UDIENZA DEL 09 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. BETTIOL - DINOIA - ALECCI - MITTONE - SGUBBI

PULITANO' - SCHLESINGER - SEVERINO

 

Presidente: procedo all’appello. Bene, allora si può proseguire nella discussione. Chi prende la parola questa mattina?

 

Avvocato Andreatta: mi scusi, Presidente, dovrei provvedere al deposito di tre note d’udienza, se ritiene lo faccio subito. Sono una per la posizione Morione, e la presento quale sostituto dell’avvocato Gilli; e le altre due sono l’una per la posizione dell’ingegner Gatti e l’altra per la posizione del dottor Lupo, e le presento quale sostituto dell’avvocato Giuseppe Bana.

 

Presidente: va bene. La parola all’avvocato Bettiol. Prego.

 

AVVOCATO BETTIOL

 

Avvocato Bettiol: grazie, Presidente. Certamente, nel prendere la parola, questo difensore deve fare i conti con l’utilità di quanto viene a dire. In ordine alla insussistenza del fatto, il professor Stella, il professor Pulitanò, l’avvocato Santamaria, hanno già ampiamente illustrato le ragioni, e quindi su questo tema non tornerò. Ma, per la verità, anche l’avvocato Cesari ha esaurientemente completato le ragioni per cui comunque, in subordine, l’ingegnere Zerbo va assolto per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Poco resta quindi da dire, e forse sarebbe anche inutile questo mio discorso se non fosse sorta, in realtà, la necessità di alcune precisazioni di natura valutativa e di natura epistemologica, che vadano a completare queste considerazioni che, ripetiamo, hanno carattere subordinato, tendono a illustrare le ragioni per cui in ogni modo l’ingegner Zerbo va assolto per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Le ragioni per cui occorre un momento questo richiamo epistemologico nascono dall’impostazione accusatoria. Il Pubblico Ministero, nell’esordire la sua requisitoria, afferma che non intende soffermarsi in problemi di diritto, ma vuole anzi ispirare la propria requisitoria al principio romanistico per la verità, dettato in materia civile, (narra mihi factum, dabo tibi ius). Strana modestia questa. E strana modestia sia sotto un profilo istituzionale, strana modestia sotto il profilo personale, ma io credo che questa modestia in realtà abbia delle sue ragioni profonde. E perché? Perché ad un certo punto della propria requisitoria il Pubblico Ministero conclude dicendo: la legge l’hanno fatta gli imputati. E qui si coglie allora un suggerimento, e un suggerimento a che cosa? Il suggerimento è sfuggire al parametro legale per entrare in quello che possiamo definire il parametro dell’inimicizia, problema della convenzione, come giudicare il reo: come reo cittadino. No, dice, lo si giudichi come nemico. E il processo trova quindi il suo oggetto non tanto nella violazione di cautele doverose e nell’esercizio di un’attività lavorativa, ma in realtà la stessa produzione del CVM che va punita, in quanto portatrice di male, al di là di quelli che possono essere i parametri legali che vanno a contornarla. E come ottenere, introdurre, questo criterio valutativo? Certo, vi sono disinvolte contestazioni in diritto sulle quali non torno, perché altri ne hanno parlato; ma soprattutto il procedimento che si viene a seguire è quello di una negazione della storia e della attualizzazione del passato. E mi spiego. In realtà l’inquinamento della laguna, parliamo di inquinamento senza scendere in qualificazioni normative, in quanto tale risale addirittura agli anni ‘20; è degli anni ‘30 che viene formata quella convenzione tra la regia amministrazione e la ditta Levi, avente per oggetto la concessione per scaricare fanghi da residui industriali. Le condizioni di produzione del CVM in realtà sono radicalmente modificate nel corso degli anni ‘70, ma tutto ciò in realtà legato. In realtà si attualizza il passato creando un mondo come quello di Parmenide di Elea, cioè un mondo tutto tondo di materia grigia, dove il moto non esiste, dove il moto è solo l’apparenza di una illusione: non vi è stata nessuna modifica agli impianti, l’inquinamento è di oggi, si nega la storia e si attualizza il passato. A che fine? Anche un fine molto ben preciso: è la enfatizzazione di qualunque risultanza processuale del presente. Un parametro non è casualmente nei limiti, ecco che si dice: la prova dell’avvelenamento. E via dicendo. Ora, di fronte a quest’ottica, in cui il criterio di valutazione è metagiuridico, e in cui si distorce l’osservazione dei fatti, appunto perché li si negano nella loro dinamicità, si nega il tempo e si nega il mutamento, ecco che allora alcune precisazioni vanno fatte. Noi replichiamo che il criterio della inimicizia non è quello del processo, il processo è forma e presunzione di innocenza; lo diceva novembre un avvocato di Arras, di nome Robespierre; e il rispetto delle regole sostanziali e processuali; e soprattutto è anche presunzione di innocenza. E qui abbiamo certamente assistito in alcuni discorsi della parte civile in modo particolare, al rovesciamento dei canoni logici. Dalla consapevolezza della possibile fallacia dei giudizi umani si viene a ricavare la regola che il dubbio non sarebbe più ragionevole quando è più probabile che vi sia la colpevolezza rispetto all’innocenza. Ma il processo non nasce proprio dal dubbio! Non è proprio la fallacia dei giudizi umani che ci porta a configurare come regola etico-conoscitiva la regola che il dubbio giova all’imputato e che l’innocenza va presunta! Ma, d’altra parte, è logicamente configurabile un concetto di asserzione più probabile rispetto ad un’altra probabile. Le asserzioni non sono più probabili o meno probabili, i concetti statistici si applicano ai fatti, non alle affermazioni; le affermazioni sono più o meno verosimili, ma il criterio di verosimiglianza a che cosa ci riporta? A ritenere come vero ciò che piace, ciò che giova alla nostra tesi e non a una serena ricostruzione dei fatti. Ora, in realtà certamente ogni giudizio è fallace, ma il giudizio che il Tribunale, qualunque Giudice deve porre, è quello della certezza morale della responsabilità, cioè sarà "il probabilmente vero" non è un atteggiamento a priori che si può avere, potrà essere un atteggiamento a posteriori. Ciò che dobbiamo invece avere di mira è una certezza di responsabilità secondo i parametri logico-giuridici. Ed è sotto questo profilo che allora vorrei entrare nel merito di queste considerazioni. Per quali ragioni Zerbo è chiamato a rispondere? Si dice: Zerbo ha una posizione di garanzia quale direttore dello stabilimento. Ora, sui limiti temporali della posizione di garanzia e su quelli relativi agli impianti ne ha già parlato l’avvocato Cesari. Io sposterei le mie considerazioni sotto un altro profilo, e cioè entrando direttamente nel merito con la considerazione che nell’impostazione accusatoria vi è una sovraesposizione, e verso l’alto e verso il basso, della posizione dell’ingegnere Zerbo. Sovraesposizione verso l’alto: non dimentichiamo che il Petrolchimico di Marghera non è un’autonoma impresa ma non è altro che una unità produttiva che fa a capo, per quanto riguarda Zerbo, a due distinte società, la Montedipe prima e la Enichem Anic successivamente. Ora, una volta che si inquadra in questo aspetto, già vediamo che non è configurabile una responsabilità per il tipo e il modo di produzione, perché questo tipo e modo di produzione sono scelte che nascono dall’alto, non nascono all’interno del Petrolchimico. Su questo, per la verità, parzialmente anche l’accusa è d’accordo, lo comprendiamo dalle richieste del Pubblico Ministero; lo comprendiamo anche da quanto dichiara l’avvocato Schiesaro. Ma, insomma, in sostanza, qui si tratta di partecipi minori ad un misfatto che sarebbe stato commesso da altri. Ma, in sostanza, come inquadriamo queste affermazioni? Io credo che si voglia dire che sussiste una cooperazione colposa al fatto, cioè o meglio una cooperazione colposa ai fatti di avvelenamento o di inquinamento. Ma allora dobbiamo essere analitici. Là esiste questa forma di partecipazione, se vogliamo nel momento esecutivo di questa attività imprudente posta in essere da altri. Ora credo che bisogna tornare ad un principio, intanto si può affermare una partecipazione colposa in quanto l’atto di partecipazione, stiamo parlando di colpa, sia contrario ad una regola di prudenza, di indigenza e imperizia, cioè il presupposto comunque dell’imputazione colposa sotto il profilo oggettivo è quello di poter dire "questa attività è imprudente, negligente, contraria alle leggi e regolamenti", e via dicendo. Ma la produzione di CVM e PVC è un’attività che possiamo qualificare imprudente, quindi lecita, illecita e imprudente? Non pare che proprio le cose stiano così, non stanno così perché c’è un DPR, che è quello del 1982, più volte citato, che ne viene a regolare i presupposti, gli standard, che fissa i limiti dell’esposizione che ricordiamo risultano provati, largamente rispettati e sempre rispettati. Allora a quale fenomeno ci troviamo? Dobbiamo fare i conti con quel fenomeno che si chiama dell’ipotesi di rischio lecito o di rischio consentito. Cioè siamo nell’ipotesi di quelle attività che per la loro utilità sociale trovano riconoscimento anche se dalle stesse possono derivare lesioni o pericoli per i beni giuridici. E l’ordinamento entrerebbe in contrasto con se stesso nel momento in cui mentre mi autorizza, con una norma scritta, ad una determinata attività, viene poi a pormi la regola di prudenza di astenermi dal compimento dell’attività stessa. Quindi la produzione di CVM e PVC non può qualificarsi come attività illecita, imprudente o imprudente perché illecita. So che c’è una certa tendenza a volere disconoscere certe categorie, in nome di sicurezze impossibili. Ma io vorrei solo ricordare come il concetto di rischio consentito trovi anche dei riscontri in normative, penso al decreto del Ministro dell’Ambiente del 9 agosto del 2000 dove si dice "individuazione delle modificazioni di impianti di deposito di processi industriali nella natura o dei quantitativi di sostanze pericolose che potrebbero costituire aggravio del preesistente livello di rischio". E’ l’ordinamento stesso che riconosce che determinate attività, aventi degli effetti pericolosi, che possono avere degli effetti pericolosi, non possono qualificarsi come illecite, non posso qualificarsi come antigiuridiche, né può essere per il compimento delle stesse mosso un rimprovero di colpa in quanto l’attività venga esercitata nel rispetto del bilanciamento di quegli interessi che costituisce la ratio della giustificazione. Negando ciò si dice "ma in realtà i limiti soglia sono carta straccia", un po’ è l’idea che l’Avvocatura dello Stato spesso ripropone, salvo poi contraddittoriamente assumere questi limiti soglia come elementi probatori di un eventuale fatto dannoso o pericoloso, ma in realtà i limiti soglia non sono carta straccia, Presidente. Io ho trovato una sentenza della Cassazione Penale, 7 luglio del 2000, numero 8094, dove in materia strettamente analoga a questa si dice: ai fini della configurabilità del reato previsto dalla seconda parte dell’articolo 674 Codice Penale "Emissione di gas, vapori o fumi atti a molestare le persone", l’espressione "nei casi non consentiti dalla legge" costituisce una precisa indicazione circa la necessità che tale emissione avvenga in violazione delle norme che regolano l’inquinamento atmosferico. Ne consegue che poiché la legge contiene una sorta di presunzione di legittimità delle emissioni di fumi, vapori o gas che non superino la soglia fissata dalle leggi speciali in materia, ai fini dell’affermazione di responsabilità per il reato qui indicato non basta l’affermazione che le emissioni stesse stiano astrattamente idonee ad arrecare fastidio, ma è indispensabile la puntuale e specifica dimostrazione che essi superano gli standard fissati dalla legge. Mentre quando, pur essendo le emissioni contenute nei limiti di legge, abbiano arrecato o arrechino completamente fastidio alle persone, superando la normale tollerabilità, si applicheranno le norme di carattere civilistico contenute nell’articolo 844 Codice Civile. Allora è evidente che non ci troviamo di fronte a della carta straccia, ma ci troviamo di fronte invece all’esercizio di un’attività conforme all’ordinamento. Una sola obiezione si potrebbe muovere, non se sono del tutto convinto ma una certa validità può avere. In che senso? Nel senso che ovviamente se i rischi sono quelli che sono insiti nel riconoscimento che il legislatore dà agli stessi, cioè il rischio è nell’ambito del rispetto delle normali condizioni di produzione, ovviamente non possiamo qualificare il comportamento con illecito o prudente. Diverso è il caso ove si dimostri che in realtà quella determinata attività è foriera di danno, o comportante un incremento di rischio che viene ad escludere quel bilanciamento che è insito nel riconoscimento legislativo della liceità di tale attività. Questo sulla base di quale discorso? Sulla base del discorso che se una attività è autorizzata presupposto dell’autorizzazione è appunto un certo bilanciamento di interessi, se quel bilanciamento viene a rovesciarsi, ma dimostratamente viene a rovesciarsi, si potrebbe anche dire che il presupposto implicito dell’autorizzazione possa venire meno. Io lo dico per onestà intellettuale, non ne sono troppo convinto, ma in effetti potrebbe essere questa una ragionevole obiezione, ma un’obiezione che cosa? Un’obiezione valida nella misura in cui effettivamente si dimostri un danno di quello che è il rischio fisiologico che il legislatore riconosce. Ma dove è il danno, il pericolo incrementato per l’aggravamento del rischio negli anni 90? Solo in realtà nell’ipotesi accusatoria del 1996 che non sussistono dei limiti soglia, che ci sia una potenzialità patogenica di qualunque dose, anche delle basse dosi, o comunque le basse dosi di CVM vengano ad aggravare le conseguenze di malattia. Si tratta in realtà di un’ipotesi destituita di qualunque appoggio scientifico, mera congettura, neppure ipotesi probabilistica, sul punto richiamiamo quanto scritto da Dragani e Zocchetti. Ma si potrà dire, con Senofane di Colofone, che non conosciamo la verità, se anche per caso uno la possedesse non sarebbe di averla e tutto il nostro sapere è congettura. Sì, è vero, però c’è congettura e congettura. C’è la congettura che ha un riscontro nella verifica empirica, nella verifica sperimentale, e quindi costituisce un’approssimazione comunque alla verità, invece c’è la congettura che il lancio della fantasia, cioè l’ipotesi che si lancia perché piace, ma senza che esista quell’ipotesi fattuale e dimostrativa di quanto si viene ad affermare. Allora di fronte ad un’attività lecita non può configurarsi in realtà una responsabilità di Zerbo in relazione al tipo di produzione ed al modo di produzione, le cui scelte peraltro appartengono ad altri. In realtà attenzione, abbiamo a che fare con una realtà in cui tutte le patologie si riferiscono ad addetti assunti negli anni 50, 60 e nei primi anni 70, non vi è nessun caso né in letteratura, né per quanto riguarda gli addetti al Petrolchimico, di patologie di persone assunte prima. Questo riprova un’altra volta che si ha a che fare con mere congetture allorquando si parla di effetto patogenico di basse dosi. Allora non responsabilità per il tipo e modo di produzione, poniamoci la domanda: è ipotizzabile una responsabilità per omesso risanamento dei siti? E’ ipotizzabile una responsabilità di Zerbo per la mancata attuazione di investimenti impiantistici a tutela dei lavoratori, e via dicendo? Io credo che a questo punto noi dobbiamo fare un po’ i conti anche con quello che è il diritto vivente, con la giurisprudenza, cioè che in materia soprattutto infortunistica, più o meno la materia è affine, c’è una correlazione tra potere e dovere con riferimento alla responsabilità, intanto si risponde in quanto si era un determinato potere. Ed allora, a prescindere dal tema che in realtà gli investimenti sono stati fatti, certamente non spettava a Zerbo farli, ciò vale soprattutto per il risanamento dei siti, che Zerbo, visto che non è Zerbo che ha inquinato i siti, quindi non può essere chiamato lui a riparare i danni che non ha commesso, in realtà come dicevamo non dimentichiamo che ci troviamo di fronte ad una realtà, cioè ad una unità produttiva il cui governo è determinato dalla centralizzazione delle scelte. Questo lo troviamo riscontrato sia nella prova documentale e sia nella prova orale. Gavagnin con riferimento alla discarica di Dogaletto, Azienda Agricola Alba, se non sbaglio dice che si era posto appunto il problema del risanamento di questa discarica, dice nell’udienza del 16 marzo del 2001 "sono stato incaricato di fare una ricognizione della situazione, ho esaminato i dati fino a quel momento acquisiti, in maniera non sistematica, ho fatto una nota tecnica, sono andato a Milano, l’ho portata, mi ricordo benissimo, l’avvocato Pasini il quale una volta esaminata la nota tecnica ha detto "si proceda" e ho avuto il mandato dalla direzione di Milano con il consenso della direzione di stabilimento di mettere in atto la prima campagna di monitoraggio, cioè di carotaggi, prelievi ed analisi, piezometri e viceversa". Si domanda "ma lei dopo è stato chiamato dal suo direttore di stabilimento dell’epoca, diceva che è andato a Milano e ha parlato con l’avvocato Pasini che ha dato queste disposizioni, ma l’avvocato Pasini a Milano che ruolo aveva e chi rappresentava?", "lui era responsabile della funzione legale di sede della Montedipe, della sede centrale", "sì, lei ha parlato con qualche altro?", "Certo, io ho parlato con il dottor Di Giorgi che era il mio referente e con il dottor Mattiussi che era il presidente della società". Questo per dire, non per gettare la croce a nessuno perché noi dobbiamo fatto una premessa di fondo che non abbiamo nulla a che fare, non esiste un’attività illecita, un’attività qualificabile come imprudente negli anni 90 e nel periodo che ci interessa, noi diciamo semplicemente che comunque il Giudice dovrà valutare quelli che sono i limiti del potere ai fini di una valutazione, ove lo ritenga, della sussistenza del fatto. E le cose non cambiano anche in epoca successiva, passaggio da Montedipe ad Enichem e Gavagnin sempre ci dice "poi è successo che la società è stata acquisita da Enichem, mi è arrivata una lettera, mi ricordo anche che nel marzo del 1991 l’allora assessore provinciale ingegner Bianchi ha scritto una lettera di sollecito alla società, quindi al Petrolchimico chiedendo di procedere". Centralizzazione che trova incontro anche nella testimonianza di Raffaelli, udienza 10 maggio 2000: "Diciamo che la competenza della società Enichem Anic, la quale aveva ovviamente degli stabilimenti di competenza. Normalmente c’è una serie di deleghe e di procure, per cui c’è una ripartizione di importi". Ed allora andiamo a verificare questi importi e troviamo che: "Il sottoscritto Andrea Mattiussi, nato ma Bengasi - etc. - nella sua qualità di presidente della Montedipe S.r.l., con sede legale in Milano, conferisce all’ingegner Zerbo procura: stipulare e modificare e risolvere contratti individuali di lavoro per quadri, impiegati, intermedi, operai; stipulare accordi con le rappresentanze sindacali, aziendali, limitatamente ai rapporti con il personale dello stabilimento; stipulare, con tutte le clausole opportune, compresa quella compromissoria; modificare e risolvere contratti di acquisto e permuta di beni immobili in genere, ivi compresi i mezzi di trasporto ed esclusi i titoli e i beni immateriali. Sì, il potere di cui sopra è limitato a singoli atti il cui contenuto economico non superi le lire 150 milioni". Un po’ poco, per investimenti miliardari. "Si prevede anche la possibilità di stipulare, con tutte le clausole opportune, compresa quella compromissoria, di modificare e risolvere contratti; sempre concludere contratti di trasporto, appalto, comodato, somministrazione di opera e contratti con le Ferrovie dello Stato - non si capisce perché particolarmente citate le Ferrovie dello Stato, comunque lo riportiamo -. Il potere di cui sopra è limitato a singoli atti, il cui contenuto economico non superi le lire 300 milioni". Quando poi subentra Enichem Anic si conferisce sempre all’ingegnere Zerbo ulteriore procura la quale sostanzialmente riproduce questa, si dice: "Modificare e risolvere contratti; stipulare con tutte le clausole opportune contratti di acquisto, permuta di beni immobili, compresi i mezzi di trasporto, ed esclusi i titoli e i beni immateriali. Il potere di cui sopra è limitato a singoli atti, il cui contenuto economico non superi le lire 100 milioni. Resta fermo 100 milioni, qualunque altro successivo per quanto riguarda contratti e convenzioni di noleggio, trasporto, e via dicendo". Allora vediamo come in realtà i poteri conferiti all’ingegnere Zerbo non fossero tali da consentire allo stesso, di propria iniziativa, di procedere alla bonifica dei terreni, o a modificare gli impianti con investimenti miliardari come è ovvio sia. L’ingegnere Zerbo non è in realtà, è chiaro questo punto, il padrone del vapore. Va invece ricordato, e qui andiamo a toccare l’altra tematica della sovraesposizione verso il basso, come il Petrolchimico abbia una propria struttura organizzativa e che lo stesso Zerbo ha provveduto a una organizzazione nell’ambito delle proprie competenze, del lavoro del Petrolchimico. Anche qui noi dobbiamo fare riferimento a quelli che sono gli sviluppi della più recente giurisprudenza. In tema di responsabilità, nell’ambito delle imprese, si è detto e si è scritto molto; credo che la Cassazione ultimamente sia arrivata poi all’affermazione di alcuni importanti principi che sostanzialmente possiamo raggiungere nel principio funzionalistico della responsabilità e del non formalismo nell’attribuzione delle funzioni. E si dice ad esempio, dalla Cassazione 3 marzo 1998: "Posto che le esigenze dell’economia moderna impongono sempre più articolate organizzazioni delle strutture produttive, soprattutto nelle società di capitali di grandi o notevoli dimensioni, la responsabilità penale va ancorata, piuttosto che al dato rigorosamente formale della legale rappresentanza, al dato sostanziale funzionale che tiene conto della titolarità di poteri effettivi legati allo svolgimento concreto di talune attività". Ed analoghe considerazioni, poi produrremo una memoria, dove mi sembra che abbiamo riportato queste, valgono per un’ulteriore sentenza del 26 febbraio 1998. Io vorrei solo qui ricordare una massima brevissima, che invece la Cassazione, Sezione Terza, del 6 luglio 1999, laddove si afferma: "In materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il conferimento della qualifica di preposto deve essere attribuita, più che in base a formali qualificazioni giuridiche, con riferimento alle mansioni effettivamente svolte nell’impresa. Ne consegue che chiunque abbia assunto, in qualsiasi modo, posizione di preminenza rispetto ad altri lavoratori, così da poter impartire ordini, istruzioni, direttive sul lavoro da eseguire, deve essere considerato, per ciò stesso tenuto a norma dell’articolo 4 del DPR 27 aprile 1995, n. 547, alle osservanze e all’attuazione delle prescritte misure di sicurezza e al controllo del loro rispetto da parte dei lavoratori". Ora, qui abbiamo chiaramente delineato un sistema di responsabilità dell’impresa secondo un criterio funzionalistico, e cioè: "I destinatari degli obblighi, nascenti da una posizione di garanzia, vanno individuati secondo il concreto esercizio delle funzioni". Si supera la teoria per cui la delega andrebbe ad escludere semplicemente l’elemento soggettivo del reato, ma si assume una impostazione concreta e si dà atto di quella che è la realtà delle cose, che nelle grandi imprese certamente non ci può essere l’amministratore delegato che sta a controllare che le viti siano a posto, ma che neppure il direttore può provvedere personalmente e controllare tutto. Quello che conta è che cosa: che vi sia una organizzazione nell’ambito dell’impresa che garantisca la prevenzione di effetti dannosi o pericolosi. L’ingegnere Zerbo, sotto questo profilo, è stato più che diligente, con la comunicazione di servizio numero 336, decorrenza 15 maggio 1989: "La protezione ambiente e sicurezza assume la struttura organizzativa di seguito riportata". E sempre in questa comunicazione di servizio si dice: "Protezione ambiente e sicurezza". Si indica il responsabile: "Al responsabile di protezione ambiente e sicurezza competono le seguenti funzioni: assicurare la corretta interpretazione e diffusione delle leggi e dei regolamenti in materia di sicurezza impianti, prevenzione infortuni, protezione ambientale; provvedere all’elaborazione delle relative norme di attuazione ed assistere le funzioni operative per l’applicazione delle norme stesse; promuovere all’esecuzione dei collaudi di legge e delle ispezioni; impianti nel rispetto delle normative vigente e delle procedure di stabilimento; assicurare con le risorse le attrezzature di pronto intervento; efficace e tempestiva azione di assistenza". A ciò si aggiunge che: "Al responsabile di protezione ambientale e sicurezza riferiscono: assistente, responsabile di tecnologia, responsabile di ecologia ed ambiente, il responsabile di pronto intervento ed emergenza, il responsabile di ispezioni e collaudi, il responsabile di laboratorio chimico". Allora vediamo che anche sotto questo profilo sarebbe inconfigurabile una responsabilità dell’ingegnere Zerbo verso il basso, per singoli fatti accidentali, come possono essere stati sporadici sversamenti o il mancato uso delle maschere protettive da parte di qualcuno. Un’ottica giustamente funzionale dell’impresa e delle sue necessità non può in questo caso ritenersi che l’ingegnere Zerbo vada a essere qualificato come garante, anche delle cose più piccole che competono alle competenze di altri. Un ultimo aspetto, sotto il profilo della configurazione di violazione di obblighi, e quindi invece dell’affermazione di una carenza di violazione di obblighi, e comunque della carenza di una posizione di garanzia da parte dell’ingegnere Zerbo, va fatta per quanto riguarda poi invece il problema dell’insacco in modo particolare con riferimento al reparto CV7, perché gli altri reparti non sono mai stati interessati da Zerbo. Ora, qui il punto è abbastanza di rilievo. Ci rendiamo conto che si tratta, sempre ovviamente in denegata ipotesi, in ipotesi subordinata, di una questione abbastanza delicata, che va peraltro correttamente inquadrata giuridicamente. Ora, noi abbiamo, innanzitutto, io vorrei indicare al Tribunale questo verbale di riunione del 27 maggio 1980, in cui si incontrano in Marghera i rappresentanti Trasped, che è la società esecutiva della Socom, e le strutture territoriali dei lavoratori, unitamente al consiglio di fabbrica Enichem-Montedipe; e questo con riferimento alle problematiche inerenti al progetto di terziarizzazione, previsto dall’accordo 11 maggio 1998, sottoscritto da Enichem base, Anic, EVC, e dai rappresentanti della Fulc. Perché ricordo questa riunione? La ricordo per indicare che ciò che si andava realizzando non era un qualcosa di fittizio, la costituzione di rapporti in cui vi era in realtà un rapporto di dipendenza sempre tra la società e il singolo insaccatore, ma che in realtà si andava ad operare quello che poi viene concluso nel maggio del 1988, e il contratto d’appalto Socom-Enichem-Anic, il contratto viene denominato secondo un giusto inglecizzante: contratto di deposito in conto custodia con prestazione di servizi. Ma, in realtà, se leggiamo il contratto stesso, vediamo che abbiamo a che fare con un appalto. Perché? Perché la Socom si impegna innanzitutto a tenere a disposizione di Enichem Anic, le aree attrezzate di sua disponibilità, quindi organizzazione autonoma del proprio lavoro; si impegna oltretutto, nei confronti di Enichem Anic, a svolgere i servizi di seguito precisati, predisponendo gli opportuni mezzi. E quindi si indicano i servizi, che in modo particolare riguardano ricevimento carico e scarico dei materiali di produzione del CV24. Non voglio dilungarmi troppo, vorrei solo ricordare che nel contratto si dice: "Sarà parimenti, a carico di Socom, l’osservanza di tutte le disposizioni di legge e procedure di Enichem Anic in materia amministrativa, fiscale, sicurezza, ecologia, relativa al deposito dei prodotti". Allora, con che cosa abbiamo a che fare? Qui abbiamo a che fare con un contratto di appalto. Ora, il contratto d’appalto, almeno, sicuramente, fino all’entrata in vigore della 494 del ‘96 comportava che si configurasse come datore di lavoro l’appaltatore. E ciò per un elemento naturale: il contratto d’appalto è caratterizzato dall’autonomia dell’imprenditore che assume l’appalto. E qui Socom, il Trasped, sono in autonomia l’appalto, con la conseguenza che datore di lavoro va configurata la cooperativa dell’eventuale inosservanza di norme e precauzioni, e via dicendo, anche causative di eventi dannosi o pericolosi, responsabili sono i legali rappresentanti delle cooperative e non l’ingegnere Zerbo. Due sole cose, ed ormai l’avvocato Cesari ha detto già tutto quindi non occorre, è solo per completezza logica, che io ricordo in realtà come nell’ambito invece delle proprie competenze l’ingegnere Zerbo si sia più che mai attivato; e di ciò ne abbiamo data un’ampia prova, non solo testimoniale ma vi è una produzione documentale, sia nella memoria difensiva e sia allegata alle sue dichiarazioni. A ciò possiamo aggiungere anche, vorrei sottolinearle al Tribunale, non le leggo perché il tempo vola e mi dicono che dobbiamo parlare in sei in mattinata, ma ricorderei le dichiarazioni di Cecconello Carlo, udienza 19 aprile 2000; di Falcilia, udienza 7 luglio 2000; Denale, udienza 11 luglio 2000; Scaglianti, udienza 12 luglio 2000. Ed ancora le dichiarazioni di Gavagnin, su quello che è stato l’attivismo di Zerbo ai fini dei problemi ambientali. E non dobbiamo dimenticare che noi ci troviamo invece di fronte a una persona che non aveva i soldi in tasca per dire "io adesso, in quattro e quattr’otto mi rifaccio da capo a nuovo il Petrolchimico", ma che si è attivato - e quindi è il rispetto delle sue funzioni - per affrontare i problemi ambientali, ha dato un’organizzazione che garantisse la prevenzione da infortunio sul lavoro e malattie professionali. Vorrei solo ricordare, per completezza, come l’ingegnere Zerbo abbia poi spinto per la realizzazione dell’impianto relativo all’acido solforico, con conseguente eliminazione di un grosso problema, e cioè l’eliminazione dei fosfogessi, che possono essere una possibile fonte di inquinamento. E quindi allora andiamo al sodo, non può esservi responsabilità per il tipo e modo di produzione; non responsabilità per omessi investimenti, risanamenti di siti; non responsabilità verso il basso per fatti accidentali che fanno carico ai preposti. E, di contro, in positivo, vi è stata un’attività concreta, diretta a prevenire infortuni, diretta a risanare i siti, e quindi su ciò richiamo quanto detto dall’avvocato Cesari e richiamo poi il contenuto delle memorie già prodotte e di quella che ulteriormente verremo a produrre. Forse abbiamo scritto un po’ troppo, io sono più per l’oralità, ma mi rendo conto che in processi come questi è necessario, in qualche modo, fare una ricapitolazione. A questo punto, peraltro, non ho ancora finito, e chiedo ancora la pazienza del Tribunale per cinque minuti, di formulare un’ipotesi subordinata nell’ambito delle ipotesi subordinate. Ora, credo dobbiamo fissare alcuni concetti: la posizione di garanzia non può comportare l’equazione garante/evento = responsabilità. Attenzione, la posizione di garanzia è semplicemente una fonte di obblighi, la cui violazione poi costituisce in realtà l’illecito. Ora, in realtà, come abbiamo visto, non vi è stata violazione di nessun obbligo, e quindi insistiamo per l’accoglimento delle nostre conclusioni. Facciamo un’ipotesi subordinata: facciamo l’ipotesi cioè che quella congettura - e parlo della congettura relativa alla patogenicità delle soglie minime o delle basse soglie - fosse ritenuta vera. Non lo può essere, se non altro perché vi sarebbe un ragionevole dubbio su questa sussistenza, e tanto basterebbe. Ma facciamo l’ipotesi che sia vera. Ed allora dobbiamo perciò, se fosse vera, automaticamente concludere per la responsabilità, sia pure diminuita, dell’ingegnere Zerbo, e via dicendo. Beh, la risposta è no, perché in realtà qui la fonte di un’eventuale responsabilità non sarebbe in norme specifiche scritte, che vengono a costituire appunto la colpa specifica; al titolo di responsabilità verrebbe ad ancorarsi invece la colpa generica ad una generica violazione di un dovere di prudenza, che va rimproverata in concreto all’autore. Cioè, l’autore del fatto deve essere rimproverabile. E qual è questo criterio di rimproverabilità? Il criterio di rimproverabilità sta nella prevedibilità del fatto, cioè del fatto di poter dire: ma tu queste cose le sapevi o le dovevi sapere, e quindi per questo sei responsabile. Ma le cose non stanno affatto così, perché come dicevamo gli impianti del 1990, di produzione del CVM, sono impianti nuovi di concezione rispetto ai vecchi impianti preesistenti, che prima degli anni ‘70 hanno cagionato quelle alte esposizioni, che sono in realtà la causa delle patogenesi che ci sono state; in realtà l’ingegnere Zerbo aveva a che fare con impianti che tra l’altro funzionano ancora, ma che nel ‘90 erano ancora più nuovi e di nuova concezione, e non aveva nessuna ragione, sapendo che erano stati fatti interventi impiantistici negli anni ‘70, di dubitare degli stessi. Ancora, e ritorno su un concetto, qui si tratta di un’attività autorizzata, piaccia o non piaccia; si tratta di un’attività su cui dobbiamo fare i conti di liceità, piaccia o non piaccia. Il fatto che questa attività, nel rispetto di quei limiti, venga autorizzata, chiaramente va ad escludere la rimproverabilità al soggetto, vale ad escludere l’idea che al soggetto gli si possa rimproverare: ma tu dovevi sapere che facevi una cosa pericolosa. Ma, ancora, aggiungiamo cosa si scriveva negli anni 90, e questa è la pubblicazione di cui ha già fatto cenno l’avvocato Cesari: "I dati finora raccolti consentono le prime conclusioni ed orienta i programmi futuri; tutti gli aspetti considerati mettono in evidenza che nelle industrie di processo del comparto chimico, petrolchimico, e della produzione di energia elettrica, lo stato di salute delle popolazioni lavorative risulta nel complesso soddisfacente, e questo dato è confermato dai risultati dello studio di mortalità". Ancora si scriveva: "Conclusione Comba-Pirastu: la coorte degli esposti al CVM del Petrolchimico di Marghera è catalizzata da una mortalità complessivamente bassa, che cresce con l’aumentare del periodo di latenza". Perché appunto si fa riferimento alle esposizioni del passato. Si dice ancora: "Come interpretare questi dati non è compito di questa relazione; si può solo dire che dai numerosi e ripetuti accertamenti clinici e strumentali, effettuati su tutta la popolazione lavorativa del nostro stabilimento, negli ultimi quindici anni, non sono emersi, negli esposti al CVM, rispetto ai lavoratori non esposti al CVM, differenze che consentano di porre, o tanto meno confermare, ipotesi di patologia correlabile allo specifico ambiente di lavoro". Questo è quello che si diceva e ragionevolmente lo si diceva negli anni 90, perché il CVM, signori del Tribunale, piaccia o non piaccia, è stato un problema del passato; un problema che è sorto, esploso nei primi anni 70, ma che non si può artificialmente riproporre oggi con riferimento agli anni 90, proporlo oggi, addirittura negli anni 2000. Io mi ricordo che queste aule sono state inaugurate quando i direttori di stabilimento per la verità si figuravano parti lese o parti offese, anche tragicamente offese. E poi si diceva già, siamo ai processi negli anni 1985, con riferimento agli anni 80, "ormai è passato lontano, questa avere il colpo d’occhio, un occhio di riguardo..." e via dicendo, e quindi parlavamo di concili volontari. Mentre, e per quelli si diceva già "ormai il tempo è passato", ma qui di fronte invece ci troviamo, lo si voglia o no, a fatti di omicidi involontari, ed aggiungo anche non colpevoli, in cui è avvenuta ormai in anni passati, in relazione a periodi di tempo che sono molto lontani, e quindi a maggior ragione è tempo oggi di porre l’oblio. Di porre l’oblio considerando quelli che sono stati i doveri non giuridici, perché devo riparare un danno non cagionato, ma i doveri di solidarietà sono stati rispettati con il pagamento a quelle che erano le parti civili di una somma che non è riconoscimento di responsabilità, ma è partecipazione. Signori del Tribunale, io chiudo solo con un’osservazione. Io non credo che l’avvocato abbia un’obbligazione di risultato, qui dissento dal professor Stella, io credo che l’avvocato ha un’obbligazione di mezzi. Mi conduce molto praticamente a questa conclusione anche il parallelo, uno può essere tradito dal coniuge perché ha defaillance, ma può anche essere tradito perché il coniuge ha esigenze superiori, non particolarmente... o nessuna, quindi in realtà io credo che ragionevolmente l’avvocato abbia un’obbligazione di mezzi. Io credo che l’obbligazione di risultato sia l’obbligazione invece del Giudice, cioè l’obbligazione di emettere una sentenza giusta, giusta nel senso che sia conforme a quelli che sono i parametri normativi, i parametri normativi interpretati con saggezza ed equità costituiscono la chiave di volta del processo giusto. Per questo io concludo: Zerbo assolto perché il fatto non sussiste, per non avere commesso il fatto, in ulteriore subordine perché il fatto non costituisce reato. Grazie.

