UDIENZA DEL 13 GIUGNO 2001

 

Collegio

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Liguori Giudice a latere

Dr. Manduzio Giudice a latere

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI PARTI CIVILI

 

AVV. SCATTURIN - AVV. TODESCO  - AVV. BATTELLO - AVV. CANESTRINI

AVV. SFORZI - AVV. DALL'ASEN

 

Presidente: procede all’appello. Oggi è previsto, secondo il programma, che avranno la parola le Parti Civili, nel programma erano indicati gli avvocati Scatturin, Gamberini, Sforzi, Todesco, Dall’Asen, Picotti, Canestrini, Battello e Grillo.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

Avvocato Scatturin: Per le Parti Civili Medicina Democratica e il Sindacato chimici di base ALCA, CUB.

Io devo dire che l’avvocato Stella, per quanto risulta dalla recensione del suo ultimo libro, "Modernità e giustizia", apparsa su Il Gazzettino del 21 maggio scorso, sostiene, io devo dire tranquillamente, che gli strumenti di ricerca del processo penale non consentono di individuare la responsabilità degli imputati per i fatti accaduti al Petrolchimico nello spazio di 30 anni; ricordati, questi fatti, e discussi nel corso di 130 udienze, supportati da innumerevoli e qualificate consulenze, dico consulenze di professori di prima fascia, e deposizioni testimoniali. Come dire: esiste nell’ambito della sanzione penale uno spazio di impunità che i Giudici non riescono a dominare perché non dispongono di mezzi di ricerca dell’illecito riferibile alla persona responsabile. Dice l’avvocato Stella: "La questione della ricerca del nesso eziologico deve porsi in altre discipline, quelle dell’ordinamento civile e amministrativo". Ora, io devo dire, per cominciare, che questa azzardata opinione del rito penale muove da presupposti logici che si collocano nell’ambito di una cultura giuridica che si ritroverebbe dappertutto, dice l’avvocato Stella, in ogni luogo del pensiero, come dogmaticamente lui afferma, una cultura che tra l’altro si lega a pratiche da noi fermamente ripudiate, come quelle di costituire, organizzare una fabbrica, come il Petrolchimico, per cui stiamo discutendo da quattro anni.

Tanto per cominciare dirò che l’affermazione testé condannata si lega a una tecnica difensiva che punta alla frammentazione della complessità dei fatti, per consentire la moltiplicazione senza fine delle cause, degli eventi criminosi, al punto da sfumare e rendere incerta e impossibile l’identificazione delle cause necessarie e sufficienti e dei responsabili. Noi però operiamo in senso contrario, anche per riconoscerci nell’idea del capo di accusa, che è quello della cooperazione colposa, che ha guidato il comportamento degli imputati senza soluzione di continuità, articolo 113 del Codice Penale.

Pensiamo infatti, noi, a una situazione di pericolo costante all’interno di una fabbrica nella quale l’obsolescenza degli impianti, il ricorso a tecnologie desuete, l’assenza di programmi manutentivi, l’affidamento dei controlli di monitoraggio a strumenti tecnici o umani inaffidabili, tutto ciò insomma e tante altre volute negligenze, imprudenze o imperizie, nonché l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline, concretano nel tempo di un trentennio una situazione del genere.

In linea con questa premessa totalizzante devo ancora dire che i capi d’accusa sono stati da noi studiati sotto il profilo della centralità del problema del salute in fabbrica, considerato come dato di fatto fondamentale per l’esistenza stessa dell’impresa in termini di strumentazioni, di ambienti, di attrezzature, di progettazioni, di addetti tecnici e amministrativi. In altri termini, il tema della salute è stato da noi considerato come elemento fondante dell’impresa, allo stesso livello delle ragioni economiche che la determinano, la reggono e la qualificano.

Secondo noi la questione della sicurezza non può porsi alla stregua di momento separato della gestione imprenditizia, da esiliarsi in un settore operativo particolare, perché deve emergere in ogni atto operativo dei gestori dell’azienda non delegabile a chicchessia.

Da qui la ragione principale di consegnare la responsabilità del bene della salute in fabbrica ai più alti uffici dell’impresa. Del resto questo nostro rilievo resta confermato persino dalle dichiarazioni spontanee degli imputati; afferma Eugenio Cefis, udienza dell’8 maggio 2001, pagina 96 del verbale: "Ovviamente era mio il compito di stabilire le linee guida cui si devono attendere le singole discussioni operative nella formulazione dei progetti di budget annuali e pluriennali del gruppo. Fin dall’inizio l’impostazione della mia presidenza fu nel senso che la sicurezza dei lavoratori e la salvaguardia dell’ambiente costituissero l’obiettivo prioritario e ineludibile". Anche il signor Cefis, senza accorgersi, richiamava l’omissione sanzionata dal capoverso dell’articolo 40 del Codice Penale, che non è l’omissione che discende dalla violazione di un obbligo positivamente formulato ma è quell’omissione indeterminata di attivarsi perché l’evento dannoso o la situazione di pericolo non si verifichino. L’omissione, sotto questo profilo, attiene alla disciplina del rapporto di causalità, e così dice la Cassazione, Sezione Quarta, nel 1983. Non è accettata l’indifferenza, in altri termini, come se il soggetto attivo, quello da cui dipendono le sorti dell’impresa, che coinvolgono anche le fortune e le disgrazie del bene tutelato, nel caso la salute operaia in fabbrica, possa legittimamente concentrare la sua attenzione solo sul profitto dell’impresa, alla quale è istituzionalmente preposto, e non sia invece impegnato, per regola giuridicamente vincolante, a badare alle conseguenze di certa politica imprenditizia su un bene costituzionalmente garantito. Il rapporto di causalità soggettiva può quindi riassumersi nel quesito se il soggetto, qualificato all’interno dell’impresa, anche se disarticolata in più aziende o gruppi societari, definiti dai difensori degli imputati come imprese operative che fanno capo all’impresa di vertice, questo tipo di soggetto qualificato possa esimersi dalla funzione che gli compete prima di ogni altra e che in dottrina viene definita posizione di garanzia, del rispetto delle norme che regolano le imprese grandi o piccole che siano. E` un principio che consente di sottoporre i massimi responsabili dell’impresa alle regole della legalità e non a quelle dell’arbitrio, e quindi agli obblighi legati alla loro carica, non delegabili a sottoposti in funzione di capri espiatori. Si vuol dire in altri termini che Presidenti, amministratori delegati, direttore dei grandi gruppi societari in questione, sono pur sempre responsabili, per quel principio di legalità, non solo delle grandi opzioni manageriali ma anche dei controlli che devono esercitare sui settori e sugli addetti da loro delegati.

Evidentemente responsabili in primo luogo del controllo sui servizi diretti a assicurare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro, come dice l’articolo 2087 del venerando Codice Civile, posizione di garanzia dei massimi vertici industriali. Ci è capitato di dire - ma qui vogliamo ripeterlo - che il signor Cefis, il signor Burrai, il signor Necci e tanti altri personaggi di questo processo, quando si insediarono nelle massime cariche della holding, sapevano indubbiamente che non andavano a gestire una fabbrica di biciclette e che il loro mandato non si limitava a seguire le questioni economiche della politica aziendale, ma comprendeva necessariamente il controllo degli strumenti della produzione e le conseguenze del loro cattivo funzionamento sulla salute degli addetti. Queste persone ai massimi vertici conoscevano certamente una delle regole quadro del Petrolchimico; il Pubblico Ministero l’ha riportata come documento del buon fondamento dell’Accusa e mi si consenta di ricordarla ancora una volta, perché afferma la Montedison: "Poiché la nostra divisione opera sul mercato e ha un profitto, essa deve adeguare le proprie politiche alla realtà su cui opera, e quindi deve ridurre i rischi là dove le conseguenze possono essere più gravi e per contro accettarne una quota maggiore là dove il possibile danno sia previsto". Ma soprattutto i responsabili di produzione e manutenzione devono cambiare mentalità nel senso di sentirsi in un grande complesso.

Orbene, io dico che questa rozza regola etica del grande complesso industriale, ispirata al profitto, contenuta nella nota del servizio centrale manutentivo, diretta a tutti gli stabilimenti italiani della Montedison, nota che serviva per la progettazione dei piani triennali, è esattamente l’opposto dei principi che ispirano l’intera normativa vigente in tema di prevenzione.

Dunque, per la Difesa della Montedison, dell’Enichem, della Montefibre e dei loro massimi esponenti, gli impianti, le tecniche produttive, le cautele, le prevenzioni, le installazioni, le manutenzioni, gli statuti dei limiti di pericolo, le direttive impartite, escluderebbero qualsiasi possibilità di legare con rapporto di causalità le sciagure che si sono susseguite ininterrottamente al Petrolchimico nel corso di 30 anni. Ma il disegno criminoso, ex articolo 81 del Codice Penale, è invece contenuto in quel programma dei servizi generali, acquisito agli atti dell’Accusa, e nella manipolazione anche della memoria dell’American Appraisal Italia S.r.l. compiute dalla dirigenza della Montedison.

Si è anche prospettata da parte dei difensori degli imputati una ricostruzione in termini formali della cosiddetta posizione di garanzia; di fronte alle dimensioni ciclopiche di un’impresa che produce la maggior parte della chimica italiana e che si inserisce ai primi posti delle concentrazioni finanziarie internazionali, come se la posizione del garante, per il solo fatto del suo potere di gestione, potesse creargli una specie di salvacondotto, al punto da renderlo in definitiva legibus solutus.

Secondo noi è il contrario; la complessità strutturale della grande impresa, articolata nelle società che fanno capo alla holding, fa emergere con maggiore evidenza la necessaria posizione di garanzia dei vertici dell’impresa e quindi delle responsabilità ineludibili anche nelle scelte e nei controlli ai quali l’esponente ai massimi vertici deve costantemente sottoporre i suoi delegati.

Il problema dunque è quello del dissidio tra la spersonalizzazione dell’impresa collettiva e la personalizzazione della responsabilità penale. Per noi - lo ripetiamo ancora una volta - vale l’inderogabilità del principio della posizione di garanzia, definito attraverso norme positive, anche civilistiche, vedi tra le tante le disposizioni penali del Codice Civile dirette contro gli amministratori di società e di consorzi, articolo 2360, comma secondo, sub 3, articolo 2361 del Codice Civile.

Ora, dicono i nostri avversari: rispetto alle funzioni di tutela della sicurezza del lavoro - hanno detto anzi, non lo dicono - l’ancoraggio formale vale a dire ancoraggio al principio di legalità della posizione di garanzia propria del datore di lavoro, significa tenere ferma e inderogabile la statuizione legale del dovere di sicurezza al grado più alto e più ricco di poteri della struttura imprenditoriale. Il dovere formale di tutela delle condizioni di lavoro, giusta la clausola generale dell’articolo 2087 Codice Civile, è proprio dell’imprenditore nel campo di materia considerato. Le ulteriori condizioni normative e fattuali della responsabilità delle persone fisiche impersonanti il datore di lavoro si specificano all’interno e mai in deroga alla portata legale di tale dovere di sicurezza, ed è appunto nel contesto caratterizzato dalla destinazione inderogabile del dovere di sicurezza ai livelli più alti che vanno discusse le condizioni del suo adempimento, ivi inclusa la prospettiva del coinvolgimento aggiuntivo o sostitutivo di diversi livelli di responsabilità entro l’impresa. Ed ancora, per concludere sul punto: il principio dell’equivalenza dell’assoluta inerzia imprenditoriale alla accettazione colpevole del rischio di infortunio risulta perfettamente legittimo, il non far nulla, il tirarsi fuori equivale per il garante al massimo di implicazione. Ora, io devo dire che queste prose non sono mie ma sono del difensore di Smai, Perillo e Palmieri, che nell’ormai lontano 1982, in una qualificata rivista giuridica, esprimeva convinzioni che oggi ha completamente rovesciato, Pulitanò, posizione di garanzia e criteri di imputazione, Rivista Giuridica 1982, quarto, 181.

D’altra parte la questione della delega verso il basso e quindi la liberazione dei vertici dell’azienda tocca persino il buon senso comune. Noi stessi, prima di essere avvocati, siamo uomini di mondo, ed allora siamo raggiunti dalla convinzione che la questione della delega verso il basso va esaminata nella concreta realtà dei rapporti intersocietari tra padroni e sottoposti, va esaminata nella concreta realtà delle gerarchie, dello strapotere di chi comanda il vertice e trasmette al subalterno: o così o ti licenzio in tronco.

Passo a trattare per sommi capi la questione degli assetti proprietari mediante i quali, a nostro parere, Montedison, Enichem e Montefibre hanno tentato di realizzare la dissociazione tra unità economica dei gruppi e pluralità giuridica degli Enti societari che compongono i gruppi stessi, evidentemente con la volontà di limitare il rischio degli investimenti, di consentire la valorizzazione delle risorse umane dell’impresa, con l’attribuzione di incarichi di responsabilità societaria, di diminuire o azzerare addirittura il grado di trasparenza dell’attività svolta, infine di scaricare la responsabilità degli eventi criminosi. La definizione di gruppo societario non si riduce al controllo tra società capogruppo e società controllata, ma assume l’aspetto di una aggregazione di imprese per realizzare un programmazione economico comune e ulteriore rispetto a quello realizzabile attraverso le imprese singole. Così la dottrina, la società Ferri nel trattato Vassalli del 1985. Il progressivo avvicinamento e riconoscimento della holding come impresa di gestione e le società controllate come imprese operative collegate è riportato in Cassazione, 14 settembre ‘76, numero 3150, rivista di Diritto Commerciale 1978, secondo, 220. Il gruppo di società aventi ciascuna autonoma personalità ma costituite a tutela di comuni interessi economici, holding in senso generico, questo gruppo - ripeto - può essere considerato unitariamente; così la Cassazione, nella sentenza 472 del 1964. Ciò si verifica non soltanto quando una delle società come capogruppo ha il possesso delle azioni o delle quote della società subordinata, e quindi la controlla, ma anche quando, non ricorrendo tale circostanza, a) più imprese svolgano attività coordinata ed interdipendente e quindi si distribuiscano tra loro, per esigenze di tecnica industriale o di opportunità amministrativa, le varie fasi del ciclo produttivo, ovvero si ripartiscano il momento produttivo e il momento distributivo, cioè lo smercio del prodotto ovvero si assegnino rispettive zone di operatività. Oppure si assicuri tale unità di principi direttivi mediante la cosiddetta unione personale, estrinsecantesi nell’identità dei dirigenti o dei titolari delle azione o delle quote della società.

Per la giurisprudenza di legittimità, quindi, fin da epoca lontana la società di gruppo che agisce nell’interesse di altra società del medesimo gruppo realizza un proprio interesse mediato e indiretto. Sempre in dottrina, Galgano, l’oggetto della società holding, contratto e impresa, 1986, 327 la pagina: "I due discorsi, quello dell’interesse e quello sull’oggetto sociale, ci coordinano tra loro se, attraverso la controllante, la controllata soddisfa in modo mediato e indiretto un proprio interesse, ciò è perché attraverso la controllata essa svolge sempre in modo mediato e indiretto una propria attività economica". Quasi un consorzio di imprese, ci si consenta di dire, richiamando l’articolo 2602 del Codice Civile, con il contratto di consorzio più imprenditori istituiscono una organizzazione comune per la disciplina e lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese. L’essenza del gruppo non risiede quindi nell’unità del soggetto economico che esercita più imprese, bensì nell’unità dell’impresa esercitata da più soggetti giuridici. Affinché il soggetto a capo di un gruppo di società, holding diciamo, sia esso a sua volta una società o una persona fisica, assuma la qualità di imprenditore, è necessario che l’attività di direzione e di coordinamento, eventualmente anche finanziario, delle singole imprese controllate, primo si esplichi attraverso atti anche negoziali posti in essere da tale soggetto in nome proprio; b) sia inoltre idonea, questa attività di direzione a produrre un incremento nei risultati economici del gruppo, nel suo insieme e nelle sue componenti. Questo lo dice la Cassazione 26 febbraio 1990, numero 1439, Foro Italiano 1990, primo, 1174. Ed ancora in dottrina: "Il gruppo è configurato come un’aggregazione di unità produttive giuridicamente autonome ma collegate sul punto organizzativo al fine di una migliore attuazione degli obiettivi perseguiti dal complesso.

La direzione economica unitaria e l’autonomia formale delle imprese partecipanti al gruppo costituiscono momenti qualificanti del fenomeno. La direzione unitaria si differenzia dal semplice controllo in quanto quest’ultimo costituisce una situazione potenziale di esercizio di influenza dominante, mentre, per l’esistenza del gruppo, è necessario l’esercizio effettivo di detta potenzialità. Inoltre la direzione unitaria del gruppo, ancorché alla sua base vi sia il fenomeno del controllo, è un fenomeno che può riguardare un’unica controllante e un’unica controllata, mentre la direzione unitaria del gruppo ha come caratteristica essenziale la pluralità delle controllate coordinate da un’unica controllante in una organizzazione imprenditoriale complessa". Le situazioni testé delineate dalla dottrina e dalla giurisprudenza trovano riscontro nei fatti che si sono verificati al Petrolchimico in questo scellerato trentennio; tra le innumerevoli carte acquisite al processo, a dimostrazione dell’unità operativa dei gruppi Montedison e Enichem, vale anche ricordare il verbale della riunione del Consiglio di fabbrica del 20 giugno 1985, acquisito agli atti, dove si fa riferimento all’assetto dei servizi riconosciuti come parte di un business di carattere strategico, con il conseguente impegno della Montedipe di preservarne la piena unitarietà e l’effettivo equilibrio economico mediante l’attivo coinvolgimento di tutte le altre realtà produttive presenti in stabilimento, ivi comprese le aziende del gruppo e fuori del gruppo, unità operativa e conseguente impegno a trasmettere alla Fulc nazionale il piano degli investimenti dettagliato per il periodo 1985 - 1988 e a consegnarne uno stralcio al Consiglio di fabbrica. Ora, la tesi della sostanziale unità dei gruppi in questione rafforza le responsabilità accertate in testa alle persone chiamate a rispondere di gravi reati in questo processo.

In realtà per la Montedison e poi per l’Enichem la separazione aveva molteplici valenze economiche: offriva il vantaggio della diversificazione dei rischi relativi ai vari settori di attività ed ai vari mercati sui quali l’impresa operativa, ma al tempo stesso gravava ai fini di una migliore organizzazione aziendale perché i dirigenti preposti alle varie società operative non erano dei funzionari legati ai vertici aziendali da un rapporto gerarchico ma nella massima parte erano amministratori che attuavano le direttive della capogruppo con ampia autonomia decisionale, investiti di proprie responsabilità civili e penali. La holding è impresa in ragione dell’attività produttiva, si dice in dottrina, o di scambio, esercitata dalle società controllate, è impresa plurisettoriale se le controllate esercitano, come accade nei gruppi conglomerati, come nel caso Montedison e Eni, attività appartenenti a settori produttivi e distributivi diversi, Cassazione 26 febbraio 1990 numero 1439, commentata da Gaetano a pagina 901.

Anche il marchio liberamente usato dalle controllate, come succede nel nostro caso, segna l’unitarietà e quindi la responsabilità delle singole società del gruppo e dei suoi amministratori preposti in eminente posizione direttiva. Lo dice il Tribunale di Roma in una sentenza del 10 luglio 1985 in Giurisprudenza Amministrativa, rivista di diritto industriale 1958, numero 1937. In questo variegato universo, Presidente, dei gruppi societari e in questa interminabile attenzione che dottrina e giurisprudenza gli hanno riservato, mi consenta il Tribunale di richiamare l’attenzione sull’uso certamente strumentale, quasi un gioco di prestigio, che la Montedison e l’Eni hanno adottato per eludere le responsabilità delle imprese guida. La conversione da società operativa a holding, che dismette l’attività originaria ed assume il controllo di altra società, non richiede infatti una deliberazione assembleare per cambiamento d’oggetto sociale, in quanto si limita a mutare, si limita a mutare le modalità di conseguimento dell’oggetto stesso. Ma ciò comporta uno strapotere della holding, esercitato da chi è insediato al vertice dell’impresa, senza i controlli di legge, ragione di più per controllare la permanenza della responsabilità per danni ai terzi, nonostante gli spostamenti di incarichi gestionali o direttivi dall’una all’altra società del gruppo. Gli atti posti in essere dagli amministratori della holding, se rientranti nell’oggetto delle controllate, non possono essere considerati atti contrari o estranei al conseguimento dell’oggetto sociale della società che li ha compiuti, anche qui Cassazione 14 ottobre ‘76 numero 3150, ed anche il Tribunale di Venezia in una sentenza del 6 agosto ‘82 in diritto fallimentare, 1983, secondo 744.

Nel richiamare l’istituto della responsabilità aquiliana della società controllante, i commentatori citano il caso degli amministratori della società controllata che siano dei funzionari amministratori dipendenti della controllante, per ciò stesso destinati ad operare quali meri esecutori delle direttive impartite dagli amministratori della holding. In linea con i fatti di questo processo si può sostenere che il coinvolgimento degli amministratori della società controllata, insieme a quelli della holding, presuppone la dimostrazione che le operazioni dannose effettuate dagli amministratori della società controllata siano compiute nel contesto della direzione unitaria esercitata dagli amministratori nella holding.

Tutto ciò succede puntualmente nella vicenda sottoposta al giudizio di questo Tribunale, per i commenti vedi anche La Rosa, Contratto e Impresa, 1997, 508, pagina 515.

L’uso strumentale degli istituti civilistici, adottato da Montedison e Enichem per occultare la responsabilità dei massimi vertici si profila in piena luce nell’interregno del passaggio della proprietà aziendale dalla Montedison all’Eni - Enichem, prolungato dal 1982 al 1987 con la costituzione o meglio, dico io, con l’invenzione della società a responsabilità limitata - Riveda - capitale sociale 20 milioni, così è costituita la Riveda. L’avvocato Schlessinger per Eni - Enichem sul punto ha presentato il 29 maggio 1998 una memoria in difesa dell’Enichem come responsabile civile. Io, Presidente, non posso competere in dottrina con il professor Schlessinger, ma penso di potergli rispondere sul piano del buon senso comune, che fa parte anche questo delle regole che l’interprete deve seguire nell’esame dei fatti e nella lettura delle norme, posso rispondergli in primo luogo per precisare che gli allegati - questa memoria ha degli allegati - alla memoria da lui depositata non potranno essere utilizzati o esaminati dal Tribunale, per il semplice fatto che il loro deposito non risulta, almeno per quanto mi risulta, consentito dal Tribunale. L’ordinanza con la quale alla fine del dibattimento il Tribunale ha fissato il termine perentorio del 20 aprile 2001 richiama le sole memorie e non i documenti relativi diluvio dei fatti entrati nel processo. Resta quindi il racconto difensivo dell’avvocato Schlessinger, che descrive nascita, vita e scomparsa di questa entità miracolosa denominata Riveda, che doveva servire da passaggio dell’intero stabilimento Petrolchimico dalla Montedison alla Eni - Enichem per il solo patrimonio aziendale produttivo, naturalmente, e non per i guai pesanti, gestionali, amministrativi e soprattutto manutentivi dell’alienante. Ora, la parcellazione delle singole posizioni e degli eventi delle imprese produttive, come si trattasse di monadi autosufficienti, con separate storie di nascita, sussistenza e scomparsa nel nulla, questa parcellazione, dicevo, serve alla tesi degli imputati rivolta a dimostrare la insussistenza del nesso eziologico.

Noi, al contrario, come più volte ho ripetuto, intendiamo ricomporre queste acrobatiche operazione della Difesa per dimostrare l’unità della cooperazione colposa che ha condotto il Petrolchimico al disastro e alla strage discussi nei tre anni di questo dibattimento. Alla Riveda, appunto, la Montepolimeri, società per azioni, conferisce il 16 marzo 1983 niente meno che il ramo d’azienda connesso al ciclo produttivo dell’etilene per un valore stimato dal perito giudiziario, dico dal perito giudiziario, anche per l’azienda di Porto Marghera naturalmente, oltre a quelle di Brindisi, Mantova, Ferrara e Priolo, nella misura nominale di 50 miliardi e 200 milioni, con il contestuale trasferimento dalla Riveda alla Montepolimeri di una quota sociale della Riveda di pari importo a saldo prezzo. Dico io, inverosimile adempimento se si presta attenzione al fatto che la Riveda in quel momento disponeva di un capitale sociale irrisorio, di 200 milioni, per cui viene da pensare che la Montepolimeri in realtà abbia effettuato un conferimento a se stessa di quel ramo d’azienda.

Ma la storia continua con analogo conferimento alla Riveda da parte della Montedipe, Montepolimeri S.p.A.. Si trasferisce infatti nello stesso giorno, il 16 marzo 1983, sempre nell’ambito del cosiddetto quadro di razionalizzazione della Montedison, il complesso delle strutture di stoccaggio dei prodotti e degli intermedi della lavorazione del PVC di Porto Marghera per un valore stimato anch’esso giudiziariamente nella misura di 27 miliardi e 59 milioni. Il pagamento segue la regola precedente e le relative conseguenze, ma la Riveda continua sulla linea dell’inverosimile, sin qui schematicamente descritta, e così la Montepolimeri e la Montedipe cedono a Enichimica nel giorno successivo all’acquisto del 17 marzo 1983 il 100 per cento delle quote della Riveda, per cui Enichimica, società del gruppo Eni, diviene titolare delle quote della Riveda, che passa dal gruppo Montedison a quello Eni, conservando peraltro la propria identità. La Riveda, disponendo di un capitale formato con i conferimenti Montedipe e Montepolimeri, costituiva ormai una colossale azienda, sprovvista peraltro, dico io, di qualsiasi struttura operativa, e così, nonostante il passaggio in campo, nonostante questo passaggio in campo all’Eni, affitta, la Riveda, o dà in appalto, sarebbe meglio dire, alla Montepolimeri S.p.A., società del gruppo Montedison, affitta per nove anni l’azienda PVC di Porto Marghera pensando così di liberarsi da ogni responsabilità per sé e per la holding, responsabilità diretta o verso i terzi.

Per maggiore chiarezza, se possibile, penso sia il caso di riportare testualmente l’opinione del difensore contenuta nella citata nota di udienza del 29 maggio ‘98: "Il contratto di affittanza prevedeva l’ipotesi - affittanza della Riveda naturalmente - che si fosse reso necessario effettuare investimenti relativamente agli impianti, attrezzature e strutture di Riveda, per cause attinenti all’igiene del lavoro, alla sicurezza degli impianti o all’ecologia. Per tali ipotesi si prevedeva che con questa affittanza la Riveda dovesse farsi carico di tutte le relative spese, aggiungendo anche, per questa ipotesi, che gli interventi dovessero effettuarsi a sua cura e con suo consenso, che non era invece necessario per le semplici spese di manutenzioni e riparazioni. La Riveda, priva di personale tecnico professionali idoneo a gestire la produzione di PVC, ricorre allora alla Montepolimeri, che dispone di una propria struttura tecnica aziendale esperta e qualificata - questa struttura, così testualmente la nota difensiva dell’avvocato Schlessinger - ed affida allora alla Montepolimeri l’incarico di produrre PVC negli impianti di Marghera in quantità e tipo da concordare annualmente". Con l’espediente dell’affitto d’azienda in particolare la holding Enichem pensava di eludere le responsabilità derivanti dal pessimo stato dei beni passati in sua proprietà e gli obblighi che ne derivavano di manutenzione e di modifiche impiantistiche, di tecnologie aggiornate, etc., etc., ma ignorava di proposito l’opinione che giurisprudenza e dottrina ormai consolidate forniscono sull’argomento, dicono tante sentenze che poi citerò anche: "anche se il contratto di locazione comporta il trasferimento al conduttore dell’uso e del godimento del bene, tale determinazione non fa venire meno i poteri di controllo, ingerenza e in genere di custodia, spettanti al proprietario locatore, il quale conserva un effettivo potere sull’immobile locato. Tale obbligo comporta che in ipotesi il danno riportato da terzi per la violazione di questo obbligo di controllo, la responsabilità del locale può concorrere con quella del conduttore in relazione ai rispettivi poteri, facoltà di controllo, senza alcuna presunzione a carico dell’uno o dell’altro", la Cassazione è del luglio dell’87, la numero 6407 in Giustizia Civile, massimario 1987; la Cassazione è del 19 gennaio ‘87, numero 433, in archivio civile 1987, 503, ancora, del 22 febbraio 1985, numero 1589, ancora 18 maggio ‘84 numero 3063, infine consolidata con la Cassazione del 5 dicembre 1981 numero 559, sentenza 28 maggio ‘92 numero 6443.

Ora, io ne ricavo che la nascita, la vita e la morte di Riveda, che è stata poi incorporata per fusione nella Enichem Polimeri nel gennaio 1985, non toglie la continuità delle responsabilità dei quadri direttivi in testa al gruppo Eni, con le relative conseguenze. Ripetiamo che l’intima connessione tra tutte le società raggruppate in testa alla holding supera l’ostacolo della distinta personalità giuridica delle società controllate con la conseguente affermazione della riferibilità a ciascuna di esse delle obbligazioni del gruppo. La dottrina sul punto è concorde. Si è anche arrivati, in dottrina, a configurare il gruppo come una società apparente addirittura, responsabile delle obbligazioni assunte da ciascuna delle partecipanti, trovando peraltro il rigetto della giurisprudenza della Cassazione, Cassazione 1439 del ‘90, Cassazione 5123 del ‘91. Noi non arriviamo a questa forzatura, anche se queste acrobatiche operazioni societarie delle società del gruppo ci tentano di farlo; basterà ricordare il lessico adoperato da Montedison: "Enichem, Montefibre e VC definiscono divisioni le imprese costituite in società ai comandi della holding, quasi fossero parti prive di autonomia giuridica agli ordini di un unico soggetto di diritto, la holding appunto".

Ritengo non si possa tacere il richiamo ad alcuni casi giudicati dalla Cassazione e da Giudici di merito, nei quali i passaggi per comando di singoli amministratori o dirigenti da una società all’altra del gruppo e il permanere immutato della posizione dell’impresa dominante comporti in realtà un tale legame tra le aziende da costituire tra le stesse un complesso unitario, nell’ambito del quale sussiste una continuità sostanziale dell’originario rapporto in capo agli amministratori ed ai preposti. Non lo dico io, lo dice la Cassazione 6 novembre ‘82, numero 5825; Orientamento di Giurisprudenza del Lavoro, 1983, pagina 1255; Pretura di Genova 16 gennaio 1983 in Giurisprudenza del Lavoro 1984, secondo 196; Pretura di Milano 26 febbraio 1981 in Lavoro 80, 1981, 532. Per queste decisioni sussiste infatti un collegamento economico e funzionale talmente intenso da fare ritenere che le singole società, ancorché dotate di autonoma personalità giuridica - questo noi non lo discutiamo, questo lo accettiamo senz’altro - non costituiscono altro che unità produttive del gruppo societario che è invece il vero centro di imputazione dei diritti ed obblighi riguardanti formalmente le singole società. Del resto, anche in assenza di una relazione obbligatoria tra amministratori della capogruppo e società controllata, si pone la questione di sanzionare l’abuso della direzione unitaria facendo ricorso all’istituto della responsabilità extracontrattuale ex articolo 2043 del Codice Civile, strumento generale dell’articolo 2043 di tutela del soggetto che abbia subìto la lesione di un proprio interesse protetto dall’ordinamento ad opera di un altro soggetto al quale non sia legato da alcuna preesistente relazione obbligatoria. Questa responsabilità potrebbe nella fattispecie essere assimilata a quella di cui all’articolo 2395 Codice Civile, degli amministratori nei confronti dei terzi direttamente danneggiati dal comportati degli amministratori stessi. Le disposizioni dei precedenti articoli, responsabilità verso i creditori sociali ed azione sociale di responsabilità, etc., etc., non pregiudicano il diritto al risarcimento del danno spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori. A tale proposito è il caso di citare testualmente quanto è ritenuto da alcuni commentatori. All’interno del gruppo, si sostiene, si verifica dopo fenomeno di congestione disuguale, per effetto del quale decisioni inerenti alle attività economiche svolte dalle singole unità del gruppo vengono adottate fuori dalla loro sede naturale, ossia a livello degli organi amministrativi dalla capogruppo o di altre unità intermedie, dotate anch’essi di poteri di controllo. E` quindi naturale ritenere che i doveri di diligenza cui gli amministratori devono attenersi nell’assolvimento dei loro compiti investano in una struttura organizzativa del tipo più volte indicato tutte le funzione ad essi concretamente demandate, e quindi non soltanto quelle strettamente inerenti alla gestione della società di cui sono diretti amministratori, ma anche quelle ulteriori funzioni normalmente di ordine programmatico e strategico che investono le diverse unità del gruppo, e questo lo dicono Pavone e La Rosa ne La Responsabilità da Contratto.

Tutto questo dico io, invece, per dire che questa innocenza esibita da Enichem ad ogni passo del dibattimento, questa vocazione filantropica che avrebbe animato Eni - Enichem all’acquisto e alla gestione della fabbrica, al punto da consigliare il risarcimento di 63 miliardi per il ritiro dal processo di qualche centinaia di Parti Civili per una impossibile riconciliazione, tutto questo, ripeto, deve lasciare il passo alla cooperazione criminosa di tutte le persone e dei responsabili civili richiamati dall’Accusa. Questa cesura tra proprietà Montedison e Montefibre e proprietà Eni viene smentita persino dalla corretta definizione giuridica dell’azienda e del suo mercato: nel trasferimento di un’azienda commerciale, risponde dei debiti anche l’acquirente se essi risultano dai libri contabili obbligatori, articolo 2561 secondo comma del Codice Civile. Orbene, alla luce di questi rilievi Riveda rappresenta una società di comodo, sprovvista di azienda se per azienda si intende un complesso di beni, una universitas rerum comprendente cose corporali, mobili e immobili, cose immateriali, ditta, insegna, marchio, segreti e brevetti di fabbrica, rapporti giuridici di lavoro con il personale, debiti e crediti, elementi tutti unificati dalla volontà dell’imprenditore in vista dello scopo perseguito, unificati cioè in senso funzionale alla destinazione ad un fine comune, Cassazione 5 ottobre ‘57 numero 3613 in repertorio del Foro Italiano, Azienda numero 20.

Anche la frammentazione delle aziende trasferite da Montedipe e Montepolimeri alla Riveda non può servire all’ipotesi difensiva introdotta da Enichem di avere ritardato di 5 anni circa corrispondenti alla durata della società a responsabilità limitata Riveda la cooperazione colposa di Enichimica.

Io ho finito Presidente, ma nel richiamare le responsabilità dei singoli imputati negli uffici da ognuno ricoperto e le relative cronologie, il Pubblico Ministero ha rappresentato le loro vicende nelle immagini proiettate durante la sua requisitoria. Io mi richiamo a queste cronologie e a questi passaggi di funzioni e di incarichi per ribadire che nonostante la meccanica usata dagli imputati nella disseminazione dei gruppi e la successione nelle cariche e nelle funzioni permane puntualmente la loro cooperazione colposa nei reati richiamati in entrambi i capi dell’Accusa. Si potrà obiettare, Presidente, che queste conclusioni si collocano nell’ambito delle questioni rientranti nell’ordinamento civilistico al quale l’avvocato Stella si richiama per escludere il nesso eziologico da questo processo, ma è facile replicare che la sommaria ricostruzione civilistica dei fatti da nostra proposta costituisce in effetti il contesto normativo entro il quale si è formata e si colloca la responsabilità penale degli imputati. Io produco le mie conclusioni, Presidente, le deposito.

