UDIENZA DELL’11 LUGLIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Manduzio: Giudice a latere

Dr. Liguori: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. ACCINNI - AVV. BACCAREDDA

 

Presidente: procedo all’appello. Bene, allora possiamo...

 

Avvocato Giarda: Presidente, le chiedo scusa, l’ingegner Calvi è difeso da me, non dall’avvocato Accinni. C’è stato forse un qui pro quo.

 

Presidente: apporto senz’altro la correzione, anche a verbale. Allora, per Calvi, è avvocato Giarda. Va bene, allora, precisato questo, possiamo senz’altro proseguire nella discussione secondo il programma che già era stato fissato; oggi chi parla per primo? L’avvocato Accinni. Benissimo, prego.

 

AVVOCATO ACCINNI

 

Avvocato Accinni: grazie, signor Presidente. Signor Presidente, signori del Tribunale, io non inizierò con parole d’elogio verso chi mi ha preceduto, perché le parole di elogio hanno un significato se sono portate dal professor Padovani e dal professor Alessandri e non certo da me; ed è quindi con grande umiltà, ma con profondo senso di responsabilità, che mi appronto ad iniziare questo impegno con solo due parole di premessa, ma che mi servono per entrare immediatamente nel cuore del processo, per mettere come si suol dire la mano sul piatto, perché sono i temi che penso essere i temi fondamentali di questo processo. Un processo che fa paura, che terrorizza; che fa paura per molte ragioni: per il numero delle pretese vittime contestate, per le imputazioni di reati gravi e infamanti, per il numero e la quantità dei pretesi risarcimenti, da ultimo quelli richiesti in misura irresponsabile dall’Avvocatura dello Stato. Ma, soprattutto, quello che fa paura, sono la totale assenza di consistenza scientifica a fondare la tesi dell’accusa. La sua pretesa, anzi, di poter sostituire ad una realtà, ad una verità scientifica, una verità giuridica neppure compatibile con i principi del nostro ordinamento. L’eccezionale difficoltà di cui sono ben consapevole, di liberarsi delle conoscenze scientifiche, legislative, giuridiche, di affermazioni giurisprudenziali di oggi, a giudicare fatti di allora, ossia di momenti in cui le conoscenze scientifiche, la normativa, le affermazioni giurisprudenziali erano tutte affatto differenti da quelle acquisite solo oggi, o in un passato assai recente. E così, per la verità, per la stessa sensibilità sociale. E questo è un processo che solo se fosse celebrato alla fine degli anni Settanta sarebbe stato tutt’affatto diverso da quello che pure è stato; e forse neppure casuale che non sia stato celebrato neppure alla fine degli anni Settanta. Il peso del condizionamento costituito dai sentimenti e dell’emotività dei familiari, che di per sé meritano certo un rispetto assoluto che nella realtà non è stato tributato da chi li ha indotti a credere convincersi di cose non vere, e così aggravando il dolore e generando paura, che non hanno una vera ragion d’essere. Il peso e il condizionamento dei mezzi di comunicazione. Né l’accusa si è fatta mancare la propria partecipazione a trasmissioni televisive che vorrebbero spostato il processo in una sede che non è la sua, secondo una forma di malcostume ormai troppo diffusa in questo Paese. Il peso del condizionamento dell’opinione pubblica per accuse tanto infamanti, e della stessa popolazione indotta a credere di essere esposta a pericoli per la propria salute. La paura di dover affrontare una accusa indefinita e già caratterizzata dall’assenza di evidenza scientifica rimasta ignorata. E mi domando se sia più arrogante chi accusa in assenza di evidenza scientifica o chi si difende con l’utilizzo della scienza, che avrebbe dovuto essere propria dell’accusa, prima ancora che della difesa, ma che spesso si è preferito ignorare o addirittura cercare di mistificare. E qui va subito il mio ringraziamento a tutti i nostri consulenti tecnici, per avere sempre avuto il massimo rispetto dei propri interlocutori, anche quando la differenza di statura era per la verità manifesta, e che pure sono stati costretti a subire insinuazioni inaccettabili anche nella forma di dialettica più accesa. Dall’altra parte vi sono dei problemi oggettivamente complessi e di grande rilievo. Quando può affermarsi che il consolidamento scientifico di una conoscenza sia tale da rendere esigibile una condotta. Qual è il valore soglia rilevante in assenza di un’accertata evidenza scientifica idonea a dimostrare l’idoneità o l’inidoneità di un pericolo o l’assenza di un pericolo per la salute o per l’ambiente; qual è la regola cautelare applicabile in questi casi. Qual è il punto di equilibrio tra le esigenze dello sviluppo industriale e quello della tutela della salute dell’ambiente. Sono tra i più grandi temi dell’attualità di oggi, rispetto ai quali la vostra decisione avrà senz’altro un importantissimo valore in termini di precedente. E qui torna quindi la preoccupazione, la difficoltà di non farsi condizionare dalle conoscenze e dalle conoscenze di oggi in un giudizio concernente fatti di allora; un precedente sì che avrà valore per il futuro ma che non può dimenticare di giudicare fatti di allora. Sono molte dunque le ragioni che fanno paura in questo processo e che hanno spaventato molti imputati, condizionandone anche alcune scelte processuali. Ma la paura è umana, signori del Tribunale, ed è solo la misura di quanto questo processo nella realtà spaventi. Perché quando si ha paura, si può essere tentati per intanto di cercare di scappare, perché il coraggio non è esigibile da un imputato, lo è invece certamente da parte del Giudice perché questo è il suo compito, applicare la legge dimentico del peso di qualsivoglia condizionamento con il coraggio che è proprio della serenità interiore, facendo giustizia anche delle paure dell’imputato. Il mio intervento difensivo che ha ad oggetto la colpa, che oggettivamente, prima che soggettivamente, qualifica le imputazioni, si svolgerà dunque nel tentativo di fornire un contributo al Tribunale ai fini di un’esatta impostazione di questi problemi; un tentativo convinto e determinato delle loro soluzioni, di una ricostruzione storica in fatto no diritto e nell’affermazione della giurisprudenza a inquadrare in particolar modo il periodo di tempo che va dalla fine degli anni Sessanta alla seconda metà di quelli Settanta. Quello che io credo essere il periodo centrale di questo processo. Il primo aspetto che sono convinto meriti di essere inquadrato è quello concernente perciò i metodi e i criteri del consolidamento delle conoscenze scientifiche nel tempo, perché il meccanismo del consolidamento delle conoscenze scientifiche è un meccanismo complicato, perché è complicato il momento del trasferimento delle informazioni dalla comunità scientifica a quella nazionale ed internazionale. E’ cosa ovvia che una segnalazione isolata non possa mai venire immediatamente acquisita dal sapere scientifico così com’è. Asserzioni scientifiche isolate non possono essere recepite come vere fino al momento della loro inequivocabile validazione. Un dato nuovo per quanto importante è acquisito dalla comunità scientifica attraverso comunicazione, convegni scientifici, attraverso pubblicazioni su riviste. Un dato quale che sia desta l’interesse della comunità scientifica se viene innanzitutto e perlomeno citato in altre pubblicazioni. Il numero delle pubblicazioni di citazione è già un’indicazione importante ad attestare e testimoniare la validità di un lavoro e soprattutto della conoscenza scientifica che questo lavoro contiene. E che la legittimazione scientifica sia ottenuta con la pubblicazione su una rivista quotata ce l’ha ricordato anche il dottor Carnevale, consulente tecnico del Pubblico Ministero, proprio a proposito dei lavori di Viola. Sentito avanti questo Tribunale all’udienza del 5 giugno 1998, ci ha ricordato che i lavori di Viola, di Huston, Tokyo, non potevano che essere preliminari; la legittimazione scientifica è appunto ottenuta con la pubblicazione su di una rivista quotata. Per carità, la citazione in sé non implica ancora che il lavoro abbia una validità, ci sono lavori che vengono citati soltanto per essere criticati, o soltanto per essere smentiti. E’ il dato della sperimentazione, è il dato della riproducibilità sperimentale ciò che viene a fare accettato come vero, come "confermamente" sperimentato appunto dalla comunità scientifica, un dato, un valore. Un lavoro considerato interessante dalla comunità scientifica riesce a raccogliere, in media, 30, 50 citazioni all’anno. Molti lavori innovativi nel campo della biomedicina sono citati anche più di 120 volte l’anno. I cosiddetti "hot papers", cioè i lavori ritenuti di straordinario interesse, riescono a ricevere una media di 100 e più citazioni l’anno, e vedremo tra poco, tra un solo momento, quante citazioni ha ottenuto la pubblicazione del lavoro di Viola dopo il 1971. Per intanto vi è un esempio, che credo quanto mai importante riprendere, perché è quanto mai significativo a illustrare quello che vado argomentando, ossia qual è il criterio con cui la conoscenza scientifica può affermarsi consolidata. Il professor Alessandri mi ha anticipato ieri, perché parlando della causalità non poteva non avere uno straordinario interesse per il meccanismo e il modello di cancerogenesi. A me interessa riprendere soltanto per brevi momenti questo esempio, a testimoniare e riverificare sotto il profilo del consolidamento, del criterio del consolidamento della conoscenza scientifica, l’esempio stesso. Perché è l’esempio più significativo che possiamo utilizzare per riverificare come un’evidenza, un’evidenza scientifica possa non essere ancora consolidata pure avendo ricevuto parecchie sperimentazioni nel tempo, addirittura come nel caso di quella che era ritenuta l’ipotesi classica di possibilità di generare tumori dopo più di 15 anni. Perché che cos’è avvenuto? E’ avvenuto che fino a poco tempo fa si ritenesse che fossero singole alterazioni del DNA a provocare il cancro. Io l’ho capita con un esempio che mi sono fatto e lo vorrei utilizzare per rispiegare al Tribunale. Fino a poco tempo fa si riteneva che ci si ammalasse quando si rompesse il motore; il motore non funzionava più, la macchina non poteva andare. Quanto si è compreso solo più di recente è che è il meccanico che si rompe, non è il motore. Il meccanico inizia a essere indisponibile, il meccanico inizia a non trovarsi più; utilizziamo la macchina pur con una riparazione approssimativa e definitivamente non c’è più nessun meccanico capace di aggiustarla, o più esattamente abbiamo rotto il meccanico attraverso quella forma. Fino ad oggi l’ipotesi su cui si è lavorato era che il cancro origini dalla mutazione di singoli geni, come ad esempio il p53, i ras discussi in questo processo. Ed è uno sforzo che è fallito. Ha fallito cioè la spiegazione dei meccanismi di insorgenza dei tumori. E questo perché non si sono potute identificare mutazioni specifiche per il cancro. Mutazioni cioè che non si ritrovano in altre condizioni, come ad esempio l’invecchiamento, la condizione più ovvia, e che risultano in ogni caso nella trasformazione di una cellula normale in una che possa dare origine ad un tumore. Non in tutti i tumori, ci ha ricordato il professor Alessandri, il p53 è mutato. La stessa ipotesi, pure fino ad oggi ritenuta valida, non è neppure riuscita a spiegare come mai il cancro si manifesti solo da parecchi mesi a decine di anni dopo che mutazioni sono state prodotte da agenti cancerogeni. Erano affermazioni, quelle delle ipotesi che potremmo con una formula tautologica definire classiche fino ad oggi, che davano luogo ad almeno tre corollari che si sarebbero dovuti poter accertare. Il primo era che sostanze cancerogene devono necessariamente funzionare come agenti mutageni; e si è compreso che così non è. Il secondo era che le mutazioni sono specifiche per un dato tipo di tumore, ed anche si è accertato che così non è. La trasformazione di cellule tumorali, era il terzo ed ultimo corollario, almeno di quelli più importanti, la trasformazione di cellule normali, normali in tumorali, dovrebbe coincidere con la mutazione, e cioè con l’esposizione alla sostanza cancerogena. Ed anche si è verificato che così non è. E non lo si potrà più dimostrare, che così sia o possa essere, perché quello che attualmente è chiaro è che vi sono evidenze scientifiche che sconfessano la possibilità che siffatti corollari possano effettivamente essere. In primo luogo esiste una serie di composti cancerogeni che non hanno attività geno-tossica: l’asbesto, il nichel, ormoni, arsenico, (acrilamide), ed altri. In altre parole non esistono mutazioni specifiche per nessun tipo di cancro. In secondo luogo non esistono né geni oncogeni né geni onco-soppressori che siano attivati o inattivati in tutte le forme di cancro. In terzo luogo, mutazioni che sono molto frequenti, come ras p53 non sono condivise da tutte le cellule dello stesso tumore. Infine, nessun gene è stato finora isolato da un cancro, che riesca a trasformare cellule normali in cellule tumorali; i tempi di latenza per l’insorgenza dei tumori sono notevolmente lunghi, da mesi a decine di anni, e ciò sebbene le mutazioni causate da sostanze cosiddette cancerogene, siano istantanee. Dunque, l’ipotesi da cui si erano prese le mosse si è sgretolata alla luce di dati sperimentali più recenti; l’ipotesi alternativa oggi è già certamente accreditata è che alla base dell’insorgenza del cancro c’è quell’ampia instabilità genetica che ci ha anticipato il professor Alessandri in strutture che sono più grandi del singolo gene e che sono i cromosomi. Perché ciò avvenga è necessario che vi siano delle alterazioni e dei sistemi che appunto e normalmente riparano il DNA, quello che io ho chiamato impropriamente il meccanico. Quindi alterazioni singole del DNA non sono necessariamente responsabili dell’evoluzione delle neoplasie; al contrario, un difetto dei sistemi di riparo del DNA sembra essere necessario perché un numero o norme di mutazioni possa accumularsi in modo incontrollato nel genoma. Ovvio che geni come ras e p53 saranno anch’essi mutati prima o poi per le deficienze del riparo, ciò che già elimina la possibilità di sussistenza del nesso causale tra le mutazioni del p53 o ras, causate da un qualsivoglia stimolo, è l’insorgenza del cancro come pretenderebbe il signor Pubblico Ministero. In altre e molto semplici parole, come ho finora detto, nulla alterazione del DNA ma del suo sistema riparatore. Ed allora quale esempio migliore potrebbe esservi a illustrare il criterio e il metodo del consolidamento di una conoscenza scientifica? La conoscenza dei criteri e dei corollari su cui abbiamo discusso in questo processo e su cui tentano di fondarsi le ipotesi dei meccanismi di cancerogenesi, sulla premessa delle quali è elevata l’imputazione del Pubblico Ministero, sono oggi superati dalle attuali conoscenze scientifiche. Il concetto di cancerogenesi utilizzato resta perciò perfettamente inadeguato; vi era una ipotesi di evidenza scientifica che non si è potuta verificare sperimentalmente e che dunque non si può affermare essersi consolidata. Al contrario. Ed allora entriamo immediatamente a seguire nella storia del consolidamento delle conoscenze scientifiche di questo processo, senza ripetere quello che ha già anticipato il professor Alessandri. Al professor Alessandri interessava portare l’attenzione del Tribunale sul fatto che nella disamina del Pubblico Ministero non vi è nessuna disamina del requisito del nesso di causalità, e che il tema è spostato completamente sulla colpa. Ed allora entriamo nel cuore del vivo del problema della colpa, nel cuore del vivo della prevedibilità. Fino agli inizi degli anni Sessanta ormai ampiamente è stato detto e ripetuto, vengono studiati soltanto gli effetti all’esposizione acuta e ad alte concentrazioni di CVM, sia negli animali che nell’uomo; sulla base di questi studi allora era raccomandata una esposizione media ponderata nel tempo, il TVA, non superiore a 500 ppm. E nel ‘63 ACGH decise di cambiare il TLV, allora appunto corrispondente a 500 ppm da valore TVA a valore di picco. Tra il ‘63 ed il ‘67 vengono quindi descritti, dalla Letteratura scientifica, i primi casi di (acrostiolisi) nel laboratorio delle autoclavi. Si osserva che le lesioni erano accompagnate e procedute da Reynaud; e ci si pone il problema perché ad allora si trattava di una patologia assolutamente nuova. Nel ‘67 l’aumentata incidenza di (acrostiolisi) e di fenomeno di Reynaud nei lavoratori esposti ad elevate concentrazioni di CVM inizia a trovare conferma; è il lavoro di Harris e Adams del ‘67. Eppure è dello stesso anno uno studio su 31 casi di (acrostiolisi) osservati in lavoratori del processo di polimerizzazione del CVM, e che concluse che la malattia era dovuta ad un effetto combinato di insulti fisici e chimici e a biosincrasia individuale, senza sapere individuare cause specifiche. E’ il lavoro di Wilson ed altri del 1967. In altre parole l’attribuzione eziologica delle lesioni osservate rimane per un certo periodo incerta e tra i possibili fattori causali in Letteratura vengono indicati: traumatismi a carico dell’apparato mano/braccio conseguente alla scalpellatura dell’interno delle autoclavi; insieme di traumatismi fisici e insulti chimici, quando non addirittura a una predisposizione genetica dei lavoratori. Ed è proprio l’incertezza dell’attribuzione eziologica delle lesioni osservate in operai addetti alla polimerizzazione che, come sappiamo, stimolò la realizzazione di studi sperimentali, tra i quali quello di Viola, del quale sto per arrivare a parlare. Nel ‘71 viene pubblicato uno studio su di una vasta casistica dei lavoratori del CVM e PVC, sono 5.000 i lavoratori, 32 le fabbriche; si osservano 31 casi di (acrostiolisi) la cui insorgenza fu associata all’esposizione del CVM. E’ lo studio di Diman ed altri del 1971. Nondimeno nello stesso anno viene pubblicato un altro studio che concluse invece che le mansioni, più che ad un agente fisico o chimico specifico, si correlavano all’insorgenza della (acrostiolisi). E’ lo studio di (Dosson) ed altri del 1971. Solo per dire che nel ‘71 ancora si discuteva e c’era ancora qualcuno che correlava l’insorgenza della (acrostiolisi) alla mansione più che ad un agente chimico o fisico specifico. La conferma in ogni caso, possiamo conclusivamente affermare, della capacità del CVM in sé di causare fenomeno di Reynaud ed (acrostiolisi) può certamente essere collocata in un periodo compreso tra il 1970 e il 1971. In Italia la sistematizzazione della malattia da CVM viene fatta da Viola e veniamo così immediatamente ai suoi lavori. Nell’Abstract di Tokyo del ’69, Viola discute alcuni casi di (acrostiolisi) nei lavoratori del CVM, alcuni dei quali già pubblicati in precedenza, e precisamente nel lavoro di Cordier ed altri del 1966; di Chatelain ed altri del ‘67; di (Morren) ed altri nel ‘67. In quel lavoro viene poi Viola a discutere i suoi dati sperimentali ottenuti su 24 ratti esposti per 12 mesi a 30.000 ppm di CVM. E descrive patologie diversissime, Viola, a carico di numerosi organi. Non parla di neoplasie; pone l’accento sulla patologia ossea non neoplastica e conclude con alcune note di cautela relative alla riduzione della dose soglia di CVM nelle fabbriche e dalla sostituzione della pulitura manuale delle autoclavi con quella automatica. Dal punto di vista tossicologico - Viola ricordiamo era un tossicologo - nulla che già non si sapesse. L’enfasi posta da Viola sulla (acrostiolisi) è evidente e Viola individua un’esposizione inferiore a 200 ppm quella che non causa (acrostiolisi). Sono dati perfettamente in linea con quelli attuali dei nostri consulenti tecnici. Per siffatta patologia la (acrostiolisi) quindi Viola suggerisce le norme preventive; il lavoro è pubblicato successivamente nel ‘70 sulla Medicina del Lavoro. I dati relativi agli operai scompaiono e rimane una frase introduttiva, più le conclusioni sulla prevenzione già presenti nell’Abstract. La conclusione principale di questo lavoro è che a 30.000 ppm compaiono lesioni ossee simili alla (acrostiolisi) nell’uomo. Nell’Abstract di Huston, maggio ‘70, vengono riportati i risultati su 27 ratti esposti a 30.000 ppm, per 12 mesi. Viola concluse che osservò tumori della pelle nella regione para-auricolare, 65% dei ratti; adenocarcinomi polmonari, 27% dei tumori cutanei; pochi animali hanno sviluppato tumori ossei. E Viola nota che i tumori cutanei hanno tutti la stessa localizzazione. La conclusione testuale è stata citata ormai tantissime volte, nessuna implicazione alla patologia umana può essere estrapolata dal modello sperimentale riportato in questo lavoro. Ce l’ha posto in evidenza anche il consulente tecnico del Pubblico Ministero dottor Carnevale, all’udienza del 5 giugno 1998, pagine 106 e 107; ci dice testualmente: "Viola chiarisce con estrema chiarezza che i suoi studi Huston non erano rivolti direttamente all’uomo". Ci ricorda lo stesso consulente tecnico del Pubblico Ministero che Viola dice che il fatto che il CVM è cancerogeno per gli animali, non consente l’estrapolazione che il CVM lo sia anche per l’uomo. E il dottor Carnevale è un consulente tecnico che il Pubblico Ministero ha mantenuto, intendo dire che non ha deciso successivamente di 1lasciare fuori da questo processo, com’è stato fatto per i consulenti tecnici della (Inc.). Il lavoro di Viola viene poi pubblicato nel maggio ‘71, viene inviato nel ‘70 ed accettato per la pubblicazione nel gennaio ‘71. In questo lavoro non c’è alcuna menzione, né riferimenti bibliografici all’uomo, nella prevenzione nella fabbrica; vengono riferiti gli stessi risultati presentati a Huston e l’unica differenza risiede nella quantificazione dei tumori polmonari: 6 casi; e di quelli ossei: 5 casi. Tutti insorti negli animali con tumore cutaneo. Viola conclude che i tumori cutanei potrebbero essere tumori delle ghiandole salivari ed afferma testualmente: "Questa ipotetica interpretazione deve essere confermata da futuri esperimenti, in cui l’azione del CVM dovrà essere ristretta al sistema salivare". E’ rispetto al sistema salivare, dunque, che Viola avverte l’esigenza di futuri esperimenti, indagare l’azione del CVM. Tra i tumori descritti in questo lavoro non v’erano angiosarcomi del fegato. E questo è il lavoro del ‘71. C’è quel lavoro in cui pare di comprendere che si pretenderebbe di voler individuare la prima segnalazione sulla cancerogenicità del CVM. Vediamo allora che cosa succede nella Letteratura scientifica successivamente alla pubblicazione di questo lavoro. Nell’anno successivo, nel ‘72, il lavoro viene citato una sola volta; ci siamo presi la briga di andare a fare una verifica completa, a tappeto, di tutte le pubblicazioni. L’anno successivo, nel ‘72, una sola volta, nel lavoro di (Bishop) ed altri. Nel 1973, l’anno successivo, quindi sono passati ben due anni, quante volte: una sola volta. E’ il lavoro di (Shoe) ed altri. Ed è solo nel 1974 che Viola viene citato 12 volte; avevo detto prima un lavoro buono, riceve mediamente 30, 50 citazioni all’anno. Nel ‘74 viene citato 12 volte, e la ragione è ovvia, sta nella pubblicazione nel ‘74 del più approfondito lavoro del professor Maltoni. Richiesto e finanziato da Montedison, ed ancora più, in quanto accadrà nei primi mesi del ‘74, e cioè le segnalazioni Goodrich. Ed allora una prima conclusione: la comunità scientifica non considerò con interesse, anzi considerò di nessun interesse i lavori di Viola, almeno fino al 1974, quando viene pubblicato il lavoro di Maltoni, il quale verrà pubblicato in ragione del fatto che gli effetti sull’uomo sono diventati apparenti con Goodrich. Prima dello studio di Maltoni la comunità scientifica aveva considerato di nessun interesse il lavoro di Viola, al punto che neanche si era preoccupato di dover cercare di confermarlo o di smentirlo, o soltanto di criticarlo. La prima realtà storica e scientifica è quindi che la prima conferma nell’ambiente scientifico della cancerogenicità nei roditori avviene nel ‘74. E veniamo quindi subito ai lavori di Maltoni. Da chi viene a sapere Maltoni dei lavori di Viola? Qual è l’oggetto dell’incarico che riceve? Da chi lo riceve? Qual è l’impostazione, qual è la finalità del suo lavoro? Ce lo dice Maltoni stesso, sentito avanti questo Tribunale all’udienza dell’11 aprile 2000; è Bartalini che gli disse: "Se non lo sai, ti devo dire che c’è Viola, di Solvay, che si occupa di questo". Fu la prima volta, ci dice Maltoni, che io seppi che c’era il professor Viola. E come nasce l’indagine di Maltoni? Ce lo ricorda sempre Maltoni. Maltoni parla con il dottor (Ghet) e gli esprime il suo desiderio di fare una sperimentazione. Il professor (Ghet) allora gli disse: "Guarda che tu fai questa indagine, non dovresti fare un’indagine tipo quella di Viola, un po’ preliminare, un po’ più oneristica; ci vorrebbe, data l’importanza di cloruro di vinile, che verrà prodotto circa 5 milioni di tonnellate all’anno, chi diceva 8, chi diceva 10, ma erano 10 milioni di tonnellate l’anno, bisognerebbe che fosse un’indagine. Tant’è vero che spero che Montedison sia orientata a sostenere le due ricerche, proprio per fare un conto definitivo". Ciò che è esattamente quanto è accaduto. Maltoni viene a sapere del lavoro di Viola da Bartalini; ci dice Maltoni che il suo interesse specifico sul cloruro di vinile inizia praticamente nel ‘70, testualmente. Inizia nel ‘70, non inizia prima; Maltoni non aveva conosciuto prima il dottor Viola, non aveva interagito con lui, neppure per la verità sapeva che c’era una Solvay a Rosignano. Non aveva avuto notizie, né del lavoro, né della pubblicazione del professor Viola, neppure del convegno di Huston. Ma chi vuoi che possa pensare che in una remota stanza c’è qualcuno che dà una notizia di questa rilevanza! Accade dunque che quando inizia il suo interesse specifico per il CVM Maltoni parla con il dottor (Ghet), di Montedison. Maltoni ci rappresenta, o meglio ci racconta che rappresentò al dottor (Ghet) di voler fare una indagine sul cloruro di vinile dato il suo interesse per la plastica, materiale estremamente nuovo ed estraneo alla natura; e in particolare le plastiche clorurate, perché - ci dice - il legame cloro - carbone non viene né prodotto né demolito dall’organismo. E’ questo il primo vero interesse del professor Maltoni. E così rappresenta al dottor (Ghet) il suo desiderio di un’indagine più approfondita. Maltoni ci riporta che il dottor (Ghet) disse: "Ma se Maltoni vuol condurre questa indagine, è bene che la conduca ben fatta, e quindi siamo pronti a dare un aiuto". Ed allora, che cosa accade: ce lo raccontano i protagonisti. Ci racconta il professor Maltoni che si mise allora in contatto con il dottor Bartalini che già conosceva; va da Bartalini - ci racconta lo stesso Maltoni - che gli disse: "Fa un programma, vedremo di fare il possibile per aiutarti a fare un’indagine veramente che sia un’indagine che dica una parola definitiva". I lavori del professor Maltoni avranno, come ebbero, inizio il 2 luglio 1971. Prima di questo momento il professor Maltoni scrive una lettera in data 15 giugno 1971, e contenuta nel faldone 81, indirizzata al professor Innocenzo Moretti, direttore sanitario Policlinico Sant’Orsola a Bologna. Questa lettera ha ad oggetto: esperimenti sulla azione oncogena di monomeri precursori di plastiche al Bentivoglio. E in siffatta missiva, che nel frattempo viene proiettata, il professor Maltoni, richiamandosi a precedenti colloqui, ed accordi, riassume brevemente la situazione e le soluzioni che si erano appunto concordate, e così dice, al punto 1: "Montedison ci ha affidato il saggio sulla azione oncogena di monomeri precursori di plastica a cui si trovano esposti gli operai di alcune grosse fabbriche di questo complesso industriale". La cosa è di grande interesse, dice Maltoni, al punto 2: "E’ la prima volta che in Italia un gruppo industriale - siamo nel ‘71, prima che inizi il lavoro - procede a un’indagine strettamente scientifica per valutare con obiettività e che la affidi ad un istituto dopo che è stato ben chiarito che i risultati non verranno in alcun modo attenuati". Lui scrive ad un collega prima di iniziare i suoi lavori, e scrive questo. La Montedison ha direttamente acquisito, al punto 4, fatto costruire e impiantato a Bentivoglio costosa apparecchiatura per l’esposizione aerea degli animali. Queste apparecchiature consentono le esposizioni controllate ad aria per concentrazioni. Un tale complesso non esiste attualmente in altra parte d’Italia. Nel foglio successivo vengono illustrate le esigenze di personale in questa missiva di attrezzature o di costi, e al punto 6 è precisato: "La Montedison ha stanziato un fondo per questo personale e per i materiali ancora da acquistare, che provvederebbe a versarmi periodicamente". Che cosa ci dice il dottor Bartalini, l’anima nera, com’è stato definito in questo processo: un uomo cinico al punto di volerne capire e sapere di più, quasi a poter meglio assaporare con più gusto quella che si è stentata a definire carne da macello. Perché questo è il significato di una richiesta di pena di 12 anni per il dottor Bartalini. Bartalini informa Maltoni di Viola; lo incarica di una sperimentazione che possa dire una parola certa, definitiva; ottiene l’autorizzazione dei fondi necessari da Montedison. Mi domando se la carne da macello non sia la sua: 12 anni per aver avuto il merito di volerne sapere di più, di avere incaricato Maltoni. Certo, come già chiarito dal professor Maltoni, Bartalini e Montedison vogliono capire. E se è possibile avere un’indagine che dica una parola definitiva. Sentito avanti il Pubblico Ministero in data 24 novembre ‘9 i, il Tribunale mi pare abbia acquisito i verbali di interrogatorio degli imputati, il dottor Bartalini, al foglio 2, ha testualmente dichiarato: "Come Montedison, abbiamo voluto effettuare delle ricerche autonome sulla pericolosità del CVM - PVC rispetto agli studi del professor Viola, in quanto questi studi ci sembravano piuttosto limitati e superficiali. Un giudizio condiviso dallo stesso professor Maltoni, che non solo ci ha riconfermato che il lavoro di Viola presenta una dettagliata descrizioni di effetti tossici sull’animale da parte del cloruro di vinile, ma non parla di tumori da cloruro di vinile, ma ci ha anche sottolineato l’inadeguatezza della dose di CVM usata da Viola perché troppo elevata". Pur non avendolo dichiarato esplicitamente, risulta chiaro dall’impostazione del lavoro di Maltoni, l’inadeguatezza sperimentale di quello di Viola, per numero degli animali, per unica dose, unico sesso utilizzato. La stessa finalità del lavoro è assai diversa: Viola espose i ratti per via inalatoria a 30.000 ppm di CVM nel tentativo di riprodurre l’(acrostiolisi); la finalità e l’oggetto delle sperimentazioni di Maltoni è altrui e ben diversa. Le circostanze, le ragioni del conferimento dell’incarico a Maltoni, se non bastasse, ci vengono riconfermate anche da diversi testimoni. Ne cito soltanto due: Viviani, sentito davanti al Tribunale all’udienza del 14 marzo 2000, pagina 205, il quale precisa come la ragione dell’incarico da parte di Montedison risiedeva nell’esigenza di un metodo scientifico, posto che come diceva Bartalini, quelle di Viola erano molto approssimative, fatte con mezzi potrei dire artigianali. E quindi era necessario invece affidarla a un’autorità scientificamente competente ed esperta, e questa persona era stata individuata nel professor Maltoni. Tiziano Garlanda, all’udienza del 5 aprile 2000, pagine 182 e 183, ove afferma testualmente: "Quando il corpo medico di Montedison ha deciso di vedere le sperimentazioni, di affidare a Maltoni le sperimentazioni per poter chiarire gli studi di Viola, sono stato preso e messo a seguire questi studi di Maltoni. In pratica Viola aveva operato 30.000 parti per milione, cioè al 3%, ai limiti dell’infiammabilità dal prodotto; ai limiti dell’esplosione del prodotto, in apparecchiature diciamo un po’ artigianali e con dosi estremamente elevate. Allora si è detto: vediamo di fare in modo che le sperimentazioni di Viola siano ripetute, in modo da avere gli elementi chiari. La necessità che gli accertamenti fossero svolti in maniera sistematica e scientifica è stata ricordata anche dall’ingegnere D’Arminio Monforte, che io difendo, nel suo interrogatorio in data 10 novembre 1996, avanti il Pubblico Ministero. E così Montedison autorizza a Bartalini lo stanziamento dei fondi; in un primo tempo se li accolla per l’intero, poi Bartalini riuscirà a coadiuvare anche Solvay, ICI, (Rampulain). E così iniziano i lavori di Maltoni, il 2 luglio ‘71. Maltoni e Bartalini ricordano di aver deciso di non far morire, dopo parecchi mesi le cavie, ma di aspettarne la morte naturale; e così i ratti hanno una vita mediamente di tre anni, questo è il periodo di sperimentazione. La ragione è ovvia, ed è una ragione di grande serietà: si vuole poter tener conto anche delle morti naturali, delle morti spontanee, e quindi delle cause naturali di morte. I primi risultati, ce l’ha ricordato anche il professor Alessandri ieri, sarebbero perciò diventati definitivi in una forma soltanto grezza, nel senso che terminati i lavori, avrebbero dovuto verosimilmente essere almeno rielaborati, soltanto nell’estate del ‘74. Maltoni dunque riparte dal risultato di Viola della comparsa di tumori nella regione auricolare, ed allora interpretati come carcinomi cutanei; e che solo successivamente Maltoni chiarisce trattarsi di tumori della ghiandola di (Zimbal), e non primari del polmone. Una ghiandola, il Tribunale lo sa bene, lo sappiamo tutti, che l’uomo non ha. Il primo tumore viene perciò osservato da Maltoni nell’agosto ‘72 a dosi molto, molto alte. Ciò che allerta Maltoni, che pure ci ha spiegato di non averli riconosciuti subito, e soltanto alla fine di essersi convinto che erano angiosarcomi; la prima comunicazione a Montedison è quella del 17 ottobre ‘72, vale la pena di rivederla un momento. E’ una scheda che risale ad un momento in cui si è a metà del lavoro, si tratta di risultati perciò assolutamente provvisori ed ancora più tali in ordine a qualunque pretesa di loro significatività scientifica. Vi si segnala che 8 degli animali trattati con CVM erano deceduti per angiosarcoma epatico, ma quanto qui va posto in evidenza è che a dosi di 250 ppm l’incidenza dei tumori è praticamente nulla. Ciò è di un qualche interesse, considerata la nota suscettibilità dei roditori ai tumori. A 250 ppm dei 54 animali trattati inizialmente, e dei 13 aggiunti successivamente, solo 1, ossia l’1,5% sviluppa l’angiosarcoma epatico. Al di sotto dei 250 ppm non si riscontrano tumori, di nessun genere. Nel commentare questa tabella, in una missiva in data 4 aprile ‘95, inviata dal professor Maltoni al dottor Casson, se possiamo proiettare il documento numero 3, al punto 2 è espressamente detto: "La tabella, con i risultati sperimentali, al 18 ottobre ‘72, 67 settimane dall’inizio della sperimentazione, trasmesso a metà di novembre ‘72 agli sponsor, in cui vengono riferiti i primi casi di carcinoma della ghiandola di (Zimbal), di (nefroglastomi) del rene e di angiosarcomi del fegato". Là ove si legge: "Sostituiti sono animali che sono stati appunto sostituiti a quelli originali, morti nei primi cinque mesi con la stessa età di quelli originari. Questo primo esperimento del CVM, altri ne seguirono negli anni consecutivi, sarebbe durato 130 settimane. Al momento dell’invio dei dati l’esperimento era giusto a metà: 333 animali ancora vivi su 577, e con fatica stavamo eseguendo gli esami istologici. E merita qui di anticipare quanto riportato immediatamente dopo, alla pagina successiva. Scrive il professor Maltoni al dottor Casson, in quella missiva: "Come le ho detto durante il colloquio del 28 marzo, nel suo ufficio, non è mai esistita una ricerca sulla cancerogenesi di un composto industriale i cui dati siano stati così tempestivamente comunicati alle parti interessate dalla comunità scientifica, e che abbia in seguito, in così breve tempo, preso misura protezionistica. I dati di questa e di altre ricerche successive sul CVM furono pubblicate in parte con gli studi ancora in corso data la loro ricaduta pratica, una pratica questa che a noi sembrò opportuna - e noi che cosa significa: Montedison, Bartalini ed il professor Maltoni - ma che fu però criticata da una parte della comunità scientifica". Che fosse inusuale, totalmente inusuale, dare dati prima che l’esperimento fosse finito, è circostanza che il professor Maltoni conferma anche nella sua audizione avanti questo Tribunale, il convegno di aprile del 1973 a Bologna è un dato di fatto storico; il professor Maltoni ci ha ricordato che insieme ai dati sulla cancerogenesi (acromo) e cromatici, presentò anche una tabella sui dati del cloruro di vinile ed è da ricordare che nei primi mesi del ‘73 l’esperimento era cominciato da 21 mesi, mentre l’esperimento era previsto che sarebbe durato 36 mesi. In atti vi è un altro documento del Ministero della Sanità, a firma del direttore dell’Istituto Superiore di Sanità e inviato al dottor Casson, se possiamo proiettare il documento numero 5. Lì si afferma come alla fine del ‘72 il professor Maltoni informò dei suoi risultati la MCA, che raggruppava a livello internazionale, come il Tribunale ben sa, le industrie produttrici. La comunità scientifica, e con essa le autorità sanitarie, furono informate di questi risultati in occasione dell’International Symposium of Cancer Detection and Prevention, che si tenne a Bologna nell’aprile del ‘73. Ricorda poi che i dati furono pubblicati nel ‘74. E, a questo punto, è addirittura superfluo ricordare che è lo stesso professor Maltoni a ripetere più volte di non avere mai sottoscritto alcun obbligo di riservatezza. Lo aggiungo solo perché si è parlato di complotto, è l’argomento di chi non ha argomenti, un insulto, la tipica forma di insulto per eccellenza, la forma chiusa: chi pretende di avere ragione senza averla. E come un insulto va trattato, lo si ignora. Lo si ignora così come il Pubblico Ministero nella sua requisitoria finale ha ignorato l’istruttoria dibattimentale, che pure un insulto non è, e che pure c’è stata. Il complotto è una delle più grandi manifestazioni di denuncia dell’assenza di argomenti a fondamento dell’accusa. La pubblicazione dei lavori di Maltoni avviene quindi nel febbraio 1974 e non già nell’estate del ‘74, come avrebbe dovuto essere, ossia l’esito del lavoro previsto su 36 mesi, e dunque in una forma ancora grezza per l’assenza della possibilità di elaborare conclusioni disponibili solo con l’esito della sperimentazione. I dati vengono invece pubblicati nel febbraio ‘74, la ragione è ovvia: nel gennaio ‘74 viene data notizia, da parte della ditta Goodrich, con una notifica agli operai Almayo, Department of Labour dello Stato del Kentucky e dal pubblico, che 3 lavoratori erano morti per angiosarcoma del fegato causato dal CVM. E veniamo così immediatamente a Goodrich. Due casi si erano verificati, e avevano portato al decesso degli operai nel marzo/dicembre 1973. Il terzo caso si era verificato meno di due anni prima, settembre ‘71; un quarto caso s, probabilmente di angiosarcoma, ma alla morte diagnosticato come tumore primario del fegato, venne poi evidenziato nell’ambito di un’indagine retrospettiva. I casi non erano stati collegati prima tra loro, e ricondotti ad un’unica possibile spiegazione eziologica, perché erano stati seguiti da tre medici diversi, che solo casualmente si erano messi in contatto tra loro e che quindi avevano preso contatto con la compagnia. La certezza della correlazione tra esposizione a CVM e la neoplasia viene quindi raggiunta in base alla rarità dell’angiosarcoma, che rendeva del tutto sorprendente la possibilità di osservare ben tre casi di malattia in una casistica di dimensioni illimitate quale era quella data dagli operai della ditta, e di trovarne addirittura un quarto fortemente sospetto ad un’indagine retrospettiva dei medici dell’azienda. La segnalazione perciò porta immediatamente alla ricerca in tutto il mondo di casi analoghi in popolazioni esposte e dalla rapida identificazione di altri casi. Non certo perché erano già noti e denunciati solo quando non era più possibile agire diversamente, come il signor Pubblico Ministero; ma perché quell’evidenza di associazione tra angiosarcomi e CVM stimolò la ricerca di altri casi in tutto il mondo. Pur con tutti i limiti di un’indagine retrospettiva, condotta alla ricerca di una malattia di diagnosi complessa qual è l’angiosarcoma, si poterono così evidenziare casi di angiosarcoma epatico avvenuto tra il ‘61 ed il ‘70 e la cui latenza, al pari delle dosi, era del tutto compatibile con quanto soltanto ad oggi noto. Goodrich è stato, nella verità, un vero fulmine a ciel sereno, basti scorrere la sequenza dei comunicati: 23 gennaio ‘74, Goodrich annuncia che gli ufficiali sanitari del NIOSH sono informati dell’indagine della società per quanto riguarda gli angiosarcomi; 29 gennaio ‘74, sei giorni dopo, comunicato stampa della Goodrich che parla di altro ex dipendente morto per angiosarcoma epatico; 15 febbraio ‘74 Goodrich parla di un altro caso; 21 febbraio ‘74 la Union (Carbait) parla di un suo caso di lavoratore addetto al PVC morto per angiosarcoma; 1° marzo ’74, Goodyear parla di un caso di angiosarcoma; 6 marzo ’74, Goodyear segnala altre due cause di suoi dipendenti in un altro stabilimento; 22 marzo ‘74 Goodrich parla di altri due decessi. E lo stesso il consulente tecnico del Pubblico Ministero, dottor Carnevale, a pagina 118 della sua ricordata audizione, che descrive questo fulmine a ciel sereno, e come da quella volta - sono parole sue - il recupero dei tumori da angiosarcoma in particolare è stato turbinoso - lo definisce -. Lo stesso professor Maltoni, sempre nella sua audizione avanti il Tribunale, ricorda la sua deposizione all’OSHA, nel febbraio del 1974. Gli viene richiesto, è la domanda, febbraio ‘74 sulla deposizione all’OSHA: "Quindi professore, subito dopo lo scandalo del caso Goodrich...". Risponde Maltoni: "Sì, e le posso anche dire una cosa: che durante quella relazione fece impressione che c’era la prova provata, oltre che il movente, per cui l’angiosarcoma andava correlato con il cloruro di vinile". La prova provata ci dice Maltoni è il caso Goodrich. Vi è un documento in atti, faldone 47, che riporta un incontro del 15 febbraio 1974 a Washington presso il Dipartimento del Lavoro. Questa è la prima pagina. Il documento ha data 18 marzo ‘74 e riporta questo incontro del 15 febbraio ‘74. Sono presenti OSHA, NIOSH, tre esponenti della Union, MCA, e un Giudice amministrativo del Dipartimento del Lavoro che guida la riunione. Se