambientale; in pratica è responsabile la Montedipe di quello che poi i suoi impianti di trattamento scaricheranno. Dice altresì che la somministrata - cioè Enichem - dovrà rispettare le procedure generali della somministrante e fa riferimento ad un allegato 2 in cui si dice che noi non dovevamo mai superare i valori indicati in quell’allegato 2. In quel brevissimo periodo - perché sono stato, come ho già detto, solamente un anno - non è mai successo, non ho mai avuto segnalazioni di questo tipo, infatti se ci fossero state la Montedipe si riservava la facoltà di interrompere il trattamento e non è mai successo. Anche per quanto riguarda lo smaltimento dei residui l’Enichem li dovrà inviare a Montedipe, il quale li tratterà o in inceneritore o in discariche controllate. Un altro servizio estremamente importante in quel periodo in particolare è il servizio di protezione ambientale e sicurezza. Anche qua è inutile andare a leggere tutta la frase, ma Montedipe garantisce di avere personale, attrezzature, etc., qualificate e di poter pertanto fare per conto Enichem tutta una serie di servizi nel campo dell’ambiente estremamente importanti: individuazione e misura dei fattori di rischio chimici, fisici e biologici presenti nell’attività industriale; controllo e valutazione della qualità degli ambienti di lavoro e degli effluenti - solidi, liquidi e gassosi - nel rispetto delle normative vigenti; individuazione delle metodiche di campionamento e le analisi degli effluenti solidi, liquidi e gassosi negli ambienti di lavoro; assistenza per la scelta, la progettazione, la messa a punto, l’esercizio, la manutenzione degli analizzatori relativi alle analisi ambientali aria e acqua. E’ evidente pertanto, come infatti avveniva, che anche il funzionamento dei gascromatografi, che erano sistemati in ogni impianto per monitorare la presenza del cloruro di vinile, era come gestione e manutenzione dedicate a Montedipe, anche come tarature, infatti ogni tanto venivano a fare dei controlli con delle provette che contenevano quantità determinate di cloruro di vinile per vedere se i gascromatografi rispondevano.

Un altro servizio molto importante è il servizio sanitario. In fabbrica esisteva un servizio centralizzato, i nostri operai Enichem venivano controllati periodicamente, secondo un calendario prestabilito anche con l’U.L.S.S., da parte del servizio medico di fabbrica.

A questo punto devo rilevare: primo, in questo caso solamente dopo che è cominciato questo processo io ho sentito parlare della relazione medico sanitaria dell’istituto di medicina del lavoro dell’Università di Padova della seconda metà degli anni 70, nessuno me ne aveva mai parlato prima, non solamente in questo caso la direzione della Montedipe, ma neppure la Fulc o il Consiglio di Fabbrica; così come in periodo almeno in cui io sono rimasto là né il servizio medico Montedipe né il Consiglio di Fabbrica o altra organizzazione statale né persone singole hanno mai chiesto trasferimento dagli impianti dell’Enichem dove si produceva e si utilizzava cloruro di vinile, ripeto, sempre in quell’anno e poco più che io sono rimasto là. Questo per quanto riguarda gli impianti di trattamento di tutte le acque, come più o meno abbiamo già visto, di tutti i prodotti uscenti, cioè il biologico centralizzato, l’SG31, l’impianto di neutralizzazione delle acque acide alcaline, l’SM15/30, il trattamento delle acque con presenza di clorurati organici, CS30, tutti questi sono sempre stati gestiti dalla Montedipe. Pertanto ritengo che in questo campo non mi si possa fare alcun addebito dato che tutto quello che riguardava questi trattamenti e questi controlli per la sicurezza sugli impianti veniva in realtà effettuato dalla Montedipe come da contratto e non mi hanno mai segnalato anomalie. Ripeto, venivo da Ferrara, non avevo lavorato mai, per lo meno in questa fabbrica, pertanto appena arrivato la prima cosa che ho fatto ho cercato di verificare qual era la situazione degli impianti soprattutto da un punto di vista della sicurezza e dell’igiene ambientale. Vorrei chiarire, non solamente per quanto afferisce il cloruro di vinile o il D.P.R. dell’82, ma per tutta la casistica dell’igiene ambientale e della sicurezza, che è una casistica molto, molto vasta. Qualche esempio: rete antincendio, reti elettriche, scale, impalcati, mezzi di protezione individuale, ce n’è quanti se ne vuole. E ovviamente anche per quanto riguarda il D.P.R. dell’82 il cloruro di vinile e in generale i prodotti tossici presenti in quegli impianti. Ho effettuato un primo controllo abbastanza rapido assieme ai capi reparto, al personale tecnico di reparto, che era poi lo stesso che era stato a Montedison fino a pochi mesi prima, e mi hanno non solo presentato gli impianti, ma anche spiegato tutte le modifiche che tra gli anni 70 e gli anni 80 erano state effettuate dalla Montedison e come precedentemente ci fossero indubbiamente delle situazioni pesanti, ma che erano state praticamente superate. Ho parlato di questo anche per... dato che il Pas Montedison ci doveva questo servizio, anche con le persone del Pas Montedison, soprattutto perché avendo gestito la Montedipe, gli impianti dell’Enichem dall’83 all’87, volevo essere sicuro che nel periodo in cui gli impianti erano Enichem, ma li aveva gestiti la Montedison, li avesse gestiti nel rispetto di tutte le norme di sicurezza e di igiene ambientale. Ovviamente questi mi hanno garantito e mi hanno anche mostrato delle relazioni che ogni tanto facevano e anche dei tabulati dei vari gascromatografi da cui si rilevava che dall’83 in poi le concentrazioni di cloruro di vinile erano sempre ampiamente al di sotto delle 3 parti per milioni di cui parla il D.P.R. dell’82. Ovviamente non mi sono accontentato di questo, ma ho organizzato quelle che io chiamavo revisioni di sicurezza - è una frase che ho inventato io - che facevamo ancora con il personale del reparto, ma anche con personale della sede di Milano dell’Enichem esperto in protezione ambientale e sicurezza, in modo che mi dessero un supporto per la verifica di questi impianti. I risultati sono stati positivi, cioè anche questa indagine effettuata assieme al personale di Milano diede un risultato positivo, gli impianti in quel momento erano in sicurezza, le concentrazioni dei prodotti tossici - non solo del CVM, ma anche degli altri - erano sempre al di sotto dei limiti.

Esistevano negli impianti delle normative di intervento in caso di incidenti rilevanti. Nel periodo in cui io sono stato a Porto Marghera non ce ne sono stati mai. Fra l’altro i capi reparto facevano molto spesso delle riunioni con il personale, a qualcuna ho partecipato anch’io, per spiegare quali erano le problematiche di sicurezza, come ci si doveva comportare e così via; facevano anche delle prove simulate di intervento in caso di incidenti. Fra l’altro all’impianto CV22, ma nel mio periodo solo al CV22, avevamo chiesto al Comune di Venezia di poter installare un nuovo forno, per cui personale dell’U.L.S.S. è venuto a fare una verifica rilevando che tutte quelle che erano apparecchiature di controllo del CVM nell’ambiente andavano bene; l’unica cosa che chi hanno chiesto è di ridurre i tempi fra un prelievo e l’altro del campione del gascromatografo, cosa che abbiamo fatto immediatamente. Visto che sembrava almeno che tutti gli impianti fossero a posto e che tutto andasse bene da questo punto di vista, mi sono posto anche un altro problema che avevo vissuto in passato per altri prodotti, cioè: dagli impianti vi erano degli effluenti gassosi, prevalentemente era aria, ma conteneva quantità di clorurati organici estremamente piccoli, però c’erano. Siccome l’enorme quantità di aria che veniva mandata, la quantità di aria che veniva mandata era molto forte, moltiplicando queste piccole quantità di clorurati organici con la quantità enorme di aria che veniva mandata fuori venivano fuori delle quantità totali di clorurati organici abbastanza rilevanti. Mi sono voluto assicurare di cosa questo realizzava poi a livello di terreno, a livello del suolo, dove c’era la gente, sia all’interno dello stabilimento, ma fuori dagli impianti che già erano monitorati dal gascromatografo, sia all’esterno dello stabilimento, tutta l’area al di fuori di quello stabilimento. Ho chiesto pertanto ai miei superiori a Milano di mandarmi del personale e della attrezzatura per fare questo rilievo, mi è stata mandata una centralina mobile di rilevamento, in pratica un autocarro attrezzato per il prelievo di campioni di aria da Ravenna e venivano poi mandati i campioni a Ravenna per le analisi, e del personale proveniente in parte da Milano e in parte da altri stabilimenti, mi sembra anche questi da Ravenna. Abbiamo fatto tutta una serie di determinazioni dalle quali risultava che in alcuni casi - molto pochi in realtà - si trovava presenza di cloruro di vinile, sia pure in quantità estremamente bassa, si parlava di parti per miliardo, non di parti per milione.