 

Presidente: grazie avvocato Scatturin. Acquisiamo senz’altro, le può consegnare senz’altro al Cancelliere, anche se forse sarebbe opportuno che le conclusioni le leggesse prima di consegnarle.

 

Avvocato Scatturin: Per Medicina Democratica, Movimento di Lotta per la Salute cooperativa a responsabilità limitata contro Cefis e gli altri 28, senza nominarli tutti, ed anche contro Montedison, Montefibre, Enichem e Eni.

Io presento queste conclusioni: condannarsi tutti gli imputati per i reati a loro ascritti nei capi di imputazione del Pubblico Ministero dottor Felice Casson e darsi atto che Medicina Democratica si è costituita per il risarcimento dei danni patrimoniali, per le negative conseguenze di carattere economico che la Parte Civile ha subìto per gli accertamenti, per i tentativi di contenimento delle conseguenze degli illeciti, per la rifusione dei costi delle attività tecniche d’indagine e per le attività descritte nella scheda d’identità che ho allegato al mio atto di costituzione di Parte Civile, ed anche per i danni non patrimoniali, Presidente, derivanti dalle lesioni all’interesse collettivo, che forma la ragione stessa dell’esistenza della associazione a tutela della salute e della vita delle persone che hanno lavorato nei reparti CVM, PVC, DCE del Petrolchimico di Marghera gestione Montedison, Enichem e Montefibre.

Il risarcimento viene da noi richiesto in solido in via equitativa nella misura di 1 miliardo per i danni patrimoniali e di lire 500 milioni per i danni non patrimoniali contro tutti gli imputati e contro i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Montefibre S.p.A., Eni S.p.A. in persona dei rispettivi legali rappresentanti. In subordine, Presidente, noi chiediamo di fare riserva di quantificare il danno in sede civile, chiedendo nel contempo in questa sede una provvisionale di 500 milioni. Il risarcimento sarà impiegato con specifico vincolo al conseguimento della salubrità dell’ambiente, alla tutela e alla promozione del diritto alla salute, nonché all’informazione e alla formazione delle professionalità all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro attraverso la realizzazione di ricerche e progetti a ciò finalizzati. Per il Sindacato chimico di base posso richiamare le stesse conclusioni, che sono scritte tali e quali.

 

Presidente: quindi lei ha preso le conclusioni sia per Medicina Democratica, che abbiamo sentito...

 

Avvocato Scatturin: certamente.

 

Presidente: sintetizzi anche quelle per il Comitato Unitario di Base, il CUB.

 

Avvocato Scatturin: certamente Presidente, era per non occupare tempo.

 

Presidente: le Parti Civili devono prendere le conclusioni.

 

AVVOCATO SCATTURIN

 

Avvocato Scatturin: va bene Presidente. L’Associazione Lavoratrici e Lavoratori Chimici e Affini, che è l’ALCA, che è aderente poi alla confederazione unitaria di base CUB, questa è la federazione di Venezia però, sempre contro Cefis e gli altri 28 ed anche contro Montedison, Montefibre, Enichem e Eni, ha preso queste conclusioni: condannarsi tutti gli imputati per i reati loro ascritti nei capi di imputazione dal Pubblico Ministero dottor Felice Casson e darsi atto che l’ALCA, federazione di Venezia, si è costituita per il risarcimento dei danni patrimoniali, per le negative conseguenze di carattere economico che la Parte Civile ha subito per gli accertamenti, per i tentativi di contenimento delle conseguenze degli illeciti, per la rifusione dei costi delle attività tecniche d’indagine e per i danni non patrimoniali derivanti dalle lesioni dell’interesse collettivo che forma la ragione stessa dell’esistenza di questa associazione, che è finalizzata alla tutela della salute e della vita delle persone che hanno lavorato nei reparti CVM, PVC, DCE nel Petrolchimico di Marghera, gestione Montedison, Enichem e Montefibre. Il risarcimento viene richiesto in solido contro tutti gli imputati e contro i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Montefibre S.p.A., Eni S.p.A., nella misura che sarà determinata in sede civile con una provvisionale di lire 500 milioni da liquidarsi in via equitativa immediatamente esecutiva in questa sede, e per il danno non patrimoniale nella misura di lire 500 milioni, vincolando questi risarcimenti al conseguimento delle finalità della associazione sindacale e in primis per la affermazione dei diritti della identità e dignità di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore, nonché per la realizzazione di sempre migliori condizioni di vita e di lavoro, e in questo contesto, per l’affermazione della prevenzione dei rischi e delle nocività all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro, nonché di informazione e formazione dei lavoratori per affermare i diritti alla salute, alla sicurezza, all’ambiente salubre, contro ogni discriminazione con vincolo specifico.

 

Presidente: la ringraziamo avvocato.

 

Avvocato Scatturin: mi perdoni Presidente, io ho anche, se può essere utile per il Tribunale, fatto delle schede con le cronologie. Se può essere utile, le ha già prodotte il Pubblico Ministero, io ho...

 

Presidente: se lei vuole produrre come memoria anche queste schede, il Tribunale le acquisisce senz’altro. Chi prende la parola? Prego avvocato Todesco. Nella divisione delle Parti Civili, avvocato Todesco, lei rappresenta?

 

AVVOCATO TODESCO

 

Avvocato Todesco: Eredi Bertaggia Giovanni. Il compito che mi è stato affidato è quello relativo al nesso di causalità tra gli eventi descritti nel capo di imputazione nei tempi ivi indicati e le condotte. E` evidente, giungere in un processo di queste dimensioni buoni ultimi induce sempre ad un atteggiamento, ad un doveroso atteggiamento di umiltà nei confronti di tutta la massa, enorme massa di lavoro svolto in sede peritale e in sede di istruttoria dibattimentale, quindi io mi permetterò di esporvi il mio punto di vista secondo una prospettiva che pretende una premessa; mi si vorrà scusare se la premessa ha contenuti di banalità tale per cui certamente è da tutti condivisibile, ma quello che mi interessa è porre dei paletti, una struttura entro la quale il mio discorso possa più semplicemente, più facilmente essere compreso. Quello che intendo è che si parte, si sa, dal presupposto lapalissiano che le prove penali non danno mai un contenuto di certezza assoluta ma proprio la parola "evidenza" indica il grado di probabilità che si raggiunge in relazione all’oggetto da provare e che quindi la verità giudiziale è una verità probabilistica e relativa. Questo concetto, appunto indotto da messier De Lapalisse, è alla base della considerazione che ha preso piede anche tra gli operatori del diritto nel nostro Paese e che ha una matrice piuttosto legata alla tradizione razionalistica del conoscere che alla tradizione intuizionistica derivante dal sistema inquisitorio, per cui il processo non persegue una verità oggettiva, che di per sé non è riproducibile sulla scena processuale, ma una verità plausibile, ricostruita in base a una serie di valori che definiscono un metodo, come dice Massimo Nobili.

E` appunto quindi una ricostruzione per cui spiegare un fatto significa spiegare perché un’ipotesi è così probabile da potere essere scelta come vera relativamente ai dati su cui si basa. Cordero diceva che la verità di una asserzione giudiziale si basa sul dato quantitativo della probabilità della prova contraria, cioè dell’ipotesi alternativa, antagonista, e Carnellutti diceva che questa considerazione di valutazione di probabilità non va fatta su basi rigide o su basi matematiche ma va fatta invece secondo il concetto di prevalenza rilevante. Questo è il punto che inquadra il mio discorso.

E` il criterio dell’ipotesi preferibile, che è stata descritta mi sembra con acume da un Magistrato, il dottor Elio Fassone, in un articolo apparso non di recente ma mi pare che sia di due o di tre anni fa. Ipotesi preferibile significa ipotesi che non presenta caratteri di certezza ma che si presenta, si configura come capace di fornire spiegazione ragionevole a tutti o quasi tutti gli elementi raccolti e che sia prevalente su ogni altra ipotesi formulata o formulabile in relazione a quei dati, che poi è il contenuto dell’articolo 546 comma 1 lettera e) quando indica al Giudice la necessità di dare conto delle ragioni per cui preferisce un’ipotesi piuttosto che un’altra. E proprio per giungere all’identificazione dell’ipotesi preferibile, seguo la traccia del dottor Fassone quando dice che il teatro del reato non è costituito da una sola traccia ma da evenienze plurime, di diversa natura; in sostanza l’evenienza iniziale, la traccia iniziale genera un contesto di scoperta, questo contesto di scoperta giustifica la successiva ricerca, quello che Fassone chiama "contesto di ricerca", perché i vari dati sono unificati in modo tale da formulare un’ipotesi ancora generica, ancora approssimativa, non dotata certamente di alto grado di probabilità, anzi bassissimo, che però indirizza la ricerca. L’esito della ricerca costruisce un nuovo contesto di scoperta e, man mano che procede questo meccanismo, attraverso la mediazione di ipotesi sempre più circoscritte ed attraverso il meccanismo probatorio di conferma o di sconferma, conferma o esclusione, si giunge alla formulazione dell’ipotesi preferibile.

Nel nostro caso l’ipotesi suonerebbe: se il CVM e il PVC fossero la causa dei tumori e delle altre malattie descritte nel capo di imputazione, ciò fornirebbe spiegazione di tutti o quasi tutti gli elementi raccolti e non sarebbe decisamente contraddetta da alcuno di essi. Quindi l’ipotesi da costruire è una ipotesi che è garantita dalla quantità della informazione coerente con l’ipotesi e dalla semplicità, che è un concetto che ricorre anche nel testo del professor Stella, versione 1970. Il dottor Fassoni indica per esempio un grado di informazione pari a 1 per l’ipotesi che vi sia la rottura del vetro di una gioielleria e una persona di notte trovata vicino al luogo dove vi è stata l’effrazione. Naturalmente questo grado di rilevanza o di informazione pari a 1 è estremamente ambiguo, ma se si scopre che la persona ha un taglio alla mano e vi è traccia di sangue anche sui vetri della gioielleria, il grado di informazione passa a 2; se si scopre poi, con una perizia medico legale, che quel taglio è stato effettuato in un periodo di tempo del tutto compatibile con il momento in cui è stata effettuata l’effrazione, si giunge e si passa ad un grado di informazione pari a 3. La costruzione dell’informazione in relazione all’ipotesi di partenza va di pari passo con la verifica della disinformazione dell’ipotesi alternativa, e cioè il fatto di essere lì, di essere ferito, che la ferita sia dello stesso periodo temporale in cui si è verificata l’effrazione, rendono altamente non semplice, quindi confusa, difficile, l’ipotesi alternativa. Questo è lo schema di Fassoni e questo è lo schema cui io farò riferimento nella mia costruzione proprio per contraddire quell’idea che mi sembra si sia affacciata per cui le decisioni in campo penalistico vanno prese sulla base di criteri di probabilità, sostanzialmente è una regola di giudizio, quasi un ritorno delle prove legali, che descrivano una regolarità di eventi pari a 1, cioè a 100. E quindi esaminiamo il primo dei punti, l’ipotesi di partenza, il contesto di ricerca iniziale, che è la perizia Comba - Pirastu. Io non ho certo la pretesa di confrontarmi con gli esperti in epidemiologia per valutare la concretezza, la validità della consulenza Comba - Pirastu, quindi mi limiterò ad alcuni accenni però su punti che mi appaiono significativi. E` ben vero che la consulenza terminale mi sembra che sia del 1998, ma è anche vero che essa parte nel 1982, termina la prima parte del 1983; parte non su impulso di parte ma parte perché a livello internazionale si era verificata l’insorgenza di un fortissimo sospetto sulle capacità oncogene del CVM e PVC, è stato Viola - come ricordava il Pubblico Ministero piuttosto estesamente - nel 1970 a fare rilevare questo tipo di problematica, ma poi Maltoni nel 1975, addirittura Mastrangelo rileva nel 1979 proprio in Porto Marghera 20 casi di pneumoconiosi derivanti da esposizione a CVM e PVC, e poi, nel 1979, abbiamo quella descrizione che ci è data dallo IARC, mi si consenta di recuperare, perché è citata sia da Berrini e sia dalla dottoressa Pirastu in sede di controesame, e a pagina 417 della monografia 19 del febbraio ‘79 si dice: "Il cloruro di vinile è un cancerogeno umano i suoi organi bersaglio sono il fegato, l’encefalo, il polmone e il sistema linfoemopoietico". Simili effetti cancerogeni furono dimostrati prima nei ratti e furono successivamente confermati in altri animali da esperimento, amster e topi. Sebbene l’evidenza di un effetto cancerogeno negli umani sia avvenuta da gruppi esposti professionalmente a dosi elevate del cloruro di vinile, non c’è evidenza che ci sia un livello di esposizione al di sotto del quale non si verifica incremento di tumori nell’uomo. Questa era la situazione a conoscenza degli organi che tutelano la pubblica salute nel 1982, quando iniziano l’indagine, quindi una situazione di consistente allarme. Già vi erano studi, ripetuti studi in ordine all’efficacia oncogena del cloruro di vinile. E nasce quindi con caratteristiche e garanzie di neutralità perché non nasce per sostenere una tesi ma per svolgere una seria indagine di carattere epidemiologico. Il secondo punto è, credo, e non vi possono essere dubbi sulla serietà scientifica dei partecipanti a questo progetto, comprende professori esponenti dell’Istituto Superiore della Sanità, l’Università di Bologna con il professor Maltoni, lo dottor Fuà della Clinica del Lavoro di Milano, ricomprende nello staff esperti dell’Istituto di Tumori di Milano, di Torino, di Genova, quindi da un punto di vista scientifico il pool di persone delegate ad esaminare la questione è di grandissimo livello. Anche il protocollo è un protocollo che viene sottoposto ad un processo di validazione e di integrazione e addirittura come schema di protocollo viene sottoposto all’analisi del dottor Berrino e del professor Axelson di un’Università svedese. Quindi, complessivamente, è uno studio che si presenta con caratteristiche che giustificano una attesa fondata su un giudizio di serietà, di particolare serietà dell’indagine. Bene, i risultati non andrò a esaminarli partitamente ma sono a tutti noti, e cioè sostanzialmente incrementi di mortalità per tumore epatico e per tumore polmonare tra gli esposti della coorte di Porto Marghera relativamente alla popolazione di riferimento. Si dice: riscontrato un aumento della mortalità per tumori epatici, soprattutto tra gli addetti alle autoclavi, con un rapporto standardizzato di mortalità di 745, e per tumori polmonati per gli addetti all’insacco con un rapporto standardizzato di mortalità di 151. Altri casi rilevati con la procedura best evidence, e vennero anche rilevati aumenti per cancri al naso e seni paranasali, melanomi, linfosarcomi, tumori benigni. L’indagine era stata fatta su quattro coorti, anche a Ferrara, a Ravenna e a Rosignano, e i risultati della coorte di Ferrara confermarono i risultati della coorte di Porto Marghera. La prima considerazione da fare, quindi, di fronte a questi risultati, che mi sembra siano inoppugnabili, è che vi è stato un incremento nei lavoratori esposti al cloruro di vinile in questi anni. L’indagine rileva anche che gli operai erano stati esposti a non meno di 50 parti per milione tra il 1950 e il 1970, a meno di 50 ma più di 5 successivamente al 1970, e che l’attività di insacco era una attività esposta a una rilevantissima polverosità. Quindi complessivamente, se noi dovessimo valutare la inchiesta epidemiologica Comba - Pirastu sulla base dei criteri che servono per la valutazione di causalità in epidemiologia e che sono quelli di Sir Hill del 1965, dovremmo dire innanzitutto che la forza dell’associazione è evidente, vi è cioè una consistente, significativa rilevanza, incremento della mortalità per tumori al fegato, tumori al polmone ed altri generi di tumori per gli esposti al CVM nei confronti della popolazione di riferimento. Il secondo criterio è il criterio della riproducibilità. Bene, qui il 17 aprile del 2001, oltre agli studi che già erano stati indicati, Comba e Pirastu depositano una consulenza che riproduce, richiama decine e decine e decine di studi di coorti effettuate negli Stati Uniti, in Canada, in Svezia, in Germania, in Russia, in Italia, in Inghilterra, in Francia, in Norvegia, oltre a studi multicentrici europei, e si conclude che di fronte alla letteratura mondiale la persuasività scientifica dell’evidenza epidemiologica relativa alla associazione tra cloruro di vinile monomero e lo sviluppo di neoplasie epatiche e polmonari, come abbiamo visto, appare molto elevata. Il secondo criterio quindi della riproducibilità dello studio, ripetuto da persone diverse in luoghi, tempi e circostanze diverse, è perfettamente rispettato. Sulla specificità, cioè sull’associazione tra una specifica esposizione a una particolare patologia ne parleremo tra un istante. Sul criterio cronologico, relativo ciò alla latenza, parleremo anche di quello tra un istante, così come parleremo del gradente biologico e della plausibilità biologica e delle conferme da evidenze sperimentali. Ma diciamo che già adesso tre dei principali criteri evidenziati per la valutazione di causalità in epidemiologia risultano perfettamente rispettati. E` quindi uno studio valido, cioè non affetto da errore sistematico, e informativo, cioè fornisce elementi che permettono di dare una risposta sì o no con ragionevole certezza.

Questo studio viene integrato, per quello che riguarda - ne ho fatto un accenno prima - il cancro al polmone, dal professor Mastrangelo, che esamina 391 soggetti che facevano parte della coorte studiata da Comba e Pirastu. Egli trova che i decessi osservati per tumore di trachea, bronchi e polmoni, erano 12 contro i 7,2 attesi, con un rapporto standardizzato di mortalità pari a 167, e che questi lavoratori erano esposti all’inalazione di polveri, di PVC e gas di CVM presso il Petrolchimico di Porto Marghera. Non solo, il professor Mastrangelo parla anche di quale era il livello di esposizione presso lo stabilimento; a pagina 27 del verbale dell’udienza 8/7/1998, non è pagina 27 ma non importa, parlando della concentrazione di... no, della sua relazione, scusatemi, a pagina 7 della sua relazione egli ricorda che nella sua inchiesta del 1979 riportò concentrazioni di polvere di PVC superiori a 10 milligrammi il metro cubo in circa il 60 per cento dei campioni prelevati nei reparti di essiccamento, insaccamento e mescola, e che questi dati non sono mai stati smentiti. Il professor Mastrangelo si spinge poi ad un esame granulometrico, ricordando anche il contributo del dottor Mara, per evidenziare che si tratta di corpuscoli di finissima composizione, capaci cioè, per le loro qualità, di giungere fino agli alveoli più riposti, più nascosti del polmone, laddove il meccanismo, che vi è invece nel polmone superficiale, di estromissione attraverso ciglia degli organi, dei corpuscoli esterni, non funziona, quindi si sedimentano polveri, e già di per sé un innesco causale in relazione ad effetti tumorali si può avere proprio per la presenza di polveri in queste parti del polmone. Che poi gli operai fossero o non fossero esposti a questo livello di polverosità ce lo ricorda proprio Mastrangelo quando, nella sua relazione a pagina 32, ricorda i risultati dell’udienza tenutasi il 17 novembre 1999, dove si dice che "la polvere si infiltrava dovunque, anche negli occhi, nel naso, in bocca", "se la polvere finiva negli occhi - diceva un operaio - non ci vedevo più e qualcuno dei compagni di lavoro doveva accompagnarmi in bagno per lavarmi". Si dice che fino al 1974 i reparti CV6, CV5 e CV15 erano ermeticamente chiusi verso l’esterno con concentrazione stabilmente elevate di CVM, migliaia di ppm, ed anche di PVC. il signor Carraro Giannino subì un effetto di narcosi a seguito di esposizione massiva a CVM; vide e riportò i seguenti fatti: che una goccia di metallo fuso penetrata all’interno del reparto CV6 da fessura durante una saldatura sul tetto del reparto precipitò al suolo lasciando lungo il tragitto una colonna di fuoco; il CVM presente lungo il tragitto si era incendiato, tant’è vero che poi si usavano cunei di legno con punte in bronzo oppure spatole di plastica per evitare di innescare incendi. Alla fine del turno di lavoro - e questo mi sembra proprio significativo - gli operai erano tutti bianchi, anche i capelli erano bianchi, come se fossero ricoperti di neve. Gli insaccatori erano obbligati dall’azienda a fare, alla fine del turno di lavoro, una doccia, e per questo l’azienda dava loro mezz’ora di straordinario. Finito il lavoro l’insaccatore puliva il pavimento del reparto con una scopa e raccoglieva in un sacco con la pala la polvere di PVC. Il cambio di produzione era quasi quotidiano e era svolto dai cinque operai dal turno, che alla fine pulivano i pavimenti all’esterno delle macchine con aria compressa sollevando polveri in aria". Questi sono i risultati della prova orale del 17 novembre 1999. Il professor Mastrangelo si spinge fino ad esaminare un problema che esamineremo più specificamente poi, e cioè quello della compatibilità biologica del meccanismo di innesco e sviluppo del tumore delle cellule tumorali. Perché in questo primo momento io vorrei fermarmi un attimo e vedere in relazione allo schema proposto a che punto siamo arrivati.

Bene, siamo partiti da un contesto di ricerca che aveva già un certo grado di specificità, di credibilità, di plausibilità, e abbiamo visto che, sulla base dei criteri utilizzati da Sir Hill, lo studio è valido e informativo; abbiamo visto che è confermato da una sterminata letteratura a livello internazionale e abbiamo visto ora che, in relazione al cancro al polmone vi è uno studio, un intervento specifico del professor Mastrangelo che descrive condizioni di lavoro e incidenza, da un punto di vista epidemiologico, del cancro al polmone per gli esposti a CVM e PVC. Bene, è Comba, è il dottor Comba che ci dice, a pagina 175, con tutta lealtà, ma siamo tutti d’accordo su questi discorsi, in relazione al valore causale per l’imputazione di un fatto di reato ad una condotta del valore causale che viene attribuito in epidemiologia, ebbene dice: "Non è vera la situazione in cui il dato epidemiologico di popolazione, con tutti i passaggi che abbiamo fatto nella valutazione di causalità, si prende e si applica acriticamente ai singoli soggetti, ma non è vero nemmeno il contrario, che è un atteggiamento egualmente estremo, di dire che l’epidemiologo, fatto il suo discorso sulla popolazione si ferma, ha finito il lavoro e in qualche modo non comunica, non dialoga, non interagisce con chi lavora sugli individui, perché - spiega il dottor Comba - in una popolazione dove, a causa di una certa esposizione, il tasso di incidenza di una certa malattia è aumentato, possiamo anche avere un singolo caso che ha la malattia non a causa dell’esposizione, ma questo non è in contraddizione. Chi farà quindi l’indagine con i criteri della medicina legale non prescinde dal lato epidemiologico e dai suoi criteri di causalità, li assume come un back ground, addirittura - ha detto Bracci - ne viene illuminato". E qui chiarisce il rapporto, del tutto lapalissiano, per riprendere i termini con cui ho iniziato il mio discorso, che intercorre tra la ricerca epidemiologica e la imputazione del nesso causale in diritto penale tramite l’intervento medico legale. Quindi innanzitutto noi possiamo concludere proprio con Carnap, citato dal professor Stella, che gli enunciati che assegnano valore di probabilità statistica non sono puramente logici; essi sono enunciati fattuali espressi nel linguaggio della scienza, e che quindi la ricerca Comba - Pirastu, con tutte le conferme che abbiamo visto essa ha ricevuto, è effettivamente una ricerca valida e informativa. Vediamo se, nel contesto di ricerca, si ha conferma o disconferma di questa evidenza causale.

Il professor Giorgio Forti, biologia di base, dopo avere detto come si formano da cellule somatiche le cellule cancerose ed avere indicato appunto che ci vuole una modifica del patrimonio genetico delle cellule somatiche, afferma che "tra gli esperti è ormai indiscussa la mutagenicità del cloruro di vinile monomero; in studi sperimentali sono state rilevate modificazione chimiche da esso indotte nel DNA in un particolare gene che codifica una proteina regolatrice della divisione cellulare la cui alterazione provoca appunto i tumori. Numerosi autori - continua il professor Forti - hanno dimostrato che l’interazione del DNA con il CVM, metabolizzato nelle cellule da parte del citosoma P450, quello di cui parlava Mastrangelo, porta alla alterazione di due proteine di fondamentale importanza per la cancerogenesi: la proteina P53 e la proteina P21. Si tratta di un processo che passa attraverso un sistema enzimatico che è particolarmente attivo nel fegato ma che esiste, è stato rilevato anche nel polmone, anche in altri organi, e comunque questi composti prodotti nel fegato, attraverso il sistema sanguigno, possono essere portati, trasportati in tutto il corpo".

Il professor Tognoni insiste: "Secondo l’universo del letteratura scientifica degli ultimi anni si prende come dato acquisito il fatto che il CVM è un prodotto cancerogeno umano, e si tratta di lavori fatti con sperimentazioni, tanto che viene utilizzato nella logica sperimentale come strumento di lavoro interessante, come un materiale di riferimento per studiare il processo di formazione e sviluppo delle cellule cancerose sia dal punto di vista specifico sia dal punto di vista più generale". Quindi anche lui dice che si tratta di un oncogeno sistemico, non con un organo bersaglio solamente. "Quindi dobbiamo dire che - e concludo in questo senso il professor Tognoni - l’insieme delle informazioni disponibili nel campo della ricerca biologica consentono la formulazione conclusiva per cui la cancerogenesi multiorgano del CVM, documentata nelle diverse specie animali, ha trovato un insieme coerente di conferme a livello degli studi sui meccanismi cancerogenici del CVM; che tali meccanismi sono generali ed attivabili metabolicamente anche in organi diversi dal fegato". Questo è il risultato della ricerca biologica di base.

Qui vi sarebbe da fare un inciso sulla trasferibilità dei dati sperimentali su cavie animali all’uomo, ma basterebbe riferirsi proprio alla monografia del professor Stella del 1970, dove a pagina 178 e seguenti si afferma che "questa ipotesi - questa conferma attraverso cavie - è una ipotesi ausiliaria sulla somiglianza di effetti sull’uomo, quindi è una ipotesi che concorre al giudizio sull’effettiva oncogenicità della sostanza".

Abbiamo quindi un primo punto di conferma: la nostra ricerca ci ha portato a vedere che ciò che appariva come sospetto e degno di particolare attenzione, che provocava allarme sulla base dell’inchiesta epidemiologica è confermato dal punto di vista della biologia di base perché è vero che il CVM induce il processo tumorale ed è vero anche, si sa perfettamente qual è il meccanismo biologico attraverso cui ciò accade. Bene, procediamo allora nel nostro contesto di ricerca sulla base di un’ipotesi che ha trovato maggiore precisazione ed esaminiamo l’aspetto medico - legale della vicenda. Bene, i medici legali, il dottor Totire, il dottor Miedico, il dottor Bracci, hanno esaminato la cosa, il dottor Bracci indica anche i criteri, naturalmente condivisi da tutti, della ricerca medico - legale, cioè il criterio istologico quando è possibile, il criterio anamnestico, sulla vita lavorativa e sulle possibili cause extralavorative, il criterio temporale, cioè della latenza, e il criterio epidemiologico, che è un criterio ausiliario utilizzato in medicina legale per l’attribuzione causale. "Ebbene - dice il dottor Totire - le evidenze in campo sperimentale e le conoscenze di tipo patogenetico escludono che l’azione oncogena comprovata scientificamente - perché è un processo di ossidazione del quale abbiamo già parlato - sia circoscrivibile ad un unico organo bersaglio. Il cloruro di vinile svolge un’azione tossicologica e cancerogena a livello sistemico". Queste sono considerazione che poi sui casi singoli, che non vado ad esaminare perché deborderei ampiamente dai tempi che mi sono stati affidati, viene confermata dall’esame dei casi singoli Baiber, Rino e Bracci, ma volevo dire che il ragionamento del medico legale è esattamente il ragionamento che viene descritto dal professor Fiderspill quando gli viene chiesto, e mi pare che sia proprio su pressione dell’avvocato Scatturin: ma insomma, se un operaio lavora in miniera e fuma 20 sigarette al giorno, lei in che modo risolve il problema della causalità? Anzi proprio su indicazione, mi pare, del Presidente. E la risposta è stata: beh, è irrisolvibile, evidentemente dobbiamo ritenere che entrambi i fattori hanno una efficacia concausale nella produzione dell’evento lesivo finale. Ma è naturale che le cose si svolgano così, anche il medico legale agisce come chiunque deve esprimere un giudizio, cioè agisce in base a criteri probabilistici, in presenza di condizioni conosciute e di condizioni non conosciute, con la parziale copertura di una o più leggi verificate. La giurisprudenza su questo punto è assolutamente pacifica. Il dottor Berrino, appunto che ha esaminato la situazione di 303 lavoratori all’interno della fabbrica, ricorda che - vi è comunque l’elenco riportato - egli rilevò 174 epatopatie, 54 bronchiti croniche, 14 tumori maligni del polmone, 5 tumori maligni del sistema linfatico ed emapoietico - qui vi è tutto l’elenco -, e quindi una emergenza tumorale di tutto rispetto. Berrino poi, nel giugno del 1998, depositò una consulenza - che cerco ora di rintracciare - nella quale evidenziava anche i criteri di latenza, cioè diceva: i lavoratori con meno di 20 anni di attività lavorativa hanno, noi verifichiamo dal punto di vista epidemiologico una discrepanza tra osservati ed attesi che è minore di quello che ci si attendeva. Per i lavoratori con oltre 20 anni di lavorativa, invece, si ha l’opposto, cioè l’incidenza tumorale tra gli osservati è maggiore di quella che ci si attendeva, è significativamente maggiore; vi è l’elenco riportato nella consulenza Berrino, che ora qui mi sfugge. Comunque, da un punto di vista medico legale quindi, abbiamo una ulteriore conferma del contesto di scoperta iniziale e possiamo dire che quindi, se da un punto di vista epidemiologico si è una relazione causale di tipo epidemiologico tra esposizione a polveri e gas CVM, PVC e insorgenze tumorali, il cloruro di vinile è pacificamente considerato in biomedicina come un oncogeno potente e sistemico, il meccanismo attraverso cui induce il processo tumorale è noto, è sperimentato, dal punto di vista medico legale è rispettato il periodo di latenza e vi sono una serie di criteri utilizzati, che sono quelli che abbiamo detto in precedenza, che conducono al risultato conclusivo per cui effettivamente è riferibile causalmente all’esposizione quel tipo di malattia tumorale. Bene, direi che il contesto complessivo di scoperta è tale per cui si può già formulare un’ipotesi preferibile. Perché l’ipotesi alternativa è un’ipotesi tale da dovere escludere rilevanza a queste emergenze, a queste evenienze probatorie, come diremo tra un secondo. Il dottor Bracci, parlando dei casi di angiosarcoma epatico, per rimanere nell’ambito della perizia medico legale, a pagina 98, ricorda che vi sono dei markers particolari per i cancri provocati da CVM, dice: "Gli angiosarcomi epatici sono sei, noi sappiamo che l’angiosarcoma epatico è patologia estremamente rara per cui - conclude - attribuire gli angiosarcomi epatici all’esposizione al cloruro di vinile direi è una cosa quasi scontata". Però anche per i tumori del fegato diversi dall’angiosarcoma ci sono alcuni elementi che ci permettono di mettere in rapporto con l’esposizione a cloruro di vinile, il primo è il tipo istologico di lesioni che si verifica nel fegato degli esposti a cloruro di vinile, quindi vi è un marker specifico che permette questa attribuzione causale. A pagina 109 e 111, parlando del cancro tumorale, introduce una considerazione che già ha introdotto il professor Fiderspill, che comunque è pacifica, cioè che, perché si sviluppi un tumore, bisogna che passi un determinato numero di anni, anche perché è necessario che numerose e diverse tra loro siano le alterazioni cromosomiche, anche più di dieci. Quindi è biologicamente plausibile che nella cancerogenesi del polmone sia, se non necessario, molto favorente l’esposizione a due cancerogeni diversi che agiscano con meccanismo diverso. Quindi la concausalità può essere agevolmente sostenuta in presenza di una esposizione accertata. Per arrivare fino al caso del povero Monetti Cesare, che da cancri se n’è ritrovati tre: uno al polmone, uno al fegato ed altro... E` un caso talmente particolare che giustifica un giudizio, e cioè la probabilità che in questo soggetto si possa verificare per caso la presenza di questi tre tumori è bassissima, è dell’ordine di 1 su 10 milioni; quello che capita in questo caso è che i tre tumori sono i tre tumori che sappiamo - sulla base degli studi epidemiologici - causati da cloruro di vinile; è proprio il caso in cui l’epidemiologia ci viene fortemente in aiuto nella spiegazione del singolo atto lesivo. E` ben vero che ci possono essere dei casi non dovuti all’esposizione, ma la probabilità di un caso di questo tipo sarebbe talmente eccezionale che direi che dei livelli di certezza superiori a questi sono difficili da raggiungere nella scienza in generale. Se noi andiamo ad esaminare il caso poi specifico di Bertaggia, da me difeso, vediamo che si articola in queste coordinate: nasce nel 1929 e muore nel 1997 all’età di 68 anni per carcinoma polmonare e cirrosi epatica, dopo 19 anni di lavoro al Petrolchimico. Le condizioni di lavoro al Petrolchimico di Bertaggia sono descritte dalla deposizione del teste Zonaggio Gianfranco, il quale dichiara che lavorò con Bertaggia, che era capo manutenzione, sostanzialmente, dal ‘67 al ‘76, in reparti dove si produceva la fibra vinilica, il reparto più pericoloso e più brutto, quello soggetto a più interventi di manutenzione era il VT2, dove si faceva la polimerizzazione; dice che Bertaggia non solo faceva la manutenzione ma era a stretto contatto con il lavoro da fare e con i lavoratori presenti; che per fare i lavori - come vedremo risulterà anche dalle schede di lavoro - si doveva andare dentro nei serbatoi, assorbire tutto il vapore che ne veniva fuori e che le bonifiche per ordini aziendali erano ridotte, l’intervento ridotto e si lavorava a turno 24 ore al giorno. "Si poteva lavorare in quell’impianto per 8 ore anche a 500 parti per milione. Era stato detto, con le prescrizioni, che superata quella soglia si poteva tranquillamente lavorare, solamente se c’era qualche bruciore degli occhi bastava lavarsi gli occhi". Questa è la condizione di lavoro del Bertaggia all’interno del reparto del Petrolchimico Montefibre. E` per questa ragione che il dottor Miedico conclude nella sua relazione dicendo: "Non vi è dubbio che sia morto per carcinoma polmonare in co-presenza di una cirrosi epatica con ascite di gravissima consistenza, tanto che era stato riconosciuto nel 1978 dall’INAIL un 15 per cento di perdita della capacità lavorativa per malattia epatica da cloruro di vinile", non per assunzione di alcool, perché non lo assumeva, lo assumeva in quantità minime, tanto è vero che nel momento della dimissione da Padova, dall’ospedale di Padova, non si sconsiglia l’assunzione di bevande alcoliche ma si sconsiglia l’esposizione a sostanze epatotossiche, esposizione che invece continuò negli anni successivi. La conclusione quindi medico legale è che sia deceduto per carcinoma polmonare in concomitante epatopatia cirrotica su base tossica da CVM, causato da lavori di manutenzione svolti presso il Petrolchimico con esposizione a CVM e PVC. Sulla quantità dell’esposizione subita da Giobatta Bertaggia soccorre anche lo studio anamnestico effettuato in occasione del ricovero del 1988 dall’U.L.S.S. 36 della terraferma veneziana, dove vengono descritti: .."Addetto alla manutenzione; per la sua mansione all’interno dello stabilimento il paziente viene esposto a CV, vapori di dimetilamina, pirilina, idrosilamina, diacetildiossina, monomero acrilico e vinilico, polveri di polimero acrilico e vinilico, vapori di bagni di esmissaggio e dal maggio 1977..." etc., quindi una massiccia esposizione a fattori altamente tossici. Ora, di fronte a tutto ciò una semplice considerazione ci sorregge, e cioè Bertaggia è entrato a lavorare a Montefibre, nel Petrolchimico, nel 1962 - ’63 circa, aveva 30 – 32 - 33 anni; nel 1995 si ritrova con un cancro al polmone e con una concomitante cirrosi epatica ascitica. Non sappiamo a che età ha cominciato a fumare 20 sigarette al giorno, questo è un dato che noi non abbiamo; sappiamo invece perfettamente che dal 1963 è stato esposto in modo massiccio alle polveri di PVC e a gas di CVM, sappiamo che il tempo di latenza del tumore al polmone è di 30 - 35 anni, che coincide perfettamente con il momento iniziale lavorativo e il momento di insorgenza cancerogena del 1995; sappiamo che CVM e PVC sono fattori, che il cloruro di vinile è un potente fattore oncogeno anche sul polmone; conosciamo il meccanismo attraverso cui nasce e si sviluppa il processo tumorale; sappiamo che vi è una conferma epidemiologica a questo perché vi è una maggiore incidenza di tumori anche al polmone nella coorte in riferimento alla popolazione esterna; per quale ragione noi dovremo accogliere, invece che questa ipotesi, una ipotesi basata sul fumo di sigarette? Della quale non conosciamo per nulla la precisione iniziale del dato perché non sappiamo quando ha cominciato a fumare 20 sigarette al giorno, che però ci porta in questa vaghezza totale a dovere consegnare nessuna rilevanza a tutti i dati della ricerca epidemiologica, biologica, chimica, medico legale, che abbiamo trovato fino a questo momento.

