UDIENZA DEL 03 LUGLIO 2001

Collegio:

Dott. Salvarani: Presidente

Dott. Manduzio: Giudice a latere

Dott. Liguori: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. STELLA - AVV. PULITANO'

 

Presidente: procedo all’appello. Seguiamo il programma?

Avvocato D’Angelo: signor Presidente, mi scusi, soltanto pochi secondi. Col suo consenso, vorrei depositare memoria a Difesa dell’INAIL, con tre copie per il Collegio e alcune copie per le Difese, con il suo consenso naturalmente.

Presidente: sì.

Avvocato D’Angelo: grazie.

 

Presidente: riprendiamo quindi con le arringhe della Difesa, eravamo ancora nella parte riservata ad Enichem. Avvocato Stella, se vuole iniziare, prego.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: signor Presidente, signori del Tribunale, io ho qui davanti a me il testo scritto nella mia discussione, che consegnerò insieme all’altro alle prossime udienze, con l’indicazione puntuale di tutte le udienze e le pagine. E` un testo che è già una sintesi ed io cercherò di fare la sintesi della sintesi, perché il tempo a disposizione è poco e cercherò disperatamente di stare entro le tre ore. Non so se ci riuscirò. Io tratterò nell’ordine quelle che considero le imputazioni più importanti dal mio punto di vista: l’avvelenamento, l’adulterazione, il disastro. Alla fine farò un accenno alla anche strage, solo due parole perché il tema non merita di più.

Comincio allora con l’avvelenamento e l’adulterazione. Signori Giudici, la città più amata del mondo, Venezia, avrebbe la laguna avvelenata e la salute pubblica sarebbe in pericolo, perché sarebbero avvelenamenti i pesci e i molluschi e sarebbero avvelenati i pozzi. Questa accusa agghiacciante fa stare tutto il mondo col fiato sospeso, ed è proprio la gravità dell’accusa che esigeva ed esige prove inossidabili. Queste prove inossidabili l’Accusa non ce le ha date, ma soprattutto non ce le aveva fin dall’inizio. A pagina 34 della motivazione della richiesta di rinvio a giudizio del decreto di citazione il Pubblico Ministero dice: "Valuterà il Tribunale la sussistenza del più grave reato contestato o della eventuale possibilità di passare a una derubricazione in un più lieve reato contravvenzionale. Allo stato però io lo contesto". In questa frase del Pubblico Ministero io leggo la volontà di trasferire il testimone al Tribunale. In italiano di passare il cerino acceso al Tribunale. "Valuterà il Tribunale"; e lo valuterà naturalmente nell’ambito del suo libero convincimento. E il libero convincimento, si sa, si può manifestare anche in mancanza di prove.

Io volevo fare una prima riflessione su questo punto. Sono passati i tempi, signori Giudici, signor Presidente, il libero convincimento inteso in questo modo andava bene parecchi anni fa; era il libero convincimento del Giudice chiamato ad interpretare la ragion di stato, dello stato assolutista prima e dello stato autoritario e totalitario poi. Era il libero convincimento che si esprimeva in una libertà assoluta. Tanto per rendere l’idea, le dico come lo intendeva il teorico del diritto penale dello stato totalitario sovietico Vishinski: "Le ricerche di prova sono un’inutile perdita di tempo, come pure quelle delle testimonianze anche indubbie, giacché possono essere contraddittorie. Le prove di colpevolezza sono relative, approssimate; il Giudice le può trovare anche senza testimone, senza uscire dal suo ufficio, basandosi non solo sulla propria intelligenza ma anche sull’intuito di partito, sulle sue forze morali, sul suo carattere". Erano tempi passati diciamo. Oggi, vivaddio, siamo in una democrazia ed in una democrazia il Tribunale, i Giudici, hanno un compito ben più elevato, essendo rappresentanti della comunità, sono chiamati a valutare le prove offerte dall’Accusa, e nient’altro. Ecco perché è assai singolare questa presa di posizione iniziale del Pubblico Ministero, che suona così: io le prove non le ho, mi affido al Tribunale, mi abbandono nelle mani del Tribunale. E le prove non le aveva e non le ha oggi. Anche qua è forse utile uno sguardo di insieme, uno sguardo di sintesi, che poi diventerà uno sguardo di analisi. Articolo 439: pericolo astratto; articolo 440: pericolo concreto. Pericolo astratto, due parole soltanto: si sa, è stato definito il figliastro della dogmatica penale, l’espressione di Shunneman che dice: "Figliastro perché? Perché è sempre alla ricerca del padre che non trova mai. La sua derivazione dallo schema classico del diritto penale d’evento è fuori discussione". Diritto penale d’evento, quindi diritto penale del danno, della lesione; non pericolo di lesione di interessi concreti. I penalisti dicono: di beni giuridici. Ma è proprio qui il punto, è proprio qui che vediamo la natura di figliastro del reato di pericolo astratto, perché sono d’accordo gli studiosi di tutto il mondo, gli studiosi quelli seri: da una ipotesi su rapporti di frequenza tra classi o tipi di evento, o tipi di linee di condotta, non può essere tratta alcuna asserzione su una condotta concreta. E questa, essendo la situazione, ben può accadere che vi siano situazioni in cui il pericolo astratto esiste, viene ipotizzato, e nelle quali la condotta concreta si rivela non pericolosa. E` qui che il Giudice si trova in una sorta di morsa, dalla quale stenta ad uscire. Perché, da un lato, se sussume sotto le classi linee astratte, diventa un automa di sussunzione, che ignora il principio indubbio pro reo. Perché di fronte ad una condotta concretamente pericolosa, il principio indubbio pro reo dovrebbe indurlo a dire: ma io sussumo invece sotto la classe di tipi, di eventi, di linee di condotta, che è inidonea anche in astratto a provocare il danno. Questo è il problema del figliastro. E vive una vita grama il reato di pericolo astratto, tant’è vero che la giurisprudenza lo applica, parlando dell’avvelenamento, assai raramente, preferisce contestare le contravvenzioni. Ciò nonostante il Pubblico Ministero ha contestato questo reato di pericolo astratto.

Diversa è la situazione per il 440, pericolo concreto. Qui siamo sul terreno degli effetti osservati sull’uomo, sull’animale, delle dosi di consumo. Cioè, qui bisogna appurare il pericolo reale, concreto. Allora, ad uno sguardo di insieme, cos’è successo in questo processo? E` successo che, primo: gli esperti dell’Accusa, sia pubblica che privata, non hanno mai dato la prova, e neppure affrontato, il tema del pericolo astratto. Hanno concentrato la loro attenzione sul pericolo concreto e questa attenzione, qual è l’esito delle loro indagini sul pericolo concreto, cioè sul 440? L’esito complessivo, e lo vedremo analiticamente tra un po’: non ci sono prove del pericolo reale concreto. Questo per i consulenti dell’Accusa, per gli esperti dell’Accusa. Ancora una volta noi vedremo un contrasto all’interno degli esperti dell’Accusa, il solito e inspiegabile contrasto, che vede schierati su due fronti contrapposti i più qualificati esperti dell’Accusa da un lato e dall’altro quello che forse l’esperto più neutrale dell’Accusa, il dottor Raccanelli, il quale tenta, tenta di dimostrare l’esigenza di un pericolo concreto, ma sarà poi costretto, nel controesame, a confessare che il pericolo concreto non c’è. L’altro aspetto che balza agli occhi, ad una visione d’insieme, è la strategia complessiva del Pubblico Ministero e delle Parti Civili. Il Pubblico Ministero non parla mai; io l’ho letta e riletta la sua requisitoria, non ho mai trovato la parola pericolo astratto; proprio lo abbandona al suo destino l’articolo 439. Sul pericolo concreto non aggiunge una virgola a quello che dicono i suoi esperti. Quindi neppure il Pubblico Ministero riesce a sottrarsi alla conclusione che il pericolo concreto non esiste. Le Parti Civili, e qui c’è un fenomeno che io desidero segnalare da subito al Tribunale: il rappresentante del Presidente del Consiglio, l’avvocato Schiesaro, aveva visto fin dall’inizio che non c’erano prove; nella memoria del 30 settembre 1997 cerca di superare questo ostacolo dicendo: mah, il problema è di interpretazione dell’articolo 440. Poi la analizzerò più da vicino questa tesi, in sostanza l’articolo 440 va interpretato così, con un inno al libero convincimento del Giudice. Il Giudice è libero di valutare come crede, senza essere legata alla scienza l’esistenza o meno del pericolo concreto. E Schiesaro, si badi bene, anche lui non parla mai di pericolo astratto. Sul terreno del pericolo concreto dice, in sostanza: non abbiamo prove, però con questa interpretazione - che è definire spericolata dall’articolo 440 è poco - potremmo cavarcela se ci abbandoniamo nelle mani del Tribunale, nel suo libero convincimento. Ecco come si salvano il Pubblico Ministero e l’avvocato dello Stato: noi non abbiamo prove, chiediamo al Tribunale di esercitare il suo libero convincimento. Alla Vishinski, come ho letto prima. In questa situazione processuale, tanto per completare il quadro di sintesi, si staglia isolata Greenpeace. Greenpeace ha un orgoglio da difendere, e l’avvocato Partesotti cerca di difenderlo, devo dire che ha avuto proprio la mia ammirazione l’avvocato Partesotti per questo suo tentativo. Però è un tentativo i cui esiti si esauriscono in un arco di tempo più breve di un espace de matin. Perché? Perché l’avvocato Partesotti rilancia in sostanza il sogno dell’alba di una nuova era che è propria di Greenpeace; il sogno di una natura incontaminata che è proprio di Greenpeace. Questo sul terreno dell’articolo 439. Mentre, sul terreno del pericolo concreto, dell’articolo 440, Partesotti dice in sostanza il cuore della tesi: non ci sono proprie di pericolo per l’uomo medio, però abbiamo il problema dell’uomo non medio: cioè dei bambini, dei lattanti, delle donne in stato di gravidanza, etc.. E su questa base egli ritiene di poter sostenere un pericolo concreto per l’uomo non medio. Questo è il quadro che io naturalmente adesso svilupperò.

Il Pubblico Ministero era partito non male, era partito malissimo; aveva davanti agli occhi la relazione di uno dei suoi massimi esperti: Turrio Baldassarri; fatta insieme ai dottori Zimachi e Di Domenico, dell’Istituto Superiore di Sanità. Cosa dicevano il rapporto fatto al Ministero della Sanità e la consulenza, dicevano due cose. La prima: "Pur notando che nella zona sotto maggiore impatto antropico il biota sembra effettivamente mostrare una tendenza verso un più alto livello di contaminazione che concerne almeno alcuni micro inquinanti, si può concludere che i dati finora disponibili delineano una condizione, dal punto di vista del rischio per l’uomo, che non sembra indicare situazioni di particolare preoccupazione o allarme". La seconda conclusione: "Tutte le concentrazioni di diossine rinvenute nel biota lagunare sono di fatto propriamente confrontabili con i livelli frequentemente riscontrati sotto l’influenza di un impatto antropico diretto da moderato a trascurabile". Questa era la presa di posizione di Turrio Baldassarri. E il Pubblico Ministero aveva sotto gli occhi anche la consulenza di Muller, e cosa dice questa? Fa un confronto Muller e dice: "Questo confronto indica che i risultati sui molluschi della laguna di Venezia, se riferiti alle indagini norvegesi, coincidono quasi completamente con i valori appartenenti alla parte superiore della scala dei valori normali". Naturalmente poi si fanno i controesami. Il controesame di Turrio Baldassarri, questi cerca un pochino di aiutare l’Accusa e dice, cerca di dire: ma la mia, la nostra, non era proprio una stima del rischio. Al che io gli chiedo, nel controesame: ma come, non era il Ministro della Sanità che voleva sapere come stanno le cose, se la salute dei veneziani era a rischio? E lui mi risponde: sì, era proprio così. Quindi una stima di rischio. E, d’altra parte, sarebbe molto strano, davvero, che Turrio Baldassarri, Di Domenico e Zimachi avessero fatto credere al Ministro della Sanità che la salute dei veneziani non correva pericoli, mentre in realtà ne correva. Andando avanti, sempre nella lettura dei controesami, si scoprono altre cose importanti che delineano la situazione in cui si trovava l’Accusa. Ecco, ma prima voglio ricordare che la posizione di Turrio Baldassarri, Zimachi, Di Domenico, coincideva in sostanza con quella di altri tre grandissimi esperti, tra cui uno proprio dell’Accusa, e mi riferisco alla consulenza fatta per la Pretura Circondariale da Tomatis e Simonato. Ecco qual è la conclusione: "Non emergono, dall’analisi di questi dati, elementi che depongano a favore di un rischio più elevato nella popolazione lagunare rispetto a quella di terraferma". Dicevo, andando avanti con i controesami, si trovano altre cose importanti. Turrio Baldassarri precisa: "Per i PCB riscontrati nel pescato lagunare sono confrontabili con i livelli riscontrati in aree marine di tipo oceanico". A dare man forte a Baldassarri interviene Fanelli. A Fanelli, a proposito dell’ipa faccio una domanda: lei ha definito l’ipa come una classe di composti cancerogeni, a cui tutta la popolazione generale è esposta; poiché a noi non risulta che siano documentati effetti cancerogeni degli ipa, a lei risultano invece documentati? Fanelli risponde: "No, perché diciamo che in pratica è impossibile, perché non esistono". Quindi abbiamo visto finora una valutazione di carattere generale, una valutazione sulle diossine, una valutazione sull’ipa. Il quadro della situazione dell’ipa si completa e si chiarisce se si tiene conto che per Tomatis, Vineis, Simonato: "Anche ipotizzando ad enormi consumi di solo pesce della laguna per tutta la vita la stima di ingestione di bap sarebbe pari al 5% dei valori che l’OMS considera accettabili". A rincarare la dose interviene poi Sesana, sempre per completare il quadro degli esperti dell’Accusa, nell’udienza del 8 novembre 2000. "Su una contestazione di Santamaria Sesana precisa: "Quei campioni specifici che abbiamo esaminato erano nell’ambito legislativo per quello che riguarda i metalli; risultava una compatibilità per tutti anche nei confronti dei limiti epa; l’unica eccezione che andrebbe indagata a fondo riguarda l’arsenico presente in quantità considerevolissime". Tre, più uno, quattro dunque; fuori gioco le diossine, i pcb, gli ipa, i metalli. Ma i metalli, d’altra parte, erano già stati messi fuori gioco da Di Domenico, Baldassarri, Zimachi. "Per quanto concerne i metalli - essi scrivono - sono tutti largamente inferiori ai limiti normativi di riferimento. Fa eccezione il livello di concentrazione del mercurio nelle orate, di fatto inferiore solo marginalmente". Quindi tutti inferiori. Ma la situazione dell’Accusa peggiora di giorno in giorno. Nel ‘99 si tenne a Venezia il convegno day ox in ‘99. Qui venne presentato il lavoro di Zanotto, che ha come collaboratori alcuni scienziati stranieri di nota esperienza ed è il responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica dell’asd di Venezia. Dice questo documento, a pagina 15: "L’esposizione per via alimentare alle diossine della popolazione veneziana si pone ai livelli più bassi dei valori più bassi di esposizione delle popolazioni europee". E, si badi come il day ox ‘99 ha visto la partecipazione di tutto il mondo scientifico italiano. Ecco, il quadro fin qui è chiaro, per questo ho detto che il Pubblico Ministero era partito malissimo. E in questa situazione che cosa poteva fare l’Accusa? Cosa potevano fare i suoi esperti? C’era una sola possibilità: ricorrere alla tecnica già collaudata da Mastrangelo, la tecnica dell’invenzione delle ipotesi e della tecnica eseguita dal dottor Raccanelli. Raccanelli, a cui darà man forte poi l’ingegner Zapponi, ha inventato l’ipotesi che un consumatore veneziano possa consumare sempre, per tutta la vita, vongole con la massima concentrazione di diossina riscontrata, e ha cercato di farci credere che l’esposizione di questo sfortunato individuo avrebbe potuto superare il valore soglia più restrittivo, indicato dall’OMS, cioè un picogrammo. I valori dell’OMS, si ricorderà il Tribunale, sono 1 e 4. Raccanelli è preciso, dice in sostanza: "Misuriamo le concentrazioni massime riscontrate; sulla base di queste concentrazioni massime, tenuto conto dei limiti soglia dell’OMS, calcoliamo quello che può mangiare un veneziano. Quello che può mangiare un veneziano sarebbero 26 grammi di pesce molluschi, se si tiene conto del limite di 1; oppure 104 grammi, se si tiene conto del limite di 4". Ecco l’invenzione dell’ipotesi. Da dove vengono fuori quei 26 grammi, o i 104 grammi? Perché dice Raccanelli: 26 grammi sono niente, è facile; è molto facile che se ne mangino di più: un piattino di pasta. Di qui - non lo dice esplicitamente Raccanelli - ma fa capire che in ciò sta il pericolo. Allora, 26 grammi, o 104, che poi variano a seconda del medio o del forte consumatore. Ma la sostanza del ragionamento del dottor Raccanelli è questa: tre rilievi elementari da fare subito. Intanto, il margine di protezione costituito dall’1 e 4 dell’OMS che margine di protezione è? Leggiamo le parole dell’OMS, documento 2 allegato alla relazione di Pompa: "L’assunzione tra 1 e 4 porterebbe comunque all’uomo un carico corporeo di diossine 10 volte inferiore rispetto a quello che negli animali ha avuto effetti minimi". 10 volte inferiore, quindi un margine di produzione molto ampio. Ma l’aspetto di maggior rilievo è un altro: "I consumi sporadici - di picco nel linguaggio dell’avvocato Partesotti - per quanto ragguardevoli, non hanno nessun significato tossicologico". Lo dicono le agenzie internazionali, lo dice ad esempio la Commissione Europea, Comitato Europeo, sugli alimenti. "Ciò che conta non sono i superamenti occasionali e di breve periodo, ma consumi medi nel lungo periodo, gli unici statisticamente significativi". Relazione Pompa, pagina 4. Allora dobbiamo chiederci se un consumo di 26 grammi, o di 39, o di 43, o di 104, possono essere considerati i consumi medi di lungo periodo; consumi medi addirittura per tutta la vita, da confrontare ragionevolmente con i limiti soglia dell’OMS.

E` certo che la risposta qui non può essere lasciata alla fantasia, al libero convincimento dell’esperto. Bisogna fare i conti con la realtà per stabilire quali sono i consumi sporadici e i consumi medi di lungo periodo, bisogna fare i conti con la realtà. E qual è la realtà? Chi ci dice, chi ci dà questi dati? Ce li dà l’unico strumento che può darceli, cioè la statistica.

E qui devo sottoporre all’attenzione del Tribunale un altro aspetto molto singolare: tutti questi esperti dell’Accusa avevano a disposizione l’indagine Coses del 1996; ce l’avevano lì; è un’indagine dettagliatissima sui consumi dei veneziani, divisa per tipo di molluschi, pesci, etc.. C’è tutto. Allora, pensi il Tribunale, questi esperti neutrali hanno tentato di fare una stima del rischio e dell’assunzione della dose giornaliera ignorando completamente il dato più importante: le statistiche sui consumi dei veneziani che avevano lì, bella e pronta, sotto gli occhi. Perché l’hanno ignorata? Perché non potevano fare a meno di ignorarla, perché se ne avessero tenuto conto avrebbero visto che il consumo di 26 grammi o di 104 è un consumo sporadico, di picco, che per il consumatore normale il consumo medio non sporadico di prodotto netto di vongole, o di vongole più cozze, è di 1,4 di vongole, più 0,7 di cozze. Altro che 26 grammi! Per il forte consumatore, il consumo medio di lungo periodo è di 11 grammi di prodotto netto di prodotto e di 4 grammi per le cozze. Ecco svelato cosa sta sotto l’ipotesi ventilata dal dottor Raccanelli nella sua qualità di esperto neutrale. Ci ha fatto credere delle cose, ci ha fatto credere che un veneziano possa consumare per tutta la vita vongole e cozze con la massima concentrazione, pescate sempre nello stesso luogo e della stessa grandezza, cioè superiore a 2,5. Sempre, nello stesso luogo. Basta dire questo, per rendersi conto di che ipotesi si tratta. E ha calcolato poi i 26 grammi pensando che i 26 grammi siano il consumo medio, di lunga durata; trascurando completamente ciò che ci dicono le agenzie internazionali che nel consumo medio di lunga durata bisogna tenere conto appunto del consumo medio e non dei consumi sporadici. Tutto questo è spiegato splendidamente nella relazione Pompa.

Ed allora, signori del Tribunale, vi chiedo una cosa, e questa domanda diciamo la dice lunga: perché Pompa non è stato controesaminato? Perché il Pubblico Ministero ha rinunciato al controesame di Pompa e perché i suoi esperti hanno rinunciato a replicare ai rilievi di Pompa? Non potevano farlo, non potevano farlo. Ma proprio la rinuncia al controesame, non solo di Pompa ma come vedremo poi anche di Dragani e di Zocchetti, e vedremo l’importanza del contributo di questi esperti, la rinuncia a questo controesame significa né più e né meno che abbandono dell’accusa, dell’accusa di avvelenamento e di alterazione. Questo è il significato processuale.

In questa situazione noi tutti ci siamo chiesti: ma possibile che abbiano torto tutti i più qualificati esperti dell’Accusa e abbia ragione Raccanelli quando cerca di far passare quell’ipotesi? Ce lo siamo chiesti tutti, di qui la verifica di Berlino. E la verifica di Berlino non è andata come ha detto il dottor Raccanelli. Vi leggo i risultati, che sono ben indicati nella relazione Pompa: il piombo per Raccanelli è 10 volte superiore; il mercurio, 3 volte superiore; l’arsenico, 4 volte superiore; il rame e il cromo da 3 a 4 volte; l’esaclorobenzene, 5,5 volte; gli ipa complessivamente 37 volte; il benzopirene, 18 volte; le diossine, più del doppio; i pcb complessivamente il doppio. E tutti questi dati si riferiscono, si badi, al prodotto fresco, al quale d’altra parte si riferiscono tutti i consulenti, compresi anche quelli del P.M.. Guarda caso, dalla verifica di Berlino, è venuta fuori anche un’altra singolarità, e riguarda l’M4, cioè il punto di campionamento davanti al Petrolchimico. Nell’M4 la concentrazione di mercurio risulta - dall’indagine di Muller - la più bassa di tutte le stazioni di campionamento, e addirittura la metà del paradiso di Sant’Erasmo. Il piombo è sempre il più basso, rispetto agli altri punti di rilievo. L’esaclorobenzene è 0,35, cioè tre volte di meno i valori di Sant’Erasmo. Per l’ipa stessa cosa. Il valore più basso, rispetto a tutti gli altri punti di prelievo, e neppure tre volte superiore a quelli del paradiso di Sant’Erasmo. Stessa cosa per il benzopirene. Anche per le diossine il valore più basso della zona industriale è l’M4, che è solo circa 13 volte superiore al paradiso di Sant’Erasmo. Morale: il forte senso di neutralità del dottor Raccanelli viene fuori proprio nell’unica indagine a cui hanno potuto partecipare le Difese con i loro esperti. E Muller ha detto: attenzione, il campionamento è il passaggio più importante dell’indagine che molto spesso spiega le differenze riscontrate nei diversi laboratori. Negli altri campionamenti noi non c’eravamo, le Difese non c’erano. Dicevo prima che Raccanelli, ad un certo punto, chiama in aiuto Zapponi; e Zapponi cosa dice? Zapponi butta via anche lui: 50 grammi, anziché 26, o 25 grammi die per i medi consumatori; e 100 o 150 per i forti consumatori. Ha voluto far credere che questi numeri, Zapponi, fossero i consumi indicati da Pompa. Si veda relazione Zapponi dell’11 aprile 2001 e nella relazione del 15 maggio 2001. Che coincidenza, anche qua! Zapponi ha visto male, perché quelli non sono i dati di Pompa; o meglio, sono i dati che Pompa prende come consumi lordi; mentre quelli calcolati da Pompa sono ovviamente i consumi sul netto. Vedi relazione Coses, documento 6, pagina 41, relazione Pompa del 18 aprile 2001. In questa situazione di debacle per l’Accusa che cosa poteva fare il Pubblico Ministero nella sua requisitoria? Eh! Non poteva aggiungere una virgola. Ha cercato di fare, di aggiungere la virgola, ma poi la virgola è stata cancellata. Dice, l’unica cosa che ha saputo dire nella sua requisitoria il Pubblico Ministero, è che nel calcolare la dose giornaliera di assunzione, bisogna tenere conto della esposizione aggiuntiva. Ci sarebbe una esposizione di fondo che andrebbe calcolata senza tenere conto del consumo di vongole e di pesce, consumo che viene indicato nei termini indicati da Zapponi, di 50 grammi. E qui devo proprio dire che secondo me, magari involontariamente, il Pubblico Ministero deve aver pensato: già che ci siamo, andiamo avanti con la fantasia. Perché da nessuna parte della letteratura, nessuno mai ha potuto pensare di poter sostenere che le esposizioni di fondo non comprendano i prodotti. Come fa il Pubblico Ministero a considerarla aggiuntiva! E per questa ragione, per questa ed anche per chiarire tutto il quadro, che sono intervenuti gli esperti della Difesa. Dimostreranno, lo vedremo tra poco, l’inidoneità in astratto e in concreto delle sostanze, a creare un pericolo per la salute. L’effetto, per l’Accusa, è stato devastante. Fin qui, bene o male, era riuscita l’Accusa in qualche modo a celare, a non rendere così palese la mancanza di prove, che pure c’era ed era assoluta. Con i nostri esperti l’Accusa non ha più scampo. Dicevo, prima di passare a vedere che cosa dicono i nostri esperti, debbo, per la sua posizione centrale, nell’impostazione dell’Accusa, occuparmi della tesi di Greenpeace. Che cosa fa? E badate bene, signori del Tribunale, proprio quello che dice l’avvocato Partesotti, è una conferma della mancanza di prove, sia per il pericolo astratto che per il pericolo concreto. Sul pericolo astratto l’unico difensore che ne parli, mi sembra, l’avvocato Partesotti; sapete cosa dice? Ecco, l’avvocato Partesotti dice: "Il pericolo astratto sussiste per quando vi sia la sola presenza di sostanze tossiche". Dice testualmente proprio così: "E` necessario e sufficiente verificare la presenza della sostanza tossica". Quindi pericolo astratto, presenza della sostanza tossica, procedimento di disgiunzione dal Giudice sarebbe facilissimo, una volta verificato che le condotte concrete sono condotte alle quali si può ricollegare la emissione di sostanze tossiche, il gioco è fatto. E l’altro, perché dice questo Partesotti? Perché dice: "Ciò che conta, per l’articolo 439, non è la scienza tout court, non è l’epidemiologia, non è la tossicologia, non è la valutazione del rischio e via discorrendo; è - testuale - la scienza del legislatore". Allora, vediamoli separatamente questi due capisaldi della tesi dell’avvocato Partesotti. E` chiaro che quando l’avvocato Partesotti lancia l’idea dell’avvelenamento come pericolo astratto sussistente quando vi sia la sola presenza di sostanze tossiche, ebbene questa è l’alba di una nuova era proprio di Greenpeace, il sogno di una natura incontaminata, il mondo di veleni e di avvelenatori contro i quali combatte Greenpeace, che sarebbe un mondo che inquina, inquina anche con la sola presenza di sostanze tossiche. Io penso che questa interpretazione dell’articolo 439 non abbia bisogno di molti commenti, perché sappiamo tutti, lo dicono tutti, che una natura incontaminata non esiste; che non è la mera presenza di sostanze tossiche nell’acqua, negli alimenti, nel cibo, a decidere dell’avvelenamento; ma è la dose, è la misura. Questo lo dicono assolutamente proprio tutti. Lo dice persino il diritto penale dei limiti soglia, che come il Tribunale sa adesso viene sottoposto a critiche sempre più feroci per la sua distanza assiderale dagli effetti, dal limite degli effetti osservati. Anche questo diritto penale dei limiti soglia si basa appunto sulla soglia. Persino questo diritto, che non c’entra niente con il pericolo astratto di cui all’articolo 439. E la verità è che purtroppo quella indicata dall’Avvocato Partesotti, da Greenpeace, non può essere considerata neppure l’alba di una nuova era, per le generazioni che verranno. Se vogliamo pensare a queste generazioni, dobbiamo fare i conti con la realtà e non con speranze insensate e pericolose utopie.

