UDIENZA DEL 2 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a Latere

Dr. Liguori Giudice a Latere

 

PROC. A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. PANAGIA - DE LUCA - LANFRANCONI - BALDINI -

LANZI - DOMINIONI - GIARDA

 

Presidente: procediamo all’appello.

 

Avvocato Franchini: Presidente, mi perdoni, volevo depositare una memoria che riassume la mia discussione orale.

 

Presidente: benissimo, grazie. Se altri hanno delle memorie, anche in dischetti, CD, etc., da depositare, lo facciano al più presto. Abbiamo ricevuto ovviamente tutte quelle precedenti alle ferie, ma se qualcuno si fosse riservato ancora di depositarne altre lo preghiamo di fare al più presto. La volta scorsa io ricordo che si fece un discorso, senza peraltro individuare chi sarebbero stati gli interventori di queste prossime udienze; se è possibile avere quindi un programma più dettagliato...

 

Avvocato: sì, signor Presidente. Per Montedison, cui è riservata la metà del tempo relativo a tre udienze, parleranno stamani gli avvocati Panagia, De Luca e Lanfranconi; nel pomeriggio gli avvocati Baldini, Lanzi, Dominioni, Benedini e Giarda, mentre domattina parleranno gli avvocati Francesca Pedrazzi, Pensa, Bondi, Cagnola e Carboni.

 

Presidente: va bene. Allora, possiamo senz’altro cominciare.

 

AVVOCATO PANAGIA

 

Avvocato Panagia: signor Presidente, signori del Tribunale, tratterò nell’interesse dell’ingegner Sebastiani, che è stato direttore dello stabilimento di Porto Marghera dal febbraio ‘70 a luglio ‘73, dell’evoluzione del diritto penale ambientale a partire dalla legislazione speciale su Venezia, aspetto questo che non può essere trascurato per la soluzione di alcuni problemi evidenziati sia dall’accusa pubblica che dall’accusa privata, come – ed è il tema del mio intervento - gli scarichi abusivi, i divieti di diluizione degli scarichi, divieti non rispettati secondo l’accusa privata che ha tanto insistito sull’argomento nello scarico SM15; gli scarichi SG2 e SG31 che, appunto, è questo scarico che voi vedete qui nel disegno che vi mostro, che confluisce nella canala finale dello scarico SM15, che secondo appunto l’accusa privata non sarebbe uno scarico ma un rifiuto liquido.

A tal fine, proprio perché l’accusa privata sostiene che si tratti di un rifiuto pericoloso e di un rifiuto pericoloso, quantifica la cifra di 5 milioni di miliardi come profitto ingiusto del trasgressore e quindi ai sensi dell’articolo 18 della legge ‘86 349 vi chiede, appunto, di tenerne conto nella valutazione equitativa del danno ambientale.

Di questo tema io devo per forza parlare perché mi chiama in causa l’accusa privata, perché? Perché devo ancora dire del deposito e dell’abbandono incontrollato di rifiuti, della realizzazione e gestione di discariche abusive, del conseguente danno ambientale e di tutta la problematica della distinzione tra danno ambientale e danno da bonifica, tema questo assai discusso ma di fondamentale importanza per comprendere tutte le vicende processuali che ci riguardano. Ma proprio l’insistere dell’accusa privata su questi aspetti e il correlativo atteggiamento dell’accusa pubblica che si preoccupa continuamente di produrre documenti ad horas fino all’ultima udienza mi fa capire che tutto ciò sottende una realtà dalla quale noi non possiamo prescindere, cioè per i reati ambientali di cui alla contestazione probabilmente, anzi, sicuramente l’azione di danno ambientale è prescritta. Perché come la dottrina costantemente afferma, e gli autori sul punto sono univoci, tranne una voce discordante, noi ci troviamo in presenza di una prescrizione quinquennale, perché il danno ambientale ancorché si caratterizzi per la violazione di leggi ambientali non può non ricondursi nell’ambito dell’illecito civile extracontrattuale 2043 del Codice Penale ancorché se ne distingua per la sua specialità. Questa angoscia, questo insistere dell’accusa pubblica motiva un pochino il perché si è ritenuto di dover contestare il reato di disastro ambientale, reato di disastro ambientale che nella realtà delle cose non trova una sua possibile assunzione nell’ambito del disastro innominato, colposo, così come contestato.

Prova ne sia che gli autori che studiano questi argomenti si preoccupano di distinguere quella che è la causalità concentrata, che è tipica del disastro innominato - parlo solo di un aspetto - dalla causalità peculiare del disastro ambientale. Prova ne sia che il legislatore ha cercato, e intendo parlare del disegno di legge Ronchi - Diliberto, di introdurre nel nostro Codice una specifica norma, l’articolo 452 bis, che avrebbe dovuto disciplinare il disastro ambientale come circostanza aggravante del deterioramento, quindi il legislatore si preoccupa di distinguere il deterioramento dal disastro e il deterioramento trova una sua precisa codificazione nell’ambito del Codice Penale, articolo 635 del Codice Penale, dove il fatto del deterioramento si punisce a titolo di dolo però. Qui siamo in materia colposa. Queste problematiche, tutte queste problematiche non possono prescindere dal rapporto di specialità e soprattutto devono tenere presente che se di una prescrizione più lunga si vuol usare in tema di danno ambientale, che nasca, cioè, da un reato più grave, ebbene, deve sussistere però il reato più grave, deve sussistere ontologicamente non attraverso sforzi interpretativi che sono in realtà interpretazioni analogiche.

Lo scarico. Vi dicevo che mi interesserò, appunto, della legislazione penale speciale su Venezia perché ci aiuta a capire queste problematiche. Iniziamo dal tema degli scarichi. Ebbene, sugli scarichi c’è l’interpretazione autentica del legislatore. L’articolo 26 della legge ‘76 319, articolo – si badi – introdotto dall’articolo 1 ter della legge ‘76 690, dopo la Legge Merli – dopo la Legge Merli - fa salvo proprio tutto l’aspetto della specialità della legislazione ambientale perché dice: "Restano in vigore le disposizioni di cui alla legge ‘73 numero 17 e del D.P.R. ‘73 numero 962", due testi dai quali non possiamo prescindere. Quindi questo aspetto, il fatto cioè della vigenza della legislazione penale speciale veneziana dopo la Legge Merli, ci porta a dire e a sostenere che la Legge Merli non può aver abrogato, come pur si è sostenuto per un certo periodo in dottrina, la legge speciale su Venezia, la legge 171 del ‘73, perché appunto questa legge è posteriore alla legge Merli ed è stata volutamente introdotta con una legge successiva alla Legge Merli, la legge ‘79 660, legge molto più grave della Legge Merli perché, si badi, questa legge prevedeva che in caso di recidiva specifica potesse essere emesso il mandato di cattura. Ma salvo altresì l’articolo 26, il D.P.R. 20 settembre ‘73 962, perché appunto questo discorso normativo prevede quelli che sono i limiti di tollerabilità e le caratteristiche degli impianti di depurazione, e la giurisprudenza.., la giurisprudenza concorda con la dottrina in maniera univoca perché Cassazione Sezioni Unite 12 marzo ‘99, numero 7, in Cassazione Penale ‘99 numero 3382, dice testualmente che la legislazione penale veneziana costituisce un corpo unico di leggi penali speciali, e ciò vale sia quando la legislazione veneziana è più severa sia quando la legislazione veneziana è meno severa, come quando ammette la sanzione sostitutiva, cosa che la Legge Merli non ammette, come quando invece punisce più severamente il fatto che dopo la domanda di autorizzazione si sia scaricato senza attendere l’autorizzazione. Che oggetto ha questa legislazione? E vedremo quali sono le conseguenze di questa premessa, che sono importanti. L’oggetto è la conterminazione lagunare, cioè i limiti della Laguna, quale la Serenissima già con decreto del 1609 aveva tracciato, che furono via via aggiornati con decreto ministeriale 9 febbraio ‘90 in Gazzetta Ufficiale numero 4422 del febbraio. Testualmente: "Restano comprese nella conterminazione lagunare le zone industriali di Porto Marghera". Mi fermo.

Non vi è dubbio quindi che dal punto di vista della legislazione e dell’interpretazione giurisprudenziale noi ci troviamo per gli scarichi di fronte ad una legislazione penale speciale. La conseguenza è evidente: non si applica la legge ‘76 319, si applica invece la legge e solo la legge 171 del ‘73; cade per questa parte la contestazione che ha fatto il signor Pubblico Ministero. Ma soprattutto l’obbligo di munirsi di depuratore per gli scarichi in laguna e i rispettivi limiti soglia e l’autorizzazione correlativa e i depuratori devono.., e l’obbligo obbliga a far data dal primo settembre ‘81 attraverso una serie di rinvii legislativi che io ho indicato puntualmente in memoria e che qui non ripeto perché non ho il tempo per interessarmene. E soprattutto - altro aspetto - non opera nella legislazione penale speciale il divieto di diluizione di cui all’articolo 94 legge ‘76 319.

Questo aspetto è di grande importanza perché il signor Pubblico Ministero, partendo proprio dalla premessa che l’SM15 è un grande diluitore, vuole in sostanza sostenere poi la tesi che lo scarico SG2 e SG31 non è scarico ma è rifiuto pericoloso. Se questa è la premessa legislativa, la coerenza vuole che si arrivi a queste conclusioni. Dirò di più, che queste conclusioni sono suffragate da una serie di circostanze, di fatti legislativi dei quali dovremmo interessarci. A me per ora interessa sostenere che il divieto di diluizione non opera perché è previsto solo dalla Legge Merli e la separazione non è stata mai sancita per gli scarichi di cui ci stiamo interessando dal Magistrato alle Acque. Basta leggere la relazione Pasquon - Del Carlo del 22 maggio 2001 a pagina 113 per vedere che, lungi dal sancire la separazione, il Magistrato alle Acque, organo tutorio degli scarichi, si preoccupa di autorizzare anche lo scarico della vasca di neutralizzazione per la correzione di acidità, cioè quello scarico SG2 e SG31 del quale ci siamo interessati. Ancora, l’articolo 28, interpretazione sistematica, quinto comma del decreto legislativo 152 del ‘99 stabilisce che sia l’Autorità competente, solo l’Autorità competente, cioè il Magistrato alle Acque che è competente al rilascio dell’autorizzazione, a sancire la separazione degli scarichi. Per la Laguna la separazione delle acque di processo dalle acque di raffreddamento è stata prevista solo con il Decreto Ministeriale Ronchi - Costa del 30 luglio 1999 e su questo, appunto, io rinvio alla mia memoria che depositerò all’esito della mia discussione.

Allora, se questo è vero, è evidente che c’è un regime speciale per la diluizione ed è evidente che di ciò si dovrà tenere conto nella motivazione della sentenza, ancorché proprio su queste violazioni si fonda l’argomentazione dell’Avvocato dello Stato nel richiedervi quell’esoso ed eccessivo danno ambientale del quale parleremo alla fine del mio intervento.

Passiamo al tema dei rifiuti. Alcuni autori ritengono - e per la verità non sono pochi - che anche per i rifiuti sussista una legislazione penale speciale per quanto riguarda la Laguna di Venezia. Non posso interessarvi di questo argomento per mancanza di tempo, rinvio alla memoria. Qui mi preme sottolineare che - vi avviso - addirittura una giurisprudenza della Corte d’Appello veneziana... la Corte d’Appello di Venezia Sezione Terza del 19 settembre ‘87, numero 1128, Presidente Cavazzini, Consigliere De Paoli e Gianfranco Della Chiara; si sono proprio interessati specificamente dell’argomento a proposito – si badi – di una discarica di rifiuti speciali. Io sono proprio corretto anche nell’indicazione della sentenza. Ebbene, in questo caso la motivazione pregnante nasce da un contrasto con una sentenza pretorile che sosteneva l’esatto contrario e voi capite che già qui parliamo di un contrasto fra giurisprudenza in un’epoca in cui si muovo rimproveri di non aver richiesto l’autorizzazione agli scarichi. La giurisprudenza cosa dice sul punto? Parlo della Corte veneziana. La Corte veneziana dice: "Non coglie del vero il Pretore quando afferma che per gli scarichi in Laguna occorre l’autorizzazione per lo smaltimento dei rifiuti ai sensi del D.P.R. ‘82 915, perché invece opera la legislazione speciale su Venezia, cioè l’articolo 15 della legge 5 marzo ‘63 numero 366". E’ sufficiente il disciplinare del Magistrato alle Acque nell’atto di concessione per l’uso del Demanio marittimo. Attenzione che questo atto di concessione per l’uso del Demanio marittimo è previsto dalla legge ‘63 366, ma al di fuori di qualsiasi autorizzazione, al di fuori di qualsiasi problema di limiti soglia, come potere di ufficio e precisazione potere di pulizia idraulica che attiene al Magistrato alle Acque, organo periferico dei lavori pubblici. Questo Magistrato può nel concedere l’uso del Demanio marittimo dare delle prescrizioni, poteri ordinatori, poteri ingiunzionali che riguardano i rifiuti perché l’articolo 26 della stessa legge ‘63 366 dava la possibilità al Presidente del Magistrato alle Acque di intervenire proprio con poteri ordinatori per l’eliminazione dei rifiuti. Questa Corte d’Appello sancisce appunto sia questo potere della tutela dell’ambiente da parte del Magistrato alle Acque in tema di rifiuti sia, appunto, il fatto che si tratti di una legislazione penale speciale. E ancora, oltre l’articolo 28 che vi ho testé citato in tema di poteri ordinatori, l’articolo 10, dove appunto si sancisce questo potere ordinatorio sotto il profilo che lo scarico e la dispersione in Laguna dei rifiuti - sostanze che possono inquinare la Laguna... è soggetta alle prescrizioni del Magistrato alle Acque, un potere d’ufficio, un potere ordinatorio di vigilanza e di polizia idraulica. La violazione di queste prescrizioni è punita solo come illecito depenalizzato dall’articolo 26. Mi preme in tema di rifiuti far menzione anche dell’articolo 3 del D.P.R. 962 del ‘73 perché riguarda le fosse, le tante sottolineate fosse. Bene, questa norma dice che lo scarico o il seppellimento nel terreno di rifiuti solidi che possono venire comunque in contatto con la falda idrica di cui al comma precedente, si tratta di falde sotterranee, comunque in collegamento con la Laguna, sono ammessi con misure cautelative riconosciute valide in sede di autorizzazione.

A questo punto, giunti al tema dell’autorizzazione, bisogna tirare le somme e cioè: o per i rifiuti in Laguna si ritiene applicabile la legge penale speciale su Venezia - ed è di questo avviso la Corte d’Appello veneziana del 19 settembre ‘87, e allora come previsto dall’articolo 9 legge 171 del ‘73 non sussiste l’obbligo di munirsi di autorizzazione e di rispettare i limiti soglia fino al primo settembre ‘81.., sottolineo che l’articolo 9 primo comma parla di rifiuti oltre che di scarichi. Né in questo caso può operare il D.P.R. ‘82 915 in virtù del rapporto di specialità, né conseguentemente la delibera CIM del 28 luglio ‘84, emanata proprio in attuazione – si badi - dell’articolo 4 del D.P.R. ‘82 915, lettera g). Questa è una delle prime alternative, ovvero, come noi riteniamo, perché almeno per i rifiuti tossici bisogna riconoscere la novità della materia di cui al D.P.R. ‘82 915 rispetto alla legislazione lagunare che non parla di rifiuti tossici, l’autorizzazione allo smaltimento e i correlativi limiti operano dal 27 luglio ‘84, cioè dalla data in cui il legislatore stabilisce che le concentrazioni e le quantità che rendono i rifiuti tossici nocivi. Qui sul punto c’è giurisprudenza costante, cioè per quanto riguarda, appunto, i rifiuti tossici e nocivi sia il regime dell’autorizzazione sia, appunto, tutto il problema dei limiti soglia di rispetto, operano dal 27 luglio ‘84 perché solo il 27 luglio ‘84, a distanza di due anni dall’emanazione del D.P.R. ‘82 915, il legislatore ha precisato quando un rifiuto speciale diventa rifiuto tossico e nocivo. In questo caso certamente opererà anche per la Laguna la delibera CIM 27 luglio ‘84. Quindi ho fatto le due ipotesi, l’una o l’altra; io opino che l’altra sia più congruente perché, appunto, c’è questo aspetto di novità che è rappresentato dai rifiuti tossici e nocivi. Qualunque sia comunque la tesi che si intenda scegliere, alla data del 27 luglio ‘84, ovvero alla data del primo settembre ‘81, l’ingegner Sebastiani non era più direttore dello stabilimento; egli non aveva quindi nel periodo di competenza luglio ’70 - febbraio ‘73 alcun obbligo di munirsi di autorizzazione, di rispettare limiti soglia per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti. Qui naturalmente stiamo toccando il tema delle discariche, quindi tenete presente la data del 27 luglio ‘84, lo mettiamo sotto questo profilo, perché smaltimento e gestione di discariche sono conseguenti, lo stiamo sfiorando. Qui mi corre l’obbligo solo di notiziare - ma è un inciso che è importante - che alla data del 27 luglio ‘84, data in cui si stabiliva quando una discarica smaltiva rifiuti tossici e nocivi, perché per l’innanzi non lo si sapeva, risultavano chiuse parecchie discariche Montedison. Sono circa.., non posso leggerle tutte per mancanza di tempo, sono circa ventitré discariche. Le fonti sono sia ciò che hanno detto il teste Spoladori, il censimento delle discariche, la sintesi fatta da Spoladori il 13/12/2000, ancora il censimento delle discariche, le osservazioni a proposito di Agrimont di Francani che naturalmente difendeva gli interessi di Enichem, Spoladori ancora per quanto riguarda Campaccio, e così via; tutte queste fonti sono state citate. Quello che mi preme qui rilevare è che voi teniate presente che alla data del 27 luglio ‘84 tutte queste discariche risultavano dismesse. Per le altre invece risultano dagli atti le bonifiche, intendo per esempio la messa in sicurezza che fu fatta secondo la legislazione ambientale precedente l’attuale per i comparti isole 31 - 32 e 33, cioè la legislazione precedente il Decreto Ronchi. Enichem Agricoltura, dove c’è una bonifica in corso; Agrimont, zona completamente bonificata nel ‘98; Montefibre, dove la bonifica è in corso secondo la legislazione precedente; San Giuliano, in fase di progetto di bonifica. Alcune discariche invece sono state autorizzate e queste sono Enichem Agricoltura, Ausidet, Moranzani, Malcontenta, nell’aspetto Moranzani autorizzata nell’86 per i rifiuti speciali, Malcontenta autorizzata dall’83 al ‘91, rinnovabile l’autorizzazione ogni due anni, Ausimont autorizzata dall’86. E’ evidente che per il periodo di gestione di discarica abusiva che va dall’84, data di operatività, all’89 per la prima discarica e dall’84 al ‘90 i reati sono prescritti in quattro anni e mezzo.

Breve inciso, perché abbiamo parlato dell’operatività della delibera CIM 27 luglio ‘84, ma su questa delibera il signor Avvocato dello Stato a proposito del faldone 102 ha tanto insistito e la sua tesi è questa: lo scarico dell’SG2 e SG31 è un rifiuto liquido perché non rispetta i limiti di concentrazione, 500 milligrammi/chilo, per il vinilcloruro. Ebbene, attraverso questa via in sostanza Montedison avrebbe realizzato un grosso profitto perché invece di bruciare all’inceneritore avrebbe scaricato i rifiuti nell’SM15. Ma intanto qui vanno precisate alcune cose e vanno precisate al dettaglio perché se no non ne veniamo fuori. Sostiene l’Avvocato dello Stato che essendosi superati i valori di concentrazione limite di cui ai punti 1 e 2 della delibera CIM 27 luglio ‘84 per il vinilcloruro, nel periodo che va dal 17 agosto ‘84 al 31 agosto ‘94 e con i relativi certificati di analisi di cui al faldone 102, si badi che la competenza Montedison opera dal primo settembre ‘81 per gli scarichi al 30 giugno ‘89, ebbene, le vasche di neutralizzazione SG2 e SG31 scaricavano sostanzialmente non un mero scarico ma un rifiuto tossico e nocivo, cioè CVM in quantità notevole con il seguente sistema: si aumentava in detta vasca la diluizione con acqua salata, e sulla diluizione abbiamo già detto, aumentando la salinità diminuiva la sua solubilità e quindi una parte di CVM, solo una parte di CVM, veniva ceduta all’aria. L’argomento qual è? Ecco, abbiamo trovato sostanzialmente l’analizzatore di CVM; se c’è cloruro di vinile in aria, anche a basse concentrazioni – sono parole testuali – in acqua, malgrado la diluizione con acqua salina, ce ne deve essere 10 mila volte tanto in acqua. Lo stesso dottor Coccheo riconosce, in questo d’accordo con i nostri consulenti, che il CVM è un gas pochissimo solubile in acqua e quindi sempre in Laguna evapora e non si trova. Ma a parte questa considerazione, non si trova neppure nei sedimenti e nei pesci, dice Coccheo. Se non si trova nei pesci vuol dire che non c’è; ma ecco l’obiezione di Coccheo: c’è nelle discariche che sono a contatto con le acque di falda, dove secondo Coccheo non c’è interscambio fra la fase liquida e quella gassosa e queste a loro volta sono a contatto con la Laguna. Ma, signori, un supposto inquinamento da CVM nelle acque di falda - ecco la stranezza - non ridonda in un inquinamento della Laguna, che con quelle acque di falda per esplicita ammissione del dottor Coccheo è in contatto perché, come dice Coccheo, il CVM in Laguna non si trova, è un’impresa ardua, dice Coccheo. Malgrado queste premesse, se n’è tratta la seguente aberrante conseguenza: l’intero flusso dell’SM15 371, milioni di metri cubi all’anno, è rifiuto. Questi reflui avrebbero dovuto essere trattati, come vi dicevo, secondo le regole dello smaltimento dei rifiuti. Ebbene, il calcolo è errato e sul calcolo io rinvio sia ai nostri consulenti sia alla memoria del professor Foraboschi, compianto professor Foraboschi, amico carissimo di parecchie battaglie dove sostanzialmente siamo stati insieme spesse volte, ma spesse volte anche leali avversari. Il periodo di competenza Montedison parte dal primo settembre ‘81 e va al 30 giugno ‘89, come vi dicevo. Allora, quali sono le considerazioni che dobbiamo fare? Le considerazioni sono importanti perché da queste considerazioni trae opinione poi l’Avvocato dello Stato, che, appunto, così motiva la sua richiesta che, trattandosi proprio di rifiuto, bisogna quantizzare il profitto del trasgressore in 5 milioni di miliardi. In diritto, ecco, in fatto ho già detto, vediamo le argomentazioni in diritto. La delibera CIM del 27 luglio ‘84 presuppone, ed è indiscutibile questo, la nozione di rifiuto liquido, non quella di scarico. Cominciamo a precisare questi aspetti. Oggi c’è l’interpretazione sistematica che è interpretazione autentica dell’articolo 2 decreto legislativo 152 del ‘99: lo scarico canalizzato e diretto è scarico – attenzione - quando costituisce espressione diretta dell’impianto produttivo cui fa capo. Allora qui una prima considerazione perché so che c’è una sentenza del ‘99 che ha sostenuto in maniera equivoca la motivazione sul punto. Voglio dire che anche lo scarico canalizzato per conto terzi è scarico indiretto se il depuratore e lo scarico non sono di proprietà di coloro che operano, cioè dell’insediamento produttivo, ma appartengono – lo scarico e i depuratori - a terzi, e questo non è il nostro caso perché lo scarico SM15 per tabulas apparteneva fin dagli anni Settanta a Montedipe e dopo Montedipe si sono succedute altre società collegate con Montedison fino ad arrivare alla proprietà poi finale di Enichem che lo faceva gestire, ma questo è il punto importante. Quindi le due caratteristiche che dovrete tenere presente e sono fondamentali perché si abbia scarico è che occorrono una canalizzazione come primo punto e un’immediatezza di rapporto con l’insediamento produttivo. Lo scarico deve essere, cioè, espressione dell’insediamento produttivo e nel nostro caso lo è perché scarico di pertinenza delle società Montedison.

E allora che cosa ha fatto l’Avvocato dello Stato? Ha sul punto confuso quello che lo scarico e quella che è la nozione di rifiuto liquido con una fattispecie che c’era già in atti e che avrebbe dovuto tenere presente, cioè con la fattispecie di immissione occasionale di rifiuti nell’acqua di scarico. Ma sempre scarico è, è scarico illecito penalmente e non rifiuto liquido. Lui stesso ci dice che i fatti si sarebbero verificati solo in dieci casi a partire dal decennio 17 agosto ’84 - 31 agosto ‘94, per il periodo che ci riguarda dal primo settembre ‘81 al 30 giugno ‘89, che è il periodo di competenza Montedison. Ma oggi questa fattispecie è ancora disciplinata dall’articolo 51 secondo comma del decreto legislativo numero 22 del ‘97 e dall’articolo 14; un tempo era disciplinata dagli articoli 924 del D.C.P.R. ‘82 915, epoche successive al periodo di competenza Sebastiani e quindi anche qui assoluzione con forma ampia, ma soprattutto si tratta di scarico occasionale di rifiuti nell’acqua superficiale o sotterranea, oppure anche in un terreno. Si tratta di un inquinamento puntuale, un reato istantaneo; non c’è prova in atti dello stesso se non, appunto, la parola e le considerazioni dell’Avvocato dello Stato.

Quindi questo reato che è stato contestato dal signor Pubblico Ministero è già bello e prescritto perché proprio stando alle motivazioni dell’Avvocato dello Stato si sarebbero verificati questi episodi nell’arco ben determinato e, se facciamo i calcoli, quattro anni e mezzo, la prescrizione opera. Allora, voglio dire, a tutto voler concedere, ammesso e non concesso, si potrebbe parlare qua di un’immissione occasionale, non abbiamo altre prove, non abbiamo le prove della trasformazione di uno scarico in un rifiuto per dieci volte in dieci anni, non c’è una prova per tabulas e quindi non è sostenibile questa tesi.

Mi devo interessare – e ho finito - anche dell’altro argomento, di un faldone diverso dal 102, nella prospettiva c’è questo ipotizzato disastro ambientale, quindi non posso prescindere da questo aspetto, dove sostanzialmente il Tribunale prende posizione con l’ordinanza dell’8 maggio 2001. Passo brevemente a citare l’ordinanza perché mi pare molto congruente. L’ordinanza dice: "Il Tribunale ammette l’acquisizione ma con una riserva: illustrazione dei documenti, del significato delle analisi complessivamente considerato con riferimento ai superamenti dei limiti tabellari previsti dalle norme di legge vigenti nel corso del tempo", quanto mi piace questo inciso, leggi vigenti nel corso del tempo. Qui è presto detto, per le ragioni che abbiamo detto gli scarichi.., arriviamo al regime dell’autorizzazione, ai limiti di stabellamento nell’81; prima era terra di nessuno, prima era tutto consentito. Ma poi, con riferimento appunto a questa documentazione, si tratta di atti interni, di atti che non hanno neppure la dignità di un controllo amministrativo preventivo, che non sono in alcun modo atti garantiti, che non possono avere neanche una funzione indiziaria perché vi dirà il Supremo Collegio che, sì, quando appunto un atto relativo ad un campionamento, ad un’analisi è illegittimo può avere una prova indiziaria, ma qua sono atti interni, per uso e consumo interno, che certamente non riguardano il tema della prova. Ma, a tutto voler concedere, affrontiamo anche questo argomento perché su questo argomento c’è stato l’elaborato del professor Pasquon e Del Carlo che a pagina 16 ha scritto proprio delle pagine e delle considerazioni puntuali. Gli scarichi presi in considerazione per queste altre sostanze diverse dal vinilcloruro, quindi diverse dal faldone 102, sono gli scarichi SM2, SM7, SM8, SM9 e SM15. Vi diranno i nostri consulenti: si tratta sostanzialmente di sostanze biodegradabili alla fin fine, gli stabellamenti sono esegui e in sostanza non possono in alcun modo impensierire perché non avevano una potenzialità inquinante. Io devo rinviare per mancanza di tempo alle conclusioni di questi illustri consulenti. Aggiungo alcune considerazioni: nel periodo considerato non erano ancora indicati i limiti di concentrazioni né le metodiche di campionamento per alcune sostanze: IPA, furani, diossina. Bisogna attendere i decreti del 26/05/99 e del 30/07/99 perché questi limiti e queste metodiche vengano codificati. Queste considerazioni mi pare che puntualizzino e precisino il peso che questi faldoni diversi dal 102 possono avere sul piano della prova e della valutazione della prova. Ora affronto un tema che il mio caro amico Padovani mi ha affidato, che è quello della realizzazione e della gestione delle discariche abusive, tema delicato per vari aspetti perché è chiaro che su di esso poi si fondono alcune considerazioni importantissime, fatte dall’Avvocato dello Stato nelle sue conclusioni all’udienza del 2001 in tema di danno ambientale, in tema di bonifiche, in tema di Decreto Ronchi, dove vi chiede addirittura la retroattività del danno ambientale, cioè chiede al Giudice penale di risolvere uno dei temi più controversi e tuttora aperti al dibattito che esista nell’ambito del diritto civile. Qui anche c’è un’ordinanza preziosa del Tribunale che io devo per forza leggere perché apre lo spiraglio poi alle considerazioni che passerò a fare. Dice il Tribunale con interpretazione nell’ambito di un processo dove abbiamo dovuto anche interpretare certo il capo di imputazione - e non sempre è stato facile - che mentre la condotta risulta essere circoscritta temporalmente dal riferimento ai singoli imputati ai periodi di rispettiva competenza, importantissimo, diversamente l’evento tipico viene riferito all’attualità della contestazione, cioè sino al 13 dicembre 2000. Ma, signori, se noi sul tema della permanenza in atto prospettata dall’accusa pubblica e valorizzata dall’accusa privata valutiamo questa ordinanza in funzione del reato permanente, allora dobbiamo conseguentemente arrivare a queste conclusioni: dottrina e giurisprudenza affermano che sono reati permanenti quelle fattispecie per la cui esistenza la legge richiede sì il permanere dell’offesa al bene giuridico ma in funzione della persistente condotta volontaria del soggetto. È la condotta volontaria del soggetto che è elemento essenziale del reato permanente. Ora noi qui stiamo parlando di reati funzionali, di attività funzionale svolta da un direttore dello stabilimento da direttore dello stabilimento, da Presidente e quant’altro. Se nell’ambito dei reati funzionali il soggetto cessa dalla carica, non può dirsi che egli continui nella condotta volontaria, non riveste più la carica, non riveste più la funzione che solo consente l’espletamento della condotta volontaria, argomento testuale tratto dalla giurisprudenza. E’ il persistere nell’esercizio della condotta volontaria che legittima l’applicazione della legge meno favorevole esistente al momento della cessazione della permanenza in deroga all’articolo 2 del Codice Penale. La legge che si applica è dunque quella esistente al momento dell’espletamento della condotta propria, cioè qui la giurisprudenza prende in considerazione che un fatto sia punito da una legge in modo meno favorevole rispetto ad una modifica legislativa, ma si tratti di un fatto permanente. La condotta permane sia sotto il vigore della vecchia legge che sotto il vigore della legge nuova più vigorosa; ebbene, in questo caso, siccome la condotta permane, si applica la legge più sfavorevole e non la legge più favorevole al momento del giudizio. Perché questo? Perché è il connotato della condotta propria che caratterizza il reato permanente e in funzione di essa si evolve il concetto di offesa. Tutto questo è puntualmente documentato nella memoria di cui vi dicevo. E allora con riferimento ai reati di realizzazione e gestione di diciotto discariche abusive, divenute ventisei con la contestazione suppletiva del 13 dicembre 2000, dobbiamo concludere che l’ingegner Sebastiani risponde di questi reati per il periodo di propria competenza, in cui esercitò cioè la funzione di direttore dello stabilimento, torno ancora a ripetere, dal luglio ‘70 al febbraio ‘73 e sostanzialmente non c’è una prova in atti che egli abbia realizzato o gestito discariche. Risponde semmai, a tutto voler concedere, secondo la legge del tempo allora vigente, che era la legge 366 del ‘63, perché nessun riferimento è possibile alla legge per quanto riguarda il regime autorizzatorio e altro alla legge 171 del ‘73 perché la legge 171 del ‘73 è entrata in vigore nel maggio del ‘73 ed egli aveva cessato di esplicare le sue funzioni. Allora non risulta neppure che il Magistrato alle Acque abbia stabilito delle prescrizioni, mai, nell’atto di concessione demaniale in tema di acque, mai. Bisognerà attendere la delibera CIM per trovare l’applicazione delle autorizzazioni, delibera dell’84 per i rifiuti tossici e nocivi. Permanenza in atto, reato funzionale, periodo di competenza del Sebastiani. C’è però una memoria dell’avvocato Cerutti, una memoria sulla quale io intendo soffermarmi. L’avvocato Cerutti, difensore della Parte Civile, commentando una sentenza della Cassazione penale, Sezione Terza 11 aprile ‘97, afferma che bisogna discostarsi dall’indirizzo sancito dalle Cassazioni a Sezioni Unite del 5 ottobre ‘94, la quale sentenza esclude l’obbligo di attivarsi a carico del proprietario per la gestione della discarica post mortem.

Affrontiamo il tema della discarica post mortem perché in fondo Cerutti vi dice: "Siccome c’è la delibera CIM del 27 luglio ‘84 che al punto 4.2.2. lettera d) vi dice che occorre dopo la chiusura, dopo lo smantellamento della discarica comunque controllare i sistemi di drenaggio a captazione del percolato fino a quando – attenzione perché questo dice la delibera CIM - lo riterrà opportuno l’Autorità amministrativa di controllo". L’Autorità amministrativa di controllo, lui afferma: "Sì, se questo è vero allora vuol dire che la permanenza del reato di gestione di discarica dura fintantoché non si è realizzata la bonifica o la messa in sicurezza della discarica", questo è l’argomento, quindi saremmo ancora, secondo questa accusa, in tema di reato permanente. Signori, qui c’è un argomento dal quale noi non possiamo prescindere, cioè è la ratio dell’incriminazione del reato di gestione di discarica abusiva. Noi non possiamo affermare, e qui sta la confusione, che ciò che è stato prescritto per la discarica autorizzata possa valere per la discarica non autorizzata perché la discarica è abusiva quando si svolge al di fuori di qualsiasi controllo, compreso quello relativo al post mortem, cioè alla cessione e alla chiusura della discarica. Questo è un argomento che mi pare concludente. Concludente anche in funzione di ciò che stabilisce la legislazione penale ambientale, perché? Perché la legislazione penale ambientale vi dice: quando si tratta di gestione di discarica abusiva, cioè del fatto che c’è una embrionale organizzazione di persone o anche di mezzi per il compattamento dei rifiuti, ebbene, il fatto di gestire in modo non autorizzato è punito molto ma molto più severamente ai sensi dell’articolo 26 D.P.R. ‘82 915 rispetto alla fattispecie che qui si verifica, cioè alla fattispecie di inosservanza delle prescrizioni delle autorizzazioni ove l’Autorità competente fissa il limite anche duraturo per il controllo del post mortem. Cioè, se io non osservo ciò che nelle schede che accompagnano l’autorizzazione è puntualmente detto circa il post mortem che è stabilito, si badi, sempre dall’Autorità di controllo amministrativo che mi può dire: "Guarda che tu per un anno devi controllare il sistema di drenaggio e di captazione del percolato, se no io non ti do l’autorizzazione", beh; se in questo caso io in tema di discarica autorizzata violo questa prescrizione sono punito con una pena minore qual è quella sancita dall’articolo 27 D.P.R. ‘82 915. Conclusione sul reato di gestione e di discarica abusiva: la permanenza cessa, come dice la Cassazione a Sezioni Unite, quando cessa la condotta abusiva, quando cessa appunto la condotta abusiva con la chiusura e la disattivazione della discarica. L’opinione contraria confonde il reato di gestione di discarica abusiva con le conseguenze dannose o pericolose nascenti del reato, articolo 185 del Codice Penale, cioè con il percolato nascente dal reato di discarica abusiva, con la fattispecie diversa di inquinamento dei siti per percolato da discarica. Qui devo brevemente parlare del Decreto Ronchi e del danno ambientale. Lo farò brevemente perché nella relazione di sintesi a proposito delle discariche e del percolato e del fatto che il percolato è una conseguenza dannosa nascente dal reato di discarica abusiva e non si identifica invece con l’in sé del reato, con gli elementi essenziali del reato, i nostri consulenti si sono preoccupati di precisare nel lavoro del 18 aprile 2001: "L’infiltrazione del percolato di discarica dipende dalla permeabilità dei materiali ce si trovano al di sotto del piano di posa dei rifiuti" e concludono nel senso che i primi 10 metri del sottosuolo di Porto Marghera sono costituiti da argille, limi e sabbie fini che hanno una permeabilità complessiva molto bassa per cui l’infiltrazione del percolato è limitatissima in profondità. L’inquinamento da metalli pesanti e da sostanze alogeno - organiche si arresta alla profondità del caranto. Voglio dirvi: quali elementi di prova abbiamo per smentire questa accusa? Ebbene, quando io vado ad analizzare i singoli siti di discarica verifico che per alcuni siti mancano dati relativi alla qualità delle acque sotterranee, sicché non è in alcun modo possibile valutare gli eventuali effetti degli inquinamenti nel sottosuolo. Nei casi in cui sono state eseguite indagini nella maggior parte dei casi risultano inquinate le sole acque di impregnazione dei rifiuti sovrastanti il livello del caranto. E poi io mi fermo perché vi rinvio alla memoria e proseguo dicendo che il percolato, come ho già detto, non è che una conseguenza dannosa nascente dal reato di gestione a discarica abusiva. In effetti l’articolo 6 punto d) del Decreto Ronchi fra le condizioni perché una gestione possa essere autorizzata e non sia dunque abusiva prevede il controllo delle discariche dopo la chiusura. Non può confondersi, quindi, il percolato con il fatto occasionale, episodico, puntuale dell’inquinamento come abbiamo precisato, né si può confondere con il reato di gestione di discarica abusiva. Oggi il fatto sul presupposto che il sito sia inquinato e che non si tratti di un inquinamento... ma che si tratti di sito inquinato, cioè di una vasta area in cui insiste la discarica, ebbene, oggi questo fatto è punito con riferimento al sito dall’articolo 51 bis del Decreto Ronchi, ma oggi, ius superveniens, in sostanza l’inquinamento da percolato rientra in questa categoria, sempre che non si verifichi la bonifica del sito, tema che dovrò trattare perché agli atti ci sono prove documentali in tal senso. Ciò avviene – cioè la bonifica - attraverso procedure amministrative lunghe e complesse, fra le quali il decreto ministeriale 471 del ‘99, che finalmente ha attuato il Decreto Ronchi, prevede, ma prevede proprio così, gli accordi di programma per la bonifica dei siti inquinati di interesse nazionale. Ebbene, questo accordo di programma per la realizzazioni delle opere di bonifica è stato sottoscritto e approvato con D.P.C.M. 12 febbraio ‘99 per il polo industriale di Porto Marghera; si tratta naturalmente del riconoscimento formale di una pluralità di fonti di inquinamento dei siti.

