UDIENZA DEL 10 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV.  CARBONI

 

 REPLICA PUBBLICO MINISTERO

 

REPLICA DIFENSORI

 

AVV.  TODESCO - VASSALLO - BATTELLO - MANDERINO

 

Presidente: procedo all’appello. Dovevamo finire la discussione.

Avvocato Padovani: chiedo scusa, Presidente, volevo soltanto depositare la mia memoria.

Presidente: benissimo, era stata preannunciata.

Avvocato Lanzi: Presidente, anche la difesa Cefis presenta una nota d’udienza.

Presidente: va bene. Accomodatevi. Allora, la parola è all’avvocato Carboni.

 

AVVOCATO CARBONI

 

Avvocato Carboni: grazie, signor Presidente. Io parlo in difesa dell’ingegner Alberto Burrai. Signor Presidente e signori Giudici, le questioni relative alla legittimità delle contestazioni sollevate dall’accusa nei confronti degli imputati e in particolare il contrasto con l’ipotesi accusatoria del P.M., contrasto che è chiaramente coi principi generali del diritto penale che sono stati costituzionalizzati, almeno quelli che sono stati costituzionalizzati dalla Carta del ‘48, con riferimento alla responsabilità personale, sono state da me affrontate allorquando ho introdotto il mio intervento in difesa dell’altro imputato da me difeso in questo processo, il dottor Diaz. Quindi non ripeterò cose già dette se non per evidenziare ancora una volta come il teorema accusatorio del P.M., così come formulato, usando da parte sua come collante una serie di istituti penalistici di natura oggettiva, disastro e strage colposa, e di natura soggettiva, cooperazione colposa, che come è stato messo in evidenza da tanti colleghi nel nostro ordinamento sono stati introdotti con diverse prospettive e non certo con la prospettiva di unificare comportamenti e condotte che dovrebbero anzitutto avere una loro valenza collegata soltanto ai comportamenti di singoli soggetti e a situazioni a tali soggetti collegate. Da qui secondo la felice definizione di Padovani la massificazione delle condotte che non può non far apparire il nostro processo come processo alle società e non ai singoli in una antesignana prospettiva di far esprimere nel nostro ordinamento, quello esistente, un principio, quello che anche le società possono delinquere, quando l’attualità del nostro ordinamento penale è ancora ferma al contrario assunto che societas delinquere non potest. Anche quando tale principio potrà essere inserito nel nostro corpus, se pure sarà inserito, sarà formulato – io credo – in maniera tale da rispettare il principio costituzionale della personalità e della responsabilità penale. Si vedano in proposito l’impegno dei numerosi commissari che stanno lavorando a questa riforma nell’ambito più ampio della riforma della parte generale del diritto penale e in particolare gli sforzi effettuati sullo schema dal nostro collega professor Pulitanò. Un processo come il nostro intanto non potrà essere condotto e impostato come se tale principio fosse già vigente e non potrà non passare attraverso un esame delle posizioni personali e delle relative contestazioni sempre relative alle singole posizioni dei singoli imputati. E se la montagna, il Pubblico Ministero nel nostro caso, non va da Maometto, Maometto, cioè, noi difensori ci vediamo costretti ad andare alla montagna e a mettere in evidenza in una inaccettabile inversione dell’onere della prova per poter dimostrare, nonostante l’assenza di precise contestazioni alle singole persone, che queste non hanno messo in essere né comportamenti commissivi né comportamenti omissivi contrari alla legge penale. In questo quadro è d’uopo esaminare dettagliatamente i comportamenti tenuti dai nostri assistiti per mettere in evidenza l’assenza di azioni o omissioni penalmente rilevanti. Veniamo così all’esame della posizione dell’ingegner Alberto Burrai, in ordine alla quale dobbiamo correggere anzitutto taluni errori commessi sulla tempistica della sua attività. L’ingegner Burrai, contrariamente a quanto espresso nel capo di imputazione, non ha assunto prima del novembre 1987 posizioni e funzioni tali da poterlo coinvolgere almeno in astratto nella logica delle contestazioni del presente processo. Egli infatti, già amministratore di Enichem Anic nel periodo antecedente al novembre dell’87 di una società che già aveva la competenza su numerose unità produttive situate in tutta Italia – ricordiamo quelle di Assemini e Porto Torres in Sardegna, Brindisi in Puglia, Gela e Priolo in Sicilia, Mantova in Lombardia e Ravenna in Emilia Romagna - con un personale complessivo ammontante a circa 10 mila dipendenti; l’ingegner Burrai si vede attribuita così anche la competenza degli impianti CVM e PVC di Porto Marghera allorquando la sua società, di cui è l’amministratore delegato, Enichem Anic, si vede costretta su disposizioni prese dalla capogruppo Enichem, e qui ricordo tutte le cose che sono state dette sull’originale di questa decisione che non è soltanto una decisione della capogruppo, ma che la capogruppo aveva dovuto assumere in ottemperanza a precise delibere del Cipe sulla programmazione economica, quando l’Enichem Anic si è vista costretta a incorporare Enichem Base, la società cioè a cui facevano capo i predetti settori, società che, fino a allora, era stata estranea alle sue competenze... ecco, dico questo perché nei capi di imputazione sono riferibili all’ingegnere Burrai anche certe posizioni di Enichem e con riferimento a Enichem Base che invece non sono assolutamente sussistenti. Egli, dopo l’incorporazione di Enichem Base in Enichem Anic mantiene la carica di amministratore delegato, sulla base dell’ordine di servizio numero 623 dell’11 novembre 1987 e ciò fino alla fine del 1989, quindi sono due anni scarsi. Nell’ambito di tale ordine di servizio si precisavano le competenze, quelle relative alle attività aziendali nel campo delle oleofine, dei cloro e clorurati, le raffinazioni, i prodotti inorganici e intermedi. E, attraverso questo ordine di servizio, avrebbe dovuto provvedere, come in effetti poi ha provveduto, un’apposita direzione generale, che era prevista appunto in quell’ordine di servizio 623. Pur senza minimizzare la posizione dell’ingegnere Burrai, alle cui dirette dipendenze era posto il predetto direttore generale, e non vogliamo nasconderci dietro un dito, sia chiaro, non può non mettersi in evidenza, peraltro, come l’ordine di servizio prima citato prevedesse una delega dall’amministratore al direttore generale, valida a tutti gli effetti dico io, giacché erano presenti, in quel momento, tutti gli estremi di validità previsti dalla giurisprudenza per le aziende di grandi dimensione. Dico dalla giurisprudenza, perché ancora i D.P.R. più recenti che hanno affrontato il discorso della validità della delega non erano stati emessi. Era stata la giurisprudenza a prevedere la possibilità che nelle imprese di grandi dimensioni le funzioni potessero essere demandate a persone competenti che avrebbero dovuto, proprio in funzione dell’articolazione della società, assolvere determinate funzioni. Non vedo come nel caso particolare si possano dimostrare insussistenti questi elementi. La gestione della produzione era dunque affidata ad un esperto e competente direttore generale, il quale aveva autonomia nella sua operatività. A questo proposito è bene dare uno sguardo all’ordine di servizio che riferisce come questa delega fosse chiara, il direttore generale delle attività chimiche alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato ingegner Alberto Burrai, e – ripeto – non ci nascondiamo dietro ad un dito, sovrintende alle attività aziendali nel campo delle oleofine, polioleofine, cloro e cloroderivati, raffinazione, prodotti inorganici e prodotti intermedi. Quindi a partire dal novembre del 1997 Enichem Anic diventa responsabile della gestione degli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera. Due anni dopo il 31/10/89 a seguito delle ulteriori ristrutturazioni aziendali richieste dal processo di costituzione della joint venture Enimont l’ingegner Burrai lascia la carica di amministratore delegato e con essa ogni responsabilità sullo stabilimento di Marghera. Dicevo, non ci nascondiamo dietro ad un dito perché siamo veramente consapevoli e certi, così come è stato dimostrato dall’istruttoria dibattimentale, che durante la gestione degli impianti CVM e PVC in quei due anni scarsi in cui Alberto Burrai è stato amministratore delegato né da parte sua né da parte del direttore generale si siano verificati dei comportamenti negativi, sia di carattere commissivo sia di carattere omissivo, con riferimento alla gestione. Io ricordo per tutte la soluzione che proprio nel periodo dell’ingegner Burrai era stata data al problema dell’impianto CV6; proprio nel periodo dell’ingegner Burrai - e quindi, diciamo, con la collaborazione del direttore generale evidentemente – era stato affrontato questo problema di riammodernare un impianto che già era stato messo in sicurezza ma che non poteva rispondere più alle esigenze non soltanto della produzione, ma anche della operatività tenendo presenti i rapporti con gli altri impianti e venne in maniera alternativa costruito un nuovo impianto a Porto Torres – Porto Torres era una di quelle sedi per le quali aveva competenza l’ingegner Burrai – e alla fine del suo mandato venne chiuso il CV6 di Porto Marghera perché iniziò l’attività dell’impianto alternativo di Porto Torres. Basterebbe solo questo, signor Presidente, per significare come, diciamo, l’ingegner Burrai e i suoi collaboratori siano stati presenti a tutte le esigenze che la situazione particolare degli impianti produttivi di CVM e di PVC poneva. Arrivati a questo punto io devo dire che, tenendo conto di quel che era stato fatto precedentemente, fin dagli anni 1976-1980 in ordine alla ristrutturazione degli impianti, in ordine all’abbassamento dei limiti che sono stati costretti in quelli che l’ordinamento e le raccomandazioni delle società ambientalistiche prevedevano e che, diciamo, aveva portato l’esposizione da CVM a dei livelli tali che non avrebbero più potuto compromettere la salute dei lavoratori... se vogliamo avere una controprova basta esaminare quei pochi casi, io non voglio minimizzare perché sono sempre troppi, perché sono morti cinque o sei operai per angiosarcoma, però sono tutti casi che sono riferibili, sicuramente riferibili, anche tenendo conto, diciamo, del periodo di latenza di questo tumore, ad epoche in cui l’esposizione era talmente elevata da potersi giustificare un rapporto causale con questi tumori. Io mi chiedo come mai il Pubblico Ministero ci possa ancora chiamare a rispondere sulla base dell’articolo 437 che prevede la responsabilità del datore di lavoro quando egli in termini dolosi omette di realizzare quelle misure di prevenzione che sono necessarie per tutelare la salute dei lavoratori. A me sembra che tenendo conto di quello che è stato fatto e che si è continuato a fare, ecco, non possa essere ipotizzabile una omissione dolosa di queste misure perché tanto è stato fatto, molto è stato speso, moltissimo è stato speso e non è afferente la possibile obiezione del Pubblico Ministero che non sia stato fatto tutto quanto era nelle possibilità, che poi bisogna discutere se tutto ciò che si sostiene omesso... e poi bisogna vedere cosa è stato omesso, noi sosteniamo che non è stato omesso niente, se quello che è stato omesso era significativo. Ma forse il Pubblico Ministero facendo riferimento al capoverso del 437 certamente si trovava davanti ad un problema che era stato risolto dalla Corte Costituzionale in termini negativi, cioè, voglio dire, non potendo contestare l’infortunio come aggravante del 437 ha voluto comunque riferirsi al capoverso facendo riferimento al disastro. Ma io non voglio ripercorrere tutto quello che è stato detto benissimo dai miei colleghi, in particolare da Padovani, su questo concetto. Il disastro, in assoluto, non è possibile che venga dichiarato sussistente in questa problematica, e d’altra parte, per quanto riguarda le malattie professionali, perché l’aspetto del nostro processo non è legato a questioni diciamo di carattere infortunistico ma è legato diciamo all’insorgenza di malattie professionali, ecco le malattie professionali, seppure possano essere insorte così come gli angiosarcomi sono insorti, abbiamo specificato i prodotti, ecco non possono comportare la sussistenza di questa aggravante, perché in forza del divieto di analogia, così come ha stabilito la Corte Costituzionale, non si può sostituire all’infortunio il concetto di malattia professionale, o comunque di lesioni colpose derivanti da malattie professionali. E tornando all’ingegnere Burrai, egli nel 1990, quindi ha un periodo di pausa nell’ambito delle sue responsabilità di quasi un anno, nel 1990 viene chiamato ad assumere altre responsabilità. Nella mia memoria ho scritto che quasi ad honorem, essendo vicino alla pensione, gli era stata attribuita la responsabilità, cioè la posizione, la funzione, di Vicepresidente di Enimont Anic, che poi divenne Enichem Anic successivamente, e nell’ambito della quale ultima l’ingegnere Burrai mantenne questa funzione. Una funzione che lo esonerava da una responsabilità relativa alla gestione degli impianti, perché l’ordine di servizio, attraverso il quale vennero precisate le sue funzioni, diceva esattamente: "Dovranno essere esercitati questi poteri con osservanza delle direttive politiche della società, anche con riferimento a quelle in vigore per il gruppo cui essa appartiene – quindi c’è sempre questo collegamento con la società capogruppo – e fatto salvo quanto necessario all’espletamento della funzione di coordinamento - perché era questa la sua funzione – dell’attività nel campo della ricerca, della sicurezza, dell’ambiente". Vi ha parlato di questo aspetto anche il professor Pulitanò, quando ha affrontato i temi relativi alla posizione dell’ingegnere Palmieri e del dottor Parrillo. Una funzione di coordinamento che, diciamo pure vertendo nel settore della sicurezza e dell’ambiente, peraltro diciamo imponeva all’ingegnere Burrai di interessarsi della costituzione per tutte le società dipendenti da Enichem Anic, per tutti i siti dipendenti da Enichem Anic, e prima ancora da Enimont Anic. In ognuno di questi siti si sarebbe dovuto istituire un reparto relativo a queste posizioni con l’apprestamento di materiali di appositi enti, e con l’affidamento a personale alla cui preparazione avrebbe dovuto far fronte proprio l’ingegnere Burrai, attraverso i suoi collaboratori. Ma l’ingegnere Burrai, diciamo, non si occupò in questa fase della gestione, chiamiamola ambientale, collegata alla gestione della produzione. Perché, così come era successo, e l’ho ricordato nel mio precedente intervento, già nel 1976 se non vado errato, o ancora prima nel 1975, vi era una società, la Montedipe, che aveva sottoscritto una convenzione, prima con Montepolimeri a quei tempi, e poi successivamente venne rinnovata questa convenzione nel 1990, e quindi sulla base di questa convenzione la gestione diciamo degli aspetti ambientali dello stabilimento non rientrava nella responsabilità di Enichem Anic, ma della Montedipe. Quindi nemmeno del secondo capo d’imputazione deve rispondere l’ingegnere Burrai, perché in quel periodo, e l’istruttoria dibattimentale l’ha detto chiaramente, attraverso deposizioni di testimoni sulla cui neutralità non possiamo dir niente, basti pensare a quanto ha detto il teste Gavagnin quando ha sostenuto che non risultavano pratiche incompatibili nell’ambito riferimento normativo dopo il 1983, quindi dopo un periodo che non aveva potuto vedere l’ingegnere Burrai responsabile prima di Enichem Anic e poi di Vicepresidente di Enimont Anic. Io penso che quindi non ci siano prove, da una parte, che l’ingegnere Burrai direttamente, o tramite i propri collaboratori, abbia omesso comportamenti che si sarebbero dovuti realizzare in ottemperanza delle norme vigenti, anzi è stato detto che nessun riferimento è stato potuto fare a violazioni che si possano essere verificate in quel periodo. Ecco perché, e concludo perché non voglio ancora rubare tempo al Pubblico Ministero che deve iniziare la sua replica, mi sembra che l’ingegnere Burrai, sia dal primo come dal secondo capo d’imputazione, debba essere assolto con la formula più ampia. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato. Allora, mi pare che tutti gli interventi delle difese si siano esauriti. La replica, se il Pubblico Ministero...