Esiste una relazione in questo campo fatto dal laboratorio di Ravenna, che però è arrivata qui nell’89, a noi i dati li davano man mano che li avevano ovviamente. Pertanto ho pensato che sarebbe stato più opportuno ridurre queste emissioni il più possibile. Ho fatto fare uno studio al Centro Ricerche, che era EVC, bastava chiederlo e queste cose le faceva, ed è il risultato che in pratica modifiche agli impianti così come erano fatti non erano possibili e che l’unica cosa che si poteva fare era inviare tutti i gas effluenti ad un forno di incenerimento che bruciasse le sostanze organiche clorurate trasformando il cloro da organico a inorganico, cioè cloruro di sodio, cloruro di calcio, che non sono più pericolosi. Il forno già esistente in quel tempo in Montedipe non era adatto a questo scopo, sia perché le quantità di aria da trattare erano moltissime sia perché le concentrazioni all’interno di clorurati organici erano molto piccole. Ho pertanto proposto alla sede di Milano nell’ottobre dell’88 l’acquisto di un forno adatto per questo scopo. L’ingegner Sernia, che allora era il Presidente dell’Enichem base, mi rispose subito dopo - io ho scritto il giorno 10 di ottobre, mi rispose il 24/10/88 - che senz’altro avrebbe mandato avanti questa richiesta, ma l’avrebbe inserita nel budget dell’anno successivo, cioè nell’89, pertanto io non ho visto la realizzazione di questo forno, che però mi hanno detto che dopo è stato fatto. Per quanto riguarda un problema che, anche questo, ho sentito molto nominare delle polveri, devo dire che almeno nel periodo in cui io sono stato a Marghera questo problema era stato ampiamente superato. Intanto al CV6 l’insacco era stato allontanato dall’impianto, per cui il personale d’impianto non era mai vicino alla zona d’insacco; l’insacco era stato cambiato come tipologia di sacchi e come modalità... Adesso qui è inutile che stia a descrivere di nuovo come è fatto, ho visto che c’è una relazione del professor Foraboschi che ne parla ampiamente, rimando a quella. Il CV24 era un impianto più moderno fatto con spazi molto ampi, guidati da un computer, per cui personale passava più tempo dentro la sala quadri di quanto non passasse fuori. Non solo al CV24, tutti gli impianti erano dotati di personale che aveva delle cerca fuga, per cui quando il cloruro di vinile veniva rilevato in quantitativi un po’ superiori al solito, non sto parlando di quantitativi enormi, era sufficiente che rilevasse 2 parti per milione che immediatamente gli operai andavano a cercare da dove poteva venire fuori. Al CV24 il problema polveri non esisteva in quanto la tipologia dell’impianto di essiccamento era tale da escludere la presenza di polveri e del resto la granulometria del prodotto che esce è grossa, è grande, non c’è parte respirabile se non in quantitativi estremamente piccoli. Sia per quanto riguarda il CV24 questo e anche il magazzino CV7 che riceveva il prodotto dal CV24 e poi in buona parte lo insaccava. In CV24 non si faceva insacco, venivano riempiti dei silos e poi dei container, degli autocarri, insomma, che venivano o venduti direttamente al cliente oppure trasferiti al CV7. Come ho detto, il CV7 era gestito prima da Montedipe o da sola o attraverso imprese e poi dalla Transped. I CV22/23 erano impianti abbastanza nuovi, costruiti agli inizi degli anni 70, ma immediatamente dopo - perché ho visto che addirittura nel ‘71 già avevano cominciato a fare delle modifiche - erano state sostituite diverse valvole con dei rubinetti, tenute meccaniche semplici con tenute doppie, era stata fatta tutta una serie di modifiche che avevano determinato una buona sicurezza dell’impianto. Oltre tutto era stato dotato di due impianti, uno per la termo distruzione delle peci clorurate, il CS28, e uno per lo strippaggio delle acque che contenevano cloro derivati, CS30; nel mio periodo però questi due impianti, pur essendo adiacenti al CV22/23, erano gestiti dalla Montedipe. Al CV5/15, intanto nel 1987, cioè praticamente subito dopo il mio arrivo, il CV5 è stato chiuso, sono rimasti in marcia nove linee bus e due bembury del CV15, anche queste però nel corso dell’88 sono state fermate - non tutte, ma quasi - mano a mano che veniva messo in marcia un nuovo impianto di compound, che era il Sicron 1, che era stato costruito... quando sono arrivato io era in costruzione ed è entrato in marcia nell’88. Malgrado, come ho detto, gli impianti potessero essere considerati validi, come ho già detto, sia il Pas della Montedison sia queste revisioni di sicurezza col Pas dell’Enichem sia le visite fatte dall’U.L.S.S. me lo avevano garantito, ho preferito dare il via a tutta una serie di altri miglioramenti perché al miglioramento non c’è mai fine, si può sempre fare qualche miglioramento. Così al CV22/23 vi erano degli sfiati dai reparti di ossiclorurazione che sono stati inviati ad un forno di termo distruzione... No, questo era quello di cui ho parlato prima. Sono stati mandati ad un forno di combustione CS28, quello già esistente, mentre altri sfiati degli impianti di ossiclorurazione venivano mandati alle torri di abbattimento in modo da non inviare questi prodotti all’esterno, così pure gli inerti dei sistemi di vuoto che venivano mandati agli osservamenti degli sfiati acidi. Al CV24 in un primo momento abbiamo montato tre nuovi silos di stoccaggio in modo da aumentare gli stoccaggi e ridurre la movimentazione e pertanto anche si è ridotto il personale che ci lavorava, ma soprattutto la movimentazione dei prodotti; abbiamo acquistato tutta una serie di valvole di sicurezza in modo da ridurre al minimo le bonifiche necessarie; abbiamo fatto un’estensione del sistema di allarme del reparto, che prima suonava praticamente solo in sala quadri, l’abbiamo portato in molti punti del reparto in modo che il personale che era fuori dalla sala quadri se c’era qualche pericolo potesse sentirlo; abbiamo attrezzato undici autoclavi con un sistema che permettesse di aprire il boccaporto solamente quando l’autoclave fosse depressurizzata e abbiamo cominciato la sperimentazione sulla antisporcante. Cioè, poco prima del mio arrivo a Porto Marghera il Centro Ricerche aveva messo a punto un processo di polimerizzazione in sospensione che non doveva dare sporcamenti alle autoclavi, come invece si aveva avuto fino a quel momento. Nel 1988 abbiamo cominciato a provare questo processo, che poi è stato applicato interamente più tardi quando io ero già andato via. Per fare questo anche qui abbiamo dovuto fare delle modifiche agli impianti, per cui diciamo che nel periodo che io sono stato a Porto Marghera, malgrado la situazione fosse da considerarsi positiva, ho avviato richieste di modifiche per la parte igienica ambientale, l’ingegner Presotto ha già anticipato prima che bastava la firma di Enichem base, non c’era bisogno di avere la cosa dell’EVC, e sono state tutte accettate per circa 16 miliardi. Ovviamente certi lavori più semplici sono stati realizzati mentre ancora io ero lì, altri hanno finito dopo quando ero già andato via.

Gli altri impianti - il CV8, il PA2, il VC1, l’SA7 - non avevano PVC o CVM in quanto rientravano nella linea perché producevano plastificanti o sospendenti o altri prodotti che servivano per il PVC, ma non avevano all’interno né PVC né VCM. Anche per quanto riguarda la manutenzione praticamente ho preferito inserire un nuovo metodo di manutenzione un po’ diverso da quello che era stato fatto fino a quel momento e che poi ho visto che anche chi mi ha seguito ha continuato, cioè quando si avevano apparecchiature, normalmente apparecchiature di piccole dimensioni, comunque apparecchiature che richiedevano molto spesso manutenzione, ho preferito sostituirle addirittura piuttosto che a farci manutenzione, questo non solo perché veniva a costare di meno comprare il pezzo che continuare tutti i giorni a fare manutenzione, ma quanto perché garantiva il pezzo nuovo una maggiore tranquillità sia di marcia dell’impianto sia di sicurezza.

In tutto questo devo dire che sono stato molto assistito, molto aiutato dai capi reparto degli impianti che conoscevano molto bene i loro impianti, Rossetti, Gasparini, Funes, De Simone, etc., che mi hanno dato sempre un aiuto e un appoggio molto forte. Pertanto almeno in quell’anno che io sono stato a Porto Marghera posso dire che l’esposizione al CVM era, almeno da quello che risulta da tutti i dati dei gascromatografi che avevamo e anche dalle analisi con i cerca fughe, praticamente vicino a zero, così pure anche l’esposizione a dicloroetano negli impianti CV22 e 23 dalle analisi che in questo caso non erano fatte con gascromatografo, ma con prelievi fatti dal laboratorio Montedipe, erano sempre stati molto bassi, molto al di sotto di quelli che si potevano considerare limiti accettabili; per l’esposizione alle polveri ho già parlato prima. Pertanto almeno per il periodo che io sono stato a Marghera onestamente credo di avere la coscienza tranquilla, di aver fatto tutto quello che stava in me sia per verificare se gli impianti erano o no a norma sia per migliorarli ulteriormente.

 

Presidente: bene, la ringraziamo, si può accomodare. Rimane l’ingegner Pisani, si accomodi.

 

Avvocato Stella: Presidente, poi ciascun imputato presenterà naturalmente una memoria completa.

 

 

DICHIARAZIONE SPONTANEE IMPUTATO

PISANI LUCIO

 

PISANI - Io mi chiamo Lucio Pisani, sono stato già generalizzato nella dichiarazione spontanea a proposito del terzo capo d’accusa, della simulazione di reato. Renderò ora delle dichiarazioni sugli aspetti più rilevanti della mia attività e presenterò poi una relazione completa di allegati per il Tribunale.

Sono diventato direttore dell’insediamento Enichem nello stabilimento di Porto Marghera il 30 dicembre 1988 succedendo al dottor Smai. L’insediamento dell’Enichem era un’isola, diciamo, nell’area piuttosto vasta del Petrolchimico e consisteva in sostanza negli impianti ancora attivi del ciclo CVM-PVC, quindi il CV22/23, che erano rispettivamente l’impianto di produzione del cloruro di vinile monomero e il CV23 era invece l’impianto di ossiclorurazione per la produzione di dicloroetano, che era a sua volta materia prima per il cloruro di vinile monomero; l’impianto di polimerizzazione in emulsione, il CV6; l’impianto di polimerizzazione in sospensione, il CV24; poi c’era ancora l’impianto CV5/15, diciamo CV15, perché, come ha già precisato il dottor Smai, ma poi parlerò di questo impianto nel seguito della mia deposizione... C’erano poi altri impianti che, però, non appartenevano al ciclo di produzione del ciclo CVM-PVC, ed erano... la sigla era il BC1, cloruro di benzile, il PA2 che produceva degli plastificanti, un impianto SA7, di cui non si è mai parlato, ma perché era semplicemente un impianto di produzione frigorie, cioè in pratica questo era un impianto che noi abbiamo ereditato perché era attiguo alle aree dei vecchi impianti della vecchia zona del primo Petrolchimico, che produceva frigorie, cioè in sostanza utilizzando come fluido frigorifero la trielina aveva prodotto nel passato acqua di raffreddamento o, meglio, arrivava dell’acqua di raffreddamento che poi veniva raffreddata e veniva utilizzata nelle formulazione dell’impianto CV14. All’epoca in cui sono arrivato io l’impianto era già stato ampiamente fermato, era stato fermato già nell’86; l’impianto continuava però ancora a funzionare perché sotto raffreddava la trielina che veniva utilizzata in altri cicli del Petrolchimico che non erano sotto la mia responsabilità. Un altro impianto che era passato, di cui Enichem ovviamente era proprietaria e quindi.., non era però sotto la nostra gestione, sotto la mia gestione, era il magazzino PVC, il CV7. Perché non era sotto la mia gestione, quindi sotto la mia diretta responsabilità? Il magazzino PVC, pur essendo stato acquistato da Enichem quando nell’87 si è superato il conto lavorazione con Montedison, ha continuato ad essere gestito, la movimentazione dei prodotti che avveniva all’interno del magazzino ha continuato ad essere gestita direttamente da Montedipe con proprio personale per quello che riguardava la parte, diciamo, gestionale complessiva, più ovviamente Montedipe si preoccupava di chiamare le cooperative di insacco che facevano il lavoro più propriamente detto dell’insacco nell’area del magazzino CV7.