 

Presidente: grazie, avvocato. Chi prende la parola ora?

 

Avvocato Cesari: volevo solo prenotare l’intervento del professor Carboni per il primo pomeriggio.

 

Avvocato Schiesaro: signor Presidente, approfittando della pausa, visto che è stato prenotato l’avvocato Carboni per il primo pomeriggio, io chiederei che nel primo pomeriggio venissero sentiti i responsabili civili e in coda l’avvocato Carboni.

 

Presidente: avvocato, io sinceramente non riesco ad interferire in un’organizzazione che le difese si sono date, se lei mi faceva presente questa mattina e la volta scorsa quelli che erano i suoi impegni potevamo vedere con l’avvocato Carboni presente di concordare un’organizzazione all’udienza che tenesse conto per l’appunto anche dei suoi impegni, ma adesso evidentemente quando l’avvocato Carboni, d’accordo con gli altri difensori delle difese, ha individuato una sua fascia oraria di intervento, mi riesce difficile dire "no, l’avvocato Carboni interverrà alla fine", però se tutto questo è possibile lascio a voi la possibilità di arrivare ad un accordo per potere eventualmente posticipare l’arringa dell’avvocato Carboni ed anticipare quindi, secondo quello che era un po’ il programma che le difese si erano date, anticipare quello dei responsabili civili che a lei interessa particolarmente. Però, voglio dire, questa deve essere concordato, non è che io posso intervenire io in autorità.

 

Avvocato Schiesaro: non lo dicevo in questo senso, Presidente, lo dicevo semplicemente che da quello che avevo capito c’era un programma originario che prevedeva nel pomeriggio i responsabili civili, adesso sento che l’avvocato Carboni non può parlare nella mattina, come era previsto, e chiede di parlare nel primo pomeriggio, allora segnalavo questa necessità.

 

Presidente: io credo che l’avvocato Carboni si limiterà ad un intervento di un’ora, anche meno, quindi non è che poi sconvolgerà quello che è il programma. Andiamo avanti, prego, avvocato Di Noia.

 

AVVOCATO DINOIA

 

Avvocato Di Noia: anche perché ormai mi pare che il tempo che si è parlato per l’avvocato Carboni sia circa quello che rimane a me adesso. Anche perché, signori del Tribunale, io intanto comincio dalle conclusioni che sono conclusioni secche, io non faccio subordinate e men che meno subordinate di subordinate. La conclusione secca è che i fatti non sussistono. Io sono fermamente convinto che stiamo un po’ tutti, io in primis, abusando del tempo del Tribunale. Non ho il minimo dubbio che la causa, per quanto riguarda gli imputati del gruppo Enichem, sia stata conclusa a giugno con gli interventi di Stella, Pulitanò e Santamaria. Tutto quello che adesso andiamo ad aggiungere è esclusivamente tempo perso per il Tribunale. Perché lo facciamo? Se vuole la confessione perché... per onere di firma se vuole, per poter dire "ho parlato anch’io per esercire le conclusioni" ma non di più. La causa è finita dopo quei tre interventi. Cosa volete che vi metta adesso altra carne al fuoco per quanto riguarda Cirillo Presotto? Io evidentemente sarà brevissimo e seguirò il capo di imputazione per quanto riguarda le cariche dell’ingegner Presotto, così come sono indicate. La prima carica è quella di dirigente della società Anic nel periodo gennaio del 1979 e marzo del 1986. Credo che sia fin troppo facile dire che Presotto in questa carica, in questo periodo, per così dire, non ci azzecca niente con il CVM, né di durante né di rovescio. Era un semplice dirigente in una società che non ha avuto, in quel periodo temporale, alcun collegamento con il Petrolchimico di Porto Marghera, non l’ha gestito e non era proprietario, niente di niente. La gestione sappiamo che fino al 1981 era di Montedison S.p.A., dopodiché è passata ad altre società del gruppo Montedison. La proprietà sappiamo che anche lì fino al 1981 era di Montedison S.p.A., poi ci sono stati i vari passaggi che hanno coinvolto altre società di Montedison, hanno coinvolto Riveda, hanno coinvolto Enichimica, vedete voi chi altri può essere stato coinvolto, certamente non troverete mai la società Anic. Tra l’altro, ma è solo una parentesi, tra l’altro Presotto non si sarebbe mai comunque occupato del CVM, anche negli altri stabilimenti. Riguardava altre cose. Anche prima, fino all’80 Anic ha avuto degli stabilimenti che hanno interessato il CVM, non a Porto Marghera ma da altre parti, bene, la divisione chimica a cui faceva capo Presotto non curava il CVM che era curato dalla divisione materie plastiche. Quindi è fin troppo facile dire "questo periodo del capo di imputazione lo cancelliamo e basta". Altrettanto tranchant è il discorso sulla seconda parte del periodo contestato all’ingegner Presotto, cioè quello del marzo del 1986 e ottobre del 1987, quando gli si contesta di essere stato amministratore delegato di Enichem Polimeri e di Enichem Base. Qua non si può dire che non ci sia necessaria rilevanza con il CVM ed in particolare con Porto Marghera, qua il problema però è il problema della delega. Perché la delega che aveva l’ingegner Presotto non aveva nulla a che fare con il CVM di Porto Marghera. Era una delega, per così dire, residuale la sua, cioè che riguardava tutto ciò che non atteneva il PVC e CVM, il resto era suo, ma il resto. Tutto quello che atteneva il CVM e PVC era di competenza del presidente Autuori. Ho già sentito un mormorio di quella lingua dell’avvocato Cesari che dice "che è morto", eh, ma non è mica colpa mia se quello è morto, e d’altra parte nessuno può mettere in dubbio che l’avesse per davvero la delega al CVM e l’interesse nel CVM, perché tutta la storia di Autuori è una storia legata e collegata al CVM. E’ Autuori che aveva partecipato per esempio alle trattative che erano sfociate alla costituzione di Enoxi, era Autuori per esempio che aveva partecipato alle trattative relative a Riveda, di cui era stato anche amministratore, era sempre Autuori che poi è diventato amministratore delegato di Enichem Polimeri e che aveva partecipato alle trattative che avevano portato alla costituzione di EVC di cui pure era diventato amministratore. Insomma è nelle cose, è nella storia delle due persone, una non si era mai occupata del CVM di Porto Marghera, l’altra si era sempre occupata del CVM, ovviamente quando si sono trovati in questo periodo hanno suddiviso le proprie deleghe, l’una il CVM e PVC, l’altra tutto quello che non atteneva al CVM e PVC. Ed arriviamo finalmente, e dico finalmente non a caso, al periodo in cui l’ingegner Presotto è diventato direttore generale delle attività chimiche della società Anic, cioè dal novembre del 1987 al dicembre del 1989. Dico finalmente perché è a questo periodo che il Pubblico Ministero fa riferimento quando motiva la sua richiesta di condanna per Presotto. Dice il Pubblico Ministero che in questo periodo Presotto era direttore degli affari della chimica, dell’attività chimica ed era uno dei due anelli di congiunzione tra presidente di Enichem-Anic, cioè Burrai, e il direttore di stabilimento. I due anelli di congiunzione sono Erba come capo della divisione cloroderivati e l’ingegner Presotto. Questa è la costruzione della posizione di Presotto secondo il Pubblico Ministero, che attinto all’interrogatorio di Burrai dell’ottobre ‘96. Presotto ha dato della sua collocazione, della sua qualifica di questo periodo, un contenuto molto preciso. Ha dichiarato l’ingegner Presotto, al dibattimento, che la sua mansione era quella di sovrintendere alle attività aziendali delle divisioni olefine, delle poliolefine, del cloro-soda, della raffinazione, dei prodotti intermedi e borici. Non del CVM. Per quanto riguarda quelle lavorazioni, l’ingegner Presotto doveva curare la lavorazione, la programmazione, l’acquisto delle materie prime, e quant’altro. Ciò gli comportava un’attività molto intensa, perché si trattava di sei divisioni con 120 impianti di distribuiti in 11 stabilimenti, che ha elencato, che io non sto a ricordare, ma nei quali non c’è Porto Marghera, non c’è il petrolchimico. Ed allora veniamo a quello che ha detto Pubblico Ministero, perché queste sono le uniche parole - torno a ripetere - che hanno fornito la base di una richiesta di condanna a sei anni. Tre brevissime considerazioni, lasciando perdere quello che ha detto l’ingegnere Burrai; tre brevissime osservazioni su quella che è stata la motivazione del Pubblico Ministero. Prima di tutto, brevissima, folcloristica se volete, dopo tre anni e mezzo di a dibattimento, per andare a motivare una richiesta di sei anni di condanna per l’ingegner Presotto, siamo ritornati a cinque anni fa, come se per tutto questo periodo non avessimo fatto nulla. Ma questo, mi rendo conto, è folclore mio. Le altre due osservazioni invece sono molto meno folcloristiche e molto più sostanziali. La prima osservazione è: ma non c’è qualcosa di stonato in quello che ha detto, Pubblico Ministero? Non c’è qualcosa che immediatamente viene percepito come un "mah, qua c’è qualcosa che non mi torna". A me subito è saltata questa mosca davanti. Perché qualcuno dovrebbe avere la bontà di spiegarmi come funziona questa catena di conoscenze o di conoscibilità o di dovere di conoscenza; qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegarmi perché la persona che è più vicina ai fatti, che è più vicina allo stabilimento, la persona che ha la conoscenza più diretta di quella che è la realtà dello stabilimento, e cioè l’ingegnere Erba, è un teste. Cioè, lui non ha alcuna responsabilità e dovrebbe averla la persona alla quale lui doveva riferire! E per questo uno chiede sei anni di carcere! Con un referente che è teste! Ancora oggi è teste. Ma se la persona che deve a me riferire, giustamente è teste, giustamente non ha alcuna responsabilità, io dico che altrettanto giustamente anch’io devo ritornare quanto meno in quella veste. Diciamo che sono stato nelle vesti sbagliate per tanto tempo. E questo, dicevo, è sostanza, non è più folclore. Ma c’è ancora un’altra sostanza, sempre a questo proposito: il Pubblico Ministero ha citato l’interrogatorio dell’ingegner Burrai dell’ottobre ‘96. Ed allora il primo problemino, ma è un parlamentino facile facile, ve lo dico subito, se sono riuscito a risolverlo io più facile di così non può essere, e il problemino facile facile è questo: l’ingegner Burrai è stato sentito dal Pubblico Ministero, ripeto, nell’ottobre ‘96. Domanda: è stato sentito poi al dibattimento? Risposta: no. Ridomanda: cosa succede di quelle dichiarazioni che riguardano i coimputati che non si sono sottoposti all’esame dell’altro imputato o del suo difensore? Qualcuno ha sentito parlare dell’articolo 111 della Costituzione nella sua nuova formulazione? Qualcuno ha sentito parlare della cosiddetta legge sul giusto processo? Basta rileggersi l’articolo 26, quarto comma, della legge 1° marzo 2001, n. 63, che fa riferimento, come applicazione, al comma 1 bis dell’articolo 526 così come introdotto dall’articolo 19 di quella legge. E questo comma 1 bis dell’articolo 526 dice che non sono utilizzabili quelle dichiarazioni rese dall’imputato che si è sottratto volontariamente all’esame del coimputato o del suo difensore. Punto e basta. Come vedete è proprio una perdita di tempo quella alla quale sto sottoponendo il Tribunale, e continuando pervicacemente su questa cattiva strada vorrei ricordare, proprio velocemente, poi magari farò oggetto di una memoria su questo punto anche, e cioè il punto: in quel periodo di cui stiamo parlando, ‘87/’89, ma chi risponde per davvero? Chi ha la gestione di che cosa? Io non credo che sia così semplice la vicenda. Anticipando le conclusioni, secondo me chi gestiva era da un lato Montedipe per alcuni versi, dall’altra non era l’Anic, era EVC. E cioè in virtù degli accordi diciamo già del protocollo d’intesa dell’86, adesso io qua salto tutti i richiami, perché tanto basta andarli a vedere e questo tempo almeno riesco ad evitarvelo. Nel protocollo d’intesa, ai preamboli, viene spiegato il perché di questa joint-venture, la razionalizzazione, la crisi del mercato, la necessità di creare una joint-venture a livello europeo, che prendesse in mano e gestisse operativamente tutto. Altro che le holding o i riferimenti dei gruppi italiani. In realtà tutto era gestito nei Paesi Bassi, non da qua. Vi ho detto che nell’80 sono stati sottoscritti gli accordi denominati PSA (Prodaction Service Agreement), dove si dice espressamente: "Viene stipulato l’accordo al fine di assegnare all’interno del gruppo EVC rispettivamente la attività mista relativa al CVM e PVC del gruppo Enichem e del gruppo ICI". Queste sono le parole testuali degli accordi del PSA del novembre ‘87. Che, per chi non avesse ben inteso, vanno avanti quegli accordi dicendo: "ICI ed Enichem concordano sul fatto che il gruppo EVC debba avere pieni poteri nel dirigere la produzione e la vendita di EDC, CVN, PVC", etc.. Di tal che, all’articolo 3 di quello stesso contratto 28 novembre ‘87, si stabilisce che: "Enichem base si impegna, a partire dalla data di inizio prevista dal presente contratto, a mettere a disposizione di EVC tutti gli impianti, e di far funzionare gli impianti e a produrre esclusivamente per EVC, sotto la direzione e il controllo di EVC. Insomma, si dice, EVC - e continuo a leggere testualmente dal protocollo - sarà responsabile della determinazione dei requisiti della produzione per ogni impianto e del controllo e della direzione del funzionamento di ogni impianto". Ripeto: "EVC sarà responsabile del controllo e della direzione del funzionamento di ogni impianto"! Per tale motivo viene stabilita e viene prevista la nomina di un section manager, un direttore di sezione, il quale ovviamente - continuo a leggere adesso testualmente dal protocollo - risponde a EVC, e che è direttamente responsabile... Allora: "Si stabilisce che egli è direttamente responsabile e deve dar conto a EVC della messa in atto delle istruzioni impartitegli da EVC". Questa è la situazione. A tale proposito poi è stata costituita altra società a livello europeo, la (Dac) Holding Company, con due consigli di amministrazione, con il consiglio di supervisione e il consiglio di direzione, con un ulteriore organo che era il centro di coordinamento. Mi sembra addirittura offensivo, a questo punto, dire che Presotto non ha mai fatto parte di nessuno di questi consigli. Allora abbiamo visto la direzione, la responsabilità degli impianti ad EVC con una serie di servizi, ad esempio gli scarichi, ancora a Montedipe. Enichem Anic era soltanto un proprietario non gestore. Ma torno a ripetere che comunque questa è materia che non riguarda Cirillo Presotto. L’unica voce contraria sulla sua presenza in qualche modo a ricoprire un incarico dirigenziale, che alla lontana poteva riguardare questo stabilimento, è una voce che noi sappiamo con certezza essere inutilizzabile in questo procedimento. Ed allora posso veramente arrivare subito alla conclusione, tratteggiando ma veramente con due parole, l’ultima figura di Cirillo Presotto richiamata dal capo di imputazione, e cioè quella di essere stato direttore ambiente di Enimont dal dicembre 1989 al maggio 1991. Non spenderò ovviamente neanche una parola per quanto riguarda quelli che sono i limiti delle holding e di chi è in una holding finanziaria, non operativa. Mi riporto alle perdite di tempo degli altri colleghi nei confronti del Tribunale. Due parole su questo però le devo dire, non di diritto, per carità di Dio. E le due parole sono queste: la prima è che l’ingegner Presotto vi ha spiegato quale la realtà questa funzione, una funzione che per la verità era poco più di una... se vogliamo, era un incarico che si doveva inventare nell’ambito di una holding; quindi ha cominciato a girare per il mondo seguendo i processi, cercando pubblicazioni su tutta quella che può essere stata la materia che bene o male rientrasse nelle lontane competenze di Enimont, una superholding con un mare di società, di primo e di secondo livello sotto di loro, e questo direttore ambiente doveva - come dire - avere uno sguardo su tutto. Però, vedete, sarebbe troppo facile richiamarmi solo a quello che diranno e che hanno già detto i colleghi sulla holding e richiamarmi alle dichiarazioni di Presotto, perché io non posso fare a meno di sottolinearvi un altro fatto che mi ha proprio divertito. Scusate, solo una parentesi a conclusione del discorso di prima: quello che dice Presotto non è soltanto la chiamata fuori da parte di se stesso fatta da un imputato; anche qua assistiamo ad un altro... cioè siamo confermati se vogliamo in questo da chi è subentrato nella carica. L’ingegnere Raffaelli vi ha raccontato esattamente le stesse cose che vi ha raccontato Presotto; quelli che fossero i contenuti e le funzioni sono quelli che vi ha raccontato l’ingegnere Raffaelli, che ovviamente è teste. Ma giustamente! Ma torniamo un attimo ad Enimont. Voi tutti avrete letto con estrema attenzione i capi di imputazione e alla luce soprattutto dei momenti soggettivi. Io sono sempre molto distratto, vi dico la verità, e quindi è una constatazione che ho fatto molto di recente, nel 2001 per intenderci. Non me ne ero accorto. Voi avete visto il periodo Enimont dal febbraio ‘90 al dicembre ‘90; avete fatto mente locale a questo periodo? Che è tutta la storia di Enimont, perché si costituisce alla fine dell’89 e sappiamo già nel novembre ‘90 cosa succede. Lo sappiamo, non è che dobbiamo ricordarlo un’altra volta. Quindi è tutta la storia di Enimont: febbraio ‘90-dicembre ‘90. Chi c’è in Enimont, chi è Enimont? La risposta che dà il capo di imputazione è: "L’Enimont è Cirillo Presotto. E’ lui l’Enimont, è lui il CVM, non c’è nessun altro; non c’è nessun altro che risponda, solo Cirillo Presotto da San Stino di Livenza. E’ solo lui". Provate ad andare a leggerlo, leggete i capi di imputazione: dal febbraio ‘90, momento in cui va via Necci, non c’è più nessuno; il vuoto assoluto. L’Enimont è Cirillo Presotto. Non c’è più nessuno, ci sono i direttori di stabilimento. Sopra i direttori di stabilimento, più nessuno, tutti spariti. Le nebbie della foce del Po hanno pervaso tutto l’Enimont. L’Enimont è diventata Cirillo Presotto. E noi, che avevamo letto i giornali, noi che avevamo sentito le dichiarazione di tutti, noi che avevamo visto i processi, oggi dobbiamo sapere che l’Enimont è Cirillo Presotto, da San Stino di Livenza, che è un paese vicino a San Donà del Piave per chi non lo sapesse, io l’ho saputo tre giorni fa. Lui è l’Enimont. Io sono sicuro che vi ho fatto perdere tempo senz’altro, ma sono anche sicuro che voi non condannerete Presotto, pertanto mi riporto senza subordinate a quanto vi avevo anticipato, e cioè chiedo l’assoluzione perché i fatti non sussistono.

 

Presidente: grazie, avvocato. Chi prende la parola? L’avvocato Alecci.

 

AVVOCATO ALECCI

 

