UDIENZA DEL 10 LUGLIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. PADOVANI - AVV. ALESSANDRI

 

Presidente: procedo all’appello. Bene, allora possiamo dare inizio senz’altro all’udienza; secondo il programma già prestabilito mi pare che oggi fossero previsti gli interventi dei difensori Montedison, o meglio del difensore del responsabile civile Montedison, il professor Padovani, e poi dell’Avvocato Alessandri. Quando vuole prendere la parola, prego.

 

AVVOCATO PADOVANI

 

Avvocato Padovani: grazie, signor Presidente. Signor Presidente, signori del Tribunale, spetta a me aprire la serie delle difese Montedison nonostante io sia solo il difensore del responsabile civile. Ma, in realtà, in questo processo, il responsabile civile appartiene, direi a pieno titolo, alla serie degli imputati; e, in questo senso, io difendo forse il principale imputato. Non ho ambizioni e megalomanie, diciamo uno degli imputati. Questo naturalmente non corrisponde ad un ordine processuale naturale; nell’ordine processuale naturale il responsabile civile viene a rimorchio delle condotte degli imputati che lo avvingono, per l’appunto, ad una responsabilità. Ma l’ordine processuale reale non sempre corrisponde a quello naturale. E, in questo caso, non vi corrisponde, perché ha determinato, per l’appunto, questo mutamento radicale di prospettiva, che dipende fondamentalmente da tre fattori che costituiscono, a loro volta, tre precise traiettorie e sono in pratica la cifra del processo, chiavi di lettura. Anche se, in realtà, queste chiavi non aprono nessuna porta, ma tendono piuttosto a chiuderla. E questi tre fattori, che io indicherò brevemente, ma che ritorneranno spesso nel corso della mia esposizione, per cui non ho bisogno di esemplificare ora, in questa piccola fase introduttiva, questi tre fattori dicevo: in primo luogo la massificazione delle condotte; in secondo, l’anticipazione - retrocessione delle valutazioni; in terzo luogo la moltiplicazione dei piani di rilevanza.

La massificazione delle condotte, nel senso che le condotte rappresentano in questo processo un dato fortemente impersonale, sono indicate per accumulo, per concentrazione, per sovrapposizione, individuando tipologie di comportamenti che chiunque potrebbe avere realizzato; non qualcuno in particolare. E si coinvolgono così vicende d’impresa che spaziano dalla finanza all’organizzazione, dalla gestione degli impianti al controllo dell’attività lavorativa. La condotta quindi tende a compattarsi. E, compattandosi, essa subisce, è il secondo fattore, una qualificazione che è tendenzialmente atemporale; le valutazioni, in questo processo, testi normativi, discipline, acquisizioni scientifiche, tendono a sovrapporsi e si attualizzano, come se il prima ed il dopo avessero smarrito il loro significato. Si discute, ma è un esempio recente, di rifiuti liquidi, una problematica degli anni Novanta, avendo davanti agli occhi un documento del ‘73. E questo dice tutto in ordine a questo elemento di direi frantumazione temporale. E, infine, è retta una condotta monumentale, si delineano offese gigantesche, attraverso la moltiplicazione dei piani di rilevanza giuridico-penale, in cui le fattispecie incriminatrici sono, per così dire, evocate a grappolo, ripetute, innestate l’una sull’altra, sovrapposte, moltiplicate, senza che a nessuna sia precisamente attribuito il suo fatto. Come se fossero state chiamate non a descrivere ma a simboleggiare l’offesa. Quindi ciò che viene messo sotto processo è in realtà un’intera attività d’impresa, che non è in effetti l’attività di questo o quell’organo, di questa o quella persona fisica, di questo o di quel dirigente; è dell’imprenditore, nel suo complesso, e quindi di Montedison, per un certo tratto di strada. Poi viene rifratta nei singoli, che rispondono nelle rispettive qualità e secondo i periodi di loro competenza, a ciascuno il suo ritaglio, che egli stesso dovrà ricavare da questo contesto complessivo. E, del resto, è stata contestata in questa stessa logica la circostanza aggravante nell’aver agito per un motivo futile: il profitto economico. Profitto economico, motivo futile. Ora, il profitto economico chiaramente non sarà di questo o quel dirigente che hanno lavorato per uno stipendio; sarà dell’impresa. Che, secondo il quadro dell’Accusa, non solo ha commesso offese gigantesche, ma le ha commesse per quattro soldi. Perché solo questo regge la futilità: la proporzione manifesta tra il delitto commesso e il vantaggio che ci si riprometteva di ricavare. Solo questo dava futilità. Ma la futilità è, evidentemente, futilità dell’imprenditore. Il professor Leon, per la verità, attribuisce al profitto del trasgressore mi pare 11 mila miliardi; vuol dire che 11 mila miliardi sono un profitto futile, cioè sproporzionato. Ora, se questo è vero, è chiaro che si è sovvertito il processo d’imputazione ordinario, che di solito muove dalla persona fisica per risalire alla persona giuridica; e qui invece muove dalla persona giuridica, attività d’impresa nel suo complesso, per rifrangersi poi nella persona fisica. Perciò, il vero imputato è Montedison; e gli imputati sono in realtà ostaggi processuali, stanno qua come epifenomeni, fungibili fondamentalmente irrilevanti, possono sparire dalla scena senza che il quadro muti, perché il quadro è fatto e delineato per resistere anche alla loro scomparsa. Ed arrivano in fondo quando arrivano, arrivano di scorcio, arrivano perché non si può non arrivare anche a loro. Un po’ come il maggiordomo che nelle commedie deve pur dire: signori, la cena è servita; sennò la commedia non va avanti. E quindi, difendendo il vero imputato, dovrò prima di tutto tratteggiarne in due parole certe caratteristiche che individuano il fondamento della sua partecipazione a questo processo. Perché il fondamento per il quale Montedison sta in questo processo è la continuità giuridica: Montedison riproduce e perpetua il soggetto di cui si parla in questo processo, anche se non è più lo stesso soggetto. Non lo è più per compagine societaria, mutata più volte, da ultimo nel corso di ulteriore modifica; non è per struttura e per funzioni, non è per il gruppo che controlla. Quindi è un’altra società, un’altra impresa, con un altro oggetto sociale completamente diverso. E`, in sostanza, un pronipote che risponde per l’eredità dell’avo. Un’eredità con la quale è chiamata a fare i conti. E mi si dirà: certo, sono le regole del gioco hic Rhodus hic salta, questa continuità ti tiene avvinto a questo processo. E io non lo discuto, anzi in qualche misura lo rivendico, perché nella società industriale, tra il ‘70 e l’80 Montedison non sarà stata forse migliore del suo tempo, ma non è stata neppure peggiore del suo tempo. D’altra parte, se le regole del gioco sono queste, valgono fino in fondo. La corda con cui si vuole impiccare Montedison non può essere né più stretta né più lunga di quel che la continuità giuridica autorizza. Deve essere esattamente quella della continuità giuridica. E quindi può svolgere la sua efficacia nei limiti entro i quali può svolgersi. E questi limiti sono, innanzi tutto, limiti temporali ben definiti, che io tratteggerò nella prima parte della mia esposizione; entro questi limiti temporali si collocano, e sarà la seconda parte della mia esposizione, titoli di responsabilità sui quali occorre discutere; e, infine, entro questi limiti temporali, si tratta, e sarà la terza ed ultima parte della mia esposizione, di discutere del danno ambientale, cioè della conseguenza più travolgente nei confronti del responsabile civile, quella che esprime nei fatti la richiesta di una condanna a morte. Perché di questo si tratta. Se si parlasse di un processo intentato alla persona giuridica, la richiesta di questa sanzione equivarrebbe ad una condanna a morte.

La prima parte dunque, la definizione dei limiti. I limiti entro i quali Montedison è avvinta a questo processo, i limiti entro i quali si esprime questa continuità giuridica in forza della quale Montedison sta qui, da me indegnamente rappresentata. Montedison, com’è stato documentato, esce dalla proprietà e dalla gestione dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera in una data ben precisa e con un titolo ben individuato. La data è il 31 dicembre 1980; il titolo è rappresentato dal conferimento di azienda rispettivamente a Montedipe S.p.a. e a Montepolimeri S.p.a.. A Montedipe per i prodotti petrolchimici di base, quindi il crackingoleifinico, il clorosoda, l’acido tereftaltico, il caprolattame, l’acido acetico, derivanti e solventi clorurati; e a Montepolimeri l’azienda per la produzione e il commercio delle materie plastiche, tra cui appunto l’unità di Porto Marghera: produzione di CVM, PVC, TDI, cianuri. Questa data, del 31 dicembre 1980, coincide con una più ampia trasformazione della società che vede il suo passaggio da società operativa complessa a società holding. La parte operativa viene assegnata a società che sono dotate di autonomia politica, gestionale, finanziaria, produttiva, commerciale, e così via. Il 31 dicembre in sostanza coincide con la nascita del gruppo Montedison. Ma sta di fatto che dopo quella data, anche se sono intervenute, e ne accennerò, intricate vicende societarie, Montedison non è più in quanto tale coinvolta nella gestione, né conserva alcuna proprietà a Porto Marghera. Altri sono venuti dopo, però Montedison in questo processo viene chiamata sul presupposto, neanche tanto implicito, direi piuttosto esplicito, che in realtà l’arco della sua responsabilità si proietti ben oltre: l’83, l’87, l’89, forse ieri, non so quanto. Però ben oltre la data del 31 dicembre 1980. A questo punto bisogna chiedersi come mai una società, che ha dismesso proprietà e gestione ad una certa data, possa essere chiamata nonostante questa dismissione a titolo di responsabile civile per fatti intervenuti successivamente, quali che essi siano. Ora, questo tentativo, questa idea, di ascrivere a Montedison una qualsiasi responsabilità per fatti intervenuti dopo il 31 dicembre 1980 a me non pare ammissibile, né giuridicamente in astratto e né operativamente in concreto, e cioè in rapporto alle vicende societarie intervenute nell’arco di tempo in cui si vuole vedere coinvolta la responsabilità di Montedison. Non in astratto, perché la posizione in astratto sostanzialmente coinvolge la problematica relativa alla responsabilità della capogruppo. Montedison, è stato affermato esplicitamente, nel corso della discussione da parte della Parte Civile, l’Avvocato Scatturin mi pare, con dovizia di argomentazioni, che in realtà Montedison sta comunque in questo processo come responsabile civile in quanto capogruppo. Posizione che, ovviamente, non si contesta. Che Montedipe e che Montepolimeri facessero parte del gruppo Montedison è circostanza che può ritenersi appartenente al notorio. E questo perché la capogruppo, come vedrò più precisamente richiamando le parole dell’Avvocato Scatturin tra breve, dovrebbe considerarsi responsabile per gli illeciti intervenuti nella gestione delle controllate.

Ora, se vi è una certezza, direi piuttosto granitica e consolidata nell’ambito del nostro ordinamento giuridico, sono poche queste certezze, ma una di queste è che non esiste una nozione giuridica di gruppo. Perché di gruppo non si parla mai nella legge comune, si parla di società controllate e collegate a due soli fini: il divieto di acquisto di azioni tra controllate e controllante, divieto di acquisto di azioni della controllante per ovvi motivi legati all’effettiva consistenza del capitale, e l’obbligo di redazione di un bilancio consolidato di gruppo che vada dal 1991 e che fa carico agli amministratori della controllata. Fine della trasmissione, non c’è altro nel diritto comune. Perché il gruppo di società resta un fenomeno essenzialmente economico e non comporta l’identificazione di un autonomo soggetto giuridico capace di superare la personalità acquisita dalle singole società che compongono il gruppo, sì da determinare un centro di imputazione autonoma di rapporti giuridici. E, che la circostanza sia indubbiamente vera emerge a contraris, si potrebbe dire, dal rilievo che quando si è voluto, in settori peculiari, dare rilievo all’esistenza di un gruppo, lo si è fatto in modo molto esplicito. Così nel settore bancario e creditizio, laddove si è inteso dar vita, non alla soggettività del gruppo, ma ad una dimensione giuridica del gruppo, stabilendo la necessità che le controllate siano vincolate alle disposizioni della controllante, emanate per assicurare un’efficace vigilanza della Banca d’Italia. Ma si tratta appunto di un settore particolare in cui le esigenze di stabilità dell’intero gruppo inducono a incrementare i profili di rilevanza giuridica che il gruppo ha con una disposizione o con una serie di disposizioni ulteriori. Ma si tratta di esigenze che non sono, non vale nemmeno la pena di ricordarlo, trasferibili in nessun altro settore. Ora, l’Avvocato Scatturin, che del problema si è occupato con una certa lunghezza, ha invece espresso l’opinione, che riprendo testualmente, non volendo tradire in alcun modo il suo pensiero, che: "L’intima connessione tra tutte le società raggruppate in testa alla holding supera l’ostacolo delle distinte personalità giuridiche delle società controllate con la conseguente affermazione della riferibilità a ciascuna di esse delle obbligazioni del gruppo". Tutti rispondono di tutto! Conclusione, a mio giudizio sconvolgente, nel senso che sconvolge tutto quello che sinora si è detto, si è ripetuto, si è affermato, soprattutto in giurisprudenza, a proposito del gruppo. Ma mi pare che, in realtà, su questa via, non si faccia molta strada, perché le affermazioni giurisprudenziali in forza delle quali i soggetti societari, che fanno parte del gruppo, vanno trattati come tali, si sprecano e sono talmente abbondanti che io non voglio ricordarne nemmeno una, per non far torto al Tribunale, e soprattutto per non sciupare inutilmente tempo. Le indicherò, per completezza, nella memoria che presenterò, ma certamente non voglio qui nemmeno indicarne una. Le massime sono costanti nell’affermare che il gruppo di imprese non costituisce un soggetto giuridico, e comunque un centro di interessi autonomo rispetto alle società collegate; e questo ai più svariati fini: la nozione di interesse sociale, i rapporti di lavoro, la dichiarazione dell’insolvenza, la responsabilità degli amministratori, il conflitto di interessi. Una marea di profili dove il gruppo potrebbe emergere e non emerge. E non c’è verso di superare questo dato, perché la circostanza immanente al gruppo, che esista o possa esistere una direzione unitaria, non sposta in alcun modo i termini del problema. Com’è noto, l’esistenza di un gruppo con direzione unitaria autorizza un’estensione della responsabilità nel caso di crisi dell’azienda, in base alla normativa del 30 gennaio 1979, n. 26, l’ultimo comma, in forza del quale gli amministratori di una società non in crisi, facente parte dello stesso gruppo, la controllante ad esempio, possono rispondere dei danni che essi hanno cagionato alla controllata che è entrata in amministrazione straordinaria. Quindi i presupposti sono l’ingresso in amministrazione straordinaria; i limiti sono dati dai danni che gli amministratori devono avere arrecato. Insomma, tutte normative di settore, dettate ad hoc, che non hanno potenzialità estensiva. Quindi, su questo piano, mi pare che il percorso sia necessariamente piuttosto condizionato da un assetto che non ha possibilità di evolvere in direzione diversa. Né varrebbe la pena di richiamare, come pure talora si è fatto, l’eventuale sussistenza di una presunta posizione di garanzia degli amministratori della capogruppo per fatti illeciti di rilevanza penale, eventualmente commessi dagli amministratori della controllata, e cioè sostanzialmente applicare l’articolo 40 capoverso del Codice Penale "non impedire un evento che sia l’obbligo giuridico di impedire oppure a cagionarlo" agli amministratori della controllata. Qui il problema si riduce a una domanda: ma è enucleabile una posizione di garanzia a carico degli amministratori della controllante rispetto ai fatti commessi dagli amministratori o dagli organi della controllata? Del tipo: rapporto padre/figlio minore, affidatario incapace, o quant’altro. Qui non ho bisogno di far lavorare troppo i miei circuiti cerebrali, non sempre liberi e sgombri, perché posso avvalermi di autentiche autostrade, rappresentate dai lavori, credo a buon diritto ultimativi, di Cesare Pedrazzi e di Alberto Crespi. Quindi sto appoggiato sulle spalle di due giganti e posso camminare spedito. Entrambi rilevano che in circostanze come queste manca semplicemente l’essenziale, cioè la fonte dell’obbligo, perché non si può in alcun modo affermare che l’obbligo giuridico di impedire l’evento possa scaturire dalla semplice esistenza di rapporti di controllo societario. Perché? Perché il socio non ha mai una posizione di garanzia; la posizione di garanzia è sempre e necessariamente associata alle funzioni di gestione e di controllo del singolo organismo societario, mentre il socio, anche se è maggioritario, anche se è tiranno, ma non è amministratore, non ha una posizione di garanzia. E su questo piano bisogna ricordare una giurisprudenza icastica e particolarmente espressiva direi, che ha identificato correttamente la posizione dell’assemblea, cioè la posizione dell’organo dei soci, in una posizione di potere, mentre la posizione degli amministratori nominati dall’assemblea è una posizione di dovere, quindi chi deve sono gli amministratori, non l’assemblea. L’assemblea può far quel che vuole, ma sono gli amministratori che poi decidono. E, naturalmente, la regola non muta se il socio è una società che controlla, perché il compito di provvedere un’integrità degli interessi penalmente tutelati spetta agli amministratori ed ai sindaci della società concretamente operante. L’esistenza di una direzione unitaria del gruppo di bel nuovo non sposta né i termini del problema né la soluzione. Perché la direzione unitaria non esautora gli amministratori dalla gestione della controllata e di per sé non costituisce esercizio di alcuna attività d’impresa. Certo, possono esservi, se vi sono, e nei limiti in cui vi siano, singole situazioni di ingerenza specifica in questo o in quell’affare, ma allora il problema non è ricostruire a carico degli amministratori della controllante una posizione di garanzia che non può esistere; ma piuttosto stabilire chi ha amministrato quella società e se ci sono amministratori di fatto che si affiancano a quelli di diritto e che possono essere, questi amministratori di fatto, anche gli amministratori della controllante. Problema tutt’affatto diverso.

Del resto, che non sia non solo facile ma che non sia opportuno incidere su questa realtà, e cioè coinvolgere il gruppo, emerge da una circostanza sintomatica piuttosto recente, ma direi tale da raccontare una lunga storia. Ed è il recentissimo decreto legislativo 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa, mettiamola tra virgolette amministrativa, delle persone giuridiche delle società, che delinea una sorta di modello parapenale di riferimento attraverso il quale si imputa il reato all’ente, e con conseguenze piuttosto pesanti. In questo decreto legislativo non c’è una parola sui gruppi. Quale migliore occasione, visto che si trattava di un modello d’imputazione formalmente perlomeno non penale, quale migliore occasione per dare spazio, se si riteneva di dare spazio, ad un’eventuale responsabilità del gruppo, riconoscendo in ipotesi che in certe circostanze anche la capogruppo poteva essere coinvolta nella responsabilità della controllata. Ma perché non è stato fatto? Eppure questo decreto legislativo ripete una normativa comunitaria, quindi non si può neanche dire che si tratti di una legislazione di parrocchia che ci siamo cucinati tra un bollettino e l’altro. Qui si tratta di una disciplina comune, per la quale non si è inteso incidere sul gruppo. Ma perché? Perché non c’è coraggio, perché non basta l’audacia? Ma no, non è questo: perché il giorno in cui si incidesse sul gruppo si distrugge il gruppo; i gruppi nascono perché si vuole sostituire alla gerarchia di società operativa e complessa l’autonomia di società più flessibili, più agili, più moderne da questo punto di vista, capaci di prendere decisioni in tempi operativi più compatibili. Si sfrutta l’autonomia come una risorsa per consentire, per l’appunto, un rapido movimento sul mercato. Quindi s’incrementa la flessibilità operativa. Tutto questo proprio perché il gruppo funziona come un organismo fortemente articolato disarticolato. Il giorno in cui si punta l’indice sulla capogruppo e si dice: ma tu rispondi - con quella tendenza espansiva che poi è inarrestabile come un’inondazione, come una valanga, quando si apre il varco ad una responsabilità, in genere la responsabilità diventa una risorsa compensativa, quindi se ne fa diciamo l’uso più largo, è come una droga la responsabilità, soprattutto quella penale. Ebbene, il giorno in cui si facesse questo, i gruppi dovrebbero cessare di esistere, bisognerebbe tornare alle società operative complesse, perché a questo punto gli amministratori della controllante dovrebbero dire: un momento, visto che rispondiamo, teniamo tutto sotto controllo, ristabiliamo i vecchi circuiti gerarchici, perché tanto avere le società operative, avere riconosciuto l’autonomia, avere riconosciuto la flessibilità, avere eliminato la gerarchia non serve, tanto vengono a cercare noi. Ma se vengono a cercare noi, allora che ci vengano a cercare a buon diritto. Ed è per questo che nemmeno il decreto legislativo 231 ha adottato una soluzione che pure avrebbe potuto, in teoria. Perché non è possibile, perché sarebbe una soluzione che distrugge un certo tipo di economia di mercato. Può far piacere? Evidentemente non a tutti, se questa non è la disciplina adottata. Quindi è chiaro, mi pare, come non ci sia verso, non ci sia modo, per coinvolgere Montedison in fatti accaduti dopo il 31 dicembre 1980, assumendo il suo ruolo di capogruppo. Perché questa è una strada che non porta da nessuna parte. Ma v’è di più: se questo non bastasse, un riscontro direi piuttosto sommario delle vicende societarie intervenute sugli stabilimenti di Porto Marghera, perché ripeto nessuno si nasconde dietro un dito, e cioè nega che per un certo periodo il Gruppo Montedison, il Gruppo, società del Gruppo, siamo stati interessati a Porto Marghera, ecco la verifica di queste vicende ulteriori conferma anche in termini direi pedestremente formali o formalistici, forse formalistico è la parola più corretta, la circostanza desunta da un’analisi direi a più ampio respiro, se mi si passa l’espressione più sistematica, circa l’impossibilità di coinvolgere Montedison oltre il 31 dicembre 1980. Perché che cosa accade dopo quella data? Accadono molte cose, tantissime. E se io mi mettessi qui a ripercorrerle analiticamente, cosa che farò nella memoria, ma direi sarei certo di perdere quell’attenzione che il Tribunale cortesemente mi riserva, perché la dispersione tra vicende di passaggi, connessioni, fusioni, sarebbe tale da rendere impossibile seguire un filo argomentativo intellegibile. La parola è uno strumento che trascina, che convince, ma non può soffermarsi sui granelli di sabbia senza sollevare un polverone che acceca. E quindi mi limiterò a tratteggiare le linee essenziali sollecitando soltanto una distinzione di fondo tra proprietà e gestione. Dopo il 31 dicembre 1980 la linea proprietaria e la linea gestionale sono compattate in una: Montedipe, Montepolimeri. Questo fino al marzo ‘83. Perché dal marzo 1983 si verifica una scissione tra linea della proprietà e linea della gestione. La linea della proprietà passa a Riveda S.r.l.; la linea della gestione sta a Montepolimeri per le aziende a suo tempo ricevute in conferimento; mentre Montedipe continua la sua strada. Quindi la linea gestionale, è noto, si realizza attraverso un contratto d’affitto d’azienda, un contratto di lavorazione per conto, che realizzano questa scissione tra proprietà e gestione. Col dicembre 1984 la linea gestionale attribuita a Montepolimeri, che poi era la linea più cospicua, si concentra in Montedipe S.p.a., perché si realizza la fusione con Montepolimeri che porta in dote i contratti d’affitto d’azienda e di gestione di lavorazione per conto; e si prosegue così per un certo periodo, in cui Montedipe S.p.a. è il gestore. Il gestore per affitto o lavorazione per conto e, per quanto riguarda i vecchi rapporti con Montepolimeri, e in prosecuzione della propria originaria attività. Nel 1987 si ritorna all’unificazione delle due linee, la linea gestionale e la linea proprietaria si riconcentrano nuovamente in Riveda. Beh, a questo punto la domanda che sorge spontanea è: ma che è successo di Montedipe S.p.a.? Perché Montedipe S.p.a., fondendosi con Montepolimeri, era diventato il successore, per continuità giuridica, di quella società che il 1° gennaio 1981 aveva ricevuto in conferimento gli stabilimenti, quindi Montedipe S.p.a. che cosa fa, cosa succede di lei? Succede che essa conferisce a Montedipe S.r.l. l’azienda chimica il 2 giugno 1989, e quindi Montedipe S.p.a. genera, per così dire, Montedipe S.r.l.; dopodiché versa le quote di questa S.r.l. in aumento straordinario del capitale ad Enimont S.p.a.. Quindi il successore di Montedipe chi è, giuridicamente, in base a quella continuità dei valori giuridici che è una corda che stringe ed allenta a seconda che stringano o allentino le norme e le circostanze fattuali di riferimento. Questo è. Quindi direi che esiste la prova provata, la prova riscontrata, la prova due volte, se mi si passa l’espressione, che Montedison sta in questo processo, sì per continuità giuridica, quella corda c’è, l’ha presa al collo. Ma quella corda non può trascinarla oltre quella barriera temporale: il 31 dicembre 1980 quella corda si spezza. Mi si dirà: non si preoccupi, caro Avvocato, l’impiccagione avverrà ugualmente, la corda è lunga abbastanza. Perché all’interno di quel periodo ci sono tanti bei titoli di responsabilità, e quindi ce n’è d’avanzo per arrivare lo stesso al suo coinvolgimento. E quindi io posso ora, serenamente, serenamente si fa per dire, ma comunque posso passare alla disamina dei titoli di responsabilità, e quindi affrontare la seconda parte. Una parte certo un po’ più impegnativa della prima, del mio intervento. Dico subito che di una cosa non mi occuperò, con sollievo mio, ma credo soprattutto del Tribunale: non mi occuperò degli omicidi colposi. E non mi occuperò degli omicidi colposi non tanto perché, come responsabile civile sono già ampiamente intervenuto in termini di solidarietà e poi avrò occasione di parlare di quest’intervento; non per questo, perché la materia resta comunque una materia pregnante, incandescente, nevralgica, ma non me occuperò perché io non sono un pazzo, né un megalomane, o perlomeno non credo di esserlo. E, in questa materia, so bene di essere stretto, ma nello stesso tempo protetto, da due giganti. L’uno è venuto prima di me, ha già parlato, il professor Stella; l’altro verrà dopo di me, questo pomeriggio, e parlerà. Io quindi sui titoli di responsabilità per omicidio colposo mi rimetto alle loro parole. Affronterò invece, in modo non dico più analitico, perché in realtà ciascuno degli argomenti avrà poi a sua volta grossi interventi di supporto, ma sul piano dell’inquadramento normativo e dell’inquadramento processuale, i titoli di responsabilità afferenti ai delitti contro l’incolumità pubblica. A questo proposito avverto la necessità, spero non meramente soggettiva, di tentare una chiarificazione, nei limiti in cui ciò sia possibile, d’alcuni concetti fondamentali, perché come giustamente diceva Federico Stella "le norme sono criteri di selezione dei fatti". E, aggiungo io, non sono strumenti per amplificarne retoricamente la dimensione, sono criteri di selezione e funzionano in termini rigorosi. Ora, in tutti i delitti contro l’incolumità pubblica vi è, come baricentro, come punto d’accordo, come elemento ricorrente, la nozione di disastro, che in questo processo è evocata in tutte le sue proteiformi configurazioni, e forse persino oltre. Perché di disastro si parla ai sensi dell’articolo 437, secondo comma, come conseguenza dell’omissione di cautele, di misure antinfortunistiche, richiamando l’articolo 449, cioè il cagionare per colpa disastri. Poi si parla di disastro ai sensi dell’articolo 434 secondo comma, il cosiddetto disastro innominato, sia nel primo capo che nel secondo capo. Ma il disastro viene evocato per implicito almeno anche nella contestazione della strage colposa per la quale si richiama ancora una volta l’articolo 449, che punisce chi cagiona un disastro. Ora, su questa serie di disastri richiamati nel capo di imputazione, che suscitavano e suscitano qualche perplessità già nel comprendere esattamente a che cosa ci si riferisca, è intervenuto direi opportunamente il Pubblico Ministero nella sua requisitoria il 7 giugno 2001, che ha prospettato quella che è, mi permetto di definire una sorta di interpretazione autentica. E, secondo quest’interpretazione, dobbiamo intendere che il disastro - cito testualmente - è unico e riguarda sia il primo capo d’accusa che il secondo. Quindi è unico e riguarda i due capi. In quanto l’attività di industria e di impresa ha esplicato i suoi negativi influssi ed effetti sia all’interno che all’esterno della fabbrica; il tutto unificato dai vincoli della continuazione e dall’aggravante costituita dall’aver agito nonostante la previsione dell’evento. In mezzo c’è anche la cooperazione. Un’interpretazione che suscita qualche problema, perché se si richiama la continuazione, allora il disastro non è unico, sono due almeno, sennò la continuazione in che cosa si manifesta! Quanto poi alla circostanza, io non riesco a capire come una circostanza, che è un accidente del reato, possa andare a dargli unità. Se è una circostanza, è una circostanza, e cioè un elemento che potrebbe anche non esserci. E, se c’è, serve ad unire che cosa? Ma di più il Pubblico Ministero rileva che quando si parla di disastro - cito testualmente - non faccio e non ho mai fatto riferimento a tutta la Laguna di Venezia, o addirittura al Mare Adriatico. Ho sempre fatto riferimento, come scritto fin dall’origine nel capo di imputazione, al grave inquinamento dei sedimenti e delle acque nei canali e negli specchi lagunari veneziani prospicienti Porto Marghera; nonché al grave inquinamento delle zone trasformate in discariche illecitamente ed abusivamente e tutte contestate in modo specifico e preciso. E quello delle acque di falda sottostanti la zona di Porto Marghera; e i siti trasformati in discariche con tutte le ulteriori contestate negative conseguenze sulla locale ittiofauna. Quindi il novero degli oggetti è quanto mai esteso, si rivolge un po’ a tutti gli elementi dell’eco sistema: i canali, i suoli, le acque di falda, l’ittiofauna, i sedimenti, e così via. Ma il problema è che al di là dell’identificazione dell’oggetto su cui il disastro si sarebbe manifestato, su cui discuteremo, il primo problema che resta irrisolto è: ma in che cosa consiste il disastro? Una nozione intuitiva, noi dobbiamo prenderla così: andate, guardate, e ditemi se non è un disastro. E bisognerà appunto stabilire come funziona la norma che autorizza a cercare il disastro e verificare se si è raggiunto quel risultato che la norma, criterio di selezione del fatto, consente di trovare. Ora cercherò per me, ma spero non solo per me, di fare chiarezza sulla nozione di disastro, nei limiti in cui si possa chiarire una nozione giuridica, cioè limiti umani e quindi ampiamente rivedibili, lungi da me l’idea di avere l’appannaggio della verità. Ho appannaggio di un punto di vista, ma di un punto di vista espresso con convinzione e in assoluta buonafede. Ebbene, secondo la relazione al Codice Penale, che non ha trovato smentite successive, anzi ha trovato solo adesioni, consensi, l’evento disastro è un evento di ingente modificazione di cose, astrattamente di tale rilevanza da potersene dedurre l’attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità. E` una nozione sintetica, forse come vedremo non del tutto sufficiente a dar ragione del fenomeno, ma certamente non scorretta. E` un’ingente modificazione di cose, astrattamente di tale rilevanza da potersene dedurre l’attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità. Cioè a dire, se vogliamo poco poco concettualizzare, qui ci sono due aspetti: un referente materiale e una proiezione teleologica. Un referente materiale, cioè una sorta di superdanneggiamento. Perché sono gli stessi eventi che in sé costituirebbero un danneggiamento, visti come accade regolarmente dei delitti contro l’incolumità pubblica in una proiezione superindividuale, quindi al di là della singola e specifica cosa, del singolo aspetto, per cogliere l’insieme della cosa. Quindi stessi eventi del danneggiamento caratterizzati però da gravità, complessità, diffusivi, estensione. Quindi il disastro è una sorta di funzione esponenziale rispetto al danneggiamento. E se guardiamo i disastri nominati ci rendiamo conto che sia così: inondazione, frana, valanga, naufragio, disastro aviatorio, disastro ferroviario. E che cos’è un naufragio se non per l’appunto un’ingente modificazione di una nave di tale rilevanza data? Ma questo superdanneggiamento, chiamiamolo così, questa funzione esponenziale rispetto al danneggiamento, di per sé non è sufficiente se non si ravvisa, se non vi s’incapsula una proiezione teleologica che fa sì che l’evento di danno non sia soltanto in funzione diagnostica ma in funzione prognostica. La funzione prognostica è che l’evento di danno viene valutato come fattore dinamico, dipendente dalla diffusività, perché si lega alla diffusività, per stabilire se vi è pericolo per la pubblica incolumità, cioè per la vita o l’integrità fisica di una collettività indeterminata di persone. Quindi l’evento di danno riguarda le cose, il pericolo riguarda le persone. E sinteticamente si può dire: il disastro è nel nostro sistema un elemento normativo a doppio parametro, un parametro diagnostico - la complessità, la diffusività, la gravità del danneggiamento - e in parametro prognostico, che talora sono incapsulati. Perché quando si parla di naufragio, intanto c’è naufragio in quanto vi sia l’uno e l’altro aspetto, anche se la legge non dice che dal naufragio deve scaturire il pericolo per la pubblica incolumità; altre volte invece lo si dice come nel crollo, perché il crollo potrebbe anche in taluni casi essersi realizzato in circostanze da non mettere in pericolo proprio niente e nessuno.