L’articolo 114 comma settimo della legge 188 del 2000, attenzione, è una legge che non è stata citata da Schiesaro ma che è importante perché aggiorna la legislazione ambientale, ha sancito la non punibilità anche per gli inquinamenti pregressi del reato di inquinamento dei siti quando, come nel nostro caso - lo dice testualmente l’articolo - si stipulino accordi di programma per la bonifica del sito, proprio così si esprime l’articolo 114. Malgrado la bonifica programmata, l’Avvocato dello Stato insiste nel chiedere una cifra esorbitante, vedi le conclusioni di cui al verbale dell’udienza 20 giugno 2001 quale risarcimento del danno ambientale ai sensi dell’articolo 18 legge 349 dell’86. Ma il signor Avvocato dello Stato dovrebbe fornire la prova positiva che nel richiedere questa enorme cifra egli intenda far riferimento a quel danno ambientale, e me lo deve dimostrare, che non è eliminabile con la bonifica, perché questo oggi è sancito, ma letteralmente sancito, dall’interpretazione sistematica che si fonda sull’articolo 58 comma secondo del decreto legislativo 152 del ‘99, dove si dice: "Attenzione, danno ambientale, ma se c’è la bonifica bisogna dimostrare un quid pluris, perché se no si presume la coincidenza" e quindi si entra nei limiti della bonifica se non si dà la prova e dei costi relativi all’accordo di programma che nel nostro caso esiste. Inoltre sempre l’Avvocato dello Stato, citando la sentenza malinconico nelle sue conclusioni, argomenta circa la retroattività – attenzione, tema della retroattività che non ha niente a che fare con la prescrizione dell’azione di danno - dell’articolo 18 pretendendo che il Giudice penale risolva uno dei temi più controversi e discussi in diritto civile che ancora non è stato risolto, cioè la retroattività o meno delle norme che sanciscono il principio del ripristino e del risarcimento del danno ambientale. L’obiter dictum unico della Cassazione Civile ha acuito la disputa esistente, è citato in memoria, sentenza 3 febbraio ‘98 1087. In effetti non si pronuncia sulla retroattività delle predette norme, anzi, a nostro avviso indirettamente le esclude perché fa riferimento a labili principi costituzionali senza affrontare il tema se siano o meno immediatamente precettivi. Danno ambientale la cui azione civile noi riteniamo oggi essere fermamente prescritta, a meno che non si voglia ipotizzare un reato più grave per il quale comunque Sebastiani non risponde, perché anche per il disastro ambientale per Sebastiani, considerato appunto questo reato con delle precise modalità e cadenze che non sussistono perché qui abbiamo un disastro innominato, comunque l’azione civile sarebbe prescritta anche se afferente ad un reato più grave.

Ancora, in tema di bonifiche dei siti relativi alle discariche, l’articolo 114 comma 9 legge finanziaria del 2001 fornisce una definizione dei costi sopportabili e qui io non posso essere d’accordo con l’avvocato Pulitanò che pure ha affrontato questo tema dicendo che questo criterio vale solo per il proprietario, non vale per chi ha inquinato. E’ troppo facile l’argomento, comunque oggi c’è un’interpretazione autentica del legislatore sui costi sopportati. Finanziaria 2001. Questa definizione è molto precisa. Innanzitutto non si distingue fra chi ha cagionato l’inquinamento e il proprietario subentrante nel sito ove si trova la discarica, anche perché subentrante – lasciatemelo dire - può essere un’impresa che svolge la stessa attività del... Afferma questa norma: "Non si può esigere una bonifica che implichi costi sproporzionati rispetto al fattura annuo prodotto dall’impianto", la bonifica cioè è solo quella socialmente sostenibile, vivaddio, perché dobbiamo valutare appunto queste norme in relazione anche a ciò che il legislatore ad horas ci dice. Il tema delle bonifiche delle discariche trova un limite, dunque, nel costo sproporzionato e questo argomento non può essere trascurato ove si considerano le esorbitanti e ingiustificate richieste del signor Avvocato dello Stato. Sovente inoltre, penso ad esempio alla discarica Lusore - Brentella, mercurio, peci, clorurati, sedimenti non classificabili secondo il protocollo di Venezia dell’8/04/1993 e dunque materiale da smaltire in discarica, e ad altre discariche dove la proprietà è demaniale... I testi dell’accusa, deposizione Ferrari del settembre 2000, dicono che fin dagli anni Cinquanta le imprese scaricavano nel Lusore - Brentella con autobotti. Rabitti riprende l’argomento e lo precisa nella relazione dicembre 2000 - febbraio 2001: molto spesso le imprese incaricavano ditte private per lo smaltimento dei rifiuti disinteressandosi della destinazione finale; si trattò di smaltimenti durati fino all’82. Noi sappiamo che il D.P.C.M. qualifica i rifiuti tossici e nocivi solo nell’84, dopo, e dunque nel caso del Lusore - Brentella si scaricò per trentadue anni. Ma io mi chiedo con la massima semplicità: per questi motivi veramente si può sostenere o è impossibile sostenere che il proprietario, cioè il Demanio, del sito adibito a discarica non abbia concorso con altri soggetti ancora da identificare, per esempio le ditte che scaricavano o altri autori degli scarichi, all’evento di danno ambientale? Ma se questo è per dati oggettivi, come può il Giudice penale ai sensi dell’articolo 18, come afferma l’Avvocato dello Stato, fissare i limiti delle rispettive responsabilità? Perché qui si ha, appunto la necessità di interpretare l’articolo 18, che non fissa una responsabilità solidale, ma fissa una responsabilità nei limiti individuali, della colpa individuale, e come facciamo a stabilire? Vi si chiede, appunto, la decisione equitativa.

Sembra sempre che non debba operare, e questo è certo per l’ingegner Sebastiani, la prescrizione dell’azione di danno ambientale ex articolo 18 legge 349 dell’86. Signori del Tribunale, io concludo convinto che l’uomo che non ha memoria del passato, non ha futuro.., non posso che riconoscere in questa prospettiva storica l’utilità di questo processo, purché nella memoria del tempo che fu si rispettino le cadenze temporali del diritto penale, le sue esigenze, la sfera del penalmente e civilmente irrilevante che via via cede il posto all’illecito penale e civile di danno ambientale.

In questo divenire le inerzie, i conflitti, per fino a livello di giurisdizione penale non si sapeva chi avesse la competenza nella tutela dell’interesse ambientale. Infine, ancora, purché si rispettino da parte di chi scrive la storia le esigenze oggettive che sottendono qualsiasi tipo di ricerca, il Veneto terra di emigranti, l’avvento dell’industria come volano di ricchezza e di benessere, la buonafede dell’ingegner Sebastiani direttore di stabilimento dal ‘70 al ‘73 che ritenne nella sua attività di operare nell’adempimento delle sue funzioni e non certo contro i suoi dipendenti, questo sia chiaro, e che se talvolta stigmatizzò l’assenteismo, rimprovero che il Pubblico Ministero gli ha mosso specificamente, ciò fece in un periodo particolare che non si può né si deve dimenticare.

Per queste ragioni vi chiedo in via principale l’assoluzione con formula ampia dell’ingegner Sebastiani da tutti i reati di cui al capo 2 del decreto di citazione a giudizio; in via del tutto subordinata e per scrupolo difensivo declaratoria di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, ma del tutto subordinata per il reato di disastro innominato. Mi riporto alla memoria che produco per quanto riguarda le richieste principali e quelle subordinate per il capo 1 del decreto di citazione a giudizio del quale tratterà da par suo il collega avvocato Benedini. Grazie.

 

Presidente: grazie, avvocato. Ora la parola all’avvocato De Luca, prego.

 

AVVOCATO DE LUCA

 

Avvocato De Luca: in difesa ormai di Reichenbach che è l’ultimo imputato che devo assistere. Dico subito che provo un certo imbarazzo, signor Presidente e signori del Collegio, a intervenire oggi perché è ovvio, insomma, è già stato detto da parte di bravissimi difensori, di professionisti di grandissime capacità, è già stato detto quasi tutto quello che si poteva dire. E non solo, ma abbiamo avuto nel processo relazioni di consulenti di fama mondiale, di persone che certamente hanno detto cose che non sono suscettibili di grandi commenti, di grandi interpretazioni. Abbiamo avuto veramente la possibilità di avere una situazione dello stato dell’arte a livelli eccezionali. A me per la verità i colleghi avevamo assegnato un po’ il compito di fare una sintesi finale, ma più ci pensavo e più andavo rendendomi conto che è impossibile fare una sintesi finale di tutto quanto è stato detto. Impossibile e forse anche in qualche misura inutile, anzi, sicuramente inutile per le difese perché la forza di questa difesa non è stata quella di aver detto delle cose, di aver celebrato degli assunti, di aver fatto delle affermazioni; è stata quella di aver puntigliosamente motivato e argomentato ogni singola affermazione, ogni singola parola. La nostra forza non è di aver detto, è di aver dimostrato e allora che senso ha che io adesso faccia una sintesi di queste cose? Allora mi sono detto che forse dovevo cercare di capire alla fine che cosa volevano che io dicessi gli imputati oggi.

Voi non li avete sentiti per una ragione che francamente avrete compreso, che è assai semplice: il processo è stato di un tecnicismo così esasperato, giustamente così esasperato, che cosa potevano dire in più gli imputati di quanto è stato detto? Allora sono andato un po’ a cercare quello che poteva essere il loro pensiero, di tradurre a voi quello che poteva essere il loro pensiero. Anche per rispettare una necessità di fondo, che gli imputati in questo processo si devono riconoscere. Io ho questo dubbio, che gli imputati forse oggi hanno avuto dei problemi veri di comprensione del processo. Abbiamo detto molte cose, molte teorie, abbiamo sentito grandi specialisti, abbiamo fatto un’istruttoria dibattimentale completissima, ma avranno capito gli imputati che cosa abbiamo detto? Mi sono posto questo problema che, badano, non è un problema da poco perché in caso di denegata condanna questi signori non capirebbero il perché ed è gravissimo che la giustizia non sia comprensibile. E’ estremamente grave, sarebbe il peccato più grave di questo processo una sentenza non comprensibile da parte degli imputati. Se voi andaste a raccontare che la loro responsabilità deriva dall’AP53 o dalla K-RAS o perché qualche teoria sostiene che sotto la parte per milione che si misura col microscopio.., ecco, forse per quello loro hanno delle responsabilità, badate, non lo capirebbero e sarebbe secondo me molto grave.

Allora ho cercato un collegamento più preciso di tutto quello che abbiamo detto con la realtà dei comportamenti. Ho cercato se potevo dire qualcosa che ricollegasse gli eventi del processo con le condotte, con il comportamento di quelli che sono stati i protagonisti. Certo, è un discorso che non si può fare per tutto, perché se no occorrerebbe rifare il processo. Allora mi sono permesso di prendere un piccolo o grande campione e cercare di fare questa prova di collegamento fra gli eventi e le condotte su un esempio del capo d’accusa e quale migliore esempio dell’omicidio colposo per le morti da angiosarcoma epatico. Mi è sembrato che forse cercare un più stretto collegamento con quei comportamenti rispetto a questi eventi potesse essere ancora, nonostante tutto quello che è stato detto, di una certa utilità.

Però devo fare due precisazioni prima, se il Tribunale me lo consente; la prima è sull’accusa, perché se vogliamo parlare dei comportamenti dobbiamo ovviamente parlare dell’accusa. Io non perdo molto tempo, già tutti i difensori ancora all’udienza preliminare vi hanno fatto la questione della genericità del capo d’accusa secondo me con mille ragioni. Anche sotto il profilo giuridico, voglio dire, perché loro lo sanno, molti di loro si sono occupati di materia lavoristica, noi abbiamo un’elaborazione di trent’anni di giurisprudenza sulle posizioni di garanzie e sulle condotte omissive. Ebbene, qui siamo saltati a pie’ pari da trent’anni fa a oggi senza un minimo di coerenza rispetto a quelli che è l’elaborato, e dottrinale e giurisprudenziale. Noi abbiamo imparato, ma devo dire come strumenti del mestiere ordinari, che la posizione di garanzia si ricollega anche e soprattutto ad una situazione di fatto con poteri decisionali e di spesa, qui si è saltato tutto questo, si sono incriminati dirigenti, vice dirigenti, direttori, vice direttori e quant’altro, senza un esame di un minimo di contenuto su questi che sono effettivamente gli attributi che consentono di parlare di posizione di garanzia. Ma io spero che su questo parlino anche altri difensori. Quando c’è subalternità per definizione non ci può essere posizione di garanzia; quando non si hanno questi poteri non ci può essere questa situazione, ma io spero che di questo parlino altri perché non è il compito che mi ero ripromesso. Io però credo che, al di là di questo, un minimo comune denominatore vada trovato e secondo me si chiama "a ciascuno il suo". Non ci può essere responsabilità di nessuno che non sia strettamente collegata con una condotta propria. Qui non ci sono né interpretazioni né compromessi possibili, il Tribunale dovrà attribuire a ciascuno il suo e solo quello. Non ci possiamo permettere nel nostro sistema, nel nostro ordinamento di parlare di responsabilità di gruppo, di responsabilità collettive e quant’altro; dobbiamo esattamente individuare per ciascun imputato la sua condotta e la sua eventuale responsabilità e ciascuno ha il diritto di rispondere solo per ciò che ha fatto. Ecco, è un compito per la verità già grave per il Tribunale, perché già grave? Diciamocelo francamente: perché ci ritroviamo per esempio a prendere un capo di imputazione come quello al numero 1 che nella nostra esperienza di avvocati e di Magistrati in situazioni analoghe avrebbe visto dieci, venti numeri, venti lettere e quant’altro, perché a ogni evento lesivo sarebbe corrisposta l’indicazione dei relativi responsabili, o almeno a ogni gruppo di eventi lesivi. Ma quanti ne abbiamo visti di questi processi con le lettere dalla A alla Z e con i numeri dall’1 al 30? No, qui sotto il numero 1 vengono ricomprese situazioni che non hanno alcuna omogeneità. Ne volete una prova? Ve la do immediatamente. L’ultimo mio assistito dopo la morte del dottor Schimberni è il dottor Reichenbach; è uno degli accusati, appunto, del primo capo di imputazione. E’ accusato, per esempio, dell’omicidio colposo del signor Augusto Agnoletto che, voi sapete, è deceduto il 14 marzo del 1973. Il capo d’imputazione dice che il dottor Reichenbach risponde per la carica assunta a Porto Marghera nel maggio del ‘73. Ma voi capite l’assurdità nella stessa affermazione accusatoria? Come può un signore che assume una carica e rispondere per quella carica nel maggio del ‘73, rispondere per un evento che è accaduto prima? Questo è sufficiente a documentarvi come sia quanto meno astrusa questa impostazione dell’accusa. Voi direte: "Ma è un caso eccezionale"; nossignore che non è un caso eccezionale, perché di questo Agnoletto rispondono un sacco di persone che sono intervenute anni e anni dopo. E allora non ho ragione di dire che il capo di imputazione 1 dovevano essere forse, se stavano in piedi, trenta o quaranta capi d’imputazione? Attenzione, non è un caso che sia così perché certamente era molto più difficile costruirli in concreto, perché allora il discorso delle posizioni di garanzia andava fatto come andava fatto, secondo le regole dell’arte, non buttato lì così.

Guardate, non è neanche un caso Agnoletto, perché se ne prendiamo un altro, lo prendiamo nella persona di Simonetto, credo - adesso non lo trovo più, come capita sempre – beh, è deceduto nel ‘72 e ci sono ancora meno soggetti che rispondono di questo. Voi potete dirmi, forse si potrebbe obiettare: "Sì, un caso o due". Un momento, un caso o due su sei, buttati lì a casaccio. Ecco, c’è una necessità di fare dell’ordine, ma io vi dico, signori del Tribunale, l’ordine non lo si fa solo con la cronologia.

Questo è già un compito che dovrete affrontate e che nessuno di noi vi invidia, di mettere un ordine, di fatto è cronologico nel capo di imputazione, ma l’ordine non si fa solo con la cronologia. Io credo che si faccia anche con altri argomenti che sono quelli che mi sono posto come oggetto della mia discussione oggi. Con solo un’ulteriore precisazione che francamente è inutile perché ne hanno parlato ancora qui tutti i difensori con grande capacità, con grande conoscenza dei problemi.

Abbiamo sentito scorrere davanti a noi udienze e udienze su teorie, su postulati e su quant’altro. Ebbene, signori del Tribunale, voi lo sapete prima che lo dica io, lo sapete da sempre, sono argomenti che vanno cancellati perché le decisioni non si fanno con i teoremi, non si fanno con le teorie e non si fanno coi postulati. I postulati necessitano per definizione di dimostrazione e allora per voi varrà soprattutto nel compito arduo di dare le spiegazioni causali degli eventi solo ciò che è dimostrato. La legge scientifica non è il postulato scientifico, è la dimostrazione del postulato e quindi per ogni e qualunque giudizio voi dovrete avere solo di mira un obiettivo: la legge scientifica che è partita da un postulato e che è stata dimostrata. Tutto il resto ai fini della decisione non dovrà servire.

Allora io vorrei partire da queste certezze, dalle poche certezze che offre il processo, e cercare di metterle in fila una per una e vedere che cosa succede a chiarire le posizioni e a cercare di riassumere quello che è accaduto di certo e vedere che cosa accade rispetto alla condotta degli imputati. Allora partiamo dicendo che c’è una prima certezza e la prima certezza è che il cloruro di vinile monomero è una delle sostanze che inducono angiosarcoma nell’uomo, da Maltoni in poi è una certezza. È una sostanza che induce angiosarcoma come tante altre, come alcune altre almeno, ne avete sentito parlare. La seconda certezza è che è una forma tumorale molto rara, ne offre una corte, la corte di Porto Marghera, e qui arriva il punto, ne offre ben sei casi. Il settimo è quello di Ennio Simonetto, che però, per la verità, come loro sanno è molto ma molto dubbio. Sei casi su una corte di Porto Marghera è quello che gli epidemiologi ci hanno detto, è un eccesso significativo e dunque il Tribunale ha una certezza in più: il cloruro di vinile monomero induce angiosarcoma, è un tumore molto raro, nella corte di Porto Marghera vi sono sei casi che dal punto di vista epidemiologico costituiscono un sicuro eccesso. Dunque la conseguenza è che loro possono assumere come legge scientifica che per i casi di specie la patologia dell’angiosarcoma epatico derivi da esposizione professionale. Dico, è una certezza ragionevole e quindi dico ragionevole non è perché voglio esprimere un dubbio. Per la verità il professor Simonato quando è venuto davanti a voi e gli avete chiesto di che cosa si occupa ha detto che da alcuni anni a questa parte si occupa del registro dei tumori della Regione Veneto, quello è il suo mestiere. E vi ha anche detto una cosa, che occupandosi della tenuta di quel registro nell’ultimo decennio pubblicato, che non corrisponde a oggi ma a qualche anno fa, ha iscritto in quel registro tre casi di angiosarcoma: uno che è il nostro di Battaggia, un altro è un signore di Vicenza e un’altra è una povera signore di Feltre, dice lui della U.L.S.S. Feltrina. Ci hanno detto che è un tumore rarissimo, un caso su 10 milioni dice il professor Martinez e gli epidemiologi ci dicono all’unisono; però allora io mi chiedo: come è che il professor Simonato in dieci anni di attività nel Veneto, che se non sbaglio ha 4 milioni e 320 mila abitanti, rinviene almeno due casi escludendo quelli di esposizione professionale? Il terzo è il nostro Battaggia. Perché i conti, uno su 10 milioni, non ci tornano più. Ripeto, non è un dubbio, è però una perplessità legittima. Certamente, resta sempre un tumore raro, però non ci dimentichiamo che nel Veneto sono stati iscritti almeno negli ultimi dieci anni due argiosarcomi di provenienza ignota. Guardate, corrisponde con le risultanze del processo, lo sappiamo tutti, la maggior parte dei casi di angiosarcoma sono ignoti e difatti ne abbiamo una controprova nella Corte del Veneto. Io voglio solo trarre una conclusione da questo discorso, andiamo molto cauti quando trattiamo delle valutazioni degli epidemiologi, sapete, perché c’è sono un’altra spiegazione. E’ possibile, se vogliamo rispettare questo dato di uno su 10 milioni come ci dicono tutti, e qual è l’altra possibilità? È che nel Veneto ci sia un fattore di rischio ignoto, allo stato ignoto, che modifica quello che è il risultato epidemiologico mondiale. Chi lo sa che domani possa emergere un dato di questo genere? C’è una piccola sensazione nel leggere i dati. Può darsi, per carità, però io non voglio mettere in dubbio nulla su questa esposizione professionale. Vi dico solo: attenzione che la materia è molto scivolosa, che qualcuno vi viene a dire uno su 10 milioni e poi solo guardandoci in giro, dove evidentemente non c’è esposizione professionale, in poco tempo ci sono almeno altri due casi, e questo è un dato di fatto. Quindi prendiamoci anche questa certezza, per carità di Dio, ma attenzione perché la materia è una materia veramente scivolosa, è un vero campo minato. Ma noi non siamo qui per capire che cosa si accerterà in futuro nella corte del Veneto, dobbiamo occuparci di queste patologie specifiche e dobbiamo occuparcene al presente. I casi, io ho provato a esporli in un lucido che forse può essere in qualche modo significativo, un lucido sul quale fare qualche osservazione. Sono i casi di Porto Marghera.

Il problema è attribuire queste patologie di angiosarcoma a qualcuno, questo è il punto del processo. Questi sono i casi, dobbiamo vedere a chi attribuirli. C’è un dato che intanto si legge, cioè come è composto questo schema. Abbiamo tratto i valori di esposizione dalla matrice che giudichiamo tutti indipendente Comba - Pirastu del 1991 e dalle schede della Guardia di Finanza; il risultato grafico è questo che vedete. Una prima osservazione la possiamo fare tutti. Io ho tracciato una linea rossa, ci sono esposizioni alte fino al dicembre 1973. Badate, attenzione, non è che lo dico io, questo è il dato tratto da Comba - Pirastu e dalla Guardia di Finanza e questo è il risultato. Poi lo vedremo con maggior dettaglio, per carità di Dio. A grandi linee, utilizzando i dati che ci offre la raccolta dei dati dell’accusa, lo schema che ne emerge è questo. Con qualche altra considerazioni, sono tutte esposizioni molte antiche, alcune dei primi anni Cinquanta, come Agnoletto e Fiorin, la più recente è quella di Faggian del ‘67, che però matura pur sempre un’esposizione, come Loro possono vedere, di almeno sette anni e sempre a valori, come si vede, superiori ai 200 parti per milione. Noi sappiamo che poi in realtà negli anni precedenti non possiamo parlare di 200 parti per milione perché saliamo alle 500, forse alle mille parti per milione, ma siccome Comba ‘91 ci dà questo dato maggiore di 200 io così ve l’ho riportato, ecco, con l’avvertenza che probabilmente è un dato approssimato grandemente per difetto. In effetti questo dato ha poi un suo aggiornamento, ha un suo aggiornamento con la perizia del professor Martinez che ci dice che tutti i lavoratori colpiti dalla malattia erano addetti a mansioni con maggior rischio di esposizione, i pazienti erano esposti a dosi comprese fra 3.600 e 9 mila parti per milione/anno, questo è dato che voi conoscete, corrisponde esattamente a questa situazione. Tutti i casi, dice ancora Martinez, sono manifestati in lavoratori che subirono la prima esposizione in un arco di tempo molto ristretto, tra il ‘55 e il ‘67, e questo corrisponde. Quindi questo che ci offrono i dati di Comba e della Guardia di Finanza è un documento preciso, insomma, un documento preciso e confermato dalle affermazioni del professor Martinez, esposizioni elevate per un numero elevato di anni e per un elevato rischio, sono quasi tutti o quasi pulitori di autoclave, comunque persone che hanno avuto a che fare con quell’attività, e sono tutte esposizioni che hanno inizio tra i primi anni Cinquanta e i primissimi anni Sessanta. Dati dei consulenti dell’accusa.

Allora il Tribunale, oltre alle certezze che dicevamo prima, dispone certamente di un’altra certezza, perché è confermata da un numero incredibile di dati: l’angiosarcoma epatico nel caso concreto dei nostri casi di Porto Marghera è relativo, è correlato ad alte se non altissime dosi e ad esposizioni molto antiche. Se non esiste dubbio sulle date d’inizio, non esiste dubbio neanche sulla linea che ho tracciato perché è una linea, ripeto, che deriva da valutazioni fuori da ogni possibile sospetto, di prima del processo, e solo confermate durante il processo. Come vi dicevo e come si vede, le esposizioni crollano alla fine del dicembre 1973 e questo è anche un altro dato che il Tribunale conosce bene. Crolla e le esposizioni progressivamente ma decisamente con quella data diventano esposizioni molto ma molto più contenute. Allora quali sono i problemi del Tribunale? Vediamo di snocciolarli uno per uno. Il primo: le bassi dosi hanno la medesima capacità di induzione e, se sì, fino a quale livello? Le esposizioni a basse dosi successive alle alte esposizioni hanno una giuridica rilevanza, una qualche rilevanza nel meccanismo causale che ha provocato queste patologie, non in astratto, queste patologie? E poi vi sono anche altri problemi di cui io non mi occuperò perché se n’è parlato abbondantemente, il terzo quesito è ovviamente: sono gli odierni imputati responsabili delle esposizioni a quelle alte dosi che vediamo fino al dicembre 1973? E ancora: esiste un’analoga o esiste una diversa o non esiste una responsabilità per i medesimi soggetti per le esposizioni successive al 1973? Questi sono i quesiti che deve risolvere il Tribunale per decidere, credo, sulla materia degli angiosarcomi.

Allora, trascurando questi dati sulle responsabilità che sono stati troppo ben esposti dall’avvocato Accigni e dall’avvocato Baccaredda, io mi permetto di dire qualche cosa sui primi due quesiti. Il problema e la rilevanza delle bassi dosi. Premetto che in quest’aula è già stato detto moltissimo e benissimo, dico da parte Enichem con un dettaglio di esame veramente scrupolosissimo su tutto, su tutta la letteratura, anche la più minuta, anche la più rara da trovare, qualcuno è andato a cercare su Internet la sconfessione di qualche tesi della.., guardate, un compito veramente, devo dire, ammirevolissimo. Io sono rimasto veramente stupito di questa precisione, di questo dettaglio. Oltre all’esame della letteratura sono stati puntigliosamente esaminati tutti i casi che il Pubblico Ministero ha citato uno per uno, trovando ovviamente in ciascuno di essi qualche cosa che non andava perché necessariamente è così e ve lo dimostreremo presto. Dunque sono state confutate tutte le argomentazioni e io ho ben poco da dire, se volessi dire qualcosa. Vedete, quello che è importante è che queste dimostrazioni sono state fatte con gli stessi argomenti dell’accusa, non con allegazioni nuove di parte, della difesa. Quando si fanno queste dimostrazioni con le persone e con i consulenti dell’accusa, è un brutto segno per le tesi accusatorie. Ma io credo che si possa non dico dire qualche cosa di più, ma puntualizzare in qualche modo questa situazione. Questa situazione trova un punto secondo me temporale logico fondamentale nel processo e parlo dell’esposizione orale del professor Martinez del 14 dicembre 1999, che, sentito su una domanda circa il suo elaborato, cioè sulle valutazioni che egli faceva sul suo elaborato, sulle schede che egli aveva compilato, che evidentemente prestavamo qualche dubbio interpretativo per le tesi accusatorie, si è sentito fare la domanda se per ipotesi i suoi dati non fossero sottostimati. Egli risponde a questa domanda sulla sottostima dei suoi dati: "Se qualcuno dimostrerà in quest’aula che il cloruro di vinile può dare alterazioni a livello epatico anche a basse dosi, evidentemente quel rischio è sottostimato" e lo dice stizzito, io lo ricordo bene. "Se qualcuno mi dimostrerà in quest’aula...", badate, è un’affermazione terrificante per l’accusa, è un’affermazione terrificante perché vuol dire dopo il dicembre del 1999. Era un anno che sentivamo periti e consulenti, non credo che il professor Martinez fosse sull’Everest a fare i suoi elaborati; dopo un anno che sentivamo i periti lui viene e dice: "Se qualcuno mi dimostrerà in quest’aula...". Secondo lui, che ci ha lavorato sopra, non si è dimostrato assolutamente nulla fino a quel dicembre 1999. Ma, vedete, le parole del professor Martinez sottendono delle conseguenze molto gravi perché noi non possiamo pensare che lui abbia svolto il suo lavoro con superficialità, trascurando i dati, senza valutare accuratamente, era chiamato.., era l’esperto del fegato del Pubblico Ministero, era chiamato a redigere delle schede e ha trascurato le basse dosi perché nessuno gli aveva dimostrato che potevano essere rilevanti agli effetti del suo lavoro fino a quel momento. Allora, e preciso anche che la domanda mica gli veniva dalla difesa, cioè non è caduto in un trabocchetto quando ha detto quello, era una domanda del Pubblico Ministero, non una domanda di qualche malizioso difensore. Ma, vedete, quando lui ci dice: "Se qualcuno mi dimostrerà in quest’aula..." dice anche un’altra cosa, secondo me compie un errore di prospettiva terribile il professor Martinez, perché in quest’aula non si danno dimostrazioni, questa non è aula di dimostrazioni scientifiche né di altro. Io non so dove abbia visto provette o alambicchi il professor Martinez in quest’aula, qui si rifà lo stato dell’arte, non si dimostra scientificamente un bel nulla. Questo è un argomento per il quale noi diciamo che se per l’esperto del reato a quel momento quella era la situazione allo stato dell’arte, è assolutamente apodittico e impensabile pensare che vi fossero delle dimostrazioni successive. Ma, vedete, poi il professor Martinez, forse un po’ piccato di questa obiezione che gli è stata fatta sulle sue sottostime, però ha anche motivato perché ha detto questo. Voi lo ricordate bene, ha introdotto un tema che ha ulteriormente sbilanciato l’accusa perché ha cominciato a dire e a spiegarci come si può metabolizzare fino ad un certo livello il cloruro di vinile monomero, è lui che ha introdotto tutta la problematica che poi è stata avanzata sulle glutazioni e sulla metabolizzazione del cloruro di vinile che se riesce fino ad un certo punto non succede assolutamente nulla, sono le parole del professor Martinez. Quindi ha detto una cosa, non a caso, ha detto una cosa motivata: "Fino a questo momento nessuno mi ha dimostrato la rilevanza delle basse dosi e non era possibile perché...", questa è stata l’esposizione del professor Martinez.

Ecco, vedete, Io poi mi pongo anche un problema, l’ho detto all’inizio, vorrei fare un collegamento con i comportamenti dei singoli imputati e dico: ma c’è un problema di adeguamento allo stato dell’arte, c’è un problema di adeguamento, ma se nessuno ha dimostrato al professor Martinez nell’anno 2000 la rilevanza delle basse dosi, a quali parametri i nostri imputati dovevano adeguarsi in quel periodo di venticinque anni fa? Perché questo è il punto. Se ancora nel 2000 un eminente scienziato ci dice: "Me lo devono ancora dimostrare", ma vogliamo pretendere che i nostri imputati venticinque anni fa con quello stato dell’arte si adeguassero ai parametri che forse qualcuno dimostrerà dopo il 14 dicembre 1999? Ignorando le leggi, che per la verità erano poche, ma ignorando anche le indicazioni delle associazioni mondiali a tutela della salute, che erano quelle che erano, per adeguarsi a qualcosa che forse in un futuro si vedrà dimostrato. Ma vedremo che le simpatie per il futuro dei consulenti dell’accusa sono, per la verità, molte. Ecco, io, per carità, non voglio poi qui confondere i problemi della colpa con i problemi della causa, per carità di Dio. Stiamo parlando di causa, ma mi veniva spontanea questa osservazione sui comportamenti di venticinque anni fa.

Però è bene non perdere la nostra prospettiva. Che cosa è successo dopo questa affermazione e questa domanda del professor Martinez? E’ successo che nessuno poi gli ha dimostrato più niente a partire da quella data, perché era esaurito ormai il confronto con i periti e si sono sentiti i testimoni. La parola definitiva, come il Tribunale ben sa, che con grande passione ha seguito anche queste.., tra le altre queste audizioni, le audizioni di Simonato e Boffetta che, come molti hanno già osservato, hanno un po’ chiuso questo capitolo. Ma a me preme sottolineare un aspetto – mi pare - significativo di questa problematica, ecco, perché Simonato nel suo studio del ‘91 dice una cosa molto importante sulle basse dosi, dice che uno degli oggetti del suo studio, quello del ‘91, è "costituire una banca dati – così leggo testualmente - che possa essere utilizzata in future relazioni per la valutazioni di rischio potenziale a bassi livelli di esposizione". Sapete cosa vuol dire questo nel lavoro di Simonato? Vuol dire che in quel momento, nel 1991, dovendo affrontare uno studio sulle basse dosi, non si è potuto nemmeno cominciare, che l’unico studio possibile era la raccolta di dati per il futuro, una valutazione sulle basse dosi in quel momento non era nemmeno possibile, non era nemmeno ipotizzabile nel 1991. Tanto che non nelle conclusioni ma nei compiti dello studio al numero 3 c’è la raccolta di dati, non la valutazione delle basse dosi, e questo è un dato molto significativo. Ma Simonato dice ancora qualche cosa d’altro, voi lo sapete, io non vorrei perdere molto tempo su questo punto perché il Tribunale benissimo lo conosce. Simonato nel ‘91, dovendo fare comunque un lavoro di relazione, nell’ipotizzare le basse dosi cumulative è costretto a prendere come parametro la categoria da zero a 2 mila parti per milione indicando come base di basse dosi quella, è la prima delle categoria che esamina. Difatti nella sua tabella 9 allegata al suo lavoro del ‘91 il rischio 1, e il Tribunale sa bene cosa vuol dire rischio 1, cioè non aggravamento del rischio, viene collocato da zero a 2 mila parti per milione, questa è la verità, e per avere un inizio di aggravamento del rischio si deve andare nella categoria da 2 mila a 6 mila parti per milione cumulative. Questa è la realtà di Simonato. Per carità, io mi rendo conto che lo studio di Simonato non è uno studio assoluto, questo ce l’ha detto bene, è uno studio relativo, occorreva fissare delle categorie per fissare dei rapporti tra le categorie, non sono categorie assolute. Dice Simonato: "Noi non vogliamo dire che da 0 a 2 mila non succede niente, vogliamo istituire dei paragoni e oggi col materiale di cui disponiamo la categoria di base non può che essere fissata fra 0 e 2 mila parti per milione". Però, vedete, questo che è un dato relativo, ha dei riscontri nel processo molto significativi e sono dei riscontri che vengono dati anche in seguito, cioè - io non voglio tediare il Tribunale - vengono confermati sostanzialmente nello studio di aggiornamento del 2000, tant’è che in quello studio vengono dati dei valori di aggravamento da 450 a 800 parti per milione da parte di Boffetta e da 500 a 1.999 parti milione da parte di Simonato. Per carità, sono dati che siamo per scontati, però quello che è secondo me molto significativo, molto ma molto significativo, è che questi dati di Simonato, di Boffetta, di Iarc sostanzialmente sono confermati da Martinez. Perché è importante questa conferma? Perché Martinez non fa un lavoro di relazione, fa un lavoro assoluto su Porto Marghera, su quei sei casi che abbiamo visto prima. Ora, diciamocelo francamente, un po’ di confusione nel lavoro di Martinez c’è stata perché lui voleva fare uno studio epidemiologico che Loro sanno, l’abbiamo imparato tutti centomila volte in questo processo, è uno studio sui numeri, sulle corti, sui numeri. Ora, come si fa a fare un lavoro di tipo epidemiologico e poi trarne delle conseguenze in assoluto rispetto a Tizio, Caio, Sempronio, Nevio, come ha fatto Martinez? Probabilmente ha avuto un attimo di confusione metodologica, però prendiamolo per quello che è. Martinez ci dà dei dati che sono estremamente significativi perché nella sua tabella che vi dico subito qual è.., o non ve lo dico ma voi sapete benissimo qual è, è quella sugli angiosarcomi, non solo Martinez non rileva e non colloca alcuno di questi sei casi, non parliamo del mondo, parliamo dei casi oggetto del capo d’imputazione, nessuno di questi sei, non solo a livello delle basse dosi che lui fissa da 0 a 300, ma non ne trova alcuno neanche nella categoria delle medie dosi, secondo lui da 301 a 1.650 parti per milione. Secondo Martinez, consulente del fegato del Pubblico Ministero, relazione fine ‘99, si sostiene che alle basse e medie dosi non c’è nessuno di questi casi che vengono indicati. Quello studio di carattere epidemiologico dalla un po’ presuntuosa ambizione di avere delle conclusioni assolute in concreto, quando scende in concreto non riesce a collocare questi casi né nelle basse né nelle medie dosi. Questo è un dato significativo. Però Simonato e Boffetta ci hanno detto qualche cosa di più e il Tribunale lo sa bene, perché ci hanno parlato non solo dei risultati del loro lavoro, ma ci hanno parlato anche del campionamento e ci hanno detto che tra i campioni che hanno assunto dai vari registri dei tumori dei Paesi che hanno collaborato vi sono stati due casi, i due più bassi, i famosi casi 288 parti per milione e 404 parti per milione e dicono: sotto questo nulla. Il primo effetto del cloruro di vinile monomero sull’angiosarcoma, si rileva: "Abbiamo rilevato storicamente e in concreto sui campioni raccolti in tutto il mondo a questi livelli e non a livelli più bassi". Vedete, per carità, io non voglio benedire questi due casi perché voi sapete e vi è stato detto da numerosi difensori quali dubbi sussistano nell’assunzione di questi due casi alle dosi dichiarate, no? Si tratta non so più se di centrifugatori piuttosto che autoclavisti o qualcosa di analogo nel 1960 in Svezia. Io non credo che i valori fossero poi quelli dichiarati, ma pazienza, li prendiamo per buoni. Si tratta di esposizioni comunque lunghe, dieci e tredici anni, per valori che sono questi, 28,8 parti per milione/anno, 31 virgola qualche cosa parti per milione/anno con esposizioni complessive di 288 e 404. Attenzione, è un dato Iarc, non sono dati a casaccio, sono i minimi assoluti mai rilevati dalla agenzia per la ricerca sul cancro, limiti assoluti. Certo che se poi quei due autoclavisti o centrifugatori fossero stati assunti con un criterio forse troppo restrittivo, forse anche l’intero aggiornamento di Simonato e Boffetta salterebbe perché guardate che... e poi contiene solo questi due dati in più rispetto ai valori del 1991, non c’è assolutamente altro che faccia modificare quelle casistiche, si passa a valutare gli eccessi da 450 a 800 solo per la presenza di questi due casi dubbi. Ma prendiamoli per quello che sono, sono i minimi assoluti.