Nel 1988, quindi un po’ di tempo prima che io assumessi la direzione, era stato concordato ed era avvenuto il passaggio del personale Montedipe alla cooperativa Transped che faceva parte di un consorzio di cooperative, il Socon, con cui Enichem aveva fatto un contratto di affitto del magazzino e un contratto di conto deposito per il prodotto, quindi era direttamente Transped, la cooperativa che faceva parte di questo consorzio, che operava nel magazzino e provvedeva ovviamente a richiamare direttamente le cooperative di facchinaggio che erano interessate e che svolgevano il lavoro di facchinaggio all’interno del magazzino. Un altro impianto di cui io non ho mai avuto - se n’è parlato nel corso del processo - sotto la mia gestione la responsabilità è l’impianto pilota PVC. L’impianto pilota PVC esistente a Porto Marghera ricordo che nell’ottobre dell’86, quando il personale del Centro Ricerche PVC che era insediato, che lavorava a Marghera, è passato direttamente a EVC, al contrario invece di tutto l’altro personale che ha continuato ad essere di Montedipe, stiamo parlando dell’86; nell’87 è passato a Enichem e poi passerà nel ‘93 invece direttamente ad EVC, quindi anche questo impianto non ha mai fatto parte degli impianti di cui io ho avuto la responsabilità della gestione diretta. Tutti gli altri cicli produttivi del Petrolchimico attivi, tutti i servizi, tutte le aree interne ed esterne al Petrolchimico, diverse dalle aree su cui insistevano gli impianti che invece erano nella nostra, nella mia responsabilità, erano ancora di proprietà Montedipe e gestiti interamente da società del gruppo Montedison, quindi anche da Montedipe. Non ricadeva nella mia responsabilità nessuna delle aree – 31 – 32 – 59 – 60 - 61, di cui si è parlato in questo processo - sulle quali negli anni passati era avvenuta la deposizione di rifiuti della produzione industriale. Ricordo quindi che io sono diventato direttore di Anic l’ultimo giorno del 1988; nel 1989 si è costituita Enimont. Ora, anche dopo la costituzione di Enimont il Petrolchimico ha continuato ad essere governato da un direttore di estrazione ex Montedison, dipendente della società ex Montedison, quindi Montedipe, che continuava ad avvalersi di personale e di organizzazione ex Montedison. Tutti i servizi quindi continuavano ad essere centralizzati e a dipendere da società, da personale di società ex Montedison, sicché - ne cito alcuni tra i più significativi - i servizi di infermeria o di medicina del lavoro, il servizio del controllo ambientale e di sicurezza, il Pas, si chiamava così sotto Montedison, poi quando diventerà Enichem e alla fine Enimont si chiamerà Fia, erano somministrati da Montepolimeri a Enichem - Anic sulla base di una convenzione di somministrazione servizi che era stata siglata alla conclusione del conto lavorazione, cioè era stata siglata il 28 maggio 1987. Le conseguenze di questo ovviamente sono rilevanti in termini di potere e di responsabilità, nel senso che tutte le aree in cui insistono le discariche non autorizzate rientrano nei poteri e nei doveri di gestione di Montedipe, questo è il motivo fondamentale per cui io non mi sono mai posto il problema delle discariche, di cui non conoscevo l’esistenza, teniamo conto che anche io come il dottor Smai non ero nato e non avevo lavorato precedentemente negli anni passati in Montedison, ma la mia origine era ancora più lontana perché ero stato assunto nella società Rumianca che poi aveva seguito tutta una serie di vicissitudini, avevo svolto la gran parte del mio lavoro in uno stabilimento diverso, che era Cagliari. Questa è la ragione per la quale durante il periodo ‘89-’90 non mi sono mai...

Io poi ho avuto, lo dirò nella seconda parte della mia deposizione, una responsabilità di direzione di tutto il Petrolchimico più tardi, nel 1993. Durante questa fase non mi sono mai occupato di discariche e quindi non posso che respingere l’accusa o, meglio, l’addebito di essere intervenuto con ritardo. Queste conclusioni valgono analogamente anche per lo stoccaggio dei rifiuti che eventualmente chiaramente insistevano su quelle aree, e questo perché? Perché anche i servizi, quindi tutti i servizi, come ho già detto prima, in base al contratto di somministrazione servizi tra Montedipe e Enichem dipendevano e continuavano ad essere gestiti da Montedipe e da personale Montedipe, quindi in tutte le eventuali inadempienze dei servizi, come ho citato prima, di medicina del lavoro, del servizio sanitario, di controllo ambientale di sicurezza, in particolare per l’individuazione dei rischi connessi o, meglio, della misura dei fattori di rischi connessi alle operazioni che si facevano, quindi chimici, fisici e biologici, le operazioni di smaltimento degli effluenti liquidi attraverso l’impianto biologico centralizzato che ovviamente esisteva e funzionava per la depurazione delle acque reflue, con i forni di incenerimento fanghi che erano annessi all’impianto biologico, l’impianto di neutralizzazione delle acque acide, l’impianto CS28 di combustione dei sottoprodotti organici clorurati e lo smaltimento attraverso le discariche controllate, non possono essere certamente addebitati a me che non ne avevo la responsabilità. Quindi nessun addebito nemmeno per le eventuali inosservanze della legge da parte di tutti i restanti servizi concentrati in questo contratto di somministrazione. Qui ovviamente ho citato solo quelli che avevano una certa rilevanza per la conduzione dello stabilimento. Questa situazione si è protratta fino alla conclusione della joint venture Enimont, ovvero fino al novembre del 1990. A partire da quella data vi è stato un unico direttore dello stabilimento Petrolchimico e quindi direi che il primo unico direttore della gestione Enichem è stato l’ingegner Zerbo il quale poi mantenne la carica fino al 1993. Io fui nominato direttore del Petrolchimico nel giugno del ‘93, ma da quella data non dipendevano già più da me impianti del ciclo CVM-PVC perché era stata passata la gestione ad EVC, cioè EVC aveva già comprato precedentemente gli impianti, se non ricordo male alla fine del ‘90; nel giugno del ‘93 il personale Enichem che insisteva su questi impianti fu trasferito a EVC. Quindi in sostanza la mia responsabilità sugli impianti CVM e PVC va dal 30 dicembre 1988 al 15 novembre 1990, periodo in cui non avevo competenze su nient’altro all’interno del Petrolchimico. Dal 1993 al 1995, quando poi andrò via dallo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera, non avevo più la responsabilità degli impianti del ciclo CVM-PVC.

Dividerò ora il mio intervento in due parti che sono ovviamente connesse, correlate con i diversi periodi in cui ho avuto responsabilità direttive. Premetto al Tribunale che io ho assistito a quasi tutte, diciamo a buona parte delle udienze del processo, quindi tenterò di fare una sintesi di ricordi, delle conoscenze tecniche che avevo e che ho relative a quel periodo e di quanto è emerso poi anche nel corso del processo.

Faccio delle premesse. Il problema del CVM, come è noto ormai da tempo al Tribunale, era esploso nella sua drammaticità intorno agli anni 70. Una cosa che mi ha colpito è la dichiarazione, una delle dichiarazioni del professor Maltoni, che in una nota scritta al Pubblico Ministero parlando a proposito della ricerca del CVM ha parlato come di un caso unico nella storia della medicina del lavoro perché mai in altre occasioni si sono prodotte - sono le testuali parole del professor Maltoni - in così breve tempo misure protezioniste della salute dei lavoratori in tutto il mondo, quindi non solo a Porto Marghera. Un altro aspetto importante da considerare, che per lo meno io ho considerato, nel lavoro pubblicato dai dottori Comba e Pirastu nel 1991, Comba e Pirastu sono i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, ci sono considerazioni dello stesso tenore, cioè che le concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro erano controllate passando dalle centinaia, forse anche migliaia di parti per milione, negli anni 50 e 60 ad una parte per milione già dai primi anni 80, al più tardi. Devo dire anzi a proposito dello studio Comba e Pirastu che è evidente che per portare a termine questo faticoso lavoro di indagine i ricercatori avevano lavorato a stretto contatto con i dipendenti delle strutture che allora erano Montedison, del Petrolchimico, appunto per la raccolta dei dati e per l’elaborazione della matrice dell’esposizione lavorativa per ogni mansione, infatti in calce al lavoro c’è un rigraziamento ai dipendenti che avevano collaborato per questo studio. Mi pare che anche - e qui mi rifaccio al processo - indipendentemente ora dalle considerazioni legate al grado di affidabilità del sistema di monitoraggio, gli stessi consulenti dell’Accusa non abbiano negato il fatto oggettivo della caduta drastica delle concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro. Ho fatto questa premessa per dire che a dicembre dell’88, quando io come ho assunto la direzione, esisteva in me, come in tutti dentro l’azienda, ma anche fuori dall’azienda devo dire, la certezza che il problema della protezione dei lavoratori contro i pericoli legati all’esposizione a CVM fosse un problema affrontato e risolto da molto tempo. Con questo non voglio assolutamente dire che la sensibilità al problema fosse diminuita, anzi, al contrario cercherò di spiegare come invece questa sensibilità era sempre viva ed è stata, diciamo, un motore per cercare di continuare a migliorare le situazioni ambientali degli impianti. Nel 1989, ora non ricordo se ‘89 o ‘90, comunque durante il periodo della mia direzione, si tenne a Venezia un convegno, il tema era ambiente di lavoro e salute. Io inviai a tutti i direttori degli insediamenti Enichem in Italia un invito affinché vi prendessero parte perché ritenevo che questo fosse un momento di incontro estremamente importante. A quel convegno tra gli altri parteciparono, come è noto - credo - a questo Tribunale, il dottor Clini, il dottor Simonato che riassunse le conclusioni dello studio epidemiologico multicentrico dello Iarc, i dottori Comba e Pirastu che praticamente riassunsero la situazione sanitaria della corte di Marghera, il dottor Magarotto che illustrò i progressi che la medicina del lavoro pubblica stava facendo in collaborazione con le aziende; parteciparono anche i medici di fabbrica di Montedison, che erano allora il dottor Giudice, il dottor Bellotto e il dottor Salvador. Gli atti di questo convegno sono agli atti di questo processo e quindi non ne parlo, però volevo evidenziare perché l’ho citato: perché nessuno allora pensava ad un pericolo ancora esistente e comunque nessuno lo segnalò, pur avendo ciascuno dal particolare proprio punto di osservazione una conoscenza molto ampia della situazione sanitaria ed impiantistica esistente. Ma devo dire che anche da parte dei lavoratori vi era la chiara percezione che dopo i pericoli del passato la situazione fosse radicalmente mutata. Ricordo al Tribunale - e lo allego agli atti, lo allegherò alla relazione - che proprio nel 1988, quindi nel periodo di gestione Enichem, l’esecutivo del Consiglio di Fabbrica di Enichem - Anic firma un’intesa in cui.., con Enichem - Anic e con EVC, perché c’erano anche i lavoratori del Centro Ricerche EVC, come ho detto prima, espressamente dedicata alle questioni dell’ambiente nei reparti del ciclo PVC-CVM. In questo documento viene riconosciuto quanto di importante è stato fatto negli altri, viene percepita una situazione ormai priva di pericoli, si dice testualmente che l’impatto ambientale è estremamente contenuto; nel contempo vengono indicate nuove priorità e nuovi obiettivi da raggiungere. Io non ricordo, sempre su questo lato, nessun lavoratore direttamente o indirettamente tramite la Commissione Ambiente del Consiglio di Fabbrica o delegati di reparto o, appunto, componenti dell’esecutivo di fabbrica che mi avesse mai rappresentato situazioni anomale o addirittura di pericolo all’interno dei reparti CVM durante il mio periodo di gestione.