Avvocato Alecci: intanto assumo una posizione più centrale Presidente, così la vedo proprio bene, perché per tanto tempo ho visto più il computer devo dire, poi vedo anche il terzo Giudice perché quello non l’avevo visto mai da qui, devo dire. E prendo la parola in difesa di Porta, come voi sapete, con una riluttanza devo dire. Con una riluttanza perché ho pensato molto, mi sono anche consultata con gli altri colleghi, se per le posizioni personali fosse utile prendere la parola. Ha ragione Di Noia quando dice: questo è un processo che si è concluso nelle discussioni, con le discussioni fatte magistralmente devo dire da Federico Stella davvero bravo, e dagli altri, sulle parti generali. D’altro canto tutto il processo, tutta l’istruttoria dibattimentale che voi avete condotto, bene devo dire, si è sempre e soltanto incentrata sulle tematiche generali di un processo con argomentazioni, con argomenti, con tematiche nuove per alcuni versi, giuridicamente belle, difficili anche da comprendere. In fondo è un processo questo, è stato un processo per certi versi, come dire, un processo pilota, mai c’era stato un processo di questo tipo, di queste dimensioni. Però in tutti questi anni, tre ormai, e più di tre, nulla si è detto nel dibattimento per quanto riguarda il dottor Giorgio Porta. Quindi ritenevamo che potesse valere la pena non discutere affatto, ma poi sarà quell’onor di firma di cui parlava prima il collega Bettiol, sarà per il fatto che mettere d’accordo già due avvocati è difficile, si immagini lei metterne d’accordo un intero collegio difensivo con diversità mentali di tutti i tipi, anche sotto questo profilo questo processo è stato di un’esperienza più unica che rara. E quindi sono qui a parlarvi di Porta per chiedere anche per lui l’assoluzione per insussistenza dei fatti. Dicevamo che di Porta nulla si è detto nel dibattimento, mentre nel dibattimento sono venuti numerosi elementi che confermano l’estraneità del dottor Porta, per il fatto di non avere mai svolto la sua attività in società che hanno concretamente gestito il Petrolchimico, questo ormai è un tema che voi avete già sentito più volte, dovrò dire anch’io qualcosa, mi rendo conto che molto probabilmente sarà ripetitivo, ma consentitemelo a quest’ora del processo e a questo punto di dirla anche a me brevemente. E’ certo che egli ha interamente svolto la proprietà attività in società holding finanziarie non operative, è certo che mai neppure per un giorno queste società holding finanziarie non operative hanno gestito il Petrolchimico e poi ancora è emerso con estrema chiarezza, mi pare che, che già da molto tempo prima che il dottor Porta assumesse una qualsiasi carica le problematiche legate al CVM risultavano ampiamente risolte e superate. Quindi che cosa c’era in questo processo. Due voci. All’udienza del 14 marzo del 2000 il maresciallo Porcu sulle posizioni personali, e quindi anche su quello di Porta naturalmente, si è limitato a depositare una serie di schede, con qualche errore per la verità, che ripercorrevano le cariche che erano state ricoperte da ciascun imputato, e quindi anche da Porta, nelle varie società, senza nessun riferimento a responsabilità, poteri, ruoli e deleghe, soltanto questo in tre anni di dibattimento, e nessun’altra cosa. E queste schede sono schede che non sono utili naturalmente, sono schede mute, e in assenza di qualunque altro contributo è emblematico del vuoto probatorio di questo processo nei confronti del dottor Porta. Sugli assetti societari e sulle società che hanno concretamente gestito il Petrolchimico il gruppo dei testi che in questo processo c’è stato da marzo a luglio del 2000 e che ha testimoniato sugli assetti societari, ha confermato che vi fossero società operative Montedipe, Montepolimeri, Enichem-Montepolimeri, a gestire autonomamente il Petrolchimico di Porto Marghera. Ed altro gruppo di testi che ha svolto la propria attività in campo direttamente degli impianti all’interno dello stabilimento ha confermato che le attività vitali per l’esistenza dello stabilimento erano direttamente gestite dallo stabilimento e da quelle stesse società operative, e tali testimonianze poi hanno trovato una conforme in tutti i documenti, moltissimi, che in questo processo sono stati depositati. Infine sulle tematiche generali legate al CVM, sia a reati ambientali, un altro gruppo di testi ha riferito su situazioni e problematiche tutte anteriori al 1980, tutte anteriori, e ha riferito che negli anni successivi al 1980 le problematiche risultavano pienamente risolte, quindi non è solo un’assenza di prova, ma come dicevamo e come avevamo richiesto, per quello che riguarda il dottor Porta c’è assolutamente un’insussistenza del fatto. Su questo ultimo profilo bisogna sottolineare ancora che anche l’istruttoria dibattimentale si è focalizzata esclusivamente su un periodo anteriore al 1975. Se noi riguardiamo tutti i testi che qui sono venuti, e tutte le questioni, proprio a quel periodo i testi si sono riferiti descrivendo condizioni ambientali e industriali appunto tutte anteriori, sia per la parte legata al CVM, sia per la parte relativa alle accuse di avvelenamento. E quando poi l’accusa ha tentato di avventurarsi negli anni successivi al 1975 si è scontrata con testimonianze, dati, bollettini di analisi e con i propri stessi consulenti che dichiaravano il netto miglioramento della situazione ambientale ed anche il netto superamento delle problematiche legate al CVM. E quindi anche il Pubblico Ministero nella sua requisitoria poco ha potuto dire del dottor Porta, pochissimo. Io lo voglio ripetere, anche perché perdo poco tempo, ha detto poche cose, devo dire con alcune inesattezze, alcune gravi che adesso diciamo, perché dice questo nell’udienza del 7 giugno, alla fine, nella serata, c’eravamo tutti, quando dice "un’altra posizione di rilievo all’interno di questa vicenda è la posizione del dottor Porta, il dottor Porta parimenti, adesso presentiamo la scheda - e l’abbiamo vista - ha avuto due periodi diversi di interesse in queste società, perché c’è stato un primo periodo in cui è stato dirigente di Montedison, amministratore delegato e un periodo di circa 5 anni dal 1982 al 1987, che era come, abbiamo visto nell’illustrazione della parte sia medica sia impiantistica e sia ambientale un periodo di tutto rilievo. Interviene ancora, c’è ancora la sua presenza in un altro periodo delicato delle storie e delle vicende societarie anche di Porto Marghera ed è il periodo a cavallo della fine della vicenda Enimont e il periodo all’inizio della società Enichem. Nel verbale di interrogatorio del 5 ottobre il dottor Porta fa riferimento a quelle che sono tutte queste vicende societarie e illustra in maniera abbastanza dettagliata i rapporti che ci sono stati tra Montedison ed Eni. E’ interessante per quanto riguarda altri motivi, e per quanto riguarda le sue conoscenze di tutte le problematiche relative al CVM e alle questioni ambientali di Porto Marghera il dottor Porta dice che praticamente lui per sua conoscenza diretta, non sapeva nulla e che quando chiedevo informazioni riceveva soltanto delle garanzie da parte dei suoi sottoposti, ma non risulta in alcuna maniera un suo interessamento di tutte queste vicende e nessuna indicazione specifica al fine di poter risolvere quei problemi che però abbiamo visto sono emersi in maniera anche pubblica, in maniera anche molto forte alla fine degli anni 80 con la situazione della vicenda American Appraisal. 8 anni di reclusione.". Cominciamo con il dire che il dottor Porta è stato soltanto dirigente della Montedison holding e della Enichem holding, quindi con genericamente di società della Montedison, e ripetiamo, e questo è un fatto incontrovertibile, che mai, mai le società holding finanziarie hanno gestito il Petrolchimico. Poi l’inesattezza che mi sembra più evidente, che è assolutamente incomprensibile, io devo dire, comunque sulla quale è facile rispondere e fare chiarezza, e che il riferimento all’American Appraisal per quanto che riguarda il dottor Porta è assolutamente irrilevante, perché sappiamo che il rapporto American Appraisal è dell’ottobre del 1988 e quindi successivo di un anno al primo periodo di interesse del dottor Porta e precedente di due anni al secondo periodo di interesse. Quindi fare riferimento a questa circostanza riteniamo non sia conferente alla posizione del dottor Porta. Quali sono quindi le cose che io voglio dire, fatta questa premessa che mi sembrava opportuna ed utile in relazione alla posizione del dottor Porta? Intanto che il quadro delle società nelle quali egli ha lavorato, e il quadro delle società che hanno gestito il Petrolchimico, tra i due gruppi di società sicuramente non c’è coincidenza. Questo è un punto che io naturalmente non vado a riprendere perché questo è davvero il cuore del problema per quello che riguarda la posizione di Porta, ma è anche veramente uno dei problemi che questo processo ha ampiamente sviluppato in questo dibattimento e sulle quali non c’è dubbio, la gestione non è mai spettata alle società in cui Porta ha svolto la propria attività. Noi lo apprendiamo intanto all’udienza del 14 marzo del 2000 quando il maresciallo Porcu ha illustrato proprio il quadro dal quale risulta con chiarezza che erano Montepolimeri e Montedipe. Non solo, io non la ripeto la dichiarazione perché voi la conoscete bene, non solo, ma l’ingegnere Erba di cui parlava prima il collega conferma la circostanza che a gestire - nella sua dichiarazione del 18 aprile del 2000 a pagina 201 e seguenti - conferma la circostanza che a gestire il Petrolchimico di Porto Marghera fossero Montepolimeri e Montedipe fino al giugno del 1987. Ed anche con pressanti domande da parte del Pubblico Ministero non ha fatto altro che rispondere "sì, per quello che riguarda la gestione più in generale e per quello che riguardava anche gli investimenti". Quindi voglio dire che dal 1982 al 1987, che è il periodo che ci interessa, il Petrolchimico è stato gestito con piena autonomia, perché questo è il punto che poi si porta a stabilire appunto l’assoluta estraneità del dottor Porta, con la piena autonomia da Montedipe e Montepolimeri e poi nel secondo periodo di interesse, come noi sappiamo, dal 1990 c’è un piccolissimo punto dal dicembre del 1990 ed il gennaio del 1991 in cui il dottor Porta per pochi giorni è stato Presidente di Enimont, anche questo sappiamo tutti con assoluta certezza che l’Enimont non gestiva certo il Petrolchimico di Porto Marghera. Aggiungo davvero che se questo processo fosse stata una gara, a proposito di Enimont, mancano degli atleti ed anche di quelli da medaglia d’oro in questo processo. Senza fare nomi è facile comprendere che chi è stato Presidente ed anche amministratore di Enimont dall’uscita di Necci all’arrivo piccolissimo di questi giorni, di questi pochi giorni di Porta, non è in questo processo. Quindi non c’è dubbio che in queste aziende il dottor Porta nulla aveva a che vedere. Ma devo dire che questa verità era una verità così forte che era conosciuta anche all’inizio del processo, perché era conosciuta già dal Pubblico Ministero che lo diceva nella sua richiesta di rinvio a giudizio, questo era chiarissimo, a pagina 25 era ben chiaro che la gestione era di Montepolimeri e di Montedipe, che mai c’era stata una gestione diretta degli impianti. D’altro non canto non poteva esserci perché basta avere riguardo alle dimensioni dei due gruppi per comprendere bene che le dimensioni erano tali che una logica aziendale a buon senso imponeva di riservare alle società holding un ruolo di attività strettamente finanziaria. Si sapeva che il gruppo Montedison era costituito da 180 società che gestivano 54 stabilimenti, e che avevano alle proprie dipendenze circa 72.000 dipendenti, così come si sapeva che il gruppo Enichem era costituito da 270 società che gestivano 40 stabilimenti e che avevano alle dipendenze 30.000 dipendenti. Quindi è del tutto evidente che non poteva esserci una gestione diretta e questo era un fatto inconfutabile. Questa realtà, che poi è appunto l’autonomia assoluta delle società operative, aveva anche un altro riscontro, perché abbiamo visto che aveva un riscontro prima del processo, aveva comunque un riscontro davvero cristallino nelle vicende contrattuali. Io non parlerò delle vicende contrattuali, l’hanno fatto altri ed altri lo faranno, non è il mio compito, però è certo che all’interno dei contratti per esempio di marzo del 1983 risulta come sia la proprietà che la gestione degli impianti CVM e PVC spettasse solo ed esclusivamente a Montepolimeri e Montedipe, che sono i soggetti con i quali vengono poi conclusi gli accordi. D’altro canto le stesso personale dipendeva dalle società operative, i direttori degli stabilimenti dipendevano dalle società operative, e d’altro canto è proprio questo il motivo perché poi in questo dibattimento nessuno ha potuto parlare di Porta, noi non l’abbiamo mai sentito parlare. Io sono stata tre anni in questo processo senza fare un intervento mai proprio perché non c’è stata mai neanche l’opportunità. Di Porta in questo processo non ha mai parlato nessuno, né dall’altro canto potevano essere per lui dette delle cose, perché come avete già sentito dal collega era sicuramente persona che mai si era occupato di queste vicende, ha spiegato quali erano le vicende di cui si è parlato, e l’ha detto nelle sue dichiarazioni spontanee, e quindi questo pare abbastanza acquisito a questo processo. Ma dell’autonomia delle società operative, oltre ad esserci le conferme che abbiamo detto, prima del dibattimento, nei contratti e dappertutto, anche nel dibattimento, questo per seguire un momento una logica che voleva avere questa mia esposizione, e vado davvero per sommi capi, anche perché dopo di me devono parlare dei colleghi, e poi perché io credo che la posizione di Porta che è una posizione... noi dicevamo sempre che c’è il periodo Montedison, il periodo Enichem e c’è il periodo Porta, un po’ con una posizione a cavallo che ha tenuto anche un po’ in preoccupazione noi difensori, per la caratteristica specifica di questa posizione. Però devo dire che la gestione del Petrolchimico, fosse delle società operative che in maniera autonoma e in piena specifica proprio professionalità c’è una conferma, inevitabile peraltro, perché questi sono i fatti e rispetto alla verità dei fatti è difficile che poi vengano fuori altre questioni, era emersa proprio dal dibattimentale. Prima di indicare anche qui, davvero passando sopra le cose senza approfondirle, perché le conoscete bene, delle varie testimonianze, alcune, le principali naturalmente, che questo hanno confermato, vorrei fare una considerazione. Noi abbiamo avuto qui una deposizione cristallina, devo dire, di grande interesse, di grande importanza per quello che riguarda intanto anche la posizione di Porta, ma devo dire più in generale. E’ la testimonianza dell’ingegner Raffaelli, il quale nel 1990 è il direttore dell’ambiente di Enichem. L’ingegner Raffaelli nel descrivere in cosa consisteva la propria attività spiega bene quale fosse la funzione della holding. Dice "mi era stata affidata un’attività essenzialmente di carattere pianificatorio strategico, seguire a livello internazionale quella che era l’evoluzione della normativa, dei comportamenti delle indagine imprese chimiche internazionali, e quindi mettere a punto degli strumenti validi e moderni per dare una serie di linee guida, di comportamenti coerenti a tutte le varie società del gruppo Enichem, in quanto l’Enichem in quella posizione era naturalmente a livello di Enichem holding". All’udienza del 10 maggio del 2000 "per i problemi al dettaglio - continua l’ingegner Raffaelli - si occupavano le società operative, l’Enichem aveva bisogno in quel momento di creare degli strumenti, delle metodologie e nel tempo una cultura comune per l’approccio alle problematiche ambientali di sicurezza e quindi di costruire degli strumenti che potevano essere degli strumenti di politica ambientale, strumenti di holding ambientale che erano quelli normalmente applicati a livelli di imprese chimiche internazionali, che erano poi le linee guida a cui tutte le varie società operative nel tempo avrebbero dovuto uniformarsi", dà un’idea ben chiara di quello che è il compito di una holding e i rapporti anche con le società operative, ma non solo questo. Interessa anche ricordare che in quella circostanza l’ingegner Raffaelli fa un esempio specifico di che cosa significasse in concreto un’attività di holding. E ricorda che "l’ingegner Gavagnin segnalava che c’era questo problema della bonifica di questo canale Brentelle - naturalmente io ho preso solo la parte che riguarda ma voi potete rileggere ma c’è la ricordiamo - io ricevetti questa lettera, a parte che il canale Brentelle non diceva niente, fui perplesso perché questo era un tipico fatto operativo di competenza della società operativa e non dell’Enichem, tant’è vero che ci fu una reazione e la lettera di risposta dell’allora responsabile ambiente e sicurezza della società competente, vedo qua che si chiamava ancora Enimont-Anic, etc., in cui ribadiva il concetto che questa era una responsabilità specifica della società operativa competente". Voglio dire che questo è un esempio, ma ce ne sono stati tanti altri che in maniera, io dico inequivocabile, la stanno ad indicare come vi è assolutamente piena autonomia delle società operative. E se noi, nelle dichiarazioni dove c’è scritto Enichem, sostituiamo Montedison S.p.A., è la stessa identica cosa. Però queste dichiarazioni sorprendono anche per un’altra ragione, e ve lo hanno detto questo, è risultato da tutta l’istruttoria: per il Petrolchimico di Porto Marghera l’autonomia gestionale era talmente avanti che tante volte era anche quella dello stabilimento. Quindi, prima di arrivare ad una gestione, sia pure dall’alto, del dottor Porta amministratore delegato di una holding finanziaria, ma guardate che c’è un passo talmente grosso che difficilmente è colmabile, e non è colmabile neanche dalle spiegazioni giuridiche che hanno dato i colleghi della parte civile, sulle quali non mi addentro per carità, hanno parlato professori che sono maestri in questa cosa, ma che francamente in questa materia, francamente è di facile comprensione. Allora, sugli effetti societari rimane fondamentale la posizione di Porcu, di cui abbiamo parlato. E poi vi sono altre testimonianze, adesso le vediamo, che confermano che dopo il 1981, e mi riferisco al periodo che ha riguardo alla prima parte dell’attività del dottor Porta, una volta che - quando Montedison diventa naturalmente una società holding - furono Montedipe e Montepolimeri a gestire la società in maniera autonoma, ad esempio questo conferma l’ingegnere Caretton nell’udienza del 3 marzo, in cui ci spiega come prima fosse gestita dalle divisioni e poi dalle società operative. Prima del ‘91, ad esempio, per quanto riguarda gli investimenti, l’ingegnere Codifava all’udienza del 9 giugno 2000 ha dichiarato, in maniera molto chiara, e questi erano i fatti: "Per ogni modifica si procedeva in questa maniera: si studiavano le alternative, si seguiva l’alternativa che aveva maggior possibilità di successo; il proponente vistava la richiesta che poi veniva vistata dal direttore dello stabilimento; poi passava ai tecnologi di Milano che la vistavano ed andava all’ingegner Mozzana per la firma". E si ricorda Calvi, che in all’epoca era invece direttore tecnico della Dipe. Voglio dire che anche se andiamo a vedere esempi specifici della attività di questo petrolchimico, come abbiamo visto attraverso tutti questi testimoni, non possiamo che addivenire in maniera inequivocabile a ritenere come le società operative fossero assolutamente autonome, come la società operativa fosse il dominus della vicenda di gestione del petrolchimico. Per esempio l’ingegnere Maioni, che è stato responsabile... Allora, all’udienza del 3 marzo 2000 si occupa di effettuare un’attività di supervisione e di coordinamento dei progetti affidati, nel senso di seguire che il fatto che questi vengano eseguiti nell’ambito dei tempi e dei costi che fanno parte del progetto; e spiega - sempre nell’udienza del 3 marzo, pagine 196 e seguenti - che l’ingegnere Bicci, dal quale l’ingegnere Maioni dipendeva in via gerarchica, dipendeva direttamente dall’amministratore delegato della divisione materie plastiche, che inizialmente era anche direttore generale, e che poi è diventata Montepolimeri dall’amministratore delegato di Montepolimeri. D’altro canto perché mai avrebbero dovuto essere effettuati questi assetti societari se le società operative non dovevano avere alcuna autonomia! E’ del tutto evidente e chiaro che già da una questione logica, e così doveva essere, ma tutto questo, come abbiamo visto, e come voi soprattutto avete visto, io davvero ho preso qualche piccolo esempio, non poteva che essere appunto confermato dal dibattimento. Quindi chi gestiva era Montepolimeri e Montedipe, mi riferisco appunto al primo periodo di interesse. Ma volete ancora un’ulteriore specificazione: d’altro canto erano Montepolimeri e Montedipe che erogavano i vari servizi, servizio di protezione ed ambiente, controllo di... Io adesso non le voglio più dire, sono cose che voi sapete meglio di me, vi sono state dette, io voglio indicarle soltanto perché voglio dire che all’interno del dibattimento, i risultati di questo dibattimento non hanno portato ad altro che alla conferma di quello che già sapevamo, lo sapevamo per contratto, lo sapevamo perché era evidente e chiaro, lo sapevamo dai contratti che erano stati fatti per i cambiamenti degli assetti societari, lo sapevamo dai contratti che sono intercorsi in questo periodo, lo sappiamo dalle dichiarazioni del dibattimento: le società operative erano assolutamente autonome; nulla avevano a che vedere con la società holding, che sapevamo quali erano i propri... Potrei parlarvi ad esempio della testimonianza di Gianeselli, che è stato quello che si occupava del servizio di manutenzione. Ed anche se andrete a rivedere quella, vi spiegherà come tutto questo avveniva e come arrivava ad essere assolutamente... il livello massimo a cui arrivava voglio dire, che è appunto la società operativa. Mai alla società che doveva essere appunto. Lo stesso per il servizio sanitario. Io voglio richiamare ad esempio la dichiarazione del dottor Mattiussi, e la richiamo perché il dottor Mattiussi era uno dei testi che era stato indicato dalla difesa di Porta; ed egli poi non l’abbiamo più sentito perché aveva già detto come stavano le cose già nelle dichiarazioni rese su indicazione del Pubblico Ministero. Lui è responsabile del servizio sanitario di Montedison dal 1979 al 1986 e riferisce l’attività svolta: "Noi facevamo soltanto una consulenza, in questo caso tossicologico, alle varie società del gruppo. E poi erano le società operative che dovevano applicare queste cose. La sorveglianza in fabbrica veniva fatta dai medici del lavoro che erano presenti in fabbrica, non davamo noi istruzioni ai medici di fabbrica, perché i medici di fabbrica dipendevano dalle varie società, anche in questo settore". Voglio dire che qualunque settore noi andiamo a verificare non possiamo che trovar questo, e perché così stavano le cose. Quali sono le conclusioni allora da trarre a questo punto: che l’impresa che ha gestito l’azienda CVM-PVC di Porto Marghera va riferita solo ed esclusivamente a Montedipe, a Montepolimeri, a Enichem-Anic, che ha la proprietà degli impianti; dal 1° gennaio ‘80 il Petrolchimico di Porto Marghera era gestito direttamente da Montedison, attraverso le divisioni materie plastiche e la divisione polimeri; dopo il 1° gennaio la Montedison viene costituita in holding finanziaria e non operativa; ed è soltanto nel 1982 che il dottor Porta entra, diventa amministratore delegato, voi sapete, non ve lo ripeto, gli amministratori delegati erano due, lui si occupava soltanto dei contratti e delle questioni. E poi c’è da dire anche che sull’attività del dottor Porta, che è poi quella che avete sentito da lui personalmente, perché nessuno la poteva esprimere meglio di lui, vi è stato un ruolo protagonista che è il ruolo del governo italiano, perché se no noi non comprendiamo perché mai il dottor Porta viene assunto dalla Montedison per una professionalità specifica che egli aveva, di rapporti internazionali, di conoscenze con i rappresentanti dei governi dell’Europa, dell’Africa, degli altri paesi occidentali. Voi avete presente il curriculum, io non ve lo riprendo; l’avete sentito dire da lui, la sua competenza era questa: lui è uomo delle istituzioni, non è uomo dello stabilimento, non è uomo delle fabbriche, non ha mai visto un petrolchimico, non ha mai lavorato in un petrolchimico. Ed anche questo, non è che ad un certo punto della sua attività decide di fare di tutta la sua vita lavorativa questa attività, che è stata molto faticosa, perché la razionalizzazione della chimica italiana non è stato un discorso risolto in poco tempo. Anche su questo ci sarebbe molto da dire, e io credo che non sia per me il momento questo, anche perché gli altri colleghi devono parlare, quindi mi sembra giusto e corretto restringere. Anche noi avremo poi una memoria naturalmente che di tutte queste cose parlerà, però bisogna dire immediatamente che l’obiettivo del riassetto societario per Montedison e per Eni era un obiettivo primario, in quanto era un obiettivo primario dello stesso governo italiano. E quindi io credo che anche su questo ci debba essere accordo di tutti, questa è la storia del nostro paese; voi la state vivendo attraverso questo processo, anch’io l’ho vissuta anche attraverso altri processi che a Milano abbiamo fatto, ma sotto un profilo storico è la storia della chimica italiana questa. Perché vi era la necessità di razionalizzare la chimica italiana? Perché naturalmente vi erano delle diseconomie assolute. Tutti producevano tutto, i mercati erano gli stessi. E questo detto in soldoni, ma questo ve l’ha spiegato meglio di tutti proprio il dottor Porta, quando ve l’ha spiegato. E sappiamo anche che l’accordo tra le parti doveva essere un accordo che si doveva concludere nel dicembre 1993, mentre le varie delibere, come voi sapete le ultime del 1982, e sono sei mesi per un accordo che avrebbe dovuto riguardare tanti stabilimenti, non solo Porto Marghera. Perché, vede, noi qui abbiamo incentrato per tanti anni la nostra attenzione su Porto Marghera; e certo, noi stiamo facendo questo processo, però bisogna dire che la razionalizzazione della chimica, e l’attività del dottor Porta, perché questo a me interessa più di tutti, ha riguardato tante cose: ha riguardato gli stabilimenti di Priolo, di Gela, di Brindisi, di Ferrara, di Terni, di Rho, ed ha coinvolto tanti gruppi di lavoro. Quindi io credo che questo sia uno dei punti che meriterebbero ampie discussioni, ma io naturalmente non dico più. L’attività svolta dal dottor Porta vi è stata illustrata; vi è stata illustrata non soltanto da lui, vi è stata illustrata anche dall’avvocato Dominioni. Per concludere, bisogna dire che Porta viene scelto dalle varie aziende e all’interno delle aziende viene utilizzato perché a lui viene affidato un compito specifico, che è il riassetto societario delle holding. Questa è l’attività di Porta, non ce n’è un’altra. In questa attività, che voi avete visto, niente e nessuno l’ha portato così vicino al Petrolchimico. Niente e nessuno lo può portare vicino alle imputazioni che gli vengono contestate. Niente e nessuno, nessuna cosa può portarlo a essere condannato ad otto anni di galera. E dall’interno dell’attività svolta da Porta, che io non intendo ripetere, voglio dire soltanto alcuni esempi che sono stati nella discussione più generale indicati dal Pubblico Ministero come punti dolenti diciamo della vicenda, come può essere tutta la vicenda Enoxi ad esempio. Il Pubblico Ministero ha più volte utilizzato un’espressione in quest’aula, per arrivare al punto di affermare che gli impianti erano assolutamente inadeguati, che erano un marciume, che non potevamo non conoscere la condizione di questi impianti. E si è rifatto utilizzando, ma devo dire secondo me in maniera un po’ eccessiva, ma ognuno fa il suo mestiere, lui il suo mestiere lo fa anche bene devo dire; a me pare in maniera eccessiva e senza confronto con altre risultanze processuali, ha utilizzato le dichiarazioni dell’ingegner Bianchi che avrebbe sostenuto che gli impianti avrebbero avuto un valore pari o addirittura inferiore ad 0. Allora vediamo che cos’è successo con questa Enoxi. E’ stato chiarito in maniera secondo me assolutamente pertinente ed assolutamente confermata dai documenti, dal dottor Porta nelle sue dichiarazioni spontanee, e la documentazione che noi avevamo prodotto, soprattutto il documento numero 8 delle produzioni del 20 aprile del 2001, che la joint-venture si è sciolta in quanto gli americani non avevano ottenuto le condizioni economiche favorevoli che inseguivano. Allora che gli americani erano scappati perché non andavano bene gli impianti. E se voi guardate che produzioni che noi abbiamo fatto questo risulta in maniera molto chiara, perché è documentale, documentato all’epoca, non l’abbiamo detto per questo processo ed in questa circostanza. Infatti Oxidental, che prima di tale operazione era riuscita ad acquisire la Sir ad un prezzo molto basso, avrebbe voluto acquisire tutto il patrimonio tecnologico della Montedison, in modo da avere un’esclusiva mondiale. E’ questo il motivo per cui non si è conclusa l’operazione Enoxi, allora che perché erano scappati. D’altro canto le dichiarazioni che aveva reso l’ingegner Bianchi, poi peraltro rettificati, chiarite, illustrate meglio in sede di dibattimento sono smentite da altre dichiarazioni, mi riferisco alle dichiarazioni dell’ingegner Rubini all’udienza del 9 giugno del 2000 a pagina 98 e seguenti che sono diametralmente opposte. Rubini dice: "Io non ricordo problematiche particolari riguardanti le emissioni di CVM e il contenuto di CVM nel polimero, in quanto nel mio passato di Montedison negli anni 70 mi ricordo che dopo l’evidenza della legislazione americana che restringeva di molto i limiti, l’emissione e il contenuto del CVM nei polimeri la Montedison attuò un piano di intervento che per quanto mi risulta portò l’emissione del contenuto del CVM nel polimero progressivamente ai limiti della legislazione americana, perché se no non poteva essere venduto, quindi evidentemente gli impianti dovevano essere assolutamente a posto", dicono ancora "gli impianti che noi abbiamo visto erano assolutamente uguali, dello stesso tipo, dello stesso livello di quelli degli altri impianti internazionali, degli altri impianti internazionali", "gli americani non hanno mai fatto commenti sugli impianti - ci dice Rubini - erano riservati e non ne parlavano nel bene e nel male" sappiamo poi, e dai consigli di amministrazione della... a cui facevo prima riferimento risulta in maniera inequivocabile, che viceversa gli americani non solo volevano le alte tecnologie, le volevano a basso costo e volevano anche un intervento finanziario del governo italiano. Questo è. E’ francamente un aver voluto basarsi da parte dell’accusa su questa testimonianza dell’ingegner Bianchi ed enfatizzarla senza francamente alcun motivo, i fatti non sono questi, è dimostrato viceversa il contrario. Poi anche tutte queste persone che si sono occupate degli impianti, di verificarli, perché di trattative di vendita ce ne sono state tante, non è possibile che nessuno abbia detto mai una parola e che queste cose siano passate in null’altro come se niente fosse. Ma anche, voglio dire, tutte queste persone, non risulta una sola parola, non risulta una sola parola per dire che una qualche volta avessero indicato a Porta come erano le cose. Ma questo è del tutto naturale, Porta non si occupava di questo, Porta in questo processo non doveva esserci, questa è la verità delle cose. Porta ha gestito lo sviluppo delle trattative contrattuali tra Eni e Montedison, cui ha fatto riferimento con una sola parola il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, quella che vi ho detto prima, e dice "eh, beh, Porta, figuratevi, era in un periodo in cui c’era questa grande trattativa, lui l’ha gestita, figuriamoci se non era a conoscenza". No, perché le trattative contrattuali tra Montedison ed Enichem è una vicenda molto complessa, io qui non voglio riprenderla, mi basta dire che era un’attività molto, molto complessa, la estenderemo un po’ meglio nella nostra memoria che sarà presentata non oggi, ma nei prossimi giorni, appena l’abbiamo messa un po’ a posto. Però tre puntualizzazioni bisognerebbe farle. L’enorme materia che comprendeva, i 120 contratti esecutivi complementari che sono stati istruiti e stesi dalle società operative, e che poi venivano raccolte. Ricorda Porta, io credo che l’abbia ricordato anche qua, non vorrei che fosse un ricordo dei miei incontri con Porta, lui ricorda la grande stanza del consiglio di amministrazione della Montedison con 120 contratti che lui via via firmava, ma che erano state davvero il frutto di lavori di attività di moltissime persone. Da questo risulta in maniera chiara quello che ho detto prima, il dottor Porta ha svolto unicamente un ruolo istituzionale. Non ritorno sulla vicenda dell’American Appraisal che mi pare assolutamente fuori e contraria alle questioni che riguardano il dottor Porta. Io avrei finito ma non posso non ricordare un’unica circostanza che non è stata ripresa dal Pubblico Ministero nella requisitoria finale, ma che è stata oggetto anche di alcune domande, di alcune questioni, che è la vicenda dell’arbitrato Eni-Montedison, non certo per addentrarmi in quella che è stata e che è tuttora pendente la vicenda di questo arbitrato. Ma per parlarvi della famosa firma che il dottor Porta ha apposto insieme al presidente dell’Enichem, allora era il dottor Cagliari, il 27 giugno del 1991. Allora che cosa diceva questa lettera del 27 giugno del 1991, che è il punto centrale poi della contestazione che l’accusa ha fatto durante il dibattimento. Intanto cominciamo con il dire che anche a voler seguire la prospettazione dell’accusa la lettera di contestazione non contiene alcun rilievo in ordine a problematiche legate alla produzione di CVM e relativi impianti, cioè non vi è una sola parola che faccia riferimento all’oggetto di questo processo. Il dottor Porta, l’ha spiegato nelle sue dichiarazioni, che dopo il suo arrivo in Enichem a metà dicembre del 1990, lui dice che dopo le varie vicende così tumultuose dell’Enimont, serviva all’ultimo momento un presidente che non facesse niente, come non faceva "per pochi giorni - lui dice - hanno trovato me e mi hanno messo lì" poi naturalmente ha svolto la sua attività nell’Enichem, ci mancherebbe altro. Il dottor Porta dice che dopo il suo arrivo in Enichem, a metà del dicembre del 1990, era stato informato sul fatto che la direzione legale dell’Enichem stava collaborando con l’Eni per la definizione e la valutazione degli adempimenti contrattuali, le cosiddette garanzie, relative sia all’accordo di compravendita della quota Enimont e dalla Montedison, stipulato tra Eni e Montedison, che la convenzione del 1988, cosa di cui voi già sapete. E gli venne comunicato che a tale fine era stato nominato un collegio arbitrale, si trattava quindi, tra i vari adempimenti di notificare a Montedison un atto formale, di contestazione, e che questo atto formale di contestazione aveva dei termini ben precisi, doveva naturalmente arrivare ad destinazione entro il 30 giugno del 1991. Sappiamo che l’atto doveva essere firmato dai presidenti di Eni e di Enichem, perché questo era previsto nel contratto. Quindi Porta, che era presidente dell’Enichem, doveva siglare tale lettera. E noi abbiamo appreso dall’avvocato Arcidiacono, che è stato teste qui in questo processo, che era il responsabile della direzione legale di Enichem, la lettera venne sottoposta all’attenzione di Porta durante un volo aereo Milano-Roma, due giorni prima del deposito, perciò Porta ebbe la possibilità di leggere la lettera ma non di vedere gli allegati. Con questo non voglio dire, badate bene, che a Porta gli portano una qualunque cosa, la firma, la firma sull’aereo, arrivederci e grazie, voglio soltanto dire che la importanza di quella firma era relativa non per il contenuto, ma proprio per quello che significava la contestazione. E viene quindi confermato che si trattava, tra l’altro è agli atti la lettera, in maniera molto generica di un più ampio numero di problematiche, proprio perché non ci fosse poi, non si dicesse poi "questo non l’avete contestato". Quindi io credo, non indico qui quali erano le numerose problematiche che questa lettera trattava, mi serve solo per dirvi che l’unico atto di cui qui si è parlato di Porta è un atto che ineriva la sua qualità specifica di presidente della Enichem, che in questo atto non si parlava assolutamente né del CVM né del PVC, è di nessuna delle tematiche che sono oggetto di questo processo, quindi io credo che anche su questo che è stato uno dei punti in cui si è basata l’accusa possa essere esaurito con questa spiegazione del tutto consona, conferente, che poi è la verità dei fatti e quindi non può essere consona e conferente. Io concludo la mia discussione per Porta. Concludo, vi è anche, diceva prima Di Noia, io non faccio subordinate, figuriamoci se le faccio io con Porta, però devo dire che abbiamo anche svolto, insieme con lo studio del professor Dominioni, anche un’attenta valutazione comunque di quelli che erano i casi comunque di malattie degli operai che potessero se in qualche modo riferibili al periodo del dottor Porta. Riteniamo che nessuna di esse possa essere comunque attribuita ad una sua qualche colpa, non soltanto per tutte le vicende che io adesso ho cercato di dire, ma anche per tutte quelle che ha ampiamente illustrato il professor Stella e gli altri, comunque anche per questo faremo un allegato alla memoria principale che nei prossimi giorni vi presenteremo. Vi ringrazio.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato. Facciamo una sospensione di un quarto d’ora.

 

Presidente: accomodatevi, prego. Prego, avvocato Mittone, quando vuole iniziare.

 

AVVOCATO MITTONE

 