Il secondo passaggio dell’avvocato Partesotti, vedete sono tutti tentativi questi che dimostrano proprio che di pericolo astratto neanche a parlarne; non riescono, l’hanno abbandonato sempre, gli esperti dell’Accusa, ma quando cercano di dimostrarne l’esistenza, non ci riescono. E questo è il risultato della discussione dell’avvocato Partesotti. L’altro pilastro su cui poggia Partesotti è: "Ma quale epidemiologia, quale tossicologia, quale scienza del rischio, quale scienza degli alimenti? Ciò che decide è la scienza del legislatore". Qui devo concedere all’avvocato Partesotti una esimente: il solito professore ha colpito ancora. E infatti Partesotti cita in nota il libro di Parodi Giusino, che dice proprio questo, dice questa cosa incredibile: "Mentre il pericolo concreto va accertato sulla base della scienza, il pericolo astratto è demandato al legislatore". Quindi esimente sicura per Partesotti, non certo per il professore. Perché di grazia, signori del Tribunale, il legislatore come fa a valutare il pericolo astratto, se non tiene conto della scienza? Come fa? Sarebbe uno spettacolo divertente. La scienza, tutta la scienza del ‘900, degli ultimi tre decenni, delle giovani scienze, ignorata dal legislatore; ed allora potremmo assistere ad un fiorire di incriminazioni, di condotte che non sono assolutamente dannose, ed anche ad un fiorire di incriminazioni in senso contrario. La verità è che dietro a questo orientamento sta il positivismo ingenuo di marca ottocentesca. E` passato tanto tempo da allora, era Bilding, il grande giurista tedesco, che diceva: abbandoniamoci nelle mani del legislatore, il quale lui sì saprà dispensare sicurezza a tutti, a piene mani. Oggi questo positivismo fa sorridere; fa sorridere e lo sviluppo delle scienze nel ‘900, soprattutto lo sviluppo dell’epidemiologia, della biologia animale, della tossicologia, della scienza degli alimenti, ci indicano che cosa: badate, sono tutte scienze che servono a chi? Servono proprio al legislatore. Che cos’altro sono se non legislatori le agenzie regolamentatrici come l’Epa? Sono legislatori. Sono legislatori che stabiliscono i limiti soglia sulla base delle scienze, stabilendo dei limiti di protezione delle distanze di sicurezza che poi incontrerà l’ostilità assoluta delle coorti americane. Le agenzie internazionali che dettano la regolamentazione, cioè quello che fa il legislatore, si basano sulla scienza, non su una scienza dell’agenzia legislatrice ma sulla scienza come tale. Poi utilizzano le opzioni di Default, le estrapolazioni lineari, e tutte quelle belle cose. Ma la base di partenza è la scienza. Quindi questo distinguo, che tenta di fare Partesotti, tra la scienza tout court e la scienza del legislatore, è un distinguo che fa sorridere. E questo, si badi, è l’unico tentativo serio fatto dall’Accusa per cercare di sorreggere, in qualche modo, l’articolo 439. Ed è là, la conclusione.

Sotto il profilo dell’articolo 440, cioè del pericolo concreto, cosa dice Partesotti, Greenpeace cosa dice? Dice, come ho ricordato all’inizio: "Non ci sono prove certe di un rischio reale per l’uomo medio". Testuale. Ed allora dobbiamo andare a vedere se l’uomo, non medio, l’uomo non medio, cioè appunto gli effetti prodotti sui bambini, sulle donne in stato di gravidanza, sui lattanti. Partesotti, ti sei dimenticato i vecchi. Ci mettiamo anche i vecchi, gli anziani diciamo. Ed è per questi che sussisterebbe un rischio reale. Ma il rischio reale come si misura? Si misura sulla base dei limiti soglia fissati dalle agenzie internazionali, in testa l’OMS. Ed allora, signori del Tribunale, vi faccio una domanda: ma vi sembra possibile che l’OMS, la Commissione Scientifica Europea sugli alimenti sia composta da esperti così distratti e così disinformati da non tenere conto, nella fissazione del tdi e dei limiti soglia, di questi cittadini non medi! Di questi effetti come l’endometriosi e/o gli effetti... adesso li leggo. Ma vi sembra possibile! E che siano tutti distratti, sia l’OMS, sia la Commissione Scientifica Europea: scienziati distratti e disinformati? Non è possibile. Quanto all’OMS, noi sappiamo con quanta cura abbia preso in considerazione tutti gli effetti conosciuti delle diossine, sia quelli ottenuti sperimentalmente e sia quelli emersi da studi epidemiologici; tutti questi dati sono stati sottoposti ad una critica attenta e correlati con le dosi e i carichi corporei che li hanno prodotti. Bene, alla fine di questa analisi, riportata nel documento dell’OMS, who 1998, in cui risulta chiaramente che sono stati valutati anche gli effetti indicati dall’avvocato Partesotti ed elencati, Partesotti lo richiama, dal documento della dottoressa Stringher, dimostra - questa relazione dell’OMS - che sono state prese in considerazione le fasce di popolazione più sensibili. E la Commissione conclude: "L’effetto tossico che si manifesta ai livelli di carico corporeo più basso sono proprio quelli riportati dalla dottoressa Stringher, ovvero: diminuzione degli spermatozoi nei neonati; immuno - soppressione nei neonati; aumento di malformazioni genitali nei neonati; effetto neurocomportamentale nei neonati; endometriosi". Ora, l’OMS che cosa dice: "Considerando che questi ultimi rappresentano gli effetti più sensibili, stabilisce che una esposizione della popolazione generale, comprese le donne gravide e quelle in lattazione, a dosi 10 volte inferiori a quelle che non sono in grado di produrre gli effetti sopra menzionati - 10 volte inferiori! - debba essere considerata accettabile per la salvaguardia della salute di tutta la popolazione, comprese le donne gravide, in lattazione, etc., etc.. E stabilisce, di conseguenza, un tdi di 1 - 4 picogrammi". Ecco, non erano disinformati, non erano distratti; hanno calcolato il tdi proprio tenendo conto di questi effetti sulla popolazione più debole". E dice ancora ..(inc.), a pagina 23: "La stima di un tdi per le diossine e i composti similari richiede che venga identificato un noel e un loael per i più sensibili e rilevanti effetti tossici, che possa servire come riferimento e paragone per tutti gli effetti tossici che possono derivare dall’esposizione a questi composti". Se poi la Commissione Europea sugli Alimenti del 2000, cosa dice questa Commissione? "E` importante notare che gli enpoint sensibili, effetti più sensibili, che hanno guidato la determinazione del twi, dose tollerabile settimanale, sono correlati al carico corporeo di diossine nelle donne fertili. L’assunzione da parte dei bambini allattati al seno, nei quali i neonati sono esposti tramite l’assunzione del latte materno, è stata valutata negli studi che sono stati presi in considerazione per la definizione del twi". In questo contesto la Commissione ha reiterato le conclusioni della Commissione dell’OMS, sul significato per la salute, della contaminazione del latte umano da diossine, ed ha specificamente confermato che le informazioni disponibili non giustificano una variazione della raccomandazione dell’OMS circa la promozione e il supporto all’allattamento al seno. Potrei andare avanti con queste citazioni, ma mi sembra che queste siano sufficienti. Non c’è pericolo, caro Partesotti, né per l’uomo medio, né per l’uomo non medio della popolazione generale. I limiti soglia che hanno un largo margine di protezione, fissati dall’OMS, sono fissati tenendo conto proprio di questi soggetti più deboli. Ed allora che cosa resta del cuore della tesi di Partesotti? Resta questo: non ci sono prove certe del rischio per l’uomo. Questo è il cuore. Attorno a questa tesi dell’avvocato Partesotti il difensore di Greenpeace svolge poi alcuni argomenti di contorno, chiamiamoli così, che però dobbiamo affrontarli. Debbo dire che l’avvocato Partesotti comincia con un grosso infortunio, parla degli effetti sub letali. Gli effetti sub letali non esistono. Ha tradotto male Partesotti, l’inglese subtel. Vuol dire non subletale, vuole dire tenue, vuole dire sottile. Anche un traduttore alle prime armi avrebbe saputo fare la traduzione giusta. Mi dispiace per Partesotti, ma questa fa il paio con un’altra traduzione fatta dal Pubblico Ministero che io inserirò nel mio pezzo scritto. Bisogna controllare anche le traduzioni. La parola sottile, tenue, è una parola piena di significato, perché si riferisce ad effetti la cui rilevanza tossicologica è praticamente nulla, al punto da non essere qualificata dall’OMS neppure come effetto indesiderato. Altro che effetti sub letali. Anche qua il documento dell’OMS testuale del ‘98. Vi risparmio di leggere la citazione, che troverete poi nel testo scritto.

Altro argomento di contorno dell’avvocato Partesotti. Dice Partesotti: gli esperti della Difesa non hanno tenuto conto di Epa 2000. "Epa 2000 dice che il rischio di tumore indotto dall’esposizione alle diossine deve essere considerato da 100 a 1.000 volte maggiore di quanto precedentemente ipotizzato. Ma l’avvocato Partesotti pensa che noi, mentre si svolgeva l’istruttoria dibattimentale, dormivamo! La conosciamo tutti la storia di questo documento Epa, che doveva uscire e non è uscito una prima volta; doveva uscire e non è uscito la seconda volta; e che non è uscito e le ragioni le conosciamo: l’Epa aveva ricevuto troppe batoste. Io ho prodotto a suo tempo parecchie sentenze americane in cui le Corti americane danno addosso all’Epa e dicono: "L’Epa fa valutazione arbitrarie e capricciose. Non dicono i rischi reali". E i giornali che uscivano con il titolo: "L’Epa esce sconfitta". E dai una volta, e dai l’altra, l’Epa sembra aver imparato la lezione. E questa è secondo me la ragione vera per cui quel documento non esce. Anche perché, ed anche di questo troverete tutto citato, il Comitato Scientifico dell’Epa, nel maggio del 2001 ha fatto i conti. Bene, la metà del Comitato Scientifico riteneva che le diossine ed il tcdd non abbia effetti cancerogeni. Solo un terzo riteneva che li avesse. L’altro terzo si era astenuto. Questa è la situazione. E il Tribunale ricorderà, d’altra parte, che proprio in dibattimento è venuto fuori che cosa? E` venuto fuori ciò che c’è sul sito Internet, perché la gente a questo punto ha cominciato a fare domande all’Epa: ma il rischio c’è o non c’è? La risposta sul sito Internet è: "Non si conosce quale sia il rischio reale nel cibo". Ecco le batoste. Ed è importante rendersi conto che le valutazioni della agenzia non intendono stabilire i rischi reali per la salute della persona; e nemmeno un indice degli effetti sulla salute della popolazione. Ecco perché il documento non è mai uscito.

Altro argomento di contorno è la somma degli inquinanti. Partesotti dice: attenzione, voi non dovete considerare i composti come singoli; li dovete considerare nella loro somma. Perché, se li consideriamo nella loro somma, allora le cose cambiano. Ed ancora una volta, signori del Tribunale, la domanda: ma vi sembra che gli esperti dell’OMS , della Commissione Europea sugli Alimenti, e di tutte le altre agenzie internazionali, siano così poco informati, così poco attenti, così sfaticati, da non tenere conto della somma dei composti nella valutazione del tdi, nella valutazione dei limiti soglia? E la domanda è retorica. E che sia retorica lo dimostra proprio... io qui potrei fare un lungo elenco di citazioni che ritroverete nel testo scritto. Il quadro che viene fuori è che ad esempio l’OMS calcola la somma delle diossine dei pcb, e dice: "Effetti non additivi tra diossine pcb, non additivi, sono stati riportati a concentrazioni anche a superiori a livelli ambientali di esposizione". Effetti non additivi. "E questo - dice - pone dei problemi nell’uso della tossicità equivalente per la valutazione del rischio per l’uomo. Tuttavia pragmaticamente continuiamo ad adottarlo". Quindi per il pcb e per le diossine. Per quanto riguarda invece l’esaclorobenzene e sempre le diossine, tcdd, qui addirittura non vi sono dati di letteratura che dimostrino che essi sono mediati dal recettore ah. E queste considerazioni permettono alla Commissione di concludere che l’approccio di tipo tef, come definito da Berg ed altri, non è giustificato per l’esaclorobenzene. E via discorrendo. In altre parole, il problema della somma dei composti ovviamente è un problema al centro dell’attenzione delle agenzie internazionali e dell’OMS. Se lo pongono quando esiste un sospetto di natura scientifica che vi siano effetti additivi; se questo sospetto non esiste, non affrontano il problema. In alcuni casi, addirittura, dalla letteratura esiste che le somme, le miscele, hanno effetti inibitori; cioè una sostanza ha effetti inibitori sugli effetti dell’altra. Questo è il quadro complessivo. Qui Dragani, nella sua memoria, si è molto diffuso su questo punto. Altro che somma dei composti. Quindi anche questo argomento di contorno di Partesotti lascia il tempo che trova.

L’ultimo argomento di Partesotti, insomma anche Greenpeace dimostra antipatia per le medie e le mediane. Siccome Pompa ha calcolato le dosi giornaliere di assunzione con le medie e con le mediane, che cosa dice Greenpeace: no, delle medie e delle mediane non ne dobbiamo tenere conto. Enuncia un argomento che noi abbiamo già superato, dice: il calcolo del consumo medio giornaliero non farebbe altro che ripartire il consumo annuale su base giornaliera. Ma l’assunzione non segue un andamento lineare, ci sono dei giorni in cui il pasto può essere rappresentato esclusivamente da prodotti tipici, ci sono giorni in cui questi non rientrano nella dieta. E questo è il motivo per il quale si stima che poche decine di grammi di molluschi sarebbero in grado di fornire la dose massima giornaliera, e le stime sono state fatte in occasione della relazione del dottor Raccanelli. Quindi qua Partesotti riprende in sostanza l’ipotesi inventata da Raccanelli; dice: ciò che decide è il consumo di picco, il consumo sporadico, non il consumo medio. Consumo medio che invece è la base su cui vengono calcolati i limiti soglia da parte delle organizzazioni internazionali. Consumo medio che poi è determinato solo in base a delle statistiche. E adesso, chiuso così con l’alba della nuova era di Greenpeace, questo capitolo di Partesotti, e salutata l’alba della nuova era, vediamo che cosa ci dice l’Avvocato dello Stato.

E` importante richiamare quello che dice l’avvocato dello Stato, perché dimostra che fin dall’inizio si sapeva bene che non c’erano le prove. Le prove sul piano dei fatti. Le prove scientifiche. Dice Schiesaro, riassumo molto rapidamente si intende, perché non posso perdere troppo tempo. Dice due cose: il pericolo concreto di cui parla l’articolo 440 è un requisito del fatto tipico. Questo linguaggio proprio dei penalisti: il fatto tipico. Ma è un requisito, nessuno lo tocca. Il problema, dice Schiesaro, è il suo accertamento. E qua, sul suo accertamento, l’articolo 440 non dice nulla. Ed allora qui interviene il libero convincimento del Giudice, che può usare di tutto. In particolare può usare i limiti soglia. I limiti soglia, secondo Schiesaro, sono quelli che indicano la soglia del pericolo reale concreto. Basta enunciare questa tesi per capire come stanno le cose: l’Accusa era alla frutta già all’inizio. Quando io dico che questo processo non doveva iniziare, dico una cosa di cui sono profondamente convinto. Non doveva iniziare questo processo per avvelenamento e per adulterazione. I limiti soglia di cui parla Schiesaro ormai io penso che offenderei il Tribunale se li illustrassi, se dicessi cosa sono, se dicessi che sono centinaia, migliaia, anche milioni di volte lontani dal livello degli effetti osservati nell’uomo o negli animali. E questi, secondo Schiesaro, darebbero la soglia del pericolo reale di cui il Giudice, nella sua grande libertà di convincimento, dovrebbe tenere conto. Quindi, i limiti soglia sono fissati dalle leggi speciali; queste leggi speciali sarebbero a disposizione del libero convincimento del Giudice per riempire di contenuto l’articolo 440. Allora forse all’inizio aveva una sua ingegnosità questa tesi, perché allora non avevamo ancora approfondito tutto il tema dei limiti soglia; ma oggi questa tesi fa sorridere, ne sappiamo troppo sui limiti soglia per non liquidare questa tesi. D’altra parte è inutile che io ricordi qui, ancora una volta, le sentenze delle Corti americane. Posso ricordare sui limiti soglia, una sentenza, qualche sentenza della Cassazione italiana. Anche la nostra Cassazione si è impegnata su questo. Sentite cosa dice questa sentenza: "La grande distanza esistente tra i criteri volti a assicurare un apprezzabile e cospicuo margine di sicurezza al consumo umano e i criteri che rendono possibile la configurabilità dei reati di pericolo. Criteri i quali esigono che il limite soglia sia superato di tanto da rendere possibile, per effetto di un giudizio tecnico, un giudizio di invalidità del prodotto a ledere la salute pubblica". Ecco, certo è vero che in alcuni casi il legislatore.., la qualificazione normativa può essere d’aiuto, ad esempio la pericolosità degli alimenti in stato di decomposizione o di alimenti che posti in vendita rivelano segni esteriori di non commestibilità. E` chiaro che in questi casi non è necessario ricorrere alle schiere di scienziati a cui abitualmente ricorriamo; è chiaro che qui sono fatti notori, è un sapere consolidato. Insomma, gli alimenti in stato di composizione, si sa, è un sapere talmente consolidato, che non ha bisogno neppure di essere enunciato. Ed è per questo che lo ritroviamo in certe norme. Allora, la conclusione qual è? E` che questa tesi dell’avvocato Schiesaro era una tesi che all’inizio Schiesaro aveva proposto ben consapevole della mancanza di prove, non dico per il reato di pericolo astratto, ma per il pericolo concreto. E alla fine Schiesaro rivolgerà una sorta di supplica al Tribunale: se non condannate per il 439, condannate almeno per il 440. E non ha più avuto il coraggio di riproporre questi argomenti. Ecco allora, a questo punto, si capisce come in questa situazione l’intervento degli esperti della Difesa abbia avuto un effetto devastante su una situazione già devastata. Dicevo di Zocchetti, Pompa, Dragani. Problema dei limiti di sicurezza, dei margini di protezione; il problema del livello degli effetti osservati sull’uomo, sugli animali, delle dosi di assunzione. Se noi vogliamo vedere se c’è il pericolo concreto, dobbiamo innanzitutto.., dico pericolo concreto ma anche pericolo astratto, pericolo di idoneità in astratto e in concreto. Se noi vogliamo vedere queste cose, dobbiamo prima di tutto chiederci quali sono gli effetti osservati sull’uomo. E qui è l’epidemiologia che ci deve venire incontro; ed è qui un altro aspetto assai singolare che io debbo segnalare al Tribunale: come mai l’Accusa, che per il CVM è stata così prodiga di esperti epidemiologici, qui non ne ha tirato fuori uno che sia uno! Come mai non ha affrontato questo tema? E come mai non ha controesaminato Zocchetti? Cosa dice Zocchetti, cerco di sintetizzare al massimo. Anche lui si meraviglia, dice: io non ho nessun interlocutore qua, non è intervenuto nessun epidemiologo. Zocchetti, nella memoria del 10 marzo 2001, fa un esame sostanza per sostanza, illustra gli studi e per ciascuna sostanza si sofferma a commentare la valutazione compiuta da ..(inc.) e da altre agenzie, compresa l’Epa, dalle diossine al pcd, ai pcb, agli ipa, al mercurio, al piombo, al decaclorobenzene, all’esaclorobutadiene; risultato: chi nel mondo, tra gli epidemiologi, ha studiato gli effetti sulla salute, con riferimento in particolare a quelli cancerogeni, ha considerato esposizioni che sono almeno centinaia di volte, ma sarebbe più corretto dire migliaia di volte, e forse ancora di più, più elevate di quelle della popolazione generale. E` dunque naturale, dice Zocchetti, che a valori di esposizioni bassi non si osservano effetti avversi. E a questo punto Zocchetti cita di nuovo Tomatis, Simonato, Vinais, quella consulenza. La parte finale relativa al confronto tra i dati descrittivi dell’incidenza dei tumori a Mestre e a Venezia. Dicono i tre consulenti: "Dall’insieme delle sedi esaminate non appaiono tendenze costanti che individuino una delle sue popolazioni come soggetti a rischi più elevati per tumori. Non emergono comunque dall’analisi di questi dati elementi che depongano a favore di un rischio più elevato nella popolazione lagunare in confronto ad un ..(inc.)". E qui, dice Zocchetti, si passa dalle ipotesi alla realtà. Questa è la differenza tra le analisi di Raccanelli e la realtà. E Dragani, sarò molto rapido: "I risultati per la diossina - Dragani fa parlare le prove sugli animali, sui roditori - la dose ipotetica di assunzione è di oltre 5 milioni di volte inferiore alla dose cancerogena per gli animali. Per i 17 congeneri la dose ipotetica di assunzione è circa 9 milioni di volte inferiore alla dose cancerogena. Tra gli ipa il benzopirene ha una dose ipotetica di assunzione 100 mila volte inferiore alla dose cancerogena in animali. Nel naftalene è inferiore di 25 milioni di volte. Nel benzotrancene di 5 milioni di volte. Nel benzoflorentene di 500 mila volte. Per il pcb di 190 mila volte inferiore. Per l’esaclorobenzene di 8 milioni di volte inferiore. Per il cadmio di 21 mila volte inferiore. Per il mercurio di 48 mila volte inferiore. Per il piombo, di 500 mila volte inferiore".

Signori del Tribunale, sarebbero bastati questi dati per ritenere risolto il problema già in partenza. Siamo sul terreno degli effetti osservati sull’uomo e sugli animali. E, abbiamo visto, sono cifre veramente impressionanti, a quali distanze siderali si collochino i limiti soglia. Con quale coraggio si continua allora a sostenere che la città più amata del mondo ha la laguna avvelenata!

A questo punto interviene il suggello di Pompa, la relazione di Pompa va letta, riletta, studiata. E` una relazione che è fatta sul calcolo dei consumi, su un’analisi dei consumi. E` l’unica che ci dice come stanno realmente le cose, che dice ai veneziani realmente come stanno le cose. Dice: "Le concentrazioni nei metalli, nei molluschi, nei pesci della laguna, sono sovrapponibili; ed anche inferiori a quelli riscontrabili in analoghi alimenti normalmente commercializzati e consumati nel resto dell’Italia. Anche un ipotetico elevato consumo di vongole, provenienti esclusivamente dai canali industriali, comporterebbe un’assunzione giornaliera di metalli e micro inquinanti inferiore alle rispettive dose tollerabili giornaliere o settimanali, e quindi non comporterebbe neppure una erosione del margine di protezione alimentare. Le concentrazioni di diossina nei molluschi e nei pesci della laguna sono ampiamente contenuti nei valori normali e per il consumo l’assunzione di diossine e pcb da parte di una popolazione del tipo di quella di Venezia, compresi i forti consumatori, attraverso i prodotti ittici di provenienza dei canali industriali, sarebbe paragonabile e più bassa di quella calcolabile per le popolazioni di altri paesi europei e degli Stati Uniti. In ogni caso il consumo di prodotti ittici in laguna non comporta mai, neppure se si accetta l’ipotesi strampalata di Raccanelli, della massima concentrazione della vongola che viene pescata sempre nello stesso posto, non comporta mai, se si tiene conto delle statistiche dei Coses nei consumi, un’erosione del margine di protezione individuato dall’OMS per la diossina e i pcb, 1 - 4 picogrammi". A questo punto i conti tornano. Avevamo detto all’inizio che nel rinvio a giudizio dice il Pubblico Ministero: vedrà il Tribunale, io non ho le prove. Non le aveva e non le ha avute. E i nostri esperti, Zocchetti, Dragani, Pompa, hanno definitivamente dimostrato che non avrebbe potuto averle mai. E, dopo tutto, signori del Tribunale, la relazione del Coses sui consumi è del 1996. Quindi era lì a disposizione all’inizio di questo procedimento. Cosa dire sui pozzi, a questo punto? Eh, ma sono avvelenati i pozzi. Ora, signori del Tribunale, mettiamo a posto i mobili nella stanza, per i pozzi. Nel 1996 il Corpo Forestale dello Stato fa un accertamento: va a cercare gli inquinanti nei pozzi vicini allo stabilimento e non trova gli inquinanti. Le prove hanno tutte esito negativo. E` stato facile, per la Difesa, scoperchiare questa pentola. Nell’udienza del 23 febbraio 2001 Francani, che arriva così: "Non esiste nessun pericolo concreto di contaminazione da parte del Petrolchimico di acque che siano in qualche modo disponibili per l’uso antropico. Se si vuole, abbiamo una documentazione che deriva dall’indagine del Corpo Forestale dello Stato, che avendo individuato quattro pozzi nelle vicinanze del Petrolchimico, ha fatto compiere delle analisi riguardanti gli inquinanti, senza trovarne neppure uno. I pozzi sono molto vicini al Petrolchimico, sono nel raggio di un chilometro dallo stabilimento, alcuni a poche centinaia di metri". Colpo di scena: nessun controesame del professor Francani. E questa è la ragione, la vera ragione degli affanni dell’ultima ora del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero ha tempo ormai irrimediabilmente scaduto. Ha fatto compiere delle indagini integrative sui pozzi vicini questa volta alle discariche. E` un’iniziativa questa che non ha destato in noi alcuna preoccupazione, ovviamente. Perché? Perché è noto a tutti, ed è pacifico nel processo, che Smai, Pisani, Patron, sono estranei alla costruzione e alla gestione delle discariche. Quindi anche se il Pubblico Ministero avesse trovato qualcosa, noi ne saremmo stati fuori. Ma quali sono stati gli esiti di questa attività integrativa? Processualmente non sono noti, non sappiamo se il Pubblico Ministero ha trovato o non ha trovato degli inquinanti. Ha trovato i solventi clorurati, ha trovato il CVM; perché? Perché il Tribunale gli ha detto: alt, i tempi sono scaduti; a me basta che vengano prodotte - dice il Tribunale - le segnalazioni e le denunce dei pozzi.

Bene, il Pubblico Ministero si è dichiarato dispiaciuto che il Tribunale non abbia acconsentito l’ingresso delle indagini fatte sui pozzi vicini alle discariche. E a me dispiace per i dispiaceri del Pubblico Ministero, ma deve dire che questo dispiacere fosse stato molto più grande se avesse visto le indagini che abbiamo fatto fare noi della Difesa sugli stessi pozzi vicini alle stesse discariche. Noi non ce ne siamo stati con le mani in mano; abbiamo incaricato società espertissime e abbiamo fatto fare le indagini che aveva fatto fare il Pubblico Ministero. Risultato: questi atti sono lì, a disposizione, nel mio studio. Sono lì. Risultato: nessun solvente clorurato, nessuna traccia di CVM. Tentativo del Pubblico Ministero ancora una volta fallito. Ma a tutto ciò si aggiunga.., sono indagini che ho fatto io personalmente, ho fatto io il contratto con le società, tra il 9 ed il 12 aprile 2001. A tutto ciò devo aggiungere che le uniche discariche esterne al Petrolchimico, di proprietà Enichem, che Enichem ha ereditato nel ‘90, sono due soltanto: Malcontenta e Moranzani. Che non sono mai state oggetto di utilizzo da parte di Enichem.

Che cosa dire allora sui pozzi? Allora, vorrei tracciare il quadro complessivo, perché il Tribunale ce l’abbia molto chiaro: non esistono pozzi a valle del Petrolchimico, o al suo interno; ed è impossibile che dal Petrolchimico le acque si spostino verso le aree e i pozzi posti a monte dello stabilimento. E` una legge fisica che lo impedisce, perché l’acqua non sale all’indietro. All’interno del Petrolchimico, in particolare, i pozzi esistenti erano stati chiusi fin dagli anni ‘60 e sono rimasti inattivi. Da che cosa risulta questo? Dai moduli per denuncia pozzi inoltrati dal Petrolchimico alla Regione Veneto l’1 luglio 1994, agli atti. Quindi, all’interno dello stabilimento nessun pozzo.

I pozzi cosiddetti ad uso industriale. Bene, sono tutti lontani, a monte del Petrolchimico e delle discariche. Dei pozzi definiti ad uso industriale 8 risultano utilizzati solo nei mesi estivi, per pochi giorni all’anno; il che indica chiaramente che essi possono essere sufficienti per innaffiare giardini ed orti, non per uso industriale. L’unico pozzo che potrebbe avere effettivamente un uso industriale/alimentare è il pozzo di Mescolo, in via Miranese: 100 litri al giorno, per 365 giorni. Ma questo pozzo resta comunque a monte di tutte le discariche presenti, e non potrebbe essere comunque coinvolto in alcun inquinamento.

Restano i pozzi ad uso agricolo e domestico. Questi si dividono in due categorie: quelli in cui il Corpo Forestale dello Stato ha fatto le prove e non ha trovato tracce di inquinanti; e quelli in cui non ha fatto le prove e non ci sa dire nulla. Non vi è poi nessuna prova che le uniche due discariche esterne, la Malcontenta e Moranzani abbiano inquinato pozzi ad uso agricolo e domestico. L’unica discarica che Enichem ha continuato a gestire dopo il ‘90 è una discarica autorizzata, sulla quale Enichem ha depositato rifiuti non inquinati; è la discarica Enichem Aricoltuso, chiusa nel 1994. Che cosa resta? Resta l’acqua potabile. Ma l’acqua potabile viene da falde molto molto profonde, più di 300 metri. Non è inquinata. Sono inquinate le falde superficiali, ma le acque della prima falda risultano interessate dall’ingressione marina, e quindi sono molto salate, inutilizzabili anche per uso domestico ed agricolo. Ed allora, le acque delle falde possono essere usate per uso umano, ed anche agricolo, se sono attinte; sono attinte attraverso i pozzi; per i pozzi la situazione l’abbiamo vista com’è: non c’è nessuna prova di avvelenamento delle acque destinate al consumo umano inteso nel senso più ampio possibile. Quindi anche nel senso di uso agricolo, uso domestico, e cosiddetto uso industriale/alimentare. La conclusione, allora, di questa prima parte della mia fatica, è una sola e nelle cose: l’avvelenamento, articolo 439, non sussiste; l’adulterazione e il corrompimento non sussistono.