Io non avevo l’abitudine di essere molto presente in direzione, ma giravo spesso per gli impianti, quindi avevo una notevole familiarità e conoscenza con tutto il personale che operava sia sul CV22/23 sia sul CV24 che sul CV6, anche se poi il CV6 nel mio periodo di gestione è durato solo un anno. Però nessuno ha mai effettivamente posto un problema, ma tanto meno un problema di spostamento del reparto per motivi di salute, perché è chiaro che di fronte ad una situazione del genere proprio perché non si sarebbe dovuto dar corso o dar seguito ad uno spostamento. Questo, diciamo, dal punto di vista del rapporto con il personale e con i rappresentanti dei lavoratori. Ma ricordo sempre nell’ambito dei ricordi di quel tempo quando il Comune di Venezia rilasciò la concessione edilizia per la costruzione di un nuovo forno di CVM nel reparto CV22. Nel provvedimento, per esempio, si legge che c’è il parere favorevole della Commissione di Salvaguardia della Laguna di Venezia. In quel caso - e ci sono stati anche parecchi testimoni che sono stati interrogati - il servizio di medicina del lavoro guidato dal dottor Clini fece una visita ispettiva all’interno del nostro impianto che si concluse con un parere favorevole condizionato ad alcune modifiche da apportare al sistema di monitoraggio del CVM che noi facemmo regolarmente e quindi vuol dire che il servizio di monitoraggio era stato controllato ed evidentemente era stato ritenuto tecnicamente valido. Non solo, ma devo dire che il servizio pubblico di medicina e di igiene del lavoro organizzò nel 1989 una indagine sanitaria - anche di questo si è parlato ovviamente nel processo - sugli ex esposti al CVM. I risultati delle visite ai lavoratori - che si erano presentati ovviamente, non furono tutti - dettero per quello che potevano rappresentare dal punto di vista della significatività dei risultati tranquillizzanti e questi risultati furono, come poi mostrerò in un documento che allegherò alla relazione, pubblicamente illustrati all’interno del Petrolchimico in una assemblea a tutti i lavoratori. Devo dire ancora sempre a proposito dei rapporti con l’unità sanitaria locale che il dottor Magarotto, che nel frattempo era diventato il successore del dottor Clini, nel 1990 autorizzò l’allungamento, consentì di dilazionare le visite mediche periodiche per i lavoratori del CVM, che allora avevano una frequenza trimestrale e la portò a semestrale. Dico, se è stato fatto questo è stato fatto perché la legge prevedeva questa possibilità quando i pericoli per la salute potevano essere considerati ormai sostanzialmente inesistenti. Lo stesso dottor Magarotto qui in Tribunale ha riferito che la decisione fu adottata dopo una lunga istruttoria e dopo che il servizio pubblico aveva chiesto una lunga serie di dati, di esami di laboratorio per tutti i lavoratori. In un documento poi sempre agli atti del processo lo stesso servizio di medicina del lavoro più tardi, nel 1996, attestava di non aver riscontrato violazioni della normativa posta a protezione dei lavoratori.

Per ultimo volevo citare una nota che ho letto nella deposizione, una nota del consulente dell’Avvocatura dello Stato professor Leon, il responsabile del servizio di medicina del lavoro ha ribadito ancora poco tempo fa che dalla seconda metà degli anni 80 vi è stato un sostanziale rispetto delle norme di legge. D’altra parte io rilevo anche che gli stessi consulenti medici dell’Accusa hanno ritenuto, hanno riconosciuto che nella maggior parte dei casi le situazioni cliniche che loro hanno considerato patologiche - mi riferisco alle epatopatie e fenomeni di Raynaud - hanno un decorso favorevole dopo il 1987. Quanto ai tumori, dal quadro tracciato dai consulenti dell’Accusa emerge il venire meno, come poi dimostreranno i miei difensori, dei presupposti della stessa correlabilità in astratto tra patologie tumorali ed esposizioni. Questi dati in sostanza che ho esposto mi confortavano e mi confortano nella certezza che durante il mio periodo di gestione il pericolo di esposizione, il pericolo per i lavoratori dovuto all’esposizione da CVM fosse effettivamente cessato e che quindi gli eventi di malattia, come quello tragico del signor Battaggia, che io conoscevo benissimo perché era un assistente del CV24, fossero esclusivamente da ricondurre alle tremende esposizioni, alle pesanti esposizione a CVM che c’erano state negli anni 50 e negli anni 60. Fatta questa premessa, cercherò ora di spiegare al Tribunale quali sono le ragioni per cui questa diffusa percezione che il pericolo fosse ormai scongiurato trovi conferma nella situazione degli impianti e nelle modalità di gestione adottate nel mio periodo, però devo dare al Tribunale un dato oggettivo che il Tribunale conosce e rammento allora che come stabilito dal D.P.R. 962 dell’82 a Marghera era stato istituito un registro degli esposti al CVM, che è stato mantenuto fino all’aprile del 2000 quando poi è entrata in funzione la nuova legge che regola l’attività sui cancerogeni. Le zone di lavoro sottoposte al controllo delle concentrazioni di CVM in aria mediante un monitoraggio continuo e discontinuo erano e sono tuttora definite zone sorvegliate. Il personale che accede sistematicamente alle zone sorvegliate per lo svolgimento della propria attività è iscritto nel registro degli esposti. Per ogni lavoratore sono riportate le informazioni essenziali, che sono il nome e il cognome, la mansione, il reparto, il periodo di svolgimento della mansione, l’esposizione espressa in CVM. Il registro era stato elaborato dall’allora servizio Pas di Montedipe, oggi Sia - Enichem, mediante una procedura informatica che era denominata V68 installata ed operante presso il servizio informatico di stabilimento. L’esposizione dei lavoratori è calcolata proprio secondo questa procedura, la V68: per ogni mansione sono identificate le zone di lavoro e i valori di concentrazione che bisogna considerare per il calcolo della media annua mobile, lei ha saputo che la media annua mobile vuol dire che man mano passa il tempo ogni mese praticamente entra dentro il mese che è appena trascorso ed esce l’ultimo mese del periodo precedente. Ora, questo registro veniva inviato all’unità sanitaria locale, allo Spisal, direttamente dal responsabile della gestione dell’attività, quindi in questo caso, per esempio, lo spedivo io. Una copia di questo registro veniva fornita al medico di fabbrica. Perché ho parlato di questo registro? Per dire con quale modalità veniva effettuata la valutazione dell’esposizione a CVM per ciascun lavoratore. Questo è un dato di fatto oggettivo, una base oggettiva da cui bisogna partire per continuare il nostro discorso. Questo registro, il registro degli anni, è agli atti, quindi è perfettamente inutile che io ricordo quali sono i valori medi, ma comunque giusto per sottilinearlo sono sempre inferiori ad un PPM. Nel corso del processo c’è stato poi - devo dire - un ampio dibattito sul grado di affidabilità del sistema di monitoraggio adottato negli anni 70 e quindi sul grado di affidabilità dei risultati che sono riportati nel registro degli esposti.

E’ inutile che io ora aggiunga il mio parere su questa questione che è stata sviscerata da tutti i consulenti sotto ogni possibile aspetto; a me sembra però che alla fine la controversia tra le due tesi si sia concentrata da un lato sulla tesi dell’Accusa della non idoneità del sistema di monitoraggio pluri terminale realizzato nei reparti, la non idoneità ad evidenziare tutte le perdite di CVM in reparto, e dall’altro lato sulla tesi della Difesa della non idoneità di rappresentazione di un sistema mono terminale delle perdite nelle singole zone di lavoro. Io devo dire che per la mia esperienza, per l’esperienza di uomo di impianto devo dire che la soluzione di un sistema mono terminale adeguato a cogliere tutte le fughe e quindi misurare in un certo qual modo il valore, l’entità, il numero delle fughe, dovrebbe prevedere un numero veramente altissimo di campanelle. Se lei considera quanti punti di perdita all’interno di un impianto ci possono essere, pensi a tutti gli accoppiamenti flangiati, alle valvole, agli organi di tenuta delle pompe, etc., quindi un numero incredibilmente alto, a loro volta poi questi punti dovrebbero essere collegati con un numero altrettanto alto di cromatografi. Io credo che questa veramente sia una soluzione impensabile da realizzare in un impianto industriale. Al contrario invece credo che il sistema, la scelta di privilegiare un sistema di monitoraggio che tende a rappresentare, come era il sistema, la concentrazione media dell’area di lavoro del singolo operatore...

