UDIENZA DEL 12 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

REPLICA DIFENSORI

 

AVV. POZZAN - BOSCOLO RIZZO - SCHIESARO - GALLO - 

CHINAGLIA - PICOTTI - SFORZI - ZAFFALON - PARTESOTTI - 

GHEZZO- SCATTURIN

 

REPLICA PUBBLICO MINISTERO

 

Presidente: procede all’appello.

 

Avvocato Dinoia: signor Presidente, chiedo scusa. Volevo sollevare una questione, Presidente, in relazione alle riserve formulate dal Pubblico Ministero alla scorsa udienza. Il Pubblico Ministero aveva fatto delle riserve sugli argomenti che non avrebbe trattato oralmente in sede di replica e per le quali aveva fatto rinvio ad una memoria scritta. A domanda dell’avvocato Cesari se questa memoria potevamo averla entro lunedì è stato risposto che non era in grado di farlo, quindi credo che la situazione che si venga a creare sarebbe questa: c’è una parte di replica del Pubblico Ministero non sviluppata. In altre parole, la replica del Pubblico Ministero non sarebbe completata. Non è pensabile quindi che la difesa possa intervenire con una sua replica a metà della replica del Pubblico Ministero. Su alcuni argomenti quindi il Pubblico Ministero comunque avrebbe l’ultima parola, perché verrebbe depositata la memoria dopo l’intervenuta replica della difesa. Mi sembra che questo contrasti con quella norma, 523 se ricordo bene, che prescrive a pena di nullità che sia la difesa ad avere l’ultima parola. La soluzione può essere, ferme queste premesse, può essere duplice. O viene dichiarata irricevibile dal Tribunale una memoria che contenga argomenti non svolti in sede di replica, oppure l’alternativa è un rinvio della replica delle difese a dopo il deposito della memoria. Grazie.

 

Presidente: sentiamo il Pubblico Ministero su questa obiezione che è stata fatta.

 

Pubblico Ministero: innanzitutto volevo dire che la replica non è conclusa perché sulla parte delle posizioni personali devo ancora intervenire, come è noto anche perché gli interventi delle difese sulle posizioni personali sono di questi giorni di ottobre, e proprio l’altro ieri c’è stato l’ultimo intervento. In secondo luogo una memoria ex articolo 121 può essere sempre depositata fino all’ultima udienza, questo quindi supererebbe qualsiasi obiezione. Il problema è stato posto già l’altra volta ed io ho risposto che materialmente non ero in grado: materialmente vuol dire mettere insieme le carte, dargli un ordine e depositarle, questo vuol dire, perché sulle risposte e sulle repliche se io ho il tempo sono in grado di trattare tutte le questioni. Il discorso del deposito delle memorie per la difesa, per le parti civili e per il Pubblico Ministero è identico, fino all’ultima udienza le memorie possono essere depositate. Tra l’altro non mi risulta che debbano parlare lunedì le difese, dovrebbero parlare il 16 e il 19, domani è sabato, poi è domenica, io domani non ci sono, domenica non ci sono quindi torno lunedì, non so cosa fare, il 121 questo dice.

 

Avvocato Schiesaro: il problema è identico anche per noi, Presidente: noi depositeremo delle memorie credo lunedì.

 

Pubblico Ministero: come faranno anche le difese, perché non hanno mica depositato tutte le memorie.

 

Presidente: però adesso io vi pregherei di questo. Avete già depositato memorie. La replica è nient’altro che una puntualizzazione per cercare di incontrare gli argomenti contrari, tanto per intendersi, dovrebbe essere questo. Allora non serve ad integrare, diciamo così, o le requisitorie o le arringhe, etc. etc.. Quindi io davvero vi pregherei invece di non depositare un profluvio di memorie, abbiamo già le vostre arringhe che sono scritte, perché vengono trascritte immediatamente, abbiamo già quelle di ieri l’altro, quindi che cosa serve poi ulteriormente metterle in bella copia in memorie, etc.... Quello che non si deve fare a questo punto è aggiungere dei documenti, e semmai, se uno proprio vuole mettere in bella copia quello che qui ha detto, lo può fare però mantenendosi entro i limiti di quello che sono state argomentazioni svolte nella requisitoria orale, non è che si debba aggiungere altro. Comunque il limite, visto che lunedì sarà, io voglio sperare, l’ultima udienza, ma che si esaurirà nella primissima mattinata perché poi dobbiamo organizzare il trasferimento di tutta la documentazione nella Camera di Consiglio, tanto per intenderci, allora l’ultimo termine per depositare le memorie sarà venerdì, in maniera che tutti i lunedì abbiamo ben presente quello che è stato depositato.

 

Avvocato Dinoia: Presidente, forse c’è una settimana di differenza.

 

Presidente: va bene, sì, sì, nel senso che questo era il lunedì o il venerdì per l’accusa, perché voi dovete incominciare a parlare e a replicare eventualmente martedì, tanto per intenderci. L’ultimo termine anche per le difese sarebbe il lunedì successivo per quanto riguarda il deposito delle memorie in maniera che tutti abbiano presente quello che c’è depositato l’ultima udienza e possono controllare quindi se è stato depositato qualcosa in eccesso rispetto a quello che è ricevibile, va bene, in maniera che ci fosse essere un ulteriore controllo da parte di tutti.

 

Avvocato Schiesaro: venerdì 19, per essere chiari.

 

Avvocato Dinoia: per le difese venerdì 19.

 

Presidente: mi scusi un attimo, se le difese devono intervenire in replica alle argomentazioni vostre hanno bisogno le difese di avere, io non so... se vi limitate nelle memorie a semplicemente mettere in bella copia... ma allora venerdì sono già pronte, questo venerdì intendo dire, oggi in effetti. Ormai sono disorientato nel tempo, è un processo in cui i tempi ormai sono... Io davvero non vedo questa grande esigenza di memorie, tanto per intenderci.

 

Avvocato Garbisi: Presidente, mi scusi, a proposito di depositi. Non è un documento, è un’integrazione. Nella nota spese per un errore, nelle spese esenti per la Regione Veneto c’era stata una dimenticanza sulle spese di consulenza: depositerei l’integrazione.

 

Presidente: io quello che trovo davvero assurdo, scusatemi, davvero, e paradossale, è che dopo tre anni e mezzo ancora, o forse di più si abbiano ancora delle carte da depositare, dei documenti. Basta, è chiuso, siamo in sede di replica.

 

Pubblico Ministero: Presidente, per la parte che mi riguarda non è un discorso di depositare documenti nuovi di chissà dove, il discorso è riferito in maniera specifica, come è stato precisato nella prima parte della replica, riguarda le risposte specifiche agli interventi dei difensori degli imputati sia prima della pausa estiva sia ad ottobre, e ci sono delle note di risposta specifiche, avvocato per avvocato, consulente per consulente delle difese, viene indicata la pagina, viene indicato il giorno e vengono indicate le memorie. A parte il fatto che alcune di queste memorie devono ancora depositarle i difensori degli imputati e quindi non posso replicare su queste, ma su quelle depositate fino all’altro ieri ci sarà una risposta di questo tipo, non tirando fuori chissà che cosa, rispondendo avvocato per avvocato, pagina per pagina, quindi non sono... Questa è la replica e questo credo che possa essere consentito...

 

Avvocato Dinoia: questa si chiama replica.

 

Pubblico Ministero: infatti questa è la replica, questo credo che possa essere consentito fino all’ultimo giorno di udienza, perché quando depositano una memoria l’altro ieri l’hanno depositata, materialmente bisogna avere il tempo di leggerla e di scrivere. Siccome un’altra memoria per quattro o cinque, o tre o quattro imputati, non mi ricordo quanti sono, deve ancora essere depositata, è ovvio che oggi non si può depositare. Tra l’altro oggi non è ancora finita la replica, così è purtroppo. D’altra parte, per ragioni di tempo ho fatto un invio specifico. Se non sono repliche è ovvio che non possono essere considerate... non so che cosa.

 

Presidente: va bene, allora il Tribunale per quanto concerne le memorie del Pubblico Ministero e delle parti civili pone il termine di lunedì 15 ottobre, per quanto concerne le memorie delle difese pone il termine di lunedì 22 ottobre. Possiamo iniziare.

 

Avvocato Pozzan: Presidente, vorrei iniziare io, ero l’ultimo dello scorsa udienza, non ho potuto parlare perché i tempi si erano fatti troppo lunghi. Il mio sarà un intervento molto breve...

 

Avvocato Bettiol: chiedo scusa, Presidente, non per interrompere il collega, ma è una precisazione: le memorie dove verranno depositate?

 

Presidente: scusi, avvocato, dove vengono depositate: in udienza.

 

Avvocato Bettiol: ma lunedì 15 non c’è udienza.

 

Presidente: verranno depositate a Venezia nella Cancelleria del Tribunale. Lunedì allora, siccome il termine è posto fuori udienza verranno depositate nella Cancelleria del Tribunale a Rialto. Prego.

 

AVVOCATO POZZAN

 

Avvocato Pozzan: dicevo, Presidente, che il mio sarà un intervento molto breve perché molti degli argomenti che volevo affrontare sono stati già discussi dal Pubblico Ministero e dall’avvocato Vassallo, in particolare. Il primo argomento che mi è rimasto da affrontare è connesso al tema che avevo affrontato in sede di arringa conclusiva, e cioè alla responsabilità dei dirigenti di Montedison, Enichem e delle società figlie e collegate, per le morti e malattie che hanno colpito i lavoratori delle cooperative. Su tale argomento a dire il vero c’è stato solo un rilievo da parte del difensore dell’ingegner Zerbo, l’avvocato Bettiol, a pagina 17, del verbale di due udienze scorse. L’avvocato Bettiol ha sostenuto, molto in breve, che la presenza di un contratto d’appalto tra le società cooperative Sancom e Transped con la Enichem-Anic, relativamente all’organizzazione del magazzino CV7 e alla gestione dell’attività di carico e scarico, sarebbe sufficiente ad esentare i dirigenti della committente e quindi anche l’ingegner Zerbo, onerando invece i dirigenti delle cooperative degli obblighi antinfortunistici e quindi della conseguente eventuale responsabilità penale. Ma questo argomento è stato da me già svolto in sede di arringa conclusiva e basterà qua richiamare molto sinteticamente le argomentazioni che avevo in quella sede svolto, cioè in data 15 giugno del 2001 che evidentemente il collega non ha letto. Molto sinteticamente il contratto d’appalto è un contratto che ha per oggetto un’obbligazione di risultato, è un contratto in forza del quale l’appaltatore si obbliga ad eseguire una certa opera attraverso mezzi, personale, scelte organizzative e scelte lavorative autonome e con proprio riscontro imprenditoriale. La giurisprudenza della Cassazione sia civile che penale ha detto che questi connotati istituzionali cambiano nel momento in cui il contratto di appalto contenga previsioni di dettaglio tali da determinare esattamente quale è il tipo di attività e quali sono i tipi di azioni che devono svolgere i singoli lavoratori. Dice che cambia i sui connotati istituzionali quando nella concreta esecuzione del rapporto i controlli della committente sono talmente incisivi che addirittura viene a cambiare le modalità di esecuzione delle opere, quando poi il committente ponga un soggetto con il compito istituzionale di modificare l’esecuzione dell’opera e quindi di essere in grado anche di valutare l’esistenza di violazione degli obblighi antinfortunistici, infine cambia i suoi connotati quando il committente fornisca luoghi, macchinari e mezzi per l’esecuzione dell’opera. In questo caso il contratto d’appalto, dà contratto che ha per oggetto un’obbligazione di risultato, diventa un contratto atipico che ha per oggetto un’obbligazione di mezzi. Quindi l’appaltatore perde quella sua autonomia nell’esecuzione dell’opera che era stata la ragione per la quale lo si onerava anche degli obblighi antinfortunistici nei confronti degli lavoratori delle cooperative con la conseguenza che tanto rischio d’impresa che le obbligazioni antinfortunistiche e quindi la responsabilità penale viene trasferita dibattimento al committente, cioè ai dirigenti della Montedison, Enichem e delle società figlie e collegate. Nel caso di specie abbiamo detto anche in arringa conclusiva, e abbiamo citato la giurisprudenza della Cassazione che è costante su questo orientamento, che appunto pone un principio, cosiddetto principio di ingerenza che trasferisce la responsabilità ai dirigenti della committente, cioè di Montedison ed Enichem e società figlie, e su questo argomento abbiamo anche dato gli elementi di fatto che sono a sostegno di queste cose. E’ pacifico infatti che Montedison ed Enichem fornivano il luogo di lavoro, il materiale, il PVC in sacchi, i mezzi, le insaccatrici, addirittura fornivano anche i rulli per il trasporto, quindi tutti gli elementi che invece dovrebbero essere forniti direttamente dall’appaltatore. Non solo, ma è risultato anche che c’era un preposto dell’azienda, in particolare l’assistente di turno all’essiccamento che guardava tutto il ciclo dell’insacco ed anche del carico e scarico, che era lì preordinato a controllare l’esecuzione dell’opera. E queste prove sono venute, Presidente, non tanto dai testi dell’accusa o testi delle parti civili, ma addirittura dai testi delle difese, in particolare i testi principali delle difese cioè Rossetti Renato e Zoccarato Ernesto. Non solo, abbiamo anche visto che le difese hanno prodotto il cosiddetto manuale operativo dell’attività di insacco nella quale appunto le attività di insacco viene descritta momento per momento e quindi sostanzialmente toglie quell’autonomia alle cooperative, che era la ragione per la quale le stesse avrebbero eventualmente... sarebbero titolari dell’obbligo antinfortunistico. Quindi non è sufficiente trincerarsi dietro un contratto d’appalto per esentarsi dalla responsabilità degli eventi di morte e di lesione che hanno colpito i lavoratori delle cooperative. Secondo argomento, sempre connesso ai lavoratori delle cooperative, che riguarda l’associazione tra il CVM e PVC e i tumori del polmone. Vorrei rispondere un attimino al professor Stella laddove nella sua arringa conclusiva, con l’arguzia e la suggestione che noi tutti gli riconosciamo, e cerca di evidenziare le contraddizioni tra gli esperti dell’accusa, Berrino, Comba, Bellini e Mastrangelo, naturalmente con riferimento all’associazione CVM - PVC e tumore del polmone. Dice nella sostanza l’avvocato Stella: "Stiamo tanto sicuri della nostra tesi, cioè che non ci sia associazione tra CVM e PVC, il PVC in particolare, e il tumore dei polmoni agli insaccatori che non abbiamo neppure bisogno di scomodare i nostri consulenti ma ci basta evidenziare quanto hanno detto gli esperti dell’accusa che sono anche loro incerti su questa associazione". Su questo mi pare che abbia già risposto, anche se parzialmente il Pubblico Ministero, osservando come l’esistenza di questo tale contrasto è sconfessata dal fatto che tutti i suoi consulenti hanno sottoscritto la relazione conclusiva depositata nel marzo del 2001. Vorrei integrare questa risposta osservando come questa confluenza dei consulenti dell’accusa rispecchia una conformità di vedute e di opinioni scientifiche che mai è venuta meno, neppure nei primi passi di questo dibattimento, mai si è incrinata come invece ci vorrebbe far credere il professor Stella. Quindi Comba, il Berrino, Comba e Pirastu contro Chellini, Mastrangelo contro Comba. Il professor Stella inizia con Berrino e dice: "Berrino ha dato un giudizio di certezza sul ruolo causale del PVC sul tumore al polmone ma con riferimento a quei lavoratori per i quali è stato osservato un periodo di latenza superiore a 20, tale giudizio di certezza non sarebbe invece stato confermato dal professor Comba il quale si sarebbe invece limitato ad affermare solo un possibile ruolo eziologico, e ciò in ragione del fatto della carenza di studi sufficientemente informativi che possono essere comparati a quello dello stesso Comba e della dottoressa Pirastu sulla coorte di Porto Marghera e di Rosignano". Berrino contro Comba quindi, secondo il professor Stella, ma le cose non mi pare che stiano così. Innanzitutto è vero che Berrino affermi che l’aspetto cancerogeno sul polmone della polvere di PVC, sia evidente solo con riferimento a lavoratori per i quali è studiato un periodo di latenza superiore a vent’anni. Nelle osservazioni sui documenti dell’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che trattano del cloruro di vinile, relazione depositata nel giugno del 1998, il professor Berrino si limita ad osservare che la latenza superiore a vent’anni è elemento discriminante il alcuni studi, nel rapporto interno IARC 1989 e nello studio di Simonato, ma altrettanto non dice degli altri studi, non riferimento per esempio per Max Weiler nel 1980-1981, di Heldas nel 1987, di Vagoner nel 1990 e La Plance del 1987. In secondo luogo non è vero che Comba parli solo e sempre di possibile ruolo eziologico del CVM sul tumore al polmone e alla laringe. Di possibile ruolo eziologico ne parla, è vero, all’udienza del 8 luglio del 1998, pagina 18 del verbale Internet, perché incalzato dal professor Stella, e giustifica tale parole prudenti per la scienza di studi complessivi sulla coorte europea, dicendo che la coorte americana sulla quale si era concentrato lo studio di Max Weiler è una coorte che è particolare, bisogna che vediamo la coorte europea. Allora suggerisce questa formula. Ma tali parole misurate sembrano essere riferite più che altro alle conclusioni che Comba e Pirastu avevano tratto negli studi depositati in precedenza, perché diversamente non si comprenderebbe perché nella relazione tecnica depositata il 24 settembre del 1998, che aggiorna i precedenti studi, Comba usi parole molto più decise e parla di ruolo eziologico certo. Si legge nelle considerazioni conclusive, a pagina 40 della relazione, un analogo uso delle parole con riferimento all’epatocarcinoma ed al tumore polmonare. Leggo testualmente: "Alla luce di questi dati, e di quanto è emerso nella prima fase dello studio si ritiene che la relazione tra esposizione a cloruro di vinile e l’insorgenza di epatocarcinomi sia di natura causale"; poi con riferimento invece al tumore dice: "La mortalità per tumore polmonare mostra un incremento significativo tra gli insaccatori, anche a questa osservazione va annesso il significato causale". Quindi il 24 settembre del 1998 Comba non parla più di possibile ruolo eziologico ma come Berrino parla di ruolo causale certo, "testualmente va annesso un significato causale". E sappiamo noi con quale cautela ed attenzione, che è stata usata anche dal professor Stella, Comba usi le parole. Dopo tale data del settembre del 1998 non mi pare che abbiamo più a sentire Comba sull’argomento specifico CVM-PVC e tumore al polmone, ma leggerlo sì, abbiamo avuto la possibilità. Nell’aprile del 2001 sottoscrive la relazione conclusiva della quale si riesaminano tutti gli studi epidemiologici e a proposito dello studio multicentrico europeo, cioè quella coorte europea di cui aveva bisogno, così conclude: "Tra coloro che hanno svolto unicamente la mansione di insaccatore l’analisi di mortalità basata su 30 casi mostra un trend positivo e significativo per categorie crescenti di esposizione cumulativa a CVM, nelle categorie 0-35, 35-100 e 100-536, 536-2812, 2812+PPM/anno, i valori dell’SMR sono rispettivamente pari a 0,88, 128, 163, 137 e 312, i risultati sono analoghi applicando un range di 15 anni". Quindi possiamo concludere che anche alla luce dello studio dei risultati dello studio Multicentrico Europeo Comba non potrebbe che confermare le conclusioni che aveva svolto nella relazione del settembre del 1988, cioè su un ruolo eziologico certo del CVM e PVC sulla causazione del tumore al polmone degli insaccatori. Quanto alla latenza. Anche questo è un argomento che secondo il professor Stella ci sarebbe contrasto tra Berrino e Comba, ma non vi è quella difformità di veduta di cui parla il professor Stella. Berrino si limita ad osservare che lo studio per latenza è in alcuni studi, ma non in tutti, in particolare nel rapporto interno dello IARC del 1989, nello studio Simonato è sicuramente rilevante, ma non in altri studi. Comba invece si limita ad osservare che lo studio di latenza non è informativo per le coorti di insaccatori di Porto Marghera, i quali sono stati appunto assunti ad età molto elevata, il che confonde lo studio epidemiologico. Infine il fumo. Il professor Stella ci dice che anche questo argomento un argomento in cui ci sarebbe un netto contrasto tra Comba e Berrino, ma direi che questo contrasto non lo vedo. Non è che Berrino dica che il fumo non possa essere rilevante nella produzione di tumore al polmone, è che Berrino non fa altro che dire: "Se ne occupi qualche altro a studiarlo", e Comba prima e poi Mastrangelo se ne occuperanno. E Comba in estrema sintesi nella sua relazione conclusiva ricorda che tale variabile di confondimento va esclusa per il fatto che nella coorte complessiva e nella coorte degli insaccatori non sono stati rinvenuti aumenti di mortalità per patologie legate al fumo che siano diverse dal tumore, in particolare malattie cardiocircolatorie e respiratorie non tumorali. Quindi vuol dire che il fumo non è variabile di confondimento con riferimento a questo singolo studio. L’argomento poi sarà sviluppato da Mastrangelo poi come vi ha già esposto il Pubblico Ministero. Infine Comba contro Chellini, anche qui il contrasto non mi pare che ci sia. A pagina 4 del verbale Internet dell’udienza dell’8 luglio del 1998 Comba ci dice, leggo testualmente: "Quando noi abbiamo visto i dati di queste cooperative abbiamo detto: ‘Riusciamo a farle nelle coorti rispetto alle quali noi possiamo dire tutti coloro che di quelle cooperative hanno prestato servizio lì’, e la risposta è stata: ‘No’, è stata ‘No’ perché non c’è alle spalle di queste cooperative un sistema di libri matricola comparabile a quelle delle aziende". Ma non finisce qua perché qui subito ripara: "Questo aumenta il valore di altri approcci alternativi quale per esempio quello realizzato dalla dottoressa Chellini che per tre cooperative è riuscita ad accedere ad una fonte indipendente da eventi di tipo sanitario, perché quella non sarebbe accettabile, una fonte di tipo amministrativo ancorché atipica perché è quella dell’autocertificazione. Quello o dove quella strada è percorribile si riesce a costituire una coorte o una micro coorte". Quindi anche con riferimento alla dottoressa Chellini, Comba non fa altro che lodare lo sforzo e dire che questo metodo di analisi e lo studio basato sull’autocertificazione è uno studio affidabile perché riesce a creare una coorte affidabile. Quindi, per concludere su questa questione, mi pare che sto per concludere, Presidente. Direi che il tentativo del professor Stella di trovare varchi e contraddizioni all’interno degli esperti dell’accusa, quanto meno nelle fasi dibattimentali precedenti al marzo del 2001, dove invece le conclusioni sono univoche, mi pare che appunto sia naufragato. E’ vero invece che la linea del Pubblico Ministero con riferimento ai propri consulenti è stata quella di indirizzare i propri consulenti ad approfondire giorno per giorno gli studi dei consulenti che li hanno preceduti, confermandone sempre le conclusioni per giungere poi alla sintesi che per il tumore al polmone è il tumore di Mastrangelo. Ultimo argomento e chiudo. Riguarda la questione di cui ho già parlato l’avvocato Vassallo. L’avvocatura dello Stato ci aveva detto che la fonte giuridica del cosiddetto MAC 0 sta nell’articolo 20 del D.P.R. 303 del 1956, e sappiamo quali sono state le repliche dell’avvocato Accinni, il quale ci aveva detto: "Ma non puoi considerare la responsabilità per violazione di norme con riferimento ad una norma che è volta a tutelare un evento diverso da quello che per quale era prevista la norma stessa". Io qua voglio fare solo una piccola riflessione. Che analogo discorso, cioè il MAC 0 che è per il gas, la concentrazione 0, può essere fatta per quanto riguarda la polvere, con riferimento all’articolo 21 del D.P.R. 303 del 1956. Il D.P.R. 303 del 1956, ricordo che obbliga il datore di lavoro ad impedire la diffusione e la produzione delle polveri, delle polveri di qualsiasi specie. E qui c’è una particolarità, perché se l’obbligo di impedire la diffusa e la produzione dei gas, contenuto nell’articolo 20, è subordinato alla prova della tossicità del gas stesso; il che ha fatto dire, ma a torto come ci ha detto poi la Cassazione, che non si può rispondere di un evento cancerogeno, ma si può rispondere soltanto di un evento tossico, questo problema non si può porre invece per quanto riguarda le polveri. L’articolo 21 del D.P.R. 303 impone infatti al datore di lavoro di impedire la diffusione e sviluppo delle polveri, e quindi la cosiddetta concentrazione 0, testualmente per le polveri di qualsiasi genere, senza quindi che sia necessario provare la tossicità o la cancerogenicità della polvere, etc.. In altri termini, a differenza dell’articolo 20 l’articolo 21 prevede l’obbligo della concentrazione 0, in considerazione del fatto che la polvere per presunzione è pericolosa di per sé. Essendo quindi la polvere per presunzione di legge pericolosa in sé per la salute, e quindi idonea, per giudizio del legislatore, a produrre alterazioni di ogni genere, tossiche o cancerogene, la legge non distingue. Consegue che la violazione dell’obbligo contenuto nell’articolo 21 di impedire la diffusione della polvere al di sopra del minimo di concentrazione può ben essere posto a fondamento di un giudizio di responsabilità per lesioni e morte di lavoratori esposti alla polvere. Quindi in particolare per gli insaccatori. Io qui concludo e mi riporto naturalmente alle conclusioni già depositate. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato Pozzan. Prego, avvocato Boscolo Rizzo.

 

AVVOCATO BOSCOLO RIZZO

 

Avvocato Boscolo Rizzo: devo replicare su questioni trattate dall’avvocato Stella quindi per me è una replica assolutamente impegnativa: spero di non essere impertinente ma sono anche intemperante, quindi mi spiace che non ci sia il professor Stella in aula questa mattina. Io ho un peso qua, e ce l’ho dal momento in cui c’è stata questa svolta nel processo, voluta prevalentemente dall’avvocato Stella, che è quella che io definisco la svolta epistemologica data a questo processo, comunque, direbbe probabilmente il professor Lotti, come lo yogurt, l’eccesso di assunzione di yogurt ad un certo punto diventa tossico, e troppa epistemologia può diventare tossica e creare delle cortine fumogene che non fanno più comprendere esattamente come stanno le cose, anziché contribuire ad offrire un metodo per il processo decisionale. Il professor Stella all’udienza del 20 giugno è arrivato direi sostanzialmente soddisfatto con tre sentenze che ormai definiamo le sentenze Battisti del 2000 in tema di causalità omissiva, etc.. Dico soddisfatto perché dice: "Finalmente dal 1990 con la sentenza Stava si è segnato un percorso, nel senso della pienezza della civiltà giuridica: c’era un vuoto da colmare, queste sentenze del 2000 lo colmano perché finalmente spiegano cosa vuol dire alta ed elevata probabilità". Ed assume quindi una continuità tra le sentenze di Stava e le sentenze del 2000. L’unica differenza sarebbe una differenza quantitativa quando viene attribuito al concetto di alta ed elevata probabilità, credibilità razionale elevata, viene attribuito un numeretto magico, 99,9% qualcosa di molto prossimo a 100. Qui c’è un errore, un errore di valutazione, un errore di lettura della sentenza Stava rispetto alle sentenze del 2000, perché? Quando nella sentenza Benetti si argomenta della probabilità logica e della credibilità razionale la si riferisce alla condotta della gente, in quanto probabile causa dell’evento, e questo è sostanzialmente in sintesi il principio, non per ripetere sempre gli stessi argomenti, ma perché per me è importante capire dove coincidono e dove c’è differenza. Il Giudice, avvalendosi del modello della sussunzione sotto leggi scientifiche potrà affermare la responsabilità dell’imputato quando senza il suo comportamento l’evento non si sarebbe verificato con alto grado di probabilità. Allora quel giudizio di alto grado di probabilità che non sappiamo ancora che numero ha, e se non ha un numero, è riferito al nesso di condizionamento. Minimamente la Cassazione di Stava si è preoccupata di dire il grado alto, basso e medio che esprime la legge scientifica utilizzata per la decisione. Anzi, quando ha parlato delle leggi statistiche, e prima di esprimere il principio di diritto dice: "Le leggi di copertura di tipo statistico accessibili al Giudice sono utilizzabili in quanto conducano ragionevolmente - non certamente - ad escludere l’intervento di un diverso processo causale". Quindi per i Giudici di Stava le leggi statistiche vengono assunte in quanto strumenti che consentono di rappresentare i fenomeni. Perché una cosa è usare la statistica in un processo decisionale, altro è usare la statistica per spiegare dei fenomeni. E le leggi statistiche per definizione, per costituzione fisica non possono esprimere delle certezze. Sappiamo invece che solo le spiegazioni normologico-deduttive sono provviste di certezza, ma allora non ci siamo più, non siamo più nel campo delle leggi statistiche, siamo nel campo delle leggi di tipo universale. E sempre quelle statistiche, si dice sempre nella sentenza Benetti, "Devono essere dotate di validità scientifica"; cioè devono esprimere una regolarità che si presenta in una certa percentuale di casi, non alta, non elevata. E’ vero che c’è un aggettivo che è "sufficientemente elevata". Ma soprattutto quello che Stava dice è che queste leggi sono valide in quanto suscettibili e suscettive di trovare conferma mediante metodi di prova razionabili e controllabili. A che cosa allude qua la sentenza? Alla validità della legge scientifica offerta dal consenso. E ho telefonato al professor Comba, perché non mi ricordavo più, ho detto: "Professore, ma su questo cosa abbiamo detto, cosa è stato detto?". Allora Comba dice: "L’ipotesi è valida quando è accettata dalla comunità scientifica sulla base di un consenso che deriva da studi di secondo livello, ovvero meta analisi, rassegne critiche, letteratura scientifica ed aggiunto studi sperimentali, consenso, non numeri". Allora stringi stringi, nello spiegare le sentenze prodotte dal professor Stella cosa deve intendersi per alto ed elevato grado di probabilità, in realtà vanno esattamente nella direzione opposta a Stava. E’ un passo indietro non perché sia stato trovato il numeretto magico e questo numeretto magico non mi piaccia. Tornato indietro perché dicono: "Cari Giudici, quando dovete decidere, e se volete rispettare il principio di tassatività e di legalità, dovete avere la certezza di tutti i meccanismi causali", il meccanismo d’azione del cloruro di vinile lo conoscete? Pare di no, dice Stella, il vibrione bisogna trovare per spiegare il colera, dice il professor Stella. Questo, Giudici, dovete fare. L’indicazione che viene dalle sentenze. Ma se non, se proprio, proprio, non c’è una legge universale non è che possiamo chiudere baracca e burattini, bisogna trovare un compromesso. Però a me viene da fare una domanda. Se una legge scientifica deve esprimere un coefficiente percentualistico del 99%, cosa è che mi separa, che mi caratterizza, che mi qualifica la differenza tra una legge statistica e una legge universale? A questo punto un numero, 1 su 1%, cioè 1 su cento, questa è la differenza, un numeretto, come direbbe l’avvocato Battello 0 via 0, 1 su 100. Allora quello che si fa intuire ma non si vuole dire, però secondo me bisognerebbe anche il coraggio di dirlo, è: "Basta con le leggi scientifiche" perché richiedere questa quantità, 99,9 vuol dire chiedere la luna. E mi pare chiaro a questo punto che l’ambito su cui si è espressa la sentenza Stava era la probabilità sul nesso di condizionamento: queste recenti prendono di mira invece la legge statistica, e su questo è stato fatta una confusione di piani, magari anche in buona fede, ma ho dei dubbi. Mi permetto ancora di discutere, forse non avrebbe neanche più senso, il discorso potrebbe essere chiuso qua, tra l’altro mi pare che il Pubblico Ministero all’udienza precedente abbia prodotto e spiegato un’altra sentenza, più recente ancora che ritorna al meccanismo invece. Allora chi la sa l’ultima, cioè non possiamo rincorrere la giurisprudenza, se è possibile dobbiamo appropriarci di un metodo che serva per tutti i casi. Allora io direi che ha senso tornare all’ambito del nesso di condizionamento. E’ probabile che la condotta della gente costituisca, tutto il resto fermo, immutato, una condizione necessaria dell’evento perché ragionevolmente e non certamente è da escludere un diverso processo causale. Quell’evento non si sarebbe verificato con alto grado di probabilità. Qui entra in campo ovviamente la spiegazione causale offerta da leggi statistiche. Allora, se il numero non mi soddisfa, non mi basta, non c’è, se il numero mi offende... perché devo poter, Giudice, usare anche la mia intelligenza che non vuol dire, come dice il professor Stella, l’intuizione personale, la scienza dello spirito, perché è vero che deve essere rigoroso. Cosa devo fare? Devo semplicemente... non è mica semplice, è un procedimento complesso, devo esprimere un giudizio che è dato dalla relazione tra l’ipotesi e tutti i dati disponibili acquisiti in un processo. Non essere succube della statistica perché la statistica concorre a definire il processo decisionale, ma concorre con tanti altri elementi. Ma col concetto, signori del Tribunale, adesso mi verrebbe voglia di depositare un’ennesima memoria del professor Stella denominata: "Leggi scientifiche, spiegazione causale del diritto penale". Questa domanda, il miglior professor Stella a mio avviso se l’era fatta con onestà intellettuale e con una chiarezza tale da non lasciare dubbi. Allora cosa si chiede il professor Stella? E’ possibile esprimere l’alta credibilità di un’ipotesi in termini quantitativi, c’è un numero che segna il grado della probabilità rilevante nel processo penale? Impossibile prefissare una valutazione numerica dell’alto grado di conferma o di probabilità logica. E qui il professor Stella richiama Empel che fa un esempio chiarissimo e dice: "La credibilità di una certa ipotesi in un dato momento dipende dalle parti rilevanti della conoscenza scientifica, totale, ivi inclusi però tutti i dati rilevanti nei confronti dell’ipotesi e tutte le altre ipotesi e teorie accettate aventi con essa ipotesi prima una qualche relazione". A rigore perciò, quando parliamo di credibilità di un’ipotesi, dobbiamo riferirci alla sua credibilità relativamente ad un certo insieme di conoscenze. E l’insieme di conoscenze da cosa è dato? Sicuramente è dato da una probabilità frequentista-statistico, ma è altrettanto vero che questa, come dicevo, non esaurisce ma concorre. Cosa serve, cosa è quel passo in più? Serve la probabilità logica. Carnap citato dal professor Stella: "Se da un lato è necessario fare riferimento a leggi, alla probabilità statistica, è anche necessario il concetto di probabilità logica che è particolarmente utile in enunciati meta-scientifici, ossia come in un processo enunciato che vertono sulla scienza e che si servono della scienza, non producono scienza". Stella dice anche: "Se ad uno scienziato chiedessimo di esprimere un certo numero, un numero che indichi la probabilità che si verifichi quell’esempio, potrebbe teoricamente anche farlo", uno scienziato che risponda in questo modo pronuncia un enunciato su una relazione logica, tra l’evidenza e l’ipotesi in questione, il tipo di probabilità che egli quantifica è una probabilità logica. Ed ancora nessuno scienziato è finora riuscito ad individuare questo limite quantitativo, nessuno scienziato ha trovato il numeretto magico, nessuno è riuscito a spiegarci perché posto che la probabilità logica venga espressa da valori compresi tra 0 e 1, un’ipotesi debba considerarsi ben stabilita se confermata poniamo ad un grado di 0,7 e non invece confermata ad un grado di 0,6 o 0,5. Su questo argomento non ho altro da dire. Altra questioncina, sempre per me di non poco momento. Ad un certo punto il professor Stella, nell’arringa non ricordo di quando, ma soprattutto nella memoria che ha depositato affronta una questione che è quella dell’infondatezza dell’accusa del reato di disastro colposo innominato, contestato al capo primo, difetto di un requisito essenziale costitutivo della fattispecie che è il danno a cose o persone, il professor Padovani non c’è in aula, peccato. E sul punto dice: "Perfino il Pubblico Ministero e la collega Manderino hanno riconosciuto la necessità di una serie rilevante di eventi lesivi ai fini della sussistenza del reato di cui all’articolo 434 secondo comma e 449". Questa è francamente un’operazione assolutamente discutibile perché il professor Stella non ha fatto altro che ridurre quello che appare a quello che pare, per poi quello che pare a quello che piace, perché non è vero l’avvocato Manderino e il Pubblico Ministero abbiano affermato che le lesioni e gli omicidi sono elementi costitutivi del reato di disastro, hanno semplicemente sottolineato l’evidente importanza, ai fini della definizione della quantificazione del reato di disastro, la significatività di tutti quegli eventi di lesione che autonomamente considerati sono rilevanti ai fini del reato di omicidio e di lesioni, ma non per questo non possono essere anche presi in considerazione con altra finalità. Hanno correttamente sottolineato un contesto che è esemplificativo e non esaustivo, che concorre a rappresentare l’evento di danno che implica un pericolo concreto per la pubblica incolumità. Ciò detto, tornando al nostro famoso disastro, non ho trovato Codice commentato che mi richiedesse un evento di danno alle persone. Ho preso anche il manuale del professor Padovani e il danno richiesto dal disastro non è mai un danno materiale perché basta l’insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno, insorgenza di uno stato di fatto che renda possibile il danno. Questo sì è elemento costitutivo della fattispecie. Allora si pone un piccolo problema. L’insorgenza di questo stato di fatto, quando la devo fotografare, quando lo devo osservare in una logica di reato di pericolo? Lo devo osservare nel momento che comporta la prognosi più sfavorevole, cioè devo osservare che se dal momento dell’azione e fino al momento della decisione, non fino al momento della decisione, fino al momento della compiutezza del fatto, c’è stata una crisi del bene, incolumità pubblica, incolumità tanta, breve, non ha nessuna importanza, un picco di crisi mi segna il momento del pericolo, a nulla rilevando che il pericolo si sia poi risolto anche felicemente alla svelta per effetto di altre circostanze che possono essere sia circostanze, oppure di circostanze causali che l’evento abbiano provocato, o di circostanze impeditive che l’evento abbiano evitato? Perché, come dice il professor Padovani, la valutazione del disastro si ferma al pericolo. Ed a questo punto viene da chiedersi quale sia la finalità del reato di disastro, c’è un reato di pericolo, ed in particolare del disastro innominato. Se non erro, il Pubblico Ministero ne ha parlato con riferimento a quanto si è detto nella relazione ai lavoratori preparatori del Codice Rocco, che per fortuna è un Codice che c’è, il professor Stella dice: "Forse il progetto grosso potrebbe essere più utile". Il reato di disastro innominato, al di là della chiarezza con cui viene definito nella relazione al progetto, è sicuramente il reato tra tutti quelli contro l’incolumità pubblica, quello che più di altri è destinato ad offrire una tutela efficace alla vita del singolo e all’incolumità personale, messi in pericolo da attività lesive. Adesso non vorrei che qualcuno saltasse sulla sedia per dire: "Ma come, lei sta parlando di vita dei singoli e di incolumità personale", ma qua i delitti sono di incolumità pubblica che è un bene super individuale. Ma come si fa a creare un bene super individuale se non ho in testa, se non contemplo le singole vite dei singoli individui e faccia semplicemente un’astrazione contrattuale, perché? Perché ho la necessità di intervenire prima che le singole vite che obiettivi determinati subiscano lesione. Ecco la funzione dei delitti contro l’incolumità pubblica, sono un’anticipazione concreta dei delitti contro la persona. E se non vado errato, avvocato Battello, nella bozza alternativa del Codice tedesco i delitti contro l’incolumità pubblica sono inseriti nei delitti contro la persona. Allora, per finire, per fortuna disastri come quelli di Seveso sono disastri eccezionali, questo non significa che non ci siano disastri che ci passano tutti i giorni sotto gli occhi, che aggrediscono i beni della vita dei singoli e dell’ambiente, per effetto di condotte seriali ripetute nel tempo, molteplici. Il reato di disastro innominato è esattamente la fattispecie che, senza venire meno al modello del reato come offesa ad un bene, anticipa doverosamente la tutela, prima che la disgrazia si compia. E dall’altro canto proprio il professor Stella ha messo in discussione la causalità individuale. Per un momento voglio dargli ragione e mettermi nella sua logica. Nel dubbio sulla relazione causale tra certi processi produttivi e determinati eventi lesivi io mi dico: "Ma possiamo restare indifferenti perché c’è questo dubbio sul nesso di condizionamento?". A me è venuto un mente un richiamo che ha fatto il professor Stella nell’ultima produzione, "Giustizia e modernità", dove nel capitolo dedicato all’epidemiologia ha ricordato un passaggio, un’affermazione fatta da Berrino. Lì, scusate questo sfogo personale, ma dopo quattro anni di processo, mi sia consentito, io lì veramente ho sentito il brivido, mi sono sentita lacerata per la disinvoltura con la quale il professor Stella sarebbe disposto a fare un monumento al milite ignoto del cloruro di vinile. Perché cosa dice il professor Stella: "Berrino, registro dei tumori della Lombardia, 3.000 casi di tumore al polmone, di questi 3.000 soggetti, 2.000 sono persone esposte ad una sostanza cancerogena nell’ambiente di lavoro, sono affetti da una tecnopatia, ma solo per mille di questi potremmo dire, sappiamo con certezza che non si sarebbero ammalati se non fossero stati esposti alla sostanza cancerogena, però non sappiamo mettere il nome e il cognome tra i 2.000 ai mille che sicuramente non si sarebbero ammalati", e dice: "Cosa fa il Giudice, si mette a giocare a dadi, Tizio sì e Caio no. No, se non sappiamo bene attribuire un nome a ciascuno di quei mille, per quanto si possa parlare di causalità generale manca la causalità individuale". Va bene, manca la causalità individuale. Questo è il disastro. Ogniqualvolta davvero non sia possibile ritenere la certezza di un rapporto causale, ognuno di quei mille, uno dietro l’altro, è il disastro, ma è il 434. Per non dire anche dell’ipotesi di strage che mi piacerebbe poter anche affrontare in maniera dignitosa. Quindi quello che nessuno con onestà intellettuale può venirci negare in questo processo è che l’esposizione a cloruro di vinile è cancerogena. Le leggi scientifiche portano a questo, gli studi portano a questo. Prima mi sono dimenticata, ecco dove erano. Quando io prima parlavo di contesto, riferendomi a quella robetta di Empel, ecco il contesto dove è, l’epidemiologia, la IARC, l’EPA, gli studi scientifici, gli studi sperimentali. Possiamo dire che queste non siano ipotesi che insieme a tutto il resto concorrono a definire quel giudizio di correlabilità certa tra l’esposizione a cloruro di vinile e le patologie? E non si venga a dire che la IARC dà soltanto indicazioni politiche, ma ammettiamolo anche, quelle indicazioni politiche insieme ad altre cose. Quello che si è cercato di fare, che è intollerabile, si è preso ogni elemento disponibile, lo si è sezionato e si è detto: "Questo 90%, IARC politica" è l’insieme, è il quadro delle conoscenze che ci porta necessariamente ad un giudizio certo di correlazione. Allora, se così è avvenuto, se così è, e ne sono assolutamente certa, in buona fede certa, si è certamente creata quella situazione di insorgenza e di pericolo, concretamente quindi insorto, cioè quello stato di fatto che rende possibile il danno, questo per dirla con il professor Padovani. Tutto il resto sono lesioni ed omicidi. Però, Giudici, c’è, come dire, un contesto che potrebbe ingiustamente finire nella terra di nessuno. Sono persuasa che ci siano ancora delle situazioni di pericolo, ancora degli eventi di danno. E mi riferisco a tutte quelle malattie che in questo processo... mi riferisco anche a tutte quelle malattie che in questo processo non sono state prese in considerazione perché non rientravano nelle categorie nosologiche di partenza. E intanto comunque comincerei da quello che dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità quanto a malattia, che la definisce in funzione della salute. E’ malattia tutto quello che ha compromesso lo stato di assoluto benessere fisico, mentale e sociale. Mica basta questo perché ci possa essere un 582. Allora, Giudice, a me viene la pelle d’oca se ripenso a quello che ha detto il professor De Luca, avvocato De Luca, sulla latenza. Dice: "Il problema della latenza è un problema terribile, credi di essere sano, vai avanti, fai progetti, no, la latenza ti frega, ad un certo punto il male ti travolge e sei fatto". E mi vengono i brividi, e non solo per questa spada che è lì, che pende, perché l’avvocato De Luca ha ragione quando dice che la latenza è un problema terribile, sbaglia quando parla di progettualità, di inconsapevolezza, e la roba arriva lì, ti frega come un fulmine a ciel sereno. L’avvocato De Luca non stava parlando di me che sono un fumatore incallito, ma magari ottimista e conto sulla buona sorte, stava parlando degli operai del Petrolchimico di Porto Marghera, che dal 1983 sono iscritti nel registro degli esposti ed ex esposti a cloruro di vinile, il che significa che anche il giorno che lascio l’azienda continuo ad essere un soggetto a rischio che deve subire dei controlli. La consapevolezza, che manca a me perché sono magari un incosciente, non mancava a quegli operai. E in quanto esposti io non vorrei dire una fesseria, ma non credo che lo sia perché mi pare che ci sia una sentenza proprio sulla vicenda Seveso e zone accessorie che riconosce proprio il danno da continui controlli medici. Allora questi operai sono consapevoli che gli indici di funzionalità epatica alterati hanno un significato ben preciso, sono consapevoli che per esempio un escreato di classe seconda maggiorata è una displasia che può evolvere in un carcinoma. Ed allora sono in salute questi operai? E’ tanto vero poi che hanno questa libera progettualità? Sicuramente per l’Organizzazione Mondiale della Sanità non sono persone sane, ma direi che non lo sono neppure sotto il profilo del 582, perché, trattato di medicina legale e scienze affini, volume quinto Giuffrè, patologie da CVM, Bernardini, steatosi è malattia, difficoltà respiratoria è malattia, epatomegalia è malattia, induzione enzimatica è malattia. Perché abbiamo detto che c’è un’induzione enzimatica da necrosi, da necrosi è malattia. E lo stress psicofisico, anche da controlli sanitari, anche da incertezza è malattia. Allora chiedo al Tribunale di considerare anche tutte quelle situazioni che non sono state schedate, inquadrate, ma che comunque risultano dalle cartelle cliniche, dalle cartelle cliniche dei vari fascicoli delle persone offese. Io poi dovevo fare un brevissimo cenno alla cooperazione colposa che era un argomento che avevo in qualche modo sfiorato durante l’udienza preliminare. Siccome l’ha trattata anche il professor Padovani mi sarebbe piaciuto, questa mattina ho saputo che c’è un collega che ne parlerà. Però mi consenta il Tribunale, chiedo scusa se vado fuori tema, ma ho la necessità di dire anche qualcosa di personale. Siccome mi ero presa il libro della professoressa Severino della cooperazione colposa, ma è un malloppone, poi questa estate ci ho anche rinunciato. Allora della cooperazione colposa ha trattato Marco Paolini nel suo testo "Il Vajont" al capitolo "Il meccanico della SADE e il meccanico dell’ENEL". Nel 1963 l’ENEL subentra alla SADE e diventa proprietaria del Vajont, ma non è che va subito lì e si prende, c’è un momento di passaggio. Tutto il personale SADE, gli operai SADE passano all’ENEL ed il Vajont viene affidato in custodia alla SADE, in attesa che il nuovo proprietario arrivi, si piazzi. La gestione ENEL inizia con gli stessi uomini SADE, e diciamo pure, è giusto che i lavoratori della diga mantengano il loro posto di lavoro, ma anche tutti i dirigenti? Tutti i dirigenti SADE diventano automaticamente dirigenti ENEL, mi viene in mente come nome, nessuno si offenda, l’ingegner Trapasso, dall’inizio alla fine. Dall’altra parte dove va l’ENEL a prendere dirigenti capaci di fare funzionare 300 dighe sparse per l’Italia, li assume in loco, fa mantenere la qualifica, e passano tutti dal vecchio padrone al nuovo. Ma poi per chi lavorano, lavorano per il vecchio o lavorano per il nuovo? E’ un problema difficile da dire. Ma sa l’ENEL della frana del monte Toc? Ovvio che lo deve sapere, se tutti i suoi uomini lo sanno, se tutti gli operai lo sanno, se tutti i dirigenti lo sanno, come fa a non sapere l’ENEL visto che l’ENEL ha gli stessi dirigenti della SADE. E mi viene in testa un altro ragionamento. Quando vendono la macchina usata devo dire io a quello che la compra come va? Se me lo domanda cosa gli dico? Hai mai visto macchine usate in vendita che vadano male? Non te le vende nessuno quelle che vanno male, non so dove le mettano ma le macchine quando le vendi vanno tutte bene. Quello che la compera ti dice, i freni? Regolari, regolarissimi. Tu lo sai benissimo che con i tuoi freni, se è bagnato, piuttosto che spingere il pedale, ti conviene farti il segno della croce perché quella mattina lì se la conosci la eviti, in mano tua che la conosci, che l’hai ridotta in quello stato va ancora, ma in mano ad un altro è omicidio colposo, però se finalmente hai trovato qualcuno che te la compera, metti... troviamo il sistema migliore, la portiamo dal meccanico e facciamo dire ad un terzo. E la SADE fa questo gesto, prende le chiavi della diga, le dà all’ENEL e dice: "Portala dal tuo meccanico", ma il meccanico dell’ENEL chi è? E’ il meccanico della SADE. E se questo meccanico che per caso si chiama American Appraisal ed anche un meccanico scrupoloso dice: "Beh, forse...", "Zitto là che l’affare va fatto"; allora l’ENEL compra anche se il suo meccanico non è mica tanto d’accordo su quei freni lì che andrebbero cambiati. Sta di fatto comunque che c’è un certificato di usato garantito e non si discute, e non se ne discute più. Ho finito, vi ringrazio per la pazienza.