Avvocato Mittone: grazie. Lorenzo Necci, tramite nostro come difensori, chiede di essere assolto dalle accuse che gli sono state mosse. E lo chiede con una considerazione di apertura. Il Pubblico Ministero si è molto impegnato in questa causa e nella sua requisitoria ha parlato molto sul tema che abbiamo inteso essere stato per lui il tema tra i cruciali di questa sua istruttoria, e cioè un processo inteso come narrazione di storie, che sono le storie della chimica, le storie di un’azienda e le storie di lavoratori sofferenti e lesi. Su questo argomento mi richiamo soprattutto all’introduzione che ha fatto il professor Pulitanò nella sua memoria del luglio di quest’anno. Ha parlato anche molto su questo disegno che costituisce poi il ricorrente motivo della sua discussione orale, e cioè di una sorta di volontà generale di tipo aziendale che ha collegato con un filo rosso anni di attività economica attraverso logiche identiche, e non è a caso che sia contestata la circostanza aggravante del profitto. E quindi delle responsabilità soprattutto derivanti da scelte aziendali che sono poi delle responsabilità di tipo politico. Ha parlato molto sui temi generali relativi al prepotente ingresso delle nuove scienze nel processo penale, alle esigenze anche di confrontarsi con esse. E rinvio, a questo punto, senza dire una parola di più, doverosamente ma convintamente e alle elaborazioni ed agli sforzi dottrinali del professor Stella. Ha parlato molto sui problemi del degrado ambientale, geografico, di questa sede italiana; e il rinvio, senza aggiungere una parola di più, alle numerose consulenze e memorie che sono state depositate. In questa partitura si parte fortissimi ma si giunge pianissimo allorché si discute dei soggetti e, per quello che ci riguarda, a Lorenzo Necci. Vedano signori, non c’è spesso, e in questo caso non c’è anomalia, ma vi è una spiegazione, che noi cerchiamo di ricostruire; non è una lacuna ma è una ragione. E cioè, la posizione di Lorenzo Necci è scolorita, secondo il Pubblico Ministero, perché egli è responsabile per delle scelte di ordine generale e diciamo politiche, sociali, e quindi è irrilevante la sua persona fisica. Nel momento in cui si colora, e dovendo discutere di lui, e mi riferisco all’ultima giornata, ultima parte dell’ultimo pomeriggio della discussione del Pubblico Ministero, vi è poco da dire. E il Pubblico Ministero, sulla sua persona, sulla sua soggettività, ha detto molto poco. Ma, vedano, anche questo ha una sua spiegazione; e cito atti che sono cronaca, non per la loro utilizzabilità processuale né perché sono dei dati storici. Il Tribunale sa che, in quanto sono prossimi a essere portati, se non lo sono già stati dal Pubblico Ministero, che Lorenzo Necci è stato sentito come teste il 7 settembre 1996, e cioè quando l’inchiesta avanzava, era avanzata, era maturata nel corso penso di due anni quanto meno, e sbocca il 16 ottobre con la prima richiesta di rinvio a giudizio che ha vari soggetti ma non Lorenzo Necci, che è stato sentito come teste il 7 settembre: 16 ottobre! Poi capita un fatto nuovo, ed allora viene sentito come indagato l’11 novembre 1996 e si sfocia nella seconda richiesta del 9 dicembre 1996. E questa è cronaca, e spiega anche la ragione, per noi intuitiva, nel senso che cerca di ricavare da dei dati che abbiamo del perché il Pubblico Ministero, seppur lodevolmente impegnato nel tracciare i suoi disegni, le sue tematiche, dicevo è passato da un momento in cui ha trattato come una comparsa, come un elemento del coro, sullo sfondo della scena del teatro processuale, ha trattato Necci come un protagonista. Perché è capitato qualche cosa, che prima non c’era, nonostante si fosse protratta la causa per più di due anni. Ed è questo episodio che riguarda la vicenda dell’American Appraisal. Si tratta di un episodio su cui vi si è anche impegnata la parte civile, e mi riferisco a tutti ma nello specifico l’avvocato Battain, che ha esclusivamente mirato il suo intervento – guardi, Presidente, non è che faccia questione della bilancia delle ore - ha esclusivamente incentrato il suo intervento sulla American Appraisal. Perché? Perché si rende conto, l’accusa pubblica, in questo caso quella privata, che quello è l’unico elemento detonante che ha trasformato il colore processuale della figura di Necci da teste ad imputato. E cioè, se non ci fosse stato questo, è difficile ricordare in termini di probabilità, ma Necci sarebbe rimasto testimone. Quanto meno il Pubblico Ministero, formulando la sua prima richiesta di rinvio a giudizio il 16 ottobre, non aveva dati, senza l’American Appraisal, per rinviarlo a giudizio. Ma, vedete, è giusto che sia stato così, è giusto ed è corretto, perché dalla lettura dell’intero processo sono emerse una serie di caratteristiche che rapidamente vado ad elencare, già trattate da colleghi ma che potrebbero rinforzare l’ipotesi di questa difesa che la causa di Lorenzo Necci non deriva, nella sua veste di indagato e poi di imputato, dall’aver partecipato all’istruttoria, ma deriva a quanto è capitato tra l’ottobre e il novembre del 1996. Ma era giusto che fosse così, perché la lunga indagine preliminare del Pubblico Ministero aveva concluso che Lorenzo Necci non aveva partecipato a nessuna società che gestiva gli impianti di CVM. L’indagine del Pubblico Ministero aveva concluso che le cariche ricoperte da Lorenzo Necci erano esterne ed estranee alla gestione degli impianti di CVM e di PVC. Poi però giunge al rinvio a giudizio, e nel rinvio a giudizio in quella che desumendo dalla informatica un aggiornamento della nostra veste processuale, si può dire la condotta virtuale; cioè, quale condotta avrebbe dovuto tenere Necci per essere non coinvolto questa vicenda. E le condotte dovute, virtualmente doverose a carico suo, non lo riguardano. Infine, la condotta che lui ha tenuto si è dimostrata corretta, nel senso che il compito che gli era stato assegnato egli l’ha espletato con adeguatezza a quelli che erano i propri della sua società. E, infine, questo è il punto, ultimo ma non ultimo di importanza, la sua conoscenza del fenomeno, soprattutto ambientale, e connessa all’episodio di American Appraisal. Era inquinata o non era inquinata? Questo detonatore che è comparso tra l’ottobre ed il novembre ‘96 come ha interferito nella costruzione precedente? Ed allora poco aggiungo a quello che hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto per sostenere, in maniera direi indiscutibile, che le società che hanno gestito gli impianti di CVM e di PVC sono società che non vedevano Lorenzo Necci in cariche di nessun tipo. Voi le avete già sentite queste cose, io mi richiamo ad esse ma devo dire che ad esempio in quel capitolo, che viene tratteggiato secondo l’impostazione accusatoria, pubblica e privata, come un capitolo misterioso, pieno di anfratti oscuri, che il capitolo rivela, per il quale richiamo alle memorie del professor Schlesinger nell’esposizione introduttiva di questo dibattimento e a quella successiva, è un capitolo che a tutto voler concedere, e dico misteriose, quasi clandestine, quasi maramalda, mi riferisco ad un intervento della parte civile che non ha citato Lorenzo Necci ma che ha parlato di aumenti di capitali notturni da 20 milioni a 77 miliardi, ma come mai, in poche ore! Sa che cosa rispondo: che a noi, di tutto questo, interessa poco nulla per due sostanziali ragioni. La prima, che Lorenzo Necci, né nella società cedente, né nella società acquirente, né nella società partecipante Riveda, ha avuto mai nessuna carica. Voi che avete la cortesia di annotare quanto sto dicendo avrete sicuramente conferma, e non smentita, che presidenti erano Trapasso e Colitti, amministratori delegati Autuori, Lanfranchi, Riva, Negrini. E, vedete, in quella massa di carta che appartiene al fascicolo dell’operazione Riveda, in tutti quei contratti che la memoria del professor Schlesinger ha elencato, siano essi del 16 marzo, del 17 marzo, voi non troverete mai, e dico mai, la firma di Lorenzo Necci. Firmava colui che aveva la delega per firmare. E mi riferisco al presidente dell’epoca. Non sto a citare i nomi, perché non è mai simpatico, perché sembra che si voglia accusare altri, ma in Enichem polimeri, presidenti dal 1983, ‘85, ‘86, erano altri; come i verbali e gli ordini di servizio che abbiamo prodotto, e mi riferisco in quella congerie di carte soprattutto a quanto è stato prodotto nell’udienza del 31 marzo 2000 dal teste Cuomo, che ha prodotto tanta documentazione, e io mi riferisco quasi esclusivamente a quella, perché sono gli ordini di servizio di queste società, Enichem base altri soggetti. Giunge la fase in cui nel 1987 la gestione, come si dice do per scontato, la gestione passa alle società del gruppo Enichem, la disdetta di questo contratto viene data da Enichem base. In nessuno, e dico nessuno, di questi atti compare Presidente o amministratore delegato Lorenzo Necci, ma ci sono altri. Subentra poi Enichem Anic S.p.A., presidente, vicepresidente, amministratore delegato, sono altri. Enichem Enimont Anic, sono altri. Quindi ha fatto bene il Pubblico Ministero a parlare poco e ha fatto bene ad escludere qualsiasi sospetto nella fase che ha portato alla prima richiesta di rinvio a giudizio, perché sospetti non ce n’erano. Perché le società, comunque sia andata, comunque sia quella che dicevo prima essere la narrazione della storia processuale, attinente a questo giudizio, le società che hanno avuto a che fare con gli impianti, prima ‘87 e dopo ‘87, che sono stati interlocutrici, Riveda, Fuse, e incorporate in Polimeri, non hanno mai avuto Lorenzo Necci come comparsa, protagonista societario, responsabilizzato in qualsiasi carica. L’avvocato Alecci mi ha sottratto un argomento a questo punto, e faccio rinvio a lei, perché, che fosse così, e che fosse naturale, che fosse così, e correttamente il Pubblico Ministero all’epoca aveva visto, ce l’ha confermato in dibattimento non soltanto il teste Raffaelli il 10 maggio, ma due persone come si dice al di sopra di ogni sospetto: il professor Reviglio e il dottor Bernabei, che ci hanno spiegato. Voi avete sentito dall’avvocato Alecci la lettura delle loro dichiarazioni, come funzionavano le società del gruppo Eni. E questo è. Abbiamo motivo di dubitarne? Penso proprio di no. Abbiamo argomenti per dire che sia stato diverso? Direi proprio di no. Nulla è stato avanzato di peculiare. Ma vi è una seconda ragione, oltre alla prima, e cioè che non ha avuto mai cariche nelle società che hanno avuto a che fare in maniera diretta con questi impianti, perché le sue cariche appartenevano ad un settore che con ormai molta ripetitività, e forse per voi ormai come dato acquisito, vengono considerate le società capogruppo. Le elenco: Enichimica, 1982, consiglio di amministrazione 24 maggio ‘82; voi vedete quali sono gli scopi e quali sono i vicepresidenti. Enichem, 1985; voi vedete, nel consiglio di amministrazione 26 settembre 1995 che cosa si dice del compito. Enimont che cosa si dice, e in che linea si pone rispetto al passato. Ed allora? Allora, l’ha detto il professor Dominioni, secondo me è un argomento che merita una riflessione aggiuntiva rispetto a quelli che avete sentito. Se è vero, ed è vero, che le cariche appartengono a queste sfere, i lavoratori sofferenti, lesi o deceduti, che appartengono a questo processo come persone offese, non erano lavoratori che rientravano nelle aziende e non erano dipendenti delle aziende a cui ha fatto parte Lorenzo Necci. Erano lavoratori che avevano un rapporto di lavoro con altre società e quindi dipendevano in senso non soltanto strutturale e gerarchico, ma in senso anche attinente alla sicurezza del lavoro, da quelle società. Ma allora qual è questa condotta virtuale? Questa condotta che secondo l’accusa pubblica, perché l’ha formalizzata nel capo di imputazione, e privata, che l’ha esposta oralmente, avrebbe dovuto essere tenuta da Lorenzo Necci, e che gli potrebbe costare sei anni di prigione? C’è una parte formale e una parte sostanziale. La parte formale. La parte formale contiene una serie di attività omissive che non sono, a tutto voler concedere, del suo periodo, perché sono prima del 1987, ma anche prima del 1983, appartengono a mondi e a storie che non sono quelle delle società a cui ha fatto parte Lorenzo Necci. Mi permetto di rinviare alle memorie del professor Stella, Pulitanò e alle relazioni del ricordato professor Foraboschi. Ci sono delle condotte virtuali omissive attinenti alla modalità della condizione di lavoro, le leggo molto rapidamente "non aver posto misure protettive, non avere separato le lavorazioni insalubri, non aver posto le cappe aspiranti, non aver variato le modalità di insacco, non avere posto in essere informazioni sulla nocività, non aver cambiato le rilevazioni - e mi riferisco ai monitoraggi - non aver gestito diversamente le autoclavi". Sono delle condotte che comunque le si intenda, comunque le si colloqui nella storia di queste aziende, appartengono alle condizioni di lavoro. C’è qualcuno che può dire che nel rapporto che c’è tra una società, quelle di Necci, Enichem, Enichimica, Enimont, e quelle che avevano la gestione dei reparti CVM e PVC, che la prima potesse interferire avendo neanche i propri lavoratori, perché non erano lavoratori suoi, che dovevano essere messe diverse che cappe aspiranti, le misure protettive, le informazioni dovessero essere date. Io penso che non si possa sostenere questo e correttamente l’accusa pubblica e privata non l’ha sostenuto. Dove è che è scesa ad affermare che nel novero delle condotte virtuali una, dico una, potrebbe essere attribuita a Lorenzo Necci. E’ quella che attiene alle scelte imprenditoriali, e cioè, leggo "non avere disposto - o in maniera estremamente calibrata il Pubblico Ministero nel capo di imputazione scrive - o fatto disporre, fonti nei budget di investimento manutenzione per le fughe di gas o gli impianti deteriorati". La risposta è principalmente di due tipi, la prima è che le relazioni e le memorie depositate che ho citato prima, quella tecnica del professor Foraboschi hanno dimostrato che la manutenzione è stata fatta e che questo addebito, sotto un profilo fattuale non merita di essere seguito. Ma vi è un altro argomento, e cioè l’argomento è che questa è condotta non pregnante, non è una condotta virtuale che merita di essere seguita. E qui è stata citata varie volte, io la cito non perché ne senta il dovere, ma perché non sono convinto pure io. E’ quanto lei ha detto, Presidente, all’udienza del 10 maggio del 2000, ribadito nell’udienza del 23 giugno del 2000 "l’impegno nella gestione del rischio da parte del soggetto tenuto per legge all’attuazione dell’obbligo di sicurezza non può essere considerato condizionato dalle sue disponibilità economiche, cioè alla maggiore o minore disponibilità di risorse, devono essere sempre attuati, si respinge da una valutazione di bilancio e dalle situazioni economiche del soggetto che è tenuto a realizzarle". In questo senso lei parlò, Presidente, di interpretazione rigorosa, e lo è sicuro, perché aveva accentuato il soggetto tenuto per legge, il soggetto tenuto per legge è il datore di lavoro. Necci era datore di lavoro di questi lavoratori, poteva fare qualcosa inerente, salvo che non gli venisse detto, ad una sfera di compiti, di patrimonio e di mondo gestionale che non era la sua? A questo punto si entra nella condotta virtuale più sottile, che non è quella formale, perché quella formale, guardino, a sezionarla con la cura da laboratorio fa emergere questa condotta, e mi pare che la risposta sia convincente. Ma ve n’è una sostanziale, di recupero se possiamo dire, con lavoro rispetto delle persone che l’hanno esposta, ma di rinforzo, che è la tesi su cui parlerà il professor Sgubbi attinente al fatto che nella sostanza dei fatti, al di là di quella polverizzazione di sigle, di questi che il Pubblico Ministero in maniera certamente icastica ha definito "trucchi societari", che sono ingannevoli, nascondevano una gestione diretta, unitaria, e quindi rinviabile alla titolarità di cui che la coordinava, ma di questo parlerà il professor Sgubbi. Mi interessa invece che voi cogliate qual è stata la condotta reale, e ha fatto bene il Pubblico Ministero, fino al 16 ottobre del 1996, a non toccare penna su Lorenzo Necci per elevargli l’imputazione, perché egli ha adempiuto ad un obbligo che fa parte dell’obbligo primario di chi gestisce un’organizzazione complessa di lavoro che è quello di distribuire le funzioni. E’ un po’, fatte le debite proporzioni, perché noi sosteniamo che egli non sia stato un destinatario diretto dei poteri di intervento, quello che capita nella delega antinfortunistica, tu devi scegliere bene, in modo affidabile, in modo chiaro, in modo non occasionale ed in modo non stridente con le normative interne. Allora visto che voi avete il ventaglio degli ordini li servizio, che so solo riassuntivamente li cito, per Enoxi se vogliamo proprio risalire alla notte dei tempi, il primo è del 1982, per Enichimica il primo e il secondo del 1983, per Enichem il primo del 1985, per Enimont il primo del 1989, l’ho detto intenzionalmente che è il primo perché vuol dire che non si aspetta ma sì, al momento dell’insediamento crea la struttura interna che determina il trasferimento di funzioni e si designano non tanto i delegati, perché qui non è che ci sia una questione di delega, ma si designano i soggetti incaricati di seguire certi profili. Allora in Enoxi c’è un vicepresidente, tra l’altro amministratore delegato, che quindi non risponde al presidente ma al consiglio di amministrazione, da cui dipendono una pluralità di gestioni, e di direzioni, in Enichimica ci sono gli stessi in più c’è un altro signore che indirizza e coordina Enoxi e Riveda, in Enichem si creano tre segmenti con la chimica di base polimera in cui c’è un signore che lo coordina, e non è Necci, ed in Enimont altrettanto, c’è tra l’altro in Enimont un amministratore delegato che oggi si occupa di football ma che qui non appare. E’ rispettato il suo compito, ha fatto ciò che doveva fare? Noi riteniamo di sì. Vedano, signori del Tribunale, voi potreste dire a questo punto "ha scelto male, incapace, non affidabile, ha scelto in maniera stentata, non subito, ha scelto in modo occasionale per l’emergenza e l’evenienza". Nulla di tutto ciò, al primo ordine di servizio sceglie, sceglie persone... ebbene, tanto vale citarle, sono Trapasso che ha fatto la sua carriera in Montedison, in Enichem, ha gestito stabilimenti, dottore in chimica, che ha quella lealtà ammirevole di essere sentito davanti al dottor Casson e di dire "il dottor Necci non si occupava di questioni tecniche perché si occupava della strategia dell’azienda, chi si occupava di questioni tecniche sono io che sono laureato in chimica e quindi sono il più competente a seguirle", e le ha seguite sicuramente bene. Ci sono tanti testi che abbiamo sentito, meritevolmente testi: Bianchi, Catanzariti. Ci sono persone come Riva che compare sempre come direttore generale della finanza, ci sono Parrillo, Passino, persone le più disparate che hanno fatto bene il loro compito, nessuno gli dice che ha fatto male, o nessuno dice che in qualche modo ci sia stata una direttiva di Necci perché facessero in un modo diverso. Allora cosa è capitato, che cosa è stato quello che dicevo prima essere un detonatore? C’è stato un elemento nuovo che ha variato non, badino, il fatto, non ha variato la prova sulla condotta, perché la condotta è sempre stata questa. Il Pubblico Ministero sappiamo di quale scrupolo sia, di quali carte abbia raccolto e se in quel momento non ha trovato è perché non c’era. E’ emerso qualche cosa che non è fatto di una condotta, cioè non è la prova di una condotta, perché il materiale era lì sul tavolo, ma che è la prova, secondo l’accusa, di una conoscenza, che infatti non è contestata nel capo di imputazione perché un dato indiziario che attiene ad un elemento sapienziale, di conoscenza, che non ha niente a che fare con il capo di imputazione, perché io devo descrivere quale condotta ha posto in essere. E’ il problema dell’American Appraisal. Anche per l’American Appraisal, ma questo è un elemento di contorno, neanche tanto quando si sentono sei anni di richiesta di reclusione. Ma anche in questo caso vi è un tipo di incombente sorveglianza, di presenza non burocratica ma una presenza incisiva da parte degli enti governativi. Non dico sicuramente circostanza ignota nel ricordare come nel 1982, al momento del riordino della chimica, ed in previsione della costituzione di Enimont, ci si trovasse di fronte ad una situazione di interesse nazionale che coinvolgeva correttamente gli organi istituzionali, il governo si impegna, i Ministri si scrivono, il CIPI entra in pista dando i suoi visti, così come nel 1982, così ora nel 1988, fatto sta che c’è un apparato, sorveglianza forse è un termine atecnico, ma di controllo preventivo e successivo, anche qui lo dico perché è la verità, e quindi va detta. E la verità va detta quando dall’altra parte si cerca di usare dei toni un po’ crepuscolari nel fare sempre apparire che ci sia una clandestinità da sottoscala, come questi documenti non appartengono alla visibilità degli rapporti burocratici, ma ne siano invece il frutto di scelte maramalde di qualche amministratore. E dico questo perché, la sua macchina informatica, Presidente, non mi potrà smentire, il Ministro delle Partecipazioni Statali il 21 maggio del 1988, quindi in una fase che appartiene all’antefatto di questa vicenda che nasce, si concreta e si definisce dopo l’estate, scrive al presidente dell’Eni e parla delle condizioni, è preoccupato di vari elementi che debbono essere precisati ed insiste, ecco il punto che a me interessa, sul precisare le garanzie che debbono essere alla base di questo accordo, garanzie, non sto a spiegarlo, sono le tutele che le parti contraenti debbono avere nel caso di insuccesso di quello che la parte pubblica dell’accusa ha definito il matrimonio. E si arriva a quella lettera, lettera che cito riassuntivamente del 5 di agosto. Vedano, dice giustamente l’osservatore non giuridico che l’occhio è settoriale, l’occhio vede ciò che interessa essere visto, parlo sempre di totale buona fede. Ed in questa lettera del 5 di agosto si è letto, perché è presente, è correttamente stato letto il punto 7 e correttamente il punto 8. Dicendo 7 e 8 è di una banalità arrogante, non ci sono citati i primi 6. E i primi sei meritano di essere, state tranquilli che non li leggo, sunteggiati. Perché il Ministro non è che scriva, perché questo è un preambolo che ha una sua dignità ricostruttiva; non è che il Ministro scriva una lettera di mezza pagina dicendo: mi raccomando dell’ambiente; ed è la normativa ambientale. Elenca otto punti. I primi sei sono sodi, corposi; chiede il prolungamento dei termini per certi accordi, prevede che possa vendere a Montedison, che ci sia un piano di business, che ci possa essere l’ingresso di Eni in altre società. Cioè, tutti fatti societari. E alla fine 7 e 8, quanto è stato fatto oggetto della nostra discussione. Ci si chiede, ed è stato chiesto: ma questa lettera chi la conosceva? La risposta, secondo me, è assolutamente vincente e plausibile: la conoscevano tutti coloro che partecipavano a questo accordo. E questo rientra nell’ottica della misteriosità clandestini del fatto del sotterfugio: ma no, la conoscevano tutti; la conoscevano tutti coloro che partecipavano a questa fase e che logicamente, quando scrive un Ministro, si deve sapere. Ma voi pensate che con tutto ciò che si può dire, che un Ministro che scriva "pensi che la sua lettera sia messa in un cestino e se la legga solo il presidente dell’entità che è il diretto destinatario? Ce l’ha detto il dottor Bernabei, ce l’avevamo". Perché c’era un gruppo, e qui il gruppo di lavoro è estremamente ampio ed è quel documento che ha presentato il dottor Reviglio, che è la determinazione 32, in cui si forma un gruppo di lavoro, in cui c’è anche Necci certo, ma non è il solo; non è che Necci sia in un sotto scala, è lì, seduto ad un tavolo, con le più alte autorità della società; c’è un gruppo di lavoro ristretto. Il dottor Casson ha fatto domande su questo gruppo ristretto, e a questo gruppo ristretto partecipavano alte dirigenzialità dell’Eni, e quindi era logico che la leggessero. Ma la logicità della conoscenza non deve oscurare il commento di chi è sicuramente persona al di sopra di ogni sospetto, e cioè il dottor Bernabei. Perché il dottor Bernabei, interpellato qui a dibattimento, su che giudizio ha dato di questa lettera, dà un antefatto: ne abbiamo discusso, ed in questo caso con gli avvocati. E quindi era una lettera del Ministro che andava presa nella sua dimensione più ampia, perché si parlava anche di normative ambientali. Passo successivo: che tipo di giudizio avete dato, dopo questa discussione che non è segno di frettolosità, perché si riceve una lettera del Ministro e, ripeto, non la si vista con la burocrazia di una compagine di... statale, no la si prende in esame con i propri consulenti. Ed allora due sono le considerazioni che fa il dottor Bernabei. Primo: irrilevante, per le garanzie che erano state previste. E’ il discorso delle garanzie che chiedeva già il Ministro delle Partecipazioni Statali e in quel consesso di gruppo, o di sotto gruppo, di cui faceva parte il teste che sto ora citando, era di non principalità di questa richiesta, non vincolatività, non segno di decisività della condizione. Ma ve n’è un’altra, che dà anche un segno di impatto della vicenda, e cioè era - cito e leggo - poco funzionale per il poco tempo a disposizione. Veda il Tribunale, si è molto discusso del tempo, e lei, Presidente, ha anche fatto molte domande, perché era giusto approfondire questo argomento, domande sulla efficacia di un lavoro in tempo contato, efficacia di un lavoro in pochi mesi, a fronte del mastodonte che si deve esaminare. Il tempo non è che era fissato con un artificio di malizia, o Necci o l’appartenente a colui che aveva delle responsabilità in quelle società, ma in poco tempo era un dato oggettivo, era un dato imposto dal governo, perché il poco tempo era una circostanza nota a tutti. D’altra parte, vedano, che il problema delle garanzie non sia un elemento che nasce dal cilindro, si ricava anche da un’ulteriore missiva del 9 novembre, dal Ministro delle Partecipazioni Statali al Presidente Reviglio dell’Eni: "Mi raccomando, delle garanzie reciproche, le più idonee". E questo, le garanzie sono ciò che conta, in questa vicenda di azionariati e di scambi societari. Ma passiamo all’incarico, all’oggetto. Qui non sto a leggere, perché nell’incarico del 26 settembre l’oggetto è scolpito. E, come ogni interpretazione, che sia un’interpretazione di ipotesi, un’interpretazione strumentale, legge la parte, in totale buonafede, più conferente al conforto della propria ipotesi. E cioè la parte civile privata ha sostenuto, e ha letto, ricordo l’avvocato Battain: "Si parla di stato degli impianti; era questo l’oggetto che dovevate verificare e non l’avete fatto". Veda, io cito queste persone, Bernabei teste, Bianchi teste, Cerani teste, Faccin teste, Riva teste, Sernia deceduto ed era imputato; tutte queste persone danno la loro interpretazione di come hanno inteso l’oggetto dell’incarico, e cioè valutare gli impianti se erano funzionali alla capacità produttiva, una valutazione degli impianti che certo atteneva allo stato degli stessi, ma che aveva a che fare con la funzionalità rispetto alla capacità produttiva. E badi il Tribunale, l’aver citato Riva è perché è la persona che l’ha firmato l’incarico alla American Appraisal; l’ha firmato tra l’altro non come persona di ripiego ma, visto che le carte le conosciamo e le cito a memoria, come amministratore delegato dell’Enichem. Possiamo dire che Riva sbagli nel ricordare la sua percezione di come ha inteso questo incarico? No. Che sbaglino le persone che ho citato prima? No. Possono sbagliare i ricedenti l’incarico? Cito Guerzoni, che dice la stessa cosa. E quindi posso concludere anche sotto il profilo quantitativo dello schiacciante numero di testimonianze a dispetto di uno dei possibili modi di leggere questo oggetto, che l’oggetto era un problema finanziario di funzionalità di questi impianti rispetto alla loro capacità produttiva degli anni avvenire. Com’è stato fatto questo lavoro? Ha lavorato bene? Ha lavorato male? Sul tempo ho già detto: il tempo era poco, era stretto, lo dice Bernabei. Tra l’altro Fracanzani, Ministro delle Partecipazioni Statali, scrive a Ruffolo, Ministro dell’Ambiente pochi giorni dopo, dicendo: ebbi pazienza, io sono andato avanti, non ti ho trovato al telefono per tanti giorni, tu avrai anche tanto da fare, ho concordato un appunto con il tuo capo di gabinetto, sappi che ho fatto così, ecco perché i tempi erano brevi e bisogna procedere senza ritardo. Questo è l’input. Giusto, sbagliato, non sta a noi deciderlo. Non sta deciderlo a noi in questa sede, tanto meno a noi come difensori di Lorenzo Necci. Come hanno fatto il loro lavoro? L’hanno fatto compatibilmente con il tempo, e cioè l’avranno fatto bene o male, ma rispettando la dimensione cronologica che avevano a disposizione. Ma questo è il punto. L’hanno fatto in una maniera ancora una volta maramalda, truffaldina, clandestina, misteriosa, facendo ingannevole questa attività come per farla apparire seria, mentre invece era superficiale? Anche questo è il punto. Poi, vedano, se è stata fatta bene o male, io non lo so, forse non lo sapete neanche voi; sarà stata fatta? Può darsi che sia stata fatta, può darsi; l’importante è che lo sapessero tutti, perché qui stiamo parlando di sei anni di reclusione a Lorenzo Necci, imputato per questo fatto. Ed allora, visto che gli atti sono noti e li cito solo per ricordo, nell’incarico c’è scritto che per l’aspetto ecologico si utilizzeranno le schede e per l’aspetto impiantistico si faranno delle ispezione. Qui si è tanto parlato di si sono fatte, non si sono fatte, sono fatte bene, sono state fatte male. Saranno state fatte male, può darsi, ve lo concedo, però ci sono due documenti. Il primo, c’è un verbale presso via Mozart, a Milano, del 26 settembre, in cui uomini American Appraisal, uomini Montedison, uomini Enichem, e mi riferisco a questo atto che cita come uomini Enichem Bianchi e Sacchi, si fa il prospetto delle visite... c’è una comunicazione interna del 30 settembre, che Bianchi fa a chi? A chi la fa? A Lorenzo Necci, che gli dice: caro Necci, guarda, tra qualche giorno andiamo in quello stabilimento, e se vuoi venire anche tu, o passi da quelle parti, vieni pure? No, lo fa a Riva, perché è Riva il delegato. E vedete, un argomento che ritengo non sia da sottovalutare, è che non è un caso che fosse Riva la persona a seguire questo incarico, perché Riva si occupava di finanze, e perché l’incarico aveva un profilo preponderante e quasi schiacciante di natura finanziaria. Ma la lettera va a lui, quindi mai nessun mistero. Lo scrivono nel rapporto: "Le informazioni provenivano dalla direzione e tramite schede, abbiamo fatto una analisi critici, sono stati ritenuti attendibile, senza necessità di verifica". Nella sintesi del 3 novembre, a pagina 2, i dati attendibili, non avendo fatto verifiche; a pagina 1 esame dei dati forniti dalle società tramite schede predisposte per la valutazione. Possiamo dire che i destinatari del rapporto e della sintesi non sapessero come, bene o male, sia stato fatto questo lavoro? Avranno dato i loro giudizi. E procedo a quello che è l’elemento finale di questo mio intervento, passando poi la parola al professor Sgubbi, che è l’elemento finale ripeto, non per importanza, che è quello che ha determinato il Pubblico Ministero a muovere queste accuse a Lorenzo Necci, che è questa ormai nota pagina 33 della bozza che ha costituito la base del rapporto finale del 21 ottobre, che appare con delle sue correzioni. Allora, io su questo chiederò la vostra attenzione per pochi minuti, perché gli argomenti sono argomenti che possono essere così scanditi. Primo, chi era presente: persone, le più disparate, non mi interessa citarle, non c’era Lorenzo Necci. Due: secondo il procedimento, che mi sembra un procedimento serio, quello di sentire non tanto i diretti interessati quanto di sentire gli interlocutori dei diritti interessati, e si tratta di vedere come hanno percepito, piaccia o no, e alla parte civile probabilmente non è piaciuto, tant’è vero che le ha sottoposte a critica, ma queste persone esistono e pesano, sia come numero che come affermazioni, come hanno percepito la correzione. Erano i soggetti interlocutori, coloro che hanno ricevuto l’incarico, coloro che avevano scritto quella frase. Ed allora, secondo uno scenario di normalità, che cosa ci si può attendere quando discutiamo di una correzione da fare; voi per le vostre sentenze al vostro interno, noi come difensori per le nostre memorie. Se non siamo d’accordo, pungo o pungono il nostro orgoglio, facciamo un minimo di resistenza. Se accediamo è perché diamo ragione che l’obiezione fattaci da altri è fondata. Ed allora Guerzoni, Giorgescu, Petrera, badino Petrera è proprio quello che l’ha fatto, perché era rapporto (Emas) che era della parte ecologica, ci dicono che non era stato oggetto dell’incarico, e quindi Guerzoni dice: non abbiamo fatto nessuna obiezione. Ma perché questo? Per due ragioni fondamentali. La prima, perché la situazione che si descriveva con queste frasi, oggetto della correzione, era "una situazione passata, probabile, farne un problema per la chimica italiana". "Ma soprattutto - dice Guerzoni con Giorgescu - non fu fatta nessuna verifica sul punto", e quindi, una frase sfornita di dimostrazione, era giusto che non venisse valorizzata in un rapporto e era giusto eliminarla. Ma il punto, sul fatto, è che tutti, siano essi diretti incaricati, siano essi gli incaricati subappaltatori, nessuna obiezione, erano critiche fondate. Leggo: "Perché non fu né quantificato, né mai verificato, quanto ci disse Guerzoni". E questo mi sembra già un dato probatorio come sempre, nei dati probatori mai assoluti, sempre relativi, ma di un certo suo peso; sono di fronte al mio interlocutore e il mio interlocutore concorda con me, e spiega perché concorda. Spiega perché concorda, in quanto si tratta di una situazione passata, e soprattutto io non ho mai verificato ciò che ho scritto. Ma vi è un’altra ragione, che è una ragione che appartiene più alla logica. E cioè: molto spesso i cultori di semantica sono considerati dei perditempo, persone che si adattano al microscopio delle parole, ai collegamenti logici, anche vacui, e che non danno contributi sui contenuti forti che possono avere le impostazioni di ordine generale. Qui, senza voler rubare il mestiere a nessuno, ma facendo come spesso facciamo noi Avvocati, dei furti nelle discipline altrui, con quindi l’approssimazione che da questo ne deriva, vi proporrei un’ipotesi di lavoro. E cioè, l’ipotesi di lavoro è: a che punto della pagina 33 è stata eliminata questa frase? E questa pagina 33 che cosa contiene di altro? La pagina 33 ha un esordio, non esordisce dicendo che tutto va bene, che è l’impianto più splendido del mondo, che ogni impianto Enichem e Montedison è perfetto e merita di essere approvato; ma inizia dicendo: "L’indagine relativa allo smaltimento rifiuti non ha evidenziato situazioni di mancato rispetto delle norme, fatta eccezione per gli stabilimenti Enichem di Brindisi e Gela, in cui molti rifiuti vengono stoccati e smaltiti all’interno degli stabilimenti, in discariche non adeguate alle norme di legge". Cosa voglio dire con questo? Dico soltanto che questa pagina è una pagina che dà il segno critico e misura il tipo di giudizio autonomo che ha avuto l’estensore di questa pagina medesima, perché parla di Brindisi e Gela, ma non solo. Che la frase corretta può apparire una considerazione collegata in maniera inverificata a proprio ciò che è capitato a Brindisi e a Gela, perché parla: "Si raccomanda un’indagine più approfondita sui terreni interni degli stabilimenti, utilizzati in passato per lo smaltimento dei rifiuti". E quali meglio di Brindisi e Gela che sono stati utilizzati nel passato? "Onde accertare eventuali pericoli". E può darsi benissimo. A noi interessano qualcosa Brindisi e Gela? Non ci interessano proprio niente, in questo processo. Interessa questa frase nella misura in cui ci sia una proiezione verso altri terreni e tra questi Porto Marghera. Ma la logica che cosa ci accompagna a dire? Beh, ci accompagna a dire che se si vuole agire in modo funzionale, rispetto ad un obiettivo, soprattutto quando si vuole agire male, in maniera scorretta, in maniera irregolare, bisogna guardare nella sua totalità. E’ vero che, come diceva Hitchcock non c’è nessun delitto perfetto, ma i delitti possono avvicinarsi alla perfezione. Ed allora io le chiedo, vi chiedo signori del Tribunale, come mai non è stata eliminata, se proprio si voleva fare qualche cosa di aspro, di violento, come una correzione indotta, come quella di cui si parla nelle discussioni orali, non è stata eliminata questa parte della pagina 33? Perché non è stato eliminato che Gela e Brindisi avevano e non erano a norma, che significato aveva eliminare una frase di questo genere, di natura ipotetica "forse ci sarà, può darsi, vedremo", mentre invece lì si parla di anormalità. Poi perché si mantiene la pagina 31 dove si parla delle considerazioni conclusive, due pagine prima, non è che ci volesse molto tempo a sfogliare, dove si dice sulla valutazione degli impianti "tale valutazione potrà essere raffinata in una fase successiva qualora le società interessate lo ritenessero utile, soprattutto nei casi in cui l’indagine - badino - ha evidenziato situazioni in cui il rispetto delle normative non è sembrato garantito sulla base almeno dei dati e delle analisi fornite agli esaminatori dalle schede degli affluenti". Allora, se voglio fare, scusatemi il termini, una porcheria, cerco di farla la più completa possibile, non è che devo avere un consulente per sfogliare due pagine. Pagina 31, tolgo anche quella, ma nella pagina 33 tolgo l’accenno a Gela e Brindisi, non lo tolgo. Allora hanno tanto torto gli interlocutori della American Appraisal a darci le risposte che ci hanno dato? Direi proprio di no. Ma soprattutto sulla superfluità di questa correzione è vincente una persona che ha fatto sorgere contrasti dibattimentali, ha fatto sorgere anche asprezze interpretative, che è Lorenzo Riva, che è vincente. Perché l’avvocato Battain ha detto una cosa secondo me di grande saggezza, cioè ha posto un’alternativa e ha detto "Riva sapeva perché era al tavolo", non sappiamo bene se la correzione gliel’abbia imposta Necci o non gliel’abbia imposta, ma Necci sapeva, tanto è vero che gli ha mandato il fax. Allora era proprio irrilevante, se fosse stato irrilevante che comportamento avrebbe venuto? Se fosse stato invece a suo giudizio rilevante come si sarebbe comportato? Io vado dietro a questo ragionamento e dico, se fosse stato davvero così rilevante questa correzione che il Pubblico Ministero apprende nelle more tra ottobre e novembre del 1996, da un Lorenzo Riva di cui sappiamo molto, ma non per la sua persona fisica - perché l’abbiamo visto una volta - ma per il suo curriculum, perché lo troviamo presente con lode in tante società, apicale nella direzione Finanze, amministratore delegato di Enichem che dà l’incarico, che nel futuro ha anche delle cariche di responsabilità. Ma non vi ponete il problema di come reagisce questa persona. Devo fare una correzione del genere, mi sembra davvero significativa, e poi dopo che faccio, come mi muovo, che reazioni do? Tra l’altro lui, ripeto, non è insignificante, come amministratore delegato non risponde al presidente, il presidente gli può dire quello che crede, lui come amministratore delegato si può comportare diversamente, ha esperienza. Necci non ha messo lì uno scopino dell’Enichem, eppure non fa nulla. Se l’avesse ritenuto rilevante che comportamento avrebbe tenuto? Ma la prova che l’ha ritenuto anche lui irrilevante e superfluo ce l’ha dal comportamento del Pubblico Ministero, il quale lo considera - e siamo lieti per lui - teste, pur essendo un vertice, pur essendo persona onnipresente e pur essendo colui che incarica l’American Appraisal in questa vicenda, e soprattutto, forse sotto il profilo giuridico avrà anche ragione, ma non mi interessa la discussione, sostiene che sia teste in questo processo nonostante il povero Riva abbia una disavventura a Brindisi, e abbiamo discusso a lungo, Presidente, su come sentirlo. Era teste a tutti gli effetti, ma certo, ha ragione di essere teste, perché lui in quel momento, quando si è trattato di apportare quella correzione riferendo al Presidente, mandandogli il fax, l’ha ritenuta anche lui irrilevante. Non ha reagito dopo perché era insignificante, se fosse stato davvero così rilevante come l’accusa vuole sostenere avrebbe tenuto un altro comportamento, avrebbe reagito diversamente, avrebbe avuto probabilmente un’altra sorte processuale che invece non a avuto, e queste sono le ragioni che si uniscono anche a quel maligno ragionamento sulla mutilazione della sintesi del 3 di novembre, me mi sembra veramente maligno, sintesi a tre pagine, tutte le altre dove sono andate a finire? Innanzitutto è stato scritto dall’American Appraisal, nel rapporto di sintesi del 3 novembre sono state descritte tutte le modalità, schede comprese, verifica mancata degli impianti, assunzione di informativa indiretta attraverso i responsabili degli impianti, ma soprattutto è stata citata la fonte, come diciamo noi nel nostro lessico, del rapporto, come per dire "io faccio questa sintesi", a memoria cito. Lei, Presidente, ha la macchina informatica e non mi potrà smentire, al fondo della prima pagina, penultima riga è scritto "questa sintesi fa parte del rapporto numero, pagina", ed allora? Allora le sembra furbo, le sembra che appartenga ad un minimo di malizia mutilare un rapporto quando io lo cito, quando basta che per una qualsiasi evenienza mi venga portato sopra il tavolo e che venga richiesto. Mi sembra che sia quello che dicevo prima, una sorta di affannoso, detto in termini di antagonismo processuale, di affannoso recupero quando apparve come un fulmine a ciel sereno una meteora che era l’American Appraisal che poteva illuminare un comportamento e che in realtà non ha illuminato un bel nulla se non far chiedere una condanna che noi convintamente e pervicacemente sosteniamo che non debba meritarsi Lorenzo Necci.

 

Presidente: va bene, grazie.

 

AVVOCATO SGUBBI

 