Poi tornerò però su questo punto perché in questo processo non si è mai parlato di qual era la reale esposizione dei lavoratori, cioè: ma questi lavoratori dove stavano, che facevano, come operavano all’interno dell’impianto? Io tra un po’ tornerò anche su questo, però voglio dire che mi sembra da tecnico che.., ovviamente è comunque sempre un’opinione di parte, ma da tecnico che ha vissuto parecchio negli impianti, che questo sistema fosse il sistema migliore per valutare la concentrazione nell’area di lavoro del CVM per l’esposizione dei lavoratori. Del resto quando si ha una perdita consistente è difficile che non faccia questa perdita scattare almeno un allarme in una delle campanelle dislocate nell’area. A me pare che questa mia affermazione non sia affatto smentita da tutte le sperimentazioni, gli esperimenti che il Pubblico Ministero ha condotto all’interno degli impianti recente... insomma, poco tempo fa, anzi sia stata confermata dai consulenti del Pubblico Ministero, come del resto hanno rilevato i consulenti della Difesa, i professori Galli e Foraboschi. D’altra parte sull’attendibilità, ma non voglio dilungarmi su questo discorso, sulla verifica dell’attendibilità della misura dei cromatografi ha parlato anche il professor Foraboschi quando nella sua relazione ha parlato che furono impiegati degli campionatori personali nel momento in cui installarono i cromatografi per verificare l’attendibilità di questo sistema. Poi - perché altrimenti la deposizione potrebbe durare giorni - sui rilievi che sono stati mossi per, diciamo, alcune modalità di funzionamento o di malfunzionamento soprattutto del registratore Shimatzu, ma non dei cromatografi perché il cromatografo aveva sempre il cromatogramma che riportava fedelmente quella che era l’esposizione, la presenza di CVM nell’area di lavoro, io direi che a tutte queste osservazioni è stato risposto puntualmente nelle varie relazioni che sono state depositate. Questa è una conclusione che è stata indirettamente anche confermata dai risultati di quei controlli analitici compiuti da EVC in anni più recenti, con un sistema di monitoraggio che era diverso dal sistema usato nella mia gestione, che era poi il sistema del cromatogafo, considerando anche che gli impianti su cui sono state fatte queste misure che oggi EVC gestisce sono sostanzialmente, almeno da un punto di vista della tecnologia di processo, esattamente gli stessi impianti che io ho lasciato nel 1990. I valori di esposizione media risultante dai due sistemi di monitoraggio sono a mio parere, ma si vede poi dal numero, sostanzialmente dello stesso ordine di grandezza, quindi non vorrei dire identici, ma chiaramente sono dello stesso ordine di grandezza coincidenti e presentano entrambi valori molto bassi.

Fatte queste precisazioni, ora vorrei parlare degli impianti e vorrei parlare, parlando degli impianti, di alcuni degli argomenti che sono stati ovviamente il grosso della discussione nell’ambito del processo. Partiamo dal CV6. Il CV6 è un impianto di polimerizzazione in emulsione; l’impianto è stato chiuso nel dicembre ‘89, è stato chiuso proprio esattamente durante la mia gestione. Devo dire che io ho appreso qui a Marghera che c’era stata negli anni 70 una discussione tra le rappresentanze dei lavoratori e l’azienda Montedison sul dilemma se risanare o fermare l’impianto. La fermata era chiaramente l’alternativa al risanamento ed è altrettanto ovvio che nel 1987 quando Enichem entra in Porto Marghera questa scelta era già stata fatta ed era stata la scelta del risanamento, quindi noi ci siamo ritrovati in mano un impianto che era stato obiettivamente risanato e quindi di questo non abbiamo fatto altro che prendere atto. D’altra parte io non credo, conoscendo l’impianto, che si potessero realizzare interventi da un punto di vista tecnologico oltre quelli che sono stati realizzati e sono stati descritti dal professor Foraboschi nel dettaglio della sua relazione, interventi tesi a ridurre ulteriormente la concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro al di sotto di quei livelli che comunque nel 1989, ma anche - devo dire - a partire dal 1987-’88 erano stati raggiunti. Ma non mi sembra nemmeno che i consulenti dell’Accusa abbiano individuato delle soluzioni diverse e più efficaci delle misure che si dovevano o si potevano prendere e che non fossero state prese. Ricordo che la decisione della chiusura fu presa in accordo con il sindacato per ragioni fondamentalmente legate al trasferimento della produzione del PVC emulsione in altra sede; qui EVC che aveva il ruolo trainante, aveva la responsabilità della gestione, aveva nel suo piano strategico individuato l’impianto di Porto Torres come un impianto da poter sviluppare. L’altro motivo per cui fu sostanzialmente decisa la chiusura è che da un punto di vista tecnologico l’impianto ormai era un impianto cosiddetto maturo, aveva... ma - ripeto - cose che ho sentito già dire in questo processo, aveva autoclavi piccole, era ancora un impianto di una concezione ingegneristica che prevedeva, per esempio, il posizionamento in aree chiuse, mentre già nel Petrolchimico per esempio il CV24 è un impianto di concezione completamente diversa perché è messo all’aperto su aree piuttosto vaste, autoclavi praticamente messe all’aperto protette solo da un lato. Quindi, voglio dire, questi sono stati i motivi fondamentali che avevano deciso, non c’erano altri motivi, questi sono stati i motivi fondamentali per la chiusura del CV6. Devo dire che...

Passando agli argomenti forti che sono stati discussi in questo processo, vediamone un paio che sono secondo me i più rilevanti. L’entrata in autoclave. Beh, insomma, al CV6 credo che siano stati sentiti molti testi, ma nessuno ha... non solo teste, ma nemmeno consulente, ha mai sostenuto che nel 1987 i lavoratori entrassero ancora nelle autoclavi di polimerizzazione per la pulizia delle autoclavi. Questo perché? Perché erano state fatte numerose modifiche dalla tecnologia di processo degli impianti, che sono anche queste ampiamente descritte nella relazione del professor Foraboschi e sulle quali, direi, non mi dilungo molto.

Voglio evidenziarne però alcune che apparentemente sembrano modeste, ma che invece poi rappresentavano uno dei veri motivi per cui non era più necessario, anche queste sono state esposte, ma forse non sono state messe nel dovuto risalto. Come si ricorderà, sull’autoclave viene caricato il CVM, il cloruro di vinile monomero, vengono caricati dei sospendenti, degli additivi, etc.; quando vengono caricati vengono caricati attraverso tubazioni che vengono poi sezionate da valvole perché si escludono le linee di carico e resta durante la fase di polimerizzazione l’autoclave con questi tratti di tubazione che sono - mi lasci passare il termine - tratti di tubazioni morte. Uno dei motivi per cui si entrava prima in autoclave era anche questo, cioè quello di andare a pulire anche questi tratti di tubazione, oltre ovviamente che entrare nell’autoclave per pulire le coste, per togliere le croste che si formavano sulle pareti dell’autoclave. Se non ricordo male, il capo reparto dell’epoca - Rossetti - aveva già detto questo. Che cosa avevamo fatto? Queste tubazione che normalmente sono saldate erano state invece tagliate e realizzate mediante degli accoppiamenti flangiati. Questo permetteva nel momento in cui si passava alla fase di pulizia dell’autoclave di smontare questi tronchetti flangiati, quindi era un’operazione abbastanza veloce che faceva addirittura la squadra di piccola manutenzione, che era addetta a fare questi lavori all’interno dell’impianto; li puliva fuori dall’autoclave, li rimontava e poi si poteva ripartire. Le croste più grandi che venivano scrostate dalle pareti... Questo quindi era uno dei primi importanti interventi fatti. Le croste che cadevano - ma è stato già detto da molti - venivano rimosse dall’esterno, per lo meno le più grosse. Poi un capo reparto addirittura dell’epoca precedente alla mia, ma estremamente attento a questo problema, avendo fatto anche delle sostituzioni di mulini di macinazione a valle, dove passava il prodotto di polimerizzazione, quello che in gergo tecnico si chiama il lattice, che effettivamente è un lattice, è un’emulsione di PVC in acqua, aveva notato, aveva monitorato, aveva sperimentato questo fenomeno, che una volta tolte le grosse croste la qualità del prodotto non veniva alterata se queste croste fossero state trascinate insieme all’emulsione perché nella fase successiva del processo, passando attraverso questi mulini, veniva macinato e non dava nessun problema, poi c’erano dei filtri ovviamente, e quindi non dava nessun problema. Quindi una delle preoccupazioni invece che nei primi anni 70 l’impianto aveva, ma devo dire che questo era un impianto che era nato addirittura negli anni 50, era un problema che non esisteva più e questo era stato.., semplicemente non c’era stato bisogno di fare grandi studi perché, come spesso succede in impianto, alle volte l’osservazione degli uomini addetti alle operazioni di impianto sono estremamente più tempestive, più utili, ma anche vantaggiose in qualche modo, di studi che semmai prendono tempo, ma siccome sono fatte generalmente da persone che non vivono dentro o sull’impianto non hanno la stessa efficacia.

La terza modifica che fu importante fu anche questa una modifica sempre sui pettini di carico delle autoclavi, l’incamiciatura, cioè il poter consentire una termostatazione delle tubazioni che erano sul cielo dell’autoclave con acqua calda. Perché? Perché è chiaro che nel momento in cui questa fase mista si liberava dall’autoclave e attraversava un tratto di tubazione morta, trovando una tubazione fredda tendeva a depositarsi e quindi a formare croste. Il fatto invece di trovare una temperatura di parete che impediva di fatto la condensazione e quindi la formazione delle croste, quindi la formazione successiva poi del solido, aveva semplificato enormemente questo lavoro di pulizia. Quindi queste sono state le modifiche più importanti.

Devo dire poi fra l’altro che l’organizzazione di reparto è anche lo specchio di quella che è la funzionalità di un reparto. Durante la mia direzione non esisteva più la funzione di operatore autoclavista che entrava nel pulire l’autoclave; l’autoclavista durante il mio periodo di direzione era un operatore che ovviamente era addetto all’autoclave, ma operava anche sul quadro dell’autoclave, mentre l’operazione di lavaggio, di pulizia di questi tronchetti, sempre comunque fatta dall’esterno, era stata affidata alla squadra che non è che facesse solo questo, ma faceva quegli interventi di piccola manutenzione e anche qui vorrei spendere due parole per illustrare al Tribunale come queste presenze di tipo organizzativo all’interno di un’organizzazione di reparto erano estremamente efficaci, infatti erano presenti solo sugli impianti resine. Cioè, la formazione di una... Lei può immaginare com’è complessa un’organizzazione di fabbrica e quindi quanto alle volte sia anche molto burocratizzata. L’avere alle dirette dipendenze del capo reparto un piccola squadra di manutenzione, generalmente costituita da due o tre persone, consentiva degli interventi in tempi estremamente rapidi, quindi questa squadra era stata creata apposta per fare queste operazioni di pulizia e di interventi, ma anche poi per intervenire rapidamente su quelle perdite o quelle fughe accidentali di CVM che si potevano verificare durante l’esercizio e questo valeva ovviamente sia al CV6 che al CV24. Metto evidenza questo perché è estremamente importante, cioè il capo reparto, in generale l’assistente in turno responsabile del turno, quindi il vero conduttore dell’impianto durante il proprio turno, il vero capo, non aveva bisogno di chiamare la manutenzione d’area, che pure era lì vicino, oppure la manutenzione centralizzava; aveva a sua disposizione gli uomini per poter intervenire rapidamente ad eliminare quelle situazioni che potevano determinare situazioni di pericolo. Ecco, questa era una funzione tipica degli impianti polimeri, dove ovviamente - ma lo dirò dopo - le aperture continue di ciclo, perché ovviamente le autoclavi di polimerizzazione dopo un certo numero, ma è stato detto al Tribunale durante il processo, venivano aperte, venivano ispezionate, venivano pulite, quindi quella era di fatto un’apertura del ciclo, cosa che per esempio non c’era al CV22/23, che è un impianto completamente diverso; quindi le opportunità, le possibilità di perdite oppure di fughe in un impianto fra l’altro che operava a pressione atmosferica erano chiaramente molto più ampia in un impianto di polimero che non in un impianto di monomero, di produzione di monomero.

