UDIENZA DEL 13 LUGLIO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Manduzio: Giudice a latere

Dr. Liguori: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. MUCCIARELLI - AVV. GIGLI - AVV. FRANCHINI

AVV. PALLIERO

 

 

Presidente: procede all’appello. Allora possiamo senz’altro dare inizio all’udienza con la prosecuzione delle arringhe dei difensori secondo il programma. Interviene lei, avvocato Mucciarelli?

 

Avvocato Mucciarelli: sì, signor Presidente.

 

Avvocato Tondo: chiedo scusa, Presidente, vorrei, prima dell’inizio dell’udienza, depositare il dischetto con l’intervento del professor Stella, come le avevo preannunciato, e poi il testo scritto della discussione del professor Pulitanò. E in più una consulenza, relazione tecnica del professor Foraboschi, fatta propria dal professor Pulitanò, intitolata: "Gli errori esiziali che inficiano la consulenza tecnica", datata 19/5/2001, del dottor Vincenzo Coccheo, firmata...

 

Presidente: quindi come memoria?

 

Avvocato Tondo: sì, fatta propria dal professor Pulitanò, quindi firmata su ogni singola pagina dal professor Pulitanò.

 

Presidente: va bene, la metta a disposizione, poi, dopo...

 

Avvocato Santamaria: signor Presidente, anche per conto dell’avvocato Santamaria deposito su CD la discussione dell’avvocato.

 

Presidente: grazie, acquisiamo. Potete intanto darle al Cancelliere. Prego avvocato.

 

AVVOCATO MUCCIARELLI

 

Avvocato Mucciarelli: grazie, signor Presidente. Signor Presidente, Signori del Tribunale, signor Pubblico Ministero, parlerò purtroppo non posso dire brevemente come spererei, ma insomma qualche tempo alla vostra pazienza chiederò. Anticipo rapidissimamente che il tema che mi è stato assegnato nella ripartizione dei compiti e nell’ordine di marcia disegnato dal professor Padovani attiene sostanzialmente all’avvelenamento e all’adulterazione, quindi capo secondo, e con riferimento in particolare al biota. Inizierei così: in conclusione ritengo che una volta indicato dal Tribunale il laboratorio di Berlino, di questi tedeschi bisognerebbe pur fidarsi. Così testualmente, scriveva il dottor Casson, in una comunicazione del 6 aprile 2001, che è una delle tante che ci siamo scambiati nella fase un po’ concitata della consulenza, delle analisi presso il laboratorio MPU di Berlino. Io, così, come deformazione caratteriale non amo giurare in verba magistri, anche quando il maestro è affidabile, è serio come il dottor Muller. Ma credo che si debba accogliere questa esortazione del Pubblico Ministero, e credo che si possa partire dai risultati del laboratorio di Berlino. Tratto, come dicevo, di anzi del problema dell’avvelenamento e dell’adulterazione delle sostanze destinate alla pubblica alimentazione. E in relazione a questo prenderò in considerazione i risultati analitici, ma quelli che riguardano il tal quale, quelli che riguardano il peso fresco di quei bivalvi che sono stati campionati in marzo. E questo faccio, direi sull’accordo di tutti, perché ce lo dice il dottor Raccanelli, ovviamente sulla base di precise indicazioni normative ed anche, mi permetterà il Tribunale questo riferimento, sulla circostanza, direi pacifica, che noi abbiamo a che vedere con sostanze destinate all’alimentazione, e ciò che è destinato all’alimentazione è il peso fresco edibile, cioè quello che viene effettivamente consumato dalla popolazione. Non tema il Tribunale, non temano i Giudici e chi mi ascolta, non farò una giaculatoria di numeri, una litania perché sarei noioso persino a me stesso. Sono dati che conosciamo, sono dati che sono consegnati nelle carte, ed anticipo, sono dati che verranno rielencati e riassunti in una memoria che depositeremo. Mi premono tuttavia alcune brevissime considerazioni. Tutti i valori analitici di Berlino, salvo qualche rarissima eccezione, sono decisamente inferiori a quelli corrispondenti del dottor Raccanelli, della relazione Raccanelli. Le differenze sono talvolta macroscopiche, a volte addirittura ordini di grandezza, e faccio un esempio: vale in particolar modo per il piombo rispetto al quale nella precedente consulenza era annotato per tre campioni un superamento addirittura del limite di 2 milligrammi/chilogrammo previsto dalla nostra normativa. Niente di tutto questo nel riscontro analitico di Muller. Alcune volte il valore di riferimento del campione di Sant’Erasmo, nella relazione Muller è più alto di quello indicato da Raccanelli, e sono evidenti le conseguenze di ciò. Per l’arsenico, il mercurio, per il selenio, i dati dell’MPU sono addirittura inferiori a quelli riscontrati nel campione di riferimento di Sant’Erasmo, e questo con buona pace di tutte le critiche che sono state rivolte nell’ultima consulenza, quella depositata in aprile sulle amnesie dei consulenti della difesa a proposito di tali inquinanti; questa è la risposta di Berlino. Allora io credo che le analisi di Berlino suonino come radicale smentita della consulenza Raccanelli, non è che io ce l’abbia in particolare con il Raccanelli, non ho alcun fatto personale, è che la consulenza Raccanelli è quella che aveva innervato l’accusa in punto avvelenamento, in punto rischio. Rischio - bádino, signori del Tribunale - non pericolo, e vedremo la differenza per la salute pubblica, quell’immagine ad effetto del piatto di spaghetti. Smentita totale dicevo. Non solo allora ne escono grandemente ridimensionati i dati sul tal quale, sul peso fresco edibile proposti con l’indagine del ‘99 nell’antica relazione Raccanelli, ma anche i dati sul peso secco, quelli che ci sono serviti per la comparazione tra le analisi del ‘99 e quelle del 2001. Il confronto tra i dati sul peso secco non presentano quell’accordo che Raccanelli ha sostenuto, e lo ha sostenuto, bádino, i signori del Tribunale ricorderanno, facendo una serie di caveat iniziali, richiamando tutte quelle osservazioni o la più parte di quelle osservazioni che erano state sollevate in quest’aula proprio dai nostri consulenti, quelle osservazioni metodologiche, quei caveat, ricorderanno le indicazioni di Facchetti sull’importanza della strategia di campionamento, sulle modalità del campionamento, sono le stesse cose che è venuto qui a dire Raccanelli per dire: "Guardate se ci sono delle differenze potrebbe dipendere da questo". Sono assolutamente d’accordo, ricordo che l’aveva detto Facchetti, o per esempio i caveat lanciati dalla Nasci sulla necessità dei confronti di biota che dovevano avere delle particolarissime cautele nel prelievo, nella formazione dei campioni. Tutte queste cautele ha richiamato Raccanelli all’udienza dell’8 maggio, quindi cautele essenziali per valutare i risultati. Ma tornerei al peso edibile, che è ciò che più da vicino ci interessa. Addirittura quei dati, quelli di Berlino impongono quasi una modifica dei calcoli di tossicità equivalente allo stesso consulente dell’accusa, quel calcolo che aveva portato al famoso piatto di spaghetti. Ed ora, indipendentemente da quello che dirò in seguito sul valore da attribuire ai limiti, sul concetto di rischio, avendo riguardo alla tossicità equivalente per diossina e PCB, per superare la dose minima giornaliera assunta, di assunzione proposta dall’OMS, quella di 1 picogrammo/chilogrammo/die, secondo l’impostazione di Raccanelli originaria sarebbero bastati 22 grammi al giorno. Dopo l’arrivo dei dati dell’MPU questa dose passa a 43 grammi al giorno, quasi il doppio, i calcoli vengono rifatti, giustamente, i dati sono diversi. Ma signori del Tribunale, se volessimo parlare di quel piatto di spaghetti tanto evocativo bisognerebbe fare anche un altro rapporto, il rapporto che è di 1 a 10, ce l’hanno detto tutti, riconosciuto dagli stessi consulenti dell’accusa fra parte edibile e peso totale. Quindi noi dovremmo dire mezzo chilo, 43 per 1 a 10 fa 430 grammi, rispetto ad un consumo medio annuo pro capite di vongole stimato dal Coses di 5,5 chilogrammi. E questo ha un ben preciso significato per quello che poi vedremo. Quindi questo quello che ci dice, in sintesi estrema, come numeri rispetto al biota, Muller. E stiamo sempre parlando dell’area del rischio. Gli altri dati disponibili, quelli che sono ricavabili in questo processo, sempre sul biota. Vado sempre per tratti di sintesi naturalmente e alla memoria per il dettaglio. Cesana, all’udienza del 27 settembre del 2000, il dottor Cesana, a proposito delle analisi condotte al laboratorio di Parabiago, ci dice che sono state rilevate concentrazioni di metalli e che per il piombo e per il mercurio non vengono superati i limiti fissati dal legislatore. Il confronto con le dosi di riferimento rinvenute in letteratura non indica alcun superamento. Nella relazione che il dottor Cesana ha depositato, nell’aprile di quest’anno, testualmente si riferisce: le concentrazioni di microinquinanti che compaiono in queste tabelle sono rispettate in genere dai campioni esaminati, con la sola eccezione dell’arsenico nei campioni di mollusco. E uno dice: eh, sull’arsenico siamo nei guai. Però lo stesso dottor Cesana precisa, e la precisazione è una decisiva riserva a proposito dell’arsenico, perché dice: badate, che io però non ho potuto definire la natura organica o inorganica dell’arsenico, la famosa necessità di distinguere la specie chimica degli elementi ritrovati con tutte le implicazioni che dall’accertamento discendono, riserva questa del dottor Cesana che esclude qualunque significato al parametro mercurio, del quale si ignora la tossicità, poiché se ne ignora la natura organica o inorganica, e loro sanno ormai, non lo devo ripetere, che da questa caratterizzazione cambia il giudizio sulla tossicità. Parliamo sempre di problemi di rischio. Il dottor Cesana ha tuttavia commentato i risultati analitici sui campioni di pesce e di molluschi rilevati dal laboratorio di Berlino. E rispetto alle concentrazioni di diossine e di furani ha proposto una sorta di analisi di rischio, chiamiamo così, mostrando quali sarebbero stati i valori di assunzione di questi contaminanti, sono di nuovo ora tra virgolette, "Se si mangiassero tutti i giorni 10 – 20 – 50 - 100 grammi di molluschi o di pesce", "Attenzione, sempre tra virgolette, al tenore massimo dei campioni analizzati". Ora anche qui il dottor Cesana fa un ragionamento assimilabile, consimile a quello del dottor Raccanelli, e cioè fanno un’analisi di rischio, ma partendo da un dato metodologicamente non accettabile. Perché non accettabile? Perché si considera la concentrazione massima rilevata, mentre è manifestamente evidente che se io devo fare un’analisi e una valutazione prospettica di quello che sarà la assunzione, non posso ipotizzare come dato di partenza il contenuto massimo ritrovato nei campioni, dovrò avere riguardo alla media, alla mediana, questo è inevitabile quando si fa un’analisi di rischio. Continuo a parlare di rischio perché poi cercherò, come vi ha preannunciato Padovani, che ha fatto un affidamento del tutto sconsiderato su di me che dovrei cercare di distinguere tra rischio e pericolo, e però al diritto penale interessa il pericolo e non il rischio. Un’altra anomalia tuttavia vorrei segnalare rispetto ai calcoli così proposti. Diversamente da quanto hanno affermato tutti i consulenti tecnici, ed assumo Muller all’udienza dell’8 maggio del 2001, come quel signore di cui essendo tedesco bisogna fidarsi, cosa dicono? Che è metodologicamente scorretto calcolare le dosi di assunzione di diossine e furani partendo dal dato sul peso secco, anziché sul tal quale. E ricordo che tutti i dati cui si riferisce Cesana sono sul peso secco. Turrio Baldassarri. A me appare che il contributo in tema di contaminazione del biota fornito all’udienza sempre del 27 settembre del 2000 dal professor Turrio Baldassarri non mi pare particolarmente utile rispetto al problema di cui ci occupiamo, e proprio in relazione alle conclusioni a cui giunge il professor Turrio Baldassarri. Perché? Perché ricorderà il Tribunale che viene proposto sostanzialmente un paragone tra le concentrazioni rilevate nei mitili e nelle vongole nell’area industriale e quelle rilevate nelle aree di allevamento. Ora che ci sia una differenza tra i livelli di diossina e PC presenti nel biota dell’area industriale rispetto a quello delle aree di avvelenamento, mi sembra un dato sostanzialmentee non sorprendente, ma che è muto rispetto al problema che io ho sullo sfondo, che è quello dell’avvelenamento, adulterazione di sostanze destinate all’alimentazione, non ci dice nulla cioè questo riferimento. In ordine alla pericolosità per la salute delle concentrazioni delle sostanze in questione nelle vongole pescate nelle aree industriali, ci dice che c’è differenza. E avrei ancora da osservare che qualche cosa sulla presunta comparabilità dei valori riscontrati con quelli presentati dal dottor Cesana. E qui faccio un rinvio generale alle osservazioni della dottoressa Nasci e agli altri consulenti sui limiti e sui presupposti imprescindibili per la comparazione fra questo tipo di prelievi su questo tipo di vongole, molluschi, sui modi, sui tempi, sulla preparazione dei campioni e quant’altro. Per cercare di liberarmi più in fretta possibile di questa parte, direi che le medesime considerazioni si attagliano al lavoro di Fanelli e Bonamin, che con riguardo agli stessi campioni, hanno presentato rispettivamente concentrazioni di EPA e di alcuni metalli pesanti anche qui è una giusta posizione, un confronto tra i valori riscontrati nel biota raccolto nell’area di allevamento e quello raccolto nei canali industriali. Che le differenze vi siano è evidente, ma nulla ci dicono in ordine alla pericolosità. Di Domenico, Baldassarri, Zimachi, settembre 1996, il rapporto del Ministero della Sanità. Brevissimamente, anche perché questi dati sono già stati citati dai difensori che mi hanno preceduto, in particolare il professor Stella, e quindi non voglio guastare ciò che è stato fatto, e così bene fatto. Solo qualche flash consentirà a me il Tribunale. Per gli EPA i valori riscontrati sono superiori a quelli di campioni provenienti da siti poco non esposti, cioè al fondo ambientale, poco superiore, ed anche le concentrazioni di EPA nei molluschi delle aree lagunari a bassa esposizione, cioè i bacini di pesca, si collocano al di sopra dei valori di riferimento appena citati, cioè sostanzialmente da questo punto di vista EPA, la relazione Di Domenico, Baldassarri e Zimachi dice che siamo in quest’area. PCB, si dice: i valori riscontrati sono simili a quelli rilevati in zone non industrializzate del mare Adriatico meridionale e comparabili - usa proprio questo termine - con quelli delle zone di pesca collocate in aree marine di tipo oceanico. Per diossine e furani: tutte le concentrazioni rilevate sono confrontabili con i livelli degli stessi contaminanti in pesci e in molluschi provenienti da dove? Da aree sotto l’influenza di un impatto antropico diretto da moderato a trascurabile. Medesima osservazione per i pesticidi clorurati, esaclorobenzene incluso. Per i metalli valgono considerazioni analoghe, sempre tra virgolette: "Anche tenuto conto che i valori misurati sono tutti ampiamente inferiori ai limiti normativi di riferimento". Conclusione: "I dati finora disponibili delineano una condizione che dal punto di vista dei rischi per l’uomo non segnala neppure situazioni di particolare preoccupazione o allarme". Si badi, si badi, tutti fin qui hanno parlato di rischio, di rischio non di pericolo. E hanno per la più parte escluso esplicitamente che rischio vi sia ed ovvero quest’assenza di rischio si ricava dalla obiettiva considerazione di dati.

