UDIENZA DEL 31 GENNAIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

Presidente: procedo all’appello. Diamo inizio all’udienza.

 

Avvocato Stella: Presidente, io deposito i lucidi dei consulenti professor Pompa, professor Dragani, Zocchetti, Colombo e Bellucci. Poi deposito anche la traduzione dei documenti allegati alla relazione scritta depositata da Colombo e Bellucci prima di Natale. Oggi comincia il professor Vighi, che è in continuità con il professor Pompa.

 

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. VIGHI MARCO

 

RISPOSTA - Mi chiamo Marco Vighi, sono nato a Napoli il 30 luglio del 1945, sono docente di Ecologia Applicata ed Ecotossicologia alla Università di Milano Bicocca, dove sono responsabile della Sezione di Ecologia del Dipartimento di Scienza e dell’Ambiente e del Territorio. Sono membro del Comitato Scientifico Tossicologico ed Ecotossicologico per l’Ambiente della Commissione Europea, membro della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale del Ministero della Sanità e membro del Consiglio Scientifico dell’ANPA, la Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Il mio intervento oggi verterà su un tema abbastanza diverso rispetto a quello che è stato trattato dai colleghi che mi hanno preceduto in quanto, come ecologo ed ecotossicologico, io mi riferirò fondamentalmente agli aspetti ambientali, cioè agli aspetti legati allo stato dell’ecosistema lagunare, senza far riferimento ai problemi legati alla salute umana che sono stati trattati dai colleghi precedenti. La mia relazione sarà articolata secondo tre punti principali. Un primo aspetto verterà sulla origine della contaminazione dei sedimenti e l’obiettivo di questo primo punto è duplice: nella prima parte, analizzando le impronte di diossine e furani, l’obiettivo sarà di dimostrare l’estraneità delle emissioni dello stabilimento Petrolchimico nella contaminazione dei sedimenti dell’ecosistema lagunare; in una seconda parte, sempre legata alle origini della contaminazione dei sedimenti, l’obiettivo sarà quello di dimostrare il ruolo trascurabile del fall-out atmosferico sempre nella contaminazione dei sedimenti lagunari. Il secondo tema riguarda invece considerazioni sulla contaminazione del biota. Anche in questo caso il biota è inteso come componente dell’ecosistema, senza considerazioni di carattere tossicologico riferite al rischio per la salute umana, che sono state esaurientemente trattate dal professor Pompa. Lo scopo di questo secondo punto è quello di dimostrare che i livelli di contaminazione, i microcontaminanti nel biota lagunare non sono sostanzialmente diversi da quelli riscontrabili in organismi acquatici dell’Adriatico, del Mediterraneo nel suo complesso o di altri mari, altre aree, altri ecosistemi acquatici. L’ultimo punto, invece, riguarda lo stato complessivo di alterazione dell’ecosistema lagunare e l’obiettivo di questo ultimo punto è quello di fare un quadro generale dello stato dell’ecosistema lagunare e dei fattori di alterazione di questo ecosistema, dimostrando che la contaminazione da microcontaminanti nella laguna di Venezia non è tale da destare preoccupazione. Tutte le considerazioni che farò sui diversi punti si basano su una serie di documenti, su un ampio database che si basa fondamentalmente su nove documenti, che vediamo elencati in questa immagine, che sono la relazione di perizia tecnica Di Domenico ed altri del 1996, la relazione di perizia tecnica Bonamin ed altri del 1997, la relazione di perizia tecnica Raccanelli del 1999, la relazione Sesana, Müller e Micheletti del 1995, l’indagine sulla datazione e contaminazione dei sedimenti della Laguna di Venezia, Frignani e Bellucci 1998, nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia, il Progetto 2023 del Consorzio Venezia Nuova del ‘99, rapporto sullo stato di compromissione delle sponde e dei fondali dei canali di Porto Marghera del Consorzio Venezia Nuova ancora 1999, la valutazione dei rischi sanitari da contaminanti ambientali nel pesce e nei molluschi della laguna di Venezia con particolare riferimento a diossine e furani, documento di D’Andrea ed altri del ‘97, infine alcune analisi effettuate su commissione (Rai), Raccanelli, agosto del 2000. Complessivamente questi documenti sono tutti documenti già citati in questo documento e il mio obiettivo era quello di raccogliere il complesso di queste informazioni in un database più ampio e fare una valutazione complessiva della situazione, e qui vediamo il significato di questi documenti e le caratteristiche del database per quanto riguarda la distribuzione dei dati. Vediamo che, sebbene il database sia molto ampio e i dati siano per certi aspetti molto abbondanti, ad esempio abbiamo una gran quantità di informazione sui sedimenti, mentre sul biota possiamo avere alcune carenze, non tanto per quanto riguarda i molluschi quanto soprattutto per quanto riguarda i pesci, questo era stato già sottolineato anche dal professor Pompa. Per i molluschi la casistica è sufficientemente ampia, sia per quanto riguarda i canali industriali sia per quanto riguarda la laguna aperta, oltretutto i molluschi, essendo stanziali, sono caratteristici, danno un’idea significativa dell’area in cui sono pescati; per quanto riguarda i pesci, invece, abbiamo delle grosse carenze, non tanto per la laguna, anche perché in questi 16 campioni sono inclusi anche pesci stanziali, il (go) ad esempio, che è un pesce che si muove poco e quindi dà un’idea delle caratteristiche del sito in cui è stato prelevato, mentre invece questi quattro unici esemplari di campioni prelevati nei canali industriali sono anche pesci - come già aveva accennato il professor Pompa - non stanziali, che quindi sono poco significativi e poco rappresentativi del sito dove sono stati pescati. Quindi io riporterò nelle mie considerazioni anche alcune informazioni su questi pesci, bisogna tener conto della validità e significatività di questi dati. Ancora sul database, qui vediamo la distribuzione in funzione dei diversi analiti esaminati. Per quanto riguarda i metalli la casistica è molto ampia, alcuni problemi possono sorgere per alcuni microcontaminanti organici, in particolare per i PCB e gli IPA, su questo tornerò più in dettaglio più avanti, in quanto non sempre la informazione su questi composti è confrontabile in quanto non sempre sono stati analizzati gli stessi congeneri, quindi in questo caso i confronti potranno creare qualche problema in più. Quindi veniamo a valutare, sulla base di questo database, alcuni aspetti relativi alla origine della contaminazione nei sedimenti. Per fare questo mi sono basato sull’analisi delle impronte di diossine e furani. Le impronte di diossine e furani sono state trattate, esaminate da diversi consulenti dell’Accusa, in particolare il dottor Raccanelli, la dottoressa Stringer, il dottor Guerzoni, e sicuramente l’analisi delle impronte di contaminanti organici rappresenta oggi, nello studio della contaminazione organica da contaminanti persistenti, uno degli strumenti più efficaci per individuare analogie o differenze fra campioni che possono essere soggetti da contaminazione di varia origine. Tuttavia penso che sia opportuno fare una premessa per sottolineare e chiarire qual è il significato e qual è il reale valore di questo tipo di esame. Innanzitutto, parlando di diossine e furani, dobbiamo tener presente che questi sono composti che possono derivare da origini molto varie, sia di natura antropica sia di origine naturale. In pratica, ogni qualvolta noi mettiamo a contatto della sostanza organica e del cloro ad alta temperatura, qualunque combustione, sia naturale che antropica, che comporti quindi la vicinanza tra sostanza organica e cloro, può determinare la produzione di diossine. Quindi le diossine sono contaminanti ubiquitari, sia pure a livelli molto bassi nell’ambiente, e questo è un altro aspetto che è importante sottolineare per capire qual è il significato dello studio delle impronte. Quando parliamo di bassi livelli, abbiamo visto anche in molti interventi precedenti in questo dibattimento, che parliamo di quantità dell’ordine dei picogrammi; il picogrammo, per ricordarlo, è la milionesima parte di un milionesimo di grammo. Questo cosa significa? Significa che l’analisi di questi composti è un’analisi molto complessa, sofisticata, richiede metodologie avanzate, strumentazione complessa ed una inevitabile variabilità del dato. Questa variabilità è stata messa anche in evidenza da molti consulenti, anche dell’Accusa; ricordo che il dottor Raccanelli per esempio diceva che - adesso non cito a memoria e quindi i numeri potrebbero non essere gli stessi - ma per lui due campioni che dicono 5 e 10 sono la stessa cosa. Questa affermazione è chiaramente condivisibile e dà un’idea di quanto variabile possa essere l’analisi di questi composti. In particolare molto interessante a questo proposito è la relazione di Di Domenico ed altri presentata dal dottor Turrio Baldassarri, nella quale sono stati messi a confronto dati di analisi effettuate sullo stesso campione da laboratori diversi, laboratori diversi che sono il laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, cioè due strutture che si possono senz’altro considerare tra le più qualificate a livello nazionale per questo tipo di analisi. Bene, in analisi sullo stesso campione in alcuni casi estremi si aveva una variabilità che era superiore ad un ordine di grandezza, cioè superiore ad un fattore 10. Questa variabilità chiaramente non è proporzionale per tutti i congeneri, quindi questo può determinare una certa variabilità nella struttura delle impronte. Inoltre diossine e furani immessi nell’ambiente vanno incontro ad una serie di processi di distribuzione, di trasporto e di trasformazione, che comportano un destino ambientale differente per ciascun congenere, quindi questo sta ad indicare come, nello studio delle impronte, possa esserci una certa variabilità. Quindi l’impronta è uno strumento eccellente per evidenziare analogie, differenze, non è lo strumento per fare delle affermazioni categoriche, cioè attribuire categoricamente, senza possibilità di dubbio, una impronta ad una origine precisa, è chiaramente fuori luogo. Lo studio delle impronte non ha lo stesso tipo di precisione che può avere l’impronta digitale, lo studio del DNA; si tratta comunque di uno strumento di studio che ci permette di classificare - nell’ambito di un certo livello di variabilità - impronte con caratteristiche generali differenti. L’esame delle impronte è stato effettuato attraverso un metodo statistico di analisi multivariata, che è l’analisi delle componenti principali. Anche questo è un metodo che è stato più volte introdotto in questo dibattimento, per ricordare brevemente - è difficile riassumere in due parole il significato di una analisi dei componenti principali - a grandi linee questo metodo ha lo scopo di rappresentare in uno spazio semplice, a due o tre assi, la variabilità di una serie di oggetti, in questo caso di campioni di sedimento analizzati in funzione di una serie di coordinate, che sono i diversi congeneri esaminati. Quindi questo permette di rappresentare su un piano, quindi dando un quadro abbastanza immediato della variabilità, un qualche cosa che invece dovrebbe essere rappresentato su uno spazio a enne dimensioni. L’analisi dei componenti principali è stata applicata all’intero database disponibile, però facendo un minimo di selezione. In altre parole sono stati eliminati da questo complesso di dati sulle diossine e furani tutti quei campioni che risultavano scarsamente significativi, in quanto un gran numero di congeneri si presentava a concentrazioni inferiori al limite di rilevabilità analitica. Questo perché? Anche questo è un aspetto che è stato sottolineato dalla dottoressa Stringer: l’impronta è un qualche cosa che è caratterizzata dall’insieme dei congeneri, nel caso delle diossine e furani parliamo di 17 differenti congeneri; se molti di questi sono al di sotto del limite di rilevabilità, cioè sono praticamente zero, quindi non ne possiamo valutare quantitativamente la rilevanza, è chiaro che questo appiattisce le caratteristiche dell’impronta. Facendo un caso estremo, se tutti i congeneri meno 1 fossero al di sotto del limite di rilevabilità, in questo caso l’unico congenere abbondante in tutti i campioni è l’octafurano, l’impronta sarebbe caratterizzata dal solo octafurano e tutte le impronte sarebbero identiche, questo quindi questo non darebbe nessuna significatività all’analisi. Quindi nell’analisi dei componenti principali che io ho effettuato sono stati eliminati tutti i campioni nei quali un numero superiore a 6 congeneri dava livelli inferiori al limite di rilevabilità analitica. Il risultato dell’analisi dei componenti principali in termini generali è riportato in questa immagine, che ci dice ancora poco perché si dà una distribuzione di punti. La cosa importante, che vorrei sottolineare, è questa: questa analisi, questa distribuzione secondo questo piano dei punti, dei campioni di sedimento della laguna, rappresenta l’82 per cento della variabilità complessiva. Questo significa che la rappresentazione è molto significativa, soltanto il 18 per cento della variabilità potrebbe essere rappresentato da ulteriori componenti, quindi introducendo più assi nel sistema, un terzo asse ed altre dimensioni nel sistema, quindi complicando enormemente la cosa. Quindi questa immagine serve solo per valutare la significatività dell’analisi. Invece considerazioni interessanti possono venire da una valutazione di maggior dettaglio di impronte caratteristiche di zone diverse dei canali industriali. In questa immagine sono indicate, in questo grande ellisse sulla parte destra in basso della figura, i campioni della prima zona industriale, cioè campioni che provengono dal Canale Brentella e dal Canale Industriale Nord. Invece in questo ellisse sulla parte sinistra dell’immagine, in rosso sono indicati i campioni che provengono dal Canale Lusore-Brentelle. Questa immagine ci mostra chiaramente come esista una chiara differenza tra le caratteristiche, tra l’impronta generale riscontrata nei canali della prima zona industriale e l’impronta del Lusore-Brentelle. Un altro aspetto, molto interessante a mio parere, è mostrato in quest’altra immagine; in questa immagine i campioni del canale Lusore-Brentelle sono stati suddivisi in due parti: i punti rossi pieni rappresentano i campioni prelevati nei sedimenti superficiali, mentre i punti rossi vuoti rappresentano i campioni relativi a due carote effettuate nei sedimenti del Lusore-Brentelle. In particolare due carote, che sono state descritte nella relazione di Frignani e Bellucci e che, considerato anche le caratteristiche di non disturbo, diciamo, dei sedimenti del Lusore-Brentelle, hanno consentito anche una datazione dei sedimenti. Quindi questi punti si riferiscono alle due carote che nella relazione Frignani-Bellucci erano indicate con le sigle C9 e C11. In questa immagine si può osservare una cosa, e cioè che, nonostante una qualche variabilità, inevitabile in funzione di quanto osservavo prima in merito alla variabilità delle impronte, le impronte di campioni di sedimento profondo non sono sostanzialmente diverse da quelle che si possono riscontrare nei campioni superficiali del Lusore-Brentelle, quindi in altre parole questo starebbe ad indicare, sta ad indicare che le emissioni dello stabilimento Petrolchimico nel tempo non hanno subìto sostanziali variazioni. L’impronta del canale Lusore-Brentelle è rimasta relativamente invariata, diciamo, nel tempo, e comunque in ogni caso chiaramente diversa dall’impronta che noi osserviamo nei canali della vecchia zona industriale. Questa considerazione smentisce alcune ipotesi che erano state sollevate, ipotesi che imputavano al Petrolchimico gli elevati livelli di contaminazione riscontrati nella prima zona industriale; ipotesi che si basavano sulla possibilità di un trasporto di materiale di scarico nella prima zona industriale. Ora, considerazioni di questo genere erano considerazioni di tipo speculativo, ipotetico, in quanto una corrispondenza fra le impronte delle emissioni dello stabilimento Petrolchimico e le impronte riscontrate nella vecchia zona industriale, non è stato portato nessun elemento probatorio di queste analogie, tanto che per spiegare questa differenza tra le impronte era stata avanzata l’ipotesi di un possibile cambiamento nel tempo dei processi produttivi, che avrebbero potuto determinare, in periodi pregressi, delle impronte diverse da quelle attuali. Ecco, a fianco di queste considerazioni, basate su ipotesi e su speculazioni, questa immagine dimostra invece che non è possibile individuare significative differenze nell’impronta di diossine e furani nel canale Lusore-Brentelle nell’arco del tempo, quindi questo dimostra che l’impronta determinata dallo stabilimento Petrolchimico è rimasta poco variata o praticamente invariata nel tempo su queste basi, come dicevo non possiamo dire invariata data la variabilità dei dati, ma sicuramente con poche variazioni e sicuramente mai con caratteristiche paragonabili a quelle della vecchia zona industriale. In quest’altra immagine sono messi a confronto, invece, sempre le impronte dei campioni prelevati nel Canale Lusore-Brentelle e nella prima zona industriale con alcuni riferimenti di letteratura e con le impronte di riferimento di fanghi prelevati dagli scarichi SI2, SM22, SM15. Anche qui vediamo come le caratteristiche dell’SM15, dell’SM22, dell’SI2, si collocano nell’area, anche se un po’ marginalmente questi, ma sicuramente non quelli dell’SM15, nell’area caratteristica del Canale Lusore-Brentelle e sicuramente differente dall’area dei vecchi canali industriali. Quindi il Lusore-Brentelle riflette le caratteristiche delle emissioni dello stabilimento Petrolchimico, mentre le impronte dei canali della prima zona industriale sono sostanzialmente diverse da quelle delle emissioni dello stabilimento Petrolchimico. In questa immagine sono anche riportati alcuni riferimenti di letteratura, come dicevo, per esempio alcune impronte di produzioni di CVM riportate da Carrol, che si pongono ancora in questa area, alcune impronte citate dalla dottoressa Stringer su produzione di clorurati volatili, distillazione di CVM, la distillazione di dicloroetano si pone un po’ più in questa zona, qui abbiamo una impronta della produzione del magnesio citata da Oheme, quindi si tratta di una produzione completamente diversa, che comunque si colloca in questa area. Questo per mostrare come altre produzioni - quello che dicevo in apertura - come molte produzioni industriali, molte emissioni di diossine possono comunque collocarsi in senso lato all’interno di caratteristiche a grandi linee di questo genere, cioè con una prevalenza di composti octaclorurati, octafurani, octadiossine. Sempre in merito alle impronte, un’ultima immagine che vorrei mostrare è questa: questa immagine è diversa dalle precedenti e in questa è stato effettuato un confronto, in questo caso, non tra diverse zone, tra la prima e la seconda zona industriale, tra la prima zona industriale e il Lusore-Brentelle, ma differenze fra la laguna nel suo complesso e le impronte della zona industriale. Per non confondere ulteriormente la figura, per quanto riguarda la zona industriale sono stati riportati soltanto punti medi di diverse aree, in modo da caratterizzare con alcuni punti significativi, mentre qui abbiamo una serie di impronte della laguna - sulla parte sinistra dell’immagine - suddivise in diverse zone. Abbiamo le tre zone caratteristiche, che possiamo chiamare zona urbana, zona mista e zona pesca, usando la terminologia che era stata usata anche dal dottor Turrio Baldassarri, per zona urbana ovviamente intendiamo quella più direttamente influenzata dall’abitato di Venezia e da altri abitati lagunari, tipo Murano; per zona mista indichiamo una zona nella quale potrebbe esserci una influenza sia della contaminazione di origine urbana che della contaminazione di origine industriale, mentre per Zona pesca indichiamo tutta l’altra parte della laguna, sia nord che sud, che si trova in aree meno influenzate da questo tipo di contaminazione. Nell’immagine, rappresentati da questi grandi quadrati rossi, sono riportati anche alcuni dati di campioni prelevati in prossimità di immissioni dal bacino scolante. Da questa figura si possono osservare due cose fondamentali: innanzitutto le caratteristiche della zona industriale si pongono, in questo ellisse sul lato destro della figura, nettamente separate dai campioni caratteristici della laguna, dove sembra essere molto più rilevante, sia nella Zona mista che nella Zona pesca, un effetto determinato dalla contaminazione di tipo industriale e dalle immissioni dal bacino scolante, e cioè le impronte dei sedimenti della laguna presentano molte più analogie con sedimenti di origine urbana o con sedimenti direttamente influenzati dal bacino scolante, mentre un ruolo sicuramente meno rilevante, che qua appare con questa chiara differenza tra le due serie di campioni, è attribuibile alla contaminazione di origine industriale. Quindi si possono trarre alcune conclusioni in merito all’analisi delle impronte di diossine e furani. Innanzitutto il Canale Lusore-Brentelle presenta caratteristiche che sono sostanzialmente diverse da quelle dei canali della prima zona industriale, Canale Brentella e Canale Nord, i quali quindi risultano contaminati da fonti differenti dalle emissioni nel Canale Lusore-Brentelle. Secondo punto è che l’impronta del Lusore-Brentelle rimane pressoché costante nel tempo, quindi non è sostenibile l’ipotesi di una contaminazione pregressa dei canali della prima zona industriale da parte di materiale di rifiuto dello stabilimento Petrolchimico. Terzo punto, l’impronta del Lusore-Brentelle corrisponde a quella degli scarichi SM15, SI2, SM22, che invece si presentano fortemente diversi dall’impronta della prima zona industriale. Infine l’impronta della laguna, sia nella zona mista che nella zona di pesca, è molto diversa da quella dei canali industriali e corrisponde molto meglio a quelle riscontrate sia in zona urbana sia in prossimità di immissioni dal bacino scolante. Quindi ne consegue che le emissioni della zona industriale hanno un ruolo trascurabile nella contaminazione della laguna, almeno per quanto riguarda questo tipo di contaminante. Un secondo aspetto che volevo valutare relativamente alla origine e al ruolo di diverse fonti di contaminazione della laguna si riferisce al contributo del fall-out, il fall-out atmosferico. Il problema del fall-out atmosferico è stato trattato dal dottor Guerzoni, che ha riportato i risultati di una indagine svolta su quattro stazioni di prelievo, di raccolta di fall-out atmosferico, indagine attraverso la quale è stata fatta una quantificazione dell’apporto del fall-out di diversi contaminanti. Io ho cercato, utilizzando gli stessi dati del dottor Guerzoni, i dati pubblicati nel rapporto dell’attività del Progetto 2023, che sono stati quelli sui quali si è fondato poi l’intervento del dottor Guerzoni, utilizzando questi stessi dati, dicevo, ho cercato di fare un calcolo, una stima per verificare quanto questo fall-out atmosferico possa contribuire alla contaminazione dei sedimenti lagunari. Per effettuare questa valutazione ho utilizzato un modello di ripartizione multicompartimentale, il modello ChemCAN, che è un modello sviluppato dal professor (Donald Maccai) all’Università di Toronto e che si basa sul concetto di fugacità. Molto brevemente, per chiarire il significato e il senso di questo modello: un modello di questo genere permette, una volta descritto uno scenario ambientale, e in questo caso si è descritto lo scenario ambientale della Laguna di Venezia immaginando la superficie dell’area lagunare, la superficie occupata dall’acqua e la superficie occupata dalla terra, i volumi di acqua e di terra, i ricambi di acqua e, con una certa approssimazione, i ricambi atmosferici, quindi ricostruendo uno scenario rappresentativo dell’ecosistema lagunare, dicevo questo modello su uno scenario di questo genere, conoscendo una immissione di contaminante nel sistema, permette di calcolare le concentrazioni nei diversi comparti dell’ambiente - e vediamo in questa figura il comparto aria, il comparto suolo, il comparto acqua e il comparto sedimento - in ciascuno di questi riquadri caratterizzanti i quattro comparti principali sono riportati i livelli di concentrazione prevista. Inoltre il modello permette di calcolare il bilancio complessivo, valutando le perdite da ciascun comparto attraverso trasporto per (advezione) o per reazione, cioè degradazione, e gli scambi tra i diversi comparti. Modelli di questo genere, modelli di ripartizione multicompartimentale basati sul concetto di fugacità oggi sono considerati lo strumento più efficace per fare delle valutazioni di ripartizione di comparti organici nei sistemi ambientali complessi. In questa immagine è riportato a livello di esempio il caso dell’esaclorobenzene, nel quale, come dato di input, cioè dato di entrata nel sistema, è stato preso il dato di fall-out atmosferico misurato e riportato dal dottor Guerzoni. Il modello è stato applicato a tutti i diversi microcontaminanti organici che sono stati trattati in questo dibattimento, cioè l’esaclorobenzene, le diossine e i furani, i PCB e alcuni IPA. Qui, a titolo di esempio, sono riportati i valori per alcuni composti caratteristici, l’esaclorobenzene, i due estremi nella scala dei PCB, cioè un tetra PCB e un octa PCB, in modo da rappresentare composti con proprietà chimico-fisiche, quindi ambientali, differenti, sono state riportate la octadiossina e l’octafurano, che rappresentano i due composti più significativi da un punto di vista della contaminazione dell’ecosistema lagunare per quanto riguarda la categoria di diossine e furani, e sono stati riportati, a titolo ancora esemplificativo, tre rappresentanti degli idrocarburi aromatici policiclici, cioè antracene, fenantrene e benzopirene, anche qua scegliendo composti con caratteristiche chimico-fisiche e ambientali molto differenti. I risultati del modello ci danno le concentrazioni nell’aria, nel suolo, nell’acqua e nei sedimenti. Le concentrazioni valutate, stimate per i sedimenti, risultano di molti ordini di grandezza inferiori a quelle effettivamente misurate nei sedimenti della laguna, indicando come di fatto il contributo del fall-out risulti assolutamente trascurabile. Però io mi rendo conto che la valutazione di un modello di questo genere potrebbe prestarsi a diverse critiche, questi modelli danno risultati approssimati, ed allora, per meglio chiarire questo aspetto, ho fatto anche un altro calcolo e ho considerato una ipotesi estrema, una ipotesi estremamente massimizzata. Senza usare modelli complessi, ho fatto un banalissimo calcolo di bilancio, come ipotesi estrema ipotizzando che tutto ciò che ricade per fall-out venga incorporato nei sedimenti della laguna. Questo ovviamente non è del tutto vero ma, come dicevo, si tratta di un (wose) case, di una ipotesi massimizzata. Ipotizzando che si abbia una sedimentazione di circa un centimetro all’anno, questo comporta 15 chili di sedimento per metro quadro. Assumendo i valori massimi di fall-out riportati dal dottor Guerzoni si ottengono i risultati seguenti: i valori annuali di fall-out in termini di nanogrammi per metro quadro sono riportati in questa colonna; per valutare quindi le concentrazioni massime possibili in questa ipotesi estrema nei sedimenti basta dividere questa quantità per i chili di sedimento per metro quadro che si depositano in un anno. Il risultato è riportato in questa colonna. Nell’ultima colonna, invece, sono riportati dei valori caratteristici di aree industriale, non sono né delle medie né degli ambiti precisi, la variabilità è ancora maggiore, ma diciamo che la maggior parte dei dati dei sedimenti ricade negli ambiti qui riportati, ambiti che vediamo essere di diversi ordini di grandezza superiori alle concentrazioni nei sedimenti risultanti da questo calcolo. Per l’esaclorobenzene per esempio noi abbiamo una ricaduta, un fall-out annuale di 8.600 nanogrammi per metro quadro, questo comporta una concentrazione nei sedimenti, ipotizzando appunto 15 chili di sedimento per metro quadro, di 0,57 microgrammi per chilo, le concentrazioni di esaclorobenzene nei sedimenti variano in un ambito che può andare dai 10 ai 500. Differenze ancora più accentuate le troviamo per i PCB, dove si passa da una concentrazione di 0,18 microgrammi per chilo a valori tipici che vanno da 100 a 10.000 e così via. Ovviamente i dati calcolati attraverso il modello di fugacità che ho mostrato prima sono ancora inferiori a questi. Ciò nonostante, come dicevo, anche assumendo questa ipotesi massimizzata, questo dimostra che il fall-out si può considerare come trascurabile. Nel corso del controesame del dottor Guerzoni, di fronte ad una obiezione di questo genere, il dottor Guerzoni osservò che la contaminazione della laguna non riguarda solo i sedimenti, che bisogna considerare l’ecosistema nel suo complesso. Teniamo conto però che tutte le sostanze di cui stiamo parlando, cioè questi microcontaminanti organici, sono sostanze fortemente idrofobiche e lipofile. Questo cosa significa? Significa che sono sostanze che sono fortemente assorbite al materiale particolato e in particolare alla componente organica del materiale particolato; questo vale sia in ambiente aereo che nell’ecosistema acquatico. La maggiore quantità, io direi oltre il 99 per cento, di ciò che cade attraverso fall-out di queste sostanze è un fall-out legato al particolato atmosferico. Quando questo materiale va a finire nell’ecosistema acquatico entra nel sedimento, va a costituire parte del sedimento e avrà una conseguenza sull’ecosistema, sulla comunità biologica dell’ecosistema, attraverso una ripartizione tra sedimento e le altre componenti. Per cui per sostanze di questo genere, quando noi parliamo di possibili influenze sull’ecosistema acquatico, noi dobbiamo sempre parlare di influenze che avvengono sempre per il tramite del sedimento; il sedimento è la sede finale di deposito, la sede principale di deposito di queste sostanze, che poi potranno anche bioaccumularsi negli organismi viventi in quanto hanno anche - essendo appunto sostanze lipofile e persistenti - la capacità di accumularsi negli organismi viventi e nelle catene trofiche, ma fondamentalmente attraverso il tramite del sedimento. Quindi con questo direi che potrei considerare conclusa la prima parte del mio intervento e passerei quindi al secondo aspetto, e cioè all’aspetto della presenza di contaminanti negli organismi acquatici della laguna. Come dicevo, non farò delle considerazioni sul ruolo tossicologico di queste concentrazioni, sul ruolo tossicologico per la salute umana, che sono già state fatte dal professor Pompa, ma mi limiterò a valutare queste concentrazioni dal punto di vista della comunità biologica acquatica, quindi farò una serie di confronti fra i dati misurati negli organismi lagunari e dati disponibili, dati di letteratura disponibili per organismi acquatici di diversa origine. Per quanto riguarda alcuni di questi contaminanti, in particolare per i metalli, il principale riferimento bibliografico a cui si è fatto capo è un’ampia rassegna bibliografica pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità relativa alla presenza di contaminanti in organismi pescati nell’Adriatico. Purtroppo questa rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità era molto ampia e molto esauriente per alcuni contaminanti, lo era molto meno per altri per cui, come vedremo, per altri contaminanti si è dovuto far capo ad altre fonti e ad altri riferimenti bibliografici. In queste figure sono riportati i confronti, sostanza per sostanza, fra i livelli misurati negli organismi della laguna, riportati qui sul lato destro della figura e divisi per canali industriali e laguna vera e propria; questi dati della laguna si riferiscono, come avevo detto in origine, fondamentalmente a molluschi, perché - come avevo mostrato prima - i dati sui pesci sono estremamente carenti; mentre sul lato sinistro della figura sono riportati i valori desunti da questa rassegna bibliografica dell’Istituto Superiore di Sanità. Il quadrato rosso rappresenta il valore medio, mentre la linea verticale rappresenta gli estremi, cioè l’ambito di variabilità. Per quanto riguarda la rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità, dov’è possibile, dove fossero disponibili sufficienti dati per operare questa divisione, i diversi organismi sono stati suddivisi in categorie di organismi, qua sono riportati per esempio i molluschi bivalvi, i molluschi cefalopodi e gasteropodi - seppie, calamari - i pesci pelagici, i pesci bentonici. Questo numero che vediamo in corrispondenza di ciascuna categoria di organismi rappresenta il numero di dati riportati nella rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità. Quindi, per esempio nel caso dei molluschi bivalvi, per l’arsenico erano disponibili 156 valori, quindi una casistica molto ampia; per i pesci bentonici addirittura 233; vedremo come per altri contaminanti i numeri saranno ancora più ampi. Questi dati si riferiscono, come dicevo, a meccanismi pescati nell’Adriatico, da nord a sud, quindi dall’Adriatico settentrionale alla Puglia, in una quindicina di diversi siti di campionamento. Faccio notare che la scala è una scala logaritmica: la scala logaritmica in questo caso è necessaria data l’ampia variabilità, vediamo che tra i valori minimi e i valori massimi possono esserci due e oltre due ordini di grandezza, addirittura tre ordini di grandezza. Per quanto riguarda l’arsenico, vediamo che il biota della laguna si pone all’interno dello stesso ordine di grandezza, quindi i dati del biota lagunare sono assolutamente comparabili con i dati che noi possiamo osservare in organismi pescati nell’Adriatico, sia per quanto riguarda i molluschi, praticamente i molluschi bivalvi dell’Adriatico sono praticamente identici a quelli della laguna nel suo complesso ed appena leggermente inferiori a quelli dei canali industriali, anche se la variabilità complessiva è maggiore. Questa variabilità maggiore è sicuramente anche dovuta al fatto che qui la casistica è ampia e quindi è possibile che si siano trovati dei valori estremi più bassi da una parte e più alti dall’altra. Vediamo che questa variabilità nel caso dei pesci pelagici è molto ampia, ma qua parliamo anche di specie molto differenti, pesci pelagici andiamo dalle sordine ai tonni, vedremo come questo potrà essere scorporato per altri composti. Quindi nel caso dell’arsenico abbiamo dei livelli che sono assolutamente comparabili con quelli misurabili in organismi acquatici del mare Adriatico. Analogamente per il cadmio; anche per il cadmio è stato possibile fare la stessa differenza, molluschi bivalvi, cefalopodi e gasteropodi, pesci pelagici, pesci bentonici; qui la casistica è