UDIENZA DEL 4 LUGLIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. PULITANO' - AVV. SANTAMARIA

 

AVVOCATO PULITANO’

 

Avvocato Pulitanò: signor Presidente siamo proprio alla fine di un discorso che è stato lungo, ma per la quantità degli argomenti e pur dopo una drastica selezione sia degli argomenti sia delle osservazioni, mi resta qualche considerazione sull’aspetto dell’accusa di cui al capo 2, concernente gli scarichi idrici collegati, nell’ipotesi accusatoria, ad un asserito effetto di inquinamento grave dei sedimenti e delle acque dei canali e degli specchi lagunari di Porto Marghera, l’asserito disastro e il conseguente, secondo l’accusa, avvelenamento o corrompimento dell’ittiofauna. Lascio da parte, li do per presupposti, i discorsi sulla infondatezza obiettiva dell’accusa relativa agli eventi dei delitti contestati e mi soffermo sulla questione degli scarichi idrici, l’unica questione che riporta direttamente alla gestione Enichem, a differenza del capitolo delle discariche, il capitolo principale del tema ambientale, che non riporta alla gestione Enichem. Credo che il Tribunale abbia ormai ben chiaro il quadro degli scarichi del Petrolchimico nei diversi periodi, è stato illustrato ripetutamente, vi è lo scarico SM15, il principale con recapito nel canale Malamocco Marghera e portata di 50 mila litri cubi ora, altri scarichi di portata molto minore, SM2, M7, M8, M9 con recapiti in altri canali della zona. Vi è poi, se n’è discusso, la corrente SM22 che esce dall’impianto chimico fisico biologico SG31, gestito dalla società ambiente, si immette nello scarico SM15 e secondo l’autorizzazione del Magistrato delle acque deve rispettare i limiti prima dell’immissione, pur non trattandosi di uno scarico diretto in laguna. Per quanto ci interessa, avendo riferimento al tipo di accusa qui contestata interessano le correnti che vanno direttamente in laguna. Tutti gli scarichi come è noto erano regolarmente autorizzati sulla base di compiute informazioni delle autorità circa la situazione degli scarichi, su che cosa venisse scaricato rinvio alle relazioni del professor Foraboschi e alle spiegazioni date dal professor Foraboschi nell’udienza in cui si è discusso del tema, l’ultima udienza istruttoria quella del 15 maggio. Secondo l’accusa lo scarico SM15, il principale scarico del Petrolchimico, avrebbe funzionato come grande diluitore, hanno detto, in violazione della normativa. Anche questa tesi rilanciata con particolare enfasi nella fase finale del dibattimento è infondata, la spiegazione è stata anche qui data dal professor Foraboschi, io riprendo i tratti essenziali. Diluizione vietata che cosa significa? Significa prendere acqua appositamente per diluire uno scarico in maniera da diminuire la concentrazione degli inquinanti, non è diluizione la miscelazione di correnti diversi fuoriuscenti dal sistema industriale, correnti diverse che devono comunque essere scaricate e la loro miscelazione, salvo limiti specificamente posti dalla legge non è diluizione. Diluire è aggiungere altro, che non sarebbe stato necessario scaricare. E’ stata più volte citata la normativa vigente all’epoca dei fatti, l’articolo 9 della legge Merli, la cito testualmente di nuovo: "Non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo, scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al numero 10 degli allegati". Le sostanze considerate più rilevanti, non è consentito questo, prima del trattamento degli scarichi parziali per adeguarli ai limiti previsti dalla presente legge. Relativamente ai medesimi scarichi era pure previsto che l’autorizzazione potesse prevedere un trattamento particolare prima della confluenza nello scarico generale. La normativa oggi in vigore, il testo unico del ‘99 numero 152 con le successive modificazioni, ha riprodotto nell’articolo 28 commi 4 e 5 analoghe disposizioni relativamente a talune sostanze, ha un pochino ampliato mi pare la categoria. Al comma 5 stabilisce anche che l’autorità competente, in sede di autorizzazione, può prescrivere che lo scarico delle acque di raffreddamento di lavaggio, ovvero impiegate per la produzione di energia, sia separato dallo scarico terminale di ciascuno stabilimento. Può prescrivere che sia separato, un argomento a contrario elementare che cosa ci dice? Ci dice che anche oggi in mancanza di una tale prescrizione specifica dell’autorità ai sensi del comma 5 dell’articolo 28 comporta che lo scarico delle acque qui considerate, raffreddamento, lavaggio, impiegate per la produzione di energia, possa essere non separato dallo scarico terminale di ciascuno stabilimento. Qual era la situazione degli scarichi del Petrolchimico ai quali l’accusa si riferisce? E’ una situazione consentita dalla normativa e sottolineo autorizzata dall’autorità sulla base di una compiuta informazione circa l’assetto degli scarichi autorizzati e delle correnti che andavano a comporli. Ciò risulta dai documenti relativi alle pratiche per l’autorizzazione, tutti agli atti. Ed è sulla base di quelle informazioni che quando è stata chiesta l’autorizzazione per lo scarico SM15 il Magistrato alle acque ricevute tutte le informazioni pertinenti ha prescritto per la corrente SM22, a cui ho già accennato, il rispetto dei limiti prima della miscelazione, per tutti gli altri scarichi non sono state date prescrizioni del genere. E’ un dato questo iscritto negli atti del processo, prima ancora iscritto negli atti delle pratiche amministrative, è una situazione che riflette una precisa cognizione di causa da parte dell’autorità amministrativa ed una precisa valutazione circa ciò che potesse o non potesse essere autorizzato e su quale base. Una sistemazione più spinta in punto di separazione delle acque di processo dalle acque di raffreddamento per gli scarichi in laguna è stata prevista solo più di recente con il decreto ministeriale Ronchi Costa del 30 luglio del 1999, con cui vengono fissati nuovi limiti ed è stabilito che la revisione delle esistenti autorizzazioni degli scarichi dovrà essere effettuata entro il 31 dicembre 2001 tenendo conto anche di questo, che gli adeguamenti dovranno prevedere la separazione degli scarichi di processo dalle acque di raffreddamento. così Enichem ha fatto, ha spiegato il professor Foraboschi, i comportamenti di questo ultimo periodo, indicativi di un impegno di adempimento corrispondente alla evoluzione della normativa e all’accordo di programma per la chimica a Porto Marghera, di cui pure si è parlato e che è diventato operativo nel 1999. Non mi soffermo su questi adempimenti in itinere sulla base della normativa recente e chiudo il capitolo diluizione, possiamo toglierlo dal nostro orizzonte e venire alla sostanza del problema, così come è stato presentato e discusso in quest’aula nell’ultimissima fase dell’istruzione probatoria. Ne ha accennato velocemente il professor Stella ieri mattina a conclusione del suo discorso, vale la pena di ritornare un momento con qualche riflessione su come le diverse posizioni sono emerse nell’udienza del 15 maggio, perché quel confronto un esame delle posizioni emerse nell’udienza renderà più evidente, ove mai ce ne sia ancora bisogno, da che parte sta la ragione. L’udienza ha avuto ad oggetto, come il Tribunale sa bene, i documenti interni acquisiti poco tempo prima dal Pubblico Ministero, documenti che riguardano vari scarichi di quelli che interessano o di quelli interni che non interessano; alcuni riguardano anche correnti in entrata. Il tutto serviva alla ordinaria gestione dello stabilimento, non aveva finalità, come dire, di controllo diretto sugli scarichi, veniamo alla sintesi. Più che i dati, che non sono controversi tra le parti, interessa soffermarci su come sono stati classificati e valutati, i dati grezzi che possono essere tranquillamente rinvenuti e sintetizzati dai consulenti dell’accusa e della difesa indicano situazioni variegate con superamenti di questo o quel parametro in questo o quel periodo con andamenti differenziati. E veniamo alle possibili classificazioni, da un lato l’accusa ha evidenziato, assumendo che costituirebbero un supporto dell’accusa formulata, ha evidenziato i superamenti puntuali di limiti e il numero dei superamenti. La difesa, il professor Foraboschi nostro consulente, ha ritenuto più significativo rapportare i superamenti al numero delle misure effettuate, in modo da poter rappresentare un quadro obiettivo, e ha presentato, concentrando l’attenzione su periodo che interessa Enichem, ha delineato questo quadro insieme. Se guardiamo il totale degli scarichi vediamo che, dice Foraboschi nell’udienza del 15 maggio, dal 1990 al 2000 la percentuale di superamenti scende dal 4 e 4 all’uno per cento, però già al ‘94 sono intorno all’1 per cento, c’è un trand in progressivo miglioramento. Nei singoli scarichi, annota Foraboschi, il trand è un po’ fluttuante, però anche qui, e fa riferimento specifico alla corrente SM22, una di quelle che più interessano, si vede che da una percentuale non bassissima del 1990 si scende già nel 1991 al 6 per cento di superamenti per poi andare sotto l’uno per cento. Noto per inciso che il 1991 l’avvio dei miglioramenti è il primo anno della gestione Enichem dopo la fine dell’esperienza Enimont. Quali le conclusioni, con le parole del professor Foraboschi: non segnali di sussistere di malfunzionamenti permanenti sui lunghi periodi, il numero di superamenti è limitato in rapporto al numero di misure effettuate. La situazione è andata migliorando nettamente nel corso degli anni e, aggiungo, ancora più marcatamente a partire dalla gestione Enichem. Si pone a questo punto, si è posto il professor Foraboschi e dobbiamo riproporci, la questione del criterio di valutazione di insieme, come valutare rispetto ai problemi che qui interessano questi dati? Ha detto il professor Foraboschi: a questo punto io mi sono chiesto nell’ambito delle discussioni tecniche che abbiamo qui prospettato al Tribunale che cosa può interessare in relazione a questi superamenti? Ciò che interessa è vedere se alla fine lo scarico di inquinanti in laguna è risultato alterato anomalo in rapporto alla presenza di questi superamenti; anomalo rispetto a che cosa? Rispetto a quel livello di immissioni consentito dalla legge, quel livello che con le parole dell’avvocato Schiesaro di una decina di giorni fa, rappresenta quel degrado tollerato e controllato che la legislazione in materia di scarichi idrici consente con le sue previsioni complessivamente considerate. Stiamo dentro o stiamo fuori la soglia del tollerato dalla legislazione sugli scarichi? In questa prospettiva il professor Foraboschi ha calcolato la concentrazione media annua per tutti i parametri per cui si sono riscontrati i superamenti, escluso il pH, che è una scala logaritmica per la quale una media non ha significato, mi interessano i parametri di concentrazione delle sostanze. I dati informatizzati gli hanno consentito di farlo alla data dell’udienza per il 1994 e anni successivi, e in tutti e 5 gli anni esaminati e per tutti i parametri per i quali si è verificato un superamento e per tutti gli scarichi non si è mai avuto un valore medio di concentrazione nell’anno superiore al limite. E’ un dato di fatto questo, non controverso, al di là delle diverse interpretazioni dei dati, i dati acquisiti evidenziano da un lato una serie di superamenti di alcuni parametri più o meno frequenti nei diversi periodi, dall’altro lato i dati evidenziano un trand in diminuzione e con riferimento al periodo Enichem per l’appunto un valore medio largamente al di sotto dei valori soglia normativamente stabiliti. Su questo punto si è contrapposta l’accusa con le domande che il P.M. ha fatto già nell’udienza al professor Foraboschi. Lei ha parlato ripetutamente di medie e di controlli con le medie, ma questo discorso sulle medie in quale norma trova fondamento? La tesi del P.M., dell’accusa in genere, è che questo riferimento non abbia fondamento normativo, che i dati normativi esigano il riferimento come decisivo riferimento quello ai dati puntuali, ai superamenti puntuali. Ritorna qui mi pare una confusione e commistione di piani che caratterizza un po’ tutto l’impianto dell’accusa, uno slittamento della discussione attorno a gravi figure di delitto, come quelle oggetto di contestazione, verso il piano delle contravvenzioni, una bagatellizzazione del discorso. Se avessimo a che fare con accuse di reati contravvenzionali per violazione della normativa sulle acque, meglio legge sulla laguna non interessa, certo se avessimo a che fare con accuse di contravvenzione per violazione delle leggi speciali ci preoccuperemmo dei superamenti in quanto tali che darebbero corpo appunto ad una accusa riferita alla legge speciale, ci difenderemmo sul piano soggettivo con altre considerazioni che qui non interessano, perché eventuali contravvenzioni a leggi speciali sarebbero prescritte da molto tempo, per le ragioni già illustrate ieri mattina. Qui le contestazioni sono diverse, e non possiamo chiudere il discorso nell’ottica di una rilevanza del singolo supero per la legge speciale, dobbiamo porci un problema diverso e più complesso, se e quale rilevanza abbia il quadro che emerga dai documenti non già rispetto alla violazione dell’articolo 21 della legge Merli o dell’equivalente della legge sulla laguna, ma rispetto alle ipotesi che qui interessano, il supposto disastro e le sue ulteriori conseguenze. Ed è in questa prospettiva che ha senso il discorso del professor Foraboschi in quanto discorso volto per l’appunto a misurare e valutare gli effetti degli scarichi complessivamente considerati, perché qui il nostro riferimento normativo è diverso, non si esaurisce nella legge speciale ma è quello dato dalla contestazione della quale ci occupiamo. E’ in questa prospettiva che ha senso ed è corretta la risposta che il professor Foraboschi ha dato nell’udienza del 15 maggio alla domanda del P.M.: ma mi dica quale è il fondamento normativo. Dice il professor Foraboschi: sto guardando quale contributo dà lo stabilimento, danno gli scarichi verso la laguna. Allora io dico se voglio calcolare il contributo dell’anno devo moltiplicare la portata per la concentrazione media, valuto questa concentrazione media, se questa è superiore al limite io ho scaricato più di quanto la legge mi consentiva di scaricare; se questa concentrazione media è inferiore al limite ho riversato quanto potevo, meno di quanto pure la legge mi avrebbe consentito, sono stato dentro i limiti di quanto la legge mi consentiva di scaricare, al di là delle oscillazioni puntuali intorno alla linea soglia. Se facciamo la media siamo al di sotto della soglia, e i conti rispetto al problema di che cosa sia stato immesso sono conti che tornano, che non evidenziano un superamento di quello che l’avvocato Schiesaro ha definito come degrado tollerato dalla legge. E’ per questo che, spiega il professor Foraboschi, un riferimento normativo alla rilevanza del valore medio non lo ho neanche cercato, non lo ha cercato perché non ve n’era bisogno, perché non andava cercato in norme speciali che parlano di contravvenzioni. Il professor Foraboschi l’ha trovato in una razionale impostazione del problema così come emergeva, così come si poneva al suo esame di tecnico sulla base del suo contesto d’accusa di cui è processo. E di fronte a questa accusa, rispetto alla ipotesi accusatoria del disastro ecologico, lascio un momento da parte la questione se sia o meno desumibile nelle note, di fronte ad un’accusa di questo genere come si deve valutare il problema degli scarichi, come valutare una situazione degli scarichi che pur con alcuni superamenti puntuali di dati, parametri si caratterizza per valori medi largamente inferiori al valore soglia? E’ questo il problema, è questa la risposta che ha dato il professor Foraboschi. Uno scarico che nel suo complesso si attesta a valori medi inferiori produce un impatto complessivo corrispondente a quello di uno scarico che abbia sempre scaricato con regolarità senza cioè nemmeno quei superamenti puntuali che pure si annullano dentro la media complessiva. Impatto dunque accettabile nel suo insieme. Una conferma dell’impossibilità dell’accusa di fondare le accuse di delitto sui dati discussi nell’udienza del 15 marzo trova controprova nelle risposte che ha dato al termine dell’udienza l’ingegner Carrara quando il Presidente ha stimolato una sorta di contraddittorio conclusivo, sia pure indiretto, tra i consulenti dell’accusa e della difesa su questo punto cruciale. Mentre il professor Foraboschi ha risposto con chiarezza enunciando il concetto che qui ho cercato di sintetizzare, l’ingegner Carrara è stato grandemente allusivo, ha introdotto alcuni temi, come dire, di sfondo sulla percentuale dei superi, che secondo lui sarebbe maggiore di quella indicata dal professor Foraboschi. Ma al di là di punti su cui sorvolo, alla fine che cosa ci viene a dire l’ingegner Carrara? Ci viene a dire che il professor Foraboschi non ha mai negato l’esistenza di un certo numero di superamento, ha semplicemente evidenziato il fatto che questi superamenti erano episodi e non una continuità. Riproduce il dato, non riesce a dare una qualificazione giuridica che vada al di là del puro e semplice rilievo della esistenza dei superamenti e restando dentro, completamente dentro lo sfondo che equipara tout court superamento allora siamo nell’illecito. Ma di che cosa parliamo? Siamo a un superamento puntuale rilevante per la legge speciale. L’ingegner Carrara non arriva a cogliere la specificità di una problema che deve essere posto non con riferimento ad un parametro valido per la legge speciale, ma con riferimento a ben altri criteri, quelli pertinenti a valutazioni di conformità o meno, a fattispecie di delitti con evento di danno, anzi con evento disastroso nella logica dell’accusa. Abbiamo qui al di fuori dell’orizzonte, pensato dall’avvocato Schiesaro, uno slittamento di piani del tutto analogo a quello che l’avvocato Schiesaro ha evocato quando ha lanciato la tesi della possibilità dell’asserita possibilità di ricavare il pericolo da indici normativi tratti dalle leggi speciali. Qui la tesi, una tesi di questo tipo appare, come dire, in tutta evidenza nella sua infondatezza. La valorizzazione fatta dall’accusa dei superamenti puntuali come base d’accusa comporta uno svuotamento, una totale bagatellizzazione del contenuto offensivo delle figure dei delitti di cui qui discutiamo, contenuto offensivo che finirebbe per essere misurato nell’ottica dell’accusa esclusivamente secondo il criterio che la legge prevede come rilevante per le contravvenzioni. Sei in contravvenzione rispetto alla legge Merli per avere superato un parametro il giorno X o per averlo superato in una serie delimitata e comunque episodica di volte, e allora sei responsabile di disastro grave ambientale, anche se la media dei tuoi scarichi sta largamente al di sotto di quanto consentito dalla normativa. Ciò tanto è vero che alla fine rispondendo alle ulteriori richieste di precisazione del Presidente nell’udienza del 15 maggio, l’ingegner Carrara dopo, esempi alquanto elusivi, discorsi sulla biodegradabilità ed altro, ma del tutto astratti dalla situazione in concreto, alla fine che cosa dice? Alla domanda del Presidente circa gli effetti - io poi risponderei che qualunque contributo di sostanze, perfino di sostanze biodegradabili, ma ovviamente a maggior ragione sostanze poco degradabili, che si accumulano nel ciclo, sono pericolose - a questo discorso il professor Foraboschi ha replicato sul piano tecnico, riproponendo la tesi del valore medio, sul piano normativo la critica che io ritengo di poter muovere a questa ultima spiaggia del discorso di Carrara è ancora più radicale, ed è questa: che di fronte alla domanda cruciale sul fondamento normativo il professor Foraboschi da un lato ha dato e motivato una precisa risposta, quella già enunciata, uno scarico che nel suo complesso si attesta a valori medi inferiori ai valori soglia produce un impatto complessivo corrispondente a quello di uno scarico che sia stato regolare in tutti i momenti. Questa è la risposta completa, motivata nei termini che ho detto. Il consulente d’accusa invece è passato da una prima risposta tutta più attiva sui singoli episodici superamenti puntuali ad una risposta finale, la quale finisce per prescindere del tutto anche dal riferimento a criteri legali, qualsiasi sversamento di sostanze, specie se non biodegradabili, è inquinante. E’ allora? il problema dei parametri legali di riferimento è del tutto eluso in una considerazione del tutto astratta. Dentro questo contesto costituiscono un riscontro significativo della rilevanza normativa del discorso del professor Foraboschi le disposizioni richiamate ieri mattina nella parte terminale del discorso del professor Stella. Sono disposizioni normative, quelle richiamate, le quali ci dicono come all’interno stesso della legislazione speciale sugli scarichi idrici l’approccio del legislatore non si limita a porre attenzione ai limiti di accettabilità per scarichi puntuali e da valutare sul breve o brevissimo periodo. Ma al di là del problema dei limiti di accettabilità avendo riferimento a concentrazioni puntiformi degli scarichi la stessa legislazione speciale si pone come decisivo l’ulteriore profilo della valutazione del contributo degli scarichi all’inquinamento del corpo idrico e più in generale del sistema ricettorio. Se ne preoccupano i metodi IRSA, se ne preoccupa il testo unico sulle acque del ’99, laddove nell’allegato 4 definisce i contenuti dei piani di tutela delle acque. E’ proprio rispetto all’obiettivo sostanziale di tutela della acque che viene in riferimento la stima dell’inquinamento in termini di carico complessivo e non soltanto riferimenti puntuali. E così anche nelle altre disposizioni normative richiamate. La logica del riferimento a concentrazioni riferite a scarichi puntuali è una logica, come ha spiegato anche il professor Foraboschi in udienza, finalizzata fondamentalmente a consentire controlli più semplici e immediati, ma la sostanza principale del problema è quell’altra, è il riferimento ai carichi inquinanti, la normativa sui limiti di accettabilità dà un parametro complessivo di riferimento che ci viene a dire qual è il carico che il legislatore abbia ritenuto sopportabile e dove incomincia invece un’area diversa in riferimento a scarichi che abbiano oltrepassato quella soglia del sopportabile e dell’accettato che la stessa legislazione speciale consente di cogliere. Non mi soffermo su altri profili degli scarichi riferiti ad altre sostanze di cui si è parlato nel processo, come le diossine, per ragioni di cui hanno trattato e tratteranno i miei colleghi, ragioni legate alla infondatezza obiettiva dell’ipotesi di disastro etc., per le diossine rinvenute in laguna, e quelle relative alla infondatezza della ipotesi di un collegamento di contaminazioni da diossina con gli scarichi del Petrolchimico. In questi termini, chiusa la parte relativa agli scarichi idrici nel periodo della gestione Enichem. Mi sia consentito ultimissima annotazione del mio discorso una annotazione sulla accusa di disastro ecologico. Una brevissima annotazione che si ricollega a cose già dette ieri circa la figura giuridica del disastro innominato ex articolo 434 da interpretare dentro il sistema dei disastri nominati a cui appartiene, contenuti nel capo dei delitti contro la pubblica incolumità commessi mediante violenza. Rispetto alla configurazione tipica dei disastri, eventi di impatto materiale traumatico che si concretizzano in un episodio puntualizzato nel tempo, come incendio, disastro ferroviario, aviatorio, naufragio, inondazione, frana, valanga, crollo ricostruzioni, qui siamo in una logica totalmente diversa, il disastro a cui pensa l’accusa è qualcos’altro, è un accumularsi di apporti provenienti dalle parti più varie nel corso del tempo, di decenni e decenni, qualcosa di totalmente diverso dalla struttura, sfuggente rispetto all’approccio chiaramente, mi pare, leggibile nel complessivo sistema dei disastri così come delineati nel Codice Penale. Nella impostazione d’accusa, quella scritta nell’imputazione e quella gestita nel dibattimento, vi è stato poi ancora una volta un ulteriore tentativo di fare slittare l’approccio, dalla considerazione di una prospettiva che è quella di tutela dell’incolumità delle persone si è passati ad orizzonti del tutto diversi, interessanti e importanti quanto si voglia, ma che riguardano altro, l’ecosistema, gli adotti al DNA nel biota, cosa possono interessare avendo riguardo a prospettive di tutela totalmente diverse da quelle della incolumità pubblica della salute umana. E lascio qui fra parentesi il problema se la prospettiva di tutela della salute, che è centrale nel capo secondo del titolo dei delitti contro l’incolumità pubblica, epidemia, avvelenamento etc., possa essere ricollegata alla ipotesi del capo primo, quello dei disastri che hanno tutti a che fare con eventi traumatici e con una prospettiva tipo infortunio. Ma lasciando tra parentesi questa che potrebbe essere ritenuta una sottigliezza da giuristi, mi interessa rilevare la sostanza, e cioè lo slittamento, la surrettizia trasformazione, meglio tentativo di trasformazione della figura di disastro da delitto contro l’incolumità pubblica a delitto contro l’ambiente, latamente in test, prospettiva meritevole di discussione e della quale si discute sul piano legislativo, vi sono proposte di legge che vanno in quella direzione, si possono discutere in vario modo, ma partono anche le proposte di legge dalla presa d’atto che l’ordinamento giuridico di fronte ai problemi di tutela dell’ambiente non ha strumenti normativi specifici a livello di Codice Penale, la tutela dell’ambiente è stata costruita pezzo per pezzo fondamentalmente a livello di leggi speciali e di figure contravvenzionali molto più maneggevoli, come l’esperienza dimostra e come al contrario conferma questo processo, nel quale la escalation della ipotesi di accusa va a scontrarsi contro tutti gli ostacoli che abbiamo visto e che come difensori stiamo illustrando, fallimento totale dell’accusa in proporzione alle insostenibili ambizioni che essa si è posta. Per quanto concerne il riferimento alla salute, e questa è l’ultima considerazione, lo stesso capo di imputazione, laddove fa riferimento all’inquinamento della laguna, dei sedimenti e delle acque, indica un collegamento diretto con i conseguenti eventi di avvelenamento e adulterazione, sempre s’intende secondo l’ipotesi accusatoria. Il supposto pericolo che l’accusa avrebbe l’onere di argomentare come caratterizzante il disastro si identificherebbe sostanzialmente nel pericolo alimentare caratterizzante i supposti eventi ulteriori di avvelenamento o adulterazione, sarebbe anzi un pericolo del pericolo ancora preliminare. Avrei posto in essere mediante l’asserito disastro la contaminazione della laguna e dei sedimenti una situazione di pericolo rispetto a quell’ulteriore pericolo alimentare derivante dalla ingestione degli alimenti asseritamente avvelenati o corrotti. Questo dice il capo di accusa, ulteriori profili non vengono in rilievo. Se così è tutte le argomentazioni di sostanza che sono state svolte e saranno svolte relativamente alla obiettiva infondatezza della ipotesi di avvelenamento o corrompimento delle sostanze alimentari valgono, e valgono a maggior ragione, con riferimento al supposto pericolo derivante dal supposto disastro ideologico, posto che questo supposto pericolo del supposto disastro non sarebbe che una condizione preliminare di un pericolo alimentare dimostratosi insussistente. Con queste considerazioni concludo. Ah no ancora una annotazione sul disastro, veramente l’ultima, funge, come dire, da raccordo con la posizione personale dei miei assistiti Tarillo e Palmieri della quale tratterò alla ripresa. Ha detto il P.M. che la figura di disastro è unica unitaria e abbraccia i due capi di imputazione, va benissimo come qualificazione giuridica unitaria, ma i fatti considerati sono diversi e occorre tenere conto, nel valutare le posizioni personali, che vi sono alcuni imputati per i quali il capo 1 non è contestato, e la questione del disastro non potrà essere posta che nei termini di cui all’accusa relativa al capo 2. Al di là di ogni profilo di eventuale unificazione, per chi debba considerare entrambi i tavoli, occorrerà tenere conto nel ricostruire il quadro dell’accusa anche di queste differenziazioni. La sostanza alla fine non cambia, posta l’infondatezza delle accuse giocate sull’uno e sull’altro tavolo. Le conclusioni di questa parte generale del discorso sono richiesta di assoluzione con la formula più ampiamente liberatoria, saranno ulteriormente specificate in sede di completamento del discorso.

 

Presidente: grazie, avvocato Pulitanò. Quando vuole prendere la parola l’avvocato Santamaria.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

Avvocato Santamaria: sì Presidente, io innanzitutto chiedo la cortesia di poter restare seduto, anche se sono più giovane di chi mi ha preceduto ho avuto degli infortuni nei giorni scorsi che non mi permetterebbero di restare in piedi per troppo tempo.

 

Presidente: mi spiace per gli infortuni, ma comunque l’autorizzazione a rimanere seduti era ai vecchi e ai giovani.

