UDIENZA DEL 03 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. BENEDINI - CAGNOLA - BONDI - PEDRAZZI

PENSA - STELLA - CESARI

 

Presidente: procedo all’appello. Bene, allora proseguiamo nella discussione.

 

Avvocato Benedini: l’avvocato Benedini, in difesa di Angelo Sebastiani e di Giancarlo Reichenbach.

 

Presidente: va bene, prego avvocato.

 

AVVOCATO BENEDINI

 

Avvocato Benedini: grazie signor Presidente e signori del Tribunale, signor Pubblico Ministero, avvocati delle parti civili e colleghi. La saldatura con i temi di carattere generale che sono stati trattati fino ad ieri, sicuramente all’esordio dell’estate e poi ancora ieri, è ovviamente necessaria. Non potrei nemmeno iniziare a discutere la difesa sia di Sebastiani che di Reichenbach, se appunto non ci fosse un collegamento ideale con i temi difensivi che sono già stati affrontati e che quindi io condivido. Non li cito nemmeno, per abbreviare i tempi e perché sono ancora più noti al Tribunale che a me. Ancorché un canone di deontologia professionale, oppure un canone retorico se preferite sia forse quello che mi imporrebbe di parlare prima di Sebastiani che di Reichenbach, posto che quest’ultimo ha avuto una richiesta di pena di gran lunga superiore a quella del direttore di stabilimento di Porto Marghera dal ‘70 al ‘73, dicevo nonostante questo io ritengo che sia giusto dare l’anticipo invece a Reichenbach, del resto queste due posizioni sono già state assistite ieri dall’avvocato Panagia e dall’avvocato De Luca.

Questo per una ragione che a mio avviso è fondamentale, e cioè che al di là delle posizioni soggettive, al di là della posizione di Angelo Sebastiani, lo snodo principale, e anche l’aspetto drammatico se vogliamo di questo processo, sia la proposizione d’accusa, l’impostazione che è stata data dall’accusa, all’avversione dei fatti che sono occorsi e che sono accaduti in un periodo di tempo che va dal 1969 al 1973. Lì, in quel difetto d’origine, se così mi posso permettere di chiamarlo, ripeto in quella visione tutta particolare, lì sta lo snodo principale, e ripeto ancora una volta drammatico del processo; e lì sta a mio avviso la spiegazione, non certo la giustificazione, del fatto che vi sia stata quella che il professor Padovani ha giustamente, icasticamente definito "l’impostazione di massa". Ma di questo dirò dopo, e poco soprattutto.

Per quel che riguarda Giancarlo Reichenbach invece io pongo subito l’osservazione di Lor Signori sul suo curriculum; e per curriculum intendo ovviamente le funzioni, le responsabilità gestionali, di fabbrica, di azienda, d’impresa, che ha avuto a far tempo dal 1973 fino al dicembre 1984, in realtà è fino all’ottobre ‘83 che più conta, dicevo un curriculum che è utilizzato dal Pubblico Ministero per essere inserito sostanzialmente nel capo d’imputazione. Il Pubblico Ministero dice: "È responsabile dei fatti di cui al primo capo e al secondo capo perché ha rivestito queste funzioni, mansioni, etc.". La prima funzione, che viene in considerazione in ordine di tempo, è quella di essere stato responsabile del gruppo di produzione olefine ed acetilene, dal maggio ‘73 al novembre ‘73. Per la verità il periodo oltretutto è molto breve. Ma quello che più conta è un’altra cosa: io non utilizzo lucidi o comunque schermografie, etc., non perché non siano utili, anzi sono stati in moltissimi casi, ancora ieri, di grandissima efficacia espositiva; ma, in questo caso, secondo me, non ne avete bisogno, e poi vengo soprattutto a portarvi noia. Il punto è questo, quando si dice "responsabile gruppo di produzione olefine ed acetilene", si parla di un gruppo di produzione che nulla ha a che fare con la produzione e del monomero e del polimero del cloruro di vinile. E, di conseguenza, il dottor Reichenbach, per farla brevissima, dal maggio ‘73 al novembre ‘73 non entra ancora in causa nemmeno tra i responsabili per così dire teorici, ipotetici, potenziali, dei fatti di cui ai capi di imputazione. E chiudo su questo argomento, perché se voi avete in mente la mappa dello stabilimento, ma soprattutto se avete in mente la quantità innumerevole di ordini di servizio che è passata sotto i vostri occhi, l’avrete soprattutto a memoria oltre che a noia, olefine e acetilene nulla hanno a che fare con la produzione del monomero e del polimero.

Dal novembre del 1973 il dottor Reichenbach è vice direttore di produzione 1, stabilimento di Porto Marghera. Dicevo dal novembre ‘73, l’epoca in cui scade da questa funzione, è il settembre 1975. Cioè, dal novembre ‘73 al settembre 1975 Reichenbach è vice direttore di produzione 1. Ho qui con me un ordine di servizio che è quello che appunto si riferisce alla nomina di Reichenbach a vice direttore di produzione 1 dello stabilimento di Porto Marghera. Vi do una lettura, che è brevissima, non è noiosa, perché è breve dico non è noiosa, non per altri motivi: che cosa fa il vice direttore di produzione 1? Dirige reparti di produzione olefine, a cui in quel momento c’era l’ingegner Carottoni ad esempio. Poi c’è il reparto di produzione acido solforico e caprolattame; poi c’è la teraftalati, cianuri plastificanti, i tolueni isocianati acetici e clorurati. Ecco qua, dove c’è il dottor Padula. Poi c’è anche il gruppo acetilene. È curioso mettere in contrapposizione questa serie di reparti di produzione, che sono appunto sotto la produzione numero 1, al cospetto di quella produzione 2, il cui vice direttore è invece l’ingegner Aladino Codifava, il quale è un teste di questo processo, è stato qui in dibattimento ed è venuto a dire anche cose importanti, di cui forse poi più tardi accennerò. Da questo vice direttore di produzione dipendono il responsabile del gruppo di produzione polivinilici, ingegner Sauro Gaiba. Poi compound e polimeri, i fluorurati, l’ammoniaca, derivati ferroleghe, clorosoda, servizi ausiliari. Ora, cosa vuol dire tutto ciò? Vuole dire che anche nel lasso di tempo che va dal novembre ‘73 al settembre 1975 il dottor Reichenbach non è stato adibito, non si è occupato, di quella che sono stati i reparti nei quali erano stati resi, con la massima evidenza, essere i maggiori problemi per quel che riguarda l’esposizione a cloruro di vinile monomero. C’è, naturalmente, il reparto clorurati; e il cloruro di vinile monomero, quando diventa monomero, avviene attraverso una forma di produzione che si chiama ossiclorurazione. Ma abbiamo visto, e questo è uno dei temi che io non posso qui ripetere, in questa discussione, per non farvi perdere tempo e per non perderlo io, abbiamo visto che i reparti di produzione del monomero, erano reparti che, oltre che essere all’aperto, impianti all’aperto, erano reparti nei quali la produzione, cioè l’attività di trasformazione del prodotto avveniva pressoché in chiusura stagna. Quelli che si erano manifestati problemi di esposizione al CVM erano quelli nei quali l’operaio, il prestatore di lavoro, era esposto, era originariamente esposto a particolari fughe, poi via via risolte nel tempo.

Tutto questo io credo che sia utile e che non sia un fuor d’opera parlarvi di queste posizione singole, perché vi danno secondo me l’idea di quelli che possono essere i dettagli, ma tutt’altro che i dettagli, per definire le singole posizioni processuali. E siamo al settembre 1975, però, siamo già arrivati al settembre 1975. Dal settembre 1975 all’aprile ‘76 è vice direttore della generale tecnico dello stabilimento di Porto Marghera; assume vice direttore generale tecnico della divisione materie plastiche della Montedison, questa carica dicevo dall’aprile ‘76 al gennaio 1981. A questo punto il dottor Reichenbach è una di quelle persone che in un modo o nell’altro, attraverso visioni che possono essere prese da tutti gli angoli, da tutte le gradazioni angolari, in un modo o nell’altro ha a che fare con il diretto problema della produzione del polimero, e quindi del rischio dell’esposizione, dal 1976 quindi dicevo. Più che dirvi quello che può essere un merito o un carico del dottor Reichenbach, dal 1976 al 1981, attraverso una serie di interventi che sono, peraltro, come dire, segnati nella sua presenza dal fatto della firma, che soprattutto parte dalla fine degli anni ‘70, a autorizzazioni che vanno dirette e mirate a un perfezionamento specialistico delle tutele che erano già state apprestate precedentemente, per quanto riguarda il problema dell’esposizione al CVM, ma ripeto è un perfezionamento. Se fate caso alle commesse di Reichenbach, e agli anni in cui esse vengono fatte, siamo tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80, si tratta di commesse di perfezionamento specialistico di quello che già era stato apportato come radicale soddisfazione delle esigenze più elementari per quel che riguarda l’allarme CVM. Ripeto, ma più che occuparmi di questo, che mi sembra un’operazione piuttosto inutile e superflua, a mio avviso, per parlare in difesa di Giancarlo Reichenbach occorre parlare, dire un po’ più dettagliatamente, sia pure in larghi termini, quello che è stato fatto prima che arrivasse Giancarlo Reichenbach. Ma, signori, non c’è dubbio che la mia richiesta di assoluzione per Reichenbach, così come per Angelo Sebastiani, non sarà per non aver commesso il fatto, sarà perché il fatto non sussiste. Il difensore poi chiede anche per non aver commesso il fatto, l’assoluzione, ci mancherebbe, ma dovete considerare che questa richiesta assolutoria in un caso come questo è in modo ideale se volete, ma neanche tanto, anche forse sostanziale, è una subordinata che ovviamente non può essere denegata, ma è una subordinata. La assoluzione che viene chiesta qui, sia per Sebastiani che per Reichenbach è perché il fatto non sussiste, e il significato di questa richiesta sta nel fatto che non c’è una separazione quali - quantitativa, a mio avviso, a occhio di questo difensore, di responsabilità tra un imputato e altro. Qui va assolta, perché è stata accusata, perché è stata messa sotto processo, e nel modo che sappiamo, qui va assolta un’intera azienda. E, dicevo, tornavo a quello che è stato fatto prima di Reichenbach, piuttosto di quello che è stato fatto dopo, voglio dire alcune cose a premessa, ma di natura elementare, ormai siamo alle osservazioni, siamo nel campo dei riassunti, delle sintesi, si vola sopra tante cose.

E, in quest’aula, si è dibattuto a lungo, e con tantissima competenza devo dire, anche con osservazioni molto dotte, e a proposito del problema della delega di funzioni, della separazione degli incarichi, di quello che ognuno magari poteva o doveva fare oppure non aveva il compito di fare, ma che però, pur non avendo il compito di fare, aveva l’obbligo di controllare, ma in questo controllo poteva sentirsi, come dire, leggero, scaricato dal fatto di avere delegato persone competenti, capaci, tecnicamente idonee, etc.. Se andiamo ad esempio allo stesso ordine di servizio, ma è esemplare naturalmente, non è indicativo per il tutto, a quell’ordine di servizio che ho citato prima, quello che per intenderci da vice direttore di produzione 1 Reichenbach, noi vediamo che vi è una separazione di funzioni, e quindi di responsabilità che più che mai è esaustiva, sotto moltissimi aspetti. Ad esempio dicevo c’è l’ingegner Aladino Codifava, che è vice direttore di produzione 2; e Aladino Codifava non è tra gli imputati. Ad esempio ci sono altre persone, ce n’è una ad esempio, scusate la ripetizione, che voglio citare perché credo che sia un uomo a cui molti devono la vita, che è l’ingegner Silvano Bigi, vice direttore dei servizi, a cui è delegato il compito di assicurare il corretto svolgimento di tutte le azioni riguardanti la sicurezza del lavoro, l’igiene industriale, la protezione ambientale, i mezzi antincendio, i collaudi, etc.. Ora, Bigi è morto naturalmente, e lo sappiamo bene voglio dire, ma se noi facciamo un riferimento astratto al discorso sulla delega di funzioni, e quindi su una sorta di deresponsabilizzazione di carattere generale, attraverso la quale poi alla fine si finisce con il ritrovarsi di fronte a dei responsabili che non sono responsabili, non cogliamo appieno, secondo me, il problema.

Questo è un problema che il Pubblico Ministero non ha ritenuto di affrontare, quando ha improntato il capo d’accusa, la famosa imputazione di massa; ci sono delle ragioni di altra natura, dirò dopo. Il Pubblico Ministero è un Magistrato a cui magari si possono rimproverare delle cose, qual è il difensore che non gliele rimprovera in questo processo, ma sicuramente non gli si può dare il carico di essere un Magistrato non solerte, e soprattutto un Magistrato che non cura le cause. Quindi, voglio dire, c’è un’altra spiegazione. La spiegazione, secondo me, viene da un altro tipo di interpretazione dei fatti, che se non sbaglio, e spero di non sbagliarmi, perché sennò darei delle indicazioni ripetitive, e questo è il peggio in questo momento, in questo giorno, adesso, dovendo fare aspettare altri colleghi, è questa: quando si è affrontato il problema dell’emergenza monomero, dell’esposizione al monomero, al di là ovviamente e oltre una ripartizione di funzione e di competenze, che è anche nelle carte e che potete vedere, vi sia stata la ricerca della persona più capace in ogni argomento tecnico, della persona più presente, vorrei dire presente sul pezzo, per usare un termine che è operistico, gli operai dicono: "Io sto sul pezzo", per dire io lavoro, io continuo a darmi da fare su una determinata cosa e non la mollo mai. Delle persone che interamente all’azienda, cioè nelle risorse interne, ma anche nelle risorse esterne all’azienda, cioè nell’ambito del mercato di quei prodotti che sarebbero potuti servire per ovviare agli inconvenienti, ripeto, c’è una ricerca pratica, una ricerca empirica, dei migliori risultati. Questo, ripeto, il discorso che faccio io non è un discorso per aumentare o sminuire la responsabilità di chicchessia; io voglio solo darvi un suggerimento interpretativo di quello che è accaduto e poi valuterete voi se questo metodo operativo era o non era il migliore possibile che si potesse adottare nel momento in cui è stato messo in opera. Se voi volete avere il riscontro, lo specchio di questo taglio interpretativo che vi do ora, dovete forse uscire un pochino dal seminato, chiamiamolo così, e leggere – io ve le cito perché se poi vado nei dettagli torno a ritardare – le testimonianze di persone come Basei, che voi sicuramente ricordate molto bene; purtroppo Basei noi lo ricordiamo anche per altri motivi. Come Gianeselli; come Nicolis; e anche, per tutt’altro aspetto, la testimonianza dell’ingegner Bianchi. Non ve ne cito di più, ma ce ne sono tantissime, me ne sono messe qua a memoria, e non a memoria: Calcatelli, Rossetti, e persino Cecconello. Ora, che cosa vi dicono queste testimonianze? Lette naturalmente nel loro aspetto sostanziale. Non vi sto dicendo di leggere riga per riga i dettagli, quello l’avrete già fatto e lo farete ancora, ma non è questo il punto; poi potrete aver presente il fatto che una delle persone più competenti, non nell’ambito aziendale, nel povero ambito aziendale, ma in un ambito che in quel momento è addirittura mondiale, è Basei. Non è l’ingegner Codifava, per fare un esempio, e non è nemmeno l’ingegner Bigi. È Basei! Chi viene contattato in quel momento a proposito di un problema che poi vedremo è sostanziale, quanto alla verifica del pericolo esposizione e ai suoi livelli: Alongi; è un tecnico esterno, è un venditore, è un procacciatore di gascromatografi. C’è Gianeselli, c’è l’ingegner Nicolis che viaggia per tutto il mondo per vedere quali sono i rimedi migliori; c’è Vanin, che va negli Stati Uniti d’America. Questa è l’organizzazione, questo è l’aspetto funzionale che voi dovete valutare e considerare, al di là dell’attribuzione della responsabilità alle singole persone, considerare se questo sia o non sia stato il miglior rimedio, le migliori risorse, la scelta per le migliori risorse per affrontare il problema. C’è un aspetto in tutta questa vicenda che se nel suo contesto generale non fosse tragico, oltre che drammatico, c’è un aspetto che ha come sempre non dico degli aspetti comici ma un pochino fa.., nel suo modo di commedia. Uno dei liet motiv dell’accusa è quello di non aver prestato le risorse, cioè di non aver messo denaro sufficiente e tempestivo per rimediare, tant’è vero che è addirittura un’aggravante specifica questa circostanza qui. Ebbene, questa è una delle cose francamente più assurde, e è contraddetta da alcune circostanze che sono invece significative del rovescio, ma anche in senso logico oltre che in senso storico. Voi sapete, avrete capito quali sono i rimedi essenziali e istantanei per levare di mezzo il CVM dalla zona autoclavi e dall’autoclave stessa insomma, sono due o tre. Il più importante di questi, a mio avviso, credo a avviso dei consulenti tecnici, il più importante di questi è la degasatura dell’autoclave, cioè togliere il CVM dall’autoclave. Come si fa a togliere il CVM dall’autoclave? Con un ventilatore. Un ventilatore, signori del Tribunale! Cioè, quello che volevo dire prima è che non c’è nulla di meglio che il bene, che appunto sappiamo è nemico del meglio, è l’attenzione empirica al problema. Quando si pone il problema "come si fa a levare il CVM dalle autoclavi, in modo che l’operaio, quando e se debba ancora tornarci giù, non trovi un livello espositivo intollerabile", beh il primo rimedio, quello più empirico ripeto, e sicuramente quello più economico, è la ventilazione dell’autoclave, un ventilatore. Poi ce ne sono degli altri naturalmente, eccome se ce ne sono, ma è questo, il primo rimedio è questo. Poi, lo vedremo, c’è l’operazione di strippaggio che interviene, c’è soprattutto – e qui mi lego con un altro argomento – c’è la posizione delle valvole, le famose valvole. Qui ho soltanto trenta secondi da dire, perché queste valvole che sono quelle naturalmente e la cui perdita, il cui funzionamento anomalo era uno dei problemi che si ponevano nei primi momenti di questo grande dilemma tecnico, ecco la posizione delle valvole ha risolto moltissimo. L’autorizzatore di questa commessa, che è fondamentale, uno degli autorizzatori di questa commessa, che è fondamentale, è stato l’ingegner Sergio Bianchi, che è un altro di quei testimoni di questo processo. Anche l’ingegner Sergio Bianchi, che pure ha avuto funzioni non analoghe ma addirittura identiche e di uguale competenza a quelle del dottor Reichenbach, non è un imputato; come già si è detto in questi giorni, il problema non è in questo momento l’argomento "a me sì, a lui no"; il problema torna ancora una volta da un’osservazione accidentale su questa secondo me abile e sapiente confusività di questa imputazione di massa.

Ce ne sono degli altri di casi, ed è inutile citarli. Ma, voglio dire, per arrivare alla conclusione, nel momento in cui Sebastiani, e cioè dal 1976, principia a occuparsi, cioè a essere veramente non solo letteralmente ma anche materialmente in un certo qual modo responsabile dei reparti di produzione a cui è interessata poi anche la produzione del polimero, in quel momento dico sono già stati risolti tutti i problemi espositivi, quelli cioè che secondo gli argomenti difensivi delle difese, che già hanno trattato, quelli cioè che hanno eliminato ogni sorta di rischio o di pericolo, di capacità di contaminazione da parte del CVM, con un abbassamento di livelli che, secondo le soglie che naturalmente anche qui io condivido, cioè il discorso sulle soglie, non potevano essere contaminate. E perché questo? Perché c’è il degasaggio, perché vengono già attuati i procedimenti di lavaggio delle autoclavi; perché qua, ogni volta che l’autoclavista e lavatore scende, e ci scende sempre di meno, c’è un sistema di captazione della concentrazione in parti per milione di CVM, che fa sì che possa scattare l’allarme, e naturalmente ci possa essere il ritorno immediato? Perché c’è la campionatura personale, la cosiddetta campionatura personale, che è uno degli altri elementi fondamentali in senso tecnico di questo tema.

Ripeto, perché è già stato risolto quello che doveva essere risolto e che dà tranquillità. La posizione di responsabilità quindi, come vedete, del dottor Giancarlo Reichenbach termina nel momento in cui dovrebbe principiare la posizione di responsabilità totale, cioè di estraniazione del dottor Reichenbach dai problemi di esposizione del monomero, di estraneità totale dico, finisce addirittura, anzi comincia nel momento in cui dovrebbe finire, perché dal 1973 al 1975 si occupa di fatti di produzione in cui l’esposizione dei lavoratori al monomero non è nelle cose di cui lui è responsabile. Di questo direi che è sufficiente.

Per quel che riguarda il dottor Angelo Sebastiani, io non ho mai avuto la tentazione, a proposito di Sebastiani voglio dire, di aprire e chiudere il libro nel momento stesso in cui iniziavo a occuparmi di lui, di aprirlo e chiuderlo con una domanda, oppure con una serie di domande, che però volgono, come dire, retoricamente allo stesso risultato. La domanda fondamentale è: perché Angelo Sebastiani è imputato? O, per meglio dire: perché il dirigente, il direttore di stabilimento di Porto Marghera, che ha preso funzione di direttore di stabilimento un anno solare esatto prima che il professor Maltoni ponesse mano, per la prima volta, ai saggi sull’esposizione dei ratti, dei topi, al CVM? Un anno solare esatto! Perché è imputato il direttore di stabilimento di Porto Marghera che se ne è andato dallo stabilimento nel gennaio 1973, cioè un anno solare prima che fosse reso noto al mondo, cioè non solo al mondo della scienza, della tecnica, al mondo dell’impresa, etc., ma proprio a tutto il mondo. Gennaio 1974, fosse noto, accertato, che il cloruro di vinile monomero era cancerogeno per quanto concerne l’angiosarcoma. Perché il direttore di stabilimento è imputato, quello che se ne è andato un anno e due mesi prima che il Ministero della Salute ponesse un limite indicativo di 50 parti per milione negli ambienti in cui si lavorava il CVM? E così via, perché le indicazioni temporali sono tante, sono tantissime; potrei anche chiedere perché è imputato Sebastiani, visto che al momento suo non vi era alcuna indicazione normativa per quanto concerne e i rifiuti e gli scarichi, salvo naturalmente che non vogliamo utilizzare quello che ha utilizzato l’articolo 20 del D.P.R. 547, che ha utilizzato l’Avvocato dello Stato, e che naturalmente si riferisce al problema dell’esplosività del CVM e non di una sua nocività, e che sta a segnare, secondo me, lo stato di crisi dell’accusa, la grave situazione di arrampicatura sui vetri dell’accusa. Perché, quando si viene a utilizzare una norma del 1956, che ha tutt’altro scopo, tutt’altra fine, tutt’altra ratio come si dice, per metterla in chiave di rimprovero di mancata garanzia, o ancora più di mancata diligenza riguardo all’esposizione del CVM, vuole dire che veramente si è alla frutta. E io non ho altri commenti da fare, si è veramente alla frutta. Allora, dico, a questa domanda, a cui do una risposta, non è solo una domanda retorica, voglio dare dei suggerimenti, voglio dire, di risposta. Perché le cose cattive, e questa è una cosa cattiva, è veramente una cosa cattiva, è un fatto negativo, non hanno mai una giustificazione, ma di spiegazioni ne hanno tante. E, a mio avviso, il fatto di avere incluso nel novero degli imputati persone che hanno iniziato ma poi anche esaurito, e credo che Sebastiani sia l’unico in questa posizione, perché quanto meno la posizione dell’ingegner Cefis, del Presidente, va fino al 1977; ma Sebastiani chiude il suo rapporto con Montedison nel gennaio 1973. Io mi sono chiesto, veramente, durante tutto il processo, quindi è passato parecchio tempo da quando è iniziato, perché Sebastiani è imputato qui? Perché ci sta a fare qualcosa qui Sebastiani? E io credo che l’unica spiegazione stia, tutto sommato, in quello che rivela anche la cosiddetta imputazione di massa. In realtà, con un procedimento che io non ritengo del tutto consapevole, quanto meno all’inizio, ma che si è via via sicuramente sviluppato in modo confermativo, ci si può rendere conto che se non ci fosse la solidificazione di un’imputazione di fatto che risalgono a quel periodo, cioè al periodo in cui non si sapeva che il CVM fosse cancerogeno, si sapeva che era un anestetico e che poteva essere tossico per una malattia guaribile, etc..

Cioè, nel periodo in cui non si sapeva assolutamente nulla di tutto ciò, io credo che inserire questi fatti sia l’unico modo per mantenere in piedi tutta e tutta quanta la radice del processo. Perché se voi principiate a considerare l’ipotesi che si possa iniziare l’attribuzione di imputazioni e di responsabilità da un momento successivo, cioè da un momento come dire ragionevole, che non è e non può essere altri che o i primi mesi del 1974, oppure se preferite, ma se proprio preferite, dall’aprile 1973, quando cioè il professor Maltoni dà in sede scientifica delle comunicazioni che per altro è il primo lui a avvertire, sono provvisorie. Se non ci fosse questa chiave di lettura del processo, per cui le responsabilità iniziano dal 1970, questo processo non sarebbe monco, sarebbe nullo. Non sarebbe nemmeno da celebrarsi. E è questo, è l’inserimento di Sebastiani, cioè l’inserimento di persone di un periodo che non ha nulla a che fare con i capi di imputazione. Questa è una spiegazione che do, ovviamente. Non si tratta di una giustificazione. Sennò non si spiegherebbe un’affermazione che non è soltanto apodittica ma è drammaticamente inveritiera. Erano venuti a conoscenza dei risultati delle indagini scientifiche a livello mondiale e in maniera più specifica dell’esito degli accertamenti sulla pericolosità del CVM e PVC, riferito con pubblicazioni e durante i convegni dal professor Pierluigi Viola. Siamo nel 1969 - ’70. Qui Accinni, per un verso, e Baccaredda per un altro, che sono stati i due grandissimi cursori della difesa, ma dico cursori in senso buono non in senso cattivo, sono stati due grandissimi portatori d’acqua per tutti quanti, per quanto riguarda gli argomenti, e qui mi riferisco soprattutto a Accinni, qui dico Accinni percorre con sapiente diligenza, e con acutezza anche, alcuni passaggi, e cioè di come la comunità scientifica viene utilizzata, di come la comunità scientifica è la Minerva della comunità tecnica, di come in questo episodio, questo processo, ci dice di come il connubio tra tecnica e impresa da una parte e scienza dall’altra, sia stato, nel caso che qui ci occupa, oltre che piuttosto casuale, anche per certi versi miracoloso. E dobbiamo sperare che lo sia, perché con questo connubio dicevo tra tecnica e impresa, e cioè Montedison e poi altre imprese consorziate, e scienza, cioè Maltoni e altri, si è arrivati a scoprire un qualche cosa che prima non si sapeva e che solo per lo scrupolo, la meticolosità, e evidentemente una filosofia di impresa che in quel periodo prodigiosamente, non abitudinariamente, ma in quel periodo prodigiosamente cresceva soltanto nell’ambito Montedison, ripeto uno scrupolo del professor Bartalini che dava esito di un accertamento fatto dal dottor Viola al proposito di finalità di ricerche che non erano orientate sulla cancerogenicità del CVM. Questo è un dato pressoché miracoloso. Ma, voglio dire, da chi parte l’impresa? Qual è il referente normativo e morale dal quale… aggiungo morale, perché alle volte ci si può e ci si deve aggiungere anche questo, qual è il momento normativo e morale e dal quale l’impresa si accinge a utilizzare la diligenza di cui all’articolo 2087 del Codice Civile? Non può esserci soltanto improvvisazione. Noi non possiamo dimenticare che l’impresa, quelle che avete visto qua, quelle che voi avete esaminato qua, sono due aspetti anomali, sono due aspetti anomali in senso mondiale, e soprattutto in senso italiano, perché sono due grandissime imprese, in cui straordinariamente e casualmente è inserita, e miracolosamente da quegli anni, anche la ricerca; ma il piccolo e medio imprenditore non fa tutte queste cose, non le fa, e non perché non gliene importa nulla ma perché non è nel suo ambito di competenza.

C’è una saldatura, ripeto, tra tecnica e scienza, o meglio tra impresa tecnica e scienza, che in questo processo voi avete potuto constatare, ma che badate è all’inizio occasionale e miracolosa, e poi solo dopo, e non sempre, è necessaria. Ma qui c’è. E qual è allora il momento da cui si diparte un obbligo normativo e morale? Ma è il momento nel quale c’è un responso della comunità scientifica. Ma non un responso, incendiamoci, cattedratico, classificato; la Montedison e la comunità scientifica, ma dico Maltoni, anticipa di molto il dato normativo, perché anticipa di molto un’attività di ricerca, una attività scientifica, una attività medica che manca totalmente da parte dello Stato. E questo è un dato processuale che voi, giudicando, non potete mai né denegare né dimenticare. E che capovolge completamente l’elemento dell’accusa "sapevano e tacevano"; il momento della congiura; il momento del profitto a tutti i costi, pur di non chiudere lo stabilimento. Certo che non si è chiuso lo stabilimento, e l’abbiamo capito benissimo: perché si è capito che si poteva stare nei limiti di tolleranza suggeriti dalla scienza, e non per altri motivi, e non per ragioni occupazionali o altro. Questo è stato il motivo. È venuto dalla parte tecnica, minuta dell’impresa, questo suggerimento: si può tenere aperto.

Ripeto, non potete dimenticare questo aspetto del processo. Il professor Stella, e vado a chiudere, ha scritto un libro che si chiama "Giustizia e modernità", il libro che ha scritto il professor Stella credo che non ci sia dubbio che sia stato occasionato, determinato, da questo processo; ma nessuno può insinuare che il professor Stella possa scrivere dei libri per sostenere le tesi che poi ritiene utili anche in sede processuale. Mi perdonerà il professor Stella se io gli faccio una excusatio non petita, ma però mi sembra opportuno. Ma lo dico perché è un libro invece molto prezioso, e anche molto importante. Ne cito un aspetto, che a me pare rilevantissimo, fondamentale, in questo processo, uno solo e poi chiudo. Stella a mio avviso coglie con angoscia e con viva preoccupazione quello che è il dramma di questo processo, e cioè che vi sia un’imputazione per avere impedito un evento che non solo non si conosceva, ma non si avevano i mezzi né per prevedere, né per impedire. Perché poi la causa è tutta qua, dal ‘70 al ‘74. E, preoccupandosi che possa in futuro, attraverso delle implicazioni morali che sono sicuramente plausibili e accettabili, e fare ingredire nel diritto penale dell’evento e del rapporto di causa una sorta di diritto penale del rischio, neanche del pericolo, lui rifiuta, alla fine, io credo che l’abbiate letto tutti, rifiuta naturalmente l’ipotesi, l’eventualità, che possa avere ingresso nel diritto penale, ma non solo degli anni ‘70, ma anche degli anni 2000, un’ipotesi siffatta, perché sarebbe innanzitutto di una difficoltà di applicazione addirittura insormontabile, e poi perché verrebbe a sancire una delle più cocenti e delle più deleterie privazioni di libertà degli individui che mai si possano immaginare e calcolare. Non si può applicare il diritto penale per fatti, per eventi, che nessuno poteva prevedere e che nessuno aveva i mezzi per ostacolare.

L’assoluzione, per Angelo Sebastiani e per Giancarlo Reichenbach è perché il fatto non sussiste. Grazie.

 

Presidente: la parola all’avvocato Cagnola.

 

AVVOCATO CAGNOLA

 

Avvocato Cagnola: io parlerò per la posizione sia del dottor Lupo che dell’ingegner Gatti, e annuncio subito al Tribunale che farò riferimento a della documentazione e a dei verbali di questo dibattimento che allegherò poi in una nota scritta della mia discussione, che consegnerò nei prossimi giorni.

Signori del Tribunale, io comincio innanzitutto esaminando la posizione del dottor Lupo. E mi pare necessaria e doverosa, in apertura di questa mia discussione, una premessa su quelli che erano i compiti assegnati al dottor Lupo in Montedison. Questo perché nel corso della requisitoria del Pubblico Ministero sono stati fatti accenni a una posizione di direttore responsabile del personale, di direttore del personale, che è una qualifica assolutamente estranea a quella rivestita dal dottor Lupo. Perché, signori del Tribunale, si rende subito necessaria una precisazione: la posizione rivestita dal dottor Lupo, personale e lavoro, che diventerà poi personale e organizzazione, era una funzione di staff, e cioè di assistenza e di consulenza al Presidente di tutta la società che non aveva nessun potere di gestione, nessun potere direzionale sul personale degli stabilimenti della Montedison, e in modo particolare, per quanto riguarda la materia di questo processo, sul personale dello stabilimento di Porto Marghera. Il nome assegnato a questa funzione, personale e organizzazione, non deve assolutamente quindi trarre in inganno su quelle che sono le funzioni e i compiti effettivi di questa funzione, che non sono, ripeto ancora una volta, compiti di gestione del personale.

Signori, voi avete un organigramma generale del gruppo Montedison, vi è stato prodotto, è un organigramma anche di non facile consultazione per le sue dimensioni, ma rende l’idea di quella che era la struttura Montedison. La funzione di staff personale e lavoro si colloca esattamente al vertice di questo organigramma essendo una funzione di assistenza del Presidente. Come risulta chiaramente dall’ordine di servizio n. 188 del 22 febbraio 1972, la funzione di personale e lavoro era quella di coadiuvare e di assistere il Presidente nell’impostazione di tutte le politiche a livello generale di indirizzo, di coordinamento, di controllo, delle attività del gruppo inerenti alla gestione delle risorse umane. Quindi una funzione di staff, una funzione di staff a livello centrale, e soprattutto una funzione di staff limitata alla fissazione dei principi generali a cui si doveva ispirare l’azione di tutto il gruppo.

Nell’ambito di questa funzione personale e lavoro, che poi diventa personale e organizzazione, il dottor Lupo riveste varie qualifiche; e la stessa funzione personale e lavoro assume diverse strutture, a seconda dei periodi di carica del dottor Lupo e a seconda naturalmente anche dell’evoluzione di tutto il gruppo Montedison. Andiamo a vedere quali sono questi passaggi, perché sono fondamentali. Sono fondamentali sia per valutare la posizione del dottor Lupo all’interno di questa posizione di staff centrale, sia per valutare le competenze che via via ha assunto questa funzione.

Signori, il primo periodo di carica del dottor Lupo è il periodo di carica che va dal gennaio 1972 al luglio 1974. E io qua devo subito precisare, signori del Tribunale, che dobbiamo intenderci sulla qualifica di vice responsabile attribuita dal Pubblico Ministero nel decreto che dispone il giudizio. Perché, se con questa qualifica si vuole dire che il dottor Lupo sostituiva il titolare della funzione in caso di mancanza di questi, siamo tutti d’accordo; ma se si vuol dire che il dottor Lupo aveva, all’interno della funzione, poteri gerarchici per quanto riguarda le funzioni sottoposte, e in particolare modo medicina e igiene del lavoro, si dice una cosa inesatta. Dove si colloca il dottor Lupo nell’ambito della funzione personale e lavoro in questo primo periodo? Signori del Tribunale, richiamo ancora una volta l’ordine di servizio 188 del 1972 e in modo particolare l’organigramma che è allegato a questo ordine di servizio, il dottor Lupo non è altro che un assistente del responsabile della funzione, e quindi una posizione – mi sia consentito – di staff, nell’ambito di una funzione che è anch’essa di staff. Il dottor Lupo, in questo primo periodo che va dal gennaio 1972 al luglio del 1974, non era gerarchicamente sovraordinato alle altre funzioni che dipendevano, altre funzioni tra cui medicina e igiene del lavoro, che dipendevano invece dal responsabile della funzione. Signori, io francamente non vedo né in generale quale sia la condotta ascrivibile al dottor Lupo nell’arco dei vari anni in cui ha operato presso la funzione personale e lavoro, ma soprattutto in questo primo periodo, signori del Tribunale, io vi devo dire che non capisco come possa essere stata elevata un’imputazione a carico del dottor Lupo quando, ripeto, era un semplice assistente all’interno della funzione, e quando non aveva nessun legame diretto, come risulta dall’organigramma allegato all’ordine di servizio n. 188, con il servizio medicina e igiene del lavoro.

Signori del Tribunale, giustamente il Pubblico Ministero non ha elevato imputazione a carico dell’avvocato Guccione, che era il responsabile di personale e lavoro nel corso di questo primo periodo; è inspiegabile che l’imputazione però venga elevata a carico di un suo assistente, quale il dottor Lupo. Quindi, in questo primo periodo il dottor Lupo svolge la sua attività semplicemente, ripeto, come assistente. Se vogliamo andare a vedere poi quali erano i compiti più specifici attribuiti al dottor Lupo, li possiamo ricavare sempre dall’ordine di servizio n. 188. Il dottor Lupo era più precisamente il titolare della funzione coordinamento e studi, e i suoi compiti erano quelli di assistere il responsabile nell’indirizzare, coordinare, le politiche di gruppo nei vari campi di competenza, di personale, di lavoro; promuovere e condurre sudi, ricerche, di carattere giuridico, etc.; impostare con affari legali la linea di condotta aziendale nelle controversie giudiziarie nel campo del lavoro e della presidenza. Quindi una funzione, ripeto, di assistenza. Signori del Tribunale, il dottor Lupo ha riferito, nel suo interrogatorio davanti al Pubblico Ministero, che in questo primo periodo ha avuto dei colloqui con il professor Bartalini in merito alla problematica del CVM; e è del tutto naturale, mi sia consentito signori del Tribunale, che tra persone appartenenti alla medesima funzione, anche se non vi era un vincolo di sovraordinazione gerarchica del dottor Lupo sul professor Bartalini, si parlasse della questione. E che cosa è stato riferito dal professor Bartalini in questo primo periodo? È stato riferito quello che poi l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato essere realmente accaduto, cioè che la problematica del CVM, in questo primo periodo, di carica del dottor Lupo, era seguita attentamente sia dagli organi sanitari, in particolare modo dal professor Bartalini, sia dagli organi tecnici, cosiddetti di linea, cioè coloro a cui competeva prendere delle decisioni per la condizione dell’azienda, che si stavano attivando per l’adozione di tutti i necessari provvedimenti. Quindi, la situazione che poteva essere percepita da parte di chi non era neanche il responsabile della funzione personale e lavoro, era una funzione di assoluta attivazione degli organi di Montedison, degli organi di linea, per affrontare e risolvere il problema del CVM.