ancora più ampia, abbiamo addirittura 700 valori per i pesci bentonici e 480 per i molluschi ed ancora una volta i dati degli organismi lagunari rientrano nello stesso ambito, nello stesso ordine di grandezza e quindi sono assolutamente confrontabili, in alcuni casi inferiori, a quelli - anzi sicuramente per quanto riguarda gli organismi della laguna al di fuori dei canali industriali decisamente inferiori - misurati nell’Adriatico. Quindi anche per il cadmio non si riscontrano differenze sostanziali tra organismi lagunari ed organismi del mare Adriatico. Per il cromo abbiamo dei valori leggermente più alti nei canali industriali, che però sono sicuramente confrontabili a quelli che si osservano nei molluschi cefalopodi, cioè le seppie, i folpi e i calamari, mentre quelli della laguna al di fuori dei canali industriali sono perfettamente in linea con tutti gli altri. Il mercurio; il mercurio è un caso un po’ particolare, sul quale vale la pena di spendere una parola in più, dato che poi il mercurio è stato in molte occasioni una sostanza di cui si è parlato molto in questo dibattimento. Facciamo notare innanzitutto che la casistica per il mercurio è molto ampia, ha consentito anche di scorporare ulteriormente i dati della rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità, quindi è stata fatta una divisione tra molluschi bivalvi, cefalopodi e gasteropodi, come nel caso precedente; i pesci pelagici sono stati suddivisi in predatori pelagici - intendiamo i tonni, i pesci spada, i grandi pesci pelagici - ed altri pesci pelagici, dalle sordine agli sgombri, per dare un’idea di cosa stiamo parlando, pesci bentonici, alcuni dati su cefali e una serie di pesci non classificati. Anche in questo caso vediamo che i dati della laguna sono... in questo caso direi generalmente inferiori, sono dello stesso ordine di quelli che troviamo nei molluschi bivalvi, questo forse è il confronto più significativo, sicuramente inferiori ai valori che troviamo in altri organismi e circa un ordine di grandezza inferiore rispetto a quello che troviamo nei pesci pelagici. Questo non deve sorprendere: il mercurio, in particolare il mercurio organico, il metilmercurio, è un composto non soltanto bio-accumulabile ma anche bio-magnificabile, cioè che aumenta i livelli di concentrazione via via che si sale nella catena trofica, passando da organismi alla base della catena alimentare, come i molluschi bivalvi, per arrivare ad organismi al vertice, come i grandi predatori pelagici, quindi non c’è dubbio che noi possiamo trovare valori elevati in grandi predatori pelagici, come in questo caso, peraltro per motivi che nel Mediterraneo sono assolutamente naturali: il Mediterraneo è un’area ricca di bacini mercuriferi. In questo schema non sono stati riportati per esempio campioni di crostacei pescati davanti alla costa toscana, in zona dove le immissioni da bacini mercuriferi sono molto rilevanti, i quali si sarebbero posti sicuramente addirittura al di fuori di questo schema. Peraltro questi livelli di presenza di mercurio in certi organismi erano livelli che venivano tranquillamente mangiati dagli antichi romani, cioè sono livelli che sono sempre stati presenti nel Mediterraneo per motivi di geologia naturale di alcuni bacini dell’area mediterranea. Analoghe considerazioni si possono fare per il piombo, siamo a livelli comparabili con quelli che possiamo riscontrare in organismi dell’Adriatico; lo stesso può valere per il rame, anche in questo caso soprattutto per i molluschi bivalvi. Faccio notare come, mentre per il mercurio i livelli più elevati nell’Adriatico li trovavamo nei predatori pelagici, in questo caso al contrario li troviamo nei molluschi, qua parliamo di una sostanza che non è bio-magnificabile, quindi che non mostra - come il mercurio - questa crescita passando da un livello all’altro della catena alimentare, quindi se noi confrontiamo i molluschi dell’Adriatico con i molluschi della laguna di Venezia troviamo dei lavori pressoché coincidenti. Grosso modo le stesse cose si possono dire per lo zinco. Con questo abbiamo chiuso la serie dei metalli. Passiamo ai microcontaminanti organici. Per i microcontaminanti organici c’è stata qualche difficoltà in più in quanto - come dicevo - non c’era una casistica così ampia per quanto riguarda l’Adriatico, si sono quindi dovuti raccogliere dati di letteratura derivanti da altre aree, in alcuni casi nel Mediterraneo, in alcuni casi fuori dal Mediterraneo. Un’ampia casistica si è trovata per mari settentrionali, il particolare Mare del Nord, Mar Baltico. Questi dati ad esempio, i dati mostrati in questa tabella, derivano tutti da un documento Commissione Europea che è la Compilation of EU Dioxin Exposure and Health Data, cioè i dati disponibili di esposizione ambientale di diossine, da questa rassegna europea è stato possibile trovare una serie di dati di diversi organismi acquatici, prevalentemente pesci - aringhe, salmoni, lucci, bottatrici, merluzzi, sgombri, passere, trote, coregoni ed anche mitili - sulla seconda colonna di questa tabella è riportata l’origine, prevalentemente Mar Baltico, baia di Botnia, Nordland, Kattegat, quindi sempre zone di mari settentrionali, e nella terza colonna è riportato il numero di campioni, che vediamo in alcuni casi è molto elevato, andiamo da 184 valori per l’aringa, che quindi permettono di dare dei valori medi molto significativi riferiti ad un’ampia casistica, anche in questo caso abbiamo 50 (pools) in tre tipi di campionamenti di aringa, 50 pools significa che sono state fatte 50 analisi su campioni, ciascuno dei quali rappresentava un insieme di diversi individui, per ottenere, con un numero sia pure elevato di analisi, una casistica più ampia, che si riferiva ad un numero di esemplari molto più elevato di questi 50 dati analitici. Quindi sulle aringhe abbiamo sicuramente un gran numero di dati, lo stesso su alcune altre specie, come questi lucci del Baltico, 112 dati, e in alcuni casi abbiamo dei dati sporadici. Purtroppo sporadici sono anche i dati sui mitili, che sono soltanto 4 dati, ma comunque con una certa omogeneità, che vediamo è compresa 0,3 e 0,5 picogrammi di diossine in termini di TEQ, con una media di 0,41. Premetto - ne vale la pena prima di fare i confronti con i dati adriatici per quanto riguarda diossine e furani - ricordo quanto stato detto già da colleghi che mi hanno preceduto relativamente al problema dei fattori di equivalenza tossica e di TEQ nel caso delle diossine e dei furani ed anche dei PCB. Questo metodo ha un significato tossicologico molto limitato e molto criticabile, tuttavia rappresenta uno strumento di possibile comparazione di informazioni, e quindi è uno strumento che viene normalmente usato quando si vogliano mettere a confronto dati che si riferiscono a tanti congeneri di una stessa classe di composti, quindi anch’io mi riferirò a questi dati. Farò questo, come vedremo, anche nel caso dei PCB, sottolineando ancora che il significato di tossicologico di questi TEQ è molto criticabile, non solo in campo di tossicità umana, come hanno già sottolineato i colleghi che mi hanno preceduto, ma ancora di più in campo ambientale, in quanto l’informazione tossicologica sui singoli congeneri in campo ambientale è estremamente carente, tanto carente da rendere molto aleatorie le attribuzioni di fattori di tossicità equivalente ai diversi congeneri. Ciò nonostante, ripeto, è il mezzo più correntemente utilizzato per fare questo tipo di confronti e mi atterrò anch’io a questo. Questi sono i dati di letteratura a cui ci si è riferiti e questo è un confronto tra i dati di letteratura e i dati misurati negli organismi della laguna, nei molluschi della laguna, nei molluschi dei canali industriali e ho riportato - sia pur con il beneficio di inventario - i dati sui pesci, ricordando che si tratta di un numero molto ridotto di esemplari. Per quanto riguarda i dati sui molluschi, anche i dati sui mitili di letteratura sono pochi ma sono dello stesso ordine di quelli misurati nella laguna, quelli dei canali industriali sono leggermente superiori ma sicuramente molto inferiori a quelli che possiamo trovare in tutta una serie di altri organismi. In particolare per quanto riguarda alcuni pesci, in particolare le aringhe, le aringhe riportano livelli estremamente più alti rispetto a quelli che osserviamo negli organismi lagunari. Anche questo non è sorprendente perché sono prodotti anche questi bio-magnificabili, che mostrano una crescita e possono mostrare dei livelli di crescita man mano che saliamo nella catena trofica ma comunque, anche in questo caso, possiamo parlare di una comparabilità tra i dati di diossine e furani nella laguna di Venezia e i dati di letteratura. Sui PCB il discorso è ancora più complesso... Sui PCB vale la pena di aprire una parentesi in quanto i PCB sono una categoria molto complessa di composti, che comprende oltre 200 congeneri, questo vale anche per le diossine e i furani ma, mentre nel caso delle diossine e i furani ormai è convenzione, pratica metodologica, universalmente accettata, quella di concentrare l’attenzione su 17 congeneri, e tutte le analisi che si trovano sono di norma concentrate su questi 17 congeneri, nel caso dei PCB esiste molta più confusione. Innanzitutto bisogna precisare che i PCB comprendono un certo numero di sostanze, i cosiddetti PCB co-planari, che hanno delle caratteristiche che possono essere, come struttura della molecola, in qualche modo paragonate alle caratteristiche delle diossine, e per questo motivo vengono considerati di maggiore rilevanza tossicologica e, sempre per lo stesso motivo, la loro valenza tossicologica viene convenzionalmente espressa ancora in termini di fattori di tossicità equivalente, i famigerati ormai TEF. Il professor Manzo ha chiarito abbastanza, soprattutto parlando di sostanze di due categorie diverse, cioè stiamo parlando di diossine da una parte e di PCB dall’altra, per quanto questo confronto sia un po’ tirato per i capelli, ma anche in questo caso è una cosa che ci può riuscire pragmaticamente utile. In particolare, nell’ambito di questi 14 congeneri co-planari, sono fondamentalmente 4 quelli che hanno maggiori analogie con le diossine: i cosiddetti congeneri non orto, cioè quelli che non presentano atomi di idrogeno in posizione orto, non entro in dettagli di struttura chimica di queste sostanze, si tratta dei quattro congeneri caratterizzati dal numero 77, 81, 126, 169. In particolare questi ultimi due, il 126 e il 169, sono quelli di maggiore rilevanza tossicologica, tanto da avere un valore di TEF pari a 0,1 e 0,01 rispettivamente. Ricordo che questo è il riferimento alla tetraclorodiossina, che ha un fattore di tossicità di 1, preso appunto come riferimento. Tutti gli altri hanno valori di tossicità equivalente molto più bassa. Tutti gli altri oltre 200 congeneri di PCB che non rientrano in questa categoria di co-planari sono considerati ancora meno rilevanti da un punto di vista tossicologico. Per cui, dovendo impostare un campionamento sui PCB e dovendo selezionare, dal momento che non è possibile ovviamente analizzare tutti i 200 e rotti componenti, congeneri, la scelta potrebbe essere quella di analizzare questi 14 co-planari, ma qui sorge un altro problema, e il problema sta nel fatto che la maggior fonte di contaminazione da parte di PCB è rappresentata dalle miscele commerciali, dalle miscele tecniche commerciali utilizzate per vari tipi di finalità, dagli isolanti nelle strutture elettriche, ai ritardanti di fiamma e così via. Bene, nelle formulazioni commerciali, nelle formulazioni tecniche-commerciali i PCB co-planari e in particolare questi quattro e ancora più in particolare i due più significativi, cioè 126 e 169, sono praticamente sempre assenti. In questa tabella faccio vedere la presenza in termini percentuali dei diversi congeneri co-planari di PCB nelle miscele più comuni di tecniche commerciali di PCB, cinque diverse miscele di Aroclor e quattro diverse miscele di Clophen; queste non sono tutte le miscele tecniche che sono state utilizzate ma sono sicuramente in particolare l’Aroclor quelle maggiormente utilizzate. In ciascuna di queste miscele sono riportate le percentuali dei 14 co-planari, da cui vediamo come in particolare i non orto e in particolare il 126 e il 169, che sono i più significativi dal punto di vista tossicologico, praticamente non compaiono mai se non in minime quantità percentuali, mai nell’Aroclor e molto raramente, in minime quantità, nelle miscele di Clophen. Una presenza significativa la possiamo trovare per altri congeneri, per esempio il 118, sono segnati in rosso i valori di percentuale superiore a 2, che ho assunto arbitrariamente come significativa, il congenere 118 è presente in alcune miscele di Aroclor e di Clophen fino a livelli superiori al 10 per cento, lo stesso vale per il 180. Ci sono poi altri congeneri non co-planari che saranno presenti nelle miscele in quantità ancora più significative. Questo cosa significa? Che un altro criterio di scelta, quando si deve impostare una selezione di congeneri in un’indagine ambientale, può essere quello di selezionare quelli che ci aspettiamo di trovare con maggiore probabilità, cioè quelli che saranno più facilmente presenti nelle miscele tecniche commerciali che, come abbiamo visto, non sono gli stessi che ci interessano di più dal punto di vista tossicologico. Questo significa che nei dati di letteratura, come pure nei dati disponibili per la Laguna di Venezia, abbiamo una grande eterogeneità di informazioni. Alcuni dati di letteratura, come pure alcuni rapporti che hanno fatto parte del mio database, sono impostati secondo la presenza di co-planari, quindi hanno analizzato questi 14 e non altri. Altri dati hanno analizzato magari 40-50 diversi congeneri senza includere questi, ed allora i dati sono assolutamente non comparabili, quindi è stato necessario dividere i dati disponibili in funzione di una loro effettiva comparabilità. Per cui vediamo adesso quali sono i possibili confronti da fare sui PCB. Sono fondamentalmente tre. Un piccolo confronto piuttosto interessante si basa su un singolo congenere. Questa è una proposta fatta dal Ministero dell’Ambiente e della Sanità svedese ed è una proposta molto significativa; il congenere 153 per gli organismi biologici ha una grande significatività per due motivi: primo, è molto presente, in grandi quantità, nelle miscele tecniche commerciali, quindi sicuramente ci possiamo aspettare di trovarlo nell’ambiente; secondo, tra tutti i diversi PCB è quello che presenta la maggior stabilità negli organismi viventi, cioè è quello più difficilmente metabolizzato dagli organismi ai diversi livelli di complessità, dai molluschi ai pesci. Quindi è una sostanza che è presente nell’ambiente e, una volta accumulata, una volta entrata negli organismi viventi, se ne va molto difficilmente, scompare molto difficilmente, quindi può essere considerata un eccellente tracciante, tanto che addirittura a livello svedese c’era stata una proposta di impostare i criteri, gli standard di accettabilità dei PCB su questo congenere, quindi in tutti i casi in cui è stato analizzato tra i dati sul biota della laguna il congenere 153, ho cercato di fare questo confronto con dati di letteratura nei quali fosse disponibile il congenere 153. Secondo possibile confronto, confronto tra valori di PCB totali. Questo confronto in qualche caso può essere problematico in quanto non sempre è indicato come si sono calcolati questi PCB totali, però, se il numero di congeneri analizzati è elevato, cioè se si è fatta una scelta di una quarantina di congeneri, che sono poi quelli più presenti e più abbondanti nelle miscele tecniche e di conseguenza nell’ambiente e nel biota, questi dati possono rappresentare all’incirca diciamo l’80 per cento del totale reale di PCB e quindi possono essere dei dati significativi. Ci vuole qualche attenzione nel fare questi confronti per avere un minimo di garanzia di confrontare qualche cosa di realmente comparabile. Infine, terzo possibile confronto, come dicevo un confronto tra valori di TEQ in tutti i casi in cui fossero disponibili dati relativi ai 14 congeneri co-planari o per lo meno ai quattro congeneri di maggior significato tossicologico, cioè quelli con il più alto valore di TEF. Questo è un esempio del primo confronto, in questo caso non ho riportato uno schema, ho riportato solo una tabella, e vediamo nella prima parte della tabella una serie di dati ancora una volta relativi fondamentalmente ad organismi di mari nordici, dal Mare del Nord, al Baltico, Skagerrak. Si tratta di organismi prevalentemente di pesci, pesci sia bentonici, come l’halibut, che è una specie di grande sogliola, passera, ancora pesci piatti, sogliole, sgombri, aringhe, qui andiamo su pesci della catena trofica pelagica, merluzzi, coregoni, i coregoni sono pesci più tipicamente d’acqua dolce ma che spesso si possono trovare anche nel Baltico, come pure lucci e persici, il Baltico ormai è abbastanza strano, ma abbiamo anche qualche dato su mitili e gamberi. Nella terza colonna sono riportati i riferimenti bibliografici e nelle ultime due colonne sono riportati l’ambito di variabilità e i valori medi, confrontati con valori della laguna di Venezia. In questo caso sono stati esaminati valori di biota della laguna di Venezia, esclusa la zona industriale, semplicemente perché non erano disponibili dati riferiti ai canali industriali, campioni dei canali industriali nei quali fosse stato misurato il congenere 153. Comunque questo esame ci mostra che, per quanto riguarda i molluschi, il valore dei molluschi della laguna è confrontabile, abbiamo uno 0,86 dei molluschi della laguna contro un valore di 1 per i mitili del Baltico, quindi un’ottima coincidenza, confrontati con valori molto più alti in altri organismi. Ancora una volta valori alti li possiamo trovare nelle aringhe, che mostrano valori da 6 a circa 20, valori più bassi li ritroviamo in altri organismi come la sogliola, fondamentalmente per un minore quantitativo di sostanze grasse, i valori più alti in assoluto li troviamo nelle anguille, con un livello di 69 contro circa 1 che è stato misurato nei molluschi. Ho riportato anche in questo caso i dati dei pesci, sempre con il beneficio di inventario dovuto alla scarsità di informazione sui pesci, però ci danno una indicazione, che in ogni caso dimostra che anche quei pochi campioni di pesci disponibili non sono differenti, si collocano in un quadro paragonabile a quello dei pesci dell’Atlantico. Ancora un confronto con il congenere 153 deriva da una serie di altri dati che sono stati ricavati, questi, da un progetto europeo nel Programma Ambiente e Clima, un grosso progetto che aveva come obiettivo lo studio di POP, cioè di contaminanti organici persistenti, quindi tutti questi contaminanti di questa categoria, quindi PCB, diossine e così via. Quello che possiamo vedere, in questo caso possiamo fare un confronto sempre tra i molluschi della laguna, come dicevo prima non sono inclusi i canali industriali per carenza di dati sul 153, e valori di molluschi e di pesci derivanti da questo progetto, dove vediamo che i molluschi della laguna sono all’incirca un ordine di grandezza al di sotto rispetto ai valori di mitili misurati nell’ambito di questo progetto. Anche questo non deve stupire, questo valore riportato è significativamente più alto di quello riportato nella tabella precedente, alla quale ritorno, però bisogna... mi dispiace, non è stata riportata una tabella che dà la casistica, il numero di casi misurati; in questo caso il numero di casi analizzati è molto maggiore, quindi è possibile una più grande variabilità ed è probabilmente molto più significativo dei livelli reali di presenza di PCB, almeno relativamente al congenere 153, in questa area. Un altro confronto è stato fatto sulla base di valori totali, quindi somma di PCB. In questo caso sono stati presi dei dati riportati da Bayarri, Turrio Baldassarri, Di Domenico ed altri, pubblicati nel 2000, relativi all’Adriatico e relativi a diversi organismi adriatici, suddivisi in tre zone adriatiche - adriatico settentrionale, centrale e meridionale - confrontati con dati di laguna. Anche in questo caso purtroppo sono esclusi di canali industriali in quanto non si disponeva, nei canali industriali, di dati sufficienti per fare una adeguata valutazione di PCB totali, mentre vedremo se sarà possibile fare una valutazione in termini di equivalenti tossici, e vediamo come i valori di mitili e vongole si collocano sicuramente allo stesso livello dei valori misurati in mitili e vongole dell’Adriatico, sicuramente è un livello inferiore di dati che sono stati misurati in zone dell’Adriatico settentrionale. Anche per i pesci, per quei pochi dati di pesci di cui disponiamo, i valori sono fortemente inferiori a quelli misurati in pesci adriatici, soprattutto - vediamo - negli sgombri possiamo trovare dei livelli estremamente elevati, che possono essere anche tripli rispetto a quelli misurati nei pochi pesci della laguna. Un altro confronto con valori totali è stato fatto da dati di letteratura raccolti per il Mediterraneo nel suo complesso, e qua vediamo le origini. Nella prima colonna vediamo che questi dati si riferiscono a molluschi adriatici, sia Adriatico meridionale che centrale che settentrionale, a pesci, in particolare triglie pescate nel Mediterraneo nord occidentale, nel Tirreno, nell’Adriatico e nell’Egeo, ancora da mitili presi nel Mediterraneo nord occidentale, Tirreno, Adriatico ed Egeo, quindi sono le stesse fonti bibliografiche, ed ancora un confronto con la laguna. Ripeto, ancora in questo caso abbiamo l’esclusione dei canali industriali. Il confronto tra i valori misurati negli organismi della laguna e alcuni valori che possiamo osservare in organismi del Mediterraneo ci mostra come, anche basandoci sui valori medi, possiamo trovare differenze che sono di alcuni ordini di grandezza. Mitili pescati in quattro diversi siti del Mediterraneo mostrano concentrazioni medie che vanno da 60 nanogrammi/grammo di PCB totali fino ad oltre 300, contro valori di 5-7 diciamo, i valori medi di mitili e vongole della laguna di Venezia. Bisogna sottolineare, bisogna chiarire che in questi dati di letteratura gli stessi autori sottolineano che è possibile una sovrastima dei valori da loro riportati, sovrastima che è dovuta al metodo di determinazione di PCB totali, cioè all’estrapolazione tra i dati analitici e il reale valore di PCB totale. Questa sovrastima, però, potrà essere anche di due, tre volte, facendo un’ipotesi estrema, estremizzando, come estremizzano gli stessi autori, ci potrebbe essere un massimo di una valutazione di tre volte rispetto al... Ma, nonostante questo, se anche dividessimo per tre questi valori, saremmo di ordini di grandezza al di sopra, se dividessimo per tre questo valore di 300 misurato nei mitili del Mediterraneo nord occidentale arriveremmo a 3 contro i 5-7 dei molluschi della laguna. Qui invece l’ultimo confronto che possiamo fare, come dicevo, era quello in termini di TEQ, cioè di valori di tossicità equivalente, e questo confronto lo possiamo fare anche con gli organismi dei canali industriali. Non c’è una grande casistica ma abbiamo un certo numero di campioni che ci permette di calcolare i livelli di PCB co-planari sia nella laguna nel suo complesso che nei canali industriali. In questa tabella sono riportati diversi istogrammi. Sulla sinistra del grafico sono riportati i valori di letteratura, che si riferiscono ancora ad organismi dell’Atlantico e del Pacifico, dove l’istogramma in blu rappresenta i valori di TEQ calcolati solo attraverso la somma dei quattro congeneri non orto, cioè i quattro diciamo più diossino-simile, mentre la colonna, l’istogramma giallo rappresenta il TEQ calcolato come somma di tutti i 14 co-planari. Lo stesso per quanto riguarda il lato destro dell’immagine, dove sono riportati i valori della laguna: l’istogramma rosso rappresenta la somma dei quattro non orto, l’istogramma arancione rappresenta la somma dei 14 dioxin-like diciamo. Anche in questo caso vediamo che - qua vediamo i valori di mitili - sono nello stesso ordine di grandezza di valori di molluschi dei canali industriali e nettamente superiori ai valori, invece, di mitili della laguna nel suo complesso. Ancora una volta il confronto con i pesci, come dicevo, è meno significativo, ma sia per quanto riguarda i pesci della laguna sia per quanto riguarda quei pochi pesci dei canali industriali, ci troviamo a livelli che sono decisamente inferiori rispetto ad una casistica di pesci prelevati in varie zone dell’Atlantico e del Pacifico. Ultima categoria di composti: gli idrocarburi aromatici policiclici. Anche questi comportano qualche problema perché anche per questi abbiamo tutta una serie di possibili composti e non tutti i rapporti, non tutti i monitoraggi disponibili riportano dati su tutte le sostanze. Anche in questo caso molto spesso si trovano in letteratura, ed anche tra i dati disponibili per la laguna, dati totali, dove non sempre è chiaro quali sono stati i congeneri analizzati. In questa prima immagine è mostrato un confronto con dati ancora riferiti a quella rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità, che per gli IPA portava un certo numero di informazioni. Spieghiamo cosa rappresentano questi istogrammi. Per diversi congeneri, l’acenaftene, acenaftilene, antracene, benzoantracene, benzopirene, crisene, fenantrene, fluorantrene e pirene, sono riportati diversi istogrammi che si riferiscono rispettivamente: il primo ai pesci dell’Adriatico, il secondo a molluschi dell’Adriatico, il terzo a pesci dei canali industriali, il quarto a molluschi dei canali industriali, il quinto a molluschi lagunari. La situazione è abbastanza variabile: in alcuni casi noi troviamo in organismi adriatici dei livelli nettamente più alti rispetto ai valori lagunari, in altri casi possiamo trovare dei livelli più o meno comparabili, un caso apparentemente diverso è quello del benzopirene, nel quale sembrerebbe che i molluschi dell’Adriatico risultano significativamente inferiori rispetto ai livelli degli organismi della laguna di Venezia. Voglio far notare che io ho riportato in questo grafico questi dati relativi al benzopirene ma voglio sottolineare che nella rassegna dell’Istituto Superiore di Sanità era presente un unico dato; mentre per gli altri congeneri c’era una casistica più abbondante stranamente per il benzopirene, che di norma è uno dei congeneri più tenuti sott’occhio, esisteva un unico dato di un unico mitilo campionato nell’Adriatico meridionale, quindi questo confronto ritengo sia scarsamente significativo. Allora per il benzopirene ho effettuato ancora un confronto diverso, riportato in questa figura. Ho riportato ancora un confronto con dati relativi sempre da quel progetto europeo sui contaminanti persistenti nell’area baltica, e qui la casistica era molto più ampia; anche in questo caso ho riportato i molluschi della laguna e i pesci... in questo caso i pochissimi campioni, 1 e 2 rispettivamente, di pesci dei canali industriali e della laguna, mostravano in tutti i casi livelli inferiori al limite di rilevabilità analitica, mentre invece livelli misurabili erano presenti nei molluschi, i quali si collocano in un ambito sicuramente comparabile con i mitili prelevati in questo vasto campionamento nell’area baltica ed ordini di grandezza al di sotto di livelli, misurati sempre nello stesso progetto, in mitili campionati da aree definite come contaminate, dove si possono trovare dei livelli, dove i livelli minimi misurati sono più o meno dello stesso tipo dei livelli massimi misurati nei molluschi dei canali industriali. Non avevo esaurito il quadro dei microcontaminanti organici, rimane ancora l’esaclorobenzene. L’esaclorobenzene, anche in questo caso è stato effettuato un confronto, sempre con gli stessi dati riferiti a questo monitoraggio di area baltica, dal momento che non era stato possibile ritrovare significativi dati di letteratura relativi ad altre zone, in particolare all’Adriatico, ed anche in questo caso notiamo che i molluschi della laguna e dei canali industriali rientrano in un ambito, all’interno dello stesso ordine di grandezza, quindi sono comparabili con dati misurati in organismi baltici, sia mitili che aringhe, i merluzzi sono un po’ più bassi, mentre anche in questo caso mitili prelevati in aree considerate contaminate sono di ordini di grandezza più alti. Quindi, a conclusione di questo quadro generale sulla presenza di contaminanti negli organismi della laguna, direi che si può chiaramente concludere che il confronto tra i valori di metalli e microcontaminanti organici misurati nel biota della laguna e in particolare nei molluschi, con valori di letteratura analoghi, comparabili, relativi sia ad organismi del Mediterraneo sia ad organismi derivanti da altre aree, questo confronto mostra livelli comparabili per tutti i parametri. Questo vale sia per gli organismi prelevati nella laguna nel suo complesso, sia per gli organismi pescati nei canali industriali, quindi non sussiste, non si riscontra un livello anomalo di contaminazione nel biota lagunare. Terzo ed ultimo aspetto che vorrei trattare in questa mia esposizione riguarda adesso una valutazione generale dello stato di alterazione della Laguna di Venezia. Per introdurre questo aspetto è necessario ricordare che cos’è la laguna di Venezia e quali sono le caratteristiche da un punto di vista ambientale, ecologico, di ecosistema della laguna di Venezia. Innanzitutto la laguna di Venezia è un ambiente che - tutti sappiamo - è gestito dall’uomo da secoli; molti aspetti relativi alle caratteristiche ecologiche ed ambientali dell’ecosistema lagunare veneziano e delle cause di alterazione sono state ricordate negli interventi del dottor Rabitti, addirittura il primo intervento di questa parte del dibattimento, dal professor Tibaldi. Vediamo un po’ quali sono questi aspetti di alterazione. Innanzitutto la deviazione degli immissari; la deviazione degli immissari, compiuta attorno al ‘700, ha comportato un radicale cambiamento dell’equilibrio dell’ecosistema lagunare. Gli ecosistemi lagunari sono di norma degli ecosistemi che hanno una loro evoluzione, una loro storia, che va verso un progressivo interramento, un progressivo aumento degli apporti di sostanza sospesa che deriva dal bacino drenante, che comporta quindi una più o meno lunga diminuzione delle profondità. La deviazione dei principali immissari ha arrestato questo processo, quindi ha ridotto gli apporti di sedimenti. Inoltre l’allargamento delle bocche a mare ha aumentato gli apporti dal mare e quindi aumentando il problema dell’asportazione di sedimenti. Questo è stato ancora incrementato dallo scavo di canali navigabili per il movimento di imbarcazioni, di navi di grandi dimensioni che comportano anche una mobilizzazione di sedimenti, e tutto questo comporta chiaramente un radicale cambiamento del regime di sedimentazione, facendo sì che la Laguna di Venezia non è più un ecosistema lagunare che tende ad interrarsi ma è un qualche cosa che tende a perdere sedimenti e ad incrementare la sua profondità. Inoltre tutti questi processi, quindi riduzione delle immissioni di acqua dolce ed aumento delle immissioni di acque salate ha portato ad una alterazione della salinità. La salinità della laguna di Venezia non è certo più la salinità dell’ecosistema lagunare originario, si è molto più spostata verso una salinità marina diciamo. Poi abbiamo tutta una serie di immissioni di sostanze, in particolare sostanze nutrienti, che derivano da fonti di vario genere: fonti urbane, in quanto il centro storico di Venezia scarica direttamente - come pure tutti gli altri centri abitati della laguna - in laguna, questo quindi comporta un apporto di nutrienti; per non parlare delle fonti agricole del bacino scolante, sebbene una buona parte degli immissari sia stata deviata, altri immissari ancora apportano nutrienti. Poi abbiamo condizioni igienico-sanitarie, sempre per lo stesso motivo: tutti i centri abitati scaricano nella laguna e quindi tutto questo comporta una serie di alterazioni, di alterazioni profonde dell’ecosistema lagunare. Poi c’è la gestione della comunità biologica; nella Laguna di Venezia sono attive da secoli sicuramente attività di pesca, di acquicoltura, che hanno comportato profonde modifiche della comunità biologica della laguna, la quale è una comunità gestita, di fatto non è una comunità biologica naturale. Per quanto riguarda questi aspetti legati alla gestione, alla pesca e all’acquicoltura, l’ultimo evento importante è stata l’introduzione di specie esotiche, in particolare del tapes philippinarum, cioè la vongola verace, che non è una specie autoctona, è una specie che è stata importata dalle Filippine e che ha praticamente soppiantato molte specie di molluschi autoctoni, ma il problema della introduzione del tapes philippinarum non risiede solo in queste alterazioni della bio-diversità dell’ecosistema lagunare, che sono sicuramente importanti da un punto di vista ecologico, ma in tutta una serie di altri aspetti sui quali tornerò più a fondo più avanti in quanto non c’è dubbio che l’introduzione del tapes philippinarum ha comportato delle conseguenze che io non esito a definire devastanti per la laguna. Tutto questo a che cosa ci porta? Tutto questo ci porta a concludere che la laguna di Venezia ben difficilmente si può definire un ecosistema lagunare, la Laguna di Venezia è un ecosistema gestito, è un ecosistema gestito da secoli, è un sistema antropico nel quale sussistono tutta una serie di interventi di gestione. E` chiaro che questo non significa che non debba essere protetto, è chiaro che un sistema antropico è anche un parco urbano, chiaramente è un sistema antropico che va protetto, che deve avere delle caratteristiche di qualità. E` chiaro soprattutto poi che, quando parliamo della Laguna di Venezia, parliamo di una struttura che ha una fruizione diciamo, da un punto di vista culturale, turistico, ambientale, ricreativo, di pesca, estremamente importante, quindi che dev’essere tutelato. Ma che dev’essere tutelato come un bene ambientale di grande valore ma non può essere considerato un ecosistema naturale come se parlassimo del Parco dello Stelvio o delle Galapagos, dove l’intervento umano è nullo o minimo, almeno per il momento. Qui invece l’intervento umano c’è, c’è sempre e c’è sempre stato. Vediamo allora come possiamo valutare la caratteristica della laguna e vediamo però innanzitutto quali sono, una volta visti quali sono gli elementi che hanno portato a delle alterazioni, vediamo allo stato attuale quali sono le cause di alterazione dell’ecosistema della laguna che hanno e stanno destando o che hanno nel passato destato maggiore preoccupazione. Innanzitutto il problema dell’eutrofizzazione; il problema dell’eutrofizzazione storicamente è uno dei principali problemi dell’ecosistema lagunare, il quale ha raggiunto nel passato dei livelli estremamente elevati, tanto che - e qua riporto una citazione da un documento del Magistrato alle Acque del ‘93, che riporta un evento degli ultimi anni ‘80: "nel 1998 l’elevata richiesta di assistenza ospedaliera da parte della popolazione a seguito di una eccezionale decomposizione di alghe e del persistere del fenomeno ha indotto il Consiglio comunale a considerare l’evacuazione del centro storico e delle isole", questo per dare un’idea di che cosa può comportare un fenomeno di eutrofizzazione. Sempre nello stesso documento del ‘93, accanto alla gravità del problema della eutrofizzazione, si sottolinea come invece una contaminazione da microcontaminanti e in particolare da metalli pesanti ed elementi tossici sia meno rilevante. Sempre citando direttamente da questo documento: "Le indagini condotte sulla presenza di metalli pesanti ed altri elementi tossici nella matrice sedimentaria hanno indicato che queste sostanze risultano confinate alle aree prospicienti i punti di scarico. Anche se in alcune di tali aree si raggiungono concentrazioni significative, non si hanno riscontri di fenomeni di tossicità a carico della colonna d’acqua, né esistono elementi per ritenere che ci sia una relazione tra lo stato di tossicità dei sedimenti e il degrado dell’ambiente sommerso". In documenti più recenti - e qui mi riferisco al Piano Direttore del 2000, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Veneto - viene sottolineato ancora questo aspetto, cioè la eutrofizzazione è un fenomeno preoccupante, anche se attualmente in fase calante rispetto al passato, mentre la contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche risulta meno importante. Anche qui il Piano Direttore cita testualmente: "Mentre le reti trofiche hanno risentito di stati di anossia diffusi e prolungati, i potenziali rischi di tossicità dei sedimenti e delle acque sembrano essere ridimensionati dalle recenti ricerche condotte in laguna. Le zone particolarmente a rischio per l’uomo e per l’ambiente, individuate alla luce di principi di cautela e precauzione - e voglio sottolineare questo aspetto perché su questo tornerò fra poco -, sembrano infatti potersi circoscrivere nelle vicinanze delle sorgenti industriali, all’interno del centro storico veneziano e alle foci dei principali corsi d’acqua lagunari". A proposito di questo problema dell’anossia vorrei ritornare un attimo su una considerazione che era stata fatta dal dottor Drei relativa al ruolo di questo problema dell’anossia in connessione con i problemi di contaminazione da microcontaminanti. Il dottor Drei affermò che la situazione di anossia o comunque di carenza di ossigeno nei sedimenti lagunari può essere un qualche cosa che incrementa, che peggiora la situazione della contaminazione da microcontaminanti in quanto riduce la possibilità di biodegradazione. Bene, questa affermazione non è esatta in quanto è pur vero che in condizioni di anossia certi meccanismi di biodegradazione possono risultare meno efficienti, ma è ben noto che per tutti i contaminanti organoclorurati, cioè tutti i microcontaminanti di cui stiamo parlando, dai PCB all’esaclorobenzene alle diossine, la degradazione avviene in modo molto più efficiente attraverso meccanismi di degradazione anaerobica, cioè in condizioni di carenza di ossigeno, quindi lo stato di anossia non è sicuramente uno stato che possa avere una influenza negativa, è uno stato negativo di per sé, su questo non c’è dubbio, ma non può avere una influenza negativa sulla contaminazione da microinquinanti. Citando ancora dal piano direttore: "Alla luce dei dati recentemente disponibili e riguardanti questi tre gruppi di parametri fisico-chimici - cioè i parametri chimico-fisici riferiti alle acque, ai sedimenti e al biota - la situazione chimico-fisica della laguna appare meno critica di quella immaginabile alla luce dei pochi campioni effettuati nella zona industriale. Negli ultimi anni non si sono registrate situazioni di contaminazione del biota edibile critiche per il consumo umano anche se confrontate con valori assai cautelativi di rischio per l’uomo adottati dai maggiori organismi. Ciò vale anche per i gruppi di popolazione...", ma questo è un aspetto che abitualmente consuma il biota, ma questo era un aspetto che era stato già approfondito dal professor Pompa. Ma un’altra cosa che vorrei sottolineare è l’andamento nel tempo della contaminazione. Questo è citato nel Rapporto 2023, in particolare l’attività C): inquinamento e dinamica dei sedimenti: "Quasi sempre si nota una diminuzione delle specie inquinanti nel sedimento più recente; questo fenomeno è sicuramente attribuibile alla sicura diminuzione degli apporti inquinanti nel caso delle zone dove esiste un accumulo di materiale". Ancora, sempre il Rapporto 2023: "Per quanto riguarda i microinquinanti organici, i sedimenti superficiali sono quasi sempre meno contaminati rispetto a quelli sottostanti. Le cronologie dei sedimenti barenali sono molto attendibili e costituiscono un riferimento utile per giudicare la credibilità delle datazioni relative alle altre carote. Su questa base si può dire che l’inquinamento aumenta significativamente a partire dagli anni ‘30, raggiunge un massimo negli anni ‘70, mentre poi inizia a diminuire". Quindi abbiamo visto come tutti i documenti che ho citato indicano l’eutrofizzazione come un fenomeno sicuramente significativo ma tendono a ridimensionare o a considerare sicuramente poco significativa la contaminazione da microinquinanti. Un altro problema sicuramente significativo è invece la perdita di sedimenti e il movimento dei sedimenti; questo sempre dal Piano Direttore: "La laguna perde all’incirca 700.000 metri cubi di terreno all’anno che vanno in mare. La superficie lagunare è stata ridotta di 120.000 metri quadri, eppure oggi la capacità globale della laguna è di circa 165.000.000 di metri cubi rispetto a 150.000.000 di mezzo secolo fa. Questo significa maggiori volumi di acqua in un corpo idrico più piccolo, in pratica significa maggiori profondità, profondità che i (inc.) alle acque non ritenevano compatibili con la salute della laguna". Quindi ecco altro grave elemento di grave alterazione della laguna. Qui vorrei tornare un attimo sul problema del tapes philippinarum. L’introduzione del tapes philippinarum, che è una specie molto prolifica, molto produttiva, che ha raggiunto delle densità in tutta la laguna estremamente elevate. Questo ha portato allo sviluppo di una attività di pesca assolutamente diversa rispetto al passato, con delle produttività lagunari enormi, il professor Pompa ha citato un dato di 25.000 tonnellate all’anno, sono riportati anche dati addirittura maggiori, si parla di 40-45.000 tonnellate all’anno, questo significa circa il doppio di tutta la produzione di vongole nazionale, quindi la laguna di Venezia da sé produce quanto tutto il resto del Paese. Che cosa comporta però questa produzione? Comporta uno sforzo di pesca immane. Da un documento, che è il Piano per la gestione delle risorse alieutiche della Provincia di Venezia, sono stati tratti questi dati. Considerando i diversi meccanismi di pesca, dalle idrosoffianti ai diversi sistemi meccanici di pesca delle vongole, è stato valutato che la superficie interessata in un anno è di circa 65.000 ettari, tenendo conto che la superficie totale della laguna è di 55.000 ettari; questo significa che se togliamo dalla superficie totale della laguna alcune zone che non sono oggetto di pesca, i canali più profondi e tutta una serie di aree non oggetto di pesca, a grandi linee possiamo dire che tutto il fondo, i bassi fondali della laguna sono completamente rimescolati, e completamente rivoluzionati direi, circa due volte in un anno. Questo comporta innanzitutto degli effetti devastanti sulle biocenosi bentoniche lagunari, sulle comunità biologiche del fondo, perché se una vongola vive in un sedimento e non trae gravi danni anche se questo viene rimescolato, pensiamo a tutta una serie di altri organismi di fondo, fondamentalmente organismi vegetali, la vegetazione più tipica della laguna era caratterizzata da organismi tipo zoosteracee, in pratica sono delle erbe, delle praterie di erbe di fondo, radicate. Uno sconvolgimento di questo tipo dei fondali lagunari rende praticamente impossibile la radicazione, quindi impossibile una struttura della comunità biologica dei fondi lagunari paragonabile a quella che dovrebbe esserci se il fondo fosse un pochino più indisturbato. Questo solo per quanto riguarda gli organismi vegetali, ma poi esistono tutta una serie di altri organismi animali che necessitano di un minimo di tranquillità del fondo per potersi insediare. Quindi la pesca del tapes philippinarum ha completamente sconvolto la comunità biologica di fondo della laguna. Questo comporta un ulteriore aumento dei fenomeni erosivi, perché se vengono mobilizzati 80 milioni di metri cubi di sedimento all’anno, questi vanno in sospensione e in buona parte verranno trasportati dalle correnti fuori dalla laguna. Inoltre questo può comportare un rimescolamento dei contaminanti presenti nei sedimenti profondi. Abbiamo visto come esiste un gradiente profondo nei sedimenti, se questo viene rimescolato questo può rimettere in circolazione dei contaminanti pregressi. Questo può giustificare anche alcune affermazioni fatte dal professor Perin, il quale sottolineava che, sebbene fosse chiaro che le riduzioni di emissioni nella laguna sono diminuite negli ultimi anni, in molti casi non si osservava una altrettanto evidente diminuzione delle concentrazioni nel biota. E` chiaro che, se noi rimettiamo in circolazione la contaminazione vecchia, è chiaro che questa la possiamo ritrovare nel biota, anche se abbiamo visto, da quanto ho detto precedentemente, non a livelli abnormi, ma sicuramente noi vedremo un calo più lento, perché c’è questo rimescolamento complessivo. Poste queste premesse, quindi chiarito quali sono i fattori fondamentali di alterazione della laguna, torniamo al problema più specifico dei microinquinanti e vediamo come possiamo valutare la qualità dei sedimenti lagunari per valutare se esistono problemi di qualità e di contaminazione da parte di microinquinanti. Nell’ambito di questo dibattimento sono stati spesso effettuati dei confronti con delle classi di qualità proposte dal Protocollo d’Intesa per la laguna di Venezia. Io vorrei sottolineare che questo tipo di confronti è da considerarsi sicuramente poco significativo in quanto non ha come obiettivo quello di valutare se sussistano problemi di qualità dei sedimenti tali da creare situazioni di pericolo per l’ecosistema. Il Protocollo d’Intesa per la laguna di Venezia aveva un altro scopo, un altro obiettivo: quello di valutare la qualità in funzione di eventuale utilizzo di sedimenti. Per fare questo si è preso come riferimento il valore più basso tra tutti i valori di background individuati nella laguna di Venezia, tanto che, secondo questa classificazione, i sedimenti di classe A sono addirittura definiti come una "preziosa e quindi ricercata risorsa per la ricostruzione e la manutenzione delle strutture morfologiche di transizione tra terra ed acqua, che rappresentano l’elemento di principale interesse del paesaggio lagunare, nonché sono l’habitat della vegetazione e della fauna lagunare caratteristiche". Quindi questo ci dice che questo Protocollo d’Intesa aveva altri obiettivi, non voleva dare una classificazione dei sedimenti in funzione di una loro eventuale pericolosità per l’ambiente, semplicemente dare una classificazione di opportunità o meno di utilizzo di questi sedimenti per un certo tipo di scopo. Nonostante questo, questi confronti spesso hanno mostrato che in molta parte dei sedimenti lagunari ed anche dei canali industriali non esistono sostanziali problemi, salvo alcuni casi particolari, ma io, tornando un attimo indietro, vorrei dire che un’altra possibilità per valutare la qualità dei sedimenti può essere quella di effettuare dei confronti con criteri di qualità, criteri di qualità che sono sviluppati per definire la qualità di un sedimento, per definire la qualità biologica ed ecologica di un sedimento. A questo proposito innanzitutto è opportuno definire che cos’è un criterio o un obiettivo di qualità. In campo ambientale il criterio di qualità o l’obiettivo di qualità rappresenta qualche cosa che è in un certo senso paragonabile a quello che la dosa giornaliera accettabile rappresenta per la tossicità umana, cioè è un qualche cosa di fortemente protettivo, che si basa su un certo tipo di estrapolazione, adesso vedremo con che criteri, da dati sperimentali, e che dev’essere assolutamente protettivo per l’ecosistema, considerando situazioni di (wase) case, così come la dose giornaliera ammissibile è quella che un uomo può assumere per tutta la vita, per 70 anni di età e che comunque gli dà dei margini di sicurezza e di cautela estremamente ampi, altrettanto dicasi per l’obiettivo di qualità ambientale. Questa che è riportata in questa immagine è la definizione di obiettivo di qualità ambientale proposta dal Comitato scientifico, tossicologico ed ecotossicologico della Commissione Europea e diciamo è la definizione ufficiale di obiettivo di qualità per le acque in questo caso, ma lo stesso concetto si può estendere a qualunque tipo di ecosistema. Questa definizione dice che un obiettivo di qualità ambientale è un livello o una concentrazione di un parametro fisico o chimico o di un potenziale contaminante che deve garantire la protezione delle comunità biologiche e degli ecosistemi naturali. In particolare un obiettivo di qualità per l’ambiente acquatico deve permettere che tutti gli stadi del ciclo vitale di tutti i diversi organismi acquatici si possano compiere con successo e senza alterazione. Non deve produrre condizioni tali da determinare l’allontanamento degli organismi dall’habitat o da parte di esso, in cui sarebbero presenti in condizioni naturali, cioè in assenza di impatto antropico. Non deve produrre bioaccumulo di sostanze potenzialmente pericolose per il biota, incluso l’uomo, attraverso la catena alimentare o per altre vie. Non deve produrre condizioni capaci di alterare la struttura e le funzioni dell’ecosistema acquatico. Ecco, quindi vediamo che è un criterio estremamente protettivo, cioè non solo non si devono verificare effetti nocivi ma, banalizzando, non si devono neanche creare condizioni che piacciano poco a questi organismi, tanto da determinare un allontanamento dell’habitat. Non deve produrre condizioni che alterino la struttura e le funzioni dell’ecosistema. Cosa intendiamo per struttura e funzioni? Per funzione di un ecosistema noi intendiamo per esempio parametri come la produttività, la biomassa presente in un’unità di area, mentre per struttura intendiamo la composizione specifica di una comunità biologica. Cioè questi obiettivi di qualità non devono comportare alterazioni, cambiamenti di specie, cambiamenti della frequenza delle specie, sostituzione di specie, cambiamenti delle capacità di produttività, di biomassa, che peraltro abbiamo visto essere sconvolte da tutta una serie di altri problemi nella laguna di Venezia. Come si determina un obiettivo di qualità ambientale? E` chiaro che non ci può essere una diretta definizione sperimentale di un obiettivo di qualità. In ecotossicologia, così come in tossicologia umana, esiste una zona che si può facilmente, un ambito di esposizione che si può facilmente raggiungere sperimentalmente, ad elevati livelli di esposizione noi riscontriamo degli elevati livelli di risposta, se misuriamo degli effetti letali diamo elevate concentrazioni di un tossico e contiamo i morti, in altre parole. Man mano che diminuisce l’esposizione gli effetti che si riscontrano sono sempre più complessi da valutare, la possibilità di errore rappresentata da queste linee verticali diventa sempre più grande, fino ad arrivare in una zona difficilmente accessibile da un punto di vista sperimentale, mentre la zona che rappresenta quella che è poi l’effettiva esposizione ambientale è in termini pratici non accessibile sperimentalmente. In termini sperimentali io non posso misurare una concentrazione che io posso sperimentalmente definire come sicura per tutti gli organismi considerati più sensibili, per un tempo di esposizione lungo a piacere e così via. Questo è impossibile sperimentalmente. Allora cosa si fa? Allora ci si basa su dati di questo genere e si applicano dei fattori di sicurezza, esattamente come si fa in campo di tossicità umana. Noi abbiamo un dato sperimentale che potrebbe essere questo, se il dato per esempio è un dato di tossicità acuta, è un dato al quale io osservo una mortalità di parte almeno modesta della popolazione, applico un fattore di sicurezza per garantirmi che non ci sia mortalità, applico un fattore di sicurezza per trasferirmi da test a breve termine a test a lungo termine, applico un fattore di sicurezza per estrapolare la mia sperimentazione a specie che possono essere più sensibili, ma vorrei sottolineare un’altra differenza tra tossicità umana e tossicità ambientale: quando si parla di tossicità umana si parla di dati di tossicità su alcuni animali da esperimento e trasferimento di questi dati alla specie umana, con tutti i problemi e le critiche che a questo vengono fatte; però si tratta di estrapolazione da mammiferi a un’unica altra specie di mammifero, che è l’uomo. In campo ambientale si parla di dati che sono sempre riferiti ad un numero relativamente modesto di specie che si considerano caratteristiche dell’ecosistema, in particolare dell’ecosistema acquatico, in genere per l’acqua abbiamo test su tre gruppi di specie: alghe, piccoli crostacei e pesci. Su questi tre dati noi ci aspettiamo di estrapolare un qualche cosa che sia valido per l’intera comunità biologica, che è rappresentata da centinaia, migliaia, milioni di specie, se parliamo a livello globale, di cui noi non conosciamo la sensibilità, non sappiamo se ce ne sono altre più sensibili, quindi dobbiamo applicare dei fattori di sicurezza per garantirci di proteggere anche le specie più sensibili dell’ecosistema. Poi esistono i fattori di incertezza sperimentale, la necessità di mantenere l’omeostasi del sistema, quindi a partire dal dato di non effetto vengono applicati una serie di fattori cautelativi, che in genere sono estremamente conservativi, per produrre un criterio di qualità. Criterio di qualità che è un qualche cosa che ha un significato preventivo; il criterio di qualità non è legge, è soltanto una indicazione di tipo scientifico-tecnico che può dare informazioni utili per intraprendere iniziative gestionali, normative, tenendo presente che è un’indicazione di tipo preventivo, il superamento di un criterio di qualità in funzione di quello che ho appena detto assolutamente non significa che noi siamo entrati in un’area di rischio reale ma significa che siamo entrati in un’area in cui, usando una terminologia che aveva usato anche il professor Pompa, noi abbiamo eroso una parte dei margini di sicurezza che il criterio di qualità ci dà. Prima di entrare nell’analisi di questi criteri, di questo confronto con criteri di qualità, volevo dire un’altra cosa relativamente ai sedimenti: nel caso dei sedimenti, purtroppo, molto spesso i dati disponibili di tossicità sugli organismi dei sedimenti sono estremamente carenti, per cui qui si tratta di fare ulteriori approssimazioni ed applicare ulteriori fattori di sicurezza. Avevo detto che il superamento di un criterio di qualità non significa entrare in una zona di pericolo reale ma soltanto in una zona di erosione di margini di sicurezza; un pericolo reale potrebbe essere, una soglia diciamo di pericolo reale potrebbe essere rappresentata soltanto a livelli sperimentali, sia pur a tempi lunghi, sia pur su una casistica sperimentale ampia che ci consenta di includere organismi a diversi livelli di sensibilità, sulla base sperimentale noi possiamo individuare dei livelli di tossicità osservata o di tossicità non osservata, cioè dei NOAEL, e questi potrebbero rappresentarci diciamo una soglia di pericolo reale. Quindi sono stati fatti una serie di confronti tra le concentrazioni misurate nei sedimenti lagunari e una serie di criteri di qualità trovati in laguna. Per alcune sostanze erano disponibili alcuni criteri prodotti da alcune organizzazioni internazionali, per altri i criteri erano diversi, anche qua non c’è un confronto omogeneo, per esempio per i metalli esistevano una serie di criteri diversi, per esempio un criterio olandese, un criterio canadese e un criterio statunitense, della National Oceanographic Atmospheric Administration, in altri casi questi criteri olandesi non erano disponibili e se ne sono dovuti usare degli altri. Come vedremo però grosso modo questi criteri, sia pur tutti diversi, perché si basano su una modalità diversa di applicazione dei fattori di applicazione, di fatto i fattori di applicazione sono un qualche cosa che ha un suo margine di arbitrarietà, ogni gruppo di esperti decide di applicarli in un modo che ritiene corretto, le differenze poi non sono enormemente ampie ma sicuramente ci sono. Per quanto riguarda poi i metalli, esiste un altro aspetto ancora, e cioè - come aveva detto anche il professor Lotti - per i metalli abbiamo il problema delle diverse forme. Il professor Lotti aveva detto che non poteva fare delle valutazioni approfondite sull’effetto, sulla tossicità dei metalli senza conoscere la forma chimica in cui questi metalli erano presenti in laguna; se questo vale per l’uomo a maggior ragione vale per l’ambiente ma, da un punto di vista realistico, chi produce dei criteri di qualità sa che nel 99,9 per cento dei casi non disporrà mai di dati sulle forme chimiche dei metalli, allora bisogna fare dei criteri di qualità che tengano conto anche del fatto che questi metalli possono essere presenti in diverse forme chimiche, con differenti livelli di effetto tossico, quindi questo è un altro elemento di insicurezza che viene introdotto nella produzione di criteri di qualità. In questi istogrammi che mostrerò adesso viene riportato un confronto fra le concentrazioni di diversi contaminanti inorganici ed organici, misurati nella laguna, e diversi criteri di qualità ambientale. Sono stati riportati, per fare una comparazione tra le diverse zone della laguna, dati della prima zona industriale, Brentella, Canale Nord, dati della nuova zona industriale, Canale Ovest, Canale Sud, Canale Malamocco-Marghera, e dati della laguna, zona urbana, zona mista, zona pesca. In questo caso il confronto è stato effettuato con criteri di qualità olandesi, A, sono quelli segnati in rosso, dove A.1 indica l’obiettivo, cioè l’obiettivo cosa significa? Significa un livello di estrema cautelatività che dovrebbe rappresentare il massimo livello ragionevolmente raggiungibile in un ecosistema non contaminato, in un ecosistema esente da contaminazione antropica, mentre l’A2 è il livello di riferimento, che rappresenta comunque un criterio di qualità estremamente cautelativo secondo gli schemi, le modalità, i concetti che avevo esposto prima. Innanzitutto vediamo un chiaro gradiente, in questo caso è riportato comunque su scala logaritmica, quindi questo gradiente, se fosse stato su scala lineare, sarebbe molto più evidente, ma è evidente un chiaro gradiente tra le concentrazioni del Canale Brentella e Canale Nord, che vanno via via degradando nei Canali Ovest, Sud, Marghera e finalmente nella laguna aperta. In questo grafico sono riportati i valori medi, in rosso, espressi come media geometrica, e i valori massimi in blu. In questo caso ci sono soltanto un certo numero di valori, che quantitativamente sono molto limitati, del Canale Ovest che superano il livello di qualità proposto dalla National Oceanographic Atmospheric Administration degli Stati Uniti. Come dicevo, qui sono riportati i dati olandesi, un criterio di qualità canadese e un criterio di qualità statunitense. Questi valori sporadici del Canale Ovest che superano il criterio di qualità sono tutti riferiti a campioni profondi. Come dicevo all’inizio qua sono stati considerati i dati di un ampio database che in molti casi riportano valori superficiali e in altri casi valori profondi. Per dare un quadro complessivo in questa valutazione ho considerato i dati nel loro complesso, ma in questo caso, come dicevo, ripeto, si tratta solo di valori profondi, quindi attribuibili ad una contaminazione pregressa. I valori medi, se escludiamo il Canale Brentelle, rientrano tutti all’interno dei criteri di qualità, addirittura i valori medi anche nel Canale Sud del Canale Malamocco-Marghera sono al di sotto di quello che, secondo la amministrazione olandese, è considerato un obiettivo ideale. Questo obiettivo viene superato da alcuni valori massimi ma ripeto, solo nel Canale Ovest e solo in profondità troviamo un allontanamento significativo; significativo o comunque contenuto entro un ordine di grandezza che è ancora un qualche cosa all’interno di quei margini cautelativi di sicurezza, quindi esiste solo nei livelli massimi un’erosione del margine di sicurezza ma non certo una situazione di pericolo reale. Io ormai sono abbastanza vicino alla conclusione, non credo di avere ancora molto da parlare, e comunque volevo andare avanti con questo quadro dei diversi contaminanti. Abbiamo visto il cadmio, analoghe situazioni possiamo vedere per altri. Per il cromo addirittura non esiste nessun tipo, siamo ampiamente al di sotto, anche con i valori estremi dei livelli di qualità per i sedimenti. Il mercurio è ancora una sostanza di cui si è parlato molto ed anche in questo caso abbiamo alcuni casi relativi ai valori massimi che superano i criteri di qualità, ma anche in questo caso si tratta esclusivamente di valori misurati in campioni di carote profonde e quindi si riferiscono ad una contaminazione vecchia, quindi pregressa. Per il nichel non sussistono problemi, stranamente alcuni campioni della zona mista eccedono, però si tratta anche in questo caso di pochi campioni, l’origine di questa contaminazione da nichel non è molto chiara. Il piombo, anche qua vediamo chiaramente un gradiente in calo, con livelli relativamente elevati, solo però i valori massimi nella prima zona industriale. Anche in questo caso faccio osservare la stessa cosa, cioè almeno per quanto riguarda il Canale Ovest ma in parte anche per la prima zona industriale, i campioni che eccedono, i valori massimi sono riferiti a carote profonde. Faccio notare anche un’altra cosa: in casi di questo genere, quando abbiamo un valore medio molto basso e dei livelli massimi molto elevati, questo sta a indicare come i valori massimi siano in realtà dei valori sporadici, assolutamente poco rappresentativi, tanto sporadici che influenzano relativamente poco il valore medio complessivo. Lo stesso si può dire per il rame, quindi per tutti i metalli abbiamo delle situazioni di questo genere, lo stesso vale per lo zinco. Per quanto riguarda i microcontaminanti organici, ci troviamo ancora di fronte ai problemi che avevo sottolineato quando avevo parlato della presenza nel biota, cioè qualche difficoltà di confronto, qualche difficoltà di comparazione ed anche qualche difficoltà di reperimento di criteri di qualità. Non tutte le organizzazioni hanno prodotto criteri di qualità per i diversi contaminanti, per cui, oltre a quei criteri di qualità che sono stati individuati in letteratura, per i microcontaminanti organici può essere anche utile - almeno in alcuni casi, come vedremo - introdurre un altro possibile elemento di confronto, che è quello della concentrazione prevista di non effetto, la cosiddetta pnec, secondo la terminologia della Commissione Europea, la quale viene valutata sulla base del quadro complessivo, viene valutata sempre con una logica abbastanza simile a quella che avevo descritto prima, cioè si prende il quadro complessivo di dati disponibili di tossicità su tutti gli organismi, si prende il più basso tra tutti i livelli di non effetto osservato e poi, nel caso dei sedimenti, si fa una estrapolazione basata sulla ripartizione fra acqua e sedimenti, e cioè in funzione delle proprietà fisico-chimiche di queste sostanze, tenuto conto che, come ho detto in precedenza, non esistono dati di tossicità sugli organismi dei sedimenti, si cerca di utilizzare dati di tossicità sugli organismi acquatici. Per fare questo si applica un concetto di ripartizione per calcolare quale può essere la concentrazione in acqua partendo dalla concentrazione nei sedimenti, dopodiché anche in questo caso, tenuto conto che questo procedimento ha comunque una serie di margini di incertezza, si applicano dei fattori di sicurezza. Vedremo come questo potrà essere necessario in alcuni casi. Cominciamo con l’esaclorobenzene, questi sono dei criteri di qualità, questo è il valore calcolato come dicevo prima, cioè è la concentrazione prevista di non effetto secondo questo criterio della Commissione Europea, ed anche in questo caso non abbiamo il superamento per nessuna delle aree della laguna, con eccezione di alcuni valori massimi nella prima zona industriale. Questo per quanto riguarda le diossine, diossine e furani, anche qui il superamento dei criteri di qualità è solo per alcuni valori massimi della prima zona industriale. Per i PCB ancora una volta il confronto non è sempre agevole in quanto non abbiamo sempre valori confrontabili. In questo caso, su una base abbastanza ridotta di dati, si è fatto un confronto su base di TEQ, ma ritengo che questo confronto sia relativamente poco significativo, soprattutto dicevo per la carenza di dati, qui abbiamo un confronto, invece, basato su valori di PCB totali, confrontato con un criterio di qualità della National Oceanographic Atmospheric Administration degli Stati Uniti, dove per avere una maggiore comparabilità sono stati riportati in modo diverso i risultati relativi a quattro diversi documenti, in quanto questi sono comparabili tra di loro: i documenti 1 e 2 di Di Domenico e Bonamin, che hanno fatto l’analisi sullo stesso gruppo di congeneri, quindi il valore di PCB totali è più facilmente comparabile; il documento di Frignani e Bellucci; i dati del Progetto 2023; i dati dell’altro documento del Consorzio Venezia Nuova del ‘99. Rispettivamente sono indicatori in rosso i dati di Di Domenico ed altri, in blu i dati di Frignani e Bellucci, in verde i dati del 2023 e in giallo i dati del Consorzio Venezia Nuova. Anche in questo caso vediamo che, ad eccezione di qualche superamento significativo nella prima zona industriale, non c’è nessun superamento del criterio di qualità a partire dal Canale Ovest, se non appunto un marginale superamento di alcuni tra i valori massimi. Lo stesso vale per gli IPA, anche in questo caso per gli IPA si è dovuta fare una valutazione sugli IPA totali, con il valore che questo può avere per quanto dicevo prima in quanto non c’erano sufficienti valori sui sedimenti per fare confronti di tipo diverso ed anche in questo caso siamo sempre all’interno o marginalmente al di sopra, con alcuni valori estremi, ad eccezione della vecchia zona industriale. Quindi, visto questo quadro di presenza di contaminanti nei sedimenti, vorrei innanzitutto sottolineare una cosa: che in tutte le immagini precedenti io ho riportato - come dicevo all’inizio - sia i valori medi che i valori massimi; vorrei sottolineare che, considerato che il database è molto ampio, considerato che nella maggior parte dei casi i valori massimi rappresentano delle vere e proprie eccezioni rispetto al quadro complessivo della distribuzione dei valori nell’ambito della laguna, io ho preferito comunque includerli, ma in ogni caso dobbiamo renderci conto che si tratta di valori estremi e spesso di poca significatività per la rappresentazione del quadro di contaminazione della laguna. Soprattutto quando si ha una ampia casistica, quando si hanno uno o due valori su 200 che superano un ambito entro il quale sono compresi oltre il 90 per cento dei campioni, è chiaro che a questi valori massimi bisogna dare il senso e il valore che realmente hanno. Nonostante questo aspetto cautelativo che ho utilizzato, anche i valori massimi di norma non superano i criteri di qualità ambientale, quindi si può concludere che lo stato di qualità dei sedimenti della laguna relativamente a metalli e microcontaminanti organici è complessivamente soddisfacente. Per tutti i parametri misurati i valori osservati risultano al di sotto di criteri di qualità fissati dalle organizzazioni internazionali, con l’eccezione di pochi sporadici valori anomali, che comunque non sono tali da destare preoccupazione per un concreto pericolo per l’ecosistema lagunare, e questo non fa altro che confermare le conclusioni di diversi rapporti sullo stato della laguna, dal Piano Direttore al Progetto 2023, che indicano la contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche come un problema assolutamente marginale nell’equilibrio della Laguna di Venezia. Per quanto riguarda l’andamento della contaminazione dei sedimenti, nei canali industriali si osserva per tutti i parametri, per quasi tutti ma direi praticamente per tutti, un evidente gradiente, un gradiente in diminuzione procedendo dalla prima zona industriale verso la zona dei Canali Ovest, del Canale Sud, del Canale Malamocco-Marghera. In quest’ultimo le concentrazioni medie di microcontaminanti sono inferiori ai criteri di qualità, salvo appunto qualche sporadico valore massimo; i valori estremi sono sempre stati misurati in prelievi effettuati in profondità nel segmento e si riferiscono a una contaminazione vecchia di decenni. Anche in questi casi però siamo lontani, anche nei valori estremi, anche con le considerazioni che ho fatto prima, per il significato di questi valori estremi, siamo comunque lontani da livelli di potenziale pericolo reale, di potenziale tossicità per l’ecosistema acquatico, quindi si può escludere un rischio da contaminanti tossici per l’ecosistema lagunare. Nel complesso questo mi sembra che sia anche in buon accordo con un documento dell’Istituto di Biologia del Mare, del CNR, con alcuni dati poi presentati dalla dottoressa Nasci, che mostravano praticamente le stesse cose da un punto di vista biologico. Una serie di parametri biologici su organismi della laguna non avevano mostrato delle alterazioni di tipo biochimico, di tipo fisiologico, confermando in pratica quello che un’analisi chimica della contaminazione dei sedimenti ha sottolineato, cioè non esistono delle condizioni tali da poter pensare ad una alterazione della comunità biologica naturale, e questa considerazione, basata sulle concentrazioni, sul livello di contaminazione sul piano chimico, è chiaramente confermata, è stata confermata da una indagine di tipo biologico. E` chiaro che questo non significa - come ho detto prima - che l’ecosistema lagunare non sia alterato. E` chiaro che esistono dei fattori sicuramente molto pesanti di alterazione della struttura e della funzione dell’ecosistema lagunare, ma questi non sono sicuramente imputabili ad una contaminazione di origine chimica. Io ho finito.