Allora, però, io mi chiedo, signori del Tribunale: possiamo procedere nel discorso sempre così in astratto, senza valutare in concreto a quali esposizioni in concreto questi poveri signori sono stati soggetti in quell’anno? Io non credo. Questo è il momento di capire effettivamente che cosa è accaduto in queste patologie e mi sono permesso di costruire un altro lucido. Loro vedono che io in questo lucido non ho fatto che un lavoro molto semplice: sono andato a prendermi i dati che ci ha fornito lo studio degli ingegneri Nano e Rabitti. Gli ingegneri Nano e Rabitti, che hanno fatto uno studio che ha l’apparenza e la sostanza di una requisitoria dell’epoca del terrore, lo dico con grande serenità perché i dati presi sono pochissimi, solo i massimi, interpretazioni – voi sapete – malevole, cioè, non si possono dare poche medie perché non risultano bene, meglio dare gli eccessi, meglio andare a dimostrare i miglioramenti e i peggioramenti, con delle conseguenze poi per l’accusa devastanti, lo vedremo fra poco, perché, sapete, uno può manipolare i dati finché vuole ma poi la logica è la logica, non è che si cambia molto. Allora, io sono andato a prendere i dati peggiori, e lì li vedete, sono i dati peggiori dei signori Nano e Rabitti, sono i dati peggiori. Sono i dati peggiori e rappresentano i rilievi medi mensili tra l’aprile del 1974 e il febbraio del 1975 e rappresentano il reparto peggiore che è il CV6. Ora io vi dico già subito una cosa: nessuno dei sei che noi abbiamo indicato casi di angiosarcoma rappresenta lavoratori che lavoravano al CV6, nessuno. E voi sapete che gli altri reparti erano migliori, ma lo vedremo dopo. Allora, rispetto al CV6, al reparto peggiore, io ho preso i dati che il consulente dà per peggiori, perché dà una valutazione da 14 virgola qualcosa a 29 come media del CV29 e io per la redazione di questa tabella ho preso ovviamente il dato peggiore. Ecco, l’ho trovato. Si dice a pagina 12 dell’elaborato Nano–Rabitti: "Prendiamo ad esempio il reparto CV6. Si vede che il valore medio rilevato risulta compreso tra 14,78 e 29 parti per milione, mentre nel mese di marzo ‘74 - questo riguarda aprile – febbraio ‘75 - il valore scende a 5,7 parti per milione", CV6, Nano - Rabitti. Allora, costruendo quello schema secondo una valutazione irrealistica, perché abbiamo il reparto che non è il loro, il reparto peggiore, l’esposizione massima mediamente prevista, che è quella di 9, e soprattutto dal febbraio ‘75 al 1990 l’esposizione di 5,7, che è una follia perché – lo documenteremo presto - è un’esposizione che finisce pochi mesi dopo; ebbene, pur facendo un conto così pessimistico, prendendo il peggio possibile, che cosa se ne ricava? Si ricava quello che vedete e cioè che il povero Battaggia Giorgio nella sua vita lavorativa dall’aprile ‘74 fino al 1990 sarebbe stato esposto, secondo Nano - Rabitti, per un’esposizione cumulativa di 112 parti per milione, Tullio Faggian per 85 parti per milione, Fiorenzo Fiorin per 38 parti per milione, Guido Suffrogosso per 59 parti per milione e Gianfranco Zecchinato per 87 parti per milione. Questa è l’esposizione secondo Nato – Rabitti per ciascuna delle parti offese dall’aprile del 1974 fino al termine della loro vita lavorativa, questi sono i dati dell’accusa.

Poi per puro scrupolo, lo dico perché ci hanno lavorato i nostri consulenti in un modo incredibile, l’avvocato Accigni ha perso la voce per spiegarvelo, questi signori hanno usato 30 - 40 dati su 5.351, perché se prendiamo i 5.351 e qualche dato tratto dalla perizia Pozzoli - Bellucco, i dati che invece dobbiamo sostituire a questo sono i seguenti, quelli che possiamo leggere a questo punto. Io per non commettere errori ve li ho messi anno per anno. Guardate, sono indicati anno per anno, sono presi dai rilievi oggettivi, dai documenti dello stabilimento, come vi spiegano - io non sto a ripetervelo – Pozzoli e il professor Bellucco. Questi dati realistici, perché non sono i massimi, sono le medie effettive anno per anno, darebbero dei valori che voi vedete in tutta la vita lavorativa da 17 parti per milione a 12 parti per milione, siamo nell’ordine medio ovviamente dell’una parte per milione, dell’1,5, esageriamo, del 2 parti per milione/annuo.

Questi sono i dati, questa è la verità; questa, signori non è la teoria del processo, questo è il processo. Questi sono i dati coi quali occorre confrontarci, non con le teorie dei massimi, dei minimi e di quant’altro. Con questi dati concreti. Quando si parla di esposizioni causali dall’aprile ‘74 bisogna fare i conti con questi numeri, inferiori a 288 parti per milione, se la matematica non è un’opinione. E allora qual è la considerazione che dobbiamo fare? La considerazione che dobbiamo fare è semplice, con grande onestà dobbiamo farla: a quanto oggi sappiamo nessun caso è stato rilevato di basse dosi che abbiano indotto angiosarcoma sotto i 288 parti per milione per dieci anni e questi sono i nostri valori. E allora qual è la conclusione che traiamo? E’ che se le basse esposizioni sono state queste, intanto in prima battuta erano esposizioni sicuramente - a quanto ne sappiamo - insufficienti, clamorosamente insufficienti ad indurre l’angiosarcoma.

Questo possiamo dire sulle basse dosi oggi, non facendo della teoria ma rispettando il dato concreto, rispettando i fatti di cui parliamo e che voi dovete giudicare. "Se qualcuno mi dimostrerà in quest’aula..." e qui dobbiamo parlare anche del professor Berrino perché che cosa è accaduto? Quell’udienza del 14 dicembre ‘99 è stato un po’ il clou delle basse dosi. Dopo il sinistro al fegato di Martinez all’accusa, beh, bisognava correre ai ripari e allora arriva l’ineffabile professor Berrino che va menando presagi nefasti. Comincia il balletto delle basse dosi, quella che era una pietra sepolcrale del "se mi si dimostrerà in futuro" viene sollevata dal professor Berrino che comincia a sfruttare tutta la sua dialettica e sentite che discorsi ne vengono fuori. Comincia un discorso secondo lui di carattere logico e comincia a manipolare le parole. Dico, siccome tutti fino a quel punto, tutti, erano d’accordo nel sostenere che alle basse dosi non c’era evidenza di induzione all’angiosarcoma, allora lui ci dice: "No, voi mi dovete dimostrare l’irrilevanza delle basse dosi". Ma come? Noi dobbiamo dimostrare l’irrilevanza? La scienza al completo, lo Iarc ti hanno dimostrato che da 288 almeno, se sono veri, parti per milione in su si induce l’angiosarcoma, in giù non c’è un solo caso, tu mi dici che io ti devo dimostrare l’irrilevanza? E’ un’alchimia dialettica quella del professor Berrino, non è una valutazione scientifica, è una alchimia dialettica che si traduce in una vera e propria inversione dell’onere della prova, di una scorrettezza inaudita. Perché, vedete... ma, dico, non c’è bisogno che lo dica a voi che siete Magistrati di così grande sensibilità. La scienza fino a questo punto mi ha dimostrato che sotto un certo livello non ho casi di induzione di angiosarcoma. Che cos’è questa? Questa è una dimostrazione che fonda una presunzione, perché è fatta dalla scienza nella sua unanimità. Nessuno ha potuto rilevare casi diversi, parliamo di osservazione della casistica mondiale.

Non devo dimostrare più niente io. E’ chi sostiene il contrario, l’assurdo che deve dimostrare, è il professor Berrino che se vuole dimostri la rilevanza delle basse dosi. E’ una sorta di probatio diabolica che noi, purtroppo per il professor Berrino, conosciamo benissimo. Quando non hai più argomenti cerchi di ribaltare il discorso, ma questo lo faccia nelle sue aule di medicina perché in quelle di giurisprudenza, le nostre, questo giochetto – devo dire non molto significativo - lo conosciamo bene. Ma siccome un po’ anche lui si deve essere accorto, ha un po’ esitato e devo dire che forse un po’ percependo questa sua esitazione è arrivato l’esercito a dargli man forte.

Abbiamo avuto anche altri, per esempio il Pubblico Ministero e il professor Colombati che hanno parlato dopo, che hanno cercato di rafforzare questa tesi della necessità della dimostrazione del contrario. E’ accaduto poi che non si arrendesse il professor Berrino; di fronte alle perplessità che sollevava questa sua incredibile inversione dell’onere della prova ha ragionato in termini ancora diversi e ci ha detto che... la verità è che lui non può fornire dimostrazioni, questo ci ha detto il professor Berrino, dice: "Non chiedete a me le dimostrazioni perché io non posso darvi queste dimostrazioni perché la corte è una corte non esaurita, perché io possa dimostrarvi la rilevanza delle basse dosi occorre che la corte sia esaurita e cioè che siano tutti morti coloro che ne facevano parte. Solo allora noi saremo in grado di fare delle valutazioni, quando saranno tutti morti". E ancora una volta tutti a dargli man forte su questa tesi che – vedremo - non è mica una tesi sulla quale si può sorridere. Per esempio il Pubblico Ministero, pagina 95, ribadendo l’affermazione del professor Berrino dice: "Questo poi lo vedremo. L’ha appena spiegato, ha detto: ‘Quando succederà, se si chiudono le fabbriche del cloruro di vinile, dopo cinquant’anni vedremo se ci sarà un angiosarcoma’", ha detto il Pubblico Ministero. Fra cinquant’anni vedremo. E Colombati arriva con le sue fanterie, quindi è chiaro che da un punto di vista pratico è soltanto aspettando una vertenza lunga che uno potrà dire: "In questa popolazione non c’era nessun soggetto che era così geneticamente sensibile". Eh, sì, dobbiamo aspettare che i presupposti della dimostrazione del professor Berrino si realizzino, dobbiamo aspettare cinquant’anni, dobbiamo aspettare che la corte si estingua e vedrete che lì troveremo la dimostrazione, lì troveremo casi di angiosarcoma a basse dosi. Io sono meno cinico dei miei interlocutori e penso, spero, voglio che di morti di angiosarcoma non ve ne siano più. Il processo mi lascia questa speranza? Sì, mi lascia questa speranza, me la lascia perché da quanto abbiamo osservato fino ad oggi nel modo intero questa speranza mi resta. Ma c’è anche un’altra speranza che è quella degli imputati, vedete, che è quella di non vedersi condannare ora perché una teoria assurda di oggi si aspetta di vedere che qualcuno muoia domani.

Chiederei un attimo di intervallo se mi consente, signor Presidente.

 

Presidente: bene, facciamo un quarto d’ora per un caffè.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA BREVEMENTE.

 

Presidente: avvocato De Luca, può riprendere, grazie.

 

AVVOCATO DE LUCA

 

Avvocato De Luca: abbiamo visto allora come il problema delle basse dosi in realtà sia un problema che ha una soluzione abbastanza tranquilla, facile nel caso in esame per quanto riguarda i casi specifici che dobbiamo affrontare e relativi all’angiosarcoma epatico. Si tratta di dosi di esposizioni sicuramente inferiori a quelle che sono mai state rilevate su scala mondiale. Ma non vi nascondo che il problema più rilevante per quanto ci riguarda per la concretezza dei nostri casi è il problema della rilevanza delle basse dosi successive, questo è il punto, perché i nostri casi riguardano tutti i casi di persone che sono state nel tempo esposte a dosi molto elevate. Sul problema delle basse dosi successive io credo che veramente non sia rimasto granché da dire, anche perché poi nessuno ha detto, anche perché poi sostanzialmente nessuno ha detto. Ho sentito teorie un po’ di tutti i generi, ma sulle basse dosi successive francamente non ho sentito ipotizzare nemmeno granché. Però chiediamoci intanto perché parliamo delle basse dosi successive, qual è la ragione per la quale ci poniamo astrattamente il problema delle basse dosi successive. Ne parliamo perché a complicare naturalmente la già complessa questione della carcinogenesi dell’angiosarcoma interviene un altro fattore molto rilevante che tecnicamente si chiama latenza. Perché dico tecnicamente? Perché latenza è il termine usato in sede medico - scientifica per indicare il periodo che intercorre tra l’induzione della patologia e il suo manifestarsi. Non lo dico a caso, signori del Tribunale, perché c’è stata un po’ di confusione su questo termine latenza, però molti hanno chiarito e poi vedremo. Latenza è stato usato qualche volta per dire dalla prima esposizione. No, latenza non è il termine che tecnicamente indica il periodo che intercorre tra la prima esposizione e il manifestarsi della malattia; latenza tecnicamente indica il periodo tra l’induzione della malattia e il suo manifestarsi, non conta l’esposizione. Quando sentite parlare i medici di latenza non parlano di esposizione, non c’entra nulla l’esposizione, ma poi lo vedremo perché il concetto è ben chiarito da alcuni consulenti.

E’ un problema molto delicato, il problema della latenza, guardate, è un problema terribile. Latenza è quella situazione in cui la malattia si induce, procede nel suo evolversi, progredisce senza manifestare alcun segno e alcun sintomo. Non se ne manifesta in alcun modo l’esistenza. Io credo che ciascuno di noi che ha partecipato a questo processo non potrà dimenticare le parole agghiaccianti del professor Colombo: "Quando te ne accorgi non c’è più nulla da fare, non c’è più nulla da tentare, sei fatto". Ciascuno di noi ha sentito sulla propria schiena i brividi di quelle parole terribili. E’ la latenza, è qualcosa però con la quale noi dobbiamo fare i conti. Il caso di Tullio Faggian, visitato dai consulenti con una diagnosi generica, è morto pochi mesi dopo di un angiosarcoma che nessuno aveva visto, pochi mesi prima. Credo che la latenza sia veramente una delle situazioni più terribili che la medicina offra. Credi di essere sano, svolgi la tua vita, vai avanti, fai dei progetti; no, la latenza ti frega, arrivato ad un certo punto e rapidamente il male ti travolge e, come dice Colombo, sei fatto. E’ terribile, guardate, la latenza, ma con la latenza dobbiamo fare i conti. Martinez a pagina 3 della sua relazione ci dice: "I tempi di latenza - media ventinove anni, nel range tra diciotto e quarantatré anni - della comparsa del tumore sono coerenti con quelli segnalati da tutta la letteratura mondiale", media ventinove anni. E guardate che è lui stesso che ci induce a non fare confusione sul termine latenza, è lui stesso perché poco prima ci parla del tempo di esposizione, media diciotto anni, è in accordo coi tempi segnalati dai vari autori, distingue chiaramente ciò che è esposizione da ciò che è latenza. Non bisogna confondere questi due problemi. Latenza presuppone una patologia già indotta; il tempo di esposizione è cosa tutto affatto diversa e non confondibile. Ma credo che su questo punto anche le parole del Pubblico Ministero ci soccorrano in qualche modo e dicano una parola, credo definitiva. Dice il Pubblico Ministero, leggo a pagina 24 della sua requisitoria: "A tale proposito, a proposito di questi angiosarcomi, è necessario ricordare che la latenza media degli angiosarcomi nella corte europea è di ventidue anni, nella corte italiana è di ventisette anni, mentre la latenza può raggiungere quaranta e più anni". Questa indicazione del Pubblico Ministero sostanzialmente mi esime dal ricercare ulteriore conforto nella letteratura. Lo stesso Martinez, abbiamo visto che su questo punto non c’è disaccordo né voce isolata alcuna. La latenza media per la corte italiana è di ventisette anni e può raggiungere anche i quarant’anni, sono tutti d’accordo su questo, sono tutti d’accordo. Allora, se si cerca di individuare una legge di copertura, possiamo dire di averla trovata. Sono tutti d’accordo. Se il Tribunale accetterà per dimostrato questo postulato che, devo dire, insieme accusa e difesa propongono, cioè che la latenza media è di ventisette anni e oltre, io credo che il Tribunale abbia un altro tassello per giudicare perché ha un tempo stimato, universalmente accettato, tra l’induzione della malattia e il suo manifestarsi, ventisette anni e più. Vedete, noi non possiamo, non abbiamo nessuno strumento che in concreto ci consenta di accertare in corpore qual è il momento dell’induzione della malattia, non esiste nessuno strumento. Possiamo formulare delle ipotesi, ma, vedete, le ipotesi non sono tutte uguali. Ci sono ipotesi legittime e ci sono ipotesi meno legittime e fra tutte vi sono ipotesi che traggono la loro legittimità dalla legge, la legge scientifica di copertura, questa è l’ipotesi che occorre privilegiare.

Tra molte incertezze, fra molti dubbi, questo processo offre un’altra certezza: ventisette anni e più di latenza per l’angiosarcoma. Vedete, il confronto allora, se lo vogliamo fare con i nostri casi, è presto fatto. Dopo aver cancellato dal capo d’imputazione i casi di Agnoletto e Simonetto, addirittura antichi, ma sono molto molto lontani nel tempo anche i momenti di induzione della malattia che riguardano gli altri casi, proprio in ossequio e in rispetto a questa legge scientifica di copertura sulla quale non ho sentito voce di dissenso alcuna. Possiamo dire con grande serenità che quelle basse dosi successive, dall’aprile del ‘74 in poi, fino alla morte dei singoli lavoratori, non possono avere avuto alcuna efficacia causale perché i tempi di latenza media ci portano ben oltre quel termine, quel termine che abbiamo visto essere e aver raggiunto l’unanimità dei consensi. Allora, il Tribunale si trova di fronte fortunatamente almeno a tre certezze. La prima: tutti i casi di cui abbiamo discusso riguardano lavoratori con esposizioni elevate o elevatissime dagli anni Cinquanta fine al dicembre del 1973. Martinez valuta queste posizioni da 3.600 a 10 mila parti per milione. La seconda certezza: tra il tempo di induzione della malattia e il suo manifestarsi trascorrono almeno ventisette anni.

Terza certezza: le dosi minime successive al 1974 documentate in concreto sia dai consulenti dell’accusa che da quelli della difesa non avrebbero avuto alcuna capacità di indurre l’angiosarcoma. Si tratta di certezze tutte queste documentate e dimostrate. Qualunque tipo di soluzione si volesse dare al problema, una cosa è certa, che queste valutazioni, queste certezze devono essere rispettate, perché, vedete, se no andremmo a dire delle cose che francamente ci renderebbero incomprensibili di fronte agli imputati di fronte ai quali dobbiamo in qualche modo rispondere. Dovremmo dire che quelle esposizioni elevatissime fino al 1973, per carità di Dio, non hanno avuto alcuna efficacia, che sono stati esposti per decine di anni a migliaia di parti per milione, forse non cumulative, ma che non hanno avuto nessuna efficacia. E dovremmo spiegare ai nostri imputati che invece il loro comportamento che li ha esposti per 1, 3, 5 parti per milione nel periodo più antico del loro lavoro, quelle sì hanno avuto un’efficacia causale. Dovremmo dirgli queste cose e dovremmo dirgli anche che no, sì, forse ventisette anni è la media, lo dice una quarantina di scienziati, ma cosa vuol dire questo? Per noi sono sei anni, sono dieci, sono quindici. No, non lo possiamo dire, di fronte a questi signori dobbiamo rispettare quello che la legge scientifica ci dice. Vedete, io poi ho sentito parlare anche di altre cose, c’è chi dice: "Beh, ma queste cose qui hanno aggravato la malattia dopo", oppure: "No, sono dosi di mantenimento". Allora io vi dico con grande serenità: sono sciocchezze di cui non desidero preoccuparmi perché noi abbiamo già gravi problemi, il problema principale è quello di distinguere il dimostrato dall’indimostrato, non possiamo seguire anche le sciocchezze. E allora io credo che con grande serenità noi possiamo dire che nel rispetto totale di quanto ci hanno spiegato i consulenti con grande fatica e per lungo tempo quegli angiosarcomi che abbiamo visto e che abbiamo rilevato nella corte di Porto Marghera e che sono l’oggetto principale del nostro processo, ebbene, non sono attribuibili causalmente alle esposizioni successive al 1974 e soprattutto non sono causalmente eventi in qualche modo ricollegabili ad una condotta colposa degli imputati che sono davanti a voi per essere giudicati.

Mi sono chiesto se non valesse la pena di fare un piccolo accenno anche ad un’altra tematica e porto via poco tempo al Tribunale, ma mi corre l’obbligo di farla. Riguarda in generale le altre patologie ma più specificamente sulla materia degli epatocarcinomi. Il Tribunale già conosce qual è la tesi della difesa, il professor Colombo, il professor Lotti, il professor Callea hanno documentalmente sostenuto che il cloruro di vinile non è in grado di indurre il carcinoma epatocellulare, che si tratta di una patologia tutto affatto diversa che non è in alcun modo riconducibile alle esposizioni e questa affermazione che poggia su documentazione, dimostrazione e quant’altro resta per noi ovviamente il caposaldo della nostra difesa, devo dire confortati dalle risultanze epidemiologiche, soprattutto quelle di Porto Marghera, in concreto quelle di Porto Marghera. Credo che effettivamente di fronte a tutti questi rilievi sia assai difficile ricollegare l’eziologia di questa patologia all’esposizione del cloruro di vinile. Molto difficile anche per due ragioni di fondo, la prima è che qui dal punto di vista epidemiologico ricercare una corte di tipo geografico–industriale è molto difficile vista la grande diffusione che ha purtroppo questa malattia; il secondo punto è la necessità di raffrontarsi con eziologie certe, perché a differenza dell’angiosarcoma quando parliamo delle altre forme tumorali del fegato noi abbiamo eziologie certe che nel tempo la scienza ha individuato come cause ineludibili, con assoluta precisione, con assoluta certezza. Mi riferisco ovviamente a tutte le forme di epatite B e C, all’alcool e a quant’altro, quindi diventa molto molto più difficile anche solo ipotizzare un’influenza dell’esposizione di cloruro di vinile a questo tipo di patologia. Ma devo dire che accanto a queste semplici valutazioni sono poi in questo tema i riscontri che sono stati fatti in corpore vivi, i riscontri di carattere istopatologico. Qui abbiamo i vetrini, qui il professor Callea, devo dire, con una straordinaria abilità e senza, per la verità, essere contraddetto dai consulenti, dal professor Ruge e dagli altri consulenti dell’accusa, ha identificato esattamente le patologie. Che risultati vi ha proposto? Vi ha proposto un risultato fondamentale che nel terreno circostante la lesione tumorali non si sono mai ravvisate in nessun caso quelle lesioni tipiche del cloruro di vinile, quelle lesioni che abbiamo imparato tutti a conoscere: l’iperplasia che ha dato luogo ad atipie, la dilatazione dei sinusoidi, la peliosi. Nessuna di queste lesioni è stata rintracciata nei vetrini disponibili sull’epatocarcinoma oggetto del processo. E ci ha spiegato anche il professor Callea con molto semplicità, devo dire, che il cloruro di vinile induce lesioni nei tessuti endoteliali, non nei tessuti epiteliali.

Insomma, una serie di giustificazioni per cui io credo, anche sentite le chiarissime giustificazioni che il professor Alessandri vi ha portato l’ultima volta con dovizia di letteratura, contrastando punto per punto le testi dell’accusa, io credo che questa sia la nostra tesi, certamente la nostra tesi principale. Però accanto a questa tesi principale non possiamo non tacere anche altre osservazioni che mi sembrano significative, osservazioni che ulteriormente allontanano dai nostri imputati le accuse di omicidio colposo per queste patologie. E’ sufficiente seguire un po’ la traccia del discorso che abbiamo fatto, per la verità, per l’angiosarcoma, perché? Perché in primo luogo l’ambiente di lavoro è sempre il medesimo, non cambia col cambiare delle patologie. Fino all’aprile 1974 o, se volete, fine al dicembre 1973 le esposizioni a cloruro di vinile sono state elevatissime e dopo sono crollate, è un dato ineludibile. Solo per un accenno, ho sentito una tesi veramente incredibile, si è detto: "Ma certo che sono crollate, però, sapete, sono crollate non perché sono stati bravi i dirigenti della Montedison, non per i lavori intervenuti, non per la modifica degli impianti, sono crollati perché sono stati utilizzati dai diversi sistemi di monitoraggio", bravo, e poi li approvi. Vuol dire allora non già che il problema si trasforma dalla causa alla colpa, ma vuol dire che evidentemente anche prima i rilievi invece di essere più alti erano più bassi, dimostra solo questo una ipotesi di questo genere. Ma tralasciamo per un momento questo aspetto. L’ambiente di lavoro è certo che non cambia, è lo stesso per i lavoratori che furono colpiti dall’angiosarcoma ed è lo stesso per quelli che furono colpiti dall’epatocarcinoma. Si tratta di un ambiente di lavoro che ha conosciuto dopo il marzo ‘74 esposizioni molto ma molto inferiori rispetto a quelle del periodo precedente.

Devo dire che il professor Martinez nella sua relazione dice sostanzialmente delle cose che in qualche modo confortano questa tesi, mi riferisco per esempio alla famosa tabella 4 di pagina 8, che è stata – credo - utilizzata anche da altri difensori, perché individua nella prima categoria di esposizione da 0 a 300 parti per milione il cosiddetto rischio 1 e poi nella categoria intermedia individua invece un rischio diminuito a 0,49. Voi conoscete questa tabella, sapete anche cosa vuol dire questa tabella. Vuol dire che se c’è un rischio relativo 1 a 0 - 300, da 301 a 1.650 c’è una diminuzione del rischio, si va a 0,49. E che cosa vuol dire diminuzione del rischio? Vuol dire effetto protettivo, una scemenza, insomma, lo diciamo tutti, no? Vuol dire che con i numeri tu puoi costruire qualunque cosa, perché credo che neanche il più incallito dei difensori qui possa dire che l’esposizione a cloruro di vinile possa avere nell’esposizione intermedia un effetto protettivo, insomma. Questa tabella vale probabilmente come il due di picche a briscola. Ma il problema che si pone è un altro, perché se voi osservate con attenzione nella casella lavoratori tra 0 e 300 c’è un numero 2 e nella successiva categoria da 301 a 1.650 c’è un numero 1. Io vi dico con estrema franchezza che quando ho visto questi numeri mi sono preoccupato. Lasciamo stare la tesi principale, lì sta scritto che a basse esposizioni, da 0 a 300, ci sono due casi; qui ce n’è uno, questo mi ha preoccupato e allora sono andato a vedere di cosa si trattava. Fortunatamente nella stessa relazione che ha la pretesa di avere valore assoluto, non solo relativo, ci sono i nomi di quei signori che là sono indicati 2 e 1. Andato a vedere di cosa si trattava ho potuto osservare che si tratta dei signori Sergio Vianello, Luigino Griggio e Primo Giacometti, sono questi i tre lavoratori che sono indicati espressamente come esposti a basse dosi ed esposti a medie dosi. Però qual è il problema? Il primo, il signor Vianello Sergio, è un signore che è stato assunto negli anni Sessanta ed è stato addetto ai forni elettrici, che col cloruro di vinile non c’entrano assolutamente nulla, quindi non è un signore esposto ad una basa dose, come si dice lì, è un signore semplicemente non esposto, è un signore che non c’entra assolutamente nulla con l’esposizione al cloruro di vinile. Tant’è che, devo dire, con grande onestà è stato poi depennato, non esiste neanche più nel capo d’imputazione, voglio dire, alla salute del professor Martinez che l’ha messo a fondamento dei suoi rilevi con efficacia protettiva del cloruro di vinile. La verità è che anche per gli altri due la situazione non cambia, perché? Perché Primo Giacometti, che lì viene inserito fra i bassi esposti, è un signore che è stato colpito, poverino, da una micidiale infezione di epatite C. E’ morto per questo, una micidiale infezione di epatite C. Mi volete dire che cosa c’entra la bassa esposizione a cloruro di vinile con un portatore cronico di epatite C che muore di quello? Assolutamente nulla. E quindi di quei tre casi almeno due se ne vanno. Il terzo è un signore che aveva dichiarato di bere più di 2 litri di alcool. Io non voglio fare questo discorso, lo dico solo perché ha degli aspetti clamorosi e mi preme di segnalarveli. Questo signore è stato ricoverato per una miocardite alcolica. E’ possibile che ci sia una relazione fra la miocardite alcolica e il cloruro di vinile? No, questo non è mai stato detto, fortunatamente, quindi è un signore portatore di patologie che derivano da un’eziologia ben precisa, mi dispiace ma è così.

Ma io non volevo discutere queste cose, vi dico perché ha degli aspetti clamorosi. Qual è l’aspetto clamoroso? L’aspetto clamoroso arriva alla pagina 10 della relazione del professor Martinez, che dopo averli infilati lì dentro in quella tabella con quei risultati così aberranti che abbiamo visto, sapete che cosa ci dice nelle sue conclusioni? Ci dice: Tizio, Caio e Sempronio hanno avuto la patologia con esposizione causale da cloruro di vinile; Medio, Marco e Giovanni hanno avuto un’esposizione concausale da cloruro di vinile; invece per i pazienti Gacometti Primo, Griggio Luigino e Vianello Sergio, proprio con quei tre non so cosa c’entri il cloruro di vinile, questo vi dice il redattore di quella tabella. Prima prendi i tre casi e due pagine dopo li sconfessa completamente, perché così dice. La coerenza è sicuramente un attributo opzionale sconosciuto dal professor Martinez perché quella tabella, come vi dicevo prima, non vale assolutamente nulla. Qual è la conclusione che si può trarre da queste semplici considerazioni? E’ che anche per quanto riguarda le patologie terze rispetto all’angiosarcoma, le patologie neoplastiche del fegato terze rispetto all’angiosarcoma, non c’è nella corte di Porto Marghera, anzi, chiedo scusa, nei casi nostri, nessun esposto sotto la soglia di 1.651 parti per milione cumulative. E’ lo stesso consulente, voglio dire, poi tutto deve avere una sua logica, dobbiamo restare entro binari e dentro questi binari discutere. Sto parlando dello stesso consulente che nella corte di Porto Marghera sostiene che nella cirrosi non c’è nessun eccesso per quanto riguarda i consumi di alcool. Addirittura... non so se ne ho fatto un lucido, probabilmente no. Per quanto riguarda invece gli epatocarcinomi ci sarebbe addirittura... non credo che abbiamo più un altro lucido ma se c’è è veramente interessante, ecco, si tratta di questo... no, non è questo, non lo abbiamo più, però ve lo dico, è la tabella 5 di pagina 8 della relazione Martinez, che dice una cosa veramente incredibile sull’epatocarcinoma, cioè che da 0 a 60... ma forse ve l’ha già detto il professor Alessandri, non faccio che ripeterlo, ma la cosa è troppo clamorosa, vale la pena di ripeterlo: per un consumo da 0 a 60 grammi alcool/die si fissa il rischio relativo 1; da 61 a 120 si passa a 0,58 e da 120 grammi e altro si passa a 0,49, insomma, più bevete e più siete protetti, questo è quello che ci dice. Insomma, devo dire che quanto alle esposizioni questo professor Martinez probabilmente deve fare un piccolo ripassino delle sue relazioni.

Ma il problema è anche un altro, perché noi abbiamo parlato di esposizioni e dobbiamo a questo punto fare un ultimissimo – ma vi porto via solo qualche minuto - accenno alle latenze dell’epatocarcinoma perché abbiamo detto: "Vediamo se c’è un parallelo rispetto all’angiosarcoma". Abbiamo visto che c’è rispetto alle esposizioni perché non abbiamo esposizioni a basse dosi; vediamo che cosa succede per quanto riguarda la latenza. Ecco che cosa ci dice l’ineffabile Martinez: "Tutti i lavoratori colpiti dalla malattia hanno una media dalla prima esposizione pari a ventotto anni" e abbiamo capito che non stiamo parlando di latenza, però poi dice: "Un tempo di latenza medio dalla prima esposizione pari a trentun anni". Abbiamo una latenza per questo tipo di neoplasia del fegato forse superiore ancora a quella dell’angiosarcoma. Per la verità al problema ha dimostrato grande sensibilità il Tribunale, ricordo quando ha sentito Simonato il 12 luglio del 2000, perché a domanda del Presidente che chiedeva un rapporto fra la latenza dell’angiosarcoma e la latenza dell’epatocarcinoma rispondeva: "Non mi sembra che ci siano grosse differenze fra le due patologie, siamo sempre in periodi un po’ lunghi. Probabilmente bisogna avere ancora molti più casi per i lunghi periodi di follow - up oltre i trent’anni". "Quindi - insiste il Presidente - i periodi di latenza stimati mediamente quali sono?", risposta: "Venti, trent’anni", insistenza del Pubblico Ministero: "In qualche caso si arriva anche a cinquant’anni". Cosa volete di più? Se il Pubblico Ministero ci dice cinquant’anni gli crediamo. Voleva rafforzare la tesi del suo consulente che si era fermato a trenta, ci mettiamo pure i cinquanta. Ecco, questa è la tesi sulla latenza. Allora, vedete, il discorso finisce qui. La nostra tesi è l’impossibilità che il cloruro di vinile possa creare lesioni nel tessuto epiteliale. Su questa tesi restiamo fermi nella convinzione e nella serenità di quello che i nostri consulenti ci hanno riferito. Ma se anche si volesse per mera ipotesi formulare un postulato di una possibile associazione del cloruro di vinile agli epatocarcinomi, allora questo postulato dovrebbe avere due attributi: primo che ci sono state esposizioni a elevatissime dosi di cloruro di vinile, secondo che si tratterebbe comunque di esposizioni antichissime. Si tratterebbe di caratteristiche, solo di caratteristiche di questo postulato che ci portano molto ma molto lontani dalla condotta degli imputati che voi dovete giudicare, molto lontani dalla loro opera, molto lontani dai loro comportamenti, dalle loro consapevolezze e dalle loro responsabilità.

Grazie, signor Presidente, io ho finito.

 

Presidente: grazie a lei. Chi vuole prendere la parola?

 

AVVOCATO LANFRANCONI

 

Avvocato Lanfranconi: signor Presidente, signori Giudici del Tribunale, accogliendo il vostro invito a trattare le posizioni soggettive prediligendo il criterio cronologico abbiamo cercato di iniziare, organizzare gli interventi principiando dall’esame delle posizioni di quei soggetti che per primi a partire dagli anni Settanta hanno ricoperto all’interno della Montedison quei ruoli giudicati dal Pubblico Ministero come significativi rispetto ai fatti contestati. Quindi affronterò la posizione di Emilio Bartalini, l’anima nera di questo processo, così è stato definito dalla pubblica accusa, e affronterò anche per evidenti ragioni pratiche, non più temporali, purtroppo, le imputazioni mosse ad altri tre imputati: Morione, Fabbri e Marzollo. Di Bartalini si è già detto molto, ne hanno già parlato il professor Alessandri, l’avvocato Accigni e l’avvocato Baccaredda, a me quindi non resta che tirare le fila di discorsi già fatti. Di Bartalini ha parlato molto anche il Pubblico Ministero ritenendolo evidentemente il personaggio più compromesso se con un unico capo d’imputazione, perché Bartalini risponde solo del primo capo d’imputazione, si è richiesta una condanna a dodici anni di reclusione e ciò nonostante questo ruolo primario non apparisse immediatamente evidente nemmeno al Pubblico Ministero che solo dopo tre audizioni come persona informata sui fatti si decise a convocare Bartalini come indagato.

Ma conviene principiare dal ruolo ricoperto da Bartalini all’interno della Montedison. Secondo l’allegato A del decreto che dispone il giudizio Bartalini è chiamato a rispondere quale responsabile del servizio sanitario centrale della Montedison dal 1965 al 1979 e successivamente fino al marzo ‘83; marzo ‘83 come consulente medico esterno della Montedison stessa. Sul punto solo una precisazione: quanto riportato corrisponde a quanto dichiarato da Bartalini nel corso del suo interrogatorio del luglio del ‘96, nel corso del quale peraltro veniva evidenziato come dall’80 all’83 ebbe l’incarico di consulente medico esterno della Montedison per occuparsi degli enti di assistenza sanitaria degli impiegati e dei dirigenti della Montedison, quindi un ruolo all’evidenza del tutto estraneo ai fatti contestati. E a conferma di ciò si consideri che a partire dal 1979, dal maggio del ‘79, responsabile di medicina e igiene del lavoro verrà nominato Mattiuzzi e, come ricordato da Mattiuzzi stesso in quest’aula, Bartalini scompare dalla scena. E’ emerso in dibattimento quale fosse il ruolo e la natura del servizio sanitario centrale, che era una funzione esclusivamente di staff, non di linea e come tale aveva solo una funzione di appoggio e di consulenza sugli aspetti medici a favore dell’intero all’intero gruppo Montedison, Giudice ad esempio in questo senso all’udienza dell’11 aprile. Né diversamente poteva essere se per definizione l’attività del medico è un’attività tipicamente ed esclusivamente professionale contrassegnata da un alto grado di libertà intellettuale incompatibile con l’assoggettamento ad imposizioni derivanti dal modus procedendi delle struttura gerarchica. Storicamente va poi ricordato che all’epoca dei fatti facevano capo a Montedison circa 150 unità produttive, alcune delle quali con migliaia di dipendenti e quindi è evidente che in una situazione di questo genere l’organizzazione sanitaria non poteva che essere com’era, capillare e autonoma. Quindi costituite le strutture sanitarie interne di ciascuna unità, preposti i medici e il personale locale, disposti i controlli, dal responsabile centrale del servizio sanitario di sede qualsiasi ulteriore attività era assolutamente inesigibile. Fra l’altro Bartalini sostituì in rapida progressione ai medici generici che si trovavano presso i vari stabilimenti tutti i medici specializzati in medicina del lavoro, dei quali promosse anche il perfezionamento della qualità professionale attraverso la partecipazione a congressi, attraverso miglioramenti di carriera e incentivi economici.