E il rischio, signori del Tribunale, non è la medesima cosa del pericolo, è segnatamente del pericolo come nozione penalmente significativa, come mi industrierò alla meno peggio di illustrare. Dunque, il rischio e dintorni. Una nozione comunemente ricevuta, e credo pacificamente accolta, consiste nella banale osservazione che il diritto penale è nel nostro ordinamento il diritto penale del fatto, al fatto dannoso o pericoloso che sia si lega la struttura delle incriminazioni che sono essenzialmente esemplate sul modello della lesione effettiva, ovvero della messa in pericolo del bene giuridico protetto. Al di fuori di questo orizzonte non v’è spazio per la comminatoria penale che è, come ognuno sa, destinata a limitare un bene costituzionalmente garantito come la libertà personale. E io credo che questa vocazione al fatto, questa vocazione al realismo del diritto penale non è affatto estranea a questo processo. Posto che qui si è agitato il tema del rischio, come componente essenziale di molte delle incriminazioni, di molte delle contestazioni che sono state mosse soprattutto con riferimento al secondo capo di imputazione. Dunque il rischio, e di qui principiamo. Il rischio altro non è se non la valutazione di eventi futuri e incerti, categoria di per sé incompatibile con le esigenze proprie di un diritto penale che è strettamente modellato sulla lesione o sul pericolo di lesione di beni giuridici. Mi si obietterà facilmente: ma di che va cianciando Mucciarelli? Di che va cianciando? Il diritto penale è costellato di reati di pericolo, e addirittura di reati di pericolo in astratto, o meglio, di pericolo presunto. E dunque di fatti punibili, di condotte proibite, non già per la effettiva lesione del bene protetto, bensì per la semplice esposizione a pericolo dell’oggetto della tutela, che proprio per tal modo viene significativamente anticipata. Ma rischio e pericolo, come cercherò di dimostrare, e come del resto ognuno sa, non sono concetti equivalenti. E non mi affiderò certo alla banalità che basta prendere il vocabolario della lingua italiana, come lo Zingarelli o il Devoto e Oli per accorgersi della differenza. Il concetto di pericolo nell’accezione penalistica misura la concreta esposizione a pericolo, la concreta esposizione del bene protetto a una situazione lesiva. Qualcosa ad un dipresso rapportabile alla nozione di tentativo, né diversamente potrebbe essere. Perché dico questo? Cosa un po’ eretica, mi rendo conto, o almeno così mi è parso. Beh, perché da qualche parte il pericolo che innerva non poche incriminazioni è qualche cosa che deve avere una consistenza dal punto di vista penalistico, non può essere un flatus vocis, non possiamo aggiustarcelo come ci conviene. Ed allora quale sarà un referente, un riferimento sistematico? Il tentativo. Perché se così non fosse, vedano, la comminatoria penale finirebbe con il colpire qualche cosa che sistematicamente, cioè che dal punto di vista sistematico precede il limite degli atti idonei, che è segnato dall’articolo 56 come il limite esegetico. Non si dice forse che il tentativo è il modo attraverso il quale si colpisce non già la lesione del bene protetto, ma la messa in pericolo del bene protetto. E dove l’ordinamento segna il limite invalicabile, nella idoneità dell’atto, almeno sotto questo riguardo oggettivo. La punibilità del tentativo designa infatti e propriamente non la lesione del bene protetto ma semplicemente la sua esposizione a pericolo, ma perché questa punibilità sia consentita, perché cioè il penalmente rilevante non arretri oltre la soglia di una non percepibile lesività, pretende il nostro ordinamento che sotto questo profilo vi sia la idoneità, senza idoneità non vi è tentativo. Perché non vi è tentativo? Perché non vi è pericolo per il bene protetto. Ed allora correlativamente non vi può essere pericolo per il bene protetto se non vi è idoneità. Idoneità e pericolo sono nel mondo del diritto penale due concetti strettissimamente legati. Sono forse il diverso modo di interpretare e di catalogare un fatto, perché il diritto penale poi a fatti si riporta. L’idoneità è l’idoneità dell’atto, non è un concetto astratto. Ma su questo punto sarò costretto a tornare, e ne chiedo scusa. Tuttavia è di più, la nozione di pericolo designa, io credo già semanticamente una situazione nella quale siamo in grado di apprezzare in termini concreti che il bene tutelato abbia la probabilità di essere effettivamente leso, tenuto conto della situazione di fatto riportabile ovviamente al tipo di incriminazione. Affatto diverso è, io credo, il concetto di rischio. Il concetto di rischio è un concetto insidioso, nel senso che esso è entrato nel parlar comune, nel linguaggio di ogni giorno, ma anche gli studiosi non riescono a darne una definizione gran che rigorosa. In termini scientifici, in via generale, dovrebbero essere sempre impiegate definizioni quantitative, solo attraverso questo tipo di formalizzazione, cioè è consentito un riscontro empirico della definizione, così come della legge scientifica da cui quella definizione concettuale dipende. Al riferimento quantitativo fa da contrappunto infatti la falsificabilità della proposizione, che viene proprio per tal modo offerta al controllo, alla verifica, alla possibilità di controllo. Il passaggio dalla utilizzazione di concetti quantitativi, qualitativi, a concetti di natura quantitativa è il passaggio, per dirlo alla (Coire), dal mondo del pressappoco all’universo della precisione. Ed allora, per dirla in termini generali, una plausibile definizione di rischio può essere ad un dipresso così riassunta. Il rischio è la probabilità di verificazione di un evento futuro dannoso. Un elemento della definizione che deve essere tenuto ben fermo, sì come stella polare è la probabilità. A sua volta infatti il concetto di probabilità rimanda a una categoria scientificamente data, quantitativamente elaborabile, discutibile, cioè oggetto di controllo. Possiamo infatti indicare il valore 1 come la certezza positiva e il valore 0 come la certezza negativa, essendo l’infinita serie di numeri compresi tra lo 0 e 1, lo spettro dei valori che possono essere calcolati, misurati. Il concetto di possibilità invece, di possibilità, non è un concetto scientifico, esso è qualitativo, irriducibile a una determinazione numerabile, quindi controllabile. Bádino, questo lo sapeva un vecchio frate medievale, Lamberto (Doxer), che diceva: "Sotto questo cielo tutto è possibile", ciò che rileva e ciò che è numerabile, poi vennero Cartesio e Galileo. Ma il concetto di rischio allora sembra appiattibile su quello di pericolo perché entrambi si rivolgono alla valutazione di eventi futuri, questo potrebbe sembrare in una locuzione imprecisa, qualitativa, indefinita. Qui invece sta una profonda differenza. Poiché noi siamo chiamati, noi soprattutto, a ridurre questi termini in categorie penalistiche. Il rischio designa propriamente una situazione più generale nel quale l’apprezzamento del dato futuro procede per estrapolazioni statistiche, come tali non riferibili al singolo evento, alla singola classe di eventi, eventi o classi di eventi, che se noi dobbiamo denominarli in termini penalistici, finiscono per corrispondere a che cosa? A null’altro se non ai fatti descritti nelle fattispecie di incriminazione, questo è il nostro punto di riferimento, quindi a quei beni giuridici che le norme proteggono. E quindi tutta la tematica delle analisi di rischio, signori del Tribunale, è estranea al mondo del diritto penale, molteplici argomenti sostengono questo mio assunto. Si consideri in primo luogo che l’analisi di rischio è, nella migliore delle ipotesi, qualcosa che ha valore predittivo in termini generalissimi ed è apprezzabile soltanto in termini statistici. E dunque l’analisi di rischio, solo per questo, è radicalmente inidonea a caratterizzare in un modo qualunque che cosa? Quella specifica idoneità di una singolare, di una singola condotta anche solo ad esporre a pericolo un bene giuridico protetto, che è il riferimento essenziale del mondo del diritto penale. Permettetemi una banalizzazione estrema. Quando la mattina io esco di casa e mi immetto nella circolazione stradale uno studioso delle analisi di rischio è certamente in grado di valutare, di dire di quanto aumenta il mio rischio vita rispetto al momento in cui me ne stavo comodo in poltrona a leggere Il Corriere della Sera. Il mio rischio vita è il mio rischio incolumità in relazione alle molteplici evenienze che mi possono capitare una volta che sono inserito nel flusso della circolazione stradale. E si badi, in questo calcolo congetturale il nostro studioso di analisi di rischio tiene conto anche delle inosservanze alle regole dettate dal Codice della strada da parte di un indeterminato numero di automobilisti, di motociclisti, me compreso, che inevitabilmente incontrerò lungo il mio viaggio, lungo o breve che sia. Ma tutto ciò è irrilevante per il diritto penale. E si badi, malgrado, come ho detto, uno dei fattori dei quali il nostro valutatore di rischio tiene conto, comprende condotte illecite, le violazioni al Codice della strada, alcune addirittura per sé penalmente rilevanti. Rilevante sarà o potrà essere rispetto alle singole puntuali situazioni un determinato comportamento eventualmente inosservante, idoneo cioè a esporre a pericolo un determinato bene giuridico, il singolo sorpasso in curva, il singolo superamento del limite di velocità. Questa cosa mi ricorda un tema che ha già richiamato Alessandri l’altro giorno, poi l’ha richiamato anche Accinni, quando hanno parlato della tematica dell’aumento del rischio. Se qualcuno mi invita ad uscire aumenta il mio rischio vita, ma non è che se vengo investito e poi muoio si può connettere a quell’invito un legame causale con quello che mi è accaduto. Riprenderò tuttavia questo argomento successivamente, quando mi toccherà parlare di limiti, delle soglie e di quant’altro. Un secondo argomento, sempre per quanto attiene alla irrilevanza dal punto di vista penale dell’analisi di rischio, consiste nell’osservazione che quand’anche le analisi di rischio fornissero indicazioni precise, esse tuttavia non sarebbero in alcun modo idonee a sostenere l’implicazione causale necessaria in diritto penale per reggere la spiegazione dell’evento, dell’evento hic et nunc verificatosi, su questo non aggiungo una parola perché ha parlato chi questa materia l’ha insegnata a tutti noi, cioè Federico Stella, noi voglio dire a me. Di più, questa strutturale carenza dell’analisi di rischio non sarebbe neppure idonea a reggere la implicazione necessaria per il giudizio di idoneità richiamato dall’articolo 56 del Codice Penale, quel giudizio di idoneità che segna il limite invalicabile, il limite concettuale invalicabile del pericolo come categoria del diritto penale. Perché dico che sarebbe insufficiente anche a questo tipo di analisi? Perché mancherebbe infatti, nell’analisi di rischio, manca infatti nell’analisi di rischio tutta la componente relativa alla situazione di fatto, alla situazione singolare di fatto, quella cioè relativa alla concretizzazione del pericolo rispetto alla condotta e al tipo di evento che avrebbe potuto realizzarsi, cioè alla probabilità di lesione del bene giuridico. Questo è un punto non superabile. Signori del Tribunale, di questa sterminata istruttoria dibattimentale non è neppure congetturabile un riassunto, e per parte mia si impone quindi un rinvio alle lunghe pagine dei verbali d’udienza e alle memorie che i consulenti delle parti si sono scambiate e che hanno depositato. V’è tuttavia qualche punto che merita di essere considerato. I consulenti delle parti hanno offerto un materiale tuttavia notevole per dimensione e variamente giudicabile quanto a qualità. Io credo però che il problema cruciale consista ora nel decidere come questa impressionante massa di dati possa e debba essere letta dal punto di vista del diritto penale, fortunatamente, io credo, stretto nelle categorie della legalità e della tipicità. Una volta tanto mi permettano, parliamo di sussunzione, non sotto leggi scientifiche, ma di sussunzione sotto il modello del legale della fattispecie. Azzarderò quindi una sintesi estrema per vedere di enucleare i dati essenziali e finali a proposito del biota, permettetemi questo breviloquio per non stare a dire molluschi, vongole e quant’altro. I consulenti dell’accusa hanno presentato una serie di dati sia per i sedimenti, sia per il biota, che a tutto concedere, se dobbiamo dare un giudizio di sintesi, altro non costituiscono se non la fotografia dell’inquinamento dei canali industriali. Io ho come riferimento l’avvelenamento e l’adulterazione di acque o sostanze destinate alla pubblica alimentazione. E infatti io credo che nessun significato diverso che quello di una fotografia dello stato di inquinamento, dell’eventuale stato di inquinamento dei canali industriali possa essere attribuito ad analisi comparative fra le concentrazioni di sostanze inquinanti riscontrate nella zona industriale, rispetto ad altre zone con diverso, se non addirittura assente, impatto antropico. Ma tali dati nulla ci dicono rispetto all’oggetto del processo per questa parte di cui mi occupo, cioè rispetto al nucleo delle fattispecie incriminatrici di cui agli articoli 439 e 440 nella versione colposa richiamata all’articolo 452. Voglio dire cioè che anche indipendentemente da tutti i rilievi che sono stati formulati dai consulenti della difesa, richiamo ancora le osservazioni di Facchetti sulle modalità di campionamento e di analisi, sull’accuratezza, sulla ripetibilità delle stesse, sul numero significativo, nel senso che dà un significato cruciale, il numero dei campioni e di analisi che avrebbero dovuto essere eseguiti per avere un quadro di riferimento sufficientemente preciso, anziché delle individuazioni Spot, sulle determinazioni precise delle specie, del tipo degli animali, della loro taglia, come ci ha raccontato la dottoressa Nasci, e via e via. E richiamo ancora su questo le osservazioni che ha fatto Muller l’8 maggio del 2001, e a tacer di tutto questo, l’accusa, io credo serenamente, non ha fornito prova alcuna dell’avvelenamento o dell’adulterazione del biota destinato all’alimentazione. Di questo estremo infatti si tratta, di questo estremo che è costitutivo della fattispecie. E badi il Tribunale, questa prova l’accusa non l’ha fornita non per mancanza di acribia, di sagacia, di impegno, non l’ha fornita perché semplicemente non poteva trovare ciò che non c’è. E’ vero, lo so bene, il dottor Raccanelli e il dottor Cesana hanno tentato di trarre implicazioni dal quadro di riferimento, formulando, mi permettano questa critica, una fragile, effimera analisi di rischio rispetto alle diossine e al PCB, partendo dalle vongole e dai pesci maggiormente inquinati, non dalla media, da quelli maggiormente inquinati, mi riferisco ancora al piatto di pasta asciutta, e il 10, 20, 50, 100 grammi di assunzione giornaliera di vongole e pesci. Bene, di nuovo, indipendentemente da tutte le riserve formulate sull’utilizzabilità e la rappresentatività dei dati, i consulenti della difesa hanno fatto un’operazione forse scientificamente non corretta, hanno ripreso quei dati e sulla base di quei dati, cioè all’interno di quella criteriologia hanno dimostrato, io credo che non sussiste neppure alcun rischio per la salute pubblica, collegato alla ingestione di pescato proveniente dalla zona industriale. E bádino, signori del Tribunale, di rischio sto ancora parlando, che è cosa ben diversa dal pericolo come nozione penalistica. Ed allora ecco la dimostrazione, quella sul rischio, fornita muovendo dall’assunto irreale, non riesco a dire parola diversa che questa, che un soggetto assuma per tutta la vita, per tutta la vita a partire dal primo giorno nel quale ha visto il sole, in questa ospitale terra fino all’ultimo in cui quello stesso sole si spegne, bene, che abbia assunto tutta la vita vongole non solo provenienti in via esclusiva dai canali industriali, ma prelevate tutte e esclusivamente in quei precisi punti nei quali sono state rilevate le più elevate concentrazioni di diossina, questo è l’assunto da cui siamo partiti, che è un assunto che definire irreale credo sia un eufemismo. Quindi un’assunzione costante delle vongole più significativamente inquinato, un’ipotesi di lavoro meno che congetturale. Questa dimostrazione per assurdo ha dato risultati assolutamente tranquillizzanti, bádino, sia sul piano del formale, il rispetto dei limiti di soglia individuati dalle varie agenzie internazionali, sia sul piano più francamente tossicologico, che è quello che mi sta a cuore maggiormente, visto che mi occupo di reati, come l’articolo 439 e 440. Per la prova del rispetto formale dei limiti indicati dall’OMS, faccio un generale rinvio alle esposizioni in Aula e ai calcoli del professor Facchetti e del professor Pompa, altrimenti una giaculatoria di numeri affliggerebbe chi ancora mi ascolta. Qualche accenno di più sono costretto a fare rispetto alla valutazione tossicologica delle concentrazioni di diossina rilevate. Perché questo, come dirò in seguito, è il piano dell’indagine conclusivamente e incontrovertibilmente rilevante ai fini delle condotte descritte nelle fattispecie di avvelenamento e di adulterazione. Per fare questa valutazione i nostri consulenti e i colleghi che assistono gli imputati di parte Enichem non me ne vorranno se in questo "nostri" mi approprio anche di Pompa, cioè Lotti, Facchetti e Pompa si sono messi nello stesso meno che ipotetico, meno che paradossale scenario, senz’altro il peggiore fra quelli configurabili, quello a cui ho di anzi fatto riferimento. Quello secondo cui vi possa essere un soggetto che per tutta la vita assume quotidianamente una notevolissima quantità di fauna ittica proveniente solo e esclusivamente dai canali industriali e solo ed esclusivamente con quantità di diossine paragonabili dello stesso livello di quelle massime riscontrate. Ora, anche senza essere particolarmente versato in materia statistica o di analisi di rischio, già si immagina che questo è un punto di partenza sballato, se posso usare questo termine, non particolarmente confacente ad un’Aula di giustizia, ma insomma, è un’ipotesi di lavoro un po’ originale. Bene, siamo partiti da quella, è la più cautelativa. Allora, 100 grammi di pescato in quella zona che contiene il dato massimo: 6,55 picogrammi/grammo di diossina. In base a questa ipotesi si può allora stimare un’assunzione giornaliera di diossina e PCB da parte di un soggetto che pesi 70 chili corrispondenti a 9,36 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Rinvio per i calcoli alla memoria tecnica. Un’assunzione giornaliera di tale entità, cioè di quei 9,36 picogrammi per chilogrammo è stata sommata per estremo ulteriore limite di cautela, tanto per non farci dire che ci siamo dimenticati qualche cosa, con l’assunzione giornaliera di diossina e PCB comunque presenti in altri cibi, stimata tra 1 e 4 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Questa situazione è estrema, la cui probabilità di accadere è praticamente nulla, poste le variabili che abbiamo assunto, comunque consente di stimare come assunzione giornaliera qualche cosa che è compreso tra 10,36 e 13,36 tec di diossine PCB. Ora, in base ai dati tossicologici di Seveso, è possibile determinare, è stato determinato in 14 tec di assunzione giornaliera il cosiddetto (body-bearding) di 2 – 3 – 7 - 8 TCDD, assunzione alla quale non ha corrisposto alcun effetto tossico immediato sull’uomo, e che a 25 anni di distanza dall’incidente di Seveso, che fu nel ‘76, non ha dato luogo a nessun altro effetto. Confrontando questi valori, 14 tec che è Seveso, 13,36 che è il massimo che si ottiene facendo tutta quella serie di assunzioni che abbiamo posto, è ben evidente che nella peggiore delle situazioni immaginabili, ma che bádino, non può attingere in nessun modo neppure la soglia del probabile, l’assunzione giornaliera di diossine è inferiore a quella che dimostratamente, storicamente non ha causato alcun effetto tossico sull’uomo. A questa constatazione si debbono aggiungere alcune considerazioni ulteriori. Il limite di 1,4 tec, proposto dall’OMS, corrisponde all’assunzione giornaliera di diossine in una normale popolazione di paesi occidentali, lo dice lo IARC del ‘97. Per cui il suggerimento dell’OMS deve essere visto come un invito all’azione per ridurre l’inquinamento e non certamente come un limite invalicabile oltre il quale si osserveranno effetti sfavorevoli per la salute. La stima dell’assunzione giornaliera, quella che ho richiamato nella peggiore situazione possibile, 10,36 o 13,36 tec, è ben inferiore, ben inferiore alle assunzioni giornaliere minime che hanno causato negli animali effetti tossici; situazione sulla base della quale l’OMS ha fatto quei calcoli e ha determinato quei limiti. E si badi, queste tossicità non sono mai state osservate sull’uomo a dosi significativamente, enormemente più elevate come il dato di Seveso. Faccio un richiamo esplicativo ma non mi diffondo, sulla spiegazione che è stata data di questo fenomeno, che è quella del recettore AH di cui ha lungo parlato Lotti. E ancora, la quantità di mitili, di vongole, di pesce necessarie per raggiungere una assunzione giornaliera di 14 tec, cioè il limite di Seveso, non il limite, quello che è stato riscontrato a Seveso e che non ha dato effetto, cioè per arrivare a quel (body-bearding), di cui si diceva dianzi, si può stimare rispettivamente in 132 e 171 grammi di mitili, sempre quelli con il massimo delle diossine eh. Da 435 a 565 grammi, che vuol dire mezzo chilo di roba, di vongole, un etto, un etto e 40 grammi di pesce; sono quantitativi giornalieri, anche fuori dell’immaginario, considerando per di più che una simile straordinaria prestazione alimentare dovrebbe essere mantenuta per tutta la vita. Io capisco il buon appetito e sono un ottimo rappresentante, ma insomma sono circa un 8 etti al giorno, per tutti i giorni di tutta la vita, solo parte edibile, quindi dovete anche moltiplicare per 10 per avere il quantitativo che mi devo mettere in casa per mangiare tutta questa roba. Allora che cosa abbiamo? La letteratura indica che l’unica patologia acuta nell’uomo causata con certezza da dosi elevatissime, implausibili rispetto a questa di diossina è la (cloracme), che è la massima assunzione giornaliera di diossina stimata in base ai livelli di contaminazione della laguna veneta è molto, è ordine di grandezza lontana da quelle che potrebbe causare qualsiasi effetto reale o presunto, dico presunto riferito alla tossicità sugli animali, delle diossine. E questo secondo me conclusivamente, la spiegazione dal punto di vista tossicologico probabilmente è in quel meccanismo del recettore AH. E nessuno ha contestato questa spiegazione, quella che procede a partire dal meccanismo del recettore AH. Ed ancora, a me non pare convincente la critica mossa dai professori Vineis e Zapponi, secondo i quali i dati di Seveso non sarebbero buoni, non sarebbero utilizzabili, perché il caso di Seveso sarebbe collegato agli effetti acuti e nulla potrebbe dire in ordine agli effetti cronici. La critica, io credo, è solo apparentemente suggestiva. Perché bisogna tenere conto dell’emivita della diossina, l’emivita della diossina è molto lunga, è inutile che stia a dire al Tribunale che cos’è l’emivita perché ce l’hanno spiegato in maniera favolosamente dettagliata tutti i consulenti, e sicuramente il Tribunale l’ha capito meglio di me. Comunque l’emivita della diossina è lunga, è almeno 7 anni, secondo il professor Zapponi è addirittura 12 anni. Sicché il valore predittivo dell’episodio di Seveso, relativamente alle quantità assorbite, è sicuramente utilizzabile anche nella presente vicenda proprio per la ricordata lunghissima emivita della diossina. C’è un effetto acuto sicuramente nel caso di Seveso di cui qui ovviamente nessuno ha evocato parallelismo. Ma poiché chi ha assunto per impatto acuto la diossina a Seveso, ahi lui se l’è tenuta dentro di sé, ce l’ha probabilmente ancora, ma con un’emivita di 7 anni, cioè 7 anni prima che decada del 50 per cento, 12 anni secondo Zapponi, e beh, a questo punto anche un effetto cronico possiamo misurarlo proprio a partire dal dato di Seveso. Quindi quell’osservazione, che è suggestiva sì, di Vineis e Zapponi, appena la si guarda perde quel fascino apparente. E veniamo al pericolo, perché poi con questo attrezzo bisognerà pur misurarsi. Io ho cercato di svicolare ma prima o poi l’ordine di marcia di Padovani era trattare del pericolo ed eccomi. Spero di non farlo troppo male, avevo detto a Padovani di allontanare da me questo, non dico calice, insomma questo bicchiere d’acqua, ma ho vinto io la paperetta. Il concetto di pericolo, almeno per quel che concerne il diritto penale, reca comunque impressa la stigmate della probabilità. Probabilità intesa come giudizio di relazione fra un’entità cronologicamente precedente, una condotta umana vietata e un’entità successiva di carattere lesivo, l’evento lesivo, che se si fosse verificato, avrebbe dato luogo al corrispondente reato di evento o di danno. Io credo che, pur nella molteplicità delle interpretazioni che si sono avvicendate circa la nozione di pericolo, credo che questa definizione sintetica, che è poi di Angioni sostanzialmente, possa costituire l’indispensabile riferimento. Il pericolo come giudizio di relazione, relazionale tra due estremi: un estremo è la condotta umana vietata, l’altro estremo è un’entità di carattere lesivo, cioè l’evento lesivo che se si fosse verificato avrebbe integrato una fattispecie di evento o danno. Qui sta il pericolo. L’abbiamo descritto topograficamente, bisogna cercare di vedere in cosa consiste. Si può notare ancora che non tutte le condotte pericolose sono di per sé punibili sotto il gran cielo del diritto penale, anche quelle dotate di una fortissima probabilità di produrre un evento lesivo, anche talvolta quelle caratterizzate da una macroscopica colpa, cioè da una particolarmente rilevante violazione. Soltanto per alcune di queste condotte il legislatore sceglie di intervenire anticipando la soglia della punibilità. E questa scelta è riservata ovviamente al legislatore e dipende sostanzialmente dalla gravità dell’evento temuto dalla importanza del bene giuridico protetto. Pericolo dunque. Un giudizio di relazione che è costitutivo di questa categoria, che innerva questa nozione, esso è parente stretto del giudizio di causalità. Anche qui occorre infatti verificare l’esistenza di un processo causale, cioè di una serie causale riportabile a leggi scientifiche di copertura, soltanto che mancando in questo caso l’evento storico effettivamente verificatosi, il giudizio non è rivolto al passato bensì al futuro. Avremo dunque non un giudizio ex post ma un giudizio ex ante, insomma una prognosi postuma, qualche cosa che ancora ci riporta sulla pista del tentativo. Non è forse il tentativo una situazione che tende a sanzionare non le effettive lesioni ai beni giuridici protetti dalle singole norme di incriminazione, bensì è soltanto la messa in pericolo di quegli stessi beni? Allora illumina la nozione di pericolo il riferimento necessario all’evento dannoso che avrebbe dovuto verificarsi, avrebbe potuto verificarsi. E si tratta di un evento concreto, tale da costituire un reato di danno o di evento, non può a sua volta essere un pericolo, un’ulteriore situazione nella quale il bene giuridico protetto è esposto per così dire a maggior pericolo, non posso creare un pericolo di un pericolo, deve essere un pericolo inteso come probabilità del verificarsi di un evento dannoso. D’altra parte noi non possiamo neppure congetturare l’ipotesi dell’articolo 56 nei delitti di attentato, c’è questo parallelismo costante. Quest’osservazione, io credo, trova una puntuale conferma anche nella struttura di molte delle fattispecie di pericolo del Codice Penale, che contemplano l’ipotesi aggravata per il caso dell’evento dannoso che si verifichi, e questo prova in maniera non equivoca lo stretto collegamento tra il pericolo e il momento della concretizzazione di un evento dannoso. Ma se questa implicazione è, come dire, necessaria dal punto di vista logico, allora io credo che valga la reciproca, se il giudizio che attiene al pericolo ha come punto di riferimento, come estremo indefettibile l’evento dannoso come probabile conseguenza della condotta, allora noi possiamo ricostruire l’oggetto del pericolo proprio partendo da questo. E credo che proprio in questo consista la non sovrapponibilità delle nozioni di pericolo e di rischio, proprio perché parlando di rischio il riferimento trascorre a una indeterminata serie di situazioni rispetto alle quali non è istituibile un giudizio di relazione. E in questo giudizio di relazione consiste essenzialmente invece il pericolo penalisticamente inteso, che appunto pretende questo tipo di valutazione causale, non ex post ma ex ante, che però ci consente di apprezzare se da una data serie di antecedenti si potrà verificare, potrà conseguire un evento, un fatto dannoso. Ora io credo che, per parlare di questo riferimento, dell’oggetto su cui si deve valutare il pericolo, cioè quel giudizio di probabilità che si verifichi alcunché di dannoso, rispetto agli articoli 439 e 440, un punto centrale sia rappresentato dalla nozione di salute pubblica. La nozione di salute pubblica è stata variamente interpretata, e sostanzialmente le due impostazioni maggiormente seguite possono essere brevemente riassunte, dicendo che da un lato vi è chi sostiene che il concetto di salute pubblica, nel senso della collettività nel suo complesso, ovverosia di un numero indeterminato di soggetti, allude non soltanto all’assenza di malattia, ma più latamente allo stato di benessere psicofisico. Mentre, sull’altro versante, l’altra impostazione starebbe l’assunto che il concetto di salute deve essere strettamente limitato all’assenza di malattie o di infermità. Ora a me pare che poiché ci occupiamo di diritto penale, e segnatamente di fattispecie incriminatrici, l’interprete debba necessariamente essere guidato dal dato normativo e dal percorso che è inevitabilmente disegnato dalle fattispecie che di questo estremo trattano. Non v’è dubbio alcuno, io credo, che il concetto di salute non muta né può mutare, nella sua obiettività, soltanto perché tale bene viene assunto come oggetto di tutela in situazioni nelle quali un numero indeterminato di persone è esposto a pericolo o a danno. Il requisito della pubblicità caratterizza soltanto l’estremo della individuazione del soggetto o dei soggetti sui quali si riverbera o potrebbe riverberarsi l’azione, non può certo valere a distorcere e a mutare l’oggetto della tutela, cioè salute è la medesima cosa sia che riguardi un individuo o una molteplicità di individui. La sostanza che sia indeterminato il numero dei soggetti portatori del bene protetto non può modificare la natura, il carattere, il contenuto del bene protetto medesimo, la salute pubblica o privata che sia è e rimane immutabilmente la salute. Cercherò di vedere meglio, mi industrierò di veder meglio cosa vale questo rispetto alle singole fattispecie di incriminazione, ma per ora mi basta risegnalare questo: il fatto costitutivo, il fatto che dà corpo e sostanza al tipo punibile ha al proprio punto terminale la salute. La salute intesa come bene esposto a pericolo, dunque un bene giuridico meritevole di tutela, che per quello che si diceva di anzi, deve trovare corrispondenza, deve avere un corrispondente in una omologa fattispecie di danno, il pericolo è la probabilità che venga prodotto un evento lesivo, il pericolo è l’esposizione a pericolo di un bene giuridico protetto, quindi deve potersi immaginare come concretizzazione la lesione di un bene giuridico protetto: la salute. Quale può essere da questo punto di vista il riferimento sistematico? Di per sé, vedete, la figura della salute pubblica è ben poco esplicativa al cospetto del principio di determinatezza, che in quanto corollario del principio di legalità, vige inconcusso nel gran regno del diritto penale, e la nozione di salute pubblica è di per sé muta quanto a caratterizzazione, ci dice poco! Anticipo allora un dato sistematico, che mi permetterò di riprendere parlando della struttura delle singole fattispecie. Quale è mai l’evento dannoso che costituisce lo sviluppo, la concretizzazione del pericolo per la salute di cui parla l’articolo 440 del Codice Penale? Questo evento dannoso, che rappresenta appunto la concretizzazione del pericolo per la salute, non può che essere una lesione effettivo del medesimo bene, al momento di incarnarsi di questo pericolo e quella effettiva lesione, quest’effettiva lesione ha in diritto penale un nome preciso, propriamente le ipotesi delle lesioni di cui agli articoli 582 e 83 nella versione colposa del 590. Mi permetto di segnalare un riscontro sistematico, che io credo assai importante quando si parla del Codice Penale, e già lo ricordava Padovani l’altro giorno. Il Codice Penale macchina ideologicamente ben discutibile, ma tecnicamente raffinata e coerente. Bádino, signori del Tribunale, non sarà loro sfuggito che il trattamento sanzionatorio dei reati di danno dell’articolo 590 Codice Penale è parente, modulato correttamente, delle ipotesi colpose dell’articolo 452, proprio per quanto concerne le figure che attengono la salute pubblica. Ma se siamo al cospetto di una lesione effettiva un tal genere di lesione è irreferente, non può che essere l’insorgere di una malattia, 582 e 583, cioè di un concreto detrimento all’integrità fisica del soggetto, e a essere precisi, visto che ci occupiamo di salute pubblica, di una indiscriminata cerchia di soggetti. Malattia, lesione dunque, non semplice stato di non benessere. In altri termini, l’evento dannoso ulteriore, concretizzazione del rischio tipico assunto dalla norma incriminatrice, come estremo del fatto punibile, non può che appartenere alla classe di eventi che sono riconducibili alle ipotesi punibili ex articolo 590 in relazione agli articoli 582 e 583. Dunque, l’esposizione a pericolo della salute pubblica altro non può essere se non la probabilità di un danno per un numero indeterminato di persone. Probabilità di un danno. Danno che tuttavia deve essere inteso come uno degli eventi che integrerebbero il delitto di cui all’articolo 590; per semplificare parlo solo dell’ipotesi colposa. Se non fosse così, il requisito del pericolo non avrebbe alcun percepibile riferimento, abbiamo detto che è un giudizio di relazione, beh, relazione deve essere tra due estremi: uno è la mia condotta e l’altro sarà l’evento, la probabilità del verificarsi dell’evento dannoso. Se non fosse così, mancherebbe dunque un estremo di un giudizio di relazione e diversamente costruito esso finirebbe per svaporare in una nozione vaga e indistinta. Noi abbiamo come riferimento invece il dato normativo. Se non è l’evento tipico dell’articolo 590, quale mai può essere l’oggetto del pericolo di cui discorre l’articolo 440 del Codice Penale? Quale mai la classe degli eventi di danno, di cui si deve stimare la probabilità di verificazione? Non può essere il pericolo di un pericolo, non esiste il pericolo di un pericolo, almeno nel mondo del diritto penale! Rocco e Manzini erano tecnicamente bravi, ma tutto tranne che garantisti, ma l’articolo 56 è incompatibile coi delitti di attentato, cioè col pericolo del pericolo. E se così è, e diversamente molto sommessamente, credo che diversamente da così non possa essere. Ecco che la salute, richiamata come oggetto dell’esposizione a pericolo, non può che essere un fatto lesivo, una malattia non diversamente da quelle contemplate dall’articolo 590. E il dato, bádino, trova un’imponente conferma già a partire dall’articolo 439 che parla di avvelenamento e che direttamente al suo interno al secondo comma richiama l’evento dannoso rispetto al quale il pericolo è misurato; e quell’evento dannoso è l’evento morte, cioè la vita. E quindi indica in una fattispecie descritta l’evento oggetto del pericolo prodotto dalla condotta punibile, nel primo comma ovviamente del Codice Penale. Signor Presidente, posso chiederle pochi minuti perché la mia autonomia senza tabacco è esaurita?