Quindi diciamo pure che se le cose stanno così possiamo tirare due banali conseguenze da questo ragionamento, che vi è un rapporto di corrispondenza non biunivoca ma univoca, tra il disastro e il pericolo, cioè ogni disastro deve implicare il pericolo per la pubblica incolumità; ma non ogni qualvolta c’è il pericolo per la pubblica incolumità c’è il disastro. Se io avveleno i prodotti di un supermercato ho messo gravemente in pericolo la pubblica incolumità ma non c’è nessun disastro. E proprio l’articolo 422, la strage, sta a dimostrarlo. Si dice: pone in pericolo la pubblica incolumità al fine di uccidere. Se poi questo porre in pericolo, lo diceva già la relazione, si realizza attraverso un disastro, attraverso il crollo, il naufragio, il disastro ferroviario, beh vorrà dire che si risponde dell’uno e dell’altro, perché il mezzo - disastro - è di per sé illecito per i fatti suoi. Mentre la strage apporta a quella vicenda un elemento ulteriore rappresentato dalla finalità di uccidere. Ora, la seconda conseguenza è che, e si tratta di una conseguenza fondamentale, la concretizzazione del pericolo in danno, cioè il fatto che si siano verificate morti e lesioni non fa parte del disastro; non è concettualmente parte del disastro. La nozione di disastro non include la morte di nessuno, non include le lesioni di nessuno. E per due ottime ragioni: perché la morte e le lesioni rappresentano eventi che non sono necessari per costituire il disastro, tant’è vero che basta il pericolo; ma soprattutto perché quando si verificano, e cioè quando il pericolo si concretizza in danno, interviene necessariamente un’autonoma valutazione di quegli eventi di danno che si svolge alla luce delle disposizioni comuni: omicidio doloso o colposo. E non si è mai sentito che chi risponde di naufragio, per aver voluto la morte di qualcuno che viaggiava sulla nave, risponde solo di naufragio; risponde di naufragio e di omicidio volontario di tutti i passeggeri, se non di strage. E non si è mai sentito che dopo un disastro aviatorio, imputabile a qualcuno, non si risponda a titolo di colpa, se vi è solo colpa, della morte di tutti i malcapitati viandanti del velivolo. Dico malcapitati, perché io su un velivolo non sono mai salito, e quindi è circostanza... mi potranno capitare tante disgrazie, ma questa no. E quindi naturalmente non sarebbe prospettabile, in termini non solo logici, ma sistematici. Perché, pensate, il disastro aviatorio, ferroviario, o quel che sia, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni; l’omicidio colposo plurimo arriva fino a 12. Se il disastro includesse la morte, sarebbe la manna, sarebbe la manna per l’autore del fatto, perché si vedrebbe abbonate tutte le conseguenze lesive. Dice: ma sai, c’è tutto nel disastro, si fa una valutazione unica e non se ne parla più. Ma neanche per idea! La valutazione del disastro arriva al pericolo e lì si ferma. Tutto ciò che va oltre il pericolo e che concretizza il danno è campo di valutazione autonoma di diverse fattispecie; ma né la morte, né la lesione di chicchessia costituiscono in alcun modo parte della nozione del disastro. E tutto questo non è direi abilità accademica; dice: mah, ci ha voluto per forza raccontare questa storia. Quello che ho detto ovviamente serve ad escludere il primo capo di imputazione, cioè la strage colposa. Serve a dimostrare che parlare di strage colposa non è nel nostro ordinamento, ma credo in nessun ordinamento che abbia gli stessi moduli tipici del nostro, non è né ammissibile né plausibile. La strage colposa viene contestata assumendo l’articolo 449 in riferimento per l’appunto agli articoli 422 e 437. Diciamo subito che mi pare di capire che anche il signor Pubblico Ministero riconosce che la strage, in quanto tale, non è punita a titolo di colpa, perché non c’è un’espressa previsione. Ciò che il Pubblico Ministero ha fatto è un’operazione diversa e direi molto più fine e più abile. Perché non ha detto: guardate che io voglio che sia punita a titolo di colpa la strage, perché non c’è un titolo di punibilità colposa della strage. No. Il Pubblico Ministero ha richiamato l’articolo 449, che punisce chiunque cagiona, per colpa, un incendio o un altro disastro. Quindi il Pubblico Ministero, se ho ben capito, ma non è detto che abbia capito come dovevo, ma io ho capito così, in sostanza identifica la presenza dell’articolo 422 di un disastro, e ne contesta la realizzazione colposa. Ma quale disastro prevede l’articolo 422? L’unica forma di disastro astrattamente, teoricamente, ipoteticamente prospettabile, è la morte di più persone. Perché di questo si tratta. Ed allora, quel che ho appena cercato di dire, mi sembra che acquisti senso: se è vero, com’è vero, che la morte di più persone non fa mai parte della nozione di disastro, ecco perché l’articolo 422 non può identificare alcun disastro che sia assumibile e sussumibile nell’articolo 449. Che non a caso, e non per combinazione secondo me, perché nel ‘30 insomma un po’ ci pensavano, prima di scrivere una norma, espressamente dice: "Chiunque cagiona per colpa un incendio o un altro disastro". Guarda caso l’incendio è l’articolo 423 e gli altri disastri seguono l’incendio. Evidentemente il legislatore aveva le idee chiare. E del resto basta leggere quel che in altra sede ha scritto il legislatore, perché Manzini nel suo vetusto trattato, che rappresenta in qualche modo il commento a se stesso, visto che il Codice per larga parte è opera sua, anche se non esclusivamente sua, scrive sommariamente, di solito Manzini si dilunga di più, ma qui proprio non c’era bisogno di parole: "E` manifesto che ai fini dell’articolo 449 non può venire in considerazione la strage". E` manifesto, diceva lui. "Il relativo delitto, essendo esclusivamente doloso, in quanto deve commettersi a fine di uccidere". E aveva ragione, anche in questo. E in questo commentava se stesso, perché quand’anche si potesse dire e non si può dire, per le ragioni che mi sono sforzato di esprimere, che il disastro può identificarsi nella morte di più persone, resta il fatto che l’articolo 449, nel punire il cagionare un disastro, richiama l’intera fattispecie di riferimento, come lo stesso legislatore nella relazione ebbe modo di precisare, e cioè: guardate che io vi utilizzo una formuletta sintetica per dire "andate a pigliare le fattispecie di volta in volta necessarie, e le pigliate per intero, mica un pezzetto solo"; perché ciò che viene punito a titolo di colpa è l’intera fattispecie. Quindi, se in questa fattispecie serve un pericolo particolare, se c’è una condizione di punibilità, voi la dovete riprodurre nella fattispecie colposa, non è che vi ritagliate una fattispecie colposa diversa da quella dolosa, perché non potete farlo. Il fatto colposo deve coincidere con quello doloso. Ma se così è, di bel nuovo siamo a terra con la strage colposa, perché la strage colposa ha un elemento di dolo specifico, il fine di uccidere, che non costituisce un coefficiente di colpevolezza ma un coefficiente di tipicità. E cioè serve a distinguere il fatto, tant’è vero che se c’è una finalità diversa, di tipo politico, scatta un’altra disposizione: l’articolo 285 rispetto al quale l’articolo 422 fa espressa riserva di applicazione. Quindi che cosa se ne deduce: che senza il fine di uccidere non c’è strage. Di nuovo siamo lì! Ma il fine di uccidere non è compatibile con la colpa. Mi pare che un Giudice veneziano abbia giustamente detto che addirittura non è compatibile nemmeno con il dolo eventuale. Il che è perfettamente corretto, perché il dolo specifico è compatibile solo con se stesso, e cioè con il fine rispetto al quale la condotta è un mezzo, non con la rappresentazione di un evento accettato per il rischio che si verifichi. La morale è una sola: chiaramente una responsabilità colposa, in nessun senso ed attraverso nessun percorso, può prospettarsi per la strage. Ecco il primo esempio, ecco il primo diciamo caso toccato con mano di quella ipertrofia delle qualificazioni normative a cui facevo riferimento all’inizio: la moltiplicazione dei piani di rilevanza. E` contestato l’omicidio colposo plurimo, è contestata anche la strage. Un esempio, ma uno dei tanti, paradigmatico. Ora, se noi abbandoniamo quindi la strage colposa al suo destino, e cioè il regno del non essere, dobbiamo viceversa rivolgere l’attenzione a due disastri che normativamente hanno una ben altra consistenza: quello del secondo comma dell’articolo 437 e quello del secondo comma dell’articolo 434. Sono due disastri, l’uno relativamente innominato, l’altro decisamente innominato. E, rispetto ad essi, come vedremo, la nozione generale di disastro entra già di per sé sul piano normativo in tensione, ma tanto più in tensione quando ci si sposti dal piano interpretativo al piano applicativo, e cioè si vada a vedere a che cosa vengono riferite queste due fattispecie. Ora, per quanto riguarda il disastro del secondo comma dell’articolo 437, ora mi occuperò solo dei profili legati al disastro, del profilo legato alla condotta mi occuperò brevemente al termine di questa esposizione concernente i delitti contro la pubblica incolumità, perché si tratta di una sorta diciamo di appendice, rispetto alla quale peraltro vi saranno interventi molto più abbondanti e significativi dei miei, del resto questi interventi ci sono già stati per bocca del professor Pulitanò che sul punto ha avuto parole di estrema chiarezza. Io mi occuperò, quindi, in questo momento solo del disastro. Disastro la cui contestazione è in sé, mi si consenta poco comprensibile, perché per un verso viene attribuito alla massa degli imputati il delitto di cui all’articolo 437, verosimilmente nella forma aggravata; e per un altro verso si attribuisce la responsabilità in base all’articolo 449, cioè la disposizione comune, che sanziona a titolo di colpa tutti i disastri, in riferimento all’articolo 422 ed anche 437 secondo comma. Ma, a prescindere da questo, basta mettersi d’accordo su un punto: non si possono duplicare le fattispecie. O si risponde ex 449 o si risponde in base al secondo comma del 437. Non si può due volte riferire la stessa fattispecie, non credo che questo fosse nelle intenzioni del Pubblico Ministero. Anche perché, se il disastro deve essere quello dell’articolo 437, benissimo, anzi malissimo, però quello basta; il 449 non c’entra né punto e né poco, anche perché dopo la riforma del criterio di imputazione delle circostanze aggravanti sostanzialmente il criterio di attribuzione a titolo di colpa funziona anche, o dovrebbe funzionare, anche per l’evento aggravatore dell’articolo 437. Poi il Pubblico Ministero potrebbe dire: ho adottato la strategia dell’abbondanza. Per l’appunto, dell’abbondanza! Ora, il disastro del secondo comma dell’articolo 437 lo definivo, credo non a torto, disastro relativamente innominato. Perché si dice: "Chiunque cagioni un infortunio sul lavoro o un disastro". E qual è il disastro! Qui si può dire, a differenza di quel che si potrà, anzi non si potrà dire per l’articolo 434, cioè per il disastro, altro dal crollo, si può dire che il concetto di disastro viene in qualche modo definito dal raggio teleologico della condotta. Se la condotta si riferisce all’omissione di impianti, di apparecchi, di segnali diretti a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, allora bisognerà ben concludere che il disastro ruota nell’orbita della sicurezza del lavoro. E quindi quel disastro, in quanto dipendente da quella condotta, è un disastro che riguarda la sicurezza sul lavoro. E quindi deve trattarsi di un disastro inerente allo stabilimento produttivo, potrebbe dipendere dalla condotta omissiva. Ma sarà per mia colpa, ma io non sono riuscito a identificare l’evento di danno ingente, complesso, esteso, diffusivo, verificatosi all’interno dello stabilimento in un determinato momento. Perché, come vedremo tra breve, non è così semplice; anzi, diciamo che è impossibile unificare nella nozione di disastro microeventi succedutesi nell’arco di decenni. Io sinceramente questo evento di danno ingente, complesso, diffusivo, al quale riferire precisamente l’articolo 437, secondo comma, non l’ho trovato. Del resto, mi si potrebbe rispondere: poco male, tanto ci sono gli infortuni che fanno scattare ugualmente l’aggravante. Già, se ci sono, se la nozione di infortunio va intesa in un certo modo. Ma di questo parleremo brevemente in sede di, non dirò analisi che è una parola troppo grossa, ma di sguardo dal ponte sul passaggio dell’articolo 437.

Due parole invece sul disastro innominato, e cioè sull’articolo 434 in riferimento all’articolo 449. Come sappiamo questa fattispecie si costruisce a partire dall’identificazione, se d’identificazione si può parlare, di un altro disastro diverso dal crollo, rispetto al quale quindi è sancita la punibilità a titolo di colpa. E non a caso, e non a torto, si definisce disastro innominato, sulla scia di una tradizione risalente al diritto penale dell’antico regime: i delitti erano nominati quando avevano il corpus delicti, cioè la cosa identificata con certezza su cui si focalizzava l’intero reato dal punto di vista obiettivo. Mentre i delitti innominati erano quei delitti in cui il corpus delicti non c’era, erano senza oggetto, perché spettava al Giudice identificare in che cosa di volta in volta e ricorrentemente essi consistessero, applicando poi una pena straordinaria. E la tradizione si è mantenuta, e si è mantenuta bene, perché ben definisce il contenuto, o meglio l’assenza di contenuto, tipico dell’articolo 434. E qui, ovviamente, il primo problema è in che cosa consiste. Ma mi pare di avere capito, dalle precisazioni del Pubblico Ministero, nella requisitoria del 7 giugno, che si tratta in realtà di un oggetto multiplo: l’articolo 434, cioè l’altro disastro, s’identifica in una somma di eventi riferiti ad oggetti eterogenei: i sedimenti, le acque dei canali, gli specchi lagunari, le zone trasformate in discariche, le acque di falda, l’ittiofauna. Ma qualche perplessità francamente me la pone questa precisazione, perché l’articolo 434 è dichiaratamente, espressamente, normativamente, una figura residuale o sussidiaria che è destinata, lo diceva ancora una volta la relazione, a colmare ogni eventuale lacuna, e quindi a coprire i cosiddetti vuoti di tutela. Non a duplicarne la rilevanza. Quindi qui ittiofauna; non basta l’avvelenamento, non basta l’adulterazione, entrano nel disastro. Acque di falda: non basta l’avvelenamento; disastro. Il disastro, qui, entra come moltiplicatore dell’offesa, quel che all’inizio indicavo come cifra, come chiave di lettura. Chiave di lettura però che non apre ma chiude le porte, perché questa è l’occasione per farlo l’articolo 434, a prescindere da tutto, rappresenta una disposizione che non ha diritto di esistere, che non può essere. Non può essere prima di tutto sul piano normativo, perché direi la vaghezza, l’indeterminatezza, con cui si è proceduto all’identificazione degli oggetti, nel senso non che non si siano precisati, ma nel senso che si sono accumulati, moltiplicandoli, ripetendo nel disastro ciò che già era stato valutato in altre fattispecie, o si voleva valutare in altre fattispecie, è in qualche modo la traduzione pratica di quell’indeterminatezza che colpisce alla radice la fattispecie dell’articolo 434. Diciamo la verità: se se ne vuole fare applicazione, in ipotesi, dobbiamo dire che si tratta di una disposizione che viola l’articolo 25 secondo comma della Costituzione, ma in modo manifesto. Tanto manifesto che i dubbi sorsero all’indomani, anzi alla vigilia del Codice, quando non c’era l’articolo 25 ma c’era l’articolo 1 che sanciva, a livello di legge ordinaria, lo stesso principio di legalità, e di determinatezza. Perché ci fu chi disse: ma, scusate, come determiniamo questo disastro? Ci sta tutto e non ci sta niente. Sarà il caso di precisare. E il legislatore rispose: "Eh, ma non possiamo mica attardarci a precisare tutto, ci sono tante possibili esigenze di tutela. In questa materia ci può star tutto". E diceva il legislatore: "Pensate alla caduta di un ascensore, oppure ad un disastro automobilistico. Che possiamo, stare a tipizzare il disastro dell’ascensore, il disastro... No, facciamo una norma generale e non se ne parli più". Ora, la nostra sensibilità, credo, mi auguro, comune, ritiene che non si possano colmare lacune di tutela in violazione del principio di frammentarietà che è la base di ogni ulteriore garanzia. Cioè, il diritto penale è fatto di frammenti, non è fatto di un tessuto continuo; è fatto di stracci, di tanti stracci. Ogni straccio però può strangolare qualcuno, proprio perché è uno straccio. Il tessuto continuo non è del diritto penale, perché non conosce i vuoti di tutela. I vuoti di tutela sono un dato sociologico, politico-criminale, non sono un dato normativo, perché la tutela si esprime dove si esprime; e dove non si esprime c’è il nulla. Quindi parlare di vuoti di tutela da colmare significa né più e né meno che dare ingresso al procedimento analogico, né più e né meno, autorizzandolo attraverso una clausola generale, quella di disastro. Che è in questo caso clausola generale, perché non c’è un referente materiale. Quando si parla di naufragio, quando si parla di inondazione, quando si parla di valanga, quando si parla di disastro aviatorio, abbiamo sempre un oggetto sul quale commisurare la nozione di disastro, in forza della quale siamo in condizioni di interpretare, rispetto a quella situazione, il concetto elaborato in chiave generale. Ma se non abbiamo l’oggetto, cosa elaboriamo! Qualunque cosa. Appunto, un ascensore, un disastro. Ma entro che limiti, a questo punto, entro quali limiti? E` evidente quindi che si tratta di una disposizione che sinora si è salvata dal giudizio di costituzionalità solo perché nessuno l’ha mai eccepita, e nessuno l’ha mai portata al vaglio della Corte. Io credo sia questa la ragione, anche perché si tratta di una disposizione di scarsa applicazione; di scarsa applicazione proprio per la riluttanza che induce il riferirsi ad una norma così agevolmente manipolabile, proprio perché intessuta di nuvole, e quindi capace di prestarsi a qualunque configurazione. Quindi, sino a questo punto, se volessimo fare una sorta di microbilancio, di sintesi parzialmente riepilogativa, dobbiamo dire che la strage colposa non è prevista dalla legge. E va beh, caro Avvocato la strage colposa non è prevista dalla legge. Ci sarà l’omicidio plurimo. Il disastro di cui all’articolo 437 secondo comma non si vede dove stia, a quale oggetto precisamente si riferisca; e va beh, tanto c’è l’infortunio, se c’è. Poi il disastro di cui all’articolo 434 secondo comma è normativamente indeterminato. E va beh, ma se non andasse bene? Perché uno mi potrebbe dire: ma lei, caro Avvocato, caro professore, ma dove crede di vivere? Ma da dov’è uscito lei? Ma da quale sistema? Ma lei non ha mai visto il nostro sistema penale funzionare con clausole generali? Ma lei non ha mai visto applicare per analogia le disposizioni contrabbandandole sotto le mentite spoglie dell’interpretazione estensiva? Ma allora lei è vissuto in una foresta, lei è come quel giapponese che ancora non sa che è finita la guerra! E si aggiorni. Questo è il diritto penale moderno, fatto di analogie, di clausole generali, perché abbiamo bisogno di tutelarci contro tutto e contro tutti; ma che c’entra la frammentarietà, ma che c’entra la legalità! Ma queste cose sono cose, insomma, che per carità, l’ossequio è dovuto. Forse che non si va a messa la domenica, anche se non ci si crede perché così usa, e così usa dire che c’è la legalità nel nostro paese; ma è un non uso, una consuetudine. Se lei poi si attacca a questo, ma cambi mestiere! E` vero, è un discorso cinicamente vero, che non toglie nulla alla validità del ragionamento che ho fatto, perché io non farei questo mestiere se non fossi affezionato a certi valori, e quindi se non avessi una certa ingenuità nel professarli. E` una ingenuità che mi porterò dietro spero fino alla tomba, cioè tra moltissimi anni, mi auguro almeno. Ma non mi arrendo. Ah, è così, la vogliamo applicare questa nozione di disastro generico? Va benissimo, la vogliamo applicare, però allora dobbiamo stare alle regole del gioco; abbiamo scoperto che si gioca con cinque assi anziché quattro, perché c’è anche l’asso delle esigenze di tutela indefinite; va beh, mettiamoci pure l’asso delle esigenze indefinite di tutela, però poi gli assi sono cinque e la partita si svolge così. E come si svolge? Si svolge dovendo affrontare due nodi che non sono precisamente trascurabili. Il primo nodo, che è un po’ mi si consenta il cuore di questo processo, rispetto alla tematica del disastro, è la descrizione e la sussunzione dell’evento nella fattispecie, e la sua imputazione. Ed è il primo problema: la descrizione e la sussunzione dell’evento nella fattispecie e la sua imputazione. L’ho detto così, sembra una cosa chissà quanto... No, è una cosa semplicissima. E, secondo problema, la qualificazione della condotta, della condotta che si pretende di identificare come causa del disastro. Allora, abbiamo detto, primo problema, la descrizione e la sussunzione dell’evento. E do per richiamata la nozione di disastro, evento di danneggiamento grave, complesso, esteso, diffuso, quindi con quest’interazione di forze. Qui si tratta di prendere un fatto e di portarlo dentro la norma; questa è la sussunzione, è questo che consente di dire che la norma è un criterio di selezione del fatto. Allora, se io tolgo da un edificio un mattone al giorno, e poi un infisso, e poi una tegola, e poi un pezzo di pavimento, e così via, alla fine dell’impresa, avendo ammassato tutto disordinatamente in qua ed in e là, ho ottenuto quel che in apparenza è il risultato di un crollo: l’edificio, per chi passa, è crollato. Toh, è crollato l’edificio. Perché quel viaggiatore passa oggi, nel 2001, e non sa che io ho cominciato la mia paziente opera nel 1960 per dire, se l’edificio è grosso, o dieci anni fa se è più minuto. Allora chi direbbe che quello è un crollo? Chi direbbe quindi che quello è un disastro? Credo nessuno. Nessuno identificherebbe quel risultato in un crollo perché direbbe: ma io non posso prendere quel che vedo senza sapere com’è accaduto e in quale arco di tempo è accaduto. Perché se la demolizione, di questo si tratta, disordinata e confusa, avvenuta attraverso questo modo dissennato di accatastare macerie, si è protratta nel tempo... ma non si può parlare di crollo, e comunque non di un disastro. Perché ciò che manca è la almeno relativa contestualità degli eventi di danneggiamento che sono in funzione della complessità. Requisito del disastro. Il disastro è un evento complesso in quanto sia contestuale, perché se non è contestuale non è mai complesso, è semplice, è semplicissimo. Perché la cosa più semplice del mondo è andare ogni giorno in un edificio e pigliare un pezzo oggi e un pezzo domani. E` la cosa più banale, più priva di complessità. Ma se così stanno le cose, qui si ipotizzano scarichi, deposizioni di materiali, materiali che costituiscono o costituirebbero rifiuti; si ipotizza quindi tutta una serie di comportamenti che hanno inciso in vario modo e a guisa sull’ambiente, adesso la tipologia non conta; può trattarsi del genere scarichi, del genere deposizione di materiali; benissimo, quel che sia, ma in un arco che è quasi trentennale, ultraventennale, comunque un arco di tempo enorme. Ed allora quand’è, in quale momento, a partire da quale momento perlomeno e rispetto a quale arco di tempo, si può parlare di disastro di quell’evento di prorompente diffusività e complessità? L’aggettivo prorompente è della giurisprudenza, non è mio, perché non mi piace, prorompente... mi sembra Guido da Verona. Però lo usa la giurisprudenza, che ha letture più auliche. E perché almeno questo si vorrà dire: ti contesto un disastro; ti devo consentire di identificarlo il disastro, per poterlo sussumere nella fattispecie; ti devo dire: consiste in questo. Perché, se ti dico che consiste in un’attività svolta ad opera di decine di persone nell’arco di vent’anni, non è un disastro; sarà un grave inquinamento del sito. Certo, un grave inquinamento del sito, e così si esprime l’articolo 17 del decreto Ronchi, che non a caso non parla mai di disastro. Perché il disastro è un’altra cosa, rispetto al grave inquinamento del sito. Sono due concetti diversi e non possono essere confusi o identificati senza trasformare l’uno in strumento retorico di amplificazione dell’altro. E d’altra parte identificare l’arco del disastro sarà essenziale se il processo si rivolge a persone fisiche e non giuridiche, perché se sono le persone giuridiche allora non serve a nulla, per l’appunto. Ma se deve servire alla fine a condannare delle persone fisiche, ma bisognerà dirgli: guarda che il disastro si è verificato a partire da questo momento, in ipotesi, in questo arco di tempo, e poi sei arrivato tu e rispondi a quale titolo? Per averlo aggravato? Ma aggravare un disastro non è un disastro! Cioè, l’atemporalità è strumentale alla impossibilità di difendersi. Lo dico per le persone fisiche. Per le persone giuridiche no. Perché? Perché la loro condotta, è chiaro, copre un arco molto più vasto. Ma allora è vero che il processo è alle persone giuridiche, non ne avevo mai dubitato.

Ora, solo nella prospettiva della massificazione delle condotte, quella di cui parlavo all’inizio, la condotta concepita come attività d’impresa, si giustificano questi capi di imputazione; e solo nella prospettiva dell’atemporalità si giustificano questi capi di imputazione, perché il concetto di disastro non c’è, qui non si rinviene. Se poi lo vogliamo usare come strumento di amplificazione retorica, accomodiamoci pure, però non stiamo facendo applicazione del diritto penale, stiamo facendo un’altra cosa, quale che essa sia, ottima ma non diritto penale. E, in realtà, in eventi catastrofici di durata limitata e di estensione relativamente circoscritta, è facile agevolmente evidenziare le cause, perché si sa cos’è successo. E si sa chi l’ha fatto succedere, in quell’arco di tempo. E si vedono gli effetti di rapida modificazione di un contesto. Ma quando la contaminazione deriva da immissioni dilatate in un arco temporale enorme, e che trascende addirittura l’attività di quell’impresa tratta a giudizio per coinvolgere quella di decine e centinaia di altre imprese, allora si dovrà riconoscere che è un pochino più difficile ascrivere ad una fonte piuttosto che ad un’altra, non solo la causa degli inquinamenti ma la stessa dimensione effettuale di questi inquinamenti, perché questa dimensione effettuale si esprime in tempi molto lunghi, i quali rendono, esprimono, l’inquinamento attraverso processi di stratificazione, di accumulo, di concentrazione, di interazione. Quegli stessi processi che poi sono stati applicati alle condotte, massificandole, per unire questi eventi si è provveduto a creare una condotta impersonale, che avesse la stessa dimensione temporale degli eventi. Una cosa semplice ma geniale. Fuori del diritto penale. Congegnata per un processo alla persona giuridica. Ma, proprio in funzione del fatto che questi eventi sono tutti di per sé microeventi, che hanno un senso diciamo unitario soltanto in una prospettiva ricostruttiva che li veda coinvolti in un arco ultraventennale, il Pubblico Ministero ha ben presente che questo ammasso di condotte ha bisogno di un collante, cioè devono stare insieme con una colla, perché diversamente non si saprebbe davvero come giustificare il trattamento unitario di quelli che in linea di principio e perlomeno come regola devono restare comportamenti individuali di Tizio, di Caio, di Sempronio. I collanti che il Pubblico Ministero trova sono addirittura due: la cooperazione e la continuazione. Questi due istituti dovrebbero servire a dare diciamo questa sorta di vincolo unitario, a tutte queste condotte frammentate. E a farle essere quel che si vuole che esse siano, cioè una condotta unica, sviluppata in un arco di tempo ultraventennale. Io mi sbarazzerei rapidamente della continuazione, che mi sembra un collante che non incolla, anzi scolla. E questo scolla proprio, perché se è vero, com’è vero, che la continuazione serve ad unire più reati, essa non può servire a costruire una condotta. E se è una forma di manifestazione, la continuazione, del concorso materiale di reati, non può consentire di identificare di più atti, da più frammenti, una condotta unitaria di un unico reato. Perché, se veramente dovessimo parlare di continuazione, allora dovremmo parlare di tanti disastri che allora tanto più dovrebbero essere identificati. Ma, a parte questo, cioè a parte questa ragione logico sistematica che impedisce di ravvisare nella continuazione un qualsiasi collante idoneo a cementare i frammenti di un’ipotetica condotta unitaria, perché ciò che si cementa sono in realtà singoli reati, beh una ragione invalicabile, un’altra delle poche certezze di cui godiamo nel nostro ordinamento giuridico-penale, e quindi queste poche in genere ce le teniamo in bacheca, perché sono rare, è che la continuazione non si applica ai reati colposi. E non si applica ai reati colposi perché non ci può essere l’identità del disegno criminoso. Su questo, udite udite, c’è concordia giurisprudenziale assoluta; e mi pare anche che in dottrina non si scherzi. Forse c’è qualcuno che in dottrina, per far l’originale, se scrive un articolo sulla continuazione, chiaramente dovrà dire il contrario, sennò perché lo scrive l’articolo. Ma, a parte queste levate di capo originali, la giurisprudenza, che non ha bisogno di levate di capo, non ha mai consentito la continuazione tra reati colposi. Mai! Che io sappia, almeno. Poi, può darsi che mi sia sfuggito. Sta di fatto che l’unicità del disegno criminoso rende incompatibile l’applicazione di reati colposi perché non hanno un disegno criminoso, e non lo possono avere, perché se ce l’hanno non sono colposi. Ed allora, siccome qui stiamo a parlare solo di fatti colposi, a parte il 437 che è contestato nella forma del reato doloso ma è un reato di mera condotta nella forma dolosa, perché riguarda la condotta, quindi non c’entra in questo discorso, qui parliamo di disastri, quindi che cosa c’entra la continuazione? Niente. E, va beh, la continuazione non c’entra; e c’entra la cooperazione. L’articolo 113, cioè il concorso nei reati colposi. Questo sì, nei delitti anzi colposi. D’accordo, in linea di principio può funzionare, ma funziona se funziona, non è che funziona perché si ritiene di chiamarlo. Bisogna vedere se funziona. Bisogna vedere se ne esistono i requisiti, se si distingue in concreto dal concorso di cause colpose, che ci riporta al problema dell’origine. E qui siamo di nuovo in presenza di una giurisprudenza direi piuttosto costante. Addirittura le Sezioni Unite, che non sono state chiamate a pronunciarsi sulla cooperazione, erano chiamate a pronunciarsi su tutt’altro problema, quello sull’efficacia vincolante del giudicato assolutorio di primo grado non impugnato dalla Parte Civile, ma impugnato dal Pubblico Ministero. Tutt’altro problema di natura processuale, in cui però c’era anche una questione di cooperazione. E così si sono pronunciate anche sulla cooperazione, in base alla regola vetusta che le Sezioni Unite, quando ce l’hanno il processo, lo trattano anche per le questioni più pacifiche. Questa era una di queste, per l’appunto. Ebbene, si tratta dell’ultimo grido, e l’ultimo grido dice quel che sappiamo: "Ci vuole la reciproca consapevolezza di condotte inosservanti dalle quali deriva l’evento tipo". Cioè, bisogna che i soggetti, per essere cooperanti, siano reciprocamente consapevoli di tenere una condotta inosservante. Di questo si tratta. Ma se noi scorriamo la pianta degli imputati, e la valutiamo nel tempo, attraverso tutte le scansioni che caratterizzano le vicende a ciascuno riferibili in termini di qualifica, non in termini di comportamento, che cosa constatiamo? Che non solo stanno in ambiti funzionali diversi, spesso remoti l’uno dall’altro, ma che si muovono in momenti temporali a volte lontanissimi: sei, sette anni li separano. Quindi li separano le funzioni, li separano la gerarchia, ma li separa il tempo. Ed allora mi si deve spiegare come sia possibile la cooperazione tra chi viene prima e chi viene dopo, e cioè come fa chi viene prima a essere consapevole che dopo cinque anni arriverà uno che farà una certa cosa, che sarà inosservante. E come fa, quello che viene dopo, a sapere che lui si sta innestando sulla condotta di quell’altro; ma non solo di quell’altro, perché non sono due, sono ventisette, ventotto, quanti sono, reciprocamente consapevoli. Perché questo dice la giurisprudenza: "Se non c’è la reciproca consapevolezza si torna al concorso di causa". Quindi, se di cooperazione si può parlare, e si potrà parlare nei limiti in cui se ne possa parlare solo se si identificano soggetti la cui continuità funzionale e temporale, o la cui posizione di prossimità gerarchica autorizzino non dico la prova ma quanto meno il sospetto di una consapevolezza reciproca, che dovrà poi ovviamente essere adeguatamente dimostrata. Ma utilizzare la cooperazione come una sorta, mi si consenta, di formula magica, non serve a realizzare quel collante, anzi direi dà l’impressione a me perlomeno di una stranezza inusitata, la cooperazione di Cefis con chi viene dieci anni dopo. Non so, ma dico: è plausibile, ma ha un senso? Io non so capacitarmene.

Quindi, non solo abbiamo eventi che sono tanto dilatati nel tempo da perdere quella relativa almeno contestualità che sola consente di riconoscere la nozione di disastro in presenza degli altri requisiti - gravità, diffusività, etc. - ma, oltre a questo, non possiamo non constatare che questi microeventi, già di per sé non sussumibili in una nozione complessa, idonea, a contenerli tutti, e a qualificarli ipertroficamente come disastri, non ha nemmeno un collante, perché non ci può essere la continuazione, ma non ci può essere nemmeno la cooperazione. Ed allora sono fuori di testa quando dico che le qualificazioni sono state artificiosamente ripetute? Sono impazzito se parlo di massificazione delle condotte? Ma non è solo questo, ma non basta ancora, perché i problemi che indicavo a proposito della sussunzione dell’evento e della sua imputazione erano anche quelli legati alla qualificazione giuridica delle condotte. Perché non basta ragionare sul versante dell’evento; se ragioniamo sul versante dell’evento già ci accorgiamo, io credo, che non si fa nessuna strada, che non si raggiunge nessun obiettivo; che quei microeventi non sono unificabili in una nozione di disastro e che in realtà quei microeventi sono destinati a rimanere separati, perché la cooperazione non serve, la continuazione non può entrare. Ma non basta ancora, andiamo a guardarle queste condotte, queste condotte che sono almeno finché si crede al diritto penale le condotte di Tizio e di Caio, e non le condotte di Montedison, anche se Montedison è stata trattata come imputato e come imputato parla malamente per mia bocca. Il problema della qualificazione delle condotte è terreno di esemplificazione di quella cifra processuale di cui parlavo all’inizio, rappresentata dall’anticipazione retrocessione delle valutazioni di vario tipo: valutazioni normative, valutazioni di tecnica di disciplina, valutazioni gnoseologiche, valutazioni scientifiche. Ed anche, ovviamente, valutazioni strettamente giuridiche.