Per i fatti di questo processo Bartalini scelse il medico ritenuto allora più qualificato, il dottor Giudice, che arrivò da Brindisi, fu aumentato progressivamente l’organico, fu fatta ex novo l’infermeria, tanto che un teste - Lombardi – riferisce che la struttura era una struttura all’avanguardia nel campo della medicina del lavoro e fu oggetto anche di ripetute visite da parte di persone qualificate. Quindi una prima e brevissima conclusione, considerazione si può trarre. Il servizio sanitario centrale aveva una funzione di staff, non era operativo e non era in grado di dare indicazioni che fossero vincolanti, solo consigli e assistenza sulle problematiche mediche non solo di Porto Marghera ma di tutto il gruppo Montedison, ciò che del resto trova ulteriore conferma nelle stesse determinazioni processuali del Pubblico Ministero che non ha ritenuto, a ragione, di coinvolgere in questo procedimento il successore del dottor Bartalini, il dottor Mattiuzzi. Ma vediamo quali sarebbero state le condotte che Bartalini avrebbe dovuto ottenere e invece non ha ottenuto, secondo l’accusa, enucleandole dai numerosi addebiti che il Pubblico Ministero ha formulato nel primo capo di imputazione e che evidentemente non possono essere tutti riferiti al professor Bartalini dato il ruolo da lui ricoperto. La prima e più rilevante accusa riguarda l’ormai noto tema dell’epoca di conoscenza della tossicità e della cancerogenicità del CVM, il tema del famoso complotto del mondo industriale per mantenere il segreto su questa conoscenza.

Il tema è già stato ampiamente trattato dai consulenti della difesa e dai difensori che mi hanno preceduto e quindi procedo in modo molto sintetico. La tesi del complotto si fonda su un totale stravolgimento della realtà storica, da un lato ricorrendo ad una francamente inverosimile anticipazione delle conoscenza sugli effetti tossici del CVM e dall’altro cercando di anticipare la conoscenza degli effetti cancerogeni dello stesso. Non torno sugli studi di tossicità del CVM, sono del tutto irrilevanti rispetto ai fatti oggetto di imputazione. Gli studi sugli effetti acuti del CVM. Come risulta peraltro dalla revisione della letteratura fatta dallo stesso Viola nel lavoro sulla malattia da cloruro di vinile, e parlo della bozza dell’estate del ‘70, diversi degli studi citati dal Pubblico Ministero mettevano invece in evidenza, proprio sulla bassa delle esposizioni, dei risultati delle esposizioni acute la bassa tossicità del CVM, tanto da proporne l’uso come anestetico. Cito come esempi Patti ed altri del ‘30, parlavano di tossicità più bassa del cloroformio; Liman nel ‘43 condivideva questo suggerimento rilevando come il cloruro di vinile fosse rapidamente eliminato dall’organismo e come gli animali ripetutamente narcotizzati non mostrassero segni di lesioni organiche apprezzabili.

Sul fronte invece della datazioni della conoscenza circa la cancerogenicità del CVM, il Pubblico Ministero ha cercato di anticiparla, contro ogni evidenza, facendo riferimento ad uno studio epidemiologico della Dow Chemical, che sin dal ‘61 avrebbe accertato e messo in evidenza effetti cancerogeni, studio che sarebbe stato occultato fino al 1975 dopo lo scoppio del caso Gudrich. Se anche l’ipotesi di questo studio fosse esistita, non si vede quale rimprovero possa essere mosso al Bartalini per non averlo conosciuto visto che, come ha ricordato lo stesso Pubblico Ministero, questo studio in ipotesi sarebbe stato tenuto nascosto dall’industria americana. Ma vorrei aggiungere qualcosa di più, l’ha già ricordato il professor Alessandri: uno studio epidemiologico di Torkeson del 1961 non esiste. C’è uno studio della Dow Chemical pubblicato nel ‘75, dopo quindi lo scandalo Gudrich, di follow - up 1960 - 1973 di una corte di lavoratori esposta tra il 1942 e il 1960. Ma allora vorrei chiedere: se oggetto di questa indagine è il rilevamento della situazioni sanitaria di alcuni lavoratori tra il ‘60 e il 1973, come poteva essere già disponibile questo documento nel 1961? Questo dato temporale mi pare conclusivo, tale anche da superare qualunque altra evidenza. Il Pubblico Ministero cita un documento del ‘73 nel quale sarebbe contenuta la prova documentale di questo occultamento. Io il documento non l’ho trovato, probabilmente ho cercato male, ma comunque non poteva essere questo documento della Dow Chemical del 1961.

Secondo il Pubblico Ministero poi Viola avrebbe avuto l’intuizione che il CVM fosse cancerogeno già nel 1966-1967 e che tale circostanza sarebbe stata confermata dallo stesso Viola nella riunione dell’aprile del ‘74 all’Istituto Superiore di Sanità e nella bozza del libro di Viola nell’estate del ‘70. Ma vediamo allora, documenti alla mano, quali fossero queste intuizioni di Viola. Fra i documenti che il Pubblico Ministero ha depositato nel luglio del ‘99 e quelli della rogatoria internazionale troviamo il verbale di una riunione dell’MCA del 6 maggio del ‘71, alla quale partecipò anche Viola, dove viene riferita la sorpresa di Viola nel rilevare effetti cancerogeni nel corso di uno studio che era nato per verificare se la crostolisi osservata in alcuni autoclavisti fosse causata dal CVM. Ma c’è qualcosa d’altro. Nella bozza dell’estate del ‘70 sulla malattia da cloruro di vinile, e quindi una bozza che da un punto di vista storico è successiva al convegno di Houston, non c’è traccia di effetti cancerogeni nel cloruro di vinile. Il passaggio che si legge è il seguente: "Nella nostra ricerca non abbiamo trovato modificazioni significative della tiroide, dei reni, dell’apparato cardiocircolatorio, né modificazioni funzionali di altri organi, né, ciò che più conta, una maggior incidenza di forme neoplastiche. Concentrazioni inferiori a 150 PPM non sono certamente pericolose perché è stato possibile stabilire che in due impianti di polimerizzazione nei quali la concentrazione di CVM nell’aria non ha mai superato questo valore in circa vent’anni di attività non si sono mai osservati disturbi funzionali né lesioni organiche tra gli operai. Fra 150 e 200 PPM esiste un ragionevole margine di sicurezza perché i disturbi del sistema nervoso e i disturbi del tratto digerente diventano evidenti, come confermato dalla maggioranza degli autori, quando il cloruro di vinile è ben percepibile con l’olfatto e la soglia olfattiva varia fra gli 8.000 e i 10.000 PPM". Ancora nell’aprile del ‘74, dopo le indagini di Maltoni e dopo lo scoppio del caso Gudrich, Viola si dimostra ancora poco convinto della cancerogenicità del CVM sull’uomo.

In questo senso è illuminante proprio il verbale di questa riunione del 17 aprile presso l’Istituto Superiore di Sanità. Nel corso di questa riunione si dice che Viola chiede di fare un consuntivo delle conoscenze, ricorda che dal ‘64 in avanti furono riportati casi di lesioni ossee, che nel ‘69 a Tokyo la malattia fu indicata con il nome di acrostolisi e Viola spiega perché a Tokyo nel ‘69 non ha parlato di effetti cancerogeni: per necessità di ulteriori accertamenti e per titubanze di ordine soggettivo in quanto non si riteneva la sperimentazione sugli animali capace di dimostrare una cancerogenicità anche per l’uomo. Nel passaggio successivo di questo verbale si legge che, rispondendo ad una serie di chiarimenti, Viola indica che le possibili alterazioni al fegato provocate da CV sono poco chiaramente dimostrabili in quanto ci sono fattori alimentari che influenzano il fenomeno, che l’acrostolisi viene prodotta in seguito ad esposizione a concentrazioni di CV molto alte, 5.000 PPM. Viola dice che al di sotto di 500 PPM non si nota alcun disturbo, ma soprattutto dice che avendo tenuto in osservazione due gruppi di operai, uno di 300 e uno di 200, precisa che la malattia da CV sia da ricondursi soltanto alle lesioni ossee – all’acrostolisi quindi – osservabili soltanto concentrazioni alte. E allora, contrariamente a quanto affermato dal Pubblico Ministero, dalla lettura di questo documento appare un Viola ancora molto titubante a parlare di effetti cancerogeni del CVM, ancora convinto nel 1974 che gli effetti sull’uomo siano limitati all’acrostolisi e questo proprio a seguito dell’indagine da lui condotta sugli operai. E’ un’indagine che l’aveva convinto che non ci fossero effetti di neoplasie e che concentrazioni sotto i 500 PPM fossero sicure. Questo e solo questo è quello che pensava e diffondeva Viola. Ma allora se gli studi di Viola non erano altro che un campanello d’allarme sugli effetti cancerogeni del CVM sugli animali, bisogna necessariamente richiamare per flash gli avvenimenti più significativi che portarono all’acquisizione di tale conoscenza. Viola nel tentativo di riprodurre l’acrostolisi negli animali avviò un esperimento a dosi massicce, parliamo di 30.000 PPM, e descrisse delle lesioni che interpretò come analoghe all’acrostolisi nell’uomo. I risultati di questo studio furono poi pubblicati nel ‘70 e qui non c’è menzione di effetti cancerogeni del CVM. Nel ‘69 c’è il congresso di Tokyo, viene definita la malattia da CV, l’acrostolisi. Nel maggio del ‘70 il convegno di Houston, Viola espone i suoi risultati e l’Abstract conclude dicendo: "Nessuna implicazione per la patologia umana può essere estrapolata dal modello sperimentale riportato in questo documento", questo l’avete sentito numerosissime volte. Nel 1971 Viola pubblica il suo lavoro sui risultati Houston. Tra il ‘70 e il ‘71 Bartalini parla di Viola a Maltoni. A Maltoni era completamente sfuggito il lavoro di Viola. A seguito delle segnalazioni di Viola e del riesame dei campioni di Viola operato da Maltoni, Bartalini incarica Maltoni e una struttura pubblica – l’Istituto di Oncologia di Bologna - di fare un’indagine scientificamente inoppugnabile e compiuta da un’autorità indiscussa e che tale fosse Maltoni è emerso più volte in dibattimento e negli atti della rogatoria internazionale, dove più volte si trovano passaggi di elogio per il lavoro di Maltoni. Quindi, dicevo, un’indagine scientifica inoppugnabile perché, come è emerso da più fonti in questo dibattimento – Maltoni, Viviani, Garlanda e da ultimo anche Bartalini - il lavoro di Viola risentiva di notevoli limiti, era eccessivamente grezzo e questo non solo per le alte concentrazioni utilizzate che lo rendevano privo di qualunque significato rispetto alle concentrazioni presenti negli ambienti di lavoro, ma anche per tutta una serie di debolezze metodologiche. E che fosse necessario uno studio approfondito e condotto secondo metodologie appropriate risulta pacificamente anche da numerosi documenti proprio della rogatoria internazionale. L’esperimento di Maltoni cominciò il 2 luglio del ‘71 e sarebbe dovuto durare circa tre anni. E’ Maltoni che ricorda come proprio l’Istituto di Oncologia di Bologna era noto per questa caratteristica perché si riteneva metodologicamente più corretto e rigoroso seguire l’animale per tutto il corso della sua vita per poter avere una visione più completa degli effetti dell’esposizione. Quindi i primi risultati di questo studio sarebbero stati disponibili in forma grezza solo nell’estate del ‘74, mentre la relativa elaborazione e le conclusioni sarebbero state ragionevolmente disponibili qualche mese dopo. E non è certo adottando un protocollo standard che i tempi di ricerca si sarebbero drasticamente ridotti. Prevedendo infatti uno studio di ventiquattro mesi i primi risultati sarebbero stati disponibili solo nel luglio del ‘73 e l’elaborazione statistica di questi dati avrebbe reso disponibili i risultati finali solo all’inizio del ‘74 e considerando l’incalzare degli eventi l’opzione per tale modello di ricerca non si sarebbe tradotta in una maggior tempestività della notizia sulla cancerogenicità del CVM. Il 10 ottobre del ‘72 a sessantasette settimane dall’inizio della sperimentazione Maltoni invia una nota scritta alla Montedison e agli altri sponsor nella quale segnala che otto degli animali erano deceduti per angiosarcoma epatico; fra questi otto vi era un angiosarcoma a 250 PPM. Nell’aprile del ‘73 il convegno di Bologna; Maltoni comunica la notizia dell’angiosarcoma al fegato su un ratto a 250 PPM. Quindi nell’aprile del ‘73, ad esperimento ancora in corso e in assenza di indicazioni sulla cancerogenicità per l’uomo, perché il caso Gudrich è successivo, si ha la diffusione dei risultati di Maltoni. E’ lo stesso Istituto Superiore di Sanità che conferma questo dato. Nella nota del 24 giugno ‘96 indirizzata al dottor Casson si legge testualmente: "La comunità scientifica e con essa le Autorità sanitarie furono informate di questi risultati in occasione del congresso di Bologna", un congresso, appunto, internazionale che si tenne nell’aprile del ‘73. Fine ‘73-inizi ‘74, scoppia il caso Gudrich; marzo ‘74, subito dopo la segnalazione della Gudrich i dati dello studio di Maltoni vengono pubblicati, benché lo studio non sia ancora ultimato, perché evidentemente ad un certo punto Maltoni si rende conto che i dati che stavano emergendo erano inequivocabili e avevano trovato una conferma nella segnalazione Gudrich. 15 febbraio ‘74, Maltoni si presenta all’OSHA, non c’erano ancora angiosarcomi a 50 PPM. E’ del giugno del ‘74 il telegramma con cui Maltoni segnala di aver trovato questi tumori all’OSHA.

Questa quindi è la scansione temporale degli eventi sulla quale va misurata l’accusa della segretezza e del complotto dell’industria a danno dei lavoratori. Per sostenere questa accusa il Pubblico Ministero ha dedicato una disamina molto particolareggiata ai documenti della rogatoria internazionale, documenti che sarebbero a suo dire estremamente significativi perché partono dagli anni Cinquanta, negli anni Sessanta e ci danno contezza di come le aziende fossero preoccupate ben prima del ‘70 e ‘72 dei risultati dell’indagine sul CVM: questo dice il Pubblico Ministero. Scorrendo però questo materiale, ci si accorge subito che i documenti più risalenti, ‘50, ‘60, ‘71, fino all’esperimento di Maltoni, sono del tutto irrilevanti perché attengono inequivocabilmente agli effetti tossici del CVM, non certamente a quelli cancerogeni. Ma vediamo brevemente agli altri documenti. C’è un documento del 16 agosto del ‘72 che è una lettera inviata dalla ECI a nome della società europea, la MCA, per proporre una collaborazione nei programmi di ricerca sul CVM. Si offre di comunicare agli americani il protocollo di ricerca e i risultati sugli esperimenti a condizione che non siano rilevate informazioni sui risultati delle ricerche europee senza il consenso del gruppo europeo. Qui compare il vincolo di riservatezza, le informazioni delle ricerche europee non possono essere divulgate senza il consenso dei europei. C’è un triplice aspetto secondo me da considerare: il vincolo è un vincolo sulle indagini europee senza il consenso degli europei, quindi un vincolo che impegnava esclusivamente gli americani, non gli europei, un vincolo unilaterale, non bilaterale, come forse si sarebbe richiesto nell’ipotesi di un complotto dell’industria, un complotto mondiale. Non c’è un divieto di divulgazione tout court, soltanto un vincolo di divulgare senza il consenso. Nulla si dice circa la natura di tale vincolo e lo scopo di questo vincolo.

Ne ha già parlato l’avvocato Baccaredda, ci tornerò dopo. Ma vorrei chiedere se è così inverosimile che questo vincolo fosse dettato dalla volontà delle industre che finanziavano l’esperimento di mantenere un controllo sulla significatività e sulla validità delle informazioni che venivano diffuse e sotto un altro profilo per assicurarsi la paternità scientifica del lavoro svolto e dei risultati ottenuti, visto fra l’altro che furono proprio gli europei e primo tra tutti Montedison ad aver sentito la necessità di questo accertamento. 19 ottobre ‘72 è datata una lettera di Johnson alla Tecnical Altas Group, nella quale si riferisce che è stato raggiunto un accordo sullo scambio di informazioni con gli europei che Harris dell’Uniroyal potrà incontrarsi con i rappresentanti europei per discutere i risultati preliminari dello studio. Questo incontro con Harris avviene proprio il 19 ottobre a Milano nell’ufficio di Bartalini ed Harris viene anche accompagnato da Maltoni a Bologna, quindi il riscontro documentale è una lettera di Harris alla MCA del 20 ottobre. Il 14 novembre ‘72 c’è il verbale di riunione della Tecnical Altas Group a Washington. Si discute dell’accordo per la collaborazione nelle ricerche e si discute della preoccupazione degli americani per questo impegno di riservatezza, in particolare per la mancata previsione di una durata di questo impegno e per l’eventualità di procedimenti giudiziari nei quali gli americani non avrebbero potuto invocare questo vincolo. Elliot precisa di non poter comunicare i risultati delle ricerche europee perché non era ancora stato assunto da parte di tutti l’impegno alla riservatezza. Questo il verbale ufficiale della riunione, però vi è un altro promemoria su questa riunione redatto da un rappresentante della Chemical Corporation, è un documento del 20 novembre ‘72, dove si rileva che i risultati delle ricerche di Maltoni furono in quella sede informalmente comunicati da Elliot.

Quindi si venne a sapere che Maltoni aveva riscontrato tumori a 250 PPM e fu reso disponibile il protocollo di ricerca di Maltoni, protocollo che era già stato consegnato a Harris durante la sua visita a Bologna. Il 17 gennaio del ‘73 si tiene l’incontro a Bologna fra la MCA, l’ECI, Montedison, Solvay, Romprojil e Maltoni. Al verbale di questa riunione è allegato un resoconto confidenziale dei risultati delle ricerche europee, così come ricevuti da Montedison. Si tratta di una tabella con i risultati a ottantun settimane dall’inizio dell’esperimento e dalla quale si ricava che è stato trovato un angiosarcoma a 250 PPM. Il rapporto instaurato col gruppo europeo viene giudicato eccellente e viene espresso un giudizio molto positivo su Maltoni. Quindi, dopo una prima comunicazione del novembre ‘72, il 17 gennaio del ‘73 gli americani hanno un aggiornamento completo sugli studi di Maltoni a ottantun settimane. C’è poi un promemoria confidenziale da tale Ferguson Aknap della Aleal Chimical del 23 marzo ‘73 nel quale viene riportato un colloquio con Torkenson, il quale si era recato in Italia con un patologo della Dow per verificare i risultati ottenuti da Maltoni nella speranza che fossero stati mal interpretati questi risultati. Si riferisce che la Dow sarebbe molto preoccupata e vorrebbe contattare degli altri produttori di modo che l’industria con il permesso del gruppo europeo possa informare il NIOSH. Qui si riporta proprio in questo promemoria con riguardo alla diffusione delle notizie delle ricerche europee che il mese prossimo ci sarà un seminario sulla carcinogenesi al quale parteciperà anche Maltoni. A questo punto in questo documento c’è un passaggio che è l’unico che cita il Pubblico Ministero e in cui si dice che Maltoni non è autorizzato a discutere le ricerche che sta conducendo per conto del gruppo europeo. Peccato che proprio un mese dopo, come era già indicato in questo promemoria, cioè nell’aprile del ‘73, e non del ‘74, al convegno di Bologna Maltoni presenta una relazione nella quale sono esposti i risultati degli esperimenti col CVM. La tabella pubblicata riporta un angiosarcoma a 250 PPM. Maltoni quindi comunica questi dati e per questo fatto, per averli comunicati prima della conclusione dell’esperimento, fu aspramente criticato dalla comunità scientifica perché, si legge nel verbale d’udienza di Maltoni, è un’operazione che non può essere ritenuta abbastanza rigorosa. Era inusuale, totalmente inusuale dare dei dati prima che l’esperimento fosse concluso. Ma se Maltoni, come anche Bartalini erano la garanzia per il sistema delle industrie, per tenere celati questi dati, come si spiega questa inusualità?

I documenti successivi non mi sembra il caso di ripercorrerli perché rispetto al tema della segretezza attengono tutti all’esigenza di ottenere dagli europei l’autorizzazione ad utilizzare i dati provvisori per includerli fra quelli disponibili da sottoporre all’attenzione del NIOSH e si tratta di dati provvisori, questo è ripetutamente detto. Nell’incontro fra MCA e NIOSH del luglio ‘73 i dati sperimentali di Maltoni vennero comunicati sebbene l’esperimento non fosse ancora concluso. Quindi i fatti dimostrano che gli europei diedero quel consenso, cosa del resto non sorprendente visto che Maltoni aveva già comunicato al mondo scientifico questi dati con il convegno di Bologna. Allora, però, a questo punto vorrei chiedere: che cosa rimane di questo complotto e di questo patto di segretezza? Le informazioni al mondo scientifico sulla cancerogenicità del CVM sugli animali sono state veramente tenute nascoste per essere comunicate soltanto quando non era più possibile evitarlo? Maltoni ha ripetuto più volte che non esisteva nessun patto di segretezza e di non aver ricevuto assolutamente nessuna pressione per ritardare o per tenere nascoste le sue informazioni, ma non è stato creduto dal Pubblico Ministero. Ma sul punto vorrei ricordare una lettera che è già stata citata più volte dai difensori che mi hanno preceduto, una lettera in cui Maltoni in un’epoca certamente non sospetta, perché siamo nel giugno del ‘71, scrive al direttore del Policlinico Sant’Orsola e dice: "E’ la prima volta che in Italia un gruppo industriale – allora era solo Montedison a finanziare gli esperimenti - procede ad una indagine strettamente scientifica per valutare con obiettività i rischi di un suo prodotto e che l’ha affidato ad un istituto dopo che è stato ben chiarito che i risultati non verranno in alcun modo attenuati". La conferma di ciò è propria data dal convegno di Bologna dell’aprile del ‘73. Maltoni ebbe l’appoggio incondizionato di Montedison ad impostare il suo lavoro nel modo più scientifico e rigoroso perché, come ha ricordato anche Bartalini nelle sue sommarie informazioni testimoniali, si giudicavano piuttosto limitati e superficiali i lavori di Viola. Bartalini e Maltoni decisero di non far morire dopo pochi mesi gli animali, ma di aspettarne la morte naturale e tale scelta, come è stato ampiamente spiegato da entrambi, fu fatta al solo scopo di avere una visione completa degli effetti del CVM sugli animali e del resto Maltoni stesso, l’ho già ricordato, riferisce che questa era una prassi dell’Istituto di Oncologia di Bologna. Quindi non fu frutto di un accordo fra le industrie e la scienza per allungare i tempi dei risultati, come si legge fra le righe della requisitoria del Pubblico Ministero quando ricorda che gli studi dell’industria Biotest avrebbero consentito in pochi mesi di avere gli stessi risultati avuti da Maltoni. Sul punto una poca parentesi: Maltoni ha disegnato uno studio in base ad un protocollo accettato e validato all’epoca e ha correttamente riprodotto condizioni di esposizione paragonabili a quelle tipiche dell’esposizione professionale, solo cinque giorni alla settimana e per una parte della giornata. Non così Biotest che ha seguito un protocollo di breve durata con livelli di esposizione certamente elevati e continui nel tempo. All’epoca veniva accettata una durata più breve dello studio solo se si osservava un’alta mortalità degli animali o se gli animali utilizzati per l’esperimento avevano una durata di vita molto breve, questo ce lo dice Maltoni nella Enviromental Research del ‘74 nella descrizione dell’esperimento numero 4. In sostanza quindi Biotest ha forzato il suo studio accelerandone i tempi e aumentando le dosi perché a conoscenza dei risultati preliminari di Maltoni, solo perché c’erano gli studi di Maltoni. Il patto di segretezza, abbiamo visto, voluto dagli europei aveva quale unico scopo quello di assicurarsi che la diffusione delle notizie non avvenisse prima dell’esito dell’esperimento o quanto meno prima che i dati non fossero stati convalidati e questo risulta documentalmente, l’ha già ricordato l’avvocato Baccaredda. Nella cronologia del cloruro di vinile allegata al resoconto della riunione MCA del 30 gennaio del ‘73 si dice: "Le finalità di tale clausola erano: le indicazioni preliminari non dovevano essere poste in circolazione finché non fossero state convalidate in modo tale da ridurre al minimo le speculazioni ingiustificate; i comunicati stampa dovevano essere sottoposti ai titolari del progetto", quindi solo ed esclusivamente la preoccupazione che non fossero divulgate informazioni non corrette perché ancora non scientificamente convalidate. Abbiamo poi visto come peraltro, al di là di ogni clausola formale, nella sostanza gli americani siano stati fin da principio, fin dal novembre del ‘72, informati dei primissimi risultati di Maltoni, prima da Elliot in occasione della riunione della MCA del novembre e poi in occasione dell’incontro con Maltoni. Clausola di riservatezza sì o no clausola di riservatezza, gli americani sono sempre stati informati delle indagini di Maltoni e dei suoi risultati tempestivamente e nel momento in cui gli americani hanno ritenuto di dover informare il NIOSH dei dati disponibili sul CVM hanno chiesto e hanno ottenuto dagli europei il nulla osta per la diffusione di questo dato. Quindi la portata pratica di tale vincolo di riservatezza appare pari a zero. Non corrisponde quindi a verità quanto assunto dal P.M. che i risultati di Maltoni furono portati al mondo scientifico nel ‘74, dopo lo scandalo Gudrich. E Bartalini? Bartalini, capo del servizio sanitario di Montedison, è ovviamente informato del dibattito scientifico sulla tossicità del CVM, sa della relazione di Viola a Houston, conosce lo studio di Viola e sente suonare un campanello d’allarme. Solo un campanello di allarme perché, come ho già detto, lo studio di Viola è un lavoro molto fragile, si presta a molte critiche soprattutto metodologiche, non lo pensa solo Bartalini, lo pensano gli americani, lo pensa anche tutta la comunità scientifica se è vero, come ci ha ricordato l’avvocato Accigni, che senza l’approfondimento di Maltoni questo studio sarebbe rimasto lettera morta. Nonostante questo immediatamente nel 1970 Bartalini decide di promuovere uno studio scientificamente rigoroso; sceglie e incarica Maltoni e un istituto pubblico di fare un esperimento serio. Sulla statura scientifica di Maltoni non mi pare ci sia stata discussione, né in quest’aula né nel mondo scientifico internazionale. Viene attrezzato il castello di Bentivoglio e viene discusso un protocollo di studi molto serio. In un primo tempo gli studi di Maltoni vengono seguiti più da vicino da Garlanda, ma poi quando cominciano ad affiorare i primi risultati, quelli della famosa tabella dell’ottobre ‘72, Bartalini comincia a seguire in prima persona il lavoro di Maltoni data l’importanza delle indicazioni che cominciavano ad emergere. Bartalini si attiva subito con le funzioni direttive della Montedison interessate alla produzione del CVM, tanto che storicamente risulta come già a partire dal 1973, quindi prima della fine dell’esperimento di Maltoni e prima del caso Gudrich, si siano cominciate a monitorare su vasta scale le concentrazioni presenti nell’ambiente di lavoro e si siano apprestati i primi interventi per ridurre le concentrazioni. E’ del ‘73, di quest’epoca, che sono le modifiche alle procedure. E’ lo stesso Maltoni che ce lo dice, non è mai esistita una ricerca sulla cancerogenesi di un composto industriale i cui risultati siano stati così tempestivamente comunicati alle parti interessate e alla comunità scientifica e che abbia in seguito prodotto in così breve tempo misure protezionistiche, è la lettera di Maltoni a Casson del 4 aprile. Sempre a proposito delle misure adottate in Montedison è sempre Maltoni che a risposta di una domanda del Pubblico Ministero nel corso del suo esame dice: "Lei pensi allora, un ricercatore sperimentale viene a dire: ‘Io vedo questi tumori sperimentali’, che si possa già parlare di misure di prevenzione?. Si doveva dire: ‘E’ o non è cancerogeno?’ intanto, ‘La documentazione è solida o non è solida abbastanza?’. Finiamo, alla fine dell’esperimento vediamo cosa fa anche a 50 parti per milione e poi se ne parlerà. Questa è la logica dei fatti". Ovviamente il tema degli aspetti impiantistici e dei concreti interventi che vennero fatti all’interno degli ambienti di lavoro non interessa il professor Bartalini, che per la funzione ricoperta non aveva alcun incarico di tipo tecnico operativo, esaurendosi gli obblighi propri della sua posizione nell’aggiornamento del management sulle conoscenze scientifiche delle sostanze utilizzate nella produzione e nel definire linee generiche di intervento per la salute dei lavoratore, e questo Bartalini l’ha senz’altro fatto.

Ma vorrei venire ad un altro profilo di colpa contestato a Bartalini, l’omesso spostamento dei lavoratori dagli ambienti a rischio secondo le indicazioni dell’indagine Fulc del marzo del ‘77. L’indagine Fulc è già stata ampiamente discussa dai consulenti della difesa, così come le carenze e i limiti della stessa. Si è già parlato dei conflitti, degli aspri conflitti che si determinarono fra i medici di Padova e il Sindacato e fra gli stessi medici di Padova per i criteri adottati nel formulare la richiesta di spostamento, una richiesta generalizzata e collegata esclusivamente a parametri epatici alterati. Su questo non torno. Bartalini in un primo tempo non ricorda l’indagine Fulc; la ricorda quando il Pubblico Ministero gliela sottopone nel corso della sua terza convocazione a rendere dichiarazioni come persona informata sui fatti. E’ il 19 luglio del ‘96, solo undici giorni prima della successiva convocazione come indagato. Riferisce le medesime considerazioni fatte da Giudice nel corso dell’udienza dell’11 aprile, cioè che sui risultati di tale indagine aveva allora come oggi molte perplessità; dice di essere d’accordo sull’opportunità di un globale risanamento degli impianti e a tale proposito precisa che i tecnici erano già informati di ciò. Bartalini quindi aveva già segnalato il problema della necessità di ridurre le esposizioni, questo e solo questo rientrava nei suoi compiti.

D’altro canto abbiamo anche visto come gli anni che vanno dal ‘73 al ‘77 siano stati quelli nei quali si sono registrati i più importanti e decisivi interventi per ridurre il problema del CVM e come la stessa Fulc abbia ricordato come proprio nel 1977 si completarono consistenti innovazioni tecnologiche per togliere il CVM dal ciclo di lavorazione, dal prodotto finito e dalle emissioni in atmosfera, questo è un comunicato Fulc del 25 gennaio ‘96. Bartalini ci dice anche di concordare con l’opportunità di un monitoraggio in continuo dell’ambiente e degli operai, segnalando al contempo come questo monitoraggio fosse già in funzione da anni.

Sul problema specifico degli spostamenti Bartalini dice: "Il dottor Salvatore Giudice era responsabile del servizio sanitario di Porto Marghera e in quanto tale era in grado di verificare la fondatezza o meno dei risultati della relazione dell’Università di Padova. Non sono in grado di dire se il dottor Giudice abbia riscontrato la fondatezza di quanto segnalato. Se avesse riscontrato qualcosa lo avrebbe segnalato alla direzione dello stabilimento". Non è il gioco dello scarica barile, è semplicemente la ricostruzione di quanto avvenne o di quanto sarebbe dovuto avvenire secondo una normale organizzazione d’impresa. Infatti l’indagine Fulc era un’indagine esterna e come tale le sue conclusioni non potevano essere paragonate ad un giudizio di idoneità o non idoneità della mansione che aspetta solo al medico di fabbrica. La Fulc non era in grado di esprimere un giudizio autonomo sull’idoneità del lavoratore alla specifica mansione per il solo fatto che non conosceva i dettagli dei cicli produttivi aziendali e soprattutto delle singole mansioni ricoperte. Infatti la Fulc no sapeva che molti dei lavoratori di cui chiedeva lo spostamento da anni erano già trasferiti ad altro reparto. Anche a prescindere dalla soluzione poi voluta dal Sindacato di spostamento caso per caso a seconda delle singole situazioni ambientali, prassi vuole o, meglio, vorrebbe che sia il medico competente a decidere se applicare o meno in considerazione della situazione concreta sanitaria e ambientale la generica indicazione ricevuta. Prassi vuole che una relazione come quella della Fulc fosse inviata al medico di fabbrica per le sue determinazioni e infatti Giudice conferma di aver ricevuto questi dati, ma purtroppo non si ricorda di aver visto l’elenco allegato con i nomi dei soggetti da spostare. Giudice non ha un ricordo preciso di come si affrontò il problema della richiesta in massa della Fulc; ha peraltro riferito dei monitoraggi ambientali che si facevano e che erano portati alla sua attenzione, dell’osservazione costante dei lavoratori attraverso le visite periodiche e gli esami di laboratorio e dei conseguenti giudizi di idoneità o inidoneità che eventualmente formulava con le relative richieste di trasferimento alla direzione dello stabilimento e all’ufficio del personale. Le richieste di spostamento della Fulc erano nei fatti assorbite e superate dalla normale attività di controllo sanitario del medico di fabbrica ed evidentemente non trovarono integralmente riscontro nelle valutazioni fatte da chi aveva un controllo costante e non una tantum sul lavoratore e sulle condizioni specifiche di lavoro di ciascuno di essi. Per quel che può essere servire, queste richieste di spostamento mai e poi mai furono indirizzate a Bartalini e la prova sul punto è documentale. Tutte le segnalazioni di spostamento allegate al verbale di udienza dell’11 aprile 2000 hanno come destinatario naturale il personale.

Veniamo ad un altro problema: l’organizzazione del servizio sanitario di fabbrica, valutata dal Pubblico Ministero come del tutto inadeguata rispetto al numero dei dipendenti e alla natura delle sostanze trattate. Anche questo argomento è stato ampiamente trattato dall’avvocato Baccaredda e al suo intervento mi richiamo. Vorrei solo richiamare l’attenzione sulla circostanza che sotto la direzione di Bartalini la struttura del servizio sanitario interno allo stabilimento di Porto Marghera si è progressivamente ampliata e rinforzata. E’ Bartalini che nel ‘69 manda Giudice a Porto Marghera e lo incarica di costituire un servizio medico adeguato, questo dice Giudice, al quale erano adibiti allora due medici esterni che si recavano tutti i giorni in stabilimento per svolgere un’attività di medicina preventiva programmata. La struttura viene via via ampliata fino ad arrivare nell’ottobre del ‘74 ad un organico comprendente cinque medici, tredici infermieri, due tecnici strumentali, due radiologi, cinque tecnici di laboratorio e via dicendo. Appare assolutamente evidente come questo organico fosse stato definito con l’obiettivo di realizzare un programma di sorveglianza sanitaria ampio e complesso e come tale obiettivo fosse un obiettivo della sede, di Bartalini in particolare. Certo, la BASF aveva un organico più ampio, ma la BASF aveva 50 mila dipendenti, mentre Porto Marghera all’epoca ne aveva 5 o 6 mila. L’infermeria fu praticamente rifatta da zero. Lombardi ricorda che quella struttura abbastanza, soltanto attrezzata per il Pronto Soccorso, fu totalmente rivisitata ed è quella attuale. "Io personalmente non ne avevo viste di strutture migliori. Credevamo che fosse una struttura all’avanguardia nel campo della medicina del lavoro, rappresentava un po’ il fiore all’occhiello dello stabilimento e più persone vennero a visitarla". Nell’infermeria poi era accorpato un laboratorio autonomo di analisi ben attrezzato e non risulta che richieste di strumentazioni avanzate dall’unità dello stabilimento non fossero state concesse. "Giudice ricorda anche come la filosofia aziendale comunicatami sia da Milano, ma anche poi discussa con i direttori, era quella di fare abbastanza di più e come la gestione del servizio medico nostro per l’aiuto della direzione e delle direzioni anche di Milano era stata fatta quella di cercare di fare un esame periodico previsto dalla legge 33 il più approfondito possibile", questo sempre Giudice. In questo contesto si inquadrano i protocolli degli esami clinici che venivano come routine fatti ai lavoratori e che venivano anche inviati a Milano alla sede centrale per conoscenza, i protocolli che sono stati definiti a più riprese da più parti piuttosto ampi. Giudice dice: "A volte mi hanno anche preso in giro per un eccesso di esami che noi facevamo". Prima ancora che fossero fornite indicazioni specifiche su protocolli di analisi, penso al NIOSH del ‘75, al D.P.R. 482 in Italia, il protocollo di esami applicato a Marghera prevedeva già l’esecuzione periodica di gran parte degli esami che successivamente verranno indicati dagli enti e dalle organizzazioni di riferimento. Ma c’è un chiodo fisso del Pubblico Ministero, il quale chiede ripetutamente: "Ma una volta venuti a conoscenza della cancerogenicità del CVM quali indicazioni furono date dalla sede centrale? Quali accertamenti diversi e più approfonditi furono fatti?". Giudice risponde che furono verificate le concentrazioni nell’aria, all’epoca già tranquillizzanti, ma che non fu modificato il protocollo perché lo stesso era già molto ampio e perché non c’era nulla di diverso che potesse fare in via di prevenzione. Ma che cosa avrebbe dovuto fare Giudice o quali indicazioni avrebbe dovuto dare Bartalini al di fuori di quello che già si faceva non è dato sapere. La stessa indagine Fulc alla quale l’accusa sembra attribuire una valenza particolare ha adottato un protocollo che era quasi speculare a quello di Montedison, quasi perché quello di Montedison era senz’altro più ampio. Si è molto parlato in quest’aula di test di funzionalità epatica e della loro eventuale valenza. L’impostazione dei consulenti della difesa è nota: non esiste alcuno strumento per una diagnosi precoce dell’angiosarcoma. Altrettanto nota è la tesi dell’accusa, pubblica e privata: i test sulla funzionalità epatica avrebbero consentito tale diagnosi e quindi avrebbero dovuto essere esperiti. Ma sono stati esperiti, signori del Tribunale, e non solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta, l’epoca di Giudice, anche negli anni più risalenti. Risulta dalla documentazione che è agli atti. Ma mi si consenta un’ultima e banalissima considerazione. Se anche la struttura complessiva del servizio sanitario di fabbrica fosse stata carente e insufficiente, come ritenuto dal Pubblico Ministero, alla luce di tutto quanto è stato detto dai consulenti, dai medici della difesa, da quanto è stato detto stamattina dall’avvocato De Luca, quale rilevanza eziologica avrebbe avuto tale condotta sugli eventi morti e lesioni che ci sono stati contestati?