 

Avvocato Santamaria: la ringrazio. Allora signor Presidente e signori del Tribunale il mio compito è probabilmente fin troppo ambizioso, ma è reso molto più semplice dal fatto che il quadro di insieme è già stato stagliato con nettezza e con precisione dal professor Stella e dal professor Pulitanò. A me davvero non spetta altro che introdurre nuovi tasselli e provare una ricapitolazione generale dei problemi affrontati in questo processo. Dico subito che il filo conduttore alla mia discussione è il concetto di pericolo. Credo che ricapitolando ciò che è stato detto dal professor Stella e dal professor Pulitanò e in qualche modo sintetizzando l’uso linguistico che di questo termine è stato fatto nel processo e in tutta l’istruttoria dibattimentale sia possibile distinguere tre diversi concetti di pericolo o di rischio. Ed è a questa tripartizione che io faro riferimento in tutta la mia trattazione successiva. L’uno è un concetto che io chiamerò realistico o scientifico o oggettivo di pericolo. Cercherò di spiegare che cosa intendo con questo concetto, concetto scientifico od oggettivo di pericolo a produrre enunciati che siano specchio della natura, specchio della realtà, della realtà empirica, intesa ovviamente come conoscenza oggettiva, disponibile in un dato momento sulla realtà. Ancora più in sintesi, e la parola che sto per usare potrebbe sembrare sin troppo ambiziosa, mira alla verità, intesa proprio come corrispondenza tra un enunciato e i fatti, la realtà empirica cui quell’enunciato si riferisce. Ora l’incertezza della scienza, di cui ha parlato il professor Stella, è reale, e non abbraccia solo la scienza, ma abbraccia ogni dominio del nostro sapere. Ma questo non significa, e ovviamente il professor Stella lo ha insegnato a me e lo pensa, che non si possa e non si debba distinguere tra conoscenza oggettiva e scienza da un lato, e ciò che scienza non è, ciò che è ideologia metafisica o superstizione dall’altro lato. L’incertezza della scienza, cioè non può avere come corollario lo scetticismo o il relativismo epistemologico e tanto meno giudiziario, non può essere il pretesto per consentire l’ingresso né nel linguaggio ordinario e tanto meno nel linguaggio giudiziario di opinioni inverificate, di speculazioni più o meno interessate. Assumo postulo che scienza e processo per quanto riguarda l’accertamento dei fatti abbiano il medesimo scopo che è il perseguimento della verità. Il professor Stella ha citato la sentenza Daubert, ed è una sentenza di enorme significato, perché essa ha trasformato quello che era un problema tipicamente epistemologico, cioè la demarcazione fra ciò che è scienza, cioè ciò che è conoscenza oggettiva e ciò che scienza non è, in un problema giuridico e processuale insieme. Nel nostro ordinamento non c’è ancora una sentenza Daubert. Io cercherò di dimostrare in concreto che in questo processo i consulenti dell’accusa non hanno cercato la verità intesa come conoscenza oggettiva, ma hanno perseguito altri scopi. Tornando al concetto scientifico di pericolo, reputo che esso debba coincidere con il concetto penalmente rilevante di pericolo. Il nucleo essenziale, il concetto oggettivo di pericolo parte dai concetti di LOW-AL e NOW-AL cioè dai livelli di esposizione più bassi a cui è stato oggettivamente osservato un effetto o i livelli di esposizione più bassi cui non è stato osservato oggettivamente un effetto. Quello che è interessante è che questi due concetti LOW-AL e NOW-AL sono in qualche modo un patrimonio che non è oggetto di disputa in questo processo, sono dati di conoscenza oggettiva, sono una base di riferimento affidabile, non vi è controversia tra le parti su questo punto, non vi è cioè controversia tra le parti sulla conoscenza oggettiva disponibile su tutti i temi del processo. La controversia verte su altro, non sulla conoscenza oggettiva. Ora nel caso delle sostanze di cui trattiamo in questo processo, come per esempio il CVM, disponiamo di un amplissimo database relativo ad osservazioni epidemiologiche su esseri umani e relativo al monitoraggio non ancora contenuto in studi, ma sul monitoraggio, sulle condizioni di lavoro dei lavoratori esposti a CVM nel mondo intero, di questo poi parlerò. Non v’è cioè ragione, come dirò poi, per quanto riguarda il CVM di far riferimento a studi animali, visto che disponiamo di un amplissimo database epidemiologico. In secondo luogo mi riferirò a quello che io definisco in un concetto amministrativo regolatorio di pericolo: esso coincide con un insieme vario di procedure standardizzate che muovono da premesse a priori non provate o addirittura false. Premesse da cui derivano risultati espressi in forma matematica, si tratta di stime probabilistiche, che sono usate dalle agenzie amministrative ai fini della regolarizzazione delle attività civili e industriali. Il concetto regolatorio amministrativo di pericolo che tante volte è stato confuso in questo processo con il concetto oggettivo scientifico di pericolo, è volto pragmaticamente ad uno scopo che non è la verità. Anzi come dirò le stesse agenzie che usano questi modelli sanno che i risultati delle loro stime si scosteranno dalla verità, e ciò è ammesso e accettato sin dall’inizio, ciò avviene in nome di principi e di scelte che sono essenzialmente politiche, quali ad esempio il principio di prudenza o il principio di precauzione. Ora gli elementi che compongono questo concetto di pericolo regolatorio amministrativo sono concetti di cui abbiamo sentito parlare in questo processo, concentrazioni limite, dosi giornaliere accettabili, stime probabilistiche, di risk assestament, vedremo in breve le relazioni Zapponi. Ora tra il NOW-AL e il LOW-AL, diciamo la conoscenza oggettiva empiricamente osservata da una parte e concentrazioni limite, dosi giornaliere accettabili, stime probabilistiche di risk assestament, esiste una enorme distanza, questa distanza prende il nome tecnico di margine di sicurezza. Il margine di sicurezza è ovvio non è nella natura, non è nella realtà, è il prodotto di scelte in senso lato politiche, che possono variare anche di ordini di grandezza, che possono mutare da un mese all’altro, e dipendono strettamente dal contesto sociale e psicologico cui si applica contingentemente la regolazione. Il terzo concetto di pericolo che ha attraversato come un fiume sotterraneo l’istruttoria dibattimentale a cui mi riferirò, è un concetto tratto dalle scienze umane più progredite, cioè sociologia, psicologia e antropologia, ahimè non ancora la scienza giuridica, che studiano i fattori sociali e psicologici e culturali della percezione del rischio. Queste branche di ricerca si occupano dei fattori che influenzano le differenze, che sono state empiricamente osservate, analizzando le reazioni degli esseri umani, da quello che è il rischio percepito, e quindi la paura, e quello che è il rischio reale. Me ne occuperò molto brevemente, a proposito della TCDD ed anche di un frammento di storia di questo processo. Ora è facile vedere che la distanza che esiste fra il primo e il secondo concetto di pericolo, che è una distanza prima di tutto empirica, è una distanza che si riflette anche all’interno dell’ordinamento giuridico. All’interno della scala di valori dell’ordinamento giuridico. E lo vedremo molto brevemente proprio a proposito di quelli che sono gli oggetti dei supposti delitti contestati, cioè le sostanze destinate all’alimentazione, i pesci e i molluschi. Farò riferimento alla relazione del dottor Cesana, del consulente del Pubblico Ministero, farò riferimento a una circostanza in qualche modo quasi paradossale, ma in realtà non è paradossale, che i pesci e i molluschi della zona industriale di cui stiamo parlando, sono tutti perfettamente edibili e commercializzabili secondo la legge amministrativa vigente. L’unico valore che era stato trovato oltre i limiti era un valore del piombo, di un primo accertamento Raccanelli, l’accertamento Berlinese ha poi eliminato anche questo riferimento. Ora, le norme di cui parlerò, e a cui ha fatto cenno il dottor Cesana, sono norme, che come ha scritto il professor Pompa, vengono costruite per consentire agli organi di controllo, cioè ai veterinari delle U.L.S.S., un rapido controllo per verificare se il pesce o il mollusco supera o non supera certi limiti. La fattispecie che l’ordinamento costituisce è una fattispecie regolata in via solo amministrativa. Dunque, l’apparente paradosso è che quando si parla di sostanze destinate all’alimentazione in questo processo, stiamo parlando di sostanze che supererebbero già quel rapido controllo di un qualunque servizio veterinario che dovesse decidere sulla edibilità e commercializzabilità di quel prodotto. Non tratterò la distinzione fra pericolo astratto, pericolo concreto o pericolo apparentemente astratto, perché ne ha già parlato compiutamente il professor Stella. Aggiungo solo la postilla che deriva dalla conoscenza che abbiamo acquisito, credo tutti in questi anni di processo, se anche e non è possibile, si volesse assumere che davvero l’articolo 439 del Codice Penale esoneri il Giudice dall’accertamento in concreto del pericolo, se anche si volesse partire da questa premessa, lo stesso accertamento nella sostanza gli verrebbe ad essere richiesto in una fase ancora precedente, che è la fase di interpretazione della fattispecie. Il problema cioè diventerebbe un problema prettamente semantico, di significato dei termini usati dal legislatore. Ora, se c’è una cosa che abbiamo imparato in questo processo, e che almeno io ho imparato in questo processo, è che non esiste un veleno in sé, ma è la dose che fa il veleno. Quest’espressione risalente a Paracelso è stata richiamata da Lotti come un principio cardine anche dell’attuale tossicologia, quando tratterò delle opzioni di default usate dall’agenzia regolatoria mi occuperò anche di quell’enunciato, di cui si è fatto un ampio uso retorico in questo processo, per cui quando si tratterebbe di cancerogeni genotossici, non esisterebbe una dose sicura. Vi dirò che si tratta di un enunciato che non merita il requisito di enunciato scientifico, si tratta di altro. Mi sono permesso di depositare al Tribunale, alcuni mesi fa, l’ultima pubblicazione di Heims, intitolata "Da Paracelso alla Parascienza", la distorsione del cancro ambientale. Ora, è comune esperienza di tossicologia, che qualunque sostanza, anche la più familiare, apparentemente innocua, a certe dosi può diventare un veleno, come anche qualunque sostanza, quasi tutte le sostanze che hanno il nome di veleno a certe dosi infinitesime possono essere principio attivo di farmaci benefici per la salute. Non esiste un veleno in sé. La definizione quindi del concetto di veleno impone comunque di valutare la specifica relazione dose/risposta relativa alla singola sostanza, cioè che la conoscenza oggettiva disponibile consente di stabilire ancora una volta quindi il NOW-AL o il LOW-AL sperimentale o osservazionale, nel caso di indagini epidemiologiche. Sia la sostanza la TCCD, sia il sale da zucchero sia il sale da quello non zucchero o il sale da cucina, perché anche il sale da cucina ha una dose che somministrata da un invalido esperimento risulta letale. Anch’esso può essere un veleno a certe dosi. Chi la pensa diversamente avrebbe l’onere di argomentare, in base a quali altri criteri oggettivi si possa definire una sostanza velenosa e si possa definire una sostanza non velenosa. Non mi pare il caso davvero di usare parole fumose, come sostanza tossica o altro. Mi occuperò poi dei sedimenti, dei sedimenti della zona industriale. Malgrado mi appaia subito difficile immaginare a quali fini la discussione sulla contaminazione dei sedimenti della zona industriale possa essere di rilievo penale, quanto meno di interesse del Codice Penale. I sedimenti infatti non mi consta che siano oggetto di tutela apprestata da norme penali. Ne ha fatto cenno il professor Pulitanò poc’anzi, si potrebbe immaginare un tentativo di ingegneria ermeneutica per ricondurre la contaminazione dei sedimenti entro la cornice di un qualche disastro ambientale penalmente rilevante. Ma a parte le considerazioni sul principio di riserva di legge e di tipicità per l’illecito penale, che pure si potrebbero e si dovrebbero fare, quel tentativo sarebbe pochissimo convincente nel nostro caso. Per quanta fantasia interpretativa si voglia usare, i sedimenti potrebbero venire in considerazione, ma proprio a tutto concedere, come una sorta di indiretto oggetto di tutela penale, solo quali possibili vettori di contaminazione di pesci e molluschi destinati all’uomo. Non si può dimenticare che l’oggetto della tutela penale, di qualunque fattispecie di disastro si voglia inventare, deve comunque essere la salute pubblica intesa quest’ultima come specie anche se pure su questo piano si potrebbe discutere, del genus pubblica incolumità. Il Pubblico Ministero ha parlato dell’attività enzimatica dei vermi del sedimento. Io credo che la concentrazione effettiva di sostanze trovate nei pesci e nei molluschi, e il loro confronto con i parametri legali amministrativi di commestibilità e di edibilità sia in qualche modo un po’ più importante delle abitudini e del comportamento dei vermi detritivori del sedimento. Se per la nostra legge amministrativa, per il nostro ordinamento amministrativo è fuori discussione l’edibilità e la commestibilità di quei pesci, mi pare ragionevole asserire, che per quanto è stato provato nel processo, i sedimenti non sono oggettivamente vettore rilevante di contaminazione, e ciò anche senza dover prendere posizione sulla questione della biodisponibilità. Si potrebbe fare un tentativo successivo, già stigmatizzato dal professor Pulitanò, che è quello di far slittare l’oggettività giuridica della fattispecie, quella di estrapolare il disastro dall’ambito del penalmente rilevante inteso come tutela della salute pubblica, a una sorta di oggettività giuridica nuova, quale è quella dell’ambiente in sé considerato. E` molto interessante però vedere che proprio nel nostro caso, cioè in questo processo, questo tentativo urterebbe contro una serie di difficoltà difficilmente superabili. Innanzitutto, per quanto riguarda il sottosuolo del Petrolchimico, ma il discorso è generalizzabile ai sedimenti dell’intera zona industriale, noi sappiamo che ci troviamo di fronte ad un ambiente che è stato artificialmente creato dall’uomo per i propri scopi, a un ambiente che non esisteva in natura. Gli stessi canali industriali non esistevano, il canale sud è stato scavato sul materiale, imponenti quantità di rifiuti industriali che l’uomo vi aveva abbancato. Così come non esisteva neppure il suolo e il sottosuolo del Petrolchimico. Si porrebbe un problema difficile da risolvere dal punto di vista anche normativo, in base a quali criteri normativi potremmo determinare addirittura la contaminazione penalmente rilevante di un’area nata sostanzialmente come un’enorme zona portuale e un immenso abbancamento di rifiuti? Se avrò il tempo di farlo mi occuperò della discussione che è stata fatta nel processo sui criteri di valutazione dei sedimenti. Intanto dico a chiare lettere che non esiste nel nostro ordinamento alcun sistema di norme tecniche che stabilisca criteri di valutazione dell’accettabilità della contaminazione di sedimenti marini. Forse anche per questo è stato tentato un uso processuale improprio, e spesse volte mistificatorio, del protocollo di intesa del 1993. Chiusa questa parte, che cercherò di trattare nei limiti delle mie possibilità e del tempo che avrò a disposizione, mi occuperò del tema della..., e se in qualche modo sovrabbondante dopo aver verificato la stessa difficoltà di costruire un fatto giuridicamente rilevante, non solo penalmente rilevante, mi occuperò del problema della attribuibilità. Cioè quali sono state le condotte attive o omissive che hanno determinato la contaminazione dei sedimenti che è stata accertata nel processo. E in questa parte illustrerò i dati di fatto che rendono pressoché assurda l’ipotesi di un coinvolgimento di Enichem nella contaminazione dei sedimenti risultata dal processo. Esporrò in breve sintesi le evidenze processuali che mi sembrano imponenti, di quella che con gli occhi di oggi, o almeno con la scala di valori culturali oggi condivisi, non può che apparire la dissennata politica di gestione del territorio di Marghera, ascrivibile a quei soggetti pubblici: Stato ed altri Enti territoriali, che hanno formulato in questa sede richieste risarcitorie tanto grottesche nella loro entità, da far pensare che quei numeri iperbolici servono quasi a nascondere una sorta di cattiva coscienza istituzionale. Userò l’argomento dell’impronta del cloro, nel senso che ritengo più corretto e meno strumentale. Ed esso diverrà quello che a mio avviso è uno dei più solidi argomenti della difesa. Cercherò di illustrare le reali ragioni della contaminazione diffusa del sottosuolo del Petrolchimico e delle falde acquifere sottostanti. Durante il controesame dibattimentale del professor Leon gli fu chiesto quale fosse, secondo la terminologia che lui stesso aveva usato, la base line al 1987, cioè la situazione ambientale al momento dell’inizio della gestione Enichem, per cercare di capire quale, secondo l’accusa, fosse, se vi fosse il contributo di Enichem durante questa gestione. Non fu data alcuna risposta, perché al professor Leon non era stato chiesto espressamente di rispondere a questa domanda. In tutta l’istruttoria dibattimentale, su questo punto preciso, è stata data solo la prova dell’attività di Enichem volta a ridurre il peso dei gravi danni ambientali causati da altri, all’origine con la stessa costruzione del sottosuolo destinato ad ospitare il Petrolchimico e poi dalle gestioni precedenti a quelle di Enichem. Dagli studi idrogeologici commissionati da Enichem al consorzio Basi o Acquater prima dell’inizio delle indagini giudiziarie è stato tentato un uso accusatorio anche contro Enichem, e lo stesso tentativo è stato fatto anche a proposito dell’indagine Acquater 2000, senza rendersi conto che questa indagine consente finalmente di avere le idee più chiare sulle cause storiche di quella contaminazione. Proprio dopo quella relazione Enichem ha le migliori conoscenze per capire contro chi dovrà agire per la tutela dei propri interessi patrimoniali. L’accusa di ritardo è del tutto inconsistente. Francani ha citato la fonte insospettabile, il gigantesco programma Superfand dell’America dell’EPA che ha calcolato il tempo medio programmato per interventi su terreni di pari ampiezza e complessità idrogeologica. Enichem ha fatto e farà più della parte che gli compete. Mentre non è certo che lo Stato e gli altri Enti pubblici facciano lo stesso. Parlerò della prima falda acquifera. Spero risulti chiaro che si tratta di falda che, come tutte o quasi le acque, vada a monte e verso mare e quindi non si propaga fuori dallo stabilimento verso l’entroterra, verso i pozzi censiti da ultimo dal Pubblico Ministero. Di quei pozzi e delle analisi commissionate, e non si sa bene a chi, all’ultimo minuto, dal Pubblico Ministero, il P.M. avrebbe fatto meglio a non parlare. I pozzi esterni comunque interessano ben poco la gestione Enichem, che come è noto, è divenuta proprietaria di due sole aree esterne che non risultano seriamente contaminate. E` pacifico, tutti lo sanno a Venezia che la prima falda ha un andamento così lento che le sostanze in essa contenute in virtù del ritardo ulteriore legato proprio alla tipologia di sostanze, in dieci anni di gestione Enichem non sono verosimilmente neppure arrivate al mare, e non vi arriveranno mai, dopo che la Pubblica amministrazione avrà fatto ciò che da decenni doveva fare, cioè conterminare le sponde dei canali industriali. In particolare le diossine in falda sono pacificamente per tutti del tutto immobili, come immobile è la cosiddetta falda superficiale. Tutti sanno a Venezia che il vero problema ambientale è quello del rilascio di contaminanti dalle sponde dei canali, lo sa il Comune. Abbiamo parlato dell’analisi di rischio dell’area 43 ettari. Il problema sono gli imponenti visibili ad occhio nudo rilasci di materiale, rilascio di fanghi rossi dalle sponde del canale sud, del canale ovest e dell’Isola delle Trezze, del Canale Malamocco Marghera, ossia da tutti i canali industriali navigabili che circondano il Petrolchimico, dove Colombo e Bellucci hanno trovato diossina con la stessa impronta trovata nella zona industriale. Credo che altri difensori tratteranno il tema strettamente giuridico della interpretazione dell’inciso acque destinate all’alimentazione. La questione verte sul significato letterale della parola destinate e della differenza tra questa espressione e l’altra diversa destinabili. L’una si riferisce ad un uso concreto ed attuale, l’altra ad un uso solo eventuale o possibile. La differenza terminologica, ancora una volta, riguarda la stessa oggettività della fattispecie. La tutela dell’uso attuale è una proiezione della tutela della salute pubblica, la tutela dell’uso possibile riguarda un altro bene giuridico diverso da quello protetto dagli articoli 439 e 440. Un bene giuridico è genericamente riferibile alla tutela della supposta scarsità del bene acqua. Lo slittamento semantico comporta cioè uno slittamento dell’oggetto stesso della tutela penale. A mio avviso si tratta di interpretazione analogica ovviamente vietata. Oggi nessuno ovviamente usa le acque della falda sottostante il Petrolchimico. Ora quando Chiozzotto parlò di insufficienza idraulica della falda, si riferiva oltre che al lentissimo movimento della stessa, anche all’estrema oggettiva difficoltà di portare in superficie quell’acqua, di estrarre quell’acqua. Questa per esempio è la ragione per cui Enichem quando ha dovuto decidere che tipo di interventi fare su queste aree, scelse di adottare il più semplice dei metodi di disinquinamento della falda, che è quello di aspirarla e di pulirla, perché non ci si sarebbe riusciti in un modo efficace. Questo per dire che di questa falda che non si propaga verso monte, che non va verso mare, che sarà confinata e che non è oggi utilizzata, ebbene questa falda è molto difficile pensare che possa essere mai utilizzabile. Certo qualcuno potrà pensare che in un lontano futuro i nostri discendenti potranno avere il bisogno anche dell’acqua sottostante il Petrolchimico, e ciò malgrado le importanti risorse idriche della pianura a monte e malgrado i pericoli di subsidenza. Questo della tutela dei discendenti è un argomento che è molto diffuso, fa parte della retorica ambientalistica oggi che si è appropriata del discorso razionale. Io mi limito a dire che, se mi è consentito, credo che i nostri discendenti avranno sufficienti risorse tecnologiche e intellettuali per risolvere questo e ben altri problemi. E lasceranno quelle acque opportunamente confinate là dove se ne stanno oggi, del tutto innocue. Ha scritto uno scienziato che l’unico vero dovere che abbiamo verso i nostri discendenti è quello di metterli al mondo, perché al resto ci penseranno loro, anche perché è loro diritto. Avevo programmato poi di parlare della rilevanza giuridica dei bollettini di analisi degli scarichi del Petrolchimico, di cui ha parlato il professor Pulitanò. Su questo punto farò soltanto un’aggiunta a quello che ha già detto il professor Pulitanò. Ovviamente è ormai chiaro che esistono due piani di discorso che vanno tenuti distinti. Una cosa è la valutazione dell’impatto delle diverse fonti inquinanti sul corpo idrico e un’altra è il controllo degli scarichi. Ora, in aggiunta a quello che ha detto il professor Pulitanò, posso dire che noi abbiamo fatto un calcolo di quelle che sarebbero state le quantità che il Petrolchimico avrebbe potuto scaricare se non avesse mai, mai superato i limiti, ma avesse sempre scaricato in concentrazioni prossime ai limiti. Questa per noi è la quantità giuridicamente consentita, è la quantità di sostanza che lo scarico giuridicamente può scaricare nel corpo ricettore. Abbiamo confrontato questa quantità invece con la quantità effettivamente scaricata, cioè abbiamo moltiplicato la concentrazione media di lungo periodo per la portata, e abbiamo ottenuto una quantità effettiva. La quantità ipotetica giuridicamente consentita è molto più alta della quantità effettiva. Questo per noi è l’argomento decisivo, siamo nel giuridicamente lecito per quanto riguarda il problema che sta a cuore a questo processo, cioè il problema dell’impatto di quei superamenti sui sedimenti marini. Il professor Pulitanò ha già parlato delle elaborazioni di Coccheo, io non ne parlerò ulteriormente. Prima di cominciare a discutere dei temi che ho preannunciato, ho bisogno però di dire al Tribunale di che cosa parlerò, relativamente al primo capo di imputazione. Sempre partendo da quella tripartizione concettuale iniziale, parlerò del pericolo legato alle basse dosi di CVM. Ora c’è una differenza fondamentale fra il pericolo di cui parlerò rispetto al primo capo e il pericolo di cui parlerò rispetto al secondo capo. Per il secondo capo io parlerò di pericoli fantasma, di rischi che non sono mai esistiti e che non esisteranno mai. Per il pericolo relativo al primo capo di imputazione invece parlerò di pericoli reali, che sono però realmente cessati da molto tempo. Per dare al Tribunale la linea argomentativa che seguirò, io cercherò di ripercorrere in breve quella che è la conoscenza oggettiva disponibile tratta dalle indagini epidemiologiche sui livelli di esposizione che hanno causato angiosarcomi del fegato, farò un’analisi dettagliata su questo punto. Confronterò i dati di letteratura con i dati di Porto Marghera, farò poi un ulteriore salto, perché mi rendo conto che l’esame della letteratura epidemiologica si presta a un’obiezione, essendo tutti studi che hanno studiato coorti di lavoratori fortemente esposti, si potrebbe dire che i risultati di queste indagini epidemiologiche non siano sufficientemente attendibili quando si tratti di valutare pericoli di esposizione a basse dosi. Allora cercherò di trattare quelli che sono i risultati del monitoraggio, che viene compiuto in tutto il mondo, negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, sui lavoratori assunti dopo l’abbattimento delle esposizioni. Avrò quindi a disposizione due piani di risultati: un risultato oggettivo di livelli minimi di esposizione che hanno cagionato angiosarcomi del fegato nel passato e di un altro dato oggettivo, risultante dal fatto che centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il mondo, oggetto di monitoraggio dalla fine degli anni ‘60 ad oggi, non hanno sviluppato angiosarcomi del fegato. Tratterò poi in breve il tema della esposizione reale, concreta dei lavoratori durante il periodo Enichem. Lo farò senza ripetere quello che è già stato detto, mi limiterò ad un argomento semplicissimo. L’accusa suppone che il sistema gascromatografico sia stato un trucco, sia stato un espediente fraudolento per occultare le reali concentrazioni di CVM misurate in reparto. Che ciò non sia è già stato dimostrato e non ci tornerò. Ma se così fosse stato, allora ci si sarebbe dovuti aspettare una cosa semplice. Una volta eliminato il trucco, cioè una volta cambiato il sistema di monitoraggio, una volta passati dal sistema fraudolento gascromatografico pluriterminale con tutti i presunti effetti di diluizione, ad un sistema spettrometrico monoterminale, e quindi affidabile ed attendibile, le reali concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro dovevano apparire così come erano. I dati contenuti nella relazione del professor Foraboschi illustrano che, per quel che interessa noi, cioè per quel che riguarda le concentrazioni medie negli ambienti di lavoro, perché l’unità di misura che ci interessa è quella della esposizione cumulativa che si calcola con le concentrazioni medie annue moltiplicate per anno, sono nel range fra 0 e 0,2-0,3 parti per milione. Farò allora un confronto fra questi dati reali di concentrazione e i risultati della conoscenza oggettiva reale sui livelli di esposizione pericolosi. Da ultimo tratterò l’altro tema che è nuovo invece, e che è un approfondimento di una relazione che i consulenti del Pubblico Ministero hanno proposto al Tribunale, cioè quella sorta di esperimento fatto sul campo di confronto tra gascromatografico e il sistema pluriterminale, per quanto riguarda la capacità di cogliere le perdite, di cogliere gli eventi anomali. Ora io sono andato a riguardare questa relazione perché c’era qualcosa che non mi convinceva, per come è stata presentata al Tribunale. Perché al Tribunale è stato presentato un confronto fra i numeri delle segnalazioni date dallo spettrometro e i numeri delle segnalazioni date dal gascromatografo. Io mi sono domandato una cosa però, a noi interessa il numero delle segnalazioni o interessano i singoli episodi reali di rilascio in atmosfera? Voglio dire, il sistema spettrometrico è costruito in modo tale per cui necessariamente, per ogni singolo episodio di rilascio, ci saranno più segnalazioni per il sistema spettrometrico e meno segnalazioni per il sistema gascromatografico. Quindi il vero problema per quanto riguarda la valutazione della esposizione concreta dei lavoratori è stabilire se dato il singolo episodio di rilascio, verificatosi effettivamente un certo giorno, a una certa ora, il sistema gascromatografico lo ha o meno segnalato, una volta, tre volte, cinque volte, è irrilevante. Io ho preso in considerazione l’episodio più rilevante di fuoriuscita di CVM descritto in quella relazione di Nano, Rabitti e Scatto. Ho fatto un confronto perché loro stessi hanno stabilito dei tabulati di confrontabilità fra gli stream e gli stream del gascromatografo. Si vedrà che è successo questo: per ciascun episodio di rilascio entrambi i sistemi hanno segnalato l’eccezione, il preallarme, l’allarme. Il sistema spettrometrico più volte, il sistema gascromatografico meno volte, perché cioè era atteso strutturalmente per come sono fatti gli strumenti. E` come se la Polizia stradale lungo la strada invece di mettere un solo rilevatore per cogliere l’infrazione al Codice della strada ne mettesse più di uno, e poi si mettessero a confronto i due sistemi. E` abbastanza evidente che se si fanno più fotografie lo stesso episodio, cioè la stessa automobile che ha superato i limiti verrà fotografata più volte. Mentre se una sola è la fotografia verrà fotografata una volta sola. Ed è proprio quello che è successo analizzando bene la relazione che hanno fatto i consulenti del Pubblico Ministero. Abbiamo più fotografie per lo spettrometro di massa, meno fotografie per il gascromatografo. Ma ogni volta che vi è una concentrazione che dà luogo a una eccezione o ad un preallarme, anche il gascromatografo lo segnala. Il paradosso è che abbiamo trovato un caso invece in cui il gascromatografo ha segnalato l’eccezione e lo spettrometro no. Proprio da ultimo tratterò alcuni aspetti di biologia molecolare, sempre relativo alle basse dosi ed agli studi di Swemberg, fanno parte di quel sistema concettuale relativo al rischio reale di cui ho parlato all’inizio. Chiederei cinque minuti di sosta, per favore.