E questa sarà la richiesta di proscioglimento che io farò.

Io adesso, Presidente, sospenderei per un caffè, se fosse possibile.

Presidente: va benissimo, d’accordo. L’udienza viene sospesa per un quarto d’ora.

Presidente: prego, Avvocato Stella.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: tento di farcela entro l’una, in modo da cedere poi la parola al professor Pulitanò. Questo sul presupposto che della simulazione di reato io parlerò ad ottobre Presidente, perché sennò sforo.

Presidente: come posizione personale.

Avvocato Stella: sì, mezz’oretta ad ottobre. Di fronte al quadro che ho delineato, di palese insussistenza degli illeciti, potrebbe sembrare eccessiva l’insistenza con cui la Difesa ha voluto dimostrare l’estraneità ai fatti di Smai, Pisani, Patron, e degli altri imputati Enichem. Ora, a prescindere dalle considerazioni relative al disastro, che farò dopo brevemente, questa insistenza ha una sua giustificazione. Perché pur essendo insussistenti gli illeciti contestati, questi gravissimi illeciti che avevano bisogno di una prova inossidabile che non è mai stata data, Smai, Patron, Pisani, hanno il bisogno di proclamare la propria innocenza anche da un punto di vista morale. Tutti colpevoli ha detto il Pubblico Ministero. Tutti colpevoli significa un giudizio di rimproverabilità morale per aver contribuito all’inquinamento della laguna. Non è un’accusa che è destinata a non lasciare segni nell’esistenza dei miei assistiti. E io mi rifiuto di pensare che in questo Tribunale e in quest’aula non possano entrare anche dei profili di eticità. Comincio col dire che intanto Smai e Pisani sono completamente fuori da ogni accusa di, non di avvelenamento e di adulterazione della zona, che non esistono, ma di aver contribuito a inquinare la laguna per il periodo ’87 - ’90. E qui il Tribunale sa già come stanno le cose: dichiarazioni spontanee di Smai, di Pisani. La relazione di Francani. La testimonianza di Gavagnin. Ci dicono: "Noi eravamo direttori, in quel periodo, solo degli impianti. L’uso del terreno su cui insistono le discariche e gli scarichi erano di competenza di Montedipe". Ma io mi vergogno anche ad enunciare questo argomento difensivo. Lo debbo fare, ma le radici e le ragioni dell’estraneità dei miei assistiti sono ben più radicali, e riguardano anche il periodo ’93 - ’95 quando l’ingegnere Pisani diventa direttore del Petrolchimico e il dottor Patron è amministratore delegato. L’estraneità a quella che Nosengo ha definito "la bomba ecologica" è un dato processualmente pacifico. Non sto qui a ripetere tutte le affermazioni dei vari consulenti, le ritroverà il Tribunale nel testo scritto; riguarda il controesame di Spoladori, di Nosengo, di Pavanato, di Gavagnin. E questo estraneità "alla bomba ecologica", alla costruzione e alla gestione, non è un dato asettico, pur se processualmente pacifico; è un dato perché la "bomba ecologica" è il cuore pulsante del problema dell’inquinamento, insieme ad altri cuori che poi vedremo. Ed è per questo che dicevo ci deve essere un’eticità: tutti colpevoli! Ma non c’è solo questo. E` che l’inquinamento vero deriva anche dagli scarichi incontrollati nel Lusore Brentella e nei canali industriali avvenuti nel passato. Anche questo è un dato processualmente pacifico. Troverà le frasi, il Tribunale, riportate nel testo scritto di Pavanato, Mara, Rabitti, Bonamin, Magistrato delle Acque, Ferrari, censimento delle discariche della Provincia del ‘93, Marcomini. A questo punto sono dati questi processualmente pacifici.

A questo punto mi si chiederà: ma perché, se anche l’estraneità è un dato processualmente pacifico, come mai la Difesa ha sentito il bisogno di tirare in ballo le 200 industrie e passa che hanno svolto e svolgono la loro attività nei canali industriali? Dicevo l’altra volta che non basta che ci siano delle buone ragioni per dare inizio ad un procedimento; è necessario che quelle ragioni siano giuste. E se il Pubblico Ministero aveva forse delle buone ragioni per fare delle indagini sui misfatti del passato, quelle ragioni dovevano diventare giuste; l’indagine doveva essere a 360°, non sfociare in conclusioni che dicono: l’unico colpevole è il Petrolchimico. Queste non sono ragioni giuste. Ed è per questo che noi abbiamo chiamato in causa le 200 industrie e passa, che hanno svolto la loro attività nella città di Venezia. La città di Venezia deve sapere come stanno realmente le cose. E’ per questo che io suggerii ad Enichem di dare l’incarico al CNR e al dottor Frignani di fare le prime indagini. E quando Frignani venne a dirmi i risultati delle sue indagini sul Canale Industriale Nord e sul Canale Brentella, signori del Tribunale io feci un salto sulla sedia, mi spaventai, dissi: questo è il problema vero di Venezia. E mi ricordo che mandai subito Frignani dal Pubblico Ministero; ed io stesso chiesi un incontro con il Sindaco, per illustrargli la situazione. Il Pubblico Ministero non ha fatto una piega, ha acconsentito al suo esperto Ferrari di elaborare la ormai famigerata teoria delle autobotti, mai provata! Teoria delle autobotti, io non ce l’ho con Ferrari per la teoria delle autobotti, perché è una teoria che riguarda comunque misfatti del passato. Riguarda invece direttamente Pisani e Patron, li accusa di essere compartecipi della responsabilità dell’inquinamento dei canali industriali; ed è per questo che come prima puntavo il dito contro l’inquinamento del passato, l’inquinamento vero, ora punto il dito contro l’inquinamento provocato dalle altre industrie. Non sono certamente io a dirle queste cose; è stata l’Accusa, attraverso i suoi esperti, i suoi testi. Ferrari: "Il Canale Industriale Nord e il Canale Brentella sono spaventosamente inquinati e negli anni tale contaminazione si è diffusa nei canali industriali intorno a Porto Marghera, in quanto tutti i canali sono dominati dallo stesso profilo". Nel controesame il neutrale Ferrari ha sentito il bisogno di fare un pochino marcia indietro. Vero che si è diffusa questa contaminazione, ma per intervento della provvidenza, si è diffusa solo attorno al Canale Industriale Nord e al Canale Brentella. Questo l’esperto neutrale. E poi l’Isola delle Tresse. Si veda Pavanato; si veda Tibaldi. Ed i dragaggi, si veda Spoladori; si veda Pavanato; si veda Perin. Non sto qui a leggerli, per non perdere tempo, ma il Tribunale se li ritroverà. Che vengono riassunti, si può dire, con una espressione agghiacciante, da Bonamin: "Io non oserei pensare di dragare". E` in questa occasione che intervengono gli esperti della Difesa. Fragnani fa la ..(inc.) delle carote, è un’opera stupenda, mai fatta. Colombo e Bullucci ci raccontano la storia, la storia dell’attività industriale lungo il Canale Industriale Nord e il Canale Brentella e negli altri canali. E` una storia, anche questa, agghiacciante. La storia dell’imbonimento della seconda zona industriale con i rifiuti della prima, i fanghi rossi della prima. La storia dei dragaggi che hanno diffuso dappertutto l’inquinamento di tutte le sostanze e della diossina. La storia dei natanti, dei barchini, dell’erosione delle barene, della sospensione del sedimento provocata dai dragaggi, dai barchini, dai natanti, dall’inquinamento. L’Isola delle Tresse. Il Pubblico Ministero poi dirà: ma è stata conterminata. Signor Pubblico Ministero, è stata conterminata dopo. Prima era diventata un ricettacolo di rifiuti, anche industriali, della prima zona industriale; un ricettacolo tale che aveva perso 50 metri. 50 metri, signori del Tribunale, di spiaggia. Hanno dovuto correre precipitosamente ai ripari. E l’Isola delle Tresse si trova davanti, proprio davanti, all’SM15. Qual è la reazione - le relazione sono lì, naturalmente - del Pubblico Ministero a questa situazione? La riepilogo per sommi capi. Dice il Pubblico Ministero, in sostanza, riassumo: le industrie lungo il Canale Industriale Nord e il Canale Brentella non possono essere assolte per le sostanze diverse dalla diossina ma per la diossina la assoluzione - dice il Pubblico Ministero - deve essere con formula piena. "Appare molto più difficile, se non improbabile, che ci siano state altre aziende, diverse da quella operante al di fuori del Petrolchimico che abbiano potuto scaricare diossine o furani". In questo modo il Pubblico Ministero si guarda bene dall’escludere che ci siano stati scarichi anche da parte di altre aziende di arsenico, piombo, cadmio, mercurio, ipa, pcb, esaclorobenzene, cianuri. E come potrebbe! E si guarda bene dal toccare il tema dei dragaggi, della movimentazione dei fondali, della sospensione dei composti inquinanti. E come potrebbe! C’è da chiedersi però, qui tornano le ragioni giuste: quale sia la ragione per la quale il Pubblico Ministero non abbia compiuto, lui e il Magistrato alle Acque, non abbiamo compiuto alcuna indagine su tutte le altre aziende? L’unico, vero responsabile, il mostro, è il Petrolchimico.

D’altra parte la assoluzione di tutte le altre aziende per le diossine è una assoluzione che prova troppo. Possibile che tra le centinaia e centinaia di industrie, sono più di 200; è stupefacente per l’uomo della strada l’idea che nessuna di queste industrie, possibile che non ce ne sia una che ha prodotto diossine? Una! C’è qualcosa che non va in questa assoluzione generale con formula piena del Pubblico Ministero. E ciò che non va è presto detto. Il Pubblico Ministero parla della relazione di Colombo e Bellucci, la prima ricordate, quella anticipatrice ma ancora sommaria, del dicembre 2000. Non parla mai della relazione Colombo - Bellucci, quella definitiva, dell’aprile 2001. In questa relazione l’attenzione di tutti viene richiamata dai due esperti sulle ceneri di pirite e sui fanghi rossi. Colombo e Bellucci fanno il nome dell’industria responsabile dell’inquinamento con le ceneri di pirite: è l’industria che svolge l’attività di decuprazione delle ceneri di pirite; attività che pacificamente produce diossine e forani. Pacificamente. E infatti Bellucci e Colombo dimostrano che lo spessissimo tipo di processo produttivo realizzato a Masberg, in Germania, è stato fonte di produzioni di quantità mostruose di diossine e forani, si arriva a valori superiori a 100 mila tec..

Ebbene, signori del Tribunale, non una sola parola del Pubblico Ministero, né sul processo di decuprazione realizzato dall’industria collocata sul canale industriale nord, né sul processo produttivo tedesco. E, guarda caso, le diossine associate ad arsenico, attenzione all’associazione, piombo e rame, sono state trovate nel canale industriale nord, proprio nella zona prospiciente l’industria che procedeva alla decuprazione, esattamente allo stesso modo in cui la diossina associata all’arsenico, al piombo, al rame, è stata trovata nei materiali scaricati dall’industria di Masberg in Germania. Tra parentesi, non sarebbe stato difficile, per il Pubblico Ministero, compiere un’indagine. Tanto più se si considera che il suo esperto più neutrale, il dottor Raccanelli, svolge la sua attività professionale proprio in quella zona, al Parco Scientifico Tecnologico.

E c’è poi una seconda considerazione da fare, non ci sono solo le ceneri di pirite. Colombo e Bellucci dicono: attenzione, ci sono i fanghi rossi. Tutta la letteratura associa i fanghi rossi con la produzione dell’alluminio. E qui indicano alcune società che producevano l’alluminio. Che cosa fanno allora gli esperti dell’Accusa e il Pubblico Ministero: parlano dell’industria Sava del canale industriale nord, per dire "ma quello usava il processo Bayer che non produce diossine". Tacciono invece, non dicono una parola, sulla società Allumina, che non usava il processo Bayer e che produceva i fanghi rossi. Eh, questa amnesia del Pubblico Ministero non è un’amnesia da poco, se si pensa che i fanghi rossi sono rifiuti tipici della prima zona industriale, e se si pensa soprattutto che insieme alle ceneri di pirite, e sono stati utilizzati per l’imbonimento di tutta la seconda zona industriale, compresi i canali intorno al Petrolchimico, e quindi compreso il canale industriale sud. E l’imbonimento della seconda zona industriale è un tema, è una vicenda, che non può essere messa tra parentesi; ne parlano tutti: il Comune, con l’analisi di rischio dell’area 43; ne parla Chiozzotto; ne parla la Provincia, la Regione, e infine lo Stato con la Convenzione Levi. L’imbonimento è andato pacifico processualmente. Perché il Pubblico Ministero non ne ha mai parlato? Il Pubblico Ministero tenta qua di intorbidire le acque dicendo: ma guardate che - lui abbandona la teoria delle autobotti, per fortuna, ne inventa un’altra - i fanghi rossi sono mescolati con le ceneri di pirite che sono prodotte dal Petrolchimico. Diavoli di fanghi rossi! Ma come hanno fatto? I fanghi rossi sono stati messi nella seconda zona industriale, sono stati messi, portati, prima degli anni ‘50, le ceneri di pirite dopo gli anni ‘50. E già questo ci induce a chiederci: ma come hanno fatto i fanghi rossi, sotto il Petrolchimico, a mescolarsi con le peci dopo? Ma c’è soprattutto un’altra ragione che dimostra quanto superficiale sia questa risposta del Pubblico Ministero: se le peci clorurate vengono mischiate con i fanghi rossi, evento del quale non c’è una sola traccia nel processo, è inevitabile che nei fanghi rossi si trovino i clorurati. Nessuna indagine, tra quelle compiute, da tutti gli esperti, che si sono esercitati sui canali industriali, ha mai trovato l’ombra di un clorurato. La verità era lì, a portata di mano, e il Pubblico Ministero non ha saputo vederla, non ha voluto indagare sul canale industriale nord, sull’imbonimento della seconda zona industriale e sui dragaggi. Il Pubblico Ministero cerca di scansare anche l’Isola delle Tresse, come ho detto. Vi leggo qui cosa dice il Consorzio Venezia Nuova ‘93: "L’Isola delle Tresse si è accresciuta di un milione di metri cubi di rifiuti tra gli anni ‘30 e gli anni ‘90; vi sono stati prevalentemente scaricati i fanghi rossi provenienti dalla lavorazione dell’alluminio. Soprattutto nelle zone meridionale dell’isola. Effetti di grande rilevanza, avendo causato, nel giro di soli dieci anni, un arretramento delle sponde di circa 50 metri".

Questi, signor Presidente e signori Giudici, sono fatti, fatti della storia. Il Pubblico Ministero, che ama tanto i fatti, dami factum, do tibi facti. Questi sono i fatti! Fatti che si contrappongono alle invenzioni dell’Accusa, all’invenzione che la diossina, trovata nei bassi fondali, sia adesso dovuta alle emissioni del Petrolchimico. Ma come fa anche solo ad azzardare l’idea che una simile ipotesi sia provata di fronte alla documentazione, ai fatti che abbiamo portato noi, che dimostrano qual è la vera origine, la vera fonte dell’inquinamento! Non parlo neanche delle impronte, ne parlerà l’avvocato Santamaria; mi sembra un tema certamente importante, ma assolutamente diciamo irrilevante del quadro complessivo.

Il quadro complessivo è agghiacciante: il Pubblico Ministero non ha indagato sulle altre industrie, sulle quali doveva indagare, come ha indagato sul Petrolchimico. E io protesto. Non sono ragioni giuste quelle che l’hanno indotto a fare questa indagine. Che cosa resta? Resta l’accusa, restava l’accusa per Pisani e Patron, nel periodo ’93 - ’95 di essere intervenuti con ritardo nella predisposizione delle messe in sicurezza e delle bonifiche. Di fronte alle prove schiaccianti, offerte da Francani, sui tempi medi per la messa in sicurezza delle bonifiche di tutto il mondo, i tempi medi per i 1249 siti nella lista Superfranz sono di almeno 12 anni, 16 anni per la Bonvisa, etc., etc.. Sull’estrema complessità della progettazione degli interventi nell’area di Porto Marghera. Di fronte altresì alla storia analitica tracciata da Francani, sugli interventi compiuti da Enichem per ogni discarica, in base ad un preciso ordine di priorità, e di fronte anche all’illustrazione degli studi e degli accertamenti e dei sondaggi con piezometri, dei campionamenti di acqua di falda, delle campagne magnetometriche compiute nel periodo ’93 - ’95; accertamenti che a tamburo battente sono comminati nella messa in sicurezza delle isole 31 e 32, il Pubblico Ministero avrebbe dovuto proporre per Pisani e Patron una medaglia: battuti sul tempo i tempi medi di messa in sicurezza e di bonifica di tutto il mondo. E una medaglia, e non sto scherzando signor Presidente e signori Giudici, avrebbe dovuto proporla il Pubblico Ministero per tutti gli accertamenti, e le opere compiute successivamente al ‘95. E per l’accordo di programma sottoscritto volontariamente e sollecitato da Enichem? Sfido chiunque a farmi il nome di aziende private italiane che per riparare ad inquinamenti e a danni provocati da altri si sono impegnati come si sono impegnati Enichem ed i suoi uomini nell’interesse esclusivo della comunità. E` inutile che io ricordi qui la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione: non era tenuta Enichem a fare queste cose. Questi sono sempre i fatti, do tibi facta. E in questa situazione il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, abbandona l’ipotesi originaria, non la riformula più; non ritroviamo più questa accusa di essere intervenuti con ritardo. Per forza, ci mancava anche. E che cosa resta allora di quell’accusa originaria? Restano i lamenti dell’ispettore Spoladori. Ma quando io ho chiesto notizie sulle discariche mi è stato risposto che non ce n’erano. Non è vero, signori del Tribunale, l’abbiamo già detto e ripetuto; qui carta canta; c’è la lettera con cui l’ispettore Spoladori chiede notizie, vuole sapere se ci sono state delle denunce sulle discariche incontrollate. La risposta è in termini puntuali: non ci sono! Cosa voleva di più? Voleva che dicessero che c’erano anche se non c’erano. E se guardiamo la sostanza poi, questo lamento è un lamento che va nella notte e si perde. Perché tutti sappiamo, l’abbiamo appreso qui, durante l’istruttoria dibattimentale, che la Provincia ben conosceva la situazione delle discariche almeno dall’89 in poi. Mi sembra, ma farò un riscontro più preciso, che lo dica proprio Gavagnin. Allora, se dunque l’estraneità all’inquinamento vero della laguna è pacifica, se nessun contributo significativo da parte degli scarichi del Petrolchimico, come risulta ed è sempre risultato dagli accertamenti del Magistrato alle Acque, ma qui il Pubblico Ministero a tempi quasi scaduti ha compiuto delle indagini integrative. Ha chiesto allo stabilimento di consegnargli tutti i bollettini interni di analisi compiuti per scopi interni, legati al funzionamento degli impianti di Enichem. La mole di questi bollettini era tali elevata da rendere necessario un lavoro di giorni e giorni per la loro informatizzazione. Enichem aveva la coscienza a posto. E pur potendo rifiutarsi di consegnare quei bollettini; pur potendo puntare su una richiesta di sequestro, che avrebbe avuto scarse possibilità di essere accolta, ha detto, su mio consiglio signor Presidente, dategli tutti i bollettini. Risultato: lavorando giorno e notte sui dati informatizzati, Foraboschi ha calcolato che la media annua dei superamenti era assolutamente irrisoria.

Ecco allora l’ultimissima trincea, l’ultimissima ridotta del Pubblico Ministero, nella sua requisitoria. Non contesta il Pubblico Ministero quelle medie, ma dice che le medie non contano. Dice testualmente: "Non vi sono giustificazioni di nessun genere a sostegno dell’affermazione secondo cui questi superamenti non hanno determinato condizioni peggiorative dello scarico delle acque". Non vi sono giustificazioni di nessun genere? Il Pubblico Ministero qui non è aggiornato.

Tutta la nostra normativa è impostata sui superamenti, ma lo scopo che si voleva raggiungere era di dimostrare che i superamenti non determinano l’immissione di un carico con inquinante superiore a certi limiti. Carico inquinante è questo che conta per l’impatto di inquinamento, il carico inquinante, solo che misurare il carico inquinante sul base delle medie sarebbe stato per i controllori troppo difficile, un’impresa impossibile, allora ecco che le nostre leggi non hanno mai richiesto esplicitamente la misurazione del carico inquinante e si sono accontentati dei superamenti degli stabilimenti agli scarichi. Ma qui bastava anche qui aggiornarsi, quaderno Irsa 100 del ‘94: "Fra i diversi obiettivi di perseguire nel campionario le acque di scarico si possono indicare la valutazione del contributo all’inquinamento del corpo idrico, e più in generale del sistema recettorio". Il Decreto Legislativo del ‘99 nell’allegato 4 dice: "Vanno presi in considerazione la stima dell’inquinamento in termini di carico, sia in tonnellate anno che in tonnellate mese da fonte puntale, stima dell’impatto da fonte diffuse in termini di carico con sintesi delle utilizzazioni del suolo, analisi di altri impatti derivanti dall’attività umana". Il Decreto Ministeriale del 23/04/98 parla in termini di carichi massimi ammissibili complessivi, di inquinanti in laguna nei corpi idrici del suo bacino scolante compatibili con il raggiungimento degli obiettivi di qualità e il DPCM 27/12/88 nell’allegato dice: "La caratterizzazione e l’analisi dei componenti ambientali: ambiente idrico... prima del carico inquinante senza e con intervento e la localizzazione e caratterizzazione delle fonti". Ecco che impatto ha la reazioni del Pubblico Ministero, non ha nessuna giustificazione e come no? La giustificazione è la giustificazione vera, l’uso delle medie di... che non sono contestati, è quella di misurare il carico inquinante, è quella di vedere se gli obiettivi sono stati raggiunti oppure no, e da queste medie che misurano l’impatto inquinante risulta che il contributo è stato irrisorio. La morale da trarre: non solo l’adulterazione e l’arruolamento sono insussistenti, ma i miei assistiti e gli imputati Enichem sono estranei all’inquinamento e queste cose la città di Venezia deve saperle. Signori del Tribunale il dottor Smai e l’ingegner Pisani sono lavoratori come gli altri, che hanno vissuto in stabilimento come gli altri, la loro vita non può essere segnata da accuse che sono oltraggiose. Passo ora a dire solo poche parole sul disastro signor Presidente. Allora grado a grado dal discussione è emersa una verità in apparenza sconcertante sono stati contestati gravissimi reati, ma per nessuno di essi l’accusa ha avvertito il bisogno di dare la prova, dagli omicidi, alle lesioni, all’adulterazione, e vedremo anche alla strage, il mancato adempimento dell’onere probatorio da parte dell’accusa è venuto fuori in modo sempre più tangibile e non rimediabile. Ma ho detto sconcertante solo in apparenza, in realtà per chi avesse conosciuto i temi di questo processo l’esito era già scontato in partenza. Non è un caso signori del Tribunale che io abbia iniziato questa discussione dicendo: questo processo non doveva avere inizio, ma l’allergia dell’accusa verso le prove trova - se ce ne fosse ancora bisogno - un definitivo riscontro diagnostico quando si passi ad esaminare l’accusa di disastro. Dico la verità, mano a mano che progrediva la discussione dell’accusa pubblica e privata sorgeva e si rafforzava in me una sorta di moto di ribellione, mi veniva da dire: ma cercate di enunciare almeno qualche argomento di prova, provate a provare in modo che noi possiamo difenderci e invece niente, solo un abbozzo di tentativo da parte dell’intelligente avvocato Manderino, e così che mi trovo oggi per il disastro in una situazione abbastanza anomala e difficile. Devo essere io ad enunciare i temi possibili sui quali l’accusa avrebbe dovuto esercitare la sua attenzione probatoria finora? Siamo solo alla contestazione, ma la contestazione non è una prova. La contestazione era stata chiara peraltro e in relazione al disastro in relazione al capo A aveva detto: "Cagionava il delitto di disastro mediante azioni ed ammissioni che cagionavano pericolo per la pubblica comunità tanto che ne derivava la morte e la malattia di un numero allo stato ancora imprecisato di persone". Ciò che balza subito evidente di questa contestazione è che essa si riferisce ad un evento di danno, la morte e la malattia di un numero imprecisate di persone. Qui l’accusa imbocca dunque la strada già seguita peraltro da non poche sentenze della giurisprudenza di legittimità che dice: "Pericolo per la pubblica incolumità perché sussista, perché possa considerarsi esistente deve essersi tradotto anche in un evento di danno", altrimenti come facciamo ad accertare il pericolo per la problema incolumità, un evento di danno a cose o persone; naturalmente non sto qui ad elencare le sentenze della Cassazione che il Tribunale conosce benissimo. Tutto ciò è tanto pacifico da indurre anche l’avvocato Manderino a sottolineare che le malattie professionali e le morti per malattia professionali causate dalle condotte degli imputati se singolarmente costituiscono gli eventi dei reati di lesione personale e di omicidio colposo complessivamente costituiscono l’evento di disastro, e questa è l’accusa. Stando così le cose noi tutti abbiamo, io ho tratto un conseguenza immediata: siccome nessuna morte e nessuna malattia è imputabile - per le ragioni che ho già illustrato ahimè gli assistiti - è evidente che anche qua il disastro non sussiste, disastro di cui al capo A non sussiste l’evento di danno. Perché viene richiesto dall’accusa pubblica e privata l’evento di danno, qui forse è necessario fermarsi un momento perché tutti sanno la situazione molto complessa sul piano del dottrina dei professori ed allora qui sappiamo che gli studiosi seri quelli tedeschi richiedono tutti l’evento di danno perché ci sia il disastro, poi si parlerà anche del pericolo per la pubblica incolumità, ma una volta che si sia verificato un danno alle persone e alle cose. Gli studiosi italiani invece si dilettano, ho già dato un accenno prima ad un libro di un professore ce n’è anche un altro di un professore che io tra l’altro stimo molto Angiò, ci sono anche altri scritti sui disastri e tutti considerano evento del disastro il pericolo invece. Ecco io dico: non ci credo, non riuscirete mai a dimostrarmi questa tesi, i professori italiani hanno questa caratteristica che di solito vanno avanti con le loro categorie, non si aprono al sapere che è unitario, se lo avessero fatto questi che hanno studiato il pericolo stato avrebbero scoperto una cosa che il rischio reale, tra virgolette, non esiste, il rischio reale è una costruzione della nostra mente, qui la Letteratura sull’argomento è vastissima, io però consiglierei a tutti, proprio a tutti perché ha un arricchimento culturale di leggere il Libro della Scade Free Scet valutare il rischio che compendia un po’ tutta la situazione e dice questa Letteratura: "La valutazione del rischio è carica di valori in tutte le sue fasi", quindi non c’è mai una misurazione obiettiva del rischio, la misurazione obiettiva ci sarebbe se potessero misurare solo la frequenza di eventi, ma questo non avviene quasi mai, quindi la valutazione del rischio è sempre carica di valori, viene valutata in un modo o nell’altro perché chi valuta ha la sua visione del mondo e la percezione, quindi i pericoli vengono valutati e stimati secondo valutazioni soggettive le quali così dicono: fonti di errore di macroscopiche divergenze fra gli esperti da due o sei ordini di grandezza, signori del Tribunale, ecco come colpisce la situazione la Scade Free Scet.

Le probabilità: si osserva che il rischio si verifichi non riflettono la frequenza reale degli eventi perciò gli esperti sono costretti a basarsi su possibilità di rischio soggettive o percepite invece che sulla frequenza in un periodo sufficientemente lungo; d’altro lato lo stesso concetto di rischio è un concetto teorico non riconducibile a previsioni e conferme esatte, il carico di presupposti molti dei quali sono controversi. Ecco allora le ragioni del saggezza di quell’orientamento giurisprudenziale che dice: è indispensabile per stabilire che c’è stato un rischio per la pubblica incolumità che quel pericolo di cui stiamo parlando si sia concretizzato in alcuni eventi di danno, altrimenti come facciamo a stabilire che c’è stato rischio, a queste considerazioni io credo non si sfugge e io penso che la dottrina italiana che si è occupata di questo argomento dovrà rimeditare radicalmente le proprie posizioni sul pericolo ed allinearsi alle posizioni dei tedeschi che come studiosi sono al solito seri.