possiamo mettere la pagina successiva, è interessante perché nella parte evidenziata vi si legge testualmente: "La conclusione di questa prima parte si può riassumere nel desiderio degli organi governativi di intervenire immediatamente con nuovi limiti, con procedure particolari ed altro senza ancora avere idea però della reale portata del fatto denunciato da Goodrich, né del valore da imporre alla concentrazione del CVM. Infatti gli unici dati concreti, anche se ancora non definitivi, vengono esposti nella relazione successiva dal professor Maltoni, il cui lavoro è decisamente apprezzato dall’intera assemblea"; e di questo apprezzamento viene dato pieno riconoscimento al professor Maltoni direttamente e indirettamente all’intero gruppo europeo che si è associato al lavoro di ricerca iniziato da Montecatini. Ed allora, un’altra conclusione: Montedison ha prestato più attenzione della comunità scientifica alle osservazioni di Viola e ha quindi incaricato il professor Maltoni; l’OSHA ha mantenuto il TLV C, ceiling, tetto a 500 ppm fino al marzo ‘74; l’evidenza della cancerogenicità del CVM per l’uomo, angiosarcoma, avviene nei primi mesi del ‘74 con lo scoppio di Goodrich e il turbinio, come l’ha definito Carnevale. Le osservazioni di Viola e le osservazioni molto preliminari di Maltoni e presentata a Bologna nell’aprile ‘73 non erano state oggetto di considerazione della comunità scientifica e delle organizzazione internazionali. Solo nel ‘74, con Goodrich e il turbinio seguito, vi è l’evidenza di certezza di cancerogenicità di CVM per l’uomo. Lo stesso lavoro di Maltoni, la cui pubblicazione, come abbiamo visto, segue Goodrich, anzi viene anticipata proprio a causa di Goodrich. In assenza di Goodrich avrebbe ancora dovuto essere considerato e verificato dalla comunità scientifica, al pari di ogni lavoro. Per quanto importante, ogni lavoro deve essere confermato ed accettato dalla comunità scientifica, ma arriva quella che Maltoni definisce la prova provata di Goodrich. Per poter attribuire valore alla conoscenza è indispensabile che la stessa sia posta nel contesto di tempo in cui la conoscenza si sviluppa e si consideri ciò che avviene in campi di ricerca limitrofa. Possiamo proiettare un attimo il documento. La dimostrazione che gli studi sugli animali a quel tempo non potevano produrre effetti significativi nella società scientifica è ridimensionata dal grafico che mi permetto di proiettare. Mi si dirà: ancora i topi, l’uomo, il risultato dei topi sull’uomo. E, per un momento, sì, ancora i topi e l’uomo; perché, vedano, questo lavoro è del 1968. A differenza di quello che farà l’Avvocatura dello Stato, che ci citerà venti sentenze circa, di cui una soltanto del ‘69 e quasi tutte della fine degli anni Ottanta, e per più della metà degli anni Novanta, a me invece interessa in questo momento riandare a quegli anni, anche con i documenti. Questa tabella del 1968 alla base segna delle diverse categorie di topi. Rispetto a queste categorie certe di topi ci dà una loro forma di reazione a una sostanza che è il dimetilbenzoantracene. Nella prima noi abbiamo che i topi che possiamo chiamare A hanno una fortissima risposta al fegato, nessuno al polmone; nella seconda una resistenza generalizzata; nella terza il polmone molto elevato, il fegato che lo era molto nella prima non lo è per nulla. Allora, questo soltanto per riconfermare che cosa: che gli studi sugli animali sono da considerare sempre con un certo grado di scetticismo, specie se vengono effettuati in una sola specie. Anche gli stessi lavori del professor Maltoni, in assenza di Goodrich, di per sé non avrebbero avuto un valore di consolidamento di una conoscenza scientifica che ancora avrebbe necessità o a sua volta la possibilità di essere sperimentata e verificata; neppure il lavoro di Maltoni può essere decontestualizzato, destoricizzato. La certezza della cancerogenicità dell’angiosarcoma, in termini di angiosarcoma del CVM per l’uomo, è stata raggiunta in forza delle notizie di Goodrich e del turbinio di verifiche retrospettive che ne sono potute seguire, la prova provata. E veniamo quindi subito a verificare qual è stata la reazione di Montedison in termini di interventi sugli impianti. Ed anche qua, credo, assai interessante, e quanto mai significativo, a illustrare il rapporto tra stato delle conoscenze ed esigibilità di reazione e di intervento, iniziare con un esempio. Perché è veramente paradossale che il Pubblico Ministero imputi come lento un intervento non solo rapido ed efficace, come dichiarato dallo stesso Maltoni, ed anche da lui scritto al Pubblico Ministero nella lettera che abbiamo visto che accompagnava la scheda del 17 ottobre ‘72, ma che addirittura ha anticipato i tempi. E l’esempio molto attuale della cosiddetta malattia della mucca pazza, dovuta a un’ingestione di carne derivata da bovini affetti dalla BSE. Mi prenderà un unico minuto. La malattia della mucca pazza è trasmessa da carni contaminate; la malattia, come causa, ha un agente eziologico singolare che è il prione, che non è un virus, che non è un batterio o un altro organismo patogeno, pertanto di materiale genetico, ossia di DNA o di RNA, ma è una singola proteina che codifica la sua funzione nella sua stessa struttura. Quando la proteina deriva da un animale infetto, ha una struttura modificata. La proteina modificata, e quindi infettiva, interagisce con la proteina corrispondente nell’organismo ospite e la modifica rendendola infettiva a sua volta. Siffatta catena di reazioni modifica lentamente la costituzione delle cellule nervose e porta allo sviluppo della malattia nell’uomo che distrugge il cervello, lo rende simile ad una spugna ed è mortale. L’idea che questo tipo di malattia potesse essere causata da una proteina fu proposta da un veterinario californiano Stanley (Prusiner) nel 1980. (Prusiner) non ebbe però vita facile quando cercò di convincere l’ambiente scientifico del fatto che una malattia potesse essere trasmessa da una proteina. Nel contempo divenne chiaro che bovini alimentati con materiale organico proveniente da pecore infette da una malattia simile sviluppavano lesioni cerebrali simili a quelle delle pecore. Nessuno però mise in correlazione questa circostanza con l’esistenza di una malattia infettiva. In Inghilterra si smise di nutrire i vitelli con mangimi derivati da animali infetti, che contenevano il cervello delle pecore, e l’epidemia delle mucche calò. Nessuno tuttavia si preoccupò degli effetti potenziali sull’uomo, perché scientificamente non v’erano prove della trasmissibilità. Quando nel ‘94-’95 avvennero i primi decessi per la malattia della mucca pazza in giovani soggetti inglesi scoppiò l’allarme sulla diffusibilità all’uomo della malattia. La teoria di (Prusiner) allora venne rivalutata da studi in altri laboratori e questo produsse quattro anno fa il premio nobel per (Prusiner). E’ storia di oggi che nonostante siffatte conoscenze il bando dei mangimi non sia mai stato effettuato su larga scala e che soprattutto il consumo della carne non è stato se non di recente né regolamentato né ristretto. La conseguenza è che un largo numero di individui in tutta Europa siano stati infettati attraverso le carni contaminate. Ed allora, cosa vogliamo fare, accusare tutti i produttori di mangime di strage, di disastro, di omicidio colposo plurimo con previsione dell’evento? Magari qualcuno disponibile a farlo ci sarà, ma si può guidare con tutta la prudenza di questo mondo ma questo non esclude che ci sia un autocarro che entra dentro l’automobile, anche del guidatore che sta guidando con la maggiore prudenza possibile. Quello riportato è credo un esempio di grandissima utilità, per comprendere come osservazioni scientifiche isolate non confermate non sono recepite come valide fino alla loro inequivocabile validazione, o fino all’accadimento di fatti particolari, come si è verificato con il decesso dei giovani inglesi rispetto ai lavori di (Prusiner). E come nel caso del CVM, Montedison sia intervenuta non già tempestivamente ma prima ancora che la possibilità di insorgenza neoplastica per l’uomo divenisse prevedibile. Lo dimostrano gli interventi fatti e i loro risultati. Il problema del miglioramento degli impianti di lavoro viene affrontato da Montedison sin dall’inizio degli anni Settanta con una notevole accentuazione a partire dal ‘73 allo scopo di ridurre gli ingressi in autoclavi del personale addetto alla pulizia interna della stessa già prima del ‘71 vennero sperimentate particolari soluzioni tecnologiche. A marzo ‘71 risale infatti la prima commessa concernente la pulizia delle autoclavi mirante a ridurre la frequenza degli interessi in autoclavi per la rimozione delle croste di polimero. Già a partire dal ‘73 il problema della riduzione del CVM negli ambienti di lavoro è affrontato da Montedison e da Montefibre in modo sistematico e determinato, secondo due precise direttive di intervento: a breve termine, con le modifiche di procedura di esercizio normale con l’impiego di mezzi personali di protezione quando necessari; sono gli interventi immediati quelli che non richiedono modifica degli impianti e dei processi. A medio o lungo termine con la modifica di impianti e di processi di lavorazione. Il problema della riduzione del CVM negli ambienti di lavoro a valori minimi tecnicamente possibili ha già avuto il suo avvio, deciso e sistematico, a far tempo dal 1973. I lavori sono ovviamente articolati su due direttrici, tenuto conto del tempo entro cui potevano essere realizzati: entro breve tempo, modificando le procedure di esercizio; a medio o lungo termine agendo sui processi e sulle apparecchiature. A tal fine, venendo già effettuati notevoli stanziamenti. Già si imposero veri e propri programmi di ricerca per definire al meglio i parametri operativi e per affrontare o orientare le scelte delle apparecchiature più adeguate. Già si affrontano cioè anche le difficoltà di tipo tecnico dovute alla volontà di interventi per i quali non era disponibile alcuna valida tecnologia, che fosse già stata collaudata da Montedison o da altri, o comunque disponibile sul mercato. Montedison e Montefibre affrontano i problemi del miglioramento degli impianti e dell’ambiente di lavoro comportandosi come se il CVM fosse una sostanza cancerogena per l’uomo prima ancora che ciò si sapesse; che ve ne fosse una qualsivoglia evidenza scientifica. L’innalzamento della soglia di cautela avviene prima di divenire esigibile, prima ancora che la conoscenza scientifica inizi a essere anche solo insufficiente ad escludere con certezza la pericolosità cancerogena per l’uomo della sostanza. Nel ‘74 i lavori e le iniziative già iniziati e impostati a livello tecnico hanno quindi già perfetta evoluzione al fine del raggiungimento dei limiti di concentrazione del CVM nell’ambiente di lavoro nettamente più bassi di quelli a quel momento esistenti. E vediamo allora subito l’indicazione dei valori esistenti in quegli anni, cominciamo dai valori indicati dalla CGH. 1973: il valore è in 200 ppm TLV - TVA, media su 8 ore lavorative. 1974: è tutto sospeso a seguito della notizia Goodrich la sostanza viene proposta come potenziale cancerogena ma si è nell’impossibilità di indicare un valore anche solo da proporre, perché le conoscenze scientifiche non sono ancora tali da poter formulare anche soltanto una proposta. Pertanto, quale valore ha adottato, resta quello di 200 ppm come media su 7-8 ore lavorative al giorno TLV-TVA. Nel 1975, tra i valori adottati, si conferma ancora questo in 200 ppm TLV-TVA, pure indicato tra parentesi, che è ciò che sta a significare in attesa di proposta di modifica. Ma nel ‘75 ancora le conoscenze scientifiche non consentono di esprimere un’indicazione a valere quale proposta di un valore che solo si ritiene sia modificarsi, e resta così confermato il valore che era stato adottato: 200 ppm TLV-TVA. Nel ‘76 la situazione resta sempre identica a quella dell’anno precedente: il valore in 200 ppm TLV-TVA è ancora posto tra parentesi, e quindi un valore che dovrà essere modificato ma che le conoscenze scientifiche non consentono ancora di poter modificare e resta perciò, come valore adottato, quello in 200 ppm TLV-TVA. L’OSHA mantiene per il CVM un TLV ceiling in 500 ppm fino al marzo 1974 dopo averlo introdotto nel 1964, e la ragione è sempre la stessa s, è semplice ed ovvia: l’evidenza di conoscenza scientifica è quella che determina le modifiche; in assenza, non vi sono modifiche. Soltanto la notizia di fine gennaio ‘74, nei casi di angiosarcoma verificatisi in lavoratori della Goodrich è idonea a manifestare, ossia a rendere certa, l’evidenza della significatività della cancerogenicità dell’uomo per l’uomo. L’MCA, nella revisione del ‘72 ancora indica come tetto massimo raccomandato da OSHA, pari a 500 ppm, e riporta che è notevolmente inferiore al livello che determina segni o sintomi di tossicità. Esaminiamo quindi sinteticamente, ma in maniera precisa, l’evoluzione dei contratti collettivi nazionali di lavoro per gli addetti dell’industria chimica e chimico-farmaceutica. In premessa ricordo che solitamente recepivano i valori indicati dalla ACGH l’anno precedente. Partiamo dal 12 dicembre 1969, viene raccomandato il limite C 500 ppm introdotto nel ‘63; prima del ‘63 il valore raccomandato era di 500 ppm come media 7 ore; contratto collettivo in data 31 ottobre ‘72, il successivo, qualora adottato, nessuno, resta la lettera C posta avanti l’indicazione della sostanza, vinil-cloruro con due asterischi. Come dobbiamo interpretare questa indicazione, che cosa significa? L’indicazione dei due asterischi posti avanti la lettera C sta a significare che vi è una proposta di modifica. Siffatta proposta ha la sua espressa indicazione a pagina 98, dove si indica il valore in 200 ppm, senza che compaia più tuttavia la lettera C avanti l’indicazione cloruro di vinile; a differenza di altre sostanze, pure indicate in quella stessa pagina. Ciò significa non più ceiling ma che i valori limiti di soglia si riferiscono alla media ponderale delle concentrazioni per una giornata lavorativa di 7-8 ore per una settimana di 40 ore. Come testualmente indicato a pagina 81 dello stesso contratto. Qual è dunque il valore da individuarsi ad oggetto del contratto del ‘72? In assenza di un valore adottato e in presenza di un valore a valere quale proposta abbiamo soltanto due possibilità. La prima, il valore da considerarsi è quello di C500 ppm, e ciò perché il precedente contratto del ‘69 riportata appunto questo valore. La spiegazione della lettura è semplice: in assenza di una diversa ed espressa indicazione di valore adottato e in costanza di un’indicazione a valere quale proposta, il valore valido sia appunto adottato è quello espressamente indicato e che perciò continua a rimanere in essere. E’ una lettura che ha un preciso dato testuale nello stesso contratto del ‘69, che individua appunto il valore adottato e raccomandato, ove si afferma che allorquando i valori sono sperimentali, e sperimentale significa ovviamente in prova, i limiti rimangono nella lista provvisoria per un periodo di almeno due anni. Durante questo periodo il limite prima adottato resterà valido. La seconda possibile soluzione è che il valore sia da intendersi indicato in 200 ppm, media 7-8 ore, cioè in forza del fatto che nell’indicazione vista non vi è un’indicazione della lettera C, sennonché in verità non mi sembrerebbe il dubbio che il valore debba essere ritenuto quello di cui alla prima soluzione, e ciò per la considerazione ovvia posta a spiegazione della stessa, un valore proposto è cosa diversa da un valore adottato. Resta perciò, quale valore adottato, quello di C 500 ppm. Il contratto collettivo successivo è del 17 aprile ‘76. Nel ‘76 ancora, tra i valori adottati per il vinil-cloruro espressamente indicato a pagina 105 l’indicazione sembra assente, nel senso che viene riportato tra parentesi il valore di 200 ppm a valere quale TLV-TVA e la dizione vinil-cloruro è preceduta da due asterischi. L’indicazione dei due asterischi sta a significare che è un’informazione a valere quale variazione proposta. L’indicazione del valore tra parentesi sta a significare che in costanza di proposta 200 TLV media ponderale di 7-8 ore è il valore da individuarsi quale valore adottato. Nelle variazioni proposte rispetto alla sostanza cloruro di vinile il livello di esposizione in ppm è indicato come definizione in corso, con l’agente dell’indicazione che sta a significare A1, sostanza cancerogena per l’uomo. Definizione in corso sta dunque a significare che non v’era ancora conoscenza scientifica che consentisse l’indicazione del dato e quindi della possibilità dell’applicazione di siffatta regola. Altrettanto interessante è osservare che quindi è solo nel ‘76 che per la prima volta compare nel contratto la classificazione del cloruro di vinile quale sostanza potenzialità cancerogena. Si deve arrivare - e concludo - al contratto collettivo del 23 luglio ‘79 per avere l’indicazione del cloruro di vinile come sostanza cancerogena con TLV-TVA definito fissato in 5 ppm. E merita a questo punto ricordare, a completamento di questo quadro, che la IARC classifica il CVM come cancerogeno per l’uomo nel giugno ‘74. Della IARC ne abbiamo parlato troppe volte per perderci molto tempo in questo momento, quello che mi interessa sottolineare è che, come è ben noto, svolge ricerche di base sul cancro e raccoglie informazioni da articoli pubblicati, dalle industrie o dai governi, per stilare pubblicazioni sul rischio potenziale di composti, con potenzialità attiva cancerogena. Quanto al CVM, la classificazione è del giugno 1974. Se solo si considera che i primi segni di evidenza scientifica di cancerogenesi per l’uomo avviene con la conoscenza di Goodrich, resta così riconfermato come il lavoro di Viola non abbia interessato neppure la IARC, e come sia anche riconfermata la conferma - chiedo scusa della ripetizione dei termini - dell’evidenza scientifica di cancerogenesi per l’uomo soltanto con le notizie di Goodrich. E veniamo allora immediatamente a quali sono i valori di esposizione già raggiunti nel ‘75 a seguito degli interventi già iniziati prima nel corso del ‘73. La concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro di tutti i reparti è diminuiti sensibilmente e significativamente già a partire dal ‘74 e dai primi mesi del ‘75. L’esame dei valori per singoli reparti e per visione complessiva, per valori singoli e per valori medi, conferma in maniera inequivoca e non equivocabile che questa sia stata e sia la realtà. Sia i valori singoli che le medie mensili degli stessi valori dimostrano un trend in decrescendo nel tempo della concentrazione di CVM nell’area degli ambienti di lavoro dimostrata con elaborazioni statistiche e più semplicemente confermata da una semplice lettura dei valori stessi. Nell’aprile 1974 sono iniziate determinazioni programmate e continuative principalmente in sala autoclavi e poi anche in altre zone con il metodo del pipettone. Il Tribunale ormai lo sa bene, è un metodo che fornisce il valore di concentrazione medio di 8 ore in una posizione centrale dell’ambiente nel quale viene appunto posizionato. Per quanto criticabile, questo metodo, per il fatto di non rilevare direttamente il livello espositivo del personale, il metodo però presenta indubbiamente un vantaggio quanto mai significativo. E il vantaggio è dato dal fatto che dà un’informazione continua circa la presenza del CVM nell’ambiente di lavoro. Dato dunque che le determinazioni venivano eseguite sempre continuativamente, tutti i giorni, per tre volte al giorno, in corrispondenza di tre turni di lavoro, siffatto metodo viene a caratterizzarsi per il vantaggio di poter porre in evidenza l’andamento nel tempo della presenza del CVM, che è quello che in questo momento ci interessa. Nel periodo dall’aprile 1974 alla fine del ‘75 nei reparti CV6, CV16, CV14, CV24, impianto pilota, vengono eseguite 5.351 determinazioni. Sto parlando dei reparti di polimerizzazione, e quindi quelli con i valori di esposizione più alti. Il Tribunale sa bene che i reparti di produzione hanno sempre avuto valori più bassi. Ma esaminiamo quelli con i valori più alti. Una rapida ricognizione del loro esame consente di riepilogare quanto segue, sarò sinteticissimo, ho bisogno soltanto di cinque minuti di pazienza per poter offrire questi dati che però mi sono indispensabili per poter proseguire. Reparto CV6, sala autoclavi. La presentazione dei dati giornalieri di concentrazione di CVM in sala autoclavi già dimostra il progressivo decremento a partire proprio dall’inizio delle rilevazioni. I valori giornalieri di concentrazione del CVM restano inferiore a 50 ppm in tutti i periodi dell’arco temporale a cui si fa riferimento: 1974 e 1975. Già in questo momento sono eccezionali i valori superiori a 50 ppm. Tra aprile e settembre ‘74 siffatti valori, superiori a 50 ppm, risultano 30 su 363, pari all’8,3% delle determinazioni effettuate. Da ottobre a dicembre ‘74 risultano essere 17 su 240, pari a 7,1% delle determinazioni effettuate. Nei mesi di gennaio e febbraio ‘75 risultano essere 2 su 109, pari a 1,8% delle determinazioni effettuate. E diminuiscono non solo i valori di concentrazione di CVM, ma anche la frequenza dei valori massimi riscontrabili. Quanto ai valori medi mensili, gli stessi sono sempre inferiori a 50 ppm per tutto il periodo in esame, con la sola eccezione del mese di novembre ‘74, che fa registrare il valore di 50,6 ppm, pure dovuto alle ragioni già discusse nella relazione Pozzuoli-Belluco su cui non ritorno. Reparto CV14, sala autoclavi; la presentazione dei dati giornalieri di concentrazione, anche qui in sala autoclavi, dimostra un progressivo decremento già e proprio a partire dall’inizio delle rilevazioni. Valori medi giornalieri di concentrazione del CVM si confermano normalmente inferiori a 50 ppm in tutto il periodo a cui si fa riferimento. Risultano superiori a 50 ppm nel periodo da aprile a settembre ‘74: 6 valori su 371, pari a 1,6% delle determinazioni effettuate; da ottobre a dicembre ‘74 sono 17 su 228, pari a 7,4% delle determinazioni effettuate; nei mesi di gennaio e febbraio ‘75 sono 2 su 272, pari a 1,2% delle determinazioni effettuate; nel mese di marzo/giugno ‘75 non si riscontrano valori superiori a 50 ppm, per il totale di 327 determinazioni effettuate. I valori singoli si attestano nell’ordine di qualche ppm ed i valori medi mensili risultano compresi tra 1,6 e 3 ppm. Per questo reparto dunque la situazione espressa dai valori medi di 8 ore, relativi al turno di lavoro, presenta dati sempre inferiori a 50 ppm, con eccezionali punte di valore superiore ai 50 ppm che rappresentano il 2,6 % di tutte le rilevazioni effettuate e verificatisi con eccezionale occasionalità nel periodo ottobre/dicembre 1974. Quanto ai valori medi mensili, per tutto il periodo in esame, si riscontrano valori sempre inferiori a 50 ppm; e i valori più alti, pari a 23,4, 27,8 ppm, si registrano nei mesi di ottobre/dicembre ‘74, in corrispondenza con il verificarsi degli anzidetti valori di concentrazioni giornaliere superiori a 50 ppm. Reparto CV6-1 - ho quasi completato -, i valori di concentrazione di CVM medi giornalieri in sala autoclave sono inferiori a quelli appena esaminati per i due reparti precedenti. Da aprile a settembre ‘74 i valori superiori a 50 ppm sono 13 su 345, pari a 3,8% delle determinazioni effettuate. Da ottobre a dicembre 1974 risultato in numero di 3 su 223, pari a 1,3% delle determinazioni effettuate. Nei mesi di gennaio e febbraio ‘75 sono 4 su 173, pari a 2,3% delle determinazioni effettuate. Nel periodo marzo/aprile ‘75 non si sono riscontrati valori medi giornalieri superiori a 50 ppm per un totale di 116 determinazioni effettuate. I valori medi mensili di concentrazione di CVM sono sempre risultati inferiori a 50 ppm e da agosto ‘74 inferiori a 20 ppm. Nei mesi da febbraio ad aprile ‘75 si registrano concentrazioni medie mensili comprese tra 4,9 e 7,1 ppm. Reparto CV16-2. I valori di concentrazione CVM medie giornaliere in sala autoclavi sono ancora più bassi di quelli visti per il CV16-1. I valori superiori a 50 ppm sono complessivamente 3 su 818 determinazioni effettuate in tutto il periodo, compreso tra aprile ‘70 ed aprile ‘75, verificandosi nei mesi di aprile e luglio ‘74 e gennaio ‘75, con una saltuarietà di evento che ne attesta l’occasionalità. I valori medi mensili di concentrazione di CVM risultano sempre inferiori a 15 ppm e dal luglio ‘74 inferiori anche a 10 ppm. Nei mesi di febbraio/aprile ‘75 si registrano concentrazioni medie mensili comprese tra 3,5 e 4,9 ppm. Reparto CV24, l’ultimo. Nel periodo aprile/luglio ‘74, su un totale di 160 determinazioni effettuate per la sala A, nessun valore di concentrazione media di 8 ore superiore a 50 ppm. Nello stesso periodo, sulle 180 determinazioni effettuate per la sala B, 3 risultano superiori ai 50 ppm. I valori medi mensili sono sempre inferiori a 50 ppm. E’ la ricognizione di tutte le 5.351 determinazioni effettuate nel periodo nei reparti esaminati, di tutti. I consulenti del Pubblico Ministero ne hanno utilizzate solo una parte, ovviamente per i valori più alti. Ebbene, anche su siffatta ricognizione parziale, i consulenti del Pubblico Ministero rilevano, per il reparto CV6 la concentrazione media mensile di CVM, dal mese di aprile ‘74 al mese di febbraio ‘75 la indicano compresa tra 14,78 e 29 ppm: relazione ottobre ‘95 a pagina 3. Nel muse di marzo ‘75, sempre i dati del consulente del Pubblico Ministero, ingegneri Nano e Rabitti, è il primo mese di monitoraggio con linea automatica, il valore indicato dagli stessi consulenti del Pubblico Ministero scende a 5,7 ppm; è la pagina 3 della stessa relazione appena ricordata. Questi i dati dei consulenti del Pubblico Ministero, eppure affermano che la concentrazione di CVM nell’area negli ambienti di lavoro non sarebbe diminuita per effetto degli interventi migliorativi sugli impianti ma per l’effetto del cambiamento del metodo di analisi con l’entrata in funzione della linea automatizzata. I consulenti Nano e Rabitti, a pagina 12 della loro relazione del giugno ’99 - e così il Pubblico Ministero nella sua requisitoria - hanno affermato che la riduzione di concentrazione di CVM del 60% verificatisi tra il mese di marzo ‘75 e il precedente mese di febbraio, nel reparto CV6, il peggiore di tutti, sarebbe da attribuirsi al fatto che nel mese di febbraio le misure erano state effettuate con pipettoni, mentre nel mese di marzo era entrato in funzione il sistema di monitoraggio con gascromatografi. Anche a non voler entrare nella polemica, perché è cosa ovvia che i risultati ottenuti con sistemi diversi di campionamento possono comportare interpretazioni diverse, ma resta il fatto che dagli istogrammi riportati alle pagine 13 e 14 della relazione Nano e Rabitti risulta che nei reparti CV14, CV16-1 e CV16-2 la concentrazione media di CVM, misurata con lo stesso sistema dei pipettoni, prima che entrasse in funzione il nuovo sistema di monitoraggio automatico con gascromatografi, risulta ridotta rispettivamente per ciascuno di questi tre reparti del 50%, del 45%, del 35%. Ed è manifesto che in questi casi la riduzione non possa essere attribuita al nuovo sistema di campionamento per una ragione molto semplice: non era ancora entrato in funzione. L’affermazione in forza della quale si pretenderebbe che le concentrazioni di CVM nell’area degli ambienti di lavoro sono diminuite, non già per effetto degli interventi migliorativi ma solo in ragione del cambiamento del metodo di analisi è quanto meno affrettata, prima ancora di essere inferita come pure lo è su una visione soltanto parziale di tutti i dati che pure erano a disposizione. Basti ricordare, per il reparto CV6, il quadro complessivo di tutti i valori da marzo ‘74 a febbraio ‘75, complessivamente 712 valori, di cui 603 nel ‘74 e 109 nel ‘75. Perché risulti inequivocabilmente riconfermato il trend decrescente, eccezionalmente, vorticosamente decrescente. La media geometrica dei valori del ‘74 risulta pari a 18,9 ppm, 10,4 ppm quella relativa al ‘75. In particolare nei mesi di gennaio e febbraio ‘75 le concentrazioni medie mensili diminuivano da 16,4 a 12,5 ppm. Nel mese di marzo ‘75, l’inizio delle rilevazioni con le linee automatizzate, le concentrazioni della sala autoclavi, tre linee pluriterminali erano allora in esercizio, erano pari a 7,8, 7,5, 4,37 ppm: media 6,56 ppm. Si riconferma quindi, nonostante il cambiamento del metodo di indagine, il trend vertiginosamente decrescente da febbraio a marzo, cosi com’era prima già avvenuto da gennaio a febbraio. E cioè, anche a non voler ricordare che il calcolo del valore medio secondo i disposti del D.P.R. 962 deve essere fatto con esclusione dei valori anormali superiori a 30 ppm, con la conseguenza che non ha molto senso confrontare il valore rilevato con le linee automatizzate con quelle rilevate con il metodo del pipettone, dato che siffatto metodo non taglia nessun valore. Anche le verifiche di analisi statistiche effettuate dalla dottoressa Eva Negri nella sua consulenza in data 16 novembre ‘99, 20 gennaio 2000, hanno riconfermato come i valori singoli e i valori medi mensili di CVM, rilevati negli ambienti di lavoro, ed ottenuti con il metodo dei pipettoni negli anni ‘74 e ‘75 sono diminuiti in modo non solo statisticamente significativo ma anche quantitativamente consistente, vertiginoso. Nei mesi tra il secondo semestre ‘74 e il primo del ‘75 i livelli di CVM sono eccezionalmente diminuiti; la verità è che nel periodo ‘74-’75 l’esame di tutte le determinazioni consente inequivocabilmente di affermare che la concentrazione nei vari reparti ha seguito un trend eccezionalmente decrescente, che può essere sintetizzato nel grafico che si proietta, il grafico 1 dal quale risulta evidente il decremento di concentrazioni di CVM da un periodo, dal 1974, ad un altro. Ed è rilevato che è lo stesso metodo, ma questa è la differenza, quanto mai significativa, di riduzione tra i due anni. Risulta ancora inequivocabile il fatto che le condizioni ambientali migliorano da reparto a reparto. Il grafico mostra infatti il decremento del CVM nei vari reparti, dal CV6, impianto realizzato nel ‘56, al CV14, impianto realizzato nel ‘58, al CV16, impianto realizzato nel ‘61. L’entrata in funzione delle linee multiterminali ha avuto luogo per i reparti CV6, 14, 16, nel marzo ‘65; per il reparto CV24 nel luglio ‘74. Le linee hanno sempre fornito con regolarità valori puntuali che erano in grado di rilevare e l’elaborazione dei dati veniva eseguita mensilmente dal servizio di stabilimento che ne aveva lo specifico incarico e comunicato poi ai reparti. Per tutti i reparti, all’inizio delle rilevazioni nelle sale autoclavi, le concentrazioni di CVM risultano le più alte registrate, e poi nel tempo decrescono, fino ad arrivare a valori medi mensili di 1 ppm circa o di poco superiori già a metà dell’anno 1975. Possiamo mettere in sequenza i grafici 3, 4, 5, 6, che mostrano questo trend decrescente dei valori a partire dal dicembre ‘74, l’attenzione merita di essere portata fino al dicembre ‘76. Questo è il CV6, se può seguire, gli altri reparti sono sostanzialmente identici, quanto a decrescenza che non ho esitazione a definire vertiginosa in termini di trend di valori. Bene ricordare anche che i valori singoli di zona delle singole determinazioni già da ottobre/novembre ‘75 erano, per il 95-98% delle determinazioni effettuate inferiori a 5 ppm. I risultati ottenuti all’inizio del ‘76, e rilevati con campionatori personali indossati su turni di 8 ore da operatori dedicati a varie mansioni di lavoro, e quindi misurati con un metodo ottimale per determinare la concentrazione espositiva media ponderata dei vari operatori, hanno consentito le determinazioni a far tempo dal 9 febbraio ‘76 per il reparto CV6, 16 febbraio ‘76 per il reparto CV14, 14 aprile ‘76 per il CV16, 1° marzo ‘76 per il CV14, che presentano i risultati illustrati nella relazione del professor Pascuon. Ricordo solo sinteticamente che su 143 determinazioni eseguite il 75,5% è risultato inferiore a 1 ppm; il 14,7% compreso tra 1 e 2 ppm; il 5,6% compreso tra 2 ppm; il 3,5% compreso tra 3 e 5 ppm; lo 0,7 superiore a 5 ppm. Si è quindi fatto un confronto statistico tra i valori rilevati con le linee multiterminali e quelli rilevati con campionatori personali, con i risultati di cui alla dottoressa Negri e che sono riassunti nel grafico numero 2, da dove resta confermata la correlazione tra i valori delle linee multiterminali e quelli dei campionatori personali. Quanto a Montefibre, le concentrazioni di CVM rilevate mediante campionamenti di 8 ore con pipettone in varie posizioni del reparto 22 di Montefibre sono risultate comprese tra 2 e 3,8 ppm nel mese di dicembre 1974, tra 1,2 e 3,0 ppm nel mese di maggio ‘75 e tra 1,3 e 2,9 ppm nel mese di giugno ‘75. Rilievi effettuati con le linee per il monitoraggio automatico con gascromatografo hanno fornito nel mese di giugno ‘75, per varie posizioni dello stesso reparto, concentrazioni comprese tra 0,6 e 3,7 ppm, con una sola eccezione di 5,9 ppm. Quel grafico che si riferisce alla comparazione tra le linee multiterminali e quelli rilevati con campionatori personali attesta come siano assolutamente omogenei ed ancora di più se si tiene conto che la scala di riferimento è così bassa. In seguito anche per Montefibre i valori di concentrazione hanno proseguito nel trend decrescente per arrivare a valori medi mensili minori di 1 ppm già a novembre ‘75. E dunque, e ho concluso anche questa parte, in tutti i reparti CV6 del Petrolchimico, come in quelli BT di Montefibre, i valori medi su 8 ore della concentrazione di CVM rilevati mediante campionamento con pipettoni in posizione fissa dei reparti già alla fine del ‘74 e dall’inizio del ‘75 erano dell’ordine di alcuni ppm come dai grafici che ho proiettato. Nel ‘75 erano già aggiunti i limiti che saranno introdotti nella normativa, cioè del ‘78, e dal D.P.R. 962 che è del 1982. Quale conclusione? Gli interventi effettuati hanno determinato la riduzione progressiva e vertiginosa delle concentrazioni di CVM, tanto come valori medi quanto come valori di punta. I valori medi sono ben al di sotto del VLT-TLD di 3 ppm, media annuale, già e ben prima della direttiva CEE ‘78/610 di quattro anni successiva alle notizie Goodrich. Già e ben prima del D.P.R. 962 dell’82 di otto anni successiva alla notizia Goodrich. Anche numerosi monitoraggi effettuati con campionatore personale all’inizio del ‘76 riconfermano valori medi di concentrazione misurati nell’arco di 8 ore comprese tra 0,37 e 1,1 ppm per tutte le posizioni di lavoro. E non sono dati di parte, sono dati forniti e documentati dalla parte, considerate tutte le determinazioni effettuate disponibili. Fino alla direttiva CEE del ‘78, e quindi al D.P.R. dell’82, non ci sono valori vincolanti. Le notizie Goodrich sono un fulmine a ciel sereno che coglie impreparato il mondo delle conoscenze scientifiche di quel momento. I livelli di esposizione al CVM, che causano malattie professionali, hanno come qualunque altra sostanza una regolamentazione che segue il processo delle conoscenze scientifiche: stabilire i livelli di sicurezza è possibile se le conoscenze scientifiche lo permettono. I valori di sicurezza per il CVM o altra sostanza erano stati stabiliti da agenzie regolatorie che fondano il loro giudizio sulle formazioni scientifiche e sui report di casi individuali. Una normativa positiva in quegli anni era assente, non vi erano valori vincolanti. L’evidenza scientifica, in forza delle conoscenze disponibili, non consentiva di determinare e quindi di arrivare ad una concretizzazione del rischio. Certo, mi si dirà, c’è l’evidenza e la significatività della possibilità di insorgenza dell’angiosarcoma. E certo, questo è il punto. Ma allora qual è la regola cautelare che si doveva adottare? Qual è la regola cautelare in questo contesto che diventa esigibile? In un contesto in cui non ci sono valori vincolanti, in un contesto in cui ancora non c’è una normativa, in un momento in cui vi è la prima evidenza della cancerogenicità per l’uomo in termini di angiosarcoma. E’ il criterio di prudenza. In assenza di valori vincolanti e cogenti il solo criterio esigibile è quello della prudenza. Quale prudenza? Quale è il contenuto esigibile della prudenza? E’ un problema che mi sono posto. Siamo in un momento in cui gli stessi esperimenti di Maltoni avevano verificato che nessun angiosarcoma insorgesse nei ratti al di sotto dei 250 ppm con un dato su cui continuo a mantenere tutte quante le riserve, in termini di impossibilità di estrapolare dati per l’uomo, ma che resta l’unico dato ad allora disponibile; al di sotto dei 250 ppm nulla. La possibilità di insorgenza di angiosarcomi stava prendendo consistenza ma non esisteva ancora evidenza scientifica capace di fornire indicazioni sulla concretizzazione del rischio. Nei ratti non era dato di poter osservare nessun caso al di sotto dei 250 ppm. Ed allora di nuovo la domanda: quale livello di prudenza esigibile? Certamente nella pluralità di indicazione quello ad allora indicato come più prudente, perché il più severo, il più basso, è quello di 50 ppm. L’OSHA lo adotta come limite temporaneo, come standard temporaneo e di emergenza, mentre commissiona gli studi che siano intesi a poterne comprendere e sapere di più. Il Ministero del Lavoro italiano raccomanda nell’aprile del ‘74 un TLV di 50 ppm. E così quello in Germania, nel maggio ‘74 e così quello nel Regno Unito nel giugno ‘74. E’ solo nel giugno ‘74, è bene ricordarlo, che la IARC, per la prima volta, classifica il CVM come sostanza cancerogena. I valori indicati da CGH, si noti bene, dai contratti collettivi di lavoro, e dell’altra agenzia esaminata, sono quattro volte superiori, 200 ppm. Ancora nel ‘75 sono valori indicati come da modificarsi, ma abbiamo visto con definizione di TLV in corso; e non vi saranno valori vincolanti almeno fino alla fine degli anni Settanta. La direttiva CEE è del ‘78; il D.P.R. è dell’82. Il valore più basso da loro indicato come temporaneo e come raccomandato è quello di 50 ppm; il criterio di prudenza più severo, ossia più spinto, è quello che tende ad un valore di 50 ppm. A partire dalla fine del primo semestre del ‘74, o meglio dall’inizio del secondo semestre dello stesso anno il lavoro di riferimento più prudente è quello di 50 ppm, è il più basso indicato, quello temporaneo, quello di emergenza. Non un limite vincolante, che come tale non deve mai essere superato, un limite a cui tendere. Non un limite adottato, vincolante; un limite di riferimento a cui tendere a far tempo dall’inizio del secondo semestre del ‘74. Questo è il valore massimo di prudenza esigibile a quel momento, il massimo! Un valore che certo sarebbe inesigibile, pure che fosse raggiunta l’indomani della sua indicazione o della sua raccomandazione; un valore a quel momento da porsi come obiettivo, come traguardo, da raggiungere e al di sotto del quale adoperarsi per poter stare. Perché anche l’esigenza di tempistica, e quindi di rispetto di quella che per tipologia di interventi richiedeva tempi più lunghi per modifiche che non possono certo essere realizzate nello spazio del mattino, è un’esigenza che pure concorra a concretizzare i contenuti di prudenza, a una condizione: che ci si attivasse da subito. Ciò che esattamente si è verificato, di più ancora; non solo gli interventi e la loro progettazione e organizzazione, era già iniziato addirittura negli anni precedenti; non solo lo stesso trend conferma da subito il dato decrescente dei valori, ma di più, molto di più. Gli stessi valori sono già e addirittura appena al di sotto anche delle indicazioni individuabili come le più prudenti di tutto quel momento. Non solo il trend da subito vertiginosamente decrescente, ciò che già basterebbe, l’immediata attivazione. Ma gli stessi risultati espressi dai valori che tanto rapidamente si raggiungono si pongono da subito al di sotto anche dei livelli individuati quali obiettivi di riferimento. Addirittura rispettosi di quelli che saranno individuati da una normativa di vari anni successivi. Come sia possibile cercare di snaturare siffatti e irrinuciabili principi, e cercare di destoricizzare una realtà storica, oltre che giuridica, è ciò che hanno tentato di fare alcune difese di parte civile su cui avrò modo di tornare tra poco. E vedremo come hanno cercato di superare lo status storico, normativo, di conoscenze scientifiche, che erano quelle di allora, con la pretesa di interpretazioni normative inaccettabili e storicamente false, perché in assenza di limiti vincolanti è inesigibile un criterio diverso da quello espresso da un limite di prudenza. Non esiste nel nostro ordinamento, ce l’ha ricordato ancora il professor Alessandri, un obbligo generale, quindi generico, di impedire un evento, qualsiasi evento. Il capoverso dell’articolo 40 non prevede un obbligo di generale indeterminato di impedire l’evento; perché? Perché la causalità non risolve, questo è il punto che interessa me in questo momento il problema della colpa. E’ necessario altresì che si possa individuare la regola cautelare che ne individui i contenuti e che renda almeno prevedibile l’evento che si avrebbe avuto l’obbligo di impedire. E il punto è che non vi era evidenza che il CVM fosse una sostanza che a qualsiasi livello di esposizione potesse determinare il rischio di insorgenza di angiosarcoma. Nel caso di specie, nel momento storico che va dalla fine del primo semestre all’inizio del secondo semestre ‘74 quanto solo era esigibile nell’assenza di normativa di uno stato di conoscenze scientifiche, di valori adottati e vincolanti, era al più e al solo il rispetto di una regola di prudenza; regola che è stata perfettamente osservata come dimostrano gli interventi effettuati, il trend vertiginosamente decrescente di valori tanto rapidamente ottenuti; gli stessi valori già raggiunti nel ‘75 e consolidati tra la fine di questo anno e il primo inizio di quello successivo, il ‘76, in termini già da allora perfettamente osservanti di quelli imposti da una normativa di alcuni anni successiva. Questo è esattamente ciò che è avvenuto e ciò che è storicamente vero. E sono circostanze riconfermate anche documentalmente. Farei ancora un breve pezzo, e poi se il Tribunale ritiene, chiederei una pausa brevissima. Se il Tribunale se la sente, io andrei anche avanti, fino alla fine; come preferisce anche il Tribunale, perché mi rendo conto che l’immissione dei dati è piuttosto vertiginosa. Magari faccio ancora un pezzo, per concludere la riprova documentale, poi chiederò una pausa...

Presidente: lascio a lei ogni scelta.