 

Presidente: va bene, grazie professore.

 

Avvocato Stella: adesso c’è il professor Foraboschi, Presidente.

 

Avvocato Mucciarelli: Presidente, approfitto di questo momento perché dovrei depositare le slide che erano state proiettate dal professor Lotti all’intervento del 13 di dicembre, che sono collegate con dei numeretti alla trascrizione del verbale che è stato predisposto. Non è stato possibile fare la stessa operazione per l’intervento del 23 gennaio, che credo che sarà pronta questa operazione di collegamento per la prossima udienza. Ho peraltro la fotocopia delle diapositive anche del 23 di gennaio. Produco intanto questo. Grazie.

 

 

DEPOSIZIONE DEL CONSULENTE

DR. FORABOSCHI FRANCO

 

RISPOSTA - Io vorrei iniziare, signor Presidente, con una introduzione diciamo sulla situazione dello stabilimento al momento in cui Enichem ha cominciato a gestire alcuni impianti, dando anche appunto qualche dimensione, così, tanto per avere l’idea di quella che era l’area occupata in quel momento da impianti che funzionavano e da impianti, invece, che ormai erano fuori funzione oppure da terreno occupato da altre attività. Quindi diciamo una prima parte sarebbe di considerazioni un po’ più generali sulla gestione dello stabilimento, per poi passare invece ad esaminare più in dettaglio il problema della gestione degli scarichi idrici e infine, poi, alcune osservazioni in relazione a cose che sono state dette da altri consulenti tecnici. L’area totale dello stabilimento, come credo sia stato detto più volte, era 538 ettari. Se fotografiamo la situazione ‘89-’90, di questi 538 ettari dello stabilimento c’erano circa 179 ettari occupati o da impianti inattivi o dismessi o da aree non occupate da impianti; circa 118 ettari erano occupati da altre società, la Edison Electrical, la Ausimont, la Crion, la Marghera Butadiene ed altre; infine gli impianti attivi occupavano 121 ettari. Ecco, si può vedere così le aree varie dismesse. Si può passare rapidamente, tanto sono cose che sono già state dette e comunque saranno messe nella mia relazione scritta. La gestione Enichem; l’inizio al primo giugno ‘87 è da parte di Enichem Anic S.r.l., che era una società del gruppo Enichem, che inizia la gestione degli impianti CVM e PVC. Fino al 31/10/90, quindi fino quasi a fine ‘90, la gestione delle restanti attività produttive del Petrolchimico e dei relativi terreni facevano carico alla (Montedipe) S.r.l.. In quel periodo per esempio le diverse discariche esulavano dai poteri di gestione dei direttori dell’insediamento produttivo Enichem, così come tante altre cose che erano attinenti alla gestione del Petrolchimico. I direttori che si sono succeduti come direttori dell’insediamento produttivo Enichem avevano appunto compiti che si limitavano agli impianti in quel momento in mano alla gestione Enichem. A fine ottobre ‘90 Montedipe cede le produzioni petrolchimiche (cracking, cloro-soda, caprolattame, acetici, nitrico e cianoderivati), con esclusione del TDI alla Enimont Anic S.r.l. sempre. Al 22 novembre 1990 Montedison esce da Enimont cedendo ad ENI il pacchetto azionario di Enimont in suo possesso e conseguentemente mutano denominazione: Enimont in Enichem, Montedipe in EPC Enichem Polimeri, Enimont Augusta Industriale in Enichem Augusta Industriale, Agrimont si fonde con Enichem Agricoltura, Enichem S.p.A. gestisce direttamente l’attività industriale a Porto Marghera solamente al primo agosto ‘93, quando vengono incorporate Enichem Anic e EPC Enichem Polimeri in Enichem. Dico questo perché spesso abbiamo detto e dirò gestione Enichem intendendo che era qualche società del gruppo Enichem, non perché magari fosse precisamente Enichem S.p.A., che ripeto, interviene solo, con questo nome, nel ‘93. Al momento in cui Enichem interviene - e ripeto, era Enichem e Anic - nel giugno dell’87, la normativa di tutela ambientale sia di carattere generale sia specifica per la laguna di Venezia era già in vigore da tempo e la sua applicazione era sottoposta al controllo delle autorità competenti e devo dire che, oltre la normativa, all’87 ormai anche la sensibilità rispetto ai problemi ambientali si era sviluppata e diffusa. Per quanto riguarda la normativa, così, giusto per memoria, ricordo che la prima legge contro l’inquinamento atmosferico è del 1966, i regolamenti di attuazione sono dell’inizio del 1970, la tutela delle acque si sviluppa negli anni ‘70, prima con la normativa specifica per la laguna, poi con la Legge Merli del ‘76. Si va invece alla prima metà degli anni ‘80 per i rifiuti, comunque all’87, quando interviene Enichem, già tutte queste normative erano pienamente in funzione, erano finiti tutti i transitori, perché per esempio dal 1986 la Merli era entrata dall’inizio, dal marzo dell’86 la Merli era entrata in vigore con tutto il territorio nazionale con la tabella A, era quindi cessato tutto il transitorio che dal ‘76 doveva durare fino al ‘79 della tabella C, che invece era andato avanti poi, per un verso o per un altro, fino all’86, ma col marzo dell’86 in Italia, anche gli insediamenti produttivi esistenti al momento in cui usciva la Merli, dovevano rispondere alla normativa Merli, a maggiore ragione nella laguna, che partiva da normative precedenti che poi la legge Merli mantenne in vigore spostando qualche termine per il raggiungimento di certi limiti. Successivamente a questa data dell’87, due eventi normativi importanti sono stati nell’88, uno riguardava le emissioni atmosferiche, quindi l’uscita del D.P.R. 203 dell’88, l’altro riguardava la cosiddetta direttiva Seveso, quindi l’uscita del D.P.R. 175 sempre dell’88, tutti e due del maggio, la normativa inquinamento è del 24 maggio, la Seveso è del 17 maggio. Per quanto di sua competenza Enichem ha ovviamente sviluppato tutto quello che la normativa chiedeva riguardo ad entrambi questi due provvedimenti. Non mi trattengo su questo perché per esempio sul 175 ho già illustrato la situazione in un mio precedente intervento e, anche per quanto riguarda il 203 relativo agli impianti PVC, ho già parlato di questo. Degli eventi successivi, eventi diciamo che riguardano la normativa ambientale successivi, anche successivi alle date che riguardano questo processo, ma in qualche caso io ritengo utile fare riferimento anche a cose successive alle date a cui si riferisce questo processo perché possono illuminare sotto i profili tecnici che io devo trattare le cose, invece, che sono nelle date del processo. Mi sembra importante citare il fatto che nell’aprile 1999 lo stabilimento ha attivato una procedura di valutazione, quella che si chiama valutazione dell’impatto ambientale, a rigore, siccome ancora il recepimento completo della direttiva sulla valutazione dell’impatto ambientale non c’è, quello che facciamo è la pronuncia della compatibilità ambientale, che però è la stessa cosa che viene fatta per impianti del tipo di quelli di cui stiamo parlando a livello nazionale da una Commissione che è attivata presso il Ministero dell’Ambiente, i provvedimenti sono quindi a livello nazionale. Dicevo, ha attivato una valutazione di impatto ambientale per l’impianto TDI, per inserire un nuovo impianto. Mentre, come dissi già con riferimento al 175 e al 203, la amministrazione pubblica non ha fatto quello che doveva fare di riscontro alle documentazioni, alle richieste inoltrate dallo stabilimento, lasciando quindi operare provvedimenti, cito appunto l’articolo 13 del 203, che in assenza del provvedimento della Regione allora lo stabilimento deve fare egualmente le cose che deve fare etc. etc., nel caso della valutazione di impatto ambientale, invece, la pubblica amministrazione ha provveduto invece a svolgere quanto di sua competenza e ha finito con una pronuncia positiva. Perché cito questo? Perché insomma, a me sembra rilevante che al 1999 una Commissione che deve esaminare se un nuovo impianto è compatibile con l’ambiente, un nuovo impianto da insediare nel Petrolchimico è compatibile con l’ambiente, dà questa risposta, perché la compatibilità evidentemente è una compatibilità che riguarda il nuovo impianto inserito nel vecchio impianto, non è che la pronuncia di valutazione di impatto ambientale possa essere una pronuncia parcellizzata, perché cadrebbe proprio la filosofia della valutazione dell’impatto ambientale, che è un procedimento proprio che deve guardare contemporaneamente tutte le cose. Ora, anche se per il vecchio non saranno entrati nel dettaglio, certamente la valutazione è una valutazione che - ripeto - deve far pensare che, quando molti di noi, il sottoscritto, i suoi colleghi, altri, hanno detto che le cose nello stabilimento non sono quella situazione di assoluta incompatibilità ambientale che è apparsa in certi interventi di altri consulenti ma sono le condizioni di gestione corretta di uno stabilimento Petrolchimico che osserva la normativa, che si pone il problema del rispetto della salute e del rispetto dell’ambiente, ripeto, a me sembra... Personalmente vedere che una Commissione di valutazione di impatto ambientale a livello ministeriale riconosce la compatibilità ambientale di un nuovo impianto mi conforta che la mia opinione non era una opinione isolata. Quando Enichem ha preso a gestire alcuni impianti e poi via via - come ho detto prima - è passata alla gestione dello stabilimento, si è trovata però ad operare in un ambiente compromesso da attività pregresse, attività industriali e non industriali, che si sono svolte in un contesto normativo e culturale molto diverso, in cui la tutela dell’ambiente non costituiva di fatto un vincolo per queste attività. Il dottor Colombo e il dottor Bellucci credo abbiano illustrato esaurientemente come appunto le situazioni pregresse abbiano pesato e siano state determinanti per la contaminazione dei sedimenti e hanno illustrato tutta una serie di esempi in cui la pubblica amministrazione certamente non ha operato come oggi si pensa che si debba operare per tutelare l’ambiente. Ripeto, contesto normativo e contesto culturale diverso ma le conseguenze non possono essere evidentemente riferite a chi queste cose le ha già trovate quando è arrivato. Ora, io non voglio evidentemente far perdere tempo a nessuno ripetendo cose che sono state illustrate molto bene dai miei colleghi. Volevo richiamare solamente, per illustrare la diversa sensibilità, una norma che spesso la si è vista citare proprio per questo, una norma di Piano regolatore. Il Piano regolatore generale di Venezia del ‘56 diceva: "Nella zona industriale troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano sostanze velenose e che producono vibrazioni e rumori". Varianti degli articoli 15 e 16 - era l’articolo 15 questo delle norme tecniche di attuazione al Piano regolatore - sono state modificate nel ‘90. Allora, quando io penso alla discarica dell’isola delle Tresse, all’inceneritore di rifiuti solidi urbani della Sacca Fisola, mi ritrovo in situazioni culturali di questo tipo, perché altrimenti le cose che sono già state illustrate alla Corte, di lasciare, non so, mangiare queste discariche dal mare, di lasciare quindi queste ceneri che si portavano metalli, diossine, andare nel mare, con questo è coerente, come si pensa oggi di gestire i problemi ambientali chiaramente non è coerente. Ecco, sull’inceneritore vorrei dire questo: è un inceneritore vecchio, è un inceneritore di concezioni in cui al problema formazione diossina non si pensava nella maniera più assoluta. Ora, se io vado a vedere l’ultimo inventario sulle emissioni di diossine, furani, fatto dalla Environmental Professional Agency ma anche fatta dalla (Unep) a livello europeo, io trovo subito che la voce prevalente di immissioni in atmosfera di diossine è quella degli inceneritori, per esempio nell’inventario europeo, che riguarda 38 Paesi, a fronte di una emissione annua di 2.660 grammi in tossicità equivalente di diossina degli inceneritori di rifiuto, trovo uno 0,240 grammi, quindi 0,240 contro 2.660 grammi attribuiti alla produzione di idrocarburi alogenati in cui rientrano CVM e DCE, questo a livello di 38 Paesi europei. Passando all’inventario americano mi trovo che per il 1995, l’inventario è del 2000, riporta dati per questo inventario del 1995, a fronte di 1.250 grammi in tossicità equivalente definita in maniera un po’ diversa recentemente, ma insomma, sempre tossicità equivalente, a 1.250 grammi dell’inceneritore di rifiuti solidi urbani trovo un 11,2 grammi l’anno dagli impianti ancora una volta di CVM e DCE, cioè dicloroetano e cloruro di vinile monomero. Se però vado al 1987, per il 1987 questo inventario non fornisce dati per quanto riguarda i CVM, forse però dati ancora per quanto riguarda gli inceneritori, invece di 1.250 mi trovo 8.877, perché? Perché le tecnologie, dall’87 al ‘95, già avevano portato situazioni molto diverse. Se penso che il nostro inceneritore risale agli anni ‘60, ma del resto mi sembra che il dottor Colombo credo abbia proiettato anche dei risultati analitici per l’inquinamento, per lo meno li ho visti in certi lucidi. Quindi, allora, quando noi parliamo di quell’inceneritore, dobbiamo pensare ad una fonte estremamente importante e dobbiamo proseguire a pensare però che gli inceneritori di rifiuti, per quanto siano migliorati, per quanto oggi a mio avviso hanno tecnologie che li rendono compatibili con il territorio, però rimangono sempre una voce estremamente importante nel bilancio delle emissioni delle diossine nell’ambiente. Se guardiamo la cosa come fattore di emissione invece che come emissioni totali, cioè guardiamo l’emissione per chilogrammo di rifiuto bruciato, sempre dall’inventario della EPA americana, vediamo che da 573 nanogrammi, in tossicità equivalente sempre, per chilogrammo di rifiuto bruciato emessi dagli inceneritori nell’87, nel ‘95 si scende a 38 nanogrammi - ho scritto 38,2 perché nella tabella c’è 38,2, a mio avviso il ,2 rientra un po’ nell’immaginazione - quindi il progresso è stato notevole, il che vuol dire che tornando indietro si salirebbe a fattori di emissione ancora molto molto più grandi perché le temperature di combustione erano decisamente più basse, erano temperature di combustione che si preoccupavano fondamentalmente di non avere troppo carbonio organico incombusto nelle ceneri, ecco, non erano temperature di combustioni che pensavano a ridurre le quantità di organici nei fumi. Se confronto un chilogrammo di rifiuti bruciati e tengo conto che per il ‘95 il fattore di emissione, sempre dato dalla Environmental Protection Agency degli Stati Uniti, per l’industria di DCE e CVM e di 0,95 nanogrammi, quindi a fronte dei 38,2 ho 0,95 nanogrammi, i 38,2 si riferivano ad un chilogrammo di rifiuto bruciato, gli 0,95 si riferiscono ad un chilogrammo di DCE prodotto e trasformato in CVM. Un chilogrammo di rifiuti urbani bruciati equivale alla fine a 40 chilogrammi di DCE prodotto e trasformato in CVM. Qui io volevo ricordare - perché probabilmente sarà già stato detto - che in questo inventario la Environmental Protection Agency americana ha deciso che, sulla base di tutte le indicazioni scientifiche e tecniche disponibili, il dato di emissione affidabile era quello elaborato dal Vinil Institute e non quello proposto da Green Peace, quindi ha fatto una scelta precisa dicendo che, sulla base degli elementi che aveva a disposizione, l’affidabile era quello del Vinil Institute. Questo che ho proiettato ora l’ho già praticamente detto, che questo forno quindi, pensando che era degli anni ‘60, ha buttato nell’ambiente notevoli quantità di diossine. All’inizio del ‘900, come loro sanno, si cominciò a pensare di portare sulla terraferma gli sviluppi delle attività portuali e industriali; nel ‘17 fu predisposto il progetto per il porto, la zona industriale, il quartiere residenziale, su un’area di circa 2.100 ettari, di cui 1.300 ettari erano destinati alla zona industriale. Nel 1928 le attività industriali impegnavano già un 600 ettari. La seconda zona industriale era prevista nel PRG del ‘56, poi con le note tecniche di cui abbiamo detto, e il terreno è costituito anche da rifiuti di lavorazione che sono stati portati per decisione della pubblica autorità al fine di bonificare l’area. Credo che su questo già il dottor Colombo e il dottor Bellucci si siano intrattenuti, ma del resto anche recentemente sul Piano Direttore 2000, a pagina 127, si riportano queste notizie, ad un certo momento si dice: "Tutta l’area è stata interessata a partire dagli anni ‘20 dal riporto di rifiuti e di residui per di lavorazione industriale per imbonimento. Questa pratica si è protratta fino agli anni ‘70, fino a raggiungere spessori medi di riporto di 2,5-3 metri. Negli anni ‘20-’30 residui provenienti prevalentemente dalla distillazione del carbone, dalla produzione del vetro, di acido solforico, di fertilizzanti fosfatici e di anticrittogamici. Negli anni ‘30 e ‘40 le lavorazioni prevalenti erano alluminio, zinco, ammoniaca sintetica, a cui si aggiungevano gli scarti dell’industria termoelettrica". Ora per esempio, nel leggere questo, alluminio, mi ricollego a una pubblicazione recente in cui si trovano tracce anche mi sembra... senz’altro si trovano tracce anche di esaclorobenzene prima del ‘35, mi viene in mente che nella produzione dell’alluminio si adoperano clorurati organici sopra all’alluminio fuso nella fase di raffinazione, se mi ricordo bene. E questi si trasformavano poi in parte alle alte temperature appunto in composti aromatici, erano in genere composti alifatici, esaclorometano per esempio, ma si trasformava... mi fa venire in mente che quelle tracce trovate prima del ‘35 possano anche ricollegarsi a queste produzioni di alluminio, anche se per la verità non è che sappia che quella produzione di alluminio in quel momento avveniva con questa tecnologia, che è però molto diffusa. Successivamente dice: "La tipologia dei rifiuti è così qualificata: lignee e sabbie da dragaggio, gessi, ceneri e nerofumo, idrocarburi policiclici aromatici maggiori di 2.000 milligrammi/chilogrammo, fanghi rossi da lavorazione della bauxite, piombo uguale 400 milligrammi/chilogrammo, rame eguale 150 milligrammi/chilogrammo, alluminio eguale 32.000 milligrammi/chilogrammo, idrocarburi policiclici aromatici minori di 5 milligrammi/chilogrammo, ossidi di ferro", quindi il terreno era fortemente compromesso da tutte queste iniziative, che oggi ovviamente non si prenderebbero ma che invece sono state prese. Per quanto riguarda le attività industriali, riassumendo cose relative ai possibili inquinanti. Produzione e lavorazione del vetro: arsenico, piombo, cadmio, cianuri; nella distillazione del litantrace per la produzione del gas da città oppure per la produzione del coke metallurgico: arsenico, piombo, cianuri, idrocarburi policiclici aromatici; nella metallurgia dei materiali ferrosi: arsenico, piombo, cadmio, mercurio, cianuri, idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani; nella fusione e raffinazione dell’alluminio, del rame e del piombo: la produzione di diossine e furani. Dicevo prima anche la produzione di esaclorobenzene. Gli agenti per la preservazione del legno: arsenico, idrocarburi policiclici aromatici, PCB, diossine e furani; l’industria ceramica: piombo e cadmio; le cementerie: arsenico, piombo, cadmio, diossine e furani; produzione, formulazione ed uso di pesticidi: arsenico, piombo, cianuri, idrocarburi policiclici aromatici, policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani. Le situazioni ambientali, anche come ambiente di lavoro, erano ben diverse da quelle di oggi. Io ho un ricordo personale che mi permetto di citare: gita di laurea, anno ‘56 diciamo, produzione dell’allumina, il mio maestro aveva fatto l’impianto, era dal punto di vista tecnologico un impianto importantissimo perché era la prima volta nel mondo che si faceva l’attacco continuo delle bauxiti invece di fare dei processi discontinui; visita all’impianto, albergo, doccia, ad un certo momento dico: sto perdendo sangue, mi impressionai anche perché era anche abbondante, era la polvere di bauxite rossa che avevo sulla pelle in poche ore di permanenza nello stabilimento. Ecco, cioè dobbiamo metterci, ripeto, in un clima completamente diverso e quindi, quando pensiamo: questo è un ambiente di lavoro, uno deve pensare che sull’ambiente esterno purtroppo le situazioni erano completamente ignorate. Di questo se ne ha traccia, com’è stato fatto vedere in maniera molto scientifica, sulla base di tutti i sondaggi fatti da Frignani e Bellucci. Io avrei finito su questa parte introduttiva e passerei alla parte, invece, che riguarda gli scarichi delle acque, quindi la situazione acque. L’obiettivo - e spero anche il risultato - di questa mia relazione è dimostrare come durante il periodo di gestione Enichem degli impianti - di quello io mi occupo, dicendo questo non voglio dire che prima era diverso -, durante la gestione questo è successo, il prima non mi riguarda. Certo, prima prima l’ho appena detta quale era la situazione. Quindi durante il periodo di gestione Enichem degli impianti c’è stato il pieno rispetto della normativa e ci sono state molte iniziative per anticipare cose che alla fine si vedono riprese nel ‘99 dal decreto ministeriale che ha stabilito tutta una nuova condizione, diciamo, per gli scarichi di tutti gli insediamenti produttivi, non solo del Petrolchimico, che gravitano sulla laguna. Parlando di rispetto dei limiti di legge, ricordo quant’è stato detto anche un momento fa dal professor Vighi, che questi limiti alla fine si richiamano a criteri di qualità elaborati scientificamente e criteri che hanno notevoli margini di sicurezza ed anche i limiti si prendono proprio ulteriori margini. Una cosa che a me ha sempre colpito è che per esempio il limite per il rame in uno scarico in laguna, ma anche in uno scarico retto dalla Legge Merli, è più basso del limite ammesso dalla normativa italiana, ma anche dalla normativa comunitaria, per le acque potabili. Se uno non pensasse che le leggi vanno viste ovviamente in un sistema e non vanno - a mio avviso - guardati i due righi per trarci fuori poi gli assurdi, perché appunto l’assurdo può essere nel rigo ma non nel complesso di norme. Se uno invece facesse un’esercitazione teorica sulle due righe direbbe che mi posso trovare a non poter scaricare acqua potabile, cioè acqua messa come potabile, che può avere fino a 1 milligrammo/litro di rame, in laguna devo scaricare 0,05, potrei non scaricarla. Evidentemente è un assurdo perché uno deve vedere le cose nel complesso, nessuno mi potrà mai chiedere evidentemente di migliorare quello che mi fornisce un Ente pubblico. Io sono un ingegnere ma immagino che, se uno giuridicamente affronta la cosa, troverebbe la maniera per dimostrare che io non posso esser tenuto a depurare, per quello dico che non credo si possa guardare - come a volte purtroppo siamo portati noi tecnici -, leggere il rigo e trarne conclusioni assurde, perché le conclusioni non sono assurde se uno poi le colloca. Su questo ritornerò per la verità, è un preludio rispetto a delle cose che dirò quando parlerò di alcune mie impressioni riguardo a quanto ha detto il dottor Cocheo, non è quindi un discorso finalizzato il mio. Lo scarico SM15 è lo scarico più importante che in questo periodo c’è nello stabilimento; rappresenta in termini di portata il 90 per cento di tutti gli scarichi che dallo stabilimento si immettono direttamente nella laguna, è uno scarico con una portata di circa 50.000 metri cubi/ora come portata totale. Qui però bisogna fare chiarezza, perché anche su questo non sempre mi è sembrato che questa chiarezza ci fosse, che di questi 50.000 metri cubi/ora solo circa 1.200 sono di acque di processo depurate, cioè le acque di processo che sono nello scarico SM15 sono circa il 2,5 per cento di tutto lo scarico, e non è che si conseguono i limiti per diluizione o per miscelazione, perché le autorizzazioni dello scarico SM15 prevedono che i singoli scarichi conseguano il limite prima di immettersi con l’acqua di raffreddamento. In particolare lo scarico dell’impianto chimico-fisico-biologico, l’SM22, ha un controllo a piè di reparto, cioè all’uscita dell’impianto, prima della immissione nell’SM15, perché se no evidentemente sarebbe abbastanza facile conseguire i limiti, perché se miscelo 1.200 metri cubi/ora con quasi 50.000, con 48-49.000 metri cubi di acqua di raffreddamento... Ma non è così, ecco. D’altra parte non è nemmeno corretto, appunto, parlare di 50.000 metri cubi/ora come se fosse lo scarico di acque di processo dello stabilimento; prevalentemente sono acque di raffreddamento. Anche in questa parte della mia relazione ogni tanto parlerò di eventi successivi alle date a cui si riferiscono o si riferisce il procedimento, ma sempre in quanto ritengo il discorso funzionale a capire meglio la situazione tecnica precedente. Nello scarico SM15 si immettono: lo scarico SM22 dell’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico, quello che, come dicevo, ha da rispettare i limiti previsti per la laguna, per gli scarichi in laguna, di per sé, come se si scaricasse direttamente in laguna, non come se si miscelasse con altre acque; l’acqua di mare di raffreddamento ed acque varie; poi la corrente SI1, questa è una corrente molto importante perché raccoglie le acque in uscita dell’impianto di demercurizzazione. Dal 1998, se non sbaglio data ma direi di no, questa corrente viene immessa prima nell’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico, quindi fa parte poi dello scarico SM22. Come vedremo, questa corrente deve poi rispondere a normative ancora più stringenti rispetto a quelle degli scarichi in laguna, perché è subentrato poi il Decreto Legislativo 133, che dava per il mercurio dei limiti, e vedremo che li rispetta ampiamente proprio, proprio molto molto al di sotto del limite: il limite è di 50, vedremo che normalmente è sotto i 5 e da un po’ di tempo a questa parte siamo a 2,5, cosa che è poi riconosciuta anche nel Decreto Ministeriale del ‘99. L’altro scarico importante che si immette nell’SM15 è la corrente SI2. Non è importante come portata, perché vedremo sono mi sembra 40 metri cubi/ora, abbiamo detto che lo scarico è 50.000; è importante per tutta una serie di vicende, per la presenza di diossine, quindi è spesso chiamata in causa sia nell’ambito del processo ma anche nell’ambito per esempio del Decreto Ministeriale del ‘99, quindi importante in questo senso. La corrente SI2 proviene dall’impianto CS30 di trattamento delle acque che contengono composti organici clorurati, quindi si portano via questi composti organici clorurati. Poi questa corrente fino al 1995 confluiva direttamente nell’SM15 attraverso uno scarico interno che si chiamava 157W mi sembra, però c’era un controllo visivo e quando queste acque erano torbide o clorurate, invece di immetterle allo scarico, venivano mandate all’ingresso dell’impianto chimico-fisico-biologico. Dal 1995 invece le acque in uscita dall’SI2 vengono mandate, previo un trattamento ulteriore, all’impianto chimico-fisico-biologico e quindi da qui allo scarico SM22 e poi allo scarico SM15, ma di questa vicenda che riguarda lo scarico SI2, anche se successiva alle date di interesse, parlerò un po’ più in dettaglio più avanti. Lo scarico SM15 è regolarmente autorizzato; nel 1987, quando Enichem ha iniziato la gestione degli impianti CVM e PVC, era in vigore una autorizzazione intestata a Montedipe, coerentemente con quanto ho detto prima, che nell’87 Enichem e Anic gestiva sì gli impianti cloro ma non gestiva il Petrolchimico. Successivamente l’autorizzazione è stata sostituita con da intestata ad Enichem e Anic e poi è stata richiesta la voltura a Enichem S.p.A quando, nel ‘93, è subentrata Enichem S.p.A., per l’incorporazione - come ho detto prima - delle due società che gestivano il Petrolchimico. Di queste autorizzazioni parla anche il Decreto Ministeriale del 26 maggio ‘99, che finora ho chiamato Decreto Ministeriale ‘99, che proseguirò a chiamarlo così per brevità. A pagina 46 dice: "Sono state concesse non solo autorizzazioni agli scarichi finali ma anche all’uscita di singoli impianti in concentrazione e di massa per unità di prodotto o di inquinante trattato. E` quanto meno il caso degli impianti di trattamento delle acque mercuriose e delle acque clorurate nello stabilimento Enichem". Perché c’è questa precisazione? Immagino il perché, per lo meno io do una spiegazione del perché. Perché non sono molte in Italia le situazioni in cui si diano norme separate per i singoli impianti a piè di reparto, se non appunto da quando è subentrato il Decreto Legislativo 133. Ora per esempio invece, come ho detto prima, per quanto riguarda lo scarico SM15 c’era una imposizione appunto di rispetto dei limiti precedentemente all’immissione nell’SM15 per l’SM22. La legge Merli prevedeva che per tutta una serie di parametri l’autorità competente potesse prescrivere i limiti prima di miscelazione, poi dello scarico generale, così come vietava certe miscelazioni di acque di raffreddamento con acque di processo; però, quando uno guarda la realtà, guardava la realtà in Italia, di situazioni in cui effettivamente si separavano le cose, si diceva: tu rispetti i limiti a piè di reparto prima della miscelazione con le acque di raffreddamento, la mia esperienza mi dice che non erano tantissime. Questo mi fa pensare che sia stato messo in evidenza che almeno per lo stabilimento Enichem queste autorizzazioni prevedevano queste separazioni. Subentrato il decreto legislativo 133, che recepiva direttive comunitarie, con notevole ritardo ma le recepiva, per una serie di attività produttive sono diventate obbligatorie la autorizzazione per le singole correnti in uscita dai reparti produttivi; nell’ambito poi di una autorizzazione generale che per gli altri tipi di acque si richiamava alla Merli, alla 319 del ‘76, che naturalmente poi in coda dice, per quanto riguarda la laguna di Venezia, ma rimangono valide le leggi specifiche, la legge è del ‘71 e il D.P.R. è del ‘73, specifici per la laguna. Allora a quel punto lo stabilimento ha ottenuto l’autorizzazione, appunto ai sensi del Decreto Legislativo 133, nel ‘94... il decreto è del ‘92 ma dava dei tempi per le procedure amministrative ed anche per la possibilità, qualora uno non fosse stato in grado di rispettare i nuovi limiti molto più restrittivi che questo decreto stabiliva, aveva un po’ di tempo per adeguarsi. L’autorizzazione è per l’esercizio di uno scarico depurato di reflui mercurosi provenienti dall’impianto di produzione di coloro mediante elettrolisi da cloruri alcalini. La autorizzazione, coerentemente con quanto previsto dal 133, fissava i limiti: "Dovranno essere, di massima, rispettati i seguenti valori limite medi di concentrazione e in peso di mercurio scaricato: - limite medio mensile di concentrazione: fino al 30/06/95, ‘75 microgrammi di mercurio per litro; dall’1/7/95 50 microgrammi di mercurio per litro; - limite medio mensile in peso: fino al 30/6/95 1,5 grammi di mercurio per tonnellata di capacità di produzione di fluoro installata; dall’1/6/95 1 grammo di mercurio per tonnellata di capacità di produzione di cloro installata". Loro vedono che cambia molto il tipo di prescrizione rispetto alla prescrizione Merli a alla prescrizione decreti e leggi per la laguna, perché allora erano prescrizioni di rispetto di concentrazioni. Lasciamo andare i valori, che sono nettamente più bassi, ma in questo momento proprio vorrei mettere in evidenza la differenza proprio di filosofia di approccio alla fissazione di limiti. Mi dà ancora un limite in concentrazione, me lo dà però su una media mensile. La legge Merli, quindi poi dopo anche le leggi sulla laguna, consentivano il campionamento istantaneo, per cui per esempio la concentrazione poteva essere verificata su campione istantaneo. Qui si tiene conto che è un impianto, un impianto che ha poi le sue fluttuazioni di funzionamento, per un ingegnere non ci sono dubbi su questo, quando uno dice: calcoleremo questo impianto in regime stazionario, poi precisa subito: in regime mediamente stazionario, perché un impianto avrà sempre delle oscillazioni, fluttuazioni nel tempo. Naturalmente cercherà di tenerle il più limitate possibili, ma queste oscillazioni ci saranno, quindi dice: quello che mi interessa è che la media non superi questi valori. Poi però una critica che si è sempre fatta fin dall’inizio a queste normative tipo la Merli e tipo normative per la laguna era che questi limiti prescindevano dalla quantità scaricata, prescindevano dall’importanza dell’industria, quindi dell’attività produttiva dell’industria, per cui io ero tenuto a rispettare un limite, non so, 40 milligrammi/litro di BOD5 sia che scaricassi un metro cubo/giorno sia che scaricassi - come uno zuccherificio - 10.000 metri cubi/giorno. In realtà la Legge Merli poi era più complicata e a mio avviso prevedeva le cose meglio di com’è stata applicata, perché la Legge Merli poi prevedeva una pianificazione a livello regionale che doveva tenere conto appunto di queste cose, cioè delle portate degli scarichi, delle portate dei corpi idrici. Però qui vediamo il concetto del fattore di emissione, cioè mi dice: guarda che tu comunque non puoi superare un grammo di mercurio per tonnellata di capacità di produzione di cloro installata, cioè mi dà un limite come fattore di emissione. Prima, per le emissioni atmosferiche, vi ho citato i citato i fattori di emissione della Environmental Protection Agency americana, diceva tanto per chilogrammo di rifiuto, tanto per chilogrammo di DCE prodotto, qui alle acque si sta applicando lo stesso concetto ed è indubbiamente un grosso progresso che viene fatto, quindi a questo punto ovviamente lo stabilimento è adeguato a questa normativa. Se loro guardano questo diagramma, il limite di 50 è lassù, le misure dal ‘94 al ‘99, perché era obbligo poi fare queste misure periodiche, queste medie mensili, poi trasmetterle all’organo di controllo, vedano che siamo nettamente sotto i 5, il decreto del ‘99 mi sembra che dà per scontato il 2,5. Prima dicevo appunto che quindi sono stati anticipati tempi, con conseguimento di limiti, che vanno bene oggi con questa visione estremamente più cautelativa che è stata data recentemente. La descrizione dell’impianto, in maniera sommaria, cioè cosa succede a queste acque contaminate dal mercurio, è data dal decreto ministeriale e io richiamo a pagina 56, dove si dice: "Le acque contaminate dal mercurio vengono convogliate attraverso la fogna mercuriosa all’impianto di demercurizzazione, dove vengono additivate di tiourea per consentire la precipitazione del mercurio, quindi vengono prima chiarificate e poi filtrate su due filtri posti in serie, il prima a sabbia, il secondo a carbone attivo. L’introduzione di quest’ultimo stadio di filtrazione consentirebbe di avere un contenuto di mercurio nel refluo in uscita dal depuratore inferiore a 2 microgrammi/litro", grosso modo era quello che si vedeva in quel diagramma. Naturalmente in laguna però le fonti di inquinamento aumentate dal mercurio, ce ne sono altre, sono le emissioni delle centrali elettriche, degli inceneritori di rifiuti urbani, il percolato delle discariche di rifiuti urbani. Negli inceneritori di rifiuti, se vanno per esempio i rifiuti ospedalieri, sono sempre molto ricchi di presenza di mercurio. Lo scarico SI2 è autorizzato anche questo ai sensi del Decreto Legislativo 133 perché appunto le produzioni di clorurati a cui fa capo questo scarico, da cui deriva questo scarico, sono previste da questo decreto. L’autorizzazione dice: per l’esercizio di uno scarico depurato di reflui contenenti tetracloruro di carbonio, esaclorobenzene, esaclorobutadiene e così via, che provengono dall’impianto di produzione di tetracloruro di carbonio e dall’impianto di produzione di dicloroetano". Quindi questa normativa ci dice che dall’impianto di produzione del dicloroetano viene fuori un’acqua inquinata che dev’essere depurata e deve rispettare certi limiti. I valori limite sono quelli previsti appunto dal Decreto Legislativo 133, però sullo scarico SI2, sulla corrente SI2 a questo punto, perché è un qualcosa che esce da un reparto ma che non va in laguna, va a trattamenti, poi alla fine con altre acque va in laguna. Nel 1996 il Magistrato alle Acque ha fissato come limite per la concentrazione delle diossine e dei furani, all’uscita dall’impianto di trattamento CS30, quindi appunto a piè di reparto CS30, il valore di 0,5 picogrammi/litro in tossicità equivalente, limite che non era previsto dalla normativa vigente. Guardando ancora il decreto ministeriale del ‘99, a pagina 46 si legge: "A conclusione del riassunto del quadro normativo nazionale rilevante per Porto Marghera in termini di autorizzazioni e limiti dell’emissione allo scarico, è possibile riportare alcune considerazioni di sintesi", poi dice varie cose, poi: "Dall’analisi della documentazione disponibile risulta tuttavia che sul solo impianto Enichem di trattamento delle acque clorurate, il CS30, sia stato fissato dal Magistrato alle Acque un limite di 0,5 picogrammi/litro, tossicità equivalente, per le diossine e i furani". Anche qui come la leggo io questa frase? La leggo che il Magistrato alle Acque ha fissato questo limite sulla base - come vedremo anche un po’ più avanti - di una decisione presa dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale, decisione che non si è mai tramutata però in un provvedimento, nemmeno a livello di circolare, cioè è un verbale della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale. Ma questo limite era fissato genericamente per gli impianti, per le acque di scarico da impianti di depurazione civili e industriali. Allora si è fatto riferimento ad una normativa, la si è applicata a questo scarico Enichem, ma Enichem è l’unica che si è vista applicare questa normativa, questo io leggo, cioè la frase appunto "tuttavia che sul solo impianto Enichem" sia stato fissato questo. Sul discorso di questo verbale della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale tornerò un pochino più avanti, quindi in questo momento accenno solo alla cosa per come io ho capito quella frase, il fatto che io l’abbia capita così non vuol dire ovviamente che chi l’ha scritta intendesse questo, però leggendola mi è venuto in mente che questa poteva essere una lettura. Ora, questo limite è rispettato ed anche questo ampiamente, perché noi vediamo qualche punta, una punta che si avvicina, qui lo vediamo meglio, una punta che si avvicina, ma dal ‘97 in avanti vediamo che siamo a 0,05 rispetto ad un limite di 0,5, quindi siamo dieci volte più bassi e, com’è stato già detto, attenzione che quando parliamo di picogrammi stiamo parlando di grandezze molto piccole, picogrammi/litro pongono anche problemi analitici, pongono tutta una serie di questioni. Però, ripeto, facendo una media dei valori sopra al limite di rilevabilità, siamo ad 0,071, ma insomma diciamo se io prendo i valori superiori al limite di rilevabilità e faccio la media dal 10/5/96 al 10/11/99 è di 0,071. Com’è nato questo limite? E` nato da una misura fatta dal Magistrato alle Acque su un campione prelevato da questa corrente nel 1995, nel quale fu rilevato un valore di 151 picogrammi/litro come tossicità equivalente, EPA 1989. Ecco, però quando il limite è stato dato nell’87, la tossicità equivalente si calcolava in un’altra maniera, e se prendo l’analisi del ‘95 e la riporto in tossicità equivalente EPA ‘87, il 151 si riduce a 14, siamo sempre più di 0,5, di questo non c’è dubbio. E` un solo campione ed è stato prelevato in un momento in cui lo scarico SI2 non era immesso nell’SM15 e quindi andava in laguna ma era immesso nell’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico, perché? Perché gli operatori avevano visto che era torbido e colorato, cioè si verificava quella condizione a cui avevo accennato qualche tempo fa, che appunto allora lo scarico andava direttamente all’SM15 dal CS30 quando era limpido, però appena c’era della torbidità veniva invece mandato all’impianto di depurazione. Quindi, quando è stato prelevato il campione, non era uno scarico, era una corrente che andava a ulteriore depurazione. Era un solo campione, vedremo che la Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale dice proprio che una delle condizioni per applicare i suoi limiti è quella di avere più misure per poterne fare una media. La normativa italiana non aveva fissato alcun limite e del resto la situazione è questa. Nel 1988 appunto la Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale era stata investita di un problema che riguardava la periferia di Firenze, c’era una zona vicina a Signa, la zona di San Donnino, Signa, dove avevano trovato, vicino all’inceneritore dei rifiuti della città di Firenze, anche quello un inceneritore vecchia generazione, il terreno inquinato da diossina, e allora avevano posto il problema alla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale, la quale Commissione ha allargato il discorso e, con una visione estremamente restrittiva - dopo cercherò di dimostrare perché si può dire che era estremamente restrittiva - fissò tutta una serie di limiti, in un verbale di sua riunione, di quelli che per lei potevano essere limiti di accettabilità di scarico di acque da impianti di depurazione, sia di depurazione civile che industriale, metteva per entrambi il limite di 0,5 picogrammi/litro, sia per le acque potabili, sia per i terreni, dopodiché però scriveva: "L’impiego di tali limiti e dei criteri ad essi associati in situazioni non confrontabili con quella valutata in questa sede potrebbe non essere lecito. Il confronto di un livello ambientale in unità di tossicità equivalente - e ripeto, era poi quella dell’EPA ‘87 - con il limite pertinente elencato, comporta la disponibilità di un numero di rilevamenti eseguiti entro breve termine, tale da rendere statisticamente significativo il valore medio del livello rilevato per il periodo cui viene fatto riferimento". E proseguiva: "Accertata la affidabilità dei reperti analitici, il valore medio del livello cumulativo rilevato in unità TE verrà ritenuto in accordo con il limite pertinente entro l’intervallo di incertezza che accompagna la misura". Mi si dirà che tra 0,5 a 14, anche con il livello di incertezza non può portarmi da 0,5 a 14. Quello che invece riprendo, perché è stato detto anche, mi sembra di ricordare, dal professor Vighi, è: attenzione, queste analisi sono estremamente delicate, ma lo erano soprattutto allora, perché in Italia, dopo il periodo di Seveso, in cui una serie di istituti specializzati, abbiamo avuto qui due persone, il professor Galli e il professor Facchetti, che sono stati allora quelli che erano proprio gli specialisti in questo campo, gli Enti di controllo di misure di diossina non ne avevano fatte, le società a cui si appoggiavano ne avevano fatte molto poche, quindi un singolo campione giustamente la Commissione Tossicologica Nazionale non lo considerava ai fini dell’affidamento per una verifica di un limite. Ecco, ma al di là di questo, che insomma, io poi, quando mi trovo uno 0,5 e un 14, dico: insomma, o proprio questi hanno preso delle traveggole o, se non è 14, è sempre più di 0,5; quello che mi sembra importante è la portata dello scarico, cioè lo scarico SI2 è uno scarico da 40, se ricordo bene, metri cubi/ora. Ma comunque è uno scarico... una comunità di 3.200 persone avrebbe questa portata. Quando io penso ad un impianto di depurazione di acque civili, di acque nere di una città, insomma 3.200 persone non è un impianto di depurazione, penso a 100.000 persone, l’impianto di Bologna è per 900.000 abitanti equivalenti, l’impianto di Fusina è per 260.000 abitanti equivalenti. Allora, quando io dico che devo rispettare gli 0,5 picogrammi/litro per uno scarico da 40 metri cubi, alla fine quella che io immetto nell’acqua è 40 per 0,5. Quando metto questo limite all’impianto di depurazione di Bologna dico 220.000 per 0,5. Gli effetti sul corpo idrico sono molto diversi, allora io posso capire il limite così basso di 0,5 fissato dalla Commissione Tossicologica Nazionale, la quale appunto pensa ad un impianto di depurazione delle acque di una città medio-grande, Bologna è una città media, ripeto, l’impianto di depurazione delle acque di Bologna ogni giorno scarica 220.000, quindi per il confronto ora diciamo 10.000/ora rispetto a 40 metri cubi/ora. Allora, ripeto, al di là della critica sulle analisi, che pur va fatta, perché non sono scritte a vuoto queste frasi di fare un numero di misure per rendere statisticamente significativa una media e così via, ma al di là di questo c’è proprio il fatto che invece l’altro punto del verbale della Commissione Tossicologica, in cui dice: "L’applicarlo a situazioni non equivalenti non è lecito", usa proprio una parola... dice: "L’impiego di tali limiti a dei criteri ad essi associati in situazioni non confrontabili con quella valutata in questa sede potrebbe non essere lecito". Allora ripeto, quando io mi vedo un limite per un impianto di depurazione delle acque industriali, posso avere dei dubbi su quale portata, ma siccome lo vedo insieme al limite per le acque di depurazione civili, allora dico: le acque di depurazioni civili, gli impianti di depurazione sono sempre cose di dimensioni appunto ben diverse dai 3.200 abitanti equivalenti come portata che avrebbe questo scarico.