Avvocato Sgubbi: avvocato Sgubbi, unitamente a Mittone di Lorenzo Necci. Le mie considerazioni, signori del Tribunale, saranno il più possibile rapide, consegneremo una integrazione delle nostre argomentazioni verbali in una memoria che depositeremo nei prossimi giorni. Io mi riallaccio a quanto detto adesso dal collega Mittone in ordine alle accuse che sono state rivolte al nostro assistito. In quel contesto di capo di imputazione che tante critiche ha già suscitato perché in effetti affastella dolo, colpa, affastella condotte attive, condotte omissive, in un tutto indistinto come è stato giustamente detto. In un tutto indistinto che mira, a giudizio di questa difesa, a raggiungere una globalità di accusa, in modo da non lasciare nessuno spazio vuoto, contrariamente a quanto dovrebbe essere la doverosità di un capo di imputazione che individua determinate specifiche condotte. Ma non è questo evidentemente su cui questa difesa vuole soffermarsi. Dico soltanto che ci sono condotte attive e condotte omissive. Ora il problema della condotta attiva, dell’unica condotta che si può ipotizzare, ne ha già parlato il collega Mittone, cioè a Necci non può rimproverarsi in primo luogo nessun tipo di condotta di azione, cioè di azione positiva, l’unico aspetto potrebbe essere quello della American Appraisal su cui il collega vi ha già intrattenuto. Sul punto delle condotte omissive. Il capo di imputazione ne è pieno di condotte omissive, di accusa di non avere fatto. Pure in un capo di imputazione così complesso e così articolato, così onnicomprensivo che mira, come dicevo prima, ad una onnicomprensività c’è un punto che merita di essere sottolineato, a giudizio di questa difesa, sottolineato per essere poi contestato o per meglio dire per essere utilizzato nell’ottica della difesa del nostro assistito. In quasi tutte, se non addirittura in tutte le accuse che sono rivolte nel capo di imputazione in modo indiscriminato a tutti, il nodo che lega le varie accuse è nell’esercizio dell’impresa. Allora Necci, l’ha già ricordato il collega, Necci è stato presidente, c’è quel punto di Porcu che è molto chiaro, è stato presidente della Enichem dal 1982 al 1990, di Enimont per due mesi soltanto, nella Giunta esecutiva dell’Eni dal 1975 al 1982, è stato in sostanza sempre e soltanto a capo delle holding, o membro della Giunta esecutiva o presidente dell’Enichem o presidente di Enimont per, come ho detto un attimo fa, un limitatissimo tempo. Allora mai ha ricoperto incarichi nelle società operative, l’Eni, l’Enimont e l’Enichem erano articolate in un numero estremamente elevato di società operative. Nei verbali del consiglio di amministrazione, di cui il collega Mittone ha già parlato, che comunque sono consegnati in atti si fa riferimento ad una pluralità di società operative, sei in un primo momento, ciascuna delle quali doveva poi ricevere determinati tipi di attività, o doveva svolgere determinati tipi di attività, la chimica di base, la chimica fine, la farmaceutica, etc.. Sempre in quei verbali, ne ha parlato il collega Mittone, si fa riferimento anche alla scelta di persone di primissimo ordine, da mettere a capo o a cui attribuire una determinata attività di tipo autonomo, e completamente autonomo. Ora il punto sul quale varie difese si sono già soffermate, e a cui le parti civili hanno fatto ampio riferimento riguarda il comportamento, la condotta di tipo omissivo, o condotte di tipo omissivo che taluno vuole ravvisare in capo a Necci. A parte il fatto che nel capo di imputazione non si trova mai quale sarebbe stata la condotta alternativa lecita, cioè quale sarebbe stata la condotta che se Necci fosse stato rispettoso di non so quale criterio con probabilità, vicino alla certezza avrebbe impedito l’evento. Non c’è mai un riferimento di questo tipo, ed anche questo può essere un dato significativo, cioè la mancanza dell’individuazione da parte della stessa accusa, pubblica e privata, di un comportamento alternativo lecito. Ma, e qui non voglio entrare in un settore nel quale ho poca familiarità, di stampo civilistico, ma chi presiede una holding non ha un potere e dovere di garanzia, non ricopre una posizione di garanzia. Sono state citate da parte dell’accusa privata, più che dell’accusa pubblica, l’accusa pubblica non ha parlato di diritto per una precisa presa di posizione, ma l’accusa privata ha fatto riferimento ad una abbondante giurisprudenza di tipo civilistico, ad una abbondante casistica di tipo normativo che porterebbe ad individuare nella holding un potere di controllo, un potere di sorveglianza e quindi penalisticamente una posizione di garanzia. Ora io nell’ambito di un tempo a disposizione che è limitato, dato anche l’orario, segnalo soltanto questo. Qui stiamo parlando da un punto di vista penalistico e non da un punto di vista civilistico. Da un punto di vista penalistico conosciamo che la giurisprudenza ormai assolutamente consolidata ritiene il gruppo una realtà di tipo economico e non una realtà di tipo giuridico, tanto è vero che c’è una sterminata giurisprudenza che ritiene che nell’ambito dei reati fallimentari lo spostamento di una determinata somma da una società all’altra del gruppo costituisce distrazione, e costituisce distrazione in base ad un ragionamento che la giurisprudenza fa in modo molto semplice, cioè è distrazione perché l’amministratore di una determinata società, gruppo o non gruppo, è custode e ha doveri di garanzia rispetto alla società che amministra, non è il problema un problema economico, non un problema giuridico. Lo stesso dicasi per quanto riguarda la giurisprudenza amministrativa rispetto alla partecipazione per esempio a gare pubbliche dove si ammette e si riconosce che non è turbativa d’asta la partecipazione di varie società del gruppo. L’amministratore, il gestore della società, il gestore della società operativa è un oggetto completamente diverso da quello che è il presidente della holding. Tutte quelle norme che io ho sentito citare dalle parti civili, tutta la giurisprudenza che ho sentito citare a sostegno di queste considerazioni normative, potranno avere un valore civilistico ma non un valore penalistico. Nell’ambito del diritto penale io credo, e anzi è una conclusione a cui si deve necessariamente pervenire in base ai principi di tassatività, in base ai principi di cui all’articolo 27 sulla personalità della responsabilità penale, se parliamo di responsabilità omissiva, e tralascio il profilo della responsabilità di azione perché abbiamo visto che nessuna condotta positiva viene attribuita a Necci, dicevo dal punto di vista omissivo o troviamo un obbligo giuridico specifico oppure troviamo un obbligo che pone e sta alla base di una posizione di garanzia. Senza entrare in settori che non sono miei, senza addentrarmi o avventurarmi nell’ambito di normative di tipo civilistico, io però segnalo un dato che credo sul quale non si possa che concordare, ovvero sia che gli obblighi di controllo, il potere e dovere di controllo in ambito societario sono forme di potere e dovere tipici. Nel senso che sono indicati espressamente dalla legge, troviamo il controllo affidato ai sindaci, troviamo il controllo ex articolo 2392 che ogni amministratore ha sugli altri amministratori del consiglio di amministrazione della società di riferimento. Potremmo trovare controlli esterni, le autorità amministrative indipendenti, dalla Consob, dall’Isvab che esercitano forme di controllo e si potrà dire che abbiano funzioni di garanzia, ma questa tipologia di controlli, di obblighi di intervento, se vogliamo di posizioni di garanzia sono tipici, sono specifici, devono essere stabiliti dalla legge, anche il 2087 evidentemente tante volte invocato attiene all’imprenditore, attiene agli amministratori della società da cui sono dipendenti i soggetti della cui tutela si tratta. Certo, io ho sentito citare da parte del... (Interruzione della registrazione) ...trovare un obbligo giuridico specifico che stabilisca l’obbligo di intervento, o comunque una posizione di garanzia. Tipologia, stavo dicendo prima della sospensione della luce, che ho sentito richiamare dalle parti civili alcune norme rispetto ad esempio alla responsabilità dell’unico azionista, oppure una norma nell’ambito della amministrazione straordinaria delle grandi imprese. Io mi permetto di sottolineare: qui siamo in ambito penale; queste normative e Schlesinger spero possa confermarlo, la normativa civilistica ha una funzione di tipo risarcitorio, cioè la funzione risarcitoria tende ad allargare il più possibile l’area del soggetto responsabile, ma la natura afflittiva che è caratteristica del diritto penale dovrebbe invece portare ad un’ottica completamente opposta, cioè a restringere; quindi non si può invocare una disciplina di tipo civilistico che è dettata, per finalità risarcitorie, e quindi per finalità di allargamento dell’aria del soggetto responsabile, in ambito penale, dove invece la necessità è una necessità di restrizione e di individuazione di un comportamento che sia così riprovevole da meritare una afflizione penalistica. La realtà è dunque che non sussiste alcun obbligo per la holding rispetto alle attività delle operative; attività delle operative che è autonoma; attività delle operative che è gestita da soggetti capaci, idonei, appositamente individuati in quanto capaci ed idonei. L’amministrazione, la gestione delle singole unità operative, è un fenomeno completamente diverso da quella che può essere la direttiva strategica a livello di holding. E non si confonda, come invece mi sembra che in molti casi si faccia, o da parte delle parti civili, almeno questa è la mia opinione, il mio giudizio, tra controllo societario ed esercizio dell’attività d’impresa. Perché una cosa è il fenomeno del controllo societario, detenere una certa quota, magari di maggioranza, di una società operativa; una cosa è il controllo della gestione, la gestione è una cosa, la gestione operativa, la gestione giornaliera, le scelte che stanno alla base di come produrla o quando, che tipo di mercati, quale personale assumere, e così via, quali impianti, come gestire un impianto, una tipologia di attività concreta che attiene alla gestione giornaliera di una certa attività. Il controllo societario è attività completamente diversa, che potrà dare luogo a forme di direttiva. Qui in questo caso l’Enimont è pubblico oltretutto, e quindi le direttive vengono anche a livello superiore di quanto c’è a livello pubblico, ovvero sia ancora a livello dei Ministri che sono interessati. Ora, un altro aspetto, avviandomi rapidamente alla conclusione. Dicevo prima: l’accusa può essere o di azione o di omissione. Comportamenti attivi non ne sono ravvisati, comportamenti omissivi a mio giudizio non sono configurabili per le ragioni che ho detto. A meno che non si ravvisi un’ingerenza, ma nessuno ha mai ipotizzato, né il materiale probatorio in atti può portare a dire che c’è un’amministrazione di fatto, cioè c’è un’ingerenza tale che determini una amministrazione di fatto di Necci nelle singole attività operative. E questo mi pare evidentemente non configurabile e del tutto e assolutamente improponibile. Dicevo, a prescindere da questo, e cioè a prescindere dalla insussistenza di una posizione di garanzia, questa difesa intende sottolineare, in pochissimi minuti, un altro aspetto. Dicevo, ammesso e non concesso che si possa raffigurare una posizione di garanzia, quello che comunque non si può ravvisare nei confronti di Necci è una conoscenza o riconoscibilità di una situazione tipica tale da far scattare l’obbligo; perché credo che sia uno degli elementi costitutivi della responsabilità omissiva, non solo la posizione di garanzia che a giudizio di questa difesa non sussiste, ma in ogni caso ammettendo anche la sussistenza andrebbe ravvisata una conoscenza o riconoscibilità di quella che è la situazione tipica fattuale, ma fattuale concreta, dell’amministratore rispetto ad una situazione che necessita l’intervento. Quello che invece ritiene questa Difesa di poter ravvisare, alla luce di una serie di atti che mi limiterò a citare per poi integrarli nella memoria, è invece l’esistenza di una situazione di affidamento, dove per affidamento intendo la possibilità, concretamente dimostrata in Necci, di potersi affidare alla struttura, di potersi affidare all’organizzazione. Il Tribunale conosce la teorica del cosiddetto affidamento. L’affidamento costituisce un limite della colpa e al tempo stesso anche un limite delle posizioni di garanzia, nel senso che quando l’affidamento è dimostrato, ed è dimostrato concretamente, come vedremo tra un attimo, è chiaro che le esigenze elementari di una organizzazione impongono che ci si debba fidare dell’operato degli altri. Cioè, ogni tipologia di lavori in equipe, ogni tipologia di attività organizzata, presuppone, quando è organizzata, che ci si possa fidare dell’operato degli altri. Non solo che ci si possa, ma che ci si debba fidare. E quindi non si debba e non si possa controllare, non si abbia un obbligo di intervento sull’operato degli altri. Perché altrimenti significherebbe scardinare qualsiasi sistema organizzativo, qualsiasi sistema di distribuzione dei compiti. In questo caso, come del resto vi ha segnalato anche l’avvocato Mittone, troviamo da un lato deleghe che sono all’interno della singola società holding, e poi distribuzione di compiti, distribuzione di attività, anche di tipo dei rapporti tra holding e singole società operative, cioè quella gestione concreta, diuturna, corrente, effettuata nell’ambito delle società operative. Allora, in ogni organizzazione, e qui mi avvio veramente alla conclusione, l’essenza elementare dell’organizzazione è da un lato la divisione di compiti: qualcuno fa qualche cosa e qualcun altro fa un’altra; e questo vale sia nella attività materiale di un lavoro in equipe, sia anche nell’ambito della formazione di un gruppo. Allora, qualcuno darà una direttiva, una direttiva strategica; qualcun altro avrà il compito, il management della società operativa controllata, nell’ambito della sua autonomia. E i rapporti che troviamo nella Pubblica Amministrazione, tra le direttive politiche da un lato e la amministrazione concreta periferica dall’altro lato. Quindi è un fenomeno che è caratteristico di ogni tipo di organizzazione, pubblica o privata che sia. Ovviamente non ci si deve ingerire nell’operato degli altri, ma quando non ci si ingerisce il principio dell’affidamento, nel momento in cui viene ravvisata l’idoneità delle persone che lavorano, delle persone che mostrano una distribuzione dei compiti, il principio di affidamento è un principio che limita la colpa e limita la posizione di garanzia. Del resto qui, in questo caso, e veramente mi limito ad elencare le ragioni che portano a individuare questa situazione concreta di affidamento, fermo restando che a giudizio di questa Difesa non sussiste nemmeno una posizione di garanzia, ma mai è arrivato dalla struttura Necci un input, un’indicazione, in ordine alle esigenze di fare qualche cosa. C’è prova in atti per cui qualcuno ha detto a Necci "bisogna fare qualche cosa" e Necci abbia detto no? Non risulta assolutamente. Ricordo le testimonianze, e poi ovviamente mi astengo dalla lettura, dei testi Bianchi, Raffaelli, già citati, e Rubini. Lo stesso controesame di Spoladori, come poi indicheremo in una memoria. Quei controlli, di tipo pubblicistico, che sull’Eni e sulle altre società i Ministri prima il CIP, la Corte dei Conti hanno sempre svolto; l’adozione di una serie di protocolli, di misure di sicurezza, già prima del 1987, il rispetto della legge in ordine ai valori soglia, l’esito dei controlli pubblici effettuati su Porto Marghera; gli interventi che sono stati riassunti in una serie di memorie che il Collegio ha in mano. Tutto ciò porta a dire che in quella situazione concreta, comunque sia, anche partendo dal presupposto che l’amministratore di una holding avesse un obbligo di intervento, comunque sia una conoscenza, una riconoscibilità della situazione concreta, non c’è. Anzi, c’è la sicurezza dell’affidarsi e del potersi fidare sull’operato di altri soggetti, sia all’interno della holding, sia all’esterno della holding stessa ma all’interno del gruppo. Grazie.

 

Presidente: grazie a voi. Ci ritroviamo alle 15.15.

 

Presidente: riprendiamo l’udienza. Diamo la parola all’avvocato Pulitanò.

 

AVVOCATO PULITANO’

 

Avvocato Pulitanò: signor Presidente e signori del Tribunale, io parlo in difesa del dottor Parillo e dell’ingegner Palmieri, entrambi imputati esclusivamente per il capo 2, ambiente. Sarò molto breve anche per lasciare più tempo ai responsabili civili ed anche perché la sostanza degli argomenti che tratto è sviluppata più ampiamente nelle note scritte le depositerò, ma limiterò in questa sede ad indicare i punti essenziali, una traccia di lettura delle memorie. Sarò breve anche perché la difesa principale, vale a dire la dimostrazione della infondatezza obiettiva delle imputazioni tutte di cui al capo 2, è già stata svolta nella parte generale della discussione. Il discorso sulle posizioni personali che farò oggi completa una difesa che nell’essenziale è già svolta, evidenziando ulteriori e autonome ragioni di improponibilità delle accuse contestate. Primo argomento il riferimento alle cariche ricoperte in relazione alle quali l’accusa viene contestata, sia nei confronti del dottor Parillo che dell’ingegner Palmieri viene fatto riferimento, nell’elenco allegato al capo 2 ad alcune cariche la maggior parte delle quali manifestamente irrilevanti perché si riferiscono a incarichi che non hanno alcuna relazione, nemmeno sulla carta, con la gestione del Petrolchimico di Porto Marghera, sono manifestamente irrilevanti tutte le cariche che Parillo e Palmieri hanno ricoperto prima dell’uscita di Eni dalla joint-venture con Montedison, prima della fine di Enimont, tutte le cariche precedenti alla fine, agli ultimi mesi del 1990. Si tratta di un paio di cariche dell’ingegner Palmieri e un paio di cariche del dottor Parillo che non comportano poteri di gestione a livello elevato nemmeno nei luoghi di riferimento, e comunque nessun legame con Porto Marghera, sono cariche di Enimont, non nel consiglio di amministrazione, per Parillo una carica di direttore di personale dell’Eni, che non c’entra assolutamente niente con l’ecologia, per l’ingegner Palmieri una carica di amministratore delegato, ma uno dei tre di Enichem dal 1985 al 1989, carica che lo poneva in rapporto con aspetti di gestione che non avevano alcuna relazione con il Petrolchimico. Le uniche cariche di riferimento in reazione alle quali occorre discutere data l’impostazione d’accusa sono per l’ingegner Palmieri la carica di presidente di Enichem-Anic dal novembre del 1990 all’aprile del 1992, Enichem-Anic era la società di gestione a quel punto, per il dottor Parillo la carica di amministratore delegato di Enichem dal dicembre del 1990 al maggio del 1993. Per tutto quel periodo Enichem era la holding, pura holding che si trasformerà in società operativa soltanto nell’estate del 1993 dopo l’uscita del dottor Parillo quando ci sarà la fusione con quelle che prima erano le società figlie operative. Il riferimento dunque è a periodi molto circoscritti, sia per il dottor Parillo che per l’ingegner Palmieri, periodi sostanzialmente sovrapposti, due o tre anni, l’implicazione di Parillo e Palmieri in questo processo è quella di comparse marginali rispetto alla grandiosità del quadro d’accusa. Entrambi sono estranei al capo 1, quello concernente il cloruro di vinile, e vorrei sottolineare che questa delimitazione dell’accusa contestata si riflette anche sul contenuto della contestazione di disastro, quella contestazione che, come ha detto il Pubblico Ministero nella requisitoria, sarebbe unica ed unitaria per entrambi i capi di imputazione. Ma per Parillo e Palmieri, ai quali è contestato solo il capo 2, ovviamente non c’entra nulla la parte dell’imputazione di disastro che è stata contestata ad altri nel capo 1. Anche la contestazione di cui al capo 2 deve intendersi, come per tutti gli imputati, delimitata con riferimento al periodo di competenza che è quello molto limitato che abbiamo visto. La prima conseguenza da trarre, già alla lettura del capo di imputazione, è che la maggior parte dei fatti descritti nel capo d’accusa, la maggior parte delle condotte e gli eventi che a quella maggior parte delle condotte sono seguiti, questa maggior parte del capo d’accusa è formalmente al di fuori del raggio d’azione dell’accusa contestata a Parillo e Palmieri. Tutto ciò che precede il novembre e dicembre del 1990 è fuori dell’imputazione contestata, ed anzi costituisce, per riprendere un linguaggio utilizzato dai nostri consulenti tecnici, Colombo e Bellucci in particolare, tutto ciò che è avvenuto e la situazione a fine 1990 costituisce quella che è stata definita base-line, la linea di base a partire dalla quale va valutata un’ipotesi d’accusa che si riferisce a condotte successive ed ad effetti di quelle condotte successive. Molto brevemente stanno al di là, prima della linea di base-line e non fanno parte dell’accusa contestata né a Parillo né a Palmieri, stanno prima della base-line tutte invece emissioni di sostanze inquinanti in acqua, in atmosfera o nel suolo risalenti a prima, non solo quelle contestate a Montedison ma qualsiasi altra proveniente da imprese esterne al Petrolchimico o dallo stesso insediamento Enichem in epoca anteriore, e sappiamo quali e quanti problemi derivino da comportamenti pregressi di altre entità diverse dall’insediamento Enichem. In particolare non fanno parte dell’accusa contestata ma stanno dietro la linea di base la realizzazione di discariche e gli abbandoni di rifiuti a cui si riferisce l’accusa, tutti avvenuti, tutti senza eccezione, in epoca anteriore in ambito Montedison. Aggiungo che per quelle, tra le aree adibite a discarica, di cui al capo di imputazione, che non sono mai entrate nella disponibilità del gruppo Enichem, e sono la maggior parte delle aree di cui al capo di imputazione, relativamente a tutte quelle aree sono pure manifestamente al di fuori dell’imputazione contestata gli eventuali, gli ipotizzati effetti di degrado ambientale che ne siano derivati, tutto questo fuori dall’accusa; ovviamente sono fuori dell’accusa contestata anche le attività e gli effetti di qualsivoglia attività di imprese terze senza distinzione di periodi ed anche gli effetti di attività del gruppo Enichem non comprese nel periodo di competenza. Tutto questo, l’ho detto, sono cose note, ma mi pare opportuno di sottolinearlo per fotografare per piccolissimo spazio dell’accusa nei confronti di Parillo e Palmieri all’interno dell’enorme ipotesi accusatoria di cui si è discusso nel processo. Ciò che resta, come contenuto dell’accusa contestata, ciò che resta in quanto delimitato dai periodi di competenza di Parillo e Palmieri, è un’accusa di concorso omissivo legata ad un asserito inadempimento di un obbligo giuridico di impedire l’evento e l’ulteriore degrado ambientale, così testualmente e genericamente il capo 2 evoca quelle che ritiene essere le posizioni di garanzia dei singoli imputati. Concorso omissivo dunque per entrambi, avendo riguardo alle cariche rispettivamente ricoperte. In diritto il problema evoca il tema delle posizioni di garanzia, non mi soffermo sul tema e non mi soffermo sui profili giuridici del tema ad esso connesso della rilevanza della delega o ripartizioni di funzioni, se non per sottolineare come sia in diritto assolutamente pacifica la rilevanza anche per il diritto penale della delega o ripartizione di funzioni all’interno dell’impresa a condizioni che la dottrina e soprattutto la giurisprudenza hanno elaborato. Rilevanza pacifica anche in materia ambientale dopo alcuni momenti di incertezza, io vorrei dire di sbandamento. La rilevanza della delega non è la rilevanza di qualcosa che significhi fuga da responsabilità, ma è al contrario la rilevanza di un assetto organizzativo articolato dell’impresa che proprio attraverso la organizzazione di ruoli, di compiti, di strumenti per l’adempimento dei diversi compiti, rappresenta l’adempimento fondamentalmente dovuto da chi stia in posizioni di vertice dell’impresa, il cui dovere rispetto all’impresa e rispetto alla garanzia degli interessi in gioco non può essere altrimenti adempiuto che sotto forma di buona organizzazione adeguata alla salvaguardia degli interessi in gioco. Posizione questa assolutamente pacifica in dottrina che e che emerge sempre più chiaramente anche nella giurisprudenza, emerge chiaramente nella giurisprudenza recente. Faccio riferimento in particolare ad una sentenza che a me pare molto bella, che allego alla nota, Cassazione 3 agosto del 2000, pubblicata in Foro Italiano 2001/2, 357 e seguenti. Sentenza che mi sembra molto bella non solo per l’esplicito riconoscimento della rilevanza della delega in ragione delle dimensioni e delle complessità dell’impresa anche nella materia ambientale, e si fa appunto un’applicazione in materia ambientale con il riconoscimento della non responsabilità dell’amministratore che ha idoneamente delegato, ma è interessante anche per altre cose che nella sentenza leggiamo. Tra le altre la sottolineatura che la delega è importante e ha rilievo, non solo, e già non sarebbe poco, al fine di assicurare il rispetto del principio di personalità della responsabilità, ma anche perché, ove non si desse rilievo alla delega, "sarebbe ridotta - dice la sentenza - la stessa efficacia della norma penale, giacché il suo unico destinatario verserebbe in una situazione di effettiva impotenza ad assicurarne il rispetto", è l’esplicito riconoscimento di quanto dicevo prima, una delega di funzioni, un’adeguata ripartizione di funzioni è la fondamentale modalità di adempimento. Merita rilievo la sentenza che ho richiamato anche sotto un altro profilo, è che essa ha avviato il chiarimento su un punto che molto spesso resta alquanto confuso e indistinto. E’ il problema del rapporto tra poteri di direzione dell’impresa e competenze tecniche necessarie alla gestione dell’impresa. La sentenza citata ha chiarito, avendo riguardo al caso di specie, che la responsabilità del soggetto in posizioni apicale inerisce all’esercizio dell’attività d’impresa in quanto tale e non allo svolgimento di attività professionalmente qualificate nel senso che richiedano conoscenze tecniche e scientifiche di tipo specialistico. Il soggetto in posizione apicale ed anche il suo delegato, nel caso deciso dalla Cassazione, debbono esercitare poteri di direzione complessiva, non svolgere ruoli tecnici, per lo svolgimento di ruoli tecnici occorre che facciano parte dell’impresa, che siano messe a disposizione e valorizzare competenze tecniche di altri, ed è ad altri appunto, ai tecnici competenti che potrà eventualmente farsi carico del modo in cui gli aspetti strettamente tecnici siano stati affrontati. La posizione, e quindi il contenuto e il limite dei doveri del soggetto avente poteri di gestione ha a che fare con un altro ordine di problemi, diverso da quelli propriamente tecnici. Su queste premesse passiamo molto rapidamente a inquadrare la posizione dei miei assistiti. Comincio con l’ingegner Palmieri perché la sua è una posizione nella società operativa, quindi più ravvicinata rispetto alla struttura che gestiva che attività alle quali a riguardo il capo di imputazione. Ai doveri di presidente della società operativa l’ingegner Palmieri è stato adempiente, innanzitutto con provvedere, fin dal momento in cui ha assunto la carica, alle misure organizzative necessarie ed opportune per assicurare il buon funzionamento dell’impresa anche, e vorrei dire soprattutto, anche con riguardo ai problemi di tutela ambientale di cui qui discutiamo. Egli stesso, l’ingegner Palmieri, ha illustrato e documentato le misure organizzative alle quali ha provveduto. L’articolazione degli incarichi, fin dalle prime riunioni del consiglio di amministrazione nel novembre del 1990, e prima ancora fin da un suo ordine di servizio numero 1 del 15 dicembre del 1990 con il quale egli, il presidente, definisce le strutture organizzative e le linee gerarchiche. Il consiglio articola i poteri con la delega in particolare rilasciata al vicepresidente della società ingegner Burrai, al quale vengono rilasciate le deleghe specifiche in materia di ambiente e sicurezza, a livello di coordinamento generale. Dipendevano appunto dal vicepresidente le unità sicurezza ed ambiente, affidate all’ingegner Caltabiano, e l’unità ricerca. L’assetto organizzativo verrà di lì a poco completato con la nomina di due amministratori delegati, il presidente non si chiama affatto fuori ma riserva a sé, alle strutture alla sua diretta dipendenza, altri aspetti più direttamente legati alla direzione complessiva della società, con finanza, amministrazione, controllo, tipici dell’attività della società in quanto tale. Al problema ambiente è dedicata anche una ampia e articolata delibera, adottata dal consiglio di amministrazione, nella sua prima riunione, in data 19 novembre 1990. Ampi brani sono stati letti dall’ingegner Palmieri nella sua dichiarazione in quest’aula; varrà la pena leggere e rileggere l’intera delibera, perché essa dimostra quanta attenzione sia stata data, non soltanto alla strutturazione delle competenze rilevanti, ma anche alla indicazione degli obiettivi da perseguire. La rilevanza di tutto questo deriva da principi sempre tranquillamente riconosciuti dalla giurisprudenza in materia di deleghe e funzioni. Enichem Anic era una società di grandi, grandissime dimensioni, una pluralità di grandi stabilimenti in ogni parte d’Italia, migliaia di dipendenti, strutture industriali di grande complessità. Era ovvio, non soltanto legittimo ma doveroso, provvedere alla gestione mediante strutture societarie ed aziendali articolate. Così è stato fatto, anche per quanto riguarda gli aspetti di tutela ambientale. Tutti i requisiti ai quali la giurisprudenza lega la rilevanza della delega quale modalità di adempimento della posizione di garanzia del soggetto di vertice, tutti i requisiti sono presenti nel nostro caso. Tutti, anche quelli di cui si discute in giurisprudenza come la formalità delle deleghe: qui le deleghe sono formalizzate in atti scritti, con la precisa specificazione di tutti i contenuti; ciascun soggetto sull’organigramma trova chiarite le sue competenze, poteri adeguati ad adempiere; le deleghe rispondevano a indiscusse e indiscutibili esigenze organizzative. E, di fatto, da organizzazione ha funzionato secondo il modello stabilito, come abbiamo sentito riferire anche da protagonisti di questo assetto organizzativo, dal vicepresidente Burrai all’ingegnere Caltabiano direttore sicurezza ed ambiente. Tutto questo significa obiettivo adempimento al dovere fondamentale di buona organizzazione, nel quale si sostanzia la garanzia dovuta dall’organo apicale. L’ingegner Palmieri ha parlato anche di affidamento soggettivo, e questo affidamento soggettivo è il naturale riflesso della sua consapevolezza di avere definito e reso operativo un modello organizzativo adeguato. E che fosse adeguato lo riverifichiamo passando a vedere rapidissimamente quale fosse la situazione operativa in quel periodo, e come anche la situazione operativa del periodo sia stata non abbandonata a sé, ma tenuta sotto controllo quanto necessario. Mi riferisco qui a una argomentazione circa la efficacia della delega introdotta correttamente nei suoi termini generali dall’avvocato Sforzi, il quale ha indicato come condizione negativa dell’efficacia della delega la insussistenza di richieste di intervento da parte del delegato. D’accordo, nel senso che se esistono segnalazioni richieste, chi ha poteri deve rispondere; la segnalazione segna il limite degli affidamenti del delegante, ma occorre aggiungere per converso l’assenza di segnalazioni richieste lascia integro il dispiegarsi e l’efficacia della delega, confermando gli affidamenti del delegante nell’operatività, nella concreta funzionalità del sistema. Faccio questa premessa per rilevare, in punto di fatto, che anche sotto questo profilo, della risposta alle sollecitazioni pervenute, l’ingegner Palmieri e il consiglio di amministrazione, presieduto dall’ingegnere Palmieri è stato adempiente. Ogni volta che un problema è stato portato all’attenzione del presidente del consiglio di amministrazione, è stata data risposta positiva, con l’avvio delle iniziative necessarie. Tutto questo concerne il particolare, le richieste di investimenti in materia ambientale; e ve ne sono state molte e significative. E concretamente risposte fin dai primi tempi della nuova gestione di Enichem Anic, sotto la presidenza Palmieri. Gli stanziamenti per le problematiche ecologiche di Porto Marghera, nel periodo che ci interessa, sono non meno di 25 miliardi. Elenco rapidamente gli aspetti della gestione che interessa: l’ordinaria gestione era condotta dalle strutture operative secondo le competenze assegnate; nessun problema relativo all’ordinaria gestione è stato portato all’attenzione del presidente; erano cessate da prima le prassi anomale su cui si concentra il capo di imputazione; stoccaggio e smaltimento rifiuti, in conformità alla legge, sulla base delle autorizzazioni dovute, non più smaltimenti selvaggi quali vi erano stati in precedenza; emissioni atmosferiche: siamo nella fase transitoria in cui doveva venir data, e veniva data, al Petrolchimico attuazione alle nuove disposizioni introdotte dal DPR 203 del 1988, ve n’è traccia anche qui nelle delibere del consiglio di amministrazione che provvedono a stanziamenti per attuazione del DPR 203. Attiene alle emissioni atmosferiche un investimento molto importante e al quale è stata data molta importanza anche dall’accusa, il famoso forno inceneritore Vent Gas, investimento di oltre 15 miliardi. Se n’è parlato anche con riferimento alle vicende del cloruro di vinile. Per quanto concerne la gestione Palmieri mi interessa notare che la richiesta di apertura della commessa è del maggio ‘90, siamo a data anteriore all’inizio della gestione Palmieri; la concessione edilizia del Comune di Venezia è dell’ottobre, siamo ancora subito prima; l’investimento viene deliberato, sotto la presidenza Palmieri, il 26 marzo ‘91, subito dopo, tre mesi di distanza dall’insediamento della nuova gestione. Iniziativa quindi tempestiva, per quanto concerne ciò che l’organo amministrativo doveva fare. Gli scarichi ivi erano già tutti autorizzati, della questione dei puntuali ma del complessivo rispetto dei valori medi, cioè del livello dei valori medi inferiori a quelli corrispondenti a scarico complessivamente nei limiti di legge, si è già parlato nella discussione generale, e questo esclude in radice ogni rilevanza della situazione degli scarichi rispetto all’imputazione contestata. Tutto questo è stato gestito comunque dalle strutture operative, non è venuto e non doveva venire all’attenzione del Presidente Palmieri. Ai dati già indicati nella discussione di ordine generale aggiungo semplicemente che insieme al compianto professor Foraboschi, dopo l’udienza terminativa del dibattimento, sono state ulteriormente sviluppate le analisi dei dati raccolti, anche con riguardo al periodo che qui interessa, e si è confermato in pieno, anche per il periodo che qui interessa, anni ‘91, ‘92, ‘93, il complessivo livello degli scarichi nettamente inferiore a quello corrispondente alle soglie di legge, avendo riguardo per l’appunto ai valori medi. Per quanto riguarda gli interventi in relazione al pregresso, alle discariche, a situazioni eccedenti per così dire la normale gestione dell’impresa, anche qui ferma la premessa già altrove dimostrata dell’inesistenza degli ordini di bonifica, anche qui risulta comunque un concreto attivarsi della nuova gestione per fronteggiare quella incresciosa situazione che ci si era trovati ad ereditare da un passato dovuto ad altri. Nel periodo che interessa l’ingegnere Palmieri i passi che vengono effettuati sono i primi passi necessari per poter porre mano ad una concreta progettazione d’intervento; siamo ancora nelle fasi in cui l’esigenza fondamentale era quella di conoscere, assumere conoscenze; e in questo senso ci si attiva. Nella riunione consiliare del marzo ‘91, già citata per altri aspetti, viene deliberato, tra gli altri, uno stanziamento di 500 milioni di lire, dello studio conoscitivo, impatto ambientale, Porto Marghera, legato alle aree 31 e 32; è uno studio che si inserisce, e all’epoca non poteva essere diverso, nella fase di preparazione necessaria per poter poi passare ad una successiva progettazione e realizzazione di un programma di intervento. A quell’epoca non poteva farsi altro. Non ritorno, per brevità, in questa sede, sulla necessità, inevitabilità dei tempi alquanto lunghi per la realizzazione di opere di bonifica: tempi lunghi imposti dai fatti, e come abbiamo visto consentiti anche dalla più rigorosa normativa entrata in vigore successivamente sulla base del decreto Ronchi del 1997. Questo per quanto concerne in estrema sintesi l’obiettivo adempimento dell’ingegnere Palmieri ai suoi doveri. Tutti questi adempimenti, in sede di società operativa, tolgono ovviamente base anche all’accusa nei confronti del dottor Parillo, amministratore delegato della holding. Con riferimento al dottor Parillo mi limito ad aggiungere, se il Presidente mi dà ancora cinque minuti, qualche ulteriore rapida considerazione relativa alla posizione del soggetto avente poteri di amministrazione, poteri apicali nella holding, nella capogruppo. Ha già argomentato il collega Sgubbi la non configurabilità in diritto di una posizione di garanzia della capogruppo; io concordo su quella tesi ed aggiungo, alle cose dette dal collega Sgubbi, che a ben leggere l’insostenibilità della tesi contraria traspare anche dal notevole sforzo fatto per sostenere la tesi contraria dall’avvocato Scatturin. Il quale avvocato ha richiamato ampia giurisprudenza, civile e non penale; anche la giurisprudenza civile da lui richiamata in buona sostanza finisce per confermare le cose che sosteniamo noi, e non quanto sostiene l’avvocato Scatturin, a proposito di una posizione di garanzia. Tutta la giurisprudenza civile richiamata dall’avvocato Scatturin riguarda il problema della sussistenza di obbligazioni civilistiche in capo alla capogruppo relativamente a talune attività svolte dalla capogruppo per un interesse che riguarda il gruppo nel suo complesso: messa a disposizione di marchi, avvalli, fideiussioni, e cose di questo genere. Sempre conseguenze civilistiche, obbligazioni, scaturenti da comportamenti attivi della capogruppo, che la capogruppo ha tenuto nell’ambito della propria sfera di attribuzioni. E’ significativo che questo sia l’ambito di emersione del problema. E questo ambito di emersione del problema civilistico, responsabilità, obbligazioni, scaturenti da condotte attive, è significativamente convergente con quanto emerge in sede penale laddove si fa problemi di responsabilità che sorgono al di fuori della società nel cui ambito avviene l’illecito. In materia di diritto penale dell’impresa del lavoro è emblematica l’ipotesi dell’appaltante, del committente, il quale potrà eventualmente rispondere di fatti avvenuti all’interno dei lavori dati in appalto, ma non perché garante di un’attività che si svolge nella sfera altrui ma perché, in qualche modo, nella misura in cui, in qualche modo, abbia concorso a determinare le situazioni lavorative nella sfera dell’appaltatore, apprestando mezzi o ingerendosi. Ecco l’elemento decisivo, l’ingerenza. L’ingerenza può fondare una responsabilità, ma presuppone - si noti - proprio l’assenza di una posizione di garanzia. Se io sono garante per mia posizione, non ha senso richiamarsi al criterio dell’ingerenza. E ingerenza significa uscire dall’ambito dei propri poteri, dall’ambito di una normale ripartizione di ruoli e di responsabilità. Al di fuori di comportamenti attivi, penalisticamente ricollegabili all’idea di ingerenza, non sussistono i presupposti per la attribuzione di una responsabilità a livello di capogruppo. Lo stesso avvocato Scatturin si muove, senza dirlo, in questa prospettiva, laddove sottolinea la differenza tra la situazione di mero rapporto di controllo azionario e le situazioni in cui sia esercitata una direzione unitaria, che il collega Scatturin assume ad elemento definitorio della situazione di gruppo a cui si riferisce. Anch’egli ammette, o facendo questa distinzione, che il rapporto di controllo, che potenzialmente può consentire o non consentire una direzione unitaria, di per sé il rapporto di controllo non rileva. Soltanto una effettiva direzione unitaria verrebbe in rilievo. Ma così nel nostro caso non è, ed è questo il punto fondamentale di dissenso con quanto sostiene la parte civile: tutti gli elementi agli atti del processo relativi a ciò che è stato fatto in sede di holding Enichem, nel periodo che interessa il dottor Parillo, danno vita non ad un quadro di direzione unitaria in cui si impartiscono direttive precise e vincolanti nei confronti delle società operative, ma il quadro è quello di una attività di coordinamento, di indicazioni strategiche, di ordine complessivo, la cui esecuzione viene poi rimessa all’autonoma iniziative delle società operative, ciascuna nel proprio ambito di responsabilità. A questo livello di coordinamento generale anche la holding si è impegnata, e si è impegnato personalmente il dottor Parillo, al quale risale la paternità per così dire politica gestionale di un importante documento per l’appunto di programmazione generale, intitolato "la politica di Enichem in materia di sicurezza, salute, ambiente", datato gennaio 1992. E’ il frutto della direzione ambiente nel primo anno di attività della nuova gestione, direzione ambiente presieduta e diretta dall’ingegnere Raffaelli. Il dottor Parillo recepisce questo lavoro, al quale egli stesso aveva dato impulso, lo diffonde a tutte le direzioni e alle società operative, con lettera a sua firma, datata 17 gennaio 1992. Rinvio alla lettura del documento per le indicazioni che ivi vengono date circa gli obiettivi, appunto di carattere strategico; attuazione rimessa alla responsabilità delle società operative; la sollecitazione è concreta, viene anche indicato un termine al 31 dicembre 1993, il dottor Parillo uscirà di scena prima di quella data, nel maggio 1993. Ma l’indicazione verrà recepita. Al documento Parillo ha fatto ampio riferimento nella sua dichiarazione in quest’aula il dottor Patron. Il documento Parillo resterà come traccia, come linea guida, per adempimenti che successivamente verranno gestiti a quel punto dalla stessa Enichem, trasformatasi, con le fusioni dell’estate ‘93, in società operativa. Tengo a sottolineare, e con questo concludo, che questo tipo di iniziative, di elaborazione di documenti di programmazione strategica, significa coordinamento a livello di gruppo, ma non direzione unitaria nel senso di ingerenza in situazioni singole è tale da fondare una corresponsabilità in ipotetici fatti illeciti per partecipazione mediante condotte attive. Siamo su un piano completamente diverso. L’implicazione resta a livello di società operative, e questo vale la pena fondamentalmente ricordare, non è comunque una implicazione in fatti illeciti. Le società operative, anche nel periodo che ci interessano, sono state adempienti; e sullo sfondo abbiamo comunque quella situazione già altrimenti delineata di obiettiva inesistenza dei reati ipotizzati dall’accusa. Concludo chiedendo l’assoluzione del dottor Parillo e dell’ingegner Palmieri con la formula più ampia.