 

Presidente: grazie. Prego, avvocato Schiesaro.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

Avvocato Schiesaro: Presidente, gli argomenti che i difensori hanno trattato sono talmente tanti, con riferimento alle cose che noi abbiamo detto in discussione che la replica richiederebbe da parte nostra un tempo molto più lungo di quello invece che utilizzerò. Quindi io mi limiterò ad alcuni passaggi essenziali sostanzialmente su tre temi, la configurazione colposa del reato che risulta dal combinato disposto degli articoli 449 e 422, l’adulterazione colposa del 440 e 452 e qualche punto di replica sul danno ambientale. Questi saranno i temi che svilupperò, ovviamente tralasciando le mille altre occasioni che mi permetterebbero di intervenire, ovviamente qualcosa sarà toccato da qualche memoria che depositerò tra oggi e lunedì. Io però, agganciandomi anche alle osservazioni che ha fatto l’avvocato Boscolo Rizzo, in punto di nesso causale, credo di dover dire una battuta in premessa su un tema. Perché la spina dorsale della difesa in questo processo è quella che ha illustrato l’avvocato Stella, e l’ha illustrata, come già ben ha evidenziato l’avvocato Boscolo, in termini che sono davvero paradossali. Ha sostanzialmente detto a voi, Giudici di questa Repubblica, che in vicende come questo il processo non s’ha da fare, non si può fare processo, non si può fare accertamento di responsabilità, non si possono risarcire danni in senso tecnico. Solidarietà sì, ma non risarcimento, perché? Perché mancherebbe una legge scientifica di copertura capace di spiegare il nesso causale tra le morti e l’esposizione alla sostanza, secondo la linea Stella. Un vero e proprio inno al fallimento del diritto penale proprio in questi settori qui in cui l’espansività dell’aggressione ai fatti fondamentali della persona, individuali e collettivi, è tale e di tali dimensioni da richiedere e da esigere la sanzione penale, sulla base di una lettera costituzionalmente orientata delle norme incriminatrici, proprio in relazione alla valenza dell’interesse protetto da quelle norme incriminatrici. Ma, paradosso nel paradosso, questa tesi viene esposta addirittura in un settore che è da sempre tradizionalmente "maggiorizzato" dalla sanzione penale, quello cioè delle patologie da lavoro. Tutta la legislazione penale dal 1955, la Repubblica appena nata partorisce leggi in materia di sicurezza e igiene del lavoro che sono penalmente sanzionate. Nel 1966, quindi pochi anni dopo, vengono riformulate le norme in materia di lesioni colpose e di omicidio colposo con riferimento alle patologie da lavoro, un settore che è nato come settore penale dovrebbe oggi, e dato allora sulla base delle conoscenze scientifiche di allora che certamente erano di gran lunga inferiori e più incerte, più insicure e più discutibili di quelle che ci sono quarant’anni dopo, il paradosso nel paradosso che quarant’anni dopo dovremmo chiudere battenti, dovremmo fare uscire da questo settore del diritto penale le patologie da lavoro perché è aumentato il tasso di incertezza scientifica sulla correlabilità. Si può discutere di più, c’è meno sicurezza e quindi non ci può essere sanzione. E tutta questa tesi di Stella viene agganciata fortemente alla lettura del dato epidemiologico, degli studi epidemiologici, al punto tale da arrivare a dire che il Pubblico Ministero ha forzato i propri consulenti che essendo dei veri scienziati e veri epidemiologi, in coscienza loro non se la sentivano di arrivare a sostenere quello che poi invece il Pubblico Ministero ha sostenuto. Il famoso ritornello, ricorderete, "Comba sapeva". Già alcune cose fondamentali sono state dette, già dal Pubblico Ministero che dall’avvocato Boscolo Rizzo, poi immagino che il professor Gallo avrà sicuramente e molto più autorevolmente di me delle cose da dire sul nesso causale. Però quello che Stella non dice, come ha opportunamente già anticipato l’avvocato Boscolo Rizzo, è che dimentica completamente di utilizzare sul giudizio complessivo senza del quale non è possibile arrivare ad un qualsiasi giudizio sul nesso causale. Quel giudizio complessivo, e lui l’ha criticato espressamente quelle poche volte che ne ha parlato, che caratterizza per esempio il metodo con il quale il medico legale perviene alla conclusione del nesso causale. Il medico legale fa uso della criteriologia forense, che non è un’invenzione di un vecchietto avvinazzato di nome Cazzaniga, che tra un bicchiere e l’altro si permetteva di buttare lì qualche idea, ideuzza sulla criteriologia. No, non è così, signori del Collegio: Cazzaniga, la criteriologia, non la inventa come ci fa ritenere l’avvocato Stella, Cazzaniga mette ordine scientifico in un lavoro di secoli di analisi critica della medicina legale. E se vi andate a leggere il testo del 60 di criteriologia medico forense di Cazzaniga vedete che il suo punto di partenza è proprio questo. Io non mi permetterei di inventare nulla, metto ordine in quello che generazioni di medici legali prima di me hanno scritto, hanno riflettuto, hanno detto e hanno fatto. Un discorso sul metodo che ci consente, e l’avete sentito in aula, di dire: "Eppur di CVM si muore", avvocato Stella, allora che Comba sapeva, eppur si muore di CVM... E che lo dicono i medici legali facendo un uso corretto, coerente, scrupoloso di un metodo scientifico di valutazione di tutti gli elementi, tutti, inclusa la legge scientifica di cui così bene ha parlato oggi l’avvocato Boscolo Rizzo. Perché, vedete, se non si rinuncia a questa valutazione complessiva si arriva alla tesi di chiudere i Tribunali, perché se si contrappone la legge scientifica al metodo di valutazione complessiva, l’unico risultato certo, ce lo dice Cazzaniga ancora nel 1960, sarebbe quello di rinunciare ad arrivare qualsiasi conclusione in ordine ai nessi causali, perché nessuna legge scientifica può avere mai quel grado di certezza che sarebbe indispensabile per poter arrivare ad una conclusione definitiva sul nesso causale. Io non perderò più di tanto tempo a leggervi un passaggio che ho trovato interessantissimo in questo studio di Cazzaniga. Quando cita un famoso magistrato, Ernesto Battaglini, che criticando un giudicato della Corte Suprema, che aveva attribuito valore decisivo alla dattiloscopia come mezzo di identificazione personale, scriveva: "Il responso dattiloscopico non può da solo condurre all’affermazione di responsabilità in quanto non si può scientificamente affermare che esiste una legge indefettibile che nessun individuo ha impronte identiche a quelle di un altro, fino a che esiste la possibilità sperimentale del caso contrario". Ecco dunque, dice Cazzaniga, un magistrato che esige l’assolutezza della legge scientifica, la prova cioè dell’impossibilità dell’eccezione, posizione di intransigenza di fronte alla quale non ci resta che disperare di poter accettare la verità, e non noi soltanto. Ma siccome le leggi della scienza ed esperienza hanno questo carattere di non assolutezza, il che dipende come ognuno sa, dal fatto di essere leggi statistiche, se non vogliamo concludere per l’inutilità dell’opera nostra, non ci resta che portarci sul terreno del probabile, e ci dirà dopo che questa valutazione sulla probabilità è una valutazione di insieme del caso specifico che va fatta non trascurando il procedimento di integrazione mediante l’avvaloramento reciproco e cumulativo degli altri criteri che restano da analizzare. E ne ha enunciati una decina di criteri: razionalità, anamnestico, certezza, possibilità, verosimiglianza, probabilità, relatività, analogia, quantitativo, autorevolezza, sperimentale, criteri particolari. Questo è il metodo. E solo attraverso questo metodo qui si può dare una risposta al nesso causale. La materia perché voi possiate dare una risposta in questo processo c’è tutta, ed io credo che al di là di ogni opinione che ciascuno di noi può avere in ordine allo specifico argomento, quello che conta davvero è che voi una risposta la diate, la diate, perché è solo questo l’unico modo con cui si ribadisce la possibilità di affermare i diritti fondamentali. Il principio di funzionamento stesso della giurisdizione è qui il gioco, datela una risposta, datela, avete tutti gli strumenti per farlo, potrà essere condivisa o meno, ma non può essere che ci sia una rinuncia del diritto penale di fronte a una vicenda del genere ancorata ad una lettera del nesso causale come quella che vi ha fornito l’avvocato Stella. Non mi soffermo più sul punto, vi depositerò su questo una breve nota che ho preparato insieme con il nostro Medico Legale Daniele Rodriguez ed è una prima memoria che preannuncio sul punto. Veniamo invece al tema, al primo degli argomenti che deve trattare: la configurabilità del delitto colposo di cui al combinato disposto degli articoli 449 e 422. Vedete, signori del Collegio. La cosiddetta strage colposa, poi dirò perché io non parlo di strage colposa in realtà, mi ci fanno parlare, ma..., è bastato che tirassimo fuori non un drappo, non un fazzoletto rosso, ma qualcosa di scuro per scatenare il toro. Cioè la reazione che le difese hanno avuto su questo argomento qui, di fronte al semplice fatto che noi evocassimo la possibilità giuridica di utilizzare questo strumento per fondare un diverso e distinto profilo di responsabilità, ha fatto scatenare una coralità di reazioni che hanno avuto diversa qualità, diverso spessore, diverso contenuto, molto più scientificamente sviluppata è quella per esempio del dottor Padovani, l’avvocato Stella ha invocato il principio di non contraddizione dicendo: "Io di questa cosa non ne voglio parlare, è assurdo che ne parli", l’ha fatto l’avvocatura dello Stato in una memoria depositata nel corso delle indagini preliminari. Io ritengo che questa sia abnorme e pertanto non può essere consigliabile l’ipotesi della strage con una fattispecie colposa. Allora perché non vi restino dubbi sul contenuto di quelle memorie, che noi qui ancora non avevamo depositato, vogliamo darvi oggi quegli argomenti che ci consentano di replicare e a Padovani, e ovviamente a questa posizione di Stella estremamente riduttiva. Perché dico io che preferisco non parlare di strage colposa, perché dire strage colposa e mettere l’accento sul 422, mentre invece l’accento va sul 449. Non è un gioco di parole, non è un gioco di parole signori del Collegio, è l’espressione di una diversità di prospettiva di lettura della norma, che parte innanzitutto dalla, come dire possibilità di ricostruire un’autonoma fattispecie aperta del 449 che si riempie di contenuto, attraverso il rinvio che questa norma fa ed ai disastri di cui al capo primo del Codice ed anche ad altre figure di disastro non ricompresi in esse ma enunciate per esempio nel capoverso del 449. Quindi, e vedremo poi la giurisprudenza, è una fattispecie aperta, una fattispecie aperta, generatrice di responsabilità e non semplicemente produttiva del modello colposo delle ipotesi di delitto previste nel capo primo. Ma prima di entrare nel merito delle esposizioni degli argomenti, che consentono, come mi auguro di poter dimostrare al Tribunale, di superare tutte le obiezioni che sono state fatte alla configurabilità di questo delitto, e che consentono di svelare argomenti che la difesa la completamente sottaciuto. E mi spiego subito, il 449 è stato riscritto nel 2000, nessuno l’ha ricordato questo. Abbiamo una nuova stesura del 449, vedremo dopo che significato dare a questa nuova lettera del 449. Poi il fatto che non ne abbiano parlato a me già pare un segnale inequivocabile di volontà di tacere un dato che è ictu oculi, evidente a chi legge oggi quella norma. Ma prima di entrare nel merito una breve parola sul perché di questa reazione, una breve considerazione, che utilità hanno, perché reagiscono così? Che utilità hanno? E parlo volutamente di utilità, proprio per tranquillizzare l’avvocato Alessandri che ha pesantemente criticato questo termine, che io avevo autorizzato nella mia arringa dicendo che tenteremo noi di sostituire al principio di legalità il principio dell’utilità processuale. Mai pensata una cosa del genere, mai pensato di forzare il principio di legalità in funzione di un risultato. Quando parliamo di utilità semplicemente significa che noi cerchiamo di individuare i nodi interpretativi e giuridici della vicenda processuale e poi con riferimento a questi confrontiamo le soluzioni che le parti danno per sciogliere quei nodi. Secondo la difesa, la strage colposa o il disastro colposo di cui al 422 e 449 è un problema, e va spazzato via nel modo in cui ha tentato di spazzarlo via; secondo noi invece questa è una possibilità giuridica che può essere utilizzata per una corretta qualificazione giuridica del fatto. Queste sono le utilità di cui parlo. Che c’entra questo con il principio di legalità... è come pensare che noi chiediamo al Tribunale di passare sopra al principio di legalità, anzi proprio per il principio di legalità, per come le leggiamo noi, poi ci sbaglieremo, per come lo leggiamo noi, ci sbaglieremo, siamo qua apposta, noi chiediamo un certo tipo di pronuncia al Tribunale. Questa è l’utilità. Allora qual è la loro utilità, perché tutto questo sbarramento, questo fuoco di sbarramento? E’ un errore esiziale del Pubblico Ministero quella contestazione, non so, qualcosa di simile alla contestazione di un danneggiamento colposo, perché da come la mettono loro sembrerebbe quasi che il Pubblico Ministero avesse contestato un danneggiamento colposo in questo processo. O le cose stanno in altri termini. Ci sono argomentazioni per sostenere questo tipo di contestazione giuridica. Allora per capire qual è il motivo di questa loro resistenza partiamo da quella che è la struttura del delitto del 422, una struttura, signori, molto più articolata del disastro innominato, perché? Non solo perché qui sì abbiamo il duplice disvalore, enunciato dalla norma penale, il disvalore di pericolo, compie atti tali da lettere in pericolo l’incolumità pubblica, è un valore di danno, morte che derivi dal compimento di quegli atti. Qui le abbiamo dentro la stessa struttura di reato, non fuori come diceva giustamente l’avvocato Boscolo. Qui i due disvalori sono dentro in un unico contenitore, in un unico contenitore, che permette di apprezzare quella stratificazione di condotte che già in riferimento agli atti contenuti nel precetto individua come elemento essenziale di questo tipo di delitto. Abbiamo proprio quel contenitore unico di cui la difesa degli imputati ha motivo di temere. Contenitore unico del pericolo e del danno. E la cosa che poi è ancora più rischiosa è che secondo una parte della dottrina quell’evento morte che deriva dall’atto che mette in pericolo l’incolumità pubblica non è mica un elemento essenziale del reato. C’è una parte autorevole di dottrina, maggiore, Battaglini Bruno e nel nuovissimo Digesto che ci dice che quella è una condizione obiettiva di punibilità. Ma sapete qual è il rischio? Se venisse data una lettura in questi termini della fattispecie, come è noto il rischio è che l’elemento oggettivo imputato come condizione obiettiva di punibilità uscirebbe dal nesso con l’elemento psicologico della condotta, altro che storie. Altro che storie. Non è mica un rischio da poco quello lì. Perché allora a quel punto l’elemento psicologico sarebbe richiesto solo per connotare gli atti che mettono in pericolo l’incolumità, indipendentemente da qualsiasi legame con le morti che derivassero collegate a quegli atti. Imputazione obiettiva dell’evento ex articolo 44, è un rischio da poco questo? Altro che fuoco di sbarramento c’è da fare su questa prospettiva qua. Si smonta tutta una serie di obiezioni difensive. E che dire poi, sempre secondo questa lettura della norma che deriverebbe dalla qualificazione e dalla morte come condizione obiettiva di punibilità, al fatto che ci potrebbe essere, come verrebbe risolto il problema della prescrizione, in realtà non sarebbe molto diverso anche se dovessimo considerarla come evento, ma c’è una norma speciale e c’è una Cassazione costante sul punto che ci dice che quando siamo in presenza di una condizione obiettiva di punibilità nella figura del reato, il reato si consuma al momento in cui si verifica quella condizione obiettiva, non sarebbe molto diverso. In ogni caso il risultato finale è che il momento consumativo di quella strage e l’ultimo morto di questo inverno, questo è il risultato finale, anche se evento. Ed allora in questo senso io credo che abbiano tutti i loro motivi per osteggiare la possibilità giuridica di configurare certo questo tipo di reato. Però vediamo come li sviluppano questi motivi. Quattro sono state sostanzialmente le obiezioni che hanno fatto, ripeto, io prendo riferimento Padovani e Stella, e la memoria Pulitanò ovviamente. Un dato letterale. L’articolo 449 rinvia all’incendio o agli altri disastri di cui al capo 1, così facendo opera un rinvio che esclude la strada, perché se prende in considerazione l’incendio evidentemente vuole fare riferimento soltanto ai disastri successivi, nella posizione del Codice, successivi al delitto di incendio. Questa è la prima loro obiezione, un dato letterale così interpretato. La seconda, i lavoratori preparatori del Codice dicono chiaramente che la strage è fuori del rinvio del 449 perché è un reato punito a titolo di dolo specifico e quindi per sua natura sta fuori da una prospettazione colposa. Questo è il secondo che fa il paio con il terzo elemento, la configurazione colposa dunque è incompatibile con la previsione ordinaria a titolo di dolo specifico del reato. E il quarto elemento è che c’è un’incongruenza, ci sarebbe un’incongruenza strettamente sanzionatoria. Perché mentre i singoli eventi di morte, considerati come omicidio colposo plurimo, verrebbero sanzionati con una pena che può arrivare a 12 anni, la pena prevista per gli eventi di morte conseguente un’eventuale ipotesi di strage colposa, sarebbe soltanto quella di 1 o 5 anni che è prevista dal 449. Poiché questa incongruenza è assolutamente ingiustificabile, quindi non può essere configurato quel tipo di delitto per evidenti ragioni sistematiche. Allora cominciamo a seguire questo tipo di ragionamento. Voi se andate a leggere, intanto da giurisprudenza del 449, come la giurisprudenza della Cassazione parla, legge 449, troverete che questa giurisprudenza è sempre molto aperta alla ricostruzione della fattispecie criminosa. Cito in particolare Cassazione 30 luglio del 1977, numero 11.091, Sezione Terza, imputato Narducci, reato di cui all’articolo 449 primo comma, pur potendo comprendere varie fattispecie criminose con diversità di eventi, si caratterizza tuttavia per autonomia unitaria rispetto alle distinte ipotesi colpose, e ciò perché la norma usa l’eccezione disastro come comprensiva dei vari fatti indicati al capo primo, nonché di altri da esso divergenti quale la sommersione di natanti o la caduta di aeromobili adibiti al trasporto di persone. In tal modo, configurando un distinto reato di disastro colposo alla sua integrazione, è sufficiente che la condotta colposa cagioni un evento di danno di pericolo che colpisca collettivamente cose e persone con effetti straordinariamente gravi e complessi che ne consegue che la particolare specie di danno ferroviario, etc.. Allora questo rinvio viene letto come un rinvio molto ampio, a tutti gli eventi di disastro nel capo primo, e addirittura qualcuno in più. Non troverete una sentenza di Cassazione che si occupi di questa pretesa limitazione del rinvio, non ce n’è una. L’unica sentenza a cui loro fanno riferimento è una sentenza della Corte d’Appello di Roma, la quale in un obiter dictum esce con l’affermazione che non è configurabile un’ipotesi colposa di strage. Ma quella sentenza della Corte d’Appello di Roma si riferiva ad una situazione completamente diversa da quella di cui stiamo discutendo noi. Quella sentenza riguardava la possibilità giuridica di imputare a titolo di colpa agli agenti dei servizi segreti italiani la strage dolosa che avevano consumato i terroristi all’aeroporto di Fiumicino, attraverso il meccanismo dell’articolo 40. In ogni caso, dico, era una fattispecie che non ci toccava, perché non concerneva la responsabilità diretta del soggetto che compie l’atto, ma soltanto quella forma di responsabilità mediata che in questo caso poi comportava anche il principio della possibilità del concorso colposo nel diritto doloso del terzo. Quindi era tutta una situazione completamente diversa, ed in quel caso la Corte se l’era cavata con un passaggio, un vero e proprio obiter dictum. Per il resto non c’è nulla che dica: "No, non è così, non può essere configurata la strage colposa", a livello giurisprudenziale non c’è nulla. C’è il dato, quindi il dato giurisprudenziale non è un dato incompatibile. C’è un dato nuovo, importantissimo, sul piano letterale. Come vi dicevo prima questa norma, il 449, è stata modificata nel corso del 2000, per effetto dell’articolo 1 comma 7 del decreto legge 4 agosto del 2000, numero 220, convertito in legge 6 ottobre del 2000, numero 275. E questa scelta legislativa è stata poi ribadita dall’articolo 11 comma 7 della legge 21 novembre del 2000 numero 853. Due interventi legislativi che ci dicono, che riformulano il precetto del primo comma. Chiunque al di fuori delle ipotesi previste nel secondo comma dell’articolo 423 bis cagiona per colpa un incendio... o un altro disastro previsto dal capo primo in questo titolo, e punito. Al di fuori delle ipotesi previste dal 423 bis. Il legislatore aveva introdotto nel capo primo un delitto che prima non c’era, il 423 bis. Primo. Secondo, questo 423 bis che è l’incendio boschivo viene introdotto nel Codice con una autonoma configurazione colposa, il capoverso della norma prevede autonomamente una pena per l’ipotesi in cui l’incendio boschivo sia provocato da colpa. Allora sul piano sistematico la prima osservazione che si fa è questa: ma se c’è già una previsione colposa nella fattispecie tipica del 423 bis, che bisogno c’è di andare a ribadire nel 449 che la norma si applica soltanto al di fuori delle ipotesi previste dal 423 bis? Non basta già il principio di specialità. Chi avrebbe mai avuto mettere in dubbio che l’ipotesi colposa del 423 bis deve essere punita soltanto con la pena prevista espressamente da detta norma? Allora se l’ha messo vale proprio per l’inverso, se ha fatto questa specificazione l’ha fatta proprio per dire, l’ha fatta proprio per dire che altrimenti il rinvio del 449 è a tutti i delitti del capo 1, è un’interpretazione autentica del legislatore che ha ribadito con la lettura quello che comunque dalla lettura della norma si ricava. Non ve ne hanno parlato, signori del Collegio, di questo elemento qui, è sfuggito all’avvocato Stella, è sfuggito. D’altronde l’interpretazione sistematica è particolarmente pesante, quindi qualcosa delle volte può anche scappare. C’è un dato normativo nuovo con cui dobbiamo fare i conti, e che non ha altra possibilità di lettura se non questa: il fine di succidere. Signori, qua bisogna un po’ fare chiarezza. Abbiamo sentito dire che per un verso l’ipotesi colposa del 422 non potrebbe essere configurata con il 449 perché l’ipotesi ordinaria è punita soltanto a titolo di dolo specifico, quindi il dolo specifico è incompatibile con la previsione colposa, questa è una prima affermazione. Qualche altro, Padovani, capendo ovviamente che detta così è un po’ deboluccia, è andato a metterla in termini un pochino più sofisticati, dice: "Sì, è un particolare dolo che in realtà è stato scritto in modo tale da connotare l’elemento oggettivo dalla fattispecie entrando in essa come elemento oggettivizzante, quindi sì è un dolo, però è un elemento che alla fine va ad oggettivizzare la fattispecie. Apprezzabile tentativo però delle due una, o stiamo parlando di un dolo o stiamo parlando di un elemento oggettivo della fattispecie. Io francamente ritengo che una ancora una volta quello maestro sia l’insegnamento che ci dà la Cassazione. La Cassazione ci dice a proposito che quell’espressione, "ai fini di decidere", è esclusivamente espressione di dolo specifico, non ha mai una sentenza che vada ad oggettivizzare quel dolo in termini di elemento costitutivo dal punto di vista materiale della fattispecie. Allora se è un dolo specifico davvero la previsione di un reato in forma ordinaria a titolo di dolo specifico è di per sé sola incompatibile con una possibilità di configurazione dello stesso reato in termini di reato colposo? Intanto non c’è nessun divieto normativo, l’unico limite è quello che ci sia una norma di legge che preveda il fatto come punibile a titolo di colpa, questa norma c’è al 449, quindi da un punto di vista tecnico non c’è una mancanza di requisiti. Ma quello che è strabiliante che è normalmente nelle nostre aule di giustizia facciamo tutti i giorni i conti, è un penale un po’ bagattellare, se volete, ma tutti facciamo i conti con una fattispecie prevista a dolo specifico che ha un’equivalente a titolo di colpa. Non è la ricettazione? Ma la ricettazione è o non è un reato punito a titolo di dolo specifico? O mi sbaglio. E l’incauto acquisto? La Cassazione non continua a dirci, 7 giugno del 1965 numero 66 e 84, tra le ultime, che l’incauto acquisto è la configurazione colposa della ricettazione, è la fattispecie colposa della ricettazione? Allora non è questo un esempio tra i più banali che si può fare della possibilità, della possibilità che un delitto originariamente previsto a titolo di dolo specifico trovi un corrispondente previsione normativa a titolo di colpa. Dove è lo scandalo? E poi c’è una ulteriore conferma, sempre in questa ottica. Il delitto di ricettazione, sia per la sua struttura giuridica che per la sua logica correlazione con la contravvenzione di incauto acquisto, non prevede la punibilità a titolo di dolo eventuale o alternativo, ci dice la Cassazione ripetutamente con la sentenza 1180 del 5 febbraio del 1983 ed altri. E dice: "Guardate che proprio perché c’è una previsione a titolo di colpa non è mica consentito uscire dal dolo specifico, o c’è dolo specifico o si entra nella fattispecie colposa". Allora non hanno citato loro tutte le sentenze che dicono che la strage è punibile soltanto a titolo di dolo specifico? Beh, non siamo negli stessi termini? Perché? Certo, perché c’è la previsione del fine di uccidere, ma questa incompatibilità del dolo eventuale non può posare forse ancora una volta sulla stessa ragione su cui posa l’esclusione del dolo eventuale della ricettazione, cioè l’esistenza di una figura contravvenzionale, una figura di delitto punito dal titolo di colpa, non è lo stesso tipo di problema? E se la soluzione è identica in tutti e due i casi non mi pare che questo argomento provi alcunché in termini di impossibilità giuridica di configurare un delitto colposo per il combinato disposto del 449 e 423. E l’ultimo argomento la pretesa disomogeneità sanzionatoria. Questa è proprio bella. Come, ci venite a portare? Allora ci tufferemo tutti in questa ipotesi di reato, ma ancora una volta si gioca sul piano equivoci. Certo che c’è una disomogeneità sanzionatoria, certo, tra l’omicidio colposo plurimo, 589, e l’eventuale 422 e 449. A parte il fatto che già ieri il Pubblico Ministero ha detto che comunque è stata ipotizzata la possibilità di concorso, ma io su questo non entro. Ma io voglio fare un altro tipo di obiezione. Ma questa omogeneità che c’è dipende dalla impossibilità giuridica di configurare il delitto colposo di strage, o non è invece una conseguenza di un’altra causa che nella fattispecie è semplicemente l’abolizione della pena di morte nel nostro ordinamento. Questa disomogeneità sanzionatoria deriva dal fatto che nel 422 è stata abolita la pena di morte, c’è stato un livellamento in basso delle sanzioni e conseguentemente comporta tutta una serie di conseguenze. Conseguenze, badate bene, che si verificano per esempio per l’ipotesi dolosa. Se voi avete un omicidio doloso plurimo aggravato e lo confrontate con il trattamento sanzionatorio della strage dolosa, vedrete che l’omicidio doloso plurimo aggravato è punito con una serie di ergastoli, mentre la strage dolosa è punita, tutte le morti, indipendentemente dal numero dell’anno, l’unico ergastolo, non c’è più la pena di morte. Non è fondamentale. Certo, comunque ha delle conseguenze giuridiche per il principio di cumulo della pena in materia di espiazione, isolamento diurno, ci sono tutta una serie di conseguenze giuridiche legate alla pluralità di ergastoli, e c’è comunque una differenza. Vuole la cosa fondamentale, la vuole? Gliela dico subito. La cosa fondamentale che è sfuggita ancora una volta, ce l’abbiamo davanti al naso, perché è uno dei reati contestati in questo procedimento, signor Giudice e signori del Tribunale, anche se non con riferimento alla fattispecie di cui stiamo parlando. 439 e 452, avvelenamento colposo da sostanze e conseguente evento morte. Qual è la sanzione che si deve ritenere applicabile per punire questa ipotesi di reato? Posto che, se vi andate a leggere i commentari lo trovate, posto che il numero 1 del 452 non è più applicabile, cioè il 452 prevedeva che venisse punito con la pena della reclusione da 3 a 12 anni quella condotta di violazione degli articoli 438 o 439 tutte le volte in cui le pene, quelle a disposizione, stabilizzano la pena di morte. Questa norma non può più trovare applicazione per effetto della... Quindi resta, e il commentario di Stella lo dice chiaramente, resta applicabile soltanto in questo caso la pena prevista dal numero 2 del 452, che è guarda caso la stessa pena del 449, identica, reclusione da 1 a 5 anni nei casi per i quali la pena è stabilita dall’ergastolo. E’ identica: lo stesso problema, ce l’abbiamo lì. 438 e 449 con il 452, la stessa questione. Allora quelle morti sono disomogenee, è il dato normativo, è il risultato dell’abolizione della pena di morte e degli squilibri che questo ha comportato in relazione ad una complessiva disorganizzazione della pena che non è stata fatta. E questo cosa c’entra con l’impossibilità giuridica di configurare il delitto colposo? Cosa c’entra? Torno a dire, altre norme che sono contestate in questo procedimento, perché il 439 con il 452 è contestato in questo procedimento, anche se non ovviamente la forma aggravata perché morti non ce ne sono, riferiti all’avvelenamento dalle sostanze. Dunque mi pare di avere preso in rassegna tutti gli argomenti che loro hanno opposto e di averli spuntati una ad uno. Secondo tema. Anche qui muovo da un’obiezione dell’avvocato Stella, un’obiezione che mi ha lasciato molto sorpreso, l’avvocato Stella ha depositato a voi una memoria il 6 settembre sull’adulterazione colposa di tre paginette, in cui vi dice: "Signori, di questo noi non ci occupiamo proprio, non solo per le ragioni per cui non riteniamo sussista l’avvelenamento, quindi manca il pericolo, etc.", ma anche per un’altra ragione esordisce quella memoria, e cioè vi dice che quelle argomentazioni non possono trovare, dice testualmente, non possono quelle argomentazioni dell’accusa sul 440 e 452 trovare fondamento perché si possa dire che c’è solo l’elemento materiale del 440; non basta la semplice adulterazione, contraffazione o corrompimento dalla sostanza, è un dato neutro si dice questa memoria di Stella, è necessario molto di più. Cioè, leggo, "E’ necessaria una condotta fraudolenta che ha per effetto il deteriorare la genuinità della sostanza tramite l’aggiunta, la sottrazione di elementi, che renda pericolosa per la salute pubblica, così per l’adulterazione, oppure un’attività diretta a guastare, etc.". Allora manca la condotta fraudolenta. E continua questa memoria: "Già questa riflessione consente di respingere l’accusa di violazione dell’articolo 440, i prodotti ittici lagunari non risultano corretti perché non si può dire che in loro assenza si sono modificate le sostanze tossiche, non risultano contraffatte perché non si può certo ipotizzare la creazione fraudolenta, dall’apparenza ingannevole, della genuinità del prodotto ittico, e non sono neppure adulterati perché non esiste alcuna attività fraudolenta di sofisticazione che li renda pericolosi per la salute pubblica". Ma allora ancora una volta io dico che prendo in mano in commentario breve al Codice Penale di Stella, leggo sub 452 e trovo scritto: "Interesse tutelato, esula dalla figura in esame, ogni riferimento alla frode essendo questo incompatibile con l’elemento associativo della colpa". Allora, come stanno le cose. Come è questa cosa? L’avvocato Stella non si è accorto che la contestazione del 440 è colposa con il 452, beh, sarebbe imperdonabile come errore, se costruisce una difesa su una fattispecie non contestata e va a difendere con riferimento al 440 doloso, siamo fuori tema. Può capitare. Oppure non ha senso quello che è scritto nel commentario. Ma io credo che abbia di fronte, perché la prima cosa da dire di fronte ad un’ipotesi colposa, come sta a starci la frode? Allora come la mettiamo? Come la mettiamo qui? Alla faccia dell’interpretazione sistematica. Che gli studenti non sanno fare, o che farebbero molto meglio degli avvocati dello Stato. In realtà, consentite queste battute polemiche, andiamo a vedere veramente di che cosa vogliamo parlare. Perché ancora una volta tutta la questione ruota intorno alla valutazione della pericolosità in concreto di questa adulterazione. In che cosa consiste intanto l’adulterazione? L’abbiamo detto chiaramente, è scritto nell’imputazione, ma forse è il caso di ripeterlo, si tratta di vedere qual è la situazione di pericolo concreto che deriva per la contaminazione della falda e delle acque di falda, nonché dei sedimenti, da parte di scarichi, di reflui o percolati di discariche abusive e da parte della ricaduta al suolo di sostanze tossiche immesse in atmosfera. Queste sono le tre "mega fonti" di inquinamento. Già questo, signori del Tribunale, vi traccia uno scenario di cui è bene che il professor Schlesinger tenga conto poi quando fa il suo discorso che manca la prova del fatto. Qui abbiamo parlando di questi "mega eventi", condizioni ambientali compromesse complessivamente da una serie di condotte protrattesi nell’arco temporale di trent’anni, non un rubinetto che è stato aperto un minuto. Questa è la valenza temporale spaziale della condotta, mai perderla di vista, mai. Se no tutto è più facile, tutto diventa scherzoso alla fine. Queste condotte hanno provocato che cosa? Una contaminazione di falda, anche di prima falda, mica necessariamente di falda profonda, anche di prima falda. Io sugli elementi poi rinvierò a Nosengo che è stato lucidissimo nell’esporli, comunque i dati che lo dimostrano sono i dati (Acquater), al di fuori di ogni altra contestabilità, quelli sono i dati: la continuazione di acqua di falda da una parte, e dall’altra parte pesci e molluschi, cioè vita ittica, prodotto alimentare vivo, che tradizionalmente per la Cassazione costituisce alimento anche se ancora non è morto, vedasi tutta la giurisprudenza in materia di alimenti per il bestiame, etc. etc. etc.... Allora si tratta di capire se il pericolo per l’incolumità pubblica derivante da questi due fattori adulterati, l’acqua di falda e gli alimenti vivi, o le sostanze vive destinate all’alimentazione, pesci e molluschi, sia o no un pericolo concreto. Ancora una volta io rinvio per i dettagli alla memoria che depositerò se non oggi lunedì, ma ancora una volta qui bisogna stare attenti all’apprezzamento del pericolo, il pericolo è una probabilità di evento. Anche il pericolo concreto è una probabilità di evento. Si tratta di capire quali sono i criteri in base ai quali il Giudice apprezza questa probabilità. Ancora una volta, signori, è lo stesso discorso della valutazione complessiva di tutti gli elementi che ci sono, non di una scheda tossicologica e basta, non di una pretesa legge scientifica che consenta la dimostrazione di un esperimento ripetibile all’infinito, non è questa la prova del pericolo concreto, perché questa sarebbe la prova di un danno. Se dessimo questa prova daremo la certezza del danno, per pericolo è qualcosa di prima, che viene prima che si verifichi il danno, è la probabilità che quella contaminazione può dare un danno alla salute di chi utilizza il prodotto alimentare contraffatto o adulterato, o corretto, adesso io non mi formalizzo, certo molto meno contraffatto. Con quindi una certezza del danno, ma una valutazione del grado di probabilità. Non è necessaria, non è indispensabile affatto una valutazione, una dimostrazione scientifica in termini di certezza, l’ho appena detto, sarebbe per certi versi impossibile, ci sono sostanze per le quali nessuno conosce con sicurezza a quali dosi siano tossiche, bisognerebbe fare delle sperimentazioni che non è possibile fare, non è mai stata richiesta dalla giurisprudenza del Supremo Collegio, che citerò in memoria, e soprattutto questa valutazione complessiva del pericolo può avvalersi, lo dice la Cassazione, anche in numerose occasioni del dato normativo, cioè del fatto che esistano norme che qualificano come concreto quel pericolo. Vuoi espressamente indicando dei divieti, divieto di consumo di latte proveniente da vacche affette da mastite catarrale. C’è una norma giuridica che ci dice che quel latte non può essere consumato, chissà perché? Dobbiamo metterci a fare l’esperimento sulla dose di latte che è tollerabile prima che si verifichino situazioni di pericolo o di danno per l’individuo che le dovesse assumere? C’è una norma di legge che dice che il latte della vacca affetta da mastite catarrale non può essere consumato per finalità alimentari, né dirette né indirette. Non c’è altro da dire. Ci sarà una legge scientifica di copertura dietro, non ci sarà, sarà entro certi limiti, ma questo è un elemento con cui non si possono non fare i conti, e come questo ci sono tante altre disposizioni normative che ci dicono qual è il limite per il rischio. Ci sono anche le norme che stabiliscono gli standard di qualità, standard di qualità, che non sono norme dirette a garantire un’apprezzabilità del prodotto alimentare, ci sono anche quelle, ma ci sono norme che invece sono state dettate proprio alla scopo di definire il confine del rischio accettato per l’incolumità pubblica. E tutta la materia dei limiti normativi, delle acque destinate al consumo umano è una materia che ha esattamente questa caratteristica. La normativa comunitaria e nazionale, D.P.R. 236 del 1988, ha esattamente lo scopo di definire qual è la soglia di rischio tollerabile per la collettività, definendo i valori di concentrazione massima possibile di tutti i parametri che sono presenti in un’acqua destinata al consumo umano. Non mi soffermo adesso sul perché dico questo, ci sono delle sentenze della Corte di Giustizia della Comunità Europea, ci sono dei dati normativi specifici all’interno del D.P.R. 236 del 1988 che vi dimostrano come in realtà questi limiti di concentrazione massima ammissibile non sono affatto i limiti di precauzione, lontani anni luce dalle soglie del rischio, ma sono i veri e propri limiti che definiscono il rischio, della soglia di rischio. Tant’è che c’è un articolo, vi dico solo questo, poi il resto lo potremmo vedere meglio nella memoria, c’è un articolo 17 nel D.P.R. 236 che ci dice che in caso che le deroghe a questi limiti possono essere apportate soltanto quando riguardano fattori tossici o microbiologici, quando non comportano un rischio per la salute pubblica, e per gli altri fattori è ammissibile una deroga soltanto se il superamento non presenta assolutamente un rischio inaccettabile, cioè per i fattori non tossici è consentito il superamento poiché il rischio che c’è per effetto del superamento non diventi inaccettabile. Ma per i fattori non tossici, mentre invece noi parliamo di fattori tossici qui, lo vediamo subito, abbiamo l’arsenico, abbiamo il piombo, abbiamo il dicloroetano che non ha messo l’ENEL lì dentro, né acciaierie, né altre fabbriche. Il dicloroetano che è in falda ha solo una provenienza, è presente in quantità superiori 134.000 volte il livello di CMA previsto per la concentrazione della sostanza nell’acqua destinata a consumo umano, 134.000 volte il dicloroetano, non 1, 2, 3, 15, 25, 32, 134.000 volte, questo è l’ordine di grandezza. Allora, questi valori, li richiamo velocemente per ricordare che cosa troviamo nella falda, nella prima falda, non è la falda profonda, questa è la prima falda. Nella prima falda troviamo, nei dati (Acquater), ne cito solo tre per avere un ordine di grandezza: mercurio 0,1 milligrammo, concentrazione massima ammissibile per l’acqua destinata a consumo umano 0,01; arsenico 0,45 milligrammi concentrazione massima 0,05; piombo 0,1-0,05; solventi clorurati e dicloroetano 4.033 milligrammi contro 0,03. Valori che sono fattore 10 per l’arsenico, fattore 100 per il mercurio, fattore superiore a 134.000 per il dicloroetano e fattore 2 per il piombo. Questo è il dato. Allora si tratta di capire se questo dato in un’acqua di falda è o non è penalmente significativo per il 440. Perché l’altro leitmotiv di questa difesa, della difesa avversaria è stato quello di dire: "Insomma, le acque di falda: le acque di falda non sono nulla, sono salate, sono inutilizzabili, sono abbandonate, nessuno gli interessa, cosa ne possiamo fare, non sono interessate da questi fenomeni per cui non c’è niente". E pensate che qualcuno dei difensori avversari è venuto perfino a dirmi: "Di questi problemi, lasciate che ce li gestiamo tra noi. Nessuno venga qui a tirare fuori i diritti delle generazioni future, non esistono, pensiamo solo ai fatti nostri, consumiamo queste risorse se ci sono e lasciamo in pace le generazioni future perché sapranno difendersi quando verrà il loro momento". Vero, avvocato Santamaria, o ho capito male? Ho capito che non è un fatto di sensibilità, probabilmente è un fatto di conoscenza giuridica. Allora signori, su questo io vi leggo l’articolo 1 della legge 5 gennaio del 1994 numero 36, che dice due cose, primo: "Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà", prima affermazione. Due: "Qualsiasi uso delle acque è effettuato, nonostante diverse opinioni di qualcuno di loro, salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale". Questo è il dato di partenza. E non è per vezzo ambientalista che cito questa legge della Repubblica, che è la legge quadro in materia di uso della risorsa idrica, la legge Galli questa, questa è la spina dorsale della politica italiana in materia di difesa delle acque e dell’utilizzo razionale del ciclo dell’acqua. Lo cito perché questa legge, anche questa legge giustifica quell’orientamento della Corte di Cassazione, di cui vi darò conto nella mia memoria, secondo cui la contaminazione dell’acqua di falda è una contaminazione di un’acqua che è ricompresa nel 440, indipendentemente dal fatto che sia attinta o che sia attingibile in quel momento. Abbiamo proprio una sentenza che ce lo dice in modo molto chiaro, questa acqua è un’acqua che è tutelata dal 440. Eccola, 22 luglio del 1997, imputato Artea, "Ha ravvisato il delitto di cui all’articolo 440 nella semplice contaminazione di una falda idrica ad opera di percolato fuoriuscito da una discarica illegittimamente gestita", guarda che casa, una discarica illegittimamente gestita ha fatto uscire percolato che ha contaminato una falda, di qui la condanna confermata dalla Cassazione per 440, "Senza che fosse necessaria la dimostrazione di un uso effettivo dell’acqua, o di un danno attuale alla salute delle persone e ritenendo sufficiente la potenziale attingibilità ed utilizzabilità dell’acqua pur in assenza di qualsiasi opera per la sua diretta o indiretta destinazione al consumo". Tra l’altro poi qui i pozzi, abbiamo dato la prova che ci sono e che sono anche in parte utilizzati. Questa sentenza motiva proprio richiamando l’articolo 1 della legge Galli, ma è certo che se non lo conosciamo diventa difficile perché l’acqua di falda può essere tutelata penalmente con 440, proprio motivando con il fatto che l’articolo 1 della legge Galli specifica la necessità di garantire specifica protezione alle acque ancorché non estratta dal sottosuolo, e di conservare il valore alimentare anche futuro delle acque di falde, potenzialmente raggiungibili con le moderne tecnologie, per lo sfruttamento ad uso umano. Il fatto che sia salata non è assolutamente un problema, in caso di necessità di sono i desaminatori che possono assolutamente potabilizzare come avviene nel deserto, quantitativi ingenti di acqua per soddisfare il bisogno idrico di una popolazione, quindi quello è un non argomento, la salinità dell’acqua. E’ una risorsa, ed è una risorsa che la Cassazione ritiene suscettibile di protezione penale ex 440 come risorsa tipica, come sostanza alimentare, indipendentemente da opere di presa. Ecco allora che manca l’ultimo anello di chiusura, portando alla valutazione del pericolo. Come, quand’è, qual è la soglia? Abbiamo dei parametri normativi. Sono da soli utilizzabili, non sono, natura o non natura di cautelare, il principio di prevenzione, individuazione della soglia di rischio. C’è una sentenza recentissima della Cassazione, il 7 marzo del 2000, ricorrente Melloni, che stabilisce il principio secondo cui per la configurabilità della sostanza alimentare tossica sia possibile fare ricorso, ai fini della legge speciale sugli alimenti, la 283 del 1962, l’articolo 5 lettera D, che punisce appunto la detenzione lo commercio di sostanze che siano comunque tossiche, quando è che la sostanza alimentare è tossica? La sostanza alimentare è tossica quando sono violati in modo apprezzabile i limiti che eventualmente il legislatore abbia posto per la presenza di quella sostanza nell’alimento. Quindi non una automatica violazione del limite, si badi bene, signor Giudice, questi sono comunque limiti diversi da quelli previsti dalla normativa sulle acque, siamo in materia di sostanze alimentari solide. In questo caso si trattava di pesce al mercurio, la presenza di mercurio che era stata trovata, era stata trovata una presenza di 1,7 milligrammi/chilo ed il limite era di 1 milligrammo. La Corte dice: "Attenzione, il superamento da solo non è di per sé prova, ma quando il superamento abbia una sua oggettiva consistenza, come in questo caso, che è quasi doppio al limite previsto per la sostanza, tenuto conto della natura tossica della stessa, noi riteniamo che ci sia la dimostrazione della tossicità dell’alimento per effetto della contaminazione con una sostanza tossica in misura doppia rispetto al limite consentito dalla norma". Quindi in questo caso la Cassazione utilizza quel parametro elevato al doppio. Tutti i parametri che vi ho citato sono sopra quel limite, perché il doppio è il piombo, tutti gli altri sono 10, 100 o 134.000. E vi ho fatto solo quelli più significativi tra i tossici. L’arsenico, il dicloroetano, non ho fatto l’analisi di tutti i parametri. Applicando il principio di questa sentenza di Cassazione alle acque di falda contaminate dalle sostanze fuoriuscite dagli scarichi, dalle discariche e dall’aria, arriviamo alla dimostrazione che il pericolo è concreto, è concreto. Perché la presenza nello stesso alimento di sostanze in misura incommensurabilmente più elevata di quella fissata dagli standard normativi di sicurezza, è tale da giustificare questa affermazione. Analogo discorso, ve lo risparmio, è in materia di alimenti, pesci e molluschi, c’è tutto un discorso sulle diossine, i furani, etc., anche lì possiamo fare un discorso che porta alla stessa conclusione. Di lì abbiamo che rende ancora maggiore il pericolo, il fatto che quelle davvero sono sostanze che vengono consumate, effettivamente consumate, la pratica della pesca del pesce e delle vongole è nota fin troppo al Collegio per poter essere trascurata. Quindi lì c’è una diffusibilità del pericolo che è notevolissima e quindi concretizza ancora più che nella falda il rischio per la salute dell’uomo. Si è tentato di dire, qualcuno l’ha detto, che queste condotte dovrebbero essere decriminalizzate per effetto della speciale causa di non punibilità introdotta dall’articolo 114 della legge finanziaria per il 2001, norma che prevede la non punibilità qualora sia adottato un accordo di programma ed allora quando si tratti di reati direttamente connessi all’inquinamento che siano stati accertati a seguito dell’attività svolta su notifica dall’interessato. Non c’è nessuna delle condizioni previste dalla norma per applicare questa causa di non punibilità, non si tratta di reati direttamente connessi all’inquinamento: i reati direttamente connessi all’inquinamento sono le violazioni delle norme contravvenzionali che si verificano quando tu tieni una condotta non conforme ad esse. Qui stiamo discutendo di ben altro, stiamo discutendo di reati di pericolo per l’incolumità pubblica e di inquinamento, quindi stiamo parlando di una situazione che è altra rispetto a quella, che è indirettamente connessa all’inquinamento, ma che è una situazione di pericolo per un bene giuridico più specifico rispetto a quello previsto dalla causa di non punibilità, e certamente... Poi qui non abbiamo mai avuto un attività di notifica ai sensi di questa norma, i dati che vi abbiamo fornito sono stati tutti i dati forniti per effetto di un’attività investigativa di ricerca svolta dall’inquirente per cui non vedo come sia possibile teorizzare, invocare il rispetto, il principio di non punibilità derivante da questa norma di legge recentemente approvata. Mi accingo a passare alle ultime osservazioni. Quindi memoria anche sul pericolo 440 e 452. Rinvio a due memorie, sempre mie, che ho predisposto con il Nardelli e il dottor Coccheo sulla nota questione delle acque monomeriche delle vasche di neutralizzazione dell’SG31, se vi ricordate tutta la questione sui rifiuti tossico-nocivi, loro dicono che non è così, il povero professor Foraboschi ha scritto una memoria in cui ha parlato di errori esiziali del nostro consulente Coccheo, noi spieghiamo che non c’è nessun errore esiziale, c’è una scelta tecnica molto precisa, semmai gli errori esiziali li ha fatti chi ha sostenuto quella argomentazione, perché non ha considerato per esempio che non c’erano condizioni di equilibrio, non ha considerato che i problemi legati alla solubilità del CVM, i tempi di passaggio dall’aria all’acqua, tutte invece considerate da Coccheo, e sostanzialmente rinvio per la parte tecnica a questo, perché non è decisivo. Una battuta, siamo alla coda per l’adulterazione delle acque e degli alimenti, a Pulitanò, il quale cerca sbrigativamente nella sua memoria di "Insomma, se manca l’autorizzazione, sarà stata fatta una violazione di una legge formale, ma questo non ha determinato alcunché in termini di pericolo, posto che il CVM non si trova". Noi abbiamo già dette due cose. In primo luogo: se anche non si trova il CVM è certo che vi è arrivato nel mare, nella laguna, è arrivato in notevolissime quantità quali sono quelle che abbiamo descritto sulla base degli elementi conosciuti dal ciclo produttivo ed analizzati da Coccheo, quindi per decenni quelle discariche hanno portato CVM in laguna, che poi il CVM sia instabile, che sia facilmente solubile in un’acqua salata, che sia tutto quello che può essere, che permette di fare dissolvere la sua permanenza nell’ambiente, è un’altra questione, non va venire meno il danno all’ambiente, perché l’ambiente viene comunque alterato nella sua composizione originaria, e soprattutto non fa venire meno la situazione di pericolo che si ha buttando un rifiuto tossico e cancerogeno, come il CVM, nelle acque di un mare. Questa è la prima obiezione. In ogni caso quelle acque di produzione che avrebbero dovuto essere smaltite, anche qui secondo dei criteri giuridici, non secondo l’invenzione dell’avvocato dello Stato, come cerca di fare apparire l’avvocato Pulitanò, i criteri giuridici sono desunti dall’articolo 17 del Codice di Procedura Penale 915 che prevede espressamente quali siano le forme di smaltimento di un rifiuto tossico-nocivo, e lo smaltimento di un rifiuto tossico-nocivo è la discarica controllata, si dice l’articolo 17, e se c’è trattamento, sempre in articolo 17, di quel rifiuto tossico-nocivo, quel trattamento è quello che è assicurato dalle norme regolamentari, cioè l’incenerimento, perché la famosa delibera del 1984 del comitato interministeriale che costituisce il regolamento del D.P.R. 915, prevede come forme di trattamento di rifiuti solo due categorie di trattamenti, il trattamento che porta al compostaggio, e che non è mai applicabile ai rifiuti tossico-nocivi, e il trattamento dell’incenerimento che invece è applicabile ai rifiuti tossico-nocivi. Quindi i rifiuti tossico-nocivi nell’ambiente non ci possono andare mai perché o sono smaltiti definitivamente in discarica, come prevede l’articolo 17 del D.P.R. 915, o sono inceneriti come prevede l’articolo 17 con rinvio alle forme di trattamento del rifiuto tossico-nocivo che è quello della delibera 84, quindi non si inventa niente l’avvocato dello Stato, semplicemente applica e chiede che vengano applicate le norme della Repubblica. Quei rifiuti liquidi contenevano oltre il CVM anche tutte le altre sostanze che caratterizzano le acque di produzione. Quindi tutta una serie di altre sostanze che sono finite in laguna e che hanno comportato gli alti rischi per il pesce e per le vongole di cui abbiamo parlato prima, perché abbiamo detto che c’è comunque una contaminazione da altre sostanze che non deriva dai camini, ma deriva anche in parte dagli scarichi. Il dicloroetano per esempio è una sostanza che può uscire dagli scarichi, abbiamo le analisi che l’hanno trovata presente negli scarichi. Una battuta sul punto alla interpretazione della proposta dell’avvocato Panagia. L’avvocato Panagia viene a proporre al Collegio una stravagante teoria secondo cui nel territorio della Serenissima Repubblica di Venezia non possono trovare applicazione le leggi dello Stato, in particolare non possono trovare applicazione quelle leggi dello Stato come il D.P.R. 915, o comunque i principi contenuti dalla legge Merli perché ci sarebbe una speciale legge di protezione della laguna di Venezia che garantirebbe una tutela maggiore. A parte il fatto che cita una sentenza della Cassazione a Sezioni Unite che dice esattamente il contrario, cioè dice che la laguna veneta ha bisogno di una protezione maggiore e quindi in via interpretativa va garantita la protezione maggiore rispetto a quello che ordinariamente è garantita dalle altre leggi dello Stato; quindi è esattamente il contrario la lettura che la Cassazione a Sezioni Unite dà di questa norma. Certo è che nessuno può pensare di impedire l’applicazione di norme fondamentali, come quelle del 915, o come anche dei principi generali della Merli, alla laguna di Venezia. In questo senso vi deposito una sentenza del Supremo Collegio che affronta proprio specificamente questo punto. E’ la sentenza numero 2190 del 1998, 9 luglio del 1998 in cui l’estensore, Onorato, fa una bellissima disquisizione giuridica e ricostruzione giuridica della specialità della tutela in materia ambientale assegnata alla laguna di Venezia spiegando le ragioni per cui non solo sono applicabili le altre norme concorrenti con quelle speciali, ove non siano incompatibili, ma anche i principi generali della legislazione generale dello Stato in materia di tutela ambientale devono essere applicati anche alla laguna di Venezia. Dico questo perché una norma fondamentale, qual è quella del divieto di diluizione secondo Panagia, divieto di diluizione degli scarichi prima di essere sversati nell’ambiente, secondo l’avvocato Panagia non troverebbe applicazione perché non è espressamente prevista dalla legge speciale per Venezia. Già in occasione della mia prima arringa ho detto come questo costituisca il principio fondamentale perché funzioni la tutela tabellare, senza la quale non può esserci alcuna tutela tabellare, perché il limite io lo ottengo come voglio con la diluizione, il rispetto del limite lo posso ottenere come voglio, basta diluire. Non è questa l’esigenza di tutela le vuole il legislatore. In questa sentenza la Cassazione spiega perché i principi generali, tra cui quello di divieto di diluizione, sono in applicazione anche nella legge speciale per Venezia, pur non essendo espressamente previsti. Credo di essere venuto ad una breve replica sul abbiano ambientale, credo in dieci minuti di cavarmela, sarò veramente telegrafico, anche su questo ci sarà una memoria. Il danno ambientale. Io ho sentito le riserve e le critiche sia del professor Padovani che del professor Schlesinger, ho notato una differenza di contenuto, con Padovani possiamo discutere di una serie di questioni, perché comunque lasciamo un linguaggio comune, con Schlesinger trovo veramente difficoltà ad interloquire. Perché? Perché tutta la sua costruzione è stata fatta partendo dal presupposto della netta distinzione tra causa civile e processo penale, tra azione risarcitoria tipica del processo civile e quello che succede normalmente all’interno di un processo penale. E quindi tutte le volte in cui lui ha richiesto la prova del fatto costitutivo, la prova del danno, la prova che l’elemento che viene portato a fondamento della domanda risarcitoria, ha fatto sempre riferimento ad un qualcosa di diverso da quello che invece costituisce il riferimento naturale nel processo penale. Nel processo penale il fatto illecito è l’illecito da reato. Il fatto che è contestato nell’imputazione è quello, è solo quello l’oggetto della domanda risarcitoria e della causa petendi, non potrebbe essere diverso. E’ perché con riferimento a quella vicenda di fatto che può sussistere un diritto del risarcimento del danno o no. Ma se noi togliamo sistematicamente il riferimento al fatto reato e ragioniamo come se nel processo penale dovessimo di volta in volta andare a vedere se è morto il pesce, se è diminuito il numero di alberi, se si sono rinsecchiti, etc., ripeto facciamo un’operazione che forse può avere un qualche spazio, e la giurisprudenza della Cassazione comunque lo nega con riferimento al danno ambientale anche nel giudizio civile, ma che certamente non ha nulla a che vedere con la vicenda di cui ci stiamo occupando. Il fatto è il fatto reato contestato in quelle pagine di imputazione, rispetto al quale voi dovrete dare un giudizio di responsabilità individuazione penale degli imputati. Quello è il fatto, e su quello noi abbiamo proposto una domanda risarcitoria, patrimoniale, non patrimoniale ed ambientale, che ha tutta una serie di caratteristiche tipiche a seconda del bene giuridico che di volta in volta volevamo andare a risarcire. Quindi il fatto illecito è un fatto di danno derivante da reato. Nessuno ha mai proposto un’azione diretta di responsabilità nei confronti del responsabile civile. Lasciamo perdere quello che ha detto il professor Leon, il professor Leon è il consulente, la domanda si concretizza nelle conclusioni; se voi andate a leggere che cosa abbiamo indicato nelle conclusioni, nelle nostre conclusioni, e che sono quelle che determinano l’oggetto della nostra domanda, noi non abbiamo mai proposto una domanda diretta per responsabilità diretta del responsabile civile nei confronti della società. Abbiamo sempre chiesto che rispondano come garanti degli imputati per i danni agli stessi cagionati. Questo è chiarissimo nelle nostre conclusioni, non c’è mai una forzatura in questo senso. Così come non abbiamo mi detto che la nostra richiesta è punitiva per punire una politica d’impresa. Francamente qui sono state messe insieme delle cose... Quando abbiamo parlato di scelte di politica di impresa ne abbiamo parlato a proposito dei criteri di ripartizione della responsabilità o di efficacia o inefficacia della delega, rispetto alla posizione di garanzia per reati in materia ambientale, e abbiamo illustrato le ragioni per cui non è ammissibile la delega quando il delegato non ha potere di intervenire nel modificare le scelte di politica generale d’impresa che sono quelle che poi determinano la violazione della normativa di protezione ambientale. Questo abbiamo detto. Ma non abbiamo mai messo sotto accusa la politica d’impresa in quanto tale come oggetto di una domanda risarcitoria per questo tipo di attività, mai dunque una domanda per fatto proprio delle imprese. Il danno punitivo, certo, il danno punitivo, ma c’è tanto di sentenza di Cassazione che ce lo dice, lo dice in modo molto chiaro la Cassazione, che nel danno ambientale ex articolo 18, e Padovani, questa cosa, l’ha colta molto bene perché se vi ricordate ha discusso sulla natura punitiva e i problemi di legittimità costituzionale che pone. Ma ce lo dice la Cassazione: si dice che questa è una categoria di danno nuova perché introduce accanto ai tradizionali aspetti risarcitori anche una componente punitiva che emerge soprattutto per la questione relativa alla valutazione equitativa che è parametrata su dei parametri che sono tipici del giudizio penalistico di responsabilità, profitto del trasgressore, gravità della colpa e costi di ripristino. Se questa natura punitiva, riconosciuta dalla Cassazione, del risarcimento del danno ambientale è o non è compatibile con la Costituzione, lo direte voi; io vi segnalo che comunque, per come l’ha sollevato l’avvocato Padovani, il problema non si pone proprio, perché questa valenza punitiva del risarcimento sussiste in ogni caso di danno ambientale. E vi faccio subito un esempio per fare capire perché dico questo. Prendete il caso più classico, più semplice, un incendio boschivo, doloso o colposo non importa, che elimini una parte di foresta demaniale. Lì avremo come danno patrimoniale il valore della perdita degli alberi, quello è un danno, gli alberi, il legname da un prezzo di mercato, si misura quel danno e quello però è un danno patrimoniale di cui l’Erario chiedo il risarcimento con il 2043, non è un danno ambientale. Siamo in presenza di un danno patrimoniale. Accanto al danno patrimoniale la condotta, il fatto, il fatto reato ha determinato comunque un’altra serie di conseguenze, che sono quelle le più varie. Primo: la contaminazione dell’aria per effetto dell’incendio, per tutta la durata in cui si è sviluppato l’incendio c’è una contaminazione di aria. Questo danno a quanto ammonta? Certo, sappiamo a quanto ammonta il costo degli alberi, ma nessuno può dire quanto vale l’aria contaminata dalle fiamme per tutta la durata degli stessi. A quanto ammonta la perdita di ambiente derivante dalla privazione degli alberi, cioè la fauna, la flora le viveva del contributo degli alberi e che è stata privata di questo, quanto vale questa perdita? Quanto vale la perdita della funzione clorofilliana che gli alberi non esercitano più in termini di ricambio di ossigeno dell’atmosfera? Quanto vale la perdita del significato paesaggistico di quell’area che non ci sarà più fino a quando non sarà ripristinato qualcosa che abbia le stesse caratteristiche che erano preesistenti al momento? Tutto questo indistintamente è l’insieme di quelle cose che la Corte Costituzionale si dice: "E’ questo il danno ambientale", che è un danno che non può per definire essere dimostrato analiticamente tutte le volte in cui si verifica un fatto lesivo, per definizione, perché è talmente vario, complesso e impossibile da ricostruire che proprio per questo il legislatore dice: "Attenzione, io vi metto dentro uno strumento di garanzia, che è il risarcimento equitativo del Giudice per compensare la perdita di tutti quegli innumerevoli aspetti che attengono la qualità e l’integrità di un ambiente normativamente definito dalle leggi", perché abbiamo una definizione normativa di ambiente che ho richiamato anche nel scorso della mia arringa, per fare in modo che questo pertanto possa compensare. Ma questo avviene anche quando sia possibile una determinazione economica del valore della risorsa compromessa, come in questo caso, cioè l’albero. Quando questo è possibile è un danno ex 2043 di natura patrimoniale, cui si associa poi il danno ambientale, così come io vi propongo di leggere. Ed allora non ci può essere alcuna difformità di trattamento, disomogeneità di trattamento. Io vi citerò tutte le sentenze di Cassazione penale che dicono che il danno è in re ipsa, è nella violazione della norma, è conseguente automaticamente allo scarico con superamento dei limiti di accettabilità, perché il danno si verifica con la semplice alterazione dell’ambiente. Questo è il punto, non è altro, non è richiesto altro, la sufficiente anche temporanea, momentanea alterazione dell’ambiente che riceve una componente che prima non aveva. E questo è danno. Poi per quanto dura, per quanto si protrae, si tratterà di stabilirlo ai fini di determinare il costo del ripristino, ma non è in discorso sotto il profilo dell’entità del danno. C’è, si tratta di quantificarlo, e lo strumento equitativo proprio a questo vale. Vi abbiamo fornito proprio la forbice di cui chiede il professor Schlesinger, abbiamo forse dato dei valori secchi? No, degli abbiamo dato dei valori di forbice, da un minimo ad un minimo. Costo di ripristino per questo, da un minimo ad un minimo, costo di ripristino per quest’altro da un minimo ad un minimo. Tutto ha una forbice, proprio in questo senso sono d’accordo con lui, ve l’abbiamo data. Sulla (base line), danno pregresso. A parte il fatto, signori, che con questa lettura della Cassazione sulla dimostrazione dell’entità del danno diventa effettivamente abbastanza sfumata la rilevanza del danno pregresso. Se il danno consiste nella condotta illecita, indipendentemente da poi gli effetti che questa produce sull’ambiente, o comunque con una certa distanza da quelli che sono gli effetti, il punto è in qualche modo superato. Comunque questa cosa della (base line), la vogliono eccepire come eccezione per dire: "Riduciamo l’ammontare del risarcimento", benissimo. Noi abbiamo fatto una dimostrazione per dimostrare la compromissione ambientale: che ci dicano quale sarebbe secondo loro il valore di compromissione preesistente tale da ridurre l’entità del risarcimento, non possono mica fare un discorso di pura e semplice contestazione. Senza contare il fatto poi che, attenzione, ma questa (base line), sull’inquinamento dell’aria da CVM, dove è la (base line) che abbiamo a cercare prima. Prima dell’introduzione del Petrolchimico c’era un’area di Venezia contaminata da CVM? L’aria negli ambienti di lavoro è contaminata dal CVM prodotto dai reparti, o no? Quel danno ambientale lì quale (base line) aveva prima? Gli scarichi, le sostanze tossiche sversate, il dicloroetano quale (base line) poteva avere prima? Certo, fanno il discorso della zona industriale, della prima zona industriale, ma il calcolo che ha fatto Leon riguarda gli ultimi 5 metri, il costo di ripristino se vedete è molto più basso da quello che astrattamente aveva ipotizzato il professor Nosengo, che aveva fatto un discorso complessivo di 100.000 miliardi ed oltre. Qui stiamo facendo dei conti molto più ridotti proprio perché abbiamo comunque tenuto conto di alcuni elementi, ed in ogni caso la valutazione equitativa del Giudice è quella che può comunque dare una parola definitiva, perché diversamente sarebbe impossibile pretendere che ci fosse un monitoraggio continuo del territorio, tale da avere in qualsiasi momenti per la (base line) per ogni eventuale fatto successivo che dovesse essere aggressivo per l’ambiente. Badate che in proposito ricordo che proprio sulla base di queste stesse considerazioni la giurisprudenza della Cassazione ha sempre letto quel reato di danno che ha l’articolo 25 della legge Merli in questi termini qui. L’articolo 25 della legge Merli puniva chiunque, nel regime transitorio, determinasse anche un aumento temporaneo dell’inquinamento; allora la difesa allora era quella di dire: "Beh, se tu mi dici che ho creato un aumento temporaneo di inquinamento mi devi prima dimostrare quanto era inquinato e poi dimostrare quanto io ho apportato di più per dimostrare che quindi ho violato il precetto dell’articolo 25". La Cassazione, questa lettura, l’ha completamente tagliata dalla norma. Ha detto: "L’aumento dell’inquinamento si verifica sulla base della diversità della concentrazione dei reflui scaricati in due tempi successivi". Quindi tu prima scarichi 10, poi scarichi 12, il passaggio da 10 a 12 determina ex se un aumento dell’inquinamento indipendentemente dal fatto che la risorsa che riceve questo scarico sia nel frattempo aumentata di inquinamento per i fatti nuovi. Quindi perfino nella fattispecie penale di danno che è contenuta dalla Merli nell’articolo 25 la Cassazione ha dato una lettura di questo tipo proprio perché altrimenti sarebbe stata la fattispecie scritta sull’acqua, a maggior ragione questa lettura io invoco a proposito della liquidazione equitativa del danno. Due battute conclusive, signori. Il profitto del trasgressore è il profitto che deriva dalla trasgressione del fatto reato. Siamo di fronte ad un fatto reato commesso nell’esercizio dell’attività d’impresa, così come descritto nell’attività e nella condotta oggetto dell’imputazione, il profitto è quello che è ricavato da quell’attività, quindi non il profitto del singolo dipendente imputato, non avrebbe alcun significato, il dipendente agisce dentro un rapporto di lavoro di servizio che lo obbliga a fare o non fare certe cose nell’interesse del datore di lavoro, il profitto è di chi esercita l’impresa, se la condotta è nell’esercizio dell’impresa il profitto è di chi esercita l’impresa. La sostenibilità economica. Questo è un argomento che merita un punto brevissimo di chiarimento. Si è detto: "Il risarcimento deve essere economicamente sostenibile, l’avvocatura dello Stato ha fatto richieste folli per cui è come se non avesse chiesto nulla"; e il professor Schlesinger ha anche chiesto: "E’ vero, signori del Tribunale, che quelle richieste sono folli?". Le richieste intanto non sono folli, le richieste sono la quantificazione economica del significato complessivo, del valore complessivo dell’ambiente illegittimamente fruito di cui la comunità nazionale pretende una restituzione, rispetto al quale pretende una reintegrazione. Reintegrazione secondo un farò ove tecnicamente possibile, reintegrazione economica ove tecnicamente non sia possibile e comunque in relazione a quella specie di natura p punitiva del danno ambientale. Una compromissione che dura trent’anni, non dura tre giorni, quindi non è possibile pensare a quelle quote diverse ed a dei valori diversi di quantificazione del valore della risorsa se non in quei termini lì. Del resto hanno mai dato una loro versione di quanto è secondo loro un danno ambientale? Francamente, scusate, credo che secondo una dialettica processuale ci sia un principio di correttezza, per cui se io dico che io eccepisco che il danno ambientale è inferiore a quello da me attore, sostenuto, io, convenuto, avrò anche l’onere di indicare a quanto inferiore, a meno che io non lo contesti integralmente. Allora se c’è contestazione integrale perché tanto si dice: "Non c’è responsabilità penale, perché se c’è responsabilità penale con la giurisprudenza della Cassazione il danno è in re ipsa per quei tipi di reati", va bene, abbiamo sbagliato tutto, ed andremo a casa. Ma se per caso c’è la responsabilità penale ci sono delle cifre alternative, le hanno mai fatte? Schlesinger è venuto a dirci: "Di queste cose dovremmo parlarne separatamente"; no, di queste cose se ne parla nei processi, c’è una domanda, ci sono delle eccezioni, vediamo in cosa consistono. Se c’è la cosiddetta contestazione generica, la contestazione generica vale come contestazione generica, ci dice che il danno ambientale non c’è. Vedremo, ma non diteci che c’è una valutazione alternativa, perché non l’avete mai fatta, non l’avete neanche mai eccepita. Sulla sostenibilità economica confondono due piani del ripristino, perché il ripristino del danno ambientale, signori, è un risultato che si può ottenere sia in sede civile come in questo caso noi stiamo cercando di ottenere per lo Stato, sia come oggetto di un’azione amministrativa che la Pubblica Amministrazione fa, però prescindendo dall’accertamento di responsabilità, perché l’accordo di programma sulla chimica non è un atto negoziale a contenuto transattivo che medi in relazione a quelle pretese responsabilità, è un’azione amministrativa di indirizzo alla quale hanno volontariamente aderito una serie di soggetti privati se si propongono, nel comune interesse, di fare una serie di interventi di bonifica ambientale. Questo è, ma non c’entra la responsabilità, e quindi la sostenibilità economica di quel tipo di intervento è giustificata dal fatto che non c’è collegamento con la responsabilità. Così pure lo stesso decreto Ronchi, il famoso articolo 17, quando introduce la responsabilità del proprietario del sito, che non è legata ad una condotta illecita dallo stesso tenuta in relazione all’inquinamento, ma deriva solo dal fatto di essere proprietari, beh, non è anche questo un esempio della situazione nella quale l’azione amministrativa di ripristino deve per forza tenere conto della sostenibilità economica perché va a coinvolgere interessi e posizioni giuridiche di soggetti che sono estranei alla commissione del fatto illecito. Ha tutto un senso la normativa speciale, ha tutto un suo senso ed un suo significato, ma dire che automaticamente la sostenibilità economica passa anche sul versante del risarcimento, è fare un salto logico giuridico e secondo me non trova nessuna giustificazione salvo quella, ed in questo credo che sia giusto, che trattandosi di una materia affidata al prudente apprezzamento del Giudice e ad una valutazione equitativa, il Giudice nell’esercizio di questa sua valutazione, attività di valutazione e quantificazione del danno equitativo, non potrà non tenere conto di tutta una serie di circostanze che possono giustificare una riduzione anche significativa di quelli che sono altrimenti i valori che risultano da un calcolo puramente economico e monetario, ma questa è altra cosa rispetto alla sostenibilità. Comunque sulla sostenibilità diciamo, e qui ho davvero finito, due ultime cose. Ho preparato una memoria insieme con il nostro consulente professor Leon che va a verificare la sostenibilità economica in relazione alla capacità di indebitamento dei responsabili civili. Ed io ve la produco dimostrando in questo senso che ci sono delle soglie di sostenibilità economica che sono nell’ordine di migliaia di miliardi, non sono all’ordine di qualche centinaio di milioni. Questo vale per ENI, questo vale per Enichem, questo vale per Montedison. L’ultimissima battuta. Si sa che il responsabile civile risponde della condotta dell’imputato nei limiti della responsabilità di questo. E ci hanno tutti detto che qui gli imputati rispondono ognuno per la quota individuale di responsabilità stante il principio speciale contenuto nell’articolo 18. Contestazione che ha fatto la difesa: "Voi non avete mai indicato le quote di responsabilità individuale, quindi non potete avere il risarcimento del danno ambientale"; nostra replica: "Attenzione, ancora una volta diventa decisiva la considerazione della sede in cui ci troviamo e del fatto che è oggetto della domanda risarcitoria", siamo in presenza di un fatto reato e quindi valgono i principi penali all’individuazione del concorso della condotta al verificarsi all’evento, quando una condotta è causa dell’evento per il diritto penale che sia una condotta che ha una porzione marginale di apporto causale, o che sia una condotta che ha rilevanza decisiva per il rapporto causale, c’è il principio di parità delle cause e delle concause. Quindi non è certo sotto il profilo dell’analisi delle condotte e dell’apporto causale delle stesse con il danno che va calcolata questa percentuale individuale. Allora in sede penale qual è l’unico strumento, l’unico strumento che il Giudice ha per valorizzare la responsabilità individuale di ciascun imputato? Ne ha uno solo. Che è la determinazione, ovviamente nei casi in cui lo ritenga responsabile, della pena sulla base dei criteri ex 133, la pena è l’indice e l’indicatore, nel processo penale, della quota individuale di responsabilità che lo stato attribuisce al soggetto reo condannato. Allora? Allora abbiamo fatto, avete lo strumento, come graduate la pena, per graduare allo stesso modo la quota di responsabilità individuale in relazione al danno conseguente al reato di natura ambientale, ex articolo 18. Si può fare uno schemino molto semplice, io l’ho preparato, io l’ho fatto sul calcolo delle pene che ha fatto il Pubblico Ministero, ma l’operazione è semplicissima, la potrete anche fare in un modo molto semplice al momento in cui determinerete i vari passaggi per la quantificazione delle pene nel caso in cui riteniamo uno o più imputati responsabili, io per ogni imputato ho individuato, sulla base della pena richiesta dal Pubblico Ministero, quale è la frazione percentuale di responsabilità che gli compete. Bartalini Emilio 12 anni 6,49%; Belloni Antonio, 4 anni, 2,16%; Burrai Alberto, 6 anni, 3,25%; Calvi Renato, 10 anni, 5,41%; Cefis Eugenio, 12 anni, 6,49%; D’Arminio Monforte, 10 anni, 5,41%; Diaz Gianluigi, 8 anni, 4,32%; Fabbri Gaetano, 4 anni, 2,16%; come Fedato e Gaiba; Gatti Piergiorgio 10 anni, 5,41%... Questa è la percentuale di responsabilità che si ricava sulla base delle pene chiesto dal Pubblico Ministero. Io concludo la mia arringa dicendo che con lo stesso metodo il Tribunale può quantificare la responsabilità individuale di ciascun imputato, secondo quello che è lo schema che io do per comodità al Collegio, e determinare la condanna dello stesso al risarcimento del danno ambientale che riterrà equo quantificare secondo i criteri noti dati dall’articolo 18, con conseguente condanna pro quota individuale del rispettivo e dei rispettivi responsabili civili.