Allora a questo punto è sempre possibile però, era possibile, che l’accusa cercasse di tagliare fuori l’evento di danno e di dire: noi consideriamo evento il solo pericolo alla pubblica incolumità, si sarebbero trovati davanti all’alt della Cassazione di cui ho parlato, si sarebbe trovata di fronte alle difficoltà appena lumeggiate però è una strada che avrebbe potuto essere seguita dall’accusa, una strada molto in salita ma diciamo che avrebbe potuto farlo. Ed è per questo che nel logica perversa nell’inversione dell’onere probatorio che ci è stata imposta, noi abbiamo dato un dimostrazione anticipata anche dell’inesistenza del pericolo e l’abbiamo data con le consulenze depositate il 20 aprile 2001 di Dragani e Zocchetti dal titolo: "Assenza di pericoli reali durante la gestione Enichem dello stabilimento di Porto Marghera", e un seconda relazione del professor Foraboschi intitolata: "Assenza di pericoli reali nell’attività dello stabilimento petrolchimico Porto Marghera nel periodo di gestione Enichem, signori del Tribunale - come al solito - nessuna replica e nessuna risposta da parte dell’accusa. E la situazione non cambia se dal disastro di cui al capo A passiamo al disastro di cui al capo B, dovrebbero unirsi ad altro disastro dando origine ad un gigantesco disastro mai visto nella storia, anche qui l’accusa non ha speso una sola parola per dare la prova. Allora qui l’accusa si riferisce nel contestazione ad eventi di danno e sono i soliti quelli che conosciamo: le discariche, etc., etc., io qui voglio fare una precisazione importante, banale ma importante. Se il pericolo concreto per la pubblica incolumità deve tradursi in un evento di danno deve trattarsi ovviamente non di un evento di danno purché sia, ma di un evento di danno che sia espressione del pericolo per l’incolumità pubblica, attorno al quale ruota tutta la fattispecie criminosa. Se ciò è pacifico, ed è pacifico, è di un’evidenza intuitiva ed immediata che gli eventi di danno cui l’accusa tenta di far riferimento: gli scarichi incontrollati, la bomba ecologica, l’inquinamento non hanno nulla a che vedere con il pericolo concreto per la pubblica incolumità, dove sta signori del Tribunale il pericolo per la pubblica incolumità? Dove sta - se lo vogliamo inserire - il pericolo per la salute pubblica se vogliamo intendere la pubblica incolumità in questo senso ristretto? Nessuno tra gli accusatori ha mai osato sostenere apertamente che quegli eventi di danno siano realizzazioni di un rischio, di un pericolo per la pubblica incolumità, se lo avessero fatto gli accusatori avrebbero imboccato la strada del suicidio processuale, ma c’è di più. Proviamo anche qua.., veda il Tribunale che mi sto veramente accollando io l’onere di enunciare i temi di prova, proviamo anche qua a tagliare fuori l’evento di danno, vediamo anche per il disastro di cui al capo D proviamo a vedere il pericolo, per essere un pericolo concreto per la pubblica incolumità intesa ovviamente, visto che si tratta di inquinamento, come avvelenamento ed adulterazione. Ma le considerazioni che abbiamo fatto prima escludono perentoriamente che questo pericolo per la pubblica incolumità di netta salute pubblica vi sia stato, non solo l’accusa non ha dato la prova, ma ha dato la prova la difesa che quel pericolo non esiste, che siamo lontani, che c’è un abisso tra la situazione attuale e la zona di pericolo per la salute pubblica. Allora dove sta il pericolo, anche se noi tagliamo fuori l’evento di danno dal fattispecie di disastro, dove sta il pericolo, evento del disastro inteso come pericolo, dove sta? La domanda è retorica, e a questo punto comprendiamo anche qual è il senso del contributo del professor Vighi. E` un di più che la difesa Enichem ha buttato sul tavolo processuale, e la dimostrazione che neppure l’evento di danno che non c’entra nulla con la pubblica incolumità e la salute pubblica costituito dall’alterazione dell’ecosistema lagunare sussiste, neppure quello; la è per l’appunto un di più, un lavoro molto serio che il professor Vighi ha voluto fare per consentire alla difesa di mettere davvero a posto tutti i mobili nella stanza.

In questa situazione, signori del Tribunale, io non affronto neppure gli altri temi pure importanti legati alla figura del disastro a cominciare dai cosiddetti requisiti del fatto tipico, l’evento improvviso, violento, deflagrante, etc., non ce n’è davvero bisogno, se lo facessi farei solo perdere tempo al Tribunale. Dico invece due parole sul strage: devo dire la verità io qui devo esercitare un certo autocontrollo su me stesso, è un’accusa che non lo nascondo mi ha sempre infastidito ma esteticamente, intanto di stragi si può parlare in quanto siano addebitabili le morti e le lesioni e poiché queste morti e lesioni non sono addebitabili ai miei assistiti non si può parlare di stragi; ma non è questo l’argomento su cui io voglio richiamare l’attenzione del Tribunale, io chiedo proprio al Tribunale di dire che la strage colposa non c’è, ma perbacco! Abbiamo sentito tutti i tentativi anche dell’avvocato Schiesaro, c’è un memoria dall’inizio delle indagini preliminari, allora io capisco che il dogma della razionalità dell’ordinamento è un dogma ormai tramontato con l’Illuminismo, noi sappiamo che oggi degli ordinamenti moderni tutto si può dire fuorché siano razionali, ma è stato appunto per questo che è stata elaborata e nelle Università si insegna la teoria dell’interpretazione, all’interpretazione logica, sistematica, etc.. Certo che l’interpretazione deve pur valere qualcosa, e sapete qual è l’argomento di Schiesaro il 449 che sta alla base dell’accusa, l’art. 449 richiama tutti i reati previsti dal capo primo di questo titolo e siccome nel capo primo di questo titolo c’è la strage dell’art. 422 va da se è punibile a titolo di colpa anche la strage. Ma signori del Tribunale - è per questo che mi inquieto - devo io ricordare che per l’art. 43 nel delitto colposo l’evento non è voluto, è questa la distinzione, non è voluto lo dice il Codice non me lo sogno mica! Ed allora di grazia avvocato Schiesaro come si fa a conciliare il non voluto con al fine di uccidere previsto dall’art. 422? Come diavolo si fa! Qui signori del Tribunale non è un gioco un criterio di interpretazione, qui addirittura siamo in presenza di un attentato al principio di non contraddizione, è un fatto che deve essere non voluto commesso al fine di uccidere, non dico altro signor Presidente e signori del Tribunale perché è chiaro l’interprete normale, dico la studente, sa che le norme vanno interpretate in modo logico sistematico e quindi che l’art. 499 va letto come se recasse la clausola in quanto compatibili perché altrimenti siamo alla follia dell’ordinamento, questa è la conclusione. Signor Presidente io chiedo che venga tutelato adeguatamente e a conclusione di questa mia fatica, e vi garantisco che è stata una vera fatica, fatica di sintesi, e con una convinzione che mi prende tutto che io vi chiedo il proscioglimento con la formula ampiamente liberatoria dai reati di omicidio e lesioni colpose, avvelenamento, adulterazione, disastro e strage per i miei assistiti e dico sin d’ora che mi assocerò alla richiesta del professor Politanò di proscioglimento per l’accusa relativa all’art. 437. Grazie.

Presidente: grazie a lei professore anche per la sintesi in cui ha contenuto questa chiarissima comunque sua arringa. Allora io direi che potremmo senz’altro proseguire visto che l’orario ce lo consente dando la parola all’avvocato Pulitanò.

 

AVVOCTO PULITANO’

Avvocato Pulitanò: grazie Presidente. Il mio discorso si riallaccia a dove era stato sospeso siamo ancora nel capitolo cloruro di vinile capo uno avevamo trattato l’argomento monitoraggio esposizione e concluso ritrovando nell’analisi degli elementi relativi al monitoraggio ed agli argomento di accusa una ulteriore conferma di quanto risulta dai dati a disposizione circa il rispetto del famoso limite tecnico di lunga durata posto dal Decreto del 1982. E` proprio di fronte a questo dato, di fronte al fallimento dell’attacco di accusa all’attendibilità dei dati relativi alla disposizione che l’accusa ha sviluppato un altro discorso volto a sminuire in tutti i modi il significato stesso, il significato normativo del rispetto del limite di tre parti per milione. Questa attacco si è svolto con l’introduzione di argomenti in diritto, taluno dei difensori di Parte Civile ha evocato il piano della colpa generica che si aggiungerebbe a quello della colpa specifica per violazione di puntali disposizioni di legge, siamo d’accordo purché nel riferimento al colpa generica non venga fatto un uso improprio. Il rispetto di disposizioni specifiche può non bastare ad escludere la colpa qualora altre regole di diligenza vengano violate, ma certamente non è possibile affermare, invocando la colpa generica, regole cautelari difformi da quelle codificate per tutti gli aspetti che le disposizioni specifiche codificate regolano, se una disposizione specifica pone un valore soglia di discrimine tra l’illecito e il consentito la soglia normativa è quella e non può essere sostituita da una soglia diversa, a mettere questo significherebbe né più e né meno che negare alle regole cautelari codificate qualsiasi significato normativo. Altri hanno seguito una strada più sofisticata facendo riferimento all’idea della riduzione al minimo dei rischi, facendo riferimento allo stesso D.P.R. del 1982, adottare misure al fine di ridurre ai valori più bassi le concentrazioni di CVM, l’avvocato Schiesaro, che più di tutti ha insistito su questo tema della riduzioni al minimo, ha citato giurisprudenza relativa ad un altro Testo normativo al Decreto Legislativo 277 del ‘91 in materia di rumore. Contro questo argomento di accusa adduco innanzitutto una ragione di per sé decisiva di fatto e dai dati che abbiamo già illustrato risulta che nel periodo che ci interessa dal 1987 in avanti le concentrazioni di cloruro di vinile lei luoghi di lavoro erano largamente al di sotto del valore soglia attestandosi presso il limite di rivelabilità praticamente allo zero, zero virgola qualcosa, largamente sotto una parte per milione. L’obiettivo del ridurre ai valori più bassi le concentrazioni di cloruro di vinile era un obiettivo raggiunto ben al di là della soglia normativamente indicata il cui rispetto sarebbe stato di per sé sufficiente, il livello raggiunto a valori prossimi allo zero è adeguato a soddisfare tutti le esigenze che anche le versioni più massimaliste dell’accusa hanno cercato di far passare evocando il principio della riduzione al minimo. Solo per completezza di trattazione inserirei qui un’annotazione di diritto - come dire - di sfondo circa la portata che può essere attribuita a una clausola generica relativa alla riduzione al minimo o a valori più bassi entro l’ordinamento penale ed entro un sistema fondamentalmente caratterizzato dalla statuizione di un valore soglia molto descrittivo, posto proprio per dare certezza di riferimenti circa ciò che rappresenta un’adeguata soddisfazione del dovere di sicurezza. Il riferimento che faccio è ad una sentenza importante e poco considerata della Corte Costituzionale, sentenza n. 312 del 1976 relativa proprio alla norma chiave costruita in chiave di clausola generale di quel Decreto Legislativo del ‘91 cui si riferisce la giurisprudenza richiamata dall’avvocato Schiesaro, quella che attribuisce un valore non dirimente al rispetto delle soglie previste dal Decreto del ‘91 in materia di rumore. C’è da dire, prescindendo anche dalla Corte Costituzionale che i riferimenti giurisprudenziali dell’avvocato Schiesaro non sono precedenti in termini, il riferimento ad soglie rinvenibili nella normativa sul rumore non è paragonabile al senso del valore limite di lunga durata inserito nella normativa sul CVM, nella disciplina del rumore abbiamo riferimenti a soglie di esposizioni molto elevate le quali vengono in considerazione in quel sistema chiaramente non come discrimine fra illecito e lecito, e qui l’avvocato Schiesaro ha ragione, le soglie di quella normativa vengono in rilievo come presupposto per la messa in opera di particolari e più pregnanti doveri di protezione per il caso che ha un certo limite di esposizione venga raggiunto. E` un contesto tutto diverso nel quale il sistema è costruito non solo su soglie di attenzione piuttosto elevate ma anche sulla clausola più generale della riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite, etc., etc.. E questa clausola generale sulla quale la Corte Costituzionale si è pronunciata con una sentenza interpretativa di rigetto della quale interessa dunque la motivazione, una motivazione particolarmente attenta a rilevare le esigenze specificamente poste dentro l’orizzonte del sistema penale dal rispetto dal principio di legalità - determinatezza, quel principio al quale faceva riferimento la sollevata questione di legittimità costituzionale.

La risposta interpretativa data dalla Corte è in questi termini: che per salvare la legittimità costituzionale di una norma generica, generica al punto da mettere in discussione l’indiscrezionalità imprenditoriale la sola via per salvare la legittimità costituzionale sarebbe quella di fornire in sede applicativa una lettura tale da restringere in maniera considerevole la discrezionalità dell’interprete e la lettura della Corte in quella specie è che la norma si riferisca a misure che nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni corrispondano ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate ed ad accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti. Interessa relativamente il modo specifico in cui la Corte Costituzionale ha risolto il problema, si può discutere anche su questa posizione sulla scelta in concreto mi interessa rilevare il senso complessivo di un discorso che è tutto volto a differenziare specificare ciò che al diritto penale è consentito o non consentito anche attraverso un confronto con quanto è possibile sotto altri punti di vista importanti ai fini di tutela e che la Corte sottolinea.

L’art. 41 della Costituzione è il pregnante dovere di protezione dei lavoratori che esso fonda - dice la Corte Costituzionale - potrebbero far pretendere dall’imprenditore assai di più fino a giustificare una rappresentazione legislativa che assegna all’impresa il compito di realizzare innovazioni finalizzate alla sicurezza con un ruolo di impulso assegnato al Giudice civile e al pubblica amministrazione, parole della Corte Costituzionale, la strada a cui è additata va incontro alle esigenze che alcuni difensori di Parte Civile hanno sottolineato e sulle quali non si può non essere d’accordo, ma in ambiti diversi dal penale, dentro l’orizzonte penalistico nel quale il canone di determinatezza introduce un contrappeso costituzionale occorre seguire una strada volta per l’appunto - secondo l’indicazione fondamentale della Corte - a tenere fermo il primato del principio di legalità determinatezza come magna carta delle libertà individuali e della certezza d’azione.

Se questo è lo sfondo di ricostruzioni del sistema, appare non accettabile le utilizzazioni di clausole generiche che l’accusa ha ripetutamente proposto utilizzazione di clausole generiche come Grimaldello per aprire all’intervento penalistiche spazi che lo stesso Legislatore abbia lasciato al di fuori apponendo criteri tassativi di delimitazione normativa. Tanto più quando - come nel caso del limite del Decreto del 1982 - il criterio consiste in un valore soglia richiesto nella piena consapevolezza di tutti gli interessi in gioco e inteso a dare certezza allo stesso tempo alla tutela dei lavoratori ed ai comportamenti di chi deve far gestire l’attività imprenditoriale. Noto fra parentesi che nei termini in cui ciò può aver rilievo sotto i vari punti di vista, nei vari settori dell’ordinamento la clausola della riduzione ai valori più bassi si ritrova in numerosi Testi di Legge quello sul CVM la normativa generale in materia di lavoro ed è una scelta che merita di essere sottolineata sotto un aspetto diverso da quello posto in primo piano dall’accusa è una realistica presa d’atto dal Legislatore che su molti punti non è possibile arrivare all’obiettivo utopico del limite zero, ma l’obiettivo realistico è quello di una tendenziale riduzioni, per quanto possibile, e tenendo conto nella necessità ed opportunità di apprestare adeguate certezze mediante soglie normative.

Quando l’avvocato Schiesaro ancora nella sua arringa dell’altra settimana parla di zero ravvisandone la forte normativa nell’art. 20 del D.P.R. 330 del 56 dice cosa che è smentita dal Testo stesso della disposizione da lui richiamata che parla di impedimento e di riduzione per quanto possibile. Detto questo insisto sulla importanza di per sé decisiva del dato di fatto, ci confrontiamo tranquillamente con la clausola della riduzione al minimo del fatto già indicato, le misure tecniche organizzative adottate nei reperti CVM sono state appropriate a portare le concentrazioni ai valori più bassi molto al di là del limite soglia. Un rapido cenno a una impostazione che troviamo nel capo di imputazione che è insistentemente ripetuta dei discorsi di accusa. Tutti gli imputati si dicono legati in un addebito di cooperazione colposa, è un aspetto che può ritenersi di secondario rilievo nel senso che le accuse di reato colposo potrebbero tranquillamente fare a meno dell’idea della cooperazione attestandosi su quella del concorso di cause colpose indipendenti. Mi interessa rilevare nell’idea fattualmente assurda della cooperazione fra tutti gli imputati il solito tentativo di procedere senza distinzioni, il tentativo di coinvolgere ciascuno cooperante in una sorta di corresponsabilità per l’insieme giuridica ed morale ad un tempo in questa impostazione coinvolgente dell’accusa.

Ovviamente le cose non stanno così, per quanto mi interessa gli uomini che sono stati chiamati a dirigere l’insediamento Enichem nel 1987 non hanno cooperato con i precedenti gestori in nessun senso del termine, non nel senso del linguaggio comune, no nel senso del linguaggio giuridico. I diversi gestori via via succedutisi in diversi periodi hanno ciascuno per la sua parte semplicemente svolto il suo compito nella situazione in cui si è trovata a svolgerla, mentre cooperazione in senso proprio può esservi soltanto fra coloro che abbiano lavorato insieme non fra persone che abbiano lavorato in periodi diversi, in contesti diversi, senza alcun rapporto funzionale; caso mai si porrebbe un problema diverso - che taluni difensori di Parte Civile hanno visto - ed è il problema della successione di garanti fra loro separati e non cooperanti nel medesima posizione di garanzia, e qui per il subentrante la eredità, buona o cattiva di chi lo abbia preceduto, è un dato di fatto del quale si terrà conto nel valutare la sua posizione personale non in termini di cooperazione con mi abbia proceduto ma per valutare la posizione di ciascuno indipendentemente da quella degli altri, e questo a ben vedere è il senso della sentenza sul disastro citato dall’avvocato Sforza. Il senso della sentenza là dove tratta l’argomento in termini, che io condivido pienamente, è che ciascun garante risponde per come egli personalmente ha adempiuto o non adempiuto alla garanzia da lui dovuta.

Ovviamente il garante potrà anche essere chiamato a rispondere, in questo non posso non concordare con i miei interlocutori, potrà anche essere chiamato a rispondere di eventuali effetti penalmente rilevanti della propria condotta anche successivi, si pone il problema di accertamento della casualità, ma proprio per questo altrettanto ovviamente nessuno potrà essere chiamato rispondere di fatti successivi cagionati da altri senza alcun apporto con la sfera della sua attività e della garanzia da lui dovuta. Dico questo, perché questa ovvia delimitazione è stata molta spesso ignorata dall’accusa, la quale ha introdotto in continuità nel discorso fatti avvenuti entro la sfera di attività e di garanzia di successivi gestori, come rilasci accidentali di gas avvenuti nel ’98 – ‘99 o altre cose di quel periodo, poniamo gli scarichi che continuavano in quel periodo, di tutto questo non ci occupiamo, di tutti gli episodi successivi non ci occupiamo, se non per dire che non possono interessare il precise processo, non fanno parte dell’oggetto d’accusa e non hanno alcun rilievo probatorio, proprio perché essendo la loro causa nella gestione del tempo in cui sono avvenuti nulla dicono sulle condizioni e sulle modalità della gestione nei periodi precedenti di molti anni di competenza degli imputati di questo processo.

Due parole soltanto sulla struttura dell’imputazione relativa alla colpa, ne avevo già incominciato a parlarne, vi sono proposizioni generiche e proposizioni specifiche: si addebita l’omissione di qualsiasi intervento e cose del genere, non mi occupo di proposizioni specifiche, non hanno di per sé sufficiente determinatezza per poter esprimere un’accusa verificabile il discorso della difesa potrà svolgersi prendendo in esame le accuse là dove le accuse abbiano precisato in termini concreti quale sia l’oggetto dell’addebito, quale sia il comportamento atteso che, secondo l’accusa, non vi è stato: formule generiche di per sé non bastano.

Mi occuperò delle indicazioni specifiche, mi occuperò anche dei riferimenti a disposizioni precettive che l’accusa ha fatto con riferimento a disposizioni specifiche dei Decreti del ‘55 e del ‘56 in materia di anti - infortunistica e di igiene del lavoro. Anche qui premetto alcune precisazioni, lascio da parte le clausole generali che abbisognano di concretizzazione in addebiti specifici, lascio da parte alcune disposizioni che chiaramente non hanno nulla a che fare con la materia del processo, per esempio con riferimento al D.P.R. 547 del ‘55 non c’entrano niente con la materia del processo l’art 246 e l’art. 375 o l’art. 17 del D.P.R. 303, non c’entrano niente le disposizioni sanzionatorie perché qui non discutiamo di contravvenzioni che sarebbero comunque prescritte, interessano soltanto legge disposizioni precettive delle quali parlerò con riferimento ai singoli addebiti.

Vorrei premettere anche una rapida considerazioni ed insieme sulla valutazione delle prove testimoniali, in capitolo molto importante per quanto riguarda l’accertamento relativo alle concrete condizioni di lavoro nei reparti, in capitolo importante che integra quanto desumibile dalle consulenze tecniche e dalla documentazione che le consulenze hanno esaminato. Materiale probatorio importante quello delle testimonianze, la cui valutazione non ne scevra da problemi che richiede e che occorre mettere a fuoco, problemi di vario genere legati alla cultura dei dichiaranti e al linguaggio in cui sanno esprimersi, problemi di credibilità soggettiva, in particolare vorrei dire dai testimoni, persone offese o addirittura costituiti Parti Civile di Giacomello, uno dei testi prediletti dell’accusa, problemi anche di affidabilità obiettiva quantomeno nei dettagli di racconti che coprono periodi anche molto lunghi che riflettono il vissuto di esperienze complesse con momento anche drammatici, e che non ricordo a distanza di tanti anni possono essere state affievolite, enfatizzate, mescolate e rielaborate in vario modo soprattutto per quanto concerne i dettagli. Detto questo posso senz’altro convenire con l’avvocato Grillo e con altri colleghi di Parte Civile che nell’insieme le testimonianze di chi ha lavorato nei reparti sono una fonte conoscitiva essenziale, riscontri di attendibilità possono ricavarsi dalle convergenze interne e dalla congruenza, ove vi sia e spesso vi è, con i dati documentali e tecnici relativi alle commesse, ai lavori effettuati.

Nell’insieme mi sentirei di dire un affresco attendibile che rappresenta la foresta non necessariamente gli alberi sui dettagli la fissazione del ricordo e la riproduzione nel racconto è più esposta al rischio di deformazioni maggiore l’esigenza di cautela. Dico questo pensando specificamente al punto cruciale, quello che più interessa gli imputati per i quali parlo ed è il problema dell’attenta differenziazione dei tempi e delle situazioni secondo i tempi, l’esigenza di una datazione quanto più possibile accurata è esigenza vitale per la difesa degli imputati Enichem e per l’accertamento della verità, per la verifica delle accuse. Mi pare che l’accusa al contrario abbia sempre puntato a tenere racconti indifferenziati centrati sui periodi più critici, spesso i periodi rimasti più vivi ancorché più remoti nel tempo nel ricordo degli operai che li hanno vissuti, drammaticamente vissuti in altro tempo. Il recupero nel dibattimento di informazioni sui tempi e su mutamenti nelle condizioni di lavoro è stato reso possibile nei limiti e con le approssimazioni, in cui il ricordo dei testi lo ha consentito, ma viva Dio lo ha consentito tutto questo è stato possibile fondamentalmente per l’impegno della difesa Enichem in al difficile contraddittorio dal quale al di là delle diversità di ricordi e di accenti dai singoli testi emerge come dato di insieme la piena conferma della storia e degli effetti di concreto miglioramento delle condizioni di lavoro, effetti di quelle trasformazioni che i Consulenti tecnici avevano potuto illustrare e valutare dell’esterno sulla base dei documenti relative alle commesse, e quando qui dico Consulenti tecnici mi riferisco non solo ai Consulenti tecnici della difesa ma anche di quelli dell’accusa che delle trasformazioni, dei miglioramenti e dei loro effetti hanno dato largamente atto.

Vengo rapidamente sintetizzando al massimo i dati ai vari capitoli: comincio con gli addebiti relativi alle condizioni di lavoro e alla loro infondatezza, come già detto l’altra volta si tratta di addebiti in qualche modo indiretti, relativi ad antefatti della esposizione accettabile al fattore patogeno e qui il rispetto dei valori soglia di cui abbiamo già parlato è di per sé indice di una situazione complessivamente soddisfacente dal punto di vista della sicurezza e igiene del lavoro e ciò rende secondarie le considerazioni che qui svolgo. Le svolgo molto rapidamente per una esigenza di difesa anche morale: addebito di mancata chiusura di impianti, è un addebito rivolto fondamentalmente nei confronti di chi gestiva la situazione negli anni ‘70 vi è nell’accusa un riferimento specifico al ‘75 ed apposizioni di allora che ovviamente non interessano gli imputati Enichem subentrati nella gestione nel 1975, situazione diversa dei reparti dei quali il Pubblico Ministero nel requisitoria lamenta la omessa chiusura, udienza 6 giugno foglio 43, erano già stati chiusi quasi tutti, chiuso il CV 14-16, chiuso il CV 10-11, gli altri reparti erano stati oggetto dei radicali interventi che sappiamo, interventi - noto per inciso - dello stesso tipo sul piano delle tecnologie adoperabili dello stesso tipo di quelli suggeriti anche nelle indicazioni di parte operaia come nella relazione impiantistica al Congresso Fulc, non ritorno su questo punto. Resta il CV 6, io non so se l’accusa intenda o non intenda sostenere un addebito di omessa chiusura del CV 6 con riferimento ai due anni in cui è stato tenuto aperto fra l’87 e l’89 per completezza vi faccio riferimento fondamentalmente inviando alla relazione tecnica del professor Foraboschi per quanto concerne la analisi tecnica delle modifiche adoperate, quel discorso tecnico trova un preciso riscontro nel vissuto degli operai di tutti coloro che abbiamo sentito come testi, i quali in questa aula ci hanno parlato delle vicende del CV 6 riparlando dal loro punto di vista con riferimento al vissuto personale di quelle stesse cose delle quali i Consulenti tecnici hanno parlato facendo riferimento ai dati tecnici delle commesse. Possiamo fare riferimento al teste Carraro - udienza 10 maggio foglio 80 e seguenti - che riferisce delle preoccupazioni diffuse tra i lavoratori al metà degli anni ‘70 quando apprendono delle nocività del CVM, parla delle spinte a chiedere anche la chiusura del reparto, dice che la scelta di risanamento e non di chiusura venne accettata dai lavoratori abbastanza bene e che di fatto si trattava di un sostanziale rifacimento ed è interessante cogliere nel racconto di Carraro, ma anche di molti altri, come sia presente in modo esplicito il diverso tipo di racconto, fa una situazione iniziale molto pesante, fuga abbondanti, atmosfera pregna di gas, bocca porti che venivano aperti, si lavorava a cielo aperto, e così via, aspirazioni che non funzionavano e poi una situazione diversa che via via cambia ed anche gli episodi contestati dal Pubblico Ministero al Carraro risalgono tutti a una fase anteriore a quella che ci interessa. Sorvolo sulle ampie informazioni date dai testi Gasparini e Rossetti teste della difesa, visti con sospetto dall’accusa particolarmente informati e capaci di riferire con puntualità, salto completamente per brevità, mi limito ad aggiungere che quando si arriva poi alla chiusura nell’89 la chiusura è fondamentalmente per ragione di obsolescenza tecnologica e economica, tutto questo è stato ampiamente chiarito in particolare dal teste Benetta nell’udienza del 21 marzo, e il teste Benetta ha avuto anche il modo di chiarire il rapporto, la stretta implicazione fra le iniziative che vengono assunte in termini di modifica dei reparti per finalità produttive e un impatto sulla sicurezza che finisce per essere collegato alle modifiche legate a attività produttive siano o non siano soggettivamente finalizzate alla sicurezza innanzitutto, la connessione vi è.

Mi interessa anche richiamare sul CV 6 un documento che abbiamo a suo tempo prodotto nei nostri dossier documentali, documento C1 nel dossier posizione del Sindacato e un documento di Gabriele Bortolozzo, la voce più critica all’intero dei lavoratori del Petrolchimico che esponendosi su vari reparti fa qui un confronto fra la situazione del CV 6 e quella da lui presentata come molto più negativa del CV 14-16 che qui non interessa. E` interessante questo documento perché rispecchia un vissuto dall’intero in un esposto trasmesso Autorità giudiziaria nel 1993, Bortolozzo ricorda la situazione gravosissima del passato, ricorda l’indagine epidemiologica del 1277, segnala la presenza di elementi culturalmente preparati nel ceto operaio, e tutto questo dice: "Ha fatto sviluppare una serie di azioni dalla sensibilità ai problemi ambientali, alle lotte, e tutti quei comportamenti che portarono al salvezza e recupero del reparto del suo risanamento ed avanzamento tecnologico", parole di Bortolozzo nel 1993, anche ambientalmente vivibile il reparto - dice il Bortolozzo allora - orgoglioso per i risultati raggiunti dalle lotte operaie, un discorso che suona esplicita smentita del procedere senza distinzioni dell’accusa relativa al CV 6 e che suona un palese distacco dalle lamentazioni sulla perdita di credibilità come si autoflagella di difesa dei Sindacati, prendiamo onore all’orgoglio di Bortolozzo nel rivendicare i successi che le lotte a cui ha partecipato hanno ottenuto. Addebito di omessa separazione delle lavorazioni insalubri: sorvolo rapidamente il riferimento è una normativa posta a tutela dei non addetti al lavoro nocivo da separare, è sfasata rispetto all’asse portante di questo processo, mi anche essa rilevare che separazioni di lavorazioni insalubri vi sono state, sono state segnalate nella storia del processo, mi riferisco in particolare alle separazioni dei reparti in sacco, alla fuoriuscita in particolare del reparto in sacco dal CV 6 del quale abbiamo parlato; per il resto l’accusa parrebbe evocare un problema tutto affatto diverso, quello della separazione dei lavoratori dalle macchine e dai prodotti, dai gas o dalle polveri è un problema diverso che riguarda le condizioni di lavoro.