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: signor Presidente e signori Giudici del Tribunale, continuerò ad avvalermi dell’autorizzazione di parlare da seduto anche per poter meglio utilizzare appunti, grafici e il computer soprattutto per la parte che concerne l’ambiente e per la parte che concerne i singoli imputati. Esistono sicuramente molti modi diversi tra loro per affrontare una replica quale quella relativa al processo che ci riguarda. Non seguirò alcun ordine specifico se non quello grosso modo imposto dall’ordine dei capi d’accusa e dall’ordine degli interventi difensivi. Mi sono reso conto rileggendo i verbali stenotipici di aver riversato in aula e al Tribunale una marea di dati, una infinità di dati, forse anche troppi, perché in questa marea di dati si corre poi il rischio di non individuare il fulcro del problema, di non centrare con precisione il cardine dell’accusa e di perdere di vista quello che definivo fin dall’inizio il fil-rouge che dai singoli fatti, dai singoli accadimenti deve condurre ad una declaratoria di penale responsabilità. In questa replica mi limiterò quindi all’illustrazione di questi cardini, di questo fil-rouge secondo lo schema che segue e rispondendo alle obiezioni dei difensori degli imputati. Utilizzerò per intero la giornata che mi è stata concessa dal Tribunale suddividendola però in due parti, una generale - oggi - e una – l’intero pomeriggio di venerdì, salvo eventuali slittamenti o ritardi – per rispondere alle arringhe dei difensori che sono intervenuti in questi giorni di ottobre fino a questa mattina. Lo schema è quello che viene proiettato. Il primo punto che non mi porterà via molto tempo e che però ritengo che debba essere affrontato concerne una serie di affermazioni di stile manzoniano di alcuni difensori sia di Montedison che di Enichem, nel senso che questo processo non s’ha da fare né oggi né mai. Non avendo potuto assistere all’intervento in aula dell’avvocato Stella per conto degli imputati Enichem, ho appreso dalla lettura dei giornali e poi dei verbali stenotipici della fantastica tesi di base del professor Stella da lui definita premessa, ma è poi anche la sua conclusione, sulla impossibilità di istruire e di celebrare processi di questo tipo. Ho pensato che il professor Stella in fondo è un vero burlone perché avendo dedicato tanto tempo, tante memorie fino a pochi giorni fa, tanti scritti, un libro addirittura, e tanti soldi del suo attuale datore di lavoro a questo processo, dimostra lui stesso di non credere molto alla tesi che ha propugnato, tesi ribadita anche da alcuni difensori Montedison anche di recente sul fatto che questo processo non s’aveva e non s’ha da fare; tesi però che è completamente fuori dal nostro ordinamento, non solo penale ma anche costituzionale. Non voglio tediare nessuno, mi limito solo a ricordare che nella Costituzione esistono principi fondamentali e irrinunciabili quali quelli di cui agli articoli 2, 3, 4, 32, 35 e 41 secondo comma. Non li leggo tutti, specialmente quelli iniziali della parte fondamentale, mi limito soltanto a fare un accenno all’articolo 32 sul fatto che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività; l’articolo 35 sul fatto che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro e vedremo anche quest’ultimo comma quanta importanza ha nel nostro processo. E poi l’articolo 41 che, dopo aver detto che l’iniziativa economica privata è libera, dice che comunque non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Per rispondere al professor Stella non è necessario citare altri professori autorevoli né sentenze delle Supreme Corti; citerò allora solo alcuni passi, scritti tra l’altro da un attuale difensore di Enichem, e alcuni passi di una tesi di laurea, una semplice tesi di laurea di una studentessa dell’Università di Milano sul diritto alla salute e sui diritti umani. Il primo passo è quello del professor Pulitanò, successivo al 1990 e quindi in anni tutto sommato recenti, prima ovviamente che prendesse la difesa degli imputati Enichem. "Il sistema della tutela della sicurezza e dell’igiene del lavoro abbisogna di un fondamento costituzionale. In via di principio questo fondamento è assicurato dall’articolo 41 della Costituzione. Nel garantire la libertà di iniziativa economica la Costituzione prevede dei limiti a salvaguardia della sicurezza, libertà e dignità umana. Trova qui espressione a livello costituzionale in bilanciamento di interessi nel quale sicurezza, libertà e dignità umana sono valutati come prevalenti, vale a dire idonei a giustificare limitazioni alla libertà di iniziativa economica. La tutela della sicurezza, libertà e dignità umana si pone pertanto come un obiettivo di tutela per il cui raggiungimento è consentito al legislatore di correre a strumenti penali anche laddove sia in gioco la libertà imprenditoriale". E quella studentessa dell’Università di Milano sull’articolo 2 diceva: "E’ un principio fondamentale in base al quale al vertice dei valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico si colloca la persona umana, sia nella sua dimensione individuale che in quella sociale" e sull’articolo 41 comma secondo, rapidamente, diceva: "Il bene salute non costituisce una merce che possa essere soggiogata alle spietate leggi di mercato". Mi fermo qui perché è del tutto evidente che esiste una base costituzionale chiarissima e fortissima a sostegno delle accuse che abbiamo mosso con il Codice Penale alla mano e la dimostrazione che questa forzatura e questa violenza al sistema democratico costituzionale italiano vengono portate non solo da Enichem ma anche da Montedison ci viene data dalla domanda che provocatoriamente si pone l’avvocato Accinni quando dice di cercare il punto di equilibrio tra le esigenze dello sviluppo industriale e quelle della tutela della salute e dell’ambiente. La risposta è chiara ed è nella Costituzione, come ho detto, all’articolo 32 e soprattutto all’articolo 41 comma secondo, dove viene indicata una prevalenza, una priorità, cioè l’uomo. Il professor Stella può dire quello che vuole, può parlare dei suoi desideri, delle sue speranze, delle sue pie intenzioni, forse poco pie, di quelle dei suoi attuali datori di lavoro, ma si tratta de iure condendo, non de iure condito. La divergenza sul punto è totale. Non è vero quello che il professor Stella sostiene a pagina 123 della sua arringa e cioè che il suo contrasto, il suo scontro – dice lui – col P.M. sarebbe solo tecnico. No, mi dispiace, non è solo tecnico ma è anche costituzionale e istituzionale e per quanto mi riguarda anche culturale ed etico. Dico culturale e etico non solo da un punto di vista personale, perché in tal caso ciò non avrebbe nulla a che fare col nostro processo e non ne parlerei in questa aula. E’ invece un contrasto culturale ed etico che rimarca anche e soprattutto da un punto di vista istituzionale e costituzionale. La cultura e l’etica che sottendono al discorso dell’avvocato Stella e dei suoi datori di lavoro è quella del mercante nel senso negativo e peggiore del termine, mercante che ritiene di sistemare tutto col denaro. Se procuro un danno pago. Anche la salute umana e la vita umana in quest’ottica vengono monetizzate e svilite. E guardate bene, signori Giudici, che questa non è solo l’ottica attuale dell’avvocato Stella; no, perché è l’ottica anche di Montedison da sempre e di Enichem anche di recente. Ricordiamo tutti in quest’aula l’ormai famoso budget di manutenzione per gli anni ‘78, ‘79 e ‘80. La cultura e l’etica di quel documento e quindi le linee di azione sono le stesse del documento Enichem del gennaio ‘95, budget di manutenzione che dal Presidente imputato Cefis veniva indicato come il viatico dell’azienda e che diceva: "Spendere il meno possibile. In caso di incidenti paga l’assicurazione. Il fine è la competitività". Queste linee di indirizzo sono le stesse del documento Enichem del gennaio ‘95, dove si dice che bisogna capire i bisogni e le esigenze di tutti coloro che possono avere a che fare con l’azienda e intralciare l’attività dell’azienda, politici nazionali e locali, giornalisti nazionali e locali, enti e amministrazioni locali, addirittura magistrati. In quel documento recente del gennaio ‘95 di cui parleremo si conclude dicendo che bisogna individuare i bisogni di tutti costoro e soddisfarli. Quella vecchia cultura ed etica Montedison sono le stesse che vi propone ora l’avvocato Stella, ma non sono assolutamente le stesse che formano la base del nostro stato, della nostra comunità, della nostra democrazia, che ritengono fondamentale e basilare l’intervento pubblico della collettività a tutela del più debole, anche di un singolo individuo, anche in fase preventiva, anche attraverso la Magistratura penale. Che faccia la sua battaglia il professor Stella, che la facciano le sue aziende, ma fino al momento attuale il nostro sistema costituzionale e penale vede la tesi citata dal professor Stella al di fuori, all’esterno del sistema stesso. E’ stato citato a sostegno di questa tesi il progetto al nuovo Codice Penale, progetto grosso. A parte che si tratta di un progetto e che il precedente progetto, il progetto Pagliaro, è di oltre otto anni fa, tra qualche anno avremo magari un altro progetto, il progetto Nordio; a quale dobbiamo prestare fede? Se un malaugurato giorno queste tesi del professor Stella prevarranno, come magistrati dovremo prendere atto del venir meno di alcuni pilastri sui quali è stata fondata la nostra Costituzione democratica e repubblica, ma fino ad allora noi dovremo continuare ad applicare le norme costituzionali e le norme penali. La tutela del cittadino e del singolo è interesse pubblico, dello Stato, e quindi va garantita non coi soldi del privato, potente magari, che tutto può, ma con la presenza e con la forza anche penale dello Stato come comunità. Detto questo da un punto di vista generale è giunto il momento ora di passare ai temi specifici affrontati dai difensori degli imputati, premettendo alcune considerazioni, per così dire, di servizio. Lo dico subito, non lo ripeterò: per i noti motivi d’ordine, sia temporale che organizzativo, è stata stabilita una divisione dei temi da trattare tra Pubblico Ministero e parti civili, quindi per i temi che materialmente non ho trattato e non tratterò valgono le considerazioni e le osservazioni degli avvocati di parte civile, checché ne dicano con falsa sorpresa alcuni difensori degli imputati. Secondo punto, l’avvocato Stella non deve far dire o cercare di far dire al Pubblico Ministero cose che il Pubblico Ministero non si è mai sognato nemmeno di pensare, pagina 119, udienza del 20 giugno, cioè che il P.M. almeno in parte riconosce che l’ipotesi processuale originaria era sbagliata e che il processo non doveva nemmeno iniziare. L’avvocato Stella non può e non deve inventare cose che il P.M. non può aver mai detto né menzionato né a lui né ad altri e non può accennare a chissà quali inventate confidenze. Se lui ammira la cattiveria del Pubblico Ministero nel difendere la parte più debole, io non ammiro certo la sua cattiveria nel difendere i potenti e i più forti. Questo processo invece doveva essere fatto e deve continuare non per chissà quali motivi, ma semplicemente perché ci sono state delle gravi violazioni di norme penali e dei gravissimi eventi ai danni di persone e dell’ambiente. A conferma di ciò ribadisco, come si sa, che è in cantiere da tempo un altro processo stralcio che riguarda alcune altre decide di operai morti che non sono entrati a far parte di questo dibattimento solo perché sono deceduti in questi ultimissimi mesi. La riduzione del numero delle patologie all’esito del dibattimento risponde semplicemente alla logica della dialettica processuale. E’ solo in dibattimento che si raccolgono le prove, che le si valuta e che le si sottopone al giudizio del Tribunale. Soltanto all’esito del dibattimento io sono in grado di tirare le fila e posso chiedere la conferma o meno di tutte le accuse e posso chiedere anche delle assoluzioni totali o parziali. Credo nella logica del dibattimento. Ci tengo poi a segnalare, come verrà ridetto, che questo non è il primo processo e l’unico che tratta la questione delle morti bianche e delle malattie professionali, quindi non è la prima volta che si affrontano in aule giudiziarie questi temi giuridici. Ultima questione preliminare è quella del presunto risarcimento danni effettuato all’inizio del processo come segno di solidarietà. Fino a questo momento ho evitato ogni commento al proposito proprio perché volevo vedere dove si andava a parare. Dico subito che rispetto le decisioni di chi ha accettato questo risarcimento e non mi permetto di commentarle. Commento invece il comportamento delle aziende che hanno cercato essenzialmente di levarsi dai piedi un numero altissimo di vittime e quindi di parti civili. Il tanto sbandierato risarcimento non è costato assolutamente nulla né agli imputati né alle aziende perché le somme sono state praticamente pagate dalle assicurazioni come tutti ben sanno. E tutti ben sappiamo che se non c’è un sostanziale riconoscimento di responsabilità né le assicurazioni né altri pagano nemmeno 100 lire, non quasi 70 miliardi di lire. Se doveva essere un atto di solidarietà verso la comunità, questa solidarietà si sarebbe dovuta manifestare nei confronti di tutte le parti offese, anche quelle entrate successivamente nel processo e anche nei confronti degli enti territoriali per i danni gravissimi al territorio. Ciò non è successo e quindi nemmeno da un punto di vista giuridico penale si può parlare di risarcimento del danno integrale. E’ stato fatto cenno anche all’accordo di programma sulla chimica e concludo su questa prima parte. L’accordo di programma sulla chimica non è un atto di liberalità o di magnifica benevolenza delle società responsabili degli inquinamenti e proprietarie delle aree inquinate; è un atto dovuto, socialmente dovuto, come giuridicamente dovuto è il risarcimento. Vedremo tra l’altro come andrà a finire visto il disimpegno ormai costante e inarrestabile di Enichem a Porto Marghera che dà netta la sensazione di immolare tutto perché ormai tutti gli impianti sono stati sfruttati al massimo e spremuti peggio dei limoni, perché è finita l’epoca delle vacche grasse. La chimica sta abbandonando da molti anni Porto Marghera, basta vedere il trend negativo, addirittura decennale, non per questo processo ma perché non vuole più investire in maniera adeguata in sicurezza e protezione ambientale, perché non le conviene più da un punto di vista economico, mentre sembra convenirle molto di più un’altra attività sempre a Porto Marghera sicuramente nuova e più redditizia, quella delle bonifiche e del disinquinamento. Da questa prima parte passo ora all’esame delle questioni del secondo punto indicato nell’indice. Pur essendo stata ribadita in sede di replica la divisione dei temi che dovranno essere affrontati dal Pubblico Ministero e dai difensori di parte civile secondo lo schema iniziale della requisitoria e delle arringhe consegnate al Tribunale, ritengo che da alcune considerazioni giuridiche non possa esimermi. Non farò però approfondite disquisizioni dottrinali che lascio ai professori, non riaprirò temi già ampiamente discussi; mi limito, mi sono limitato solo a raccogliere tutta una serie di sentenze sui temi che oggi ci interessano per completare il panorama molto parziale fornitovi dai difensori degli imputati che hanno cercato di far credere che esiste solo la teoria propugnata da loro, che l’uno con l’altro questi difensori si sono autodefiniti colossi del diritto. Ma io di colossi ne conosco solo uno, quello di Lodi che non c’è più. Dico ciò relativamente a due questioni fondamentali cui voglio rapidamente arrivare: sono quella relativa al grado di probabilità richiesto per una declaratoria di penale responsabilità e quella relativa al fatto che in questo processo stiamo trattando di patologie poli causali con tutto ciò che questo significa in tema di specificità della materia e di concausa. Le prime considerazioni riguardano quindi le sentenze relative al cosiddetto nesso di causalità. A questo proposito va detto subito che è del tutto infondato e comunque destinato a fallire il tentativo operato verbalmente e per iscritto da alcuni difensori degli imputati di far ritenere come definitive e conclusive di ogni discorso le tre sentenze della Corte di Cassazione risalenti al settembre e al novembre del 2000, le tre sentenze che hanno come estensore il dottor Battisti, tanto per capirci subito. Dico ciò per tre motivi. Queste non sono né le prime né le ultime sentenze in materia, in senso lato; secondo, sono tre sentenze relative a casi ontologicamente e strutturalmente diversi quali quelli concernenti le responsabilità professionali dei sanitari per decessi di pazienti; terzo, sono tre sentenze che in ogni caso non tengono conto e che non possono tenere conto se non in maniera limitata della peculiarità della nostra tematica che riguarda i casi di malattie insorte in ambiente lavorativo, una genesi policausale di queste malattie e il concorso di cause. Dicevo che non è la prima volta che si affronta con questo processo il tema del nesso di causalità del concorso di cause. Sono anzi molti gli interventi in materia sia della dottrina che della giurisprudenza. Nel dettaglio questa tematica verrà approfondita anche oggi pomeriggio dai difensori di parte civile. Io mi limiterò ad offrire alcuni preliminari spunti di riflessione e a citare alcune sentenze della Suprema Corte. Preliminare è il fatto che per parlare dell’oggetto di questo processo non si possa leggere e interpretare l’articolo 40 del Codice Penale a prescindere dal testo dell’articolo 41 del Codice Penale. Per spiegarsi brevemente alcune nozioni di sintesi su quanto in parte già detto. E’ noto che ai sensi dell’articolo 40 comma 1 del Codice Penale un antecedente può essere considerato condizione necessaria dell’evento quando rientri nel novero di quegli antecedenti che sulla base di una successione regolare conforme ad una regola dotata di validità generalizzante portano ad eventi di quelli in verifica, cioè il nesso di condizionamento sussiste tutte le volte in cui un evento derivi da un altro, il quale si ponga come una delle condizioni senza il verificarsi della quale normalmente l’evento derivato non sarebbe accaduto. Faccio riferimento ad una sentenza della quarta sezione della Suprema Corte, udienza 26 gennaio 1998, la quale dice: "Fa causa in senso empirico e ogni circostanza, fattore o condizione che si inserisca nel corso normale degli eventi provocando un cambiamento nel loro usuale succedersi, riferita alla condotta dell’uomo può dirsi che è causale quel comportamento, azione od omissione al quale segue secondo l’id quod plerumque accidit il verificarsi dell’evento dannoso o pericoloso e ciò indipendentemente dal concorrere di condizioni preesistenti o simultanee ovvero sopravvenute a meno che queste ultime risultino da sé sufficienti a determinare l’evento". Questa è la nozione estraibile dalla combinata lettura degli articoli 40 e 41 del Codice Penale e risponde, come sappiamo tutti, alla teoria della conditio sine qua non che si risolve nel far pari tutti i fattori ai quali il verificarsi dell’evento da cui dipende l’esistenza del reato siano riferibili. La ragione di tale regola sta nella constatazione che ogni evento è conseguenza non di un singolo altro che lo abbia preceduto ma di una indefinita serie di accadimenti che si pongono come condizione del successivo e allo stesso tempo come effetto del precedente e questa è la cosiddetta catena causale, eventi che non sono tutti noti e neppure tutti conoscibili, i quali seguono un certo normale andamento, normale perché ricorrente, che può essere influenzato, deviato o altrimenti indirizzato da un dato fattore che si inserisca nel normale svolgersi della catena provocandone l’effetto modificativo. Ne segue che quando l’evento causa sia riconducibile alla condotta umana, impregiudicata l’ulteriore analisi sulle condizioni di imputabilità soggettiva, correttamente si afferma che la causa dell’evento oggetto di indagine fu il comportamento azione od omissione dell’uomo. Il rapporto di causalità tra condotta ed evento costituisce una delle componenti oggettive della fattispecie penale e per questo il relativo accertamento deve seguire secondo criteri che abbiamo indicato come oggettivi, preesistenti al giudizio, estraibili dall’osservazione empirica e forniti dei requisiti della generalità e della ripetitività con elevato grado di conferma. Abbiamo parlato delle regole di sussunzione definite leggi universali o leggi statistiche. C’è poi in tema... dello stesso anno è una sentenza della quinta sezione penale dell’1 settembre ‘98 in tema di causalità omissiva, per la quale viene detto che il Giudice è sempre tenuto ad accertare attraverso un ragionamento adeguato e logicamente coerente che se l’azione doverosa omessa fosse stata realizzata si sarebbe impedita la verificazione dell’evento di reato che solo in tal modo può essere oggettivamente imputato alla condotta omissiva dell’agente quando il nesso tra omissione ed evento non sia interrotto da cause estrinseche del tutto anomale ed eccezionali che si collochino al di fuori della normale ragionevole prevedibilità. La causalità omissiva in altri termini non può essere presunta né data per scontata, ma va individuata attraverso un giudizio ipotetico che partendo dall’evento, partendo dall’evento, lo suppone mentalmente cagionato, ove si accerti che esso senza l’omissione colpevole non si sarebbe verificato, cosicché se il processo logico perviene alla conclusione che l’azione doverosa omessa sarebbe valsa secondo una valutazione probabilistica ad impedire l’evento stesso si stabilisce il nesso causale in base alla clausola generale di equivalenza. E’ chiaro a questo punto che diviene importante definire e precisare meglio se possibile il concetto di grado di probabilità o di grado elevato di probabilità, anche perché ci sono state delle pronunce in materia di responsabilità professionale dei medici che sono giunte a ritenere sufficienti una probabilità del 30 o del 50%. E proprio contro alcune di queste pronunce sono intervenute le tre citate sentenze dell’autunno del 2000, estensore il dottor Battisti, sentenze che subjecta materia hanno una loro logica, sono pure comprensibili, anche se vanno a colpire vicende e fatti molto delicati ai quali adesso farò rapidamente riferimento. E cito quella che è una sentenza un po’ riassuntiva rispetto a tutta la giurisprudenza della Cassazione in materia, anche se è una sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Penale Quarta, del 12 luglio 1991. E tratta proprio della materia della responsabilità professionale dei medici, è dice essenzialmente, anche nel commento poi a questa sentenza, che: "Quando è in gioco la vita umana, anche solo poche probabilità di successo di un immediato o sollecito intervento, sono sufficienti, talché sussiste il nesso di causalità quando un siffatto intervento non sia stato possibile a causa dell’incuria colpevole del sanitario che ha visitato il paziente". E letteralmente, riferendosi alla Corte di merito, la Cassazione diceva: "La Corte di merito, applicando il criterio probabilistico, si è uniformata alla costante giurisprudenza di questa Suprema Corte – dell’epoca ovviamente, ma vedremo poi cos’è successo - giurisprudenza secondo la quale, nella ricerca del nesso di causalità tra la condotta dell’imputato e l’evento, in materia di responsabilità per colpa professionale sanitaria, al criterio della certezza degli effetti della condotta, si può sostituire quello della probabilità di tali effetti, anche limitata - e nel caso di specie lo era il 30% - e della idoneità della condotta a produrli. Quindi il rapporto causale sussiste anche quando l’opera del sanitario, se correttamente e tempestivamente intervenuta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì soltanto serie e apprezzabili possibilità di successo, tali che la vita del paziente sarebbe stata, con una certa probabilità, salvata". Cito letteralmente questo passo di sentenza perché vedremo che l’ultima sentenza in materia specifica, depositata il 17 settembre 2001, cioè neanche un mese fa, ripercorre queste frasi e parla ancora di serie e apprezzabili possibilità. Ma ci arriveremo pian pianino. Le tre sentenze Battisti si propongono di porre un limite più rigido, comprensibile dicevo, a quel 30% di probabilità di cui parlava la precedente giurisprudenza della Suprema Corte. Va anche detto, peraltro, che il caso delle sentenze Battisti è un caso diverso rispetto a quello che deve affrontare questo Tribunale, perché qui le patologie tumorali e anche quelle non tumorali denunciate costituiscono un quid deontologicamente e strutturalmente e causalmente diverso. Va detto subito che quelle tre sentenze della Quarta Sezione Penale della Cassazione, dell’autunno del 2000, non possono essere condivise. Innanzitutto nelle loro asserite pretese di assolutezza e di definitività, come detto in quest’aula peraltro, non dalla Cassazione, perché pressoché contemporaneamente, ma anche successivamente, sia la Quarta Sezione che la Terza Sezione della Cassazione hanno meglio precisato i termini della questione, anche sullo stesso tema della responsabilità professionale dei medici, sempre tenendo presenti la delicatezza e la rilevanza particolari dei beni giuridicamente protetti e degli interessi in gioco, e perciò utilizzando concetti più idonei e adeguati. Si parla non di certezza assoluta, che é un’utopia per tutti, scienza compresa, ma nemmeno di assoluta rilevanza o di elevatissimo grado di probabilità; e vengono usati in queste stesse epoche, dal dicembre 2000 in poi, concetti che adesso illustrerò in maniera un attimino più dettagliata, come buona probabilità, probabilità tout court, alto grado di probabilità, molta probabilità, serie e apprezzabili possibilità. La prima sentenza che voglio ricordare è quella sempre della Quarta Sezione Penale della Cassazione, udienza 15 dicembre 2000, quella che parla delle buone probabilità. Si fa riferimento anche qui a responsabilità professionali dei medici e in particolare a un intervento chirurgico. In questo caso viene scritto: "Quanto alla violazione – ovviamente produrrò poi tutte queste sentenze – o erronea applicazione dell’articolo 40, per avere la Corte di merito arbitrariamente sostituito al criterio di certezza del nesso causale, tra condotte omissive e evento, quello probabilistico senza che sussistessero i presupposti della rilevante probabilità di evitare le conseguenze dannose, si osserva che in realtà i Giudici dell’Appello hanno ritenuto che ove gli accertamenti omessi fossero stati eseguiti con buona probabilità, si sarebbe scoperta tempestivamente la lesione della milza e con altrettanta probabilità i conseguenti interventi chirurgici, ablativi e conservativi, avrebbero salvato la vita allo Zoppi. Il richiamo alla buona probabilità di evitare l’evento si traduce in termini di percentuale certamente superiore al 50%, per cui appare legittima la sostituzione del criterio probabilistico a quello della certezza consentita in relazione alle condotte omissive". La seconda sentenza è quella della Terza Sezione della Cassazione, udienza 27 febbraio 2001, e fa riferimento alla situazione relativa ad un medico di guardia; e, citando la Corte di merito, così dice la Terza Sezione della Cassazione: "La Corte perugina, pur senza menzionarli, in aderenza al principio espresso da questa Corte, si è anche adeguata agli indirizzi del Giudice di legittimità, secondo cui il medico di guardia, responsabile penalmente quando non adotta le misure di esigenza necessarie, l’obbligo di intervento sussiste anche quando vi sia solo la probabilità e non la certezza del successo dell’intervento da eseguire". Un’altra sentenza è quella ancora della Quarta Sezione, udienza dell’1 marzo 2001, in cui si fa un riferimento, peraltro soltanto in un accenno, al concetto di alto grado di probabilità. Un’altra sentenza, sempre della Quarta Sezione, sempre dello stesso periodo, è del 28 marzo 2001, in cui si usa il concetto di molta probabilità. Si tratta di un caso di incidente stradale con omicidio colposo, in cui si parla del nesso di causalità in questo termine. Si dice: "Il sinistro, con molta probabilità, non si sarebbe verificato. Sulla possibilità, per il Giudice di merito, di avvalersi di criteri probabilistici, questa Corte si è già pronunciata in senso affermativo". Fa rinvio ad alcune sentenze, tra cui in particolare quelle importanti che conosciamo tutti in quest’aula, che é quella relativa al disastro di Stava. L’udienza indicata la conosciamo tutti, imputato Bonetti e altri, udienza del 6 dicembre 1990. Anche qui si fa riferimento a giurisprudenza del ‘90, quella della sentenza di Stava, che è quella che conosciamo e che non è sicuramente la giurisprudenza del professor Stella. L’ultima sentenza che in questo momento voglio citare, ma ce ne saranno delle altre successivamente, è sempre quella della Quarta Sezione Penale, depositata il 13 settembre 2001, che fa riferimento ad un evento che ha colpito anche l’opinione pubblica nazionale. Si tratta, in particolare, dell’inondazione che ha colpito il Piemonte nel 1994. Ricorderemo che è una complessa vicenda, sia storica e quindi ovviamente anche processuale, che ha registrato molti morti, crolli, inondazioni; qui ci sono stati vari processi, in varie sedi giudiziarie, con vari imputati. Una parte di queste vicende è giunta all’esame della Corte di Cassazione, e quindi quella parte di vicende processualmente si è chiusa. E è importante vedere questa sentenza perché dà la visione, dà contezza della più recente decisione della Cassazione, in tema di nesso di causalità. E vedremo poi come sia ancora più interessante e utile, ai nostri fini processuali, l’esame delle sentenze di Cassazione in materia di malattie e di morte professionale. In questa sentenza, come dicevo, che riguardava la vicenda delle inondazioni del Piemonte, del 1994, si parla di causalità omissiva, e si dice: "Una volta individuata la posizione di garanzia, come fondamento del meccanismo di responsabilità, di cui all’articolo 40 Codice Penale, il soggetto che ha l’obbligo giuridico di impedire l’evento ne viene considerato responsabile in forza della sua omissione non impeditiva, che viene equiparata all’azione causale dei reati commissivi. E tuttavia sarà sempre necessario che il Giudice, preso atto dell’evento, raccordi ad esso la condotta omissiva dell’imputato, collegando causalmente l’evento stesso alla omissione accertata. Nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, nelle dottrine, la ricerca del nesso di causalità nei reati colposi è problema cruciale che ha conosciuto alterne vicende e contrasti, fino a giungere quello che può essere ora considerato un approdo definitivo e costante in base al quale, in materia di causalità omissiva, al criterio della certezza degli effetti della condotta si può sostituire quello della probabilità, nel senso che il nesso causale può essere ravvisato quando si è certi che la condotta doverosa omessa avrebbe avuto non già la certezza, ma serie e apprezzabili possibilità di evitare l’evento. Nella causalità cosiddetta omissiva o normativa o ipotetica il Giudice, in forza della clausola generale di equivalenza, prevista dall’articolo 40 del Codice Penale, è tenuta a accertare che l’evento, ricollegabile all’omissione – causalità omissiva – nel senso che esso non si sarebbe verificato se la gente che si trova nella posizione di garante del bene tutelato dalla norma penale avesse posto in essere la condotta doverosa che gli viene imposta dalla legge o dalle regole di avvedutezza e diligenza, che di fronte a una determinata situazione di pericolo prevedibile devono guidare l’azione dell’homo eiusdem conditionis et professionis. Insomma, nella causalità omissiva non può essere accertato un rapporto naturalistico di causazione tra la condotta omessa e l’evento, ma il Giudice dovrà accertare, attraverso un ragionamento adeguato e logicamente coerente, basato su criteri scientifici certi o su regole di natura probabilistica, tali da consentire una generalizzazione sul nesso di condizionamento, che se l’azione doverosa omessa fosse stata realizzata si sarebbe impedito l’evento di reato, che in tal caso può essere oggettivamente imputato alla condotta omissiva della gente. Lo spostamento dell’indagine, dal piano deterministico a quello probabilistico, rappresenta indubbiamente per il Giudice una complicazione nella formulazione del giudizio causale, ma ciò non esclude la necessità di una sua formulazione analitica, che pervenga senza affrettate approssimazioni alla conclusione che l’omissione costituisce l’antecedente necessario, anche se non da solo sufficiente, del processo reale e non più ipotetico che ha condotto all’evento". Questo ci dice quest’ultima sentenza della Cassazione in tema di causalità omissiva. Per quanto riguarda ancora sempre questa sentenza, si fa un riferimento successivamente al principio di legalità e all’attribuzione all’imputato della penale, e probabilmente non solo penale responsabilità, in ordine a molteplici eventi di morte verificatisi nel corso dell’alluvione. E questo principio imponeva ai Giudici di sottrarsi a generalizzazioni approssimative di ricercare, caso per caso, come del resto è stato fatto in primo grado per taluni degli eventi, una sufficiente spiegazione causale per ciascun evento, dopo averlo ricostruito sulla base delle acquisizioni processuali anche al fine di escludere col dovuto rigore argomentativo l’intervento di fattori causali, anomali e/o eccezionali; oppure, in taluni casi, della deliberata scelta del rischio da parte di coloro che poi hanno subìto le conseguenze. Cito anche questo passo, perché fa riferimento all’importanza e alla rilevanza dell’intervento di fattori causali, anormali e/o eccezionali. E per concretizzare questa sentenza, per portarla anche al nostro processo, ha detto come nel nostro caso i tanti richiamati interventi da parte dei difensori degli imputati "fumo, alcool, virus di qualsiasi genere" non potevano sicuramente ritenersi fattori causali, eccezionali, imprevedibili. L’esame di questa ultima sentenza ci introduce al punto cruciale della nostra discussione, quello sulla presenza di più cause, tema non sfuggito – come già ricordato in requisitoria – né al professor Fornari, né al professor Colombo, entrambi consulenti di Montedison, in quanto il primo, citando il dottor Raffaele Guariniello, parlò espressamente di tumori policausali; e il secondo definì il 19 maggio 1999 in aula la concausa letteralmente come: "La contemporanea presenza di due fattori noti e documentati per dare malattia epatica". E, mutatis mutandis, si potrebbe dire "malattia dell’apparato respiratorio". Parto allora da una per così dire relativamente vecchia sentenza della Suprema Corte, del 1994, che non era ovviamente la prima, a causa proprio dei vari risvolti di nostro interesse. Si tratta di una Sezione Quarta della Suprema Corte, udienza 4 marzo 1994, in materia di malattie professionali, e in particolare di ipoacusia a causa dell’ambiente rumoroso lavorativo. E viene citato, nella motivazione di questa sentenza, appunto questo fatto storico. La sentenza d’appello veniva impugnata con ricorso per Cassazione, perché è sentenza di condanna impugnata dall’imputato, il quale imputato con i motivi lamentava che erroneamente era stato attribuito il fatto ad esso ricorrente in quanto legale rappresentante della società dalla fine del 1985, mentre i lavoratori colpiti da malattia erano addetti a lavori rumorosi da decenni. Sembra quasi un caso analogo al nostro come vedremo scendendo nel particolare. Altro motivo d’appello, che l’ambiente di lavoro oggettivamente comportava pericoli per la salute dei lavoratori, altro tema ripercorso da alcuni consulenti degli imputati. Terzo motivo di ricorso, che la sentenza impugnata difettava di motivazione in punto di aggravamento della malattia. E anche questo sappiamo che è un tema ampiamente discusso nel nostro processo. La Cassazione dice che tutte le censure non hanno fondamento giuridico. Osserva la Corte che i Giudici milanesi, i Giudici di primo grado e poi di Corte d’Appello milanesi, hanno mostrato di fare corretta applicazione dei principi che governano la materia de qua, con l’affermare che il reato si consuma con l’accertamento della malattia dei dipendenti, e vengono citate altre sentenze di Cassazione. Continua la motivazione: "E è appena il caso di ricordare che gli accertamenti peritali risultano eseguiti nel giugno 1986, quanto dire, mentre era già in carica e da tempo il ricorrente nella indicata qualità assunta nell’85". Dice da tempo, era un anno! E ricordo qui tutte le divergenze con Enichem, a questo proposito. Continua la Cassazione: "Pertanto, sotto il preteso profilo della estraneità del ricorrente ai fatti lamentati, la tesi difensiva non ha alcun valido appoggio, e cioè tanto più vero se si tiene conto della circostanza che il ricorrente, quando era già in carica in noto ambiente pericoloso per la salute dei dipendenti, non si adoperò per eliminare o diminuire le cause dello stesso pericolo. E in ciò gli stessi Giudici hanno correttamente ravvisato un comportamento che quanto meno ha contribuito alla causazione dell’evento". Qui dice quanto meno, si tratta di un concorso nella causazione dell’evento. Ma sulla causazione dell’evento, con particolare riferimento a patologie policausali, ritengo che si sia ormai formata una consolidata giurisprudenza, a partire dalle esperienze, dalle vicende processuali torinesi in materia di amianto. E mi riferisco innanzitutto alla sentenza del Pretore di Torino depositata il 15 novembre 1997, confermata in Corte d’Appello e da ultimo anche in Cassazione, con sentenza della Quarta Sezione Penale depositata il 18 marzo 2001, imputato Biorci. Non mi dilungo eccessivamente sul punto, anche perché altri ne parleranno; mi limito a segnalare l’evidente rilevanza sia in tema di conoscenza circa la pericolosità della sostanza, sia in materia di misure e di norme di prevenzione, sia personale che tecnica, ma soprattutto in tema di nesso di causalità e di presenza di più fattori causali, in particolare il fumo. E pur producendo tutte queste sentenze faccio rapidamente riferimento, perché ovviamente hanno un risvolto molto importante anche per il nostro processo, alla questione concernente la presenza di più fattori causali. E in questo caso, in questa sentenza nei confronti dell’imputato Biorci, c’erano in particolare gli eventi morte di due operai. E per entrambi si dice che erano forti fumatori: il primo caso Santullo Domenico era un forte fumatore; e il secondo caso, Embriani Antonio, riguardava lo stesso un fumatore. Per quanto riguarda la causa in particolare del tumore di questa seconda persona venne detto: "Causa del tumore è probabilmente professionale e ha come concausa la condizione di fumatore del soggetto". I punti che voglio però ricordare di questa sentenza fanno riferimento alle motivazioni confermate in tutti i gradi di giudizio e che hanno condotto all’affermazione della penale responsabilità dell’imputato Biorci. E dice: "Ritiene questo giudicante che nonostante le obiezioni mosse dalla difesa debba ritenersi sufficiente provato il nesso di causalità tra la morte dei lavoratori e il contatto avuto dagli stessi con l’amianto. Occorre innanzitutto osservare, a proposito dei tumori non unifattoriali, come il mesotelioma pleurico, ma policausali, quali appunto il carcinoma polmonare, come i casi di questo processo, che per quanto concerne il nesso causale tra siffatti tumori e il lavoro, secondo la più recente giurisprudenza della Suprema Corte, il Giudice, ove non disponga di leggi universali, dovrà avvalersi del metodo della sussunzione sotto leggi statistiche e affermare che è probabile che la condotta della gente costituisca ceteris paribus una condizione necessaria dell’evento probabilità, che altro non significa se non probabilità logica o credibilità razionale, la quale deve essere di alto grado. E questa sentenza fa riferimento a tutti i propri già affermati anche dalla Corte d’Appello di Torino e anche dalla Cassazione, anche per altri casi, tra cui il noto caso eternit di Casale Monferrato. Altro principio – continua la sentenza – che deve essere tenuto presente è che nel nostro sistema penale vige il principio dell’equivalenza delle cause. Talché, come ha osservato la Suprema Corte, le cause concorrenti sono tutte ciascuna causa dell’evento, e sul terreno delle malattie professionali, affinché sussista il rapporto eziologico occorre, e basta, che il datore di lavoro realizzi una condizione idonea a produrre la malattia, e che tale malattia non si ricolleghi autonomamente al sopraggiungere di fattori eccezionali e atipici. Pertanto, nei reati di omicidio di lesione personale colposa, determinati da malattia professionale, il rapporto di causalità sussiste anche quando la malattia sia stata concausata da fattori estranei agli ambienti di lavoro, quali ad esempio l’assunzione volontaria del fumo di tabacco". E il Pretore fa riferimento ad una serie di sentenze di Cassazione. E vediamo come questo caso ben si attaglia alla nostra situazione. Sentenza, dicevo, che è stata confermata in tutti i gradi di giudizio, e in particolare anche dalla Corte di Cassazione, udienza pubblica del marzo 2001. Leggo soltanto alcuni passi, per la parte che ci riguarda, della sentenza di Cassazione: "In tema di accertamento del nesso di causalità, invero le leggi generali di copertura della condotta o dell’evento accessibili al Giudice, sono sia quelle universali, in grado di affermare che la verificazione di un evento invariabilmente accompagnata dalla verificazione di un altro evento, sia le leggi statistiche che si limitano invece a affermare che il verificarsi di un evento è accompagnato dal verificarsi di un altro evento in una certa percentuale di casi, con la conseguenza che queste ultime sono tanto più dotate di validità scientifica quanto più possono trovare applicazione in un numero sufficientemente alto di casi". E ancora una volta questa sentenza del marzo 2001 fa riferimento espresso alla già citata sentenza di Stava del 1991. Sentenza sicuramente non superata da nessuno. E continua ancora per la parte che ci riguarda questa sentenza della Cassazione sul caso Biorci: "Né tanto rilevato, si appalesa illogico ritenere, come ha ritenuto l’impugnata sentenza, che operando più fattori causali cancerogeni, cumulativamente in modo sinergico tra di loro, e in modo moltiplicativo, per il principio di equivalenza delle cause, non può ritenersi interrotto il nesso di causalità per il concomitante e sinergico, moltiplicativo, operare di altre cause. Certamente i Giudici del merito hanno ritenuto che tali concausanti patologie non hanno affatto interrotto il nesso di causalità tra la condotta colposa dell’imputato, la patologia per essa conseguente". Oltre a questa vicenda processuale, e alle sentenze che ho citato, mi riferisco altresì, quando parlavo di patologie policausali, alla sentenza del Pretore di Torino, n. 7081 del ‘97, depositata il 2 giugno del ‘98, che sui temi che ho testé accennati è stata ancora più approfondita e esplicita, e mi riferisco – le ho già citate – all’insieme delle sentenze sulla vicenda eternit di Casale Monferrato. Anche per questa sentenza 7081/97 del Pretore di Torino che produrrò faccio un rinvio e mi limito soltanto a citare una parte di questa sentenza, per la motivazione, e in particolare la parte che concerne e che interessa il nostro processo. La questione a questo punto piuttosto importante è quella relativa al discorso che viene fatto in materia di probabilità dell’evento nelle malattie professionali, di aggravamento o di aumento del rischio. E vedremo, a questo proposito, anche sentenze delle varie Corti venete. A pagina 26 di questa sentenza depositata il 2 giugno 1998, n. 7081 del ‘97 viene scritto sulla probabilità dell’evento: "Posto che ogni evento ha sempre una probabilità o possibilità scientifica di verificarsi, ancorché minima, per la presenza di altri fattori preesistenti o concomitanti, la probabilità che integra una conditio sine qua non in effetti consiste nell’aumento delle probabilità che si verifichi l’evento. L’omissione integra una conditio sine qua non, quindi sussiste il nesso di causalità, se ha costituito l’incipit del processo eziologico, ovvero se ha rappresentato una conditio senza la quale la probabilità naturale di quell’evento antecedente al comportamento umano sarebbe rimasta a un livello tanto basso da rendere molto poco probabile o addirittura quasi improbabile il verificarsi dell’evento, ovvero se ha promosso l’evento, contribuendo a aggravare o a accelerare un processo già avviato. In proposito si deve ricordare che anche nella parte speciale il legislatore penale evidenzia che risponde del reato, ad esempio dell’articolo 450 del Codice Penale, chiunque con la propria azione o omissione colposa fa sorgere o persistere il pericolo, quindi attribuendo la responsabilità per colpa anche a chi, con condotta omissiva, soltanto provoca o mantiene una situazione di pericolo ancorché avviata da altri". Per quanto riguarda più in particolare il riferimento alle concause, e ricollegandolo al tema che ho appena citato, anche questa sentenza del Pretore di Torino fa la distinzione tra patologie monocausali, come ad esempio il mesotelioma pleurico, e le patologie policausali, come ad esempio i tumori polmonari. Per quanto riguarda la prima categoria di patologie monocausali, viene confermato pienamente il criterio indicato al Pretore, perché trattandosi di un’unica causa effettiva, scientificamente collegabile a patologie tipiche, l’assenza di concause induce alla logica conclusione per cui il comportamento rappresenta l’unica vera condizione che ha cagionato l’evento. In ordine invece alle patologie policausali, che più interessano questo processo, occorre accertare innanzitutto se nel caso concreto si siano verificati e eventualmente in che modo e in che tempi altri fattori definiti e individuati dalla scienza come concausali. Ricordiamo quello che diceva anche il professor Colombo sulla concausa alcool. Quindi occorre accertare se la violazione di quell’obbligo giuridico costituisca una delle condizioni che ceteris paribus ha reso altamente probabile l’evento. Nel nostro sistema penale, per il principio dell’equivalenza delle cause, ogni causa è conditio dell’evento; tale principio di presunzione di equivalenza può essere superato, con preminenza di una sola causa, soltanto quando venga fornita, come dicevamo, la prova certa che una circostanza contrassegnata da assoluta imprevedibilità e eccezionalità sia stata da sola sufficiente a determinare il fatto. Il nesso causale non scompare per il concorso di qualsiasi circostanza estranea al datore di lavoro preesistente, concomitante, successiva, perché occorre offrire la prova certa che altre circostanze non pertinenti alla sfera del datore di lavoro siano state autonomamente fattori causali caratterizzati dall’eccezionalità e dall’imprevedibilità. Con specifico riferimento ai tumori professionali, il rapporto di causalità sussiste anche quando il tumore sia stato concausato da fattori lavorativi e da fattori estranei all’ambiente di lavoro, fattori genetici, pregresse affezioni o terapie, abitudini alimentari, assunzione d’alcool, fumo di tabacco. E ci sono diverse sentenze citate dal Pretore in questo senso. E sono tutti fattori concausali che sono stati indicati dai consulenti degli imputati e che sono stati trascurati quanto alla loro valenza di concausalità insieme al cloruro di vinile monomero. In linea con quanto già affermato dalla sentenza eternit della Corte d’Appello di Torino, l’esposizione prolungata non può essere considerata priva di effetti dannosi che si esplicano sia attraverso l’aumento della probabilità di tumore, sia attraverso l’accelerazione della sua manifestazione. E anche qui arriviamo a punti molto importanti del nostro processo. Il riferimento imprescindibile alla condotta omissiva deve riguardare anche il protrarsi della stessa, soprattutto laddove la scienza ci indica pacificamente che ad una maggiore esposizione all’agente cancerogeno corrisponde la possibilità di nuovi tumori primari, e comunque di un sicuro aggravamento di un pregresso innesco biologico. Viene citata la sentenza della Corte di Cassazione Lattaga, 12 maggio 1994 la quale ha ritenuto la responsabilità penale del soggetto che abbia assunto la qualità di amministratore di una società alcuni mesi prima dell’accertamento della malattia professionale, tanto più nel caso in cui tale soggetto, in carico in un ambiente notoriamente pericoloso per la salute, abbia omesso di adoperarsi per eliminare o diminuire le cause del pericolo. E c’è anche un’altra sentenza di Cassazione, 27 gennaio 1997, Gianni Trapani. Nel campo penale spesso si considera che l’imputazione di un evento prodotto da più cause, articoli 40 e 41, a chi ha posto una sola di quelle cause, sia espressione di un particolare rigore legislativo, perché si attribuisce la responsabilità di un evento complesso a chi ha realizzato una sola concausa, ancorché debole o marginale, ma pur sempre necessaria. Altrettanto spesso però si dimentica che la scienza, proprio con riferimento alle ipotesi di tumore, derivante da più cause, ci consegna un dato ormai pacifico, costituito non dalla maggiore debolezza di una causa tra le tante, ma addirittura di una maggiore forza causale di ciascuna condizione quando cooperano altre concause. Quindi aver posto in essere una sola delle concause di un tumore policausale non è condotta meno efficiente, meno forte, rispetto all’aver posto in essere l’unica causa di una patologia tipicamente monocausale. Il reciproco effetto moltiplicativo, ad esempio parla dell’amianto e del fumo di tabacco, ma noi possiamo citare CVM fumo di tabacco, CVM ed alcool, è un dato – e va ribadito in questo processo – scientifico che evidenzia la maggiore gravità di chi ha posto in essere una delle due concause, fermo restando che l’assunzione volontaria del fumo di tabacco non elimina la responsabilità contributiva della esposizione professionale che è stata citata. Sempre in questa rassegna giurisprudenziale voglio fare riferimento, infine, ad un’altra sentenza della Quarta Sezione Penale della Cassazione, che è stata depositata il 20 marzo 2000. Sentenza che è confermativa di una sentenza della Corte d’Appello di Brescia, del Pretore di Crema, la quale, dopo avere ribadito la costante giurisprudenza in ordine ad alcuni concetti fondamentali, discussi e ripresi ripetutamente anche all’interno del nostro processo, che sono questi: uno, l’articolo 2087 del Codice Civile è la chiave di volta del sistema, la norma di chiusura, lo strumento di integrazione delle eventuali lacune normative, e su questo la Cassazione è costante e pacifica; secondo concetto: il datore di lavoro non è esonerato da responsabilità neanche quando gli organi preposti al controllo siano venuti meno ai loro doveri di controllo e di indicazione dello stato della scienza e dell’arte, come è successo in questo processo che qualcuno ha cercato di scaricare su chi controllava e non diceva niente, però abbiamo visto come nessuno controllava lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera dove le aziende hanno sempre fatto quello che hanno voluto. E comunque questa sentenza ci dice che neanche quando questi organi preposti al controllo sono venuti meno ai loro doveri di controllo e di informazione, neanche in questo caso comunque il datore di lavoro è esonerato da responsabilità. Terzo concetto importante in materia di limiti di concentrazione e di TLV: l’obbligo di prevenzione contro gli agenti chimici scatta a carico del datore di lavoro ai sensi degli articoli 20 e 21 del Decreto del Presidente della Repubblica 3093 del 1956, pur quando le concentrazioni atmosferiche non superano i cosiddetti TLV. Questo è un principio confermato e costante che va ribadito, Quarta Sezione Penale depositata il 20 marzo 2000, che conferma tutte le sentenze di merito. E questa sentenza confermava anche un paio di altre circostanze relative al tema dell’aggravamento del rischio e delle condizioni di cui parlavo poco fa. Sentenza, pagine 26 e 27, dice: "E’ peraltro da puntualizzare che la sussistenza del rapporto di causalità sarebbe stata da affermare anche se la successiva esposizione alle polveri avesse aggravato le condizioni della parte lesa Bertolazzi in termini non di certezza, ma soltanto di alta probabilità". Poi, un altro punto, disponendo quello che diceva la sentenza d’appello che veniva criticata ovviamente dagli imputati, la parte dell’appello criticata dagli imputati è la seguente: "La proposizione della sentenza impugnata, che nulla in atti consentirebbe di ritenere che l’evoluzione dell’asbestosi avesse raggiunto, nel 1972, una soglia tale da non subire più l’influenza delle successive esposizioni, non si presta poi a rilievi del ricorrente, secondo il quale nella stessa verrebbe sottolineato il difetto di una sorta di prova negativa circa l’insussistenza del nesso di causalità materiale. Mentre invece occorreva la prova dell’effettiva sussistenza di tale nesso, cioè l’effettiva prova che le successive esposizioni avevano causato un peggioramento della malattia e più in particolare un’anticipazione dell’esito mortale". La Cassazione, ribadendo questo concetto, dice: "La Corte d’Appello, invero, con quella proposizione altro non ha voluto dire se non che, tenendo conto che la Bertolazzi era deceduta nel 1993, a ben 21 anni di distanza dal 1972 – quindi situazione analoga alle nostre – era certo, comunque altamente probabile, anche perché dagli atti non risultava affatto il contrario, che le esposizioni e le polveri d’amianto, per ben quattro anni successivamente alla contrazione della malattia, anni dal ‘72 al ‘76, in cui l’imputato, come si è visto, poco o nulla in pratica aveva fatto per ridurre l’incidenza delle polveri, avesse determinato un aggravamento della malattia, e quindi avesse anticipato il decesso della Bertolazzi". Sul punto in particolare dice la sentenza della Cassazione: "La correttezza logico-giuridica della proposizione della Corte è dunque indubbia, allorché la si ponga in relazione come gli altri dati di fatto sottolineati dalla Corte, quali la contrazione della malattia nel ‘72, il decesso avvenuto nel ‘93, l’assoluta mancanza di validi presidi negli anni ‘72/’76 nel luogo di lavoro". Su questa ribadita tesi dell’aggravamento o dell’aumento del rischio ritengo che debbano essere spese due parole in più, e mi rifarò essenzialmente a due autonome vicende processuali, storiche e processuali, una piemontese ed una veneta, che hanno percorso tutti i gradi di giudizio. La prima vicenda fa riferimento al processo contro l’imprenditore torinese Barbotto-Bereau Ognissanti, citata scorrettamente e in un solo suo segmento dell’avvocato Accinni. Produrrò tutte le sentenze, quindi si vedranno quali sono queste sentenze. Questa vicenda concerne il decesso di un lavoratore per cancro a causa dell’amianto. La sentenza del Pretore Bruno Giordano, depositata il 5 maggio 1995, è molto estesa e ben articolata. La produco integralmente, anche perché i principi giuridici cui si richiama sono stati tutti confermati anche dalla Corte di Cassazione. Mi limito ad illustrarne un punto, quello inerente l’aumento dell’indice di probabilità e il principio di legalità. Ne parla il Pretore, a partire da pagina 23. "La lettura del nesso di causalità – dice – inteso anche come aumento condizionante, determinante, notevole, della probabilità, potrebbe riecheggiare ma non coincide con la cosiddetta teoria dell’aumento del rischio, per la quale per sussistere il nesso causale dovrebbe essere sufficiente accertare che l’inosservanza della regola di condotta ha determinato un rilevante aumento del rischio di verificazione dell’evento". E vengono espresse alcune osservazioni sui tumori, sui timori avanzati da una parte della dottrina penalistica, in ordine a questa citata teoria. "Il criterio dell’aumento del rischio, secondo alcuni studi, trasformerebbe surrettiziamente gli illeciti colposi di danno corrispondenti illeciti di pericolo, con la conseguenza di ledere il principio in dubbio pro reo". Primo: in primo luogo si noti che sostanzialmente coincidono le sfere semantiche delle locuzioni, e quindi dei relativi concetti alta probabilità adottata dalla Suprema Corte e di rischio, il termine probabilità è equivalente a quello di rischio; affermare ad esempio che compiendo A vi è la probabilità che succeda l’evento sgradito B, equivale a affermare che compiendo A vi è il rischio, l’eventualità, la possibilità, che succeda l’evento B. Di conseguenza sostenere che l’azione A è causa dell’evento B se è molto probabile che ad A segua B perché l’azione ha innalzato l’indice naturale di possibilità dell’evento giungendo a livello di alta probabilità di verificazione, equivale ad affermare che compiendo A aumenta in misura determinante la possibilità, l’eventualità, il rischio che si verifichi l’evento B, che quindi viene attribuito al soggetto che ha compiuto A. Seconda risposta, non soltanto sul piano semantico, ma anche su quello penale va analizzata l’obiezione di violazione del principio di illegalità perché si punirebbero – si dice – reati di danno anche per aver messo soltanto in pericolo il bene giuridico. Innanzitutto in ordine ai reati colposi commissivi tale obiezione non è accoglibile. Il criterio dell’aumento di rischio integra l’accertamento della causalità intervenendo ad adiuvandum nella ricerca fattuale del nesso eziologico condotto dal Giudice. In ordine invece ai reati colposi omissivi privi di una causalità reale, come nel nostro caso, l’accertamento dell’aumento del rischio o della probabilità agevola la verifica della causalità, per cui non pare che avverrebbe una surrettizia trasformazione dei reati omissivi impropri in reati di mera condotta puniti contra legem in base alla semplice idoneità a porre in pericolo il bene protetto. Si tratta di stabilire in effetti se la condotta, qualora fosse stata realmente tenuta, sarebbe stata soltanto capace di non mettere in pericolo il bene giuridico oppure sarebbe stata capace di impedire il danno realmente successo. Scorrendo alcune delle ipotesi più importanti di previsione legislative e di comportamenti dovuti balza evidente che quando il legislatore detta obblighi imposti a tutela della salute della vita il comportamento è costituito dal non impedimento dell’evento, specificamente dal non aumento o in certi casi dalla riduzione del rischio o probabilità dell’evento. Dall’osservazione di tali obblighi normativi si evince chiaramente che l’obbligo di impedire eventi lesivi della persona umana significa anche non aumentare e in certi casi diminuire la probabilità di realizzazione di tali eventi. C’è tutta una serie di eventi normativi, ne cito alcuni, mi fermerò un attimo su quello che in particolare poi riguardano il nostro processo. Si pensi innanzitutto, ad esempio, all’articolo 140 del Codice della Strada, che è rubricato quale principio informatore della circolazione che impone agli utenti della strada il dovere di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione stradale. Il concetto di intralcio, di certo tra l’altro più tenue e più blando rispetto a quello di pericolo, comprende l’obbligo di non porre in essere nella circolazione stradale comportamenti ex se non pericolosi, ma di mero ostacolo, che come tali non pongono in pericolo la salute delle persone ma possono aumentare il rischio di incidenti. Si pensi ancora nel campo specifico della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali a numerose norme del decreto legislativo 277/91 laddove espressamente vengono imposti degli obblighi di non aumentare il rischio e addirittura di ridurlo. Sono numerosi gli obblighi, li cito soltanto, ad esempio l’articolo 5 sulle modalità per prevenire i rischi, l’articolo 12 lettere e) e c) sui rischi per la salute dovuti all’esposizione sulle precauzioni particolari per ridurre il rischio dell’esposizione, le misure di precauzioni da prendere per ridurre al minimo l’esposizione di cui parla l’articolo 6 continuando ci sono altri articoli, tra cui l’articolo 6 e l’articolo 13 che parlano di queste diminuzione del pericolo. Ma si pensi soprattutto alle norme la cui violazione viene contestata anche in questo nostro processo e sono le norme previste dal D.P.R. numero 303 del 1956, ricordo in particolare l’articolo 4 lettera b), norme che impongono ai datori di lavoro e ai dirigenti preposti nell’ambito delle proprie mansioni l’obbligo di informare i lavoratori dei rischi specifici cui sono esposti e portare a loro conoscenza i modi di prevenire i danni derivanti dai rischi. Già dal contesto letterale si evince che l’obbligo di informare i lavoratori non è un obbligo che può tendere direttamente a impedire un evento nocivo per la salute, ma è specificamente un obbligo volto a istruire i lavoratori, quindi a renderli edotti sia sui rischi specifici che corrono sia sui modi di prevenire i danni, cioè a metterli nelle condizioni culturali per non aumentare o addirittura ridurre i rischi citati. La medesima considerazione emerge dalla lettura degli articoli 20 e 21 dello stesso D.P.R. del ‘56 laddove in caso di lavori in ambiente con prodotti nocivi, in particolare odori, fumi, etc., il datore è obbligato ad adottare provvedimenti atti ad impedirne o a ridurne lo sviluppo e la diffusione. La medesima formula ricorre nell’articolo 21 dello stesso D.P.R. del ‘56 in ordine ai lavori ove si sviluppa la formazione di polveri di qualunque specie. La considerazione che il legislatore abbia voluto imporre non solo l’obbligo di impedire un evento, come vuole l’articolo 40 comma secondo del Codice Penale, ma specificamente l’obbligo di ridurre il rischio di eventi lesivi o comunque non aumentarli, si ricava anche dalla lettura di altri articoli, quelli del D.P.R. anch’esso contestato in questo processo numero 547 del 1955, articoli 377 e 387. Tali disposizioni impongono al datore di lavoro l’obbligo di predisporre mezzi personali di protezione appropriati ai rischi e in particolare maschere respiratorie idonee rispetto alle lavorazioni, operazioni effettuate, quindi agli specifici rischi di inalazioni pericolose di gas, polveri, etc.. Dall’interpretazione letterale e sistematica di questi articoli del D.P.R. del ‘55 si ricava in maniera certa l’obbligo per il datore di lavoro di predisporre mezzi personali di protezione volti non soltanto a impedire il rischio, ma specificamente a ridurre tale rischio. Infatti l’adozione, ad esempio, di una maschera non capace di ridurre gli specifici rischi non sarebbe una misura idonea come preteso invece dalle norme che ho citato. A ciò si aggiunga che sempre nel campo dei mezzi personali di protezione del lavoratore nello stesso titolo decimo del D.P.R. del ‘55 ricorrono varie disposizioni che confermano l’obbligo del datore di lavoro di predisporre misure personali di protezione - del capo, degli occhi, etc. – adatte, appropriate, idonee a prevenire specifici pericoli in relazione alla natura del rischio. Anche l’articolo 157 e seguenti del D.P.R. numero 1124 del 1965 impongono al datore l’obbligo di sottoporre a visita medica i lavoratori per quella parte che riguardava l’amianto, ma sappiamo anche che lo stesso obbligo esiste per lavoratori del CVM, visita medica a intervalli non superiori a un anno o a sei mesi o a tre mesi a seconda delle sostanze e si impone ulteriormente il divieto di assumere o il permanere nelle lavorazioni di lavoratori già affetti da particolari patologie. L’obbligo di sottoporre a visita medica non è un obbligo volto a impedire un evento, come qualcuno dei difensori degli imputati ha fatto intendere durante le arringhe, ma è un obbligo volto a prevenire eventi lesivi attraverso un’attività diagnostica che qualora evidenzi una fase anche di iniziale malattia impone l’allontanamento da quella lavorazione nociva del lavoratore proprio per non aumentare il rischio, per non aggravare la situazione di pericolo manifestata o manifestata anche a livello incipiente. Questa sentenza del Pretore di condanna nei confronti del Barbotto-Bereau fu appellata sia dal Pubblico Ministero perché la pena inflitta era stata troppo bassa sia dalla difesa. La Corte d’Appello di Torino in data 15 ottobre 1996 ha assolto il Barbotto perché il fatto non costituisce reato ed è questa la sentenza indicatavi dall’avvocato Accinni, il quale però si è dimenticato forse di dirvi e di scrivervi nella memoria alcune altre circostanze, cioè che questa sentenza è stata annullata dalla Cassazione in data 19 settembre ‘97 proprio in relazione ai principi di diritto sostenuti invece dall’avvocato Accinni; annullata questa sentenza di appello sulla base, sulla scia di una ormai consolidata giurisprudenza già citata e che citerò, checché ne dica genericamente ma soprattutto infondatamente l’avvocato Accinni. Si è dimenticato anche di dirvi che la Corte d’Appello di Torino in sede di rinvio in data 29 maggio ‘98 ha confermato la sentenza di condanna del Pretore e questa sentenza di condanna del Pretore è passata in giudicato a seguito di sentenza Corte di Cassazione del 26 maggio del ‘99. Aggiungo solo che la sentenza del 19 settembre del ‘97 della Cassazione, quella citata dall’avvocato Accinni, ha fatto espresso riferimento ai motivi citati dal Pretore nella sua sentenza di condanna e quindi viene a confermare tutti gli elementi che sono stati riportati dal Pretore e poi dalla Corte d’Appello che ha condannato, quindi sono principi chiaramente riconosciuti dalla Cassazione. Cito soltanto alcuni passi, ad esempio la pagina 4 della sentenza della Suprema Corte sezione quarta del 19 settembre ‘97, che fa riferimento esplicito a quello che diceva il Pretore dicendo: "Il Pretore riteneva la sussistenza del nesso di causalità sulla base della conoscibilità dei rischi connessi all’uso dell’amianto e della esigibilità della condotta che il datore di lavoro avrebbe dovuto ottenere, osservando sotto il primo profilo che già dal 1965 la comunità scientifica era pervenuta alla conclusione degli effetti cancerogeni dell’amianto e che ai fini della esigibilità della condotta l’articolo 40 Codice Penale impone l’obbligo non solo di impedire l’evento, ma anche di non aumentare la probabilità che l’evento si verifichi". Questo principio ricordato espressamente dalla Cassazione viene confermato lì dove successivamente dice: "Il ricorso è fondato" e fa l’analisi di quella che è la sentenza del Pretore, l’analisi della condotta esigibile dal datore di lavoro e fa il riferimento tra l’integrazione sul principio della prevedibilità dell’evento, oltre a tutti gli altri discorsi in tema di operatività dell’articolo 21 del D.P.R. del 1956. Anche queste sentenze ovviamente sarà mia cura produrle. Questa era la prima vicenda storico-processuale che ricordavo sull’aggravamento del rischio, sull’aggravamento del pericolo, sull’aggravamento delle patologie a causa dell’esposizione, era una vicenda piemontese. Voglio illustrare adesso la seconda vicenda processuale che è una vicenda veneta. Il primo di questi imputati è l’imputato Sardella. Questa seconda vicenda processuale è quella relativa ad una serie di esplosioni di incendi che il 18 gennaio del 1992 a Rovigo ha causato il decesso di due operai di una fabbrica, del dodicenne nipote del titolare della fabbrica, gravi lesioni a vari operai e a persone esterne alla fabbrica, nonché danneggiamenti a immobili vari. Anche per questo caso produrrò tutte le sentenze. In questa sede mi limito a parlare del nesso di causalità e della citata teoria dell’aumento del rischio. Parto dalla sentenza del Tribunale di Rovigo depositata in Cancelleria il 16 dicembre del ‘97. Questa sentenza – faccio soltanto un rapido cenno, per il resto ovviamente rinvio – dice che in materia di nesso di causalità trattasi di un aspetto del nesso di causalità dei reati colposi discusso nella dottrina e nella giurisprudenza, che ad avviso del Tribunale deve essere risolto alla luce del criterio dell’aumento del rischio, nel senso che ai fini della responsabilità penale nei casi dubbi in cui si suppone che comunque l’evento si sarebbe verificato anche se fosse stato attuato un comportamento conforme al dovere di diligenza è necessario e sufficiente accertare se la condotta posta in essere abbia determinato un aumento del rischio di verificazione dell’evento. Afferma questo principio la sentenza del Tribunale di Rovigo e fa anche espresso rinvio tra l’altro alla sentenza del Pretore di Torino del caso Barbotto-Bereau che ho illustrato poco fa. Su questa sentenza mi limito a citare questo riferimento. C’è anche la sentenza della Corte d’Appello di Venezia della quarta sezione Rodighiero-Zampetti-De Nicola depositata in data 28 aprile 1999 che ai fogli... la utilizzerò anche in tema di disastro, ma per questa parte voglio fare semplicemente un accenno a quella che è la parte concernente il nesso causale perché sul nesso causale ribadisce essenzialmente tutti i criteri del Tribunale di Rovigo dicendo in conclusione: "Premesso che va doverosamente riconosciuto che la scrupolosa diffusa e argomentata sentenza di primo grado ricostruisce in modo sostanzialmente condivisibile i fatti e le relative responsabilità, sicché essa resiste in linea generale alle critiche mosse dagli impugnanti, dunque ad essa la Corte può fare tranquillamente rinvio per tutte le parti che non sono state incise dai vari atti d’appello o che non verranno qui specificatamente trattate, non implicando una valutazione difforme da parte di questo Giudice". Quindi questa materia sui principi di rito, discorso nesso di causalità, ci sono una conferma e un rinvio esplicito a quello che dice il Giudice del Tribunale di Rovigo. Ma se vogliamo per certi versi anche più importante è la conferma che viene data dalla sentenza della quarta sezione della Corte di Cassazione depositata in data primo febbraio 2000 lì dove alle pagine 21 e 22 fa espresso rinvio all’applicazione dei criteri giuridici dei Giudici di merito di primo e secondo grado. La Corte di Cassazione diceva: "A riguardo la Corte di merito ha correttamente applicato in relazione alla posizione di Sardella il principio vigente in tema di rapporto eziologico regolamentato dagli articoli 40 e 41 Codice Penale della pari valenza di un concorso di fatti che hanno partecipato materialmente alla produzione di un accadimento, presunzione che può essere superata con la preminenza di una sola causa solo a condizione della ricorrenza della prova sicura che un’unica circostanza sia stata sufficiente a determinare l’evento". E’ ancora noto che l’indagine sull’esistenza del nesso di causalità, indagine tipicamente di fatto, dice che si sottrae al sindacato di legittimità quando sia giustificato da adeguata e ragionevole motivazione, nonché faccia appunto applicazione di esatti criteri giuridici, il che nei confronti di Raffaele Giuliano Sardella appare certamente configurabile in senso positivo e affermativo. Quindi principio confermato anche per questa vicenda processuale veneta. Concludo su questo tema dell’aumento del rischio citando un’altra sentenza della Corte d’Appello di Venezia depositata il 12 marzo del 2001 a conferma di una sentenza pronunciata dal G.U.P. di Padova, dal Giudice per l’Udienza Preliminare in sede di abbreviato nel giugno del 1998. Questo discorso lo riporto perché ribadisce quelli che sono i concetti testé accennati e dice il Giudice d’appello veneziano: "Occorre ricordare che gli eventi contestati agli imputati non sono genericamente le morti dei dipendenti come conseguenze dell’esposizione, ma sono quelle morti accadute ciascuna in un determinato luogo e tempo. ‘La precisazione non è ultronea in relazione alla nota giurisprudenza di legittimità che ricorda come accelerare il momento della morte di una persona destinata a soccombere equivale a cagionarla’". Qui la citazione è virgolettata e fa riferimento a sentenze delle Cassazioni precedenti, del 1990 e del 1991. "Orbene – continua il Giudice d’appello a pagina 57 – l’affermata correlazione tra dose di cancerogeno appare risolutiva per superare le obiezioni difensive, come del resto già evidenziato in sede di giudizio abbreviato". Per quanto riguarda il fatto di aver evidenziato il rapporto esponenziale tra dose di cancerogeno assorbita determinata dalla concentrazione, dalla durata dell’esposizione e risposta tumorale, viene scritto ancora letteralmente: "Aumentando la dose di cancerogeno non solo è maggiore l’incidenza dei tumori che derivano dall’esposizione, ma minore è la durata della latenza, il che significa aumento degli anni di vita perduti o per converso anticipazione della morte. Ciò comporta sul piano giuridico che tutte le condotte che nell’arco dell’intera vita lavorativa abbiano consentito l’esposizione indiscriminata alle polveri sono in nesso di causalità con la morte, con quella morte quale hic et nunc verificatasi, qui e ora verificatasi". Se fosse possibile chiederei un attimo di pausa, anche perché sto cercando dei...