Quindi chiedo per Emilio Bartalini l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto. Se di Bartalini si è detto molto, nulla ma veramente nulla si è detto per Morione, Fabbri e Marzollo. Sono stati citati dal Pubblico Ministero solo in sede di richiesta di pena, otto anni per Morione, quattro anni per Fabbri, tre anni per Marzollo. E’ difficile quando si parla delle posizioni soggettive dei singoli imputati misurarsi con un’accusa silenziosa, con un’accusa tutta costruita, se non con rari eccezioni, su quella che il professor Padovani ha chiamato la massificazione delle condotte. La valutazione del contributo dei singoli è mancata totalmente seguendo solo la logica della responsabilità per la sola posizione. Allora vediamo un po’ più da vicino la posizione dei singoli imputati. Morione. Secondo l’accusa Morione dovrebbe rispondere per aver ricoperto la carica di vice direttore generale gestione prodotti della divisione materie plastiche dal gennaio ‘79 al dicembre dell’80; amministratore delegato di Montepolimeri dal febbraio ‘82 al dicembre ‘84; consigliere di Montedipe dall’aprile ‘82 all’aprile ‘84 e amministratore delegato di Montedipe dall’aprile ‘84 all’aprile ‘86.

Comincio subito con il dire che il vice direttore generale gestione prodotti della Dimp si occupava di materie completamente estranee ai fatti oggetto di imputazione. Come aveva già ricordato Morione nel corso del suo interrogatorio, aveva detto: "Fino al febbraio ‘82 il mio settore di competenza era quello del marketing". In questo senso l’ordine di servizio numero 933, ovviamente faccio riferimento alle note di produzione, disciplina in modo assai chiaro la struttura della divisione delle materie plastiche, a capo della quale vi era un direttore generale. Dal direttore generale dipendevano, oltre a numerose funzioni di staff, il vice direttore generale tecnico al quale facevano capo varie funzioni, tra cui la produzione e quindi gli stabilimenti, e dall’altro lato il vice direttore generale gestione prodotti, quella di Morione. Quindi da un lato erano concentrate tutte le attività più strettamente collegate alla produzione – il pass, la ricerca di tecnologie, la produzione con gli stabilimenti - e questo era il settore del vice direttore tecnico; dall’altro lato, quello del vice direttore gestione prodotti, erano raggruppate le attività commerciali e di marketing dei vari prodotti di competenza. L’istruttoria dibattimentale non ha illustrato né tanto meno approfondito questi aspetti, ma ritengo che questa ricostruzione del primo incarico di Morione possa considerarsi assolutamente pacifica. Fino al 1980 a Morione era riconducibile un’area di competenza di tipo strettamente commerciale, senza deleghe rispetto alla produzione e alle materie della sicurezza e della salvaguardia dell’ambiente. Mi libero subito di un’altra carica del tutto inconferente, quella di consigliere di Montedipe dall’aprile ‘82 all’aprile ‘84; nessuna posizione di garanzia può infatti essere ricondotta ad una carica non operativa quale quella di consigliere di amministrazione senza delega.

Diverso discorso vale per le altre due cariche, amministratore delegato di Montepolimeri prima e di Montedipe dopo. Con la nomina da amministratore delegato di Montepolimeri Morione sale nella scala gerarchica e quindi da lui comincia a dipendere, oltre alla funzione di marketing che fino a poco tempo prima aveva ricoperto, anche quella di vice direttore tecnico, con tutte le problematiche connesse al CVM per l’unità Dimp di Porto Marghera. Con la nomina ad amministratore delegato invece di Montedipe all’ingegner Morione vengono affidate la gestione e l’attività di tutta quella che era la vecchia divisione petrolchimica e quindi indirettamente il problema attinente la direzione dello stabilimento di Porto Marghera, ad eccezione dell’unità Dimp che dipendeva gerarchicamente e funzionalmente dal responsabile produzione della divisione materie plastiche, almeno fino all’incorporazione di Montepolimeri in Montedipe nel gennaio ‘85 e quindi solo a partire dalla nomina ad amministratore delegato, e quindi dall’82 per Montepolimeri e dall’84 per Montedipe, è ipotizzabile in capo a Morione quella posizione di garanzia rispetto alle problematiche della salute del lavoro e dell’ambiente rilevate dai fatti contestati. Si tratta di una posizione, come è evidente, molto affievolita se solo si considera la complessità della struttura e dell’organizzazione di Montepolimeri e di Montedipe e i vari livelli di intervento a cui erano via via delegati gli specifici compiti in materia di sicurezza e di ambiente.

Ma sono senz’altro d’accordo con il Pubblico Ministero quando spiega la logica dell’imputazione dei vertici aziendali con il tipo e l’entità degli interventi che si sono resi necessari a partire dalla conoscenza sulla cancerogenicità del CVM o dall’entrata in vigore di qualche normativa ambientale che poneva divieti prima inesistenti. Non sono invece d’accordo col Pubblico Ministero quando giudica questi interventi intempestivi e insufficienti, quando trascura il rilevante impegno economico sostenuto dalla società nel corso degli anni. Molti dei profili di colpa evidenziati dall’accusa nel capo d’imputazione non sono ovviamente riferibili all’ingegner Morione per il ruolo apicale che ricopriva e così il rispetto di una serie rigorosa di norme precauzionali doveva essere assicurato, era assicurato dalla complessa e articolata struttura che dallo stesso dipendeva, una struttura alla quale aveva concretamente delegato sia l’esecuzione che il controllo.

Altri profili di colpa non possono essere invocati per un semplice dato cronologico e così, ad esempio, la contestazione di non aver disposto il blocco definitivo temporaneo degli impianti, di non aver fornito tempestivamente informazioni ai lavoratori sulla nocività del CVM o di non aver tempestivamente installato gascromatografi o altri strumenti di rilevazione in continuo. Nel complesso comunque non possiamo non tenere conto della circostanza che l’ingegner Morione ha cominciato a ricoprire la sua carica di amministratore delegato in un’epoca in cui le problematiche connesse all’esposizione dei lavoratori al CVM erano ormai superate. E così testualmente riferisce Morione nel suo interrogatorio: "Nel 1982 il problema del pericolo cancerogeno del CVM - PVC si riteneva ormai superato in quanto le modifiche apportate agli impianti e al sistema di controllo presso lo stabilimento di Porto Marghera avevano fatto in modo che la situazione fosse sempre sotto controllo". La stessa Fulc – l’ho ricordato prima - ricorda come già nel ‘77 si erano realizzati importanti innovazioni tecnologiche, ma è la stessa istruttoria dibattimentale che ha consentito di accertare che all’epoca di Morione il risanamento degli impianti era ormai completato e che si erano già realizzate tutte le commesse più importanti. Già a partire dal ‘76 si era sotto un PPM. Fino al 1982 era già stato sostenuto un impegno finanziario per circa 100 miliardi di lire attualizzati.

Un’ultima considerazione vorrei fare sull’epoca di gestione Morione di Montepolimeri. A seguito della cessione alla società Riveda della proprietà di alcune linee di produzione e dei relativi impianti, fra cui quelli del CVM e PVC dell’unità Dimp di Porto Marghera, nel marzo del 1983 veniva stipulato un contratto di conto lavorazione fra Montepolimeri e Montedipe da un lato e Riveda dall’altro. Riveda aveva acquistato la proprietà degli impianti - era quindi la proprietaria – e Montepolimeri e Montedipe per le rispettive competenze assicuravano la gestione degli impianti. Quindi a partire dall’83 Montepolimeri non aveva più la proprietà degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato sul fronte di eventuali investimenti che si fossero resi necessari. Il 30 marzo dell’83 l’ingegner Morione adegua la struttura della propria organizzazione a questo nuovo assetto societario e conferisce all’ingegner Gaiba un mandato per la gestione di questo contratto, è la comunicazione di servizio 153 dell’83, e lo incarica del coordinamento per conto di Montepolimeri dell’attività di quel comitato paritetico di gestione per l’azienda PVC previsto e creato in sede contrattuale quale strumento operativo di interfaccia e filtro tra le esigenze di Riveda e Montepolimeri. Ove si fosse resa necessaria ed opportuna per ragioni di sicurezza o per ragioni ambientali una modifica impiantistica, o qualche altro tipo di investimento i costi per contratto erano in base all’articolo 22 a carico di Riveda, l’ingegner Gaiba avrebbe dovuto coordinare, indirizzare e sollecitare queste esigenze, esigenze che per il mutato assetto societario non potevano più essere soddisfatte da un punto di vista economico dalla Montepolimeri.

Per quanto da ultimo attiene alla carica di amministratore delegato di Montedipe e quindi alle iniziative sempre di tipo finanziario assunte con riguardo alla tutela dell’ambiente di cui al secondo capo di imputazione - Montedipe aveva la direzione dello stabilimento di Porto Marghera - deve essere rilevato come già a partire dal 1980 erano stati realizzati tutti gli impianti di trattamento acque: il biologico, il trattamento acque clorurate, il trattamento acque mercuriose dell’impianto clorosoda ed erano stati anche già realizzati i forni inceneritori. Nel maggio ‘83 abbiamo anche l’attestazione del Magistrato alle Acque, un’attestazione di conformità delle acque di scarico ai parametri della legge su Venezia, ciò a conferma che gli investimenti decisi dai predecessori di Morione assicuravano già il buon funzionamento degli impianti realizzati a tutela dell’ambiente.

Chiedo quindi anche per Morione che il Tribunale voglia pronunciare sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. Fabbri. L’ingegner Fabbri è imputato di entrambi i capi di imputazione per aver ricoperto queste funzioni: responsabile gruppo produzione CVM a Porto Marghera dal febbraio ‘76 al novembre ‘76; direttore dello stabilimento di Porto Marghera dall’aprile ‘84 all’aprile ‘86; successivamente quale responsabile del raggruppamento servizi della Montedipe e poi come coordinatore ambiente per la Holding Montedison dal marzo ‘89. Per quanto riguarda il ruolo di responsabile gruppo produzione CVM, parlando di Morione ho cercato di abbozzare come era la struttura della Dimp, poi divenne Montepolimeri, dalla quale dipendeva proprio l’unità Dimp ospitata all’interno dello stabilimento di Porto Marghera. Quindi a scendere avevamo un direttore generale, un vice direttore generale tecnico, un responsabile di produzione e l’unità Dimp di Porto Marghera. Nell’ambito di queste unità erano poi stati accortati vari gruppi di produzione a seconda per l’appunto del prodotto. L’ingegner Fabbri venne assegnato a responsabile, divenne responsabile del gruppo produzione cloruro di vinile fino al primo dicembre del ‘76. Ora, considerando la complessa struttura societaria nella quale si colloca la figura del capogruppo, è chiaro come l’ambito di autonomia gestionale e decisionale assegnato a questa figura fosse ben limitato e come la posizione gerarchicamente occupata fosse in linea con la struttura complessa. Quindi il capogruppo aveva funzioni collegate alla produzione e al coordinamento con lo stabilimento per i servizi di supporto e questi incarichi avevano natura essenzialmente esecutiva non potendo che essere espletati nell’ambito e nel rispetto delle direttive ricevute. Come è emerso dall’istruttoria dibattimentale peraltro nella fase di discussione delle commesse per la bonifica e il risanamento degli impianti, è emerso come spettava proprio al capogruppo anche un compito propositivo ed è infatti da loro che partivano le richieste per l’esecuzione degli interventi. E’ noto ormai a questo Tribunale che l’ambiente di lavoro dei reparti CVM era quello che destava meno preoccupazioni rispetto alla salute dei lavoratori perché gli impianti erano impianti a cielo aperto, il ciclo di produzione era un ciclo chiuso, un ciclo continuo e quindi non c’era una significativa esposizione dei lavoratori. I reparti infatti erano gestiti e controllati dalla sala quadri comando e richiedevano pochi interventi in campo. Non vi erano particolari problemi di igiene ambientale da risolvere ad eccezione di situazioni contingenti. In questo contesto i problemi collegati alle possibili fughe di CVM erano essenzialmente ricollegati, come ricorda anche il teste Dacome, alle valvole e alle pompe. Come già illustrato dall’avvocato Baccaredda, questi inconvenienti erano stati ampiamente risolti già prima del ‘76, epoca Fabbri; infatti questi interventi risalivano al ‘74, al massimo al ‘75. Nonostante questo, nell’arco temporale in cui Fabbri fu capogruppo CVM, un arco temporale molto breve perché furono solo nove mesi, risulta che si continuò a risanare questi impianti, tanto che furono richiesti e realizzati ulteriori interventi per un ammontare complessivo di oltre 2 miliardi e mezzo attualizzati.

Per un migliore dettaglio del tutto ovviamente rinvio alla relazione impiantistica del professor Pasquon. Quindi, conclusivamente, non mi pare che possa essere mosso alcun rimprovero a titolo di colpa all’ingegner Fabbri. Si attivò fattivamente pur non avendo una posizione di garanzia per un miglioramento della situazione ambientale dell’unità Dimp. Solo un flash sulla carica di responsabile del raggruppamento servizi di Montedipe che Fabbri mantenne per circa tre anni, dall’aprile ‘86 al marzo ‘89. In questo ruolo, gerarchicamente dipendente dalla direzione generale, Fabbri si occupò degli obiettivi strategici collegati al complesso dei sistemi di servizi della società. Benché le posizioni di vertice siano differenti, mi limito a richiamare quanto già accennato a proposito della posizione di Morione, amministratore delegato di Montedipe in epoca immediatamente precedente a quella di Fabbri.

Un richiamo molto generico anche alla nomina di Fabbri a coordinatore ambiente della Holding Montedison a partire dal marzo ‘89 in avanti. Si tratta di un incarico che tende ad elaborare linee guida nel settore ambiente e sicurezza per le società controllate dall’intero gruppo Montedison e quindi senza alcune diretto collegamento con i fatti per cui è processo, senza considerare che a partire dal luglio dell’89 Montedison non è più proprietaria dello stabilimento di Porto Marghera.

Veniamo quindi e finalmente alla carica di direttore stabilimento, aprile ‘84-aprile ‘86. Non vorrei soffermarmi anche per ragioni di tempo sull’accusa contenuta nel primo capo d’imputazione, anche perché in quest’epoca gli impianti di CVM e PVC erano stati completamenti risanati e il problema CVM era stato superato, come a suo tempo illustrato dall’avvocato Baccaredda. Prova ne è che l’attenzione principale di Fabbri in quegli anni era rivolta essenzialmente a ridurre drasticamente la percentuale degli infortuni sul lavoro. Allegata alla nota di produzione di Fabbri vi è una cospicua documentazione relativa all’attività voluta da Fabbri per sensibilizzare i lavoratori in questo senso e migliorare le condizioni di lavoro. Ci sono i consuntivi di spesa, i percorsi di formazione sulle problematiche della sicurezza, si parla delle conferenze.., c’è documentazione circa le conferenze del lunedì, lunedì del Petrolchimico, conferenze aperte a tutti i lavoratori e aventi ad oggetto una sorta di aggiornamento a tutto campo sempre in materia di sicurezza; le riunioni settimanali organizzate dal comitato per la direzione e per la prevenzione degli infortuni creato e voluto da Fabbri. In tutte queste riunioni non c’è traccia del problema CVM. E allora le contestazioni in materia ambientale. Procederei in modo unitario per quanto riguarda la posizione di Fabbri e quella di Marzollo, che ricoprì la carica di direttore dei stabilimento dal giugno ‘81 all’aprile ‘84, immediatamente prima di Fabbri, Marzollo e Fabbri. Ricordo per inciso che Marzollo risponde solo del secondo capo di imputazione.

In estrema sintesi le condotte che vengono contestate sono quelle di avere gestito e realizzato discariche abusive all’interno e all’esterno dello stabilimento di Porto Marghera con conseguente avvelenamento o adulterazione delle acque sottostanti, le acque di falda, e di aver sversato in Laguna e nei canali industriali ingenti quantità di sostanze inquinanti di per sé idonee ad avvelenare o adulterare il biota. Per quanto riguarda le discariche vorrei rilevare come le stesse siano state realizzate in un’epoca in cui non sussisteva alcun divieto di abbandono incontrollato di rifiuti. E’ solo col D.P.R. 915 dell’82 che la materia è stata disciplinata e sono state individuate le condizioni in presenza delle quali poteva essere realizzata e gestita un’attività di discarica. Non si tratta quindi di discariche abusive, ma semplicemente di discariche. Sia il teste Pavanato che l’ispettore Spoladori hanno sostanzialmente confermato questo dato temporale trattandosi, salvo rare eccezioni, di discariche per le quali l’attività di conferimento si è definitivamente conclusa ante 1982. Comunque, anche nell’ipotesi di un’eventuale rilevanza penale di queste condotte, la cessazione dalla carica di direttore di stabilimento segna il limite temporale ultimo di tale condotta con la conseguente prescrizioni della contravvenzione contestata. Sul punto solo un piccolo inciso. Quando è entrato in vigore il D.P.R. 915 dell’82 lo stabilimento era retto dall’ingegner Marzollo, il quale si attivò immediatamente per regolarizzare la situazione dei rifiuti. Allegate alla nota di produzione vi sono tutte le domande e le conseguenti autorizzazioni allo stoccaggio provvisorio dei rifiuti e in genere al trattamento degli stessi secondo quanto prescritto dalla normativa.

Ovviamente lo stesso discorso non si può fare per le fattispecie di avvelenamento e di adulterazione delle acque di falda sottostanti queste discariche atteso che l’obbligo giuridico di impedire tali eventi nasce dagli articoli 439 e 440. Però sul punto l’istruttoria dibattimentale è stata conclusiva. Il professor Dal Prà ci ha illustrato la velocità di movimento di queste false e soprattutto la loro direzione. Le falde sono praticamente immobili e il loro andamento non è verso l’entroterra ma è vero la Laguna. Nei pozzi a monte del Petrolchimico, pozzi che sono stati analizzati, non sono stati riscontrati inquinanti ad eccezione del DDT. Abbiamo sentito quali sono le caratteristiche qualitative di queste acque di falda, acque ad elevatissimo contenuto salino che nessuno potrà mai bere, indipendentemente dai problemi di attingimento collegati alla modesta portata di queste falde, al problema della subsidenza e all’esistenza di un acquedotto pubblico che serve tutta la zona.

Nel merito, come ha già illustrato l’avvocato Franchini, questi fatti di reato non sussistono. Sul fronte della qualità degli scarichi, e si tratta di scarichi autorizzati, rinvio alla deposizione del professor Pasquon all’udienza del 15 maggio e alla sua relazione, che confermano una buona gestione degli impianti di depurazione delle acque, impianti che erano già tutti stati installati in epoca precedente alla direzione dello stabilimento da parte dell’ingegner Marzollo e dell’ingegner Fabbri. La sintesi dell’intervento del professor Pasquon è che oltre il 96% dei risultati analitici condotti nell’arco di nove anni, quindi fra l’altro un arco di tempo molto più ampio di quello di copertura della carica di direttore di stabilimento da parte dell’ingegner Marzollo e dell’ingegner Fabbri, dicevo, nell’arco di nove anni, dall’81 all’89, oltre il 96% dei risultati analitici rispettano i limiti imposti dal D.P.R. 962 del ‘73. Questo solo dato appare di per sé illuminante in termini di condotta, di contributo causale e di violazione di norme precauzionali rispetto alle gravi ipotesi di reato contestate all’ingegner Marzollo e all’ingegner Fabbri.

Vorrei chiudere questo intervento proprio con una riflessione sulle frazioni di condotta o di omissione riferibili a ciascun imputato, singolarmente considerato. La massificazione delle condotte di cui ha parlato il professor Padovani ha travolto i singoli imputati in una prospettazione di accusa che coinvolge un arco temporale infinitamente più ampio di quello per il quale possano rispondere i singoli in virtù delle posizioni di garanzia che hanno rivestito. E’ già stato detto come non possa essere invocato l’articolo 113. E’ necessario allora individuare, dimostrare e per il Giudice accertare per ogni singolo soggetto la tipicità della condotta rispetto alla fattispecie di reato contestato, l’autonomo contributo causale alla realizzazione dell’evento e la specifica regola cautelare violata oltre alla copertura del rischio tipico alla connessione fra rischio suscitato con la violazione cautelare e l’evento che di tale rischio risulta l’esatta concretizzazione. Le difese di parte generale hanno già ampiamente dimostrato come da un punto di vista oggettivo non possano dirsi affatto integrati gli elementi costituivi delle varie fattispecie contestate, anche prendendo in considerazioni il pur vastissimo arco temporale considerato dall’accusa, anche se le condotte contestate fossero state poste in essere da un unico soggetto, la Montedison. Ma allora, se frazioniamo quell’ipotetica unica condotta in tante condotte autonome corrispondenti a quelle realmente poste in essere dai singoli soggetti, che cosa rimane?

Chiedo anche per Fabbri e per Marzollo l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. Grazie.

 

Presidente: bene. Grazie, avvocato, noi riprendiamo alle ore 15.00.

 

Avvocato Giarda: Presidente, buongiorno, non tocca a me parlare, volevo solo che prendesse atto che sono presente.

 

Presidente: sì. Prima dell’udienza il Tribunale questa mattina qualcuno, nel suo intervento, ha fatto il nome del professor Foraboschi e richiede di manifestare davvero il proprio sentito cordoglio per la morte di una persona che è stata così, molto spesso, in quest’aula, che abbiamo molto apprezzato per la sua professionalità ed umanità. Grazie. La parola all’avvocato Baldini.

 

AVVOCATO BALDINI

 

Avvocato Baldini: signor Presidente, signori del Tribunale, stato pro ratione voluntas, sembra essere questo il fallace principe al quale si ispira il teorema accusatorio. Si è voluto punire nel dottor Cefis l’alfiere di quella odiata razza padrona quale simbolo e postasi di una società, la Montedison, acriticamente rappresentata con l’impero del male e se ne è giustificata la condanna con il fallace metodo del nunc pro tunc. Gli si addebita di aver violato leggi che ancora non erano in vigore; di avere contravvenuto a principi scientifici non ancora affermati; il tutto refuso in una pesante, truce atmosfera di ricatto occupazionale, di presunto complotto anti operaio, di cinico sfruttamento di vite umane vendute per un tozzo di pane.

A queste accuse non si può replicare ed io non replico, anche perché, scusate l’accenno personale, mi tocca personalmente, in quanto io collaborai in quegli anni con il dottor Cefis, che mi ha fatto l’onore a eleggermi a suo difensore. Il processo va ricondotto nel suo alveo naturale da mei factum che mi davo ius, secondo il metodo classico del sillogismo catafratto, del sorite, per cui alla premessa maggiore corrisponde una premessa minore, ma questa è una conseguenza. Detto questo, il mio intervento brevissimo, per ragioni di tempo e per rispetto del tempo degli altri colleghi, è un intervento di mero subordine, perché dopo quello che con tanta ala hanno detto gli illustri colleghi che mi ha preceduto, io non ho che da esaminare la posizione personale del dottor Cefis. Per il quale occorre subito una precisazione introduttiva. Nell’immaginario collettivo, e purtroppo non solo nell’immaginario collettivo ma anche nella valutazione di qualche esperto della materia, si pensa che il Presidente sia il padrone assoluto della società, il monarca, il tiranno o legivus solutus; non è così. Se noi andiamo a valutare le norme ed i principi fondamentali del diritto societario, ci accorgiamo subito che all’astrattezza della società, persona giuridica, l’antica dottrina canonista diceva che societates nomina assuntat non persone occorre dare una concretezza, e questa concretezza si dà attraverso un istituto che è l’istituto della rappresentanza, e non importa se questa rappresentanza sia legale, sia organica o sia volontaria. Comunque il Presidente non è altro che il portavoce del Consiglio di Amministrazione; la sua volontà non può surrogare, in alcun modo, la volontà del Consiglio d’Amministrazione. Supposta una deliberazione in cui il Presidente sia minoritaria, sia rimasto minoritario, e supposto che non vi sia altro organo rappresentativo della società, il Presidente è tenuto per suo ufficio ad attuare la delibera stipulando per esempio un mutuo contro il quale lui ha volato; quindi non è altro che il legale rappresentante ma non è l’imprenditore. Vi è una notevole giurisprudenza che lo afferma, è plurimis la Cassazione del 6 novembre ‘90 in tema di destinatari delle norme di prevenzione antifortunistica, siamo proprio in materia: "Il Presidente del Consiglio di Amministrazione di una società di capitali non può essere da solo il rappresentante della società appartenendo la rappresentanza all’intero Consiglio d’Amministrazione". Quindi l’organo supremo è il Consiglio di Amministrazione, di cui il Presidente è un membro, quindi non un primus inter paris, ma è un paris inter pares; tanto vero che il suo voto non prevale assolutamente sul voto di un collega che faccia parte del medesimo Consiglio. Quindi, il problema si focalizza sulla rappresentanza, la quale è disciplinata dall’art. 1388 del Codice Civile, che dice: "Il rappresentante agisce in nome del rappresentato nell’ambito dei poteri conferitigli". E qui, diceva stamattina l’avvocato De Luca, che si sono saltati trenta anni di elaborazione giurisprudenziale e mai verità è stata espressa in termini così drastici e così puntuali; e qui bisogna ricordare quello che in tema di posizioni di garanzia dice la dottrina e dice la giurisprudenza degli ultimi anni. Già con l’articolo 4 del decreto del 27 aprile 1955, della numero 547 sulla disciplina degli infortuni sul lavoro, si individuavano i titolari degli obblighi di prevenzione nei datori di lavoro, nei dirigenti e nei preposti, in coloro cioè che eserciscono, dirigono, sovrintendono, alle attività indicate dall’articolo 1, ciascuno nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze. La norma è stata poi rifusa nello Statuto dei Lavoratori e nel Decreto Legge del 19 settembre ‘94, numero 626. Si è affermato che la responsabilità va soprattutto individuata nella unità produttiva, ritenendosi per unità produttiva lo stabilimento o la struttura finalizzata alla produzione di beni e servizi dotata di autonomia finanziaria e tecnico - funzionale. Quindi "si è affermata con il progredire delle dimensioni operative delle società, delle grandi società, si è di più affermato il concetto che nelle imprese con notevoli dimensioni, articolate in vari settori operativi - leggo una sentenza di Cassazione del dicembre 1988 - la responsabilità del titolare dell’azienda può essere escluso dal conferimento di compiti personali, in dato ambito a determinati soggetti dotati di capacità e di autonomia decisionale". Più precisamente si è ritenuto che l’efficacia scriminante della delega si attui le quante volte si possa riscontrare che l’azienda e di grandi dimensioni; che la distribuzione dei compiti direttivi si svolge in base a precise norme interne disciplinanti l’organizzazione dell’impresa; che il delegato sia investito di completa autonomia, anche finanziaria; che il delegante non si ingerisca nella sfera di competenza attribuita al delegato. Questa problematica è trattata in una recente pubblicazione, che io ho trovato molto interessante E molto diligente, il principio di affidamento nella teoria di reato colposo di un giovane studioso che è Marco Mantovani, figlio del compianto professor Mantovani. Il quale, in poche parole ma molto espressive, dice a pagina 381: "Da quante precede può dedursi come il principio di affidamento possa rivendicare un proprio spazio di operatività nel regolare doveri e responsabilità delle diverse figure di garanti istituite dalle norme antinfortunistiche. Più precisamente si evince come garante primario li desta l’imprenditore possa riporre una legittima aspettativa circa il fatto che i suoi ausiliari elevati a garanti dalla legislazione in parola si uniformino alle norme di organizzazione interna, vale dire alla disciplina per ognuna di essi efficace in forza delle quali esclusivamente in uno o più di loro è rimesso il compito di osservare precetti antinfortunistici che in sé e per sé sarebbero indirizzati anche al datore di lavoro". Ma su queste posizioni è tutta la dottrina più autorevole, la dottrina così degnamente rappresentata anche in quest’aula. Non vi è dubbio insomma che tutti i fattori scriminanti da responsabilità che ho sopra accennato ricorrano paradigmadicamente nella Montedison. La Montedison era negli anni ‘70 soprattutto, poi soprattutto le vicende hanno portato a delle variazioni strutturali che io non ho più direttamente seguito, ma negli anni ‘70 era sicuramente una tipica conglomerate, termine con il quale la scienza dell’organizzazione che ha avuto nascita negli Stati Uniti sta a designare una società costituita dal convergere della sua struttura di molteplici e differenziate lavorazioni e attività produttive. Essa, invero, era leader, molto spesso, e comunque largamente presente in settori produttivi, quali la petrolchimica, la produzione di fertilizzanti, l’elettronica, la coltivazione degli idrocarburi, la grande distribuzione, la banca, l’installazione di minerali, la produzione dell’alluminio, la costruzione di impianti industriali. Ora è noto che il CVM prodotto nello stabilimento di Porto Marghera, era uno e non certo la principale lavorazione della divisione petrolchimica. Sul fatturato totale della società, come dimostra una tabella che ho allegato alla memoria che dopo questo mio breve intervento consegnerò al Tribunale, il cloruro di vinile, sul fatturato totale dell’azienda, e come risulta dai bilanci ufficiali della società, incideva in percentuali di circa il 4%. Questo a rintuzzare le obiezioni, le enfatizzazioni di certa Accusa, che diceva che il cloruro di vinile era il core business della Montedison. In questo panorama della società è ovvio che la direzione di vertici della Montedison avesse unicamente compiti di indirizzo generale e di politica economica. Sappiamo che Cefis è arrivato alla presidenza della Montedison, ha unificato la gestione dei tre raggruppamenti, quello chimico, quello della distribuzione, e quello dell’elettricità mi pare, non mi ricordo bene, in una sola amministrazione delegata, la quale ha delegato l’ingegner Grandi. Dal grafico che io ho esibito in giudizio, e che è di dimensioni tali che pure essendo scritto in caratteri minutissimi non mi sarebbe possibile nemmeno di spiegare da questo tavolo, risulta l’estrema complessità della Montedison. E questa organizzazione è stata confermata testimonialmente come lor signori ricorderanno. Orbene, ogni divisione della Montedison era un centro di profitto. Centro di profitto vuol dire, nel linguaggio della scienza economica, autonomia, autonomia gestionale, autonomia produttiva, autonomia finanziaria. Cioè, ogni centro di profitto era, come dire una piccola società inserita nella grande società. Possiamo dire, in sostanza, tenuto conto anche dei successivi sviluppi della Montedison, che a quei tempi la Montedison era uno stato federale che si stava evolvendo verso la forma della federazione di stati. Il legame con le strutture direttive centrali della società consistevano unicamente nella conformità alle politiche e ed agli indirizzi del gruppo, quindi un legame semplicemente di unitarietà di politica gestionale. Così stando le cose, di che cosa potrebbe essere realmente imputato il dottor Cefis? Non si è mai abbastanza recriminato in ordine al capo d’imputazione. A questo punto anche a noi occorre dipanare l’arruffata matassa di questo abnorme capo d’imputazione e pescare in quell’autentico pozzo di San Patrizio quale delle molteplici omissioni ivi descritte possa in qualche modo ed astrattamente riferirsi al Presidente della società. Ed in questo compito, in questa indagine, in questo tentativo, le uniche due accuse che potrebbero astrattamente riferirsi al Presidente sono l’avere omesso qualsiasi intervento di blocco definitivo, anche solo temporaneo, degli impianti, realizzando così, come il Pubblico Ministero non si è peritato di accusare nella sua requisitoria un ricatto occupazionale, per cui insomma l’alternativa era a seconda o inquinare o fare ricatti occupazionali; quindi di non aver omesso la chiusura degli impianti, o di aver fatto inserire nei budget delle somme insufficienti alla necessità della bonifica degli impianti. Io mi domando se a questo punto non si ponga un interrogativo: su quale piano prospettico sta nella catena causale la mancata chiusura di un impianto, in ipotesi inquinante? Non è la chiusura dell’impianto incriminato l’estrema ratio di fronte alla possibilità di altri rimedi meno drastici, meno odiosi e ben lungi da quel ricatto occasionale, di cui pure si è parlato? Che proprio di estrema ratio si tratti ce lo dice lo stesso capo d’imputazione: la chiusura dell’impianto non sarebbe stata necessaria se altri apprestamenti antifortunistici fossero stati, come sicuramente lo furono tra l’altro, e come Nardi ha detto molto bene, fossero stati messi all’opera; altrimenti non ci sarebbe nemmeno l’accusa di avere omesso appunto gli apprestamenti antinfortunistici. Perché, chiudere un impianto non significa munirlo di dispositivi di sicurezza; così come uccidere una belva non significa ridurla in cattività. La stessa Pubblica Accusa ci ha ricordato come l’OSHA americana, nell’imporre un limite di 0 parti per milione abbia respinto le obiezioni di impossibilità di conseguire questo obiettivo, sollevato dall’industria americana, osservando come il risultato medesimo ben potesse essere raggiunto, munendo i lavoratori di maschere e di autorespiratori. Allora, applicando nella fattispecie il canone della conditio sine qua non, è proprio un’imputazione rivolta infondatamente a chi non avrebbe dotato di maschere i di apparecchi di protezione individuale gli addetti alle autoclavi, a chi non avrebbe munito l’impianto di valvole adeguate, e via discorrendo, è proprio tale imputazione ad escludere il nesso di causalità tra l’evento incriminato e la ipotetica chiusura dell’impianto. Perché la causa dell’evento, dico cose banali e me ne scuso, è in diritto penale l’ultimo anello della catena causale: quell’accidente che nella specifica circostanza fa sì che intervenga un rapido mutamento della preesistente realtà fenomenica. Insomma, l’Accusa doveva porsi un dilemma stringente: o la mancanza delle maschere, difetto di funzionamento delle valvole, e quant’altro; non sono assurdi ad antecedente causale dell’evento, ed allora non si vede perché dovrebbero essere incriminate le persone responsabili di tali e presunte deficienze impiantistiche. O, al contrario, quegli eventi non erano causalmente efficienti, ed allora solo così si potrebbe pensare ad una incriminazione per non aver chiuso l’impianto. Ma il Presidente della Montedison non poteva arbitrarsi di chiudere motu proprio gli impianti del cloruro di vinile; e perché mai? Non c’era un preciso input che gli pervenisse da parte della struttura operativa, nemmeno da parte dei sindacati, nemmeno da parte dell’autorità amministrativa. Tutti erano tesi, spasmodicamente tesi alla salvaguardia del posto di lavoro; e spasmodicamente tesi a sfruttare ogni possibilità d’impiego in quella terribile contingenza legislativa ed economica degli anni ‘70. Il Presidente, d’altra parte, non conosceva la struttura, la sofisticata tecnologia, il funzionamento, l’ubicazione dei singoli impianti che corredavano oltre 100 stabilimenti della Montedison; 150 ho sentito ricordare stamattina, certamente una cifra notevole. E come poteva il Presidente sapere, vedere, immaginare che un impianto collocato a Porto Marghera fosse in condizioni tali da non poter essere risarcito se non attraverso una bonifica integrale, trasformandosi quindi il medesimo in capo divisione, in direttore generale della divisione, in direttore tecnico, in capo... È assolutamente impossibile. Ed identicamente a dire per quanto riguarda il finanziamento degli impianti. È pacifico, è assolutamente pacifico, è risultato chiarissimamente dall’istruttoria testimoniale, e basta ricordare la chiarissima deposizione del dottor Lughi: che il budget si forma secondo le richieste della base. Sono gli stabilimenti che segnalano le necessità e le deficienze degli impianti ai fini di ottenere i mezzi finanziari per colmare questi disavanzi; e non c’è stata assolutamente nessuna risposta. Anzi vi è stata una diligentissima attività documentata, il professor Pasquon ha fatto una bellissima relazione tecnica su tutti gli interventi, interventi decisi dalla direzione della divisione petrolchimica e dall’amministratore delegato; ma nessuno ha pensato mai di chiedere fondi eccedentari rispetto a quelli che erano stati impiegati, tra l’altro con estrema proficuità, con estremo vantaggio. Ed allora l’unica pezza sulla quale appoggiare un’accusa al dottor Cefis è stata la famosa lettera del 17 agosto ‘75. Una lettera, signori, nella quale il dottor Cefis, su sollecitazione della divisione, scriveva non a un quisque le populo ma scriveva al Presidente della Regione Veneto. E fino a prova contraria il rappresentante legale della Montedison e di qualsiasi società commerciale è il suo Presidente, e quindi doveva assolutamente lui firmare quella lettera. L’ha firmata, non è detto che l’abbia firmata alla cieca, l’ha firmata dopo aver discusso indubbiamente i contenuti di quella lettera e verificato che quei contenuti fossero aderenti alla realtà. È vero, assolutissimamente aderenti alla realtà, perché a quella lettera ha fatto seguito una relazione specifica con tutti gli interventi effettuati da Montedison a Porto Marghera.