 

Presidente: va bene.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: se volete accomodarvi... prego. Prego, avvocato Mucciarelli.

 

AVVOCATO MUCCIARELLI

 

Avvocato Mucciarelli: grazie, Presidente. Riprendo con quella formuletta rischio e pericolo, ne ho già parlato e quindi posso andare rapidamente. Può darsi che nel linguaggio comune valgano come sinonimi, non sarebbe corretto a mente dello Zingarelli e del Devoto questi due termini, non valgono invece come sinonimi nel linguaggio scientifico, e men che meno nel mondo del diritto e del diritto penale. Sicuramente il mondo del diritto ambientale, un sotto settore assai specialistico, conosce in termini positivi la nozione di rischio, a cominciare per esempio dalla valutazione, cosiddetta valutazione di impatto ambientale, prima ancora del decreto legislativo 175 dell’88, attuativo della direttiva Seveso, che come ognuno sa, si occupa fra l’altro della valutazione del rischio, proprio del rischio e di incidenti rilevanti. Quando però il legislatore prende in considerazione la categoria del rischio non si occupa della probabilità che un evento dannoso si verifichi, ma proprio come ben dimostra il decreto legislativo 175 dell’88, si occupa della valutazione che una classe di eventi debba essere apprezzata e che in relazione a tale classe di eventi debbano essere apprestate opportune cautele ovvero seguite determinate procedure e misure cautelari. Talvolta l’osservanza di tale cautele è presidiata dalla comminatoria penale, ma l’inosservanza di tali cautele non esprime di per sé il sorgere di una probabilità razionalmente apprezzabile del verificarsi dell’evento dannoso, che pure quella normativa cautelare mira a scongiurare. Voglio cioè dire che non avere adottato il piano di impatto ambientale non significa affatto che quel determinato intervento implichi di per sé un danno all’ambiente. Allo stesso modo aver violato le prescrizioni consequenziali al superamento di determinati quantitativi di materiali o sostanze infiammabili stoccate non implica affatto e di per sé il sorgere di un pericolo, cioè di una probabilità di incidente rilevante. Il pericolo, come ho malamente cercato di dire, ma come sono ben convinto tuttavia al di là delle mie mal certe parole, procede per snodi diversi, trascorre per modi di accertamento che necessariamente debbono tenere conto della realtà, della concretezza della situazione di fatto, delle leggi scientifiche sulle quali è unicamente possibile fondare una valutazione altrimenti è affidata soltanto alla apparente logica del caso per caso, che logica tra l’altro non è. Sicché assumere il rischio come fattore per la valutazione di una situazione di pericolo, presunto o concreto che sia non importa, è errore concettuale del tutto non ammissibile. Se parliamo di rischio inevitabilmente alludiamo a una probabilità, a una frequenza statistica, immancabilmente connessa ad eventi di una determinata classe, non mai però ad eventi dannosi di carattere singolare, anche se riguardanti un indeterminato numero di persone, di soggetti rispetto ai quali è unicamente interessato il diritto penale almeno nelle forme degli articoli 439 e 440. Il riferimento alla idoneità che ho già fatto, come categoria concettuale decisiva in questa materia, autorizza io credo a chiudere l’argomento. E’ possibile parlare di idoneità come formula espressiva dell’esposizione a pericolo soltanto in quanto si abbia un riferimento ad un evento dannoso o tipizzato, quello è ciò che deve essere illuminato, l’oggetto del nostro giudizio di probabilità del verificarsi di un evento dannoso. Non è invece possibile immaginare come oggetto del pericolo una clausola generale, genericamente comprensiva di una serie indeterminata di eventi o di situazioni, come accade invece nella valutazione di rischio. E io credo che direttamente collegata alla tematica del rischio e del pericolo è la vasta e variegata questione dei cosiddetti valori di soglia, dei limiti, dei parametri che da varie fonti vengono indicati come binari, come rotaie entro le quali deve essere svolta una determinata attività, ovvero entro le quali devono essere contenute immissioni di vario genere e natura nell’ambiente esterno. Per semplicità di argomentare, non me ne voglia il Tribunale illustrissimo, distinguerei i limiti in due grandi famiglie: da un lato quelli direttamente prescritti da norme di diritto positivo, dall’altro quelli a vario genere suggeriti, proposti, indicati da agenzie sanitarie internazionali, scientifiche, e via dicendo. Sul versante che qui interessa però la differenza è più apparente che reale, perché entrambe queste categorie di limiti, uso la parola limiti, ma valori di soglia, soglie, quello che vi pare, servono semmai a integrare il metro del giudizio normativo di colpa, e avremo nell’un caso una colpa specifica se è il parametro fissato da norma di diritto positivo, o colpa generica nell’altra ipotesi. Quanto mi preme di sottolineare è tuttavia cosa diversa. Cioè la funzione di questi valori. Essi non misurano affatto la pericolosità della condotta, non rappresentano una forma di giudizio anticipato e sintetico, insomma non sono un giudizio pre dato attraverso il quale il legislatore piuttosto che l’agenzia internazionale ha fissato il valore oltre il quale vi è la probabilità che l’evento dannoso si verifichi. Questo non esprime il limite, non esprime il superamento del limite poiché questa non è la funzione del limite, del valore di soglia. I limiti, da qualunque forma promanino, possono al più disegnare soltanto l’ambito all’interno del quale l’attività svolta è pienamente lecita e priva di effetti giudicati statisticamente non accettabili. Questo pregiudizio, intendo il termine in senso etimologico, di giudizio cioè dato prima, questa pre - valutazione di accettabilità ha rilievo soltanto rispetto ad un problema sociale, quale? Quello del contemperamento di differenti esigenze, e spetta al legislatore questo apprezzamento, anche, bádino, quando si tratta di valori non fissati da testi normativi ma che in qualche misura vengono recuperati come parametro per il giudizio normativo di colpa, fungendo essi da regole sociali di condotta cui deve essere conformato il comportamento del consociato, cioè quel comportamento atteso dal legislatore. La funzione dei limiti, dei valori di soglia rappresenta unicamente questo estremo. Non costituisce una forma sintetica di giudizio in ordine alla probabilità del verificarsi di un evento dannoso futuro. Questo è la funzione del limite, una funzione precauzionale, una funzione conformativa della condotta, non è un giudizio di probabilità sul verificarsi di un evento dannoso. L’assunzione generale io credo è un dipresso questa, il valore di soglia costituisce il parametro al di sotto del quale l’attività esercitata è lecita e i suoi effetti sono accettati dall’ordinamento con una presunzione di non dannosità, presunzione che potrebbe essere vinta soltanto rispetto al caso specifico, nell’ipotesi di un evento effettivamente accaduto e sempre che si rinvenga una spiegazione causale che riesca a superare detta presunzione, ma non vale come giudizio attinente al pericolo, cioè alla probabilità che si verifichi l’evento dannoso. Al di fuori di quest’orizzonte il superamento dei limiti e dei valori di soglia nulla dice, né può essere forzato a dire o altro oltre quello che esprime. I valori di emissione, i parametri stabiliti dalle varie leggi in materia ambientale non esprimono affatto un giudizio di pericolosità pre dato, tutte le volte che questi valori siano superati. Essi si limitano a indicare il valore all’interno del quale quell’attività può essere svolta lecitamente, con una presunzione, come dicevo, di non dannosità, di accettabilità. Ed ugualmente deve dirsi per i valori indicati dagli organismi internazionali, e che qui sono stati variamente evocati. Essi non autorizzano affatto implicazioni del tipo: se quel valore è superato l’evento dannoso eventualmente accaduto e che rientri nella classe degli eventi che quel limite mirava a scongiurare è causato da quell’episodio o quella serie di episodi di superamento del limite, e sto parlando di una cosa affatto diversa, cioè dell’evento effettivamente accaduto. I valori di esposizione suggeriti, come per esempio le dosi massime assumibili, non rappresentano una pre - data spiegazione in termini causali. Su questo Stella è stato conclusivo, ma non qui l’avvocato Stella, colui che ha scritto, nel 1975, se non ricordo male, il libro Leggi scientifiche e spiegazioni dell’evento nel diritto causale. Tra l’altro basterebbe quest’osservazione a smontare questa implicazione. Non è possibile una spiegazione causale di un evento prima che lo stesso si sia verificato quando parliamo di probabilità. Allo stesso modo, il superamento di tali valori non autorizza a ritenere concluso e definito il giudizio di pericolo rispetto alle fattispecie di incriminazione delle quali io mi occupo, strutturate secondo il modello dei reati di pericolo, cioè il 439 e il 440. Anche in questi casi infatti il giudizio deve essere misurato rispetto al tipo di evento dannoso che rappresenta in concreto la materializzazione di quel rischio. Ma questo, quando si ha a che fare con valori di soglia, è operazione vana, non si possono usare i valori di soglia per dire è integrato il pericolo se sono superati questi limiti, proprio perché la funzione alla quale sono conformati i limiti e i valori di soglia è diversa. Essi esprimono, come ho ripetuto fino alla noia, anche alla noia di me stesso, una situazione nella quale una determinata attività o le sue immediate conseguenze è accettata dall’ordinamento. In termini penalistici possiamo forse parlare di situazioni di rischio consentito, di rischio appunto, non di pericolo, presunto o concreto che sia. Qui torna quell’equivoco di fondo della dottrina penalistica variamente recuperato in qualche sentenza che scambia l’aumento del rischio con la spiegazione causale dell’evento. E adesso ce l’hanno venduta nuova ma è vecchia, Alberto, la vecchia teoria dei tedeschi che ci raccontavano che se io voglio ereditare da mio zio molto ricco, io non ho zii ricchi, ma insomma, sono convinto che in quella foresta arriverà un fulmine e lo invito ad andare nella foresta e un fulmine lo brucia, ho aumentato il suo rischio e quindi rispondo causalmente di quel fatto. Ma via. I limiti sono una cosa affatto diversa, e l’aumento del rischio è una fandonia diciamo, almeno quando vuole essere utilizzata per la spiegazione causale o per la valutazione in termini di probabilità razionale. La materia ambientale, riprendiamo a parlare di cose più modeste con le quali meglio mi trovo, è costellata di indici, di parametri fissati da un corpo legislativo impressionante per ampiezza, e sia consentito, per farraginosità. Tentare una ridutio ad unum di questa mercanzia è per parte mia un gesto insano e folle, ma l’ora mi spinge a questa insania. Tanto in materia di inquinamento idrico quanto in materia di rifiuti, persino in materia di acque destinate alla potabilizzazione, noi troviamo differenziati limiti e parametri, mi verrebbe di fare una notazione, e loro sanno che per il parametro rame il limite per l’inquinamento del corso d’acqua ricettore è più basso di quello per l’acqua destinata alla potabilizzazione; questo la dice lunga sulla attenzione del nostro legislatore in materia ambientale. Bene, troviamo questi differenziati limiti e parametri che attengono alle quantità delle sostanze che possono lecitamente essere immesse nel corpo ricettore. Cosa significa ciò? Che il legislatore sostanzialmente ammette che venga arrecata un’alterazione al corpo ricettore, senza che questo fatto, che questo evento sia meritevole di sanzione alcuna. Una siffatta valutazione implica alle spalle un apprezzamento di questo genere: lo svolgimento di determinate attività presenta benefici e insieme costi, il punto di equilibrio dei quali è rappresentato dalla fissazione da parte del legislatore di tali limiti. Null’altro che questo è la funzione dei limiti richiamati, indicati dalle norme che ho citato così genericamente. Se volete chiamarli limiti di accettabilità, valori di soglia, limiti all’inquinamento consentito, io non ho particolari problemi, è un problema di etichette e di nomine a iuris. La sostanza delle cose rispetto al problema che interessa al cospetto dei delitti di adulterazione ed avvelenamento è che tali limiti soprattutto, cioè che il loro superamento non autorizza a dire che è realizzata la situazione di pericolo per il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice. Così gli stabellamenti di cui abbiamo, scusate questo termine, indecente stabellamento, me ne scuso, di cui abbiamo a lungo parlato all’udienza del 15 maggio 2001, e che poi erano molto meno di quanti non apparisse, non significano di per sé nulla, se non al cospetto delle contravvenzioni dell’allora vigente legge 319 del ‘76. Da quei singoli e puntuali fatti non si può ricavare alcunché rispetto al giudizio di pericolo che innerva, che è incorporato nell’incriminazione agli articoli 439 e 440, proprio per la diversa funzione che hanno i limiti tabellari della legge 319 del ‘76 allora vigente. Qui si badi, il discorso non cambia affatto se consideriamo il problema dal punto di vista dei rifiuti. La circostanza che prima con il D.P.R. 915 dell’82 venissero chiamati tossico nocivi ed ora con il decreto Ronchi pericolosi. Quei rifiuti contenenti determinate sostanze in percentuali superiori a determinati valori nulla ci dice a proposito della eventuale pericolosità per la salute pubblica di una determinata discarica più o meno abusiva, che poi è abusiva perché non ha l’autorizzazione. Qui stiamo parlando della pericolosità intesa come idoneità, come probabilità che si realizzi la lesione del bene protetto. Altro è il giudizio di pericolosità, altro è il superamento di un limite fissato dal legislatore o dalla buona tecnica per l’esercizio di una determinata attività. Altro ancora è il superamento dei limiti fissati per le acque ad uso potabile, altro è la valutazione che quelle acque siano pericolose per la salute pubblica, non bastando a concludere un siffatto giudizio, là c’è semplice constatazione del superamento del limite. Anche in questo caso occorrerà un giudizio probabilistico ex ante, l’unico che può autorizzare ad affermare che l’assunzione di quell’acqua è idonea, cioè possiede un alto grado di credibilità razionale idonea dunque a produrre un danno al bene giuridico protetto, dunque alla salute di un numero indeterminato di consociati, di cittadini. E’, in conclusione allora, radicalmente infondata l’equazione superamento del limite di soglia, integrazione del limite di pericolosità. Se così fosse, bádino, le fattispecie di comune pericolo e soprattutto quelle colpose disegnate dal Codice Penale non avrebbero ragion d’essere, perché si esaurirebbero nel semplice superamento del limite fissato dalle norme, moltissime, che costellano la normativa ambientale. Del tutto evidente allora che ad integrare le figure criminose, nella forma colposa di comune pericolo previste dal Codice Penale, e qui contestate a noi dal signor Pubblico Ministero, nessun dubbio che occorra un quid pluris rispetto al mero superamento del limite. E questo quid pluris è propriamente quel giudizio di pericolo del quale ho più volte parlato. E finalmente cercherò di occuparmi delle due contestazioni d’accusa relative all’avvelenamento più da vicino e all’adulterazione. L’ora del processo è veramente tarda, e come diceva Manara Valgimigli che era un grande studioso di letteratura, commentando una raccolta di lirici greci tradotti, aveva criticato duramente diversi traduttori, alcuni li aveva citati più benevolmente, poi concludeva: "Agli altri molti si conviene il silenzio". E io non ho neppure lirici greci da tradurre, ma devo parlare dell’avvelenamento e dell’adulterazione, perché malamente di (inc.), come i miei amici sanno, ho fatto e faccio l’avvocato. E miglior partito davvero sarebbe per me accogliere l’invito di Manara Valgimigli, ma comunque qualche cosa devo pur dire. Molte cose hanno detto, molti colleghi che hanno parlato prima di me, di me assai migliori, altre diranno altri colleghi dopo di me, assai meglio di me, e a loro tutti faccio un generale e propedeutico rinvio. Qualche cosa in generale ho detto, e quindi spero di sbrigarmela rapidamente. Allora dunque l’avvelenamento e l’adulterazione di sostanze destinate all’alimentazione pubblica. Procedo per grossolane sintesi e taglio tutto ciò che ritengo inessenziale. Nessuno dubita che si tratti di reati di pericolo, entrambi destinati a tutelare la salute pubblica, seppure con una ben diversa e corposamente diversa oggettività giuridica che il legislatore ha disegnato, ha calibrato a principiare dal bene giuridico oggetto di tutela, ad essere precisi dal grado di approfondimento del pericolo che è insito nelle condotte rispettivamente tipizzate. Questo mi basta ora dire: che si tratta di reati a presidio della salute pubblica, che sono reati di pericolo e che il disvalore da essi espresso si riassume e si esaurisce nella condotta. Che tuttavia, bádino, dà luogo ad un evento materiale oggettivo, apprezzabile, per certi versi distinto dalla condotta in sé semplicemente considerata, né sembri quello che ho detto bestemmia straniera, che secondo Shakespeare, sarebbe sempre sulla bocca del soldato, che io parli di reati di pericolo, cioè di condotta, e insieme dica che prevedo un evento materiale ed oggettivo come risultato della condotta. E di questo dirò in seguito. Non mi metto a percorrere la giurisprudenza, e per vero anche la scarna dottrina sul punto. Il Tribunale lo ha già fatto senz’altro, poiché escludo che a questo punto di un dibattimento pluriennale chi mi ascolta non abbia già letto e meditato con riferimenti giurisprudenziali e dottrinali, citazioni e richiami mi parrebbero francamente offensivi per chi mi ascolta, perché finirei per l’attribuire a codesto Tribunale una svagatezza e una mancanza di diligenza, francamente incompatibili, non con quello che mi hanno detto i colleghi, con quello che ho sperimentato in questo triennio. Allora, vediamo un primo punto. Chi abbia scorso repertori giurisprudenziali sulle due norme incriminatrici non può non essersi avveduto della a dir poco singolare differenza interpretativa che intercorre fra la lettura di queste norme del fatto tipico, a seconda che il commentatore si interessi della figura dolosa ovvero di quella colposa. E’ ben singolare discrasia questa, posto che, già come raccomanda la relazione al codice, la struttura del fatto tipico è identica nella versione dolosa e nella versione colposa. E tanto basta per escludere che vi possano essere differenze nella interpretazione del fatto tipico, differenze che deriverebbero dal mutare dell’atteggiamento psicologico. Perché il fatto punibile, anche se è un fatto punibile fa parte della categoria dei fatti, che, come diceva (Rainer), sono quanto di più testardo e di ostinato che ci sia. Registrata questa difformità, segnalo che per esempio rispetto all’articolo 439, chi ne analizza il fatto tipico, e più precisamente la condotta partendo dal punto di vista della fattispecie dolosa, ritiene senza dubbio alcuno che la condotta di avvelenamento debba estrinsecarsi nella esposizione a pericolo del bene vita, per modo che resterebbero al di fuori della fattispecie dell’articolo 439, tutte quelle condotte di avvelenamento nelle quali, per le modalità di infusione della sostanza tossica e per le concentrazioni conseguenti, la probabilità di lesione finirebbe con il riguardare non la vita ma la semplice e meno drammatica esposizione a pericolo attraverso la malattia o la lesione. Sicché simili condotte, se dolosamente realizzate, quelle cioè che non portano sullo sfondo il pericolo per il bene vita dovrebbero necessariamente rifluire nella meno grave ipotesi dell’articolo 440. Ora a me sembra che sia del tutto impossibile che il variare del criterio di imputazione soggettiva possa in alcun modo implicare il mutamento della tipizzazione del fatto punibile, il quale è indipendente dall’atteggiamento psicologico della gente. Ed allora abbiamo un primo e significativo indice, che merita d’essere segnalato all’attenzione di codesto e infinitamente paziente Tribunale. Le fattispecie dolose del 439 e il 440 vengono apprezzate sotto il riguardo dell’elemento oggettivo in maniera maggiormente rigorosa, pretendendosi da un lato l’esposizione a pericolo del bene vita, 439, e dall’altro l’esposizione a pericolo della salute di un numero indiscriminato di soggetti, intesa come probabilità del verificarsi di una lesione o di una malattia. E io credo che la implausibilità di una diversa lettura delle norme si scontrerebbe del resto, si scontra anzi con il dato normativo sistematico ricavabile dall’organizzazione punitiva del Codice. Alla tutela del bene vita, anche di fronte a una situazione di pericolo comune, è apprestata la massima tutela, 439, che non a caso, nell’ipotesi aggravata del verificarsi dell’evento morte, come conseguenza dell’avvelenamento, prevede l’ergastolo come sanzione. Egualmente robusto il trattamento sanzionatorio è contemplato nella figura dolosa del 440, dove il fatto punibile è assoggettato a una pena che rientra nella fascia edittale delle lesioni personali gravi e gravissime. Detto per incidens che questo è un’ulteriore conferma di quello che dicevo dianzi a proposito dell’interpretazione della nozione salute pubblica, cioè dell’oggetto su cui si riverbera il pericolo, la probabilità di cui discorre il 440, detto questo, rimane da osservare che il Codice non prevede alcuna fattispecie di pericolo che non sia connotata dall’estremo dell’esposizione a pericolo della salute pubblica, segno evidente che soltanto un bene di tal genere apparve, e continua ad apparire, meritevole di siffatta anticipazione di tutela. Una notazione proprio marginalissima. Nella sistematica del Codice, se ci si pensa bene, il meccanismo funziona così: Codice del 1930, il problema era quello sostanzialmente delle acque dei pozzi che alimentavano i paesi, e delle derrate alimentari. Allora l’idea sistematica è grosso modo questa, quella di Rocco e di Manzini, se io metto del veleno nell’acqua di un pozzo, facciamo l’ipotesi dolosa che è la più semplice, in modo che qualcuno rischi di morire, possa morire, c’è il 439. Pena di morte per l’ipotesi aggravata, ergastolo per l’ipotesi di pericolo. Se metto qualche cosa nell’acqua o nelle derrate alimentari che rischia, cioè che determina il pericolo, la probabilità che qualcuno si ammali, 440; se rendo inservibili, 635, danneggiamento, perché non c’è più il rischio per la salute e non a caso il 635 non è punibile a titolo colposo. Questa era l’idea dei due giovanotti. Veniamo alla caratterizzazione del pericolo di questi due reati, del 439 e del 440. Io credo che veramente non metaforici fiumi di inchiostro siano stati spesi sulla distinzione tra reati di pericolo astratto o presunto e reati di pericolo concreto. Ora dipenderà certo dalla mia debole mente, ma credo che il problema sia di una semplicità eccelsa. La differenza sta tutta nella diversa modalità di tipizizzazione del fatto punibile, nella descrizione adoperata dal legislatore che intende punire una condotta espressiva di una esposizione a pericolo di un bene giuridico di primario rilievo, come tale meritevole di un’anticipata tutela rispetto al momento dell’effettiva lesione e del pericolo presunto, ovvero di un bene al quale rispetto alla modalità di aggressione, mal si attaglia una protezione modellata sull’accertamento del fatto effettivamente lesivo. A restar saldo però e immutabile è tuttavia il baricentro di codeste incriminazioni, rappresentato dal pericolo, cioè dalla idoneità di quella certa condotta ad esporre probabilisticamente a lesione il bene giuridico protetto. Una lesione non già effettiva ma probabilisticamente apprezzabile secondo un canone, che come ho cercato di dire, consiste in un giudizio ex ante, che autorizza il Giudice ad affermare che v’è in quel caso concreto, sottoposto al suo giudizio una effettiva razionalmente corposa probabilità di ledere quello stesso bene giuridico che altra norma sanzionatoria protegge per l’ipotesi della effettiva lesione disegnando appunto un reato di evento o se si vuole un reato di danno. La differenza tra reati di pericolo in astratto e pericolo in concreto si dice