 

Presidente: va bene, allora riprendiamo alle 11.05, perché il programma prospettato dall’avvocato Santamaria ci intratterrà per molto tempo perché siamo solo a quelli che sono, diciamo così, è un indice... 

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: va bene. Se volete accomodarvi. Quando vuole avvocato Santamaria, prego.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

Avvocato Santamaria: inizio allora la trattazione del secondo capo d’accusa. Come avevo anticipato, il primo argomento che tratterò muove dalla relazione del consulente tecnico dottor Cesana, consulente tecnico del Pubblico Ministero. Voi sapete benissimo che nella relazione scritta, depositata ai sensi dell’articolo 360, Cesana ha scritto che per l’ittiofauna è possibile fare riferimento ai limiti fissati dalla normativa italiana, in particolare per i metalli pesanti, molluschi bivalvi, pesci, e ha fatto dei riferimenti normativi precisi con dei limiti di concentrazione. Per quanto concerne i composti organoclorurati - scrive sempre Cesana - gli aromatici e i metalli di cui non vengono fissati i limiti, viene richiamato il decreto legislativo 530 del 1992, il quale fa riferimento alla dose giornaliera accettabile. Si dice che queste sostanze non devono contenere sostanze tossiche o nocive di origine naturale o immesse nell’ambiente in quantità tali che l’assunzione di alimenti calcolata superi la DGA per l’uomo. E` interessante osservare che la violazione dei requisiti indicati nell’allegato A, e il decreto legislativo 530 del 92 regola proprio i requisiti di qualità dei molluschi bivalvi e destinati al consumo alimentare umano diretto, ecco la violazione dei requisiti dell’allegato A, quindi concentrazioni limite, e ove non ve ne siano, dosi giornaliere accettabili, è sanzionata in prima battuta solo in via amministrativa. La ratio di questa norma è stata ben chiarita da Pompa, quando in un passo della sua relazione ha scritto che norme di questo tipo servono a consentire un rapido giudizio da parte degli organi di controllo in merito alla commercializzazione di alimenti contenenti sostanze contaminanti. L’espressione "rapido", a giudizio degli organi di controllo, rende bene l’idea a mio avviso, il rapido giudizio è compiuto dai servizi veterinari presso le U.L.S.S.. Cesana aveva fatto questo rapido giudizio già in corso di indagini preliminari, aveva concluso che tutti i campioni di pesce e mollusco prelevati dalla zona industriale di Marghera e analizzati sono pesci e molluschi che per la legge amministrativa in vigore in Italia sono liberamente commercializzabili e consumabili. Cesana ha ripetuto questa conclusione qui in dibattimento e risulta con chiarezza dalle sue diapositive 15, 20, 21, 22 e 23, ma il Tribunale lo sa benissimo. Si potrebbe dire che Cesana aveva analizzato pochi campioni di mollusco e di pesce e quindi queste conclusioni siano limitate. Non è così, voi lo sapete. Pompa ha presentato il database complessivo dei certificati analitici entrati nel processo, e possiamo concludere che quella conclusione già del dottor Cesana in indagini preliminari è una conclusione generalizzabile, salvo un campione di Raccanelli, che presentava concentrazioni di piombo eccedenti i limiti amministrativi. E salvo gli incredibili valori di alluminio che Raccanelli aveva trovato e di cui è inutile parlare. Ora su questa conclusione non può esistere dissenso fra le parti. E` vero che Cesana non aveva analizzato le diossine, non aveva analizzato i microinquinanti. Per quanto il decreto legislativo 530 del 92, parlando di sostanze organoclorurate, potrebbe fare un implicito riferimento anche alla diossina con il rinvio alla dose giornaliera accettabile. E’ evidente che questa conclusione di un consulente della pubblica accusa suscita una domanda radicale, che io mi limito a presentare al Tribunale. La domanda è: se può lo stesso mollusco o pesce essere avvelenato o adulterato pericolosamente per la salute umana secondo la legge penale, e allo stesso tempo commestibile e liberamente commercializzabile secondo la legge amministrativa. E` molto interessante come l’istruttoria dibattimentale si sia sviluppata su questi punti. E` stato evocato per esempio lo spettro di Minamata, quante volte abbiamo sentito parlare di Minamata. E pure la concentrazione di mercurio, e parliamo di mercurio totale, non solo di metilmercurio, nei pesci e molluschi della zona industriale è più di dieci volte inferiore a quella di solo metilmercurio prevista dalle leggi per la edibilità del prodotto. Viene da chiedersi allora perché sia stato usato l’argomento della paura. Come ho detto, Cesana non aveva analizzato le diossine, né gli IPA, né gli altri inquinanti, quindi io tratterò adesso in breve il tema della diossina e il tema della DGA, della dose giornaliera accettabile. Ora sa benissimo il Tribunale che la massima parte quantitativa degli argomenti d’accusa è stata orientata al tentativo di dare la prova di un superamento della DGA. L’accusa ha parlato quasi esclusivamente di PCDD e PCDF, la ragione per noi è semplice. E ha l’insostenibile leggerezza che possono avere i 150 milionesimi di miliardesimo di TEQ trovati nel ‘95 in uno scarico intestato a Enichem neppure destinato in laguna. Non sto a richiamare al Tribunale le nozioni di dose giornaliera accettabile, che sono ben note. Mi limito a dire che è evidente che sono tre i requisiti che debbono essere accertati. Due riguardano la dose giornaliera concretamente assunta, potremo dire l’esposizione, l’esposizione reale. Questi due elementi sono la concentrazione di contaminante nel pesce o nel mollusco e destinato all’alimentazione e l’altro è il consumo reale di quell’alimento da parte della popolazione che si deve analizzare. Questi due elementi dovrebbero fornire un dato di fatto concreto, un dato di esposizione reale. E questo elemento dovrebbe essere poi messo a raffronto con le raccomandazioni di accettabilità, appunto la dose giornaliera accettabile. E qui c’è un primo problema. Qual è la DGA applicabile? 1,3,5 10 picogrammi per chilo di peso? Non c’è nel mondo un consenso su questo punto. Come ci si può attendere e come è normale, ciascun paese stabilisce o non stabilisce valori di accettabilità diversi. Questa considerazione è una ovvia conferma del carattere pragmatico politico di tali parametri. Ora debbo osservare che visto che questo processo si celebra in Italia, non è affatto irrilevante ricordare che l’Istituto Superiore di Sanità a tutt’oggi mantiene un limite raccomandato di 10 picogrammi/chilo/pro die. Zapponi è un dirigente dell’Istisano e quindi credo potrà e potrebbe confermarlo. Che alcuni Enti o organismi internazionali raccomandino livelli più bassi, è vero, e nel prosieguo della discussione io debbo fare finta che anche in Italia l’Istisano raccomandi un limite di 1, perché è su questa premessa che tutta la dialettica accusatoria si è mossa. Debbo sottolineare però che senza questa finzione normativa, non varrebbe nemmeno la pena di cominciare a parlare di DGA, perché con la DGA di 10, pur con tutte le manipolazioni e mistificazioni che i consulenti dell’accusa hanno messo in campo, non ci sarebbe neppure un lontanissimo avvicinamento di qualcosa, che come ho detto, al più costituisce una fattispecie di rilievo amministrativo. Per calcolare questa dose giornaliera accettabile allora dobbiamo innanzitutto decidere i criteri metodologici per stabilire qual è la concentrazione di contaminanti di pesce o di mollusco da prendere in considerazione. Ma prima di tutto dobbiamo guardare la realtà, in ogni caso, il concetto di giornaliero assunta non è uno scenario di esposizione reale, concreto. Non è possibile intuitivamente che la dieta della popolazione veneziana anche una parte legata al pesce o al mollusco sia composta esclusivamente di pescato della zona industriale. E` ovvio, Pompa ha provato a calcolare addirittura la probabilità che ha un veneziano di consumare prodotti ittici della zona industriale, e secondo i suoi calcoli, è circa un pasto ogni 10 mila pasti, cioè un pasto ogni 9 anni circa. Le stime di esposizione suppongono invece un consumo giornaliero per tutta la vita, non un pasto ogni 10 mila pasti o un pasto in 9 anni. Stiamo quindi parlando di uno scenario di esposizione che già di per sé è irreale. Per usare un termine comunemente usato è estremamente conservativo, ma lo usiamo comunque, così come usiamo un valore di dose giornaliera accettabile finto, non vigente nel nostro ordinamento. Ho detto che sulle concentrazioni bisogna mettersi d’accordo, su criteri metodologici. L’accusa ha cercato di occultare al Tribunale il vuoto su cui tutto si reggeva. Togliere il velo è facilissimo e il vuoto appare immediatamente, perché per quanti sforzi si siano fatti, le concentrazioni di OCCD e OCDF nel pescato dei canali industriali sono concentrazioni normalmente trovate e trovabili in pesci e molluschi dei mari della terra dove esiste o è esistito impatto antropico. Questo è il dato pacifico. Ho uno scritto di Di Domenico e gli altri consulenti, lo ha scritto Muller nella relazione ai sensi del 360, lo hanno scritto anche Vineis, Tomatis e Zapponi, anche se Zapponi ha cercato di cambiare idea all’ultimo momento. Lo dicono le pubblicazioni delle agenzie europee, lo dicono le pubblicazioni dell’EPA, il valore di concentrazione di cui stiamo parlando sono valori normali, normalmente trovati. In questa situazione la cui conoscenza era tutta intera disponibile, e già al momento delle indagini preliminari è stato costruito il processo, su quella base di cui 150 milionesimi di miliardesimo di TEQ di cui parlerò poi, trovati nello scarico SI-2. Quali criteri si usano allora, quale concentrazione dobbiamo considerare? Pompa ha usato l’unico criterio razionale. Dovendo cercare di stimare l’esposizione sembra intuitivo che si debba considerare un valore di concentrazione media, e in questo modo c’è più speranza di avvicinarsi all’esposizione reale. Questa è la prassi normalmente usata da tutte le agenzie di tutto il mondo. Cosa hanno fatto i consulenti dell’accusa? Tutto il contrario. Hanno deciso di prendere in considerazione solo i valori più alti di contaminazione, immaginando, e non è possibile capire su quali basi, che i veneziani consumino ogni giorno per tutta la vita la vongola o la cozza più contaminata fra tutte quelle pescate nei canali industriali. E` evidente che partendo da questa premessa, tutti i numeri che vengono ottenuti sono letteralmente insensati, non hanno cioè nessuna possibilità di essere rappresentativi di un’esposizione reale. Zapponi ha fatto un tentativo all’ultimo minuto, ha cercato di proporre dei valori medi. Ma la verità non era l’obiettivo che si era proposto Zapponi. Per cui ha dovuto manipolare numeri e informazioni in un modo quasi surreale. Come dirò dopo Zapponi ha dovuto immaginare, per cercare di far quadrare i conti, che i veneziani siano soliti mangiare anche i gusci dei molluschi. Zapponi infatti ha considerato i dati di consumo del Coses, dimenticandosi che erano riferiti al prodotto lordo, comprensivo quindi di gusci e di lische. Zapponi si è anche dimenticato di considerare molti altri valori, non ha per esempio considerato i valori di Berlino per quanto riguarda le diossine, ha preso soltanto i dati e i numeri che gli interessavano, ha preso i dati di consumo del Coses, dimenticandosi o facendo finta di dimenticarsi che significato avevano, tutto pur di arrivare al superamento di quella fatidica soglia di 1, che lo stesso Zapponi come dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità sa benissimo non essere a tutt’oggi la dose giornaliera accettabile vigente come norma tecnica in questo ordinamento. Una volta stabilito come si devono determinare le concentrazioni e quindi la necessità di un riferimento a una concentrazione media, utilizzando l’intero database però che abbiamo a disposizione, si tratta di vedere come si costruisce il consumo. E il consumo è importante, dobbiamo riferirci ad un consumo reale. La stessa legge amministrativa innanzitutto, come Pompa ha scritto nelle sue consulenze, fa riferimento a quell’inciso "calcolata" a dati empirici di consumo rilevati statisticamente in una popolazione concreta e non a dati semplicemente immaginati. Ora, per quanto riguarda questo aspetto, il consumo reale, avevamo la fortuna insperata di avere a disposizione i dati reali di consumo della popolazione della Regione Veneto, e in particolare quella degli abitanti del Comune di Venezia. E` interessante vedere che la pubblicazione del Coses è una pubblicazione della Provincia di Venezia, trattandosi quindi di un documento non sospetto, un documento di provenienza pubblica addirittura della Provincia, eppure nessun consulente dell’accusa, neppure quello della Provincia, ne ha fatto uso. E sorprende questo. Tutti i consulenti dell’accusa hanno preferito immaginare, speculare sul consumo di molluschi dei veneziani piuttosto che riferirsi a dati reali e concreti. E c’è stata la fiera dei numeri, ciascuno dei consulenti dell’accusa ha dato numeri diversi, i 100 grammi di Cesana, gli spaghetti alle vongole di Raccanelli e di Zapponi. A nessuno può essere sfuggito che questa tecnica, insieme ad altri stratagemmi, serviva solo per far quadrare i conti, per arrivare cioè ad un numero finale qualsiasi che riuscisse in qualche modo a superare quell’1, che ripeto, non è neanche la norma tecnica vigente nel nostro ordinamento. Il primo Presidente dell’EPA, un signore che si chiama (Rukel Shaus) ha scritto che i numeri delle stime di rischio sono come una spia sotto tortura, basta torturarla abbastanza e ti dirà tutto quello che vuoi. Più semplicemente rilevo che i consulenti dell’accusa non hanno mostrato alcun interesse per la verità, in questo caso cioè al consumo che corrisponde realmente ai fatti. Pompa ha usato i documenti del consumo Coses, ma è evidente che questi dati di consumo dovevano essere considerati al netto, come ho detto prima, cioè solo con riferimento alla parte edibile del prodotto. Su questo punto per fortuna Pompa e Raccanelli erano d’accordo. L’uno, il nostro consulente, ha calcolato che la parte edibile del prodotto corrisponde circa al 12 per cento del prodotto lordo, l’altro, Raccanelli, invece ha detto che più o meno corrispondeva al 10 per cento. Pompa è stato più prudente quindi e conservativo di Raccanelli, almeno su questo punto. E cosa vuol dire? Vuol dire che se i numeri di consumo della relazione Coses dicono 100, 70, 80, la parte edibile è il 10 per cento, il 12 per cento di quel numero, non il numero intero. Su questo punto però Zapponi non era d’accordo con gli altri. Nell’ultimissima relazione in atti, nel tentativo di mettere d’accordo i numeri che prima si era immaginato con i numeri reali del Coses, si è dimenticato che i numeri del Coses erano riferiti al prodotto lordo. E` quasi divertente, ma è come se Zapponi avesse assunto che i veneziani sono soliti consumare anche i gusci delle vongole, tutto questo pur di arrivare al risultato voluto. Non c’è modo di dare la prova di un superamento della DGA, neppure assumendo con una finzione normativa, che il valore raccomandato in Italia sia 1. La conclusione è paradossale. Il pescato lagunare è perfettamente edibile e commercializzabile anche per gli OCDD e OCDF, già secondo la nostra legge amministrativa. Ho detto prima dei tentativi di rimozione di questa conclusione che hanno fatto i consulenti dell’accusa. Hanno evocato la paura, Minamata, dirò poi di Zapponi che ha evocato Seveso. Il Pubblico Ministero ha usato altri argomenti, per esempio ha usato l’argomento di Sant’Erasmo. Che cosa ha detto il Pubblico Ministero? Ha detto: le concentrazioni di contaminanti nei pesci e nei molluschi trovati nella zona industriale sono più alti di quelli trovati a Sant’Erasmo. L’argomento è processualmente irrilevante e in sé anche ben poco consistente ed interessante. E` irrilevante perché se i pesci e i molluschi sono commestibili anche nella zona industriale è di nessun interesse che lo siano anche nella zona di Sant’Erasmo. E` molto poco interessante perché se davvero tutto questo processo fosse stato costruito per dare la prova alla comunità dei veneziani che i pesci e i molluschi che vivono in una zona portuale, in una zona industrializzata in un modo selvaggio da circa 70 anni, possono presentare concentrazioni di contaminanti superiori a quella che hanno i pesci e molluschi che vivono a Sant’Erasmo, le conclusioni sarebbero francamente singolari, eppure sembra così. L’argomento di Sant’Erasmo ha questo peso processuale. Un altro argomento riguarda la pesca abusiva. Attenzione, è in atto una guerra, una guerra fra le Forze dell’ordine e i pescatori di frodo. Anche qui c’è una strana confusione di piani, certo la pesca è abusiva perché esiste un divieto di pesca. Ma questo non vuol dire che l’oggetto della pesca abusiva sia non commestibile o addirittura sia pericoloso per la salute dei veneziani. Sono due piani del tutto diversi, non si può usare l’uno per provare l’altro, è mera suggestione. Verrebbe da dire che se davvero i pesci e i molluschi della zona industriale sono edibili e commestibili e non superano mai neanche le DGA, forse le Forze dell’ordine potrebbero essere usate con maggiore efficacia per qualcos’altro. Altri consulenti, e in particolare Zapponi ed anche il collega Partesotti, hanno fatto riferimento alle stime di rischio dell’EPA. Su questo punto mi permetterò una digressione perché è un tema che è stato toccato molte volte nel processo sempre con quella confusione di cui facevo cenno all’inizio, cioè il tentativo di scambiare per immagini della realtà, enunciati e stime che con la realtà hanno poco o nulla a che fare. Cercherò di provare che le stime di rischio proposte dall’EPA non appartengono al campo della conoscenza oggettiva, non parlano del mondo reale, non hanno nulla a che fare con la verità. Tutte le relazioni di Zapponi e i numeri magici in esse contenuti, le stime espresse in parti per bilione, per esempio per il CVM, o il numero di morti su milioni di abitanti per la TCDD, ricadono nell’area concettuale che tratterò ora. La tesi che cercherò di rendere chiara è che tutte queste relazioni, per quanto rispettabili nel piano che loro compete, non sono utilizzabili in questo processo. Per discutere rapidamente fondamenti e metodologie delle procedure proprie dell’EPA, mi avvarrò di due documenti assolutamente insospettabili. Uno è un documento discusso brevemente in una relazione di Zocchetti, che è il documento Scienza e giudizio elaborato dall’Accademia nazionale delle scienze, ed è un documento doppiamente insospettabile. Innanzitutto perché questo organo, l’organo consultivo dell’Accademia nazionale delle scienze è l’organo che ha proprio codificato la procedura di stima di rischio dell’EPA, lo ha fatto nel 1983. Voi troverete traccia di questo riferimento nelle relazioni di Zapponi, perché anche Zapponi ha riconosciuto che questo Ente ha codificato le procedure di stima del rischio. Zapponi si è dimenticato però di dirvi che nel 1994 questo Ente ha sentito il bisogno di rivedere criticamente tutte queste procedure affinché fosse possibile spiegare al pubblico di che cosa si tratta davvero, affinché cioè fossero evitati quei corto circuiti mediatici che si voleva evitare, cioè che si impedissero allarmi e spaventi irrazionali o strumentali. L’altro documento è molto più recente, e di esso ho fatto uso nel controesame di Zapponi, è un documento che ho reperito sul sito Internet dell’EPA. E` un documento interessante perché è un documento relativo alla comunicazione del rischio che tutte le agenzie regolatorie americane: l’EPA, la Food and Drug Amministration, e tutte le altre agenzie hanno ritenuto di dover diffondere ad uso e consumo del pubblico per spiegare che cosa siano le stime di rischio, quale sia il significato che ad esse deve essere attribuito. E` molto interessante che questo documento che ha il titolo... si trova spesso nei siti Internet di agenzie americane di domande frequentemente poste, costruito con un sistema di domande e di risposte. Le domande sono il più delle volte di senso comune e le risposte anche sono di senso comune, affinché questi numeri vengano compresi nel loro reale significato. Una di queste domande a cui vi è risposta a questo documento è proprio questa. La relazione EPA si avvale di una valutazione di protezione della salute, ma quale è il rischio effettivo? La risposta che dà l’EPA e la FDI e tutte le altre agenzie è questa, l’importante è prendere atto del fatto che le valutazioni come quelle dell’EPA non intendono stabilire un rischio effettivo di conseguenza sulla salute delle persone o il tasso di insorgenza e di effetti sulla salute della popolazione. E’ molto interessante che questo documento sia stato predisposto proprio per informare il pubblico sui rischi legati a TCDD, dopo io tratterò specificamente in breve del rapporto tra EPA e TCDD perché è straordinariamente interessante. In breve la tecnica del (risca sesment) di cui le stime probabilistiche contenute nella relazione di Zapponi sono il parto, il prodotto, possono definirsi come una sorta di sistema assiomatico, cioè un insieme di premesse generali, opzioni automatiche di default, a partire dalle quali si ricavano conclusioni deduttive. Io lo ricordo, Zapponi è un ingegnere, ha certo molta dimestichezza con algoritmi e modelli matematici, ma certamente meno con la tossicologia. Ciò di cui stiamo parlando, queste stime di rischio appartengono al capo della matematica, della logica, non al campo della conoscenza tossicologica, non al campo della conoscenza reale. Poiché si tratta di un sistema assiomatico le conclusioni, le stime di rischio, hanno ovviamente un grado di validità che dipende logicamente dalla validità o meglio dalla verità delle premesse assunte a priori. Ho parlato di un sistema di opzioni automatiche, cioè un sistema di enunciati a priori, che si danno a priori per veri, anche se non lo sono, anche se non sono provati, anche se si sa che sono falsi. Le principali opzioni sono, uno gli animali da laboratorio sono un surrogato degli esseri umani, detto in altro modo l’opzione è gli esseri umani sono come ratti e come topi. Un’altra opzione, gli esseri umani sono sensibili come le specie, razze o sessi degli animali più sensibili fra quelli valutati in prova biologica. Detto altrimenti, se gli esperimenti hanno dato esiti negativi su ratti e magari positivi su topi, gli esseri umani vengono considerati come fossero topi. I tumori benigni sono surrogati di tumori maligni, ciò che è pericoloso ad alte dosi è pericoloso a basse dosi, su questo punto poi mi dilungherò perché è un tema focale, mi dilungherò sull’uso retorico che nel processo è stato fatto di una di queste opzioni automatiche di default, secondo la quale nessuna dose di un cancerogeno genotossico sarebbe sicura, ma anche quell’opzione appartiene a questo campo concettuale quella di un sistema di premesse che si sa non essere vere. Altro organo scientifico di cui ho parlato cioè il National Research Council lo ricordo espressamente, ed è ovvio, che l’uso di queste opzioni automatiche non significa affatto che tali opzioni siano vere, cioè corrispondano alla realtà, anche l’EPA le utilizza malgrado sappia benissimo che se non sono confermate da osservazioni empiriche in molti casi sono falsificate dalla conoscenza biologica disponibile. Uno studioso a proposito di queste opzioni ha parlato di bugie a fin di bene. E’ evidente che si tratta sempre di tenere a mente lo scopo proprio di queste agenzie che è lo scopo pragmatico, uno scopo regolatorio, lo scopo pragmatico e regolatorio risente di un numero imponente di fattori sociali, culturali di vario tipo e necessariamente muove da premesse di prudenza e di precauzione che fanno sì che le stime di rischio presentino queste caratteristiche. Ora in quel documento intitolato scienza e giudizio, questo organo consultivo dell’Accademia nazionale delle scienze, mette in guardia l’EPA, perché se non vengono esplicitate, così si dice, le basi politiche di tutte queste opzioni di default, c’è il pericolo che le stime dell’EPA vengano strumentalizzate. Dice questo organismo, sarebbe un grave atto di scorrettezza cercare di far passare queste opzioni e le stime che esse producono come conoscenza oggettiva, sarebbe una vera e propria truffa concettuale. Queste sono le ragioni di quella comunicazione, di quel documento, domande frequentemente poste che l’EPA ha sentito il bisogno di rendere pubblico il suo sito Internet. Essi sono appunto il tentativo di spiegare al pubblico come lavora l’EPA. Quale era il problema che aveva in mente l’organismo scientifico, perché quelle stime finiscono tal quali nelle casse di risonanza dei mass media e producono nel pubblico allarme e spavento cui fanno seguito invariabilmente minimizzazioni e confutazioni subito dopo, il tutto determina un corto circuito che sta finendo con il far perdere credibilità alla scienza tossicologica, alla scienza generale. Io spero che questo corto circuito non faccia perdere credibilità anche alla giustizia penale di questo paese. C’è il pericolo infatti, visto il larghissimo margine di azione che i modelli matematici consentono, che le stime di rischio siamo impiegate strumentalmente ad uno scopo non chiaramente enunciato e questo pericolo è stato espressamente denunciato. Ricordo che le relazioni di Zapponi sia sul CVM sia sulla diossina si fondano esclusivamente sui numeri delle stime di rischio dell’EPA e di altri enti. Ho detto prima che la più importante, la più controversa delle opzioni di default per i cancerogeni genotossici, quindi non per le diossine, suona indubbiamente sinistra e anche spaventosa, almeno nella retorica con cui è stata presentata nel processo. Nessuna dose di un cancerogeno genotossico è sicura. Quante volte questo refrain è stato ripetuto nel processo. Anche l’uso delle parole non è irrilevante, dire che nessuna dose è sicura è immediatamente spaventoso, si può davvero pensare che respirare un solo momento una minima quantità di una sostanza chimica possa causare il cancro. Chi non ricorda lo scenario presentato nelle prime udienze dal professor Forti sulle biologie dei tumori. Poi si è scoperto che il professor Forti aveva svolto nella vita di scienziato soprattutto ricerche sulla clorofilla. Tornando alla