Ma, siccome il tempo stringe ed io ho già abusato di quello concessomi dalla cortesia dei colleghi, vi è un argomento finale nella mia discussione, quello che si chiamerebbe l’argomento baculino, l’argomento di quel signore che provava l’esistenza della terra battendola con il bastone. E l’argomento è questo: non un solo operaio addetto all’impianto del CVM, dopo l’avvento del dottor Cefis, e quindi dopo maggio del 1971, può annoverarsi tra i poveri morti da angiosarcoma del fegato. Quindi che viene meno radicalmente la materialità, l’elemento materiale del reato. Non c’è nessun morto che possa essere addebitato alla presidenza del dottor Cefis; fortuna o non fortuna ma non c’è, non c’è un morto che sia morto per essere stato adibito agli impianti del cloruro di vinile dopo il maggio del 1971. Lo ha accennato nella sua diligente arringa l’avvocato Accigni, pagina 84 del verbale stenotipico, testualmente: "Nessuno caso di angiosarcoma insorto in soggetti che abbiano iniziato l’esposizione a CVM in data successiva addirittura al ‘69". Che più dire? Mi si obietti che il solo mantenere la lavorazione del CVM, operai già in qualche modo lesi da questa sostanza che portavano il seme di questa malattia, sia pure nello stato di latenza, sia imputabile al dottor Cefis! Il dottor Cefis non poteva fare certo il pellegrino nei singoli stabilii, andare a vedere il peirol di ogni operaio, farsi esibire il libretto sanitario, giudicare lui da profano quale fosse lo stato di salute e poi allontanare dal lavoro quello la cui posizione fosse in qualche modo compromessa. Né mi si dica che potrebbe l’Accusa rinvigorirsi per quanto riguarda le malattie non riferite all’angiosarcoma del fegato ma ad altri tumori ed alla cirrosi epatica. Perché qui veramente sulle spalle del gigante ricordo a lor signori come il professor Stella abbia validamente, insuperabilmente, dimostrato come, in relazioni anche a queste forme tumorali, non vi sia nemmeno una possibile riferibilità alla lavorazione del CVM, nemmeno sul piano della causalità generale, come disse lui. Ed allora consentitemi di respingere con sdegno i teoremi fallaci della congiura del silenzio, di cui stamattina si è parlato; nelle volontarie omissioni finalizzate a subordinare all’odiato profitto. Anche questo, parlare di profitto, quando la Montedison doveva tendere tutte le sue forze per tenere in piedi un struttura che scricchiolava sotto i colpi di una congiuntura economica tremenda, aumenti di capitale che si susseguivano. Queste accuse, di aver sfruttato il lavoro degli operai per un tozzo di pane, queste accuse vanno liquidate con sdegno e con fermezza. Questa, signori del Tribunale, signor Presidente, è la verità del processo, la verità nuda e la verità semplice; ma, ricordatevi che simplex est sigillum veri.

Non altro occorre aggiungere a dimostrazione dell’assoluta insussistenza degli addebiti riferiti al dottor Cefis, secondo le conclusioni che in forma più tecnica e più articolata assumerà al termine del suo intervento il mio codifensore professor Lanzi. Grazie.

 

AVVOCATO LANZI

 

Avvocato Lanzi: signor Presidente, signori del Tribunale, di Cefis già ampiamente vi ha detto il collega Baldini; per quanto mi concerne, talune ulteriori specificazioni circa la posizione di questo imputato. Lo stesso il capo d’imputazione richiama la carica del dottor Cefis e gli anni nell’ambito dei quali egli ha ricoperto questa carica di Presidente della Montedison. In relazione a ciò il Presidente Cefis ha la contestazione dei due capi d’imputazione: quello su cui sostanzialmente senz’altro più mi soffermerò, che è l’omicidio colposo; l’altro, quello relativo al disastro, avvelenamento, danneggiamento. Ecco, di questo secondo capo d’imputazione io, per stare nei tempi sostanzialmente assegnati nella ripartizione delle Difese, tralascerò sostanzialmente tutti gli aspetti, perché sono stati già trattati a livello di parte generale dai colleghi che mi hanno preceduto, perché obiettivamente è, da un punto di vista storico, assolutamente circoscritta e datata, comunque ed in ogni caso la posizione del Cefis; e, se si considera che abbiamo a che fare, abbiamo a interessarci di condotte da lui tenute oltre un ventennio fa, di reati che com’è stato detto non possono essere permanenti ma in ogni caso da un punto di vista soggettivo l’attività del soggetto cessa con la sua cessazione di carica, evidentemente si tratta di capi di imputazione, non voglio ribadire quanto è stato già detto, che noi assolutamente respingiamo e relativamente ai quali comunque facciamo presente che il percorso temporale avrebbe in ogni caso avuto un fenomeno di estinzione del reato per prescrizione di quanto a lui addebitato. Obiettivamente, poi, parliamo di condotte tenute appunto negli anni ‘70, laddove la legislazione in materia comunque comincia ad essere chiara e precisa proprio negli anni ‘80, e quindi ci sarebbero anche delle sorti di fenomeni di retroazione, di legislazioni entrate in vigore successivamente. Però, ripeto, la tematica del secondo capo d’imputazione, con riferimento al Presidente Cefis, è stata smentita io credo del Pubblico Ministero, che sostanzialmente neanche ha preso conclusioni in fin dei conti su questo capo d’imputazione a lui in addebito, perché fenomeno storico ha i suoi tempi, la circostanza storica evidentemente è quella che è un dato oggettivo, ed evidentemente tutto quanto ci concerne senz’altro ruota maggiormente intorno al primo capo d’imputazione.

Ecco, e proprio veniamo subito al primo capo d’imputazione, vale a dire l’imputazione che Cefis ha, come Presidente del Consiglio di Amministrazione della Montedison perché, in cooperazione con altri soggetti, avrebbe causato la morte di tutti gli individui che sono indicati nel capo d’imputazione. Ecco, a prescindere assolutamente dalle tematiche della causalità, degli angiosarcomi, delle altre malattie, e via dicendo, voglio soffermare la mia attenzione su un punto ben preciso. Evidentemente il Pubblico Ministero ha dovuto comunque articolare una serie di argomentazioni, un evolversi di costruzione logica del pensiero, per poter addivenire ad un addebito di responsabilità e ad una richiesta di pena del Cefis, in relazione a questo capo d’imputazione. Ed io credo di poter cogliere sostanzialmente i tre punti i passi salienti ai quali il Pubblico Ministero si è appuntato. Innanzitutto dovrebbe essere, anche a tenore di logica, la tematica del fatto che vi sarebbe stata una necessaria conoscenza di Cefis al problema del CVM in tutte le sue sfaccettature.

Come ulteriore passo argomentativo, la tematica, l’argomento, che Cefis avrebbe, a conoscenza quindi di tutte le sfaccettature del problema del CVM, limitato, si sarebbe adoperato per limitare gli interventi finanziari, e questo in una logica di curare unicamente il profitto aziendale incurante ed a nocumento della salute dei lavoratori.

Una terza prospettiva, che sempre l’Accusa ripercorre nei nostri confronti, è quella che la condotta tenuta dal Cefis si sarebbe poi anche circostanziata in attività volte a sottacere, a non fare trasparire all’esterno quelle che erano le reali condizioni di pericolo, le reali condizioni di rischio, e ciò sarebbe come ampiamente stato evocato in questa discussione, sarebbe chiaro indice, la famosa lettera alla Regione del luglio ‘75.

Orbene, su questi tre punti, che sono i cardini dell’argomentazione del Pubblico Ministero, io credo che oltre a quello che ha detto il collega si debba fare qualche ulteriore specificamente di chiusura. Innanzitutto è da chiedersi realisticamente, a seguito di una attenta e serena disamina di tutte le risultanze di questo processo, è da chiedersi, come non fermamente riteniamo, se non si sia appurato unicamente che a tutto concedere il Cefis aveva dei fatti dell’epoca, in specie della tematica del CVM, unicamente una conoscenza filtrata ed indiretta per la soluzione di questi problemi, così, in modo filtrato ed indiretto, che giungevano al suo osservatorio, la soluzione alla quale egli poteva unicamente proporsi, la soluzione che poteva unicamente perseguire, era quella di curare una politica di investimenti adeguati, approntando in questo modo delle soluzioni in prospettiva che, grazie ai finanziamenti, potessero tenere conto di volta in volta dei risultati e dei progressi che la scienza medica, che le conoscenze scientifiche, avevano appunto gradualmente nel tempo di questo problema.

Io credo che da tutto l’impianto delle risultanze dibattimentali unicamente questo si può ricavare come situazione che rispecchia l’esigibilità delle condotte dei comportamenti che in capo a Cefis sarebbero comunque state mai possibili. Quindi una posizione relativamente alla quale l’osservatorio consentiva tutto al più una cognizione di massima del fenomeno, che per altro era stato, veniva concretamente approntato grazie al ricorso di una politica di finanziamenti che fossero adeguati ai tempi ed alle conoscenze scientifiche dell’epoca. In questa prospettiva, Giudici, sottolineo l’attenzione su questa circostanza che io ritengo fondamentale a questo punto. Ossia, volendosi demolizzare completamente la struttura di vertice della Montedison, il Pubblico Ministero ha fatto riferimento a questo ambiente di vertice, assolutamente non curante alla base o dei problemi degli operai, e assolutamente rivolto a cercare solo il profitto d’impresa. Io credo che, viceversa, bisogna concretamente soffermarsi a considerare che la Montedison reagì, perché questo è indubitabilmente emerso, reagì nel suo complesso al problema del CVM; e reagì nell’ambito di una struttura amministrativa complessa, variegata a diversi livelli, nell’ambito della quale ognuno, per quanto di sua competenza, aveva un ruolo ben specifico. Ed io credo Giudici, e affermo con fermezza, che proprio in questo sta la condotta diligente, prudente, perita, del dottor Cefis all’epoca, vale a dire dal suo osservatorio, sulla base delle sue prerogative, di aver costituito, di aver dato vita ad una organizzazione complessa, variamente articolata, che era in grado, ai vari livelli, di competenze e di responsabilità, di conoscere il fenomeno, farvi fronte, adeguando i finanziamenti, e quindi via via che si scendeva verso il locale interventi, nel senso di rimuovere quelle situazione che di volta in volta si riteneva, secondo i progressi della conoscenza della scienza, essere di un qualche pericolo. Quindi, ripeto, è dal nostro osservatorio, dal nostro punto di vista, proprio il merito del comportamento del dottor Cefis, quello di aver dato vita ad una struttura articolata e adeguata alle provvidenze del momento. Evidentemente, poi, le argomentazioni del Pubblico Ministero che avevo succintamente inizialmente richiamato necessitano tra loro di un farsi sostegno a vicenda; e chiaramente, nell’ambito della sua visione d’accusa, acquista un ruolo fondamentale la circostanza, e sarebbe decisamente quella una prova d’accusa formidabile, quella di far leva sulla circostanza dicevo che Cefis si sarebbe frapposto ad una politica di finanziamenti; e, viceversa, avrebbe cercato, a livello organizzativo quanto meno, di determinare una riduzione di questi finanziamenti. Ecco, però, dato che al di là degli assiomi e degli atti fideistici, evidentemente il Giudice, e noi tutti, dobbiamo valutare quelle che sul punto sono state le emergenze dibattimentali, diciamo subito che l’esame proprio delle testimonianze rese in questo dibattimento, e proprio di quelle testimonianze che venivano da parte di soggetti attivi nello stabilimento, e quindi da parte di soggetti che verificavano in concreto se la politica dei finanziamenti era o meno esaudita, proprio da parte di costoro sono venute, viceversa, dichiarazioni assolutamente contrarie alla linea ipotizzata dal Pubblico Ministero. Ricorderò qui molto velocemente per lor signori ad esempio quanto detto dal teste Gianiselli, all’udienza del 31 marzo 2000; riferisce il teste: "Assolutamente le spese sono sempre state molto elevate e non hanno mai subìto riduzioni". E ancora il teste Burri, all’udienza del 18 aprile 2000, che fa un discorso che non deve essere equivocato nei suoi complessivi contenuti. Egli ritiene infatti che il problema del CVM fosse, ritiene che fosse conosciuto ai vertici della società, e ricava questa sua presunzione di coscienza dal fatto che veniva sempre finanziato. Evidentemente, induce, dato che i finanziamenti provengono dal vertice, evidentemente un finanziamento che mira ad agire nel settore del CVM deve essere un finanziamento che viene disposto da un vertice conscio e sensibile a questo problema. La testimonianza ancora del teste Marco Aldi, udienza del 9 giugno 2000; si dice dell’assoluta impossibilità, a parte tutto, che non venissero adempiute delle provvidenze, non venissero compiuti degli interventi una volta che erano stati autorizzati e finanziati. Il teste Codifava, ancora il 9 giugno 2000: "Non era possibile, mai saputo di tagli di spese che sono intervenuti". E ancora i testi Bacchetta e Cortello, anche qui udienze 9 giugno e 16 giugno 2000: "Mai saputo, mai presa conoscenza di tagli ai finanziamenti". Ed ulteriormente, ancora un altro, il teste Mason, del 3 aprile 2001, secondo il quale appunto, secondo da quanto egli stesso riferisce, non si aveva mai avuto percezione alcuna, né contezza, né sensibilità, che ci fosse questa politica di taglio dei finanziamenti. E, attenzione Giudici, perché nella misura in cui qui andiamo avanti sulla base di presunzioni, e il Pubblico Ministero in assenza, questo obiettivamente dobbiamo ricordarlo, di coinvolgimenti ampi, diretti, concordanti, comunque sia, del Cefis, in ne relazione ai fatti in addebito, evidentemente trae da presunzioni, da indici presuntivi, un suo coinvolgimento, e un suo coinvolgimento nel senso di un addebito a lui di colpevolezza per non aver adeguatamente sorretto gli investimenti. Ma quindi il tassello nell’ambito del puzzle dell’Accusa, il tassello relativo all’interferenza di Cefis, nel senso di limitare i finanziamenti per la politica di profitto dell’azienda, io credo è un punto rilevante; è un quanto "qualificante" perché è un punto centrale su tutta la sua costruzione.

Ma quando, vivaddio, dall’esame degli atti del dibattimento, dalle risultanze dibattimentali, si ottiene viceversa la risposta opposta, e proprio da parte di coloro che lavorano a contatto con l’esito finale del finanziamento, con il lavoro finale che viene compiuto sulla base del finanziamento, e da parte di costoro, viceversa, si ricava la fotografia, o perlomeno non si dà mai cognizione o notizia di un finanziamento tagliato, e allora a questo punto significa che, se vogliamo credere che il dibattimento serva a qualcosa e che le sue risultanze abbiano una valenza per verificare nel concreto, come si dice nella verifica dibattimentale l’ipotesi d’Accusa, questo significa che i finanziamenti non vennero mai tagliati, e quindi che Cefis mai intervenne nella politica di taglio dei finanziamenti; e quindi, come necessaria conseguenza, che la politica tenuta da Cefis non era in linea con quella che sostiene essere stata la parte dell’impostazione dell’Accusa, e quindi non in linea con addebiti di colpevolezza.

E poi è sintomatico notare come, a parte questa presunzione ripeto argomentativa, assolutamente smentita dagli esiti dibattimentali, la tesi d’Accusa nei nostri confronti si basa, com’è stato detto ormai assolutamente ad iosa, sulla poca documentazione esistente; ed in particolare modo, da quanto ho visto, sono stati richiamati due documenti. Uno, è la famosa lettera alla Regione dell’agosto ‘75; l’altro è la un po’ meno famosa ma usata in modo assolutamente aggressivo, relazione, verbale della riunione del 30 giugno ‘75 tenuto presso la Montedison da una unità operativa che appunto era stata predisposta per studiare, far fronte, volta ad affrontare i problemi ed i temi del CVM. Orbene, la lettura che il Pubblico Ministero dà di questi documenti io credo che sia una lettura in realtà assolutamente fuorviante, degli esatti contenuti e dei messaggi che da questi documenti traspaiono. Innanzitutto la famosa lettera del 18 agosto ‘75. In essa, e l’avvocato Baldini l’ha già ampiamente ricordato, ma vorrei anch’io sottolineare questo aspetto, in essa si dà semplicemente atto della circostanza storica che il Presidente Cefis istituzionalmente, ponendosi nei confronti della problematica del CVM, dà atto che la società, nell’ambito delle sue diramazioni organizzative, tiene in considerazione questo problema e sta adeguando tutte le proprie strutture produttive, interessate a questo problema, secondo le emergenze della conoscenza e della tecnica, e quindi della scienza dell’epoca. Nel senso di dare uno spaccato di attivazione di condotte nel contesto di una società sensibile al problema, in tutti i suoi livelli. E la conferma che questo sia il messaggio che si legge in questa lettera viene data dalla documentazione che, a corredo della lettera stessa, viene mandata il mese successivo alla Regione e che fa seguito a questa lettera. Dove si può semplicemente notare che viene proposto lo stato della questione, viene indicato storicamente e progressivamente tutto l’evolversi della conoscenza sullo state della questione, si parla di Viola, si parla di Maltoni, si parla di tutte le tematiche, si parla della normativa straniera, si parla di quello che in stabilimento si è fatto per adeguare volta volta alle conoscenze che via via si fornivano; e quindi si.., è sintomatico, in allora, nel ‘75, esattamente lo spaccato che coincide precisamente con quanto emerso in questo dibattimento e con quanto i periti ci hanno detto a livello di evoluzione storica della conoscenza della materia. Quindi, il Presidente Cefis, e ripeto il Pubblico Ministero credo che utilizzi la lettera sostanzialmente per far vedere che noi sapevamo e che quindi non possiamo tirarci via dalle nostre responsabilità.

In realtà noi siamo convinti che questa lettera significa che noi istituzionalmente eravamo a capo di una struttura così ben articolata che sapeva a tutti i suoi livelli che il problema si poneva, assicurava che era un problema che stava a cuore a tutta la struttura ed era sempre pronta, come aveva sempre fatto e come sempre avrebbe fatto, ad intervenire per rimuovere questo problema alla luce e secondo l’evoluzione delle conoscenze scientifiche dell’epoca. E difatti ribadisco e sottolineo la documentazione di corredo, che a conferma di questa missiva viene mandata alla Regione, è addirittura lo spaccato storico di livello di evoluzione del problema e di conoscenza del problema, nel ‘75 spaccato storico che ancora oggi, a trent’anni di distanza, non può che essere confermato per i contenuti che ivi erano stati segnalati e sottolineati. Quindi noi direi con fermezza rivendichiamo la sottoscrizione di questa lettera, perché questa lettera significa che non eravamo come degli ectoplasmi al vertice di una struttura aziendale nella quale ci coprivamo le orecchie e gli occhi per non vedere, non sapere, non sentire; ma, viceversa, istituzionalmente al vertice di questa struttura articolata eravamo a conoscenza di essere nell’ambito di una complessa struttura che faceva tutto il possibile, in termini di diligenza, prudenza, perizia, per risolvere questo grave problema.

Ed ancora, signori del Tribunale, il Pubblico Ministero ed anche la Parte Civile, mi sembra principalmente l’avvocato Vassallo, hanno fatto leva su questo verbale del 30 giugno ‘75, per denotare una assolutamente, a loro modo di vedere, contraddizione tra quello che sbandieravamo nella lettera e viceversa quello che solo un mese prima ci eravamo detti nella segretezza di una sorte di nostra riunione carbonara tenuta ma Montedison, dove si diceva una cosa e poi, il mese dopo, se ne propalava all’esterno assolutamente un’altra. In particolare si sottolinea, di questa assemblea del giugno ‘75, due aspetti, da parte dell’Accusa. Uno, secondo il quale vi sarebbe, comunque sia, la estrinsecazione di una logica di profitto aziendale che avrebbe dovuto vincere e prevaricare qualsivoglia finalità di intervento che fosse risolutivo dei vari problemi. Due, che eravamo convinti di non volere fare nulla, e si richiama da parte dell’avvocato Vassallo in specie una frase, in cui si dice che era inopportuno e rischioso assumere delle iniziative con le organizzazioni sindacali locali, e quindi si dice: vedi, sanno benissimo che c’è il problema, non vogliono assolutamente giungere a nessuna soluzione dello stesso; poi, il mese dopo, scrivendo alla Regione, in una lettera ufficiale, scrivono che viceversa tutto andava bene. Però, se diamo una lettura, signori del Tribunale, che sia serena, vorrei dire laica e non prevenuta di questo verbale, innanzitutto teniamo le seguenti cose. Primo, quello che avevo precedentemente detto, ossia che il problema non era un problema che non si voleva sapere e non si voleva seguire, perché questo è uno dei tanti verbali di questa apposita commissione che proprio era stata voluta, nell’ambito di quell’organizzazione complessa di cui prima dicevo, e che proprio era stata insediata e lavorava per avere sempre il monitoraggio preciso per avere sempre, in una precisa e puntuale conoscenza che non superasse la conoscenza del singolo, per avere quindi a disposizione i dati volta volta necessari, da conoscere, del problema del CVM. E difatti questa è semplicemente una delle tante relazioni che sono anche state depositate, che esistono agli atti del fascicolo del Tribunale, e quindi significa che il problema era avvertito e si lavorava, ci si dava da fare per risolverlo. Secondariamente, non significa assolutamente, basta leggerla, che ci sia la linea del profitto aziendale contro la linea della sicurezza dei lavoratori; perché difatti, a meno che - ripeto - non si voglia dare una visione necessariamente di parte dei contenuti di questo verbale, perché difatti si richiama innanzitutto e prioritariamente l’adeguamento alle più recenti acquisizioni scientifiche di confronto e nella prospettiva di proporsi rispetto al problema del CVM. Certo che però si dice, e questo si dice perché questa è un’azienda, perché qui evidentemente non è la logica del profitto, è la logica della gestione d’azienda, della gestione dell’impresa, che l’imprenditore deve fare, soprattutto un imprenditore che ha una società di capitali, perché altrimenti farebbe gli interessi contrari a quelli dei soci, a quelli del capitale. Cioè, piaccia o non piaccia, ma questa è una società di capitali, era nel ‘70 una società di capitali. Allora si dice: premesso che noi, che siamo a conoscenza del problema, che lo vogliamo risolvere, che vogliamo assolutamente essere in linea con le più recenti acquisizioni scientifiche, abbiamo visto che però non è possibile farlo, perché siamo una società, non possiamo appunto avere degli investimenti assolutamente a vanvera, senza una loro razionalità, abbiamo preferito risolverli anziché, facendo nuovi impianti, adeguando gli impianti esistenti a quelli che volta volta ci dicono le ricerche scientifiche essere i margini di maggiore tranquillità e sicurezza. E questa io credo non è la politica aziendale che asservisce a sé la salute dei lavoratori e non si cura della salute dei lavoratori. Questa è una seria, ripeto poi in un verbale fatto da parte della commissione, quindi sarebbe come prima io l’ho definito una sorta di risultato di questa riunione carbonara, segreta, in cui si diceva ogni tipo di indecenze nei confronti di come risolvere il problema. Qui semplicemente si dice, con serietà, con mancanza di qualsivoglia credo addebito di possibile colpa, si dice: il problema c’è, noi lo sappiamo, lo vogliamo risolvere sulla base delle più recenti posizioni scientifiche; lo risolveremo modificando gli impianti, come già abbiamo fatto e come sempre più faremo per adeguarli a quello che volta volta in ipotesi ci dovessero dire, ma preferiamo fare questo anziché farne completamente di nuovi. E questa è una società che parla in termini assolutamente ragionevoli ed adeguati, io credo, alla soluzione del problema. La famosa frase che "sarebbe inopportuno e rischioso arrivare oggi ad una contrattazione con i sindacati" va letta chiaramente nel contesto di tutto il periodo e si dice: è inutile, è inopportuno e rischioso, e è giusto all’epoca, io penso, che avessero ritenuto che fosse inopportuno e rischioso. È inopportuno e rischioso prendere oggi un accordo con i sindacati locali, prendere oggi un accordo con i sindacati locali, che all’epoca evidentemente anche manifestavano una particolare litigiosità in relazione a questi fenomeni, alla vigilia – si dice al comma successivo - di una contrattazione collettiva nazionale con tutte le organizzazioni sindacali in sede nazionale per risolvere questi problemi. Quindi si è preferito, anziché anticipare oggi uno schema, una soluzione che tenesse soltanto conto di esigenze locali, che però non esaurivano nella centralità locale tutti i problemi del CVM in Italia, preferiamo, dato che siamo alla vigilia, trovare un accordo in quella sede che seguirà di poco e che sarà un accordo che abbraccia tutte le esigenze nazionali e non solo quelle locali, però sempre con riferimento a questo specifico problema. Quindi io credo che anche questo famoso verbale di riunione del giugno ‘75 non sia, non solo contraddittorio con la lettera successiva a firma Cefis alla Regione, ma assolutamente invece significa il contrario, significa appunto – e questo è importante sottolinearlo ancora una volta - che era una struttura organizzata, polifunzionale, attenta al problema nell’immediatezza di cercare certe soluzioni, sempre si riferiva alle cognizioni ed alle acquisizioni scientifiche.

Questo quindi per quanto concerne i riscontri documentali. Perché poi, signori del Tribunale, parliamoci francamente, al di là delle.., quando parliamo della posizione Cefis, al di là della presunzione di conoscenza e di non volontarietà di finanziamenti, che non si riscontrano in positivo da nessuna parte, ci si presumono semplicemente e relativamente alle quali abbiamo detto ci sono testimonianze assolutamente in contrasto con questa linea, al di là di questa lettera a firma Cefis e di questo documento, del quale peraltro Cefis non è evocato, viene evocato come partecipante l’ingegner Calvi, ed allora si potrebbe anche arrivare ad una conoscenza evidentemente indiretta, in mancanza di prova contraria, da parte di Cefis, di queste tematiche, al di là di questi due elementi – quindi al di là di quello presuntivo di prima e di questi documentali adesso – altro non c’è. Ed allora se da un punto di vista presuntivo la presunzione viene assolutamente screditata dalle risultanze, queste sì dirette e dibattimentali, e da un punto di vista documentale, i due appigli sono screditati da una lettura laica, serena e distaccata, così come deve essere dei documenti si traggono, o almeno si possono trarre con conclusioni assolutamente difformi e contrastanti con quelle dell’Accusa, veramente c’è da chiedersi che cosa rimanga dell’Accusa in punto di addebito di responsabilità al nostro assistito.

E, a questo punto, e vado a concludere signori del Tribunale, se il quadro in linea di fatto è quello che ho tracciato, il discorso poi si salda con un’altra prospettiva, con un’altra tematica, che é maggiormente di diritto. E allora non posso fare a meno di non ricordare che l’imputazione con la quale ci dobbiamo misurare è un’imputazione di cooperazione colposa, 113, per colpa cosciente, 61 numero 3, vista anche nella prospettiva dell’articolo 2087 del Codice Civile. Quindi noi siamo i cooperanti che, unitamente ad altri soggetti con noi cooperanti e tutti, meno uno, animati da una previsione dell’evento, avevano agito in chiaro spregio e disprezzo delle regole di tutela dei lavoratori che incombono all’imprenditore. Ossia, una lettura giuridica della rubrica del capo d’imputazione consente, io credo, solo di usare questa terminologia.

Allora io vi rassegno talune considerazioni, a questo proposito. Innanzitutto il coefficiente di colpa che mi viene addebitato è quello di una cooperazione colposa nei confronti di persone con me coese, perché evidentemente la tematica del 113, della cooperazione colposa con persone che si sono succedute nel tempo, fino a cinque, dieci, quindici anni di distanza, è un tema che non penso si possa proporre e che comunque non è stato neanche affrontato o posto come prospettiva di attendibilità e di credibilità. Se una delle componenti della cooperazione è la conoscenza o la conoscibilità dell’altrui condotta colposa, quanto meno violatrice di determinate cautele, è chiaro che io, che me ne vado comunque dalla carica nel ‘77, non posso avere la conoscenza o la conoscibilità di quello che faranno i miei successori. Casomai l’avrei potuta avere dei miei predecessori, ma i predecessori non fanno parte, per grazia di Dio, del capo d’imputazione.

Quindi, in relazione all’addebito di cooperazione colposa che mi viene contestato, io devo misurarmi unicamente con i miei coevi. Ed allora dovrebbe raggiungersi la prova, almeno quella che si chiama tante volte con abuso ma che comunque si ha ancora il pudore di nominarla, la prova logica, almeno con prova logica bisognerebbe poter dimostrare che io ho una conoscenza, o dovevo avere almeno una conoscibilità del fatto che i miei cooperanti del tempo, sia dal direttore generale, all’amministratore delegato, al direttore di stabilimento, e via via a scendere fino all’ultimo livello di responsabilità, dovevo avere una conoscenza del fatto che costoro, insieme a me, tutti cooperavamo in una condotta colposa, violatrice di regole, che fosse colposa in relazione al problema del CVM. E quindi, comunque sia Giudici, a parte la tematica quindi dicevo della conoscenza o conoscibilità delle altrui condotte in violazione, ma anche se volessimo astrarci da questo tema, che peraltro è quello in contestazione, anche di una conoscibilità, di una prevedibilità e quindi di un governo del mio comportamento colposo, qui è la tematica della colpa che viene in considerazione, e dobbiamo necessariamente considerare che voi parliamo, voi dovete parlare di una colpa da valutare oggi nei confronti di una persona che ha perpetrato tra il ‘71 ed il ‘77.

Allora c’è da chiedersi, e questo Giudici veramente è un problema che io mi porto dietro fin dai primi tempi di questo processo: ma il parametro della colpa, l’accertamento colposo che il Giudice oggi è tenuto a svolgere, è un accertamento colposo di riferimento di una condotta del ’71 – ’77. Quali sono i parametri di colpa da applicare? Quali sono le regole cautelari cui fare riferimento? Quale anche, voglio dire, il criterio di applicazione del parametro colposo? È quello del ’71 - ’77, se crediamo al principio di colpevolezza, alla dominabilità delle condotte, al libero determinismo delle persone. Non possiamo ragionare con i parametri della colpa di oggi in relazione all’addebito colposo di allora, perché sennò vi sarebbe, Giudici, evidentemente una manifesta e macroscopica retroazione dell’aspetto normativo cautelare attuale. Ossia a dire che non può retroagire la norma penale che prevede oggi un fatto come reato, e allora non lo prevedeva, è esattamente la stessa cosa di dire che non può retroagire la regola di comportamento che c’è oggi e non c’era allora, perché il contenuto della colpa specifica, il contenuto della colpa normativa, che è contestata, ma lo stesso contenuto sulla base del quale la colpa cosciente, la previsione di un certo risultato, che viene in addebito, può essere configurato, è quello di un criterio di apprezzamento vigente al momento del fatto, perché sennò avremmo il problema, avremmo il risultato aberrante della retroazione della responsabilità penale, ribadisco seppure solo sub specie di retroazione della regola cautelare di comportamento. Ed allora, e sto concludendo signori, proprio vi lascio, consentitemi, con delle considerazioni che a questo punto io credo non possano essere sottaciute e superate. Siamo nel ’71 – ’77, siamo in un periodo storico in cui da un punto di vista astratto, comunque anche solo stiamo parlando, l’obbligo della garanzia, il famoso obbligo di garanzia di cui tutti qui abbiamo sempre sentito parlare, che si fonda in termini precisi e puntuali sull’art. 40 del capoverso del Codice Penale, che viceversa serviva per l’attribuzione causale, materiale, in termini di reati di danno, orbene il criterio della formula e della posizione di garanzia, sussunta sul 40 capoverso del Codice Penale, negli anni ‘70 non c’era; era un criterio che ancora non era stato ipotizzato. Era in Germania, ma non possiamo pretendere che.., era in Germania e veniva importato proprio in quegli anni; e solo all’inizio degli anni ‘80 trova una consacrazione dottrinale e successivamente giurisprudenziale. Quindi siamo in un periodo storico in cui la regola di comportamento, la regola cautelare aveva una valenza comunque ben diversa. Siamo, signori del Tribunale, in un periodo storico in cui il 2087, che sarebbe, che è secondo l’attuale interpretazione, questa norma cardine di tutto l’addebito colposo in materia di lavoro nell’azienda, e difatti la Parte Civile più che il Pubblico Ministero ne ha fatto amplissimo riferimento alla violazione del 2087, il 2087 è chiaramente, mi suggeriscono giustamente, contenuto nel Codice Civile, quindi non è il 42, ma comunque sia che il 2087 integri il parametro della colpa normativa nell’ambito del 589, 590, è detto per la prima volta da una sentenza della Corte di Cassazione dell’8 febbraio 1979. A parte qualche riferimento qua e là nella giurisprudenza di merito, la giurisprudenza di legittimità ancora l’insorgenza della colpa normativa in tema di diritto penale del lavoro, unicamente e per la prima volta con una sentenza dell’8 febbraio ‘79. È questo Giudici, è un criterio di riferimento; all’epoca non esisteva neanche questa tematica, quindi oggi voi siete tenuti a giudicare di un comportamento che si è tenuto in allora anche da un punto di vista di colpevolezza e quindi di soggettività, secondo quei criteri in allora. E questo famoso 2087, che comunque in ogni caso viene sempre riferito e riportato, attenzione perché poi è la norma, lo sappiamo tutti, che prevede come soggetto attivo della regola da seguire l’imprenditore. E quindi, già l’avvocato Baldini ha egregiamente detto il suo osservatorio in questa prospettiva, l’imprenditore è la società, è la Montedison. Quindi l’imprenditore, tutta la Montedison, ha come imprenditore l’obbligo di mantenere regole di sicurezza nei confronti del lavoratore. L’individuazione penalistica, in assenza di un contesto di responsabilità delle persone giuridiche, certo non esistente all’epoca ed anche adesso di dubbia ricorrenza, in ogni caso l’individuazione di una responsabilità personale nell’ambito dell’imprenditore che è la società, deve necessariamente tenere conto delle prerogative nei vari livelli, nell’ambito della quale un ente collettivo, così enorme, così elefantiaco, come la Montedison si articolava. Si articola ma soprattutto si articolava ed in quegli anni si dipanava. E quindi, nella misura di personalizzare le varie responsabilità, va tenuto di questo: dei vari livelli nei quali l’imprenditore si articolava nel contesto di questo nuovo processo. E quando io vi ho detto inizialmente che proprio il merito di Cefis è quello di aver creato una struttura che si facesse carico di quei problemi e vi desse, secondo i criteri e le conoscenze dell’epoca, soluzioni, abbiamo detto, io credo, quello che appunto come esigibile era l’unico criterio che determinava in capo a Cefis un coacervo di obblighi derivantegli proprio dal 2087. Ossia, il Presidente di un Consiglio di Amministrazioni, di una struttura così articolata, che è tutta l’impresa, non è il datore di lavoro che deve pensare alla singola maschera, al singolo pannello, alla singola autoclave, e via via a salire fino agli interventi più salienti; ma appunto è colui che dal suo osservatorio, sulla base di una conoscenza filtrata, indiretta che ha e che deve avere, di tutte le tematiche, attua e pone in essere una politica di finanziamento che sia utile, adeguata allo scopo, e che poi in tutti i vari livelli, a tutti i vari livelli di responsabilità della struttura, dovrà trovare poi puntuale conferma nella costruzione di quella che è la condotta richiesta dall’imprenditore, che appunto è la società. E non per niente signori dicevo storicamente in quegli anni, il 2087 in giurisprudenza non era stato ancora scoperto come fondante la colpa normativa, la posizione di garanzia mutuata dal 40 capoverso non era stata ancora culturalmente esaltata, com’è successo in un secondo momento, non a caso proprio in quegli anni nasce il problema, nasce la soluzione data al problema della holding. Perché si fanno le holding? Anche perché diventa antistorico, diventa assolutamente ingestibile, una struttura come quella di Montedison che aveva – si diceva prima - 150 stabilimenti, che aveva banche, assicurazioni, autogrill, stabilimenti, punti vendita, Standa, si vendeva anche la giacca o la scarpa. Ecco, evidentemente, a questo punto di evoluzione, e certo che stiamo parlando di evoluzione, stiamo addirittura nel 2000 e parliamo di criteri del ‘71–’77. A questo punto dell’evoluzione anche io credo, sono convinto che l’interpretazione giurisprudenziale, la scienza giuridica, il diritto giurisprudenziale, sono nel segno dell’evoluzione dei costumi. E, a questo punto, è diventata ingovernabile, incoercibile, anche in questa prospettiva, una società così mastodontica, ramificata, diversificata com’era la Montedison, nasce proprio negli anni ‘80, e noi ce ne siamo andati nel ‘77 Giudice, la necessità della holding. Tutto diventa autonomia decisionale, le divisioni diventano società autonome, e quindi anche questi livelli di responsabilità scendono necessariamente verso il basso. Era stato evocato dal dottor Cefis, nel suo intervento, una immagine, io credo molto efficace: in questo periodo c’è Enichem, non c’è Eni che gestisce la situazione anche dell’Enichem, in questo processo, c’è Montedison in tutto il suo complesso, ma non è nei termini di responsabilità diretta. In questo processo, viceversa, Montedison è in quella prospettiva mastodontica di presenza, perché i tempi erano quelli in cui non erano avvertite certe esigenze, e quindi i parametri che devono essere applicati per valutare le responsabilità di allora col metro di oggi io credo che devono essere adeguate anche a queste esigenze. Per cui, sulla base di queste argomentazioni, e facendo quindi miei i criteri che già sono stati riferiti dall’avvocato Baldini, a nome di entrambi i difensori noi chiediamo che il dottor Cefis sia assolto perché il fatto non sussiste o perché non ha commesso il fatto. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei. Chi interviene adesso? Prego, avvocato Dominioni.

 

AVVOCATO DOMINIONI

 

Avvocato Dominioni: difensore, insieme all’avvocato Alecci, del dottor Giorgio Porta, la cui posizione, signori del Tribunale, pone almeno due ordini di problemi. Il primo è se l’holding fosse portatrice di una posizione di garanzia. Questo perché, come sappiamo, e poi mi permetterò di richiamare in dettaglio le date, gli addebiti mossi al dottor Porta sono in qualità di amministratore delegato di Montedison in un periodo in cui Montedison è già diventata holding; ed in un periodo successivo come Presidente di Enichem, in un periodo in cui Enichem è ancora holding, cioè non si è trasformata in società, con al suo interno i comparti operativi a seguito, come sappiamo, della fusione per incorporazione.