Avvocato Accinni: ci sono documenti che sono già e propri di questi anni, ossia risalenti ad un momento in cui, in questo processo, non solo non c’era, ma non era neppure immaginabile, e che danno nuova testimonianza di quello che ho finora detto. Vi sono in atti una serie di documenti che attestano che si sono tenute diverse riunioni nel corso dei diversi mesi del ‘75 in cui ci si prefigge e ci si adopera per il raggiungimento dei limiti di esposizione già di gran lunga inferiore a quelli pure già individuati come minimi dall’agenzia internazionale in quegli anni. Si tratta di bozze di verbali di riunioni che sono avvenute in data 21 gennaio ‘75, 21 marzo ‘75, 21 maggio ‘75, 12 maggio ‘75, 30 giugno ‘75. Documenti tutti contenuti nel faldone 103 e che immagino verranno analiticamente esposti in sede di esame delle singole posizioni. Vi sono presenti e vi partecipano tutti i soggetti indicati nei documenti, che invito il Tribunale a voler riesaminare e sono così documentati gli obiettivi di traguardi che ci si prefigge, ancora, e addirittura più bassi di quelli a quel momento indicati, molto più bassi di 50 ppm. Sono indicati gli interventi già eseguiti e quelli già individuati, perché siano affrontati e realizzati con la massima tempestività, lì è scritto. Sono indicati e documentati gli obiettivi già raggiunti, sono documenti che comprovano il susseguirsi delle riunioni tenutesi e i loro contenuti ed obiettivi. Sono la prova documentale di allora di quanto sto esponendo oggi al Tribunale. E così la tanto contestata missiva in data 19 agosto ‘75, indirizzata a firma del dottor Cefis alla Regione Veneto. A me non importa se siffatta missiva sia stata preparata o meno dalla struttura, se il dottor Cefis la conoscesse o meno o se la ricordi o meno; quanto solo rileva è che ciò che vi è affermato è oggettivamente vero. Vi si afferma infatti: la Montedison è stata la prima azienda al mondo a farsi concretamente carico delle ricerche sulla nocività del cloruro di vinile monomero; è un dato di fatto, storicamente certo e vero. Prosegue la missiva: fin dal 1970, appena si manifestarono i primi dubbi sui possibili effetti oncogeni del cloruro di vinile monomero, fu la Montedison a promuovere, presso l’Istituto di Oncologia dell’Università di Bologna, diretta dal professor Maltoni, un’indagine sperimentale che accertasse i rischi effettivi di esposizione al monomero. E’ un altro dato di fatto storicamente certo e vero. Le spese per tale indagine peraltro è adesso successivamente affiancato e presso diversi laboratori; e con riferimento anche a nuovi agenti, hanno già largamente superato il miliardo di lire. Nei primi anni fu la Montedison da sola a sostenerlo, poi altre aziende si associarono ad essa. Sono altri dati, certi e veri. E’ stata Montedison a promuovere e sostenere l’indagine sperimentale del professor Maltoni. E’ stata Montedison a sostenere le spese, prima da sola e poi con gli altri partner che alle stesse procurò. Si legge ancora nel documento: i risultati delle ricerche sono stati via via trasmessi alle opportune sedi e hanno costituito gli elementi fondamentali di giudizio per gli interventi che in merito sono state adottate e consigliate in Italia e all’estero. Le ricerche sono tuttora in corso e Montedison le persegue con particolare impegno in modo da giungere a una migliore definizione dei vari aspetti del problema, affermazione di nuovo di contenuto certo e vero. E così ancora, ove subito dopo testualmente si afferma: per quanto riguarda i propri impianti, in cui si tratta il cloruro di vinile monomero, la Montedison ha provveduto a garantire la azione di tutte le più opportune misure volte a rispettare i limiti di esposizione indicati dall’autorità pubblica. La situazione esistente attualmente negli impianti è larghissimamente al di sotto dei limiti stabiliti dalle direttive del Ministero del Lavoro ed è tale da escludere, alla luce delle attuali conoscenze, ogni pericolo. La missiva preannuncia l’invio di un rapporto dettagliato. Di questo rapporto in atti vi sono sia la bozza che la versione finale; entrambe, la bozza del 26 agosto ‘75, contenuta nel faldone 103, e quindi la versione finale dell’ottobre ‘75 contenuta nel faldone 80, sono la migliore e più perfetta prova documentale della ricostruzione storica e vera di quanto conosciuto e fatto dagli inizi degli anni ‘70 a questo momento del ‘75. E’ un documento che meriterebbe di essere letto per l’intero. Se il Tribunale mi dedica, mi regala ancora soltanto due minuti di pazienza, ne leggo soltanto alcuni brevissimi stralci. Pagina 1, per introdurre il documento: nelle ultime settimane i problemi del cloruro di vinile hanno avuto nuova equa a vari livelli e i rilievi sono stati mossi dalla Montedison per quanto riguarda il suo atteggiamento ed il suo impegno in materia. Tali rilievi appaiono non giustificati, soprattutto per due motivi: per il contributo determinatosi espresso dalla Montedison in tema di ricerca alla conoscenza del problema; per le azioni tempestivamente poste in essere a livello sia di igiene negli impianti produttivi sia di tutela dell’ambiente esterno per la soluzione dei vari aspetti connessi alla produzione e all’impegno di CVM. Basti in proposito ricordare che è stata proprio la Montedison, prima azienda nel mondo, ad avviare cinque anni or sono, al sorgere del problema, ricerche sistematiche volte ad accertare la nocività del monomero. Nel 1974 le lavorazioni si sono svolte a livelli di CVM mediamente inferiori a 50 ppm. A partire dal ‘75 tali livelli sono stati ulteriormente ridotti a valori inferiori nel 95% dei casi a 10 ppm, e comunque tali da consentire di ritenere la situazione sotto controllo. Pagina 3: per oltre trent’anni, e cioè fino al 1970, il cloruro di vinile fu prodotto ed utilizzato senza che nessuno avanzasse alcun sospetto sulla tossicità di una sostanza con cui si produce una materia plastica che è tra le più diffuse del mondo. E veniamo a Viola, a pagina 5 si legge, maggio ‘70: al decimo congresso internazionale sul cancro svoltosi a Huston, nel Texas, il professor Viola riferisce che manifestazioni oncogene sono state da lui rilevate in ratti esposti a concentrazioni di CVM di 30.000 ppm; si tratta di concentrazioni elevatissime, praticamente mai raggiunte negli impianti, e quanto al limite di esplosività. Settembre ‘70: a solo quattro mesi di distanza dall’annuncio del professor Viola, e sebbene questo avesse dichiarato a Huston che nessuna estrapolazione alla patologia umana poteva essere tratta dagli esperimenti da lui descritti, la Montedison decide di far luce su questa inquietante rilevazione ed affida all’Istituto di Oncologia di Bologna, diretto dal professor Maltoni, l’incarico di effettuare uno studio sistematico sulla azione biologica del CVM, impegnandosi a finanziare le ricerche. Aprile ‘74: il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale raccomanda ai produttori di CVM in via provvisoria in attesa di conoscere i risultati finali delle ricerche sull’argomento di contenere l’esposizione a livello di 50 parti di CVM per un milione di parti. La Montedison conferma che i suoi impianti, in seguito a miglioramenti operati, si trovano a valori mediamente inferiori a 50 ppm, e ciò nonostante continua ulteriori modifiche tecniche. Nella prima pagina della bozza, questo era il documento finale, leggo un unico periodo: per gli addetti ai lavori, cioè per le industrie, il VCM è un sorvegliato speciale tenuto sotto rigoroso controllo da almeno cinque anni, cioè fin dal momento in cui la Montedison, prima nel mondo, avviava sistematiche ricerche per accertare la nocività di questo monomero. Questi studi e provvedimenti operativi che essi suggeriscono sono in atto dal 1970, condotti senza emotività ma con la decisa volontà di risolvere il problema nell’unica prospettiva possibile, la salvaguardia della salute della comunità di cui tutti facciamo parte come lavoratori e come consumatori. All’ingegner D’Arminio Monforte, come (inc.) proveniente da certo Marchelli, in data 22 agosto, la bozza di questo rapporto preannunciato alla precedente missiva, a firma del dottor Cefis, è stata inviata. E’ il documento che si proietta. Marchelli era presente, era stato incaricato di redigere tale rapporto in forma sintetica e discorsiva, in quanto dovrà essere utilizzato anche per i giornali, è nel ‘75, in questo periodo del ‘75, che si preoccupano. Montedison è già intervenuta due anni precedenti, è quasi stupita di questo intervento tardivo. C’è un’annotazione manoscritta dall’ingegner D’Arminio Monforte, si legge male, io posso leggervela. Dice: sta bene, ma si domanda perché non sono stati indicati in dettaglio gli interventi fatti e dato un programma di quelli in corso con relativi tempi? L’ingegner D’Arminio Monforte domanda il perché di questa assenza di dettagli. Il perché della sua domanda è ovvio: perché è ben consapevole, da ingegnere esperto qual è, della validità degli interventi fatti e del programma di quelli in corso e i relativi tempi. Proprio nulla da nascondere. Anzi, consapevolezza di ciò che si è fatto, e mi sia consentito perché è giusto e doveroso, responsabile legittimo, orgoglio per gli interventi fatti e per il programma di quelli in atto con i relativi tempi. Sarà il professor Maltoni, scrivendo al dottor Casson, a ricordare come non sia mai esistita una ricerca sulla cancerogenesi di un composto industriale i cui dati siano stati così tempestivamente comunicati alle parti interessate dalla comunità scientifica e che abbia in seguito, in così breve tempo, preso misure protezionistiche. Il dottor Carnevale, consulente tecnico del Pubblico Ministero, nella sua ricordata deposizione avanti questo Tribunale in data 5 giugno ‘98, ci ha ricordato come le stesse organizzazioni sindacali e la (FULC) in particolare, cioè le organizzazioni in Italia di CGIL, CISL, UIL, dei chimici, si sia attivata solo nel ‘74, e cioè dopo Goodrich. Ebbene, sempre la stessa (FULC) nazionale e regionale Veneto, in un comunicato in data 25 gennaio ‘95, contenuto nel faldone 46, cioè risalente al momento in cui questo processo era già iniziato, testualmente afferma al terzo capoverso: per prevenire il contatto dei lavoratori dall’agente chimico e tutelare la produzione furono realizzate consistenti innovazioni tecnologiche che si completarono nel 1977 per togliere il CVM dal ciclo di lavorazione, dal prodotto finito PVC, e dall’immissione nell’atmosfera. Si completarono nel ‘77. E subito dopo la pausa vedremo allora com’è possibile cercare di voler superare lo status storico, normativo, di conoscenze scientifiche di allora, con la pretesa di interpretazioni normative inaccettabili sul piano del diritto e prima ancora della verità e della realtà storica dei fatti. A me bastano cinque minuti di orologio, per il resto come preferisce il Tribunale...

Presidente: va bene, ne prendiamo invece quindici.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: può riprendere, avvocato.

 

AVVOCATO ACCINNI

 

Avvocato Accinni: grazie, signor Presidente, signori del Tribunale. Mi sono interrotto dopo aver completato questa prima parte di analisi a descrivere lo stato storico, normativo e di conoscenze scientifiche di allora. vediamo allora com’è possibile cercare di superare questi dati con una pretesa di interpretazioni normative inaccettabili, dicevo prima della pausa, sul piano del diritto e prima ancora della verità e della realtà storica dei fatti. L’Avvocatura dello Stato, nella sua discussione finale, ha testualmente affermato, a pagina 10, esultante: eccolo qua il mac 0, signor Presidente; ma quali tante discussioni? Ma quali discussioni? Il mac 0 è nell’articolo 20, non è mica una questione disponibile. Si riferisce all’articolo 20 del D.P.R. 303 del ‘56 e confusamente, testualmente, ci ricorda che nei lavori in cui si svolgono gas (ovattori), respirabili o tossici, o infiammabili, e quelli in cui si sviluppano odori o fumi, il datore di lavoro deve adottare provvedimenti atti a impedirne o a ridurne, per quanto possibile, lo sviluppo e la diffusione. E dunque il mac 0. Forse anche dimentico che è un valore di esposizione. Si domanda anzi di che cosa abbiamo discusso per trent’anni, quasi che fosse dice una questione sottoposta alla disponibilità delle parti, ai negoziati sindacali, alla trattativa; quasi che, dico io, la norma fosse davvero riferita ad un valore di esposizione. E la spiegazione di tanta esultanza dell’eureka del problema ce la chiarisce immediatamente a seguire, perché ci dice testualmente: quali che fossero, dal ‘56 in poi le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità - già ci aveva ricordato che quella del ‘56 era una norma sicuramente applicabile alla lavorazione del CVM- quali che fossero dal ‘56 in poi le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità, quello che non è mai stato in discussione è che si trattasse di una sostanza infiammabile. E questo obbligo vale sia per le sostanze tossiche, ma ci dice il 20, debbo ritenere l’articolo 20, anche per le sostanze infiammabili. Ripeto, insiste testualmente, il 20. Vapori, gas, tossici, infiammabili. E conclude: il carattere principale notoriamente conosciuto dell’infiammabilità del CVM avrebbe consentito dal 1956, dal marzo del ‘56, l’adozione del mac 0. In primis questo, come obiettivo. Ma come si possono fare di queste affermazioni? Io mi astengo dal qualificarle, faccio a mia volta il silenzio, tanto censurato dall’Avvocatura dello Stato e che a volte è proprio d’oro, ed osservano dei grandi insegnamenti di Shakespeare nell’Amleto: non farti lodare per ciò che dirai ma per i tuoi silenzi. Non posso però astenermi dall’affrontare il problema pure in questi stermini proposto. Ci dice l’avvocato dello Stato: quale che fossero dal ‘56 in poi le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità del CVM, la sua infiammabile avrebbe dovuto comportare, dal marzo del ‘56, l’adozione del mac 0. La regola cautelare individuata regola di diligenza assunta e violata, sarebbe quella di cui all’articolo 20 in ragione dell’infiammabilità della sostanza. Gli eventi imputati dunque si sarebbero verificati a causa, così si deve ritenere, di siffatta violazione di regola di diligenza specifica. Tra siffatta regola di diligenza specifica, assunta e violata, e gli eventi di morte, lesioni, disastro, omissioni di cautela imputati, deve perciò ritenersi individuato il nesso causale, senza il quale in ragione del disposto dell’articolo 43 non può esservi affermazione di sussistenza di responsabilità colposa. Ebbene, quanto all’infiammabilità del CVM valgono identiche regole di quelle sussistenti per ogni emissione in area di gas o vapore combustibile, quale metano, idrogeno, monossido di carbonio, cloruro di vinile appunto. Esistono composizioni percentuali limite al di fuori delle quali la fiamma non è più in grado di propagarsi. Siffatte composizioni espresse in percentuale in volume di combustibile sono definite limite inferiore e superiore di infiammabilità. Per la miscela CVM aria il limite inferiore è di 4%, 40.000 ppm; e quello superiore di 20%. Questo significa che per concentrazioni di CVM in aria inferiori a 40.000 ppm il CVM non si infiamma. Per composizioni comprese all’interno dell’intervallo di infiammabilità, quindi tra 4 e 20% di CVM in aria il fenomeno procede in modo esplosivo, per cui i limiti di infiammabilità sono anche definiti limiti di esplosività. Ai fini della sicurezza negli impianti di lavoro riveste importanza il limite inferiore di infiammabilità o esplosività, 40.000 ppm. Riprendiamo allora il ragionamento dell’Avvocatura dello Stato. Dunque, poiché nel marzo del ‘56 io già sapevo che a 40.000 ppm avrei potuto avere l’infiammabilità, e dunque l’esplosione del prodotto, quali che fossero le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità del CVM, avrei dovuto tendere ad un mac 0, poiché il capo di imputazione contesta la violazione del 20, ossia dell’articolo 20 del D.P.R. del ‘56, tanto basterebbe perché io debba rispondere di omicidi colposi plurimi con previsione dell’evento, di lesioni, di disastro, di omissioni di cautele antinfortunistiche. Quanto serie siano siffatte affermazioni lascio giudicare al Tribunale, certo che se sono la premessa delle argomentazioni sulla quale poi si fondano le richieste, è un bel biglietto da visita, anche in termini di serietà. Resta comunque interessante osservare come secondo l’Avvocatura dello Stato sono irrilevanti le conoscenze sulla tossicità e cancerogenicità del CVM, quali che fossero; e invece il dovere giuridico di azione che sarebbe imposto dalle disposizioni di cui all’articolo 20 non consentirebbe alternative - testualmente dice l’avvocato dello Stato - se non nei limiti della fattibilità scientifica conformemente del top dell’evoluzione scientifica. L’obbligo di riduzione di emissione di cui all’articolo 20 non sarebbe subordinato alle conoscenze di tossicità e cancerogenicità, ma lo sarebbe subordinato allo sviluppo della tecnica. Come se lo sviluppo della tecnica e consolidamento delle conoscenze scientifiche non fossero elementi che necessariamente vicendevolmente si condizionano l’uno con l’altro, come se fossero situazioni tra loro slegate, eterogenee, senza alcun legame di parentela. E infatti anche quanto all’articolo 4, lettere A e B, dello stesso D.P.R. 303 del ‘56, l’Avvocatura dello Stato, a pagina 9 della trascrizione, si domanda: ma come può adottare misure se lui stesso, l’imprenditore, non conosce da che cosa deve proteggere il lavoratore? E’ quanto ci domandiamo anche noi, è quanto mi domando anch’io. Esattamente, proprio quanto mi domando anch’io. Così risponde alla sua stessa domanda l’Avvocatura dello Stato: com’è possibile che sia tecnicamente adottabile una misura di prevenzione o un intervento sugli impianti se non conosco la quantità di fuga e le dimensioni della fuga e le frequenze della fuga. E’ inevitabile il presupposto tecnico per poter intervenire e che devo conoscere. Ci dice: il presupposto tecnico è inevitabile, per cui devo intervenire e che devo conoscere. Io per primo, imprenditore, quale problema tecnico che dà l’impianto, e quali possono essere le misure organizzative tecniche necessarie per poter far fronte a quel problema. Ma quale problema, se non lo conosco? Sono le parole testuali dell’avvocato dello Stato. Ed allora domandiamoci a quale problema ultimo si riferisce: a quello dell’infiammabilità? Eh, devo ritenere di sì, perché altrimenti quale coerenza avrebbero le sue argomentazioni? L’esempio è oltremodo interessante a illustrare come vi siano stati tentativi di snaturare e destoricizzare le realtà storiche, prima ancora che giuridiche; e per questa ragione cercherò di fare io, per quanto ne sarò capace, un tentativo di esame più serio delle problematiche inerenti ai profili di responsabilità per colpa, avendo ben presente la giurisprudenza esistente in tema di malattie professionali e che non citerò più volte, avendo predisposto una memoria - spero analitica ed approfondita sul punto, in termini di esposizione, di critica, di individuazione dei Carabinieri - che mi permetterò di presentare al Tribunale al termine del mio intervento. Partiamo un momento come brevissima premessa da quello che è l’oggetto della prevedibilità. In ordine all’oggetto della prevedibilità non può non osservarsi che lo stesso debba essere ravvisato nell’evento effettivamente e concretamente verificatosi. Ciò significa che la gente deve poter almeno individuare con precisione i contorni di quanto può accadere sul piano reale. Il requisito minimo indispensabile è la rappresentabilità dell’evento quale possibilità di poter almeno individuare lo stesso come appartenente allo stesso tipo di quello che si sia poi verificato in concreto. La violazione del dovere di diligenza può sussistere solo alla condizione minima che circostanze di fatto e conoscenze nomologiche fossero sussistenti al momento di realizzazione della condotta e fossero idonee a consentire di individuare l’evento rappresentabile almeno come appartenente allo stesso tipo di evento che si è verificato in concreto. Secondo il disposto dell’articolo 43 del Codice Penale il delitto è infatti colposo quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente, si verifica a causa di negligenza, o imprudenza, o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o disciplina. In assenza di nesso causale tra evento e regola di diligenza giuridica o specifica assunta o violata non vi è possibilità di affermazione di sussistenza di responsabilità colposa. I temi del processo si riassumono dunque in due domande nelle loro risposte. La prima: quale fattore e in che tempo ha cagionato il fatto contestato. E’ l’interrogativo a cui tanto brillantemente ha dato ieri risposta il professor Alberto Alessandri. La seconda domanda: quale condotta dei singoli soggetti avrebbe invitato lo stesso fatto/evento, di malattia, di morte, di disastro. Non sarebbe possibile rispondere a questa domanda se non ci fosse già stata fornita la risposta alla prima. Ed è bene ricordare che noi adesso ci muoviamo nella prospettiva di un giudizio formulato ex ante, sulla base di leggi di copertura, è stato detto tante volte in questo processo, capaci di stabilire quali effetti siano connessi a una determinata condotta. Lo stesso giudizio da autorizzarsi dunque tanto nell’ottica causale quanto in quello della responsabilità per colpa, con prospettive differenti ma con identica avvertenza. Le prospettive differenti sono che mentre nel campo causale, in giudizio in esame, serve per risalire da un evento già verificatosi a determinate condizioni iniziali; nel caso del giudizio di colpa lo stesso identico criterio serve a stabilire ex ante se la condotta del soggetto possa o meno costituire condizione iniziale per il verificarsi di un fatto non ancora prodottosi. Ovvero, e quindi, quale condotta sarebbe stata esigibile ad evitare la verificazione dello stesso fatto. L’identica avvertenza è che la probabilità, quale criterio del giudizio causale, se questo si vuole sposare, non può mai riguardare la stessa legge di copertura, la quale deve essere certamente sussistente al momento di realizzazione della condotta. E questo tanto nel giudizio causale quanto in quello di colpa, e ciò proprio per lo stesso e stretto legame sussistente tra nesso di causalità e colpa. E dunque, anche in tema di colpa specifica, perché la violazione di legge possa affermarsi per ciò stesso comportare anche l’insorgenza della regola cautelare imposta dalla stessa norma, e irrinunciabile che l’evento verificatosi sia almeno riconducibile al tipo di evento che la stessa norma, e quindi la stessa regola, intende prevenire essendo insita nello stesso precetto normativo violato. E precisamente per siffatta irrinunciabile ragione che proprio con riferimento all’articolo 21 del D.P.R. 303/56 non si è mancato di affermare - citerò solo tre sentenze, per la ragione che ho detto prima, le altre sono tutte riportate nella memoria - che non sia possibile addebitare ad un certo punto, a taluno, un evento in forza di una norma originariamente introdotta nell’ordinamento, allo scopo di evitare una serie determinata, più o meno ampia di eventi diversi, lesivi dell’integrità fisica, in una situazione nella quale l’elemento in concreto addebitato non costituiva patrimonio scientifico consolidato. Nel caso di specie, dunque, si è giudicato che la pretesa imputata violazione dell’articolo 21 del D.P.R. 303 del ‘56 originariamente introdotto pensandosi ad altre patologie essenzialmente di natura non neoplastica, non potesse fondare la possibilità di affermazione di omicidio colposo per la forma di mesotelioma per la quale era quel processo, posto che al momento di realizzazione dei fatti, e quindi della condotta per la quale era appunto quel processo, non vi erano conoscenze scientifiche per cui fosse patrimonio scientifico consolidato la possibilità che l’esposizione all’amianto potesse causare mesotelioma. In modo certamente corretto siffatta decisione ha posto in evidenza che la regola cautelare di cui all’articolo 21 D.P.R. 303 del ‘56 non contempla tra gli eventi del genere che la regola stessa misera a scongiurare la patologia oggetto di quel giudizio, il mesotelioma pleurico, perché soltanto decine dopo l’entrata in vigore di quel D.P.R. è stata accertata la connessione causale tra la stessa patologia e l’inalazione di fibre d’amianto. In termini generali la conclusione è che non è possibile imputare, come conseguenze di una condotta, conseguenze rispetto alle quali il controllo del rischio relativo al loro verificarsi non era richiesto alla gente, ossia a dire quando non fossero identificabili ex ante gli obblighi di quest’ultimo intesi appunto a far sì che possibili conseguenze della condotta non si verifichino. Anche ai fini della disposizione dell’articolo 113 del Codice Penale è indispensabile che il partecipe, agevolando o determinando la condotta colposa dell’esecutore principale, abbia agito nonostante la rappresentabilità di quella condotta che la regola violata tendeva a prevenire, imponendo l’adozione di determinate cautele. La giurisprudenza di legittimità della Suprema Corte non ha quindi mancato di affermare che le stesse massime di esperienza debbono preesistere al giudizio e che deve escludersi la responsabilità dell’imputato nel caso in cui il giudizio espresso dalla sentenza impugnata sia stato fondato su una regola formulata per il caso di specie dopo l’accadimento. E’ il principio della tipicità della colpa. E che consiste nella violazione della diligenza, ovvero nell’aver realizzato un fatto tipico che se si aveva il potere e dovere di evitare impiegando i mezzi posti dall’ordinamento giuridico, perché la gente sia in condizione di rappresentarsi o riconoscere ciò che è legalmente disapprovato. Addebitare un evento sulla scorta di una norma originariamente introdotta nell’ordinamento allo specifico scopo di evitare una serie di eventi diversi, sia pure lesivi dell’integrità fisica, ma in un momento in cui l’elemento addebitato non costitutiva - quanto alla sua possibilità di verificazione - patrimonio scientifico consolidato, si tradurrebbe in una inaccettabile forma di responsabilità, pretesa a titolo di colpa, e che nella realtà imputerebbe il fatto alla gente non certo per la violazione di una norma cautelare finalizzata a prevenire agenti del genere di quello accaduto, ma soltanto perché lo stesso avrebbe tenuto un comportamento genericamente inosservante. Nel nostro caso di specie neppure poi inosservante di che cosa? Applicazioni di siffatto genere sarebbero in violento contrasto con il principio costituzionale di consapevolezza, che tassativamente, com’è ben noto, impone che il soggetto agente abbia sempre la possibilità di valutare il tipo di conseguenza in cui il suo preteso illecito operato potrebbe dar luogo. E, si badi, nulla cambia sotto il profilo della colpa generica. Tra colpa generica e colpa specifica non vi è nessuna differenza ontologica, non può esservi dunque certamente nessuna differenza sul piano dell’accertamento. Tra le due forme non vi è alcuna frattura effettiva. Per entrambe è indispensabile poter intendere la regola, la cui osservanza qualifica la condotta. Diversamente non sarebbe possibile ottenere un criterio di imputazione distinto da quello meramente oggettivo. E questo è possibile, la distinzione, sulla scorta di un unico criterio. E che siffatto criterio sia costituito dalla prevedibilità ed evitabilità dell’evento non sembra davvero dubitabile, né che nessuno vi possa dubitare. L’accertamento della colpa, quale che sia, generica o specifica, non può mai prescindere da siffatta indagine. La mera violazione della regola di condotta non è sufficiente a far ritenere sussistente la colpa. A questo fine è necessario qualche cosa di più e di diverso: quando la regola è generica, non superare il limite di 50 chilometri orari, è ben differente da dirmi: fai quanto ti è possibile per non andare veloce. Quando la regola è generica, la colpa va ricercata al di fuori della regola stessa, che proprio a cagione della sua genericità non può contenere un’indicazione di criteri di comportamento. Di qui ancora l’irrinunciabile necessità in ordine alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento. E’ solo su queste premesse che è possibile inquadrare la tematica connessa all’articolo 2087. Trattata anche in questo processo dall’avvocato Vassallo, che ci ha ricordato come la disposizione in esame costituisce una norma di chiusura del sistema infortunistico. Chiariamo meglio: anche ove difetti una specifica misura preventiva siffatta disposizione parrebbe di adottare comunque le misure generiche di prudenza e di diligenza al fine della salvaguardia della sicurezza dei lavoratori. E infatti l’articolo 2087 recita: l’imprenditore è tenuto ad adottare ad esercizio o impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza, la tecnica. Allora è soltanto chiarendo molto bene e a condizione che si riescano a chiarire molto bene i contenuti di questa premessa che poi si può anche essere d’accordo con l’avvocato Vassallo. Quello che è affermato dalla stessa giurisprudenza di legittimità è che in presenza dei requisiti di prevedibilità ed evitabilità dell’evento - in presenza dei requisiti di prevedibilità ed evitabilità dell’evento! - la responsabilità, anche ai fatti penali del datore di lavoro, che pure in assenza di una specifica normativa antinfortunistica non abbia provveduto a disporre mezzi idonei ad evitare l’evento dannoso occorso al lavoratore dipendente, deve essere affermata in virtù dell’articolo 2087. In presenza, ricorda la Suprema Corte, dei requisiti di prevedibilità e evitabilità dell’evento. In assenza del proprio generale che non possa essere affermata neppure in virtù dell’articolo 2087. Questa è la prima condizione indispensabile, irrinunciabile. La seconda condizione irrinunciabile ci viene sempre dalla stessa giurisprudenza di legittimità, e l’ultima che richiamo e che cito per esteso perché è l’unica che non c’è nella mia memoria, è la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, 10 maggio 2000, numero 6010, Masmare, giustizia civile del 2000, pagina 987. "Dal dovere di prevenzione imposto al datore di lavoro non può desumersi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile ed innominata diretta ad evitare qualsiasi danno". E’ il proprio di necessità di determinatezza del precetto. Un principio oggi definitivamente accolto anche dalla stessa Corte Costituzionale intervenuta a richiamare l’esigenza di non vanificare il canone di determinatezza della fattispecie penale. Ed a questo fine, riconoscendo ed affermando la necessità del contrappeso costituzionale espressamente individuato nell’esigenza di restringere in un’interpretazione costituzionalmente vincolata le potenzialità della disposizione. La consulta ha espressamente ritenuto, giudicando in materia di esposizione da rumore, la sentenza 1825, luglio del 1996, che la fattispecie penale non possa essere considerata giuridica e indeterminata quando il legislatore faccia riferimento ai suggerimenti che la scienza specialistica può dare in un determinato momento storico. In assenza di questo riferimento è da ritenersi indeterminata, anzi è indeterminata. Non può esservi responsabilità dunque se non siano violati gli obblighi di comportamento suggeriti dalle conoscenze sperimentali e tecniche del momento, e dai criteri dettati anche da altre norme non cogenti come quelle di cui alle direttive CEE prima del loro recepimento dell’ordinamento giuridico. Tradotto nella realtà storica oggetto di questo processo il solo significato corretto che è possibile attribuire al contenuto dell’articolo 2087 dopo le notizie Goodrich è che queste erano idonee a far sì che ci si dovesse porre problema, e il problema era il rischio di angiosarcoma per l’uomo. Vi era, a partire da quel momento, una prima evidenza di conoscenza idonee a dover stimolare nuove acquisizioni tecnologiche e di sapere scientifico, ad un dovere di aggiornamento delle conoscenze. Con questi chiarimenti e nel rispetto di queste condizioni allora si può anche concordare con quello che ha affermato l’avvocato Vassallo, quando afferma che la disposizione in esame comporta un dovere di adeguamento con due ordini, ed appunto di conoscenza delle innovazioni, di necessità di traduzione di siffatte conoscenze, innovazioni strutturali e organizzative nel processo produttivo. Ed è esattamente ciò che è in perfetta rispondenza siffatta indicazione si è verificata nella realtà storica di questo processo. Anzi, si è andati molto oltre, nell’attivazione per l’acquisizione di conoscenza, nell’acquisizione di nuove tecnologie, negli adeguamenti ed interventi sugli impianti. Perché prima ancora che le conoscenze sperimentali e tecniche fossero acquisite e consolidate ci si è attivati per la loro acquisizione e si è intervenuti. Prima ancora che fosse esigibile rispetto alle conoscenze di allora, ed è quindi così possibile affrontare anche il successivo problema. Con e dopo le notizie Goodrich non vi è nessuna evidenza scientifica che manifesti che il CVM sia una sostanza che a qualsiasi esposizione, a qualsiasi dose, possa provocare pericolo di morte per angiosarcoma. E possiamo parlare solo, è bene ricordarlo, di pericolo per angiosarcoma. Dice l’avvocato Vassallo, a pagina 15 delle trascrizioni del suo intervento: quand’anche si ammettesse, come accertato, che all’interno dei reparti del Petrolchimico di Porto Marghera, nei vari periodi, fossero stati rispettati i limiti di TLV imposti o consigliati dalla normativa e dalle circolari emanate vigenti, non potrebbe ritenersi comunque, osservato il dovere di sicurezza, ogni qualvolta quel limite poteva essere ulteriormente abbassato sulla base della cosiddetta miglior tecnologia disponibile. E che cos’è stato fatto? Intanto abbiamo visto che i valori di esposizione hanno subito iniziato e sempre continuato a seguire un trend decrescente, vertiginosamente decrescente. E ciò ovviamente proprio per l’utilizzo della migliore tecnologia disponibile. Un concetto su cui avrò modo di tonnare tra breve, ma mi interessa da subito porre in evidenza come lo stesso concetto non possa in nessun caso prescindere dalle conoscenze del momento sul rischio da prevenire, dalla conseguente necessità di rapportarsi in modo concreto al tipo di rischio da fronteggiare, dalle conoscenze e disponibilità dei mezzi tecnici, dall’evoluzione e dalla contestualizzazione dello stesso concetto e nel suo evolversi storico. E tanto già basta. Ma ancora una volta si è andati oltre, ben oltre. Esaminiamo anche quella giurisprudenza in forza della quale l’obbligo di intervenire per limitare fattori di rischio non opererebbe solo quando siano stati superati i valori limiti di esposizione agli agenti chimici. Si allude a quella giurisprudenza che indica siffatti limiti da intendersi come semplici soglie di allarme, il cui superamento fermo restando il dovere di attuazione sul piano oggettivo delle misure tecniche organizzative e procedurali, concretamente realizzabili per eliminare o ridurre al minimo i rischi in relazione alle conoscenze acquisite in base al processo tecnico, comporti l’avvio di un ulteriore complementare attività di prevenzione soggettiva, che è esattamente ciò che Montedison ha fatto e da ben prima delle notizie Goodrich, e quindi con una perfetta evoluzione di interventi che hanno determinato e consentito quel vertiginoso trend decrescente dei valori e il raggiungimento e consolidamento degli stessi in tempi che hanno anticipato di anni una normativa da allora assente. Una normativa che riconfermerà che l’attività di produzione di CVM è un’attività lecita. Basta perciò poco per risolvere anche il problema che è un falso problema del cosiddetto aumento del rischio, e che io affronto evidentemente sotto il profilo della colpa. Il tentativo di poter accontentarsi di esprimere a posteriori una diagnosi di probabilità del contributo causale; il tentativo di abbassare contra legem la soglia della prova necessaria, applicando anche ai reati di evento un criterio proprio ed esclusivo dei soli reati di pericolo. Il tentativo cioè di dover evitare di porre a raffronto il decorso causale che ha davvero originato l’evento concreto con forme al tipo con la regola di diligenza violata; il tentativo di dover controllare se l’evento sia la realizzazione del pericolo in considerazione del quale il comportamento dell’agente possa essere qualificato come contrario a diligenza. La perfetta inosservanza e violazione del disposto dell’articolo 43, che per contro impone che l’evento debba essersi verificato a causa di negligenza, imprudenza, etc., quasi che non potesse agire imprudentemente o negligentemente soltanto chi è in grado di agire prudentemente o negligentemente... Ma se manca la possibilità di prevedere il risultato, è un dato ovvio che manca anche correlativamente la possibilità di esigere dal soggetto l’adempimento del dovere di diligenza. Nella colpa per inosservanza di regole giuridiche il rischio consentito si determina attraverso la sfera di liceità che le norme giuridiche stesse configurano, senza dimenticare che non rientrano tra le norme giuridiche richiamate dall’articolo 3 quelle che non sono regole cautelari, e cioè quelle norme la cui funzione principale non è quella di sostituirsi a regole sociali e di diligenza, prudenza, perizia. E’ il caso dell’epidemiologia, che in nessun modo può valere a concretizzare una regola cautelare. Anche sotto il profilo dell’uso del criterio probabilistico ai fini dell’accertamento del nesso causale occorre quanto meno distinguere tra le esigenze proprie del diritto penale, dov’è in gioco la libertà personale, e del giudizio che è chiamato ad esprimere l’epidemiologia. Perché se il giudizio peritale può essere utilmente espresso anche in cifre numeriche percentuali, ai fini della pronuncia del giudizio di colpevolezza, quale quello che inevitabilmente potrebbe derivare dal preteso accertamento di nesso causale che attribuisce l’evento dannoso a una condotta sulla base della sua idoneità a produrlo alla stregua di una valutazione di ordine meramente statistico, il criterio percentuale ripugnerebbe al senso morale prima ancora che a quello giuridico. L’identificazione delle regole di condotta non può non avere carattere obiettivo. Non vi è colpa dove il fatto non sia negligente in ordine allo specifico pericolo di cagionare proprio quell’evento concreto che in effetti si cagiona. Sarebbe così anche da doversi escludere la configurabilità del delitto di omicidio colposo nel caso del comportamento, pur da qualificare imprudente in relazione alla morte di un uomo, ma che la cagionasse poi attraverso un processo causale diverso da quello o da quelli da cui tale rappresentabilità dia origine alla qualifica di imprudenza. La fattispecie di inosservanza evento, commissione mediante omissione, soddisfa le condizioni formali poste dalla Costituzione soltanto qualora l’obbligo di attivarsi non espressamente tipizzato dalla legge trovi tuttavia nella legge il suo parametro di specificazione. Ed allora la necessità di rimozione dall’equivoco generato dall’evocazione dell’aumento del rischio, per cui si vorrebbe riconosciuta come ammissibile una forma di implicazione causale tra evento e condotta che avrebbe aumento il rischio del suo verificarsi. La sussistenza del nesso di causalità, cioè, nonostante le conoscenze al momento della stessa condotta non consentissero di affermare con ragionevole certezza una forma di contributo causale secondo un parametro di probabilità acquisito come conoscenza soltanto a posteriori. Nella realtà il criterio dell’aumento del rischio può produrre risultati appaganti soltanto qualora vi siano elementi di fatto a giudicare con probabilità prossima alla certezza che non sarebbe stato comunque possibile impedire l’evento con l’osservanza della condotta doverosa. Evitabilità significa infatti rilevante probabilità di evitare un evento certamente cagionato. Solo in questi casi il criterio in oggetto seleziona ulteriormente la responsabilità rispetto ad una condotta sicuramente colposa ed accerta l’effettiva evitabilità dell’evento. Questo è il solo e possibile e corretto utilizzo del criterio dell’aumento del rischio; lo stesso non può valere invece a recuperare una legge di copertura acquisita al patrimonio delle conoscenze successivamente al momento di realizzazione della condotta. Nell’ipotesi in cui fosse almeno insufficiente, il chiarimento delle particolarità del decorso causale, da cui sia derivata l’inefficacia in concreto della norma di diligenza. Diversamente, se si intendesse utilizzare il criterio dell’aumento e del rischio, e ad accontentarsi di esprimere a posteriori una diagnosi di probabilità del contributo della condotta dell’agente ad aumentare le probabilità del verificarsi di un evento, anche i reati di evento resterebbero trasformati in reati di pericolo. Quasi a voler concludere che se c’è pericolo tipico, che pure resterebbe da accertare come sussistente al momento della condotta, allora c’è necessariamente anche colpa tipica. Il principio precauzionale non può appartenere a quello ricognitivo dell’esistenza del nesso causale, quindi di sussistenza della responsabilità per colpa; la cosiddetta valutazione del rischio di un evento muove nella prospettiva della prevenzione, quella causale d’imputazione per colpa esige la violazione di una regola cautelare specificatamente orientata ad evitare nel caso concreto il realizzarsi del tipo di evento verificatosi. Ciò significa che la condotta posta in essere dall’agente deve sempre avere prodotto ex ante un aumento significativo del rischio di effettiva realizzazione dell’evento successivamente intervenuto. Le nozioni di causalità a cui fanno riferimento gli articoli 40 e 43, l’uno con riguardo al rapporto dell’evento con la condotta, l’altro con riguardo al rapporto del medesimo con la violazione di una norma cautelare, non si riferiscono perciò a due realtà distinte, da considerarsi in successione, ma alla medesima realtà. Coincidono! Gli elementi di valutazione del rischio propri della prospettiva precauzionale sono elementi che operano in una situazione di incertezza scientifica, ci ha ricordato il professor Alessandri, ed è manifesto che non sarebbe tollerabile una affermazione di responsabilità per colpa in costanza di un nesso causale incerto al momento di realizzazione della condotta, attiva ed omissione che fosse. E solo successivamente ritenuto sussistente per l’acquisita conoscenza scientifica del rischio dell’evento, ossia della ragionevole probabilità del suo verificarsi in conseguenza di quelle stesse condotte. Il dubbio sul rischio dell’evento, ossia sulla ragionevole probabilità di sua realizzazione, sussistente al momento di realizzazione della condotta, vale ad escludere la possibilità di affermazione del nesso di causalità e di responsabilità per colpa, e che dunque non potrebbe certo sussistere, essere riconosciuta, per il solo fatto che in epoca successiva a quella della condotta la scienza, con un giudizio postumo, abbandoni l’incertezza e riconosca la ragionevole probabilità di realizzazione dell’evento. In assenza di nesso causale tra evento e regola di diligenza assunta o violata non vi è possibilità di affermazione di responsabilità colposa, e al criterio della certezza degli effetti non può sostituirsi quello della probabilità degli stessi, ossia delle idoneità della condotta (inc.). Neppure stabilire che l’azione ha materialmente cagionato l’evento sarebbe sufficiente, essendo necessaria anche l’ulteriore verifica diretta a stabilire se l’osservanza della condotta conforme al dovere di diligenza poteva oppure no impedire l’evento. E vengo così ai singoli addebiti di colpa e alle conclusioni in ordine al capo che sto discutendo, al capo 1. Avere agito con previsione dell’evento per colpa generica e specifica, e così cagionando fatti di omicidio colposo plurimi, lesione, disastro, strage, su cui non tornerò, omissione di cautele antinfortunistiche. Questa è la contestazione. La verità è che fino alle notizie seguite ai casi di decesso per angiosarcoma di Goodrich non vi era nessuna conoscenza, né evidenza scientifica, in ordine alla cancerogenicità per angiosarcoma nell’uomo. Certo, alcuni casi di angiosarcoma vi erano stati prima delle segnalazioni Goodrich, il punto è che non lo si sapeva, non ve n’era traccia nella Letteratura scientifica, erano casi presentatisi singolarmente e mai prima di allora eziologicamente associati all’esposizione da CVM. Si è potuto associare i casi Goodrich all’esposizione da CVM soltanto perché, rispetto a quella popolazione di così piccole dimensioni, era eccezionale la concomitanza di più casi per una malattia tanto rara. Soltanto quindi per la rarità dell’angiosarcoma, che rendeva del tutto sorprendente la possibilità di osservare ben tre casi di malattia in una casistica di dimensioni limitate quale quella degli operai della ditta; e solo casualmente i tre medici che avevano seguito i tre diversi casi si erano messi in contatto tra di loro e quindi poi anche con la compagnia. Soltanto dopo questa segnalazione di cancerogenicità è stato possibile andare alla ricerca retrospettiva in tutto il mondo dei casi, e la turbinosa ricognizione retrospettiva postuma che è avvenuta nei mesi a seguire delle notizie di Goodrich, su dei retrospettivi, su popolazioni lavorative esposte a CVM. Fino a questo momento non vi era forma di evidenza, né tanto meno un suo consolidamento. Non vi era neppure la necessità di dovere o potere escludere con ragionevole grado di certezza la possibilità di realizzazione di quell’evento. Lo stato di conoscenza di allora non presentava alcuna forma di evidenza, l’unica indicazione era quella di Maltoni, di cui si è visto e detto con tutte le approssimazioni e riserve già formulate e in forza della quale a livelli di esposizione inferiori a 200 ppm non si presentavano forme di angiosarcoma e nessun tipo di neoplasia, neppure nei ratti. Restano così perfettamente generici o irrilevanti e infondati i singoli addebiti di colpa contestati in imputazione, quasi che le indicazioni di un articolo di legge, e la semplice accusa di colpa generica, sia sufficiente a integrare una reale contestazione solo perché posta in un capo di imputazione. E così per gli addebiti relativi al D.P.R. 547 del ‘55, e così per gli addebiti di cui al D.P.R. 303 del ‘56. I primi, articolo 256, primo e quarto comma, lavori dentro tubazioni, canalizzazioni, recipienti simili nei quali possano esservi gas, vapori tossici o asfissianti; articolo 244 primo comma, disposizioni generali di sicurezza per tubazione e canalizzazione; articolo 246, disposizioni speciali per serbatoi tipo silos, contenenti materie capaci di sviluppare gas o polveri infiammabili o nocive; articolo 354, contenitori pericolosi, segnalatori automatici; articolo 374, edifici, impianti, opere, macchine, attrezzature. I secondi del D.P.R. 303 del ‘56, l’articolo 3 contiene la definizione di lavoratore subordinato; l’articolo 4, già ampiamente detto; l’articolo 17, depositi di rifiuto di materiali insalubri; articolo 19, separazione dei nocivi; del 20 e 21 già detto; 25, lavori sospetti di inquinamento; articoli 58 e 59 sono norme meramente sanzionatorie, quindi non a contenuto precettivo. Sono tutte contestazioni che prima ancora di essere infondate sono irrilevanti, perché riferite a regole cautelari che nulla hanno a che fare con il CVM, nel senso che in alcun modo, per le ragioni già ampiamente chiarite, possono davvero valere a reale addebito di colpa specifica. Sono tutte disposizioni che ricostruiscono regole di diligenza la cui finalità preventiva è diversa da quella che pure si pretenderebbe dal poter imputare. Il secondo aspetto è che l’innalzamento della soglia di cautela è avvenuto addirittura prima di quando le conoscenze scientifiche dell’epoca l’avrebbero reso esigibile. Molto di più ancora: le conoscenze scientifiche sono state provocate, stimolate, approfondite, finanziate, da Montedison. Gli interventi sugli impianti e sulle modifiche delle procedure sono iniziati ancora prima che quelle stesse conoscenze scientifiche per le quali pure ci si sarebbe adoperati rendessero esigibili quegli stessi interventi. Prima ancora che la possibilità dell’insorgenza neoplastica per l’uomo, espressa dall’angiosarcoma, divenisse prevedibile, Montedison era già intervenuta; e i risultati, in termini di riduzione dei valori di esposizione, stanno a riconfermare l’eccezionale tempestività e straordinaria qualità dei lavori degli interventi eseguiti. L’ha ricordato lo stesso professor Maltoni nella sua missiva al dottor Casson. Nel 1975 erano dunque già stati raggiunti i limiti che saranno introdotti dalla normativa CEE del ‘78 e dal D.P.R. 962 dell’82. Le iniziative e gli interventi effettuati hanno, con perfetta tempestività, determinato la riduzione progressiva e vertiginosa delle concentrazioni di CVM, tanto come valori medi quanto come valori di punta. I valori medi già da allora sono ben al di sotto del VLT-TLD di 3 ppm media annuale, già e ben prima della direttiva CEE 78/610; di quattro anni successiva alle notizie Goodrich; già e ben prima del D.P.R. 962 dell’82; di otto anni successiva alle notizie Goodrich. L’ennesima e definitiva conferma della verità storica di tutto ciò è venuta in questo processo con l’accertamento dei singoli casi. E’ stato quindi possibile accertare con le conoscenze oggi acquisite che il livello di esposizione necessario a causare l’angiosarcoma è corrispondente con stima cautelativa a 150-200 ppm di esposizione media per durata di almeno un anno; ma abbiamo sentito che forse sono 288. Gli angiosarcomi non sono mai stati riportati in soggetti con esposizioni inferiori a 150-200 ppm per almeno un anno, anzi risulta che non vi siano stati casi documentati di angiosarcomi per esposizioni inferiori a 200 ppm per un anno; storicamente siffatte esposizioni sono state quasi esclusivamente quelle correlate alle mansioni di autoclavista e pulitore di autoclave. Nessun caso di angiosarcoma è insorto in soggetti che abbiano iniziato l’esposizione in CVM in data successiva al ‘69. A pretendere anche di riferirsi al caso del ‘71, la situazione non si modificherebbe. Non vi è evidenza nessuna di cancerogenicità di PVC per l’uomo; non vi è evidenza nessuna di cancerogenicità del DCE per l’uomo; la fibrosi portale non è mai stata descritta in soggetti che abbiano iniziato a lavorare dopo il 1973; non ci sono state segnalazioni di fenomeni di Reynaud, di (acrostiolisi), in soggetti che abbiano iniziato l’esposizione dopo i primi anni ‘70; nessuna evidenza di possibilità di interessamento di altri e diversi organi bersagli. Ciò che pure non modificherebbe quanto osservato sull’evoluzione del consolidamento delle conoscenze, ma pure resta il dato conclusivo e certo della assenza di possibilità di interessamento di altro o diverso organo bersaglio. E’ infatti anche storicamente vero che negli anni che ho discusso l’evidenza del problema si è posta esclusivamente per l’angiosarcoma, dunque la riconferma definitiva della perfetta qualità di tutti gli interventi effettuati e dal raggiungimento dei livelli di esposizione sicuri, anche perfino con il senno, ossia con le conoscenze di oggi. L’accertamento dei singoli casi riconferma la verità storica che abbiamo ricostruito, da ancora prima che la possibilità di insorgenza di angiosarcoma fosse scientificamente conosciuta ed evidente, e perciò prevedibile, non vi è stato un solo caso di angiosarcoma, nessuna forma di ripetizioni di malattia. Questa è la verità del processo. La insussistenza delle ipotesi di omicidio colposo plurimo, con previsione dell’evento, e l’insussistenza delle lesioni. E così dunque con perfetta identità per la contestazione di disastro. E’ ovvio che non ripeterò, quanto meglio di me e di quanto meglio potrei mai dire io, ha detto il professor Padovani; mi limito a questo: nessuna commissione di fatti colposi diretti a cagionare disastro; non cagionamento per colpa di un disastro; nessuno mediante azione; nessuno mediante omissione. L’omissione non integra (inc.) del reato colposo, bensì il mezzo attraverso il quale si determina o si favorisce l’evento che concreta la consumazione del reato. Restano perciò perfettamente valide e irrinunciabili le affermazioni e la necessità del loro rispetto in ordine alla prevedibilità e alla prevenibilità dell’evento lesivo derivante dalla violazione di regole cautelari; fa assoluto difetto perfino la pretesa suscettibilità di una pur non precisamente e meglio identificata condotta di messa in pericolo a realizzazione del danno. Dal momento in cui il consolidamento delle conoscenze può affermarsi essere avvenuto, non vi sono più valori idonei in termini di misure di esposizione al realizzarsi dell’evento, tanto meno esiste la possibilità di riconoscere la sussistenza di un nesso di causalità tra condotte non meglio precisate, perché nella verità dei fatti non precisabili e preteso evento dannoso. E così per il riferimento delle imputazioni all’esterno dei reparti: nessun angiosarcoma, come in verità nessun altro effetto cancerogeno, non cancerogeno, attribuibile al CVM, è stato mai riscontrato negli ambienti della zona o delle zone limitrofe alle fabbriche di produzione del CVM di Porto Marghera. Identicamente e perfettamente insussistente dunque l’ipotesi di rimozione di cautele antinfortunistiche di cui all’articolo 437 del Codice Penale. Anche a tacere del fatto che non è ben dato di comprendere se la fattispecie sia contestata come delitto colposo o come delitto doloso, resta il fatto che l’esclusione della colpa vale anche ovviamente ad escludere ogni più grave ipotesi di responsabilità che si pretendesse a titolo doloso. La necessità di rapportare il contenuto del precetto alle conoscenze che sia dell’infortunio o della malattia, è già stato discusso, comunque dall’evento da prevenire, già vale per tutte le stesse ragioni, fin qui chiarite, ad escludere la possibilità di pretesa sussistenza della fattispecie. La tecnologia da adottare dipende anche e proprio dalla natura dei rischi connessi alla sostanza oggetto di lavorazione, dalla possibilità della loro prevedibilità, dalla necessità di poter individuare una regola cautelare la cui violazione sia causa dell’evento. E così anche per la stessa necessità di rapportare il contenuto di siffatta regola al concetto di migliore tecnologia in concreto, di cui arriverò a parlare tra un minuto. Il contenuto precettivo dell’articolo 437 non si presta a qualsivoglia violazione di un generico dovere di sicurezza ma necessita di indicazioni normative sufficientemente determinate a definire la regola cautelare che abbia a specifico oggetto la previsione dell’evento dello stesso reato di cui all’articolo 437 Codice Penale. Il dovere di attivazione deve essere necessariamente rapportato alle conoscenze in ordine all’evento da prevenire e al concetto di migliore tecnologia che pure resta perfettamente condizionato da quelle stesse conoscenze. Si riconferma perciò l’irrinunciabile necessità di osservanza di tutti i principi fin qui chiariti e in conseguenza l’inconsistenza della pretesa accusa, già pure formulata in termini così generici da essere comunque inidonea alla contestazione del delitto di cui all’articolo 437. Omessa collocazione di impianti, o apparecchi, o segnali, in forza dell’espresso dettato della norma, deve essere destinato a prevenire disastri o infortuni sul lavoro. L’infortunio e il disastro si confermano perciò dover essere almeno prevedibili nei termini che si sono indicati. Residua dunque un unico problema: adesso chi va a spiegare tutto questo alle presunte vittime! Chi avrà il coraggio di spiegare loro - e certo non è quello che si attendono - che l’accusa si fonda solo su siffatti tentativi di snaturare principi di diritto, a tentare di destoricizzare una realtà che è proprio degli stessi fatti prima ancora che del diritto! Sarei credibile io come difensore, come difensore degli stragisti, degli assassini, dei padroni? Lo sarebbero le parti civili? Lo sarebbe chi ha portato all’attenzione di questo Tribunale casi che nel 44% di quelli esaminati neppure giustificavano l’esistenza di una malattia? Forse è il dato più vergognoso dell’accusa. Nel 44% dei casi neppure si poteva, e dunque si sarebbe dovuto, iniziare a discutere; le visite come attività integrativa d’indagine! Bene ha fatto il Tribunale a riconoscerle come tali, perché era indispensabile avere un criterio di selezione. Ora però dovete fare giustizia anche di queste modalità di esercizio di condizione dell’azione penale. L’unico vero turbamento sociale resta quello che è stato provocato con questo processo. Il processo ora è stato celebrato e volge al termine, ma a tutti i gravi errori in fase di diagnosi non può ora porsi rimedio violando la legge penale, che voi siete chiamati ad applicare con le sue intransigenti custodi e garanti. Solo voi, dunque, come Giudici, avete l’autorità e il dovere della spiegazione con il coraggio della serenità che contraddistingue il Giudice. Molto brevemente, signori del Tribunale, allora in ordine al concetto di miglior tecnologia, a introdurre il capo che non discuterò, il capo 2 dell’imputazione, per il quale evidentemente valgono però in termini di accertamento di responsabilità per colpa tutte le considerazioni che sono qui venuto a fare, sia con riferimento allo stato di evoluzione e consolidamento delle conoscenze del CVM, sia e tanto più per quelle delle diossine, che per quanto studiate ancora oggi riconfermano che pure ad altissime dosi per l’uomo l’unico effetto che possono provocare è (l’acrolacno). In ordine al concetto di miglior tecnologia ho già ricordato che non può prescindere dalle funzioni delle conoscenze sul rischio da prevenire, dalla necessità di rapportarsi in modo concreto al tipo di rischio da fronteggiare, dalle conoscenze sui mezzi e la loro disponibilità sul mercato; dal rapporto di proporzione tra costi e valori del prodotto. Ma ai fini di una più perfetta identificazione del contenuto del concetto ai fini di questo processo è indispensabile anche la sua contestualizzazione storica. A questi fini ho fatto un lavoro, la seconda parte della memoria che adesso produrrò al Tribunale, che quindi non discute se non per illustrare al Tribunale i punti al suo oggetto. Perché ho ritenuto molto interessante andare a cercare di capire come si è evoluto il concetto di migliore tecnologia nella normativa e nella applicazione della giurisprudenza dalla fine degli anni ‘60 ad oggi, e ho quindi cercato di fare una ricostruzione di questo concetto nella normativa e nelle applicazioni della giurisprudenza, che ritengo di grande interesse. Solo per punti, il concetto di progresso della tecnica ha visto la sua principale evoluzione in principale connessione con la legge 3 luglio 1966 n. 615, pure non contestata in questo processo ma la cui illustrazione ritengo assolutamente indispensabile, perché ci chiarifica il concetto e il contenuto ad allora, anzi va oltre perché ci chiarisce anche nelle applicazioni che ne fece la giurisprudenza che tra il ‘60 ed il ‘70 il gestore d’industria era legittimato a ritenere assolto il proprio obbligo di contenimento delle immissioni allorché utilizzasse impianti che gli consentivano di ottenere l’autorizzazione di cui all’articolo 20 della legge n. 615. Ad allora la sola disposizione, l’articolo 20 della legge 615, rispetto alla quale l’imprenditore doveva conformarsi nell’immettere gas, polveri, vapori in atmosfera. E questo proprio sia perché la normativa del ‘66 era nel periodo considerato appunto l’unica, sia perché la stessa giurisprudenza di legittimità della Corte di Cassazione giudicava, nelle decisioni sui fatti di possibile rilevanza penale all’allora oggetto di giudizio, che la soglia di non punibilità per la violazione delle disposizioni di cui all’articolo 674, che è quello a cui si ricorreva per cercare in qualche modo di riempire un vuoto normativo, era comunque da rinvenirsi proprio nei confini trattati dalla legge n. 615 stessa. Ed è solo sul finire degli anni ‘80, loro potranno verificare attraverso le affermazioni giurisprudenziali della Suprema Corte, che troveranno citate nella memoria, che si è fatta affermazione della giurisprudenza di legittimità, si modificheranno obbligando perciò i gestori degli impianti a autoimporsi regole più severe di quelle che erano state previste dallo stesso legislatore. Il concetto di miglior tecnologia viene dunque modificato sotto il profilo normativo dalla direttiva CEE degli anni ‘80 che hanno trovato attuazione e specificazione nel D.P.R. 203 dell’88. La miglior tecnica disponibile è dunque l’ultima e più recente definizione la miglior tecnica espressa dal decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 372. E potranno verificare quanto sia interessante il confronto tra le definizioni delle migliori tecniche susseguitesi nel tempo e nelle applicazioni giurisprudenziali intervenute, e con esse anche gli interventi della stessa Corte Costituzionale. E’ un confronto che consente queste seguenti considerazioni finali che mi permetto di anticipare come ultimo punto di questa mia esposizione. Il gestore di industrie insalubri, tra gli anni ‘60 e ’70, era certamente legittimato a ritenere assolto il proprio obbligo di contenimento di immissioni, come dicevo poc’anzi, allorché utilizzasse impianti che gli consentivano di ottenere l’autorizzazione di cui all’articolo 20, legge 615. Questa era la sola norma che l’imprenditore doveva osservare ai fini di poter immettere gas, polveri, vapore in atmosfera, e ciò sia perché come dicevo la disciplina del ‘66 rappresentava in quel periodo l’unica normativa di settore, sia perché la stessa Corte di Cassazione, nel decidere su fatti di penale rilevanza, riteneva ad allora che la soglia di non punibilità per i fatti di cui all’articolo 674 del Codice Penale, che era appunto la fattispecie cui si era ricorsi, era da rinvenirsi proprio negli stessi confini tracciati nella legge n. 615, e più precisamente dal suo articolo 20. E’ solo sul finire degli anni ‘80 che le interpretazioni della Suprema Corte sono andate via via mutando, obbligando i gestori degli impianti a autoimporsi regole più severe da quelle previste dallo stesso legislatore. Ciò che fin a quel momento non era, né avrebbe potuto e dovuto essere. Il D.P.R. 203 dell’88 quindi interviene a porre un punto fermo, perché l’intervento di questa affermazione della giurisprudenza aveva creato non pochi contrasti tra le interpretazioni della giurisprudenza stessa e la dottrina, e quindi il D.P.R. 203 dell’88, recependo la stessa direttiva comunitaria, cerca di coordinare la legge 615 al suo regolamento di attuazione, e quindi alla disposizione di cui all’articolo 674 del Codice Penale. Ad un primo e superficiale confronto tra queste previsioni e quelle successive del decreto legislativo del ‘99 può sembrare che la più recente normativa imponga dettami più severi nell’utilizzo delle tecniche migliori ad evitare o a ridurre il fumo. Da una più attenta analisi potranno verificare invece che si evince come in realtà il decreto legislativo numero 372 si è maggiormente calato nel concreto con il fine del contemperare la duplice esigenza della riduzione del tasso di inquinamento con il necessario progresso industriale. Siffatta ultima normativa, imperniata infatti sul binomio costi/vantaggi per il rinvenimento di strumenti contenitivi delle emissioni. Ebbene, il legislatore del ‘99 ha definitivamente abbandonato le dubbie locuzione sulle onerosità della tecnologia di cui al D.P.R. numero 203, precisando invece che le migliori tecniche sono quelle facilmente rinvenibili sul mercato e quelle adottabili a condizioni ragionevoli. Io con questo ho concluso il mio intervento; quanto alle conclusioni finali verranno espresse dal professor Giarda, allorquando, all’esito del suo intervento, discuterà anche più approfonditamente ed analiticamente la posizione personale dell’ingegnere D’Arminio Monforte, ed alle quali dunque sin d’ora mi richiamo, facendole a loro volta mie. Grazie. Produco la memoria, Presidente.