Ingresso in autoclave, altro cavallo di battaglia dell’accusa, in epoca Enichem un problema risolto, anche se gli ingressi non erano finiti dappertutto, risolto per quanto concerne il CV 6 il luogo più drammatico negli scenari del processo nel CV 6 non si facevano più ingressi in autoclave per pulizia dopo le reazioni di polimerizzazione dal 1977, questo risultava da un documento dell’epoca, non sospetto perché interno all’azienda, documento del 9 novembre del 1977 in cui si fa il punto dei problemi legati al lavaggio dell’autoclave e relativamente al CV 6 si dice: non sussiste il problema perché si entra solo per manutenzione in via del tutto eccezionale, il documento è allegato alle relazioni del professor Foraboschi e credo si trovi altrove nel processo, anche nei nostri dossier iniziali. Questo dato documentale è stato confermato da numerosi testimoni a seguito di una datazione che non ha un ricordo preciso del momento il cui si cessa, ma fa riferimento a dei dati storicamente ben collegati che consentono una datazioni certa, mi riferisco ancora al teste Carraro che ha fatto l’autoclavista al CV 6 per parecchi anni e che dice: "Non siamo più entrati in autoclave che facendo ancora l’autoclavista", egli è divenuto capo turno nel ‘77, la cessazione è quindi anteriore; ancora c’è Olin sentito il 9 maggio ed anche lui fa una datazione indiretta collegando la cessazione degli ingressi in autoclave con il formarsi di una squadra giornaliera di manutenzione, mi riferisco a Rossetti. Per quanto concerne il CV 24 la situazione è diversa, gli ingressi vi erano ancora, vi erano ingressi attentamente controllati quanto a rispetto alle procedure. Una descrizione molto dettagliata è stata fatta da Cecconello nell’udienza del 19 aprile, molto dettagliata, molto scrupolosa da parte di uno dei pochi l’unico o quasi che ancora delle autoclavi ci andava con piena consapevolezza della situazione in cui si trovava e con particolare attenzione a tutto ciò che concerne la sicurezza, l’analisi preliminare, la disponibilità dei mezzi di protezione, le analisi che continuano per tutto il periodo, l’appoggio del collega all’esterno, uscita dall’autoclave qualora si superasse la soglia dell’allarme di cinque parti per milione.

Cecconello riferisce anche dei miglioramenti apportati con gli altri sporcanti e con la progressiva riduzione delle esigenze di ingresso in autoclave. L’ingresso è una cosa che riguardava lui e un paio di altre persone che Cecconello nominativamente indica, il problema della sicurezza e igiene riguardava poche persone a questo punto e era pienamente rispettato. I dati riferiti da Cecconello attestano il pieno rispetto del procedura prevista già dagli anni ‘70 per il lavaggio nelle autoclavi al CV 24, come testimoni di riscontro - su cui non mi dilungo - indico Tedesco Antonio, capo reparto CV 24 per un certo periodo e poi assistente del direttore udienza 9 maggio 2001, Berto Luigi pure udienza del 9 maggio e particolarmente interessante per tanti riferimenti Cerro Piergiorgio sempre udienza del 9 maggio. In sintesi nel CV 24 entrano pochissime persone nominativamente indicate nel pieno rispetto delle procedure, il numero degli ingressi si riduce drasticamente nel tempo. Alla questione dell’ingresso in autoclave sembra riferirsi l’accusa là dove evoca l’art. 236 comma primo e quattro del D.P.R. 547 per quanto concerne il periodo Enichem e il CV 24 le disposizioni del Decreto sono stati rispettate il comma primo descrive la previa assicurazione che non esistano gas o vapori nocivi e che per il caso di pericolo debbano essere disposte idonee dal racconto di Cecconello ed altri abbiamo visto che ciò veniva puntualmente fatto. Il comma quarto si riferisce ad ipotesi in cui vi sia il rischio di presenza di vapori o gas nocivi tali da richiedere la disponibilità di apparecchi idonei a consentire la normale respirazione, lo sfondo sembra essere quello di un rischio asfissia che non c’entra con questo periodo.

Sono per connessione e per completezza di trattazione ricordo alcune innovazioni apportate alle autoclavi nel periodo di gestione Enichem per brevità mi limito a fare riferimento ai documenti che abbiamo prodotto nel dossier relativo agli impianti e alle modifiche apportate in periodo Enichem, sono i documenti F5, F6, F7 e F8 del dossier riguardano l’installazione interbocche su boccaporti e autoclavi, le migliorie per ottenere un sistema di polimerizzazione a circuito chiuso, di programmatori di tipo elettronico, il gas clamatografo specificamente dedicato al controllo del CVM prima dell’ispezione in autoclave, mi interessa tutto questo sia per segnalare un impegno che continua, sia per rilevare che queste commesse una data risalente al 1988, al primo periodo della gestione Enichem e si tratta di documenti in cui risulta come proponente l’ingegner Pisane autorizza il dottor Smai direttore dell’epoca. Questo è il dato essenziale che mi premeva sottolineare. Rapidamente su altri aspetti particolari su cui c’è stata discussione nel dibattimento: organi di tenuta, valvole, etc., un problema su cui l’accusa ha insistito molto, ha insistito molto ancora una volta con riferimento a periodi lontani nel tempo, denunciando ritardi fondamentalmente, l’avvocato Battello per esempio ha puntato tutto il suo discorso sui ritardi, rieccheggiando il discorso svolto dai più agguerriti Consulenti d’accusa, la relazione Mara Carrara, sulle sostituzioni avvenute e sulla idoneità tecnica degli organi di tenuta introdotti prima ancora della gestione Enichem, ha parlato il professor Foraboschi e non mi soffermo. E` stato posto un problema di eventuali rotture di tubi, e lo si è collegato all’idea di obsoleti che venivano gestiti troppo a lungo e quindi a rischio, non risultano non contesto di accusa riferimenti a rotture fisiche di tubazioni o altro, perdite, rilasciati da organi di tenuta da sostituire e che venivano sostituiti rotture fisiche di tubi no lo ha escluso espressamente il teste Rossetti e ha anche spiegato il teste Rossetti come tutte li apparecchiature e le tubazioni in particolare venissero scrupolosamente controllate con controllo periodico, spessimetrico e in altro modo. Procedo velocemente: mezzi di protezione personali, si sono sentite le voci più diverse anche questi con concussioni fra i diversi periodi, nel merito la difesa degli imputati Enichem può riassumersi nella formazione che i mezzi di protezione individuale erano sempre a disposizione in conformità a precise direttive e procedure aziendali e venivano adoperati, magari non con continuità assoluta, ma venivano adoperati - lo abbiamo visto con specifico riferimento alle operazioni più esposte come l’ingresso in autoclave - abbiamo anche appreso da attenti testimoni come questo discorso dei mezzi di protezione personale, come anche questo discorso, fosse una questione della quale l’azienda si preoccupava, mi riferisco in particolare al teste Candido Fin che è al CV 22-23 ha svolto funzioni di assistente alla sicurezza, sentito il 14 giugno ha detto cose interessanti sull’impegno per la formazione dei lavoratori anche per quanto attiene all’uso dei mezzi personali di produzione e all’impegno di sensibilizzazione e di controllo che veniva fatto in quella direzione con risultati positivi. Avevo inserito nel mio schema ci dedico soltanto un cenno, un problema che in qualche momento era stato un cavallo di battaglia dell’accusa, la questione impianti ad ossigeno in luogo degli impianti ad aria con riferimento ad un particolare aspetto tecnico. Impianti ad ossigeno perché meno inquinanti, è un problema che non attiene al capitolo sicurezza in senso stretto alla esposizioni dei lavoratori al cloruro di vinile, è stato spiegato dal professor Foraboschi e d’altra parte rientra nelle esperienza comune come sotto il profilo della sicurezza è proprio l’impianto ad ossigeno che pone problemi particolari, risolubili certo ma li pone, è un problema specifico di sicurezza. Nelle navicelle spaziali, nelle camere iperbariche e in tanti altri contesti, la conclusione qual è: che la scelta fra uno o l’altro tipo di impianto è una scelta tecnica in relazione alla quale possano esservi numerosi pro e contro nell’uno e nell’altro senso non esistono indicazioni vincolanti.

Fra le situazioni di lavoro ancora in essere, sia pure mutate nel periodo di gestione Enichem, un particolare rilievo è stato dato dall’accusa al lavoro degli incassatori, vi sono stati più interventi, come un inferno di polvere, polvere di che cosa? Lo sappiamo non di cloruro di vinile, ma del polimero, l’insacco riguarda il polimero, non vi era esposizione a cloruro di vinile e quando è entrato in vigore il Decreto dell’82 il gestione di allora ha escluso l’insacco dalle zone sorvegliate, e quando Enichem subentra nel 1987 quel esclusione era un dato di fatto che non vi era ragione di rimettere in discussione per la semplice ragione che, contrariamente a quanto opina l’accusa, a quell’epoca il lavoro di insacco non comportava posizione al cloruro di vinile, non era fra li sostanze manipolate, il problema di cui tanto si è discusso del monomero residuo nel polimero era un problema irrilevante perché il monomero residuo nel polimero a quella data era praticamente inesistente a livelli irrisori sotto la parte per milione, per brevità rinvio alle considerazioni ampiamente svolte dal professor Foraboschi nella sua relazione tecnica paragrafi 1.3/1 e 1.3/2, Foraboschi parla sia dei dati di fatto sia della normativa pertinente a prodotti di questo tipo sia alle specifiche riproduzioni, sia ai rilevamenti effettuati. E` ritornato sull’argomento nell’udienza del 20 ottobre 1999 le testimonianze su questo punto danno un riscontro indiretto ma significativo confermando come vi fosse piena consapevolezza in chi gestiva le situazioni di lavoro che la presenza del CVM non c’era, vi sono state da parte dei testi Rossetti e Gasparini ma anche interessanti precisazioni tecniche sulla diversa qualità dei prodotti PVC in emulsione PVC e in sospensione per quanto riguarda le granulometrie, per quanto riguarda i problemi che ne potevano derivare per la presenza di CVM in emulsione particelle finissime CVM non c’è proprio, nella sospensione pure problemi chiaramente risolubili e che si sapevano essere risolti sulla base dei dati disponibili, i controlli venivano fatti, qui c’era un problema di produzione, e di questo si teneva conto. Tutto il problema delle polveri, dell’inferno di polvere descritto dall’accusa non ha a che fare propriamente con la esposizione a cloruro di vinile e un’altra cosa riguarda polveri, e lo sfondo normativo evocato è quello generico del vecchio Decreto sull’igiene del 1956 con le normative generali sulle polveri e l’addebito formulato è quello di non aver munito di cappe e di aspirazioni idonee i luoghi in cui venivano effettuate operazioni che per modalità di esposizione richiedevano l’intervento a protezione da inalazioni di vapori o di polveri artt. 20 e 21, i vapori riguardano i vecchi lavori in autoclave, nessun addebito particolare per Enichem; per quanto concerne le polveri faccio generico riferimento ai numerosi testi che abbiamo sentito con riferimento all’insacco sia in relazione al CV 5-15 sia in relazione al CV 6 e con riferimento ad entrambe le situazioni i testi hanno dato atto di tutta una serie di interventi che ha rappresentato un netto distacco già a metà degli anni ‘70 rispetto ad una situazione di partenza descritta quella sì come situazioni particolarmente pesante, era quella, quella remota situazione l’inferno di cui ha parlato il teste Garatto che ha messo di lavorare negli anni ‘70 in quei reparti. Le modifiche apportate sono tutte documentate nella documentazione tecnica, ne hanno parlato numerosi testi, il teste Caldon udienza 11 luglio fa riferimento a grosse modifiche, a grossi risultati, qui siamo nel CV 5-15, la possibilità di indossare in automatico i componenti che entravano nelle formulazioni, l’intervento sulla pesatura delle materie prime, siamo sempre negli anni ‘70, la sala quadri bus un posto dove sedersi e stare in una certa tranquillità, cabine foto assorbenti, poi via via il passaggio di parti sempre più ampie della produzione dai reparti che venivano chiusi al nuovo Sicro 1 con impianti assai più moderni e meno esposti. Dalla testimonianza Caldon spendo soltanto un minuto per ricordare come egli abbia anche chiarito un equivoco che poteva insorgere dalle dichiarazioni del teste Biasiolo là dove costui aveva detto che una delle manovre più pericolose era il caricamento del blender perché - aveva detto il teste - quando caricavi eri con questa mascherina anti polvere sopra la griglia, però il viso era sempre a contatto con il prodotto praticamente la faccia e il muso erano sopra il blender, queste le dichiarazioni del teste d’accusa. Ha precisato Caldon, foglio 21 dell’udienza in cui ha parlato: "Ad onor del vero c’era un momento in cui era uso mettere la testa all’interno del blender spiego esattamente come avveniva: la ricetta comprendeva anche l’adozione di coloranti, era una quantità a livello di grammi, quella era la quantità occorrente". "Quale operazione si faceva?". "Si fermava il blender quindi c’era una stasi della massa in movimento e in questa situazione di quiete dell’atmosfera sopra la massa del blender l’operatore alzava la griglia, scartocciava il cartoccetto piccolissimo dal grogliere - dice il teste - praticamente per porlo sulla massa doveva mettere dentro la testa, occorrevano due o tre minuti, ma l’operatore metteva la testa solo per mettere i coloranti e lo faceva a blender fermo, un’operazione questa che non comportava esposizioni a polveri", cioè il teste Caldon ha anche precisato come si interveniva nelle situazioni accidentali e per quanto concerne il CVM ha dato anche una testimonianza relativo al suo vissuto: "Noi nell’impianto non parlavamo di CVM la nostra preoccupazione nell’insacco erano altri, caso mai le polveri degli additivi, cose diverse da quelle di cui si discute" conferme significative relativamente alle condizioni di lavoro ed ai miglioramenti apportati vengono da altri testi come De Stefani, udienza 9 maggio ed anche lui parla di aspiratore, parla di maschere con il filtro, il teste Coi che pure conferma quanto già detto dal teste prima citato sul fermo del blender quando si mettevano i coloranti, passo al CV 6 ed anche qui l’esistenza di cappe di aspirazione è confermata anche dal voce più critica fra quelle ascoltate, il teste Giacomello le cappe c’erano, anche se Giacomello dice che a suo avviso non sempre funzionavano adeguatamente; altri testi pure l’accusa nel riferire di circostanze particolari su cui l’accusa vorrebbe far leva, come le rotture dei sacchi, dicono: "Sì accade ma a me è successo raramente - dice il teste De Gatto - udienza 10 maggio", e il teste usava i guanti e la maschera ci viene a dire, ed anche i testi citati dall’avvocato Marin a supporto della sua tesi, di una polverosità mutata negli anni, danno in realtà un quadro assai diverso da quello dell’inferno di polvere, e soprattutto evidenziano, contrariamente a quanto afferma l’accusa, i miglioramenti della situazione nel tempo.

Indico come significativa la datazione fatta da Zoccarato, anche lui uno delle cooperative, udienza 9 maggio: "Zoccarato ha lavorato fino al 1989 in vari luoghi che non ricordo esattamente", parla di situazioni originarie molto polverose, la polvere come di borotalco, quando si rompevano i sassi c’era polvere dappertutto, cinque o sei anni prima che andasse in pensione - vi è andato nell’89 - viene introdotto al CV 6 il nuovo sistema di insaccamento automatico e la situazione miglioria, anche qui dunque il solito discorso. Non mi soffermo sulle dichiarazioni dei testi della difesa Gasparini e Rossetti se non per sottolineare come anche su questo punto le loro dichiarazioni siano molto ampie e dettagliate ed attente a far comprendere il Tribunale il quadro reale, i testi non nascondono nemmeno gli aspetti meno favorevoli di una polverosità che è insita in qualche modo nel lavoro ce che si fa, ma che viene tenuta sotto controllo e tendenzialmente eliminata con tutta quella serie di accorgimenti tecnici ai quali ho fatto riferimento e che più ampiamente sono illustrati dai Consulenti tecnici.

Il teste Rossetti ha parlato anche dei controlli nella zona insacco e ci ha detto: "Il nostro riferimento era di non superare i 5 milligrammo per metro cubo, in realtà poi trovavamo 10 volte in meno di unità di milligrammo per metro cubo", in questo contesto mi pare che la norma di riferimento, il famoso art. 21 del D.P.R. 303 del ‘56 può ritenersi tranquillamente adempiuto, impedire o ridurre, per quanto possibile, gli accorgimenti tecnici possibili ed idonei sono stati introdotti, funzionavano i dispositivi tecnici di carattere impiantistico, vi erano adoperati i dispositivi personali di protezione, questo era quanto poteva essere richiesto. I sistemi di aspirazione, le cappe di aspirazione necessarie in ambiente polveroso c’erano e hanno normalmente funzionato come i testi, anche quelli d’accusa, nel loro insieme confermano.

 

Presidente: riprendiamo alle 15.15.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.

 

AVVOCATO PULITANO’

Avvocato Pulitanò: Presidente mi avvio alla conclusione praticamente del rassegna degli addebiti di colpa, mi restano quelli più indiretti fra tutti, quelli cioè relativi ad aspetti gestionali non allo stato degli impianti, ma a comportamenti in gran parte in realtà riguardano cose del periodo precedente degli anni ‘70, l’infermeria, l’indagine Fulc, la omessa informazione non ci riguardano come Enichem non ne parlo, soltanto un cenno all’addebito relativo agli stanziamenti, ad una pretesa insufficienza degli stanziamenti. Ne tratto soltanto per rilevare che esso in quanto addebito autonomo è stato sostanzialmente spazzato via dalle ragioni sottese all’ordinanza pronunciata dal Tribunale nell’udienza 10 maggio 2000, quella che ha negato ingresso a talune prove richieste dal Pubblico Ministero circa gli importi di spese sostenute da Enichem, argomentando che l’attuazione dell’obbligo di sicurezza non è e non può essere condizionata da disponibilità economiche, cosa significa questo? Significa che le questioni relative a ciò che si è speso o non speso non sono in quanto tali di per sé rilevanti, ciò che rileva è l’autoput, ciò che si è fatto oppure non si è fatto. Un’autonoma imputazione relativa agli stanziamenti non è che una sorta di gioco di specchi che moltiplicano illusionisticamente la medesima censura, quella relativa a una pretesa carenza di adempimenti sostanziali, le spese come tali non interessano proprio, l’addebito è infondato in quanto è infondato l’addebito sostanzialmente relativo a ciò che in concreto è stato fatto, quanto ad apprestamenti di sicurezza.

Solo per connessione inserisco qui una rapidissima annotazione di sfondo: su un punto del tutto marginale ai fini del decidere ma che concorre a caratterizzare l’humus ideologico dell’accusa. E` la questione del fine di profitto contestato a tutti gli imputati come circostanze aggravante, ovviamente le aggravanti non interessano chi difende e fa constare la propria innocenza rispetto alle accuse, avrei ignorato totalmente l’argomento o mi sarei limitato ad un sorriso ironico se non cogliessi in tutti i passaggi dell’accusa in cui si fa riferimento al profitto una radicale distorsione del modo in cui sono ricostruiti i doveri dell’imprenditore e soprattutto viene distorta la posizione di coloro che entro l’impresa ricoprono carichi dirigenziali ai diversi livelli. Certo è ovvio sappiamo benissimo la tutela di beni fondamentali preminenti, come la salute delle persone, non può essere sacrificata a considerazioni concernenti il costo della sicurezza, ma una cosa è riconoscere una gerarchia di beni nella quale il profitto deve cedere a valori preminenti, poi altra cosa è presentare già nell’atto d’accusa bollando il profitto come motivo futile una visione completamente distorta della posizione dell’attività degli imputati. Gli imputati che difendo - e qui penso all’une all’altro capitolo del processo non specificamente il CVM ma tutto quanto - sono imputati in relazione a ruoli dirigenziali, Presidente di società o amministratori che hanno ricoperto in passato nel gruppo Enichem e sono accusati di azioni o di omissioni che, come risulta dall’impianto stesso di accusa - hanno a che fare con l’adempimento di funzioni specifiche, funzioni implicanti ad un tempo doveri verso i terzi, ed anche obblighi, doveri funzionari nei confronti della società da cui le persone fisiche hanno avuto determinati compiti di direzione ad uno o all’altro livello.

La condotta attribuita agli imputati non era finalizzata ad un profitto proprio, è una condotta di esercizio di determinate funzioni finalizzata al perseguimento di scopi dell’Ente fra i quali il profitto imprenditoriale era, come è, uno scopo legittimo per l’Ente e doveroso certo in contemperamento con altri scopi e vincoli per i funzionari e i dirigenti dell’Ente, amministratore e dirigenti di società hanno il dovere giuridico di tenere in considerazioni costi, profitti e vincoli di bilancio. Dico questo non certo, non vorrei proprio essere frainteso, per mettere in discussione il preminente dovere di sicurezza, ma esclusivamente per liberare il discorso da un pregiudizio ideologico che io leggo nell’accusa, che sembra vedere nel profitto qualcosa di sempre e comunque negativo e non invece un aspetto fondamentale dell’attività imprenditoriale, al quale si ricollegano diritti dell’imprenditore, doveri di amministratori e dirigenti e vincoli di realtà dei quali la valutazioni giuridica dei comportamenti non può non tenere conto. Salto per brevità le altre accuse di addebiti indiretti in secondo grado, e prima di passare al 437, qualche cenno rapidissimo sulle imputazioni di strage e disastro ad integrazione di quanto già detto dalla dal professor Stella. Non l’avrei fatto, avrei lasciato completamente da parte ogni discorso sulla strage colposa se l’argomento non fosse stato riproposto dall’avvocato Schiesaro con una singolarissima argomentazione. Ci ha detto l’avvocato Schiesaro che l’utilità della figura, sul supposta figura di strage colposa starebbe in questo: che la congiunta considerazione del danno, gli aventi di morte, e del pericolo atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità dice l’art. 422, la congiunta considerazione di questi aspetti coglierebbe un disvalore specifico che l’omicidio colposo plurimo non riuscirebbe a comprendere.

Io vorrei dire che per chi davvero dovesse rispondere di eventi letali plurimi la tesi della strage colposa sarebbe un’occasione di non perdere, da gettarcisi a capo fitto, visto che le conseguenze sanzionatorie sono molto inferiori rispetto a quelle per l’omicidio colposo plurimo, massimo 5 anni invece che 12; e l’incongruenza di questo esito più favorevole dell’imputazione di strage rispetto al maggior disvalore che dovrebbe caratterizzare la strage colposa, anche questo ad evidenziare l’assurdità dell’argomento dell’avvocato Schiesaro. La strage coglie maggior disvalore ma è punita meno gravemente, ma che cosa veniamo a dire: contro la configurazioni della strage colposa stanno tutti i dati testuali e sistematici, quelli indicavi dal professor Stella questa considerazione sul trattamento punitivo ed anche la lettera dell’art. 449 che fa riferimento ad incendio o altro disastro, altre i disastri nel sistema sono le figure che seguono l’incendio caratterizzate da eventi che traumaticamente con violenza, con impatto violento colpiscono, producono effetti nel mondo materiale: incendio, naufragio, disastro aviatorio, inondazioni, frana, valanga, crollo di costruzioni, tutti eventi di impatto traumatico sulle cose riconducibili ad un comune denominatore come disastri nominati. La strage non c’entra, ma dicevo mi ha colpito la motivazione con la quale l’avvocato Schiesaro ha recuperato questa figura assolutamente inesistente nel Codice ed ovviamente inesistente nell’intera giurisprudenza che ripetuti ha purtroppo dovuto occuparsi di disastri e di eventi di morte cagionate ad una pluralità di persone. La chiave esplicativa di questo curioso excursus è stata confessata dall’avvocato Schiesaro là dove ha detto che al medesimo risultato, da lui perseguito invocando la strage colposa, si potrebbe arrivare attraverso il concorso tra il disastro e l’omicidio colposo plurimo; la - dice lui - la figura della strage colposa consentirebbe di evitare difficoltà interpretative legate alla figura del disastro innominato. Aveva ragione di parlare di difficoltà interpretative, perché in realtà la figura del disastro innominato l’accusa non l’ha minimamente inquadrata, le vuoto di argomenti e di concezioni dell’accusa trae radice già nel modo in cui la questione è stata posta nel capo di imputazione. In che cosa consista il tipo di reato disastro innominato, il quid proprium di questa evanescente figura è un problema che l’accusa non si è posto, ed è un problema interpretativo serio - se ci vogliamo occupare come dobbiamo occuparci anche del diritto - è una fattispecie molto esposta dubbi di indeterminatezza e quindi di tensione rispetto al principio di legalità. Per poter restituire contorni afferrabili e sufficiente determinatezza alla fattispecie è necessario ricorrere fondamentalmente a un’interpretazione razionale e sistematica e quindi ad utilizzare per l’interpretazione tutto ciò che possiamo desumere dal sistema, dai disastri nominati, quel sistema nel quale la figura dell’altro disastro è inserita. Nell’articolo che tratta del crollo di costruzioni e che a segue a quelli su incendio, etc., appare chiaro che nel sistema del Codice il disastro innominato è una figura che ancorché non individuata in uno specifico contenuto materiale, risponde tuttavia allo schema generale degli altri disastri, ciò che la caratterizza è fondamentalmente un impatto violento: delitti di comune pericolo mediante violenza, un impatto violento, traumatico nella realtà materiale, danni a cose, evento traumatico nella realtà materiale a sua volta produttiva di danni a persone e di un pericolo indeterminato per la incolumità pubblica; ma tutto questo come radicato in un evento traumatico di impatto materiale sulle cose, sulla realtà materiale. Questo punto che rappresenta il quid proprium del fattispecie di disastro non è mai stato colto dall’accusa, la quale si è limitata ad evocare in una formulazione comune che mette insieme omicidi e lesioni plurime, strage e disastro l’accusa parla degli eventi e parla del pericolo, non parla degli eventi di morte o lesioni ciò che caratterizza anche altre fattispecie, non parla minimamente del qui proprium come evento di danno materiale o a cose e questo vuoto presente nella contestazione d’accusa dove manca la stessa descrizioni ipoteca di ciò che avrebbe costituito l’evento disastroso - qui parlo del capitolo CVM - questa assoluta mancanza, questo vuoto assoluto si riflette pari pari nei discorsi che abbiano sentito in esito al dibattimento, dove l’accusa quando ha parlato di disastro ha sempre ridotto il discorso alla considerazione degli eventi di morte a lesioni che sono sì importanti, essenziali nella prospettiva del disastro per le ragioni illustrate stamattina dal professor Stella, essenziali, necessari, ma non sufficienti perché restano nell’ombra quell’altro aspetto, quello specificamente caratterizzante le figure di disastro rispetto ad altre figure delittuose con cui il disastro possano essere collegati. Un vuoto assoluto dunque, nella logica dell’accusa il disastro sembrerebbe ridotto puramente e semplicemente a: eventi di danno a persone più un generico pericolo per l’incolumità, la fattispecie viene slabbrata, fatta evaporare a clausola generale di incriminazione di produzioni purché sia di un preteso pericolo, lascio fra parentesi ogni discorso di merito sulla inesistenza del pericolo le do per scontate ed affrontate altrove, in questa sede mi limito a rilevare la assoluta evanescenza di contenuti dell’accusa sia nella formulazione giuridica sia nei tentativi di darvi corpo in sede di discussione finale. Una contestazione, sotto questo aspetto, altrettanto inesistente, vorrei dire, della contestazione di strage, meno clamorosamente inesistente perché il disastro innominato è previsto dall’ordinamento giuridico italiano, ma ciò che l’accusa propone come corrispondente a quella figura è clamorosamente carente proprio rispetto a ciò che fondamentalmente dovrebbe definire e specificare le figure di disastro.