 

Presidente: grazie, avvocato. Chi prende la parola ora? Avvocato Schlesinger, prego.

 

AVVOCATO SCHLESINGER

 

Avvocato Schlesinger: signor Presidente e signori Giudici, parlo per l’Enichem convenuto qui in questo giudizio come responsabile civile di una serie di imputati. Se mi è consentito parlare da seduto preferirei perché seguo. Premetto che anch’io come l’avvocato Di Noia questa mattina sono convinto che i fatti imputati ad una serie di persone, per le quali l’Enichem è stata convenuta come responsabile civile, non sussistano. Questa certezza mi è venuta sia dalle difese egregie dei legali difensori degli imputati, sia dalle perizie che sono state prodotte. Questa convinzione a rigore, da un punto di vista logico, mi porterebbe a dire che il mio intervento risulta del tutto inutile, perché il presupposto che si possa affermare una responsabilità civile dell’Enichem è palesemente che venga condannato qualcuno degli imputati rispetto ai quali l’Enichem assume una responsabilità civile, e viceversa ovviamente per ragioni di scrupolo e di adempimento dei miei doveri mi occuperò della posizione come responsabile civile dell’Enichem e, se loro permettono, siccome sono temi che non sono stati finora trattati in questo pur lungo processo, me ne dovrò occupare con una certa analiticità, e quindi rubando un po’ di tempo, ma chiedo venia, bisogna che lo faccia, ripeto, per scrupolo, e naturalmente senza lasciare lo spazio alla sottolineatura della contraddizione, dice "ma allora è convinto anche lui che ci siano delle responsabilità se se ne occupa così a fondo", mi pare che sia chiaro che questo dovermi occupare di questa situazione nel modo migliore possibile non significhi affatto che io non abbia quella convinzione che poi io ce l’abbia o non ce l’abbia non ha evidentemente alcun rilievo pratico. Una cosa possa garantire al Tribunale, cioè che io non mi occuperò in alcun modo dei fatti, non mi occuperò di considerazioni penalistiche, non mi occuperò delle perizie. Io intendo attenermi strettamente ad una serie di considerazioni puramente giuridiche. Considerazioni giuridiche che devono partire ovviamente dall’analisi di quale sia l’esatta posizione del responsabile civile Enichem in questo processo, perché mi pare che da discorsi delle parti civili sia spesso emersa una non chiara percezione della posizione che proprio in diritto occupa l’Enichem, posizione che viceversa mi è parsa chiarissima a codesto Tribunale nell’ordinanza dell’aprile del 1998. Cioè qual è questa posizione? Ricordo brevemente che qui noi celebriamo contestualmente, in un unico processo formale, ma che ha solo un’unità esteriore, un processo penale che trova come parti il Pubblico Ministero da un lato e i singoli imputati dall’altro, processo penale del quale l’Enichem non è parte, l’Enichem non è un imputato e vedremo che questa considerazione che non so perché viene poi spesso stranamente trascurata comporta delle conseguenze rilevanti, noi abbiamo quindi dicevo qui un simultaneo processus che congloba da un lato un processo penale, di cui ho ricordato alle parti, e poi comporta una serie di cause civili che sono le cause civili che le parti civili hanno introdotto, e che hanno introdotto ciascuna come attore per conto proprio in un’autonoma e diversa causa nei confronti di convenuti, che sono gli imputati contro i quali ciascuna parte civile ha scelto di agire. Mi pare che codesto Tribunale nella sua ordinanza del 1998 l’avesse detto in maniera molto chiara, riporto le loro parole "una pluralità di domande tra loro autonome, ciascuna quindi con proprio specifico petitum ed una propria causa petendi, riunite - osservavate giustamente - in quanto c’è una connessione per l’identità dei fatti oggetto dell’accertamento". Ma quando ci sono tante autonome cause civili quante sono le parti civili, ciascuna ha i suoi convenuti e quindi, questo lo dice anche la Cassazione, le liti consortio facoltativo, il processo è solo formalmente unico in realtà in esso possono distinguersi tante cause quante sono le azioni proposte e cumulate, Cassazione 49/29 del 1984, ma è inutile dirlo perché sono cose pacifiche per tutti. Posso citare Menchini, il processo alle liti consortili, benché estrinsecamente unitario consta in realtà di più cause distinte, e quindi codesto Tribunale dovrà avere la pazienza di fare tante separate pronunce quanti sono le parti civili attrici. E’ solo qui che entra in gioco l’Enichem, che nel processo penale non avrebbe titolo per partecipare. Enichem entra in gioco perché ci sono delle parti civili che hanno proposto nell’ambito del processo penale, avvalendosi della facoltà che il legislatore consente, hanno introdotto nel processo penale delle domande civili che hanno esteso, come era loro diritto, ex articolo 2049 del Codice Civile, nei confronti dei cosiddetti responsabili civili, cioè dei datori di lavoro, diciamo per semplicità, perché il 2049 come loro sanno evoca ancora la vecchia formula dei dipendenti e commessi, ma diciamo nei confronti dei dipendenti, amministratori. Allora mi spiace adoperare una parola che qui è stata adoperata largamente in tutt’altro significato, ma il responsabile civile è soltanto un garante, garante in un senso profondamente diverso qua dallo che è stato adoperato fino adesso in questo processo quando si è parlato dell’assunzioni di posizioni di garanzia. E’ un garante economico, è un garante per la responsabilità, per un’obbligazione civile, nel senso che l’obbligazione civile che venisse ravvisata a carico di un imputato dipendente, o comunque commesso in senso ampio del responsabile civile, questa garanzia comporterebbe la responsabilità solidale del garante, del datore di lavoro con il fatto del dipendente. Ma quindi l’Enichem è qui presente in questo giudizio solo come parte di un processo, di una pluralità di processi civili e solo come garante, cioè per fatti altrui, si discute di fatti altrui, di fatti degli imputati convenuti come debitori principali. Non si discute e non si può discutere dei fatti del responsabile civile. Il responsabile civile, come dice tutta la dottrina, si trova nella cosiddetta situazione di un’obbligazione solidale ad interesse unisoggettivo o diseguale, regolato dall’articolo 1298 del Codice Civile che comporta l’esempio classico del fideiussore. Il fideiussore responsabile in solido con il debitore principale, ma non si tratta di fatto proprio, il fideiussore risponde per l’inadempienza dell’obbligato principale. Il datore di lavoro è esattamente nella stessa situazione, tanto è vero che in dottrina si parla di fideiussione ex lege. E’ un responsabile solidale per fatto altrui, non per fatto proprio, risponde soltanto degli atti e dei comportamenti di ciascun singolo imputato convenuto in sede civile il quale per ipotesi venga considerato davvero responsabile di questi atti o comportamenti e questa condanna, l’accertamento della responsabilità dell’obbligato principale porta inesorabilmente la responsabilità solidale del datore di lavoro. E, superfluo aggiungerlo, in nessun caso potrebbe ravvisarsi una responsabilità più ampia del fideiussore ex lege rispetto alla responsabilità personale dei convenuti principali. Non c’è spazio nella responsabilità in solido per fatto altrui per una responsabilità propria. E di questo io credo che qualche volta in questa sede ci si sia evidentemente dimenticati, perché si è parlato con grande facilità di ciò che faceva Montedison, di ciò che faceva Montefibre, di ciò che faceva Enichem, di ciò che faceva l’Eni, ma io credo che sia così palesemente un’impostazione erronea e pericolosa che mi sembra giusto sottolineare che da questi modi di esprimersi erronei sarebbe opportuno guardarsi e fare attenzione per non determinare delle confusioni, come vedremo delle confusioni si sono determinate, è appunto perciò che mi sforzo di cercare di ricondurre a dei principi che non richiedono nessuna particolare applicazione specifica straordinaria, sono semplicemente la traduzione di principi generalissimi. E vorrei sottolineare innanzitutto questo, che questa situazione processuale nella quale ci troviamo non era mica dettata dal dottore, non era mica una situazione necessitata. Questa situazione processuale è il frutto di precisissime scelte fatte dalle parti civili, cioè le parti civili avevano la scelta, ritenendo di dover lamentare dei danni e ritenendo di avere dei diritti oggettivi di ottenere dei risarcimenti, avevano certamente una libera scelta che il legislatore lascia a ciascun cittadino, che era quella di agire un giudizio nei confronti degli enti, delle persone giuridiche, delle società, ritenendo che il comportamento delle società le avesse danneggiate. Potevano certamente farlo, anzi diciamo le cose come stanno, se l’avessero fatto la loro posizione sarebbe risultata molto ma molto più facilitata perché il convenuto che in quel caso sarebbe stato la società non poteva difendersi, non avrebbe potuto difendersi dicendo per ipotesi "questo non l’ha fatto l’amministratore, il direttore, il funzionario X, ma l’ha fatto il direttore, l’amministratore, il funzionario Y", perché se fosse stata convenuta in giudizio la società chiunque avesse posto in essere determinate condotte nelle incombenze ad essa affidate dalla società avrebbe automaticamente comportato la responsabilità dell’unico obbligato società. Non c’è bisogno che insista su questo concetto talmente evidente. Ma non è quello che si è fatto. Io vorrei citare un recentissimo scritto del 2001 di un professore di procedura civile, molto interessante, Comoglio, il lavoro si intitola "L’azione civile nel processo penale e le strategie di tutela del diritto al risarcimento". Comoglio analizza attentamente le strategie che possono condurre a preferire un’azione civile in sede civile, ovvero la costituzione di parte civile nell’ambito di un processo penale. E’ ovvio che non posso riassumere un articolo di parecchie pagine meritevole di attenzione, ma vorrei leggere solo una riga dove sintetizza, ma mi pare molto efficacemente, uno dei criteri determinanti nella scelta di queste strategie, e cioè si tende a costituirsi parte civile per approfittare "della pubblicità dei dibattimenti e del conseguente strepitus fori, spesso amplificato dai mass-media con un’ampia risonanza nell’opinione pubblica". Certo che più aderenti al nostro caso queste poche parole non potrebbero essere. Non c’è dubbio che le parti civili avrebbero avuto molto ma molto maggiore interesse a convenire in giudizio delle società, e quindi convenire sul tavolo delle possibili condotte di cui affermare la responsabilità, tutto quello che a qualunque titolo chiunque nell’ambito della società avesse fatto. Hanno preferito diversamente, hanno preferito con una loro scelta, hanno preferito lo strepitus fori e l’hanno largamente ottenuto. Ma allora bisogna che quello che dipende dalle scelte personali del soggetto è cuius comoda eius et incomoda. Perché le parti civili avevano ancora un’altra scelta, volendo perseguire delle persone fisiche e non le società potevano tentare un’analisi dei comportamenti di tutte le persone coinvolte in queste società e fare una loro scelta, una loro scelta razionale che portasse a fargli ritenere di avere di fronte proprio i veri unici, maggiori responsabili di tutto quanto esse affermavano. Ma non è stato fatto. Anche qui cosa è accaduto? Un totale appiattimento sulla posizione del Pubblico Ministero, sono stati, ma guarda combinazione, ritenuti responsabili di danni, di danni in sede civile, ma guarda combinazione, proprio soltanto tra migliaia di persone che formavano per decine di anni le classi dirigenti di due tra i gruppi più importanti italiani, guarda combinazione le parti civili hanno ritenuto che le uniche responsabilità da perseguire fossero delle stesse presente fisiche ritenute in sede penale, che è un’altra sede, che ha altre finalità, le stesse persone che il Pubblico Ministero aveva, con i suoi criteri, con le sue valutazioni ritenuto di individuare. Quindi non si è trattato di una scelta neutrale, si è trattato di una scelta che aveva profonde e delicate conseguenze, hanno scelto consapevolmente di far confluire nel processo penale le loro varie cause civili contro le persone fisiche prescelte dal Pubblico Ministero, e solo contro quelle, ma allora qui bisogna adesso essere conseguenti, bisogna dimostrare che quelle persone, quelle persone fisiche, quelle che sono gli unici convenuti principali nelle cause civili, hanno davvero provocato i danni di cui si chiede il risarcimento. Non si può invocare il responsabile civile, il responsabile civile è dietro le quinte, non c’entra nulla con i danni di cui si chiede il risarcimento, è lì solo pronta cassa per pagare, ma non risponde, non c’entra, non sono le sue condotte che devono essere giudicate da codesto Tribunale. Questo Tribunale non potrà in nessun caso condannare ai danni dicendo "l’Enichem si è resa responsabile in qualche modo di qualche condotta, di qualche fatto, di qualche pregiudizio", dovrà necessariamente transitare attraverso il previo accertamento della specifica responsabilità condotta illecita, rilevante e dannosa che abbia con nesso di causalità provocato il danno di cui si chiede il risarcimento di quelle e solo di quelle persone fisiche che qui compaiono come convenuti. Questa è la conseguenza delle scelte fatte. Allora del resto ancora una volta mi rifaccio alla loro ordinanza, la loro ordinanza dell’aprile del 1998 diceva chiaramente "non pare doversi dubitare che la costituzione di parte civile è ammissibile soltanto qualora i danni dedotti siano riconducibili ad una condotta di quegli imputati che abbiano esercitato poteri di fatto che nella prospettazione accusatoria ne siano stati causa". Perfetto, poche righe, sintetico, io sottoscrivo pienamente. La parte civile può chiedere soltanto il risarcimento di quei danni che siano legati da un nesso di causalità alla condotta di un imputato convenuto principale che avesse i poteri di fatto per tenere quella condotta illecita causativa di quel danno. Fuori di questo non c’è possibilità per la parte civile di ottenere il risarcimento. Allora io inorridisco, chiedo scusa perché il professor Leon non è neanche qui, e quindi mi spiace, ma io inorridisco quando sento il professor Leon, sia pure poi ha detto che ha una semplice ipotesi di prospettazione, dopo avere fatto, su questo torneremo, certe valutazioni del danno da risarcire, ne parleremo. Ma poi si è posto il problema della ripartizione, e loro sanno come ha proposto la ripartizione, poi ha preso le distanze qui in aula nel controinterrogatorio, ha detto "ma no, ha solo un’ipotesi", ha fornito al Tribunale come criterio di ripartizione di quella mole incredibile, non si credeva neanche lui, di danno risarcibili, ha indicato come criterio di ripartizione le proprietà degli stabilimenti da parte delle società. Ora io annichilisco, perché se qui le responsabilità non possono che essere responsabilità di persone fisiche, ma chiedo per veramente così con tutta umiltà, ma cosa c’entra chi era il proprietario dello stabilimento, come può essere un criterio di ripartizione. Non poteva venire in mente un criterio del genere, se non dimostrando che una non aveva un’inquadratura dei fatti di causa, non li aveva ancora percepiti nelle loro dimensioni giuridiche, perché altrimenti non poteva venire in mente di pensare che potesse entrarci, nel criterio di ripartizione tra gli imputati, che sono loro le cui azioni possono avere determinato delle responsabilità, che il criterio di ripartizione delle responsabilità degli imputati possa trovarsi nella proprietà degli stabilimenti a monti di gente che non c’entra niente perché le società, ripeto ancora una volta, con i fatti non c’entrano, per precise scelte delle parti civili che qui non hanno convenuto, né avrebbero potuto convenire in questa sede, come obbligati principali, le società. Potevano convenirle altrove, perché non l’hanno fatto? E il professor Leon ha detto: ma no, quella era solo un’ipotesi. Ma non è un’ipotesi, è una cosa sbagliata, è un errore concettuale; è la dimostrazione che non ha ancora colto di che cosa stiamo parlando. Ma, mi spiace, devo rivolgermi anche all’Avvocato dello Stato, e chiedo scusa, perché anche lui fa delle affermazioni dello stesso tipo, quando dice, sia pure con molta maggiore prudenza: ma a noi non interessa sapere se nel giorno x un dato convenuto si è reso o no responsabile di un singolo comportamento illecito; noi dobbiamo giudicare le politiche di gestione del Petrolchimico. Eh no, Presidente, no, non devono giudicare le politiche di gestione del Petrolchimico, perché se devono giudicare le politiche di gestione del Petrolchimico devono convenire le società, tutti i relativi consigli di amministrazione, tutta la direzione, tutti! O perlomeno le società. Ma, per convenire le società, poi la società risponde per tutti. Allora sì che giudichiamo le politiche di gestione del Petrolchimico. Ma non si può scegliere fior da fiore i vertici; ma chi l’ha detto, i vertici? Si parla di condotte, non di cariche. Le responsabilità oggettive non esistono nel nostro ordinamento, non esistono sul piano penale e non esistono sul piano civile; si risponde dei propri comportamenti, non si risponde perché si è un vertice. E poi vertice che vuol dire in questi gruppi, dove esistono stratificati i compiti, le funzioni, le responsabilità; esiste un’organizzazione, un’organizzazione complessa. Cosa vuol dire i vertici? E’ una selezione a priori. Qui si deve rispondere per dei fatti, delle condotte; loro signori Giudici hanno il compito di andare ad analizzare se qui sono stati provati i comportamenti dannosi, i comportamenti dei singoli. Non si può dire la politica di gestione. La politica di gestione può dipendere da mille fattori, e non è oggetto di responsabilità civile la politica di gestione. Sarà, semmai, un’erronea o cinica politica di gestione che poi viene tradotta in essere da qualcuno, e risponderà quel qualcuno che l’ha tradotta in essere, o casomai chi gli ha dato l’ordine. Ma bisogna provare questi fatti, non le politiche di gestione. Il giudizio si svolge sulla res in iudicio deducta, e prescelta dalle Parti Civili la res in iudicio deducta è costituita dai comportamenti degli imputati, l’hanno scelto loro. Non possono adesso dire: ma noi preferiremmo giudicare le politiche di gestione del Petrolchimico. Non si può cambiare, convenuto, a scelta, durante il processo! Il processo si giudica iusta alligata. Alligata e probata. Cosa hanno allegato: che i convenuti avevano danneggiato. Ed allora devono provare che i convenuti hanno danneggiato, non le politiche di gestione del Petrolchimico. Non si possono fare delle equazioni tra politica di gestione e reati, ed atti illeciti. Gli atti illeciti sono personali, li commette qualcuno con le gambe e con i piedi e con le mani e con la propria testa, non i vertici. Del resto, ancora una volta, chiudo scusa, io ricito il Tribunale, perché in quelle frasi che ho letto prima e che ho approvato incondizionatamente loro giustamente scrivevano che bisogna rivolgersi a coloro che avevano i poteri di fatto per determinare quelle condotte. Giustissimo. Vogliamo processare le politiche di gestione? Solo a condizione di vedere che quelle politiche hanno trovato attuazione attraverso soggetti che avevano poteri di fatto di realizzare. E così, allo stesso modo, noi ci troviamo di fronte ho detto ad una pluralità di cause civili. Ogni causa civile ha il suo imputato, ha il suo convenuto. A che cosa abbiamo assistito invece qui, in questo Tribunale, durante questi tre anni che i Giudici hanno avuto davvero una esemplare pazienza ed eleganza nella conduzione di questo lungo processo, a che cosa abbiamo assistito, quali sono state le prove? Le prove non sono mai state: il signor tizio ha fatto questo il tal giorno, il signor Caio ha fatto quell’altro. Questo non è mai accaduto, non c’è una sola prova acquisita a questo processo che riguardi il comportamento di un singolo convenuto. Io preferisco chiamarli convenuti e non imputati, perché io parlo solo nei processi civili, non mi occupo del processo penale; l’Enichem non è parte nel processo penale. Io mi occupo solo delle cause civili e nelle cause civili non c’è una sola prova acquisita a questo processo che riguardi i comportamenti di Tizio, di Caio, di Sempronio. Qui si è tentato di costruire un macroevento: l’inquinamento, l’avvelenamento, il disastro. Dei macroeventi, ma noi non abbiamo a che fare con un imputato, noi abbiamo a che fare con una polarità di convenuti. Per quello che riguarda il penale, io ho detto che non entro, e quindi se ci sia stata o no cooperazione colposa, se la sbrigherà il Tribunale. Ma quello di cui sono certo, da civilista, è che non è ravvisabile un fatto unitario ex articolo 2055. Il 2055 costruisce bene, e la dottrina e la giurisprudenza interpretano bene, con chiarezza, che cosa occorre perché ci sia responsabilità solidale, perché più condotte possano essere considerate concausa di un evento. Ma noi qui abbiamo di fronte, com’è chiarissimo, una molteplicità di mini eventi, di mini condotte, di mini comportamenti, che in sede civile non possono trovare nessun collante; sono cause distinte che ciascuno fa contro un imputato, qui convenuto, che riguarda quel suo pezzetto. Tizio è stato dal ‘71 al ‘73, e risponderà di quello; non può rispondere di quello che hanno fatto generazioni successive, per vent’anni. Così come quello del ‘95, non potrà rispondere di quello che hanno fatto vent’anni prima degli altri signori che operavano in tutt’altre condizioni. E’ un’aberrazione questo maxi evento costruito qui a tavolino, senza nessun collante; non c’è colla, non ci sono legami, non ci sono concause che si legano tra di loro e concorrono nella produzione degli eventi. Qui abbiamo tante cause, distinte, ciascuna delle quali ha provocato i suoi eventi. Io non voglio stare qui a discutere se questi eventi siano penali, siano illeciti, non siano illeciti. Adesso di questo non ne parlo assolutamente, ma dico: quello che è certo è che ha prodotto il suo microevento, non collegabile, non cumulabile, non assorbibile in un altro evento avvenuto dieci anni dopo, in condizioni completamente diverse, con fattori completamente diversi. Ma veniamo ad alcune osservazioni sui fatti di causa, perché credo che siano importanti perché ci sono alcune confusioni. La prima di queste confusioni riguarda il nome di una società della quale si è parlato molto, che è la società Montedipe. Della Montedipe si è parlato molto, troppo secondo me, soprattutto perché a mio avviso, nel parlare della Montedipe, si sarebbero dovute fare delle distinzioni, che non sono state fatte. Ovvero, sono state fatte solo una volta, ma a mio avviso in maniera erronea. E cioè vorrei sottolineare che sono esistite, nessuna delle due esiste più, ma sono esistite due società Montedipe: esisteva una società Montedipe S.p.A., da anni lontani, in tutti gli anni ‘80 esiste questa società Montedipe S.p.A., società Montedipe S.p.A. pacificamente facente parte del gruppo Montedison, la quale che cosa fa nel 1989, e cioè siamo nel momento in cui si sta per costituire l’Enimont? Esistono degli accordi di collaborazione tra Montedison e Eni e si sta andando verso una concentrazione. Ed allora che cosa fa la Montedipe S.p.A.? La Montedipe S.p.A. costituisce, con 20 milioni di capitali, una società a cui disgraziatamente ha messo lo stesso nome, queste cose vanno evitate ma purtroppo hanno fatto così, e l’hanno chiamata anch’essa Montedipe. Per distinguerla dalla prima l’hanno chiamata S.r.l., quindi un criterio di distinzione c’è: una è Montedipe S.p.A., l’altra è Montedipe S.r.l.. Allora, raccomando questa prima cosa puramente formale, di fare attenzione quando si legge Montedipe a vedere se siamo prima degli anni ‘89, e non c’è dubbio perché esisteva solo la Montedipe S.p.A., ma dopo gli anni ‘89 succede invece che ci possa essere confusione perché viene costituita anche la Montedipe S.r.l.. E che cosa fa la Montedipe S.p.A., perché ha costituito la Montedipe S.r.l.? Perché conferisce alla Montedipe S.r.l. tutta una massa di beni, e precisamente le aziende chimiche, le proprie aziende chimiche. Allora, la domanda che si pone, giuridicamente ovvia, è questa: dal 1989 in avanti, ed è stato fatto un cenno in quest’aula, e quindi io devo necessariamente prendere posizione basandomi sui documenti, dal 1989 in avanti la Montedipe S.p.A. risponde per quello che essa fa, la Montedipe S.r.l. risponde per quello che essa fa, ma interrogativo: per le eventuali responsabilità ex 2049 preesistenti allo scorporo e al conferimento da Montedipe S.p.A. in Montedipe S.r.l., chi risponde? La logica già ci dice che risponde il soggetto in capo a cui sono sorte queste responsabilità, ma c’è un elemento in più nel nostro caso, che è l’atto di conferimento, perché l’atto di conferimento dice esattamente che a carico dell’azienda conferitaria non traslavano debiti o passività maggiori rispetto a quelli indicati nella situazione patrimoniale al 31 marzo 1989 e contenuta nella perizia giurata che accompagna il conferimento. E si aggiunge ancora che ogni e qualsiasi ulteriore onere, ad eccezione di quelli tassativamente elencati nell’atto di conferimento, rimane a carico della conferente. Quindi non ci sono dubbi che le responsabilità ex articolo 2049, che fino al 1989 in ipotesi fossero sorte a carico di Montedipe, sono rimaste a carico di Montedipe. Mentre la Montedipe S.r.l., che è stata incorporata da Enichem, risponderà, e risponderà la sua incorporante solo per fatti eventualmente accaduti nell’ambito di Montedipe S.r.l. dal 1989 in avanti. Si è anche discusso, ma qui mi ricollego un secondo ad una cosa già detta, se in questi anni la proprietà fosse di Montedipe, e quindi di Montedison, o di Enichem, o di Montedipe S.r.l.; ecco, io vorrei nuovamente sottolineare che i problemi della titolarità delle proprietà è totalmente indifferente, perché si risponde per condotte di persone fisiche, non si risponde di condotte delle società. Quindi, chi fosse proprietario è assolutamente irrilevante in questa vicenda. Vorrei fare un’altra citazione di questa bella ordinanza, se il Tribunale me lo consente, ma perché trovo una tale assonanza tra le cose che io dico e quelle dette allora dal Tribunale, che mi fa piacere citarle. Allora, che cosa ha ammonito il Tribunale nel ‘98? Ha detto: "Il profilo della responsabilità solidale tra gli imputati può ipotizzarsi sempre solo ed esclusivamente con riguardo a una dipendenza del danno da una qualche condotta dei predetti imputati". Io questo lo scriverei forte, in alto, perché tutti se ne ricordino. Io dico la verità, il povero professor Leon, a me spiace, perché sono state particolarmente cattivo nel controinterrogatorio, io ho un po’ la passione del difensore e quindi mi immedesimo nelle difese e qualche volta questo porta a qualche eccesso, mi spiace. Però il professor Leon fu bersagliato da un bombardamento di critiche, qualcuna la ricorderò tra poco. Mi sarebbe parso un segno di attenzione che la parte civile Stato desse segnale di avere recepito che c’era qualcosa da discutere, o avesse replicato, o perlomeno avesse ritoccato questi 80.000 miliardi che vengono richiesti. Perché una richiesta del genere, che equivale a quello che Bush ha fatto stanziare in America per la condotta della guerra contro il terrorismo, perché questa richiesta, di cui poi il povero professor Leon si è affrettato a dire "io sono convinto che nessuno condannerà ad una cifra del genere, io sono convinto che rimuovere quei quintali, centinaia, migliaia, non lo so, di peci è un lavoro che nessuno farà, io sono convinto", allora se era convinto, se devono essere delle esercitazioni forse è meglio evitarle. Io penso che sarebbe stato più elegante non fare delle cifre di questo genere perché nella loro non credibilità rovinano anche la parte di lavoro probabilmente fruttifera e costruttiva che era stata fatta. Allora passiamo in rassegna le richieste che sono state fatte dall’Avvocatura dello Stato, mi occupo solo di quella. In primo luogo l’Avvocatura dello Stato ha chiesto una sciocchezzuola di 728 miliardi di danni patrimoniali non ambientali, ex articolo 2043, 2059, 185 Codice Penale; 728 miliardi oltre ad interessi e rivalutazioni. Allora proviamo un attimo a considerarli questi 728 miliardi. Io mi sarei aspettato che per giustificare questi 728 miliardi venisse accennato, questi 728 miliardi a chi vanno imputati, chi si è reso responsabile di questi 728 miliardi di danni che lo Stato reclama, chi sono i responsabili? Mi sarei atteso un minimo di esame, di indagine, per fare delle ipotesi, visto che si fanno delle ipotesi. Invece nelle conclusioni dell’Avvocatura si legge semplicemente che questo lo deve fare il Tribunale in solido tra tutti, quindi come si debba fare a trovare chi sono i responsabili di questi 728 miliardi l’Avvocatura dello Stato generosamente la scarica sul Tribunale dicendo "arrangiatevi voi a vedere chi ha prodotto questi 728 miliardi di danni", e ripeto, se fossimo di fronte ad un’ipotesi palese di concorso nel reato, una banda a delinquere, fosse in gioco potrei anche capirlo, ma qui abbiamo di fronte a trent’anni di attività, a gente che non aveva nessuna connessione tra di sé e gli altri. Come sa fa. Non parliamo ancora di danni ambientali, di danni ambientali il discorso sarà ben più pesante, allora questa massa di 728 miliardi a carico di non si sa bene chi, provveda il Tribunale. E questi 728 miliardi la cifra più grossa, più di 500, sono spese programmate, non sono costi, spese programmate, e poi si chiedono 80.000 miliardi di danni ambientali, queste spese programmate qualche connessione con l’ambiente probabilmente ce l’hanno. Allora non stiamo facendo delle duplicazioni veramente così, tipo grossolane. Ma poi possiamo pensare che costituiscano prova di un danno l’autodichiarazione. Qui abbiamo una serie di enti pubblici che hanno dichiarato al perito della parte civile "noi abbiamo avuto queste spese, questi danni", nesso di causalità, condotta, riferimento, non ne sappiamo niente. In un giudizio civile, quale dovrebbe essere questo, non si inserirebbero delle richieste di risarcimento fatte in questo modo, perché siamo abituati nei giudizi civili risarcitori a vedere un apparato probatorio che si collega strettamente con le richieste. Ma poi alcune di queste richieste sono sorprendenti, anzi la maggior parte di queste richieste, perché riguardano i compiti funzionali negli enti che dichiarano si essere stati danneggiati. A me pare di ricordare che esistono degli obblighi dell’apparato pubblico per i quali i cittadini pagano le tasse, e non sono poi costi rimborsabili una seconda volta, quando capita, al singolo beneficiario un vantaggio. Noi dovremmo avere, con questa concezione, lo Stato parte civile di ogni processo per lesioni, omicidio colposo perché il responsabile aggrava l’intervento dei vigili del fuoco, della polizia, dei vigili urbani, degli ospedali, dei cimiteri, insomma non possiamo procedere con questi criteri, con queste duplicazioni, solo per gonfiare la cifra, c’è bisogno di far vedere che la cifra è molto grossa, non per loro, ma evidentemente perché altri terzi sono in ansiosa attesa di avere notizie e ne chiedono. Poi, come ciliegina finale, per arrivare a questi 728 miliardi ce ne sono 66 di danni non patrimoniali per danno all’immagine e per sviamento di funzioni. Ci sarebbe piaciuto un minimo di motivazione, sapere quando, come e perché è stata danneggiata l’immagine, quali funzioni sono state sviate. No, c’è stato negato anche questo, c’è stato detto che questo fa buon peso nel 10 per cento del resto, così tornano i conti per arrivare a 728 miliardi. Io non credo che questo sia il modo corretto di calcolare una domanda risarcitoria. Ma veniamo al piatto forte, veniamo al danno ambientale. La cosa, l’ho già ricordata ma devo ripeterla, la cosa strana è che lo stesso professor Leon nell’enunciare questi 80 mila miliardi di danni nel controesame ha detto "io sono convinto che questa cifra non sarà mai pagata da nessuno", allora perché prospettarla. Ha detto qualcosa di diverso ancora nel controinterrogatorio, leggo qualche florilegio, "il fatto che il sito fosse inquinato in precedenza non è assolutamente rilevante ai fini di valutare il danno ambientale", queste sono le parole del professor Leon nel suo controinterrogatorio, "questo danno ambientale viene apportato alla risorsa che l’ambiente fosse inquinato precedentemente o no", "il mio scopo non era quello di produrre un risultato ragionevole, ho usato una procedura standard che quindi inevitabilmente è rozza, vuole che usi il termine rozza? Ebbene, è rozza, ho fatto i conti della serva, lo scopo non era quello di valutare quanto vale un ripristino, sarei un ingegnere idraulico se riuscissi a sapere quanto costa fare il ripristino di quel particolare inquinamento, che questo ambiente poi fosse a sua volta sporco per me è assolutamente irrilevante" ma per noi no, e neanche per questo Tribunale, tanto è vero che il Presidente ha riassunto con molto concisione e precisamente "il danno quantificato sarebbe stato un danno complessivo che è derivato da più condotte contestate non solo agli imputati conta anche da più condotte precedenti rispetto alle quali non si sa neppure se fosse condotte penalmente illecite, questo è quello che mi pare che sia stato contestato dal professor Leon anche da un punto di vista metodologico, e rispetto a questo non abbiamo avuto una risposta", sono le parole sue. Andiamo comunque con ordine e vediamo cosa occorre perché una fattispecie di danno ambientale determini un obbligo risarcitorio? Lo sappiamo tutti, sono poi elementi dedotti dal 2043, c’è un’assoluta convergenza dell’articolo 18 della legge 349 con il 2043, occorre che sia intervenuta una specifica condotta, che questa condotta sia stata tenuta in violazione di leggi o di provvedimenti adottati in base alla legge, che si tratti di una condotta che abbia causato un’alterazione, deterioramento o distruzione, in parte o in tutto del bene ambiente. Ed infine che ne sia derivato un danno che sia conseguenza immediata e diretta secondo la formula del 1223 rispetto alla condotta illecita, quindi che ci sia tra condotta ed evento, ed evento e danno, una causalità adeguata. Ora è vero che da più parti si dice che la valutazione del danno ambientale è particolarmente difficile, perché nel danno ambientale si ha a che fare con un’interazione di più fattori, ognuno dei quali