Andiamo a esaminare il secondo periodo di carica del dottor Lupo, che è quello che va dal luglio 1974 al marzo 1977. Il dottor Lupo sostituisce l’avvocato Guccione nella qualifica di responsabile della funzione responsabile lavoro. Nel luglio del 1974 poi si verificano due modifiche strutturali alla funzione personale e lavoro, che per quanto attiene la materia di questo processo, hanno una importanza fondamentale. La prima modifica è quella che viene attuata con l’ordine di servizio n. 671 del 30 luglio 1974. La funzione medicina e igiene del lavoro, per effetto di questo ordine di servizio, viene trasferita dalla funzione personale e lavoro, nella quale era rimasta fino al 30 luglio 1974, nella nuova funzione coordinamento e controllo sistemi organizzativi. Signori del Tribunale, dal 30 luglio 1974, e cioè dal momento esatto in cui il dottor Lupo assume la responsabilità di personale e lavoro, medicina e igiene del lavoro non è più sotto il dottor Lupo. Non lo era stato prima, in quanto non era il responsabile della funzione; non lo sarà fino al marzo del 1977, data in cui la funzione medicina e igiene del lavoro viene riportata alle dipendenze del dottor Lupo. La seconda modifica strutturale che si modifica in questo periodo è la nomina dell’avvocato Guccione, che lascia quindi la qualifica di responsabile di personale e lavoro, a assistente dirette del Presidente. Quindi l’avvocato Guccione viene a coadiuvare direttamente il Presidente di Montedison, ordine di servizio n. 673 del 1974, nella definizione delle politiche di gruppo in materia di personale. Signori, quindi la struttura di personale e lavoro che viene ereditata dal dottor Lupo nel luglio del 1974, è una funzione dalla quale sono scorporate sia la funzione medicina ed igiene del lavoro, che non è più alle dipendenze del dottor Lupo, sia la funzione di assistenza diretta al Presidente per quanto concerne le politiche generali del personale. D’altra parte, Signori, lo stesso professor Bartalini, nel corso della sua deposizione al Pubblico Ministero, in data 1995, ha riconosciuto che per un determinato periodo non ha più dipeso dalla funzione personale e lavoro ma ha dipeso direttamente dall’amministratore delegato.

Signori del Tribunale, fatte queste premesse sulla struttura di personale e lavoro nel periodo 30 luglio 1974 - marzo 1977, io francamente non riesco a comprendere quale sia il collegamento del dottor Lupo con le condotte indicate e contestate nel capo d’imputazione. Siamo nell’ambito, ripeto, di una funzione di consulenza a livello generale e a livello di vertice da cui non dipende più, per giunta, la funzione di medicina e di igiene del lavoro. Siamo in una situazione in cui, se vogliamo gettare uno sguardo su quello che stava facendo la cosiddetta linea, cioè i titolari dei poteri operativi in Montedison, siamo in una situazione in cui la linea si sta pienamente attivando per risolvere la problematica del CVM con risultati concreti. Perché, signori del Tribunale, oltre alle considerazioni che vanno fatte sulla posizione personale del dottor Lupo dal 1974 al 1977, non ci dobbiamo dimenticare che nel momento o in cui il dottor Lupo diventa responsabile della funzione personale e lavoro, non solo le concentrazioni di CVM, e parlo delle rilevazioni statistiche che sono avvenute nella primavera del 1974, e che voi potete agevolmente ricavare dalle schede allegate alla relazione Pasquon - Belluco, non solo in questo momento le concentrazioni sono già state ridotte al di sotto dei 50 PPM, normativa più rigorosa e criticata prevista dall’OSHA, ma addirittura, e parlo della riunione, del verbale di riunione del settembre 1974, la linea si stava attivando per raggiungere il risultato poi concretamente ottenuto all’inizio del 1976, della riduzione delle concentrazioni al di sotto dell’1 PPM. Quindi, non solo il dottor Lupo non aveva alcun potere di gestione sul personale, alcuna responsabilità di gestione per scelte tecniche che esulavano completamente dalla sua sfera, ma per di più, se avesse voluto gettare uno sguardo su quello che stava facendo la linea, avrebbe avuto solo conferme positivo di una attivazione per la soluzione della problematica del CVM. Conferme che provenivano da dati oggettivi che l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato essere completamente rispondenti alla verità.

Signori, se proprio il dottor Lupo avesse voluto esaminare quale era la situazione di fatto in relazione ai limiti previsti dalla contrattazione collettiva nel momento in cui è diventato responsabile di personale e lavoro, avrebbe avuto una ulteriore conferma che questi limiti, ancora in corso di definizione, ma che verranno portati, come ben sappiamo nel 1979, solo nel 1979, a 5 PPM, erano già stati raggiunti. Nel momento in cui egli esercitava le sue funzioni, e più precisamente nel gennaio 1976, e quindi con ben tre anni di anticipo. Quindi io non voglio ulteriormente dilungarmi su quelli che sono stati gli interventi della linea in questo secondo periodo di carica del dottor Lupo, perché esula completamente dalla mia competenza. Ma voglio solamente dire che non solo il dottor Lupo non aveva alcuna specifica funzione in materia, ma che se anche avesse voluto comunque interessarsi di quelli che erano i risultati generali della gestione della linea, non poteva avere che conferme positive. Quindi non solo nessun segnale d’allarme, ma una precisa conferma che la linea si stava attivando per il raggiungimento di risultati concreti che poi sono stati effettivamente ottenuti.

Signori, io devo esaminare in relazione a questo secondo periodo di carica del dottor Lupo, dopo potrei naturalmente limitarmi a quello che ho detto, che è più che sufficiente ad escludere ogni addebito di responsabilità, ma mi sia consentita qualche considerazione in ordine alle richieste contenute nelle piattaforme sindacali e alle piattaforme sindacali che sono state presentate sia a livello territoriale che a livello centrale in questo periodo, perché il Pubblico Ministero ne ha abbondantemente parlato nel corso della sua requisitoria.

Signori, io vorrei innanzitutto premettere una precisazione: il dottor Lupo aveva tra le sue competenze quella di partecipale alle trattative sindacali e agli accordi in materia sindacale; questa competenza era però limitata agli accordi che riguardavano il gruppo, cioè a quegli accordi di carattere generale e a quelle piattaforme di carattere generale che riguardavano tutto il gruppo Montedison. Il Pubblico Ministero ha molto insistito sulle piattaforme sindacali che a partire dal 1975, a livello territoriale, e poi vedremo come anche a livello nazionale, contenevano la cosiddetta richiesta di MAC 0. Io non mi dilungherò più di tanto, signor Presidente, in quanto ho ben presente il suo intervento nel corso dell’udienza del 23 giugno 2000, quando a un certo punto eravamo in corso d’esame del teste Tettamanti e, giustamente, e del tutto correttamente, lei ha detto: non è tanto l’adempimento o la risposta alle richieste contenute nelle piattaforme quello che deve valutare il Tribunale, ma è il rispetto delle norme di legge allora vigenti. E questa è un’osservazione lucidissima che ci esime dall’andare a fondo del discorso. Ma se proprio vogliamo dire comunque qualcosa su queste piattaforme, affrontandone anche il merito su questa richiesta di MAC 0, io ritengo che l’istruttoria dibattimentale abbia ampiamente chiarito come la richiesta di MAC 0, contenuta nelle piattaforme sindacali, era priva di ogni significato da un punto di vista tecnico. Io non sto a leggere i passaggi delle deposizioni dei testi Faccini e Tettamanti, alle udienze del 13 e del 23 giugno 2000, ma sono indicative signori, sono indicative per vedere come nessun valore poteva attribuirsi a una richiesta infondata sotto ogni profilo, innanzitutto sotto il profilo scientifico e poi sotto il profilo pratico, e che doveva quindi essere ritenuta solo ed esclusivamente una enunciazione di principio. Ma andiamo a vedere poi che evoluzione ha avuto questa richiesta. Io voglio subito fare una precisazione, signori del Tribunale, sul sindacato di Porto Marghera, che era uno dei sindacati più combattivi all’epoca, e lo dimostrano gli articoli apparsi suoi quotidiani dell’epoca; era uno dei sindacati più attivi nella tutela dell’ambiente di lavoro. Signori, questa richiesta di MAC 0, che è più volte evidenziata nel corso delle piattaforme territoriali del 1975, del 1976, del 1977, vediamo com’è riportata nell’ambito della piattaforma nazionale del 1977, perché anche questo, anche il modo con cui viene riportata è significativo, al fine di valutare com’è stata presa in considerazione a livello nazionale questa richiesta. Diamo una breve lettura della piattaforma del gruppo Montedison: "Area interconnessa Venezia – Ferrara - Mantova". Si discute di tutta la problematica dell’area, non si parla di MAC 0. Solo nella pagina successiva, in un capitolo completamente diverso rispetto a quello attinente alla problematica degli ambienti di Porto Marghera, e più precisamente nel capitolo "Introduzione e uso di nuove sostanze nei cicli produttivi, nei laboratori, nei servizi", in maniera si può dire del tutto estemporanea nell’ambito di un discorso su argomenti diversi, viene riportata la frase: "Si richiede la garanzia di MAC 0 per il CVM". Ma, signori del Tribunale, siamo sempre nell’ambito di una piattaforma sindacale, sia pure a livello nazionale. È stata recepita o non è stata recepita questa richiesta? È questo il quesito che dobbiamo porci. E allora, andiamo a vedere quello che è il passo successivo alla piattaforma a livello nazionale, ché l’individuazione delle posizioni di intesa o differenza tra aziende e sindacato. La piattaforma che cos’è: i testimoni l’hanno più volte ribadito, è una richiesta che viene portata avanti a livello prima territoriale e poi centrale dalle varie organizzazioni sindacali. Una richiesta che naturalmente può o non può trovare accoglimento dall’altra parte. Al termine di questa trattativa si individuano delle linee, o meglio delle posizioni di intesa, e cioè si individuano le posizioni su cui viene raggiunto un accordo e quelle su cui l’accordo non è stato raggiunto ma su cui le associazioni sindacali continuano a insistere. Questo documento è stato redatto anche a seguito della piattaforma del 1977 e porta la data dell’ottobre 1978. Signori del Tribunale, non sono non viene il problema del MAC 0 ovviamente non forma oggetto delle posizioni d’intesa, ma non è stato più ulteriormente sollevato da parte delle associazioni sindacali. Questa è la dimostrazione più evidente che si è trattato di una richiesta portata avanti prima in maniera enfatica a livello territoriale, poi in maniera molto più velata, quasi semplicemente un accenno a livello nazionale, come se si volesse far contenta una certa parte del sindacalismo di Porto Marghera, e poi definitivamente abbandonata nella individuazione di posizione d’intesa.

Quindi, signori del Tribunale, a prescindere dal rilievo già sottolineato dallo stesso Tribunale, che non è certo una piattaforma sindacale che può individuare elementi di colpa, sta di fatto che poi questa richiesta del MAC 0, illogica sia sotto il profilo scientifico che sotto il profilo tecnico, come l’istruttoria dibattimentale ha più volte evidenziato, è stata poi abbandonata dalle stesse associazioni sindacali.

E siamo al marzo 1977, finisce il secondo periodo di carica del dottor Lupo, inizia il terzo periodo di carica che io tratterò unitamente al quarto. Più precisamente il terzo periodo di carica copre solo un mese, quello che va dal marzo all’aprile del 1977; il dottor Lupo viene nominato responsabile di una nuova funzione personale e organizzazione, che aggiunge a quelli che erano i precedenti compiti di personale e lavoro anche alcune funzioni in materia di organizzazione aziendale. La funzione, il servizio medicina e igiene del lavoro, di cui non è più titolare peraltro il professor Bartalini, viene riportato sotto il dottor Lupo, come risulta chiaramente dall’ordine di servizio del marzo 1977, n. 1306, quindi nel 1977 medicina e igiene del lavoro ritorna sotto personale e organizzazione; le funzioni del dottor Lupo, per quanto attiene alle problematiche del personale, sono sostanzialmente le stesse e rimangono inalterate. E rimangono inalterate anche quando nell’aprile del 1977, a seguito di una ristrutturazione del gruppo voluta dall’allora Presidente dottor Cefis, e sulla quale si soffermerò più oltre, trattando alla posizione, il dottor Lupo viene nominato amministratore delegato con delega per personale e organizzazione. Io ho ben poco da dirvi, signori del Tribunale, in relazione a quest’ultimo periodo di carica del dottor Lupo; e ho ben poco da dirvi perché l’istruttoria dibattimentale ha chiaramente dimostrato che nel momento in cui viene a assumere questa nuova funzione i limiti di concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro sono da oltre un anno stati portati al di sotto della soglia dell’1 PPM. Ogni ulteriore considerazione mi sembra veramente inutile. Parlo solamente perché attiene a questo periodo, e perché è stata richiamata dal Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria finale, dell’indagine Fulc.

Il Pubblico Ministero, esaminando le dichiarazioni del dottor Lupo, ha mostrato segni di stupore per il fatto che non si ricordasse delle richieste contenute nell’indagine Fulc. Ma io, signori del Tribunale, non ritengo necessario richiamare in questa sede tutto quanto è stato detto dagli altri difensori e è emerso in ordine alla infondatezza di queste richieste della Fulc. È stato detto molto bene ieri dalla avvocatessa Lanfranconi che tutte queste richieste erano già state superate da una decisione del medico di fabbrica, effettuata caso per caso; e per vi posso anche aggiungere che da un punto di vista strettamente di rapporti sindacali, una richiesta che prevede un criterio automatico di spostamento, è un non senso. È un non senso non solo perché ovviamente prescinde completamente da quella che é stata la situazione i totale risanamento degli ambienti di lavoro che si è verificata in quel periodo, ma è un non senso anche perché nessuno degli altri lavoratori avrebbe potuto comunque essere adibito alla lavorazione in quegli ambienti da cui i lavoratori sono stati spostati. Quindi è una cosa completamente illogica anche sotto il profilo sindacale. Ma io vorrei fare un’ulteriore e assorbente annotazione su questa richiesta Fulc. Le richieste Fulc sono di poco precedenti la piattaforma dell’aprile 1977. Piattaforma territoriale, piattaforma di Porto Marghera. Signori, in questa piattaforma dell’aprile 1977 non c’è il benché minimo accenno alle richieste dell’indagine Fulc. Mentre vi sono altre richieste, come quella del MAC 0, che poi hanno avuto l’esito che hanno avuto, non vi è nessuna richiesta generata da questa indagine della Fulc in corso, come sappiamo da diversi anni. Quindi c’è una sconfessione totale da parte sindacale degli esiti di questa richiesta. Perché il dottor Lupo non ne era a conoscenza – e veniamo adesso alla posizione del mio assistito - di questa richiesta? Ma molto semplice, signori del Tribunale: non era una richiesta che doveva essere da lui valutata. Ce l’ha detto chiaramente il professor Bartalini nel corso delle sue deposizioni davanti al Pubblico Ministero; è stata gestita tutta nell’ambito sanitario; era già stata superata dalle valutazioni del dottor Giudice, medico di fabbrica; non è stata recepita in piattaforme sindacali. Non si vede come il dottor Lupo, che peraltro aveva responsabilità solo per quanto riguarda trattative sindacali che interessassero tutto il gruppo, ne potesse e ne dovesse essere a conoscenza. Quindi giustamente il dottor Lupo non se le ricordava nel suo interrogatorio davanti al Pubblico Ministero, perché sotto nessun profilo doveva e si è difatti interessato di queste richieste.

Io ho finito, signori del Tribunale, per quanto attiene la posizione del dottor Lupo; vorrei solo commentare, sia pure brevemente, i due documenti richiamati dal Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria finale, a dimostrazione dice il Pubblico Ministero di una ingerenza del dottor Lupo nei temi della sicurezza e dell’igiene del lavoro. Quanto ho detto più sopra, evidentemente esclude che vi potesse essere stata, da parte del dottor Lupo, sia a livello di poteri e funzioni a lui conferite, sia a livello di situazione di fatto, alcuna ingerenza in materia non di sua competenza. Il Pubblico Ministero invece richiama l’accordo dell’11 marzo 1974 e la lettera scritta dall’ingegner Darminio Monforte in data 9 dicembre 1975, che poi è un resoconto su una riunione avvenuta il 5 dicembre 1975 a Venezia, come dimostrazione di una ingerenza del dottor Lupo in tematiche relative alla sicurezza del lavoro. Esaminiamo brevemente questi due documenti. Signori, l’accordo, la partecipazione del dottor Lupo, che poi vi partecipa insieme all’avvocato Guccione, allora titolare della funzione personale e lavoro, e insieme al dottor Lisciandrano, altro funzionario di personale e lavoro, all’accordo dell’11 marzo 1974, ha una giustificazione più che evidente se solo si esamina il testo di questo accordo. Vengono trattati problemi di gruppo relativi all’occupazione. Esaminiamo il punto primo, ma scusi potremo andare avanti a parlare di tutto l’accordo, si parla di bisogni e di esigenze relative all’occupazione. Esaminiamo la lettera G, e siamo a pagina 2 dell’accordo, c’è un capitolo intero sull’occupazione. Andiamo avanti nell’esame di questo accordo, punto secondo: "Investimenti e occupazione". Andiamo avanti ancora, pagina 4: "Incrementi occupazionali". Signori del Tribunale, questo è un accordo che riguarda temi occupazionali inerenti a tutto il gruppo, è evidente quindi che il dottor Lupo, nella sua qualità di assistente allora dell’avvocato Guccione, vi partecipa ma come vi partecipa l’avvocato Guccione e come vi partecipa il dottor Lisciandrano, perché era un accordo in cui venivano trattati i rilevanti temi occupazionali, e non certo temi esclusivi della sicurezza del lavoro come vorrebbe il Pubblico Ministero. Mi permetto solo di rilevare che comunque nessun accenno a temi specifici di questo processo è contenuto in questo accordo.

Signori del Tribunale, le stesse considerazioni, in ordine all’impossibilità di ricavare da questi documenti una ingerenza del dottor Lupo in materie non di sua competenza, le devo ripetere anche con riferimento alla lettera del 9 dicembre 1975 dell’ingegner Darminio Monforte. Signori, perché il dottor Lupo ha partecipato a questa riunione del 15 dicembre? Ma il perché lo troviamo leggendo pagina 4 di questa lettera. Per quanto riguarda i riflessi occupazionali di tale programma, si può affermare che lo sforzo finanziario in atto è la migliore garanzia che il mantenimento dei livelli occupazionali globali previsto negli accordi sindacali per fine anno sarà rispettato. Signori, è un accordo in cui vengono affrontati temi occupazionali di gruppo, e quindi necessariamente nell’ambito di quella che è una funzione di staff a livello centrale, e quindi riguardante le questioni di gruppo, viene chiamato a partecipare il dottor Lupo. Non avrebbe altrimenti senso una funzione di staff che non partecipasse nelle materie riguardanti l’occupazione di tutto il gruppo, che sono quelle di sua specifica competenza.

Quindi io ritengo che ancora una volta questi documenti provino la totale estraneità del dottor Lupo a qualunque degli addebiti contestati nel capo d’imputazione. Signori del Tribunale, io ovviamente non sto a leggere il capo d’imputazione e le singole contestazioni, ma vi posso dire con assoluta certezza che nessuna di queste contestazioni riguarda le funzioni specifiche del dottor Lupo; che il dottor Lupo che è stato completamente estraneo agli addebiti che vengono contestati in questo processo, che per di più non ha avuto neanche, quando è stato responsabile di personale e lavoro, alle proprie dipendenze, la funzione medicina e igiene del lavoro, e comunque anche quello non avrebbe mai potuto costituire un titolo di responsabilità, io vi dico che il dottor Lupo deve essere completamente considerato estraneo agli addebiti.

Chiedo quindi l’assoluzione del dottor Lupo con la più ampia formula, e mi riservo di depositare una traccia della discussione con tutta la documentazione a cui ho fatto riferimento, anche per comodità di consultazione. Chiedo meglio un secondo per spostare i fascicoli e passo a parlare dell’ingegner Gatti.

Signori del Tribunale, anche con riferimento alla posizione dell’ingegner Gatti, io ritengo sia necessario uno sguardo d’insieme ai periodi di sua competenza, perché io francamente quando ho visto la richiesta di condanna del Pubblico Ministero a 10 anni di reclusione, motivata in base al fatto che l’ingegner Gatti avrebbe operato per 10 anni in Montedison, sono rimasto stupefatto. Perché è sufficiente richiamare due date fondamentali per dimostrare che la posizione dell’ingegner Gatti deve avere una valutazione completamente opposta rispetto a quella che è stata data dal Pubblico Ministero. E queste due date sono il 5 gennaio 1973, data in cui l’ingegner Gatti esce da Montedison per andare a operare, quale amministratore di Tecnimont prevalentemente all’estero, e aprile 1977, data nella quale l’ingegner Gatti viene richiamato in Montedison quale amministratore per il coordinamento gestione chimica con funzioni, come vedremo completamente diverse a quelle precedentemente rivestite. L’ingegner Gatti quindi esce prima del raggiungimento delle conoscenze scientifiche in materia di CVM e vi rientra quando oramai, grazie agli interventi di Montedison nel triennio ’73 - ’76 è stato effettuato il completo risanamento degli ambienti di lavoro. Sono due date fondamentali che devono necessariamente guidare il Tribunale nella valutazione di questa posizione.

Andiamo ora a esaminare più da vicino i singoli periodi. Signori, l’ingegner Gatti, in questo primo periodo, e parlo del periodo che va dal ‘71 al 1973, ricopre per qualche mese l’incarico di vice capo della divisione petrolchimica, e poi per circa un anno la qualifica di direttore generale della divisione petrolchimica. Possiamo dire che l’ingegner Gatti è di passaggio, e lo possiamo anche confermare sulla base di tutta una serie di elementi che andiamo ora a esaminare. Signori, l’ingegner Gatti viene chiamato a questa funzione quando già il discorso con il professor Maltoni è stato affrontato dal professor Bartalini, quando già sono in atto le indagini del professor Maltoni, quando già vengono seguite e già è stata creata all’interno della divisione petrolchimica una struttura e delle persone che seguono questa indagine, come risulta chiaramente dalle dichiarazioni tanto del professor Bartalini, quanto dell’ingegner Calvi, quanto dello stesso professor Maltoni nel corso dell’udienza dell’aprile del 2000.

L’ingegner Gatti quindi, in questo periodo di passaggio, non si occupa di seguire, e questo è più che naturale nell’ambito di una suddivisione di compiti in una struttura così complessa come la divisione petrolchimica, non si occupa dicevo di seguire queste ricerche del professor Bartalini. Ma l’ingegner Gatti poi esce da Montedison, quando ancora queste ricerche sono in corso. Ma vi dirò di più signori del Tribunale, che per quanto la data formale di uscita dell’ingegner Gatti da Montedison sia il gennaio del 1973, in realtà il suo spostamento, il suo trasferimento in Tecnimont, era già stato deliberato nell’ottobre del 1972, data della prima ristrutturazione del gruppo voluta dall’allora Presidente dottor Cefis.

Qual è lo stato delle conoscenze? In questo breve periodo di carica in cui l’ingegner Gatti ha ricoperto l’incarico di direttore della divisione, signori è inutile rivangare ancora una volta tutto quello che è stato detto dagli altri difensori e che è emerso nell’istruttoria dibattimentale. Io vorrei affrontare un punto solo, perché è un punto che riguarda il periodo di carica dell’ingegner Gatti e è un punto indicato dal Pubblico Ministero nel capo d’imputazione come presupposto di fatto per tutte le contestazioni. E questo punto è il fatto di avere conosciuto l’esito degli accertamenti sulla pericolosità del CVM in quanto comunicato per iscritto fin dall’ottobre del 1972 dal professor Maltoni con la famosa tabella di cui si è molto discusso in quest’aula. Signori, io ritengo che ci siano due dati dell’istruttoria dibattimentale assorbenti per smentire che questa tabella avesse qualunque valore scientifico.

Il primo è, com’è già stato visto abbondantemente, la comunicazione che lo stato professor Maltoni fa al Pubblico Ministero nel 1995, dove viene evidenziato che nell’ottobre del 1972, quando cioè ancora i suoi esperimenti non sono arrivati che alla metà, i risultati non possono che essere provvisori. Le parole testuali di questa comunicazione sono: "Al momento dell’invio dei dati l’esperimento era giusto a metà, 303 animali ancora vivi su 577, e con fatica stavamo eseguendo gli esami istologici". Ma oltre a questa comunicazione, che già esclude che ci potesse essere una conoscenza della pericolosità del CVM nell’ottobre del 1972, così come sostenuto nel capo d’imputazione, sono assorbenti sul punto le dichiarazioni del professor Maltoni, che vanno esaminate brevemente in questa sede. Signori, il professor Maltoni innanzitutto, siamo a foglio 19 nel corso dell’udienza dell’11 aprile 2000, dice che di questa tabella si è discusso qualche settimana dopo il suo invio; e mi si permetta, per la posizione dell’ingegner Gatti, è comunque assolutamente rilevante, perché comunque viene posta in discussione quando è in atto il suo trasferimento. Ma sono soprattutto i temi che vengono affrontati in questa discussione, così come riferitici dal professor Maltoni, che sono fondamentali per escludere qualsiasi valore scientifico a queste tabelle. E cosa succede nel corso dell’udienza dell’11 aprile 2000, signori del Tribunale? Che in sede di controesame del professor Maltoni, da parte dell’avvocato Schiesaro, a un certo punto viene chiesto dall’avvocato Schiesaro, in relazione proprio a questa riunione che vi era stata in epoca successiva all’ottobre del 1972, viene chiesto: "Allora non ci fu una discussione sulle implicazioni e sul tipo di prevenzione su questi dati"? Signori, ce lo ricordiamo tutti il professor Maltoni, come ha affrontato questa domanda e come ha risposto: "No, perché era la prima. Nella prassi non si fa oggi, trent’anni dopo voglio dire. Lei pensa allora, un ricercatore sperimentale viene a dire "io vedo questi tumori sperimentali" che si possa già allora parlare di misure di prevenzione? Si doveva dire: è o non è cancerogeno, intanto la documentazione è solida o non è solida abbastanza. Finiamolo a fine dell’esperimento, vediamo cosa fa anche a 50 PPM, e poi se ne parlerà. Questa è la logica dei fatti". Signori, il professor Maltoni è rimasto stupefatto a fronte di una domanda che poneva dei problemi di prevenzione quando ancora un esperimento finalizzato a valutare la cancerogenicità del CVM sugli animali era arrivato appena a metà; e questo stupore del professor Maltoni, oltre che alle lucide parole contenute nella sua risposta, toglie ogni efficacia all’argomentazione del Pubblico Ministero, secondo cui l’invio di questa tabella avrebbe costituito un elemento idoneo per accertare la conoscenza del CVM. Signori del Tribunale, quanto è stato detto da tutti gli altri difensori in relazione a questo primo periodo, sulla mancanza di conoscenza sul CVM, esclude la configurabilità di ogni profilo di colpa in capo all’ingegner Gatti.

E non sto a affrontare in questa sede tutti i temi della colpa, che sono già stati abbastanza approfonditi nel corso dell’istruttoria dibattimentale. Ma, allora, premesso che non vi era conoscenza sugli effetti cancerogeni del CVM in questo primo periodo, alla luce di quali parametri va valutato il comportamento della divisione petrolchimica? Mah, io ritengo che una risposta più che esauriente sia stata fornita a questa domanda dal professor Pasquon nella sua consulenza. Il professor Pasquon ha analizzato, reparto per reparto, e richiamo le sue tabelle riassuntive, vi indicherò più precisamente i fogli nella memoria, ha analizzato reparto per reparto gli interventi attuati per ridurre la polverosità anche prima che si conoscesse della pericolosità del CVM, in un’ottica ovviamente completamente diversa da quella della cancerogenicità del CVM, ma di rispetto comunque e di tutela ambientale. Si tratta di interventi imponenti. Io ricordo semplicemente la commessa a titolo di esempio, la n. 7450 del 1971. È stata una commessa che precede di tre anni il caso Gudrich, finalizzata alla eliminazione dei pericoli derivanti dalla pulizia delle autoclavi; e è stato un intervento impiantistico che è stato attuato dopo soli otto mesi. Richiamo la commessa n. 7506, sono tutte commesse del periodo in carica dell’ingegner Gatti. È stata una commessa che, nonostante l’elevato costo dell’intervento, parliamo di 1 miliardo e 8 attualizzato, è stata attuata in soli sei mesi. E come questi vi potrei portare, e non lo faccio perché il discorso è già stato affrontato dal professor Pasquon, numerosi esempi positivi di un intervento concreto della divisione petrolchimica anche prima che si conoscesse della pericolosità del CVM per il risanamento degli ambienti di lavoro. Ma, signori del Tribunale, io direi che la circostanza riassuntiva dell’effetto di tutti questi primi interventi è la deposizione del teste Caldon all’udienza dell’11 luglio 2000. Il teste mi dice: "Dall’inizio dell’82 era in corso una grossa modifica dell’impianto, si stava installando tutta una parte nuova, che praticamente – parla del CV5-15 – dava la possibilità di dosare in automatico i grossi componenti che entravano nella formulazione del CV5-15, della produzione, si trattava del PVC in sospensione, del PVC emulsione, etc.. Nel ‘72 si dava inizio all’avviamento, perché il montaggio era già stato affrontato. Diciamo che questo intervento si è protratto per circa non credo un anno, e credo che alla fine del ‘72 fosse già stato completato". Lo stesso teste Caldon ha poi detto: "Il dosaggio dei componenti e del PVC sospensione e emulsione, fatto nel ‘72, ha permesso di eliminare tutta la manipolazione a sacchi che veniva fatta sul PVC con questo intervento. Il PVC non si vedeva più praticamente perché correva all’interno delle tubazioni". Questa è una delle testimonianze che chiaramente evidenziano non solo lo sforzo attuato da Montedison in questo primo periodo, ma gli effetti concreti che questo sforzo ha avuto sul risanamento degli ambienti di lavoro.

Il 5 gennaio 1973 l’ingegner Gatti, come dicevo, esce da Montedison; vi ritorna solo nell’aprile del 1977. Signori del Tribunale, quanto ho già detto in precedenza, in relazione alla posizione del dottor Lupo, sulla situazione dei reparti di Porto Marghera nel 1977, rende evidente che nessun addebito di colpa è astrattamente anche configurabile in capo all’ingegner Gatti in relazione al suo secondo periodo di carica che va dal 1977 al 1981.

Mi sia consentita però qualche considerazione sulla qualifica che l’ingegner Gatti ha rivestito all’interno di questo secondo periodo. Signori del Tribunale, l’ingegner Gatti viene chiamato a seguito di una ristrutturazione del gruppo Montedison. Questa ristrutturazione si è svolta nel senso di creare due vice presidenze e cinque amministratori delegati al di sotto di queste vice presidenze, con poteri diversi di quelli rivestiti dai precedenti amministratori delegati, come risulta chiaramente da un raffronto tra l’ordine di servizio del 1972, che è l’ordine di servizio istitutivo della precedente struttura della Montedison, e l’ordine di servizio n. 1306 del 1977, che è quello che ha chiamato l’ingegner Gatti nuovamente in Montedison. L’ingegner Gatti, signori del Tribunale, è amministratore per il coordinamento sulla gestione chimica; e è una qualifica profondamente diversa, nonostante la somiglianza di termini, con quella precedente di amministratore delegato per il coordinamento e il controllo gestioni chimiche. Sono stati infatti esclusi dalle competenze dell’ingegner Gatti ogni potere di controllo sulla gestione. Tra le due funzioni previste dalla precedente carica coordinamento e controllo sono state scorporate le funzioni di controllo. L’ingegner Gatti quindi aveva una funzione limitata al coordinamento della gestione. Coordinamento della gestione significava coordinamento dell’attività delle divisioni che erano al di sotto di lui e di alcune società autonome. In che cosa consisteva questo coordinamento, signori del Tribunale? Ad esempio nell’indirizzare e controllare gli acquisti di materie prime utilizzate da più divisioni; nell’indirizzare e controllare le vendite di intermedi, da una divisione all’altra, stabilendo i criteri dei prezzi di trasferimento di questi intermedi, nell’indirizzare e controllare la società e rappresentare la società presso i clienti multidivisionali. Quindi compiti essenzialmente di coordinamento e di rappresentanza che nulla hanno a che vedere con la gestione operativa delle divisioni. E, del resto, che l’amministratore delegato per il coordinamento non potesse inserirsi in quella che era la gestione operativa delle divisioni, è chiaramente testimoniato dal fatto che la divisione operava come una società autonoma già nel 1977, con tutte le strutture e tutte le funzioni di staff necessarie, tanto che poi assisteremo, nel corso del 1980, a una creazione delle divisioni, a una trasformazione delle divisioni in società autonome. Quindi anche in materia di investimenti, ce l’hanno detto le testimonianze nel corso dell’istruttoria, questi venivano elaborati all’interno delle divisioni; erano sottoposte poi a una verifica da parte del Consiglio di Amministrazione, ma l’ingegner Gatti, va subito detto, non aveva alcun potere di controllo e di verifica in materia di bilancio, in quanto come risulta chiaramente dagli organigrammi allegati agli ordini di servizio che o hanno effettuato la ristrutturazione, vi erano delle specifiche funzioni di staff che erano deputate al controllo di questi investimenti e al loro coordinamento con il bilancio generale di Montedison.

D’altra parte, signori del Tribunale, risulta chiaramente, dal verbale della riunione del Consiglio di Amministrazione del 14 luglio 1977, che l’ingegner Gatti aveva, quale amministratore delegato, poteri limitati semplicemente alle sue funzioni. Non era quindi una carica di amministratore delegato come si è soliti intenderla, era una carica di amministratore delegato limitata all’esercizio di determinate funzioni.

Detto questo sulla posizione dell’ingegner Gatti, signori del Tribunale, io penso che ben poco vi sia da aggiungere per quanto riguarda gli interventi impiantistici che sono stati effettuati durante questo secondo periodo di carica dell’ingegner Gatti; e ancora una volta mi richiamo alla relazione del professor Pasquon e quanto è emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale. Sono stati portati, nel corso del ‘77, a termine tutti i piani di investimento elaborati negli anni dal 1973 al 1976. C’è stata una ulteriore riduzione delle concentrazioni negli ambienti di lavoro già perfettamente a norma quando l’ingegner Gatti è diventato amministratore delegato per il coordinamento. Signori, basta consultare le schede allegate alla relazione del dottor Pozzoli, del professor Belluco, in data 12 gennaio 2000, e si avrà modo di constatare che in tutti i reparti si era abbondantemente scesi al di sotto delle concentrazioni dell’1 PPM. Io ritengo che in reazione a questo secondo periodo dell’ingegner Gatti non vi sia alcun elemento di prova che possa giustificare la richiesta di condanna del Pubblico Ministero. Mi sia consentita un’ultima considerazione sul capo 2 d’imputazione contestato all’ingegner Gatti. Anche in relazione a questo secondo capo d’imputazione io devo necessariamente scindere i due periodi di carica, e questo per la ragione evidente che mentre nel primo periodo di carica l’ingegner Gatti opera senza che vi sia una legislazione a livello nazionale e regionale in materia di inquinamenti, nel secondo periodo di carica la legislazione in tema di affluenti liquidi c’è.

Signori, nel primo periodo di carica dell’ingegner Gatti, nonostante ripeto assenza di normativa sul punto, sono stati portati a termine degli interventi a tutela dell’ambiente esterno di cui si è ampiamente discusso nel corso di questa istruttoria dibattimentale, il cui effetto è indiscutibile. Ricordiamo ad esempio il primo impianto di incenerimento ai sotto prodotti clorurati organici, ultimato nel 1972; l’articolo di Azzani del 1988 è molto chiaro sull’efficacia di questo impianto, sugli aspetti innovativi e soprattutto sui riflessi che questo impianto aveva sull’ambiente. Potrei citarvi ulteriori interventi, naturalmente non vi voglio ulteriormente affaticare in quanto si tratta di interventi già ampiamente descritti dai nostri consulenti.

Per quanto riguarda il secondo periodo, sempre per ciò che concerne il capo d’imputazione in materia ambientale, è pacifico che già prima che l’ingegner Gatti assumesse la carica di amministratore per il coordinamento e gestione chimica, erano già stati attuati, da parte delle singole divisioni, concreti interventi in materia di adeguamento alla legislazione nel frattempo entrata in vigore. Questi interventi sono poi stati ulteriormente portati a termine dalle divisioni anche durante il periodo di carica dell’ingegner Gatti con impianti tecnologici di cui si è ampiamente discusso, che hanno ulteriormente rafforzato l’impegno di Montedison in materia di tutela ambientale. Ricordo solo a titolo d’esempio: impianto di neutralizzazione delle acque reflue dalla produzione dell’acido solforico; il secondo impianto biologico di cui si è ampiamente discusso; l’impianto di trattamento delle acque contenenti composti organici e clorurati.

Quindi, signori del Tribunale, in relazione a questo secondo periodo di carica dell’ingegner Gatti, anche in materia ambientale, fatta sempre, ricordata la premessa per la quale l’ingegner Gatti non aveva concreti poteri di gestione all’interno delle singole divisioni, in quanto la sua era una funzione un limitata al coordinamento, e quindi ovviamente esulava dalla sua competenza qualsiasi tipo di intervento in materia di sicurezza del lavoro e ambientale, non vi sono comunque, in relazione a questo secondo periodo, i presupposti per un’affermazione di colpevolezza, sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo. Chiedo quindi l’assoluzione dell’ingegner Gatti con ampia formula. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei. Vuole intervenire lei, avvocato Bondi.

 

AVVOCATO BONDI

 

Avvocato Bondi: signori del Tribunale, premetto che l’intervento che io farò adesso, che sarà un intervento sintetico, brevissimo, viene anche condensato in una memoria illustrativa nella discussione che dimetterò alla fine appunto delle mie parole. Memoria alla quale sono allegati i dhi di riferimento citati nella stessa e che citerò nel corso della discussione. Finora di Montefibre si è parlato pochissimo e molto poco aggiungerò anch’io, le ragioni le comprenderete subito, però dobbiamo subito – credo e necessariamente – evitare ogni confusione tra i gruppi e società, tra società e persone, soggetti, stabilimenti. La Montefibre, come avevo già detto ancora nel corso del mio intervento nel quale mi sono costituito questo processo, è una realtà a sé; non ha mai avuto la partecipazione nazionale del 100% di altre società, ha suoi amministratori, sue sedi, suoi stabilimenti. Io, signori, vi do alcuni dati oggettivi, mi limiterò a questi; alcuni dati che credo però debbano essere tenuti in grande considerazione. Il primo dato è questo: per Montefibre l’utilizzo del CVM era collegato esclusivamente alla produzione di una fibra vinilica. La fibra vinilica è una produzione marginale all’interno dello stabilimento del petrolchimico della Montefibre, talmente marginale che lo stesso Guermani, all’udienza del 25 maggio 2000, dirà la produzione di un anno di produzione della fibra vinilica VT Montefibre era l’equivalente di dieci - quindici giorni di produzione di fibra acrilica. Quindi abbiamo una produzione di decine e decine, fino a 70.000 tonnellate di fibra acrilica, e una produzione invece estremamente contenuta di fibra vinilica. Tutto questo, comunque, va inserito in un contesto in cui negli anni ’74 - ‘75, all’incirca ‘76, vi è una produzione nello stabilimento del petrolchimico di Porto Marghera, una produzione di PVC, collegata quindi all’utilizzo di questo tipo di clorurati, di circa 215.000 tonnellate all’anno.