Ma, io mi chiedo: è vero o non è vero che la normativa sui rifiuti entra in vigore nel nostro paese nel 1982, col D.P.R. 915? E` vero, ovviamente. E` vero o non è vero che prima non c’era proprio niente, tranne mi pare la legge del ‘61 sui rifiuti solidi ed urbani che aveva tutt’altra finalità e serviva appunto a raccogliere la spazzatura nelle città, sennò le città sarebbero ammorbate, come si diceva? E prima non c’era nient’altro, perché l’idea del rifiuto era un’idea non penetrata nella cultura comune. Ma quando ero ragazzo io si faceva un sacchetto a settimana; ora se ne fanno tre al giorno. E quel sacchetto sembrava già tanto, perché non si buttava via manco una bottiglia; la bottiglia era un bene prezioso, da conservare. Il riciclaggio avveniva nelle famiglie. Poi sono scoppiati i rifiuti! La normativa è del 1982, ed allora? Ma a che titolo parliamo di discariche prima? Perché prima la discarica era una condotta in linea di principio perfettamente lecita nel rispetto dei diritti patrimoniali. Se io la mettevo nel mio terreno era il mio terreno, era esercizio del diritto di proprietà. Certo, poteva scattare il delitto contro l’incolumità pubblica se ci mettevo sostanze tali da avvelenare la falda. Benissimo, questo è un altro problema, ma l’attività in sé è un’attività lecita; io devo adottare poi le precauzioni necessarie a non realizzare, attraverso l’esercizio del diritto, perché di questo si tratta, un’attività che incida sull’incolumità pubblica. Ma allora bisogna dimostrare che nel periodo in cui esercitavo un diritto si è verificato quell’evento. Perché sennò io esercitavo un diritto e basta, e punto. Quindi a che titolo ragioniamo di discariche, di scariche illecite? Ma prima del 1982 no. Parliamo di deposizioni di rifiuti rispetto ai quali bisogna dimostrare che hanno determinato nei modi e nei tempi consentanei alla nozione di disastro l’evento contro l’incolumità pubblica, sennò non c’è niente. Ma com’è possibile? Ma è possibile, perché non possiamo valutare il passato con gli occhi dell’oggi, perché in queste materie l’evoluzione è stata rapidissima, giustamente rapidissima; e la sensibilità si è acuita in tempi assai più brevi di quel che normalmente non accade. Ma questo non autorizza alla retrocessione delle valutazioni. E` così, non mi pare che si possa parlare, come dicevo all’inizio, di problemi legati ai rifiuti liquidi, problematica che poi si pone a partire dalla fine degli anni Ottanta, se non ricordo male, avendo sotto gli occhi un documento del ‘73. Perché nel ‘73 il problema dei rifiuti liquidi semplicemente non c’era. C’era la legge per Venezia, questo sì, con tutte le sue proroghe di attuazione complessa; quest’attuazione si occuperà diffusamente, il professor Panagia che tratterà il tema. Ma a me non interessa, in quanto tempo si è attuata e come si sia attuata, o meglio mi interessa e qualcosa vi dirò, quando parlerò dell’avvelenamento. Ciò che mi importa conclusivamente sul punto è affermare che un sito inquinato nell’arco di decenni non può essere trasformato in un disastro da imputare in blocco a una collettività indistinta. Non può. Non può, e su questo punto so di aver ragione, sento di aver ragione, capisco di aver ragione. Mi si darà torto, ma non c’è dubbio che questo non è; quel che si può dire, secondo diritto e secondo giustizia, perché imputare ciò che uno ha fatto negli anni Settanta, con il metro degli anni Novanta, non è opera di giustizia. Né il processo penale è lo strumento attraverso il quale raggiungere il risultato di porre rimedio ad uno sviluppo industriale che può avere avuto profili di disordine, ma di disordine indotto anche da gravi carenze o ritardi normativi. Il processo penale non è questo strumento; l’articolo 17 del decreto Ronchi lo dimostra. Ci potranno essere strumenti coattivi per indurre o obbligare agli interventi di ripristino o di bonifica, questi strumenti non passano attraverso il processo penale senza snaturarne la natura e le finalità, senza farne uno strumento letteralmente abnorme. Direi che, a questo punto, mi mancano alcune precisazioni sui residui, delitti contro l’incolumità pubblica, e cioè l’avvelenamento, l’adulterazione di acque, e l’articolo 437, che mi impegneranno io penso ancora per una mezz’oretta, forse qualcosa di più. Non so se il Tribunale gradisca ora una pausa o preferisca... come il Tribunale preferisce.

Presidente: facciamo una pausa di dieci minuti.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: prego, professore.

 

Avvocato Padovani: grazie Presidente. Signor Presidente, signori del Tribunale, riprendo il percorso che ho interrotto, dopo avere tratteggiato i problemi relativi alla ricostruzione della nozione di disastro nella sua dimensione applicativa, nella sua imputazione anche, soffermandomi, sia pure brevemente, perché altri dopo di me tratteranno il tema con molta maggiore competenza e molta maggiore precisione, sull’avvelenamento e sulla adulterazione di sostanze alimentari. Dico brevemente perché mutatis mutandis, quanto mi sono sforzato di dire a proposito del disastro, vale anche per queste due fattispecie: anche in questo caso siamo in presenza di reati con una condotta a forma libera e un evento di pericolo, che s’identifica nell’un caso con l’avvelenamento, e cioè con la trasformazione di una sostanza in tossica, ciò che di per sé implica un riferimento al pericolo di un danno alla salute. Perché non si può parlare di tossicità senza dire nello stesso tempo pericoloso per la salute. Ciò che è tossico è necessariamente pericoloso. Quanto all’adulterazione, qui l’evento è di per sé neutro, la modificazione della genuinità della composizione naturale, ciò significa la lettera adulterazione, dove per l’appunto il legislatore esprime il requisito della pericolosità per la salute che non si potrebbe dedurre dall’adulterazione in sé. Ma il problema è di bel nuovo rappresentato dalla circostanza che si tratta di reati, il cui evento dipende da condotte conglomerate, compattate. Per cui il problema che si pone esattamente come per il disastro è quando è raggiunta la soglia della tossicità o la soglia del pericolo e da parte di chi? Perché chi viene dopo trova una situazione evidentemente già compromessa. Quindi, ancora una volta, la necessità di distinguere, è immanente alla formulazione stessa di un giudizio di responsabilità. Ma, a prescindere da questo, io ho la sensazione, ma forse un po’ più che la sensazione, che il processo rispetto a queste fattispecie si areni ancora prima di raggiungere queste problematiche. Perché il problema posto da queste due fattispecie, direi, che non è stato risolto prima di tutto in fatto, e cioè prima di tutto in rapporto alla identificazione di un evento, sia pure costruito correttamente; nemmeno attraverso la ricostruzione scorretta di un evento si è raggiunta la possibilità di provare che questo evento esiste. E quindi siamo agli albori da questo punto di vista, prima degli albori. Per quanto riguarda l’avvelenamento delle acque che, se ho bene inteso dovrebbero essere per l’appunto le acque di falda, quindi acque destinate all’alimentazione, tali debbono essere per la fattispecie dell’articolo 439, tali restano rispetto alla fattispecie colposa contestata dell’articolo 452. Ora, qual è stato il percorso ricostruttivo seguito dall’Accusa. Prospetto la questione soltanto in termini di schema congettuale, perché i contenuti specifici, come accennavo poc’anzi, sono riservati ad una disamina ben più puntuale da parte di chi tratterà questo tema, e non sarà tra molto tempo. Ma il percorso concettuale dell’Accusa è sostanzialmente questo, espresso in forma che mi pare piuttosto chiara: le discariche non risultavano adeguatamente isolate rispetto ai materiali tossici che contenevano a causa delle lacune nel caranto, quindi si producevano filtrazioni attraverso il terreno con inquinamento progressivo della falda che poi transitava ai pozzi ancora attivi, nonché ai canali lagunari. Ecco, questo è raccontato in due parole diciamo, in termini sommarissimi, il percorso dell’Accusa che si basa su un contatto diretto tra la falda superficiale e la falda primaria, o primo acquifero. Ora trascuro il non trascurabile problema peraltro dell’identificazione della composizione delle discariche contestate in termini di apporti, in termini di qualità degli apporti; diciamo che questo in sé un problema che pure esiste, ma che per il momento diciamo si può mettere tra parentesi, per chiedersi piuttosto: ma qual è esattamente la falda avvelenata? E l’acqua di questa falda è un’acqua destinata all’alimentazione? Perché queste sono le domande dell’articolo 439. L’articolo 439 propone questo criterio di selezione, trovami una falda che sia la falda destinata all’alimentazione. Allora, la prima falda, nell’area del Petrolchimico, mi pare di avere compreso, circoscritta all’area delle discariche, non ha nessuna possibilità significativa di movimenti orizzontali o verticali verso la falda profonda. E non in verticale per la relativa impermeabilità a prescindere dalle lacune nel caranto. E non in orizzonte per il gradiente idraulico. Tanto che si tratta di falde dimostrate praticamente stagnanti. Ora, questi sono i temi probatori. Su questi temi probatori certo che c’è un conflitto, ma il conflitto si è espresso attraverso una contestazione precisa che dice: guardate che la falda di cui parlate certamente non è inquinata. Cos’è stato addotto in contrario, per dimostrare l’avvelenamento: che ci sono molti pozzi e che questi pozzi sarebbero inquinati. E che i pozzi sono destinati all’alimentazione, tant’è che sono denunciati. Francamente è un percorso piuttosto a sobbalzi, perché la prova dell’inquinamento dei pozzi, anzi dell’avvelenamento dei pozzi, non mi pare acquisita. Quanto all’elemento della denuncia che dimostrerebbe la destinazione all’alimentazione, francamente mi sono sentito quasi chiamato in causa personalmente, perché confesserò - anche se non è oggetto di confessione - che la mia famiglia, o meglio quella di mia moglie, in effetti un pozzo lo possiede in Sicilia, ed è un pozzo inquinato, perché ahimè intorno poi hanno costruito; con tutto ciò, la denuncia la fanno lo stesso, perché se non la fanno perdono il diritto al pozzo, e perdere il diritto al pozzo dispiace. Dopodiché mi sono sentito dire che in effetti la denuncia dei pozzi dimostra che questi pozzi entrano nel circuito dell’alimentazione umana. Ma perché sono destinati all’irrigazione? Ma non basta. Ma perché sono destinati all’alimentazione animale? Ma non basta. Perché la destinazione dell’acqua ha finalità indirette, rispetto all’alimentazione umana, impone la prova consistente nella dimostrazione che questa finalità indiretta si traduce, sia pure indirettamente, in una finalità relativa all’alimentazione umana e comunque tale da compromettere la salubrità di questa alimentazione. In altri termini, bisogna dimostrare che irrigando le piante, con quell’acqua, si producono dei vegetali, la cui assunzione è dannosa. Senza questa prova, è inutile dire che i pozzi sono inquinati, ammesso che lo siano, e non sappiamo se lo sono. E` inutile dire che sono denunciati, perché la denuncia la faccio anch’io, ma non bevo l’acqua di quel pozzo; e la uso per irrigare, perché irrigando non succede nulla. Naturalmente può essere vero il contrario, che irrigando succede qualcosa, e che le pianticelle che si ricavano sono pianticelle tossiche. Ma allora lo si dimostri, e si potrà riparlare. Ma finché non si è fornita questa prova, l’avvelenamento è addotto con una funzione ancora una volta evocativo simbolica, per dare l’idea di una situazione di grave pericolo che francamente non c’è. E per quanto riguarda le sostanze alimentari, ittiofauna e molluschi, ancora una volta siamo in presenza di una situazione nella quale lo scontro delle opposte opinioni, ma non si tratta forse solo di opinioni, risulta piuttosto radicale. Perché ciò che è stato contestato all’Accusa ed ai consulenti che hanno sorretto, o si sono sforzati di sorreggere l’impianto accusatorio, sono i principi, e cioè i tre grandi capitoli che reggono qualsiasi tipo di ricerca: la metodologia, la valutazione dei risultati, la valutazione del rischio. E questo è stato contestato non sulla base di una difformità di opinioni espressa in termini di (porziorità), ma chiamando in causa precisi paradigmi, modelli, acquisizioni, comunemente ricevute nell’ambito scientifico. I consulenti della Difesa hanno contestato, e parlo in generale di tutte le Difese, le metodologie del campionamento, che già basterebbero; perché, quando il metodo è sbagliato, il risultato è sicuramente sbagliato. Può darsi che con un metodo giusto non si raggiunga sempre un risultato corretto; può darsi. Ma quel che è certo è che con un metodo non corretto si raggiunge sempre, necessariamente, infallibilmente, un risultato errato. E il metodo usato dai consulenti dell’Accusa è stato letteralmente distrutto. In termini di puntuale riferimento alla mancata applicazione di canoni, protocolli, criteri, che rappresentano il pane quotidiano di chi esercita quel tipo di attività. Perché non sono risultate corrette le modalità e le strategie del prelievo? La conservazione e il trasporto dei campioni, le procedure di omogeneizzazione e il numero dei campioni ricavati. Tant’è vero che quando la musica è cambiata, sono cambiati anche i risultati: vedasi Muller. Ma sul piano della valutazione dei risultati ancora una volta si è rilevato che non si possono prendere i livelli quantitativi di un metallo, che non significano niente senza il riferimento alla biodisponibilità, che non dipende affatto dalla quantità in assoluto del metallo. Il metallo poi va identificato nella sua speciazione, sennò dico: ma lo sanno tutti che il cromo esavalente non è il cromo trivalente; e che il picolinato di cromo serve nelle diete dimagranti e fa tanto bene al metabolismo degli zuccheri, mentre il cromo esavalente conduce al cimitero. Sempre di cromo si tratta. Ma se io butto nelle acque un vagone di picolinato di cromo non succede nulla; se invece butto il cromo esavalente, succede qualcosa. Quindi la speciazione sarà necessaria, sapere che è cromo non serve. E questo i consulenti l’hanno detto in un modo che persino un cretino come me l’ha capito. E si è convinto. Forse a torto, però mi si dica allora perché bastano le quantità. E mi si dica perché non serve verificare correttamente, puntualmente, esattamente, la biodisponibilità; e mi si dica perché si deve adottare un criterio di media che tiene conto dei valori più alti e non di un valore mediano, come usa nella comunità scientifica. Quanto poi alla valutazione del rischio, ma che superare un limite, ammesso che sia superato, e quando sia superato non significhi entrare nell’area del pericolo, prima di tutto è intuitivo. Ma non solo intuitivo. Se la legge, come accade abitualmente, sanziona il superamento del limite, questo sanzionare il superamento del limite dimostra di per sé che il solo fatto di superarlo non comporta automaticamente l’ingresso nell’area del pericolo, sennò a questo punto basterebbero i delitti contro l’incolumità pubblica. Se ogni stabellamento, come si dice con una bruttissima espressione neologistica, se ogni stabellamento comportasse un pericolo per la salute, tanto varrebbe allora eliminare l’apparato sanzionatorio della Merli ed utilizzare soltanto il 439. Perché non ci sarebbe spazio. Ma che non sia così... Ed anche questa è circostanza direi più che acquisita, anche se la distinzione tra rischio e pericolo meriterebbe o meriterà ben ampia trattazione: l’uno dominato dal principio di precauzione, come si dice in Toscana: "Meglio avere paura che toccarne"; e l’altro il pericolo da una regola di osservazione scientifica desunta da una legge in base alla quale si possa affermare che chi assume quella certa quantità in un certo periodo subisce un elevato grado di probabilità che può avvicinarsi prospetticamente all’area del tentativo. Ma di questi problemi il Tribunale avrà modo di sentir parlare, con competenza e con diffusione ben più ampia di quella che io posso in questo scorcio di mattinata assumere, da parte del professor Mucciarelli, a cui il tema è destinato in linea di principio. E questo, appunto per concludere l’ambito dei delitti contro la pubblica incolumità, e cioè i titoli di responsabilità ipoteticamente astrattamente riferibili a Montedison, alcune brevi considerazioni a proposito dell’articolo 437, che chiuderà questa parte e mi consentirà di passare poi all’ultima, quella relativa al danno ambientale, che costituirà un tratto credo piuttosto significativo, quello conclusivo peraltro, del mio intervento. L’articolo 437, rispetto al quale mi sono già brevemente soffermato sull’ipotesi aggravata, quella relativa al disastro, presenta tre punti nevralgici. Anche in questo campo sono aiutato, anzi più che aiutato, trasportato con vento impetuoso, dalle parole del professor Pulitanò, e quindi posso limitarmi ad un tratteggiare, per non dico puntualizzare, ma forse sintetizzare. Dunque, i punti nevralgici che interessano questo processo sono tre. Il primo è l’inadempimento del debito di sicurezza, cioè l’omissione. Cioè, non c’è. Il secondo è l’oggetto materiale. Se c’è si riferisce a che cosa: impianti, apparecchi, segnali, dice la norma. E, infine, terzo punto, la destinazione teleologica: a prevenire infortuni sul lavoro, disastri, quindi una condotta, un oggetto, uno scopo teleologico dell’oggetto, e quindi della condotta. Ora, iniziando a ritroso, e limitandomi a brevi cenni, il primo problema è la destinazione teleologica. Sappiamo ormai direi molto bene che per prospettare l’applicabilità dell’articolo 437 le forche caudine sono costituite dal riferimento all’infortunio sul lavoro, la cui nozione è troppo nota al Tribunale perché io mi azzardi anche solo a ripeterla; e che notoriamente non include la malattia professionale, come la stessa Corte Costituzionale nel 1983 ha avuto modo di ribadire nel mentre riconosceva di non poter provvedere a colmare la lacuna, perché appunto le lacune non si colmano da parte nemmeno della Corte Costituzionale, che in questo senso è tutrice del principio di legalità al punto da dover dire: cari signori, c’è una lacuna? Può darsi, sì, forse, però non sono io che posso aggiungere alla fattispecie incriminatrice qualche cosa che la fattispecie non ha, perché è un compito precipuo ed esclusivo del legislatore. Se non l’ha detto lui, non lo posso dire io. Ed arriva la giurisprudenza che dice: non ti preoccupare, ci penso io. E ci penso io con la solita truffa delle etichette. Per carità, è vero, dice la Cassazione nel ‘90, poi lo ripete mi pare un paio di volte, è verissimo: malattia professionale, infortunio sul lavoro, sono concetti diversi e la malattia professionale non entra nell’articolo 437, però c’è una piccolissima novità, che il concetto di infortunio sul lavoro va reinterpretato. Va reinterpretato e reinterpretandolo vedrete che troveremo un altro risultato: va reinterpretato nel senso che l’infortunio comprende anche la malattia per cause esterne, assimilabili alla causa violenta per un infortunio. Mentre al concetto di malattia professionale in senso stretto, e quindi escludo dall’articolo 437, ci sono solo le malattie che dipendono da cause interne. Interne! Cause interne, cioè le malattie autoimmuni, perché non mi pare ce ne siano altre. Se uno ha una malattia autoimmune, quella non è professionale. E vorrei anche vedere! Invece tutte le altre, raffreddore compreso, diventano malattie professionali, e quindi infortunio/malattia o malattia/infortunio. Quindi, attraverso l’ossequio farisaico all’interpretazione tradizionale si ottiene l’interpretazione che si voleva raggiungere fin dal 1983 che la Corte Costituzionale aveva dichiarato di non poter raggiungere. Dove non poté la Corte Costituzionale, poté la Corte di Cassazione. Ora, qui si tratta di stabilire se mutare un assetto interpretativo in questi termini, sia operazione che rientra nella legalità; se sia vero che questo tipo di riassetto può essere rivisitato in questo modo. Se è vero, allora il discorso si chiude. Ma si chiude per aprirsi sul versante degli oggetti materiali. Perché nell’indicazione che il Pubblico Ministero fa in generale di tutte le condotte in qualche modo riferibili a una qualsiasi delle fattispecie che poi vengono contestate, figurano dati relativi all’organizzazione del processo produttivo, generici addebiti relativi alla manutenzione, comportamenti di controllo. Ora è difficile stabilire a che cosa pensava il Pubblico Ministero nel contestare l’articolo 437. Certo non poteva pensare a tutto, perché ci sono sicuramente comportamenti che non hanno nulla a che vedere con tutta la buona o cattiva volontà, a seconda dei punti di vista, con la fattispecie obiettiva del 437, cioè i comportamenti di controllo sullo svolgimento della attività lavorativa certo non c’entrano, come non c’entrano i generici addebiti relativi alla manutenzione o quelli relativi all’organizzazione del processo produttivo. C’entrano i gascromatografi, e cioè i sistemi di monitoraggio? E` molto discutibile, mi pare che anche il professor Pulitanò abbia riserve su questo punto. Ma in effetti non siamo in condizioni di identificare con precisione questi oggetti materiali, ma comunque sia, ammesso che ci siano, sono i gascromatografi o sono le cappe di aspirazione, a quale momento ci si riferisce? Perché il discorso, ancora una volta, non può svilupparsi nella atemporalità, nell’indistinto cronologico massificando le condotte e sottoponendole poi ad una valutazione indistinta, perché almeno questo il processo ci avrà consentito di capire, e che cioè nel corso degli anni si è fatto, si è fatto molto, si sarà fatto poco, secondo l’Accusa, ma certo, la realtà di Porto Marghera non è mai stata ferma. Questa dinamica è irrilevante? Certamente no, perché condotte omissive che in ipotesi, e dico in ipotesi, potessero prospettarsi nel ‘73, non sono più prospettabili nell’80, quando il risultato che nel ‘73 si contesta raggiunto viene invece raggiunto. Insomma, a quale momento ci si riferisce? Perché l’omissione di oggetti, di impianti, ha una sua specificità tale da consentire la definizione temporale univoca, tassativa, precisa, di ciò che si vuole collocato quando non è stato collocato. Di ciò che si vuole impiantato quando non è stato impiantato. Eh, non si può genericamente inglobare un periodo e dire: in questo periodo non avete fatto qualche cosa. Cosa? E quando? Perché la realtà è che Montedison si attiva a partire dal 1973, dopo gli esperimenti del professor Maltoni, da lei sollecitati. E mette in cantiere il piano di risanamento degli impianti. Le ultime azioni degli interventi impiantistici e di modifica delle procedure che rappresentano il contenuto del piano di risanamento si realizza tra il ‘74 ed il ‘76 e si conclude nel ‘77 con quell’importantissimo intervento che è costituito dalla installazione delle colonne di strippaggio delle autoclavi. Si tratta di una serie direi imponente di interventi documentati che sono dominati anche qui in termini probatoriamente certi dall’urgenza che è sempre presente nella ricerca e nell’individuazione dei brevetti e dei progetti, tanto che l’esecuzione dei lavori viene addirittura anticipata rispetto all’approvazione delle commesse; e nella ricerca della migliore tecnologia possibile, in quel settore e in quel momento. In taluni casi le ditte fornitrici dovettero modificare la loro tecnologia per adeguarsi alle richieste di Montedison e alle esigenze di prevenzione collegate all’acquisizione progressiva di conoscenze sul CVM. Quindi la realtà si è mossa e di questo movimento vi darà conto per un verso l’Avvocato Beccaredda, per l’altro l’Avvocato Accinni, a lungo se ne parlerà. Ma che questo movimento ci sia stato, che la realtà non sia stata immobile, che il ‘70 non sia l’80 a Porto Marghera è un dato che ad un certo punto si può desumere da una voce non sospetta: quella di Gabriele Bortolozzo, nella relazione del 1983. Perché Gabriele Bortolozzo, che certamente si è mosso sempre in perfetta buonafede, proprio per questa buonafede, quando riferisce della situazione del CV6, cioè il reparto mostro, l’anticamera dell’inferno, perché questo è stato il quadro che si è prospettato, riferisce, dopo avere indicato quelle che a suo giudizio nei primi anni ‘70 erano le deficienze del reparto, dice che tutto ciò fece sì che in questo reparto si sviluppasse una serie di azioni, dalla sensibilità ai problemi ambientali, alle lotte, e a tutti quei comportamenti che portarono alla salvezza e al recupero del reparto, al suo risanamento ed avanzamento tecnologico. Oggi si può dire che il CV6 è un reparto efficiente, possiede un microprocessore, dicono che sia l’unico al mondo installato in un impianto di polimerizzazione in emulsione. L’automatizzazione riduce il lavoro manuale. Anche ambientalmente è vivibile: una vasca raccoglie tutti gli spanti del reparto per inviarli alla baricentrica. Impianto di depurazione acque, moderno valvolame e macchinari che vietano la fuoriuscita di gas, ed altri prodotti nocivi. Efficiente microclima: condizionamento dell’area. Questo scriveva nell’83. Ma allora io mi chiedo, ma è un esempio, ma nell’83, nel CV6, il 437 c’entra o non c’entra? E dove c’entra? E comunque le accuse mosse sulla base dell’articolo 437 a quale periodo si riferiscono? E in che cosa consistono? Perché si potrà poi dire, da parte dell’Accusa, è il suo mestiere, che in realtà questi interventi, va bene, ci sono stati, ma non sono sufficienti. Ma che cosa non risponde allo standard? Perché l’articolo 437 introduce un parametro normativo: omissione. E quindi bisognerà fornire la prova che la presunta insufficienza degli interventi, perché si dovrebbe parlare di insufficienza degli interventi, parlo nella prospettiva dell’Accusa, riconoscendo all’Accusa tutto quello che si può riconoscere, si traduce poi in un’omissione, cioè in un non fare. E` un non fare che è costato centinaia di miliardi attualizzati ad oggi. E` un non fare che è costato somme enormi, come sono costate somme enormi gli interventi di cui non mi sono occupato specificamente per ragioni di brevità sulla rete fognaria e sugli scarichi, proprio fino al 1983, comunque nell’arco degli anni dal ‘73 all’80. E bisognerà dimostrare che questi miliardi non solo sono stati spesi invano, che sarebbe poco, perché l’imprenditore deficiente non sta nell’articolo 437. Nell’articolo 437 ci sta l’imprenditore criminale, e cioè quello che non colloca le misure di sicurezza e dolosamente. E se qui si dimostra che io Montedison ho realizzato questa serie costosissima di interventi, mi si dovrà dire che io ho speso questi miliardi per coprire l’omissione, per abbellirla. Quindi questi soldi sono il prezzo del dolo. Che si vuole, dire questo? Lo si dica, però. Si dica che in Montedison si spendevano centinaia di miliardi con il dolo dell’omissione delle cautele. Questo si deve dire. Se si dice questo, ma soprattutto se lo si dimostra, non se lo si dice, perché Montedison lo ripeto può darsi che non sia stata la migliore del suo tempo, ma non è stata la peggiore, sicuramente non lo è stata; e si è mossa negli anni tra il ‘70 e l’80 come si sono mosse nel mondo tutte le industrie a lei comparabili; e questa realtà, il successore ultimo di quella società, il pronipote che ha ereditato questa pesante eredità in termini processuali può dirlo senza tema di smentite.

E passo quindi alla terza parte del mio intervento, l’ultima, quella dedicata al danno ambientale. Mi occuperò essenzialmente del danno ambientale, beh non solo per ragioni per così dire quantitative, perché è imponente, oserei dire stratosferico, ma anche perché per i danni patrimoniali relativi alle persone offese, che siano anche persone fisiche, i casi sono due: la pretesa risarcitoria è già stata soddisfatta in via transativa, e la transazione in quest’aula è stata definita una vergogna. Un’espressione che lascio molto volentieri alla responsabilità morale di chi l’ha utilizzata. Mi limito a ricordare solo che questa forma civilissima di composizione è stata sollecitata dalle persone offese e Montedison ha aderito di buon grado, con spirito solidaristico, pur consapevole che una larghissima parte di quelle patologie invocate erano, come sono, contestabilissime. Ma è questo proprio della solidarietà, di non poter distinguere; mentre si distingue poi, in questa sede. Se tutto questo è una vergogna, io dico francamente che sono orgoglioso di avere partecipato a questa vergogna e la rivendico con merito: io ho partecipato attivamente a questa vergogna, e me ne vanto. Se poi la pretesa non è stata soddisfatta, o è perché legittimamente taluno ha interpretato il ruolo della Parte Civile com’è possibile interpretarlo; ci sono Parti Civili che chiedono la condanna per avere i danni; ci sono Parti Civili che chiedono i danni per avere la condanna. Quelli che chiedono la condanna per avere i danni entrano nella logica della transazione; quelli che chiedono i danni per avere la condanna non possono transigere. Perché la condanna non è transigibile. Eppure si tratta di patologie tanto contestate che la transazione non era possibile. Quanto ai danni patrimoniali dello Stato, mi riporto a quella memoria che mi sono attribuito per sollecitazione delle mie stesse controparti, ma che è stata redatta dal professor Bardolesi, di cui io mi sono assunto la paternità di buon grado, non vorrei sciupare il tempo nel ripetere cose che già sono state dette. Due parole sui danni patrimoniali richiesti dalle Associazioni Ambientaliste, dagli Enti Esponenziali, che si articolano sostanzialmente in due voci: costi sostenuti per attività conoscitiva e istruttoria e danni all’immagine per frustrazione dei loro scopi istituzionali. Sono voci ricorrenti, lo so bene, sempre si trovano; ma sono anche i dolofori, che se si applica lo spirito critico si rivelano per quelli che sono: dolofori, privi di consistenza. Perché i costi per attività conoscitive e istruttoria non dipendono dall’illecito, non sono conseguenza diretta e immediata; tanto che sono determinati dal futuro creditore nel (inc.), ma è lui che stabilisce. Se, quando e come i danni diretti e immediati dell’illecito, proprio non sono; e dobbiamo far finta che lo siano? Facciamo finta. Quanto poi ai danni all’immagine, per frustrazione degli scopi; questa è una formula magica. Ma se le Associazioni stanno lì per perseguire gli illeciti ambientali, ma come possono dire che è stato frustrato il loro scopo! Il loro scopo è esaltato dall’illecito ambientale, perché sono lì per questo. E quindi questo non è un danno che abbia una qualche consistenza. Il danno all’immagine è, all’incontrario, è il profitto all’immagine, perché acquistano visibilità, perché acquistano notorietà, perché acquistano fama. Ma giustamente, è la loro finalità, niente di illecito. Meno giusto che poi convertano questi vantaggi in danni e ne chiedano il ristoro. Questo è un po’ meno giusto. Ma lo sappiamo, l’articolo 90 del Codice di Procedura Penale aveva creduto di fare giustizia di queste situazioni, dicendo: ma qui ci sono gli interventori; gli interventori aiutano la pretesa penale ed anche quella civile, ma non chiedono danni; quindi gli enti esponenziali nel disegno del Codice dovevano stare in una posizione un po’ più defilata. Ma sappiamo tutti come sono andate le cose, lo so anch’io, le costituzioni di Parte Civile sono ammesse, che la giurisprudenza ha perpetuato l’antifona. Benissimo. Tutto questo lo so, e lo sapeva anche Giovanni Giolitti, il quale diceva che le leggine si applicano, si interpretano, ma non necessariamente nei confronti delle stesse persone e delle stesse situazioni. Così è. Ma le Associazioni Ambientaliste non hanno diritto al risarcimento del danno, perché non c’è. Ed almeno la soddisfazione di dirlo questo francamente non me la voglio levare: non hanno danno e lo chiedono ingiustamente.