di sé non è determinante, donde appunto un’estrema difficoltà di accertamento dei nessi di causalità. Quindi tutti raccomandano molta prudenza. Infatti l’entrata in vigore della legge del 1986, ma siamo al 2001, le pronunce sono rarissime e certamente mai nessuna si è avventurata un exploit del tipo che abbiamo sotto gli occhi. Innanzitutto torno al punto di partenza, ma qui facendomi forte di un elemento particolare, cioè che l’articolo 18 comma settimo detta una regola peculiare alla responsabilità ambientale, cioè nei casi di concorso, sta facendo l’ipotesi del concorso, nei casi di concorso nello stesso evento di danno ciascuno risponde nei limiti della propria responsabilità individuale. Allora ho già lamentato in generale, rispetto all’intero processo, che è mancata un’individuazione delle condotte individuali, che le prove raccolte non hanno mai riguardato i comportamenti individuali, ma quando scivoliamo nel danno ambientale questa carenza che mi sembra già grave in generale diventa insuperabile, occorre accertare la responsabilità individuale, non può l’Avvocatura dello Stato dire "nella quota di responsabilità che il Tribunale vorrà individuare", non può, perché tocca alle parti dare ai Tribunali gli elementi di giudizio, non si può elevare il Tribunale, che è caratterizzato dalla terzietà, a creatore dei criteri di ripartizione dei danni. I criteri di ripartizione dei danni vanno individuati dalle parti, sono loro che hanno il compito di dire che cosa chiedono, che cosa chiedono a ciascuno. Ora se noi invece percorriamo la perizia Leon, o le richieste dell’Avvocatura dello Stato non troviamo nessun accenno ai fatti individuali, quali sono le condotte individuali, quanto e come ciascuno di questi convenuti ha inciso nel peggioramento del danno ambiente? E guardino che non è difficile, perché loro che hanno studiato il problema dicono che la cosa è poi abbastanza semplice, perché si tratta di vedere come ha influito l’apporto individuale di ciascuno, cioè occorre fare quella base-line di cui si è tanto parlato, ma non è stata applicata, ma non rispetto ad un maxi evento che esiste solo in qualche fantasia, ma che non è esistito nella realtà, bisogna fare la base-line della condotta di ciascuno e cercare di individuare l’apporto per cui ciascuno aveva peggiorato qualcosa dell’ambiente. Chi ha peggiorato questo, chi ha peggiorato quello e valutare il danno che ciascuno ha apportato. La quota di responsabilità individuale cosa vuol dire rispetto ad un maxi evento? Non vuole dire niente, tanto è vero che il professor Leon poi prende come criterio addirittura quello della proprietà di terzi che non c’entrano con i convenuti. Qual è il criterio di ripartizione, non può che essere il criterio di ripartizione delle responsabilità individuali, quello che ciascuno ha fatto, in che modo ciascuno ha contribuito a peggiorare l’ambiente. E la dottrina mette in luce che non è difficile perché il danno all’ambiente a differenza che in altri casi si parla sempre di danni con evento materiale, il danno all’ambiente non esiste come invece talvolta esistono i danni come danni a beni immateriali. L’ambiente è sì un bene immateriale nel senso che noi portiamo ad unità, come ha detto la Corte Costituzionale, una serie di risorse, ma le risorse nella loro materialità esistono, e quindi il calcolo del peggioramento dell’ambiente attraverso la descrizione dell’evento materiale che ha inciso sul bene ambiente è possibile, lo si può fare, lo si fa. Viceversa noi qui non abbiamo avuto né un’indicazione degli eventi materiali, che cosa materialmente è stato distrutto. E’ stata solo fatta una lunga descrizione di quantitativi macroscopici di peci raccolte sotto il Petrolchimico, che abbiamo poi scoperto che la maggior parte le ha portate le Stato con un’opera di imbonimento degli anni precedenti alla creazione del Petrolchimico, che è una creazione dell’uomo. Parliamo di danni all’ambiente. Il Petrolchimico è alla creazione dell’uomo, non esisteva in vero in natura. Qui avevamo terreni varenosi sotto il livello del mare, ed è lo Stato che ha creato la seconda zona industriale. Ora abbiamo avuto questa descrizione ciclopica di quantitativi superlativi di peci, ma ci interessava l’ambiente, le varie risorse dell’ambiente, come è peggiorato questo ambiente negli anni? Questo sarebbe stato necessario descrivere. L’ambiente è fatto di risorse, le risorse sono la flora, la fauna, l’acqua, il suolo, l’atmosfera, è peggiorata, benissimo vediamo come. Bisogna fare dei confronti. Il peggioramento del bene ambiente si misura, poi è difficile la valutazione economica, ma si misura, perché sono fatti materiali. Se gli uccelli diminuiscono, anche se questo ha suscitato l’ilarità del mio contraddittore, se gli uccelli diminuiscono una volta era un giorno di emigrazione, non ce n’è più, questo è danno all’ambiente. Se c’è la fioritura di piante, di alberi e questa zona diventa desertica, questo è un danno all’ambiente, se prima c’era un fondo pescoso con ricchezza di fauna ittica e non c’è più, questo è un danno all’ambiente. E così via enumerando si rimura il danno all’ambiente, non è vero che non si misura, ma si misura prima di tutto con gli eventi materiali, ed eventi materiali che richiedono un confronto tra un prima e un poi. Chi ha peggiorato l’ambiente? Bisogna, per poter poi fare il ragionamento del nesso di causalità bisogna prima dire "io ti reputo responsabile per gli anni tra il 1988 e il 1990, ebbene tra il 1988 e il 1990 l’ambiente è peggiorato così, per queste dimensioni, vediamo se sei tu o no che l’hai provocato". Ma prima di tutto dobbiamo come sempre, loro sanno benissimo, per discutere di un nesso di causalità bisogna prima conoscere l’evento, non posso discutere di un nesso di causalità se non conosco l’evento. Ma come fanno questi convenuti a discutere del loro nesso di causalità se non sanno qual è la quota di responsabilità che gli si imputa? Perché gli si imputa una quota di responsabilità astratta su maxi fatto ciclopico di cui loro non hanno certamente nessun nesso di causalità, possono avere forse al massimo il nesso di causalità relativo alla loro piccola quota temporale. E badiamo bene che l’articolo 18 a cura di dire nel primo comma chi è che è responsabile? L’autore del fatto. Quindi se c’é un’accentuazione, che del resto trova lei con il settimo comma, è quello delle responsabilità individuali, l’autore del fatto. Ci deve essere un fatto per condannare per danno ambientale una persona. Ci deve essere un fatto di cui io posso dire che lui è l’autore. Ma se io non posso concludere il mio ragionamento sulla base di prova, ius aligata et probata, che lui è l’autore di quel fatto, ma mi sanno dire come faccio a condannare per danno ambientale una persona di cui non ho previamente provato essere l’autore, lui di quel fatto. E quando invece si viene a dire che la responsabilità la possiamo dividere tra i gruppi, perché proprio così dice Leon, si può dividere tra i gruppi, a me cascano le braccia, perché allora vuol dire che l’articolo 18 non è stato letto. Quindi non sono state individuate le responsabilità individuali, ma a monte non è stato individuato il danno ambientale, perché ripeto il danno ambientale andava individuato nelle lesioni alle risorse, quali risorse stanno peggio oggi che prima, e prima rispetto a ciascun imputato, di quanto lui ha peggiorato le risorse? Questo è il dato che bisogna provare. Ma non lo dico mica io, adesso poi dopo leggerò anche qualche rapido frammento del libro bianco sulla responsabilità per danni all’ambiente della Commissione delle Comunità Europee pubblicato il 9 febbraio del 2 a Bruxelles, dove queste cose vengono considerate e viene considerato assolutamente pacifico che si deve misurare il ripristino, deve riportare la risorsa naturale allo stato in cui si trovava prima del danno. Le risorse naturali, le singole risorse naturali che compongono nel loro complesso il bene collettivo ambiente. Quindi è mancata l’individuazione del danno, come facciamo a parlare di danno? E l’Avvocatura dello Stato nella sua arringa ha detto "sì, 80.000 miliardi, in fondo questa gente va penalizzata" perché qui ci sono anche delle norme me hanno carattere sanzionatorio, ma qui è un altro piede in fallo. Allora io cito la Cassazione, Cassazione 3 febbraio del 1998 numero 1087. Cosa dice la Cassazione? Leggo Cassazione 3 febbraio del 1998 numero 1087 Foro Italiano 1998 primo, colonna 1142, in particolare sto leggendo dei brani a colonna 1153. Cosa dice la Cassazione? Ha detto: la legge dell’86 non ha carattere innovativo, si è limitata a riconoscere una realtà giuridica da tempo incontroversa; l’articolo 18 ha solo funzione ricognitiva. Tant’è vero che anche prima, nella legge citata, la Costituzione è la norma generale dell’articolo 2043 Codice Civile, apprestavano all’ambiente alla tutela organica e piena. Questo dice la Cassazione. Ed allora stiamo attenti a parlare di aspetti sanzionatori, perché c’è una regola fondamentale nella responsabilità civile in Italia. Tutti vorranno concedermela: la regola dell’equivalenza tra il danno e il risarcimento. La responsabilità civile non è strumento di arricchimento di nessuno. Altri ordinamenti conoscono i danni punitivi, il nostro ordinativo non li conosce. Il risarcimento del danno è dovuto strettamente legato alla misura del danno. Non esistono funzioni sanzionatorie del risarcimento. Sanzionatorie, nel senso non tecnico in cui noi diciamo, nel senso che non fa piacere a nessuno pagare dei danni ovviamente, ma nel senso tecnico di una sanzione che vada al di là di quello che è il fatto non esiste nel nostro ordinamento. Il nostro ordinamento conosce la perfetta equivalenza dell’obbligo risarcitorio con il danno provocato. Allora, delle due, l’una: bisogna che l’Avvocato dello Stato precisi che cosa intende dire. Perché o intende dire che sanzionatorio l’ha adoperato appunto in quel senso improprio, in cui tutti parliamo di sanzione per il risarcimento del danno, ma fermo il principio della corrispondenza tra danno e risarcimento, ed allora siamo perfettamente d’accordo, non abbiamo niente da aggiungere; ma se viceversa si volesse dire, come mi pare che volesse dire l’Avvocato dello Stato, e prima di lui il professor Leon, che qui ci sono aspetti sanzionatori, nel senso che è bene che i trasgressori paghino, e paghino salato, quello che hanno fatto, ebbene allora signori Giudici sul tavolo loro hanno un’immediata duplice eccezione. La prima eccezione è di irretroattività di questa norma sanzionatoria, che loro potranno applicare solo dal 1986 in avanti, e non per il passato, quindi quel danno unico che l’Avvocatura dello Stato predilegeva si scoglie anche da questo altro punto di vista inevitabilmente, perché dobbiamo creare una cesura nel 1986, quando sarebbero state dettate delle norme sanzionatorie; ma la seconda eccezione più grave è di illegittimità costituzionale. Noi non possiamo avere un sistema che è basato sul principio della equivalenza (tralando) il risarcimento per tutta la sfera della responsabilità civile con la sola eccezione del danno ambientale, dove questa regola non varrebbe più, sarebbe manifestamente illegittima questa ipotesi. E di fatti la Corte Costituzionale ha dichiarato la legittimità costituzionale della legge sull’ambiente; la Corte di Cassazione la applica in quei rarissimi casi in cui arriva ad occuparsene, e nessuno sostiene che abbia caratteri sanzionatori. Quindi la mia raccomandazione è di evitare di parlare di caratteri sanzionatori, perché altrimenti ne discendono conseguenze molto pericolose. Avevo dimenticato di fare una citazione, che però per fortuna è la stessa sentenza che ho appena citato, dove anche lì la Cassazione ricorda, prezioso questo ricordo della Cassazione in questo ambiente, non dovrebbe essere prezioso in generale, ma qui penso di sì. La Cassazione dice: "Bisogna distinguere i fatti obiettivi che sta alla parte che chiede il risarcimento provare e che consistono nell’evento materiale in sé, corrispondente alla modificazione delle caratteristiche esteriori dell’ambiente. Questi fatti obiettivi vanno tenuti distinti rispetto alla valutazione tecnica dell’evento ad opera di esperti, onde appurare se quella modificazione configuri un danno ambientale giuridicamente rilevante. Mi pare chiarissimo: una cosa sono i fatti obiettivi, provare, vedere l’evento materiale. Poi i tecnici valuteranno se quello è, non è, in che misura è, un danno ambientale. Per non citare solo la giurisprudenza cito anche un giurista, il professor Monateri dell’Università di Torino, il quale anche riferendosi alla valutazione equitativa, fa una ovvia raccomandazione: "Il Giudice, pur facendo ricorso alla valutazione equitativa, deve individuare l’entità degli apporti dei singoli fattori inquinanti nel corso del tempo, onde evitare che il convenuto risponda sia di fatti imputabili a terzi, sia di ogni altra concausa, anche naturale". Sono principi ovvi. Ma io penso che in realtà il danno ambientale, perlomeno per quello che riguarda i convenuti per i quali l’Enichem è responsabile civile, io credo che non siano emersi; e mi auguro che questo sia il responso del Tribunale. Ma se per ipotesi il Tribunale dovesse ritenere che in qualche modo è emerso un danno ambientale riferibile individualmente a qualcuno dei convenuti di cui l’Enichem è responsabile, bisognerà applicare la valutazione in via equitativa. E io credo che anche sulla valutazione in via equitativa siano stati commessi degli equivoci veramente stupefacenti. Difatti la valutazione in via equitativa è stata presa per una sorta di discrezionalità; il Tribunale può, a sua scelta, individuare il quantum. Non è possibile una precisa descrizione, quantificazione; faccia il Tribunale. Ma scherziamo! Il Tribunale non ha poteri discrezionali, il Tribunale applica le leggi. E qui le leggi sono chiarissime. Cosa si intende per valutazione in via equitativa? Ma i tribunali sono abituati ad applicare il 2026 e il 2056. Il 2026 lo dice espressamente, o il 2056, in questo momento confondo, dice: "Se certo è che un danno c’è stato, ma non ne è possibile la determinazione precisa quantitativa, si ricorre all’equità". Quindi il parametro primo è sempre l’individuazione del danno nella sua materialità. Questo è il primus. Poi il posterius è la liquidazione del danno, la operazione di traduzione in moneta, in denaro, che per il bene ambientale, che non ha mercato, è particolarmente difficile. Ma allora cosa ha voluto dire il legislatore quando, per il danno ambientale, ha detto: "Il Giudice può decidere in via equitativa, tenendo conto di tre fattori - che adesso passeremo sinteticamente in esame - "? Che cosa ha voluto dire? Ha voluto dire: Tribunale, quando tu pensi che ci sia stato un danno ambientale, decidi come ti pare, di’ quel che vuoi, discrezionalmente, molto, tanto, fai come vuoi. Ha voluto dire così? Lo possiamo immaginare. Che cosa ha voluto dire il legislatore? Una cosa di assoluta evidenza: quando hai ben preciso l’evento materiale che consideri dannoso, tu lo devi far stimare; e può darsi che i tecnici ti dicano che la stima non è possibile, in una cifra precisa; ti daranno un range, ti daranno una forchetta, da un minimo ad un massimo, perché non puoi prescindere tu Giudice dall’aver prima accertato il fatto e poi lo quantifichi. Lo quantificherai in via equitativa, ma mica il danno te lo inventi, prima devi avere la prova che c’è stato il danno, l’evento materiale c’è stato. Lo fai stimare. I tecnici che cosa ti diranno: ah, guardi signor Giudice, qui una stima precisa è impossibile; qui possiamo andare, applicando il criterio x, da 100, applicando il criterio y, a 1000. Non sono in grado di respingerle questa forchetta, è un range molto alto. Allora il legislatore dice: in questo range decidi in via equitativa e tieni presenti tre fattori. Il primo fattore, la gravità della colpa. Ma, signor Presidente, è chiaro che la gravità della colpa non può essere un elemento di quantificazione del danno. Se noi non mettiamo la premessa che la valutazione in via equitativa significa valutazione nell’ambito di un range, non capiamo più perché il legislatore abbia detto che uno dei criteri di misurazione è la colpa, la gravità della colpa del trasgressore. Non lo capiamo più, perché la gravità della colpa del trasgressore non è un fattore che può incidere quantitativamente, in assoluto; può incidere quantitativamente solo nell’ambito di un range. Se io sono incerto tra un minimo e un massimo, il legislatore mi dà un suggerimento carico di buon senso, come in genere fa sempre il legislatore. E il legislatore vi dice: senti, se hai a che fare con un poveretto che avrà sbagliato, ma insomma non è colpa grave; tieniti verso i minimi. Se invece è un fior di lazzarone, che ne ha combinate di tutti i coclori, beh insomma... Del resto è lo stesso concetto che loro applicano continuamente nell’applicare le pene dei reati, non è la stessa cosa, non c’è un minimo e un massimo, e il legislatore che cosa vi dice: tenete conto della gravità della condotta. E voi siete abituati a fare questi calcoli nel range, nella forchetta. Ma non si può prescindere dalla forchetta, perché lei si immagina Presidente un reato in cui dicesse: non sappiamo qual è la pena, non esiste una pena edittale. Giudichi il Giudice, secondo i casi, secondo la gravità della colpa, giudichi lui che cosa vuol dare. Lei ha un’immagine, nei nostri ordinamenti può darsi che un giorno sfoceremo in ordinamenti diversi, ma nei nostri ordinamenti non possiamo immaginarla una figura di reato costruita in quella maniera. E crede che potremmo costruirla nell’ambito del diritto civile, una figura di danno costruita così, che dica: boh, non lo so, da 0 a 350 mila miliardi di milioni di dollari, di euro, di vattela a pesca. Decidi tu Giudice, secondo la gravità della colpa. Eh no, non possiamo immaginare un legislatore ubriaco! Secondo la gravità della colpa vuol dire nell’ambito di un range. Come lo vuol dire il terzo elemento preso in considerazione, il profitto del trasgressore. Anche qui assistiamo a delle letture incredibili, veramente viene rovesciato il vocabolario; da secoli c’è un termine tecnico che viene utilizzato in contrapposizione a rendita, a salario, a canone, che è il termine profitto. Il termine profitto è l’utile ricavato dall’imprenditore. E qui a che cosa abbiamo dovuto assistere: a sentirci fare calcoli per decine di migliaia di miliardi sull’ipotetico risparmio che si sarebbe avuto se le stesse produzioni fossero avvenute con l’adozione di misure incredibili. Ma, suvvia! In primo luogo, c’è ancora a monte un altro errore: il profitto del trasgressore, nell’articolo 18, è il profitto del trasgressore, di chi ha violato la norma; non è il profitto del responsabile civile. E torno a dire qui che si fa confusione, si pensa che sia imputato, convenuto, la Montedison, Enichem; no, le società non sono parti del giudizio, quindi io non posso calcolare quanto danno appioppo a tizio, persona fisica, dicendo: la società che ti dava lavoro ha risparmiato migliaia di miliardi. Che cosa c’entra! La mia parte è tizio, non è Enichem; quindi devo calcolare il profitto di tizio, se tizio ha avuto un profitto; non posso calcolare il profitto della società che non è parte, non è convenuta, non è stata convenuta per una scelta determinata, voluta, delle parti civili. Non hanno citato in giudizio la società, quindi cosa la società abbia guadagnato o non abbia guadagnato, a parte il fatto che profitto italiano vuol dire la rendita dell’imprenditore, l’utile dell’imprenditore, e quindi vuol dire che l’utile ci sarà solo se ha guadagnato; e il legislatore bene fa a fare questa norma, giustamente dice: se poi questo qui viola le norme sull’ambiente e si assicura anche dei guadagni, beh confiscateglieli quei guadagni. E ha perfettamente ragione! Dice delle cose piene di senso il legislatore, ma parla dell’utile, del profitto, non parla del risparmio. Perché, evidentemente, non possiamo paragonare l’ipotesi accaduta con una ipotesi dell’irrealtà, l’irrealtà di una società che se avesse dovuto spendere migliaia di miliardi che non aveva, non avrebbe fatto quella gestione, se ne sarebbe astenuta. Quindi cosa stiamo a fare i calcoli dell’irrealtà, quando la norma è di una chiarezza cristallina. Il trasgressore, cioè colui al quale imputiamo il danno, lui e non il suo responsabile, se ha tratto profitto lo deve restituire. E certo, nell’ambito di questo range il Tribunale deve tenere conto se si è arricchito il trasgressore, è evidente, si capisce. Terzo concetto, ed anche qui le idee sono semplicissime, sono facili, basta non andarci con concezioni aprioristiche. Il professor Leon applica il terzo fattore del comma sesto, quello del costo necessario per il ripristino, come se qui il ripristino fosse quel ripristino dell’ottavo comma dove si dice che il Giudice, nella sentenza di condanna dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi. Semplicisticamente, siccome si dice nel comma sesto ripristino, ma non si dice ripristino dello stato dei luoghi, aprioristicamente, semplicisticamente, è stato interpretato il ripristino di cui al comma sesto come se fosse il ripristino di cui al comma ottavo. L’errore è palese e a confortarci in questa idea sono venute tutte le leggi recenti, dal ‘97 in avanti, che parlano in lungo e in largo del ripristino ambientale, con un terzo significato, che è diverso da entrambi i due che abbiamo davanti. Ne abbiamo la definizione nell’articolo 2 comma 1 lettera B del decreto ministeriale 471/99, cioè nel regolamento della Ronchi, decreto ministeriale del ‘99, la 471, la lettera H contiene tutte le definizioni dell’articolo 2 e definisce anche il ripristino. E dice: "I ripristini sono gli interventi di riqualificazione ambientale e paesaggistica costituenti complemento degli interventi di bonifica nei casi in cui sia richiesto, che consentano di recuperare il sito all’effettiva e definitiva fruibilità per la destinazione d’uso conforme agli strumenti urbanistici". Cioè, il legislatore mette come prioritario una messa in sicurezza; mette come seconda misura la bonifica; e mette come ultima misura, se possibile, ove richiesto, il ripristino ambientale, che vuol dire intervenire su siti già bonificati. Questo ripristino non ha nulla a che fare con il ripristino del comma ottavo. Il ripristino del comma ottavo, come tutti dicono, non è un ripristino dell’ambiente, è l’institutio in interim, che è una cosa diversa. Quando c’è stato un fatto illecito, e solo di un fatto illecito si occupa l’articolo 18, se c’è stato un fatto illecito, quel fatto illecito, indipendentemente della situazione dei luoghi, quel fatto illecito. Il Giudice, quando sia possibile, deve ordinare innanzitutto la restitutio in integrum, il ritorno allo status quo ante. E’ evidente, se è possibile provvediamo subito così ad eliminare questo peggioramento e ripristiniamo la situazione quo ante, ma mica dell’ambiente. Perché io non posso accollare, al responsabile di questo illecito, qual è la situazione in generale dell’ambiente. Solo di questo evento materiale specifico il Giudice può provvedere, con il ripristino della situazione quo ante. Quindi il ripristino di cui al comma 8, che è il ripristino dello stato dei luoghi anteriore all’evento illecito, non ha niente a che fare con il ripristino di cui al decreto ministeriale del ‘99; ma tutti e due non hanno niente a che fare con il ripristino del comma sesto. Perché tutti hanno detto: ma il legislatore è matto? Mi ha detto: prima di tutto il Giudice, se possibile, deve ordinare il ripristino dello stato dei luoghi. Se non lo ordina, è perché non è possibile. Allora, come sarebbe che il Giudice, che ha già constatato la impossibilità di ordinare un ripristino ex articolo 8 lo calcola ai fini del comma sesto, quando ha già concluso che il ripristino di cui al comma ottavo è impossibile! E’ chiaro che il ripristino di cui al comma sesto è una cosa diversa. E del resto è detto, basta leggere, è già detto: del costo necessario. Non lo dice mica nel comma ottavo, anzi dice: se è possibile. Nel comma sesto lo dice chiarissimamente di cosa bisogna tener conto: del costo necessario. Cosa vuol dire? Ma è così chiaro: abbiamo un range, il danno ambientale provocato, accertato, può valere da dieci a mille. Tu Giudice come fai a calcolarlo, hai tre fattori per regolarti. Uno è calcolare se questo signore che ha trasgredito la norma per caso si è messo qualcosa in tasca lui, perché se ha guadagnato, questa è la prima cosa che gli devi, di cui devi tenere conto. La seconda cosa di cui devi tenere conto è la gravità della colpa: è stato un incidente, è stata una cosa banale, una cosa grave. Questo è il secondo elemento. Il terzo elemento: ci sono dei costi necessari, cioè dei costi dei quali non si può fare a meno. Dopo un danno, dopo un evento lesivo dell’ambiente, spesso, quasi sempre, ci sono delle cose urgenti che bisogna fare comunque; sono costi necessari, indispensabili. Non è il ripristino di cui al comma ottavo, che il ripristino dello stato dei luoghi, cioè il ritorno alla situazione quo ante, che è possibile solo quando è possibile. Qui è tutta un’ottica completamente rovesciata, il legislatore dice: i costi necessari, quelli che non si possono meritare. E questi, ovviamente, li devi tener d’acconto, devi tener conto del guadagno perché glieli devi togliere dalla tasca se li ha messi in tasca, e devi tenere conto dei costi indispensabili. Almeno di queste due cose devi tenere conto. Poi tieni conto della maggiore o minore gravità della colpa, e starai in questo range, senza il quale il Giudice non può neanche cominciare la valutazione qualitativa. Prima deve avere individuato il danno ed averlo valutato, sia pure non in modo preciso, sarà in modo impreciso, sarà in modo generico, sarà in modo da aprire una forchetta, ma deve essere stato valutato; solo dopo applicherà i fattori di individuazione di quel danno. Io chiedo scusa e cerco di accelerare, ma mi avvio al termine. Scusi ancora, su questa cosa devo dire questo: è stato invocata, in lungo e in largo, la supplenza del Tribunale. Ma non esistono supplenze dei tribunali, i tribunali applicano le leggi, non hanno poteri di supplenza; i tribunali applicano le leggi iusta, alligata et probata; se le parti non provano e non allegano, il Tribunale non ha nessuna supplenza da esercitare ma deve applicare il vecchio Broccardo, etc.. Vorrei chiudere ancora con qualche piccola osservazione. Le ultime leggi, dal ‘97 in avanti, hanno inserito nel quadro della responsabilità ambientale dei concetti molto importanti, importantissimi. Li cito rapidamente: il decreto legislativo del ‘97, quello sui rifiuti solidi urbani, dice che bisogna partire dai limiti di accettabilità della contaminazione dei suoli, delle acque superficiali, delle acque sotterranee. Il legislatore si rende conto che non possiamo tornare alla natura incontaminata, specie quando siamo in zone di largo uso adesso si dice antropico, molto elegante, mi piace molto questo uso antropico. E qui, più che antropico, è industriale. Non si può pensare che torniamo a una situazione incontaminata, ci sono dei limiti di accettabilità della contaminazione dei suoli con i quali dobbiamo imparare a convivere, non possiamo farne a meno. Ma poi il regolamento, il 471 del ‘99 dice qualcosa di più, dice: bisogna applicare le migliori tecnologie disponibili. Quindi, per calcolare i danni, non scaviamo i buchi con le peci ma applichiamo le migliori tecnologie disponibili. E infine la legge sulle acque, quella del ‘99, all’articolo 58, comma due, dice: "Ai sensi dell’articolo 18 della legge 8 luglio 1986 n. 349 - cioè la nostra, che viene interpretata autenticamente da un provvedimento di legge dello Stato - è fatto salvo il diritto ad ottenere il risarcimento del danno. Ma quale danno? Del danno non eliminabile con la bonifica, quindi con la accettazione dei limiti di accettabilità della contaminazione dei suoli. Bisogna calcolare solo la bonifica, cioè quella bonifica a cui l’Enichem si sta dedicando con l’accordo di programma che costa centinaia, se non migliaia, di miliardi. Vorrei aggiungere che questi concetti sono poi quelli della comunità. La comunità dice: in ogni caso si dovrà effettuare un’analisi costi e benefici o un’analisi da ragionevolezza. Mi viene in mente il professor Leon che ha dichiarato: "Non è una cosa razionale, io non volevo fare una cosa razionale". Ecco, la comunità invece ci dice di fare una analisi di ragionevolezza. Nei casi di risanamento fattibile il punto di partenza dovrebbe essere il costo del ripristino. Se il risanamento non è tecnicamente possibile, o solo parzialmente fattibile, la valutazione della risorsa naturale va basata sui costi delle soluzioni alternative. Cioè, quello che viene fuori con queste ultime norme è un’idea anche elementare, ma pienamente razionale. I costi devono essere sopportabili, non si può disporre un risarcimento per le risorse ambientali a costi non supportabili. Perché disporli a costi non sopportabili non significa favorire l’ambiente, perché se i costi non sono sopportabili il debitore non li pagherà, e quindi lo Stato resta con un pugno di mosche in mano. Lo Stato non può ammazzare il debitore, lo Stato deve chiedere un risarcimento a costi sopportabili, cioè compatibili con l’attività del debitore. Qui, per di più, il debitore sono dei poveri tapini che sono persone fisiche, credo quasi tutti in pensione; alle spalle ci sono le società. Vogliamo avere di mira le società? Non sarebbe giusto, ma vogliamo averle di mira. Ma ricordiamoci che devono anche loro avere dei costi sopportabili, se no avremmo il bel risultato: ambiente inquinato e due grandi gruppi falliti. Falliti no, queste cifre non vengono prese molto sul serio, vero Presidente, se no non avremmo assistito all’acquisto di queste aziende a prezzi di mercato. Ma nelle omissioni dell’Avvocatura dello Stato non c’è soltanto l’omissione di questi concetti, che avrebbero dovuto essere studiati, studiati insieme, amichevolmente, perché il fine è di giustizia. Ci si è totalmente dimenticati, ma si è dimenticato di qualcosa di più, di cui per verità il Pubblico Ministero non si era dimenticato. Il Pubblico Ministero aveva detto nella sua requisitoria, aveva espressamente menzionato il concorso arrecato a questi danni ambientali dalle pubbliche amministrazioni che non hanno provveduto, secondo i loro compiti istituzionali, a fare in modo che quei danni non si verificassero. Se si sono verificati dei danni all’ambiente, non c’è nessuna possibilità di dubbio che i primi responsabili sono state le autorità che avevano il compito di vigilare. Tutte le pubbliche amministrazioni. Ma tra le pubbliche amministrazioni una soprattutto, lo Stato. Perché lo Stato? Perché è lo Stato che ha fatto l’opera di imbonimento, è lo stato che ha ammassato le peci cui tanto affezionatamente si dedica il professor Leon qui. Lo Stato; ed è lo Stato che ha scavato i canali e ha portato le terre di riporto per elevare qui il suolo. Ed allora io ritengo doveroso, da parte mia, ricordare che c’è un 1227 comma primo e 1227 comma secondo. Il comma primo dice che i danni vanno diminuiti nella misura in cui risulta dal concorso di colpa del danneggiato; e qui, più che un concorso di colpa, c’è una colpa prevalente, primaria, dello Stato. E in secondo luogo il secondo comma del 1227, che dice che non può pretendere il risarcimento il creditore che non ha messo in atto le cautele con le quali avrebbe potuto evitare l’aggravarsi del danno. Più applicabile di così nel nostro caso, non ho bisogno di ricamarci sopra. Vorrei concludere con una dichiarazione. Come ha già detto il professor Stella l’Enichem è stato profondamente danneggiato dallo Stato, è stato danneggiato perché dal 1997, non prima, ma dal 1997 la proprietà è gravata da un onere reale, che non esisteva fino al 1997, ma che è stato introdotto dal 1997. Quindi la Enichem che vorrebbe alienare il Petrolchimico deve portarsi dietro la responsabilità per l’onere reale di cui ritiene responsabile lo Stato e sta collaborando all’accordo di programma con cifre molto rilevanti e ritiene di tutto ciò responsabile lo Stato. Questo Stato che ha mille volti, una volta si presenta come quello che rifà la seconda zona industriale, una volta si presenta come quello che si dimentica di condurre le analisi per vedere se c’è o no danno ambientale, una volta si presenta per pretendere gli accordi, per varare gli accordi di programma, e poi un’altra volta ancora si presenta dicendo "io voglio il risarcimento da tutti, sono io l’unico danneggiato". Allora questo Stato in qualche modo deve pagare anche lui la sua parte. O la paga in via di eccezione in questo processo o lo pagherà in un separato giudizio che l’Enichem si ripropone di avviare nei confronti dello Stato. Un’ultima parola rapidissima, e ho finito, per le associazioni ambientalistiche. Non dirò niente, chiudo subito, ma solo per ricordare una bellissima ordinanza del Giudice di Mestre, Michele Medici che ha negato addirittura la legittimazione a costituirsi parte civile alle associazioni ambientalistiche. Ma siccome qui io ho sentito invocare la sentenza 500/99 della Cassazione, la quale ha finalmente abbattuto il muro della non risarcibilità della lesione degli interessi legittimi. Quella sentenza qui è stata invocata proprio a sproposito, perché quella era una sentenza che si erigeva contro la pubblica amministrazione. Se non è voluto trarre un principio assurdo, abbiamo si nuovo alla discrezionalità dei Giudici, secondo cui ogni bene, anche se costituito volontariamente da un’associazione che si costituisce come associazione ambientalistica, anche questo bene può essere suscettibile di tutela. No, non ha detto questo la Cassazione, e non poteva dirlo, le tutele preesistono ai fatti illeciti, non ne dipendono, le tutele vengono dopo, seguono. Quindi non possiamo pensare che un’associazione ambientalistica che dovrebbe incrementare il proprio di patrimonio con un risarcimento, e non avere il solito principio della commisurazione del risarcimento ad un bene oggetto di tutela anteriore alla costituzione dell’associazione, non può avere un arricchimento da un fatto che non la riguarda. Benemerita la sua opera, benemerita la sua azione, ma è un’azione morale, di principio, di sostegno, ma che non si traduce nella richiesta di prezzi, proprio perché questi beni non hanno mercato. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei professore, facciamo una sospensione di cinque o dieci minuti.