 

Presidente: va bene, grazie, facciamo una pausa di un quarto d’ora.

 

IL PROCESSO VIENE BREVEMENTE SOSPESO.

 

Presidente: riprendiamo allora.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

Avvocato Schiesaro: signor Presidente, per il verbale dichiaro il deposito delle memorie che faccio oggi, le altre le farò lunedì. Oggi deposito: la memoria sul pericolo e la sua valutazione nel reato di cui agli articoli 440 e 452; deposito il testo integrale della sentenza del 21/90 della Cassazione in data 9 luglio del 1998, depositata l’1 ottobre del 1998; deposito la memoria dal titolo "Risarcimento del danno ambientale e sostenibilità economica"; un’altra memoria dal titolo "Legge scientifica e criteriologia medico-forense. Le ragioni di un irrinunciabile connubio per la spiegazione del nesso causale"; un’altra memoria "Alcune note sulle acque monomeriche delle vasche di neutralizzazione reparto S2-SG31"; un’altra memoria: "Gli errori esiziali del professor Foraboschi in ordine alla natura tossica e nociva dei liquami avviati alle vasche di neutralizzazione, reparto S2-SG31"; da ultimo il prospetto delle percentuali di responsabilità individuale dei singoli imputati calcolate sulla base delle pene richieste dal signor Pubblico Ministero.

 

Presidente: va bene, grazie.

 

Avvocato Accinni: signor Presidente, soltanto una battuta. Soltanto per esprimere formalmente una riserva, dopo averle potute esaminare, circa tutte le memorie depositate, una riserva in ordine all’ammissibilità o meno, ovviamente prima le vorremmo esaminare.

 

Pubblico Ministero: lo stesso discorso vale per il Pubblico Ministero nei confronti degli atti della difesa, in particolare l’ultima consulenza del professor Foraboschi depositata a dibattimento chiuso.

 

Presidente: va bene. Allora chi prende la parola ora? Prego, professor Gallo.

 

AVVOCATO GALLO

 

Avvocato Gallo: dico subito che dopo quanto è stato questa mattina detto, e quanto ho avuto la fortuna di ascoltare dai colleghi che mi hanno preceduto, avvocato Boscolo Rizzo ed avvocato Schiesaro, il mio intervento sarà anche più succinto di quanto mi ero proposto. Dico subito che ho tutti i difetti come avvocato, salvo quello della prolissità. Mi auguro pertanto di mantenermi nei limiti di sopportabilità assoluta, anche perché mi rendo conto che piombo in questo processo come una sorta di marziano dopo che tesi estremamente accurate ed approfondite sono state dibattute dall’una e dall’altra parte, e tutto questo mi mette in una condizione di disagio compensata però dal fatto che questa mia apparente estraneità alla vicenda, così come storicamente si è dipanata, mi pone nella possibilità di avvicinarmi direttamente, vorrei dire crudamente, a certi dati normativi che mi paiono costituire l’essenza del problema. E dico subito che io sfiorerò, nell’intervento che mi propongo di svolgere, tre temi che ritengo importanti. Uno sull’accertamento del nesso causale, l’altro sulla struttura dei cosiddetti delitti di pericolo astratto, o meglio pericolo presunto, e il terzo sul rapporto tra forma dolosa e forma colposa di alcuni reati ed esemplificherò per tutti facendo riferimento all’imputazione di strage cosiddetta colposa. Comincio dal primo dei temi che ho enunciato. Si è molto discusso circa l’esigenza di certezza che dovrebbe presiedere e che di fatto presiede all’accertamento della causalità nel nostro sistema, e se n’è fatta materia ad altissimo livello e con accenti quanto mai nobili e persuasivi se n’è fatto cenno anche a proposito di quelle che sono tutte le garanzie che discendono da un principio fondamentale della nostra Costituzione come quello della natura personale della responsabilità penale. E non possiamo che consentire su queste premesse, salvo però un limite che francamente ritengo insuperabile, invalicabile. Come già è stato accennato stamani non può la ricerca sul rapporto sull’esistenza di un nesso di causalità, spingersi fino a limiti che condurrebbero ad una sorta di liquidazione della problematica stessa, fino a questi a negare in linea di principio la possibilità di un accertamento, e sottolineo il termine accertamento, di un accertamento del nesso causale. Mi sono sempre preoccupato di quelle che sono nella determinazione di elementi di fattispecie sostanziali, delle possibilità e delle regole di accertamento che presiedono a questi elementi. Perché è molto facile enunciare certe regole, porre concetti che sulla carta scorrono con bella limpidità, ma che di fronte a quel momento fondamentale dell’esperienza giuridica, e soprattutto dell’esperienza di loro signori Giudici, che è quello della sussunzione, si dimostrano, si rivelano impraticabili, non suscettibili di una concreta verifica. Noi abbiamo nella nostra recente storia giurisprudenziale una sentenza memorabile della Corte Costituzionale che è quella sul delitto di plagio dove il Giudice estensore, che era Volterra, non per niente è figlio di quel grande matematico che è Vito Volterra, qui riecheggia forse un insegnamento del padre, a proposito del delitto di plagio non mette in discussione la capacità di descrizione tassativa del fatto giuridico su cui si imperniava l’incriminazione, però mette immediatamente in rilievo come l’accertamento in concreto di quel fatto astrattamente e perfettamente configurabile, con limiti anche precisi, sia insuscettibile di operazioni reali. E lo stesso dobbiamo dire per quanto concerne il rapporto di causalità, così come lo dobbiamo dire per tutti gli elementi di fattispecie di natura psicologica, dolo e colpa, ma soprattutto dolo, e via dicendo. Perché giustamente è stato criticato il tentativo di quantificare il grado di certezza che dovrebbe assistere all’accertamento del nesso causale. Si è detto che questa quantificazione è una quantificazione praticamente impossibile e che soprattutto non tiene conto del contesto nell’ambito del quale la quantificazione deve avvenire. Si sono citate numerose decisioni della Corte Suprema che prima di quelle che possiamo brevemente, direi tra di noi, ormai chiamare sentenze Battisti, prescindevano dalla quantificazione numerica del grado di certezza. Ed è un discorso che mi sembra quanto mai realistico, puntuale, che rifugge da ogni prospettazione di pura e semplice ipotesi non verificabile. Però prima ancora di questa constatazione vorrei dire che c’è un vizio concettuale in ogni impostazione che si batta per un principio di certezza non in quanto tale, per carità non in quanto principio di certezza, ma in quanto concentrato tutto e soltanto su uno degli elementi che compongono la causa di un certo risultato. Cioè siamo abbastanza tentati, signori del Tribunale, di attribuire alla condotta umana, che è una delle condizioni di un risultato proibito dalla legge, un predicato che invece spetta, con le riserve e con i limiti che vedremo subito, ad un insieme di condizioni, a tutte quelle che realizzano il predicato della sufficienza. Soltanto un insieme di condizioni porta ad un certo risultato. Si capisce che ogni settore di ricerca, e sotto questo profilo possiamo considerare anche il diritto come una sorta di filtro attraverso il quale valutiamo l’accadimento umano, ogni settore di ricerca ipotizza come causa quella certa condizione che è più confacente o più contigua agli interessi che la ricerca medesima persegue. Ma si tratta di una scelta di puro comodo che non può assolutamente fare dimenticare che quale che sia il fattore prescelto, nell’ambito del diritto e soprattutto del diritto penale è fondamentalmente la condotta umana, quale che sia il fattore e la condizione prescelta, si tratta di uno degli elementi che nel loro insieme costituiscono la causa. Allora ecco la difficoltà a ragionare in termini di certezza proprio derivante dal fatto che le condizioni che concorrono alla produzione di un certo evento sono in numero estremamente esteso anche nelle ipotesi che ci possono sembrare di più palmare evidenza e difficilmente definibili. Quindi una certezza che va sempre misurata dall’angolo e con la misura realistica della probabilità, si dice anche delle probabilità, con un’attribuzione al termine, alla parola probabilità, che molto probabilmente non è rispondente alle esigenze della ricerca che ci proponiamo. Perché quando parliamo di probabilità, se il termine ha un senso, dovremmo alludere ad una possibilità quantificata in un certo modo. Soprattutto poi l’uso del termine diventa particolarmente problematico quando dal singolare passiamo al plurale, come spesso si incontra in lavoratori di letteratura scientifica o in decisioni giurisprudenziali, si parla delle probabilità. E’ un uso che fa parlare di probabilità quando più correttamente si dovrebbe parlare di possibilità. Allora ecco che tenendo conto che la condotta umana, rispetto alla quale va costruito, va reperito il nesso causale, è solo una delle condizioni, è ragionevole discutere in termini di rilevante possibilità, rilevante possibilità che deve poi, per sfociare nella realizzazione di una concreta catena causale, deve accompagnarsi a tutta una serie di altre condizioni che non sono, come dicevo, aprioristicamente circoscrivibili e definibili. E, signori del Tribunale, la problematica diventa ancora più complessa quando abbiamo a che fare con l’accertamento causale discendente e derivante da una condotta omissiva. Il capoverso dell’articolo 40, la violazione dell’obbligo giuridico di impedire l’evento che equivale a cagionarlo. Qui in realtà gli accertamenti d’ordine causale che occorre fare sono doppi, non ho mai creduto alla tesi secondo la quale la causazione per omissione sia immediatamente e direttamente riconducibile a quella operazione per condotta positiva, e che così non è lo spiega oltretutto e lo dimostra anche il capoverso dell’articolo 40 che non si limita ad essere la manifestazione dell’opinione scientifica del legislatura, ma è la traduzione in una norma di diritto positivo della verità secondo la quale dall’omissione di qualche cosa, cioè dal non fare, non può prodursi alcunché, se non per una costruzione logico, non voglio dire giuridica, normativa, perché appartiene a tutto il settore delle scienze normative e delle discipline normative, se non per una costruzione logico-normativa che passa attraverso due fasi. La causa di un certo evento non può consistere che nel complesso, torno a dire complesso, e non in una, delle condizioni che hanno determinato questo evento, diciamo che un non fare è causa dell’evento quando avrebbe il fare contrastante con l’omissione impedito la realizzazione dell’evento incriminato dalla norma, nel caso nostro penale. Quindi sono due accertamenti che occorre svolgere: il primo basato sulla condizionabilità dei fattori positivi che hanno portato all’evento, il secondo sull’idoneità della condotta che non si è tenuta, e che si sarebbe dovuta tenere in base ad un principio obbligo giuridico, ad impedire l’evento. E’ ovvio che quando ci poniamo di fronte alla realtà dell’accertamento del nesso causale, in questi che sono i termini precisi, discendenti oltretutto da... discendenti, fatti propri da una norma di diritto positivo, non soltanto la quantificazione numerica diventa una ipotesi assolutamente astratta e irreale, ma anche la certezza pressoché assoluta viene a scontrarsi con quelle che sono le inevitabili esigenze di accertamento, per le quali e in base alle quali che cosa è consentito dire, che poi è l’operazione ordinariamente posta in essere da chi deve compiere l’operazione di sussunzione del dato concreto sotto la fattispecie astratta? Si è a lungo parlato di causalità generale e di causalità individuale, volendo descrivere dei momenti che senza dubbio hanno una loro funzione ineliminabile nel processo di accertamento di cui sto parlando, ma se n’è parlato, come spesso accade nelle nostre cose, signori del Tribunale, come se si trattasse di concetti rappresentanti dei blocchi contrapposti aventi ciascuno una sua realtà di fatto o spirituale contrapposta a quella di altro blocco concettuale. In realtà causalità generale, causalità individuale, che cosa vogliono mettere in rilievo? Che cosa sono in realtà? Sono i due momenti del processo di accertamento, quelli che presiedono alla sussunzione, cioè alla verifica della corrispondenza della fattispecie concreta alla fattispecie legale, alla fattispecie astratta, e si passerà dall’accertamento di una seria idoneità, cioè di una rilevante possibilità all’accertamento che a questa idoneità è succeduta una concreta realizzazione causale dell’evento. Il che, eliminati i fantasmi delle quantificazioni, eliminati i fantasmi delle esigenze, delle richieste di una certezza che si avvicini a cento meno uno, e io mi chiedo: se la logica del cento meno uno è quella della garanzia, non ci si può fermare al meno uno, bisognerebbe dire che la certezza dovrebbe essere del cento per cento, il che viene rifiutato tutte le volte in cui si tratta di fare applicazione di leggi scientifiche o statistiche. E allora dicevo, sul piano concreto dell’accertamento si può passare da quella che continuerò, per rifarmi a una terminologia che ha avuto lungo eco in questo processo, la capacità generale, si può passare da questa alla causalità individuale, specifica, quando non siano, per evenienze, elementi, dati comunque acquisiti al processo, emersi degli elementi dai quali si possa ricavare che nel caso concreto quello che l’accertamento di seria possibilità, rilevante possibilità, avrebbe suggerito non può essere portato alle sue conseguenze in ordine al caso concreto, perché nel caso concreto si profilano tante possibili serie causali, tutte quante provate, e su questo dovrò brevissimamente fermarmi, e non semplicemente prospettabili o enunciabili, perché sul piano della prospettazione o della enunciazione verbale è chiaro che tutti possiamo immaginare, ipotizzare come influente su un certo risultato una serie causale piuttosto che un’altra o una serie praticamente infinita di sequenze causali. No, debbono emergere nel processo degli elementi, dei dati dai quali si possa ricostruire seriamente, di nuovo con gradi di possibilità seria, documentata, documentata nel senso del documento processuale, non dell’atto formale, di un processo causale che non faccia capo alla condotta che è considerata nella dialettica processuale come possibile causa dell’evento e di cui si deve accertare che è stata causa dell’evento. Ma tutte le volte in cui ci si trova di fronte alla carenza della emersione di queste possibili altre serie causali, e sottolineo di nuovo che emersione non vuole dire mera enunciazione ma vuole dire raggiunta prova delle possibili altre serie causali. Ecco che si è raggiunto tutto ciò che è necessario e sufficiente per ritenere l’esistenza di un rapporto causale, che altrimenti noi dovremmo supporre una onniveggenza, una assoluta capacità di ricostruire determinati processi che il più delle volte sfuggono all’uomo, soprattutto quando si tenga presente che non dobbiamo confondere l’accertamento dell’esistenza di un nesso di causalità con quello relativo alla esplicazione del perché un certo dato porta a un certo risultato. L’esplicazione dei modi con cui si articola un processo causale non ha niente a che fare con l’accertamento del processo stesso; quello che ci interessa ai fini dell’applicazione di una norma di diritto penale sostanziale è accertare la sequenza storico-temporale, come vogliamo definirla, che si identifica in quella che chiamiamo causalità. Se siamo in grado, ma lo saremo soltanto in ipotesi scolastiche e marginali, anche se molto importanti, di esplicare compiutamente anche come si è svolto questo processo causale, tanto meglio, ma non è esso necessario alla determinazione del requisito di fattispecie dato dalla causalità. Con il che evidentemente, signori del Tribunale, non vengo assolutamente a denunciare una posizione di restrizione di quelle che sono le garanzie spettanti a ciascun imputato, vengo puramente e semplicemente a fotografare quella che è la realtà del processo di accertamento, che non può non essere tenuta presente ogni volta che tentiamo di definire un elemento concreto di fattispecie. Si è arrivati da parte di alcune scuole di diritto estremamente importanti, estremamente significative per lo svolgimento del pensiero giuridico a ritenere addirittura che elemento di fattispecie non sia per esempio l’avere cagionato la morte di un uomo ma sia elemento di fattispecie sostanziale il processo attraverso il quale si accerta che Tizio ha cagionato la morte di un uomo. Mi sembra che sia portare troppo avanti la importanza del momento di accertamento, ma da questo non si può assolutamente prescindere. E allora, se tengo presente questo dato primario dell’esperienza concreta giuridica, debbo dire che di fronte alla massa di dati dai quali si sprigiona il giudizio di idoneità, cioè di seria, rilevante possibilità, di fronte all’assenza della prospettazione motivata, seria, provata, seria voglio dire in senso oggettivo, non faccio assolutamente riferimento all’atteggiamento culturale di chi ha avanzato certe tesi, anzi sono il primo a riconoscere l’importanza che dibattiti e processi come questo che oggi ci occupa debbono prodursi con la più franca discussione dell’una e dell’altra tesi, perché è questo che contribuisce a ciò che noi tutto sommato poi chiamiamo diritto di un determinato Paese. Dicevo, quando teniamo presente tutto questo, direi che il rapporto causale si può ripetere compiutamente accertato, come comprovano anche recenti prese di posizione della Corte di Cassazione, la cortesia del dottor Casson mi ricordava poc’anzi la recentissima pronuncia in tema proprio dell’inondazione che si è avuta in Piemonte, in cui la Corte di Cassazione è ritornata a parlare della seria probabilità, della rilevante probabilità del verificarsi di certi risultati. Quando teniamo presente tutto questo ecco che l’esigenza, che è bella, che è motivata da prese di posizione profondamente civili e conformi a quello che è lo spirito della Costituzione, ma non realizzabili, fuori della realtà concreta, possono essere respinte. Il secondo dei temi di cui desidero, signori del Tribunale, brevissimamente, occuparmi, è quello dei cosiddetti delitti di pericolo astratto. Su questo tema si è lungamente discusso e si è detto che questi delitti sarebbero in definitiva da ritenersi gravemente inficiati da illegittimità costituzionale perché in essi il Giudice verrebbe a ridursi a una sorta di automa che, di fronte all’accertamento puro e semplice della conformità al tipo descrittivo di un certo fatto, di un certo accadimento concreto, non avrebbe che da tirare le conclusioni di una sentenza di condanna o, nel caso contrario, di una sentenza assolutoria. Beh, dimentico di dire che questo in fondo era il sogno di tutti gli illuministi, che miravano proprio a un esercizio di funzione giurisdizionale che rendesse onnipresente e onniveggente il dominio della legge, con esclusione di ogni latitudine interpretativa, ma anche questa sarebbe una tesi non soltanto non realistica ma soprattutto contrastante con i principi costituzionali. Ma vediamo se è vero che nei delitti di pericolo cosiddetto astratto, io preferisco parlare di pericolo presunto, prendo per esempio l’avvelenamento, si ha questa abdicazione degli organi giudiziari a ogni valutazione di carattere concreto, scientifico, circa la pericolosità della condotta che devono sussumere sotto una figura di reato. Innanzitutto questi reati debbono inquadrarsi nel sistema dei reati di pericolo, che sono contrassegnati qualche volta dalla presenza del fatto giuridico pericolo, meglio, di quegli elementi che nel loro insieme costruiscono il sostrato di ciò che dà luogo a un giudizio di pericolo dalla presenza di questi dati, nel quadro della fattispecie. Altre volte, invece, il pericolo svolge il ruolo di ratio di una determinata incriminazione, e anche quando il pericolo è elemento costitutivo di una fattispecie, figura legale di un certo tipo di illecito, nel caso nostro penale, il pericolo può giocare dei ruoli diversi, e di fatto li gioca: può essere il presupposto della condotta, può essere l’elemento qualificante l’oggetto materiale della condotta, può essere l’elemento che qualifica il modo di svolgimento della condotta, attua in modo pericoloso, che è formula abbastanza ricorrente nel nostro linguaggio legislativo. Può essere, ancora, la qualifica o addirittura l’evento successivo a una certa condotta, vuoi che si tratti di evento in senso stretto, vuoi che sia più semplicemente, o in modo più complicato, se preferiscono, condizione obiettiva di punibilità o condizione di maggiore punibilità. E il ruolo che il pericolo svolge nel quadro di una fattispecie di diritto penale sostanziale non è puramente e semplicemente oggetto di una classificazione più o meno attenta, più o meno convincente, ma sottende poi delle tecniche di accertamento che sono profondamente diverse. Così, se il pericolo è il presupposto della condotta, la quale è incriminata in quanto posta in essere in presenza di questa situazione di pericolo, è chiaro che di essa dovremo giudicare puramente e semplicemente in termini di prognosi postuma, cioè considerando tutto ciò che era conoscibile, eventualmente integrato dalle maggiori conoscenze del soggetto appartenente a una certa sfera economico-sociale o culturale, a tutto ciò che era conoscibile da parte del soggetto agente. Mentre se il pericolo è il risultato della condotta, vuoi come evento in senso tecnico, vuoi come condizione di punibilità o di maggiore punibilità, non c’è motivo per limitarne l’accertamento alla stregua di una operazione di prognosi postuma; andrà valutato al completo di tutti gli elementi in presenza dei quali possiamo dire si è verificata effettivamente una situazione di pericolo. Ma altre volte il pericolo, e qui ritorno alla tematica dei delitti di pericolo astratto o pericolo presunto, non compare come elemento di fattispecie in uno dei ruoli che ho sommariamente disegnato, è la ratio dell’incriminazione, è il legislatore il quale, sulla base di conoscenze più o meno condivisibili, e vedremo che questo rappresenta un dato molto importante, ritiene pericolosa una certa condotta e la incrimina in quanto tale prescindendo dalla produzione, dalla effettiva causazione di un pericolo concreto. Con il che è chiara l’intenzione normativa, l’intenzione normativa è una e una soltanto: quella di porre, di fronte a certe possibili condotte, una soglia di difesa avanzata, per effetto della quale sia vietato, prima ancora che si produca un certo processo causale che concretamente conduca a un certo evento di danno o anche a un certo evento di pericolo concreto, con questa tecnica normativa si vuole evitare che si ponga in essere quella condizione che si rivela, si conosce essere capace di produrre una possibile situazione di pericolo, prescindendo, ripeto, dall’accertamento del pericolo concreto. Il che il legislatore fa per esempio quando incrimina l’avvelenamento. Ma non significa, dicevo poc’anzi, abdicazione da parte dell’organo giudiziario di ogni accertamento di carattere tecnico, perché è evidente che nel momento in cui si parla di avvelenamento, acque o sostanze destinate all’alimentazione etc. etc., l’oggetto materiale della condotta deve essere una sostanza tossica, all’accertamento e alla determinazione della quale concorrono tutte le discipline che si occupano del settore che è chiamato in causa. Quindi non un automatismo; precisare, accertare, definire che c’è stata o non c’è stata l’utilizzazione, il versamento di un tossico in sostanze destinate all’alimentazione o nell’acqua esige un processo di accertamento per il quale non si può non ricorrere alle discipline del caso. Però si prescinde, come dicevo, dalla creazione di un pericolo concreto. E questo non significa, però, che tutto si riduce alla pura e semplice constatazione che la condotta posta in essere risponde al tipo normativo. Si è parlato a lungo di soglie e si è ricordato, con perfetta pertinenza all’argomento trattato, come nella determinazione dell’ammissibile o del non ammissibile concorrano anche i dati normativi per esempio forniti da leggi speciali che disciplinano questa o quella materia. Qui, però, voglio ricorrere a un principio generale di ordinamento, che non può non essere tenuto presente anche nei cosiddetti reati di pericolo astratto o presunto nei quali il pericolo, cioè la rilevante possibilità del verificarsi di un danno temuto, funzioni non come elemento di fattispecie ma come ratio dell’incriminazione. L’articolo 49 del Codice Penale, laddove si ipotizza la non punibilità del fatto in cui tutta quanta la azione risulti inidonea alla causazione dell’evento che la legge incriminatrice vuole impedire. Questo della offensività è requisito sul quale la Corte Suprema di Cassazione, la Corte Costituzionale si sono ripetutamente pronunciate ritenendolo un requisito essenziale del fatto di reato, requisito che discende da dati testuali – mi riferisco all’articolo 25 – della Carta Costituzionale, dal sistema della Carta Costituzionale, che contrappone al diritto penale della pena il diritto penale delle misure di sicurezza, e ricordiamoci che l’articolo 49 attribuisce la possibilità di applicare una misura di sicurezza in caso di realizzazione di reato impossibile. Ma discende in primo luogo, e prima ancora che la Costituzione lo presidiasse con la garanzia che discende da una Costituzione rigida, discende dall’articolo 49; l’articolo 49, che pretende questa idoneità alla produzione dell’evento del danno temuto, danno temuto che, nel caso di specie, è fuori della figura incriminatrice ma rappresenta il fatto specifico, lo specifico in vista del quale la condotta è incriminata. E questa valenza del momento dell’offesa non è assolutamente da confondersi con tutto ciò che discenderebbe dalla richiesta di un accertamento di pericolo concreto caso per caso, perché innanzitutto si invertono pienamente i termini della operazione giudiziaria. La costruzione di una figura astratta di reato, nel caso nostro quella di avvelenamento, si basa su ciò che ordinariamente accade, diciamo sull’id quod plerumque, che ci insegna come il versare tossici in ciò che è destinato all’alimentazione può portare a conseguenze dannose per la pubblica... etc., etc.. Ordinariamente dobbiamo dire, e questo vale per ogni reato, acquisire il dato che la fattispecie concreta, il fatto concreto posto in essere corrisponde alla figura di reato, esaurisce anche l’accertamento del momento dell’offesa contenuto del reato stesso, perché ordinariamente, signori del Tribunale, possiamo riconoscerlo, tutti i fatti che sono conformi a una descrizione legale di illecito appaiono muniti di quel requisito dell’offesa all’interesse, offesa, danno, lesione effettiva o messa in pericolo, all’interesse che la norma intendeva tutelare. Però, ecco, il legislatore ha fatto i conti con quella che può essere una eventuale imperfezione della tecnica legislativa, la quale procede ovviamente per astrazioni, cioè astraendo dal dato concreto tutto ciò che non ritiene interessante ai fini della costruzione di una figura, nel caso nostro di una figura di illecito. Ora, in questa operazione di astrazione dal reale, dallo storicamente verificatosi, può accadere che la figura risultante, sia pure in ipotesi marginali, sia tale da permettere che sia ricondotto sotto la sua valutazione anche l’accadimento che in realtà non presenta quel fronte di pericolo che motiva l’incriminazione stessa. E ecco allora la profonda differenza rispetto ai casi in cui si esige il pericolo effettivo, da provare caso per caso; i termini probatori sono invertiti: il Giudice motiverà correttamente quando, in presenza di una conformità del fatto concreto al tipo descrittivo, ne concluda per l’esistenza del fatto oggettivo di reato, salvo – e ritorno di nuovo a quello che si era detto in tema di accertamento del rapporto causale – che non siano acquisiti al processo elementi dai quali sia data desumere la possibilità che nel caso di specie le cose non si siano svolte secondo ciò che ordinariamente accade, cioè quel fatto, che pure corrisponderebbe al tipo descrittivo formulato dal legislatore, quel fatto in concreto non è offensivo, ma è indispensabile che emergano questi dati, con il che ovviamente non si pone assolutamente un onere probatorio, si pone puramente e semplicemente un onere di risposta a questi dati ove la possibilità di questi dati emerga, ma se questi dati non emergono o non emerga... Badate che concedo moltissimo a questa fase di accertamento: ove la possibilità di questi dati non emerga ecco che la motivazione in chiave di realizzazione del reato è perfettamente giustificata. E questo sistema non soltanto non è contrario, ma è perfettamente conforme ai principi costituzionali, è perfettamente conforme ai principi costituzionali perché fa salvo quel principio di offensività, cioè in ultima analisi di rispondenza allo scopo per cui una norma è dettata, che è tipico del nostro ordinamento, e facendolo salvo, questo principio, assicura la possibilità di distinguere quello che è un diritto penale basato su una offesa all’interesse tutelato da quello che è un diritto penale che persegue puramente e semplicemente delle finalità di prevenzione generale o prevenzione individuale e che, prescindendo dall’offesa, vuole punire in tutto e per tutto un certo tipo di condotta, perché non vuole che a questa condotta il destinatario della norma penale si abbandoni. Ripeto, il requisito dell’offensività è assicurato dall’articolo 25 quando parla di fatto, dall’articolo 27 quando distingue la pena dalla misura di sicurezza, dall’articolo 49 a livello di leggi ordinarie, e l’articolo 49, come oggi è abbastanza di frequente riconoscimento, non è – tesi che non mi aveva mai convinto – puramente e semplicemente il risvolto negativo del 56, del tentativo; tutt’altro, è una norma di portata generale che investe ogni e qualsivoglia reato, basti pensare che nel 49 si parla di reato e non di delitto, come nell’articolo 56. Si è molto discusso, signori del Tribunale, sulla possibilità di configurare una fattispecie di realizzazione colposa del delitto di strage, e gli argomenti che sono stati addotti contro questa configurabilità sono stati, vorrei dire spietatamente, esaminati e liquidati dall’avvocato dello Stato che mi ha preceduto. Non voglio sottolineare l’argomento per così dire topografico, quello per cui sarebbe rilevanti, ai fini della figura colposa, tutti i disastri e soltanto quelli successivi all’articolo che prevede l’incendio. Mi voglio soffermare soprattutto su due degli argomenti che sono stati utilizzati contro la configurabilità di una figura colposa: il fatto che il delitto di strage enuncia, come tutti i delitti a dolo specifico, teniamolo presente, non è una particolarità della norma che prevede la strage dolosa ma tutti i delitti a dolo specifico enunciano il requisito della specificità del fine perseguito dal soggetto agente nella norma incriminatrice, cioè in quella detta quelli che sono gli elementi costitutivi del fatto di reato. Così per esempio nel furto etc. etc.. Al fine di uccidere; si è detto: è vero che c’è un rinvio a tutti i delitti previsti nel capo primo etc. etc., e qui si è avvertito con un discorso molto sottile, estremamente intelligente ma che pone però degli interrogativi formidabili in linea generale, questo rinvio è ammissibile soltanto entro i confini della compatibilità, cioè 449 farebbe rinvio ai delitti previsti nel capo primo in quanto la configurazione colposa ne sarebbe compatibile. Qui dicevo che l’osservazione, l’argomento è estremamente fine e intelligente, pone però degli interrogativi molto seri. Il giudizio di compatibilità non è già effettuato dal legislatore nel momento in cui rinvia tout court a tutti i delitti compresi nel capo primo, a meno che non vogliamo fare ricorso di nuovo all’argomento topografico, cioè i delitti successivi a quello dell’incendio; mi pare che questo giudizio di compatibilità sia effettuato dal legislatore, ma si è detto: sì, ma il legislatore non può infrangere il principio di non contraddizione. La situazione del principio di non contraddizione mi ha colmato di gioia perché, signori del Tribunale, ormai sono tanto vecchio da poterlo dire, credo d’essere stato uno dei primissimi a tirare in ballo in sede di interpretazione la regola logica della non contraddizione, però mi chiedo se ci sia veramente questa contraddittorietà, o meglio se ci sarebbe davvero questa contraddittorietà nell’ordinamento ove si ipotizzasse una figura colposa di realizzazione di un fatto oggettivo di strage. L’imputazione a titolo di colpa ha un requisito, si snoda partendo da un requisito momento essenziale, cioè posso parlare di colpa quando ho accertato la mancanza di dolo; se c’è dolo non posso parlare di colpa, e questo è espresso nell’articolo 43 laddove si parla di evento ancorché previsto voluto. Sull’ancorché previsto si può poi discutere in lungo e in largo, perché la cosiddetta colpa con previsione, e non sono cose che ho inventato io, le ha detto per primo nella nostra Dottrina niente di meno che Francesco Carrara, è la colpa con la previsione che l’evento non si verificherà, cioè una colpa con previsione negativa e non con previsione positiva. Comunque è pacifico che l’imputazione a titolo di colpa presuppone come momento iniziale fondamentale l’accertamento della carenza di dolo. E allora mi chiedo: quando il dolo, che sorregge una certa figura di reato, è un dolo specifico, come accade appunto nel delitto di strage dolosa, dobbiamo prescindere da quello che è tutto l’elemento psicologico che sorregge la forma dolosa, cioè da tutto il complesso degli elementi che costituiscono il dolo specifico proprio di quella figura di reato. Se il reato, come avviene per esempio nella previsione dell’omicidio, il delitto come avviene nella previsione dell’omicidio si consuma con dolo generico, evidentemente prescinderemo dalla realizzazione del dolo generico. Ma se il delitto si consuma con dolo specifico, e è stato giustamente ricordato il rapporto tra ricettazione e acquisto di cose di sospetta provenienza, dovremo prescindere dalla realizzazione dell’intero elemento psicologico dolo che, nel caso di dolo specifico, comprende anche la finalità in vista della quale il soggetto ha agito e la rappresentazione del risultato della quale costituisce la causa psicologica della sua condotta. Perché la strada secondo la quale nei delitti a dolo specifico esisterebbero due elementi psicologici, il dolo generico doppiato da un dolo cosiddetto specifico, è quanto mai contorna e bizantina. Occorre riconoscere che il dolo è il dolo, è la coscienza e volontà del fatto, arricchita in certe ipotesi dalla rilevanza di una certa finalità, rilevanza che, nella maggior parte delle ipotesi incriminatrici, è esclusa. E allora debbo prescindere da questo elemento psicologico perché si possa parlare di colpa. Né è possibile, e qui non faccio una critica concettuale ma di nuovo mi riferisco a ragioni operative, né è possibile rifugiarsi dietro la costruzione dogmatica, altamente rispettabile e che dà luogo a meditazioni veramente serie del momento della finalità come pertinente alla oggettività del fatto, cioè come elemento soggettivo del fatto, che è costruzione che la Dottrina tedesca persegue più o meno dagli anni immediatamente precedenti ai (Franpesgabe), siamo prima del 1930, e è una costruzione estremamente rispettabile e che dà luogo veramente a meditazione sul punto, ma non rileva ai fini della soluzione del problema che qui stiamo trattando, perché anche concependo la finalità come elemento soggettivo del fatto, è chiaro che tutte le volte in cui, e questa mi pare una regola fondamentale nel nostro ordinamento positivo, basta pensare al primo comma dell’articolo 47 del Codice Penale, tutte le volte che è questione di contrapposizione tra elemento soggettivo e elemento oggettivo, l’elemento oggettivo non può essere considerato che nella sua materialità, non può ricomprendere un elemento psicologico, perché altrimenti arriveremmo alla catena, praticamente senza fine, dello psicologico che si rispecchia nello psicologico e così via dicendo. No, quando, come nel caso che stiamo trattando, si contrappone il dato oggettivo al dato psicologico, il dato oggettivo va colto nella sua materialità, comprensiva certo anche delle qualifiche normative che gli appartengono, ma tutte ravvisabili sul piano oggettivo. Quindi anche accettando la costruzione in chiave di elementi soggettivi del fatto dovremo dire: questa costruzione vale per la identificazione della corrispondenza del fatto alla figura tipica, però non vale quando la dialettica è tra accertamento di elemento psicologico e accertamento di elemento oggettivo. C’è poi l’argomento che è stato, anche questo con un fondamento di serietà innegabile, eccepito: la disarmonia sul piano delle sanzioni che si verificherebbe rispetto all’omicidio colposo plurimo. Ecco, io dico francamente che questa disarmonia non la vedo, prima di tutto per le ragioni che l’avvocato Schiesaro ha così magistralmente, vorrei dire, enunciate, e che partono dall’abrogazione della pena di morte, con tutte le conseguenze che poi se ne sono avute in ordine al dosaggio delle pene. Ma al di là di queste considerazioni, le quali non eliminano quella che potrebbe considerarsi una vera e propria disarmonia, a me pare che ci sia l’oblio della realizzazione di una fattispecie di concorso di reati nel caso della strage, seguita da eventi letali e l’omicidio plurimo, perché a mio avviso, signori del Tribunale, nel delitto di strage gli eventi letali non costituiscono eventi in senso tecnico che debbano essere coperti dall’elemento psicologico ma costituiscono condizioni di maggiore punibilità, il che vuol dire che quando si punisce per il delitto di strage, che è sfociato nella produzione di più eventi letali, ciò che sostanzialmente si colpisce è la realizzazione di una condotta che ha portato a certi risultati, e qui vorrei precisare: se l’evento morte consegue alla strage dolosa non c’è dubbio che, stante la finalità, fine di uccidere, l’evento si presenta come evento in senso tecnico, cioè come conseguenza della condotta incriminata. Quando però abbiamo a che fare con la figura di strage sorretta non più da dolo, dolo specifico, ma da colpa, gli eventi mortali costituiscono delle condizioni di maggiore punibilità, che sono sottratte alla copertura dell’elemento psicologico colpa, che investe soltanto il momento della condotta. E allora ecco che ipotizzare il concorso tra l’omicidio colposo plurimo e la realizzazione per colpa di una strage che sia sfociata in più eventi letali non significa violazione della regola del cosiddetto ne bis in idem sostanziale, perché non si imputa due volte lo stesso fatto; si imputa il fatto di avere per imprudenza, negligenza etc. etc. cagionato la morte di più persone attraverso l’incriminazione per omicidio plurimo; si accolta, si addebita, si incrimina una condotta che ha cagionato uno stato di pericolo per la pubblica incolumità, dalla quale poi sono conseguiti quegli eventi che costituiscono... E allora ecco che, a questo modo, l’apparente disarmonia sanzionatoria, che già si spiegherebbe, ma si spiegherebbe ravvisando un momento di caduta nella logicità del sistema, questa apparente disarmonia viene completamente sanata dal tener conto che una cosa è imputare a taluno di avere per colpa cagionato la morte di più persone, altro diverso è imputargli di avere cagionato una situazione che ha messo in pericolo l’incolumità pubblica, sfociata nella causazione, nella verificazione di eventi letali rispetto ai quali non è necessario accertare il vincolo della colpa. Io credo di avere concluso quelli che sono i temi che volevo trattare, che mi ero proposto di trattare nell’intervento che ho effettuato e ringrazio della cortese attenzione.

 

Presidente: grazie a lei, professore. Sospendiamo l’udienza.

 

Pubblico Ministero: chiedo scusa, Presidente, prima della sospensione, è possibile fare un ordine dei lavori? Perché ci sono stati alcuni difensori di parte civile che hanno già rinunciato all’intervento, per sapere come si proseguirà, visto che il pomeriggio di per sé, nella programmazione...