E veniamo al danno ambientale. Il danno ambientale, che è la posta grossa, perché il danno ambientale è appunto la pena di morte. In un processo costruito intorno alla persona giuridica, il danno ambientale equivale alla condanna a morte. Quindi, quando si chiedono 71 mila, 78 mila miliardi, si chiede qualcosa che è circa il quadruplo del fatturato annuo del Gruppo, in termini di capitalizzazione non so che cifra sia, per cui l’indomani ovviamente si verifica l’inevitabile, cioè il fallimento. Non potrebbe essere diversamente. Quindi stiamo a parlare della pena di morte inflitta ad una persona giuridica, in un processo costruito contro la persona giuridica qui c’è la massima posta in gioco: il danno ambientale. E quindi gli dedicherò un po’ di attenzione, nei limiti delle mie modeste possibilità, procedendo per così dire dalla periferia al centro, e cioè dalle questioni che si pongono all’interno della problematica del danno ambientale, questioni intranee, alle questioni che invece pongono la problematica stessa del danno ambientale, quindi le problematiche all’interno del danno ambientale e quelle invece che tengono in discussione il danno ambientale stesso. E si capisce perché comincio dalla periferia, perché il colpo forte arriva in fondo. Ma anche gli altri, a mio giudizio, non sono colpi deboli. Comincio quindi all’interno della problematica del danno ambientale. All’interno di questa problematica devo porre sostanzialmente quattro questioni inanellate l’una sull’altra, molto semplici, si tratta di questioni che spero di poter tradurre in termini non dico elementari, perché il Tribunale saprebbe reggere questioni di ben altra complessità, ma in termini di estrema semplicità. La prima questione: mi dovete dire quante volte mi chiedete lo stesso danno diversamente qualificato. Perché lo Stato chiede il risarcimento del danno ambientale, oltre al ripristino. E passi, passi perché lo dice l’articolo 18. Però anche la Provincia chiede pure il risarcimento del danno ambientale, oltre al ripristino. E ci aggiunge anche un autorevole parere, per dimostrare che ha diritto a questo risarcimento. Comune e Regione chiedono, oltre al ripristino, che è pur sempre nella tematica del danno ambientale, sotto la voce "danni patrimoniali", direi sotto le mentite spoglie di "danni patrimoniali", vere e proprie voci di danno ambientale. Quando si dice di ripristino delle discariche, di messa in sicurezza, ma mi pare che si indichino voci tipiche del danno ambientale. Ora, la Provincia, come dicevo, rivendico espressamente la titolarità autonoma al risarcimento, e io vorrei sapere quante volte mi si vorrebbe far pagare il presunto danno ambientale, premettendo che a me le liti nelle altrui famiglie non interessano. E non mi interessano fintanto che non si riverberino a mio danno. Io posso dire la mia, il mio debol parere, e cioè che l’unico diritto è quello dello Stato, perché l’articolo 18 distingue tra titolarità del diritto al risarcimento e la legittimazione a chiederlo. L’articolo 18 è chiarissimo, quando parla al primo comma di risarcimento in favore dello Stato. E se le parole hanno un senso, questo vuol dire a favore dello Stato; non della Regione, non del Comune, non della Provincia. Mentre l’azione per ottenere quel risarcimento è poi promosso dallo Stato, nonché dagli Enti Territoriali, dice il terzo comma. Quindi c’è una scissione tra titolarità e legittimazione che è un fenomeno non comune ma neanche eccezionale nel nostro ordinamento. E, d’altra parte, l’intero articolo 18 è strutturato per un’unica voce risarcitoria, per un unico risarcimento; e il sesto comma, quando parla di determinazione in via equitativa? E che ipotizza, la determinazione in via equitativa per tre Enti: Regione, Provincia, Stato, e poi anche quella del Comune! Ma se poi guardiamo i nove bis e nove ter, aggiunti dall’articolo 114 della legge 388 del 2000, cioè l’ultima finanziaria, vediamo che con i proventi del risarcimento di cui all’articolo 18 della legge 349 viene istituito un fondo di rotazione del Ministero dell’Ambiente, stabilendo un vincolo di destinazione delle somme, quindi non può esserci che una sola richiesta, con un unico destinatario, con una somma che viene vincolata. La logica del sistema è senza dubbio io credo questa. Ma l’importante è che alla fine, semmai ci si dovesse arrivare, le voci siano voci non sovrapposte. La seconda questione che si pone, sempre all’interno della problematica del danno ambientale, riguarda i rapporti tra ripristino dello stato dei luoghi e risarcimento. Perché l’articolo 18, che il Tribunale conosce meglio di me, ma che io rileggo per facilità di esposizione, stabilisce: "Il Giudice, nella sentenza di condanna, dispone ove possibile il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile". La clausola, ove possibile, appare - almeno ad una lettura disincantata - una clausola di discrezionalità tecnica: quando si può fare, si deve fare. Nel senso che basta che esistono le condizioni di fattibilità. E i vari soggetti legittimati a chiedere il danno hanno tutti concordemente chiesto il ripristino dello stato dei luoghi. Che del resto, secondo la giurisprudenza, assume una posizione dominante nell’ambito delle misure risarcitorie; si parla in giurisprudenza di preferenza accordata alla misura risarcitoria in forma specifica, di misura privilegiata da adottare solo che sia possibile. Anche questa è una espressione giurisprudenziale. Quindi il risarcimento, per equivalente, in qualunque forma, che sia la forma equitativa o la forma non equitativa, ma per valutazione economica, è sussidiaria rispetto al ripristino, e vale solo nel caso dell’impossibilità. Ed allora, delle due l’una: o mi chiedete il ripristino, se è possibile, anzi il Giudice lo dispone comunque ove sia possibile, allora corrispondentemente non può disporre il risarcimento. E quante volte bisogna restaurare l’ambiente, dopo averlo ripristinato. Perché, fatemi capire, ipotesi a mio giudizio dell’irrealtà, ma comunque ipotesi: Montedison viene condannata a 71 mila miliardi e al ripristino. Siccome è diligente, prima fa il ripristino, poi dà i 71 mila miliardi. Ma i 71 mila miliardi a cosa servono, alla prossima manovra del bilancio dello Stato? A che cosa? Se è già ripristinato, o se lo deve ripristinare! E quindi è chiaro che se c’è il ripristino non c’è il risarcimento, perché due volte lo stesso risultato non si può ottenere.

La terza questione, sempre all’interno della problematica del danno ambientale: i rapporti tra risarcimento per equivalente economico e risarcimento determinato in via equitativa. L’articolo 18 dice: "Chi ha distrutto o alterato l’ambiente è obbligato al risarcimento". E poi sappiamo che il sesto comma prevede che: "Ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, il Giudice ne determina l’ammontare in via equitativa, tenendo conto della gravità della colpa, del costo necessario al ripristino, al profitto conseguente". Primo problema: chi è l’organo della scelta? Il Tribunale mi guarderà e mi dice: scusi, ma c’è scritto, il Giudice; e ce lo chiede anche. E` il Giudice che sceglie. E quindi non la parte. La parte potrà sforzarsi di illustrare l’opportunità di addivenire a questa soluzione, ma non può chiederla. Anche se l’ha chiesto, perché non è una scelta della parte. Non è la parte che dice: a me piacerebbe di più il criterio equitativo, quindi tu Giudice fai in questo modo. Non è un optional rimesso all’apprezzamento di chi domanda; è una scelta che il Giudice dispone secondo quale criterio? Questo è il punto. Non abbiamo una giurisprudenza che ci aiuti specificamente sull’articolo 18, ma abbiamo una giurisprudenza che ci aiuta sull’articolo 1226, cioè la disposizione che è in misura per la verità piuttosto ridotta corrispondente a quella del sesto comma dell’articolo 18, perché stabilisce in via generale che in caso di impossibilità di determinare il danno nel suo ammontare, il danno contrattuale ma anche il danno aquiliano, perché richiamato nell’ambito della responsabilità aquiliana, si deve procedere in via equitativa. E la giurisprudenza ha sempre detto che non basta a far scattare la valutazione equitativa la complessità probatoria, ma bisogna che ci sia una vera e propria impossibilità, che non ho lo strumento probatorio che mi consenta di raggiungere quel risultato. Sennò non posso trincerarmi dietro le difficoltà, perché lo strumento equitativo è uno strumento imperfetto. Stiamo parlando dell’ambito del diritto comune, perché qui è tanto più imperfetto. Ma già nell’ambito del diritto comune è uno strumento imperfetto, quindi non può essere attivato né con facilità, né con superficialità. In effetti l’articolo 18 è categorico nel dire che il Giudice, ove non sia possibile, perché se non è possibile questa impossibilità deve essere assoluta. E, del resto, già se guardiamo alla scarsa giurisprudenza formatasi sull’articolo 18, noi non possiamo non constatare che questa giurisprudenza riconosce la valutabilità in termini economici del bene ambiente. Già la Cassazione nel ‘95 diceva: non si farà riferimento a valori di mercato, saranno valori d’uso; oggi gli economisti, abbiamo sentito, parlano di valori economico totale. E la Corte Costituzionale stessa, nell’87, si espresse nel senso della valutabilità in termini economici del danno ambientale. E la teoria economica dispone di uno strumentario piuttosto sofisticato per determinare questo valore economico totale. Ce lo siamo sentiti dire, direi con competenza e precisione dallo stesso consulente dell’Avvocatura dello Stato, professor Leon. Il quale, ovviamente, conosce da par suo questi criteri; e molto onestamente li riporta in forma sintetica, ma chiara, nell’appendice numero tre della sua consulenza, quindi dice: guardate che di solito si fa così. E la domanda resta: perché non li usa? Perché è più complesso? Ma la complessità è irrilevante, perché non è un criterio di scelta. Quindi è chiaro che la richiesta formulata dall’Avvocatura dello Stato, di determinare in via equitativa il danno ambientale, è inammissibile perché la richiesta in sé risulta formulata da un soggetto che non ha il potere di proporlo, non può chiedere che sia determinata in via equitativa; e soprattutto perché la richiesta che potrebbe essere trasformata in una mera indicazione, in un suggerimento, in un’esortazione, in una preghiera, in una supplica, in quel che volete voi, ma comunque difetta del presupposto obiettivo: l’impossibilità. Perché il consulente dell’Avvocatura dello Stato ha fornito la prova della possibilità, e tanto basta per dire che lì ci si ferma.

La quarta ed ultima questione che si pone all’interno delle problematiche legate al danno ambientale è che dato e non concesso che sia ipotizzabile il ricorso ad una valutazione equitativa, supponiamo che nonostante tutto si dica, non so come, ma mi devo porre tutti i problemi, ammesso quindi che si possa, e addirittura si debba ricorrere a una valutazione equitativa, si tratta di stabilire come funzionano questi criteri: grado della colpa, costo del ripristino, profitto del trasgressore. Ora, non voglio nemmeno accennare a ciò che è contenuto nella memoria depositata a mio nome ma redatta dal professor Bardolesi. Io voglio porre la questione di diritto, che è: questi criteri sono cumulabili o sono alternativi, o sono ad efficacia ripartita? Come funzionano questi criteri? Perché nella consulenza del professor Leon l’implicito "crilemma", se mi passate l’espressione balorda, perché si tratta di tre possibilità (la cumulatività, la alternatività o l’efficacia ripartita, a ciascuno una fetta), ebbene nella consulenza del professor Leon la scelta è chiara ed è fatta per facta concludentia, e cioè per la cumulatività, si sommano le varie voci. Allora, pigliamo i costi di ripristino, determinati in quel modo; poi ci sommiamo il profitto del trasgressore; naturalmente il grado della colpa è rimesso al Tribunale. Questo almeno. Nelle conclusioni dell’Avvocato Schiesaro, che è un uomo finissimo, di grande intelligenza, non è un complimento, è un apprezzamento di stima che lui sa essere molto sincero, nelle conclusioni non si prende partito. C’è un (self-restreint) molto significativo a mio giudizio, perché è un terreno un po’ minato. E quindi l’Avvocato Schiesaro non vuole inoltrarcisi. Si indicano solo i costi di ripristino e il profitto del trasgressore, con l’aria di dire: beh, faccia il Tribunale, vi consegno questa patata un po’ bollette e il Tribunale la sbucci. Ma il problema resta perché si tratta per l’appunto di definire i criteri di funzionamento. E certamente non sono cumulativi, non possono esserlo, almeno a mio avviso. Perché, se è vero, com’è vero, e lo ribadiremo, che il danno ambientale determinato in via equitativa è un danno di tipo punitivo, allora è chiaro che si può fare un raffronto con i criteri che reggono la distribuzione di quel male tipicamente punitivo che è la pena. Come si distribuisce questo male, cioè come si determina? Con l’articolo 133, che ha tanti coefficienti. A chi verrebbe in mente di dire che il funzionamento di questi coefficienti è cumulativo, cioè che si possa dire: allora, dunque, vediamo un po’, due anni per la gravità del danno; tre anni per le modalità della condotta, un anno per il grado della colpa. Tre, più due cinque, più uno sei; totale, sei anni. Ma come sei anni! Eh sì, perché ogni coefficiente ha dato la sua pena. La risposta sarebbe: ma i parametri funzionano in un valore ponderato che li vede azionare di volta in volta un’unica entità; e quindi, se si stabilisce che sono tre anni per la gravità del danno, poi si stabilirà che in base alle modalità della condotta si scende e si sale di un pochino e così via. Del resto è quel che il Giudice fa tutti i giorni, e quindi si tratta di una sorta di media ponderata. Ma qui abbiamo entità eterogenee nelle quali far funzionare la ponderazione non è affare di poco conto. Perché pensate solo al profitto del trasgressore. Il profitto di quale trasgressore? Perché se il profitto è quello del trasgressore vero, cioè di Montedison, allora il discorso può funzionare; ma come la mettiamo con il comma settimo, che parla di responsabilità individuale? E quindi di profitto anche individuale, se c’è. Ma non ci sarebbe, in questo caso. Anche per il danno ambientale solo la massificazione delle condotte consente di lubrificare il meccanismo, perché sennò il meccanismo si inceppa subito. E quindi come funzionano queste entità eterogenee? Ma, rispetto a questo, vi è una sorta di questione pregiudiziale, che ancora una volta torna alle origini del mio intervento. Se il comma settimo, come accennavo poc’anzi, stabilisce in modo molto preciso e proprio sulla linea di quella diciamo concezione punitiva del danno ambientale, che nei casi di concorso nello stesso evento di danno ciascuno risponde nei limiti della propria responsabilità individuale, allora io non posso non constatare ancora una volta che in questo processo si è fatto l’inverso: una sorta di maxi evento, cioè una serie di macrolesioni ottenute accorpando a scansioni (pettoniche) le vicende dell’impresa, nell’arco di vent’anni; questa condotta massificata è tornata buona anche all’Avvocatura dello Stato e al suo consulente, perché l’ha quantificata in termini equitativi, mai parola usata mi si consenta più a sproposito, e quindi si è fatto al solito un discorso di massa e di valutazione complessiva, questo è quanto in rapporto al tutto, prima si è determinato il tutto, e poi si è detto: beh, adesso caro Giudice, mi si consenta, tu ripartisci; naturalmente nei limiti della responsabilità individuale. E non è così che funziona il meccanismo. Troppo comodo se funzionasse così. Quando ci sarà il processo penale alle persone giuridiche, e non accadrà che i responsabili civili siano tratti impropriamente come imputati su un banco nel quale non debbono sedere, ma saranno considerati incolpati di un reato, arriverà magari quel giorno, e se arriverà saremo qui ad attenderlo. E fino a quel giorno il meccanismo non funziona così, funziona in un altro modo, e le regole del gioco vanno rispettate. Per il solito discorso, che la corda dell’impiccagione non deve essere più lunga di quello che è stabilito. Bisogna compiere esattamente il cammino inverso e stabilire chi risponde di che cosa, stimare quel danno ambientale rispetto a lui, perché rispetto a quel danno, e solo a quel danno, solo di quello, scatta la responsabilità solidale del responsabile civile. E il Tribunale mi dirà: ma forse sarà lo stesso, alla fine; partire dal tutto e dividere, o partire dalle parti e sommare. E non è così. Basta guardare al costo del ripristino, perché vedete il costo del ripristino, se si riferisce a ciò che taluno ha personalmente fatto, ha un certo senso, e un preciso significato: tu, caro Rossi, in ipotesi, hai provocato questi danni, perché sovrintendevi a questi scarichi, in questo periodo, il tuo ripristino non può che essere collegato ad una posizione antagonistica, ad un risultato antagonistico rispetto alla tua condotta. L’entità dell’insieme, invece, finisce sempre con l’essere superiore alla somma delle singole parti, perché l’entità dell’insieme consente di prospettare, come costo di ripristino, il riportare la Laguna alle origini. Non dico ad Adamo ed Eva, ma comunque agli anni Venti, ai tempi di "Morte a Venezia"; vogliamo Tonio Kröger in Laguna. Questo è il parametro "Morte a Venezia", che in questo caso era Venezia Viva. Quello è il momento del ripristino. E il discorso ha, non dico plausibilità, perché non ce l’ha nemmeno così, e nella memoria è illustrato, ma ha un senso solo compattando le condotte, cioè muovendo dalla massa delle condotte agglomerate, perché nel momento in cui le condotte vengono assunte una per una, ci si accorgerebbe della assurdità, del paradosso, di prospettare a carico di tizio, che in ipotesi per un anno ha scaricato quel che non doveva scaricare, il ritorno alla posizione edenica della Laguna, o comunque il ripristino di uno stato originale, lui, con la sua frazione di condotta rispetto a mille, mille altre condotte, di centinaia di altri stabilimenti. L’entità dell’insieme è così superiore alla somma delle singole parti, che per l’appunto si punta all’insieme e si va dritti all’insieme dicendo: poi dopo tu Giudice, una volta che abbiamo questi 71 mila miliardi, naturalmente ad uno gliene dai 3 mila, ad un altro 4 mila. Per carità, secondo i rispettivi periodi e le competenze. E no che non funziona così. Il comma settimo dell’articolo 18 è proprio lì per evitare queste abnormità; sta lì per impedire per formulare cifre che non hanno nessun senso. L’articolo 18, settimo comma, è una disposizione che riporta il risarcimento del danno ambientale sul terreno della ragionevolezza. E, del resto, l’entità della cifra complessiva, è alla fine la negazione di se stessa, perché incorpora una contraddizione: se la funzione di ogni risarcimento è prima di tutto il riequilibrio delle sfere patrimoniali, perché questo è diciamo lo scopo originario, poi ci sarà anche, se ci sarà, uno scopo punitivo, ma qui lo scopo di una richiesta simile è appunto la morte del debitore, la distruzione del debitore, perché la somma è un multiplo dei ricavi dell’intero Gruppo Montedison in un anno. Ed il giorno in cui fosse esigibile, libri in Tribunale, fallimento. Ed allora che cosa succederebbe, perché si potrebbe anche dire: bene, Montedison paga il fio delle sue colpe, finalmente distrutta, morta e sepolta. Sì, ma poi, di quel risarcimento, cosa succederebbe? Una misera moneta fallimentare, quindi 71 mila miliardi si ridurrebbero, non so, a 3 miliardi, a 4 miliardi, perché tanto passa in un fallimento. Del resto, che questa sia la logica, ma lo dice il decreto 22 del ‘97, quando parla di ripristino. Parla di ripristino a costi sopportabili. Perché nel ‘97 si era già compreso che il problema del sito inquinato è un problema che trascende i profili delle responsabilità individuali e che va affrontato con strumenti che possono essere coercitivi, ma che non possono distruggere il tessuto produttivo di un paese. Il furore ambientalista non porta da nessuna parte. La reazione ambientalista non porta da nessuna parte.

Ed ora, per concludere, affronterò le problematiche legate al danno ambientale in sé, quindi non più problematiche interne, problematiche che, come il Tribunale spero avrà potuto cogliere se le mie parole sono state sufficientemente chiare, si muovono nell’orbita di un’ipotetica applicazione dell’articolo 18. Qui stiamo invece a discutere dell’articolo 18, cioè vediamo se questo strumento, a prescindere da come può, non può, deve o non deve funzionare, se questo strumento ci può stare, e in che limiti ci può stare. Qui le questioni da porre sono due. La prima questione muove dalla constatazione in sé banalissima, ma si parte sempre da constatazioni banali, che l’articolo 18, come più volte è capitato di dover ripetere, contiene una sorta di doppio binario. Nel senso che da un lato, primo comma, si prevede un risarcimento per equivalente. Un risarcimento nelle forme che possiamo definire normali e che, in materia ambientale, si identifica con il valore economico totale del bene ambientale. Il sesto comma invece prevede un risarcimento in via equitativa con i famosi tre coefficienti. Non è percorribile questo doppio binario secondo le preferenze dell’attore, ma esiste. Certamente esiste. E il problema è: può esistere? E` legittimato ad esistere? Perché, vedete, il risarcimento per equivalente del primo comma richiama, anzi direi che in qualche misura riproduce lo schema aquiliano dell’articolo 2043 e delinea una sanzione puramente compensativa di natura patrimoniale, perché tende al riequilibrio delle sfere patrimoniali. Nel caso dell’ambiente non si tratta di pareggiare in termini aritmetico contabili, ma pur sempre si tratta di rinvenire una corrispondenza di valore; è la logica originaria, primaria, del risarcimento. Il sesto comma prevede il risarcimento in via equitativa, che è presente anche nello schema aquiliano, ma che nello schema aquiliano, e cioè nella responsabilità extracontrattuale ordinaria, ha una funzione molto definita. Nel senso che si dice che bisogna ricorrere alla valutazione equitativa quando non è possibile provare in modo preciso il danno. Si tratta di una equità di tipo integrativo, perché interviene quando la norma non è suscettibile di applicazione, quella ordinaria che dice che si determina l’equivalente, non può entrare in gioco perché non è possibile provare il danno, allora si ricorre ad un criterio di valutazione diverso che ha però la stessa funzione del criterio originario: raggiungere l’equivalenza delle sfere economiche. Nell’un caso, con un calcolo preciso; nell’altro caso in via equitativa. Ma con quell’unico comune obiettivo, che è pareggiare le sfere patrimoniali, ottenere l’equivalente economico. Quindi, la valutazione in via equitativo nel danno aquiliano adopera un mezzo diverso per raggiungere lo stesso scopo, che è proprio della determinazione per equivalente del danno. L’articolo 18, al comma sesto, introduce invece una valutazione equitativa che fa assumere al danno una funzione punitiva. E l’ha detto espressamente anche l’Avvocato Schiesaro, riconoscendo quel che tutti riconoscono; del resto è un’affermazione diffusa in tutti gli scritti di diritto ambientale, ma diffusa ampiamente anche in giurisprudenza, dove si sottolinea il fatto che si tratta per l’appunto di un danno punitivo. Beh, basti dire che dipende dalla gravità della colpa, e che il risarcimento dipenda dal livello di rimproverabilità personale non si potrà mai intendere in un sistema aquiliano puro, perché il danno è grave anche quando la colpa è modesta ed è modesto anche quando la colpa è grave. Non diventa più grave per essere più grave la colpa. Quanto al profitto del trasgressore, il profitto del trasgressore è utilizzato essenzialmente quando superi l’ammontare del danno in termini economici, per cui il rapporto costi/benefici risulta favorevole al trasgressore, e quindi questi potrebbe essere incentivato alla trasgressione anziché dissuaso. Se a inquinare ci guadagno più di quanto mi costa alla fine, beh inquino, perché il conto economico è attivo. Attraverso il riferimento al profitto del trasgressore si adotta, sostanzialmente, una misura di tipo confiscatorio, è una forma sanzionatoria del resto adottata anche nel recente decreto legislativo sulla responsabilità delle persone giuridiche. Quindi direi che è un paradigma prototipico questo. Ma anche il costo di ripristino può essere inteso in chiave punitiva ed è stato inteso in chiave punitiva in questo processo. E quando viene inteso in chiave punitiva? Quando determini una situazione migliore rispetto all’assetto esistente al momento della condotta illecita. Ciò che nel danno aquiliano ordinario non è mai possibile. Anche recentemente la Cassazione ha detto: badate bene che attraverso il risarcimento non si può ottenere che il bene abbia un valore superiore a quello che aveva prima, soprattutto in materia di riparazioni automobilistiche, se è lecita una citazione così modesta. Ma è normale, se si tratta di pareggiare le sfere patrimoniali, tu non ci puoi guadagnare; perché se ci guadagni, alla fine travesti un profitto in debito, avresti un arricchimento senza causa, perché la causa è solo pareggiare. Ma quando, come ha fatto il professor Leon, si assume come parametro una Laguna incontaminata, e cioè si cancella tutto e si dice com’era la Laguna, il ripristino è idealmente quello, è ideale questo. Certo dice, non sono mica così sprovveduto da non capire che non è un obiettivo che possa essere perseguito, però è per l’appunto un parametro, un punto di riferimento. Benissimo, ha ragione, è un parametro, è un punto di riferimento punitivo, perché mi assume come dato di riferimento ciò che non solo non si potrà mai raggiungere, ma che non si dovrebbe raggiungere perché in questo modo si otterrebbe un risultato migliore di quello della partenza. Perché quando Montedison è arrivata qui, certo la situazione non era esattamente l’Eden primi genio, la storia della prima, della seconda zona industriale. Il Tribunale la conosce meglio di me, quindi riportare il tutto alle origini significa né più e né meno che adottare un concetto di costo di ripristino punitivo, che è nella logica del sesto comma, quindi da questo punto di vista il professor Leon ha ben interpretato il sesto comma dell’articolo 18, ne ha interpretato lo spirito. Eh, ma allora dobbiamo dirci innanzitutto che quella valutazione equitativa di cui parla il sesto comma non è una valutazione equitativa di tipo integrativo, come quella dell’articolo 1226, cioè quella della valutazione equitativa ordinaria; ma è sostitutiva, non è un mezzo per raggiungere lo stesso scopo, cioè il pareggio delle situazioni patrimoniali ma è un’altra strada per un altro scopo, perché si pone in luogo del criterio normativo, che è quello dell’equivalente economico, un criterio diverso, anzi del tutto antagonistico. Quindi è un’equità di tipo sostitutiva, al posto della norma ci metto un altro criterio; al posto della compensazione dei danni e del pareggio delle sfere patrimoniali pongo la punizione del trasgressore. Un’equità sostitutiva che a questo punto io mi chiedo: alla faccia dell’equità; questa è l’equità; cioè, l’equità entra, imbazzica, come si dice con il linguaggio del biliardo, quando si tratta di dare una legnata. Bella equità! E` l’equità in una direzione sola, cioè il contrario dell’equità. Come hanno potuto chiamarla valutazione equitativa Dio solo lo sa, perché tutto è meno che equitativa, perché l’equità dovrebbe essere appunto una scelta contemperata in funzione di un obiettivo che la norma ha già determinato. Qui invece no, è il sovvertimento dell’obiettivo. No no, niente più equivalenti economici, qui non si può provare l’equivalente: ah, adesso ti diamo una bella stangata. Il problema che si pone: ma questo assetto corrisponde all’articolo 3 della Costituzione, o non vi corrisponde? E` ragionevole? Perché i termini della questione sono chiari: c’è una stessa situazione di fatto. La situazione di fatto è che io ho provocato un danno ambientale, questo è il dato di partenza. Allora questa stessa situazione di fatto viene trattata in un modo completamente antitetico, anzi contraddittorio, con una manifesta disparità di trattamento; in funzione di che cosa? Qual è il criterio della disparità? Il criterio della disparità è che non si possa quantificare il danno, che sia impossibile. Cioè, in funzione di un dato processuale che non ha nulla a che vedere con la condotta del trasgressore, che lui non è in condizioni di controllare, che non dipende da lui. Quindi da circostanze casuali ed estrinseche rispetto al fatto. Io sono trattato in un modo o nell’altro solo in funzione di circostanze casuali di natura processuale che non dipende da me controllare. E in funzione di queste mi ritrovo, o sul versante dell’equivalente economico, che può essere mille; o sul versante del danno punitivo, che può essere diecimila. Ma questo è un monumento all’irrazionalità, questo è uno scandalo; è uno scaldano normativo. Io ancora mi scandalizzo, sempre per quell’ingenuità famosa, mi scandalizzo. Ma l’articolo 18 è un monumento all’irrazionale. Ed ogni volta, io sono un vecchio illuminista, quindi ogni volta che vedo i monumenti all’irrazionalità un po’ mi indigno, dico: ma è possibile, ma come si può accettare! Si può solo per una ragione, signori del Tribunale, perché non è mai stato applicato, come ci ricordava l’Avvocato Schiesaro, perché non è mai stato introdotto veramente, perché non esiste. Quindi le bandiere, i simboli, beh questi possono stare, non nuocciono; eh, ma quando si trasformano in norme, allora ci si accorge che nuocciono, e soprattutto ci si accorge che non sono fatte per camminare, sono fatte per morire. Ed allora non si dica che in questo processo si inaugura il cammino del diritto ambientale in Italia, perché non è con l’articolo 18 che si potrà fare nulla. Nel momento in cui questo strumento dovesse diventare operativo ci si accorgerebbe che è uno strumento che non può funzionare e che soprattutto non deve funzionare. Perché esso è incostituzionale, viola in modo macroscopico il principio di eguaglianza sancito dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, in quanto dispone un trattamento irragionevolmente difforme di una medesima situazione di fatto sulla base di un criterio che non ha alcun riferimento con la natura della situazione, proprio il massimo della irrazionalità, il paradigma della violazione dell’articolo 3. La Corte Costituzionale situazioni di questo tipo ne ha a carrettate.

E infine l’ultima questione, l’ultima in tutti i sensi, l’ultima perché chiude il capitolo del danno ambientale, l’ultima perché credo, con soddisfazione del Tribunale, e con soddisfazione mia, che comincio vagamente a sentire una certa piccola stanchezza, giustificata spero, non solo dall’età, ebbene dulcis in fundo, o last but no least, come dicono gli inglesi, l’ultima questione, che è ultima ma non ultima, e che ci riporta alle origini, perché il cerchio così si chiude. In che limiti è applicabile l’articolo 18 e dico limiti temporali. Perché la legge entra in vigore il 31 luglio 1986, e Montedison mi pare di averlo dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio esce da Porto Marghera il 31 dicembre 1980. Ed allora in che senso si può applicare l’articolo 18 in questa solita anticipazione retrocessione di valutazione, torniamo all’universo privo di tempo; per carità, niente di nuovo neanche sotto questo profilo, però dovendosi confrontare con i principi bisogna pur dire che questa è una disposizione irretroattiva, come stabilisce per carità l’articolo 11 delle preleggi, come espressamente ha riconosciuto la Cassazione nel ‘98; e come corrisponde, del resto, alla sua funzione fortemente innovativa, perché com’è stato detto essa segna una sorta di momento di cesura rispetto all’esperienza passata. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: ma, caro Avvocato, non è che prima ci fosse il vuoto, prima c’era l’articolo 2043 che c’è tuttavia. Che c’è tuttavia! C’era la tutela comune quindi, che prevedeva la risarcibilità della lesione di un diritto. E questo diritto era quello dell’articolo 32 della Costituzione, che dava vita combinazione con l’articolo 9 al diritto individuale all’ambiente salubre. Certo, si approdava attraverso questo percorso costituzionale alla risarcibilità di un diritto individuale all’ambiente salubre. Ma senza poter mai giungere alla risarcibilità del danno ambientale in quanto tale e in sé. Perché nel nostro ordinamento si potevano identificare, certo, una pluralità di beni ambientali, rispetto ai quali potevano poi individuarsi una pluralità di situazioni soggettive di diverso contenuto, diritto, interessi legittimi, interessi occasionalmente protetti. Ma proprio questa ricchezza di situazioni giuridiche soggettive, di punti di incidenza dell’ambiente nelle singole specifiche cose dell’ambiente, determinava una difficoltà, perché bisognava, per dirla spiccia, individuare il titolare del bene. E` una situazione giuridica tutelabile, bisognava che qualcuno avesse la titolarità di quel bene da poter far valere; dopodiché godeva anche della copertura ambientale, certo. Ma l’articolo 18 ha avuto, per l’appunto, la funzione di rimuovere queste difficoltà, perché ha concepito giuridicamente l’unitarietà dell’ambiente e gli ha riconosciuto il contenuto di una pretesa azionabile; identificando poi, a prescindere da ogni problema, il titolare nello Stato, e ha risolto tutti i problemi che prima si ponevano con l’articolo 2043, dov’era necessario passare attraverso le forche caudine del titolare del bene, che fosse poi titolare di un diritto, che potesse agire in giudizio, che potesse far valere il diritto individuale all’ambiente salubre. Non mai la tutela dell’ambiente in sé. Quindi l’articolo 18 ha avuto questo ruolo di potente innovazione, perché nel sistema della responsabilità comune non è dato riscontrare mai questa regola di scissione tra titolarità del bene, titolarità del diritto al risarcimento, legittimazione ad agire, che nel caso dell’ambiente spetta addirittura anche agli enti esponenziali, che è il tratto caratteristico, e si può dire la cifra dell’articolo 18. Ed allora, se vogliamo accomodarci con l’articolo 2043, in ipotesi, beh allora bisogna che mi si dica chi è titolare di cosa. Chi è titolare di cosa, nell’ambito di questo ambiente; perché la pretesa, la tutela dell’ambiente in sé, lo Stato la può far valere soltanto in base alla legge del 1986. E mi si deve dire chi è legittimato ad agire; e poi bisogna dirmi che la valutazione equitativa non sarà più quella del sesto comma che è incostituzionale, ma sarà quella ordinaria del 1226 e che il ripristino, ove disposto, soggiace alle regole dell’articolo 2058, e cioè all’eccessiva onerosità. Insomma, se si entra nell’ambito della tutela comune originaria, si paga il fio di questo ingresso, nel senso che ancora una volta le regole del gioco sono quelle che sono e non possono essere contraddette. L’articolo 18 è irretroattivo, non può servire se non in questa logica di anticipazione delle valutazioni che costituisce una delle chiavi di lettura, chiavi di lettura che non aprono alcuna porta di questo processo, non può servire a condurre ad alcun risultato. E così, signori del Tribunale, ho concluso il mio intervento. E la conclusione diciamo in senso sostanziale è implicita nelle parole che ho detto: in questo processo si è riunito un insieme che è largamente superiore alle sue parti, infinitamente superiore, nella prospettiva che gli si è voluto dare, ma è un insieme che non poteva esserci, che è un artificio, che è il frutto di una costruzione che non ha fondamento giuridico ma non ha neanche fondamento di giustizia. Perché serve soltanto a trasformare un periodo della vita italiana, che avrà avuto certamente le sue ombre, ma avrà avuto anche le sue luci, in un periodo di indistinta criminalità riversata nelle forme che ho detto su un manipolo di persone che poi compaiono in questo processo solo come ostaggi processuali. Voi dovete liberare questi ostaggi. E quindi concludo formalmente come difensore del responsabile civile Montedison in questo procedimento penale, chiedendo che il Tribunale voglia in tesi assolvere tutti gli imputati la cui attività sia riferibile al periodo di gestione Montedison S.p.a. dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera da tutti i reati loro contestati, in particolare quanto al delitto di strage colposo perché il fatto non sussiste; quanto ai delitti di cui agli articoli 434 e 449, 437, 439, 452, 440, 452, 589, 590 per i fatti non sussistono perché gli imputati non li hanno commessi o comunque non costituiscono reato; quanto agli altri reati contestati con la formula che sarà ritenuta di giustizia. In via subordinata, ritenere rilevante e non manifestamente infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’articolo 434 secondo comma del Codice Penale, quanto alla previsione di un altro disastro diverso dal crollo in riferimento all’articolo 25 secondo comma della Costituzione. E ritenere rilevante e manifestamente infondata l’eccezione d’illegittimità costituzionale dell’articolo 18, comma sesto, della legge 349 del 1986 in riferimento all’articolo 3 comma secondo della Costituzione. In via ulteriormente subordinata, respingere le domande risarcitorie di tutte le Parti Civili costituite.