 

Presidente: se volete accomodarvi riprendiamo. Per cortesia, vi accomodate, grazie. Va bene, Pubblico Ministero, può riprendere.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: avevo terminato l’esame del secondo punto, tra i quattro indicati per oggi, passo quindi all’esame del terzo punto, quindi passo all’esame delle risposte concrete e puntuali relativamente all’oggetto primario del nostro processo, che sono le malattie tumorali e non tumorali che hanno colpito i lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera. Nell’affrontare questa tematica alcuni difensori di imputati hanno cercato di stravolgere quanto detto in udienza dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle parti civili e di girare i loro assunti a loro favore; ma questa opera da cortina fumogena, questo tentativo di annebbiamento, è stato smentito dagli stessi consulenti tecnici, in particolare Comba, Pirastu, Vineis, Berrino, Martinez, etc., alcuni dei quali mi hanno pure espresso tutta la loro sorpresa per la disinvolta operazione di stravolgimento del loro pensiero e del loro discorso. Un’operazione simile è stata posta in essere per la parte ambientale per cui, dove si fa riferimento ai consulenti tecnici dell’accusa, confido che vengano lette e verificate le loro dichiarazioni orali e scritte e non quanto riferito dai difensori degli imputati. Ai miei consulenti tecnici ho chiesto di rileggere arringhe e memorie e di rispondere a tono e in coscienza, non citando nuovi fatti, nuovi documenti, nuove teorie, ma sulla base di quanto già risulta agli atti del fascicolo processuale fino ad ora. Mi limito pertanto a fare mie, e poi ovviamente a depositare come mie le loro risposte, trattandole sinteticamente per ragioni temporali. E parlo dall’esame dei consulenti tecnici dottor Comba e dottoressa Pirastu, e quindi con i commenti alla relazione e alla arringa del professor Stella del luglio 2001. Che cosa dice l’epidemiologia sul caso singolo. Il pensiero dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero su questo punto non è che l’epidemiologia non dice nulla sul caso singolo, come sostiene il professor Stella, ma è quello esposto a pagina 19 della relazione depositata già del 30 ottobre ‘98, e cioè: "Il dato epidemiologico, ove disponibile e applicabile, concorre dunque alla valutazione del nesso causale a livello individuale, anche senza esaurirla; non è sicuramente proponibile un approccio che implichi un passaggio automatico e acritico dei risultati di uno studio dal livello di popolazione a livello individuale; ma non è neppure condivisibile una applicazione dei dati epidemiologici rigidamente circoscritta a livello collettivo e che prescinda dall’ovvia considerazione che ogni popolazione è costituita da individui". Questo significa, in altre parole, che le indagini epidemiologiche danno due tipi di informazioni: quale sia in una popolazione lo scarto tra eventi osservati e eventi attesi, e quale sia la relazione tra il verificarsi della malattia e la presenza/assenza di una serie di fattori di rischio. L’esame del caso singolo, alla luce di questo insieme di elementi, è quello a cui si riferiscono i consulenti tecnici quando affermano che il dato epidemiologico concorre alla valutazione del nesso causale a livello individuale anche senza esaurirla. E quindi al dato epidemiologico si devono aggiungere l’esame del caso singolo, la spiegazione del meccanismo biologico, l’anamnesi lavorativa e tutti gli altri dati sulle condizioni personali e ambientali di lavoro illustrati in udienza. Appunto un mosaico che, per chi vuole, è facilmente intelligibile, basta non fare come le famose tre scimmiette. Altra risposta in tema di modelli di causalità deterministici e probabilistici. Il pensiero dei consulenti tecnici su questo punto non è che la griglia interpretativa soggiacente al paradigma della microbiologia, sia preferibile a quella che si è utilizzata a partire dagli anni ‘50 con riferimento alla patologia cronico degenerativa, e quindi che le diagnosi poste dai medici del collegio peritale dell’accusa non abbiano rilevanza causale. Per indagare sulle cause dei tumori occorreva mettere a punto nuovi paradigmi, che i consulenti tecnici Comba e Pirastu hanno riassunto nella relazione che è stata depositata il 14 settembre 1998 e nella relazione del 30 ottobre 1998 già citata. Rinvio, per una trattazione sistematica su questi punti, dicendo solo che la natura multifattoriale dell’eziologia dei tumori non costituisce un ostacolo alla ricerca delle cause, ma spinge a cercare idonei paradigmi per l’indagine, in particolare l’adozione del concetto determinante di malattia, definito come fattore capace di influenzare l’accadimento di un effetto sulla salute. Sulle contestazioni che ci sono state sempre da parte del professor Stella in ordine alla percentuale di errori nelle decisioni e nella descrizione dei dati scientifici. Anche qui ha risposto esattamente e precisamente il dottor Comba nella relazione del 30 settembre ‘98 e sintetizzo solamente per dire che un elemento che emerge dagli articoli di letteratura citati è che si raccomanda di non confondere l’uso del metodo statistico per interpretare i dati scientifici con l’uso della statistica nella teoria delle decisioni. Decisioni importanti non dovrebbero essere prese sulla base dell’applicazione meccanica di una regola; stimare l’entità di un effetto, d’altro canto, è essenziale, anche prescindendo dal conseguimento di una differenza statisticamente significativa rispetto ad un’ipotesi nulla. E’ fondamentale la replicazione dei risultati in altri studi indipendenti. Per quanto riguarda le citazioni ulteriori, rinvio allo studio. E questa fondamentale distinzione però, tra l’uso della statistica nella teoria delle decisioni e l’uso del metodo statistico per interpretare i dati scientifici, è sorprendentemente sfuggita al professor Stella, e questo ha ingenerato una certa confusione che si riflette nelle pagine della sua relazione, da 12 in poi. Il punto da sottolineare è che decisioni importanti non vengono prese sulla base dell’applicazione meccanica di una regola, e a questo si riferivano i consulenti tecnici del Pubblico Ministero citati dal professor Stella, per cui non solo il 10 ma anche il 5% o meno su margini di errore troppo alti per una decisione importante. Questa affermazione dei consulenti del Pubblico Ministero non è invece da riferirsi agli intervalli di confidenza, che negli studi epidemiologici servono unicamente sulla base di un criterio statistico a individuare due ragioni di valori: quelli compatibili con i dati empirici e quelli incompatibili. Passo a un altro tema, che è quello del principio precauzionale del principio di efficacia, per dire semplicemente e rapidamente, e per rispondere al quesito del professor Stella, citando anche il professor Vineis, 1991 nel testo che conosciamo, dove viene detto che il ipotesi epidemiologici possono essere considerate scientifiche se da esse possono derivare delle predizioni che siano testabili empiricamente, e che i metodi per saggiare queste ipotesi, attraverso studi ben disegnati, sono ormai standardizzati. Per quanto concerne il nesso causale nei casi singoli, anche in questo caso il professor Stella non coglie il pensiero dei consulenti tecnici. Le situazioni alle quali fa riferimento l’affermazione del dottor Comba, del dottor Braci, sono quelle di un’indagine epidemiologica non seguita da un approfondimento medico legale sui casi singoli; in quell’evenienza ci si limita a sapere che in un certo contesto ci si aspettava un determinato numero di casi e se n’è riscontrato un numero maggiore. Senza ripetere quanto già detto dai miei consulenti tecnici, sembra opportuno sottolineare che in questo processo i consulenti del Pubblico Ministero, collegialmente, hanno sempre ribadito che i casi singoli possono essere categorizzati in funzione del livello di credibilità del nesso causale, coniugando i riscontri dell’esame medico legale con il quadro complessivo delle evidenze epidemiologiche. Questo è il punto di forza del ragionamento dei miei consulenti tecnici. Il valore di questo approccio è comprovato dall’entità degli attacchi, talora scomposti, ai quali li sottopone il professor Stella. Non si può infatti ritenere che possa essere sfuggita al professore la portata del lavoro che è stato svolto dai consulenti del Pubblico Ministero e dagli altri consulenti, anche sollecitati, va riconosciuto, da indicazioni e da correzioni da parte del Tribunale e dagli altri consulenti tecnici degli imputati. Questi consulenti del Pubblico Ministero, per le varie patologie in esame, hanno messo in relazione il profilo di rischio riportato in letteratura, il dato epidemiologico nel contesto della coorte di Porto Marghera, e infine l’esame individuale dei casi. È stato un lavoro lungo, faticoso, che ha proceduto per gradi, ma multidisciplinare; e l’integrazione dei dati raccolti, a livello collettivo, a livello individuale, forniscono però al Tribunale gli elementi dei fatti sui quali esprimere un giudizio. Per quanto concerne le spiegazioni alternative, così definite dal professor Stella, l’esercizio retorico svolto dal professor Stella sul tema delle spiegazioni alternative, non aggiunge elementi di rilievo ad una materia su cui consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno prodotto due documenti specifici: dicembre 1998 e dicembre 2000. Documenti che inquadrano il fenomeno del confondimento nell’ambito delle spiegazioni alternative, che analizzano nello specifico della coorte di Porto Marghera la possibilità che l’abuso di alcool e di sigarette possa spiegare rispettivamente l’eccesso dei tumori epatici e polmonari tra gli insaccatori. Nella coorte di Porto Marghera è presente, l’aggiornamento del luglio ‘99, un incremento di mortalità per tumori epatici diversi dall’angiosarcoma, con SMR pari a 176 per la coorte totale e 392 per gli autoclavisti. Applicando a questi dati il ragionamento già presentato nella memoria del dicembre 1999, Vineis, Berrino, Comba, Pirastu, si arriva ad escludere il ruolo dell’alcool nel determinare questo aumento; gli esposti a CVM dovrebbero avere infatti un consumo di alcool più del 76% nella coorte totale e più del 300% per gli autoclavisti superiore a quello della popolazione di confronto, perché il decesso osservato sia attribuibile al consumo di alcool. I dati riportati nella relazione del dicembre ‘99 dal professor Vineis, mostrano che le proporzioni di bevitori nella coorte invece sono più basse delle stime dei consumi alcolici in una popolazione lavorativa residente nella stessa area, pertanto l’assunzione di alcool non spiega comunque l’incremento di mortalità riportato. Un analogo ragionamento può essere svolto per il tumore del polmone e il fumo di sigaretta. I valori dell’SMR sono pari a 130 per gli insaccatori e 159 per quelli che hanno fatto solo insaccatori, only bager. La relazione di Vineis e altri del dicembre 1999 riportava quali erano le indicazioni su queste proporzioni di fumo. E anche in questo caso si può concludere dicendo che le differenze nelle abitudini al fumo tra gli addetti e la popolazione di riferimento e negli addetti alla mansione di insaccatore, e a mansioni diverse da insaccatore, non spiegano da sole l’incremento di mortalità per tumore del polmone. Per quanto riguarda poi il presunto conflitto asserito da più difensori tra i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, come non hanno capito o non hanno letto, alla fine dell’istruttoria dibattimentale i consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno redatto delle schede, che sono state depositate, patologia per patologia, lavoratore per lavoratore. Su questo lavoro finale ci sono state diverse riunioni e tutti sono d’accordo, perché tutti hanno firmato quelle lettere, quindi non esiste nessuna differenziazione, questa di presunta differenza o conflitto è un’invenzione pura e semplice di chi l’ha fatta, e gliela restituisco. E anche per quanto riguarda i contrasti eventuali sulla significatività statistica e l’intervallo di confidenza, non c’è nessun motivo per ritenere che ci siano contrasti tra Comba, Pirastu, Berrino e gli altri; lo stesso discorso vale per il tempo di latenza e anche per quanto riguarda la questione più specifica del fumo. Una risposta rapida per quanto riguarda questioni proposte anche da altri difensori, in particolare dall’avvocato Alessandri e Santamaria. Il quadro generale di riferimento delle evidenze epidemiologiche, come dicevo poco fa, al quale si rimanda, è costituito dalla memoria conclusiva consegnata poco prima della chiusura del dibattimento. Lì sono inseriti tutti i dati che sono emersi all’esito del lunghissimo dibattimento che è stato condotto. In relazione a quanto detto dall’avvocato Alessandri il 10 luglio 2001 sulla scelta definita maliziosa di aggiornare la mortalità alla data del 31 luglio ‘99, voglio solo ricordare che la correttezza del calcolo degli attesi al denominatore dell’SMR è legata al corretto conteggio degli anni persona a rischio, conteggio che può terminare in qualsiasi data; tale procedura è stata osservata al 31 luglio 2001, quindi è perfettamente coerente con tutte le indicazioni. E’ una questione di rapporti. E comunque, per sciogliere il suo eventuale dubbio, il fatto di avere deciso il luglio ‘99 è stato determinato dalla consapevolezza che le previsioni davano la chiusura del dibattimento per la fine del 2000, e ovviamente quando si fa un accertamento sullo stato di morte o di vita delle persone bisogna fare delle richieste ai Comuni, che sono decine; e le richieste richiedono, per essere evase, tempi piuttosto lunghi, quindi bisognava dare un tempo abbastanza ampio per poter avere delle risposte. Semplicemente questa è la data e il motivo per cui è stata indicata quella data, e comunque anche tecnicamente tutti i rapporti sono stati rispettati. Due parole sull’effetto lavoratore sano, ma due parole soltanto. Il professor Stella esclude che l’effetto lavoratore sano si applichi alla patologia tumorale, in base alla motivazione che i tumori sono malattie per le quali nessuna azione di selezione è possibile al momento dell’assunzione. Tale opinione è un’opinione diffusa in passato, tra gli autori che si occupavano della validità degli studi di coorte, ma negli anni più recenti è stata messa in discussione in base a considerazioni che sono state riportate nelle memorie dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero alle quali faccio semplicemente rinvio per ragioni di tempo, ma sono credo ormai ben note a tutti quanti. Altro problema sollevato: l’impossibilità per l’epidemiologia di parlare ancora di nesso causale per i casi singoli. Il professor Stella richiama ripetutamente l’incontrovertibile distinzione tra lo studio del singolo individuo e lo studio epidemiologico. Il punto su cui si dissente non è questo, ma soprattutto e in particolare quella formulazione secondo la quale, dice il professor Stella: "Comba cerca di buttare un impossibile ponte epidemiologico tra la causalità generale e quella individuale". Su questo ponte il professor Stella versa un impressionante volume di fuoco, dimostrando così di essere ben consapevole del fatto che una serie di evidenze empiriche, emerse nel dibattimento, falsificano nell’accezione popperiana l’astratto edificio costruito dai suoi consulenti. Tali evidenze si riferiscono alle corrispondenze fra risultati di studi epidemiologici e dati relativi ai casi singoli, per quanto riguarda l’epatocarcinoma, la cirrosi epatica e il tumore polmonare degli insaccatori. I tre punti vanno considerati separatamente anche se rapidamente, per il resto mi richiamo alla memoria. Carcinoma epatocellulare. I risultati degli studi epidemiologici sull’epatocarcinoma sono stati riassunti nella memoria Comba-Pirastu del 17 aprile del ‘91 e prendendo in considerazione i dati integrativi raccolti durante il processo si può affermare che l’eccesso di tumori epatici diversi dall’angiosarcoma sia presente tra gli esposti a CVM nello stabilimento Montedison-Enichem, l’aumento di mortalità riguarda i membri della coorte nel suo complesso ed è il più evidente tra coloro che hanno svolto la mansione di addetti all’autoclave. Esaminando i casi di carcinoma epatocellulare su base individuale, tenendo conto dell’esposizione degli altri fattori di rischio, il dottor Martinez ha mostrato come il rischio di epatocarcinoma fosse significativamente maggiore per i soggetti più esposti. Questo è il ponte fra gli studi epidemiologici e i dati individuali che il professor Stella vorrebbe demolire, ma siccome questo non gli riesce a pagina 28 del suo intervento arretra su due linee di ripiego in aperta contraddizione con quanto avevano precedentemente sostenuto sia lui che i suoi consulenti affermando che lo studio di World 2000 suggerisce una relazione fra esposizione a CVM e insorgenza di epatocarcinoma, risultato di rilievo scientifico, e aggiungendo però che nella corte di Marghera si riscontra un eccesso di rischio solo nei soggetti fortemente esposti e ovviamente, dice, non sono quelli di Enichem. Invece la lettura integrata dei dati clinici ed epidemiologici corrobora il nesso causale per l’epatocarcinoma dei lavoratori esposti a CVM. Cirrosi epatica. Anche qui i risultati degli studi epidemiologici relativi alla cirrosi sono stati riassunti dal dottor Martinez e vi faccio rinvio. Nella coorte di Porto Marghera vi è un deficit complessivo di mortalità per cirrosi epatica e c’è però un incremento, anche se non significativo, tra gli addetti delle autoclavi. Lo studio del professor Martinez basato sul riesame dei casi singoli ha mostrato che il rischio di epatopatie e cirrosi aumentava fra i soggetti più esposti, anche tenendo conto degli altri fattori di rischio. E’ un dato analogo, risulta anche dallo studio World 2000. Questo è nuovamente il ponte fra studi epidemiologici e dati clinici che il professor Stella vorrebbe demolire, ma anche in questo caso, poiché ciò non gli riesce, abbandona quella che era l’intransigenza della posizione iniziale e arretra su due vie di fuga che sono le solite: riconosce che lo studio World 2000 evidenzia un aumento del rischio nei gruppi esposizione cumulativa più elevata e sostiene però che nella coorte di Porto Marghera questo effetto può aver riguardato solo i soggetti che avevano sperimentato le esposizioni cumulative maggiori e quindi quelli dipendenti Montedison ma non quelli dipendenti Enichem. Analogo discorso in sintesi si può fare per il tumore polmonare degli insaccatori. Anche questa tematica è stata riassunta nella memoria dell’aprile del 2001. Il dato specifico relativo alla mortalità per cancro polmonare degli addetti esclusivamente all’insacco nella coorte di Porto Marghera, follow-up del 1999, come risulta dalla memoria del dicembre del 2000 è il seguente: anche escludendo i lavoratori delle ditte che operavano in regime di appalto la mortalità per tumore polmonare nella coorte complessiva è inferiore all’attesa, mentre è superiore l’attesa fra gli addetti all’insacco ed è ulteriormente cresciuta fra i soggetti che hanno svolto esclusivamente la mansione di insaccatori. Considerando i dati a disposizione a livello individuale e tenendo conto dei possibili fattori di confondimento, il professor Mastrangelo ha confermato l’associazione fra le esposizioni a polveri di PVC degli insaccatori e il rischio di tumore polmonare, come vedremo meglio tra poco. Ancora una volta il ponte fra risultati epidemiologici e dati relativi ai casi esaminati in dibattimento ha resistito ai tentativi di distruzione. Alle osservazioni sempre da questo punto di vista epidemiologico che sono state fatte anche dall’avvocato Alessandri il 10 luglio del 2000, citando in maniera incompleta però e strumentale per quanto riguarda questo processo il professor Vineis, va fatta una precisazione. Il professor Alessandri citava Vineis e un convegno di Pavia del ‘91 dicendo: "Tutte le inferenze epidemiologiche sono derivate da studi di popolazioni e sono applicabili quindi esclusivamente a popolazioni". Ancora citando Vineis: "E’ impossibile se non in casi eccezionali attribuire il singolo caso di tumore ad una singola esposizione". Allora completiamo questo intervento del professor Vineis citando sia il suo intervento in aula sia le relazioni scritte e in particolare, visto che è stato citato questo convegno di Pavia del ‘91, la parte che concerne il problema della causalità individuale. Diceva Vineis: "A rigore tutte le inferenze epidemiologiche sono derivate da studi di popolazione e sono applicabili a popolazioni. Vi sono tuttavia situazioni in cui la valutazione del rischio ha interesse a livello strettamente individuale. Che cosa fare nel caso del singolo individuo, causalità individuale? La mia opinione – dice Vineis – è che tutta la conoscenza abbia carattere probabilistico - il discorso che faceva anche la Cassazione – che non si sfugga cioè a relazioni di tipo stocastico. Quando questo non si verifica è soltanto perché ci si trova in situazioni estreme riconducibili essenzialmente a tre categorie", che cito rapidamente. Prima: l’entità dell’esposizione estremamente elevata tale da giustificare un incremento del rischio quasi deterministico; fa l’esempio Vineis dell’Ipca di Cirié dove furono osservati 49 morti per cancro vescicale mentre nella popolazione se ne potevano attendere quasi due. In un contesto del genere, dice Vineis, è irrilevante stabilire quale decesso tra i 49 è attribuibile ad una causa diversa dall’esposizione professionale e questa è la legge della scienza sul sempre o quasi sempre citata dal professor Stella all’udienza del 20 giugno. Il secondo caso è quello dell’esposizione studiata che è in realtà un evento patogenetico intermedio nella catena causale. E’ la prova, dice Vineis, della causalità individuale realizzata attraverso la spiegazione delle catene causali e anche questo secondo caso è citato dal professor Stella in udienza. Il terzo caso, invece, che non viene citato dal professor Stella e neanche dall’avvocato Alessandri è quello in cui ci si può avvicinare ad una situazione che è quasi deterministica ed è quello in cui venga selezionata una popolazione molto ristretta e con caratteristiche particolari. In questo caso, dice sempre Vineis, tutta la conoscenza si basa su probabilità condizionate comprese tra un valore di base in genere attribuito alla popolazione generale e un limite superiore caratteristico di sottogruppi ad altissimo rischio. Questa categoria di relazione quasi deterministica non è stata presa in considerazione dai difensori degli imputati e ricordo come nel nostro processo ci troviamo in una situazione di questo tipo. Si tratta di categorie con rischio estremamente elevato quali sono in particolare gli autoclavisti e gli insaccatori e l’esame di questi casi fornisce dati solidi e sufficienti per sostenere anche la plausibilità dei danni provocati dal CVM. Passo ad alcune risposte sintetiche del professor Berrino. Per quanto riguarda il discorso citato dal professor Stella ancora sulla lesione del Doberg nella scienza non vi sarebbero certezze e non vi sono certezze. Queste concezioni sul metodo scientifico che consentono al Giudice di ridurre il margine di errore, secondo Doberg, sono due: la concezione induttivistica e quella antinduttivistica, Hendel e Popper. I Tribunali, quali custodi di questo metodo, devono seguire l’una e l’altra e possono poi come criterio sussidiario adottare quello del consenso della comunità scientifica. Quindi l’ipotesi deve essere sottoposta a tentativi di falsificazione e solo se resiste a questi tentativi può considerarsi corroborata in via provvisoria. E’ esattamente quello che è successo per il rischio oncologico dei lavoratori del CVM. Numerosi studi su singole fabbriche hanno segnalato un eccesso di tumori, fase induttivistica e grandi studi nazionali e internazionali non sono riusciti a falsificare l’ipotesi scaturita dalla fase induttivistica. Gli esempi sono riportati sia da Berrino che dal professor Martinez che da Mastrangelo nelle loro relazioni sia per quanto riguarda i tumori del fegato che per i tumori polmonari, tra l’altro si fa riferimento anche allo studio europeo in cui viene precisato anche il sottogruppo di lavoratori a rischio. Quindi i due presupposti sono stati seguiti in questo processo. Quanto al consenso della comunità scientifica, per comunità scientifica non deve ovviamente essere inteso l’insieme dei consulenti tecnici che sono stati sentiti in quest’aula giudiziaria perché difficilmente in un’aula giudiziaria i consensi si possono ottenere; però, a parte gli studi cui è stato fatto riferimento dai consulenti del Pubblico Ministero nella relazione finale, io direi che in questo processo abbiamo di più del consenso della comunità scientifica perché abbiamo delle sorti di confessioni extraprocessuali da parte delle aziende, da parte degli stessi imputati, perché se noi proviamo a guardare le schede di sicurezza rapidamente già rappresentate durante la requisitoria sia per il cloruro di vinile che per il PVC, vediamo come siano le stesse aziende che danno ragione alla tesi del Pubblico Ministero. Perché quando alla seconda pagina della scheda sul PVC, lì dove si parla di esposizione cronica, dicono che l’esposizione prolungata al prodotto può provocare danni al sistema circolatorio, centriamo solo quella frase nello schermo, per cui si vede meglio: danni al sistema circolatorio e neurovascolare, specie delle estremità mani e piedi – il professor Lotti negava sempre i piedi - poi danni al fegato, ai polmoni, alla cute, è considerato cancerogeno per l’uomo prevalentemente il fegato, quindi non solo il fegato. Questa è una confessione extraprocessuale, possono dire quello che vogliono avvocati e consulenti di Montedison. E’ una situazione analoga, vale anche per il PVC. Sulla tossicità di questa sostanza, dove si parla espressamente nella prima pagina sulla tossicità del PVC, che può indurre alterazioni al sistema respiratorio. Si fa l’esempio, anche oltre che di cavie di animali che hanno presentato dei danni, sempre all’apparato respiratorio, si fa il caso anche di lavoratori, due lavoratori esposti a polveri di PVC, con danni alla funzione respiratoria. E nella pagina seguente si fa riferimento anche a studi epidemiologici che hanno confermato che vi è aumento di disturbi nella funzione polmonare di tipo restrittivo e ostruttivo. E si parla che ci possono essere altri fattori di rischio, quali il fumo, lo smog. E si parla addirittura di predisposizione individuale. Guardate che queste sono indicazioni delle aziende e sono esattamente le accuse sostenute dal Pubblico Ministero e dalle parti civili in questo processo. Queste sono confessioni extraprocessuali degli imputati. E in conclusione, in fondo alla pagina sul PVC, si dice che bisogna evitare di esporre ad ambienti polverosi personale che soffre di bronchiti, asma, enfisema, o abbia disturbi alla funzione respiratoria. E questo ha un solo e univoco significato, c’è il consenso degli imputati alle accuse svolte. E comunque indico semplicemente, ma non ripercorro quello che ho scritto in una scheda durante la requisitoria su quello che ne pensano gli organismi internazionali, la faccio solo rapidamente vedere perché in questa scheda è indicato chiaramente quali sono le posizioni, e ricordo come addirittura la stessa associazione APME degli industriali europei, sezione europea delle industrie chimiche, quando fa riferimento alle conclusioni per quanto riguarda i risultati sugli influssi del CVM, i danni che provocano CVM e PVC, si rifà essa stessa a IARC, si affida a IARC, che dice che ha pubblicato i risultati di questo studio, è la versione in possesso del Tribunale datata marzo 1999, che indicano: un aumento significativo del cancro del fegato principalmente angiosarcomi, e quindi non solo angiosarcomi; poi nessun significativo eccesso di mortalità per cancro in altri siti, sebbene vi sia un leggero aumento dell’incidenza di cancro a polmone, cervello, linfosarcoma. E poi altre considerazioni. Quindi, le indicazioni che vengono fornite dalle aziende prima di tutto costituiscono questa sorta di riconoscimento. Il concetto di legge causale a cui fa riferimento il professor Stella è piuttosto primitivo, quando critica il concetto di correlabilità, rifacendosi ai quesiti posti a Bai e a Berrino, ad esempio, non si rende conto – e cito sempre il professor Berrino – che una tale condizione, che l’esposizione a una causa causi la malattia in tutti i casi, è del tutto eccezionale in natura. Si può citare il virus ebola, o poco più. E ancora sarebbe da ricordare, agli interventi difensivi, che anche le occasioni in cui l’esposizione, ad esempio al vibrione del colera, che causa il colera, tanto per fare l’esempio di una malattia che non sembra porre problemi nemmeno al professor Stella di riconoscimento di catene causali, sono lontanissime al cento per cento. La prova di relazione causale può essere più facile se esiste un rischio altissimo, come ad esempio nel caso degli autoclavisti che muoiono quasi tutti di malattie epatiche. Il problema allora è quello di ricostruire un quadro probatorio completo e convincente. Un’altra questione affrontata e segnalata dal professor Berrino riguarda il discorso della presenza di una soglia, che occorrerebbe trovare un intervallo di confidenza – viene detto dai difensori degli imputati – molto stretto, intorno a un rischio relativo di 1. Il fatto che nell’analisi del professor Martinez viene detto che non vi sia alcun caso di angiosarcoma a bassa esposizione, è compatibile però, ma certo non dimostra la presenza di una soglia; semplicemente lo studio non è sufficientemente informativo su questa questione come ripetutamente ha detto e spiegato anche il professor Martinez. Nel fare riferimento all’analisi casi controlli di Martinez, il professor Stella gioca spesso sul fatto che non si sarebbe trovato questo eccesso di rischio per la categoria di esposizione intermedia, ma ricordato semplicemente che ciò non significa che non vi sia rischio, perché il disegno stesso dello studio del professor Martinez implica il confronto tra esposizioni forti e esposizioni deboli, non il confronto con i non esposti. Questo è stato detto chiaro, più volte, anche dal professor Martinez stesso, e tutti i difensori degli imputati hanno fatto finta di non capirlo. Per quanto riguarda ancora il discorso sulla soglia, è il riferimento agli studi anche del professor Maltoni. Maltoni, per provare l’esistenza di una soglia, avrebbe dovuto sperimentare su decine di migliaia di casi. Poi ricorderemo cosa dice Maltoni sul fatto che non esiste una soglia biologicamente sicura. Swemberg, al quale fanno riferimento i difensori degli imputati, non può provare alcuna soglia sperimentando su cinque o sei animali, è piuttosto la pretesa che gli attuali standard occupazionali siano sicuri che appare fideistica; sull’eventuale rilevanza dell’esposizione a basse dosi, che segue un’esposizione a dosi elevate, il professor Stella cita una parte della deposizione di Simonato e Boffetta, che direbbero secondo il professor Stella: non sappiamo dire nulla! In realtà invece qualcosa si sa, perché proprio dalle analisi dell’ultimo aggiornamento IARC si deduce che anche l’esposizione recente, quella degli ultimi quindici anni, contribuisce al rischio. E infatti, se non contribuisse, gli SMR che si calcolano per ogni durata di esposizione, escludendo gli ultimi quindici anni, dovrebbero risultare più elevati, perché si toglierebbero dei lavoratori con esposizione inefficace dalla categoria degli esposti. Al contrario invece gli SMR non cambiano sostanzialmente, e l’andamento del loro cambiamento sta comunque per un contributo eziologico dell’esposizione recente. E anche di questo intervento fatto dal professor Berrino, sulla latenza e sulla importanza del periodo di Lag non c’è stata alcuna risposta. Io vi faccio semplice rinvio, perché ne ho parlato diffusamente in requisitoria. E questo punto di vista, guardate bene, non è solo di Berrino, ma è condiviso anche dallo studio di Word, quello del 2001, che abbiamo citato più volte in riferimento alla coorte europea. Studio che analizzando gli angiosarcomi esposti a meno di 1500 PPM/anno conclude dicendo che, faccio la traduzione dall’inglese: "La chiara risposta all’esposizione osservata a esposizioni cumulative inferiori a 1500 PPM/anno indica che ci potrebbe essere un aumento o rischio di angiosarcoma con esposizioni cumulative al CV entro un ordine di grandezza tra quelli consentiti dagli standard attuali di lavoro". E questo è Word 2000, che non è stato citato né riferito dalle difese. Per continuare sul tema della causalità generale e individuale, passo ora all’esame delle critiche rivolte ai consulenti tecnici che si sono occupati dei due principali organo bersaglio, il fegato e il polmone, quindi professor Martinez e professor Mastrangelo. Anche qui dico rapidamente, perché le risposte sono ampie, per gran parte le relazioni precedenti hanno già risposto, addirittura alle critiche. Le critiche che a questo proposito sono state piuttosto scomposte, alle volte anche inutilmente feroci, ma proprio perché ritengo agli occhi di tutto, è emerso in maniera evidente e convincente quello che si è sempre detto in questo processo, a sostegno della nefasta pericolosità del CVM e PVC. Il passaggio dalla epidemiologia all’esame, alla valutazione dei casi singoli, ha fornito all’accusa evidenze che continua a ritenere insuperabili, basta guardare sullo schermo le due liste: quella degli autoclavisti e quella degli insaccatori. E queste sono le due categorie più a rischio, i dati sono fortissimi. Probabilmente dovrei fermarmi qua e non dovrei più parlare, però alcune risposte nette, precise, nei limiti di una replica, vanno date alle elucubrazioni di alcuni difensori, partendo dal professor Martinez. Il quale, su un punto, sul fatto del discorso di non essere riuscito a dimostrare l’associazione positiva tra angiosarcoma e epatocarcinoma e cirrosi, dice: "L’avvocato Stella non può non aver capito che lo studio condotto dal professor Martinez, oltre a sottostimare il rischio per alcool e virus, ha sottostimato anche il rischio per l’esposizione". C’è una risposta precisa nella relazione depositata prima della chiusura del dibattimento, quella del marzo 2001. E si dice letteralmente: "Poiché sono ormai molte le segnalazioni in letteratura delle alterazioni degli indici di funzione epatica, di citolisi, in soggetti esposti a CVM, anche a basse dosi, i controlli scelti potevano essere stati sottoposti a livelli di esposizione a CVM superiori a quelli dell’insieme dei lavoratori non affetti da epatopatia cronica. In questo caso l’associazione tra esposizione a CVM e patologie in questione sarebbe risultata più debole di quella reale. Eravamo consapevoli che una debole associazione positiva sarebbe apparsa una associazione negativa, mentre una forte associazione positiva sarebbe stata evidenziata ugualmente". Conclude Martinez dicendo: "Siamo perciò riusciti a dimostrare una associazione positiva tra alte esposizioni e angiosarcoma, epatocarcinoma, cirrosi, perché in presenza di una forte associazione positiva. Nel gruppo non siamo riusciti a dimostrare un rischio aumentato perché in presenza di un’associazione positiva più debole". E’ un discorso che va riferito esclusivamente, come diceva il professor Berrino, alla metodologia dello studio. Un’altra affermazione sbagliata sulla causalità generale, che dice il professor Stella ma non è stata dimostrata da nessun studio, o da uno solo studio, viene criticata proprio perché questa causalità generale, per quanto riguarda il fegato, è stata dimostrata nelle due coorti più ampie, quella americana e quella europea. Mount, del 1999, e Word del 2000. E inoltre lo studio eseguito sui lavoratori di Porto Marghera ha dimostrato un rischio relativo per l’epatocarcinoma dell’ordine di 9 a 1 nei lavoratori sottoposti a esposizione elevata rispetto a quelli sottoposti a bassa esposizione. Per quanto riguarda le critiche di tipo metodologico che sono state rivolte al professor Martinez faccio semplicemente rinvio, perché risulta già chiaramente che sono infondate dalle premesse dello studio del professor Martinez stesso. Sul concetto della sorveglianza sanitaria per questi casi di patologia del fegato, interviene l’avvocato Alessandri il 10 luglio dicendo che tutto sommato la sorveglianza sanitaria, rispetto alle patologie più gravi quale l’angiosarcoma, non serviva a nulla, come dimostrato dal caso di Faggian Tullio. Allora gli va risposto che la sorveglianza sanitaria ha un valore limitato se vogliamo raggiungere soltanto lo scopo di diagnosticare precocemente l’angiosarcoma epatico; anche perché sappiamo quale sia la prognosi di questa neoplasia a breve o a medio termine. E abbiamo peraltro visto che qualche lavoratore nordamericano ha continuato a vivere con questo tipo di tumore per oltre dieci anni. Comunque, com’è stato più volte sottolineato, l’obiettivo della sorveglianza nei soggetti esposti a CVM è quello di identificare i danni epatici precoci e ancora reversibili allo scopo di allontanare il soggetto dalla sorgente di esposizione, perché risulta debole, risulta colpito, e evitare quindi la progressione verso patologie più gravi. Un lavoratore esposto a CVM, con esami di funzionalità epatica alterata, dovrebbe evitare ulteriori e anche piccole esposizioni, anche se egli presenti altri fattori di rischio: abuso di alcool, virus B e C, etc.. E ricordiamo come in quest’aula gli stessi consulenti di Enichem, Fedes e Tommasini, su questo discorso di concause dell’operaio che lavora in miniera, che ha problemi polmonari, dice: cosa deve fare? Deve allontanarsi dal lavoro, deve smettere di fumare. Discorso analogo fatto dal professor Tommasini, quando gli viene chiesto di un operaio del CVM, che beve anche qualche bicchiere di vino, cosa deve fare per sistemare i propri problemi di malattie del fegato? Dice: "Sì, interrompere l’alcool, ma andare in ferie e quindi allontanarsi comunque dal lavoro". E questo principio di cautela però non fu osservato in molti dei pazienti esaminati. Ricordo semplicemente come io abbia già presentato delle liste su quelli che dovevano essere allontanati, decine e decine di operai, e operai invece non sono stati allontanati. E cito soltanto, come a proposito di Faggian Tullio, il caso ricordato dal professor Alessandri, ritardato spostamento, prescritto dal medico di fabbrica, risulta nel corso del controllo sanitario periodico del settembre del 1983. E quindi siamo in epoca comunque di proprietà degli impianti Enichem. E anche per i signori Battaggia, Zecchinato, e Pistolato, l’ultimo colpito da un angiosarcoma iniziale, si deve sottolineare il mancato allontanamento dall’esposizione a CVM, nonostante fossero emerse alterazioni degli indici di funzionalità epatica e fosse stato espresso dai medici stessi di fabbrica, dottor Giudice, il giudizio sulla necessità di non esporlo a sostanze epatiche. Su tutte le altre considerazioni passo velocemente, ma su una vale la pena di fermarmi perché anche il professor Alessandri dice che il Pubblico Ministero nella sua requisitoria ha disatteso la stratificazione di Martinez. Il CVM è sempre causa o concausa indipendentemente dai livelli di esposizione. Questo che dice il professor Alessandri è semplicemente falso perché i pazienti con bassa esposizione non sono stati confermati. Non so dove ricava questo dato il professor Alessandri, sicuramente non corrisponde alla realtà dei fatti perché le schede preparate non dal Pubblico Ministero ma da tutti i consulenti sono state confermate tutte quante, semplice, semplice. Per quanto riguarda la casistica di Porto Marghera viene detto che non è stato osservato nessun caso di angiosarcoma epatico associato a cirrosi. Anche in questo caso rinvio alla memoria e cito solamente che invece ci sono tre casi di angiosarcoma epatico associato a fibrosi. Il primo caso è quello – continuo a ribadirlo – di Ennio Simonetto al quale soltanto il professor Callea non riconosce, però a causa di una diagnosi molto limitata, su un pezzetto di reperto, un frustolo come sappiamo, dice che non è in grado di concludere, parla di una patologia indifferenziata non bene individuata. Però ricordo come oltre al riconoscimento che viene fatto con sicurezza dal professor Rugge in quest’aula ci sia anche un riconoscimento datato storico del professor Maltoni che fa riferimento al caso di Simonetto come ad un caso di angiosarcoma. Ricordo ancora che Simonetto è stato inserito nel registro degli angiosarcomi e se il professor Maltoni è tanto stimato da tutti per quanto riguarda la capacità professionale bisogna dargli credito, anche perché è uno di quelli che ha visto più angiosarcomi di tutti e anche perché il professor Maltoni ha visto all’epoca un campione molto rilevante del fegato e quindi è in grado sicuramente lui di dare un giudizio molto serio e datato e storico su questa situazione. Quindi questo è il primo caso che smentisce il professor Alessandri. L’altro caso è quello di Zecchinato Gianfranco, tra l’altro lo dicono anche i consulenti di Montedison in aula, faccio comunque rinvio alla memoria; l’altro caso è quello di Pistolato Primo, che è un caso di iniziale angiosarcoma. Per quanto riguarda il meccanismo del CVM, cioè questo meccanismo che parte dalla fibrosi epatica indotta da CVM che determina una situazione chiaramente plenioplastica, dice il professor Alessandri che è una mera ipotesi, dice che non viene prodotto nessun lavoro scientifico a sostegno di questo presunto meccanismo patogenetico. Non mi voglio dilungare su questa discussione che ho già affrontato in sede di requisitoria. Faccio semplicemente rinvio e ricorso come in maniera molto specifica e approfondita risulti anche una memoria relazione depositata dove ci sono degli interventi moto chiari del professor Martinez e Pinzani che parlano in maniera specifica di questa trasformazione in senso fibrotico del tessuto epatico che determina la creazione di un microambiente molto diverso da quello presente nel fegato normale. Qui viene citata anche letteratura e vengono citati anche dei casi. Come è altrettanto sbagliata l’affermazione del professor Alessandri sul fatto che non ci siano dei casi in cui è stata trovata traccia morfologica di una possibile concausalità. In questo caso ciò che è stato sostenuto dai nostri consulenti è che l’esposizione a CVM è in grado di stimolare la fibrogenesi conseguente al danno epatocellulare provocato o dall’alcool o dai virus ed innescare e accelerare tutti quegli eventi che portano alla cirrosi agendo così come fattore concausale. Anche in questo caso devo far rinvio alla relazione del professor Martinez, agli studi che sono stati citati e ai casi specifici anche che riguardano la corte di Porto Marghera e cito in particolare i casi di Mognato, i casi di Boscaro e di Pistolato e ci sono degli altri casi che il professor Martinez cita nella sua consulenza. Sempre continua il professor Alessandri dicendo che sostenere un ruolo concausale è ben altra cosa che provare l’esistenza di un ruolo concausale che significa anche illustrare il meccanismo attraverso il quale un tossico interagisce con un altro tossico e ne potenzia o ne modifica gli effetti. Io ricordo innanzitutto al professor Alessandri l’intervento del consulente Montedison, professor Colombo, del 9 maggio, sul concetto di concausa, cioè la contemporanea presenza di due fattori noti e documentati per dare malattia epatica: CVM e alcool, che sono dei noti e pacifici epatotossici, lo dicono tutti, e comunque lo dicono anche le schede delle aziende. Anche questa è una sorta di confessione extraprocessuale. Sui meccanismi di sinergismo o di concorso, per essere più esatti per quanto riguarda la terminologia giuridica, tra queste due sostanze, etanolo e CVM, anche qui ci sono delle indicazioni molto precise che sono state già presentate durante la requisitoria e sono state riferite nelle relazioni del professor Martinez, del professor Berrino e del professor Colombati e sono quelle che riguardano il meccanismo di influsso negativo del CVM sull’organismo umano e il riferimento in particolare che è stato fatto alla circostanza che l’etanolo e il CVM vengono metabolizzati a livello epatocitario del sistema del citocromo P450 2 e 1. La concomitante esposizione determina un effetto priming su questo sistema aumentando la sintesi sia di acetaldeide che di 2-cloroacetaldeide e la loro disponibilità per la formazione di addotti nel microambiente epatico. L’acetaldeide e la 2-cloroacetaldeide competono per l’utilizzo del principale sistema di detossificazione rappresentato dalle scorte di glutatione, come abbiamo ripetutamente detto e come è stato ricordato in aula. Il risultato finale è un notevole aumento dell’emivita delle due sostanze con aumento del potenziale profibrogenico. E ricordiamo come durante il controesame del professor Colombo del 18 maggio ‘99 venga detto dallo stesso professor Colombo che un consumatore abituale di alcool ha maggiore richiesta di glutatione e, un altro insulto, ha