 

Presidente: riprenderemo alle 15.30 e finiremo alle 18.30. Semmai, se rimarranno degli spazi martedì e giovedì e venerdì, voglio dire, si potrà recuperare, se proprio lo ritenete necessario, quella mezz’ora o quell’ora che è stata presa dalla difesa nel proseguire le sue arringhe difensive, mi riferisco all’intervento dell’avvocato Carboni. Ma davvero non vorrei che sforassimo questi tempi, perché? Perché lunedì 22 noi ci ritireremo in Camera di Consiglio, ma per ritirarci in Camera di Consiglio dobbiamo organizzare il trasferimento di tutti i documenti, i fascicoli che ci sono qui, e allora dovete darci il tempo per poterlo fare. Se noi occupassimo anche il lunedì 22 in una discussione che magari si prolungasse, anche dico solamente tutta la mattinata, non faremmo in tempo a fare tutte queste cose insomma, ecco. Quindi vi prego insomma, davvero io credo che si possa oramai contenere le repliche nei limiti in cui queste davvero si ritengono indispensabili e necessarie.

 

Pubblico Ministero: va bene, faremo un programma nella pausa.

 

Presidente: e questo è un invito che faccio a tutti, ovviamente.

 

Avvocato Alessandri: scusi, Presidente, so che è tardi ma volevo soltanto fare presente che se le repliche delle parti civili dovessero prolungarsi a martedì della settimana ventura le difese non avrebbero il tempo materiale per replicare, a questo punto, quindi lei ha fatto un invito cortese, da parte nostra c’è una indisponibilità a replicare martedì se oggi almeno non concludono e se domani non depositano le memorie.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chi è andato al di là è stato l’avvocato Carboni, il Tribunale ha detto che i tre quarti d’ora dell’avvocato Carboni possono essere utilizzati.

 

Avvocato Alessandri: se vogliamo fare dei calcoli puramente di ore, allora dovremmo farli dall’inizio e presumibilmente la difesa Montedison è quella che è stata maggiormente penalizzata. Siccome non ho nessuna voglia, non l’ho mai fatto, nessuna di queste difese l’ha mai fatto il calcolo delle ore e dei minuti, chiedo soltanto che ci sia il tempo materiale per riflettere sulle cose che vengono dette in sede di replica. Abbiamo semplicemente due giorni, non avremo neanche il tempo di fare le fotocopie delle memorie che vengono depositate prima di martedì e di leggerle, quindi l’unica cosa che mi sento di chiedere, uso un suo avverbio Presidente, francamente, è quello che le repliche si concludano entro oggi, altrimenti veramente c’è una lesione di un minimo di parità delle parti nella fase terminale di questo processo. Non credo che mezz’ora martedì o un’altra martedì sposti l’equilibrio degli argomenti che sono da proporre.

 

Presidente: questo, non lo credo neppure io. Comunque, voglio dire, sulla parità, se anche in ipotesi, voglio dire, ci fosse un qualche intervento martedì, voi avete tutta la giornata di venerdì e semmai una piccola parte di lunedì.

 

Avvocato Alessandri: mi permetta, Presidente, lei aveva rivolto un invito, che non ho voluto ricordare, che le repliche di oggi avrebbero dovuto riguardare le posizioni soggettive. Abbiamo finora sentito questioni di carattere generale.

 

Presidente: io non credo di avere limitato in questi termini le repliche, perché non avrei neppure potuto farlo, voglio dire.

 

Pubblico Ministero: era per il Pubblico Ministero, sugli interventi di ottobre.

 

Presidente: non credo di avere dato una disposizione di questo genere, francamente non lo ricordo e comunque come avrei potuto vincolare le parti nell’oggetto della replica? Non credo proprio. Comunque eventualmente ne riparliamo questa sera, tenendo conto però che c’è anche un limite fisico, voglio dire, da parte dei Giudici. Guardate, tre udienze ci sono, diciamo udienze che ci impegnano dal punto di vista della concentrazione e dell’attenzione. Poi, se le protraiamo fino a tarda ora, siamo andati anche fino alle sette e oltre etc., non ci danno la possibilità di seguire in maniera congrua. Quindi voi le fate ma poi che cosa succede? Al limite le leggiamo perché non riusciamo neppure più a seguire, andiamo via da questa aula di udienza che siamo davvero asciugati da quelle che sono le nostre energie. Quindi abbiate anche voi un po’ di... la continenza serve un po’ a tutti, non è detto che... E’ come quando uno si trova – facendo un esempio molto banale – in prossimità di un esame, che crede di poter risolvere tutti i suoi problemi nelle ultime ore precedenti all’esame; non è così insomma, convincetevi di questo perché tante volte l’avrete sperimentata una cosa di questo genere. Sono tre anni e mezzo che siamo qua, santo cielo, mica un giorno!

 

IL PROCESSO VIENE SOSPESO

Presidente: riprendiamo l’udienza.

 

Pubblico Ministero: prima della ripresa degli interventi volevo indicare al Tribunale quelli che erano gli interventi programmati ancora, viste le rinunce che ci sono state da parte di alcuni difensori di parte civile, che depositeranno comunque una memoria. Gli interventi previsti per adesso, anche strettamente in ordine temporale, sono i seguenti: l’avvocato Chinaglia per pochissimi minuti, poi l’avvocato Picotti una quindicina di minuti, l’avvocato Zaffalon dieci minuti e l’avvocato Partesotti una ventina di minuti. Poi ci sarà l’intervento del Pubblico Ministero e a seguire su delle posizioni personali ci saranno gli interventi di due difensori che, siccome peraltro dovrebbero essere molto brevi, eventualmente potranno questi due difensori utilizzare quella mezz’oretta, si diceva, per martedì prossimo, e sono gli interventi dell’avvocato Battain e dell’avvocato Farinea sui ruoli di alcuni imputati nei (inc.) Cefis in relazione in particolare alla questione holding. Questi sono gli interventi strettissimi che sono stati indicati.

 

Presidente: avvocato Chinaglia, prego.

 

AVVOCATO CHINAGLIA

 

Avvocato Chinaglia: Presidenti, signori Giudici, ho chiesto questa brevissima replica perché credo che... c’è della Giurisprudenza che volevo un attimo illustrare, mi rimetterò in pochissimi minuti, che riguarda specialmente la questione ambientale in un processo così importante, una decisione che io penso sarà storica, che riguarda specialmente la mia Amministrazione, anche per l’apporto che ha dato riguardo al discorso delle discariche abusive. Quindi sulla colpevolezza degli imputati mi riporto integralmente a quello che ha detto il Pubblico Ministero; ho avuto modo tra l’altro di vedere il suo intervento, che condivido pienamente, e quello che hanno detto tutti gli avvocati oggi, l’avvocato Schiesaro in particolare. Dicevo, su questo punto volevo ribadire due piccole cose, e cioè che l’articolo 18 della Legge 349 dell’86 effettivamente sembra che non dia tutela per quanto riguarda il risarcimento del danno all’Ente territoriale, perché l’articolo 1 sembra che appunto condivida la posizione di coloro che ritengono che il danno ambientale sia patrimonio dello Stato e 9 bis e 9 riguardano poi uno la riscossione e l’altro la distribuzione di queste risorse che verranno eventualmente incamerate per frutto di questo danno. Quello che volevo solo sottolineare, e con ciò ho finito, è invece che tutta la Giurisprudenza, e sottolineo due decisioni in particolare, la decisione della Cassazione Civile Sezione Terza del febbraio 1998, 1087, e una recentissima, che è il motivo che mi ha dato di voler fare questa brevissima replica, che è invece Cassazione Penale – io le depositerò anche – del 1999, danno invece un risvolto completamente diverso a quella che poteva essere una posizione apparentemente prevalente, e cioè questa del 1998 parla come questo articolo abbia una sua funzione ricognitiva e come questo valore dell’ambiente, trovando la sua base nella Carta Costituzionale, giustamente poi dice che dà pieno diritto al risarcimento per la lesione in capo agli Enti pubblici territoriali. Quella del 1999 dice qualcosa ancora di più, che è molto interessante: addirittura dice che appartiene direttamente all’Ente territoriale il risarcimento, salva l’eventuale concorrente legittimazione dello Stato. L’Amministrazione ha già cominciato un certo lavoro di bonifica, per cui questo è un argomento molto, molto vicino a noi e sarei felice di poter vedere nella vostra decisione una conferma di quelle che sono le decisioni che già in sede locale – parlo della decisione del dottor Spaccasassi del 20/9/2001 e della dottoressa Maiolino, G.U.P. sempre qui a Venezia – hanno in questa direzione preso. Per il resto mi riporto alle conclusioni già depositate con la mia memoria e deposito nota spese.

 

Presidente: grazie. Chi riprende la parola ora?

 

Pubblico Ministero: l’avvocato Picotti.

 

Avvocato Chinaglia: una cosa sola, Presidente, ho dimenticato un articolo legislativo della nuova Legge Tremonti, volevo solo sottolinearlo, l’articolo 2, e nel senso che ho detto. Grazie ancora e mi scuso.

 

Presidente: va bene, allora lei deposita queste...?

 

Avvocato Chinaglia: deposito tutto, sì.

 

Presidente: sia la normativa cui ha fatto accenno da ultimo e sia le sentenze?

 

Avvocato Chinaglia: sì.

 

Presidente: prego, avvocato Picotti.

 

AVVOCATO PICOTTI

 

Avvocato Picotti: parlo, con il consenso del Tribunale, stando seduto. Io rappresento la posizione di Terrin Ferruccio e per certi aspetti mi è agevole, in sede di replica soprattutto, restare in questa nicchia limitata a una singola posizione individuale proprio per dare concretezza alle tematiche che affrontiamo in questo processo rifuggendo da quelle fughe, così, negli sviluppi della modernità, nell’incontrollabilità dei rischi della società moderna e quant’altro, che sembrerebbero porre in crisi le categorie penalistiche, che invece credo che siano tuttora – e penso di non essere il solo – adeguate a affrontare, adeguandosi, certo, ma adeguate a affrontare anche questi fenomeni nuovi. Perché dico che è opportuno sottolineare questa posizione anche concreta e individuale del Terrin? Perché Terrin, ricordo brevemente, assunto nel 1970 e diagnosticata una malattia, il morto di Renault, nel 1995, un operaio, un dipendente che sia stato colpito da tumore, una malattia tumorale, è un dipendente che ha lavorato sia sotto Montedison e o sia sotto Enichem e soprattutto è interessante la sua posizione dal punto di vista dell’esposizione al CVM, nel senso che il reparto in cui opera, prima inizialmente il CV11 e poi il CV22 per la maggior parte del tempo, è uno dei quei reparti, nel 1975 poi si pongono i meccanismi, i sistemi, i gascromatografi per misurare la esposizione, però in cui si ha, proprio dal materiale probatorio acquisito e documentato, la prova che quel rispetto asserito dei limiti di esposizione generale nell’ambiente, nella zona di lavoro, in realtà nulla ci dicono sul reale contatto che l’operaio, che il dipendente ha in concreto con queste sostanze, e sulla base di condotte commissive, prima ancora che di omissioni, del datore di lavoro. Questo lo dico rinviando velocemente, ricordando appunto le deposizioni testimoniali raggiunte sulle mansioni che venivano fatte, tipo appunto controllo manuale cartine di tornasole, della limpidità, dell’acidità del prodotto, sversamenti, puliture con i tondini di ferro degli intasamenti e quant’altro, dimostrano come non sia affatto vero quanto sostengono le difese, secondo cui, una volta stabilito ho standard di accettabilità, diciamo un livello di esposizione, sarebbe con ciò stesso stabilito un bilanciamento da parte del legislatore tra gli interessi contrapposti, una soglia di discrimine che il diritto positivo ormai pone tra lecito e rischio consentito, per cui a quel punto la regola cautelare deve essere riconosciuta nel suo significativo normativo pieno, che diciamo esclude la illiceità delle condotte che pur possono poi in concreto avere provocato dei danni. E in questa linea segnalo che, a differenza delle consulenze di parte civile, del Pubblico Ministero, che fin dall’inizio dichiarano l’evidente nesso causale con l’esposizione alla malattia del morbo di Renault, per la particolarità della malattia, le consulenze della difesa, invece, arrivano a sostenere che non c’è una esposizione sufficiente, perché siccome nella letteratura si afferma che l’esposizione deve essere quanto meno di 150 ppm per almeno un anno etc. etc., perché si possa manifestare come causa dell’acrosteolisi o morbo di Renault, ecco che affermano le consulenze della difesa non c’è un’esposizione significativa rilevante, non la si raggiunge e comunque siamo, secondo appunto il corrispondente dal punto di vista giuridico, nei limiti del rischio consentito, nei limiti del lecito. Questo mi sembra veramente un travisamento della funzione preventiva, ma anche della disciplina positiva della colpa e dei rapporti tra colpa generica e colpa specifica. La previsione di standard, di limiti di accettabilità, come dice anche la Giurisprudenza recente, che non cito perché è già stata citata, è abbastanza nota, comunque Giurisprudenza del 1999, ricorrenti Gianni Trapani e Angelo in particolare, ma è una tradizione, voglio dire, dell’elaborazione sulla colpa, il rapporto tra colpa generica e colpa specifica non è certo nel senso appunto di escludere la possibilità di rimprovero di colpa generica di fronte al rispetto, pur documentato, di standard stabiliti per il limite di colpa specifica. Qui è inutile anche stare a distinguere, secondo me, tra regole rigide o elastiche, esaustive o meno. Il fatto è che la colpa è un fenomeno unitario, che può avere un momento di articolazione attraverso standard scritti, accettati e, diciamo, codificati, ma che si sviluppa su tutto l’arco della condotta commissiva o omissiva che può rilevare causalmente, e che quindi deve andare a toccare, deve andare a ricomprendere anche altri profili di ipotesi causali che poi appunto, in mancanza... è inutile che ripeta male quanto ha veramente magistralmente ricordato il professor Gallo questa mattina, in mancanza di ipotesi alternative provate fanno portare per la sussistenza di un rapporto causale, come nel caso di specie per il Terrin, colpito dal morbo di Renault, non si può certo dubitare, a mio avviso, come invece dubitano le difese. Voglio dire, gli altri momenti che ricadono nella colpa sono appunto per esempio l’avere organizzato il lavoro in quel modo, all’aperto, con controlli manuali diretti, lasciando cadere la sostanza, senza informare, senza adempiere all’obbligo di informazione, senza controllare l’utilizzo di protezioni individuali, nel proseguire l’esecuzione di manutenzione, di interventi diretti sugli impianti senza fermarli, nel limitare, nelle scelte gestionali stesse, le manutenzioni e di proseguire appunto con scelte di politica d’impresa – poi vedremo l’imputazione – che sono diametralmente opposte alle esigenze di prevenzione che la colpa invece va a sanzionare quando non vengono rispettate, cioè di un bilanciamento a tutto raggio, non solo nel momento dello standard dell’esposizione a rischio, delle scelte di politica d’impresa appunto che sacrificano degli interessi invece meritevoli di tutela per l’ordinamento penale come sono la vita, l’incolumità e quant’altro, oltre ovviamente anche all’ambiente. Quindi proprio la posizione, diciamo, del concreto rapporto di lavoro, nel concreto rapporto di lavoro, nel concreto rapporto di dipendenza fra aziende, chi poi ne porta la responsabilità anche penale, e il singolo soggetto dipendente, dentro a questo rapporto in tutto il raggio della posizione di garanzia se vogliamo, in tutto il raggio dell’efficacia potenzialmente causale sulla salute del lavoratore e sulla sua vita, della condotta prima di tutto commissiva, che consiste nell’organizzare la produzione, nello scegliere l’adibizione di mansioni, nel controllare l’utilizzo di certe cautele o non certe cautele, non certo solo nel problema dell’esposizione, in tutti questi momenti, a partire dall’obbligo informativo, sta la possibilità e, a nostro avviso, la raggiunta prova di violazioni di quelle regole cautelari che appunto l’esperienza e la tecnologia richiedono. Un piccolo ultimo appunto a questo proposito, sempre in replica alle difese che hanno toccato l’argomento, per quello che riguarda proprio il valore della posizione anche espresso dalla Corte Costituzionale, pur con quella famosa sentenza abbastanza ambigua, la 312 appunto in materia di rumore. Ebbene, questa sentenza, che lascia ovviamente aperta, non dà certo un grosso contributo di determinatezza ma lascia totalmente aperta, diciamo, la dialettica della colpa come categoria di prevenzione, come categoria che comunque resta un sistema strutturalmente aperto, e sto leggendo da una voce del nuovissimo (Digesto) delle discipline penalistiche, un sistema strutturalmente aperto che ha in sé i criteri per la propria evoluzione, come esige la logica stessa interna delle funzioni di prevenzione, in cui deve mantenersi comunque un livello di normatività precettiva del precetto di colpa che non può essere quindi ridotto alla mera, diciamo così, condensazione di quello che nel fatto viene praticato nella tecnologia corrente. Non ci può essere una funzione propulsiva però sicuramente, se la colpa deve avere un contenuto normativo e precettivo nel sanzionare appunto le regole cautelari violate, queste regole non possono limitarsi a un sistema autoreferenziale che semplicemente fotografa e assume appunto come adempimento dell’obbligo quello che nella pratica diciamo del settore si opera ma deve operare, invece, con appunto valore poi di precetto normativo ove occorra un bilanciamento adeguato, alla cui stregua poi si valuta la fattibilità e l’esigibilità. Ora io dico, sotto questo profilo – e chiudo veramente su questo primo punto – mi pare che tutto il materiale acquisito di scelte imprenditoriali che da un lato hanno accentuato la spinta allo sfruttamento degli impianti, all’utilizzo oltre i limiti dell’obsolescenza, degli impianti installati già vecchi, che hanno portato a un aumento di produzione, a un aumento di forni, di cracking, per restare al CV22 in cui operava il Terrin, senza parallelamente curare le manutenzioni, riducendole al minimo, senza parallelamente curare un aggiornamento della tecnologia in funzione anche, non so, di automazioni che consentissero una minore esposizione o una minore, appunto, necessità di mansioni del tipo di quella del Terrin di questa esposizione corporale manuale diretta con la fonte del pericolo, al di là del livello di dispersione nell’ambiente, mi pare che proprio qui ci sia la prova acquisita, tranquillissima, fattuale, concreta, per niente al di là delle garanzie del diritto penale, della violazione di queste regole generali di prevenzione che, ripeto, richiedono un bilanciamento a monte, non possono solo fotografare diciamo ex post la scelta di fatto compiuta dall’impresa ma ovviamente devono in un certo qual modo consentirne un sindacato, comunque diciamo una valutazione alla luce dei precetti dell’ordinamento giuridico secondo le sue categorie e i suoi valori. Aggiungo – secondo punto del mio intervento – qualcosa sul significato dell’aggravante della colpa con previsione. Direi che proprio questa specificità di conoscenza e questa professionalità nel settore dell’impresa che opera con il CVM, a partire per lo meno dagli anni ‘70, dimostra che rientra nella non solo possibilità astratta ma nella previsione di tipologie di eventi del genere malattie professionali, io dico morbo di Renault, si può probabilmente estendere il discorso anche a tumori, per lo meno tumori specifici, tumori causati dall’esposizione, dall’uso del CVM, che rendono appunto l’atteggiamento diciamo colposo più grave proprio perché è una correlazione strettamente legata, strettamente conosciuta, strettamente studiata nel settore specifico professionale, e questo è importante perché la acquisizione di questa conoscenza, diciamo avere agito nonostante la previsione dell’evento, pure confidando magari che non si realizzasse, ma previsione dell’evento c’è, ovviamente in termini diversi dal dolo eventuale, però c’è come previsione dell’evento, ci dà poi un certo di riferimento importante non solo per la specificazione del rimprovero di colpevolezza, per l’aggravamento e per la sua articolazione ma anche – altro punto che dobbiamo adesso affrontare – per la valutazione del significato dell’imputazione di colpa e per la valutazione poi della ipotizzabilità di una continuazione nei reati colposi, e sono questi gli ultimi due argomenti che toccherò rapidamente. Perché devo però toccarli? Perché da un lato nelle difese si sostengono delle tesi che non sono convincenti in diritto; dall’altro sono problemi rilevanti per la posizione di Terrin Ferruccio, estremamente rilevanti. Il 113, che è contestato e che prevede appunto la cooperazione colposa, è un istituto certo di non facile interpretazione perché è un istituto, diciamo, di un diritto penale tendenzialmente moderno, di un diritto penale che sviluppa appunto la categoria della colpa. Nel Codice Zanardelli non c’era, lo introduce il Codice Rocco perché ci si allontana dallo schema del concorso come previo accordo, come reato doloso personale, in una situazione di organizzazione complessa di attività, di responsabilità per interazione, come viene detta, che non significa mancanza di responsabilità ma significa riconoscimento di dinamiche di responsabilità e di responsabilizzazione necessaria, anche penale, sulla base appunto di una cooperazione, di una sinergia di diversi fattori, e interessano ovviamente quelli umani, l’articolo 113 sta acquisendo un ruolo importante. Mi colpisce che i difensori, appunto, su questo punto affermino l’irrilevanza quasi della categoria, la rarità delle pronunce, quando invece questo non è vero. Questo non è vero perché la Giurisprudenza appunto si sta sviluppando nel riconoscere la rilevanza di questa ipotesi e soprattutto quello che mi pare importante, sta sottolineando un presupposto di questa figura di estensione della responsabilità a una pluralità di concorrenti che si attaglia all’inquadramento del caso di specie, vale a dire io leggo nei verbali di udienza, è smentita la tesi, sia diciamo da un punto di vista dogmatico sia da un punto di vista proprio di applicazione giurisprudenziale, secondo cui il requisito della cooperazione colposa sarebbe primo la reciprocità della consapevolezza delle condotte, secondo la contestualità delle condotte stesse. Entrambe queste tesi non sono pertinenti perché la rappresentazione può essere anche unilaterale da parte di un soggetto che rappresenta la condotta altrui colposa e lo istiga. Per esempio c’è l’esempio giurisprudenziale appunto di chi istiga il comandante della nave a una maggiore velocità o andatura nonostante i difetti che riscontra, e questo imprudentemente, opera in tale modo e cagiona un naufragio colposo. La sentenza stessa che viene citata da un difensore delle difese Enichem secondo cui appunto, anche nella sentenza ultima delle Sezioni Unite del 1998, che riguarda principalmente questioni processuali ma che si occupa anche della cooperazione colposa, sarebbe ribadito il requisito della reciprocità, e che questa reciprocità di consapevolezza dell’altrui condotta colposa dimostrerebbe appunto l’impossibilità di applicarla a condotte successive, a condotte che si succedono, in realtà è smentita perché sentiamo al di là della massima, che viene, diciamo così, molto brevemente riportata, nel caso di specie si trattava di un rapporto di appalto e di subappalto, in cui si riconosce la cooperazione colposa dell’appaltante con il subappaltatore proprio perché le condizioni poste in essere, diciamo omissive, nell’apprestamento di presidi antinfortunistici da parte dell’appaltante diventa una condizione che l’appaltante appunto realizza con la consapevolezza di una condotta successiva di esecuzione dell’appalto in quelle condizioni da parte del subappaltatore, e questi appunto, a sua volta omettendo le cautele, in questa condizione di rischio, indipendentemente, diciamo così, nel tempo, in epoca successiva dal rapporto che si costituisce, un’autonoma condotta viene appunto a determinare con omissione di cautele l’evento lesivo. E si badi appunto, la Corte sottolinea appunto l’autonomia di questa condotta e esclude, diciamo, la situazione di contestualità o di (inc.), ma se noi anche guardiamo la Dottrina migliore, io riguardo perfino appunto la posizione di Pedrazzi, che scrisse alcune pagine assai significative su questo problema, la ratio proprio dell’istituto della cooperazione colposa come concorso colposo, come concorso di persone in questo ambito viene vista, viene sottolineata nel fatto che si ricomprendono anche condotte atipiche, che si ricomprendono anche condotte diciamo poste in essere per esempio, nel caso di reati propri, da soggetti non qualificati, e aggiunge Pedrazzi: qui sta la ragion d’essere del concorso personale, evidentissima nel caso di condotte successive. Quindi chiaramente individuato il significato estensivo dell’imputazione a titolo di 113, l’applicazione a cui mi riferisco è chiaramente quella del trapasso tra Montedison e Enichem, in cui abbiamo una formale investitura, un formale subentro nell’87-’88 ma fin dall’82 abbiamo una presa in consegna, abbiamo un accordo sulla gestione, abbiamo quindi una consapevolezza della condotta, anche se ovviamente limitata alla condotta, lasciamo fuori gli eventi ma per la cooperazione è sufficiente, anche se non abbiamo una posizione formale di reato proprio, di garanzia forse, che si costituisce in capo a Enichem fin da allora, però abbiamo appunto una condizione caratteristica, a mio avviso, di un rapporto di cooperazione in condotte anche poi successivamente che si esplicano, quindi resta responsabile Montedison, diventa responsabile Enichem, è una sinergia, una responsabilità per interazione, sotto questo punto di vista, nella realizzazione appunto di quella violazione di regole cautelari che imponeva una diversa scelta aziendale, una diversa scelta, e qui non c’è il tempo ma basterebbe ricordare appunto quell’accordo che è depositato in atti, che è richiamato nelle memorie, quell’accordo appunto che risale al 28 ottobre del 1982, in cui si mette in chiaro appunto una garanzia di non solo assicurare controlli etc. etc. di gestione ma anche di restare nei limiti dei costi concordati prima del (closing) e quindi, diciamo, di mantenere una linea aziendale parsimoniosa in sede di manutenzione, in sede di rinnovazione degli impianti e quant’altro ne consegue. Quindi, ripeto, per Terrin, che opera a cavallo di questo periodo, che opera dal 1970 al 1995, mi pare che questo tolga ogni problema appunto, l’imputazione di cooperazione colposa tolga ogni problema di determinazione poi di quale sia il contributo tipico, il contributo caratteristico, perché anche il contributo atipico, anche il contributo successivo, diciamo, rispetto a chi pone in essere la prima condizione è dal punto di vista della colpa e della responsabilità per cooperazione appunto riconducibile a questa forma di responsabilità. Ultimo punto, dicevo, il reato continuato. Qui le difese assumono una posizione di negazione della configurabilità di questa figura giuridica, ma in realtà ancora una volta attestandosi su una lettura molto vecchia delle categorie penalistiche, che vede appunto la continuazione solo tra delitti dolosi, interpretando evidentemente il carattere doloso del fatto di reato non con un criterio di imputazione, di rimprovero giuridico del fatto a soggetto ma come un’essenza dell’azione criminosa, come la forza morale del delitto, sembra di intendere. In realtà non è così perché la distinzione tra quello che è il piano del rappresentazione o volizione dell’evento, del fatto di reato diciamo nel suo complesso, che fonda l’imputazione a titolo di dolo, e quella che può essere, invece, la semplice volontà o rappresentazione, consapevolezza dell’azione, è un dato acquisito nella dogmatica penalistica moderna ma vedremo anche nella Giurisprudenza, vale a dire l’articolo 81 non a caso nel Codice Rocco, attesa anche la terminologia, richiede per il reato continuato, perché si abbia il reato continuato, che la pluralità di azioni e omissioni siano esecutive di un medesimo disegno criminoso; non si parla di eventi nel senso di fatto di reato come abbiamo in altre parti del Codice a proposito della definizione del dolo o del reato impossibile o di quant’altro, si parla solo delle azioni e omissioni che devono essere esecutive al medesimo disegno criminoso, e il disegno criminoso non coincide, anche ammesso che abbia un contenuto di volontà oltre che di rappresentazione, non coincide con il dolo dei singoli reati, è un qualcosa di diverso che appunto li unifica, perché è un programma di realizzazione di uno scopo unitario che non è lo stesso del reato, e abbiamo nella casistica che riscontriamo, molti gli scontri che troviamo anche in Giurisprudenza, mi stupisce appunto che invece i difensori considerino nella Giurisprudenza diciamo non emergente questa affermazione di una possibilità per lo meno della continuazione dei delitti colposi, abbiamo proprio delle esemplificazioni che dimostrano la possibilità anche pratica di quanto sto dicendo a livello teorico. Da un lato si afferma, per esempio, la compatibilità della continuazione nei delitti colposi con il movente anche diciamo abbietto e futile; dall’altro, nel senso che c’è una efficacia rappresentativa diciamo del piano criminoso, che in realtà può essere anche il semplice perseguimento di un fine che riflette un movente poniamo di profitto, che è perfettamente compatibile con il reato colposo appunto di condotta consapevole e volontale, che poi ragiona l’evento, invece questo non voluto e rappresentato in quanto tale, com’è tipico di tutti i reati di omicidio o di lesioni, come nel caso di Terrin, in cui non si vuole la lesione o la morte, però si vuole la condotta che alla fine viene a cagionarla in violazione delle regole di cautela. Quindi diciamo il piano del nesso teleologico della continuazione è un piano diverso da quello degli elementi delle singole fattispecie, quindi non c’è affatto una incompatibilità diciamo logica, come dice qualche altro difensore, tra continuazione e delitto colposo. Ma soprattutto io vorrei richiamare conclusivamente alcune pronunce giurisprudenziali, anche un’autorevolissima opinione dottrinale, che affermano o comunque consentono chiaramente la raffigurazione di un nesso di continuazione nell’ambito di delitti colposi. Non solo vi sono due pronunce, tre pronunce che già a proposito della colpa cosciente e della colpa in proprio, cioè di situazioni di colpa in cui però c’è anche un contenuto psicologico, affermano la possibilità del continuazione, e qui le citazioni, diciamo, posso anche farle, anche se poi magari le porterò nella memoria, 24 maggio 1985 una e 10 marzo 1983 l’altra, e di più vi è una serie di sentenze in materia proprio di antinfortunistica che riconosce tra le contravvenzioni in materia antinfortunistica la possibilità di continuazione, ipotizzando evidentemente che possano essere contravvenzioni anche dolose, ma come contravvenzioni che non hanno l’evento, e quindi lasciando aperto che rispetto all’evento ci possa essere, se vogliamo, un atteggiamento invece semplicemente di colpa e tanto più, come nel caso di specie, se di colpa cosciente si tratta, con anche una certa compatibilità anche psicologica maggiore e più empiricamente apprezzabile. Stupisce che l’argomento che si vorrebbe addurre contro questa ricognizione dogmatica, che ripeto, è chiaro che è stimolata dal prospettarsi in sede processuale di ipotesi di colpa così rilevanti come quelle sollevate in questo processo, ma che dimostra soltanto che appunto anche le categorie penalistiche vecchie possono adeguarsi ai fatti nuovi, non dimostrano che sono incompatibili o che sono inutili. Stupisce, dicevo, che l’argomento contrario venga ravvisato in una ordinanza, non sentenza, ordinanza di inammissibilità della Corte Costituzionale del 18 giugno 1997, la 186, in cui la Corte si limita a dire, respingendo come manifestamente infondata la questione, che non è irragionevole - perché la questione era sollevata sotto il profilo dell’articolo 3 – che vi sia una differenziazione di trattamento tra delitti colposi e delitti dolosi, lasciando ovviamente capire che è una discrezionalità legislativa, eventualmente, interpretativa, andare a valutare diciamo poi la concreta disciplina. Ma una semplice ordinanza di inammissibilità che non può, diciamo, dettare le regole su quella che è la struttura dogmatica o la disciplina o l’interpretazione della disciplina positiva vigente. Rispetto alla questione come prospettata, questa era semplicemente una risposta di inammissibilità della Corte Costituzionale, quindi non c’è una gerarchia, certo, di fonti giurisprudenziali, ma c’è un diverso peso piuttosto delle pronunce a seconda dei casi che trattano. E dicevo – veramente concludendo – autorevole Dottrina, direi più autorevole manualistica, e mi riferisco a Padovani, il suo manuale, l’ultima edizione del 1999, pagina 505, segue, anzi indica, se vogliamo, sostanzialmente il piano di ragionamento che ho esposto, sottolineando come è l’oggetto del fine del disegno criminoso che è diverso da quello che è l’oggetto, diciamo, della colpa. L’oggetto del fine del disegno criminoso è individuato nelle condotte e non già nell’interesse di tutti gli elementi che costituiscono il reato, e quindi, da questo punto di vista – sto leggendo sempre Padovani – nulla escluderebbe che rispetto a più reati colposi risulti programmata la sola serie delle condotte, da cui poi scaturiscono le conseguenze non volute. Qual è l’esempio che fa Padovani? Di un imprenditore edile che, nella costruzione di una casa, programma, per ridurre i costi, una serie di violazioni di norme antinfortunistiche da cui poi scaturiscono più lesioni o più morti colpose dei lavoratori. E’ un esempio appunto di continuazione in delitti colposi. Quindi direi che nessuna continuità logica, ben lungi da me, sia chiaro, sminuire il valore della presa di posizione del professor Padovani; dico semplicemente che se, parlando da avvocato appunto, non collima con quello che sostiene nella redazione del suo manuale, questo non va certo – non bisogna che lo dica io – a toccare la serietà della sua figura di studioso, però va certo a toccare il convincimento, la forza di convincimento dei suoi argomenti difensivi di avvocato, e di questo il Tribunale dovrà sicuramente, credo, tenere conto. Perché dicevo è significativo per una posizione, quella di Terrin, fare questo discorso sulla continuazione? Perché la continuazione, come sappiamo, sposta – si dice malamente – il momento di decorrenza della prescrizione, in un reato di lesioni colpose come quello di Terrin, consumato nel 1995, quando viene diagnostica la malattia, che è ai limiti ormai di maturarsi, può essere significativo, e la ratio dell’articolo 158 è però chiara e percepibile: la funzione, se vogliamo, di favor rei della continuazione, che sta appunto in un’unica motivazione, se vogliamo dire così, che esaurisce la spinta, la volontà criminosa del soggetto, perde ragion d’essere oppure può operare solo nel momento in cui questa motivazione si esaurisce. Nel momento in cui questa motivazione invece, questo disegno criminoso, questa spinta è ancora in atto, trova ancora atti esecutivi, trova ancora atti di esecuzione ancora in corso, ecco che non può operare la unificazione, perché opererà solo quando si esaurirà questa spinta, e quindi è corretto che la decorrenza di questo termine appunto non avvenga, non diventi già un passato che ormai ci mettiamo alle spalle, fino a che questa spinta ha atti di esecuzione di questo disegno, cioè di questa persecuzione di una politica d’impresa che si muove sui binari appunto di scelte che non nell’ipotesi accusatoria, che si sembra corroborata dalle prove dibattimentali, che non fanno un corretto bilanciamento in chiave preventiva delle esigenze di tutela a cui deve subordinarsi la scelta del modo di produzione, dell’adibizione degli operai, dei controlli, delle sorveglianze e quant’altro, fino a che questo disegno, queste scelte di politica d’impresa non hanno esaurito la loro spinta e hanno ancora atti esecutivi la prescrizione non può decorrere perché la lesione è ancora attuale, l’ordinamento non consente che venga visto come un capitolo del passato. Quindi per Terrin è di grande rilevanza appunto la presa di posizione del Tribunale, che secondo me ha tutti gli elementi per portare appunto anche contributo di evoluzione ma di chiarezza nel rispetto dei principi del diritto penale, delle garanzie della legalità, della colpevolezza, dell’offensività del reato, ma adeguandole, non modificandole, adeguandole a quei casi che vengono portati dall’evoluzione sociale, evoluzione dei rapporti sociali, evoluzione anche della consapevolezza delle esigenze di tutela, dell’importanza di tutela dei beni giuridici che una volta erano forse troppo negletti, troppo poco considerati. Quindi è su questo punto, secondo me, che il Tribunale ha gli elementi per non tradire la funzione del penale ma mantenendone diciamo il valore di garanzia, il valore di continuità, anche dare un’applicazione, che proprio sul terreno della colpa, sul terreno dell’omissione, sul terreno appunto di questo accertamento difficile ma, come abbiamo sentito, metodologicamente non impossibile secondo schemi chiari di accertamento della causalità, può appunto avere una verifica positiva e significativa per creare appunto il diritto penale vivente adeguato alla nostra epoca, senza abbandonarla. Quindi confido, appunto, nell’accoglimento delle conclusioni che ho già preso.

 

Presidente: chi interviene ora?

 

AVVOCATO SFORZI

 

Avvocato Sforzi: signor Presidente, solo una comunicazione telegrafica per far rilevare che mi ero prenotato, ovviamente per una replica, a cui rinuncio per ragioni di tempo. Approfitterei della possibilità offerta dal Tribunale per depositare lunedì, a questo punto, una memoria scritta, accompagnata ovviamente anche dalle note spese, che ci eravamo a suo tempo riservati di depositare all’atto delle repliche orali, a cui a questo punto rinuncio.

 

Presidente: va bene, grazie. L’avvocato Zaffalon.

 

AVVOCATO ZAFFALON

 

Avvocato Zaffalon: mi sono stati concessi dieci minuti, che intendo rispettare rigorosamente. Mi pare che valga la pena di spendere qualche parola in tema di disastro. Il Pubblico Ministero e alcuni colleghi hanno risposto mi pare sul piano dogmatico, io vorrei rispondere su quello pragmatico. Alla udienza del 15 giugno, in occasione del mio intervento, vi ho prodotto, tra le altre, una sentenza della Corte Suprema relativa al caso MAC Navi. Si tratta di quel disastroso infortunio accaduto a Ravenna, all’interno di una nave, numerosi operai stavano nei cunicoli a effettuare delle riparazioni, c’è stata una perdita di gas e gli operai sono morti come dei topi dentro dei tubi. La Corte Suprema, alla fine di un lungo iter giudiziario, ha ritenuto di adottare questa soluzione dogmatica, la sentenza, come vi dicevo, è a vostra disposizione, prodotta in quella data, e cioè unificare il reato di cui all’articolo 437 comma 1, omissione di cautele, con il disastro innominato colposo, 434 e 449, nell’unico reato complesso di cui all’articolo 437 comma 2, cioè omissione di cautele con evento di disastro o di infortunio, e ne ha tratto le conseguenze di legge. Ora, mi pare che se dovessimo seguire anche nel nostro processo questa impostazione, che io ritengo di caldeggiare, mi pare che il nucleo tecnico-giuridico del problema consista appunto nella funzione dell’articolo 437 comma 2, e vorrei prima di tutto, perché anche su questo è stato detto qualche cosa, ricordare che il termine "infortunio" usato in quella disposizione comprende anche il concetto di malattia professionale. Vi è una sentenza della Corte Suprema riportata in tutti i manuali, sentenza Chili, che ha introdotto l’innovazione su una Giurisprudenza precedentemente negativa, e se posso ricordarla, qui c’è anche l’avvocato Battain, o meglio c’era, che ha difeso con me nel processo Flag, partito qui da Venezia e che si è concluso in Cassazione, con lo stesso riconoscimento e cioè che la parola "infortunio" in quella norma è una parola impropria e individua sia gli infortuni in senso tecnico, cioè il trauma sul luogo di lavoro, che la malattia professionale. Questo andava detto perché è stato eccepito che non si possono ricomprendere le lesioni in queste normative. Ma il punto più interessante è la questione del reato complesso. Dunque, abbiamo una fattispecie, quella giudicata dalla Corte Suprema che vi ho richiamato, in cui c’è una omissione di cautele antinfortunistica, primo comma del 437, che determina le lesioni o la morte di numerosi lavoratori che subiscono gli effetti del gas. Ma queste lesioni e queste morti, Giudici, basta leggere le sentenze, avvengono in tempi diversi, e cioè in tempi ristretti ma non nello stesso istante: alcuni muoiono lo stesso giorno, altri nei giorni successivi. Questo non impedisce alla Corte Suprema di ravvisare non un reato complesso continuato, determinato dal numero dei morti e dei feriti, ma un unico reato di cui appunto all’articolo 437 comma 2 del Codice Penale. Allora la mia domanda è questa, Giudici: che rilievo ha sotto il profilo dogmatico che le morti o le lesioni avvengono a distanza di ore o di giorni anziché a distanza di anni o di decenni? Io credo che non dobbiamo farci fuorviare dal gigantismo di questo processo e dal gigantismo degli avvenimenti che lo sottendono, ma dal punto di vista logico e dogmatico io non trovo nessuna differenza se non sul piano quantitativo tra un disastro che provochi numerosi morti e feriti nel giro di alcuni giorni e un disastro che provochi numerosi morti o feriti o centinaia di tali avvenimenti nel giro di alcuni anni. Che cosa è accaduto nel nostro caso, e vorrei richiamare quelle schede che ho prodotto all’udienza del 15 giugno, schede nelle quali per ciascun imputato attribuivo le varie lesioni o i vari decessi in relazione al periodo di esposizione di ciascun infortunato in relazione ai periodi di competenza di ciascun imputato, che cosa ho voluto dimostrare? Ho voluto dimostrarvi che la omissione delle cautele di quel tale imputato riguardava quegli dieci, cinquanta, cento o duecento lavoratori che erano stati esposti durante il suo periodo di competenza, cioè che avevano in sostanza subìto gli effetti della mancanza di cautele antinfortunistiche di cui al primo comma dell’articolo 437. Io non sto con quelle schede andando in cerca di attribuire responsabilità di Tizio per fatti accaduti quando c’era Caio; io ho attribuito ciascun infortunato per il periodo di sua esposizione al periodo di competenza del relativo imputato. Quindi questo imputato, il quale con le sue negligenze, secondo il capo d’imputazione, intossica cento lavoratori, perché non dovrebbe rispondere di un unico ma di molti reati per il solo fatto che questi cento, anziché morire immediatamente, muoiono nel giro di 30 anni? Io non vedo, ripeto, alcuna differenza, se non di tipo quantitativo, rispetto alla dogmatica del reato complesso così come prevista dalla Corte Suprema nel caso che vi ho prima richiamato. E allora, se è così, poco importa che questo reato che si sviluppa in questo modo lo vogliamo chiamare progressivo, abituale o quello che vogliamo inventarci, anche perché queste parole in realtà non individuerebbero realmente come concetto il fenomeno che ci troviamo di fronte. Resta il fatto che non vi è, secondo questa difesa, differenza qualitativa tra le fattispecie che vi ho descritte e, se è così, allora ci troviamo di fronte a un unico reato, un unico reato che per ciascuno di tutti gli imputati va a terminare con gli ultimi morti dell’anno 2000, evidentemente è da questa data che dovrebbe cominciare a decorrere il dies a quo della prescrizione di cui mi occupavo come mio intervento precedente. Vi ringrazio.