Quindi, primo problema, se l’holding fosse portatrice di una posizione di garanzia. Secondo ordine di problemi: quale fosse la collocazione e la funzione del dottor Porta nella holding. Infatti mi sembra di tutta evidenza che anche qualora si dovesse concludere nel senso che la holding, prima Montedison e poi Enichem, fosse portatrice di una posizione di garanzia in ordine ai fatti di cui agli addebiti, non c’è una conclusione automatica da trarre nel senso che il dottor Porta fosse coinvolto nell’adempimento di questa posizione di garanzia, e che pertanto automaticamente debba rispondere per i fatti oggetto dell’imputazione. Mi consenta, lo richiamava anche questa mattina l’avvocato De Luca con la sua solita incisività, questo processo, a questo punto, nel momento della discussione, deve cominciare ad occuparsi delle posizioni soggettive. Questo, mi si consenta di dire fuori di metafora, è una mostruosità giuridico - processuale. Non è assolutamente immaginabile che si celebri un processo per così tanto tempo, processando dei fatti come se questi fatti venissero processati non in quanto addebitati a delle persone, e quindi non si sia dedicato il minimo di energia intellettuale, culturale, probatoria e tecnica, per individuare specificamente, come dovessero essere individuate le responsabile soggettive dei singoli imputati. Questo avrebbe dovuto essere fatto già durante le indagini. I documenti che io dovrò citare sulla posizione del dottor Porta, e che conclamano la sua comunque estraneità ad una pretesa posizione di garanzia, sono il frutto di una produzione dibattimentale; come se alla bulgara i processi anche in Italia si celebrassero sui fatti e dai fatti derivassero automaticamente delle responsabilità soggettive. Questo va detto con estrema fermezza, perché in questo non c’è assolutamente nulla di democratico ma è contrario a tutta la nostra concezione del diritto. Ed allora dobbiamo ricominciare da capo. Perché, qual era la posizione di Porta nella holding? Era una posizione che coinvolgeva la pretesa posizione di garanzia, oppure no? Sì, come magari anche altri imputati e sì come magari persone che non ci sono in questo processo, e che per dovere di toghe e per dovere di difesa poi, ad un certo punto, dovrò nominare? A dimostrazione di una illogicità interna di questa accusa, mal curata nel fatto e stravolta nelle posizioni soggettive. O no, come appunto tanti altri, non che non ci sono in questo processo, e no com’è conclamato dai documenti che solo noi ci siamo peritati di produrre, come se la Pubblica Accusa avesse il diritto di elevare delle imputazioni senza prima procurarsi e produrre le prove al Tribunale.

Questo è un compito che noi chiediamo francamente, un compito che il Tribunale assolva in supplenza della costruzione del Pubblico Ministero, perché non è assolutamente possibile rotolare ad una sentenza come se si trattasse di un fatto e di un processo che giudica fatti automaticamente, di una serie di persone, tra l’altro senza nessuna cura. E, anzi, mi si consenta, con molte trascuratezze, pescati negli uomini che vi erano dentro o intorno i due gruppi coinvolti.

La prima questione: se la holding avesse una posizione di garanzia. Io, su questo, innanzitutto, mi debbo riportare a quanto ha già detto il professor Padovani, non sto a ripercorrere tutti i passaggi e tutte le cose molto precise, ed importanti, e sicure; voglio dire sicure nell’elaborazione giuridica, non in una vaga cultura od infarinatura di qualche disciplina giuridica. Fortemente fondate nella cultura e nella tecnica; e quando dico cultura, non dico una cultura del diritto, della politica del diritto; no, nella tecnica, fortemente fondate nella tecnica normativa ed operativa del nostro diritto. Io mi richiamerò a questo, per questa posizione, per questo primo problema; qualcosa rassegneremo anche alla memoria, come su molti altri argomenti che poi presenteremo al Tribunale, per possibilità di concisione sotto vari aspetti di questa mia discussione. Mi limiterò a qualche considerazione, non senza richiamare innanzitutto che riguardo al secondo problema, implicato nella posizione processuale del dottor Porta, se cioè ammesso e non concesso che la holding fosse portatrice di una posizione di garanzia, se egli fosse portatore dentro la holding di funzioni che avessero a che fare, che fossero attinenti a questa asserita posizione di garanzia, debbo dire che qui rilevano due elementi, che dovremmo andare a guardare. E sulla pista, per cercare i quali mi impegnerò per orientare l’illustrissimo Tribunale: le cariche facenti capo al dottor Porta e le date della sua presenza nelle due holding. Le date sono, come sappiamo, amministratore delegato in Montedison dal febbraio ‘82 al febbraio ‘85; e poi a novembre ‘87; sappiamo che nel gennaio ‘82 Montedison è già holding dal 1° gennaio ‘81; poi il dottor Porta Presidente di Enimont per pochi giorni, che diventa subito Enichem, dal 12 dicembre ‘90 al 1° giugno ‘93. Come dicevo prima, Enichem in questo periodo è holding. A cosa rileva individuare queste date? Teniamo ben presente, sotto due profili. Il primo è per individuare storicamente i fatti, le condotte, gli avvenimenti, perché non siamo qui in materia di pensieri ma i fatti condotti, gli avvenimenti, come si dice oggi gli eventi, che siano addebitabili alla responsabilità del dottor Porta, ammesso e non concesso, anzi assolutamente non concesso, negato, che ve ne siano i presupposti, ma comunque dentro questi periodi temporali. In secondo luogo, queste date rilevano anche, al fine di individuare elementi di prova in generale in questa concezione del processo penale come ammasso delle persone; i nostri padri hanno compiuto così tanto tempo per superare questa concezione, e qui a Venezia si pretenderebbe che il Tribunale ritornasse al processo penale come ammasso di persone. Che gli elementi di prova, dicevo, che genericamente vengono individuati al Pubblico Ministero, e che tuttavia siano inseriti in queste date, e quindi rilevanti di un certo rilievo per il dottor Porta, e faccio un solo esempio: la vicenda American Apraisal, che fra l’altro è l’unico elemento di conoscenza indicato nella requisitoria dal Pubblico Ministero con riguardo al dottor Porta; questo è un elemento che è addirittura cronologicamente estraneo al dottor Porta, perché è una vicenda che ha inizio nel settembre ‘88, dopo che Porta è uscito da Montedison, e si conclude nel novembre ‘88, prima del suo ingresso in Enimont - Enichem, quindi è una vicenda che avviene quando il dottor Porta è assolutamente fuori.

Io credo che per impostare il discorso successivo possa fare una rassegna rapidissima dei temi sui quali si imposta il problema, deve essere impostato il problema di una posizione di garanzia della holding, innanzitutto. Ed esattamente innanzitutto dei temi cosiddetti in negativo. In questi periodi, che riguardano il dottor Porta, le holding non sono mai state datori di lavoro delle persone offese, proprietari o gestori di impianti, proprietari o gestori o meri utilizzatori delle discariche e degli scarichi, in questi periodi, perché queste qualifiche, salvo che le nozioni giuridiche non valgano nulla, queste qualifiche nei periodi pertinenti il dottor Porta non possono, non risalgono alle holding ma si riferiscono e prendono corpo nelle società operative, cosicché le holding non sono destinatarie delle diverse normative richiamate nei capi di imputazione. Questo è il primo dato. Per richiamare, per fondare la posizione di garanzia della holding, fra l’altro è stato richiamato il pensiero, gli scritti, le elaborazioni di Galgano. Io mi limito a qualche considerazione a questo riguardo perché, come ho detto, per il resto faccio mie le considerazioni svolte dal professor Padovani, e le altre che verranno fatte e quelle poche che metterò nella memoria. Il fatto è che se noi andiamo a vedere esattamente quello che ha scritto Galgano, e mi sia consentito magari nel suo lavoro più maturo, i gruppi di società Uten 2001, che compendia complessivamente il suo pensiero, che sappiamo essere quello, questo pensiero, del giurista che più in avanti è andato, diciamo si è spinto per l’individuazione di un’unità giuridica del gruppo. Galgano però dice esattamente l’opposto di quello che è stato qui sostenute; e tutte le cose che dice Galgano depongono nel senso che la holding non è portatrice di posizioni di garanzia in un contesto di fatti, di norme, di problematiche, quali sono quelle dei capi di imputazione. Mi limito a richiamare rapidissimamente la pagina 78 di questo trattato di Galgano: "Plurime sono le società del gruppo, ciascuna titolare di fronte ai terzi di propri diritti e doveri; unica per contro è l’impresa che le società di gruppo concorrono ad esercitare. E, sulla base di questa affermazione lapidaria che consegue a tutto un ragionamento che ovviamente io non ripercorro, Galgano che cosa arriva a dire? "I gruppi di società sono caratterizzati da questa ambivalenza; si presentano per certi aspetti come una realtà giuridica unitaria; si frazionano sotto altri aspetti nella pluralità delle società che li compongono". E quindi dice quali sono gli aspetti nei quali si esprime quella unità giuridica, che non sto ad elencare e che comunque sono l’unicità dell’oggetto sociale e via dicendo, e poi dice , a pagina 92: "Gli elementi di pluralità nella separata soggettività delle società a cui fanno capo le diverse fasi dell’impresa sono queste. Questa separata soggettività fa sì che nei rapporti esterni ciascuna persona risponda solo delle obbligazioni da essa assunte e comportano i rapporti stessi ulteriori, semmai conseguenze, gli amministratori di alcuna società, in quanto amministratori di una distinta società agiscono sotto una propria responsabilità anche nei confronti di terzi". Ed infine a pagine 136 e 137 in sostanza dice, non sto a leggere questi passi che sono fondamentali, ma dove dice: "Da un lato c’è la holding, investita delle strategie globali; dall’altra vi sono le società singole che mantengono la loro autonomia anche giuridica nella loro operatività ed i cui amministratori, in questa operatività, assumono autonomi, e propri, e soprattutto propri, diritti e doveri. Dopodiché l’art. 2087 va letteralmente a farsi benedire, come matrice di un obbligo di impedire l’evento, norma esterna all’art. 40, di cui l’art. 40 capoverso ha bisogno, va esattamente a farsi benedire per le parole tanto invocate dello stesso professor Galgano, punto estremo della dottrina del gruppo come unità giuridica. Questa è la verità. Dice: "Certo che la holding ha un compito di vigilanza, ha un compito di vigilanza sulle società operative; ma quale compito di vigilanza ha? Sulla rispondenza della gestione delle controllate alle direttive strategiche della holding, non certo un dovere di vigilare su ogni operazione posta in essere dalle controllate, quasi che assurdamente gli amministratori delle holding sarebbero responsabili per non avere impedito un’azione pregiudizievole, produttiva di danni. L’essenza stessa del gruppo di società, la trasformazione che esso determina entro l’organizzazione imprenditoriale spezza".

Allora, questo non lo dice un giurista retrivo di non so quale si voglia corrente di pensiero, lo dice il cultore dell’interpretazione economica del diritto più avanzato in Italia: "...spezza la gerarchia dell’impresa ed attribuisce l’autonomia decisionale in mano a preposti e diversi settori delle diverse società operative". Si noti che poi questa di cui si occupa Galgano, per erigerla, è una costruzione di ordine civilistico; il problema poi è il passaggio dalla costruzione civilistica, perché questo è un ulteriore problema, da una costruzione civilistica ad una costruzione che fondi delle responsabilità penali. Perché c’è ancora differenza, scusate questa sì è una banalità ma mi pare che proprio sia necessario fare questa precisazione, c’è una bella differenza tra responsabilità che possano precipitare sul piano civilistico e responsabilità che possano derivare da un punto di vista penalistico in capo alle persone. E difatti poi Galgano cosa dice: "Guardate che responsabilità di amministratori della holding, per fatti intervenuti nell’operatività delle controllate, si può verificare solo in casi in cui quegli amministratori della holding siamo stati istigatori di comportamenti illeciti; si siano ingeriti con ordini pressanti e ricattatori nei confronti degli amministratori della holding, affinché essi non se ne possano sottrarre. Oppure tengano tutta una serie di comportamenti che pure elenca, ma con conseguenze che sono d’ordine settoriale, che non possono essere generalizzate. In ogni caso occorre un comportamento attivo, occorre un comportamento attivo; noi ci troviamo di fronte a discutere fondamentalmente di condotte omissive. A parte alcuni passaggi del capo d’imputazione veramente faticoso, non solo da leggere voglio dire ma anche da essere oggetto di decisione, bisognerà capire perché il capo 1 si conclude con quella clausola di riserva più in particolare in aggiunta. Intanto con queste frasi di stile che non appartengono al lessico che deve essere preciso, cristallino e tagliente, anche del linguaggio processuale. Con queste frasi di chiusura che vogliono tutto dire e niente dire, consentire in ogni momento di poter precisare "volevo dire questo e volevo dire quest’altro", dedicata soltanto ad Enichem e non a Montedison. Oppure, nel capo B, pur avendo l’obbligo giuridico di impedire l’inquinamento, abbandonavano rifiuti speciali. Cioè, l’obbligo giuridico viene violato, l’obbligo giuridico di impedire l’evento, che è una condotta omissiva, imputando una condotta attiva. E qui certo che tutto è aggiustabile, però certo è che l’impianto del processo, per quanto riguarda l’insieme e sicuramente la holding, è un problema di condotte che vengono addebitate come omissive. Secondo livello dei problemi: dentro le holding, ammesso e non concesso che le due fossero portatrici di una posizione di garanzia, qual era dunque la posizione del dottor Porta e quali fossero i soggetti che fossero portatori di funzioni afferenti alla asserita posizione di garanzia. Partiamo dall’ordine di servizio di Montedison n. 382 del 29 gennaio ‘82, è la nostra produzione, documentazione numero 3, il quale dice: "A fare data dal 1° febbraio ‘82 sono nominati Presidente Mario Schimberni; amministratori delegati Giorgio Porta per la chimica primaria ed amministratore delegato per la fine e secondaria John Zuini". Allora, amministratori delegati, domanda che ci serve subito fare, con quali funzioni? E se con funzioni afferenti alla posizione di garanzia asserita. Allora, se noi andiamo a vedere il verbale della riunione del Consiglio di Amministrazione di Montedison del 29 gennaio ‘82, sempre della medesima nostra produzione, vediamo a pagine 149 e 151 che lo stesso Schimberni, illustrando le nomine, le deleghe che vengono date al dottor Porta, dice in modo molto chiaro dice che gli vengono date delle deleghe che riguardano l’attività strategica del gruppo e per assicurare un coordinamento inter societario ai fini dell’ottimizzazione del gruppo. Le linee strategiche, com’è noto, sono nel senso della riduzione, razionalizzazione della presenza nella chimica primaria, avuto riguardo alla situazione dei mercati internazionali, e prima ancora del mercato interno. Primo compito del dottor Porta sarà, per appunto, di occuparsi di questo. Ed infatti, e se ne dà atto in quel verbale di nomina, come ragione per la quale Porta viene nominato amministratore delegato con queste funzioni, egli veniva dal precedente incarico di Montedison, che era quello di responsabile del coordinamento strategico, ordine di servizio n. 6 del 1981, in data 30 marzo ‘81, sempre nella nostra documentazione n. 3, dove si dice che egli avrebbe svolto compiti di assistenza all’alta direzione per la formulazione degli obiettivi e degli orientamenti strategici del gruppo mediante l’adozione di analisi e valutazioni economiche di politica industriale. Vediamo invece quali funzioni non appartenevano al dottor Porta. Ritorniamo all’ordine di servizio n. 3 dell’82. "Non appartenevano al dottor Porta, perché risalivano e dipendevano direttamente dal Presidente Schimberni, diverse funzioni operative; e, oltre alla direzione finanza e controllo, al coordinamento relazioni istituzionali, agli affari legali e societari altri, in particolare al Presidente risaliva il presidio della ricerca e dell’innovazione tecnologica del gruppo che egli affida al consulente professor Ugo e che risponderà direttamente a lui, anche del suo espletamento del compito di coordinamento dell’istituto delegato". Ed ancora di più: "Dal Presidente dipende - dipendeva - il responsabile delle relazioni industriali, direttamente era il Presidente - Porta non c’entrava nulla -, che ha alle sue dipendenze il coordinamento medicina ed ambiente"; comprendente anche, come sappiamo, la problematica della sicurezza. Allora noi abbiamo che tutta l’attività, tutte le responsabilità dell’innovazione tecnologica, con tutti i suoi aspetti, e del coordinamento medicina ed ambiente di holding, sono funzioni che non fanno capo al dottor Porta ma fanno capo direttamente ed esclusivamente al Presidente, non rientrano cioè nelle sue funzioni.

Mi consenta il Tribunale di indicare rapidamente altri documenti, dai quali risulta il contenuto di queste funzioni, che d’altro canto sono emerse per certi aspetti anche nel dibattimento, ma che è bene individuare in tutta la loro precisazioni e determinatezza. Ordine di servizio 14 del 10 maggio ‘82, la funzione servizi, la funzione relazioni industriali assume questa diversa struttura: "Responsabile ingegner Vaciago. Vengono costituiti i seguenti meccanismi, tra gli altri coordinamento medicina ed ambiente alle dipendenze di Mattiuzzi; relazioni sindacali, alle dipendenze del dottor Greppi". L’1 novembre ‘90 questa struttura coordinamento medicina ed ambiente assume il compito di assistenza alle posizioni dei responsabili del gruppo, anche per la protezione ambiente e per la sicurezza; ordine di servizio n. 83, 1980. Quando poi, mi consenta il Tribunale di richiamare questo filo conduttore insistente ed insistito, che ha dentro una sua logica: quando poi le relazioni industriali vengono abolite, e che dipendevano dal Presidente, che avevano alla dipendenza la medicina, ambiente, sicurezza. Viene abolita la relazioni industriali e viene costituita la responsabilità di ricerca ed innovazione, tutta la medicina ambiente e sicurezza viene posta alle dipendenze di ricerca ed innovazione, che risale direttamente al Presidente e non è una funzione che è attribuita al dottor Porta. Credo che debba dire un qualcosa vero, di assolutamente pacifico, di evidente, semmai dentro la holding vi fosse una posizione di garanzia dove stavano le funzioni che dovevano dare supporto, realizzare, adempiere questa funzione di garanzia? Queste che vi ho indicato: relazioni industriali, medicina, sicurezza, ambiente; e dopo innovazione e tecnologia; e sotto, medicina, sicurezza, ambiente. Andiamo a leggere i documenti e vedremo che vi sono descritte, in tutte le mansioni attribuite a questi soggetti, tutte le problematiche di tutto il processo. Questo è il punto. In buona sostanza, signori del Tribunale, che cos’è successo: che si è visto amministratore delegato per la chimica primaria, non si è andati a guardare altro e si è fatto un capo d’imputazione a carico di una determinata persona, il dottor Porta, per errore di persona. Si è sbagliato bersaglio; e, ripeto, ammesso e non concesso che la holding avesse posizioni di garanzia. Perché poi io potrei continuare, ed anche a lungo, a richiamare, ma tranquillizzo l’illustrissimo Tribunale, non lo faccio, tutto quello che abbiamo documentato nel processo, di quello che facevo il dottor Porta: girava per il mondo; si è occupato di importantissime joint venture; teneva i rapporti con la Comunità Europea; teneva i rapporti con gli organismi internazionali; teneva i rapporti con il Governo; teneva i rapporti con i vertici dell’Eni per individuare e coltivare le strategie industriali e programmatiche. Ed io ho letto quando il Pubblico Ministero poneva una domanda, se ben ricordo al responsabile del servizio ambiente Raffelli, gli porge una domanda e Raffelli dice: "Io mi occupavo di pianificazione". Il Pubblico Ministero dice: "Lasciamo perdere le parolone". No, scusate, le parolone magari sono altre che sono state pronunciate in quest’aula, ma quando uno dice "In relazione alla mia funzione dentro un’azienda mi occupavo di pianificazione", questa non è una parolona, questo è un termine tecnico, di organizzazione aziendale e delle imprese e dell’economia. E comunque quello che faceva il dottor Porta è documentato, diciamo anche esemplificativamente, perché non abbiamo potuto portarvi qui tutti gli archivi di Montedison e di Enichem; poteva benissimo andare alla Guardia di Finanza a suo tempo e vedere, e fare una bella relazione; e risulta tutto questo, e risultano le note di viaggio del dottor Porta; le relazioni che egli faceva al comitato esecutivo, ne abbiamo prodotta qualcuna, riguardano proprio le grandi tematiche di posizionamento strategico del gruppo per aree di business; ma mai niente, assolutamente, che riguardasse l’operatività in generale delle società, e meno che meno i problemi ambientali della sicurezza anche a livello di holding, che viceversa erano funzioni, ripeto per l’ultima volta, che non erano state attribuite a Porta ma ad altri soggetti che rispondevano direttamente al Presidente. Ed infatti lo vedete nella documentazione che abbiamo prodotto, Porta non aveva neanche una sua struttura dentro la holding se non la segreteria, perché non ne aveva bisogno per l’attività che gli era stata demandata. E guardate che io posso richiamare anche altri documenti, ad esempio quando il 28 marzo 1985 abbiamo la rinomina di due amministratori delegati Montedison, ed uno è Cardarelli, non è più Usuimi, al quale vengono assegnate le politiche finanziarie, al dottor Porta vengono assegnate come amministratore delegato le politiche industriali e commerciali. E nei documenti che vi abbiamo prodotto vi è la descrizione di che cosa sia ciò in cui consiste questa sua attività: strategia, macro organizzazione di aree di business di competenza. Allora, strategia, macro organizzazione delle aree di business di competenza; accelerazione, sistemi di scelte, controlli strategici; attuazione politica delle risorse manageriali; ottimizzazione sistema commerciale marketing; sistema comitati e riunioni. Poi a quel professor Ugo, che ho avuto modo di citare prima richiamando quel primo ordine di servizio, viene dato anche il progetto innovazioni, innovazione dei progetti, innovazione delle tecnologie. E, se andate a vedere il documento n. 30 dell’85, qui si fonda la ricerca e l’innovazione, ecco qua che dal suo responsabile dipendono il controllo strategico ricerche, il finanziamento ricerche, le politiche di medicina ed ambiente, la valutazione e lo sviluppo dei progetti di innovazione, l’Istituto Donegani; e tutto questo risale al Presidente. Tutto questo risale direttamente al Presidente. Non insisto su altri ordini di servizio che vi sono negli anni successivi e che confermano in modo processo questa realtà, e che comunque richiameremo nella memoria che produrremo, dai quali si trova esattamente confermato questo. Com’è confermato dall’attività concreta documentata in atti, com’è confermato dai testi e dalle loro dichiarazioni che pure richiamerò nella memoria. Vedete, nel processo io credo che non si debba fare e non sia consentito fare un ragionamento del tipo: "mah, tizio ha avuto la fortuna di non essere imputato perché, se lo dovesse essere, e quindi anch’io non devo essere imputato, anche se lo dovrei essere". Come dire: signora maestra, lei ha picchiato me, ma guardi che anche il mio compagno di banco ha fatto le mie stesse marachelle. Però è legittimo, in un processo, fare un altro ragionamento: persone che la Pubblica Accusa giustamente ha ritenuto di tenere fuori dal processo, sulla base di precise considerazioni, e che hanno avuto la medesima posizione del dottor Porta, non può non essere un elemento per confermare che ci troviamo di fronte ad un banale errore di persona, fondato sul fatto che ci si è accontentati del dato dottor Porta, nominato amministratore delegato per la chimica primaria senza andare a vedere cosa ci fosse dentro e come funzioni in questa carica. Rapidissimamente in Enichem, perché qui si ripresenta la medesima storia, anzi con un ribaltamento di livelli che è un ulteriore elemento estremamente significativo del fatto che il dottor Porta, per le sue competenze professionali, poteva essere adibito soltanto ad una funzione di politiche industriali e commerciali di ordine strategico. Cosa avviene in Enichem? Egli viene nominato il 12 dicembre ‘90 Presidente del Consiglio di Amministrazione. Gli vengono attribuiti, con questa delibera, poteri che diciamo sono quelli che troviamo sempre negli elenchi pappardella dei notai; e vengono attribuiti contemporaneamente a lui e a Parrillo, in firma disgiunta: rappresentare in Italia e all’estero le società, stipulare, modificare, assolvere i contratti, etc. etc.. Dopodiché si va alla sostanza e negli ordini di servizio che cosa troviamo? Troviamo che mentre a Porta Presidente vengono attribuite funzioni che nulla hanno a che vedere con la supposta posizione di garanzia, le funzioni attinenti alla supposta posizione di garanzia risalgono all’amministratore delegato Perrillo. Andiamo a vedere il documento n. 8 delle nostre produzioni del 29 maggio ‘98, dove vi sono gli organigrammi di Enichem del ‘91, del ‘92, e poi ci saranno anche i successivi, e qui troviamo esattamente questo. La direzione ambiente, retta dall’ingegner Raffaelli, con dentro tutte quelle funzioni che sappiamo, dipende dall’amministratore delegato e non dal Presidente dottor Porta. E, guardate, anche qui ci sono degli organigrammi precisi di sviluppo della direzione ambiente, per cui non ci può essere nessun dubbio a questo riguardo. Anche qui nella documentazione n. 8 appena richiamata noi abbiamo prodotto uno degli organigrammi ’91 - ’92 - ‘93, che danno lo sviluppo della direzione ambiente, dipende dall’amministratore delegato, il suo direttore, della direzione ambiente Raffaelli, è sotto, e a dipendere da questo c’è la protezione ambientale, sicurezza ed affidabilità impianti, studi per l’ambiente o vita ambientale. Vorrà il Tribunale, avendone pazienza, andare a vedere, ma credo che sia indispensabile, l’ordine di servizio n. 31 del ‘91, datato 20 dicembre ‘91, che descrive la direzione ambientale, esattamente di 5 pagine con allegato l’organigramma che vi ho appena letto. E lì, per i vari settori nei quali si sotto distingue la protezione ambientale troveranno i signori del Tribunale elencate tutte le funzioni di questo settore; mi consentano soltanto una lettura di tre righe: "Assicurare il monitoraggio delle variabili aventi impatto sull’equilibrio ecologico e sugli ambienti di lavoro degli insediamenti delle società del settore ed assicurare una corretta valutazione in collaborazione con le unità competenti della divisione generale per il coordinamento industriale, servizi industriali. Il comparto audit ambientale, diretto dall’ingegner Trotta, la cui persona, il cui nome sono ricorsi in questo dibattimento, a definire le metodologie di audit ambientale di settore, strutturare l’attività sistematica di audit e realizzare e coordinare attività di audit nelle sedi, negli insediamenti industriali e nei centri di ricerca del settore. Assicurare il flusso delle informazioni, fornire supporto al direttore ambiente per la definizione del sistema linee guida interni in materia di audit ambientale per il settore. Insomma, c’è tutto questo collocato qui e c’è tutto questo che vede estranee le funzioni del dottor Porta, che a questo punto in Enichem fanno capo all’amministratore delegato. Dicevo prima, c’è questa significativissima situazione ribaltata in Montedison e in Enichem. In Montedison Porta ricopre la posizione di amministratore delegato e queste funzioni, che sono quelle che dovrebbero realizzare la posizione di garanzia, risalgono al Presidente; in Enimont Porta non è più amministratore delegato ma è Presidente e questo comparto non risale più a lui ma risale all’amministratore delegato. Come dicevo prima, significativo e significativissimo perché vuol dire che il dottor Porta, con le sue competenze e conoscenze, poteva essere impegnato ed occupato solo in un determinato ruolo e non in un altro, tanto da cambiare gli organigrammi quando per ragioni di politica interna egli occupa, anziché la posizione di amministratore delegato, quella di Presidente. E, vedete, credo che non sia necessario che io citi letteratura e giurisprudenza per dire che tra amministratore delegato e Presidente non c’è nessun rapporto di gerarchia e nessun collegamento: l’amministratore delegato ripete ai suoi poteri del Consiglio di Amministrazione che lo nomina e da cui riceve le deleghe, risponde al Consiglio di Amministrazione, svolge le proprie funzioni esercitando le deleghe autonomamente persino dal Consiglio di Amministrazione, il quale non gli può più dare ordini, lo può semmai revocare o adottare delibere all’interno del Consiglio di Amministrazione. Il Presidente non ha nessun collegamento né di sovraordinazione, tanto meno di gerarchia, tanto meno di controllo, tutto quello che si vuole, sull’amministratore delegato. Anche qui citerò, per brevità di tempo in questo momento, la ovvia letteratura e giurisprudenza in questa materia, in cui pacificamente si dice questo. E quindi, allora, in questo organigramma, dove le funzioni attinenti alle posizioni di garanzia dipendono dall’amministratore delegato e non dal Presidente, per quel nessun rapporto che c’è tra Presidente e amministratore delegato, anche in Enichem, è del tutto estraneo alla supposta posizione di garanzia. Anche qui quell’argomento di Pierino, giusto per avviarmi rapidissimamente, effettivamente, non è la solita cosa che si dice, alla conclusione, rassegnando una serie di argomenti e di temi alla collega Alecci, che parlerà in una prossima udienza, anche qui l’argomento di Pierino, ma usato bene. Ma, signori del Tribunale, abbiamo questa funzione della direzione ambiente, con dentro tutte le mansioni, ripeto, che danno corpo alla supposta funzione di garanzia dipendono da Parrillo; Parrillo non è imputato per il capo 1, ma soltanto per il capo 2. Porta, da cui non dipende la funzione afferente all’invocata posizione di garanzia è imputato non solo del capo 2 ma anche del capo 1. Una bella distrazione! Una bella incongruenza! Una bella illogicità dell’impianto d’accusa! Un bel disastro se fossero veri tutti i presupposti che dice l’Accusa, un bel problema per il Tribunale! Ma come si fa a dare coerenza ai documenti che documentano le responsabilità dentro la società con questo capo d’imputazione. Fatto è che l’argomento, invece, è un altro. Giustamente Parrillo non è stato imputato per il capo 1; ma giustamente non doveva essere neppure imputato per le medesime ragioni il dottor Porta, ed anzi a maggior ragione semmai, ma proprio ne era estraneo. Ed anzi questo per il dottor Porta, ripeto, vale per entrambi i capi d’imputazione. Consentitemi l’ultimo argomento, anche questo di verifica interna della logica dell’impianto d’accusa, che è cosa non poca in un processo, soprattutto quando verifiche fatte in base agli argomenti. Che cosa succede: il 2 giugno ‘93 cambiano gli assetti di vertice di Enichem. Il 1° giugno ‘93 Porta e compagni escono dalla società e vengono nominati Presidente Coliti, Vicepresidente Mincato, amministratore delegato Patron. Si dice: "Dal Presidente dipendono le funzioni relative agli accordi internazionali". Come risuona Porta: "Rapporti d’immagine e rapporti con la stampa. Dal Vicepresidente dipendono l’amministratore delegato, etc., etc.. Dall’amministratore delegato dipendono le funzione tra l’altro di gestione dei problemi dell’ambiente".

Allora, nella fase successiva, e siamo alle soglie di quando Enichem sta ridiventando società operativa, non più holding, perché si reincorpora le società, ci si dà questa struttura: il Presidente, con questa posizione; quando si vuole agganciare l’amministratore delegato ad un livello di natura presidenziale, lo si delibera specificamente, e lo si dice. Allora, andiamo a fare i conti. Io non lo sto a leggere, qui proprio ancora una volta per economia di tempo, ma la richiesta di archiviazione del Presidente Colitti, 7 dicembre ‘96, sembra scritta anche per Porta. La si vada a rileggere, avendo in mente, anziché Colitti, cioè che abbiamo in mente della posizione di Porta nella società. Costui, oltre ad essere caratterizzato dal fatto di essere un tecnico, di essersi occupato di attività umanistiche, amministrazione, economia, relazioni pubbliche… cioè non era lì a organizzare le serate letterarie, si occupava di amministrazione, economia, relazioni pubbliche, come Porta si occupava delle relazioni internazionali, le relazioni con l’Europa, con la Comunità Europea, con l’Europa Occidentale. È stato bypassato, si dice; ma qui non è che sia stato bypassato, qui è che non aveva i poteri, non ne aveva le funzioni. Di Mincato poi nel processo non vi è nessuna storia. Ed allora gli altri temi che verranno coltivati, cioè che rispetto a questa, poi gli addebiti sono addebiti da società operativa, minuti spesso nella loro materialità; non sto dicendo nelle conseguenze, per l’amor di Dio, siano intese bene queste mie parole, ma di una specifica operatività di stabilimento e a volte di reparto. Le grandissime dimensioni del gruppo, L’assoluta mancanza di qualsiasi elemento di consapevolezza che Porta avesse; ma, si noti bene, non perché ne era distratto, non perché egli fosse negligente ma perché non rientrava nelle sue competenze, per tutta una serie di altre ragioni per le quali nelle date in cui egli è stato presente nelle due holding non vi furono particolari fatti che potevano portare ad una conoscenza.

Per queste ragioni, che sono fondamentalmente, per quanto vi ho esposto, la holding non era portatrice di una posizione di garanzia, ma comunque Porta non era portatore di funzioni dentro la holding che avessero a che fare con quella pretesa posizione di garanzia, anticipo la richiesta, che però poi verrà formalizzata dall’avvocato Alecci in esito alla sua discussione, di assoluzione del dottor Porta perché il fatto non sussiste o comunque perché egli non l’ha commesso. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei. Facciamo cinque minuti proprio di interruzione; riprendiamo e proseguiremo fino alle 18.30 - 18.45. Io spero che l’intervento successivo possa concludersi in quell’ambito di tempo.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.BREVEMENTE

 

Presidente: riprendiamo, prego. Se volete accomodarvi e riprendere posto, la parola all’avvocato Giarda e termineremo con l’avvocato Giarda perché sono le sei meno un quarto; io credo che l’avvocato Giarda prenderà un suo spazio, e quindi domani avvocato Benedini eventualmente.

 

AVVOCATO GIARDA

 

Avvocato Giarda: signori del Tribunale, signor Pubblico Ministero, difensori delle Parti Civili e colleghi della Difesa, parlo quale difensore degli ingegneri Calvi, Darminio Monforte e Fedato. Le posizioni soggettive dei miei assistiti sono al centro della mia preoccupazione ma l’illustrissimo Tribunale mi consentirà di esprimere qualche valutazione di quanto è avvenuto in quest’aula con grande dispendio di energie intellettuali e professionali da parte di tutti, alla luce di alcune categorie processuali che sono andate consolidandosi negli ultimi tempi e che non possono essere dimenticate nella valutazione finale del dibattimento.

Il professor Stella, nelle sue appassionate, penetranti e meditate parole, ha osservato che nel corso del processo attuale sono stati presenti a tutti il dramma, i dolori, i patemi, le sofferenze, la rabbia forse di tanti lavoratori, delle loro famiglie, dei loro parenti. Nessuno dei difensori degli imputati ha dimenticato questi fatti, queste persone, questi problemi. Ma la Difesa degli imputati ha anche il dovere, non solo giuridico, di non dimenticare che gli stessi imputati, molti dei quali hanno interrotto il loro rapporto con il mondo del lavoro e di quel lavoro da più di vent’anni, sono uomini che hanno profuso energie umane e professionali, a posteriori si è detto da parte dell’Accusa insufficienti e non adeguate, e meritano, anche per la loro età, il rispetto che è dovuto a tutti, valendo per tutti, e quindi anche per loro, la presunzione di innocenza di cui all’art. 6.2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Badino che la presunzioni di innocenza non è la considerazione di non colpevolezza di cui all’art. 27 della Costituzione, è una cosa radicalmente diversa. E se finora questa presunzione di innocenza era aleggiata tra i principi non scritti della Costituzione, ora non possiamo più dimenticare che nel momento in cui l’art. 111 della Costituzione ha recepito le regole del giusto processo legale, ha recepito anche la presunzione di innocenza. Questo vuol dire che questa presunzione di innocenza andava tenuta presente nella ricerca delle fonti di prova, nella valutazione delle fondamenta delle richieste del Pubblico Ministero di rinvio a giudizio, andrà tenuto presente nel momento della decisione. La correlazione stretta tra la presunzione di innocenza ed il secondo comma dell’art. 530 è un pilastro processuale da cui non si può derogare. Ma, lo dico con molta umiltà, perché credo che in questo processo tutti, e quando dico tutti dico tutte le Parti pubbliche e private, e la grande determinazione del Presidente, abbiamo capito che trattasi di un processo di grande importanza storica. Ma questo grande processo di grande importanza storica deve restare un processo penale, non deve diventare un libro di storia italiana. E allora, proprio per questo, accanto al richiamo, al principio del giusto processo legale, di una presunzione di innocenza che ripeto è cosa diversa dalla considerazione di non colpevolezza, dobbiamo anche considerare che tutto l’andamento del dibattimento è stato caratterizzato, se vogliamo, inevitabilmente, da alcune compressioni di dimensioni essenziali del dibattimento ordinario. Il principio di oralità, signori del Tribunale, è stato di fatto annientato nelle dimensioni della concentrazione dell’immediatezza; le prove dichiarative saranno tutte valutate attraverso la lettura dei verbali, e questo forse non è in linea con quanto si vorrebbe in un dibattimento a schema accusatorio. Il dibattimento si è retto essenzialmente sulla contrapposizione delle prove delle Parti, mai su un mezzo di prova del Giudice. Nessuno, tra le Parti contrapposte, ha potuto revocare in dubbio la professionalità e l’attenzione scientifica dei consulenti tecnici; ma essi, per il loro specifico ruolo processuale perché loro natura, sono stati ispirati, magari inconsciamente, dall’idea di sorreggere la tesi della parte che rappresentavano, piuttosto che quella di accertare la verità oggettiva delle cose. Certo, l’illustrissimo Tribunale, si dice, sarà peritus peritorum, ma dovrebbe essere perito peritus peritorum, non peritus consulentium. Scusate se ho coniato un latino che non esiste. Perché è altrettanto vero che se una prova è per sua natura prova di parte, finisce per non essere disinteressata qualunque sia la parte che essa rappresenta. Il consulente non rilascia la dichiarazione che il perito deve fare ex art. 226 comma 1; il consulente non commette il reato di cui all’art. 373 ma solo quello della consulenza infedele che indica testualmente una condotta volta a ledere un interesse tipico della parte. Non so, e lo dico davvero sotto voce, e la ragione per cui dico queste cose signor Giudice sarà chiara fra un minuto, non so davvero se tutto il dibattimento, così come è stato concepito e condotto, su una traccia voluta dal Pubblico Ministero risponda davvero a quel principio contenuto nell’art. 111, secondo cui la prova deve formarsi in contraddittorio, davanti al Giudice terzo ed imparziale. Perché qui certamente il Giudice è stato terzo ed imparziale, ma le prove non sono terze rispetto alle Parti.