 

Presidente: sospendiamo.

 

Avvocato Ghezzo: Presidente, come difensore e procuratore speciale dei prossimi congiunti di Botosso Albino mi ero riservato la produzione del certificato di stato di famiglia storico, provvedo. Grazie.

 

l'udienza viene momentaneamente sospesa

 

RISPOSTA - Riprendo sulla corrente SI2 a questo punto. Ho detto che il limite di 0,5 picogrammi/litro fissato dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale era un limite molto stretto. Per esempio nel rapporto sempre della Environmental Protection Agency americana, nel ‘92 ci parla di un limite di tollerabilità nell’acqua potabile di 30 picogrammi/litro, sempre come tossicità equivalente. Ora, a questo punto noi ci troviamo che se confrontiamo il limite per l’acqua potabile dell’EPA con il limite fissato dalla Commissione Tossicologica Nazionale, che era di 0,05 picogrammi/litro, quindi 0,5 picogrammi/litro per lo scarico, 10 volte più basso, 0,05 picogrammi/litro era il limite fissato per le acque potabili. Se confrontiamo questo 0,05 con i 30 picogrammi dell’EPA, ci troviamo che l’EPA ammetteva nel ‘92 600 volte quello che veniva indicato dalla CCTN italiana e 60 volte se facciamo riferimento a quello di tossicità equivalente del 1987. Quindi vediamo insomma una visione molto restrittiva. Il flusso di massa di diossine nella corrente SI2, tenendo conto del valore rilevato di 150 in tossicità equivalente e tenendo conto della portata, ci porta ad uno scarico di 6 microgrammi/ora, che sarebbe poi di 0,6 microgrammi/ora se invece portassimo tutto a tossicità equivalente 1987. Ma rimaniamo anche sui 6 microgrammi/ora. Un impianto di depurazione delle acque civili per 100.000 abitanti equivalenti che potesse scaricare con una concentrazione di 0,5 picogrammi/litro avrebbe un flusso di 15 microgrammi, superiore in tossicità equivalente ‘87 di 25 volte allo scarico di 0,6 microgrammi ora in tossicità equivalente 1987 dello scarico SI2, in quel momento poi particolare, che non era uno scarico ma era convogliato all’impianto di depurazione per la torbidità che denunciava una situazione anomala. Se guardiamo poi la normativa italiana appunto di inquinamento atmosferico, il decreto ministeriale del 12 luglio ‘90, che dà le linea guida per le emissioni atmosferiche per gli impianti esistenti, quando considera le diossine e i furani non parla in termini di concentrazione equivalente, parla in termini di massa, e ci dice che se il flusso di massa è inferiore a 20 milligrammi/ora, il che vuol dire a 20.000 microgrammi/ora, il camino non è sottoposto a limiti per quanto riguarda la concentrazione di diossine. Ora, se confrontiamo, seppure in peso, i 20.000 microgrammi/ora con i 6 microgammi/ora della corrente SI2 vediamo delle differenze enormi, cioè si trattava veramente di un qualcosa di molto molto piccolo, in rapporto proprio alla normativa vigente e a quello che si poteva normalmente fare rispettando la normativa. Se, sempre per fare dei confronti, prendevo allora un impianto di incenerimento di rifiuti solidi urbani di potenzialità di 100 tonnellate/giorno - che era la potenzialità che la normativa di allora diceva era la minima che un impianto doveva avere, su due linee ma doveva essere un impianto da almeno 100.000 tonnellate/giorno - se mi riferisco a queste 100.000 tonnellate/giorno, prendo il limite che allora era vigente per le diossine, che era di 4 millesimi di milligrammo il metro cubo, quindi 4 microgrammi il metro cubo, mi trovo che alla fine, tenendo conto di quella che può essere la portata di fumi di questo inceneritore, mi trovo uno scarico di 100.000 microgrammi/ora, cioè di 100 milligrammi/ora. Era un limite alto, recentemente è stato abbassato decisamente, però era il limite che era vigente nel ‘95. Lo stesso, sempre facendo confronti, 1.000 automobili a benzina con piombo che percorrono in un’ora 25 chilometri rilasciano - prendendo i dati di (Ozinghel), fino a 13 microgrammi/ora di diossine, in tossicità equivalente questa volta. Queste diossine si depositano sul suolo, poi vengono dilavate dalle acque di pioggia e vanno a finire alla rete fognaria e dalla rete fognaria alla depurazione se c’è o se no in scarico; e così via insomma. Si trattava quindi di una cosa minima, oltretutto non su uno scarico ma su una corrente che andava in un depuratore, pur tuttavia, di fronte alla fissazione di questo limite di 0,5 picogrammi/litro veniva provveduto e, come abbiamo visto, riesce a rispettare ampiamente questo limite, anzi ad essere decisamente più bassa di questo limite. Parlando di diossina nello scarico SM22 mi riferisco ancora una volta al decreto ministeriale del ‘99, che a pagina 55 scrive: "Per quello che riguarda lo scarico SM22 è interessante evidenziare quelli che sono i carichi inquinanti a monte dell’impianto di depurazione di Ambiente", l’impianto di depurazione di Ambiente è l’impianto chimico-fisico-biologico che porta poi allo scarico SM22 di cui ho parlato più volte già questa mattina. "Sullo scarico SI1 - dice il decreto - non sono state riscontrate diossine. Trattasi dello scarico dell’impianto di demercurizzazione, anche se sussiste un rischio potenziale di formazione nella produzione di cloro con celle elettrolitiche, di composti organo clorurati, che, però, verrebbero eventualmente abbattuti col medesimo trattamento di demercurizzazione", quindi il decreto ministeriale riconosce che lo scarico SI1 non ci porta poi nell’SM22 diossine. Per lo scarico SI2 ho detto prima. Lo scarico SI3 non è uno scarico di Enichem. Anche lo scarico SM15 merita un esame per una vicenda avvenuta successivamente al periodo di nostro interesse, avvenuta nel ‘97, ma siccome c’è una relazione del Magistrato alle Acque, siccome se ne è parlato nel corso di relazioni, in particolare appunto del Magistrato alle Acque, ritengo utile parlarne. In quell’occasione fu visto analiticamente il superamento, ancora una volta però su un unico campione, cioè in tutte queste vicende non si riesce mai a vedere analisi ripetute, valutazioni di tipo statistico, in base per esempio alle deviazioni standard dei metodi analitici. Qui, in tutta questa vicenda, si vede un unico campione prelevato, analizzato, e il numero che si è ottenuto si confronta con il limite. Questa volta appunto viene prelevato dallo scarico SM22, prima che lo scarico SM22 confluisca nell’SM15 viene prelevato un campione appunto dal Magistrato alle Acque e l’analisi porta per il rame ad un valore di 0,065 milligrammi/litro quando il limite per lo scarico in laguna, però limite che - come ho detto questa mattina - l’SM22 deve rispettare anche per l’immissione, prima dell’immissione nell’SM15, il limite è di 0,05 milligrammi/litro, quindi un superamento su un unico campione, su un’unica analisi, quindi con tutte le incertezze che questo dà, minimo, quando si pensi che per esempio la Legge Merli, cioè la tabella A della legge 319/76, fissa 0,1 milligrammi/litro, quindi per esempio, rispetto alla Legge Merli, non avrebbe espresso superamento. Ma la cosa sempre che rende l’incertezza, questa volta non stiamo confrontando - come dicevo questa mattina - un 14 con uno 0,5, stiamo confrontando uno 0,065 con uno 0,05. A questo punto io non trovo in questa relazione nessuna indicazione, nessuna metodologia di campionamento, nessuna modalità di analisi. Poi successivamente sono apparsi dei certificati in cui almeno su quella di analisi qualcosa si sapeva, ma nella relazione niente veniva detto né della metodologia di campionamento né di quella di analisi.

 

Avvocato Santamaria: questa vicenda è la vicenda che diede luogo al sequestro dello scarico SM15?

 