Presidente: grazie professore. Allora, sospendiamo l’udienza adesso, la riprendiamo alle 14.30.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: se volete accomodarvi, prego. Professor Alessandri, quando vuole prendere la parola.

 

AVVOCATO ALESSANDRI

 

Avvocato Alessandri: se posso, signor Presidente, io non la vedo perché ho un ventilatore di fronte, ma va bene lo stesso. Signor Presidente, signori del Tribunale, tocca a me iniziare la discussione degli Avvocati della Difesa Montedison dopo il responsabile civile, che ha aperto in modo straordinario la strada a tutti noi. E non nascondo un certo mio imbarazzo, dovuto almeno da tre elementi. Uno, dal fatto che dovrò toccare, come il Tribunale immaginerà e sa anche dalla scaletta, temi che sono stati a lungo dibattuti in questo Tribunale, e cercherò evidentemente di farne una rapidissima sintesi, e soprattutto tentare un raccordo con le figure di reato che vengono contestate e soprattutto con i principi che si dovrebbero applicare per formulare quella sussunzione, di cui ci ha parlato questa mattina Tullio Padovani. Il secondo imbarazzo mi sorge dal fatto che dovrò occuparmi di causalità dopo che ne ha parlato Federico Stella, ed è difficile aggiungere qualcosa a chi a tutti noi ha insegnato a ragionare intorno alla causalità in tempi recenti. Il terzo imbarazzo è quello di parlare dopo Tullio Padovani, con il quale certamente non condivido un lessico così spumeggiante e una capacità sistematica così precisa. Mi unisce credo una fiducia razionalistica, illuministica ha detto, in quello che il diritto penale può fare e in quello che il diritto penale non può e non deve fare. E credo, per contenere quindi in un minuto questa brevissima premessa, che questo sarà il mio punto di riferimento costante ed obbligato. L’oggetto di questa mia discussione, signor Presidente, parte naturalmente dal momento che assisto quattro persone fisiche qui imputate da considerare, sia pure velocissimamente, le loro posizioni. Io assisto Alberto Grandi, Italo Trapasso, Antonio Belloni, Sauro Gaiba. Alberto Grandi, per il quale il Pubblico Ministero ha chiesto 12 anni; 10 per Trapasso e 4 e 4 per Belloni e Gaiba. Anticipo subito che non farò perdere tempo al Tribunale discutendo delle singole posizioni soggettive di questi quattro imputati, poiché nella divisione dei compiti, alla quale lei Presidente ci ha sollecitato di questo ci occuperà, e credo assai bene, l’Avvocato Francesca Pedrazzi alla ripresa, dopo l’estate. Devo peraltro segnalare, non posso fare a meno di non segnalare, l’assoluta singolarità della situazione di questa Difesa. Dico cose che ha già detto stamattina, molto meglio di me, Tullio Padovani; ma rispetto ai miei quattro assistiti - Grandi, Trapasso, Belloni, Gaiba - nel capo di imputazione e nella discussione, nella requisitoria del Pubblico Ministero, non c’è indicazione di alcuna condotta attiva o omissiva; non c’è l’indicazione di un periodo, se non per la formula rituale "i periodi di competenza"; non c’è nessun collegamento con la carica, nel senso del rimprovero di un potere avuto e malamente impiegato o non impiegato; nessun collegamento, signor Presidente, poiché mi occuperò soprattutto di questo, con le presunte vittime. Tutti i miei assistiti, insieme a tutti gli altri presenti nel capo di imputazione, sono accomunati in una complessiva reità; e sono ripartiti per fasce, che poi il Pubblico Ministero ha esplicitato nelle sue richieste di pena, che corrispondono molto rozzamente, in prima approssimazione, ai livelli del ruolo gerarchico. Ritengo quindi che siano assolutamente inaccettabili le richieste sanzionatorie formulate in questi termini, appunto in ragione del ruolo che è stato per un certo periodo di tempo, l’uno diverso dall’altro, ricoperto da taluno degli imputati. E’ altrettanto inaccettabile l’invito alle Parti Civili ad argomentare sulle responsabilità dei singoli e sulle aggravanti. E qualcuno, ahimè, l’ha fatto, dimentico del ruolo processuale della Parte Civile.

Devo dire che non sono particolarmente sorpreso di tutto ciò, perché credo che sia generato da un capo di imputazione assurdo, che sia io che Tullio Padovani quasi tre anni e mezzo fa discutemmo e criticammo più o meno con gli stessi argomenti e sicuramente con miglior forma da parte di Tullio Padovani. Quel capo di imputazione che racchiude come in un canestro condotte, tempi, persone, e anche vittime come vedremo. Uno sguardo rapidissimo agli imputati che assisto, perché voglio sottolineare che qui parlo per loro, non parlo questa volta per Montedison. Belloni è un caso singolarissimo, perché non gli viene contestato il capo secondo. Mi si dirà: che importanza può avere questo? Sennonché ci sono altri soggetti imputati che non hanno il capo primo, ed anche per questi altri soggetti il Pubblico Ministero non ha fatto nessuna differenziazione. Il punto di riferimento pare sempre essere l’omicidio colposo aggravato. Grandi è stato amministratore delegato di Montedison, e mi permetto di segnalare nel capo di imputazione, rispetto ai periodi, ci sono grossolane imprecisioni e inesattezze che saranno chiarite a suo tempo. Poi Presidente dell’Eni, non si capisce in base a che cosa debba rispondere di quella grave accusa e meritarsi 12 anni, il più alto livello di pena che ha individuato il Pubblico Ministero, scegliendo la pena massima prevista per l’omicidio colposo plurimo. Trapasso ha un periodo brevissimo nello stabilimento Montedison, una manciata di mesi, praticamente dal dicembre 1973 - correggo qui il capo di imputazione - al novembre 1974. Un periodo tragico; e poi se ne va addirittura dall’Italia, va in altre società, riapproda a Montedison fino all’ottobre dell’89: 10 anni anche per lui. Non mi soffermo sugli altri, ma insomma, in sostanza, la mia domanda, che è rimasta tale fin dall’inizio, e che io propongo al Tribunale come un problema non risolto da questo dibattimento e dalla requisitoria del Pubblico Ministero, è: quali sono i fatti costitutivi della condotta; e, come sarà meglio detto domani, le regole di dirigenza violate o gli eventi voluti? Perché abbiamo anche reati dolosi. Già Tullio Padovani ha parlato della accusa indistinta rivolta a colpire l’impresa, l’impresa come male; e non mi soffermerò più su questo. E l’Accusa, quasi accidentalmente, è costretta a citare anche gli uomini, che sono gli unici protagonisti di questo processo e gli unici dei quali soprattutto il Tribunale dovrà occuparsi per deciderne le sorti. Altro che posizioni di garanzia, come da qualcuno era stato detto, citando anche un mio vecchio lavoro. Concedo di posizioni di garanzia, e ben lo sa anche Nino Pulitanò che ha scritto pagine lucidissime su questo, richiedono un corretto argomentare; precisazione dell’obbligo giuridico che fonda la posizione di garanzia e la precisazione delle condotte impeditive omesse, che siano causali rispetto gli eventi, sennò è inutile parlarne. Diventa semplicemente un feticcio o un doloforo, come ci ricordava stamattina Tullio. Quali eventi sono attribuiti? Nulla. C’è un continum di eventi che traduce, o tenta di tradurre, o di simulare, in una mimesi processuale inaccettabile una colpa dell’impresa. Tanto che l’elemento soggettivo, sia esso colposo o doloso, è descritto unitariamente. Ed aggiungo non a caso sono invocate discipline scientifiche che hanno oggetti di indagine collettivi. Mi sono chiesto come mai si è cominciato a parlare dell’epidemiologia. Certo, una sua ragione ce l’ha, ma perché questo ritorno di discipline che hanno ad oggetto non i singoli ma i gruppi, le popolazioni. L’epidemiologia, la valutazione del rischio. Perché c’è questa visione sostanzialmente dell’indistinto. E gli imputati, in questo indistinto, sono entità trascurabili, che nei quasi cinque giorni di requisitoria del Pubblico Ministero meritano al più mezz’ora del suo tempo. Mi occuperò solo delle malattie processuali, e mi occuperò soltanto dell’elemento oggettivo di cui agli articoli 589 e 590; e non considero ovviamente gli articoli 437 e 434, ne ha già parlato Tullio Padovani; non considero la strage colposa, magistralmente dissezionata e a mio parere seppellita. Anche qui troviamo contenitori generici per accuse generiche. Il comune pericolo, se mi è consentita l’improprietà tecnica, il comune danno sono l’indistinta accusa per gl’imputati indifferenziati. E colgo l’occasione semplicemente per sottolineare che qualcuno in quest’aula ha detto, ha speso parole per illustrare l’utilità della fattispecie di cui all’articolo 422 nella versione colposa. L’utilità. Mi ha sorpreso questo termine sincero. Ma da quando il principio di legalità è sottomesso all’utile processuale? Mi ha colpito soprattutto l’uso singolare di categorie tipiche di un diritto penale autoritario per la tutela di interessi deboli, registrandosi in quest’aula un rovesciamento di fronti di 180 gradi rispetto alla stagione del volto costituzionale dell’illecito penale, quando gli interessi deboli si tutelavano affermando appunto il volto costituzionale, necessariamente costituzionale dell’illecito penale. Manzini era un relitto, qualcosa da superare; qualcuno qui ha superato Manzini, ma andando all’indietro. Veniamo un attimo alle patologie di questo processo, ancoriamoci al concreto. Allora, la fonte dei mali sarebbe l’esposizione a CVM, PVC, dicloretano. Ed anche qui osservo subito qualche cosa di singolare: ricorderà benissimo il Tribunale come si è arrivati ad un accumulo, a una stratificazione, a una sorta di alluvione di soggetti e di patologie, con contestazioni suppletive o fuori da contestazioni suppletive. Nel processo per rivoli sono entrati 721 patologie per 542 soggetti. Ho preparato un lucido, non per riesumare antichi momenti del dibattimento, ma semplicemente per evitare di leggere una lunga tabella. Ora, però, nella seconda colonna, abbiamo numeri diversi, che sono i numeri che si ricavano dagli elenchi e dalle schede depositate dal Pubblico Ministero come allegati alla sua requisitoria, come memoria. Questi dunque sarebbero i casi, il Tribunale li ha ben presenti, da quegli elenchi, sarebbero le patologie oggetto del capo 1, quelle che noi vediamo ovviamente riassunte in cifre nella seconda colonna. E siamo passati senza alcuna motivazione da 542 soggetti a 263. E si badi bene che questi 542 erano i soggetti che erano, come dire, i soggetti residui alle cosiddette visite effettuate in sede di indagini integrative dal Pubblico Ministero. 721 patologie prima della requisitoria, sulle quali abbiamo lungamente discusso; 717, chiedo scusa dell’imprecisione inevitabile perché ci sono alcune posizioni non decidibili, non si sa in quale categoria assegnarle, se sono duplicazioni, oppure no. E 311 al termine della requisitoria. Dunque, al termine della requisitoria bisogna prendere atto che il Pubblico Ministero ha compiuto una scelta, una scelta radicale: meno della metà, sia dei soggetti che delle patologie. E ha scelto il Pubblico Ministero, consenzienti o dissenzienti i suoi consulenti tecnici; verrebbe da osservare che in questo processo non solo gli imputati hanno un trattamento globale e indistinto, ma anche le vittime. Quanto meno non motivato, perché non troviamo traccia nelle schede che sono state depositate di una motivazione dell’esclusione dei casi. Sono stati eliminati i 13 casi di cirrosi; le 155 epatopatie; sono comparsi casi di epatopatie regredite; scomparsi 8 casi di tumore polmonare; 5 di tumore del laringe; 3 del sistema emolinfopoietico; 2 casi di melanoma; 12 pneumoconiosi. Le famose pneumoconiosi guarite contro le quali i consulenti della Difesa hanno detto che era impossibile che guarissero le pneumoconiosi, probabilmente non erano tali; e forse su questo ci ha dato ragione il Pubblico Ministero. Tutte le broncopatie sono state eliminate, tutti i tumori gastrici, tutte le altre neoplasie, tutte le altre patologie non neoplasiche, 75 casi di Raynaud o di artrostiolisi. Tralascio altre considerazioni, vorrei soltanto richiamare l’attenzione del Tribunale su un punto: sono interamente scomparsi i tumori gastrici da questo elenco. Che cosa vuol dire? Il Tribunale lo sa bene, vuol dire che esce dalla scena il dicloretano. Perché l’unica patologia che il Pubblico Ministero aveva correlato al dicloretano era il tumore gastrico; e noi ci troviamo con un capo di imputazione che alla fine del dibattimento non ha più vittime del dicloretano. Dicloretano rispetto al quale l’evidenza era totalmente inconsistente, sulla base degli stessi lavori citati dal Pubblico Ministero, e ciò nonostante estremamente difesa dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, finché li abbiamo sentiti. Tant’è vero che di dicloretano non se ne parla neppure più nella copertina delle ultime relazioni dei consulenti del Pubblico Ministero. E, ripeto, sono scomparse le broncopatie e le broncopneumopatie, e soprattutto le 12 pneumoconiosi da polveri di PVC, sulle quali ci siamo lunghissimamente intrattenuti. Abbiamo un caso ad esempio, Turturro, lo cito per giustificare la mia imprecisione nei numeri, che si trova inserito nell’elenco dei tumori polmonari; se andiamo a vedere la scheda, il tumore polmonare, fortunatamente per lui non ce l’ha. Ed allora il dubbio di dove classificarlo. Ma, ripeto, gli errori li commettiamo tutti, e ce ne saranno sicuramente in questa tabella e in altre che presenterò, in molte cose che io dirò. Anch’io sono assolutamente convinto di non avere in tasca la verità, neppure piccoli pezzi di verità, ma cerco di motivare le mie banali certezze; di fronte a qualcosa che non è motivato resto perplesso. Tralascio anche l’altra precisazione che aveva fatto il Pubblico Ministero, che comunque tutte le Parti Civili dovrebbero ritenersi persone offese dei reati contro l’incolumità pubblica, di cui si è parlato stamattina. Non ho capito cosa vuol dire, perché l’essere costituito Parte Civile non dà certo titolo a ritenersi persona offesa di un reato contro l’incolumità pubblica, che per definizione è rivolta ad una cerchia indeterminata, indifferenziata, di soggetti: reati di comune pericolo; soggetti indeterminati; che siano costituiti Parte Civile o no, non ha nessun significato. Forse era perché qui davvero il Pubblico Ministero, come d’altro canto ce l’aveva detto durante il dibattimento, ha deciso lui, al posto dei suoi consulenti. Quando qualcuno gli chiese "ma chi farà la sintesi diagnostica", il Pubblico Ministero rispose: io. E` vero, è un uomo di parola. Ma, se l’ha fatto, perché non qui, perché non in aula, perché non nel contraddittorio, sia pure parziale, con i nostri consulenti, tanto derisi e biasimati. Derisi talvolta sprezzantemente quando qualcuno ha parlato di ipotesi diagnostica. E invece parlare allora, ed anche oggi, di ipotesi diagnostica è solo segno di impegno e di correttezza, un segno che testimonia soltanto i limiti della propria conoscenza e della propria capacità di indagare. Il fatto che il Pubblico Ministero abbia eliminato dei casi non è soltanto un dato folclorico, abbiamo tanti casi, ne abbiamo discusso, potevamo discuterne di meno, avremo risparmiato un anno di tempo, non è questo evidentemente il problema. E` l’impianto complessivo. Martines aveva lasciato qualche caso, l’aveva escluso contro il parere di Bai ad esempio, e quelle epatopatie sono state escluse. Il Pubblico Ministero ha negato che vi fossero discrepanze: non mi interessa questo. Ma ricorderà il Tribunale, e ci tornerò, che Martines ha fatto uno studio, lungamente citato, per dimostrare, secondo lui, l’azione del CVM rispetto alle cirrosi ed agli epatocarcinomi; prese dei casi e dei controlli; vedremo cosa sono questi casi e questi controlli. Segnalo solo al Tribunale che il Pubblico Ministero, con questa eliminazione, gli ha sottratto 9 casi e 6 controlli. Cosa resta di quello studio, almeno dal punto di vista della serietà metodologica? Dovrei dire qualcosa sulla spiegazione causale che c’è stata offerta dal Pubblico Ministero. Il Tribunale ha visto che ho esitato un attimo, prima di usare questo termine "offerta", perché in realtà il Pubblico Ministero non ci ha offerto nessuna spiegazione causale; noi l’abbiamo ricavata dalle sue parole, dai suoi silenzi, dal capo di imputazione, dalle contestazioni. Noi l’abbiamo ricavata credo, e può darsi che abbiamo sbagliato, dal modo in cui è stata articolata la sua requisitoria. D’altro canto la Difesa non può far altro che ascoltare quello che dice il Pubblico Ministero. Di tante cose ha già parlato il professor Stella, e io quindi non mi ripeterò, ma voglio ripercorrere alcuni passaggi, che mi servono per arrivare al cuore della mia discussione. Non sarà certamente sfuggito al Tribunale e a nessuno di coloro che hanno seguito questo lungo dibattimento che ci vede qui impegnati ormai da tre anni e quattro o cinque mesi, dal ruolo che io ritengo di poter definire cruciale ed assorbente delle cosiddette evidenze epidemiologiche. E non solo questo in quella lunga anticamera del processo, diciamo così, in cui si è discusso tanto della epidemiologia in generale, dell’epistemologia, della conoscenza, della causalità. Quell’impostazione che aveva condotto dalle inferenze causali secondo il lessico di Comba alla correlabilità astratta di Bai e Berrino quando esaminarono in estrema sintesi ma in molti giorni una grande quantità di casi. E la conclusione fu sempre, costantemente, astrattamente correlabile all’esposizione al CVM, o al dicloretano, o al PVC. Ricorderà altresì il Tribunale, e l’ha anche detto in un’udienza della quale non ricordo con tutta franchezza il giorno, quanto ad esempio il rapporto IARC 1987 sia stato una sorta di pietra angolare di questo processo, almeno nella prospettiva dell’Accusa. E lo è stato così a lungo che mi ha fatto venire in mente forse una sorta di pietra della Mecca ancora in molte arringhe della Parte Civile, e cioè il punto al quale rivolgersi per fare le proprie richieste. Ma se pietra è, e se mi si consente ancora il paragone, è una pietra friabile alla luce di quanto è accaduto dopo, e mi riferisco soprattutto agli studi che sono intervenuti successivamente, soprattutto a Ward 2000 e a quello che c’è stato riferito qui in aula proprio da Simonato e Boffetta. Ma questo ruolo dell’epidemiologia, della riflessione sui grandi numeri, della riflessione sulle popolazioni, e non sui singoli, non è stata soltanto all’inizio; è stata una sorta di filo rosso, che ha percorso tutto il processo, sempre nella prospettiva accusatoria. La requisitoria del Pubblico Ministero, come ben ricorda il Tribunale, ha contenuto una sostanziosa parte epidemiologica. La relazione dei consulenti tecnici, la cosiddetta relazione finale, le considerazioni finali che precedono le schede sulle singole patologie è di natura epidemiologica, quella del 17 aprile 2001. Quelle considerazioni che affermano aumenti di rischio, più o meno consistenti, nuovamente per neoplasie del fegato, del polmone, dell’encefalo, del sistema emolinfopoietico, della pelle, della laringe. E noterà, signor Presidente, che qui la famosa pietra angolare dello IARC è stata ampiamente superata, gli organi bersaglio sono più di quelli del 1987. Ben oltre Boffetta e Simonato. Naturalmente i consulenti tecnici del Pubblico Ministero si sono espressi con una varietà di sfumature; sono sfumature però che io mi sentirei di definire quasi letterarie, dall’affermazione perentoria "confermano i dati", ci sono altre affermazioni in cui "suggeriscono", oppure "non escludono". E io su queste formule retoriche tornerò di qui ad un momento. E queste formule, questi trascolorire delle affermazioni, in frasi meno impegnative, dipendono dal fatto che i numeri sono piccoli e il lessico non può che adeguarsi. Ma l’opzione epidemiologica è confermata anche da altri elementi. Per esempio dal rinforzo, chiamiamolo così, che è stato richiesto ai numeri e alla statistica, più o meno tradita, vedremo poi, nei casi problematici. E puntualmente nei casi problematici noi troviamo studi ancora di impostazione epidemiologica: Chellini per gli insaccatori, Gennaro per gli insaccatori, Martines per epatocarcinoma e cirrosi, Mastrangelo - l’ultimo della seria - per il polmone. Ma, a dire la verità, Mastrangelo, c’è tutto lo scibile umano. In questa reiterazione, in questa insistenza sull’epidemiologia, c’è però, nella requisitoria del Pubblico Ministero, una nota nuova, che non è sfuggita credo alla attenzione del Tribunale. Di nuovo, almeno nella sua sottolineatura e perentorietà, vi è la formazione che il Pubblico Ministero ha fatto quando ha ammesso, all’inizio proprio della sua requisitoria che l’epidemiologia non basta. A differenza di quanto aveva sostenuto all’inizio. Ha detto: "Occorrono degli altri elementi". Ed allora andiamo a vedere quali sono questi altri elementi che sono stati portati sul tavolo del Tribunale, non dico nel contraddittorio perché questo sarebbe spingersi un po’ oltre, essere un po’ azzardati. Mi riferisco, prima di tutto, al contributo dei medici legali, che abbiamo sentito. Alcuni hanno proceduto con la ben nota criteriologia; ricorderà il Tribunale quella criteriologia che ha scadenze ancora ai primi di questo secolo, discussa e criticata dagli stessi medici legali in senso stretto. Una situazione ad esempio recente da Barnes mi dice: "La criteriologia è estranea al metodo scientifico, sono dati di suggestione, corollari di esperienza, ma non prove rigorose". E, aggiunge: "Solo la diretta rilevazione del meccanismo biologico fornisce la prova assoluta della relazione tra un fattore patogeno e la malattia. Non certo i criteri". Ed aggiunge, non ha riferimento con quanto ho detto, ma lo cito semplicemente per lasciarlo lì e riprenderlo come un sassolino nella storia di Pollicino, Barnes aggiunge: "E` impossibile distinguere le malattie neoplastiche spontanee da quelle professionali". E, come ho già ricordato, se noi accantoniamo perché superata, palesemente superata la criteriologia medico legale, dimentichiamo anche la correlabilità astratta, rispetto alla quale, secondo me, non merita interrogarsi sulle premesse conoscitive che reggono questa famosa o infausta correlabilità astratta, cioè le famosi leggi sulle quali quei giudizi si fondavano. Perché quello che a me preme, mi sembra, posso sbagliarmi, è lo stesso statuto epistemologico della affermazione relativa alla correlabilità astratta, cioè questa malattia è astrattamente correlabile a questo fattore che rende implausibile il suo uso rispetto alla decisione su chi ha provocato quell’evento. Parlare di correlabilità astratta è un riferimento, a tutto concedere, come si usa dire quando non si è d’accordo, ad una causabilità. Ma non ci dice assolutamente nulla sulla causazione. E io affiancherei, al ricorso a questa correlabilità astratta, il ricorso anche a quell’altro concetto che, per carità, ha ben altra dignità scientifica, ma mi interessa il modo con il quale è stato usato. E` stato usato in modo, mi perdonerà il Tribunale ma ho l’abitudine di essere molto sincero, in modo retorico, il concetto di plausibilità biologica. La plausibilità è un concetto che afferisce ad un giudizio in senso lato di accettabilità logica, ma è abbastanza grossolano; è plausibile che, nel senso che è accettabile che, vale a dire: è la faccia inversa nelle scienze sperimentali del principio di non contraddizione. Naturalmente so bene che lo troviamo, questo criterio, nei criteri famosi di (Hill), tanto a lungo discussi; ma (Hill) ne dava una lettura e una traduzione in questi termini: "La plausibilità astratta significa che quel dato deve essere coerente con altre conoscenze". Ed allora il punto è questo: occorrono altre conoscenze. Non è un criterio referenziale, non ci si può sostituire alle conoscenze sulla base di una plausibilità biologica che molto spesso diventa logica e molto spesso è ispirata al senso comune, come ci siamo sentiti dire molto spesso. E quali sarebbero poi queste famose conoscenze, quelle sulle sperimentazioni animali, con tutte le problematiche inerenti alle estrapolazioni di cui abbiamo lungamente discusso e che credo non ci sia bisogno di ricordare al Tribunale, e ne abbiamo traccia anche nel materiale che dovrò esaminare di più al momento. Oppure a quelle conoscenze che appiattiscono le specificità come la plausibilità del tumore alla laringe, in quanto si afferma che c’è la plausibilità, anzi si afferma che esiste la cancerogenicità rispetto al polmone, e siccome sono unite è plausibile che... Non commento!