meno possibilità di essere detossificato. Lotti ammette che in teoria è vero, non si sa perché in teoria e in pratica no. Comunque queste circostanze sono talmente chiare e lampanti anche per chi non è un esperto della materia che credo non sia utile dilungarmi ulteriormente e faccio semplicemente rinvio a quanto ho già detto in requisitoria. Prima di passare alle risposte concernenti il professor Mastrangelo, devo dire solo due parole in relazione al meccanismo di azione biologica del CVM, riportandomi peraltro essenzialmente a quanto scritto dal professor Berrino e dal professor Colombati. A proposito di quest’ultimo, devo dire che anche a lui avevo fatto avere il testo delle arringhe difensive per un commento e devo aggiungere subito che se ero rimasto sorpreso io delle invenzioni in udienza da parte di alcuni difensori degli imputati a proposito di nuovissime presunte teorie genetico-molecolari, quali però non si è capito e stiamo ancora cercando di leggere qualche accenno di notizia a questo proposito su Internet, quindi se sono stato sorpreso io di queste invenzioni, non vi posso nemmeno raccontare la sorpresa del professor Colombati, del quale peraltro per ovvi motivi alcuni pesanti commenti devono essere tralasciati. Mi limito solo a ricordarne uno un po’ salace e sarcastico concernente il fatto che alla prima lettura di certi interventi difensivi in materia di genetica molecolare era rimasto completamente sbalordito e a bocca aperta. Poi continua: "Ad una successiva lettura però – dice il professor Colombati – ho provato a dare un certo ritmo e ho verificato che usando ritmo rap il pezzo può anche diventare spassoso", quell’invenzione di cui dicevo io. Allora veniamo al punto, dice il professor Colombati: "Debbo innanzitutto rilevare che l’argomento principale dei due interventi degli avvocati Alessandri e Accinni risulta la confutazione delle teorie genetico-molecolari dell’origine del cancro e la propugnazione di nuove teorie che modificherebbero il quadro con conseguenze sostanziali anche sulla cancerogenesi da CVM. "I casi sono due", dice il professor Colombati: "O non ho avuto occasione di leggere, di ascoltare le relazioni degli esperti della difesa quando hanno avanzato le nuove teorie - perché gli stessi esperti della difesa sono dei sostenitori delle teorie genetico-molecolari sostenute dal professor Colombati – oppure nel tempo intercorso tra le ultime udienze sono emerse scoperte clamorose e innovative che ci porterebbero a concludere che i consulenti dell’accusa sono scienziati particolarmente distratti o totalmente incompetenti". Agli accenni che sono stati fatti su queste teorie innovative risponde concretamente allora il professor Colombati: "Da quanto emergerebbe dall’arringa, sembrerebbe che il Pubblico Ministero e i suoi consulenti favoriscano, perché strumentale, la tesi del CVM cancerogeno completo e totipotente, rispetto ad un processo di cancerogenesi multistadio, l’ipotesi della cosiddetta concezione multistadio, oggi opinione superata, mentre l’avvocato Alessandri e i suoi consulenti, avendo un’immagine diversa dall’origine del cancro, basata sull’instabilità genetica, fondata su risultati più recenti, favorirebbero quest’ultima. La conseguenza della teoria dell’origine del cancro, basata sulla instabilità genetica, sarebbe che le mutazioni del DNA, dovute al CVM, incluse quelle della p53, potendo esse stesse causare instabilità genetica, risultano essere delle alterazioni secondarie, e non la causa della malignità. Al contrario però da quanto affermato dal professor Alessandri, riporto le conclusioni e le opinioni espresse da due dei consulenti della difesa, uno per parte, il professore statunitense Riba Bush e il dottor Tommaso Dragani, relativamente ai meccanismi della cancerogenesi. E ricordiamo tutti innanzitutto come in quest’aula, in sede di controesame, il professor Bush abbia espresso totale concordanza in ordine al concetto di stabilità genetica, sostenendo a pagina 88 del suo intervento: "Il genoma umano è estremamente stabile". Dichiarazione dell’11 dicembre 1998 di Bush, a pagina 17, che diceva: "Oggi si sa che servono dagli 8 ai 20 oncogeni per poter causare il cancro. Questo reclutamento di questi oncogeni è uno dei motivi per cui il tempo di latenza del cancro negli esseri umani è molto lungo". Sempre Bush, a pagina 18: "Che cosa fa sì che questi geni diventino oncogeni? La produzione degli oncogeni attivi avviene attraverso la mutazione, attraverso un’espressione alterata". Passo al professor Dragani, relazione del maggio ‘99, pagina 13: "Sono state definite due categorie di geni coinvolte nei tumori: oncogeni e oncosoppressori; gli oncogeni stimolano la cellula neoplastica a crescere e dividersi in modo incontrollato; gli oncosoppressori esercitano un ruolo di controllo negativo, nel senso che in genere inibiscono la proliferazione cellulare". Pagina successiva, sempre dottor Dragani: "Nei tumori sono state osservate sia alterazioni di oncogeni che di oncosoppressori, come pure sono state osservate alterazioni multiple nello stesso tumore. Osservazione di alterazioni multiple molecolari nello stesso tumore e in accordo con i modelli biologici e epidemiologici che predicono eventi multipli, con la definizione della cancerogenesi multifasica. Tuttavia il quadro è tutt’altro che chiaro e il ruolo specifico di ogni specifica alterazione molecolare nei tumori non è noto". Da queste citazioni emerge che i consulenti della difesa, pur con la cautela necessaria in questo campo, che è condivisa peraltro anche dai consulenti del Pubblico Ministero, non risultano proprio essere negazionisti rispetto alle teorie genetico-molecolari sull’origine del cancro, e non propugnano assolutamente un’immagine contrapposta utilizzando la instabilità genetica quasi come una panacea che dovrebbe spiegare tutto. Vorrei concludere questa parte ricordando che l’instabilità genetica rappresenta certamente una modalità molecolare di cancerogenesi solo in un particolare tipo di neoplasia del colon, che è quello che viene ricordato dalla difesa degli imputati. Gli autori di quella teoria in questo singolo particolare tipo di neoplasia del colon, propugnatori della teoria della instabilità genetica, non si sognano neanche lontanamente di respingere la teoria del multistadio, semplicemente affermano che basandosi sui dati ottenuti su questa neoplasia e su alcuni tipi di tumori studiati da loro, è ipotizzabile che anche l’instabilità genetica possa rappresentare una modalità in atto e sono ben consapevoli che la loro ipotesi presenta numerose assunzioni non dimostrate e non dimostrabili e che l’applicazione delle modalità di questa instabilità genetica e tumori sporadici non è, allo stato delle conoscenze, in grado di sostituire la teoria genetico molecolare multistadio. Sul problema della tossicità del CVM mi limito a ricordare quanto già chiarito dai professori Colombati e Berrino e a far rinvio alla relazione del marzo del 2001. Dicendo ancora una volta che questa cancerogenesi, da agenti genotossici, che alterano il DNA nucleare, come ad esempio il CVM, è un fenomeno stocastico, probabilistico, al quale non si possono applicare i criteri della tossicologia generale; sostanze tossiche, che inattivano molecole della cellula presente in più copie, presentano una soglia ugualmente osservabile sia con l’uso di un basso che di un alto numero di animali e soggetti analizzati. I loro effetti si manifestano quando un certo numero di molecole risulta danneggiato. Sugli esperimenti di Swemberg citati ancora durante le arringhe da più difensori degli imputati ha detto che questi esperimenti, eseguiti con la spettrometria di massa, e che permette di distinguere gli etnadotti esogeni, indotti da CVM, da quelli endogeni, indicano che esponendo animali per soli cinque giorni a 10 PPM si ha un certo aumento di questi etnadotti, e questo aumento aumenta di quasi sei volte se il trattamento dura non cinque giorni ma quattro settimane. E allora è importante non tener conto soltanto delle concentrazioni nell’area del CVM, 1, 10, 20 PPM, per valutare il rischio cancerogeno. Il fattore quantitativo principale è la dose cumulativa; il rischio relativo aumenta infatti con la durata dell’esposizione, come abbiamo detto ad esempio per questi etnadotti anche di cinque o sei volte. Per quanto riguarda discussioni fatte in materia di mutazione del gene p53 di Ras mi riporto ancora a quanto detto in requisitoria e alle relazioni. Su questi livelli di adotti del DNA voglio solo semplicemente aggiungere che si tratta di un’ottima misura di esposizione che integra le differenze di assorbimento, distribuzione, metabolismo, detossificazione e riparazione del DNA, rappresentano i migliori indicatori di rischio rispetto alle dosi esterne. E questo, ricordo, lo dice lo stesso Swemberg nel lavoro del 1999. Per quanto riguarda la sostenuta inesistenza di un meccanismo di azione specifico del CVM credo che bisogna capire e spiegarsi su che cosa si intenda per specifico, relativamente alle alterazioni genetico molecolari correlate alle comparse di neoplasie dopo lunga latenza. In questo caso non si può applicare un concetto semplice di specificità che si applica ad esempio con la comparsa dell’influenza o della polmonite, situazioni nelle quali sono stati identificati agenti causali specifici. Anche in altro caso della aplotosina, per il quale i dati epidemiologici di causa/effetto sui tumori epatici sono ampiamente condivisi, non si può affermare che esiste un meccanismo specifico. E non esiste un meccanismo specifico non soltanto per questa sostanza che non crea problemi di riconoscimento di meccanismo molecolare, ma anche per un’altra sostanza, che è ad esempio il benzopirene, che è in grado di indurre tumori nei modelli sperimentali e anche in questo caso il meccanismo di azione specifico che è pure noto; eppure il benzopirene, causa adotti di vario tipo al DNA, non soltanto a un certo tipo. Nel caso del CVM, rispetto ad altri cancerogeni chimici noti, per i quali non sono chiaramente identificati dei bersagli molecolari specifici, vi è come sappiamo la fortissima evidenza che le mutazioni ad esempio della p53 sono mutazioni di tipo molto specifico, che si riscontrano in un’altissima percentuale di angiosarcomi, sia dell’uomo che negli animali sperimentalmente adotti a fronte di una bassissima frequenza di tumore di altro tipo. Ma sia su questa p53 che su Ras dicevo faccio riferimento ancora alla consulenza in atti. E concludo questo discorso su basse dosi e su soglie, da un punto di vista molecolare, citando quanto detto in aula molto rapidamente al professor Maltoni, e cioè che in cancerogenesi la soglia non esiste, perché il processo di cancerogenicità è un processo probabilistico stocastico. Passo a un rapidissimo esame delle osservazioni alle relazioni e all’intervento del professor Mastrangelo. Anche qui le critiche, la gran parte, sono di tipo metodologico. Vi sono state dedicate alla relazione del professor Mastrangelo pagine e pagine di verbali stenotipici, delle memorie, delle consulenze che sono state depositate. Io ritengo questo che sia un modo sicuro per convincere me stesso della bontà di quanto sostenuto dal professor Mastrangelo; se fosse talmente infondata quella metodologia utilizzata e le considerazioni conclusive, ritengo non ci sarebbe stato bisogno di dedicare pagine e pagine, memorie e memorie, consulenze e consulenze. Per quanto riguarda dicevo le critiche metodologiche, dico semplicemente che o non hanno letto la parte introduttiva o che comunque non l’hanno saputa leggere, e faccio rinvio alla memoria che depositerò. Cito soltanto alcuni passi relativi alla questione di Porto Marghera, per ricordare come nello stabilimento di Porto Marghera il PVC era prodotto soprattutto con il metodo in sospensione e il CVM nelle polveri di PVC era tanto elevato da obbligare a modificare il ciclo lavorativo come sappiamo, tanto che è stata appunto necessaria l’introduzione di quella colonna stripping per estrarre il CVM residuo del PVC, in anni che sono comunque successivi al periodo che è stato considerato eziologicamente. E questo ai fini di comprendere la plausibilità biologica e di confermare la ripetitività dei dati riportati dal professor Mastrangelo. E tra l’altro il discorso che è stato fatto a proposito degli insaccatori è stato detto dai difensori della difesa che l’unico trend di rischio osservato è per il solo insaccatore, cioè per coloro che hanno svolto soltanto la mansione di insaccatori che costituiscono una categoria molto limitata e verosimilmente selezionata, e certamente base insufficiente per qualunque estrapolazione. Mostro innanzitutto quella tabella già mostrata durante la requisitoria, tratta dal lavoro del dottor Gennaro, dove si vede come l’influenza sugli insaccatori innanzitutto fosse rilevantissima. Ricordo, si vede dai colori delle colonne, che la colonna più elevata riguarda l’insaccatore del PVC, mentre l’altra colonna riguarda gli altri operai non insaccatori. Quindi vediamo come fosse veramente altissimo questo rischio e come questo trend fosse estremamente significativo. E non è vero che questa categoria fosse molto limitata, perché ho mostrato poco fa, e anche in requisitoria, l’elenco degli insaccatori che sono stati colpiti da queste patologie polmonari, e vediamo come sia una categoria importante, una categoria a rischio, per tutto quello che abbiamo detto proprio in relazione alle patologie polmonari. Poi, sulle ingenerose e alcune volte indecorose critiche al professor Mastrangelo e al suo lavoro, mi limito soltanto a ricordare qui in quest’aula come il lavoro del professor Mastrangelo, anche di recente, sia stato ritenuto degno di essere inserito all’interno della presentazione dei lavori della Associazione Italiana di Epidemiologia. Era stato ricevuto, ricordo, decine e decine, oltre 160 contributi dall’Associazione di Epidemiologia; ne sono stati scartati una gran parte e solo pochi sono stati ammessi alla presentazione orale, dopo essere stati sottoposti al vaglio del Comitato Scientifico. Tra questi pochi lavori c’era anche la presentazione dello studio del professor Mastrangelo. Tra l’altro presentazione che ci è stata alcuni giorni fa, a Venezia proprio tra l’altro. Per il resto mi riporto a tutto quello che scriverò in memoria e che è stato già per la gran parte riferito durante la relazione del Pubblico Ministero. E’ finito il terzo punto e dovrei passare al quarto punto, che era in programma per la mattinata odierna. Anche per quanto concerne la parte ambientale mi limiterò ad alcuni approfondimenti e ad alcune risposte agli assunti difensivi, segnalando che per il resto interverranno gli avvocati di parte civile secondo lo schema già presentato al Tribunale. Per rispondere in questa fase di replica seguirò essenzialmente l’ordine degli interventi dei difensori degli imputati, accorpando, ove possibile, le osservazioni relative allo stesso argomento trattato. E’ ovvio che per le parti più squisitamente tecniche ho richiesto l’intervento dei vari consulenti tecnici, delle cui osservazioni mi sono avvalso e mi avvarrò anche in questa sede. A queste osservazioni però devo premettere alcune rapide considerazioni giuridiche tratte ancora una volta da sentenze in riferimento alle due questioni cruciali di questa parte processuale: l’avvelenamento e/o l’adulterazione di cui all’articolo 452 Codice Penale, il cosiddetto disastro innominato. Ho detto rapidamente perché su entrambi gli argomenti dovranno tornare, come da programma, alcuni difensori di parte civile. E’ chiaro innanzitutto che alla base di tutto c’è quella dissennata e criminale gestione dei rifiuti e dei residui industriali sulla quale non mi dilungo, perché trattasi di fatti certi nella loro materialità e nella loro oggettività storica e sotto gli occhi di tutti. A questo proposito i riferimenti dei testi dell’accusa, in particolare l’ispettore Spoladori del Corpo Forestale dello Stato, dei testi del Comune, della Provincia di Venezia, di Medicina Democratica, nonché i dati raccolti, illustrati dai consulenti tecnici dell’accusa, sia pubblica che privata, sono talmente chiari e leggibili per tutti che non posso che fare un semplice rinvio a quanto già detto in sede di requisitoria. Un commento più approfondito va fatto invece in relazione ai tentativi dei consulenti e degli avvocati della difesa di intorbidire le acque, è il caso di dirlo, anche processuali. Ma prima di tutto due concetti vanno tenuti ben presenti, in riferimento alle più gravi fattispecie giuridiche contestate in questa parte processuale, perché infatti in questa parte storica e processuale, parliamo di avvelenamento, di adulterazione e di disastro anche ambientale. Primo, il Codice Penale punisce i comportamenti di corrompimento o adulterazione di acque, di altre sostanze destinate alla alimentazione o al consumo prima che queste siano attinte o distribuite per il consumo. Prima! Ciò significa che il delitto si realizza col solo fatto del corrompimento o dell’adulterazione, ciò significa che l’uso/consumo delle acque e delle altre sostanze non è necessario e tanto meno è necessario che ne sia derivato un danno attuale alla salute della persona. E’ sufficiente la potenziale attingibilità e utilizzabilità, addirittura per le acque di falda. La giurisprudenza sulla base della norma penale è chiara e pacifica sul punto, non è necessario che si verifichi un evento dannoso, è un reato di mero pericolo che riguarda non solo questa generazione ma addirittura le generazioni future. Ne riparlerà anche l’Avvocato dello Stato per quanto riguarda la tutela, anche normativa, delle generazioni future. Il bene giuridico tutelato e la salute pubblica, e per la sussistenza di questi delitti di pericolo, è sufficiente l’idoneità delle sostanze a porre in pericolo la salute delle singole persone, anche di quelle più deboli e indifese. Si tratta insomma di una tutela preventiva di cautele d’avanguardia, determinate dalla fondamentale rilevanza degli interessi in gioco, che impongono di intervenire prima che il danno concretamente possa realizzarsi. Non mi dilungo su questo punto, perché dicevo interverranno sia l’avvocato Schiesaro che l’avvocato Partesotti. In questo processo è stata contestata agli imputati, poi, la fattispecie del disastro, che attiene va ribadito sia alle persone che alle cose; e processuale, sia al primo che al secondo capo d’imputazione. Preliminarmente però va ricordato come di per sé due siano le fattispecie giuridiche del disastro di cui sono chiamati a rispondere gli imputati: quella di cui all’articolo 437 comma secondo e quella di cui agli articoli 449 e 434. Sulla prima fattispecie, 437, primo comma in particolare, è già intervenuto in modo molto approfondito e convincente l’avvocato Manderino, che in sede di replica completerà l’esame di tale fattispecie giuridica. Sul punto mi limito soltanto pertanto a ricordare alcuni principi ormai consolidati anche nella giurisprudenza della Suprema Corte. "Il delitto di cui all’articolo 437 si consuma con l’omessa collocazione di impianti o apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro o con la loro rimozione indipendentemente dal danno che ne derivi in concreto, qualora questo si verifichi nella forma del disastro o di infortunio – si dice infortunio tra l’altro nel testo di legge, lo ricorderò tra poco, dice infortunio e non infortunio sul lavoro, infortunio è più generale – ricorre l’ipotesi più grave prevista dal comma secondo del detto articolo 437. L’omissione o la rimozione devono essere tali da determinare pericolo per la pubblica incolumità, il quale è presunto dalla legge come conseguenza della mancanza di provvidenza e destinate a garantirla, senza che occorra che sia anche specificamente perseguito. Pertanto anche una semplice consapevolezza, o l’accettazione di fare a meno degli impianti o degli apparecchi, e dei segnali necessari, quale che ne sia la ragione, integra pienamente il reato ex articolo 437. Cassazione Penale, Sezione Quarta, 16 luglio 1993". Altro principio, sempre di questa sentenza di Cassazione, a proposito del secondo comma dell’articolo 437, che non prevede "una circostanza aggravante in senso proprio, bensì un’ipotesi di concorso formale di reati, quello di omissione di impianti antinfortunistici e quello di disastro colposo, unificati ai fini della pena per evitare la maggiore severità del cumulo materiale. E è sufficiente, per l’applicabilità di tale norma, la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro doloso e non anche dell’evento che aggrava il delitto di cui all’articolo 437. Sicché non è invocabile la regola dell’articolo 59, comma secondo, Codice Penale. E su questi temi, su questa fattispecie, ci sono altre norme della sentenza di Cassazione, che per ragioni di ordine temporale non ricordo, e vi faccio un semplice rinvio. Sui rapporti tra articolo 437 e disastro colposo vanno ricordati invece alcuni altri concetti. Circa la configurabilità della specifica nozione di disastro e il relativo elemento psicologico del reato si deve ritenere sufficiente una condotta colposa, sia commissiva che omissiva, che si ponga in rapporto con causalità efficiente o anche di mera concausalità con un evento di danno, che colpisca collettivamente, con effetti eccezionalmente gravi o complessi o estesi, cose e persone, generando pubblica apprensione. Non è altresì da ritenere necessario che dal disastro sia conseguito un effettivo danno alla pubblica incolumità, in quanto il pericolo corso dalla stessa collettività, quale conseguenza di un disastro, appare circostanza sufficiente al fine di integrare il delitto di cui all’articolo 449. Se il danno poi si verifica come nel nostro caso, ogni valutazione ulteriore devesi addirittura ritenersi preclusa. La nozione di disastro prescinde dalla qualità dei soggetti passivi del reato e richiede che un evento particolarmente grave e complesso, che colpisca persone e cose, sia suscettibile di mettere in pericolo e realizzare il danno di un certo numero di persone, indipendentemente dalla loro più o meno intensa esposizione al rischio di diffondere altresì un esteso senso di allarme. Cassazione 20 dicembre 1989". Sulla possibilità di concorso formale tra i reati di omicidio colposo contestati in questo processo e i reati di disastro colposo e di strage colposa contestati, non mi dilungo perché ci sono delle sentenze, ripetute sentenze della Cassazione che sulla possibilità di sostenere questo concorso formale tra omicidio colposo e disastro colposo sono piuttosto chiare e comprensive. E’ da aggiungere però, anche rispondendo direttamente a una perplessità dell’avvocato Padovani, che nella unitaria nozione di disastro, di cui si dirà tra poco, possono essere considerati e unificati quelli che lui chiamava i microeventi succedutesi nell’arco di decenni. A parte il buon gusto di definire i microeventi e le morti degli operai, e il ricorso sistematico a discariche selvagge, va ricordato innanzitutto che anche per altre fattispecie di reato è possibile parlare di eventi più o meno grandi, rilevanti, che si verificano nell’arco temporale di più anni. Pensiamo ad esempio allo stillicidio, anche temporale, di eventi che può essere determinato da più condotte colpose che sfociano in piccole e successive, o frane o valanghe o inondazioni o crolli. E sempre a proposito di una citazione del professor Padovani ricordo quanto scritto a pagina 2027 del suo Codice Penale del 2000, a proposito dell’articolo 437 del Codice Penale, ove si richiama un intervento del professor Gustavo Zagrebeski, che dovrebbe essere l’attuale Giudice di Corte Costituzionale, in relazione proprio alla formulazione del capoverso dell’articolo 437, dove viene detto: "La mancata ripetizione nel capoverso dell’articolo 437, della formula ‘infortunio sul lavoro’ contenuta nel comma uno, significherebbe che può trattarsi anche di infortunio riguardante persone del tutto estranee all’attività lavorativa". A proposito del concetto di disastro ritengo utile richiamare quella sentenza della Corte d’Appello di Venezia, Sezione Quarta, del marzo ‘99, sentenza Sardella che ho già ricordato discutendo del nesso causale, che è stata confermata dalla Suprema Corte in parte qua, perché dal punto di vista espositivo di fatto giuridico è estremamente chiara e significativa, riassuntiva direi, proprio a conferma della unitarietà del concetto di disastro pur in presenza di varie condotte e molteplici eventi. Pagina 135 della sentenza, dice che è necessario anteporre a ogni altra considerazione l’indicazione del percorso logico seguito nella formazione del convincimento, che si snoda attraverso i seguenti passaggi, taluno in fatto, talaltro in diritto. E’ esatta la conclusione cui pervengono da opposti versanti Pubblico Ministero impugnante e gli imputati appellanti per cui il disastro colposo è un fatto giuridico unitario, il quale non può essere arbitrariamente atomizzato nelle varie successioni fenomeniche in cui esso si sia articolato. Nel caso di specie, però, la causazione del disastro non coincide con la causazione delle prime due deflagrazioni, ce ne sono state poi altre. La causazione del disastro è invece il frutto di un variegato contributo eziologico, da un lato identificabile con una serie di condotte colpose attribuibili a certi imputati, dall’altro identificabile con altre condotte attribuibili ad altri imputati che vengono indicati in sentenza. Invero, se non vi fossero state le condotte colpose descritte infra, dice la Corte, dei due Sardella da un lato e le altre dall’altro, si sarebbe verificato il solo omicidio colposo di Albieri Gino, ma non anche le condotte colpose degli altri imputati. Questo omicidio colposo è un reato a sé stante, non si identifica con il disastro, né come fatto materiale né come fatto giuridico. Il fatto materiale disastro infatti inizia con la propagazione delle due esplosioni, termina con la distruzione dell’intero opificio e ricomprende tutti gli eventi realizzatisi in questo arco di tempo, cioè la morte di alcune persone, la morte – cita - di altre persone, le lesioni subite da alcuni operai e infine le lesioni e i danni materiali patiti all’esterno della fabbrica. Il fatto giuridico disastro invece, non il fatto materia disastro, il fatto giuridico disastro è dovuto al concorso di tre serie causali autonome, serie causali che la Corte indica in maniera esplicita. Poi dice: "Tali condotte colpose, pur risalenti a oltre un anno e mezzo prima dell’evento, si pongono in rapporto eziologico con quest’ultimo per una serie di motivi che vengono indicati". Pertanto il fatto giuridico disastro è il risultato unitario di tre profili di colpa dei Sardella che vengono indicati, degli ulteriori sei profili di colpa che vengono indicati sempre in capo ai Sardella e dei profili di colpa di altri imputati ancora. Sotto l’aspetto fattuale non è certamente inconsueta la causazione di un disastro per una pluralità di fattori dovuti all’intervento di più soggetti. Sotto l’aspetto giuridico il caso di specie è regolato dall’articolo 41 primo comma Codice Penale, né potrebbe sostenersi che le condotte colpose dei Sardella costituiscano un fatto interruttivo del nesso causale ai sensi dell’articolo 41 secondo comma, perché se non consistono in comportamenti assolutamente imprevedibili, anomali ed esorbitanti rispetto all’esercizio dell’attività pericolosa; invero da un lato in linea generale è prevedibile che colui che gestisce un’attività economica tenda a privilegiare la speditezza e la produttività rispetto alle esigenze della sicurezza, dall’altro in particolare proprio la fabbrica del Sardella era stata interessata da due pregressi eventi, mutatis mutandis è la nostra situazione, anche se la nostra è molto più grave. Conclude la Corte d’Appello: "E’ d’uopo precisare che in ragione della più volte rilevata unitarietà del delitto disastro colposo, a prescindere dal numero degli eventi fenomenici in cui esso si articoli nonché in ragione del principio di equivalenza delle cause accolto dal vigente Codice Penale è sufficiente che le condotte colpose ascritte ai componenti della Commissione abbiano concretamente inciso anche su uno solo dei predetti eventi fenomenici perché si realizzi l’effetto di imputazione in capo ai medesimi del delitto nel suo complesso", chiarissimo e importantissimo questo riferimento della Corte d’Appello di Venezia proprio per gli influssi che ha nel nostro caso, il comportamento di un imputato su uno solo dei segmenti della catena causale, ed è sufficiente per poter affermare la sostenibilità dell’imputazione e della condanna. Ovviamente questa sentenza va a confermare sul riferimento che è stato fatto in diritto che ho illustrato le sentenze del Tribunale di Rovigo, confermate a loro volta dalla Cassazione. Per quanto riguarda in particolare questo ultimo rilievo era stato un attimo più specifico anche il Tribunale di Rovigo quando diceva che questa tipologia di delitti si presta all’incriminazione di condotte anche risalenti nel tempo, sempre ovviamente che ne sia provata la connessione causale con l’evento. L’evento disastro colposo raramente infatti è l’esito di una condotta imminente rispetto all’evento, essendo invece normalmente l’esito di una pluralità di condotte causalmente concorrenti che si sono avvicendate nel tempo, per cui è sufficiente la dimostrazione di un concorso anche minimo - quindi un concorso anche minimo - di responsabilità tale da assurgere al ruolo di antecedente causale dell’evento e vengono citate due sentenze della Cassazione, una quarta sezione 06/12/2000 e l’altra quinta sezione 31/03/2000 e ricordo come poi la Cassazione questa vicenda storico-processuale per questa parte... so che riguarda questioni di diritto, il discorso degli imputati Sardella abbia confermato ogni circostanza. Allora è giunto il momento di creare un po’ le fila di tutti questi discorsi, di calarci quindi all’interno dei fatti, delle contestazioni mosse per questa parte di processo. Costituisce, per così dire, un trait d’union tra il primo e il secondo capo d’accusa il tema trattato dall’ingegner Zapponi, dal professor Zapponi e duramente contestato dai difensori degli imputati relativamente la sussistenza del rischio CVM anche a bassissime dosi. Viene inserito qui tale argomento in quanto ha a che fare con la fattispecie di disastro, che è stata contestata in questo processo con permanenza fino al dicembre 2000, contestazione del P.M. del 13/12/2000. Si tratta di un disastro colposo e di una strage colposa che verrà illustrata meglio oggi dall’avvocato Schiesaro e che deriva da tutta quella serie di comportamenti e omissioni illeciti che sono elencati nei capi di imputazione. Alle scontate critiche difensive in ordine alla sussistenza del disastro contestato e in ordine al fatto che sarebbe la prima volta che tale ipotesi di reato viene contestata si può rispondere innanzitutto concretamente che in Italia, in Europa, forse anche nel mondo, sono sicuramente molte le situazioni analoghe a quelle di Porto Marghera. Soltanto l’estrema vastità e ampiezza del disastro umano e ambientale cagionati hanno costituito fino ad ora la maggiore difficoltà per una contestazione in sede penale, ma è solo una questione di inadeguatezza e di limitatezza dei mezzi a disposizione della Magistratura, degli organi di controllo, degli organi di Polizia Giudiziaria, quella che non ha consentito di svolgere fino ad ora indagini e approfondimenti così difficili, così ampi, come è stato fatto e verificato invece in quest’aula per oltre tre anni. Peraltro questo disastro può ritenersi ed è un disastro dell’era moderna che il legislatore penale aveva sapientemente, direi, e saggiamente previsto nella sua configurazione generale, poi sintetizzata nella formulazione letterale degli articoli 439 e 449 del Codice Penale. Io non sono sicuramente né un amante né un ammiratore del famigerato Codice Rocco, che però ancora esiste e del quale bisogna prendere atto. Sia nei lavori preparatori del Codice Rocco sia nella relazione al progetto preliminare, che è il progetto definitivo, sia nei commenti dei principali studiosi dell’epoca, tra cui Manzini, viene espressamente detto come la disposizione concernente il cosiddetto disastro innominato, articolo 434, abbia carattere integrativo rispetto a tutte le altre ipotesi, compresa la strage colposa, sia cioè destinata a colmare... cito letteralmente questa parte dei lavori preparatori, "sia cioè questa disposizione destinata a colmare ogni eventuale lacuna che di fronte alla multiforme varietà dei fatti possa presentarsi nelle norme di questo titolo concernenti la tutela dell’incolumità pubblica. La quotidiana esperienza dimostra come spesso le elencazioni delle leggi siano insufficienti a comprendere tutto quanto avviene, specie in vista dello sviluppo assunto – questo è importantissimo – dalla attività industriale e commerciale, ravvivata e trasformata incessantemente dai progressi meccanici e chimici", letteralmente, il legislatore del 1928, letterale e pacifico. E si badi, signori Giudici, che ho sì estratto questo passo dai lavori preparatori del Codice Rocco e dai testi del Manzini, ma ad un passo analogo o comunque ad una materia analoga fa riferimento lo stesso professor Padovani nel suo Codice Penale del 2000 lì dove cita il Manzini e riferisce di emissioni di gas a proposito dell’articolo 434. Sicuramente in maniera più generica rispetto alla citazione letterale che ho fatto poco fa, ma fa riferimento anche il professor Padovani citando questo articolo 434 come applicazione a chi produce una serie di fatti, tra cui le emissioni di gas e viene ovviamente citato anche il Manzini. Quindi la circostanza è ben nota fino ad un commento recentissimo del Codice Penale. Produrrò anche questi lavori preparatori. Osservato e specificato tutto ciò si appalesa di notevole rilevanza proprio nell’ottica della formazione della sussistenza del delitto disastro contestato confermare che: 1) la trattazione di CVM, PVC e dicloroetano in fabbrica ha causato la morte e la malattia di un numero ancora indeterminato di persone; 2) queste stesse lavorazioni hanno creato un pericolo per l’incolumità pubblica sia all’interno che all’esterno dei reparti incriminati secondo le indicazioni di rischio e di pericolo concreto già esaminate, angiosarcomi a basse dosi, e secondo le specificazioni del professor Zapponi di cui dirò tra poco; 3) le repliche dei consulenti tecnici Guerzoni, Ferrari e Raccanelli non possono lasciare dubbi sul grave dissesto ambientale cagionato dagli imputati delle aziende implicate fino ad epoca recente; 4) le precisazioni dell’ingegner Carrara e del dottor Ferrari sugli scarichi Montedison ed Enichem recenti danno contezza di questo totale menefreghismo delle aziende nei confronti dell’ambiente fino a quando non sono state stimolate – ha detto letteralmente l’imputato Patron – a cambiare rotta dagli inquirenti, io direi fino a quando non sono state costrette prima dalle leggi e poi da chi voleva far rispettare e applicare le leggi; 5) i fatti di avvelenamento, i danni e i pericoli che sono ricaduti e che ricadono lungo la catena alimentare sono stati ampiamente confermati anche dalle ultime annotazioni e conclusioni del professor Vineis e del professor Zapponi. Di questi cinque punti tratterò rapidamente alcuni punti. Del primo abbiamo già parlato, passiamo quindi a quel secondo punto, quello del professor Zapponi sul discorso che è relativo poi alla sostenuta, da parte del professor Stella, tesi della infondatezza sia dell’omicidio colposo e delle lesioni colpose che del disastro colposo. Per quanto riguarda la valutazione del rischio e la variabilità delle stime che sono state criticate proprio per questo faccio osservare che... si ritiene che l’argomento che viene contestato riguardi non un rischio astratto ma un rischio che è concreto e reale. Per quanto riguarda le contestazioni del professor Stella sottolineo innanzitutto l’inesattezza dell’affermazione che tutte queste stime poi di organismi internazionali che hanno portato gli autori a individuare livelli di esposizione corrispondenti a un valore predefinito di rischio che sono differenti tra di loro fino a tre ordini di grandezza, cioè mille volte; questo non è assolutamente vero per quello che abbiamo già detto in requisitoria e per quello che farò vedere tra poco. Ancora una volta le valutazioni di rischio più recenti che sono state pubblicate su riviste scientifiche di tutto rilievo e/o che sono state espresse da enti di importanza internazionale come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e come l’US, come la statunitense EPA, sono coerenti tra di loro con una variabilità molto limitata che è addirittura rara in questo tipo di valutazioni. Sono state già discusse in aula, sono già state presentate. Mi limito soltanto a fare riferimento a quella tabella che riguarda l’esposizione lavorativa per un rischio di 10 alla meno 5 per i lavoratori, tabella che confronta i vari dati che partono da studi di scienziati, da epoche tutto sommato non lontanissime nel tempo - adesso vediamo se riusciamo a proiettarlo – dal 1995 fino a epoche recentissime. Sono dei rischi che vengono riportati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da EPA fino al 2000. Nel frattempo posso rispondere ad un’altra questione che viene proposta dall’avvocato Santamaria relativa al pragmatismo regolatorio di EPA. Questa relazione dell’avvocato Santamaria riporta alcune critiche classiche all’approccio alle procedure di EPA che sono estensibili in larga misura anche all’approccio dell’OMS. Queste critiche peraltro non trovano l’oggetto del contendere quando si consideri che le stime di rischio per il CVM di EPA e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono basate sia su dati epidemiologici che su dati di sperimentazione animale e risultano sovrapponibili nell’ambito di una variabilità sorprendentemente molto bassa considerando l’incertezza propria di queste valutazioni. Se guardiamo la tabella che viene proiettata vediamo proprio come a studi del ‘77, dati epidemiologici, ma studi anche più recenti, ci sia una convergenza sostanziale molto importante e molto significativa di questi dati e non ci sia assolutamente quella divergenza che aveva segnalato il professor Stella. Comunque sui commenti a questi dati mi riporto alla relazione che verrà depositata e a quello comunque che il professor Zapponi ha già illustrato. Siamo sicuramente nello stesso ordine di grandezza per quanto riguarda il rischio innanzitutto per i lavoratori. Per quanto riguarda l’altro punto al quale accennavo per poter affermare la sussistenza del disastro, devo dire parimenti che per ragioni di tempo devo fare essenzialmente rinvio alle relazioni e alla parte di memorie che produrrò che concerne le repliche che sono state formulate in relazione agli interventi dei consulenti del Pubblico Ministero professor Guerzoni, dottor Ferrari e dottor Raccanelli. Dico soltanto alcune cose molto rapidamente, proprio per sintesi, sulle due o tre questioni principali. L’impronta del cloro, che in realtà sono almeno due impronte diverse tra loro, con sempre la presenza rilevata di furani e diossine, o CDF o CDD, e la prevalenza dei furani sulle diossine. Questa è la costante di questa impronta del cloro. Continuano anche ora ad essere due, non è vero che una è vecchia e deriva dalla lavorazione della prima zona industriale e che l’altra sarebbe recente e deriva dalle lavorazioni del CVM. Sono sempre le stesse impronte. Le evidenze concrete a supporto, le cito semplicemente, sono state trovate nei pozzetti di Enichem, nelle emissioni in atmosfera di Enichem, nei fanghi, nelle deposizioni delle emissioni scarichi Enichem nei fanghi, sono state trovate ancora nelle deposizioni atmosferiche recenti, ricordo lo studio del professor Guerzoni, e quindi sulla base di queste evidenze deve continuare a sostenersi che è dimostrato che lavorazioni diverse di cloro, etano, CVM e altro danno impronte diverse e ad un certo punto ammette questo dato anche una relazione di Montedison depositata il 27 settembre 2001 alle pagine 10 e 11. Per contestare le due impronte c’è stata una continua ricerca da parte della difesa di dimostrare che la prima impronta, come dicevo, deriverebbe da lavorazioni vecchie della prima zona industriale, poi trasferitesi con l’imbonimento e la relativa erosione in laguna. La tesi però si è continuamente dimostrata infondata. Faccio riferimento a quelle che sono state le indicazioni della difesa degli imputati. Si è parlato di sinterizzazione dell’alluminio e abbiamo visto che non c’entra niente proprio da un punto di vista chimico perché si tratta di impronte diverse, di situazioni chimiche che sono completamente diverse. Si è parlato di lavorazione di magnesio, però ad un certo punto quando abbiamo detto che non c’era magnesio a Porto Marghera hanno tirato fuori una fabbrica, hanno parlato di una fabbrica in Norvegia, dove però, guarda caso, c’erano proprio le impronte del cloro che derivavano dalla lavorazione dei PVC in quella zona della Norvegia. Poi si è parlato di carote del canale Brentella precedenti al 1930 con impronta vecchia; però segnaliamo che questo canale è stato dragato dopo il 1960 e non prima. Poi si è fatto riferimento ai fanghi rossi, però i fanghi rossi non ci sono nei sedimenti e non ci sono nelle carote. I traccianti che sono stati indicati come arsenico e alluminio non dicono nulla da un punto di vista fisico chimico, le concentrazioni delle diossine indicate sono molto diverse tra di loro e danno la prova di come non c’entrano niente questi fanghi rossi. L’unico campione indipendente che è stato portato con analisi di fanghi rossi veri, Brambati e Marocco è il campione, è completamente diverso. Su questi fanghi rossi per contestare ancora una volta le affermazioni del professor Stella che dice con nonchalance che per sfortuna del Pubblico Ministero ancora una volta non ci sono clorurati e che nei fanghi rossi sono del tutto assenti le caratteristiche organolettiche tipiche delle peci clorurate, voglio soltanto ricordare molto rapidamente come in una relazione che è stata depositata, che è quella dei consulenti di Medicina Democratica, 20 aprile 2001, siano invece riportati dei riferimenti specifici e concreti alle Isole 31 e 32, Area Catanga, eliporto Gardini, Isola 35 di Porto Marghera, in cui nelle tipologie dei rifiuti contaminanti sono indicati rifiuti industriali e peci e sono indicati tra le altre sostanze proprio i solventi clorurati e i PCB. Si tratta di una vasta area di 140 mila metri quadrati e quindi questo discorso che non esistono e che nessuno ha mai trovato e nessuno troverà clorurati nelle peci è del tutto infondato perché concretamente anche dai dati della stessa azienda questo è stato riportato e riferito. Per il resto non posso che fare rinvio a quanto è stato già scritto nelle relazioni e a quanto ancora risulterà dalla memoria. Queste osservazioni vengono ulteriormente rafforzate dagli approfondimenti che sono stati svolti dall’ingegner Carrara e dal professor Vladimiro Scatturin e da Giorgio Ferrari a proposito dei dati e delle analisi di origine Enichem acquisiti nelle ultime fasi del dibattimento. Per queste circostanze, per quanto riguarda in particolare la materia relativa agli scarichi idrici e ai rifiuti, ci saranno degli interventi da parte dei difensori di parte civile e quindi non mi dilungo in questo momento su questa situazione. Voglio soltanto soffermarmi un attimo su una circostanza che è relativa al divieto di diluizione degli scarichi che non è inventato da chissà chi, che non è un concetto portato soltanto in questo processo, è un discorso ben presente non soltanto nella normativa ma anche nelle decisioni della Suprema Corte di Cassazione. Quanto maggiore è la portata dello scarico, e va detto a proposito di questa diluizione degli scarichi che è stata fatta, a parità di concentrazione, tanto maggiore è il carico inquinante addotto nel corpo recettore. Ne consegue che il contenimento dell’impatto ambientale di uno scarico, cioè del suo carico inquinante, passa attraverso il contenimento della portata dello scarico. Con la diluizione si ottiene l’effetto opposto in quanto l’aumento della portata ottenuta miscelando il flusso di acque inquinate da determinati inquinanti con acque pulite o contaminanti con altri tipi di inquinanti determina automaticamente la possibilità di far rientrare le concentrazioni dei singoli inquinanti al di sotto dei limiti di legge e quindi di poter scaricare quantità di inquinanti che non sarebbero consentiti se ciascun flusso di acque inquinate fosse scaricato separatamente o se, come richiede la legge, i limiti siano da applicarsi a ciascun singolo flusso prima della miscelazione. Cito semplicemente, perché poi verranno riferite anche da altri, le sentenze della sezione terza della Cassazione del 4 luglio ‘94 e della sezione seconda del 10 novembre del 1993. Per quanto riguarda questa parte, io mi sto avviando verso la conclusione, avrei ancora mezz’oretta. Se mi è consentito, anche per questioni di voce, poter fare la pausa adesso, ringrazio il Tribunale.