RISPOSTA - Sì, è quella. Io appunto parlo della relazione perché è poi la base tecnica della vicenda, che si concluse poi con il dissequestro, ad un certo momento; io faccio riferimento ai dati, ecco, però è quella la vicenda. Anzi le dirò che queste cose le ho riprese da quello che mi ero scritto allora e che mi rimase però nei cassetti perché la vicenda prese altre strade dal punto di vista giudiziario. Quindi una differenza molto piccola e, dal punto di vista sempre della sostanza, con riferimento a questi limiti - l’ho detto questa mattina -, i limiti per il rame sono più bassi negli scarichi che non i limiti che la normativa italiana ammette per le acque potabili, perché il D.P.R. 236 dell’88, che ci dà le caratteristiche per le acque potabili, dà un valore guida di 0,1 milligrammi/litro, quindi 0,1 milligrammi/litro è già più alto dello 0,065 misurato in quello scarico, e dà una concentrazione massima ammissibile, quindi quella obbligatoria da osservare, di 1 milligrammo/litro, quindi ben più alta di quel valore. Queste cose naturalmente non è che vogliano mettere in discussione, è proprio per entrare nella sostanza, cioè quanto era pericoloso, anche se quel campione che non so com’è stato preso, che sostanzialmente non so nemmeno bene come è stato analizzato, prendendo per buono quel valore di 0,065 milligrammi/litro, non è uno scarico che può costituire rischio per il sistema ambientale, perché siamo a livelli decisamente più bassi di roba che ammetto in un’acqua potabile, acqua potabile che poi appunto può essere fino al valore della concentrazione massima ammissibile, che è di 1. Devo dire che, se guardiamo poi la direttiva comunitaria del ‘98, quindi recente, sulle acque potabili, concerne la qualità delle acque destinate al consumo umano, direttiva che ancora non è stata recepita ma che dovrà essere recepita in Italia, questa direttiva fissa addirittura la concentrazione massima a 2 milligrammi/litro. Quindi, per quanto riguarda il rame, la situazione mi sembra proprio fosse di quelle in cui, in una gestione ragionevole tecnicamente, a mio giudizio, dice: va beh, rifacciamo un altro campionamento e vediamo. Si parlava della presenza anche di idrocarburi policiclici aromatici, sempre in un campione di acqua di scarico dell’SM22, che poi andava nell’SM15. Non esistevano limiti per questi composti, limiti specifici per questi composti. Il valore trovato... qui c’è il problema che più volte questa mattina ha illustrato in maniera mi sembra molto chiara il professor Vighi, cioè che quando si parlava di idrocarburi policiclici aromatici, se poi non si dice quali si analizzano non si sa come confrontare le cose. Allora io ho preso l’analisi che è stata fatta allora e ho preso come idrocarburi policiclici aromatici quelli che sono considerati nel decreto ministeriale del 30 luglio ‘99 e per i quali viene fissato un limite appunto nel successivo decreto, che fissa appunto i limiti che si devono... in futuro, c’è tempo fino al 31/12/2001 di rispettare negli scarichi. Allora, se prendo l’analisi fatta allora e prendo gli idrocarburi policiclici aromatici che il decreto ministeriale attuale ci dice di considerare, il risultato analitico mi porta a 1,3 microgrammi/litro. Il decreto attuale mi dà come limite futuro, ho tempo fino al 31/12/2001, un microgrammo/litro, quindi era superiore a 1,3, però oggi sarebbe accettabile anche con il decreto nuovo perché dovrei adeguarmi entro il 31/12/2001. Ancora una volta la mia non è una discussione su: una norma la applico, la norma non la applico, condanno qualcuno o non condanno; sto parlando di quelli che possono essere gli effetti prevedibili di questo scarico sulla laguna. Oggi mi sarebbe consentito, quindi devo pensare che certo, se invece di 1,3 è 1 è meglio, ma non posso pensare che nel 1997, quando è stata la vicenda, avendo 1,3 in un periodo in cui limiti non ce n’erano avessi una condizione da rendere preoccupante la situazione. Quindi ancora una volta la lettura non è la lettura della vicenda del ‘97 ma per dire quali erano le caratteristiche dello scarico SM15 in cui confluiva lo scarico SM22. Però ancora una volta Enichem, con il sequestro, visto che è stata posta l’attenzione pesante su queste cose, ha provveduto ad un intervento che sicuramente era in grado di ridurre il quantitativo di IPA nello scarico SM22. L’intervento è stato quello di separare il nerofumo a piè di reparto delle acque reflue di processo del reparto AC1 e quindi di non mandare questo nerofumo all’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico, quindi con questo intervento ha ridotto ulteriormente, rispetto a quella che era la situazione, la presenza di idrocarburi policiclici aromatici nello scarico SM15. Altro rilievo fu la presenza di bromoformio. Questo bromoformio non era un prodotto dei processi di lavorazione dello stabilimento ma derivava dal trattamento di clorazione delle acque di raffreddamento. Il problema della clorazione con cloro, con ipoclorito, di acque che contengano un po’ di sostanze organiche, è un problema che si presenta anche negli impianti di potabilizzazione delle acque: quando un impianto di potabilizzazione delle acque si trova per esempio a dover trattare acqua di fiume con un certo tenore di sostanze organiche, se procede alla clorazione classica con cloro o con ipoclorito si trova a formare dei composti, degli alometani ed anche appunto del bromoformio. In questo caso nell’acqua di mare si formava in particolare il bromoformio. Quale era la concentrazione del bromoformio che è stata trovata? Era 0,0234 milligrammi/litro. Se io guardo la direttiva che ho citato un momento fa sulle acque destinate al consumo umano, quella del ‘98, e guardo il limite per i trialometani, e mi precisa che per trialometani c’è cloroformio, bromoformio, dibromoclorometano, bromodiclorometano, il limite che mi fissa questa direttiva del ‘98, che ancora non è stata recepita in Italia, è di 0,1 milligrammo/litro, e mi dà tempo dieci anni dal momento in cui la direttiva entrerà in vigore perché l’impianto di potabilizzazione che prepara queste acque destinate al consumo umano si adegui a questo limite. Questo limite è 4 volte superiore circa alla concentrazione di bromoformio che allora fu trovata in questa acqua. Anche per questo però, a fronte della situazione, Enichem, nell’agosto del ‘97, ha ridotto, ha eliminato la formazione del bromoformio procedendo al trattamento dell’acqua con biossido di cloro, che è quello che si fa anche in certi impianti di potabilizzazione, quando appunto c’è troppa sostanza organica, si procede al trattamento, invece che con cloro o (clorito), con biossido di cloro. Il biossido di cloro va preparato al momento in cui si usa, presenta qualche piccolo problema di sicurezza, all’impianto di potabilizzazione delle acque di Firenze una decina d’anni fa riuscirono a mettere nel serbatoio dell’acido cloridrico, insomma a sbagliare delle cose e a far avvenire uno scoppio. Comunque è una sostanza... ci sono apparecchiature ormai sicurissime che consentono di produrla, sicurissime perché devono essere adoperate negli impianti di potabilizzazione delle acque dove non c’è l’esperienza degli stabilimenti chimici, quindi devono essere impianti insomma che non richiedono particolari attenzioni. Questa clorazione con biossido di cloro non produce più il bromoformio. Questo per individuare il più completamente possibile la condizione di questo scarico. A questo punto io passerei a vedere i risultati delle analisi su questo scarico. Semestralmente dallo stabilimento dovevano andare al Magistrato alle Acque i bollettini di analisi. Le analisi erano fatte da un laboratorio scelto con il parere positivo o addirittura scelto dal Magistrato delle Acque, non ricordo, comunque insomma un laboratorio sul quale il Magistrato delle Acque era d’accordo, in particolare il laboratorio era il CHEMI-LAB. In tutto il periodo di interesse per Enichem un unico bollettino di questi semestrali, che semestralmente vengono inviati al Magistrato alle Acque, vede un superamento di limiti. E’ il bollettino 613 del 6/5/1992, trova una concentrazione di piombo di 0,26 milligrammi/litro contro un limite di 0,1. Nello stesso giorno, però, nell’acqua prelevata dal Canale Sud dalla presa AL1, quindi non in uno scarico ma nell’acqua prelevata dal canale, il piombo era 0,3 milligrammi/litro. Quindi lo stabilimento, come vedremo anche successivamente, non ha come inquinanti particolari di questo periodo il piombo, e comunque è la classica situazione in cui ti trovi in ingresso già un valore superiore al limite. La presenza in laguna del piombo può provenire da tante cose, comprese vetrerie, discariche e così via. Quindi un unico caso su quelle prodotte dallo stabilimento. Poi agli atti esistono tutta una serie di schede con timbro del Magistrato alle Acque e sono state depositate dall’avvocato dello Stato il 29/05/1998 agli atti di questo procedimento. Guardando quelle schede si trova intanto che vengono indicati come superamenti anche quelli che riguardano acque prelevate, quindi per esempio vediamo segnalati due superamenti relativi alla presa AL1, che sono però superamenti nel senso che l’acqua che prendo dal Canale industriale Sud aveva già delle concentrazioni superiori ai limiti previsti dalla normativa per gli scarichi in mare. Poi ci sono... le cose sono un po’ strane francamente, perché viene indicato come superamento possibile un superamento che a questo punto è inevitabile, cioè potrebbe non essere fatto il campionamento, potrebbe non essere fatta l’analisi e stabilire che si era in condizioni di superamento possibile, perché il superamento viene indicato come possibile quando tutti i parametri sono sotto i limiti di rilevabilità, ma siccome la normativa prevede anche un parametro somma dei metalli tossici, facendo la somma dei limiti di rilevabilità, che dovrebbe essere sotto a 3, si trova invece a 3,42, dice: possibile superamento. Cioè la situazione è questa: il limite di velocità è 50, i vigili che fanno il controllo però possono misurare solo fino a 60, allora tutte le volte che passa un signore che è sotto i 60 loro dicono: è possibile però che abbia superato i 50 perché il mio limite di rilevabilità è 60, quindi io... Ora, è chiaro che insomma, ripeto, a questo punto il vigile può nemmeno stare sulla strada perché siccome sa che tutti quelli che rispettano il limite lui li darà come possibili superatori del limite perché, essendo a 40 chilometri, lui non è in grado di leggerlo perché il suo misuratore sotto i 60 dice: non misurabile, ecco, così ci sono due o tre, ora non ricordo, due di sicuro schede in cui c’è un possibile superamento che deriva semplicemente dal fatto che la somma dei limiti di rilevabilità che il laboratorio scelto dal Magistrato alle Acque per fare le analisi, non il laboratorio CHEM- LAB che ho citato prima, ma forse in tutti e due i casi è l’SGS se ricordo bene, i limiti che la strumentazione di questo laboratorio ha per le analisi, sommati, mi danno più di quel 3 che è il limite stabilito dalla norma, dà 3,42. Io me ne sono accorto perché mi è sembrato strano che due volte ci fosse 3,42, dico: ma è possibile? Poi sono andato a vedere. Però, ripeto, la frase è: "superamento: possibile". Questo credo sia da mettere tra le cose che non sono nemmeno ipotizzabili come superamento perché, ripeto, a questo punto non importa fare campionamenti e non importa fare analisi perché so già che la somma è superiore a 3. Poi c’è il bollettino 675 che riguarda l’SM2, quindi non riguarda lo scarico di cui io sto parlando, ma lo segnalo perché avendolo visto insomma... Il bollettino 675, che riguarda lo scarico SM2, relativo al 12 gennaio 1993, indica un superamento del limite per il parametro solfuro di carbonio, trielina, cloroformio, tetracloruro di carbonio e dicloroetilene. Però è un errore perché, se si va a vedere il bollettino di analisi, la concentrazione riportata è 0,83 milligrammi/litro mentre il limite è 1 milligrammo/litro quindi la concentrazione misurata è inferiore al limite. D’altra parte il bollettino indica che i parametri misurati sono conformi ai limiti. Quindi è un errore di trascrizione da bollettino delle analisi a scheda del Magistrato alle Acque. Quando si tirano le somme si vede che si può discutere su tre o quattro casi. Il tutto relativo ad un 4.000 parametri misurati, quindi si discute su un 1 per mille di casi, sempre su analisi non ripetute. Io sono convinto tecnicamente di poter affermare che in tutto questo lungo periodo lo scarico ha rispettato i limiti di legge. Un parametro di cui ogni tanto si è parlato è l’esaclorobenzene; qui ho fatto un diagramma, ancora una volta, in cui do i risultati per un periodo piuttosto lungo, dal ‘94 al ‘99, e - come si vede - rispetto all’1,5 di limite siamo a valori che potranno essere dello 0,15, cioè dieci volte inferiori. E allora, per fare un po’ una visione dei diversi inquinanti più interessanti, prendiamo il decreto 26 maggio ‘99 e vediamo quali conclusioni trae dall’esame attento e dettagliato che ha fatto della situazione. Partiamo dai PCB. A pagina 38 si legge: "In passato i PCB hanno trovato un diffuso impiego come liquidi dielettrici nei trasformatori, come agenti plastificanti in vari comparti industriali, adesivi, tessili, sigillanti etc., come ritardanti di fiamma, come fluidi trasportatori di calore etc.". Questo a pagina 38. A pagina 56 poi leggiamo: "Per quanto riguarda i PCB non si hanno dati che evidenzino la presenza di questi inquinanti negli scarichi in laguna della zona industriale. Piuttosto è ipotizzabile che in alcuni processi quali quelli di combustione dei prodotti clorurati sia Enichem che EVC e della stessa ossiclorurazione dell’EVC si possano avere delle reazione anomale di condensazione che portino alla formazione di PCB. Una evidenza in questo senso la si avrebbe dalla analisi della Provincia di Venezia, Settore Ecologia, che sul campione prelevato dallo scrubber del Peabody dell’Enichem (TDI-3), quindi comunque a monte del trattamento di depurazione delle acque clorurate, hanno riscontrato valori di circa 50 nanogrammi/litro di PCB". Ora, questa concentrazione di PCB che viene citata nel decreto riguarda una corrente interna, quindi non uno scarico, lo dice il decreto stesso, prelevata prima del trattamento depurativo a cui viene sottoposta. Ma soprattutto la concentrazione di PCB trovata è inferiore al limite indicato nel medesimo decreto, perché il limite nel decreto è di 100 nanogrammi/litro ed è stata trovata a 50 nanogrammi/litro prima del trattamento. Se poi dovessimo guardare i limiti dell’EPA, siamo addirittura a 100.000 nanogrammi/litro, quindi i 50... Ma anche facendo riferimento all’interno dello stesso decreto, è una presenza già, prima del trattamento, a livelli accettabili allo scarico. Proseguiamo sempre in questo quadro su quello che ci dice il decreto del maggio ‘99. I processi produttivi presenti nel Petrolchimico di Porto Marghera non sono fonte di pesticidi organoclorurati, infatti dice: "Un primo gruppo di inquinanti tra i 10 indicati nel decreto sulla base degli elementi in possesso - i dieci che dovrebbero essere evitati - non sembrerebbe essere ascrivibile alle attività produttive di Porto Marghera, intendendo come attività produttive quelle che presentano almeno uno scarico attivo sulla laguna, e più precisamente: i pesticidi organoclorurati che attualmente non vengono più prodotti a Porto Marghera né trovano impiego in qualche particolare processo ma piuttosto dovrebbero derivare dalle attività agricole delle zone limitrofe, benché il loro impiego sia stato ormai vietato; il tributilstagno, che potrebbe essere dovuto alla cantieristica navale di Venezia e della laguna, benché il suo impiego nelle vernici sia ormai stato vietato e non dovrebbe avere nulla a che fare con i processi produttivi della zona industriale; il cadmio, che non sembrerebbe trovare impiego nelle industrie sopra indicate, e ad ogni modo le analisi chimiche effettuate sugli scarichi dal Magistrato alle Acque confermano l’assenza di questo inquinante; piuttosto il cadmio dovrebbe essere largamente presente nei reflui delle industrie galvaniche presenti nel territorio limitrofo, le quali confluiscono nella laguna attraverso il bacino scolante; l’arsenico, per il quale varrebbero le medesime considerazioni fatte per il cadmio, salvo per il fatto che in questo caso potrebbero essere le vetrerie di Venezia, anche per il piombo si avrebbe un contributo derivante dalle vetrerie ad essere responsabili di questa tipologia di inquinamento in quanto l’arsenico è utilizzato sotto forma di AS4O6 come ossidante nella fabbricazione del vetro. Un’altra possibile fonte di inquinamento, ma che in ogni caso non riguarderebbe la zona industriale, potrebbe essere data dal notevole impiego di acido arsenico e di arseniati di calcio e di sodio in agricoltura". Idrocarburi policiclici aromatici, pagina 39, sorgenti. "Le sorgenti antropiche di IPA sono il riscaldamento domestico, la produzione di energia, i processi termici industriali, per esempio la distillazione del catrame, l’incenerimento dei rifiuti urbani e industriali, l’utilizzo di carburanti per la navigazione". Se guardiamo un motore diesel, il rilascio del particolato inquinante - ed è sul particolato che si concentrano gli IPA - rappresenta lo 0,2-0,5 per cento in massa del combustibile consumato. Poi do il riferimento bibliografico da cui ho preso questa citazione. A pagina 57 sempre del decreto leggiamo: "La ragione del fatto di dovere considerare gli IPA a parte sarebbe dettata dal fatto che l’inquinamento di questi composti è di origine diffusa e difficilmente identificabile puntualmente. Ad esempio gli IPA che interesserebbero lo scarico intermedio SM22 e quindi quello finale SM15 comporterebbero un carico inquinante complessivo a valle dell’impianto chimico-fisico-biologico di Ambiente di circa una decina di chilogrammi/anno a seguito dell’intervento di filtrazione del nerofumo prodotto dall’impianto acetilene. Ora, se guardiamo per esempio un campionamento condotto dal Magistrato alle Acque sullo scarico SM22 l’11/2/97, di cui abbiamo già parlato, la somma degli IPA previsti dal decreto del 30 luglio ‘99 - il decreto del 30 luglio ‘99 è quello che fissa i nuovi limiti per gli scarichi - è come ho detto prima un valore confrontabile perché quel decreto mette 1 per gli scarichi che versano direttamente in laguna, 10 milligrammi/litro per quelli che vanno al depuratore, ma ho detto da tempo fino al 2002 per l’adeguamento, ma poi su un’unica analisi tra 1,3 e 1, insomma uno approssima. E` una cosa che mi sembra di avere già segnalata all’attenzione nella mia precedente relazione, cioè quando una norma mi dà limite 1 vuol dire che si ferma senza decimali, perché se volesse darmi anche i decimali dovrebbe dire 1,0. Allora un 1,3 io dovrei approssimarlo ad 1, perché se devo levare i decimali 1,3 è approssimato a 1; se fosse 1,6 sarebbe 2. Quindi, in una visione corretta diciamo, tecnicamente, 1,3 non supera, è 1, perché il limite, ripeto, non è 1,0, se ricordo bene, ma è 1. Se comunque anche fosse 1,0, è un 1,0 per il futuro avere avuto già nel ‘97 solo un 1,3 mi sembra che non possa essere che un giudizio positivo sulla situazione. Passando a diossine e furani, il decreto riporta un fattore di emissione. Il fattore di emissione è di 40 nanogrammi per chilogrammo di dicloroetano, quindi sposa la tesi di un valore superiore rispetto a quello posto dall’inventario dell’Environmental Protection Agency americana, che è di 0,95 nanogrammi. Comunque a pagina 55 leggiamo: "Le diossine ed i furani che interessano lo scarico intermedio SM22 e quindi quello finale SM15 in Canale Malamocco-Marghera sarebbero generati dall’inceneritore dei composti clorurati CS28, l’inceneritore del TDI, l’impianto di ossiclorurazione e l’inceneritore dei composti clorurati dell’EVC e l’inceneritore dell’impianto Ambiente". A pagina 55 poi si legge: "Per quello che riguarda lo scarico SM22, è interessante evidenziare quel che sono i carichi inquinanti e...", l’ho già letto quando la prima volta ho parlato del problema della diossina nell’SI2, sostanzialmente appunto l’unica corrente che perviene all’impianto di depurazione chimico-fisico-biologico, che poi porta allo scarico SM22, è l’SI2, abbiamo già visto i diagrammi, che ormai l’SI2 è ben sotto lo 0,5 picogrammi/litro fissato dalla Commissione Tossicologica Nazionale, ma fissato per lo scarico in acque superficiali, mentre invece l’SI2 va poi ad ulteriore trattamento e siccome la diossina sta sopra alle particelle solide, nell’impianto di depurazione, laddove ci sono le sedimentazioni, dall’acqua se ne va via praticamente tutta. Ma comunque, anche ragionando prima della depurazione siamo già, abbiamo visto prima, a livelli la metà di quello che è un limite particolarmente restrittivo fissato dalla Commissione Tossicologica Nazionale. Quindi questa lettura - mi scuso, è roba credo di una noia assoluta - diciamo del decreto del maggio del ‘99 mi sembra confermi le cose che io ho cercato di illustrare con riferimento ai dati delle analisi e a tutte le altre cose. Passerei a questo punto a dire: va beh, questi risultati da dove derivano? Evidentemente derivano dall’adozione di tecnologie antinquinamento e di interventi per il miglioramento delle acque di scarico, cioè prima intervenire per ridurre l’inquinamento dell’acqua di scarico, poi intervenire con processi di depurazione, quindi prima intervenire sul processo produttivo e poi intervenire sul processo di depurazione, e iniziamo con l’impianto cloro-soda, cercherò di essere sintetico perché sono cose che sono già state dette; poi mi permetterò, nella relazione, di essere un pochinino più dettagliato, ma nell’esposizione cerco di non abusare troppo del tempo e della pazienza altrui. L’impianto cloro-soda è stato avviato nel 1971 da Montedison, parlo dell’impianto attualmente esistente, perché prima del ‘71 c’era un altro impianto, ma l’impianto esistente è quello avviato nel ‘71, ed era già un impianto in cui c’erano tutti gli accorgimenti atti a ridurre il rilascio di mercurio nell’ambiente, era una tecnologia naturalmente a catodo di mercurio, era allora la tecnologia in cui l’Italia aveva un know-how formidabile, le celle erano De Nora ed erano le migliori che si potessero avere ed erano celle già con anodi in titanio. Questo impianto ha avuto sempre anodi in titanio, l’impianto precedente aveva invece anodi in grafite, ma l’impianto precedente era ben precedente, ora non ricordo ma era degli anni ‘60. Se andiamo a vedere i documenti sulle migliori tecniche disponibili, ecco, che documenti sono? La Unione Europea ha emanato una direttiva per la prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento, è quella che viene in genere indicata con l’acronimo IPPC. Questa direttiva è stata recepita con un decreto legislativo, il 372 del ‘99, che è appunto l’attuazione di questa direttiva, che è del ‘96. In questa direttiva si pone particolarmente l’accento sul fatto che le autorizzazioni future dovranno fare riferimento, nella fissazione dei limiti, alle migliori tecniche disponibili. In passato, per esempio il D.P.R. 203 parlava di migliori tecnologie disponibili, il 203 diceva che sarebbero state emanate linee guida per individuare queste migliori tecnologie disponibili per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, di fatto, quando il decreto ministeriale del 12 luglio del 1990 ha dato queste linee guida, quando uno va a vedere l’appendice relativa alle migliori tecnologie trova una tabella, un elenco di quelle come si possono fare lezione agli studenti per dire: va beh, ora ti dico subito tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione per abbattere l’inquinamento atmosferico e lì si ferma, quindi non ha concretizzato la normativa di allora questa individuazione delle migliori tecnologie. Questa volta, invece, la comunità ha disposto proprio dei meccanismi per arrivare ad individuare nei diversi settori le migliori tecniche disponibili, come si chiamano in questa normativa, e ha incaricato un istituto di ricerca comunitario a Siviglia di predisporre queste bozze, che poi dovranno però essere approvate a livello della Commissione, della Comunità. Quindi c’è un grossissimo movimento in tutti i settori industriali in Europa per contribuire alla definizione di queste linee guida. E per quanto riguarda gli impianti cloro-soda, questo centro comunitario ha già fatto una bozza e all’inizio della bozza fa una fotografia della situazione esistente nell’Europa occidentale al giugno 2000. Al giugno 2000 nell’Europa occidentale il 55 per cento degli impianti cloro-soda ha celle a mercurio, il 22 per cento celle a diaframma, il 20 per cento celle a membrana, altri processi il 3 per cento. La situazione è diversa negli Stati Uniti, dove il 75 per cento è a diaframma, ancora diversa è in Giappone, dove le celle a membrana sono il 90 per cento. Ma questo io credo che si spieghi appunto con il fatto che in Europa avevamo questo sviluppo tecnologico notevole, che ha portato ad una generazione di impianti tipo quello del ‘71 che già prevedevano tutta una serie di impianti di tutela ambientale, per cui certo, la prospettiva è quella di andare ad eliminare nel tempo questi impianti, ma non è che in questo momento un impianto di quel tipo non sia compatibile con le esigenze di tutela dell’ambiente, e lo dimostra il fatto che non è solo in Italia che ci sono ma in tutta Europa ancora la maggioranza è impianti. Per quanto riguarda l’impianto di Porto Marghera, la prima cosa che è stata fatta fu la razionalizzazione degli scarichi idrici, riducendo i punti di scarico attivi dell’impianto da 36 a 5. Altro provvedimento importantissimo, l’impianto di demercurizzazione delle acque con recupero di mercurio dai fanghi e che è operativo dal ‘75. Nel decreto del 26 maggio ‘99, a pagina 22, leggiamo: "Lo scarico SI1 convoglia circa 370.000 metri cubi/anno di reflui provenienti dall’impianto di demercurizzazione dell’Enichem, dove a seguito dell’aggiunta di tiourea - questo l’ho già letto questa mattina - ...formando cloruro di sodio e solfuro di mercurio insolubile che viene rimosso per chiariflocculazione e il mercurio recuperato nel processo". Nel ‘92 Enichem è intervenuta per un recupero del mercurio dai fanghi ed ancora una volta il processo viene descritto, pagina 28 e 29 del decreto ministeriale del ‘99: "I fanghi generati da chiarificatore-flocculatore - quello che ho citato un momento fa - vengono inviati ad uno stadio di lisciviazione operante in discontinuo.. Il contenuto dei reattori viene alimentato ad un filtro pressa per la separazione dei fanghi residui", etc. etc.. Alla fine si vede che la rigenerazione viene effettuata con acido cloridrico concentrato, il quale si arricchisce di mercurio nel passaggio e viene riutilizzato nel ciclo produttivo soddisfacendo circa il 50 per cento del fabbisogno. Altra tecnologia antinquinamento alla quale appunto si devono i risultati positivi che ho illustrato prima, l’impianto CS30 di strippaggio dei clorurati che è entrato in funzione nel 1980; l’impianto di neutralizzazione centralizzato che era in funzione dai primi anni ‘70; l’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico che era attivo almeno dal ‘78. E` chiaro che poi tutti questi impianti hanno avuto in continuazione interventi migliorativi, interventi di manutenzione, però insomma, le date di origine sono queste. Poi ulteriori interventi per migliorare la qualità degli scarichi: nel TDI distillazione delle acque acide con lavaggio del dinitrotoluolo nelle acque, suo recupero e successiva distillazione, 1990. Con questo si è ridotto notevolmente l’apporto da questo impianto di nitrati all’impianto chimico-fisico-biologico di depurazione. Nell’AS12 e AS4 sono state segregate le aree di impianto, raccolte le acque e invio al biologico, evitando quindi di mandare dei composti con azoto nella fogna bianca. Nel PR16-19, interventi di ottimizzazione del circuito torri di raffreddamento per renderlo più ermetico; si sono ridotti di 2.000 metri cubi/ora i prelievi di acqua fiume; nell’AC1, pretrattamento acque di processo inviate al biologico mediante filtropressatura del nerofumo, è questo intervento del ‘96 di cui ho già parlato che serviva per ridurre l’invio di IPA e di policiclici aromatici all’impianto chimico-fisico-biologico. Poi l’impianto di trattamento delle acque contaminate da prodotti clorurati CS30. Anche in questo la descrizione ci viene data dal decreto ministeriale del ‘99: una capacità nominale di 2.800 metri cubi/ora, riceve le acque contaminate da prodotti clorurati provenienti, oltre che dal CS28, anche dai seguenti impianti produttivi Enichem, TD5, DL1/2, Parco Serbatoi Sud, acque di lavaggio di bonifica, si effettua lo strippaggio dei clorurati con vapore a 5 (inc.) fornito dalla rete dello stabilimento a alimentato sul fondo delle colonne. Allo scopo di rimuovere dalla colonna liquida i solidi in sospensione, potenzialmente contaminati da microinquinanti quali i PCDD e i PCDF, la corrente proveniente dal fondo della seconda colonna viene trattata in filtri a tele per una prima separazione dei solidi e in un successivo filtro a sabbia. In uscita da questo l’acqua viene inviata, attraverso filtri di guardia a cartuccia, nel serbatoio di (ecoalizzazione), da cui viene inviata al trattamento biologico, cioè al solito chimico impianto chimico-fisico-biologico.

 

Presidente: professore, eventualmente tagli queste descrizioni del procedimento e indichi solamente quali sarebbero stati gli interventi migliorativi.

 