Tra l’altro vi è una singolare situazione per cui un consulente della Parte Civile ha dimostrato, mi sembra, che l’esposizione a fumo di sigarette per 20 sigarette al giorno porta a una regolarità statistica nell’attribuzione causale di circa l’87 per cento; se dovessimo utilizzare questo criterio dovremmo dire che nemmeno per il fumo vi è quindi una riferibilità causale, che quindi rimane sconosciuto il meccanismo che produce il processo tumorale fino alla morte.

Sull’esistenza del nesso di causalità materiale sulla base di una legge scientifica di elevata probabilità statistica, che è comprovata dalla mancata adozione di strumenti antinfortunistici, cioè su tutta la questione riguardante le decisione giurisprudenziali, sono nozioni che sono comuni a tutti noi e certamente non mi addentro in questo caso. Ma vorrei solo dire che, a questo punto, cominciamo ad avere un contesto di scoperta di consistente plausibilità. Se noi poi andiamo ad esaminare un altro aspetto della questione vedremo che la successiva ricerca porta ulteriori argomenti alla tesi di sussistenza del nesso causale. Potrebbe ritenersi che deve essere dimostrato il rapporto tra commissioni e/o omissioni ed esposizioni a polveri di PVC e CVM. Dico commissioni e/o omissioni perché immagino che si parlerà anche di questo, cioè se si tratti di condotta omissiva o di condotta commissiva. Ma da questo punto di vista che mi interessa non ha molto rilievo. Ciò che ha rilievo e che vi sono alcuni dati significativi ed anche angoscianti, consentitemi il termine. Innanzitutto la conoscenza da parte della dirigenza del Petrolchimico nelle sue varie composizioni dell’effetto oncogeno del CVM, del cloruro di vinile. Abbiamo visto prima che è dal 1970, ma dal 1975-1976, quando nasce lo studio Maltoni, commissionato dallo stesso dottor Cefis, che sono a conoscenza dell’effetto oncogeno del cloruro di vinile.. Sappiamo, in base allo IARC del 1979, che questa è una acquisizione a livello epidemiologico mondiale scontata; nonostante questo abbiamo visto quale sia il livello di esposizione alle polveri, il livello di concentrazione sotto il quale debbono lavorare gli operai dal Petrolchimico. Vi è cioè una tale disattenzione nei confronti del valore della vita umana che induce veramente a una reazione anche di carattere etico; com’è possibile, di fronte a una conoscenza di queste dimensioni, di questa precisione, non prendere alcun provvedimento? Ma non solo non viene preso alcun provvedimento; gli impianti sono obsoleti, sono vecchi, però li si spinge fino a produrre 388.000 tonnellate/anno; vi sono delle comunicazioni interne, citate proprio nelle consulenze della Parte Civile, nelle quali si dice che non si deve manutenere, perché questo fa parte di una cultura aziendale antica, obsoleta, che non ha più ragion d’essere all’interno di un grande gruppo, bisogna manutenere il meno possibile, bisogna cioè fare in modo che gli impianti lavorino a pieno ritmo con il minimo di spesa. Vi parlerà poi il collega Battello delle questioni relative all’impiantistica, quindi alle valvole di sicurezza, al sistema di monitoraggio, agli impianti, ma vedrete, è una descrizione agghiacciante di un sistema industriale veramente, come dire, di impianto assolutamente non all’altezza dei tempi e delle esigenze, in relazione alla salute dei lavoratori, che i tempi impongono.

Abbiamo visto e letto - e non le ripeto - le dichiarazioni dei lavoratori riportate da Mastrangelo; abbiamo visto la carente gestione e la mancata manutenzione degli impianti. Ora, potremmo ricordare, in una consulenza di Parte Civile, in una relazione si ricorda una riunione del 17 aprile 1974 presso l’Istituto Superiore della Sanità, si tratta della relazione tecnica depositata al Giudice per le Indagini Preliminari, credo ri-depositata qui, il 17 aprile 1974 vi fu un incontro al quale parteciparono il professor Pocchiari e il professor Gatti, farmacologo, per l’Istituto Superiore della Sanità, e il professor Carreri, genetista, nonché i professori Bartalini, direttore del servizio sanitario della società Montedison, Viola del servizio sanitario della società Solvay, Maltoni dell’Istituto di Oncologia di Bologna ed altri e così via. I risultati furono: si sviluppa la discussione sulla necessità di operare degli interventi preventivi e di considerare la necessità di un mac 0, di una esposizione 0, perché si tratta di un fattore mutageno e quindi non vi è una dose di soglia oltre la quale ha efficacia e sotto la quale non ha efficacia. Su questo aspetto tutti gli interventi, biologi e medici, si dichiarano d’accordo, mentre vengono prospettate delle difficoltà da parte degli esponenti dell’industria, i quali sottolineano che non è esclusa anche la cessazione della produzione. Questo è il problema, la cessazione della produzione perché i costi di risistemazione dell’impianto, di rinnovamento dell’impianto sono tali da non rendere più economica la gestione, quindi bisogna andare avanti, bisogna andare avanti con quella mentalità di cui ha parlato l’avvocato Scatturin di non manutenere.

Abbiamo in atti delle schede di lavoro del 1978 dalle quali risulta, per quello che riguarda proprio specificamente la manutenzione, perché si tratta di schede relative a lavori di manutenzione principalmente, che l’esecuzione dei lavori deve avvenire attraverso l’introduzione nell’autoclave di una scala di legno appoggiandola alle pale dell’agitatore con una corda fissata ad un punto esterno fisso e legata alla parte superiore del montante; quindi i manutentori entrano nell’autoclave. Non solo, devono aerare all’interno della colonna a mezzo di ventilatore carrellato; la colonna è alta 20 metri e larga 2 metri. E qui ce ne sono numerose di queste schede. Quindi la società, nell’agosto del 1978, stabilisce per la prima volta le modalità aberranti e tossiche per l’operatore per effettuare la pulizia interna delle autoclavi di polimerizzazione. Ma anche all’interno delle colonne di strippaggio del CVM, quindi notevoli quantità di polvere di PVC, notevoli quantità di gas tossici da CVM. Questo è l’universo lavorativo di Bertaggia e dei lavoratori del Petrolchimico. Ma allora è evidente che questo ambito di ricerca ridonda sul contesto di scoperta di cui parlavamo all’inizio, e cioè sulla filiera tecnica che parte dalla ricerca epidemiologica e giunge alle conferme biologiche, chimiche, medico legali, si innesca la prova orale che porta a quelle conclusione che abbiamo visto, si innesca la prova documentale, che porta a formulare ipotesi sempre più specifiche e sempre più precise fino all’ipotesi ultima, l’ipotesi preferibile. Perché è preferibile l’ipotesi che le morti, le malattie descritte nel capo di imputazione siano riferibili causali all’esposizione a CVM e PVC? Perché essa è idonea a spiegare il maggiore numero possibile degli oggetti della controversia, innanzitutto; perché resiste ai test di falsificazione, cioè grazie all’aiuto delle ricerche scientifiche viene confermata l’ipotesi di partenza; è coerente con il materiale probatorio disponibile ed è semplice. Questo è un punto che viene ripetutamente, come dire, sottolineato dal professor Stella nella sua monografia del ‘70 perché è un punto estremamente rilevante. Nella scelta tra le due ipotesi, scegliere l’ipotesi per cui non vi è una efficacia causale dell’esposizione a cloruro di vinile nella produzione cancerogena significa non dare importanza, innanzitutto non spiegare da dove vengono questi risultati dell’epidemiologica, cioè rimangono lì, sospesi nel limbo; non dare importanza all’accertata efficacia oncogena del CVM; non dare importanza ai risultati medico legali basati sull’istologia, anamnesi e sulla valutazione del periodo di latenza; non dare importanza all’esposizione alle polveri, alla concentrazione, agli impianti obsoleti, alla manutenzione. Diventa una spiegazione non plausibile, difficile, complessa, non semplice. D’altro canto le nostre parole trovano proprio conferma, faccio sempre riferimento a questo libro, che davvero è stato una pietra miliare nel 1970 in tema di studi e ricerca del nesso causale, perché se noi valutiamo i criteri indicati dal professor Stella per un giudizio sul metodo scientifico vediamo che questi criteri sono sostanzialmente ricorrenti nella nostra esposizione, sia quello dell’accordo, sia quello della differenza, sia quello congiunto dell’accordo e differenza; è proprio il professor Stella che ci ricorda che la decisione ha sempre una natura probabilistica e che la decisione finale è una decisione che non dà assolutamente una garanzia di sicurezza ma è formulata sulla base della ipotesi più probabile.

Io non voglio assolutamente fare riferimento a ciò che il professor Stella scrisse nel 1970 per confrontarlo con quello che scrive nel 2000, non è questo che ha importanza; voglio dire che mi sembra di potere ritenere che la valutazione sull’esistenza del nesso causale non vada fatta affidandosi alle mani di un perito che decida che quella specifica legge di copertura di tipo statistico giunge o non giunge al 99 per cento come esame di regolarità ma vada fatta invece sulla complessità del teatro del reato e su tutte le evenienze che si integrano, eventualmente non si integrano, per un giudizio terminale. Detto questo mi sembra che parlare di concausalità sia quasi un di più - vado a concludere -, ma ne vorrei parlare per un attimo soltanto perché si tocca proprio qui con mano la differenza tra le ricerche che svolge il professor Agazzi e le ricerche che svolge il clinico come Fiderspill o il Giudice o il medico legale. In tema di concausalità, di concorrenza di cause, se noi ponessimo il quesito al professor Agazzi, egli certamente concluderebbe in un modo diverso da quello che è stato normativamente deciso dal legislatore, cioè sull’equivalenza assoluta delle cause il professor Agazzi avrebbe molto da dire dal punto di vista epidemiologico. Ma è proprio qui il punto, che non sono ambiti identici; non è vero, come dice il professor Massimo Nobili, che vi sia una perfetta coincidenza per esempio tra ricerca storiografica e ricerca giudiziaria.

Permettetemi di ricordare le parole di Nobili, anch’egli in un testo che è rimasto fondamentale, del ‘74, sul principio del libero convincimento: se si rifletta che la ricerca del Giudice è subordinata ai fini eminentemente pratici del processo, che la controversia processuale coinvolge inevitabilmente il mondo dei valori e degli interessi individuali e sociali, che il procedimento probatorio si modella costantemente sulla fitta trama delle prescrizioni e delle fattispecie normative, la prospettiva muta radicalmente. Nella prova processuale certamente si concreta un’attività gloseologica, ma l’interferenza del momento normativo sul piano del puro giudizio è un carattere essenziale e distintivo del fenomeno. Cioè noi qui non ricerchiamo la purezza assoluta della ricerca epistemologica in relazione ai rapporti tra una causa e un effetto; non andiamo certamente a verificare la validità di simili ricerche sulla base della teoria dei quanti che negano la fisica newtoniana, il principio di causalità della fisica newtoniana. Noi ci fermiamo alla necessità della decisione pratica da prendersi sulla base di una adeguata razionalità. Se noi valutassimo quindi il problema sotto il profilo della concausalità, tanto per dire, per chiudere il discorso sul nesso causale, beh, sembrerebbe certo, per quello che è stato detto dagli stessi consulenti indicati, il professor Fiderspill dalla Difesa degli imputati, che sulla concausalità, quindi sull’efficacia quanto meno favorente del cloruro di vinile in ordine a una serie causale, capace di indurre tumori, già eventualmente iniziata da altri fattori, ebbene, su questo effetto favorente non ci può essere discussione in campo biologico di base, quindi da questo punto di vista comunque la concausalità è accertata. Tra l’altro ci troveremmo proprio in questa curiosa situazione per cui dovremmo, di fronte alla sicurezza sul meccanismo oncogenico del CVM e di fronte alla sicurezza sull’esposizione dei lavoratori a questo meccanismo e al rispetto del periodo di latenza, dovremmo preferire l’ipotesi, per esempio nel caso di Bertaggia, dell’esposizione al fumo di 20 sigarette al giorno, di cui non sappiamo nulla, perché non sappiamo quando è iniziata; dovremmo preferirla al punto tale da affidarle una efficacia escludente della serie causale iniziata o protetta dal CVM. Ora, questo è certamente del tutto contrario ai principi concausali del diritto penale. Io vorrei dire due parole - e chiudo - sul ragionevole dubbio. "Non vorrei - dice la Corte d’Appello di Torino nella causa Calamandrei del ‘97 - che con tale atteggiamento garantistico si arriverebbe alla conseguenza di mandare assolto che possa insinuare in qualunque misura il dubbio del dato statistico a suo favore e possa quindi eccepire che manca pur sempre la prova certa e assoluta che l’evento sia ascrivibile alla sua omissione, anche se vi è grandissima probabilità che egli l’abbia cagionato". Io non parlerei di ragionevole dubbio, io preferisco parlare di dubbio ragionevole, secondo una dizione più italiana che statunitense, perché suona meglio, perché è meno suggestivo, e il dubbio ragionevole nel processo è sempre, sempre, sempre esistito, fin dalla sentenza della Corte Costituzionale, la 124 del 1972, non è la mancanza di prove di innocenza ma la presenza di pertinenti e concludenti prove a carico a giustificare una sentenza di condanna. Questo è il principio pacifico all’interno del nostro ordinamento. Si discuteva molti anni fa, presunzione di innocenza, presunzione di non colpevolezza o altro, ma il concetto gloseologico di base è questo: concludenti e pertinenti prove, non astrazioni percentualistiche. Questo è il concetto di dubbio ragionevole. Ma anche se volessimo arrivare alle astrazioni percentualistiche mi sembra che l’insieme della costellazione probatoria indotta dalle considerazioni che abbiamo fatto porti ad un limite di certezza nell’attribuzione del nesso causale che raramente è dato trovare all’interno delle aule di giustizia. Però la questione del ragionevole dubbio, rettifico, del dubbio ragionevole, è una questione veramente interessante. Noi sappiamo che il nesso causale è un elemento di fattispecie, tale quale la condotta e tale quale il dolo per esempio; sappiamo anche che, per attribuire una condotta ad un agente, ci affidiamo a delle prove, per esempio alla chiamata di correo, per esempio alla testimonianza; uno studioso dell’Università di Parma, carissima persona tra l’altro, del processo penale, diceva: bisogna stare attenti, distinguere il testis dal dictum, quindi valutare la plausibilità testimoniale in relazione al testis. Esistono delle leggi di copertura, gli studi in Italia non sono numerosi, ci sono solo quelli pionieristici del professor Musatti degli anni ‘20, ma a livello statunitense e nei Paesi anglosassoni gli studi in questa materia, che tendono a individuare sia i meccanismi del ricordo e poi della rievocazione del ricordo, sia, come dire, un certo tipo di ricorrenza, di regolarità nelle dichiarazioni, sono studi molto approfonditi ed è merito del professor Gullotta averli portati in Italia, averne portato i risultati in Italia. Bene, se noi dovessimo ritenere che per la attribuzione dell’elemento di fattispecie condotta sia necessaria una legge di copertura che denunci una regolarità, che evidenzi una regolarità pari al 99,9 per cento, ebbene, consentitemi di dire che non condanneremmo più nessuno. Se noi dovessimo, in relazione al dolo, all’individuazione del dolo, ritenere che gli indici del dolo debbano avere questa caratteristica di avvicinamento alla verità, a questo punto assoluta, non condanneremmo più nessuno. Che cosa diremmo in tema di valutazione del dolo eventuale? Che cosa diremmo in tema di valutazione della colpa con previsione? Che cosa diremmo in tema di reati di pericolo? Che cosa diremmo in tema di concausalità, dove il problema è risolto alla radice dallo stesso legislatore con il principio dell’equivalenza e quindi taglia la testa al toro nel senso che dimostra che non è la ricerca sulla strada del professor Agazzi quella che segue il decidente, è la ricerca sulla base del contesto di scoperta. Questi sono i due ambiti delle due specifiche ricerche, che obbediscono a valori e ad interessi e a principi diversi.

Ritenere che tutta la costellazione probatoria che vi abbiamo evidenziato possa essere posta nel nulla sulla base del principio del ragionevole dubbio significa, a parer mio, rendere questo dubbio assolutamente irragionevole, e significa anzi pretendere dal decidente una sorta di scetticismo pigramente radicale che certamente non fa parte dell’ambito delle decisioni in materia penale. Io qui ho concluso perché è evidente qual è il mio scopo: dimostrare che non sono le astrazioni percentualistiche ma è la valutazione del contesto che porta alla decisione dell’ipotesi preferibile, cose - ripeto - che ci insegna messier De Lapalisse, che quindi la decisione non discende da un giudizio percentualistico ma, come per tutti gli elementi di fattispecie, dall’esame del contesto, dagli elementi probatori risultanti, se si integrano, non si integrano, se si contraddicono o se si confermano. Ora, ciò porta, come ho detto, a quell’intima convinzione, che è punto ineliminabile del decidere, che è confortata dalla purezza dei mezzi, cioè dall’avere dato fondo a tutte le possibilità logiche, come dice Cordero. Io chiudo con un tono retorico che spero mi sia perdonato, perché affronta un argomento che certamente non è in questa sede sviluppabile ma che a me - ma credo a molte persone - sta molto a cuore, e cioè si può ritenere che sussista - mi riferisco agli scritti di Rols - una attesa di giustizia, attesa di giustizia che per sua intima vocazione è preposta alla costruzione della società bene ordinata, come la chiama Rols.

Il senso pubblico di giustizia rende possibile una stabile associazione; esso trae origine dall’affacciarsi dell’uomo alla società e quindi dal rapporto tra natura e cultura. L’istituzione deputata a rispondere all’attesa di giustizia è il processo; il consociato assume che l’istituzione sia giusta e che gli altri consociati la riconoscano come giusta e, in questa assunzione di responsabilità reciprocamente disinteressate sta l’anima stessa del senso della giustizia. Ma il processo non è un laboratorio, non è staccato dalla realtà, non è dominato dalla tecnica, non è neutrale rispetto ai valori che vengono in gioco nella controversia e nei quali si rispecchiano i valori della società intera.

Permettetemi di ricordare una frase di De Franchis, in quei bellissimi due volumi proprio sul processo anglosassone e statunitense: "L’occidente non ha elaborato soltanto dei modelli di produzione e distribuzione e consumo di merci, ma altresì una scala di valori, una concezione dell’uomo e della vita, non si può eludere di continuo un confronto con tutte queste cose quando si pretende di farvi parte". Tra i massimi valori espressi della nostra cultura vi è quello della vita umana, della salvaguardia della vita umana. Il processo, quindi, si rende garante del fatto che, quando sono in gioco valori comuni di così alto rilievo, soprattutto quando sono in gioco questi valori, l’ipotesi di colpevolezza vada sottoposta a una valutazione non con astratti meccanismi a punteggio, che possono portare a risultati incomprensibili per i consociati e dare l’idea che la giustizia funziona sulla base di prove che non parlano in modo generale alla più ampia comunità, ma con un esame ampio ed approfondito dei fatti, perché il processo in questo modo tende a garantire sì che l’imputato abbia la più ampia possibilità di difesa, ma anche che quando questa possibilità di difesa nel modo più ampio è garantita, quando il Giudice sente che il dubbio ragionevole è stato superato, anche di garantire che i fini collettivi di salvaguardia di beni e valori primari siano realizzati.

Questo procedere consolida il consenso al metodo giurisdizionale di composizione delle liti, e quindi una decisione riconoscibile, assunta in base a una adeguata razionalità. Ho finito.

 

Presidente: Va bene, grazie. Facciamo un intervallo di un quarto d’ora e riprendiamo.

 

Presidente: prego avvocato Todesco.

 

Avvocato Todesco: leggo le conclusioni: per Bertaggia Roberto, Lino, Luciana e Bertaggia Marina, ritenersi gli imputati responsabili dei reati ascritti e condannarsi gli stessi alla pena di giustizia; condannarsi gli imputati al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio con una provvisionale quantificata in lire 450 milioni; condannarsi gli imputati al pagamento delle spese e competenze di patrocinio di Parte Civile come da allegata nota. Ora, la quantificazione di 450 milioni è sulla base delle tabelle nel Triveneto per la liquidazione dei danni biologici e morali, a cura della Commissione d’Istituto composta da Magistrati del Triveneto, che porta 200 milioni e 270 per la vedova, in questo caso noi riteniamo che il danno sia molto maggiore perché le modalità dell’offesa sono tali da indurre un danno patrimoniale, un danno morale, un danno biologico di particolare rilevanza.

 

BREVE SOSPENSIONE DELL’UDIENZA

 

Presidente: Riprendiamo l’udienza. Quando vuole cominciare, avvocato Battello, può farlo. Se volete rimanere seduti per maggiore comodità, perché molte volte si hanno da consumare fascicoli, etc., forse c’è maggiore comodità nel rimanere seduti, ci sono carte, etc..

 

AVVOCATO BATTELLO

 

Avvocato Battello: Signor Presidente e signori del Collegio, io parlerò dell’impiantistica, con alcune considerazioni finali, e farò riferimento, nella mia esposizione, terrò conto di ciò che ha detto il dottor Casson nella sua amplissima ed approfondita requisitoria e quindi cercherò di non ripetere, probabilmente non ripeterò, e farò riferimento agli elaborati in atti dei consulenti delle Parti Civili 24 ottobre 1999, 6 luglio 2000, elaborato dedicato alle valvole, ai rubinetti ed agli organi rotanti, e all’elaborato 30 marzo 2001; farò riferimento anche alla relazione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero ingegnere Nano e Rabitti 11 marzo ‘96, 21 giugno ‘96 per la gestione e manutenzione degli impianti, 16/10/1995 e 15/2/1997 per le contraddizione ambientali e, naturalmente, terrò conto, farò riferimento anche alle relazioni dei consulenti tecnici degli imputati ingegnere Foraboschi, prima e seconda relazione del 5 febbraio 2000, e Pasquon ed altri, 25 ottobre ‘99 e 10 gennaio 2000, ed anche ad alcune testimonianze che citerò, che evocherò: teste Franco Colombo udienza 17 maggio 2000, tecnologico, progettista impianti chimici, capo commesse da vent’anni presso l’ufficio tecnico lavori stabilimento Montedison - Dipe di Castellanza, in riferimento al costo delle valvole, in riferimento alla loro varia tecnologica; Angelo Cova, udienza 17 maggio 2000, sul budget di manutenzione di cui si è tanto discusso; Tommaso Paolini, udienza 23 maggio 2000, sul tipo di installazioni valvole fire safe ed interventi su valvole in relazione agli inconvenienti lamentati nell’autoclave a Paolo Dellantone, 7 giugno 2000. Comincio col dire - questa è una ripetizione nell’enunciato di ciò che ha detto già il dottor Casson - che il parco impiantistico del Petrolchimico era ed è, salvo ciò che è intervenuto medio tempore, un impianto vecchio, che interessava tutti i cicli produttivi. Per esempio, per quanto riguarda la produzione di plastificati per il PVC, PA2 e PA3, sono stati fermati nel ‘98 impianti che erano in funzione da 41 anni. Gli impianti di produzione CVM e PVC, oggi non più in funzione, CV1, 3 – 6 – 10 – 11 - 14 e 16, sono stati fermati dopo essere stati attivati da 19 a 34 anni e dovevano essere chiusi già a metà degli anni ‘60, non solo per essere già stati ammortizzati ma per palese loro obsolescenza. Gli impianti in funzione - ci riguardano molto -, il CV22, 23 e 24, sono in funzione rispettivamente da 30, 29 e 30 anni. Ora, al di là di interventi impiantistici dei quali discuteremo e che contesteremo, i limiti di questi impianti evidentemente sono strutturali: sono impianti a ciclo aperto, con scarico di reflui venefici nell’ambiente di lavoro e verso l’esterno, e quindi, per la loro stessa natura, non possono raggiungere gli standard di tutela e di protezione di impianti concepiti con tecnologia più avanzata e per funzionare verso l’obiettivo dell’impatto 0.

I consulenti tecnici di Parte Civile, 30 marzo 2001, hanno evocato rilevanti emissioni di sostanze tossiche ed oncogene ancora negli anni ‘80 e ‘90. Più avanti specificherò meglio; fino al 1973 i fiati di emergenza scaricati venivano scaricati direttamente in atmosfera senza soluzioni tecniche idonee a contenere, meno che mai ad abbattere, inquinanti pericolosi. Dal 1993 c’è un inceneritore che a sua volta è fonte, come vedremo, di rilevante inquinamento. Gli impianti di produzione dell’1,2 DCE, del CVM e del PVC dovevano essere provveduti di idonei dispositivi di contenimento, il blow down, e di abbattimento degli scarichi di emergenza. Ancora oggi si continua a produrre cloro-soda in celle a catodo di mercurio invece che a celle a membrana donde effluenti residui mercuriali tardivamente, nel 1982, adottando impianti di demercurializzazione obsoleti e quindi inadeguati, come vedremo. Tutto ciò naturalmente non tenendo conto del panorama - in una società che tendeva alla globalizzazione - internazionale e che vedeva medio tempore o nonostante che continuassero questi tipi di produzione, tragedie umane e di ecocidio ambientale come quello della baia di Miramat il Giappone, che è dell’inizio degli anni ‘50. Dico questo perché poi farò un brevissimo discorso sul rapporto tra colpa specifica e colpa generica e sull’obbligo quindi di informazione alla quale sono tenuti coloro i quali hanno la responsabilità di dirigere questi impianti. Si è prodotto sino alla dismissione del 1985 DCE da acetilene al reparto CV10 con tecnologie e processi obsoleti, invece di adottare la migliore tecnologia MTB, che elimina sprechi, che avrebbe eliminato sprechi e avrebbe ridotto del 90 per cento le emissioni di CVM. Si continua a produrre dal 1971 DCE, non più con acetilene ma al CV3 con etileni più acido cloridrico più aria, invece di adottare la migliore tecnologia dell’ossigeno puro, con drastica riduzione di impatto ambientale. Le portate di scarico gassoso vengono ridotte di oltre il 95 per cento con questa tecnologia. Appena nel 1978, con un ritardo - come vedremo - di vent’anni, si è installato un impianto chimico, fisico, biologico, per il trattamento delle acque di scarico, tuttora inidoneo al fine del rispetto dei parametri di legge ex D.P.R. 20 settembre ‘73 numero 962. Ancora nel 1973 i forni cracking del reparto C22 in funzione dal 1971 erano sprovveduti di tutte le sicurezze di cui erano dotati comunemente i forni; questo si evidenzia da una RDA, un documento RDA di Montedison numero 73315 del 5/12/73.

Tutte queste citazioni che faccio sono contenute nelle relazioni dei nostri consulenti tecnici evocate all’inizio. Gli impianti CV11 e CV22, entrati in forza rispettivamente nel ‘58 e nel ‘71, poi il CV11 è stato dismesso, come ho detto prima, avevano nel 1970, rispettivamente nel 1983 per l’uno e per l’altro, superato limite di 100.000 ore di funzionamento, che era e che è il limite temporale di esercizio ex articolo 20 del Decreto Ministeriale 22/11/1972. Questi sono alcuni dati di partenza. Circa la necessità di sostituzione dei vecchi impianti con nuovi impianti moderni più affidabili e sicuri non ci sono dubbi; il dottor Casson, nella sua arringa, ha più volte evocato documenti relativi a prese di posizione e a condotte della Montedison, documenti del gennaio ‘75 in forza dei quali o sulla base dei quali si diceva che la tenuta in marcia di vecchi impianti - ‘75 è un anno chiave - è antieconomica rispetto al conseguimento dell’obiettivo di 10 ppm di CVM in ambiente di lavoro, gennaio ‘75. Sei mesi dopo - questo è stato ampiamente citato ma va ribadito perché ripeto, l’anno ‘75 è un anno chiave - viene ribaltato, e qui c’è il famoso documento in atti che documenta la riunione del 30 giugno ‘75 dei vari gruppi di lavoro, in quella sede di opta, dico di passaggio perché ormai ne ha parlato il dottor Casson, la famosa seconda alternativa, in forza del quale si continua a produrre con vecchi impianti 338.000 tonnellate di PVC con spesa di circa un decimo inferiore di quella richiesta per produrre la stessa quantità con installazione di nuovi impianti. Perché? Perché - citerò qualche cifra - la filosofia era, ma c’è questo ribaltamento dal gennaio al giugno, la filosofia era sì di investire, ma di investire per incrementare la produzione, non già per innovare o manutenere adeguatamente. Il CVM prodotto dal cracking del DCE, reparto CV11, in funzione dal ‘58, era stato installato con capacità produttiva di 26.350 tonnellate/anno. Nel 1972, quindi dal ‘58 al ‘72, questa capacità si è incrementata fino a 110.000 tonnellate/anno, con un incremento ben oltre il 40 per cento. Il reparto CV10, dove si produceva il CVM da acetilene, in funzione dal ‘57, aveva una capacità produttiva installata nel ‘57 di 26.000 tonnellate/anno, nel ‘70 questa capacità produttiva era diventata 100.000. Tutto ciò, ovviamente, con inevitabile aumento dei reflui benefici scaricati nell’ambiente. C’è in atti un documento Tecneco del 1974 dove si afferma che: "non sono state finora realizzate modifiche agli impianti aventi lo scopo di ridurre le emissioni nell’atmosfera". Tali risultanze, tali dati sono confermati anche attraverso un’analisi che verrà fatta dei dati relativi alle asserite migliori tecnologie disponibili nelle scelte manutentive e impiantistiche, valvole, rubinetti, organi rotanti e loro tenuta, asseriti dai consulenti tecnici degli imputati, nonché dalle asserite modifiche impiantistiche, ma poi vedremo in che limite e dentro che termini, sulle autoclavi di polimerizzazione del CVM per eliminare la fase manuale di pulizia interna. Evocazione di ciò è stata fatta anche stamattina, prima di me, dal collega Todesco. Ecco, a fronte di tutto ciò c’era in Montedison conoscenza di proprietà tossiche? Sì. C’era conoscenza sicuramente dagli anni ‘60 anche delle proprietà cancerogene e mutagene del CVM, e qui abbiamo in atti questo documento fondamentale, che è la lettera Cefis 19 agosto ‘75 al Presidente della Regione Veneto. C’è una cronologia che dovrebbe sostenere, dal punto di vista del dottor Cefis, la progressiva conoscenza da parte di Montedison di questi effetti, non si cita peraltro, in questa cronologia, il congresso internazionale sul cancro di Tokyo, che è del ‘69, la cronologia comincia col ‘70, non si inserisce in cronologia, come invece fa Maltoni in altro documento in atti, il professor Maltoni di Bologna, gli studi del professor Viola degli ultimi anni ‘60. In questo documento si evocano finanziamenti sulla ricerca; al di là di tali finanziamenti alla ricerca, Montedison mantiene però il ciclo aperto e mantiene anche - ne parlerò tra un po’ - il sistema di campionamento dell’aria, un sistema di campionamento basato sul campionamento aria assolutamente inidoneo ai fini del monitoraggio, come vedremo dopo. Appena a partire dal ‘75 - il ‘75, ripeto, è un anno chiave, ma vedremo che questa svolta è apparente perché gli interventi ridondano invece in danno, dal punto di vista degli obiettivi da realizzare per la tutela dell’ambiente e dei lavoratori, di Montedison - c’è l’installazione di un monitoraggio automatico, residuando peraltro anche in parte un controllo manuale. Il dottor Cefis in questo documento dice che in seguito ai miglioramenti operativi negli impianti Montedison si trovavano, si trovano valori medi inferiori ai 50 ppm, raccomandati nell’aprile ‘74 dal Ministero del Lavoro, però già dal primo gennaio ‘75 - faccio questi riferimenti anche internazionali perché, ripeto, ciò è rilevantissimo ai fini se non della colpa specifica, della colpa generica - l’Osha aveva limitato a 1 ppm l’esposizione e, com’è noto, com’è stato detto, ricorso di industrie chimiche contro questa decisione era stato rigettato. Lo Stato svedese aveva recepito questa indicazione Osha, proprio in riferimento - ripeto - alla trasmigrabilità dei dati e delle tutele al di là dei confini. Nella relazione 16/10/95 dei consulenti del Pubblico Ministero, a fronte di questa affermazione del dottor Cefis, valori medi inferiori a 50 ppm, si dice che gli unici bollettini di analisi relativi al ‘73 e al ‘74, quindi anteriori all’introduzione del monitoraggio automatico, evidenziano livelli di contaminazione ambientale molto elevati durante le operazioni di scarico dell’autoclave e durante le operazioni manutentive, dovute agli sfiati dell’autoclave.