 

Presidente: va benissimo, allora ci ritroviamo alle 15.

 

Avvocato Cesari: scusi Presidente, prima che cominci il Pubblico Ministero, io anche a nome dei colleghi volevo chiedere se è possibile avere quella nota, quella memoria che il Pubblico Ministero ha preannunciato, magari per lunedì, per poterla leggere ed eventualmente rispondere. E’ vero che il 121 non pone di questi limiti, ma in sostanza se il Pubblico Ministero potesse aderire a questa richiesta...

 

Pubblico Ministero: non è materialmente possibile.

 

Avvocato Cesari: va bene, la leggeremo e la commenteremo...

 

Pubblico Ministero: sto ancora aspettando le memorie degli interventi difensivi, e quindi non so, dovrei leggerle anche!

 

Avvocato: Presidente, scusi, deposito, per Reichenbach una nota di udienza a firma dell’avvocato De Luca e mia.

 

Avvocato D’Angelo: signor Presidente, mi scusi, per l’INAIL, grazie con il suo consenso vorrei depositare la nota spese. Tutto qui, grazie.

 

Avvocato Ponti: Presidente, depositerei la memoria per il dottor Porta.

 

Avvocato Alecci: abbiamo anche il dischetto, e poi una copia a ciascuno Giudice.

 

Presidente: allora, possiamo riprendere, se vi accomodate. Prego.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: prima di riprendere la replica, devo precisare un punto segnalatomi da alcuni difensori in tema di disastro che forse non è stato molto chiaro, anche perché ho dovuto sintetizzare al massimo, e mi riferisco alla vicenda storica rodigina del 1992 e alle relative sentenze di merito e di legittimità. Avevo detto che a questo proposito, sul concetto disastro, ritenevo utile richiamare la sentenza della Corte d’Appello di Venezia, la sentenza Sardella già ricordata, confermata dalla Suprema Corte in parte qua, perché dal punto di vista espositivo la ritenevo estremamente chiara. Per evitare fraintendimenti preciso che nel processo erano imputati i titolari della ditta e i membri della commissione di controllo, sia per l’articolo 589 Codice Penale che per disastro. Il Tribunale aveva condannato i titolari della ditta per entrambe le ipotesi di reato e per diversificati profili di colpa, come detto. Questa condanna, motivata così come ho detto, è stata confermata sia in Appello che in Cassazione. I membri della commissione di controllo invece venivano condannati sostanzialmente, salvo alcuni casi di lesioni e un omicidio colposo, sia per il 589 che per il disastro, sia in primo che in secondo grado. La Cassazione però annullava la condanna nei confronti dei soli membri della commissione, ma non per questioni giuridiche, e quindi stravolgendo il diritto che anzi confermava espressamente e chiaramente a pagine 21 e 22 della sentenza, tanto che confermava la condanna degli imprenditori, ma la annullava per carenza di motivazioni in ordine alle – cito letteralmente, pagina 27 – "effettive modalità di estrinsecazione del rapporto eziologico sopraindicato". E quindi per ragioni che non toccavano il diritto, ma il percorso logico dal comportamento all’evento. Comunque, come avevo detto, consegno le tre sentenze, in maniera tale che il Tribunale le potrà verificare. Credo che il successivo giudizio di rinvio si sia concluso con la prescrizione. Riprendo allora il tema lì dove mi ero fermato in pratica e concludo gli accertamenti rapidi sulla parte ambientale e gli interventi che c’erano stati dei consulenti Raccanelli e Guerzoni, e mi rifaccio all’intervento del professor Mucciarelli, lì dove criticava i valori analitici di Berlino e diceva che comunque erano decisamente inferiori a quelli corrispondenti dal dottor Raccanelli. Come avevo già espresso nella presentazione della requisitoria i dati per la valutazione della dose ingeribile vanno espressi sul tal quale peso, fresco, commerciale; ma il confronto, a livello di concentrazione, va fatto sul peso secco per i metalli e sui lipidi per gli organici. Questo criterio viene dapprima usato anche dai consulenti della difesa, poi non si sa perché viene dimenticato dal professor Pompa, forse nella logica di esasperare le differenze dei dati usando un metodo di confronto che però è errato. Il professor Pompa, essendo un professore di farmacologia, e mi pare di veterinaria, lo sa benissimo; usa però questo espediente, che non è corretto, per screditare i dati dei prelievi del ‘99 effettuati, lo ripeto, dalla Polizia Giudiziaria Corpo Forestale. Si ribadisce che la pesca del ‘99 è stata effettuata a metà ottobre, poco dopo la fine dell’estate, quando le vongole avevano raggiunto la fase di massimo accumulo annuale in termini di tessuti, valutati come peso secco, e di energia durante l’accrescimento. La pesca del 2001, dati di Berlino, è stata effettuata agli inizi di marzo, al termine del periodo di arresto invernale dell’accrescimento, nel quale sono stati consumati i tessuti, peso secco, e energia, lipidi. La perdita è stata fino al 50%, con il 57% del peso secco, e fino al 65% dei lipidi, come ricavato dai dati sperimentali dei campionamenti. Per concludere la risposta all’avvocato Mucciarelli, rilevo, mi pare evidente il significato di quello che ho detto, si tratta di due stagioni diverse, di conseguenza diverso è l’accumulo anche degli inquinanti. Chiunque, lo dico per me stesso ma anche per l’avvocato Mucciarelli, non mangiasse per un inverno, perderebbe oltre al grasso e al tessuto secco anche gli inquinanti presenti. Per quanto riguarda le concentrazioni di microinquinanti organici riscontrate da Muller, se consideriamo la tossicità legata a diossine, furani e PCB bastano 24 grammi per un giovane di 40 chili del campione a massima concentrazione. La questione di pozzi e falde, che è stata affrontata anche dall’avvocato Franchini e dall’avvocato Santamaria. Nell’affrontare la problematica relativa alle falde sottostanti all’area del Petrolchimico l’avvocato Franchini parlava del processo di contaminazione che si svilupperebbe tramite un processo di infiltrazione verticale, nonché dall’altro processo descritto come trasferimento orizzontale del percolato attraverso una stratigrafia di terreni dotati di bassissima permeabilità. All’avvocato Franchini va solo detto che non ci si può dimenticare del fatto che ci sono dei punti, alcuni sono stati anche individuati dell’area interna al Petrolchimico, in cui il livello argilloso, limoso, caranto, terreno dotato di bassissima permeabilità, risulta di limitato spessore o addirittura assente. In questi casi il rifiuto è a contatto diretto con la falda: si vedono relazioni di Aquater del ‘95 e gli atti del Corpo dello Stato. Ancora, per quanto riguarda il discorso relativo all’inquinamento da metalli pesanti e da sostanze alogenate, per il resto faccio rinvio alla relazione, viene detto dall’avvocato Franchini che si arresta alla profondità del caranto; sotto si può avvertire solo qualche traccia sostanzialmente poco rilevante di inquinamenti. A parte il fatto, dicevo prima, che questo caranto in certi punti è limitato o assente, è sufficiente rispondere ricordando quello che è il lavoro del Consorzio Venezia Ricerche, che è stato consegnato un rapporto recentissimo, dell’inizio del 2001, su incarico tra l’altro dell’Unione Industriali della Provincia di Venezia, che effettuava proprio una valutazione di questo tipo. Ne ho accennato in requisitoria, ma credo che questi, alcuni appunti, vadano ripetuti. Lo studio prendeva in considerazione analisi effettuate su terreni, acqua di riporto, cioè falda superficiale, acqua di prima falda e acqua di seconda falda. Nello studio viene indicato, a pagina 8, sia i terreni che la prima falda, e la falda superficiale, sono interessati da una contaminazione rilevante da metalli pesanti, IPA, solventi organoclorurati. E poi si dice ancora che si può intuire un certo grado di relazione tra le diverse matrici ambientali impattate, tali da consentire lenti processi di trasporto degli inquinanti più mobili dai terreni di riporto alle falde sottostanti. Questo equivale a sostenere che lo strato impermeabile non è continuo e lascia passare gli inquinanti. E il tutto viene supportato dai valori elevati di arsenico, mercurio, tricloroetilene, dicloroetano, presenti nella seconda falda. E si ricordi come in questo rapporto venga espressamente detto che questa indagine è stata effettuata su suolo e falde utilizzando i database forniti non dal Pubblico Ministero ma dalle ditte Montefibre ed Enichem. Con i criteri che sono indicati in questa relazione, a pagina 24 in particolare, erano stati scelti, erano stati indicati i cinque contaminanti indice, perché presenti, disponibili con maggiore frequenza di superamento dei limiti e sulla base anche dei livelli di contaminazione elevata. Si tratta di arsenico, mercurio, tricloroetilene, 1-2-dicloroetano, benzoperilene. I composti dicloroetano, dicloroetilene, anche nel decreto ministeriale 471 del ‘99 sono indicati come alifatici clorurati cancerogeni. E dalle tabelle che sono indicate nello studio del Consorzio, a pagina 25, risulta che vengono superati i limiti previsti nella falda superficiale, nella prima falda, e anche nella seconda falda, per i parametri, per tutti i parametri che riguardano dicloroetano, tricloroetilene, e mercurio per la parte ovviamente che ci riguarda; addirittura per il dicloroetano si parla di superamenti di 6500 o 13000 volte, per il tricloroetilene di 45% e 75% dei campioni, e del mercurio in misura più limitata, ma comunque per il 32% dei campioni anche per la falda profonda. E concludo sul punto dicendo che l’origine di questi 1-2dicloroetano, tricloroetilene e mercurio è univocamente legata al ciclo del cloro; risulta quindi evidente la loro diffusione al di sotto dello strato di caranto. Passo ad un’altra questione, che è quella che riguarda gli impianti di depurazione, molto rapidamente anche qui. E in particolare l’impianto biologico del Petrolchimico. Si diceva, si accennava, nelle relazioni dei consulenti del Pubblico Ministero, ma anche di Medicina Democratica, ricordo in particolare quella del dottor Mara, che l’impianto biologico del Petrolchimico, dove confluiscono tutti gli scarichi che sappiamo, non è in grado di depurare i composti organoclorurati. Questo era già stato detto dai nostri consulenti, ma ci sono due dati precisi che vanno precisati. In particolare, che questo impianto biologico, installato presso il reparto SG31 non sia in grado di eseguire alcuna depurazione dei composti clorurati organici, è documentale; e le fonti sono di origine aziendale ancora una volta. Innanzitutto c’è la dichiarazione, ma anche gli atti, del dottor Bruno Polo, che è un teste della difesa, che sull’impianto biologico in questione è stato responsabile per un bel numero di anni; e quando è stato sentito, il 28 marzo 2001 in quest’aula, proprio sulle domande che gli sono state fatte a questo proposito, il dottor Polo ha detto che l’impianto nuovo, e si riferiva al biologico, pagine 8 e 9 del verbale d’udienza, era stato fatto solo per il trattamento delle sostanze organiche carbonacee e non per il trattamento dell’azoto. E a pagina 15, sempre di quel verbale, continuava dicendo che l’impianto di trattamento delle acque clorurate, che entra in funzione all’inizio degli anni ‘80, dopo il trattamento specifico gli viene chiesto cosa succede, cosa funziona, c’era una confluenza di questo trattamento di acque clorurate con il biologico? E dice di no, però aggiunge: "L’unica cosa che è stata detta è che però le acque, che dovevano andare, che venivano mandate al biologico, fossero sicure, cioè dovevano essere sicure, perché l’impianto biologico è un impianto che tratta le acque organiche, non è un impianto che tratta i clorurati". Questo è il dottor Polo. E il documento specifico è quello che è stato già citato e prodotto, che riguarda gli atti ai quali ha partecipato sempre il dottor Polo, insieme a altri di Montedison e Montedipe, a Riva del Garda, nel settembre del 1981. Riguardava proprio le esperienze gestionali di questi impianti di depurazione delle acque reflue industriali dello stabilimento di Porto Marghera. E in questo documento si dice, in maniera chiara e in maniera specifica, ne leggo solo la sintesi: "L’impianto biologico non è in grado di eseguire alcuna depurazione dei composti clorurati organici". Ma non solo dice questo, dice: "Anche questi composti sono sostanze tossiche, in grado di pregiudicare l’intero sistema biologico di depurazione". Come scrive espressamente il dottor Polo, che ci dice pure che nei casi più gravi di tossicità è stata rilevata una diminuzione del rendimento di depurazione fino al 50-60%. Questi sono i documenti che superano qualsiasi dichiarazione testimoniale e tanto più dichiarazioni dei consulenti delle difese. Due righe ancora sulle diossine, per dire come le diossine siano stabili alla biodegradazione e pertanto non possono essere eliminate attraverso l’impianto di depurazione biologica in questione. Passo rapidamente ad altre questioni e alle relazioni cui accennavo anche questa mattina sull’intervento dell’ingegnere Carrara e sugli scarichi; mi limito, semplicemente, per motivi di tempo, a fare rinvio a questa nota. Così come faccio rinvio ad un’altra nota del professor Vladimiro Scatturin, che verrà in parte almeno illustrata dall’Avvocato dello Stato, perché concerne la consulenza tecnica depositata per conto del professor Foraboschi il 13 luglio 2001. Questa consulenza tecnica riguarda gli asseriti errori esiziali che avrebbero inficiato la consulenza del dottor Cocheo. E’ uno studio molto approfondito, molto tecnico, sicuramente complesso, che però smentisce le affermazioni del professor Foraboschi. Dell’intervento che c’è stato del dottor Ferrari risulterà negli appunti e nella nota allegata qualcosa di specifico, cito soltanto un punto relativo ai microinquinanti organici, perché di questi parlavamo poco fa. E ricordo soltanto come allo stato attuale, in questo momento ancora, relativamente all’impianto chimico, fisico, biologico, centralizzato dello stabilimento SG31 non risulta che siano ancora stati eseguiti gli interventi necessari per assicurare il trattamento corretto dei microinquinanti organici: diossine, furani, IPA, PCB. Questo è in fase di studio, di verifica, di realizzazione, perché c’è stato l’intervento, come ricordavo stamattina, di una norma di legge e in particolare del decreto ministeriale Ronchi Costa del 23 aprile 1988. Un ultimo punto sulla diluizione degli inquinanti al quale facevo riferimento poco prima. Guardate che questo problema della diluizione degli inquinanti non è emerso soltanto adesso, soltanto nelle fasi finali di questo processo; è un tema ben noto alle direzioni dello stabilimento Enichem, ne riparleremo quando affronteremo la questione dell’ingegnere Pisani, il quale ben sa che il Magistrato alle Acque insisteva per questo discorso di sistemare e di separare le reti delle acque di processo, delle acque di raffreddamento. E l’ingegnere Pisani, per Enichem, rispondeva che a prescindere dalla sua utilità, e questo è un problema di Enichem, dice che si tratterebbe di un intervento che stravolgerebbe l’attuale assetto idraulico dello stabilimento Petrolchimico, e che il solo progetto richiederebbe tempi assai lunghi; costi della realizzazione, sempre che possibile, compatibilmente con le attività degli impianti produttivi, sarebbero ingenti. E nessun contributo fornirebbero alla sostanziale tutela della laguna. Questo per dire che il problema diluizione concretamente è sempre stato posto, è sempre stato presente, si continua a non volerlo risolvere per problemi di costi, per problemi sicuramente non di tutela dell’ambiente, non di tutela di chi ci lavora dentro. L’ultima parte specifica che mi manca da affrontare è quella che è stata indicata dai professori Vineis e Zapponi, in relazione ai fatti di avvelenamento, ai danni e pericoli che sono ricaduti e che ricadono lungo la catena alimentare. Il riferimento ai professori Vineis e Zapponi viene a contestare quelle che sono le obiezioni mosse dal professor Pompa a proposito dell’influsso negativo che l’inquinamento in questione avrebbe avuto lungo la catena alimentare e alla sostenuta tesi, da parte dei difensori Montedison ed Enichem, della insussistenza dell’avvelenamento colposo. Anche per il professor Vineis mi limito a citare soltanto poche note. In risposta all’avvocato Stella dice il professor Vineis che l’avvocato Stella ha ignorato, nel suo testo, tutte le controdeduzioni presentate da Vineis stesso e da altri consulenti nel marzo del 2001 e che sono state acquisite agli atti del fascicolo nella parte finale del dibattimento. Quindi, per la massima parte, facciamo rinvio a quelle relazioni. Nell’intervento e nel testo dell’avvocato Stella, si lamentava che l’accusa non aveva considerato le classi di dosi alle quali sono stati osservati effetti cancerogeni e non cancerogeni a proposito della classificazione dei composti da dioxin-like. E invece i consulenti del Pubblico Ministero avevano fatto riferimento specifico al documento del gruppo di lavoro della Comunità Europea, il Comitato scientifico per l’alimentazione umana, e al documento della statunitense EPA. Documento in cui entrambe le agenzie riassumevano le osservazioni tossicologiche sperimentali ed epidemiologiche per stabilire oltre quale livello di esposizione possa manifestarsi un effetto sull’uomo. Sia il documento del gruppo di lavoro della Comunità Europea sia la valutazione dell’EPA giungono ad un’analoga stima, secondo cui un rischio per l’uomo da esposizione a composti da dioxin-like può manifestarsi oltre 1,4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Questa stima è stata tra l’altro confermata anche da recenti analisi e da studi del 2001, tra cui quello di Stilan sulla mortalità per tumori nelle coorti americane esposte a TCDD, tetaclorodibenzodiossine. Il fatto che la diossina, la TCDD sia nel gruppo uno della classificazione IARC, e altre diossine siano invece nel gruppo tre, riflette semplicemente il fatto che non esistono popolazioni umane esposte solo ad altre PCDD e PCDF anziché alla TCDD, e che sono stati condotti esperimenti sugli animali in modo incompleto e non soddisfacente. Affermazione delle difese, secondo cui gli adotti del DNA non rappresentano alcun indice di pericolo per la salute è falsa; vengono indicate delle tabelle, vengono riportati dei dati, vengono citati degli studi dal professor Vineis, in cui viene mostrato che il livello di adotti al DNA nei globuli bianchi è predittivo del rischio di tumori, e vengono indicati in maniera specifica quali sono i tumori, tra cui il tumore del polmone. Gli adotti misurati dalla dottoressa Venier, tuttavia, sono stati misurati nei molluschi come indicatori di esposizione e non nell’uomo come indicatori di rischio. Passo alle osservazioni del professor Zapponi sull’insussistenza dell’avvelenamento e ancora sulle TCDD, sulle diossine composti simili. E veniva criticata questa impostazione sulla cancerogenicità del professor Stella, che diceva: "La metà del comitato scientifico diceva una cosa; un terzo ne diceva un’altra". E quindi cercava di sminuire questo intervento. Per contro, deve ancora essere ribadito come deve essere dato particolare rilievo alle valutazioni anche di altri enti, sia statunitensi che internazionali, quali IARC, Organizzazione Mondiale della Sanità, Comitati Scientifici Europei. La cancerogenicità della 2378 TCDD non è un tema sul quale sussistano dubbi e incertezze come potrebbe far emergere il professor Stella. Gli enti scientifici statunitensi di maggior rilievo, quelli indicati ed il Comitato Scientifico Europeo, tutti classificano la TCDD come cancerogeno per l’uomo. Qualsiasi altro dato non è corretto ed è fuorviante; e queste indicazioni sono vincolanti per l’Italia. La non osservanza di questo criterio, come affermato dal Comitato Scientifico Europeo, comporta una possibile e grave sottostima del rischio. Nelle relazioni della difesa, questo aspetto ritenuto fondamentale a livello internazionale, è sostanzialmente ignorato. E su questo punto, infine, è da rilevare, e si fa rinvio alla consulenza già depositata per il resto, che indipendentemente dal significato e peso dato dai vari enti alla cancerogenicità rispetto ad altri aspetti della tossicità, tra i quali effetti sulla prole, etc., capacità riproduttiva, etc., le conclusioni a cui giungono questi enti sono che la esposizione di fondo delle popolazioni umane è già a livelli alti da portare ad un superamento dei parametri di superamento, sia in termini di rischio cancerogeno che di rischio non cancerogeno, per una considerevole parte della popolazione. Ed è per questo che è importante il significato di tutte quelle che vengono chiamate le dosi aggiuntive. Il professor Stella, nella sua relazione, cita uno studio di Ballarba del ‘99 e di Baiarri del 2000 sulla stima della concentrazione di fondo di diossine e furani. E viene indicato un livello medio di concentrazione dell’ordine di circa 0,17 picogrammi per grammo. Sulla base di questi dati l’uso alimentare di bivalvi, provenienti dall’area industriale di Venezia, comporta, e dico per il momento come media, e quindi non come valore estremo di una serie, comporta un’esposizione dell’ordine di quattro o cinque volte di quella corrispondente a un consumo di pari entità di bivalvi, provenienti dalle aree sostanzialmente non inquinate della laguna stessa. E’ un’esposizione circa dieci volte maggiore di quella corrispondente a un pari consumo di bivalvi dell’Adriatico, contaminati a livello di fondo in questo mare. Chiaramente, se si fa riferimento al valore massimo rilevato nell’area industriale della laguna, 4,9 picogrammi, questo rapporto diviene molto più alto, rispettivamente di un fattore, circa 10 e circa 20. In conclusione queste considerazioni consentono facilmente di stimare e di dare il giusto peso alla esposizione aggiuntiva. Ancora nella relazione dell’avvocato Stella è citato un parere dell’Istituto Superiore di Sanità per il Ministro della Sanità del 21 novembre 1996, a cui hanno collaborato i dottori Di Domenico, Tullio Baldassarri e altri, nel quale viene riportata una valutazione dell’inquinamento dei bivalvi della laguna veneta. Questa valutazione indica una condizione che non desta particolare preoccupazione e dice: "E’ immediatamente necessario sottolineare che questa analisi innanzitutto era finalizzata a fornire indicazione sulle aree di pesca e di allevamento di bivalvi e non ai prodotti provenienti dall’area industriale, il cui consumo era all’epoca già interdetto". Ove si legga, direi con minimo di attenzione, il documento citato dal professor Stella, appare immediatamente che dei 20 campioni esaminati, 1 solo è stato prelevato nell’area industriale della laguna, che non era oggetto specifico di indagine; 1 solo è stato prelevato presso l’area industriale e i restanti 18 da allevamenti di vongole e mitili che erano oggetto dello specifico studio. Questi dati tra l’altro fanno parte del complesso di dati inclusi nella relazione di perizia per la Procura Circondariale acquisiti Bonamin, Di Domenico ed altri. Sorprendentemente questa relazione di perizia è stata completamente ignorata dalla difesa degli imputati, come ignorati sono i successivi lavori scientifici pubblicati dagli stessi ricercatori, tra cui anche il professor Zapponi. In sostanza quindi la relazione dell’avvocato Stella fa paradossalmente, ma non tanto forse, riferimento all’unico documento dell’intera indagine che non è pertinente la valutazione dell’inquinamento dei sedimenti e dei bivalvi dell’area industriale, trascurando proprio l’indagine che gli stessi ricercatori hanno effettuato analizzando ben altri campioni e giungendo ad altre conclusioni. E è del tutto evidente che la citazione di una sola parte minoritaria e non pertinente dell’ampio quantitativo di dati di valutazione è fuorviante e non corretta. Un altro argomento trattato dalla difesa degli imputati è quello relativo ad una frase della consulenza predisposta per l’allora Procura Circondariale dai consulenti Simonato, Tomatis, Vineis e Zapponi, indicati poi dallo stesso avvocato Stella come tre grandissimi esperti. La conclusione dello studio di epidemiologia geografica, curato in particolare dal dottor Simonato e citato dall’avvocato Stella, è: "Non emergono, dall’analisi di questi dati, elementi che depongono a favore di un rischio più elevato nella popolazione lagunare rispetto a quella di terraferma...". E’ da sottolineare però che questa frase nella consulenza prosegue: "...mentre dall’insieme della crescita nel tempo in alcune sedi tumorali – che vengono indicate – emerge la necessità di indagini più approfondite per poter individuare fattori eziologici fra i quali vanno incluse anche esposizioni legate all’inquinamento della laguna", pagina 22. E’ evidente che la presentazione dell’intera frase fornisce un’informazione ben diversa di quanto non faccia un solo pezzo di questa frase. Comunque, al fine di correttezza scientifica oltre che di correttezza dell’informazione, va aggiunto anche che immediatamente prima nella stessa consulenza viene citato che erano stati confrontati nelle tabelle i tassi di incidenza standardizzati delle U.L.S.S. di Venezia e Mestre per alcune sedi che erano state selezionate in rapporto alle conoscenze disponibili su possibili organi di bersaglio per le diossine e il cadmio che vengono indicati. Qui si concludeva dicendo che la crescita nel tempo di alcune sedi tumorali, citata da Simonato, Tomatis, etc., riguarda anche tipologie di tumori associate a diossine come linfomi non Hodgking e come linfomi non Hodgking e al cadmio. In conclusione gli stessi esperti confermano di ribadire il divieto di pesca per le aree della laguna caratterizzate da inquinamento industriale che sono state indicate in quella perizia alla quale si fa espresso rinvio. Oggetto di estesa discussione poi è stato anche sia durante le udienze dibattimentali dei consulenti tecnici sia durante l’arringa il quantitativo di bivalvi che viene o può venire consumato dalla popolazione a rischio. Non è facile interpretare la relazione del professor Pompa citata più volte dall’avvocato Stella perché usa terminologie differenti. A pagina 8 della relazione Pompa si cita: "Quelli che mangiano più molluschi sono quelli dell’estuario delle isole, che mangiano 7 grammi di cozze e 20 grammi di vongole". Il verbo "mangiano" almeno in teoria implica che questi grammi si riferiscano al prodotto oggettivamente ingerito, ovviamente se viene mangiato. Nella relazione Pompa poi si parla di resa, di consumo netto e i valori piombano allora giù a qualche unità o all’unità. E’ stato fatto un lavoro molto particolareggiato e approfondito dal professor Zapponi, non ve lo sto a illustrare per le ragioni note di tempo, che fa riferimento a tutta una serie di manuali e anche alla conoscenza comune e notoria per quanto riguarda l’uso di bivalvi in cucina. Si fa riferimento a quelle che sono le indicazioni delle associazioni professionali, a quelli che sono i manuali della letteratura pertinente, per concludere in una certa maniera sui quantitativi necessari per preparare certi piatti che sono di uso comune sicuramente nelle zone nostre, nella zona veneziana. Vi leggo soltanto, appunto per ragioni di tempo, le conclusioni di questi approfondimenti, anche interrompendo così la serie di calcoli per certi versi anche banale senza procedere ai casi più estremi, ai casi delle persone più deboli che sono state anche indicate in questo dibattimento, ad esempio dall’avvocato Partesotti. Ci si limita allora a osservare che alla luce di usuali ricette e usuali dati notori di culinaria i consumi ipotizzati nelle perizie del professor Pompa sicuramente non corrispondono alla realtà e i dati invece riportati dal professor Zapponi nella parte indicato e dal dottor Raccanelli nella parte della sua consulenza non sono sicuramente irragionevoli nell’ipotesi di effettivi consumatori di prodotti ittici. Non sono frutti di fantasia né del Pubblico Ministero né dei suoi consulenti. Per quanto concerne l’ipotesi citata del professor Pompa di 2,1 grammi/persona al giorno appare appropriata questa al caso di individui che non mangiano questi bivalvi o che li consumano in modo del tutto sporadico. L’ipotesi di consumo di bivalvi proposta dalla difesa, dicevo, è del tutto irragionevole nel caso di individui che consumino anche moderatamente prodotti ittici e bivalvi come certo accade nella zona veneziana. Mangiare una o due volte al mese nei ristoranti o a casa questi prodotti ittici, in particolare vongole e cozze comporta ingestioni molto più elevate rispetto all’ipotesi indicata dal professor Pompa. Le tabelle del professor Zapponi sono state indicate, lo stesso quelle di Raccanelli, mi rinvio direttamente. Anche in questo caso qualora sussistano dubbi la migliore consulenza può essere fatta, e invito il professor Pompa a farlo, rivolgendosi a qualche ristoratore veneziano o magari alla signora se è abituata a cucinare dei prodotti ittici. Concludo – vado davvero verso la conclusione – per la parte ambientale e per la parte del disastro e voglio concludere ribadendo e rimarcando il valore enorme, direi incommensurabile della laguna di Venezia tanto bistrattata prima delle industrie e da coloro che l’hanno inquinata e poi da avvocati e professori vari in quest’aula che hanno poco a che fare probabilmente con questo ambiente lagunare e per i quali magari ogni specchio d’acqua è uguale a qualsiasi altro. In particolare l’avvocato Stella nella sua relazione affermava che la laguna di Venezia non ha più nulla di un ecosistema naturale. Si tratta di un sistema fortemente antropizzato e gestito dall’uomo, soggetto da secoli a profonde modificazioni della sua struttura naturale e dunque profondamente alterato. Siamo d’accordo sul fatto che si sono verificate importanti modifiche sul piano morfologico e funzionale, le più delle quali dopo la caduta della Serenissima sono collegate all’attività del polo chimico di Porto Marghera. Siamo d’accordo ancora con lui che siamo in presenza di un ecosistema naturale guidato dalla mano dell’uomo, ma forti sono ancora i tratti naturali, specialmente per quel che riguarda i tanto trascurati processi ecologici. Guardate che non è un discorso che faccio solo io, perché è un discorso che viene riportato come ecosistema ad esempio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti quando approfondisce gli studi in questa materia e dice letteralmente: "La storia della laguna può essere ben definita con un neologismo ecodinamico, nel senso che si tratta di una storia relativa ad un sistema naturale in continua evoluzione, particolarmente interessante sul piano ecologico e che si intreccia con la storia nota e altrettanto interessante e meravigliosa della città e della sua civiltà". Ma anche studi e approfondimenti su questo particolare ecosistema lagunare sono stati fatti dall’UNESCO proprio con questo titolo: L’ecosistema della laguna di Venezia. Non voglio citare a lungo altri, mi limito solo a far riferimento a studi del CNR, dell’Università di Ca’ Foscari, al laboratorio di Playmouth nell’Inghilterra, agli istituti di ricerche marine olandesi, all’École Normal Superior de Paris e agli istituti oceanografici degli Stati Uniti. Tutti fanno riferimento ad un ecosistema e vi fa riferimento addirittura il professor Cescon, che magari se n’è dimenticato poi in quest’aula quando ha parlato al Tribunale, perché in un testo pubblicato di recente, nel 2000, il professor Cescon è il primo indicato, ma c’è una serie di altri autori, si fa espresso riferimento a questo sistema naturale e si dice letteralmente che la laguna di Venezia rappresenta un sistema naturale di particolare interesse scientifico, quindi che quanto meno consulenti della difesa, almeno tra loro, si mettano d’accordo su questo discorso di ecosistema. Sebbene antropizzato, l’ecosistema lagunare veneziano rimane ancora, quindi, un ecosistema e di questo ecosistema vanno allora indagati i più caratteristici aspetti e processi ecologici e vanno individuati rischi, pericoli e danni causati. Ed è quello che l’accusa ha fatto nel corso del dibattimento. Qualcuno ci sembra voler liquidare la questione scavalcando i problemi con un semplice: "La laguna di Venezia non ha più nulla di un ecosistema naturale", quasi si trattasse di una fossa asettica. Si tratta, anzi, di un ambiente già impattato, sì, ma che va trattato con maggior rispetto perché minore è la sua capacità di recupero. Concludo questo intervento ricordando come questo concetto sia stato ben compreso e ribadito addirittura da sentenze della Suprema Corte di Cassazione che ripetutamente è intervenuta a tutela di questo particolare e delicatissimo ambiente. La Corte di Cassazione in alcune sue sentenze ripercorreva l’excursus storico che aveva condotto all’affermazione di questa normativa speciale per Venezia e tra l’altro, ricordando come il legislatore banalmente ma casualmente con l’entrata in vigore della legge Merli avesse abrogato anche la legge speciale per Venezia, almeno in alcune sue parti, la Cassazione ricorda come è considerata proprio l’assurdità di questa formula abrogativa e le numerose contestazioni che si erano fatte che rendevano inapplicabili per Venezia tutte le leggi speciali, ricorda i commenti allarmati della dottrina giuridica della scienza ambientalista e in pochi mesi da questa entrata in vigore della legge Merli il legislatore è corso ai ripari in sede di conversione del decreto legge numero 544 del ‘76 introducendo proprio una specifica deroga alla generale portata abrogativa della legislazione nazionale. Questa sentenza della Corte di Cassazione è la numero 2180 del 1997. Ma le due sentenze - ne cito una sola perché sono praticamente analoghe – che voglio portare in conclusione sono del 1998, una del 22 giugno e l’altra del 9 novembre del 1998. Questo proprio per rispondere agli interventi di tutti i difensori degli imputati. Dice la Cassazione: "Premesso che non si dubita ad alcuna delle parti del carattere di specialità della disciplina normativa dettata per la laguna di Venezia, va ricordato come da tempo la giurisprudenza di questa Corte si sia orientata per una interpretazione non letterale della norma incriminatrice, bensì mirata alla tutela del particolare ecosistema della laguna suddetta". Queste affermazioni sono importantissime proprio perché sempre la stessa sentenza in fondo, così come quella successiva, dice che la legislazione speciale per Venezia è concepibile solo in termini di ulteriore rigore e non viceversa. Così concludo ricordando come questo delicatissimo e unico ecosistema lagunare debba essere tutelato in tutti i posti, a tutti i livelli, anche in sede penale, anche davanti a questo Tribunale.