questione delle linearità a basse dosi, il problema al solito è se essa sia vera, se corrisponde ai fatti, se corrisponde alla conoscenza oggettiva disponibile. Ora che dietro questa opzione metodologica della relazione in lineare non ci sia conoscenza oggettiva, né epidemiologica, né sperimentale lo sappiamo per certo, perché lo ha riconosciuto Berrino in questo processo. Viene da chiedersi allora perché un’ipotesi tanto estrema e irrazionale quanto spaventosa, irrazionale perché non fondata sulla conoscenza oggettiva, abbia avuto tanto successo. Questo è un interessante problema di sociologia della scienza. L’ipotesi del rischio lineare appare sulla scena della regolamentazione negli anni ‘50 e ‘60 in un clima psicologicamente dominato dalla crescente paura del cancro e nel quale è iniziato quel processo di perdita progressiva di fiducia della scienza e della tecnologia che purtroppo è alla base di quella rinascita di relativismi, di scetticismi di ogni tipo e di ogni aspetto della vita culturale che sperimentiamo. In quegli anni, ‘50, ‘60 muta improvvisamente la percezione collettiva legata ai rischi, ai rischi della tecnologia, ai rischi della tecnologia, ai rischi soprattutto delle centrali nucleari, perché tutto parte da lì, cioè da un clima di attesa di grandi sviluppi e miglioramenti se passa nel giro di pochi anni a un rifiuto drastico. L’ipotesi che viene formulata, che basse dosi di radiazioni siano associabili alla probabilità diversa da zero di causare il cancro si afferma come un dogma e poi si estende senza base empirica dalle radiazioni a basse dosi anche alle sostanze chimiche cancerogene, perché lo stigma collettivo di negatività si è nel frattempo esteso all’industria chimica in particolare. Ora l’udienza in cui Berrino a dicembre del ‘99 riconobbe l’inesistenza sulla base empirica a sostegno dell’enunciato, nessuna dose di un cancerogeno genotossico è sicura, è stato interessante anche per altre ragioni che fanno parte del modo con il quale si è sviluppata la dialettica di questo processo. Uno studioso ha scritto recentemente che i sostenitori del rischio lineare hanno sviluppato nel corso degli anni un arsenale di argomentazioni per razionalizzare il rischio di cancro alle basse dosi. Le principali argomentazioni sono per esempio l’opinione che il rischio alle basse dosi esista ma non possa essere osservato a causa delle limitazioni statistiche. Si sostiene che esiste un’incertezza che giustifica le ipotesi estreme, queste argomentazioni dice questo scienziato, hanno in comune il fatto di trasformare risultati tradizionalmente negativi in risultati potenzialmente positivi. Essi spaventano il pubblico e queste ipotesi rappresentano il cuore della controversia sul rischio del cancro, il modo cioè di valutare i risultati degli esperimenti scientifici. E’ a tutti chiaro che ogni qualvolta veniva presentato nel dibattimento un risultato sperimentale o osservazionale che non aveva visto tumori sotto un certo livello di esposizione e quindi si sarebbe trattato di un risultato negativo, secondo i canoni della scienza, è stato fatto di tutto per trasformare il risultato negativo in un risultato potenzialmente positivo, usando proprio quell’arsenale di argomentazioni che è stato messo in uso dalla comunità regolatoria americana negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 con la connivenza silenziosa della comunità scientifica in quel periodo. E’ evidente che i consulenti del Pubblico Ministero hanno esposto tutto intero questo arsenale, essi dovevano difendere la tesi che un rischio esiste ma non può essere osservato. Un giurista americano parla in proposito di un rischio fantasma, in effetti questo sembra essere la migliore definizione di qualcosa che si dice esistere anche se non la si può vedere. In effetti il rischio fantasma lo si può evocare solo con le risorse della retorica, della paura e dell’ideologia, ma non lo si può provare. Per ammissione di chi lo ipotizza, Berrino stesso, il rischio che esiste ma non si può vedere non può infatti essere neppure controllato empiricamente, non è cioè neppure immaginabile un esperimento che lo confermi o lo falsifichi. Intendo dire che con questo rischio fantasma, non solo non è stato provato nel processo, ma ancor di più che non potrebbe neppure essere provato, è al di là della provabilità. Sta in quella zona che il fisico Waimberg ha chiamato transcienza e che la nostra cultura chiama metafisica. Quanti topi dovremmo usare in laboratorio 100 mila 1 miliardo, 10 miliardi, ma basterebbero davvero? Se anche si facesse una sorta di mega mouse per il CVM usando 1 milione di topi, la risposta alla domanda: esiste una soglia? non l’avremmo mai, se non apparissero tumori a basse dosi, Berrino direbbe che ci vogliono ancora più topi e i topi non gli basterebbero mai e non ci sarebbe modo di convincerlo. Se comparisse qualche angiosarcoma a basse dosi il Dragani direbbe che aumentando così tanto il numero di topi diventa sempre più probabile l’osservazione di un’incidenza spontanea di angiosarcomi e questa osservazione è tutt’altro che peregrina. Come poi dirò al Tribunale, almeno in due esperimenti animali, in gruppi di controllo, cioè in gruppi di topi non esposti al CVM sono comparsi angiosarcomi spontanei. Aumentando a dismisura il numero dei topi, qualche angiosarcoma potrebbe anche apparire. Paradossalmente avrebbero ragione tutti e due, sia Berrino, nel chiedere sempre più topi, sia Dragani nel dire che è possibile che quell’angiosarcoma abbia avuto un’incidenza spontanea. Il fatto che siano possibili tutte queste risposte, dice una cosa sola, che il problema e l’enunciato che lo descrive, è un problema senza senso, perché è una domanda alla quale non si può rispondere. Un enunciato che parli della realtà è controllabile, se non è controllabile non parla della realtà dice Popper, altri autori. Le domande che non parlano della realtà non sono domande sensate, non appartengono ala scienza, alla conoscenza oggettiva, appartengono alla metafisica, può essere dilettevole discutere di metafisica, discutere dell’esistenza di Dio, discutere dell’esistenza del libero arbitrio, sono quelle discussioni che non avrebbero mai fine non hanno mai fine. La domanda che però ci si deve porre è drastica, può un processo penale occuparsi di problemi metafisici? Di problemi e di domande alle quali non ci può essere risposta? Può occuparsi del problema dell’esistenza di Dio o dell’esistenza del libero arbitrio? Questo per quanto riguarda le opzioni di default, comprensibilmente usate dalla agenzie regolatorie e dall’EPA in particolare, sebbene come ripeto l’Accademia Nazionale delle Scienze abbia detto a chiare lettere che quando si usano queste stime bisogna anche spiegare che cosa si vuol dire. Il problema di queste stime poi è che i modelli matematici disponibili e utilizzabili sono moltissimi e l’uso dell’uno e dell’altro in qualche modo sottodetermina il risultato della stima finale che può variare di molti ordini di grandezza a partire dallo stesso sistema assiomatico. Di fatto agenzie regolatorie di diversi paesi o anche dello stesso paese stimano il rischio per la stessa sostanza con numeri finali che sono diversi fra loro di interi ordini di grandezza, pur partendo dalla stessa base empirica oggettiva. E’ evidente che il piano del pragmatismo regolatorio appartiene al piano della politica, appartiene al piano delle scelte collettive di allocazione delle risorse disponibili per una collettività. E’ evidente che le decisioni che vengono prese di ridurre o non ridurre i livelli di esposizione di una certa collettività ad una certa sostanza imponendo dei costi, sono sempre delle scelte di allocazione di risorse, perché quei costi vengono sottratti ad altre possibili destinazioni. La polemica oggi in atto negli Stati Uniti, relativamente all’EPA è proprio una polemica politica, si accusa l’EPA di avere prodotto un sistema di regolazione spaventosamente costoso per la collettività senza che a questo sistema corrispondano reali benefici per la salute, si imputa all’EPA che colossali risorse potrebbero essere spese ben altrimenti per proteggere e fronteggiare ben altri rischi. Ora il problema del nostro paese in particolare, è che mentre negli Stati Uniti questi dibattiti si svolgono alla luce del sole, cioè tutti i rappresentanti dei gruppi di interesse interessati hanno la loro opinione e dicono a loro nel nostro paese questo non è ancora capitato, non è ancora iniziato a capitare. Eppure la stessa decisione dell’entità o meno delle risorse da destinare alla bonifica della zona industriale di Porto Marghera è una decisione di allocazione di risorse rilevantissima. Su questa base forse le stime di rischio dell’EPA o di qualche altro ente potrebbero avere qualche rilievo, ma tutto questo non ha nulla a che fare con il nostro processo. Ritengo che le stime di Zapponi appartengano a quell’altro piano, un piano estraneo a quello d’interesse del processo. Ora provo a concretizzare il discorso per quanto riguarda il rapporto fra l’EPA e la TCDD, so che li ha accennati il professor Stella, quindi dirò delle cose un po’ diverse da quelle che ha detto lui, perché farò citazioni differenti. Ora voi sapete benissimo che la stima del rischio da TCDD dell’EPA risale al ‘94, la prima stima di rischio. Sembra l’altro ieri, sembra vicino, ma in realtà 7 anni sono in queste materie tempi lunghissimi. Subito dopo la pubblicazione del report EPA il Comitato Consultivo scientifico interno alla stessa EPA, cioè un comitato scientifico dell’EPA, mosse rilievi critici radicali, scriveva così, è difficile capire che cosa l’EPA intendeva con le sue inferenze. Se intendeva stabilire che effetti avversi della salute umana potrebbero verificarsi vicino agli attuali livelli di esposizione umana il giudizio di questo comitato interno all’EPA è che l’EPA non ha presentato prove adeguate a supporto di questa affermazione. Critiche pesanti al report dell’EPA arrivarono subito anche dalla comunità scientifica in una lettera firmata da 18 ricercatori tra i più autorevoli al mondo pubblicata sulla rivista (Sojers) del 1994 si legge: "Le conclusioni di caratterizzazione del rischio operate dal’EPA sono pesantemente condizionate da molte assunzioni non provate", era quello che dicevo prima, "e ipotesi non controllabili che richiedono un attento scrutinio da parte della comunità scientifica". Sempre in quella lettera si leggeva che se gli scienziati non assumono un ruolo attivo nel formulare conclusioni che si possono rigorosamente trarre dai dati disponibili sicuramente la stampa e il pubblico fraintenderanno gli ipotetici rischi presentati dall’EPA come se fossero rischi reali nel ‘94. Ecco perché nel 2000 l’EPA ha sentito il bisogno di spiegare che le sue stime di rischio non hanno nulla a che fare con il mondo reale. Come dirò tra breve nel 2000, in un volume interessante dedicato agli studi sulla percezione del rischio è apparso un lavoro dedicato al tentativo di comprendere le ragioni sociologiche, culturali e psicologiche, certo non scientifiche dello stigma di negatività associato alla diossina. Dal ‘94 l’EPA ha avviato un faticoso processo di valutazione che a tutt’oggi non è concluso. Sono state presentate bozze su bozze, sottoposte a continue critiche e richieste di revisione, come dicevo prima è interessante vedere che questo processo di rivalutazione si svolge alla luce del sole, chiunque può accedere e leggere quello che sta succedendo, quasi giorno per giorno. Il pubblico ha aperto il dibattito sulle questioni del rischio, non è costume purtroppo di questo paese, forse anche per questo è approdato in un’aula giudiziaria. Nel sito EPA si può oggi leggere un passo che a proposito della TCDD dice: i risultati di test condotti su esseri umani non sembrano indicare che la TCDD ponga problemi cronici per la salute degli esseri umani, questo va dicendo oggi l’EPA. Come dirò tra breve, uno stigma negativo su una sostanza o su una tipologia di produzione è quasi sempre l’effetto di un deficit di comunicazione. Le preoccupazioni sollevate dai 18 scienziati che firmarono nel ‘94 la lettera pubblicata su Sojers e cioè il fraintendimento pubblico delle stime dell’EPA con conseguente immotivato e stolto panico collettivo, sono presenti ormai anche all’EPA e a tutte le agenzie regolatorie U.S.A.. Faccio ancora ritorno al documento a quelle famose domande frequentemente poste, perché ce n’è una che è di interesse immediato per il nostro processo. La domanda era: è consigliabile smettere di mangiare determinati alimenti quale carne, latte e pesce a causa della diossina? La risposta era no, l’EPA diceva no, non consigliamo di evitare il consumo di determinati alimenti a causa della diossina, non lo consigliamo. Ho già detto che le concentrazioni di diossina nei pesci e nei molluschi della zona industriale sono perfettamente in linea con le concentrazioni normalmente trovate in pesci e molluschi pescati negli U.S.A. per i quali l’EPA non consiglia il consumo. Dopo questa risposta ovviamente l’EPA continuava dicendo, ma anche l’FDI di altre agenzie dicendo: attenzione, ovviamente cercate di informarvi quando pescate un pesce nel locale centro sanitario, e siamo in zona di particolare concentrazione o altro, il tutto senza psicodrammi più o meno strumentali. Ricordo per esempio che né la Food and Drug Administration, né l’EPA hanno pensato di dover stabilire una concentrazione limite di diossina nei prodotti alimentari non c’è a tutt’oggi, come non c’è nel nostro ordinamento. Quando prima facevo riferimento al decreto legislativo 530 del ‘92 parlavo di dose giornaliera accettabile cercando di ancorarmi alla base normativa, ma l’ordinamento italiano non contiene ancora una norma sulla concentrazione limite di diossina nel pescato, nelle sostanze alimentari destinate all’alimentazione e non ci sono neanche a livello europeo. Dicevo prima che il lavoro dell’EPA continua giorno per giorno, mi è capitato proprio recentemente di trovare sul sito EPA, e c’è un cenno a quello che sto per dire, in una relazione di Dragani e ne ha fatto cenno anche il professor Stella, le minute scritte di una teleconferenza di un sottocomitato dell’organo consultivo scientifico incaricato della rivalutazione della TCDD, siamo al 23 gennaio del 2001. L’oggetto della discussione di quella seduta era l’inserimento del sommario esecutivo del documento che dovrà poi diventare il documento finale dell’EPA, di cenni relativi agli effetti ormetici osservati a basse dosi di TCDD, cioè all’interno della stessa EPA è iniziata questa discussione. Voi sapete benissimo che per ormesi si intende una curva dose/risposta non lineare, tale per cui a basse dosi una sostanza chimica può indurre effetti benefici per effetto delle stimolazione biologica che inibisce la comparsa di effetti negativi mentre ad alte dosi la stessa sostanza chimica produce effetti negativi per la salute. Ora Berrino in una nota auspica che il Tribunale non prenda in considerazione il fenomeno dell’ormesi, non comprendo le ragioni dell’anatema, se dobbiamo attenerci alla conoscenza oggettiva. Esistono e sono stati documentati anche nella relazione Dragani gli esperimenti sugli animali che hanno mostrato una circa dose/risposta di tipo ormetico, perché dovrebbero sparire, esiste, è vero, una barriera psicologica ad accettare risultati di conoscenza oggettiva che urtino contro i nostri pregiudizi e per la TCDD questo vale più che per altre sostanze. E’ molto interessante quello che è successo in questa teleconferenza del 23 gennaio 2001, perché hanno discusso gli scienziati e alla fine hanno scelto un compromesso, hanno deciso di cambiare il titolo di un paragrafo. Il titolo nuovo è: "dose/risposta non monotonica", che vuole dire proprio il contrario di dose/risposta lineare. Dove sta il compromesso? Sta nella decisione si avere incaricato uno degli scienziati interni di riscrivere il paragrafo mettendo a fuoco il problema delle bassi dosi di esposizione evitando l’uso della parola ormesi ma non il sottostante concetto. Potere delle parole, certe cose non si possono dire pubblicamente, chi accetterebbe l’idea che la famigerata diossina di Seveso a basse dosi possa addirittura fare bene, è meglio non dirlo anche se bisogna parlarne perché il sottostante concetto va considerato, perché è patrimonio della nostra conoscenza oggettiva. A questo punto io ho esaurito i temi relativi alla concentrazione limite alla DGA e alle stime di rischio dell’EPA, ho esaurito i temi relativi a quello che ho definito all’inizio il concetto pragmatico regolatorio di pericolo e non c’è bisogno che riassuma le conclusioni di questo discorso. Adesso proverò a parlare dello IARC e delle valutazioni che lo IARC ha fatto sulla TCDD e sugli altri congeneri, dopodiché discuterò brevemente dei fattori TF e TEQ, cioè cerco di addentrarmi in quella che può essere chiamata a miglior diritto conoscenza reale, oggettiva seppure con le precisazioni che dovrò fare. Per quanto riguarda lo IARC, e inizio questo capitolo, devo fare una premessa, non risulta che nelle acque degli scarichi del Petrolchimico sia mai stata trovata neppure in tracce presenza di TCDD. In tutti i certificati analitici da noi esaminati soprattutto in quel primo campione di 150 picogrammi TCDD non c’è e ciò è atteso, è atteso perché anche le stime finali dell’EPA sui fattori di emissione concludono che le produzioni di CVM e PVC possono immettere trascurabili quantità di octafurani e di poco altro, non di TCDD. E’ vero che qualche traccia di TCDD sembrerebbe essere stata trovata nei pozzetti del vecchio sistema fognario del vecchio Petrolchimico, mi occuperò poi dei pozzetti e delle ragioni per cui i fanghi e le acque lì trovate non sono rappresentative di reflui e di processi produttivi. Voi sapete che lo IARC si è occupato della TCDD e dei suoi congeneri in due diverse occasioni. Nel 1987 la TCDD è stata classificata nel gruppo 2B classe nella quale sono incluse le sostanze per le quali i dati epidemiologici sono inadeguati per l’evidenza di cancerogenicità per l’uomo e i dati sugli animali appaiono sufficienti appunto per gli animali. Nel 1997 lo IARC ha rivalutato l’evidenza epidemiologica di cancerogenicità per l’uomo, da inadeguata che era nel 1987 a limitata, restando sufficiente l’evidenza sperimentale sugli animali. Come vi ha spiegato Zocchetti nelle sue relazioni l’evidenza limitata deriva da studi epidemiologici su coorti di lavoratori esposti occupazionalmente a dosi di TCDD ordine di grandezza più elevate di quelle ambientali. Le lavorazioni in cui si fa riferimento in quegli studi non sono lavorazioni presenti al Petrolchimico. Ora voi sapete che la stretta osservanza dei canoni di classificazione IARC avrebbe dovuto portare anche nel ‘97 la TCDD in classe 2A non in classe 1. E’ stata portata in classe 1 a maggioranza strettissima all’interno del... di ricercatori, l’argomento posto alla base della classificazione è stato oggetto di aspre critiche nella comunità scientifica e riguarda il fatto che il recettore H che si ritiene coinvolto nel meccanismo di cancerogenesi animale esiste anche nell’uomo. Ora lo IARC nel ‘97, proprio nel suggerire grande cautela, ha detto che per esempio non appare dall’evidenza epidemiologica limitata, ma anche dall’evidenza sperimentale, non appare nessun organo bersaglio particolare per la TCDD cioè non c’è nessun tumore per il quale si riscontri realmente un eccesso di rischio di qualche tipo. Eppure tutti abbiamo sentito lo Zapponi dire che i sarcomi dei tessuti molli sarebbero un tumore caratteristico dell’esposizione a diossina così come l’angiosarcoma lo è dell’esposizione a CVM, si tratta di una mistificazione gravissima, assurda, perché è esattamente il contrario di quello che lo IARC ha detto e ha scritto. Come Zapponi ha tentato di azzardare un parallelo fra la situazione della laguna e quella di Seveso, anche questo è un non senso, un non senso scientifico. Attenzione finora ho parlato della TCDD, non ho parlato degli altri congeneri, non ho parlato degli octafurani e degli altri congeneri presenti nei reflui degli scarichi del Petrolchimico, in quantità trascurabili, eppure anche questi altri congeneri sono stati oggetto di valutazione da parte dello IARC nel 1997. Lo stesso gruppo di ricercatori, cioè nel ‘97 ha deciso che tutte le altre diossine e gli altri furani compreso l’OCDF sono da classificare nel gruppo 3, cioè non sono classificabili, sono da classificare nel gruppo 3, cioè non sono classificabili per la loro cancerogenicità sull’uomo. Ho ricordato più volte che nello scarico interno SI2 del Petrolchimico fu trovata nell’acqua, un flusso d’acqua davvero modesto, una concentrazione di 150 milionesimi di miliardesimo di grammo quasi solo di octafurani, cioè di un composto non classificabile, in alcune classe di probabili o solo possibile cancerogenicità. Dico la verità, io non riesco neppure a immaginare che cosa possa voler dire una concentrazione così infinitesima, così lontana da ciò che i sensi mi consentono di percepire. Una concentrazione milionesima di miliardesimo che è possibile misurare solo da pochi anni con sofisticati strumenti di laboratorio. Riesco invece a capire che cosa significhi non classificabile e non c’è ovviamente bisogno che lo spieghi. Non è affatto una provocazione dire che il processo Enichem per inquinamento, disastro ambientale, avvelenamento, poggia su una base che pesa infinitesime quantità di una sostanza che secondo lo IARC non è neppure classificabile. Vineis ha tenuto a precisare che l’inclusione in classe 3 è la conseguenza della scarsità di studi disponibili sugli effetti di questo composto e allora? Significa forse che la mancanza o scarsità di dati sia una prova di cancerogenicità o di pericolosità? Passo rapidamente a trattare i fattori TF e TEQ che furono presentati al Tribunale in un modo improprio, d’altra parte era l’unico tentativo per cercare di istituire un flebile collegamento fra gli octafurani non classificabili e la TCDD. Si è visto quali siano le difficoltà in cui si dibatte l’EPA nel pubblicare un report conclusivo sulla tossicità. Abbiamo visto che lo IARC nel 1997 li classifica nel gruppo 3, gli octafurani. Ora il fatto che è immediatamente intuitivo che i fattori TF e TEQ non parlino della realtà ed è immediatamente intuitivo proprio se si parte della premessa che tutte le diossine e tutti i furani diversi dal TCDD sono in classe 3, ora i fattori di tossicità equivalente suppongono un’ottimistica delle nostre conoscenze, sarebbe molto bello che la natura ci si presentasse in un modo così ordinato, la sostanza A vale 0,1 della sostanza B, la sostanza C vale 0,01 della sostanza A etc. etc., che non sia così è intuitivo, che si tratti di semplificazioni artificiose o meglio utili per il consueto scopo pragmatico, regolatorio, è intuitivo, ora abbiamo la prova che si tratti di semplificazioni, perché ci sono delle diossine e dei furani, per esempio l’A1-2-3-7-8-pentaclorodibenzopidosina c’è un TFD1 cioè secondo i fattori di tossicità equivalenti questa sostanza dovrebbe essere tossica come la diossina, eppure lo IARC classifica questa sostanza in gruppo 3, se è vero che questa sostanza è tossica come la diossina, come la TCDD, dovrebbe essere in gruppo 1 e invece è in gruppo 3. Come vengono costruiti questi TF, questo è l’unico flebilissimo filo con il quale si cerca di collegare gli octafurani trovati negli scarichi del Petrolchimico con la TCDD, non vengono costruiti con studi epidemiologici e neppure con studi sperimentali su animali, vengono stimati con indagini in vitro, culture cellulari e altre cose di questo genere. Non tutti i paesi concordano sui TF, un po’ come per la dose giornaliera accettabile, un po’ come per la DGA, in Germania per esempio l’UBA che è l’EPA applica diversi valori, avremo forse una moneta unica, l’Euro, ma non abbiamo un TF unico, i TF e i TEQ cambiano poi molto rapidamente, lo IARC raccomanda di aggiornarli ogni 5 anni, nel corso del nostro processo sono cambiati almeno due volte, mi veniva da pensare che se davvero si pensasse di volerli usare in questo o in altro processo dovremmo cominciare a congegnare una sorta di articolo 1 del Codice Penale esteso alla disciplina della successione dei TEQ e dei TF nel tempo, dovremmo pensare al TE che è più favorevole all’imputato e così via. E infatti i TF sono cambiati due volte nel corso del processo. I consulenti dell’accusa credo che lo abbiamo detto al Tribunale, ma certo non molta enfasi, meno 87, l’EPA non classificava gli eptafurani e le octadiossine, cioè il TEQ era pari a zero. Poi sono entrati in classifica, sempre all’ultimo posto con un TEQ di 0,001, erano cioè considerati composti meno tossici in rapporto al TCDD tra tutti i composti della classifica del TEQ. Recentemente sono stati ancora retrocessi se prima un OCDF valeva 0,001 TCDD, ora vale 0,001 TCDD, un ordine di grandezza in meno, recentemente, nel 1997. Potremmo dire che gli octafurani sono in piena zona retrocessione, al prossimo aggiornamento potrebbero essere di nuovo mandati a zero, potrebbero di nuovo uscire dalla classifica di tossicità equivalente. Quello che dico è tanto vero che se si vanno a vedere le cose con l’unità di misura corrette i tanto vituperati 150 picogrammi di TEQ trovati nello scarico SI2 non destinati in quel momento neppure in laguna non sono affatto 150 picogrammi TEQ, sarebbe stato corretto fossero stati presi in considerazione i valori TEQ vigenti al momento, cioè gli stessi valori a cui faceva riferimento il parere della Commissione Tossicologica di cui parlavo prima, i 150 non sarebbero stati 150, sarebbero stati poco più di 14. Siamo sempre nella dimensione dell’infinitamente piccolo, solo ancora più piccolo. Ora sull’OCDF Dragani, e io lo usai durante un controinterrogatorio ha citato anche un lavoro, un lavoro di Berenz, del 1997, intitolato "Mancanza di tossicità, di OCDF OCDD per i primi stadi di vita del pesce" e era un tipo di pesce. Stiamo dunque parlando di quantità infinitesima o quasi di octafurani, non classificabili come cancerogeni, all’ultimo posto della classifica virtuale di tossicità equivalente in procinto di uscire da quella stessa qualifica "innocui per i pesci", ma di che cosa stiamo davvero parlando? Chiedo una breve pausa, Presidente.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: va bene. Se volete accomodarvi...