Lo stesso rapporto Montedison sempre del ‘75, che fa seguito a questa lettera 1/8/75 al Presidente della Regione Veneto, ammette esposizioni eventuali, ma le ammette, oltre i limiti di 50 ppm, solo consigliando in tale caso l’indossamento di indumenti protettivi. Non ci sono - ha assistito molto giustamente il dottor Casson su questo - strumenti di campionamento personale, già noti ed applicati all’inizio degli anni ‘70 alla Montedison di Castellanza. Si mantiene la rilevazione con un sistema di campionamento plurilinea che nella migliore delle ipotesi dà valori medi di reparti e ciò nonostante le organizzazione sindacali chiedono o avessero chiesto o chiedessero collegamenti del gascromatografo con un solo terminale. In questo contesto c’è questo miracolo, perché in questo contesto avviene il miracolo: che mentre in aprile ’74 - febbraio ‘75 il livello di ppm è da 14,78 a 25, nel marzo ‘75 c’è l’abbassamento a 5,27. Però nel 1980, c’è un documento Montedison 25 giugno ‘80 in vista della prossima entrata in vigore della normativa CEE da gennaio 1981, in realtà questa normativa CEE è entrata in vigore appena con il D.P.R. 10 settembre ‘82 numero 962, la direttiva 78610 su protezione sanitaria dei lavoratori esposti a CVM, che epoca 3 ppm e però, in un contesto di realizzazione, di riduzione ai valori più bassi, nel 1980, quindi cinque anni dopo queste dichiarazioni Cefis, si evoca, a proposito del monitoraggio, un fondo scala del cromatogramma di 30 ppm, contro i 25 ppm attuali; c’è tutta una discussione se il limite deve essere per il cromatogramma e il gascromatografo 25 o 30, lo trovate in questo documento in atti. Non si capisce come nel ‘75 si poteva ipotizzare un livello, non è MAC, è TWA, che è un valore ponderale ma comunque è omologo, dà una riduzione da 10 a 1 nel ‘75, dopodiché nell’80 noi troviamo questo dato. In ogni caso quale era e qual è il problema? Ove non si fosse ritenuto di potere garantire tecniche di antinquinamento di questo tipo, la scelta era quella che era stata fatta da altri operatori del settore, da altre entità produttive. Nella Repubblica Federale Tedesca, Troisdorf, Dinamite Nobel, chiude; in Italia la Solvay di Rosignano, che produce CVM, chiude nel ‘78; in Finlandia la Neste, che aveva aperto nel ‘73, chiude nell’81. Quindi ci sono alternative, radicali ma alternative. E così si spiega, proprio con questa scelta di continuare a produrre, addirittura intensificando, invece di chiudere o comunque di bloccare, così si spiega l’evento dell’8 giugno ‘99 al CV22 del Petrolchimico, in relazione al quale c’è una ordinanza del Ministero dell’Ambiente, due brani di questa: "considerato che in detto verbale - un verbale di ispezione - viene affermato tra le considerazioni finali che lo stato di efficienza e di affidabilità degli impianti ai fini di una loro sicura gestione si sta sempre più fortemente avvicinando ad un punto di criticità estrema", più avanti: "considerato che la situazione in atto - era nel ‘99 ma su impianti CV22 che erano quelli di prima, qui intervengono tutte le vicende societarie e di gruppo illustrate stamattina dal collega Scatturin - caratterizzata - come risulta inequivocabilmente dagli accertamenti summenzionati - da una diffusa inefficienza e inaffidabilità degli impianti e della loro gestione", quindi così si capisce questo e così si capisce anche quel famoso budget per il triennio ’78 - ’80 che è stato oggetto di varie discussioni, poi le vedremo, brevemente ne accenneremo, ma in cui si dice, citazioni citatissime: l’obiettivo primario di tutta la divisione è la competitività, ogni lavoro di manutenzione deve venire deciso e programmato soltanto quando ci sia una comprovata necessità, negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi, questa nuova impostazione deve essere implementata da subito, le recenti ristrettezze economiche ed altre ragioni esterne hanno costretto ad operare in modo diverso da quello previsto e hanno come conseguenza dimostrato l’inconsistenza di taluni "dogmi" sulla necessità e sulla periodicità di interventi, produzione, manutenzione e soprattutto ingegneria debbono farsi promotori all’interno di questa opera di distruzione dei dogmi, l’obiettivo è non manutenere, e dovendo assicurare la capacità produttiva oggi e domani, se non si può farne a meno, manutenere il più raramente possibile.

Ora, qui si è discusso, ripeto, di questo budget, un avvocato degli imputati ha chiesto ad un teste, che era il teste Cova, ha chiesto: ma ponga attenzione - leggendo questo documento a sue mani - al secondo incipit del paragrafo 2.5, laddove si scrive "fatte salve le necessità della sicurezza e dell’ecologia"; ora, è evidente che nel contesto di tutto il documento questa evocazione di sette parole inevitabilmente deve venire considerata come clausola di stile, ma anche a non volerla considerare clausola di stile, ammettiamo che nell’economia del documento abbia un peso specifico forte, ammettiamo, è evidente che questo far salvo è un far salvo all’interno di questa filosofia complessiva di questo documento, che è bensì una nota per la formulazione del budget e non il budget, anche su questo in questa famosa udienza si è cercato di insinuare una distinzione possibile, e Cova, il teste, dice: mah, non è un problema di interpretazione, è un problema di filosofia complessiva. Però il tentativo che ivi è stato fatto, in quell’udienza, di distinguere tra nota - c’è stata anche una domanda del Presidente al proposito - per la formulazione del budget e budget, mi si permetta, riferimenti all’attualità, impresa eguale cultura del fare, politica eguale cultura del parlare, immaginate in quest’ottica che questo documento nota di formulazione possa diventare piattaforma di discussione quasi fosse un progetto di legge da discutere in Parlamento, cioè trasferire la cultura del parlare in un luogo dove dovrebbe dominare la cultura del fare. E` evidente che c’è una aporia all’interno di questo documento che si spiega soltanto con la sua filosofia di fondo, che supera qualsiasi tentativo di distinzioni e di interpretazioni. In questo senso, quindi, vanno valutate le espressioni "esame critico" e "discussione", che il reparto di manutenzione, in relazione con il capo zona e con il reparto di produzione, avrebbero dovuto fare di questa nota di formulazione. Comunque, ripeto, esame critico e discussione che non pone in questione la filosofia complessiva ma al massimo pone in questione quantità di manutenzione e spese di manutenzione, ma all’interno di una filosofia che pone quei vincoli insuperabili e ineludibili.

Sempre a proposito di interventi impiantistici e di manutenzione, il dottor Casson ha evocato, anche se necessariamente, data l’economia complessiva della sua requisitoria, in modo non approfondito, per cui integro qualcosa, ha parlato delle valvole, dei rubinetti e degli altri organi rotanti, organi accessori di tubazione, che sono fondamentali ai fini della tenuta, perché un conto è avere un impianto, ma se questi impianti, con le loro tubazioni, perdono, non hanno tenuta, è evidente che i problemi di emissione nell’impianto e al di là nell’ambiente si pongono con tutta la loro forza ed urgenza.

Ora cerco di sintetizzare e ometto alcune cose, dico soltanto che è venuto fuori chiaramente, attraverso le consulenze nel dibattimento, che c’è stata una evoluzione tecnologica, né poteva mancare, anche nel campo delle valvole. Si è passati dalle valvole e polpe contenuta a premistoppa o a baderna, le famose Sonders, a valvole a rubinetto stagno, a tenuta a soffietto, a tenuta garantita, le famose Tafflin delle quali dirò qualcosa, o a tenuta migliorata le Autco e le Durco. Ora, brevissimamente enuncio alcune date: da quando erano disponibili sul mercato questo tipo di valvole? Le Sonders dalla fine degli anni ‘40, quelle sono le più antiche; negli anni ‘50, già negli anni ‘50 abbiamo versioni sofisticate di tenute meccaniche per organi rotanti a soffietto elastico metallico con pompe per temperatura fino ai 450 gradi, per gas liquidi, a doppia flussata per alta velocità; inizio anni ‘60, ampia gamma di oringhi in teflon elastico impiegati in tenute meccaniche. C’è una nota tecnica del ‘62 di Flexibox, che è una impresa milanese, il cui catalogo degli anni ‘60 evoca valvole con tenuta meccanica bilanciata, valvole con tenuta meccanica doppia, valvole con tenute doppie, meccaniche doppie flussate; inizio anni ‘60 ancora, rubinetti a sfera a passaggio totale, che la Montedison codifica appena nel 1969, norma ME 1331.28 del 9/7/1969; sempre inizio anni ‘60, valvole contenute a soffietto, catalogo giugno ‘71, già di seconda generazione, della Società Tecnica per Automazione Industriali di Milano, la TAI, la prima generazione nel catalogo giugno ‘66; sempre negli anni ‘60 valvole a sfera per lo scarico di fondo di autoclavi, mescolatori e serbatoi, catalogo numero 11 della società Bremer di Varano Brianza, Milano; anni ‘60 ancora - quindi 15 anni prima del ‘75 - rubinetti a maschio tipo Autco, catalogo Varano Brianza, Milano, Durco, Durco a tenuta migliorata, tafflin a tenuta garantita con numerose innovazioni, sia per tenuta in linea, le famose fire safe, che come tenuta verso l’esterno, le altrettanto famose, perché esaminate ampiamente dai periti, tafflin 300. Nel catalogo estate ‘69 di società Bremer, nota a Montedison, ma anche nel catalogo Autco Rockwell italiana. Quindi Montedison poteva sapere e poteva conoscere questi dati, queste tecnologie. Nel ’66 - ’67 rubinetti tipo Autco sono stati montati sugli impianti per la produzione di alcol metilico, non a Porto Marghera, perché non si produceva alcol metilico, ma alla Montedison Dipe di Castellanza, sempre Montedison, rubinetto tipo Autco. Il 4/9/1968 c’è un ordine di acquisto di valvole intercettazione a sfera alla Montecatini Edison di Castellanza; il 16/9/1968 c’è un ordine di acquisto rubinetti a maschio PN16 da installare su impianti di stabilimento Montecatini Edison di Castellanza; il 9 luglio ‘69 c’è la già citata norma ME per i rubinetti a sfera - ‘69 rispetto all disponibilità sul mercato del 1970 -, nel 1975, 4 febbraio, nota 3 Montedison, visita alla Tafflin a Lindau, in Austria, 31 gennaio ‘75, secondo i tecnici di Tafflin i loro rubinetti sono installati da molti anni e in moltissimi impianti su fluidi particolarmente tossici, vedi cloro ed acido cianidrico, e al momento non sono state lamentate perdite degli organi di tenuta, quindi nel ‘75 Lindau in riferimento ai Tafflin. 13 settembre ‘76, c’è un articolo sulla rivista chimica l’Engineering sulle caratteristiche e i vantaggi ambientali dei rubinetti a maschio Plag Wels. Ecco, sulla base di queste premesse, disponibilità sul mercato, conoscenza da parte di Montedison per essere state installate queste valvole a Castellanza, è da qualificare, non può essere qualificata altrimenti, grave e irresponsabile la scelta di avere adottato e mantenuto in servizio valvole Sonders, quelle degli ultimi anni ‘40, specialmente in impianti aperti su fluidi pericoli come 1,2 DCE, CVM e polimeri in sospensione contenenti CVM. Questo era un grave rischio per gli operatori, per l’ambiente e per la popolazione. Quindi Sonders ancora in atto. A metà degli anni ‘70 ci sono le prime, metà anni ’70 - ‘75, perché è l’anno chiave lì nel ‘75, perché? Perché nel ‘75 emergono intanto le contestazioni in fabbrica, c’è anche un clima terribile, siamo agli anni che vanno dal ‘75 al ‘78, ma comunque c’è una mobilitazione che in qualche modo induce, al Consiglio Regionale Veneto c’è la proposta di mozione, etc., le prime commesse a metà degli anni ‘70. I consulenti non citano commesse a Montefibre, commesse per sostituzione di valvole e pompe contenute a premistoppa o a baderna con altre tipologie più affidabili, quindi fino a metà degli anni ‘75 c’era il premistoppa, e vedremo poi che c’è un teste, cioè vedremo, voi l’avete sentito un teste che lamentava inconvenienti relativi al fatto che c’erano ancora i premistoppa. E quindi, a metà anni ‘70, c’è questa sostituzione con rubinetti stagna, valvola a tenuta a soffietto, a tenuta garantita, i Tafflin, gli Autco e i Durco. Però ci sono state a metà anni ‘70, ma queste sono tardive e la qualifica di tardive è rilevante ai fini della colpa, sono tardive rispetto agli anni ‘60; ancora nel ’75 - ’76 non erano installati componenti disponibili e in mercato da oltre 10 anni, valvole...

Infatti il teste Tommaso Paolini, udienza 25 maggio 2000, lì viene fatta una domanda e lui risponde: "Le valvole che montammo negli anni ‘75-’76 negli impianti delle filiere DCE, CVM e PVC erano del tipo di quelle a tenute fire safe", quindi vuol dire che fino al 1975 non c’erano i fire safe. Nella stessa epoca si lamentano ancora inconvenienti di valvole a tampone su autoclave di polimerizzazione che causavano intasamenti e imponevano pericolosi interventi manuali. Poi sono state installate valvole a globo e gli inconvenienti sono perdurati: "Erano installate valvole non idonee", sempre il teste Paolini. E qui ci sono le citazioni - che io vi risparmio - proprio dal verbale d’udienza, quindi ve le risparmio, se non per dire che, tra le altre cose, qui si dice che c’era il problema di evitare appunto questo ritorno all’indietro nell’autoclave, allora - sempre in riferimento al ’75 - ’76 - sono state sperimentate valvole di non ritorno di diverso tipo, il che dimostra che ancora nel ’75 - ’76 valvole che erano già in commercio erano appena oggetto di sperimentazione. Appena nel 1984 c’è stata l’installazione sui reattori di valvole a comando automatico interbloccate, Foraboschi, consulente tecnico imputati, relazione 6 luglio 2000: "Tra febbraio e giugno ‘89, per esempio, si è provveduto all’installazione di interblocchi sui rubinetti delle autoclavi e dei separatori al fine di impedire fughe accidentali di CVM dovute ad errore di manovra", quindi siamo ancora ad errori di manovra, il che significa non automatismi, tra febbraio e giugno ‘89. "Vedi però ancora un rapporto di incidenti Enichem - Anic a Porto Marghera 2 aprile ‘89 - c’era stato un incidente -, si sta valutando la possibilità di interbloccare i rubinetti interessati al trasferimento schiuma alle pressioni di separatori D47, di azionare rubinetti di entrata e di uscita dopo ogni singola separazione con azione inversa, occorrerà - quindi programma pro futuro - separare lo scarico delle guardie idrauliche, attualmente vi è uno scarico comune per ogni due guardie idrauliche". E i nostri consulenti dicono: siccome il reparto CV6 è stato chiuso nel ‘90 e queste cose si dicono nell’89, è evidente che con ogni probabilità si è continuato fino alla chiusura del ‘90 a produrre senza interbloccare i suddetti rubinetti. Sulla fase di queste premesse dobbiamo concludere che non è vero ciò che dice Foraboschi, consulente tecnico degli imputati, il 19/9/2000: "Gli impianti di produzione di CVM e PVC gestiti da Enichem rispondevano alla migliore tecnologia disponibile in relazione alla produzione di CVM e DCE nel ciclo produttivo", non è vero, o si parlano linguaggi diversi. Al teste Franco Colombo - ed ecco le ragioni per cui questa situazione si è realizzata - il dottor Casson aveva chiesto quale sia il rapporto di costo tra tre diverse tecnologie di valvole che egli indica, le Sonders, i rubinetti a sfera a passaggio totale e i rubinetti tipo teflon; la risposta del teste Franco Colombo è che il rapporto è da 1 a 100 tra Sonders e Tafflin. Ovviamente analogo discorso vale per tutti gli altri componenti impiantistici aventi organi di rotazione, per esempio pompe e compressori agitatori. Il che spiega la scelta di una tecnologia invece che di un’altra, se il rapporto è di 1 a 100. Cito qualche commessa; il Foraboschi, il C.T. Foraboschi cita commesse del ’75 - ’76, ne cita quattro, ho qui tutti i dati ma insomma, non appesantisco ancora di più; di queste commesse evocate non viene indicato né il numero di valvole sostituite con i rubinetti né il numero di soffietti installati su valvole regolatrici del circuito CVM, e quindi sono citazioni molto discutibili e molto approssimate. Il consulente Pasquon evoca 19 commesse dal ‘75 all’84, relative a sostituzione di valvole con rubinetti, installazione soffietti sulle valvole di regolazione circuito CVM, trattasi - l’abbiamo già detto - di interventi tardivi e diluiti su un lungo arco temporale. Vi è un documento sindacale Fulc del febbraio ‘76 in atti in cui si evocano valvole che sono tuttora da sostituire essendo di antiquata costruzione contenuta premistoppa, quello che dicevo prima, nel ‘76.

I nostri consulenti hanno fatto un esame di queste evocazioni del professor Pasquon; dall’esame dei nostri consulenti - c’è la dialettica processuale evidentemente - invece di 2.500 interventi, valvole e rubinetti evocati dalle commesse Pasquon, cioè dal professor Pasquon con quelle commesse, si riscontrano a parere dei nostri consulenti soltanto 1203 rubinetti e 57 soffietti. Va beh, possono esserci errori ed omissioni, diversi criteri di calcolo; in realtà il professor Pasquon stesso - questa è la verifica che voi, come Collegio, sarete chiamati a fare nella vostra certamente lunghissima Camera di Consiglio per l’esame di migliaia e migliaia di carte - dice nel suo elaborato che non sono disponibili né i dati né la documentazione con le relative commesse di lavoro e quindi non si capiscono i criteri di quantificazione da lui seguiti. In realtà, per quanto riguarda le valvole di regolazione montate su linee di convogliamento CVM liquido e gassoso in pressione, non si tratta - questo dicono i nostri consulenti - di una sostituzione generale delle valvole esistenti con modelli di tenuta a soffietto, ma della semplice installazione di soffietti, acquistati dalla ditta Parcol di Mestre, sulle valvole di regolazione esistenti. E queste sono, come dire, conclusioni sul punto dei nostri consulenti.

In questo quadro, prima ho citato il mistero di questo improvviso calo dei livelli di ppm, uno dei misteri, dirò qualcosa adesso, però c’è l’altro mistero, proprio in questo quadro in cui manca documentazione, si evocano commesse approssimate. E` successo in dibattimento, c’è stato un contraddittorio del dottor Casson in proposito, come si potevano installare negli anni ’75 - ’76 valvole Tafflin 300, come si potevano installare se il brevetto di queste valvole è del 23 luglio ‘88? Come si potevano installare? Né si può cominciare a sofisticare tra brevetto USA e Repubblica Federale Tedesca perché il dottor Casson ha indicato proprio in udienza che si tratta dello stesso brevetto, stesso numero di brevetto. I consulenti tecnici degli imputati - e concludo su questo punto - non indicano una sola commessa di lavoro, meno che meno finalizzata al miglioramento degli ambienti di lavoro, sia per gli impianti pilota costituita dalle tre sezioni, 3P, 193P, 193C, i P3 e 6, che per gli impianti di produzione VP delle fibre viniliche a partire dal CV prodotto presso il confinante Petrolchimico. Ciò è molto singolare e svolgono in proposito considerazioni a pagina 56 - 58, i nostri consulenti, nella memoria 6 luglio 2000.

Passo ad altro argomento, adesso gli argomenti che tratterò sono brevi. Produzione di CVM presso il reparto CV10, che è stato chiuso nell’85, poi due cifre sulla produzione CVM nel reparto CV23 in atto. Dunque, il CV10 produceva CVM con sintesi di acetilene, mentre adesso si fa con etilene; era, come ho già detto prima, una tecnologia obsoleta rispetto alla tecnologia MTD all’epoca disponibile. Se si fosse applicata la tecnologia MTD quali vantaggi ne sarebbero derivati? Più elevata resa di processo del 2,6 per cento, non diminuzione degli sprechi di sostanze chimiche destinate all’emissione in ambiente, per esempio il DCE; ci sarebbero stati minori reflui di processo; da una stima che i nostri consulenti hanno fatto, basata su un rapporto Tecneco, a sua volta basato sul manuale operativo del reparto CV10/11, si evince che nel ‘57, con la tecnologia convenzionale, la produzione era 26 milioni di chilogrammi/anno; nel ‘70 la convenzionale è aumentata a 100.000, con l’MTD saremmo passati a 102.000, ma si sarebbero ridotti i reflui di 2.600.000, che erano di 2.600.000. Dal 1957 al 1984 sono state prodotte con tecnologia convenzionale 2.193.200.000 di chilogrammi, adottando invece l’MTD si sarebbero evitati 53.023.201 chilogrammi di reflui tossici, con minore inquinamento ambientale. Omologo discorso per il CV23, che però è in atto, si produce con clorurazione di etilene. Cosa si poteva fare? Si poteva utilizzare, invece dell’aria, l’ossigeno puro, tecnologia collaudata, realizzata oltre 20 anni fa e in produzione, tra l’altro, di dicloroetano di etilene. Passo oltre a molte cifre e molte considerazioni che sono fatte dai nostri consulenti, siccome la resa di conversazione con l’ossigeno puro sarebbe stata maggiore, anche qui il discorso è che ci sarebbe stata una minore riduzione, una riduzione di sostanze tossiche, di residui tossici, organici clorurati, in questo modo si sarebbe limitato l’inquinamento nell’ambiente. Questa tecnologia esisteva, non solo, ma era stata adottata in Italia a Ravenna e, nel 1999, era in fase di realizzazione al Petrolchimico di Porto Torres. Perché no a Porto Marghera? Altra tecnologia che mancava e che produceva inquinamento. Ci sono problematiche ambientali connesse ai sistemi di convogliamento e trattamento degli scarichi di emergenza derivati dai dispositivi di protezione delle apparecchiature contenenti fluidi pericolosi, valvole di sicurezza, dischi di rottura, guardie idrauliche. Questi sistemi di convogliamento e trattamento, torce blow down. Ora, mancava un sistema di blow down al polo chimico; essenziale è il problema di dimensionamento, come dimostra l’evento 8 giugno ‘99 a Porto Marghera, in cui ci sono state emissione in atmosfera di 3.000 chilogrammi di CVM, anche per sotto dimensionamento del sistema di aspirazione e convogliamento. La buona tecnica indicava che gli impianti sia di produzione dell’1,2 DCE che del CVM e della sua polimerizzazione a PVC, dovevano essere provvisti di idonei dispositivi di contenimento, che sono i famosi blow down dei quali ha già parlato il Pubblico Ministero, ma anche di abbattimento, non solo convogliamento ma anche abbattimento degli scarichi di emergenza. Gli impianti di produzione e polimerizzazione del CVM dovevano avere, per i vapori uscenti dai serbatoi di blow down, dispositivi di abbattimento, che potevano essere di tipo fisico, di tipo chimico - fisico e di tipo chimico, e ci sono diversi sistemi. Almeno fino al 1993 la regola era lo scarico diretto in atmosfera, procedura che palesemente contravviene a regole di buona tecnica, e c’è letteratura abbondante e tecnologia. Nel 1993, come ho detto qualche minuto fa, è stato installato un inceneritore che a sua volta produce inquinamento atmosferico.

A Porto Marghera cosa succedeva? Che non si garantiva né il contenimento né l’abbattimento degli inquinanti pericolosi per la loro tossicità e cancerogenicità. Quali erano le soluzioni adottate? Niente blow down, niente abbattimento; emissione da un camino a quota elevata, donde semplice diluizione con più ampia area di ricaduta sulla popolazione. Comunque tale soluzione non poteva né doveva essere applicata a scarichi di emergenza di fluidi tossici e cancerogeni come il DCE e il CVM, quindi emissione da un camino a quota elevata, combustione in una torcia a sommità di alto camino. Non si poteva né si doveva comunque utilizzare questa tecnica per sostanze organiche clorurate come il DCE e il CVM, la cui combustione parziale produce sostanze ancora più tossiche: il PCDD, PCDF e fosgene. La tecnologia per attuare installazioni di appropriati sistemi di blow down per il contenimento ed abbattimento degli scarichi era disponibile dagli anni ‘60 e era ben nota a Montedison, perché? Perché negli anni ‘70, sistema di scarico chiuso tipo blow down, era stata installata presso gli impianti micropilota e pilota del centro ricerche Montedison a Castellanza. Ciò fu fatto quando fu resa nota la cancerogenicità dell’acrilonitrile da parte del gruppo di prevenzione di igiene ambientale di quel Consiglio di fabbrica, si trattava di impianti adibiti alla polimerizzazione in emulsione di butadiene, che è una polimerizzazione omologa al CVM. Nel 1974, presso lo stabilimento dell’allora Montedison di Ferrara, sono stati installati i sistemi di blow down sulle autoclavi di polimerizzazione, si producevano resine ABS, c’è un allegato 18 alla consulenza 30 marzo 2001 dei consulenti tecnici di Parte Civile. Quindi, concludendo sul punto, non è vero che tale sistema - lo dicono Foraboschi e Pasquon, pretendono di dirlo - di prevenzione sicurezza blow down, non parliamo dell’abbattimento, parliamo del blow down, non potevano essere installati sugli impianti della filiera CVM e PVC del polo chimico di Porto Marghera, come pretendono appunto Foraboschi e Pasquon. Potevano benissimo, come dimostrato non solo dalla tecnologia disponibile ma dagli eventi di Castellanza e Ferrara.

Ancora alcune considerazione. Signori del Collegio, ho un compito ingrato, però credo che sia opportuno svolgerlo fino in fondo, data - come concluderò - l’importanza del processo. A proposito di monitoraggio, fino agli inizi del ‘75 il controllo dei livelli di concentrazione sui reparti veniva fatto - l’abbiamo già detto in incipit - mediante campionamento dell’aria e successiva analisi gascromatografica. A partire dal ‘75 c’è stata l’installazione delle prime reti di monitoraggio automatico e i controlli venivano effettuati prevalentemente tramite le reti disponibili, di cui i reparti erano già disponibili. La relazione tecnica del ‘78, c’è una relazione tecnica del ‘78 citata come allegato 8 nella relazione dei nostri consulenti di parte in cui si dice che era già nota a quell’epoca la tecnica del campione personale, misure effettuate in modo manuale ed ancora più quelle rilevate con linee automatiche non sono adeguate a stimare correttamente l’esposizione degli addetti. All’inizio degli anni ‘70, Castellanza Montedison, la rilevazione di igiene ambientale relativa ai contenuti negli ambienti di lavoro veniva effettuata con campionatori personali. Reparto CV6, abbiamo visto quali erano i valori tra l’aprile ‘74 e il febbraio ‘75 e come essi si siano ridotti - miracolo di cui parlavo - a 5,27 nel marzo ‘75. Quali possono essere le cause, invece, di questo asserito miracolo? Il Pubblico Ministero le ha evidenziate, le richiamo brevemente: il sistema di rilevazione automatico plurilinea nella migliore delle ipotesi dà un valore medio di reparto; già le organizzazioni sindacali chiedevano a quell’epoca collegamento gascromatografico con un solo terminale, perché c’è questa sottovalutazione attraverso questo sistema di rilevamento? E` stato detto ma merita ripeterlo: le aree misurate sono ampie, là dove gli addetti possono essere presenti in più zone a diversa concentrazione, il gascromatografico non misura valori superiori a quelli di allarme. Avevo detto qualche minuto fa dei due livelli 25 e 30 ppm evocati in un documento Montedison che avevo citato; il cromatogramma non mette in media nemmeno i valori superiori a quello di allarme, quindi tutto ciò che è superiore a 25 e rispettivamente a 30, a seconda dell’indicazione adottata, sono estranei alla media, di talché è evidente che la media che residua, che è pur sempre una media di reparto e non personale, è sottovalutata. La rilevazione automatica avviene ogni 20 minuti e quindi, all’interno dei 20 minuti, ci può essere esposizione non verificata. Oltre a tutto ciò, a questo, come dire, difetto strutturale di impianto, sistema plurilinee con pluriterminali, la relazione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, e viene rilevato in base a documenti interni e registri giornalieri, così dicono i consulenti del Pubblico Ministero, le linee automatiche avevano numerosi guasti, mancavano di interventi manutentivi, c’era obsolescenza della macchina, mancato funzionamento delle linee per interi periodi, inattendibilità dei dati rilevati. Ecco il miracolo, quindi è un miracolo che trova spiegazione.

Io mi fermo qui, non vado oltre, dico soltanto che avere realizzato quella media di 5,27 nel ‘75, donde tutta una serie di considerazioni di politica ambientistica ed manutentiva, è un equivoco, cioè è un dato basato su questo equivoco di partenza. Non è quindi vero che il sistema di rilevazione installato nei reparti in questione rispondeva pienamente alle esigenze di rispetto del D.P.R. 962 dell’82 come preteso da Foraboschi e Pasquon.

Salto altre cose perché non appesantisco ulteriormente, resta il fatto che la stessa Montedison ad un certo punto si rende conto che, anche in presenza di esigenze portate avanti dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, deve dare spazio, deve dare considerazione all’utilizzo di rilevatori personali, e quindi se ne parla, se ne parla in documenti del ‘78 e del 1980. Però contraddittoriamente ci sono documenti, 7 giugno ‘79, terminali linee gascromatografiche, una comunicazione interna Montedison a firma dottor Capodaglio, in cui si evoca una ferma decisi di avere più punti di rilevazione ambientale di CVM per ogni stream gascromatografico, e quindi si continua ad utilizzare strumentazioni automatiche che danno una media e non danno rilevazioni personali. Tanto è vero che all’obiezione dei lavoratori, ma questa è una rilevazione media, questi dati sono valori medi, valori medi invece che valori singoli, la azienda, sempre in questo documento, obietta: "In ogni caso è sempre preferibile rilevare ciò che è possibile che il nulla". Però cosa succede? Succede che i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, mossi da volontà di capire, hanno fatto due sopralluoghi, il 20 giugno ‘96 e il 17 luglio ‘96, a impianti di produzione CV24 e 25, e hanno fatto due relazioni, 30/8/1996 e 15/2/1997, e che cosa hanno rilevato? Hanno rilevato con esperimento da loro fatto che c’è un effetto di diluizione, quel famoso effetto di diluizione che abbassa, e dicono: "A causa della inaffidabilità del sistema, alimentando una concentrazione a titolo noto di CVM in uno qualsiasi dei terminali, il sistema non riesce a leggere il giusto valore medio ma valori generalmente assai inferiori". Quindi il difetto - è la prova del 9 - è nel sistema di campionati plurilinee e multiterminale. Che diverse tecnologie fossero possibili non è solo dato dal fatto che la tecnica già metteva a disposizione questo tipo di strumentazione personale diversa, ma addirittura abbiamo un allegato 6 alla relazione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero 30 agosto ‘96 in cui l’EVC, altro impianto del Petrolchimico dice al Pubblico Ministero: "Attualmente ha in corso la sostituzione del sistema linee multiterminali con linee monostream collegato a spettrometro di massa". E quindi c’è la dimostrazione che era possibile, dato che ciò avviene in uno stabilimento del polo petrolchimico, installazione di sistemi monolinea, ma era possibile anche, ove si fosse voluto, perché lo si era installato, per lo meno ne era stata prospettata l’installazione, l’utilizzo di rilevatori personali. E c’è un’ultima cosa da dire al proposito ed è che comunque, in ogni caso, c’è una nota tecnica di società EVC al Pubblico Ministero 22 luglio ‘96: "l’EVC è interessata al monitoraggio di altri composti clorurati e non e in particolare 1,2 DCE". Cosa vuol dire questo? Vuol dire che addirittura oggetto di monitoraggio non era il DCE. Non monitorando il DCE non era nemmeno possibile rispettare le clausole del contratto collettivo nazionale di lavoro Fulc, lavoratori chimici del ‘94, in cui si prescriveva o si concordava, visto che un contratto è un accordo, che per calcolare il TLV occorre adottare formule relative ad esposizione di miscela di componenti che hanno effetti tossicologico simili, e quindi anche il DCE; il che non veniva fatto, donde una disapplicazione in parte qua del contratto collettivo nazionale di lavoro in questa parte che mirava alla tutela soprattutto dei lavoratori ma anche indirettamente dell’ambiente.

Altro mancato intervento impiantistico, mancata adozione di tecnologie disponibili al Petrolchimico, produzione cloro e soda caustica con celle a diaframma invece che con celle a catodo di mercurio; ne abbiamo già parlato prima, si continua, si è continuato e si continua a non adottare la migliore tecnologia, però è singolare che in atti ci sia una lettera d’intenti di Montedison e Ministero Ambiente 1988 in cui si evoca sostituzione di mercurio con diaframma, viene dichiarato che nel 1988 c’era una produzione di 200.000 tonnellate/anno di cloro a Porto Marghera e 2.370 fanghi, reflui, fanghi, scorie, fanghi. Ora, è stato calcolato dai consulenti di parte che dal ‘71 all’88 si sono prodotte... no, saltiamo questi dati, che sono troppo tecnici. Si è continuato anche dopo - questo è rilevante - il 1988, quindi dopo la lettera di intenti si è continuato a produrre con il sistema del mercurio invece che delle celle a diaframma, e invece per esempio allo stabilimento Assemini, società Rumianca, ora Enichem, progettato nell’80, c’è un impianto cloro-soda a membrana. All’udienza 15/11/2000 l’ingegner Pasquon, a domanda del Presidente: "Nel 1983 non vi una tecnologia ancora completa poiché non lo è ancora nel 1981", e qui c’è un altro dato, ho parlato del miracolo, c’è un altro dato sconvolgente, sconvolgente fino ad un certo punto, però merita di essere rilevato, l’ha fatto il Pubblico Ministero ma l’indignazione non può essere trattenuta, quindi udienza 15 novembre 2000: nel libro del ‘94, "Principi di chimici industriale", pagine 367 e 369, lo stesso professore evoca le celle a membrana sviluppate industrialmente solo - notate addirittura quell’avverbio "solo" - agli inizi degli anni ‘70. Ora, come dire, le palinodie... cioè esiste la possibilità di riverificare convincimenti preesistenti, però in materia scientifica, cioè nelle scienze umanistiche diremo qualcosa, ma nelle scienze meccaniche è un po’ più difficile, comunque c’è questo contrasto; ed anche per la depurazione dei reflui derivanti dal processo cloro-soda, ove utilizzato con il sistema mercurio, esistevano sin dalla fine degli anni ‘50 processi di depurazione, come dire, in funzione, anche qui il mondo è globale, il processo Proven, Osaka Soda Corporation, il processo Ventron per i cloroalcali, dagli anni ‘50 sono disponibili tecnologie impiantistiche per trattare le diverse correnti di reflui derivanti dai processi clorosoda. Quindi ‘50, inizio anni ‘70 Ventron, anni ‘50 la tecnologia; sempre al 15/11, udienza, il professor Pasquon, che illustra il suo impianto di demecuriarizzazione, quindi nell’82 installato, questa produzione era in atto dagli inizi degli anni ‘60, evoca un impianto di demercuriarizzazione di acque reflue collaudato nel ‘79, che addirittura dice che è il primo al mondo, comunque tardivo, perché nell’82 siamo molto, molto tardi rispetto alla disponibilità, ma evoca addirittura, dice che è il primo impianto mondiale a ridurre a 5 ppm.

Per quanto riguarda il trattamento depurativo delle acque reflue, è stato realizzato al reparto SG31 nel 1978 con un ritardo di almeno 20 anni da un punto di vista tecnologico; da un punto di vista normativo quasi 15 anni, posto che al 5 marzo ‘63 risale la legge 366, norme relative alla Laguna di Venezia e Marano, Grado, articolo 10, vietato scaricare in laguna, scaricare e disperdere in Laguna senza idonei dispositivi di depurazione. Anche qui vi risparmio l’evocazione, vi risparmio la citazione, c’è la prova che sin dagli anni ’60 - ’61, qui si cita un convegno del novembre ‘55, un convegno del maggio - giugno ‘60, un convegno dell’aprile ‘61 in cui si parla della tecnologia di depurazione e si dice che è disponibile, i mezzi tecnici per la depurazione delle acque di rifiuto sono oggi perfettamente conosciuti, il problema è quindi essenzialmente economico, una obiezione frequente da parte dell’industria è che la depurazione delle acque di rifiuti è troppo costosa perché essa possa adottarla. A ciò si può rispondere che un’azienda che non è stata capace di risolvere il problema delle sue acque di scarico è male condotta e male organizzata. Quindi non è vero ciò che dice il consulente professor Foraboschi il 19 aprile 2001, l’impianto di neutralizzazione era entrato in funzione già nel 1972 mentre l’impianto di trattamento chimico – fisico - biologico era attivo almeno dal 1978, perché? Perché c’è questo enorme ritardo del quale già parlato e dovevasi e devesi rilevare che questi impianti di depurazione all’SG31, proprio per essere già all’epoca disponibili, potevano e dovevano essere costruiti contestualmente agli impianti della filiera produttiva del cloro, segnatamente a quelli per la produzione del DCE, CVM e PVC.