Presidente: grazie a lei, avvocato. Acquisiamo la memoria. Bene, possiamo proseguire. Lei si sta installando con tutte le sue attrezzature, visto che ci deve parlare di impianti...?

 

AVVOCATO BECCAREDDA

 

Avvocato Beccaredda: credo che comunque, a parte il fatto che il discorso della proiezione sarà soltanto una esperienza estemporanea, io difendo - faccio una premessa anch’io - il dottor Gianluigi Diaz, direttore commerciale e commerciale della Dimp dal 1976; e poi per tre anni, a partire dal 1979, direttore generale della stessa Divisione, per quasi tre anni, in un momento in cui - anticipo quello che dirò nella mia discussione - il problema del CVM era stato definitivamente risolto. Il Pubblico Ministero ha chiesto per il dottor Diaz 8 anni di reclusione; non ha detto una parola in riferimento all’imputato; nel processo non è mai stato, io sono venuto spesso a questo processo, ho letto tutte le carte, non è mai stato contestato, un documento o una deposizione o uno stralcio di deposizione, qualche cosa al dottor Diaz. difenderà la posizione soggettiva del dottor Diaz il professor Carboni, in ottobre, depositeremo comunque una memoria. Invece la mia discussione, che come ha inteso il Tribunale ha per oggetto i comportamenti della azienda Montedison in rapporto alle norme generali, alle norme scritte e alle norme non scritte di diligenza, riguarda sia il primo che il secondo capo di imputazione, ma eminentemente il primo. Proprio perché la mia discussione avrà per oggetto una serie notevole di citazioni, sia testimoniali, sia documentali, intenderei procedere così: depositerò, spero già alla prossima udienza, un testo più esteso della mia discussione, con tutte le citazioni e con allegati anche i documenti e le testimonianze che comprovano, che sono di complemento. Detto ciò, mi si consenta soltanto di ringraziare i consulenti tecnici, ed anche in particolare direi il professor Pascuon, per l’aspetto che mi sto per accingere a trattare, e naturalmente i colleghi che mi hanno preceduto, che mi hanno sicuramente reso più agevole procedere oltre. Signori Giudici, un’istruttoria dibattimentale approfondita ha consentito di entrare nel dramma di una grande fabbrica degli anni ‘70 dove ad un certo momento, di colpo, si viene a scoprire che un prodotto, il CVM non è una sostanza chimica come tante altre trattate nello stabilimento, il CVM è cancerogeno, è pericoloso per la vita dei lavoratori, nel dramma di una fabbrica dove i lavoratori che avevano lavorato per tanti anni, respirando i vapori di CVM, hanno saputo che forse sarebbero morti. Ricordiamoci il drammatico colloquio che l’ingegnere Colifava ha con un lavoratore dopo che questi era stato informato dal capogruppo della cancerogenicità. Al dramma storico si è sicuramente aggiunto il dramma processuale delle centinaia di parti offese di questo processo, che hanno rivissuto in aula la loro storia umana. E, mi si consenta, il dramma processuale degli imputati, per i quali sono state chieste pene durissime, dirigenti Montedison che hanno improvvisamente percepito il pericolo della cancerogenicità del CVM, ma che non si sono persi d’animo, come vedremo, si sono mossi in anticipo rispetto all’obbligo giuridico di intervento; si sono impegnati al massimo per il risanamento nei reparti, degli stabilimenti, e hanno ottenuto dei risulti importanti, per lo più in anticipo rispetto alle legislazioni e raccomandazioni che gli imponevano. In questa cornice storica, che ovviamente verrà affrontata, è necessario sin d’ora sottolineare alcune critiche che questo difensore, a livello generale, muove all’accusa. Il Pubblico Ministero, l’abbiamo detto tante volte, ha detto di portare avanti i fatti, ma in particolare non tenendo conto nelle sue argomentazioni e nelle sue richieste di pena della cornice storica e giuridica in cui gli imputati Montedison hanno operato: gli anni ‘70 e le ordinanze degli anni ‘70. Non si tiene in alcun conto la situazione che amministratori e dirigenti della Montedison dovettero affrontare negli anni ‘70, una situazione difficilissima in tutte le fabbriche. Mi permetto di leggere un estratto da un libro denuncia "La salute nelle fabbriche" del 1969, di Giovanni Berlinguer, che rievoca l’indagine nazionale effettuata dal Partito Comunista Italiano nelle fabbriche italiane alla fine del 1967. I problemi più importanti sembrano quelli della temperatura, dell’umidità, dei servizi igienici, dell’illuminazione, della ventilazione, degli impianti di aspirazione dell’area e della rumorosità; molto gravi sono i risultati per quanto riguarda la presenza di sostanze tossiche: polveri, gas, vapori, fumi; le misure profilattiche adottate sono a volte del tutto inefficace, si legge: (latte), vitamina C, in un’officina siderurgica; ed ancora la mancanza assoluta di una adeguata prevenzione antinfortunistica, gli alti ritmi lavorativi, la mancanza di spazio, di preparazione personale. Queste note crude danno un’idea delle fabbriche in Italia, che erano state visitate negli anni ‘70. Siamo alla vigilia dei fatti di cui al capo di imputazione. Poi, nel 1970, esce lo statuto dei lavoratori. A Porto Marghera nasce la commissione mista sindacato/impresa, poi sostituita dalla commissione ambiente; nasce il servizio di protezione ambientale sicurezza dello stabilimento, nasce il nuovo Petrolchimico. E’ un dato di fatto di questo processo che le condizioni operaie degli anni ‘50-’60 erano disastrose. Noi metteremo in evidenza che i mutamenti degli anni ‘70 a Porto Marghera furono rivoluzionari, in particolare quando ci si rese conto che il CVM era pericoloso per la vita dei lavoratori, che negli anni ’70, signori Giudici, furono spesi centinaia di miliardi per l’ambiente e per l’ambiente di lavoro; e che soprattutto generosi funzionari dedicarono la loro vita al risanamento. Ricordo il nome dell’ingegnere Bigi, che ricorrerà nella mia discussione, ma ricordo anche il nome del tecnico Basei che è venuto con grande dignità a ricordarci quali furono i mutamenti importanti adottati per preservare la vita delle persone. Signori Giudici, il risanamento degli impianti di CVM avvenne negli anni ‘70 e non dopo. Poi, come ha detto il membro della commissione ambiente Tettamanti ci fu qualcuno che mise la ciliegina, ma è profondamente ingiusto in questa situazione che gli imputati di Montedison vengano accusati per non avere messo la ciliegina: vengono accusati tenendo a mente il parametro degli anni 2000. Quindi il mio intervento si propone di affrontare i comportamenti posti in essere dall’azienda Montedison e dai suoi dirigenti negli anni di cui al capo di imputazione; comportamenti che l’accusa considera gravemente negligenti. Il mio scopo è proprio quello di collocare questi comportamenti, con l’aiuto della istruttoria dibattimentale ovviamente, negli anni ‘70, per verificare in che maniera questi comportamenti si pongano rispetto alle regole di diligenza scritte e alle regole non scritte degli anni ‘70, e a verificare come le misure tecniche organizzative e procedurali, adottate nello stabilimento di Porto Marghera, si inquadrino rispetto alle tecnologie concretamente disponibili sul mercato degli anni ‘70. Mi permetto di richiamare il disposto della sentenza della Corte Costituzionale 312 del ‘96 che stabilisce: "Il parametro sono le applicazioni tecnologiche generalmente praticate, e degli accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, sicché penalmente censurata sia soltanto la deviazione dei comportamenti dell’imprenditore dagli standard di sicurezza propri, in concreto e al momento delle diverse attività produttive. E ci si dovrà chiedere non tanto se una determinata misura sia come presa nel patrimonio di conoscenze nei diversi settori, ma se essa sia accolta negli standard di produzione industriale, o specificamente prescritta". Ed anche su questo io ho qualcosa da ribadire a livello generale, a proposito del tema della tecnologia generalmente applicata a livello interno ed internazionale. In dibattimento la strategia dell’accusa è stata di dire che gli interventi e gli impianti risanatori dovevano essere realizzati da Montedison molti e molti anni prima, addirittura venti anni prima, o trenta. La prospettazione si è consumata come una litania ricorrente per ogni intervento migliorativo di Montedison. I gascromatografi da controllo ambientale dovevano essere messi negli anni ‘60; secondo l’avvocato dello Stato abbiamo sentito prima negli anni ‘50 addirittura. Le valvole Tuflin negli anni ‘60. Il depuratore biologico doveva essere messo vent’anni prima. Il clorosoda doveva avere le cella-membrane nel 1970. Questi dati, di per sé poco equilibrati, non servono ad orientare il Tribunale nella sua difficile decisione che dovrà, viceversa, essere un’equilibrata individuazione del momento di messa in commercio sufficientemente generalizzata nel settore di produzione di una specifica applicazione su scala industriale. Sono dati poco equilibrati quelli dell’accusa, perché? Innanzitutto - ovviamente poi li riprenderò gli argomenti - si realizzano a isolate realizzazione in una singola fabbrica del mondo, oppure in un singolo paese industriale caratterizzato da impegni di governo in tema di ambiente. Così vedremo il Giappone e gli impianti di clorosoda. In secondo luogo, confondono il tipo di macchina ed applicazione che si ebbe negli anni ‘50 e ‘60 con quella diversa modificata perfezionata che fece Montedison. In questo senso vedremo i gascromatografi e le valvole Tuflin. Ancora confondono l’esistenza di brevetti, di progetti, di prototipi, con le applicazioni industriali, quelle che richiede la Corte Costituzionale, realmente efficaci e disponibili per la realizzazione dall’obiettivo: vedi impianti di clorosoda con cella-membrana. Ancora non tengono in alcuna considerazione quando in Montedison è venuto in essere l’obbligo giuridico di fare l’intervento, l’impianto. Obbligo giuridico che può trovare la sua fonte in una legge, come la legge di Venezia, o in una situazione di pericolo per la salute, come la cancerogenicità riconosciuta del CVM. Ma deve essere un obbligo giuridico. Ed allora vengo alla mia esposizione, che sarà necessariamente sintetica. Prima però di identificare i comportamenti di Montedison, voglio tornare flash su un problema cruciale per una attribuzione della responsabilità colposa agli imputati, l’individuazione del momento a partire dal quale ci si doveva attivare per tutelare la salute dei lavoratori, per tutelare i lavoratori dal pericolo morte, quando dovevano partire gli interventi, la soglia temporale di conoscibilità da parte degli imputati degli effetti cancerogeni del CVM, da cui ha preso le mosse l’obbligo giuridico del piano di risanamento. Una soglia che, è già stato detto dai colleghi, deve essere ed aver forza riconoscibile, deve rappresentare il dato evidente per cui il CVM provoca il cancro all’uomo; quello che conta è sapere il momento della conoscenza Montedison della notizia scientifica sulla cancerogenicità del CVM per l’uomo. Già l’avvocato Accinni ha detto che questo momento non può coincidere né con la comunicazione di Viola al convegno di Huston nel maggio ‘70, né con la prima comunicativa di Maltoni trasmessa alle aziende consorziate nel novembre ‘72. Però, su questo, voglio dire questo: dopo la prima diffusione del primo studio di Viola di Huston del maggio 1970, Montedison sicuramente è emerso che non era tenuta a fare alcun piano di risanamento degli impianti, abbiamo parlato di 30.000 ppm, c’è una situazione molto, molto, poco definita. Quello che invece doveva fare, doveva e poteva fare Montedison, l’ha fatto, eccome: il primo studio complesso sugli effetti su ratti dell’esposizione CVM, affidato ad un istituto pubblico, il primo studio allargato sugli effetti sperimentali del CVM. Il primo del mondo, non viene finanziato da (Dow) Chemical o da Goodrich, ma è promosso proprio da Montedison. Viola ha comunicato queste notizie nel maggio ‘70; ebbene, nel settembre 1970 la Montedison, tramite il professor Bartalini, affida all’Istituto di Oncologia di Bologna, diretto dal professor Maltoni, l’incarico di effettuare uno studio sistematico sull’azione biologica del CVM. La sinergia temporale è perfetta, abbiamo già capito e abbiamo già saputo com’è stata fatta la informativa; la sinergia temporale consente di affermare che Montedison ha fatto, pochi mesi dopo le notizie di Viola, quello che si doveva fare in quel momento: un’azione di verifica attenta, imparziale, ovviamente a più basse dosi. Quello che chiedeva Viola, signori Giudici, il 25 ottobre 1971 a Kenneth Johnson dell’MCA, diceva esattamente che bisognava verificare, che bisognava fare una ricerca allargata. Quanto alla comunicazione scritta di Maltoni alle aziende consorziate nel novembre ‘72, la risposta ce l’ha data già il professor Maltoni, se questa conoscenza potesse innescare un qualche obbligo giuridico della società di iniziare un piano di risanamento. A domanda dell’avvocato dello Stato disse: no, perché era la prima, nella prassi non si fa neanche oggi, trent’anni dopo voglio dire. Lei pensa allora un ricercatore sperimentale viene a dire: "Io vedo questi tumori sperimentali, che si possa già allora parlare di misure di prevenzione? Si doveva dire è o non è cancerogeno intanto, la documentazione è solida o non è solida abbastanza, finiamo la fine dell’esperimento, vediamo cosa fa anche a 50 ppm, e poi se ne parlerà". Risposta significativa, abbiamo detto a che periodo era dell’indagine, non era neanche alla metà. Ed ecco perché quindi Maltoni ci dice che bisognava completare la ricerca, altro che piano di risanamento ci dice Maltoni, gli studi sui ratti erano ancora incompleti. E’ una risposta importantissima, che è già stata evidenziata, che fa vacillare l’impostazione di accusa sulla necessità degli interventi nel ‘72, che costa al povero professor Maltoni la perdita del ruolo di teste d’accusa, diventa anche lui un uomo d’azienda. Salvo poi essere utilizzato a stralcio dal Pubblico Ministero quando si vuole sostenere la totipotenza cancerogena del CVM, quando si vuole sostenere la rilevanza della bassa dose. Allora lo scienziato Maltoni arriva in soccorso. Ecco perché gli interventi fatti da Montedison, che vedremo essere iniziati nel 1973, non solo sono tempestivi ma sono anticipati in un’ottica del tutto preventiva, intervengono quando ancora non c’è alcuna evidenza di dati sull’uomo. Ed intervengono quando, tra l’altro, l’indagine sull’animale non è ancora terminata: ‘73. Certamente, quando la notizia Goodrich sarà data, nel febbraio ‘74, quando termineranno le ricerche di Maltoni, allora la conoscenza - è già stato detto - dei dirigenti Montedison sarà diversa; ma allora, come vedremo, sarà in pieno svolgimento il piano di risanamento. Signori Giudici, le riunioni per affrontare il problema e risolvere il problema del CVM iniziano nel ‘73, proprio suggerendo l’idea della prevenzione di un rischio all’uomo non ancora qualificato scientificamente. C’è un documento, "Riunione CVM tenutasi a Brindisi il 9 ottobre 1974", nel quale si legge: "Le precedenti riunioni sono state tenute nei giorni 11 luglio 1973, 8 agosto 1973, 19 settembre 1973". E si dice, in questo documento: "Essendo scaduto in data 30 settembre 1974 il termine a suo tempo stabilito per il raggiungimento in corrispondenza dei posti di lavoro di tassi di inquinamento inferiori a 50 ppm". Quello che dico io: se Montedison si prefiggeva obiettivi concreti per l’estate del 1974 vuol dire che aveva modificato le procedure ed eseguito interventi rilevanti per tale data". E infatti i risultati si leggono in quel verbale stesso: "L’esame dei rilievi analitici aggiornati relativi ai tre stabilimenti ha evidenziato che può essere considerata confortante la situazione, in quanto normalmente si è al di sotto dei 50 ppm, e in moltissimi casi al di sotto dei 25 ppm". Siamo nell’estate ‘74, non sono più le migliaia di ppm degli anni ‘60. E difatti gli interventi c’erano stati, ed altri erano in corso. Nel nostro processo c’è stato detto che c’erano dei veri e propri cantieri in ogni reparto interessato in quel periodo. Il problema CVM fu affrontato drasticamente e rapidamente in tutti i reparti interessati. C’è il programma investimenti del 1973, per il miglioramento delle condizioni ambientali e di sicurezza nel complesso industriale Montedison di Porto Marghera, documento in atti, dove già compaiono, con riferimento all’ambiente di lavoro, dei lavori che riguardano il risanamento dei reparti CVM: "Modifiche ai serbatoi di stoccaggio torbida e installazione di linee e di guardia idraulica per la polmonazione con l’azoto". Partono le prime commesse: 7 giugno 1973. Risultano aperte le commesse per la polmonazione dei serbatoi della torbida del CV14, 16, 25. Lo stesso giorno sono aperte le commesse per l’installazione di eiettori a vapore per la bonifica degli autoclavi nel CV24. Il 29 novembre 1973 viene aperta la commessa per l’installazione del gascromatografo per il CV24. E che la polmonazione degli (stave-tanks) fosse uno dei primi lavori importanti eseguiti per il risanamento, dopo parleremo delle procedure, risulta anche dal verbale di accordo Montedison con l’esecutivo del consiglio di fabbrica, per il CV6, 8, dell’1 agosto 1973. Si parla di polmonazione (stave-tanks), è stato completato lo studio per la riduzione dell’inquinamento ambiente da monomero proveniente dai serbatoi di stoccaggio lattice. I lavori sono stati autorizzati, il lavoro ultimato 30 aprile 1974. Signori Giudici, 1 agosto ‘73, si può ben dire che un intervento di tal fatta risponde all’ottica preventiva con la consapevolezza di sindacati di evitare per quanto possibile un rischio che non è ancora determinato. Si può ben dire che l’azione di Montedison, per prevenire possibili conseguenze negative dell’esposizione a CVM precede le conoscenze scientifiche in tema di cancerogenicità per l’uomo del prodotto. E adesso vengo agli addebiti comportamentali, contestati dall’accusa. Il primo è per non avere fornito informazioni dettagliate e tempestive ai propri dipendenti di Porto Marghera in ordine alla nocività e pericolosità del CVM-PVC, fin dal 1970. L’addebito di mancata informativa sussiste nella misura in cui, a partire da quando Montedison aveva seri elementi per ritenere comprovato scientificamente un rischio alla salute dell’uomo per l’utilizzo di CVM e PVC. Quindi, in un momento in cui non c’erano ancora queste consapevolezze, Montedison aveva, semmai, dovere di svolgere e di perfezionare - come fece - delle ricerche sperimentali, e di comunicare i risultati alla comunità scientifica internazionale e alle autorità pubbliche. Ed accenno anch’io un momento quindi all’informativa sulle ricerche di Maltoni, che secondo l’accusa è complotto e silenzio; evidenzio subito come Montedison, anche se l’ha detto il collega Accinni, non pone un limite di riservatezza all’autore di questa ricerca, il professor Maltoni. Maltoni ha detto: "Era consueto, era logico, che ci fosse un vincolo; io non ho mai avuto inviti alla riservatezza da nessuno e non li ho avuti in particolare dal professor Bartalini". E Maltoni, con queste affermazioni univoche, ha perso il ruolo di teste d’accusa del processo; è stato risucchiato dalla regola per cui i testimoni, che dicono cose favorevoli alla difesa, sono uomini d’impresa. Però, signori Giudici, è già stato detto, ma devo dire qualche cosa anch’io: Maltoni non è uomo d’impresa, è il responsabile di un istituto pubblico di ricerca, è indipendente; è già stato detto che il 15 giugno ‘71 scrive al suo direttore dell’istituto e dice: "Nello studio è stato ben chiarito che i risultati non verranno in alcun modo attenuati". Maltoni è indipendente, Maltoni è consulente dell’accusa privata, dei lavoratori, in molti processi, quando ancora lavora per Montedison. In atti c’è il processo che riguarda l’operaio morto alla (Pansac), di angiosarcoma; e di chi è la relazione e la consulenza tecnica della parte offesa? E’ del professor Maltoni, è allegata alla denuncia del lavoratore; Maltoni ha fatto il consulente del Pubblico Ministero in molti processi di malattie professionali, tra cui anche quello di Brindisi parallelo a questo, e lo sa il Tribunale perché ne sono stati prodotti i documenti relativi. E poi l’ha detto lo stesso Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero ha detto, giudicando evidentemente un documento acquisito per rogatoria: "La Shell e la Esso si oppongono all’utilizzo del laboratorio di Maltoni per altre ricerche, non lo vogliamo perché non possiamo imporgli il risultato". Ed allora è lo stesso Pubblico Ministero che conferma la credibilità e la serietà di Maltoni. Ma allora Maltoni è credibile, eppure l’accusa ha insistito su questo argomento: occultamento delle ricerche, delle indagini di Maltoni. Non ha potuto vincolare questo argomento all’autore delle ricerche, che non era vincolato al segreto abbiamo visto, ha sostenuto sulla base di alcuni documenti acquisiti per rogatoria dagli Stati Uniti che per buona parte del ‘73 Montedison avrebbe proibito la comunicazione dei risultati alle autorità americane, in particolare all’MCA. Successivamente Montedison avrebbe poi rivelato i risultati all’MCA, però costringendo anche gli americani ad un patto di "occultezza". Ora, se noi rapportiamo le conoscenze degli americani, dell’MCA, rispetto alla prima informativa che Maltoni dà alle aziende consorziate sull’angiosarcoma a 250 ppm, informativa che abbiamo detto è del novembre 1972 perché ce l’ha detto Maltoni, allora troviamo negli atti della rogatoria americana questi documenti, due documenti indico: lettera di Uniroyal (Divult) Harris del 20 ottobre ‘72, quindi prima comunicativa di Maltoni alle consorziate. Ed è un resoconto dell’MCA di una visita e verifica del progetto europeo. E cosa dice, tra l’altro: "Il gruppo europeo si sente così forte, in questo momento, che inviterà il nostro comitato di tossicologia al completo qui a Bologna a novembre, invece che a Washington come previsto. Il professor Maltoni fornirà allora al comitato i dati attualmente in suo possesso, mostrerà vetrini, fotografie, radiografie, qualsiasi cosa vorremo". Prima della prima informativa, quando ancora i dati dell’esperimento in corso non sono stati trasmessi alle quattro aziende; gli americani hanno già inviato un loro membro a Bentivoglio, e Maltoni e Bartalini vogliono tutto meno che proibire la comunicazione dei risultati agli americani, li vogliono coinvolgere in un progetto di ricerca, e li invitano per novembre ad un incontro che poi arriverà a gennaio ‘73 a vedere tutti i risultati, senza riserve. E poi c’è la relazione del 30 gennaio ‘73 dell’MCA sull’incontro di tutti i tecnici americani con il gruppo europeo avvenuto a Bentivoglio, e viene allegata una relazione che, attenzione, è aggiornata rispetto alla prima comunicativa. Si parla di una relazione aggiornata dopo 81 settimane, che viene trasmessa con tutte le informazioni dovute. Possiamo dire che MCA ha, in tempo reale, tutto dei dati e degli esperimenti di Maltoni, nessuna impossibilità del gruppo americano di acquisire i dati dal gruppo europeo, come sostenuto dal Pubblico Ministero. E invece tanta è la disponibilità alla comunicativa da parte di Montedison. E possiamo già intuire, signori Giudici, di che natura era la clausola di riservatezza, che indubbiamente c’era e che gli europei avevano fatto firmare agli americani. In realtà proprio la lettura attenta dei più significativi documenti acquisiti tramite rogatoria ci consente di affermare che il Pubblico Ministero ha illustrato solo quelli che facevano riferimento alla cornice del patto di riservatezza richiesto dagli europei agli americani, ma non ha illustrato l’unico documento, forse l’unico dei documenti, in cui gli americani spiegavano il contenuto, il senso del patto di riservatezza. Da tale documento emerge chiaramente come il pool delle aziende europee non avesse mai voluto realizzare una riservatezza intesa come rifiuto di fornire dati univoci su problemi concernenti la salute dei lavoratori dello stabilimento. Pagina 6 della cronologia cloruro di vinile, allegata al resoconto del meeting MCA del 30 gennaio ‘73. Si legge, a proposito della data 16 agosto ‘72: "Le finalità di tale clausola di riservatezza era: le indicazioni preliminari non dovevano essere poste in circolazione finché non fossero state convalidate, in modo tale da ridurre al minimo speculazioni ingiustificate. I comunicati stampa dovevano essere sottoposti al controllo dei titolari del progetto". E’ chiaro che i riferimenti nel documento, MCA ha una cooperazione tecnica con il gruppo europeo a condizione di mantenere la riservatezza, sono da intendere non nel senso di nascondere, occultare l’esito delle ricerche, ma di controllare che le notizie diffuse all’opinione pubblica si riferiscano a dati convalidati, abbiano un reale valore di ricerca sperimentale, per ridurre le speculazioni. Ovvio, riservatezza come controllo rigoroso da parte degli sponsor degli esperimenti affinché le notizie sugli esperimenti siano date nel modo e nel momento più corretto, rispettando i dettami dell’azienda, altro che complotto, in qualunque ricerca scientifica c’è tale clausola. E’ ben inteso, signori Giudici, abbiamo una riprova di tutto questo, che questa interpretazione, se è corretta, la si ha nel fatto che Montedison, è stato detto, appena la sperimentazione è convalidata, anche se non è conclusa, presenta i risultati al famoso convegno di Bologna dell’aprile 1973, prima dunque della conclusione del progetto sperimentale, prima della scoperta dell’angiosarcoma 50 ppm, prima della verifica del coinvolgimento umano. Nell’aprile del 1973. E nell’aprile 1973, oltre che venire informata la comunità scientifica, l’ha già detto l’avvocato Accinni, vengono informate le comunità sanitarie. Perché questo risulta in un documento che probabilmente avete già visto, del destinatario: l’Istituto Superiore di Sanità del 24 giugno 1996 al dottor Casson. Si legge: "La comunità scientifica, e con essa le autorità sanitarie, furono informate di questi risultati in occasione dell’International Symposium of Cancer Detection" dell’aprile ‘73. Quindi le autorità sanitarie italiane, Montedison dà la comunicativa alle autorità sanitarie italiane, e lo si legge nel documento che vedete lì prodotto ma che avete già sentito, ma abbiamo una conferma di questo fatto: quella famosa nota informativa alla Regione preannunciata dalla lettera Cefis del 19 agosto ‘75, contenuta nel faldone 103, ha una cronologia molto importante. A proposito del luglio ‘73 viene detto: "Nessun effetto cancerogeno si è riscontrato a 50 ppm, la Montedison informa dei risultati le autorità italiane". Abbiamo due fonti eterogenee che confermano l’informativa di Montedison alle autorità pubbliche, e una delle due di provenienza dell’autorità destinataria dell’informativa. E poi, d’altra parte, basta riflettersi, e si può pensare a quanto sarebbe stato assurdo che Montedison avesse fatto una comunicazione scientifica in un pubblico convegno e non avesse rivelato i dati all’autorità pubblica sanitaria. Quindi sono notizie suffragate da documenti e notizie reali. Montedison non occulta nessuna attività relativa agli esperimenti di Maltoni, ma la diffonde nel momento in cui è convalidata, anzi prima di questo momento, perché nel ‘73 l’indagine non è completa. Ma prima della conclusione dell’esperimento Maltoni, vi è già stato detto, arrivano le notizie Goodrich, dicembre 1973 e gennaio 1974, dall’America. Si parla per la prima volta di uomini, operai che sono morti per angiosarcomi del fegato, gli esperimenti di Maltoni si concludono ed evidenziano angiosarcoma a 50 ppm. Appare evidente che una sostanza, il CVM, è effettivamente nocivo e pericoloso per l’uomo, è cancerogeno; e questa notizia arriva nel 1974, non nel 1970. Ma tale notizia arriva dall’America, l’avvocato Accinni ha parlato della diffusione da parte di Goodrich, e a me interessa, perché mi interesso dei lavoratori, come la notizia sia bombardata attraverso i giornali. Prima riviste straniere d’informazione chimica Chemical ad Engineering News del 28 gennaio 1974; European Chemical News dell’8 febbraio ‘74, ve la leggo perché è significativo: "L’industria dei materiali plastici è stata colpita la scorsa settimana dalla notizia che il CVM è sotto improvviso esame come sospetto cancerogeno". Nell’immediata successione, quattro giorni dopo l’European Chemical News, il giorno del 12 febbraio ‘74 famoso, ne è stato parlato anche dal Pubblico Ministero, cloruro di vinile. E poi tanti altri giornali, e poi Sapere del marzo ‘74. Molti lavoratori apprendono la notizia dai giornali, è un fulmine a ciel sereno, quindi si diffonde a macchia d’olio nello stabilimento. Tettamanti, sindacalista e dipendente Montedison afferma che seppe la notizia sicuramente in fabbrica o leggendo il giornale. E a domanda del Pubblico Ministero: "Lei però, a proposito dell’informazione che l’azienda diede ai lavoratori, che cosa sa"? Risposta: "Lei si rende conto che una notizia del genere, non c’è mica bisogno di diffonderla! Vuol dire che una notizia, di tale prorompente significato, pubblicata dai quotidiani a diffusione locale e nazionale, tecnici e non, era una notizia che si diffondeva da sola tra i lavoratori, ce l’ha detto un sindacalista della commissione ambiente...". Questa notizia fu diffusa dai giornali e poi tra i lavoratori, è una notizia esterna a Montedison, che proviene da un’azienda americana, la Goodrich, che certamente ha colto di sorpresa Montedison con la diffusione della notizia. Signori Giudici, il Pubblico Ministero ha acquisito migliaia di documenti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti che ripercorrono, in maniera capillare, la storia dei dubbi, e sulle notizie che trapelano nel tempo sul CVM. Ebbene, non c’è un documento, uno solo, che lasci intendere che la notizia Goodrich sia stata anticipata a chicchessia, nemmeno all’MCA, nemmeno alle aziende americane. E’ un fulmine, e non può essere altrimenti, vista l’autopsia che è stata fatta nel dicembre del ‘73 proprio sul lavoratore Goodrich. E’ un fulmine anche per Montedison. Viene, signori Giudici, mandato dall’oggi al domani l’ingegner Nicolis in America, con l’imperativo di acquistare i lavatori a 400 atmosfere, senza alcuna previa sperimentazione. Nicolis: "L’ingegner Bigi mi disse che l’aveva chiamato l’ingegner Calvi, da Milano, il quale era molto preoccupato, in quanto aveva saputo che presso la società Goodrich erano stati accertati morti per tumore al fegato". E’ un fulmine, una notizia che viene diffusa immediatamente dai giornali. I lavoratori la sanno in tempo reale, prima di qualsiasi iniziativa del datore di lavoro. Giuseppe Orlandin: "Poi ha fatto voce, nel giro di giorni e giorni, tutti quanti sapevano che il CVM faceva male, che era cancerogeno". Dino Corò: "E dopo se ne è parlato, è stata una cosa abbastanza veloce, ma i primi allarmi li abbiamo avuti dalla stampa". Danilo Gasparini: "Comunque l’ho saputo dalla bocca di tutti". E’ incontestabile che la notizia Goodrich non è diffusa da Montedison, ma è una notizia che Montedison non riesce a diffondere dell’immediatezza, semplicemente perché la coglie di sorpresa e perché si diffonde autonomamente e rapidamente tra i lavoratori. L’opinione pubblica prima, i lavoratori. La notizia è già stata diffusa, data; siamo nel febbraio ed è la prima notizia. A questo punto però Montedison deve riorganizzare, in tutta rapidità, il modo di lavorare il cloruro di vinile monomero, deve modificare le procedure in attesa della realizzazione degli interventi impiantistici, deve coinvolgere sindacati, capi reparti, lavoratori. E diciamo subito che c’è prova nel processo che le procedure siano state modificate subito, e lo vedremo; il che non è potuto avvenire senza una diretta informazione del lavoratore degli accorgimenti per eliminare e diminuire i rischi. Ma se nel febbraio del 1974 Montedison è colpevole di non avere informato le maestranze della notizia pubblica diffusa da Goodrich, Montedison non sta certamente con le mani in mano; e non solo perché modifica le procedure di lavorazione ed interviene sul processo lavorativo. Signori Giudici, è dello stesso mese, febbraio ‘74, un’iniziativa di Montedison che precede di tre mesi un’iniziativa del Ministero, l’indagine epidemiologica. E’ necessario verificare immediatamente l’effetto del cloruro di vinile sull’uomo, in Italia cos’è capitato e cosa sta capitando. Montedison precede di tre mesi il Ministero. Cronologia preannunciata e poi mandata alla Regione rispetto alla lettera Cefis del 19 agosto ‘75. Alla data 1974, febbraio, si legge: "La Montedison ritiene necessario condurre un controllo clinico specialistico sui lavoratori esposti a CVM, ed affida alla clinica del lavoro di Milano il compito di effettuare un’indagine epidemiologica retrospettiva e prospettica". E dice ancora che la clinica del lavoro di Milano porta avanti l’indagine a Terni e a Brindisi, da quel momento, da febbraio. A Porto Marghera invece non è possibile inviare l’indagine, non avendo raggiunto un accordo con le organizzazioni sindacali e con le autorità amministrative locali. Quindi tre mesi prima della lettera dell’Ispettorato Medico Centrale, Montedison si attiva. Poi interverrà la lettera del Ministero, che tre mesi dopo chiederà l’indagine epidemiologica nelle aziende. Nel febbraio ‘74 la stessa data delle notizie diffuse dalle notizie specializzate dell’industria e sui quotidiani, Montedison informa il sindacato nazionale della sua iniziativa di fare un’indagine epidemiologica nelle fabbriche. Tant’è vero, lo traiamo dalla notizia del febbraio ‘74, che già allora un primo rifiuto da parte del sindacato nazionale. E c’è subito, nel febbraio ‘74, l’incarico al dottor Foà, contestuale all’interlocuzione con il sindacato nazionale. E’ del febbraio ‘74, tant’è vero, signori Giudici, che il professor Foà, nel maggio ‘74 presenterà una prima relazione scritta, a Francini e Tettamanti, relazione che presuppone già un accesso avvenuto e verifiche fatte a Porto Marghera, è un lavoro intitolato "Impostazione epidemiologica", la data è maggio ‘74, è allegato ai verbali d’udienza, poi vi indicherò quali. Poi, nel maggio ‘74, c’è qualche cosa di diverso, c’è la lettera dell’Ispettorato che chiede a sua volta l’indagine epidemiologica. E il coinvolgimento informativa da parte di Montedison non più del sindacato nazionale ma della commissione ambiente di Porto Marghera. Si legge, nel documento scritto da Francini della commissione ambiente del 23 ottobre ‘79 che effettivamente il consiglio del Petrolchimico, nel maggio ‘74, fu informato dall’azienda della richiesta dell’Ispettorato del Medico del Ministero del Lavoro. E si legge ancora: "Contemporaneamente il consiglio fu informato sugli interventi di risanamento degli impianti e la rilevazione dei dati ambientanti decisi dall’azienda, no base ai quali erano già iniziati alcuni lavori". Ma è lo stesso Francini, signori Giudici, che ha riconosciuto di aver saputo ex post che il sindacato nazionale era già stato informato dell’iniziativa epidemiologica già nel febbraio ‘74. Quindi, riassumendo, Montedison informa prima il sindacato nazionale nel febbraio, ha un rifiuto; poi, di fronte alla lettera del Ministro, informa anche il sindacato locale, nel maggio ‘74, per cercare di fare l’indagine epidemiologica, ma non ci riesce perché il sindacato vuole che l’indagine epidemiologica sia gestita direttamente dal sindacato e non dall’azienda. Francini: "Al professor Foà, per farla breve - che gli aveva consegnato quel famoso lavoro - abbiamo detto: deve essere un’indagine pubblica". Il Pubblico Ministero non può dire, in requisitoria, che Montedison fa orecchie da mercante di fronte alla richiesta del 20 maggio ‘74, Ministro del Lavoro, di fare l’indagine epidemiologica. Montedison voleva fare di propria iniziativa e a proprie spese, fin dal febbraio ‘74, un’indagine epidemiologica, con la collaborazione del sindacato, sindacato che ha coinvolto due volte, ma il sindacato ha preteso l’indagine pubblica. Il sindacato è stato, dicevo, informato, lo dice Francini in quel documento, della volontà di fare l’indagine epidemiologica, ed è stato informato ed interloquito su tutti i problemi tecnici riguardanti il CVM. E il sindacato, una volta informato da Montedison, ha iniziato un’opera di sensibilizzazione delle maestranze. Ci sono anche i documenti agli atti, c’è il volantino Firenze del 3 settembre ‘74 in cui, in attesa delle discussioni che si faranno in consiglio di fabbrica, sono disponibili le registrazioni integrali, per tutti i lavoratori, del convegno di Firenze. L’opera del sindacato, di sensibilizzazione. Ma bisogna verificare se anche Montedison, a questo punto, colta di sorpresa dalla notizia Goodrich, diffusa dall’opinione pubblica, si è posta un dovere autonomo di informativa e di sensibilizzazione delle maestranze. Anche per verificare che gli operai metabolizzassero il nuovo modo di lavorazione, i nuovi accorgimenti, le nuove procedure. Ingegner Codifava: "Io sono certo che venne data, non ricordo esattamente che giorno, che la diede l’ingegner Gaiba, il quale ci aveva parlato prima, ad un gruppetto di operai, e gli diede questa notizia". Che ci sia stata un’informativa da parte del capogruppo Gaiba noi abbiamo una conferma da Bareato: "L’ho saputo attraverso il capogruppo; da Tedesco, l’ho saputo sicuramente dal mio capogruppo, da Rossetti, le informazioni avvenivano tramite il capogruppo". Sembra quindi incontestabile che se Montedison viene colta di sorpresa dalla notizia esterna Goodrich, poi si pone comunque fattivamente sul terreno dell’informativa, ed ai sindacati, ed ai lavoratori. E Montedison non trascura nemmeno la strada dell’informativa medica: promuove inutilmente l’indagine epidemiologica e, come ci ha detto in dibattimento il dottor Giudice, c’era anche un’informativa - poi parleremo del servizio sanitario - attraverso il servizio sanitario, "L’informazione sui rischi di quelle cose è sempre stata data". Ed è da riconoscere che all’opera di informazione sicuramente concorre anche il lavoro, a questo punto epidemiologico, che non è gestito da Montedison ma dalla (FULC). Ora, a coronamento di queste osservazioni, appare chiaro che una informativa progressiva, sui pericoli del CVM, venne data ai lavoratori del Petrolchimico, certo non immediatamente da Montedison. La notizia arrivò all’esterno della cancerogenicità, e dall’esterno fu diffusa all’interno della fabbrica. Solo dopo ci fu un’informativa a due livelli dell’azienda, un’informativa ai sindacati, perché potessero informare i lavoratori; un’informativa ai lavoratori effettuata sia attraverso l’operatività aziendale dal capogruppo, sia attraverso l’addestramento nelle procedure. L’informativa, dal punto di vista medico, fu integrata dall’opera della (FULC), non è ascrivibile alla società, ma è ben vero che la società avrebbe voluto di persona fare quest’indagine, e le è stato impedito. Informativa, ben inteso, è stata molto difficile, perché si tratta di dare un messaggio nuovo, che taglia i ponti con il passato; si tratta di far cambiare i lavoratori dal comportamento abituale. I lavoratori anziani va detto da come era difficile farli cambiare, perché erano abituati a considerare un prodotto diverso; era difficile cambiare, ma con il tempo l’informativa diventa sempre più precisa. Si è parlato di corsi di formazione del personale da parte della scuola aziendale, ne ha parlato il teste Barina. Nonostante non ci sia la direttiva CEE, nonostante non ci sia il decreto, noi vediamo che il 12 maggio ‘75 vengono scritte le norme operative per il cloruro di vinile. Il capitolo 10 prevede specificamente l’addestramento e sensibilizzazione degli operai. E molto prima, già ai primi del ‘74, c’era la figura dell’assistente di sicurezza. Va ricordato il capo del PAS Montevecchi, dal quale dipendeva, che teneva dei brevi corsi. E’ ovvio che col tempo poi, signori Giudici, con l’entrata della direttiva e della legge sul CVM, gli strumenti informativi si perfezionino. Ma è altrettanto evidente che tutti gli indici rivelatori di una volontà di informare sulla svezza e sul CVM devono essere maggiormente apprezzati se fatti tra il ‘74 e l’82, prima della legge. Probabilmente l’informativa in questo periodo a volte ha mancato dei formalismi che la legge successiva ha reso obbligatori, che abbiamo visto; ma c’è stata l’informativa, a livello meno scientifico, più umano, ma c’è stata. Il PAS, l’assistente di sicurezza, la scuola aziendale, il capogruppo, il caporeparto, il medico di fabbrica, certamente il sindacato che - ricordiamoci le parole di Tettamanti - concorreva a promuovere la concorrenza di fabbrica; sindacato che non era Montedison, era la controparte di Montedison, ma che era adeguatamente informato da Montedison. Io credo che di questo dovrà essere tenuto conto nella vostra decisione. Abbiamo un capitolo ancora abbastanza breve, o mi fermo?