RISPOSTA - L’impianto di incenerimento dei prodotti clorurati, anche questo ovviamente è positivo. Sempre il decreto descrive cosa succede. L’impianto di neutralizzazione, ancora la descrizione è fornita sul decreto. Poi l’impianto di trattamento chimico-fisico-biologico e con questo, diciamo, ho accelerato giustamente, limitandomi all’elenco, e sono arrivato alla conclusione di questa parte dicendo che è stata poi la gestione di questo complesso sistema di impianti che in parte, come ho detto un momento fa, tendono a ridurre la formazione di inquinanti, quindi sono interventi nell’ambito del processo, altri sono interventi, invece, nell’ambito di depurazione. Con la gestione di questo complesso sistema che, come ho fatto vedere, addirittura in tanti casi si sono ottenuti risultati che già soddisfanno le esigenze molto più restrittive poste dal decreto del ‘99, quello che fissa i nuovi limiti. Se il Presidente consente, a questo punto farei l’ultima parte, invece facendo alcune osservazioni su cose dette da altri consulenti. Comincerei dal dottor Ferrari. Il dottor Ferrari, ricordo, è il responsabile della Sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque e, durante l’udienza del 27/9/2000, ha delineato per sommi capi la storia degli scarichi idrici attraverso le autorizzazioni che lo stesso Magistrato alle Acque ha rilasciato. Dal verbale di udienza si vede quale era la situazione all’inizio degli anni ‘70 e come poi questa situazione è andata nettamente migliorando per quanto riguarda i problemi di rispetto, di tutela dell’ambiente, a partire appunto verso la metà per esempio degli anni ‘70 in tante cose. Ora, io credo che non si può prendere queste informazioni avendo presente che, come ho detto all’inizio, il contesto normativo ma anche proprio il contesto culturale in cui si collocavano sia le attività industriali sia le attività non industriali era assai diverso, e che solo dopo in Italia si è sviluppato, come del resto nel resto del mondo, una percezione della rilevanza del problema di tutela dell’ambiente, soprattutto del crescente rilievo che questo problema aveva. Io credo che forse proprio dovremmo ricordarci, io lo ricordo a me stesso, che il libro sui limiti dello sviluppo fatto dal Massachussetts Institute of Technology (inc.) è del 1972, la monografia, il circolo da chiudere di (Berry Commonel) è del ‘71, sono i due libri che hanno diffuso nel mondo il problema che le risorse sono limitate e che l’ambiente era una delle risorse che non poteva essere sfruttata come se illimitata. Quindi, quando vedo che la svolta - come mi dice il dottor Ferrari - è in quel lasso di tempo appunto della prima metà degli anni ‘70, dico: è quello che la cultura nel mondo andava conquistando insomma, quindi ovviamente non è una critica a quello che ha detto il dottor Ferrari, è cercare di capire che non si può giudicare allora una cultura di oggi, ecco. Quindi l’impianto cloro-soda addirittura era stato avviato nel ‘51 e fermato nel ‘72, il vecchio impianto cloro-soda. Gli impianti di produzione di CVM a partire dall’acetilene, abbiamo già in passato discusso, sono chiusi nell’81, insomma c’è una evoluzione in quegli anni che non può essere altro che positiva. Certo che, come abbiamo visto dalle relazioni precedenti alle mie, poi tracce di quelli che sono gli scarichi... per esempio appunto questi impianti con la traccia del cloro li ritroviamo nel Lusore-Brentelle, dove è stato scaricato, prima senza addirittura depurazione, poi... Ora, il dottor Ferrari, a proposito delle fonti di inquinamento pregresse, afferma che: "tutti i sedimenti dei canali industriali e un’ampia area di laguna antistante la zona industriale di Porto Marghera risultano contaminati da diossina preveniente dalla produzione di DCE/CVM e dagli altri idrocarburi clorurati dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. Tale contaminazione è stata prodotta in passato da scarichi di reflui senza trattamento e dallo smaltimento in laguna di rifiuti a base di peci clorurate". I sottoprodotti clorurati peci sono stati inviati al trattamento presso l’impianto CS28 fino dagli inizi degli anni ‘70, cioè molto tempo prima che Enichem prendesse in gestione gli impianti a Porto Marghera. Quindi diciamo in queste considerazioni del dottor Ferrari noi non c’entriamo in merito in quanto riguardano periodi che non sono di gestione di Enichem. Comunque poi, appunto, su quella che è la contaminazione dei sedimenti nei canali, credo che la relazione del dottor Colombo e del dottor Bellucci abbiano fatto molta chiarezza su come leggere i risultati degli studi fatti. Per quanto riguarda lo scarico SM15 il dottor Ferrari conclude l’intervento sostenendo che la contaminazione è proseguita almeno fino al 1998 con l’immissione di diossina attraverso lo scarico SM15 dello stabilimento Petrolchimico. In precedenza dice: "Gli scarichi di questa nuova zona del Petrolchimico confluiscono in quello che è lo scarico 15", però qui siamo ai discorsi sull’SI2 e rimando a quanto ho detto precedentemente sulla scarsa rilevanza di questo scarico anche nella condizione anomala per cui fu fatto il campionamento che poi portò a dare il limite di 0,5 picogrammi/litro. Su tutto il problema dell’effetto dell’SM15 sui bassi fondali, sui quali il dottor Ferrari si è intrattenuto, credo abbiano dato ampia motivazione della insussistenza delle cose dette dal dottor Ferrari il dottor Colombo e il dottor Bellucci, quindi rimando a quanto hanno detto. Mi è sembrato, dalla lettura del verbale, che quando il dottor Ferrari parla di 12 metri cubi/secondo dello scarico SM15, non abbia chiarito che la stragrande maggioranza di queste sono acque di raffreddamento, non acque di processi inquinanti. Su questi 12 metri cubi/secondo solo 0,3 metri cubi/secondo sono acque di processo depurate, quindi come ho detto all’inizio della relazione sullo scarico SM15, solo il 2,5 per cento del totale sono acque di processo, tutto il resto sono acque di raffreddamento e, come ho detto, i limiti erano da rispettare sulle correnti parziali e non sulla corrente somma. Passando al dottor Raccanelli, nell’udienza del 27 settembre 2000 il dottor Raccanelli parla dell’esaclorobenzene: "L’esaclorobenzene sicuramente è nato come prodotto di sintesi come pesticida, ma in Italia e soprattutto a Venezia è stato pochissimo utilizzato. In realtà l’esaclorobenzene è un sottoprodotto non desiderato di tutte le produzioni di idrocarburi clorurati, CVM e compagnia cantando. L’esaclorobenzene si trova in concentrazioni massicce nelle peci clorurate, quelle peci clorurate che attualmente vengono smaltite con gli appositi sistemi ma una volta, come riportato in più testi ed anche dai testi che si sono sentiti, venivano caricate in autobotti presso le colonne di impianto stoccaggio peci e venivano smaltite da terzi". Ora, il fatto è che Marcomini, Bonamin, Desetto e Giacometti, in una pubblicazione del 1999 ci dicono di avere trovato esaclorobenzene in strati di sedimenti risalenti a prima del 1935. Ho già detto che l’esaclorobenzene viene considerato come uno dei possibili prodotti scaricati da impianti di produzione di alluminio. Mi sembra quindi che queste considerazioni riportino il problema altrove, certamente altrove rispetto al periodo di gestione Enichem perché - come dice lo stesso dottor Raccanelli - le peci venivano smaltite in maniera corretta. Ipotizza invece che in altri momenti non sia stato così, però insomma, ripeto, bisogna tener conto che l’esaclorobenzene è un inquinante prodotto anche da industrie che erano presenti nell’area e queste tracce di prima del ‘35 ci dicono che le peci con quelle hanno poco a che vedere, perché sono decisamente successive. Comunque, ripeto, la vicenda non riguarda Enichem. Vorrei intrattenermi un momento anche sul discorso che il dottor Raccanelli ha fatto sulle impronte di diossine e furani su analisi di campioni di fango, sedimenti, prelevati da pozzetti, insomma in generale dal sistema fognario del vecchio Petrolchimico, prelevati nel 2000, quindi recentemente, quindi molti anni dopo la chiusura degli impianti del vecchio Petrolchimico. Il CS3 è stato chiuso nel ‘72, il CV10 e il CV11 nell’81, il TR4 e il TSI1-2 nel ‘91. Le aste fognarie a cui facevano capo i pozzetti, le vasche o i tubi da cui sono stati prelevati questi campioni erano aste fognarie attraversate da acque di lavaggio delle apparecchiature, dei pavimenti, e dalle acque meteoriche; non mi risulta - io ho fatto degli accertamenti - che fossero attraversate da acque di processo. Quindi anche i sedimenti che si sono depositati in pozzetti, tubazioni e vasche, non provengono da acque di processo. E le acque di lavaggio, anche se sono acque di lavaggio delle apparecchiature, sono cosa ben diversa dalle acque di processo, perché le acque di processo sono acque che in un processo a regime si producono con composizioni oscillanti perché, come ho detto precedentemente, quando si parla di regime non è mai un regime assoluto, è sempre un regime medio, in cui ci sono delle oscillazioni, ma insomma, sono oscillazioni che mi danno prodotti ed anche scarti che rientrano in intervalli relativamente limitati di variazioni di composizione. Quando io, invece, penso a delle acque di lavaggio, questo lavaggio può avvenire intanto su apparecchiature in qualunque punto del processo, quindi può riguardare la parte finale del processo ma può riguardare anche la parte iniziale o parte intermedia del processo; può riguardare residui, non so, del periodo di fermata dell’impianto e quindi con condizioni via via che passavano da quelle di regime a quelle di fermata o addirittura proprio con fermata abbastanza rapida e quindi con processi completamente diversi da quelli di produzione, ma soprattutto poi sono fatti concentrati in momenti ben precisi in cui si fa il lavaggio e non sono cose permanenti che mi caratterizzano il processo. Quindi io non mi posso aspettare, in questi sedimenti prelevati dopo tanto tempo, in fognature in cui le acque che sono transitate sono le più diverse, momenti di pioggia, momenti di secco in cui appunto c’erano solo acque di lavaggio, quindi con portate completamente diverse, quindi con fatti del tutto contingenti ed aleatori e non rappresentativi di una condizione di processo. Si tratta al solito di un campione... non si sa com’è stato preso. E` un campione medio? Una palettata di roba? Non si sa. Dal verbale io non riesco a capirlo, ma nemmeno dal verbale di campionamento l’ho capito. Unica analisi su appunto depositi aleatori; quello che io dico me lo ritrovo quando vado a vedere le impronte di questi campioni. Se prendo i campioni 1 e 2 del dottor Raccanelli, io vedo impronte completamente diverse; lo stesso se prendo i campioni 5 e 6 mi sembra. Ora, andiamo a vedere, non posso confrontare i campioni 3 e 4 perché il dottor Raccanelli non ha presentato le analisi del campione 4, che pure è stato prelevato. Se vado a vedere cosa sono questi campioni, i campioni 1 e 2 si riferiscono all’area dell’impianto TS1-2, quindi a un’area racchiusa, diciamo, per contenere le acque meteoriche per esempio e convogliarle in fognatura e poi al CS30, dove venivano trattate per eliminare i composti clorurati, dell’area dell’impianto TS1-2. Il campione 1 sono fanghi prelevati da un pozzetto della linea fognaria acque bianche segregate e inviate a trattamento; il campione 2, fanghi prelevati sulla vasca di rilancio rilancio di queste acque, quindi pozzetto-tubo-vasca di rilancio, cioè la vasca da cui poi venivano prelevate queste acque per portarle al CS30. I campioni 5 e 6 si riferiscono all’area dell’impianto TR4, il campione 5 è fanghi prelevati sulla vasca di rilancio acque clorurate, il campione 6 è sedimenti solidi prelevati in un cunicolo interno reparto convogliante acque clorurate alla vasca di rilancio. Quindi 1-2 e 5-6 si riferiscono ciascuno a un’area diversa, l’1-2 alla stessa area, 5-6 alla stessa area. 1-2 è un’asta fognaria in cui 1 è il pozzetto, 2 è la vasca di rilancio; 5-6 è un’altra asta fognaria in cui il 5 è la vasca di rilancio, il 6 è la tubazione che porta a questa vasca di rilancio. Più dimostrazione che si trattava di situazioni del tutto casuali per cui in punti in cui è passata la stessa acqua mi ritrovo cose diverse, è questo: se fossero acque di processo, rappresentative del processo, com’è possibile che in un pozzetto trovo una cosa e in una vasca ne trovo un’altra? Ad un certo momento mi sembra che sia stato detto che ci sono fasi diverse del processo, e in fasi diverse nella fognatura una fase si deposita 10 metri prima e l’altra fase si deposita 10 metri dopo, essendo l’acqua che fa lo stesso percorso? Insomma sono cose che, a mio avviso, ingegneristicamente non sono pensabili. Io cosa posso pensare invece? Che appunto ci sono stati eventi i più disparati e mi hanno lasciato i residui più diversi nei diversi punti, sono andato a fare dei campionamenti che sono campionamenti del punto, non campionamento medi, in un punto ho preso una palettata, in un altro punto ho preso un’altra palettata, cioè alla fine non ho elementi per poter dare giudizi su cose che riguardano invece un processo che è un qualcosa che dura negli anni, che mi determina situazioni medie del tutto confrontabili. C’è conferma di questo? Beh, è stato detto anche questa mattina che nel Lusore-Brentelle a tutte le profondità trovo praticamente la stessa impronta, trovo la stessa impronta a profondità in cui i residui sono del vecchio Petrolchimico e a profondità superficiali, diciamo, laddove invece i sedimenti sono del nuovo Petrolchimico. E poi trovo la stessa impronta che trovo negli scarichi dell’SM15, quindi trovo una coerenza su quelle che sono le acque di processo, i sedimenti che si sono accumulati nel tempo, vado in fognature appunto dove non circolavano acque di processo bensì acque di lavaggio, vado a prendere dei campioni, ripeto, probabilmente in maniera del tutto spot, e non rifletto che, insomma, come si fa a pensare che il tubo che mi porta un’acqua che sia indicativa di processo - quindi che sia una cosa permanente - ha una impronta completamente diversa della vasca a cui l’acqua vada a questo tubo? Queste diossine evidentemente derivano da un insieme di situazioni, roba portata dalla pioggia, lavata da ricadute atmosferiche, roba appunto di lavaggio di apparecchiature diverse in punti diversi dell’impianto e con storia chimica precedente diversa, appunto fase di fermata, malfunzionamento per cui fermo la linea e pulisco la linea. Allora, quando poi io mi trovo anche una impronta che possa assomigliare a quella del Canale Nord, cosa dico? Il Canale Nord è il risultato della miscelazione di chissà quanti tipi di scarichi che mi hanno portato a questa impronta mista con tante cose, qui mi ritrovo nella stessa situazione, mi trovo con impronte che possono essere le più diverse perché possono derivare da momenti del tutto particolari che non rappresentano il processo. Questo io credo che va ad attribuire valore di indicazione di processi che possono essere avvenuti nel vecchio Petrolchimico a queste impronte e qualcuno mi deve spiegare come sulla stessa asta fognaria possa avere trovato cose completamente diverse, perché l’acqua scorre e, se trova cose diverse, vuol dire che ha avuto momenti diversi, per esempio anche che delle volte ho portato acque con particelle più pesanti e mi si sono depositate prima, altre volte particelle più leggere le ho portate dopo, ma insomma, di quei fatti che non sono il processo. Questi sono processi continui, hanno una loro struttura che - ripeto - quando si va a vedere i (plentelli) in profondità e in superficie, si trova... il professor Vighi ha detto: non mi sento di dire identica ma del tutto simile, una frase di questo tipo, facendoci vedere i risultati. Dottor Guerzoni; si tratta, come lui stesso ha detto, di ancora misure limitate. Il risultato, peraltro, è di ricadute modeste, lo dice lo stesso dottor Guerzoni. Abbiamo visto stamani come, prendendo i dati del dottor Guerzoni ed elaborandoli per vedere cosa si poteva trovare nel sedimento, il contributo è del tutto irrilevante in rapporto al livello di inquinamento riscontrato in certi sedimenti. L’unico punto sul quale vorrei intervenire è quel discorso che è stato fatto qui - ma io non sono riuscito a trovarlo invece nei rapporti scritti come consuntivo della ricerca fatta dal dottor Guerzoni - e cioè che ci sarebbe stata una punta, chiamiamola così, o qualche punta rilevata in certi deposimetri che potrebbe, secondo quello che ha detto in udienza il dottor Guerzoni, essere riferibile a per esempio l’evento che nel giugno del ‘99 si è verificato nel VC. Io credo che, se è come mi sembra che è stato detto qui ma non è stato scritto nel rapporto scientifico, è perché appunto ipotesi di questo genere non hanno a questo livello nessun riscontro scientifico, cioè nel senso io posso fare un’ipotesi di lavoro di questo genere ma, fatta questa ipotesi di lavoro, a questo punto io per prima cosa devo vedere il regime dei venti, devo vedere tutto il discorso diciamo climatologico che mi può indicare come si disperde questa emissione e quindi poi fare un modello di simulazione per vedere se effettivamente, con quella situazione meteo/climatica, ipotizzando un’uscita di diossina di una certa impronta in conseguenza di questo evento - parliamo dell’evento del giugno -, con questa impronta è giusto che io mi trovi qualcosa in quel deposimetro. Nulla di questo è stato fatto, ma poi l’ipotesi che da quella emissione, che per quanto mi risulta era un’emissione di CVM, ci fosse un quantitativo significativo per potere dare questo aumento anomalo nella emissione, è una presunzione che potrebbe essere tutta da dimostrare, per esempio andando a vedere cos’è successo e cos’è che è uscito, io non lo so, personalmente di quell’incidente conosco quello che ho letto sui giornali, perché si riferisce ad una società diversa da Enichem, nella quale io non ho... Credo che anche il dottor Guerzoni di quell’incidente ne sappia quanto il sottoscritto, per lo meno da quanto ha detto non è apparso nulla che potesse... anzi ha proprio detto di non conoscerla questa situazione. Se poi, come risulterebbe da quello che ha scritto la Provincia, il vento andava proprio nella direzione opposta, prima di andare a fare ipotesi su vento che cambia etc., intanto sarebbe da verificare se è successo, ma poi, prima ancora, sarebbe da vedere: ma sopravvento, siamo certi che non ci siano emissioni che possano dare da altri tipi di produzione che non riguardano il Petrolchimico una impronta di questo tipo? Così come non era stata fatta nessuna indagine per i sedimenti, per vedere se l’inquinamento potesse derivare da altre cause, non mi sembra che sia stata fatta nessuna indagine su possibili emissioni che abbiano una impronta di questo tipo. Quindi, ripeto, un’ipotesi di lavoro la si può sempre fare, però per passare da ipotesi di lavoro ad un qualcosa di scientificamente valido bisogna fare tutta una serie di cose che non mi sembra che siano state fatte e che, ripeto, non ho trovato, sicuramente non ho trovato nei verbali di udienza ma soprattutto non ho trovato negli scritti, nel rapporto che riferisce. Può darsi che abbia letto male io e che, invece, nel rapporto ci siano tutte queste cose, e se ci sono tutte queste cose e alla fine le cose tornano, appunto, ma finché queste cose non ci sono il resto è un’ipotesi che tale rimane e non ha nessuna validità, ad avviso del sottoscritto, in relazione ai fatti di cui stiamo parlando. L’ingegner Rabitti ha ragionato molto su queste cose del dottor Guerzoni, quindi se non hanno supporto scientifico le cose del dottor Guerzoni mi sembra che ragionarci ulteriormente sopra per trarne conclusioni non abbia un supporto. Per quanto riguarda il professor Rindone, mi sembra che l’attenzione che lui ha posto sul problema del mercurio è indubbiamente una attenzione doverosa, mi sembra che tutte le cose che ho cercato di illustrare in rapporto alle celle a mercurio rispondano a quelle esigenze che il professor Rindone aveva posto. Per quanto riguarda l’uso del mercurio come catalizzatore, non è un problema che interessa la gestione Enichem, quindi non mi sembra di avere niente da dire. Se il Tribunale ha la pazienza, parlerei del dottor Cocheo. Ora, l’assunto che tutto quelle che esce dalle produzioni CVM/DCE sia un rifiuto, comprese le emissioni atmosferiche, perché mi sembra che in sede di controesame anche le emissioni atmosferiche siano passate tra i rifiuti, se viene detto così come utilizzazione di una generica definizione di rifiuto, bah, non ho molto da dire. Perché non ho molto da dire? Guardo il 915, al comma 7 dell’articolo 2, il 915 fa un elenco di cose che non sono sottoposte alla disciplina del 915, cioè non si mette a discutere: queste cose sono rifiuti, queste cose non sono rifiuti; in concreto - dice - certe cose non rientrano nella disciplina del 915, cioè giustamente trova inutile mettersi a discutere: cosa chiamo rifiuto, cosa non chiamo rifiuto? Dà una definizione di rifiuto, ma al momento in cui si tratta di applicare la normativa preferisce dire testualmente, articolo 2, comma 7: "Le disposizioni del presente decreto non si applicano...", andiamo a dove interessa: "...alle emissioni nell’aria soggette alla disciplina di cui alla Legge 13, naturalmente oggi al D.P.R. 203. Allora in concreto quello che a me interessa mettere in evidenza è che alle emissioni nell’aria si applica la normativa sulle emissioni nell’aria e non la normativa del 915 o oggi del 22. Il decreto legislativo 22, che è del ‘97 e quindi è successivo a quello che interessa a noi, grosso modo riprende questo, per le emissioni è praticamente eguale se ricordo bene. Al punto b) dice: agli scarichi disciplinati dalla legge 10 maggio e successive modificazioni. Allora è chiaro che se, come dicevo questa mattina, uno si mette a guardare due righi e non pensa ad un contesto generale in cui si colloca una norma, è una petizione di principio perché dice: non si applica dove si applica un’altra norma, mi sembra che letto così sia un’ovvietà, ma non è letto così, qui c’è dietro appunto un quadro generale di funzionamento della normativa sull’ambiente, il quale intanto ha come presupposto che comunque io chiami quel qualcosa, lo chiamo rifiuto o lo chiamo scarico, deve rispettare delle norme che fanno sì che, una volta che l’ho immesso nell’ambiente, non mi determini un deterioramento dell’ambiente. Allora se un liquido viene trattato, depurato, portato ai limiti che la normativa sugli scarichi ammette per lo scarico per esempio in un corpo idrico superficiale, a quel punto io lo sottopongo alla normativa sugli scarichi, che è quella che è stata costruita per dire che io posso scaricare in quel corpo idrico tutelando il corpo idrico. Ecco che allora la Cassazione, infatti, dice: allo scarico si applica la Merli quando c’era la Merli, il 152 ora che c’è il 152, ma io lo guardo dal punto di vista tecnico, il punto di vista tecnico è questo: chi è che mi dice quand’è che posso scaricare in un corpo idrico superficiale tutelando il corpo idrico stesso, secondo la normativa? Me lo dice la normativa sugli scarichi idrici. A monte; a monte io, per esempio come Comitato Regionale sui rifiuti dell’Emilia Romagna, come Conferenza Tecnica Provinciale di Bologna, come ci siamo comportati quando ancora non esistevano le Conferenze dei Servizi, per cui questi Comitati erano in sede deliberante con membri anche non dell’amministrazione? Ci siamo comportati su quella che era una logica che veniva fuori proprio dalla normativa, cioè se io ho in uno stabilimento tutta una serie di tubazioni che mi portano questo liquido ad impianti di trattamento, da questi impianti di trattamento esce uno scarico che mi rispetta la normativa, che quindi io autorizzo come scarico in un dato corpo idrico, tutto questo sistema lo considero sottoposto alla normativa sulle acque. Mettiamo invece un’altra situazione: l’impianto c’è, il suo scarico è autorizzato perché l’impianto è in grado di trattare il liquido e portarlo alle condizioni compatibili con lo scarico in acqua superficiale, però il liquido mi arriva ad una autobotte, ad uno stabilimento, carica un’autobotte un suo liquido e lo manda all’impianto di depurazione. A questo punto lo trattiamo come un rifiuto, perché? Ma perché la normativa sulle acque non ci dà nessuna possibilità di controllare i percorsi che fa questo liquido messo su un’autobotte. Mentre finché sono nello stabilimento le tubazioni, la Legge Merli mi diceva che l’Ente di controllo può andare a vedere in qualunque momento e in qualunque punto dell’impianto come si forma lo scarico, quindi è sotto controllo, io so che qua arriva quello che parte da questo tubo, da quest’altro tubo, se non lo so e lo voglio sapere l’articolo 9 mi sembra fosse della Merli, comunque insomma la legge Merli, altre lo ripeto, qualsiasi normativa, se non lo dicesse l’ufficiale di Polizia giudiziaria com’è il soggetto che va a fare la verifica lo può fare, ma comunque la Legge Merli lo diceva esplicitamente che può controllare come si forma lo scarico all’interno dello stabilimento. Ma se invece questo qualcosa che alimento nell’impianto mi arriva per autobotte, io non ho nessuno strumento normativo di controllo di cos’è uscito, che percorsi ha fatto, cos’è arrivato. Qualche Regione, prima del 915, cioè prima dell’82, mise nelle norme regionali delle normative per il trasporto di acque inquinate con autocisterne, per esempio la Regione Emilia Romagna mise qualcosa, ma al momento in cui è venuta fuori la normativa sui rifiuti è stato detto: va bene, se io lo voglio controllare lo stabilimento o insomma il posto da dove esce deve avere un registro di carico e scarico, lo carica, dove arriva ci sarà il registro di carico e scarico e io sono in grado di vedere non solo che lo scarico rispetta la norma ma anche che strada facendo non si sia perso qualcosa. C’è stato un periodo in cui i raccordi intorno a Piacenza tra le varie autostrade erano tutti colorati di viola, alla fine ci accorgemmo che c’erano autobotti che appunto andavano con scarico libero, poi questo qui faceva una reazione e faceva questo color violetta. Poi, quando io mi ritrovo nei commenti, per esempio ricordo che è stato un problema che è nato subito, per cui il primo libro dei fratelli (Jampierre) sul problema della normativa rifiuti dava un paio di capitoli o un grosso capitolo al problema acque-rifiuti. Mi ricordo per esempio un lungo articolo del professor Paolo Dell’Anno in cui alla fine, detto in maniera molto più sostenibile sia come linguaggio sia come argomenti giuridicamente, alla fine però il risultato era che quello che va in cisterna è un rifiuto; se arriva ad un impianto di depurazione, perché potrebbe andare ad un impianto di incenerimento, ma se arriva ad un impianto di depurazione delle acque ed è ammissibile ai processi che in questo impianto avvengono, per cui alla fine ho un’acqua che rispetta la normativa di scarico sulle acque, a quel punto lo scarico è sottoposto alla normativa sulle acque. Se è dentro tubazione nello stabilimento, la normativa sulle acque riesce a tutelare non solo lo scarico e ripete poi l’unica normativa che è in condizione di dire quali limiti devo rispettare per scaricare questa acqua in un corpo idrico, perché la normativa sui rifiuti queste cose non me le dice eh, quindi quando la Cassazione dice: allo scarico si applica, è l’unica poi norma esistente. Il fatto è che quando è in tubazione tutto il sistema è controllabile nell’ambito della normativa sulle acque; quando invece è solo il trattamento finale perché arriva in cisterna, allora ci sarebbe una lacuna. Per quanto ne so io - e mi capita di lavorare un po’ in molte parti d’Italia - questo è stato il concetto che, banalmente se si vuole, è stato applicato ed è stato considerato che il complesso delle norme a questo portava. Se vogliamo vedere poi in particolare il problema degli scarichi dagli impianti CVM o DCE, se si trattasse di rifiuti, perché per la direttiva comunitaria automaticamente è un rifiuto? Perché la direttiva comunitaria e poi il decreto legislativo 133, che chiaramente è una normativa sulle acque, perché - come mi sembra di avere già detto - dice che per certe lavorazioni e certi inquinanti devi avere una autorizzazione nell’ambito del 133 che si aggiunge per tutte le altre cose alle autorizzazioni ex allora legge 319, ma addirittura nel transitorio per avere la nuova autorizzazione valeva ancora l’autorizzazione avuta con il 319, e quando vado a vedere il decreto e vado a vedere gli allegati, dove mi dice le attività alle quali si deve applicare questa nuova normativa, io mi trovo per esempio, proprio il primo punto: "Industrie chimiche che impiegano catalizzatori al mercurio: a) per la produzione del cloruro di vinile"; un po’ più avanti mi trovo: "Produzione di 1-2 dicloroetano senza trasformazione ed utilizzazione nello stesso stabilimento; produzione di 1-2 dicloroetano e trasformazione ed utilizzazione nello stesso stabilimento; trasformazione di 1-2 dicloroetano in sostanze diverse dal cloruro di vinile", perché il punto precedente appunto era quello della trasformazione del cloruro di vinile. Allora io torno a ripetere, la lettura di qualche stralcio di norma può portare alle cose più diverse. La delibera dell’84 sul piano tecnico fu una frana assoluta, tant’è che ha avuto già tutta una serie di cambiamenti ma ha lasciato poi egualmente delle cose che erano chiare in un contesto generale ma appunto nella lettura di un rigo forse lo era molto meno. In questo senso - e mi avvio a concludere sul discorso del dottor Cocheo - anche quando mi si dice che per un rifiuto io dovrei fare l’analisi chiudendo il risultato in maniera che possa avere visto tutte le cose che possono rendere questo rifiuto tossico-nocivo e ho letto che dice: ci sono delle sostanze che hanno un limite che è di 100 microgrammi per chilogrammo, quindi io devo essere certo di aver fatto un’analisi che mi prenda dentro questi 100 microgrammi. Se vogliamo giocare al rilancio su cose di questo tipo, allora ci sono delle sostanze che hanno un limite di un microgrammo per chilogrammo, la diossina di Seveso per esempio. Quindi io dovrei chiudere un’analisi con nove nove, cioè dovrei riuscire a fare un’analisi che alla fine, su un chilogrammo di sostanza, non me ne perda nemmeno un microgrammo, cose assolutamente fuori da ogni... non dico possibilità ma nemmeno di immaginazione, perché non è possibile pensare ad una analisi sistematica di un rifiuto e chiudo l’analisi. In un rifiuto, si fa l’analisi, si faceva l’analisi guardando quelle che potevano essere, in funzione della provenienza del rifiuto, le sostanze caratterizzanti, o se no facendo tutta una serie di saggi per trovarli, io mi sono trovato a dover gestire, insieme alla Commissione tecnica che affiancava i commissari ad acta per la Karen B, una delle famose navi di veleni, lì quando si arrivarono questi fusti, mi sembra che fossero di ritorno dalla Nigeria, uno non sapeva nulla di che cosa c’era dentro e dovemmo fare tutta una serie di procedure per cercare il più sistematicamente possibile di individuare le cose che potevano essere pericolose, ma un’analisi sistematica che chiuda, come risulterebbe, è già impossibile a quel livello dei 100 microgrammi per chilogrammo ma se vogliamo seguire quel ragionamento allora ricordiamoci che la stessa delibera mette per alcuni inquinanti il limite di 1 microgrammo per chilogrammo, 1 chilogrammo è un miliardo di microgrammi. Quindi ancora una volta queste cose vanno poi viste pensando che queste leggi son fatte per essere applicate, renderle applicabili in maniera funzionale allo spirito generale del sistema legislativo, non per trovare i due righi in cui poi condurre delle valutazioni all’estremo, perché mi sembra siano proprio al di fuori di un contesto normativo organico, come ormai abbiamo sui problemi ambientali. Ad un certo momento devo dire che lo spiritaccio fiorentino ogni tanto mi viene fuori, nonostante sia da tanti anni a Bologna mi ha fatto porre il problema: ma perché il dottor Cocheo non ha detto che il comma non è applicabile alla laguna di Venezia perché parla della 319 e non delle norme sulla laguna? Poi ho detto: no, ma il 319 in fondo fa salve le norme sulla laguna. No, perché se uno si mette a pensare, a fare le analisi a quel livello, poteva anche pensare cose di questo tipo. E` uno spiritaccio che a volte vien fuori ma non dovrebbe. Il dottor Pavanato; il dottor Pavanato ha parlato delle autorizzazioni, lei signor Presidente gli ha detto che il tema emissioni qui era diverso. Io mi permetterò nella relazione però di dire qualcosa sulle autorizzazioni, però non lo dico qui, ecco, perché siccome certe cose sono state poi dette... No, ma giusto per avere, se occorresse, dei termini. Un’unica cosa volevo dire, che invece quella è di sostanza, come lei ha indicato, cioè non si può, per valutare quanto esce da un camino, prendere la portata per cui è stata chiesta la autorizzazione ed eventualmente darla. La concentrazione per cui è stata chiesta e data l’autorizzazione, moltiplicarle per il numero di ore che in un anno ci sono e dire: questo è quanto viene emesso in un anno, perché? Perché i limiti devono essere rispettati in qualunque condizione di marcia dell’impianto, quindi quando uno fa una richiesta d’autorizzazione, le portate, le concentrazioni che mette sono le massime che immagina possano esserci nell’esercizio dell’impianto. Ora, quando si va a vedere in concreto i risultati delle analisi, si vede per l’SO2, se io faccio il conteggio portata per richiesta d’autorizzazione, per concentrazione e per ore di funzionamento, arrivo ad oltre 5.000 tonnellate l’anno; quando faccio il conto invece per le analisi fatte, sono a quasi un quinto, ecco. Quindi il discorso autorizzazioni, oltre ad esulare per quanto lei ha detto, anche i numeri che fornisce non sono numeri che possono essere utili con riferimento a vedere concretamente cosa è successo sul territorio. Ultimo il dottor Mara e ingegner Carrara, un punto solo, però un po’ lungo purtroppo. Il dottor Mara ha citato un articolo tratto da una rivista, Environment Science Technology del 2000, e ha fatto alcune considerazioni con riferimento ad un impianto olandese della società Nest entrato in produzione nel ‘73 e chiuso nell’81. Se uno va a leggere tutto l’articolo, insomma, le considerazioni che vengono fuori mi sembra non siano proprio quelle che ha esposto il dottor Mara, con tutta una valutazione riportata dai dati di quella pubblicazione agli impianti di Marghera. Do direttamente la mia traduzione di certi punti dell’articolo: "Nei fanghi di risulta sono stati trovati livelli estremamente alti di concentrazione di diossine e furani, 26 microgrammi/grammo sul secco. A causa delle scorrette pratiche di trattamento delle acque che si effettuavano negli anni ‘70, le diossine e i furani si sono infiltrati nel golfo di Finlandia nel mare Baltico, malgrado le alte concentrazioni vicino allo stabilimento l’area inquinata era limitata, circa 26 chilometri quadri, se la produzione di CVM potrebbe non avere contribuito in modo significativo al carico di diossine nel mare. Comunque i campioni di siero prelevati dai residenti dell’area e da vecchi lavoratori non hanno indicato una esposizione a livelli elevati di PCDD e PCDF", quindi pratiche scorrette di trattamento. Poi prosegue: "Il cloruro di vinile monomero, CVM, veniva prodotto presso il sito industriale nella costa meridionale della Finlandia nel periodo ‘73-’81. L’impianto di produzione utilizzava il processo di ossiclorurazione. Le acque reflue formate dal processo erano lasciate sedimentare in due laghetti presso il sito. L’acqua purificata veniva quindi immessa nel golfo di Finlandia nel mar Baltico, attraverso un canale di raffreddamento dell’acqua. Il fango di risulta veniva trasportato verso due zone di scarico collocate nella stessa area industriale della fabbrica. Dopo la dismissione della produzione di CVM nell’81 il fango rimanente venne stoccato in uno dei due laghetti. La quantità di fango era pari a 12.500 tonnellate contenenti il 45 per cento di solidi. L’alto contenuto dei PCDD e dei PCDF nei sedimenti era probabilmente dovuto a scorretti metodi di trattamento delle acque nel passato e ad una possibile perdita dal laghetto di sedimentazione. La compagnia chimica responsabile della contaminazione ha provveduto alla distruzione dei fanghi presso un impianto di incenerimento di rifiuti pericolosi. Come risultato dell’operazione le diossine e i furani furono effettivamente rimossi e nell’area rimasero soltanto elevati livelli di alcuni altri composti clorurati e metalli pesanti". Ora, facendo riferimento alla situazione Enichem, siamo evidentemente in situazioni proprio non confrontabili: abbiamo un impianto di depurazione, i fanghi vengono bruciati nell’inceneritore autorizzato in quanto avente le caratteristiche corrette per bruciarlo, le peci venivano bruciate nell’inceneritore come ho appena detto, quindi non possiamo, per i periodi a cui mi interesso io, considerare che questo articolo possa dare qualunque indicazione, perché noi non abbiamo mai messo in laghetti lasciando stare lì l’acqua e cose di questo tipo e non abbiamo lasciato i fanghi agire. Quindi questo mi sembra il punto che volevo trattare e con questo, finalmente, chiedo scusa, ho finito.

 

Presidente: grazie professore, si accomodi.

 

Avvocato Stella: ci sono il professor Francani e il dottor Alberti, che parlano assieme sulle discariche. Poi abbiamo chiuso.

 

 

DEPOSIZIONE DEI CONSULENTI

DR. FRANCANI VINCENZO - DR. ALBERTI LUCA

 

Avvocato Stella: Presidente, volevo all’inizio depositare al Tribunale, in relazione proprio alle discariche, l’atto integrativo stipulato da Enichem ed anche da Montefibre il 15 dicembre 2000, atto integrativo dell’accordo di programma. Perché è importante questo atto integrativo? Perché segna l’avvio concreto delle procedure di messa in sicurezza e di bonifica. E` un atto integrativo sottoscritto da quattro Ministeri, Industria, Ambiente, Sanità e Lavori Pubblici, più Regione, Provincia e Comune di Venezia, organizzazioni sindacali e poi le imprese insediate a Porto Marghera. Io allego, deposito sia il testo dell’atto integrativo che l’accordo di programma, con allegata anche una brevissima memoria riepilogativa degli eventi che hanno portato alla stipulazione dell’atto integrativo, perché si inserisce poi nella esposizione.

 

FRANCANI - Sono Francani Vincenzo, sono professore di Geologia Applicata al Politecnico di Milano dal 1980. Le mie ricerche consistono in studi sulla prevenzione degli inquinamenti, la protezione delle acque sotterranee, si sono concretati in una serie di ricerche, di cui sono stato coordinatore anche a livello nazionale, sulla gestione delle acque sotterranee. Sono stato consulente al Ministero dell’Ambiente alla Regione Lombardia per diversi anni in diverse occasioni, quindi ho avuto tempo di occuparmi di questi argomenti da almeno 30 anni. La nostra consulenza tecnica riguarda l’estraneità di Enichem all’inquinamento del suolo e delle acque sotterranee del Petrolchimico e delle sue pertinenze, nonché la tempestività e l’adeguatezza delle azioni intraprese da Enichem per il disinquinamento. Illustrerò brevemente lo schema della relazione che vedrà alternarci io e il dottor Alberti a trattare gli argomenti che vengono presentati adesso. La prima parte della relazione descriverà i siti contaminati, dando particolare evidenza alla storia delle discariche delle aree state oggetto di inquinamento. Questa descrizione difenderà l’evidenza della complessità delle problematiche che in qualche modo hanno ostacolato la presentazione degli interventi, che sono problematiche di tipo idrogeologico, problematiche di tipo inquinologico che riguardano in modo peculiare il sito di Porto Marghera ma hanno anche connotazioni di carattere più generale. Dall’esame di queste complessità è discesa l’importanza di ricostruire con notevole precisione la struttura idrogeologica e da questo sono partite le indagini e le bonifiche e i lavori di messa in sicurezza che saranno oggetto del terzo punto che verrà trattato. Nel corso di questi studi si è reso manifesto che, anche se fortunatamente la mobilità degli inquinanti appare ridotta, come pure quella delle acque sotterranee, peraltro sussistevano notevoli difficoltà per l’attuazione di interventi globali su tutta l’area del Petrolchimico e delle sue adiacenze immediati. Ci occuperemo di questo argomento nel quarto punto ed evidenzieremo come sia stato necessario procedere all’operazione di messa in sicurezza attraverso una serie di fasi attuative. In una di queste fasi è stato siglato l’accordo di programma di cui ha discusso ora il professor Stella, che rappresenta un avvio per una soluzione definitiva della messa in sicurezza globale di tutta l’area del Petrolchimico e delle sue pertinenze. Quindi valuteremo al quinto punto la tempestività e la funzionalità del programma svolto. Io ora vorrei lasciare la parola al dottor Alberti, che ha trattato in modo particolare la descrizione dei siti contaminati, e vorrei fare presente che questa parte impiega circa 50 minuti, per cui se devono fare degli orari direi che potremmo chiudere con questa parte.

 