comunemente: consiste e si esaurisce nel momento dell’accertamento, dove nei reati di pericolo presunto il Giudice sarebbe chiamato a verificare soltanto e esclusivamente la rispondenza della condotta al tipo legale, mentre in quelli di pericolo concreto l’apprezzamento dovrebbe estendersi anche al controllo, se nella situazione data si è effettivamente realizzata l’esposizione a pericolo pretesa, richiesta dalla norma incriminatrice. Insomma, se un provvido legislatore, mirando a proteggere l’ordine pubblico costituito, domattina promulgasse una legge che sotto la comminatoria penale vietasse di indossare la camicia rossa e di esporre bandiere di eguale colore, il Giudice penale dovrebbe limitarsi a controllare se il sedizioso di turno ha effettivamente esposto una bandiera di tale colore, ovvero se ha indossato una camicia di eguale pericoloso colore. Pacifico essendo che questo provvido legislatore considererebbe il verde non solo innocuo, ma ben augurante colore e foriero di magnifici destini e progressivi. E una siffatta norma avrebbe le caratteristiche del reato di pericolo presunto, no: basterebbe controllare se ho indossato o no la mia antica camicia. Diversamente saremmo in presenza di un reato di pericolo in concreto se a quella medesima disposizione fosse apposta una clausola modale del tipo in modo pericoloso per l’ordine pubblico. Sicché, se in ricordo e commemorazione di tempi andati il sedizioso di turno provvedesse a indossare la sua antica camicia rossa sul Monte Rosa, o lì sventolasse la sua antica bandiera, il Giudice, salva l’ipotesi che lo sfortunato incontrasse la solita e peraltro probabile comitiva di giapponesi, ben potrebbe mandare assolto l’infelice perché quella condotta non è idonea e in concreto a turbare l’ordine pubblico costituito. E tutta la distinzione fra reati di pericolo in concreto e in astratto sta qua, e in entrambe le ipotesi si è di fronte a una situazione nella quale il bene protetto, l’ordine pubblico è esposto a pericolo; soltanto che in un caso il legislatore ha tipizzato la condotta in modo da far sì che sia la condotta stessa ad esprimere questa esposizione a pericolo, indossare la camicia rossa, mentre nell’altro caso il tipo punibile richiede che il Giudice faccia quell’ulteriore controllo, cioè per apprezzare se nel contesto concreto quella determinata condotta è effettivamente idonea ad esporre a pericolo l’ordine pubblico costituito e il bene protetto. E non diversamente sono atteggiati i reati previsti dagli articoli 439 e 440. Ma torniamo alla camicia rossa e alla bandiera, signori del Tribunale. A quella camicia rossa e a quella bandiera per le quali sia stato posto senza ulteriore specificazione modale, il divieto di indossare e di esporre le medesime. Il nostro Giudice dovrà limitarsi a che cosa? Ad accertare, a) che il soggetto abbia tenuto la condotta tipica: indossare o esporre; b) che l’oggetto in questione: camicia o bandiera sia effettivamente rosso. Operazione assolutamente semplice, ma che svela qualche problema se la guardiamo più da vicino. Per dire che un oggetto è rosso ci avvaliamo della nostra esperienza sensibile di una banale massima di esperienza. Ma se il Giudice, puta caso, fosse daltonico, o se volesse essere proprio sicuro di non condannare un innocente, dovrebbe chiedere come si fa ad accertare se la camicia è rossa, e se di tale colore è la bandiera. Per far ciò dovrebbe chiedere ad uno scienziato che gli direbbe che la valutazione è assai semplice, perché basta controllare la gamma dei raggi luminosi trattenuti, e in base a ciò si è in grado di stabilire con assoluta certezza, con assoluta esattezza scientifica il colore della camicia o della bandiera. Un paradosso mi direte, sì, senz’altro. Perché ho adoperato scientemente un esempio banale. Ma mi preme di segnalare che un accertamento il Giudice deve comunque e sempre farlo, deve verificare cioè se la condotta tipica, quella che riassume e condensa il disvalore nei reati di pericolo presunto, risponde effettivamente a quella descritta nel modo legale. Bádino, signori del Tribunale, non è dunque strutturale la differenza tra reati di pericolo in concreto e pericolo in astratto, e men che meno ontologica, come qualche d’uno in dottrina s’azzarda a dire, poiché le questioni di ontologia sono qui comunque fuori posto. La differenza risiede e si esaurisce nella diversa descrizione del tipo, nella differente tipizizzazione delle condotte e per conseguenza immediata nella diversa strutturazione dell’accertamento necessario. E tuttavia, anche nei reati di pericolo in astratto o presunto, la presunzione non può andare oltre il limite che le è proprio in materia penale. Come si diceva per la bandiera o per la camicia rossa, anche se costruite come ipotesi di reati di pericolo presunto, la condotta dell’indossare e la condotta dell’esporre dovranno essere accertate in concreto rispetto alla singola situazione di fatto e dovrà ancora essere accertata, o più precisamente fatta accertare la quantità di radiazioni luminose assorbite per decidere se il nostro pericoloso sobillatore è ancora fra quelli che il provvido legislatore ha deciso nella sua azione di rastrellamento di eliminare. E dunque dovrà essere eseguito un accertamento, si dovrà accertare sulla base delle leggi scientifiche disponibili ed applicabili se quella data condotta posta in essere dalla gente realizza il tipo punibile pure in relazione alla semplice esposizione a pericolo del bene concreto. Cioè bisognerà accertare se è veramente avvelenata quella sostanza alimentare, se è rossa quella camicia. Allora, quali sono le condotte tipizzate nelle norme incriminatrici contestate? Come insomma la camicia rossa e l’indossare la medesima funzionano all’interno dei modelli del 439 e del 440? Ancora una notazione generale su queste due fattispecie. Si tratta all’evidenza di reati di condotta, pacifico essendo che le incriminazioni hanno ad oggetto rispettivamente la condotta dell’avvelenare e la condotta dell’adulterare e corrompere. Ma per quanto possa apparire una formula linguistica ereticale, non può sfuggire che le condotte tipizzate, in realtà si articolano in una vera e propria condotta, l’attività di infondere per usare il termine caro al Manzini, di infondere la sostanza idonea ad avvelenare o adulterare, insomma l’estremo della immissione di alcunché di estraneo nell’acqua o nella sostanza destinata all’alimentazione. B) In un evento, o meglio in un sub-evento, se vogliamo essere precisi, che è il risultato di tale condotta, cioè l’acqua o la sostanza destinata all’alimentazione umana che è diventata avvelenata, 439, o adulterata in modo pericoloso per la salute pubblica, 440. Perché questo estremo modale? In modo pericoloso per la salute pubblica, il legislatore pone nel 440? Perché se no non ci sarebbe la differenza col danneggiamento. Se io adultero una sostanza in modo non pericoloso per la salute pubblica ho il 635. E si tratta, questo sub-evento, di un evento in senso naturalistico: nulla ha a che vedere con la teoria dell’evento in senso giuridico che fra l’altro a me è sempre parsa incompatibile con la struttura del nostro sistema penale. Comunque, è propriamente l’evento conseguente alla condotta dell’immettere la sostanza avvelenante o adulterante a dover esprimere perché la fattispecie sia integrata con quel grado di probabilità del verificarsi dell’ulteriore evento dannoso, a dover cioè esprimere il pericolo penalisticamente significativo di un danno al bene giuridico protetto. La misurazione della idoneità lesiva andrà dunque compiuta sull’oggetto materiale, sul quale si riversa la condotta, per quanto riguarda la mia discussione principalmente sul biota, essendo l’acqua da escludersi dal novero dell’ipotesi anche solo strettamente riportabile ai modelli legali del 439 e 440 per quanto diranno i colleghi che parleranno poi, in specie l’avvocato Franchini. Azzardo un minimo, ora, di dettaglio sulle singole fattispecie. Dettaglio soltanto sulle questioni che a me paiono rilevanti nella presente vicenda, sicché nulla dico in ordine alle modalità di realizzazione delle singole condotte punibili le modalità cioè attraverso le quali si realizza l’infusione, l’immissione delle sostanze avvelenanti ed adulteranti, poiché questo pure importantissimo profilo merita di essere considerato con riferimento alle posizioni dei singoli imputati chiamati a rispondere delle gravi accuse contestate. Dunque, principiamo dall’articolo 439 che discorre di avvelenamento. Di tutta evidenza è che il fatto punibile è realizzato quando la condotta di immissione ha prodotto il sub-evento di rendere la sostanza destinata all’alimentazione umana velenosa. E’ un sillogismo della prima categoria, è un sillogismo in barba e dunque sostanzialmente tautologico perché nulla ci dice, (explanens) e explanando sono sostanzialmente coincidenti. Dobbiamo invece dire che cosa vuol dire, cosa significa velenosa, quella sostanza che tale è stata resa a seguito della condotta disegnata dal 439 nell’economia della fattispecie. Cosa dobbiamo intendere con la formula rendere velenosa una sostanza destinata all’alimentazione umana. Poiché siamo in presenza di un reato di pericolo presunto o in astratto è giocoforza individuare dapprima l’evento dannoso che costituisce la concretizzazione del pericolo assunto dalla norma incriminatrice come oggetto di tutela, cioè qual è lo sfondo lesivo? In mancanza di una simile individuazione non sarebbe nemmeno possibile apprestare l’accertamento perché il nostro giudizio di pericolosità è un giudizio di relazione, quindi dobbiamo dire velenoso rispetto a qualche cosa, che ha l’idoneità, la proprietà di produrre questo qualche cosa, ma dobbiamo guardarlo in faccia, vedere che cos’è questo qualche cosa. Qui l’esercizio è peculiarmente semplice, poiché lo stesso articolo 439 indica l’evento dannoso "concretizzazione del pericolo tipizzato". Contempla infatti l’articolo 439 seconda comma ipotesi aggravatrice modellata sull’evento morte, se dal fatto deriva la morte. Due annotazioni: in primo luogo il richiamo al fatto conforta la mia affermazione ereticale che siamo in presenza di un reato bensì di condotta, che tuttavia implica la realizzazione di un fatto evento naturalistico, unicamente in relazione al quale occorre misurare l’idoneità ad esporre a pericolo il bene giuridico protetto. In secondo luogo il bene giuridico protetto è propriamente la vita. Sebbene voci dissonanti percorrono la dottrina e giurisprudenza io credo che qui dubbi non possono sussistere. Il dato letterale è inequivoco, posto che il riferimento semantico del termine avvelenare trova conclusiva conferma proprio nell’ipotesi aggravatrice del comma secondo che con assoluta e non controvertibile evidenza descrive il fatto, quel fatto, proprio lui, che è costitutivo della concretizzazione del pericolo con quei termini, se dal fatto deriva la morte, quindi il bene protetto è la vita e quindi il pericolo, la probabilità del verificarsi dell’evento va misurata sulla vita. L’esegesi della norma tuttavia è corroborata da un rilievo sistematico, se non fosse la vita l’oggetto del pericolo, passatemi questo breviloquio, assunto a tutela del 439 primo comma, quale modulazione potrebbe consentire la coesistenza anche sul piano dei livelli sanzionatori dell’articolo 439 e 440, dove non per caso, 440, il legislatore utilizzando i diversi termini di adulterare e corrompere, allude a una situazione di messa in pericolo della salute e non già della vita, che spazio ci sarebbe di operatività se non fosse così significativamente diversificato il bene protetto. E poi ancora, proprio perché nell’un caso, 439, il legislatore aveva di mira la tutela del massimo bene, la vita, la previsione normativa non solo fa ricorso ad un termine contenutisticamente pregnante, avvelenare, ma è strutturata nella forma di reato di pericolo presunto. Essendo quindi immediatamente evidente che la realizzazione di una condotta di avvelenamento intesa nel modo in cui si è detto, cioè di immissione in sostanze destinate all’alimentazione di materia o elementi probabilisticamente mortali, letali, sulla base di questo, perciò solo genera l’esposizione a pericolo di quel particolarissimo, importantissimo bene che è la vita e quindi che merita perciò solo la più anticipata delle tutele. Se torniamo allo schema del reato di pericolo in astratto l’accertamento si concentra allora sul sub- evento conseguente alla condotta di immissione di elementi estranei nella sostanza destinata all’alimentazione e l’accertamento riservato al Giudice dovrà apprezzare che cosa? Se la sostanza destinata all’alimentazione che contiene le materie esogene immesse dall’agente, sia idonea ad esporre a pericolo il bene vita. Insomma, si deve controllare se quella camicia è rossa. Senza questo controllo, senza questa verifica nulla è possibile dire in proposito della sussistenza del delitto dell’articolo 439 o un siffatto non può che procedere attraverso l’unico modello, l’unico schema di riferimento ammissibile che è propriamente quello della sussunzione sotto leggi scientifiche, perché le leggi scientifiche, soltanto esse potranno dirci se quella data sostanza nella quale sono stati immessi elementi estranei ha un’apprezzabile grado di probabilità di determinare l’evento dannoso. La morte di un numero indiscriminato di persone, questo pretende, questo esige la struttura dell’articolo 439, perché questo è il pericolo che l’articolo 439 mira a scongiurare. Un simile accertamento, una simile verifica ha dato nella presente vicenda processuale esito del tutto tranquillizzante poiché non è mai stato esposto a pericolo il bene protetto. Al che fa da contrappunto la insussistenza del fatto punibile. 440, fattispecie di pericolo in concreto si è detto, perché c’è quella clausola modale, "in modo pericoloso". Dobbiamo controllare se la camicia rossa è stata indossata in modo pericoloso per l’ordine pubblico, se la sostanza destinata all’alimentazione umana è stata adulterata, corrotta in modo tale da esporre a pericolo la salute di un numero indeterminato di persone. Nell’economia della fattispecie spicca dunque questo estremo caratterizzante pericolo concreto, una forma di tipizzazione della condotta, cioè nella quale l’idoneità pericolosa deve essere apprezzata in relazione alla situazione di fatto, al contesto nel quale la condotta si realizza. Anche qui siamo al cospetto di una condotta, l’immissione di sostanze adulteranti corrompenti che genera un evento pericoloso, un sub-evento pericoloso, cioè la concreta adulterazione della sostanza alimentare, la cui punibilità, la punibilità di questo sub-evento è condizionata, come si è detto, dall’accertamento della esposizione a pericolo. Ho già anticipato parlando della nozione di salute pubblica molto più di quanto avrei dovuto dire adesso, sicché penso di potermela sbrigare in poco tempo. Il dato cruciale consiste ancora una volta nello stabilire quale sia l’estremo rispetto al quale deve essere formulato questo giudizio, cioè il bene salute. Su questo va misurata l’idoneità, la capacità di cagionare alcunché, si deve dunque fissare il termine a cui riferire il giudizio di prognosi ex ante. Il bene salute però qui è evocato dall’articolo 440, non può essere un semplice disagio, neppure una limitazione del benessere soggettivo della cosiddetta (cenestesi). Il riferimento sistematico, come ho già detto, non può che essere la nozione di lesione alla quale alludono gli articoli 582 e 583 del Codice Penale. Diversamente andrebbe smarrita ogni coerenza ogni equilibrio sistematico tra le fattispecie incriminatrici in discorso. E’ la caratterizzazione lesiva in termini di pericolo che l’articolo 440 contiene può essere intesa soltanto quando l’orizzonte della concretizzazione del pericolo è integrato da un fatto corrispondente ad un tipo legale ben percepibile, appunto la lesione o la malattia indicata dalle norme che ho richiamato e che configurano ovviamente reati di danno. Se teniamo fermo questo non aggirabile collegamento l’unico che consente di definire che tipo di pericolo sia quello che la fattispecie incriminatrice mira a prevenire, facilmente allora ci si avvede che la classe di eventi dannosi, il cui verificarsi la disposizione in esame mira a scongiurare è indubitabilmente la classe degli eventi dannosi indicati dagli articoli 582, 583. In conseguenza allora l’accertamento di questo estremo della fattispecie finisce con il concentrarsi e l’esaurirsi nel controllare se l’evento pericoloso intermedio, l’adulterazione o il corrompimento della sostanza destinata alla pubblica alimentazione come conseguenza della condotta di immissione, dunque se quell’evento pericoloso intermedio implica o no l’insorgenza di un, razionalmente rilevante, grado di probabilità in ordine al fatto che proprio quella tipologia di eventi dannosi, cui il 582 e 583 possa in futuro verificarsi. Richiamo appena il discorso anzi fatto a proposito della nozione di salute pubblica in materia penale. Nessun dubbio può sorgere sulla circostanza che il termine pubblico apposto a salute valga esclusivamente a riferire il pericolo ad un numero indiscriminato di soggetti, non certo a caratterizzare il modo diverso, la nozione di salute, che rimane eguale, questa nozione, tanto che la si rapporti ad un singolo quanto a una collettività. Questa diretta connessione con una malattia, con una lesione, emerge direttamente anche dalla considerazione degli altri elementi descrittivi della fattispecie. Nella descrizione del tipo punibile avendo a riguardo alle sostanze destinate alla alimentazione, la norma mostra chiaramente di intendere che si tratta di sostanze che devono essere in qualche modo ingerite, assunte dall’uomo sicché l’evento dannoso rispetto al quale va misurato il pericolo e dunque l’idoneità della condotta, non potrà che essere la probabilità di una alterazione (nosograficamente) riconoscibile derivante da tale assunzione, insomma una lesione, una malattia. In riferimento al profilo pubblico, cioè alla portata diffusiva del pericolo non modifica affatto l’oggetto del pericolo, l’oggetto dello sviluppo della condotta in concreto, la locuzione salute pubblica, non può far retrocedere la stretta tipizzazione del tipo punibile che è appunto commisurato sulla lesione e sulla malattia, deve essere un limbo indistinto nel quale finirebbero con il trovare ospitalità fumose e flessibili categorie e nozioni, decisamente incompatibili con le figure necessariamente rigide del diritto penale. Tanto più che vertendosi qui in materia di reati di pericolo, le strette maglie del principio di legalità sono già portate strutturalmente proprio al limite di tolleranza, posto che le esigenze di tassatività della fattispecie sono strutturalmente impoverite proprio dalla natura stessa dei reati di pericolo. E questa distanza non può essere ulteriormente ampliata, si richiede il quesito della idoneità, dovrà esprimersi nella forma di un alto grado di credibilità razionali in ordine al verificarsi dell’evento lesivo, che deve essere non solo identificabile ma anche direttamente riportabile a una fattispecie di danno prevista dal Codice Penale. A me pare che tutta l’istruttoria dibattimentale, tutte le riflessioni, che sono state condotte portano ad escludere, anzi escludono radicalmente che si possa immaginare l’esposizione a pericolo della salute pubblica attraverso per quello che mi compete l’assunzione del pescato dei canali industriali. Il Tribunale certo ricorda tutto quanto raccontato nell’istruttoria dibattimentale, e in nessun momento vi è stato un giudizio formulato in termini scientifici che indicasse come l’assunzione delle vongole, delle cozze e di quant’altro sia capace, sia in grado di esporre a pericolo, cioè a un apprezzabile grado di probabilità la vita di un numero indiscriminato di soggetti ovvero la salute intesa come probabilità che un numero indiscriminato di soggetti possa ammalarsi o riportare una lesione per tale assunzione. Tutto quello che è stato offerto alla valutazione di codesto davvero infinitamente paziente Tribunale, sono state analisi di rischio. Penso al professor Vineis, al dottor Raccanelli, all’ingegner Zapponi, analisi di rischio che ho cercato di dimostrare in principio nulla dicono rispetto al problema che si presenta al vostro cospetto. E tuttavia anche quelle analisi di rischio sono state confutate all’interno della loro stessa logica, pure inespressiva di quanto interessa rispetto alle norme incriminatrici contestate. Il fatto dunque non sussiste rispetto alle contestazioni dell’accusa, proprio perché manca il substrato materiale richiesto per integrare l’incriminazione, posto che non vi è stata esposizione a pericolo del bene vita e del bene salute pubblica. In quanto da un lato le quantità delle sostanze rintracciate nelle sostanze destinate all’alimentazione da un lato e dall’altro la quantità delle sostanze che possono essere assunte tramite l’alimentazione escludono radicalmente la possibilità di formulare secondo leggi scientifiche un giudizio ex ante di probabilità razionale in ordine agli eventi dannosi che il 439 e il 440 mirano a tutelare. Mi avvio, ho veramente pochissimi minuti a concludere, non amo la polemica delle parole e credo che di solito sia inutile, sicché non per amore di polemica di azzardo a chiedere ancora qualche minuto alla vostra non metaforicamente biblica pazienza. In questo processo tutti o quasi hanno parlato di metodo o non è che voglio parlarne anch’io per far vedere che sono all’altezza, mi preme un’osservazione. Si è spesso da parte di alcuni consulenti fatto ricorso alla categoria del buon senso, del senso comune, che come tuttavia notava la lucida testa di (Scium) era la cosa meno comune che ci fosse. Ma vedono signori del Tribunale quando s’ha a che fare con problemi della realtà fisica o naturale il buon senso, il senso comune, sono fattori di nascondimento, di confusione, la realtà la si interpreta attraverso le leggi della scienza. Certo, alcuni fenomeni sono noti, conosciuti da centinaia d’anni secondo l’approccio scientifico, ed allora ce la possiamo cavare con massime ed esperienze alle quali peraltro incorporano una spiegazione scientifica che non viene esplicitata. Ma il riferimento necessario e indispensabile è la scienza e il suo paradigma, il ricorso al buon senso serve solo a coprire carenze argomentative, deficienze probatorie, blocchi logici insuperati. Tutti negano di aver mai fatto ricorso a simile metodo e modo argomentativo, quello del buon senso, ma non è così, talvolta capita di legge, è la relazione 8 maggio 2001 Guerzoni, Raccanelli, Tagliapietra, aspetti biologici paragrafo 9, pagina 10, la seguente frase: "Ma è incredibile che si debba provare scientificamente ciò che il senso comune ci porta a ritenere logico e che cioè se un animale si nutre di detrito ingerendo il sedimento alla fine assuma anche gli inquinanti contenuti in esso ovviamente non tutti in blocco, ma quelli che sono biodisponibili e quelli che la digestione ha reso biodisponibili". Ora l’affermazione che vi ho letto è ben paradossale, nella seconda parte essa ribadisce esattamente quanto i nostri consulenti si sono affannati a dire e che cioè quanto rileva in punto di pericolosità, ma addirittura anche di rischio non sono gli inquinanti nel loro complesso, non solo le quantità in sé considerate, ma soltanto la quota biodisponibile e quindi per conoscere la quota effettivamente biodisponibile occorrerà applicare le leggi scientifiche che regolano e spiegano questi per vero non semplici fenomeni. Ma nella prima parte l’affermazione che vi ho letto non diversamente sorprende, testualmente è incredibile che si debba provare scientificamente ciò che il senso comune ci porta a ritenere logico. L’ombra lunga del Cardinale Bellarmino, l’inquisitore di Galileo trapela sorridendo, è la sua grande rivincita all’alba del terzo millennio. Non diceva forse Bellarmino nel processo a Galileo: "Non mi importa del tuo metodo scientifico, non mi importa del tuo cannocchiale, per senso comune osservo che c’è il sole a girare attorno alla terra, questo pretendono la logica e il buon senso", e per questo mi sono permesso di dire che il senso comune al quale tante volte è stato fatto un richiamo e un appello è un fattore di nascondimento. Con questo ho finito, ringrazio la vostra paziente attenzione e per le conclusioni mi riporto a quelle dell’avvocato Lanfranconi quando concluderà per i singoli imputati, grazie.