Vengo all’art. 437 figura diversa da tutte le altre di cui è qui processo, figura di delitto doloso di mera condotta, di mera omissione, problemi diversi dagli altri. Anche questa figura nel capo di imputazione viene messa nell’indistinto, nel coacervo generale in cui sono inserite tutte le contestazioni. Non troviamo nel testo del capo di imputazione una selezione mirata su quale parte del capo uno riguarderebbe l’art. 437, in questo indistinto di fronte ad argomenti d’accusa che hanno cercato di recuperare il possibile e l’impossibile io ragionerò prudenzialmente come se tutto il contenuto di tutti gli addebiti di colpa fosse stato presentato dall’accusa per come pertinente dall’imputazione ex art. 437, il mio intento è di far scostare punto per punto che una operazione di questo tipo ove mai leggibile nell’indistinto dell’accusa è un’operazione impossibile in fatto e in diritto. Parte del discorso è già avviata con la argomentazione fattuale e giuridica sui singoli addebiti di colpa per ciascuno addebito di colpa della cui infondatezza si prenda atto questa conclusione di infondatezza dell’addebito di colpa nella sua dimensione generica vale ovviamente a maggior ragione ove mai l’addebito venga riferito all’art. 437, questa parte del mio discorso tende ad evidenziare ulteriori argomenti che di per sé porterebbero al conclusione di infondatezza dell’accusa ex art. 437 anche lasciando fra parentesi il punto preliminare e di per sé assorbente del infondatezza obiettiva dell’addebito di colpa di cui si discute. Vengono in rilievo quindi i tratti specifici dell’art. 437, unica figura di delitto doloso qui contestata, unica figura di delitto doloso che faccia parte del sistema vigente di tutela della sicurezza del lavoro ed è la figura che comporta alle pene più gravi, una figura di reato cui ha segnato una funzione di più severa repressione non di qualsivoglia violazione del dovere di sicurezza ma di violazione del dovere di sicurezza particolarmente gravi, selezionate come particolarmente gravi mediante una duplice caratterizzazione direi del fatto punibile del fatto tipico. Sul piano soggettivo per l’appunto l’ancoraggio al dolo non basta la colpa, ma anche sul piano obiettivo vi è un consistente selezione di limitazioni, non vengono in rilievo violazioni purché siano del generico dovere di sicurezza, così come fondato sul 2087 Codice Civile o altrimenti, ma vengono in rilievo già sul piano obiettivo soltanto violazioni specificamente tipizzate dalla norma in ragione di una loro particolare gravità o significatività oggettiva, omessa collocazione di apparecchi, impianti, macchinari destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro.

Questa indicazione della condotta omissiva incriminata si lega a un’altra questione essenziale che è la lettera dell’art. 437 lascia un ombra, l’art 437 indica un particolare dovere di attivarsi senza descrivere esplicitamente le situazioni nelle quali il dovere di attivarsi si fa concreto, situazioni che pure fanno logicamente parte della fattispecie omissiva, una norma me impone un obbligo di attivarsi lo impone, per ragioni di carattere logico - vorrei dire - con riferimento a specifiche situazioni di fatto nelle quali l’obbligo di attualizza, a questo punto l’art. 437 lo lascia in bianco facendo rinvio ad altro. Allora come individuiamo le specifiche situazioni di rischio per la sicurezza del lavoro non descritte nell’art. 4347 che richiedono di essere contrastate con la collocazione di impianti, apparecchi, etc.? Visto che la condotta base è quella di omessa collocazione evidentemente la condotta omissiva può essere riferita soltanto alla omessa collocazione di dispositivi la cui collocazione sia da ritenere obbligatoria ed è da ritenere obbligatoria in base ad una norma che ne preveda la specifica destinazione anti - infortunistica. Ecco allora un collegamento necessario dell’art. 437 con il sistema delle disposizioni specifiche appartenenti al sistema del prevenzione infortuni non di tutte, ma di quelle che specificamente prevedano con riferimento a specifiche situazioni obblighi di collocare in specifiche situazioni di rischio determinati impianti o apparecchi o segnali, una selezione quindi ben definita di doveri di comportamento, ben definita nei presupposti, ben definita nei contenuti.

Ciò è vero tanto che anche l’avvocato Manderino nel suo intelligente discorso sull’art. 437 pur dopo aver evocato il generico dovere di sicurezza ex art. 2087come matrice generica di eventuali obblighi di attivarsi, alla fine aggiunge - pagina 8 della sua memoria - che l’art. 2087 realizza - qui cito tra virgolette - in pieno la sua fondamentale rilevanza di attribuzione di una colpa generica quando al suo fianco vengono considerate e ne venga contestata la violazione alle norme introdotte dalla legislazione speciale. L’avvocato Manderino si rende conto che soltanto il riferimento ha norme specifiche che descrivano, che staglino particolari doveri di attivarsi in particolari situazioni varia dal contenuto alla fattispecie, il riferimento generico all’art. 2087 o altre clausole generali può essere invocato su uno sfondo - come fa anche la giurisprudenza - ma non basta di per sé a dare contenuti afferrabili alla norma che prevede il tipo di reato di cui discutiamo, delitto doloso, caratterizzato dalla omessa collocazione di impianti, apparecchi o segnali destinati, etc., quindi non qualsiasi misura anti - infortunistica ma un nucleo caratterizzante come la dottrina ha ripetutamente avuto occasione di individuare: impianti, apparecchi, segnali rispetto ai quali si pone un obbligo di collocazione in particolare situazioni di rischio sono dispositivi in senso lato materialmente apprezzabili sul piano empirico e che presentano un minimo di stabilità morfologica e strutturale, una qualche stabilità morfologica e strutturale, non cose di altro genere, devono essere installazioni sostanzialmente fisse che fanno parte di una struttura materiale degli impianti, qualcosa di completo e stabilmente sistemato, cito frasi tratte da vari autori che poi resteranno nel testo scritto, non altro, deve trattarsi di omessa collocazione e di congegni, attrezzature, manufatti dotati di un certo livello di complessità tecnica e di stabilità strutturale.

Le indicazioni testuali e sistematiche sono univoche e convergenti in questo senso, è il significato dei termini utilizzati ed anche il concetto di collocazione rinvia a qualcosa che può essere per l’appunto collocato in una situazione avente stabilità strutturale.

Bastano queste considerazioni per operare una prima drastica selezione dentro gli addebiti contestati al capo 1. Non rientra nella fattispecie dell’articolo 437 tutta una serie di addebiti qui contestati come addebiti di colpa, i quali fanno riferimento a cautele predisponibili attraverso l’adozione di particolari metodi di lavoro o sistemi di organizzazione o il capitolo dei dispositivi di protezione personale. Tutto questo, i comportamenti che l’imprenditore possa tenere diversi dalla collocazione di, non c’entrano col 437, e non c’entrano neanche i dispositivi di protezione personale che sfuggono alla logica del qualcosa da collocare, non sono impianti o apparecchi o segnali da collocare, sono dispositivi ulteriori da mettere a disposizione; è un altro piano. Devo aggiungere, qui nel vuoto di indicazioni esplicite di giurisprudenza e di dottrina, per quanto ho potuto vedere, debba aggiungere che non mi pare proprio possano farsi rientrare nell’articolo 437 nemmeno le parti di impianto funzionali al ciclo produttivo e non caratterizzate da una specifica destinazione alla prevenzione infortuni. E` questa una delimitazione che mi pare derivi razionalmente dal testo e dalla logica della norma. E` vero, certo che gli impianti nella loro interezza debbono avere requisiti di idoneità e sicurezza, ma è anche certo che l’articolo 437 si riferisce testualmente a specifici congegni, impianti, apparecchi, segnali che hanno la finalità di sicurezza come destinazione specifica. Una diversa interpretazione, lungi dal migliorare la tutela della sicurezza, renderebbe l’oggetto del dovere di collocare, di cui all’articolo 437, del tutto indeterminato e finirebbe per determinare la fattispecie da incriminazione di qualsiasi capacità selettiva, e in tal modo renderebbe più debole e non già più forte la capacità di orientamento della norma penale, indebolirebbe ciò la tutela effettiva sotto la parvenza di una generalizzazione impossibile e implausibile. Ecco, questa selezione preliminare dei dispositivi e delle pratiche, la cui omessa collocazione venga in rilievo, taglia in radice, indipendentemente da ogni altra considerazione di merito, taglia fuori in radice la maggior parte degli addebiti di colpa formulati nel capo d’accusa, addebiti che si riferiscono per l’appunto a supposte omissioni e carenze organizzative, non riferibili a impianti, apparecchi o a segnali, ai dispositivi personali di protezione, o magari a pezzi di impianto produttivo non specificamente caratterizzati come impianti, apparecchi o segnali destinati a finalità antinfortunistiche. Sullo sfondo della problematica vi è una questione più assorbente che taglierebbe fuori in radice completamente il riferimento all’articolo 437, ed è la questione pur essa trattata dall’avvocato Manderino, se ai fini dell’articolo 437 possano considerarsi rilevanti gli impianti o apparecchi di protezione dal rischio di malattie professionali, come categoria concettualmente diversa e distinguibile da quella di infortuni sul lavoro.

Il collega Manderino ha fatto riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale del 1983 che ha dichiarato inammissibile una questione di illegittimità costituzionale che lamentava la mancata inclusione nella norma delle malattie professionali. questione dichiarata inammissibilità, non essendo consentito chiedere alla Corte una pronuncia dalla quale scaturirebbe una nuova fattispecie penale. La interpretazione della Corte, e la pronuncia di inammissibilità, sottendono chiaramente la accettazione da parte del Giudice di legittimità delle leggi della premessa interpretativa del Giudice a quo, altrimenti la Corte non avrebbe dichiarato inammissibile la questione, ma l’avrebbe, con un diverso tipo di sentenza interpretativa, dichiarata infondata, come ha fatto in altre decisioni. L’avrebbe dichiarata infondata con una interpretativa di rigetto, del tipo per esempio adottato nella sentenza sulla bestemmia. So di non avere ritenuto percorribile la strada di una sentenza interpretativa che includesse le malattie professionali e la premessa della decisione della Corte là dove conclude per la inammissibilità. Nella giurisprudenza ordinaria recente c’è una sentenza della Corte di Cassazione 8 settembre 1999, numero 10551, la quale ha pure affermato il principio di ordine sistematico che la nozione di sicurezza non coincide con quella di igiene del lavoro. Sono punti di vista connessi ma distinguibili e questa distinzione è la premessa sulla quale la Corte di Cassazione ha ritenuto non riferibile alla materia dell’igiene del lavoro, l’articolo 6 comma 2 del decreto legislativo 626 per il quale sono vietate fabbricazione, vendita, noleggio e concessioni in uso di macchine ed attrezzature non rispondenti alle disposizioni in materia di sicurezza, ciò vale per la sicurezza in senso proprio, ha ritenuto la Corte di Cassazione e non per l’igiene del lavoro. E` chiaro che al di là di alcuni principi comuni di sistema, le materie della sicurezza da infortuni e della sicurezza dal rischio igienico di malattie sono settori distinguibili e del resto tenuti distinti dall’ordinamento giuridico sotto numerosi aspetti. Il concetto di infortunio è in una serie di testi normativi che è qui inutile richiamare, distinto da quello di malattia professionale. Vorrei anche aggiungere, come notazione di sfondo, che la stessa materialità delle situazioni evocanti problemi di sicurezza da un lato e problemi di igiene dall’altro, non sono poi così indifferenti rispetto ad un problema come quello della puntuale determinazione di obblighi di sicurezza consistenti nel collocare impianti, apparecchi, segnali, nella prospettiva della prevenzione dell’infortunio, del fatto traumatico rispetto al quale occorre un apprestamento più rigido e meglio definibile di sicurezza, una tecnica di tutela come quella dell’articolo 437, ha una plausibilità e un’utilità molto maggiore di quanto non sia nel contesto più evanescente o meglio meno definibile che si avrebbe nella prospettiva della tutela dell’igiene del lavoro da rischi di diversa natura. La diversità materiale non è senza significato, e può dare una qualche certa, opinabile plausibilità a una distinzione quale quella che mi sembra sia da leggere nel testo dell’articolo 437. E` su questo sfondo che l’avvocato Manderino ha richiamato quella giurisprudenza ben nota che propone interpretazioni estensive dell’articolo 437 facendo leva sul concetto di malattia - infortunio.

Rispetto a queste tendenze mi limito a notare come mi sembra che qui, sotto parvenza di una estensione controllata a tipi particolari di malattia, si finisce per annullare completamente la differenza e che i criteri enunciati dalla giurisprudenza sulle malattie - infortunio mi sembra finiscano per essere evanescenti e tali da sostanzialmente inghiottire completamente la distinzione. La collega Manderino ha poi introdotto un ulteriore argomento, che è quello della finalità di prevenzione dei disastri, ma questo argomento è a sua volta inficiato da quella carenza della quale parlavo prima: prevenzione di disastri, sì può avere rilievo nell’articolo 437, ma in quanto sia agganciata a ciò che realmente nel sistema del Codice Penale caratterizza il disastro come specifica modalità di impatto traumatico nella realtà materiale, e tutto questo non può essere ridotto al mero riferimento, ad eventi lesivi che, per quanto concerne il nostro processo, sono tutti eventi lesivi riconducibili nell’ipotesi d’accusa alla categoria delle malattie professionali. Vengo allora a completare il discorso con uno sguardo agli addebiti contestati in concreto, ai contenuti fattuali che possano essere leggibili nell’accusa genericamente contestata. La maggior parte degli addebiti contestati stanno fuori per le ragioni già indicate. Ci sono, l’avevo già notato ad altro proposito, addebiti costruiti in forma del tutto generica, sono quelli che aprono il capo di imputazione. Io ho dei dubbi già che ipotesi d’accusa del tutto generiche possano ritenersi come idonee contestazioni del delitto di cui all’articolo 437, perché nella loro genericità non dicono in concreto di che cosa l’imputato, il singolo imputato sia accusato di avere omesso. Ma anche a prenderle per buone come contestazioni dell’accusa, la conseguenza non cambierebbe, se si tratta di un’accusa ex articolo 437, essa dovrebbe essere ulteriormente precisata con la individuazione di comportamenti concreti e si passa quindi a quell’ulteriore livello sul quale si fondono gli addebiti più specifici. Molti sono relativi a modalità operative e già per questo li escludiamo dal discorso, i rilevanti addebiti come non avere disposto lo spostamento di dipendenti, o avere creato un’infermeria inefficiente. Non ci riguardano, li cito soltanto per completezza. Irrilevante l’addebito di non aver fornito informazioni ai dipendenti, irrilevanti gli addebiti sui mezzi personali di protezione, irrilevanti rispetto al 437 addebiti come l’omesso blocco di impianti, caso mai verrebbe in rilievo un addebito che fosse diversamente formulato. Hai continuato a far funzionare un impianto nel quale hai omesso di collocare questo o quest’altro congegno. Ma è una cosa del tutto diversa dall’addebito di omesso blocco e resta del tutto indeterminata. Fuori dall’imputazione di non aver curato che i lavoratori usassero i mezzi di protezione personali. Che cosa resta? Per poter impostare un discorso sull’articolo 437 l’accusa avrebbe dovuto, avrebbe avuto l’onere di individuare particolari specifiche, concretamente individuato situazioni di rischio nelle quali dovessero essere collocati determinati impianti, apparecchi o segnali, con funzione prevenzionale, e la mancata collocazione abbia lasciato la situazione di rischio antidoverosamente non schermata. E` stato fatto questo dall’accusa? L’avvocato Manderino, nel suo sforzo, l’unico di dare completezza all’accusa, ha fatto riferimento a una specifica situazione di lavoro, quella degli autoclavisti che entravano in autoclave nel CV-6. E` una situazione di lavoro, che come dicevo stamattina, non riguarda Enichem e gli imputati dei quali parlo. Per il resto, ed anche questo mi pare significativo, la collega di Parte Civile si è preoccupata di dire, appoggiandosi a una sentenza della Cassazione, che la condotta incriminata sussiste, non solo quando le catene siano totalmente omesse, ma anche quando siano state apprestate cautele insufficienti. E` un tentativo intelligente, ma destinato all’insuccesso, di recuperare nella prospettiva dell’articolo 437 quei materiali sfuggenti, non riconducibili al tipo di reato dei quali si è sostanziata bene o male l’ipotesi di colpa nei suoi termini generali.

Mi sembra che dietro questa impostazione sia chiara una preoccupazione sottesa del fronte dell’accusa. L’accusa, non potendo indicare in realtà alcuna situazione di mancanza di apparecchiature di sicurezza, cerca di puntare su quel cosa d’altro: su una pretesa insufficienza di apparecchiature esistenti, quali, quanto meno non si dice in quel contesto.

C’è da domandarsi: ma insufficienza in che senso, se vogliamo prendere sul serio il discorso? Diamo un’occhiata alla sentenza citata dall’Avvocato Manderino, la sentenza Michelagno di una decina di anni fa, non ho qui l’indicazione. Quella sentenza si riferisce ad un caso in cui l’accusa era di aver omesso di calcolare su una pressa, pur munita di doppio comando, altri congegni pure richiesti dall’articolo 115 del D.P.R. 547. Era dunque, l’accusa lì contestata, a ben vedere un’ipotesi di omessa collocazione di qualcosa che si doveva collocare in aggiunta alle cautele in essere, omessa collocazione in senso proprio, non collocazione di qualcosa che non andava bene. Non usciamo dallo schema generale indicato prima. E ritorna allora il problema: ma sono state indicate con riferimento al periodo di gestione Enichem situazioni in cui dovessero essere collocate apparecchiature di sicurezza ulteriori a quelle collocate? Questo è il senso reale della giurisprudenza richiamata. L’obbligo non può essere adempiuto parzialmente, ma allora dovete dirmi che cosa d’altro doveva essere collocato. A me pare che tutto il dibattimento, per quanto concerne la verifica delle condizioni di lavoro, l’unico riferimento relativamente puntuale o circostanziato ad apparecchiature che si asseriscono mancanti, è il capitolo delle cappe di aspirazione, con particolare riguardo all’insacco. E’ l’argomento di cui abbiamo già parlato arrivando a constatare sulla base di tutti i dati disponibili, tecnici e testimoniali, che le cappe di aspirazione esistevano e funzionavano a seguito delle modifiche impiantistiche avviate.

Di fronte al problema della grande polverosità iniziale i reparti erano stati adeguatamente ristrutturati, le cappe c’erano, ne hanno parlato tutti, c’erano e funzionavano. Il precetto dell’articolo 21 del D.P.R. 303 del ‘56 e il decreto sull’igiene del lavoro, quel precetto che l’accusa ha insistentemente evocato come pertinente, poteva, può tranquillamente ritenersi adempiuto dagli apprestamenti delle apparecchiature di prevenzione di cui qui si parla. Si dovevano aggiungerne altri? Il discorso dell’accusa a questo punto sfocia nell’assolutamente generico. Mai ha precisato che cosa, dove e quando sarebbe stato doveroso installare di apparecchiature di prevenzione in aggiunta a quelle agli apprestamenti effettivamente realizzati.

Nel capo di imputazione è stato richiamato anche l’articolo 20 del D.P.R. 303, relativo alla protezione da gas o vapori tossici, l’articolo che sta alla radice di discorsi dell’avvocato Schiesaro di cui ho già parlato. Al riguardo mi limito a rilevare che questo articolo relativo alla protezione da gas o vapori non riguarda il reparto insacco di cui stiamo parlando, dove il problema era la polvere, riguarda semmai il lavoro degli autoclavisti, riguarda situazioni di tempi andati, non situazioni in essere in epoca Enichem.

Nella situazione in essere in epoca Enichem l’accusa non ha indicato nessuna concreta situazione nella quale possa essere anche solo ipotizzata una carenza di protezioni strutturali da rischio di diffusione di gas o vapori.

Ma c’è anche l’addebito relativo alla manutenzione, e qualcuno in dottrina ha anche scritto che l’omessa manutenzione potrebbe venire in rilievo ex articolo 437. Certo, è possibile, ma a che condizioni? E` possibile qualora omessa manutenzione significhi che c’è un buco, c’è una situazione in cui il rischio era stato coperto da una apparecchiatura, questa apparecchiatura ha perso la sua idoneità allo scopo e deve essere o riparata o sostituita con altre. Lasciando stare la dimensione soggettiva del problema, vale a dire la questione del dolo, già sul piano obiettivo viene qui in rilievo non un problema di manutenzione nella sua genericità, ma un aspetto particolare della manutenzione collegabile all’ipotetico lasciare in essere una situazione non schermata perché c’è qualche cosa che allo stato è insufficiente e inidoneo rispetto all’obiettivo. Qualche cosa aggiungiamo, che abbia una specifica destinazione preventiva rilevante ex articolo 437. Sono stati formulati addebiti in questo senso relativi alla manutenzione, in questo senso l’unico teoricamente spendibile nella prospettiva dell’articolo 437: tu hai lasciato scoperto senza provvedere a riparazioni o sostituzioni qualche situazione mancante di congegni di sicurezza necessari? Questo l’accusa non lo ha mai sostenuto in questi termini.

Ha parlato di altri supposti difetti del sistema di manutenzione riguardanti la gestione del servizio, l’organizzazione del lavoro, cose che non hanno assolutamente nulla a che fare con le condotte considerate dall’articolo 437. Ancora, e mi avvio alla conclusione, ha a che fare con l’articolo 437 il gascromatografo? Si può ragionevolmente dubitare che il sistema di monitoraggio rientri nelle tipologie considerate dall’articolo 437, non ha una diretta destinazione, funzione preventiva, è un segnale, lo è in senso latissimo, non specificamente legato al problema di schermatura di posizioni di rischio come potrebbero essere segnali d’allarme volti a prevenire il rischio di incendio o di esplosione. Ma anche supponendo che sia un segnale o qualcosa che rientri nelle categorie dell’articolo 437, parlare di omessa collocazione del cromatografo sarebbe semplicemente ridicolo, posto che il sistema c’era, funzionava, presentava i requisiti dalla legge, ne abbiamo già parlato ampiamente e che anche eventuali disfunzioni occasionali nel normale funzionamento di un sistema esistente e complessivamente idoneo allo scopo, sono cosa tutta affatto diversa da quella mancanza, da quella assenza materiale e funzionale alla quale l’articolo 437 si riferisce. Il sistema c’era, la esclusione di ogni e qualsiasi responsabilità nella prospettiva dell’articolo 437 resterebbe ferma anche qualora si ritenesse di poter dire che in questo o quel momento il sistema non fosse stato del tutto in regola. C’era e funzionava, adempiva alla sua funzione.

Tutto questo discorso fin qui svolto ha lasciato fuori dell’orizzonte l’ulteriore aspetto di per sé decisivo del dolo, è un discorso svolto relativamente all’elemento oggettivo del reato ai limiti strutturali della fattispecie. E questo basta a risolvere tutti i problemi senza bisogno nemmeno di affrontare questo ulteriore aspetto, che pure di per sé sarebbe altrettanto decisivo e delicatissimo. L’accusa lo ha sfiorato senza approfondirlo. L’avvocato Manderino non ne ha parlato esplicitamente, ne ha parlato, ma andando in una direzione inutile, l’avvocato Gamberini, il quale ha sottolineato l’irrilevanza, per la verità indiscussa, di una volontà riferita all’evento lesivo di infortunio, chi mai direbbe il contrario. Ma l’avvocato Gamberini si è ben guardato dal precisare compiutamente e in positivo quali elementi rientrino nell’oggetto del dolo. E’ appena il caso di notare che il tema del dolo non è affatto assorbito da altri temi sui quali l’avvocato Manderino si è dilungata, temi della posizione di garanzia del datore di lavoro; è ovvio che sono due cose diverse. La posizione di garanzia attiene alla fattispecie obiettiva del reato omissivo, del reato omissivo proprio, fermo restando ovviamente che la responsabilità in concreto del soggetto garante, del soggetto del reato proprio presuppone comunque una sua successiva consapevolezza, dolo o colpa, da accertare secondo le regole generali. Il non accorgersi di questo appunto significa scivolare verso quella che si suole definire responsabilità di posizione, al di fuori del nostro sistema del Codice e della Costituzione.

Occorre farsi carico direttamente del problema del dolo come consapevolezza e volontà di tutti gli elementi del fatto costitutivo di reato. E ciò significa innanzitutto consapevolezza specifica da parte di questa o quella persona, da parte dell’imputato in un determinato momento, consapevolezza di quella specifica situazione di rischio non schermato nella quale si pone il dovere di attivarsi in un certo modo per collocare determinate apparecchiature, e a quella consapevolezza per aversi dolo dovrebbe legarsi la decisione di non agire. Sono in dolo o in dolo dell’omissione se non mi attivo per collocare in una situazione che fattualmente mi rappresenta sotto tutti gli aspetti che fondano il mio dovere di attivarsi. In questi termini il problema del dolo andrebbe impostato, l’accusa si è ben guardata dal farlo, per quanto riguarda gli imputati da me assistiti non avrebbe nessuna possibilità di sviluppare in questi termini un’argomentazione in punto di dolo. Nulla assolutamente, assolutamente nulla l’accusa può indicare, nulla, assolutamente nulla è stato sottoposto alla verifica processuale relativamente alla consapevolezza dei presupposti fattuali di specifici obblighi di attivarsi, in questa o quest’altra situazione, da parte degli imputati della gestione Enichem, parlo della consapevolezza degli obblighi di attivarsi, il problema della consapevolezza e volontà dell’omissione è un ulteriore rispecchiamento di questo. Credo di potermi fermare qui, l’imputazione di cui all’articolo 437, oltre che essere comunque infondata nel merito in quanto sono infondati gli addebiti di colpa, tutti quanti cui essa è stata genericamente e implausibilmente collegata è comunque infondata anche per le ulteriori ragioni da me indicate relative alla struttura, sia obiettiva che soggettiva del tipo di reato. Io potrei anche andare avanti, forse se dobbiamo fare una breve pausa, potrebbe essere questo il momento perché adesso passerei al capitolo ambiente e poi andrei avanti ad oltranza fino a che il Tribunale lo riterrà.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.

 

Presidente: può riprendere avvocato.

 

AVVOCATO PULITANO’

Avvocato Pulitanò: signor Presidente, credo che il mio discorso complessivo richiederà un paio d’ore ed andremo avanti fino a dove Lei riterrà, anche tutte per quanto mi consente.

Passo al capitolo reati ambientali, Capo 2. Comincio con una notazione molto rapida sulla contestazione di permanenza in atto così come formulata nella contestazione suppletiva del dicembre 2000. Il senso della contestazione ha ricevuto una interpretazione autentica diciamo nell’ordinanza del Tribunale del 23 gennaio, peraltro conforme alla esplicazione che lo stesso Pubblico Ministero aveva dato del senso della contestazione stessa. La condotta resta quella che è, le condotte imputate a ciascuno sono quelle circoscritte temporalmente dal riferimento per i singoli imputati ai periodi di rispettiva competenza - parole dell’ordinanza del Tribunale - mentre l’evento tipico viene riferito all’attualità della contestazione e cioè sino al 13 dicembre 2000, o ad oggi la cosa non cambia molto.

La contestazione di permanenza in atto attiene dunque all’evento tipico dei reati contestati e non alle condotte. Dico questo per inserire qui una notazione, ed è questo: che l’utilizzazione del concetto di permanenza, che l’accusa ha fatto, si discosta in modo vistoso dal linguaggio usuale nella dottrina e nella giurisprudenza. Nel linguaggio usuale vengono costantemente definiti permanenti i reati per i quali, per la cui esistenza la legge richiede che l’offesa al bene giuridico si protragga nel tempo per l’effetto della persistente condotta volontaria del soggetto. Non faccio citazioni perché tutta la dottrina e la giurisprudenza sono in questo senso. E tutte quante le citazioni che rinveniamo nella memoria Ghezzo - Partesotti dedicato al tema permanenza in atto, tutte quante presuppongono questo concetto: permanenza in quanto persistente condotta volontaria nel tempo, che mantiene sotto compressione la offesa al bene giuridico. Mai si parla di permanenza prescindendo dalla permanenza delle condotte. Faccio questa notazione perché essa basta per spazzare via in limine tutte, ma proprio tutte le conseguenze che la memoria Ghezzo - Partesotti vorrebbe applicare al caso di specie sulla base del comune concetto di reato permanente e della giurisprudenza in materia, che viene impropriamente ricollegata al nostro caso, impropriamente perché nel nostro caso siamo in un altro pianeta, non in quello del quale parlano la dottrina e la giurisprudenza sul reato permanente. Nella contestazione di cui al Capo 2, la permanenza delle condotte che permane pure, ma coincide per ciascun imputato, col suo periodo di competenza. Tutto qui. Mentre la memoria delle Parti Civili ragiona come se fosse contestata una permanenza delle condotte a tutt’oggi. E su questa base si arriva a conseguenze francamente assurde, come quelle che si vorrebbero tratte a proposito della questione della legge applicabile nel tempo, quando la memoria Ghezzo - Partesotti richiama il testo unico sulle acque del 1999 e lo ritiene applicabile alla luce della giurisprudenza che dice: in caso di successione di leggi durante la permanenza del reato si applica la legge successiva anche se meno favorevole, perché non è successiva al commesso reato. C’è, ma quando permane la condotta, mai e poi mai la giurisprudenza e la dottrina avrebbero pensato ad un’applicazione retroattiva di una legge del 1999 ha condotto e la cui permanenza è perdurata, è cessata anni prima, sarebbe una plateale contraddizione col principio di legalità, l’irretroattività della legge penale. Tutto questo non c’entra. Il principio di permanenza non c’entra, non è applicabile, non si riferisce alle condotte, o meglio, la contestazione di permanenza in atto non c’entra con le condotte, le quali hanno avuto una durata in passato, la contestazione si riferisce all’evento e si riferisce all’evento per dire qualche cosa che tutto sommato è diversa dai problemi evocati dal reato permanente. Tanto è vero che la stessa memoria Ghezzo, sfondando per la verità una porta aperta, si preoccupa di argomentare che cosa? Si preoccupa di argomentare e di affermare la possibilità che sussista una distanza temporale fra la condotta e l’evento. Punto pacifico, i problemi sono altri in fatto e in diritto, riguardano la prova dei fatti, la prova del nesso causale e riguardano la esatta ricostruzione delle fattispecie legali, la permanenza non c’entra. Anche nel Capo 2 di imputazione, accanto alle figure delittuose che costituiscono la sostanza dell’accusa, sono richiamate numerose disposizioni di leggi speciali, alcune di anni recenti, che come dicevo, non potrebbero mai venire applicate in malam partem a fatti precedenti.