ALBERTI - Sono dottore in Geologia, mi sono laureato nel ‘95 presso l’Università di Milano, ho svolto dottorato di ricerca presso il Politecnico di Milano su una tematica riguardante l’inquinamento delle falde in un settore della Provincia di Milano ed ora ho un contratto di ricerca presso il Politecnico di Milano nell’ambito di una ricerca europea triennale, appunto finanziata con fondi europei, che si occupa dell’individuazione di nuove metodologie per l’individuazione delle fonti contaminanti in grosse aree industriali. Nel primo punto, come detto dal professor Francani, ci occuperemo di Enichem e le discariche del capo di imputazione. Nel capo di imputazione sono contenute 26 discariche, le possiamo vedere brevemente in una mappa per ricordarci quali sono, sono quelle riportate in rosso, qui possiamo vedere l’area del Petrolchimico, qui abbiamo il Canale Industriale Ovest, la Zona agricoltura che si trova qui e qui tutte le discariche. Dicevamo che le discariche del capo di imputazione sono 26. Siccome poi, nel proseguo della presentazione, in effetti ci occuperemo soltanto di 9 discariche sulle 26, volevamo spiegare in questa parte i motivi per i quali approfondiremo nel prosieguo soltanto 9 di queste discariche. Delle 26 elencate nel capo di imputazione 14 non sono mai state di proprietà Enichem o di società da questa controllate e mai neppure nella disponibilità o in gestione delle stesse società. Queste 14 le vediamo elencate in questa tabella sottostante, sono la discarica Pili, 43 Ettari, chiamata anche 40 Ettari, Bottenigo, Sordon, Campalto, via Teramo-Mira, Bastiette-Mira, Delle Trezze, Ecormed, San Giuliano, Ausimont, Ex - Rasego, Dogaletto e Malpaga. A queste se ne aggiunge una quindicesima, si tratta del Canale Lusore-Brentelle, che è di proprietà demaniale al cui supposto degrado Enichem è estranea, quindi anche questa non verrà approfondita e trattata da noi. Quindi abbiamo le altre 9 discariche riportate nel capo di imputazione, che sono di proprietà o nella disponibilità di Enichem o di società che sono appartenute al gruppo Enichem. Quelle proprio di proprietà Enichem che si trovano all’interno del Petrolchimico sono quelle qui riportate e i nomi che vedete qui scritti e la numerazione a fianco sono quelli del capo di imputazione e il nome riportato nel capo di imputazione, proprio per evitare confusione. Quindi la numero 1 Comparti 31-32, la numero 22 Comparto 35, la numero 3 Comparto 61, la numero 21 Comparti 59 e 60, la numero 23 Comparti 45 e 48. Poi abbiamo un’area esterna al Petrolchimico, che è la numero 15 area Moranzani o Moranzani-Malcontenta, poi abbiamo un’altra area che avevo indicato brevemente prima, poi vedremo meglio dove si trova, che è proprietà di Agricoltura S.p.A. in liquidazione, si trova nella Zona agricoltura, quella zona che ho indicato prima, leggermente a nord dello stabilimento del Petrolchimico. In questa area Agricoltura abbiamo tre siti, abbiamo il numero 6 del capo di imputazione Ricettore Rifiuti Impianto Agrimont, il numero 4 che è definito nel capo di imputazione Enichem Agricoltura, anche se in effetti si tratta di due discariche autorizzate da Agrimont e Ausidet e la discarica numero 7 che è la discarica Campaccio. Ne abbiamo un’ultima per arrivare a 26, ancora due: si tratta delle discariche Montefibre, che appartengono a società terza che non è controllata totalitariamente da Enichem, e questo è avvenuto tra il ‘90 e il ‘96, cioè tra il 1990 e il 1996 non è stata controllata totalitariamente da parte di Enichem. E` una proprietà Montefibre e abbiamo due discariche, la numero 8 che è definita Montefibre Comparti 11 e 1, e la numero 19 che è definita Montefibre Comparto 8. Faremo nel prosieguo un breve cenno soltanto per completare il quadro della nostra presentazione e per chiarire gli anni di deposizione dei rifiuti e vogliamo aggiungere che Montefibre ha firmato anch’essa l’accordo di programma e sta provvedendo alla bonifica del sito. Esiste tra Enichem e Montedison una vertenza arbitrale; vogliamo precisare che tra le 26 discariche elencate nel capo di imputazione, 7 sono state trattate a diverso titolo nella vertenza arbitrale tra Enichem e Montedison. Queste sono Dogaletto, Malpaga, Ex Rasego, San Giuliano, Ausimont, Ecormed e il Canale Lusore-Brentelle. Perché si trovano nella vertenza arbitrale? Perché si tratta di aree di proprietà di terzi o del demanio non trasferite ad Enichem, e sono state menzionate in arbitrato solo a titolo cautelativo nel caso in cui terzi rivendicassero, ancorché in modo erroneo, verso Enichem, eventuali danni per rifiuti ivi depositati. Quindi Enichem è del tutto estranea a queste discariche, che non le appartengono. Bene, allora conclusa questa breve introduzione ed esposto che tratteremo 9 discariche, passiamo alla definizione del periodo di deposizione dei rifiuti in questi siti o discariche, vedremo che non tutte effettivamente si tratta di discariche vere e proprie. Per fare questa operazione ci avvarremo di informazioni da noi raccolte, confermandole con affermazioni contenute nelle dichiarazioni rilasciate durante le udienze da consulenti dell’Accusa e una serie di informazioni raccolte in documenti di Enti pubblici. Questo è uno zoom della carta che abbiamo visto in precedenza. Ora, le 9 discariche che andremo a trattare sono in verde, in effetti contandole sono più di 9 perché la Moranzani-Malcontenta nel capo di imputazione è definita con un unico nome ma in effetti è costituita da tre aree che vediamo qua sotto, e partiamo dalle aree interne, poi affronteremo Moranzani, e quindi passeremo alla zona Agricoltura, che dicevo è quest’area qua a nord. Partendo da quella interna cominciamo dall’area 31, 32 e 35, che è la numero 1 e numero 22 del capo di imputazione, le trattiamo assieme perché queste due aree hanno avuto una storia molto simile. Qui le aree di Enichem sono ancora rappresentate in verde, mentre in rosso sono quelle circostanti che erano riportate nel capo di imputazione, hanno avuto una storia molto simile, una stessa tipologia di inquinamento, quindi le approfondiamo assieme. L’ubicazione è all’interno del Petrolchimico, abbiamo detto come le abbiamo chiamate nel capo di imputazione, con una dimensione di 140.000 metri quadri e di 32 mila metri quadri invece l’isola 35; altri nomi sono l’isola 31, 32 e 35, Katanga e Zona A dell’indagine dell’ispettore Spoladori. All’interno del capo di imputazione, come sostanze contaminanti, vengono riportate ammine aromatiche, solventi organici aromatici, solventi clorurati, PCB e metalli pesanti. La datazione dell’anno di deposizione: tra il ‘55 e gli anni ‘60 si ha la realizzazione nell’area dei primi impianti industriali. Soltanto dopo il ‘56 abbiamo delle operazioni di scavo nell’area, probabilmente dovute all’uso dei terreni di quest’area per imbonire parte dove ora risiede il Petrolchimico, che allora era una zona barenale, come ha già esposto dal dottor Colombo nella sua esposizione. Quindi, facendo questi scavi, è stata intaccata l’integrità del caranto, che è questo livello, abbiamo già visto, argilloso e limoso che si trova a una profondità di circa 5 metri, che determinerebbe la separazione tra gli (abiporto) e le acque della prima falda, una separazione idraulica, in quanto ha permeabilità molto bassa, è impermeabile. Quindi sia ha la mancanza di questa zona del caranto e questo è confermato anche dai documenti, dagli atti, in particolare un documento del CFS, Corpo Forestale dello Stato, contenuto nel faldone F a pagina 14, ed anche una affermazione dell’ispettore Spoladori del 20 settembre 2000. Tra gli anni ‘60 e ‘80 le fosse sono state colmate depositando materiali di riporto e residui della lavorazione e produzione degli impianti industriali. Prima del 1973, all’inizio dei primi anni ‘80, si ha la fine dello scarico e il ricoprimento di queste fosse. Questo era visibile anche nelle foto aeree che erano state mostrate dall’ispettore Spoladori e abbiamo anche una conferma da quanto dice l’ispettore a pagina 76 dell’udienza del 7/11/2000, afferma: "L’inizio dello scarico si può datare intorno al 1976; detto scarico ebbe fine intorno al 1982". Date che sono anche confermate, se non erro, in una nota dell’ingegnere Cavagnin contenuta negli atti, sempre nel faldone L. Sintesi della deposizione dell’ispettore Spoladori invece depositata il 13/12/00, troviamo una frase che dice: "gli sversamenti in dette aree sono iniziati nel 1976 e terminati all’incirca nel 1982". Dalla nostra ricostruzione concordiamo con questa datazione. Nel novembre del 1990 l’area diventa di proprietà Enichem, e questo vedremo avverrà un po’ per tutte le aree, questi nove siti che abbiamo indicato all’inizio, quindi sulla base di questa ricostruzione si può affermare che certamente Enichem non ha mai scaricato rifiuti nelle aree 31, 32 e 35. Passiamo all’area successiva, torniamo alla nostra mappa e passiamo alle isole 59, 60 e 61, ci troviamo qui davanti all’isola delle Tresse, vicino al canale Malamocco. Sono le discariche numero 3 e 21 del capo di imputazione, hanno la dimensione complessiva di 270.000 metri quadri tutta l’area in cui si trovano gli impianti delle aree 59, 60 e 61, e l’area viene definita anche zona C nell’indagine dell’ispettore Spoladori e zona degli impianti TDI. Nel capo di imputazione ritroviamo nominate come sostanze contaminanti ammine aromatiche, solventi organici e aromatici, solventi clorurati, PCB e metalli pesanti. Tra il 1929 e il 1966 si è avuto l’imbonimento di questa area dov’è nato poi il Petrolchimico che, come visto, era un’area barenale, quindi soggetta alle maree, e conferma di questa attività di imbonimento l’abbiamo nel documento, la cosiddetta Convenzione Levi che hanno già citato il dottor Colombi e il dottor Bellucci. In questa convenzione stipulata dalla ditta Ettore Levi e dal Magistrato alle Acque leggiamo che "nel 1937 la ditta Vittorio Levi, fu Ettore, consente per sé, legittimi successori ed eredi, che una parte dei terreni occupati temporaneamente e gratuitamente sia destinata quale sacca di deposito di rifiuti di lavorazione industriale, per un periodo di anni cinque decorrente dal primo luglio ‘38 e pertanto con scadenza 30 giugno 1943". Qui abbiamo un’immagine, si tratta di una carta del 1902, in verde vediamo segnati i confini attuali del Petrolchimico e dei vari canali circostanti, in rosso abbiamo individuato quella che è l’area riportata nella mappa allegata a questa convenzione, poi all’interno della convenzione vengono segnati alcuni confini, uno di questi è il canale Fontanella e il Canale Pantanello, quindi avevamo anche degli elementi geografici per definire quest’area, e l’isola 59, 60 e 61 cadono in questo settore di questa carta. Abbiamo anche una foto aerea scattata nel 1956 e reperita presso il Consorzio Venezia Nuova, è la medesima area, quella rossa è la stessa area indicata precedentemente. Qui possiamo notare l’isola delle Tresse nelle sue dimensioni originarie. Abbiamo qui una canaletta di scolo, una canaletta irrigua; il Canale Sud in effetti verrà scavato in quest’area, quindi leggermente più a nord, quindi all’interno proprio dei rifiuti che erano stati depositati in quel periodo che abbiamo definito precedentemente. Qui vediamo che ancora abbiamo la zona barenale, vediamo questi canali, mentre qui è già in atto l’imbonimento, non è ancora completato, vediamo ancora delle pozze d’acqua, dei canaletti etc., ma vediamo che sono già stati portati dei materiali e si sta imbonendo l’area. Nel 1968, terminato l’imbonimento dell’area, abbiamo la costruzione dei primi impianti, e in una mappa del 1956 reperita presso l’Istituto Geografico Militare, GM, vediamo appunto l’area del Petrolchimico e vediamo questo settore dove sta la 59, 60 e 61, in cui l’imbonimento è stato completato ma non vengono ancora riportati impianti industriali che invece sono riportati in altri settori. Questa è del 1966. Quindi l’ispettore Spoladori, nella sua indagine contenuta nel faldone F a pagina 17, afferma: "non è stata individuata la presenza di un vero e proprio bacino, ma generalmente singole depressioni utilizzate per scarichi puntiformi, unicamente in zona C10 è possibile ipotizzare la presenza di una originaria depressione, l’estensione sembra però limitata alla stessa area C10", e come estensione viene dato 800 metri quadri, che quindi significa 30 metri per 30 metri circa. Con questa affermazione possiamo concordare, non si trattava di un’area tipo la 31 e la 32 in cui era stato fatto uno scavo e c’erano due bacini ampi che sono stati riempiti durante diciamo l’epoca in cui vi erano gli impianti del Petrolchimico con rifiuti provenienti anche dal Petrolchimico, però non concordiamo pienamente perché in effetti, come visto dalle foto precedenti, dalle carte, esisteva un vasto bacino che era stato riempito invece precedentemente, un’area barenale riempita con rifiuti negli anni precedenti, secondo quanto indicato nella Convenzione Levi. L’ispettore Spoladori, nella sintesi della deposizione presentata il 13/12, afferma: "data del deposito, in virtù degli inquinanti rinvenuti, metà anni ‘60 - inizi anni ‘80", quindi si tratterebbe soltanto di retrodatare leggermente al 1935-’38 - non ricordo più cosa diceva la convenzione Levi - l’inizio della deposizione di rifiuti nell’area. Quindi anche quest’area diventa proprietà di Enichem nel novembre 1990, quindi anche per quest’area si può affermare che l’area non è stata mai utilizzata da Enichem come discarica. Ultima area interna al Petrolchimico è l’isola 45-48, che vediamo qui, si trova vicino alle isole 31-32-35, questo è uno zoom, questo è il Canale Sud, è interna anch’essa al Petrolchimico ed è il punto 23 del capo di imputazione, con dimensioni di 220.000 metri quadri. Nella carta vedete che all’interno dell’area si trova un laghetto, è il laghetto (nuziologico), l’area viene definita anche laghetto. La contaminazione riportata all’interno del capo di imputazione è la stessa che abbiamo visto per le due discariche precedenti: ammine aromatiche, solventi organici, aromatici, solventi clorurati, PCB, metalli pesanti. Datazione della deposizione rifiuti; da foto aree, quella del 1956 che abbiamo visto in precedenza, si vede che nel 1956 l’area è ancora adibita sicuramente ad un uso agricolo, questo è uno zoom su una porzione diversa della foto precedente. Vediamo qui riportato in rosso l’area corrispondente alla zona 45-48 e vediamo chiaramente l’esistenza di campi agricoli coltivati. Tra il 1956 e il 1961 c’è un cambiamento dell’uso di quest’area, perché notiamo nella fotografia sempre reperita presso il GM che l’area, questa qua sempre in rosso più in basso, viene rimaneggiata, compaiono degli impianti alla sua destra, verso est, e l’area è rimaneggiata. Questo non significa che venissero depositati in quel momento dei rifiuti, però potrebbe essere un’indicazione dell’inizio di deposizione, comunque c’è un cambio d’uso sicuramente dell’area. Si può notare anche qua in basso invece l’inizio dello scavo del Canale Sud, si vedono qua i cantieri aperti in cui si sta realizzando il Canale Sud. Nei primi anni ‘80 si ha la realizzazione del parco ornitologico del laghetto, chiamato "stazione di cattura ed inanellamento per lo studio scientifico delle migrazioni". Questa informazione è riportata in una pubblicazione UIL "L’anello del germano" del 1989. Quindi, basandosi su questo elementi, si può affermare che l’attività di scarico è terminata nei primi anni ‘80. Abbiamo anche un’altra fotografia aerea ripresa nel 1975 e reperita presso l’Ente zona industriale, questa è un’immagine del Petrolchimico, per orientarvi qui abbiamo il Canale Sud, qui è una fotografia presa da ovest verso est, qui abbiamo la darsena Varana e il Canale industriale Ovest, qui nel riquadro rosso riportato abbiamo la zona corrispondente alle isole 45-48. Operando un ingrandimento vediamo che questa è l’isola 45-48, che nel 1975 ormai è completamente colmata, quindi la deposizione dei rifiuti era pressoché terminata in quell’epoca. Quindi è un’altra informazione che avvalora il dato che dal 1980 in poi lo scarico non è stato più realizzato. Anche quest’area nel novembre del 1990 diventa di proprietà Enichem, quindi l’area non è mai stata utilizzata da Enichem come discarica. Usciamo dal Petrolchimico. Passiamo alle aree Moranzani poste a sud, abbiamo detto che sono tre aree in effetti, vengono definite Moranzani A, Moranzani B, che è questa, e Malcontenta C, che invece è quest’altra. Nel capo di imputazione sono al numero 15. 200.000 metri quadri, per quanto riguarda i sinonimi, abbiamo già detto, è chiamata anche Moranzani-Malcontenta e 15-15 bis. I contaminanti riportati nel capo di imputazione sono calce spenta, nerofumo da produzione di acetilene, peci, ceneri da centrale termica e fluorogessi. Cominciamo, vedremo poi che abbiamo una serie di informazioni riguardanti impianti costruiti per termodistruggere i rifiuti che abbiamo elencato in precedenza o alcuni di questi, però cominciamo da alcune informazioni ritrovate in documenti delle autorità pubbliche, abbiamo il documento del Magistrato alle Acque del 1993, contenuto nel faldone M a pagina 544, e troviamo: "l’area è stata utilizzata per circa un decennio, dal 1965 al 1978, per lo sversamento di rifiuti e residui del Petrolchimico Montedison e in particolare nelle centrali termoelettriche". Questa è una scheda allegata ad una mappa in cui viene riportata una delle 17 discariche contenute in questo documento. Poi abbiamo l’ispettore Spoladori che nell’udienza del 20 settembre 2000 dice: "L’area è stata utilizzata dalla Montedison e dalla centrale Enel, anni presunti di smaltimento anche oltre il 1980", non dice precisamente la data nell’80 ma parla ancora di Montedison, quindi suppongo che sia inizio anni ‘80, non 1990, quindi non epoca Enichem. Ancora Spoladori afferma, a proposito di queste tre discariche, a questo punto 15 nel capo di imputazione, nell’udienza del novembre 2000: "Tra il ‘65 e il ‘75 Montedison ha portato rifiuti provenienti dalla produzione dell’acetilene e dell’acido fluoridrico". Infine abbiamo un documento realizzato per conto nel Consorzio Venezia Nuova dalla Biotecnica nel 1996 circa, intitolato "Indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera", un documento già citato dal dottor Colombo e dal dottor Bellucci, a pagina 25-26 abbiamo: "Aliquote considerevoli di questa produzione - si stava parlando di fosfo e fluorogessi - furono smaltite fino ai primi anni del decennio ‘70 in discariche a terra. Quella maggiormente utilizzata fu l’interna Montedison presso il Canale Est (oggi Enichem) - questa è la numero 4 del capo di imputazione, è una discarica che è stata autorizzata nel 1988 - e le discariche esterne Campalto-Pili, San Giuliano, Vasche Moranzani, del Dogaletto, discarica del Canal Sud detta anche dei 40 Ettari". Quindi abbiamo già visto una datazione della deposizione di questi rifiuti. Abbiamo altri elementi per datare la deposizione, che nel 1976-’77 viene costruito il forno Peabody, che è un inceneritore a servizio dei reparti del TDI. IL TDI era quel reparto che produceva le peci da toluendisocianato, che abbiamo visto che è una delle contaminazioni che troviamo. Nel 1980 viene sospeso l’invio delle peci in zona Moranzani, fino a quella data Moranzani, e viene fatta una modifica al forno Peabody, che era lo stesso costruito nel ‘76-’77, e viene adeguato per la termodistruzione delle peci e delle acque basiche. Quindi dal 1980 viene adeguato esattamente nel giugno del 1981 e abbiamo poi l’autorizzazione che invece è stata richiesta nel 1983 e data nel 1984 per farne questo uso di questo forno e all’inizio della adesso autorizzazione leggiamo il motivo della domanda di autorizzazione, che finalità era: "Ad ottenere l’autorizzazione per continuare l’utilizzo nello stabilimento di Porto Marghera di un impianto di combustione per l’eliminazione dei rifiuti speciali e rifiuti tossici e nocivi costituiti da numero due forni inseriti nel ciclo di produzione del toluendisocianato". Nel novembre 1990 l’area diventa di proprietà di Enichem, quindi anche in questo caso, con tutti questi elementi che abbiamo visto, si può dire che anche per queste discariche Enichem non ha mai effettuato degli scarichi. Passiamo ora, invece, alla zona Agricoltura. Siamo qui a nord, cominciamo da quella posta più a nord, è la discarica definita numero 6, Ricettore rifiuti impianti Agrimont, ha come sinonimi anche ex Ceneri, Parco Tecnologico-Scientifico e discarica di ceneri di pirite. Dimensioni circa 80.000 metri quadri, contaminazione riportata nel capo di imputazione è arsenici e metalli. Vorrei far notare che questa area si trova compresa tra il Canale industriale Nord, che vediamo qui, e il canale Brentella. Nella sintesi della deposizione dell’ispettore Spoladori depositata il 13/12/00 si afferma che quest’area - come riportato nel capo di imputazione - è contaminata da arsenico e piombo per la presenza massiccia di ceneri di pirite, quindi si fa un collegamento stretto tra la presenza di ceneri di pirite e questo tipo di contaminazione, e in effetti sull’area sussistevano degli impianti costruiti tra gli anni ‘20 e ‘60 che sono responsabili di questa contaminazione in quanto avevano una produzione legata alle ceneri di pirite, producevano acido solforico, che davano come prodotti di scarto le ceneri di pirite, utilizzate per il recupero di rame da arrostimento clorurante, quindi un ciclo produttivo metallurgico del rame. Le ceneri di pirite vengono ritrovate spesso nell’area, all’interno dello strato di riporto, la contaminazione è contenuta soprattutto nei primi metri del riporto ed è dovuta a metalli pesanti, la maggior parte degli inquinanti sono appunto arsenico e piombo, tipicamente legati alle ceneri di pirite. Lo stoccaggio veniva effettuato in quest’area fino agli anni ‘70, quindi essendo usato come materia prima le ceneri di pirite venivano stoccate all’interno dell’area. In parte sembra che siano state utilizzate - e qui purtroppo non ho documenti certi però per dimostrarlo, sono diciamo notizie che dopo i bombardamenti e prima della guerra alcune aree fossero state poi sistemate, imbonite con queste ceneri di pirite, però questo poi non è fondamentale - fondamentale è che l’inquinamento presente all’interno dello stabilimento Ex Ceneri non è legato alla presenza di discarica ma al ciclo produttivo del rame che sussisteva sull’area, quindi allo stoccaggio di queste materie prime. Nella indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera della Biotecnica, come citato in precedenza, ritroviamo che la nuova produzione di acido solforico, metà degli anni ‘50, derivata dalla produzione delle piriti, determinò la necessità di predisporre imponenti "messe a monte" di ceneri, effettuate nell’ambito dell’area di produzione in via temporanea e al di fuori di essa come deposito a lungo termine. Successivamente al ‘70 l’impiego delle piriti per la produzione dell’acido solforico si esaurì, a favore del consumo diretto di zolfo puro, che non dà luogo a risulte di qualche importanza". Quindi noi abbiamo che nel 1970 non abbiamo più come prodotto di scarto le ceneri di pirite e quindi manca la materia prima per la produzione, per il ciclo produttivo del rame. Abbiamo un altro documento, che è dell’Ente zona industriale, l’elenco delle ditte che erano attive all’interno dell’area industriale di Porto Marghera, già citato dal dottor Colombo nella sua esposizione, e vediamo che la produzione di rame dall’uso delle ceneri di pirite viene rilevata nell’elenco fino al 1968 mentre non compare più nell’elenco del 1980. Quindi è scomparso questo tipo di produzione tra il ‘68 e l’80, aggiungendo questa informazione abbiamo che è cessato nei primi anni del ‘70. Sulla base di questa ricostruzione, questa è un’immagine prestata dal dottor Colombo, abbiamo le ditte che sussistevano sull’area nel 1968, in giallo ritroviamo evidenziate le due ditte, le due aree in cui veniva effettuato il ciclo produttivo metallurgico del rame di cui abbiamo parlato prima; vediamo questo è il Canale Industriale Nord, il Canale Brentella, quindi coincide con l’area indicata nel capo di imputazione. Anche quest’area diventa di proprietà Enichem nel 1990, rimanendo sotto Agricoltura S.p.A., e l’ispettore Spoladori afferma giustamente che "lo sversamento è avvenuto dal momento dell’avvio degli impianti in riferimento al tipo di residuo prodotto e terminati con la chiusura dell’impianto stesso o con l’avvio degli appositi inceneritori", udienza 7 novembre 2000, quindi abbiamo appunto che la deposizione di questo rifiuto etc., con la cessazione della produzione del rame e del ciclo metallurgico termina e quindi, essendo terminato tra il ‘70 e il ‘71 questo ciclo produttivo, Enichem è estranea all’inquinamento dell’area. Abbiamo quest’area fatta a L, la discarica numero 4 del capo di imputazione, definita Enichem Agricoltura ma, come dicevo prima, sarebbe magari più proprio chiamarla area Agrimont e Ausidet perché sono appunto due discariche autorizzate mentre erano di proprietà di queste due società. In zona Agricoltura, area totale 56.000 metri quadri, discarica Agrimont, discarica autorizzata di classe 2B, categoria 2B, discarica Agricoltura, discarica Ausidet, discarica Augusta, altri sinonimi, perché all’interno dei documenti può essere chiamata in questo modo, quindi per essere chiari. Della discarica Ausidet fanno parte anche quelle che cita l’ispettore Spoladori, le due vasche di di decantazione e sedimentazione, le cita nel documento depositato il 13/12/2000. La contaminazione è dovuta a fosfogessi, fanghi di addolcimento delle acque e catalizzatori. Vediamo un attimo la storia di queste due discariche. Abbiamo detto che nel 1988, il 12 dicembre, Agrimont S.p.A. del gruppo Montedison chiede alla Provincia di Venezia l’approvazione del progetto di sistemazione di quest’area - di quella Agrimont stiamo parlando - per realizzare una discarica controllata di seconda categoria, è il protocollo 36330/88. Nel 1989, nel marzo, il progetto viene approvato dalla Provincia di Venezia e viene data l’autorizzazione all’esercizio. Leggo un attimo la frase con la quale si decreta l’autorizzazione e si dice che "approvato il progetto presentato dalla ditta Agrimont S.p.A. per la sistemazione e il completamento dello stoccaggio dei rifiuti speciali mediante l’allestimento e la gestione di una discarica di seconda categoria di tipo B per rifiuti speciali". Si fa riferimento ad un progetto, in effetti c’è un progetto composto da diversi allegati; nell’allegato A, in una delle prime pagine troviamo la frase: "la SGA - che è la ditta che ha compiuto le indagini - ha eseguito uno studio geognostico al fine di fornire indicazioni sugli spessori, andamenti e caratteristiche di permeabilità nell’attuale discarica dei gessi", quindi questo mostra come le autorità pubbliche erano al corrente che si stava autorizzando una discarica in un’area che era stata usata negli anni precedenti come discarica per deporvi gessi. Nel novembre del 1990 diventa di proprietà Enichem, ma ormai è una discarica autorizzata, e la discarica è stata esaurita nel 1994, cioè sono stati apportati i quantitativi di rifiuti che erano stato stabilito dal decreto che non se ne potevano portare più, quindi non più utilizzata. L’iter burocratico della discarica Ausidet è molto simile, le date sono le stesse, fa parte anch’essa del gruppo Montedison, Ausidet, il protocollo di richiesta è il 36331/88, sempre dicembre ‘88, il progetto viene approvato dalla Provincia di Venezia nell’89, sempre marzo. Anche qui abbiamo la frase con cui viene approvato il progetto, non ve la leggo, è identica a quella precedente, però nel progetto ancora ritroviamo, io ne ho presa solo una ma ce n’è più di una di queste frasi, la zona è stata utilizzata come area di stoccaggio di rifiuti industriali fino alla fine degli anni ‘50: "Risultano essere stati scaricati prevalentemente: gessi da decantazione delle acque di processo nell’impianto di riduzione dell’acido fosforico; fanghi da decantazione; materiali di risulta e da demolizioni edili", quindi anche in questo caso era noto che l’area era stata utilizzata come discarica. Il 15/1/90 viene compiuto il collaudo nella discarica e quindi la discarica è autorizzata. Nel novembre del ‘90 diviene di proprietà di Enichem, ma ormai è autorizzata. Nel ‘93 si ha la data di esaurimento, ottobre ‘93, della discarica, quindi non viene più utilizzata. Un’ultima cosa su questa discarica, riporto ancora la fase di Biotecnica precedentemente citata a proposito dei gessi bianchi, fluorogessi o fosfogessi: "aliquote considerevoli di questa produzione furono smaltite fino ai primi anni del decennio ‘70 in discariche a terra", e viene citata la discarica Canale Ovest, oggi Enichem, abbiamo visto che la discarica prima con la forma a L si trova vicino al Canale Est. Quindi, sulla base di tutte queste informazioni, Enichem ha gestito due discariche autorizzate, le ha ereditate già autorizzate, le ha acquistate già autorizzate, e Enichem nulla ha avuto a che fare con lo scarico non regolamentato dei gessi in quanto è avvenuto prima degli anni ‘70. Discarica Campaccio; la discarica Campaccio è questa piccola, in quest’area, nei pressi appunto della discarica Agrimont. E` la numero 7 del capo di imputazione. E` molto più piccola delle altre che abbiamo visto in precedenza, ha una dimensione di 6.000 metri quadri, così come riportato dal capo di imputazione, il sinonimo è Settore I e la contaminazione riportata nel capo di imputazione è arsenici e metalli. Per quanto riguarda la datazione di deposizione dei rifiuti, sulla base di informazione contenuta nella relazione dell’Aquater del 1993 l’area in questione non risulta essere stata utilizzata come discarica ma come area di stoccaggio di alcuni prodotti o materie prime utilizzate per il reparto ammoniaca, che si trova di fronte all’area Campaccio. Sulla base delle indagini svolte la contaminazione è dovuta a metalli pesanti e prevalentemente, in grande maggioranza, si tratta di un problema di arsenico; è una contaminazione soltanto dei terreni di riporto, dei primi metri, perché in effetti poi la bonifica è stata realizzata fino ad una profondità di 2 metri, perché fino a quella profondità è stata trovata la contaminazione, e si tratta di uno strato di riporto sotto il quale si trova un livello argilloso, continuo, che era ben nota la sua presenza perché emergeva già dai sondaggi che erano stati effettuati nel 1988 per la redazione di quei progetti per la realizzazione della discarica numero 4 di cui parlavamo prima, la Ausidet e Agrimont. La contaminazione dei terreni è legata all’uso dell’area per lo stoccaggio appunto dicevo di prodotti di lavorazione, il materiale conferisce in discarica e in particolare i catalizzatori arsenicali, che venivano usati nel reparto dell’ammoniaca antistante, a cominciare dagli anni ‘50 si ha questo tipo di produzione. Nel 1978 - e in questo caso abbiamo un consuntivo redatto dalla società, dal reparto ammoniaca nel 1981 - il ciclo produttivo cambia: non abbiamo più l’uso dei catalizzatori arsenicali, perché non compare più nel consuntivo l’acquisto di questa sostanza, che viene sostituita invece dall’acquisto di glicina. Quindi, entrando in possesso di Enichem l’area del 1990, essendo terminato il ciclo produttivo nel 1978, abbiamo che anche in questo caso si può affermare che Enichem è estranea all’inquinamento dell’area. Un ultimo cenno alla discarica Montefibre, avevo detto che avrei fatto un breve cenno, quindi oltre alle nove di proprietà Enichem avrei chiarito un attimo anche gli anni di deposizione della discarica Montefibre. Questa è tutta l’area degli impianti Montefibre, l’area in cui si parla di discarica è quella segnata in rosso qui nell’angolino a sud est. E` all’interno della seconda zona industriale, discarica numero 8 e numero 19, la contaminazione riportata nel capo di imputazione sono dimetilacetammide, acrilonitrile e metalli pesanti. Per quanto riguarda la deposizione, anche dove sorge il Montefibre si è avuto quell’imbonimento, perché noi abbiamo visto la Convenzione Levi ma l’imbonimento è stato attuato su tutta - come mostrato dal dottor Colombo - l’area dove sorge il nuovo Petrolchimico, con le stesse metodologie, perché ci sono questi fanghi rossi che si trovano un po’ dappertutto, quindi anche Montefibre sorge su un’area che è stata imbonita e creata nello stesso modo. Dames & Moore compie un’indagine nel 1993 e individua una contaminazione del terreno di riporto legata a metalli pesanti, in particolare zinco, arsenico, piombo, cadmio e mercurio. Quindi un tipo di contaminazione che è legata a questi rifiuti industriali che erano provenienti dalla prima zona industriale, in cui si è visto che c’era una attività metallurgica, una produzione metallurgica. Adesso una serie di affermazioni dagli studi di Dames & Moore, ne abbiamo consultato uno del 1996 ed uno del maggio 2000, in quello del 2000 emerge che "l’origine della contaminazione del sottosuolo è riconducibile all’utilizzo di terreni e di fanghi contaminati, provenienti da attività industriali antiche, per la bonifica idraulica e il consolidamento geotecnico dell’area lagunare. L’utilizzo di materiali contaminanti quale terreno di riempimento è avvenuto in maniera sistematica nell’area del polo industriale di Marghera". Dames & Moore ancora afferma: "Nessuna delle sostanze inquinanti rilevate in concentrazioni significative nel sottosuolo risulta rientrare nel ciclo produttivo dello stabilimento da oltre 20 anni". Ancora Dames & Moore dice: "Emerge che non sono state riscontrate evidenze di seppellimenti ed interramenti di rifiuti e/o fusti, di conseguenza non sono state confermate le ipotesi di eventuali interramenti di rifiuti o fusti nel sottosuolo dello stabilimento". Dames & Moore ha fatto prima una indagine nel 1996, in cui ha fatto una serie di analisi delle acque e dei terreni diciamo ad ampio raggio, e non ha mai trovato acrilonitrile e dimetilacetammide, che sarebbero due sostanze che vengono legate al tipo di produzione in Montefibre. Le due sostanze, acrilonitrile e dimetilacetammide, vengono ricercate ma sono sempre inferiori al limite strumentale. Ha fatto una indagine nel ‘96 in queste aree qua nel comparto 11 e 12 e poi nel 2000 è stata fatta, concordata con gli Enti pubblici, una maglia di 100 metri per 100 metri, in cui è stata fatta una indagine più vasta su tutto lo stabilimento e viene trovata soltanto la contaminazione da metalli pesanti, quindi legata alla nascita dell’area industriale di Porto Marghera. Quindi, sulla base di queste informazioni, Enichem non è responsabile dell’inquinamento dell’area. Per chiudere, Montefibre attualmente appunto sta realizzando questa indagine su tutta l’area dello stabilimento e si sta adoperando comunque per effettuare la bonifica dell’area. Per chiudere, gli anni di deposizione delle discariche e il rapporto con esse di Enichem, riporto una frase ritrovata nel faldone G a pagina 119 e 1120, è una lettera diretta all’attenzione del dottor Casson, non ho ben capito se si tratta di una relazione dell’ispettore Spoladori o una lettera che era allegata a qualche altro documento, fatto sta che si afferma che "Enichem diviene proprietaria dell’area intorno agli anni 1989 - abbiamo visto che era ‘90 l’anno esatto, novembre ‘90 - nessun rapporto ha avuto con la gestione delle discariche de quibus, ovvero nessuna responsabilità in ordine al fatto reato di tipo commissivo, ma si può solo ipotizzare una condotta omissiva. Non risulta agli atti nessun elemento certo che la ditta Enichem abbia in qualche modo movimentato né modificato la struttura delle aree oggetto di discarica". Quindi su questa affermazione concordiamo per quanto riguarda nessun rapporto con la gestione delle discariche o con operazioni di movimentazione avvenute sulla base dei dati che ho esposto. Per quanto riguarda il comportamento omissivo, invece, sarà oggetto...

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa se interrompo. Visto che i rapporti non possono essere acquisiti, non si può far riferimento ai rapporti di Polizia giudiziaria, perché allora, se si fa riferimento lì dove eliminino responsabilità, bisogna ammetterli anche lì dove indicano le responsabilità. Comunque faccio opposizione a tutti questi riferimenti e rapporti perché non c’entrano con gli atti del dibattimento.

 

Avvocato Stella: nessun problema naturalmente.

 

ALBERTI - Per chiudere, dicevo, per quanto riguarda il comportamento omissivo da parte di Enichem, sarà argomento della terza parte e quarta parte della nostra presentazione e verrà trattata poi in seguito, dopo l’esposizione da parte del professor Francani della situazione idrogeologica e della complessità dell’idrogeologia dell’area di Porto Marghera.

 

Presidente: bene, allora riprendiamo venerdì mattina. Finiamo senz’altro questa relazione e poi dopo esamineremo le questioni relative alle costituzioni di Parte Civile.

 

Avvocato Mucciarelli: Presidente, volevo segnalare - l’ho già accennato al Pubblico Ministero - che il professor Lotti e il professor Cescon non potranno essere qui venerdì, ma non credo che si esaurirà, quindi verranno alla successiva udienza del 16.

 

Presidente: Va bene, ci vediamo all’udienza del 2 febbraio 2001.

 

RINVIO AL 02 FEBBRAIO 2001

 

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