Presidente: ci fermiamo, sì. Riprendiamo alle quindici.

Avvocato Mucciarelli: Presidente, per il verbale, io mi dovrò assentare nel pomeriggio e non potrò essere presente alla prossima udienza, quindi nominerei sostituto l’avvocato Manderino, anche al fine di consentire il deposito di alcune delle memorie che avevo preannunciato nel corso della mia arringa, che saranno depositate venerdì dall’avvocato Manderino per nostro conto.

Presidente: grazie.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: prego, avvocato Beccaredda.

 

AVVOCATO BECCAREDDA

 

Avvocato Beccaredda: signori Giudici, il Pubblico Ministero contesta, nel capo di imputazione agli imputati, di avere creato, organizzato, mantenuto un’infermeria, una struttura sanitaria, un servizio medico sanitario, all’interno dello stabilimento, del tutto insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e di controllo, sia della situazione generale sanitaria, sia della situazione particolare riguardante gli esposti a CVM e PVC. Ecco, io invece ritengo che emerga, dal complesso della documentazione acquisita, una infermeria come struttura di servizi, interna allo stabilimento, e concretamente orientata in via preventiva alla tutela della salute dei lavoratori. Questo sempre tenuto conto della realtà degli anni ‘70. Il medico di fabbrica, Giudice, ha detto che dal suo arrivo viene costituito un servizio medico autonomo di stabilimento con Giudice e due medici, consulenti esterni solo formalmente. "No, no, venivano regolarmente tutti i giorni, perché l’attività del medico di fabbrica non era il Pronto Soccorso, per fortuna". E qui eravamo nel ‘69. "La medicina preventiva che era seguita a Porto Marghera fin dagli anni ‘70 poi si evolve, e si evolve la disciplina normativa di riferimento, cresce la sensibilità sociale sul tema. La struttura sanitaria di Porto Marghera si evolve più che adeguatamente". Noi vediamo che già con un documento agli atti nel faldone 84, inviato dal dottor Giudice al servizio sanitario centrale, del 18 ottobre ‘74, evidenzia l’organico di medicina di fabbrica di Marghera. Ebbene, 5 medici, 13 infermieri, 2 tecnici strumentali, 2 tecnici radiologi, 5 tecnici di laboratorio, 1 assistente sanitario, 1 segretaria. Siamo molto lontani da quanto sostenuto dall’accusa, siamo nel ’74, signori Giudici. Nel ‘74 c’è questa situazione, abbiamo sentito il dottor Augusto Lombardi che era un medico che si dedicava esclusivamente agli esposti di CVM-PVC. "Per cui quella struttura rappresentava un po’ il fiore all’occhiello dello stabilimento, e più persone vennero di volta in volta a visitarla. Il professor Viola credo che fosse venuto per questo". Qui ritroviamo Viola, Viola descritto positivamente dal Pubblico Ministero, che è venuto a visitare l’infermeria di fabbrica di Porto Marghera; abbiamo la Basf che ha 50.000 lavoratori nel suo stabilimento e che è venuta a visitare l’infermeria e dal resoconto che viene fatto da Bartalini al Giudice comunica: "Noi non abbiamo nulla da invidiare all’organizzazione sanitaria della Basf". Il dottor Giudice, dal canto suo, ha confermato il rinnovamento, perché c’è un rinnovamento in quell’anno, in quegli anni, nel ‘74, della struttura sanitaria e nasce in quel momento oltre che una palazzina tutta ristrutturata, viene creata una zona adibita esclusivamente agli esami clinici, diretta dal dottor Nardellotto, di cui poi sentiremo parlare. Giudice ha detto: "L’ospedale civile di Mestre ci chiedeva aiuto, ad esempio per il dosaggio di certi idrocarburi nell’area ispirata, nel caso di persone che si intossicavano con trielina. Venivano da noi, perché avevamo un rapporto eccellente con l’ospedale civile". Una struttura che viene descritta "fiore all’occhiello dello stabilimento", tanto che veniva visitata da imprese concorrenti, dalla Basf, da studiosi come Viola; un laboratorio di analisi completo, che a volte veniva utilizzato pure dall’ospedale di Mestre. Ma il Pubblico Ministero insiste e parla di un servizio di stabilimento sempre e volutamente tenuto all’oscuro dalla direzione sanitaria di Milano; tenuto all’oscuro in particolare sul risultato degli esperimenti di Maltoni. Le affermazioni del Pubblico Ministero si fondano su una dichiarazione testimoniale del dottor Giudice, che ha affermato che il primo avvertimento della direzione sanitaria di Milano del dottor Armeni, in tema di cancerogenicità di CVM, l’ha avuto con riferimento alle notizie Goodrich. Per la verità Giudice, sollecitato dal Pubblico Ministero, usa il condizionale, dice: "Direi proprio di sì". E’ abbastanza chiaro che Giudice fa bene ad usare il condizionale, perché Giudice confonde la sequenza temporale delle notizie comunicate da Milano: sono passati tanti anni e lui, medico di fabbrica, di che cosa si ricorda? Cos’ha di più chiaro e rilevante: la notizia della morte di lavoratori per angiosarcoma. "Io il caso Goodrich - dice - l’ho memorizzato in testa al primo posto, il primo stabilimento del mondo in cui si è descritta una morte per angiosarcoma del fegato da cloruro di vinile". Ma non è possibile dire che Giudice non fosse informato dei risultati di Maltoni. Giudice afferma l’esistenza di un rapporto di informativa che il Pubblico Ministero nega: contatti, corsi di aggiornamento da parte della direzione centrale di Milano. Afferma che i rapporti maggiormente tecnici li aveva con il vice di Bartalini, dottor Armeli, ma che c’erano questi rapporti. Il dottor Armeli è uno studioso. L’informativa della direzione sanitaria centrale c’era: solo che Giudice dimostra di fare confusione sulla sequenza dell’informativa, una confusione umana visto il tempo che è passato. Quando gli viene chiesto di precisare la data della prima comunicazione, a pagina 91, afferma: "All’inizio degli anni ‘70 si è cominciato a parlare dell’angiosarcoma del fegato trovato dalla Goodrich in operatori di cloruro di vinile". E il Pubblico Ministero, correttamente, gli rammenta che la comunicazione Goodrich è del gennaio ‘74. Allora tale data non corrisponde per Giudice all’epoca delle notizie percepite da Milano. Dice: "Con quello che lei mi dice, no. Però posso dire con certezza che prima del ‘73 avevo sentito parlare della possibilità che potesse essere cancerogeno". E’ l’unica cosa che dice con certezza Giudice, la certezza, l’unica certezza, si riferisce ad un periodo antecedente al ‘73. E noi sappiamo che antecedente al ‘73 c’è la prima comunicativa di Maltoni alle aziende consorziate con l’angiosarcoma 250 ppm. Quindi resta confermato che c’era un’attività che partiva da responsabile della struttura sanitaria milanese, dottor Bartalini, e dai collaboratori Ghetti, Armeli, altri; un’attività di promozione di studi di esperimenti su animali, attività propulsiva di verifiche tra lavoratori esposti a CVM dello stabilimento petrolchimico ed altri stabilimenti. Come lo dimostrano gli stessi documenti utilizzati dall’accusa, le comunicazioni di Giudice del ‘75 e ‘79 alla direzione sanitaria di Milano, che si riferiscono a indagini epidemiologiche sollecitate da Milano. Ed anche la comunicazione dell’81 al professor Cazzoli. D’altra parte non ha senso affermare che il direttore del servizio sanitario di Porto Marghera non fosse tenuto al corrente dei risultati di Maltoni, per le indagini di Maltoni. La diffusione data da Montedison, dei risultati, abbiamo visto che è pacifica dall’aprile ‘73. Ed allora, in quel documento che ha già proiettato l’avvocato Accinni, leggiamo che Maltoni, al Pubblico Ministero, lettera del 4 aprile ‘95, dice: "Come le ho detto durante il colloquio del 28 marzo, nel suo ufficio non è mai esistita una ricerca della cancerogenesi di un composto industriale i cui dati siano stati così tempestivamente comunicati alle parti interessate". Le parti interessate, chi se non altro doveva essere il medico di fabbrica e di stabilimento, e alla comunità scientifica, e che abbia in seguito prodotto, in così breve tempo, misure protezionistiche. Senza precedenti la comunicazione tempestiva di Montedison alla comunità scientifica e alle parti interessate. Senza precedenti gli interventi protezionistici realizzati da Montedison. Questi, a grandi linee, sinteticamente, i rapporti tra struttura di Porto Marghera e struttura di Milano. Adesso entriamo in Porto Marghera, per vedere, sia pure sinteticamente meglio, quello che succedeva a livello di struttura di infermeria. "Ancora dal ‘70 - Giudice dice -, già allora il CVM era considerata sostanza tossica ai sensi della legge numero 303 del ‘56, perché - dice lui - è un derivato alogenati di un idrocarburo alifatico". Nulla di sorprendente, signori Giudici. Giudice fa questa osservazione che la legge del ‘56, in un allegato, elenca le lavorazioni per le quali vige l’obbligo di visite periodiche. Ed elenca a proposito, alla voce 38, tutta la famiglia dei clorurati organici, appunto indicati dalla legge "Derivati alogenati degli idrocarburi alifatici". Tra questi c’è il tetracloroetano, il bromuro di metile, c’è il cloruro di etilene che è il termine antico corrispondente poi al cloruro di vinile. Dunque, il CVM non era una sostanza a cui era ricondotta una tossicità peculiare. Si può dire che quello che diceva l’enciclopedia di (Kirch) e (Hotmer), internazionale, più volte citata, del ‘55, quindi dello stesso anno, secondo cui il cloruro di vinile era considerato relativamente non tossico. E così, in presenza del D.P.R. 55 e in questi termini, con questo obbligo di visita, vediamo che un buon medico di fabbrica, come Giudice, fa le visite, e stabilisce un piano di esami da seguire. A partire dal ‘70 ci tiene al corrente dei monitoraggi; ci ha detto che gli venivano trasmessi prima a livello più informale, poi formalmente, pacchi di monitoraggi. Ci tiene al corrente della situazione ambientale. C’era una continua trasmissione di dati ambientali alla infermeria di fabbrica, e poi ci sono le visite periodiche. I lavoratori ce l’hanno confermato, li abbiamo sentiti, faccio solo dei nomi: Perazzolo Natalino, Bareato Gianfranco, Calcatelli Attilio. Ma le visite periodiche risultano dai libretti acquisiti al processo. Arriviamo al momento in cui viene riconosciuta la cancerogenicità del CVM con Goodrich, in cui il Pubblico Ministero dice che il servizio sanitario non fece nulla di nuovo. E in parte la circostanza è vera, il dottor Giudice afferma che con la scoperta della cancerogenicità del CVM non cambiano le caratteristiche delle visite e degli esami, perché la prassi era di adottare uno schema molto completo. "I nostri erano di gran lunga, ma di gran lunga, i più ricchi di esami". Gli esami effettuati risultano indicati negli atti del convegno nazionale tenutosi a Venezia, di cui si dà conto dell’indagine epidemiologica effettuata dagli anni ‘74 alla seconda metà degli anni ‘80; convegno di Venezia dell’87, convegno di Brindisi del ‘90. Si legge uno schema, un protocollo, in cui viene adottato il seguente schema, con piccole differenze si legge tra sintesi, polimerizzazione, compound e servizi vari: visita medica trimestrale, test di funzionalità epatica semestrali, emocromo, piastrine, elettroforesi proteica annuale, prove di funzionalità respiratoria annuale, audiometria, ECG biennali, rx torace e mani, triennale o meno. Gli esami risultano agli atti. Il dottor Giudice ha confermato di averli fatti effettuare sistematicamente, affermando poi a domanda del Pubblico Ministero che cosa veniva fatto per i polmoni, cosa veniva fatto per le mani, cosa per il fegato e cosa per il sangue. Quello che conta sottolineare è che non veniva fatto nulla di meno di quello che le grosse associazioni internazionali prescrivevano; nulla di meno di quello che prescriveva per lavoratori esposti a CVM l’OSHA nel ‘75, l’ILO (International Labour Office) dell’83, nulla di meno di quello che dirà, attenzione, l’allegato 4 del D.P.R. del 10 settembre ‘82 sul cloruro di vinile monomero. Inoltre il materiale medico in atti permette di confermare che sia stata fatta attività di prevenzione precoce di tumori, i famosi espettorati che venivano inviati a Maltoni. Giudice ne ha confermato che venivano inviati dal ‘75-’80 gli espettorati al professor Maltoni. Ancora il servizio sanitario Montedison raccoglieva, su supporto magnetico, i dati ottenuti per ciascun lavoratore della sorveglianza sanitaria. E in questo modo il monitoraggio della situazione sanitaria di tutti i lavoratori, e in particolare dei lavoratori esposti a CVM, viene inquadrato in una prospettiva di elaborazione biostatistica. E’ così che nascono quei famosi rapporti utilizzati dal Pubblico Ministero del ‘75 e del ‘79. Questi documenti sono stati utilizzati dal Pubblico Ministero per mettere in evidenza una situazione critica che sarebbe emersa dalle verifiche, che avrebbe obbligato il servizio medico ad interventi più drastici per tutelare la salute. Ma, se vediamo questi documenti, cioè la lettera del 1975, da Giudice a Bartalini, in cui Giudice dice: "Invio i tabulati riassuntivi dell’ultima tornata di analisi su personale esposto a CVM, in particolare sugli addetti a polimerizzazione". Vengono commentati i risultati e su questo commento viene concentrata l’attenzione del Pubblico Ministero: "Quanto ai risultati non è che ci sia da stare molto allegri se li prendiamo in senso assoluto, sono molti i casi di alterazione enzimatica". Ecco, la parte però che non legge mai il Pubblico Ministero è la seconda: "Naturalmente il fenomeno si dimensiona differentemente se pensiamo alla frequenza con cui nel nostro stabilimento, e in genere in questa Regione, constatiamo alterazioni enzimatiche imputabili a (disepatismi) dell’etio-patogenesi non sempre sicuramente professionale". Da quella lettera quello che emerge di concreto è che ci sono dei casi in cui dei test di funzionalità epatica hanno evidenziato una situazione non nella norma. Ma noi sappiamo, ce l’ha detto il professor Alessandri, lo sappiamo perché ce l’ha detto il professor Colombo, che già nella conferenza di consenso dell’NIAH, pubblicata nel ‘76, viene esplicitamente riconosciuto che alterazioni epatiche da esposizione a CVM, angiosarcoma e fibrosi, si stabiliscono e progrediscono sostanzialmente senza significativa variazione degli enzimi epatici, impedendo opportune strategie di sorveglianza con i comuni test di funzione epatica. Poi c’è un’altra lettera ancora, scritta questa volta, siglata, da Augusto Lombardi, in cui si dice praticamente la stessa cosa e il medico di fabbrica Lombardi dice: "Possiamo attribuire sicuramente al CVM, sulla base di questi dati alterati, questi test di funzionalità epatica, una patologia caratterizzata da lieve interessamento epatico per esposizioni nel complesso modeste, quali si sono avute negli impianti di Marghera". Anche questa affermazione mette in evidenza una serie di test di alterazione epatica che hanno rilevato discostamenti dalla norma. E siamo nel periodo, non dimentichiamoci, in cui il professor Saia scrive, come suo pensiero, nel rapporto del 12 marzo ‘77 dell’Università di Padova, che le alterazioni dei test di funzionalità epatica potevano rivelare una patologia riferibile all’inquinamento da cloruro di vinile. Ipotesi poi destituita di fondamento. Perciò è naturale la prudenza con cui il dottor Lombardi considera i risultati degli esami: è un medico di fabbrica che ha l’obbligo di segnalare il dato del test che si differenzia dalla norma. Però, signori Giudici, gli indici di alterazione epatica risultati fuori norma, e i dati di questi lavoratori, sono stati messi insieme a tutta la popolazione lavorativa di Porto Marghera. C’è questa relazione Giudice – Salvador - Nardellotto, sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti a CVM, pubblicata proprio in quei due convegni di Venezia e di Brindisi, tra l’87 ed il ‘90, in cui si fa la conclusione di questa verifica e si dice: "Si può solo dire che dai numerosi e ripetuti accertamenti clinici e strumentali effettuati su tutta la popolazione lavorativa del nostro stabilimento negli ultimi quindici anni non sono emersi, negli esposti a CVM rispetto ai lavoratori non esposti a CVM, differenze che consentano di porre o tanto meno di confermare ipotesi di patologia correlabile allo specifico ambiente di lavoro". Perché? Perché le alterazioni epatiche erano indifferentemente negli esposti a CVM e nei non esposti, ce l’ha detto Giudice in udienza, chiaramente. Credo che anche questo lavoro di Montedison, molto serio e molto apprezzato, sia stato di profondo aiuto a comprendere e a spiegare le risultanze e le conclusioni delle lettere del servizio sanitario di Marghera al servizio sanitario centrale, a ridimensionare qualsiasi segnale di particolare allarme che il Pubblico Ministero ha voluto cogliere in questi risultati; a smentire l’affermazione che i test di alterazione epatica servissero a rilevare la presenza di malattie professionali da CVM. Ecco perché Giudice dice che la (FULC), con i suoi risultati medici, non aggiunge nulla di nuovo al lavoro Montedison: perché anche la (FULC), nel ‘77, evidenzia degli indici di funzionalità epatici fuori norma, già evidenziati dal servizio sanitario di Porto Marghera. Ma il senso del (inc.) epidemiologico di Giudice e di Nardellotto, totale ridimensionamento della rilevanza dei test di funzionalità epatica alterati, viene confermato poi da quella che voi avete visto, avete sentito qui in udienza; l’indagine del dottor Munarin, dell’ULSS di Marghera, sugli ex esposti di Montedison, le stesse conclusioni: azzardata qualunque ipotesi di correlazione tra tali alterazioni e una specifica mansione. E lo stesso ci viene a dire Magarotto: "Nella mia esperienza la variazione delle percentuali, il rapporto tra la variazione degli indici di funzionalità di vari apparati organi è un elemento che va preso con le pinze". Quindi si può ben dire che i dati su esposti a CVM, assemblati tra ‘74 e il ‘75 in poi da Montedison non denunciavano una situazione pesante riferibile alla lavorazione del CVM, come l’accusa vorrebbe far credere. Il dato bruto, come l’ha definito lui, riferito da Lombardi, con prudenza, come dovere del medico di fabbrica, non era affatto sintomatico di una tecnopatia. E non dimentichiamo da ultimo, chiudendo la parentesi del servizio sanitario di Porto Marghera, che Giudice e Nardellotto hanno dimostrato ancora una volta la bontà del loro lavoro mettendo a disposizione degli autori della ricerca epidemiologica diretta dal professor Reggiani, i dati sull’esposizione lavorativa di ciascun dipendente Montedison. Reggiani: "Giudice e Nardellotto si sono volontariamente prestati, hanno aiutato a ricostruire l’esposizione di questi soggetti, però sempre con personale dell’istituto, cioè era un lavoro che è durato parecchio tempo ed è stato fatto con estrema serietà". Con estrema serietà, come credo sia emerso il lavoro prestato dall’infermeria del Petrolchimico nel corso degli anni per i quali è processo. Vengo ad un capitolo un po’ più complesso, sicuramente più complesso, anche se è già stato toccato da altri colleghi e io lo toccherò solo per la parte che non è stata toccata. Il monitoraggio dell’ambiente: la prima contestazione che muove il Pubblico Ministero è di non aver tempestivamente installato gascromatografi o altri strumenti di rilevazioni in continuo. Ovviamente questo addebito colposo può sussistere solo se c’era a una certa data un obbligo giuridico di realizzare il controllo delle esposizioni lavorative al CVM, se in presenza di questo obbligo era disponibile sul mercato la tecnologia dei gascromatografi per misurare il CVM nell’ambiente di lavoro, e Montedison non è stata tempestica ad adottare questa tecnologia. Dalla nostra impostazione generale discende che l’obbligo giuridico di monitorare l’ambiente di lavoro da emissioni da CVM non scatta prima della notizia di Goodrich. E Montedison vedremo che ha assolto questo obbligo, prima con il pipettone e poi con il gascromatografo. L’avvocato dello Stato - l’ha già detto l’avvocato Accinni - sosteneva che venisse applicabile subito il D.P.R. del ‘56, l’articolo 354 del D.P.R. 55, ma qui giustamente ha detto l’avvocato Accinni l’unica pericolosità accertata del CVM, che poteva indurre ad un controllo, era l’esplosività; e l’esplosimetro è stato messo signori Giudici, perché tutti i testi del Pubblico Ministero che sono venuti ci hanno detto che prima degli altri sistemi di monitoraggio c’era l’esplosimetro. Ceolin: allora è confermato che l’obbligo giuridico viene in essere - l’obbligo giuridico di monitoraggio ambientale del CVM nasce con la scoperta della cancerogenicità del CVM per l’uomo, al di là del discorso dell’esplosività; cerchiamo di ricostruire questa tempestica più o meno. La prima autorizzazione divisionale di Marghera, di investimento per l’acquisto di un gascromatografo per il controllo continuo del CVM nel reparto CV24 è del 28 settembre ‘73; la chiusura della commessa è del luglio ‘74, è il CV24. Tutti i gascromatografi degli impianti di polimerizzazione funzionano a piena origine entro il marzo del ‘75. Viceversa, cosa dice il Pubblico Ministero? Il Pubblico Ministero parla di gascromatografi già in funzione negli anni ‘60. Ma su questo punto, devo dirvelo, il Pubblico Ministero non distingue in alcuna maniera tra gascromatografi da laboratorio, gascromatografi di processo, gascromatografi del controllo ambientale. Questo punto, secondo me, è fondamentale, perché erano tre macchine diverse, ce l’ha detto il dottor Alongi, con un diverso livello tecnologico. La prima macchina da laboratorio, che c’era effettivamente agli inizi degli anni ‘60: rimanere in laboratorio ed esaminava le sostanze contenute nel pipettone. Poi c’era quella da processo, che parte dal ‘65, andava in reparto e misurava in continuo il flusso degli impianti di produzione e di depurazione. La terza era il controllo ambientale, che è quella che ci interessa, che parte dalla fine anni ‘60/inizio anni ‘70 con l’ossido di etilene. E questa attingeva in continuo all’ambiente di lavoro, controllo ambientale. Quindi, per precisare il periodo di messa in funzione dei gascromatografi d’ambiente, non servono le domande generiche fatte a molti testi in dibattimento, non servono nemmeno le produzioni che hanno fatto i fratelli Alongi al Pubblico Ministero, che si riferiscono a gascromatografi dell’analisi del processo. Ma l’avvocato dello Stato ha insistito su questo genere di argomenti, tendenti a fomentare la confusione tra gascromatografi da processo e gascromatografi da controllo ambientale. Il suo consulente, dottor Coccheo, ha commentato i documenti contenuti nel faldone 102, che ormai tutti conosciamo, e ha posto l’attenzione su un documento senza data, così allegato a pagina 3 della sua relazione. Lo vedete e Coccheo cita, dice: "Questo documento descrive l’esistenza di un analizzatore gascromatografico installato nel collettore finale di scarico dell’area all’atmosfera, quindi il flusso dell’atmosfera, dell’impianto di neutralizzazione acque". E stiamo parlando dell’impianto di neutralizzazione. Ed è vero questo, vedete presa gascromatografica quindi si riferisce ad un gascromatografo installato in questo impianto. Poi però cos’ha fatto: ha ricollegato questo documento, che non ha data lì, ad un altro documento, datato 7 dicembre 1973, che adesso vedete, che avete già visto, che si riferiva all’impianto di neutralizzazione, vedete le vasche, ma che non faceva nessuna menzione al gascromatografo. Sinotti: questo collegamento è del tutto arbitrario, visto che il documento originale senza data, io mi sono guardato tutte le carte del faldone 102, ho trovato il documento originale senza data, che vedrete anche dalla colorazione, compare originale; come potrete leggere, sulla parte destra, si legge male, ma comunque vedete nel documento, dopo la linea, si legge: "Risulta allegato al bollettino 303 e 203/01 dell’8 luglio ‘77". Quindi non è da connettersi ad un documento del ‘73 ma un documento del ‘77. E tale bollettino dell’8 luglio ‘77 si trova nel faldone, chiaramente. E così del tutto arbitrariamente il dottor Coccheo ha sostenuto che alla fine del ‘73 c’era un gascromatografo in continuo nell’impianto di neutralizzazione. Ed ancora ha aggiunto: "Il gascromatografo serviva per monitorare il pericolo per le persone rappresentato dal CVM quasi fosse un sistema di controllo ambientale". Così l’avvocato dello Stato, e lo stesso Pubblico Ministero, hanno che potuto sostenere che Montedison, a fine ‘73, si preoccupava dell’ambiente dell’impianto neutralizzazione e non dell’ambiente dei reparti PVC. Suggestivo ma gravemente inesatto. Il gascromatografo in continuo appare essere stato installato in questo impianto di neutralizzazione non a fine ‘73 ma a livello sperimentale nella prima quindicina dei giorni del gennaio ‘75, in maniera continuativa a partire dall’11 marzo ‘75, epoca casualmente di messa in marcia dei gascromatografi degli ultimi due impianti di polimerizzazione. Sono da queste date infatti, vedete i bollettini, che i bollettini che sono nel faldone scrivono in alto: "Rilievi in continuo con gascromatografia nell’impianto di neutralizzazione". Prima ci sono dei bollettini nel faldone che partono dall’1 aprile ‘74 ma che non si riferiscono a gascromatografi, sono i bollettini con i pipettoni. Infatti non c’è nessuna menzione, come invece in questo caso c’è, in alto, della gascromatografia. Lo leggete nella seconda riga. E nel ‘75 signori Giudici viene messo un gascromatografo continuo di processo nell’impianto di neutralizzazione, rifacendoci a quella differenziazione di prima, non aveva alcuna funzione di monitorare l’ambiente di lavoro, misurava il flusso di scarico dal camino all’atmosfera. Un appunto che è contenuto nel faldone 102 conferma tale circostanza. Vedete, in alto si parla di gascromatografo da processo. E se voi vedete la sensibilità di questo strumento, vedete che è molto diverso dal gascromatografo ambiente, si parla di minimo 2 ppm o di minimo 20 ppm, e massimo di fondo scala 100 e 1000 ppm, una sensibilità molto diversa dal gascromatografo ambientale. E’ uno strumento in continuo, ma di processo. Cade l’argomento secondo cui le vasche di neutralizzazione avrebbero avuto un gascromatografo d’ambiente prima dei reparti di polimerizzazione. Questo gascromatografo, che è da processo, opera continuativamente dal marzo ‘75, quindi non è d’ambiente. Nella miniera dell’avvocato Schiesaro, l’avvocato 102, non è tutto oro quello che luccica. Ma non basta distinguere i tre tipi di gascromatografi, le distinte tecnologie. In questa ottica generalizzante non ci si è posti il problema dell’ultimo passaggio, cioè la messa in commercio di quel particolare gascromatografo d’ambiente per la rilevazione del CVM. Eppure questo aspetto è emerso nella deposizione dibattimentale del teste Alongi, sul quale concordo con il Pubblico Ministero era ed è un profondo conoscitore del mercato internazionale dei gascromatografi. Alongi ha descritto quella riunione dei più grandi produttori di gascromatografi che è avvenuta a Francoforte nel ‘72, per mettersi d’accordo e per mettere insieme le caratteristiche di costruzione del gascromatografo d’ambiente. Poi ha parlato della messa in commercio. Diciamo fine ‘72, inizio ‘73, gli strumenti cominciavano a essere sul mercato. Mercato, nel senso disponibili. Poi dovevano essere montati e sperimentati. Ebbene, quando ha contatti con Montedison, Alongi? "I primi contatti che io ho avuto con Montedison in particolare li ebbi nel ‘73, in particolare con il professor Grandi e il signor Basei". Non solo, Alongi ha fatto chiaramente capire che la messa in funzione del gascromatografo si accompagnava a quel tempo a numerose difficoltà di funzionamento, che furono necessarie numerose prove sollecitate dal signor Basei. Quindi una sperimentazione, che ha contribuito a far sì che Montedison non fosse la prima acquirente in Italia del gascromatografo ambientale da CVM, forse la seconda dopo la Solvay. Ma noi sappiamo che una società non è intempestiva se arriva per seconda ad utilizzare l’applicazione industriale, e non è intempestiva a maggior ragione se il tempo impiegato nell’installazione è dovuto alla qualità del perfezionamento. Quello che voglio dire è che non passano dieci anni dalla messa in funzione dei gascromatografi, ma la sperimentazione del gascromatografo inizia dall’anno di messa in commercio, nel ‘73, quando si hanno le comunicazioni di Maltoni, risultati provvisori a Bologna; e la sperimentazione si conclude con l’acquisto del primo gascromatografo nel ‘74, dopo le notizie di Goodrich. E tracce della sperimentazione io le ho indicate con tanta documentazione, in particolare con comunicazioni interne tra gli addetti ai gascromatografi di Marghera, nel corso del ‘74. Bisogna dire, sottolineare, anche però a grandi lettere, che mentre Montedison perfezionava con Carlo Erba lo strumento del gascromatografo, non rinunciava al controllo ambientale, disse: "Nel ‘74 c’è Goodrich. Monitorava con pipettoni a 8 ore. La situazione di ciascun reparto, fino all’arrivo dei gascromatografi". Ce l’ha detto l’avvocato Accinni, ne abbiamo trovati tantissimi, 5.351; il periodo interessato va da aprile ‘74 a giugno ‘75. Ma la contestazione più grave che fa il Pubblico Ministero non è sulla tempestività ma è sulla scelta dello strumento appropriato del monitoraggio; e credo che fino adesso non sia ancora stato risposto per quanto riguarda soprattutto la scelta che è stata fatta in quegli anni, nel ‘74. E’ una critica che è stata fatta dal Pubblico Ministero in tutta l’istruttoria dibattimentale, ha cercato di trovare in questo un pilastro della colpa con previsione, lasciando trapelare addirittura un’ipotesi di contestazione dolosa, che il tipo di rilevazione multiterminale, secondo il Pubblico Ministero, serviva come copertura, proprio perché inefficiente, proprio per rendere gli operai meno assillanti. Io credo che questo sia stato un colpo di teatro dell’accusa in dibattimento, l’ipotesi dell’imbroglio per raggiungere 1 ppm è destituita di fondamento, signori Giudici. Solo se si pensa: chi ha fatto il multiterminale a Porto Marghera? L’hanno fatto i tecnici di Porto Marghera, quel Basei che è venuto qua, Zilio Grandi che è deceduto; sono loro che l’hanno fatto, sono loro che hanno scelto, l’ha detto il dottor Alongi e l’ha confermato Basei. Ma l’accusa, se non altro, se non può sostenere il dolo, dice che il gascromatografo comunque è stato, e lo dice nel capo di imputazione, è stata una scelta basata su motivi economici, per risparmiare. Ma anche qui abbiamo un quadro completo: noi abbiamo il quadro iniziale della scelta delle altre società concorrenti in Italia, cioè un documento "Note sulla riunione del 29 novembre ‘78 presso Dimp, Milano"; si legge: "E’ stata confermata la posizione per cui l’utilizzo di un gascromatografo per reparto di produzione sia sufficiente per un idoneo controllo ambientale; e ciò in linea a quanto indicato dagli altri produttori: Solvay, Anic, Sir, Romianca". Ci sono tutti. Ne emerge, da questo documento, ed è confermato dal teste Burri, che tutti, attenzione i produttori di PVC, avevano una macchina per reparto. Non distinguiamo ancora se multi o monoterminale. E il discorso valeva anche per l’estero, l’ha detto Alongi: "Nessuno ha fatto questo, nessuno al mondo - ce lo dice un fine conoscitore del mercato mondiale - la tecnologia prevedeva un gascromatografo per reparto". Ma se vogliamo anche andare oltre a questo discorso del così fan tutte, potremo porci l’obiezione magari risparmiavano tutti, volevano tutti risparmiare. In questo caso Montedison potrebbe non essere scusata dal comportamento negligente degli altri, ma è un’ipotesi non vera. Ancora Alongi: "Bisogna tornare indietro, sempre in quel periodo - è quello che dovrete fare voi, del Tribunale - questi strumenti erano instabili, avevano bisogno di manutenzioni estremamente pressanti, bisognava seguirli ogni giorno. Quindi era possibile da un punto di vista diciamo come ipotesi di lavoro, ma avrebbe richiesto un impegno di manutenzione tale per cui il sistema sarebbe esploso per inaffidabilità". Montedison ha adottato una macchina per reparto come tutte le aziende in Italia e nel mondo in quegli anni; e tale decisione non può essergli rimproverata, perché il sistema con più gascromatografi sarebbe esploso per inaffidabilità, ingestibilità. A questo punto siamo parimenti in grado di escludere che Montedison ha risparmiato con l’acquisto del gascromatografo multiterminale. Perché? Per il semplice motivo che Alongi ci ha detto che lui ha venduto a Montedison, e a tutti gli altri acquirenti, il monoterminale. Ed allora Montedison ha speso di più, perché Montedison, poi con la sperimentazione di Grandi, di (Sas), di Basei, cosa ha fatto: dal monoterminale acquistato da Alongi ha costituito il multiterminale. Quindi la scelta del multiterminale è una scelta più dispendiosa, da parte di Montedison, dai tecnici della società, discostandosi dalla prassi degli altri clienti della Carlo Erba. Per cogliere che cosa? Una maggiore area di monitoraggio, anziché 10 punti, 60 punti. Ma vediamo se era una scelta giustificata tecnicamente, in quanto scelta innovativa rispetto almeno ai clienti della Carlo Erba. Il ragionamento dei tecnici di Porto Marghera è stato ricostruito proprio dal dottor Alongi: "Io, con un sistema puntiforme, prendo sicuramente un’esposizione se ho un operatore fisso su un punto. Con un sistema multiterminale riesco ad avere una possibilità di catturare inquinanti in uno spazio maggiore". Dunque Basei, Montedison, osservava che l’operaio esposto a CVM non stava fermo in un singolo punto, ma si muoveva; l’unico modo per seguire l’operatore, nella zona dove lavorava, era di ampliare l’area di monitoraggio, per questo era necessario il multiterminale, che doveva avere una distribuzione maggiore nello spazio. E qui cade già una delle ipotesi d’accusa secondo cui i gascromatografi Montedison sarebbero stati inefficaci a garantire la tempestiva rilevazione delle fughe. E’ vero l’esatto contrario: avevano molta più possibilità di rilevare le fughe. Il gascromatografo multiterminale, avendo maggiore ampiezza, aveva maggiore capacità di sorveglianza, e questo è il motivo per cui una parte del sindacato e della commissione ambiente appoggiò la scelta del multiterminale. Allora importante diventava, e dovevamo controllare - ha detto Francini - anche le sorgenti. Però, un conto è la capacità di verificare le sorgenti nel momento in cui si devono fare gli interventi impiantistici, un conto è un corretto sistema di monitoraggio delle esposizioni lavorative. La Montedison ha fatto anche una verifica su questo punto, ha fatto una verifica della validità di questo sistema multiterminale. Noi dobbiamo distinguere due date: ‘74 e ‘78. Nel ‘74 non c’è la direttiva, il gascromatografo viene installato da Montedison e dai tecnici, col sistema multiterminale, per diversi scopi che vi ho descritto, tra cui anche quello di cogliere più punti di fuga, tutti i punti possibili di fuga rispetto al monoterminale che aveva soltanto 10 punti, con scopi condivisi dal sindacato. Ovviamente, con tutte le cautele che abbiamo già visto nel processo, ma quello che conta è che nel ‘78 Montedison, in presenza della direttiva CEE, si pone in discussione, per verificare se il gascromatografo multiterminale è strumento appropriato per il monitoraggio della zona di lavoro in base al dettato normativo. Quella zona di lavoro in base al dettato normativo, quella zona di lavoro indicata dalla direttiva articolo 2 che poi è ripresa dal D.P.R. come una parte dello stabilimento che può comprendere uno o più posti di lavoro. E’ caratterizzata dal fatto, dice la direttiva, che il singolo lavoratore, nell’ambito della sua attività, vi si trattiene per periodi di durata variabili nei diversi posti di lavoro, che la durata nei diversi posti di lavoro non è determinabile con maggiore precisione. Sembra di sentire le parole di Basei, l’uomo che si muove nello spazio. Cosa fa per mettere in discussione questa validità del sistema? Innanzitutto a Montedison abbiamo visto un fiume di carta con cui si discute della utilità del sistema multiterminale, di mantenerlo, oppure di cambiarlo in monoterminale. C’è quel documento che il Pubblico Ministero ha tanto utilizzato per dire che il sindacato voleva la presa monoterminale. A Roma era stata avanzata questa proposta, c’era scritto in un documento Montedison, di inserire la prescrizione di una sola presa di campionamento per linee di rilevamento; non è vero che questa fosse la posizione del sindacato globale, perché Francini ci ha detto che lui sosteneva il multiterminale, perché Zanelli ci ha detto, lui sostenitore di monoterminale, di essere stato messo in minoranza dal sindacato che appoggiò la scelta del multiterminale, per meglio tutelare i lavoratori, in sede legislativa anche. Quindi la maggioranza del sindacato e la (FULC), in definitiva, ritengono la multipresa utile per la rappresentazione della zona lavorativa. E’ l’obiettivo, la zona lavorativa, della direttiva e del D.P.R.. Ma Montedison non fa solo questa discussione, che potrebbe essere accademica, fa un confronto; mette, negli impianti di polimerizzazione, il monoterminale accanto al multiterminale; documento fondamentale in questo senso è quello del 19 ottobre ‘79. E questa rilevazione dà atto che sono sovrapponibili i risultati del mono e pluriterminale, ottimo grado di analogia. Il sistema pluriterminale assicura parità di stream disponibili e un’adeguatezza di estensione non comune al sistema monoterminale. E’ una sperimentazione che è stata fatta per mesi da Montedison e che ci ha detto che l’effetto diluizione del pluriterminale non ha avuto pratica incidenza sul numero degli allarmi e dei preallarmi, e che il pluriterminale copre una zona più estesa dell’ambiente di lavoro, quella dove si muove ed opera il lavoratore. Poi ovviamente devono continuare tutti gli affinamenti del sistema, gli affinamenti per garantire l’omogeneità di aspirazione delle varie bocchette, dei vari terminali, passare dai (rottametri) che all’inizio erano solo portatili ai (rottametri) fissi, che vengono poi installati, ce lo dice anche il teste Orlandin. Ma non basta, signori Giudici. Io credo che alla fine di questo discorso voglio presentarvi la situazione della realtà operativa di Marghera. O meglio, io l’ho presentata in Aula al venditore dei monoterminali, il dottor Alongi, che ha venduto solo monoterminali. A Marghera com’erano fatti gli impianti? In diverse zone c’era una zona, la zona delle autoclavi. Le autoclavi erano rispettivamente nei tre reparti: O-8, O-10, O-12, i tre reparti di polimerizzazione. Il sistema multiterminale aveva una linea che aveva tutta una serie di bocchette e ogni bocchetta era vicina ad un boccaporto dell’autoclave. Quindi misurava, la linea, la zona autoclavi. CV-24, che adesso dovrebbe essere proiettato, aveva in particolare due linee, aveva, lo vedete sotto, sono scritte la linea 7, la linea 8, sono scritte linee autoclavi. E se invece concentrate la vostra attenzione sulla parte superiore del reparto, vedete che ci sono 12 autoclavi e che le due linee hanno ciascuna sei prese e le sei prese sono collegate, ciascuna, vicino al boccaporto. Ho chiesto ad Alongi: e il sistema monoterminale che aveva solo 10 punti di prelievo in tutto, per tutte le zone del reparto, come si sarebbe comportato lì? C’erano 12 autoclavi. Alongi dice: "Questo era il punto debole, veniva scelta una posizione baricentrica più o meno. Gli chiedo: se la fuoriuscita di CVM si verificava in un’autoclave più lontana rispetto invece a una più vicina, cambiava la valutazione del monoterminale? Dice: dipendeva dal microclima, se ci sono dei flussi di aria in quel punto, se il punto di prelievo monoterminale si fosse trovato sopra vento rispetto alla perdita non avrebbe segnalato nulla". Signori Giudici, il dato straordinario di queste parole è che sono pronunciate da chi vendeva solo nomoterminali e ci credeva. Pensate alla bocca della campanella del monoterminale che stava in posizione baricentrica rispetto alle sei autoclavi, a una fila delle autoclavi. Pensate ancora a quanto siano poco proficue le critiche dell’accusa al multiterminale che faceva la media dei boccaporti delle autoclavi, rispetto ad un monoterminale che era collocato, uno solo, sulla linea mediana delle sei autoclavi, uno solo per tutte. Ora, se il multiterminale prelevava valori puntuali dai singoli boccaporti e poi faceva la