 

Presidente: va bene, grazie, Pubblico Ministero. Allora, lei riprenderà domani, d’accordo. Mi scusi, venerdì, alla prossima udienza. Adesso chi interviene delle parti civili?

 

AVVOCATO TODESCO

 

Avvocato Todesco: avvocato Todesco per eredi Bertaggia. Io deposito - e quindi parlerò pochissimo – una breve memoria illustrativa degli argomenti e una nota spese di specifica attività da me svolta, che magari deposito a termine dell’intervento. Non ho molto da dire, come dicevo, il tempo a disposizione è molto ridotto e gli argomenti sostanziali di questa vicenda sono tutti legati al confronto validità o disconferma delle ipotesi peritali, però sono stato chiamato in causa sia dal professor Stella sia dall’amico avvocato professor Rodolfo Bettiol stamani e vorrei fare solamente alcune precisazioni che mi stanno un po’ a cuore. Non mi sembrava davvero di aver prospettato una teoria delle prove penali nuova di zecca, credevo anzi di essermi agganciato alla più tradizionale delle teorie delle prove penali. Evidentemente sono stato capito male, anche perché quell’idea di ipotesi preferibile è stata per necessità di tempo così sintetizzata dal non aver avuto una esposizione così completa come avrebbe probabilmente meritato. Ora, io sostengo che complessivamente l’ipotesi epidemiologica Comba-Pirastu mi sembrava, secondo la terminologia accettata in ambiente scientifico, valida ed informativa. Valida perché esente da errori sistematici e informativa perché forniva elementi che ponevano in grado di formulare una ipotesi, di fare una affermazione con contenuto di verità ragionevolmente apprezzabile. Ora, il mio giudizio, già l’ho detto e non mi ripeterò certamente, si basava sulle caratteristiche dell’indagine, sia per l’impianto e quindi per gli istituti nazionali che vi partecipavano sia per il rispetto dei criteri per la valutazione della causalità in epidemiologia elaborati da Servilla sia per le conferme di decine e decine di studi di coorte effettuati in Europa ma anche negli Stati Uniti, in Russia e in altri Paesi, in Canada e in Australia. Ora, i risultati della ricerca sono ben noti e cioè i significativi aumenti di mortalità per tumore epatico e anche per tumore polmonare tra i lavoratori esposti alle polveri di PVC e CVM. Questi risultati autorizzano l’affermazione che la persuasività scientifica dell’evidenza epidemiologica relativa all’associazione tra CVM e lo sviluppo di neoplasie è molto alta. Ora, io considererei questo come un contesto di scoperta, naturalmente da sottoporre a verifica secondo lo schema per me chiarificatore del dottor Fassone e cioè da contesto di scoperta a contesto di ricerca, valutazione delle ipotesi iniziali, nuovo contesto di scoperta e così via nel corso dei giudizi probabilistici l’uno successivo all’altro. L’indagine biologica e le relazioni del professor Forti e del professor Rognoni mi sembravano una conferma dal punto di vista sperimentale in biologia, anche se su animali naturalmente, dell’ipotesi epidemiologica e quindi che fosse, come dice il professor Forti e come dice il professor Rognoni, assolutamente indiscussa la multigenicità del cloruro di vinile monomero, tanto che è stato evidenziato, individuato il meccanismo che porta alle modificazioni di quel gene all’interno del DNA che presiede, che codifica la divisione cellulare. Ora, alla luce, sullo sfondo di queste indagini e della conferma che esse reciprocamente fornivano, ho esaminato il caso di Monetti Cesare, che si ritrovò aggredito da ben quattro cancri contemporaneamente, due – mi pare di aver capito – un carcinoma e un angiosarcoma al fegato, uno al polmone e uno al cervello, in persona non fumatore e non bevitore. Il dottor Bracci disse: "E’ talmente eccezionale il caso da parere di per se stesso di conferma dell’ipotesi di oncogenicità del CVM e PVC, tanto più che per quello che riguarda il cancro al polmone un particolare tipo di cellule - le grandi cellule, vengono così descritte dal dottor Bracci – è stato riscontrato in letteratura come molto legato, più volte legato all’ipotesi di esposizione a cloruro di vinile monomero". Io ritenni allora, esaminando poi il caso Bertaggia che mi sta più a cuore, che anche per Bertaggia fosse possibile una ricostruzione ragionevole del decorso causale e cioè che, avendo lavorato Bertaggia per diciannove anni all’interno del Petrolchimico, nel 1976 gli venne riscontrata, dopo circa quindici anni di lavoro, una epatopatia cronica da cloruro di vinile e nel 1995 un cancro al polmone che lo porterà a morte nel 1997. Noi di Bertaggia sappiamo che dal 1960 fu massicciamente esposto come manutentore all’interno del Petrolchimico a dosi di polveri di PVC e CVM e questo ce lo dice il testimone Donaggio oltre ai documenti di cui ho parlato nel corso del mio precedente intervento, ce lo dice il Donaggio che ci descrive quali erano le condizioni in cui il lavoro veniva svolto, condizioni a dir poco – mi sia consentito il termine un po’ deciso – brutali. Si sa che i macchinari erano obsoleti, questo è documentalmente provato; si sa che i criteri utilizzati, gli ordini dati ai manutentori erano tali per cui l’esposizione dei manutentori alle polveri era particolarmente significativa; sappiamo anche che la ricerca epidemiologica indica una forte associazione all’insorgenza di forme tumorali con esposizione a PVC e CVM e sappiamo che vi è la conferma biologica sul meccanismo di insorgenza tumorale grazie al PVC-CVM. Tutto ciò mi portò a concludere per l’esistenza del nesso causale al di là di ogni dubbio secondo me ragionevole, qui rispondo al mio gentile contraddittore, perché dubbio ragionevole o non ragionevole dubbio? Semplice, perché preferisco che l’enfasi del discorso, della frase, termini sulla parola ragionevole piuttosto che sulla parola dubbio. Dissi anche che tanto più mi sembrava fondata la mia affermazione se si esamina il problema sotto il profilo concausale. Se è vero che in base al principio dell’equivalenza delle cause va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito anche in maniera indiretta e ridotta alla produzione dell’evento, beh, anche a voler concludere che vi fosse un processo oncologico concorrente, il fumo si dice forse ma non si sa perché nulla è dimostrato, l’efficacia concausale dell’esposizione a polveri di PVC e CVM mi sembrava provata con nettissima probabilità. Se ho ben capito, il discorso del professor Stella, sulla cui tensione etica siamo – credo – in quest’aula tutti d’accordo, è che dal momento che il coefficiente percentualistico delle leggi di copertura nelle indagini sopracitate non è vicinissimo a 100, non se ne può dedurre la catena causale per l’imputazione dell’evento all’agente hic et nunc. Io, se ho capito bene, ritengo che questa sia una prospettazione troppo parziale del problema della prova causale, cioè non credo che si debba esaminare il coefficiente percentualistico di ogni singola legge statistica di copertura per poi decidere se sia vicinissimo a 100 e se non è vicinissimo a 100, la legge di copertura va disattesa. Credo invece che, come per tutti gli elementi di prova, anche qui debba intervenire quel giudizio complessivo che si costruisce sulla base di successivi giudizi basati sulla tutela della probabilità e che il dottor Fassone esplica con quel meccanismo per me chiarificatore, lo ripeto, del contesto di scoperta e del contesto di ricerca. Perché sono la Cassazione e tutta la dottrina che ci insegnano che si esamina il complesso della prova penale per giungere ad evidenziare un tessuto probatorio, un quadro probatorio complessivo dove i singoli elementi vengono valutati per la loro pluralità, per la loro gravità, per la loro precisione, per la loro convergenza in relazione al thema probandum, per giungere quindi ad una ricostruzione logica ed unitaria del fatto ignoto. Io non so se vi siano leggi probabilistiche tra l’altro che giungono ad un coefficiente percentualistico vicinissimo a 100 o se in realtà... mi sembrava di capire che lo stesso professor Fides dicesse dal punto di vista del clinico che ci si accontenta di probabilità anche minori quando si deve agire così come deve agire con decisione il Giudice penale. Ma quello che mi interessa soprattutto, mi piacerebbe che su questo si aprisse un discorso anche con l’amico Bettiol, è che viene affermato un principio di carattere generale che deve dirigere l’azione giudiziale in questo punto e quindi non più legato ai criteri di valutazione di intervallo di confidenza in epidemiologia, ma ad un principio di carattere generale che è che quando i costi di una decisione sono particolarmente alti o inauditi, ebbene, allora anche margini di errore estremamente ridotti - ha parlato Stella dello 0, 0,5% - sono inaccettabili perché il principio è che è meglio che un colpevole vada assolto piuttosto che un innocente vada in galera. Certo, il principio è assolutamente condivisibile e condiviso, ma temo che... o perlomeno il mio parere è che vi sia innanzitutto una specie di eco, mi suona nella memoria un’eco quasi di prova legale, io non voglio certamente mancare di rispetto a nessuno dei miei contraddittori, ma fissare termini percentualistici così precisi mi suona in qualche modo in contraddizione con ciò che ho studiato nel diritto penale in relazione alla prova e non vorrei che in questo modo si portasse il Giudice a diventare mero portavoce delle opinioni degli esperti o forse nel nostro caso di un settore degli esperti. Ma dicevo che il lavoro di prospettiva è che a mio parere dire che la decisione giudiziale deve raggiungere un coefficiente percentuale di approssimazione alla "certezza" o "verità" vicinissimo a 100 significa porre al Giudice una meta che non è compito del Giudice avere. Voglio dire, Cordero molto tempo fa nella diatriba sul processo accusatorio, ma tutti gli altri hanno sostenuto che il Giudice deve procedere secondo logica, coscienza, poi Capograssi citato dal professor Stella è maestro nelle diatribe... anzi, diatriba... nella corrispondenza che ebbe con Carnelutti, cioè che questa ricerca di una meta quasi assoluta suona un pochettino come la ricerca di una verità similassoluta, riecheggia contenuti o perlomeno echi di quei discorsi sulla verità assoluta, sulla verità materiale che sono stati alla base di una cultura giuridica che ha preceduto la cultura che si è innescata col Codice di Procedura Penale ora in vigore. L’errore, mi sembra, se errore è, sta nell’aver posto al Giudice in questa prospettiva una meta finale, mentre il Giudice deve porre tutta la sua attenzione sulla metodologia di indagine, sul rispetto della via della razionalità e dell’obiettività, su quella che Cordero chiamava la ineccepibile forma morale. Proprio Capograssi disse: "La verità del risultato uscirà spontaneamente dalla purezza dei mezzi". Io ricordo che grandi processualisti... un grande processualista in particolare affermò proprio che è la tradizione inquisitoria che, rifiutando ogni limite pur di trovare il bandolo della decisione giusta, si orienta verso una interpretazione numerica e statistica del probabile che tende ad assumere toni oggettivi. Il modulo accusatorio invece ripudia qualsiasi conoscenza considerata necessaria od assoluta, reputandola estranea all’esperienza giudiziaria ed estranea all’esperienza umana anche, perché tutto il modello accusatorio è pervaso da una dimensione umana del probabile, dimensione che è misurabile in base ad una scala che indica i gradi di conferma successivamente raggiunti delle ipotesi accusatorie e qui ritorno alle ipotesi di schema del dottor Fassone, e l’unità stabilita come termine di rapporto è la ragionevolezza che compare tutte le volte che l’organo giurisdizionale deve portare un giudizio, deve fondare un controllo sulla fondatezza dell’accusa. Questo discorso sulla ragionevolezza a mio parere consente anche di risolvere la questione relativa all’ipotesi preferibile e al ragionevole dubbio. E’ stato detto stamani che la mia terminologia dal punto di vista logico non è perfetta e me ne scuso, ma credo che la sostanza del discorso verrà compresa ugualmente. A mio parere decisione ragionevole è quella presa, come dice Cordero, dopo aver dato fondo a tutte le possibilità probatorie logiche utilizzando, come dice Capograssi, i criteri della razionalità, cioè esclusione delle intuizioni e della obiettività, cioè esclusione dei giudizi di valore. Tutti noi sappiamo che questo ci consente di giungere non alla verità assoluta o similassoluta, ma ad una verità giudiziale convenzionale, il cui valore è garantito dal rispetto di determinati standard probatori nella metodologia. Questo ha corrispondenza immediata alla caratterizzazione razionalistica del conoscere per cui è certo possibile la verità attuale su eventi passati, ma non si tratta di verità, ma si tratta di convinzione basata sul rispetto di determinati standard probatori, per cui è sempre la conoscenza di eventi passati basata su prove insufficienti, è sempre questione di probabilità e mai di certezze. Qui ritengo che stia proprio la tensione etica del processo, tra questo confronto tra compito quasi sovrumano del decidere e i mezzi a disposizione, che però con Capograssi ritengo debbano rimanere non quelli di una approssimazione percentualistica, ma quelli della obiettività e ragionevolezza, che sono proprio poi i criteri attraverso cui si giunge a quell’incrollabile convincimento di cui parla il mio contraddittore che i termini più tradizionali descrivono come l’intimo convincimento giudiziale. Ancora Capograssi, è il luogo ove giunge il Giudice dopo aver seguito, fino in fondo, la linea sicura della logica obiettiva dell’azione e della legge. Allora il decidere è veramente la fine del dubbio, il non ricercare più il quietarsi. Questo unicum, appunto perché tale, non è sottoponibile a analisi, e tanto meno a regola. Cosa c’entra tutto ciò, diranno, con l’ipotesi preferibile? C’entra, perché la decisione che viene presa, viene presa preferendo un’ipotesi e scartandone un’altra, cioè nell’ordine naturale delle cose, ma tanto più nella natura del processo accusatorio, dove la verità convenzionale si raggiunge attraverso la contrapposizione tra due tesi opposte, che vengono verificate, e nei cui confronti viene operata una scelta. Come disse Rodolfo Bettiol, molti anni fa, a Bassano, in un convegno, cui partecipammo entrambi. Come si giunge allo scegliere tra due ipotesi, qui il mio intervento precedente è stato particolarmente carente, perché il primo passo è quello di sottoporre l’ipotesi d’accusa a una valutazione di consistenza per così dire interna. Prima ho parlato della valutazione degli elementi di prova, per descrivere il quadro probatorio complessivo, il tessuto che esce dalla combinazione di tutti i fili, utilizzando quel criterio di probabilità composta di cui la dottrina parla ripetutamente. Per passare poi a valutare se esistono ipotesi alternative, altrettanto consistenti, con altrettanta capacità esplicativa, e ponendola a confronto con l’ipotesi di accusa. A quel punto operando una scelta, perché la colpevolezza legale, ritenuta a seguito dell’istruzione probatoria in dibattimento, è probabile più di qualunque altra ipotesi alternativa che spieghi i fatti del caso; ed inoltre è tanto probabile da dissolvere ogni dubbio ragionevole. Perché non si tratta di porsi sul piano della realtà, ripeto, ma sul piano della conoscenza. Io credo che un giudizio di conoscenza empirica sia sempre formulato induttivamente e che abbia inevitabilmente la forma dell’ipotesi probabile; spiegare il fatto significa spiegare un’ipotesi così probabile, da poter essere scelta come vera, relativamente ai dati a disposizione. Quali sono però i criteri – e concludo – che reggono nella decisione tra le due ipotesi che abbiano entrambe un valore esplicativo? Gli esperti le indicano nel rigore logico, nell’idoneità a spiegare il maggior numero possibile di aspetti controversi della vicenda, nella resistenza ai test di falsificazione, nella coerenza con tutto il materiale probatorio disponibile, nel riscontro con altri mezzi probatori e nella coerenza con le nozioni sul comportamento umano. Quindi le nostre conclusioni sono le seguenti. L’ipotesi di sussistenza del nesso causale, per le ragioni che ho detto, è idonea a spiegare il maggior numero possibile degli aspetti della vicenda; resiste ai test di falsificazione grazie ai risultati della prova peritale; è coerente con il materiale probatorio disponibile e trova riscontro in altri mezzi probatori. L’ipotesi di insussistenza del nesso causale invece non è idonea a spiegare i risultati delle inchieste epidemiologiche, i risultati delle ricerche sperimentali biologiche, non fornisce una ragionevole spiegazione alternativa alle insorgenze tumorali, non è coerente con il materiale probatorio consistente nella prova documentale e testimoniale che è stata raggiunta. E allora possiamo anche concludere sul dubbio ragionevole, e concludo davvero, credo che il dubbio ragionevole possa essere soltanto quello corposo, consistente, inquietante, che resiste, che permane, dopo che si è stati a fondo, e ritorno a Cordero, a tutte le possibilità probatorie e logiche sostenute, sorrette dai criteri della ragionevolezza, della razionalità, dell’obiettività. Credo che dubbi infinitesimali non siano ragionevoli ma siano del tutto irragionevoli, paralizzanti, equivarrebbe a dichiarare inconoscibile alla realtà. La giurisprudenza, proprio la Corte d’Appello di Torino ha avuto modo di affrontare questo problema, ma mi riferisco alle poche note scritte che deposito. E’ stato detto anche, chi di noi non è perfettamente d’accordo con questa prospettazione? E’ stato detto anche che la presunzione di innocenza pretende che l’imputato vada assolto quando vi sia un dubbio sulla commissione del fatto o sulle altre fattispecie, ma la presunzione di innocenza non è una predizione di risultato, è una direttiva che viene data alle autorità affinché non tenga conto della presunzione di colpevolezza nel trattamento dell’indagato, come dice De Franchis in relazione al processo inglese. E’ quindi una regola di giudizio e non significa che l’imputato è da assolversi in presenza di qualsivoglia dubbio, ma di quel dubbio ragionevole che abbiamo cercato di spiegare in questa sede di replica, e cioè quel dubbio che resiste a tutte le attività probatorie, sorrette dalla ricerca più approfondita e che portano alla descrizione di un quadro probatorio che nel suo complesso va considerato e non spezzettato nei singoli argomenti per valutarne il grado di convincimento e di forza probatoria. Io credo che, come ho detto l’altra volta, e concludo nello stesso senso, questo metodo di procedere, il consenso al metodo giurisdizionale di composizione delle liti, sia quindi una decisione ragionevole - su questo ai aprirebbe un interessante tema di confronto - e sorretta da una adeguata razionalità. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato. L’avvocato Vassallo.

 

AVVOCATO VASSALLO

 

Avvocato Vassallo: signor Presidente, signori del Tribunale, il tempo che mi è concesso è di circa mezz’ora, quindi cercherò di corrispondere alle richieste e alle esigenze anche degli altri colleghi. Il mio intervento di replica è limitato a due punti sostanzialmente. Uno relativo a quello che avevo già esposto nella mia arringa, e cioè il dovere di sicurezza del datore di lavoro, e rivolgerò quindi delle brevi considerazioni di precisazione su questi argomenti, soprattutto quelli spesi da alcuni difensori degli imputati; e il secondo quello relativo al risarcimento del danno richiesto dagli enti, soprattutto nella parte critica relativa esposta dal professor Padovani. Per quanto attiene il primo punto, il dovere di sicurezza, mi sembra che ne abbiano parlato soprattutto i colleghi Pulitanò e Accinni, e in parte Baccaredda poi. Tutti, ma soprattutto i primi due, partono da una premessa che mi sembra comune ad entrambi, che si fonda su un principio basilare di premessa: l’oggetto della prevedibilità, cui ancorare il giudizio di colpa sulla colpa dell’imprenditore, non può che essere ravvisato, dice l’avvocato Accinni, nell’evento effettivamente e concretamente verificatosi. La violazione del dovere di diligenza può quindi sussistere solo alla condizione minima che circostanze di fatto e conoscenze normologiche fossero sussistenti al momento della iniziazione della condotta, e fossero altresì idonee a consentire l’individuazione dell’evento. Una prima critica che mi viene subito da fare è che ho la sensazione che vi sia una confusione tra evento e causa che l’ha determinato. Come cercherò di dimostrare velocemente, ritengo che in realtà non è per nulla detto, e anzi la giurisprudenza è del mio parere, non certo quello esposto dai colleghi, che si debba prevedere come evento la causa che determina la condotta, anzi l’evento che é previsto dalla norma incriminatrice. Mi spiego meglio. Io non devo assolutamente prevedere la morte o la lesione, quello è l’evento; non posso non necessariamente rappresentarmi specificatamente e in concreto la causa che determinerà l’evento alla lesione. In pratica io non ho nessun bisogno di sapere che una determinata attività lavorativa potrà determinare un carcinoma nel soggetto che lavora con il materiale di cui noi ci occupiamo; ma è necessario che io sappia che quel materiale con cui sta lavorando quel dipendente è un materiale pericoloso, che può recare lesione, che può creare morte, che può creare lesioni. Questa è la tesi che io espongo, ma che ripeto, come vedremo tra poco, è quella che è assunta dalla maggioranza, direi forse dalla più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione. I colleghi si sono riferiti poi anche all’articolo 21 del D.P.R. del ‘56, e sono giunti ad affermare che la regola cautelare, imposta da una norma speciale, quale questa, intanto si può ritenere operativa in quanto, dicono, l’evento verificatosi sia almeno riconducibile al tipo di evento che la norma recita, e quindi la regola intende prevenire, essendo insita dice l’avvocato Accinni nello stesso precetto violato. Mi riferisco al verbale stenotipico dell’udienza dell’11 luglio 2001. Sappiamo anche che l’avvocato Accinni, lo sappiamo dalla sua memoria, ha richiamato la sentenza nota della Corte d’Appello di Torino; so già che stamattina il Pubblico Ministero ha richiamato la vostra attenzione sul fatto che quella sentenza richiamata in realtà è stata regolarmente riformata dalla Corte di Cassazione, e vedremo anche statuendo dei principi che sono coerenti con quanto io vi ho poco fa affermato; e è certo che la difesa, che sostiene più volte che l’articolo 21 del D.P.R. non sarebbe applicabile al caso che si occupa, giacché la cancerogenicità del CVM si dice che è stato patrimonio di conoscenza successivo all’entrata in vigore della norma. In pratica cioè l’articolo 21 essendo entrato in vigore nel ‘56 non può essere applicato nel caso di specie, poiché il patrimonio di conoscenza che è stato apportato per poter conoscere che quella data attività lavorativa portava a quel dato evento, ma ripeto a evento morte, non evento malattia, quindi non poteva considerarsi come misura, regola cautelare, da assolutamente applicare. Questo mi sembra in sostanza il ragionamento del collega Accinni, rispetto al quale però mi sembra debbono essere fatte delle ulteriori considerazioni. Beh, innanzitutto il concetto di prevedibilità non è della colpa specifica, non fa parte della istituzione colpa, del concetto di colpa specifica; perché nella colpa specifica la norma di per se stesso dà dei presupposti di automatica - direi - presunzione iuris et iure di responsabilità, di colpa. E’ nella colpa generica laddove si parla di prudenza, previdenza o negligenza, dove quindi entra in vigore il concetto della prevedibilità, quindi che non è della colpa specifica ma è della colpa generica. E allora, nel momento in cui noi distinguiamo questo elemento, la funzione precauzionale che è tipica della colpa specifica, dicevo prima, costituisce di per sé una manifestazione, proprio la sua violazione di negligenza e imprudenza, e quindi una forma di responsabilità in capo alla gente. Ma che questo sia così ce lo dice proprio la Corte di Cassazione e ce lo dice proprio in quella sentenza che il collega Accinni... cassando quella sentenza che il collega Accinni ha citato. Che cosa ci dice la Corte di Cassazione sul punto? Permettetemi di leggerla, sono tre righe solamente, perché sono stabiliti due basilari principi. Dice che il principio sulla prevedibilità dell’evento in forza del quale, nel campo della responsabilità colposa generica e specifica per morte del lavoratore non occorre che il soggetto, tenuto ad adottare specifiche misure cautelari si sia rappresentato in modo - ripeto - specifico la prevedibilità dell’evento, apparendo necessario e sufficiente che il soggetto agente abbia potuto prevedere che adottando le misure imposte si sarebbe potuto evitare un grave danno alla salute, un danno alla vita. Quindi voi vedete che allora non è necessaria la specificità, la concretezza dell’evento che si doveva prevedere, ma è sufficiente una generica consapevolezza del rischio di un danno alla salute o un danno alla vita. Quindi la tesi, le premesse portate dai colleghi che ora ho citato sono sconfessate dalla Cassazione. L’oggetto che... quindi sconfessa quel principio che era portato avanti dal collega Accinni, come oggetto della prevedibilità deve essere l’evento in concreto. Ma vi è di più, non basta solo una presentazione di carattere pericolo... non basta cioè avere questo elemento perché vi è un’altra sentenza, signori del Tribunale, di cui probabilmente avrete conoscenza, che è la sentenza famosa del (inc.) che ha impostato il problema negli stessi identici termini, ai fini del giudizio di prevedibilità deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non alla specifica rappresentazione ex ante dell’evento dannoso quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravità. E questo principio è nuovamente ribadito proprio dalla Cassazione, sono le sentenze che poi mi permetterò di allegare alla memoria, Cassazione penale sezione quarta del 30 marzo 2000 e 06/02/2001. Quindi non è assolutamente condivisibile né sul terreno della colpa generica né su quello, neanche se volessimo, della colpa specifica la tesi secondo cui oggetto della prevedibilità non possa che essere considerato l’evento in concreto verificatosi. Come non è condivisibile quell’altro assunto secondo cui la regola cautelare imposta dall’articolo 21, dalla norma dell’articolo 21 del D.P.R. 303/56, non possa essere invocata rispetto a patologie la cui ricollegabilità era determinata ad una esposizione la cui causalità non era patrimonio acquisito al momento dell’entrata in vigore. Questo articolo 21 e tanto meno la norma cautelare genericamente intesa era generalizzata, insomma, esprime, questo vorrei dire, una esigenza di prevenzione tecnica che si svolge in un obbligo del datore di lavoro di contenere l’esposizione a tutte le fonti. In pratica si fonda sul solo fatto che esistano delle polveri nell’ambiente di lavoro, quindi obbliga a determinati comportamenti il datore di lavoro, prescindendo dalla effettiva provata concreta specifica nocività delle polveri. Tant’è che si dice che non è ritenuto necessario né verificare né rilevare o provare l’eventuale superamento del livello visivo né accertare specificatamente neanche il livello di (inc.). Su questa linea abbiamo un’altra serie di sentenze della Cassazione che vanno dall’85 al ‘95, che mi permetterò di consegnare al Tribunale. Mi si permetta di ricordare che in particolare la Cassazione più volte ha ribadito che non occorre dimostrare la violazione di eventuali limiti all’esposizione, nel caso di specie si riferiva all’amianto, affinché si integri la fattispecie prevista dall’articolo 21, perché – lo ribadisce – l’obbligo di prevenzione contro gli agenti chimici scatta a carico del datore di lavoro anche quando le relative concentrazioni atmosferiche non eccedano eventuali e predeterminati parametri ma risultino passibili di ulteriore abbassamento dal punto di vista (inc.). Ed ecco, qui veniamo alla seconda parte. Sono considerazioni queste ultime che mi consentono altresì di confutare l’assunto proposto durante la discussione dal professor Pulitanò secondo cui la scelta normativa di indicare una soglia delle 3 parti per milione come limite di esposizione ammissibile costituirebbe l’ammissione della presa d’atto – cito testualmente – da parte del legislatore di una non realizzabilità dell’obiettivo dell’abbattimento a zero dell’esposizione medesima, pagina 65, verbale stenotipico, udienza del 03/07/2001. In realtà la previsione del limite dei 3 PPM e il suo preciso rispetto non possono incidere sulla portata della indistruttibilità della prevenzione, in presenza di polveri nell’ambiente di lavoro che, giova sempre richiamarlo e ribadirlo, non soltanto prescinde dall’effettivo e comprovato livello di inquinamento, ma assume un ruolo (inc.). A questo punto richiamo la giurisprudenza della Suprema Corte che sempre in tema di articolo 21 ha sancito come sia a carico del datore di lavoro l’onere di fornire la prova della ricorrenza di eventuali circostanze esoneranti dalle prescrizioni imposte dalla stessa disposizione di legge in tema di igiene e lavoro. Si riferisce cioè al caso, mi riferisco alla sentenza più volte citata del Barbotto-Bereau, che è proprio quella che cassava la sentenza della Corte d’Appello di Torino, in cui si sosteneva che l’obbligo del datore di lavoro, di provvedere ad una serie di attività, in presenza di attività che causavano o determinavano polveri, o lavorazioni di materiali polverosi, era quella di sostituire questi materiali qualora non l’avessero procurato, dover provvedere all’umidimento delle polveri stesse, attuare tutta una serie di prescrizioni cautelari citate nella sentenza che è inutile allungarsi sul punto. Però è certo che questa sentenza determina una possibilità solo di esenzione, qualora ci fosse perché è (inc.) dell’Ispettorato del Lavoro. Il che significa, quindi, che le norme contenute, e tutte le altre norme, con tutte le norme contenute nelle leggi speciali, che sono nel nostro caso contestate a titolo di colpa, sono conseguenti anche a un principio fondamentale, che è quello dell’articolo 2087, su cui già nella mia arringa mi sono dilungato, che sono pacificamente applicabilmente e operative, sempre nel caso di specie, e a prescindere dal fatto che quelle norme non avessero come finalità la prevenzione di eventi quali quelli oggetto del processo. Molti colleghi, tra cui soprattutto Baccaredda, Pulitanò, Accinni, altri, hanno fatto riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale, quella famosa 312 del ‘96, il concetto cioè di miglior tecnologia possibile. Si è detto che questa sentenza dà dei suggerimenti che la scienza specialistica può dare in determinati momenti storici; si è detto altresì, ad esempio il professor Pulitanò, nel commentare la sentenza della Corte, ha fatto riferimento alla migliore tecnologia disponibile, intendendolo come complesso di misure che nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni corrispondono a applicazioni tecnologiche generalmente praticate e accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti. La Corte Costituzionale, nel giudicare sulla legittimità costituzionale dell’articolo 41 primo comma ha sostenuto che il datore di lavoro deve ridurre al minimo, in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, i rischi derivanti dall’esposizione, in quel caso era al rumore, mediante misure tecniche, organizzative, concretamente attuali, privilegiando gli interventi alla (inc.). Bene, la Corte, vi ricordo, era stata chiamata a giudicare sulla indeterminatezza di questa norma, essendo stato evidenziato che la norma presupponeva una sorta di funzione surrogatoria del legislatore. Bene, la Corte, com’è noto, ha rigettato la questione, affermando che le misure dovevano essere concretamente attuabili; quelle dovevano essere applicazioni tecnologiche, generalmente acquisiti e da accorgimenti organizzativi. Bene, noi sappiamo che su questo punto tre sono state chiamiamole tesi su cui si è sviluppata tutta la dialettica dottrinaria e anche giurisprudenziale. La prima è quella estremamente rigorosa, che dice che si richiede quindi agli imprenditori addirittura un obbligo specifico di costante ricerca alle realizzazioni tecniche prevenzionali, sempre più progredite rispetto a quelle già esistenti. E’ un obbligo addirittura di indagine continua. La seconda invece, non meno rigida, sostiene invece che il ricorso alle misure praticate devono essere valutate, l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili indipendentemente dal settore in cui esse si sono sviluppate e verificate. E la terza invece richiede il ricorso alle misure praticate all’interno del settore specifico. E questa è la tesi che sembra essere stata privilegiata da alcuni colleghi nell’interpretazione della sentenza della valutazione della sentenza della Corte Costituzionale. Ebbene, apparentemente, quando si cita "accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti", sembrerebbe che la Corte ci abbia detto: guardate che per essere costituzionale un’interpretazione dell’articolo 41 deve avere questa caratteristica, la ricerca cioè deve essere fatta sui mezzi che all’interno del comparto specifico dovrebbero trovare, sono stati utilizzati. Ma è proprio così. Se noi andiamo a leggere veramente tutta l’intera motivazione della Corte ci accorgiamo che questo principio viene dato a seguito di un preciso chiarimento della Corte stessa, perché dice che esclude che il Giudice di merito debba valutare del rispetto del precetto, che impone di adottare le migliori tecnologie disponibili, avendo come punto di riferimento, quindi dice che non deve essere così, avelieristiche innovazioni, ma di fatto attuate e rimaste nel limbo della teoria. Cioè, in pratica ci dice la Corte ben diversamente, che ci induce ritenere che non è esattamente questa l’interpretazione che doveva essere data alla sentenza della Corte, cioè ci dice: guardate che non dovete andare a ricercare il limbo della teoria della sperimentazione, non dovete cercare avelieristiche innovazioni. Ma non è questo che noi abbiamo richiesto per un comportamento legittimo da parte dell’Eni e dell’Enichem e della Montedison. Noi sappiamo che erano sussistenti, e lo vedremo poi con l’avvocato Tosello, esistenti ripetute capacità e attività e possibilità tecniche più moderne di quelle utilizzate dalle società nell’ambito di lavoro di Porto Marghera; e è proprio questo l’elemento maggiore che io ritengo di responsabilità. E, d’altra parta parte, se dovessimo interpretarlo proprio nel primo senso, ci troveremo nella condizione che le aziende leader, come Montedison ed Enichem, se fosse vero che l’imprenditore possa adagiarsi solo sulle soluzioni tecnologiche genericamente e generalmente praticate, sarebbe in grado di fornire un criterio di valutazione del dovere di sicurezza del tutto limitativo, perché essendo loro i maggiori produttori nell’ambito italiano, soprattutto e quanto meno in parte europeo, è evidente che loro allora sarebbero in grado di limitare i mezzi di adeguamento tecnologico per la sicurezza dei lavoratori, continuerebbero a tenersi ancora a livelli più bassi se fossero loro i deus ex machine di questa situazione. E quindi non può essere che la interpretazione porti a queste conseguenze. E quindi possiamo anche concludere su questo punto che per queste ragioni la sentenza della Corte Costituzionale, ma la successiva anche sentenza della Corte di Cassazione, confermano l’orientamento particolarmente invece rigoroso dell’interpretare il dovere di sicurezza come obbligo di adottare la migliore tecnologia disponibile in capo al datore del lavoro. Certo, era disponibile tecnologia esistente; certo, non richiedo speciali studi, nuove innovazioni che possano nascere da invenzioni sorte per spinte della Montedison o dell’Enichem, ma sicuramente quella esistente sì vivaddio, e noi sappiamo che a Porto Marghera, in realtà, non c’era la miglior tecnologia possibile: ne esistevano di migliori e di più avanzate. Ecco signori Giudici, credo che da questo punto posso passare adesso all’altro punto in merito al risarcimento del danno. Prima però permettetemi di richiamare la vostra attenzione e di replicare su alcune affermazioni che mi hanno lasciato un attimo perplesso. L’avvocato Lanzi, parlando della complessità delle società, e questo se non sbaglio è Montedison, mi ha parlato di un’organizzazione polifunzionale. Io ho cercato di rappresentarmi che cosa volesse dire, qualche cosa di estraneo, qualche cosa di kafkiano, in cui tutti si muovono ma nessuno sa esattamente quali sono i suoi... come dire, non sa la mano destra quello che ha fatto la sinistra. Nel caso di specie sarebbe il dito mignolo non sa quello che ha fatto l’indice e l’anulare. Ma ha parlato anche di conoscenza indiretta, e allora mi sono chiesto che cosa intendeva dire, cosa vuole dire conoscenza indiretta? Si riferiva al Presidente Cefis, in cui si diceva che era una conoscenza filtrata e indiretta! E allora mi sono chiesto che vuole dire, in termini penalistici, una conoscenza indiretta? Quando noi sappiamo che Cefis fa una lettera, in cui certifica una certa situazione. Vivaddio, se fosse vero che è una conoscenza indiretta, interpretandola come qualche d’uno che mi dà, fa una relazione e io solo come legale rappresentante firmo quella relazione, beh, mi sarei dovuto portare almeno qual è la relazione sulla base della quale io ho fatto quella lettera. Ma di questa relazione io non ho trovato ingresso nel processo. In realtà la conoscenza è indiretta oggi, allora era più che indiretta, era diretta. Tant’è che quanto dice lo stesso avvocato Lanzi, la politica degli investimenti adeguati era sì seguita dal Presidente, ma era seguita anche dall’intera struttura di cui lui è responsabile. E ricordo che qui siamo sul tema di colpa. La struttura, dice l’avvocato Lanzi, reagì a vari livelli perché era sensibile al problema. Io direi che era più sensibile al portafoglio che al problema in questo caso, perché sappiamo di tutte le diatribe dello spendere, non spendere, alcune somme per la manutenzione. E allora vogliono farci credere che adeguavano sempre non al mezzo minore ma secondo una politica aziendale, quasi la politica aziendale divenisse la norma a cui tutti devono attenersi e che diventa l’esimente per i comportamenti tenuti. Mi ricordano quelle persone che dicono "ma io ho obbedito ad un ordine". Già, peccato che se l’ordine è illegittimo, tu non dovresti eseguirlo. E allora, nel momento in cui ti viene dato l’ordine di tenere basso il livello degli impianti tecnologici, tali da poter arrecare ugualmente rischio, o pericolo per la persona, e tu cosa fai: continui a farlo? E allora questa non mi sembra una risposta coerente con un’etica che bene o male deve essere comportare il comportamento umano. E ecco perché io adesso devo parlare del risarcimento del danno, signori del Tribunale. Il professor Padovani, del quale come dissi in altra occasione i suoi libri non sono nella mia biblioteca ma sono sul mio tavolo, ha espresso alcune considerazioni in materia di danno richiesto dagli enti da me rappresentanti. Dice il collega: "Attenzione, il Comune di Venezia e la Regione del Veneto, sotto mentite spoglie di danni patrimoniali, richiedono dei danni ambientali. Quando si richiedono somme spese per ripristino delle discariche, o per la messa in sicurezza, si indicano – dice il collega professore – voci tipiche del danno ambientale". E allora giustamente il professor Padovani si chiede provocatoriamente quante volte mi viene chiesto lo stesso danno, posto che noi sappiamo che anche lo Stato e la Provincia hanno fatto la richiesta di danno ambientale. Ma il presupposto di partenza della domanda del professor Padovani è ovviamente che in base all’articolo 18 della 349 dell’86 solo lo Stato sarebbe titolare del diritto al risarcimento ambientale e non anche gli altri enti territoriali. Ora, nell’economia della posizione degli enti da me rappresentanti della Regione e del Comune di Venezia, questo è un aspetto, segnalato appunto dal professor Padovani, che è del tutto irrilevante a mio parere, atteso che – e come ribadirò tra breve – la richiesta risarcitoria di più enti è attinente al danno patrimoniale specificatamente, a soldi cioè che deve tirare fuori, che ha già tirato fuori e che sono già nel bilancio dell’ente, sul ripristino della situazione, sul tentativo di ripristinare la situazione. Però intanto non è neanche vero, perché non è pacifico, che l’articolo 18 abbia un riferimento solo in ragione di un’autonoma potestà di un risarcimento a favore dello Stato. Ma, a prescindere da questo elemento, siamo proprio sicuri professor Padovani che sia un danno ambientale quello che abbiamo richiesto? Ma il danno ambientale è un’altra cosa, il danno ambientale, signori del Tribunale, è il danno biologico della collettività; non è un danno patrimoniale quindi, ma non lo diciamo solo noi, lo dice il professor Padovani, lo dice la Cassazione ripetutamente, che è un danno diverso dal danno ambientale. Il danno patrimoniale è del tutto diverso dal danno ambientale. E’ quasi un danno biologico, e invece, ci pensate bene, è proprio il corrispettivo: il danno che si reca cioè all’ambiente come fruizione fruito dalla collettività; così come il danno che si arreca a un soggetto fisico è un danno che arreca danno anche al suo diritto di essere sano, indipendentemente dalle spese che lui ha per cercare di ritornare non più come prima ma quanto meno il più possibile vicino. Le somme richieste quindi corrispondono a delle spese, vi dicevo, sostenute, e che comunque sono già state messe in bilancio. Le spese di ripristino sono ben citate, le spese di messa in sicurezza che compaiono nelle delibere non possono far confonderci con il danno ambientale. A conferma quindi di questa impostazione, ci viene come vi dicevo non solo questo tipo di ragionamento, ma soprattutto giurisprudenza, anche quella costituzionale. La Corte Costituzionale, con la sentenza 641/87, proprio nel tentativo di dare una qualificata interpretazione della nozione di danno ambientale, all’indomani dell’entrata in vigore della legge 349 ha identificato danno ambientale appunto come perdita indipendentemente sia dal costo della remissione in pristino, e in questo punto la sentenza che ci interessa, sia dalla diminuzione di risorse finanziarie dello Stato e degli enti minori. E quindi, nel nostro caso, la diminuzione delle risorse finanziarie, avendo dovuto mettere in bilancio le spese di ripristino e di bonifica, sono chiaramente dei danni diversi dal danno che la collettività subisce per il danno ambientale. E voi chiedete quindi che la Corte Costituzionale, per identificare il danno ambientale, lo distingue dalla diminuzione quindi delle risorse, ed è qualcos’altro di diverso dice. E poi, nei successivi passi, la Corte è ancora più chiara, aggiunge altresì: "Risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorga solo a seguito della (inc.) finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell’ente, cosicché la legittimazione a agire, attribuita allo Stato e agli enti minori, non trova fondamento nel fatto che esse abbiano subìto una prova del danno (inc.) nella loro funzione a tutela della collettività – parla del danno ambientale – e della comunità, nel proprio ambito territoriale, negli interessi dell’equilibrio ecologico, biologico, sociologico del territorio". E ancora, abbiamo sulla stessa linea, e mi piace citarlo, che è un caso sempre di inquinamento derivante da EVC, abbiamo sulla stessa linea una recentissima ordinanza del G.U.P. di Venezia, che su questo tema ha detto chiaramente che sono riconducibili alla nozione di danno patrimoniale risarcibile ex articolo 2043 i costi sostenuti per gli interventi di verifica in sede di primo intervento e di risanamento dei luoghi compromessi dalle condotte criminose. Credo pertanto, signori del Tribunale, che la tesi secondo la quale le spese di ripristino di mezzi di bonifica degli ambienti inquinati non debbano essere considerati come danno ambientale, non possa trovare ingresso, sia per la parte di giurisprudenza della Corte di Cassazione, ma anche soprattutto per le norme costituzionali, e soprattutto per i principi innovatori degli ultimi anni in tema di danno alla società e alla collettività. Grazie. Consegno pertanto la memoria difensiva dell’arringa e dei documenti allegati, nonché nota spese.