 

Presidente: va bene, grazie, avvocato. Allora possiamo proseguire con il prossimo intervento. L’avvocato Gigli? Prego.

 

Avvocato Accinni: Presidente, magari approfitterei mentre l’avvocato Gigli si può preparare per produrre al Tribunale delle note di udienza rispetto all’intervento fatto che ho limitato soltanto alla prima parte perché non ritenevo che avesse senso duplicare le trascrizioni, poiché nella prima parte però avevo offerto una grande quantità di dati soprattutto rispetto ai valori di esposizione, mi sembrava che potesse essere utile averli organizzati ed allegata vi sono i grafici e i documenti che ho prospettato durante l’esposizione.

 

Pubblico Ministero: chiedo scusa un attimo, visto che parliamo di memorie e di depositi di dischetti. Volevo soltanto segnalare che i dischetti che sono stati depositati per conto dell’avvocato Santamaria non ricordo da chi non sono assolutamente leggibili, sono state fatte delle prove con 4 - 5 computer diversi, però proprio non è, non sono proprio per niente leggibili, volevo solo segnalare la circostanza a chi dovrà intervenire.

 

Presidente: era un Cd-rom mi pare.

 

Pubblico Ministero: erano 3 o 4.

 

Presidente: va bene, comunque erano in Cd-rom.

 

Intervento: l’avvocato Tondo ha chiamato l’avvocato Santamaria per farglielo presente, quindi credo che risolverà.

 

Presidente: sì, immagino anch’io. Prego, avvocato.

 

AVVOCATO GIGLI

 