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

Avvocato Santamaria: non parlerò invece della distanza davvero abissale che esiste tra esposizione concreta correttamente calcolata da Pompa e le dosi di effetto nell’uomo perché ne ha parlato il professor Stella, ne ha parlato Dragani, non racconterò nuovamente al Tribunale i milioni di volte di distanze, gli ordini di grandezza, di distanza che esistono tra l’esposizione concreta, reale, alimentare dei veneziani pur calcolata nel modo che dicevo prima, cioè irrealistico e conservativo e quei livelli di NOW-AL e di LOW-AL, affidabili, oggettivi, su cui nessuno può discutere che costituiscono il punto nevralgico, il punto centrale del concetto penalmente rilevante di pericolo, la distanza è così abissale, che faccio semplicemente rinvio alla relazione di Dragani. Affronto invece un altro tema, che ho già in qualche modo anticipato, che mi sta a cuore perché credo che appartenga un po’ al sottofondo del processo, al modo con il quale le parti processuali hanno presentato i loro dati e le loro impressioni. Innanzitutto volevo introdurre un tema, gli studi di Bruce Heims, ne abbiamo sentito parlare spesso nel processo e agli atti ci sono alcuni dei suoi lavori, Heims negli anni ‘70 è stato lo scopritore del test che porta appunto il suo nome, che serve a stabilire se una sostanza è oppure non è mutagena, ancora oggi nei laboratori si applica il test di Heims per stabilire se una sostanza è o non è mutagena, è un’autentica autorità, insignito di onorificenze e di premi a livello internazionale, ha anche una moglie italiana ed ama molto l’Italia, io ho avuto il piacere di conoscerlo e lui di fronte alla nostra richiesta di venire come consulente di Enichem ha risposto che lui non fa il consulente perché non vuole essere pagato da nessuno e tiene alla sua indipendenza e alla sua libertà di ricercatore. Devo dire che quando gli raccontai di questo processo si offrì, tanto era impressionato, di scriverci una memoria con i suoi dati, poi non se ne è più fatto nulla per tante ragioni. Ma perché parlo di Heims? Dragani ha ricordato il cosiddetto indice ERP, che è un lavoro serio, metodologico, cioè Heims che cosa ha fatto? Ha provato a confrontare e ad ordinare in ordine decrescente il possibile rischio cancerogeno per le sostanze chimiche a cui l’uomo è esposto abitualmente. L’indice ERP è un indice costituito dividendo i possibili livelli di assunzione umana la dose media risultata cancerogena nei roditori, quindi l’indice valuta per ogni sostanza quale percentuale della dose cancerogena l’uomo riceve dalla sua esposizione media giornaliera. E` interessante che questo indice è costruito proprio a partire da quelle premesse di default di cui parlavo prima, che lo stesso Heims critica nei suoi lavori, cioè l’estrapolabilità dei risultati da animale a uomo, solo che fa un ragionamento su questi dati, cioè Heims cerca di ragionare su un ipotetico rischio riferendosi alle dosi di esposizione umana alle dosi di esposizione reale. Voi sapete che Vineis ha risposto con rabbia, Dragani dicendo che quell’indice sarebbe stato screditato dalla Comunità Scientifica e che... Dragani però in risposta ha allegato alla ultima relazione alla pubblicazione che sta per uscire di Heims, che ha riorganizzato l’indice ERP, che è una base di partenza rilevante, si dovrebbero confrontare i rischi. Ora alla relazione Dragani è allegata una tabella che voi avete certo visto e si vede benissimo che l’indice ERP dà valori elevati per alcune esposizioni ad alti livelli che sono avvenuti nel passato nei posti di lavoro e per alcuni farmaci, dopodiché esiste un enorme background di sostanze chimiche naturali cancerogene, che sono presenti negli alimenti comuni di tutti i giorni. Ai primi posti si trovano la birra, il vino, il caffè, la lattuga, il succo d’arancia, il pepe, i funghi, l’assunzione di tali elementi fornisce un rischio cancerogeno più elevato dell’assunzione di TCDD attraverso la dieta, che si colloca molto più in basso della tabella, si è parlato del recettore H, anche i comuni broccoli agiscono al recettore H, come la TCDD, sembra in conclusione che una porzione di 100 grammi di broccoli potrebbe comportare a livello di rischio approssimativamente 20 volte superiore a quello della dose di riferimento della diossina, il paradosso è che questa conclusione, che è difficile anche da formulare, perché si comprende che si va ad urtare contro formidabili pregiudizi, è ineluttabile proprio se si parte dalle premesse, proprio dell’accusa, cioè della validità dei test sugli animali, dell’estrapolabilità, solo che si va a calcolare l’esposizione reale, umana, diciamo i milioni di volte di cui non ho parlato, milioni di volte di distanza tra i livelli di tossicità degli animali e i livelli di esposizione realistista dell’essere umano. E` vero che si urta contro una barriera psicologica, ci viene spontaneo dire: "Questo non può essere vero, questo è un argomento ad effetto, questo è un argomento strumentale", eppure il problema che questi argomenti presentano anche al diritto sono problemi rilevanti, il confronto tra rischi diversi come è possibile, in che modo, sulla base di quali criteri attribuire rilevanza penale a rischi che sono molto probabilmente inferiori a quelli normalmente accettati come parte ovvia del nostro vivere quotidiano, è chiaro che in questo modo si entra in una dimensione del tutto nuova, in una dimensione rispetto alla quale le consuete coordinate concettuali con le quali siamo abituati a trattare non funzionano più, basta davvero il riferimento a questo indice, basta davvero il riferimento a questo confronto, al rinvenimento di una classifica nella quale attività normali che accettiamo presentano rischi più alti di altre che stigmatizziamo e rimproveriamo. E’ stato messo in luce per esempio nella relazione Foraboschi che l’EPA in un rapporto del 1992 ha indicato un limite di tollerabilità nell’acqua potabile di 30 picogrammi per litro, un limite che è 60 volte superiore a quello che è stato imposto a Enichem, cioè 0,5, e solo a Enichem, come limite di concentrazione per le acque reflue dei processi industriali. Ricordo anche al Tribunale all’udienza del 7 novembre 2000 che Fanelli, consulente dell’Avvocatura dello Stato, disse a proposito dell’IPA che se uno mangia una pizza cotta in un forno a legna sicuramente ottiene più IPA che da un pesce o da un mollusco. A me sembra evidente che in tutto questo ci sia qualcosa che sfugga al vaglio critico della ragione, eppure sono dati, dati di fatto, che mettono in discussione per usare la terminologia del professor Stella, la stessa possibilità di un processo penale, la sensatezza stessa di un processo penale. Ho già accennato che la percezione del rischio è un importante settore scientifico a mezza tra la psicologia e le scienze sociali, soprattutto la sociologia e l’antropologia, dicevo, ha parlato Lotti nella sua relazione, nel 1992 anno di pubblicazione del Report The Royal Society si contavano più di mille voci bibliografiche su questo tema, è facile immaginare che oggi possono essere più del doppio, sono discipline e studi purtroppo pochissimo noti in Italia. Mi limito a dire che questi studi, e cerco di dare una risposta a una domanda, in base a quali criteri le persone, cioè noi selezioniamo i rischi e i pericoli dai quali decidiamo di guardarci, dai rischi e dai pericoli dai quali decidiamo invece di non doverci preoccupare. Il dato da cui partono tutti questi studi, i cosiddetti laici, e noi siamo dei laici in questa materia, cioè coloro che non hanno specifiche conoscenze di biologia e di ingegneria, classificano i fattori di rischio in modo spesso totalmente differenti rispetto ai cosiddetti esperti. Inizialmente questi studi erano soltanto studi di psicologia cognitiva, si è visto per esempio che tutti noi abbiamo grande difficoltà a ragionare in modo probabilistico, mentre capiamo benissimo l’entità di un potenziale danno, una catastrofe, siamo molto meno disposti a capire che cosa possa significare quel potenziale danno a probabilità di accadimento di uno su diecimila o di uno su un milione, facciamo fatica a rappresentarcelo mentalmente, siamo ancora meno disposti ad accettare che un rischio a probabilità zero non può esistere per definizione e che quindi il concetto di sicurezza è sempre un concetto socialmente costruito, il contrario di rischio non è assenza di rischio, è rischio accettabile, soprattutto se si applicano paradigmi o modelli probabilistici, stocastici, che per definizione non possono avere un livello pari a zero. Successivamente gli studi, e questo mi interessa di più, hanno iniziato a indagare sui fattori sociali e culturali che influenzano la percezione e la selezione dei pericoli, l’antropologa inglese Mary Douglas ha scritto opere fondamentali su quello che lei stessa ha definito l’uso giudiziario o politico del concetto di rischio. Ha scritto per esempio tre diversi sistemi di attribuzione di colpa, che caratterizzano le società tribali, perché prima si occupava delle società tribali, quelle in cui ci troviamo ora, cioè la nostra società, è pronta a considerare ogni morte come imputabile a qualcuno, ogni incidente causato da negligenza criminale, ogni malattia una minaccia di chiamata in giudizio. Secondo questa impostazione esistono fattori culturali e sociali che possono essere oggetto di razionalizzazione e di approfondimento in base ai quali un evento tragico come la morte viene sottratto alla sua dimensione di possibilità naturale, non esistono più morti naturali e viene più o meno consapevolmente utilizzato per denigrare o stigmatizzare soggetti ai quali si rimproverano colpe diverse, soggetti cioè che per ragioni più o meno palesi sono già oggetto di rimprovero per altri motivi. Scrive sempre la Douglas che la causa del danno sia reale o immaginaria non fa differenza, è sufficiente prestarvi fede. E` interessante constatare che questo fenomeno strettamente collegato ai meccanismi dell’attribuzione di colpa sembra funzionare in tutte le possibili direzioni, tre volte oggetto dello stigma sono i soggetti posti ai margini della gerarchia sociale, altre volte però può capitare l’opposto. Per esempio esiste un forte stigma collegato all’industria chimica, che il fenomeno che va ben oltre le evidenze scientifiche disponibili sulla reale portata dei pericoli, che l’attività stessa comporta. Avevo detto all’inizio che esiste un volume, uscito nel 2000, del più importante gruppo di ricerca al modo in materia di percezione del rischio, il gruppo di Slovic, un articolo intitolato "Le diossine: uno stigma chimico" e in questo articolo si legge: "Ormai considerata dell’opinione pubblica come mega aglis, sostanze altamente pericolose, le diossine e i PCB, portano con sé un particolare carico di negatività in relazione alla questione del rischio, in altre parole uno stigma che non è in alcun modo giustificato dalla lettura della documentazione sulla valutazione del rischio", questo carico particolare non è che il rischio percepito in eccesso e come sia nato non è certo un mistero. Il problema che si incontra è costituito da una tradizione lunga 25 anni di eccessi retorici, ma c’è anche un secondo problema, coloro che si dovrebbero occupare della gestione sociale dei rischi connessi alla diossina hanno permesso di sviluppare un imponente vuoto di informazioni sul rischio ed è proprio in questo spazio vuoto che ha messo radici questa terminologia di eccessi retorici. Detto in altre parole la diossina rappresenta quell’insieme complesso di confusioni, di contraddizioni, di risposte ambigue, di preoccupazioni spesso inutili che il pubblico nutre nei confronti del mondo della chimica in generale, non per esempio nei confronti di altri mondi produttivi, che tratterò rapidamente dopo, è per esempio stupefacente che quando noi abbiamo presentato al Tribunale la prova dell’esistenza di centinaia di altre industrie gravitanti nella prima zona industriale nessuno si è preoccupato di prendere anche solo in considerazione l’ipotesi che altre industrie diverse dal Petrolchimico potessero avere causato la contaminazione di cui si era parlato. Ora senza bisogno di andare fin negli Stati Uniti, se è agli atti del processo, un bel lavoro di Fanelli, consulente dell’Avvocatura dello Stato, che affronta proprio a proposito dell’industria del PVC, lo stesso tema, la relazione è molto interessante perché è del giugno 2000, quindi redatta a processo già in corso. Nella premessa Fanelli scrive: "I contenuti di questa relazione e i risultati che seguono hanno sostanzialmente lo scopo di riportare gli avvenimenti legati agli attacchi alle industrie del PVC da parte del Greenpeace da uno stato di valutazione emotiva ad un piano razionale nel quale i giudizi sono basati su dati tecnico scientifici oggettivi. Nessuna delle caratteristiche dei prodotti in PVC può portare ad un danno per la salute, prodotti in PVC come la maggior parte dei prodotti industriali sono sicuri nei limiti delle attuali regolamentazioni. Le caratteristiche di impatto ambientale dell’industria del PVC e dei suoi prodotti non giustificano nessun tipo di condanna all’estinzione, che sarebbe invece più opportuna per altri tipi di attività ad altissimo rischio di impatto ambientale. Nessuna delle accuse prese in considerazione da Greenpeace ha una base razionale di supporto, fondata su dati inequivocabili, che possa differenziare l’industria del PVC da altre industrie. Esistono sempre individui, organizzazioni che usano in buona fede o per il loro tornaconto personale delle scorciatoie per proporre i loro prodotti e servizi in sostituzione di quelli esistenti o di eliminare prodotti esistenti perché questi non possiedono caratteristiche ideologiche a loro gradite. Non si può non dissentire da questo modo di fare le cose, in generale la strategia in questi casi è quella di fare appello alla pubblica opinione attraverso la stampa, che comunque è molto attenta alle notizie che possono turbare lo status quo, la sensibilizzazione automatica da parte dei cittadini giustamente molto attenti a ciò che riguarda la propria salute e sicurezza. La pressione dell’opinione pubblica è tale in questi casi che le autorità preposte ai controlli sono in pratica obbligate a dare risposte, che non sempre coincidono con quelle degli organi di valutazione tecnica e scientifica, il risultato di tutto ciò è quello di disorientare l’opinione pubblica, che perde fiducia nelle istituzioni e nella capacità di chiedere a chi è delegato a farlo di prendere decisioni razionali di fronte ai problemi collettivi. Ancora più grave la deformazione della corretta percezione del rischio del cittadino che disinformato metterà sullo stesso piano il rischio reale, legato ad esempio all’abitudine al fumo con il rischio accettabile, legato all’esposizione ad additivi alimentari, che non può per definizione dar luogo a nessun effetto negativo reale. Nel nostro tempo in cui l’informazione è abbondante e disponibile a tutti è importante che le notizie che riguardano la salute dei cittadini siano pesate e comunicate correttamente, che le opinioni sempre rispettabili siano però presentate come tali e non come fatti indiscutibili, da prendere in considerazione a tutti i costi anche per mezzo di attività intimidatorie. I problemi vanno risolti con l’informazione corretta, con la ragionevolezza e con il consenso collettivo e non con la disinformazione e la prevaricazione". Mi permetto un’ipotesi mia personale, questo processo per me ha avuto un’origine chiaramente riconducibile all’associazione spettacolare quanto infondata tra due oggetti, industria del PVC e la diossina, per i quali nel vuoto dell’informazione razionale che doveva essere resa pubblica da chi ne aveva il dovere istituzionale si è creato uno stigma che ha poco a che fare con la Regione, che sia ulteriormente potenziato perché i due oggetti: industria del PVC e diossina, potevano essere ricondotti ad un’unica entità: il Petrolchimico di Marghera, da sempre oggetto, forse nel passato senza tutti i torti, di una formidabile ombra di negatività. In questo vuoto della ragione molti si sono buttati a capofitto per conseguire scopi nobili e meno nobili. Adesso concretizzerò il mio discorso perché farò una breve sintesi di quella che è stata la storia processuale della diossina, la storia di questo processo. Nel 1995, come è noto, Greenpeace preleva un campione di sedimento dicendo che proviene dal Lusore-Brentelle, lo va cioè a cercare proprio e solo dove poteva essere sin dall’inizio immaginata o sperata un’attribuzione al Petrolchimico delle produzioni del CVM, che in quegli anni erano oggetto di una compagnia denigratoria a livello mondiale da parte della stessa Greenpeace. In verità il campione risulterà prelevato nella Darsena della Rana e non nel Lusore-Brentelle e poi quel campione, come ha riconosciuto anche la dottoressa Stringher in dibattimento, presentava un’impronta del tutto anomala, che non è mai più stata trovata nei centinaia di campioni di sedimento prelevati negli anni seguenti. Esplode allora la bomba diossina, come ho detto, oggetto di stigma che nasce da un grave deficit di informazioni scientifiche, quella bomba è associata chissà perché fin dall’inizio solo e soltanto a quelle produzioni di CVM. In realtà la campagna di Greenpeace espressamente volta a criminalizzare l’industria del CVM e PVC viene presa sul serio da tutti, anche chiede dal dovere pubblico di essere informato e di informare. Chi doveva essere informato e doveva informare per esempio doveva sapere che pressoché tutte le fonti e sorgenti di diossina già disponibili all’epoca o non parlavano proprio della produzione di CVM, ovvero gli attribuivano al ruolo marginale, ad esempio la monografia IARC del 1997 sulla TCDD e gli altri congeneri contiene un capitolo relativo alle fonti di diossina, su queste fonti non viene neanche indicata l’industria del CVM; l’EPA fino al 2000, pur avendo preparato formidabile inventario di tutte le possibili, sono centinaia, fonti di diossine, sia civili che industriali, non era ancora in grado di individuare, accertare un fattore di emissione per le industrie del CVM. Quindi si sarebbe potuto fin dall’inizio facilmente poter immaginare qualche altra fonte o sorgente, visto che non esiste praticamente attività umana o civile che a certe condizioni non possa produrre diossina. Il Petrolchimico, e solo il Petrolchimico, viene posto letteralmente in stato di assedio poiché la diossina se la si va a cercare la si può trovare pressoché dovunque, anche a Fusina, viene trovato il famoso valore di 150 picogrammi dello scarico SI2, a quel punto che cosa succede? Si va a cercare in qualche archivio della Commissione Tossicologica Nazionale e si trova un parere, un parere emesso per una situazione del tutto diversa, che era l’emissione di diossina in un inceneritore in Toscana e si prova a sostenere che i 150 picogrammi eccedono, superano l’indicazione data in quel parere, tacendo al Tribunale, ma forse anche a se stessi, che quel parere, come è stato detto durante il controesame di Ferrari, molto seriamente indicava che qualunque estensione di quello che si diceva in quello scritto, di una situazione diversa da quella esaminata, era del tutto impropria, quel parere aveva un oggetto peculiare, riguardava una situazione, il parere non lo conosceva nessuno, nemmeno il Magistrato alle acque, Ferrari l’ha detto in udienza - "l’ho visto per la prima volta, l’ho scoperto per la prima volta nel 1995" - sbandierare il parere serviva anche a rimuovere l’evidenza che nessuna legge dello Stato aveva mai indicato con limite di concentrazione di diossina agli scarichi liquidi industriali. E` molto interessante in proposito rilevare che la dettagliata storia dei deficit normativi e relativi alle sostanze oggi vietate è contenuta nel parere allegato al Decreto Ministeriale del Ministero dell’Ambiente 26 maggio 1999, parere preparato da una task-force di cui facevano parte anche Rabitti e Zapponi. Che cosa succede poi? Si fa la prima campagna di prelievo, di analisi dei sedimenti, viene fatto dall’équipe di Domenico Baldassarri e Favelli, la consulenza in atti è la prima consulenza di Di Domenico sullo stato di contaminazione dei sedimenti, si scopre che il campione più contaminato da diossina, di gran lunga più contaminato da diossina si trova a Nord, lontano dal Petrolchimico, il campione CS60, mi pare. A quel punto che cosa ci si sarebbe aspettati? Che la seconda campagna di prelievo e di sedimenti per l’approfondire la situazione andasse soprattutto nella prima zona industriale, dove era stato trovato il campione più fortemente e gravemente contaminato e invece no, se voi leggere la premessa alla seconda relazione di Di Domenico gli stessi autori dicono di non aver fatto loro il campionamento, cioè la strategia di campionamento è stata scelta da altri, probabilmente da Ferrari, sta di fatto che si continua a cancellare solo e soltanto i canali intorno al Petrolchimico, si decide cioè di non andare a vedere nella prima zona industriale, dove pure c’era la contaminazione più rilevante, più importante, è a quel punto che Enichem visti i risultati della prima consulenza Di Domenico decide di affidare CNR, e quindi all’équipe di Frignani, il compito di aprire una rappresentazione con almeno maggiori elementi conoscitivi della situazione e è a quel punto, con quella relazione, che si scopre l’esistenza, ne parlerò poi nella seconda parte, di un imponente gradiente di concentrazione tra la prima e la seconda zona industriale, cioè la prima zona industriale è più contaminata rispetto alla seconda di ordini di grandezza, quei certificati analitici vengono messi a disposizione dell’autorità giudiziaria subito, i certificati analitici delle indagini del CNR, di Frignani, vengono messi a disposizione del Comune, ma lì per quanto ne sappiamo noi giacciono. Frignani viene sentito dal Pubblico Ministero, ma agli atti non si trova verbalizzazione, per tutti deve continuare ferma l’ipotesi che solo il Petrolchimico può essere stata la fonte nella contaminazione. Questo è per me un esempio realistico, concreto di quello che in letteratura viene definito l’eccesso di rischio associato alla percezione. La realtà è venuta fuori alla fine, è venuta fuori con il Decreto Ministeriale 26 maggio 1999, o meglio con il parere allegato a quel Decreto, in cui si riconosce che il Petrolchimico, che continua comunque a essere l’unica industria monitorata per quanto riguarda le diossine è un ridottissimo produttore di diossine, pochi milligrammi all’anno, nel 2000 l’EPA, dirimendo la questione che si era sollevata con Greenpeace, decide che i fattori di emissione di diossine dell’industria del CVM e PVC sono quelli che aveva indicato il Vinyl Institute e non quelli indicati da Greenpeace, la verità viene fuori, ma tarda a venire fuori e fa molta fatica ad emergere, anche nel processo. Affronto adesso la seconda parte di questa discussione, la parte relativa ai sedimenti, allo stato di contaminazione dei sedimenti e relativa poi al sottosuolo, al suolo e al sottosuolo del Petrolchimico e al problema dell’attribuibilità di questo fatto con tutte le riserve circa il rilievo penale che questo fatto possa avere, che ho esposto all’inizio, cioè l’attribuibilità a quali soggetti. L’ho appena detto, però il punto merita di essere approfondito, è ormai pacifico nel processo che esiste un formidabile gradiente di concentrazione nella contaminazione dei sedimenti della zona industriale per tutte le sostanze oggetto di dibattito processuale, microinquinanti, diossina, IPA, PCB, metalli pesanti, nei sedimenti della zona industriale la contaminazione diminuisce progressivamente man mano che si va da nord verso sud, via via cioè che ci si allontana dalla prima zona industriale e ci si avvicina al Petrolchimico, questi sono dati oggettivi, sui quali non esiste dissenso tra le parti. I livelli di contaminazione, talora anche davvero importanti dal punto di vista ambientali per tutti i parametri di interesse, si trovano nel cuore della prima zona industriale, soprattutto nei canali nord e Brentelle. Il canale Malamocco Marghera, che è il recettore primario dello scarico SM15, lo scarico principale del Petrolchimico, i cui sedimenti presentano livelli di concentrazione per tutti o quasi i parametri realizzati tra i più bassi tra quelli trovati nell’intera zona industriale, non lontani dai livelli normalmente attesi in zona impatto antropico moderato. A sud del Petrolchimico nei cosiddetti bassi fondali l’area che secondo l’accusa sarebbe influenzata dal fiume del SM15 i livelli di concentrazione delle sostanze soprattutto OCDD e OCDF trovate nei sedimenti tendono a essere sovrapponibili a livelli di background ambientale, siamo a tre ordini di grandezza sotto ai livelli trovati nella prima zona industriale. I valori cioè per diossine e furani si riducono a 64 mila nanogrammi/chilogrammo nella zona industriale a 19 nanogrammi/chilogrammo nell’area dei bassi fondali e questo è un dato che risulta dallo stesso dottor Ferrari nella quartultima figura da lui illustrata in aula. Che questo sia incontroverso e incontrovertibile risulta, oltre che dall’istruttoria dibattimentale, da diverse pubblicazioni promosse dal Consorzio Venezia Nuova che come sappiamo su incarico della Magistratura alle Acque di Venezia ha svolto un imponente lavoro di comprensione e di analisi. Per esempio il volume intitolato mappature dei fondali lagunari, è un documento depositato dalla difesa e che fu esibito a Ferrari, che è dirigente della Sezione Antinquinamento del Magistrato alle Acque, il quale però non lo conosceva; per la contaminazione da metalli pesanti basterebbe parlare del CD-Rom intitolato "Con l’acqua contro l’acqua", preparato sempre dal Consorzio Venezia Nuova; per il PCDD e PCDF il volume intitolato "Cronologia della contaminazione dei sedimenti della laguna di Venezia" del CNR. Ora questa situazione avrebbe dovuto suggerire, e questa situazione era nota, secondo i canoni del buon senso, una prima conclusione: le sorgenti della contaminazione si trovano laddove maggiore si è trovata la contaminazione. Poi c’è un altro fatto, descritto da Frignani e Bellucci, ma confermato anche da Marcomini nel 1999 e dalla linea C del programma 2023 del Consorzio Venezia Nuova, che la contaminazione sembra per lo più storica e addirittura antecedente alla nascita del Petrolchimico. Ora secondo la ricostruzione che l’istruttoria dibattimentale ha consentito di ultimare possiamo veramente dire che la contaminazione dei sementi ha avuto due sorgenti fondamentali: una sorgente primaria, costituita dagli scarichi idrici, diretti nei canali della prima zona industriale da parte delle aziende con tipologie produttive in grado di rilasciare quegli stessi contaminanti nei flussi in uscita e una sorgente secondaria, costituita dai rifiuti solidi delle stesse produzioni, che sono stati utilizzati per imbonire le aree della seconda zona industriale e che a causa dell’escavo dei canali sono finiti nei sedimenti. Questa conclusione che parrebbe, alla luce dei dati oggettivi sul gradiente di contaminazione e alla luce della storia della seconda zona industriale di Marghera, di una ovvietà quasi banale non è mai stata accettata neppure come ipotesi di lavoro per ragioni che è difficile comprendere, non solo non è stata accettata dalla pubblica accusa, ma almeno in questo processo non è stata neppure accettata dalle parti civili, Comune, Provincia, Regione, nonché Stato, Ministero dell’Ambiente, coloro cioè che commissionavano poi ad altri Enti i lavori, che confermavano questa situazione, eppure in questo processo questa verità non emergeva, non veniva fuori. E` pacifico ormai che nella prima zona industriale l’industrializzazione per scelte di politica pubblica legate a scale di valori diverse perché diverso era il momento storico, diverso era il tempo, è avvenuto in modo selvaggio nel più assoluto vuoto delle regole statuali e locali, almeno fino alla prima parte degli anni ’70. E’ inutile che io ricordi che il Piano Regolatore del Comune di Venezia fino ad un decennio fa stabiliva che la destinazione d’uso prevista per le aree di Marghera era quella di zona riservata alle industrie inquinanti, nocive per la salute delle persone. Che cosa abbiamo noi allora alla luce di queste evidenze? Abbiamo incaricato i nostri consulenti di cercare di capire quale poteva essere la situazione, cioè quale potesse essere stata, quali potessero essere state le tipologie di produzione effettivamente presenti nella prima zona industriale, che potevano aver prodotto la contaminazione accertata processualmente nei sedimenti. Siamo partiti da un riferimento di letteratura, che è al di là di ogni possibile sospetto, perché è una pubblicazione dell’agenzia per la protezione dell’ambiente e della Germania del 1889, abbiamo proposto l’argomento che sembrava di buon senso e che molte delle attività industriali già a partire dagli anni ‘20 del secolo, insediate nella prima zona industriale, avevano con altissima probabilità prodotta la contaminazione dei sedimenti accertata dal processo. Il Tribunale conosce benissimo questa relazione, per cui è del tutto inutile che la illustri, mi sta a cuore invece vedere che cosa è successo nel processo, quando l’evidenza di questa situazione, ripeto, conforme al buon senso è esplosa, sono state costruite per il processo e solo per il processo delle vere e proprie figure virtuali usate artificiosamente pur di poter rimuovere quello che non si voleva vedere. Le figure virtuali sono le autobotti, che dal Petrolchimico muovevano, secondo le accuse negli anni ‘60 e negli anni ‘70, verso i cavalcavia della prima zona industriale dove scaricavano centinaia di migliaia di peci clorurate, la cosiddetta impronta del cloro e poi i pozzetti del Petrolchimico. Queste sono vere costruzioni processuali e dirò brevemente perché non ho nessun riferimento con la realtà, servivano a mascherare l’ovvio, quello che non si voleva far vedere. Le autobotti interessano poco al periodo di gestione Enichem, ne parlo quindi di sfuggita, se non per cercare di cogliere quello che è stato il piano del discorso usato dai consulenti dell’accusa, io ho provato a stimare il volume complessivo dei sedimenti contaminati nel canale nord, nel canale Brentelle circa di un milione di metri cubi di materiale e supponendo che questo materiale è stato sversato con le autobotti, ciascuna delle quali ha una capacità di carico di circa 20 metri cubi, il numero di autobotti che sarebbero state utilizzate ammonterebbe a circa 50 mila, ci sarebbero state 50 mila autobotti che negli anni ‘60 e ‘70 nottetempo facevano la strada, arrivavano sul cavalcavia e scaricavano nel canale nord o nel canale Brentelle. Sono state autobotti fantasma perché nessuno, ma proprio nessuno le ha mai viste e la loro esistenza non è mai stata neppure documentata in alcuna delle ormai innumerevoli fonti storiche documentali che abbiamo sulla storia della zona industriale, eppure la confutazione delle ipotesi delle autobotti è facilissima, banale addirittura e qualche volta l’ovvietà degli argomenti sembra smascherare il rifiuto di coglierli, come dice la parola stessa, peci clorurate esse dovrebbero essere composte da sostanze clorurate, invece nei sedimenti dove sarebbero state scaricate le peci clorurate non si trovano sostanze clorurate. Abbiamo la controprova al contrario, nel canale Lusore-Brentelle, luogo di certo oggettivo scarico incontrollato dei residui di produzione del CVM e PVC fino agli anni ‘70 in profondità si trovano sì diossina con impronta diversa, ma si trovano anche i clorurati, in profondità, come è atteso. Sempre nel Lusore-Brentelle Frignani ha messo in luce, perché quello è stato uno dei pochissimi campioni che si sia riusciti a datare con sufficiente precisione, il campione C10 mi pare della relazione Frignani, ed è molto interessante quel campione perché si nota la stretta associazione esistente tra la diossina e il mercurio, si vede cioè che il picco della diossina coincide con il picco del mercurio e poi c’è un crollo verticale a partire dai primi anni ‘70 che coincide proprio esattamente con la chiusura degli scarichi nel Lusore-Brentelle, ma l’associazione tra diossine e mercurio in quelle situazioni di tipologia produttiva era attesa ed è stata provata. Le evidenze empiriche portano a concludere che la storia delle autobotti è una vera e propria finzione, una costruzione ad hoc. Vediamo la seconda, l’impronta del cloro, innanzitutto è chiaro anche all’accusa che nei sedimenti della zona industriale si trovano due distinte impronte, l’una esclusivamente nei sedimenti profondi del Lusore-Brentelle, l’altra abbastanza diffusa nell’intera zona industriale, seppur con il gradiente di concentrazione di cui ho detto. L’argomento proposto dall’accusa è che tutte le due impronte sono caratteristiche del Petrolchimico, che sarebbe in grado di marciare con diversi assetti produttivi, una volta producendo un tipo di impronta, un’altra volta un’impronta diversa, ora l’aspetto artificioso dell’argomento non sfugge neanche al primo sguardo, ma esso è anche inconsistente, facilmente smontabile, perché se fosse vero che il Petrolchimico marcia con diversi assetti che possono produrre diverse impronte di diossina nel Lusore-Brentelle, dove il Petrolchimico ha scaricato con tutti gli assetti possibili produttivi dagli anni ‘50 fino agli anni ‘70 dovremmo trovare traccia delle due impronte e così non è perché nel Lusore-Brentelle troviamo solo un tipo di impronta. E` interessante vedere come l’argomento delle impronte del cloro è diventato l’effimero dei più forti argomenti a sostegno della verità storica, l’impronta del cloro non equivale all’impronta del CVM, Bellucci ha spiegato che basta che ricorrano certe situazioni, certe condizioni e si produce diossina con quella particolare impronta, cioè non quella particolare distribuzione di congeneri, esistono cioè tipologie produttive diverse dalla produzione petrolchimica che non solo possono scaricare diossine con quella peculiare distribuzione di congeneri, cioè prevalenza di octafurani e presenza marginale di epta e poco altro, ma soprattutto, e questo era il dato più importante, quelle tipologie produttive possono scaricare quantità di diossine enormemente più elevate rispetto alle famigerate produzioni del CVM e sarebbe bastato anche per avere un’idea di questo esaminare l’inventario europeo delle diossine o anche quel primo inventario italiano delle diossine che faticosamente si sta preparando, per esempio l’industria della sintetizzazione dei metalli produce una quantità enormemente più alta di diossina, è un paradosso oggi che... no, purtroppo è una prova dell’ulteriore deficit, ritardo normativo del nostro Paese che ancora il Testo Unico sulle acque non stabilisca limiti di concentrazione agli scarichi per la diossina, non ci sono ancora limiti, vuol dire che in Italia esistono centinaia di industrie di sintetizzazione che possono liberalmente buttare nell’acqua diossina senza che ci sia alcun controllo, senza che ci sia alcun limite, Enichem è l’unico stabilimento in tutta Italia che deve rispettare quel limite. Cosa ha fatto la difesa allora? Ha cercato prima in letteratura la lavorazione dei metalli in grado di produrre diossina con quella specifica impronta, ha trovato il lavoro di Oebe sulla produzione di magnesio responsabile di un imponente contaminazione di furani in un fiordo norvegese, poi ha trovato proprio, realmente, la tipologia produttiva presente davvero nella prima zona industriale e soprattutto ha trovato la propria empirica di quello che asseriva e cioè la stretta associazione che si trova nei sedimenti del canale nord Brentelle tra diossina ed arsenico; arsenico faceva parte del ciclo produttivo di decuprazione delle ceneri di pirite, cioè di estrazione del rame dalle ceneri di pirite che contengono arsenico. Voi ricordate certamente la figura che mostrò Bellucci in dibattimento, si vedeva un’associazione strettissima tra la diossina ed arsenico, quella è la prova empirica, la prova seria, che quella era l’industria responsabile della contaminazione dei sedimenti dell’intera zona industriale, cioè di quella peculiare impronta, perché sono le due caratteristiche, la quantità immensa e la tipologia della distribuzione dei congeneri, cioè dell’impronta. Tutte le evidenze disponibili provano che quella che è stata chiamata l’impronta del cloro non è l’impronta del Petrolchimico, non è l’impronta del canale Brentelle, dove il Petrolchimico effettivamente ha scaricato, non è l’impronta del SM15 per quelle tracce di diossina trovate, non è neppure l’impronta dei pozzetti. Parlerò dei pozzetti all’interno del Petrolchimico come si sa benissimo Raccanelli prelevò dei campioni su pozzetti del sistema fognario del vecchio Petrolchimico e rami relativi ad aree che erano state chiuse da tempo, ora è abbastanza chiaro che anche Raccanelli voleva un risultato, voleva a tutti i costi trovare in quei pozzetti la prova di un’impronta di diossina in qualche cosa simile a quella della prima zona industriale e lo voleva così tanto da essersi dimenticato di presentare al Tribunale i risultati del campione numero 4, quello relativo ai fanghi su asta convogliante acque clorurate del reparto CV10/11, chiuso anni prima della gestione Enichem, ed è davvero una infelice combinazione per Raccanelli che proprio quell’impronta, che lui ha dimenticato di mostrare al Tribunale, fosse l’impronta più chiaramente lontana dall’impronta assimilabile a quella del canale nord e del canale Brentelle, era proprio l’impronta tipica del canale Lusore-Brentelle lui ha preferito non presentarla al Tribunale. Oggi non è possibile davvero capire quale sia la rilevanza delle acque dei fanghi raccolti in quei pozzetti lì rimasti per così tanto tempo, è altamente improbabile che quelle acque e quei fanghi siano realmente rappresentativi di acque reflue di processo, non solo perché i pozzetti raccolgono anche acqua piovana, ma anche perché raccolgono acque di lavaggio delle apparecchiature, che nelle fasi intermedie del ciclo produttivo possono essere cariche di prodotti che non si trovano affatto nello scarico finale. Foraboschi ha messo in luce che su campioni prelevati su diversi punti di percorso della stessa acqua una volta a monte e una volta a valle si trovavano impronte diverse, la stessa acqua, lo stesso percorso, il che è incomprensibile, oggettivamente incomprensibile. Ci sono poi importanti differenze tra le impronte che derivano dai risultati di laboratorio di Raccanelli e i risultati di altri laboratori, anche questo è incomprensibile, anche perché le differenze riguardano sempre le impronte che si voleva proprio a tutti i costi associare all’impronta della zona industriale. L’argomento decisivo però è ancora una volta un altro ed è un argomento empirico, di fatto, non ha a che fare con un concetto comunque di per sé nebuloso come quello dell’impronta, ma nei vecchi pozzetti del sistema fognario del Petrolchimico sono stati trovati composti organoclorurati come era ovvio ed ancora una volta nei sedimenti della zona industriale di cui parliamo i composti clorurati non si trovano mai associati alle diossine, segno che non è il Petrolchimico, tanto meno durante la gestione Enichem, a poter essere responsabile anche solo pro quota, pro infinitesima quota, della contaminazione da diossina che si trova tuttora nei sedimenti della zona industriale. Mi occupo adesso della questione legata alle deposizioni atmosferiche, quindi sempre del problema della contaminazione dei sedimenti, non più però per quanto riguarda la causa, non più da scarichi, ma bensì da deposizioni. Affronterò quindi Guerzoni e riconoscerò a Guerzoni quello che è suo, i risultati delle osservazioni di Guerzoni sono riassumibili dalle parole scritte proprio da lui nella relazione presentata per conto del Consorzio Venezia Nuova, ed è a pagina 24 della relazione finale, è una domanda che gli feci anche in controesame, e lui riconobbe la veridicità di questo dato. Aveva scritto Guerzoni che se confrontati coi dati di letteratura presi sia in zone rurali che urbane della Gran Bretagna i valori medi di PVC e diossine stimati per la Laguna di Venezia sembrano essere circa 10 volte più bassi, mentre i valori di EPA sono dello stesso ordine di grandezza. Ora 10 volte più bassi di dati misurati in zone rurali ed urbane, risultanti dalla letteratura. Questo significa che senza dover affrontare tutti gli altri temi sembra intuitivo che la questione delle deposizioni atmosferiche, secondo le misurazioni fatte dallo stesso Guerzoni, ha un ruolo del tutto trascurabile nella contaminazione dei sedimenti; ciò risulta da Guerzoni stesso. Ora Vighi nella sua relazione si era limitato ad elaborare, usando un modello tecnico, un modello matematico di uso comune, ad elaborare i dati empirici risultanti dalle misurazioni fatte da Guerzoni, e ha ottenuto dei risultati, che non potevano non corrispondere a quello che lo stesso Guerzoni aveva scritto nella sua relazione. Non poteva essere diversamente perché due consulenti avevano usato gli stessi dati empirici. Vighi, nella sua relazione, ha fatto anche delle ipotesi deliberatamente irrealistiche, per esempio ha immaginato che il cento per cento del follow-out atmosferico si depositasse nei sedimenti senza alcuna dispersione; anche in questo caso l’insignificanza della deposizione nei sedimenti risultava evidente. A proposito di Guerzoni ho letto che per fare le sue misurazioni egli ha usato dei posimetri ricoperti di PVC, voglio dire che la cosa mi ha colpito a livello puramente emotivo. Se questa è la base, cioè la base empirica del problema deposizioni atmosferiche sui sedimenti della Laguna, secondo lo stesso Guerzoni, ecco su questa base di leggerezza insostenibile perché l’irrilevanza del contributo è stato ammesso dallo stesso consulente dell’accusa, sono state fatte delle speculazioni, sono state costruite altre figure. Confesso che per me è ancora straordinario che soltanto immaginare che a seguito delle emissioni di CVM puro dai camini di EVC del luglio del 98 il CVM trovato al suolo in concentrazioni infinitesime nella zona di Malcontenta, perché agli atti voi avete il documento con le misurazioni che ha fatto la Provincia, delle concentrazioni di CVM in uscita quel giorno, sono concentrazioni bassissime, inferiori a 0,01 parte per milione le punte di picco nella zona di Malcontenta, legate quindi ad un episodio incidentale di rilievo, quindi misurazioni oggettive. Ecco, per me è ancora straordinario, devo dire la verità, che la diossina che nessuno ha misurato quel giorno in uscita dai camini del Petrolchimico, possa essersi staccata dal CVM, che si è depositata a Malcontenta e di essere andato verso il centro storico. Non l’ho ancora compreso, ma può darsi che abbia ragione Guerzoni, non ne ho alcuna idea. Devo dire che Guerzoni quando aveva formulato quell’ipotesi non conosceva l’impronta della diossina che può uscire dai camini del Petrolchimico, perché non è affatto detto che l’impronta dell’emissione atmosferica debba coincidere con l’impronta dello scarico liquido, anzi sono due impronte diverse, Foraboschi lo ha scritto, lo ha detto. L’impronta dell’uscita di diossina dai camini è diversa, può darsi che non ci sia la prevalenza di octafurani tipica, può essere del tutto differente. Ma la cosa più importante è che sempre nella relazione 20 e 23 di Guerzoni si vedeva con chiarezza che lo stesso Guerzoni aveva trovato anche lui una importante associazione fra diossina nei sedimenti ed arsenico, cioè la stessa associazione trovata nei sedimenti della prima zona industriale che Bellucci e Colombo hanno ascritto a una specifica tipologia produttiva. Ma gli argomenti di sostanza su questi punti sono ben altri, è ovvio. Per esempio Foraboschi ha detto, e nessuno lo ha confutato, che l’emissione di PCDD e PCDF da parte degli impianti di incenerimento presenti nello stabilimento Petrolchimico e di Marghera sono largamente al di sotto dei limiti previsti dalle attuali normative. In secondo luogo, messi a confronto i dati di emissione e i conseguenti dati di deposizione al suolo di PCDD e PCDF, EPA e mercurio riportati nel decreto ministeriale 26/5/99, derivanti dall’impianto di incenerimento di rifiuti solidi urbani e dalle centrali termoelettriche Enel, Edison e (Fren) e quelle del Petrolchimico e di Marghera si otteneva che le emissioni, il contributo dell’impianto di incenerimento del Petrolchimico, rispettoso dei limiti di legge, era circa tre volte minore per gli EPA, 100 volte minore per PCDD e PCDF, 800 volte minore per il mercurio. E la ricaduta in laguna per il contributo dell’impianto di incenerimento dei rifiuti urbani e delle centrali termoelettriche rispetto a quello dello stabilimento Petrolchimico era circa 6 volte maggiore per gli EPA, 140 volte superiore per le diossine, 1300 volte superiore per il mercurio. Io mi fermerei qui, Presidente, e poi affronterò rapidamente le altre parti che mi mancano.