La produzione Montefibre, sgombriamo il campo degli equivoci sulla potenzialità di produzione e produzione effettiva, la produzione effettiva documentata in Montefibre è di 1.683 tonnellate all’anno, è lo 0,78% del dato di produzione globale di PVC che vi ho citato prima. E questa produzione marginale, iniziata con un impianto che verrà definito semi industriale, pagine 168 e 169, cessa definitivamente nel 1977, con la chiusura degli impianti VT. Da questa data Montefibre cessa qualunque utilizzazione del CVM, del cloruro di vinile monomero. E è ovviamente a questa data che può essere eventualmente giuridicamente ancorata una responsabilità di amministratori Montefibre, e quindi della Montefibre stessa in qualità di responsabile civile. Un altro dato, che devo sottoporre alla vostra attenzione, è un dato numerico. Allora, la Montefibre non era un repartino all’interno del petrolchimico, era un mammut; Montefibre, nel 1974, e questo per quello che può rilevare anche sulle considerazioni svolte più volte dallo stesso Pubblico Ministero in ordine alla diffusibilità potenziale del CVM anche nei reparti limitrofi, nei reparti contigui, alcuni di produzione stretta di CVM, all’interno della Montefibre di Porto Marghera c’erano 2.350 dipendenti. Questo è un dato estratto, quello che sto citando, da una relazione sindacale che allego alla memoria e che è agli atti, che per comodità avrete modo di rivedere. Quindi un numero spropositato, e dico spropositato, in relazione a tutto il petrolchimico, perché rappresenta quasi un terzo della forza lavoro del petrolchimico. Bene, sapete quanti dipendenti, ex dipendenti Montefibre, compaiono nelle liste depositate dal Pubblico Ministero a conclusione del suo intervento: 7 ex dipendenti. Vi sono 7, per tutte le patologie, 7 ex dipendenti Montefibre all’interno di questo numero elevatissimo di persone. Comunque la presenza di 7 persone sarebbe un dato in sé grave, dopo vedremo meglio in dettaglio, direi che quanto meno è in grado di eliminare l’ipotesi di cooperazione nel disastro colposo contestato. Ma queste patologie che vedremo dopo non saranno e non possono essere ritenute collegabili alle mansioni svolte da questi soggetti presso la Montefibre. E vediamo quindi degli aspetti che riguardano la parte medica. Allora, i nostri consulenti, che sono quanto meno autorevoli quanto quelli del Pubblico Ministero, hanno detto che è provata una correlabilità astratta dell’angiosarcoma in relazione ovviamente agli impianti che utilizzano il CVM e alcuni sarebbero i fenomeni di Raynaud. Beh, nelle patologie Montefibre non c’è un angiosarcoma, non c’è un’epatocarcinoma, in tutte le persone offese Montefibre. È un dato che va ovviamente evidenziato. Io adesso non tratto, la tratterò in memoria, il problema che comunque vi è stata una mancanza da parte dei consulenti dell’accusa di una prova sulla correlazione concreta di questa o quest’altra patologia con esposizione di un certo soggetto in un determinato periodo storico, quindi una diagnosi completamente assente di tipo individuale. Ma su questo hanno già trattato altri colleghi lo sviluppo della memoria. E prima ancora adesso di dirvi i nomi delle patologie dei dipendenti Montefibre, intendo sgombrare il campo da un altro addebito di colpa ventilato in questo processo, che riguarda il fatto che nel marzo 1977, a conclusione di indagine Fulc, non vi sarebbe stato lo spostamento dei lavoratori dai reparti ad esposizione a CVM. Nessun altro commento atteso che i reparti Montefibre e VT chiudono nell’aprile 1977, un mese dopo.

Allora, queste premesse d’ordine generale, i dipendenti ex Montefibre nella lista del Pubblico Ministero, depositata il 6 giugno 2001, sono Bertaggia Giobatta, che decede per un tumore polmonare; Bettin Ido, che decede per un tumore polmonare e aveva lamentato un fenomeno di Raynaud; Guerrin Pietro, che lamenta un fenomeno di Raynaud; Panio Elio che decede per un tumore polmonare; Giorgio Pistolato, decede per un tumore di sistema emolinfopoietico; Topanello Adolfo lamenta un’epatopatia; Zanella Mario, in relazione al quale devo dire che non risulterebbe un dipendente Montefibre, non risulta iscritto nei nostri registri, lo tratto perché guardando il suo fascicolo personale c’è un appunto che lo darebbe come analista per la Montefibre per pochi mesi, tra il 1975 e il 1976. Viene indicato alla lista CO Montefibre, una scheda interna della Montedison. A noi non risulta nostro dipendente, decede comunque per un tumore polmonare.

Allora, diciamo che il primo dato ovviamente che si pone un attimo in evidenza in relazione alle patologie che portano al decesso delle persone, è il tumore polmonare. Comunque abbiamo sempre dei dati bassi, abbiamo qui quattro casi ripeto su 2.300 lavoratori. Sulla correlabilità del tumore polmonare ad esposizione a CVM, sulla non correlabilità si sono già espressi tutti i consulenti della difesa Montedison, i nostri consulenti, e quant’altro. Però bisogna aggiungere un dato ulteriore ancora sulla peculiarità della posizione Montefibre. Nella relazione finale del dottor Mastrangelo, e cito quindi una relazione di un consulente del Pubblico Ministero, relazione del 14 febbraio 2001, si dice: "La frequenza di tumore polmonare aumenta linearmente all’aumentare degli anni di insaccatore". Sono, ripeto, dati di consulenti del Pubblico Ministero. Successivamente Comba e Pirastu, nelle loro controdeduzioni alla memoria dell’ingegner Zocchetti, il 14 dicembre 2000 accenneranno anche loro che: "Il fatto che sulla base dei dati di Waxweiller, l’incremento di rischio per tumore del polmone osservato in alcune coorti può essere dovuto all’esposizione di polveri di PVC piuttosto che di CVM". E lo stesso Pubblico Ministero più volte è intervenuto sul fatto che possa esserci questo tipo di astratta riferibilità della patologia del tumore al polmone all’attività di insaccatore. Però in Montefibre non si insaccava il PVC. Un dato storico, il PVC non veniva insaccato. Su questo è assolutamente preciso, e lo vedremo dopo, il dottor Pasquon. "Il PVC nei VT Montefibre si dice era stoccato in sili e da questi alimentato al reparto V7 mediante una linea chiusa di trasporto pneumatico con aria". Non veniva insaccato e nella Montefibre non lavoravano gli insaccatori delle cooperative, non c’erano insaccatori di cooperative in Montefibre. Non veniva insaccato e veniva direttamente trasferito, dopo la produzione veniva essiccato e una volto essiccato mediante dei tubi pneumatici veniva trasferito in silos e a sua volta prelevato per il trasferimento al VT7, dove avveniva tramite prima un coagulo con determinati solventi, veniva trasformato poi nel dop, che sarebbe stato filato dal reparto VT7. Le altre patologie che vengono paventate, quindi da una parte non c’è la correlabilità, dall’altro anche in ipotesi peggiore prevista dal Pubblico Ministero, noi non abbiamo PVC.

Gli altri fenomeni sono due fenomeni di Raynaud, un tumore non Hodgking e un’epatopatia. L’epatopatia viene lamentata dal signor Toffanello. I nostri consulenti dicono: "Molto probabilmente si tratta di una steatosi in un soggetto sovrappeso che soffre di diabete". Questo è il professor Colombo all’udienza del 29 febbraio 2000. La patologia, ovviamente non quella che ha portato al decesso che è un tumore al polmone, la patologia di Raynaud che è lamentata dal signor Bettin Ido è una patologia che non viene rilevata in sede anamnestica, è solamente evidenziata nella relazione Fulc, nel corso di esami che fa la Fulc nel ‘75. Osculati, un all’udienza del marzo ‘99, dice: "Questo può essere dovuto a un’arteriopatia per nulla correlabile al CVM". L’ultima posizione che riguarda il Raynaud è Pistolato Giorgio, che è un tumore non Hodgking, e questo sulla non correlabilità non aggiungo io parole al fatto che questo tipo di patologia possa essere correlata all’esposizione del CVM. Tra l’altro Pistolato comunque era addetto alle pulizie civili, da quanto risulta dalle schede, quindi neppure esposto a CVM. Questo lo dicono Carrera e Lotti nel loro intervento. Guerrin Pietro, lui lamenta un fenomeno di Raynaud; ma questo soggetto che lamenta il fenomeno di Raynaud nel 1998, con un esame che è allegato agli atti della costituzione di parte civile del signor Guerrin, cessa le mansioni in Montefibre nel 1975; successivamente, e lo dice nello stesso atto di costituzione di parte civile il collega, viene esposto per tutti gli anni avvenire, fino mi pare al ‘96, quando cessa il rapporto di lavoro, parla di ininterrotta esposizione a CVM ed affini. Ma il tempo di latenza dalla cessione dei lavori in Montefibre nel ‘75 al momento in cui la malattia viene lamentata, e cioè nel ‘98, francamente mi pare, come concludono gli stessi consulenti medici della Montefibre, non possa essere in alcun modo ricollegabile a eventuali mansioni svolte presso la nostra società.

Mi rendo conto che sto forse intervenendo anche troppo, faccio un’altra battuta che riguarda invece gli impianti. È stata criticata Montefibre perché noi non avevamo le commesse dei lavori svolti. Beh, vorrei fare una domanda io: perché veniamo criticati? E perché avremmo dovuto delle commesse di un impianto chiuso 25 anni fa per noi e dismesso 25 anni fa! Questo dovrebbe, per la pubblica accusa e anche per le accuse private, indicare che questa allora, evidentemente non avendo le commesse, nessun tipo di intervento è stato fatto per la bonifica degli impianti VT di Montefibre; e questo ovviamente non è vero, ma ovviamente non è vero, e sono almeno tre i dati oggettivi che lo evidenziano. È clamorosamente smentito dalle testimonianze di Vaglini, che era il responsabile del reparto VT2, udienza del 12 luglio 2000; di Guermini, all’udienza del 23 maggio 2000; dagli interventi che sono evidenziati nelle relazioni delle task force che voi avete agli atti; e anche da quelle che sono le analisi non solo gascromatografiche ma anche con i pipettoni che indicano un crollo, a iniziare dal 1974, la diminuzione costante fino a quasi l’azzeramento, del CVM nei reparti interessati.

Io vado velocemente a concludere, anche perché non voglio sottrarre tempo ai colleghi che tratteranno le posizioni dei singoli amministratori della Montefibre, e parlo solo per accenno al fatto che questo è un processo comunque fatto alla filiera del cloro. Lo stesso Presidente è intervenuto, limitando quelli che sono gli elementi che devono essere valutati all’interno di questo processo. Si parla di CVM, PVC, dicloroetano; e questo anche per un eventuale secondo capo d’imputazione, nell’ordinanza del Presidente del 23 gennaio 2001, Montefibre come ho detto cessa l’utilizzo di ogni cloro derivato nel 1977. Comunque questo con quanto ne può derivare in tema di eventualmente anche prescrizione.

Io, signori, del secondo capo d’imputazione proprio non parlo, perché non ci sono contestazioni agli amministratori Montefibre nel secondo capo d’imputazione, e quindi non vedo davvero come Montefibre possa essere chiamata a rispondere quale responsabile civile di questo secondo capo d’imputazione. E quindi davvero le richieste delle Parti Civili, nei confronti della Montefibre, e sul punto, non hanno ragione di essere.

Io, signori, vi dimetto quelle che sono le sintesi, ed anzi anche qualche approfondimento su qualche punto del mio intervento di oggi, e chiedo il rigetto di tutte le domande e pretese avanzate dalle Parti Civili nei confronti della Montefibre S.p.A..

 

Presidente: va bene, grazie avvocato. Facciamo una sospensione di un quarto d’ora circa.

 

L’UDIENZA VIENE BREVEMENTE SOSPESA.

 

Presidente: prego avvocato.

 

AVVOCATO PEDRAZZI

 

Avvocato Pedrazzi: buongiorno, signor Presidente, signori Giudici, prendo la parola in difesa di quattro posizioni soggettive: l’ingegner Alberto Grandi, il dottor Italo Trapasso, l’ingegner Sauro Gaiba, il dottor Antonio Belloni. Sono tutti imputati il cui periodo di carica si colloca, almeno per una parte, nei primi anni ‘70. Nella trattazione delle posizioni mi discosterò molto leggermente dall’ordine cronologico per seguire, in ordine decrescente, le richieste di pena avanzate dal Pubblico Ministero, il quale ha chiesto 12 anni per Grandi, 10 anni per Trapasso, 4 anni per Gaiba e Belloni.

Premetto subito che non riprenderò temi di carattere generale per i quali mi rifaccio integralmente agli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto; premetto anche che depositerò, nei prossimi giorni, una memoria specifica per ciascuna posizione, nella quale saranno necessariamente contenute, anche per le ovvie esigenze di sintesi imposte dai tempi, numerose argomentazioni difensive che non avrò il tempo di svolgere nella discussione orale, oltre che ovviamente tutti i riferimenti alle fonti probatorie e agli ordini di servizio con riferimento ai vari periodi di carica. Si tratta di posizioni molto diverse tra loro, quindi non mi è possibile svolgere una trattazione unitaria, però queste posizioni hanno, almeno per una parte, un tratto comune. L’ingegner Grandi, il dottor Trapasso, l’ingegner Gaiba, erano contemporaneamente in carica a livelli però molto diversi dalla scala gerarchica, l’uno come amministratore delegato, l’altro come direttore di stabilimento, il terzo come semplice capo gruppo di produzione, al momento della famosa notizia Gudrich, dello scoppio dell’emergenza CVM. È quindi interessato vedere come la loro condotta di fronte all’emergenza CVM esprima da un lato la risposta data dalla società ai vari livelli della scala gerarchica, e dimostri come si sia trattato di una risposta assolutamente unitaria, nell’ambito della quale le iniziative assunte dai vertici si sono perfettamente integrate, armonizzate, con le iniziative assunte dalla base, consentendo di raggiungere in tempi molto rapidi il risanamento degli ambienti di lavoro.

Un altro rilievo preliminare si riferisce al totale vuoto probatorio, all’assenza di riscontri a supporto delle richieste di condanna avanzate nei confronti degli imputati. Per la verità il Pubblico Ministero ha dato una spiegazione di questo disinteresse per le posizioni soggettive, confermando, com’è già stato detto più volte, che il vero imputato in questo processo è l’azienda, e che la sola appartenenza aziendale degli imputati fonda una presunzione invincibile di responsabilità. Il Pubblico Ministero ha giustificato la scelta di non approfondire le posizioni soggettive facendo riferimento testualmente a una marcata e pervicace continuità nella logica, nella filosofia, nell’azione delle aziende, aggiungendo che tutti gli imputati, pur a livello diverso e con responsabilità diverse, sarebbero uniti da quel vincolo di logica aziendale. Il dottor Casson non ha chiarito che cosa sia questa logica, ma allude certamente a una logica imperniata sul primato del profitto e della produzione. Quello che si cercherà di dimostrare, con riferimento a ciascuna delle quattro posizioni che si tratteranno, è come non solo non si trovi traccia, nel loro operato, di quel tipo di logica, ma siano stati animati da una logica di segno esattamente opposto. E questo è confermato da una pluralità di riscontri probatori ampi e univoci, che verranno sottoposti per cenni nella discussione e più analiticamente nelle memorie, alla paziente attenzione del Tribunale. Con questi riscontri il Pubblico Ministero ha deliberatamente scelto di non misurarsi in quanto essi cozzano irrimediabilmente con il teorema dell’accusa, e di questo naturalmente il Pubblico Ministero era consapevole.

L’ingegner Alberto Grandi è imputato nella qualità indicata nell’allegato A e che per pura comodità ho riassunto in un lucido, come dirigente della società Montedison, e in particolare amministratore delegato dall’ottobre ‘72 al novembre ‘77, vice Presidente Montefibre dal maggio ‘77, Presidente ENI dal 17 maggio ‘80 al marzo ‘82. Va subito precisato che le due ultime cariche, vice Presidente di Montefibre e Presidente ENI, non c’entrano nulla con i fatti di cui ai capi di imputazione: la carica di vice Presidente di Montefibre perché assunta quando gli impianti di fibra vinilica erano ormai definitivamente chiusi; la carica di Presidente ENI perché l’ENI non aveva nulla a che fare con lo stabilimento di Porto Marghera negli anni ‘80, fino al marzo ‘82. Rileva solo la carica di amministratore delegato della Montedison, che è stata ricoperta in realtà fino all’aprile ‘77, non fino al novembre, perché dall’aprile al novembre l’ingegner Grandi è stato nominato vice Presidente gestione e sviluppo, carica che comportava compiti di tipo diverso, che sono illustrati nella memoria. Come amministratore delegato, come risulta dall’ordine di servizio 320 del 12 ottobre ‘72, egli aveva i seguenti compiti: coordinare l’attività delle divisioni operative e le società di settore, con esclusione delle società Alimont e Standa, e assicurare il controllo delle gestioni per l’intero gruppo, quindi compiti di coordinamento e controllo, un coordinamento esteso a tutte le divisioni operative che erano sei, ciascuna con i propri stabilimenti, e alle società di settore, che a loro volta erano a capo di una pluralità di controllate e di collegate. Compiti da esercitarsi nell’ambito di un gruppo che aveva le dimensioni che si sono già più volte ampiamente ricordate. Così brevemente tratteggiate le funzioni è necessario chiedersi di che cosa l’ingegner Grandi può essere chiamato a rispondere, dato che certamente non potrà essere chiamato a rispondere di tutti gli addebiti aventi un contenuto direttamente tecnico-operativo, o di quelli riferiti all’epoca successiva alla sua entrata in carica. Ma vediamo prima che cosa il Pubblico Ministero ha rimproverato all’ingegner Grandi nel breve spazio a lui dedicato nella sua requisitoria, perché l’ingegner Grandi ha avuto il privilegio di meritare qualche parola nella requisitoria finale del dottor Casson. La prima colpa attribuita all’ingegner Grandi è quella di essere stato scelto da Cefis a far parte della sua squadra, perché questo consentirebbe di ritenerlo complice della logica che il Pubblico Ministero attribuisce al dottor Cefis. Tanto che poi il Pubblico Ministero, quando si riferisce all’uscita di Grandi da Montedison, commenta testualmente: "L’ingegner Grandi se ne va, ma se ne va perché? Perché non può continuare a fare quello che faceva con Cefis, visto che era della stessa squadra". Naturalmente si guarda bene dal precisare che cosa Grandi facesse con Cefis e non potesse più continuare a fare dopo l’uscita di Cefis. Si tratta di un’argomentazione ad effetto che tradisce null’altro che il vuoto probatorio dell’accusa.

La seconda colpa dell’ingegner Grandi, o quanto meno le inferenze di colpevolezza, vengono desunte anche dalle dichiarazioni rese dall’ingegner Grandi in sede di interrogatorio. Se il Tribunale avrà la pazienza di rileggere il verbale di interrogatorio dell’ingegner Grandi, vedrà come sia un verbale nel quale è descritta, senza alcuna reticenza, quella che era l’ampia sfera di poteri e di responsabilità, come l’ingegner Grandi non abbia cercato in nessun modo di minimizzare il proprio ruolo; come poi sul problema CVM abbia reso dichiarazioni limpide e precise sull’epoca in cui ne è venuto a conoscenza, sulle iniziative immediatamente assunte, sulla grande rilevanza da subito attribuita al problema, al punto che ne ha discusso sia con i vertici, con Presidente Cefis, sia con Bartalini, sia con i sindacati. È un verbale di interrogatorio dal cui tenore, estremamente lineare, traspare l’integrità e la franchezza dell’ingegner Grandi; e che contraddice, in modo deciso, l’accusa rivolta ai vertici della società, di avere trascurato o sottovalutato l’importanza della questione CVM. Eppure il Pubblico Ministero richiama il verbale d’interrogatorio solo per ricavarne la conclusione che l’ingegner Grandi – testuale – attraversa tutti i vari centri di potere, locali, periferici e centrali, della Montedison. Qui, francamente, non si può che restare stupiti. Cosa dovrebbe fare un amministratore delegato! Oppure, in un’ottica accusatoria improntata alla demonizzazione dell’azienda, la semplice elencazione dei poteri dell’amministratore delegato, equivale forse ad una confessione di colpa? A ulteriore riprova della centralità, peraltro non meglio definita, anche se indicata dal Pubblico Ministero, della figura dell’ingegner Grandi, egli cita alcuni riscontri documentali: quattro. Due di questi quattro sono documenti prodotti dalla difesa, proprio per la loro valenza favorevole nella nota di produzione allegata al processo. Il primo è il verbale di accordo sindacale dell’11 marzo ‘74 già richiamato dall’avvocato Cagnola; documento di ampio respiro, accordo programmatico che recepisce i termini di un accordo che riguarda l’intera attività di Montedison nel settore chimico, il mezzogiorno, la ricerca, l’agricoltura, la occupazione. Il documento è stato richiamato dal Pubblico Ministero semplicemente con riferimento ad un inciso che riguarda una previsione di investimenti in materia di ambiente e sicurezza. E questo inciso è stato liquidato con il commento "promesse non mantenute". In realtà la previsione contenuta nel verbale d’accordo sindacale, tenuto conto delle dimensioni della portata dell’accordo che riguardava l’intera Montedison da un lato, delle ricostruzioni peraltro compiute dai nostri consulenti e contenute nelle relazioni del professor Pasquon, sia per quanto riguarda gli aspetti impiantistici che per quanto riguarda gli aspetti ambientali dall’altra, è una previsione di investimenti assolutamente realistica e confermata dai fatti. Il secondo documento prodotto dalla difesa e richiamato dall’accusa è una disposizione emessa dall’ingegner Grandi in materia di sicurezza nei lavori appaltati. Anche qui, francamente, non si capisce la valenza accusatoria del documento. Un altro documento menzionato dal dottor Casson, e che si proietta un lucido semplicemente per la memoria del Tribunale, perché non rientra tra le produzioni della difesa, verrà allegato alla memoria, è una nota a firma Bartalini del 6 dicembre 1973, inviata a Grandi per conoscenza, con la quale Bartalini informa le divisioni e la Montefibre dell’esistenza di superiori direttive, presumibilmente riferibile all’amministratore delegato, che impongono un rafforzato del servizio medico di fabbrica, e cioè nel quadro del programma che prevede la realizzazione di un centro di igiene del lavoro e medicina preventiva, tendente a perfezionare i servizi medici aziendali per la migliore prevenzione e assistenza dei lavoratori. Io non riesco assolutamente a comprendere come questo possa essere citato come documento favorevole all’accusa, probabilmente sono io che non capisco. Infine, quarto ed ultimo riscontro probatorio citato dal Pubblico Ministero sul conto dell’ingegner Grandi, è un documento misterioso; misterioso perché le difese non sono riuscite a trovarlo e il Pubblico Ministero, pur richiesto, non ha voluto metterlo a disposizione. Si tratta di una misteriosa missiva inviata da tale dottor Trabucchi dagli Stati Uniti. Proprio perché il documento non l’ho visto, non posso esprimere naturalmente nessun commento. Mi limito ad osservare: primo, che l’ingegner Grandi era il destinatario, non sappiamo nemmeno se unico, di questa missiva, e quindi questo non consente di ritenerlo responsabile di quanto eventualmente contenuto; però, se questo documento si identifica con un documento citato dal dottor Casson in un altro punto della requisitoria, che riferisce sulla genesi degli standard OSHA e sulle posizioni dell’industria, com’è probabile, è un documento citato senza menzionare il mittente, può essere che si tratti dello stesso documento, c’è a questo punto la prova inconfutabile come proprio l’ingegner Grandi abbia imposto a Montedison il tempestivo adeguamento al nuovo limite introdotto dall’OSHA, che come si ricorderà era il più rigoroso dei limiti allora in discussione.

In conclusione, se queste sono le prove di colpevolezza raccolte dal Pubblico Ministero sul conto dell’ingegner Grandi, non solo non dimostrano nulla se non la totale mancanza di argomenti a favore dell’accusa, ma hanno anzi una valenza complessiva fortissima a favore della difesa. Il Pubblico Ministero ovviamente ha omesso di citare tutti i riscontri più evidenti della particolare sensibilità e diligenza dell’ingegner Grandi, riscontri che sono numerosi, che subito indicherò e che giustificano a pieno titolo la richiesta di assoluzione con la formula più ampia che verrà formulata al termine di questo intervento. "L’ingegner Grandi aveva una grande sensibilità per le problematiche dell’ambiente e della sicurezza", sono parole del dottor Trapasso, nel verbale d’interrogatorio. I riscontri vanno parametrati ai poteri afferenti alla carica di amministratore delegato. In primo luogo, un potere di supervisione in materia di bilancio. Sulla genesi del bilancio hanno riferito molti testi, è stato particolarmente preciso il teste Lugli, che ha riferito come il bilancio venisse formato partendo dal passo, dal reparto, allo stabilimento, alla divisione, alla società, e per consolidamenti successivi poi fino al budget consolidato di gruppo. E descrive anche il controllo dell’amministratore delegato sui dati che arrivavano dalle divisioni. È chiaro che le scelte di carattere tecnico in ordine agli investimenti esulavano completamente dai compiti dell’amministratore delegato; importa però sottolineare che tutti i riscontri processuali dimostrano che mai furono poste restrizioni agli interventi dettati da esigenze di igiene ambientale e sicurezza. Il teste Lugli ha parlato di corsia preferenziale per questa categoria di investimenti. Numerosi testi, e i riferimenti più puntuali sono nella memoria, hanno confermato di non avere mai subìto alcun limite, e questo vale per gli interventi impiantistici e vale per gli interventi di manutenzione. Ed è totalmente falso e documentalmente smentito quanto affermato dal Pubblico Ministero, cioè che gli interventi non venissero fatti se non presentavano una convenienza economica. Già il professor Giarda ieri ha richiamato la annotazione contenuta in alcune commesse sul punto del ritorno economico degli investimenti; in altre commesse, tra le quali quelle relative all’installazione dei gascromatografi, depositate all’udienza del 19 aprile 2000, si legge: "Non esiste convenienza economica, la modifica è in funzione di un miglior controllo dell’ambiente di lavoro".

Seconda attribuzione dell’ingegner Grandi come amministratore delegato: il potere di dare direttive di ordine generale, di imporre degli obiettivi. È chiaro che poi il raggiungimento di questi obiettivi non poteva avvenire che a opera delle concrete iniziative dei tecnici a ogni livello. Vediamo allora come si è comportato l’ingegner Grandi di fronte all’emergenza CVM. Nell’interrogatorio riferisce di avere appreso del problema appena divenuto operativo, quindi dopo la metà di ottobre del ‘72, la data di assunzione della carica. "Devo dire che ho sentito parlare per la prima volta del CVM e PVC quando giunsi alla Montedison, nel ’72 - ’73, in pratica quando cominciai a divenire operativo. Ricordo che gli allora dirigenti della divisione petrolchimica mi dissero che erano in corso delle indagini richieste dalla Montedison con un certo professor Maltoni, oncologo di Bologna in relazione agli effetti provocati dalla lavorazione del CVM e PVC. Credo che in particolare me ne abbiamo parlato Darminio Monforte e Calvi. Ricordo che mi dissero che c’erano stati degli studi precedenti del professor Viola e della Solvay, e che la Montedison aveva deciso di finanziare degli esperimenti". Grandi, informato della pendenza degli studi di Maltoni, riferisce di avere voluto incontrare personalmente Maltoni: "Volli incontrare il professor Maltoni, che mi confermò la pendenza degli esperimenti; e poi di aver parlato con i vertici, con Bartalini e con i sindacati. Desidero precisare che i discorsi che ho testé riferito sul CVM e PVC, sulla sua possibile pericolosità e sugli studi di Viola e Maltoni, vennero da me fatti sia con Maltoni che con i tre dirigenti su indicati; aggiungo che di questi problemi ho parlato sia con il dottor Bartalini che con il Presidente Cefis, e con i sindacati: era un problema molto grosso, stante la sua rilevanza che ho sicuramente parlato. Dopo aver parlato con Maltoni e con i su indicati dirigenti e vertici – continua l’ingegner Grandi – abbiamo dato varie disposizioni". E queste sono da lui indicate in questi termini: "La prima disposizione. Innanzitutto dovevano continuare gli accertamenti del professor Maltoni". E questo, com’è noto, avviene. "E solo pochi mesi dopo, nell’aprile del ‘73, Maltoni comunica i propri risultati, ancora provvisori, al convegno di Bologna". Questo è stato ripetutamente ricordato, questa comunicazione costituisce la prova conclamata che le accuse rivolte ai vertici di Montedison, di aver imposto vincoli di riservatezza a Maltoni sono totalmente destituiti di fondamento. "Poi – continua l’ingegner Grandi – venne disposta la pulitura automatica delle autoclavi". Infatti è del ‘73 l’apertura della commessa personalmente autorizzata dall’ingegner Grandi per l’adozione del sistema Gudrich. Allora attualizzata al dicembre ‘98, circa 10 miliardi. "Infine – continua l’ingegner Grandi – provvedemmo ad un notevole abbassamento graduale dei limiti della concentrazione di CVM nell’aria". A questo scopo già nel ‘73 abbiamo numerose modifiche alle procedure, che sono state puntualmente richiamate dall’avvocato Baccaredda, oltre che elencate nella relazione del professor Pasquon, e quindi mi rifaccio integralmente ai loro interventi. Nel ‘73 si ha la prima impennata degli investimenti, un’impennata non da poco se è vero che, secondo la ricostruzione contenuta nella relazione Pasquon, il ‘73 ed il ‘76 sono i due anni nei quali si è speso di più. Nel ‘73 cominciano a svolgersi regolari riunioni tra tecnici per esaminare ogni aspetto della problematica del CVM e individuare le soluzioni tecniche più appropriate. Tutte queste iniziative vengono assunte a scopo meramente cautelativo quindi la cancerogenicità del CVM per l’uomo è ancora un semplice sospetto, quando gli esperimenti sugli animali sono ancora a metà strada. Alla fine del ‘73 scoppia il caso Gudrich, e sappiamo che poco dopo, nel marzo ‘74, l’OSHA stabilisce un TLV massimo provvisorio di 50 PPM; nell’aprile del ‘74 in Italia il Ministro Bertoldi raccomanda alle aziende l’adeguamento a questo stesso limite di 50 PPM. Anche Montedison si conforma a questo limite provvisorio di 50 PPM e Montedison si prefigge, per il raggiungimento dei 50 PPM un termine ben preciso e molto ravvicinato che non risulta fosse imposto da nessuno. L’esistenza di questo termine, che è semplicemente il 30 settembre ‘74, si desume dalla riunione sul CVM tenutasi a Brindisi il 9 ottobre ‘74, nella quale si dice: "Essendo scaduto, in data 30 settembre ‘74, il termine a suo tempo stabilito per il raggiungimento di tassi di inquinamento inferiori a 50 PPM". Dunque il Ministro Bertoldi impone questo limite in aprile; Montedison si prefigge di raggiungerlo entro il 30 settembre. In quella stessa riunione di Brindisi si dice: "A inizio riunione è stato comunicato che il limite di 50 PPM era da considerarsi superato, essendo stati definiti dall’OSHA dei nuovi limiti molto più restrittivi. Le decisioni prese dall’OSHA prevedono quanto segue: 1 PPM di TVA in 8 ore di lavoro; 5 PPM come massimo per 15 minuti primi su ogni turno di 8 ore". Dunque si guarda all’OSHA. L’OSHA è spontaneamente assunta come punto di riferimento, e questo in un’epoca nella quale, come sappiamo, i contratti collettivi di lavoro recepivano i limiti ACGH che erano limiti ben più alti. Cosa fa l’ingegner Grandi di fronte a questo nuovo limite, indipendentemente dalle eventuali missive pervenutegli dal dottor Trabucchi o da altri? "Sono note le opposizioni dell’industria americana che riuscì a ottenere lo slittamento dell’entrata in vigore del nuovo limite al primo gennaio ‘76". Ebbene, all’inizio di marzo del ‘75, quindi quando lo standard negli Stati Uniti non era ancora in vigore, l’ingegner Grandi lo adotta per Montedison, indicando come obiettivo l’adeguamento a tale limite entro il primo aprile ‘76. Si veda il verbale di riunione del 21 marzo ‘75, che ho riprodotto nei prossimi due lucidi. Nel verbale si dice che tutte le modifiche migliorative sugli impianti attuali sono state accelerate al massimo; successivamente, al punto E, si riportano le direttive dell’amministratore delegato. Nella riunione tenuta – leggo dal lucido – il 12 marzo, l’ingegner Grandi ha dato precise direttive che hanno sciolto certe alternative d’azione precedentemente considerate. "L’ipotesi di lavoro viene fissata su una normativa ad 1 PPM di MAC per il primo aprile ‘76; anticipazione al massimo della costruzione di nuovi impianti con adeguato dimensionamento degli interventi su quelli vecchi; proiezione della situazione CVM verso l’esterno, con una campagna di chiarimento, affrontandone apertamente dialettica e problematica; assunzione di personale da istruire per i nuovi impianti e per sostituzione di quello diversamente organizzato negli impianti esistenti".

Mi siano consentiti solo un paio di commenti. Al primo punto si parla di ipotesi di lavoro. Il termine non tragga in inganno, perché le direttive dell’ingegner Grandi sono state recepite come norme direttamente operative a tutti i livelli; e di questo ci sono ampie conforme, testimoniali e documentali. Per le prime mi limito qui a citare Codifava, vice direttore di produzione 2, superiore diretto dell’ingegner Gaiba, sentito come teste in questo processo, il quale dichiara: "L’ingegner Oddi di Milano mi ha dato questa comunicazione: guarda che l’ingegner Grandi ha deciso che in tutti i posti di lavoro si deve rispettare 1 PPM di CVM. Di questo sono sicuro". Udienza del 9 giugno 2000. Precisi riscontri documentali si hanno in numerose relazioni relative alla Montefibre, richiamate puntualmente nella memoria, che parlano di normativa Montedison. La normativa Montedison, che è proprio questa, viene assunta come l’obiettivo al quale anche la Montefibre si deve adeguare. Il secondo punto: i nuovi impianti. Ci sono numerosi riscontri sul tema dei nuovi impianti, e questo per il semplice motivo che ci fu, e è incontestabile, un’epoca, all’inizio dello scoppio della notizia Gudrich, nella quale sia in America, come risulta da tutti i verbali delle rogatorie internazionali, sia in Italia, le società furono prese dal timore di non poter conseguire gli obiettivi prefissati dall’OSHA con il risanamento degli impianti vecchi. Quindi l’alternativa di costruire nuovi impianti fu esplorata a fondo e per un certo periodo fu ritenuta obbligata. Questo non significa però che essa sia stata abbandonata per ragioni economiche, come sostenuto dal Pubblico Ministero. Si è già detto che questo verbale del 21 marzo ‘75 riporta che tutte le modifiche migliorative sugli impianti esistenti sono state accelerate al massimo, e per effetto di tali modifiche ci si rese conto che contrariamente a quanto prima ritenuto il risanamento dei vecchi impianti era possibile. È vero, e nessuno vuole negare che nel successivo verbale più volte citato in questo processo, relativo alla riunione del 30 giugno ‘75, emerge che ebbero un peso anche considerazioni economiche, che il preventivo Tecnimont era un preventivo dai costi molto elevati, però tali considerazioni non possono assolutamente essere scisse dalla concomitante realizzazione che era possibile rientrare nella normativa con le modifiche agli impianti esistenti. Non solo, ha riferito il teste Bacchetta che la soluzione "costruzione di nuovi impianti" comportava anche dei rischi. Ricordo solo alcuni punti della deposizione Bacchetta all’udienza del 9 giugno 2000: "Non avevamo tecnologie nuove da prevedere per questi impianti. Intervenire su impianti come quelli di polimerizzazione non era una cosa molto semplice, perché le ricadute su alcune modifiche fatte in un punto potevano essere molto pericolose. Alla fine di tutta la sperimentazione sugli impianti vecchi di tutta questa serie di modifiche risultò che il livello di monomero nell’ambiente era ottimale. Fare un impianto nuovo, tutto sommato, poteva essere più un rischio che non un vantaggio. Dunque, perché gli impianti vecchi non furono fermati? Perché non furono fatti impianti nuovi? Semplicemente perché gli impianti vecchi furono risanati". Sappiamo bene che il Pubblico Ministero sostiene che questo risanamento è fittizio, perché l’abbassamento dei limiti sarebbe da attribuire, in realtà, all’introduzione dei gascromatografi. Non si ritorna sui numerosissimi decisivi argomenti già ampiamente sviluppati dai consulenti tecnici e da altri difensori che dimostrano come questa tesi sia fantasiosa, errata, smentita dall’evidenza. Ci si limita a osservare che la configurazione del sistema gascromatografico è avvenuta a opera di tecnici di stabilimento di grande levatura e esperienza, e esulava completamente, non solo dall’ambito di competenza, ma anche dalle possibilità di conoscenza dell’amministratore delegato. Quest’ultimo era semplicemente destinatario dei dati, nella verifica dei dati si esaurivano le sue possibilità di controllo dell’efficacia degli interventi. E i dati, dei quali non aveva nessun motivo di dubitare, attestavano inconfutabilmente il reale conseguimento di concentrazioni rientranti nella normativa OSHA a partire dai primi mesi del ‘76: due anni prima della normativa CEE, sei anni prima del D.P.R. 962. Dati, come noto, erano confermati dai dati dei pipettoni per il periodo in cui i due sistemi hanno funzionato contemporaneamente; dai dati delle campagne di confronto tra monoterminale e pluriterminale; dai dati delle numerose campagne di rilevamento effettuate con campionatore personale. Per inciso, dalla tempestiva attuazione delle direttive dell’ingegner Grandi discende la totale inconsistenza di qualsiasi possibile rimprovero di culpa in erigendo, e comunque va insistito sull’autonomia dei livelli tecnici di divisione di stabilimento.

Una volta impartite le direttive generali d’azione, l’ingegner Grandi non si intrometteva nelle scelte esecutive, questo non rientrava nei suoi compiti; le riunioni sul problema CVM avvenivano al solo livello dei tecnici di sede e di stabilimento; l’ingegner Grandi non era nemmeno tra i destinatari per semplice conoscenza della copia dei verbali di queste riunioni.

Vi sono numerose altre considerazioni, ma per queste rinvio alla memoria.

Anche sul secondo capo d’imputazione mi limito a rilevare che numerose contestazioni non gli sono riferibili per ovvie ragioni temporali; il periodo ’72 - ’77 è un periodo di transizione dal punto di vista normativo e risulta inequivocabilmente come le prime iniziative normative abbiano avuto una pronta risposta da parte della società. Si rinvia ancora alle dichiarazioni rese dai testi Mason e Polo. Si rinvia poi alla relazione dei consulenti della difesa per quanto riguarda gli impianti di tipo ecologico realizzati durante il periodo di carica dell’ingegner Grandi. E si rinvia alla memoria per i riscontri del suo personale interessamento per tali problematiche.

In conclusione, si ritiene che tutti i riscontri probatori dimostrino univocamente la centralità della figura dell’ingegner Grandi non però nel senso in cui tale centralità è stata menzionata dal Pubblico Ministero. Invece, per il ruolo decisivo da lui avuto nel promuovere senza tentennamenti tutti gli interventi necessari o anche solo utili per la tutela dell’ambiente di lavoro e dell’ambiente esterno. Si può affermare che la gestione Grandi è stata improntata a una logica aziendale nella quale era la sicurezza a avere la precedenza sulle ragioni del profitto.

Va ascritto, a suo merito, la decisa azione di impulso che consentì alla Montedison di conseguire, più che tempestivamente, la radicale bonifica degli impianti di CVM e PVC; non si ritiene che potesse fare nulla di più e di diverso e si chiede l’assoluzione con la formula più ampia.

Passo alla posizione del dottor Italo Trapasso. Il dottor Trapasso è forse l’imputato che tra tutti ha il singolare privilegio di essere chiamato a rispondere sotto il maggior numero di vesti diverse, nel maggior numero di qualità come recita l’allegato A ai capi di imputazione. Nove qualità, come si può vedere secondo il primo capo, nove che diventano dieci nell’allegato A al secondo capo. Le ragioni di questa contraddizione sono indicate nella memoria, semplicemente una carica è stata contestata per due volte con nomi diversi. È un particolare irrilevante. Però, di fronte alla precisazione delle cariche contenute dei capi di imputazione, non si può che restare sconcertati. Il dottor Trapasso è chiamato a rispondere praticamente della sua intera carriera lavorativa che viene richiamata in modo del tutto indiscriminato, dato che la maggioranza delle cariche indicate non hanno nulla a che fare con lo stabilimento di Porto Marghera e con quello di cui si discute in questo processo.