 

Presidente: grazie a lei. Chi interviene ora? L’avvocato Partesotti.

 

AVVOCATO PARTESOTTI

 

Avvocato Partesotti: signori Giudici, prima di iniziare questa replica, che cercherò di contenere in tempi anche inferiori a quelli che ci siamo assegnati, devo ringraziare il professor Gallo perché sull’ipotesi di avvelenamento e di reati di pericolo astratto ha dato conferma a molte delle argomentazioni che avevamo portato e che ci sono state vivamente, fortemente contestate nel corso delle conclusioni delle difese. Va innanzitutto sgombrato il campo da osservazioni che mi sembrano francamente, che alcune difese hanno fatto, francamente frutto di pregiudizio e che costituiscono un po’ una parodia, mi sembra, di quanto riferito nella discussione di questo difensore. Faccio riferimento, insomma, alle divagazioni sul sogno di una nuova era, all’alba di questa era etc. etc.. Noi in questo processo siamo stati ben desti, non abbiamo dormito, abbiamo portato consulenze, abbiamo portato consulenti che hanno parlato di numeri, di tabelle, di tutto quanto, ricordo Zennaro, il consulente Zennaro, di cui ha parlato anche il Pubblico Ministero, la dottoressa Stringher, la dottoressa Venier etc., argomenti tutti discussi, discutibili, tutto si può dire che questo difensore abbia fatto tranne che portato ideologica. Ma insomma, i pregiudizi sono duri a morire e quindi, essendo difensore di Green Peace, evidentemente, io dovevo essere ideologico, non mi pare di esserlo stato. Quanto a un’osservazione, all’utopia di un mondo senza cibi contaminati, se devo esprimere la mia preferenza preferisco mangiare cibi non contaminati, ma questo naturalmente non interessa a nessuno. Per quello che riguarda, invece, i reati di cui devo parlare, dicevo ne abbiamo parlato ampiamente, l’inquinamento della laguna, gli articoli 439 e 440, in riferimento soprattutto al 439; il professor Stella parla del pericolo astratto come un figliastro della dogmatica penale, si esprime proprio in questi termini riferendo anche l’espressione di un giurista tedesco, Shuneman, perché dice: è sempre alla ricerca del padre che non trova mai. Insomma, ben può accadere, questa è la problematica che sottopone il professor Stella alla nostra attenzione, che vi siano situazioni in cui il pericolo astratto esiste, è ipotizzato, nei quali la condotta concreta si rivela non pericolosa. E’ proprio un punto sul quale ha risposto questa mattina il professor Gallo dal punto di vista della relazione tra la fattispecie del pericolo astratto e anche i problemi di costituzionalità. Il problema del figliastro, dice il professor Stella, vive una vita grama, il reato è di pericolo astratto, tanto è che la Giurisprudenza lo applica parlando di avvelenamento raramente, ma il Pubblico Ministero ha contestato questo reato ed è per questo che ne parliamo. Allora io vorrei semplicemente fare un riferimento a qual è l’oggetto che viene tutelato sulla base della previsione di questo tipo di reato. Allora bisogna fare un discorso circa il rapporto tra le tecniche di tutela da un lato e l’oggetto della tutela. In che settore stiamo operando noi? Nel settore dei reati contro la pubblica incolumità, che sono quel complesso delle condizioni garantite dall’ordine giuridico che costituiscono la sicurezza della vita, l’integrità personale, la sanità come beni di tutti e di ciascuno. Cito naturalmente Mancini, poi nella memoria ci sono tutte le citazione, non parlo naturalmente a nome mio per la pochezza della mia sapienza dottrinaria. Insomma, l’interesse all’incolumità pubblica ha natura collettiva. Allora qual è la tecnica di tutela che meglio si attaglia a questo tipo di interesse? E’ quella della tensione a prevenire pericoli particolarmente offensivi. Siccome – come dice anche Pedrazzi – problemi di tecnica legislativa, 79, quando vengono in considerazione interessi di pertinenza della collettività in molti casi l’offesa si diluisce, si fa sfuggente, ecco che allora non si può andare a tutelare una singola condotta, cioè abbiamo delle fattispecie per cui questi beni possono essere lesi più che da una singola condotta illecita, da una molteplicità di condotte illecite, quindi, come pro nel nostro caso, l’immissione reiterata di sostanze tossiche nell’acqua o nelle sostanze alimentari è proprio quello che può concretare questa fattispecie. Non valeva la pena a questo proposito che ci fosse rammentato che nel reato di avvelenamento il comune pericolo è il limite temporale dell’attingimento o della distribuzione al consumo della sostanza, l’avevamo già fatto nelle conclusioni; andava e va invece rammentato che l’attingimento e la distribuzione nel senso voluto dal legislatore si realizzano solo quando determinano la disponibilità individuale e esclusiva della cosa avvelenata, quando sia determinabile il soggetto che ha la disponibilità di fatto della cosa avvelenata, sicché, come nel caso di Porto Marghera, ciò si potrà verificare solo dopo più attingimenti, solo dopo più distribuzioni, nel frattempo perdurando la fattispecie di pericolo comune. Non lo dico io, naturalmente, lo dice Palmieri, delitto di avvelenamento di acque, che è un lavoro sì complicato, concordo con altri difensori, ma anche abbastanza unico per la sua tematica e come viene svolta. Quindi l’offesa nei confronti di questo tipo di interessi, l’incolumità pubblica, la salute, può essere configurata come pericolo, il passaggio dalla messa in pericolo al danno segna il momento appunto in cui non è più l’incolumità pubblica a essere danneggiata ma quella individuale. La salute pubblica, devo farne un cenno perché il professor Mucciarelli afferma: che sia indeterminato il numero dei soggetti portatori del bene protetto non può modificare la natura, il carattere, il contenuto del bene protetto medesimo. La salute pubblica o privata che sia è e rimane immutabilmente la salute. Sì, d’accordo, su questo possiamo essere d’accordo, ma ci sembra un discorso un po’ limitato. Il grado di maggiore o minore astrazione dell’interesse si riflette non tanto sulla natura, sul contenuto del bene ma sulla tecnica, sul tipo di offesa concepibile. Ecco che allora qui abbiamo un tipo di tutela che, attraverso il delitto di avvelenamento, è un tipo di tutela anticipata. Voglio citare a questo proposito Pulitanò, che in un saggio del ‘76, l’errore di diritto nella teoria del reato, così afferma: "Pare indiscutibile che nell’odierna situazione sociale, caratterizzata da un alto grado di complicazione e standardizzazione dei suoi processi – e è assolutamente valido anche per oggi, forse ancora in maggiore misura – anche le tecniche di tutela dei beni giuridici debbono adeguarsi alla natura di quei processi e ai pericoli che tipicamente vi sono legati. Su queste premesse il vincolo alla tutela di beni costituzionali comporta revisioni e delimitazioni, ma non certamente la rinuncia a tecniche di tutela anticipata avente a oggetto gli stessi beni costituzionali più rilevanti, che nell’attuale sistema sociale sono più che mai necessari". Altro che figli e figliastri! Ma torniamo al concetto di malattia, cioè di bene tutelato da questo tipo di norme. E’ Mucciarelli che parla: "la salute deve essere intesa come malattia, quindi non un semplice stato di non benessere. In altri termini l’evento dannoso ulteriore, concretizzazione del rischio tipico assunto dalla norma incriminatrice come estremo del fatto punibile non può che appartenere alla classe di eventi che sono riconducibile all’ipotesi punibile ex articolo 590 in relazione agli 582 e 583. Quindi il danno – dice – è il danno che deve essere inteso come uno degli eventi che integrerebbe il delitto di cui all’articolo 590". Qui, in realtà, le precisazioni e i disaccordi si fanno abbastanza importanti. Il concetto di salute, la sua definizione, ne dobbiamo riparlare ma brevissimamente, abbiamo già parlato dell’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il concetto di salute come non semplice assenza di malattia ma benessere effettivo, fisico, mentale e sociale, dichiarazioni dei diritti dell’uomo, ribadisce lo stesso concetto l’articolo 32 della Costituzione, diritto fondamentale, vincolo per il legislatore, in relazione all’articolo 41 secondo comma: per tutelare questo tipo di diritti può essere anche necessaria una limitazione dell’iniziativa economica privata, di questo si è già ampiamente parlato. La salute comunque, anche dalla Giurisprudenza oltre che dalla legge, viene considerata non più per fatto negativo, come ci si vuole fare credere, assenza di malattia, ma per fatto positivo. La Giurisprudenza, brevissimamente, due minuti: anni ‘50, la Suprema Corte nel ‘51 aveva qualificato salute in rapporto alle sostanze elementari - parlo di Giurisprudenza nel settore che più ci interessa – come un bene sociale, qui abbiamo Cassazione 21/3/53 ma le sentenze sono poi citate nella memoria. Un’altra sentenza degli anni ‘50 afferma: "La pericolosità di una sostanza alimentare non sussiste soltanto quando ricorra l’attitudine di cagionare una malattia in senso patologico ma anche quando essa possa costituire una causa di perturbamento o di alterazione della funzione psicofisica" etc.. Anni ‘60, precisazioni ulteriori: "Il mantenimento della salute può essere considerato posto in pericolo da qualsiasi pregiudizio allo svolgimento delle funzioni organiche, apportato da prodotti alimentari alterati o contraffatti", siamo sempre nel nostro ambito, qui abbiamo la Cassazione 22/3/63, Sezione Sesta 19/10/1967 e così via. Anni ‘70, la Corte Costituzionale interviene con una sentenza, la numero 88 del 1979, ribadisce che, dopo lunga assenza della norma dell’articolo 32 Costituzione dal panorama dottrinale per essere stato originariamente intesa come norma programmatica, cioè non immediatamente precettiva, ribadisce essere diritto alla salute un diritto primario e assoluto, etc.. Negli anni ‘80 si ammette la risarcibilità del cosiddetto danno biologico e negli ultimi decenni abbiamo uno sviluppo nel senso di integrare in questa equazione salute e benessere integrale dell’individuo anche i fattori ambientali, quindi anche la tutela dell’ambiente rientra all’interno di questi aspetti. Sono citate le sentenze a questo proposito ma non mi dilungo. Orientamento definitivamente consolidato, anche questo che integra la difesa della salute nell’ambito di un concetto di ambiente salubre, e questa insomma è la differenza che noi abbiamo rispetto a quanto affermato dal professor Mucciarelli, cioè la particolare considerazione e definizione dell’oggetto di tutela. E allora confermiamo che siamo d’accordo con quanto affermato dal professor Pulitanò nel ‘76, che la funzionalità della tutela penale a un bene di rilievo costituzionale può consentire anche queste forme di tutela anticipata. Sul pericolo astratto, ripeto, non posso che inchinarmi a quanto è stato detto dal professor Gallo e quindi, da questo punto di vista, mi limito a riprendere quello che ha detto il professor Stella, perché il professor Stella dice: "Sono d’accordo gli studiosi di tutto il mondo – gli studiosi quelli seri -: da un’ipotesi su rapporti di frequenza tra classi o tipi di evento o tipi di linee di condotta non può essere tratta alcuna asserzione su una condotta concreta, e questa, essendo la situazione, ben può accadere che vi siano situazioni in cui il pericolo astratto esiste, viene ipotizzato, nelle quali la condotta concreta si rivela non pericolosa" etc. etc.. Sono i cosiddetti fatti inoffensivi conformi al tipo, di cui già si è accennato. Ma come continua il professor Stella nel 1973 in questo suo lavoro, la teoria del bene giuridico e i cosiddetti fatti inoffensivi conformi al tipo, rivista italiana diritto procedura italiana? Dice: "Affermazioni del tipo: vi sono dei fatti conformi al modello legale che non costituiscono reato perché inoffensivi sono destinati a rivelarsi infondate. Quando si sostiene che in assenza della concreta pericolosità dei comportamenti considerati si sarebbe in presenza di fatti conformi al modello legale ma inoffensivi, e perciò non meritevoli di pena per la legge ordinaria e per la Costituzione, si fa un’affermazione che non può essere giustificata sul piano del diritto positivo". Questo è testuale, è da parte del professor Stella. Dice che l’articolo 49 secondo comma è una norma che enuncia una prescrizione a carattere generale e non contiene alcuna indicazione relativa agli interessi specificamente tutelati dalle singole norme, ecco perché abbiamo parlato a monte di quali sono gli interessi che vengono tutelati da questo... "La verità – conclude – è che nelle ipotesi considerate si è in presenza di una irrilevanza scontata a priori sul piano di una valutazione in astratto della non pericolosità della condotta". E’ la soluzione alla quale approdano non solo il professor Stella di quell’epoca ma anche, tra gli altri, Crispigni, l’evento come elemento costitutivo, Dellitala, la distinzione dei reati informali e materiali, Antolisei, l’offesa e il danno. Quindi, a fondamento della configurazione della fattispecie di pericolo, abbiamo l’astratta pericolosità della condotta tipizzata. Ecco che però la Giurisprudenza come ha applicato questo principio? Per la sussistenza, per esempio, della fattispecie dell’incendio, ex articolo 423 primo comma, è richiesta l’esistenza di un fuoco caratterizzato da vastità, da diffusività, da difficoltà di spegnimento, e quindi è evidente che una situazione caratterizzata da questi elementi è di regola dotata di quella capacità di espansione del pericolo capace di porre in pericolo un numero indeterminato di persone, che è necessario per porre in essere un pericolo per la pubblica incolumità, anche se di fatto le circostanze del caso concreto possono avere escluso l’esistenza concreta di un tale pericolo. Di regola, dunque, l’assenza di pericolosità in concreto dovrebbe essere ritenuta irrilevante, però sappiamo bene che, se c’è una cosa che il legislatore – l’abbiamo già detto anche a giugno – non può e non deve fare è quella di affermare l’esistenza di un nesso causale dove questo non esiste. Ecco che allora non si ammette che la legge stessa presuma l’esistenza di fatto di pericolo che invece deve essere provato pienamente come ciò che costituisce l’elemento del reato, cioè il Giudice dovrà accertare la generale pericolosità della condotta, ovverosia che questa possieda nel caso concreto quegli elementi che la rendono sostanzialmente conforme al fatto legale. Ecco, allora passiamo al delitto di avvelenamento. Nel nostro caso la condotta consiste nell’avvelenamento delle acque e delle sostanze alimentari, cioè in una modificazione prodotta mediante immissione reiterata di veleni o sostanze tossiche capaci di produrre delle risposte dannose in un organismo in un sistema biologico, alterandone seriamente le funzioni. Qual è il limite strutturale, quindi, della fattispecie di pericolo astratto nell’avvelenamento? E’ dato, e il professor Gallo l’ha espresso nei suoi termini, noi diremmo a conferma che è dato dalla non impossibilità del danno nel caso concreto, solo questo è il limite, che poi è anche un limite costituzionale dato dall’inoffensività nel caso concreto della condotta. Non lo dico io, lo dice Parodi Giosino, che non piace venga citato dal professor Stella, comunque una soluzione di questo tipo è suggerita anche dalla Dottrina tedesca, Bauman etc., sono tutti citati, Brocca e altri citati nella nostra memoria. Quindi la non impossibilità del danno nel caso concreto chi è che ce la può dare? Chi ci può illuminare su questo limite? E’ la scienza, per esempio nel nostro caso le ricerche della biologa dottoressa Venier, tanto per restare a un nostro consulente. Queste ricerche, questa scienza sono il parametro oggettivo che ci permette di pronunciare un giudizio su quello che il professor Stella vuol chiamare pericolo reale, e allora vediamo che cosa ci hanno detto brevemente alcuni di questi consulenti. Il professor Stella, poi anche noi abbiamo avuto delle difficoltà a esaminare i documenti, perché è stata depositata per esempio una memoria molto tecnica il giorno 6 settembre del professor Stella, che abbiamo fatto commentare nei punti che la riguardavano alla dottoressa Venier, e depositiamo questa replica tecnica anche da parte sua, afferma il professore: "Debbo fare un cenno anche a dei temi che per di per sé non meriterebbero alcuna attenzione in una indagine che si occupi degli effetti avversi alla salute dovuti agli inquinanti. Ne parlo unicamente perché sono temi trattati nel dibattimento. Comincio con gli addotti al DNA e con i micronuclei di cui ha parlato la dottoressa Venier". Francamente una bella faccia tosta a dire che sono temi che esulano da questo processo. Risponde la dottoressa: "Non è affatto vero che parlare di danno genetico, come ho fatto, sia un tema estraneo a un’indagine che si occupi degli effetti avversi alla salute dovuti agli inquinanti", e comincia a citare la pubblicazione IARC 146 cui aveva fatto riferimento anche nella memoria 19 aprile, in cui dice: "Gli addotti sono noti essere una causa di mutazioni e sono associati con mutazione in oncogeni. E’ stata osservata una chiara relazione tra livelli di addotti rilevanti in organi bersaglio e sviluppo di tumori in animali sperimentalmente esposti a basse dosi", e ecco che rientriamo anche nel discorso che ci fa il professor Stella, per quanto discutibile, sulle dosi, "tumori in animali sperimentalmente esposti a basse dosi di cancerogeni, nonostante siano pochi gli studi di questo tipo. Sulla base di questi risultati – risponde sempre la dottoressa – sperimentali, un elevato livello di specifici danni al DNA può essere predittivo di aumentate incidenze di tumore in gruppi di persone". E proseguo: "Alterazioni genetiche – dice -, cambiamenti genetici derivanti da mutazioni puntiformi etc. sono associati con numerosi tipi di tumore", c’entra o non c’entra questo con quello di cui stiamo discutendo? "La maggior parte dei composti chimici classificati come cancerogeni e probabili cancerogeni dai gruppi di lavoro organizzati dalla IARC sono stati dimostrati mutageni in cellule di mammifero in vivo e/o in vitro, confermando con chiarezza l’importante ruolo della mutagenecità nell’attività della maggior parte dei cancerogeni". E’ rilevante o meno?

 

Intervento: chiedo scusa all’avvocato, ma questo materiale introdotto in questo modo, con questa memoria, reso pubblico in questa udienza, costituisce ovviamente materiale nuovo, si parla di altri studi, si parla di IARC, si parla di cose nuove, questa è una nuova consulenza tecnica.

 

Avvocato Partesotti: no, depositerò una memoria della dottoressa Venier, sottoscritta dal presente difensore, una memoria tecnica di replica alla memoria – come ho già detto all’inizio dell’udienza – del professor Stella 6/9/2001, che ha affermato – devo fare un cenno – a argomenti che non c’entrano nulla. La dottoressa Venier risponde a questo e io faccio mie queste risposte e le deposito e illustro come replica.

 

Intervento: la mia opposizione rimane, perché non si può fare riferimento a questioni tecniche che non sono state dibattute qui. Come faccio io a replicare a affermazioni del tipo: altri studi, alcuni studi dicono che. O non vale nulla ciò che viene detto e non è utilizzabile o gli studi...

 

Avvocato Partesotti: abbiamo fatto riferimento a studi già indicati nella memoria depositata il 19 aprile.

 

Presidente: se si fa riferimento ad acquisizioni che ci sono state durante il dibattimento, voglio dire, si tratterà semplicemente di un ulteriore approfondimento o valutazione di quegli studi, basta che siano stati acquisiti al dibattimento durante il contraddittorio.

 

Avvocato Partesotti: sono considerazioni che la dottoressa...

 

Presidente: se si tratta di questo va bene, se si tratta di considerazioni rispetto a letteratura e a studi che sono stati acquisiti nel dibattimento.

 

Avvocato Partesotti: si tratta di considerazioni in relazione a quanto ha affermato il professor Stella.

 

Intervento: la letteratura a cui si riferisce la dottoressa Venier è acquisita al dibattimento o no? Questa è la domanda. Questa letteratura cui lei ha fatto cenno adesso è acquisita al dibattimento oppure no? La letteratura cui ha fatto cenno la dottoressa Venier in questa memoria c’è nel dibattimento o no?

 

Avvocato Partesotti: esattamente, allora la dottoressa Venier così si esprime: citando dalla pubblicazione scientifica della IARC numero 146, che tratta dell’uso di test a breve e medio termine per gli agenti cancerogeni - mi lascia finire per cortesia? – e dai dati sugli effetti genetici per la valutazione di rischio cancerogeno, "(Mc Gregor, D.B. Rais G.M., Venit S. EDS 1995, IARC Scientific Pubblication numero 146, the use of short medium test for carcinogens in data on genetic... carcinogenic asart valuation IARC press", Lione, Francia, pagina 536, riferimento in memoria Paola Venier, che ha indicato nella nostra memoria P.V., si tratta della memoria del 19 aprile del 2001.

 

Presidente: va bene, se sono state già, voglio dire, indicate in quella memoria, adesso io non ricordo certamente, va bene, se si tratta di approfondimenti di studi già citati.

 

Avvocato Partesotti: sono comunque considerazioni che fa la dottoressa.

 

Presidente: va bene, d’accordo, se no, no.

 

Avvocato Partesotti: afferma sempre la dottoressa Venier, con riferimento a questi e a considerazioni sue, in risposta al professor Stella che "La maggior parte dei casi a disposizione valutati dalla IARC come cancerogeni umani sono geno-tossici, vale a dire agiscono causando lesioni chimiche del DNA. E’ ragionevole supporre che l’aumento dei danni al DNA sopra il livello di fondo e in specifici gruppi di persone è probabilmente associato a aumentati rischi di tumore". E ancora: "Nella memoria depositata il 19 aprile 2001 – dice la dottoressa Venier - avevo comunque citato lavori pertinenti"...

 

Intervento: ma cosa ci interessa della dottoressa Venier oggi come oggi? Abbiate pazienza!

 

Presidente: no, scusate un attimo, siamo alle battute finali, non vorrei che si interrompesse. Voglio dire, un difensore, soprattutto in un processo che si è svolto attraverso l’audizione di un centinaio almeno di consulenti tecnici che non faccia riferimento, in una materia così tecnica, anche a quelli che sono stati gli apporti dei propri consulenti, ma insomma, perché lo si vuole contestare? L’importante è che in fase di discussione e di replica non si faccia riferimento a nuova documentazione che non è stata già acquisita durante il processo. Io adesso non posso ricordare, voglio dire, con precisione quello che ha citato la dottoressa Venier nella memoria depositata nel maggio etc.; certo è che ricordo molto bene, per averla letta di recente anche, la consulenza della dottoressa Venier, che faceva riferimento per l’appunto a tutti questi effetti mutageni nel biota etc. etc.. Quindi adesso io non so che letteratura allora avesse richiamato, se quella letteratura che oggi viene qui indicata non fosse stata richiamata già in quella memoria vorrà dire che di questa letteratura e delle considerazioni che fa la dottoressa Venier rispetto a questa ulteriore e nuova letteratura non si terrà conto. Questo è. Proseguiamo.

 

Avvocato Partesotti: dicevo, nella memoria depositata il 19 aprile 2001 la dottoressa Venier afferma, e faccio mie queste affermazioni: "Avevo comunque citato lavori pertinenti e relativi a topi trattati per esempio", si riporta la correlazione tra addotti al DNA da IPA e adenomi polmonari, in un altro addotti al DNA vengono messi in relazione sia con i tumori che con le mutazioni non oncogene, in altre relazioni tra addotti al DNA e trattamento con benzo(a)pirene. "Possiamo chiederci – dice ulteriormente – che cosa accade non solo nei molluschi e nei pesci che vivono a Marghera in termini ecologici ma anche cosa accade alla popolazione che di essi si nutre in termini di salute umana, perché questo difensore aveva sì affermato che è abbastanza riduttivo e che nessuno aveva mai detto che un soggetto che si mangia un pesce che ha gli addotti modificati non per questa sola ragione si prende una modificazione al proprio DNA, però sono vere alcune altre considerazioni, che in riferimento all’ambiente acquatico quali sono le conseguenze per le popolazioni locali e per le specie? La manifestazione di alterazioni genetiche indotte da un composto chimico può avvenire intanto a dosi distanti dalle dosi tossiche e manifestarsi anche a distanza di generazioni, e quali sono le conseguenze per la salute umana? Bisogna porsi il problema del bioaccumulo negli inquinanti; il consumo umano di cozze e vongole contaminate da composti geno-tossici implica l’assunzione degli stessi contaminanti bioaccumulati dal mollusco e la possibilità, quindi, che le nostre reazioni metaboliche, ben più efficienti di quelle degli invertebrati, possano generare quantità pericolose di intermedi reattivi, capaci di formare addotti sul nostro DNA. Questa è una risposta a una conclusione che aveva tratto il professor Stella, mi sembra di essere nell’ambito assoluto di una replica. Quanto alle basse dosi, ulteriormente, ci sono altri studi indicati, sperimentali, con dosi molto basse che comportano sviluppo di tumori. Ancora il professor Stella, nella memoria depositata il 6/9/2001, a cui spero di poter replicare senza essere interrotto, così afferma: "Nessun danno genetico è ravvisabile negli addotti al DNA riscontrati nei molluschi e nei pesci presenti in alcune aree vicino alla zona industriale. La stessa Venier ha riconosciuto che gli addotti al DNA rappresentano misure di esposizione o non di danno. D’altro lato esistono addotti che non hanno alcun significato patologico perché presenti in individui sani e addotti al DNA sono stati descritti anche in pesci trote che vivono in aree non inquinate". La dottoressa Venier riporta le parole esatte usate nel proprio controesame l’8/11/2000: "Concordo e confermo che si tratta di indici di esposizione e in particolare non è l’esposizione esterna, non è l’esposizione dell’ambiente interno ma è l’esposizione su un bersaglio critico, che è il DNA. Potremo parlare anche di addotti alle proteine, ma non è di questo che mi sono occupato. In questo senso è una lesione strutturale di una molecola etc.. Perciò si può parlare – dice adesso – di addotti come indice di esposizione composti geno-tossici, e anche come indici di danno genetico. Quanto ho scritto nella memoria dimostra che è falso che nessun danno genetico è ravvisabile in molluschi e pesci dell’area industriale", ma non mi soffermo, qui abbiamo la memoria tecnica di replica, su questo. "Dire che gli addotti endogeni descritti anche da (Schwemberg) non abbiano alcun significato patologico è azzardato", e quindi conferma replica a tutte queste affermazioni. E conferma quanto indicato nella memoria: "Ho citato più volte casi di formazione di addotti al DNA conseguenti a esposizione di pesci a tipici cancerogeni chimici: benzo(a)pirene, PCB, cadmio, diossina etc.. Ancora il professor Stella, nella memoria 6/9/2001: "L’assenza di pericoli di natura tossicologica è talmente evidente da indurre la Venier a non rispondere alla domanda di controesame diretta a stabilire se esistono studi epidemiologici – si ricorderà sicuramente il Tribunale – che abbiano esaminato gli eventuali effettuati tossicologici dell’assunzione di pesce contenente addotti al DNA. Sviando l’attenzione dalla domanda la Venier ha dato una risposta che non c’entra nulla con la domanda e ha indicato lo studio di (Lague), collaboratore del ‘99, in cui vengono esaminati gli effetti del pesce contaminato con organo-clorurati, aumento di addotti al DNA e dei livelli di citocromo P450". Allora la dottoressa, che è molto precisa, riprende quello che è stato il suo controesame, domanda: "A sua conoscenza esistono studi epidemiologici o sperimentali che indicano che l’assunzione di prodotti alimentari, per esempio pesce, contenenti addotti al DNA, possono avere un qualsivoglia effetto tossicologico sull’uomo?", risposta: "La mia opinione è che questi studi siano frammentari ma almeno uno posso indicarlo: si tratta di un lavoro pubblicato su Environmental Research Section del ‘99, autore (Jean Lague)", e per chiunque sappia leggere e sappia ascoltare questa risposta suggeriva la possibilità di un pericolo tossicologico e non la negava, come sostiene il difensore. Quarta indicazione del professor Stella... su questo sorvolo, se no tratterei troppo a lungo, sull’abitudine al fumo e sui risultati di questo studio. Un’altra osservazione: "La verità – dice il professore – è che i livelli di addotti sono estremamente variabili nella popolazione generale, si verificano anche in assenza di esposizioni, in ogni caso il contributo di grasso di mammiferi marini è inesistente per la popolazione veneziana e quindi il livello di concentrazione di organo-clorurati è molto superiore nei mammiferi marini considerati dal (Lague)". Invece afferma la dottoressa che, "nel caso dei molluschi e pesci dell’area di Marghera, il riscontro della presenza di addotti è statisticamente significativo e riproducibile nel tempo", questi sono dati scientifici, questo è il pericolo reale di cui parla il professore. "Sarebbe interessante verificare se possono essere più pericolosi i mammiferi marini o i molluschi bioaccumulatori dell’area di Marghera", questo suggerisce ulteriormente la dottoressa. Ancora proseguo velocemente, mi avvio anche alla conclusione, la conclusione del professor Stella è questa: "La conclusione è che il lavoro presentato dalla Venier è privo di significato sotto il profilo del pericolo tossicologico osservato nell’uomo e degli animali", ed ecco che da tutto il tenore delle risposte... "in realtà un incremento di frequenza di livello di addotti etc. è un segnale di allarme, l’assenza di tale incremento non significa assenza di...", e conferma tutto quanto abbiamo... "Ribadisco da ultimo che l’evidenza significativa di aumentati livelli di addotti al DNA e cellule micronucleate nei pesci e nei mitili dell’area di Marghera è un segnale negativo di esposizione a agenti geno-tossici e perciò ha significato tossicologico, almeno potenzialmente". Da ultimo si risponde alla memoria della Montedison, quest’ultima depositata pochi giorni fa, il 25/9/2001: "In merito al presunto danno genetico consulente al consumo da parte dell’uomo di prodotti ittici contaminati da composti organo-clorurati le difese di Montedison dicono: ci si limita a rilevare che tutti i libri di tossicologia più recenti indicano come non dimostrato il legame tra addotti e avvio di processi cancerogenetici, sottolineando che l’evidenza sperimentale raggiunta per alcune specie di vertebrati non può e non deve essere estesa a specie diverse per semplice analogia, ciò a causa di meccanismi diversificati etc.". E ancora, citando la pubblicazione IARC, che era già stata citata nella memoria, la dottoressa invece richiama il fatto che "i cancerogeni sono in gran parte geno-tossici, tra specie esistono anche dei parallelismi tossicologici, un esempio nell’uomo delle conseguenze drammatiche di una singola mutazione puntiforme, modificazione del DNA, è per esempio la anemia falciforme, quindi l’alterazione del messaggio genetico o della sua espressione può pregiudicare funzioni vitali e produrre conseguenze a medio e lungo termine nei singoli organismi e nell’ecosistema". Con questo la breve disamina delle risposte della dottoressa Venier è terminata. Per quanto riguarda invece le risposte del nostro consulente dottor Fabbri su affermazioni del professor Stella su diossine, sostanze etc., mi limito al deposito, anche sulla particolare argomentazione che il professore aveva fatto circa il fatto che il TDI stabilito dall’OMS comprenderebbe già dei margini di garanzia per le fasce di popolazione più sensibile, su questo non mi dilungo e mi limite a depositare questo tipo di replica. Per concludere, alcune considerazioni, diciamo così, di contorno. Il professor Stella dice che sarei stato costretto a prospettare l’idea inaudita che a dar vita al pericolo astratto sia sufficiente la mera presenza di sostanze tossiche. Oggi per fortuna abbiamo avuto una conferma da qualcuno di molto più autorevole di noi, comunque si tratta di una affermazione che lascia il tempo che trova, primo perché sarà forse inaudita ma non è inedita, cito: avvelenamento, adulterazione, contraffazione in danno alla salute pubblica in digesto delle discipline penalistiche, UTET. Nell’avvelenamento è la sostanza tossica aggiunta all’acqua o alla sostanza alimentare a determinare la nocività temuta dalla legge, ciò a differenza di quanto previsto dall’articolo 440, confermo quanto detto dall’avvocato Schiesaro, ovviamente qui è la sostanza che è nociva, là, nel 440, è la destinazione, la sostanza finale, diciamo l’acqua o la sostanza alimentare che è nociva. Quindi seconda ragione di questa affermazione che lascia il tempo che trova, anche perché travisa il contesto in cui l’affermazione è stata inserita, cioè quello dell’esame delle fattispecie costitutive, i reati di cui agli articoli 439 e 440. Per quanto riguarda poi – altro argomento di contorno – la traduzione del termine inglese (subdol), il professor Stella giudica impropria la traduzione subletale, e attribuisce al termine il significato di "sottile, tenue". Ebbene, nel contesto del rapporto della dottoressa Stringher la traduzione letterale avrebbe dovuto essere "subdolo", che significa "insidioso", dal momento che dal punto di vista del calcolo del rischio sanitario questi termini non sembravano precisi sono stati tradotti con il significato figurato di un rischio, cioè che non è mortale ma che può comunque portare a alterazioni fisiologiche significative per l’appunto insidiose, cioè molto pericolose. Quello che conta è comunque che proprio in questo senso sono state le conseguenze che si sono tratte nelle conclusioni di giugno. Deposito memoria di replica, repliche tecniche con la consulenza del dottor Fabbri e della dottoressa Venier, integrazione nota spese e riepilogo rispetto a quella già depositata precedentemente.

 

Presidente: va bene, grazie. Cinque minuti di sospensione, poi riprendiamo immediatamente.

 

IL PROCESSO VIENE BREVEMENTE SOSPESO 

 

AVVOCATO GHEZZO

 