 

Presidente: va bene, allora ci rivediamo alle tre. Siamo rimasti in pochi avvocato Santamaria, prego.

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

Avvocato Santamaria: debbo trattare ora quelle che io all’inizio ho definito le fonti secondarie di contaminazione dei sedimenti, nonché soprattutto del sottosuolo della seconda zona industriale e in particolare del Petrolchimico e della falda. Ora è ormai, credo pacificamente provato, che il sottosuolo su cui è stato costruito il Petrolchimico è costituito pressoché interamente di materiale di riporto, di provenienza varia, anche e soprattutto dei rifiuti industriali originati dagli scarti della prima zona industriale. Ora lo scarico sistematico, imponente di materiale contaminato nell’area del Petrolchimico l’abbiamo appreso, è stato programmato e pianificato, effettuato e consentito dallo Stato, sulla base di atti amministrativi, parte dei quali sono stati acquisiti al processo e confermati anche dal teste Chiozzotto. Questa è storia, e la documentazione pubblica di provenienza dello Stato, la cosiddetta convenzione Levi della Regione anche, il Piano direttore 2000 della Provincia e del Comune, l’analisi di rischio 43 ettari attesta, senza possibili dubbi, la veridicità di questa storia. La necessità di questo gigantesco trasferimento di materiale è storicamente dato dalla necessità di colmare l’area che originariamente era barenosa, sottostante il livello del mare, cioè nell’area come era in origine non si sarebbe neanche potuto pensare di costruire qualcosa, tanto meno un Petrolchimico. Si è dovuto quindi costruire il suolo e il sottosuolo, portarlo lì materialmente e poi sopra farci il Petrolchimico. Il tracciante principale di quello che è stato lo scarico di rifiuti industriali provenienti dalla prima zona industriale alla seconda è costituito dai cosiddetti fanghi rossi. Poiché si tratta di fanghi che sono appunto colorati, e la loro pervasiva, facilmente visibile presenza in tutta la seconda zona industriale non è stata negata da nessuno. Sappiamo che i fanghi rossi sono il residuo della produzione di alluminio che ha avuto nel passato in questa zona industriale un’eccezionale importanza produttiva, sia nella prima che nella seconda zona industriale, numerose industrie producevano alluminio e scaricavano liberamente i loro rifiuti. L’alone rosso, che abbiamo visto anche la fotografia, circondare fino al 1997 inoltrato l’Isola delle Trezze, che è prospiciente lo scarico SM-15, isola letteralmente costruita con i rifiuti e rende in qualche modo inspiegabile il fatto che il Pubblico Ministero abbia contestato quest’area nel capo di imputazione, nell’integrazione al capo di imputazione. Abbiamo saputo dal teste Chiozzotto qualcosa che prima non sapevamo, per esempio che esistevano tubazioni che portavano fanghi rossi dell’industria produttrice di alluminio alla confinante area 43 ettari, tubazioni che dovrebbero essere ancora esistenti. L’area 43 ettari è prospiciente il canale sud, di cui abbiamo sentito parlare a lungo perché è nel canale sud che viene effettuata prevalentemente la pesca abusiva di mitili, e la presenza imponente di fanghi rossi che attraverso l’erosione vengono sistematicamente ed erano sistematicamente rilasciati in laguna non è stata da alcuno posta in dubbio. I nostri consulenti, come sa bene il Tribunale, hanno prelevato dei campioni di sedimento e di mitili proprio sulle sponde del canale sud, cioè proprio nella zona dove vivono i mitili che sono oggetto prevalentemente di pesca abusiva, e il teste Spoladori ci ha confermato che sostanzialmente la pesca abusiva nella zona industriale avviene lì, perché lì crescono le vongole. Ora le analisi che abbiamo presentato al Tribunale, consentendo anche alla controparte, qualora lo avesse voluto, di fare tutte le controanalisi possibili hanno rivelato in qualche modo sorprendentemente anche per noi, perché non ce lo aspettavamo, la presenza di, e il Tribunale lo sa bene, di diossina con un’impronta che ancora una volta è un’impronta caratteristica quella che si trova nella zona industriale. A questo punto il Pubblico Ministero, di fronte a questa evidenza, mentre non ha neppure fatto il tentativo di confutare né lui né tramite i suoi consulenti quella fonte originaria di contaminazione da diossina esistente nella prima zona industriale, quella di cui abbiamo parlato stamattina, ha provato invece a cercare di argomentare sulla questione dei fanghi rossi, e la conclusione del Pubblico Ministero, con tutto il rispetto, sono veramente singolari perché a sentire lui i fanghi rossi non sono fanghi rossi, le diossine in esse contenute non derivano dall’elaborazione dell’alluminio ma dal Petrolchimico come al solito. I fanghi rossi sarebbero stati mischiati con le solite peci clorurate. E` stata negata l’evidenza, si è invocata una sorta di affinità elettiva chimica, la diossina che va sui fanghi rossi ma per altrettante strane ragioni di repulsione elettiva si slega dai composti clorurati, è stata inventata una sorta di nuova creatura chimica, le peci rosse di diossina, che sarebbero clorurate anche se non ci sono i clorurati, e deriverebbero comunque dal Petrolchimico, hanno l’alluminio ma non deriverebbero dalla produzione dell’alluminio, è un gioco stranissimo, molto singolare. Ora sia Colombo che Bellucci avevano detto chiaramente al Tribunale che il processo Bayer usato dalla Sav, secondo quello che risulta, non dovrebbe essere produttore di diossina, anche per questo il risultato trovato era un fatto sorprendente. Quindi non c’era bisogno che lo ricordasse il Pubblico Ministero, in qualche modo era una cosa che avevamo già detto noi. Quello che però non ha detto il Pubblico Ministero, che i nostri consulenti avevano anche riferito dell’esistenza di un altro processo produttivo, cosiddetto (Aglund), usato da altre aziende produttrici di alluminio a Marghera, che secondo le informazioni di letteratura di cui disponiamo, sembrerebbe avere tutti i requisiti, più volte descritti, per formare PCDDF con quella caratteristica impronta. Del resto siamo anche qui, come su molte questioni oggetto di questo secondo capo di imputazione, in un continuo divenire di conoscenze. Per esempio l’ultimo inventario dell’EPA sulle fonti e sulle sorgenti di diossina ammette che ci sono molte altre fonti da trovare, molte altre sorgenti non ancora scoperte. E quindi le informazioni che abbiamo sono quelle che abbiamo dato al Tribunale, ma si tratta di materia in continua evoluzione e può darsi che la scoperta qui fatta possa essere d’aiuto a chi poi dovrà stabilire con esattezza e con accuratezza le origini della contaminazione di questa zona. Ora è stata citata alla fine del dibattimento l’indagine del Consorzio Basi 2000, commissionata dall’Enichem, proprio per rispettare un obbligo legislativo di caratterizzazione del suolo vigente nell’ordinamento dal 1997. Ora proprio questa indagine ha dato la prova che la contaminazione del sottosuolo dello stabilimento coincide quasi totalmente con la estensione del materiale di riporto. Fa eccezione a questa situazione di carattere generale solo il primo metro dello spessore del materiale di riporto, il quale, come descritto anche dalla Convenzione Levi, doveva essere di buona qualità per permettere un futuro uso agricolo delle aree. Il primo metro, ma il sottosuolo coincide pressoché totalmente con l’area di riporto, ma anche il Pubblico Ministero nella requisitoria ha parlato di riporto, di materiale di riporto. E in qualche modo l’indagine geologica del 2000 ha proprio reso evidente l’attribuibilità senza altri aggettivi a dati della Pubblica amministrazione, di quella che è stata, ed è stata accertata oggi, come una grave, forte contaminazione del sottosuolo del Petrolchimico. Probabilmente a questa situazione generale, cioè il riporto si devono aggiungere anche quelle altre aree del sottosuolo dello stabilimento, ove sono stati interrati rifiuti della produzione del Petrolchimico, fatto attribuibile a gestioni del Petrolchimico degli anni ‘60 e ‘70, ovviamente cui Enichem è del tutto estranea. Cioè Enichem si è trovata a sapere nel 2000 dopo queste indagini di essere proprietaria di un Petrolchimico che è stato costruito sui rifiuti, dopo avere appreso da indagini precedenti, che i rifiuti erano stati interrati in zone sporadiche. Ecco, è venuta a conoscenza di tutto ciò proprietaria del Petrolchimico dall’inizio del 1990. E come il Tribunale sa benissimo, e come il professor Francani ha descritto ampiamente, le indagini di caratterizzazione, di studio e di analisi sono iniziate ben prima delle indagini giudiziarie, ben prima degli stessi obblighi di legge, e hanno prodotto quello che all’inizio della mia discussione dicevo era già un notevole risultato, cioè una considerevole riduzione del danno. Ora è evidente che in questa situazione così particolare, cioè di un Petrolchimico costruito su uno strato intero di riporto sarebbe stato difficile immaginare che ciò non avrebbe comportato la contaminazione della falda sottostante il caranto. Io non parlerò dell’acqua di superficie, perché con tutti gli sforzi di buona volontà, non è davvero possibile assimilare quella pozzanghera di acqua mescolata ai rifiuti del riporto a una falda, si tratta di acqua stagnante immobile che evapora d’estate, è acqua piovana, acqua piovana mescolata al rifiuto; non va da nessuna parte, è immobile, non è nulla. La falda vera e propria è quella sottostante il caranto. Dimenticavo di dire che durante le operazioni di escavo dei canali industriali è stata anche asportata una parte del caranto. Quindi quella parte di protezione della falda è stata asportata ovviamente non certo da Enichem, ma è stata asportata storicamente durante operazioni che in quel momento avevano lo scopo semplicemente di rendere possibile l’esistenza di una seconda zona industriale a Marghera. Tutto questo ha comportato oggettivamente una situazione di contaminazione della falda sottostante il Petrolchimico. Ora di questa falda che cosa si può dire? Che cosa abbiamo accertato? Come dicevo all’inizio, il percorso di questa falda, come quello di tutte o quasi le acque, è quello di andare da monte verso mare. Questa falda non fa eccezione, quest’acqua non fa eccezione, non esce quindi dai confini del Petrolchimico per andare ad interessare zone esterne dove potrebbero esistere dei pozzi usati per qualsiasi tipo di scopo. D’altra parte è una falda anche, ed anche questo ormai è pacifico nel processo, che per fortuna ha un andamento così lento, ha una velocità così bassa per cui i contaminanti che si trovano nella falda stessa, per l’effetto ulteriore del ritardo dovuto alla loro presenza nella falda, hanno un tempo di percorrenza e un tempo di ipotetico arrivo, ovviamente in quantità pressoché trascurabile nella laguna, lentissimo. Non mi pare che siano contestati i dati che Francani ha portato circa la velocità della falda e circa la velocità di possibile trasferimento di contaminanti in laguna. Anzi, è vero il contrario, perché sono dati che gli atti pubblici disponibili confermano, ma in fondo anche il teste Chiozzotto lo ha confermato quando ha detto che si trattava di una falda dal punto di vista idraulico, poco importante. Secondo i calcoli che ha fatto il nostro consulente, e non smentiti, è probabile che non sia arrivato pressoché nulla in laguna da questa falda nel periodo di gestione Enichem, qualora vi fosse arrivato qualcosa sarebbe veramente del tutto ed assolutamente trascurabile. Certamente non vi è arrivata la diossina che per ragioni proprie è immobile. Ci sono state poi delle inesattezze che il Pubblico Ministero ha fatto durante la sua requisitoria, per esempio l’argilla tra la prima e la seconda falda è continua e separa idraulicamente i corpi idrici, questo vuol dire che la seconda falda, quella più importante, è protetta, è protetta e non è contaminata e non è neppure contaminabile. A proposito delle analisi relative ai pozzi esterni ho pochissimo da dire, avevo già parlato in un’udienza, il Pubblico Ministero ha ritenuto di doverne comunque fare cenno, io non ne farò cenno, e in un certo senso è anche meglio così, è meglio non parlarne proprio. Però agli atti abbiamo dei certificati analitici relativi ai pozzi, ad alcuni pozzi fuori dal Petrolchimico, sono disponibili perché il Corpo Forestale dello Stato nel 1995 su delega del Pubblico Ministero ha fatto questa indagine, e i risultati sono agli atti, quei pozzi non erano risultati contaminati e non è vero, quello che dice il Pubblico Ministero, cioè che le analisi dell’ultima ora, le analisi dell’aprile 2001, cioè chissà poi perché commissionate proprio alla fine del processo, avrebbero riguardato soltanto parametri differenti. No, non è vero, ci sono alcuni parametri che sono proprio solventi clorurati che erano stati analizzati anche nel ‘95 e non era stata trovata traccia in nessuno dei pozzi. E si badi che alcuni dei pozzi esaminati nel ‘95 sono molto vicini ai pozzi censiti ed esaminati nel 2001. Per cui non vi è davvero alcuna prova di una contaminazione effettiva di pozzi esterni al Petrolchimico. E in effetti dal Petrolchimico nulla certo potrebbe essere arrivato, l’eventuale origine di eventuali contaminazioni non provate della falda esterna, ah, si tratterebbe di indagare quali possano essere le fonti, se davvero ci fosse questa contaminazione, bisognerebbe studiare per esempio la vicinanza o meno di questi pozzi con discariche, quanto sono vicine e quanto sono lontane. C’è corrispondenza fra la tipologia di rifiuto trovata nelle discariche esterne e la tipologia di contaminante eventualmente presente nella falda o nei pozzi? Non c’è nessuna prova, ci sono molte attività civili e industriali a monte diverse dalle discariche, che possono tranquillamente aver prodotto per percolamento contaminazione. Come si fa, qualora proprio si volesse ritenere anche solo l’ipotesi, la possibilità di una contaminazione di quei pozzi, che comunque interesserebbe poco o nulla Enichem, e bisognerebbe indagarne la causa, l’origine. Nulla è stato fatto, se non quella campagna analitica dell’ultima ora così anomala e così sospetta da spingerci a rapide controanalisi che hanno dato i risultati che il Tribunale conosce benissimo. Ho già parlato rapidamente dell’assoluta inconsistenza di qualunque rimprovero che possa essere mosso alla gestione Enichem del Petrolchimico per quanto riguarda le opere di caratterizzazione, studio e messa in sicurezza, essendo pacifico che a nessun imputato Enichem può essere rimproverato alcunché rispetto a condotte attive di contributo di formazione di questa situazione che ho prima descritto. Ho detto in premessa che Francani ha mostrato al Tribunale un documento di rilievo importante perché il Superfand è un programma dell’EPA, che è proprio destinato a gestire il disinquinamento di migliaia di siti americani, di migliaia di luoghi americani. Ed è un programma imponente con una disponibilità di fondi immensa, e quel documento in tema del Superfand ha realisticamente calcolato i tempi medi che ci vogliono per studiare, gestire e provare a mettere in sicurezza una zona di estensione paragonabile a quella di cui stiamo parlando, la cui complessità anche idrogeologica è stata ben descritta dal professor Francani. I tempi sono davvero i tempi che Enichem si è data ed è riuscita a rispettare, l’accusa di ritardo, ritardo poi rispetto a che cosa? Quale sarebbe il parametro temporale di riferimento? Ritardo rispetto ad un giorno, un anno, dieci anni, quindici anni, quando inizia il ritardo in ipotesi penalmente rilevante? In base a quali parametri normativi? Non certo quelli della buona tecnica, perché quelli della buona tecnica sono quelli che abbiamo indicato noi e nessuno li ha contraddetti, nessuno, nessuno ha portato alcunché in senso contrario. Resta quindi sul tappeto la domanda su questa parte almeno perché mai sia stata coinvolta Enichem, che cosa c’entri Enichem che a tutto vedere sembra più parte offesa che altro in tutto questo, oggi proprietaria di un terreno, e ciò malgrado Enichem si è obbligata, come ben sa il Tribunale, a investire ingentissime risorse per fare la sua parte nel disinquinamento, nella bonifica, a fare la sua parte malgrado, malgrado tutto quello che ho detto e che non vado a ripetere. Avevo promesso di trattare rapidamente il tema del protocollo del 1993 per quanto riguarda i criteri di qualità dei sedimenti. Lo farò davvero brevissimamente soltanto per mettere in luce che anche su questo piano c’è stata una forma di disattenzione da parte dei consulenti dell’accusa, nel presentare e nell’usare questo protocollo. Rammento per esempio che, l’ho già detto all’inizio, che oggi in Italia di criteri normativi, di valutazione dei sedimenti marini non esistono, non esistono, come invece esistono criteri di valutazione e di accettabilità della contaminazione dei suoli entrata in vigore in tempi recentissimi e impropriamente usati dal Pubblico Ministero come parametro normativo di riferimento delle condotte degli imputati perché si tratta di parametri successivi. Per quanto riguarda i sedimenti noto che quando ci fu l’accertamento irripetibile ai sensi dell’articolo 360, i consulenti del Pubblico Ministero, Cesana e Micheletti, avevano usato come riferimento le leggi olandesi, perché sapevano che non avevano a disposizione dei parametri facilmente affidabili, chiari. I risultati di quel confronto erano interessanti perché otto campioni su dieci erano risultati, secondo quei parametri, non contaminati e soprattutto i campioni di sedimenti vicini all’SM-15, secondo quei parametri normativi indicati originariamente, non sarebbero neanche stati considerati contaminati. Poi con i consulenti si sono presentati al Tribunale, inaspettatamente, almeno per chi aveva letto quell’accertamento irripetibile, e sono state cambiate le regole del gioco in corsa. I consulenti non hanno più presentato quel parametro di riferimento e hanno invece deciso di presentare il protocollo del ‘93, che pure certamente conoscevano quando avevano svolto l’accertamento irripetibile. Ora dico cose che il Tribunale sa benissimo, ma che l’uso di quel protocollo sia stato improprio ed anche mistificatorio è evidente, è improprio perché il protocollo del ‘93 regolamenta i criteri così di mobilizzazione in laguna di sedimenti che sono già stati dragati, e che devono essere trasportati in altre zone della laguna. Cioè, mentre in alcune parti della laguna di sedimenti ce n’è troppo e quindi va tolto, in altre parti della laguna, per i fenomeni erosivi in atto di sedimento ce n’è troppo poco e quindi ci va portato. Dovendo fare questo tipo di operazione, è naturale che si stabilissero dei criteri per decidere dove e come allocare i sedimenti che erano stati dragati dalle zone da cui dovevano essere dragati. Quindi nel ‘93 nulla, nulla proprio faceva pensare che questo protocollo potesse essere un giorno impiegato addirittura come criterio normativo di valutazione della qualità dei sedimenti. E` tutto il contrario. Lo stesso Consorzio Venezia Nuova, come è stato detto da Colombo e Bellucci, ha scritto a chiare lettere che quel protocollo non costituisce criterio di accettabilità della contaminazione. Ecco, però c’è stato anche qualcos’altro, l’uso non è stato solo improprio, ma è stato anche poco corretto, perché non è stato detto con chiarezza che il protocollo del ‘93 non conteneva alcuna indicazione per le diossine, non diceva nulla. E` stata soltanto una lettera aggiuntiva del Ministero dell’ambiente del dicembre del ‘95 ad avere aggiunto qualche cenno al parametro diossina, ma non è neanche vero che quella lettera aggiuntiva del dicembre ‘95 dicesse, come invece ha suggerito Ferrari, che il limite posto per la diossina fosse addirittura di 0,49 picogrammi per chilo, perché questo ha detto il dottor Ferrari, non era vero. Perché la lettera del ‘95 stabiliva che il limite superiore per la collocazione dei sedimenti nei siti lagunari era pari al valore 10 volte inferiore la concentrazione limite fissata per le diossine dalla delibera dell’84, un valore enormemente più alto dei 0,49 picogrammi/chilo di cui ha parlato Ferrari, eppure questo non è stato detto. Se davvero si volessero usare quelle classi, le classi A, B e C in questo processo arriveremmo a conclusioni assolutamente paradossali, e questa è una ragione in più per cui quelle non possono essere usate. Sappiamo che oggi esistono criteri di accettabilità della contaminazione dei suoli emanati, seppur con straordinario ritardo, in esecuzione dei decreti Ronchi del ‘97. I criteri di accettabilità per i suoli sono stati razionalmente diversificati a seconda della destinazione d’uso del suolo. Ecco, se noi volessimo usare le classi A, B e C del protocollo capiterebbe una cosa strana, capiterebbe che un sedimento, e sto parlando di un sedimento marino, che presenti concentrazione di contaminanti in eccesso rispetto a quello stabilito dalla classe A, e talvolta anche rispetto alla classe B, se confrontato con i limiti di accettabilità previsti dai decreti attuativi del Ronchi, potrebbe costituire un suolo destinato ad uso verde, cioè un suolo sul quale legittimamente potrebbe essere consentito il gioco dei bimbi. Un sedimento di classe A o di classe B per la maggior parte dei parametri previsti dal protocollo del ‘93 se confrontati con il parametro dei decreti attuativi Ronchi porterebbe a queste assurde conclusioni. Che un sedimento diventerebbe addirittura, come qualcuno ha cercato di fare, oggetto di una fattispecie penalmente rilevante, addirittura di disastro o chissà cosa, quando quello stesso sedimento come suolo sarebbe un suolo destinato ad uso verde, dove i bimbi potrebbero giocare. E poi ci sarebbe un altro paradosso, tutti o quasi i sedimenti della zona, non solo della zona industriale ma anche del centro storico di Venezia eccedono per alcuni parametri la classe A, e spesso la classe B, se quello fosse un criterio di valutazione della qualità dei sedimenti allora bisognerebbe asportare da subito intero il centro storico di Venezia, tutti i sedimenti del centro storico di Venezia e dovremmo trasportarli tutti all’Isola delle Trezze. Sono conclusioni grottesche, ma a queste si arriva usando in un modo improprio quel protocollo. Mi ero ripromesso di trattare anche la questione della diluizione, ma ne ha parlato stamattina il professor Pulitanò, come anche la questione dei quantitativi dello scarico. Già stamattina ha fatto quell’aggiunta, che poi tradurremo in un documento che depositeremo al Tribunale, cioè quel calcolo che abbiamo fatto di confronto fra quantità giuridicamente consentite che si ottiene semplicemente moltiplicando la concentrazione consentita per la portata massima dello scarico autorizzata dal Magistrato alle acque, confrontata questa quantità con la quantità effettiva, cioè con le concentrazioni reali medie moltiplicate sempre per la portata massima dello scarico. Abbiamo immaginato cioè un Petrolchimico capace di viaggiare sempre nel rispetto dei limiti puntuali, anche se di un pelo, e un Petrolchimico come quello reale che invece poteva avere degli inconvenienti gestionali, dei problemi di vario tipo, ma che era in grado di marciare globalmente a concentrazioni molto