Naturalmente il Pubblico Ministero si è ben guardato dal precisare che cosa specificamente gli sia contestato in relazione a ciascun periodo di carica. Al contrario, nelle poche parole dedicate al dottor Trapasso nella requisitoria, il Pubblico Ministero si è limitato a offrire una sintesi della carriera del dottor Trapasso. Una ricostruzione del tutto neutra nei contenuti, nonostante la coloritura intenzionalmente negativa nei toni. Cosa dice il Pubblico Ministero? Dice testualmente: "La posizione di Trapasso Italo è una posizione un po’ particolare, a cavallo tra le vicende della Montedison e le vicende delle società del gruppo ENI, proprio per le sue capacità di tecnico vediamo dal dicembre del ‘73 che è stato direttore di stabilimento; poi ha salito un po’ tutti i gradini della carriera passando a un certo punto anche alle società del gruppo rivale, che poi rivale in effetti non è mai stato perché abbiamo visto che dagli anni ‘60 ENI comunque aveva una sua anche pesante partecipazione all’interno di Montedison. In più occasioni troviamo la presenza del dottor Trapasso fin da quando era direttore di stabilimento, e successivamente quando si interessa invece un della situazione anche più avanti della Eninox Enichimica, etc., delle società poi del gruppo ENI per confluire, all’epoca del 1988, nella vicenda di matrimonio Enimont - Montedison". Questo è quello che dice il Pubblico Ministero. E poi? E poi nulla, è tutto qui.

Il Pubblico Ministero trova implicitamente conferma nella densa carriera del dottor Trapasso, non tanto delle capacità di tecnico quanto di quel vincolo di logica aziendale che a suo avviso unifica tutte le condotte di tutti gli imputati costituendo il reale elemento di continuità al di là di ogni denominazione societaria. Anzi, le diverse denominazioni societarie sono ridotte a qualcosa di meramente apparente, come risulta dal riferimento alla partecipazione di ENI in Montedison. Che tale unificazione delle condotte in una massa indistinta non stia in piedi, è stato dimostrato con abilità ineguagliabile dal professor Padovan, e sul punto non mi permetto di ritornare. Non c’è dubbio però che per quanto riguarda il dottor Trapasso l’accusa aveva il preciso onere di formulare contestazioni specifiche in relazione a ciascun periodo di carica, oltre che di fornire la prova in fatto delle contestazioni formulate; si è invocato giustamente il riferimento alla presunzione di innocenza, ma i principi del giusto processo consacrano anche il diritto a essere informati in maniera dettagliata dei contenuti dell’accusa: articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Invece il Pubblico Ministero si è limitato a proporre al Tribunale la lettura di un curriculum.

La difesa potrebbe trincerarsi dietro una scelta di silenzio di fronte a questo atteggiamento, e se non lo fa è solo per la consapevolezza del difficile compito che attende il Tribunale. Questa discussione avrà quindi un duplice obiettivo: in primo luogo, e questo sarà principalmente affidato alla memoria, indicare quali tra le cariche contestate sono totalmente irrilevanti rispetto ai fatti di cui ai capi di imputazione; in secondo luogo, dimostrare, alla luce di una rilettura meticolosa delle risultanze processuali, che non c’è la prova di una sola condotta colposa ascrivibile al dottor Trapasso, che la logica che l’ha sempre animato, logica aziendale ma logica anche di vita, è esattamente opposta a quella attribuitagli dal dottor Casson, e come lui abbia operato con la massima diligenza per la tutela della salute e della sicurezza.

Sul primo punto, le cariche irrilevanti; si premette subito che solo due cariche, tra le nove o dieci indicate, hanno attinenza con i temi di questo processo: la carica di direttore di stabilimento e, nei limiti in cui si dirà, la carica di direttore generale della divisione materie plastiche. La prima carica ha ricoperto il periodo dal primo dicembre ‘73, e non dal novembre come erroneamente riportato nel capo d’imputazione, fino al novembre ‘74, e non fino al dicembre, quindi uno spazio di meno di un anno, poco più di undici mesi. La seconda carica corre dal settembre ‘75 al gennaio ‘79, dunque complessivamente all’incirca 4 anni e non circa 12 anni come nella ricostruzione accusatoria, che ha voluto sottolineare, contro ogni realtà storica, una presunta onnipresenza del dottor Trapasso in tutte le vicende del processo. Solo due cenni sui motivi della rilevanza delle cariche, per il resto rinvio alla memoria. La carica di vice direttore generale materie plastiche, carica che copre il periodo di dieci mesi tra l’uscita dalla direzione di stabilimento e la carica di direttore generale Dimp; è una carica che comportava solo responsabilità di marketing, nessuna responsabilità sullo stabilimento di Porto Marghera. La carica di direttore generale l’attività di chimica organica dell’ANIC non ha nessun nesso, nemmeno immaginabile, con le vicende del processo; e, francamente, anche con uno sforzo di fantasia, non si riesce a cogliere la possibile ragione del richiamo di questa carica. Stessa considerazione per la carica di direttore programmazione ENI, dal primo ottobre ‘80 al 31 dicembre ‘81.

Due parole sulle cariche nelle società Eniox ed Enichimica. Non è chiaro quali contestazioni l’accusa abbia inteso muovere al dottor Trapasso per un riferimento a tali cariche; se si tratta di contestazioni relative alla gestione dello stabilimento o degli impianti di CVM e PVC, è da ricordare che lo stabilimento… queste cariche innanzitutto si collocano a cavallo delle trattative per il passaggio degli impianti, che com’è noto avviene nel marzo del 1983, quindi coprono la fase delle trattative e coprono la fase del passaggio della proprietà degli impianti di CVM e PVC al gruppo ENI e la fase immediatamente successiva. Allora, innanzitutto le contestazioni non possono nemmeno ipoteticamente afferire la gestione dello stabilimento di Porto Marghera, perché lo stabilimento, com’è noto, rimase di proprietà di Montedipe, fino alla fine degli anni ‘80; e il dottor Trapasso non ha mai ricoperto alcuna carica in Montedipe. Quanto agli impianti CVM e PVC, la gestione degli impianti rimane a Montepolimeri, fino all’87. In ogni caso nessuna di queste cariche, e i loro contenuti sono analizzati nelle memorie, comportava competenze di tipo operativo su tali impianti, nemmeno nei limiti molto ristretti delle competenze attribuito al gruppo ENI in forza degli accordi citati. Da tali cariche il dottor Trapasso diede le dimissioni il 31 dicembre 1984 e non nell’86 come erroneamente riportato nell’allegato A al secondo capo d’imputazione, con riferimento alla data di uscita da Enichimica. È esattamente, su questo punto, l’allegato A al primo capo. E questo perché il dottor Trapasso si riferisce, dall’85 all’89 negli Stati Uniti, dove svolge funzioni in nessun modo ricollegabili al presente processo.

È parso per la verità di capire che il Pubblico Ministero abbia inteso fare carico al dottor Trapasso, indicato del tutto o forte come principale responsabile di queste trattative, anche di presunte responsabilità perché in questa trattativa Enimont - Montedison non si sarebbe tenuto adeguato conto della situazione ambientale degli impianti.

Solo due osservazioni, anche per questo si rinvia alla memoria. A parte la difficoltà di individuare delle ipotesi di reato nelle quali questa ricostruzione sarebbe in ipotesi sussumibile, essa è fondata su una totale mistificazione delle risultanze processuali e su un completo travisamento, quello che più conta, della realtà storica. Giustamente questa realtà storica non è stata ricostruita, perché esulava completamente dall’oggetto del processo; però, proprio perché non è stata ricostruita, non è consentito estrapolarne alcuni spunti spesso fraintesi per costruire un edificio che non ha nessun riscontro nella realtà. Molto in breve, dalle risultanze processuali e dal complesso delle risultanze probatorie, risulta la validità degli impianti dal punto di vista ambientale e economico è confermata dal complesso delle risultanze probatorie; la situazione ambientale degli impianti è stata presa in considerazione e era comunque ben nota agli acquirenti; le ragioni della dissoluzione della joint venture con gli americani furono completamente diverse da quelle suggerite dal Pubblico Ministero e nulla avevano a che fare con la situazione degli impianti di Porto Marghera. Il dottor Trapasso ebbe un ruolo meramente esecutivo nella trattativa, che era condotta in prima persona dai vertici pubblici e privati, in continua consultazione con il Governo e su sollecitazione diretta e costante del Governo. L’ultima carica, vice Presidente per il coordinamento nelle politiche industriali di Montedison, è egualmente rilevante: non ha mai implicato alcun tipo di responsabilità rispetto allo stabilimento di Porto Marghera, ma comportava soltanto compiti di studio e formulazioni di proposte a contenuto pianificatorio e strategico. Il periodo è stato richiamato con riferimento all’indagine American Appraisal. Ma anche a questo proposito le risultanze processuali dimostrano: primo, che il dottor Trapasso non ha avuto alcun ruolo di partecipazione attiva alla conduzione dell’indagine; secondo, che ciò vale fin dall’inizio dell’indagine stessa, essendo positivamente emerso che la lettera d’incarico fu firmata non da lui ma da Cragnotti, e non avrebbe potuto essere diversamente perché la lettera è successivamente all’inizio del periodo di carica del dottor Trapasso.

Passiamo alla verifica dei riscontri relativi ai due periodi rilevanti. La carica di direttore di stabilimento, primo dicembre ’73 - 18 novembre ‘74. Il dottor Trapasso assume la carica in un periodo estremamente critico per un insieme di ragioni da lui ricordate nel verbale di interrogatorio: lo stabilimento era nell’occhio del ciclone per ragioni ambientali. Ma le ragioni ambientali che catalizzavano l’attenzione delle autorità e della stampa in quel periodo, erano le perdite di fosgene, le fughe di anidride solforosa, problemi che furono da lui affrontati immediatamente. Lo stabilimento all’epoca era inquadrato nella grande divisione petrolchimica che non era ancora stata scissa. Quando il dottor Trapasso arriva a Marghera, nel dicembre ‘73, viene subito informato del problema CVM; problema del quale non aveva avuto occasione di venire a conoscenza in precedenza. E questo perché prima era direttore dello stabilimento di Priolo e a Priolo non si lavorava il CVM e il PVC. Siamo alla fine del ‘73. Com’è noto le iniziative di risanamento ambientale partono dai primi mesi del ‘73 e infatti il dottor Trapasso riferisce di essere stato subito informato dopo il suo arrivo che era in corso tutta una attività volta a diminuire l’emissione di gas CVM nell’ambiente di lavoro e l’esposizione degli operai. Quali iniziative assume il dottor Trapasso? Una pluralità di iniziative su più fronti, nei limiti delle sue competenze ovviamente di direttore di stabilimento, e avvalendosi di tutte le funzioni di stabilimento interessate dal problema. Però preme mettere l’accento sul tratto assolutamente innovativo della direzione Trapasso, in quanto esso esprime una logica aziendale opposta a quella tratteggiata dal Pubblico Ministero, la convinzione cioè che il risanamento degli impianti non potesse essere perseguito se non con il coinvolgimento e la fattiva collaborazione di tutti i livelli, fino ai semplici operai; e la convinzione che tale obiettivo non potesse essere raggiunto se non instaurando un clima di dialogo e di confronto aperto con le organizzazioni sindacali. Quando il dottor Trapasso arriva a Porto Marghera trova una situazione di forte conflittualità tra direzione e organizzazioni sindacali, e lui si attiva subito per superare tale situazione, con risultati che sono ampiamente emersi nel corso del dibattimento. Di nuovo, per brevità, sono costretta a rinviare all’intervento dell’avvocato Baccaredda, che peraltro molto puntualmente ha richiamato riscontri sul coinvolgimento della Commissione Ambiente, e più in generale sul confronto continuo con le organizzazioni sindacali. Inoltre un’altra iniziativa che ebbe un peso decisivo nell’orientare l’azione già in corso verso all’efficacia sempre maggiore, fu la riorganizzazione dello stabilimento allo scopo di creare strutture più agili e efficaci e di mettere a capo dei settori più critici persone di altissima competenza professionale, non solo, di altrettanta profonda sensibilità ambientale. Si insiste molto su questo punto, perché qui è il dottor Trapasso a volere che la vice direzione servizi, da lui istituita, tra l’altro con il compito di coordinare tutte le azioni in materia di sicurezza del lavoro, igiene industriale, protezione ambientale, fosse affidata a quella grande figura che era l’ingegner Bigi, la cui attività instancabile è stata ricordata da numerosi testi nel corso del dibattimento. Da Bigi dipendevano il responsabile di manutenzione, il responsabile del pass, il responsabile dell’ufficio tecnico lavori; il ruolo propulsore di Bigi, la sua ansia di rinnovamento, addirittura la fretta che connotava la sua azione, sono state più volte richiamate. Va notato come la comprensione dell’importanza di poter contare su tecnici non solo professionalmente preparati ma anche personalmente sensibili agli obiettivi del risanati ambientale fu comune alle persone che ho vedute più lungimiranti, sia ai vertici che alla base; fu proprio per questa sensibilità che Trapasso fu chiamato a Porto Marghera, non per altro; una sensibilità di cui aveva dato prova nella sua carica di direttore a Priolo. Fu proprio per questa sensibilità e per questa logica che l’ingegner Grandi ratificò tutte le modifiche organizzative che il dottor Trapasso gli sottopose, e le varò con propri ordini di servizio. Fu proprio per questa logica che l’ingegner Gaiba chiederà che i capi reparto più anziani, che erano da sempre abituati a maneggiare il CVM come prodotto innocuo, fossero sostituiti da capi reparto giovani e sensibili all’obiettivo del risanamento ambientale.

Altra struttura che il dottor Trapasso volle fosse rafforzata nel periodo della sua direzione era il servizio sanitario di fabbrica, d’accordo questo con le indicazioni provenienti dai vertici. Poco dopo la nomina del dottor Trapasso, poco dopo, pochi giorni dopo, nemmeno un mese dopo, giunge la notizia del caso Gudrich; notizia che fa passare il CVM dalla categoria dei cancerogeni sperimentali, categoria com’è noto molto ampia, alla categoria dei cancerogeni umani.

Innanzitutto vorrei sottolineare che le modifiche organizzative di cui prima ho parlato sono precedenti alla notizia Gudrich. Non è il caso Gudrich che fa nascere dal nulla una specie di sussulto di sensibilità ambientale; al contrario, è proprio perché tale sensibilità c’era e erano stati creati i presupposti per lasciarla operare che la risposta al caso Gudrich poté essere così pronta e efficace. I problemi posti dalla notizia Gudrich sono numerosi. Il primo e ovvio: come trattare la notizia. In proposito il dottor Trapasso non ha nessun dubbio, procede a una immediata opera di informazione nei confronti dei responsabili delle varie funzioni di stabilimento, informazione alla quale si accompagnano precise direttive per la redazione di un radicale programma di interventi, che si aggiunga, che potenzi, che rafforzi il programma già in atto. Il direttore informa i responsabili, ma non per limitare la diffusione verso il basso della notizia, vale la pena di ricordare quanto riferito da Carcassoni all’udienza del 15 marzo 2000. "Io ricordo che il problema del cloruro di vinile, che avesse assunto la tossicità di prodotto cancerogeno, io l’ho saputo durante il periodo in cui era direttore il dottor Trapasso – quindi tra novembre ‘73 e i primi mesi del ‘74 -. Il dottor Trapasso ha fatto una riunione particolare su questo argomento, a cui partecipai io ma anche altre persone, il professor Grandi, etc.. In quell’occasione ha detto ampiamente che c’era questo nuovo problema e che andava affrontato con le dovute iniziative. La riunione è stata la mattina, io ho in mente il pomeriggio; ecco, quindi, insomma, mi vidi con l’ingegner Gaiba e insieme ai capi reparto dell’ingegner Gaiba per cominciare a vedere concretamente quello che era il mio supporto in quest’occasione. Il direttore dà informazioni e direttive d’azione ai responsabili delle varie funzioni, questi si attivano con i capi gruppo e i capi reparto". Il capo gruppo – come si vedrà con riferimento alla posizione dell’ingegner Gaiba – informa le maestranze. Di questa attività di informazione, che parte dall’alto e raggiunge i semplici operai, vi sono numerose conferme, non può essere posta in dubbio; e questo rilievo non è assolutamente in contraddizione con quanto rilevato dall’avvocato Baccaredda circa il fatto che la notizia avesse anche una circolazione propria. È perfettamente logico, la notizia poi nel ‘74 viene ripresa dalla stampa e viene diffusa dal sindacato; ma l’informazione non è stata omessa dall’azienda, tutt’altro.

Non è nemmeno vero, come suggerito dal Pubblico Ministero nelle domande di controesame ai testi, che in quella riunione il dottor Trapasso si sia limitato a dare informazioni senza dotare alcuna iniziativa. Tutto al contrario. Proprio con riferimento a quella riunione ha riferito Talamini, che era capo del centro ricerche, di avere ricevuto, proprio dal dottor Trapasso, indicazioni tutt’altro che generiche. Udienza 7 giugno 2000, dice Talamini: "Mi ha detto di impostare delle ricerche su tre fronti: quello di migliorare la capacità analitica dei gascromatografi, quindi di cercare di aumentare il più possibile la sensibilità per cercare di determinare concentrazioni sempre più basse di cloruro di vinile. Questa è la prima cosa. Dopo – secondo punto – studio di queste colonne di strippaggio, e quindi partire con ricerche a livello di laboratorio per individuare la tecnologia più efficace.

Terzo, procedure per ridurre il cloruro di vinile nell’ambiente di lavoro. Dunque direttive precise, con obiettivi precisi, anche per le colonne di strippaggio l’impulso viene dal dottor Trapasso, anche se successivamente l’ingegner Bigi, venuto a conoscenza dell’esistenza della tecnologia Gudrich, che era già disponibile, decide di sospendere le ricerche e di acquistare le colonne Gudrich per accelerare i tempi, come riferito sempre da Talamini. Quanto alle iniziative specificamente adottate su impulso del dottor Trapasso, esse seguono le tre note direttrici: rilevamenti ambientali, interventi sugli impianti, modifica alle procedure. Su tutti questi argomenti non si ripeterà quanto ampiamente ricostruito nelle relazioni dei consulenti della difesa e ricostruito altrettanto analiticamente con riferimento ai riscontri probatori nell’intervento dell’avvocato Baccaredda. Ci si limita a ricordare, per quanto riguarda i rilevamenti ambientali, che il dottor Trapasso promuove l’attività di rilevazione sistematica delle concentrazioni. Durante il suo periodo di carica vengono installati i pipettoni; durante il suo periodo di carica vengono aperte le commesse relative all’installazione dei gascromatografi. Installazione che avverrà subito dopo la sua uscita e sulla quale egli non ha alcun tipo di ruolo nelle scelte tecniche relative alla configurazione del sistema. In ogni caso è ampiamente provato che le concentrazioni ambientali fossero notevolmente diminuite prima dell’installazione dei gascromatografi.

Per quanto riguarda i numerosissimi interventi impiantistici, si rinvia integralmente alla memoria, alle relazioni dei consulenti della difesa. Ci si limita a ricordare però che negli undici mesi e mezzo nei quali il dottor Trapasso è stato direttore di stabilimento è stata richiesta l’autorizzazione per complessivi 47 interventi di risanamento nei reparti CVM e PVC, per un costo complessivo di quasi 24 miliardi in valore attualizzato al 31 dicembre 1998. Per quanto riguarda le modifiche alle procedure, si rinvia alla puntualissima ricostruzione dell’avvocato Baccaredda e alle deposizioni da lui citate, tra le quali quelle di Carcassoni, Corò, Tedesco. Va tenuto conto dell’importanza degli interventi di manutenzione, il cui costo nel ‘74 è lievitato, rispetto all’anno precedente, di ben 18 miliardi, come documentato nella relazione Pasquon. La sostituzione di valvole e tenute, intervento sulla cui importanza non ho nessun bisogno di ritornare, ha inizio, e in alcuni reparti si svolge in gran parte, durante la direzione Trapasso, come attestato da Paolini, Bareato, Barina, le cui affermazioni sono testualmente riprese nella memoria.

In conclusione, durante la direzione Trapasso, gli impianti CVM - PVC si trasformano in un immenso cantiere. Riferisce Dell’Antone, tecnologo che all’inizio del ‘75, quindi subito dopo l’uscita di Trapasso, viene appositamente mandato a affiancare il capo reparto del CV6 per i lavori di risanamento ambientale: "I problemi del CV6 erano in quel momento tutti indirizzati a risolvere il problema dell’inquinamento ambientale da cloruro di vinile, quindi quando sono arrivato mi sono trovato subito immerso in una serie di lavori che erano già stati avviati, altri che dovevano essere avviati, quindi c’era un numero elevato di progetti in corso e anche di lavoro. C’erano un sacco di imprese che lavoravano lì dentro, un po’ disseminate sui vari progetti". Le imprese, la sicurezza dei lavori in appalto. Purtroppo, a trent’anni di distanza, non sono rimaste tracce documentali, ma anche su questo tema Trapasso assume, durante la sua direzione, una serie di iniziative. Sulle iniziative adottate durante la direzione Trapasso conferma Codifava, vice direttore di produzione: "Nel ‘74 e ‘75 il 90% di tutte le proposte di lavoro erano legate alla tossicità del CVM".

Ci si ferma qui, facendo rinvio per un’analisi dei risultati delle iniziative assunte, alle relazioni Pozzoli e Belluco, nonché alla relazione della dottoressa Negri. Ci si limita solo a leggere una frase di quest’ultima relazione; la dottoressa Negri, introducendo l’analisi sull’andamento nel tempo dei rilevamenti di CVM, effettuati con il metodo dei pipettoni, quindi siamo prima dei gascromatografi negli anni ‘74 e ‘75, commenta testualmente: "Applicando diverse metodologie di analisi, dati disponibili dimostrano che nel periodo in esame i valori medi di CVM nell’ambiente sono diminuiti in modo non solo statisticamente significativo, ma anche quantitativamente consistente. Si può quindi affermare che nei mesi tra il secondo semestre ‘74 e il primo del ‘75 i livelli di CVM sono consistentemente e drasticamente diminuiti nell’ambiente di lavoro.

Sul secondo capo d’imputazione, con riferimento al periodo in cui il dottor Trapasso era direttore di stabilimento, ci si limita a ricordare che non potranno certo essergli attribuite responsabilità in relazione a normative non in vigore all’epoca; in ogni caso egli affrontò con la massima determinazione anche tutte le problematiche ambientali, naturalmente alla luce del quadro normativo di riferimento dell’epoca. Sono fuori dal processo ma non meno effettive per questo le sue iniziative sui problemi del fosgene e dell’anidride solforosa; sono entrate nel processo invece per bocca dei testi Montevecchi e Mason le decise iniziative della direzione con l’uscita della legge speciale per Venezia per il potenziamento del pass e per il rapido adeguamento alla normativa. Ha ricordato Mason: "Quando c’è stata la legge su Venezia è venuta evidente la necessità di adeguarci in grande fretta, e quindi la direzione ha diciamo dirottato i capi commessa con maggiore esperienza sul problema dell’ecologia". E anche con riferimento a questi temi risalta il ruolo energico e propulsore dell’ingegner Bigi.

In conclusione, la condotta del dottor Trapasso, quando era direttore di stabilimento, è del tutto immune da qualsiasi censura; e, al contrario, è connotata da una diligenza che non si vede come avrebbe potuto essere superiore a quella che è stata effettivamente.

Due cenni sulla carica di direttore generale della divisione materie plastiche, periodo 29 settembre ’75 - 22 gennaio ‘79. È necessario ricordare che nel settembre ‘75 si procedeva alla scissione della grande divisione petrolchimica, nelle due divisioni: divisione petrolchimici di base DIPE, divisione materie plastiche DIMP. Un primo punto fermo noto a tutti è che lo stabilimento di Porto Marghera viene posto alle dipendenze della DIPE e non della DIMP; questo basta a escludere che al dottor Trapasso possano essere riferite contestazioni attinenti alla gestione dello stabilimento, e quindi nulla, nessuna delle contestazioni del secondo capo lo riguarda per questo periodo, perché indiscutibilmente le competenze in materia ecologica fanno riferimento alla direzione di stabilimento. Vediamo in che limiti gli sono riferibili le contestazioni del primo capo d’imputazione. Sono limiti che attengono sia ai rapporti intercorrenti tra DIPE e DIMP sia all’organizzazione interna della divisione materia plastiche. Come si ricorda, nel febbraio ‘76, quindi pochi mesi dopo la divisione della grande divisione petrolchimica, viene costituita nell’ambito dello stabilimento di Porto Marghera l’unità DIMP, che accorpa alcune attività produttive, tra le quali quelle del CVM e PVC; e queste, per ragioni di omogeneità produttive, vengono poste alle dipendenze della DIMP. Va precisato però che l’unità DIMP resta a tutti gli effetti un’unità ospitata in uno stabilimento DIPE. Questo significa che sarà espressamente sancito quando le divisioni diventeranno società e verrà stipulata nell’81 una convenzione tra Montedipe e Montepolimeri, che l’unità DIMP non è affatto un’unità autonoma ma dipende in tutto e per tutto dai servizi che le fornisce lo stabilimento DIPE. E si parla di servizi di tutt’altro che secondaria importanza, come la manutenzione, l’ufficio tecnico, il pass, il servizio sanitario, il centro ricerca, il servizio del personale, e numerosi altri. Dunque tutte le contestazioni che in ipotesi attengano all’organizzazione o all’attività di tali servizi non sono riferibili al direttore Trapasso come direttore generale DIMP. Resta la gestione degli impianti CVM-PVC; questa fa capo alla DIMP, però rispetto a tale gestione il dottor Trapasso ha le competenze del direttore generale, che sono competenze di direzione strategica, non tecnico - operativa, perché le competenze a contenuto tecnico - operativo sono attribuite alla linea gerarchica che dal responsabile di unità sale fino al vice direttore generale tecnico per il tramite del responsabile di produzione.

Vice direttore generale tecnico, com’è noto, è per i primi mesi l’ingegner Bianchi, teste privilegiato dell’accusa. Vediamo allora cos’è emerso in ordine alla condotta del dottor Trapasso in questo periodo. Al Pubblico Ministero lui ha confermato di avere continuato anche in questo periodo a interessarsi del problema CVM e PVC. Dice testualmente: "Continuarono anche in questo periodo le attività per ridurre il più possibile le emissioni gassose nell’aria; tali attività riguardavano sia la mia divisione che la divisione diretta dall’ingegner Calvi". C’era quindi una necessaria collaborazione tra le due divisioni. Si può affermare con sicurezza che in quel periodo, ’75 - ’79, il risanamento degli impianti viene integralmente conseguito grazie alla mole di iniziative assunte in precedenza e ai nuovi interventi promossi durante il suo periodo di carica. Ricordiamo soltanto una piccola precisazione: il dottor Trapasso arriva alla direzione generale dopo dieci mesi in cui, come abbiamo detto, si è occupato di marketing. Ebbene, in quei dieci mesi che coprono quasi tutto il 1975 si raccolgono i frutti del suo operato nel periodo precedente. In quei dieci mesi l’ingegner Grandi, nel marzo ‘75, dà la direttiva 1 PPM entro l’aprile ‘76, ma la può dare questa direttiva proprio grazie al calo delle concentrazioni dovuto alle iniziative precedenti. Il verbale di riunione che abbiamo già citato del 21 marzo ‘75, che riporta la direttiva dell’ingegner Grandi, fa anche un quadro confortante della situazione delle concentrazioni ambientali all’epoca, sono passati tre mesi dall’uscita di Trapasso e le concentrazioni sono comprese tra 1 e meno di 15 PPM in tutti gli impianti. E è proprio grazie a quello che l’ingegner Grandi può dire: arriviamo a 1 PPM entro l’aprile del ‘76. Quando Trapasso torna quale direttore generale la situazione è a tal punto migliorata che nel giro di pochi mesi l’obiettivo dell’adeguamento allo standard OSHA viene raggiunto in tutti gli impianti. Nonostante ciò, il ‘76, primo anno della direzione generale Trapasso, segna una nuova impennata di investimenti e di fatti viene chiesta l’autorizzazione all’apertura di 39 nuove commesse, alcune per interventi di grande importanza. Si pensi alle colonne di strippaggio, intervento del costo complessivo di oltre 25 miliardi in valore attualizzato al 31 dicembre 1998. Colonne di strippaggio che, come si è visto, il dottor Trapasso aveva già messo allo studio quando era direttore di stabilimento. Sempre durante quegli anni l’attendibilità delle rilevazioni dei gascromatografi installati mentre il dottor Trapasso si occupava di marketing è confermata da più campagne di rilevamento con campionatori personali, e quindi vengono pienamente confermate anche le scelte relative al sistema di monitoraggio. In conclusione, anche durante il periodo in cui è stato direttore generale, il dottor Trapasso ha operato ispirandosi a una logica opposta a quella attribuitagli dal Pubblico Ministero. E si chiude, ma veramente si chiude, chiedendo la proiezione, proiettando un documento: orientamenti della divisione materie plastiche in tema di sicurezza sul lavoro. Il dottor Trapasso volle che a ogni lavoratore assegnato alla divisione materie plastiche fosse consegnato questo documento; e questo documento rispecchia la filosofia d’azione del dottor Trapasso. Leggo solo due frasi: "La divisione materie plastiche considera la sicurezza sul lavoro un problema di importanza fondamentale in armonia con l’impostazione generale della società, il garantire la sicurezza costituisce prima di tutto un impegno e una responsabilità morale verso coloro che prestano la propria attività nell’ambito aziendale". Più in basso, verso la fine del documento: "Anche l’attività delle imprese esterne che operano presso gli stabilimenti deve svolgersi in condizioni di sicurezza e è quindi compito dell’azienda, seppur nel massimo rispetto della sfera di autonomia dell’appaltatore, di svolgere le azioni più opportune per raggiungere questo scopo". Altro che filosofia del profitto! Alla luce del complesso delle risultanze probatorie chiedo, anche per il dottor Trapasso, l’assoluzione con la formula più ampia.

Mi restano le due posizioni di Gaiba e Belloni, imputati solo per il primo capo d’imputazione e che svolgerò quindi più brevemente.

L’ingegner Gaiba è chiamato a rispondere nelle qualità indicate nell’allegato A al primo capo, è chiamato a rispondere solo per il primo capo d’imputazione. Chiedo al Tribunale un pochino di pazienza perché dovrò spendere due parole sulle cariche indicate per mettere in rilievo, ma poi come vedrà il Tribunale se avrà la pazienza di leggere la memoria, le ragioni sono ampiamente spiegate nella memoria, il fatto che la deposizione resa in aula dal maresciallo Porcu e le diapositive proiettate nell’occasione hanno creato una notevole confusione sul ruolo dell’ingegner Gaiba, alimentando l’impressione che sia stato un ruolo molto più elevato nella scala gerarchica rispetto a quello effettivo. Fermiamoci sul periodo più significativo ai fini delle contestazioni, il periodo dal febbraio ‘72 all’aprile 1979, sono gli anni cruciali. In tale periodo l’ingegner Gaiba è imputato nella sua qualità di dirigente della società Montedison ed in particolare di responsabile gruppo di produzione polivinilici, stabilimento di Porto Marghera. In termini meno altisonanti capo gruppo PVC. La carica di capo gruppo è una carica di rango subordinato, senza procura, senza autonomia decisionale, senza poteri di spesa; una carica nella quale l’ingegner Gaiba era anche personalmente esposto a CVM, tanto che rientrava anche formalmente tra i lavoratori esposti e era soggetto alle prescritte visite periodiche.

Non solo, secondo il capo d’imputazione l’ingegner Gaiba sarebbe imputato nella sua qualità di dirigente. Va precisato che la qualifica di dirigente gli viene conferita solo nel ‘74, due anni dopo l’inizio del periodo di carica. Nei primi due anni è un semplice impiegato della società. Se davvero è imputato in quanto dirigente, i primi due anni devono certamente essere esclusi. È francamente singolare la scelta di ricomprendere l’ingegner Gaiba fra gli imputati di questo processo, specie alla luce del dichiarato attento accusatorio di colpire i vertici della società, intanto più volte dichiarato dal Pubblico Ministero. L’ingegner Gaiba era personalmente esposto, per i primi due anni era un semplice impiegato, non aveva alcuna reale autonomia decisionale. Naturalmente il Pubblico Ministero non ha speso una sola parola sul perché di questa scelta, per di più una scelta inspiegabilmente selettiva giacché l’ingegner Gaiba è l’unico capo gruppo a essere imputato in questo processo, tranne per un periodo di pochi mesi il dottor Fabbri, ma i gruppi di produzione che si occupavano di CVM erano almeno quattro: oltre al gruppo PVC, di cui era capo gruppo l’ingegner Gaiba, c’era il gruppo CVM, c’era il gruppo compound, c’era il centro ricerche, dal quale dipendeva l’impianto pilota. Ciascuno, evidentemente, con un proprio responsabile. Una scelta inoltre inspiegabilmente selettiva verso il basso, soggetti in posizione gerarchica superiore, anche il diretto superiore dell’ingegner Gaiba, sono stati, per loro fortuna, sentiti come semplici testimoni.

Nella memoria è dettagliatamente ricostruita la posizione dell’ingegner Gaiba nell’ambito della scala gerarchica dello stabilimento. L’ingegner Gaiba, come risulta dall’ordine di servizio 195 del 23 febbraio ‘72, dipendeva dal responsabile dell’area produzione cloro resine, che a sua volta dipendeva dal vice direttore di produzione 2, che a sua volta dipendeva dal direttore di stabilimento. Dunque tre livelli di responsabilità sotto il direttore di stabilimento, che si riducono a due con la modifica organizzativa introdotta dal dottor Trapasso, che elimina la figura di responsabile di area. Dopo la costituzione dell’unità DIMP, avvenuta nel febbraio ‘76, l’ingegner Gaiba viene posto alle dipendente del responsabile di unità, ingegner Sellan. Questi, com’è noto, riferiva al responsabile di produzione della DIMP, che a sua volta riferiva al vice direttore generale tecnico della DIMP. Ancora una volta una carica di rango del tutto subordinato. Nella memoria sono esaminate, in dettaglio, le attribuzioni della carica; mi limito a ricordare che i margini di autonomia si limitavano sostanzialmente ad un potere propositivo, cioè che la carica non comportava alcun potere decisionale autonomo. L’ingegner Gaiba dipendeva gerarchicamente dai livelli superiori e era tenuto a agire in stretto coordinamento e collaborazione con altre funzioni di stabilimento quali la manutenzione e la tecnologia del gruppo di produzione. L’ingegner Bacchetta, coordinatore della tecnologia del gruppo PVC, ha ricordato: "La mia dipendenza diciamo formale era dal capo gruppo, che era prima il dottor Rossini poi l’ingegner Gaiba, ma la dipendenza tecnica era diretta con la direzione tecnica di Milano, che era l’ingegner Oddi, e con il suo braccio destro che era l’ingegner Cella". Ciò nonostante, nonostante quanto si è detto sui limiti della carica, tutti i riscontri dimostrano come nella carica di capo gruppo, e nei limiti delle attribuzioni che ad esse competevano, l’ingegner Gaiba si prodigò instancabilmente per la radicale bonifica degli impianti. Vediamo allora quando l’ingegner Gaiba viene informato della possibile cancerogenicità del CVM e quali iniziative assume.

Molto brevemente, i riscontri sono poi indicati nella memoria. Verso la fine del ‘72 l’ingegner Gaiba è personalmente informato dall’ingegner Cella, o forse anche dal dottor Oddi, dei risultati dei primi esperimenti di Maltoni. Contestualmente, fine ‘72, quindi primi risultati di Maltoni, riceve la precisa disposizione di attivarsi nell’ambito delle sue competenze per la valutazione di tutti i problemi e per la loro soluzione. Ciò conferma quanto dichiarato dall’ingegner Grandi: "Non appena la società percepisce un semplice segnale d’allarme, viene impartito l’ordine di ridurre le esposizioni, a scopo meramente cautelativo. E infatti l’inizio del risanamento degli impianti su vasta scala si colloca nel ‘73.

Vediamo allora i riscontri della personale attività dell’ingegner Gaiba, non torno sui temi di ordine generale. Vi sono numerosi riscontri testimoniali per i quali rinvio alla memoria, del fatto che egli diffuse, senza alcuna reticenza, le informazioni ricevute, in riunioni anche con gli operai; più testi hanno affermato di avere saputo della pericolosità del CVM dal capo gruppo; l’ingegner Codifava, vice direttore di produzione e superiore diretto di Gaiba, ha riferito che l’ingegner Gaiba informò direttamente gli operai della notizia Gudrich. La attività di informazione, del resto, era del tutto imprescindibile, perché era necessario poter contare sulla collaborazione di tutti per il risanamento degli impianti. Infatti risulta da numerose fonti che tutti gli interventi, sia gli interventi sulle procedure, sia gli interventi sugli impianti, scaturirono dall’analisi congiunta prima degli operatori di riparto, con la collaborazione del capo gruppo del servizio tecnico di gruppo. E furono spesso precedute da un’attività di studio, di ricerca, di sperimentazione, che a volte si protrasse per alcuni mesi, prima che Milano, prima che la sede, potesse essere investita di una richiesta di autorizzazione.