Quindi la presenza - tornando al discorso iniziale che mi ha fatto partire per fare questa considerazione - di una squadra di piccola manutenzione dipendente direttamente dal responsabile di esercizio era una soluzione organizzativa che permetteva di intervenire rapidamente per l’eliminazione di quei problemi che potessero determinare pericoli per l’esposizione al CVM dei lavoratori. Poi volevo anche dire a proposito delle fughe... Non vorrei ritornare su temi... Tutto il Tribunale sa della presenza del cerca fughe, sono state dette tante cose. Io ricordo un episodio che non fu un episodio... Purtroppo avvenne pochi giorni dopo che io avevo assunto la direzione dello stabilimento, fu un unico incidente di un certo rilievo durante la mia gestione avvenuto proprio all’impianto CV6, cioè una situazione di allarme per fuga di CVM dovuta alla rottura, diciamo, ad una fuoriuscita di CVM a causa di una difettosa guarnizione del boccaporto dell’autoclave. La guarnizione era stata appena cambiata e il difetto occulto successivamente identificato, ovviamente dai tecnici, era dovuto proprio alla stessa guarnizione che ci era stata fornita da una ditta esterna. Noi qui poi mettemmo in movimento tutto un sistema per contestare all’allora servizio materiali... In questo caso le guarnizioni erano fatte apposta, le faceva apposta un’azienda, una società che faceva guarnizioni all’interno dello stabilimento. I tecnici avevano individuato proprio un difetto nella costruzione dell’autoclave. Però questo rapporto di incidente, fra l’altro depositato dall’Avvocatura dello Stato agli atti del Tribunale, lo cito oltre ovviamente per dire che era l’unico incidente di rilievo che era capitato, si è parlato molto della fuoriuscita possibile del CVM dalle autoclavi; io lo cito anche perché questo episodio, come dimostra il rapporto dell’incidente redatto dal Pas di Montedipe all’epoca, mette in evidenza il rigoroso e corretto comportamento del personale di esercizio che è stato perfettamente conforme a quanto previsto dalla procedura. Anche in quel caso non vi fu una esposizione significativa esposizione a CVM dei lavoratori.

In sintesi, è agli atti comunque il rapporto, quando successe questo incidente il CVM fu segnalato da più campanelle, l’assistente di impianto fermò immediatamente le autoclavi in produzione, indossò insieme all’operatore dell’autoclave addetto a quella autoclave di polimerizzazione l’autoprotettore, fece allontanare dal reparto il personale. Lei ricorderà che molti dei testimoni avevano detto precedentemente che questo non è mai successo, invece, guarda un po’, nei rapporti che sono stati presentati proprio dall’Avvocatura dello Stato, i rapporti di incidente, questo una volta e un’altra per un incidente molto meno significativo, che era quello della rottura di una guardia idraulica sempre al CV6, è stato fermato l’impianto, il personale è stato fatto allontanare, l’assistente dotato di autoprotettore è intervenuto sull’autoclave, ha immediatamente messo in sicurezza l’autoclave, l’ha poi bonificata e solamente quando il cromatografo di impianto ha segnalato valori inferiori ai 5 PPM ha fatto rientrare il personale riprendendo normalmente il ciclo di operazione. Questo a testimonianza che le procedure esistevano ed erano rispettate, il personale le rispettava. Devo dire che al CV6, un’ultima considerazione voglio fare su questo aspetto delle fughe, come dicevo prima, le autoclavi erano otto, un operatore - se non ricordo male - ad un certo punto della mia gestione ne gestiva praticamente tre, quindi c’erano, diciamo, tre e mezzo, dai due o tre operatori che gestivano l’autoclave e il quadro. L’attenzione era talmente alta al CV6, evidentemente perché negli anni passati dovevano esserci stati parecchi problemi, che questo personale andava continuamente a guardare nella cabinetta che era posta dietro la sala quadri... Si ricorderà che era stato detto che dietro la sala quadri esisteva una cabina chiusa dove era visibile il cromatogramma del cromatografo. Perché è chiusa? Perché le mani su quelle apparecchiature le metteva solo il servizio di manutenzione dei cromatografi che era svolto dal Sia, era una sezione il cui capo... ora all’epoca non ricordo chi fosse, ma probabilmente era Perin, svolgeva tutta la funzione di manutenzione ed esercizio e nessun altro poteva mettere le mani su quello, trattandosi di una apparecchiatura estremamente delicata. Il personale quando vedeva che il trend, la tendenza della presenza del CVM dal cromatogramma tendeva ad aumentare, prendeva il cerca fughe e andava a vedere subito dove era, quindi c’era una notevole attenzione da parte del personale di esercizio alla presenza del CVM nelle aree di lavoro. L’altro problema che è stato oggetto di grande dibattimento all’interno del processo è stato il problema delle polveri nel settore dell’insaccamento del CV6. Come il Tribunale sa, l’impianto era costituito da tre linee di insaccamento, la prima linea era stata fermata già da tempo, era stata fermata, durante il mio periodo di direzione non è stata in esercizio; queste linee erano collegate ciascuna alle insaccatrici di reparto che insaccavano insacchi a valvola e non. Dico cose che sono già note al Tribunale, quest’area era stata spostata all’esterno della zona sorvegliata; quest’area era stata collocata abbastanza distante dall’impianto, quindi fuori dalla zona sorvegliata ed era stata collocata in un edificio che era abbastanza ampio, dotato poi di pareti con finestrature e con porte che permettevano l’apertura direttamente sull’esterno. La polvere del PVC, emulsione, è già noto, era una specie di talco, come è stato già detto praticamente da tutti, quindi io non vorrei ripercorrere tutte le modifiche sono state fatte, anche perché poi sono di difficile comprensione e che sono state riportate sia nella relazione del professor Foraboschi che nelle deposizioni anche dei testi Rossetti e Gasparini e del responsabile del laboratorio di analisi del PVC prodotto, il signor Magri.