 

Presidente: se volete accomodarvi. A chi chiedeva la memoria del professor Padovani devo dire che io ho letto il suo intervento, quello stenotipico ma non ho visto che sia stata depositata una memoria, però se c’è qualcuno che mi può smentire.

 

Intervento: credo che la memoria verrà depositata domani dal professor Padovani, però...

 

Presidente: quindi avevo ragione nel dire che non c’è. Era perché mi era stata chiesta, io non ho saputo dare una risposta perché non mi ricordavo di una memoria, però siccome le mettiamo un po’ in ordine adesso avevo rivisto e non c’era, non c’era in effetti, quindi aspettiamo domani. Prego, avvocato Severino.

 

AVVOCATO SEVERINO

 

Avvocato Severino: Presidente, sto per sottoporre il Tribunale ad una delle ultime fatiche di questa giornata e di questo dibattimento, una delle ultime fatiche perché parlo dopo che hanno parlato praticamente tutti i difensori degli imputati e dopo che hanno parlato, salvo un difensore di un imputato che ancora deve pronunciare la sua arringa, e dopo che hanno parlato tutti i difensori dei responsabili civili. C’è una logica in questo ordine che ci siamo dati nelle discussioni, e direi certamente di sì. Direi che c’è una logica delle subordinate. La logica delle subordinate sotto due profili. Il primo è di palese evidenza, è quello che la nostra responsabilità discenderebbe solo dalla responsabilità degli imputati. Ma noi non crediamo alla responsabilità degli imputati perché crediamo che un processo di massa, uso le parole che ha usato il professor Stella nella prima fondamentale arringa di questo processo in cui gli elementi di accusa si riferiscono a classi, a gruppi e non agli individui, non potrà mai portare alla condanna degli imputati e quindi dei responsabili civili, non c’è stata in questo processo prova della causalità individuale, non c’è stata la prova del pericolo concreto, non c’è stata la prova della riferibilità dell’avvelenamento a fatti ascrivibili agli imputati. E’ per questo che sotto questo primo profilo la mia discussione è solo di subordine. Ma è di subordine, e quindi è un subordine di secondo grado, per un secondo motivo, e cioè la considerazione che la responsabilità di ENI dovrebbe discendere non da un rapporto diretto con le attività di suoi dipendenti imputati, ma da un rapporto azionario con società Enichem e Montedison, da cui a loro volta dipendevano gli attuali imputati. La chiamata in causa di ENI è dunque una chiamata ulteriormente subordinata rispetto al responsabile civile Enichem di cui condivido tutte le argomentazioni difensive. E dunque è conforme a logica che parli per ultima, anche se queste considerazioni sembrerebbero poter ridurre il mio ruolo a quella di una mera silenziosa adesione alle difese di altri, mi sento un po’ come il comitato di pietra in questo processo. Ma c’è una peculiarità della posizione di ENI che mi impone di chiedere un ennesimo e finale sforzo di attenzione al Tribunale. Una peculiarità che abbiamo cercato di sottolineare fin dall’inizio di questo processo, un processo in cui l’ENI veramente è stata un personaggio in cerca di autore, in cui è stata un soggetto processuale in cerca della propria legittimazione passiva, un convenuto alla ricerca della causa petendi. Queste peculiarità le avevamo già sottolineate, sia pure nei termini generici di una prima approssimazione, all’atto della costituzione come responsabili civili, quando esaminando il ventaglio di norme che le Parti Civili avevano invocato per dedurne una posizione di responsabile civile per l’ENI, articolo 2043, il 2049, il 2051 ed il 2050, dicemmo che nessuna di queste norme si attagliava alla specifica posizione dell’ENI. Il Tribunale rispose a queste prime, necessariamente, generiche deduzioni con un’ordinanza che affrontò e risolse tutte le questioni relative alle parti civili e alle citazioni del responsabile civile. E rispose argomentando, giustamente dal suo punto di vista, che le nostre eccezioni attenevano a profili non già afferenti la legittimazione passiva del soggetto, ma a profili di merito, interessanti la fondatezza della pretesa risarcitoria avanzata nei confronti dell’Eni, e poiché alcuni imputati sono stati chiamati a rispondere dei reati di cui si tratta nella loro specifica qualità di esercenti il potere di impresa per conto di Eni S.p.A., come si desume dall’allegato A, non pare possibile escludere in limine litis che Eni S.p.A. possa rispondere a norma delle leggi civili per il fatto di quegli imputati. E vediamo allora, nella doverosa adesione ai contenuti di quella ordinanza, se sia possibile escludere oggi, come riteniamo si debba fare, dopo quasi tre anni di dibattimento, e sulla base degli elementi emersi da una lunga ed approfondita istruttoria dibattimentale, escludere dicevo che l’ENI debba rispondere come responsabile civile dei fatti oggetto di imputazione. Per procedere a questo esame è necessario a mio avviso porre i paletti, i confini all’interno dei quali va collocata la posizione del responsabile civile per un fatto di reato. Sembra un discorso ovvio ma non lo è affatto se si consideri che gran parte dei difensori di parte civile, e la stessa pubblica accusa, hanno costruito la chiamata di Eni come responsabile civile solo o prevalentemente ricostruendo in maniera peraltro errata in alcuni casi, come vedremo, i rapporti tra Eni e le altre società, e quindi addivenendo ad un processo alle società o non ad un processo sui fatti e sui presupposti specifici da cui dovrebbe discendere la loro chiamata in causa. Non si deve dimenticare a questo proposito che l’istituto della responsabilità civile per l’altrui fatti penalmente illecito ha come suoi parametri di riferimento norme civili e norme penali, e solo dall’incrocio tra i principi contenuti nelle due categorie di norme che si determina correttamente l’ambito di questo preciso tipo di responsabilità. Il primo incrocio di norme va fatto tra l’articolo 182, secondo comma, del Codice Penale, e l’articolo 2043 del Codice Civile, tra i quali esiste indubbiamente un rapporto di specialità. L’articolo 2043 del Codice Civile infatti parla di qualunque fatto doloso o colposo, mentre l’articolo 182 secondo comma parla di reato, cioè individua, ed in questo senso è speciale, tra le varie categorie di illeciti, amministrativi e civili, il reato come elemento fondante dell’obbligo risarcitorio e quindi della posizione del responsabile civile. L’articolo 2043 parla di danno ingiusto, mentre l’articolo 182 secondo comma parla di danno patrimoniale e di danno morale. L’articolo 2043 dice che il fatto doloso o colposo obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno. L’articolo 182 del Codice Penale dice che la commissione di un reato obbliga il colpevole più le persone che sono ritenute al risarcimento ai sensi del Codice Civile a risarcire il danno, dunque aggiunge quell’elemento che è quello fondante poi della responsabilità civile per il reato. E se andiamo avanti in questo incrocio di norme ne rappresentano la trama e l’ordito della posizione del responsabile civile, ed elenchiamo le norme che nel Codice Civile possono essere costitutive di una responsabilità civile per fatto di reato, vediamo che sostanzialmente si tratta sempre e soltanto di persone legate al colpevole, di persone fisiche o giuridiche legate al colpevole da rapporti particolari, albergatore per i fatti che riguardano la sua impresa, i genitori per il fatto del figlio, i tutori per il fatto del sottoposto alla tutela, i padroni e i committenti per i fatti dei sottoposti. E qui veniamo all’articolo 2049, la norma del Codice Civile nella quale si radica la posizione di un responsabile civile. L’articolo 2049 del Codice Civile lo individua come soggetti che sono chiamati a rispondere ad integrazione dell’articolo 182 i sottoposti commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti. Quindi tirando le fila di questa trama e questo ordito noi abbiamo una posizione del responsabile civile rilevante solo quando vi sia la causazione colpevole di un fatto da parte di un soggetto dipendente dell’esercizio delle proprie funzioni. Questo è un punto di arrivo e un punto di partenza, è un punto di arrivo nella ricostruzione del sistema delle norme, ma è un punto di partenza se poi ci poniamo un ulteriore problema, come va interpretato il rapporto tra causazione del fatto, rapporto con il soggetto ed esercizio delle funzioni. E qui come al solito ci soccorre la giurisprudenza, una giurisprudenza consolidata in argomento che ci consente di dire che in tema di persona civilmente responsabile per il fatto del condannato la responsabilità indiretta del committente a norma dell’articolo 2049 richiede come condizione imprescindibile l’esistenza di un rapporto di occasionalità necessaria, si badi bene il termine occasionalità è legato al termine necessaria, non è la mera occasione ma una occasione necessaria. Deve essere l’occasione dalla quale necessariamente deriva il reato, tra il fatto illecito realizzato dal dipendente e le mansioni a lui affidate, nel senso che le modalità esecutive delle prestazioni svolte devono avere reso possibile o almeno agevolato la condotta illecita e la produzione del danno. Cito Cassazione Sezione Quinta del 12 febbraio del 1992. Più di recente ancora, e in materia che riguardava la responsabilità della pubblica amministrazione per un fatto di un suo dipendente, il tema è stato ripreso e portato alle sue estreme conseguenze, ai fini dell’affermazione della responsabilità civile della pubblica amministrazione per il reato commesso dal dipendente deve essere accertata l’esistenza di un nesso di occasionalità necessaria tra il comportamento doloso posto in essere dalla gente, e le incombenze affidatogli, verificando che la condotta si innesti nel meccanismo dell’attività complessiva dell’ente e che l’espletamento delle mansioni inerenti al servizio prestato abbia costituito conditio sine qua non del fatto produttivo del danno per averne in modo decisivo agevolato la realizzazione. E questo è veramente un punto di arrivo nella collocazione di quei paletti di cui parlavo. Un punto di arrivo che ci consente di dire che solo la causazione colpevole di un fatto da parte di un soggetto dipendente nell’esercizio delle sue funzioni e quando siano state conditio sine qua non della commissione del reato, consentono tutti questi elementi insieme di collocare una situazione di responsabilità civile per fatto altrui. E’ dunque su questi quattro punti che nascono dall’incrocio delle varie norme che l’accusa pubblica e privata avrebbero dovuto cimentarsi dimostrando che i fatti oggetto dell’imputazione erano stati colpevolmente commessi da soggetti dipendenti di Eni nell’esercizio delle proprie funzioni e che l’esercizio di tali funzioni fosse stato conditio sine qua non nel verificarsi dei reati. Ma è proprio su questi punti nodali che l’accusa non ha portato alcuno specifico elemento di prova rimanendo ferma a quella mera elencazione di cariche di cui al capo di imputazione. E infatti, se entriamo nel concreto del discorso e incominciamo a vedere quali sono i soggetti in reazione ai quali si potrebbe in linea astratta giustificare una chiamata in causa di Eni, e quindi le posizioni per le quali viene dedotto un rapporto di dipendenza da Eni, potremmo verificare che mai tale rapporto è dedotto come esercizio di funzioni che siano state conditio sine qua non del reato, rappresentandone la necessaria occasione. Esaminando queste posizioni per prima vi è quella, per prima che seguo l’ordine del capo di imputazione, vi è quella di Eugenio Cefis per il quale c’è un’elencazione di cariche tra cui quella di presidente Eni da gennaio 1970 a novembre del 1971. Bene, questa enunciazione di carica che era nell’allegato A al decreto che dispone il giudizio non è mai stata oggetto di analisi in collegamento ai fatti che sono nella incolpazione. Perché se esaminiamo la requisitoria del Pubblico Ministero sulla posizione di Cefis vediamo che tutti gli argomenti sui quali egli ha incentrato la propria requisitoria riguardavano attività svolte da Cefis in Montedison ed in anni successivi e diversi da quelli riferiti alla sua posizione di presidente Eni da gennaio del 1970 a novembre del 1971. Tutto quello che egli addebita a Cefis in materia di conoscenza o conoscibilità della pericolosità del CVM riguarda periodi diversi in cui questo rapporto con l’Eni era ampiamente venuto meno. E lo stesso imputato Cefis, tanto nelle sue dichiarazioni spontanee dell’8 maggio del 2001, quando nell’interrogatorio del 7 febbraio del 1997 fa riferimento solo ad attività che ha svolto in periodi diversi ed in veste diversa da quella che ho indicato. All’Eni parla solo per dire quale era la sua società di provenienza, e non credo che l’indicazione dell’Eni come società di provenienza possa essere costitutiva di una responsabilità. Non è questa infatti una nozione che corrisponda anche lontanamente ai paletti fondanti della responsabilità civile. Se passo velocissimamente alla posizione di Alberto Grandi, altro soggetto per il quale si delinea una posizione, si sottolinea una posizione di presidente Eni dal 17 maggio del 1980 a maggio del 1982, si rileva come nella requisitoria, in tutte le argomentazioni dell’accusa pubblica e privata, la sua posizione venga esaminata per fatti accaduti dopo la sua entrata in Montedison e comunque non collegati alla sua posizione di presidente Eni, e perché non collegati alla posizione di presidente Eni? Perché la sua posizione di presidente Eni cessa a marzo del 1982 quando ancora nemmeno gli aspetti preliminari relativi alla costituzione del polo chimico si sono posti all’attenzione di Eni. La primissima delle date in cui questo problema si pone all’attenzione di Eni è senza dubbio quella del preaccordo Montedison del 28 ottobre del 1982, cioè di una data successiva a quella della quale Alberto Grandi svolgeva le sue funzioni di presidente Eni. E quindi ancora una volta nessuna attività che si colleghi al rapporto di dipendenza con l’Eni, e tutto questo dopo che l’istruttoria dibattimentale ha esaminato tutte le attività svolte dagli imputati, non sulla fase iniziale dell’enunciazione del capo di imputazione. La posizione di Italo Trapasso, si è detto che ha il record dell’elencazione... (Interruzione della registrazione) ...Stavo dicendo di Trapasso, per il quale c’è questo record di cariche ma con riferimento al quale l’unica posizione nella quale viene richiamata una posizione dirigenziale in ENI, è quella che va dal 1 ottobre dell’80 al 31 dicembre dell’81, direttore di programmazione Eni. Anche qui, tutta la materia trattata dal Pubblico Ministero attiene a fasi, ad attività diverse da quelle riferibili a questo periodo ed a questa funzione ed anche qui la spiegazione è evidente: nel periodo tra l’80 e l’81 non accade nulla di rilevante ai fini della responsabilità in questo processo, Eni è ben lontana dal prendere in considerazione il petrolchimico e lo stesso dottor Trapasso ci dice, nel suo interrogatorio del 29 novembre del ‘96 e nella sua memoria, ci dice che nel periodo in cui era direttore di programmazione dell’Eni, si era interessato del progetto fallito della joint-venture che avrebbe dovuto unire la sua Oxidentale del dottor Hammer alla Enox Italia e non di vicende inerenti il petrolchimico, che erano ancora di là, da venire. E direi che sto per esaurire l’elenco, che è brevissimo, perché poi ho Cirillo Presotto e Alberto Burrai per i quali la parola Eni è usata nel capo di imputazione, ma a proposito dei quali si parla di posizione di dirigente, per l’uno e per l’altro, di società del gruppo Eni. Cioè, qui non si fa riferimento ad una posizione diretta di Eni, ma di una posizione di dirigente di società del gruppo. Di questo aspetto parlerò naturalmente quando parlerò dell’aspetto dell’autonomia del gruppo, perché qui non è nemmeno in questione un rapporto di dipendenza. Ed è l’ultimo soggetto questo di cui parlo per il quale viene invece citato un rapporto con Eni, io parlo signori del Tribunale, di rapporto di dipendenza, anche se sappiamo tutti che quando si parla di presidenti e di amministratori delegati non c’è un rapporto di dipendenza. Ma voglio estendere al massimo la logica di una norma che non usa in maniera molto precisa i termini cui oggi siamo abituati, parlo ancora di committenti, di commessi e cose di questo genere e voglio quindi considerare, sia pure in una prospettiva giuridicamente non puntuale, che anche certe cariche possano, per assurdo, essere riportate ad un rapporto di dipendenza, sia pure genericamente inteso. Bene, per Lorenzo Necci, quanto alle sue qualifiche, si parla di lui come membro della Giunta esecutiva in Eni dal settembre ‘75 al marzo ‘82, in Enichem dal gennaio ‘82 al febbraio ‘90 e poi come Presidente dell’Enimont dal dicembre dell’89 al febbraio ‘90. Devo dire che nonostante il lungo periodo trascorso in Eni da Lorenzo Necci, nessuna attività gli viene contestata nella qualità rivestita come dirigente di questa società ed è evidente il perché: ancora una volta, fino all’82, nessun interessamento neppure marginale vi era stato di Eni al Petrolchimico prima dell’accordo programmatico del 28 ottobre del 1982. E se dovessimo parlare del rapporto delineato dall’articolo 2049, avremmo finito, perché queste sono gli unici riferimenti che troviamo nel capo di imputazione e, si fa per dire, nello sviluppo delle prove, perché non c’è stato, con riferimento a questi periodi, dicevo gli unici riferimenti che abbiamo ad una posizione di dipendenza o di dirigenza in Eni. Ma proprio la debolezza dell’impianto accusatorio sul tema fondamentale per il responsabile civile del rapporto di dipendenza come funzionale alla commissione del reato, ha indotto l’accusa pubblica e privata ad elaborare una serie di teorie succedanee rispetto a quelle del rapporto di dipendenza, a quelle ricavabili dal testo e dall’interpretazione rigorosa degli articoli 182, 2043, 2049 del Codice Civile. E’ una serie di tesi succedanee volte a far leva sull’assetto dei rapporti societari e cioè sull’esistenza di una partecipazione azionaria, sulla esistenza di un gruppo di società, sulla esistenza di una cosiddetta direzione unitaria, su una asserita esistenza di delega di funzioni e su un asserito ruolo di ENI come soggetto che tira le fila di una specie di complotto volto a rivoluzionare l’assetto societario del polo clinico ed a coprirne le responsabilità ambientali. Già in una prospettiva di carattere generale, si deve dire che questo tipo di prospettazione non è affatto in linea con i presupposti della responsabilità civile nascente dal reato. Qui, in quest’aula, è stato detto e lo ripeterò brevemente, non si sta celebrando un processo alle società, alla loro politica di impresa, al loro assetto, alle loro scelte di strategia aziendale. Qui si deve celebrare un processo ai singoli, alle loro responsabilità individuali, ai reati da loro eventualmente commessi in rapporto di occasionalità necessaria con la funzione esercitata alle dipendenze della società, e questo già sarebbe sufficiente di nuovo per chiudere il discorso e per far riassumere ad Eni il ruolo di convitato di pietra di questo processo. Ma poiché si tratta di argomenti ampiamente percorsi da parti civili e da pubblica accusa, me ne devo far carico e soprattutto devo far carico al Tribunale di una brevissima disamina di questi aspetti, per come sono stati dedotti dalle parti di accusa. La prima tesi, quella del complotto, che poi si articola a sua volta nella tesi delle scatole cinesi, ed è una tesi che si atteggia in molte delle arringhe di parte civile. La tesi secondo cui gli accordi intrapresi nel 1982 per il riassetto del polo clinico ed in particolare la costituzione di società in cui avrebbero dovuto confluire le attività inerenti al polo clinico, avrebbero rappresentato un vero e proprio piano criminoso volto a creare una serie di barriere societarie, il cui compito preciso sarebbe stato quello di allontanare dal vertice le responsabilità per la gestione di impianti pericolosi e fatiscenti, mantenendo il controllo su di essi, naturalmente riporto la tesi di queste parti. Ora, questa tesi è completamente smentita da una pacata lettura delle delibere CIPE, in cui sono preventivamente disciplinati tutti i punti salienti del programma rispetto alle quali Eni è stato mero esecutore delle volontà statali. Io credo che in questo processo si sia dato poco rilievo alla circostanza che tutto ciò che ha fatto Eni era preventivamente delineato e successivamente approvato dagli organi di controllo statali. Se io prendo la delibera 29 luglio del 1982, quella di approvazione delle linee di razionalizzazione del ciclo delle oleofine e coprodotte del... quello da cui inizia l’interessamento al polo clinico, io vedo che in questa delibera c’è già tutto, c’è già l’elencazione delle società, c’è già l’individuazione degli scambi intersocietari che ci saranno tra Montedison ed Eni. Eni non tira le fila di alcun complotto, non crea nessuna scatola cinese, si limita ad eseguire puntualmente con l’accordo sulla razionalizzazione della struttura industriale, ciò che il CIPE ha puntualmente indicato. E la riprova l’abbiamo nella successiva delibera del 22 dicembre del 1982 indirizzi di razionalizzazione dell’industria chimica in Italia, in cui il piano preventivo è sottoposto specificamente al controllo del CIPE e alla sua approvazione ed il CIPE addirittura si occupa del prezzo delle cessioni. Dunque, non attività che avvenga nei termini di complotto di cui hanno parlato le parti civili, una attività che avviene alla luce del sole ed anzi, sotto l’egida di una volontà statale. E che l’Eni abbia eseguito delle direttive statali, non deve stupire. Laddove ci si soffermi, sia pure brevissimamente sulla natura giuridica dell’Eni, che è stata costituita con legge del 1953 ed è un ente di gestione di partecipazioni statali, ente di gestione di partecipazioni statali. Già nella stessa denominazione rileviamo quando siamo lontani da una attività di gestione di impresa. La sua legge istitutiva dice che essa ha come compito di promuovere ed attuare iniziative di interesse nazionale nei settori della chimica e della ricerca. Dunque, iniziative programmatiche e non gestione diretta di attività di impresa. L’articolo 3 dice che può promuovere la costituzione di società per questo scopo, per l’attuazione di iniziative di interesse nazionale e quella di cui stiamo parlando era una iniziativa di interesse nazionale, sotto l’impulso e il controllo del CIPE. Ed ancora, l’articolo 4 dice che l’Eni ha il compito di provvedere alla riorganizzazione per rami economici omogenei delle imprese partecipate, un compito ancora una volta strutturale e non gestionale. E sempre la legge del ‘53 dice che le direttive generali che l’ente deve seguire per l’attuazione dei propri compiti, sono determinate da un comitato composto dal Ministro per le finanze, dal Ministro per il tesoro e dal Ministro per le industrie e il commercio che lo presiede. Dunque, c’è una totale immedesimazione tra l’Eni e i programmi pubblici di cui si rende esecutrice. E che l’Eni sia un ente che aveva come unico compito quello di una gestione programmatico finanziaria e non una gestione di impresa, ce lo ricorda nitidamente anche Bernabei nella sua deposizione come teste all’udienza del 4 aprile 2000 quando, nella trascrizione a foglio 152, risponde ad una domanda di parte civile: "L’Eni non ha competenze tecniche, perché all’epoca era un ente di gestione delle partecipazioni statali. Successivamente, anche dopo la trasformazione in società per azioni, ha sempre mantenuto il carattere di ordine finanziaria quindi senza responsabilità operative". Dunque, non una società operativa ma un ente di gestione di partecipazioni statali, alla stessa stregua dell’IRI. IRI ed Eni vengono costituite nello stesso periodo e con le stesse caratteristiche. Ma, mi chiedo: verrebbe mai in mente a qualcuno di citare come responsabile civile l’IRI per fatti di inquinamento commessi, in ipotesi, dall’Alitalia? Credo proprio di no. E perché viene in mente per Eni di citarla come responsabile civile essendo Eni esattamente nella stessa posizione di IRI nell’assetto delle partecipazioni statali? Non lo so, mi cerco una risposta, forse solo perché Eni è stata il gioiello dell’economia pubblica italiana, perché ha prodotto utili per lo Stato e perché qui, da parte di qualcuno, come vedremmo, si vuole criminalizzare non uno specifico comportamento illecito ma, cito testuali espressioni di alcune parti civili: "La produzione di profitto", profitto poi come vedremo, per lo Stato. Ma prima di giungere a questa criminalizzazione bisognerebbe meditare ancora sulla natura giuridica e sulla struttura e sulla normativa che presiede l’Eni. Se io leggo un qualunque manuale di diritto amministrativo che mi definisce la società di gestione di partecipazioni statali, io trovo questa definizione: innanzitutto si premette che tale forma di gestione delle partecipazioni statali, non comporta la gestione pubblica delle attività economiche. Infatti, gli enti di gestione delle partecipazioni, non altrimenti da ogni azionista, non dispongono del potere di inserirsi nella gestione delle società del gruppo e di deliberare essi le operazioni di queste. E’ un qualunque manuale, credo che sia, il Cerulli-Relli, ma tutti riportano questo stesso tipo di definizione. E nell’esaminare i vari casi in cui nel partecipare in qualità di azionista ad una società dell’ambito delle partecipazioni statali si citano i casi che possono essere marginali, si dice, come quelli della partecipazione di minoranza ad una società privata in cui uno o più enti pubblici non raggiungano nell’impresa una forza tale da assumere in essa una posizione di controllo e dunque si limitano ad una funzione di investimento. E si fa l’esempio in questo manuale che certo non è stato confezionato in vista di questo processo al caso in cui un ente di gestione di partecipazioni svolga una mera funzione di investimento, si fa il caso delle azioni della società Montedison acquistate nel 1968 dall’IRI e dall’Eni e successivamente dismesse; si dice cioè che in questo caso addirittura la società di gestione delle partecipazioni statali svolge un mero ruolo di investimento. Vedete come siamo lontani dalla gestione delle imprese sottostanti? Ma anche quando c’è partecipazione totalitaria il controllo della società di gestione delle partecipazioni attieni agli aspetti finanziari e strategici della partecipazione e non alla gestione operativa delle società. Dunque un compito di natura economica gestito nell’interesse dello Stato sotto il controllo dello Stato e secondo direttive impartite dallo Stato. Ma di tutto ciò non ha tenuto conto l’accusa, la quale anzi ha voluto vedere nella partecipazione azionaria e nella struttura di gruppo la fonte di una responsabilità civile da fatto illecito. Le parti civili che si sono occupate del problema della struttura del gruppo con riferimento anche alla posizione di Eni sono quelle rappresentate dall’avvocato Garbin, dall’avvocato Salsa e dall’avvocato Scatturin e poi dal Pubblico Ministero sia pure in una prospettiva di carattere generale. Qui dividiamo queste posizioni tra coloro che parlano di una semplice partecipazione azionaria come costitutiva di un ruolo idoneo dal ruolo responsabilità civile, ma su questa tesi spenderò ben poche parole perché l’azionariato è cosa istituzionalmente diversa dalla gestione della società, avere il possesso di azioni di una società non vuol dire gestirla e quindi non vuol dire condividere le responsabilità di gestione e quindi con riferimento a quel 15% di partecipazione azionaria di Eni-Montedison credo che il problema sia facilmente risolto. Tanto cioè vero che le parti civili si soffermano prevalentemente sul ruolo di holding con riferimento ad Enichem e ai principi della responsabilità della capogruppo per attività ed azioni poste in essere dalle società controllate. Qui le parti civili citano dei casi, citano delle sentenze, ma citano delle sentenze che, lungi dal dimostrare la validità della loro tesi, dimostrano proprio che l’esistenza in sé di un rapporto di partecipazione ad una situazione di holding non è di per sé sufficiente a dar luogo ad una ipotesi di responsabilità civile per fatto di reato perché, ad esempio, l’avvocato Salsa cita l’esempio della (Moco Diaz), esempio nel quale la società è stata condannata per aver - lo dice lo stesso avvocato Salsa - effettuato la progettazione della nave, non per essere in un rapporto di capofilato rispetto ad una holding. Le altre tesi delle parti civili parlano della possibilità di un collegamento funzionale ed economico tra i soggetti della holding, parlano di gruppo societario, ma non tengono conto o tengono conto in maniera parziale della giurisprudenza e di un sistema giuridico che non conosce un concetto normativo di gruppo, non riconosce alla holding alcuna autonomia giuridica, non la costituisce come referente di doveri-poteri autonomi e diversi da quelli delle singole società che la compongono. Le parti civili hanno fatto, come dicevo, riferimento ad una giurisprudenza che non atteneva a ordinari rapporti infragruppo, ma a specifici interventi della capogruppo nella gestione di società sottostanti; quando invece la giurisprudenza si è occupata del fenomeno del gruppo in sé è pervenuta a conclusioni profondamente diverse. Questo è accaduto sia in materia di lavoro laddove si è detto che nella materia... che in una situazione di holding il fatto che più società facciano parte di uno steso gruppo e che tra le medesime vi sia un collegamento non è motivo sufficiente per ritenere esistente un unico soggetto giuridico o centro di imputazione di rapporti autonomo rispetto alle società stesse. E’ stato ribadito in materie attinenti alla dichiarazione di insolvenza della società, l’accertamento dello stato di insolvenza necessario per sottoporre l’impresa alla procedura di amministrazione controllata deve essere effettuato con esclusivo riferimento alla situazione economica di ogni società del gruppo. E’ stato detto dalla giurisprudenza con riferimento alla bancarotta, come vi ricordava questa mattina, se ce ne fosse stato bisogno, il professor Sgubbi laddove si è detto che in una situazione di gruppo di imprese la distrazione tra controllante e controllata o tra società del gruppo non... può non essere considerata come penalmente rilevante perché ciascuna società conserva la propria autonomia giuridica e la propria riferibilità in termini di responsabilità. Avviene per il bilancio consolidato nell’ambito del quale non si risponde se non per fatti conosciuti nel momento della redazione e sottoscrizione del bilancio consolidato, ma non per fatti che derivino e siano riferibili alle società controllate. Se così è, cioè se la giurisprudenza riconosce sempre l’autonomia all’interno del gruppo, non si può poi cambiare vestito quando fa comodo, non si può dire che il gruppo è privo di autonomia quando si tratta di bancarotta fraudolenta e poi volerle attribuire autonomia quando fa comodo per creare un artificioso centro di imputazione di responsabilità civili per fatti illeciti ascritti alle società sottostanti. Devo dire, ma è veramente l’ultima considerazione su questo punto, che la giurisprudenza anche quando è stata posta di fronte a fatti di disastro plurisoggettivi non è mai stata sfiorata dall’idea di una responsabilità civile per fatto della controllata se al rapporto infragruppo non si aggiunge una effettiva ingerenza nella gestione dell’impresa. E’ esemplare da questo punto di vista il caso (Icmesa Seveso), che mi permetto di richiamare. Nell’ambito di questo caso c’era la società (Gigodam), che era la controllante di (Icmesa). Bene, la Corte d’Appello riformando la sentenza di primo grado e venendo poi confermata dalla Corte di Cassazione assolse l’imputato (Valdwogel), amministratore delegato della (Gigodam) e Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’(Icmesa), controllata dalla prima, perché mancava la prova di ogni ingerenza e perché la definizione delle politiche di impresa non comporta la responsabilità sulle modalità di svolgimento della produzione; distinse dunque nettamente i due piani, quello della programmazione e quello della gestione, esclude la responsabilità rilevando che non vi era stata una prova di ingerenza e stabilendo dunque e ribadendo quel principio intorno al quale è ruotata questa parte della mia discussione, il principio cioè che all’interno del gruppo ogni società mantiene la propria autonomia a meno che non vi sia uno specifico fatto di ingerenza. L’altra tesi succedanea delle parti civili è quella della direzione unitaria, una tesi enunciata dall’avvocato Scatturin secondo il quale la responsabilità civile qui si radicherebbe nella direzione unitaria da cui deriva la responsabilità degli amministratori di società dominanti. Bene, signori del Tribunale, io credo che quando si usino dei concetti giuridici si debba usarli nel loro contesto, nel panorama normativo in cui sono collocati e col preciso significato che essi giuridicamente hanno. Il tema della direzione unitaria viene introdotto nel nostro ordinamento dalla legge Prodi, ma viene introdotto come ipotesi del tutto eccezionale di responsabilità per direzione unitaria solo quando si verifichino una serie di presupposti, il primo dei quali è che le società nei confronti delle quali vi sia un rapporto da controllore a controllato siano in amministrazione straordinaria e l’eccezionalità di questa normativa risiede proprio in questo, quando vi è un’amministrazione straordinaria l’ingerirsi nelle attività della controllata può produrre una responsabilità civile proprio perché si è in un momento estremamente delicato della vita della grande azienda, si è in un momento nel quale il ripartire o il morire della società dipendono dall’assoluta correttezza dei comportamenti di tutti in una situazione che dimostra come soltanto una espressa previsione normativa può radicare nel rapporto controllante/controllata una ipotesi di responsabilità. Non solo una situazione eccezionale completamente diversa da quella ordinaria, ma una situazione nella quale comunque è richiesto un plus rispetto ad una situazione di rapporto, di controllo tra società. Questo quid pluris che era già stato individuato dalla dottrina nell’interpretazione della prima legge Prodi come una fattispecie semplice, quella del primo comma, cioè la esistenza di una situazione di controllo cui si connette una determinata disciplina, cui si affianca una fattispecie complessa dalla quale discende un’altra disciplina e questa fattispecie complessa è data comunque dalla ingerenza della società controllante nell’attività della società controllata e ciò è ulteriormente confermato poi dalla Prodi bis che entrando in vigore nel 1999 specificò questo concetto di direzione unitaria come costitutiva di una ipotesi di possibile responsabilità nell’ambito dei rapporti tra controllante e controllata in termini di abuso della posizione di direzione unitaria. Dunque, signori del Tribunale, non ci siamo sia perché questo è un concetto eccezionale riferito solo alle grandi imprese in crisi sia perché ad esso comunque è inerente una posizione di ingerenza nei rapporti tra società controllante e società controllata e anche perché l’esistenza di una situazione di direzione unitaria va provata nel concreto, va provata sempre provando quegli elementi ulteriori di ingerenza cui faceva oggi riferimento anche il professor Sgubbi e sui quali, quindi, non mi dilungo sotto il profilo dell’esigenza di provarli e della assoluta mancanza di prova di una effettiva situazione di posizione di ingerenza assunta dall’ENI nei confronti delle sue controllate. Infine, e sarò brevissima, alcune parti civili hanno parlato di un fondamento di responsabilità civile dell’Eni nell’ambito della delega di funzioni e qui devo dire che posso spendere veramente poche parole perché l’istituto della delega di funzioni applicato ai rapporti tra società veramente travalica oltre ogni limite l’autonomia societaria e travalica gli stessi presupposti della delega perché un soggetto possa delegare ad altri un potere o una funzione è necessaria una assoluta omogeneità di posizioni tra delegante e delegato, cioè è necessario che il delegante sia in grado di conferire dei poteri e il delegato di riceverne, il che nell’ambito di rapporti tra due società non è stato mai nemmeno lontanamente ipotizzato. Mi avvio veramente alla conclusione per fare un accenno ad un’ultima delle tesi enunciate dalla parte civile secondo la quale la responsabilità civile della società deriverebbe dalla produzione di reddito. "Dalla produzione di reddito", l’espressione si riferisce alla fase in cui l’Eni è stata trasformata in società per azioni, è stata privatizzata, peraltro per modo di dire, signori del Tribunale, perché Eni è tuttora interamente prevalentemente partecipata dal Tesoro, e per dire che la logica del profitto è diventato il fine istituzionale della società e ne determinerebbe la responsabilità civile. Bene, io non credo che il profitto sia un reato e credo che se una società statale ha prodotto profitto e questo profitto è andato a beneficio dello Stato perché ai sensi dell’articolo 22 della legge 10 febbraio 1953 il 20% degli utili dell’Eni vanno alla formazione del fondo di riserva, il 15% all’incoraggiamento delle ricerche scientifiche e il 65% allo Stato. La produzione di un utile per lo Stato, sotto il controllo dello Stato, con degli organi che come indicano gli articoli 12, 14 e 15 sono organi di controllo interni alla società, ma di matrice statale, non possa certamente rappresentare il fondamento di una responsabilità civile di questa impresa e non può rappresentare fondamento civile di una richiesta di risarcimento in cui è lo Stato, stante questa struttura dell’Eni, che fa il processo allo Stato, è lo Stato che chiede i danni allo Stato e che per una parte riceve gli utili dell’Eni e per l’altra oggi ci chiede i danni come responsabili civili. Se vogliamo che questo rimanga un processo storico, ma un processo legato alla storia della prova e non un processo alla storia delle società e al sistema delle partecipazioni statali, io credo che la conclusione cui si debba pervenire sia quella di una esclusione della responsabilità civile di Eni.

 

Presidente: grazie. Avvocato Carboni, guardi, io credo che siamo arrivati un po’ al limite. Lei potrà prendere la parola domani mattina, va bene? La ringrazio. Eventualmente le parti civili e la pubblica accusa potranno recuperare poi sui tempi.

 

Avvocato Severino: Presidente, chiedo scusa, posso soltanto depositare a nome del professor Alessandri e dell’avvocato Pedrazzi le memorie difensive nell’interesse di Grandi, Trapasso, Gaiba e Belloni con relativo supporto magnetico e depositerei anche il supporto magnetico di quella memoria in materia ambientale depositata verso metà settembre dall’avvocato Mucciarelli e altri difensori.

 

RINVIO AL 10 OTTOBRE 2001

 

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