Di questo vi sono numerosi riscontri testimoniali per i quali rinvio alla memoria. E qui mi limito a proporre all’attenzione del Tribunale al documento già allegato alla nota di produzione, che si riprodurrà in allegato alla memoria, che è particolarmente esemplificativo di questo metodo e del ruolo dell’ingegner Gaiba: un ruolo di raccolta delle proposte e di attivazione affinché gli interventi potessero essere i più celeri possibili. È un appunto manoscritto relativo a alcune riunioni che si svolsero presso la Sala Quadri del CV24, che era il ruolo in cui si riunivano tutti i dipendenti del gruppo PVC, quindi non riguardava necessariamente l’impianto CV24, anzi nello specifico queste riunioni riguardavano il CV6. Nel primo lucido si vede come già il 26 luglio ‘73 ci sia stata una riunione avente come tema la formazione di un comitato, capi reparto, assistenti, capi turno, operatori; primo problema: punti carenti del CVM, carattere tecnico di reparto, esclusiva risoluzione di problemi ambientali, valore esecutivo. Queste sono le caratteristiche di questo comitato costituito il 26 luglio ‘73. La successiva riunione, il 6 agosto: vengono elencate le fonti di inquinamento da CVM. Io qui, per ragioni di sintesi, ho riprodotto solo una pagina del documento, ma i punti delle fonti di inquinamento da CVM elencate proseguono alla pagina successiva e sono 21. In molti punti vediamo anche dei punti interrogativi, a conferma che si era ancora in una fase di studio e di ricognizione degli impianti. Nel secondo lucido ho riprodotto, ma a titolo puramente esemplificativo, perché il documento è un documento di più pagine e la lettura è molto interessante, si vede come sotto la data del 7 agosto siano riportati i risultati stabiliti nella riunione del giorno 6. Per ciascuno dei punti vengono indicate le iniziative deliberate e viene stabilita una precisa tempistica. In relazione al primo punto, filtri CVM liquido: "Eseguire proposta di piccola modifica per allacciamento, etc. – sono termini tecnici che non capisco – entro il 10 agosto". Altre iniziative, alla lettera E si legge: "L’ingegner Gaiba si è impegnato di avere l’autorizzazione entro il 14 agosto". E sotto si legge: "Fare proposta piccolo lavoro di modifica. Fatto in data 9 agosto ‘73". Questo documento continua sullo stesso tono, ad esempio alla pagina 2, in relazione ad un altro degli interventi menzionati, si dice: "Tale problema deve essere definito il 15 settembre ‘93; la proposta di modifica deve essere pronta entro il 20 settembre ‘73; la proposta dovrebbe essere autorizzata per il giorno 27 settembre ‘73". Per un altro intervento sul degasaggio autoclavi, si analizzano le ragioni per le quali il degasaggio autoclavi non va bene, vengono formulate delle proposte e si scrive: "Tale proposta deve essere presentata il 10 agosto, autorizzata entro il 15 agosto, realizzata al più presto. A fine novembre, se il tutto funziona, necessita una lunga serie di sperimentazioni, verrà inoltrata all’UTL richiesta di preventivo con conseguente man-s da inviare a Milano entro dicembre, in modo che entro il 15 gennaio ‘74 sia firmata l’autorizzazione". Si è voluto far perdere un po’ di tempo al Tribunale su questo documento perché lo si ritiene indicativo, sia delle modalità con le quali si procedeva all’individuazione degli interventi, sia del ruolo dell’ingegner Gaiba, che era un ruolo di accelerazione, di raccolta delle proposte e di accelerazione degli interventi. L’ingegner Gaiba ha sempre partecipato a incontri con le organizzazioni sindacali per discutere degli interventi. A titolo d’esempio, già in una riunione con il Consiglio di Fabbrica del primo agosto ‘73, il cui verbale è allegato alla memoria ma già alla nota di produzione originaria, fu concordata con il Consiglio di Fabbrica il primo agosto ‘73 una delle più significative modifiche di processo: la polmonazione degli slary tanks. È noto che l’emergere del problema CVM ha fatto sorgere il problema di verificare le concentrazioni, prima a livello di impianto e di singole fasi della produzione, poi a livello di ambiente di lavoro. Esiste ampia evidenza del fatto che l’ingegner Gaiba si è sempre attivato per richiedere e fare eseguire rilevazioni ambientali, e ciò fin dal 1973 e per tutto il suo periodo di carica. Le richieste di rilevazioni ambientali dell’ingegner Gaiba sono allegate numerosissime alla relazione Pasquon e sono citate nella memoria. L’ingegner Gaiba, pure non avendo avuto alcun ruolo nella installazione dei gascromatografi, si preoccupò di verificarne in più occasioni la attendibilità, promuovendo personalmente campagne di confronto con i campionatori personali, che confermarono la validità dei dati gascromatografici; i riscontri della personale attivazione dell’ingegner Gaiba sono ancora una volta in allegato alla relazione Pasquon. L’ingegner Gaiba ebbe l’iniziativa di richiedere la collaborazione del servizio di controllo statistico di qualità, che era una funzione di staff, per estrapolare dai dati dei gascromatografi l’esposizione a CVM del singolo operatore, su ciascun turno di lavoro. Sulla base di tali dati venivano stilati dei rapporti mensili inviati a tutte le funzioni interessate. Noi non li abbiamo trovati, abbiamo trovato però dei riscontri di questa iniziativa, che sono stati menzionati anche dall’avvocato Baccaredda e vi faccio rinvio. L’ingegner Gaiba, in quanto capo gruppo, presentava le richieste relative alla stragrande maggioranza degli interventi impiantistici. L’ingegner Gaiba faceva da tramite, raccoglieva le proposte di modifica, investiva in servizio tecnico la tecnologia di gruppo della stesura del basic pesaind di ciascun intervento; dopodiché venivano investiti gli uffici tecnici di stabiliti e di sede e iniziava l’iter autorizzativo. L’ingegner Gaiba, preoccupato, realmente preoccupato che gli operatori fossero sensibilizzati al problema dell’esposizione a CVM, prese contatto con la scuola aziendale ottenendo che fossero organizzati corsi formativi; e di questo vi è conferma testimoniale e documentale e anche per questo rinvio alla memoria. L’ingegner Gaiba non cessò di attivarsi anche dopo che le concentrazioni di CVM furono rientrate nei limiti OSHA, per perseguire costantemente l’adozione di tutte le modifiche agli interventi che si presentassero come ulteriormente migliorativi in una situazione in cui gli impianti erano già risanati. Ho prodotto dei documenti molto significativi che non ho il tempo di menzionare, però per i quali rinvio anche qui alla memoria.

In conclusione non vi è dubbio che l’ingegner Gaiba abbia fatto tutto ciò che era possibile fare, non avrebbe potuto fare di più, e che il Pubblico Ministero non abbia fornito alcuna prova del contrario. Sulle sue altre cariche, due sole parole. La carica di responsabile tecnologie cloruro di polivinile è irrilevante rispetto alle contestazioni, non comportava nessuna responsabilità sullo stabilimento di Porto Marghera, per le ragioni spiegate in memoria. La carica di responsabile di gestione del conto lavorazione è una carica che di per sé non interferiva con la linea gerarchica incaricata della conduzione degli impianti, linea che partiva dal responsabile di unità e scendeva fino agli operatori d’impianto. In ogni caso, in tale carica, l’ingegner Gaiba si attivò nell’ambito del comitato paritetico di gestione, istituito proprio dal contratto di conto lavorazione, per sollecitare l’adozione, ovviamente a spese del proprietario, perché il conto lavorazione stabiliva che gli investimenti e le spese di manutenzione fossero a carico del proprietario e quindi non più di Montepolimeri, di tutti gli interventi dei quali gli veniva rappresentata l’utilità da parte dei tecnici di reparto. In qualità di responsabile di unità produttiva, carica che lui assunse –qui è sbagliato l’allegato A al capo d’imputazione – nell’ottobre e non nell’aprile dell’83, egli assolse con la massima diligenza i propri compiti, nonostante il forte limite alla sua autonomia derivante dalla convenzione Montepolimeri - Montedipe. Com’è noto, la unità produttiva Montepolimeri dipendeva da Montedipe per tutti i servizi di stabilimento; non solo, la convenzione Montepolimeri - Montedipe prevedeva che il responsabile Montepolimeri fosse soggetto all’obbligo di conformarsi alle direttive di Montedipe per una serie di attività di notevole importanza, tra le quali quelle connesse ai servizi sanitari e protezione ambientale e sicurezza. Anche in questa carica l’ingegner Gaiba si è attivato nei limiti dei suoi poteri, con tutta la diligenza possibile.

In conclusione, chiedo anche per l’ingegner Gaiba l’assoluzione con la formula più ampia.

Spero di non annoiare il Tribunale, mi resta la carica del dottor Belloni. Il dottor Belloni è imputato come dirigente della società Montefibre, e in particolare amministratore delegato dal luglio ‘76 e Presidente dal maggio ‘77. La carica di Presidente è irrilevante, perché assunta successivamente alla chiusura degli impianti di fibra vinilica. La carica di amministratore delegato in realtà ha avuto inizio nel dicembre ‘74, come dichiarato dallo stesso dottor Belloni nel verbale di interrogatorio. Il periodo rilevante è quindi quello che va dal dicembre ‘74 al marzo/aprile ‘77, epoca in cui gli impianti di fibra vinilica sono stati definitivamente chiusi. Accenno solo brevemente prima di parlare altrettanto brevemente delle funzioni dell’amministratore delegato e dei riscontri probatori, di quali eventi egli sarebbe chiamato a rispondere? Ha già parlato l’avvocato Bondi, non vi sono eventi nemmeno ipoteticamente ricollegabili al periodo di carica del dottor Belloni. Dei 7 soggetti residuati alle scremature effettuate dal Pubblico Ministero in sede di requisitoria finale, dei 7 ex dipendenti Montefibre che restano tra le parti lese, 3 non sono mai stati esposti o sono stati esposti in periodi precedenti all’assunzione presso Montefibre o sono stati esposti in periodi precedenti alla nomina del dottor Felloni. Nei 4 restanti casi non sono ravvisabili patologie casualmente riferibili all’ipotetica esposizione a CVM. In 2 casi tumori polmonari in forti fumatori; non si torna sul punto, si osserva solo che gli stessi consulenti dell’accusa hanno sempre aggirato la possibilità posta dal tentativo di sostenere la esistenza di un nesso eziologico tra tumore polmonare e esposizione a CVM, affermando che gli eccessi di rischio sarebbero rilevabili nella sotto categoria degli insaccatori, in quanto esposti a polveri di PVC. Non c’era esposizione a polveri di PVC nella Montefibre. Gli altri due casi sono 1 linfoma non Hodgking e 1 soggetto che presenta alterazioni epatiche probabilmente riferibili al diabete e al sovrappeso.

Le funzioni del dottor Belloni; il dottor Belloni viene chiamato alla carica di amministratore delegato in un momento in cui la Montefibre, come gruppo, è in una situazione molto critica. Il Pubblico Ministero ironizza sul fatto che nel suo interrogatorio il dottor Belloni abbia fatto riferimento al rischio di fallimento che incombeva sulla società, fatto sta che la situazione era davvero molto critica, tanto che il dottor Belloni dovette procedere a mettere in opera un drastico piano di ristrutturazione che incontrò notevolissime difficoltà di realizzazione a livello politico e sindacale. In questo contesto si procedette a tagli e a chiusure di impianti, all’alienazione delle attività in perdita. E in questo contesto va visto il problema dell’impianto di fibra vinilica di Porto Marghera, poco più che un impianto pilota, con produzione estremamente limitata. Che problemi aveva questo impianto? Molto semplici: l’impianto produceva ingenti perdite, tra il 20 e il 40% del fatturato, e questo per due serie di problemi. La prima, perché era dimensionato su scala semi industriale, proprio perché era stato avviato in via sperimentale; e con questa configurazione non poteva andare avanti per l’elevatissima incidenza dei costi. L’unica possibilità di ridurre i costi sarebbe stata quella di ampliare l’impianto, sennonché non c’era sbocco di mercato. L’impianto produceva un tipo di fibra ignifuga, che era priva di sbocco di mercato, perché mancava in Europa una legislazione sulle libre ininfiammabili, l’abbiamo sentito dal teste Vaglini; perché produceva, inoltre, piccolissimi quantitativi di una libra per parrucche, che cessò di essere appetibile sul mercato. Alla luce di questa situazione il dottor Belloni istituisce una task force, incaricata di studiare sotto tutti i profili, normativi, produttivi, economici, le possibili prospettive dell’impianto, e questo per sciogliere l’alternativa: se lasciarlo in vita e potenziarlo o invece chiuderlo. La conclusione fu che l’impianto andava chiuso. Relazione al bilancio dell’87, testualmente: "Nel mese di aprile è cessata definitivamente la produzione vinilica a Porto Marghera, in quanto ritenuta economicamente non interessante anche per il futuro". All’epoca della chiusura, però, l’impianto era completamente risanato. E, alla luce di questa evidenza, si sgretola il sistematico tentativo compiuto dal Pubblico Ministero di ricavare dalle situazioni di crisi finanziaria l’implicita conferma di omissioni o di tagli negli interventi di risanamento ambientale. È stato, al contrario, messo in luce da più testi e è confermato da tutta l’evidenza che gli interventi per l’ambiente e la sicurezza venivano fatti perché si ritenevano dovuti, punto e basta; e non venivano quindi nemmeno presi in considerazione, quando si discuteva delle politiche di contenimento dei costi. Le relazioni della task force sono state utilizzate in modo assolutamente improprio dall’accusa. Esse avevano lo scopo di studiare le potenzialità degli impianti, quindi contengono l’analisi di una serie di ipotesi con annesse previsioni di costi e investimenti per eventuali ampliamenti produttivi.

Il Pubblico Ministero ripetutamente ha attinto a tali formulazioni ipotetiche per contestare aumenti di produzione che in realtà non si sono mai verificati o interventi ecologici previsti in ipotesi di ampliamenti produttivi non realizzati. Tali contestazioni sono state ovviamente agevolate dal fatto che la situazione Montefibre è stata trattata in tono minore durante il processo, sia per la ridotta dimensione dell’impianto, sia per la mancanza delle commesse. Ma la mancanza delle commesse non elimina il fatto che i riscontri probatori esistenti consentano di ricostruire molto precisamente tempi e modi degli interventi in relazione del problema CVM. Per quanto riguarda la posizione Belloni va però fatta una precisazione: Belloni è nominato amministratore delegato il 16 dicembre 1974; all’epoca il problema CVM era già emerso e erano già state adottate numerose iniziative. Vediamo quale era la situazione quando Belloni è nominato. Prima di tutto i lavoratori erano perfettamente informati del problema; ha dichiarato il teste d’accusa Moriani che la Commissione Ambiente ebbe immediata conoscenza del problema fin dalle notizie di stampi a relative all’intervento di Viola a Houston, quindi fino dal ‘72. E poi è lo stesso Moriani a privare di ogni rilievo la malevola e falsa insinuazione che la sigla vinilD, utilizzata per il CVM, servisse a tenere nascosta agli operai la reale natura della sostanza. Egli ammette infatti: "È chiaro che noi poi, come Commissione Ambiente, abbiamo precisato agli addetti che si trattava di cloruro di vinile". E a specifica domanda del Presidente sull’epoca in cui questa informazione fu fatta da parte della Commissione Ambiente risponde: "’72 - ’73". In secondo luogo anche presso Montefibre erano in corso interventi su tre versanti: rilevazioni ambientali, modifiche alle procedure, interventi impiantistici, sulla falsa riga di quanto avveniva nel vicino stabilimento Montedison. Non solo, Montefibre si conformava per scelta deliberata alla cosiddetta normativa Montedison, vale a dire lo standard OSHA abbracciato dall’ingegner Grandi. Anche presso Montefibre c’era un attivo coinvolgimento del personale di reparto e delle organizzazioni sindacali confermato da più documenti allegati alla relazione Pasquon. Quali sono le concentrazioni ambientali il 13 dicembre 1974, quando viene nominato Belloni? Dal documento allegato 143 alla relazione Pasquon risulta che nel dicembre 1974 la media mensile rilevata con i pipettoni fosse inferiore a 4 PPM in tutti i punti di rilevamento. Ovviamente non saranno tutti punti possibili, è comunque un dato indicativo. Risulta inoltre la perfetta continuità tra i dati rilevati con i pipettoni e i dati rilevati con i gascromatografi, successivamente istituiti nel maggio ‘75; a definitiva mentita anche per Montefibre della tesi secondo la quale il calo delle concentrazioni sarebbe da attribuirsi alla introduzione dei gascromatografi. Durante il periodo di carica di Belloni proseguono gli interventi, mi limito a osservare: molti interventi vengono fatti durante le fermate, fermate che ammontano salvo errore a quasi un anno sui due anni e mezzo di carica di Belloni. Durante le fermate non c’era inquinamento ambientale, in particolare Belloni assume la carica il 16 dicembre 1974, l’impianto è fermo per quasi tutto il 1975, infatti risulta che funziona nel maggio/giugno ‘75; fin da novembre ‘75 la media mensile è già inferiore a 1 PPM; e nei mesi successivi e fino alla chiusura dell’impianto c’è stato un progressivo calo delle concentrazioni e una progressiva riduzione delle punte, fino alla scomparsa completa delle punte che superavano la normativa OSHA. Il dottor Belloni, come si è visto, istituisce la task force, dotandola di ampi poteri di gestione che le consentono di operare by-passando tutte le procedure formali. La task force non solo non ostacola il risanamento degli impianti ma svolge essa stessa un ruolo attivo e non esita a esigere la realizzazione di interventi anche quando questi comportino costi produttivi. È il caso di quanto è avvenuto con l’introduzione del degasaggio sotto vuoto a alta temperatura, intervento che si rivelò decisivo per ridurre le emissioni non solo all’interno dei reparti ma anche all’esterno, intervento che però fece peggiorare la qualità del prodotto, tanto che sollevò immediate obiezioni da parte del controllo qualità. Ciò nonostante l’intervento viene mantenuto dalla task force in pieno accordo con la direzione e con la sede.

Per tutti gli ulteriori dettagli, si rinvia alla memoria, ma si ritiene che quanto osservato valga a indicare che anche per quanto riguarda il dottor Belloni, la condotta dello stesso è stata assolutamente diligente e si chiede quindi l’assoluzione con la formula più ampia. Grazie.

 

Presidente: direi che interrompiamo qua. Riprendiamo alle 15.00.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.

 

Presidente: se volete accomodarvi riprendiamo l’udienza. Prego avvocato.

 

AVVOCATO PENSA

 

Avvocato Pensa: grazie, Presidente. Presidente e signori del Tribunale, parlo ovviamente in difesa di Gritti Bottacco. Presidente, è veramente imbarazzante, come diceva già qualcuno, intervenire a questo punto della discussione, anche quello che dico in questo momento è di per sé già ripetuto e già detto, è imbarazzante perché rimane veramente poco o pochissimo da dire e da presentare a voi dal punto di vista argomentativo e dal punto di vista dell’analisi di ciò che è avvenuto nel corso di questo procedimento e dell’istruzione dibattimentale. Tuttavia dopo questa brevissima premessa è mio dovere, Presidente, e spero di attenermi a questa sorta di parola, essere limitato nel mio intervento per mille motivi che tutto capiscono. Cercherò veramente di guardare l’orologio o la clessidra immaginaria che ho qua di fronte a me. Un’altra brevissima premessa prima di entrare in argomento è dovuta al fatto che mi sento in ogni caso per come io concepisco tutti i processi dove vi è un numero così straordinario di parti lese, dove si parla di colpa, mi sento di spendere un pensiero, Presidente, anche a nome del mio assistito che me l’ha raccomandato nei confronti delle parti lese di questa vicenda che hanno vissuto certamente periodi e avvenimenti drammatici. D’altro canto siamo in un momento e in un tempo in cui gli avvenimenti drammatici ci stanno colpendo anche dal punto di vista proprio universale e temo e temiamo tutti che ci dovranno colpire ancora nei giorni a venire. Presidente, per non perdere tempo, Gritti Bottacco, la sua posizione processuale deriva dal fatto che è stato come periodi di competenza amministratore delegato Montefibre nell’aprile ‘72 - questo per inquadrare ovviamente il tempus - e Presidente del Consiglio di Amministrazione Montefibre dal febbraio ‘74 al giugno ‘75. Questi sono i dati temporali che lo riguardano; ovviamente, Presidente, si tratta di dati temporali che attengono a quel periodo ormai così discusso in quest’aula che possiamo definire il "periodo caldo", il periodo della discussione, il periodo della ricerca, il periodo dell’incertezza, il periodo durante il quale si sono alternate notizie e notizie in un periodo nel corso del quale si sapeva di una generica pericolosità del CVM, notizie che erano nate nell’alcova della scienza, possiamo dire, perché partiamo dalla ricerca Viola e quindi partiamo dai primissimi anni Settanta; si sono alternate le notizie, come già voi sapete, in ordine alla nocività animali - uomo, uomo - animali, sì per l’animale, no per l’uomo, tutte cose note e mi tocca ovviamente solo richiamarle, periodo nel quale possiamo dire che né la scienza né la politica o la legislazione né l’industria, salvo poi vedere che la nostra ha fatto più di quel che ci si poteva aspettare, avevano dei chiari parametri e avevano delle chiare consapevolezze di ciò che poteva riguardare la nocività e la cancerogenicità del cloruro di vinile monomero.

In quest’ottica, Presidente, in questo quadro nasce l’accusa che il Pubblico Ministero ha mosso a tutti questi imputati. Ricordo solo dal punto di vista degli avvenimenti temporali che Gritti Bottacco è stato chiamato con un invito a comparire di fine luglio circa ‘96, quindi possiamo dire che è stato uno degli ultimissimi insieme forse ad altri due o tre imputati e in particolare credo proprio per Montefibre, a rendere il suo interrogatorio alla sua difesa che è stata una difesa che voi avete negli atti perché gli interrogatori sono stati acquisiti, quindi diciamo una sorta di imputazione dell’ultimo minuto. A Gritti Bottacco si contesta, e qui rinnovo la critica al capo di imputazione che già avevo mosso, ma insieme a tutti i difensori al momento dell’esposizione introduttiva, Gritti Bottacco viene colpito da quella imputazione per la quale si sono spesi aggettivi da parte di tutti. Io ne aggiungo uno, Presidente, è una imputazione certamente onnivora, certamente globale, globalizzante, una imputazione per la quale è anche difficile difendersi perché, come già vi è stato detto, ed è vero, è un’imputazione di tutto e di tutti contro tutto e per tutti e quindi è un’imputazione che ci ha messo in grande imbarazzo fin dall’inizio, ma, insomma, ce ne siamo stati anche zitti ad aspettare, a vedere che cosa sarebbe successo e quello che è successo, Presidente e signori del Tribunale, quello che è successo è che dopo un’istruttoria dibattimentale nella quale lasciatemi dire che di nulla dal punto di vista probatorio, dal punto di vista della prova che si forma in dibattimento è emerso nei confronti di questo amministratore delegato e Presidente di Montefibre, il Pubblico Ministero ha inteso però dare, direi "finalmente", delle indicazioni di parti lesi pertinenti e poi vediamo brevemente tra qualche minuto chi sono e per quale motivo sono le parti lese Montefibre. Ne ha già parlato il collega Bondi. Presidente, un passo indietro, abbiamo detto amministratore delegato e Presidente di Montefibre. Ecco, io qui accenno solo al problema del quale ha parlato ieri l’avvocato Dominioni solo per ricordarvi che in ogni caso, indipendentemente dalle teorie che ognuno di noi abbraccia, tutti noi sappiamo, Presidente, e abbiamo dottrina e giurisprudenza che ce l’hanno insegnato ormai da sempre, che una cosa è il titolo, la qualifica, il ruolo di amministratore delegato, altra cosa è quella di Presidente del Consiglio di Amministrazione.

Dovrei dire a questo Tribunale: attenzione, badate, se un periodo va in astratto preso in considerazione è il periodo nel corso del quale è stato amministratore delegato, non certo quello in cui è stato Presidente poiché dal punto di vista di quest’ultima carica non c’è stata alcuna delega da parte del Consiglio di Amministrazione che possa in qualche modo fa nascere obblighi, obbligazioni, doveri, se non quelli tipici, abbiamo - credo ve l’abbia letta ieri Dominioni - tutta la dottrina pacifica su questo punto, ma vi devo dire, Presidente, che non ho alcuna voglia di nascondermi dietro ad un dito. Prendiamo tutto il periodo che quindi va proprio dall’aprile ‘72 al giugno ‘75, al di là e indipendentemente dalle cariche che si sono alternate in questo periodo. Dicevo, Presidente, francamente dall’istruzione dibattimentale io non so dove cogliere, non so dove cogliere perché quel poco che ho colto poi vedrò di indicarvelo molto modestamente. Certamente, Presidente, non ho colto alcun addebito specifico individualizzante che possa in qualche modo farmi capire qual è la "colpa" che viene attribuita, che viene addebitata a Gritti Bottacco. D’altro canto, voglio dire, questo è un fatto quasi ammesso dal Pubblico Ministero, perché il Pubblico Ministero alla fine della sua requisitoria ha detto.., in poche parole dopo aver o prima, anzi, di chiedere le pene ha detto al Tribunale: "Signori del Tribunale, vedetevela voi per quanto riguarda le posizioni soggettive". C’è un’affermazione, direi, quasi di questo tipo che leggo nella requisitoria del Pubblico Ministero, si rimette, diciamo così, lasciando intendere che è una sorta di filosofia generale, di filosofia globale quella che ha ispirato la sua iniziativa accusatoria.

Io non so, Presidente.., ha chiesto quattro anni, come io le ricordo, ma, diciamo, chi ha avuto come richiesta quattro anni ha avuto la richiesta più bassa, più lieve. Io credo che non sia una questione di levità della richiesta quella che deve, come dire?, in qualche modo guidare né voi né me. Io vi chiedo e mi chiedo quale sia la connotazione della colpa che è emersa in questo procedimento a carico del dottor Gritti Bottacco che sarà forse stato nominato tre volte, quattro volte nel corso degli anni di questo dibattimento. Non so neanche se la regola era poca prova - poca pena, direi una caso del genere, niente prova - poca pena, ma questo riguarda non solo il mio assistito, niente prova - poca pena. Questa è cosa che mi colpisce, Presidente, e che mi ha in qualche modo indotto ad andare a scavare dove mai io possa almeno intendere qual è la filosofia accusatoria per una richiesta di pena anche nei confronti di questo imputato per il quale francamente e anche nei confronti di altri dato il vuoto istruttorio mi potevo aspettare che almeno nel pacchetto generale confezionato dal Pubblico Ministero vi fosse qualche via di uscita per coloro per i quali o nei confronti dei quali non c’è stata alcuna, ripeto, attività istruttoria individualizzata. Non colpa specifica, non violazione di norme di carattere speciale che sono peraltro, come tutti ormai sappiamo, state emanate successivamente, non violazione di norme attinenti a quelli che Nuvolone chiamava perché si richiamava alla dottrina francese dei délict obstacle, i reati ostacolo che sono quelle norme o contravvenzionali o non contravvenzionali che presiedono comunque agli eventi più gravi. Era cara al mio professore di diritto penale, per quale periodo abbiamo trattato questo argomento molti anni fa. Nulla di tutto ciò, Presidente, però mi lascio indicare - e vado velocemente - qual è e quale ho ritrovato, qual è la filosofia accusatoria che si può intravedere negli atti e che credo, perché è l’unica che ho colto, possa dare l’idea di qual è l’impostazione del Pubblico Ministero per una posizione così particolare come è quella del dottor Gritti, che peraltro è abbastanza analoga a quella di Belloni di cui ha parlato l’avvocato Pedrazzi poco fa, che è diversa solo per quanto concerne i periodi, noi siamo ancora più arretrati, ovviamente, rispetto a Belloni.

Presidente, io vedo la requisitoria.., ovviamente mi sono ripromesso di non leggere nulla perché ci mancherebbe altro che alla fine delle discussioni io mi metta a leggere gli atti; solo qualche brevissimo passo, ma neanche leggere, proprio indicare. Nella requisitoria c’è una affermazione, diciamo così, maliziosa che parla di Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, laureato in economia e commercio, tenuto lì - dice - perché fedelissimo del dottor Cefis. Guardate che andare a sottolineare una connotazione così strana, così particolare, che non so da dove abbia colto se non dal fatto che Gritti ha parlato di Cefis nel suo interrogatorio, come è ovvio che sia trattandosi del medesimo periodo, lascia intendere a lei e a voi, signori del Collegio, uno dei tagli accusatori che presiedono la richiesta del Pubblico Ministero. Amico e fedelissimo del dottor.., fedelissimo non so da dove l’abbia tratto, fedelissimo.., collaboratore senz’altro perché lo dice lui stesso, ma la connotazione e la coniugazione con il dottor Cefis evidentemente secondo il taglio del Pubblico Ministero è una connotazione che si sposa col male, perché abbiamo sentito anche la difesa di Cefis, signori della chimica, razza padrona e tutto ciò che già si è detto con un certo colore. Poi, e questo è l’ultimo richiamo ed unico, insieme a quello che vi ho fatto prima, devo dirvi che alla fine della trattazione di questa posizione avviene dal punto di vista anche lessicale quanto segue, Presidente, c’è addirittura tra virgolette il richiamo dell’interrogatorio di Gritti Bottacco, chiuse le virgolette - ripeto, chiuse le virgolette, Presidente, dopo l’interrogatorio - "quindi sono queste le conclusioni, ma anche per questi motivi anche il dottor Gritti è chiamato a rispondere in quest’aula". Questa è la grande motivazione, la esauriente motivazione che io ritrovo - e che è quella perché altre non ce ne sono - e che comporterebbe secondo l’accusa una condanna per quegli anni lontani del dottor Gritti. Presidente, tutto ciò che è stato fatto o non è stato fatto in Montefibre negli anni di competenza di Gritti, diciamo pure nei primi cinque anni degli anni Settanta, vi è stato detto sinteticamente ma efficacemente, con grande precisione, dai due colleghi che mi hanno preceduto. Io credo di non dover.., devo proprio stralciare due pagine intere dei miei appunti perché per queste due pagine non farei che malamente ripetere quello che hanno detto stamattina e quindi credo che proprio debba essere esentato, adesso vediamo se nel corso della breve prosecuzione qualche cosa, qualche riferimento debba essere fatto. Certamente, Presidente, ho capito qualche cosa in più rileggendo i verbali del dibattimento e ho capito qualche cosa in più cogliendo - mi permetta un riferimento personalistico, Presidente - un suo intervento ad una domanda o ad alcune domande del Pubblico Ministero al teste Vaglino che riguardavano proprio la posizione di Gritti Bottacco. Io credo che in queste pagine ci sia proprio la spiegazione autentica, l’interpretazione autentica di ciò che il Pubblico Ministero pensa e di ciò che il Pubblico Ministero pone a base della sua richiesta perché, come lei sa, Presidente, o come lei ricorda, ma glielo ricordo brevemente, ad un certo punto al teste Vaglino viene posta una domanda relativa ad una certa lettera che il Pubblico Ministero vuol consegnare al Tribunale "datata 8 maggio ‘74, scritta ai capiturno, firmata da Gritti proprio in relazione alle perdite finanziarie che invogliano.., comunque la consegno al Tribunale". Lei, Presidente, non so se ripeto perché lei ha veramente fatto molto interventi e in ogni caso questa è cosa che può essere sfuggita, diciamo, essere stata anche dimenticata, lei interviene, Presidente, e dice: "No, un momento, non si possono fare, non so di che cosa si tratta. Che cos’è questa lettera? Spiegami che cosa vuoi"; alla fine lei non ammetterà né il documento né la domanda successiva maliziosissima. Questa lettera riguardava proprio - glielo ricordo perché è fatto suo - un intervento che aveva per oggetto, appunto, perdite finanziarie che lei stesso dice.., se vuole gliela leggo, Presidente. Lei dice: "Scusi, il Tribunale non sa niente.., se vuol fare una domanda, la si faccia in maniera esplicita, altrimenti la si butta là. Ha un senso solo polemico", lo dice lei, Presidente, "Ha un senso solo polemico". Dopodiché lei non ammette la domanda, dopodiché il Pubblico Ministero ritorna alla carica con un’altra domanda, ma collegata alla prima, che ha per oggetto una contestazione del Sindacato a quella lettera di prima, contestazione basata sul fatto che c’era stato un incidente ad un operaio con un braccio, non so, lesionato non so in quale misura. Lei ha detto, Presidente: "Questo col CVM non c’entra niente" e il Pubblico Ministero dice alla fine: "La motivazione è quella.., della mia domanda e di questo inserimento di questo argomento, la motivazione è quella del rapporto e dell’intervento diretto di un Presidente di una società per azioni a livello di capiturno, semplicemente questo. So benissimo che il braccio perso...", non so se è stato perso, è chiaro che ancora questa volta è polemico, dice un braccio perso da un operaio come se lei stesso, Presidente, non avesse dato valore all’incidente mentre è chiaro che il taglio e l’impostazione erano ben altri: quelli di dover dimostrare ciò che appunto negli atti non è dimostrato e che si vorrebbe, appunto, dimostrare attraverso una lettera che riguarda tutt’altra materia, il che coniugherebbe i poteri, la posizione, la carica e l’ingerenza di Gritti Bottacco anche ai bassi livelli e quindi non avrebbe potuto essere a conoscenza o non ingerirsi comunque nelle vicende del CVM. Questo rilevato, Presidente, come unico dato che riguarda il mio assistito negli atti processuali.

Ancora un’osservazione, ripeto, Presidente, non mi addentro proprio neanche un po’ nelle questioni Montefibre, interventi, la relazione Pasquon. La relazione Pasquon, che è stata più volte citata da tutti, è il faro che guida, è la linea guida per voi di tutto ciò che è stato fatto in Montefibre non dopo Gudrich, Presidente, ma prima di Gudrich, prima e dopo, quindi mi rimetto alla relazione Pasquon che non è una relazione, una storiella di fatterelli, è una relazione con allegati, con documenti, con quelle che qualcuno chiama le pezze del riscontro, che tutto ridicono e come si fa, come si faccia a sostenere che non vi sono stati interventi né in Montefibre né in Montedison, questa è cosa misteriosa, signori del Collegio, è cosa misteriosa perché avendo preso atto di tutte le produzioni che avete io mi chiedo come si possa ancora dirlo. Tutto si può dire nei processi, ma non le cose assolutamente fuori da qualsiasi realtà veritiera. Una annotazione, sto andando velocemente verso la fine, Presidente. Mi chiedo se il fatto che l’imputato Gritti abbia nel suo interrogatorio detto: "Guardate, io francamente di questo problema nulla neppure sapevo", che sia un economista è cosa notoria, non c’è bisogno che lo dica io, può essere in qualche modo interpretato come una sorta di indifferenza, etc.. Presidente, mi sono chiesto dal punto di vista proprio del nesso di causalità che voi tutti dovete considerare il primo cardine per andare avanti nello studio di tutte queste vicende quale possa essere la rilevanza o la irrilevanza del fatto che un vertice al vertice, verticissimo potrei dire, sostiene nel suo interrogatorio quando gli si pone l’argomento così, quasi all’improvviso, di non aver avuto contezza. Ebbene, Presidente, io credo che serenamente e razionalmente noi potremmo dire che questo potrebbe avere una rilevanza se si trattasse della indifferenza, come dire?, cosciente, della indifferenza consapevole, voluta, intenzionale, quella che all’inizio peraltro era contestata quando addirittura si parlava da parte del Pubblico Ministero di dolo eventuale. Ma nel quadro che dimostra al Tribunale, e qui ho finito, Presidente, perché non credo di dover andare oltre, nel quadro che dimostra al Tribunale che quel che doveva e poteva essere fatto è stato fatto, in questo quadro è ovvio, Presidente, che il fatto che il mega Presidente sapesse o non sapesse non ha alcuna rilevanza giuridica sotto il profilo del nesso di causalità, questo è argomento assolutamente neutro perché ciò che voi dovete andare a vedere, a studiare, a valutare, a cogliere dagli atti e dalle produzioni che vi sono state in dibattimento, dovete solo dire se sia vero o non sia vero ciò che vi hanno detto stamattina i colleghi che mi hanno preceduto, vale a dire che sia Montefibre sia Montedison, perché abbiamo visto una sovrapposizione per quanto concerne i presidi che Montedison aveva scelto e si era data prima, ripeto, prima ancora che diventasse ufficiale per la scienza la cancerogenicità del CVM. Quindi solo alla luce di questo voi dovete valutare il nesso di causalità che ovviamente non può esistere e non esiste. Presidente, l’ultima annotazione riguarda ovviamente le parti lese e qui l’argomento è quasi tranciante, ma ve l’hanno già spiegato i colleghi. Abbiamo sette parti lese - sette parti lese - che alla fine il Pubblico Ministero ci presenta dopo il mare magnum di persone, di fatti, di patologie nel quale veramente non si capiva nulla di quel che ci riguardava. Abbiamo finalmente sette parti lese, possiamo cominciare a capire di che cosa stiamo parlando. E nelle sette parti lese vi hanno già spiegato, Presidente, che in ogni caso non c’è quella maledetta patologia, l’angiosarcoma, che è l’unica veramente provatamente derivante da induzione, da esposizione del CVM; per tutte le altre patologie vi hanno già parlato i colleghi. Le sette parti lese non credo ci sia bisogno di ricordarle, ma senza leggere le schede, Presidente, ve le ricordo solo per memoria, sono - lo dico ancora una volta - Bertaggia, Bettin, Guerrin, Panio, Pistolato, Zanella, Toffanello. Voi vedrete che per nessuna di queste parti lese vi sono esposizioni a CVM, vi sono angiosarcomi; possiamo dire, Presidente, con molta tranquillità che non abbiamo patologie, Montefibre non ha patologie. Io credo che.., ho superato la mezz’ora e devo fra fronte, non me ne sono manco accorto, per la verità, e devo far fronte alla parola data.

Chiudo, Presidente. Credo che in un processo di queste dimensioni e di questa importanza il timore che noi tutti abbiamo e che non manifestiamo apertamente, ma lei lo capisce con l’esperienza professionale che ha, sia quello che un processo che ha fatto spendere tante energie intellettuali, fisiche ed economiche dopo tanti anni non possa terminare che in un certo modo. Io credo però che questo timore che in molte vicende di questa gravità, non a questo livello perché questo credo sia un processo storico nel quale voi siete chiamati a stendere una sentenza che ovviamente farà discutere e sarà letta con grande interesse da chiunque, ma io credo di non dover avere questo timore nel momento in cui abbiamo visto con quale interesse e con quale conoscenza degli atti voi avete condotto questa istruzione dibattimentale. Presidente, io mi congedo e chiedo ovviamente l’assoluzione, la più ampia, per Gritti Bottacco con la formula che è l’unica, credo, che si attaglia alla sua situazione: perché il fatto non sussiste. Grazie, Presidente.

 

Presidente: avvocato Carboni.

 

AVVOCATO CARBONI

 

Avvocato Carboni: io difendo e quindi parlo per il dottor Gianluigi Diaz e per l’ingegner Burrai. Difendo il dottor Diaz insieme al collega Baccaredda che mi ha consentito questo intervento completo sulla sua posizione personale, mentre per quanto riguarda la posizione dell’ingegner Burrai tenterò un minimo di inquadramento e poi lascerò la parola al collega co-difensore avvocato Cesari.

Questo è il momento della sintesi, non v’è dubbio, è il momento in cui si traggono le conclusioni, è il momento in cui ognuno di noi fa uno sforzo notevole, ma siamo abituati a questo perché ogni processo penale poi alla fine si riassume non dico in poche pagine, ma in pochi problemi essenziali e fondamentali per la soluzione. Così io penso sia anche nel nostro processo. E’ stato fatto un grande lavoro di setacciamento, una grossa istruttoria, il setaccio ha lavorato velocemente, talvolta anche più lentamente, ma ha avuto la capacità di far emergere dalle sue fessure tutti i problemi per i quali valeva e vale la pena ancora di discutere, lasciando sul setaccio la crusca. E crusca secondo me sono quegli istituti che il Pubblico Ministero ha voluto inserire nei capi di imputazione che hanno sorpreso tutti per la loro impostazione. Secondo me nella interpretazione che ha dato il Pubblico Ministero sono crusca i concetti di disastro, di strage colposa, di cooperazione colposa così come l’ha interpretata, e anche, se mi si permette, quanto è stato detto a proposito dell’articolo 437 che parrebbe, diciamo, forse il più vicino alla problematica che stiamo discutendo.

Il collega che mi ha preceduto ma anche agli colleghi si sono chiesti: "Ma qual è stata la finalità del P.M. nell’importare questo processo?". Me lo sono chiesto anch’io e ho ritenuto che tutto sommato il dottor Casson abbia tentato attraverso una impostazione originale di presentare ad un Tribunale un processo e una problematica che possano essere collegati ad un principio che ancora non è presente nel nostro ordinamento e che dovrebbe essere quello che societas delinquere potest. Siccome non vi sono norme nel nostro ordinamento attuale, ha tentato attraverso una operazione particolare che, diciamo, fa individuare la sua intelligenza e la sua preparazione, ma che non può essere accolta perché contrasta con i principi fondamentali del nostro diritto penale: qualsiasi sforzo si possa fare il risultato è questo. Il tentativo di penalizzare e di responsabilizzare i responsabili, diciamo, gli amministratori di una società, di due società, come nel nostro caso, che si sono succeduti in un arco di tempo di circa trent’anni, diciamo, collegandoli soltanto alla funzione da loro esercitata perché di fatto questo che è avvenuto significa che si vuol fare il processo a queste due società, è stato detto stamattina, il processo alla Montedison, il processo ad Enichem.