Ultimo argomento che tratto e poi dico due cose finali è gli inceneritori dei quali ho parlato prima. A Marghera sono presenti numerosi impianti di inceneritori per sfiati gassosi e per rifiuti solidi liquidi. Gli inceneritori dei rifiuti generati dagli impianti di produzione dei composti organici azotati, i reparti TA e TD, producono ossido di azoto; nessun impianto di incenerimento operato presso il Petrolchimico è dotato di sistema di abbattimento degli ossidi di azoto; solo in futuro - c’è una memoria 30/03/01 - inceneritore degli fanghi di depurazione facente parte dell’impianto SG31 sarà dotato - si dice il 30/3 - di un sistema di riduzione degli ossidi di azoto, quindi inceneritori senza sistemi di abbattimento degli ossidi di azoto, nel ‘72 il primo inceneritore dei rifiuti liquidi dei reparti TD era privo di qualsiasi sistema di abbattimento.

Il professor Pasquon, all’udienza 15/11/2000, dice che è stato integrato successivamente nel ‘77 con un sistema di abbattimento dei fumi, che venivano lavati con acqua invece di essere scaricati direttamente in atmosfera. Conclusione anche sul punto: dal ‘72 al ‘77 sono state messe in atmosfera ingenti quantità di acido cloridrico, microinquinanti organici clorurati, tra cui PCDD/F ed azotati, oltre che ovviamente ossidi di azoto, che non essendo abbattibili dai lavatori ad acqua hanno continuato a essere ammessi anche dopo il ‘77.

Signori del Collegio, vado alla conclusione. Sono stato, come dire, anche noioso, ho cercato di essere meno noioso accentuando e sottolineando qualche punto, comunque la materia è questa, il mio compito era di illustrare, integrando ciò che aveva detto il Pubblico Ministero e integrando gli elaborati dei consulenti tecnici di Parte Civile e del Pubblico Ministero in atti, di illustrare la politica, la mancata politica impiantistica e di manutenzione degli impianti gestiti dagli imputati. I dati sono questi e sono di per sé evidenti e ritengo che contengano e che rappresentino indiscutibili elementi di responsabilità per gli imputati in relazione ai periodi di competenza ed ai reati loro addebitati. E però questi elementi di responsabilità e queste valutazioni vanno inserite in un contesto più generale che vede attorno a questo processo, come dire, non solo ovviamente giusta e sacrosanta mobilitazione difensiva perché il diritto di difesa è sacrosanto, scolpito nella nostra Costituzione, ma anche sollecitazioni dottrinarie, peraltro minoritarie, che tendono a ridimensionare questo tipo di risultanze ai fini delle valutazioni da fare in un processo penale. Ne ha già detto qualcosa il collega Todesco, dico soltanto che c’è in atto, è in atto questo sforzo. Ora io non mi scandalizzo perché guai se la dottrina non affondasse le sue radici nella pratica processuale, nella giurisprudenza ma anche nell’esperienza processuale; ricordo, accanto a me c’è Canestrini, che per esempio il grande processo sui terroristi altoatesini degli anni ‘60 aveva indotto, peraltro dopo il processo e non medio tempore, Ettore Gallo a fare uno splendido libro sui delitti di attentato, cercando di innovare e di dire: guardate che anche ai delitti di attentato va adottato il criterio dell’idoneità del tentativo... ecco, e quindi dal processo nasceva l’esigenza e la dottrina. Anche qui è ben possibile che da questo processo nasca dottrina in relazione ai processi per responsabilità di prodotti tossici o ai processi per emissione ed esposizione di prodotti tossici; un po’ singolare è che questa dottrina intervenga facendosi militante medio tempore, ma anche questo è giusto, perché la passione guai se non ci fosse anche nella scienza. Il Francesco Carrara, quando faceva i suoi libri, basta leggerli, sono pieni di passione e di incisi, di parentesi, di indignazioni. Non è questo che turba; ciò che turba è l’approdo, l’approdo è che questo tipo di processi non appartengono al diritto penale, l’approdo è che questo tipo di processi ormai devono essere affidati al diritto amministrativo, perché così avverrebbe, sembra di capire, in America, perché così dovrebbe avvenire anche nel nostro vecchio continente.

Ora, in questa prospettiva questa dottrina, fortunatamente minoritaria, come dire, fu la base di un approdo dottrinario poi diventato giurisprudenziale ormai acquisito, perché sulle leggi di copertura non si discute più, proprio per il contributo originale, diceva anni ‘70, 1975, stamattina Todesco, ormai si cerca di andare oltre. Si cerca di andare oltre ormai attaccando la medicina legale, perché si dice che i criteri che si utilizzano in medicina legale, in quanto criteriologici, valgono poco ai fini dell’individuazione della causalità individuale, si attaccano le scienze statistiche perché si dice che ormai l’epidemiologia.., la biologia animale sì ma, si giunge - l’argomento è affascinante ma, come dire, è sospetto il collegamento immediato - a discutere le posizioni di garanzia, questa evoluzione avviene soprattutto negli anni ‘90, cioè negli anni ‘99, a processo già iniziato; negli anni ‘99 si attacca la medicina legale, negli anni ‘99 si insiste a dire che le posizioni di garanzia vanno riviste, perché nell’ambito della cosiddetta criminalità d’impresa il dirigente non può essere al corrente delle novità tecnologiche, all’uopo debbono soccorrere agenzie, e si cita la Osha, la Miosh. Li si citano in convegni mentre qui si dice che, mancando riferimenti normativi italiani, cioè che dice l’Osha e cioè che dice il Miosh sono punti di riferimento non vincolanti e quindi si contraddice in processo ciò che si auspica dovrebbe avvenire in Italia nei convegni, dimenticando che oltre alla colpa specifica c’è anche, soprattutto in un mondo globalizzato come il nostro, la colpa generica, e quindi se in Svezia 1 ppm, se il Miosh, se l’Osha e così via, anche in Italia sarebbero dovute derivarne determinate conseguenze. E naturalmente, attaccando le posizioni di garanzia, si attacca segnatamente proprio una legge entrata in vigore nel ‘94, la 626 sulle direttive CEE in materia. L’obiettivo qual è? Ho già detto prima: amministrativizzare questo tipo di processi, e per far ciò - ecco il salto degli anni ‘90 - si radicalizzano - bene ha detto stamattina il collega Todesco - posizioni relative al diritto di difesa, cioè ci si trasferisce sul terreno del processo dicendo che, siccome nel processo regola aurea è l’indubbio pro reo, addirittura al di qua del ragionevole dubbio di cui ha detto Todesco, per concludere che si attenterebbe, e qui è il radicalismo di questa posizione poco compatibile con un animus scientifico, perché è una deriva radicale che spaventa, si metterebbero in discussione i fondamenti di una società democratica ove si pretendesse di sostituire al nesso di causalità generale nei termini stamattina benissimo detti da Todesco con una impossibile verifica della causalità individuale, per cui il Giudice diventerebbe produttore di nesso causale invece che consumatore e si attenterebbe alla legalità democratica perché è meglio un delinquente in libertà che un innocente in galera.

Questa è una posizione radicale, che non mi sentirei io Parte Civile in questo momento di difendere nemmeno se fossi, come quasi sempre sono, difensore degli imputati, perché il diritto di difesa è sacro, però esistono anche i principi fondamentali del diritto penale nel società democratica, e però - e mi avvio a concludere veramente - qual è la aporia di queste posizioni radicali? Nella misura in cui si mette in discussione, sostanzialmente si mettono in discussione per questo tipo di processi e in genere i reati colposi di comune pericolo, perché si dice: mah, il reato di evento, quello è la stella polare, quindi reati colposi di comune pericolo si mettono in discussione, i reati di pericolo si mettono in discussione, si mette in discussione addirittura l’evento che si pretende dovere essere sempre singolare e singolo, dimenticando che esistono anche eventi ripetibili tipici delle fenomenologie delle imprese di questo tipo. Si dimentica che esiste, a proposito di reati ambientali, una tutela della funzione oltre che del bene, estremizzando in modo radicale la teoria del bene giuridico che fino a questi estremi non può essere radicalizzata, perché allora i beni supremi individuali e i beni collettivi non esisterebbero o apparterebbero al diritto amministrativo, e si cancella anche, in sostanza, il principio di equivalenza delle cause normativizzato dall’articolo 41 del Codice Penale. Ora, qual è la aporia di questo ragionamento? Nel momento in cui si dice che una cosa è la causalità ed altra cosa è la prova del nesso causale, perciò si dice... ciò si dice dicendo contestualmente: questo è il progresso della scienza penalistica e della dottrina dagli anni ‘70 ad oggi, nel momento in cui si introduce questa distinzione, come dire, si annulla l’ipotesi, perché se il problema è di prova del nesso causale e non causalità, o si ha il coraggio di esistere che la teoria condizionalistica del sine qua non, non è applicabile qui perché qui non c’è nesso condizionalistico, o si dice questo, ma nel momento in cui si dice che una cosa è la causalità ed altra cosa è la prova della causalità, nel momento cioè in cui si postula l’esistenza di una causalità da provare, il problema resta eminentemente processuale, provare una causalità che non si nega, perché sennò si dovrebbe dire: non c’è nesso di condizionamento sine qua non.

Ma allora, nel momento in cui il problema è di provare, debbono continuare a vigere le regole generali della prova, e la prova penale è costituita da un insieme di elementi che sono prove e che sono anche indizi ove abbiano quelle determinate caratteristiche. Io so che anche qui c’è un tentativo di radicalizzazione; recentemente ho sentito, ho letto su un giornale, forse sarà stato male interpretato l’eminente collega al quale mi riferisco e del quale taccio il nome ma che conosco e che è mio amico: mah, con il giusto processo è venuto meno l’indizio, ormai esiste solo la prova. Mi dispiace contraddire l’eminente collega ma continua ad esserci anche l’indizio come costellazione di prova, e finché ci sarà anche l’indizio come costellazione di prova, ove sia qualificato dai suoi noti e giurisdizionalmente collaudati requisiti, anche il nesso di causalità potrà essere - come ha egregiamente spiegato qualche ora fa Todesco - provato.

Che dire a conclusione? A conclusione devo dire che, proprio per questo contesto, questo processo va al di là, in quanto attesa di giustizia, da queste specifiche singole imputazione, che pur esse sono fondamentali nel processo e che, essendo me, sono dimostrate da ciò che ho cercato di dire. Resta il fatto che questo è un processo, come dire, storico, e probabilmente bene ad esso ed ai suoi protagonisti potranno in un futuro prossimo o meno prossimo riferirsi dicendo: ci potrà essere riferimento a questi protagonisti e a questo processo, utilizzando la nota - e mi scuso la citazione - espressione ghoetiana: Hirken sagen, voi potrete dire, voi, tutti noi protagonisti, Difesa, Parte Civile, Pubblico Ministero, familiari dei morti, voi potrete dire, hirken sagen, hir said dabaige wesen, che ci siete stati in questo processo. Ci siamo stati e ci siamo con questi nostri contributi, che confidiamo verranno fatti propri dall’eminente Collegio che giudica.

Leggo le conclusioni per CUB e per ALCA nazionali: condannarsi tutti gli imputati per i reati loro ascritti nei capi di imputazione; darsi atto che la Confederazione Italia di Base, CUB, rispettivamente ALCA federazione nazionale, si è costituita per il risarcimento dei danni patrimoniali e per le conseguenze di ordine economico che la Parte Civile ha subìto per gli accertamenti, per i tentativi di contenimento delle conseguenze degli illeciti, per la rifusione dei costi delle attività tecniche d’indagine; non patrimoniali derivanti dalle lesioni all’interesse collettivo che forma la ragione stessa dell’esistenza dell’associazione, finalizzata alla tutela della salute e della vita delle persone che hanno lavorato nei reparti CVM, PVC e DCE del Petrolchimico di Marghera, gestione Montedison, Enichem e Montefibre. Il risarcimento viene richiesto in solido contro tutti gli imputati, contro i responsabili civili Montedison, Enichem, Montefibre, nella misura che sarà determinata in sede civile con una previsionale di lire 500 milioni da liquidarsi in via equitativa immediatamente esecutiva in questa sede, per il danno non patrimoniale nella misura di lire 500 milioni vincolando questi risarcimenti al conseguimento della finalità del associazione sindacale e, in primis, per l’affermazione dei diritti, indennità e dignità di ogni lavoratrice e lavoratore, nonché per la realizzazione di sempre migliori condizioni di vita e di lavoro e in questo contesto per l’affermazione della prevenzione dei rischi e delle nocività, all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro, nonché di informazione e formazione dei lavoratori per affermare i diritti alla salute, alla sicurezza, all’ambiente salubre, contro ogni discriminazione con vincolo specifico.

 

Presidente: Va bene, grazie. Riprendiamo alle 15.15.

 

SOSPENSIONE DELL’UDIENZA

 

Presidente: Accomodatevi, prego. Riprendiamo l’udienza, prego avvocato Canestrini.

 

AVVOCATO CANESTRINI

 

Avvocato Canestrini: sì signor Presidente. Io debbo innanzitutto farle una dichiarazione, signor Presidente, innanzitutto che cercherò di essere il più breve possibile e spero con questo di non deludere il Tribunale, anche perché le grosse cose di principio sono già state affermate. E poi per dire un’altra cosa, signor Presidente: qui qualcuno ha recentemente, stamattina, ricordato la passione con cui Carrara scriveva e illustrava il suo pensiero, è la passione che è stata chiamata passionalità addirittura. Bene, io sono anche afflitto da questa malattia e, nonostante il mio tentativo di mantenere rigidamente il controllo, non dico dei miei nervi, che spero di riuscirci ancora, ma il mio coraggio di mantenermi nei limiti stretti del diritto, è naufragato. Quindi io la prego caldamente di tirarmi la giacchetta nel caso in cui lei ritenga che le mie osservazioni o la mia polemica, perché questo è un processo politico e quindi è un processo che ha della polemica, ecceda il limite di tolleranza del Tribunale, il Tribunale mi dirà: guardi avvocato, rientri nelle file. Anche se a me costerà molto adeguarmi, anche perché io so che se queste porte appena appena dischiuse fossero davvero dischiuse tutte, beh, insomma, entrerebbero in aula i cadaveri di questi operai che sono morti in questo modo per queste colpe, per queste responsabilità e che muti aspettano, attraverso chi ha inteso tutelarli, la vostra sentenza.

Il 19 di giugno del ‘95 accadeva il disastro della miniera di Prestavel in Val di Stava. Le dico questo, signor Presidente, perché la mia arringa consisterà in 5 - 6 minuti di introduzione generale e poi il resto, nel tempo che le ho detto, nell’esame delle aggravanti. Ebbene, nel cimitero di Prestavel, insieme ai nomi dei 150 morti, c’è una lapide che è stata apposta alla presenza del Papa Giovanni Paolo II° a memoria dei morti e dice così: "La loro perenne memoria sia di monito perché la superficialità, la noncuranza, la approssimazione, l’incuria, l’interesse, non debbano più prevalere sulla cura per l’uomo, la sacralità della vita umana, la coscienza delle personali responsabilità". E` una scritta che fotografa egregiamente la situazione, non solo per quello che è accaduto ma per essere stata, come ho detto un momento fa, tenuta a battesimo. Infatti io ho qui, perché sono i residui del mio residuato fossile professionale, perché insomma, io sono un residuo ormai dal punto di vista professionale, o quasi, ho qui il processo di Stava, ho qui il processo del Vajont, ho qui gli atti di Seveso, ho qui gli atti di Chizzola, cioè questi grandi processi che hanno coinvolto le stesse organizzazioni nazionali ed internazionali di speculazione e di sfruttamento a danno sulla vita di molte persone. E mi viene in mente, a questo punto, che significato può oggi avere discutere di questo processo anche sotto il profilo delle aggravanti, anche perché le controparti contestano queste possibilità e io ho qui un documento, che insomma, mi ha fatto impressione, perché ci è voluto un bel coraggio a sottoscriverlo, ho visto gli avvocati Stella, Di Noia, Pulitanò, Schlessinger, Cesari, Mittone, Santamaria, Polo e Valducci, che su Il Gazzettino del 3/3/1997 hanno scritto che c’è una incessante opera di disinformazione e di realizzazione.

I colleghi difensori del potere, difensori di quelli che hanno tutto, nei confronti di quelli che non hanno più niente, neanche la vita, dicono che sia stata fatta una incessante opera di disinformazione realizzata attraverso le iniziative più disparate. Penso che vengano i brividi a sentire prendere queste posizione quando si sa bene da che parte sta il potere e da che parte stanno invece i poveri morti o non morti, esamineremo tra un momento. Ma dicevo il significato del processo; certo, il significato del processo è importante, io non lo so, tira un’aria di amnistia signor Presidente, anche recenti informazioni dovute a recenti avvenimenti fanno sì che, insomma, questa possibilità ci sia, però bisogna farlo lo stesso, è come quando l’altro giorno abbiamo fatto a Trento, davanti al Tribunale penale Militare, il processo contro Seifert, il boia nazista imputato di 16 omicidi nel campo di concentrazione di Bolzano, dopo 50 anni è stato processato e la stampa naturalmente di destra ha attaccato molto questo processo dicendo che dopo 50 anni era inutile. Invece non è stato utile averlo fatto e quell’ergastolo è importante che sia stato fatto, per lanciare un sistema di ammonimento così come questo processo, è stato detto bene questa mattina, un sistema di ammonimento, un processo di ammonimento.

Si sapeva e si sa che chi va a morire a Marghera, un po’ di quattrini arrivano alla vedova, con questo brutto linguaggio, stavo per dire osceno linguaggio della trattativa della liquidazione una tantum. L’abbiamo visto con Stava, l’abbiamo visto con il Vajont, centinaia di Parti Civili che avevano confermato la loro possibilità di essere presenti non sono più state presenti perché "anime belle" sono andate ad offrire le 100.000 lire di più o di meno, e forse anche molto di più, perché si ritirino, perché lascino via libera a chi comanda, perché non si costituiscano Parte Civile. E` un valore squallido! Io vorrei che il Tribunale anche si esprimesse su questo valore di fronte per esempio all’articolo 18 della legge 8 luglio ‘86, il danno per la frustrazione e la afflizione degli associati, legittima quando dall’offesa all’interesse derivi in modo diretto e immediato la lesione del diritto alla personalità.

Bene, io ho finito la mia parte generale ma non posso finirla senza fare presente che in questo processo si è verificata una cosa atroce, e cioè la supplenza delle forze della giustizia all’inerzia delle forze che avrebbero dovuto provvedere a punire e a perseguire i responsabili. Beh insomma, è inutile a questo punto dire che Casson ha impersonato di fronte all’opinione pubblica il funzionario incorrotto e serio, tanto nomini nullum par elogium, che ha portato avanti coraggiosamente una battaglia, sappiamo anche a rischio di cosa, ma che non si è lasciato piegare, e così Medicina del Lavoro, la memoria santa di Gabriele Bortolozzo, la memoria attiva e vivace di Mara e di Scatturin, che sono uomini che in un Paese civile meriterebbero la medaglia invece di essere qui in questo angoletto di una Parte Civile maledetta da molti, e non soltanto dagli imputati ma anche da chi talvolta imputato non è. E invece hanno portato avanti questa battaglia con coraggio per poter tirare a secco una sentenza che sia vera. Io lo signori che a questo punto, almeno a me è venuto in mente il nemico del popolo di Ibsen, ve lo ricordato quel piccolo maestro di un piccolo di un piccolo paese che diceva la verità intorno a una fonte che tutti dicevano santa, che guaiva e che portava così un sacco di soldi al paese, ha voluto dire la verità e ha detto che portava la maschera, che c’erano degli interessi, ed è finito scomunicato, buttato fuori dall’insegnamento, il nemico del popolo. E qui siamo noi i nemici del popolo perché la cupola mafiosa, gli atti di criminalità industriali sono più forti, hanno degli interessi che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. L’avere agito per motivi abietti e futili: il guadagno pulito. Beh, lei perdonerà anche a me, signor Presidente, qualche volta in tanti anni che ho l’onore di conoscerla abbiamo anche parlato di problemi vari e quindi pressappoco il mio modo di pensare lei lo sa, verrebbe da opinare: ma questo guadagno pulito.., è possibile? La speculazione capitalista è possibile che lasci un guadagno pulito? Diciamo di sì, diciamo di sì perché è prevista dalla Costituzione, diciamo di sì perché è inutile prendersela con un tipo di guadagno che è sancito dalla legge, anche se in tutto il mondo, anche in questi ultimi anni, sono fioriti incidenti spaventosi di fronte alla sete di denaro e alla sete di accumulazione: Bopal, Seveso, Vajont, Stava, Cernobyl, Chizzola, Vunderlicht, insomma tutti fatti che hanno scosso l’opinione pubblica e di fronte a cui come hanno reagito in un certo modo gli imputati e una serie di persone che li affiancano? Mai con una serena ammissione di responsabilità sulle patologie di circa 600 persone; hanno trovato qualcuno che ha detto - come dicevano i vecchi medici austro - ungarici di 200 anni fa quando visitavano la famiglia di un contadino -: potato, ubriacone; lo dicevano in latino perché non si scandalizzasse la famiglia, hanno realizzato dicendo potato, e con questo hanno inteso chiudere la vicenda, mi viene in mente la vecchia canzone di 30 anni fa "Contessa", che a proposito di ubriachezza la diceva lunga. Motivi abbietti e futili; dice la giurisprudenza: sfruttamento senza limiti degli impianti e delle maestranze in violazione dell’articolo 2087 Codice Civile e del diritto costituzionale del diritto alla salute che non soffre né mediazione né gerarchie, e qui mi viene in mente il budget - che è stato ricordato anche questa mattina - prodotto all’udienza del 31 marzo 2000, che riguarda la manutenzione degli impianti dal ’78 - ’80: è necessario cambiare completamente l’ottica e porsi sul piano di chi, rinunciando realisticamente ad attendere un prossimo ritorno in tempi facili, di fronte alla necessità di fare quadrare i bilanci imposta i propri programmi sul rigido criterio di spendere solo quanto è assolutamente e comprovatamente indispensabile. Questo è un motivo abietto, questo è quanto meno al confine tra il motivo abietto e il motivo futile. Altro elemento dell’abiezione sono gli studi sui tumori maligni nascosti; io ho letto negli atti, vi sono dei documenti che sono scomparsi a questo proposito, insomma, chi ha tentato di eludere anche l’accertamento della verità si è esposto a farsi condannare dalla moralità perché hanno perseverato il più a lungo possibile nelle produzioni mortifere. Al centro c’è il rapporto subordinato della ricerca tecnica e scientifica; io per questo vorrei - lo so che la conoscete, lo dico per me stesso - invitarvi a rileggere cos’ha detto la Cassazione a proposito del Vajont sui limiti della ricerca tecnico - scientifica al servizio di chi comanda, non esiste una tecnica obiettiva e seria, esiste una tecnica divertita, può intendersi in due modi diversi, ai fini di un utile, quella tecnica usata da quello che Alvestro Rossi chiamava "i padroni di vapore" è la tecnica dei padroni del vapore, quella che giustifica quelli cosa per potere giustificare il proprio obiettivo. Altra sentenza, l’aggravante dei motivi abietti e futili riassumibili nello sfruttamento senza limiti degli impianti e delle maestranze al solo fine di superare ogni limite di guadagno, in barba alla salubrità, all’ambiente e alla salute degli operai. La struttura produttiva ha diritto al guadagno ma non di affermare il valore di un profitto più umano. Non è opinione soggettiva della gente - scrive uno scrittore - ma richiede una ragionevole proporzione tra il motivo allegato e il fatto significa una valutazione secondo un parametro oggettivo circa la riconoscibilità dell’azione come ricollegabile a quel movente alla stregua della coscienza comune. Motivo abietto, motivo ripugnante, motivo futile e sproporzionato, sulla base di concetti di disvalore della morale sociale. Il Manzini dice: "Motivo abietto è quello che suscita orrore, ribrezzo, schifo ed altra repulsione profonda in ogni persona di moralità media". Io dico subito che il comportamento degli imputati mi ha suscitato orrore, ribrezzo, schifo ed ogni altra repulsione - come scrive Manzini - di ogni personalità di moralità media. Quindi è un tema di accentuata riprovabilità collegato allo sfruttamento senza limiti degli impianti e delle maestranze. 61 numero 5: avere approfittato di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa; è quella che è stata chiamata la minorata difesa, e mi pare interessante che la giurisprudenza, la dottrina ha inteso così. Minorata, è diminuita la difesa. Come si fa a difendersi di fronte a una filosofia come quella degli imputati di oggi per cui l’uomo è verso un altro uomo un lupo? Questa è la funzione di questa aggravante, punire il fatto atroce di un viso feroce che si rivolge al proprio simile o attraverso il pezzo di pane guastato di sangue o attraverso le transazioni, che significano abietto, assenza, tacitazione. Non meravigli se io ritengo che anche il modo come si è arrivati a queste transazioni è un approfittamento di una situazione di disagio delle parti lese, perché la legge dice: avere approfittato di circostanze di tempo, di luogo, di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa. Hanno ostacolato ogni privata difesa, hanno approfittato della legge del bisogno, hanno approfittato di uno stato di infermità fisica o psichica, hanno approfittato di circostanze di tempo, di luogo e di persone che non consentono una pubblica difesa in base alla loro inferiorità sociale. Ricordiamo l’allegato 4 che abbiamo ricordato prima, l’ottica di impostare i propri programmi sul rigido criterio di spendere solo quando è comprovatamente indispensabile di fronte alla necessità di fare quadrare il bilancio. Circostanze aggravanti comuni, articolo 61 numero 7: l’avere causato un danno di patrimoniale gravità. Penso che occorra semplicemente dire una parola, più rilevante gravità che costringere centinaia di lavoratori, nella situazione che abbiamo sentito illustrare stamattina, a larve umane afflitte da più malattie soltanto per arricchire le villeggiature e gli investimenti di chi aveva... il padrone del vapore, mi pare che sia sufficiente per dire che questo abuso di prestazioni d’opera c’è. Danno patrimoniale di rilevante qualità, io ho segnato qui, abuso di prestazioni d’opera senza garanzie, senza illustrazione del fatto, un ricatto per dare da mangiare a qualcuno e dare soltanto da mangiare, succeda poi quello che succeda. Uso indiscriminato della mano d’opera, abuso di prestazione d’opera; l’uscita dal processo, l’abbiamo saputo, sono già state pagate decine di miliardi, noi rappresentiamo alcuni coraggiosi che hanno seguito l’appello di Mara a tenere in piedi la bandiera della dignità e della responsabilità di rappresentare ancora dei valori umani, una tantum, senza alcun riferimento ai singoli danneggiati, trasferendo alle parti interessate l’onere della discussione e della divisione dei pani e dei pesci, compresa ogni altra spesa. Il danno patrimoniale di rilevante gravità, oltre alle persone, si ripercuote anche sull’ambiente, la lotta per Venezia; la lotta per Venezia è isolata da un atteggiamento che è di particolare gravità, le discariche abusive sono una cappa sull’intera città, l’inquinamento e l’ulteriore degrado ambientale, anche nel rapporto del Corpo Forestale dello Stato, abbandonati i rifiuti speciali tossico nocivi, dispersione nel sottosuolo e nelle acque sottostanti di sostanze tossiche nocive, situazione igienico sanitaria ambientale, omettendo di informare la pubblica autorità, nessuna opera di bonifica. Il danno è stato causato accettandone il rischio, originando e incrementando il progressivo avvelenamento di acque nella falda sottostante le zone di Porto Marghera, solventi clorurati, solventi aromatici, idrocarburi aromatici, fenoli, etc., tutto buttato nella pubblica amministrazione, nella pubblica consumazione di questo denaro. Vorrei che i turisti che vedono il lago, vedono il lago che contorna Venezia, questo grande lago, che è il mare Adriatico ma che contorna in questo modo la città, sapessero che quando vengono a visitare questa città, questa città è stata distrutta da queste invasioni di sostanze malefiche che hanno causato la morte, che causano anche il disagio per ognuno che si avvicini a queste fonti di energia. Ma lo sanno, lo sapranno dalla vostra sentenza, signori, lo sa l’opinione pubblica internazionale che il disastro di Venezia è stato causato dal loro comportamento, da come loro hanno inteso di inquinare le acque con queste sostanze tossiche, scusate la brutta parola, fregandosene, volevo dire non curando del benessere della collettività, lo sa l’opinione pubblica internazionale che questi hanno usato a loro bene placido di una città specchio della civiltà del mondo soltanto per produrre dei denari che gli procuravano enormi profitti a danno della bellezza e della severità e della serietà della vita? Anche dalla vostra sentenza dipende. 61 numero 8: per aver aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso. La politica adottata dall’impresa nei confronti dei dipendenti, criteri, affidamento nelle assunzioni, mansione, controlli medici, malattie, rientro nell’azienda, scioglimento del rapporto, anche attraverso l’indiscriminato uso della mano d’opera, l’inquinamento o il deterioramento del degrado ambientale anche successivamente a quando i fatti sono stati stabiliti e sanciti perché la situazione igienica – sanitaria - ambientale oggi non è per nulla maturata o migliorata rispetto a quello che era stato il progressivo avvelenamento della fauna idrica di Porto Marghera per uso domestico ed agricolo, avvelenamento di faune e molluschi davanti a Porto Marghera. Hanno scaricato anche adesso, tentato di aggravare la conseguenza del delitto commesso, i residui del produzione in laguna, sulle barene, costruire un sarcofago come a Cernobyl per impedire che i fanghi continuino a inquinare le acque, migliaia di tonnellate a circa 20 metri di profondità. La responsabilità dei singoli è grave ed è sancita espressamente nelle sanzioni stabilite dalla Cassazione per Stava. "Il principio dell’affidamento - leggo un pezzo del sentenza Stava - secondo il quale ogni consociato può confidare che ciascuno si comporti adottando le regole precauzionali normalmente riferibili al modello d’agente e in virtù del quale ognuno deve essere unicamente responsabile da fatti scaturenti la propria condotta significa infatti soltanto che di regola non si ha l’obbligo di impedire che realizzino comportamenti pericolosi terze persone altrettanto capaci di scelte responsabili, sicché non può parlarsi di affidamento quando colui che si affida sia in colpa per avere violato determinato norme precauzionali e per avere usato determinato norme precauzionali stesse o per avere omesso determinate condotte e ciò nonostante confidi che altri, quando gli succede - e mi viene in mente Scatturin con tutto il gioco dei bussolotti, uno l’altro o quell’altro, delle varie ditte che sono succedute - nella stessa posizione di garanzia elimini quelle violazione o ponga rimedio a quella omissione". A me pare che sia una sentenza molto, molto interessante.

Ultima aggravante, l’avere commesso il fatto con abuso di prestazione d’opera. Beh, qui la discussione diventerebbe molto lunga, perché io sono anche convinto che qui, come i re della favola si circondavano di buffoni che ne cantavano l’elogio, molte volte anche in questo caso ci sono stati dei buffoni che si prestati a dire che nulla era successo, che tutto è in regola, che qui anche l’atteggiamento da parte del datore di lavoro non può essere in alcun modo imputato a niente altro perché la prestazione d’opera è stata relativa. Abbiamo saputo dagli atti, abbiamo letto dall’impresa che le responsabilità degli scienziati sono tali perché questi sono da 40 anni al corrente delle indagini scientifiche sulle cause dei danni, ma c’è la responsabilità della cultura d’impresa, c’è questa enorme globalizzazione per la quale ormai la cultura d’impresa è diventato il valore massimo di una civiltà.

Signor Presidente, lei è molto, molto più giovane di me, per fortuna e Dio la scampi dall’arrivare alla mia età, ma di superarla anche di più, però siamo stati allevati a una cultura diversa, alla cultura della personalità, alla cultura dell’individuo, alla cultura di colui che ha studiato, alla cultura di colui che ha imparato, a colui che ha inteso anche magari il latino e il greco, mentre adesso sappiamo che ci sono delle cose che non valgono più niente di fronte a questo Dio onnipotente che è il denaro e che radicalizza così la responsabilità della cultura d’impresa che prende insieme gli scienziati di impresa fino al punto di arrivare come al Vajont. Voi lo sapete che c’era stato, il Pubblico Ministero per il Vajont aveva affidato l’indagine a tre "illustri" scienziati italiani i quali all’unanimità avevano deciso che c’era soltanto un caso dovuto al caso, un caso caduto per caso, era caduto il Vajont, non c’erano responsabilità.

Qui il Giudice ha ritenuto di dovere affidare.., rifare la perizia affidandolo ad un ceco, ad un francese e ad un inglese, questi tre hanno fatto la perizia per dire che c’erano enormi responsabilità da parte dell’impresa, tant’è che furono condannati in primo, secondo e terzo grado, ma la perizia a tre italiani avevano finito con il dire che non c’era nessuna responsabilità ma perché erano legati ai grossi poteri, erano insegnanti universitari, erano persone che non avevano nessun interesse a prendersi contro coloro che davano il panino da mangiare. Abbiamo di fronte la figura del medico di fabbrica, anche in questo processo, il mio può essere considerato un attacco, invece è solo tristezza, quanti hanno taciuto non soltanto nell’impresa ma anche vicino all’impresa di fronte al massacro degli innocenti anche dei medici di fabbrica, le organizzazioni sindacali che avevano dovuto essere davanti per difendere questi reati che o hanno taciuto o hanno minimizzato, diciamo che il meglio che si possa dire è che hanno curvato la schiena di fronte al ricatto, o così o licenziazione, o non si lavora più, addirittura si è arrivati non solo a essere assenti, ma essere contrari addirittura a noi coraggiosi che hanno fatto una scelta di campo più precisa, quella che è costata la vita, la vita tecnica, all’ingegner Viola e ad altri, che rappresenta.., e che in questa causa merita di essere valorizzato. Ecco signori del Tribunale, avevo detto che sarei stato breve, le aggravanti come tali non avrebbero certo voluto pretendere qualche cosa di più, trovo che un appunto a proposito dei medici, dice, un appunto degli atti, avere creato e mantenuto un’infermeria, una struttura sanitaria, un servizio medico all’interno degli stabilimenti del tutto insufficiente rispetto alla necessità di prevenzione e di controllo della situazione generale, e quindi l’abuso della prestazione dell’opera, come ho detto prima, l’assenza... senza illustrazione del pericolo, mancanza di avvertimento, mascherata da quel passaggio di cui abbiamo sentito prima qui da Scatturin questa mattina.

Quindi il dramma di Marghera è arrivato ormai alla sua conclusione, voi dovete scrivere, ripeto, nella vostra sentenza, allora la soluzione era o disoccupati o avvelenati, e taccio qui anche tutte le pressioni sindacali e non sindacali e personali di pressione sui lavoratori perché rimanessero lì, perché non denunciassero, non censurassero i danni. Bertold Brecht ha detto: quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale, e succede tutti i giorni, non trovatelo naturale, grazie.

 

Presidente: grazie avvocato, chi prende la parola ora?