Io mi vorrei per un attimo solo concentrare sulle due modifiche che a mio parere, a mio parere tecnico, sono state le modifiche significative dal punto di vista dell’esposizione, del contatto diretto degli operatori di insaccamento con il prodotto e sono state praticamente due modifiche fatte agli inizi degli anni 80, quando, per esempio, la prima, quella realizzata sull’insaccatrice Natro, quella che ha praticamente... La modifica è consistita in un box di plastica, le cui pareti erano fatte di materiale plastico; l’operatore prendeva dal sacco, dalla pila dei sacchi vuoti che aveva di fianco, prendeva il sacco, lo inseriva nella bocca di carico della insaccatrice che era dotata di una valvola a membrana; il sacco durante il riempimento, quindi nel momento in cui cadeva il prodotto, l’emulsione all’interno del sacco, è chiaro che spostava una certa quantità di aria che era presente. L’operatore era seduto fuori da questo box e questo box era stato collegato a delle cappe di aspirazione di polvere che evidentemente prima non c’erano, perché allora o durante la fase di chiusura della valvola rimaneva un piccolo tratto che poteva contenere ancora del PVC oppure, come ha raccontato qualcuno, ma devo dire che negli anni miei i sacchi erano notevolmente migliorati, per cui non c’era più il problema della rottura del sacco, l’operatore rimaneva praticamente all’esterno, quindi c’era solo questa specie di apertura, fra l’altro nemmeno di fronte, ma aveva lateralmente e all’altezza del punto in cui era seduto c’era una barriera di protezione, c’era una lamina che lo proteggeva, quindi il sistema di aspirazione aspirava l’aria e quindi anche le polveri che si potevano generare nel momento in cui avveniva il riempimento del sacco. Questo era stato fatto sull’insaccatrice che dal punto di vista della potenzialità era la più grossa, perché era quella che.., facciamo conto che l’impianto producesse circa 90 tonnellate al giorno, più o meno, beh, questo è quello che ne faceva 60. Devo dire che sull’altro insaccamento si fece una cosa ancora migliore, anche se il tipo di sacco era diverso. Sull’altro cosa si fece? Di fatto si fece una specie di forchetta, tre tubi, un pettine fatto di tre tubi, dentro, che si faceva entrare nel sacco; il sacco poi veniva chiuso con delle ganasce; questo pettine che entrava dentro il sacco era costituito da tubi in acciaio inox concentrici, cosa vuol dire? Vuol dire che aveva un tubo esterno che racchiudeva al proprio interno un altro tubo di dimensioni più piccole. Il prodotto fluiva al centro attraverso la parte centrale del tubo; nell’intercapedine tra il tubo in cui correva il prodotto e l’altro tubo esterno c’era dell’aria; veniva aspirata dai ventilatori dell’aria che era l’aria che veniva spostata dal sacco nel sacco durante la caduta nel prodotto. Il prodotto cade nel sacco, sposta un uguale volume d’aria, quest’aria veniva aspirata e fatta passare nell’intercapedine esistente del pettine attraverso le tre bocchette e veniva mandata fuori dall’ambiente. Quindi questo aveva il duplice effetto... Naturalmente la parte esterna di questo pettine era costituita da una superficie porosa che era un filtro di fatto, cioè era un filtro in maniera tale che fosse solo l’aria, che naturalmente poi è chiaro che aveva comunque sempre del pulviscolo, ma il grosso del prodotto rimaneva fermo lì. L’effetto era duplice, intanto durante l’operazione di carico del sacco non c’era l’uscita di aria a diretto contatto del viso dell’operatore, ma poi c’era un altro effetto altrettanto importante: se io aspiro l’aria compatto meglio il sacco, perché è chiaro che nel momento in cui cade in maniera casuale il prodotto e man mano che cade io aspiro l’aria non solo che si è formata nella parte superiore, libera ancora, del sacco, ma aspiro anche l’aria che è rimasta occlusa nelle parti basse, ottengo un compattamento della polvere nella parte di riempimento che è stata riempita dal sacco che è estremamente importante perché poi nella fase di chiusura e di ribaltamento del sacco non mi fa uscire, non c’è più dell’aria dentro per la quale c’è pericolo di uscita e quindi pericolo di polvere a contatto diretto degli operatori. Io credo che queste siano state le due - e devo dire anche intelligenti - soluzioni che erano state trovate dal personale di impianto che ci aveva lavorato, della tecnologia di processo degli impianti, per cui... Naturalmente non ho detto che questa insaccatrice era una insaccatrice che era stata sostituita, va beh, insomma, erano state fatte delle modifiche che poi sono state descritte in maniera abbastanza bene dal professor Foraboschi. Io credo che questa soluzione fosse la soluzione migliore per abbattere quello che effettivamente negli anni precedenti doveva essere stato un grosso problema. Ecco, credo sul CV6 di aver detto tutto quello che pensavo. Il CV24. Il CV24 si presentava come un impianto molto più moderno, anche se era stato fatto nel 1971, avviato intorno a quell’epoca, rispetto al CV6. Aveva ovviamente, com’è noto al Tribunale, autoclavi più grandi, era stato disposto su spazi all’aperto, le aree non erano compattate così come si presentavano al CV6, c’era una collocazione - diciamo - logistica delle apparecchiature di impianto adatta ai tempi. La dimensione di scala dell’impianto era anche una dimensione, diciamo, di tutto rispetto, impianto che inizialmente era partito, se non ricordo male, con produzioni di 120 mila tonnellate/anno, poi era stato in condizioni di fare anche 160 mila tonnellate/anno, quindi su uno standard - come credo l’abbia definito anche il professor Foraboschi - di valore europeo di tutto rilievo. Ora, anche su questo impianto ovviamente non sto a dilungarmi, sulle modifiche che erano state fatte, il Tribunale le conosce, le valvole, le tenute delle pompe, etc.. C’è il problema, c’era ancora il problema quando sono intervenuto io, nel periodo di mia direzione, nella frequenza dell’entrata in autoclave per la pulizia. Qui siamo di fronte ad un prodotto di tipo diverso, come era il PVC sospensione rispetto al PVC emulsione. Anche qui le modifiche sono state descritte ampiamente. Il dottor Smai prima di me ha detto qualcosa a proposito degli investimenti avviati durante il suo periodo, per esempio la conduzione o, meglio, si mise a punto la tecnologia per la conduzione della polimerizzazione a boccaporto chiuso, che quindi consentiva l’apertura del boccaporto dell’autoclave solamente nel caso di interventi di manutenzione o interventi di pulizia o ispezioni, perché le autoclavi poi venivano anche ispezionate, essendo dei recipienti che andavano in pressione, smaltati poi fra l’altro, quindi subivano anche delle ispezioni. Io in questo periodo devo dire che detti un grande impulso a... e questo ritengo sia stato un mio modesto contributo allo sviluppo, perché la sperimentazione del famoso antisporcante che è stato poi adottato era una... Normalmente questa attività la faceva il Centro Ricerche di EVC. Il Centro Ricerche di EVC non operava generalmente in impianto, operava invece sull’impianto pilota. Il mio contributo è stato quello di voler lavorare a strettissimo contatto con loro per trasferire e quindi per ottenere molto più rapidamente i risultati che si sperava di ottenere e che poi sono stati ottenuti, testando direttamente sulle autoclavi di produzione. Ora citerò qualche dato, ma poi voglio spiegare anche perché c’è stato un arco temporale che io non considero affatto lungo, ma qui quando si lavora su un impianto di produzione di una scala di questo genere, beh, si lavora con molta professionalità, bisogna essere sicuri che tutte le cose che si fanno sono delle azioni che rispondono ad una logica e che la logica poi viene riconosciuta dai risultati. Noi siamo passati, abbiamo cominciato l’antisporcante, ma anche questo, l’uso dell’antisporcante, con la nigrosina e siamo passati praticamente da un ingresso ogni 140 cariche all’inizio di questa sperimentazione ad un ingresso ogni 47 giorni per autoclave, che voleva dire una pulizia praticamente ogni due o quattro giorni in totale, cioè su tutto l’impianto, a partire dal 1988, fin quando non abbiamo utilizzato il bus 80, quindi nella seconda metà dell’anno ‘90, 1990, in cui abbiamo ottenuto un risultato di un ingresso ogni 400 cariche, quindi un ingresso ogni 130 giorni per autoclave, ovvero una pulizia ogni 10-11 giorni. Questo è stato un risultato veramente notevole. Il bus 80, come credo sia stato detto, se ricordo bene, era un antisporcante che era stato suggerito a EVC dal socio inglese ICI, ma naturalmente il fatto che l’ICI avesse utilizzato, deteneva tra l’altro il know-how di questo antisporcante, questo non voleva dire che si poteva applicare rapidamente perché i problemi erano tanti. C’erano problemi, per esempio, di efficacia della distribuzione dell’antiscorpante su tutta l’autoclave, non dimentichiamoci che le autoclavi che erano a Marghera non erano le stesse autoclavi, o per lo meno non erano esattamente coincidenti con le autoclavi che gli inglesi utilizzavano in Inghilterra, avevano delle 4 candele, quindi quando per esempio si spruzza l’antisporcante sulle pareti io ho le candele che nella loro, nel loro raggio di azione presentano delle zone d’ombra, quindi il mettere a punto un sistema che consentisse di bagnare perfettamente tutta la superficie, non solo dell’autoclave, ma delle candele, non era una cosa che si poteva far realizzare in quattro e quattro otto, noi l’abbiamo realizzata in due anni, ma devo dire che siamo stati anche particolarmente bravi, il prodotto e la tipologia del prodotto PVC che si faceva a Marghera non era lo stesso tipo di prodotto che, sempre PVC era, d’accordo, ma le formulazioni con cui si facevano questi tipi di PVC che servivano per gli usi più svariati erano formulazioni diverse da quelle che usavano gli inglesi in Inghilterra, quindi bisognava, e questo è stato uno sforzo che poi EVC ha fatto nel tempo, essere certi che il prodotto non avesse poi delle controindicazioni, perché anche in altri stabilimenti, fuori dall’Italia, in Europa, erano stati utilizzati altri antisporcanti che poi non avevano dato i risultati, che invece con il bus 80 devo dire noi abbiamo ottenuto. L’esposizione, perché poi alla fine quello che conta è questo, l’esposizione dei lavoratori durante questo periodo, per esempio durante il mio periodo l’operatore, ma è stato già detto in Tribunale, era il signor Cecconello, era un’esposizione estremamente modesta, siamo partiti, se ricordo bene, a valori di esposizione che erano ampiamente al di sotto di un PPM, intorno a metà, quindi 0, 0,5, 0,6, per poi a finire a valori, quando il bus 80 è entrato completamente nel ciclo di produzione dell’impianto, a 0,2, più o meno insomma. E` chiaro che questo vantaggio, la riduzione dell’entrata in autoclave per la pulizia delle stesse da parte dell’operatore, ha portato quindi di conseguenza un ulteriore abbassamento del valore dell’esposizione dei lavoratori ma ha consentito allo stesso, come del resto lui stesso poi ha dichiarato, per esempio sempre Cecconello, che una volta fatta l’azione aveva un sufficiente tempo per, praticamente a partire da un certo punto, ero rimasto di fatto quasi disoccupato, per cui si è dato da fare per monitorare sempre di più con il cerca fughe le possibili aree di impianto dove ci poteva insorgere qualche eventuale perdita.

 

Presidente: non voglio davvero interromperla in questa sua occasione che ha di spiegare e difendersi, però devo dire che io sto accusando un po’ di stanchezza, le volevo chiedere quanto ritiene di poter proseguire ancora.

 

PISANI - In sostanza, io se vuole posso anche ritornare, questo non è un problema, qui volevo mettere in evidenza ancora, vediamo quali argomenti sono gli argomenti di cui volevo ancora parlare, volevo parlare, e questo è un argomento velocissimo, del problema delle polveri al CV24, volevo parlare dell’impianto di compound, perché anche qui c’è stato, sono state sollevati dei problemi, a mio parere, francamente...

 

Presidente: lo faccia...

 

PISANI - Cercando di sintetizzare al massimo. Quello che volevo dire che è che l’innovazione da un punto di vista organizzativo, così come ne ho parlato al CV6, era al CV24 quando chiuso il CV6, io, questa è stata una mia decisione autonoma, ho preso...

 

Avvocato Stella: Presidente, scusi, forse è il caso che, sia pur sintetizzando, ma riprendere al 3 aprile, perché siamo stanchissimi tutti, facciamo fatica a seguirlo, veramente. Io, non lo so, perché lui è giunto a metà della sua esposizione, allora anche sintetizzando io non lo so...

 

PISANI - Volevo chiedere semmai...

 

Presidente: io non ho nessuna intenzione di interromperla.

 

Avvocato Stella: chiuda con il CV24 e poi...

 

Presidente: se vuole adesso eventualmente chiudere sul CV24 dopodiché riprende alla prossima udienza.