Avvocato Gigli: grazie, signor Presidente e signori del Tribunale, signor Pubblico Ministero, difensori delle parti civili, nella divisione dei compiti io mi devo occupare delle discariche. Una premessa alle circostanze in cui intervengo è necessaria, ed è una premessa relativa al fatto che chi si trovi a parlare come un vaso di coccio in questo contesto indubbiamente deve chiedere al Tribunale una certa indulgenza, ma mi sono posto il problema, è davvero l’esigibilità da parte mia di un intervento che sia a livello di quelli che mi hanno preceduto, di quelli che mi seguiranno, non c’è, non è data, quindi io non devo chiedere indulgenza, non devo chiedere le generiche, dico le mie cose proprio perché il problema dell’adeguatezza del mio intervento non si pone in astratto, quindi non è per me una condotta esigibile e quindi posso tenere la parola sulla base delle cose che posso dire. E credo che dovrò tenerla poco, signor Presidente e signori del Tribunale, la parola. Dovrò tenerla poco non solo per rispettare l’impegno assunto con loro o con lei in particolare, signor Presidente, di contenere i tempi degli interventi per consentire nell’udienza di oggi l’esaurimento di tutti gli interventi difensivi, ma credo che dovrò tenere poco la parola per una scelta di metodo di cui adesso cercherò di dare conto. In un processo caratterizzato certamente, a differenza di altri processi, da un dato, e cioè dall’assunzione della prova, tutta dinanzi al Giudice della piena cognizione, cioè il Giudice del dibattimento, quindi un processo caratterizzato da una logica di tipo accusatorio, il difensore secondo la tradizione magari non del nostro mondo, ma della tradizione anglosassone dovrebbe parlare e tenere la parola non tanto quanto grande è il problema, quanto grande è il rischio che corre l’imputato, quanto grave è la pena chiesta dal Pubblico Ministero a carico dell’imputato, ma dovrebbe parlare e tenere la parola per quanto il problema di cui si occupa è stato in qualche modo articolato e si è sviluppato nel corso dell’istruttoria dibattimentale, ma soprattutto per quanto il problema è stato esplicitato nella dialettica delle parti in fase di conclusioni. Nella tradizione anglosassone il Giudice che venisse troppo sollecitato a riflettere quando i temi della discussione sono stati proposti alla sua attenzione in termini di eccezionale semplicità, troverebbe l’intervento del difensore come una offesa alla sua intelligenza. Ebbene io devo dire che per quanto attiene il tema delle discariche e per quanto attiene alla riflessione necessaria che occorre fare in ordine alla possibilità di ritenere il fatto sussistente, naturalmente di ritenere il fatto tipico sotto il profilo della sussunzione delle norme applicabili e per quanto attiene la possibilità di riferire quel fatto ove storicamente provato ed ove ne sia provata (inc.) alla responsabilità degli imputati e in particolare degli imputati Montedison di cui mi occupo, ebbene questo tema non è sviluppato in maniera adeguato e in maniera sufficiente. Basta ricordare cosa è stato detto nel corso dell’istruttoria dibattimentale, ma soprattutto nel corso della discussione per rendersi conto che la mancata presa in considerazione da parte dei nostri contraddittori pubblici e privati dei temi fondamentali su cui fondare una responsabilità penale è stupefacente. Si è parlato di termini di responsabilità penale in relazione alle condotte forse di tipo omissivo, addebitate agli imputati Montedison in misura scandalosamente - ripeto il termine e lo sottolineo - scandalosamente insufficiente. Perché mai mi sono chiesto? Ma perché mai un processo con queste caratteristiche vede esplicitato il contraddittorio su temi fondamentali, centrali, sui temi su cui il Giudice dovrà per forza impegnarsi al massimo in Camera di Consiglio per dichiarare verificata o non verificata l’ipotesi accusatoria. Perché mai? Ma una risposta ce l’ho e l’hanno data già molti che mi hanno preceduto, l’ha data soprattutto con grande acutezza ed arguzia il professor Padovani, mi permetto di darla anch’io con le mie valutazioni. Io credo che a pensar male si faccia peccato, ma si azzecchi sempre o quasi sempre e non vorrei mai e temo che i nostri contraddittori, pubblici e privati o semipubblici, siano stati presi un po’ dalla tentazione di non considerare le vicende che sono all’attenzione, la loro attenzione, signori Giudici, con le categorie del giudizio penale e che un’altra volta, tutte le volte che si tratti di portare all’attenzione del Giudice i fatti di grande rilevanza sociale la stessa rilevanza dei fatti e la gravità dei fatti possa in qualche modo consentire di scadere verso criteri di giudizio e di tipo sostanzialistico. Chi vi parla ha la sventura ed è davvero una sventura di arrivare da una sede giudiziaria, quella milanese, chiamiamola con il suo nome e cognome, come ambrosiana o milanese, che negli ultimi 10 anni ha visto degenerare la funzione di Giustizia verso atteggiamenti di tipo sostanzialistico veramente tragici e ha visto scadere la funzione della Giustizia in termini veramente inaccettabili. Siamo convinti tutti, signor Presidente e signori del Tribunale, che una vicenda di questa complessità e che è investe così profondamente valori di noi tutti, perché siamo tutti cittadini di questo mondo, di questo Paese e dell’ambiente prima di essere avvocati, Giudici, Pubblici Ministeri o difensori delle parti civili, ebbene siamo tutti convinti che questo fatto di eccezionale irrilevanza diciamo quanto meno per la vita dei consociati possa e debba essere affrontato non necessariamente in un processo penale e non necessariamente il processo penale sia lo strumento che consente un’osservazione, l’analisi migliore del fenomeno, e la soluzione migliore del fenomeno. Fosse la commissione d’inchiesta, fosse un intervento di tipo politico, fosse un’osservazione con categorie di tipo sociologico, potrebbe essere più adatta alla necessità che la collettività ha di affrontare, di valutare e di affrontare il problema. Ma noi siamo in un processo penale, e il processo penale ha certamente le sue caratteristiche, e il processo penale certamente deve valutare questo fatto adottando le regole tipiche del processo penale, e non può uscire dai suoi schemi. Ci ha ricordato il professor Padovani, ma poi ci ritorneremo, una massima, un principio che condividiamo davvero tutti, davvero tutti in queste aule, perché altrimenti non saremo qui con la toga a sostenere le nostre modeste convinzioni: che adottando metodi giusti, non sempre si arriva a risultati giusti; adottando metodi sbagliati certamente non si arrivi ai risultati accettabili, e quindi bisognerà interrogarsi di nuovo, come già è stato fatto da altri, e cercherò di farlo anch’io, sulla correttezza del metodo adottato dai nostri contraddittori, dal mezzo suggerito dai nostri contraddittori, per la formazione del convincimento del Giudice. Se il metodo è sbagliato, quella offerta di tipo dialettico che i nostri contraddittori fanno non accettabile, perché un metodo sbagliato non potrà portare che a conclusioni sbagliate per definire, e inaccettabili. Devo dire che le prime perplessità che mi portano poi a fare queste considerazioni, signor Presidente e signori del Tribunale, mi vengono quando io, ultimo arrivato, perché davvero sono entrato in questo processo quando il processo era già molto avanti, cioè nel settembre del 2000, quando gli altri colleghi già invece conoscevano il processo fino in fondo, dico che la prima perplessità mi venne leggendo, in epoca molto avanzata, il decreto che dispone il giudizio, soprattutto con riferimento al secondo capo di imputazione, quello di cui mi sto occupando in questo momento. Perché era già in vigore allora, era il settembre del 2000, la norma modificata dal 2 gennaio del 2000, secondo cui il decreto che dispone il giudizio deve contenere il fatto esposto all’imputato nel contraddittorio procedimentale in forma non più sufficiente per la comprensione e per l’instaurazione di un valido rapporto processuale, in forma chiara e precisa. La lettura del capo di imputazione, con riferimento alle responsabilità attribuite ai dirigenti Montedison, che se ne erano andati pacificamente, quanto meno dal 1987 al 1988, in relazione a reati quali quelli della discarica, istituzione e gestione di discariche, non consentiva di comprendere, questo capo di imputazione almeno a me, in che termini penalistici il problema fosse prospettato, e quale fosse quindi l’oggetto della contraddizione processuale e in che termini la difesa dovesse rispondere all’accusa. E vedo questa difficoltà, che derivava dalle caratteristiche del capo di imputazione così come lo si leggeva nel decreto che dispone il giudizio, sono aumentate in maniera esponenziale, ancora più significativa, quando il Pubblico Ministero nel mese di dicembre, che è il 20 o il 21 di dicembre, a seguito, o preso atto, delle emergenze processuali, con specifico riferimento a quelle legate alle deposizioni di Spoladori e di Pavanato del settembre e dell’ottobre del 2000 ha provveduto ad una contestazione suppletiva. Se fosse poi una contestazione suppletiva sola, o insieme fosse anche una modifica del capo di imputazione, questo poco importa, o magari lo vedremo successivamente, ma quando il Pubblico Ministero è intervenuto a modificare il capo di imputazione, come loro ben ricordano, perché c’è stata anche un’ordinanza che in qualche modo poi l’unico punto che ci consente, l’unico intervento che ci consente di comprendere più di quanto il capo di imputazione non è in grado di farci comprendere, dicevo che alcune modificazioni dell’imputazione hanno di più complicato la situazione, mettendo i contraddittori del Pubblico Ministero in una condizione di comprendere ancora meno. Faccio evidente riferimento al mutamento soprattutto del tempo del commesso reato. Loro ricorderanno, signor Presidente e signori del Tribunale, che il decreto che dispone il giudizio indica il tempo del commesso reato, con riferimento al reato di cui mi sto occupando, quello dell’istituzione, dell’organizzazione, della gestione di discariche abusive, fino all’autunno del 1995. A seguito dell’intervento del Pubblico Ministero quel termine finale di un reato individuato probabilmente come permanente non è più fino all’autunno del 1995 ma permanenza in atti. Ebbene, per chi deve difendere e difende imputati che se n’erano andati negli anni Ottanta, e che comunque avevano tenuto condotte omissive negli anni Ottanta, questa difficoltà che già si era presentata in termini insuperabili inizialmente aumentava fino al punto da determinare uno smarrimento complessivo. In quell’epoca, e cioè nel dicembre del 2000, questi difensori, non soro chi sta parlando ma tutti i difensori che stanno da questa parte, fecero una riflessione in ordine alla possibilità di intervenire dialetticamente e nel contraddittorio procedimentale in ordine all’iniziativa del Pubblico Ministero. E, leggendo le norme, leggendo soprattutto la giurisprudenza che sul punto si è formata, anche nella vigenza del Codice del 1930, si è deciso che il Giudice non era sollecitabile, a nostro modo di vedere, ad operare riflessioni sulla correttezza o sulla tipicità dell’iniziativa del Pubblico Ministero, perché ove passasse la tesi che il Giudice è in grado di sindacare nel momento in cui il Pubblico Ministero esercita l’azione penale, sia pure in quelle forme particolari, le caratteristiche dell’iniziativa del Pubblico Ministero, arriveremmo ad un sistema certamente non previsto dalla Costituzione Repubblicana, secondo cui il Giudice ha il controllo dell’iniziativa della azione penale. E ci siamo detti, c’è un momento, ed uno solo, che è un momento indicato dal legislatore, perché il Giudice possa operare il controllo della tipicità e della legittimità dell’intervento del Pubblico Ministero. La norma è stabilita dal 521, come loro ben sanno, il principio è stabilito dal 521, come loro mi ricordano, perché nella decisione il Giudice, cioè quando assume la decisione che definisce la fase del processo, decide se le contestazioni suppletive o le modificazioni al capo di imputazione sono avvenute nei casi consentiti dalla legge, sì o no. Ove il Giudice dia risposta positiva alla domanda, e cioè la modificazione dell’accusa dell’imputazione, o la contestazione suppletiva sia avvenuta nei casi consentiti dalla legge, pronuncia sentenza anche su quel capo di imputazione in relazione al quale vi è stato investimento, altrimenti pronuncia ordinanza con cui rimette gli atti al Pubblico Ministero. Allora, riflettiamo un secondo, perché il momento per operare questa valutazione in ordine alla correttezza, la legittimità, la tipicità dell’iniziativa del Pubblico Ministero, è giunto, perché noi stiamo sollecitando una riflessione che loro necessariamente dovranno fare in Camera di Consiglio. Riflettiamo innanzitutto sulla contestazione suppletiva, chiamiamola così. Per la verità la contestazione va letta con riferimento a due ipotesi legislative: quella del 516 e quella del 517. Credo che l’iniziativa del Pubblico Ministero debba ricevere un nomen iuris di modificazione del capo di imputazione, per quanto attiene un’individuazione di una data diversa del commesso reato, debba ricevere invece il nomen iuris di contestazione suppletiva per quanto concerne invece alla attività di contestazione di altri e diversi fatti che non erano contenuti nell’originaria richiesta di rinvio a giudizio, e conseguentemente nel decreto che dispone il giudizio. Ebbene, il Pubblico Ministero ha scelto, signor Presidente e signori del Tribunale, di esercitare l’azione penale mediante la richiesta di rinvio a giudizio, mediante la descrizione di un fatto, mediante il suggerimento e l’indicazione della qualificazione giuridica connessa a quel fatto, e mediante la descrizione in termini temporali del fatto stesso. Accogliendo la richiesta di rinvio a giudizio il Giudice dell’Udienza Preliminare ha emesso il decreto che dispone il giudizio, naturalmente senza nulla modificare, e così descrivendo il fatto. Se è vero, ed è vero perché documentalmente è così, e non c’è tema di smentita, i reati contravvenzionali, e certamente anche il reato di gestione di discarica abusiva, quel fatto/reato di natura contravvenzionale vede decorrere il termine di prescrizione dal momento in cui il Pubblico Ministero nella sua descrizione del fatto individua la cessazione della permanenza. Quindi il termine rilevante per valutare da quando decorre il termine prescrizionale e se la causa istintiva del reato si sia ad oggi per esempio, o in epoca precedente, realizzata o meno, è l’indicazione da parte del Pubblico Ministero della data di cessazione della permanenza. Non ho bisogno di ricordare a nessuno, naturalmente, signor Presidente, che in ogni caso, anche ove si tratti di reato continuato, la giurisprudenza della Corte di Cassazione, una sentenza a Sezioni Unite, notissima, ritiene e indica all’interprete il seguente principio: "I termini prescrizionali per tutti i reati che in qualche modo sono legati dai vincoli della continuazione decorrono dalla cessazione della continuazione, ma da quando cominciano a decorrere i termini prescrizionali, si deve tener conto, per calcolare il tempo necessario per prescrivere il reato, delle pene stabilite per ogni singolo reato ancorché legato al vincolo della continuazione". E quindi in ogni caso anche qui, se non siamo in presenza di vincolo della continuazione, perché stiamo parlando di reati contravvenzionali, quindi sorretti da una condotta il cui elemento soggettivo è naturalmente la colpa e non il dolo, il termine per il decorso del termine prescrizionale è l’autunno del 1995. Un reato contravvenzionale si prescrive con un atto interruttivo della prescrizione, che è il decreto che dispone il giudizio, decorsi quattro anni e mezzo dal momento in cui il Pubblico Ministero, cioè il titolare dell’azione penale, indica come cessato il termine della permanenza. Ebbene, basta fare i conti, dall’autunno del 1995 o, tre anni più un anno e mezzo, si arriva alla primavera del 2000. Anche chi fa giurisprudenza e non sa fare i conti questi sono così semplici che ci si arriva, e si arriva alla primavera del 2000. E credo di non aver sbagliato i conti. Se così è, tutto ciò che il Pubblico Ministero individua, la loro attenzione, signori del Tribunale, per ritenere dovuto, rilevante, capace di produrre risultati dal punto di vista processuale, tutto ciò che il Pubblico Ministero indica avviene dopo che il termine prescrizionale è decorso, e cioè dopo che si è integrata una causa estintiva del reato. Perché l’iniziativa del Pubblico Ministero risale al dicembre 2000, ma l’iniziativa del Pubblico Ministero fa riferimento ad emergenze di tipo dibattimentale e processuale che vengono in essere nel settembre e nell’ottobre 2000. Cioè, dice il Pubblico Ministero, e lo dice espressamente nella ricostruzione del capo di imputazione che poi lei, signor Presidente, ha chiesto di operare, proprio perché altrimenti non era possibile capire, lei ricorderà come sono andate le cose, il Pubblico Ministero chiede un’ora di sospensione, prende tutti i dati, ricostruisce il capo di imputazione, lo mette a verbale e quello poi sarà il verbale notificato alle parti, che consente la ricostituzione del rapporto procedimentale. Il Pubblico Ministero, nella ricostruzione del capo di imputazione, fa riferimento, per sostenere la contestazione suppletiva, o quanto meno la modificazione del capo di imputazione, ad emergenze processuali del settembre e dell’ottobre del 2000. Cioè, fa riferimento a dati che emergono in un’epoca in cui il termine prescrizionale era decorso. Ora, io credo che a questo punto si debba proporre alla loro attenzione una considerazione di tipo ovvio e generale, che si ricava da principi generali dell’ordinamento, ma che sono principi che tutti i giorni applichiamo in processi anche di minore importanza e di minore complessità tecnica. E’ fuor di dubbio, signor Presidente e signori del Tribunale, che intanto sia possibile procedere a modificazioni del contraddittorio, e quindi a quella particolare modalità di esercizio dell’azione penale disciplinata dagli articoli 516 e seguenti del Codice di Procedura Penale, in quanto sussistano alcuni presupposti. E va anche detto che giustamente la Corte di Cassazione in epoca tra l’altro non recente, ed oggi la giurisprudenza dovrebbe essere invece più rigorosa, la Corte di Cassazione ha sempre detto che quelle norme sulla modificazione del capo di imputazione vanno interpretate con criteri rigidamente ristrettivi e non con criteri estensivi. E la ragione secondo cui la Corte di Cassazione si è indotta ad operare espressioni di questo genere è molto chiara: perché non ci sono dubbi che chi subisca una contestazione suppletiva si veda compresso i suoi diritti al contraddittorio; e se li veda compressi soprattutto oggi che il legislatore, dopo la legge 234 del ‘97 e dopo la legge Carotti ha consentito finalmente con l’introduzione di istituti procedimentali la difesa anche in una fase che precede l’esercizio della azione penale. Allora, chi subisce una contestazione suppletiva non ha tanto, per dirla fuori dai denti, le garanzie di cui al 415 bis; e quindi si tratterà, in questa fase, di operare un principio di bilanciamento di interessi antagonisti e tra di loro contrapposti; il diritto della pretesa punitiva dello Stato di vedersi soddisfatta in tempi reati, e il diritto dell’imputato di potersi difendere. Ebbene, in questi termini dicevo che le interpretazioni devono essere rigidamente restrittive; e intanto è possibile procedere alla contestazione suppletiva, signor Presidente e signori del Tribunale, in quanto sia vigente, attuale, vivo, un presupposto; e qual è il presupposto? La risposta è banale ed ovvia: nel momento in cui il Pubblico Ministero procede alla modificazione del rapporto procedimentale, l’azione che riguarda il reato principale, su cui si innesta la seconda contestazione, cioè la contestazione di tipo accessorio rispetto a quella principale, ebbene la azione dicevo per il reato principale sia procedimenti, o meglio ancora sia proseguibile. Mi permetto solo di fare notare, signor Presidente e signori del Tribunale, che la causa estintiva del reato, che è andata a realizzarsi decorso il termine di quattro anni e mezzo dalla consumazione del reato, così come indicata al Pubblico Ministero nell’esercizio dell’azione in relazione alla quale il Giudice è stato investito dall’azione stessa, è una di quelle prescrizioni si dice che intervengono in via naturale; ed una di quelle prescrizioni, di quelle cause estintive del reato, in relazione alle quali il Giudice è chiamato solo alla pronuncia di una sentenza che ha natura dichiarativa, non che ha natura costitutiva. Si tratta cioè di dichiarare in questi casi una prescrizione per il solo fatto che il Giudice è in grado di accertare e in una data se è realizzata una causa estintiva del reato, in questo caso la prescrizione. Vi sono altre vicende ed altri casi in cui invece l’integrazione della prescrizione consegue ad un giudizio da parte del Giudice di circostanziazione, di concessione di attenuanti, di comparazione delle stesse; si dice che quelle sentenze hanno natura di tipo costitutivo e non di tipo dichiarativo, e quindi la prescrizione sorge nel momento in cui si determina, a opera del Giudice, il regime giuridico nuovo che consente l’applicazione della causa estintiva. Qui si dice, invece, in questa materia, che il Giudice, quale sia il momento in cui interviene per pronunciare questa decisione, lo fa oggi per allora, prendendo atto oggi che allora si era verificata questa situazione. Se così è, e io credo che per la verità sia difficile uscire da uno schema rigido di questo genere, ma uno schema che non può essere rigido, con le caratteristiche che ho indicato, su tutta quella parte che il Pubblico Ministero ha aggiunto, usiamo un termine così un po’ improprio, nella contestazione del 21 dicembre dell’anno 2000, non c’è cognizione da parte del Giudice, perché mancano i presupposti della cognizione da parte del Giudice; e il presupposto della cognizione da parte del Giudice è che sia stata validamente instaurata un’azione. E l’azione di tipo accessorio non può essere instaurata quando il reato, il fatto principale, che ha dato luogo all’azione principale, è estinto, e quindi non rendendo possibile la prosecuzione dell’azione pur legittimamente esercitata. Questa riflessione di fondo, che attiene a una parte della contestazione, consente, signor Presidente e signori del Tribunale, di andare rapidamente a un’indagine sulle altre caratteristiche del fatto contestato agli imputati Montedison; e di trarre, da quelle caratteristiche del fatto, delle conseguenze che, come loro vedranno, dal punto di vista delle impostazioni difensive, si muovono grossomodo nella stessa direzione già prospettata alla loro attenzione con questa breve parte del mio intervento. I fatti, per cercare di dare contenuto a questa ipotesi accusatoria che vuole cripticamente, lo ripeto, e senza che vi sia la possibilità davvero di comprendere i termini quanto meno essenziali della dialettica processuale, i fatti attribuibili anche in astratto agli imputati Montedison sono chiarissimi, per come sono messi nell’istruttoria dibattimentale. E quello che io farò, signor Presidente e signori del Tribunale, ma molto rapidamente, non è altro se non richiamare alla loro attenzione dei dati che tutti quanti abbiamo presenti, perché sono stati significativi dell’istruttoria dibattimentale, centrali, tali da aver determinato in tutti noi un ricordo preciso, certamente indelebile, perché non sono dati di poco conto. Forse vale la pena di partire, invece che da un dato, dalla valutazione che di questi dati dà un nostro contraddittore. Un nostro contraddittore, bravo, attento, elegante, che è un difensore di parte civile, che è l’avvocato Matteo Cerrutti. L’avvocato Matteo Cerrutti è il difensore delle parti civili Comune di Mira e Campagna Lupia. L’avvocato Matteo Cerrutti ha depositato, al pari di quanto hanno fatto altri difensori di parte civile, una memoria; e questa memoria ci consente, per la prima volta, di prendere in considerazione una posizione dell’accusa, sia pure privata, espressa, che non c’è in nessun altro intervento, soprattutto non c’è nell’intervento del Pubblico Ministero. Leggo per me stesso, rapidamente, perché è un attimo, questa memoria forse non ho ancora avuto modo di esaminarla, lo faranno certamente in Camera di Consiglio, ma ci sono dei dati che consentono a noi di argomentare, quanto meno di trovare un filo per dare al nostro discorso un minimo di senso. Premessa, la questione sottoposta all’esame: "Memoria sul reato di gestione di discarica abusiva. Premessa la questione sottoposta all’esame, com’è noto il problema nasce dalla circostanza che sulla base dell’istruttoria dibattimentale, nel caso di specie, i fatti di discarica abusiva o di rifiuti vanno limitati - lo dicono loro - al periodo che va dal 1970 al 1988, quando invece il Gruppo Enichem è subentrato a Montedison nella gestione degli impianti del Petrolchimico di Porto Marghera soltanto nel 1987". Il collega Cerrutti, che deve sostenere l’accusa privata, si preoccupa di individuare qual è il tempo del commesso reato e ci dice che i fatti di discarica abusiva vanno limitati al periodo che va dal 1970 al 1988; e quindi si preoccupa della possibilità di attribuire la responsabilità di quei fatti di allora anche a soggetti, imputati Enichem, che intervengono successivamente. Ma dal punto di vista della ricostruzione dei fatti non ha dubbi, ed offre alla discussione questo dato per noi importante. Dice ancora il collega Cerrutti: "Ora non par dubbio che nel caso di cessione della proprietà e della gestione della discarica dopo la sua chiusura, gli obblighi menzionati - e qui racconta quali sono gli obblighi naturalmente che sono in capo al soggetto titolare della presunta discarica - connessi alle cautele gestionali della fase post-operativa - cioè la cosiddetta fase post mortem della discarica - si trasferiranno in capo al nuovo proprietario del sito". Questa è l’unica argomentazione che noi troviamo espressa ed esplicita in tutto il processo sul tema dedotto alla loro attenzione. E il tema dedotto alla loro attenzione, signori, è quello della responsabilità ipotizzata del decreto che dispone il giudizio, e successivamente lo ripeto interpretata da parte del Pubblico Ministero, con interpretazione autentica nella contestazione suppletiva, di una responsabilità dei soggetti che avevano avuto la gestione della cosa, chiamiamola così, in epoca molto risalente nel tempo. E’ vero che questa valutazione che compie la parte civile, nostro contraddittore, sotto il profilo delle richieste di risarcimento dei danni è perfettamente coerente con quanto emerge dall’istruttoria dibattimentale; è perfettamente vero, basta richiamare davvero uno o due punti. Basta richiamare quanto riferito da quei due soggetti processuali che il Pubblico Ministero ha assunto come così importanti, tanto da fondare sulle dichiarazioni di questi soggetti, l’iniziativa di contestazione suppletiva. Cioè, Spoladori e Pavanato. Rapidamente, perché poi Spoladori e Pavanato hanno anche delle caratteristiche, hanno esposto in modo così preciso, così articolato, le loro opinioni, o quanto meno non le loro opinioni ma le loro cognizioni sul punto, che lei, signor Presidente, è intervenuto sempre sulle deposizioni di questi due testi, ed è intervenuto sempre a chiedere chiarimenti. E quindi noi possiamo