 

AVVOCATO CANESTRINI

 

Avvocato Canestrini: chiedo scusa. Conclusioni da parte di Associazione Salvaguardia patrocinato dall’avvocato Canestrini, premessa 1, l’avvocato Scatturin, difensore delle Parti Civili Medicina Democratica, Movimento di Lotta per la Salute, Cooperativa Associazione Lavoratori Chimici e Affini, Federazione Venezia, ha eseguito un completo e diligente elenco delle prestazioni di Parte Civile e vi ha partecipato a tutte le udienze, il sottoscritto avvocato Sandro Canestrini ha partecipato solo ad alcune delle udienze e in relazione alla tematica a lui assegnata e pertanto sembra giusto riferirsi per quantità ed entità del lavoro dell’avvocato Scatturin per la quantificazione del lavoro del sottoscritto. Ciò premesso, come risulta da quest’atto la somma richiesta da questa Parte Civile sembra commisurata alla somma che aveva precisato, il difensore per rispetto verso il Tribunale si rimette alla valutazione dell’orientamento stesso del Tribunale calcolando le tariffe e la base del 3, 5/10/94. Ciò premesso si passa alle richieste conclusionali: condannarsi gli imputati tutti a congrua pena in solido con i responsabili civili, condannare... il risarcimento del danno come richiesto e che sarà dimostrato in una successiva causa civile, ma tenendo conto di quanto segue: 1) censimento delle discariche non autorizzate ed aree inquinate della provincia di Venezia, e in questo documento sono riportati i seguenti dati, e io li riporto; 2), nella relazione tecnica di Carrara, Mara..., Tibaldi, a pagina 233 si legge: anche da questa operazione di pulizia che vengono anche qui ritrascritte. 3) inquinamenti passati e presenti del polo chimico di Porto Marghera ai danni della popolazione di Malcontenta, popolazione che io qui rappresento. Si è accennato a gravissimi eventi inquinanti che hanno colpito in passato la popolazione, ambiente, territorio, paesaggio di Malcontenta, questi gravissimi eventi inquinanti continuano tuttora a provocare l’inquinamento di diversi comparti dell’ambiente con elenco centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici, le sostanze possiedono una... mobilità, i fenomeni si aggravano con le note conseguenze. 3) inquinamenti attuali che colpiscono segnatamente la popolazione residente a Malcontenta, bisogna tenere presente per valutare gli stessi di reati che si commettono ritualmente, anche se sono stati attivati autonomi procedimenti penali ricordando: a), la nube di ammoniaca, oltre 10 tonnellate sprigionate all’atmosfera dagli impianti del Petrolchimico EniChem... 4 maggio ‘99; b) la nube di 400 chili del cancerogeno cloruro di vinile scaricato in atmosfera dal reparto CV22 l’8 giugno ‘99, eventi inquinanti che hanno colpito pesantemente la popolazione di Malcontenta.

Ciò premesso si chiede a titolo di danno la somma di lire 300 milioni di cui dandosi altresì una provvisionale immediatamente o provvisoriamente esecutiva nella somma di lire 200 milioni salvo una diversa valutazione dei danni maggiori o minori o della... da parte del Tribunale, liquidarsi le spese di competenza come da nota allegata.

 

Presidente: va bene, grazie. Avvocato Sforzi, prego.

 

AVVOCATO SFORZI

 

Avvocato Sforzi: signor Presidente, signori del Tribunale, parlerò in difesa di una Parte Civile costituita, Silverio Zagagnin, di cui ho assunto anch’io in limite di questa discussione la rappresentanza cogliendo con l’occasione l’opportunità di svolgere alcune considerazioni relative alle tematiche più generali delle questioni anche giuridiche e fattuali coinvolte in questo processo, in questa vicenda, allo scopo di integrare la esposizione dei colleghi che mi hanno preceduto e che seguiranno allo scopo di fornire un quadro più completo di esame delle situazioni suddette.

Silverio Zagagnin è un operaio del Petrolchimico di Marghera, è entrato alla sua prima esperienza lavorativa nel 1970 nello stabilimento e ne è uscito nel 1996. Silverio Zagagnin ha una patologia, ha una malattia professionale, per meglio dire, ed è un morbo di Raynaud, un morbo di Raynaud che è stato diagnosticato ma Zagagnin nel 1998, si dice risalente ad almeno due anni prima. E` evidente già da questa scansione temporale di date che la diagnosi di morbo di Raynaud si colloca in un momento addirittura successivo al termine del periodo di lavoro di Zagagnin all’interno del Petrolchimico, periodo di lavoro peraltro tutt’altro che disprezzabile essendosi dispiegato nell’arco di ben 26 anni. Questa malattia sulla cui natura non vi è peraltro alcuna contestazione in atti, viene peraltro contestata dalla Difesa contestandone in particolare la derivazione causale eziologica al periodo di lavoro e di permanenza all’interno del Petrolchimico. Per ragioni per cui si tende da parte della Difesa degli imputati ad escludere un nesso causale fra questo tipo di patologia, che ricordo a me stesso, è una patologia peraltro tipica da CVM, è proposta, è innanzitutto esposta dal consulente dottor Osculati nella sua relazione e nel suo esame del 23 aprile del 1999, si basa essenzialmente su una valutazione dei periodi lavorativi trascorsi dal signor Zagagnin all’interno del Petrolchimico in relazione a diversi impianti nei quali ha lavorato, dall’esame degli spostamenti di mansioni e di stabilimenti in cui ha lavorato la Difesa ricaverebbe appunto che il signor Zagagnin non sarebbe stato esposto o quanto meno non sarebbe stato sufficientemente esposto al punto da contrarre questo tipo di patologia e, ripeto, pare a questa Difesa alquanto inspiegabile la ragione addotta anche dal consulente.

Ripercorrendo rapidamente la carriera di Zagagnin, Zagagnin entra, come ho già ripetuto, al Petrolchimico nel 1970, dal 1970 al ‘75 per 5 anni è addetto effettivamente a una attività di laboratorio nello stabilimento definito ancora oggi ex PA3, si tratta di un’indicazione puramente geografica verrebbe da dirmi, in quanto che con il termine ex PA3, come ormai abbiamo capito, si tende a indicare una struttura, un edificio, specifico, collocato all’interno del Petrolchimico, senza attenzione o riguardo alle modificazioni delle destinazioni d’uso alle quali questo edificio fu adibito, laboratorio prima, vedremo poi successivamente anche impianto pilota, ha ospitato anche l’impianto pilota della filiera del PVC. A detta del consulente il periodo dal ‘70 al ‘75 presso il laboratorio sistemato nella palazzina dell’ex PA3 non avrebbe comportato addirittura alcun tipo di esposizione. Nel periodo successivo, dal ‘75 al 1980 Zagagnin viene invece adibito a impianto pilota a tutti gli effetti, ha un impianto purtroppo famoso nel senso che di questo impianto se ne è parlato, se ne è discusso dettagliatamente all’interno di questo processo e ha costituito anche un oggetto di una analisi approfondita da parte dei consulenti di questa Parte Civile, dei consulenti della Parte Civile Medicina Democratica, Mara, Carrara e Thiene. Di questo parlerò di un attimo, delle caratteristiche dell’impianto pilota. Termino con una breve e rapida esposizione della carriera lavorativa di Zagagnin per segnalare come dall’81 all’85, per altri 5 anni, a parte un breve periodo di 3 mesi in cui fu impiegato nell’impianto dove si lavoravano i toluene isocianati, quindi sostanze che rimandano direttamente ai fosgeni, un periodo di soli 3 mesi, per il resto del periodo fu sempre impiegato al reparto CV14 con funzioni di autoclavista ed è senz’altro questo, come riconosce peraltro anche il consulente medico, dottor Totire, il periodo di massima esposizione subita probabilmente dal lavoratore. Nel periodo ultimo di lavoro del Zagagnin nel Petrolchimico, dall’85 al ‘96 vi è una piccola imprecisione nella valutazione dello stesso consulente medico dottor Totire il quale nella sua, nel suo esame riferisce che in questo periodo, dall’85 al ‘96 lo Zagagnin sarebbe stato adibito al parco serbatoi, apprendiamo invece dallo stesso Zagagnin, di cui il dottor Totire peraltro afferma di aver attinto per ricavare queste notizie, che l’ambiente di lavoro e la qualifica alla quale erano addetti erano all’interno sempre di questa già citata palazzina definita ex PA3, non più però, dopo questo trascorso di tempo, adibita a mero laboratorio, ma ormai trasformata in un vero e proprio impianto pilota e vedremo poi che cosa significa questo e che tipo di lavorazioni si eseguivano all’interno. Quindi è necessario spendere alcune brevi parole intorno a questa tipologia di impianti forse trascurata, forse anche un po’ negletta, se vogliamo, rispetto ad altri stabilimenti dei quali invece molto si è discusso, molto è stato analizzato. Ma perché questa apparente scarsa attenzione nei confronti di questo tipo di impianti? Non certo per la disattenzione da parte dei consulenti o da parte dei lavoratori, quanto per la particolare tipologia degli impianti. Che cos’è un impianto pilota lo leggiamo e lo abbiamo ormai compreso, la spiegazione diffusa, dettagliata è comunque contenuta nella relazione dei consulenti Mara, Carrara e Thiene, alla quale rimando, ed apprendiamo, lo riassumo sinteticamente, che questi impianti pilota altro non erano che una rappresentazione in scala, probabilmente ridotta, delle filiere di produzione di questi impianti. Si lavorava sostanzialmente con le stesse metodologie, con le stesse tecniche, si lavorava con le stesse sostanze, probabilmente in quantità ridotte, questo rilievo, quello delle quantità probabilmente più ridotte dovute alla natura ridotta in scala proprio dell’impianto è forse l’argomento che la Difesa degli imputati sfrutta per sostenere una mancanza di esposizione a queste sostanze, alle sostanze dalle quali può essere scaturita, generata la patologia di cui attualmente Zagagnin soffre.

Ciò non è assolutamente vero e deve essere assolutamente smentito, la pericolosità dell’impianto pilota non può essere ritenuta minore, ridotta, in considerazione esclusiva della ridotta quantità di sostanze che all’interno di questo stabilimento venivano lavorate, si tratta di un impianto, se possibile, delle due, come ci è stato spiegato dai consulenti tecnici, se possibile, dicevo, ancora più pericoloso per certi versi degli stabilimenti della filiera di produzione in efficienza, perché questa valutazione da parte di questa Difesa? E` una valutazione che ci è stata segnalata anche dai consulenti, è stata segnalata anche dai tecnici in più riprese, questi impianti pilota sono sì costruiti rigorosamente in scala rispetto alla produzione industriale completa, ma ovviamente non hanno, naturalmente, non riproducono esattamente tutte quelle strumentazioni e quelle apparecchiature di cui le strutture invece definitive e destinate alla produzione industriale sono invece dotati. Non parlerò di valvole di sicurezza, non parlerò qui in questa sede dettagliatamente di sistemi di sicurezza, in particolare dei gascromatografi, mi basta adesso in questo momento, ci tornerò poi tra un attimo, anticipare che si tratta di un impianto che proprio per la sua natura sperimentale, diciamo così, era sfuggito anche alle mappature ed ai censimenti della stessa azienda tanto che di questo impianto poco si sa della sua dislocazione, dei sui tempi di entrata e durata in funzione e della sua gestione in generale, questa è la vera e l’unica ragione poco degli impianti pilota si è parlato.

Un impianto non autorizzato, ci ricordano i consulenti Nano e Rabitti nell’udienza del 26 maggio del ‘99, un impianto che per quanto pilota, per quanto costruito in scala ridotta, non è mai stato munito di gascromatografi fino ai primi degli anni ‘80. Una valutazione quindi della possibilità del rischio di esposizione a CVM o PVC all’interno di questo impianto sfugge quindi alla considerazione e alla valutazione dei periti proprio per la mancanza colposa di strumenti di rilevazione della pericolosità e degli indici di rischio espressi da questo tipo di impianto. Sorprende dunque che un argomento che dovrebbe costituire uno specifico addebito di colpa, la mancanza dei gascromatografi, la trascuratezza nella doverosa misurazione dei livelli di inquinamento ai quali gli operai destinati a lavorare in questo reparto potevano essere esposti, venga stravolto, mi viene da dire, dalla Difesa e proposto addirittura quasi come un elemento di giustificazione o quanto meno un elemento capace di sminuire la forza probatoria dell’esposizione che deriva invece da constatazioni assolutamente ovvie verrebbe da dire. D’altronde che nel reparto anche pilota vi fossero dei rischi di esposizione a sostanze come il CVM e il PVC, pure in mancanza dell’installazione, precedentemente all’installazione dei gascromatografi, quelli che avrebbero dovuto effettivamente rilevare l’esatta dimensione di questa esposizione, era stata fatta anche dall’azienda negli anni 1970 e 1978, abbiamo, negli anni 197 i consulenti ci hanno ricordato l’esistenza di dati eseguiti dalla stessa azienda produttrice e che riportano i valori di alcune misurazioni eseguite naturalmente non con lo strumento del gascromatografo ma con altri strumenti, e si tratta naturalmente di misurazioni del tutto saltuarie e del tutto sporadiche che riportano valori dell’ordine fino a 100 PPM allo scarico delle autoclavi e nella nota che adesso espliciterò si ricorda anche come a marzo ‘80, quindi quasi in concomitanza della prima installazione di questi gascromatografi, si raggiungevano punte di 114 PPM. Tralascio ovviamente le valutazioni sull’attendibilità di questi dati, le tralascio per le considerazioni naturalmente che sono state fatte in parte già dai colleghi che mi hanno preceduto e da quelle che sicuramente verranno fatte in relazione alla capacità anche di rilevamento di queste strumentazioni. E` ovvio naturalmente che questa Difesa ritiene ampiamente sotto stimati questi valori, ma ciò che conta è che sono valori che pur di per sé superiori a quelli che sono i limiti tollerabili di questa sostanza, vengano spontaneamente, verrebbe da dire, e autonomamente forniti dalla stessa azienda. Ricordo quanto riferito dal consulente Rabitti all’udienza del 26 maggio ‘99 e dice in particolare, dopo aver ricordato questo, la circostanza dell’installazione dei gascromatografi ai primi degli anni ‘80, addirittura riporta indicazioni di punte di inquinamento da CVM fino a 925 PPM, da un bollettino della stessa azienda del 1978. Quindi una possibilità di esposizione negli impianti pilota è sicuramente una possibilità più che verosimile, è anzi quasi una certezza. Il carattere di questi impianti peraltro merita ancora di essere analizzato e ripercorso, il carattere assolutamente artigianale, preindustriale viene da dire, rispetto agli impianti definitivi, alle filiere di produzione che sarà destinato a realizzare, gli episodi e gli avvenimenti significativi relativi al degrado anche delle componenti di questi impianti sono rinvenibili nelle deposizioni dei testi che hanno lavorato presso questo impianto e nella ricostruzione attenta e dettagliata fatta dai consulenti già citati. Si tratta di componenti anche meccaniche di questo impianto, questo impianto pilota, che è essendo necessariamente fuori standard, non essendo ancora ovviamente in produzione industriale, si tratta di componenti che spesso venivano addirittura preparate, forgiate dagli stessi operai in relazione alle esigenze che si venivano via via a creare. Una situazione di lavoro quindi che porta necessariamente a una esposizione, ripeto, se possibile ancor più pericolosa rispetto a quella impianti industriali veri e propri proprio per la mancanza assoluta anche di controllo e di conoscenza rispetto alla metodologia di produzione di queste sostanze.

Quindi sicuramente va smentita l’affermazione della Difesa secondo cui il periodo trascorso da Zagagnin presso l’impianto pilota che va, ricordo, dal ‘75 al 1981, sia stato un periodo caratterizzato da una bassa esposizione alle sostanze, al contrario, l’esposizione in questo periodo non può che essere stata significativa e rilevante come, ripeto, dai dati citati dalla stessa azienda e che riteniamo, ribadisco, ampiamente sotto stimati, si può ricavare. Sicuramente poi vi è un altro fattore che non va assolutamente trascurato e che è direttamente ricavabile poi dalla collocazione logistica geografica di questo impianto, cosiddetto ex PA3. Dove si trova collocato all’interno del Petrolchimico? Ce lo ricordano i consulenti, come al solito naturalmente, vi è anche una mappa con una leggenda molto chiara da cui si ricava l’esatta posizione e si ricava soprattutto anche dalle testimonianze dello stesso Zagagnin il quale ci ricorda come questo impianto distasse poco più di 100 metri, solo una strada li separava, da un altro impianto di produzione di PVC, il CV24. Il CV24 è un impianto in piena regola, è un impianto che conosciamo, è un impianto che ha sicuramente prodotto, ed è un impianto che sappiamo ha sversato nell’aria per un lungo periodo di tempo le polveri di PVC catturate dalle pompe di aspirazione. L’inquinamento da polveri di PVC al quale lo Zagagnin può essere stato esposto non può essere limitata, non può essere semplicemente ridotto alla mera e semplice esposizione derivante dall’impianto pilota presso il quale è stato adibito, non può essere in altre parole trascurata anche la forte esposizione che poteva derivare dalla vicinanza con lo stabilimento del CV24 sempre rimasto vicino all’ex PA3, anche nel periodo in cui, ribadisco, il PA3 nel periodo dal ‘70 al ‘75, nel primo periodo, quando Zagagnin viene adibito a questi locali, la struttura, l’edificio era invece adibito a semplice laboratorio. Il CV24 era sempre davanti alla palazzina dell’ex PA3. Ma vi sono altri particolari che nel racconto dello stesso Terrin possono illuminare le circostanze dell’esposizione al quale il lavoratore può essere stato esposto e sono circostanze particolarmente significative perché attengono proprio anche alle modalità di concezione della stessa struttura di questo enorme complesso industriale. Cosa vi è da notare? Non solo il problema delle cappe di aspirazione di cui erano dotati questi impianti e che favorivano la ricaduta delle polveri aspirate e gettate all’esterno, favorivano la ricaduta al suolo, il PVC essendo più pesante tende a scendere verso il basso. Vi è poi anche un’altra circostanza che si coniuga con questa e strettamente relativa alla struttura dell’ex PA3, gli impianti di condizionamento. Ci ricorda, è lo stesso Zagagnin che ci ricorda questo particolare, è vero, avevano le cappe di aspirazione gli impianti, avevano i motori all’esterno ed aspiravano l’aria dall’interno e la buttavano sopra il tetto, poi però ci dice, sono le sue parole, c’era l’impianto di condizionamento che è stato messo un po’ di anni dopo, penso negli anni ‘80, che aspirava dal piano terra, l’impianto di condizionamento dello stabilimento nel quale Zagagnin ha lavorato, sia caldo che fredda, aspirava dal piano terra e portava al secondo e al terzo piano le sostanze, tanto che ogni volta che arrivavano i campionatori con la motoretta, ricordo di Zagagnin, noi li sentivamo dall’odore, perché l’impianto ci portava su l’odore della motoretta, dello scarico della motoretta.

Di fronte a questi ricordi è difficile ipotizzare che se anche gli odori degli scarichi della moto venivano trasportati e veicolati all’interno dell’edificio fino ai piani superiori non sia successa la stessa cosa con polveri di PVC che possono essere state liberate all’esterno in quel periodo.

Ma chiaramente a prescindere da queste circostanze che meritano senz’altro di essere ricordate per la singolarità di una gestione di un impianto pilota sperimentale in forme così approssimative ed empiriche, sicuramente comunque rivalutando, a dispetto di quanto sostenuto dalla Difesa, il rischio al quale è stato esposto il lavoratore, è senz’altro nel periodo di permanenza presso il CV14, cioè il periodo dall’81 al 1985, è senz’altro in questo periodo che si verifica l’esposizione più significativa. L’impianto di CV14 è un impianto di produzione del PVC, noi sappiamo, e Zagagnin ha lavorato per questo impianto a lungo come autoclavista. Sì, ci dice la Difesa, è vero, nel CV14 si lavorava il PVC e gli autoclavisti, ci diranno, effettivamente per un certo periodo di tempo sono stati sottoposti a manovre particolarmente pericolose, a manovre particolarmente insalubri, sono stati costretti addirittura ad entrare all’interno delle autoclavi stesse per poter rimuovere dall’interno delle incrostazioni e lavorando in queste condizioni veramente disastrose hanno sicuramente avuto le esposizioni più gravi, le esposizioni più pericolose, ma dal 1980 nuovi sistemi di pulizia, nuovi sistemi di ricarico di queste autoclavi erano state già operate, erano già entrate in funzione, in particolare la tecnica del cicloesanone. Tuttavia va ricordato che, come dirò poi più avanti in relazione anche alle manutenzioni e alla conduzione di questi impianti, la realtà è ben diversa, il vero che formalmente la tecnica della pulitura con il cicloesanone era o avrebbe dovuto essere ormai in produzione, in piena efficienza, a quella data, la realtà vedremo tra un attimo è assolutamente diversa.

Siamo quindi di fronte a una situazione connotata, noi crediamo, pacificamente da una forte esposizione alle sostanze CVM, PVC, dalle quali più che verosimilmente non può che essere derivata la patologia di cui oggi Zagagnin è effetto, si tratta infatti di una patologia che ho ricordato all’inizio è sicuramente legata al CVM, al PVC, essendo pacificamente una malattia professionale, ma che potrebbe ricordarsi ha anche altri tipi di eziologie, non solo gli operai o gli addetti alla lavorazione del CVM e PVC corrono il rischio di contrarre questo tipo di patologia, tuttavia l’origine da una malattia auto immunitaria, che è l’altro fattore eziologico più comune di questo tipo di malattia, è stato escluso all’interno della scheda clinica di Zagagnin e, come si può leggere dalla relazione del dottor Totire, ogni altra derivazione causale di questa malattia può essere esclusa, resta quindi il fattore inspiegabile di una malattia tipica da CVM e PVC, avrebbe colpito un operaio che ha lavorato per 26 anni all’interno del Petrolchimico senza, a dire dei difensori degli imputati, tuttavia essere stato esposto in maniera pericolosa a questo tipo di sostanze, francamente alla luce anche di quanto emerso dagli atti, alla luce di quanto chiarito dai consulenti rispetto alla gestione di questi impianti, alla tipologia di questi impianti, all’attività di questi impianti, appare francamente inverosimile.

Un’esposizione quindi c’è, c’è stata, un’esposizione che non può essere che stata la causa della malattia oggi sofferta e denunciata da Zagagnin. Se un’esposizione c’è stata e questa esposizione è verosimilmente in rapporto causale eziologico con l’esposizione grave alla quale nel corso della sua carriera lavorativa Zagagnin è stato esposto, e ripeto, non solo nel CV14 dove sicuramente in quel periodo dall’81 all’85 ci fu un’esposizione forte, ma anche nei periodi nei quali è stato detto vuoi all’impianto cosiddetto pilota, questo impianto fantasma di cui poco ci sa, vuoi anche quando ha lavorato negli edifici del laboratorio, cosiddetto ex PA3 per la vicinanza con lo stabilimento CV24 le cui modalità di produzione ho già ricordato. C’è un’esposizione, c’è una malattia tipica da questo tipo di esposizione, e il nostro problema successivo naturalmente è a chi può essere imputata questa malattia, e passo al secondo, diciamo, punto del mio intervento consapevole di toccare un tema particolarmente ostico massivamente poi, in un caso come questo, caratterizzato dalla straordinaria ampiezza, dalla straordinaria dimensione dell’ambiente lavorativo, dalla straordinaria grandezza e importanza delle industrie e delle società che sono state coinvolte.

Nella giurisprudenza e da parte della dottrina come sappiamo la imputazione, l’ascrizione della responsabilità per questo tipo di eventi, malattie, non può che essere affermata previo riconoscimento della sussistenza di una posizione di garanzia in capo ad alcuni soggetti, prevede, richiede, l’individuazione di un soggetto specifico, il garante. Il garante è una figura centrale nel diritto penale, in questo settore del diritto penale, un’acquisizione chiaramente consolidata, riconosciuta da parte della giurisprudenza, studiatissima dalla dottrina e sembrerebbe non aver bisogno di nessuna particolare presentazione o illustrazione da parte mia, salvo, appunto, la ricordata straordinaria dimensione e complessità della struttura industriale con la quale ci stiamo confrontando.

Infatti sappiamo che quando si cerca di individuare la posizione del garante questo non può che essere riconosciuta nella figura del datore di lavoro, figura anche vaga o comunque una figura, non tanto vaga per la sua definizione quanto per le molteplici variegate differenze che questa figura, quella del datore di lavoro, può assumere specialmente nelle moderne relazioni industriali dove il lavoro è affidato per lo più non più a imprenditori individuali ma a strutture societarie dalla geografia sempre più complessa. Quindi la nozione di datore di lavoro non può che rimandare ad un lavoro paziente di individuazione anche del soggetto, sia esso persona fisica ovvero giuridica, vedremo poi tra un attimo, al quale è possibile riconoscere questo tipo di categoria.

Siamo di fronte, dicevo, ad un fenomeno societario di straordinaria complessità, e questo è senz’altro uno degli aspetti che connotano e caratterizzano il processo in cui ci siamo impegnati che attende sicuramente una soluzione anche in punto di diritto. A questo riguardo non posso che richiamare le considerazioni fatte prima di me dall’avvocato Scatturin in relazione alla natura di questo che più che un vero e proprio datore di lavoro, nel senso tradizionale classico del termine, ci appare proprio come una struttura societaria ampia, tentacolare e soprattutto connotata da un estremo dinamismo, da un continuo fluidificante divenire fatto di scissioni, di cessioni di quante, di incorporazione di società, di apertura e di fronti divisionali, salvo poi ricompattarli in uniche società, Schimberni ci ha ricordato, ci è stato ricordato che dopo l’ingresso di Schimberni nel 1972 l’intero gruppo ha subìto delle profonde ristrutturazioni che sono consistenti in una sostanziale ricompattazione delle varie società del gruppo salvo poi, pochi anni di distanza, 7 o 8 anni dopo, assistere poi dopo ai fenomeni che conosciamo con le successive scorporazioni della Montedison, la cessione delle varie attività alla Riveda, l’acquisizione della Riveda da parte dell’Eni, tutti passaggi forse necessari a una cessione di un complesso anche economico così articolato ma che sicuramente non agevolano, non aiutano l’interprete nella ricostruzione delle fila dei passaggi di società e nell’individuazione, da cui ovviamente dipende, della figura del garante. Certo noi siamo abituati, dottrina e giurisprudenza ci hanno abituato per anni a individuare la figura del garante nella figura societaria, quando l’impresa di lavoro ha natura societaria è il rappresentante legale dell’impresa il soggetto nei confronti del quale si incardina la posizione di garanzia, tende a incardinarsi, e quindi è quello il centro, il fulcro, il punto di riferimento. Tuttavia non è ignoto naturalmente che soprattutto nei casi in cui la giurisprudenza si è dovuta confrontare con industrie di grandi dimensioni il fenomeno della posizione di garanzia incardinata rigidamente e saldamente nella figura dell’amministratore o del rappresentante legale dell’impresa tende a subire alcune disgregazioni. Si dice: è impossibile, soprattutto nelle modalità di produzione moderna, che la gestione di tutti i più complessi e disparati aspetti della gestione industriale possa essere concentrata e possa far capo sempre e comunque ad un unico soggetto. Si apre, si invoca la possibilità di delegare parte di questi incombenti, parte di queste responsabilità, ad altri soggetti, ma lo si fa invocando soprattutto ragioni di ordine pratico, ragioni di fattibilità, laddove invece la ricostruzione, la tecnica, la metodologia della ricostruzione della posizione di garanzia non sembrano assolutamente richiedere questo tipo di passaggio. Ricordo a me stesso come la posizione di garanzia non possa che essere ricostruita sulla base e previo un’esatta individuazione degli obblighi incombenti ad un determinato soggetto, obblighi che possono trovare la loro fonte nelle disposizioni normative e nelle fonti più disparate trattandosi comunque di norme cautelari e possono essere norme che prima di tutto, prima ancora di scendere nel rivolo dei dettagliatissimi decreti in materia di ambiente, in materia di sicurezza del lavoro ed altro, trovano il loro capostipite negli imperativi costituzionali, nei doveri di solidarietà che la Costituzione richiede nell’articolo 3, nei principi di uguaglianza e soprattutto anche nell’articolo 41 della Costituzione in relazione ai limiti del diritto d’impresa laddove ricorda che il diritto d’impresa non può confliggere con l’utilità sociale.

Ma senza bisogno di richiamare ulteriormente queste fonti notissime è il caso di segnalare come il fenomeno di fronte al quale ci troviamo è un fenomeno per certi versi anomalo, non soltanto infatti ci troviamo di fronte a una dispersione, a una disgregazione dei centri di responsabilità all’interno di un’impresa, ma noi ci troviamo proprio di fronte a una sorta di impresa rete, verrebbe quasi da dire, di un’impresa fatta di molte imprese a sua volta, che vengono però gestite unitariamente, com’è stato ricordato, che dipendono comunque da un unico centro decisionale fortemente gerarchizzato e all’interno del quale le singole società, a dispetto della loro formale autonomia, restano invece fortemente legate a una struttura centrale sulla base di un rapporto che sembra assomigliare fortemente allo stesso rapporto di articolazione che all’interno di una semplice persona giuridica normalmente si attua attraverso un’articolazione in divisioni o reparti, etc., qui non siamo di fronte a una società divisa in reparti, divisioni o altro, siamo di fronte ad un enorme complesso societario, una sorta di rete di imprese, a direzione unitaria, all’interno della quale le singole società che di per sé considerate potrebbero avere una formale autonomia, sono in realtà, funzionano in realtà come delle vere e proprie divisioni o reparti di un’unica impresa.

Ecco allora la difficoltà ed ecco allora la strada che sembra necessario intraprendere per poter cogliere l’esatta essenza di questo fenomeno e per non rinunciare, questo è chiaramente il dato più importante, per non rinunciare a ricercare, a individuare la figura del garante fermandosi di fronte alla prima difficoltà che è rappresentata, appunto, da questa polverizzazione di questa rete di imprese in un nuvolo di imprese comunque collegate all’impresa, alla holding principale.

La necessità, la strada da percorrere non può che essere quella di considerare questa struttura di rete con una struttura fortemente gerarchica, come una sorta di unica impresa all’interno della quelle la posizione del garante dovrà essere individuata semplicemente utilizzando quelli che sono i normali criteri di individuazione della posizione di garanzia correntemente utilizzati quando si ha a che fare con un’impresa unica ancorché di grandi dimensioni. Si tratta quindi di sforzarsi, di non fermarsi alle barriere societarie, di non considerare separatamente le singole società, ma nel considerarle tutte come parte di un unico insieme legate soprattutto da questo rapporto gerarchico fortemente condizionante.

La figura del garante, dicevo, notoriamente ha posto e pone il problema della delega di funzioni, sono delegabili le funzioni del garante, il garante, ammettiamo di averlo per un attimo già individuato, il mio vuole essere solo un modesto contributo alle possibili soluzioni di questa complessa vicenda. La posizione di garanzia riconoscibile in capo al garante può essere oggetto di delega, può essere spostata verso altri soggetti, verso altri reparti? In questo caso, nel nostro caso non saranno precisamente reparti della stessa azienda ma possono essere anche aziende dello stesso gruppo e quindi sui rappresentanti legali, sulle persone che hanno la gestione o il controllo di queste aziende, di queste imprese e società che dipendono dall’impresa madre. Beh, sulla delega di queste funzioni, soprattutto nelle grandi imprese, ripeto, la giurisprudenza la conosciamo, vi è una giurisprudenza che in parte ha cominciato ad un certo punto ad ammettere la delegabilità a determinate condizioni di certi obblighi che incombono a specifici soggetti, vale la pena ricordare come questa tendenza vada però ulteriormente scandagliata, se in certi ambiti si assiste a questo atteggiamento va ricordato però come in materia ambientale, specialmente, la validità della delega abbia avuto un riconoscimento diverso da parte della giurisprudenza. Rapidamente, senza pretesa naturalmente di cogliere tutte le più varie modifiche ed oscillazioni della giurisprudenza sul punto, ma credo che si possa ragionevolmente ricordare come fino al 1989, soprattutto in materia ambientale, per ragioni che sono anche in parte condivisibili, la giurisprudenza tendesse ad escludere totalmente la possibilità di delega in questo settore, per ragioni che, ripeto, che non è il caso qui di ricordare, ma che comunque fanno leva anche sul carattere di reato comune di certi reati ambientali laddove si dice: chiunque sversa o altri comportamenti che fanno leva su altri ragionamenti, tendendo ad escludere. Dopo l’89 circa, proprio in questo settore, si assiste forse a una pacata attenta apertura forse della giurisprudenza che ammette sì la possibilità di delega di queste funzioni ma entro limiti estremamente rigorosi, nulla può essere lasciato al caso in queste vicende, in queste evenienze proprio per evitare che nella delega di queste attività che sono imprescindibili e che sono la condizione indispensabile per garantire la sicurezza del lavoro dell’ambiente, vengano, come si dice tradizionalmente, schiacciate verso il basso fino a essere estremamente polverizzate e alla fine vanificate. Le ripeto, senza pretesa di completezza, una natura formale ed espressa, ovvero sia una delega il più delle volte scritta, una natura non occasionale della delega ma una strutturale, nel senso che la delega deve essere prevista non di volta in volta in relazione alle esigenze ma in conformità a norme statutarie, previa adozione di precisi strumenti di controllo da parte degli organi competenti, la specificità, la descrizione del contenuto della delega, e mi piace in particolare ricordare alcuni requisiti che sembrano in particolare essere venuti meno nel caso che ci occupa. L’insussistenza di una richiesta di intervento da parte del delegato, fenomeno che anche nel caso che noi qui non riteniamo essersi verificato, cioè di una delega effettiva, è di per sé idoneo a ricostituire la responsabilità del delegante che non può in questa circostanza invocare l’efficacia della delega quando vi è da parte del soggetto delegato un ritorno al delegante, una richiesta anche di intervento. E poi una statuizione che prendo da una recente Cassazione, Sezione Terza penale, sentenza 17 gennaio 2000, in materia di inquinamento, dove si ricorda che l’inquinamento, in questo caso è l’oggetto della sentenza, non derivi da cause strutturali dovute ad omissioni di scelte generali.