Poi si è fatto ricorso ai cosiddetti studi isolati, e di questi ne abbiamo una valanga, direi una grandine ce n’è stata. Io non ripeterò anche qui quello che è stato detto da Stella che si è richiamato a Comba, sull’impossibilità scientifica del ricorso agli studi isolati; aggiungo soltanto: mi stupirei, francamente, che fosse vero il contrario. Credere nello studio isolato, che dice un qualche cosa che rappresenta un eccesso, che segnala una patologia, che non è più stata da altri ripresa, è, come dire, si iscrive all’interno di un’idea ingenua e positivistica di una realtà naturale che è lì pronta a essere conosciuta, ogni studioso ne vede un pezzetto, non importa neanche se è parziale, se è sghembo, è una finestra sulla realtà. Lo studio isolato, in sostanza, come fonte di verità, presuppone quello che nel Medioevo si chiamava la macchina mundi, cioè un meccanismo ben organizzato, un sistema che garantisce regolarità ed elimina anche le vertigini della non conoscenza. Le cose stanno in modo assai più complesso, evidentemente; e qui, in questo Tribunale, si è discusso a lungo del metodo e del disegno dello studio; si è discusso di come la scienza procede per tentativi ed errori, per ipotesi e falsificazioni, che indicano che si procede in un modo completamente diverso da quell’idea a cui facevo riferimento prima e che mi ha fatto ricordare l’idea del rispecchiamento (danuviano). Si è parlato anche di manualistica: "Ma come, professor Lotti, lei contraddice Sartorelli, Casula - persona amabilissima peraltro -"? Ma io non voglio dir nulla sui manuali di diritto penale, contro i quali non mi sembra che il Pubblico Ministero esiti ad andare; abbiamo visto che va anche contro Manzini. Ce ne sono di buoni e ce ne sono di meno buoni. Il manuale non è la summa dei saperi, e specialmente in campo medico, il manuale non lo è quasi mai. Tanto meno lo è se è di una sola mano. Volete una citazione a titolo esemplificativo? Ebbene, Casula, nell’edizione del ‘93, parla dell’epatite virale professionale; non cita il test dell’epatite C. Dobbiamo buttarlo via? No, prendiamo atto che è un testo incompleto, come molti manuali lo sono. La verità non sta in un libro, non sta in uno studio, sta nel complesso delle conoscenze che con molta umiltà bisogna ripercorrere. Ma il Pubblico Ministero, e per lui i suoi consulenti ovviamente, io personifico, non me ne voglia il Pubblico Ministero, anche se non mi sente, ha insistito con altri elementi di rinforzo; è ricorso ad altri elementi e ad altri saperi: la genetica molecolare, la cancerogenesi sulla quale ci ha intrattenuto a lungo. Ma io mi sono chiesto come mai il Pubblico Ministero dedica una parte così ampia del suo tempo per occuparsi di qualcosa della quale non credo che se ne sia mai occupato nella sua vita. E poi ho capito, credo almeno, perché parlare di genetica molecolare e di cancerogenesi gli serviva, e serve ai suoi consulenti, per rinforzare la sua tesi di che cosa: di un CVM cancerogeno completo e totipotente rispetto ad un processo di cancerogenesi multistadio. Questi sono i punti di riferimento, ripeto posso sbagliare perché io di genetica molecolare, confesso, ho appreso qualcosa dai miei consulenti, non per scienza mia. Ma le conseguenze sono ben note al Tribunale, non esiste una dose soglia, anche basse dosi sono tossiche, anche dosi successive sono significative, gli organi bersaglio sono diversi. Ebbene, io qui non mi voglio assolutamente travestire da quel che non sono, faccio già fatica ad indossare questa toga, e quindi non voglio intrattenere il Tribunale sulla genetica molecolare. Naturalmente ho chiesto ai miei consulenti, e ci mancherebbe altro. Il Presidente una volta disse: "Questo è un processo di consulenti". L’impressione che ne ho tratta è che il Pubblico Ministero ci ha dato e ci ha fornito un’idea del passato. La genetica molecolare è una scienza molto giovane e in rapidissimo mutamento. Quello che si riteneva opinione comune e condivisa, cinque, otto, dieci anni fa, è oggi opinione superata. Ad esempio, secondo le teorie più attuali, a differenza di quello che ha sostenuto il Pubblico Ministero, il cancro non è dovuto all’accumulo passivo e progressivo di un numero limitato di mutazioni, ma l’evento fondamentale nella cancerogenesi umana si ritiene sia l’instabilità genetica. Anche perché il numero delle mutazioni, in alcuni tipi di tumore, è elevatissimo, ad esempio nel cancro al colon, cosiddetto sporadico, cioè non attribuibile a cause conosciute, ci sono almeno 11 mila mutazioni. E quindi non si può affermare che poiché il genoma è stabile, l’instabilità è determinata dagli agenti chimici ambientali, che inducono singole mutazioni, che è questa la tesi del Pubblico Ministero. Questi enormi numeri che segnalano le mutazioni necessarie per, il caso del colon spontaneo ereditarie, ma molte altre se ne potrebbero fare, mettono seriamente in discussione, questo vorrei semplicemente limitarmi a dire, l’ipotesi della cosiddetta concezione multistadio. Prende forza piuttosto l’idea che il cancro avvenga quando mutazioni spontanee ed alterazioni dei sistemi di riparazione del DNA favoriscano una instabilità del genoma, quindi è una prospettiva completamente diversa. Di questo il Tribunale non ha avuto modo di occuparsene, perché il Pubblico Ministero ci ha fatto questo dono nella sua requisitoria, ed anche in altri contributi precedenti; ma il livello di approfondimento sarebbe stato tale da rendere pressoché impossibile la comprensione di ciò di cui si discuteva. Segnalo soltanto al Tribunale che qui siamo di fronte ad uno snodo nella formazione delle conoscenze. Non è più vera l’immagine che ci ha dato il Pubblico Ministero. Naturalmente il Tribunale potrà ritenere che questa è la mia immagine, o dei miei consulenti, ma siamo ancora una volta di fronte a due immagini che si contrappongono. E io posso portarle argomenti, e glieli porterò. Il Pubblico Ministero suggerisce inoltre, ma vado volando su queste cose, che la p53 possa causare instabilità genetica. Questo discorso della p53 dovrò riprenderlo, è già stato ripreso, è già stato discusso dai consulenti, ma nelle lesioni pre-neoplasiche si sono ritrovate un numero molto elevato di mutazioni, comprese quelle della p53. E questo dimostra che l’instabilità genetica è la causa ma non l’effetto della malignità, e le mutazioni della p53 possono essere tardive, e comunque non decisive per l’insorgenza della malignità. Ma soprattutto, signori del Tribunale, non vi sono ancora dati che sorreggano l’ipotesi che il cloruro di vinile monomero causi instabilità genetica. E` un’ipotesi, come tante altre, com’è un’ipotesi che il cloruro di vinile monomero non causi instabilità genetica. Al di là di questo, al momento attuale, non siamo in grado di andare. Ed ancora, sulla p53, ricordo soltanto al Tribunale quello che è già stato discusso: il 50% dei tumori nell’uomo non ha alterazioni della p53; il 50% sì, più o meno. Anticorpi contro la p53 si ritrovano in molti tumori, ma non hanno significato perché non correlano né con la gravità, né con la prognosi del tumore. Ed allora, a parte la sostituzione della p53, che senso ha questo insistere con frammenti di una teoria genetica molecolare presumibilmente superata e che ci illustra qualche cosa che non è assolutamente decisivo, perché è contraddetto da evidenze sperimentali, cioè che quei tratti, quelle mutazioni, non sono caratteristiche dell’azione del CVM. Ed allora a che ci servono? Altro argomento: l’interazione con altri fattori di rischio. E` un cenno solo, perché lo riprenderò a proposito dell’alcool. Cavallo di battaglia dell’Accusa, dove non si ha a disposizione una spiegazione causale, soccorre quella concausale. E lo vediamo anche negli elenchi che il Pubblico Ministero ha predisposto: in alcuni sono cause, in alcune sono concause il CVM, senza che vi siano sempre delle giustificazioni o delle motivazioni per questa attività. Ma quello che a me interessa maggiormente segnalare al Tribunale è che la concausalità, la concausa, è prospettata sempre come disponibile ad ospitare una causalità che mi permetterei di definire debole. E soprattutto la concausalità aggira l’indistinguibilità delle neoplasie da agenti tossici rispetto ad altre. Mi viene, come vedremo, un comodissimo veicolo per la idoneità astratta; e la concausalità molto spesso chiama in aiuto il buon senso, quel buon senso che qui tante volte è stato evocato, che credo funga soltanto da stampella all’ignoranza. Qual è il buon senso? Ma perché due tossici non dovrebbero far più male se messi insieme? Questo è il buon senso fondamentale. Ma il buon senso, molto spesso anche nelle cose ordinarie della vita, non è senso buono; e soprattutto il buon senso non è scienza. Perché si dimentica, argomentando così, che occorrerebbe la conoscenza del meccanismo di azione del CVM, e soprattutto occorrerebbe la conoscenza specifica dell’interazione con altri fattori di rischio, che non sono prevedibili se non sono stati adeguatamente sperimentati. Su questo forse tornerò, se il tempo me lo consentirà, perché manterrò l’impegno di concludere, ma tengo a ribadire che la concausa, comunque la si voglia evocare, e comunque la si voglia fondare, deve avere lo statuto penalistico della causa, non è diversa, non è qualcosa di meno. Lo conferma l’articolo 41, che stabilisce quella regola fondamentale dell’equivalenza delle condizioni. Deve essere accertata nel suo meccanismo negli esiti, per il senso di una accelerazione o di un aggravamento dell’evento, sennò non è una concausa. Due battute ancora su alcuni argomenti, semplicemente per semplificare l’esposizione successiva signor Presidente e signori del Tribunale. Pochissimo, due battute soltanto, due frasi sul ricorso della valutazione del rischio, all’interno di questa spiegazione causale. Altri diranno, io mi limito soltanto a dire che le soglie ottenute in sede di valutazione del rischio non dicono assolutamente nulla sul piano della causalità, sono inutilizzabili. La valutazione del rischio opera, lo sappiamo ormai tutti, con default option, che sono indimostrate, e talora falsificate dalla spiegazione scientifica, ma che al momento di prendere una decisione sembrano le più plausibili e le più sicure. La valutazione del rischio governa l’incertezza, ce l’ha detto anche un consulente tecnico del Pubblico Ministero: governa l’incertezza con finalità cautelari, è una pratica non conoscitiva. Anzi, sconta la non conoscenza completa del fenomeno. Perché, se lo conoscesse integralmente, non avrebbe bisogno di ricorrere al default option. Altri due, uno solo, l’altro lo salterò, un topos ricorrente: l’effetto lavoratore sano, usato molto spesso per sottolineare la sottostima o la sovrastima dei dati, quando naturalmente la sovrastima o la sottostima erano negative per le prospettive dell’Accusa. Io mi limito solo a ricordare al Tribunale che il concetto di lavoratore sano si riferisce essenzialmente e esclusivamente alla esclusione selettiva, dal processo lavorativo, di soggetti affetti da patologie croniche. Ad esempio un soggetto con diabete, ipertensione, angina, patologia cardiovascolare, asma, bronchite, insufficienza respiratoria, tende a venire escluso o ad escludersi dalla forza lavoro, perché è a rischio elevato di sviluppare una patologia più grave. Ma il concetto di lavoratore sano non si applica ai tumori, non si applica alle malattie neoplastiche, per la semplice e banale ragione, ed è per questo che parlo di questo, perché è una cosa che riesco a capire anch’io, perché non è possibile identificare con anni o decenni di anticipo i fattori predisponenti allo sviluppo delle neoplasie. Se fosse così, disporremo di capacità predittive eccezionali, che purtroppo non abbiamo. E a Porto Marghera la mortalità dei tumori, usando le famose tabelline epidemiologiche, è ridotta del 21%, addirittura del 24 se si escludono gli angiosarcomi. E viene allora a questo punto da chiedersi: ma quale livello di riduzione della mortalità avrebbe soddisfatto i consulenti tecnici del Pubblico Ministero se essi partendo da una riduzione di questa entità, quasi un quarto, arrivano addirittura a ipotizzare e a sostenere un eccesso di mortalità, sulla base di un non documentato e tanto meno quantificato effetto del lavoratore sano? Non parlo dei casi aneddotici, ne parlerò un poco più avanti, mi limito a dire: non sono mai stati ripresi dagli studi generali; e questo dovrebbe mettere una pietra tombale definitiva su tutte le illazioni che si possono ricavare. Ed allora arrivo alla conclusione di una sostanziale assenza di un modello di spiegazione causale da parte della Pubblica Accusa. D’altro canto il Pubblico Ministero l’aveva anticipato, ha detto: "Vi fornirò un mosaico". Forse un mosaico ce l’ha fornito, ma manca il famoso cartone, quello che precede il mosaico: il disegno; e quindi, tradotto, la logica, nell’esposizione degli argomenti. Qui abbiamo avuto soltanto una procedura per accumulo di informazioni e suggestioni, e un esempio tipo è stata la requisitoria del Pubblico Ministero, che si è snodata per quattro giorni con una stratificazione alluvionale di dati, della più diversa origine. Sembra quasi che si volesse privilegiare il peso complessivo, la massa; ogni studio è parificato, se depone per l’Accusa, altrimenti è frutto di malizia, se depone per l’impresa; studi vecchi, studi nuovi, etc.. Una concezione, ripeto, ingenua, apparentemente, solo apparentemente, della scienza; poi ne vedremo gli scopi. Una concezione prejunghiana direi, non conosce i trabocchetti dell’induzione, e non conosce o non vuol conoscere la dialettica del progresso scientifico. Ed allora possibile che il fronte dell’Accusa sia così sguarnito da non averci fornito una spiegazione causale? Andando a vedere, una spiegazione c’è; e non è tanto in quell’alluvione di studi, in quella collezione di reperti antichi e nuovi. Quello che mi ha colpito, e che poi mi ha consentito, credo, anche qui posso sbagliarmi, di trovare il filo conduttore dell’accusa del Pubblico Ministero è l’esposizione degli elementi di una colpa collettiva, una colpa gigantesca. E questa colpa collettiva, come cercherò di dire, diviene l’elemento sostitutivo generale della causalità. I passaggi di questa costruzione della colpa sono semplici: si avevano da tempo le conoscenze della tossicità del CVM, le si sono nascoste e rallentate, tutto ciò è segno di cinismo e indifferenza, che confessa e testimonia la consapevolezza del rischio, e quindi della causalità. Ecco perché il Pubblico Ministero dice, ce l’ha proiettato, non è un fulmine a ciel sereno; saprete, chi, mah, non si sa: Montedison? Enichem, che non c’era ancora? Gli americani: (DOW) Chemical, l’ISI? Soggetti impersonali. La collettività delle imprese, il cartello dei produttori di CVM e PVC, probabilmente. E` una ricostruzione del tutto fantasiosa. Ed allora, vediamo un po’ gli elementi di questa costruzione fantasiosa, perché è una costruzione estremamente pericolosa nella sua suggestione alla luce del buon senso di cui parlavo prima. Il Pubblico Ministero è partito dagli studi antichi: anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta. E qui, sicuramente, c’è solo da dire una cosa molto semplice: la tossicità del CVM non destò particolari preoccupazioni all’inizio dell’impiego del (inc.) industriale, questo è assolutamente vero; era considerato scarsamente tossico, al punto da essere proposto come anestetico ed utilizzato come propellente spray, il Tribunale lo sa bene, sino alla metà degli anni Settanta, metà degli anni Settanta. La preoccupazione principale era quella ben nota, ne abbiamo parlato tante volte, ma vale la pena di ricordarla, dell’esplosività con l’aria ambientale, e quindi la conseguente necessità di mantenere la concentrazione nell’ambiente al di sotto del limite di esplosione dei 30 mila ppm. E naturalmente il CVM fu sottoposto anche a studi di tossicità, condotti naturalmente in accordo con i protocolli e modalità in uso all’epoca nei paesi industrializzati, sottolineo all’epoca. Dagli anni Quaranta fino all’inizio degli anni Sessanta gli studi sulla tossicità del CVM furono rivolti agli effetti conseguenti ad esposizioni a dosi molto elevate, vicine cioè a quelle che causano effetto narcotico. E le decine di lavori che il Pubblico Ministero ha citato, ma che non credo abbia, pubblicati tra il ‘30 ed il ‘60 sono tutti indirizzati allo studio della tossicità acuta, a queste dosi. Dosi in alcuni casi superiori alla cosiddetta DL50, cioè a quella dose somministrata la quale la metà degli animali da esperimento muore. Ha citato anche una mole di studi realizzati nell’Est Europeo, e in particolare in quella che fu l’Unione Sovietica. Signori del Tribunale, confesso che molti di questi studi non siamo riusciti a trovarli, ma voglio semplicemente citare che cosa ha detto qui, in dibattimento, un consulente tecnico del Pubblico Ministero, professor Carnevale, quando ha detto, a proposito del primo di questi lavori del ‘49: "Giustamente alcuni autori accidentali hanno osservato che probabilmente i danni respiratori erano dovuti prevalentemente non a cloruro di vinile ma a delle sostanze che venivano utilizzate con cloruro di vinile". Cioè, dice sostanzialmente, inattendibilità di quegli studi. E, rispetto - colgo l’occasione, incidenter tantum - rispetto ai famosi limiti lo stesso Carnevale dice: "Badate, i limiti e i MAC, come si chiamavano allora, che erano stati imposti in Unione Sovietica e in altri paesi, erano differenze rispetto a quelli degli stati occidentali, forse fortemente ideologiche, però rimanevano, quelle dei MAC russi, soltanto delle pie aspirazioni generalmente. Io stesso ho avuto modo di rendermene conto, non venivano applicati sostanzialmente. Studi inattendibili, realtà industriale inattendibile rispetto agli standard imposti". E sono quindi del tutto irrilevanti, fuor di luogo, non pertinenti, sono soltanto suggestivi, quella mole di studi sugli effetti acuti dell’esposizione; e si può vedere in questo allora la revisione della Letteratura che Viola ha fatto nella famosa bozza dell’estate del 1970; diversi di questi studi sono stati citati anche dal Pubblico Ministero. E proprio questi studi segnalavano la bassa tossicità del CVM sulla scorta degli studi fatti rispetto alle esposizioni acute, ad altissime dosi. Fatti da altri, Lehman e Flury del ‘43. Nessuno trova segni di lesioni organiche apprezzabili. Ancora nel ‘33 inferiore all’etere come tossicità. E non ha senso allora che il Pubblico Ministero critichi acidamente, o commenti acidamente lo studio di Mastromatteo del 1960, quando dice: "Negli animali morti erano presenti lesioni epatiche renali e polmonari, per la prima volta si parla di queste patologie. Ancora il complotto, il silenzio nel ‘60, tacete". Ma, signori del Tribunale, per dosi elevatissime, per periodi di tempo brevi, è normale la comparsa di sindromi tossiche che interessano di solito diversi organi; e nello studio di Mastromatteo erano trattati, gli animali, per 30 minuti, a concentrazioni crescenti di CVM: 100 mila, 200 mila, 300 mila ppm. Ha senso questo? Per gli stessi motivi non sono appropriati i commenti del Pubblico Ministero allo studio di Lester, citato in contrapposizione a Torkelson del ‘63: "Più della metà degli animali erano morti, ma qui ad esposizione brevissima, forse per evitare problemi o pensieri di tipo diverso". Testuale il Pubblico Ministero. E` quasi triste far scendere la polemica a questi livelli, ma che la morte degli animali nel corso di studi condotti con dosi elevate è un evento atteso, frequente, a queste dosi. E i protocolli dell’epoca, fino ai protocolli fine anni Settanta, non prevedevano realizzazione di studi di tossicità cronica, che sono quelli che hanno aperto la storia moderna della tossilogia del CVM.

Brevissimamente, perché di questo mi occuperò, come si è aperta questa storia sugli effetti cronici del CVM? Si è aperta nella seconda metà degli anni Settanta sostanzialmente, con la descrizione dei primi casi di acrosteolisi. Ma non si sapeva, e tralascio i dettagli per non tediare il Tribunale, non era chiaro se questa malattia, Raynaud, acrosteolisi, era dovuta ad un effetto combinato di insulti chimici e fisici ed anche a una parte di idiosincrasia individuale. Ma è fuor di dubbio che per un certo periodo l’attribuzione eziologica delle lesioni osservate è stata incerta. Questa è la banale e semplice ragione che ha indotto Viola ad avviare gli studi sperimentali, di cui tanto si è parlato. L’incerta attribuzione eziologica delle lesioni osservate in operai addetti alla polimerizzazione. Questo era l’interesse specifico di Viola. E nel ‘70 abbiamo i risultati del primo studio indirizzato appunto agli effetti non acuti del CVM; il primo studio di Viola del 1970. Ma anche qui partiamo con un piede nel decennio precedente, per così dire, nel tentativo di riprodurre l’acrosteolisi nell’animale, Viola somministrò ai ratti CVM per via inalatoria 30 mila ppm. E descrisse poi delle lesioni metaplastiche dell’osso, che interpretò come analoghe alla acrosteolisi dell’uomo. Ecco qui l’inizio. Non c’è nessuna menzione, in questo lavoro del 1970, con il quale Viola si presenta sulla scena scientifica degli effetti cancerogeni del CVM. E queste prime evidenze di effetti non acuti rappresentano appunto le motivazioni che dettero avvio a una fase di studi sia di tipo epidemiologico, su soggetti esposti, sia di laboratorio. Trascuro i passaggi degli studi di Viola, che saranno ripresi da altri colleghi, e non voglio tediare il Tribunale su questo; ancora nel ‘71 Viola non trova angiosarcomi nel fegato. E, a seguito di queste segnalazioni di Viola, attraverso Montedison, attraverso Bartalini, attraverso il contatto stabilito tra Bartalini, Maltoni, Viola, che interviene il professor Maltoni. Il professor Maltoni che riesamina i reperti istologici di Viola e che lo corregge, definisce le neoplasie osservate da Viola come tumori delle ghiandole di Zimbal, e non tumori del polmone. Da qui ha inizio la lunga storia di Maltoni e della sua collaborazione con Montedison. Ma io vorrei richiamare l’attenzione del Tribunale su questo snodo cruciale: Viola si muove alla ricerca di una conferma sperimentale dell’eziologia della acrosteolisi; procede con studi sperimentali somministrando dosi elevatissime di CVM. Trova, prima delle lesioni ossee, che ritiene siano corrispondenti a quelle nei lavoratori, e successivamente trova delle lesioni neoplastiche, che ritiene siano tumori del polmone. Sulla base di questo stato di fatto, agli inizi degli anni Settanta, Montedison incarica Maltoni di approfondire questo dato che era preoccupante. E Maltoni interviene rapidamente, prima di tutto correggendo l’interpretazione di Viola: non sono tumori polmonari, sono neoplasie metastatiche, questi sono tumori delle ghiandole Zimbal, che non ci sono nell’uomo. E Maltoni inizia il 2 luglio 1971 nel castello di Bentivoglio. Voglio richiamare ancora l’attenzione del Tribunale su un altro dato temporale: i risultati del lavoro di Maltoni avrebbero dovuto essere disponibili dopo 24 mesi, cioè Maltoni aveva programmato 24 mesi di studi e di somministrazione. Quindi gli studi sarebbero stati disponibili nel luglio del ‘73, aggiungendo ancora qualche mese non avrebbero potuto essere disponibili prima dell’inizio del ‘74, perché i dati poi bisogna elaborarli e tirarne delle conseguenze. E Maltoni ha riferito, l’ha riferito anche qui, di non accettare la logica del sacrificio degli animali ai 24 mesi, preferendo invece quella di seguire l’animale per tutta la vita, arrivando cioè a una morte spontanea dell’animale. E questo avrebbe ovviamente allungato il periodo. E questo per dire che se non fosse successo nulla gli studi di Maltoni sarebbero divenuti noti ben oltre il ‘73, ed anche forse il ‘74. Invece i dati di Maltoni furono pubblicati nel febbraio del ‘74. La spiegazione è nota al Tribunale, perché intervenne la segnalazione di Goodric, nel gennaio del 1974 e poi con l’articolo di (Cric and Jhonson). Qui non c’è stata nessuna rincorsa degli angiosarcomi, come ha detto il Pubblico Ministero; nessuno ad aprire i cassetti e tirare fuori le carte degli angiosarcomi nascosti. Semplicemente la storia che anche Carnevale fa in dibattimento, qui, è la storia di una ricerca sollecitata dall’eccezionale ilarità del tumore dell’angiosarcoma, dalla concentrazione all’interno di una coorte così ristretta, come i lavoratori di una fabbrica, e quindi per tutti fu chiaro quello che non era chiaro, cioè andiamo a vedere quanti casi di angiosarcomi, che abbiamo ritenuto di origine sconosciuta, perché non sapevamo a che cosa attribuirlo, adesso possiamo recuperare all’interno delle fabbriche del CVM. Badi bene, il Tribunale lo sa, l’angiosarcoma non ha, come unica causa, il CVM; ha molte altre cause e molte ignote. Nei primi mesi del ‘74, per concludere questa brevissima ricostruzione, si venne alla certezza della carcerogenicità del CVM per l’uomo, e portò alla realizzazione, pressoché immediata, di interventi regolatori. E adesso mi tocca però affrontare, sia pure brevemente, un capitolo delicato e cruciale nella ricostruzione di quella famosa colpa di cui ho parlato, vale a dire dei rapporti tra Viola e Maltoni; non vado troppo indietro nel tempo, signor Presidente e signori del Tribunale. E` forse questa, davvero, una chiave di lettura, che forse non chiude ma apre qualche porta, nel senso di farci comprendere l’impostazione del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, ha trasformato il dottor Viola in un genio precursore e in un martire dell’impresa. Questo senza nulla togliere alla statura scientifica di Viola, ben inteso da parte mia. Mentre Maltoni è stato considerato un teste reticente. E per cui il Pubblico Ministero avanza l’ipotesi che Viola si sia trattenuto dal dichiarare certe cose perché intimidito. Ebbene, la cronistoria dei lavori di Viola, che altri meglio di me faranno, dimostra esattamente il contrario. I lavori di Viola cominciano con l’Abstract di Tokyo del 1969, dove si discute di acrosteolisi; non si parla di neoplasie. Nulla di nuovo dal punto di vista tossicologico. Nulla dell’articolo del marzo del ‘70. Nulla di nuovo nell’Abstract di Huston del maggio 1970, dove addirittura conclude testualmente: "Nessuna implicazione alla patologia umana può essere estrapolata dal modello sperimentale riportato in questo scritto". Ma non è che Viola lavorasse nel silenzio o nell’isolamento, il 5 maggio 1971 incontra il sottocomitato epidemiologico dell’MCA ed è riferita la sorpresa di Viola nel rilevare effetti cancerogeni del CVM, quei famosi effetti cancerogeni che poi saranno corretti da Maltoni. Ma voglio andare avanti rapidamente, ancora nell’ottobre del 1971 Viola, che scrive sempre al Segretario del (Herf Committee) dell’MCA scrive: "Questa cancerogenicità non è stata confermata nell’uomo". Nella bozza del ‘70 si occupa solo ed esclusivamente di acrosteolisi; aggiunge di non avere trovato modificazioni significative della tiroide, dei reni, dell’apparato circolatorio, né una maggiore incidenza di forme neoplastiche. Individua una soglia di sicurezza ragionevole tra 150 e 500 ppm. Dove sarebbe questa silenziosità coatta di Viola! Se secondo il Pubblico Ministero il primo a scoprire la cancerogenicità del cloruro di vinile invece sarebbe stato Torkelson della (Dava) addirittura nel ‘61. La cosa è singolare, perché proprio Torkelson ricorda Viola nel 1980, una lettera che è agli atti, l’esistenza della sua bozza del 1970 e gli chiede che seguito avesse avuto, se fosse stata pubblicata o meno, perché non l’aveva vista, in quanto a suo giudizio - leggo testualmente - essa rifletteva molto bene lo stato delle conoscenze dell’epoca, che riguardavano solo l’acrosteolisi. Torkelson non sapeva proprio nulla di cancerogenicità del CVM. Ancora nel ‘72 Viola non accenna alla possibile cancerogenicità del CVM nell’uomo, accenna discorsivamente a numerosi organi addominali colpiti da neoplasie nei suoi esperimenti, quindi nei ratti e nei topi, ma di questi tumori non c’è traccia nelle pubblicazioni precedenti e successive di Viola. Ed ancora, nella famosa riunione del 17 aprile 1974 all’Istituto Superiore di Sanità Viola si dimostra poco convinto, anzi per niente convinto della cancerogenicità sull’uomo del CVM. Il Tribunale ha il rapporto di quella riunione, e lui parla in terza persona perché viene riferito come un verbale, dice: "Nel primo lavoro presentato a Tokyo, da Viola, non furono menzionate le lesioni cancerogene osservate sugli animali per necessità di ulteriori accertamenti e per titubanze di ordine soggettivo in quanto non si riteneva la sperimentazione sugli animali capace di dimostrare una carcerogenicità anche per l’uomo". Viola molto titubante, che non esita a replicare quella sua perplessità ancora nel 1974. Una titubanza che era giustificata anche dai limiti dei lavori di Viola, per le alte concentrazioni utilizzate e per le altre debolezze metodologiche. Limiti che sono stati messi in evidenza molto chiaramente, e dovremmo dire spietatamente, ma la scienza è spietata, da Maltoni. Fatto presente al signor Harris dell’Uniroyal il 19 ottobre 1972. Ed anche qui ne parlerò forse ancora un momento, se ce ne sarà tempo, soltanto per dire Maltoni era in costante contatto con i cosiddetti americani già nel 1972, altro che riservatezza, che patti di riservatezza, di segreto, di silenzio, di omertà. Indipendentemente da quello che c’era scritto sulle carte, le persone si vedevano, si incontravano, si scambiavano le informazioni. La famosa tabella del 1972 di Maltoni, a 67 settimane dall’inizio della sperimentazione, quindi dati assolutamente provvisori. E` negli atti, trasmessa a metà novembre agli sponsor della ricerca: Montedison Italia, Solvè Belgio, Ron Projec Francia, ISI Gran Bretagna. In essa vengono riferiti i primi casi di carcinoma nelle ghiandole di Zimbal, di nefroblastomi del rene, di angiosarcomi del fegato. Quella famosa tabella che il Tribunale conosce bene è stata anche proiettata, scritta a mano, su un foglio quadrettato. Comunicata quindi nell’ottobre del 1972, non c’era nulla di tenuto coperto, occultato, nascosto. C’è una riunione nel novembre ‘72 all’MCA, gli americani sono informati da Elliot dell’MCA sui risultati di Maltoni, e Harrison aveva già ricevuto copia del protocollo di ricerca. Nel ‘73 Torkelson e due americani, Kociba e (Gasc), vanno da Maltoni, a seguito di un espresso invito del gruppo europeo a discutere insieme i risultati. Mi rendo conto di annoiare il Tribunale, ma non posso far a meno di replicare all’Accusa di complotto e di silenzio omertoso. E troviamo traccia ancora nel gennaio ‘73, dove si giudicano ottimi i rapporti instaurati con Maltoni da parte dell’MCA; molto positivo il lavoro di Maltoni; e qui troviamo un primo elemento che tornerà nella nostra storia della DOW e che descrive lo studio incorso sui lavoratori della DOW medesima. Dunque gli americani della MCA sono sempre stati al corrente dei risultati di Maltoni, fin da quella famosa scheda provvisoria dell’ottobre 1972, che diceva e non diceva, e che non avrebbe detto per Maltoni, perché lui voleva completare i suoi studi. Di fatto