Io non mi trattengo ancora su questa breve introduzione, ma voglio mettere in evidenza come questa impostazione sia la negazione alla resa dei conti del principio costituzionale previsto dall’articolo 27 della Costituzione che sancisce che la responsabilità penale è personale e quindi non si può attribuire a persona che non ha avuto, diciamo, contatti con le persone che poi hanno sofferto, sono state oggetto di malattie che talvolta hanno portato anche all’estrema conseguenza, non si può, diciamo, ritenere che.., cioè, voglio dire, questa impostazione comporta necessariamente la violazione di quel principio. Quindi una impostazione come quella che il Pubblico Ministero ha svolto su determinati istituti, distorta perché l’impostazione che è stata data contrasta con quanto dottrina e giurisprudenza non solo degli ultimi anni, ma anche, devo dire, con la dottrina e la giurisprudenza più evolute, hanno potuto dare.

Ricordo, ultimamente leggevo un volume di un penalista che sosteneva che il reato continuato si può applicare anche ai reati colposi. Io mi inchino alla sua motivazione, anche se questa contrasta con i portati della giurisprudenza tradizionale. Il problema è che tutta l’impostazione data dal Pubblico Ministero non può non comportare questa violazione e il Tribunale secondo me, io ritengo di essere nel giusto, di aver esattamente interpretato la posizione del Tribunale, si è accorto di questa stranezza allorquando ha emesso un provvedimento che io considero basilare e fondamentale, che è quello di aver ammesso all’inizio del processo come parti civili soltanto quelle posizioni che con i singoli imputati avevano delle attinenze di carattere funzionale e di carattere temporale.

Quindi io ritengo che il Tribunale proseguirà su questa strada e, diciamo, darà una interpretazione di questo processo che è quella che si sarebbe dovuta dare, un processo dove si esaminano responsabilità di singoli per singole evenienze, per l’accadimento di lesioni colpose, di malattie professionali e, ahimè, anche di eventi dolorosi come la morte conseguita a talune patologie. Mi chiedo se tutto questo non poteva essere fatto alle scadenze naturali, perché questo processo con 771 parti lese quando.., nei tempi giusti, quando gli accadimenti erano già rappresentativi di una determinata situazione, non sono state, diciamo, chiamate queste responsabilità, ma perché probabilmente si voleva dare una importazione diversa a vicende come questa. Detto questo, signor Presidente e signori del Tribunale, dirò quello che ritengo indispensabile in difesa del dottor Diaz, per il quale il Pubblico Ministero ha chiesto otto anni di reclusione senza peraltro dire nulla sulla posizione soggettiva di questo imputato né sulla sua eventuale posizione di garanzia che avrebbe dovuto giustificare l’imputazione. Fatta forse una eccezione, che è quell’unico passaggio degli atti processuali che mi è dato di aver retto nei confronti del dottor Diaz allorquando il Pubblico Ministero ha unificato questa posizione a quelle del dottor Morrione e del dottor Reichenbach di cui ha parlato stamattina molto bene l’avvocato Pedrazzi; così si è espresso: "Le situazioni successive del dottor Diaz, del dottor Morrione e del dottor Reichenbach sono praticamente analoghe, nel senso che si inseriscono in un’epoca storica tra la metà degli anni Settanta, quando c’è poi la revisione a livello societario, e quella degli anni Ottanta, quando ci sono stati dei cambi di denominazione sociale", quando ci sono state ristrutturazioni all’interno della società e però praticamente, come viene detto ad un certo punto, le parole sono del Pubblico Ministero, anche da loro stessi, praticamente cambia il nome ma non cambia assolutamente nulla. E null’altro viene detto su questa posizione, quindi anche per il dottor Diaz assistiamo ad una inversione dell’onere della prova, il Pubblico Ministero non dice niente e il difensore dell’imputato si deve sforzare per espletare il proprio dovere di difensore per discolpare il proprio assistito da addebiti specifici che non gli sono stati mai rivolti.

Quindi si è costretti da parte nostra, da parte dei difensori, a ricostruire e ad individuare quali possano essere state le accuse che potevano essere rivolte al proprio assistito. Allora vediamo, diciamo, anche se questo non dovrebbe essere un nostro compito ma lo riteniamo tale alla fine di un dibattimento importante come questo, di fare un po’ di luce sulla figura del dottor Diaz. Egli arriva in Montedison dalla Shell, un’altra società chimica ove ha lavorato per circa vent’anni sempre con compiti di natura commerciale. E compiti di natura commerciale viene a svolgere dall’agosto del 1976 al 1978 presso la Dimp di cui vi ha parlato l’avvocato Pedrazzi stamattina, divisione materie plastiche della Montedison, assumendo la posizione di vice direttore nell’ambito della Dimp; una vice direzione che è collegata con, diciamo, la fase della commercializzazione dei prodotti. Questo perché così era nella sostanza, ma che viene avvalorato anche dal fatto che all’interno della Dimp vi era un’altra direzione, un’altra vice direzione che era collegata con l’aspetto, diciamo, tecnico - produttivo, anche se, come vi ha detto l’avvocato Pedrazzi stamattina, la direzione generale che in quel momento era del dottor Trapasso era tutta tesa alle problematiche del marketing perché vi erano delle precise posizioni di responsabilità con riferimento all’aspetto produttivo. Ora, la Dimp era una delle due divisioni, come ho detto prima, che si occupavano di petrolchimica nella sede generale della Montedison in Milano, quindi avevano anche una sede distaccata. Vi era un’altra divisione che era la Dipe divisione petrolchimica che era quella che aveva più attinenza con quanto avveniva nello stabilimento Petrolchimico di Marghera. La direzione di alcuni stabilimenti petrolchimici Montedison, che erano affidati alla Dimp come etichetta, subiva peraltro la direzione della Dipe che aveva avuto il compito di fornire alla Dimp una serie di servizi ausiliari, come vi è stato detto, che copriva una larga parte dell’attività; in particolare ricoprivano innanzitutto l’aspetto legato alla sicurezza del lavoro e al problema ecologico dal momento che questo accordo recita: "Montedipe si impegna a prestare a Montepolimeri", perché Montepolimeri, diciamo, era stata la successiva modifica non soltanto nominativa ma anche istituzionale della Dimp per quanto la Montedison essendo diventata una holding ha ritenuto di costituire delle società autonome e vi è una lunga elencazione delle cose che la Dipe avrebbe dovuto fare per conto della Dimp. Fra queste ci sono tutta la problematica della manutenzione, le prestazioni dell’ufficio tecnico dei lavori, le prestazioni di laboratorio di analisi, il controllo della qualità e poi in particolare il trattamento degli effluenti, lo smaltimento dei solidi e l’assistenza e il controllo dell’ecologia.

Sulla base di questa convenzione io ritengo di poter sostenere che la posizione del dottor Diaz sia nella fase della sua vice direzione legata all’aspetto commerciale sia alla sua posizione successiva di direttore generale della Dimp e poi di amministratore della Montepolimeri quando Dimp diventa Montepolimeri, ecco, possa farci capire come nessuna responsabilità con riferimento al secondo capo di imputazione, almeno per quanto riguarda questa posizione, debba essere ritenuta. Il dottor Diaz diventa poi, come ho detto, amministratore della Montepolimeri e nell’ambito di questa sua maggiore responsabilità, anche se vi erano, diciamo, delle responsabilità di carattere locale che erano preposte alla sicurezza, all’aspetto ambientalistico, certamente - e non saremo noi a negarlo - il dottor Diaz come amministratore aveva, diciamo, la possibilità di sovrintendere e quindi anche di garantire che ciò che si faceva nell’ambito delle direzioni dipendenti dal suo ufficio e dalla sua funzione fosse ben portato avanti. Qui devo ricordare quello che, diciamo, di positivo è stato fatto nella fase di questa responsabilità da parte del dottor Diaz. E’ stato ricordato stamattina con grande profusione di dati come il periodo precedente a quello nel quale il dottor Diaz ha assunto questa responsabilità era stato foriero di iniziative, di lavori, di progettazioni, di spese e non dico cosa non vera perché, diciamo, è negli atti processuali, fino, diciamo, al.., nel momento in cui il dottor Diaz assume la responsabilità di cui vi ho parlato, fino a quel periodo questa mole intensa di lavori e di rivoluzione industriale che vi è stata nell’ambito della Montepolimeri e prima della Dimp aveva permesso il raggiungimento di risultati che bisogna tenere presenti allorquando si deve valutare l’ulteriore attività del dottor Diaz che è stata peraltro molto copiosa. Intanto bisogna rendersi conto che, diciamo, nel momento in cui il dottor Diaz assumeva queste responsabilità si erano anche modificati i valori di soglia per quanto riguarda il cloruro di vinile monomero. E’ stata sottolineata l’assenza dello Stato, il ritardo con cui lo Stato è intervenuto nel fissare i limiti anche quando erano emerse, diciamo, le caratteristiche negative del CVM e quando si individuavano, per il momento non in Italia ma all’estero, i primi casi di decessi. Io voglio sottolineare questo aspetto perché noi siamo oggi di fronte allo Stato che si incarna in voi membri di questo Tribunale, voi siete un altro ramo dello Stato che cerca in qualche misura di rattoppare, di tamponare un qualche cosa o comunque di capire e comunque di porre rimedio con ritardo a ciò che lo Stato a suo tempo non ha fatto. Comunque a partire dall’aprile del ‘75 con una serie di dati che via via si sono portati ai valori minimi il limite fu portato.., il limite normativo a un PPM come media su otto ore e con un massimo di 5 PPM per periodi non eccedenti i quindici minuti, quindi questi erano i limiti di concentrazione che esistevano nel momento in cui il dottor Diaz ha assunto quella responsabilità. Quindi già da un punto di vista oggettivo, giacché quei lavori di cui ho parlato prima e che erano stati fatti in quei tre anni precedenti avevano sicuramente portato al rispetto di questi limiti, perché la modifica che c’è stata successivamente dall’82 al ‘90, pensiamo a quanto sono lontani questi anni, sono stati sempre rispettati nella gestione Montedison come in quella Enichem successivamente. Quindi partiamo da questa considerazione. Peraltro ci corre l’obbligo di mettere in evidenza l’aspetto positivo, l’aspetto ulteriormente cautelativo che l’attività del dottor Diaz in questa sua responsabilità ha posto in essere. Ho detto che già nel ‘77 era sostanzialmente rispettato il valore medio ponderale sulle otto ore di 3 PPM, che poi venne stabilito come media annua prima dalla direttiva CEE ‘78 610 e poi dal D.P.R. 962/1982 con decorrenza dal 09/04/83, cioè nell’82 la norma statuale prevede che il limite massimo sia di 3 PPM e di questo non possiamo non tenere conto, anche se poi l’istruttoria dibattimentale ha potuto dimostrare, secondo me, che non si è superato, diciamo, il limite di un PPM, così come vi ho detto prima. Dal ‘76 all’80, perché poi sono questi gli anni che vedono il dottor Diaz lavorare in Montepolimeri, in seguito a lavori che si sono protratti per quattro o cinque anni vi furono delle attività, ad esempio quella che portò il residuo nei limiti EPA di 2.000 PPM in volume; nel ‘79 e nell’80 furono affrontate e risolte le problematiche relative agli alcoli, alla rumorosità e alla polverosità dell’impianto, diciamo tutte attività e tutte cose che evidentemente venivano fatte ulteriormente una volta che erano stati fatti i lavori relativi all’abbassamento dei limiti di cui vi ho parlato. Pensate anche che dal 1973 non fu comunque più necessario l’ingresso del personale all’interno delle autoclavi, se non in occasione di operazioni di manutenzione. Questo con riferimento all’impianto CV6 che era l’impianto, diciamo, più criticato, che aveva subìto più critiche e che fu fermato nel dicembre dell’89 dall’ingegner Burrai nella sua responsabilità di amministratore di Enichem - Anic, ma di ciò poi parlerà il collega Cesari. Io qui ho una serie innumerevole di lavori che nel periodo del dottor Diaz sono stati effettuati con riferimento al CV5 e al CV15, con riferimento al CV14 e al CV16, con riferimento al CV24 e al CV25; sono dei dati che inseriremo nella memoria che fra qualche giorno spero io e il collega Baccaredda vi presenteremo, così come il Tribunale ci ha in qualche misura sollecitato a fare. Il dottor Diaz lasciò l’incarico nel millenovecento.., pochissimo tempo dopo, quando assunse la responsabilità di un incarico di carattere internazionale, quindi che lo portò anche fuori dell’Italia, e da quel momento il dottor Diaz non ebbe più a che fare con Porto Marghera e con le problematiche del CVM. A me sembra che sia veramente impossibile, rebus siti stantibus, individuare delle responsabilità per omissione nei confronti dell’operato del dottor Diaz. Rendo conto di quel che era stato fatto fino al 1976 e rendo conto di quello che egli ha fatto successivamente.

Le mie precisazioni nei confronti della sua posizione possono fermarsi a questo punto e a questo punto mi fermo perché se no non terrei più fede all’impegno che ho assunto per far guadagnare un po’ al professor Stella, un po’ del tempo che gli abbiamo rubato.

Per quanto riguarda la posizione dell’ingegner Burrai soltanto due parole per mettere in evidenza, diciamo, quanto è stato già detto dall’ingegner Burrai nelle sue dichiarazioni spontanee che sono state rassegnate al Tribunale, che avremo modo di ulteriormente precisare in una memoria più accurata che anche qui presenteremo sia io che il collega Cesari al Tribunale.

Per quanto spetta a me, chiedo una piena assoluzione con la formula più ampia sia con riferimento al dottor Diaz che con riferimento al dottor Burrai. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei. A lei la parola.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: signor Presidente e signori Giudici, eccomi alla seconda manche. Io sono pronto a discutere per quattro imputati, perché uno è doppio, Pisani ha anche la camma, quindi penso di dedicare un quarto d’ora o venti minuti l’uno. Io sono solito ripetere ai miei amici, anche a studenti, che la distinzione tra obbligazione di mezzo e obbligazione di risultato è una distinzione inventata dai civilisti per giustificarsi quando perdono le cause, naturalmente è una battuta scherzosa. Ma io credo nel profondo di me stesso che sia una distinzione che non vale per il penalista quando difende un.., in questo caso le sue obbligazioni sono di risultato, non di mezzo e questo significa che ce la deve mettere proprio tutta per persuadere il Tribunale e se non ci riesce è colpa sua. Ecco perché io ho passato l’estate nel preparare le cinque memorie che ho depositato il 6 settembre e la quinta il 10 settembre e poi a preparare queste quattro memorie che depositerò oggi stesso sulle posizioni soggettive dal titolo emblematico "L’innocenza di Smai", "L’innocenza di Pisani", "L’innocenza di Patron". Confido che sia il Tribunale a vedere quello che non sono riuscito a vedere io, anche se - ma non conta niente - ce l’ho messa proprio tutta.

Comincio da Smai. Franco Smai è un imputato piccolo piccolo. Diventa direttore degli impianti il 17 ottobre 1987 e finisce la sua attività alla fine dell’88, quindi un anno e poco più di due mesi. Che sia un imputato piccolo piccolo lo vediamo dubito. Cominciamo dal capo 2, avvelenamento, adulterazione, corrompimento, disastro ambientale, chiamiamolo così. Qui io nelle memorie depositate il 6 settembre credo di aver dimostrato che avvelenamento, adulterazione, corrompimento e disastro sono fatti che non sussistono. Ora per Smai devo dire anche che sono comunque fatti che Smai non ha commesso. Io ci ho pensato e non sono riuscito a risolvere il problema, come si faccia a non commettere un fatto insussistente, questa è una chicca processuale che do nelle mani del Tribunale, comunque non li ha commessi. E non solo per le radicali ragioni che il Tribunale conosce già e che ho già esposto, che stanno nello sfondo: inquinamento, Canale Industriale Nord, Canale Brentella, imbonimento, Seconda Zona Industriale, scarico incontrollato nel Lusore - Brentella avvenuto molti anni prima.., queste ragioni stanno nello sfondo. Qui ci sono ragioni che riguardano proprio le funzioni di Smai. Allora, Smai non c’entra nulla con le discariche, con lo stoccaggio di rifiuti nelle diverse aree dello stabilimento in superficie e con gli scarichi. La memoria ha tutti i documenti allegati che dimostrano queste mie affermazioni. Non c’entra nulla perché? Perché Smai era direttore solo degli impianti CVM, PVC e dicloroetano. In questo periodo, e continuerà poi con il periodo Pisani, abbiamo la distinzione tra direzione degli impianti e direzione del Petrolchimico. La direzione del Petrolchimico continua a competere a Montedipe e a Montedipe quindi.., Montedipe continua a gestire il terreno, le discariche, a Montedipe è affidato il problema dello stoccaggio dei rifiuti disseminati in superficie sul terreno dello stabilimento, a Montedipe spetta di provvedere allo smaltimento degli effluenti liquidi. Ciò risulta da.., elenco soltanto i documenti che il Tribunale troverà allegati, alcuni li ho già elencati nella discussione di giugno. Sono la convenzione 28 maggio 1987, sono le dichiarazioni spontanee di Smai, sono le dichiarazioni del teste Gavagnin e sono le memorie depositate.., le dichiarazioni di Zerbo e le memorie depositate nell’interesse di Zerbo dai suoi difensori, depositate l’11 maggio 1998 e 19 aprile 2001. Da questi documenti e da queste testimonianze risulta, appunto, la totale estraneità di Smai. Su questo non mi fermo ulteriormente perché rinvio alla memoria scritta. E’ tutto provato. Forse una parola soltanto sugli scarichi per dire che gli scarichi, che sono disciplinati nella parte seconda della convenzione 28 maggio 1987, sono affidati alla responsabilità di Montedipe ed è Montedipe che procede alle analisi. Io ho allegato alla memoria tutta una serie di bollettini di analisi che dimostrano, appunto, che era Montedipe a provvedere allo smaltimento attraverso gli scarichi. Quindi Smai è per queste ragioni che non c’entra nulla con il capo secondo. Non poteva commettere quei fatti, non poteva commetterli. Ma Smai è un imputato piccolo piccolo anche se si considerano le altre imputazioni: omicidio colposo e lesioni colpose. Ecco, qui io naturalmente rinvio al testo scritto della discussione che ho depositato il 10 luglio 2001. Qui devo soltanto riepilogare la situazione. Ci ho messo, devo dire, io e tutto lo studio abbiamo impiegato parecchio tempo per far tornare i conti. Faccio un riepilogo rapido al Tribunale senza parlare delle singole malattie perché di queste parlo negli allegati alla memoria. Forse è bene riepilogare la situazione.

Dalle schede depositate dal P.M. sono 166 tumori e 143 malattie per un numero complessivo di lavoratori di 260. A questi vanno aggiunti i tumori e le malattie dei lavoratori assistiti dalle parti civili; il numero totale dei tumori sale così a 173, le malattie a 152, i lavoratori a 275. Da questi numeri complessivi va sottratto il numero dei lavoratori che sono deceduti oppure hanno cessato l’attività o l’esposizione oppure hanno contratto tumori la cui diagnosi è stata effettuata in data anteriore al 16/10/87; si tratta di 182 lavoratori indicati nell’allegato. Dal numero complessivo dei lavoratori assistiti dalle parti civili e non compresi nelle schede del P.M. va sottratto per le stesse ragioni il numero di otto lavoratori. Il numero residuo è così: lavoratori 85, 41 tumori e 59 malattie. Di questi, si tratta di tumori e malattie di lavoratori che hanno continuato a lavorare dopo il 17 ottobre al Petrolchimico, io credo di aver dimostrato l’inesistenza del rapporto causale tra questi tumori e queste malattie e tutta l’attività del Petrolchimico in data successiva all’ottobre ‘87 e rinvio quindi al testo della discussione scritta. In quel testo però ho omesso di far riferimento ad alcune patologie. Si tratta di sei tumori e 37 malattie, di questi parlo nell’allegato alla memoria e così colmo quella laguna. Ecco, a questi lavoratori, a questi tumori e a queste malattie va sottratto, va dedotto per Smai il numero di lavoratori che hanno prestato la propria attività in reparti diretti e gestiti da Montedipe. Con questi Smai non c’entra nulla. L’ha compendiato benissimo Pisani nelle sue dichiarazioni spontanee: "L’insediamento Enichem era un’isola nella vasta area del Petrolchimico, constava degli impianti ancora attivi del ciclo produttivo.., CV22, CV23, CV6, CV24, CV5-15, CV7, PO2, BC1, SA7. Tutti gli altri cicli produttivi attivi del Petrolchimico erano ancora di proprietà e interamente gestiti dal gruppo Montedison". Naturalmente anche di questo io do la documentazione e produco anche una parte della memoria che oggi sarà prodotta dall’avvocato Cesari in difesa di Zerbo. Questo gruppo è costituito da 24 tumori e 40 malattie, a cui va aggiunta la malattia di Gargiulo che è dipendente di EVC, passata nell’86.., nell’impianto pilota passato nell’86 a EVC. Poi va ulteriormente dedotto - sto spiegando perché Smai è un imputato piccolo piccolo - il numero dei tumori dei dipendenti delle cooperative, tumori e malattie, perché quanto meno fino al 20 giugno del 1988 i rapporti con le cooperative sono stati interamente gestiti da Montedipe, quindi restano solo sei mesi dei quattordici di Smai durante i quali i rapporti con le cooperative sono interamente gestiti da Transfert, controllata di Socon. Allora, a questi numeri va ancora dedotto il numero delle malattie che sono o migliorate o che non risultano confermate, sono 7 epatopatie totale. Per Smai resta da affrontare il problema causale in relazione a 8 tumori su 166 e a 8 malattie su 143. Su questi tumori e malattie, ma anche su tutti gli altri tumori e malattie io mi sono già dilungato e credo di aver dimostrato che per il periodo successivo all’ottobre ‘87 la prova del rapporto causale non c’è e quindi rinvio alle considerazioni che ho fatto applicandole in particolare a questi pochi casi di tumori e malattie che sollevano un problema nei confronti del dottor Smai. Ma il dottor Smai diventa sempre più piccolo fino a sparire se si considerano poi.., ecco, consideriamo sotto il profilo del disastro. Nessun pericolo né all’interno né all’esterno dello stabilimento. Ricordo solo le concentrazioni di CVM all’interno dello stabilimento nel periodo di Smai: CV6 0,07 PPM sia nell’87 che nell’88; CV24 0,22 PPM; CV22 0,10 e nell’88 - ’89 0,02. E l’esposizione cumulativa, ecco, qui l’esposizione cumulativa noi l’abbiamo calcolata, l’ha calcolata Foraboschi nella memoria dal titolo "L’esposizione a CVM"; l’ha calcolata sulla base del registro degli esposti. Ma esposizione molto molto lontana dalle famose schede Colosio, qui siamo a livelli di esposizione non bassa né bassissima, ma infimissima. CV6, è sempre stata inferiore a 0,11 PPM; al CV24 si aggira attorno ai 0,40 PPM; al CV22 - 23 non superiore lo 0,11 PPM. Il Tribunale troverà tutto in Foraboschi.

Durante il periodo di Smai poi, a proposito di CVM, non sono segnalati nessuna fuga e nessun evento anomalo, ma se anche fosse segnalato la situazione non cambierebbe. Noi sappiamo che il professor Nardelli facendo i calcoli ha detto in udienza che le variazioni in sostanza sono insignificanti, questo è riportato nella memoria di Pulitanò del 6 settembre. Poi c’è l’esposizione alle polveri e anche qua al CV26 e al CV24, valori assolutamente irrisori e io qui rinvio alla memoria Foraboschi - Foà del 19/09/2000 che spiega bene la situazione: il contenuto del CVM residuo nel PVC è inferiore o uguale a un PPM e la granulometria era tale da rendere praticamente impossibile la respirazione del CVM contenuto nel PVC. Nel reparto CV5 - 15.., il CV5 venne chiuso nell’87, quindi Smai non c’entra; resta il CV15.., sono cose che ho già detto, quindi non mi fermo a ripeterle. Anche qua vengono eliminate progressivamente tutte le linee, finché si arriva al ‘90 che funziona la sola linea del CV15. Linee residue, il contenuto di CVM residuo nel PVC era inferiore o uguale a un PPM, sempre Foraboschi. Ecco quindi piano piano la conferma che Smai sparisce come imputato. Sempre a proposito del disastro, dell’accusa di disastro all’esterno dello stabilimento... all’esterno dello stabilimento l’accusa non ha mai dato prova che ci fosse un qualche pericolo all’esterno dello stabilimento. Del problema si è fatta carico la difesa che ha dato incarico all’ingegner Tirabassi del CNR di fare un calcolo molto preciso del CVM presente al suolo, fuori dello stabilimento. La relazione del Tirabassi è allegata alla memoria di Foraboschi, se non erro del 19 aprile 2001. Sapete qual era la concentrazione al suolo? Non era rilevabile la concentrazione al suolo di CVM, quindi questo numero che è contenuto nella relazione di Tirabassi è frutto di un calcolo, è 0,0004 PPM, nulla a che vedere quindi con lo 0,002 PPM riscontrato nel 1984. L’accusa cosa ha fatto? Ha contestato i dati di Tirabassi? Non li ha mai contestati. E la situazione dunque è assenza di pericolo anche all’esterno dello stabilimento. Dal punto di vista epidemiologico e dal punto di vista della salute le conclusioni sono state.., queste conclusioni sono state analizzate e illustrate nella memoria di Zocchetti e Dragani del 20 aprile del 2001, il titolo è "L’assenza di pericoli per la salute dei lavoratori all’interno e all’esterno dello stabilimento". Ecco allora l’imputato piccolo piccolo. Che cosa resta? E sul disastro poi io rinvio alla memoria del 6 settembre anche. Cosa resta? Resta l’accusa di violazione dell’articolo 437, ma qui veramente non mi dilungo, rinvio a tutte le considerazioni svolte molto bene da Pulitanò nel suo testo scritto della discussione del 13 luglio e nella memoria del 6 settembre che abbiamo depositato. Ecco, su Smai non sto a parlare delle contravvenzioni di cui ha parlato Pulitanò perché do per scontata la dimostrazione dell’infondatezza; ma su Smai volevo chiudere con un accenno piccolo piccolo che il Tribunale mi consentirà sul profilo della colpa, perché a Smai quello che sta molto a cuore, che sta a cuore più di tutto è che io dimostri che da parte sua non c’è stata imprudenza, perizia, negligenza, che lui ce l’ha messa tutta, che più di così non poteva fare, in quattordici mesi ha fatto veramente il massimo e non è mai stato né imprudente né imperito né negligente.

Sono tutte argomentazioni che il Tribunale troverà svolte nella memoria. Io dico qua che quando parliamo di colpa è un argomento di quelli che fanno tremare i polsi. Guardiamo ai massimi cultori della colpa; i massimi cultori della colpa in Italia sono due: Gabrio Forti, che ha scritto il libro "Colpa ed evento", Gabrio Forti è il migliore dei miei allievi, e Marinucci, "La colpa per inosservanza", questi sono i pilastri della dottrina sulla colpa. Poi c’è anche della bella giurisprudenza che io chiamo giurisprudenza moderna. Io ho allegato, perché è una bella sentenza, non so se il Tribunale la conoscenza, sentenza della Corte d’Appello di Torino, che.., a proposito del cosiddetto disastro del Monte Bianco dove sono morti dodici sciatori. Perché la allego tra i documenti? Perché fa proprie queste conclusioni di Marinucci e Forti in Italia... mi ero dimenticato in Germania di Engis, sono i pilastri europei, ai quali peraltro va aggiunto anche Pedrazzi.

In sintesi, i capisaldi sono tre: primo, il direttore modello, l’agente modello deve.., va beh, bisogna guardare le conoscenze scientifiche da lui esigibili. E poi bisogna vedere se la situazione concreta aveva dei segnali, dava sei segnali di pericolo, costituiva un monito. Terzo: la descrizione dell’evento della colpa. Non è l’evento del tipo tumore, ma è l’evento descritto nel suo decorso causale concreto e su questo voglio fermarmi un momento, dopo aver premesso che le conoscenze scientifiche disponibili stavano.., nessuna di queste conoscenze scientifiche stava a indicare un pericolo per quelle infime esposizioni di cui ho parlato, nessuna. Dopo aver aggiunto l’altra premessa, che non c’era nessun segnale che funzionasse da monito perché anche Smai aveva tutte le indicazioni contrarie, il crollo dell’esposizione e via discorrendo, passo a dire del terzo punto. Il decorso causale concreto, dice Pedrazzi quando si deve fare.., ve lo leggo: "Quando si deve fare il giudizio di prevedibilità di fronte ad un risultato concreto, il risultato puro, il pronostico puro che asserisce una possibilità ipotetica non ha senso. Ha senso quando si prescinda dagli sviluppi reali e si indaghi la mera pericolosità dell’azione, la sua attitudine a provocare sviluppi di un certo tipo, come in sede di tentativo. Quando invece si vuole affermare o negare la prevedibilità degli sviluppi effettivi occorre accertare la cronaca di quegli sviluppi e il loro effettivo punto d’arrivo. Il giudizio ex ante deve cioè desumere dalla realtà effettuale la trama delle sue previsioni bandendo ogni riferimento a ipotesi immaginarie". Ecco, quindi trauma effettuale e decorsi causali concreti. Cosa vuol dire questo? Che il decorso causale concreto, che è oggetto del giudizio di prevedibilità da parte di Smai, non deve essere individuato con l’espressione "tumori", ma, esempio, tumore di Giorgio Battaggia avvenuto a seguito di elevatissime esposizioni negli anni Sessanta e Settanta alle quali si è aggiunta una esposizione infima nel periodo di Smai di 0,40. Il decorso causale e l’esposizione infima, 0,40, che si aggiunge agli altri, era prevedibile oppure no? Questo ultimo tratto, l’efficacia, la pretesa efficacia causale di questa infima esposizione che si aggiunge era prevedibile oppure no? Io rinvio alla memoria, mi limito qui a dire che Simonato e Boffetta dicevano: "Non possiamo dare una risposta" e stavano parlando di esposizioni basse intendendo per basse quelle inferiori a 288 PPM, cioè a 28,8 PPM per dieci anni, se il Tribunale ricorda. Ma qui stiamo parlando di esposizioni che sono a distanze siderali. Figuriamoci allora, se per Simonato e Boffetta non è prevedibile uno sviluppo causale concreto di quel tipo, noi pensiamo che per Smai doveva essere prevedibile? Ecco, questa è una domanda cruciale che io pongo al Tribunale. Non era prevedibile per quanto stiamo a discutere. Quindi il piccolo Smai, quattordici mesi nella situazione che ho descritto sommariamente perché rinvio alla memoria che depositerò, mi dispiace che non.., ecco, io volevo dire anche al Pubblico Ministero: signor Pubblico Ministero, ci ripensi, secondo me è ancora in tempo processualmente, ma chieda l’assoluzione per Smai. Per il piccolo Smai va chiesta l’assoluzione.

Io comunque chiedo il proscioglimento pieno con la formula più ampiamente liberatoria da tutti gli addebiti contestati. Dopodiché passo rapido.., sono in ritardo. Pisani. Pisani mi porterà via un po’ più di tempo.

 

Presidente: non accumuli ritardi su ritardi.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: Presidente, sarò feroce con me stesso. Tanto è tutto scritto, io potrei anche non parlare più e consegnare le memorie. Sono state studiate parola per parola, quindi non aggiungo niente. Per Pisani è importante.., certamente sono tutte cose che il Tribunale ormai sa. Pisani ha due periodi. Il primo nell’88 e ‘89, quando succede a Smai, di direttore degli impianti soltanto del CVM, PVC e dicloroetano, quindi per questo periodo per Pisani valgono tutte le considerazioni che ho svolto per Smai, non le ripeto: di estraneità a tutte le contestazioni del capo 2, del capo secondo, e per quanto riguarda i numeri degli omicidi colposi per Pisani vanno ulteriormente ridotti perché ce ne sono tre.., allora, c’è Bolzonella Carlo che va in cassa integrazione nel giugno ‘89, quindi fa cinque mesi con Pisani; poi ci sono Corapi Antonio la cui diagnosi è del marzo ‘89 e Bottaro Eligio che cessa l’esposizione il 31/07/1988. Quindi per Pisani i tumori sono cinque e sette le malattie; per questi tumori come per tutti gli altri rinvio alle considerazioni che ho già fatto sotto il profilo causale e non sto qui naturalmente a ripetermi. Per Pisani ancora valgono più o meno le stesse considerazioni che ho fatto per Smai a proposito del disastro, dell’assenza di pericolo all’interno e all’esterno dello stabilimento. Io non ho parlato di tutte le iniziative adottate da Smai e da Pisani, il Tribunale le troverà descritte nella memoria; sono iniziative importanti che vengono adottate nell’interesse della salute dei lavoratori e che dimostrano un impegno giorno per giorno dei due direttori che va segnalato e che è tutto il contrario della volontà di compiere i fatti indicati nell’articolo 437. Poi per la dimostrazione dell’infondatezza di questa accusa rinvio a Pulitanò e per la colpa valgono gli stessi rilievi che ho svolto a proposito di Smai. Quindi vede, Presidente, che ho guadagnato il terreno. Resta il secondo periodo di Pisani, naturalmente al Tribunale consegno le memorie dove è scritto tutto in dettaglio. La direzione del Petrolchimico dal primo giugno ‘99 al primo dicembre ‘95. Qui la situazione si rovescia perché in questo periodo Pisani non ha più gli impianti, che sono passati a EVC, la gestione è di EVC. Quindi Pisani è direttore del Petrolchimico ed è a questo periodo che possono sensatamente riferirsi le accuse contestate nel secondo capo di imputazione. Ma qui la storia il Tribunale la conosce, conosce bene le estraneità di Pisani alle discariche, conosce bene anche che non è vero che abbia tardato a intervenire, io ho già detto nel giugno che Pisani e l’Enichem meritano una medaglia. Qui Pisani ha battuto tutti i record, in due anni con gli interventi che sono analiticamente ridescritti nella memoria ha fatto fare il progetto per la messa in sicurezza della isola 31 e 32 che è stato approvato dalla Provincia sei mesi dopo; battuti tutti i record. Qui io ritengo che anche il Pubblico Ministero se ne sia accorto, tant’è vero che non ha ripreso nella requisitoria questa accusa. Voglio segnalare al Tribunale che anche l’accusa relativa allo stoccaggio in superficie dei rifiuti nello stabilimento in questo periodo cade per Pisani. Ne aveva parlato il teste Mazzolin, si ricorda il Tribunale che aveva parlato di una diffida per la Provincia per rifiuti che Pisani, però, aveva già trovato lì nel momento del suo insediamento. Bene, nelle sue dichiarazioni spontanee Pisani dimostra che questa diffida era stata totalmente adempiuta e che in parte era sbagliata, quindi nessun addebito neanche per lo stoccaggio in superficie. Dopodiché restano sullo sfondo sempre tutte le considerazioni relative alle ragioni vere dell’inquinamento che sono l’imbonimento e tutto il resto che ho ben descritto. Quanto agli scarichi, anche qui ho già detto, ho già detto che i bollettini del Magistrato delle Acque mostravano una situazione regolare; quanto ai bollettini sequestrati alla fine, fatti consegnare dal P.M. alla fine, sappiamo bene di che cosa si tratta, rinvio alle considerazioni di Foraboschi sulle medie e sull’assenza di carico inquinamento degli scarichi nel periodo di Pisani. Quanto poi a tutte le altre considerazioni degli esperti dell’accusa - Ferrari, Racanari, Guerzoni, Rabitti, Rindone, Coccheo, Mara e Carrara - rinvio alle confutazioni che sono già in atti, Foraboschi - Pulitanò, memorie del 13/07 e del 6 settembre. Tutte queste considerazioni stanno a dimostrare che Pisani non può essere accusato neppure del disastro ambientale. Per le contravvenzioni rinvio a quanto ha detto il professor Pulitanò.

Quindi anche per Pisani chiedo il proscioglimento con la formula più ampiamente liberatoria da tutte le accuse contestate. Facciamo la camma. Se lei preferisce, Presidente, anche dopo, io la camma la faccio.

 

Presidente: cinque minuti.

 

L’UDIENZA VIENE BREVEMENTE SOSPESA.