media, perché è vero, il monoterminale cercava di fare la media subito delle emissioni dei vari boccaporti essendo collocato in posizione baricentrica, ma a volte, ce lo dice Alongi, non ci riusciva a fare la media. Se era collocato sopra vento non ci riusciva ad emulare i risultati del multiterminale, non riusciva a fare la media. Poi Montedison, seguendo quello che il Pubblico Ministero dice, giustamente, che è una parte della legge D.P.R. 82, cioè la verifica di significatività dei punti di campionamento, fatta tramite dispositivi individuali di campionamento, l’allegato 1 del D.P.R., Montedison ha fatto anche questa verifica. Ha fatto una campagna di bollettini, che sono tutti allegati alla consulenza del professor Pascuon, 76-77, nell’80 e ci sono anche documenti in più bollettini di confronto utilizzati dai consulenti del P.M., 16/2/81, 14/7/80. Ora l’accusa, sulla base proprio di questi bollettini, quelli estrapolati in cui ha individuato delle eccezioni, ha detto, hanno sostenuto che è inattendibile proprio per quello, perché il campionamento personale dava dei risultati diversi. Ora invece, secondo noi, questo conferma la validità del sistema di monitoraggio, si deve accettare il rilievo che il dato del gascromatografo è occasionalmente in difetto rispetto a quello del sacco, attenzione signori Giudici, perché il gascromatografo multiterminale fa la media effettivamente delle singole bocchette. Ma questo, soprattutto negli anni ‘70 e ‘80, non significava che il multiterminale fosse meno adeguato di altri sistemi, perché l’unico mezzo di paragone era il monoterminale. E’ evidente che il mezzo di campionamento, il sacco, non è un sistema di monitoraggio in continuo. La legge prevede che ci debba essere un sistema di monitoraggio in continuo. Sappiamo come è scomodo, ce l’hanno detto i lavoratori, da utilizzare, poteva essere solo uno strumento di verifica. E questa verifica è andata bene, le differenze sono tutt’altro che abissali. I bollettini contestati dai consulenti del P.M. fanno emergere tutt’altro che una differenza eclatante tra valori, dimostra, uno dei bollettini utilizzati dal Pubblico Ministero, per farvi vedere come chiaramente i dati che vengono rapportati, e che sono stati contestati più volte, sono risultati assolutamente corrispondenti. Comunque è un documento che sarà agli atti, se non si trova non importa, comunque lo allegherò. Il sistema supera anche la verifica dei campionatori personali. E ci si preoccupa ancora di più ai sensi dell’allegato 1 del D.P.R. che questi dati siano il più possibile rappresentativi del livello di esposizione al CVM dei lavoratori occupati nelle zone di lavoro, lo dice l’allegato 1, qui ci si preoccupa che siano elaborati in funzione dell’esposizione del singolo lavoratore. Ecco perché ci sono i verbali di incontro tra il dottor Capodaglio e i caporeparto, ecco perché si abbina ad ogni funzione lavorativa espletata nel reparto un certo numero di linee, e si danno i risultati corrispondenti all’esposizione di quella funzione. Ecco perché ci sono documenti già del ‘77 in cui c’è l’elaborazione, ci sono i dati relativi ad ogni mansione in ogni singolo reparto. Sono i dati che poi verranno forniti dal Giudice Nardellotto agli autori dell’indagine epidemiologica. Quindi quando intervenne la direttiva CEE, e poi la legislazione sul CVM il gascromatografo su lasciato al suo posto e non fu sostituito con il monoterminale, non per risparmio, non per lassismo, non per mancanza di valutazione critica. Ultimo problema della legge era quello famoso delle zone sorvegliate, signori Giudici. Perché il P.M. dice, nella lettera Cimarosti dell’82, dice: "Escludere le aree di essiccamento, insacco, stoccaggio e distribuzione PVC", semplicemente - e lo dice Burri in un documento di 4 anni prima - perché sia la direttiva sia il D.P.R. dicono questo: la direttiva all’articolo 1 indicava già le zone sorvegliate come quelle dove si trattava il monomero, e non quelle dove si stoccava e lavorava il polimero. ovviamente perché l’interpretazione autentica di questa direttiva era che eravamo nel ‘78, c’erano le colonne di strippaggio, almeno Montedison ce le aveva, non c’erano assolutamente problemi al di fuori a dove si trattava il cloruro di vinile, si polimerizzava e non dove si stoccava il PVC. Ma attenzione Signori Giudici, è questo l’aspetto che vi voglio dare e che è significativo, Cimarosti a Milano scrive quella lettera: "Escludere le aree di insacco, essiccamento PVC". Ma Marghera ancora una volta ascolta e valuta criticamente, si preoccupa per le aree di essiccamento PVC, dove il CVM è stato strippato, ma dove potrebbero in astratto verificarsi ancora inquinamenti di CVM. Ed allora Porto Marghera cosa fa? Introduce il gascromatografo anche nella linea di essiccamento. E infatti noi abbiamo le funzioni di essiccamento comprese tra quelle monitorate, abbiamo il gascromatografo nella parte del reparto riguardante l’essiccamento del PVC. Non dico nulla sulla ipotesi dei consulenti di accusa, ovviamente scusate per quanto riguarda gli altri reparti, quelli lasciati fuori, quelli riguardanti l’insacco o la distribuzione PVC c’erano i controlli a (sporte) e ne abbiamo avuto risultanza. Dicevo, i consulenti dell’accusa dicono e sostengono ancora l’inattendibilità del gascromatografo per quei valori del marzo ‘75, che secondo loro rappresenterebbe un crollo. Già il professor Pulitanò e l’avvocato Accinni hanno spiegato come non c’è nessun crollo, c’è una linea che segue assolutamente corrispondente tra pipettoni e gascromatografi. Ci sono i lavori della nostra consulente tecnica che ha fatto questo tipo di valutazione, la dottoressa Negri. Io aggiungo una cosa, un documento. Un documento del febbraio ‘75, è la vigilia dei gascromatografi nel CV-6, CV-14-15, abbiamo i pipettoni. E’ un documento di allora di Capodaglio, febbraio ‘75, e dice: "Il tasso medio mensile, sebbene relativo, è risultato il più basso dall’aprile ‘74, confermando ciò che era stato previsto dall’indagine precedente, e cioè che l’inquinamento ambientale è in progressiva diminuzione, non solo negli ultimi mesi ma dall’aprile ‘74, per cui si possono ritenere accidentali i valori che non hanno rispettato tale tendenza" e dà i risultati corrispondenti anche per il CV-14-16 e per il CV-24. Febbraio ‘74, a conferma di quello che già hanno detto i colleghi, non c’è nessun crollo, c’è una corrispondenza di valori in ribasso, sono le stesse consulenze Nano – Rabitti, che negli istogrammi danno atto di questa prosecuzione di abbassamento. Ma, signori Giudici, in realtà il quel periodo la cosa che veramente mi preme controbattere è che non solo sono stati fatti degli interventi impiantistici, abbiamo sentito parlare di cantieri di reparto, abbiamo sentito il teste Dell’Antone che arriva nel ‘75 al CV-6 e dice che sono terminati tutta una serie di lavori, ma soprattutto le procedure, signori Giudici, io mi sono stupito nel leggere questa importantissima procedura che in realtà è una procedura che poi si evolve, come vedremo, nel corso del tempo. Procedura datata 15 gennaio ‘74, relativa al CV-6: "E’ stata recentemente adottata una nuova procedura che prevede di aspirare con gli eiettori delle otto autoclavi anche durante la fase di lavaggio e risciacquo dell’autoclave a fine polimerizzazione, l’aspirazione". Questa modifica di procedura ha permesso di ridurre il tasso di CVM in sala autoclavi da valori di 50 minimo a 500 massimo ppm - siamo all’inizio ‘74 - a valori di 17 minimo 50 ppm massimo, cioè i massimi sono 10 volte inferiori. Vi rendete conto come una procedura, che poi si è evoluta e si è evoluta nel corso del tempo, poteva stravolgere, risolvere tantissimi problemi: l’importanza delle procedure che non sono state tenute conto assolutamente dai consulenti del Pubblico Ministero. E quindi ho, credo, di avere confermato nella dimostrazione che i lavori ci furono e ci fu una diminuzione e che quindi i valori indicati dai gascromatografi erano attendibili. Se ci fosse ancora qualche dubbio, basta poi verificare l’andamento corrispondente, come è stato detto, dei campionatori personali che abbiamo detto che hanno funzionato dal ‘76. Ma signori Giudici, io voglio chiudere il capitolo con una parte riguardante non i valori limite che l’avvocato Accinni ha indicato esposti dalle varie associazioni, ma i valori, cioè gli obiettivi che Montedison volta a volta si proponeva, nel corso del tempo, e quindi i risultati. Perché? Perché il Pubblico Ministero mostra quella famosa scheda di sicurezza personale del ‘67, che sarebbe stata imprecisa nel ‘67 perché avrebbe indicato 500 ppm come limite non ceiling, mentre, lui dice, la CGH aveva già adottato il limite ceiling e il limite ceiling era inglobato nell’accordo collettivo nazionale dei lavoratori. Non è fondato l’argomento d’accusa, perché la scheda del ‘67 vale per il ‘67 ovviamente, e ce l’ha detto il teste Moriani, sentito dal Pubblico Ministero e poi in udienza, che i valori limite della CGH vengono inseriti nei contratti collettivi di lavoro a partire dal ‘69. Quindi, può ben essere che la scheda ‘67 sia imprecisa e non specifichi il limite 500 ceiling. Ma soprattutto l’obiezione al P.M. che siamo fuori dal processo, siamo nel ‘67, però ovviamente il Pubblico Ministero cosa fa? Aggiunge che se non erano state trovate schede tra il ‘67 e il ‘76 ciò voleva dire che non esistevano e che quindi i valori limite permanevano. Ovviamente l’argomento è una congettura e viene smentito, Signori Giudici, dalle carte in atti, dalle quali emerge, anche se non siamo riusciti a trovare le schede, che i valori limite di esposizione sono in continua evoluzione a Porto Marghera, anche se non sono state trovate le schede, Montedison nel momento in cui si accinge al piano di risanamento, recepisce immediatamente come obiettivi concreti i valori limite più rigorosi, indicati volta a volta dalle associazioni internazionali e dagli Enti pubblici, in continua evoluzione, quattro chiare tracce. Una: se vediamo i bollettini del ‘73, quando parte il piano di risanamento, nel frontespizio di tutti bollettini del ‘73 vediamo valore limite di concentrazione CVM 500 ppm. Qui è chiaro che hanno già adottato il valore ceiling di 500 ppm stabilito dalla CGH. Ma non basta, poi la CGH, si dirà, aveva proposto, l’ha detto anche l’avvocato Accinni, la modifica del limite a 200 ppm, media a 8 ore. Ma cosa fa Montedison? Noi vediamo in un documento di Montefibre, faldone H-47, a quella data, e cioè prima dell’aprile ‘74, nel reparto di polimerizzazione VT-2 Montefibre, stabilimento Porto Marghera, ci si atteneva ad un mac ufficioso di 200 ppm in vigore presso Montedison. Montedison modifica il suo obiettivo e segue ufficiosamente un limite che è stato solo oggetto di una proposta della CGH. Ma non basta. Dopo e a metà ‘74, bollettino 20/7/74, da quel momento ci sono i pipettoni, e il limite cambia. C’è scritto in basso al frontespizio dei pipettoni: nota, valore mac 50 ppm, volume su volume, VV. Segno che l’obiettivo 20 giorni dopo la Circolare del Ministro del Lavoro era diventata la circolare 50 ppm. Ma l’obiettivo cambia ancora. Il P.M., nella sua requisitoria, ci ricorda l’esistenza di un documento che io non ho trovato, ma che comunque ci sarà senz’altro, le carte sono talmente tante, 16/10/74, mandato dagli Stati Uniti, che dimostra la consapevolezza, dice il P.M., dell’amministratore delegato Grandi del prossimo limite OSHA di 1 ppm, che poi di fatto alla fine entrerà in vigore nel gennaio del ‘76. Ma è tanto vera questa consapevolezza di Grandi, e il senso di responsabilità di Montedison, che nello stesso mese, 9/10/74, nella riunione CVM tenutasi a Brindisi, si legge: "A inizio riunione è stato comunicato che il limite di 50 ppm era da considerarsi superato, essendo stati definiti dall’OSHA dei nuovi limiti molto più restrittivi". E i limiti vengono enunciati di seguito. E nel successivo documento del 21/3/75 si legge: "L’ingegner Grandi ha dato precise direttive tra cui l’ipotesi di lavoro viene fissata su una normativa a 1 ppm di mac per l’1/4/76". Ecco gli obiettivi, obiettivi, che ci ha già detto l’avvocato Accinni, vengono raggiunti. I risultati, per quanto riguarda i pipettoni del 1975, media geometrica, arrivano a 10 ppm per il CV-6, e tra 2 e 4 ppm per gli altri reparti - ce l’ha già detto l’avvocato Accinni - è inutile che faccia vedere. Ma soprattutto questa tendenza diminuisce ancora con i gascromatografi, ma diminuisce nel corso del mese ‘75 soprattutto, se vediamo uno dei grafici che sono stati proiettati, in uno dei reparti più delicati, quelli più esaminati anche dai consulenti di accusa, il CV-6 zona autoclave, vediamo quale è la linea solo del gascromatografo, come scende la linea del gascromatografo e come il valore superiore a 1 ppm, l’ultimo valore è del gennaio del 1976. Quindi si arriva nel febbraio del ‘76 a 1 ppm, e i campionatori personali confermano questo. Nel ‘76 ci sono i campionatori personali e i dati sono in linea con l’1 ppm. Solo per la contestazione del P.M. sul fatto che i gascromatografi non avrebbero funzionato bene, merita soltanto una risposta di questo tipo: gli strumenti erano assolutamente quelli che la tecnologia degli anni ‘70, i migliori che poteva fornire, erano della Carlo Erba, l’abbiamo appurato in quel momento storico e Alongi ci ha detto chiaramente che c’erano dei punti deboli, c’era la sensibilità dello strumento, c’era la sensibilità ed erano strumenti che consentivano di misurare concentrazioni in atmosfera di cloruro di vinile tra 0,3 parti per milione fino a 25-30 parti per milione. Poi c’era la linearità della risposta. Allora quando nel ‘74-’75 Montedison adotta i multiterminali, si capisce anche che in quel momento la scelta di porre il limite dei 25 ppm, è indicata anche dalla sensibilità dello strumento, che abbiamo detto, era tra 0,3 e 25 ppm. Dopo di che ci sarà la legge a dirlo, e l’ha già detto il professor Pulitanò, c’è il limite dei 30 ppm, Montedison segue quello dei 25 perché più protezionistico dei lavoratori. E questo risulta anche dai documenti agli atti, protezionistico evidentemente perché innescava tutta una serie di verifiche: l’allarme anticipato. Quindi i gascromatografi funzionavano e ci ricorderemo, credo, sempre le parole di quel tecnico Basei che è venuto a raccontarci come questi strumenti funzionavano al meglio e che le contestazioni mosse cadono su aspetti assolutamente marginali, privi di una rilevanza ed assolutamente inidonei a fare di questo sistema di controllo un qualche cosa come è stato considerato dall’accusa. Passo a un altro capitolo: il blocco degli impianti. Doveva essere chiuso il CV-6 e dovevano essere chiusi gli impianti più obsoleti e irrecuperabili secondo il P.M.. Il P.M. anche in discussione ha detto: il tempo di vita media di un impianto è 26 anni, e qui era superato. Ma vi è da distinguere la tecnologia sotto due aspetti: quello produttivo e quello relativo all’ambiente di lavoro. A noi interessa il secondo, e se ci sono stati degli interventi di ristrutturazione, quali si sono fatti, un impianto con più di 26 anni nessuno ci può dire che sia inidoneo a tutelare la salute del lavoratore, e nessuno ce lo dirà, come sentiremo. Il P.M. insiste sul CV-6 in particolare, sulla necessità di chiusura disattesa. Una risposta è venuta sul punto al Pubblico Ministero da Bortolozzo, e tutti la conosciamo. Ma trasferiamoci a una valutazione non di un lavoratore che peraltro ha vissuto tanto nel CV-6, era stata la sua esperienza, e che vedeva l’impianto risanato, ma la valutazione dei tecnici impiantistici che sono stati sentiti in questo processo, in maniera molto sintetica ovviamente. Benetta, la versione di Benetta, granitica, ferma, lucida per un lungo esame testimoniale, tutto impostato su un punto: la valutazione del CV-6 nell’83. La situazione del CV-6 è che da un lato, dice Benetta, il reparto era stato fatto in anni non recenti, è vero, ed era stato concepito con autoclavi piccole e spazi angusti. Quindi queste caratteristiche incidevano sui costi di gestione e di produzione e quindi sul valore economico. D’altro lato il reparto aveva subito rilevanti modifiche impiantistiche e pertanto non era pericoloso. Questo dice Benetta. Ma il P.M. non parla di Benetta, parla invece della versione molto meno granitica dell’ingegner Bianchi. Bianchi cosa fa? Da un lato fornisce una versione abbastanza delineata degli impianti, d’altro lato rilascia dichiarazioni di carattere generale che vedremo male si adattano con la prima versione. La versione delineata sugli impianti. L’ingegner Bianchi mette l’accento sugli impianti vecchi, le autoclavi piccole, il limitato valore patrimoniale di strutture superate dalla nuova tecnologia. Mentre, a proposito delle condizioni di lavoro, rivendica tutta una serie di interventi fatti da Montedison, che aveva consentito di migliorare la situazione in tema di emissioni di CVM. E’ quello che dice Benetta in questa parte, Bianchi dice: "Ci sono stati dei cambiamenti, come si diceva prima, di cambio di valvole, installazioni, sì che avevano migliorato nettamente la situazione". A questo genere di affermazioni dell’ingegner Bianchi ve n’è un altro, in cui emerge chiaramente una critica generale nei confronti di tutti gli impianti di PVC, anche per l’ecologia, critica generica: l’unico dato specifico che ogni tanto torna è la piccolezza del CV-6. Però, signori Giudici, è assolutamente comprensibile la versione contraddittoria di Bianchi. Da un lato non può che confermare un profondo impegno di Montedison per la tutela dell’ambiente di lavoro del CVM, perché agli atti ci sono i documenti, i documenti firmati da lui che parlano. Dall’altro però Bianchi è stato il responsabile della Dimp di Milano, di qui l’esigenza di dissociarsi dal comportamento di Montedison e Enichem per chiamarsi fuori dalla responsabilità penale. Bianchi assume la qualifica di vice direttore tecnico e la mantiene anche se in un periodo breve, nel periodo cruciale degli interventi di risanamento degli impianti CVM e PVC. Le commesse, che lì vengono indicate, sono state autorizzate da Bianchi e sono tra le più significative. Sennonché Bianchi dà il primo atto istruttorio, che forse doveva essere un interrogatorio e non una deposizione testimoniale, assume un atteggiamento genericamente e ingiustificatamente critico. Io credo che di questo debba essere tenuto conto nella lettura del dato testimoniale, quando il P.M. sottolinea che Bianchi ci presenta la situazione in maniera molto onesta e corretta, mi sembra che non interpreti affatto il contesto in cui è stata data la testimonianza. Ed è alla mancanza di serenità della deposizione di Bianchi, fa fede la testimonianza di un collaboratore di Bianchi, Carlo Rubini, quando si fecero proprio quelle valutazioni lì degli impianti di PVC, e in particolare del CV-6. Il CV-6 anche lui chiaramente non era un impianto nuovo, risentiva delle (inc.) del tempo. "Io non ricordo problematiche particolari riguardanti chiaramente l’emissione del CVM e il contenuto di CVM nel polimero, in quanto nel mio passato in Montedison negli anni ‘70 la Montedison attuò un piano di intervento, che per quanto mi risulta, portò le emissioni e il contenuto del polimero, progressivamente ai limiti della legislazione americana". Per Rubini il CV-6 possedeva il valore economico limitato che gli fu attribuito dopo la valutazione critica da parte di ENI delle schede Montedison, era un impianto che risentiva delle (inc.) dell’epoca, spazi ristretti, mai era in linea con la legislazione sull’ambiente. Quindi la deposizione di Benetta e di Rubini permettono di dare un quadro circostanziato della situazione del CV-6 nell’82, che non appare presentare aspetti peculiari di pericolosità per l’ambiente di lavoro. Ma il P.M. dice che la necessità di chiudere il CV-6 e gli impianti vecchi era talmente forte che era stata avvertita anche da Montedison. Signori Giudici, basta interpretare le carte. Ci sono i documenti, verbali riunione Montedison del 21 gennaio ‘75, in cui si dà atto da un lato del raggiungimento da tempo dell’obiettivo prefissato di 50 ppm, quindi si dà atto dei lavori che proseguono, ma si afferma che per una parte degli impianti esistono però tempi tecnici per raggiungere l’obiettivo di TVA1, sappiamo che l’obiettivo è TVA1. Grosse difficoltà da superare. Quindi è logico, Montedison sta risanando gli impianti vecchi, e li sta risanando con tutte le forze. Ma è preoccupata di non raggiungere il risanamento di TVA1, si fa strada l’alternativa della costruzione ex novo degli impianti. E infatti prosegue questo discorso nel documento utilizzato dal P.M. il 24/3/75, si dice: "Ci sono dei risultati molto positivi da 1 a meno 15 ppm per tutti gli impianti, tutte le modifiche migliorative degli impianti attuali sono state accelerate al massimo". E poi si legge anche che Grandi ha chiesto, ha ordinato di anticipare al massimo anche lo studio e la costruzione dei nuovi impianti. Allora in un momento decisivo per il futuro di queste produzioni, per il futuro di queste ditte lavorative l’azienda Montedison non trascura di percorrere tutte le alternative possibili. Vuoi la strada di risanamento degli impianti, vuoi la progettazione e costruzione dei nuovi. La realtà è che quando arriva nell’agosto del 1975, con il documento dottor Dell’Aglio, a valutare, certamente parla di costi nell’agosto del ‘75, valuta che secondo i costi gli impianti costano troppo, ma valuta anche che l’obiettivo dell’1 TVA è raggiungibile. Infatti si dice: "Risanare definitivamente le sezioni più affidabili degli impianti vecchi in modo da garantire TVA1 in tutti i reparti, senza installazione di capacità sostitutive e con conseguente riduzione della capacità produttiva". Un’azienda privata, l’abbiamo già detto, non può non parlare di costi, l’ha detto il professor Pulitanò, a patto che questi costi non pongano in pericolo la salute. Ma Montedison in quel momento ha scoperto che ce la sta facendo a raggiungere 1 ppm. Quello che era di incerta attuazione quando perseguiva anche la strada dei nuovi impianti, diventa un concreto obiettivo, ed è poi stato raggiunto l’obiettivo, proprio all’inizio del ‘76. Quindi, in più, voglio dire, se proprio lo si vuole verificare ancora, abbiamo chiesto, abbiamo verificato che cos’erano questi nuovi impianti? Questi nuovi impianti avrebbero avuto come differenza, dal punto di vista della tutela dell’ambiente di lavoro nessuna misura, le misure sarebbero state le stesse che erano state fatte nei vecchi, l’unica differenza sarebbe stata le autoclavi più grosse, e ne parleremo delle autoclavi più piccole tra poco. Una cosa che non incideva direttamente, ce l’hanno detto Benetta, ce l’hanno detto Rubini, e ce lo diranno altri testi, sulle condizioni dell’ambiente di lavoro. Nessun’altra differenza, ma viene raggiunto l’1 ppm. Il P.M. però insiste su questo argomento e dice: "Dopo il ‘75, nonostante gli interventi di risanamento fatti da Montedison, nel ‘77 le piattaforme sindacali continuano a chiedere la chiusura del CV-6". Cioè quella piattaforma del ‘77 che scrive in maiuscolo, in grosso: "Fermata risanamento, riavvio degli impianti con garanzia del (silario). I risultati dell’indagine epidemiologica confermano la validità dei contenuti elaborati nella piattaforma del ‘75. Pertanto le richieste presentate in quella occasione devono essere integralmente confermate", così si chiede la chiusura nel ‘76, era stato chiesto nel ‘75 e si chiede nel ‘77. Ma se voi rapportate quel documento sindacale ad altri documenti sindacali, e l’abbiamo già fatto nell’istruttoria dibattimentale, per esempio il promemoria del 23/10/79 della Commissione Ambiente. Si parla nel ‘79 di altri problemi diversi dal CVM nel CV-6, si parla della polverosità, della rumorosità, ma non c’è più il problema dell’emissione di CVM. Allora, se c’è questa diversa esposizione, ci deve essere anche una giustificazione, due ragioni di esposizione e di differenza: la piattaforma è un documento di facciata in cui si chiede 100 per avere 50. E’ un documento scientifico del sindacato, ha detto Francini, è il documento da presentare alla controparte, e secondo me, spesso e volentieri ci sono anche tatticismi più del necessario. Basta riflettere leggendo la pagina prima da me esposta, che vi ho esposto male, perché l’ho letta rapidamente, ma voi la conoscete benissimo. Le sottolineature, le evidenziature, i toni, è un documento che estremizza, per poi condurre al tavolo della trattativa. E poi c’è un’altra ragione di differenza tra i documenti sindacali e la piattaforma, che la piattaforma è un manifesto ideologico del sindacato. L’avvocato Duse ha detto: contiene la parola d’ordine del sindacato, lo slogan, la posizione dei sindacalisti è molto più variegata dei lavoratori, la posizione variegata di Tettamanti. Il risanamento nel ‘75 lo scrive, prima dei veri e propri grossi lavori di risanamento, in mezzo al piano di risanamento, lui dice del CV-6 e del CV-14-16, Tettamanti: "Il risanamento globale in un articolo di questi reparti è senza dubbio fattibile, ma trattandosi di impianti al chiuso e con poco spazio disponibile, la qualità del risanamento e lo sforzo nel mantenerlo comporterebbero un notevole impegno economico da parte della Montedison, sia per il finanziamento, sia per le perdite di produzione, sarà disponibile Montedison?". Siamo nel ‘75. Tettamanti espone l’alternativa: o risanamento globale o nuovi impianti, esprime le sue valutazioni sulla necessità di un risultato concreto, che è stato ed era allora il raggiungimento dell’1 ppm. Ma non è un documento, come dice il P.M., che è dato dall’impossibilità di procedere al risanamento dei vecchi impianti, che chiede un rifacimento totale di alcuni impianti, ha detto così in requisitoria. Questo documento di scienza del lavoro ‘75 dice che il risanamento globale di questi impianti è senza dubbio fattibile. E poi, scusate, non vi dico la posizione di Francini che è in linea con quella di Tettamanti, ma la posizione dei lavoratori del CV-6, c’è un documento agli atti, che è un documento che non ha data ma è un documento sicuramente successivo al ‘77 perché si parla del secondo piano di risanamento, quello sulla rumorosità e la polverosità del reparto, e si affrontano queste componenti. Bene, la premessa del documento dice: "Premesso - quindi un documento del ‘77 - che per i lavoratori del CV-6 è indispensabile mantenere la linea produttiva sia che essa si mantenga in un reparto nuovo che risanando l’attuale, ma che questa realtà non deve in alcun modo arrecare danno alla salute. Sono i lavoratori nell’anno della piattaforma, ancora una volta i lavoratori insistono, in un loro documento, per il raggiungimento del risultato, che deve essere la salute dei lavoratori, deve essere l’1 ppm, non tanto e non necessariamente su un rifacimento o sui vecchi impianti risanati". Allora, si capisce perché la piattaforma, rispetto a tutti questi documenti, può essere spiegata con un atteggiamento tattico, di facciata del sindacato, della Commissione ambiente, facendo riferimento anche a quello che la società aveva ipotizzato anni prima avvenisse, chiede la fermata, la ricostruzione, quello che all’esterno appare la massima rottura con il passato, con i migliaia di ppm degli anni ‘50-’60. Sapendo bene che quello che conta e che si vuole è il risanamento, e il risanamento si può raggiungere anche con le modifiche impiantistiche. E con questo abbiamo esaurito questa contestazione dell’omesso blocco degli impianti, non ci fu nessuna omissione da parte di Montedison, che perseguì la strada del radicale risanamento degli impianti e la raggiunse attraverso modifiche impiantistiche dopo non aver trascurato l’ipotesi del rifacimento di impianti nuovi con l’ausilio della Tecnimont. E il risanamento fu raggiunto con l’1 ppm. La Commissione Ambiente, il Consiglio di fabbrica e l’assemblea dei lavoratori, nel ‘75 e successivamente, chiesero, soprattutto con forza e determinazione, il risanamento e il raggiungimento dell’1 ppm, cosa che avvenne. Vi dicevo che l’unico aspetto che rimaneva aperto e da valutare, anche se Benetta e Rubini avevano detto che chiaramente non influiva sulla situazione dell’ambiente di lavoro, erano gli spazi ristretti, dopo le modifiche impiantistiche e gli interventi di risanamento gli spazi ristretti del CV-6. In realtà, lo stesso Pubblico Ministero, io ho inteso dalla sua requisitoria, che ammetta indirettamente che non fosse indispensabile costruire nuovi impianti. Infatti dice: "La salute dei lavoratori poteva - dice - mantenendo in servizio il vecchio impianto, manteniamo basso il costo di ammortamento, ma accettiamo un più elevato costo di esercizio". Cosa vuol dire? Ci deve essere una buona manutenzione. Ed è praticamente, quindi in sostanza, mi sembra di capire che lascia aperta l’ipotesi che potevano rimanere i vecchi impianti, ma con una manutenzione adeguata, ed è quello che dice l’ingegner Dell’Antoni, il tecnologo del CV-6, sugli spazi ristretti in cui si muoveva l’operatore del reparto dopo gli interventi di risanamento. Voleva dire agire con un’opportuna manutenzione, una manutenzione efficace degli impianti consente di superare questo problema tecnologico degli spazi ristretti, delle autoclavi piccole, il piccolo CV-6 di Bianchi non è più un problema. Sì, però il P.M. dice: "Il problema è che Montedison tiene gli impianti vecchi e riduce gli interventi manutentivi". Quindi è una contestazione strategicamente rilevante. L’accusa pone in discussione la politica di manutenzione del Petrolchimico, fondando la contestazione sia sulle difficoltà asserite finanziarie della Montedison in quel periodo, sia su un documento, un documento, come al solito, molto generale, un documento di Milano, la nota di Favero, la nota per la formulazione del budget. Però quello che conta è che il Pubblico Ministero non valuta assolutamente la realtà della manutenzione di Porto Marghera, si ferma a Favero. E signori Giudici, la realtà di Porto Marghera è una realtà che vede ancora una volta il ‘74 come un anno di cambiamenti rivoluzionari, nascono le officine di zona, l’abbiamo sentito, nasce quindi la dicotomia officina centrale ed officine di zona, nasce l’ingegneria di manutenzione. Con lo sviluppo della manutenzione preventiva e la manutenzione predittiva, il tutto nasce nel ‘74 e viene confermato nell’accordo sindacale del 9 gennaio ‘76 in cui viene detto che Montedison conferma che la manutenzione deve essere finalizzata alla sicurezza dei lavoratori e alla tutela della loro salute, che proseguirà nella riorganizzazione della manutenzione orientata verso una struttura che si ispiri ai seguenti obiettivi di fondo: sviluppo dell’articolazione decentrata dei servizi, manutenzione preventiva programmata, sviluppo dell’ingegneria manutenzione per studiare i fenomeni negativi interessanti, oltre che gli impianti e il processo, l’ambiente e la sicurezza. Ecco che nelle parole del sindacalista Francini, l’accordo sindacale del gennaio ‘76, la riforma del ‘76 è lo sbocco della piattaforma sindacale del ‘75. Non è vero che le piattaforme non avessero alcun esito a Porto Marghera, come dice il P.M.. E il documento che utilizza il Pubblico Ministero per dire che questi accordi non avevano avuto ancora un esito, in realtà conferma la bontà di quell’accordo precedente. Il documento Commissione unitaria servizio manutenzione del 10/3/81 dice: "Questa struttura, la struttura vigente è quella derivata dall’accordo del ‘76, questa struttura ha certamente costituito un primo traguardo di accentramento e razionalizzazione del servizio", poi vengono chieste delle ulteriori modifiche, ma questa è la situazione organizzativa di Porto Marghera, e c’è la nota Favero. La nota Favero, ne abbiamo parlato tantissimo, è una nota scritta dalla Dimp di Milano, nota scritta in maniera provocatoria e impressionistica, in cui vengono esasperate le esigenze di bilancio senza toccare la salute, fatte salve la necessità della sicurezza e dell’ecologia. Però il Tribunale comprenderà come i toni e le espressioni del documento si debbano inquadrare in un determinato contesto, che non è quello operativo, che non è quello dei reparti in più di Porto Marghera, questo era un documento centrale della Dimp, figuriamoci la manutenzione di Porto Marghera, ma non è solo questo. E’ un documento non operativo, e qual è il documento operativo? L’abbiamo già detto, il documento operativo è il budget che viene deciso dal capo area, dal responsabile coordinatore della manutenzione con il caporeparto. Quello che qui si vuole dire, signori Giudici, è che Marghera ha, al tempo della nota Favero, già preso la strada del manutenere bene e non del non manutenere, manutenere senza sprechi, ma manutenere bene. E quel documento lì gli operativi di Porto Marghera, Bareato, Paolini non l’hanno neanche visto, ce l’hanno detto, quello che contava era il budget di manutenzione. Paolini ci ha detto, quindi ripeto, lui l’ha vista dopo questo documento, non l’ha visto al momento e dice che comunque questo documento non ha avuto nessuna e nessunissima influenza, posso assicurare da quello che è successo. Ancora si è voluto da parte del Pubblico Ministero analizzare, stimolare la verifica delle spese di manutenzione, e questa verifica è stata fatta, sono state acquisite tutte le tabelle che riguardano le spese di manutenzione, cioè il confronto tra budget di manutenzione e le spese, il consuntivo di manutenzione degli anni ‘76-’77-’78-’79-’80, ci sono i documenti originali del ragionier Rossato, qui c’è una tabella che in alto mette i valori del budget, in basso i valori del consuntivo. Da questi dati risulta questo: che nel ‘78-’79 e ‘80 gli anni di Favero le spese che riguardano i consuntivi esorbitano, per quanto riguarda gli impianti di PVC, rispetto alle previsioni di budget. Questo avviene anche negli impianti di CV-22-23, come è stato dimostrato ed anche provato testimonialmente dal teste Cortello. Per il ‘76-’77 c’è un dato di fatto che si inserisce in questo, in questa situazione: che è effettivamente quella di un apparente risparmio della spesa di consuntivo rispetto al budget. E’ una circostanza di fatto ampiamente documentata, e io vi darò i riscontri documentali di tutte le commesse, le commesse relative all’installazione della manutenzione straordinaria di quel tempo, i lavori di risanamento degli impianti di PVC e di CVM, valvole e rubinetti sono state commesse che sono state caricate sulle spese di investimento, nuovi lavori, e quindi non sono figurate come spese di manutenzione. Questa è la ragione, l’unica ragione per cui non c’è un esorbito anche per quanto riguarda quegli anni. Ci sono i documenti della manutenzione, per esempio il documento 29/4/75, uno di Bareato del 24/1/77 in cui si tratta, la manutenzione chiaramente si occupa di lavori di sostituzione valvole e imputa questi lavori a commesse di investimento. Quindi abbiamo un quadro completo, un quadro per il quale noi possiamo dire che è infondata l’opinione che la nota di formulazione del budget, diretta a tutti gli stabilimenti, probabilmente neanche allo stabilimento di Porto Marghera, ma comunque questa nota di formulazione di budget, documento non operativo, non è stato seguito a Porto Marghera, ed è questo quello che conta. I continui sforamenti sono una conferma che la politica di Favero a Porto Marghera non era seguita. Voi sapete benissimo, ma io non voglio intrattenervi su questo, se non su un dato, cioè che la manutenzione straordinaria è stata importantissima per il risanamento dei reparti del CVM, è stata fondamentale, e Bareato e Paolini ci hanno raccontato tutti i lavori. Ma per introdurre una considerazione che si adatta alla valutazione che dovrete fare voi giuridicamente mi è essenziale parlare soltanto un momento di uno degli interventi più importanti, quello delle valvole Tuflin. C’è un documento del 29 gennaio ‘75 allegato alla relazione Pascuon, Barzaghi si è impegnato - è un documento Montedison ovviamente - si è impegnato ad eseguire una ricerca di mercato in tutto il mondo, al fine di individuare i fornitori in grado di fornire valvole a soffietto delle caratteristiche da noi richieste nei tempi più brevi possibili. Bene, signori Giudici, è un documento di due giorni dopo, 31 gennaio ‘75, sempre allegato alla relazione Pascuon: "La Tuflin è disposta a migliorare le attuali condizioni dei rubinetti con...", e ci sono tutta una serie di cose tecniche che ovviamente vi risparmio. Si è detto dall’accusa che i rubinetti Tuflin erano sul mercato da anni, ed è vero. Ma qui c’è un chiaro riscontro per capire che la Tuflin si è rinnovata apposta per Montedison, per il problema di CVM nel ‘75, da come ha aggiunto il responsabile dei clorurati, che le Tuflin degli anni ‘60 non erano adatte al problema del CVM. Si è ancora detto da parte dell’accusa, quindi la Montedison si è rinnovata, ma l’accusa ha detto: "Non erano rubinetti Tuflin tipo 300, perché il professor Pascuon si è sbagliato e ha prodotto, proiettato un qualche cosa che è stato brevettato dopo". Vero, ma è confermato che Tuflin, e abbiamo acquisito gli schemi delle valvole, li abbiamo fatti vedere all’ingegner Paolini e abbiamo fatto apparire evidente come Tuflin effettivamente cambiò i disegni per Montedison, che venne fatto il (fair-self), che era una valvola a doppia tenuta con una terza tenuta a delta esterna aggiunta, le tre tenute. E non ce le ha confermate solo Paolini da come questa doppia tenuta con la delta terza aggiunta: ce le conferma anche un documento sindacale del 2 marzo ‘77, in cui vengono descritti tutti i lavori, interventi avvenuti al CV-24-25, e tra tutti i lavori, vedete il controllo delle perdite di CVM è stato realizzato in parte con modifiche tecniche dei materiali, sostituzione valvole a baderna con rubinetti a maschio a tenuta tripla. Documento 2 marzo ‘77. Allora, sono i sindacati che riconoscono la tripla tenuta realizzata nei rubinetti, sono i documenti Montedison che dimostrano la ricerca del mercato sulla migliore tecnologia di rubinetti effettuata nel mondo, e che dimostrano che i rubinetti scelti erano frutto di modifiche tecnologiche approntate per la prima volta in quel momento dal produttore su richiesta della nostra società. Poi ci hanno parlato delle valvole di fondo delle autoclavi modificate, della tenuta doppia delle macchine rotanti, e la tenuta doppia delle macchine rotanti è un dispositivo che è vero che c’era negli anni precedenti, ma è anche vero che è stato installato quando è subentrata l’emergenza CVM. E quindi quello che conta è che le tenute doppie fossero il meglio che la tecnologia offriva in quel periodo e non che ci fossero da prima dell’emergenza del problema CVM. Poi hanno parlato della rismaltatura delle autoclavi, hanno parlato della tenuta in marcia delle valvole delle pompe a 400 atmosfere, che sono state tenute in esercizio. C’era un problema anche qua tecnologico, c’era il problema tecnologico rappresentato dal far funzionare valvole a questa tremenda temperatura. Il problema tecnologico è che saltavano le valvole, non trovava una soluzione tecnica definitiva, ce l’ha detto l’ingegner Paolini a quei tempi, l’unico accorgimento era farle funzionare in continua manutenzione. E così è avvenuto. In questo quadro la manutenzione io direi appare, abbiamo parlato della manutenzione straordinaria, ma il discorso riguarda manutenzione straordinaria e manutenzione ordinaria, avvocato Bonaccorso, perché la manutenzione straordinaria pare rappresentare un punto fondamentale dell’impegno di Montedison, da un lato di realizzare un tempi brevi il risanamento degli impianti, dall’altro lato la manutenzione ha assunto il controllo responsabile della fabbrica. Ci sono le procedure che stabiliscono la completa bonifica, ma ci sono i lavoratori che sono venuti a dircelo. Un teste dell’accusa, Tofano Adamello, ha confermato che si "checkava" la tubatura interessata, nel verbale è scritto per errore "si cercava", ma che comunque si capisce, e si isolava la linea. C’era una procedura, c’era l’autorizzazione dell’esercizio, c’era la "checkatura" da parte dell’esercizio. Posso fare ancora un capitolo e poi chiedo magari cinque minuti per poi concludere le ultime parti. O se il Tribunale preferisce fare una pausa di cinque minuti adesso, per me è lo stesso. Dipende dalla sopportazione che il Tribunale ha. Allora, io queste ultime parti cercherò di contenerle al massimo, però dico che sicuramente ho più di un’ora.