inferiori ai limiti previsti dalle tabelle. Mettendo a confronto semplicemente le due quantità, perché stiamo parlando di effetto sul corpo ricettore e non stiamo parlando di puntuali superamenti, si vede che la quantità giuridicamente consentita è superiore e di molto alla quantità effettiva. Questo ovviamente non significa che, come anche il Presidente aveva riconosciuto, non vi fosse in qualche modo consenso fra i consulenti delle parti circa l’esistenza di quegli superamenti che sono stati trovati. Il problema però è un altro in questa sede. Cioè quello dell’impatto sui sedimenti, e a questo fine l’unico calcolo serio che si può fare è quello relativo alla quantità, e non quello relativo alle concentrazioni puntuali. Io a questo punto tratterei del primo capo di imputazione, cercando di ritagliarmi uno spazio per non dover ripetere cose già dette prima e cose che verranno dette anche successivamente. Io cercherò di parlare esclusivamente delle evidenze oggettive esistenti relative alle basse esposizioni e alla comparsa di angiosarcomi; cercherò di essere dettagliato, forse più di quanto non sia stato fatto, per dare il miglior contributo possibile su questo tema. Dividerò la trattazione in due parti. Dapprima esaminerò le evidenze epidemiologiche, quindi le evidenze osservazionali della coorte di Marghera, quella risultante da tutti gli altri studi epidemiologici esistenti, e in particolare di uno studio che andrò a indicare precisamente al Tribunale. Dopodiché mi occuperò della parte relativa al monitoraggio, tuttora in atto, sulle decine di migliaia di lavoratori tutt’oggi impiegati nel mondo, nelle industria del CVM e del PVC, per vedere quali sono i risultati di questo monitoraggio. Il Tribunale sa benissimo, e comincio con la coorte di Marghera, che Comba e Pirastu non hanno presentato al Tribunale una specifica analisi di mortalità per esposizione cumulativa. Il Tribunale sa che Word 2000, cioè l’aggiornamento dello studio multicentrico europeo ha elaborato delle matrici mansione ed esposizione, dette J ed M, e delle classificazioni dei diversi livelli di esposizione detti R, L e E, analizzando la mortalità della coorte multicentrica anche per queste variabili. Ora visto che lo studio di Word ha incluso anche la coorte di Marghera, è chiaro che una specifica analisi per esposizione cumulativa per la nostra coorte sarebbe stata tecnicamente fattibile. L’unica indagine che a me risulti, che abbiano fatto Comba e Pirastu, è un’indagine di mortalità per latenza, con i risultati che il Tribunale conosce, risultati negativi, soprattutto per quanto riguarda il tumore del polmone. Avrebbero potuto fare analisi per esposizione cumulativa, non sono state fatte. Le informazioni oggettive che noi abbiamo riguardo la coorte di Marghera derivano dallo studio di Martinez. E i risultati sono noti al Tribunale: tutti gli angiosarcomi epatici apparsi nella coorte di Marghera sono stati classificati nella categoria di esposizione oltre i 1650 PPM di esposizione cumulativa. In realtà, dalla relazione di consulenza depositata il 20/4/2001, si apprende che il livello minimo di esposizione cumulativa a CVM che ha indotto un angiosarcoma nella nostra coorte, è di 3600 parti per milione. Il Pubblico Ministero ha fatto cenno al caso di Fiorin Fiorenzo, dicendo che qualche parte l’avrebbe assimilato ad un caso di bassa esposizione, ma si tratta di un errore. Fiorin Fiorenzo ha lavorato, come il Tribunale sa, sperimentando alte esposizioni, è stato assistente di giornata al CV3 dal ‘53 al ‘58 e poi è assistente di collegamento al CV14 fino al ‘76. Ora questo numero 3600 PPM è certamente sottostimato. Infatti la classe di esposizione che Martinez ha utilizzato era oltre 500 PPM, che è stata considerata come equivalente a 500 PPM, quindi diciamo è stata un po’ volontariamente ridotta. Il valore di 3600 PPM deve essere considerato come oltre 3600 PPM, e il Pubblico Ministero ha sempre rimarcato che i livelli indicati nella matrice mansione-esposizione erano ottimistici perché sono dati dell’azienda, ha sempre detto. Se il Pubblico Ministero avesse ragione il numero di oltre 3600 PPM dovrebbe essere considerato ancora molto molto più alto, il che è altamente verosimile, per quanto sappiamo, delle esposizioni che possono avere sperimentato i lavoratori della coorte di Marghera, come tutte o quasi le coorti del mondo, negli anni passati. Non ricordo al Tribunale la conclusione di Martinez che è stata espressa in termini chiari, io ho trovato una associazione positiva fra alta esposizione ed angiosarcoma, mentre nel gruppo media esposizione non siamo riusciti a dimostrare un rischio aumentato - questo ha detto Martinez in aula. Poi Martinez ha mosso un’obiezione a Zocchetti che gli faceva notare questo suo dato oggettivo. Martinez ha detto: "Il mio studio non intendeva misurare il rischio alle basse dosi". E` un’obiezione che in qualche modo lascia stupiti perché viene da chiedersi: come mai non gli sia stato dato questo incarico, forse non era rilevante oppure era inutile perché il risultato sarebbe stato scontato. Quello che conta è che Martinez non ha osservato, perché non ce ne sono stati, casi di angiosarcoma sotto il livello di esposizione cumulativa che egli ha indicato, e che è appunto ottimisticamente di oltre 3600 PPM, ma molto verosimilmente assai più alto. Quello che mi preme sottolineare è che i risultati della coorte di Marghera sono del tutto corrispondenti all’osservazione epidemiologica condotta in tutto il mondo. Sulla rivista Epathology del 1999 è stato pubblicato un abstract che è agli atti con traduzione di un gruppo di ricercatori Fort, Wrangler ed altri; il titolo del lavoro è Evidenza empirica che l’angiosarcoma del fegato causato da esposizione a CVM ha una soglia relativamente alta negli esseri umani. Questo studio aveva analizzato 6000 lavoratori impiegati in uno stabilimento di produzione di PVC di Louisville, erano state individuate dagli autori del lavoro 6 classi di esposizione dalla più bassa alla più alta, 22 dei 23 angiosarcomi comparsi nella coorte avevano lavorato almeno per un anno nella classe indicata come sesta, a più alta esposizione. L’altro angiosarcoma aveva lavorato per più di due anni nella quinta classe di esposizione. I lavoratori che avevano lavorato con esposizione minore a quella classificata nella quinta classe non avevano sviluppato angiosarcomi. Ora se Martinez volesse pubblicare i risultati oggettivi della sua indagine sulla coorte di Marghera, ebbene i suoi risultati sarebbero pressoché totalmente coincidenti con i risultati della pubblicazione di Fort, Wrangler, cioè di una coorte di 6000 lavoratori esposti occupazionalmente a CVM. Se non sbaglio, addirittura Martinez ha citato in una sua relazione questa stessa pubblicazione, che comunque è agli atti. Ora tutti gli studi epidemiologici disponibili, anche se non sempre, anzi di rado, contengono specifiche e dettagliate informazioni sui livelli di esposizione, tutti riguardano coorti di lavoratori fortemente esposti a CVM nel passato, anche lo IARC nel ‘79 l’aveva riconosciuto, quando aveva scritto che l’evidenza di effetti cancerogeni sugli esseri umani è derivata da gruppi esposti occupazionalmente ad alte dosi di CVM. IARC ‘79 poi proseguiva la frase dicendo che non era possibile identificare allo stato un livello sicuro di esposizione, ma questa, come stamattina ho cercato di dire, è un altro tipo di domanda alla quale non si può dare risposta se viene posta nei termini in cui è stata posta in questo processo. Anche i risultati della osservazione della coorte multicentrica europea sono sostanzialmente coerenti con quelli americani e soprattutto con quelli di Porto Marghera. Nella tabella 14 dello studio Word 2000 sono sintetizzati i risultati dell’analisi di mortalità per tumore del fegato, non quindi solo angiosarcoma, ma tumore del fegato in generale, in funzione delle variabili di esposizione. Si potrà vedere facilmente che l’SMR per tumore del fegato nella classe di esposizione 0,735 parti per milione è inferiore all’atteso, è 0,72. Nella classe successiva, 735, 2380 PPM, l’SMR è superiore all’atteso ma diventa realmente significativo solo nella classe oltre i 753 PPM, perché va a registrare un aumento di 10 volte. Nello studio di Word 2000 c’è anche un’analisi relativa alla coorte italiana, che ovviamente include anche Marghera, anche se non c’è solo Marghera ma è la coorte italiana. Nella classe che è stata identificata come bassa esposizione, 5,49 PPM, l’SMR per il tumore del fegato è inferiore della metà rispetto all’atteso, è 0,54. Nella classe identificata come esposizione molto bassa, 0,5 PPM, l’SMR è 0, semplicemente perché non è stato osservato nessun caso. Dopo che avrò finito questa parte epidemiologica ovviamente mi occuperò brevissimamente della valutazione della esposizione concretamente sperimentata dai lavoratori di Marghera nel periodo di gestione Enichem. Ecco, se dovessimo identificare una classe di esposizione per dare il senso dei livelli di esposizione media presenti negli impianti nel periodo Enichem, dovremmo immaginare una sottoclasse di esposizione molto molto bassa, da 0 a 1 PPM. E vedrò che su questa ultima considerazione, cioè sui livelli reali di CVM nell’aria, almeno quando servono per indicare l’esposizione cumulativa che è l’indicatore, è l’unità di misura tossicologica e di rilievo di cui si parla costantemente, non esiste sostanziale dissenso fra i consulenti del P.M. e i consulenti della difesa. Le differenze riguardano altro, ma questo lo dirò dopo. Word 2000 presenta anche dati per quanto riguarda gli angiosarcomi del fegato. Tutti i casi di angiosarcoma del fegato salvo due hanno sperimentato esposizioni cumulative molto superiori a 100 PPM. Ci sono solo due casi con esposizione inferiore a 100 PPM, 28,8 e 31,3, ma sono lavoratori, a parte che non fanno parte della coorte italiana ma della coorte svedese, che sono stati assunti prima del ‘64 in età già avanzata. Ed è interessante vedere che per questi due lavoratori lo stesso studio Word dice che non è nota la loro carriera lavorativa. Cioè non si sa se non abbiano mai svolto la mansione di autoclavista. Cioè la stima dell’esposizione è stata fatta in difetto di informazioni, e visti i tempi in cui hanno lavorato anche qui è probabile, anche se è una supposizione, che i livelli di esposizione realmente sperimentati sono molto molto più alti. Poi c’è stata per me una cattiva interpretazione del Pubblico Ministero di una frase contenuta nel rapporto Word 2000, perché Word 2000 non ha affatto concluso che casi di angiosarcomi si siano verificati o potrebbero verificarsi a livelli di esposizione inferiori o corrispondenti a quelli attualmente sperimentati dai lavoratori. Si dice ben altro. E qui viene in considerazione il concetto di ordine di grandezza e dell’interpretazione dell’inciso "entro un ordine di grandezza". Un ordine di grandezza in termini matematici significa 10 volte, questo vuol dire che con tutte le cautele che pure Word 2000 suggerisce circa quei due casi per i quali l’esposizione potrebbe essere molto molto più alta, ebbene anche in quel caso il LOW-AL osservazionale è più di 10 volte superiore ai livelli di esposizione concretamente sperimentati dai lavoratori, ancor di più se facciamo riferimento ai livelli medi di esposizione sperimentati dai lavoratori nel periodo Enichem. Più di 10 volte è tanto, ed è una stima estremamente cautelativa. Ho detto che tutta l’osservazione che scaturisce dagli studi epidemiologici di popolazioni lavorative esposte a CVM riferiscono di casi di angiosarcoma sempre insorti ad alte o altissime dosi di CVM. Si potrebbe obiettare che questo sia l’effetto della circostanza semplice che tutti gli studi epidemiologici hanno per ovvie necessità studiato coorti di lavoratori esposte nel passato ad alte dosi di CVM. Allora ho cercato di fare uno sforzo in più. Ho cercato di verificare i risultati disponibili delle osservazioni relative a campioni di popolazioni lavorative esposti a basse o a bassissime dosi di CVM. Anche qui ho fatto lo stesso tipo di lavoro, partendo dalla coorte di Marghera sappiamo per certo che tra i lavoratori assunti dopo il 1967 a Porto Marghera non è oggettivamente comparso alcun altro caso di angiosarcoma, non so quanti lavoratori siano stati assunti dopo il 67 e quindi non do i numeri perché non lo conosco. L’obiezione che è stata mossa costantemente a questo tipo di argomento è: non si può escludere che il tempo di latenza non sia ancora decorso. Ora il tempo medio di latenza degli angiosarcomi osservati nella coorte di Marghera è di 29 anni, sono passati 34 anni e quindi il tempo medio di latenza è già decorso. Chiedersi se l’eventuale latenza di angiosarcomi eventualmente attribuibili a basse esposizioni a CVM possa o meno superare il tempo della vita dei lavoratori, oltre che priva di supporto scientifico, è molto singolare che il Pubblico Ministero in altri casi invece rimarca la brevità del tempo di latenza degli angiosarcomi, come per il caso di Cocs e per altri casi. Ma questo tipo di domanda è una domanda a cui non si può dare alcuna risposta, e quindi anch’essa è una domanda che non ha senso. Non è ovviamente possibile escludere alcunché per il futuro, ma non è neppure possibile chiedere al Tribunale virtù profetiche. E fuori dello stabilimento di Marghera? Sappiamo che nel Veneto esiste un registro dei tumori, tenuto da Simonato, ed anche un registro degli angiosarcomi epatici. Qualcosa mi fa credere che almeno a partire dal 96 questo registro sia stato scandagliato con metodica precisione, così come lo sono stati, credo io, registri ed archivi degli ospedali della Provincia se non della Regione, alla ricerca di un angiosarcoma, che avesse abitato a qualche chilometro dallo stabilimento. Sappiamo che nessun caso di angiosarcoma è apparso sulla scena del processo. I risultati di Marghera sono coerenti ancora una volta con i risultati europei. Per l’Europa le informazioni disponibili, Simonato 91 e Word 2000, dicono che non sono comparsi casi di angiosarcoma epatico in lavoratori assunti dopo il 1973, e qui stiamo parlando di lavoratori assunti in tutta Europa. Non so quanti siano, ma posso stimare che siano qualche decina di migliaia, in tutti gli stabilimenti europei di tutte le aziende produttrici di CVM e PVC non è comparso alcun caso di angiosarcoma. E’ quindi un campione sufficientemente ampio, anche se non lo si riesce a misurare, a quantificare, a calcolare con precisione. Il caso di Ravenna per noi è del ‘72, per il P.M. è del ‘74, ma sposta poco, se invece del ‘73 fosse ‘74 interesserebbe poco o nulla. Abbiamo invece delle informazioni molto attendibili e interessanti per gli Stati Uniti. Storm e Rozman, in una pubblicazione scientifica del ‘97, che è agli atti del processo con la traduzione, scrivono che fino all’ottobre del ‘93 nessun nuovo caso di angiosarcoma epatico fu riportato sul registro internazionale dei casi fra i più di 80 mila lavoratori degli Stati Uniti che erano stati esposti per la prima volta al CVM a partire dal ‘68. E` importante sottolineare che Storm e Rozman si riferiscono a 80 mila lavoratori impiegati dopo il ‘68 ed utilizzano una fonte di informazione pubblica. Si tratta dunque di un campione estremamente numeroso, all’interno del quale fino all’ottobre ‘93, ma l’osservazione vale a tutt’oggi, non risultano casi di angiosarcomi. Uno degli argomenti dell’accusa, uno di quegli argomenti che fanno parte di quell’arsenale di argomentazioni per razionalizzare il rischio fantasma e il rischio delle basse dosi, è che la mancata comparsa di casi a basse dosi, soprattutto negli esperimenti su animali, sarebbe la scarsa numerosità dei campioni normalmente studiabili in laboratorio. E beh qui si dice: basterebbe aumentare il numero degli animali e i casi comparirebbero. Qui abbiamo un campione di 80 mila lavoratori e nessun caso è comparso a partire dal ‘68. Nessun caso di lavoratore esposto a CVM almeno è stato segnalato in pubblicazioni sottoposte a... e al pubblico controllo della comunità scientifica. Il dato di Storm e Rozman è un dato oggettivo, valido ancora oggi con 4 anni in più di latenza rispetto al passato. So che il professor Stella ha trattato già il tema dei presunti casi di angiosarcoma trovati dal Pubblico Ministero e risultanti da quell’eterogeneo e confuso materiale che è stato depositato agli atti, per cui non mi ripeterò. Se non facendo rilevare l’ovvio, e cioè si tratta di indagini queste che sono tecnicamente pressoché infattibili. Sappiamo, il professor Stella lo ha rimarcato, che il più dell’80%, e sto parlando dei casi fuori dagli stabilimenti, i casi supposti di esposizione residenziale. Visto che l’80 per cento degli angiosarcomi epatici che insorgono nel mondo hanno un’origine sconosciuta, è evidente che siamo in presenza di quello che nel lessico tecnico dell’epidemiologia si chiama un fattore di confondimento praticamente intrattabile, molto peggio del fumo, perché è addirittura ignoto. Nessuna indagine empirica potrà mai escludere che in quel caso possa avere operato, soprattutto se non è un esposto occupazionale, ma è un signore che abita fuori, nessuno potrà mai escludere che abbia operato quel fattore di confondimento ignoto. Gli impianti di CVM e PVC nel mondo sono moltissimi, l’area geografica delle abitazioni non lontane da tali impianti è di enorme estensione, la popolazione astrattamente oggetto di interesse può essere composta di molte decine di milioni di persone. Ora, non è neppure statisticamente impossibile che nel mondo intero fra decine di milioni di persone possa anche comparire uno o più casi di angiosarcoma di origine spontanea o comunque non sconosciuta, in un soggetto che nella vita abbia abitato anche a tre, quattro, cinque, dieci chilometri da uno stabilimento di produzione di CVM e PVC, qualora i dati presentati dal Pubblico Ministero fossero realmente affidabili; e in quel caso come potremmo mai dire che è stata l’esposizione? Il materiale poi è così eterogeneo che neppure sappiamo se si tratta davvero di angiosarcomi. Sono stati esposti, uno dei pochi studi che ha trattato il problema della esposizione cosiddetta residenziale a CVM, che è quello di Bredi, anzi che è l’unico lavoro che abbia in qualche modo formulato l’ipotesi, è così impreciso nelle stime di esposizione da dire delle cose incredibili. Il soggetto per esempio numero 10, faccio riferimento allo studio Bredi del 1977, secondo appunto questo studio si dice: è di possibile importanza il fatto che le emissioni ambientali di CVM per la fabbrica che dista circa 1700 piedi dalla residenza del soggetto, erano alte fino a 92.800 PPM nel ‘75. Ora si tratta di una stima contenuta nello studio di Bredi di cui non si conosce il fondamento, ma che anche a prima vista appare quanto meno poco verosimile, in ogni caso riguarderebbe il ‘75, 92 mila PPM di esposizione extraoccupazionale è un’enormità assolutamente inimmaginabile. E in ogni caso 92.800 PPM non sarebbero certo una bassa esposizione. Cioè se questa fosse un’esposizione vera del soggetto indicato da Bredi sarebbe facile assimilare il soggetto stesso ad un lavoratore fortemente esposto, ma in realtà lo stesso Bredi conclude il lavoro dicendo che la mancanza di informazioni che riguardano i livelli di monomero nell’area intorno alla residenza limita severamente l’interpretazione dello studio stesso. Ma volevo sottolineare una sola cosa, perché in quel materiale c’è anche qualcosa di curioso, quel materiale di cui al fascicolo del Pubblico Ministero. C’è per esempio una lettera di un signore che si chiama Barns, direttore del comparto vinile della ECI che scrive a Loyd, direttore del NIOSH. E` abbastanza divertente il dialogo perché l’uno si discolpa da accuse che gli formula l’altro. Allora, Barns dice: forse lei mi può dare una mano su un punto specifico. Nel programma della TV Britannica il dottor Selicov ha dato un gran risalto ai casi di una signora di Buffalo che abitava a 4 isolati di distanza da uno stabilimento di PVC, e di un operaio di una fabbrica di cavi. Prosegue Barns: ho visto che nella registrazione dell’audizione presso l’OSHA non si è accennato al primo caso, mentre il caso dell’operaio, malgrado se ne fosse parlato nel corso dell’audizione, non se ne è più poi parlato in una successiva interrogazione alla sottocommissione del Senato. Allora, il testo inglese dice: questo significa forse che adesso si pensa che non si tratti di un caso di angiosarcoma? Nella traduzione depositata voi non troverete il non, cioè il non è stato omesso, per cui la traduzione scrive: questo significa forse che adesso si pensa si tratti di casi di angiosarcoma? Il significato cioè è esattamente l’opposto della frase originaria, ma quello che mi stava a cuore di questo documento non era tanto l’errore di traduzione che può sempre capitare. Pare che la cospirazione, i patti di silenzio e di segretezza andassero in onda in ripresa diretta sui programmi della TV britannica nel 1977. Ma che cosa dire di due casi di angiosarcoma che sono fra quelli indicati dal Pubblico Ministero, di cui si parla in televisione, ma di cui non si parla perché evidentemente non ci sono attendibili informazioni quando si va all’audizione presso l’OSHA e quando si va all’audizione presso la sottocommissione del Senato? Chi ha ragione? L’intervista fatta alla televisione oppure i controlli rigorosi cui vengono sottoposte tutte le informazioni prima di essere ufficialmente e realmente presentate nelle sedi istituzionali? E` chiaro che questa è la critica generale che si può e si deve muovere a tutto quel materiale contenuto in quel fascicolo. Si tratta di materiale non passato al vaglio della... della comunità scientifica, non ci sono accertamenti di nessun tipo, sono voci isolate, alcune poi sono buffe perché dicono esattamente il contrario di quello che il Pubblico Ministero ha detto in udienza, e lo sapete già, Terriò non parlava affatto di angiosarcomi a bassa esposizione dovuti a CVM, chiedeva solo fondi per fare una ricerca, per fare uno studio. Infante, lo studio di Infante, ma chi ha fatto lo studio vi ha negato espressamente l’esistenza di associazione. E lo stesso Infante che sembrava il più riottoso alla fine in quella riunione, c’è il verbale in quei materiali, diceva: "Non ho affatto insinuato che le anomalie congenite in eccesso siano direttamente collegate al cloruro di vinile, ma che ci sono indubbiamente motivi di preoccupazione", questo nel 1975; tutto quel materiale ha questa caratura, serve a poco o a nulla. Sicuramente il Tribunale ha letto la sentenza Daubert. Uno degli aspetti interessanti della sentenza Daubert è proprio questo, cioè uno degli avvertimenti che viene dato al Giudice di merito è quello di utilizzare solo materiale reale, certa provenienza scientifica, sottoposto cioè al controllo dei pari, pubblicato in riviste primarie, perché quel materiale dà affidabilità, dà garanzie, tutto quello che non è stato pubblicato non è conoscenza oggettiva, non è stato accertato da nessuno, nessuno ha potuto controllare e valutare, capire di che cosa si tratti. Chiedo una brevissima sosta e poi cambio argomento, grazie.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

AVVOCATO SANTAMARIA

 