Ancora, passiamo ad un altro elemento di prova, ad un’altra fonte di prova: la testimonianza. Si è detto che la testimonianza è la prova a più basso titolo logico. Orbene, i tre fattori che condizionano la testimonianza, la capacità di esperienza visiva ed auditiva, la capacità fisica di ricordare e l’attitudine a riprodurre in parole l’esperienza vissuta e ricordata, agiscono quali cause oggettive di condizionamento della verosimiglianza di ogni racconto in funzione diretta del tempo che passa. Siamo sicuri che a distanza di quindici, vent’anni, i ricordi siano nitidi, circostanziati, ben raccordati con la realtà effettiva di allora? Dobbiamo ancora dare atto all’organo dell’Accusa, coadiuvato naturalmente dai rappresentanti privati delle Parti Civili, che ha ordinato un’enorme mole di fonti probatorie; ma la Difesa degli imputati non può dimenticare, signori del Tribunale, che il Pubblico Ministero ha trascurato una massa non meno cospicua di documenti che contenevano e contengono, come cercherò di dimostrare se il Tribunale avrà la pazienza di ascoltarmi, o se io non sarò troppo noioso, elementi probatori del tutto favorevoli agli attuali imputati. Ed allora dobbiamo domandarci: ma l’art. 358 Codice di Procedura Penale è stato forse abrogato? Non pone a carico del Pubblico Ministero anche il dovere di compiere altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini? L’art. 187 del Codice di Procedura Penale stabilisce che l’oggetto della prova abbia un suo specifico contenuto; e l’oggetto della prova riguarda tutto ciò che deve formare oggetto di un’attività ufficiosa del Pubblico Ministero; e sono oggetto di prova i fatti che si riferiscono all’imputazione, ma alla punibilità ed alla determinazione della pena. Io ho visto un impegno del Pubblico Ministero teso ad accertare le imputazioni, ma uno scarso impegno ad accertare gli elementi costituivi della punibilità dal punto di vista soggettivo. Ed anche questo è forse uno dei limiti ai risultati di questa situazione di tipo processuale.

Ancora due osservazioni, signori del Tribunale, mi consentano, di carattere generale. Nella determinazione delle condotte di tutti gli imputati, e se sarà il caso nella determinazione della pena, due aspetti non potranno sfuggire alla loro valutazione. Gli imputati non avevano alcun interesse personale di tipo economico nella gestione delle aziende, e dunque non può imputarsi agli stessi quel fattore economico che spesso assorbe nel rischio di impresa la tutela della salute e dell’incolumità dei lavoratori. Inoltre c’è un punto sul quale mi preme, in modo particolare, attirare l’attenzione dell’illustrissimo Tribunale. Il processo si colloca storicamente in un momento davvero eccezionale dal punto di vista della modifica del sistema penale nel suo complesso. Si sta profilando, ed è ormai in fase attautiva, una responsabilità para penale delle società commerciali, che finirà per far passare in secondo piano la responsabilità personale delle persone fisiche. Chi lesse la legge n. 300 del 2000 capì che in quel momento stava chiudendosi un’epoca e se ne stava aprendo un’altra. Le richieste del Pubblico Ministero nella sua requisitoria finale sono per forza poste in una strettoia obbligata oggi, per affermare la responsabilità della società bisogna passare necessariamente per l’affermazione della responsabilità delle persone fisiche. Se noi guardiamo, io ho cercato di fare questa analisi ma non voglio tediare l’illustrissimo Tribunale, nella requisitoria del Pubblico Ministero e delle Parti Civili si parla molto più spesso, per quanto mi può interessare, di Montedison che non delle persone che io difendo: Calvi, Darminio Monforte e Fedato. Perché? Perché il vero traguardo è da sempre, e non solo in questo processo, la struttura imprenditoriale del gruppo e non le singole persone. Se questo è vero, e la legge 300 lo conferma, non potranno i Giudici del Tribunale dimenticarlo nell’adottare i criteri di valutazione delle singole posizioni e i criteri di valutazione semmai per la determinazione dell’ammontare complessivo delle pene.

Il secondo passaggio del mio intervento, signori del Tribunale, è un passaggio che riprende in qualche misura considerazioni che già sono state fatte dai colleghi, ma le riprendo da un punto di vista diverso, se mi è consentito esprimermi in questi termini. Una analisi del capo d’imputazione, così com’è stato confezionato dal Pubblico Ministero, fa certi di una cosa, e parlo sostanzialmente del capo d’imputazione sub A, cioè del primo. Nella pagina 5 del decreto che dispone il giudizio il Pubblico Ministero richiama il D.P.R. 10 settembre 1982, n. 962. Come lo richiama? Se noi guardiamo la pagina 4 del decreto che dispone il giudizio, perché il decreto che dispone il giudizio altro non è che una ripresa della richiesta di rinvio a giudizio, viene identificata la colpa progressiva nel tempo in imprudenza, imperizia, negligenza; ed espressa dalla violazione degli articoli 2087 e seguenti. In questa parte, dedicata all’identificazione dei referenti normativi della colpa specifica, non è richiamato il D.P.R. 10 settembre 1982, n. 962, che viene viceversa richiamato soltanto nel momento descrittivo di alcune omissioni, in quanto il Pubblico Ministero precisa che successivamente si è continuato a utilizzare gascromatografi e reti di rilevamento del tutto inidonei a garantire la tempestiva rilevazione delle fughe, le esatte individuazioni del punto di fuga, nonché la concentrazione del CVM nei singoli posti di lavoro, in contrasto con la direttiva comunitaria 78610 e con il D.P.R. 10 settembre 1982, n. 962. Non so perché il Pubblico Ministero abbia inserito lì questo riferimento. Naturalmente il Pubblico Ministero non è tenuto a spiegarlo ai difensori, certo i difensori possono argomentare le ragioni per cui è finito lì e non nei referenti normativi della cosiddetta colpa specifica. Allora, riprendendo molto rapidamente quello che già altri hanno detto, dobbiamo considerare, signori del Tribunale, qual era il referente normativo che doveva essere preso in considerazione negli anni che vanno dal ‘70 al 1992, se è vero che il termine di riferimento era quel dovere di garantire situazioni di incolumità di cui all’art. 2087 del Codice Civile. In assenza di referenti normativi specifici bisognava pur trovare qualche altro referente pseudo normativo che, in collegamento con il 2087 ed in correlazione con il richiamo alle norme di prudenza, perizia, diligenza, potessero consentire di dire che gli operatori del gruppo Montedison, e in particolare mi riferisco all’ingegner Calvi, all’ingegnere Darminio Monforte, avessero in qualche modo tenuto presente nella loro condotta. Or bene, noi abbiamo prodotto, signori del Tribunale, in sede di produzione in limine del dibattimento, le indicazioni dei TLV dell’ACGIH; perché le abbiamo prodotte? Perché l’ingegner Calvi, che me ne ha fornita la copia, ha detto e ripetuto che questi erano i loro referenti scientifici. Io non voglio riprendere tutto il cammino di queste valutazioni perché è già stato fatto da chi mi ha preceduto, dall’avvocato Alessandri, dall’avvocato Baccaredda. Voglio solamente ricordare che queste modifiche del TLV erano fatte anno dopo anno e, se noi andiamo a considerare queste valutazioni, che erano i referenti scientifici di quelle persone specifiche, non di discorsi astratti, di possibili valutazioni scientifiche, quelle persone usavano questi strumenti. E da questi strumenti che cosa ricaviamo? Che per esempio nel 1972 il TLV, per il cloruro di vinile monomero, era ancora molto elevato. Questo complesso di norme si può vedere nel 1972, nel 1973, e nel 1974 diventa sospeso, pende, figura nell’interno di questa valutazione, così come figura nel ‘75, così come figura nel ‘76. Nel 1976 si verifica una situazione particolare, perché anche la Comunità Europea comincia a preoccuparsi di queste prospettive. Nel 1978, nel 1979, fino a quando nel 1980 c’è una copia del giornale degli igienisti industriali, ché il corrispondente italiano dell’associazione di cui parlavo prima, e questi fissano il ppm del cloruro di vinile in 5a 1a, che nell’indicazione delle legende che lo accompagnavano indicava cancerogeni umani, sostanze o sostanze collegate con processi industriali alle quali è stato riconosciuto un potenziale carcinogeno o co-carcinogeno per le quali è stato fissato un TLV. Anno 1980. Allora 5 ppm. Cosa avvenuta, nel.., sul piano delle valutazioni globali? Il Pubblico Ministero, nel richiamare un documento che sarebbe stato scritto anche in presenza dell’ingegner Calvi, sottolinea un passaggio che al pensiero, secondo la previsione, l’ottica del Pubblico Ministero, è l’indicazione precisa di una capacità di condizionare addirittura gli organi legislativi del nostro paese. Vedremo cosa possiamo fare per instradare il dato normativo su questa strada. Ed allora, se questa è la considerazione che fa il Pubblico Ministero, noi possiamo ribattere rispettosamente che non era quello il senso della frase; ed anche Celso ci ammoniva che in civile est disi tota lege perspecta. È una legge nel contesto generale, altrimenti se noi togliamo una frase di qua e di là possiamo far diventare il cantico dei cantici come un discorso pornografico, invece va visto nel suo contesto. Perché, in realtà, il riferimento normativo non era tanto alla legge italiana ma ad una direttiva del Consiglio delle Comunità Europee.

Spesso, signori del Tribunale, noi citiamo della direttiva delle Comunità Europee soltanto il testo normativo della direttiva stessa, cioè l’art. 1, oggetto della presente direttiva e la protezione dei lavoratori. Orbene, forse è opportuno, per capire il referente normativo specifico che integrato con l’articolo 2087 poteva dare la misura della perizia, della diligenza, o della capacità, della prudenza di quegli operatori, vedere esattamente i consideranda come si suole dire della direttiva. Perché siamo al 29 giugno 1978, io difendo l’ingegner Calvi e l’ingegner Darminio Monforte per questa parte: uno termina, come vedremo, le sue funzioni specifiche nel 1975 e l’altro nel 1977. Qui siamo nel 1978, in quel momento storico.., perché non possiamo fare un discorso semplicemente per dire che erano lì e dovevano provvedere; loro erano degli imprenditori, sapevano quello che dovevano fare, avevano dei referenti normativi e questi referenti normativi sono quelli testuali e documentali. Ebbene, il Consiglio delle Comunità Europee il 29 giugno 1978 scriveva: "Visto il trattato che istituisce le comunità economiche; considerando che mentre in passato si riteneva che il cloruro di vinile monomero potesse dare origine solamente ad una malattia generalmente curabile chiamata acrosteolisi professionale, gli studi epidemiologici più recenti ed i dati provenienti dalla sperimentazione animale mostrano che le esposizioni prolungate, ripetute ad alte concentrazioni di cloruro di vinile monomero, nell’atmosfera posso provocare la sindrome cloruro di vinile monomero. Inoltre deve essere considerata una sostanza cancerogena in grado di provocare l’angiosarcoma, tumore maligno raro, che può insorgere anche senza causa nota". Su questo "anche senza causa nota" apre una prospettiva che è stata battuta in larga misura dai nostri consulenti medici. Qui c’è un referente normativo specifico. Prima il cloruro di vinile monomero era soltanto indicato tra le industrie che erano di una categoria primaria in relazione alla loro capacità di offendere e di intossicare. Questa direttiva del Consiglio quando diventa norma interna? Diventa norma interna soltanto nel 1982, quando, attraverso una attuazione della direttiva della CEE, si fissa il limite dei 3 ppm, esattamente il 10 settembre 1982. Ne parleremo quando parleremo della posizione dell’ingegner Fedato. Allora, possiamo fare tutte le considerazioni che vogliamo, ma se noi dobbiamo valutare una condotta colposa che deve essere raccordata o ad un insieme di cautele che integrano quella che noi chiamiamo prudenza, diligenza, perizia, o ad un insieme di cautele fissate normativamente, dobbiamo prendere atto che la associazione degli igienisti industriali americani aveva fissato quei TLV secondo quell’indicazione che già sappiamo. Il primo indicatore normativo interno è dato dalla direttiva del Consiglio delle Comunità Europee del 1978 e la legge attuativa è solo del 1982, che porta a 3 ppm. Questi sono i referenti. E tutto il resto? Tutto il resto sarà anche interessante, ma se noi dobbiamo valutare la condotta alla stregua dei canoni della imprudenza, negligenza, imperizia, correlata all’art. 2087, che a sua volta richiama dei referenti normativi, non possiamo dimenticare che questa è la linea su cui ci siamo mossi. E l’ingegner Calvi ha detto anche al Pubblico Ministero: questi erano i nostri termini di riferimento. Se poi dobbiamo trovare altri referenti di altra natura, va beh allora possiamo tentare di fare quello che vogliamo, ma in concreto quelle persone si mossero sulla base di queste indicazioni precise. E allora si dice che quelle persone non avrebbero fatto quello che dovevano fare.

Passando più esplicitamente a prendere in considerazione le valutazioni specifiche che sono state precisate nel decreto che dispone il giudizio, si può dire che le tre posizioni che rappresento costituiscono altrettanti esempi di dirigenti che si sono impegnati, soprattutto il primo, in prima persona, per risolvere questo problema. Non si dica, perché potrebbe essere davvero un’affermazione che determina una reazione anche violenta di questo difensore, che l’ingegner Calvi non ha fatto niente, perché questo è veramente fuori dalla realtà. Intanto vediamo come viene chiamato in causa l’ingegner Calvi. L’ingegner Calvi viene indicato dal Pubblico Ministero, evocando la posizione dell’ingegner Calvi nella struttura del gruppo Montedison come dirigente della società Montedison. Se ci è consentito, con il rispetto dovuto alla persona ed all’ufficio del Pubblico Ministero, è un riferimento troppo generico. Cosa vuol dire dirigente? Dirigente di che cosa? Ed allora dobbiamo prendere in considerazione, se mi è permesso di leggere, il contenuto del decreto che dispone il giudizio, soltanto la seconda parte: era dirigente, ma il suo ruolo di garanzia è quello di vice direttore generale tecnico della Dipe, dal gennaio 1973 al dicembre 1975. Allora è quello che dobbiamo prendere in considerazione, perché vedremo che quando nel capo d’imputazione viene evocata anche la posizione dell’ingegner Calvi, prima della Dipe e poi della Divisione Prodotti Petrolchimici di Base, dal settembre ‘75 al settembre ‘80, si fa un richiamo senza avere un referente documentale. Perché i documenti che sono agli atti, costituiti da altrettanti ordini di servizio, escludono che in quella posizione l’ingegner Calvi potesse rispondere di alcunché dal punto di vista sia della sicurezza degli impianti del CVM, PVC, sia degli scarichi di tipo effluenti.

L’ingegner Calvi viene nominato come vice direttore generale nel 1973, con ordine di servizio n. 367 del 5 gennaio 1973; il vice direttore generale, ingegner Calvi, assume la responsabilità della conduzione tecnica della divisione con particolare riguardo gli impianti di produzione ed alla realizzazione dei nuovi investimenti.

Signori del Tribunale, noi non ci nascondiamo dietro ad un dito, ma non vogliamo avere nemmeno sulle spalle la croce degli altri; per questo periodo, da questo periodo in avanti, 5 gennaio 1973, l’ingegner Calvi ha questi compiti; tra questi compiti figurano anche quelli relativi agli impianti del CVM e PVC di Porto Marghera. Ma prima di vedere che cosa ha fatto in questa funzione, vediamo fino a quando l’ha fatto. Perché, quello che il Pubblico Ministero ha fatto scrivere al Giudice dell’Udienza Preliminare nel decreto che dispone il giudizio non risponde a verità. L’ingegner Calvi resta sostanzialmente vice direttore generale assumendo la conduzione tecnica della divisione fino al 26 settembre 1975. L’ordine di servizio è il n. 932. Allora, la funzione specifica del direttore generale non è quella del vice direttore generale; mi dispiace, sembra che la Difesa si arrocchi su posizioni comode, ma in realtà storicamente è andata così. Con l’assunzione della direzione generale della divisione l’ingegner Calvi ha lasciato ovviamente la vice direzione generale tecnica, che è quella che si occupava esattamente della realizzazione degli investimenti, e quindi anche degli investimenti nello stabilimento di Porto Marghera. Ed a chi è andata? Lo dice sempre l’ordine di servizio n. 932 del 26 settembre 1975. La vice direzione tecnica è andata con quell’ordine di servizio all’ingegner Mario Fogagnolo, e qualcuno potrebbe dire: beh, comodo, perché l’ingegnere Fogagnolo non c’è più, è deceduto qualche tempo fa. Signori della Corte, io credo che nessuno possa seriamente pensare che questa Difesa si rifugi in una tecnica difensiva così puerile, la verità è che storicamente è andata così. Come l’ingegner Calvi risponde della realizzazione di nuovi investimenti per il periodo in cui fu vice direttore generale tecnico, di questo particolare settore non risponde più dal momento in cui diventa direttore della divisione prodotti petrolchimici di base, perché questo settore particolare spetta all’ingegner Mario Fogagnolo: basta leggere la pagina 4 dell’ordine di servizio n. 932. Si dirà: ma certamente potrebbe rispondere di culpa in vigilanda. E si potrebbe teoricamente ipotizzare una cosa di questo genere, ma bisognerebbe provarlo che ci fosse un rapporto di questo genere e che non ci fosse un’autonomia particolare del vice direttore generale tecnico. Perché spesso mi ha detto l’ingegner Calvi: "Io rispondo di quello che avrei dovuto o fare e mi si dice non ho fatto; non posso rispondere di quello che dovevano fare altri e forse non hanno fatto". Se questo è vero, signori del Tribunale, noi dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quello che l’ingegner Calvi ha fatto, e vedremo che non è poco, da quando ha assunto l’incarico di vice direttore tecnico della divisione, e cioè dal 1973 fino al momento di lasciare l’incarico, il 26 settembre 1975, dunque sostanzialmente sono due anni e mezzo. È importante, vedano signori del Tribunale, non dimenticare anche le date; può essere noioso fare questi riferimenti, però l’ingegner Calvi si trova sulla testa una richiesta di condanna di dieci anni. Per che cosa francamente – ripeto, con tutto il rispetto per il signor Pubblico Ministero - non abbiamo ancora ben capito, però dieci anni sono dieci anni anche per uno che è nato nel 1922. E allora lui dice: "Processatemi per quello che io ho fatto o non ho fatto nel momento in cui avevo dei ruoli specifici in questo settore, dal 3 gennaio 1973 al 26 settembre 1975". Ed allora, per capire quello che ha fatto o non ha fatto in quel periodo non c’è altro da fare che riesumare alcuni documenti che la Difesa ha trovato verso la fine dell’udienza preliminare in una grande stanza della Guardia di Finanza, messi lì e mai utilizzati. Abbiamo raccolto i più significativi, signori del Tribunale; e da questa raccolta significativa sono emerse cose piuttosto interessanti. Ci è stato detto: "Avete fatto poco". Tutto è perfettibile in questo mondo, tutto è perfettibile nella vita, però se noi facciamo una valutazione a posteriori, potremo anche dire che Giulio Cesare poteva fare meglio la campagna di Francia, ma se noi riportiamo a priori quello che è stato fatto allora, forse una valutazione meno drastica e meno pesante nei confronti di quello che si è fatto da parte dei dirigenti Montedison del tempo sarebbe anche possibile. Attraverso l’opera preziosa nei nostri collaboratori scientifici, e in particolare del professor Pasquon e del dottor Del Carlo, che sono venuti anche loro a dare un contributo di verità per quel che verità può essere in queste nostre vicende umane dei processi penali, abbiamo identificato perfino il tempo intercorrente tra la richiesta della commessa e la sua realizzazione. Lor signori sanno che in un complesso come quello della Montedison, così come quello dell’Eni o dell’Enichem, non si possono realizzare le cose da un giorno all’altro, non siamo di fronte all’imprenditore individuale il quale dice: devo fare questo, lo faccio e non ne parliamo più. Ci sono delle procedure interne che non sono finalizzate ad un rallentamento della realizzazione ma sono finalizzate ad uno svolgimento ordinato di qualunque tipo di impresa. Ebbene, queste procedure molto spesso sono state cancellate per le vicende che concernono il CVM di Porto Marghera; sono state identificate, e credo che sono state identificate anche dal professor Pasquon nella sua dichiarazione, delle commesse per le quali tra il tempo della richiesta e il tempo della realizzazione è passato un mese, venti giorni, dodici giorni, quindici giorni, venti giorni, quindici giorni. C’era una sorta di accelerazione tra la richiesta e la realizzazione.

Signori del Tribunale, conta poco, forse conta poco, ma in un processo così complesso come questo contano anche apparenti racconti aneddotici. Quando l’ingegner Calvi è arrivato alla vice direzione della divisione sono apparsi cartelli, nella divisione stessa, con la scritta: "Si Calvi chi può". Veniva da Mantova come direttore, era di un rigore eccezionale. Dire che non è stato tra quelli più sensibili a questa problematica mi sembra che sia far torto alla verità storica dei fatti. Vediamoli compatibilmente con il tempo che ho, se ci sono degli ordini firma Calvi. Sono ovviamente ordini, signori del Tribunale, che si collocano esattamente tra il 5 gennaio 1973 ed il 26 settembre 1975, cioè nel periodo in cui Calvi era in condizioni di dare lui le autorizzazioni alla conclusione ed alla realizzazione dei lavori in quanto era vice direttore tecnico della divisione petrolchimica. Il 7 giugno 1973 l’ingegner Calvi autorizza un intervento per 23 milioni; il 24 aprile 1974 autorizza un intervento per 145 milioni. Dobbiamo riportarci al 1973 - ’74. Il 15 novembre 1973 autorizza un intervento per 33 milioni; il 15 novembre 1973 autorizza un intervento per 26 milioni; l’1 febbraio 1974 autorizza un intervento per 94 milioni; l’1 febbraio 1974 autorizza un intervento per 80 milioni; il 5 marzo 1974 autorizza un intervento per 600 milioni. Il lavoro comprende – forse questo è interessante tenerlo presente – la nuova sistemazione dello scarico autoclavi e stoccaggio lattici, consistente in una serie di installazioni particolarmente importanti. Questi interventi naturalmente continuano, perché l’8 agosto 1974 autorizza un intervento per 127 milioni; il 28 maggio 1975 autorizza un intervento per 195 milioni; il 28 maggio, sempre per un altro lavoro, autorizza un intervento della stessa natura e dello stesso ammontare. Dopodiché le commesse cessano di avere il nome dell’ingegner Calvi perché, ripeto, il 26 settembre 1975 diventa direttore generale e la funzione che era tipica del controllo sull’attuazione degli investimenti passa al vice direttore generale tecnico che era l’ingegner Mario Fogagnolo, che non risponde in questo processo perché non è più tra di noi. Siamo forse di fronte ad una persona che ha fatto poco! Il Pubblico Ministero invoca due lettere, due riunioni, in cui era presente anche l’ingegner Calvi; riunioni nelle quali parrebbe che si voglia privilegiare una valutazione di tipo economico rispetto alla valutazione di tipo personale. Ora, non in tutte le commesse, signori del Tribunale, ma in molte commesse, c’è una indicazione precisa. Se loro avranno il tempo e la pazienza di vedere tutte le commesse o, vedranno che in molte di queste commesse sono indicate anche quali sono i risvolti economici, oppure il conto di convenienza. Ne prendo una, tanto per capirci: una commessa dell’8 agosto 1974, per lire 127 milioni; essendo una società commerciale e non un’opera pia, bisognerà fare tutta una serie di valutazioni di carattere generale. Ma nella relazione tecnica di questa commessa, alla parte relativa al conto di convenienza, si scrive: "Trattasi di investimento improduttivo". È stata forse disposta la cancellazione! Se era un investimento improduttivo vuole dire che era un investimento improduttivo dal punto di vista economico ma era produttivo dal punto di vista umano. È stato cancellato? No. Sono 127 milioni che erano stati disposti ed attuati nel 1974 per una serie di interventi sui macchinari e sugli impianti del CVM. Dice sempre il Pubblico Ministero: "L’ingegner Calvi era sempre presente, lui, Gaiva, Darminio Monforte, era sempre la solita compagnia". Era sempre la solita compagnia, signor Pubblico Ministero, che aveva capito il significato delle indicazioni che venivano dallo studio che aveva fatto il dottor Viola; era la solita compagnia che aveva capito il significato importante per la struttura aziendale della Montedison, che era andato in America, che si era fatto parte diligente perché addirittura fossero installati una serie di laboratori appositi in un castello per il professor Maltoni; era la solita compagnia che aveva disposto una serie di investimenti che rapportati ad oggi ammontano a svariati miliardi; era quello stesso ingegner Calvi che si era dato da fare per poter annientare le procedure. Annientare le procedure nei tempi, per accelerare il rapporto intercorrente tra la richiesta e la realizzazione della richiesta stessa. Io non so, francamente, se l’analisi di queste posizioni possa condurre ad una soluzione diversa dall’assoluzione dell’ingegner Calvi; una soluzione che, ripeto, è basata soprattutto su due elementi di fondo. Il primo elemento è che al di là del fatto che fosse presente a quelle riunioni evocate dal Pubblico Ministero, ma il Pubblico Ministero evoca solo quelle riunioni e forse non ha avuto il tempo di guardare attentamente queste commesse che io ho evocato, l’ingegner Calvi si è dato da fare per quelli che erano i suoi poteri, per quel periodo. E dunque non può dirsi che la sua colpa è consistita nel non aver fatto; la sua attività è stata condotta secondo quello che poteva fare nella sua posizione del tempo. E dunque non può avere commesso i reati che gli sono imputati. E è questa una prima richiesta. Per il secondo verso, l’ingegner Calvi, se anche avesse tenuto delle condotte omissive, l’ha fatto in relazione a dei referenti normativi che sono quelli che vi ho detto, quelli cioè dell’Associazione Industriali Americani, recuperati e recepiti poi dalla nostra Associazione e trasferiti nel nostro ordinamento per il tramite della direttiva del 1978 delle Comunità Europee soltanto con il decreto legislativo del 1982. Quindi, da questo secondo punto di vista, se il fatto sussiste, non costituisce reato per difetto di colpa. Io ho ancora un dieci minuti Presidente, perché deve parlare delle altre due posizioni. Darminio Monforte svolge una serie di funzioni che sono del tutto particolari. Lo ha precisato con molta cura lui stesso nelle sue dichiarazioni. Assunto alla Montedison nel 1971 dal dottor Cefis, venne nominato assistente con l’incarico di riorganizzare le divisioni, dunque in quella funzione non può essersi occupato di problemi relativi al CVM, perché quella funzione l’ingegner Darminio Monforte aveva solo una funzione direi di semplice assistenza all’attività del Presidente Cefis. Quando comincia a sentir parlare di CVM? Lo dice lui stesso: "Cominciai a sentir parlare di CVM soltanto quando divenni direttore della divisione, e cioè nel 1973". Ma l’ingegner Darminio Monforte come resta all’interno della struttura aziendale? Beh, lo troviamo attraverso un richiamo specifico: dal gennaio ‘73 al settembre ‘75 era direttore generale della divisione petrolchimica della società Montedison; dal luglio ‘76 al maggio ‘77 Vicepresidente della Montefibre; dal marzo ‘77 all’aprile ‘77 direttore di pianificazione e coordinamento e gestione della Montedison; dall’aprile ‘77 al gennaio ‘79 amministratore delegato della società Montedison. Cominciamo a togliere questa ultima parte signori del Tribunale, perché si occupò delle attività diversificate, quindi nulla avevano a che fare con l’attività del Petrolchimico. Quando era direttore di pianificazione, coordinamento, gestione della Montedison, aveva funzioni che non erano collegate in alcun modo alla divisione petrolchimica della società. Dunque escludiamo la prima parte, quando era semplicemente assistente del Presidente, e troviamo che l’ingegner Darminio Monforte potrebbe essere chiamato nella sua posizione funzionale solo dal 1° gennaio 1973 al settembre 1975, come direttore generale della divisione petrolchimica della società Montedison. Allora, per l’ingegner Darminio Monforte valgono, ad incastro, le stesse considerazioni che ho fatto prima per l’ingegner Calvi, perché nel momento in cui l’ingegner Darminio Monforte era direttore della divisione, l’ingegnere Calvi era vice direttore tecnico. Quindi, in quel frangente, chi si era occupato esplicitamente della attuazione degli investimenti, era l’ingegner Calvi, e conseguentemente non poteva, perché non spettava al direttore della divisione occuparsi di questi investimenti. Ecco perché l’ingegner Darminio Monforte dice certamente: "Sentii parlare per la prima volta della pericolosità del CVM all’inizio del 1973, allorché venni nominato direttore generale della Dipe; in precedenti non ne avevo mai sentito parlare. Ricordo in particolare che furono l’ingegner Calvi ed il professor Bartalini a dirmi degli esperimenti in corso nell’istituto del professor Maltoni nel Castello di Bentivoglio, se non ricordo male". Allora, se questo è vero, lui stesso dice: "Mi recai al Castello di Bentivoglio, nel 1973, per inaugurare questo laboratorio che era stato instaurato, che era stato sistemato per il professor Maltoni". Ma di tutta questa situazione particolare non si era mai direttamente occupato in quanto spettava ad altri rispetto a lui. Ho fatto un’analisi di tutte le commesso, ebbene il nome dell’ingegner Darminio Monforte figura solo una volta, quando nella commessa del 13 agosto 1974 l’ingegner Darminio Monforte autorizza un importo di 183 milioni per la realizzazione di una pompa, di due linee di distribuzione, di un dispositivo per il lavaggio automatico. E allora, quando lo troviamo, lo troviamo in positivo; non possiamo evidentemente da questo trarre la conclusione che anche a lui siano attribuite delle condotte omissive. Si impone dunque anche per l’ingegnere Darminio Monforte la stessa conclusione, vada a dire che deve essere assolto perché o non ha commesso il fatto o il fatto commesso con quei referenti normativi di cui ho parlato prima non può considerarsi reato per difetto di colpa. Se la pazienza del Tribunale me lo consente, vorrei parlare da ultimo dell’ingegner Fedato. L’ingegner Fedato arriva nella struttura della Montedison e precisamente nella struttura della società Montepolimeri quando ormai tutti i più importanti interventi impiantistici si sono esauriti. La situazione che trova l’ingegner Fedato è una situazione che è solo da gestire migliorandola nelle parti conclusive di questa vicenda tormentata e in grande misura drammatica. Arriva nell’aprile del 1981 in qualità di responsabile dell’unità produttiva Montepolimeri di Porto Marghera; qui però bisogna fare qualche precisazione perché le indicazioni che figurano nel capo di imputazione sono errate in quanto viene indicato come responsabile dell’unità produttiva Dimp e unità Montepolimeri a Porto Marghera; in realtà l’ingegner Fedato rispondeva solo dell’unità Montepolimeri. Questa unità Montepolimeri era divisa in due parti, ma quello che è importante... d’altra parte bisogna dire, signori del Tribunale, queste cose, bisogna dirle anche se mi rendo conto che potrebbe creare qualche problema di conflitti interni del gruppo, della società, ma la realtà è questa. L’unità Montepolimeri aveva proprio personale e organizzazione propri della società Montepolimeri, ma questo personale era utilizzato per la sola attività di produzione e sviluppo tecnologico e vi erano responsabili dei gruppi di produzione, responsabili dei servizi... Quello che viceversa è da tenere presente per inquadrare con precisione la posizione dell’ingegner Fedato è che a supporto dell’unità operativa lo stabilimento Petrolchimico afferente a Montedipe - quindi lo stabilimento Petrolchimico che afferiva a Montedipe - era contrattualmente impegnato a fronte di un’apposita convenzione che abbiamo depositato all’inizio del dibattimento a fornire alcune utilities, nonché avvalendosi di proprio personale qualificato e dei necessari mezzi tecnici ed assumendosene espressamente la responsabilità a prestare tutti quei servizi ausiliari generali indispensabili per una corretta gestione degli impianti. Dunque esistevano servizi ausiliari - manutenzione, somministrazione di materiali tecnici, ufficio tecnico, lavori ingegneria, laboratori di analisi, assistenza e controlli ecologi, trattamenti influenti, parco osservatorio - e servizi generali – personale sanitario, sicurezza impianti, igiene industriale e ambientale, protezione ambientale e sicurezza - che afferivano direttamente a Montedipe. Erano programmate, dirette e coordinate da Montedipe. Il responsabile dell’unità produttiva Montepolimeri, cioè l’ingegner Fedato, non aveva un rapporto gerarchico con il direttore dello stabilimento Petrolchimico, al quale spettava tutta una serie di gestioni e di poteri. Per questi aspetti la convenzione che loro conoscono per la fornitura di alcuni servizi prevedeva determinate clausole stabilendo che le raccomandazioni indirizzate da Montedipe per le attività connesse a questi servizi erano vincolanti per Montepolimeri. Ho predisposto anche con l’aiuto dell’ingegner Fedato che l’ha sottoscritta una memoria dettagliata su questi argomenti, quindi io penserei, sempre che il Tribunale non ritenga diversamente, di fare una sintesi di questa memoria e di rassegnarla poi per iscritto, così si potrà leggere più attentamente. Nel 1981, quando arrivò l’ingegner Fedato, la situazione impiantistica era ormai nella fase di un miglioramento globale e generale. Interventi comunque ci furono anche nel 1982 e nel 1983, sia per le concentrazioni di CVM che per le concentrazioni di dicloroetano. Si sono verificate situazioni abbastanza singolari, c’era un divieto assoluto di entrare in certi reparti, tant’è vero che se qualcuno non autorizzato tentava di farlo veniva sostanzialmente allontanato. I valori medi delle concentrazioni di dicloroerano erano piuttosto bassi, inferiori ad un PPM, e anche i valori che concernevano il CVM erano – direi - al di sotto dei limiti della norma. L’ingegner Fedato non esercitò mai nessun condizionamento nella formulazione dei vari budget di manutenzione. Intervenne dove era necessario intervenire e quando vi erano decisioni che riguardavano l’eventuale spostamento dei lavoratori ritenuti non idonei a mantenere il posto di lavoro non furono decisioni che spettavano nell’ambito di competenza dell’ingegner Fedato. Il servizio controllo statistico - matematico inquadrato nel laboratorio controllo qualità di Montepolimeri provvedeva all’elaborazione statistica mensile dei risultati delle misure gascromatografiche per linea di rilevamento. Nel 1983 fu istituito in attuazione del decreto legislativo del 1982 il registro degli esposti. La pulizia degli autoclavi veniva fatta secondo regole che, risalenti nel tempo, erano state confermate sostanzialmente anche dall’ingegner Fedato. Tutto questo, anche se sostanzialmente si trattava di una conferma di linee già esistenti, fu oggetto di una particolare attenzione dell’ingegner Fedato. Furono stese anche delle norme di protezione, sempre in attuazione della legge del 1982, e ciò che è importante tenere presente.., e davvero, signori del Tribunale, per dirla con un termine economico, essendo la disutilità marginale di tutti tesa verso l’infinito, dirò l’ultima cosa. Il controllo sanitario del personale: tutti i lavoratori addetti alla lavorazione interessata da CVM e PVC erano sottoposti a controllo medico sistematico con periodicità trimestrale e l’esito di ogni esame era trascritto sul libretto sanitario personale e comunicato al lavoratore. L’ingegnere Fedato ricorda purtroppo, e dico questo quasi sotto voce, che ci furono alcuni casi di reticenza a sottoporsi ai controlli medici; in relazione agli stessi si era intervenuti, d’accordo con il servizio di stabilimento ed il pass della sede Montepolimeri, con azioni di convincimento, portate avanti da dirigenti dei capi reparto dei vari impianti più che con azioni disciplinari punitive. Non conobbe allora i risultati dell’indagine epidemiologica dell’Università di Padova, ma certamente fece tutto il possibile perché gli eventuali operai non idonei non fossero mantenuti nel posso di lavoro, anche se non spettava a lui di mantenere o di prendere queste decisioni. Mi pare che, sulla base degli elementi che ho indicato nella memoria che depositerò appena conclusa questa mia valutazione delle posizioni dei tre assistiti, anche l’ingegnere Fedato debba andare assolto perché non ha commesso i fatti contesti che riguardano soltanto il capo A, e comunque deve essere mandato assolto perché il fatto non costituisce reato.

In allegato alla memoria dell’ingegner Fedato figura una serie di valutazioni che riguardano la correlazione funzionale cronologica tra le persone offese che gli sono imputate e le sue funzioni specifiche. Da questo risulta che quella correlazione che è apparsa in coda ed è apparsa in allegato all’intervento di una Parte Civile va comunque rivista. E questo vale non solo per l’ingegner Fedato ma anche per l’ingegner Dorminio Monforte ed anche per l’ingegner Calvi; è un lavoro, signori del Tribunale, da certosino; è un lavoro che il Tribunale, se entrerà nella logica dell’affermazione di responsabilità, non può non fare. Il Pubblico Ministero evidentemente, sulla base di una sua scelta, ha fatto una opzione di tipo generale, e cioè ha ritenuto, come ha detto il professor Dominioni, che bastava provare le imputazioni per provare le responsabilità dei singoli e la correlazione di quelle responsabilità con le varie persone offese. A me pare che viceversa questo tipo di operazione sia un’operazione riduttiva che non può il Tribunale abbandonare ad una valutazione degli imputati e delle loro difese. Chiudo questo discorso, se mi è consentito, signori del Tribunale, ricordando ciò che qui a Venezia esiste ed in nessun’altra parte d’Italia: nella Sala della Vogaria, signori del Tribunale, che sicuramente loro avranno visto, c’è una lapide che ricorda i principi cardine del processo veneto. Diligenter inquirite postea, fate una sentenza attraverso la prova e non abbandonatevi alla suspettionis arbitrio. Infine, caritativam sententiam profertie et codvobis non vultis fieri – dice un adagio della giustizia veneta – alteri facere non lite. Grazie.

 

Presidente: grazie anche a lei, domani mattina alle nove.

 

Pubblico Ministero: Presidente, volevo solo chiedere l’elenco dei difensori che interverranno domani.

 

Presidente: domani mattina intervengono ancora dei difensori di Montedison, i residui. Comunque, se volete ripeterli, adesso mi sono sfuggiti; e poi interverranno i difensori Enichem.

 

Intervento: domattina sono in programma l’avvocato Benedini, l’avvocato Francesca Pedrazzi, gli avvocati Pensa, Bondi, Cagnola e Carboni.

 

RINVIO AL 03 OTTOBRE 2001

 

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