Presidente: poi chi interviene?

Avvocato Beccaredda: dipende un po’ dalla possibilità di sopportazione del Tribunale e dal fatto di quando concluderò io, perché ci sarebbe stata la disponibilità credo dell’avvocato Gigli.

Presidente: però io vorrei sapere se per venerdì riusciamo a chiudere.

Avvocato Mucciarelli: il nostro programma sarebbe questo: venerdì comunque di chiudere con gli interventi della difesa Montedison sulla parte ambiente, sul secondo capo sostanzialmente.

Presidente: sì, però mi pare che allora vengano saltati alcuni interventi di quelli programmati, o no?

Avvocato Beccaredda: no, quelli generali.

Presidente: va bene. Allora facciamo adesso questi cinque minuti di intervallo, poi lei va fino alla fine. D’accordo? Ce la fa?

Avvocato Beccaredda: sì, sì, grazie.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Avvocato Beccaredda: grazie. Il Pubblico Ministero contesta agli imputati di non avere perseguito e realizzato quanto veniva chiesto nella relazione (FULC) e Università di Padova del ‘77, cioè l’intervento globale di risanamento degli impianti. Cioè, secondo il P.M., il risanamento da CVM non fu raggiunto nemmeno dopo l’indagine (FULC), dopo il ‘77. Questa difesa invece è convinta che il piano di risanamento da CVM aveva raggiunto i massimi livelli già nel ‘77, con l’introduzione delle colonne di stripping, ed è proprio, lo ha già proiettato il documento, io non lo devo proiettare, l’avvocato Accinni, il documento, c’è la FULC nazionale e regionale di Venezia che afferma in un documento agli atti, del 25 gennaio ‘95: "Per prevenire il contatto dei lavoratori dall’agente chimico e tutelare la popolazione, furono realizzate consistenti innovazioni tecnologiche che si completarono nel ‘77, per togliere il CVM dal ciclo di lavorazione e dal prodotto finito PVC e dalle emissioni in atmosfera". E’ la (FULC), fonte di accusa per il P.M., che dice che i lavori per allontanare il CVM dal ciclo di lavorazione - stiamo parlando del CVM - si completarono nel ‘77. Ma non basta, il dottor Magarotto della ULSS 36 nel documento 20/12/94 afferma che sia gli esperti dello studio epidemiologico, sia le fonti dell’azienda concordano nel collocare tra gli anni ‘75 e ‘77 la drastica riduzione del rischio relativamente a tutte le mansioni, e infatti aggiunge Magarotto: in quegli anni si concludono le più importanti opere di bonifica ambientali. Drastica diminuzione tra il ‘75 e il ‘77, documentata dai mezzi di monitoraggio ambientale. Prima di ogni crisi economica di Montedison, Signori Giudici, prima di ogni ricatto occupazionale che il Pubblico Ministero in discussione colloca a partire dal ‘78. Gli avvocati Battain e Duse nei primi anni ‘80. Ancora, nel luglio ‘77 il professor Zanelli, responsabile verifica impiantistica per la (FULC), nel redigere le sue conclusioni impiantistiche di carattere nazionale per tutti a Roma, dice: "Dove il Consiglio di fabbrica era forte la forza contrattuale dei lavoratori era grande ed erano stati ottenuti buoni risultati. E a Porto Marghera il consiglio di fabbrica era fortissimo". Le parole del promotore e membro nazionale tecnico dei lavori della (FULC) Tettamanti: "Quindi la filosofia di andare - sentito come teste - a tappare il buco con la migliore tecnologia, questo penso sia stato uno dei metodi più efficaci da noi adottati per ottenere risanamenti. E noi lo applicammo al CVM così come lo applicammo agli altri reparti della fabbrica, la migliore tecnologia, con dei risultati che io non ho tema di dire, perché lo sostenni, e l’ho sostenuto nei consigli di fabbrica, che quella fabbrica in meno di un decennio dal punto di vista ambientale la rovesciammo come un calzino". Francini: "Qual era il livello di esposizione degli impianti quando si discutevano queste cose? Cioè i lavori della (FULC) del ‘77? Sotto 1 ppm. E su che cosa fondava? - Gli è stato chiesto questa certezza. L’atteggiamento non era fideistico, perché il risultato non veniva dato da una persona ma da un’organizzazione complessa della quale facevo parte anch’io, era l’organizzazione complessa che veniva istruita dalla commissione ambiente, che doveva acquisire l’autocoscienza, l’autocoscienza dei lavoratori, l’autogestione". L’1 ppm era dato dall’autogestione ed era creduto. E’ difficile privare di attendibilità la parola di Tettamanti e Francini dell’istituzione di cui facevano parte, che è stata illustrata anche dal teste Moriani di Montefibre. Abbiamo visto come lavorava la Commissione ambiente, cioè un gruppo di tecnici che vigila per conto del sindacato sui piani di risanamento, abbiamo visto i famosi collage riguardanti ciascuno un gruppo di reparti, con indicati tutti gli interventi, e una serie di annotazioni a mano su ciascun intervento. Ad esempio abbiamo visto i collage dei reparti CV-6 e CV-24, mostrato al teste Tettamanti, vedete le annotazioni che sono fatte a margine di ogni intervento, e Tettamanti: "E’ scrittura mia questa, erano commenti sullo stato di risanamento raccolti, erano la sintesi in pratica, la sintesi estrema di quella che i lavoratori dell’assemblea del reparto a noi dicevano. Allora, a voce raccolta, a flocculazione, etc.. Allora, com’è? E’ a posto o non è a posto? - chiedevo - cosa dici e cosa non dici? E’ chiaro il modo con cui la Commissione ambiente riceveva in programma di risanamento per tutto lo stabilimento, lo divideva reparto per reparto e lo verificava con il contributo dei lavoratori". Su queste considerazioni e su queste importanti considerazioni, il Presidente ha ritenuto opportuno sapere cosa è stato fatto, e gli è stato detto dei lavori di risanamento e cosa non è stato fatto. Ha chiesto a Tettamanti: "Ci dica quello che ancora non era stato fatto", Tettamanti sta parlando del CV-6 e dice: "Numero 26, strippaggio del CVM all’esterno dell’autoclave mediante apposito circuito e recupero totale del monomero", era lo strippaggio con colonne all’esterno delle autoclavi, era tecnicamente impossibile, non era possibile per il CV-6, infatti è stato fatto solo per il CV-24 e il CV-14 e 16. Il corollario della risposta di Tettamanti è che i lavori chiesti sono stati realizzati nel limite del possibile della tecnologia. Si è utilizzata la migliore tecnologia - dice Tettamanti - per evitare che ci fossero buchi da dove il CVM potesse uscire. Ultima domanda importante fatta dal Presidente al sindacalista Francini: "Qual è stato l’atteggiamento del sindacato? In un certo senso di sorpresa, in questi impianti, dove c’era un rischio senz’altro più grosso, ma differito, quello di tumore, ci siamo trovati a discutere, a valutare soluzioni impiantistiche che erano già state proposte dall’azienda. Dalle altre parti, cioè degli altri casi, gli altri tipi di problemi, la soluzione impiantistica a volte l’abbiamo trovata noi della commissione ambiente, e questo perché? Perché evidentemente Montedison si è mossa in anticipo rispetto all’obbligo giuridico, ha iniziato, come abbiamo visto, nel 1973. Ma quello che conta per me evidenziarvi che un esperto sindacalista qui non rivendica come proprie le soluzioni impiantistiche, ci viene a dire che i sindacati rimasero sorpresi dall’azienda per tempestività, dice che è stata l’azienda a proporre i lavori e non loro, a differenza che è avvenuto in altri reparti. E’ evidente che qui è difficile sostenere che il teste non sia attendibile, non si può dire che Francini risponda così per difendere l’opera del sindacato, qui Francini dice che il sindacato fu preceduto dall’azienda, fu sorpreso dall’azienda. Come si può parlare di 437 del Codice Penale? Poi i sindacalisti sono stati sentiti sulla polverosità dei reparti, del CV-6, del CV-5/15 e hanno raccontato del piano di risanamento che è partito successivamente a quello completato nel ‘77, e che è stato realizzato negli anni successivi. Io dico subito, signori Giudici, che non parlerò della polverosità, né per quello che hanno detto i sindacalisti, né dei singoli reparti; per scrupolo di difesa depositerò comunque anche una trattazione relativa a queste parti. La parte medica della nostra difesa ha dimostrato che la polverosità specifica, quella da PVC, non ha come conseguenze delle malattie di origine professionale, non si può, non è provato che ci siano delle malattie di ordine professionale. La polverosità generica, che indubbiamente c’era e a cui Montedison riparò con un intervento, con dei piani di risanamento, è sicuramente una polverosità che non c’entra con il capo di imputazione, che riguarda le lavorazioni di CVM e PVC. Due temi importanti, su cui il sindacato ci ha dato un contributo rilevante, contributo processuale di Francini e Tettamanti, che sono nella commissione ambiente e nel consiglio di fabbrica, e che hanno partecipato a tutte le lotti sindacali degli anni ‘70, si deve estendere all’interpretazione delle piattaforme, delle richieste nelle piattaforme. Abbiamo già detto che quello che ci hanno descritto come il significato di facciata della piattaforma, delle richieste della piattaforma sindacale, lo stesso discorso deve essere fatto per il mac 0. Francini: "Cosa vuol dire 0? Sul piano matematico vuol dire una cosa che non c’è, non esiste, e quindi è 0 se l’impianto non c’è. In senso fisico 0 vuol dire e bisogna dire 0 virgola e quanti zeri dopo la virgola per dare una grandezza", noi dicemmo 0,9. Dato che non potevamo mica pronunciare 0,9, il significato di facciata, l’impatto emotivo non era lo stesso, forse qui è stata la nostra fregatura, dicemmo mac 0. 0 matematico non è il nulla, qui si cercava un valore determinabile come limite sicuro, 0,9, ma non si è detto 0,9, sempre perché il sindacalista deve preoccuparsi della facciata, di comunicare seccamente il messaggio all’opinione pubblica. Per poi raccogliere il risultato desiderato che era lo 0,9 ppm. Io ho trovato tra le carte processuali i documenti che confermano l’esistenza del mac cosiddetto 0, del mac tendente a 0, riunione CVM Roma, 9/10/75, documento sindacale 8/10/76 della (FULC). Ed anche Tettamanti ha confermato: "Nessuno si azzardava di pensare che l’impianto reale fosse 0, anche perché dal punto di vista così pratico lo 0 non significa nulla, la cosa era praticamente insostenibile. Perché nello stesso momento in cui questo lo devi andare a verificare con uno strumento, lo strumento avendo una sua sensibilità che è diversa da 0". E qui si inserisce l’argomento critico del Pubblico Ministero nei confronti del sindacato secondo cui i sindacalisti sarebbero stati dei creduloni, ingannati dall’azienda sul fatto che nel ‘74 gli strumenti fossero in grado di misurare soltanto fino a una parte per milione, cosicché non si sarebbe potuto pretendere di avere il Mac 0. E il P.M. cita a supporto Alongi. Ma Alongi ha parlato di limiti strumentali del gascromatografo in Italia e in America, negli anni ‘70 e prima parte anni ‘80. L’abbiamo già detto, in quel momento gli strumenti consentivano di misurare a 0,2 e 0,3 parti per milione fino a 25-30 parti per milione, c’erano dei limiti, l’ha confermato il professor Zanelli. Il sistema all’epoca aveva difetti per sensibilità di analisi alle concentrazioni basse che si desideravano - è la sua deposizione -. Quindi nel ‘74 il sindacato non è stato ingannato, ha adottato a ragione il criterio del cosiddetto mac 0, e nel dibattimento il contributo del sindacato, nel leggere e nell’interpretare le piattaforme, è fondamentale, è fondamentale anche per interpretare il senso delle segnalazioni della (FULC) in tema di lavoratori da trasferire ad altro reparto. Le 211 segnalazioni contenute nel documento prodotto dal dottor Casson all’udienza 26/5 e 19, di cui solo una percentuale limitata fu trasferita dal datore di lavoro Montedison ad altro reparto. In realtà, se è vero che la proposta dei medici di Padova sortì effetti circoscritti, in termini di spostamento di lavori, appariva illogico, anche prima di sentire Francini, che in proposito responsabilità potessero essere addebitate a Montedison. Era difficile ipotizzare che le organizzazioni sindacali, dopo aver richiesto e promosso l’indagine (FULC), solo loro, e partecipato alla sua realizzazione potessero accettare passivamente che l’azienda disattendesse in modo così eclatante le conclusioni dell’indagine stessa. Era molto più ragionevole invece pensare che si fosse verificata una diversità di vedute, un conflitto. La cosa più clamorosa - dice Francini -: fu lo scontro che ci fu all’interno della (FULC) con i medici di Padova che avevano fatto l’indagine, quando arrivammo alla fase finale, e sapevamo in molti il dibattito a Roma, per chi c’era stato aveva fatto la relazione, io fui informato sempre in modo preventivo dai medici di Padova che avrebbero chiesto un criterio automatico di spostamento, cioè tutte le persone che hanno parametri alterati da spostare dal posto di lavoro dove erano perché in quel posto si sono ammalati. Stop. Criterio generale per tutti. Dice: non ci fu la possibilità di concordare, come presentarono il criterio tutti spostati in massa, uno dei segretari della (FULC) insorse. Dunque, la richiesta dei medici di Padova è di spostamento di tutti, e lo ha detto anche il professor Saia. E’ una richiesta che suscita perplessità, signori Giudici, anche in una persona che fa parte del gruppo della (FULC). Il professor Foà che scrive, relatore della relazione medica al convegno di Roma, proprio del luglio ‘77 (FULC), e dice: "Ritiene che il trasferimento degli operai dagli impianti risanati può essere pericoloso. E’ quindi da valutare seriamente se lo spostamento - dice in generale, non parla di Porto Marghera - dall’impianto CVM e PVC all’interno di un’industria chimica non risulti di maggiore danno piuttosto che una misura preventiva, per operai già portatori per esempio di indici funzionali epatici alterati. La risposta a questo quesito dovrà essere data singolarmente impianto per impianto, dice nella relazione di Roma il professor Foà. E così Francini dice: "Noi chiedemmo e ci impegnavamo a presentare l’azienda alla richiesta di spostamento se persona per persona era motivata sul piano sanitario. Non poteva essere il discorso: l’ammalato se ne deve andare, perché i posti di lavoro molti li consideravano risanati". Ma Saia e i medici di Padova adottano questa soluzione, diciamo manichea. I professori di Padova insistono nella richiesta globale di spostamento, anche perché non riescono a dimostrare che là dove ci sono parametri alterati c’è una particolare esposizione del singolo a CVM, non ci riescono ed allora dicono tutti. Non riescono a fare la correlazione, come non era riuscito il dottor Giudice, non riuscirà il dottor Giudice, radunando tutti i documenti degli esposti dello stabilimento, come non riusciranno Munarin e Magarotto nello studio sugli ex esposti. Montedison ed Enichem dell’89. I medici di Padova presentano la sollecitazione al trasferimento automatico, ma nello stesso tempo c’è il dissenso del sindacato. Il sindacato chiede la valutazione caso per caso, e quindi è soddisfatto della soluzione caso per caso che autonomamente faceva e fa la direzione della Montedison. E che Montedison decida degli spostamenti, lo si può desumere dalla scheda anche dell’elenco segnalati (FULC), redatta e prodotta dal Pubblico Ministero. Dell’elenco di 211 segnalati da trasferire risultano 50 già allontanati da Montedison, prima della segnalazione della (FULC), altri, certo non tutti, però altri risultano essere trasferiti dopo la segnalazione della (FULC). E poi io a memoria dico anche che questo elenco dei trasferimenti non si ferma qui. Altri ancora sono stati trasferiti dall’azienda. Tutti ci ricordiamo il caso del caporeparto CV-14-16, Dino Corò, non è segnalato nei 211 della (FULC), ma sappiamo che è stato trasferito per motivi di salute da Montedison, perché ce l’ha detto lui nella trascrizione del 18/4/2000. Quindi altri risultano essere comunque stati trasferiti. L’accusa insiste lo stesso, nonostante questa spiegazione che ritengo che sia decisiva, e imposta il discorso sugli operai segnalati come inidonei da Giudice, dice che una parte di operai segnalati come inidonei dal servizio di fabbrica interno allo stabilimento non furono trasferiti ad altra funzione. Però Giudice ha detto: "Cioè quando mi risulta che l’esposizione a cloruro di vinile ormai non c’è più, perché così dicono le indagini, e io ci devo credere, a questo punto io segnalo il fatto, però non è che dopo mi dia troppo da fare perché venga spostato da un punto in cui rischio non c’è". Bisogna fare attenzione a queste parole, "io a quel punto segnalo il fatto, però non c’è più il rischio, non mi do più troppo da fare", il dottor Giudice non insisteva per il trasferimento, dopo che aveva verificato l’avvenuto risanamento specifico del luogo di lavoro, e siamo in quegli anni, negli anni in cui c’era il risanamento dei reparti. Dunque, anche questa discrepanza di dati: trasferimenti chiesti e trasferimenti ottenuti, non significa necessariamente superficialità e imprudenza, ma è dovuta proprio alla necessaria valutazione del caso singolo nei diversi aspetti, è dovuta al fatto che la situazione ambientale in tutti i reparti era migliorata fino ad arrivare a 1 ppm, e che i reparti indicati in passato come particolarmente nocivi erano stati bonificati. Signori Giudici, il capitolo delle procedure di sicurezza, così importanti per ottenere quei risultati che vi ho descritto dal punto di vista delle emissioni di CVM nell’ambiente di lavoro, è un capitolo variegato. Io ve lo esporrò adesso sinteticamente, troverete comunque una espressione di tutte le procedure con le indicazioni delle testimonianze dei lavoratori e la sostanza di queste procedure di sicurezza che sono le misure che Montedison, una volta percepita la problematica di cancerogenicità dell’uomo, effettivamente doveva attuare e modificare con la collaborazione degli addetti all’attività produttiva, capi reparto in testa a tutti, e il sindacalista Francini ci ha detto che la modifica delle procedure partì immediatamente, prima delle notizie Goodrich Una serie di interventi fatti da Montedison in via preventiva nel ‘73. Ricordiamoci quella procedura del gennaio ‘74, da 500 ppm a 50 ppm di massimo. Dunque, l’approccio alla modifica delle procedure di Montedison è immediato, risulta più che tempestivo rispetto alle conoscenze di Montedison. E la modifica prosegue dopo le notizie Goodrich con risultati radicali e decisivi, confermati anche da chi aveva dato, contribuito a dare un quadro molto pesante ed anche attendibile degli anni in cui sempre lavorava il CVM senza saperne i pericoli. Dino Corò, caporeparto del CV-14/16 fino al ‘75. "Ad ogni modo a partire da una certa data noi abbiamo cominciato a lavorare diversamente, cioè con lo stesso impianto - non c’erano ancora le modifiche impiantistiche, e difatti sono stati fatti passi avanti perché sono stati chiusi serbatoi, non è stata più pulita l’autoclave come si faceva prima, ma si è richiusa. Si è cominciato a degasare, insomma abbiamo fatto grossi passi cambiando le procedure di esercizio, perché quando abbiamo inserito il gascromatografo si è cominciato a vedere la differenza. Quindi non c’è neanche paragone dal prima a dopo..."... Non c’è neanche paragone dal prima a dopo, ce lo dice un teste ritenuto ben attendibile dall’accusa, che tra l’altro dopo aver lasciato la carica di caporeparto nel ‘75 si dedica proprio a redigere il nuovo manuale operativo delle procedure. Calcatelli ci ha detto delle procedure più delicate, la procedura che riguardava l’apertura dei reattori e la procedura consequenziale che riguardava la pulizia nelle autoclavi. Sono due momenti connessi tra loro, perché la seconda procedura all’entrata in autoclave presuppone l’espletamento corretto della prima, l’apertura del boccaporto. Momenti delicati in cui le procedure sono state rivoluzionate per essere più protetti. L’apertura del boccaporto, c’è stata data la visione cruda del prima e del dopo condotta quando l’autoclave era vuota veniva degasata con l’acqua una mezz’ora, quaranta minuti, dipende, poi la tenevamo sottovuoto sempre, che stabilivamo se eravamo a posto perché sottovuoto veniva fatta col vapore. Vengono descritte e memorizzate dai lavoratori tutta una serie di operazioni sottovuoto, l’emissione dell’acqua calda, gli eiettori a vapore, abbiamo visto i risultati degli eiettori a vapore. Il convogliamento a gasometro del CVM proveniente dalla bonifica, e il lavaggio ad alta pressione con (l’Anciam). Le procedure del prima e le procedure del dopo. Veniamo alla procedura di entrata in autoclave con la dovuta sintesi. Ovviamente presupponeva un corretto svolgimento della procedura di apertura del boccaporto, ovviamente era migliorata come situazione quando era stato introdotto il lavaggio dall’esterno, ma altrettanto ovviamente rimaneva un lavoro delicato, quello dell’entrata dell’autoclave. E abbiamo visto come la situazione era diversa nei tre reparti, che paradossalmente il reparto nel quale... perché qui le strategie dei capi reparto con i tecnologi erano mosse su due direzioni: uno quello di limitare e di eliminare, se possibile, l’entrata in autoclave, la seconda strategia era quella comunque di permettere un’entrata in autoclave se proprio doverosa, con tutte le precauzioni necessarie. Dicevo che nel reparto più delicato dove il lavaggio delle autoclavi era quello più laborioso, anche più lungo e più duraturo, abbiamo visto, l’ha detto, il professor Pulitanò, come attraverso due tipi di interventi nelle procedure studiate dal caporeparto Martinello che è stato caporeparto fino al ‘79 del CV-6, si è riusciti, sia attraverso una diversa considerazione ai fini della produzione di questi tipi di sporcature delle autoclavi, sia soprattutto attraverso lo smontaggio dei tronchetti dall’esterno delle autoclavi dalla pulitura dell’esterno, ad evitare l’ingresso in autoclavi. L’ingresso in autoclavi è evitato, lo dicono tutti i lavoratori, o quasi tutti, sono citati nella mia discussione tutti i riferimenti, c’è una procedura che è una procedura del ‘77 che dice che non si entra più in autoclave, ve l’ha già fatta vedere o ne ha già parlato il professor Pulitanò alla scorsa udienza. Però concludo sul discorso della non entrata. La non entrata nel CV-14-16 si riesce a raggiungere, anche qua, si riesce a raggiungere un po’ dopo, la descrive il caporeparto Barina, parla del (cicloesanone) nelle autoclavi, parla del ‘77 e del ‘78, e il contenuto della testimonianza è confermato dal lavoratore Zagagnini, che allora veniva pulita con il (cicloesanone), dopo 8, 10, 15 cariche l’autoclave. Il reparto più nuovo, il reparto con autoclavi per rismaltate, quello che fino a tardi, fino alla seconda metà degli anni ‘80 non ha una soluzione definitiva, si riducono le entrate in autoclave, non si riesce a evitare l’entrata in autoclave. Però tutti i lavoratori che hanno parlato dell’entrata in autoclave hanno dato atto che l’entrata avveniva con determinate procedure, e hanno confermato quelle procedure che sono indicate in quel documento lì del 77, per il CV-6 lì nel 77 non si entrava più in autoclave, ma negli altri reparti è descritta minuziosamente la procedura. Il Pubblico Ministero potrebbe dire: ma questa era una procedura del 77, il periodo delicato è antecedente. Ma i documenti noi non li abbiamo tutti, signori Giudici, purtroppo, e non li abbiamo tutti perché sono passati tanti anni. Ma noi abbiamo un documento dell’8 gennaio 74, pensate, 8 gennaio 74, prima di Goodrich. E a Montefibre, che il Pubblico Ministero ha descritto, c’è scritto qua Gruppo Montedison, ma ha descritto una pertinenza di Montedison, e abbiamo visto prima come Montefibre adotta i limiti di Montedison. C’è una procedura dell’8 gennaio 74 in cui è prevista l’analisi dell’atmosfera all’interno dell’apparecchiatura per rilevare eventuali tracce di monomero, verifica eseguita dal servizio sicurezza, la prova che erano fatte subito. Ce l’hanno detto i lavoratori, i lavoratori ci hanno detto che prima si faceva con il cerca-fughe e poi con il gascromatografo la verifica, e la verifica col tempo viene sempre più perfezionata, perfezionata secondo le indicazioni che sono contenute anche nella procedura che vedete a margine. Tutte le testimonianze e le indicazioni testimoniali sono che i lavoratori, che ovviamente rappresentano la realtà di come erano le cose, sono allegate alla bozza che depositerò tra due giorni della mia discussione. E c’è la procedura dell’allarme. Ma concludendo, voglio dire una cosa per una rilevanza giuridica del fatto, la procedura di autoclave, il professor Pulitanò ha detto, in astratto, potrebbe essere l’entrata in autoclave uno dei comportamenti idonei in qualche maniera a porre un problema di 437. Ora possiamo affermare che nei tre reparti di polimerizzazione i caporeparto con i tecnologi avevano concentrato l’attenzione per adottare tutti gli accorgimenti che evitassero o minimizzassero l’entrata in autoclave. E comunque potessero consigliare all’operaio che doveva entrare un’autoclave priva di CVM in valori significativi, che in particolare il gascromatografo e il cerca-fughe erano strumento preziosi per rendere su sicure le procedure di entrata, che era da tutti particolarmente avvertita la pericolosità dell’operazione di entrata dell’autoclave, soprattutto signori Giudici, tra coloro che come squadra dovevano fare tale operazione, quei Cecconello e Renzo Corò che entravano nelle autoclavi come squadra, il che si traduceva in un rispetto delle procedure da parte di questi signori. Questa continua ricerca della maggiore ricerca possibile, dei capi reparto, dei tecnologi, dell’entrata in autoclave appare antitetica al dolo dell’articolo 437, alla coscienza e volontà di omettere le cautele. Dicevo, la procedura di allarme. Molti operai sono stati sentiti dal Pubblico Ministero e dalle altre parti, la reazione all’allarme è stata in genere spiegata come un’attivazione del reparto, per individuare ed eliminare la fuga. Quando suonava il gascromatografo si andava a vedere dove c’era la fuga, Ceolin, e così condotta: "Corò. Quando suonava la sirena dell’allarme cosa succedeva materialmente, - chiede il P.M. - lei cosa faceva? Si doveva andare fuori ed allontanarsi?", e ha detto: "Noi addetti al CV-24 - lui lavava le autoclavi - noi addetti al CV-24, addetti ai lavaggi venivamo fuori dalle autoclavi e ci allontanavamo, mentre gli altri facevano le operazioni di pronto intervento". Il P.M. chiede: "Cioè quelli del reparto stavano lì? A volte succedeva che dovevano restare, a volte si allontanavano anche loro". Cosa ne traiamo da queste deposizioni dei lavoratori? La procedura di allarme era conosciuta da tutto il reparto, al suono dell’allarme c’era un’attivazione nel senso di verificare il gascromatografo e individuare la fuga col cerca-fughe. Che l’abbandono del reparto da parte degli operativi del reparto era un fatto raro, dovuto a gravi problemi dell’impianto. E se noi verifichiamo la stessa procedura del 77, nella parte alta, vediamo che c’è una situazione corrispondente, l’allontanamento... non c’è ancora la legge qui dei gascromatografi, ma c’è scritto che l’allontanamento del personale extra-reparto c’è quando suona l’allarme - quello che diceva Renzo Corò - l’evacuazione della sola zona di reparto invece se alla battuta del cromatografo successiva all’allarme, l’inquinamento è costante in aumento. Infine, l’evacuazione del reparto, come estrema soluzione vi è descritta, per casi di fughe massicce di CVM. Quindi l’allontanamento dal reparto era raro anche nella procedura. Ma l’argomento dell’allarme porta con sé quello del non utilizzo delle maschere. Durante l’esame dei testi si è indugiato a lungo per evidenziare che durante questa fase raramente i dipendenti si mettevano le maschere. Ebbene questa dimostrazione, in questo senso e in questi limiti è riuscita l’accusa. La maschera veniva usata di rado. Anche questo terreno però trova pronta un’argomentazione difensiva: l’utilizzo della maschera è raro, però avveniva quando effettivamente ce n’era una necessità. Si ricordino signori Giudici e signori del Tribunale, che tra i pochi testi che hanno parlato di utilizzo di maschere frequente c’erano i due che guarda caso facevano parte della squadretta che puliva le autoclavi all’interno. Cecconello, 19/4/2000, e Renzo Corò, 9/6/2000. Al CV-24 io sono andato lì per lavare le autoclavi, però mi mettevo la maschera quando entravo, e era un teste del Pubblico Ministero. E questo perché certe lavorazioni esponevano ad un alto rischio che altre non avevano, lo stesso rischio grave in presenza del quale gli operai venivano allontanati dal reparto, che capitava molto raramente. Quindi in certi casi, in certi casi specifici. Questo però non vuol dire che le maschere che non venivano usate ordinariamente non fossero a disposizione per tutti, la maschera è uno strumento di emergenza che doveva esserci, ma meno veniva usata più era segno che l’ambiente di lavoro non era a rischio di CVM. E’ la posizione del sindacato, noi siamo sempre, dice Francini, stati contrari all’uso delle maschere - dottrina della Commissione ambiente del Petrolchimico. Perché? Perché le condizioni ordinarie devono essere in assenza dell’agente rischio, perché se invece si supplisce a questo con un sistema di protezione c’è il rischio o dell’assuefazione o del rigetto. E’ una posizione che è recepita anche dalla giurisprudenza di Cassazione, l’imprenditore deve modificare impianti e procedure e non sarebbe lecito addossare sui lavoratori uno strumento che limita ed affatica la libera respirazione nell’aria, cui essi hanno diritto. La maschera è usata eccezionalmente quando il rischio era ineliminabile. Ecco perché dei casi Cecconello e Renzo Corò. E le maschere c’erano. Ci sono documenti su un variegato sistema di maschere che ci sono dal 71 in poi, ma documenti specifici, comincia ad esserci un documento del 12 gennaio ‘73, prima dell’emergenza CVM, in cui si dice che tutto il personale per i gas tossici e nocivi sarà dotato di mezzi protettivi. Però c’è poi l’emergenza CVM successiva, e noi vediamo che in quel documento, premessa alle norme operative per il cloruro di vinile del 12/5/75, dove viene detto che l’obiettivo che si è cercato di raggiungere nello stendere alle presenti norme operative quello di impostare l’esercizio degli impianti in modo da salvaguardare nel modo più rigoroso la salute del personale, con riferimento specifico alla pagina in cui viene trattato il problema delle maschere, si dice: nelle aree controllate è ammesso l’ingresso di personale autorizzato munito di mezzi protettivi. Siamo nel 1975, prima della direttiva CEE. E i lavoratori ci hanno detto che avevano le maschere, che avevano a disposizione le maschere, che tutti i lavoratori dei reparti avevano le maschere, Perazzolo Natalino del CV-6; Orlandin Giuseppe del PAS; Calcatelli del CV-14-16; Casagrande del Cv-10-11; Biasiolo Luca del CV-5-15, ovviamente in questo caso era una mascherina anti-polvere. Le maschere erano a disposizione e c’erano studi per renderle concretamente sopportabili al lavoratore. Ci sono delle riunioni, signori Giudici, una riunione CVM tenutasi il 9/10/74, in cui si parla di trovare i tipi più idonei da impiegare per i reparti di PVC. La situazione è stata esaminata prevedendo l’impiego dei mezzi produttivi in particolare, all’interno delle autoclavi, all’interno del reparto in caso di emergenza per l’effettuazione dei lavori di manutenzione e di riparazione, rimane confermato che le maschere si usano in caso di emergenza, nei casi di Cecconello e di Corò che le usavano. Ma l’accusa insiste e dice: comunque le maschere erano poco utilizzate e quindi non avete curato che i lavoratori usassero tutti i mezzi necessari di protezione individuale. A mio modesto avviso, questa contestazione ha un fondamento giuridico solo se il datore di lavoro non ha preteso l’utilizzo della maschera in presenza di un’emergenza e se soprattutto non ha sensibilizzato le maestranze sulla necessità di utilizzo delle maschere in tali casi, che in situazioni di emergenza la direzione stabilimento promuovesse l’uso della maschera è provato testimonialmente da queste testimonianze che abbiamo citato, che facesse opera di sensibilizzazione è anche questo provato documentalmente. C’è una lettera, ad esempio del 15 luglio del 1980, Dimp passa a Dimp Porto Marghera, ed altre fabbriche, sull’impiego di mezzi protettivi individuali, gli stabilimenti dovranno realizzare una particolare azione di sensibilizzazione di controllo, coinvolgere i responsabili di funzione, diffondere tramite affissione agli albi di fabbrica, un avviso al personale - avviso al personale - effettuare specifiche riunioni di reparto, aggiornare eventualmente le disposizioni sull’uso dei mezzi personali di protezione, diffonderlo a tutto il personale, adottare lettere di contestazione e diffida, le azioni dovranno essere preventivamente portate a conoscenza del Consiglio di fabbrica, non è vero che Montedison non facesse nulla, per esigere l’utilizzo dei mezzi di protezione personale nei casi eccezionali, in cui bisognava farvi ricorso. Montedison si preoccupava che in questi casi, fosse fatto utilizzo ed anche se Montedison sapeva che questo era uno solo, e non il più prezioso, degli strumenti per tutelare i lavoratori dagli impianti CVM e PVC. Un ultimo intervento per la parte CVM e PVC e poi un capitolo sulla parte ambientale che comunque sarà breve. Capitolo finale della parte del CVM sono gli interventi ma ovviamente io non parlerò degli interventi, perché ne hanno parlato i consulenti tecnici, però voglio dare una rapidissima visione di flash su quello che è stato contestato in requisitoria, più che altro dall’accusa, le contestazioni su impianti che riguardano secondo noi, la contestazione d’accusa, quindi gli impianti di produzione CVM e di produzione di PVC. E’ stato sulla produzione di CVM, che si sono mosse delle contestazioni di accusa, la Pubblica accusa ed altre parti civili, alcune parti civili, hanno sostenuto che questi impianti, non fossero impianti di produzione del cloruro di vinile monomero, a ciclo aperto, non solo..., scusate, hanno detto non solo fossero a ciclo aperto, ma fossero anche sprovvisti di tutte le sicurezze. Cioè l’accusa, dopo un processo, complesso, in cui si è appurato quale era la caratteristica generale degli impianti di cloruro di vinile monomero e che si è appurato effettivamente che gli impianti di produzione del CVM erano meno pericolosi di quelli di PVC, perché il ciclo era un ciclo continuo, non si entrava, non si è mai sentito che si entrava negli impianti di CVM, il problema era l’entrata degli impianti di PVC, delle autoclavi, erano impianti a ciclo continuo e erano impianti situati all’aperto ma il ciclo dell’impianto era continuo, era chiuso. Ora che si dica che fossero impianti a ciclo aperto, non è assolutamente vero, non è sostenibile, né tecnicamente né in qualsiasi altra maniera. Che si dica che erano sprovvisti di tutte le sicurezze, come il CV22 - 23 e che fossero quindi impianti nati nuovi - nati vecchi - perché era stato fatto nel 1972, non è corrispondente a verità, perché l’affermazione si basa, dice l’accusa, su una commessa del 31 dicembre del 1973, che riguarda l’installazione di alcune e non di tutte le sicurezze, alcune sicurezze, ben determinate, riguardanti i forni di cracking dell’impianto di cloruro di vinile. Nulla di generale, quindi non tutte le sicurezze e nulla che riguardi il problema dell’emissione di CVM nell’ambiente di lavoro, il problema di cui ci si viene ad occupare in questo processo. Quindi queste contestazioni sono infondate, la realtà che è emersa processualmente nell’istruttoria dibattimentale è che questi impianti avessero un problema, essendo proprio impianti a ciclo chiuso, avessero il problema, una volta scoperta la cancerogenicità del CVM, di evitare, rotture, perdite del ciclo continuo, quindi grossi problemi erano il montaggio delle valvole nuove e delle tenute che è stato detto, è stato riferito dai testi, essere avvenuto tempestivamente sia per i reparti CV22 - 23, sia CV10 - 11. E l’istruttoria dibattimentale ha verificato attraverso la testimonianza dell’ingegner (D’Accame), capogruppo di questi impianti, anche come questi impianti, fossero in linea dei migliori produttori mondiali, perché da come partecipava alle riunioni dei più grandi produttori di CVM negli Stati Uniti, comunque sicuramente eravamo come gli altri, ha detto (D’Accame). Invece gli impianti di produzione di PVC a ciclo discontinuo, in cui era ineliminabile l’apertura delle autoclavi, furono veramente rivoltati come un calzino, c’erano molte difficoltà per superare e rendere possibile il piano di risanamento. Ma i testi ci hanno descritto questo risanamento e soprattutto i lavoratori di cui io adesso, non dico, hanno dato atto, per ogni reparto, di quello che fu il risanamento. Il teste Carraro per il CV6, per il CV24, il lavoratore Ferro, ha ammesso che ci fu la drastica riduzione delle perdite dopo modifiche impiantistiche e procedurali, la tempistica degli interventi, è stata ricordata da Corò, insomma, vengono indicati anche tutti i riferimenti dei testi che hanno indicato le modifiche impiantistiche e i risultati negli impianti di PVC. E da come per il CVM, anche il responsabile degli impianti di PVC, non era tenuto a Porto Marghera nel suo guscio senza nessuna possibilità di contatto con gli altri produttori di PVC, veniva mandato a verificare gli altri impianti. Nel 1977, ha avuto l’incarico di seguire una serie di test (Run) che erano stati concordati tra i produttori di PVC, in Italia, con esclusione della Solvay... quindi c’era (l’Anic), la (Fire) e la Rumianca, e ha verificato che le colonne di strippaggio c’erano solo a Montedison. Non parlo quindi degli impianti, anche se per scrupolo di difesa, ho scritto qualcosa e ho messo tutti i riferimenti, non parlo degli impianti CV5 - 15, non parlo del magazzino PVC, rimando a queste note, anche per