Avvocato Santamaria: ecco adesso, esaurita questa parte che io ho chiamato di risultati di conoscenza oggettiva derivata da osservazioni su esseri umani, relativa ai livelli di esposizione che hanno causato angiosarcomi del fegato ed anche tumori del fegato, e soprattutto la non osservazione di angiosarcomi di tumori del fegato a livelli di esposizione infinitamente più bassi, mi resta molto brevemente da dire alcune cose sui livelli di esposizione concretamente sperimentati dai lavoratori dei reparti CVM e PVC di Porto Marghera nel periodo successivo al 1987. Cercherò di non ripetermi, ed userò un argomento di estrema semplicità. Il Tribunale sa benissimo che il Pubblico Ministero avrebbe avuto l’onere lui di trovare i livelli di esposizione intesi come esposizione cumulativa nel periodo Enichem. E avrebbe avuto l’onere di esprimerli in termini numerici, una, dieci, cento, mille parti per milione, di esposizione cumulativa. Avrebbe avuto l’onere poi di dare la prova che quei livelli concretamente sperimentati, sulla base della conoscenza oggettiva disponibile, erano pericolosi per la salute pubblica e perché appunto la conoscenza oggettiva disponibile dava la possibilità di sapere che a quei livelli potevano verificarsi effetti avversi per la salute. Nulla di tutto questo è stato fatto e già questo è stato detto. Sa benissimo il Tribunale qual è stata invece la strategia usata dai consulenti dell’accusa da sempre. Di fronte alla tabella che il professor Foraboschi ha presentato all’inizio della sua relazione e che contiene le concentrazioni medie misurate negli anni ‘87 e ‘93 nei reparti CVM e PVC di Porto Marghera, concentrazioni che variano da 0,01 a 0,2 a 0,3 parti per milione, l’accusa ha semplicemente cercato di provare che quelle misure di concentrazione, quelle indicate dal gascromatografo pluriterminale non erano veridiche, cioè non corrispondevano alla realtà. C’è stata una discussione complessissima, direi quasi barocca, dopo l’intervento del professor Nardelli, di cui ha già parlato il professor Pulitanò, e su cui evidentemente non mi addentrerò neppure. Eppure sembra che questa discussione, quei risultati, quei numeri non sono veridici, avesse quasi lo scopo di distogliere l’attenzione dalla vera domanda: va bene, non sono veridici, ma allora quali sono stati i livelli reali di concentrazione di CVM misurati mediamente, realmente esistenti negli impianti di CVM e PVC gestiti nel periodo Enichem, quali erano questi livelli? Voi sapete che come spesso è accaduto nel processo c’è stato un ampio uso di suggestioni e di retorica. Il Pubblico Ministero ha detto che il sistema gascromatografico è stato installato dolosamente per fornire risultati falsi e falsamente tranquillizzanti. Il professor Pulitanò ha già spiegato che l’argomento era già stato avanzato all’inizio delle indagini preliminari, nelle primissime relazioni dei consulenti tecnici ed era già stato confutato, dati alla mano e numeri alla mano. La confutazione è stata sempre ignorata o meglio ancora rimossa perché l’argomento è stato costantemente riproposto, malgrado le continue confutazioni. La domanda però rimaneva sul tappeto. Ora mi rendo conto della assoluta banalità e semplicità dell’osservazione che vado a fare, è questa: se davvero c’è stato un trucco, una frode che ha nascosto le reali concentrazioni di CVM nell’area dei reparti, e questo trucco era il gascromatografo pluriterminale installato dolosamente, ebbene, una volta sostituito il fraudolento gascromatografo con il più efficiente spettrometro di massa monoterminale, che non è uno strumento di frode, ebbene, finalmente le concentrazioni reali dico, quelle sperimentate dai lavoratori, avrebbero dovuto venir fuori. Dopo tanti anni di frode e di occultamento la realtà doveva venire fuori, visto che quegli impianti sono gli stessi impianti gestiti da Enichem, anzi con qualche anno in più, visto poi che la permanenza sembrerebbe in atto fino all’ottobre del 2000, ebbene questo spettrometro di massa monoterminale era lo strumento adatto per misurare le reali concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro. Ebbene, così è stato, la realtà è venuta fuori, così è stato. Il professor Foraboschi ha presentato in un grafico i dati di concentrazione misurati con i due strumenti, non sto parlando del raffronto fra i due strumenti, mi limito ad osservare che i dati di concentrazione misurati dallo spettrometro nei reparti di CVM danno il riflesso di una concentrazione media annua che è dell’ordine di grandezza di quella misurata dal gascromatografo pluriterminale. Quelle sono le concentrazioni vere, reali, è su quelle concentrazioni che il Pubblico Ministero doveva concentrarsi: 0,1, 0,2 o 00,1, 00,2 parti per milione, perché quella è l’unità di misura per calcolare poi l’esposizione cumulativa che è l’unità di misura per la valutazione degli effetti tossicologici. Il Tribunale ricorderà benissimo che Nano e Rabitti dovettero riconoscere che su quegli impianti i dati cui faccio riferimento, i dati tratti dalla relazione Foraboschi riguardavano analisi eseguite nel periodo ‘97-’98, sia confronto tra i due sistemi: spettrometrico e gascromatografico, sia con campionatori personali. Nano e Rabitti dissero in udienza che nulla era cambiato, non ci furono interventi drastici, radicali di EVC, figurarsi. Gli impianti erano quelli con qualche anno in più, probabilmente. Quegli impianti erano in grado di produrre quelle concentrazioni medie di CVM nei reparti, e quelle sono le concentrazioni reali. E` singolare, e io credo che il professor Pulitanò abbia parlato anche delle misure disponibili sui campionatori personali negli anni ‘70, negli anni ‘76 e ‘77. Quello che è singolare è che proprio dall’esame incrociato di risultati ottenuti con diversi sistemi di monitoraggio del CVM in ambiente di lavoro, cioè i campionatori personali negli anni ‘70 che rappresentavano una situazione negli anni ‘70, il sistema gascromatografico nel periodo ‘87-’93, il sistema spettrometrico monoterminale per il periodo ‘97-’98, i campionatori personali per il periodo ‘97-’98, proprio tutto questo insieme di risultati concordemente produce una conclusione: la realtà dei livelli di concentrazione media di CVM presenti nei reparti nel periodo Enichem. A questo punto io affronterò un argomento che in parte è nuovo, nel senso che è stato solo accennato nell’istruttoria dibattimentale, ma che nasce dall’approfondimento di una relazione dei consulenti del Pubblico Ministero, che è la relazione di confronto dei due sistemi di monitoraggio CVM, periodo giugno ‘97 ed agosto ‘98, eventi del 25 gennaio 1999, 24 febbraio ‘99, 24 aprile ‘99, depositata il primo giugno del 1999. Ora io affronto una questione ovviamente diversa rispetto a quella che ho affrontato prima. Perché l’argomento contenuto in queste relazioni è diverso, e impone una risposta diversa. Hanno detto i consulenti del Pubblico Ministero che il sistema gascromatografico pluriterminale non sarebbe in grado di cogliere gli episodi anomali, o comunque ne perderebbe, perderebbe delle perdite per così dire, e questo potrebbe essere di rilievo ai fini della valutazione dell’esposizione dei lavoratori. Perché, se così fosse, effettivamente una volta che l’episodio non venga rilevato dal sistema gascromatografico non verrebbero attivate quelle procedure codificate nel reparto, secondo le disposizioni della legge, e potrebbe esserci, seppure sporadica ed occasionale una esposizione a CVM. Parleremo sempre di esposizione, per così dire, limitata nel tempo, potrebbero essere concentrazioni più o meno alte per un periodo limitato nel tempo, già entreremmo in una zona di possibili effetti tossicologici molto diversa da quella di cui stiamo parlando in questo processo. E` evidente che dobbiamo distinguere sempre fra esposizione cronica a CVM ed effetti dell’esposizione cronica a CVM, ed eventuali effetti legati ad esposizioni di punta. Ora, che a me risulti, non c’è nulla in letteratura se non appunto il livello della tossicità legata ad esposizioni altissime limitate nel tempo. Ora il lavoro che è stato fatto, per renderlo chiaro al Tribunale, dimostra a nostro avviso che quei numeri che sono stati dati dai consulenti del Pubblico Ministero, in quella relazione, poggiavano su un equivoco, che provo a chiarire con un esempio. Se per rilevare le infrazioni di velocità la Polizia stradale mettesse a bordo della strada invece che un solo rilevatore, otto rilevatori in serie, sarebbe del tutto ovvio che al passaggio di un’automobile che viaggia a velocità superiore al limite previsto, cioè alla soglia, invece che una fotografia si avrebbero fino ad otto fotografie della targa, ma della stessa targa, quindi una infrazione al limite di velocità non otto infrazioni. Sarebbe però del tutto ovvio che in entrambi i casi ci sarebbe la prova di una sola infrazione, che cioè per fortuna il numero di fotografie non avrebbe il magico potere di moltiplicare le infrazioni stesse. Resta fermo quello che ha scritto il professor Foraboschi, che cioè nel nostro caso non siamo in presenza di limiti tabellari, ma solo di situazioni anomale che danno luogo a modalità di protezione dei lavoratori codificate nelle procedure interne di stabilimento. Parlerò dopo, perché me ne ha dato l’occasione l’Avvocato dello Stato, dell’argomento cosiddetto dello sgombero. In effetti l’Avvocato dello Stato ha prodotto al Tribunale una serie di note tecniche, legate ad eventi anomali, verificatisi negli impianti CVM, che sono la migliore delle prove possibili e che non avevamo trovato nel migliore delle prove di quella che era la prassi vigente nei reparti quando si verificavano eventi anomali. Ne parlerò poi dettagliatamente a proposito dell’unico episodio di rilievo, di rilascio di CVM in ambiente di lavoro, verificatosi al CV6, di cui anche l’ingegner Pisani ha parlato nel corso delle sue dichiarazioni spontanee. Perché l’Avvocato dello Stato ha prodotto la nota tecnica relativa a quell’evento, è una nota estremamente dettagliata che rispecchia quello che è accaduto realmente quando si è verificato l’episodio. Quindi l’equivoco che si è creato per me è quello, è la confusione fra il numero delle segnalazioni, eccezioni, preallarmi ed allarmi e il numero reale di episodi di rilascio. Ma a noi interessano i reali episodi di rilascio, non quante volte essi siano stati segnalati, è del tutto atteso che il sistema spettrometrico per sua stessa struttura e configurazione produrrà più segnalazioni per lo stesso fatto rispetto al sistema gascromatografico. Ma ciò è di poco rilievo, perché quello che conta, ai fini della reale esposizione dei lavoratori, non è il numero delle segnalazioni ma l’evento, il fatto. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso quello che gli stessi consulenti del Pubblico Ministero in quella relazione hanno ritenuto l’evento incidentale più significativo. E abbiamo potuto dimostrare, adesso farò vedere fra poco al Tribunale la tabella, che il sistema gascromatografico ha sempre segnalato, ovviamente un minor numero di volte, tutti i singoli episodi di rilascio che il sistema spettrometrico ha segnalato ovviamente un maggior numero di volte. Si è anzi potuto individuare un caso in cui l’episodio di rilascio è stato individuato solo dal sistema gascromatografico e non dal sistema spettrometrico. Questa conclusione per me è l’unica che davvero sia rilevante, tutto il resto è discussione accademica da lasciare ai tecnici del sistema di monitoraggio. Passo a un’analisi di maggior dettaglio. Ricordo che il sistema di monitoraggio ambientale effettuato con lo spettrometro di massa è costituito da un analizzatore a cui sono collegate 64 linee dei campionatori monoterminali, detti stream o campanelle, di cui 52 localizzate nei punti critici dell’impianto e/o in punti di transito stazionamento del personale. Il sistema di monitoraggio ambientale effettuato con il gascromatografo è costituito da un analizzatore, il gascromatografo, cui sono collegate 10 linee di campionamento, ognuno datata di più punti di prelievo, prese o campanelle, localizzate nei punti critici dell’impianto. In entrambi i sistemi di monitoraggio vengono segnalati superamenti delle soglie, tutti e due i sistemi segnalano eccezioni, preallarmi ed allarmi. I consulenti del Pubblico Ministero, in quella stessa relazione, hanno individuato le zone operative comparabili, cioè le zone operative poste alla stessa altezza in cui sono posizionate sia campanelle dello spettrometro che del gascromatografo. Mostrerò al Tribunale la tabella relativa alla comparazione delle linee. Comunque si vede la zona operativa, abbattitori, degasaggio, filtri CVM, la quota delle campanelle, le linee dello spettrometro, ad esempio la 35 e la 36, e le linee del gascromatografo corrispondenti, linea 10. Per autoclavi linea B, si vede quota campanelle 10 metri, si vedono quali sono le linee di spettrometro che vanno a prelevare e ad analizzare l’aria in quell’ambiente che sono la 19, la 20, la 21, la 22, la 23, la 24, la 25, qui corrisponde una sola linea del gascromatografo che è la linea 7. Lo stesso vale per la zona autoclavi, linee A, o la sala quadri, o autoclavi pompe di scarico, stripper pompe B, stripper pompe A. Questa è la piantina relativa alla confrontabilità dei due sistemi che gli stessi consulenti del Pubblico Ministero hanno preparato. In un’altra tabella invece abbiamo provato ad evidenziare, con colori uguali, i gruppi di stream dello spettrometro confrontabili con le linee del gascromatografo. Per esempio in azzurro si vede che sono gli stream dal 12 al 18 che sono comparabili con la linea 8. In verde gli stream 19 e 25, in arancione gli stream 26 e 33, in rosa gli stream 35 e 36 comparabili con la linea 10. Cosa si può evincere da questa tabella? Che il CVM disperso in caso di perdita, per esempio di un’autoclave della linea A, indipendentemente dalla quota del punto da cui si è verificato il rilascio, viene, una volta disperso, viene rilevato sia dagli stream numerati da 12 a 18, ubicati a quota 10 metri dal suolo, sia dagli stream 26, 27, 28 e 33, ubicati a quota 0 metri dal suolo, perché, come è noto, l’ha detto il professor Galli, il CVM non è un solido, si diffonde. E` logico dunque aspettarsi, senza fare esperimenti, che in caso di rilascio, cioè per un solo episodio di rilascio, vi siano fino a 11 segnalazioni, 7 per il gruppo a quota 10 metri, e 4 per quello a 0 metri, tranne eccezione preallarme ed allarme derivanti dallo spettrometro contro una segnalazione, derivante dalla linea 8, posizione 247 del gascromatografo. Tutto questo è atteso vista la comparabilità e la confrontabilità delle linee. Per giungere a questa conclusione, davvero non sarebbe, cioè che per un solo episodio il sistema spettrometrico darà fino a 11 segnalazioni contro una del sistema gascromatografico, non era necessario alcun esperimento sul campo, bastava la conoscenza dei sistemi. Discorso analogo se si verifica una perdita da un’autoclave della linea B. In tal caso il CVM disperso viene rilevato sia dagli stream numerati da 19 a 25 ubicati a quota 10 metri, sia dagli stream numerati da 29 a 32 ubicati a quota 0 metri dal suolo. Anche in questo caso per un singolo episodio di rilascio è logico aspettarsi che vi siano fino a 11 segnalazioni, derivanti dallo spettrometro contro una segnalazione derivante dalla linea 7, posizione 246 del gascromatografo. Che cosa abbiamo fatto allora? Abbiamo individuato un evento incidentale tra quelli riportati dalla tabella E della relazione dei consulenti del Pubblico Ministero, abbiamo scelto quello che i consulenti del Pubblico Ministero hanno definito l’evento incidentale più significativo per estensione e durata dell’inquinamento ambientale avvenuto il 26/6/98, come indicato a pagina 9 della loro relazione. Abbiamo provato ad estrarre dagli allegati alla relazione i listati derivanti sia dallo spettrometro, cioè tabelle riassuntive e dei dati archiviati nella memoria di 1, 2 PC che gestiscono il sistema, sia dell’elaboratore Shimatzu collegato al gascromatografo. Abbiamo costruito delle tabelle in cui sono riportate, affiancandole in base all’orario di prelievo, le informazioni contenute nei listati. E infine a verificare se in base all’orario di prelievo e al numero dello stream, le situazioni non regolari segnalate dallo spettrometro sono sempre riconducibili ad episodi di rilascio distinti tra loro, oppure se rappresentano semplicemente più segnalazioni dello stesso evento. Abbiamo visto se era possibile, in base all’orario di prelievo e al numero dello stream, associare le situazioni non regolari segnalate dallo spettrometro, a quelle segnalate dal gascromatografo. Ora i risultati dalle analisi sono riassunti dalla tabella che mostro. Per ogni episodio di rilascio è riportato un intervallo orario in cui sono contenute le segnalazioni derivanti dallo spettrometro, il numero di segnalazioni e gli stream che hanno segnalato l’anomalia, l’orario della corrispondente segnalazione derivante dal gascromatografo, nonché il numero di segnalazioni e delle posizioni che hanno segnalato l’anomalia. Abbiamo usato un codice a colori per rappresentare i risultati, e ad ogni colore corrisponde un diverso e un singolo episodio di rilascio. Si vede che il primo episodio di rilascio che ha un colore azzurro, ad esso corrispondono 8 segnalazioni dello spettrometro e una segnalazione del gascromatografo. Cioè le 8 segnalazioni corrispondono agli stream 13, 14, 15, 16, 26, 27, 28 e 33, mentre invece per il gascromatografo lo stream è 247. Così è per il secondo episodio di rilascio, di cui abbiamo indicato l’orario, anche qui abbiamo due segnalazioni dello spettrometro contro una segnalazione del gascromatografo. Così è per il terzo episodio dove abbiamo 11 segnalazioni dello spettrometro e una segnalazione del gascromatografo. E’ interessante vedere la penultima linea perché qui abbiamo il caso singolare, ma neanche tanto singolare, in cui è stato il gascromatografo a segnalare l’episodio di rilascio e non invece lo spettrometro, cioè lo spettrometro ha dato 0, non ha segnalato nulla, è stato invece il gascromatografo allo stream 248. Poi depositerò al Tribunale una memoria più completa su questo tipo di analisi che abbiamo fatto con tutte le tabelle che ora sono visibili solo in modo parziale. Da questa tabella però emerge che abbiamo un totale di segnalazioni dello spettrometro di 28, contro 10 segnalazioni del gascromatografo. Però abbiamo anche che i 10 episodi di rilascio sono stati tutti segnalati dal gascromatografo. Un episodio di rilascio, quello indicato con il numero 9, non è stato registrato dallo spettrometro, dallo stream 39, e come era logico attendersi per gli episodi di rilascio verificatisi in zone in cui sono presenti più punti di prelievo dello spettrometro, si hanno più segnalazioni. E` quindi interessante che una relazione dei consulenti del Pubblico Ministero, che era proprio mirata a dare la prova della supposta incapacità del sistema gascromatografico di rilevare eventi anomali, rispetto al sistema spettrometrico, dimostri proprio il contrario. Da un lato prova l’ovvia circostanza che lo spettrometro segnalerà più volte lo stesso episodio, ma dall’altro prova che il gascromatografo non perde perdite, non perde episodi. E questo ovviamente è di estrema importanza per noi perché sappiamo che la segnalazione del gascromatografo fa scattare la procedura di reparto codificata secondo quanto stabilito dalla legge e di cui si è già parlato. E proprio a questo proposito per chiudere il discorso svolgerò brevissime considerazioni, proprio sulla modalità di gestione degli eventi incidentali esistenti nei reparti. All’udienza dell’11/12/2000, l’Avvocato dello Stato ha presentato alcune delle relazioni interne che i tecnici di reparto erano soliti preparare dopo eventi incidentali. Come hanno riferito in udienza i testi Gasparini e Fin, ogni evento anomalo era oggetto di analisi approfondita all’interno del reparto allo scopo di individuarne le cause, e stabilire le linee di condotta per la prevenzione di analoghi eventi per il futuro. Queste analisi approfondite erano poi oggetto di relazioni scritte, trattandosi di note scritte e preparate in tempi diciamo non sospetti, che sia solo un’importanza fonte di conoscenza sui comportamenti realmente tenuti in reparto, in caso di evento anomalo, sulla conoscenza e sulla osservanza da parte degli operatori delle procedure di salvaguardia codificate nei reparti. E` interessante concludere che i documenti depositati dall’Avvocatura dello Stato sono un’esemplare prova della correttezza di tali comportamenti. Come ha già detto l’ingegner Pisani, durante la gestione invero brevissima del reparto CV6, si è verificato un solo evento incidentale di rilievo, il 26/1/1989. La nota tecnica preparata pochi giorni dopo, e depositata dall’Avvocatura dello Stato, chiarisce molto bene che cosa era successo e quali modalità di comportamento erano state adottate per salvaguardare la sicurezza dei lavoratori. Si legge per esempio nel documento che l’evento aveva provocato un inquinamento ambientale in zona autoclavi e la sospensione della produzione per circa 90 minuti. Ma si legge anche quali fossero le modalità di gestione e prevenzione di eventi di questo tipo, c’è la prova per esempio di quanto detto dai testi Gasparini e Fin, che l’assistente di turno, nel corso del giro di controllo, veniva subito informato dall’operatore a quadro della presenza anomala di CVM in ambiente. E` scritto sempre nella nota che lo stesso assistente si apprestava a munirsi dell’analizzatore portatile quando si verificava l’evento, c’era stato un forte sibilo con fuoriuscita di lattice dal boccaporto dell’autoclave. Immediatamente, è scritto nella nota, il sistema di monitoraggio continuo e gascromatografico registrava a fondoscala l’inquinamento da CVM, facendo scattare l’allarme. L’assistente di turno, vista l’entità dell’evento, proclamava l’emergenza di reparto e metteva in atto la procedura per la messa in sicurezza rapida. Immediatamente tutto il personale non interessato alle manovre, otto operatori, indossava il dispositivo di emergenza, e si portava in strada A in posizione sopravento. Sempre nella nota risulta che il personale addetto alle manovre di emergenza, previo indossamento dell’autoprotettore, poneva in sicurezza le autoclavi come da manuale operativo, procedura di reparti fogli M. Mentre un altro operatore rimaneva in sala quadri a presiedere l’impianto essiccamento in quanto non interessato all’emergenza. Sempre nella nota, viene chiamato il laureato di turno che invia subito una squadra del PAS. Dopo circa 90 minuti il gascromatografo registra valori inferiori a circa 3 e 5 PPM, e l’assistente di turno provvede a richiamare il personale in reparto per far riprendere gradualmente la produzione. Verso le 0.30 l’impianto tornava alla normalità. La nota individuava anche la causa dell’evento, che come detto dall’ingegner Pisani, era un difetto di una guarnizione che era appena stata sostituita. Un problema dunque non legato alla manutenzione, tutt’altro, la manutenzione aveva operato correttamente perché la guarnizione era stata sostituita ai primi segni di deterioramento. Solo che la guarnizione appena installata presentava difetti di produzione che non era stato possibile rilevare. La nota si conclude con il suggerimento di aggiornare e migliorare ancora il manuale operativo. L’Avvocato dello Stato ha detto di non avere mai sentito parlare di sgombero di reparto, quando era necessario, ma solo quando era necessario anche questo veniva fatto, per fortuna era necessario ben poche volte, e durante la gestione dell’ingegner Pisani una sola volta, e in questo evento di cui lui ha parlato e che è testimoniato da questa nota scritta che lo stesso Avvocato dello Stato ha depositato. Le altre note tecniche, sempre depositate dall’Avvocatura dello Stato, sono relative ad eventi incidentali di molto molto meno rilievo. Ma anche per quegli episodi basta leggere le note per avere chiara l’idea della rigorosa osservanza delle procedure di sicurezza. A me resta un solo argomento da trattare ancora, ripromettendomi di depositare prima dell’ultima udienza di luglio al Tribunale tre copie di un CD-Rom che contiene molte più osservazioni di quelle che ho potuto svolgere oggi su tutti i temi del processo, ivi compresa l’evidenza epidemiologica sui tumori del polmone e sull’esposizione a polveri di PVC, sulla biologia molecolare, secondo uno schema che ho preparato e che alla fine mostrerò al Tribunale. Volevo chiudere con un riferimento proprio alle conoscenze di biologia molecolare disponibili in relazione al CVM, trattando la questione degli studi di Swemberg. Direi che la storia processuale di questi studi è molto curiosa, come sa il Tribunale. All’udienza dell’11 dicembre 2000 Berrino li presenta in anteprima al Tribunale, e li presenta come se i risultati di quelle indagini fossero un argomento a favore della tesi accusatoria del pericolo a basse dosi, del rischio fantasma che c’è ma non si vede e non si può vedere né oggi né mai. Durante il controinterrogatorio però viene fatto notare a Berrino che poche righe più sotto, i passi che lui aveva letto, lo stesso Swemberg scriveva che i risultati dei propri esperimenti erano una importante conferma che gli attuali standard occupazionali erano sicuri. L’esatto contrario cioè di quello che Berrino aveva detto. In effetti ero stato fortunato allora, perché navigando su Internet mi era capitato di scoprire in anteprima sul sito della Università del North Carolina che un ricercatore, proprio Swemberg, stava compiendo ricerche estremamente sofisticate e pionieristiche e con esse era riuscito a misurare gli addotti al DNA in animali da laboratorio esposti a diversi dosaggi di esposizione. E quindi avevo potuto leggere quell’articolo prima ancora della sua pubblicazione perché Swemberg aveva il suo sito. Desidero sottolineare che il laboratorio di Swemberg era stato finanziato per le ricerche sul CVM dal programma Superfand dell’EPA, nessun sospetto quindi. I più rilevanti risultati degli esperimenti di Swemberg sono in sintesi: la scoperta che gli addotti al DNA, che prima si credeva caratteristici dell’azione del CVM, erano in realtà presenti indipendentemente dall’esposizione a CVM, che esiste cioè un livello di background di tali addotti. Altra importante scoperta di Swemberg è chiaramente la scoperta ad un livello di background di questi addotti renderebbe proprio dal punto di vista della biologia molecolare ancora più difficile, se proprio volessimo dirlo fino in fondo, la stessa attribuibilità di qualunque angiosarcoma, visto che esiste un livello di background di questi addotti, sarà sempre difficile o quasi impossibile stabilire quali, se e quali addotti abbiano prodotto l’evento. Altra importante scoperta è che nel cervello degli animali da laboratorio non vengano proprio visti quei particolari addotti al DNA, né quelli endogeni né quelli esogeni. Per Swemberg questo risultato di campo sperimentale sembra una definitiva confutazione biologica dell’ipotesi del cervello come organo bersaglio del CVM. L’altra scoperta, quella che fa dire a Swemberg che secondo tutte le evidenze epidemiologiche e biologiche disponibili, il pericolo occupazionale, e a maggior ragione extraoccupazionale è cessato, è l’osservazione che le dosi cumulative di 10 parti per milione, l’incremento di addotti al DNA rispetto al background, è più ridotto del range naturale di variabilità interpersonale di quegli stessi addotti. Esistono cioè individui che presentano variabilità di tali addotti, che anche senza esposizione, può superare il livello indotto da un’esposizione a 10 parti per milione. E` per questa ragione che Swemberg conclude che agli attuali livelli occupazionali, che sono circa 10 volte più bassi, molto di più abbiamo visto, di quelli cui è stato osservato quel modestissimo incremento, il pericolo non esiste più. Dopo che la difesa ha prodotto in allegato ad una relazione di Dragani una nota firmata dallo stesso Swemberg, che nel frattempo avevamo contattato, Swemberg è diventato per Berrino un bersaglio da colpire. Berrino ha scritto note con le quali ha provato a screditare il lavoro di Swemberg che pure alla prima udienza dibattimentale aveva chiamato al proprio fianco. Le risposte di Swemberg sono tutte agli atti, e ad esse rinvio. Io, signor Presidente, ho concluso prima di quanto avessi immaginato, ma anche la mia voce non ce la fa più. Concludo chiedendo l’assoluzione dei miei assistiti con la formula più ampia perché il fatto non sussiste.

 

Presidente: va bene, ha detto che ci indicava il sommario del suo completo intervento che depositerà, vediamo quindi le parti che non sono state toccate.

 

Avvocato Santamaria: ha ragione. Eccolo qui Presidente. Allora si vede: schema delle argomentazioni, sarà poi in formato, per così dire, ipertestuale, nel senso che ogni argomento poi basterà cliccare per avere il file relativo. Quindi questo è lo schema delle argomentazioni relativo al primo capo di imputazione, non al secondo, per il quale invece produrrò un altro CD-Rom. La premessa, c’è il capitolo legato all’EPA, capitolo che oggi non ho trattato, legato espressamente a EPA e CVM, c’è lo IARC con una premessa di ordine generale e poi le valutazioni IARC in dettaglio relative al CVM, al PVC, al dicloretano. C’è una parte legata al concetto giuridico di pericolo e al concetto realistico di pericolo, la conoscenza oggettiva. Poi c’è una divisione della trattazione in due parti: una è legata alla valutazione della tossicità e valutazione esposizione periodo Enichem, il file valutazione tossicità è diviso in tre argomenti: pericolo rispetto a quale tipologia di eventi; poi si passa agli effetti cancerogeni, a una premessa legata all’epidemiologia, ai risultati epidemiologici e alle conclusioni. Agli esperimenti sugli animali, sempre relativi agli effetti cancerogeni, ed ai risultati degli esperimenti alle conclusioni ad un capitolo legato alla biologia molecolare e alle conclusioni. Sugli effetti non cancerogeni c’è lo stesso, risultati epidemiologici, risultati degli esperimenti e le conclusioni. Lo stesso per le polveri di PVC, risultati epidemiologici e risultati esperimenti animali, e poi c’è una parte legata alla questione delle critiche che Mastrangelo ha mosso agli studi epidemiologici negativi relativi alla esposizione a polveri di PVC, e una parte dedicata specificamente allo studio Comba Pirastu Chellini sugli insaccatori della coorte di Marghera. Poi la terza finestra legata ad un pericolo a quali dosi, effetti cancerogeni, anche qui ho risultati dell’epidemiologia che ho esposto brevemente oggi, osservazione a basse dosi e risultati esperimenti animali, problema della soglia o non soglia e Swemberg, conclusioni e poi dosi rispetto agli effetti non cancerogeni. L’ultimo punto legato all’esposizione nel periodo Enichem, CVM in ambiente di lavoro, esposizione a polveri di PVC, esposizione dicloretano, perdite e monitoraggio. CVM fuori dallo stabilimento, con l’interrogativo: misure e stime e le conclusioni finali. Questo è l’albero descrittivo della relazione relativa al primo capo di imputazione, ne preparerò uno analogo per il secondo capo di imputazione.

 

Presidente: benissimo. La ringraziamo. Allora l’udienza è aggiornata a martedì prossimo con il programma che è già stato presentato, vero avvocato Lanfranconi?

 

Avvocato Lanfranconi: certamente, e sono previsti inizialmente l’intervento del responsabile civile professor Padovani e poi del professor Alessandri, questo per la giornata di martedì.

 

Presidente: va bene, arrivederci a tutti.

 

RINVIO AL 10 LUGLIO 2001

 

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