 

Presidente: chi interviene, successivamente all’avvocato Vassallo? L’avvocato Battello. Prego.

 

AVVOCATO BATTELLO

 

Avvocato Battello: le arringhe avversarie non hanno persuasivamente superato le osservazioni critiche svolte a proposito, a voler essere benevoli, dei gravissimi limiti del monitoraggio pluriterminale, sia dal Pubblico Ministero che dalle altre parti civili. Considero per comodità, però rinviando al mio intervento del giorno 3 luglio scorso e specificamente alla relazione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero 16 ottobre 1995, nonché a quella della parte civile 24 ottobre 1999, Carrara Mara Tiene, la sintesi che di tali osservazioni fa l’avvocato Pulitanò, che pretende demolirle. Primo: insufficienza di monitoraggio di area occorrendo predisporre un monitoraggio con campionatore personale. Due: insufficienza del monitoraggio con periodicità di venti minuti. Tre: inidoneità di un sistema pluriterminale per l’effetto di diluizione che ne deriverebbe. Orbene, a tacere di tutto il resto, c’è in atti la prova provata dell’effetto diluizione, e cioè l’esperimento effettuato nel corso dei sopralluoghi del 20 giugno e del 17 luglio presso gli impianti di polimerizzazione CV24 e 25, attivo anche sotto Enichem. Siccome è chiaramente illustrato nella relazione 20 agosto 1996, dei consulenti tecnici Pubblico Ministero Cocheo, Rabitti, Todaro, riassumiamo. Il sistema di rilevazione automatico in questione non consente neppure di praticare l’ipotesi suddetta del dottor Capodaglio, e cioè di dividere la soglia di allarme per il numero dei terminali di campionamento. Infatti i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, nelle loro rilevazioni, hanno dimostrato che a causa dell’inaffidabilità del sistema, alimentando una concentrazione a titolo noto di CVM in uno qualsiasi dei terminali, il sistema non riesce a leggere il giusto valore medio, pari alla concentrazione attesa di un sesto di quella alimentata, ove sei è il numero dei terminali attivi collegati al sistema. Ma valori generalmente assai inferiori. Tra le prove effettuate dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero vi è stata anche quella di alimentare il terminale 10, portata precedentemente misurata 1,2 litri/m, chiudendo tutti gli altri con CVM convenuto in due bombole con concentrazioni rispettivamente di 15,3 PPM azoto, bombola n. etc. etc.; prima di effettuare le misure è stata nuovamente misurata la portata, 1,5 che è risultata sostanzialmente uguale alla sommatoria delle portate misurate nei vari terminali della linea. La concentrazione di CVM misurata è risultata circa il 40% di quella alimentata, rispettivamente 6,25 PPM, 5,72 PPM, invece degli alimentati 15,3 e 14,7. A riprova che il difetto non risiedeva nell’apparecchiatura (inc.) ma nel sistema di campionamento plurilinee e multiterminale, i consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno provveduto ad alimentare direttamente al gascromatografo, escludendo tutta la linea del campionamento a valle dello strumento. Una concentrazione di CVM a titolo noto, ottenendo in questo caso dallo strumento la lettura prossima al valore alimentato. Questo è un esperimento. Tale verifica sperimentale dimostra essere anche impercorribile la controbiezione Capodaglio, di cui alla comunicazione interna 76/79, secondo lui l’allarme potrebbe, ma così non è stato, essere posto a 30 diviso n, dove n indica il numero delle prese campione per strim, garantendo così che nessuna posizione ha superato il limite 30 PPM prescritto dalla normativa come segnale d’allarme. Vale poco obiettare che tale effetto diluizione, che pure si ammette laddove Baccaredda Boi, a pagine 12 e 13 della memoria del 13 luglio 2001, sul monitoraggio dell’ambiente, si dice che il terminale ha una probabilità tendenzialmente maggiore di rilevare l’ambito dei valori di punta. Vale poco obiettare che tale effetto diluizione non ha avuto pratica incidenza, evocando una sostanziale sovrapponibilità dei valori reali ottenuti da monoterminale e da pluriterminale, siccome evocati in un verbale di riunione diretta su rete di rilevamento di CVM, Porto Marghera il 19 ottobre 1979. Il fatto di sostanza è che la mancata rilevazione dei punti a maggior rischio, ovvero a maggiore esposizione di CVM, comporta anche la non attivazione del segnale di preallarme e allarme per gli addetti, i quali permangono sul luogo di lavoro privi di mezzi di protezione individuale e di qualunque difesa da cancerogeno. Al che la difesa Pulitanò si limita a dire che tale scenario è del tutto astratto e irrealistico: 12 luglio 2001, pagina 23. Stessa musica relativamente all’affermata, dal Pubblico Ministero e dalle parti civili, effetto di abbassamento, conseguente all’installazione del pluriterminale dei valori di rilevamento nel marzo ‘75. L’accusa, pubblica e privata, sulla base di analisi, anche questa testuale dei dati, comunque raccolta in modo sistematico in date non antecedenti al mese di aprile ‘74, anteriormente cioè all’introduzione del sistema pluriterminale nel marzo ‘75, ha rilevato che il valore medio da aprile ‘74 a febbraio ‘75 risulta compreso tra 14 e 78 e 29 PPM, mentre nel mese di maggio ‘75, primo mese di monitoraggio automatico... il valore è sceso a 5,27. E’ il famoso crollo di cui parlano i consulenti tecnici del Pubblico Ministero. La difesa Baccaredda Boi obietta che tali dati sono solo impressionistici, e di eccezione relativa alla metà degli anni ‘70, pagine 22 e 23 della memoria. La difesa Pulitanò si limita ad obiettare che il criterio di confronto usato dall’accusa, che confronta il dato del mese ‘75 con la media delle rilevazioni dell’anno precedente, nascondono in trend discendente già in atto e crea un’apparenza del tutto fuorviante, evocando pur così il professor Foraboschi, e utilizzando, così autoaffossandosi, l’argomento che tanto più arretrata sic la situazione di partenza – arretrata – tanto maggiore è l’impatto già dei primi immediati interventi di procedura che non richiedevano modificazioni dell’impianto e dei processi. Laddove invece l’avvocato Baccaredda Boi, nella pagina 18, evoca per avversari consulenti tecnici dell’accusa, relazione Nano Rabitti che sostengono tale preciso miglioramento non potersi giustificare se non sulla base di radicali interventi impiantistici, l’avvocato Baccaredda Boi, oltre alla procedura, evoca anche parte fondamentale degli interventi di miglioramento impiantistico. Va da sé che tali radicali interventi non ci sono stati, come a tacere d’altro canto dimostrato dal documento Montedison 37/75 gruppo di lavoro E ingegnere Mazzon, laddove si dice: la realizzazione degli interventi risanatori, ‘75! eh, sugli impianti esistenti, è ancora allo stadio di totale riesame del problema. In realtà l’unica linea difensiva tenacemente argomentata è che la rilevazione gascromatografica plurilineare è non già imposta ma meramente compatibile con la direttiva europea e il D.P.R. 962 dell’82. Sul punto però occorre essere rigorosi. Intanto: c’era o non c’era obbligo di monitoraggio prima della direttiva europea e del suddetto D.P.R.? Lo stesso avvocato Pulitanò, pur avendo qualificato inaudita la tesi dell’Avvocatura dello Stato, è costretto, seppur coprendosi con la formula di stile anche a ammettere che, è costretto a affermare che l’articolo 20 D.P.R. 303 del ‘56, che l’accusa contesta in capo d’imputazione, fonda un obbligo di controllo della situazione a rischio, strumentale all’impedimento riduzione del rischio di esposizione a gas nocivi. Ne parlava prima Vassallo. Solo limitandosi a precisare che tale obbligo poteva essere adempiuto con qualsiasi modalità idonea. Quali mai idonei controlli hanno però adottati gli imputati da dopo il ‘56 al 78/82, in questo intervallo? Si noti, così ritorcendo a cenno polemico, valutato paradossale dall’avvocato Pulitanò, che tale obbligo poteva ben fondarsi già sull’articolo 354 del precedente D.P.R. 547/55 in materia di prevenzione sugli infortuni sul lavoro, ne ha già parlato stamattina il Pubblico Ministero dicendo "infortuni sul lavoro ma poi infortuni"; replica del tutto pertinente già mossa all’avvocato Pulitanò, a proposito di disastro colposo della parte civile Manderino; non è necessario che sussista tossicità acuta per far scattare tale normativa, che ben tutela come Cassazione insegna anche il cosiddetto infortunio o malattia. Poi perché mai, posto che il D.P.R. 962 dell’82 faculta opzione nell’ambito del metodo permanente sequenziale tra gascromatografo plurilinea e monolinea, vedi allegati 1 e 2.1, che evoca in alternativa accanto all’analisi delle varie linee il (inc.) movimenti l’analisi di una sola linea, optare per il sistema plurilinea esponendosi alle obiezioni, cui si replica con la fase passpartout è compatibile con il D.P.R. di cui sopra, cioè, esponendosi alle obiezioni, rilevazione media, insufficiente rilevazione delle punte, intervallo neutro di venti minuti, etc.... e ancora, perché mai tale opzione plurilinea, finanche tardiva, il gascromatografo era disponibile sul mercato diciamo alla fine del ‘72, inizi ‘73, teste Alongi, udienza 20 settembre ‘00, ed è stato installato appena nel ‘75, Montedison arriva dopo Solvay; quando mai una sperimentazione di tre anni, ‘72-’75, con il cosiddetto fulmine a ciel sereno Goodrich in mezzo? A fronte del fatto che la Carlo Erba aveva venduto a Montedison un monoterminale, Alongi, tutto ciò manda a monte il tentativo dell’avvocato Baccaredda Boi di confondere le acque distinguendo tra gascromatografi di laboratorio, di processo e di ambiente e lo stesso avvocato Baccaredda Boi nel rigettare l’ipotesi che tale scelta fosse dovuta a evidentemente disdicevoli ragioni economiche, pagine 7 e 8, ad evocare il teste Capodaglio, il quale, palese essendo che il sistema monolineare avrebbe richiesto più gascromatografi in un reparto invece che uno solo plurilineare, dice che ciò avrebbe creato numerosi inconvenienti, maggior numero di controlli, maggiori impianti installati, spazio coperto, maggior impegno nell’elaborazione, nonché il già citato teste Alongi, il quale dice: "Guardi, era possibile da un punto di vista, diciamo così, come ipotesi di lavoro, ma avrebbe richiesto un impegno di manutenzione tale per cui il sistema sarebbe esploso per inaffidabilità". Dunque, se non è zuppa è pan bagnato posto che evocare maggior impegno di manutenzione significa pur sempre motivare economicamente, né palesemente dire: "Lo ha fatto non solo Montedison, ma tutti", Vassallo, è opporre argomento persuasivo, anzi, tutt’altro. Ineludibile una circostanza sulla quale la difesa degli imputati è generica. Sia la normativa ‘55-’56 che il D.P.R. ‘78-’82 impongono misure idonee a impedire o ridurre al minimo – articoli 354 e 355 – ovvero impedire o ridurre per quanto possibile – articolo 20 del 56 – ovvero ancora – 982, cioè la normativa che ci interessa – ridurre i valori più bassi, le concentrazioni pericolose nocive, rispettivamente i gas tossici, rispettivamente ancora la concentrazione di CVM cui i lavoratori sono esposti. Solo sulla base di questo presupposto si capisce che il valore tecnico di lunga durata di 3 PPM di cui al successivo terzo comma del suddetto articolo 3 del D.P.R. dell’82 è limite massimo. La tecnica normativa è quella che poi espliciterà l’articolo 62 terzo comma decreto legislativo 626 del ‘97, titolo settimo, sì come integrato dall’articolo 4 del successivo decreto legislativo 66 del 2000: "L’esposizione non deve comunque superare il valore limite di cui all’allegato 8 bis", cioè 3 PPM. Ciò significa – ecco il punto – non solo che ha torto l’avvocato Pulitanò a criticare l’argomento dell’Avvocatura a proposito del rapporto normativo tra la legislazione del ‘55-’56 e quella del ‘72, ma anche che il limite di 3 PPM normativamente è invalicabile verso l’alto, però tale da dover essere valicato verso il basso. In altre parole, data la natura cancerogena del CVM, ferma restando l’insuperabilità normativa del tetto, prudenza impone di ridurre al minimo possibile, donde inesistenza di area di rischio consentito. Va buca a fronte di ciò ironizzare sul famoso MAC 0, pagina 10, Pulitanò, poiché è sempre inoppugnabilmente vero da un punto di vista scientifico che non esiste una soglia limite, Maltoni, udienza 11/04/2000, rispondendo al P.M.. Che poi nell’ambito dell’ormai accademicamente studiato processo di negoziazione delle leggi anche a livello CEE si eviti il verbo eliminare per adottare solo quello ridurre è – solo qui ha ragione l’avvocato Pulitanò – sintomo che laddove invece in esito alle scoperte sulla cancerogenità di CVM degli anni Sessanta, c’è stata qua e là per il mondo anche l’iniziativa unilaterale di chiudere gli stabilimenti, non erano ancora mature, come invece lo è stato poi per l’amianto, le condizioni generali per imporre normativamente tale chiusura, punto e basta. Resta comunque il fatto, anche a voler ammettere che il mero rispetto del limite di 3 PPM verso il basso, il che non è, integri l’osservanza della normativa facendo venir meno l’addebito di colpa specifica, occorre pure sempre, per evitare la colpa generica, imporsi prudenza anche a limiti inferiori. Fuor d’opera è peraltro evocare, come fanno gli avvocati Pulitanò e Baccaredda Boi, il noto principio penalistico di legalità, determinatezza, nonché tassatività e quindi la nota sentenza della Corte Costituzionale, la 312/96. Quindi la Corte non fa altro che riferirsi ad applicazioni tecnologiche generalmente applicate e ad accorgimenti organizzativi e procedimenti altrettanto generalmente acquisiti. L’avvocato Baccaredda Boi insiste in un altro passaggio: "Ci si dovrà chiedere non tanto se una determinata misura sia compresa nel patrimonio di conoscenza nei diversi settori, ma se essa sia colta negli standard di produzione industriale o specificamente prescritta". Per contro, si vorrà sostenere che il gascromatografo monolineare non rientri in tale patrimonio e non sia addirittura in alternativa al plurilineare prescritto? Ovvero, non essere finanche possibile una più accurata manutenzione del sistema multilineare posto che i C.C.T. del P.M. hanno riscontrato quanto segue: "A proposito delle linee automatiche bisogna evidenziare i numerosi guasti, mancati interventi manutentivi, problemi di elaborazione di dati e l’obsolescenza delle macchine riscontrabili nei documenti interni e nei registri giornalieri che hanno provocato il mancato funzionamento delle linee per interi periodi o l’inabilità di dati derivanti". O si vorrà sostenere ancora che in relazione alle conclamate modifiche impiantistiche, perché le si conclamano nel ‘74-’75, che hanno reso possibile l’asserita suevocata clamorosa riduzione del livello PPM, non si poteva/doveva verificare la concentrazione di zona con dispositivi individuali di campionamento come testualmente imposto in caso di modifiche impiantistiche dall’allegato 1 del D.P.R. dell’82? A tutto ciò si pretende rispondere, dopo aver richiamato Foraboschi, che a sua volta richiama documenti ante ‘78 che assumerebbero essere comune la presa d’atto che il monitoraggio di tutti i lavoratori non è praticamente realizzabile e perciò si accetta che il monitoraggio d’aria sia usato per misurare il livello di (inc.) di un’area, si pretende rispondere con alcune prove che sarebbero state eseguite nel ‘76 e ‘77 nei reparti CVM e PVC di Porto Marghera con risultati sostanzialmente – si dice – in accordo tra monitoraggio automatico e livello di esposizione dei singoli operatori muniti di campionatori personali. Punto e basta, senza repliche e dati ulteriori, soprattutto dopo il ‘78-’82, circa il rispetto dell’obbligo di verificare con dispositivi individuali ai sensi – ripetesi – dell’allegato 1.1 del noto D.P.R. dell’82; c’è anzi da osservare che nella misura in cui si enfatizza asserendo accertata sostanziale equivalenza tra rilevazioni pluri e monoterminali, si lasciano scoperte le precedenti gestioni anche per quanto riguarda tale pretesa equivalenza. Infatti l’avvocato Pulitanò scrive: "Quale che sia stata la rilevanza delle altre esposizioni del lontano passato quale causa di malattie e di rischio per la salute, è questione che riguarda altri – altri, si arrangino – non la gestione Enichem iniziata nell’87. Del resto la pretesa sovrapponibilità in tale periodo anteriore – vedi Baccaredda Boi – è smentita addirittura nel 1996 dalla verifica sperimentale dei C.C.T. P.M. in date 26 giugno e 17 luglio ‘96". Dove però le argomentazioni della difesa si rilevano perplesse, qui c’è tutto un passaggio sulle concentrazioni anormali che salto perché io poi deposito questa memoria... dico che quando si parla di concentrazioni anormali ci si muove così pur sempre all’interno del D.P.R. 962. Però già su tale piano normativo si percepiscono incongruenze laddove dopo aver detto: "Il monitoraggio continuo imposto dalla legge e il monitoraggio delle zone di lavoro, non dei punti di fuga", si avverte l’esigenza di aggiungere: "Fermo restando che certo il controllo deve essere anche finalizzato alla rilevazione di aumenti anomali di concentrazioni", evocando l’articolo 5. Si dimentica però così, muovendosi meramente all’interno di tale normativa, che già erano stati introdotti addirittura nel ‘74 5 PPM per tempo massimo di quindici minuti, limite silling, che proprio perché tale non può mai essere superato per un tempo infinitesimo, e qui faccio citazioni che ometto. Premesso che è ben possibile, tenuto conto del fatto che l’operaio lavorando opera sull’impianto, ovvero si muove, rilevare con campionatori personali il tempo di permanenza per lo svolgimento delle diverse operazioni nell’arco delle otto ore lavorative e ponderare i singoli tempi per le concentrazioni di CVM presenti nei posti di lavoro, così come è possibile con riguardo ai campionatori personali prelevare l’aria inquinata del CVM nei posti di lavoro e rilevare la concentrazione con idonei metodi e apparecchiature analitiche, è evidente che è necessario, in quanto accertato possibile, perché il D.P.R. lo prevede possibile, rilevare la concentrazione di punta del CVM nei diversi posti di lavoro. Va da sé che se il suddetto tempo massimo di concentrazione è quindici minuti è inferiore all’intervallo dei venti minuti di cui al noto D.P.R. in caso di rilevazione multilineare. A fronte di ciò la difesa si avvita ripetutamente attorno alla tesi della compatibilità di tale sistema di rilevazione con la suddetta normativa, addirittura evocando a conferma un metodo statistico che viene sempre esemplificato all’interno di questa argomentazione autoreferenziale sull’intervallo dei venti minuti che non avrebbe ragione di esistere se al posto del plurilineare ci sarebbe il monolineare che implica il controllo ogni due minuti. Trattasi di tipica argomentazione autoreferenziale, etc.. Anche – errando – a non voler considerare i limiti dell’agenzia internazionale come fonte di colpa generica integratrice della normativa in materia come fonte di colpa specifica, è comunque evidente che ben prima del ‘78-’82 i limiti di detta agenzia imponevano condotte conseguenti, quindi monitoraggio comunque idoneo. In tale senso obbligo dei produttori già era scattato nel 1969 quando la CGGH aveva introdotto il limite silling di 500 PPM, successivamente ridotto. Sotto questo profilo già dal 1969 c’era il contratto collettivo di lavoro che stabiliva non essere ammesse lavorazioni nelle quali le concentrazioni di lavoro superano i limiti max stabiliti dalle suddette tabelle ACGL. Poi c’è stato il contratto collettivo del ‘72 e poi c’è stato ancora quello del ‘76. I contratti collettivi sono leggi contrattuali che imponevano dunque monitoraggio non solo del CVM, ma anche del PVC e dei vapori 1,2-dicloroetano. Qui a fronte di tale evidenza, cioè legge contrattuale che impone controlli idonei e limiti delle agenzie internazionali prima della normativa europea ‘78 D.P.R. 82, prima, a questo punto lo sforzo difensivo... la difesa scatena tutto il noto, famoso balletto esegetico svolto dall’avvocato Accinni alle pagine 26 e 29 delle note d’udienza sviluppando quanto detto dall’ingegner Pasquon. Qui c’è tutta la questione dl simbolo C, dei due asterischi... sapete a memoria tutte queste cose. Dico soltanto questo per dire sul posto: se così fosse, cioè che dal contratto collettivo del ‘69, limite C in dubbio, si passa al contratto collettivo del ‘72 in cui non sarebbe più il limite silling, ma sarebbe soltanto la media (inc.), bel servizio, bel servizio con questa interpretazione esegetica si dà a chi? Ai Sindacati che hanno stipulato, che avrebbero stipulato nel 1972 infelicemente, improvvidamente, chissà perché, tale regresso di tutela nel campo degli ambienti di lavoro. Questo bel servizio tra l’altro contrasta perché il dato oggettivo di Accinni è questo bel servizio, dall’altra parte l’avvocato Pulitanò inserisce invece nelle pagine di esordio 7 e 9 della memoria 12/07/01, evocando la storia e la complessità della storia, tutto un ragionamento su come i Sindacati si muovevano. Questa contraddizione tra Accinni e improvvidi Sindacati e oggettivamente Pulitanò la storia con la complessità nel cui interno va valorizzata l’opera dei Sindacati resta lì. Io dico che a questo proposito sarebbe forse stato meglio citare, continuare a citare il Cesco Chinello del ‘75, "Storia di uno sviluppo capitalistico a Porto Marghera, ‘51-’73", editori riuniti, in cui ci sono pagine ancora oggi leggibili e perentorie sulla ristrutturazione degli anni ‘73, sulle nuove forme di sfruttamento dalla manodopera e sugli abbassamenti dei livelli di manutenzione. Cesco Chinello nel ‘75 poteva ben dedicare alla classe operaia di Porto Marghera questo libro con citazione oggi forse desueta, ma comunque perentoria in quegli anni. Comunque già il P.M. ha chiarito bene come tutto quel balletto esegetico, C, simbolo C, i due asterischi, etc., sia superato dal fatto che comunque nella tabella 19 è chiaramente espresso il livello come livello silling. Passiamo all’impiantistica e alla manutenzione. Anche qui leggo brevemente, dopo dico solo due cose a voce. In arringa questa parte civile aveva, parlando della vetustà e obsolescenza degli impianti, evocato tra l’altro il superamento dell’impianto CV6 nel tempo di vita media di ventisei anni. L’avvocato Baccaredda Boi ha assunto per tale impianto modifiche impiantistiche di risanamento. Per far ciò egli è costretto a svalutare la testimonianza Bianchi, a fronte di quella Beretta che dice: "Obsoleto sì, ma sicuro" e a quella Rubini. In realtà la testimonianza Bianchi trova conferme documentali nel rapporto di incidente Enichem Anic in allegato 19 della relazione tecnica Carrara, Mara, depositata. In tale rapporto si afferma – siamo nel 1989, ben oltre il ‘75 – essere in corso di valutazione interblocco dei rubinetti interessati e altre iniziative, il che appalesa che ancora nell’89 con la gestione Enichem Anic tali impianti erano privi degli elementari sistemi di sicurezza. In realtà l’impianto CV6 è stato tenuto in piedi fintantoché... essendo l’unico impianto di polimerizzazione, fintantoché non fosse avviato quello di Porto Torres, avviato Porto Torres (inc.) ventisei anni e si chiude qui. Pur dedicando le pagine 70 e 74 al CV6 l’avvocato Pulitanò non menziona tali circostanze. Nessun accenno da parte dell’avvocato Baccaredda Boi sul fatto che Montedison ha negli anni ‘71 e ‘72 messo in marcia gli impianti CV22-23 e CV24-25 oltre che con tecnologia obsoleta anche senza munirli dei più elementari sistemi di sicurezza, al punto che i forni cracking dell’1,2-dicloroetano erano sprovvisti di tutte le sicurezze di cui sono dotati comunemente i forni; si rinvia alla relazione dei consulenti di parte civile depositata l’8/11/99. Quanto detto dall’avvocato Baccaredda Boi in arringa relativamente all’intervento per la polimerizzazione delle slary tanks dimostra non già (inc.) nell’ottica preventiva di evitare per quanto possibile un rischio che non era ancora determinato, ma invece la tardività e imperizia di tale intervento, nel senso che l’impianto doveva essere da subito progettato e realizzato con i sistemi di sicurezza, ivi compresa la loro polmonazione con gas inerte e la captazione al recupero del fluido tossico e qui c’è tutto un richiamo storico a quando è stata scoperta la nocività del CV6 che ometto. Al proposito l’avvocato Pulitanò... siccome in questi accenni si parla di torbida slary, etc., al proposito l’avvocato Pulitanò si limita, polemizzando con il C.T. Nardelli, a disquire tra sfondamento e rottura della guardia idraulica. Sulla famosa nota per il budget di compressione delle spese di manutenzione l’avvocato Baccaredda Boi cerca di distinguere tra Milano e Marghera sostenendo che quivi, cioè Marghera, la nota non fu vista dagli operativi Bareato e Paulini, che la videro anni dopo. Vero però è che Bareato è colui stesso che redige il documento al 27 marzo ‘79 ricompreso nel triennio della nota che concorda con essa nota e del quale ci si ridurrà a dire, utilizzando consuntivi Enichem, che esprimeva ipotesi di lavori, ipotesi mai realizzate. Cioè, Bareato non sa, Bareato fa la nota, ma era una ipotesi, il tutto in un contesto in cui le più ovvie regole contabili relative alla distinzione tra manutenzione e investimento vengono chissà perché disattese imputando a investimenti le spese di manutenzione. Altro che Montedison come modello di efficienza e di cultura aziendale. Vero è comunque che il dottor Gianeselli, responsabile della manutenzione, alla domanda del Presidente se fossero state seguite queste indicazioni di contenimento del budget manutentivo si limita a rispondere: "No, direi di no", che è quanto di meno perentoriamente (inc.) si possa immaginare. Valvole e rubinetti, nulla l’avvocato Baccaredda Boi oppone a quanto detto dal P.M. e dalle parti civili, anzi, conferma l’errore in cui è incorso l’ingegner Pasquon spacciando per installata nel ‘75 valvola tuflin 300 brevettata appena nell’88. Da altri si dà atto che le valvole installate Ferseif erano sul mercato da anni, come sostenuto da P.M. e parti civili, per evidenziare i termini dell’intervento. Unica obiezione: comunque c’è la prova che nel ‘75 Montedison si è data da fare, palesemente è troppo poco. Lo stesso vale per le valvole di fondo delle autoclavi e gli organi di tenuta delle macchine rotanti. Anche qui l’avvocato Baccaredda Boi non può che convenire sul fatto che tali dispositivi già c’erano sul mercato limitandosi a dire che quello che conta è che le tenute doppie fossero il meglio che il mercato offriva. Vero è però che al reparto C24 considerato dalle difese degli imputati come quello più moderno, benché in produzione da trent’anni, ancora nel 1990 sulle autoclavi erano installate le vecchie e obsolete valvole con la tenuta tipo baderna, causa di frequenti inquinamenti da CVM negli ambienti di lavoro. Erano peraltro installate, sempre ancora nel ‘90 in tale reparto valvole tipo Sonders, totalmente inaffidabili ai fini della tenuta, donde per esempio in data 30 gennaio del ‘90, altro che ‘75, rottura della membrana valvole con rilevante inquinamento ambientale. Si rinvia alla relazione Carrara-Maratiene depositata l’8 novembre riportando solo il numero di autoclave e qui a pagina 9 ci sono dodici interventi di rottura delle valvole con tutte le date e con tutte le autoclavi. Operazioni di pulizia di autoclavi, anche qui la memoria la consegno, quindi la leggerete, eccepisco una rilevante contraddizione da parte dell’avvocato Baccaredda il quale evoca interventi poi però dall’altro lato si accerta che nell’agosto del ‘78 viene redatta una scheda lavoro del gruppo CPV circa l’esecuzione dei lavori in autoclave la cui mera lettura fa rizzare i capelli, perché se la leggete, c’è tutto qui, vedete come nel ‘78 dicono con le scale di andare nelle autoclavi per fare pulizie, etc., mentre prima Baccaredda ha detto che c’erano stati tutti quei lavori di intervento e manutenzione. Stesso rilievo faccio per gli iniettori. Due altre considerazioni e poi dico soltanto una cosa a voce. Riduzione del CVM e polverosità. L’avvocato Accinni afferma che a partire dal ‘73 Montedison e Montefibre affrontano in modo sistematico e determinato il problema della riduzione del CVM negli ambienti di lavoro, note di udienza, evidenziando ricognizione in vari reparti. Peccato però che tre anni dopo, ancora tre anni dopo, certamente fino al 27 settembre del 1976 le condizioni di lavoro evocate dalla testimonianza Dino Corò udienza del 18 aprile del 2000, attesti una situazione terrificante. Leggerà il verbale in Camera di Consiglio, se riterrà, il verbale di udienza, cito solo la parte finale "e veniva fuori un nebbione, si vedevano queste nubi di CVM, tanto è vero che non si vedeva neanche, si chiamava per gridare, per dire di ridurre un po’ e non si vedeva neanche chi stava operando perché era una nube, questo certamente fino al 27 settembre del 1976, quindi gli asseriti interventi del ’73..". Salto, etc.. Rilevo anche una contraddizione in Baccaredda che dice che Montedison non subordinava l’ordinazione delle commesse ambientali ad un ritorno economico, il che farebbe il paio, non installava il monitoraggio perché gli conveniva, vero invece che la relazione Carrara-Maratiene depositata dimostra per tabulas che si teneva conto del ritorno economico, addirittura calcolando per gli anni ‘85 e ‘86 107 milioni anno e 54 milioni anno, etc.. Elusivo è quanto dice l’avvocato Pulitanò sulle critiche svolte dal Pubblico Ministero e delle parti civili sulla mancata adozione delle tecnologie di sostituzione di ossigeno puro all’aria. Non potendo contestare che la miglior tecnologia della mancata innovazione, cioè l’ossigeno puro al posto dell’aria, evocando Foraboschi, afferma l’avvocato Pulitanò che dopo tutto la scelta tra ossigeno puro ed aria era una scelta tecnica, non basata su indicazioni normative e vincolanti, con ciò però si trascura di rispondere alla domanda posta dal Pubblico Ministero e dalle parti civili: vero o non vero che tale miglior tecnologia permette di ridurre di altro 95 per cento la portata e la scarica gassosa riducendo del 55 per cento la produzione di sostanze tossiche indesiderabili? Quindi è agevole replicare che pure in assenza di normativa vincolante si imponeva regola generale di dirigenza qui palesemente disattesa. Concludo sull’inceneritore che leggerete in Camera di Consiglio. Dico soltanto due parole perché nel corso della sua arringa il professore avvocato Stella mi ha tirato in ballo dicendomi che non merito replica perché bisognerebbe insegnarmi la democrazia. Su per giù questo è il concetto, vi rimando a pagina 76 di questa memoria che ha depositato. Ora io nel replicargli brevissimamente utilizzo il libro che ha fatto medio tempore, non avrei voluto farlo perché essendo un libro fatto medio tempore, durante il processo, è evidente che non è pura dottrina, è un libro di tendenza, cioè difficilmente Weber lo qualificherebbe a valutativo, per il fatto stesso che nel corso del processo, è molto di tendenza e quindi non l’avrei voluto citare come dottrina, lo cito soltanto come punto di riferimento di questa piccola, minima polemica. Dico soltanto che in questo libro, molto più chiaramente che non nell’arringa, si continua ad insistere sull’argomento, i reati di pericolo astratto che qui sono contestati, o sarebbero contestati in alcune parti, ed il diritto penale della soglia - del quale si parla molto a tutela dell’ambiente, etc. - e ciò si fa polemizzando con alcune parti civili, con l’Avvocatura, etc., mettono in pericolo il diritto penale tradizionale basato sull’evento. Il professor Pulitanò nel ‘75 lo chiamava il diritto criminale tradizionale quando parlava dei delitti di attentato, come qualcosa in più rispetto al diritto criminale e tradizionale, e dice in questo libro, anche nell’arringa, che questi reati di pericolo astratto e il diritto penale del comportamento, cioè della soglia, si allontanato dalla tutela concreta del bene giuridico che è il fondamento della democrazia, etc. etc.. A questo punto faccio solo questa brevissima citazione perché dirmi che devo andare ad insegnare la democrazia, insomma... Dico soltanto questo. In questo libro c’è un capitolo a pagina 395 "il prevedibile fallimento del diritto penale del comportamento e del pericolo astratto", e si cita nella pagina subito dopo "nella letteratura italiana in senso critico, nei confronti della previsione dei reati di pericolo astratto con varie motivazioni" Gallo e Marinucci Dolcini, e poi anche Angioni. Gallo verrà qui tra due giorni e spiegherà come e perché e risponderà come lui saprà rispondere a questo addebito che gli viene mosso. Il Marinucci Dolcini è una citazione, come dire, impropria e improvvida, cioè improvvisamente impropria, perché? Perché il Marinucci Dolcini nel 1995 e nel 2001, quindi medio tempore c’era questo processo, ha sempre continuato a dire, sia a proposito di bene giuridico, sia a proposito, questa è la conclusione ormai, ha sempre continuato a dire le stesse cose che sono radicalmente diverse da quelle che gli accrediti o addebita, a secondo dei punti di vista, il professor Stella. A proposito di bene giuridico lui dice, ma guardate che citazione, ‘95 ripetuta un anno fa, Giorgio Marinucci è al di sopra di ogni sospetto, è un grandissimo studioso che merita rispetto, "si delinea così il vero volto politico-criminale della concezione personalistica del bene giuridico", state a sentire Giorgio Marinucci, fa poco l’avvocato e forse per questo fa sempre il professore, "nella migliore ipotesi sembra ritagliata su una idealizzata visione ottocentesca del diritto penale, quale strumento di tutela dei soli classici beni, vita, salute e patrimonio individuale", state a sentire, nella peggiore delle ipotesi la teoria personalistica del bene giuridico sembra assecondare l’aspirazione della gente per bene e dei colletti bianchi a liberarsi dagli impatti del diritto penale, e il suggello a questa seconda ipotesi viene dalla coerente proposta di una vasta depenalizzazione dei reati contro i beni economici collettivi, e fa il paio con "è il tramonto del diritto penale dei grandi rischi, è il diritto amministrativo l’orizzonte verso il quale ci avviamo", questo per quanto riguarda il premio giuridico. Per quanto riguarda i reati di pericolo astratto cosa dice Marinucci, diceva nel 1995 e torna a dire nel 2001, "non sempre però è possibile al legislatore, nella formulazione della norma incriminatrice, o al Giudice in via interpretativa, inserire nella fattispecie l’elemento del pericolo concreto, ove questa possibilità sia preclusa, per esempio - ed è proprio il caso che ci interessa, perché qui si dice che la scienza non sa, la scienza non sa - per esempio per lo stato delle conoscenze scientifiche o per la peculiare natura della materia da disciplinare, il ricorso da parte del legislatore allo schema dei reati a pericolo astratto è obbligato. Non si tratta perciò della repressione di mere disobbedienze o di personalità pericolose, bensì dell’unica forma possibile di protezione dei beni giuridici", e più avanti "l’unica via per assicurare", etc. etc.. Quindi impropria la citazione di Marinucci e improvvida, perché ripeto citare a sproposito è essere improvvidi. In ogni caso viene dimostrato per tabulas che non è vero che tutti siamo d’accordo, che ormai si va verso il diritto amministrativo dei grandi rischi e chi non è d’accordo con questo mina alle basi la democrazia, manderemo a lezioni di democrazia dal professor Stella anche Giorgio Marinucci. E manderemo a lezioni di democrazia dal professor Stella anche coloro i quali in Germania non sono d’accordo con gli autori prediletti dal professor Stella, perché optare per Hassemer e non per Strattembert o Gülhen, perché? Anche Strattembert e Gülhen a lezioni di democrazia? A lezioni di democrazia anche quella giurisprudenza della Cassazione aggredita dal professor Stella nel suo libro in cui sulla base di insegnamenti canonici tradizionali si adotta a proposito del nesso di causalità quei principi dei quali vi parlerà tra qualche minuto anche il professor Pigotti e sui quali vi intratterrà dopo domani il professor Gallo? E’ evidente che a queste obiezioni si deve rispondere in questo modo ed io sono convinto che voi saprete ben valutare tutte queste questioni nella Camera di Consiglio per cui ribadisco la richiesta di accoglimento delle conclusioni che ho già fatto.