 

PISANI - Va bene, d’accordo. Allora, dicevo dal punto di vista organizzativo le modifiche sostanziali sono state quelle di dedicare una persona, così come era stato fatto al CV6, e come era al CV22/23, dove poi dirò che c’è il signor Fin Gasparini, il quale che cosa faceva? Aveva proprio questo compito di assistente di ecologia e sicurezza impianto, quindi aveva il compito di leggersi tutte le mattine il registro delle fughe, aveva il compito di parlare con il personale per capire che cosa era successo, che cosa aveva dato origine, laddove ovviamente si presentassero delle fughe, aveva il compito di addestrare il personale, si facevano delle riunioni periodiche con il personale di turno perché il personale, contrariamente a quello che si pensa, non è che stesse là in maniera passiva, era un personale attivo, quindi era interessato alla salvaguardia della propria salute, quindi quando c’erano dei superamenti o degli allarmi che il cromatogramma o il cromatografo segnalavano, lo volevano discutere perché volevano capire se questi inconvenienti si potessero risolvere con delle modifiche all’impianto, erano dovuti semplicemente alla casualità oppure semplicemente all’errore umano. Noi siamo intervenuti anche su questo, non ho detto prima sul CV6, ma colgo ora l’occasione per dirlo, che per esempio lì ad aprile, questo me lo ricordo perfettamente, a seguito di due errori che erano stati fatti abbastanza marchiani, nonostante la procedura prevedesse certe cose dal personale, io, personalmente io, avevo fatto inserire degli interblocchi sulle valvole in modo che non ci potesse essere l’errore dell’operatore di aprire una valvola prima di averne chiusa un’altra. Tutte queste piccole modifiche che alla volte venivano fatte proprio per celerità direttamente in manutenzione, non andavamo ad avviare una procedura di investimento quando si potevano risolvere molto rapidamente, venivano fatte all’interno dell’impianto con il personale d’esercizio e discusse con loro, perché ovviamente era uno dei problemi che interessava la vita di chi lavorava in reparto. Ecco, quindi questa funzione è una funzione che è stata estremamente utile, importante, perché ha contribuito ovviamente, guardando con un occhio diverso dall’occhio dell’operatore di produzione, lo svolgersi dell’operatività all’interno dell’impianto, è ed è stata estremamente utile perché, secondo me, ha migliorato non solo la riduzione di certi fenomeni, ma anche ha fatto, l’assistente faceva anche della formazione, perché io credo che al di là ora della teoria e al di là dello sbandierare del numero di corsi, che alle volte si fa, la formazione si fa in campo, non si fa da nessun’altra parte, la formazione che si fa in campo è la più importante perché è quella che poi conta nel momento in cui l’operatore si deve muovere velocemente, deve prendere delle decisioni, quindi deve sapere perfettamente quello che deve fare, e questo devo dire che al CV24 ha trovato una grossa rispondenza. Io al CV24 non ricordo di incidenti rilevanti, quindi si è molto discusso qui su quegli incidenti che erano stati ipotizzati dal professor Nardelli per quanto riguarda il rapporto di sicurezza, non ci sono stati, durante il mio periodo, significativi, quindi simili a quelli citati nel rapporto di sicurezza, tra gli investimenti ancora che si sono fatti durante il mio periodo, l’invio degli sfiati in uscita dalle colonne di assorbimento, ma voglio dire, ora l’installazione degli interblocchi sulle autoclavi, ma gli stessi interventi che prima ha citato il dottor Smai, quelli lui li aveva avviati ma poi si sono concretizzati e si realizzati sotto la mia gestione. Chiudo con il CV24 con il problema delle polveri. L’impianto era dotato di una sezione di essiccamento ma non aveva una sezione di insaccamento, e questo perché il prodotto veniva stoccato in dei silos in quota a cui venivano, a cui veniva trasferito il PVC sospensione, con un trasporto pneumatico e questi silos erano collocati in un area all’esterno, all’aperto, la motivazione successiva del prodotto avveniva attraverso il trasporto in autosilos, il trasporto in autosilos avveniva, praticamente in sostanza poteva essere o un trasporto direttamente al cliente, oppure un trasporto al magazzino CV7. Il prodotto quindi veniva distribuito, veniva recapitato al cliente secondo modalità diverse, devo dire che con l’avanzare del tempo, a partire, i miei ricordi, sempre a partire dagli anni della gestione Enichem, ma questo non era un fatto che aveva determinato Enichem, era il mercato che lo determinava, si è sempre più spostato verso la consegna del prodotto in autosilos piuttosto che non in sacchi, questo per un motivo semplice, per un motivo di costo, per un motivo di razionalità dell’impianto, perché si manipolava di meno il prodotto, si manipolava praticamente niente e il prodotto circolava all’interno di tubazioni e di apparecchiature chiuse. Quindi il PVC sospensione veniva dal CV24 mandato direttamente a cliente, io ora non vorrei dare dei numeri, veramente numeri al Lotto, anche vista l’ora, però voglio dire che sicuramente nei tempi miei la maggior parte del prodotto, quindi direi quasi il 60% veniva spedito via autosilos e il 40 invece veniva mandato al CV7. Ho già detto prima del CV7 come avveniva la modalità, noi non lo gestivamo, però al CV7 c’era una cooperativa, la Transfert, la quale curava direttamente i rapporti con la cooperativa di facchinaggio. Per quanto riguarda quindi in definitiva il problema della polverosità sulla stazione di carico del..., là obiettivamente problemi non c’erano, perché c’era una pera sulla pensilina di carico dell’autosilos, l’operatore non faceva altro che posizionare la pera sul boccaporto dell’autosilos e poi caricava, si allontanava ovviamente perché i quadri comando era messi da un’altra parte, non erano certamente sull’autosilos, e quindi una volta che operava, aveva fatto questo, il prodotto cadeva nel silos e non c’era più nessun tipo di problema. Alla chiusura della pera, siccome la pera era verticale, lì non c’era nemmeno il problema del prodotto che potesse rimanere all’interno, e quindi una volta che scollego la pera va addosso all’operatore, perché essendo in una posizione verticale, nel momento in cui chiudo la pera tutto quello che resta dalla sezione di chiusura in giù va nell’autosilos e quindi il problema non c’è. Quindi obiettivamente, considerando poi anche quello che è stato scritto dal professor Foraboschi di polverosità all’interno della sezione di essiccamento ricordando che i setacci attraverso cui passava il prodotto e veniva vagliato operavano sotto vuoto, io francamente il problema della polverosità, come è anche emerso nei bollettini di analisi allegati alla relazione del professor Foraboschi, non c’era.

 

Presidente: allora, per essere ulteriormente chiari, perché ho avuto anche richieste di ulteriori precisazioni, il giorno 30, cioè venerdì prossimo, non si tiene udienza, si terrà udienza invece martedì 3 aprile ed ancora credo che rimangano questi incombenti istruttori, il controesame del dottor Chiozzotto e dell’ingegner Polo, poi due testi a Difesa, uno Difesa Necci, il teste Luciano, ed uno della Difesa Montedison, il teste Mason. Poi abbiamo ancora la prosecuzione delle dichiarazioni spontanee delle dottor Pisani ed ancora le dichiarazioni spontanee degli imputati Porta, Burrai e Zerbo. Va bene.

 

Avvocato Baccaredda: l’ordine sarà questo in linea di massima, prima i testimoni e poi...

 

Presidente: sì, però, ecco, prendiamoci anche un accordo in questo senso, che le dichiarazione spontanee, cerchiamo innanzitutto di privilegiare allora i controesami e le audizioni dei testi e poi nelle dichiarazioni spontanee cerchiamo anche di attenerci a una certa sinteticità e continenza tenuto conto che verranno poi depositate le dichiarazioni per iscritto ed anche la documentazione. Dobbiamo farci entrare tutto il giorno 3, questo è un po’ l’invito che faccio, cercate di calcolare i tempi.

 

Avvocato Cesari: Zerbo, che deve rendere dichiarazioni spontanee, che non saranno poi molto lunghe, chiedeva se poteva renderle la mattina perché aveva un impegno...

 

Presidente: organizzatevi fra di voi.

 

Avvocato Cesari: forse sarebbe il caso che proseguisse l’ingegner Pisani, sarebbe una consecutio...

 

Presidente: per quanto mi riguarda può andare bene, basta però che allora riusciamo a svolgere tutto il programma.

 

Avvocato Baccaredda: allora io citerò i testi che riguardano in mattinata tarda, visto che vengono sentiti prima gli imputati.

 

Presidente: va bene.

 

Pubblico Ministero: quindi i controesami del dottor Chiozzotto e dell’ingegner Polo vanno al pomeriggio, credo.

 

Presidente: la preoccupazione che ci ponevamo è questa: noi non vogliamo ovviamente limitare le dichiarazioni spontanee e costringerle a tempi limitati, capiamo benissimo che dopo 3 anni di processo, voglio dire, anche se uno non rende l’esame, si è sottratto all’esame e pur tuttavia ritiene di fare delle dichiarazioni spontanee, capiamo che vuole esporre le proprie ragioni, allora, io vorrei porre in termini molto chiari una questione, una domanda, ritenete, perché voi siete i difensori e voi avete quindi preso contatto con i vostri assistiti, che davvero in una giornata, quella di martedì, riusciamo a completare l’audizione di tutti gli imputati sì o no? Perché altrimenti aggiungiamo il venerdì, cioè, voglio dire, qui il Tribunale non vuole stringere nulla però nello stesso tempo vuole che martedì si completi tutto, quindi io lascio anche a voi la valutazione, siete voi che sapete quanto i vostri assistiti, quanto tempo prendono, diciamo, i vostri assistiti, i vostri testi. Una previsione la sua può fare, soprattutto per quanto riguarda le dichiarazione spontanee.

 

Avvocato Alecci: per quanto riguarda Porta ci saranno 30 minuti, 40 al massimo.

 

Avvocato Cesari: Zerbo sarà un’ora, a farla grande.

 

Avvocato Stella: 3 quarti d’ora, un’ora ancora l’ingegner Pisani.

 

Avvocato Cesari: Burrai non sarà più di mezz’ora.

 

Pubblico Ministero: poi c’è anche un testimone che dovrà avere il controesame, il dottor Chiozzotto in particolare, volevo sottoporre il problema, nel senso, dipenderà dal tipo di controesame che vorranno fare, perché siccome le questioni trattate dal dottor Chiozzotto sono tante e consistenti e profonde, allora è un controesame che potrebbe durare 10 minuti come anche 5 ore, questo non lo so io, perché sicuramente non ho io intenzione di fare un controesame di questo tipo, non è un teste mio peraltro, quindi questo, non so, però...

 

Presidente: noi mettiamo a disposizione le 7 ore, 7 ore e mezzo dell’udienza, quindi dovete valutare davvero questo..., ritenete che ce la facciamo per martedì? Io sono qui che sto aspettando delle risposte però...

 

Avvocato Baccaredda: per i testi è più difficile, perché lo stesso vale per Polo, non sappiamo quanto durerà il controesame da parte...

 

Pubblico Ministero: il controesame dell’ingegner Polo, se ci sarà, per quanto mi riguarda potrà durare massimo 10 minuti, un quarto d’ora.

 

Avvocato Baccaredda: il teste Mason è una posizione equivalente in termini temporali a quella di Polo, quindi una posizione che durerà, a livello di esame, un’oretta.

 

Presidente: va bene, così, allora, valutando, etc., dovremmo entrarci.

 

Pubblico Ministero: visto che non c’è l’avvocato Vassallo, visto che il dottor Chiozzotto ha problemi di salute, possiamo dire che venga per il controesame alle 3?

 

Presidente: per quanto mi riguarda...

 

Avvocato Baccaredda: facciamo tutti i testi alle 3 del pomeriggio a questo punto, perché mi sembra che tutta la mattina viene esaurita dagli imputati.

 

Presidente: è pericoloso poi, perché dopo magari se i controesami..., no, facciamo venire dei testi la mattina, Luciano e questo Mason facciamoli venire, in tarda mattinata ma facciamoli venire.

 

RINVIO AL 03 APRILE 2001

 

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