Avvocato Ghezzo: io rinuncio alla replica orale e deposito memoria e nota spese lunedì in Cancelleria. Grazie.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: Presidente, riprendo io, pur essendo le 17.15, eventualmente mi dirà il Tribunale quando mi devo fermare, che cosa succederà. Io sicuramente taglierò diversi dei temi che sono indicati, però un certo ordine lo devo seguire. Signor Presidente e signori Giudici, come programmato inizio ora la mia replica in relazione essenzialmente a quanto hanno detto durante le arringhe di ottobre 2001 gli avvocati dei singoli imputati. In sede di requisitoria avevo precisato i criteri che avevano guidato la scelta di accusare le persone oggi imputate. C’è stato ovviamente qualcuno dei difensori che ha fatto finta di non capire o che non ha sentito la requisitoria o che non ha nemmeno letto il verbale stenotipico. Non ridico ovviamente tutto, faccio soltanto una rapidissima sintesi, però facendo riferimento pure alle questioni proposte in sede di arringa dai difensori. Sulle vicende societarie mi limito a segnalare che la Guardia di Finanza ha elaborato in modo molto particolareggiato e approfondito delle schede, che sono state illustrate in aula dal maresciallo Leo Porcu, così come quelle relative al curriculum lavorativo di tutte le parti offese coinvolte in questo processo. Vi faccio semplice rinvio, non proietto nemmeno queste schede per ragioni di tempo, segnalo soltanto un documento tra i tanti, relativo al 28 ottobre 1982, peraltro noto, già ce ne hanno parlato, concernente l’accordo Montedison - ENI, per il significato che assume anche da un punto di vista penale in ordine all’assunzione delle relative responsabilità da parte degli uomini di ENI e di Enichimica fin dal 1982-1983 relativamente agli impianti CVM e PVC, acquistati ma lasciati gestire a Montedison su direttiva ENI. Torneranno sul punto e sulla questione holding alcuni difensori di parte civile, eventualmente depositeranno memoria. Per quanto concerne le posizioni dei singoli imputati, sono state parimenti già illustrate e presentate in aula dal maresciallo Leo Porcu delle schede alle quali faccio semplice rinvio; ci possono essere dei piccolissimi errori di data in alcune di queste schede, che però non incidono sostanzialmente sulle singole posizioni. Di questi eventuali errori parlerò esaminando le singole posizioni. Si è parlato, da parte dei difensori degli imputati, di massificazione delle condotte, di massificazione delle accuse e di posizioni indistinte e indistinguibili. A parte l’artificio espressivo retorico, di nullo effetto processuale, faccio presenti rapidamente alcune circostanze. Ribadisco innanzitutto che si sta discutendo essenzialmente di responsabilità penali per colpa collegate alle funzioni svolte, in cui anche negligenza, imperizia e omissioni hanno un peso rilevante. In fatto e in diritto si è già ampiamente parlato del significato delle posizioni di garanzia e quindi non ripeto nulla. Qui non è stata operata, signori Giudici, alcuna indistinta o inspiegabile massificazione; qui si è partiti dalla constatazione di decine di morti e di malattie, si è continuato con l’attribuzione a CVM, PVC e dicloroetano di queste patologie, si è verificato chi in fabbrica aveva la proprietà e la gestione degli impianti e dei reparti relativi, si è concluso con l’individuazione delle persone responsabili di ciò, al di là del fatto che appartenessero o meno a questa o a quell’altra società. E’ ovvio che le responsabilità personali sono legate al ruolo ricoperto nelle società, ma ciò sta semplicemente nella natura delle cose. Per quanto mi riguarda, l’avvocato Padovani può mettere tutti i paletti che vuole su periodi e date di competenza societarie; a me interessano le persone responsabili sulle attività e sui reparti per i periodi di rispettiva competenza, com’è scritto nei capi di imputazione. Questo ho fatto. Ritengo del tutto errata la considerazione difensiva che parla di massificazione delle condotte o di appiattimento delle posizioni individuali sulle posizioni societarie. Non è così, è vero anzi il contrario. A me, come Pubblico Ministero, non interessano la Montedipe o Montepolimeri o Enoxy o Enimont o Enichem; a me, come Pubblico Ministero, interessa chi gestiva i reparti incriminati come persona, chi era proprietario dei reparti, chi era proprietario dei terreni. Il collegamento della responsabile persona con le società viene dopo; è necessario ma è successivo, come una conseguenza logica e giuridica. Tra l’altro, nell’ambito del nostro processo, abbiamo visto e vedremo che le persone hanno spesso avuto ruoli nelle diverse società o divisioni, hanno attraversato indifferentemente l’una o l’altra società, che altro non sa se non, per così dire, il nome in (iuris) cangiante dell’attività imprenditoriale. Tanto è vero che il problema dei Responsabili Civili non è un problema primario per il Pubblico Ministero, è per così dire una derivata, e infatti viene particolarmente curato dalle parti civili. La rassegna normativa e anche giurisprudenziale della Suprema Corte, che ho presentato l’altro ieri, sostiene a pieno titolo la possibilità di affermare la penale responsabilità anche nei confronti di imputati che si siano inseriti nella catena causale solo per periodi limitati, qualora non sia risultato un loro comportamento davvero alternativo o comunque concretamente modificativo di quella logica e di quel criminoso procedere delle cose, e ciò in ogni caso sempre in riferimento alla idoneità e alla adeguatezza degli interventi eventualmente proposti e realizzati, nell’ottica di salvaguardare realmente e di fatto gli operai e l’ambiente. Il limitato ruolo di alcuni imputati non potrà condurre al disconoscimento della loro penale responsabilità ma solo, eventualmente, a una idonea e equa valutazione in sede di calcolo della pena. Sarebbe stato per me assurdo e contro ogni logica continua a accusare di fatti gravissimi, e estesi tra l’altro a tutti gli stabilimenti di tutta Italia, i capi turno, gli assistenti, i capi commessa o i capi reparto o i quadri intermedi delle varie funzioni. L’enorme rilevanza economica, ma non solo economica della vicenda, imponeva e impone che venisse e che venga preso in considerazione un livello più elevato, a partire dalla responsabile locale dello stabilimento, per giungere a livelli decisionali, dicevo in requisitoria: lì dove si puote ciò che si vuole, lì dove si poteva cioè discutere e decidere non solo su 100 milioni o su un miliardo ma fino ai prospettati 200 miliardi di lire nel 1975. Non ho considerato i livelli inferiori e la direzione di stabilimento; sono convinto di non avere sbagliato, se il Tribunale dirà il contrario ne prenderò atto. Volevo proiettare, ma non proietto, per ovvi motivi, immagini sullo schermo per fare meglio comprendere queste scelte e per fare rilevare come non ci sia stata alcuna inspiegabile massificazione e alcun errore di persona, come uno fantasiosamente ha detto, evidentemente privo di altri argomenti difensivi. E’ invece possibile che, a parte i numerosi casi di decesso, anche tra i teorici imputati, qualcuno sia sfuggito alla resa dei conti finale. Se ciò è successo, e mi verrà indicato dal Tribunale, ne prenderò atto e provvederò alle integrazioni nel processo stralcio. Gli avvocati difensori che non hanno seguito il dibattimento e che, come si è capito per alcuni, durante le arringhe, non hanno nemmeno lette le famigerate carte processuali, non hanno titolo né conoscenza sufficiente per sostenere che questi tre anni e mezzo non sarebbero serviti probatoriamente a nulla, e ancora meno possono sostenere che nei confronti dei loro difesi non ci sarebbero specifici elementi d’accusa. Rilevo innanzitutto come la base comune per le accuse nei confronti di ogni singolo imputato sia costituita da tutti quegli elementi della cosiddetta parte generale che solo il dibattimento ha reso più evidenti, ampliandoli e approfondendoli nella pienezza del contraddittorio come non era stato fatto e come non era possibile fare durante le indagini preliminari. Questi temi della parte generale non a caso sono stati richiamati praticamente da tutti i difensori durante le loro arringhe e tra questi temi, su due in particolare si sono soffermati in molti, quello della conoscenza storica della nocività del CVM, PVC e dicloroetano e quello concernente tecnologie e impianti. Per questo motivo devo parlare in questo momento del primo tema, rispondendo così in pratica alle obiezioni dei difensori di tutti gli imputati del gruppo Montedison, mentre al secondo dedicherò soltanto qualche accenno, avendone già parlato tra l’altro in sede di replica anche l’avvocato Battello. Quello era di per sé lo schema iniziale che avevo proposto, quello che proietto, ovviamente ho già detto che lo ridurrò il più possibile e vediamo fino a che punto sono in grado di arrivare. Vado subito al primo di questi temi. Sulla conoscenza della nocività e della pericolosità del CVM e PVC difensori degli imputati hanno fatto un po’ orecchio da mercante; hanno fatto finta che della nocività del CVM si sia cominciato a parlare soltanto con la comparsa pubblica sulla scena del professor Maltoni. Ora, non è che un problema non esiste solo perché uno, l’imputato, non ne parla o non ne vuole parlare. Ciò vale per la questione della nocività del CVM come per i periodi di responsabilità Enichem, per esempio a partire dal 1982–1983. Non è che quest’ultimo problema si cancella solo perché Enichem ha deciso – chissà poi perché – di non volerne parlare, perché Enichem divenne proprietaria degli impianti incriminati nell’83, come sappiamo tutti, e la proprietà su di una res impone e implica degli obblighi giuridici anche molto stretti. Lo stesso discorso vale per la conoscenza della nocività del CVM, che non è solo un problema di natura cancerogena, come ben sappiamo, ma è un problema che riguarda più in generale la nocività e la tossicità della sostanza. Questo concetto è alla base ed è anche basilare in questo processo, e mi sono convinto ancora di più della bontà di quanto affermo quando ho rilevato che praticamente tutti i difensori Montedison intervenuti a difesa dei singoli imputati hanno affrontato tale problema, però negandolo e facendo risalire ogni possibilità di conoscenza all’anno 1974. Va decisamente contrastata questa impostazione, anche perché sappiamo tutti benissimo come in Italia esistesse una normativa speciale a favore dei lavoratori fin dagli anni ‘5, e proprio questa temono i difensori delle aziende. Ricordiamo tutti benissimo in quest’aula due circostanze fondamentali, e vado al concreto di questo tema, faccio vedere la scheda di sicurezza Montedison sul CVM numero 58 del 6 novembre 1967, la conosciamo tutti ma la proietto semplicemente per fissare un attimo l’attenzione perché ci dice che cosa, quali notizie, informazioni sul CVM dava l’azienda agli operai nel ‘67 e tra l’altro fino al ‘76, come abbiamo detto. Quelle sono le indicazioni delle concentrazioni tollerabili per brevi esposizione, 6.000-1.600, c’è quel limite di 500 ppm, il limite sealing è scomparso, fino al ‘76, non si sa perché, nessuno parla di limite sealing, e fino al 1976 questa è la scheda in cui è scritto: non presenta particolari caratteristiche di tossicità. Questa è l’informazione data formalmente agli operai dell’azienda. E ricordo ancora, ovviamente solo per cenno, le dichiarazioni dell’ingegner Camillo Cella del 5 aprile 2000 a conferma anche di quelle dell’ingegner Seggio Bianchi del 4 aprile del 2000. Quelle dichiarazioni dell’ingegner Camillo Cella sono importantissime perché ci dicono come all’epoca gli impianti del CVM fossero stati fatti per trattare gli esplosivi, non per trattare i cancerogeni, e questi erano i limiti di sicurezza in fabbrica e solo dall’inizio del 1974 c’è stato questo frenetico darsi da fare, frenetico correre dietro, e poi vedremo a che cosa. Quindi sono questi impianti strutturalmente e ingegneristicamente vecchi e datati, perché parlano di esplosività, a conferma poi di quello che dice la scheda che ho mostrato prima, perché la scheda parla di limiti da 6.000 a 16.000 ppm. Il problema del CVM e della sua tossicità su fegato e polmoni, oltre che sulle articolazioni, non è comparso all’improvviso come un fulmine a ciel sereno nel 1970 o nel 1972 o addirittura nel 1974; ci sono molti e molti studi ben precedenti che avevano cominciato a parlarne, dicevo fin dagli anni ‘40 e ‘50. Vi ripresento solo degli schemi, non li tratto sicuramente, neanche tutti quanti quelli che ho sintetizzato e che indico adesso sullo schermo. Avevo presentato degli elenchi molto ampi durante la requisitoria, li ho ridotti all’estremo proprio per concentrare l’attenzione su fegato e su polmoni. Non li riesamino neanche questi uno a uno per non tediare nessuno, però voglio sottolineare come alla data del 6 novembre 1967, la data della scheda Montedison, esistevano già vari studi, tra l’altro di origine anche industriale, che parlavano della nocività del CVM in relazione in particolare al fegato e ai polmoni e con riferimento non a intossicazioni acute ma a intossicazioni croniche dei lavoratori del CVM e PVC. Il primo lavoro, noto a tutti ormai, è quello di (Tribuc), addirittura del 1949; è molto noto, era molto noto, è stato sempre molto noto e degli atti del processo noi abbiamo sia il lavoro fulcro del 1977 di cui ci ha parlato il professor Fuà, che fa riferimento come già dal 1949 si sapesse che il CVM procurava affezioni epatiche più o meno importanti e problemi anche alle vie respiratorie superiori. Questi dati risultano anche da documentazione acquisita in sede di rogatoria negli Stati Uniti d’America, risulta da atti (Nyosh), OSHA, A.C.G.H., che l’associazione degli industriali, e risulta anche nella documentazione A.P.M.E., l’associazione europea delle industrie e delle materie plastiche, documentazione acquisita nelle fasi finali del dibattimento, in cui si parla di questi dati, alla fine degli anni ‘40 già c’era questo contributo noto di (Tribuc) sulla pericolosità per fegato e polmoni. Il secondo lavoro è quello di Danizeschi sul fegato, che non illustro, se ne parla tra l’altro nel lavoro successivo di (Suchu) del ‘63 e del ‘67. Sul fegato in particolare ancora parla (Troscina), sul fegato ancora Pusci nel 1965 e Russell, che non è dei Paesi dell’Est ovviamente, parla delle patologie polmonari nel 1965, e abbiamo ancora nel 1967 lavoro Grigorescu e Toba sul fegato. Mi fermo solo un attimo sul lavoro di (Suchu) del 1967, che è una seconda edizione, perché come dice il lavoro di A.P.M.E. del 1999, la prima pubblicazione è del 1963, 1963 e 1967 (Suchu), e su questo lavoro di (Suchu), che non leggo integralmente per ovvi motivi, oltre a fare riferimento al lavoro di Danizeschi lì indicato si parla espressamente di tre concetti importanti: delle patologie del fegato nel 30% degli operai del CVM; secondo, con l’abbandono dell’ambiente di lavoro l’epatomegalia regredisce senza nessun altro trattati e il fegato torna normale; terzo caso, nel 6,8% degli esaminati che avevano in passato sofferto di epatite epidemica l’epatomegalia è avvenuta precocemente, anche se il fegato era di dimensioni normali al momento dell’assunzione. L’ultimo punto di (Suchu) che voglio ricordare è quello che cita verso le conclusioni dello studio: "Ne deriva che le epatomegalie da noi riscontrate erano per la maggior parte di natura tossica, le congestioni iniziali si trasformano in una forma di epatite acuta, simile all’epatite virale non itterica, per poi diventare spesso un’epatite cronica. Teniamo a ribadire il fatto che disturbi del metabolismo proteico possono in certi casi precedere l’epatomegalia". Questo lo diceva (Suchu) nel 1963 e nel 1967, e nel 1967 sappiamo come l’Unione Sovietica vieti l’uso del CVM nei propellenti spray e come abbassi il MAC. Ma si badi bene che non è solo nei Paesi dell’Est che negli anni ‘60 e ‘50 c’è tutto un proliferare di studi e un infittirsi di preoccupazioni per il rischio CVM e PVC. Ricordo solo due documenti USA del 1959, del maggio e del novembre del 1959, che ho indicato, in cui si fa espressamente riferimento a questi effetti nocivi anche a livelli inferiori ai 500 ppm; ci sono le preoccupazioni che vengono chiaramente espresse da ditte americane, da (U Chemical), UCC etc.. Li ho già indicati nella requisitoria e quindi non mi dilungo a illustrarli. Il primo è 12 maggio 1959, il secondo 24 novembre del 1959. E successivamente alla data del 6 novembre 1967, sempre quella della scheda Montedison, furono pubblicati diversi lavori nel mondo orientale come nel mondo occidentale fino al maggio 1970, data del famoso convegno di Houston, che continuavano a parlare di nocività del CVM e PVC, in particolare su fegato e polmoni. Indico per sintesi questi altri lavori, queste altre citazioni, dal 1968 al 1970. Nel 1968 c’è questa Conferenza tossicologica della Gordon Research sul fegato, le vedremo tra poco, c’è questo lavoro Baretta - Macer del 1969 sul fegato, (Yerzy Popov), lavoro trovato anche presso la ICI durante la rogatoria internazionale, lavoro del 1969 sul polmone, su questo rinvio semplicemente alla requisitoria. Viola Tokyo del 1969, lo ricordiamo tutti, leggo soltanto una frase, quello di Viola, perché non è vero che parla solo degli animali; a un certo punto, nella traduzione che è stata prodotta a pagina 3, si dice: "La ricerca – lavoro di Viola, ‘69 – ha confermato che l’esposizione cronica al vapore di cloruro di vinile può determinare nell’uomo – nell’uomo dice, non negli animali – una sindrome caratterizzata da alterazioni dello scheletro, dei tegumenti, del sistema nervoso e delle funzioni epatiche", tanto è vero che Viola concludeva raccomandando la riduzione del MAC, che era di 500 all’epoca, e la eliminazione o comunque la riduzione dell’ingresso nelle autoclavi per gli operai, e siamo ancora nel 1969. Poi nel 1970 ci sono quei due lavori che vedete proiettate, (Zende, Vertin, Mamontov), sul polmone, per i quali faccio rinvio alla requisitoria. E lo stesso non parlo dei rischi di tecnopatie segnalate addirittura all’interno della Montedison dallo stesso Salvatore Giudice nel 1971. Si inseriscono a questo punto, in tale epoca, pure i primi dati confermativi dei sospetti anche di cancerogenicità, fino a adesso abbiamo parlato di sempre di tossicità. C’è questo lavoro Down Chemical, ripeto, degli anni ‘60, Gordon Research l’ho illustrato e vediamo nella nuova illustrazione sullo schermo quali sono i lavori che adesso molto rapidamente citerò. Durante la requisitoria avevo parlato degli studi della società USA Down Chemical e dei problemi suscitati. E’ pacifico per tutti che lo studio datato e pubblicato nel 1961 della Down, (Torcheson), sugli animali, aveva condotto la Down stessa a ridurre il MAC del CVM da 500 a 50 ppm, poiché erano state rilevate nei numerosi animali esposti da 100 ppm in su alterazioni al fegato e ai reni. Tra l’altro solo da quattro mesi e mezzo fino a sei mesi, troppo poco ci ha detto Maltoni in aula per generare tumori. Comunque sempre sulla Down Chemical avevo parlato, durante la requisitoria, del lavoro e dello studio della stessa Down Chemical sulla mortalità dei propri operai, lavoro proprio determinato dalla gravità dei dati emersi in precedenza nel 1958 e nel 1959. Questo lavoro sulla mortalità degli operai è sempre degli anni ‘60, è uno studio che era poi stato riportato nella monografia EPA sul CVM, edizione del 1975, riguardava operai esposti dal 1942 al 1960. Gli autori dello studio conclusero che i lavoratori esposti a livello di CVM superiori alle 200 parti per milione, non come dose cumulativa, avevano presentato un apparente incremento statistico per tutte le forme di tumore maligno, anche se non hanno trovato angiosarcomi. Di questo studio della Down sugli operai negli anni ‘60 si è molto preoccupata la Montedison, per tutta una serie di ovvi motivi, la quale Montedison, attraverso le parole dell’avvocato Alessandri, ha cercato di dire che questo studio non risaliva agli anni ‘60 ma che era uno studio fatto negli anni ‘70, quello in particolare che l’avvocato Alessandri, mi pare, ha fatto proiettare sullo schermo in aula, del luglio 1985, degli autori (Hot-Holder) e altri. Addirittura l’avvocato Lanfranconi ha detto che non esiste – per Bartalini parlava – questo studio del 1961, questo lavoro, ma non è proprio così. Devo confermare quanto già detto in requisitoria su questo studio degli anni ‘60 e rimarcarne ancora l’importanza. Infatti, come si può vedere dalla bibliografia EPA del 1975, lo studio (Hot-Holder) è del luglio 1975, mentre intanto va detto che di oltre un anno prima è il riferimento alla pubblica audizione di Holder, sempre lo stesso Holder della Down Chemical, davanti all’OSHA, Ministero del Lavoro, audizione del 25 giugno 1974. In questa audizione, che viene citata da EPA, quindi intanto non è il lavoro del 1975 ma è questa audizione di Holder, si parla di operai esposti dal 1942 al 1960, di attività di screening e di controllo effettuata negli stabilimenti di produzione nei vari anni, e del contenuto di questa audizione e del recedente lavoro della Down si erano preoccupati, oltre alla Montedison, ora in quest’aula, pure i rappresentanti delle aziende dell’epoca, tra cui anche i rappresentanti del gruppo società europee, presenti a una riunione del 20 maggio del 1973 degli Stati Uniti, in vista della presentazione dei dati sul CVM al (Nyosh) nel giugno di quell’anno, poi rinviata. L’avvocato Lanfranconi ha detto che non ha trovato questo documento del maggio del 1973, è stato depositato in più occasioni e comunque glielo mostriamo sullo schermo; il documento, comunque, si trovava in mezzo a quelli che l’avvocato Lanfranconi ha citato, ne ha visto e citato uno prima e uno dopo rispetto a questo verbale di riunione del 20 maggio del 1973. E durante questa riunione del 20 maggio del 1973 ci sono alcuni dati importanti, visto che non è stato visto dalla difesa li devo citare. Dicevo, presente David (Dafield) della ICI, rappresentante del gruppo europeo sul cloruro di vinile, oltre a tutte le società americane, quindi gli europei sapevano benissimo di che cosa si trattava. C’è questa discussione sui vari punti, in questo documento si parla espressamente della paura che continuando a nascondere i dati al (Nyosh) si possa parlare di cospirazione illegale da parte dell’industria. Questo se lo dicono loro stessi in questo documento. Poi appunto, sotto questo timore, c’è chi spinge per comunicare questi dati e chi invece frena. E comunque in questa riunione, a pagina 6 della traduzione in atti, vengono detti espressamente gli argomenti che saranno tolti dall’esposizione, proposti o discussi con il (Nyosh), e viene indicato per la parte che ci riguarda espressamente come tolto lo studio epidemiologico della Down, studio di un limitato gruppo di lavoratori della Down che o mostrava questa probabilità, considerata significativa, di tumore nei lavoratori del CV. E ancora questo documento è interessante perché si vede come ci sia questo timore, questo terrore da parte di certe aziende, come la OCC per esempio, per le conseguenze economiche di questo intervento, perché dicevano che il problema non è quello di esposizione dei lavoratori, in particolare per esempio per spray, barattoli, così, ma è soltanto per una limitata categoria di estetisti e riempitori di barattoli, e c’è il terrore di problemi di tipo economico che l’intervento pubblico può eventualmente causare sulla ditta. Quindi già da questo documento risulta – e continuiamo a risalire all’indietro – che quanto meno nel maggio del 1973 questo studio della Down, questo lavoro della Down era concluso da tempo e continuava a venire nascosto, ma lo era da molto tempo, non solo dal maggio 1973, come emerge da alcune altre circostanze. Nel agosto del 1968, citavo prima, c’era sullo schermo la Conferenza della Gordon Research, nell’agosto del 1968 si tiene una Conferenza sulla tossicologia a cura della Gordon Research, nell’ambito della quale viene presentato un lavoro da (Kramer e Matchler) titolato Report relation sull’esposizione sullo stato di salute dei lavoratori della Down Chemical, o Down Chemical Worker, qui se ne parla nell’agosto del 1968, quindi non nel 1975, risaliamo a 7 anni prima, nell’agosto del 1968 c’è questo lavoro di Down Chemical, sui lavoratori della Down Chemical, e questo lavoro di Gordon Research e poi di (Kramer e Matchler) viene pubblicato nel 1972 sull’American Industrial (Egeening) Association Journal, e vi si riferiscono i segni di effetti chimici sul fegato sui lavoratori della Down esposti a CVM. Questa presentazione alla Conferenza del 1968 aveva indotto la C.A.G.H. nel 1970 a proporre la riduzione a 200 ppm, limite poi accolto nel 1975, queste tutte circostanze note a livello mondiale, perché lo sanno tutti, Gordon Research, (Kramer e Matchler) 1968, trattata dalla A.C.G.H. e proposta a A.C.G.H. nel 1970. Il lavoro del 1975 di Holder, citato dalla difesa Montedison e presentato sullo schermo, è chiaramente un lavoro aggiunto rispetto all’originario, come spesso è stato fatto in questa materia è un aggiornamento, è un completamento dei dati su un lavoro che era di anni e anni prima. Di fronte a queste date e a questi dati ben poco c’è da dire, se non che ancora una volta Montedison sapeva e continuava a aspettare e, nel frattempo, a non fare nulla per gli operai. Sull’evidenza scientifica della cancerogenicità del CVM, non della sua nocività di vecchia data, sulla quale i difensori degli imputati in pratica non hanno proferito verbo, l’avvocato Accinni ma anche l’avvocato Alessandri hanno a lungo disquisito, quasi svillaneggiando il professor Viola e il suo lavoro, anche cercando di fare credere che il valore e la rilevanza di uno studio scientifico dipendono essenziale dal numero di volte in cui se ne parla su riviste, giornali etc.. Non rispondo per ragioni di tempo su tutto questo, per il quale ci sono dati in parte anche già noti, e ricordo soltanto come questo tra l’altro lavoro svillaneggiato, che dovrebbe essere stato pubblicato su riviste quotate, è stato in effetti sia nel ‘70 e sia nel ‘71 il lavoro di Viola pubblicato su Medicina di Lavoro e su Cancer Research, quindi ben prima del lavoro del professor Maltoni. Salto questa parte e continuo, invece, su alcune osservazioni che sono state mosse un po’ da tutti i difensori, in particolare ricordo sia Accinni, ma anche Lanfranconi, Cagnola, Pedrazzi, Bondi anche, mi pare, sul significato dei limiti A.C.G.H., e nel 1963 questa A.C.G.H. viene detto che decise di cambiare il TLV, che allora appunto era corrispondente a 500 ppm da valore TVA a valore di picco, e questo tra l’altro non risulta dalle schede dell’azienda della Montedison. Però questi difensori di Montedison evitano accuratamente di riferire le ragioni che nel 1963 indussero la A.C.G.H. a introdurre questo limite sealing di 500 ppm per il CVM, così come tacciono su altre gravi omissioni di Montedison e di Montefibre sul tema del limite sealing per il CVM e delle informazioni ai lavoratori sui rischi cancerogeni e non cancerogeni ai quali venivano esposti. Queste ragioni dell’introduzione di questo limite si possono riassumere in questa maniera: la tossicità del CVM, abbiamo detto, era nota da molto tempo, tanto che la Down Chemical fin dal ‘61 aveva abbassato il MAC da 500 a 50 ppm. Soprattutto sulla base di quanto precede era stata formulata la proposta, in sede di A.C.G.H., di portare il MAC del CVM, come ha fatto Down, da 500 a 50, proposta non adottata per ragioni che sono facilmente intuibili e che sono le pressione delle aziende produttrici, fatta eccezione per la Down Chemical, e questa proposta della A.C.G.H., che è comunque l’associazione industriali, è surrogata con l’introduzione nel ‘63 del limite sealing di 500 ppm per il CVM. Tra le gravi omissioni della società Montedison – Montefibre non vanno poi taciute quelle evidenziate nel corso della requisitoria del 6 giugno 2001. Ricordo le schede di sicurezza datate ‘65 e ‘67 e, come ci ha detto anche un teste, il capo reparto Dino Corò in aula il 18 aprile 2000, questo dato importante, che era già stato inserito a livello internazionale, come limite sealing anche, è sempre stato sconosciuto e disconosciuto e taciuto all’interno dell’azienda. Un altro intervento è stato fatto in relazione al fatto che queste conoscenze sarebbero iniziate nel ‘70 e non prima grazie a Montedison e a chi ha incaricato il professor Maltoni. Paradossalmente questa informazione, richiamata da un difensore Montedison, può essere contestata proprio attraverso uno scritto di epoca non sospetta, che quindi supera qualsiasi dichiarazione testimoniale, dello stesso professor Maltoni. E’ Medicina del Lavoro del 1991, pagine 383-387 del volume 82 sulla cancerogenicità da cloruro di vinile, "La Lezione", questo è il titolo. E viene detto in particolare per la parte che ci riguarda e che mi limito a citare: "Negli anni ‘60 – questo lo scrive Maltoni in questo suo lavoro – il professor Viola, medico del lavoro di Solvay, (compagnia Rosignano), espose ratti per via inalatoria etc.. Negli stessi anni – siamo negli anni ‘60 – in cui Viola conduceva le sue ricerche, un’indagine sistematica mediante monitoraggio citologico dell’Ispettorato sul rischio cancerogeno per l’apparato respiratorio in operai di varie industrie, condotto presso l’Istituto di Oncologia di Bologna, metteva in evidenza una frequenza di casi con atipie cellulari dell’epitelio respiratorio in lavoratori esposti a CVM maggiore di quella attesa", quindi questo lavoro lo cita il professor Maltoni, in epoca tra l’altro sicuramente non sospetta perché era il 1991, ricordo sicuramente fresco, cita questo dato storico: negli anni ‘60 viene fatto questo lavoro, "e sulla scorta di quest’ultimo riscontro – dice Maltoni – e dei dati di Viola, nel 1971 ebbe inizio nei laboratori di Castello Bentivoglio un vasto progetto di esperimenti", e anche questo, ripeto, in ritardo, e anche questo, ripeto, con tempi biblici. Non è questa una contestazione peregrina ma è molto specifica e concreta. Ricordo come in cinque o sei mesi l’industria americana Biotest – comunque ne riparleremo anche a proposito dell’avvocato Lanfranconi – ci mise 6 mesi nel 1974 a fare quello stesso lavoro e a ottenere gli stessi dati del professor Maltoni. Quindi ben prima del 1970 il vertice Montedison, il professor Maltoni, conoscevano queste capacità, queste proprietà tossiche del CVM. Ma le industrie, però, non si muovono, dicevo all’inizio di questo dibattimento, cinicamente aspettano i morti sicuri, accertati, che non tardano a fioccare, e fino a quando non possono più essere tenuti nascosti, dal gennaio 1974 in poi, però forniscono questi dati, cominciano a riferire che ci sono questi morti per angiosarcoma, tutte le aziende ma solo quelle statunitensi. Ancora una volta non è Montedison che si muove, la Montedison è peggio perché non controlla o non vuole controllare in casa propria cosa sta succedendo e aspetta il 1974 per cercare affannosamente di correre ai ripari, ma aveva già i morti in casa, mi si scusi la crudezza, lo sappiamo e ho detto quali erano in requisitoria. Quello di Montedison fu un comportamento da necroforo, nessuna prevenzione ma un comportamento e una visione scientifica da necroforo. E’ una accusa dura che ripeto, perché era ben risaputo quello che dicevo anche poco fa, cioè della tossicità per fegato e polmone del CVM e il fatto che le materie plastiche potessero essere cancerogene lo si sapeva parimenti negli anni ‘60. Ma, dicevo, la Montedison ha aspettato fino al 1974 prima di iniziare a pensare di modificare gli impianti per la salute dei lavoratori e fino al 1976 non risulta nemmeno che abbia cambiato la scheda di sicurezza, e questo solo dopo la decisione IARC; ha aspettano fino a quando non ha potuto più farne a meno perché ormai lo scandalo Goodrich era scoppiato e le contestazioni pubbliche, i lavori scientifici non erano più controllabili. Modifiche tardive e comunque insufficienti, come bene e molto dettagliatamente è stato illustrato dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero e di Medicina Democratica. D’altra parte che il CVM fosse un tossico per il fegato e per il polmone ce lo vengono a confermare tutte le aziende. Io ho già mostrato la scheda del ‘76 l’altro ieri, l’avevo proposta e quindi non la reillustro, però era la scheda di Montedison, che parlava a proposito di esposizione prolungata di questi danni, tra l’altro, al fegato, ai polmoni e alla cute, oltre che il pericolo cancerogeno, ma non era solo la scheda Montedison, perché anche più di recente abbiamo una scheda di Enichem, e anche questa la voglio rappresentare, scheda di sicurezza tra l’altro che si trovava all’interno del fascicolo di Zaninello Silvio, morto per epatocarcinoma, ed è nel faldone numero 87, questa scheda è dell’81 ed è aggiornata nel ‘90, quindi epoche non sospette per il processo, e comunque circostanze non sospette perché scritte da Enichem, come poi tutte le aziende, comprese l’EVC, avrebbero scritto. E sulla tossicità cronica anche Enichem, fin dal 1990, scrive che ci sono queste possibilità di danni al sistema circolatorio e neurovascolare, specie delle estremità, mani e piedi, al fegato e ai polmoni e alla cute, poi cita IARC etc. e tutti quanti i lavori. E questa circostanza è ancora una volta la circostanza che viene riferita, per quanto riguarda le patologie, anche dall’associazione europea dell’industria delle materie plastiche. Ora gli avvocati e i loro consulenti possono venire ancora una volta a ricontare tutte le favole e le storielle che vogliono; erano e sono le stesse aziende, Montedison, Enichem, (EVC), che poi per metà è Enichem lo stesso, che ci confermano quali siano i principali organi bersaglio del CVM e PVC, fegato e polmoni. Abbiamo già visto gli elenchi, le schede degli autoclavisti e degli insaccatori, non le ripresento. E che cosa davano ai lavoratori per proteggersi dal polveri e dal CVM? Ce l’hanno detto, ce l’hanno raccontato in aula: una mascherina ridicola e un dentifricio, dentifricio per lavarsi i denti, ce l’hanno anche mostrato, e su questo dentifricio è scritto "l’uso quotidiano del dentifricio – l’ho ingrandito perché si possa leggere meglio – Nuovo Saturno può dare ottimi risultati di igiene orale per coloro che sono esposti a vapore, che potrebbero depositare nel cavo orale sostanze strane, per esempio esalazioni e fumi, si ricorda l’opportunità che la pulizia della bocca e dei denti avvenga prima di ogni pasto". Questa era la misura di tutela delle aziende, il dentifricio. E queste schede sono una specie di confessione extra-processuale, anzi risalente a molto tempo prima rispetto al processo e che ha quindi una forza intrinseca di convinzione assoluta. Mi fermo su questa parte, perché a questa parte di replica poi si collega direttamente quella concernente le misure pratiche poste in essere dalle aziende per modificare gli impianti. Io ribadisco innanzitutto e soltanto rapidamente un concetto molto importante, che è quello della priorità assoluta che dovrebbe avere la tutela della salute di ogni singolo lavoratore e di ogni singola persona rispetto al bene azienda. Leggo solo un passo e poi passo oltre, perché non mi voglio fermare su questo perché ne abbiamo già parlato abbastanza. Lo leggo perché è un passo interessante, ancora una volta tratto da un lavoro di igiene e sicurezza del lavoro del professor Pulitanò, in cui si dice che "è senz’altro da escludere che con tali formule si sia dato spazio alla considerazione dei costi economici quali limiti al dovere di attuazione di misure legalmente previste o a condizionamenti derivanti da esigenze produttive o dal contingente assetto dell’impresa. In coerenza con i criteri portanti del sistema, assegnare lo spartiacque tra possibile e impossibile, interviene lo stato di avanzamento della tecnologia prevenzionale con riguardo alla particolare lavorazione. E di fronte a rischi per l’integrità fisica che lo stato della tecnica non consenta di eliminare non resta che il dovere d’astenersi dall’attività che tali rischi comporti". Questo non lo dice e non l’ha detto il Pubblico Ministero, non è una posizione estremista, lo diceva l’attuale difensore di Enichem: o MAC 0 oppure chiusura degli impianti di questo tipo. In questa situazione io devo solo limitarmi a considerare come a tutte le accuse formulate molto nello specifico, molto nel dettaglio, in ordine alla vetustà non solo degli impianti ma anche delle singole tecnologie in pratica nessuno abbia risposto. Qui non si tratta di discorrere di alta filosofia o dei massimi sistemi; qui in concreto noi abbiamo contestato l’installazione a Porto Marghera di impianti, di parti di impianti, di forni, di valvole, di rubinetti, di organi di tenuta, di organi rotanti, di interblocchi di sicurezza, di dispositivi di (blue-down) già vecchi, già obsoleti e comunque con decenni, non anni, con decenni di ritardo, il tutto provato documentalmente. Non ripeto tutto quello che ho detto, salto tutta questa parte, anche perché su questa parte è intervenuto pure l’avvocato Battello. E vado a alcune osservazioni presentate quasi congiuntamente, comunque nello stesso ambito, dai difensori di Montedison, per esempio l’avvocato Lanfranconi, l’avvocato Giarda, l’avvocato Cagnola, ancora su questo discorso del limite sealing. Non rifaccio il discorso che ho fatto prima, mi ci riporto ricordando solo che, oltre alla società Down Chemical, anche la (Junior Carbay) aveva condotto indagini su lavoratori esposti a CVM, riscontrando danni alla loro salute per esposizione alla concentrazione di CVM nell’aria di 100 ppm, e questi documenti sono quelli che ho citato del 1959. Un altro punto che viene affrontato è quello relativo nel contratto di lavoro, e viene detto in particolare da alcuni difensori di Montedison che solo nel 1976 per la prima volta compare nel contratto la classificazione del CVM quale sostanza potenziale cancerogena. Dice che si deve arrivare al contratto collettivo del luglio del 1979 per avere l’indicazione del CVM come sostanza cancerogena con TLV-TVA definito in 5 ppm. Ora, a parte il fatto già ripetuto più volte della non esistenza di una soglia per i cancerogeni geno-tossici, mi richiamo a quanto detto in requisitoria rapidamente per i valori MAC per il CVM e il divieto che viene riportato per la prima volta nel contratto nazionale di lavoro degli addetti dell’industria chimica e chimica-farmaceutici non del 1976, non del 1979 ma il contratto del 12 dicembre del 1969, fatalità in coincidenza con la strage di piazza Fontana, contratto nazionale di lavoro stabilito nell’articolo 23, questo concetto: che non sono ammesse le lavorazioni nelle quali la concentrazione di vapori, polveri, sostanze tossiche, nocive e pericolose superi i limiti massimi MAC stabiliti dalle tabelle dell’A.C.G.H., secondo i criteri di applicazione delle tabelle stesse. Tali tabelle sono allegate al presente contratto e verranno aggiornate. Non rifaccio tutta quella discussione, vi faccio semplicemente rinvio. Quindi siamo nel 1969, in cui c’è l’introduzione di questo limite. Sempre su questi limiti viene ricordato dalla difesa che il Ministero del Lavoro italiano raccomandava nell’aprile del 1974 un TLV di 50 ppm. Si tratta del limite di OSHA, che stabilisce sì questo limite, però la difesa Montedison si dimentica di dire che l’OSHA istituisce il limite permanente di 1 ppm per l’esposizione lavorativa a CVM nel successivo mese di maggio, un mese dopo, perché era provvisorio il limite di 50 ppm 1974 e nel maggio, appunto, c’è questo limite permanente di 1 ppm. Rapidamente su altri due punti che sono stati sollevati, uno riguarda la questione relativa ai fenomeni di Renault, questo per dire alcune delle circostanze sbagliate, errate che sono state indicate. Dicono che non ci sono state segnalazioni di Renault in soggetti che abbiano iniziato l’esposizione dopo i primi anni ‘70. Io inviterei chi ha detto questo a leggere un attimo meglio le carte perché innanzitutto abbiamo sia un caso di un operaio nostro, Silverio Zagagnin, che ha lavorato al reparto CV14 dall’81-’85 e che ha questa patologia; che sia stata riscontrata quindi dall’81 in poi non solo a Porto Marghera, ma tra l’altro ci sono anche dei documenti della società inglese ICI, acquisiti, come abbiamo detto, in sede di rogatoria internazionale, che fanno riferimento a vari casi di patologie di Renault che sono state riscontrate in operai che hanno cominciato a lavorare dopo il 1979 e ‘80, quindi questo dato è completamente falso. Poi, per quanto riguarda il discorso che è stato effettuato sul DCE, dicloroetano, da più di un difensore; ora, il discorso che non ci siano patologie direttamente correlate al dicloroetano non è che possa portare a un abbandono di quella che è l’impostazione iniziale, perché circa la presunta assenza dell’evidenza di cancerogenicità del DCE per l’uomo si segnala che questa cancerogenicità non è messa in discussione neppure dalla associazione europea delle aziende chimiche – avevo già proiettato il grafico in sede di requisitoria – e viene anche richiamata in un manuale per l’uso dei solventi organici del 1996, che è stato riportato nelle consulenze dei nostri ingegneri e nelle consulenze di Medicina Democratica, proprio in relazione alle patologie che può creare in negativo il dicloroetano sul fegato, e viene detto in particolare, su questo lavoro citato, che può provocare tumori al fegato. Discorso importante del dicloroetano è quello che è stato riferito anche in aula dal professor Berrino, che è importante anche come coagente, sono più sostanze che hanno un influsso negativo di tossicità a livello dello stesso organo, che innanzitutto è il fegato, e faccio rinvio a tutti gli studi che sono già stati indicati, ai