Quindi anche questo aspetto dovrà essere tenuto in considerazione perché laddove la particolare organizzazione della società dalla quale poi discende la necessità poi di delegare determinate attività, sia essa stessa il frutto, il parto, l’invenzione di una mente organizzativa che ha concepito l’organizzazione, le metodologie della produzione in un determinato modo, non può poi essere invocata come elemento necessario a delegare ad altri determinate strutture perché si addosserebbe ad un soggetto, si ricorda, un compito, ahimè, possibile da svolgere. In questi casi è appena il caso di ricordare come anche solamente in materia di strumenti di sicurezza e di strumenti per il rilevamento delle fughe di gas e di CVM, si sia svolto un notevole lavoro all’interno della Montedison anche con l’attivazione di speciali commissioni, con l’intervento anche delle forze lavorative e di vari soggetti. E` già stato ricordato più volte l’atteggiamento, la presa di posizione da parte della Montedison in particolare relativamente al problema dei gascromatografi, il problema riguarda naturalmente la scelta del tipo di mezzo di rilevazione, erano i gascromatografi all’epoca lo strumento di rilevazione di questo tipo di perdite più idoneo per dotare un impianto di quel tipo? E secondo, l’aspetto aspetto estremamente cruciale a questo riguardo, è invece quello della idoneità della metodologia di rilevazione tramite gascromatografo, che è stata attuata invece da Montedison, parlo naturalmente del sistema mono terminale, ovvero sia pluri o mono terminale. E` evidente che nella scelta di questa metodologia di impiego di uno strumento, anche potenzialmente idoneo, quando anche le fosse, ripeto, perché la scienza già negli anni, dall’inizio degli anni ‘80 metteva a disposizione strumenti di rilevazione ancora più precisi, spettrometri di massa ed altro, è senz’altro da ricordare il documento, verbale di una riunione sul sistema di rilevamento CVM in relazione a normativa CEE in atti che riporta il verbale di una riunione tenutasi a Milano sul problema della.., in atti naturalmente, sul problema della pericolosità del CVM e PVC, ma soprattutto sul problema della sua rilevazione e sulla base di questi tipi di strumenti. Vi si legge in particolare, a pagina 2. 2, dopo naturalmente l’esposizione delle ragioni per cui Montedison ritiene di dover mantenere ferma l’adozione di questi strumenti e di queste specifiche metodologie, vi si legge proprio uno specifico paragrafetto delle richieste da parte sindacale, in relazione al particolare aspetto del sistema di rilevamento, si legge, nell’ultima riunione di Roma riguardante l’applicazione della normativa CEE in Italia, era imminente l’attuazione della direttiva CEE, poi attuata con la legge dell’82, sappiamo, la richiesta di inserire la prescrizione di una sola presa di campionamento per linea di rilevamento basando tale richiesta su una presunta diluizione del campione, ovviamente com’è successo la richiesta non è passata, come precisata nella comunicazione del 21/3. Questa era una riunione, presenti i signori Basei, Bernardini, Burri, Capodaglio, Garlanda, Nini e Viviani e inoltrata per conoscenza anche a Sellan, Grandi, Cassanetti, Imparato, Luccialini e De Gasparis, tutti questi soggetti sono stati in qualche modo informati dell’esistenza di problemi, di contrasti, di proposte diverse e di necessità di interventi più incisivi in questi settori. Il problema poi della delega al quale ho fatto appena adesso accenno, un breve accenno, può essere ulteriormente valorizzato sul piano della continua girandola, diciamo così, di amministratori, di un continuo passaggio di soggetti da ruoli di responsabilità all’interno di una società verso altre società. Un fenomeno che sicuramente rende più complessa la ricostruzione delle singole responsabilità ma che pone un impegno, una sfida alla quale non è possibile del tutto sottrarsi. E` evidente naturalmente che lo spostamento di un determinato soggetto, di una persona fisica in tutto e per tutto, parliamo questa volta di un vero garante in carne ed ossa, a una posizione di responsabilità a un’altra che comporti l’assunzione di una posizione di garanzia, può determinare dei dubbi circa la riconducibilità della consapevolezza di un insieme di conoscenze necessarie naturalmente ad attuare il comportamento corretto da parte del garante, da parte del soggetto che si trovi a essere nominato nella funzione e nella carica magari a breve distanza dal verificarsi di eventi dannosi o pericolosi. A questo riguardo è appena il caso di ricordare però, e di segnalare, alcuni aspetti singolari che non potranno essere del tutto trascurati nel difficile compito di ricostruire anche le responsabilità individuali dei garanti in carne ed ossa all’interno di questa struttura così complessa, abbiamo un banale schema delle posizioni di responsabilità e di gestione all’interno dell’impresa limitatamente anche al periodo di lavoro del mio assistito, di Zagagnin, e in relazione anche agli impianti, agli stabilimenti nei quali ha lavorato, dal quale cos’è possibile ricavare? Io adesso farò alcuni nomi, ma prego le Difese anche in questo caso di non prenderla come un attacco personale in quanto che utilizzerò questi nomi solamente come esempio di una situazione che sicuramente si ripete e si sarà ripetuta in varie situazioni all’interno dell’intero arco di vita dello stabilimento e che è oggetto anche di questo procedimento. Se guardiamo per esempio la posizione di Morrione Paolo, è stato amministratore delegato di Montedipe nel periodo dall’aprile ‘84 all’aprile ‘86, due anni, era il periodo in cui Zagagnin lavorava al CV14, ma Morrione Paolo com’è arrivato in questa posizione di amministratore delegato Montedipe? Dal nulla? No, perché Morrione Paolo ha lavorato per tutto il 1984 come amministratore della seconda Montepolimeri in precedenza, e prima ancora? Prima di essere amministratore della Montepolimeri? E` stato vice direttore generale della divisione materie plastiche, divisione prodotti. Ecco allora che quando si dovrà esaminare la responsabilità, l’eventuale responsabilità di un soggetto come quello che ho citato esemplificativamente nel passaggio da diversi ruoli, da diversi incarichi, non potrà prescindersi naturalmente dalla permanenza in capo al medesimo soggetto di quel complesso di esperienze, conoscenze, nozioni, che lo stesso può avere acquisito all’interno della stessa struttura aziendale e societaria pur avendo operato in altri e diversi reparti. Giusto perché non sembri un’eccezione fra tanti, mi permetto di citare anche il caso di Gaiba Sauro, anche questo è responsabile della Montepolimeri per tutto l’anno 1984, anche qui in questo caso era il periodo di lavoro di Zagagnin al CV14, e precedentemente? Responsabile del gruppo polivinilici nel periodo dal settembre ‘75 all’aprile del ‘79, quattro anni, era il periodo in cui Zagagnin lavorava all’impianto pilota. E prima ancora? Gaiba Sauro, direttore generale, tecniche e tecnologie del PVC dall’aprile 79 al dicembre del 1980. Ripeto, questi sono esempi che abbiamo potuto estrapolare, naturalmente ci riserviamo poi di completare e precisare e correggere eventuali omissioni o errori, in una memoria scritta con la quale riassumeremo, per la comodità del Tribunale, gli esempi e i dati che citeremo.

Quindi un problema sicuramente che può trovare anche nell’osservazione attenta di questi passaggi una sua soluzione. Mi avvio anche qui rapidamente al prossimo punto. Una volta individuato il garante, una volta individuata esattamente la persona, l’ente al quale riferire le omissioni in rapporto eziologico con gli eventi, si tratta di capire in che cosa consiste il rimprovero ovviamente, sembra quasi ridicolo sostenerlo dopo che così tanto è già stato detto sulla gestione degli impianti, sulla manutenzione di queste strutture, eppure è un passaggio necessario per la ricostruzione della responsabilità. E qui è un aspetto estremamente delicato, gli eventi in cui consistono i plurimi episodi di lesioni, di decessi, il disastro, tutti questi eventi possono essere stati realizzati con delle vere e proprie omissioni di comportamenti doverosi, ma possono anche essere stati realizzati in alcuni casi, lo vedremo, altri colleghi dopo di me parleranno di questo aspetto anch’esso cruciale, con delle vere e proprie, con dei veri e propri comportamenti commissivi, la sottile linea che separa in alcuni casi il comportamento omissivo da quello commissivo, naturalmente comporta poi diverse conseguenze rispetto ai meccanismi di accertamento e della ascrizione della responsabilità penale, e qui naturalmente non posso che fare, rimando, rinvio, a quegli aspetti che altri colleghi parleranno cercando di illustrare anche le ragioni per le quali determinati comportamenti possono, debbono essere inquadrati in una logica commissiva ovvero omissiva. Io vorrei semplicemente ricordare, anche in maniera molto sintetica, grazie al lavoro dei colleghi che mi hanno preceduto e che ha ampiamente anticipato i temi anche dell’omissione di cui mi sarei dovuto occupare, sicuramente le omissioni, mi limito a denunciare a grandi linee quali sono le omissioni più significative che possono essere rimproverate ad un garante con l’obbligo di tutelare la salute e la personalità morale del lavoratore all’interno della struttura di lavoro. Una parola appena per ricordare come gli impianti fossero vecchi quasi al momento della loro, del loro impianto, della loro nascita, del loro sorgere, sono impianti che nascono in alcuni casi con tecnologie obsolete, sono impianti che nascono in un momento in cui altrove.., con tecnologie all’aperto, sappiamo, e che vengono mantenuti in questa forma per tempi oltre i limiti del plausibile, ma al di là di questa vetustà o obsolescenza originaria quasi degli impianti, le omissioni più significative sono sicuramente quelle riconducibili al difetto di informazione, e qui è doveroso il richiamo delle specifiche norme dei decreti in materia di lavoro che prescrivono esplicitamente l’obbligo di informazione, un obbligo di informazione che si è espresso ed estrinsecato nei versanti, nelle direzioni più diverse, non solo verso la informazione della pericolosità della sostanza come tale, e per pericolosità della sostanza non mi riferisco solamente alla generica pericolosità, perché il CVM sappiamo che è un gas, è esposto ad alcuni aspetti di pericolosità specifici, può esplodere, può incendiarsi, non è questo il tipo di pericolosità che intendiamo, e non è con l’informazione limitata a questo specifico profilo di pericolosità che può intendersi assolto il dovere di informazione che si richiede al datore di lavoro, al garante, parlo proprio della pericolosità, del rischio di patologie tumorali professionali specifiche, rischio noto, sappiamo, è inutile ripercorrere le date e gli elementi su cui questa affermazione si fonda, noto, dicevo, all’azienda sin dai lavori quanto meno del professor Maltoni commissionati dall’azienda stessa. Ma non è solo un difetto di informazione o di gestione di questo tipo di informazioni che pure l’azienda evidentemente aveva, ma è anche perfino nella informazione relativa alla gestione degli stessi impianti nei quali queste sostanze pericolose venivano gestite, il CVM, il PVC, ma anche altre sostanze, e parlo, facendo naturalmente solo un rinvio anche per non occupare ulteriore tempo, parlo naturalmente della carente e lacunosa predisposizione dei manuali operativi degli stessi impianti. Questo è un tema, quello dei manuali operativi degli impianti, estremamente delicato, il manuale operativo è un documento fondamentale per capire come funziona un impianto, ma non solo per capire questo, ma per capire come reagire nei casi in cui si può verificare una perdita, un accidente qualsiasi, sapere dove intervenire, sapere anche che cosa sostituire, come sostituirlo, etc..

La posizione fondamentale, anche ai fini della sicurezza, di un manuale operativo, che è evidenziata, ripeto, nella lunga e articolata memoria dei consulenti tecnici Mara e Carrara, è costellata di critiche, di appunti, di rilievi, intesi a mettere in evidenza la lacunosità e soprattutto la mancanza totale di aggiornamento di questi documenti preziosi. Si tratta di documenti che non basta, ci spiegano i consulenti, istituire una tantum, la tecnologia evolve, gli strumenti vengano cambiati, è necessario adeguare, aggiornare, costantemente questi documenti quanto meno bisogna aggiornarli e rinnovarli ogni qualvolta nell’impianto si venga ad adoperare qualche modifica che lo rende senz’altro necessario. Abbiamo, a fronte di questa necessità, a fronte di questo indispensabile adempimento, abbiamo il desolante rilievo dei consulenti che notano come manuali come quello del CV14, impianto sul quale anche ha lavorato Zagagnin, non venissero più aggiornati dal 1979, altri manuali addirittura sono risultati mancanti, altri manuali non portano date anteriori al 1990, risultano addirittura quindi istituiti in epoca oltremodo tarda, e di quelli esistenti sono numerose, non le ripeto naturalmente per non appesantire, le critiche relative alla gestione stessa del manuale, non vi sono indicati i numeri di pagina, non vi sono le firme, non vi è indicata la data, si tratta di documenti che per quanto abbiamo potuto capire sono costituiti essenzialmente da fogli mobili per evitare di ristampare ogni volta l’intero documento ed è proprio la natura di un documento a fogli mobili che richiede la particolare attenzione, la particolare cura anche di questi non trascurabili dettagli, ovvero sia la data dell’aggiornamento del foglio stesso, tutti, censure rigorosamente e puntualmente annotate dai nostri consulenti in relazione a questo.

Il capitolo dell’informazione potrebbe continuare ma mi limito a queste due più importanti e più eclatanti esempi. Vi è poi quello della manutenzione, anche su questo tema sono stato preceduto da chi anche più dettagliatamente e autorevolmente di me ha manifestato e ha rappresentato come la manutenzione di questi impianti fosse sostanzialmente insufficiente, prima di tutto, e non secondariamente spesso, troppo spesso attuata con modalità non corrette, tecnicamente non corrette. La manutenzione, la scarsità, l’insufficienza, le modalità non corrette, sono peraltro riconoscibili anche dallo stesso delle commesse, che è stato anche questo puntualmente analizzato nella relazione dei consulenti, che ha evidenziato come lo stato delle commesse sia uno stato assolutamente caotico. Le commesse vengono aperte e non vengono sempre chiuse, il tempo fra la commessa e la sua revisione o la sua chiusura è mediamente un anno, il che diventa un tempo anche più lungo se si considera che prima di effettuare la commessa è necessario spesso uno studio, un vaglio, una individuazione delle ragioni che hanno indotto la spesa, ma tutto questo è agli atti di questo processo, è ricostruibile non solo dai documenti a cui ho fatto riferimento ma anche dalla audizione del teste Maccari, l’udienza dell’11 giugno del 1999, dove ampio risalto è stato dato proprio agli aspetti tecnici delle commesse, soprattutto nel periodo del ‘73 ed anni seguenti, relativi anche agli impianti del CV14 che, ripeto, interessano particolarmente la Parte da me assistita. Si dice: richiesta di un’apertura commessa in data 27/9/73, giustificazione dell’investimento: attualmente la pulizia interna delle autoclavi dalle incrostazioni di PVC, come sappiamo, viene eseguita da personale di reparto e date le condizioni di disagio, si legge, è sempre più difficile trovare personale disposto a farlo. Certamente un lavoro che viste le condizioni con cui veniva eseguito non era certamente il lavoro più popolare fra tutti. Ed ecco allora la difficoltà nel trovare persone che si prestino a questo lavoro induce a modificare la struttura e a proporre una commessa per il miglioramento della tecnica di lavaggio delle autoclavi. Certo, il lavoro dell’autoclavista è senz’altro quello, è uno dei lavori più a rischio all’interno del ciclo della produzione, ma è dubbio, o è quanto meno dubitabile, che le misure proposte anche attraverso queste commesse, non solo per le vicende particolarmente tortuose alle quali sono state soggette, ovvero sia un tempo di apertura particolarmente lungo, una durata di una commessa mediamente di un anno, chiusure che molto spesso mancano, quindi non abbiamo neanche la possibilità di verificare se e in quale misura siano state attuate, ma è in generale ricavabile e riconducibile alla stessa filosofia della manutenzione da parte dell’azienda, una filosofia che è spiegata in maniera raggelante, viene quasi da dire, nella nota sulla formulazione del budget di manutenzione per gli anni ‘78 e ‘80, un documento al quale si è fatto più volte riferimento ma al quale credo non guasti riportare nuovamente l’attenzione, perché proprio al di là della validità, della rilevanza indiscussa di questo documento, questo documento contiene elementi specifici, mi verrebbe da dire della filosofia aziendale in quel periodo, relazione soprattutto a questi aspetti.

E sono frasi che illuminano chiaramente le iniziative tendenti alla riduzione dei costi, si legge, non possono e non devono avere un carattere saltuario o temporaneo, non è il risparmio saltuario che si cerca di raggiungere, quanto una sistematica riduzione ed abbattimento di costi attraverso un sacrificio della manutenzione in generale, l’obiettivo primario, è costante di tutta la divisione, è la competitività. Ma un’altra frase forse illumina in maniera ancora più chiara quella che mi sono permesso di chiamare la "filosofia" d’impresa che sembra emergere da questo documento. Rischi di affidabilità, è un po’ la motivazione, il cappello finale, dell’imperativo non manutenere, al quale si ispira l’intero documento, rischi di affidabilità, si legge, che potrebbero essere giudicati non accettabili se considerati nell’ambito di un singolo impianto, diventano accettabili se sono frutto di una mentalità estesa ad un intero stabilimento o a una divisione. E` qui il passaggio chiave e l’invito naturalmente ad assumere una nuova mentalità, ad assumere una nuova visione, una nuova interpretazione anche del rischio, i responsabili di produzione e manutenzione devono cambiare mentalità, infatti, nel punto 2 e punto 6, nel senso di sentirsi inseriti in un grande complesso. E` nell’enorme complesso che il rischio che individualmente non sarebbe sopportabile, non sarebbe tollerabile, può diventarlo stemperato nei grandi numeri del grande stabilimento, questo sembra essere la filosofia che si ricava da questo documento. E di fronte ad affermazioni e a frasi di questo genere che manifestano, ripeto, un approccio anche al rischio che si intende contrastare, viene da dubitare non solo chiaramente della concezione stessa di un pensiero simile da un punto di vista di etica del lavoro ed altro, ma anche in termini più rigorosamente e più strettamente giuridici in relazione ai parametri dell’omo iusdem conditionis e professionis, al quale ci si richiama naturalmente, vuoi per la colpa, vuoi anche per alcuni versi per la individuazione dei nessi eziologici nell’ambito dei reati cosiddetti omissivi impropri. Quindi è proprio il parametro, è questo l’atteggiamento che ci si attende dall’omo iusdem professiones e conditionis, dall’uomo diligente, è questo il parametro al quale ci si deve attendere un adeguamento da parte dell’impresa? Pare ovviamente proprio di no. Dell’omissione, dell’installazione dei gascromatografi e di altri strumenti di protezione, naturalmente ho già accennato, poiché sarà un tema sul quale torneranno altri colleghi, mi permetto di saltarlo e mi avvio all’ultimo, rapidamente all’ultimo brevissimo punto che mi ero proposto di illustrare.

Sicuramente nello schema del mio ragionamento abbiamo individuato, abbiamo cercato di individuare il garante pur nella complessità della situazione, di individuare quali sono le condotte rimproverabili al garante limitandoci per il momento, ripeto, solamente al rilievo di omissioni o rinviando peraltro ad altre trattazioni, si tratta di scendere proprio in concreto e di individuare nell’ambito di questa nozione rimasta, mi rendo perfettamente conto, fino a questo momento un po’ vaga del garante, di individuare il garante in carne ed ossa, carne e sangue di questo garante, inteso come persona fisica e persona individuale. Non ho la pretesa naturalmente di percorrere in rassegna i ruoli dei singoli imputati, ma mi limito a segnalare come brevi accenni due possibili problemi che si possono dare nell’ambito di questa situazione e che peraltro ricordo che già in giurisprudenza hanno trovato una soluzione, una soluzione coerente con i principi, è il problema della successione di garanti, ci troviamo infatti di fronte ad un problema in cui oltre alle movimentazioni societarie, oltre ai trasferimenti continui di soggetti, di dirigenti, nei ruoli più diversi, ci troviamo anche a soggetti che si succedono anche nello stesso ruolo, pur provenendo, come abbiamo visto, da esperienze diverse. E la giurisprudenza, specialmente quella arcinota in materia di amianto, ha avuto già modo di pronunciarsi e di confrontarsi con le tematiche riassumibili poi in due posizioni, responsabilità del garante, del primo garante diciamo, per le omissioni o per le violazioni commesse nel periodo del suo incarico, rispetto alla prosecuzione di queste negligenze, di queste mancanze da parte del successore, sappiamo che la posizione di garanzia sotto la quale si è verificato, o si è innescato, parliamo in questa sede anche di patologie tumorali che hanno un periodo di latenza molto lungo, ma la posizione di garanzia all’interno della quale si è quanto meno innescato il processo patologico consente di affermare la perdurante responsabilità del garante anche in epoca successiva, il collega ha ricordato poco fa la sentenza di Stava, è ovvio, questo è un principio che risale dalla sentenza di Stava ma che è un principio che è mantenuto, perseguito anche dalla giurisprudenza più recente, soprattutto in materia, ripeto, di patologie da amianto.

Vi è poi anche un altro, simmetrico quasi, problema, ed è quello della responsabilità del garante successivo, cioè entrato nella carica successivamente dopo che il fatto, l’innesco se vogliamo, della malattia, è un caso di malattia professionale come in questo caso, si era già verificato sotto il periodo di assunzione della carica da parte di altro precedente garante, non parlo naturalmente dei decessi ovviamente, perché chiudono il tragico percorso patologico, ma cosa della responsabilità del garante che entra nella funzione di garante in un momento in cui l’episodio, diciamo così, innescante la patologia, già si è verificato sotto la, o durante l’incarico di un precedente garante. Bene, anche in questo caso la giurisprudenza si è confrontata con questi temi, ed è sin dal 1979 con il caso dell’Ipca di Ciriè che aveva ad oggetto tumori vescicali ed ammine aromatiche, ma il principio giuridico non cambia, che si afferma come, soprattutto rispetto a patologie tumorali caratterizzate, come dicevo, da un lungo periodo di latenza, laddove sia dimostrabile una prosecuzione nell’esposizione anche successivamente al vero e proprio innesco della malattia, questo possa, come dire, contribuire ad affermare la responsabilità aggiuntiva del "secondo" garante, del garante entrato in carica successivamente, laddove la successiva esposizione naturalmente ultronea, quella che secondo alcuni non sarebbe più necessaria per scatenare la malattia completa, laddove, dicevo, la successiva esposizione abbia quanto meno contribuito ad aggravare le condizioni, a anticipare il momento della morte per quel tipo stesso di patologia del quale il soggetto era già affetto. Naturalmente la capacità di una sostanza come il CVM e PVC di operare in questo senso è ampiamente desumibile agli atti. Una giurisprudenza che peraltro sembra essere proseguita senza modifiche sostanziali, degli episodi che ricordo rapidamente, senza indicare gli estremi giurisprudenziali che mi riservo comunque di fornire alla Corte, degli episodi dell’Acna di Cengio, Tribunale Savona ‘84, Stoppani Cogoletto, Tribunale di Genova il 17 gennaio ‘91, ed ancora più vicino a noi, di nuovo la Pretura Ciriè, il 23 febbraio ‘98, Giacomelli, anche in questo caso un adenocarcinoma dei semiparinasali per la polvere di legno, sono tutti episodi che ahimè sono noti al di là della ristretta cerchia dei giuristi proprio perché sono episodi che sono assunti anche al rango delle cronache proprio per la gravità dei fatti e la soluzione giuridica che hanno trovato.

Altri aspetti in tema di posizione di garanzia sarebbero particolarmente interessanti da affrontare ma non voglio togliere ulteriore tempo anche ai colleghi che mi devono seguire, e mi limito semplicemente a segnalare come la posizione di garanzia in sé stante possa, in sé e per sé, possa essere affermata anche in capo a soggetti che rivestono o hanno rivestito cariche, funzioni in apparenza lontane da un punto di vista formale, meramente formale, ma che in realtà attraverso una corretta ricostruzione della posizione di garanzia non possono sfuggire, dicevo, al legame inscindibile che li collega alla posizione. Un tema che spesso viene affrontato dalla giurisprudenza, specialmente in questi casi, è l’incarico marginale, l’incarico apparentemente eccentrico rispetto a quello della sicurezza, rivestito da alcuni soggetti. Si dice: tizio era responsabile del personale come tale non può avere conoscenza, consapevolezza di aspetti tecnici della produzione, di sostanze, si occupava di altro, buste paga e che, per esempio, ma anche su questi casi una giurisprudenza è intervenuta per valorizzare, come sappiamo, proprio gli aspetti conoscitivi che possono comunque investire il soggetto, che il soggetto può comunque ricavare dalla sua esperienza lavorativa indipendentemente proprio dal settore specifico di interesse. Per quale ragione si dice un responsabile del personale per i rapporti che ha con le rappresentanze sindacali, per i rapporti che ha con anche le organizzazioni sanitarie e con i presidi sanitari di fabbrica, che organizza i turni, che organizza la dislocazione dei soggetti nelle varie mansioni, per quale motivo non dovrebbe essere venuto a conoscenza, in un caso come questo di cui ci stiamo occupando, delle patologie specifiche o delle pericolosità che avvolgono determinati di produzione? E se così è, naturalmente, per quale ragione il soggetto non dovrebbe essere chiamato a risponderne? Naturalmente l’aspetto, la verifica della conoscenza concreta del dato è un dato successivamente imprescindibile, ma ciò che conta è che non possa lo schermo formale dell’incarico o della posizione essere utilizzato come un baluardo per allontanare da sé le responsabilità penali. Concludo, consapevole naturalmente di lasciare molto materiale, molto lavoro anche ai colleghi che mi seguiranno, data naturalmente l’ampiezza e la delicatezza di questi problemi, non era certo mia pretesa risolverli tutti in un.., peraltro faticoso da seguire, intervento orale, ribadisco quindi il proposto di questa Difesa di assegnare poi per iscritto i dati essenziali di questo, i punti essenziali di questa traccia e mi limito a concludere esponendo che i danni, segnalando che i danni del quale Zagagnin è stato vittima, che Zagagnin ha subìto, sono sì i danni da Raynaud, cioè i danni da Raynaud quantificati peraltro nella misura di un 30% di invalidità riconosciutagli dal dottor Totire, ma che non si limitano, o che possono non limitarsi esclusivamente a danni di questo tipo. Mi piace ricordare che Silverio Zagagnin lavorando nel periodo del CV14 ha conosciuto Gabriele Bortolozzo, anzi, Gabriele Bortolozzo era il suo assistente all’epoca al CV14, sono gli anni in cui la consapevolezza della pericolosità, ma diro più precisamente, non tanto della pericolosità, quanto della cancerogenicità del CVM, entrata con grande e precisamente nella mente anche degli operai dell’epoca, specialmente di quelli che hanno avuto la fortuna di incontrare, di conoscere, Gabriele Bortolozzo. Quindi il danno è un danno naturalmente dalla patologia in sé, dal danno da Raynaud in questo caso, ma è un danno anche derivante da un altro aspetto, forse trascurato, ma che invece merita senz’altro una rivalutazione, il disagio, lo stress lo definisce qualcuno, dell’essere, della consapevolezza di essere esposti a una sostanza di cui si conoscono le proprietà cancerogene o le proprietà nocive, ancorché non si sia in concreto contratto quella specifica patologia cancerogena, da un lato, ribadisco, vi è un danno indiscutibile derivante da una patologia professionale come il Raynaud, di chiara derivazione eziologica dall’esposizione, dall’altro vi è comunque anche un danno rappresentato da uno stato di angosciosa consapevolezza di sapere che il proprio lavoro, una consapevolezza è maturata, ripeto, dal Zagagnin nell’ambiente di lavoro, magari tardi, magari dovute a circostanze che sicuramente non discendono dalle iniziative della fabbrica ma dalle conoscenze, dalle amicizie con altri colleghi, un danno, che anche la giurisprudenza in alcuni casi riconosce, che si aggiunge, ripeto, a quello derivante dalla malattia e sul quale non mi dilungo oltre perché, come è stato riconosciuto, è un danno che associa, rende accostabile, assimilabile alla posizione di Zagagnin a quella di altri soggetti, ma questo tipo di danno, ripeto, è un danno a sé stante che reputo meriti un apprezzamento separato e autonomo. Concludo quindi dando, se il Presidente consente, lettura delle mie conclusioni: il sottoscritto avvocato Marco Sforzi, difensore e procuratore speciale di Silverio Zagagnin, costituitosi Parte Civile nei confronti di Cefis Eugenio più altri, come da capo di imputazione che si intende integralmente riportato, chiede che il Tribunale di Venezia, riconosciuta la penale responsabilità degli imputati, li condanni alla pena che riterrà congrua. Chiede altresì che gli imputati siano condannati in solido tra loro e con Montedison Spa, EniChem, Eni e Montefibre, quali responsabili civili, al risarcimento dei danni subiti dalla Parte Civile da quantificarsi con separato giudizio, stante anche l’incertezza di questo tipo di danno. Che gli imputati inoltre e infine vengano condannati in solido tra loro e con Montedison, EniChem, Eni e Montefibre, quali responsabili civili, al pagamento di una provvisionale in misura non inferiore a lire 200 milioni. Segnalo semplicemente che l’indicazione della provvisionale deriva da un calcolo provvisorio, visto che il danno ancora non è quantificato, che trae origine dalla quantificazione nel 30% di invalidità a sua volta, a suo tempo indicata dal consulente dottor Totire. Mentre invece il sottoscritto difensore... al Tribunale condanni gli imputati al risarcimento delle spese legali che ci si riserva di presentare all’atto delle repliche finali.

 

Presidente: va bene, facciamo una sospensione di 5 minuti, prenderà poi la parola l’avvocato Dall’Asen e poi?

 

Avvocato Manderino: siccome oggi io sostituisco l’avvocato Grillo, che non è presente perché era indicato...

 

Presidente: perché ho visto che nel programma erano previsti anche gli interventi dell’avvocato Gamberini e dell’avvocato Picotti.

 

Avvocato Manderino: sì, io parlavo solo per Grillo in questo momento.

 

Presidente: no, ma qui erano.., quando ci saranno questi interventi, se ci saranno?

 

Avvocato Scatturin: ci sono, certo, domani mattina potrà venire Picotti.

 

Presidente: ho capito, va bene, però i programmi vanno rispettati.

 

Avvocato Scatturin: per Gamberini parlerà l’ultimo giorno credo, io credo che riusciamo Presidente a trovare il tempo... Entro il tempo che è stato stabilito naturalmente.

 

Presidente: va bene, d’accordo.

 

AVVOCATO DALL’ASEN

 

Avvocato Dall’Asen: intanto vorrei dare atto che sono presente all’udienza, visto che questa mattina sono arrivato un po’ in ritardo.

Signor Presidente, signori Giudici del Tribunale, io assisto e per me vale il discorso fatto anche precedentemente da altri colleghi, due Parti Civili, che ci siamo ridistribuiti nell’ambito del collegio difensivo che fa qualche modo riferimento a Medicina Democratica, al fine di contribuire tutti alla miglior possibile discussione di questo procedimento. Le Parti Civili che assisto sono il signor Donolato Eugenio e il signor Sgnaolin Giovanni.

Vorrei trattare le due posizioni in modo distinto e partitamente iniziando da quella del signor Donolato Eugenio. Aggiungo che rispetto anche a quanto avevamo inizialmente segnalato nella suddivisione dei compiti negli interventi che noi avremmo dovuto svolgere, visto quello che è stato l’intervento di questa mattina dell’avvocato Todesco, al quale io completamente mi rimetto per quanto riguarda le questioni in generale sul nesso di causalità, faccio presente che mi atterrò a quelle che sono le problematiche specifiche dei casi da me seguiti in modo particolare, con, ovviamente, le argomentazioni che le questioni pongono.

Quindi Donolato Eugenio. Donolato Eugenio è Parte Civile rientrante tra l’altro nell’elenco come ammalato delle persone offese di cui alle schede depositate dal Pubblico Ministero all’udienza del 5 di giugno, è un caso di epatopatia cronica che dagli atti, da quanto riferito dal dottor Bracci all’udienza del 3 dicembre ‘99, udienza nella quale il caso del signor Donolato è stato trattato, fa risalire in termini di diagnosi al dicembre 1994 e il signor Donolato Eugenio è un socio della Cooperativa Carico - Scarico Porto Industriale, ha lavorato come insaccatore dal ‘73 fino all’81 all’insacco presso il reparto CV15, successivamente, per altri 4 anni, e quindi fino al 1985, sempre come insaccatore però al CV6. Successivamente è stato trasferito in altri reparti dello stabilimento di Marghera ed attualmente lavora presso l’FR3. Sulla scorta dei dati documentali che si hanno, e da quanto anche espresso dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero oltre che dal consulente tecnico di parte dottor Miedico, il periodo di esposizione a CVM e polveri di PVC, nodale ai fini della correlazione con la patologia riscontrata, è quello che va dal ‘73 all’85, quindi 12 anni di esposizione, circostanza questa che poi andremo a dettagliare a seconda del tipo di reparto dove ha svolto le proprie mansioni. A questa comunque e in ogni caso c’è da aggiungere e da prendere in considerazione, rispetto anche a questo ai rilievi che faremo successivamente, quella che è comunque una situazione espositiva susseguitasi negli anni dopo il 1985 per il sol fatto che il signor Donolato Eugenio, come tutti gli altri suoi colleghi di lavoro, ha frequentato costantemente, quotidianamente in generale l’ambiente di lavoro e l’area dello stabilimento Petrolchimico di Mestre.

Ecco, detto questo faccio semplicemente una precisazione, nella schede delle valutazioni conclusive che è stata predisposta, faccio semplicemente notare un refuso al fine di evitare equivoci, è pacifico che abbia lavorato prima al CV15 e successivamente al CV6, però per quanto riguarda le valutazioni conclusive per un refuso, ripeto, viene indicato il CV8 come reparto, invece è sicuramente il CV6, è una circostanza non contestata. Per quanto riguarda la diagnosi della patologia abbiamo detto che essa è stata accertata nel dicembre ‘94, viene fatta risalire a questo periodo, viene diagnosticata una struttura del fegato molto aumentata di volume, con una ecostruttura lievemente disomogenea, i dati relativi ad un elemento indicativo e il criterio di valutazione rispetto a questo tipo di patologia, cioè la quantità e il volume del volume corpuscolare medio, viene in varie fasi successivamente riscontrato sempre alterato e comunque superiore a quello che è il valore considerato indicativo di una situazione di non malattia, viene riscontrato successivamente al ‘94 una continuità nell’alterazione dei valori, nel ‘96 riscontrano presso l’ospedale di Padova un volume corpuscolare di 101, con movimento di transaminasi accertato poi successivamente ancora nel ‘98, una continuità nell’alterazione del volume corpuscolare medio che sale a 127,7 nel ‘99; quindi diagnosi che viene fatta dal dottor Bracci è che si tratta di epatopatia cronica non dotata di particolare evolutività in una situazione nel quale tra l’altro manca qualsiasi indicazione negativa per quanto riguarda i marker per l’epatite. Stessa cosa concorda il dottor Miedico che sentito all’udienza del 30 novembre ‘99, conferma specificando che a suo avviso si tratterebbe di una steatosi epatica su base tossica. La valutazione del danno che poi in sede di conclusioni andremo a ragguagliare, viene basata sulla valutazione fatta dal dottor Miedico all’udienza del 16 marzo 2001 e che viene individuata in una percentuale del 20%. Ecco, rispetto a questo dato, quelle che sono le contestazioni mosse dai consulenti tecnici di controparte si muovono lungo due ordini di discorso, il primo è costituito dalla negazione della forte esposizione a polveri di PVC e a CVM e dall’altro alla evidenziazione di un costume alimentare che vede il signor Donolato fare uso di vino. Rispetto a questa circostanza è bene subito mettere in evidenza un dato fattuale, è una circostanza che viene dedotta indirettamente dalla documentazione medica, nel senso che da una raccomandazione fatta dal medico di Padova dove si era recato per fare le analisi del sangue nel ‘96, che gli raccomandava dall’uso di astenersi dall’uso di bevande alcooliche, si deduce immediatamente che il Donolato sia dedito ad un consumo imprecisato, d’altra parte, qui si dice è un modico bevitore di circa un litro di vino, ci dice il dottor Tommasini, modico bevitore di circa un litro di vino al giorno, però sono circostanze che vengono dedotte in via indiretta. Preme rilevare questa circostanza anche perché poi nella parte conclusiva invece sono proprio i consulenti di Parte ad evidenziare un po’ forse con un senso di realismo maggiore del.., questo uso di bevande alcoliche, in quanto si definisce elevato il consumo alcolico del signor Donolato, mentre anche quelli controparti, i dottori di controparte, lo definiscono un moderato uso. Comunque a prescindere da questa circostanza che evidentemente presenta delle discrepanze perché è dedotta e non è provata, né da quanto tempo né per quanto tempo, direttamente, è da precisare che l’alcool con l’azione del CVM vengono ritenute entrambe concausa da parte del dottor Bracci della patologia epatica cronica di cui è affetto il signor Donolato. Su questa circostanza mi permetto semplicemente di evidenziare un discorso che il professor Martines ha più volte espresso in merito all’interazione tra l’alcol e il CVM, un’interazione che per un verso il professor Martines richiama rifacendosi a quelle che sono state le valutazioni e gli studi pubblicati dalla IARCH nel 2000 e da Word, anche questo nel 2000, ed ulteriormente precisati e puntualizzati nella relazione depositata di recente, nell’aprile 2001, e della quale, se mi è consentito, vorrei brevemente dare lettura, anche se potrebbe darsi che il discorso sia abbastanza superfluo atteso che, rispetto alla concausalità, rispetto alla patologia, non pare si possano seriamente (revocare) in dubbio le conclusioni del dottor Bracci, atteso quello che è il principio più volte ribadito anche quest’oggi da altri colleghi nell’ambito della equivalenza delle cause nell’ambito, della verificazione degli eventi nell’ambito penalistico del nostro ordinamento.