la portata pratica dell’impegno di riservatezza è stata di porre un vincolo agli americani nel momento in cui questi si sono posti il problema di informare il NIOSH. E a questo punto gli americani, doverosamente, hanno chiesto, e si badi bene ottenuto, il 15 giugno 1973 il permesso degli europei alla divulgazione dei dati. Lo conferma il consulente tecnico del Pubblico Ministero, Carnevale. Il professor Maltoni non si può dire che abbia in qualche modo, dopo lo potrà testimoniare lui, tenuto segreti per sé questi lavori. E soprattutto, nell’aprile del 1973, nel secondo International symposium on cancer detection and prevention, Maltoni diffuse pubblicamente i suoi risultati. Allora, signori del Tribunale, dov’è questa riservatezza, questa omertà, questo complotto del silenzio, questi dati che si vogliono mantenere assolutamente segreti e riservati, se Maltoni comunica nell’ottobre del ‘72 e successivamente nel convegno di Bologna espone lo stato delle sue ricerche, e poi pubblica nel 1974 solo quando gli studi sperimentali ormai sono stati superati dall’evidenza purtroppo umana. Ma senza quell’evidenza gli studi di Maltoni sarebbero presumibilmente rimasti non pubblicati ancora per un certo periodo di tempo, perché erano studi sperimentali non completati. E nonostante quelle segnalazioni, quegli interventi congressuali, quelle pubblicazioni, si badi bene, nessun intervento di agenzia regolatoria, neanche da parte del NIOS, che intende intervenire soltanto il caso Goodric. Sa perfettamente quello che accade o che viene pubblicato, che viene discusso, ma non interviene da un punto di vista regolatorio perché non c’era l’esigenza di farlo. E questo lo dico soltanto sotto il profilo della ricostruzione dei tempi delle conoscenze nella mia prospettiva puramente causale. Ma il Pubblico Ministero ha detto anche altro a proposito del famoso complotto. Ho già detto dello studio di Lester, che doveva servire a zittire per così dire i risultati dello studio di Torkelson del 1961, come se Torkelson venisse da chissà dove; Torkelson lavorava presso la DOW Chimical, era un uomo dell’industria anche lui; che problema c’era a contrapporre Lester a Torkelson? Ma nella sostanza, se si confrontano i due studi, i risultati coincidono. La differenza dei due studi sta nella dose, perché tutti e due non rilevano alterazioni morfologiche del fegato ma solo funzionali, solo che Lester usa delle dosi più alte: 20 mila ppm, 50 mila ppm. Diciamo è un disegno dello studio antiquato. Non rileva, come ci si sarebbe dovuto aspettare, alcuna alterazione istologica, e quindi egli conclude che non si hanno quelle famose alterazioni. E conclude che per quanto riguarda gli effetti sugli epatociti il CVM non ha effetti. Quello che invece mi interessa maggiormente segnalare è che il Pubblico Ministero ha mosso una pesante accusa, ha detto addirittura: "E` stato tenuto nel cassetto uno studio, uno studio epidemiologico della DOW. Uno studio che avrebbe mostrato, fin dal 1960-’61 quello che poi si è visto dopo". E ha dato i numeri, numeri di persone esposte, numeri di decessi, etc.. E l’abbiamo trovato questo studio, signori del Tribunale, è lo studio di Elliot e collaboratori; sennonché uno studio del 1975, che riguarda appunto gli esposti della DOW, se non ricordo male erano 569 esposti; ma i decessi, gli ultimi decessi, e quindi la prova non tanto della consegna dell’articolo, che si può alterare, si può mandare anche dopo, ma se mette il lucido successivo si vedrà che questo studio epidemiologico comprende dei decessi che sono intervenuti negli anni ‘70, ‘71, ‘72, ‘73. Quindi non poteva essere uno studio epidemiologico fatto negli anni ‘60, riguardava gli esposti in quegli anni ma ovviamente è stato uno studio epidemiologico peraltro ridottissimo, quanto a dimensioni, ma che ha seguito la mortalità di questi soggetti e si è fermato nel 1973 per essere pubblicato nel 1974. Quindi nessuno studio nascosto, nessuno studio occultato; era semplicemente uno studio epidemiologico che prendeva in considerazione e la seguiva nella sua mortalità parziale, assolutamente parziale, oggi questo studio non lo farebbe nessuno, per decessi intervenuti in quel periodo di tempo. E d’altro canto, è estremamente significativa questa figura che compare nel registro degli angiosarcomi epatici dell’MCA, dove si vede il concentrarsi della frequenza dei numeri degli angiosarcomi in un periodo temporale ben definito, che corrisponde sostanzialmente agli anni che vanno dal 1974 al 1990. Cioè, un periodo che è perfettamente coerente con la latenza nota dell’angiosarcoma epatico e che riporta ad altissime concentrazioni di CVM nelle fabbriche di polimerizzazione del CVM in anni molto antecedenti, addirittura allo stesso 1970. La forma di questa sorta di figura, sembra quasi un elettrocardiogramma, è significativa da questo punto di vista, perché dal 1990 ci sono soltanto casi sporadici, come vi erano in precedenza, perché erano evidentemente casi che risalivano ad agenti eziologici ignoti, perché sono casi per tutte le diagnosi che non comprendono soltanto l’Europa orientale. Quindi questo grafico, che è agli atti del processo, è perfettamente allineato anche con lo studio che ho prima richiamato, che conclusivamente non è affatto uno studio che è stato segregato o tenuto nascosto, ma semplicemente uno studio che ha avuto bisogno del suo tempo per dare determinati e parzialissimi risultati. Bene, vorrei a questo punto affrontare, molto brevemente, un argomento che ha un titolo molto ambizioso, al di là delle mie forze, cioè l’impostazione del problema causale in questo processo. Anche qui non ridirò le cose che ha già detto il professor Stella, dirò cose che non ha detto, argomenti che non ha trattato. Il mio punto di riferimento è che l’impostazione, ovviamente, deve essere fatta rispetto alle condotte dei singoli imputati, in particolare dei quattro che assisto e dei vari tempi; e naturalmente ancorché l’osservazione appaia banale, ma banale non è, visto come si è svolto questo procedimento, rispetto ai lavoratori di Porto Marghera. Non è cioè una discussione sui possibili effetti del CVM in astratto, ma una discussione qui ed allora. E non si deve ovviamente discutere su una politica di interventi cautelativi, ma stabilire se le condotte degli imputati hanno cagionato malattie. Ora, non ripercorro ovviamente quello che è noto a tutti, sull’impiego delle leggi generali di copertura per la spiegazione dell’evento, e quindi la ricostruzione del legame causale; le uniche, queste leggi, che possono riempire e dare ossa e carne al modello condizionalistico, consentirgli di camminare, altrimenti resta una formula vuota e inconcludente; ma non dimentichiamo però che questo modello condizionalistico dell’articolo 40, della condizione senza della quale è imposto dalla legge, non è inventato dalla dottrina. La condotta deve essere riconosciuta causa contingentemente necessaria dell’evento. Ed allora avremo le leggi statistiche, le leggi generali naturalmente quando ci sono, e sennò le leggi statistiche. E qui cominciano i trabocchetti. Cominciano i trabocchetti, perché le leggi probabilistiche esprimono una probabilità che attiene alla frequenza di ripetizione dell’evento; e poi vengono contrassegnate dalla cosiddetta probabilità logica, cioè sostanzialmente il grado di fiducia che riponiamo nella spiegazione offerta dalla legge. Tendenzialmente, nel primo caso, la frequenza deve avvicinarsi a 100; nel secondo caso la confidenza ad 1. Ma perché dico queste cose? Perché l’esigenza di disporre di un modello rigoroso di causalità, e non un modello approssimato, rinforzato da elementi qui e là raccolti, è imposto dal principio di legalità, perché la causalità è un elemento della fattispecie. Nelle lesioni e nell’omicidio, ma anche nell’articolo 437 comma secondo. Non può essere consegnato all’intimo convincimento del Giudice, che non sarebbe più neppure un creatore di leggi, come si diceva prima di questo modello, ma semplicemente indifferente alle leggi scientifiche. E qui ci sono evidenti, enormi problemi di accertamento scientifico. Allora, ho già detto che la ricostruzione del Pubblico Ministero mi ha lasciato perplesso proprio per quell’accumulo alluvionale di dati; la mia impressione è che quella ricostruzione originaria della colpa collettiva tenga, come ho cercato di dire, a sostituirsi alla causalità come luogo in cui si imbatte il collegamento tra una condotta e un evento. L’idea che ho è che l’esposizione del Pubblico Ministero tende ad affievolire complessivamente il livello causale, ad attenuarne il rigore. Nel senso di affiancare spiegazioni causali accettabili, in particolare quelle sull’angiosarcoma epatico, che pur non conosciamo sul piano della ricostruzione della catena degli eventi, altre sedicenti spiegazioni o suggestioni causali. Dicevo dell’angiosarcoma e segnalavo che di questo sappiamo ancora molto poco e dobbiamo esserne straordinariamente consapevoli. Non sappiamo il meccanismo d’azione, non sappiamo e non conosciamo il ruolo evidente della suscettibilità individuale; sappiamo soltanto che l’angiosarcoma da CVM non è distinguibile, neppure istologicamente, da un angiosarcoma di altra e ignota natura di per sé. Sappiamo altresì che gran parte degli angiosarcomi epatici è di origine sconosciuta. E quindi la conclusione che gli angiosarcoma di Porto Marghera siano dovuti dal CVM dipende soltanto da una inferenza sicuramente imprecisa, ma probabilmente attendibile, che considera la rarità della neoplasia e l’altrimenti inspiegabile azione di questi eventi in una coorte ristretta; in più i dati sperimentali sugli animali. Su tutto il resto delle patologie che hanno tenuto impegnato questo Tribunale per così tanto tempo non abbiamo leggi scientifiche paragonabili ed utilizzabili. Anzi, oso tranquillamente dire che abbiamo leggi contrarie. Eppure il Pubblico Ministero ne ha parlato; ne ha parlato, ripeto con la premessa della colpa; ne ha parlato con l’enfatizzazione degli interessi deboli; ha messo in sostanza un’ipoteca politica sulla bilancia del processo. Ed allora affronto subito quest’ultimo. L’ha già accennato con grande lucidità il professor Pulitanò. Parlo ovviamente in termini penalistici, giuridici. Se poi non si deve qui applicare il diritto penale è un altro discorso, ma io non riesco ad andare più in là. Ed allora posso soltanto osservare che la natura del bene giuridico non può incidere in alcun modo sulla struttura e sul contenuto del modello causale. Stanno su due piani diversi. E nello stesso modo il bene giuridico, che sia in crisi o sia in ottima salute, poco ci interessa, in questo momento, non può dirci nulla sugli altri istituti del diritto penale: sulla colpa, sul dolo, sul tentativo, su che altro. Questo ce lo impone, finché ci sarà il principio di legalità. Nessuna regola dell’ordinamento consente io credo di erodere gli istituti in nome di una politica dei beni giuridici, che mi permetto di dire non spetta a nessuno in quest’aula. Qui non si tratta di contrapporre garantismo, sia pure sostanziale, una volta tanto e non processuale, a beni di rango primario, perché è un’operazione impossibile; garantismo nel senso di rispetto delle regole di funzionamento del sistema punitivo non ha nulla da spartire con il rispetto dei beni giuridici da tutelare. Ci sono principi nel nostro ordinamento, e soprattutto di tassatività e di personalità, che non ammettono deroghe. E non ammettono deroghe, giungerei a dire, soprattutto nella difesa di interessi deboli, che sarebbe ben strano dovessero essere perseguiti attraverso l’applicazione di un diritto penale ispirato a principi autoritari e superati. Torno dunque alla colpa, a quella particolare colpa che non è quella dell’articolo 43, di cui vi parlerà domani il collega Accinni ma una colpa collettiva, antica, di altri, di tutti. E a fianco di questa c’è un’altra colpa più sottilmente evocata, ed è una colpa che è stata già da tempo considerata dalla giurisprudenza, quella che è estratta dalle posizioni di garanzia. Se dobbiamo prendere atto del diritto penale così come esso ci si presenta, piaccia o non piaccia, dobbiamo rilevare che spesso si assiste, ahimè, al fatto che da posizione di garanti, assunte in modo apodittico, in modo formalistico, si genera in quest’ottica rovesciata il dovere di diligenza, e quindi la colpa per omesso impedimento dell’evento. E’ l’esatto contrario di quello che si dovrebbe immaginare come un percorso logico e razionale. Perché ne parlo? Non perché voglia fare una divagazione con pretese di erudizione sulle posizioni di garanzia; ne parlo perché in questo modello la colpa generata dalla posizione di garanzia, in questo modello la causalità è completamente risucchiata. E ne abbiamo la prova in questo processo, prova che è data dal silenzio sulle posizioni dei singoli. Se non per alcuni, ma pochissimi. Ma allora che altro è, se non la mera elencazione delle posizioni di garanzia che si ritengono di per sé decisive, assorbenti, per il giudizio di responsabilità, tanto che giustificano la stratificazione sanzionatoria. Non sono le condotte ma sono le posizioni, che si trasformano in posizioni di garanzia, rispetto alle quali si afferma la colpa, e quindi la violazione del dovere di diligenza e quindi l’omissione, e quindi la causalità. Ma l’omissione dell’articolo 40 capoverso, quella che tutti abbiamo imparato sui banchi dell’università, e qualcuno di noi tenta ancora di insegnare, non è quella delle cautele. L’articolo 40 capoverso non c’entra con l’articolo 43. L’omissione dell’articolo 40 capoverso è quello rispetto all’evento, l’omesso impedimento dell’evento. So bene, e lo sa la storia del diritto penale, quant’è facile la commistione infausta di colpa e causalità nelle fattispecie omissive, ma ci deve richiamare tutti all’attenzione, non diventare un comodo e semplice viatico per l’indistinto, come più volte ci ha ricordato stamattina Tullio Padovani. Perché la traiettoria che Gavazzi tanti anni fa aveva proposto in modo provocatoriamente letterario diciamo così, cioè quella traiettoria dalla colpa al rischio, è qui sotto i nostri occhi. Mi perdoni il Tribunale di questa breve digressione, ma forse serve per introdurre quelle che io considero le strategie di attacco alla causalità in questo processo, cioè l’affievolimento della causalità, che possono purtroppo sfruttare episodiche flessioni della giurisprudenza. E viene innanzitutto, non pretendo di aver costruito un sistema, me ne perdonerà il Tribunale, sono osservazioni semplicemente giuste apposte, una prima opzione in termini di probabilità, che trova le sue origini in quella giurisprudenza in materia di responsabilità medica. Non si dovrebbe ricercare la certezza nell’omissione ma la probabilità salvifica. Sempre, si badi bene, sulla premessa di una colpa del sanitario. Ecco ancora una volta che la posizione di garanzia colposa genera causalità, implica, sottintende, assorbe. Il modello è discusso, non mi soffermo, non è questo il caso, probabilmente il difetto sta nel rigore richiesto alla prognosi impeditiva, ma molto più spesso il modello svela nel suo argomentare la radicale insussistenza di una legge scientifica capace di pronosticare l’impedimento dell’evento. E conferma lo schiacciamento della causalità, la posizione di garanzia e della colpa. Ricordo ancora che quando si parla di spiegazione probabilistica, affidata a leggi scientifiche, do tutto per scontato, quando abbiamo tra le mani una legge probabilistica, e quindi una spiegazione dell’evento in termini probabilistici, non significa affatto che abbiamo una probabilità del nesso causale. Abbiamo l’affermazione o la negazione del nesso causale, sulla base di una legge probabilistica, che se accettiamo, l’accettiamo come tale, come legge capace di spiegare l’evento; l’accertamento della causalità non è graduabile, al pari dell’accertamento di un qualsiasi altro elemento della fattispecie concreta. Quindi la causalità c’è sulla base di una legge che si ritiene accettabile nella comunità scientifica, perché è in grado di spiegare quell’evento, sia pure in termini di altissima probabilità e non di certezza, oppure non c’è; non c’è una probabilità della causalità. Ci sarebbe allora una probabilità del dolo, una probabilità della colpa, una probabilità dell’evento. In altri casi il Pubblico Ministero ci ha proposto leggi incapaci di spiegare alcunché in questo processo. E` il caso già trattato, e che quindi io liquiderò in due battute, delle associazioni o inferenze epidemiologiche. Rispondo anch’io, come ha fatto Federico Stella con i suoi consulenti, peraltro al di fuori di questo processo, così l’hanno detto tanto tempo prima e fuori dalla attenzione di questo processo che pone a rischio la deontologia di molti, come ho letto recentemente Vineis: "Tutte le inferenze epidemiologiche sono derivate da studi di popolazioni e sono applicabili quindi esclusivamente a popolazioni". Convegno di Pavia del 1991. Ancora Vineis: "E` impossibile, se non in casi eccezionali - il nostro angiosarcoma epatico - attribuire il singolo caso di tumore a una singola esposizione". "La rilevazione statistica in campo medico non può essere impiegata ad ogni costo, deve essere fondata su studi solidi e corroborata da altre indagini, ad esempio istologia, anamnesi, studio dei tempi". Guariniello. Quindi la struttura della legge da utilizzare non è quella di una occasionale associazione tra una condotta e un evento, anche se poi smentita da altre o non ripresa, per una sorta di assurdo principio di conservazione degli studi scientifici; deve corrispondere a criteri di scientificità, di conferma almeno provvisoria, secondo i criteri della comunità scientifica. Non mi metto a discutere né di ipotesi confutazioniste, né di ipotesi di falsificazione, ma questo è il dato di fondo. Deve corrispondere a criteri di scientificità, e quindi di accettazione almeno provvisoria secondo i criteri della comunità scientifica. E qualunque vero scienziato sa distinguere i buoni lavori da quelli che non contano nulla, non è vero che sono tutti uguali e tutti consentono di aprire una finestra sul mondo, come ho cercato di dire prima. E quindi occorre distinguere le conoscenze confermate dalle mere ipotesi e dalle congetture. Un altro fronte di affievolimento è stato quello che si colloca sul piano della portata esplicativa della presunta legge. Mi hanno colpito affermazioni che ho sentito sia nel primo capo di imputazione che nel secondo, e non me ne voglia chi se ne occuperà, affermazioni secondo le quali non si può escludere che, è logico concludere che, è conforme a buon senso considerare che. Ho già detto che cosa penso del buon senso, in generale e in particolare. E questa logica, così richiamata, non è mai esplicitata scientificamente, è la copertura di una non conoscenza. Il medico legale ha detto: "Si finge di adottare una metodologia medico legale in tema di causalità mentre si ricorre ad un non metodo", a proposito delle frasi non si può escludere che. Certo, la conoscenza scientifica ha dei limiti storicamente relativi, ma non consente salti non argomentati e non espressi soprattutto in termini che siano suscettibili di falsificazione, di condivisione con la comunità scientifica. E il processo penale non ha scorciatoie rispetto a questo, deve accogliere queste certezze e queste incertezze così come sono, senza lasciarsi impaurire o intimidire, quasi fossero un segno di debolezza o di inefficienza, perché è invece rispetto della regola fondamentale. E infine l’approdo più insidioso e più infondato, l’approdo in termini di rischio e di aumenti di rischio. Già qualcuno ha detto, grande penalista Fiondaca, questo concetto non è dissimile dal concetto di idoneità, è esito probabilmente l’idoneità della teoria dell’aumento del rischio applicato alla causalità. Ma qualunque ragionamento astratto sull’aumento del rischio, vedremo poi in che zona del diritto penale sta, ma qualunque ragionamento astratto sull’aumento del rischio può condurre solo a questo interrogativo: è aumentato o non è aumentato il rischio? Non se si è verificato o non si è verificato l’evento morte o lesioni. Qualunque ragionamento, dovunque lo si voglia collocare, e qualunque status gli si voglia attribuire a questa teorica dell’aumento del rischio. Dire che si è in presenza di un fattore che aumenta il rischio significa soltanto predicare qualcosa nel tempo rispetto al rischio, che aumenta o diminuisce, con che sistemi lo si misuri non lo so, ma l’affermazione è concettualmente a questo schema. Ma non dice nulla l’affermazione sull’aumento del rischio rispetto alla provocazione, alla causazione del singolo evento, morte del singolo, evento lesioni. L’aumento del rischio qui sostituisce la causalità ed è singolare perché l’aumento del rischio, lo sanno tutti, nasce in territori dogmatici ben diversi. Vorrei che tutti coloro che ne hanno qui parlato rimeditassero su quell’articolo di Giorgio Marinucci del 1991, che ha letteralmente fatto a pezzi la teoria dell’imputazione oggettiva dell’evento, e quindi della sua variante in chiave di aumento del rischio. L’aumento del rischio nasce come un correttivo, come un filtro selettivo alla causalità nei reati commissivi colposi, se non ricordo male. Per evitare, diceva la dottrina tedesca, fin dagli anni ‘20, che nella responsabilità dell’autore ricadessero fatti casualmente verificatisi. E perché si diceva, e l’ha detto anche (Roxin), la dottrina tedesca aveva una teoria della colpa grossolana, che non riusciva a selezionare. Ed allora il filtro mettiamolo nella causalità, attraverso lo scopo della norma violato, attraverso l’aumento del rischio. Qui non mi interessano gli esiti teorici e dogmatici, e credo non interessino neanche al Tribunale; mi interessa soltanto segnalare che quella teoria nasce con il precipuo scopo di delimitare il numero di eventi riferibili causalmente alla condotta. Non di aumentarli, è un correttivo. E Marinucci ha mostrato che di quel correttivo la dottrina italiana non ha nessun bisogno, perché il nesso tra colpa ed evento sta già nell’articolo 43. Di questo non parlo. Parlo soltanto di una cosa: se è vero che nella teoria dell’imputazione oggettiva vi si legge, come ha detto Kafman, stampata in faccia la derivazione dal delitto colposo, se è vero questo, badate signori Giudici, che quella teoria dell’aumento del rischio nasce per mutare il paradigma dell’attribuzione degli eventi pericolosi, perché nel nostro ordinamento osservava già Marinucci, vale la regola dell’eliminazione dei pericoli, e quando non sia possibile della loro riduzione. La teoria del rischio consentito, che è figlia naturale della teoria dell’aumento del rischio, tende esattamente a ribaltare questo paradigma, e quindi ancora una volta siamo nella paradossale situazione nella quale interessi deboli, come vengono definiti, si pretende di tutelarli, facendo appello a teoriche e a impostazioni che non hanno assolutamente nulla, né di progressista, né di antiautoritario; anzi, ne sono un concentrato. Neppure si può ammettere che l’aumento del rischio, com’è stato detto da una penna malorganizzata, sia agevolazione della verifica della causalità omissiva. E` uno scivolamento di piani che questo Giudice non ha visto, perché ancora una volta qui, se l’aumento del rischio è agevolazione della verifica della causalità omissiva, il probabilismo della legge diventa aumento delle probabilità che l’evento si verifichi. E, per di più, queste probabilità sono tratte o da associazioni epidemiologiche, e torniamo al nostro punto di partenza, o peggio ancora da modelli astratti, come quelli di cancerogenesi. Ricorderete la estrapolazione lineare, la inesistenza della dose soglia, i rapporti con la durata dell’esposizione, etc. etc., che hanno portato ad astratta e generale, ma nulla ci dicono sulla causalità nel singolo caso, se assumiamo soltanto quel modello. Se questo soprattutto diventa un modo per neutralizzare sulla scena processuale le spiegazioni alternative. Un ultimo accenno: è stata qui invocata l’ipotesi preferibile, che è stata oggetto di uno studio di Elio Fassone del 1995; si è detto: "L’ipotesi che il CVM ha causato tutto è semplice e spiegherebbe tutto". Però Fassone non dice solo questo, aggiunge peraltro andando sulle spalle di altri più grandi di lui: occorre la rilevanza, e cioè la capacità di spiegare il fatto, la comprovabilità, la compatibilità, la capacità di previsione e spiegazione, la semplicità. Evoca, dice ancora Fassone, il concetto di contesto di ricerca. Che cosa implica? Attraverso la mediazione di ipotesi, sempre più circoscritte, con il filtro "conferma ed esclusione; tentativi ed errore". E conclude, paradossalmente Fassone, questo deve essere sfuggito al mio contraddittore, che le inferenze abduttive, quelle che utilizza riprendendole da Pirs, siano fondate su un’alta probabilità, e dice: "Non basta dire che è più credibile - quindi la nostra spiegazione del CVM ha causato tutto - l’ipotesi alternativa - conclude Fassone - deve essere esclusa al di là del ragionevole dubbio". Pagina 1311. Segnalo al Tribunale un altro problema che non è stato risolto dall’Accusa e che consegno al Tribunale così com’è inespresso in questo processo, ma sicuramente chiaro alla mente di coloro che mi ascoltano. L’Accusa ha lasciato completamente scoperta e inesplorata una tematica: a chi ricondurre le asserite patologie? E non è il tema di prima, dell’indistinto; no, considerato il lungo e comunque incertissimo tempo di latenza di queste patologie, in quale momento si è verificato l’inizio della neoplasia? A quale condotta? Di quale soggetto ricondurre l’evento che si è poi verificato magari a lontanissima distanza temporale? Non abbiamo nulla per rispondere a questa domanda cruciale; abbiamo delle congetture che sono state via via disseminate, ma non come i sassolini di Pollicino, questi li ha disseminati il lupo cattivo, per far perdere le tracce. Congetture che sono le basse dosi; l’azione delle successive dosi; modelli di cancerogenesi. Nessun dato, sono tutte mere congetture, ipotesi di lavoro, come gli stessi autori riconoscono. Mera congettura anche il mancato allontanamento per le malattie neoplastiche. Il ruolo promovente del CVM, come vedremo avanzato da Mastrangelo, è soltanto un’ipotesi. Questa Difesa ha argomentato che solo le alte dosi possono essere causali, e solo per alcuni effetti. Questo riporta molto indietro nel tempo, ma non siamo in grado di precisarlo. L’Accusa che cosa ci dice, che anche una molecola di CVM è tossica, e quindi tutto indistintamente. Io questo problema lo lascio sul tavolo del Tribunale, come oggetto di riflessione, ricordando che la soluzione non può prescindere da quel modello di spiegazione scientifica che ho cercato di illustrare. Vorrei rapidamente concludere questo capitoletto, e se poi il Tribunale mi concede cinque minuti, mi avvio alla conclusione. Solo una battuta, signori del Tribunale, non per tornare su un argomento già molto discusso, ma due osservazioni sull’impiego dell’epidemiologia e delle associazioni epidemiologiche. Ho già detto dell’esigenza di rigore negli studi e tralascio altre mie considerazioni; non ripercorro la discussione sugli intervalli di confidenza, però resto molto perplesso se l’intervallo al 90% è accolto quando solo usando quell’intervallo si scorgono degli eccessi significativi. Resto perplesso nella scelta della popolazione di confronto, io non voglio fare una discussione per la quale sarei incapace e inadatto, ma questo lo capisco; resto perplesso se si usa proprio quella nazionale, perché solo con quella nazionale si ottengono eccessi significativi. Resto perplesso del richiamo agli eccessi, anche se non significativi. Resto ancora più perplesso dall’aggiornamento degli studi. E qui abbiamo un caso esemplare, l’aggiornamento degli studi epidemiologici sulla coorte di Porto Marghera al 31 luglio 1999. Ho chiesto ai miei consulenti perché il 31 luglio, tutti gli altri studi che io ho visto erano aggiornati ad anni solari, anche le statistiche giudiziarie sono normalmente per anni solari. Non c’è una spiegazione, se non maliziosa. Ma, a parte questo, è una scelta molto singolare quella del 31 luglio 1999 avvenuta completamente fuori dal contraddittorio, perché come il Tribunale sa questo studio è stato presentato ma non discusso, mai. Quindi abbiamo un aggiornamento di tre anni e sette mesi, un aggiornamento del follow up al 31 dicembre 1995. E non solo non è illustrata la ragione di questa singolarissima scelta di un limite temporale definito tre anni e sette mesi; per carità, si può anche fare un aggiornamento di tre anni, quindici giorni, sei ore, basta dire perché, e non limitarsi a dire che siccome c’è un caso di epatocarcinoma nel luglio, si fa l’aggiornamento a luglio. Non è descritta la metodologia dello studio, né per la raccolta dei casi osservati, né per la definizione degli attesi. Non si sa quali siano i tassi utilizzati per il computo degli attesi fino al 1999, non è cosa da poco. Forse quelli del periodo ‘90-’93 si dovrebbe immaginare; non è corretto. Non è chiaro se si tratta di dati provinciali, regionali, nazionali. E comunque anche con questi piccoli salti mortali carpiati, la sostanza dei risultati è quella che il Tribunale sa, nelle tabelle 1 e 2 di pagina 8 di questo studio. La stima dei tumori primitivi del fegato non angiosarcomi sarebbe nei limiti della significatività statistica solo usando intervalli di confidenza del 90%. Ma, signori del Tribunale, anche con il famoso 90%, che viene a dare un ultimo aiuto, la significatività non è chiara; perché, rifacendo i conti con la famosa approssimazione di Poison, il limite inferiore non è quello indicato di 1,02 ma 0,93, sotto l’unità. Non sarebbe comunque significativo utilizzando gli usuali intervalli del 95%. Signori, io non voglio fare una questione sull’uso un po’ spregiudicato di questi intervalli di confidenza, di questi aggiornamenti; c’è un uso un po’ parziale da parte di chi poi si è molto piccato e ha scritto articoli sui conflitti di interesse all’interno dei consulenti. Ma questi studi, comunque, questo aggiornamento, non ci dicono e non ci portano degli elementi radicalmente innovativi. I tumori del polmone restano significativamente inferiori all’atteso, con rsm 0,76. Ma questo risultato non viene considerato e discusso. Ci sarebbe un non significativo aumento, 1,3-1,6 di rsm degli insaccatori, però su solo 12 osservati. E poi vedremo, più avanti, quali sono altre smagliature metodologiche di questo studio. Ma quello che mi lascia davvero perplesso è perché si voglia a tutti i costi utilizzare le risorse dell’epidemiologia, e quindi della valutazione della frequenza delle malattie nella popolazione, per introdurre pure suggestioni, che valgono soltanto in una determinata prospettiva. Cioè, se noi guardiamo questo studio soltanto con l’intervallo di confidenza al 90% forse ci suggerisce qualcosa; e su questo qualcosa noi dovremmo poter fondare una legge scientifica affidabile, che regga un modello causale ai sensi dell’articolo 40? Io francamente non lo credo. Se il Tribunale mi concede cinque minuti, non di più, io poi in un’oretta, oretta e mezza, ho finito.