quali non voglio nemmeno fare cenno in questo momento. Voglio solo citare, invece, una circostanza particolare sul dicloroetano, per far vedere come Montedison, quando faceva le schede, le faceva a comodo proprio, ad usum (inc.), e magari facendo citazioni casuali anche della manualistica che metteva in bibliografia. Vediamo la scheda Montedison del ‘76 sul dicloroetano. Viene citato in bibliografia Sachs, però Sachs, come si può vedere da questo documento di Sachs, proprio è il lavoro di Sachs, parla della anormalità del fegato che viene indicata, ed è una tabella in particolare, che è in inglese, che riguarda proprio gli avvelenamenti occupazionali con un certo numero di sostanze che hanno influsso sul fegato, e voi, nella colonna di destra, la seconda in sostanza, l’etiledicloray, è il dicloroetano, questa sostanza indicata da Sachs come avente tossicità sul fegato nella scheda Montedison non viene riportata. Chissà poi perché. Tra l’altro parlano di irritazioni del tratto respiratorio gli esperti di Montedison, però citato Sachs e non parlano della anormalità e dei problemi che crea il dicloroetano sul fegato, e quindi anche per il dicloroetano è importante che venga affermato il suo influsso, la sua influenza negativa come coagente nei confronti del fegato e del polmone. Vado rapidamente avanti. Non mi dilungo su un’altra circostanza, proietto semplicemente una scheda, quella che è stata presentata dai difensori di Montedison, ho detto che Montedison ha fatto di tutto, l’hanno detto un po’ tutti i difensori di Montedison, ha speso, ha investito una marea di soldi, centinaia di miliardi, non rispondo su questo, in questo momento mi riporto ha quanto ha già ben esposto l’ingegner Rabitti e l’ingegner Nano su questa circostanza, sulle spese effettuate. Mi limito solo, però, a rappresentare sullo schermo il grafico delle spese e dei finanziamenti per il presunto miglioramento. E’ un grafico che non ho fatto io, che non hanno fatto i miei consulenti, è un grafico che hanno fatto i consulenti di Montedison. Vedete benissimo come praticamente dal 1976 ci sia un crollo, ma ve lo indico non soltanto per questo, a dimostrazione che poi, proprio in coincidenza, per carità, con la crisi finanziaria ed economica, con la grave situazione di congiuntura internazionale, con le intenzioni di cedere gli impianti, anche negli anni ‘80 ci sia un calo pauroso di questi investimenti, addirittura nell’82-’83 siamo praticamente a zero, perché? Perché stavano vendendo gli impianti, non si investe più, quella volta non si investiva più, quello mi pare che sta succedendo adesso, tra l’altro, investimenti per la sicurezza in calo paurosa se non addirittura assenti, e quelli che ci sono il minimo livello di investimento che può essere portato avanti. Sulle altre indicazioni di lavori fatti, come per esempio impianti clorosoda, le celle a membrana, mi riporto a quanto già detto e non c’è bisogno che mi dilunghi ulteriormente. Soltanto prima di passare a un’altra parte voglio rapidamente fermarmi su un punto soltanto che mi consente di chiudere questa parte qua, che è quello della riservatezza o della segretezza degli accordi, della segretezza dei dati scientifici, di Maltoni etc.. Ora, è stato detto anche tra l’altro citando Maltoni, era consueto, era logico che ci fosse un vincolo. A parte il fatto della contestazione che è stata fatta anche dal professor Maltoni sul fatto che lui ha tenuto questo vincolo di riservatezza nei confronti degli operai e dei lavoratori, vorrei proprio sapere: questo vincolo era consueto e era logico per chi? Oltre al fatto che è aberrante, a favore di chi? Non certamente degli operai esposti, che avevano un diritto, tutelato normativamente, alla informazione. E tra l’altro, quando si parla di questa riservatezza, di questo controllo rigoroso da parte degli sponsor degli esperimenti affinché le notizie non filtrino, a tutela di questo prodotto CVM, devo dire che ho cercato io nella Costituzione se c’era un articolo che riguardava il CVM. Io non l’ho trovato. Nell’Ordinamento italiano non è la produzione del CVM il diritto primario e inviolabile da tutelare, per restare al tema che interessa; quello che va tutelato è il diritto alla salute, e il resto deve cedere a questo diritto. Per quanto riguarda alcuni altri temi, che erano anche indicati peraltro sull’indice, sullo schema che avevo mostrato sullo schermo, purtroppo devo andare via rapidamente e quindi molto rapidamente dico due parole. Quindi trattate in questa maniera le questioni conoscenze impianti, prima di riesaminare le posizioni personali dei singoli imputati, ci sarebbero ancora da affrontare due temi generali, che attengono strettamente, però, alle singole posizioni. L’attribuibilità a ogni singolo imputato di tutta una serie di eventi morte o di lesioni colpose, la possibilità in diritto di contestare per i reati di natura colposa che ci riguardano l’unicità del disegno criminoso, con tutto ciò che ne consegue anche in tema di prescrizione. La prima questione è presto risolta, sol che si ponga mente e memoria, cioè sulla attribuibilità a ogni singolo imputato di tutta una serie di eventi morte o di lesioni, questa questione, dicevo, è presto risolta sol che si ponga mente e memoria alle schede presentate in aula dall’avvocato Zaffalon in sede di arringa. Sono molto chiare, è stato fatto un lavoro certosino, sulla base dell’elenco delle 260 parti offese, confermate dal Pubblico Ministero, distinguendo i periodi di competenza di ogni singolo imputato e attribuendo a ognuno degli imputati le parti offese di rispettiva, totale o parziale competenza. Ci possono essere alcuni piccoli errori, perché tutti li possono fare, che dovranno però essere risolti secondo le indicazioni riportate nella scheda della Guardia di Finanza. Volevo mostrare una serie di queste schede, per ovvi motivi ne mostro una sola, che è quella che riguarda l’imputato Grandi Alberto, perché forse anche comprende, come magari quella del presidente Cefis o comunque di alcuni altri, la posizione anche degli imputati dell’epoca Montedison. Cito soltanto alcuni casi. Sono indicate appunto tutte queste persone, sono indicate le patologie, vorrei fermare l’attenzione un attimo su Battaggia Giorgio, che tra l’altro ha un angiosarcoma. L’esposizione di Battaggia Giorgio parte dal 1956 ma finisce nel 1990, quindi copre un larghissimo arco temporale di questo processo. Se passiamo alla seconda pagina di questa scheda, centriamo l’attenzione sul caso di Bolzonella Carlo, deceduto per epatocarcinoma e cirrosi il 2 novembre del 2000, l’ultimo dei decessi contestati in questo processo, qui abbiamo un periodo di esposizione che, per quanto riguarda il periodo di interesse Enichem, gli imputati ENI-Enichem, è estremamente interessante, perché vediamo che l’esposizione alla sostanza incriminata inizia nel 1981 e finisce nel 1989, quindi non c’entra assolutamente niente il discorso del gruppo storico Montedison, quello degli anni ‘70, Bolzonella Carlo, dall’81 all’89. E altre situazioni analoghe che vado a affrontare, successive al 1970, ce ne sono in questo elenco. Io cito soltanto alcune esposizioni per varie patologie a mo’ di esempio, il Tribunale sicuramente in Camera di Consiglio farà anche questo lavoro certosino. Calzavara Gilberto, epatopatia cronica, una malattia che conosciamo, abbiamo sentito addirittura cosa ci diceva (Suchu) negli anni ‘60, esposizione fino all’89. Poi scendo al caso di Cecconello Carlo, fenomeno di Renault, inizio esposizione nel 1972, non finisce nel 1996 perché sta continuando, abbiamo bloccato noi perché il processo, come indagine preliminare, si era fermato all’epoca, però ha continuato a lavorare anche dopo il 1996, comunque è iniziato l’esposizione nel 1972, e nel 1975 un carcinoma squamoso del laringe l’ha avuto Cecchin Bruno, ha cominciato nel 1975, fine esposizione nel 1992, in pieno tutto il periodo successivo ai primi anni ‘70, deceduto poi nel 1995. Situazione poi analoga è quella di Corapi Antonio, in forma di Hodgkin, parte nel ‘72 e l’esposizione arriva fino al 1996. Passando all’altra pagina vediamo altre situazioni di esposizioni molto ampie, ne avevo segnate diverse, purtroppo devo scorrere, indico soltanto quelle che possono avere un rilievo maggiore. Indico due casi di epatopatie croniche, quella di Donolato Eugenio inizia nel 1973 e finisce nel 1976, quella di Lazzari Renato, che comincia nel 1970 e viene indicata come esposizione nel 1996, ma con il criterio di non fine che abbiamo indicato prima. Passo alla pagina successiva, abbiamo un altro carcinoma dell’apparato respiratorio in Massaro Gastone, che inizia l’esposizione nel 1972 e finisce nel 1993. Abbiamo un altro carcinoma di questo apparato respiratorio in Pamio Elio, che comincia nel 1975 e finisce l’esposizione nel 1993. Abbiamo diversi di questi casi e comunque l’ultimo che voglio ricordare, proprio lo stesso per il larghissimo arco temporale, quello di Zaninello Silvio, epatocarcinoma, inizia a fine 1961 ma finisce nel 1994 e poi muore nel 1999. E Zorzetto Romeo, carcinoma dell’apparato respiratorio lo stesso, che inizia nel 1973 e finisce l’esposizione nel 1995. Mi fermo qui, non vado avanti con le altre schede per i soliti motivi. Sul discorso del reato continuato, colpa cosciente, prescrizione, mi rendo conto dell’ora e quindi mi devo fermare, depositerò eventualmente qualche cosa, se sarò in grado di farlo, lunedì, altrimenti non depositerò nulla. Comunque per il momento leggo soltanto un passo, che non è stato ricordato proprio per non fare capire come non sia solo in Giurisprudenza, e tra l’altro l’avvocato Zaffalon ha ampiamente parlato, in arringa, di questo problema, e mi riporto anche alle indicazioni giurisprudenziali che ha effettuato e dottrinali. Cito soltanto una situazione dottrinale non citata finora, quella di Coppi, Indigesto, Diritto Penale, che sembra fatta apposta per il nostro processo, e è ovviamente precedente al nostro processo, e dice di ammettere la continuazione anche tra reati colposi osservando che oggetto del disegno devono essere le condotte e non anche necessariamente gli eventi dei vari reati e che l’identità del disegno non dipende dall’unità di scopo, e viene proposto l’esempio di un imprenditore che per ridurre i costi programma una serie di condotte violatrici delle disposizioni antinfortunistiche e dalle quali derivino, non previste e non volute, la morte o le lesioni di alcuni operai. Sembra proprio il nostro caso, poi vediamo. Appare opportuno aggiungere che non vi sono ragioni per escludere sul piano teorico, dal punto di vista psicologico, che il disegno tracciato da un individuo possa non comprendere, per esempio per un errore, per imperizia, l’evento quale possibile conseguenza delle proprie condotte. Può anzi accadere che un soggetto sia consapevole del fatto che le condotte che intende attuare sono vietate dalla legge e abbia addirittura previsto, escludendola, la possibilità di verificazione di determinati eventi quali conseguenze di quelle condotte. Non vediamo perché in questi casi non si possa parlare dell’esistenza di un medesimo disegno, e cita tra l’altro in nota, fa riferimento anche a studi del professor Padovani e Fiore in diritto penale. Ora, questa situazione pare proprio attagliarsi al nostro caso. E sulla colpa cosciente, così bene e chiaramente indicata in Indigesto da Coppi, voglio soltanto aggiungere una parola: si realizza questa colpa cosciente quando l’evento, non voluto né considerato, di sicuro accadimento si presenta come altamente possibile e probabile. Il grado di probabilità dell’evento deve essere poi accertato, secondo la Giurisprudenza, in connessione con le capacità intellettive della gente; ricordiamoci tutti che in questo processo si parla per la grandissima parte di ingegneri chimici, di laureati in chimica, quindi sicuramente persone che avevano capacità intellettiva, a meno che non si voglia dire che erano incapaci di intendere e di volere, ma allora è un altro discorso. L’alternativa a questa indicazione sta soltanto in una circostanza: se non dovesse essere riconosciuta questa aggravante della colpa cosciente l’unica alternativa è quella del dolo eventuale, credo terrificante, però questa è l’unica alternativa a una situazione di questo tipo. Ci sarebbe poi da trattare tutta la questione relativa a gascromatografi e a spettrometri di massa e ovviamente non lo posso fare e rinvio - per i noti motivi di tempo - alle note degli ingegneri consulenti del Pubblico Ministero e delle altre parti civili. Cominciamo proiettando anche, mano a mano che ne parlo, le schede personali delle persone, per la comodità di tutti quanti. Parto dalla proiezione del Presidente Cefis, ho già parlato ampiamente durante la requisitoria della posizione del dottor Cefis. Nella sua arringa l’avvocato Baldini ci ha fatto una rappresentazione sorprendente del Presidente Cefis, che sarebbe stato quasi succube del Consiglio di Amministrazione Montedison e dedite al bene degli operai. E’ talmente assurda e fuori dalla realtà questa storia che mi limito a confermare quanto detto e documentato in sede di requisitoria nel ricordare come sia stato lo stesso Cefis a dire pubblicamente e orgogliosamente fin dai primi anni ‘70, come documentato, è un teste del 1973, che se la Magistratura condannerà l’azienda per inadempienza l’azienda chiuderà le fabbriche interessate. Non mi sarei poi proprio aspettato che il difensore del dottor Cefis provasse anche lui a scaricare le responsabilità sulla struttura operativa della società o sui Sindacati, che non gli avrebbero fatto pervenire un preciso input per la chiusura di certi impianti. Questo dato è storicamente processualmente falso e non mi dilungo a illustrarlo di nuovo. L’intervento dell’avvocato Lanzi per il dottor Cefis per quanto riguarda l’intervento prescrizione in materia ambientale mi riporta a quanto ho già detto e a quanto avrebbe dovuto dire e comunque dirà in memoria l’avvocato Ghezzo. Per quanto riguarda la normativa, invece, vigente all’epoca, e cioè nei primi anni ‘70, si dice che non c’è normativa e invece ricordo che dal 1963 esiste già per Venezia una legislazione speciale e comunque in ogni caso in questo processo viene contestata la fattispecie anche dell’avvelenamento e anche della strage, del disastro colposo. Per quanto riguarda poi questa normativa speciale, ricordo che è la legge 5 marzo 1963 numero 366, la quale all’articolo 10 dice chiaramente: "E’ vietato discaricare – con la prosa dell’epoca – o disperdere – anche in altri casi vedremo – in qualsiasi modo rifiuti o sostanze che possono inquinare le acque della laguna", questo è chiarissimo e è una norma che esisteva, come esisteva l’articolo 13: "E’ vietato gettare in qualunque punto della laguna e specialmente nei suoi canali o di lasciarvi cadere materie di qualunque specie, anche se galleggianti". Questa norma è una norma di diritto positivo già del 1963. Poi sui cardini dell’accusa individuati dall’avvocato Lanzi mi riconosco solo in parte e con argomentazioni diverse, più articolate. Mi riporto comunque alla requisitoria. Su un solo punto insisto per un momento, quello della precisa conoscenza da parte del dottor Cefis dell’intera problematica CVM a livello non solo locale o nazionale ma anche internazionale. Dico ciò ribadendo quanto detto da me e dall’avvocato Vassallo a proposito della famosa lettera del dottor Cefis alla Regione Veneto dell’agosto del 1975, e proietto tra l’altro l’altrettanto famoso documento del 16 ottobre del 1974, che l’avvocato Pedrazzi ha detto di non avere trovato e che il Pubblico Ministero non ha cercato e non ha fotocopiato, e così passo anche a esaminare, nel frattempo, la posizione dell’ingegner Grandi, il documento dell’ottobre del 1974 a firma Trabucchi. Per quanto riguarda l’ingegner Grandi parimenti ritengo che sia stata fatta una discussione sufficiente in requisitoria; su quanto viene detto dalla difesa a proposito di impianti e finanziamenti, la conoscenza sulla tossicità del CVM e sui gascromatografi, mi riporto alla parte generale che ho trattato in requisitoria e anche poco fa, più a quello che eventualmente verrà depositato. Vado a un altro punto trattato dall’avvocato Pedrazzi, che dice che per l’ingegner Grandi la carica in Montefibre non c’entrerebbe niente, e invece c’entra eccome anche la responsabilità dell’ingegner Grandi in Montefibre, perché ricordiamo per l’ingegner Grandi ma anche per altri imputati in Montefibre come comunque ci siano sempre le discariche, come ci ha ricordato l’ispettore Spoladori in aula. Eccola questa misteriosa missiva USA che è stata depositata; allora, 16 ottobre del 1974, vediamo che parte da questo dottor Trabucchi dagli Stati Uniti, viene indicata all’ingegner Grandi e è importante sia per la posizione dell’ingegner Grandi e anche per l’ingegner D’Arminio Monforte, perché nell’ultima pagina si dice espressamente che i documenti originali ricevuti dagli USA sono stati già trasmessi all’ingegner D’Arminio Monforte: una copia è anche a sua disposizione presso questo servizio. E’ già stata in parte illustrata la sua prima parte durante la requisitoria del Pubblico Ministero; in questo momento non parlo dei problemi di segretezza, degli studi di Maltoni, degli studi che sono stati fatti anche negli Stati Uniti, cito soltanto la parte finale di questo documento perché riguarda il ruolo fondamentale dei vertici di Montedison, perché si tratta espressamente di valutazioni chiare e precise che si fanno in materia di mercato, di necessità di intervento, di quello che costerebbe un intervento per la eliminazione del CVM o per la sostituzione del PVC. Si dice in questo documento, a pagina 3: "La sostituzione del PVC con altri materiali non è semplice, date le peculiari caratteristiche di queste resine. Anche se fosse possibile fabbricare un prodotto equivalente derivate da altri materiali, il costo di produzione, quindi il prezzo, sarebbero maggiori dei corrispondenti prodotti in PVC e, in alcuni casi, addirittura proibitivi. Il rapporto della ADL continua riportando che in ogni caso i materiali sostitutivi, ora di scarsissima disponibilità immediata, rimarrebbero in tale situazione per almeno due o tre anni", e indica poi i periodi che sarebbero necessari e i guai che ci sarebbero in questa necessità di sostituire con materiali che però, come si capisce in questa lettera, erano già stati individuati. Questo è un documento che è importante e che va ricordato per queste posizioni di vertice, proprio perché sapevano benissimo quale era la situazione, non solo italiana, nazionale, ma addirittura mondiale. Cito soltanto per l’ingegner Grandi un altro documento, che è dell’11 marzo 1974 e che sta soltanto a dimostrare come l’ingegner Grandi si interessasse direttamente, assieme tra l’altro al dottor Mario Lupo, imputato in questo processo, e a altre persone decedute, dei rapporti anche con tutte le federazioni sindacali, con la Fulc, anche in relazione ai problemi di Montefibre, quindi a conferma del fatto che per Montefibre c’era comunque l’intervento sempre diretto e immediato del vertice della Montedison. Passo a un’altra posizione, primi anni ‘70, che è quella del direttore di stabilimento Sebastiani, per il quale ha parlato per primo l’avvocato Panagia e poi l’avvocato Benedini. Sulla applicabilità della normativa speciale e generale in materia di scarichi alla situazione di Porto Marghera mi riporto a quanto ho già detto e a quanto ha già detto anche l’avvocato del Stato pure in sede di replica. Anche per questa posizione e per Sebastiani, e l’avvocato Panagia soprattutto, ricordo come non sia vero che non esistesse un divieto di scarico, di dispersione in laguna, perché esiste quella legge del 1963 che ho citato poco fa. Anche sul divieto di diluizione mi riporto a quanto già detto, così come per la questione della prescrizione. Rifacendogli agli atti già illustrati in requisitoria e in particolare alla vicenda del 14 marzo 1972 del nuovissimo, per così dire, reparto CV22, ricordo che si trattò di un evento che causò l’intossicazione di vari operai anche all’esterno della Montedison, per esempio dipendenti ENEL e di altre ditte esterne alla Montedison, e questa vicenda, come risulta dagli atti prodotti e già anche discussi, costò al dottor Sebastiani soltanto 100.000 lire a titolo di oblazione per la contravvenzione contestata, che riguardava, ricordo, il diffondersi di gas, vapori irrespirabili e tossici dal CV22, e quindi per dire come nel marzo del ‘72 CV22, reparto nuovo, abbia subito cominciato a creare situazioni molto ampie e pericolose anche fuori della fabbrica, proprio nella tipica situazione di reato più ampio che abbiamo contestato per tutto questo periodo. Fin dal marzo ‘72 c’è questo episodio di intossicazione di operai ENEL e di altre ditte esterne alla Montedison. Ricordo rapidamente solo alcune circostanze, proprio per la valenza storica di questo dato, e cito alcuni passi di quanto ha accertato proprio l’ispettore del lavoro Ferdinando Bombardiere, sentito anche in questa aula, che dice che, per quanto riguarda appunto questo discorso di emissioni, questo evento si è verificato non per un incidente, un infortunio o chissà che cosa, è successo nel corso del normale esercizio dell’impianto, essa cioè è prevista e consentita sia dai progettisti che dai dirigenti della Montedison, e le carenze di progettazione del sistema di dispersione dei gas di scarto del reparto CV22 non si limitano solo a quanto sopra elencato. Dice infatti Bombardiere: "Non è affatto provato che durante la combustione all’aria dei clorurati organici del cloruro di vinile si formi esclusivamente acido cloridrico". Parla di tutto quello che si crea e vedremo come di questa situazione specifica e concreta di questi clorurati organici siano ben a conoscenza i vertici di Montedison, perché c’è un documento trattato, che vedremo anche dall’amministratore delegato D’Arminio Monforte, (Ceracarghi) e tutti quanti, in cui parlano del problema clorurati organici che non riescono a sistemare e che, tra l’altro, stanno solo sistemando proprio in questo periodo, ma dal 1972 fino a pochi mesi fa questa situazione era ancora completamente in alto mare. Alcuni altri documenti che riguardano la posizione del dottor Sebastiani, a proposito di quel detto che non è vero il problema dell’intervento, dell’importanza del dottor Sebastiani, che non c’entrava niente e che non è vero che ricattava gli operai. Ricordo rapidamente che nel faldone F77 ci sono due telegrammi, così com’erano concepiti quella volta, che venivano mandati all’illustrissimo signor Prefetto di Venezia e riguardano una serie di impianti, li ricordo perché sono impianti nuovi, come anche il CV24 e il CV25 e il reparto DL2. Per tutti e due i casi era intervenuta l’Amministrazione pubblica in quel caso a imporre una sospensione dell’attività degli impianti, e con questi telegrammi viene chiesto da Sebastiani, che firma la revoca le riesame di questa decisione telegrafica: "Causa pesanti oneri subiti per mancato avviamento impianto", e segnala, Sebastiani, che se non viene revocato il provvedimento della Amministrazione pubblica sarà costretto a mandare a casa i lavoratori di questi reparti. Ecco quindi come si comportava Sebastiani, che accusava poi tra l’altro i lavoratori di essere scansafatiche, vagabondi, come abbiamo già detto in sede di requisitoria. Si presentò quindi subito il problema anche dei nuovi reparti CV22, 23, 24 e 25. L’ultimo documento che ricordo è del 18 maggio 1971 e riguarda la richiesta di budget per il servizio medico. La ricordo soltanto per un motivo molto semplice, per dimostrare come nei rapporti con il dottor Bartalini con la direzione centrale sanitaria fosse il direttore di stabilimento Sebastiani a interessarsi. L’altro difensore di Sebastiani, l’avvocato Benedini, si è chiesto perché sia imputato visto che nel ‘73 non si sapeva nulla del CVM. E allora gli va risposto che nel ‘73, come ho già detto poco fa, già si parlava non solo della tossicità ma della cancerogenicità del CVM. Nel ‘73 erano ormai oltre dieci anni dal lavoro della Down Chemical e oltre 20 anni dallo studio di (Tribuc). Nel ‘73 si sapeva da un decennio almeno che il CVM era un epatotossico, nel ‘73 esisteva da dieci anni la legge speciale su Venezia, nel ‘73 erano in vigore da oltre 15 anni i D.P.R. del ‘55 e del ‘56 ben noti. Nel periodo di competenza del direttore Sebastiani non risultano sue attivazioni a tutela degli operai e dell’ambiente. Risulta invece che entrarono in servizio reparti cosiddetti nuovi, già carenti rispetto alla sicurezza ambientale dei lavoratori, risulta che egli accusò dell’incidente quegli scansafatiche e vagabondi degli operai, non risulta invece che li informò del rischio CVM e risulta che, durante la sua direzione per il lavoratore Ennio Simonetto, in malattia per gravi problemi, egli addirittura chiese la visita fiscale. Simonetto, come ho già ricordato, morì per angiosarcoma, epatocarcinoma e cirrosi pochi mesi dopo, ricevendo come ringraziamento un telegramma firmato Eugenio Cefis. Avvocato Giarda, intervento per Calvi. Il ruolo dell’ingegner Calvi è chiaramente indicato nelle schede redatte dalla Guardia di Finanza consegnate al Tribunale e discusse in sede di requisitoria. Non c’è alcun dubbio sulle sue funzioni; la capacità professionale e la costante presenza dell’ingegner Calvi in tutte le situazioni più delicate del delicatissimo periodo storico che lo riguarda sono emerse ampiamente durante il dibattimento: questioni scientifiche, questioni sanitarie, questioni impiantistiche e questioni finanziarie, per non dimenticare le questioni ambientali. L’ingegner Calvi, come correttamente ha detto il professor Giarda a foglio 182, risponde della questione relativa ai nuovi impianti da costruire o a quelli da sistemare per il periodo in cui era vice direttore generale. Ma io aggiungo che non risponde solo per questo, perché per tale questione e per il suo periodo deve anche rispondere il suo superiore, il direttore generale D’Arminio Monforte. Le competenze specifiche e i poteri specifici erano di entrambi e gli interventi e le interferenze in tutte le principali questioni impiantistiche erano di entrambi. E’ evidente il doppio interesse del professor Giarda nel limitare la responsabilità a livello del vice direttore generale, così limita sia il periodo di responsabilità per Calvi, sia le responsabilità dell’altro suo difeso D’Arminio Monforte. Ma nel nostro caso, a voler tacere d’altro, esiste una colpa in capo ai direttori generali e poi agli amministratori delegati quando li hanno sostituiti, quanto meno per culpa in vigilando, come accennato anche dal professor Giarda. L’ingegner Calvi, come risulta dal suo interrogatorio, era uno dei referenti di Bartalini per tutte le ricerche e gli approfondimenti del professor Maltoni. Lui riferiva al direttore generale, che era sopra di lui, nel tempo ricordo Pallabio, che è deceduto, poi Gatti e D’Arminio, nonché al direttore di stabilimento. Questo lo dice nella sua audizione del 16 maggio 1995, che è stata confermata in sede di interrogatorio il 9 dicembre 1995, atti acquisiti. Questo verbale di interrogatorio, che sicuramente andrà riletto integralmente, è interessante anche perché sulle funzioni l’ingegner Calvi ci dà alcune indicazioni interessanti. Parla delle funzioni indicate per quanto riguarda il suo curriculum di analisi gestionale, analisi operative e analisi dei sistemi produttivi e dice che non dipendevano comunque dalla divisione petrolchimica ma direttamente dagli uffici della Presidenza del Consiglio di Amministrazione della società Montedison. Poi, per quanto riguarda i budget di manutenzione e di modifica degli impianti, ci racconta qual è l’iter in maniera molto chiara, perché dice che prima di passare all’esame e alla decisione del direttore generale venivano valutati dal vice direttore tecnico, che aveva alle sue dipendenze le funzioni sia di manutenzione che di esercizio e i nuovi lavori. Pertanto, dice l’ingegner Calvi, lui, come vice direttore tecnico, esaminava questi budget prima di passarli all’esame del suo direttore generale, e altrettanto succedeva quando è diventato lui il direttore generale e aveva vice direttore l’ingegner Fognagnolo, che è deceduto. Parla dei suoi contatti con gli amministratori delegati e su questo vado avanti. Sul servizio sanitario riferisce che è una funzione centrale, che dipendeva direttamente dai vertici di Foro Bonaparte. Ancora sul ruolo dell’ingegner Calvi cito rapidamente due documenti, uno è datato 13 dicembre 1973, che riguarda una lettera che gli viene indirizzata dal dottor Trapasso, direttore stabilimento all’epoca di Montedison, in cui gli viene chiesto di organizzare il controllo di 550 operai dello stabilimento, e in questa situazione viene scritto dal dottor Trapasso, viene scritto all’ingegner Calvi in primis e in secondo ordine all’ingegner D’Arminio e al professor Bartalini, letteralmente: "Non ci nascondiamo le serie implicazioni insite nella materia", perché c’era l’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova che chiedeva di intervenire, di fare controlli etc.. Questa è la risposta preoccupata che danno i vertici della Montedison. Ancora salto alcuni documenti, ne cito uno in particolare per dire che anche in questo caso e anche a livello massimo c’è un intervento dell’ingegner Calvi, e è la vicenda della lettera dell’agosto 1975 del Presidente Cefis al Presidente della Regione Veneto dell’epoca, e in questo caso viene incaricato di redigere l’appunto in forma sintetica e discorsiva, viene incaricato un certo funzionario e il rapporto è con l’ingegner Calvi e con l’ingegner D’Arminio Monforte. Sulla posizione ancora dell’ingegner Calvi e in particolare sulla situazione degli organi clorurati ricordo che c’è, solo per sintesi, il documento del 13 novembre 1975, riunione presso l’alta direzione, in cui c’è anche l’ingegner Calvi, in cui si dà atto che il problema delle sostanze clorurate è ancora veramente in alto mare, tuttora in corso di definizione, sono stati individuati dei propri, streeping, assorbimento su carbone, resine etc., però c’è ancora molta strada da fare. Diceva la stessa cosa Sebastiani nel 1972, continua a ripeterlo nel 1975, il problema di questi clorurati sappiamo che continuerà per molto tempo. Non illustro, faccio solo rinvio a quanto detto in requisitoria in relazione ai documenti sempre del 1975 che riguardavano la necessità di creare nuovi impianti oppure di sostituirli con degli impianti nuovi. Sono documenti che ho già illustrato e quindi mi fermo a questo punto. L’ingegner D’Arminio Monforte entra sulla scena della Montedison, e quindi processuale, fin dal 1971, quando dal Presidente Cefis venne nominato assistente con l’incarico di riorganizzare le divisioni, e dal gennaio del 1973 egli è il direttore generale della divisione più importante, la DIPE, la divisione petrolchimica. Il suo periodo di responsabilità deve essere considerato fino al 1979, quando egli se ne va, cioè, da amministratore della Montedison, e va considerato pure, vista la sua personalità e il suo ruolo già in Montedison, anche il suo periodo ai vertici della Montefibre, periodo in cui era ancora in funzione il VT2, che riguardava il CVM, per il quale egli non si adoperò in alcuna maniera, pur conoscenza molto bene la situazione, e tra l’altro per questo periodo ricordiamo anche i problemi ambientali, il problema delle discariche, così come ci è stato illustrato dall’ispettore Spoladori. Lo stesso per quanto riguarda l’ingegner D’Arminio Monforte, c’è un ampio interrogatorio in atti per quanto riguarda il suo ruolo e ricordo semplicemente come sia stato lui, su sua indicazione, a scegliersi l’ingegner Calvi e l’ingegner Trapasso quando la DIPE venne divisa nelle due note divisioni, cioè divisione prodotti petrolchimici di base e divisione materie plastiche. Fu sua l’indicazione per queste nomine. E a proposito dell’ingegner Calvi, ancora una volta l’ingegner D’Arminio Monforte conferma quello che diceva Calvi sul ruolo appunto rilevante dell’ingegner Calvi e dice che era stata disposta la creazione di una task force centrale che doveva esaminare lo stato di salute dei processi, degli impianti e degli investimenti di ogni singola divisione. Questo, dice, fin dal 1971, quando era assistente del Presidente Cefis. In questa task force centrale venne nominato responsabile per la DIPE l’ingegner Calvi e, nella qualità di assistente del Presidente per l’organizzazione l’ingegner D’Arminio Monforte dice di aver avuto per questo motivo occasione di frequenti contatti con lui molto tecnici e molto specifici. A sua volta D’Arminio Monforte è alle dirette dipendenze dell’ingegner Grandi, al quale riferiva continuamente e con il quale, letteralmente dice, lavorava in stretto contatto. Su tutte le altre circostanze riferite in interrogatorio sul servizio sanitario, sul ruolo avuto e sui rapporti con Bartalini, a questo punto non posso fare che un semplice rinvio. Professor Bartalini, intervento dell’avvocato Lanfranconi. Sul tema della conoscenza della nocività del CVM e PVC ho appena parlato. Segnalo solo l’assurdità della tesi portata avanti dall’avvocato Lanfranconi lì dove dice, in pratica, che gli studi di tossicità del CVM sono del tutto irrilevanti. Perché? Mah, lo sa solo lei. E’ invece, come ho già detto, estremamente importante sottolineare che la tossicità del CVM era un vecchio problema scientifico e normativo fin dai D.P.R. degli anni ‘50. Sul vincolo di segretezza o riservatezza, che lo stesso, per quanto ci riguarda, rispetto agli esperimenti di Maltoni, ci sono alcuni avvocati che sembrano cadere dalle nuvole. Dico solo una cosa in più rispetto a quello che ho detto prima: quello che si contesta ai dirigenti e ai responsabili della Montedison non è di avere tenuto segreti i dati agli americani ma di averli tenuti segreti nei confronti dei lavoratori fino a quando non fu più possibile occultare alcunché. Forse questo risponde a un lapsus freudiano: non è reato nascondere agli americani certi dati, anzi magari qualche volta; è reato nascondere i dati ai lavoratori fino a quando non scoppia il caso Goodrich, il tentativo di occultare i dati agli americani è rafforzativo di quanto noi contestiamo in quanto serve a dimostrare che il vincolo originario riguardava perfino le consorelle, nel chiaro intento di limitare il più possibile la circolazione e la conoscenza dei nuovi dati. Maltoni era un grande scienziato, come detto, era difficile tenerlo a freno, tanto è vero che nel tanto sbandierato, dalle difese, convegno di aprile del 1973 a Bologna, in cui avrebbe fatto cenno delle sue ricerche, disse qualcosa, perché chi lo controllava Maltoni? L’abbiamo visto anche come persona. Però disse qualcosa contro la volontà di Montedison e soprattutto senza alcuna autorizzazione, come risulta dal documento acquisito e discusso, dal documento Allied Chemical, leggo letteralmente questo inglese, documento del 23 marzo 1973 citato anche dalle difese. L’avvocato Lanfranconi poi parla non correttamente dello studio dell’industria Biotest, che in sei mesi, a cavallo tra il 1973 e il 1974, come risulta, fu in grado ai primi di giugno 1974 di confermare e di pubblicare gli stessi risultati di Maltoni, in sei mesi. L’avvocato Lanfranconi dice, non correttamente, che la Biotest seguì un protocollo diverso con livelli di esposizione "certamente elevati". Non è vero, basta leggere lo studio: c’erano vari livelli di esposizione, da 39 a 2.600 ppm, addirittura livelli di esposizione inferiori a Maltoni, c’è una media di 49 ppm nella prima camera sperimentale, c’erano quattro camere sperimentali con esposizioni anche basse, inferiori a quelle di Maltoni, e a tutti i livelli – si dice in quello studio – sono state riscontrate le tipiche lesioni: angiosarcoma, adenomi polmonari etc., e questo in sei mesi. L’obbligo di spostare gli operai; Bartalini cerca di scaricare su Giudice, ma fa finta di dimenticare che Giudice non aveva alcun potere e che tutto passava attraverso Bartalini stesso e attraverso il direttore di stabilimento. Il documento del 1971 di Sebastiani di poco fa è chiarissimo, riguarda addirittura spese che riguardano due milioni di lire. Il giudizio sulla necessità di spostare gli operai, come ha fatto credere qualche difensore degli imputati, mi pare anche l’avvocato Lanfranconi, non fu della Fulc. Ancora una volta si fa finta di non capire; non è la Fulc che dice di spostare, era il giudizio dei medici e era contenuto anche in documenti Fulc, e tra questi medici c’era allora anche il professor Fuà, che perfino il 2 dicembre 1998, in sede di controesame, confermerà che del 1977 aveva consigliato l’allontanamento da CVM per chi aveva già dei problemi; "il CVM era considerato – dice Fuà a pagina 84 del suo controesame – un epatotossico e un cancerogeno totipotente", proprio come Maltoni dice, e aggiunge Fuà, pure, che "era meglio per questi operai evitare ogni contatto con il CVM", a pagina 88, e dice che "gli impianti erano vecchi, spesso obsoleti, frutto di uno sviluppo industriale distorto", voglio 63, letterale di quel controesame. A proposito degli organici e dell’insufficienza del servizio sanitario di stabilimento va ribadito che all’epoca il servizio sanitario a Porto Marghera serviva tutto lo stabilimento Petrolchimico, che aveva un organico non di 5.000 circa operai, come detto dall’avvocato, ma di circa 13.000 persone nel 1975, come già detto in requisitoria e documentato in atti della Montedison. Mi fermo su Bartalini. Per la posizione del dottor Lupo è intervenuto l’avvocato Cagnola, ne ho già parlato in sede di requisitoria, ovviamente faccio rinvio. La funzione di staff, di assistenza al Presidente Cefis che rivendica l’avvocato Cagnola al suo difeso è proprio la prima funzione che ci convince del ruolo rilevante assunto dal dottor Lupo nel settore di sua competenza, e cioè quello del personale, a livello non solo di stabilimento ma a livello nazionale, compresa quindi Porto Marghera. Il nome della funzione personale e organizzazione non trae assolutamente in inganno, come dice l’avvocato Cagnola, è chiarissimo e si inserisce in un periodo delicato, quello dei primi anni ‘70, che è il periodo del maggiore pericolo CVM, PVC e di dicloroetano. L’avvocato Guccione, superiore gerarchico per alcuni anni del dottor Lupo fino al giugno 1974, non può più essere imputato perché deceduto; in ogni caso è stato lo stesso dottor Lupo a dire, nel suo interrogatorio, che delle questioni sanitarie e dei rapporti con Bartalini si occupò lui concretamente e di fatto, e questo se lo ricorda bene. Tra l’altro il dottor Lupo, nel dicembre del 1975, risultò avere partecipato ad incontri a Venezia con la Giunta comunale, in particolare anche con l’onorevole Pellicani, proprio in relazione a queste questioni di Porto Marghera. Il dottor Lupo dice di non avere mai visto, invece, la relazione Fulc del 1977 e che non sapeva del richieste di allontanare gli operai a rischio CVM. Mi pare incredibile un’affermazione del genere, l’avvocato Cagnola dice che la richiesta era illogica e non ebbe seguito. Ricordo allora, a questo punto, al difensore, un documento del gennaio-febbraio del 1975, che è già stato presentato al Tribunale, da cui risulta che ben oltre 250 operai chiesero l’allontanamento per gli operai più anziani, quelli che avevano lavorato oltre 15 anni al CVM. Il dottor Lupo era responsabile del personale e dell’organizzazione; un documento del genere è impossibile che non gli sia noto perché è un documento che riguarda oltre 250 persone, e tra l’altro viene firmato da operai, come ho detto anche in requisitoria, alcuni dei quali hanno chiesto lo spostamento, come Faggian Tullio, che è deceduto poi per angiosarcoma e Bonigolo Gastone, deceduto nel 1999 per epatocarcinoma. Io non so dov’era all’epoca il dottor Lupo, forse era sulla Luna. Sempre l’avvocato Cagnola è intervenuto per l’ingegner Gatti. La sua posizione personale professionale all’interno del processo è stata illustrata in sede di requisitoria. Ha avuto un ruolo di notevole rilievo proprio per i due periodi che risultano dal suo curriculum, che viene proiettato sullo schermo. L’ingegnere chimico Gatti ha avuto il coraggio di affermare in sede di interrogatorio di aver mai saputo nulla né di Maltoni né di Viola né della Fulc e neanche della pericolosità del CVM. Anche lui, forse, credeva di essere sulla Luna. E d’altra parte faccio rilevare come anche nel periodo intermedio tra i due periodi, quando l’ingegner Gatti è stato in Tecnimont, non è che l’ingegnere chimico Gatti abbia fatto chissà che cosa o si sia occupato di filosofia; è stato responsabile della società del gruppo Montedison delegata alle tecnologie in Italia e all’estero, e allora quale miglior punto di osservazione tra il ‘73 e il ‘76 proprio per i problemi CVM sorti a livello nazionale e internazionale? Tanto è vero che, tornando alla casa madre, a aprile 1977, l’ingegner Gatti ottiene la delega come amministratore per il coordinamento della gestione chimica in un momento in cui si parlava di ristrutturazione, ce lo dice l’avvocato Cagnola stessa, e questo è sempre il suo settore, sempre la sua materia, visto che l’ingegner Gatti fin dal 1967 era stato responsabile del coordinamento degli impianti nell’ambito direzione generale e non è vero che fino al 1967 o al ‘71 o al ‘73 non c’erano evidenze scientifiche o non c’erano normative sui MAC. L’ingegner Gatti non è di passaggio, come ha detto l’avvocato Cagnola; l’ingegner Gatti c’era presente, e non era sulla Luna neanche lui. Presidente, io mi rendo conto, mi rimetto perché non so che cosa fare, più rapido di così non sono in grado di andare. D’altra parte sono riuscito a parlare solo credo un’ora e mezza o poco più oggi pomeriggio. Mi rimetto al Tribunale.