 

Presidente: se volete accomodarvi, prego. Il professor Stella dovrà intrattenerci sulla camma.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: è la simulazione di reato. Anche qua inquadro solo il problema nel giro di dieci minuti, un quarto d’ora e rinvio alla memoria scritta. Ecco, qui devo dire che io non sono proprio riuscito a spiegarmi le ragioni che hanno indotto il Pubblico Ministero a formulare questa accusa e non ci sono riuscito, leggi e rileggi i verbali, proprio per la evidenza dei fatti, che riepilogo brevemente, è processualmente pacifica. Primo, nel ‘94 il Pubblico Ministero aveva fatto una circolare con cui diceva a tutti gli enti pubblici e quanti altri di segnalare tutti i fatti di rilievo relativi al Petrolchimico. La sera del 30 marzo 1995, quando viene effettuato.., alla fine del sopralluogo che il Tribunale ricorderà benissimo, c’era anche il Pubblico Ministero, il quale in quel momento sa tutto quello che sa Pisani. Il Pubblico Ministero invita i dirigenti dell’Enichem a inoltrare la denuncia. Allora, io mi sono chiesto: ma io al posto di Pisani per questo solo motivo che cosa avrei fatto? E conoscendo le capacità e la straordinaria efficienza del Pubblico Ministero io personalmente non avrei avuto esitazione, due minuti dopo il Pubblico Ministero avrebbe avuto sul tavolo la denuncia. Non dico che questa sia la ragione per cui Pisani ha presentato la denuncia, la ragione è sostanziale e risulta dalle tre udienze; ma l’invito del Pubblico Ministero serve a sottolineare la serietà delle ragioni sostanziali. Le riepilogo brevemente. Io parlo della camma, cioè della pompa FG101, perché questo è stato l’oggetto della denuncia, non dell’altra ipotesi di manomissione dolosa sulla pompa FG104 che è caduta strada facendo nel corso del sopralluogo effettuato il pomeriggio del 30 marzo. Ecco, la situazione è la seguente. Quali sono le fonti di conoscenza dell’ingegner Pisani? Allora, la fonte primaria è Ampò, il tecnico Ampò, il quale il pomeriggio del 29 era andato in buca e aveva fatto la prova, aveva messo il dito sul micro interruttore e "aveva visto" che la camma era stata spostata dalla sua posizione originaria, non combaciava più con lo switch. Ho dovuto farmi spiegare tutte queste astruserie tecniche verso le quali sono particolarmente refrattario. Non combaciava. Ampò non era un tecnico qualsiasi, era quel tecnico che nel ‘94 aveva fatto la tarature delle camme, quindi sapeva esattamente tutto, sapeva esattamente come era fissata la camma e che cosa succedeva, quindi la prova da lui effettuata nel pomeriggio del 29 era particolarmente affidabile. Presente a questa prova il geometra Simonetti. A quel punto tutti e due pensano: "Si tratta di uno spostamento della camma, una manomissione". Vanno da Paolini e dicono a Paolini la situazione. A Paolini si drizzano i capelli e il mattino del 30 ne parla con l’ingegner Lucchi, che è il vice direttore dello stabilimento. All’ingegner Lucchi riferisce esplicitamente: "Qui si tratta di sabotaggio". Alle 11.00 - 11.30 vanno da Pisani e lo avvertono della situazione: "Siamo certissimi che si tratta di una manomissione, di un sabotaggio. Siamo certi anche - dicono - che si tratta di una manomissione sulla pompa FG104, la seconda, la rottura del micro interruttore". A quel punto Pisani cosa fa? Fa due cose: avvisa, come era suo dovere, Milano, la direzione di sede, e poi stabilisce un sopralluogo. Pisani era preoccupato, io mi metto nei suoi panni. Se i suoi tecnici avevano ragione lui aveva davanti a sé 350 ettari di stabilimento e migliaia di macchinari. Quante valvole saranno state manomesse, quante camme? "Ho bisogno di un aiuto" avrà pensato Pisani. Stabilisce il sopralluogo. Nel sopralluogo chiama anche l’ingegner Messineo, che è un tecnico molto esperto che è al di fuori della cerchia dei tecnici che seguivano quelle macchine. Messineo dice: "No, vi siete sbagliati, per la pompa FG104 non si tratta di manomissione, qui è successo qualcosa", che poi si appurerà essere la manovra manuale del Lunardi, quindi viene a cadere con il sopralluogo, con l’intervento di Messineo questa ipotesi di manomissione dolosa. Resta l’altra e qui veramente durante il sopralluogo c’è il muro granitico della certezza di tutti: si tratta di una manomissione. La camma è stata spostata perché le alternative erano soltanto due: o la camma era scivolata perché, per usare un’espressione di Paolini, i bulloni si sono allascati, si sono.., oppure i bulloni sono stai svitati, la camma è stata spostata e sono stati riavvitati i bulloni dopo aver effettuato lo spostamento. Queste erano le due alternative. Siccome i bulloni erano ben fermi, l’ipotesi dell’allascamento non teneva e quindi la conclusione era.., Pisani fa la domanda: "La diagnosi qual è?", "La diagnosi è che la camma è stata manomessa". E badate bene, mentre Messineo, presente al sopralluogo, dice: "L’ipotesi della manomissione del micro interruttore pompa FG104 non sta in piedi", per quanto riguarda la camma della pompa FG101 non dice nulla e Messineo guarda i tabulati. Messineo non ha nessun dubbio che manifesta a Pisani. Tanto pochi sono i dubbi manifestati da Messineo che Messineo il giorno dopo parteciperà alla stesura della denuncia. Allora, qui nella memoria io riporto naturalmente tutti i passi. Ecco, in questa situazione, allora, i tecnici dicono: "Manomissione dolosa per la camma". Sopravviene il Pubblico Ministero il quale dice: "Fate la denuncia"; Pisani il giorno dopo fa la denuncia. Solo che anche l’ipotesi della manomissione dolosa della camma era sbagliata. Ciò risulterà in seguito, non certo quando Pisani ha fatto la denuncia. Allora io ho cercato di capire: ma allora su che cosa si regge l’accusa di simulazione di reato se le cose stanno così? E ho creduto di capire che il Pubblico Ministero aveva dei sospetti, sospetti che mi sembra egli abbia manifestato nelle tre udienze che abbiamo tenuto. Il 14 luglio 2000 il Pubblico Ministero chiede ad Ampò: "Lei però non ha mai parlato di sabotaggio" e Ampò dice: "Sì, è vero, io non ho mai parlato di sabotaggio", e allora? E allora intervengo io e gli esibisco la dichiarazione che lui aveva fatto al maresciallo Porcu dove parlava di manomissione e Ampò dice: "Sì, l’ho detto, poteva essere una manomissione. Confermo, sì", "Ho detto che poteva essere una manomissione". Ecco, allora, Ampò non ha parlato di sabotaggio, ma è un problema semantico, sabotaggio o manomissione, se non è zuppa è pan bagnato, non si può certo dire che Ampò avesse negato di aver parlato di manomissione e di spostamento della camma. Ampò poi prosegue, sempre su mie domande: "Se questa camma non si trova al suo posto originale è perché è stata spostata e ne ho parlato - aggiunge ancora Ampò - durante il sopralluogo in cui c’era l’ingegner Pisani, l’ingegner Messineo, l’ingegner Paolini, il geometra Simonetti. Mi hanno fatto la domanda - dice Ampò - ‘Cosa le sembra, come le sembrava quella camma?’ e ho detto chiaro: ‘Quella camma per me era fissata volutamente là, era fissata su quel posto là’, questo ho detto. Doveva essere stata spostata". E’ solo un sovrappiù ricordare le dichiarazioni di Messineo all’udienza del 19 settembre: "Durante i sopralluogo l’assistente di giornata Ampò con forza ripeté che lui aveva constatato che la camma era stata spostata di 2 centimetri e quindi manomessa, quindi non era nella sua posizione originaria" e aggiunge Messineo: "Era forte l’informazione che proveniva da Ampò, da Simonetti, dai tecnici addetti alla manutenzione e alla gestione che questa era una manomissione e quindi non avevo elementi per dire all’ingegner Pisani di non fare la denuncia". Il riferimento ala sabotaggio è poi esplicito nelle dichiarazioni di Lucchi il quale racconta: "Mi telefonò Paolini: ‘Sergio, ti devo parlare perché c’è stato un sabotaggio’" e anche Lucchi ricorda cosa aveva fatto Ampò, etc., etc.. Ad un certo punto il Presidente chiede: "Perché intenzionalmente spostata?", "Perché - risponde Lucchi - non c’era nessuna ragione tecnica per spostarla. Ampò aveva assistito alle prove di posizionamento, la camma era stata spostata 3 centimetri e non dava più il consenso. Del resto - aggiunge Lucchi - Simonetti era il primo convinto che la camma non solo era stata spostata, ma era stata spostata con ipotesi dolosa". Poi io chiedo a Lucchi: "Ma perché lo spostamento della camma fa pensare alla manomissione?" e qui Lucchi dice: "Perché la camma era stata fissata inizialmente in maniera molto stabile, cioè imbullonata, quindi trovarla spostata voleva dire che qualcuno aveva svitato i bulloni e l’aveva spostata. Era impossibile che si fosse spostata per un lasco, che fosse scivolata". "E quando hanno parlato - ricorda Lucchi - all’ingegner Pisani la mattina del 30 l’opinione di tutti era che si trattasse di un intervento volontario doloso". La conclusione: "Durante il sopralluogo del 30 nessuno dei presenti, cioè - avete Paolini che lo dice - né io né Lucchi né Simonetti né Messineo, aveva dubbi che quella camma lì era stata spostata". E quando l’ingegner Pisani chiese: "Allora, qual è la diagnosi?" fu: "Questa qui è l’unica spiegazione, che lo spostamento di questa camma qui sia stato volontario", il tutto confermato da Simonetti. Ma io credo che il Pubblico Ministero abbia avuto anche un altro sospetto ed è per questo che a Simonetti.., Simonetti è quel tecnico che fa la relazione che gli era stata richiesta, che viene presentata la mattina del 31, la relazione tecnica. "Perché nella relazione presentata all’ingegner Lucchi il 31 - chiede il Pubblico Ministero - non parla di intervento doloso, non parla di manomissione dolosa? Ha mica ricevuto delle richieste di spiegazione da parte di qualche suo superiore?" chiede il Pubblico Ministero, Simonetti risponde che a lui era stata richiesta solo una relazione tecnica. Alla mia domanda su che senso aveva la descrizione dei fatti fatta in questa maniera, Simonetti risponde: "Diciamo che quella era una relazione tecnica che io stavo facendo per la direzione che mi aveva chiesto i dati e ho voluto evidenziare che quella camma non era nella posizione originaria e quindi qualcuno doveva averla spostata, semplicemente questo". Ennesima smentita dei sospetti del Pubblico Ministero.

Ma l’aspetto più singolare della storia della camma è un altro. Allora, sappiamo che erano state affacciate le due ipotesi dolose, quella della camma e quella della pompa FG104. E’ merito esclusivo dell’ingegner Pisani se l’idea della manomissione dolosa del micro interruttore pompa FG104 era stata scoperta da Messineo perché è Pisani che stabilisce il sopralluogo, è Pisani che chiama Messineo. Quello che è un merito diventa però un demerito per l’ingegner Pisani, perché? Ma perché avrebbero dovuto scoprire che anche l’ipotesi sulla camma era una manomissione dolosa, questa è la sostanza. Era campata per aria. Qui io veramente non capisco perché, insomma, dovremmo pensare che l’ingegner Pisani diabolicamente avesse fatto le cose a metà, cioè avesse detto a Messineo: "Dimostra che l’ipotesi della manomissione dolosa della FG104 non sta in piedi, però tienimi in piedi l’altra". E’ una ipotesi che non è stata affacciata esplicitamente da nessuno, che non può essere affacciata perché presupporre un accordo tra Pisani e Messineo di cui veramente non c’è traccia e non ci sarà mai traccia perché non c’è stata. Messineo avrebbe dovuto essere d’accordo con Pisani nel non scoprire la mancanza di fondamento dell’ipotesi di manomissione dolosa per la camma. Sentite cosa dice Messineo: "Quella sera tutti eravamo certissimi della manomissione e io non avevo elementi per dire all’ingegner Pisani di non fare la denuncia. Ho guardato anche i tabulati - dice Messineo - ma per me non erano ancora interamente intelligibile". Dunque tutti i tecnici e soprattutto Messineo non dicono a Pisani alcunché, si dichiarano tutti d’accordo sulla manomissione dolosa della camma e a quel punto Pisani, che nel frattempo aveva ricevuto anche l’invito del Pubblico Ministero, decide di fare la denuncia. Allora che cosa resta? La sentenza l’ha fatta l’ingegner Nano. Nano dice due cose, dice: "Una volta scoperto che l’ipotesi della manomissione dolosa della FG104 non stava in piedi doveva cadere anche l’altra perché l’altra non aveva nessun effetto senza la manomissione dolosa della prima". E’ un rilievo fondato. Di fronte a questo primo rilievo come rispondono i tecnici? Lucchi dice: "La situazione... la mia impressione è quella che si volesse creare una situazione critica nel sistema delle pompe di stabilimento"; l’ingegner Paolini dice: "Vanno capite certe cose. Se uno tecnicamente si vede di fronte a quelle cose lì è una cosa che gli brucia". Tanto più gli brucia perché l’ingegner Pisani già dall’anno prima aveva avviato una serie di gruppi di lavoro perché si dovevano individuare delle situazioni da migliorare. "Madonna, ci siamo proprio ritenuti colpiti su un tipo di attività che avevamo messo in piedi e che si doveva fare in funzione del miglioramento della sicurezza" e Simonetti dice la stessa cosa: "Venivamo da una serie di riunioni in cui si localizzava l’attenzione che dovevamo cercare di far di tutto perché gli impianti fossero affidabili al massimo e trovarci di fronte ad una situazione di quel genere.., comunque il fatto era grave di per sé. Ogni inconveniente veniva analizzato e cercato di sviscerare".

Sono testimonianze che sono beffarde per l’ingegner Pisani, perché l’ingegner Pisani aveva creato i gruppi di lavoro perché dovevano controllare in continuazione l’affidabilità degli impianti; teneva sotto stress questi gruppi di lavoro; questi gruppi di lavoro si sono trovati di fronte a questa situazione che non capivano; l’unica spiegazione possibile era quella dello spostamento della camma e questa è stata la spiegazione dalla quale non si sono mai tirati indietro, sulla quale non hanno mai manifestato dei dubbi. Questa è la situazione. La seconda cosa che dice Nano, l’ingegner Nano, consulente dell’accusa, dice.., non punta il dito contro Pisani l’ingegner Nano, dice: "Ma no, se il tecnico ha detto che lì c’è stato sabotaggio ha fatto un errore di valutazione", quindi Nano dice: "Ma qui è sicuramente un errore di valutazione dei tecnici, di tutti i tecnici, compreso ovviamente l’ingegner Messineo, e l’ingegner Pisani con questo errore di valutazione non c’entra. Ha preso per oro colato quello che gli dicevano i tecnici e ha fatto la denuncia". Chiedo al Tribunale dove sta la simulazione di reato, io non sono riuscito a vederla. Ma non sono riuscito neanche a capire perché in una ipotesi del genere si è messa in piedi un’accusa così grave come quella di simulazione del reato. Non dico altro e rinvio alla memoria scritta. Passo quindi all’ultimo dei miei quattro, l’ingegner Luigi Patron. Qui andrò molto rapidamente. Luigi Patron viene nominato amministratore delegato di Enichem il 2 giugno 1993 e resta amministratore delegato fino al 26 maggio ‘96. La nomina di Patron come amministratore delegato di Enichem è fatta da Bernabei. Siamo di fronte alla nuova politica aziendale dell’ENI inaugurata, appunto, da Bernabei, succeduto a Gabriele Cagliari. E’ la politica che farà dell’ENI un gruppo veramente moderno di cui l’Italia va oggi orgogliosa, un gruppo che notoriamente - e non è retorica questa perché è una storia, è una storia che io ho vissuto personalmente - farà del rispetto della legge la sua parola d’ordine e la sua bandiera. Il primo passo della nuova politica azienda da parte dell’Enichem è: il primo agosto ‘93 Enichem incorpora dieci società controllate, diventa una società operativa, prende in mano la situazione come vuole il nuovo gruppo direttivo dell’ENI. Prende in mano la situazione, basta con le holding, basta con le società controllare. Da Enichem da questo momento dipendono Porto Marghera e altri 39 stabilimenti. L’altro passo che viene compiuto è costituito dagli stanziamenti della nuova Enichem per gli interventi in salvaguardia della salute dei lavoratori e dell’ambiente. Nel periodo ’92 - ’94 la spesa complessiva per gli investimenti ambientali in conto esercizio si manterrà tra i 200 e i 300 miliardi l’anno, signori del Tribunale, questi sono fatti. In tale situazione qual è stato il ruolo svolto concretamente dal dottor Patron? Come espressione della nuova politica dell’ENI, e qui forse è una caso singolare, Patron credo sia l’unico che dice, che può dire: "Io non dico, non c’ero, se non c’ero... facevo altre cose". Non è Patron il mega amministratore con la mega automobile di servizio e con l’autista di lusso. Chiamato a rispondere del suo operato Patron non dice: "Avevo altro da pensare, avevo il business plan"; "No, no - dice Patron - io avevo una delega e l’ho esercitata. Ho preso in mano la situazione". Appena entrato nelle sue funzioni Patron intanto condivide l’importazione di Pisani, che nel frattempo era diventato direttore del Petrolchimico, di fare gli accertamenti su tutta l’area del Petrolchimico per quanto riguarda gli scarichi. Poi guardiamo qui l’attività di Patron come amministratore delegato. Il 14 gennaio, quindi qualche mese dopo il suo insediamento, manda a tutti i direttori dei quaranta stabilimenti una lettera con cui dichiara l’assoluta priorità dei costi per i lavori della soluzione dei problemi di natura ambientale. E’ nell’ambito di questo impegno che nel bilancio ‘93, il primo approvato sotto la gestione Patron, viene previsto uno stanziamento di spesa pari a 7,5 miliardi a copertura dei costi per i lavori di bonifica delle isole 31 e 32 e ciò nell’ambito di un più ampio piano di interventi di bonifica su tutti i siti di proprietà per un importo di 196 miliardi. Ma l’impegno del dottor Patron non si esaurisce nell’apprestamento dei mezzi finanziari, è la prima cosa che doveva fare. Egli segue passo passo l’evolversi della situazione, condivide la decisione dell’ingegner Pisani nell’aprile ‘94 di incrementare da 10 a 50 il numero dei pozzi piezometrici per passare alla fase di progettazione degli interventi di bonifica; controlla... ecco un punto. Il dottor Patron non fa dichiarazione di principio, opera concretamente e si rende subito conto di quella che è una realtà ovvia in tutte le grandi imprese, le grandi società, che il punto debole è la macchina amministrativa. Allora cosa fa? La macchina amministrativa deve funzionare, non deve avere dei ritardi. Cosa fa Patron? Fa due cose. A Milano, all’unità di investimenti della sede dice: "Presto, presto, preparatemi un calendario per la presentazione urgente delle richieste di apertura delle commesse" e poi fa una cosa che io non ho ritrovato nella storia delle altre grandi imprese: elimina la necessità delle autorizzazioni per l’apertura delle commesse di volta in volta, fa deliberare dal Consiglio di Amministrazione l’autorizzazione preventiva. Non c’è bisogno che di volta in volta la singola operazione sia approvata. Ecco che tipo di amministratore è. Con questa serie di iniziative Patron spiana ulteriormente la strada a Pisani. Nell’aprile ‘95 viene assegnato a Geosondaggi l’appalto per i pozzi piezometrici, ad Aquater l’incarico di coordinare tutta l’indagine e il progetto di messa in sicurezza dell’area 31 e 32. Nel luglio del ‘95 Aquater consegna il rapporto contenente le basi per l’intervento della messa in sicurezza. Il progetto viene trasmesso alla Provincia nell’agosto del ‘95; passeranno ben sei mesi prima che la Provincia lo approvi. E’ in questo momento che anche Patron brucia tutti i tempi rispetto ai tempi eterni legati ai siti del super found americano, circa dodici anni, ai siti italiani, siamo su una media di dieci anni. Qui in soli due anni si arriva alla messa in sicurezza dell’isola 31 e 32, che era l’intervento più prioritario. Ma questo non basta, perché le iniziative di Patron proseguono incessanti. Quando il dottor Fogli sostituisce l’ingegner Pisani nel ‘96 Patron gli è subito addosso e gli dice: "Fogli, elabora l’insieme degli interventi tesi a recuperare tutte le aree dello stabilimento compromesse dalle attività pregresse" e qui viene affrontato allora... Fogli affronta il problema subito dell’isola 35. Indagini affidate ad Aquater, il che consentirà nel settembre ‘96 di estendere il contratto con l’impresa di Geosondaggi anche all’isola 35. Ecco, basta quindi dare uno sguardo sommario alle iniziative del dottor Patron come amministratore delegato per capire quanto sono infondate le accuse, tanto più infondate se si considera che Patron è intervenuto immediatamente, si è fatto carico dei problemi ben prima che il Pubblico Ministero affidasse all’ispettore Spoladori l’incarico di acquisire notizie circa le discariche del Petrolchimico. I costi per il ripristino ambientale, la lettera ai direttori, lo snellimento della procedura stanno a dimostrare che il dottor Patron si è attivato senza esserne tenuto per legge ben prima che il Pubblico Ministero incaricasse l’ispettore Spoladori. Signori del Tribunale, io dico che chi ha esperienza nel settore della gestione delle grandi aziende come l’Enichem.., il modello di amministratore delegato incarnato da Patron non è il modello seguito normalmente nella prassi delle grandi aziende perché, e questa non è retorica ma sono i fatti che lo dicono, è il modello di amministratore che non chiude gli occhi davanti ai problemi, che non considera prioritario il conseguimento del profitto, il business plan, che ha il coraggio di far sentire la sua voce nei Consigli di Amministrazione per imporre come prioritarie le iniziative di carattere ambientale, è l’amministratore che vuole conoscere bene la macchina amministrativa per evitare le lungaggini, la macchina amministrativa dell’Enichem. Ecco, questo è il dottor Patron. Non può essere lasciata senza commenti allora l’affermazione del Pubblico Ministero che tutti sono colpevoli. L’unicuique suum tribuere è un principio che deve essere riaffermato anche in questo processo e l’infondatezza delle altre accuse del capo secondo relative al dottor Patron ne è evidente ictu oculi: nella sua prospettiva di amministratore delegato cos’altro doveva fare il dottor Patron.

Una sola postilla riguardo agli scarichi. Quando nell’aprile del ‘95 viene fuori che nella corrente SI2 del Petrolchimico è stata trovata diossina, i famosi 150 picogrammi, Patron lo viene a sapere. Ha una reazione di sorpresa, è stupefatto Patron perché nella sua mente collega i micro inquinanti agli impianti di CVM; ma gli impianti di CVM sono passati da due anni a EVC, quindi si chiede Patron: "Che cosa c’entrano, se c’entrano, gli impianti di CVM, se c’entrano, che cosa c’entra Enichem?". Non importa, Patron dà ordine a Pisani di fare tutti gli accertamenti, di procedere a immediato chiusura della corrente SI2 e di ricoverare le acque in un serbatoio in attesa di un chiarimento. Questo chiarimento non tardò a venire perché Pisani mandò a Bruxelles al laboratorio SGS i campioni perché venissero effettuate le analisi su tutti i flussi che componevano la corrente SI2, compresa, la corrente EVC. Ecco il responso finale: test mirati condotti per 45 giorni sulle lavorazioni di Enichem controllate in reparto escludevano che il livello riscontrato in occasione dei campionamenti di aprile fosse ascrivibile a Enichem.., il campionamento era stato effettuato in concomitanza di una forte precipitazione e non stava a indicare la situazione della corrente SI2 in condizioni normali. Ciononostante il Magistrato delle Acque stabilisce solo per Enichem il limite di 0,5 picogrammi, una cosa mai vista. Poteva l’Enichem tirarsi indietro, dire: "No, io non c’entro niente". Che cosa ha fatto invece Patron assieme a Pisani? Si sono adeguati nel giro di tre mesi, ecco la risposta di Enichem, ecco la risposta di Patron e di Pisani. Signori del Tribunale, io penso che qui l’unicuique suum tribuere sia veramente importante ed è anche importante secondo me sottolineare che quando un amministratore delegato rappresenta una politica aziendale seria, notoriamente seria, è un amministratore delegato che si dà da fare concretamente, che non sta a dormire nei Consigli di Amministrazione, che interviene, batte i pugni sul tavolo, tiene stanziamenti in bilancio addirittura evitando le richieste di autorizzazione. Questo amministratore delegato è un modello di amministratore delegato, è un amministratore delegato che va a mio giudizio additato ad esempio. Mi dica il Tribunale, ha certamente una grandissima esperienza in questo settore, ma ha trovato mai amministratori delegati che abbiamo preso in mano la situazione come ha fatto Patron? Io non li ho mai trovati.

Chiedo dunque il proscioglimento anche per il dottor Patron da tutte le imputazioni contestate. Grazie, ho finito.

 

Presidente: grazie, avvocato Stella. Chi vuole intervenire?

 

Avvocato Cesari: dovremmo intervenire io e il professor Bettiol, signor Presidente. Non abbiamo moltissimo, però... non so, sono le sei. Io intervengo senz’altro, poi spero di lasciar spazio al professor Bettiol.

 

Presidente: va bene, intervenga, eventualmente il professor Bettiol interverrà la prossima settimana.

 

AVVOCATO CESARI

 

Avvocato Cesari: avvocato Cesari per la difesa dell’ingegner Federico Zerbo. Signor Presidente e signori del Tribunale, io inizio la difesa del signor Federico Zerbo che sarà poi conclusa dal professor Bettiol e la inizio ricordando le grandi questioni che si pongono in questo processo, in particolare quella che mi sembra la più intrigante della validità scientifica di una spiegazione causale. Sono state trattate nel luglio scorso da Federico Stella, da Domenico Pulitanò e dall’avvocato Luca Santamaria e sono state trattate, direi, in modo assolutamente esauriente e del tutto convincente. Al di là di ogni ragionevole dubbio, io immagino che su queste tesi portanti, su questi temi portanti si sia già sviluppata una riflessione un po’ di tutti e quindi ritengo di non dover aggiungere altro salvo appropriamenti degli argomenti e delle conclusioni dei colleghi, non è una appropriazione indebita, non è neppure aggravate dal rapporto di subordinazione che c’è, tanto meno da quello di autorità, e fare mie anche le conclusioni in punto assoluzione perché il fatto non sussiste. Anche per questi motivi la mia difesa dell’ingegner Federico Zerbo vola bassa, anzi, per meglio dire, non vola affatto perché si manterrà strettamente sul terreno dei fatti perché i fatti con la loro evidenza, come spero di dimostrare, scagionano l’imputato Zerbo.

Allora, venendo ai fatti finalmente e a seguire la traccia del capo di imputazione, dico subito del tempo in cui Federico Zerbo è stato direttore dello stabilimento Petrolchimico. Ormai lo sappiamo tutti, questo periodo di direzione dello stabilimento Petrolchimico di Federico Zerbo va dall’8 febbraio 1988, quando viene nominato direttore dello stabilimento Petrolchimico dall’allora società proprietaria che era la Montedipe, e arriva al 31 di maggio 1993, quando lascia lo stabilimento Petrolchimico nel frattempo, come dirò, divenuto di proprietà di società Enichem per andare ad assumere la direzione dello stabilimento di Ravenna, quindi sono circa cinque anni in cui Zerbo è direttore dello stabilimento Petrolchimico. Questo periodo di tempo va suddiviso in ragione delle competenze, perché? Perché l’8 febbraio 1988, quando Zerbo viene nominato direttore dello stabilimento Petrolchimico da Montedipe, lui dirige sì tutto lo stabilimento, ma non dirige i reparti CV che sono di proprietà e di gestione della società Enichem - Anic. Questo assetto industriale e questo assetto direzionale va mutando nel corso del tempo perché anche a seguito delle note.., anzi, a seguito delle note vicende Enimont lo stabilimento il 15 novembre 1990 diviene di proprietà della società Enichem - Anic e Zerbo viene nominato direttore dello stabilimento il 15 novembre 1990 e quindi assume la responsabilità dell’intero stabilimento ivi compresi i reparti CV. Quindi la responsabilità di Zerbo per quello che riguarda le vicende che interessano questo processo comincia il 15 novembre 1990. Preciso subito che il 15 novembre 1990, quando Zerbo diventa direttore dell’intero stabilimento e quindi anche dei reparti CV, sono rimasti in funzione di questi reparti soltanto il CV22 - 23 e il CV24 - 25, perché il CV5 è stato chiuso fin dall’87, il CV6 è stato fermato il 28 novembre del 1989 e il CV15 viene ceduto alla società EVC in data primo ottobre 1990, quindi giorni prima che Zerbo assumesse la direzione degli altri reparti, e comunque viene chiuso il 28 febbraio del 1991.

Quindi la responsabilità di Zerbo per i reparti CV e di tutta la vicenda CVM e PVC è limitata a questo periodo che va, appunto, dal 15 novembre ‘90 al 31 maggio 1993. Per la verità devo dire che questo riguarda i reparti CV; c’è una piccola frazione di tempo che riguarda sempre Zerbo e che riguarda il reparto CV7. Il reparto CV7 è un reparto al servizio dei reparti di produzione dove si immagazzina e si spedisce poi il prodotto ai clienti. Zerbo assume la direzione di questo reparto CV7 che era rimasto di Montedipe nel brevissimo periodo che va dall’8 febbraio 1988 al primo giugno dello stesso anno 1988, perché? Perché il primo giugno di quell’anno il reparto viene ceduto a Enichem - Anic, il quale a sua volta lo dà in gestione alla società Socon che tramite la sua consociata società Transfert esercita le operazioni di insacco, immagazzinamento e spedizione del prodotto. Attenzione, in quel reparto si immagazzinava e si spediva il prodotto, le resine prodotte nel reparto CV24, delle quali dirò qualcosa più tardi perché ha interesse dire cosa erano queste resine e cosa era la possibile polvere che da queste resine veniva immessa nell’ambiente. Ma ne parlerò un momento più tardi.

Sempre per meglio collocare la posizione di Federico Zerbo nell’ambito di questa vicenda, accenno appena a quelle che sono.., del resto immagino siano note al Tribunale, se non altro perché se n’è parlato tanto, le dimensioni dello stabilimento e le deleghe che erano date, ma delle deleghe soprattutto parlerà Bettiol. Io accenno alle dimensioni dello stabilimento. E’ uno stabilimento che si estende su un’area di 500 ettari; per dare una misura, perché non è così facile apprezzare cosa sono 500 ettari, ricordo che la Città del Vaticano è 0,5 ettari, cioè è la metà di un ettaro la Città del Vaticano a Roma, lo stabilimento è 500 ettari. Lo stabilimento aveva alle sue dipendenze 3.500 persone, aveva trenta dirigenti, cento laureati, mille diplomati. Queste sono le dimensioni del personale dello stabilimento. Aggiungo che nello stabilimento si movimentano circa 10 milioni di tonnellate di merci e per un.., adesso non ricordo, mi sembra circa mille navi l’anno che arrivano e partono dallo stabilimento. Ma soprattutto, al di là di queste dimensioni che ovviamente comportano tutta una serie di deleghe in discesa alle unità organizzative che lo compongono e da queste ai reparti che concretamente operano in campo, voglio dire che nello stabilimento.., e questo è molto importante perché risponde con precisione ad una delle accuse che fa il Pubblico Ministero, quella di non aver informato e curato la formazione dei lavoratori. Nello stabilimento opera la scuola azienda Goither Taliercio, che eroga una quantità che mi si dice essere di 80 mila ore di lezione l’anno a tutto il personale e sono ore di lezione che riguardano sia la formazione di nuovi assunti sia la formazione, diciamo, evolutiva di quelli già assunti secondo il progresso delle tecnologie sia soprattutto la questione della sicurezza e della prevenzione infortuni e la questione ambientale. 80 mila ore di lezione l’anno, di cui una parte viene anche erogata a favore dei dipendenti delle imprese terze che operano all’interno dello stabilimento. Queste cose che ho detto sono punti di fatto, sono tutte documentate; sottolineo che quest’ultima parte per le ore di lezione che si erogano alle imprese terze sono documentate proprio nella mia memoria, nella nostra memoria del 18 aprile, dove ci sono le fatture con cui lo stabilimento addebita a queste imprese il costo delle ore di lezione. Detto questo, per collocare esattamente la posizione di Zerbo, devo dire un momento delle contestazioni dell’accusa. E’ un’accusa, ormai lo sappiamo fino non dico alla noia perché non sono cose che annoiano, ma lo sappiamo esattamente con assoluta precisione, che coinvolge ventotto imputati, abbraccia un arco di tempo che va dal 1971 al 1994 e si tratta di vedere se questa architettura del capo di imputazione, a proposito della quale mi viene in mente di definirla come la presenza del passato riandando ad una mostra dell’architettura che si tenne a Venezia qualche anno fa, è caratterizzata dalla presenza del passato. Cioè, si contestano a tutti, ma dico in particolare a Zerbo, che poi Zerbo è l’ultimo degli imputati con riferimento ai reparti CV, perché dopo di lui non li ha avuti più nessuno, sono passati a EVC; a Zerbo si contestano eventi di danno e di pericolo e condotte che si sono ormai esauriti nel passato e che ciò non di meno vengono attribuiti anche a lui.

Cerchiamo di vederlo in modo sintetico sottolineando che se così si dovesse andare si verrebbe a violare secondo me uno dei canoni base delle responsabilità penali, quello di una certa consecutio fra le condotte e gli esiti delle condotte medesime. Il primo capo di imputazione. Direi che l’esistenza di un rapporto causale tra la condotta di Zerbo e le ipotesi di reato che sono state contestate e quindi conseguentemente l’infondatezza di tutte le accuse risulta già da un primo sommario esame perché il capo di imputazione, il primo capo di imputazione, fa subito riferimento ad una serie di condotte che lui stesso, il capo di imputazione, data in epoca di gran lunga anteriore all’arrivo di Zerbo in stabilimento. E’ l’insufficienza di budget, di manutenzione degli anni ‘73 e ‘75, è il mancato spostamento dei lavoratori al termine dell’indagine Fulc che sappiamo essersi conclusa nel ‘77 e che comunque lo stesso capo di imputazione dice essersi conclusa nel ‘77 e a questo proposito del mancato spostamento dei lavoratori devo sottolineare che non è risultato che subito dopo questa dell’indagine Fulc vi sia mai stata una richiesta inevasa di spostare i lavoratori perché in qualche modo sospetti di aver introiettato una qualsiasi affezione di quelle di cui sappiamo, del CVM. L’altra accusa sono il ritardo nell’installazione delle reti di rilevamento - però all’epoca Zerbo, 1988, la rete di rilevamento e il famoso monitoraggio del CVM nei reparti erano da un pezzo installati e quindi è un’accusa che non può essere riferita a lui - e il ritardo nell’informazione dei lavoratori negli anni ‘77 e ‘80. Anche a questo proposito c’è la data, lo dice il capo di imputazione, e poi sappiamo che attraverso tutte le testimonianze ad un certo momento del rischio CVM ben prima del 1988 l’intera comunità industriale di Porto Marghera, ma direi l’intera città e forse l’intera comunità scientifica, la comunità nazionale era informata di quello che poteva essere il rischio CVM. Quindi di queste accuse non resta che prendere atto della datazione e annotare che si tratta sempre di cose anteriori all’entrata di Zerbo come direttore dello stabilimento e quindi non possono essere a lui riferite e contestate. E non devo risponderne. Un’altra accusa che viene mossa a Zerbo, sempre seguendo l’elenco che ne fa il capo di imputazione, è quella di aver mantenuto un servizio sanitario insufficiente rispetto a quelle che erano le esigenze dello stabilimento, le esigenze di monitorare lo stato di salute degli operai addetti al CVM. A parte la genericità di queste accuse, insufficiente perché? Perché sappiamo viceversa che il servizio sanitario c’era, veniva svolto regolarmente, ne ha parlato il dottor Giudice, ma ne hanno parlato anche i testimoni e il dottor Magarotto, il quale non ha detto mai di aver dovuto fare rilievi in relazione a pretese insufficienze di questo servizio sanitario, e quindi risulta in positivo che viceversa c’era il controllo di tutti gli operai addetti ai reparti CV, così come vuole il decreto legge 962 e l’accusa anche questo per Zerbo è destinata a cadere. Oltretutto per quello che riguarda la posizione soggettiva del direttore Zerbo voglio dire che al di là delle dichiarazioni e delle assicurazione che gli può aver dato il dottor Giudice dicendo: "No, il servizio sanitario è organizzato, non ci sono carenze, va tutto bene, facciamo le nostre visite, teniamo gli elenchi, li comunichiamo all’autorità sanitaria locale", al di là di queste assicurazioni che gli venivano dal suo dirigente del servizio sanitario c’era qualcosa di più; c’erano le pubblicazioni a proposito sempre del CVM, le pubblicazioni di tipo ambiente di lavoro e salute, è il documento 14 della nostra nota del 18 aprile su Medicina del Lavoro del 1991, dove Comba, Pirastu, Belli e Reggiani - Comba e Pirastu li conosciamo benissimo e sono insospettabili come autori - alla pagina 96 parlano di mortalità della coorte inferiore all’accusa. Ancora, Magarotto, Marchi e Clini alla pagina 59 della stessa pubblicazione definiscono soddisfacente lo stato di salute dei dipendenti del Petrolchimico.

Allora queste informazioni di Giudice, ma anche queste pubblicazioni, convincevano senza ombra di dubbio Zerbo che rispetto al servizio sanitario non c’era nulla da.., nessun intervento necessario, il servizio sanitario era organizzato opportunamente secondo le esigenze dello stabilimento e vorrei dire che era organizzato opportunamente secondo le esigenze dello stabilimento anche con riferimento ai numeri del personale. Il capo di imputazione sempre fa riferimento: "Ma c’erano tanti lavoratori, l’infermeria, il servizio sanitario non era sufficiente". Guardate che dagli anni 1974 agli anni 1988 lo stabilimento Petrolchimico è sceso da una dimensioni di 7 mila dipendenti ai 3.500 dipendenti di cui parlavo prima. I 3.500 dipendenti poi, non tutti erano.., tutti erano visitati per vari motivi e per varie circostanze, per varie vicende, però quelli dei reparti CVM e PVC erano molti di meno e quindi il servizio sanitario era assolutamente dimensionato per far fronte a queste esigenze. E allora si deve passare alle altre accuse che si leggono nel capo di imputazione e sono quelle che sembrano costituirne il nucleo principale perché in qualche modo prefigurano l’antecedente causale alle malattie di cui si parla, perché attengono poi a pretese carenze strutturali di manutenzione e di funzionamento degli impianti CVM da cui sarebbero venute quelle famose fughe, quelle famose perdite che avrebbero dato causa a queste malattie. Il capo di imputazione elenca tutta una serie di carenze o di pretese carenze e io vorrei dire che dall’istruttoria dibattimentale, ricordo in particolare le relazioni del professor Foraboschi che sono relazioni documentate da cui risultano tutti gli interventi che in anni ben anteriori all’arrivo di Zerbo avevano portato rimedio a queste disfunzioni laddove erano state constatate, ci sono queste relazioni, c’è la testimonianza dell’ingegner Paolini all’udienza del 23 maggio che dice testualmente: "Nel periodo di gestione Enichem direi che i problemi, le problematiche di tipo meccanico erano praticamente finite"; c’è la stessa dichiarazione del professor Nano all’udienza del 16 settembre ‘99, pagina 71 del verbale, quando dice che prima della gestione Enichem, che inizia nel 1987, i problemi del CV6 erano risolti, parole testuali del consulente dell’accusa professor Nano. Del resto l’aveva detto anche lo stesso Gabriele Bortolozzo parlando col Pubblico Ministero e sempre riferendosi al reparto CV6, che è il più critico. Però, sempre a proposito del reparto CV6 e degli altri reparti, devo ancora una volta sottolineare che quando Zerbo assume la direzione dello stabilimento, non la direzione dello stabilimento... quando Zerbo assume il 15 novembre 1990 la direzione dei reparti CVM, erano in funzione soltanto i reparti CV22 - 23 e CV24 - 25, i quali erano i più moderni e rispetto ai quali ci sono solo marginali contestazioni nel capo di imputazione, ce n’è una di cui dirò subito dopo, la pretesa necessità di interrompere il monitoraggio quando si doveva entrare in autoclave, che non è vero e comunque non riguarda neanche il periodo Zerbo, lo riferisce Cecconello ad un certo momento. Erano rimasti in funzione soltanto i reparti CV22 - 23 e CV24 - 25 ed è quindi soltanto di questi che mi debbo occupare. Peraltro anche in questi reparti erano stati fatti degli interventi di reparto. Per il CV24, quello che aveva ancora le autoclavi, dico subito l’intervento principale, che non era un intervento strutturale ma era un intervento di processo. Era finalmente l’adozione di quei cosiddetti anti sporcanti, in via definitiva il bus 84, che consentiva di rarefare le necessità di entrata in autoclave. L’adozione del bus 84 aveva fatto sì che anziché intervenire una volta ogni venti carichi si poteva intervenire una volta ogni 400 carichi e questo era già.., vuol dire allontanare, annullare quella che era la principale fonte di pericolo di intossicazione da CVM. Ma poi, sempre in relazione Foraboschi ricorda per il CV24 la sostituzione dei filtri, l’installazione delle colonne di strippaggio, soprattutto la sua sostituzione delle guarnizioni e delle valvole adottando i rubinetti teflin e le valvole a soffietto e tutti gli altri interventi elencati e documentati alle pagine 59, 60 e 61 della relazione anzidetta, quella di Foraboschi, che erano le ultime vere significanti concentrazioni di CVM. Del reparto CV22, dove veniva prodotto il dicloroetano, e del reparto CV23, dove venivano prodotto il CVM per cracking del dicloroetano, per la verità nessuno parla perché effettivamente né i consulenti dell’accusa pubblica né i consulenti dell’accusa privata indicano specifiche carenze che attengono a questi reparti, quindi quasi non si deve parlare. Ciò non di meno anche lì, e ancora una volta cito la relazione di Foraboschi, anche nei reparti CV22-23 sono stati effettuati importanti interventi di modifica e miglioramento tecnologico già dal 1972: l’installazione di collettori di scarico e di ribollitori, la sostituzione di valvole cosiddette teflin - ne danno atto Carraro e Mara nella relazione del luglio 2000 a pagina 43 - la polmonazione dello stoccaggio del BCE, l’abbattimento dell’acido cloridrico negli sfiati del reparto, l’installazione di gascromatografo nel 1977.