gli altri impianti minori ed anche per quanto riguarda le cooperative dei lavoratori. Invece mi preme sempre nello spirito di rispondere al Pubblico Ministero, considerare ancora una volta che il Pubblico Ministero, appunta la sua critica non sulla sostanza del piano di risanamento sui risultati e sugli interventi impiantistici ma su documenti generali di Montedison Milano, che tra l’altro sono documenti che sono indirizzati a Marghera, ma sono indirizzati anche a tutti gli altri impianti. Mi riferisco al documento 24 novembre del 1975, indirizzato anche a Marghera, a firma Grassi, famoso documento che è breve, quindi ve lo leggo: "Essendo in corso trattative con diverse ditte estere per l’acquisizione di know-how più aggiornati, vi preghiamo di congelare gli studi e le esecuzioni dei lavori. Resta inteso che gli obiettivi a suo tempo fissati, restano inalterati, ragione per cui, variando solo le scelte tecniche, per raggiungerli, in sede di trattativa sindacale, il vecchio elenco lavori mantiene la sua validità". Il Pubblico Ministero, ha posto l’attenzione sul congelamento, io pongo l’attenzione sul fatto che gli obiettivi restano inalterati. Cosa dice la Dimp in questa lettera: "Stiamo trattando la migliore tecnologia esistente sul mercato, abbiamo i contatti con i know-how più aggiornati, di conseguenza gli studi e le opere dell’elenco devono essere sospesi provvisoriamente con l’intesa che comunque l’obbligazione di risultato, presa con i sindacati per un mac tendente a zero, per tutta una serie di interventi impiantistici, permane nella sua integralità, al massimo cambia la tecnologia". L’accusa, invece utilizza questo documento, discostandosi dal suo significato letterale, radicalizzando la crisi economica di Montedison trasforma il congelamento in una immobilizzazione definitiva di una parte di lavori che ritiene in maniera abbastanza immotivata necessari per risolvere il problema ambientale del CVM. E parla ancora di occultamento della situazione al sindacato. Ma l’occultamento è impossibile, noi abbiamo compreso quanto alta fosse la coscienza di fabbrica a Porto Marghera. Io Signori Giudice, ho visto i giornali dei primi mesi del 1974, dell’Unità, ogni giorno c’era un articolo su Porto Marghera, ogni giorno, i lavoratori, le loro lotte, le lotte dei sindacati, i sindacati per Marghera. Marghera era un punto in cui il sindacato era potentissimo in tutta Italia, lo stabilimento più politicizzato e organizzato in Italia. Ora vogliamo credere che con quei poteri che aveva di verifica dei lavori, se veramente c’era stata una immobilizzazione dei lavori di risanamento tutto lo stabilimento non sarebbe insorto? Si rivoltava lo stabilimento di Porto Marghera, ma poi quei lavori abbiamo saputo che sono stati fatti, ce l’ha detto il responsabile degli impianti PVC, (Di Bacchetta): "Sì, i lavori sono stati tutti fatti", gli sono stati fatti vedere uno ad uno, lui è andato via nel 1977. Sono stati fatti e se c’è mai stato un congelamento perché non possiamo dirlo se c’è stato non è provato a Porto Marghera che ci sia stato, il documento si riferiva a tutti gli stabilimenti, per ottenere qualche know-how aggiornato che poteva benissimo venire, sappiamo di tutti know-how, delle Tuflin, delle colonne di stripping, dei lavatori; questo fatto comunque non ha influito sulla realizzazione e sulla tempestività dei lavori. Infine l’allegato al documento Grassi, proprio quello che abbiamo parlato adesso, segnala un documento utile alla difesa, nella misura in cui allega, la descrizione all’estate..., questo documento è dell’estate del 1975, lo si vede dai programmi di lavori, è un documento che allega come all’estate del 1975, tutti i lavori del primo step, del piano di risanamento, o quasi tutti i lavori, vedete sulla parte destra, "In esercizio - in esercizio - in esercizio...". Ma allora che senso hanno le obiezioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, che dicono che non si sono realizzati lavori nel 1975 e che la caduta del gascromatografo è un fatto assolutamente dovuto alla strumentazione. Ultimo appunto accusatorio, o almeno di quelli che ho rimarcato è la vicenda dei lavatori a pressione. Secondo l’accusa i risultati, però di alcuni interventi, furono inferiori a quelli attesi, ed è vero, ma in realtà la non fortuna di questo intervento, si deve collegare, signori Giudici, ad un argomento di fortissima valenza difensiva. Voi vedete noi siamo nel dicembre del 1973 - gennaio del 1974, tutte le fabbriche del mondo, si rendono conto che inizia una corsa contro il tempo. Per Montedison, in particolare per la Montedison di Porto Marghera, bisogna andare per il mondo e cercare di rinvenire in tempo reale i ritrovati più efficaci, per prevenire i danni ai lavoratori. Sennonché la tecnologia mondiale, non è sufficientemente preparata all’evento dirompente della notizia Goodrich. Se si vuole abbattere il livello delle esposizioni lavorative, bisogna cogliere sul mercato prodotti nuovi o quasi nuovi. Montedison sa che la strada è quella di agire con urgenza, l’urgenza è di acquisire urgenza di brevetti e di macchinari e di installare le macchine. E l’urgenza di acquistare brevetti e le macchine, la si vede in questa autorizzazione divisionale di investimento, che è relativa all’installazione di uno dei tanti lavoratori. "La presente richiesta trova giustificazione nella decisione della società, di estendere con urgenza, a tutti i reparti CPV della divisione il lavaggio ad alta pressione, considerando a riguardo l’esperienza della società Goodrich dalla quale è stato acquistato il know-how e nella consapevolezza che non era possibile introdurre gradualmente dopo sperimentazione tale tecnica per ragioni di tempo" c’è l’urgenza e la consapevolezza che non è possibile introdurre la sperimentazione e l’introduzione graduale dell’esercizio dei macchinari, perciò ci si affida all’unico know-how esistente sul mercato che consenta il lavaggio a pressione a 400 atmosfere, ci si affida alla sperimentazione di una grande società americana, quella che forse è stato colta meno di sorpresa, di fronte al problema anche perché l’ha scoperto. E noi vediamo che l’urgenza contraddistingue tutte le fasi di questa trattativa dei lavoratori, Bigi - dice Nicolis - aveva sempre fretta, c’era da correre con (Bigi). La fretta di Bigi nel trattare e nel fare realizzare gli interventi, risulta anche dalla testimonianza dell’ingegnere (Marco Aldi), che fu mandato in America, per acquisire le colonne di strippaggio, la fretta di Bigi, di Montedison sortisce anche effetti parzialmente difformi rispetto alle aspettative. Con la sperimentazione ci si rende conto che il funzionamento dei lavoratori a 400 Atm., era difficile perché saltavano le valvole, tanto che per tenerle in funzione, con grandi fatiche, si ricorre alla manutenzione. Ma la fretta di Bigi, ricorre, sortisce anche effetti positivi, autenticamente al servizio della salute dei lavoratori, tempestivi. I lavatori, comunque una parte di lavatori, fin dal 1974, sono in esercizio, sortisce l’effetto che poi i lavatori, grazie alla manutenzione, sono stati tenuti in esercizio, fino a che non si sono realizzati altri accorgimenti, ben più efficaci. Sortisce l’effetto che le colonne di strippaggio, nell’estate del 1976, erano in esercizio, con il risultato di un’utilizzazione il più possibile tempestiva per prevenire danni alla salute e sortisce tantissimi altri effetti positivi, come l’acquisto delle valvole a tripla tenuta. La fretta di Bigi, a tutela della salute dei lavoratori, trafigge anche la burocrazia Montedison la trafila delle autorizzazioni per approvare i lavori. Montevecchi ha detto che per i lavori più urgenti, prima dell’autorizzazione della commessa, Milano anticipava un ordine, un numero sul quale potevi iniziare subito a fare le spese. Un esempio, ma ne abbiamo dati diversi, lettera del marzo del 1974, 15 marzo, da Milano a Marghera: "Facendo seguito al nostro telex del 18 febbraio - cioè di un mese prima - 1974, vi confermiamo che sono stati autorizzati i lavori relativi alle vostre richieste, pertanto vi invitiamo a proseguire i lavori". Cosa vuol dire? Con il telex si anticipano i lavori, poi si autorizza la commessa e si conferma e si invita a proseguire i lavori, sono le commesse ambientali. E’ la conferma che le commesse ambientali venivano realizzate attraverso un telex che ne anticipava l’esecuzione prima dell’approvazione della commessa. Tutto depone per un canale preferenziale che favoriva in Montedison, tutto quanto concerne l’ambiente di lavoro, l’ecologia e la sicurezza. Non è vero quello che ha sostenuto l’accusa che le commesse per essere approvare dovessero necessariamente avere un ritorno economico. Se voi avete la pazienza di vedere gli allegati 1), alla relazione Pascuon, ci sono tutte le commesse e vedrete che una parte grossa rilevante dei lavori, è senza ritorno economico. Io vi segnalo: "Commessa relativa alla realizzazione del primo gascromatografo - l’ho già citata - non esiste - c’è scritto nella relazione tecnica - una convenienza economica, la modifica in funzione di un miglior controllo dell’igiene dell’ambiente di lavoro". E’ una frasi ricorrente, possiamo a questo punto trarre delle conclusioni generali sulle commesse di investimento dei piani di risanamento. Il quadro che emerge, appare incompatibile alla prospettazione, sia pure generale, della fattispecie dolosa dell’articolo 437 Codice Penale, perché ovviamente non tutti questi comportamenti potrebbero comunque rilevare neanche da un punto di vista obiettivo, è stato chiarito, anche dal professor Pulitanò, dal professor Padovani..., ho un po’ di amnesia. Come si può affermare che i dirigenti Montedison, una volta individuate delle apparecchiature abbisognevoli di schermatura, per la tutela della salute dei lavoratori da CVM - è il disposto della norma - abbiano deciso di non agire. Come è compatibile con l’elemento psicologico di questo gravissimo reato, la frenesia del piano di risanamento Montedison. Come sono compatibili i risultati ottenuti? Erano commesse che prescindevano da un ritorno economico e che erano fatte con straordinaria urgenza, non può essere messa in discussione la tempestività della ricerca dei brevetti e dei fornitori sul mercato mondiale e l’attuazione degli interventi attraverso procedure semplificate che anticipavano l’esecuzione delle opere. Ho l’ultimo argomento, sarò sintetico, anche perché potrò delegare..., questo è un argomento che riguarda il secondo capo di imputazione, signori Giudici, quindi per una questione di continuità, anticipo quello che è il tema dell’ambiente. La condotta di cui al secondo capo di imputazione, per quanto riguarda gli imputati Montedison va dal 1970 fino al 1988. E’ quindi questo il periodo che diviene decisivo per verificare se ci sia stato - e in caso positivo in che termini di disvalore - un comportamento giuridicamente riprovevole dei dirigenti Montedison. Le date hanno una spiegazione più o meno razionale o quanto meno la spiegazione che gli abbiamo dato è che il 1970 è la data d’inizio delle condotte degli imputati anche del primo capo di imputazione, il Pubblico Ministero, ha ritenuto evidentemente che anche per il secondo le date coincidessero. L’88, è l’anno in cui il Petrolchimico, viene affidato alla gestione Enimont quindi il Petrolchimico, non appartiene più alla gestione di Montefibre, e però è un lungo parametro temporale, ‘70 - ‘88, in cui deve essere verificata la condotta e questa condotta deve essere fatta, questa verifica - come ha accennato il professor Padovani - deve fatta in riferimento a quella che nel corso del tempo, è stata la cornice legislativa, in materia di ambiente e in riferimento a quella che era allora, la sensibilità sociale per l’ambiente, ne parlerà anche il professor (Panagia). La colpa generica e specifica in relazione alla violazione del parametro normativo e consuetudinario. Per questo in questa visione di flash degli interventi, dei comportamenti Montedison ho ritenuto opportuno dividere il grosso periodo in dei sotto-periodi, che bisogna tenere, secondo me, nettamente separati e distinti, perché in ogni periodo il soggetto agente, poteva e doveva ricorrere all’adozione di distinte regole di condotta. E c’è un periodo che è il 1970 - 1973 che è senza legislazione, senza legislazione nazionale e regionale, poi ci sarà la Legge di Venezia, la Legge Merli, entrambe sulle acque e poi ci sarà la Legge dei rifiuti solidi dell’82. Eppure in questo periodo, Signori Giudici, in cui la sensibilità per l’ambiente del legislatore e dell’autorità amministrativa e della collettività manca, e in cui vedremo che la tecnologia, accenneremo che la tecnologia degli impianti di depurazione è povera, alle prime armi, noi vediamo che a Porto Marghera, succede qualcosa di nuovo, c’è il nuovo Petrolchimico, iniziano nel 1971, ad operare tutta una serie di impianti di produzione, CV22 - 23 - 24 - 25, il nuovo clorosoda, (cracking-dimetilene), impianti nuovi con tecnologie nuove, straniere, impianti diversi, anche dal punto di vista dell’impatto ambientale e di questo accenneremo alle diversità tra il nuovo e il vecchio clorosoda. E sempre in questo periodo, però - e questo conta di più - contraddistinto dal vuoto legislativo, sorgono i primi impianti di depurazione, c’è il primo inceneritore di sottoprodotti clorurati, il primo inceneritore di residui provenienti dal TDI, il depuratore biologico del cracking, le vasche di neutralizzazione delle acque reflue, tutti ubicati nel nuovo Petrolchimico. Non c’è un disinteresse di Montedison per l’ambiente, ci sono dei segnali nel senso di un’inversione di tendenza, rispetto al disinteresse degli anni Cinquanta e Sessanta e questo anche se la legislazione ambientale è totalmente carente. Ricordate che anche un teste d’accusa, sicuramente, come l’ingegner Gavagnin ce l’ha ricordato, ha accennato alla situazione del 1970 - 1972, riguardante l’avvio del Petrolchimico, nuovi impianti sorti allora, nuovi impianti nei quali in quel momento una svolta determinante nella gestione degli impianti è stata determinata dal movimento sindacale. E’ chiaro che il problema rifiuti industriali, ha avuto un’evoluzione, un’articolazione nel corso degli anni che si sono succeduti. Quindi c’è un cambiamento grazie alla mutata sensibilità, grazie alla costruzione di nuovi impianti, grazie alla costituzione del servizio protezione ambiente e sicurezza dello stabilimento, grazie alla coscienza di fabbrica raggiunta dei lavoratori con l’impulso del sindacato. Accenno in questo periodo solo a un impianto, l’impianto di incenerimento di sottoprodotti clorurati organici, ultimato, secondo tutte le risultanze nel 1972 e si tratta di un impianto nuovo tecnologicamente, nella pubblicazione dell’88 di Azzani si parla della prima realizzazione del genere in Europa. Esso è servito come banco di prova, per definire tutte le modifiche e migliorie per la realizzazione della seconda unità, costruita alcuni anni dopo. Ora se il dottor Carrara, si è soffermato criticamente su alcune osservazioni contenute nelle note del rapporto Tecneco, per problemi di manutenzione, dovuti a corrosioni, l’impianto viene fermato 4 - 6 volte all’anno, per la durata di 15 giorni, questi osservazioni Tecneco, queste valutazioni critiche di (Carrara), trovano una spiegazione che è plausibile nella novità e difficoltà di introdurre per la prima volta in Europa una tecnologia che trattava prodotti fortemente corrosivi. Vi ha detto chi l’ha costruito, (Mason), che ha chiesto spiegazioni di tutti i soldi che spendevano per fare questi impianti, e (Mozzana) da Milano gli ha detto: "Lei deve sapere che l’unica ditta che abbiamo trovato, che si è impegnata ad affrontare questo problema, quindi bisogna collaborare, si tratta di un prototipo, un qualcosa che dobbiamo perfezionare". Una tecnologia nuova, Montedison non voleva incenerire i clorurati, evidentemente in alto mare, con i battelli, voleva come (Azzani) riferiva nella sua pubblicazione generica, un incenerimento all’aria, con dispersione nell’aria e voleva evitare di immetterli nei suoli. Montedison non si disinteressava dell’ambiente, l’impianto rappresentava un’evoluzione tecnologica rispetto al passato perché prevedeva un riciclo. E’ stato spiegato, sia dell’acido muriatico ed acido cloridrico, solo per sottolineare che concetti molto moderni, allora singolarmente sono presenti in questo impianto. L’inceneritore è stato messo sotto accusa per il pericolo di provocare lo sviluppo di diossine e di micro-inquinanti e il teste Mason a questo proposito, ci ha detto che dal 1972, le temperatura del CS 28 erano altissime, ed avevano un (quance) rapidissimo, il che vuol dire che il rischio diossina, sulla base delle conoscenze, era assolutamente minimo. Conoscenze che non c’erano nel 1972, che ci sono state successivamente, ma questo vuol dire che l’impianto già allora, era impostato in questa maniera. Vi do nella nota che produco, tutti i riferimenti, delle verifiche che sono state fatte da autorità pubbliche e autorità interne e laboratori di Pavia e che hanno riscontrato assenza di diossine. Un flash sull’ipotesi sostenuta dal consulente, per chiudere il discorso delle peci clorurate che poi venivano incenerite in questi due inceneritori, l’impianto viene completato nel 1977, con un altro inceneritore, di clorurati, il dottor Ferrari, per l’accusa, ha sostenuto che quando non c’erano ancora gli impianti di incenerimento clorurati - quindi sembrerebbe prima del 1972 - sarebbe stata realizzata da Montedison un’attività di smaltimento di tali sostanze, tramite autobotti, anche nel canale nord e Brentella, canali notevolmente distanti dal Petrolchimico. Così veniva dal consulente del Pubblico Ministero, giustificato il riscontro dell’alto livello di diossina, trovato nei sedimenti di quei canali. Questi fatti probabilmente sono fuori dal capo di imputazione, antecedenti a quelli contestati, ma questa difesa, ha interesse a respingere questa contestazione che tende a fare delle Petrolchimico la causa di tutti gli inquinamenti di tutti i mali della Laguna. Ebbene, come ha detto il professor Stella, la tesi del dottor Ferrari, non è suffragata nemmeno da un barlume di indizio, anzi da tutto l’imponente materiale cartaceo, acquisito dal Tribunale, anche grazie alle produzioni del Pubblico Ministero, affiora chiaramente una prova negativa, che ha tutti gli inconvenienti della prova negativa, però è una prova negativa e cioè che Montedison prima della costruzione degli impianti di incenerimento, stoccava..., o stoccava i rifiuti in fusti nelle adiacenze del reparto - ne ha parlato il teste Mazzolin - ovvero l’interrava in discarica, prima delle Leggi sulle discariche. E a proposito delle peci, è più volte è emerso il nome "Discarica Moranzani". Così nel censimento tanto utilizzato dall’accusa, delle industrie di Porto Marghera edizione ‘78 che si riferisce al ‘76, si legge nella voce "Rifiuti solidi" "Peci clorurate e residui solidi di alto bollenti, destinazione Discarica Moranzani". Certamente le peci alla discarica Moranzani, arrivavano tramite le autobotti, quelle su cui il Pubblico Ministero, ha sentito i testi, ma Moranzani, mai in un canale, figuriamoci nel canale Brentella, non c’è un elemento nemmeno di indizio. Questa è in sintesi la situazione nel sotto-periodo ‘70 - ‘73 poi c’è il periodo ‘73 - ‘81 che è Legge di Venezia. La Legge di Venezia prescrive la costruzione degli impianti di depurazione reflui liquidi e quindi il 1973, per Montedison apre un nuovo periodo nella tutela dell’ambiente, perché Montedison non aspetta le proroghe, si dà subito da fare. Mason dice che lo chiamò, o meglio dice direttore tecnico l’ingegner Bigi onnipresente, mi chiamò dicendo: "Qui bisogna lasciar perdere altre commesse di investimento e dedicarsi in maniera totale a questo problema". Siamo all’inizio del 1973, signori Giudici, ritroviamo qui il nome di Bigi, l’uomo che si era battuto per ottenere il meglio della tecnologia mondiale per quanto riguarda il controllo dell’emissione di CVM l’uomo che voleva bruciare i tempi per tutelare la salute dei lavoratori, e quindi anche l’uomo che voleva tutelare l’ambiente, senza essere condizionato dai costi. L’uomo che in quel momento aveva la responsabilità degli interventi tre mastodontiche operazioni, si propone Bigi e realizza. Prima il monitoraggio degli scarichi, tutti gli scarichi devono essere monitorati, specie quelli del vecchio Petrolchimico. Secondo il collettamento di tutti gli scarichi, al grande impianto di depurazione biologica, tramite vasche di rilancio e soprattutto quella vasca baricentrica che è collocata nel vecchio Petrolchimico e che poi porta tutte le acque del vecchio Petrolchimico all’impianto di depurazione biologica. Vasca baricentrica che non è degli anni Ottanta, come ha sostenuto il Pubblico Ministero, ma è del 1976, come si trae anche dagli atti del collaudo dell’impianto biologico. Questa è la seconda operazione, e la terza sono i 12 progetti di costruzione di imponenti opere dal biologico al trattamento acque mercurose alle acque clorurate. Sono progetti che sono trasfusi già in quel famoso programma di investimenti 1973 - 1975, per il miglioramento delle condizioni ambientali di sicurezza di Porto Marghera, dove c’erano anche i primi interventi prima di Goodrich sul problema CVM. Sono documenti che sono pubblicizzati subito ai sindacati, nel 1973, l’ha confermato Francini, Montedison, si impegna e dell’imponenza del progetto dei costi e del risultato, dà atto un documento molto posteriore, un documento non di Montedison, della nuova gestione ENI, che valorizza l’immenso sforzo fatto da Montedison per depurare le acque, in osservanza della Legge di Venezia, della Legge Merli. Vengono indicati i costi, vengono indicati i risultati. Qui sugli impianti, io rimando all’esposizione che è contenuta qui, da un punto di vista tecnico, limitatamente alle mie competenze, segnalando che l’impianto biologico è un impianto complessissimo, come abbiamo acquisito dalla portata di acque, a tutti i reparti che mandano nell’impianto biologico, ma soprattutto rispondendo alla contestazione che fa il Pubblico Ministero, che un po’ fa parte di quel solito discorso ricorrente, dice: "L’impianto biologico poteva essere fatto 20 anni prima". Ora Signori Giudici, noi abbiamo sentito il teste Mason, abbiamo a che fare con un impianto che nel 1975, perché l’impianto viene finito nel 1977, ma viene realizzato, ci vogliono dei tempi, nel periodo della progettazione, obbliga le strutture tecniche dello stabilimento a ricercare necessariamente all’estero, le migliori tecnologie del settore con cui confrontarsi, in Italia non ci sono, ce l’ha spiegato. E’ il capo commessa Mason in Italia c’era il biologico del cracking della Montedison che era piccolissimo..., piccolo insomma, e un altro impianto piccolissimo, come quello della Airon sempre a Porto Marghera, poi c’erano un ammasso di impianti civili, per di più fatti da gente incompetente, devono andare in Germania, devono andare a vedere tutti gli impianti biologici e ne trovano solo uno che può avere le caratteristiche di portata di acque che è quello della Bayer di Leverkusen che è un impianto misto e Montedison rapporta la costruzione del nuovo biologico ai successi ed agli insuccessi dell’esperienza tedesca, i tedeschi non incenerivano i rifiuti biologici, non incenerendo i rifiuti biologici, si creavano dei problemi ambientali, li pressavano e li portavano a discarica, ma allora le discariche, erano un problema. C’era un problema grosso ambientale e Montedison persegue la strada dell’incenerimento. Ed ancora in questo senso c’è un documento dell’ingegner Bigi, che ci conferma nel 1975 che Montedison si preoccupava a fondo dell’ecologia. Milano gli propone la strada di valutare la discarica controllata, Bigi risponde che l’argomento della discarica controllata è indubbiamente suggestivo e dice soprattutto che vada vista in prospettiva piuttosto che in alternativa all’incenerimento da noi prospettato nell’(ADI) del nuovo biologico. "Siamo dell’opinione tuttavia che nel caso nostro, si debba procedere con la massima urgenza a realizzare la sezione incenerimento del nuovo biologico dal momento che - e precisa - ci sono problemi ambientali - parla di implicazioni ambientali - sia per la movimentazione dei fanghi all’interno dello stabilimento, sia all’esterno dello stabilimento. Questo importante documento che è del 1975, sottolineo le date e l’importanza degli anni Settanta, sono due i messaggi. Primo percorrere certamente la strada della verifica delle soluzioni della discarica ma verificarlo, insistere per l’incenerimento, non rinunciare, perché la soluzione, si parla di soluzione ecologicamente più sicura. Viene fatta la verifica di cui al primo punto, vanno a Musile, ci va proprio Mason - il teste - e come il Tribunale ha già saputo trova che nel verbale di sopralluogo si dice che un problema non ha ancora una soluzione, siamo a Treviso, tra l’altro dove ci sono delle falde, e abbiamo saputo che ci sono delle falde, molto - molto importanti. Montedison non manderà i fanghi, non inquinerà le falde, che poi metteranno sotto procedimento questa discarica. Infine, Montedison certamente si dirà: "Voi inquinavate però negli stessi periodi del Katanga, e in altri siti...", però questo non credo che è vero, questo però non può contraddire la circostanza che già da quell’epoca la società in assenza di una legislazione sui rifiuti, perseguiva una politica ambientale volta a non inquinare le falde, le falde a Musile che c’erano. Volta a cercare di affrancarsi, progressivamente purtroppo dalla consuetudine deprecabile ma non giuridicamente sanzionata come diceva il professor Padovani della discarica non controllata. E il secondo punto della lettera di Bigi, è che l’inceneritore si deve fare e si fanno due inceneritori a Porto Marghera, proprio per risolvere il problema che c’era per l’incenerimento clorurati delle fermate per manutenzione. Si fa anche questo. Anche di questo impianto, indicherò ed allegherò alla mia discussione le prove che sono state fatte in epoca successiva da autorità pubblica, sulla presenza di diossine e di IPA, e che hanno dato esiti negativi in entrambi casi, sia prove ufficiali, sia prove dico esterne, di enti pubblici, sia prove interne, di laboratori privati. E c’è l’ultimo problema di cui vorrei parlare, perché su questo si è puntata la critica dell’accusa. Tra gli impianti di trattamento delle acque, c’è l’impianto di demercurizzazione. Nel processo si è parlato molto della scelta a monte di questo impianto di demercurizzazione, cioè la decisione della società che portò, nel 1971 Montedison..., nel 1970, a realizzare e nel 1971 a costruire un impianto di clorosoda a celle di mercurio, nel nuovo Petrolchimico, facendo chiudere il vecchio impianto. Ma il Tribunale sa tutto delle tecnologie, vorrei ribadire un attimo i punti. Il dottor Rabitti dice, nell’ultima relazione: "Gli attuali impianti di clorosoda, sono stati invece avviati nel 1971 dalla Montedison", per un’ironia della sorte, proprio nel momento in cui in Giappone veniva vietato questo tipo di impianto, qui si provvedeva al raddoppio del clorosoda, proprio con quel tipo di impianto. Ci sono delle verità e delle inesattezza, mischiate in questa affermazione. Innanzitutto è vero che dal 1972, in Giappone dopo Minamata era stata vietata la costruzione di nuovi impianti a celle di mercurio, ma non è affatto vero che tali impianti nel 1972, fossero stati banditi con effetti immediati, lo ammette lo stesso dottor Rabitti. L’ultimo degli impianti con celle a mercurio, è stato chiuso nell’86. In secondo luogo l’impianto del nuovo clorosoda di Montedison è stato completato nel 1971, quando non c’era nemmeno la decisione governativa giapponese e soprattutto il nuovo clorosoda, non ha raddoppiato la produzione, ma sostituito un impianto tecnologicamente non più all’avanguardia ecologicamente con i tempi. La nuova tecnologia dell’S23 ce la dice il dottor Rabitti, che si cambiano gli anodi, non sono più anodi in grafite, ma sono anodi al titanio e Pascuon ci ha spiegato l’inconveniente delle celle a grafite, che la grafite si consumava, bisognava fermare tutto, scaricare, vuotare, pulire con problemi di inquinamento. Abbiamo preso atto che il clorosoda nuovo, aveva una tecnologia finora evoluta, lo dicono anche i consulenti dell’accusa, ma dobbiamo comprendere se la tecnologia a cella di mercurio, sia pure modificate per ridurre le emissioni, era nel 1971 - e negli anni a venire - una tecnologia superata, una tecnologia colpevolmente adottata per fini economici da Montedison e colpevolmente mantenuta durante la gestione di Montefibre. Diciamo che il quadro tecnologico mondiale, è nel senso negativo a questa domanda, indica ancora l’impianto clorosoda a celle mercurio, come quello di maggiore realizzazione nei paesi evoluti. L’applicazione tecnologica generalmente praticata, come richiede la giurisprudenza della Corte Costituzionale di Cassazione. Il quadro ecologico fino alla seconda metà degli Anni Ottanta, non ha visto funzionare efficacemente gli impianti di clorosoda con cella a membrana. E questo nonostante sia vero, che la novità tecnologica delle celle a membrana, non riferita ad applicazioni industriali, si faccia risalire alla prima metà degli Anni Settanta, come conferma lo scritto del professor Pascuon 1994 citato dal Pubblico Ministero, ma questo dato storico, non rileva, giuridicamente l’ho detto all’inizio del mio intervento, perché noi sappiamo che la giurisprudenza costituzionale coerentemente afferma che l’imprenditore si deve uniformare non al patrimonio di conoscenza del settore ma allo standard di produzione industriale, di applicazione industriale, e non c’era negli Anni Settanta. Quindi è vero che gli impianti con celle a membrana, erano gli impianti più ecologici. Non dimentichiamo che cioè c’era l’alternativa da tanto tempo, di quelle a diaframma che erano di amianto e erano probabilmente più pericolosi di quelli a mercurio, ma gli impianti con cella a membrana avevano dei problemi di perfezionamento e ci sono stati spiegati. Ci sono dei documenti che sono stati prodotti dalla consulenza ambientale, tecnica, del professor Pascuon, un documento del 1978 che parla di membrane a scambio cationico sono ancora in corso di evoluzione. C’è un documento prodotto dal Pubblico Ministero del 1978 della Diamond Shemrock e contestato al professor Pascuon che però non parla di applicazioni industriali, parla di progetti attivi e l’accusa non ha provato che questi progetti attivi si sono realizzati e quando. Ma non basta, ancora un documento dell’81, si parla di tecnologia a membrana tuttora in fase di ulteriore avanzamento e il professor Pascuon ci ha ben spiegato quale era il problema. Ed allora possiamo concludere: chiarito che la nuova tecnologia, si dovette perfezionare negli Anni Ottanta, rimarco questi dati che sono incontrovertibili, credo che anche l’accusa sia d’accordo su queste conclusioni. Primo dato: la situazione negli Stati Uniti d’America, paese leader della tecnologia chimica. Il primo impianto industriale per la produzione di clorosoda, con cella a membrana è dell’83, risulta da numerosa documentazione. Negli Stati Uniti nell’83 e nell’89 negli Stati Uniti ci sono solo 7 impianti a membrana, con più di 30 diaframma ad amianto e 20 a mercurio nell’89; questo è il primo dato, gli Stati Uniti. Secondo dato: la situazione in Europa Occidentale. Come risulta dalla pubblicazione dell’allegato E24 - 6, della relazione Pascuon all’86 erano in funzione solo 10 impianti a membrana nell’86, su 100 installati, 75 a mercurio. Terzo dato: è vero che il Giappone per effetto di finanziamenti governativi, nell’86 erano stati eliminati gli impianti con cella a mercurio, ma è anche vero che rimaneva una parte considerevole di impianti con cella a diaframma, a base di amianto nell’86. Quarto dato: il primo impianto in Italia con celle a mercurio è a Selmini nell’86. Cosa evidenziano questi dati? Che nel 1971 Montedison non aveva alcun obbligo giuridico di costruire un impianto diverso da quello con celle a mercurio, che peraltro aveva l’obbligo giuridico di realizzare tale opera con la migliore tecnologia costituita dagli anodi al titanio cosa che avvenne e negli anni Ottanta era tutt’altro che diffusa in Italia, in Europa Occidentale, Stati Uniti la tecnologia a membrana ancora in corso di perfezionamento su scala industriale. Le tecnologie applicate quasi totalmente erano celle a mercurio e celle a diaframma. Quindi Montefibre non doveva cambiare impianto, perché la migliore tecnologia, non aveva permesso di testare, su base industriare le celle a membrana. E poi se proprio vogliamo spostarci, è l’86, la data ricorrente, in cui c’è un minimo cambiamento della situazione, il comportamento di Montedison non è censurabile nemmeno con riferimento a quella piccola parte che è ancora contenuta temporaneamente nel contestazioni di accusa, seconda parte metà degli anni Ottanta dopo l’86 se si riflette su un altro elemento fondamentale, Montedison nel 1976, ha realizzato un sofisticato impianto di demercurizzazione con (Tiurea), e Rabitti, ci dice nella sua ultima relazione che tutto il processo di demercurizzazione, con i filtri a sabbia e carbone attivo, consente di avere un contenuto di mercurio in uscita dal depuratore inferiore a 2 microgrammi/litro meno di 0, 5 chilogrammi all’anno di reflui di mercurio in Laguna, la caduta delle emissioni in Laguna. E i risultati tra l’altro sono stati documentati da questa difesa, con le produzioni di bollettini del 1978 e dell’82 che confermano che l’emissione in Laguna, poteva scendere già allora ad un microgrammo/litro e che comunque era nel limite della Legge di Venezia, 0,005 mg/lt, comunque quantità irrisorie, sempre minori di mercurio in Italia, e questo a partire dal 1976, Signori Giudici, non come sostengono i consulenti Rabitti e Mara dall’82, la data dei collaudi. Se voi vi leggerete i collaudi vedrete che i collaudi erano esattamente dei documenti che erano in funzione di una nuova Legge che consentiva una parte, una piccola parte dell’opera da usufruire di un finanziamento sulla base delle Leggi, e venivano fatti ai fini di usufruire quel finanziamento, ma descrivevano impianti che si erano realizzati dal 1973 all’81. Questo atto di collaudo, in sostanza nell’82, dà atto che l’impianto è stato iniziato nel 1974 ed è finito del marzo del 1976 e poi dice: "Visto che Montefibre S.p.A., ha presentato domanda di contributo in conto capitale per realizzazione di impianti di depurazione, la Giunta regionale ha approvato il riparto dei contributi da concedere, tutto ciò premesso si precisa che il progetto è un collaudo ai fini di avere questo particolare finanziamento". Non sposta la data del funzionamento dell’impianto di demercurizzazione che peraltro, da altri documenti risulta chiaramente nel 1976. Abbiamo completato il periodo 1973 - 1981. Poi c’è un periodo che parte dall’81 e che significa adeguamento alla Legge sui rifiuti. Un periodo di cui parlerà essenzialmente l’avvocato Gigli che parlerà dopo di me e si occuperà di discariche, è un periodo che mi consente, però già di dire che il dato testimoniale e il dato documentale, quindi dato testimoniale, dei testi Gavagnin, Pavinato e il dato documentale delle singole discariche, è nel senso che la domanda del Collegio, se nell’83, periodo in cui si attuava la Legge sui rifiuti, è entrata in funzione nel dicembre del 1982, in quel periodo non c’erano più discariche abusive. C’erano delle richieste di autorizzazione allo stoccaggio provvisorio, regolarmente autorizzate dalla Regione, non c’erano più né il Katanga, né il Dogaletto e né le altre discariche. Questo periodo che quindi ha un cambiamento radicale, descritto da Gavagnin, una considerazione a quell’evoluzione che aveva descritto Gavagnin teste di accusa, a una modifica ulteriore negli anni ‘81 - ‘82 - ‘83, si completa nell’87, con l’ultima fase del comportamento Montefibre in tema di rifiuti, è la data in cui Gavagnin ha parlato di sensibilità dell’imprenditore che è partita nel corso della prima tappa, 1971, nuovo Petrolchimico, la seconda tappa è l’82, in cui terminano le discariche abusive, Ceolin il perito Ceolin subentra al geometra De Fanis nella gestione dei rifiuti e la terza è l’87, che coincide con i piani di bonifica delle discariche. E’ così che Montefibre incarica nell’88, Gavagnin della messa in sicurezza della discarica Dogaletto che verrà messa in sicurezza. In immediata successione incarica Gavagnin nella messa in sicurezza della discarica Malpaga, cosa che poi si realizzerà, incarica successivamente Gavagnin degli studi e monitoraggi per la bonifica dell’area 31 - 32 e del canale Lusor e Brentelle, è oggettivo che in poco tempo vengono toccati magari su sollecitazioni delle autorità o di privati, ma vengono comunque toccati da Montefibre, i problemi più rilevanti che riguardano periodi passati e vengono operati investimenti nelle operazioni che poi daranno risultati per Malpaga e Dogaletto e non per gli altri siti, ma questo comunque non dipenderà dalla gestione Montedison. Anche di questa nuova sensibilità, il Tribunale dovrà tenere conto nel valutare se il comportamento di Montedison sia stato colpevole, sensibilità che non poteva ragionevolmente pretendersi avulsa dalla consuetudine e dalla legislazione dell’epoca vigente sensibilità che ha consentito a Montedison di adeguarsi anche alla legislazione sulle acque e sui rifiuti. Io ringrazio il Tribunale della pazienza, non concludo, perché sulla posizione del dottor Diaz, anche se anch’io preannuncio una conclusione in un certo senso ma concluderà il professor Carboni, quindi ho concluso. Grazie.

Presidente: grazie a lei. Ci vediamo venerdì per gli ultimi interventi pre-feriali.

 

RINVIO AL 13 LUGLIO 2001

 

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