 

Presidente: io capisco che lei abbia ancora argomenti, però davvero andare avanti ancora dopo nove ore, nove ore e mezzo di udienza etc., c’è proprio una incapacità forse, non so se è solo mia personale, dal punto di vista proprio, così, della concentrazione, di seguire tutti questi passaggi. Eventualmente utilizzi parte del tempo che le manca martedì prossimo. Si tratta di fare una scelta di quelle che si ritengono le questioni più importanti in sede di replica.

 

Pubblico Ministero: io, Presidente, nella pausa avevo già eliminato alcune posizioni da trattare, farò questa ulteriore sintesi e tratterò al massimo cinque o sei posizioni.

 

Presidente: va bene, martedì eventualmente tratterà quelle che ritiene, le più rilevanti.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

Avvocato Scatturin: scusi, Presidente, io dovrei fare una mia replica sugli assetti societari, ma non c’è più spazio evidentemente, io rinuncio a questa replica. Deposito una memoria su questa questione e basta, mi fermo qui insomma. Deposito una memoria e confermo le conclusioni già prese, e deposito la nota spese...

 

Avvocato Alessandri: ho soltanto due brevissime domande, per il Pubblico Ministero se è così gentile da indicarmi - visto che l’ha citato più volte - quello studio della Down Chemical risalente agli anni ‘60, se gli risultano gli estremi della pubblicazione...

 

Pubblico Ministero: guardi, ho detto che è un lavoro che non è stato pubblicato che è stato sottratto, che è un’altra cosa, è stato un lavoro nascosto.

 

Avvocato Alessandri: da cosa le risulta, che è stato sottratto?

 

Pubblico Ministero: avvocato, se non ha sentito questa replica la leggerà sul verbale stenotipico, sottratto non materialmente, non è stato presentato...

 

Avvocato Alessandri: la ringrazio della sua cortesia.

 

Pubblico Ministero: ma scusi, le ho detto, non è stato presentato, l’hanno portato via all’attenzione del (Nyosh), dell’OSHA, perché era uno studio che era riferito alla Gordon Research Conference nell’agosto del 1968, poi non l’hanno pubblicato. Soltanto nel 1972 viene fuori (Matchel) che fa riferimento a questo lavoro. Questo discorso risulta anche dal documento del ‘73 che ho citato degli industriali americani, e era presente (Duffil) per la ICI, è stato nascosto, semplicemente così.

 

Presidente: scusate un attimo, tanto per cercare di capire, è quel lavoro fatto da tale Gordon?

 

Pubblico Ministero: Gordon Research, è stato presentato, è stato parlato di questa situazione, che era proprio sui lavoratori Down Chemical.

 

Presidente: ma da che cosa le risulta che sia stato poi sottratto? Cioè voglio dire, è una sua ipotesi oppure le risulta da una rogatoria che è stata espletata?

 

Pubblico Ministero: Gordon Research Conference è una Conferenza internazionale che si tiene a Cincinnati, è scritto nel documento, in tutti i documenti che abbiamo, che parla di questa situazione dei lavoratori, worker, della Down Chemical. Allora io dico, quel lavoro che viene presentato, che viene discusso e che porta A.C.G.H. nel ‘70 a proporre la riduzione, quindi già un anno e mezzo dopo a proporre la riduzione del MAC, è un lavoro che non viene pubblicato nel 1968, nel 1969 in questo senso, è tenuto nei cassetti delle aziende, questo tipo. Poi nel 1973, quando ne devono parlare a livello di (Nyosh), continuano a dire: di questo non parliamo, di Down Chemical, del lavoro sui lavoratori non ne parliamo, e lo scrivono in quel documento che ho citato del 1973. In questo senso.

 

Presidente: va bene, non viene pubblicato, diciamo, poi lei da questo ne inferisce che è stato in qualche modo occultato.

 

Avvocato Alessandri: la seconda domanda era: qual è il programma di martedì?

 

Presidente: martedì io direi che lasciamo un recupero di due ore ancora al Pubblico Ministero e alle parti civili, che verrà restituito lunedì della prossima settimana alle difese.

 

Avvocato Pedrazzi: Presidente, posso chiedere cortesemente al Pubblico Ministero l’indicazione del faldone, della pagina dove si trova il documento del 16 ottobre ‘74?

 

Pubblico Ministero: lo deposito lunedì entro i termini indicati.

 

Presidente: buona sera a tutti.

 

Il presente verbale viene chiuso alle ore 19.00.

 

RINVIO AL 16 OTTOBRE 2001

 

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