Molte, non tutte fra le disposizioni richiamate, contengono precetti, la cui inosservanza è sanzionata come contravvenzione, non so se il Pubblico Ministero abbia inteso formulare contestazioni autonome o cumulative o alternative. La questione oggi potrebbe ritenersi irrilevante come questioni di reati contravvenzionali, posto che ipotetiche contravvenzioni, che fossero state commesse da questo o quell’imputato nel suo periodo di competenza sarebbero da tempo prescritte, come il Pubblico Ministero sa benissimo, lo ha anche detto. Mentre la tesi contraria sostenuta dall’avvocato Ghezzo, là dove parla di permanenza in atto delle contravvenzioni contestate, è manifestamente infondata per le ragioni che dicevo prima. Le contravvenzioni contestate, evocate dal capo di imputazione sono tutti reati di mera condotta, consumati, ove mai siano stati commessi, nel periodo di competenza dell’ipotetico contravventore in anni cioè ormai lontani nel tempo. Siamo largamente al di fuori dei termini di prescrizione.

Le contravvenzioni, peraltro, ancorché prescritte, ove mai i reati sussistessero, il tema delle ipotetiche contravvenzioni ha finito per assumere nell’impianto d’accusa un rilievo non piccolo, e io me ne occuperò ampiamente. Di fatto la sostanza del mio discorso riguarda punti in relazione ai quali l’accusa ha fatto leva sulla ipotetica configurabilità di ipotesi contravvenzionali per trarne conseguenze, che l’accusa ritiene rilevanti, in ordine ai delitti contestati. Due profili in particolare sono venuti in rilievo. Un primo profilo, quello più venuto in rilievo nel dibattimento, è quello della eventuale rilevanza di ipotizzate contravvenzioni sotto il profilo della colpa specifica in relazione ai delitti contestati. E la tesi dell’Avvocato dello Stato sui punti toccati dalla conseguenza Coccheo, è la stessa impostazione che potremo ritrovare anche sotto altri aspetti di cui dirò. Peraltro aspetto molte delle disposizioni richiamate, sanzionate come contravvenzioni, sono state richiamate come fondamento di una supposta responsabilità per omissione contestata alla gestione Enichem, con riferimento al mancato attivarsi in relazione alla eredità derivante da comportamenti pregressi. Il capitolo delle discariche e della bonifica, delle discariche al quale in accennato taluno dei Difensori e sul quale si era più ampiamente soffermato il Pubblico Ministero nella sua richiesta di rinvio a giudizio. Mentre la requisitoria si è astenuta dal dire alcunché.

Vi sono poi anche altre indicazioni normative del tutto irrilevanti sulle quali per brevità non mi soffermo.

Così come non mi soffermo sugli argomenti trattati stamattina dal professor Stella, il quale ha affrontato la sostanza dell’imputazione relativa ai reati ambientali. E l’ha affrontata, e questo dà particolare forza al suo discorso, nella sostanza fattuale scendendo sullo stesso terreno, dentro lo stesso schema concettuale prospettato dall’accusa per dimostrare la assoluta inconsistenza di tutte le allegazioni che l’accusa ha cercato di sostenere in relazione ai fatti. Il discorso acquista maggior forza perché, lasciando da parte questioni di ordine concettuale, ha mostrato come proprio non ci sia nulla che possa dal corpo a una qualsiasi ipotesi accusatoria a qualsiasi livello.

Su quel punto io vorrei limitarmi, ma proprio in modo schematicissimo, a denunciare alcuni punti tutti tesi a ulteriormente lumeggiare come l’accusa, con i suoi schemi concettuali, ha sostanzialmente tentato un’operazione che io definirei come tentativo di bagatellizzare ai limiti del possibile e dell’impossibile il contenuto di figure criminose gravi. Emblematici i discorsi in materia di avvelenamento, quelli della memoria Partesotti, dei quali ha parlato il professor Stella stamattina. Mi limito ad aggiungere che l’accusa, nel proporre interpretazioni assolutamente bagatellizzanti della fattispecie di avvelenamento ridotta alla mera presenza di sostanze definite come veleni, ha fatto leva su un equivoco o una confusione su una questione, quella del pericolo astratto della quale peraltro si dimostra perfettamente consapevole. Dice l’avvocato Partesotti, a pagina 5 della sua memoria: "Il pericolo astratto si caratterizza rispetto a quello concreto, non tanto per un diverso grado di probabilità del danno, quanto per la tecnica legislativa adoperata", quella tecnica legislativa, che senza fare riferimento a clausole di pericolosità inconcreta adopera concetti di contenuto semantico pregnante come quello di avvelenamento. Poi l’avvocato Partesotti e l’accusa se ne dimentica e finisce paradossalmente per proporre una configurazione della fattispecie di avvelenamento come un reato tutto sommato bagatellare, meno grave con un contenuto offensivo meno pregnante di quello della fattispecie dell’adulterazione ex articolo 440 che è di pericolo concreto. Un rapporto sistematico fra le due norme assolutamente sfasato, posto che tutti gli indici sistematici, in primis quelli relativi alla misura della pena, indicano l’avvelenamento come reato più grave e molto più grave del corrompimento ex articolo 440. E perciò al di là delle etichette, caratterizzato da un contenuto di offensività molto maggiore, un contenuto offensivo che il legislatore ha indicato ricorrendo al termine pregnante avvelenamento e del quale la giurisprudenza, nelle rare applicazioni, ha tenuto conto. Pretura Massa 30 luglio 1981, in Foro Italiano 1983, II - 105 e seguenti, avvelenamento come delitto d’evento, e l’evento è l’acquisizione da parte dell’acqua della potenzialità di intossicare, se ingerita, le persone, un effetto lesivo derivante da una condotta che si qualifica come sversamento che è stato capace di produrre l’effetto intossicante sulle persone. Non mi soffermo ulteriormente su questo punto che è un mero corollario di un discorso ampiamente svolto, così come non mi soffermo sulla tesi dell’avvocato Schiesaro relativa alla possibilità, alla da lui asserita possibilità di desumere il pericolo, astratto o concreto non mi interessa, da indici normativi come violazioni di limiti soglia. Mi limito a citare su questo punto, in aggiunta alle citazioni canoniche di giurisprudenza fatte anche dal professor Stella stamattina, una interessante sentenza del Pretore di Rovigo, pubblicata sul Foro Italiano 1991, II - 558 e seguenti, Pretore di Rovigo 7 febbraio 1990, Giudice Schiesaro. E il Giudice Schiesaro adoperando lo stesso linguaggio, gli stessi schemi dogmatici dell’avvocato Schiesaro, mostra chiaramente in quella sentenza relativa a contravvenzioni alla normativa sulle acque destinate al consumo umano, l’avvocato Schiesaro mostra di avere piena ed ovvia consapevolezza della struttura a livelli differenziati del nostro sistema normativo. Una cosa sono le contravvenzioni ed altra cosa è la eventuale responsabilità del più grave reato, che potrà eventualmente concorrere o surrogarsi alla responsabilità per contravvenzioni. Il Giudice Schiesaro, nel momento in cui si interessa di contravvenzioni, e si pone problemi concernenti il superamento o il rispetto di valori soglia posti dalla normativa speciale, sa benissimo come tutti i Giudici italiani che la questione che si gioca intorno ai valori soglia della legislazione speciale è per l’appunto una fattispecie di contravvenzioni che non ha nulla a che fare con i problemi di qualificazione del pericolo ai sensi di fattispecie delittuose contenute nel Codice Penale per le quali occorrono ben altri e più pregnanti requisiti. Ma dicevo non voglio aggiungere altro su questi argomenti, e vengo ai punti ai quali ho pensato di dedicare specificamente il mio intervento. Tutti punti che si giocano su problemi di rilevanza di normative speciali.

Comincio con la questione delle discariche, dei siti contaminati e dell’obbligo di bonifica. La questione centrale nell’impostazione giuridica dell’accusa nei confronti della gestione Enichem, perché tutto il capitolo dei siti inquinati, delle discariche abusive è un capitolo, che per quanto concerne la realizzazione attiva dei comportamenti, si riferisce a periodi pregressi anteriori all’inizio della gestione Enichem, che per quanto riguarda le aree che qui ci interessano, il sito industriale nella sua globalità, risale alla fine del 1990, alla uscita dalla esperienza Enimont, siamo in un periodo più ravvicinato che nel capitolo CVM. La distinzione, già nell’impostazione d’accusa, è esplicita nel capo di imputazione, l’accusa rivolta agli uomini Enichem si esaurisce in un addebito di omissione, omessa bonifica, secondo l’accusa omessa, di discariche precedentemente realizzate e gestite da altri.

Un piccolo excursus. L’avvocato Cerutti ha parlato anche, nel suo intervento, di tolleranza da parte di Enichem, di comportamenti abusivi della gestione Montedison, facendo risalire questa cosa ai passaggi di proprietà del 1983. Due parole a commento per rilevare l’infondatezza assoluta di questo discorso.

Primo: il proprietario di un immobile non è di regola garante della condotta di chi lo abbia in uso. Lascio da parte gli errori di datazione dei passaggi di proprietà, nell’83 sono stati trasferiti solo alcuni impianti, non le aree adibite a discarica abusiva. Infine, e questa è la cosa che mi interessa di più, tutto questo discorso è assolutamente irrilevante per gli imputati, qui parliamo di imputati, di persone fisiche che sono entrate sulla scena delle cariche pertinenti al Petrolchimico soltanto nel periodo successivo al 1970, con un ambito di competenza quindi più ristretto nei tempi e nei contenuti di quanto l’avvocato Cerutti abbia inteso, parlando genericamente di cose che riguardano, che riguarderebbero, semmai sono state dette male, Enichem e non gli imputati persone fisiche.

Ciò premesso, veniamo alla sostanza dell’accusa di omissione. La sostanza. Anche qui devo dire che la sostanza fattuale dell’accusa è stata toccata stamattina dal professor Stella, là dove ha rilevato come di inadempienze non vi sono.

Le bonifiche di siti inquinati richiedono tempi lunghi, e in punto di fatto vi è stata un’attivarsi che ha richiesto un certo tempo ma che rientra negli scenari pensabili per imprese di questo genere, certamente non vi sono ritardi addebitabili a Enichem, più di quanto non siano addebitabili ad altri, in primo luogo i soggetti pubblici operanti sulla scena.

Io mi limito a trattare del tutto in astratto la premessa giuridica. Obbligo di bonifica di siti in precedenza contaminati da altri. L’accusa si è resa conto della rilevanza della questione e ha cercato di argomentare l’esistenza dell’obbligo, e in questo sforzo si è trovata a fare i conti con un ostacolo insormontabile, vorrei dire, rappresentato dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite sulla questione del reato di realizzazione e gestione di discariche di cui all’articolo 25 del D.P.R. 915 del 1982. Ne hanno parlato qui alcuni difensori di Parte Civile, ne aveva parlato a suo tempo il Pubblico Ministero nella richiesta di rinvio a giudizio. Fare i conti con la sentenza è un passaggio obbligato, perché la tesi accusatoria, che vorrebbe esistente una posizione di garanzia degli imputati in relazione all’esistenza ed agli effetti delle discariche, ha come necessaria premessa quella del coinvolgimento degli imputati in obblighi di attivarsi volti alla eliminazione delle discariche dei siti contaminati, e deve per forza fare i conti con il sistema normativo nel quale emerge il problema che dicevo, come l’ordinamento giuridico configura la realizzazione e gestione di discariche e il concorso in esse. Che cosa hanno detto le Sezioni Unite in questa sentenza così vituperata dall’accusa. Sintetizzo brevemente, mi consenta il Tribunale, forse ripeto cose già dette, ma devo ripeterle per mettere a punto il discorso.

L’intervento delle Sezioni Unite era stato sollecitato per dirimere un contrasto giurisprudenziale su questa specifica questione: se i reati di realizzazione e gestione abusiva di discarica nel sistema del D.P.R. 915 fossero reati istantanei o permanenti, e in quest’ultimo caso quale sia la portata della permanenza. Era questo il problema sostanziale, perché che si tratti di reati permanenti o eventualmente permanenti, la cosa era abbastanza tranquilla, come hanno detto le Sezioni Unite rifacendosi a indirizzi sufficientemente consolidati, realizzazione significa destinazione ed allestimento a discarica di un’area significa destinazione ed allestimento discarica di un’area. Si ha realizzazione di discarica tutte le volte in cui, per effetto della condotta abituale della gente, una determinata area abbia assunta la destinazione di luogo di scarico e di deposito di rifiuti. La gestione consiste nell’attivazione di una organizzazione di persone e/o di cose diretta al funzionamento della discarica. Giurisprudenza costante direi.

Questi tipi di condotta possono entrambi assumere la forma del reato permanente. Certo la realizzazione permane fino all’ultimazione dell’opera, come nel caso di costruzione abusiva peraltro. Poi ci saranno eventuali effetti ulteriori, effetti permanenti che sono cosa diversa dalla permanenza del reato, anche se qualche volta l’Accusa ha confuso i due termini. La gestione è permanente per tutto il tempo in cui l’organizzazione è presente ed attiva.

Vengo al punto che interessa: la portata della permanenza. Questo era il punto controverso, e qui le Sezioni Unite hanno chiarito che il fatto che il reato di discarica abusiva sia permanente, adesso cito fra virgolette "non significa che esso comprenda anche il mero mantenere nell’area i rifiuti scaricati o fatti scaricare da altri quando ormai la discarica sia stata chiusa. All’attuale detentore non è fatto alcun obbligo di contro agire. E cioè di intervenire per la rimozione dei rifiuti dal terreno entrato nella sua disponibilità". Anche qui le Sezioni Unite si riallacciano ad un indirizzo giurisprudenziale già affermato, ancorché non unanime sulla portata della permanenza. E la risposta è qui: niente obblighi di contro agire. Questa interpretazione delle Sezioni Unite, contrariamente a quanto sostenuto dall’avvocato Cerutti, è stata seguita dalla giurisprudenza successiva. Contro questo indirizzo già il Pubblico Ministero e poi l’avvocato Cerutti hanno citato una sentenza coeva, Cassazione Sezione Terza 4 novembre 1994 pubblicata in Foro Italiano 1995 secondo 348 insieme alla sentenza delle Sezioni Unite ed ad altra di cui dirò. Il riferimento è sbagliato. La sentenza della Sezione Terza recupera l’idea di reato permanente, ma non è un precedente in termini a favore di una tesi contraria a quella delle Sezioni Unite. Nel caso all’esame della Cassazione, come risulta dalla motivazione, si faceva questione di condotte consistenti nell’avere consentito e tollerato il tombamento della discarica con rifiuti speciali.

Condotte dunque coeve alla gestione della discarica, per le quali il problema del concorso si pone in termini ben diversi che nel nostro caso, in cui discutiamo di condotte successive alle condotte precedentemente tenute da altri. Non è vero dunque che quella sentenza contrasti con le Sezioni Unite. Non contrasta nemmeno altra sentenza del 1999 citata dall’avvocato Cerutti, la sentenza Diliberto, Cassazione Penale 2000 numero 1776. Anche questa sentenza ha ravvisato il reato dell’interramento di rifiuti già depositati da altri, cioè in una autonoma condotta attiva che si riallaccia, ma come condotta attiva, a una condotta precedente. Non contrasta ancora con le Sezioni Unite la sentenza del Pretore di Terni del gennaio 1995, pure pubblicata sul Foro Italiano insieme alle altre. Pretore di Terni, Giudice Santoloci, uno dei giuristi più attivi sul fronte della ecologia. In un combattuto processo, nel quale difendevo l’imputato, era recente la sentenza delle Sezioni Unite, fu una discussione molto interessante, con un interlocutore ferratissimo, il Pretore di Terni nella sentenza segue la giurisprudenza delle Sezioni Unite in punto di discariche. Definisce realistico ed equo il principio affermato dalle Sezioni Unite, altrimenti si arriverebbe a una sorta di responsabilità oggettiva ove si seguisse la equazione fra titolarità del sito e corresponsabilità con il precedente gestore. Questo dice il Pretore di Terni. Ed è su questa base, su questa piattaforma di condivisione della assoluzione delle Sezioni Unite punto di gestione di discariche, che il Pretore di Terni ha poi sottolineato ulteriori esigenze legate all’esigenza di non consentire elusioni della normativa con trasferimenti fittizi. Ha aperto dunque altri problemi, ma non sul fronte che qui interessa dell’accettabilità o meno della sentenza delle Sezioni Unite. Vi si discosta parzialmente, ma in parte segue, altra sentenza della Cassazione citata dall’Accusa. La sentenza Vasco del 1997 pubblicata in Rivista Penale 98264 e seguenti. Una sentenza che richiama la pronuncia delle Sezioni Unite a proposito della permanenza del reato, e lo fa in un processo in cui era imputato un gestore attivo, ancora attivo della discarica. Situazione diversa dalla nostra. Poi questa sentenza, in un obiter dictum irrilevante ai fini della decisione, esprime una critica verso la sentenza delle Sezioni Unite opinando che essa renderebbe ondivago il termine di cessazione della permanenza. E qui fa riferimento agli accenni alla ordinanza del sindaco circa la rimozione di rifiuti. Ma su questo punto vi è un fraintendimento della decisione delle Sezioni Unite nella quale l’eventuale provvedimento sindacale di rimozione dei rifiuti è menzionato come un possibile rimedio ai problemi aperti, senza alcun nesso con il diverso problema della permanenza del reato di discarica abusiva su cui la giurisprudenza delle Sezioni Unite è chiara. Anche la sentenza Vasco a nulla serve all’Accusa. L’unica sentenza da me reperita, nel senso sostenuta dall’avvocato Cerutti, è quella da lui citata del Tribunale di Grosseto 20 marzo 2000.

Troppo poco per poter parlare di un indirizzo giurisprudenziale dissenziente Sezioni Unite quando gli altri elementi della giurisprudenza recente vanno in altro senso. L’accettazione della giurisprudenza delle Sezioni Unite non significa, e non potrebbe significare che non sia, in via generale, ipotizzabile un concorso omissivo del proprietario. In linea teorica è possibile, e lo ipotizza un’altra sentenza della Cassazione mi pare citata anch’essa dall’Accusa. La sentenza Insinna in Cassazione Penale 1997 numero 1490, possibile il concorso del proprietario, ma si intende sempre che il non agire si innesti uno specifico obbligo giuridico di impedire l’evento. Obbligo quindi che non è insito nella pura e semplice posizione del proprietario. E` un obbligo per il quale possiamo tranquillamente pensare uno spazio, anche piuttosto evidente. L’ipotesi prospettabile e il concorso omissivo nella gestione di discariche abusive gestite da altri, è quella di un eventuale garante il quale nella permanenza della gestione di discarica da parte di altri non l’abbia impedita. Una omissione contemporanea alla gestione da parte del garante. A questo pensa la Cassazione, ma questa che ritroviamo anche in altre sentenze citate prima, è una ipotesi totalmente diversa dal caso in esame nel quale gli imputati Enichem sono subentrati nella gestione della Petrolchimico dopo la cessazione dell’attività di coloro che avevano realizzato e gestito le discariche abusive. E tale subentro successivo di per sé non comporta, secondo il principio delle Sezioni Unite, un obbligo di rimozione. Cito rapidamente altre sentenze edite che hanno fatto, queste sì, puntuale applicazione del criterio affermato dalle Sezioni Unite. Appello a Catanzaro il 3 giugno 1998 in Rivista Giuridica dell’Ambiente 9984 e seguenti, ed altra sentenza della Cassazione del 1997. Darò poi gli estremi. Posso aggiungere del mondo dell’inedito che in altre situazioni e nelle più varie parti d’Italia mi è capitato di discutere problemi di questo genere, imputazioni di discarica abusiva per avere ereditato siti contaminati da altri e le decisioni sono state sempre assolutorie. Paterni come a Catanzaro come ad Ancona. Il Pubblico Ministero, nella richiesta di rinvio a giudizio ha addotto, a sostegno della tesi sul preteso obbligo giuridico di intervenire per chi è subentrato nella disponibilità di una discarica, anche altre disposizioni. Una serie eterogenea di disposizioni che fanno parte dell’elenco delle disposizioni di legge speciale che troviamo nel capo 2 di imputazione. Non le analizzo una per una, le analizzo secondo un certo criterio di raggruppamento. Il Pubblico Ministero non ha riversato in questa sede il suo argomentare della richiesta di rinvio a giudizio, ma penso sia non inutile richiamare quel discorso perché è un discorso che da un lato spiega il perché certe norme sono state inserite nel capo di imputazione, e d’altro lato sta, come tutto l’ordinamento giuridico, sullo sfondo dei problemi di cui ci occupiamo. Di che natura sono le disposizioni richiamate dal Pubblico Ministero? Diverse disposizioni fra quelle richiamate descrivono fattispecie analoghe strutturalmente a quella del D.P.R. 915 in materia di discariche abusive. Per esempio l’articolo 10 della legge del 1963 che fa divieto di scaricare o disperdere in qualsiasi modo, rifiuti o sostanze che possono inquinare le acque della laguna. O l’articolo 9 della legge del 1973 che dice più o meno le stesse cose. E dice l’Accusa, diceva il Pubblico Ministero: il mantenere discariche contribuirebbe per l’appunto alla dispersione di inquinanti. Ecco il concorso omissivo. In realtà il discorso del Pubblico Ministero è viziato da un equivoco di fondo. Il Pubblico Ministero legge le norme della legge speciale le quali descrivono delle condotte attive di scaricare o di disperdere sostanze come se quelle fattispecie fossero realizzabili sempre e comunque anche in forma omissiva, il che è una mezza verità e una mezza falsità. E` una verità nella misura in cui sia dato ravvisabile una posizione di garanzia che abbia riferimento a quel tipo di attività che la norma speciale vieta come comportamento attivo. Quello che è certo è che la posizione di garanzia non può essere desunta dalla norma speciale, ma deve essere desunta aliunde secondo le regole generali. E gli sviluppi che da questo discorso possono essere tratti, nulla dicono rispetto a questioni diverse come quelle di un obbligo di bonifica che non ha nulla a che fare con le materie trattate da disposizioni di questo genere.

Altre disposizioni richiamate dal Pubblico Ministero sono clausole generali del tipo la Repubblica preserva l’ambiente della Laguna. Chiaramente cose del genere sono inutilizzabili in un discorso su regole specifiche quale quello dell’eventuale posizione di garanzia, vi osta il principio di legalità. Vengono richiamate disposizioni relative a poteri di ordinanza di pubblica autorità. Disposizioni di questo genere fondano un argomento a contrario. Proprio la previsione di poteri dell’autorità che possano ordinare in concreto, su certi presupposti, determinati comportamenti, ha senso proprio sulla mancanza di un obbligo generale ed indipendente dal provvedimento puntuale dell’autorità. Vengono richiamate anche disposizioni di diritto transitorio relative a esigenze di rinnovo di autorizzazioni, del tutto irrilevanti anch’esse perché riguardano situazioni diverse da quella di cui è causa. Non mi soffermo per brevità, vedrà però nel testo scritto. Aggiungo, ed è un riscontro significativo, che l’inesistenza all’epoca di competenza degli imputati Enichem di questo processo, l’inesistenza all’epoca di un obbligo generale ex lege di bonifica di siti inquinati da altri e che si abbia eredito, può desumersi a contrario, ma in modo chiaro, dallo ius super veniens. Vale a dire dalla disciplina sui rifiuti del 1997, il decreto Ronchi che per la prima volta introduce, in modo chiaro, nell’ordinamento italiano obblighi di bonifica e di ripristino ambientale di aree inquinate nel caso di superamento di determinati limiti di accettabilità della contaminazione dei suoli e delle acque. Il tutto secondo presupposti e secondo procedure da ulteriormente determinarsi con decreto ministeriale. Analoga impostazione è stata recepita anche nel testo unico sulle acque del 1999. Disposizioni queste inapplicabili ai fatti di causa, come valutazione penalistica dei fatti di causa. Ma lo ius super veniens ha indubbiamente molto da dire a proposito della evoluzione dell’ordinamento italiano di fronte al problema. Una posizione che si è elaborata e sviluppato e concretizzata in disposizioni più vincolanti soltanto a questo punto, soltanto a partire dal 1997. E da queste disposizioni di una esistenza di un obbligo generale di bonifica in precedenza, trae chiaro conforto la nuova disposizione, le nuove disposizioni più attente ai problemi della bonifica, tutte volte a delineare una disciplina più rigorosa, più stringente nel momento in cui pongono mano al problema, al delineare i doveri derivanti dalla esistenza di siti inquinati, pongono in rilievo una serie di punti che meritano un attimo di attenzione perché ulteriormente vengono a smentire l’idea che nell’ordinamento giuridico esistesse in precedenza un dovere incondizionato del proprietario di attivarsi per bonificare. Quali sono i dati che in estrema sintesi voglio mettere in rilievo? Sono i contenuti essenziali del decreto ministeriale 25 ottobre 1999 numero 471 che, attuando l’articolo 17 del decreto Ronchi detta le procedure e modalità per messa in sicurezza bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati. Che cosa vorrei segnalare? Che il decreto prevede una procedura complessa che si snoda attraverso una serie di adempimenti, segnalazione nell’immediato, eventuali interventi di emergenza, entro 30 giorni piano di caratterizzazione, entro un anno presentazione del progetto definitivo preceduta da un progetto preliminare, occorre l’autorizzazione a livello locale o eventualmente nazionale. Tempi quindi articolati e che cose possono diventare ulteriormente complesse, più complesse e con tempi più lunghi quando l’intervento sia di particolare complessità per sua natura o per l’estensione dell’area interessata. In tal caso l’articolo 11 prevede che l’approvazione del progetto preliminare possa consentire che il progetto definitivo di bonifica o di bonifica con misure di sicurezza sia articolato in fasi progettuali distinte per rendere possibile la valutazione dell’adozione di tecnologie innovative, o la realizzazione degli interventi per singole aree. Ogni fase progettuale dovrà essere autonomamente approvata e l’autorizzazione indica il termine di presentazione del progetto per la fase successiva. Procedure complesse e tempi non brevi, realisticamente pensati per fare fronte a situazioni complesse, di tale complessità che in tutto il mondo, a Venezia, negli Stati Uniti, altrove hanno comportato delle realtà di operazioni complesse e tempi lunghi delle quali ha parlato stamani il professor Stella.