avvalerci di quei chiarimenti, proprio perché c’è stata grande dialettica, e c’è stata da parte sua una grossa sollecitazione a che questi due testi chiarissero fino in fondo, e al di là di ogni possibile dubbio, quali erano i termini della questione dal punto di vista fattuale. Dice Spoladori, tra le tante cose che ha detto, ma ne cito solo un paio: "Io ho acquisito della documentazione dall’Enichem, soprattutto i registri di carico e scarico dall’entrata in vigore del D.P.R. 915; lì ho analizzato un po’ l’attività di smaltimento che agli atti mi risulta del tutto regolare". Dice ancora Spoladori, fa tutto un lungo ragionamento, in cui descrive i fatti così come sono desumibili anche dalla documentazione fotografica acquisita al processo, ed anche dall’aerofotogrammetria, e conclude con un giudizio ma con una ricognizione di fatto che gli è possibile sulla base dell’osservazione dei documenti che sono a sua disposizione, erano a sua disposizione, che sono entrati nel processo, diciamo, può concludere così Spoladori, col dire che: "L’attività di messa in sicurezza, chiamiamola così, dell’area, è avvenuta intorno agli anni 1987". Ma più preciso ancora, proprio perché vi una sollecitazione del Presidente sul punto, è il dottor Pavanato. Il dottor Pavanato espone una serie di fatti e di considerazioni, anche perché è un tecnico, quindi è in grado anche di fare valutazioni qualificate sui fatti, ad un certo punto, proprio perché non vi siano dubbi in ordine alle conseguenze che vanno tratte dai fatti così come sono esposti nel dibattimento, lei, signor Presidente, interviene e dice - è l’udienza di ottobre a cui fa riferimento il Pubblico Ministero, quella decisiva, la testimonianza decisiva - "Volevo chiederle solamente una cosa - dice lei, signor Presidente - prima lei, quando ha parlato dei siti su cui sono stati diciamo gettate e queste varie scorte lei ha fatto riferimento...", ha detto: "No, io parlo di siti, non parlo di discariche, perché la normativa sulle discariche è entrata in vigore nel 1982", "E quindi così lei ha fatto intendere forse che si trattava di scarico di materiale precedente a quella data?" Risposta: "Per la maggior parte sì, almeno a quanto mi risulta praticamente tutti questi materiali erano stati scaricati precedentemente a quella data". La risposta è chiarissima, ma se mi consentono di ritornare sul punto - perché per me e per noi è davvero fondamentale - la risposta è ancora più chiara perché consegue ad una domanda sua, signor Presidente, che è chiarissima, che è dettata dalla necessità di chiarire questo punto in termini essenziali, senza più alcun dubbio. Insiste Pavanato successivamente a svolgere un’altra considerazione, che noi abbiamo anche il coraggio di richiamare, perché è una considerazione a noi in generale non favorevole, ma è per avere il quadro della situazione e per non nascondersi dietro un dito, perché Pavanato nel prendere in considerazione tutti i fatti e le possibili valutazioni dice: "E’ presumibile che queste situazioni, tutte le situazioni, fossero antecedenti al 1982 - e descrive ancora come tutte le situazioni da lui osservate come precedenti al 1982 -; ciò non toglie - e questa è un’ipotesi di lavoro che tutti prendiamo in considerazione, ma come tale solo dobbiamo dichiarare - che per esempio l’inquinamento delle falde, derivante da queste situazioni, sia tuttora in atto, quindi non è che si possa escludere anche oggi una permanenza dell’inquinamento derivante da queste chiamiamole discariche, chiamiamoli siti contaminati". Ho voluto richiamare anche questo passo perché c’è, lo ricordiamo tutti, è un fatto certamente a noi non favorevole, ma non potevamo certo ignorare che ci fosse; ma ho voluto sottolinearlo per dire ciò: che le considerazioni che il dottor Pavanato fa, sulla base della ricostruzione dei fatti e su quello che è possibile o probabile, qui bisognerebbe chiederlo all’avvocato Mucciarelli, che ci ha fatto questa distinzione filosofica che io non so tenere naturalmente negli stessi termini, ma che è ben ipotizzabile in termini astratti, che da una situazione conclusa dal punto di vista della gestione e del comportamento materiale, sia esso di tipo omissivo o di tipo commissivo, potrebbe derivare un altro fatto, e cioè un altro evento. E’ ben possibile che un evento di avvelenamento possa determinarsi nel tempo molto lontano rispetto al determinarsi della causa remota, ed è ben possibile che ci possa essere nesso di causalità tra quella condotta molto risalente nel tempo e un evento che si realizzi invece attualmente. E’ un’ipotesi certamente possibile, è una di quelle ipotesi con cui si cominciano i processi, non è una di quelle ipotesi che consentono di concludere i processi. Perché è un’ipotesi di lavoro. E’ un’ipotesi di lavoro iniziale, che non ha avuto, nel corso del procedimento, nessun tipo di riscontro; e nel corso della discussione non ha visto praticamente nessuno sapere intervenire in termini convincenti. Quindi i dati che emergono, signor Presidente, signori del Tribunale, sono indiscutibili; sono dati indiscutibili che l’avvocato Baccaredda vi ha già richiamato sia pure sotto profili non perfettamente coincidenti con quelli che io sto prendendo in considerazione, ma che ci saranno anche in una memoria che l’avvocato Baccaredda andrà a depositare, proprio perché il suo intervento è stato magari più ridotto rispetto ai temi che ha trattato nella riflessione, e gli schemi che ha trattato nella memoria che verrà poi prospettata alla loro attenzione, anche come riassunto di quello che ha detto. Io sono in grado di riferire che l’avvocato Baccaredda, nel suo argomentare, è in grado, naturalmente deve far riferimento e richiamare la loro attenzione anche su quanto ha dichiarato un teste fondamentale per l’accusa, che è il teste Gavagnin... La difesa Montedison, è bene ricordarlo - l’avvocato Baccaredda lo ricorda in una sua memoria - ha prodotto tutta la documentazione amministrativa che comprova le richieste di autorizzazione e lo stoccaggio provvisorio di rifiuti tossici e nocivi, e le correlative autorizzazioni della Regione ai sensi della legge del 1982. Documenti tutti che testimoniano certamente una attivazione di Montefibre per mettersi in regola con l’applicazione della nuova normativa. In relazione a questa attività che è stata provata sotto il profilo documentale vale la pena di ricordare espressamente quanto dichiarato dal teste Gavagnin all’udienza del 16 marzo 2001. A pagina 97 della trascrizione dice Gavagnin: "Ho ribadito che dal 1983 è cominciata la razionalizzazione anche del sistema dei rifiuti. Quando è andato il perito Ceolin, al posto del geometra De Fanis, può essere stato un fatto significativo e importante di razionalizzazione del sistema, per cui tutta una serie di fenomeni macroscopici che prima avvenivano non sono avvenuti più". Vale la pena anche di fare due rapidi riferimenti a due situazioni di fatto che nel processo hanno avuto eco, hanno avuto un grande spazio, un po’ perché uno dei due fa parte della descrizione, un fatto del decreto che dispone il giudizio; e un po’ perché di queste vicende si è parlato perché particolarmente significative, secondo l’accusa, di una mentalità e di un atteggiamento da parte di Montedison non perfettamente confacente alla necessità di gestire le imprese e le industrie nel rispetto del diritto di tutti. Le aree Dogaletto, 31, 32, di cui tante volte si è parlato, è sempre Gavagnin che riferisce su Dogaletto. E sempre Gavagnin, sempre il 16 marzo 2001, a pagina 95, testualmente dice: "Contemporaneamente, tutto quello che era diciamo in esubero, comunque non smaltibile, veniva preso e portato fuori; venivano fatte, come dico io, le uova nel territorio; l’emblema maggiore era il Dogaletto". La discarica 31-32, che è l’unica discarica di cui il Pubblico Ministero parla in termini descrittivi anche nel decreto che dispone il giudizio; tutte le risultanze testimoniali, signor Presidente e signori del Tribunale, vanno nel senso che era stata coperta e inerbata prima della soglia temporale del 1982 e del 1983. L’Ispettore Spoladori, nella trascrizione del suo intervento del 7 novembre 2000, a pagina 99, testualmente dice: "Per quanto riguarda i comparti 31 e 32, la data d’inizio dello scarico dei rifiuti la si può dedurre dai rilievi aerofotogrammetrici da noi sequestrati ed acquisiti; li si può datare intorno al 1976. Detto scarico ebbe fine, sempre da queste foto, intorno al 1982". Vi sarebbero altri elementi su cui richiamare la loro attenzione, perché vi sono altri interventi che consentono di riscontrare la veridicità di queste affermazioni, ma appaiono sufficienti. Appaiono sufficienti perché sono affermazioni che vengono dai testi dell’accusa, e dai testi dell’accusa che sono più vicini al Pubblico Ministero: l’Ispettore Spoladori è l’ufficiale di Polizia Giudiziaria che lavora con il Pubblico Ministero, quindi una fonte diretta, che arriva direttamente dall’Ufficio della Procura, che consente di mettere appunto in linea di fatto, in modo indiscutibile, la questione. Se così è, io credo che le conclusioni a cui questo difensore deve giungere, e può giungere davvero in qualche momento, sono conclusioni diciamo di necessità, secondo le previsioni del Codice, sulla base di questi fatti che dal punto di vista storico sono indiscutibili. Il professor Padovani già ci ha ricordato che tipo di qualificazione giuridica deve subire questa attività di gestione, diciamo in senso lato, in senso atecnico, di discariche. Prima del 1982, e cioè prima che il legislatore intervenga a tipizzare e a qualificare come fatto rilevante penalmente questa condotta, il fatto è penalmente irrilevante, perché l’abbandono dei rifiuti sul proprio terreno è un fatto irrilevante dall’ordinamento, salvo naturalmente che questi rifiuti abbandonati sul terreno proprio non siano poi in grado, per le loro caratteristiche, immediatamente in epoca successiva, di produrre dei danni poi ad altri beni tutelati. Bene, dopo il 1982 evidentemente invece quel fatto può subire la qualificazione giuridica tipica di gestione, prima di organizzazione e poi di gestione, di discarica abusiva. Si tratterà quindi di capire se il fatto sotto la loro attenzione un fatto che storicamente risale ad epoca precedente al 1982, e quindi in ipotesi quel fatto, ancorché accertato, non sia in allora previsto dalla legge come reato, ovvero se il fatto si sarebbe realizzato in un’epoca in cui era già vigente il D.P.R. 915 del 1982, e quindi quel fatto poteva già subire la qualificazione di illiceità tipica del legislatore. Si tratta altresì di capire, per dare una risposta all’ipotesi accusatoria che lo ripeto ancora una volta, perché il fatto stupefacente è espresso in termini tali da non consentire una contraddizione sufficiente, si tratta davvero di capire se di quelle condotte risalenti nel tempo gli imputati Montedison possano e debbano rispondere ancora oggi. Nessuno davvero, su questa ipotesi della permanenza del reato che possa far riferimento a condotte anche risalenti nel tempo, ci ha detto nulla. Io ricordo, ma lo ricorderanno anche loro, signor Presidente e signori del Tribunale, un intervento di un difensore di parte civile, molto garbato e molto elegante, il collega Ghezzo, che aveva aperto a noi grosse speranze, o per la verità anche molti di noi insieme, ma molte speranze di comprendere, perché in fondo il difensore è qua per comprendere, e poi sperare che non emergano elementi a carico del proprio assistito; ma innanzitutto comprendere, sì da avere elementi per poter svolgere il proprio ruolo, perché altrimenti se non comprende non sa in che termini deve contraddire l’accusa. Ci disse il collega Ghezzo, lo ricordo come fosse adesso, nel suo intervento: "Immagino che i difensori di Montedison si difenderanno sui reati che noi assumiamo come di tipo permanente, per esempio le discariche, e noi assumiamo che sia un reato di tipo permanente, sostenendo che la cessazione dalle cariche, e comunque la perdita di disponibilità della cosa, incida sulla permanenza quanto meno per gli imputati che se ne sono andati allora". Dice: "Questo è un tema enorme, un tema clamoroso, che non potrà essere accolto nei termini che con ogni probabilità saranno prospettati dalle difese degli imputati Montedison, perché sono tutta una serie di decisioni della Corte di Cassazione che risolvono il problema in modo non favorevole alle difese, favorevole invece alla accusa privata e pubblica, così come viene prospettato. C’è una memoria, che vado a depositare, e sulla memoria troverete tutto". Io sono corso, con l’ansia di chi deve andare a trovare il sasso, il macigno che lo seppellirà per sempre, alla ricerca delle argomentazioni tratte dalle sentenze della Corte di Cassazione che ci avrebbero inchiodato ad oggi, perché ad oggi, e di questo parliamo, perché il capo di imputazione prevede oggi le nostre responsabilità di allora, non ce n’è una, ma non c’è un solo riferimento in tutta la memoria, non ce ne sono. Non ci sono riferimenti in giurisprudenza, non vi sono considerazioni proprie, nemmeno di fantasia, svolte dai difensori; insomma, nessuno ci ha offerto un elemento di tipo dialettico, sia pure povero, sia pure modesto, sia pure non condivisibile, nessuno ci ha detto perché, in forza di quale ragionamento, concreto, astruso, condivisibile, o meno, noi oggi dovrebbe sopportare una responsabilità. Ma non solo non c’è nulla, ma ci sono nei manuali, parliamo un attimo dei manuali, nelle voci delle digesto penalistico, considerazioni - mi passino il termine che non posso più usare dopo l’intervento del professor Mucciarelli - di buon senso, perché anche Hume me l’avrebbe addirittura cassato, ma insomma di senso comune per gli operatori del diritto che tutti i giorni operano, vi sono considerazioni che mi dicono in senso diverso. Se voi aprite la voce "Reato permanente" del digesto, credo sia fatto da Ferrando Mantovani "Quidem de populo", Mantovani va a sostenere ovviamente che intanto "...può parlarsi di permanenza del reato in quanto sia verificabile, senza alcun dubbio, la attualità di tutti gli elementi costitutivi". Signor Presidente, signori del Tribunale, ivi compreso l’elemento soggettivo, perché essendo l’elemento soggettivo del reato uno degli elementi costitutivi, come insegna un manuale scolastico, il venir meno dell’elemento soggettivo fa venir meno la permanenza. Questa magari è una tesi estrema, questa è una tesi isolata, altre tesi, altre riflessioni sono più moderate, ma questa tesi estrema viene citata per dire che quanto meno è accettabile il fatto che intanto può parlarsi di permanenza del reato, soprattutto in materia di reato omissivo, in quanto si possa ipotizzare che il soggetto che viene incriminato, che viene imputato, potesse avere la possibilità materiale e giuridica di intervenire sulla situazione antigiuridica in essere; se il soggetto se ne va dall’azienda, perde la possibilità fisica, materiale, giuridica, di intervenire su quella situazione, per lui la condotta permanente viene meno, perché viene meno il presupposto della permanenza del reato, e cioè la sua possibilità di avere un rapporto con la cosa, e cioè la possibilità di intervenire sulla cosa per modificare quello che è in atto, e cioè la situazione antigiuridica. Nella sua posizione, la posizione del soggetto che se ne va, che perde la carica, ce lo dice lucidamente il collega Cerrutti, subentra esattamente il soggetto che succede nella stessa posizione giuridica, e quindi nella stessa posizione di potestà di fatto rispetto alla cosa. In questa sostituzione fa venir meno la permanenza, e quindi il venir meno della permanenza fa certamente decorrere i termini prescrizionali. Perché arrivo a questo? Perché arrivo alla conclusione del discorso, presto fatto. Anche qui, prendendo lo spunto, si parla licet naturalmente, dal modo di argomentare del professor Padovani, cercherò di concludere questo intervento in modo circolare, per arrivare esattamente al punto da cui ero partito. Perché la conclusione a cui questo difensore giunge in relazione a questo tipo di contestazione, quella principale, non quella derivata a seguito di contestazioni suppletive, è addirittura più radicale, signor Presidente e signori del Tribunale, rispetto a quella formulata all’inizio di questo discorso. E’ più radicale perché? Perché mi interrogo e mi sono interrogato, ma non è stato tanto difficile giungere alla conclusione, andando a consultare i testi fondamentali e i riferimenti fondamentali delle disposizioni di un operatore del diritto, quali sono le conseguenze che derivano sul piano della cognizione del Giudice, e quindi dei provvedimenti che il Giudice deve adottare quando intervenga la causa estintiva del reato. La confusione è grande, lei, signor Presidente, me lo può ricordare, nella vigenza del Codice del 1930, perché nella vigenza del Codice del 1930 il 152, che era il corrispondente dell’attuale 129, non si capiva bene quando fosse applicabile. E perché non si capiva bene quando fosse applicabile? Perché non era chiaro, nella struttura del Codice di Rito del 1930, quale fosse il momento che segnava l’esercizio dell’azione penale. Nel Codice del 1989 finalmente questo dubbio non c’è più: il momento che segna l’inizio dell’azione penale è indicato dal Codice, per esempio nel processo ordinario la formulazione della richiesta di rinvio a giudizio. Questo è il momento dell’esercizio dell’azione e da quel momento l’azione non potrà che concludersi con la pronuncia di una sentenza che consuma l’azione. Prima di ciò il Giudice non è investito dell’azione, proprio perché l’azione non è esercitata. Questi principi elementari consentono di ritenere, signor Presidente e signori del Tribunale, che quando in epoca che precede l’esercizio dell’azione penale, che è tutta la fase procedimentale. Tutta la fase procedimentale, che può essere anche lunghissima, e che è anche lunghissima nella nostra esperienza giudiziaria, viene a integrarsi, cioè viene in essere una delle cinque cause estintive del reato, tra cui la prescrizione e le altre quattro subiscono però lo stesso tipo di regolazione, quando viene in essere una causa estintiva del reato il Pubblico Ministero non ha alternative, non ha alcuna alternativa, ha un solo comportamento che l’ordinamento gli impone: la richiesta di archiviazione. Deve chiedere il Pubblico Ministero l’emissione di decreto di archiviazione perché si è verificata una situazione ostativa all’esercizio dell’azione penale. Nella fase che precede l’esercizio dell’azione penale non è possibile l’applicazione del 129 del Codice di Procedura Penale, che ha un presupposto però sull’applicazione, che il Giudice sia investito dell’azione. E quando il Giudice è investito dell’azione, anche in presenza di una causa estintiva del reato, deve valutare se ha agli atti gli elementi per una pronuncia di merito, che è quella pronuncia di cui dicevo prima, capace di consumare l’azione, e cioè di pronunciare il merito. Ma il 129 ha un presupposto: che il Giudice sia investito dell’azione, che il Giudice sia legittimamente investito dell’azione. Quando la causa estintiva del reato si realizza in un momento in cui il Giudice ancora non è investito dell’azione, ebbene la conseguenza qual è? Che il Giudice dell’azione non può essere investito. Loro ricorderanno, ma questa considerazione è venuta a questo difensore su un fatto di cronaca giudiziaria notissimo, straordinariamente noto, che venne in essere nei primi anni di vigenza del Codice del 1989: il dottor Sica, che allora aveva un incarico di antimafia, si vide imputare dalla Pretura di Roma per avere, nel corso della sua attività, proceduto a delle intercettazioni telefoniche illegittime. Naturalmente il dottor Sica reagì, dicendo che voleva difendersi in tutti i modi, e che la sua aspirazione per la tutela della propria persona e della funzione che andava a investire, gli imponeva una difesa nel merito e una pronuncia di assoluzione. Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Roma chiese ed ottenne un decreto di archiviazione perché nel frattempo il reato si era estinto, si era estinto per intervenuta amnistia. Il dottor Sica ricorse a tutto ciò che era possibile, perché quell’assoluzione non gli andava bene, ovviamente, perché aveva bisogno di un intervento che lo scagionasse del tutto nel merito della sua responsabilità. Perse. Perse perché l’ordinamento, ai primi momenti di vita, perché credo fosse una sentenza del ‘90 o del ‘91, reagì dicendo che ove si realizzi una causa estintiva del reato in epoca antecedente l’esercizio della azione penale non c’è altra soluzione, l’azione non può essere esercitata. Perché faccio tutto questo lungo ragionamento, signor Presidente e signori del Tribunale, perché anche in relazione a questa parte dell’imputazione, cioè alla parte principale, io devo andare a sollecitare alla loro attenzione la decisione di provvedimenti decisori più o meno dello stesso tipo di quelli chiesti in relazione alla contestazione suppletiva. Loro si trovano di fronte ad un’alternativa: o loro ritengono che ci sia, non sappiamo come e perché, io non so andare oltre voglio dire, vista la mancata esplicitazione dei temi d’accusa nel senso che se prima si è detto che vi è una permanenza delle condotte omissive nei soggetti che se ne sono andati nel 1982 fino ad oggi, e non so capire come, ed allora bene leggeremo le motivazioni della sentenza, ma io non riesco neanche a capire che cosa possano scrivere; o se invece, come noi riteniamo al cento per cento, loro oggi, per allora, rileveranno che la cessazione di condotte e soprattutto la cessazione di situazioni materiali che rendevano possibili condotte di rimozione, è avvenuta allora, loro non potranno che giungere a questa conseguenza, signor Presidente, signori del Tribunale: che in epoca precedente l’esercizio dell’azione penale, che è del ‘96, non so di quando sia, ma insomma comunque recentissima, in epoca che precede di molto l’esercizio dell’azione penale, si è realizzata una causa estintiva del reato, e cioè la prescrizione. E il realizzarsi nella vigenza del Codice del 1989, della causa estintiva del reato dalla prescrizione, rendeva impossibile l’esercizio dell’azione penale. Il Codice di Procedura Penale, non è un’invenzione di questo difensore, prevede espressamente, sia pure implicitamente, un’ipotesi di questo genere; ed è l’ipotesi prevista credo dal 529 del Codice di Procedura Penale che vado a leggere per me stesso: "Titolo III, sentenza. Capo I, deliberazione. Capo II, decisione, Sezione I, sentenza di proscioglimento". La prima ipotesi che il legislatore prende in considerazione, ed è chiaro che la prende in considerazione per prima, perché è assorbente sul piano logico rispetto a quelle che seguono. "Sentenza di non doversi procedere. Se l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita, il Giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere indicandone la causa nel dispositivo". L’ipotesi dell’accertamento da parte del Giudice dell’impossibilità in allora di promozione dell’azione penale, è la prima di tutte le ipotesi prese in considerazione dal legislatore per disciplinare l’attività del Giudice di decisione del processo di primo grado; è l’ipotesi che è assorbente rispetto a tutte le altre. Ma perché è l’ipotesi assorbente rispetto a tutte le altre? Verrebbe voglia di dirlo, ma non è il caso di far perdere tempo su considerazioni che sono quasi metagiuridiche, ma una qualche battuta si può anche fare: perché è pur vero che noi dobbiamo sempre far riferimento all’articolo 6 della convenzione europea dei diritti dell’uomo, e dobbiamo far riferimento sempre anche alla giurisprudenza che si è formata in sede europea sull’articolo 6, e alla convinzione che è comune a tutti, ed è davvero un bene diffuso, secondo cui il processo è in disvalore. Il processo è in disvalore per il cittadino europeo, e il processo deve essere instaurato solo e esclusivamente chiedendo al cittadino il sacrificio di essere sottoposto a processo quando la pretesa punitiva dello stato davvero ha la possibilità di prospettarsi, e quando l’azione penale può e deve essere esercitata senza alcun dubbio. E quindi che il Giudice debba andare ad affermare anche ex post che l’azione non poteva essere esercitata è un valore. Ed allora, che cosa ne consegue? Delle due, l’una: loro non potranno, credo, se accederanno a questa tesi del fatto che la permanenza ad un certo punto è cessata, pronunciare la sentenza di non luogo a procedere perché l’azione penale non può essere proseguita perché il reato sia nel frattempo estinto; perché loro dovranno prendere in considerazione oggi una situazione che si era determinata allora. E una situazione che si era determinata allora determinando o costituendo le premesse per una conseguenza ineliminabile, precisa, voluta dal legislatore in relazione alla quale non è possibile svolgere considerazioni di tipo alternativo. Lo ripeto ancora una volta per me stesso, e poi davvero ho concluso: il verificarsi, in epoca precedente, l’esercizio dell’azione penale di una causa estintiva impone al Pubblico Ministero di non esercitare l’azione penale, perché il verificarsi di questo presupposto vieta e rende impossibile l’esercizio dell’azione penale stessa. Ne consegue, signor Presidente e signori del Tribunale, che il Giudice che dichiara che l’azione penale non poteva essere iniziata per queste ragioni, perché si è determinata una causa positiva, e cioè la causa di estinzione del reato, o perché mancava in allora la condizione di procedibilità, il Giudice dichiara che di quel fatto lui non è mai stato investito, perché se l’azione non è stata esercitata non si sono create le condizioni perché si formasse da parte del Giudice una cognizione sul punto. Noi chiediamo, lo chiederà la collega che si occuperà delle conclusioni per i singoli imputati, io ho voluto fin d’ora richiamare la loro attenzione su questa tematica delle modalità di conclusione del rapporto processuale, perché altrimenti le conclusioni che noi andremo a formulare alla fine di tipo sintetico non avranno una spiegazione. Mi consentano, e ho veramente concluso con una battuta, sempre per riprendere l’impostazione del professor Padovani, che ci ha aiutati tutti, ha aiutato soprattutto questo difensore a dare un’impostazione. Sono partito con una preoccupazione, e la preoccupazione derivava dalla mancata o insufficiente adozione, da parte dei nostri contraddittori, di criteri per esaminare il fatto adatti al processo penale, pensando che invece si possa giungere a valutazioni estranee alla logica del processo penale. Ebbene, riprendendo il discorso sulla correttezza di metodo, e quindi sull’accettabilità dei risultati, se loro lo consentono, con l’orgoglio di chi viene da generazioni, da una città che ha visto elaborazione di tipo illuministico, tante volte si sono richiamati i criteri illuministici di grande livello, ebbene il maggior insegnamento forse della riflessione illuministica milanese nei grandi pensatori del ‘700, che è applicabile ai giorni nostri, alla giurisdizione penale e a questo processo, è che la giurisdizione ha scopo in sé; tutti i casi in cui si pensi che la giurisdizione ha davvero degli scopi estrinseci, e cioè la giurisdizione debba servire a cambiare il mondo, la giurisdizione debba servire a migliorare il mondo che fuori di qui funziona male, ebbene il risultato che è il prodotto di una concezione di giurisdizione teleologica, cioè di una giurisdizione finalistica, è un risultato sbagliato, perché è sbagliato il metodo che porta a quel risultato. Grazie dell’attenzione.