 

Presidente: grazie, facciamo una breve pausa e poi riprendiamo. Scusate un attimo. Siccome ci stanno arrivando in questi giorni numerosissime memorie, ancora memorie con allegate relazioni di consulenti, etc.. Il Tribunale vi chiederebbe un grosso favore, cioè ciascuno dovrebbe farci un indice delle relazioni peritali e delle memorie che ha presentato al Tribunale. Perché noi siamo andati in cerca di talune, forse sono in copia, io non lo so dove siano, non le abbiamo trovate. Allora vi sarei grato, visto che siamo proprio agli ultimi giorni, quindi abbiamo bisogno di fare una ultima ricognizione di tutto ciò che è stato presentato, se ci aiutate in questo senso per verificare che davvero si abbia tutto o qualche cosa non sia un po’ stato dimenticato o messo in giro. Noi abbiamo cercato di collocare anche in maniera sistematica, però ci sono delle cose che non riusciamo a trovare. Siccome noi non le abbiamo a casa non sappiamo dove siano. E’ probabile quindi che siano forse in giro per le copie, io ho chiesto a chi fotocopia normalmente però non è in grado di dare delle risposte. Allora se è possibile ci fate questo piacere per magari martedì della prossima settimana. La parola all’avvocato Manderino.

 

Avvocato Pozzan: chiedo scusa Presidente, prima che inizi l’avvocato Manderino. Finiamo con l’avvocato Manderino, mi ha detto l’avvocato Manderino che avrà un tre quarti d’ora.

 

Presidente: direi proprio di sì.

 

Avvocato Pozzan: grazie.

 

AVVOCATO MANDERINO

 

Avvocato Manderino: Presidente e signori Giudici, io affronterò l’argomento relativo al primo comma dell’articolo 437 del Codice Penale e dedicherò gran parte delle osservazioni a quanto è stato detto dall’avvocato Pulitanò all’udienza del 3 luglio del 2001 e nella memoria del 13 luglio del 2001. Secondo il difensore di Enichem l’imputazione di cui all’articolo 437 è infondata sia sotto l’aspetto oggettivo che sotto l’aspetto soggettivo del dolo. Comincerei dalla questione del piano oggettivo. L’avvocato Pulitanò si domanda se sia possibile estendere l’applicazione dell’articolo 437, quindi l’ambito di questa applicazione, ricomprendendo oltre alle condotte poste in essere in votazione di norme antinfortunistiche speciali, che impongono doveri di collocazione di impianti, apparecchi o segnali, destinati a prevenire infortuni sul lavoro o disastri, anche a condotte che non troverebbero altrettanta corrispondenza nelle disposizioni speciali in materia. A mio parere questa distinzione è finemente ma semplicemente capziosa perché nelle norme speciali, che poi sono le norme a cui fa riferimento il capo di imputazione, sono contenute due disposizioni di carattere generale che fanno da cappello al testo legislativo, dalle quali non si può prescindere che contengono in sé l’obbligo che comporta per il datore di lavoro l’adozione di ogni misura diretta ad evitare che la sicurezza e la salute del prestatore di lavoro possano essere poste in pericolo o danneggiate. E queste norme sono gli articoli 4 dei D.P.R. 547/55 e 303/56. Dice l’avvocato Pulitanò che l’individuazione delle apparecchiature da collocare per la loro destinazione prevenzionale, non può essere fatta se non con riferimento alle situazioni nelle quali il problema prevenzionale sussista, ed io sono d’accordo su questo. Su questo punto cita la dottrina, nella persona dell’avvocato Alessandri, il quale ultimo nel prosieguo della frase che l’avvocato Pulitanò cita, che è estratta dal digesto penale del 1988, così eloquentemente continua "Solo perché si verifica una determinata articolazione dei fattori produttivi tale da profilarsi come potenzialmente produttiva di aggressioni all’incolumità fisica dei lavoratori, si impone l’adozione di efficaci misure protettive", quindi il punto di partenza è il bene dell’integrità dei lavoratori che è l’oggetto centrale della tutela dell’articolo 437. Questo detto non mi pare che l’attività produttiva svolta all’interno del Petrolchimico ci collochi tra quell’attività che l’articolo 2 di tutti e due i D.P.R., entrambi richiamati dai rispettivi articoli 4 escludono dall’applicazione delle norme che li compongono. E dunque anche i datori di lavoro, dirigenti, preposti che in questo processo sono imputati, erano tenuti all’osservanza del principio che impone di adottare le misure di sicurezza e igiene previste dalla legge, di rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici a cui andavano esposti, di informarli sulle norme essenziali di prevenzione, di fornirli dei necessari mezzi di protezione, di esigere da questi sia l’osservanza delle norme di cui dovevano essere stati posti a conoscenza, sia l’uso dei mezzi di protezione che dovevano essere messi loro a disposizione. Questa è la situazione da cui partire per parlare di un problema prevenzionale e questa è la situazione di rischio, situazione che è la normativa stessa a stabilire, sulla scorta del principio per cui ogni attività lavorativa è di per sé potenzialmente pericolosa. Questa è la situazione a cui fa riferimento l’articolo 437, norma che è proprio diretta ad anticipare, reprimendo la condotta, la soglia di tutela rispetto all’effettiva lesione del bene protetto, imponendo che vengano adottate tutte le misure cautelari per evitare ingiustificati innalzamenti del rischio nell’esercizio di qualunque attività economica. A questo punto vorrei allora sgomberare il campo da insidiose differenziazioni lessicali che vengono utilizzate allo scopo di restringere del tutto arbitrariamente l’applicazione dell’articolo 437, prima di tutto in questo processo penale ma anche nel significato che ha, normativo del sistema. Comincerei dalla differenziazione tra le nozioni di sicurezza, infortuni e igiene del lavoro e malattie, che l’avvocato Pulitanò rilancia a proposito del limite dell’applicazione della norma quando si sofferma sul dibattito giurisprudenziale e dottrinale creato dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1983. Mi sono già espressa a proposito su questa discussione, ribadisco il fondamento delle ragioni sostenute dalla più autorevole dottrina e dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione sull’applicabilità della norma penale anche alle malattie professionali. Confermo la lettura che ho proposto e che penso si attagli giuridicamente alla situazione di fatto che è oggetto di questo processo. Le malattie dolosamente non prevenute e colposamente provocate a centinaia di lavoratori del Petrolchimico costituiscono l’evento del disastro che l’articolo 437 nomina accanto all’evento infortunio, poiché il loro verificarsi a seconda di condotte omissive identiche, perseguite senza soluzione di continuità da chi era tenuto ad osservare le norme per la sicurezza e la salute sul lavoro, costituisce e si materializza nell’evento disastro, secondo quella nozione che comunemente è accolta in giurisprudenza, cioè costituiscono quegli effetti gravi, complessi ed estesi che hanno colpito un numero elevato ed ancora allo stato indeterminato di persone. Aggiungo ora e mi ricollego alle argomentazioni che si appigliano alla sentenza 8 settembre del 1999 della Corte Suprema, richiamata dall’avvocato Pulitanò. Aggiungo che la diversa nozione e il diverso trattamento giuridico delle categorie dell’igiene sul lavoro e sulla sicurezza sul lavoro non sposta nulla in questo processo, con riferimento specifico all’articolo 437. In questo processo queste, chiamiamole categorie, sono state entrambe alla pari allo stesso livello l’oggetto della violazione posta in essere dalle condotte ascritte agli imputati, cioè è tanto vero che il capo di imputazione nel dare concretezza alla condotta sanzionata dal 437 oltre che al 2087 del Codice Civile fa specifico ed espresso riferimento ai due fondamentali testi normativi ad entrambi, che costituiscono il corpus di quelle due categorie che ora si vorrebbero separare e che sono le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro 547/55 e le norme generali per l’igiene del lavoro D.P.R. 303/56, entrambe vengono in considerazione come fonti dell’obbligo penalmente stabilito dall’articolo 437. La violazione di quelle norme espressamente ed analiticamente indicate nel capo di imputazione ha determinato la violazione dell’articolo 437 primo comma perché dolosamente gli imputati non hanno adottate quelle misure che le norme speciali dispongono al fine di assicurare in via sussidiaria e di rincalzo un’anticipazione della tutela, dalla mancata adozione di quelle misure ne è poi derivato l’evento del disastro, ovvero le lesioni e le morti. Ecco perché ritengo capzioso e del tutto fuorviante questo volere insistere sulle differenze. Lo stesso richiamo a quella sentenza della Corte di Cassazione non ha ragion d’essere in questa discussione perché quella sentenza riguarda una norma speciale, l’articolo 6 del decreto legislativo 626 del 1994, o meglio il secondo comma di quell’articolo, il quale a differenza del primo e del terzo espressamente si riferisce soltanto alla normativa in materia di sicurezza, ma non riguarda una norma di carattere generale come l’articolo 437, la cui ratio è quella di punire l’inosservanza di un obbligo che trova la sua fonte in tutta la legislazione di prevenzione, sia che si tratti di sicurezza in senso stretto, sia che si tratti di igiene sul lavoro. Allora mi soffermo sull’oggetto specifico del 437, a che cosa materialmente la condotta deve rivolgersi per avere la connotazione penale richiesta. L’avvocato Pulitanò richiama la dottrina più accreditata, concorde nell’individuare gli impianti, apparecchi e segnali in quei dispositivi, installazioni o strutture, che dir si voglia, caratterizzati dall’essere fissi, stabili, tecnicamente dotati del carattere di specialità del manufatto, in questo caso gli apparecchi, dottrina concorde anche nell’escludere dalla nozione sia le sostanze naturali come l’acqua o la sabbia antincendio, sia i metodi di lavoro, sia gli apparecchi destinati esclusivamente al salvataggio ed al soccorso, perché a questi ci pensa l’articolo 451. Ma il tentativo di salvataggio della difesa su concetti specifici e terminologie lessicali rigide è inutile a fronte di un principio di carattere generale accolto da quella stessa dottrina che viene richiamata e dalla giurisprudenza. L’interprete non è autorizzato, sia dal dato testuale della norma, sia dalla ratio complessiva, ad introdurre elementi restrittivi tali da costituire insidiosi svuotamenti della norma, questo dice l’avvocato Alessandri che aggiunge "vuoi nel senso di esigere una particolare complessità del dispositivo, vuoi nel senso di inserire un’arbitraria distinzione tra dispositivi fondamentali e non fondamentali, ovvero ancora di richiedere un uso collettivo o individuale". Quanto alla giurisprudenza nella memoria che depositerò sono citate le sentenze della Corte di Cassazione che accolgono lo stesso principio. Io riferisco ancora le parole dell’avvocato Alessandri perché le ritengo significative, dice "la destinazione è la chiave di volta dell’intera fattispecie, si avranno allora casi di una tipica ed espressa destinazione antinfortunistica ogni volta che un’apposita manifestazione normativa ne prescriva l’adozione, come nei vari D.P.R. antinfortunistici, ed è ancora più preciso, ma non sembra ci siano ostacoli a ricostruire la destinazione preventiva anche in base allo stato delle conoscenze tecniche e scientifiche perché è proprio la scienza e l’esperienza che consentono di riconoscere e si noti, anche nelle situazioni tipiche delle stesse formule normative come le varie disposizioni dei D.P.R., l’insorgenza concreta di un’area di rischio di livello apprezzabile. Proprio questa valutazione - è sempre l’avvocato Alessandri - coniugata con il generale principio dell’articolo 2087 è l’unica che permette di stabilire quali accorgimenti tecnici siano necessari per neutralizzare le fonti di pericolo presenti in una certa configurazione produttiva". Allora sulla scorta di queste affermazioni vengono ancora una volta in considerazione quelle norme generali dei D.P.R. di cui ho parlato il cui contenuto, unitamente a quello delle disposizioni espressamente individuate nel capo di imputazione, si coniuga perfettamente con gli addebiti di colpa attribuiti agli imputati, addebiti che secondo l’avvocato Pulitanò verrebbero tagliati in radici, risulterebbero evanescenti, irrilevanti, estranei alla problematica del 437. Ora sono ben lontana naturalmente da ricostruire l’istruttoria dibattimentale in un’arringa o nella presente replica, però considero che il suo svolgersi, nella parte dedicata alle consulenze tecniche e alle parte testimoniale, abbia dimostrato in punto di fatto la fondatezza dell’accusa, punto di fatto che poi è stato sintetizzato dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria di maggio e giugno. Ma le osservazioni dell’avvocato Pulitanò sui singoli addebiti mi aiutano a ribadire questo fondamento dell’accusa, e vado per sintesi per evitare ripetizioni inutili. Tutti, ma proprio tutti gli addebiti che l’avvocato Pulitanò liquida come generici non solo trovano nell’istruttoria dibattimentale svolta la loro concretezza in situazioni di luogo e di tempo, ma quella stessa individuazione che è stata fatta nel capo di imputazione trova una corrispondenza nelle norme speciali che costituiscono la condotta oggetto del reato. Vi è l’immediata riconducibilità di quegli addebiti alle disposizioni che nel capo di imputazione identificano la condotta tenuta, ovvero non tenuta dagli imputati, e sono sempre le norme generali che vengono in considerazione. Così nell’affermare che il capo di imputazione contiene addebiti di colpa relativi a modalità operative o a comportamenti aziendali, diversi dall’omissione di cautele, affermazione che ha fatto anche giusto ieri l’avvocato Mittone, sulla stessa linea parla di condotte che appartengono alle condizioni di lavoro, a modalità di attività produttive e come tali asseritamente sarebbero destinate ad essere spazzate via perché estranee all’articolo 437, la difesa cerca debolmente di sostenere contro ogni evidenza che sarebbero assenti quelle disposizioni specifiche che impongono un obbligo, disposizioni che invece non solo esistono e sono richiamate, anche se non sarebbe nemmeno necessario perché basta evidenziare un concreto comportamento addebitato che trovi riscontro nella disciplina normativa, ma proprio quel tipo... chiamiamole modalità operative come le chiama l’avvocato Pulitanò, impongono siano svolte nel rispetto della sicurezza e della salute dei prestatori di lavoro. La sorveglianza sanitaria di cui ci ha fornito un illuminante quadro di insieme uno dei testimoni più loquaci del processo, il dottor Giudice, non è affatto da annoverarsi nella categoria dei sistemi di organizzazione del lavoro come tenta di inquadrarla l’avvocato Pulitanò; certo che in senso lato lo è perché le modalità adottate nell’apprestare un’infermeria o un servizio medico sanitario all’interno di una azienda fanno concettualmente parte di un generale criterio di organizzazione di impresa, ma è la mancata o insufficiente sorveglianza sanitaria diretta alla prevenzione e al controllo di migliaia di dipendenti che viene contestata agli imputati, ovvero la violazione delle misure di igiene del D.P.R. 303 del ‘56, che impongono al datore di lavoro di apprestare ogni mezzo, in questo caso specificamente sanitario, per evitare che i lavoratori siano esposti a pericolo durante l’attività produttiva. Lo stesso discorso vale per la contestata mancata informazione ai dipendenti, informazione che peraltro nel caso del Petrolchimico non solo era dovuta in ragione di specifiche norme giuridiche, gli articoli 4 lettera b) dei rispettivi decreti presidenziali, ma imposta dalle precise conoscenze scientifiche che nel frattempo si erano avute sulla cancerogenicità del CVM e del PVC e dal fatto che quei lavoratori venivano mano a mano a sapere da altri – voci, stampa, Sindacati – con quali sostanze da anni stavano vivendo senza sapere alcunché dall’unico soggetto tenuto obbligatoriamente per legge a renderli edotti sul punto. Potrei continuare su questa linea con tutti gli addebiti scartati dall’avvocato Pulitanò. Il tanto vituperato addebito di omesso blocco di impianti produttivi o lo si legge nella lingua italiana in cui è scritto o è meglio non citarlo, perché la mancata chiusura di un impianto, definitiva o anche solo temporanea, ed è solo per esemplificare che è stato nominato il CV6, viene contestata a tutti gli imputati proprio in ragione della mancata collocazione, per esempio, di sistemi destinati ad impedire che l’attività lavorativa si svolgesse come si è svolta nella completa ignoranza del pericolo delle sostanze prodotte, sistemi tra i quali ai fini prevenzionistici di sicurezza e di salute vi erano quelli destinati ad evitare l’entrata dell’operatore in autoclave, entrata non solo fatta proseguire sino alla chiusura di alcuni di essi, e per il CV6 proseguimento dell’entrata, è l’89, non è il ‘77, ma anche disinvoltamente proseguita nonostante fossero in commercio da anni strumenti alternativi come pompe o lavatori che avrebbero consentito il lavaggio esterno evitando così agli operatori di trascorrere ore o interi turni di lavoro all’interno della cavità a contatto con la sostanza cancerogena. Vorrei ricordare a questo proposito l’avvocato Benedini che alla scorsa udienza ha detto: "Sapete com’è che si toglie il CVM dall’autoclave? Si toglie con un ventilatore", ne parlava a proposito dell’accusa circa le mancate spese per pensare alla sicurezza dei lavoratori e diceva: "Il ventilatore è il mezzo più empirico e più economico che esista". Certo, l’avessero fatto, avessero usato il mezzo più economico ed empirico per evitare centinaia di malattie ai lavoratori. Ora, in un certo senso lo ammette anche l’avvocato Pulitanò quando dice: "L’ingresso in autoclave non è di per sé un’operazione vietata se eseguita con le necessarie precauzioni", appunto, precauzione significa prudenza, cautela, previdenza. L’avvocato Pulitanò in questa ipotesi tenta di esercitarsi in quell’attività di svuotamento della ratio dell’articolo 437 che però, diciamolo francamente, non è poi così insidiosa da creare dubbi interpretativi di sorta. Non mi dilungo sull’uso dei mezzi di protezione personali, parlano da soli ancora una volta gli articoli 4 lettere c) e d) del D.P.R. 300, 4 lettera c) del D.P.R. 547, l’articolo 377, l’articolo 383, l’articolo 387, tutti debitamente contestati dall’accusa. Anche qui l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato come stava a cuore in azienda la protezione individuale dei dipendenti. Le mascherine di carta erano le più diffuse quando c’erano, a seguire le maschere per vapori organici, ma non in tutti i reparti e non una per ogni lavoratore, per finire con gli autorespiratori, uno per reparto e nemmeno tanto vicino al reparto perché più di un testimone ha riferito che le maschere antigas erano depositate vicino alla portineria esterna ai reparti. Di protezione alle mani si è parlato poco, giusto però per sentire che per esempio chi lavorava in laboratorio operava sulle resine a mani nude. Io non voglio dilungarmi sulla spiegazione che l’avvocato Pulitanò fornisce per escludere dal 437 le condotte riferite ai mezzi di protezione personale; posso solo constatare che se una strenua difesa va sempre giustificata almeno non si dica, per favore, che la norma non è applicabile perché i mezzi personali di protezione non fanno parte delle installazioni fisse dotate di stabilità strutturale per le quali si ponga un problema concreto di collocazione. Anche perché sembra un tentativo di introdurre elementi restrittivi che la norma penale non autorizza affatto. Potrei puntigliosamente ribattere che in questo caso siamo di fronte ad un caso di apparecchi, così ci togliamo di mezzo quel fastidioso concetto di installazioni fisse o di strutture stabili che a tutti i costi si vuole applicare purché sia, cioè pur di escludere e di dare un fondamento all’asserita irrilevanza degli addebiti. Ma rimane il fatto, senza fare peraltro inutili categorizzazioni, che tra tutti gli addebiti ex articolo 437 quello di non aver curato che i lavoratori usassero tutti i mezzi necessari di protezione individuale si presenta eloquentemente come un tipico esempio di omissione di cautele e di doverose precauzioni penalmente sanzionate. Così valga per la separazione delle lavorazioni insalubri che il capo di imputazione a mente dell’articolo 19 del D.P.R. 303 del ‘56 contesta proprio in quanto è venuta a mancare una collocazione all’esterno dei reparti di quelle parti di impianto soggette a perdite di sostanza cancerogena. Qui si vorrebbe far ragionare sul concetto di collocazione di apparecchiatura di sicurezza per dire che non è una apparecchiatura di sicurezza, mentre il fondamento dell’accusa sta proprio nel non essersi adoperati preventivamente ad eliminare le fonti di rischio costituite da parti di impianto che andavano collocate in un luogo diverso da quello delle postazioni dei lavoratori. E anche qui l’istruttoria dibattimentale ha fornito la prova dell’accusa. Le cappe di aspirazione. Il contraddittorio dibattimentale non si è limitato a parlarne a proposito delle sole zone di insacco, come sostiene l’avvocato Pulitanò, o in zona autoclave; di cappe di aspirazioni che non c’erano si è parlato anche a proposito del laboratorio del CV5-15 e qui siamo all’articolo 20 del D.P.R. 303, dove si scaldava il prodotto da analizzare senza che vi fosse alcuna protezione del gas che ne fuoriusciva. Sulla manutenzione che gli organi di tenuta siano parti degli impianti produttivi non c’è alcun dubbio, ma valga per essi quanto già ho detto a proposito della sorveglianza sanitaria. Le condotte addebitate non riguardano affatto modalità produttive o criteri di organizzazione aziendale come insistentemente sostiene l’avvocato Pulitanò; le condotte addebitate riguardano proprio la mancata predisposizione di tutte quelle necessarie cautele che l’attività industriale che ci occupa richiedeva ai fini della sicurezza. Finalizzati alla sicurezza erano tutti gli interventi di obbligatoria manutenzione su pezzi o elementi di impianto, che certamente avevano finalità dirette al loro normale funzionamento, come si dice pleonasticamente, ma è la loro mancata riparazione, sostituzione e manutenzione che nel determinarne il deterioramento ha fatto perdere la finalità produttiva a questi pezzi o elementi di impianto per diventare invece motivo ulteriore di rischio e dunque di esigenze di sicurezza dettate dalla regole speciali. La questione dei gascromatografi. Va subito detto, al contrario di quanto afferma l’avvocato Pulitanò, che il capo di imputazione individua precisi periodi storici di mancata collocazione di questi o altri sistemi di rilevamento e poi parla di inidoneità e insufficienza di questi sistemi nel periodo successivo al ‘75. L’argomentazione dell’avvocato Pulitanò su questo punto, parlo sempre della memoria in questo caso, diretta ad escludere l’imputazione sul piano oggettivo, presenta a mio avviso delle serie lacune. Se da un lato infatti per dare una rilevanza positiva all’asserita attenzione che veniva dedicata al monitoraggio del CVM punta su concetti quali "vi erano state delle segnalazioni, dei problemi da risolvere" oppure su generici ma non dimostrati riferimenti a problemi affrontati e risolti, dall’altro cita un unico caso concreto, a mio avviso una sorta di boomerang. Si tratta dello specifico riferimento al reparto CV22-23 dove nel 1988 – qui siamo in epoca Enichem – le autorità di cui parla l’avvocato Pulitanò, cioè gli ispettori Greggio dell’U.L.S.S. veneziano e Jager dello SPISAL, udienza 18 aprile 2000, constatarono un monitoraggio di una volta all’ora per ogni zona invece che almeno tre volte all’ora come richiesto dalla legge e l’assenza di mezzi di protezione individuale in capo al personale con una procedura aziendale che non prevedeva l’utilizzo del mezzo di protezione per l’addetto che girava per i reparti. Il difensore Enichem sostiene che oggetto del controllo ispettivo fu uno specifico aspetto del monitoraggio nel reparto e limitatamente a questo venne eseguito l’adeguamento che le autorità imposero all’azienda. Peccato si trattasse dell’aspetto relativo alle modalità e alle frequenze di rilevamento del CVM presente nel reparto, che non è poca cosa, e ancora peccato si trattasse di un sistema utilizzato nell’88, non nei primi anni Settanta, privo dei minimi crismi di legalità, sottoposto a precise disposizioni di adeguamento che in realtà l’ispettore Greggio alla domanda dell’avvocato Santamaria non dice affatto che vennero prontamente eseguite, ma semplicemente dichiara di non averne verificato l’ottemperanza aggiungendo tra l’altro che il progetto di adeguamento del gascromatografo venne presentato da Enichem nel novembre ‘88 e l’accertamento era del giugno dello stesso anno. Credo che su questo punto tanto il materiale probatorio relativo alle testimonianze quanto tutte le analisi svolte dai consulenti tecnici provino che l’accusa è fondata e quindi mi limito a rinviare a questi, come rinvio anche alla requisitoria svolta dal Pubblico Ministero, quindi sotto l’aspetto oggettivo ritengo che sia fondato l’addebito del reato di cui all’articolo 437. Brevemente sull’aspetto soggettivo. Mi occupo di questo argomento che non avevo trattato precedentemente e solo per ovvie ragioni di chiarimento non intendevo affatto trattare nemmeno implicitamente questo argomento quando mi sono soffermata sulla questione delle posizioni di garanzia convinta come sono, d’accordo con l’avvocato Pulitanò, che colpevolezza e posizione di garanzia sono l’uno relativo all’aspetto soggettivo del reato e l’altro all’elemento oggettivo. La condotta dolosa addebitata agli imputati di questo processo è quella di aver omesso con coscienza e volontà tutte le doverose cautele indicate dal capo di imputazione con la consapevolezza che tali cautele avevano lo scopo di prevenire il disastro. Questi sono gli elementi che rientrano nell’elemento psicologico del dolo. Alla luce della prova in istruttoria gli imputati tutti conoscevano e dovevano conoscere le specifiche e inderogabili prescrizioni contenute nelle norme dei D.P.R. che il capo di imputazione ha dettagliatamente descritto. Conoscevano e dovevano conoscere il dovere di diligenza e di perizia dettato dall’articolo 2087, dovere che nel caso concreto è qualificato, posto in capo ad un soggetto come il datore di lavoro che svolge professionalmente una determinata attività. Ma il dovere di diligenza significa anche dovere di informazione, non solo in relazione a quei precetti antinfortunistici, ma anche in relazione a tutto ciò che attiene conoscenze scientifiche e tecniche, le conoscenze cioè sugli effetti tossici e cancerogeni della sostanza prodotta e lavorata e parallelamente le conoscenze sull’evoluzione del progresso tecnico in relazione alle scoperte scientifiche affiorate ed emerse in tutta la loro concretezza. E’ il dovere di diligenza che imponeva loro di adottare precisi comportamenti e di apprestare tutti i mezzi per la concreta tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. Su questo punto io concordo con l’avvocato Pulitanò quando sostiene che la conoscenza della nocività del CVM è solo una premessa dei doveri di diligenza dell’imprenditore; lo è infatti proprio nel senso che quella conoscenza fa parte integrante del dovere di diligenza che si rimprovera a questi imputati di non aver ottemperato perché l’ignoranza sugli effetti cancerogeni del CVM è omissione del dovere di diligenza qualificato, assolutamente inescusabile. Questo processo ha provato che gli imputati sapevano dei risultati delle indagini svolte a livello mondiale sulla cancerogenicità, l’istruttoria ha provato che ne erano venuti a conoscenza persino prima di altri. Il noto patto di segretezza rimane un suggello di tutta la vicenda. E’ una prova che però non riguarda solo i dirigenti del primo periodo storico che è oggetto del processo, ma anche i successivi la cui conoscenza era peraltro rafforzata dalle maggiori notizie provenienti dalle indagini svolte sull’uomo – si pensi all’indagine Fulc – dagli esperimenti svolti sugli animali, dalle esperienze mediche ed epidemiologiche nel frattempo evolutesi e divenute oggetto di pubblicazione in tutta la letteratura scientifica internazionale. Questo processo ha provato che gli imputati sapevano che la situazione dello stabilimento non rispondeva alle esigenze di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori in ognuno di quei settori che il capo di imputazione ha individuato. In ciò la consapevolezza di una specifica situazione di rischio non schermata, come sostiene l’avvocato Pulitanò. A fronte di questa conoscenza avrebbero dovuto attivarsi predisponendo ogni mezzo di tutela che la legge loro imponeva, eliminando tutte le situazioni lesive determinate da impianti irrecuperabili, fonti di rischio continuo per chi vi lavorava, predisponendo e attivandosi in tal senso mezzi e sistemi di protezione, prevenzione e controllo come quelli di cui dà ampia descrizione il capo di imputazione. Tutto questo non è stato fatto nonostante e neppure in presenza di una situazione di conoscenza concreta dei pericoli perché non è stato voluto. L’istruttoria dibattimentale ha provato che persino nel corso degli anni Novanta, ma sarebbe interessante sapere adesso com’è anche la situazione, quei sistemi di controllo e di prevenzione non erano stati attuati. Ha provato che è bastato un controllo dell’ispettorato U.L.S.S. dell’88 per accertare nel mare magnum della struttura impiantistica del Petrolchimico come in un solo singolo reparto della fabbrica, il CV22-23, non venivano rispettate due regole fondamentali che la legge impone: il sistema di monitoraggio e l’uso dei mezzi di protezione personale. Chissà quale esito avrebbero avuto poi controlli più accurati se solo penso che il teste Magarotto all’udienza del 7 luglio 2000 aveva detto che per un impianto come il Petrolchimico non basterebbe un anno di verifiche. E chissà quali altri esiti si sarebbero avuti se i controlli fossero stati fatti annualmente. Quello che comunque è sufficiente è quello che è emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale. Io a questo punto, concludendo, mi rendo conto dei problemi che può comportare la valutazione in concreto della sussistenza del dolo e mi rendo conto della necessità di accertare con grande cautela la sussistenza dell’elemento psicologico nel reato dell’articolo 437, tutte questioni che sono state rilevate dal difensore Enichem, ma queste difficoltà sono state superate punto per punto in questo processo. In questo processo l’accusa non si è limitata a constatare e a provare una generica violazione di un generico dovere di adeguamento; precisa e puntuale ha individuato dimostrandola la reiterata violazione di intere disposizioni specifiche in tema di sicurezza e salute sul posto di lavoro, la pervicace e continuata inottemperanza agli obblighi specifici imposti dalla normativa speciale. Concludo su un’ultima questione. Quello su cui assolutamente mi dissocio è il voler svuotare dal punto di vista dell’elemento psicologico anche il significato della responsabilità penale in ordine alla conoscenza delle norme giuridiche in materia. Pur di escludere il dolo è stato detto che il suo accertamento va svolto fuori da presunzioni di sorta ove la presunzione sarebbe riferita alla conoscenza degli obblighi statuiti dalla normativa da parte del soggetto obbligato. Questo ragionamento non è giuridicamente accettabile. Quel soggetto di cui parla l’avvocato Pulitanò, il datore di lavoro in senso lato, mai potrebbe invocare a scusante l’incolpevole ignoranza della legge penale perché la scusabilità presuppone che egli abbia assolto al dovere di informazione. Qui siamo di fronte ad un caso di inescusabilità ai sensi dell’articolo 5 del Codice Penale perché l’eventuale invocato errore cadrebbe su una legge extrapenale, la normativa antinfortunistica, integrativa della legge penale che descrive il comportamento penalmente vietato nell’ambito di una norma che anche l’avvocato Pulitanò considera una tipica norma penale in bianco. In conclusione anche sotto l’aspetto soggettivo ritengo che sia stata raggiunta la prova. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato. Allora ci rivediamo venerdì prossimo.

 

RINVIO AL 12 OTTOBRE 2001

 

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