Ancora, il decreto prevede diverse tipologie di intervento, con preferenza, si dice all’articolo 4, per tecniche che favoriscano la riduzione della movimentazione, il trattamento nel sito e il riutilizzo di suolo e sottosuolo e dei materiali sottoposti a bonifica. E` prevista bonifica integrale, è prevista bonifica con la messa in sicurezza. E` prevista addirittura, in caso di impossibilità di fare altrimenti, è prevista anche la sufficienza di interventi di sicurezza che pure non consentano il ripristino totale delle concentrazioni limiti accettabili quando tale ripristino risulti impossibile con l’applicazione delle migliore tecnologie disponibili a costi sopportabili. Oltre che convalidare l’assunto della inesistenza di un obbligo di bonifica precedente al 1997, queste disposizioni bene fotografano la complessità degli interventi da fare. Inseriscono anche un riferimento ai costi sopportabili come dati che in questo contesto acquista rilievo. E qui ancora una volta come annotazione di sfondo, introduco una considerazione che non ho trovato svolta da nessuna parte, ma che mi sembra di qualche interesse se vogliamo affrontare sul piano giuridico il problema di obblighi come quelli di bonifica, in termini realistici ed attenti alla realtà delle situazioni. Partiamo dall’idea valida anche in materia ambientale che, condizioni essenziali di sicurezza prevalgono su considerazioni di costo. La realizzazione della sicurezza non è condizionata ai costi, dice quel principio che ci siamo bene guardati dal mettere in discussione con riferimento alla sicurezza sul lavoro. C’è da fare una osservazione, ed è questa: che la preminenza delle esigenze di tutela su considerazioni di costo quali che siano i costi, per potere essere concretamente affermata dall’ordinamento ha bisogno di questo, che là dove la sicurezza prescritta dall’ordinamento non sia raggiunta anche per ragioni di costi, l’attività non sufficientemente garantita deve cessare. Non può essere tenuta perché può essere tenuta soltanto nel rispetto di determinati standard. E` solo su questa premessa che regge l’idea che il costo della sicurezza non ed è ostativa. Quel costo può e deve non essere ritenuto ostativo, perché è evitabile con la astensione dall’attività. E` proprio questo, la possibilità di astenersi dall’attività non sicura se i costi non sono sopportabili, che garantisce la tenuta del principio. Ma come la mettiamo quando non si tratta di decidere se compiere o non compiere un’attività, ma si tratta di farsi carico di un dato di realtà che non può essere fatto sparire così con un colpo di bacchetta magica. I siti contaminati ci sono là dove ci sono un problema di bonifica, e il problema dei costi non può essere evitato. E se la bonifica è doverosa nei limiti in cui la bonifica sia doverosa, la sostenibilità economica diviene un problema non eludibile per un ordinamento che riconosce che non può non riconoscere che ad impossibilia nemo tenetur. La situazione è del tutto diversa dalla situazione di cui dicevamo prima: tu ti devi astenere dall’attività i cui costi di sicurezza non puoi sopportare, qui è diverso. Si dice, di fronte al problema di bonifica: devi agire. Sì, devo agire, ma il problema dei costi a questo punto diventa un dato, un vincolo di realtà del quale non si può non tenere conto nel valutare la esigibilità o meno dell’adempimento. Il dovere può essere affermato in via generale, ma il problema della esigibilità dell’adempimento a questo punto non può eludere il vincolo di realtà legato ai costi. Introduco anche qui questa considerazione soltanto come sfondo, e non per discolpare comportamenti concreti dei miei assistiti che fossero stati inadempienti. Ma nel momento in cui ricostruiamo il quadro normativo, vediamo di ricostruirlo in termini ragionevoli e che tengano conto della complessità e delle diversità delle situazioni. Chiudo il discorso sull’obbligo di bonifica con un accenno alla giurisprudenza amministrativa, la quale sia nel vigore del D.P.R. 915 sia dopo l’entrata in vigore del decreto Ronchi del 1997, ha ripetutamente affermato, e non mi risultano decisioni in contrario, ha ripetutamente affermato la illegittimità di ordinanza della pubblica amministrazione di smaltimento di rifiuti, o di bonifica dei siti nei confronti del proprietario del terreno sul quale i rifiuti siano stati depositati in mancanza di comportamenti del proprietario che abbiano contribuito a causare l’illecito. Vi sono numerose decisioni di diversità della Lombardia, dell’Emilia Romagna, della Campania, decisioni annotate favorevolmente anche da giuristi come Stefano Nespa, il direttore della rivista giuridica dell’ambiente il quale, annotando una delle decisioni qui indicato del TAR Lombardia, osserva che una diversa soluzione, la quale pretendesse di attribuire al proprietario, solo perché tale, una responsabilità per le condizioni del suo terreno inquinato da altri, finirebbe paradossalmente per spostare la responsabilità della bonifica e dei suoi costi e dell’attivarsi sulla vittima dell’evento dannoso. Si direbbe una fotografia della situazione di Enichem in relazione alle discariche precedentemente realizzate da altri, e successivamente entrate nella sua proprietà. Concludo davvero il discorso sulle bonifiche con un ultimo rilievo. Se davvero la proprietà del sito fondasse di per sé un obbligo di bonifica sempre e comunque, e conseguentemente la posizione di garanzia ipotizzata dall’Accusa per molte, forse la maggioranza delle discariche di cui al capo di imputazione il garante andrebbe identificato in altri, non in Enichem, molto spesso andrebbe identificato in soggetti pubblici i quali sulle premesse dell’Accusa avrebbero dovuto sulle quanto meno indagati in chiave di par condicio. Di certe bonifiche di certi siti che sono stati inseriti all’inizio e poi in corso di dibattimento nel capo di imputazione, proprio non si capisce come si possa ipotizzare una posizione di garanzia, un dovere di attivarsi di Enichem e non invece dei proprietari dei siti, degli enti pubblici. Ciò, ripeto, sulle premesse dell’Accusa da me non condivise. L’osservazione che qui faccio attiene semplicemente alla coerenza interna. Passo ad un altro capitolo che ha ricevuto, da parte dell’Accusa, molta enfasi nella fase finale del processo. Quello legato alla consulenza del dottor Coccheo, la questione dello smaltimento abusivo di supposti rifiuti tossici e nocivi da presenza da cloruro di vinile. Ricordiamo tutti la consulenza dell’ottobre scorso, ricordiamo tutti la grande scoperta dell’Accusa dell’ultima ora, quella delle famose vasche di neutralizzazione su cui c’era il monitoraggio del CVM nell’area. Non espongo i dati di fatto, li ha esposti l’Accusa, li conosciamo bene. Passo altre valutazioni critiche. Prima di parlare della infondatezza nel merito in fatto e in diritto della tesi Coccheo - Schiesaro, voglio inserire una annotazione preliminare che di per sé sarebbe assorbente e consentirebbe di chiudere il discorso. Qual è la rilevanza giuridica attribuita dall’Accusa al discorso di cui qui stiamo parlando? La rilevanza attribuita dall’avvocato Schiesaro alla tesi Coccheo? Ricordiamo la formulazione iniziale del dottor Coccheo: "I materiali provenienti dal CV22 e 23 supposti rifiuti tossico nocivi, avrebbero conferito tale carattere all’intero flusso dello scarico SM15 con conseguenze relative a costi di smaltimento dell’ordine di 5 milioni di miliardi di lire. Una prospettiva che - parole di Coccheo - per la sua mostruosità susciterà la ilarità di questo consesso". E forse non merita altri commenti questa prospettiva, quella del profitto del trasgressore di 5 milioni di miliardi di lire. Sarebbe stata molto fortunata Enichem se avesse davvero avuto un profitto di questo genere, ma non è questo il punto. E` che l’Avvocato dello Stato ha ovviamente abbandonato nelle sue quantificazioni questa mostruosa o ilare prospettiva, e denunciato quell’altro approccio. Qui stiamo parlando, ha detto nell’arringa e l’aveva già detto all’udienza dell’8 novembre, stiamo parlando di elementi che qualificano normativamente la colpa dai delitti di pericolo, i delitti di pericolo contestati.

Ecco, allora prima di passare al merito supponiamo per un istante che una formale autorizzazione al trattamento di rifiuti tossici e nocivi perché contenenti presuntivamente CVM, dovesse essere richiesta secondo le tesi del giuridico e fattuali del dottor Coccheo. Supponiamo per un istante che Coccheo avesse ragione. Allora, in relazione a quali eventi il non avere richiesta quella autorizzazione potrebbe fondare una colpa specifica, secondo le tesi dell’avvocato Schiesaro? Proviamo a fare riferimento ai principi sulla colpa. La colpa specifica, per violazione di una regola, ha a che fare con la funzione cautelare e preventiva della regola stessa. E qui cosa avremmo? Che la funzione della regola cautelare ipoteticamente violata secondo la tesi Coccheo, additerebbe come evento da prevenire che cosa? Il rischio di diffusione nell’ambiente della sostanza che renderebbe nocivo il rifiuto. Il CVM per l’appunto, e non altro. Sulle premesse giuridiche dell’Avvocato dello Stato e del suo consulente, la colpa specifica di cui egli parla potrebbe venire in considerazione esclusivamente rispetto ad eventi che fossero contestati come delitto, concernenti la contaminazione da CVM asseritamente sversato, contaminazione degli oggetti dell’imputazione di delitto, contaminazione delle acque, dei sedimenti, del biota della laguna. Questi sono gli oggetti che interessano le contestazioni di delitto. Ecco, ma il consulente dello Stato sostiene un inquinamento della laguna, delle acque, dei sedimenti, del biota da cloruro di vinile? Niente affatto, è lo stesso dottor Coccheo che esclude che un tale inquinamento ci sia. Ce l’ha detto chiaramente e ripetutamente. Nell’acqua il cloruro di vinile non si trova, reperirlo potrebbe essere una impresa ardua, occorrerebbero metodi molto sofisticati, ma comunque nelle acque non si trova e nei sedimenti e nei pesci il cloruro di vinile ovviamente, dice Coccheo, non si accumula. E` un gas che ha vita abbastanza breve. Nella stessa acqua in realtà, avendo vita breve dopo un certo periodo di tempo sparisce. Deve essere acqua ..(inc.), per esempio acqua di laguna. Diverso il discorso delle falde dice Coccheo, ma le falde non ci interessano, non vanno nelle falde le cose di cui qui parliamo e le falde non interessano i miei assistiti. Ci interessa la laguna, e qui il cloruro di vinile sparisce e certo non va nei sedimenti e nei pesci. Lo dice Coccheo già all’udienza del 13 ottobre 2000: se entra nella laguna, dopo un po’ evapora perché può evaporare. Sulla solubilità del cloruro di vinile in laguna, che Coccheo mette qui in rilievo, possiamo una volta tanto registrare un accordo fra il dottor Coccheo e il prof. Foraboschi. Il quale ultimo aggiunge alcune considerazioni proprio perché il cloruro di vinile è pochissimo solubile in acqua, ci spiega il fatto che le normative specifiche per le acque inquinate, anche quelle inquinate da insediamenti produttivi di cloruro di vinile come i decreti legislativi del 1992 o, da ultimo, il testo unico sulle acque del 1999, non danno limiti specifici per il cloruro di vinile. Danno limiti per i clorurati provenienti dalle lavorazioni in genere. E questo vale non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi. All’udienza del 15 maggio, l’ultima udienza istruttoria, il dottor Coccheo ha confermato che il CVM non si trova nel biota né nelle acque della laguna. E ne ha confermato la spiegazione. Questo dato di fatto basterebbe per chiudere il discorso con una conclusione di per sé categorica. Anche indipendentemente dalle ragioni di infondatezza di cui dirò brevemente fra poco, la assenza di cloruro di vinile nel biota, nei sedimenti, nelle acque della laguna come Coccheo ammette, rende del tutto irrilevante l’ipotesi del dottor Coccheo sulla presenza del CVM in scarichi idrici a monte. Irrilevante rispetto ai delitti di danno perché non vi è alcuna contestazione di contaminazione del CVM. Le ipotesi di contaminazione di acque, sedimenti, biota della laguna hanno riferimento ad altre sostanze, non al CVM. Tutto irrilevante. Anche l’Accusa dava per scontato questo: un inquinamento della laguna da cloruro di vinile delle acque, dei sedimenti, del biota sono conseguente avvelenamento del biota da cloruro di vinile, non sono fatti contestati. Non vi è contestazione. Ma se così è, per la medesima ragione l’ipotesi Coccheo è irrilevante anche rispetto alla tesi Schiesaro di una supposta colpa specifica per violazione della disciplina dei rifiuti. Non collegata ad un evento costitutivo di nessuno dei reati di cui è causa, l’asserita colpa specifica resterebbe appesa a se stessa clamorosamente irrilevante. Mi viene da commentare e chiudere con un verso di Orazio: definit in piscen murier formosa superne. Finisce nel pesce, in senso letterario, la sofisticata costruzione del dottor Coccheo, perché il cloruro di vinile attorno al quale è stata costruita, non finisce nelle acque, nei sedimenti, né nel pesce, quello vero della laguna di cui ci occupiamo. La costruzione di Coccheo finisce nel nulla. Se me ne occupo anche sul profilo della infondatezza, oltre che su quello della irrilevanza che di per sé consentirebbe di chiudere, è perché anche un esame delle ragioni di infondatezza aiuta a lumeggiare la qualità degli argomenti dei quali l’Accusa è andata a caccia nel tentativo di costruire addebiti al di là del possibile e dell’impossibile. Oltre che, possiamo dire, per lumeggiare la infondatezza di una ipotetica accusa di reati contravvenzionali peraltro prescritti. Infondatezza in diritto ed infondatezza in fatto. In diritto la tesi Coccheo poggia sulla affermazione tout court che ogni scarico idrico sarebbe da considerare per sua natura un rifiuto, e come tale riportabile a quella disciplina in via di principio, assunta di principio che in queste formulazioni è in contrasto con l’opinione comune, con la lettera delle norme e con la logica dell’ordinamento. L’Avvocato dello Stato sostiene che la sua tesi trovi fondamento nella giurisprudenza delle Sezioni Unite, nella sentenza Forina del 1975. Andiamo a vederla brevemente quella sentenza. E` una sentenza complessa su un tema complesso su cui la giurisprudenza si è espressa in vario modo, non mi pare proprio che la sentenza Forina dica quello che l’Avvocato dello Stato vorrebbe farlo dire. Che cosa ci interessa ritrovare? Che cosa dice la sentenza circa i criteri generali di raccordo e di ripartizione di materia tra le discipline dei rifiuti e degli scarichi. Ci interessa la legge del tempo, quindi D.P.R. 915 e legge Merli. Vediamo i criteri della sentenza. Uno è dato dalla natura delle sostanze, per le sostanze solide trova senz’altro applicazione il D.P.R. 915. La legge Merli è invece, dice la Cassazione, la sede della regolamentazione degli scarichi costituiti da sostanze liquide o a prevalente contenuto acquoso. Un ulteriore criterio derivante dal dettato del comma 6 dell’articolo 2 del D.P.R. 915 riserva alla disciplina degli scarichi i liquami ai fanghi. Per l’esattezza, come ci risulta dal richiamo alle disposizioni dell’articolo 2 della legge Merli: è riservata alla disciplina degli scarichi e non dei rifiuti lo smaltimento di liquami sul suolo e nel sottosuolo, e lo smaltimento dei fanghi residuati da cicli di lavorazione e dai processi di depurazione. In definitiva, affermano le Sezioni Unite: il D.P.R. 915 disciplina le singole operazioni di smaltimento dei rifiuti prodotti da terzi, siano anche solidi o liquidi, fangosi, etc. con esclusione di quelle fasi concernenti i rifiuti liquidi attinenti allo scarico e riconducibili alla disciplina stabilita dalla legge 306 alla quale viene fatta un’unica eccezione, quella dei fanghi e liquami tossici e nocivi che sono, sotto ogni profilo, regolati dal D.P.R. 915. I fanghi tossici e nocivi di cui dicevo prima, fanghi e liquami, non le acque di processo fuoriuscenti dallo stabilimento che non siano qualificabili dentro queste categorie di fanghi e liquami per le quali valgono la regola e la eccezione di cui ho detto. La giurisprudenza più recente della Cassazione riferita alla nuova normativa, cioè al decreto Ronchi, ha ulteriormente ribadito i criteri generali di discrimine, cioè disciplina di discariche e quella di rifiuti. Cito la sentenza Belcari del 1999 Foro Italiano 99 secondo 691 e seguenti. La Cassazione richiama opportunamente alcuni passi della relazione governativa al decreto sulle acque, là dove si dice che alla disciplina essere acque sottostanno le operazioni connesse allo scarico, cioè all’immissione diretta e il trattamento preventivo delle stesse poste in essere dallo stesso titolare dello scarico. Lo spazio per una eventuale applicabilità della disciplina sui rifiuti, cioè sui rifiuti allo stato liquido, comprende che cosa? Cito fra virgolette: "Comprende la disciplina degli impianti di trattamento dei rifiuti liquidi in conto terzi, e le relative ulteriori operazioni le quali presuppongono il trasporto non canalizzato delle acque di processo". Trasporto non canalizzato, a mezzo autobotti, autospurgo, etc.. Quando invece, conclude la Cassazione, quando il collegamento fra fonte di riversamento e il colpo di gettare è interrotto viene meno lo scarico per far posto alla fase di smaltimento di rifiuto liquido. Nello ius super veniens mi pare anche meriti segnalazione l’articolo 34 del testo unico sulle acque, che stabilisce che per le acque di processo contenenti le sostanze delle tabelle 3A e 5 dell’allegato 5, cioè quelle più cattive diciamo, l’autorità può richiedere che tali scarichi parziali siano tenuti separati dallo scarico generale e trattati come rifiuti ai sensi del decreto 22/97. Mi pare evidente che questa disciplina là dove dice che l’autorità può richiedere, presuppone che ove non vi sia richiesta dell’autorità alle acque di processo contenenti le sostanze delle tabelle 3A e 5 dell’allegato 5, le più cattive, e comunque agli scarichi che le contengono applicabile in via di principio la disciplina degli scarichi e non quella dei rifiuti. Perché questa disciplina il prof. Foraboschi nell’ultima fase del processo ha spiegato le ragioni tecniche, non mi ci soffermo. Non mi resta molto sul tema Coccheo. Passo alle critiche fattuali, posizione infondata quanto all’assunto giuridico relativa alla ripartizione fra normativa sugli scarichi e normativa sui rifiuti, infondata anche in fatto. Qui seguo fondamentalmente le osservazioni tecniche del professor Foraboschi. Per quanto concerne le analisi dei rifiuti il dottor Coccheo propone un compito impossibile di analisi fino all’ultima particella infinitesimale. Questo è praticamente impossibile ha detto Foraboschi nell’udienza del 20 febbraio, non si fa una analisi sistematica di un rifiuto, non sarebbe possibile spingerlo fino ai livelli di sofisticazione che Coccheo dice, si fanno analisi mirate le quali diano ragione dei problemi realmente aperti. Notazione di fatto già emersa nel contraddittorio: la tesi di Coccheo è in contrasto, o meglio, è smentita da presa di posizione risultanti da documenti che lui stesso aveva introdotto come documenti ritenuti fondamentali per dimostrare se il materiale è o no tossico e nocivo. Vale a dire la domanda di autorizzazione allo scarico. Tale domanda, riferisce Coccheo, segue ad una lettera inviata dal magistrato delle acque il 1 aprile del 1996 a una serie di destinatari tra cui Enichem, con la quale si chiedono alcune indicazioni, tra cui la composizione quali - quantitativa di rifiuti. Secondo Coccheo il magistrato delle acque avrebbe colto il problema chiedendo l’analisi quali - quantitativa, analisi che però dice Coccheo, è assente nonostante la richiesta. In realtà questa vicenda dimostra giusto il contrario di quanto Coccheo pretende desumere a proposito della interpretazione della normativa da parte del magistrato alle acque. La richiesta riguarda, come Coccheo conferma, la pratica relativa all’autorizzazione allo scarico. Ebbene, qui di questioni di normativa di rifiuti non se n’è proprio parlato, né il magistrato alle acque ha mai fatto alcuna osservazione o domanda che guardasse in quella prospettiva. Quando questo gli è stato contestato Coccheo non ha potuto che prenderne atto. Lei dice bene, anche se io devo criticare il comportamento del magistrato delle acque. Coccheo solo contro tutti. Alla luce dei criteri indicati dalla giurisprudenza e implicitamente presupposti dal magistrato delle acque, la normativa dei rifiuti non c’entra niente con la disciplina dei reflui dei reparti del CV22 e 23, ma degli altri di cui Coccheo parla. Rinvio al controesame del professor Foraboschi per quanto riguarda la computazione delle tesi esposte dal dottor Coccheo e dall’Avvocato dello Stato a proposito della qualificazione come rifiuti tossico nocivi di acque di processo che, secondo l’Avvocato dello Stato, avrebbero dovuto essere sottoposte ad autorizzazione con riferimento a una fase precedente allo strippaggio del CVM. E` una tesi inaudita, che introduce la problematica dello smaltimento rifiuto all’interno di questioni che attengono ai cicli produttivi e alla loro disciplina.

La tesi d’accusa dell’Avvocato dello Stato sostiene l’esigenza di autorizzazioni che, ha spiegato Foraboschi, in nessuna parte d’Italia e del mondo si pensa possano servire per cose di questo tipo, cioè autorizzazioni a trattamento rifiuti quando siamo in presenza di una classica apparecchiatura di processo. Il problema dei rifiuti si pone a valle. Vengo all’ultima consulenza Coccheo, alle questioni delle vasche di neutralizzazione ed agli errori tecnici dell’Accusa. Anche qui errori che portano a tesi comunque irrilevanti. Nell’udienza 22 maggio il dottor Coccheo ha presentato nella sua relazione alla tabella nella quale con riferimento a certificati d’analisi del CVM nell’area sopra le famose vasche, relativi al periodo dal 17 agosto 1984 al 31 agosto 1994, quindi mettendo insieme cose che riguardano soggetti diversi, che cosa rileva Coccheo? Rileva 296 occasioni valori sopra una parte per milione, in dieci occasioni il supero del valore soglia che gli interessa. Con i suoi calcoli arriveremmo a superare in qualche occasione il limite di concentrazione che Coccheo riferisce alle acque, su calcoli su cui tornerò. In realtà gli stessi dati del dottor Coccheo lungi dal confermare una qualificazione, sia pure ipotetica del CVM, dell’acqua contenente CVM come rifiuto tossico nocivo, portano ad evidenziare che cosa? La assoluta sporadicità della presenza del CVM e la ancora maggiore sporadicità, la rarità di moventi singoli nei quali si sarebbe avuta una concentrazione superiore alla soglia di riferimento. Tutto questo apparirà ancora più chiaro all’esame dei dati rettificati dal professor Foraboschi, il quale solo successivamente alla chiusura dell’istruzione dibattimentale ha potuto prendere in esame la relazione Coccheo depositata il 22 maggio, e rilevarne gli errori tecnici, grossolani che la inficiano e che io cerco di sintetizzare al massimo. Allora, rifacendomi a quanto mi spiega il professor Foraboschi, nella relazione di Coccheo vi è, e lo metto a mo’ di emblema, un clamoroso errore concettuale, là dove a pagina 6 una grandezza notoriamente dimensionale come la pressione, grandezza fisica, viene espressa, viene trasformata magicamente in parti per milione. Cioè per un numero puro, una grandezza assolutamente adimensionale, priva di un significato fisico. E` un errore, commenta il professor Foraboschi, che in oltre 40 anni di attività come docente universitario non gli era mai capitato di vedere. Ma questo è soltanto il cappello, vengo all’altro errore sostanziale che regge tutti i calcoli di Coccheo. Il dottor Coccheo ha fatto riferimento ad una legge che, secondo lui, sarebbe quella pertinente per calcolare, sulla base dei dati di monitoraggio atmosferico, il cloruro di vinile ipoteticamente presente nell’acqua. Ma in questo suo ragionamento il dottor Coccheo confonde la legge di Henry, quella che egli dice essere applicabile con una legge diversa, legge di Raul. Mi spiega il professor Foraboschi: La formula che nella relazione di Coccheo intende esprimere la legge di Henry, esprime invece la legge di Raul, e non è applicabile al caso in esame al quale dovrebbe essere applicata la vera legge di Henry. Il professor Foraboschi ne dà la formula, non entro nei dettagli tecnici, farei fatica a seguirmi, noto la sostanza. Nella formula quella buona, quella da applicare, contare una costante di Henry dipendente essenzialmente dalla temperatura, mentre nella formula Coccheo contare un valore diverso, una pressione di valore che nella formula è indicata come P0 o PO, non so come si dice. Al di là di ogni altro particolare che cosa interessa? Che a 20 gradi di temperatura, al riferimento che può interessare il nostro calcolo, la costante di Henry, spiega il prof. Foraboschi, è circa 40 mila volte maggiore del valore erroneamente indicato nella formula di Coccheo che, sbagliando, applica la formula di Raul invece della formula di Henry. Spero di avere detto giusto, se ho sbagliato i nomi mi correggi. Mi interessa la sostanza, ed è questa: che sostituendo la formula sbagliata a quella giusta, la concentrazione di cloruro di vinile nell’acqua sarebbe, a parità di concentrazione di cloruro di vinile nell’aria 40 mila volte più piccola di quella che si calcolerebbe in base alla relazione erroneamente utilizzata nella formula Coccheo. Applicando correttamente la legge di Henry, mi spiega il professor Foraboschi, si calcolerebbe una concentrazione di milligrammi litro 0,00066, concentrazione irrisoria. D’altra parte nemmeno l’erronea concentrazione calcolata da Coccheo in base alla sua erronea formula, porterebbe a concentrazioni di cloruro di vinile in acqua tali da superare la concentrazione limite di 500 milligrammi chilo fissata dalla direttiva del comitato ministeriale del 1984. Qui Coccheo introduce un fattore correttivo del tutto arbitrario spiega il professor Foraboschi. Non mi soffermo su questo punto, anche applicando il surreale fattore correttivo di cui alla consulenza Coccheo, resteremmo a visura dello 0,0 milligrammi chilo contro i 500 della concentrazione limite. Non credo siano necessarie altre conclusioni sugli errori tecnici di Coccheo. Mi limito ad aggiungere i dati positivamente ricalcolati dal professor Foraboschi e riferiti alla parte che ci interessa. Coccheo, come dicevo prima, chiama il periodo 1984 - 1994 facendo quindi medie fra cose che interessano, fasi diverse, persone diverse, una media che non ha alcun significato processuale riferito a posizioni particolari di questo o quell’imputato. Veniamo a dati invece mirati su fette di processo che abbiano un loro senso. Il professor Foraboschi, con riferimento agli imputati che ci interessano, ha preso in esame i dati dal dicembre 1990 inizio della gestione Enichem del Petrolchimico, fino al luglio 1994 quando terminano i bollettini del famoso faldone 102. Con riferimento a questi dati che cosa abbiamo? Abbiamo 107 casi di presenza di cloruro di vinile su 1360 giorni, presenza rara quindi. Una durata totale di presenza di CVM nel gas di 345 ore su un totale di 32640 ore, pari quindi a circa l’1% del tempo. Presenza di CVM dunque del tutto sporadica e che ben si spiega con il fatto che non esisteva alcun collegamento permanente fra la fognatura dei reparti e le vasche di neutralizzazione. Era un di più che veniva messo in funzione quando serviva.

Avrei da dire due parole anche sulla consulenza, l’ultimissima consulenza Nardelli che si è pure occupato degli stessi problemi delle vasche, del gascromatografo e delle emissioni in atmosfera. Mi limito a dire che Nardelli ipotizza rilasci in atmosfera, mentre le concentrazioni misurate sono misurate all’interno di un impianto di sfiato di gas che non vengono immessi nell’atmosfera lavorativa, ma vanno a camino. Lo stesso dottor Coccheo ne ha dato atto da qualche parte. Il professor Foraboschi ha spiegato, nell’ultima udienza, la struttura dell’impianto e del sistema di aspirazione. Abbiamo un misuratore continuo su una emissione gassosa che non va nell’ambiente. Il professor Foraboschi ha anche chiarito sulla base di fonti indirette, come lo schema del 1973 su cui il consulente e l’Avvocato dello Stato hanno costruito le loro illazioni, non può assolutamente essere utilizzato per argomentare l’esistenza in periodo Enichem di una miscelazione delle acque provenienti dal CV22 con acque di laguna. Ciò risulta in uno schema del 1973, non corrisponde alla realtà del periodo che ci interessa. Credo di non dovere aggiungere alcuna parola sulla manifesta infondatezza, oltre che irrilevanza della consulenza Coccheo. L’intero suo discorso evoca una tossicità fantasma sulla base di una presunzione infondata in diritto e smentita in fatto. Potrei chiudere con un divertisman sul calcolo dei famosi 5 milioni di miliardi, giusto per rilevare un’ultima perla nel discorso di Coccheo il quale presenta il discorso come se, date le sue premesse, divenisse necessario e perciò obbligatorio il trattamento per incenerimento dell’intero scarico del Petrolchimico quando, secondo le sue stesse infondate premesse, sarebbe stato sufficiente un trattamento di quei soli scarichi che, per avventura, fossero da classificare come rifiuti tossici e nocivi. Evidentemente Coccheo ci teneva molto a presentare la sua mostruosa conclusione nelle forme più mostruose possibili, al di là di quanto implicato nelle sue stesse assurde premesse. Con questo ho finito anche il capitolo Coccheo, mi resterebbe, signor Presidente, ancora un capitolo relativo agli scarichi idrici della durata di un tempo previsto in mezz’ora. A Lei le valutazioni. Per me va bene ora, va bene domani, chiederei soltanto cinque minuti, se si va avanti, cinque minuti di riposo la gola.

Presidente: Avvocato, se lei se la sente possiamo fare questa sera, per lasciare poi domani tutta l’udienza.

Avvocato Pulitanò: come il Tribunale preferisce, io prometto che domani in mezz’ora me la caverei.

Presidente: va bene, allora se lei preferisce domani, lo facciamo domani.

Avvocato Pulitanò: ma se il Tribunale preferisce ora, io sono anche disposto.

Presidente: no, capisco che lei ha delle difficoltà a continuare per la sua voce, e quindi io non insisto. Però ecco, domani, per lasciare poi davvero tutto lo spazio ai difensori Montedison, ah no, c’è sempre... giocate in casa allora. Dovrà chiedere all’avvocato Santamaria di cedere mezz’ora del suo tempo. Allora a domani.

 

RINVIO AL 04 LUGLIO 2001

 

IVD - Spinea - Venezia

processi on line - processo Enichem -  vai alla home page