Vorrei concludere su questo punto dicendo che l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato che nessuna delle carenze impiantistiche di cui parla il capo di imputazione risulta esistente nei reparti di produzione nel periodo diretto dall’ingegner Zerbo. Parlo per scrupolo anche del reparto CV7; ne parlo per scrupolo, come dicevo prima, perché nel reparto.., Zerbo ha avuto a che fare con il reparto CV7 soltanto per il breve periodo di quattro mesi che va dall’8 febbraio 1988 al primo giugno 1980, anche questo è documentato, è in atti il contratto di affidamento della gestione del reparto stesso da Enichem a Socon e quindi Zerbo il primo giugno 1988 termina qualsiasi relazione con questo reparto. Devo dire però che questo reparto che insaccava e magazzinava le resine prodotte dal reparto CV24 era un reparto dove la polverosità era davvero minima e comunque la polvere era di una granulometria tale da non costituire un pericolo per la salute dei polmoni dei lavoratori che erano addetti. Il teste Giacomello Ottavio, che è uno di quelli che aveva lavorato nel reparto, ma aveva lavorato anche nel reparto CV6 dove c’era una situazione diversa, dice all’udienza del 10 maggio 2000: "La polvere di PVC del reparto CV7 era come farina di granturco e quindi aveva una granulometria che la rendeva non respirabile per i lavoratori addetti al reparto". Di più, il reparto procedeva alla carica degli auto silos, quelli che poi andavano dai clienti, che portavano il prodotto ai clienti mediante un sistema a circuito chiuso e quelle operazioni di insacco e di immagazzinamento che venivano pure effettuate per una parte, una frazione minoritaria del prodotto venivano effettuate dall’operatore che stava in un box di plexiglas, usava dei sacchi con la valvola a chiusura automatica e quindi anche in quella circostanza non si produceva polvere. Sono tutte circostanze che risultano dalla stessa testimonianza di Giacomello, nonché dalla deposizione del dottor Magri che parla delle analisi di polveri in ambiente che sono assolutamente insignificanti. La conferma è anche qui una volta nella relazione Foà - Foraboschi. Aggiungo solo infine in questo reparto che la polvere, e questo viene riconosciuto anche dal professor Nano, il CVM residuo nelle polveri prodotte dal CV24 era nella misura di una parte per milione soltanto e quindi non aveva nessuna attitudine a nuocere alla salute degli operatori quand’anche fossero riusciti a respirarne una frazione. E così ho terminato l’esame di tutte le carenze impiantistiche che sono indicate nel capo di imputazione e che possono in qualche modo riferirmi a Zerbo e concludere che non possono assolutamente essere riferite a Zerbo, vuoi per il tempo, vuoi perché concretamente non erano sussistenti nei reparti di cui ha avuto la direzione.

Devo dire di altre due o tre accuse che pure si leggono. Una è quella relativa all’aver installato tardi un sistema di monitoraggio e comunque un sistema di monitoraggio malfunzionante e inidoneo a registrare reali concentrazioni che si verificavano nei reparti di produzione CV. Del sistema monitoraggio, signori del Tribunale, si è parlato moltissimo. Il sistema di monitoraggio, che era installato e strutturato in conformità alle prescrizioni del D.P.R. 962 dell’82, aveva il gascromatografo, aveva delle linee che partivano dal gascromatografo e arrivavano ai vari luoghi dei reparti e queste linee avevano molti campanelli. Appunto, questo discorso dei multi campanelli, cioè, di un sistema pluri terminale a molti campanelli, è stato il cavallo di battaglia dell’accusa per togliere valore a quelli che viceversa sono i risultati per anni di questo sistema di monitoraggio che certificano i risultati, i tabulati - il famoso Shimazu di cui parlava il professor Nardelli - certificano che la concentrazione ambientale di CVM nei reparti CV22 - 23 e CV24 - 25 era inferiore alle 0,2 parti per milione a fronte delle 3 parti per milione concesse dalla legge. A proposito di questo sistema pluri terminale con molte campanelle si dice: "Grazie, voi con questo sistema cosa fate? Intanto non potete verificare e accertare qual è la concentrazione in un punto specifico dei reparti e in secondo luogo attuate un sistema di diluizione perché una campanella prende poco e tre prendono tanto e viceversa, per cui i dati non sono reali. Però, signori del Tribunale, facciamo attenzione a una circostanza che è poco insita nel funzionamento del sistema, ma soprattutto è insita nella volontà della legge: il D.P.R. 962 dell’82, quello che regola il monitoraggio negli allegati, nell’allegato A regola il modo in cui va fatto il monitoraggio del CVM in reparto, stabilisce che il monitoraggio deve essere fatto in una zona di lavoro e deve dare il valore medio di una zona di lavoro perché è su quel valore medio di una zona di lavoro che si calcola la.., scusate, mi sfugge esattamente la definizione che dà la legge. E’ il valore di soglia che è quello della media ponderata per un intero anno di quello che può respirare un lavoratore addetto a quel reparto. Allora se si tratta della media ponderata di quello che può respirare in un anno un lavoratore, vuol dire che la legge non vuole quello che può respirare occasionalmente se per caso nella sfortunata circostanza si toglie un punto e ne respira tanta, ma quello che normalmente un lavoratore può respirare frequentando abitualmente, per ragioni di lavoro appunto, il reparto. E che sia così lo spiegano anche i consulenti, sempre Foraboschi, ma anche il dottor Galli, dicendo: "Guardate che se per caso c’è una fuga in un punto del reparto non è che questa fuga rimanga lì e sia concentrata e in qualche modo possa rimanere come fonte di pericolo perché immediatamente, per la natura stessa di un gas, questa si disperde e va a influenzare uniformemente una zona di lavoro", il che vuol dire poi che influenzando in modo uniforme, quasi istantaneo, una zona di lavoro viene assorbita, viene recepita quasi immediatamente dalle varie campanelle della linea di rilevamento, per cui il valore che viene denunciato da queste campanelle del gascromatografo che sta a monte è quello che effettivamente è il valore di concentrazione nel reparto in quel momento, quello che in denegata ipotesi può respirare il lavoratore. Quindi una volta che le campanelle, il sistema ci dice che questi valori non hanno mai superato nell’arco di una decina d’anni valori superiori allo 0,2 vuol dire che il sistema funzionava e si poteva stare tranquilli. Ma direi che una conferma alla bontà di questo sistema viene anche dalla recente legge che ha sostituito.., è la legge 66 del 2000, che ad un certo momento torna a parlare di concentrazioni medie ponderate per zona di lavoro, quindi abbandona anche i criteri e contraddice i criteri di rilevamento puntiforme che sarebbero graditi all’accusa e dice che si deve guardare quello che può respirare un lavoratore nella zona, nell’area in cui.., l’aria respirabile dal lavoratore dice testualmente la legge 66 del 2000. Quindi questa è un’ulteriore conferma della bontà e della idoneità del sistema a rilevare le concentrazioni reali e della attendibilità certificativa di quei tabulati che dicono che le concentrazioni reali in ambiente si mantenevano sulla media di 0,2 parti per milione di CVM. L’attacco al sistema di monitoraggio avviene anche per un’altra direttrice di marcia che è quella esplicitata davanti a voi dal professor Nardelli che dice: "Sì, il sistema sarà stato anche buono, però funzionava male. Funzionava male perché io con molta pazienza..." e va dato atto a Nardelli della pazienza davvero da certosino che ha avuto e vorrei dire anche dello spirito di sacrificio dove è andato a scartabellare una quantità di tabulati che si riferiscono ad anni e anni, si riferiscono poi in particolare agli anni ‘90, ‘91 e ‘92; Nardelli va a individuare per il ’91, 73 allarmi in un insieme di 222.616 misurazioni eseguite dal gascromatografo nel reparto CV24. 73 allarmi su 222 mila rilevamenti sono lo 0,03% del totale. Ora, signori del Tribunale, non so se un qualsiasi sistema di misurazione in un qualsiasi ambiente per una qualsiasi sostanza possa dare risultati più attendibili di questo perché lo 0,03 di cattivi funzionamenti è una cifra davvero insignificante. Nardelli l’ha accettata con la sua pazienza, però non ha accertato nulla che possa in qualche modo essere riverberato addosso alle responsabilità di chicchessia. Lo stesso discorso va fatto per l’anno 1992 e anche per l’anno 1992 la percentuale rimane invariata. E analogo discorso va fatto per gli altri casi di warning no pick che Nardelli aveva additato come uno dei sintomi di cattivo funzionamento del sistema, ma quand’anche lo fosse per l’anno 1991 i casi di warning no pick sono pari allo 0,0085% del totale. Signori, qua siamo in una situazione ancora migliore rispetto a quella di cui vi ho parlato prima a proposito degli allarmi, dei 73 allarmi del reparto CV24. Ma sempre a proposito del sistema di monitoraggio e dell’ulteriore conferma che il sistema di monitoraggio era idoneo e non suscitava nessun allarme e nessuna preoccupazione neanche nelle autorità preposte al controllo, ci sono le testimonianze del dottor Magarotto che riferisce di aver verificato il sistema di monitoraggio all’udienza del 7 luglio 2000 e che non presentava carenze e di essersi soltanto preoccupato di accertare la frequenza delle tarature. Poi ci sono anche i dipendenti di Magarotto, Piermaria Iagri e la dottoressa Maria Greggio, entrambi funzionario dello SPISAL, che ne hanno verificato la validità e ne hanno riferito confermandone la validità il 18 aprile del 2000. Poi ci sono le testimonianze, Renato Rossetti era il caporeparto del CV24, Perini era l’addetto del pass prevenzione ambiente sicurezza deputato a seguire il sistema di monitoraggio. Voi direte: "Ma erano dipendenti Enichem", sì, erano dipendenti Enichem, ma sono venuti qua sotto giuramento a confermare che per loro esperienza il sistema funzionava. Ma vorrei dire che l’affidabilità del sistema di rilevamento trova una conferma definitiva nella deposizione del dottor Tettamanti ed è importante questa deposizione Tettamanti perché non solo Tettamanti è, direi, il membro storico del Consiglio di Fabbrica del Sindacato all’interno del Petrolchimico, ma dice una cosa significativa, udienza 23 giugno 2000, pagina 109. Dice: "Negli anni Settanta e Ottanta i lavoratori avevano acquisito una presa di coscienza e vigilanza tali da far considerare risolto il problema ambientale". Ora, questo discorso della coscienza e vigilanza dei lavoratori che consideravano risolto il problema ambientale sta a significare e anche a fugare il sospetto di maliziose manomissioni del sistema di cui qui ha fatto cenno il professor Nardelli dicendo: "Sì, ma c’è un tasto che si poteva interrompere, per cui si poteva tornare due volte sulla stessa campanella e quindi si potevano alterare i risultati e by-passare certi allarmi". Non è così, i lavoratori addetti, i lavoratori presenti in fabbrica, lavoratori che erano sensibili al pericolo perché si trattava della loro pelle, vigilavano e avevano la coscienza di vigilare su quello che era il funzionamento del sistema. Quindi il sistema di monitoraggio resiste vittoriosamente agli attacchi che gli vengono sferrati, come dicevo, sotto due direttrici di marcia.

Accenno appena, di sfuggita anche, perché di tempo vorrei lasciarne un po’ anche al collega Bettiol in modo che finisca lui stasera di parlare, o per lo meno si porti molto avanti, parlando un momento di due servizi che Zerbo quando era direttore dello stabilimento Petrolchimico di proprietà della Montedipe fino al 15 novembre 1990, Zerbo forniva a Enichem - Anic alcuni servizi. Di questi i principali erano lo stoccaggio dei prodotti CVM, BCE e dicloroetano nel parco serbatoio ovest e nel parco serbatoio sud e la manutenzione. Per lo stoccaggio dei prodotti nei due parchi serbatoio ovest e sud va subito detto che intanto non risulta nessun elemento di accusa che possa dire: "Ah, ma guarda che c’erano delle concentrazioni esagerate o non confermi". Erano reparti non sorvegliati, erano reparti completamente all’aperto, erano reparti nei quali i travasi di prodotto dai serbatoi alle navi, dalle navi alle ferro cisterne, dai serbatoi alle ferro cisterne, e viceversa, avvenivano tutti a circuito chiuso, per cui non c’era nessuna possibilità di fughe. La manutenzione era un altro dei servizi che Zerbo.., cioè, la Montedipe forniva ai reparti CV. La manutenzione va distinta in manutenzione generale e in manutenzione di area. La manutenzione di area è quella deputata alle aree, in particolare nei casi dei reparti di produzione CVM, e i lavoratori di questa manutenzione di area erano ricompresi negli elenchi dei lavoratori da tenere sotto controllo ai fini della legge 962. Dico subito che la manutenzione per sua stessa natura avviene secondo delle procedure scritte ben determinate e tassative di permessi. Queste procedure esigono che i reparti di produzione prima di chiedere la manutenzione e soprattutto prima di consegnare ai manutentori il reparto o la frazione di reparto su cui devono intervenire, i reparti devono fermare le linee e bonificarle; dopodiché possono arrivare i manutentori. Quindi quante volte si fosse trattato di intervenire sulle linee del CVM le linee dovevano rispondere a questa precisa condizione, condizione scritta regolata da permessi scritti e da riscontri altrettanto scritti che ci devono essere. Nell’ipotesi che non si potesse per un qualsiasi motivo fermare la linea, allora il permesso deve prescrivere i mezzi di sicurezza da adottare e questa è la procedura che veniva adottata regolarmente e di cui c’è prova documentale e l’abbiamo versata in atti. Io sto finendo di parlare del primo capo di imputazione, sto finendo velocemente, mi sembra di stare nei tempi; accenno soltanto un momento ai casi singoli per i quali depositeremo la memoria perché quella dei casi singoli diventa una lunga analisi di tanti casi ed effettivamente non mi sembra il momento e la circostanza di farlo, anche perché si sovrapporrebbero, si confonderebbero.

A proposito dei casi singoli io vorrei dire una cosa. Intanto tutti i lavoratori che hanno accusato malattie e che sono stati dipendenti.., è del tutto evidente, tutti i lavoratori che hanno accusato malattie e che sono stati dipendenti dello stabilimento della Montedipe o di Enichem, ma che hanno cessato il loro rapporto di lavoro o sono stati posti in cassa integrazione prima dell’8 febbraio 1988 non possono in alcun modo essere riferiti alla responsabilità dell’ingegner Zerbo. Degli altri lavoratori c’è l’elenco che ho fatto dicendo: "Questi vanno esclusi per un motivo, questi vanno esclusi per un altro, questi vanno esclusi per un altro"; restano soltanto pochi casi che ho analizzato e rispetto a questi credo di aver potuto dimostrare nella memoria che leggerete che effettivamente manca la dimostrazione di un rapporto causale fra esposizioni sofferte sotto il periodo Zerbo e malattie denunciate. Mi riferisco in particolare ad alcuni casi di neoplasie denunciate per lavoratori presenti in stabilimento e nei reparti nel periodo Zerbo, neoplasie che però riguardavano lavoratori che in passato erano stati addetti alle lavorazioni del CVM e in particolare alle autoclavi quando le concentrazioni erano di gran lunga superiori a quelle fortunatamente presenti negli anni di Zerbo, quindi il periodo di latenza ha il suo significato, ma soprattutto perché le diagnosi di queste neoplasie sono addirittura anteriori al momento in cui Zerbo ha assunto la direzione dello stabilimento. Questo vale anche a togliere dall’orizzonte colpevolista di Zerbo parecchi dei casi che, appunto, potremmo andare a vedere con la lettura di quelle memorie. Ma vorrei dire, sempre a proposito di questi casi dei singoli lavoratori, che ci sono due considerazioni.., c’è un’altra considerazione che riguarda le malattie, le epatopatie e i cosiddetti morbo di Raynaud o acrostolisi, che sono stati denunciati dai lavoratori. Intendo sottolineare, signori del Tribunale, che queste malattie sono state tutte diagnosticate negli ani dal ‘71 al ‘75, non c’è una epatopatia, non c’è un morbo di Raynaud dei lavoratori che riguardano Zerbo che sia stato diagnosticato dopo. Allora, dico, se è vero che il reato di lesioni colpose quando si tratta di malattia professionale è un reato che si consuma istantaneamente, nel caso della malattia professionale la giurisprudenza riconosce che si consuma al momento in cui c’è un accertamento nosografico concludente, non si possono riferire a Zerbo malattie, lesioni colpose che si sono verificate in allora, anni ’71 - ’75. Ma c’è un’ulteriore considerazione che mi sembra ancor più significativa: ma se di tutte queste malattie già diagnosticate, tenute sotto controllo sia dal servizio sanitario di stabilimento sia poi dalle successive consulenze mediche anche delle parti civili, non c’è un caso di aggravamento successivo, che cosa vuol dire? Ma vuol dire che le concentrazioni successivamente non avevano nessun significato. Le concentrazioni aggiuntive eventualmente respirate da questi lavoratori non hanno avuto neanche il significato di aggravarli. Allora cosa vuol dire, cosa se ne deduce? Che le concentrazioni erano crollate e questo mi sembra che sia un argomento di fatto concludente per dire che effettivamente quelle concentrazioni registrate dal sistema di monitoraggio, quelle concentrazioni crollate a seguito degli interventi migliorativi della metà degli anni Settanta fino agli anni ’82 - ’83 avevano avuto il loro significato, i tabulati che registrano lo 0,2% sono veritieri e quindi nulla si può imputare anche per questo aspetto alla responsabilità dell’ingegner Zerbo. Io ho finito sul primo capo di imputazione. Molto più brevemente posso dire qualcosa del secondo capo di imputazione. Entro le sette finisco, Presidente. Il secondo capo di imputazione, e anche su questo io mi attengo strettamente ai fatti e peraltro mi associo a tutte le argomentazioni che sono state svolte dal professor Stella già a luglio, ma anche oggi, per dire e per arrivare alla conclusione di assoluzione perché il fatto non sussiste; ma quand’anche si dovesse scendere ad una subordinata voglio dire che neppure per questo secondo capo si può imputare alcunché all’ingegner Zerbo. Perché si contesta a Zerbo di aver realizzato discariche abusive e smaltito abusivamente rifiuti? Signori del Tribunale, basterebbe ricordare la dichiarazione e la consulenza dell’ispettore Spoladori, insospettabile e bravissimo tra l’altro, mi permetto di dire, che dice che tutte le discariche furono realizzate al massimo fino al 1982 e che non vi fu smaltimento di rifiuti da parte dello stabilimento dopo il 1982-’83. Questa dichiarazione leale, convincente, chiarissima di Spoladori trova conferma nelle deposizioni del dottor Pavanato, che è il funzionario della Provincia preposto al controllo di queste situazioni, e nelle dichiarazioni del teste Gavagnin sentito il 16 marzo di quest’anno. Gavagnin aggiunge anche qualcosa a proposito della dispersione di acque, quella che avveniva fino ad un certo punto attraverso le cosiddette bonzette, che erano dei recipienti che venivano portati nella famigerata area di nome Katanga e lì versate e buttate così, senza criterio. Gavagnin dice che anche le bonzette dopo il 1983 non furono più usate perché le acque vennero avviate a smaltimento altrimenti. Quindi Zerbo non ha realizzato discariche, non ha abbandonato rifiuti tossico - nocivi, non ha disperso acque inquinate e non merita l’accusa che gli viene rivolta con la lettera a) del secondo capo di imputazione. La lettera b) del secondo capo di imputazione contesta a Zerbo qualcosa che lascia un po’ perplessi. Gli contesta di aver violato l’obbligo di evitare... impedire l’inquinamento ed evitare l’ulteriore degrado ambientale delle zone di cui all’allegato b), in particolare della zona 31 - 32, nonché del Canale Lusore - Brentelle, dove si abbandonavano rifiuti, si effettuavano lo stoccaggio e lo scarico di fanghi e in particolare si dice "anche attraverso gli scarichi SM2 e SM15 che scaricavano fanghi in laguna". Ebbene, signori del Tribunale, anche rispetto a queste accuse va detto che si tratta di accuse che Zerbo non merita perché, anzi, se c’è stato qualcuno che ha iniziato a fare qualcosa per l’ambiente nello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera è stato proprio l’ingegner Federico Zerbo. Noto anche che la posizione dell’ingegner Zerbo era un momento diversa da quella di Patron, perché Patron poteva decidere, Zerbo ad un certo momento poteva eseguire quello che altri decidevano. Comunque, al di là di questo possibile conflitto di competenze, diciamo così, ma comunque non assolutamente.., al di là di questo possibile conflitto di competenze, voglio dire che Zerbo negli anni della sua direzione ha realizzato tutta una serie di interventi di grande significato.

Non voglio insistere più di tanto sui due interventi di grande impegno e di grande portata che sono state la bonifica e la messa in sicurezza delle due discariche esterne di rifiuti, quella di Malpaga e quella di Dogaletto. Erano due discariche su cui altri prima che arrivasse Zerbo avevano depositato tutti i rifiuti dello stabilimento, erano due discariche che avevano suscitato la protesta da parte delle Autorità comunali del luogo e allora decisero di intervenire per messa in sicurezza e Zerbo realizzò questa messa in sicurezza. La realizzò costituendo una task force apposita, quella capitanata dall’ingegner Gavagnin, che effettivamente, appaltando i lavori a imprese terze e curandone l’esecuzione con notevolissimo impegno di spesa ha realizzato entro il 1992 la messa in sicurezza di queste due discariche di Malpaga e di Dogaletto. Sottolineo che questi interventi di bonifica e messa in sicurezza sono stati in assoluto i primi in Italia, prima non ce n’erano stati, è stata la prima esperienza da parte Zerbo nello stabilimento. Voglio dire che questi interventi, e questo va ad onore di Enichem, sono stati proseguiti da Enichem benché non si trattasse di rifiuti Enichem, erano tutti rifiuti Montedison. Ciò non di meno Enichem sotto la direzione Zerbo ha proseguito questi interventi e li ha portati a compimento. Ma poi per quello che riguarda il Canale Lusore - Brentelle, sottolineando ancora una volta che si tratta di un’area demaniale rispetto alla quale probabilmente né Montedipe né Enichem dovevano intervenire, tanto meno doveva intervenire Enichem nel periodo Zerbo, Zerbo presentò tramite la SNAM Progetti e tramite Isotec due progetti per la messa in sicurezza, li ha dialogati con la Provincia, la Provincia non ha dato il suo benestare perché aveva dei dubbi sulla bontà dei progetti stessi, ma voglio dire che Zerbo si era attivato, si era reso disponibile assieme alla sua società per mettere in sicurezza anche il famoso Canale Lusore - Brentelle. Il dottor Casson sa bene perché ha fatto un processo contro gli amministratori pubblici proprio per questo canale e sa bene che cosa si è fatto. Ma poi per quello che riguarda le aree interne dello stabilimento, la famosa area 31 - 32, ma anche le altre aree circostanti, quella famosa che poi venne venduta anche a Ecormed e che soffriva degli apporti di queste aree 31 e 32, Zerbo ha iniziato gli interventi di messa in sicurezza che poi sono stati compiuti dall’ingegner Pisani senza dubbio, però è anche vero che l’avvio di indagini diagnostiche e magnetometriche, l’infissione dei piezometri, quei dieci che poi sono diventati cinquanta, per determinare la localizzazione e l’estensione di siti interni, sono stati fatti da Zerbo e ne ha parlato il teste Gavagnin che li ha riferiti agli anni ‘88, ‘89 e ‘90. C’è una relazione, la prima relazione di Geotecnica della zona 32, giugno ‘90; una seconda relazione di Aquater sullo stato della zona 32, luglio ‘91, direzione Zerbo; il progetto di bonifica con stima dei costi della stessa Aquater, febbraio ‘93, direzione Zerbo.

Quindi Zerbo non è rimasto con le mani in mano, Zerbo si è dato da fare. Vorrei dire che se teniamo conto di quello che hanno detto i consulenti Francani e Bellucci.., adesso sto facendo confusione con i nomi.., nella loro relazione, interventi di questo tipo, anche secondo le esperienze nordamericane, cioè le più avanzate, richiedono tempi lunghissimi di studio, di progettazione e di realizzazione. Ora, se consideriamo che Zerbo nei cinque anni della sua direzione ha avviato queste importantissime iniziative, interventi di bonifica e di messa in sicurezza, non si può certamente dire che lui abbia avuto una condotta tale da violare gli obblighi di impedire l’inquinamento ulteriore perché certo non aveva la bacchetta magica per farlo dall’oggi al domani, ma ha ottenuto una condotta, viceversa, positivamente indirizzata a impedire che inquinamenti ci fossero e che si evolvessero in negativo nel futuro.

Questo è il discorso che può terminare qui per quanto riguarda le iniziative che ha tenuto Federico Zerbo per quello che riguarda le discariche, i siti inquinati all’interno dello stabilimento, quelli esterni, le falde, ammesso che di falde inquinate si possa parlare perché le consulenze Frigani e Bellucci sembra che escludano che si possa parlare di inquinamento di falda.

Restano ancora da dire poche cosa, e mi avvio a concludere, signori, poche cose a proposito degli scarichi e dei reflui. L’accusa dice che attraverso questi scarichi - in particolare l’accusa cita l’SM2 e l’SM15 - si è contribuito in modo significativo all’inquinamento e al degrado della laguna di Venezia. Questi due scarichi sono due scarichi dello stabilimento, ma subito è opportuno escludere dal novero di questi scarichi incriminati lo scarico SM2, perché lo scarico SM2 nell’epoca della direzione Zerbo non scaricava acque inquinate. Dallo scarico uscivano sì delle acque con dei prodotti, delle acque di provenienza degli impianti, ma non erano impianti di Zerbo, erano impianti di Ausimont, una società confinante che usufruiva dello stesso scarico, sicché tutti quei fluoruri e del resto il fatto stesso che si trattasse di fluorurati sta a dire che non potevano essere acque del Petrolchimico; tutti fluoruri provenivano da Ausimont. Nello scarico o stabilimento Petrolchimico che lo utilizzava metteva acque di raffreddamento dei suoi impianti, acque civili, acque provenienti dagli impianti di demineralizzazione e acque di prima pioggia; tutti scarichi, tutti reflui che non portavano nessun apporto inquinante alle acque della laguna. Lo dimostra ancora una volta e ne è prova in atti che certe determinazioni analitiche effettuate dal Magistrato alle Acque confermano questo che ho appena detto, confermano che la presenza di fluoruri era tutta di Ausimont e non provenivano da Enichem e quando parla della presenza di composti organici clorurati il Magistrato alle Acque dà atto che era dovuta ad un evento episodico, anomalo e accidentale dovuto non ai processi produttivi ma ai lavori di messa in sicurezza di un’area dello stabilimento. E’ avvenuto che proprio per mettere in sicurezza un’area dello stabilimento una parte delle peci clorurate che chissà chi aveva messo lì sotto in qualche modo sia finita tramite un tramite che non saprei adesso rappresentate, era finita nello scarico SM2, ma di questo si è accorto il Magistrato alle Acque, ha detto: "No, questo è un fatto episodico che non riguarda assolutamente la gestione ordinaria dello scarico SM2". Resta lo scarico SM15, il principale imputato dell’inquinamento, ricordiamo quello che diceva Coccheo. Ma lo scarico SM15 è uno scarico autorizzato e gestito secondo l’autorizzazione. Lo scarico SM15 con i suoi 40 mila metri cubi/ora, mi sembra che versi nella laguna, è uno scarico nel quale possono essere convogliate oltre alle acque di processo anche le acque di raffreddamento, lo dice testualmente l’atto di concessione, il disciplinare di concessione dello scarico SM15, lo ho sotto gli occhi, non lo leggo per non annoiarvi, però lo dice ed è prodotto agli atti con la mia nota del 18 aprile di quest’anno e del resto credo che risultasse anche altrimenti agli atti di questo processo.

A proposito di questo scarico SM15 è interessante ricordare che c’è una nota fatta dal Magistrato alle Acque e inviata al Pretore di Mestre in data 5 ottobre 1994 nella quale si dà una relazione su quelli che sono il funzionamento e la gestione di questo scarico. La nota - è interessante notarlo - è firmata per il dirigente dell’ufficio, dottor ingegner Alfredo Caielli, da Giorgio Ferrari. Giorgio Ferrari è - lo ricorderete - il tecnico del Magistrato alle Acque che è venuto qui a testimoniare ed è un tecnico, vorrei dire, di insospettabile posizione, nel senso che è il tecnico obiettivo diagnostico. Ciò non di meno il tecnico Ferrari scrive e firma questa nota dove si dice che negli anni dal 1990 al 1994... e lo scrive al Pretore di Mestre allora. Qui non c’è l’avvocato Partesotti ma era lui che difendeva allora alcuni soci di Greenpeace che avevano fatto un’azione dimostrativa davanti allo scarico SM15, per cui ci fu un processo contro di loro e nell’ambito di questo processo arrivò questa nota sul tavolo del Pretore, allora si usava la Pretura, adesso non si usa più. Questa nota parla dei metri cubi che vengono scaricati e dice: "Tabella 2. Scarico esaminato: SM15; prelievi effettuati dal 1990: scarico SM15, dodici prelievi; risultati sfavorevoli: 0. Scarico SM22, impianto biologico - e dirò subito di cosa si tratta - 17 prelievi, 2 casi di fuori norma rispetto alla legge speciale su Venezia". Quindi la situazione sostanziale dello scarico SM15 era tale da non destare nessuna preoccupazione, tanto meno per il direttore dello stabilimento che conosceva questi dati e conosceva, appunto, quali erano il numero dei controlli e l’esito dei controlli che aveva fatto il Magistrato alle Acque e la relazione dimostra che non c’erano problemi di superi dei limiti tabellari della speciale su Venezia. Anche per questo motivo c’è un attacco alla bontà dello scarico SM15 che dice: "Sì, tu non superi i limiti tabellari della legge speciale su Venezia perché attui quello che la legge vieta, che è la diluizione delle acque tramite il convogliamento assemblato delle acque di processo con quelle di raffreddamento".

Ma, signori del Tribunale, a proposito di questa obiezione e della sua apparente bontà va detto primo che il disciplinare di concessione di cui abbiamo parlato prima consentiva il convogliamento simultaneo delle acque di processo con quelle di raffreddamento, lo dice il decreto... l’avevo sottolineato in giallo... ecco: "Lo scarico dei reflui avviene nei canali di Malamocco e Marghera. I reflui in particolare comprendono acqua di mare utilizzata a scopo di raffreddamento, acque provenienti dai processi e dai servizi e acque meteoriche nonché acque di terzi preventivamente trattate". Dirò subito dopo di queste acque di terzi preventivamente trattate perché attengono allo scarico SM22 che non proveniva dallo stabilimento Petrolchimico, sebbene proveniva dall’impianto biologico gestito dalla società Geos Ambiente, adesso i nomi mi sembra proprio che siano questi. Allora, intanto la diluizione, se di diluizione si può parlare piuttosto che di miscelazione, era autorizzata. Ma poi voglio dire che la legge stessa, la Legge Merli e anche la legge recente, la 152 del 199, non negano che si possono convogliare unitariamente le acque di processo e le acque di raffreddamento. L’articolo 9 della Legge Merli esclude la possibilità di questo convogliamento, dell’utilizzo di acque di raffreddamento e acque di processo soltanto nel caso che si tratti degli elementi indicati nella tabella allegata a quella legge e si tratta dei metalli. In questo caso non si trattava di metalli, per cui l’unione delle due correnti di acque - raffreddamento e processo - era perfettamente legittima. Sappiamo benissimo che c’è tutta una parte di giurisprudenza che è contraria a questa interpretazione della legge, però è di fatto che testualmente l’articolo 9 della Legge Merli dice questo, non dice altro. Ma è interessantissimo notare che nonostante - immagino - la piena consapevolezza di quello che è un orientamento giurisprudenziale della cosa la legge recente, la 152, all’articolo 28 ripete esattamente la stessa cosa che c’era già nell’articolo 9. Il quinto comma dell’articolo 28 dice: "I valori limite di emissione non possono in nessun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo", quindi un tipo di acque che non sono le acque di raffreddamento, sono quelle prelevate esclusivamente allo scopo. "Non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo - e ancora una volta la legge distingue le une dalle altre - gli scarichi parziali contenenti le sostanze indicate ai numeri 1 – 2 – 3 - 4 e 5. L’Autorità competente in sede di autorizzazione può prescrivere che lo scarico delle acque di raffreddamento e di lavaggio ove impiegate per la produzione di energia sia separato lo scarico terminale di ciascuno stabilimento". Questo è il testo, identico al precedente e la nuova legge ha confermato, appunto, che si possono utilizzare le acque di raffreddamento per convogliarle assieme a quelle di processo e quindi non c’è questa violazione del divieto di diluizione di cui viceversa parla l’accusa. Una ulteriore conferma a questa verità, direi incontrovertibile perché testuale, viene da uno dei recenti decreti emanati in attuazione della Ronchi - Costa per Venezia, è il decreto 23 aprile 1988, dove si dice che le acque di raffreddamento possono essere utilizzate e convogliate assieme a quelle di processo, fino a quando? Fino al 31 dicembre 2001, cioè, ancora oggi che vi parlo, signori, è possibile convogliarle. Il primo gennaio assieme all’Euro non potremo più convogliare le acque di raffreddamento con quelle di processo, ma fino ad oggi possiamo farlo, lo dice il decreto ministeriale 18 aprile 1989. Quindi mi sembra sotto questo profilo che si possa escludere che tramite lo scarico SM15 si sia, a), commessa una violazione della normativa in materia di scarichi, b), che si sia contribuito in modo significativo all’inquinamento della laguna di Venezia.

A questo punto, brevissimo, vorrei proiettare due diapositive. Questa diapositiva è allegata alla relazione Fregnani - Bellucci, pagina 47. Si vedono i vari punti dove sono stati effettuati dei carotaggi per vedere qual era lo stato dei sedimenti intorno ai canali della Zona Industriale di Porto Marghera. Quelli sono i punti che si vede che vanno dalla parte del canale industriale nord, dei canali interni, il sud, l’ovest; vediamo anche lo scarico, il punto C2, indicato C2, è lo punto dello scarico SM15 dove si immette nel Canale Malamocco - Marghera. La seconda diapositiva ci dà quelli che sono i risultati delle analisi effettuate sulle carote prelevate nei vari punti. Allora vediamo che nel punto C2 i valori sono di gran lunga inferiori a quelli riscontrati altrove; in particolare sono di gran lunga inferiori a quelli del Canale Industriale Nord, ma anche a quelli del.., vicine al punto di scarico 15. Allora dico, signori del Tribunale, ma se l’inquinamento più basso è lì davanti allo scarico SM15, come facciamo a dire che lo scarico SM15 è la fonte principale dell’inquinamento della Laguna di Venezia? E come facciamo a dire che Zerbo, che ha gestito per qualche anno, è lui autore dell’inquinamento per la Laguna di Venezia? Ecco, sono degli interrogativi ai quali io ho una risposta ma penso che darete la stessa risposta anche voi dicendo che lo scarico SM15 obiettivamente non è responsabile dell’inquinamento, forse perché convoglia acque di raffreddamento, ma, ripeto, le acque di raffreddamento potevano essere convogliate. L’inquinamento viene da un’altra parte, l’inquinamento viene dal Canale Industriale Nord, l’inquinamento viene dal Canale Malamocco - Marghera e sottolineo ancora che in quella relazione che ho letto pochi minuti fa del dottor Ferrari si dice che non ci sono stati superi di concentrazioni rispetto a quelli che sono i limiti ammessi dalla legge speciale su Venezia.

Le ultimissime parole, Presidente, a proposito dei rifiuti. Ho già detto prima che non risulta in alcun modo che Zerbo abbia scaricato abusivamente i rifiuti in discariche altrettanto abusive. Va detto viceversa in positivo che Zerbo nel 1988 ha emanato due procedure di stabilimento relative allo smaltimento di rifiuti, le abbiamo prodotte; ha provveduto al recupero e al reimpostaggio dei rifiuti clorurati che altri prima di lui avevano lasciato sparsi in mezzo allo stabilimento e li ha reinfustati, messi in sicurezza in questo modo e, giusta autorizzazione della Provincia, li ha stoccati in un capannone denominato CY1 appositamente ristrutturato. Sul punto ci sono, oltre all’autorizzazione della Provincia, anche le testimonianze di Gavagnin e Pavanato. Negli anni 1989 e 1992 ha progettato e realizzato un impianto che consentiva attraverso l’allestimento di fanghi la distillazione del mercurio declassificando il rifiuto da tossico - nocivo e recuperando il mercurio, oltretutto con qualche utile economico, ma sicuramente evitando che i fanghi mercuriosi fossero abbandonati e costituissero fonte di inquinamento per la loro natura di rifiuti tossico - nocivi. L’impianto ha consentito lo smaltimento di rifiuti mercuriosi accumulati nel passato e ha evitato che il mercurio andasse disperso nell’ambiente. Ha realizzato e messo in marcia alla fine degli anni ‘88 presso il reparto AS5 del Petrolchimico l’impianto per la riconcentrazione dell’acido solforico che ha consentito di eliminare i fosfogessi derivanti dalla lavorazione dell’acido fosforico che veniva effettuata dalla società Agricoltura. Tramite la società Ecoveneta ha smaltito circa 8 mila fusti di morchia oleosa proveniente dalla pulizia dei serbatoi, delle vasche e delle centrali termoelettriche che erano accumulati di fronte al reparto C1, teste Mazzolin, udienza 14 marzo 2001. Sempre a proposito di Mazzolin, che ha parlato di rifiuti, Mazzolin dice: "Sì, però c’erano dei rifiuti inerti che erano accatastati lì nell’area 46, li ho visti io nel maggio del ‘93", è senz’altro vero, però sottolineo che erano rifiuti inerti, casomai era una contravvenzione alla legge 915, ormai una contravvenzione prescritta, quindi come rifiuti inerti non contribuivano all’inquinamento, come stoccaggio non autorizzato provvisorio dei rifiuti era una contravvenzione, ma è una contravvenzione che non macina in questo processo.

Signori del Tribunale, io ho terminato. Spero di essere stato abbastanza.., anzi, troppo veloce, effettivamente ho saltato molte cose, comunque voglio dire che alla luce delle considerazioni che ho fatto e premesso che c’è totale adesione agli argomenti sviluppati da Federico Stella, da Domenico Pulitanò e da Luca Santamaria per quello che riguarda le tesi generali di questo processo e così piena adesione e richiesta di assoluzione perché il fatto non sussiste, tutti i fatti contestati non sussistono, però voglio dire che la richiesta conseguente alle argomentazioni che ho cercato di svolgere, spero con sufficiente chiarezza davanti ai Lor Signori, è quella di assoluzione per non aver commesso il fatto. Grazie, io ho terminato.

Pardon, io non so quando, ma magari anche il 9, dovrei prendere per pochissimo la parola anche per la posizione dell’ingegner Burrai.

 

Presidente: alla prossima udienza di martedì, il giorno 9, alle ore 09.00, si ricomincia e chi c’è, c’è, chi ci sta, ci sta.

 

RINVIO AL 09 OTTOBRE 200

 

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