In ogni caso e a buon conto, è una questione questa già trattata dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, ma alla quale in ogni caso chiederei di ritornare vista l’importanza e la significatività data dai consulenti tecnici dei difensori in ordine all’interazione dell’alcool rispetto al cloruro vinile monomero.

 

Presidente: avvocato Dall’Asen, guardi che abbiamo sotto gli occhi proprio tutte le relazioni..

 

Avvocato Dall’Asen: allora io la do per richiamata sostanzialmente.

 

Presidente: quella di Bracci, Grandi, Colombo e Totire, le abbiamo tutte qui...

 

Avvocato Dall’Asen: io mi riferivo a quella parte della relazione del dottor Martines, comunque.., depositata l’aprile del 2001, eccola qua. Cioè, che.., di dare come la spiegazione di come l’alcol possa potenziare l’epatossicità e l’effetto del CVM, ecco, richiamo secco e breve a questa integrazione della relazione del professor Martines. Che poi la persuasività della correlazione fra il CVM e le patologie del fegato e le epatopatie croniche sia un dato non contestato neppure dai consulenti tecnici di Parte, è un dato abbastanza pacifico, tanto è vero che questa consapevolezza non è che ce l’hanno solo e soltanto i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, ma da quella che è la documentazione in atti è una consapevolezza che già nel ‘75 era chiara ad esempio ad uno degli imputati, e mi riferisco al Presidente della società Montedison all’epoca del 1975, il dottor Cefis, mi riferisco in particolare, rispetto a questa questione della epatotossicità del CVM, alla lettera con il rapporto che lo stesso Cefis fa redigere affinché venga data informazione al Presidente del Consiglio Regionale Veneto delle ricerche che la Montedison aveva avviato fin dal ‘70 e che erano state affidate al professor Maltoni sulla base degli studi noti, già antecedenti negli anni ‘60, del professor Viola. Da questo rapporto che è stato fatto predisporre dal dottor Cefis emerge in un modo inconfutabile che alla Montedison, e in questo caso proprio nella persona del suo Presidente che evidentemente prendeva, si prendeva a cuore direttamente la problematica, che poi questo avesse dato o darà esiti positivi e sufficienti è un’altra questione, comunque per il momento ci interessa sapere che di questa questione, ad esempio, il dottor Cefis se ne occupava e era perfettamente a conoscenza che dagli anni, fine anni ‘40 primi anni ‘50, era pacifica in sede scientifica il riconoscimento del CVM come un epatotossico. Detto questo, e sempre ritornando alle contestazioni che muovono i consulenti tecnici di Parte alla correlabilità con l’esposizione al CVM e a polveri di PVC della patologia del signor Donolato, c’è da evidenziare anche quest’altro aspetto, l’aspetto dell’esposizione, si dice, in buona sostanza, e leggo testualmente dalla deposizione resa dal dottor Colombo all’udienza dell’8 febbraio 2000, che dal ‘61 al ‘73 il signor Donolato non è stato esposto però dal ‘73 al ‘77 è stato esposto a concentrazioni che oscillano al 5 - 50 parti per milione e dal ‘78 al ‘96 a meno di 5 parti per milione, quindi un livello irrilevante di esposizione. Non sto qui a ripetere le questioni generali affrontate ampiamente dalla requisitoria del Pubblico Ministero da parte di chi mi ha preceduto facendo le considerazioni d’ordine generale che faccio totalmente mie in ordine agli impianti, all’impiantistica, alla manutenzione, alle varie disfunzioni, alle negligenze e quant’altro, però vorrei soffermare l’attenzione in specifico sul tipo di mansione che veniva svolta dal signor Donolato e la correlazione che c’è fra le polveri di PVC e l’emissione, la cessione all’esterno da parte di questi polveri di CVM e nel caso del compound che si faceva e si realizzava al CV15 anche di altre sostanze tossiche, cancerogene ed epatotossiche, circostanza questa che è sicuramente, a nostro avviso, significativa ai fini della prova epatopatia cronica di cui è affetto il signor Donolato.

Ed allora, vorrei anche mettere in evidenza un altro dato, è un dato estremamente empirico che nasce dalla mia osservazione, dalla banalissima osservazione dei dati, qui sono sempre pronto a essere smentito da chi magari farà delle osservazioni e delle analisi maggiori di questi dati e più puntuali ed approfondite, però al di là di quello che è lo studio che pure c’è e che è rilevante e importante ed è significativo nell’ambito della considerazione e della correlazione fra la patologia del signor Donolato e l’esposizione a CVM che è data, ad esempio, dallo studio di prevalenza fatta dalla dottoressa Chellini proprio sui lavoratori delle cooperative che facevano gli insaccatori, perché se è vero che c’è stato questo studio rispetto alla mortalità, c’è altrettanto questo studio di prevalenza che proprio per quel che riguarda le epatopatie dà dei risultati estremamente significativi e sicuramente che vanno nel senso di avvalorare la correlazione tra l’esposizione di chi ha fatto l’insaccatore, e quindi delle polveri di PVC, e le patologie epatiche che non siano neoplastiche. Anche su questo rinvio semplicemente ai dati dello studio di prevalenza che sono allegati allo studio della dottoressa Chellini. Però l’altro dato che mi premeva mettere in evidenza era questo, che se si guarda nel complesso le patologie non neoplastiche, per quel che riguarda il fegato c’è, è un dato empirico, è un’osservazione che mi viene da fare, una grossa presenza, un gran numero di lavoratori, sia che siano insaccatori, sia che non lo siano, che però hanno frequentato per motivi di lavoro il CV5 e il CV15. CV5 e CV15 che insieme al CV6 che già la Fulc nella piattaforma del ‘76 chiedeva di ristrutturare radicalmente se non di chiudere, già nel ‘76 e la ragione, una correlazione tra questo tipo di patologia e i lavori che svolgevano al CV15, secondo me è da individuare oltre che nella esposizione al CVM.., filiera del compound, anche al fatto che per la produzione del compound venivano utilizzati tutta un’altra serie di additivi, fenoli e quant’altro, che sicuramente hanno esplicato un’azione sinergica, si tenga presente che molte di queste sostanze sono anche sostanze epatotossiche, e quindi questo è un dato che nasce da quale constatazione fisica? Una constatazione fisica tra l’altro che viene addirittura testimoniata dagli stessi lavoratori che operavano nella filiera del CVM e PVC, e cioè, e qui prendo ad esempio la testimonianza resa dal signor Perazzolo Natalino resa il 12 maggio del 2000, il quale ci dice, oltre a riferire di questa situazione di estrema polverosità, quello che mi preme mettere in evidenza di questa testimonianza è come questi dica: certo, perché nel PVC c’era il 2 o 3% di CVM, e poi prosegue dicendo: si trattava di inquinamento proveniente dal reparto essiccamento, e qui è una circostanza veramente curiosa che dà il senso della complessità di come le forme di inquinamento e di contaminazione dalle sostanze cancerogene, oltre che tossiche, avvenisse all’interno dei reparti, lui in questo caso non sta parlando del CV15 ma sta parlando del CV6, però è esemplificativa di una situazione che si può dire riproducibile, utilizzando un termine che è stato più volte impiegato anche oggi, all’interno dello stabilimento e dice: essiccamento per fare 85 tonnellate di PVC c’era bisogno di 100 tonnellate di CVM delle quali 5 venivano recuperate dal degasaggio e il resto andava nell’aria. Dato che - dice - al CV6 che fino a quegli anni, che sono gli anni..., fine anni ‘70, si lavorava prima con le finestre chiuse e la situazione era invivibile, ad un certo punto abbiamo cominciato a trovare un modo per aerare tenendo le finestre aperte, però cosa ci dice il signor Perazzolo? Che tutto il CVM che veniva tolto per la produzione del PVC, rientrava, diceva pacificamente, dalle finestre, tanto è vero, dice, che suonava continuamente l’allarme, quell’allarme fissato a 30 PPM, che sempre il signor Perazzolo dice: questo succedeva 5 o 6 volte a turno, parlo del CV6 in un’epoca, quella di cui parla il signor Perazzolo che va dal ‘56 all’85, perché riguarda anche la posizione del signor Donolato che lì lavorava sempre come insaccatore. Ma che ci fosse questa perdita di sostanza, di CVM dal PVC e non solo, ma che rilasciasse anche altre sostanze tossiche, tra l’altro questo rinvio alla relazione tecnica di Carrara, Mara e Thiene, che fa proprio un’analisi specifica dei vari additivi tossici e cancerogeni, mutageni e del fatto che di questi additivi, compreso il piombo, sia dato riscontro da parte della stessa azienda nelle analisi che vengono fatte, è circostanza ormai pacifica, ma rispetto a questo è anche altresì interessante mettere in evidenza i dati quantitativi. Ed allora, rispetto alle resine la monografia dello IARCH in termini generali, quella del ‘70, la numero 7 del ‘74, ci dice che il PVC ha contenuti di CVM compresi fra 200 e 400 PPM in peso, venendo invece a Marghera, il manuale operativo del reparto, un altro reparto, ma che può essere preso indicativamente a riferimento, quello del CV14 e CV16, circostanza questa che debba far riferimento a manuali di altri reparti rientra nel discorso che precedentemente ha fatto, per esempio, l’avvocato Sforzi, sulla completezza o sulla incompletezza e la insufficienza di questi manuali operativi di reparto rispetto all’informazione che avrebbero dovuto dare, si dice che nelle specifiche di resine prodotte a porto Marghera il CVM residuo nel polimero è fissato ad un valore massimo di 100 PPM, stiamo parlando nell’epoca nel quale il 100 PPM, il signor Donolato lavorava al CV15 e al CV5, esposto oltre a queste percentuali di parte per milione riferite al CVM, anche alle altre sostanze che venivano utilizzate come additivo, e possiamo anche elencarle, è inutile farlo, basta andare a leggere a pagina 182 della relazione citata di Mara, Carrara e Thiene, ovvero a pagina 267 dove in specifico vengono indicati, proprio in riferimento al reparto CV15, quelle che sono le sostanze, gli additivi che vengono rilasciati, si parla chiaramente di benzene, di acilbenzene, del toluene, dello xilene, etc.. Questo per dire che cosa? Per evidenziare un dato sicuramente importante ai fini di considerare la sinergia fra più sostanze che sono epatotossiche. Questo certamente non lo dico io, non lo posso dire io, ma è un dato acquisito pacificamente, basta leggere quelli che sono gli atti del cinquantesimo congresso nazionale dell’87 della società italiana di Medicina del Lavoro e Igiene industriale dedicato proprio alle epatopatie professionali. Ma detto questo che è indicato quello che è il meccanismo sinergico che può causare e incrementare quella che è l’azione epatotossica dello stesso CVM, è pure da mettere in evidenza l’aspetto quantitativo, non solo qualitativo della esposizione, perché nel reparto, per quel che riguarda ad esempio il CV15, non si può tacere il fatto che si trattava di un ambiente unanimemente considerato in quegli anni, io parlo per gli anni nel quale il signor Donolato ha lavorato come insaccatore, sono gli anni ’73 - ’81, caratterizzato da una enorme polverosità, caratteristica questa, e già anticipo quello che sarà poi il discorso rispetto al CV6, che riguarderà pacificamente anche il lavoro degli insaccatori presso il CV6.

I dati documentali di quanto sono venuto affermando per quanto riguarda la polverosità, si possono riscontrare nella relazione Tecneco, ad esempio, del ‘74, dove a pagina, documento chiaramente in atti, di cui tra l’altro è stato fatto più volte riferimento, dove si dice espressamente, ad esempio a pagina 169, il reparto CV5 e CV15 presenta uno strato di polvere permanente, anche se trascurabile rispetto al volume di prodotto che circola giornalmente, trascurabile rispetto al fatto che la produzione giornaliera in quel reparto era di 300 tonnellate di PVC. Però oltre a questo ci sono anche i dati che ci vengono forniti direttamente dall’azienda che sono dati riportati in tabelle relative al rispetto dei TLV, rispetto a queste.., rispetto a queste polveri che vengono definite particelle altrimenti non classificate che però per quanto detto precedentemente è evidente che non possono essere considerate particelle inerti, non lo sono, sono evidentemente particelle che innescano reazioni di tipo biologico. Ed anche rispetto a questi dati relativi a campionature del ‘74 e dell’86, se paragonate ai TLV dell’epoca, ‘78 e ‘95, si vede che la presenza di polvere in questi ambienti superava i TLV, tra l’altro TLV non considerati per sostanze cancerogene, ma presi in considerazione per alcune altri tipi di sostanze tossiche che vengono superati di migliaia di volte, questa è la condizione nella quale si trovava a lavorare concretamente in quel periodo il signor Donolato al CV15. Sempre rispetto alla sinergia fra le sostanze mi permetto altresì di far rilevare quella che è una considerazione che fa la stessa ACGH rispetto a questa sinergia, per cui si dice: quando due o più sostanze nocive che agiscono sullo stesso sistema dell’organismo sono presenti contemporaneamente, bisogna prendere in attenta considerazione gli effetti combinati piuttosto che quelli dei singoli componenti, in mancanza di una dimostrazione contraria gli effetti delle diverse sostanze nocive debbono essere considerati come additivi, e questo viene detto nel ‘96 nel giornale degli igienisti industriali supplemento al volume numero 1 del gennaio ‘96. Quindi l’esposizione in quel periodo da parte del signor Donolato sicuramente non poteva essere considerata modesta, tanto più alla luce anche delle osservazioni e delle considerazioni fatte nella requisitoria del Pubblico Ministero rispetto alla rilevanza delle esposizioni anche a basse dosi del CVM. In ogni caso va tenuto conto il lungo arco di tempo durante il quale il signor Donolato ha lavorato in questo tipo di reparto, ci ha lavorato per 8 anni. Ora quando viene spostato al CV6 non è che la situazione per lui vada a migliorare, anzi, per certi aspetti va persino a peggiorare. Ecco, la caratteristica di produzione del CV6 ormai non la sto a ripetere, è però dal punto di vista del PVC prodotto, è importante segnalarla, soprattutto per quello che riguarda le polveri che vengono prodotte, al CV6 non si produce il compound, non si utilizzano gli additivi, però si produce quelle che viene definita una pasta, le paste, una resina in emulsione, nel processo di emulsione, molto ma molto più fine dell’altra, questo ce lo hanno testimoniato tutti quelli che hanno lavorato al CV6, basta prendere una qualsiasi testimonianza che ci dice che erano sempre tutti impolverati, questo è il signor Gatto Mauro che ce lo dice, oppure ce lo ribadisce il signor Carraro Giannino, udienza del 10 maggio 2000, così come il signor Gatto Mauro. In molti dei testimoni sentiti hanno parlato di questa polvere che veniva insaccata al CV6 come di borotalco, bianca, borotalco, estremamente fine. Ora anche rispetto a questo aspetto, rispetto alla granulometria del PVC è comunque importante segnalare - e qui io non è che voglio entrare in quanto già evidenziato sempre nella relazione da parte dei dottori Mara, Carrara e Thiene, rispetto alla granulometria - vorrei però comunque mettere in evidenza che rispetto alla inalazione delle sostanze che vengono liberate nel PVC, queste circostanze è abbastanza indifferente per il tipo di patologia riscontrata nel signor Donolato, qui anche se i micron del granulo non supera le cavità nasali ma lì si insediano, rimanendoci, è evidente che comunque viene esplicata questa azione di rilascio delle sostanze tossiche che il PVC libera, quindi per quello che riguarda l’aspetto della patologia del signor Donolato la questione dell’importanza o meno dei micron di questi granuli è abbastanza irrilevante, anzi, è del tutto irrilevante, perché, e qui ci sono anche i dati di letteratura in cui si dice che comunque anche fermandosi e rimanendo nelle cavità nasali, e quindi non raggiungendo i polmoni per tutta la problematica che potrebbe derivare da questa questione, in ogni caso il rilascio di queste sostanze che sono non inerti, sono il CVM e gli altri additivi che venivano utilizzati ad esempio nel CV15, comunque l’azione epatotossica e sinergica veniva comunque esplicata. Anche da questo punto di vista penso che non ci sia molto da aggiungere a quello che hanno sempre detto anche i testimoni sentiti sotto questo aspetto. Posso riportare ancora il signor Perazzolo, udienza 12 maggio 2000, dove dice: sì, gli insaccatori si portavano la polvere bianca del PVC in banca, nel naso, per 4 o 5 giorni, dopo aver lavorato si sputava la salita bianca di resina, e quindi mette in evidenza come ci fosse una permanenza nel tempo di queste polveri tossiche e cancerogene nelle cavità, a esempio orali, degli insaccatori in specifico.

Quindi che ci fossero situazioni ambientali di polverosità estrema è indubbio che è un dato acquisito e provato, e per quello che riguarda il CV6 anche dopo che a partire dall’82 vengono installati i depuratori, gli aspiratori, mi scuso, gli aspiratori. Anche da questo punto di vista le testimonianze rese davanti a voi, signori Giudici, da parte di lavoratori che hanno fatto gli insaccatori, che hanno visto il funzionamento concreto, questi captatori di polveri, è estremamente significativo del perché tutti, indistintamente, abbiano riferito che in ogni caso anche dopo che erano stati installati queste apparecchiature l’aria era irrespirabile, c’era come la nebbia, questo ce lo dice il signor Giacomello Ottavio, anche lui di una delle cooperative a cui erano stati poi nel tempo, negli anni ‘70, appaltati questi lavori, i lavori più sporchi. Cosa sta a significare? Sta evidentemente a significare un dato importante, inequivocabile dal punto di vista di quella che è l’osservanza delle norme poste a tutela dei lavoratori che si trovavano esposti a lavorazioni che producevano polveri, qui il D.P.R. 203 del ‘56 all’articolo 21 è estremamente chiaro, l’inefficacia degli strumenti adottati lo è altrettanto, una spiegazione tecnica del perché ce la suggerisce anche in questo caso sempre la relazione resa dai dottori Mara, Carrara e Thiene, lì dove fanno un confronto con un modello di aspirazione che l’ACGH all’epoca promuoveva e dove è di evidente.., è ictu oculi che salta all’evidenza la differenza fra i due sistemi, uno con captatori posti a lato, l’altro invece direttamente collegato all’imboccatura dei sacchi. Il signor Gatto Mauro ed anche gli altri comunque ci precisano che quando vengono fatte queste innovazioni rispetto al precedente sistema di insacco, quello degli anni ‘70, che dai primi anni ‘80 c’è un qualcosa di nuovo, e si aggiunge alla vecchia forma di insacco una nuova forma di insacco con queste, diciamo insacco a valvole insomma, lo definiscono sistema di silos, differente rispetto a quello di cronos, nel quale in uno, quello nuovo introdotto a silos, il tubo orizzontale, garantiva meglio, consentiva una minor dispersione di polveri, e invece l’altro, che era sempre quello un po’ vecchio, nel quale si procedeva manualmente con la bocca aperta dei sacchi, a chiuderli tutti manualmente e quant’altro, continuava a produrre un rilascio di polveri eccessivo, tanto è vero che sia il teste Gatto Mauro, all’udienza del 10 maggio 2000, che il collega Giacomello Ottavio, confermano che al termine del turno di lavoro in ogni caso bisognava pulire sia rispetto ad un tipo di insacco che all’altro, a silos o a cronos che fosse, dei chili di polvere bianca di PVC che al CV6, all’insacco al CV6 veniva rilasciato per il cattivo funzionamento proprio del sistema di insacco. Il signor Giacomello ci dice proprio, ce lo descrive dettagliatamente come avveniva questo meccanismo che procurava la dispersione di polveri, diceva: quando il sacco si riempiva ai 25 chili c’era uno stacco che portava a togliere, diciamo, l’imboccatura dell’insacco di 40 centimetri dal sacco, dopodiché lì si disperdeva tutto per terra, quindi un difetto tecnico che nessuno ha pensato di rimediare e che dà conto di come anche l’utilizzo dell’adozione di misure che in astratto vanno nel senso della osservanza delle disposizioni normative, in concreto non abbiano effettivamente prodotto quel risultato per il quale loro avrebbero dovuto essere state adottate. Lo stesso vale per altri accorgimenti precauzionali che si sarebbero dovuti impartire in quelle situazioni di lavoro caratterizzate da questa alta polverosità. Sempre un altro teste, e è il signor Giacomello, all’udienza sempre del 10 maggio del 2000, che ribadisce, Giacomello Ottavio, non ci ha mai prescritto nessuno l’adozione di mascherine, come non c’erano ordini affissi nell’ambito di lavoro che ci dicessero di adottare particolari precauzioni o che ci indicassero delle situazioni di aree di sorveglianza particolari, perché il CV6, l’insacco si trovava peraltro vicino a quello che, la parte del reparto dove avveniva la polimerizzazione nelle autoclavi.

Altro fonte di esposizione, questo caso diretta, al CVM. E qui è la storia di quell’esposizione diretta a CVM per chi ha lavorato in reparti attigui a quelli dove avveniva la polimerizzazione che è caratterizzata ad esempio da quelle che sono le dichiarazioni di molti testimoni i quali parlano delle continue, della frequenza delle fughe del gas, di CVM che avvenivano. Porto un’altra testimonianza, ad esempio quella del signor Carraro Giannino del 10 maggio 2000, il quale dice che fino al ‘77 al CV6 l’ambiente era completamente chiuso, le finestre erano chiuse e la situazione era irrespirabile, nell’85 poi inizia a riferirci di tutta una serie di fughe ma che più di fughe di gas sono proprio la perdita di resine che avviene, ad esempio, lui ci dice anche i giorni, il 30 di aprile dell’85, nel maggio dell’85, ancora nell’ottobre dell’85, periodi nei quali, si ribadisce, lavorava il signor Donolato Eugenio nel reparto e ci dà anche la spiegazione il signor Carraro Giannino e ci dice perché questo accadeva, perché le maniche filtranti non facevano tenuta. Anche qui, una reiterazione di cosiddetti incidenti che però evidenziano una carenza strutturale che sicuramente non è imputabile al caso.

 

Presidente: mi scusi avvocato, lei ha impiegato circa un’ora per esporre la posizione di una parte offesa, di una Parte Civile, adesso ne ha anche un’altra, io non credo che possiamo rispettare, diciamo, i tempi se le medie sono queste, se io dovessi concedere a ciascuno che rappresenta una parte offesa, una Parte Civile, un’ora, va beh, insomma, non credo proprio che riusciremmo neppure arrivare entro l’anno alla fine del processo. Quindi le suggerisco, visto che sono le 6 e mezzo, di passare quanto meno all’esame dell’altra parte offesa che lei rappresenta e cioè Sgnaolin, perché altrimenti non.., poi l’esposizione che sia un po’ più sintetica, richiami le fonti, altrimenti non è possibile in questo modo. Mi ero raccomandato, forse lei non era presente quel giorno, adesso insisto, non si possono richiamare le deposizioni di ciascuno, sinteticamente ci si riferisce a ciò che è risultato nell’ambito del processo per quanto attiene alla esposizione e per quanto attiene alle omissioni che si ritiene siano sussistine nell’ambito dell’arco lavorativo dei vari reparti, etc., ma, insomma, la descrizione dei reparti, la descrizione, diciamo così, di quelle che sono state, da una parte e dall’altra gli interventi o i non interventi, nei reparti, sono stati più che illustrati. Per carità, adesso non è che voglia da tutti un ritmo omogeneo, però, insomma, questo è un ritmo lento assai insomma.

 

Avvocato Dall’Asen: no, ma ha fatto anche bene, perché io non mi ero mica accorto che fosse passato tutto questo tempo. Allora, faccio le conclusioni, rispetto a quanto detto, intanto faccio le conclusioni per Donolato Eugenio. Quindi il sottoscritto difensore procuratore speciale del signor Donolato Eugenio, Parte Civile costituita nei confronti di Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Gatti Piergiorgio, Bartalini Emilio, Lupo Mario, etc., imputati dei reati di cui al capo primo, chiede che l’illustrissimo Tribunale di Venezia, riconosciuta la penale responsabilità degli imputati, li condanni alla pena che verrà ritenuta congrua, che gli imputati tra loro vengano condannati in solido al risarcimento dei danni che si indicano nella somma complessiva di lire 161 milioni 102 mila 270, e dopo ci sono le voci specificate, mi sono attenuto, come tutti gli altri colleghi, alle indicazioni standard rispetto al Tribunale di Venezia. Con condanna da dichiararsi provvisoriamente esecutiva in considerazione del lungo periodo di tempo trascorso dal momento dell’insorgenza della patologia e considerato altresì il lungo iter processuale. Che ex articolo 538 Codice di Procedura Penale venga riconosciuta la responsabilità della Montedison S.p.A. e dell’EniChem S.p.A., quali responsabili civili, che gli stessi vengano condannati in solido con gli imputati al risarcimento del danno sopra riportato e pari a 161 milioni 102 mila 270. In subordine il sottoscritto chiede che gli imputati vengano condannati in solido tra loro e con i responsabili civili al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva in una misura non inferiore a lire 80 milioni del danno complessivamente indicato. Si chiede infine che il Tribunale di Venezia, l’illustrissimo Tribunale di Venezia voglia condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro al pagamento delle spese relative all’attività procuratoria di difesa svolta in favore della Parte Civile da questo difensore come da nota che ci si riserva di depositare all’esito, al termine delle repliche. Ecco, rispetto alla situazione descritta precedentemente, quella che è la posizione invece del signor, della Parte Civile Sgnaolin Giovanni è sicuramente diversa e per molti aspetti dirò subito che non solo sarò molto più conciso rimanendo ampiamente nei termini concessi, ma anche chiedo a questo proposito di poter depositare a questo punto una memoria illustrativa rispetto a quanto argomentato e in specifico per quanto si andrà argomentando rispetto al signor Sgnaolin Giovanni.

La posizione della Parte Civile Sgnaolin Giovanni è sicuramente una posizione che presenta delle particolarità, la particolarità principale è costituita dal fatto che come nelle relazioni che il Tribunale ha sott’occhio, il signor Sgnaolin non ha una patologia clinicamente accertata, non ha né di tipo fisico né di tipo psichico, su questo mi rimetto completamente a quanto ha espresso ed affermato il dottor Totire nella sua relazione, nella quale si fa appunto riferimento però alla situazione particolare del signor Sgnaolin che però la condivide con tutti quelli che sono stati lavoratori o che sono, il signor Sgnaolin è tuttora un dipendente dell’EniChem e lavora presso il Petrolchimico di Porto Marghera, ed è data da una considerazione relativa a quella che viene definita dal dottor Totire la situazione di stress, l’emotional... stress, come lo chiamano nei paesi di.., e se questo possa accedere come figura autonoma rispetto al danno morale al risarcimento dei danni in casi in cui ci siano delle condanne per delitti contro l’incolumità pubblica, qui il riferimento è al contestato delitto di disastro e di violazione dolosa delle misure antinfortunistiche e di prevenzione rispetto ai disastri.

Anche qui, non vorrei riportare ulteriormente sempre frasi, però se ci sono delle cose che mi sembra valga la pena di evidenziare mi consenta il Tribunale di poterlo fare, lo farò solo questa volta per quel che riguarda la posizione della Parte Civile Sgnaolin, ed è un’altra testimonianza già citata anche in precedenza del 10 maggio 2000 ed è del signor Carraro Giannino. Questo signor Carraro Giannino è abbastanza esemplificativa di una condizione umana ed è testimone di una situazione emotiva che si verifica nell’ambito del Petrolchimico quando nel ‘77, nel marzo ‘77, si dà conoscenza dell’esito di quella che è l’indagine Fulc. All’indagine Fulc quando viene data conoscenza e vengono presentate le liste, testualmente il signor Carraro dice: dopo la conclusione dell’indagine, cioè verso l’inizio del ‘77 - forse sbaglia - ricordo che la preoccupazione nel nostro ambiente di lavoro aumentò notevolmente, c’era gente addirittura che piangeva. E oltre: la preoccupazione..., dice, dei colleghi, ci danno la lista dei contagiati, e questi dicono: ma come, io a 20 anni, a 30 anni, ho una famiglia, devo morire di tumore? Questo è il sentimento che dopo aver celato per anni la cancerogenicità del CVM, aver fatto di tutto per nasconderla, accade quando di questo si viene ad avere notizia, di quando gli operai prendono consapevolezza delle sostanze alle quali sono stati esposti. Allora, questa Parte Civile, questo difensore di Parte Civile conosce abbastanza anche la giurisprudenza e non la vuole riproporre sicuramente al Tribunale che la conoscerà molto meglio, sul problema della risarcibilità dei danni, di danno morale o di danno esistenziale, ci sono sentenze diverse della Cassazione che si riducono sostanzialmente nel fatto che se ci sono pronunce come quella dell’11 febbraio ‘95 della Cassazione Civile che dice che nel caso di delitto l’interesse leso definisce in sé l’ingiustizia del danno, il quale sarebbe in re ipsa, e quindi si tratterebbe di un danno evento anche quello morale, o comunque del turbamento psichico cagionato in persone che è ragionevole pensare che una volta che hanno saputo che il loro datore di lavoro, inottemperando ad obblighi tra l’altro di tipo contrattuale che discendono dall’articolo 2087 del Codice Civile, non solo gli ha tenuto nascosto, come poi anche nel caso del signor Sgnaolin, che dice: io ho appreso, tra l’altro.., nel ‘79 a Porto Marghera, apprenderà soltanto successivamente, e che si impegnerà per questo, proprio in conseguenza di questa consapevolezza delle violazioni di tutela della salute dei lavoratori che è un obbligo di tipo contrattuale rispetto ai dipendenti, circostanza questa che rende particolare la posizione, appunto, del lavoratore subordinato rispetto ad altri casi che pure la giurisprudenza ha preso in considerazione, che sono stati risolti positivamente in sede di merito, e qui io non ripeto, ma la mia mente va ad esempio alle sentenze di primo e secondo grado sul disastro di Seveso per quanto riguarda alcune Parti Civili, che poi però la Cassazione non ha condiviso con un orientamento che è successivo, del ‘97, rispetto a questa sentenza del ‘95, che invece riconosce, a prescindere dalla prova di un danno conseguenza, per intenderci, il risarcimento del danno morale, e invece il caso di chi è dipendente, è diverso rispetto alla contestazione di un disastro ambientale rispetto a una contestazione di un disastro nell’ambito di una situazione lavorativa e di rapporto di lavoro subordinato, primo perché scongiura, ad esempio, quello che è uno dei rischi di politica, diciamo, giudiziario per i quali prevalentemente la Cassazione non ha dato accesso a questo tipo di interpretazioni, e cioè la proliferazione incontrollata delle domande di risarcimento che ciò potrebbe cagionare, ma quando c’è un limite, quando ci sono degli obblighi contrattuali che fanno sorgere dei diritti, perché il lavoratore quando stipula un contratto di lavoro vende la propria forza lavora, ma non vende la propria salute nel caso specifico, e il diritto soggettivo che ha il lavoratore a vederla tutelata, una volta che anche con i reati di pericolo, che sono quelli che sono contestati, tra l’altro aggravati dall’evento, che si è pure verificato in una molteplicità di casi, ecco, in questo caso questa Difesa ritiene che in riferimento a questo ci riserviamo anche di poter articolare meglio il discorso con una memoria scritta che spero sia autorizzata, si ritiene che anche in assenza di danno conseguenza nell’ambito di una situazione di questo tipo di rapporto di lavoro subordinato, una volta che si siano accertati e ci siano condanne per dei reati di pericolo come quelli che sono stati contestati e sono contestati in questo processo, abbia ad accedere anche il diritto al risarcimento, indipendentemente dalla prova di un danno conseguenza, tanto più che, ed anche qui non leggerò più nulla però faccio richiama a tutte quelle che sono le tabelle derivanti da registro EVC, oppure da altra documentazione aziendale, tra l’altro depositata in udienza il 29 maggio ‘98 dai difensori degli imputati Pisani, Smai, Presotto, Burrai, dai quali emerge in modo inequivocabile che per tutti gli anni ‘90 c’è e si è verificata una serie impressionante e innumerevole di fughe più o meno gravi di questa sostanza cancerogena, tanto più che oggi, anche alla luce di quanto in un modo molto ma molto preciso e puntuale ci ha fatto sapere il Pubblico Ministero con le sue indagini e nella sua requisitoria finale, il fatto che il CVM sia cancerogeno a livelli anche di basse esposizioni, appare una circostanza pacifica, tanto è vero che in un’ordinanza del Ministero dell’Ambiente riguardante sempre Porto Marghera del 22 giugno ‘99, si richiama cosa? Una nota del direttore dell’Istituto Superiore della Sanità del 29 gennaio ‘99, che dice: i risultati di uno studio effettuato evidenziano che il rischio cancerogeno per una singola esposizione accidentale può ragionevolmente essere considerato apprezzabile per il cloruro di vinile il rischio cancerogeno.

Ecco, di fronte a questa situazione dovuta a delle situazioni di inottemperanza di obblighi, di diritti, di inosservanza di diritti che spettano ai prestatori d’opera, ai lavoratori dipendenti dell’EniChem in questo caso, ma come la Montedison prima, ad avviso di questo difensore deve essere comunque riconosciuto il danno morale, quanto meno, articolato secondo le conseguenze che prima ho cercato in qualche modo di esprimere. Per queste ragioni si rassegnano le seguenti conclusioni per il signor Sgnaolin Giovanni, Parte Civile costituita nei confronti di Cefis Eugenio più 28, imputati di cui al capo primo, chiede che l’illustrissimo Tribunale di Venezia, riconosciuta la penale responsabilità degli imputati, li condanni alla pena che verrà ritenuta congrua, che gli tra loro vengano condannati in solido al risarcimento del danno esistenziale e morale da liquidarsi in via equitativa con condanna da dichiararsi immediatamente esecutiva per un importo che si indica nella somma di lire 10 milioni, che ex articolo 538 Codice di Procedura Penale venga riconosciuta la responsabilità della Montedison S.p.A. e dell’EniChem S.p.A. quali responsabili civili e che gli stessi vengano condannati in solido con gli imputati al risarcimento del danno esistenziale e morale da liquidarsi in via equitativa nella somma sopra indicata pari a lire 10 milioni. In subordine il sottoscritto chiede che gli imputati vengano condannati in solido tra di loro e con i responsabili civili, al pagamento di una provvisionale nella misura che riterrà comunque equa e comunque non inferiore a lire 5 milioni. Si chiede infine che l’illustrissimo Tribunale di Venezia voglia condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro al pagamento delle spese relative all’attività procuratoria di difesa svolta a favore della Parte Civile, con nota spese che si riserva di depositare al termine delle eventuali repliche difensive.

 

Presidente: grazie, ci vediamo domani mattina.

 

RINVIO AL 14 GIUGNO 2001

 

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