 

Intervento: chiedo scusa, signor Presidente, col suo consenso ho da depositare il testo scritto della discussione del professor Stella, una copia al Tribunale e una copia per il Pubblico Ministero. Grazie.

 

Presidente: acquisiamo, grazie.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: prego, professore.

 

Avvocato Alessandri: dunque, mi avvio a concludere con questa seconda parte, che è un po’, seguendo gli schemi della manualistica, la parte speciale rispetto alla parte generale. Vorrei cioè considerare molto rapidamente, e quindi cercando di formulare qualche sintesi, i dati che sono emersi in questo dibattimento. E ho ben presente quello che lei signor Presidente ha più volte rilevato, che essendo questo un processo di consulenze, intessuto prevalentemente di consulenze, le parole dei Difensori non possono sostituirsi a quelle dei consulenti; sarebbe un doppione inutile e malfatto. Però, proprio per contestare alcune affermazioni accusatorie che sono venute, non posso fare a meno di scendere nel concreto di alcuni elementi di fatto, che riguardano evidentemente l’oggetto della mia discussione, o per meglio dire la parte che mi è stata assegnata, vale a dire le patologie diciamo così che sono al centro di questo primo capo di imputazione. Ed allora mi sembra che sia indispensabile ricordare in via assolutamente preliminare quali sono i dati di fatto con i quali si confronta questo processo. Cioè, la mortalità, soprattutto per tumori, a Porto Marghera, visto che è questo il grosso del processo intorno al quale per tre anni circa il dibattimento si è snodato. Ed allora mi pare che non si possa non ricordare e non considerarlo come il punto di partenza che la mortalità globale per tumori dei lavoratori di Porto Marghera, in base a tutti gli studi aggiornati o non aggiornati, è inferiore all’attesa. Non vi è eccesso di tumore del fegato, non angiosarcomi; i tumori del polmone, del cervello, degli organi linfatici, della pelle, etc.. E ho già detto dell’effetto lavoratore sano e della sua impossibilità di spiegare questo dato. Ed anche la mortalità del tumore per il polmone è inferiore all’attesa nell’insieme dei lavoratori di Porto Marghera. E, come vedremo meglio, mostra come una relazione investa, latenza/rischio, nell’insieme dei lavoratori ed anche negli insaccatori. Questo dato, peraltro, cioè di una mortalità inferiore all’attesa, pure un dato generale, una legge epidemiologica, con tutte le riserve che si devono avere nel maneggiare uno strumento conoscitivo di questo tipo, questo dato dicevo è coerente con i dati generali delle corti europee americane. Cioè, non siamo in presenza di un dato anomalo ma di un dato che è perfettamente in linea con i dati che ci vengono dagli studi, mi riferisco agli studi di Ward 2000 e Mont 1999-2000, che riprendono tutti gli studi precedenti ed aggiornano le corti, rispettivamente europee ed americane. E ci dicono esattamente le stesse cose, che ad eccezione dell’angiosarcoma epatico non vi è alcun eccesso di rischio per alcun tumore. Eccesso dei tumori cerebrali, che era presente nel follow up del 1985, dei soli dati americani, non è più presente nel follow up al 1995. Ricordo questi dati tratti dagli studi Ward e Mont semplicemente perché essi includono ed aggiornano la grande maggioranza dei dati precedenti. Studi precedenti che non forniscono pertanto una informazione indipendente o aggiuntiva. Su questi studi, oggi, 2001, va basata quindi l’inferenza epidemiologica, qualunque uso se ne voglia fare. Ed anche il modesto eccesso di tumori epatici non angiosarcomi, sui quali ritornerò, modesto davvero 59 su 44, smr 1,33, probabilmente è dovuto, o comunque è verosimile l’ipotesi che sia dovuto, ad una misclassificazione residua di alcuni angiosarcomi. E quindi anticipo che anche quegli studi che ho prima richiamato, Gennaro, Martines Mastrangelo, mi perdoni il Tribunale se non aggiungo i titoli accademici, vanno inseriti quegli studi nel quadro globale di un’assenza di rischio per il tumore di fegato non angiosarcoma. E di ridotto rischio, al contrario, un deficit, per i tumori del polmone e per le cirrosi epatiche. Quindi vanno considerati in questo quadro globale e generale. Ed allora punto cruciale, come ricorderà il Tribunale, del nostro procedere, in questo processo, è stato quello di affrontare i vari casi che il Pubblico Ministero ha portato all’attenzione del Tribunale attraverso gli strumenti della diagnosi. Di una diagnosi evidentemente alla quale mancano molti elementi, e questo l’abbiamo detto e ripetuto; sono ipotesi diagnostiche quelle che sono state effettuate, perché ai nostri consulenti medici ed ai consulenti medici di Enichem evidentemente mancava il dato fondamentale, cioè il contatto con il paziente, e quindi la visita. Questa non è stata possibile e quindi ragionare sulle carte è un esercizio, è un’ipotesi. Ma mi sembra che lo stesso hanno fatto i consulenti del Pubblico Ministero, salvo per quella modesta integrazione per alcuni casi. Ma il punto di riferimento deve essere: si deve individuare la malattia di cui un soggetto è portatore, se esiste e si deve, se è possibile, individuarne la causa. Non mi soffermo, per ragioni di tempo, e perché sono cose già dette, sui problemi della diagnosi. Non mi soffermo sul problema della dose soglia che è cruciale nella tossicologia, ne riparlerò un pochino più avanti, se ce ne sarà l’occasione. Quello che è importante è che il discorso, se così vogliamo chiamarlo, per usare un termine ormai entrato nel lessico comune, non può che essere una riflessione sull’individualità, soprattutto per quelle neoplasie attribuite al CVM, dove gli elementi epidemiologici sono negativi o dubbi, i dati sperimentali di difficile interpretazione o provvisori, e soprattutto si conoscono numerosi ed acclarati fattori eziologici che causano la stessa malattia. E nella nostra discussione, e quella svolta dai nostri consulenti, in tutti i casi le neoplasie hanno rivelato, con elementi tratti dall’anamnesi, dagli esami di laboratorio e strumentali, non fatti da noi, dall’istopatologia, almeno un importante fattore eziologico alternativo. E questo fattore è stato, ove possibile, pesato e confrontato con l’ipotetico ruolo dell’esposizione a CVM. Una parentesi, signor Presidente, forse dico una cosa per lei assolutamente scontata: i nostri consulenti sono stati spesse volte accusati di avere manipolato i dati, ad esempio descrivendo una coorte di lavoratori dediti all’alcool od accaniti fumatori. Ebbene, non ho bisogno credo di ricordare che questi dati non se li sono inventati i nostri consulenti; risultavano riportati nella documentazione che è stata offerta alla discussione da parte del Pubblico Ministero. E quindi quei dati sono stati presi, per quello che potevano dire, potevano esprimere. Passo rapidamente alle varie patologie, con qualche considerazione, soprattutto su alcune, relativamente a contributi dei consulenti del Pubblico Ministero dell’ultimo scorcio del processo, addirittura alcuni neppure discussi. Non mi soffermo sull’angiosarcoma del fegato, è già stato ampiamente trattato; il professor Callea ne ha fatto un’ampia discussione dal punto di vista dell’istologia. Rimando quindi a quella discussione. Rimando a quella discussione in particolar modo per il caso Simonetto che è stato spesse volte indicato come un caso esemplare. Mi limito semplicemente ria levare, rispetto a questa patologia, l’assoluta irrilevanza di una regola cautelare che volesse far leva su un obbligo di sorveglianza sanitario. Dico questo perché non c’è nessuno strumento predittivo in grado di anticipare la conoscenza dell’angiosarcoma epatico, e non soltanto di questo, ma soprattutto di questo. Non lo dico io, che non vorrebbe dire nulla, ma lo diceva già all’epoca Maltoni, in quel famoso incontro ricordato anche in requisitoria dal Pubblico Ministero all’Aeroporto Kennedy, dice alla fine, nel verbale, in una risposta a una domanda sui test di funzionalità epatica, ha risposto che sono una perdita di tempo e di denaro se usati come metodo di screening per i lavoratori del cloruro di vinile. E si riferiva ad esposizioni di quell’epoca e di quella intensità. E abbiamo purtroppo un caso nella nostra coorte che dimostra l’assoluta inanità della sorveglianza sanitaria rispetto a questo tipo di patologie. Il caso di Faggian Tullio, deceduto per angiosarcoma epatico l’11 ottobre 1999, discusso prima come un’epatopatia cronica e bronchite cronica, sottoposto a visita medica nelle indagini integrative del Pubblico Ministero nel 1999, non si rileva nulla di particolare, se non la conferma delle precedenti patologie. Alterazioni analoghe erano presenti negli anni precedenti, nulla di nulla. Visita dell’8 marzo 1999, Faggian decede l’11 ottobre 1999 per angiosarcoma epatico che neppure la visita del consulente del Pubblico Ministero era stata in grado di vedere. Epatocarcinoma; qui ovviamente il Tribunale sa che ci sono differenze di letture e dei preparati istologici da parte del nostro consulente e del consulente del Pubblico Ministero, ma quello che a me interessa segnalare, visto che io non posso certo inseguire su questo terreno i consulenti, è che in modo assolutamente non motivato rispetto all’epatocarcinoma il CVM è considerato talora causa, talora concausa. E rispetto alla causa i consulenti del Pubblico Ministero ritengono che il CVM abbia svolto un ruolo patogenetico nell’epatocarcinoma; e le loro affermazioni troverebbero conforto, in estrema sintesi, negli studi di Simonato nel ‘91, Ward del 2000 e nello studio nuovamente epidemiologico di Martines, che confermerebbe l’esistenza di un rapporto diretto tra rischio di epatocarcinoma e livelli di esposizione. Poi tralascio di ripercorrere le argomentazioni che fanno leva sulla gene p53, per le ragioni che ho già anticipato; e ricordo semplicemente che secondo i consulenti del Pubblico Ministero questo meccanismo della causazione dell’epatocarcinoma attribuibile al CVM potrebbe essere, potrebbe essere, c’è il condizionale, o nel senso di favorire la carcinogenesi epatica agendo come cofattore di noti fattori di rischio extralavorativi, alcool e virus, e quindi una via metabolica nella quale si sfrutterebbero le proprietà enzimoinduttive del CVM, oppure - e questa è una tesi più recentemente apparsa - l’effetto sinergico del CVM potrebbe dipendere dalla fibrogenesi indotta dal CVM stesso. Cosa abbiamo da replicare? Molte cose e molte cose già le conosce il Tribunale, e quindi io su queste non ritorno; ritorno solo un su punto: i consulenti della Difesa ritengono che non vi sia una prova epidemiologica a favore di un incremento di rischio per epatocarcinoma negli esposti a CVM. Nella revisione dei 25 casi di epatocarcinoma pubblicati, 12 avevano fattori di rischio extralavorativi per epatocarcinoma e ben 13 non erano stati valutati per fattori extralavorativi. Nella nostra casistica di Porto Marghera erano stati individuati 19 lavoratori con epatocarcinoma e in 8 di questi casi era stato possibile valutare i preparati istologici, che come sa il Tribunale ci sono soltanto per alcuni e non per tutti. In nessuno di questi 8 pazienti erano state identificate lesioni istologiche del fegato predittive da danno di CVM; e al contrario per ognuno dei lavoratori era stato identificato un noto fattore extralavorativo di rischio per epatocarcinoma anche in assenza di cirrosi. Mi si potrà dire: questa non è una prova, perché non riguarda tutti i lavoratori di Porto Marghera portatori di epatocarcinoma. Purtroppo questi sono i dati del processo, e possiamo soltanto dire che in tutti gli 8 casi un fattore di rischio extralavorativo è stato individuato in termini adeguati e non sono state identificate lesioni istologiche predittive da danno da CVM. Quindi abbiamo due prove contrarie, sostanzialmente. Lo studio di Martines, che è stato più volte ricordato dallo stesso Pubblico Ministero. Io qui sarò molto breve, signori del Tribunale, perché allo studio di Martines abbiamo già replicato, sia noi che l’ingegnere Zocchetti. Critiche sostanziali all’analisi del dottor Martines riguardano sostanzialmente la definizione e selezione dei casi e dei controlli, perché uno studio epidemiologico evidentemente o segue regole metodologiche di impianto ben definite e quindi è ragionevolmente attendibile, almeno provvisoriamente; o se queste regole non ne segue, attendibile non è. E Martines analizza la relazione tra dose cumulativa e rischio di diverse patologie epatiche, badate bene signori del Tribunale, non partendo dai dati dell’intera coorte di Porto Marghera; si potrebbe dire allora che sarebbe una sorta di studio annidato. No. Sulla base di una serie di casi, 17 angiosarcoma, 16 epatocarcinoma, 32 cirrosi; selezionate e di controlli con patologie epatiche definite da lui epatopatie croniche. E quindi è un errore definire, com’è stato fatto questo studio, un caso controllo nested, cioè annidato. Perché non è annidato nella coorte globale dei lavoratori di Porto Marghera, ma frutto di una selezione superata da Martines, con le migliori intenzioni ma con pochissimo rigore. E quindi inevitabile il (baies) di selezione, sul baies sul quale ci siamo lungamente intrattenuti all’inizio di questo processo, che è inerente allo stesso confronto di soggetti con una patologia epatica definiti i casi e con altri soggetti con una diversa patologia epatica definiti controlli. Abbiamo sia i casi che i controlli, che sono soggetti portatori di sofferenza epatica, a diversi gradi, a diversi livelli, con diversi tipi di patologie; ulteriormente (baies) di selezione. Ma anche per quanto riguarda l’esposizione, c’è un altro baies ancora maggiore. Perché le schede individuali, ricorderà bene il Tribunale, prevedono, ed altri dati non ne potiamo, e neanche l’Accusa ne ha portati, se non una generica e indiscriminata accusa di inattendibilità, le schede individuali dicevo che derivano dalla vecchia matrice mansioni/esposizioni Comba-Pirastu, prevedono un range rispetto ad ogni mansione. Ed allora, se è un range, 200, 500, 550, è del tutto arbitrario definire una stima puntuale, come invece ha fatto Martines, di esposizione a CVM. Perché, cambiando le assunzioni, prendendo il minimo, il massimo, o la mediana, cambia sostanzialmente la relazione dose cumulativa, sia per la cirrosi che per l’epatocarcinoma. Cambiando l’assunzione ad esempio la soglia passa da 1650 a circa 300, e si modifica la relazione dose rischio, ed ogni inferenza resta pertanto del tutto indefinita. Vogliamo una controprova che questo non è un errore puramente come dire estetico del disegno dello studio, non è una smagliatura di tipo intellettuale? E troviamo infatti puntualmente qualche cosa di sorprendente, di biologicamente non plausibile; questa volta si può dire davvero. Perché troviamo un risultato del tutto incompatibile e incongruente con le conoscenze generali, cioè troviamo che il rischio di cirrosi epatica non è associato con il consumo d’alcool. Mettiamo il lucido C2 e C3. E` ben noto che l’alcool sia un fattore di rischio per la cirrosi epatica, non mi interessa qui discutere come agisca e con quale meccanismo; vi è consenso comunque su questo. E qui troviamo, paradossalmente, nello studio di Martines, una relazione sembrerebbe quasi inversa, comunque discontinua, tra il rischio di cirrosi e il consumo di alcool, esattamente il contrario di quello che ci si attenderebbe di trovare. Con ogni probabilità il risultato che trova Martines, questo rapporto esposizione/rischio, non è altro che il frutto, oltre che di un difetto generale nel metodo, della banale considerazione, e io mi limito qui solo a considerazioni banali, che le stime di rischio del dottor Martines non sono standardizzate neppure per età. Ed è evidente che esse riflettono il ben noto effetto del periodo di esposizione, e quindi dell’età sull’incidenza di queste patologie, cioè soltanto le persone anziane o prevalentemente le persone anziane ammalano di cirrosi epatica o di epatocarcinoma. E quindi soltanto i lavoratori che hanno iniziato a lavorare in epoche molto risalenti nel tempo. E, in ogni caso, signori del Tribunale, il Pubblico Ministero nella sua requisitoria ha disatteso la stratificazione di Martines: il CVM è sempre causa o concausa, indipendentemente dai livelli di esposizione. Ed allora, se è il Pubblico Ministero che tira le fila, dobbiamo credere a lui, dobbiamo credere a Martines, con questi errori e con queste implausibilità biologiche? Ed è plausibile allora invece la conclusione indistinta ancora una volta in cui il CVM è sempre causa o concausa di qualcosa che neppure uno studio settoriale riesce ad evidenziare? Un altro elemento che viene portato dall’Accusa è la frequente, mi correggo è che la prova migliore della capacità di produrre neoplasie del fegato, ascritta al CVM, sarebbe la compresenza di epatocarcinoma ed angiosarcoma. Trascuro alcune imprecisioni che si potrebbero rilevare nei dati epidemiologici disponibili, che già sono state segnalate nella nostra relazione. Trascuro di prendere anche in considerazione l’abusato discorso sul p53, dal momento che analoghe mutazioni di questo genere sono state dimostrate in epatocarcinomi associati sicuramente all’abuso di alcool, virus, epatite B e C, fattori autoimmuni, ed altri tipi di neoplasie, e quindi non sono affatto caratteristiche dell’angiosarcoma, e comunque di altre malattie collegate al CVM. Ma questo famoso caso della contestuale presenza di epatocarcinoma ed angiosarcoma, che viene segnalato qui nella coorte di Porto Marghera, come la prova più significativa, più eclatante, alla luce di quel famoso buon senso, ebbene nella Letteratura se ne trovano altri casi, altri esempi. E` già stato citato dai consulenti di questa Difesa, anche in relazione allo studio di Schin, Giappone, del 1981, della contemporanea presenza di un’epatocarcinoma e di un angiosarcoma in un soggetto non esposto a CVM, con una storia di passato abuso alcolico: era preside di una scuola. La conclusione dell’autore, Schin, è che l’angiosarcoma possa rappresentare un aspetto sarcomatoso del carcinoma epatico. Io non discuto la sua interpretazione, dico che ce n’è un’altra. Quando in questa corte questo esercizio è stato applicato al caso di Simonetto, il risultato finale del nostro istopatologo è stato quello di dimostrare che in realtà si trattava di un’unica neoplasia: carcinoma epatocellulare con aree pseudosarcomatose. Ed allora, se è possibile rinvenire una spiegazione alternativa assolutamente coerente con i dati di Letteratura, con le conoscenze scientifiche già acquisite, perché un caso isolato deve essere elevato a suggerire una capacità lesiva del CVM su tutto il fegato, in presenza di quei dati generali di cui ho già parlato. E così si può dire rispetto al secondo meccanismo che è stato avanzato, direi questo in epoca più tarda rispetto all’evoluzione del processo, cioè è stato segnalato il potenziale significato preneoplastico della fibrosi nei riguardi dell’angiosarcoma. Qui rimando per un dettaglio tecnico a quelle che saranno delle note che mi permetterò di presentare con l’aiuto dei nostri consulenti, ma voglio ricordare semplicemente un dato al Tribunale, di quelli che le persone che portano la toga e non fanno i medici si capiscono subito. Nella casistica di Porto Marghera non è stato osservato nessun caso di angiosarcoma associato a cirrosi. Questo famoso meccanismo, che la fibrosi epatica indotta da CVM determina una situazione chiaramente per neoplastica è una mera ipotesi, perché i consulenti tecnici del Pubblico Ministero non producono un solo lavoro scientifico a sostegno di questo presunto meccanismo patogenetico. Per nessun tipo di fibrosi questo tipo di ipotesi è mai stata avanzata e nemmeno provata. Quello che invece è ammesso, in maniera concorde, è che la cirrosi rappresenti la maggior causa per lo sviluppo del carcinoma epatocellulare. E ritorniamo alla nostra casistica di Porto Marghera, perché è di quella della quale dobbiamo occuparci, della quale dobbiamo occuparci e della quale soprattutto si deve occupare il Tribunale. 17 su 19 soggetti con epatocarcinoma avevano inoltre cirrosi, la cui causa veniva identificata in uno dei fattori di rischio noti. Dei restanti 2 casi, uno aveva segni di malattia da accumulo: Mazzucco Giovanni; il secondo non aveva sul piano istologico nessuno dei fattori di rischio noti. Mi si dirà: ecco la prova della capacità del CVM. No signori del Tribunale, non è assolutamente una prova, perché è noto ed è stranoto in Letteratura che vi sono casi di epatocarcinomi, il professor Colombo l’ha illustrato, da eziologia ignota, sconosciuta, senza fattori di rischio noti. I limiti delle conoscenze scientifiche non possono essere stravolti, nel senso che tutto debba trovare una spiegazione solo perché è oggetto di un processo. Per quanto riguarda la cirrosi epatica, io qui mi limito semplicemente a proiettare un lucido C1, che ci dice semplicemente che nello studio di Porto Marghera abbiamo un rsm niente di meno che 0,55, cioè 14 osservati su 25,5 attesi. Qui non c’è nessun effetto lavoratore sano che possa giustificare, spiegare, questo deficit, e trasformarlo in un eccesso. Nell’insieme dei dati europei americani, il lucido D, abbiamo lo stesso un rsm di 0,79, significativamente inferiore all’atteso. La relazione dose cumulativa/rischio, mi riferisco alla tabella 30 di Ward, non è lineare, e quindi non esprime un’effettiva associazione tra dose cumulativa ed insorgere del rischio. Non vi è inoltre alcuna relazione con la durata e cioè nonostante questa assenza di relazione e questa non linearità non viene presa in alcuna considerazione nella relazione Comba-Pirastu del 20 aprile 1991. Io dovrei qui soffermarmi, e trattenere il Tribunale, su alcune questioni che presentano aspetti tecnici particolarmente complessi, che io ho fatto molta fatica ad organizzare e, forse, spero, mi auguro, a comprendere, sull’ipotesi patogenetica del CVM rispetto alla cirrosi, ai meccanismi che sono stati descritti, all’effetto della duecloroacetaldeide ed ai rapporti e alle similitudini che i consulenti del Pubblico Ministero hanno voluto tracciare tra l’azione della duecloroacetaldeide con l’acetaldeide da alcool, sulla presenza che entrambi sono aldeidi. Credo sia opportuno che io rimandi l’analisi di queste incongruenze nelle prospettazioni d’Accusa alla breve memoria che depositerò, anche perché in buona parte gli argomenti di replica a queste affermazione sono già contenuti nelle relazioni dei consulenti tecnici della Difesa. In particolare, per quanto riguarda il meccanismo della duecloroacetaldeide, che è l’elemento introdotto ex novo in questo processo, viene citato uno studio in vitro, in assenza di altre evidenze scientifiche, ma in uno studio in vitro le concentrazioni di cloroacetaldeide necessarie a indurre mutazioni sono risultate superiori a quelle che inducono citotossicità, cioè le cellule muoiono prima di essere mutate. Ed allora mi sembra veramente improprio poter ricavare da studi di questa natura, a parte quello che poi il nostro consulente ha detto sul metabolismo degli aldeidi, a parte questo dicevo improprio ricavare da questa ipotesi qualche cosa di significativo e di utilizzabile in sede processuale, per affermare una capacità epatolesiva del CVM. E potrei continuare a lungo, perché sulla patologia della cirrosi, dei rapporti con la fibrosi, la fantasia e l’impegno dei consulenti del Pubblico Ministero si sono particolarmente impegnati. Io posso soltanto dire che in tutti i casi di cirrosi che sono stati esaminati nella casistica di Porto Marghera, quelli che è stato possibile avere come evidenza istologica, avevano un’evidenza di processi necroinfiammatori. E in tutti i casi l’esame istologico ha consentito di identificare anche l’agente eziologico che corrispondeva sempre ad uno dei noti fattori di rischio per cirrosi, virus B o C, alcool o malattie metaboliche. Ed allora è rimasta, rispetto a questa patologia, i consulenti del Pubblico Ministero, soltanto l’ipotesi che il CVM possa avere avuto un ruolo concausale, è il famoso affievolimento della causalità, affidato al comodo veicolo della concausa. Ebbene, allora, se andiamo a considerare quello che è stato possibile vedere ai reperti istologici, possiamo tranquillamente concludere, e questa è affermazione che non può essere smentita, che nella casistica di Porto Marghera, nei casi in cui si è avuta l’istologia, non si è trovata traccia morfologica di una possibile concausalità. In nessun caso di cirrosi si sono osservate lesioni astrattamente riferibili al CVM. Questo è un dato di fatto che non può essere trascurato e che pesa sicuramente molto di più di mere ipotesi che non trovano un riscontro nella comunità scientifica. Arrivo rapidamente ad un altro argomento che è stato a lungo dibattuto: l’interazione con l’alcool. E` nota la tesi del Pubblico Ministero, che si poggia soprattutto sui lavori di Tamburro del 1984 e lo studio di Radiche; e giudica il Pubblico Ministero inconsistenti, inconferenti, le osservazioni critiche del professor Lotti. I consulenti tecnici della Difesa, su questo punto, si sono già espressi, ma vale soprattutto la pena di ribadire che l’eventuale coesistenza di alterazioni istologiche di danno da fattore extraprofessionale e da CVM non è sinonimo di concausalità. L’unico documento che viene portato come un vessillo dall’Accusa, per sostenere la concausalità alcool/CVM è il famoso lavoro di Radiche. Ma prima di arrivare a quello mi permetto di osservare che rispetto alla posizione astratta di sostenere la concausalità, sulla base di ipotetiche correlazioni metaboliche o interferenze enzimatiche, feci una domanda specifica a Bracci su questo spunto, o sinergismi vari non meglio identificati o specificati, negarla o affermarla hanno esattamente lo stesso peso, se questo peso non è misurabile. Perché sostenere un ruolo concausale è ben altra cosa che provare l’esistenza di un ruolo concausale, che significa anche illustrare il meccanismo attraverso il quale un tossico interagisce con un altro tossico, e ne potenzia o ne modifica gli effetti. Il lavoro di Radiche, se vediamo il lucido R, è un lavoro che ha dei limiti metodologici che sono stati ampiamente illustrati; li ripercorro in estrema sintesi, brevissima: studio condotto sugli animali di un solo sesso, mentre i protocolli attuali prevedono che gli studi di cancerogenesi debbano essere effettuati su entrambi i sessi; la durata dell’esperimento, e questo è un punto cruciale. L’esposizione a CVM è durata un anno, quella ad etanolo tutta la vita. Mentre dovrebbero essere uguali le durate delle esposizioni. Un solo livello di esposizione; i protocolli attuali prevedono almeno tre livelli di esposizione, tanto che si ipotizza l’opportunità di uno studio pilota per identificare i livelli di esposizione da indagare. Una mortalità eccessiva; la sopravvivenza negli animali esposti a CVM è stata del 40%, negli animali esposti a CVM d’etanolo del 18. Eccessiva mortalità, perché in gruppi sperimentali così decimati non è possibile alcun calcolo statistico significativo. Interferenza dell’etanolo sui risultati complessivi dell’esperimento; ed anche qui ho cercato di rendere forse un po’ grezzo, le dosi di etanolo somministrate sono così elevate che corrispondono ad un litro di superalcolico al dì per un uomo. A quel punto subentrano evidenti, comprensibili, gravi problemi nutrizionali; non vengono riportate le curve di accrescimento e quindi che tipo di informazione può dare uno studio di questo tipo, con dati di controllo soprattutto nei quali è stata riscontrata un’incidenza abnorme di tutti i tumori e un’elevatissima incidenza di tumori endocri. E, caso strano, l’assenza di tumori delle ghiandole di Zimbal. Questa inconsistenza biologica dello studio è resa manifesta dal fatto che il CVM impedirebbe, secondo questo studio, l’insorgenza dei tumori endocrini, che apparentemente sarebbero prodotti dall’etanolo. Io non voglio proseguire in questo, perché un giudizio su questo studio l’ha fatto autorità ben maggiore; il giudizio di inattendibilità è condiviso dalla IARC, volume 44, pagina 252, considerati i limiti dello studio e l’impianto sperimentale rozzo. Due parole, e cerco di avviarmi, saltando, alla conclusione, sul problema della dose soglia, che è un problema ripetutamente emerso. Allora, i nostri consulenti sono stati attaccati dicendo: si sono arrampicati sugli specchi per definire una soglia. Non abbiamo tentato di definire alcuna soglia, abbiamo molto più modestamente osservato che negli studi disponibili non si sono registrati casi di angiosarcomi per esposizioni al di sotto di una certa soglia, che è cosa ben diversa; significa semplicemente dire che ad oggi gli studi disponibili hanno segnalato che sotto 288 ppm, come ha riferito anche Simonato, non si è vista l’insorgenza di angiosarcoma, per almeno un anno. E noi abbiamo detto: non vi sono stati casi documentati per angiosarcoma per esposizioni inferiori a 200 ppm, almeno per un anno. Nel senso che questa soglia, che stranamente ritorna, è stata ricavata laddove è stato possibile fare i conti sulla base dei dati forniti dagli studi. Anche lo studio di Ward non indica alcun caso di angiosarcoma per esposizioni inferiori a 200 ppm e per almeno un anno; le esposizioni cumulative inferiori si riferiscono, badino bene, a 2 casi di epatocarcinomi, a 3 casi di istologia conosciuti, a 1 caso di tumore epatico di altro istotipo. Non si possono mettere insieme casi diversi, patologie diverse. Il famoso caso 17 della tabella 7 della nostra relazione, nello studio di Simonato, che ha una esposizione cumulativa di 111 ppm, non ha alcun significato perché non è nota la diagnosi istologica del tumore epatico. Non mi trattengo sui casi poi che sono stati portati di presunte basse esposizioni e di causazione di angiosarcoma perché basterebbe andare con un po’ di attenzione a verificare che ad esempio nei casi tedeschi del registro APME, il caso 3, non ha alcuna indicazione relativa all’intensità dell’esposizione e nulla che la faccia sospettare; il caso 37 non è un addetto al laboratorio chimico com’è stato detto ma un addetto alla polimerizzazione. Ci sono punti interrogativi, dove c’è scritto sconosciuto per il livello di esposizione, e in tanti altri. Ed allora che cosa trarre da tutti questi elementi sporadici? Trarre che questi elementi sporadici non portano alcun elemento informativo che possa essere considerato, tant’è vero che gli studi più ampi non li considerano affatto, e non considerano affatto i famosi casi sui quali tanti si affannato il Pubblico Ministero, dei soggetti che si sono ammalati abitando nelle vicinanze della fabbrica. Perché il caso più clamoroso che è stato portato, il caso Grasso, eh beh, qui c’è un dato che lo rende inammissibile, perché si ipotizza che sia un angiosarcoma con una latenza di sei anni, per un soggetto che abitava a tre chilometri dalla fabbrica; quando gli stessi consulenti del Pubblico Ministero sono i primi ad affermare che c’è una relazione inversa tra esposizione e latenza, dovrebbe essere molto più lunga la latenza ad esposizioni più basse. E come si spiegano sei anni di latenza? Evidentemente non si spiegano. Non si spiegano e non va dimenticato che l’angiosarcoma epatico in molti casi ha una eziologia assolutamente sconosciuta.

Il caso di Fiorin Fiorenzo, sul quale siamo stati attaccati perché sarebbe una dimostrazione invece di causare angiosarcoma a basse dosi. Ebbene, qui purtroppo si sono dimenticati, i consulenti dell’Accusa, che nell’udienza del 12 gennaio 2000 la posizione di Fiorin Fiorenza è stata rivalutata sulla base di documenti relativi allo svolgimento delle mansioni presso il CV3, come capo turno ed assistente di turno, e quindi il suo livello di esposizione è passato a maggiore di 500 ppm, dal ‘53 al ‘58, e 200-500 dal ‘58 al ‘75. Quindi perfettamente coerente e in linea. Io vorrei dedicare, rubando le ultime briciole di pazienza e di resistenza del Tribunale, ancora pochi minuti al tumore polmonare. Il Tribunale ben sa quali sono gli argomenti sulla base del quale è stata strenuamente sostenuta la tesi della cancerogenicità, prima del CVM, poi del CVM-PVC, poi del PVC, nei confronti del tumore polmonare. Sappiamo che non abbiamo eccessi di rischio, ed allora arriva l’epidemiologia, uno studio ad hoc del professor Mastrangelo, che va inquadrato, come ripeto, nel fatto che Ward Mont 2000 non mostrano alcun eccesso di rischio dei tumori del polmone. Questo è lo stato delle coorti europee ed americane. Nel complesso dei dati pubblicati, vediamo il lucido E, ci sono 575 tumori del polmone osservati verso 656 attesi. E nella stessa coorte dei lavoratori di Porto Marghera vi è un rsm di 0,74, basato su 40 osservati. E, soprattutto, vi è una relazione inversa tra latenza e rischio di neoplasie del polmone. Questo è lo stato dell’evidenza. Evidenze che riguardano anche gli addetti all’insacco a Porto Marghera che presentano 12 decessi per neoplasie polmonari, corrispondenti ad un rsm di 1,3 non significativo. Sono tutti dati già contenuti nella nostra relazione. La relazione del professor Mastrangelo non considera e non commenta queste evidenze, propone uno studio causa/controllo parziale, basato nuovamente – Martines docet - su un sottoinsieme selezionato e in base a criteri del tutto arbitrari. E` un nuovo caso di studio/controllo che non è mai stato discusso in quest’aula, su 38 casi di tumore del polmone e 234 altri soggetti sani. Apparentemente selezionati - altri non ne abbiamo - tra i 543 soggetti che sono le parti lese probabilmente, e la coorte definita Comba-Pirastu. Ancora una volta non viene in considerazione l’intera coorte, quindi non è uno studio annidato; ma questo studio presenta dei limiti e degli errori sostanziali di notevole gravità. Non sono fornite le diagnosi dei controlli che possono essere anch’esse verosimilmente affette da qualche patologia. Sono elencate cinque fonti di dati, sono elencate a pagina 5 della relazione Mastrangelo: schede della Guardia di Finanza, matrice mansione/esposizione, scheda personale aziendale, database Comba-Pirastu aggiornato al 31 luglio ‘99, verbali stenografici dei dibattimenti. Nessuna di queste risulta sia stata validata, cosa che si chiederebbe ad uno studio epidemiologico. Ma soprattutto, a parte questo dettaglio, non è chiaro quale fonte di informazione sia stata utilizzata per casi e controlli in caso di incongruenza. Il Tribunale ben sa che spesso ci siamo scontrati o comunque c’è stato dibattito su incongruenza nelle definizioni delle esposizioni. Quale abbia scelto il professor Mastrangelo non ce l’ha detto. Non è chiaro come venga definita la durata mediana di 3.4 o 3.6 anni di esposizione. Ma soprattutto la vera astratto, con questi criteri arbitrari, uno studio caso/controllo, utilizzando diverse fonti di informazione, non mette in evidenze due dati fondamentali, o per meglio dire li trascura, li copre, li occulta. Due dati fondamentali che ho già ricordato: l’esistenza di un rischio relativo di tumore al polmone che è diminuito, anche al follow up del 31 luglio 1999, quel famoso follow up che ho prima discusso dal punto di vista metodologico, ma prendiamolo per buono, come diceva stamattina il professor Padovani, ammettiamo pure di dovercene servire; ebbene, anche quello ci dice che il rischio relativo è significativamente diminuito: rsm 0,74. E soprattutto abbiamo una relazione inversa tra latenza e rischio di tumore del polmone, sia nella coorte nel suo complesso che nei soli insaccatori: F1, F2, F3. E questa relazione inversa con la latenza resta evidentemente un problema centrale, perché è inspiegabile. O, per meglio dire, è contraddittorio con ogni inferenza di causa ed effetto. Ed allora qui il professor Mastrangelo, nel tentativo di fornire una qualche spiegazione a questa incongruenza, che è l’incongruenza maggiore della sua linea di ragionamento, ipotizza ben cinque meccanismi di azione del PVC. Anzi, uno del CVM intrappolato nel PVC. Soprattutto ne ipotizza un quinto, mai avanzato finora in questo processo, di cui parlerò di qui ad un momento, che si riassume semplicemente in questo: il PVC non sarebbe solo e soltanto un agente iniziatore del tumore polmonare ma un promotore del processo di carcinogenesi. Io non sono in grado di affrontare una discussione tra gli agenti iniziatori e gli agenti promotori, osservo però una cosa che mi sembra banale, mi si dica il contrario: anche un agente promotore non ha necessariamente una relazione inversa con la latenza; forse mostra in realtà una relazione inversa con il tempo dell’ultima esposizione, la cosiddetta recenza, non con la latenza. Il problema fondamentale è che lo studio degli effetti di durata, latenza, tempo dalla prima o dall’ultima esposizione, oltre alla considerazione dell’età, è un problema straordinariamente complesso, che non può venire affrontato con modelli parziali che includono soltanto alcuni dei fattori in questione, né su sottogruppi di dati selezionati ad hoc, non voglio dire arbitrariamente; la buonafede qui è fuori discussione, ma il rigore degli studi è un’altra cosa. E, ancora, Mastrangelo dice di tener conto del fumo, problema del confondimento del fumo, e quindi le sue stime sono aggiustate, come si usa dire, di una misura delle quantità, non chiarissima; ma non è aggiustata per la durata del fumo, che notoriamente, nel processo di carcinogenesi polmonare, l’effetto della durata è più importante di quello della quantità. Il tentativo di formulare inferenze su dati incompleti porta inevitabili ad errori ancora più grossolani. L’abbiamo già visto in Martines, abbiamo visto che un impianto metodologico scorretto, non rigoroso, porta a dei risultati che si scontrano con la biologia e con le conoscenze acquisite. E qui abbiamo un altro esempio: l’affermazione che l’età di insorgenza sia più bassa nei lavoratori del sottogruppo in esame rispetto al registro dei tumori del Veneto. E questa affermazione viene ritenuta un elemento utile ai fini dell’inferenza causale. Ora, il registro dei tumori del Veneto, come di qualunque altra Regione, include l’intera popolazione, viene continuamente alimentato, quindi non è troncato. Mentre la coorte dei lavoratori di Porto Marghera è una coorte relativamente giovane e include, di conseguenza, sempre relativamente, pochi anziani, a differenza del registro dei tumori di un’intera popolazione regionale. E` ovvio quindi che essa, la coorte di Porto Marghera, non potrà aver fatto registrare molti tumori tra gli anziani, ma è un problema semplicemente legato alla tipologia della coorte e al fatto che si tratti di un insieme, diciamo così, ben definito e circoscritto. E solo all’esaurimento di una coorte è possibile definire la distribuzione dell’età. Trascuro altre considerazioni, ma a questo punto su uno studio così poco rigoroso è francamente sorprendente che il professor Mastrangelo si sia lanciato a ipotizzare ben cinque meccanismi di azione del CVM-PVC. Ed è ancora più sorprendente se nei suoi soggetti o oggetti di studio ha incluso, tra i controlli, dei soggetti affetti di pneumoconiosi e broncopneumopatie croniche da polveri di PVC. E questo è un elemento che lo induce ad affermare una sottostima dell’incidenza dei tumori del polmone, poiché alcuni sono ammalati l’incidenza del tumore del polmone sono sottostimati. Ma tutte le pneumoconiosi sono guarite, quindi non esistevano, sono state cancellate dal Pubblico Ministero. Di che cosa discutiamo? Che cosa ha preso in considerazione il professor Mastrangelo, dei dati che gli si sono cambiati strada facendo! Le ipotesi dei meccanismi; la prima ipotesi è quella antica, Wasvailler: "Il CVM intrappolato nel PVC". Ipotesi che resta tale, non confermata da nessuno. Ipotesi anche su p450, 2 e 1, ipotesi. Non sta solo nel polmone, ci sono studi contrastanti. La concentrazione comunque, quando è stata rilevata, è estremamente bassa. La seconda ipotesi, una degenerazione neoplastica delle fibrosi. Mah, il problema è che qui nuovamente, anche ammettendo l’ipotesi nella casistica di Porto Marghera, non si è verificato, perché le pneumoconiosi o le fibrosi polmonari non c’erano, come abbiamo appreso al termine della requisitoria del Pubblico Ministero, perché non si è poi osservato, quando sono state disponibili ad esempio le radiografie, alcuna evidenza di sottostante o concomitante pneumoconiosi o fibrosi polmonare. E così via, signori del Tribunale, la polvere in sé e per sé, ed anche qui ci sarebbe soltanto da osservare che le conclusioni si commentano da sole, perché Mastrangelo conclude dicendo: "E` vero, non vi è alcuna documentazione circa la capacità del CVM-PVC di produrre radicali liberi, tuttavia il fatto che la tossicità non sia stata valutata - PVC induttore di radicali liberi - non significa assenza di tossicità. L’ipotesi rimane, poiché nessun studio ha dimostrato che la polvere di PVC non libera radicali nel corso del processo infiammatorio indotto nel polmone. L’ipotesi rimane". E` la famosa frase di prima: non si può escludere che. Moltissime cose non si possono escludere ma di moltissime cose che non si possono escludere la scienza non sa assolutamente che farsene. L’azione cancerogena diretta, l’impianto sotto cute delle sostanze. Ebbene, è una vecchia storia questa della cancerogenesi per impianto di sostanze solide, ma ci sono esperimenti che partono dal 1941 e non dipendono dalla natura della sostanza bensì dalla forma di ciò che viene impiantato, e si è provato con cellofan, polietilene, teflon, nylon, polistirene, PVC, seta, quarzo, vetro. Tutti hanno prodotto sarcomi e in nessun caso c’è evidenza di questa solid state di carcinogenesi nell’uomo. E se anche il PVC solido causasse sarcoma, come potrebbe questo spiegare i tumori polmonari da polveri di PVC che non sono sarcomi? Un’ultima battuta ancora rispetto al polmone, non torno sullo studio della dottoressa Chellini relativamente agli insaccatori, è già stato ampiamente discusso nella relazione; lo studio di Gennaro calcola i rischi relativi rispetto a una categoria che include due soli eventi e non mostra trend lineare di rischio. Non sono date informazioni sugli eventi registrati, sulla significatività statistica; non sono quindi analisi interpretabili ai fini di inferenza alcuna, questi presentati dal dottor Gennaro. E nuovamente il ricordo di quello che ci dice Ward 2000 sulla assenza di rischio e sulla assenza di una relazione dose cumulativa/rischio. L’unico trend di rischio osservato è per il solo insaccatore, cioè coloro che hanno svolto soltanto la mansione di insaccatori, che costituiscono una categoria molto limitata e verosimilmente selezionata, e certamente base insufficiente per qualunque estrapolazione. Mi avvio alla conclusione, non dico nulla riguardo al tumore del laringe, rispetto al quale non vi sono evenienze nuove se non che vengono considerati anche adeguati, nelle schede depositate dal Pubblico Ministero, casi che presentano da due a cinque anni di latenza rispetto ad un quadro epidemiologico che attesta 0 osservati rispetto a 2,9 attesi nella coorte di Porto Marghera, secondo Pirastu, 1997; 10 osservati rispetto a 14,02 attesi in Ward 2000, lucido G. Sistema emolinfopoietico; abbiamo esattamente la stessa situazione. E, allo scopo di ottenere qualche smr superiore all’unità si fa ricorso alla frammentazione delle casistiche in sottogruppi, magari in base all’osservazione di singoli casi. Ma qui abbiamo i dati americani ed europei che ci sono dicono che ci sono 133 decessi osservati rispetto ai 148 attesi. Che possono dire contro queste cifre, con tutti i limiti che ho prima anticipato rispetto all’impiego di queste tabelle, di questi numeri, di queste associazioni; che possono dire selezioni e sottogruppi? E lo stesso rispetto all’encefalo; si discute di un possibile eccesso di neoplasie dell’encefalo nella coorte americana secondo lo studio di Wong, 1991. Questo è l’ultimo grido dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, ma non si menziona l’assenza di rischio nel successivo follow up delle stesse coorti americane: 14 osservati, 12,2 attesi, Mont 2000. L’assenza di una relazione durata/risposta indica l’assenza di un’associazione. Ne sono consapevoli anche gli stessi estensori della relazione, ma le conclusioni sono sorprendenti: dicono che i dati epidemiologici sono deboli. L’ha già ricordato Federico Stella, quindi non faccio due volte la citazione, se non nella conclusione: "Nonostante che i dati siano deboli e non ci sia evidenza epidemiologica si può pertanto concludere che l’evidenza epidemiologica suggerisce un aumento di rischio". E nuovamente le affermazioni di un’apparente eccesso di rischio viene poi ripresa nelle conclusioni del Pubblico Ministero, a pagina 138 del verbale del 23 maggio. Ma enumera studi positivi e studi negativi, ma dimentica che la maggior parte di essi è stata inclusa nelle analisi complessive. Ed ancora più rilevante è che nell’insieme delle coorti europee la mortalità per tumori cerebrali è addirittura inferiore all’attesa; e le coorti europee, ricordiamo, è l’aggiornamento IARC, quindi Ward 2000, 24 osservati rispetto a 25,77 attesi. E a Porto Marghera, al nostro problema: 2 decessi osservati per neoplasie cerebrali rispetto ai 2,6 attesi. Trascuro di occuparmi di Dol, delle critiche. Non so come mai sia riemerso il melanoma. Le schede non hanno conclusioni, quelle presentate dal Pubblico Ministero; sono scomparsi dei casi: 2. Ma le inferenze sono basate, nelle relazioni depositate, solo su alcuni studi. Lo studio più aggiornato, per quanto riguarda i dati norvegesi, perché c’era soltanto un eccesso là, Langard 2000, non conferma l’incremento osservato nei due studi precedenti, e naturalmente Ward 2000 non ha mostrato un significativo aumento di smr per tumori cutanei. Ho già detto, signori del Tribunale, dei tumori gastrici; ho già detto, nel senso che non dirò nulla perché non ci sono più, ne abbiamo lungamente discusso ma non sono più oggetto di questo processo.

E quindi concludo, e chiedo scusa della pazienza che ho dovuto richiedere al Tribunale per ascoltarmi, avrò detto certamente molte cose che il Tribunale già sapeva; ma ho dovuto farlo per ripercorrere criticamente quello che è venuto alla luce in questi tre anni di dibattimento, almeno per quanto riguarda, ripeto, soltanto per l’aspetto limitato del quale mi sono occupato. Concludo affermando che l’Accusa non ha provato l’esistenza di alcuna legge capace di sorreggere l’attribuzione causale di patologie diverse dall’angiosarcoma epatico e del Raynaud e l’acrosteolisi ad alte dosi. Queste leggi non ci sono, comunque si vogliano utilizzare, rivoltare, leggere, gli studi. E se queste leggi non ci sono, non possono essere sostituite con approssimazioni, con suggestioni, con eccessi di rischi non significativi, con studi isolati, con studi su sottogruppi, con metodologia incerta quando non addirittura sgangherata. Esistono accertamenti contrari, frutto di analisi più ampie e globali, specie qui, nella coorte di Porto Marghera; tutti i dati che abbiamo avuto a disposizione, tutti i dati clinici, i dati istopatologici che abbiamo potuto esaminare portano univocamente in questa direzione. E di questa coorte, di queste patologie, con queste caratteristiche, il Tribunale deve occuparsi; e l’esercizio diagnostico che i nostri consulenti hanno tentato e che io ho malamente ripercorso in questa seconda parte non ha consentito di rintracciare rapporti causali del CVM al di là di quei casi che sono già stati indicati dai nostri consulenti, casi antichi, risalenti ad epoche di alte esposizioni e perfettamente coerenti con quel grafico che rappresenta il complessivo degli angiosarcomi, tranne l’Europa orientale. Casi che risalgono sicuramente a periodi che interessano i miei assistiti. Signor Presidente, signori del Tribunale, io come ho anticipato all’inizio, non concludo per i miei assistiti in quanto la parte relativa alle loro posizioni sarà conclusa dall’Avvocato Pedrazzi, secondo lo schema che il Tribunale conosce, ma certamente il Tribunale potrà intuire quali saranno queste richieste. Grazie.

Presidente: grazie professore. Allora, a domani mattina.

 

RINVIO AL 11 LUGLIO 2001

 

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