Presidente: benissimo, grazie, avvocato. Bene, allora ci rivediamo alle 15.00.

 

Avvocato Baccaredda: signor Presidente, scusi, è solo come preannunciato, vorrei depositare il testo completo dell’intervento di discussione, con indicate allegate tutte le fonti documentali e testimoniali; e depositerò, se lei ritiene, la settimana prossima, anche il supporto informatico...

 

Presidente: perfetto, grazie molte.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Avvocato Manderino: Presidente, mi scusi, prima che ci sia la ripresa dell’udienza, deposito la memoria che è relativa alle mie sei parti civili e la memoria dell’avvocato Schiesaro, che oggi sostituisco.

 

Presidente: va bene, le acquisiamo. Bene, cominciamo l’udienza allora, la parola all’avvocato Franchini. Prego.

 

AVVOCATO FRANCHINI

 

Avvocato Franchini: grazie, Presidente. Signor Presidente, signori del Tribunale, signor Pubblico Ministero, signori colleghi delle parti civili, io mi rendo conto che parlarvi alle tre del pomeriggio di un giorno di luglio delle acque sotterranee rischia di infliggere un colpo mortale alla vostra pazienza, che è infinita come tutti abbiamo potuto apprezzare. Ma tant’è, il compito che mi è stato assegnato è proprio questo, peggio di me starà il professor Palliero, che parlerà del disastro. Dicevo, è proprio quello di occuparmi del problema relativo alle acque sotterranee o acque di falda. Debbo dire però che io godo di un grande vantaggio, e cioè che sono stato preceduto da quella che è stata una magnifica lezione di teoria generale del professor Mucciarelli di questa mattina, e sono stato preceduto dalle annotazioni di carattere generali non meno rilevanti del professor Padovani, e dalle osservazioni estremamente puntuali di questa mattina dell’avvocato Gigli. Quando parliamo in questo processo di acque di falda, io credo che dobbiamo fare una prima divisione, e cioè parlare delle falde sottostanti all’area del Petrolchimico e parlare poi delle falde sottostanti all’area esterna al Petrolchimico. Questa divisione è necessaria e consequenziale rispetto ad alcuni concetti che esprimerò tra poco. La mia ricostruzione fattuale parte da alcuni dati che mi sembrano, nel processo, sostanzialmente incontroversi, in modo tale che il Tribunale possa ragionare e seguire il mio ragionamento su dei dati sufficientemente certi. Questi dati serviranno poi per inquadrare i problemi che in questo processo sono imponenti, di valutazione della prova, e poi i problemi di diritto sostantivo. Cominciamo quindi ad occuparci dell’area del Petrolchimico. Sappiamo che nell’area del Petrolchimico esistono delle discariche di rifiuti industriali, che hanno dato luogo, nel corso di un trentennio, a processi di contaminazione del sottosuolo; e dunque a processi di contaminazione delle falde attraverso l’infiltrazione del cosiddetto percolato di discarica. Sappiamo anche, e abbiamo appreso, che questo processo è un processo di infiltrazione verticale dal piano di posa dei rifiuti attraverso una stratigrafia di terreni dotati di alta impermeabilità. Faccio riferimento al tipo di successione di materiali che incontriamo nel sottosuolo dell’area Petrolchimico, che non ripeto perché il Tribunale li conosce a memoria. Abbiamo poi, e c’è stato spiegato, un processo di trasferimento orizzontale del percolato nella falda. E abbiamo appreso che questo processo di trasferimento orizzontale è lentissimo, quasi stagnante. Questo per quanto riguarda l’acqua nella falda. Per quanto riguarda il trasferimento dell’inquinante, al processo di trasferimento orizzontale lentissimo dell’acqua dobbiamo aggiungere il cosiddetto coefficiente di ritardo. Ce l’hanno spiegato in maniera secondo me chiarissima, faccio riferimento soprattutto al professor Dal Pra, un coefficiente di ritardo che quantifica il processo di trasferimento orizzontale degli inquinanti all’interno dell’acqua. Che quantificazioni ci sono state fatte? Che il trasferimento dell’acqua in senso orizzontale, all’interno della falda, è valutabile in qualche metro/anno; e che il trasferimento dell’inquinante all’interno dell’acqua, che si trova all’interno della falda, per questo coefficiente di ritardo, valutabile in centimetri/anno. Sappiamo ancora che la falda ha un gradiente che è quello che possiamo definire gradiente di spostamento orizzontale, e che è valutabile nel caso dell’area del Petrolchimico in ragione di uno o due metri ogni mille metri. Il piano direttore 2000 della Regione Veneto arriva a quantificarlo, in alcuni casi, in un massimo di 4 o 5 metri. E sappiamo ancora che questo gradiente è verso la Laguna. Cioè a dire: sappiamo - e vi prego di fissare la vostra attenzione su questo dato - che non esiste alcun processo di trasferimento orizzontale verso monte, perché naturalmente essendovi un gradiente che va verso la Laguna, l’acqua è spostata dalla forza di gravità, il professor Dal Pra, lo dico per inciso, mi ha dato 28 al termine dei nostri colloqui, che trasferendosi verso la Laguna va in discesa. Questi dati che mi sembrano abbastanza pacifici trovano conferma nel fatto che la prima falda, sempre area Petrolchimico, al di sotto del caranto, risulta inquinata ma risulta fortemente inquinata solo in corrispondenza delle discariche, delle aree di discarica dei rifiuti all’interno dell’area del Petrolchimico. Sappiamo ancora che si tratta di una falda di portata insignificante. Perché sappiamo questo? Perché da tutta l’area del Petrolchimico sversa in Laguna circa quattro litri al secondo, cioè praticamente nulla. Questo dato, che era stato fornito da un consulente della difesa, il professor Francani, difesa Enichem, è stato poi confermato dal consulente dell’accusa, professor Nosengo. Cito Nosengo: "Dava una stima, se non ricordo male, di quattro litri/secondo - si sta riferendo alla stima Francani - da tutto il complesso dei terreni del Petrolchimico. Poiché mi sembrava un valore piuttosto basso, ho fatto delle verifiche con i calcoli usuali, e ho visto che è un valore accettabile. Domanda: questi calcoli, li troviamo nella sua relazione? Risposta: no, non li ho scritti. Siccome corrispondevano a quelli del professor Francani, ho accettato i calcoli". Quindi anche questo è un dato incontroverso, abbiamo cioè uno sversamento nelle acque della Laguna di quattro litri/secondo da tutta l’area del Petrolchimico. E’ inutile osservare, signori del Tribunale, che se noi confrontiamo questo apporto di quattro litri al secondo di tutta l’area del Petrolchimico, con il bilancio globale delle emissioni in Laguna, siamo di fronte a un’entità che non esito a definire non solo trascurabile ma vicina al nulla. Della seconda falda, che come sappiamo sta a una profondità di 20-25 metri, non mi occupo. Perché non mi occupo della seconda falda? Perché essa, la seconda falda, per la sua profondità, non incrocia né i canali né la Laguna, ma passa sotto e va a sversare nel Mare Adriatico direttamente. Su questo punto il professor Dal Pra credo sia stato precisissimo e chiarissimo, non smentito da nessuno, e allo stesso Presidente che gli faceva delle domande puntuali in ordine al problema dell’eventuale pressione della falda, ha spiegato con assoluta evidenza, e quindi richiamo il suo verbale, il principio dei vasi comunicanti che io qui non mi metto certo a discutere. L’acqua della falda all’interno dell’area del Petrolchimico, che abbiamo visto essere poverissima, non è utilizzata per uso antropico, né è utilizzabile per uso antropico. Perché? Per due motivi: per la portata insignificante e per l’alta salinità dell’acqua contenuta nella falda medesima. Sono state riferite all’udienza del 15 novembre 2000 prove di portata su pozzetti all’interno dell’area del Petrolchimico effettuate dal Consorzio Basi. Nel giro di qualche minuto, con una pompa da 0,1 litri al secondo i pozzetti si sono prosciugati, pescando in prima falda; 0,1 litri al secondo vuol dire la portata di un tubicino che ha retto per qualche minuto prima di prosciugarsi. Ed allora questo significa, ed è la prova provata, che la portata della falda è insignificante. E conferma il dato che da tutta l’area sversano in Laguna, dalla falda, quattro litri/secondo. E’ risultato che nella prima falda del Petrolchimico, area Petrolchimico, sono presenti e diffuse alte concentrazioni di cloruri inorganici, di tipo naturale, di origine marina, con una salinità pari o simile a quella dell’acqua salata, cioè dell’acqua di mare. Ecco perché l’acqua della falda esistente all’interno del Petrolchimico non è utilizzata per usi antropici, ne è utilizzabile per usi antropici. E, infatti, all’interno dell’area del Petrolchimico non esistono pozzi. Esistevano in passato dei pozzi profondissimi, circa 2 o 300 metri, per uso industriale, chiusi da molto tempo per evitare quel fenomeno che abbiamo imparato a chiamare subsidenza. Allora, signori del Tribunale, se le cose stanno in questi termini, e credo di avervi fornito dei dati onesti, io credo che dobbiamo arrivare ad una prima conclusione in ordine ai contestati delitti di avvelenamento di acque e di adulterazione e/o adulterazione di acque, 439 e 440. Perché da un lato sappiamo che la falda inquinata al di sotto delle aree di discarica all’interno del Petrolchimico non interessa i territori alle spalle del Petrolchimico, perché va in discesa; e perché non si tratta di acque destinate all’alimentazione. E non mi interessa neanche, in questo momento, di approfondire il fatto se l’alimentazione, di cui parla l’articolo 439, ed il 440, sia un’alimentazione diretta o indiretta, perché qui non sono destinate all’alimentazione tout court. E quindi queste due figure di reato non sono ontologicamente configurabili ricordando anche, fin da ora, che la dottrina e la giurisprudenza sono assolutamente concordi su un punto. E cioè, quale? Nell’evidenziare l’esclusiva rilevanza dell’uso effettivo delle acque per lo scopo tutelato dalle norme. Ed allora, restando sempre all’interno dell’area del Petrolchimico, che cosa ci resta da verificare una volta che abbiamo esclusa la sussistenza dei delitti comuni, o di comune pericolo, come si esprime Manzini, o di pericolo comune, anzi? Dobbiamo verificare se questo percolamento dalla discarica nell’acqua di falda sottostante costituisca di per sé un reato contravvenzionale o no, riportando questa condotta ai tempi che riguardano Montedison e verificando quale fattispecie penalmente rilevante sia in ipotesi configurabile. Stamane avete sentito l’avvocato Gigli che vi ha ricordato come sulla base di ben precisi elementi emersi nell’istruttoria dibattimentale, soprattutto dalle deposizioni Pavanato e Spoladori, l’attività di riempimento, diciamo così, di questi siti di rifiuti sia completa ed esaurita nel 1982. Vi ricordava l’altro giorno il professor Padovani, facendo in termini più generali lo stesso ragionamento, che naturalmente prima del 1982 l’azione di deposito di rifiuti all’interno di un terreno di proprietà era, per dirla con la scuola padovana, una azione socialmente adeguata. Nel senso che era assolutamente lecita, non costituiva alcuna condotta tipica. Beh, uno mi potrebbe dire: va bene, questo è un dato banale. Ma questo percolamento all’interno dell’acqua di falda allora non era tutelato da alcunché, non c’era in quell’epoca una tutela delle acque sotterranee? Noi sappiamo che una tutela diretta delle acque sotterranee viene prevista con un’apposita legge nel 1992 successivamente abrogata; sappiamo anche che una delle ipotesi previste da questa legge del 1992, esattamente il decreto legislativo 132 del 1992, prevedeva due ipotesi: lo scarico diretto nelle acque sotterranee e lo scarico indiretto, che la norma dichiarava punibili ai sensi della legge 319 del ‘76. Perché in questa legge del ‘92 c’era questo richiamo ricettizio ad una normativa alla Merli? Perché la giurisprudenza formatasi nel corso degli anni riteneva che la legge Merli tutelasse non solo il cosiddetto scarico diretto ma anche lo scarico cosiddetto indiretto. E qualche decisione riteneva che tutelasse anche lo scarico indiretto nelle acque sotterranee. Sennonché la legge 319 del ‘76 è stata abrogata con la legge del 1999. E, secondo una stratificazione giurisprudenziale ormai consolidata, cito per tutte 28 febbraio 2001, Sezione Terza, lo scarico indiretto non è più punito dalla legge del ‘99, che tutela solo gli scarichi diretti. Le decisioni su questo punto sono numerose, sono tutte concordi, per cui mi permetto diciamo così di dare per acquisito questo dato. Ma quindi la 319 del ‘76, per la successione delle leggi nel tempo, non può più portare alla punizione di una condotta rispetto alla quale v’è stata abrogazione espressa del legislatore. Tuttavia lo scarico indiretto, con riferimento al percolato proveniente dalla discarica, rientra oggi nella legge del ‘97, decreto Ronchi. Infatti, perché il concetto di scarico indiretto è stato sostituito dal concetto di rifiuto liquido. Ma se noi andiamo a leggere le norme punitive o sanzionatorie meglio del decreto Ronchi, di cosa ci accorgiamo? Ci accorgiamo - e gli articoli in discussione sono l’articolo 50 e l’articolo 51 - che l’articolo 50 prevede una fattispecie di abbandono di rifiuti, e prevede una sanzione amministrativa, fatto salvo quanto disposto dall’articolo 51 comma due. Se noi andiamo adesso a verificare la disposizione dell’articolo 51, comma due, vediamo che: "Le pene di cui al comma primo si applicano ai titolari di imprese ed ai responsabili di enti che abbandonano depositi in modo incontrollato, rifiuti, ovvero l’immettano nelle acque superficiali e sotterranee". La giurisprudenza ha ritenuto che questa fattispecie si applichi anche al cosiddetto rifiuto liquido, e dunque anche al percolato della discarica. Ma la norma del decreto Ronchi ancora una volta, sia all’articolo 50 che all’articolo 51, come all’articolo 14 che riporta le due norme sanzionatorie, richiama che cosa: la gestione della discarica. Ed allora, se le cose stanno in questi termini, e io credo sia difficile sostenere che non stiano in questi termini, voi dovreste ritenere che una attività, che fino al 1982 era un’attività non tipizzata, perché lecita, possa essere punita sulla base di una legge entrata in vigore circa quindici anni dopo, rispetto alla tutela dell’esercizio di discarica, perché non entra in discussione la 915 dell’82, che allora era considerata lecita. Ed allora cosa ci resta da verificare per capire se questa attività di percolamento potesse in allora costituire un’ipotesi penalmente rilevante? Ci restano da verificare le leggi speciali, ci restano cioè da verificare la legge del ‘71, la legge speciale per Venezia. E ci accorgiamo subito che la legge speciale per Venezia non era applicabile al caso di specie, per la buona ragione che essa non tutelava le acque sotterranee. Basta leggerla! E poiché qualcosa sulla legge speciale per Venezia credo di sapere, perché a quattro mani, con Elio Fortuna, sono l’autore dell’articolo 9, ci eravamo posti il problema perché le acque tutelate erano esclusivamente le acque di fognatura e le acque della Laguna; e non si prevedeva, in allora, una tutela delle acque sotterranee. E così pure la 366, che prevede la 171, non prevedeva la tutela delle acque sotterranee. Certo, erano delle tutele imperfette, perché eravamo in un periodo di tempo estremamente arretrato rispetto ad una serie di sensibilità e di problemi che si sarebbero sviluppati nel tempo e perfezionando nel tempo. La 366 del ‘63 fa esclusivo riferimento alle acque della Laguna; e la 171 del ‘73, nell’articolo 9, fa riferimento a scarichi nelle fognature, nelle acque della Laguna, o nei corsi d’acqua che si riversano nella Laguna: tutela dei fiumi, acque superficiali. Ed allora io credo, concludendo questa prima parte relative alle acque della falda all’interno dell’area del Petrolchimico, che per quanto riguarda gli imputati Montedison, non sia ravvisabile nel percolamento delle discariche al di sotto del piano campagna alcun reato contravvenzionale, e tanto meno per le ragioni che ho prima già esposto nessun delitto di avvelenamento di acque effettivamente destinate all’alimentazione umana, richiamando a questo proposito anche tutte le osservazioni ben più pregnanti delle mie fatte questa mattina dal professor Mucciarelli. Abbiamo poi la seconda area di interesse, per così dire, e cioè le aree esterne al Petrolchimico. Dobbiamo cioè far riferimento alle discariche esterne rispetto alle aree del Petrolchimico, ed anche qui il problema è il medesimo: quali sono, sotto il profilo giuridico, le conseguenze del percolato che dal piano di discarica sia in ipotesi arrivato alla falda. Ed anche qui dobbiamo ricordare alcuni dati: la bassissima permeabilità del trasferimento verticale, perché qui siamo nella cosiddetta bassa pianura veneziana, e cioè a dire: abbiamo dei materiali di tipo argilloso-sabbioso che rendono poco permeabile gli strati nel terreno e che quindi rendono difficile il trasferimento verticale del percolamento dal piano di campagna nella falda. Ed anche qui dobbiamo ricordare le caratteristiche del trasferimento orizzontale dell’acqua e degli inquinanti, che è per il coefficiente di ritardo di cui ho già parlato anche qui nell’ordine di centimetri/anno. Vedete, signori del Tribunale, un osservatore di questo processo avrebbe, o ha notato, quelle che tra virgolette io potrei definire delle anomalie, perché dopo aver osservato il dispiegarsi di questo processo "mostruoso", per la sua durata, per la sua intensità, per i problemi che sottende, processo che ha prodotto centinaia di migliaia di dati, che ha prodotto il confronto di decine di tesi, tutte di parte, guardate che è singolare. Tutte sorrette da argomentazioni scientifiche. Io mi sono posto due domande alle quali io posso tentare un approccio, diciamo così, di risposta; ma la risposta definitiva, quella vera, deve venire dal Tribunale: ma la scienza, in questo processo, ha preso la mano ai giuristi? La capacità di trasformazione interdisciplinare tipica del giurista, che è forse l’ultimo umanista in questo senso, ma che fine ha fatto? La necessità, sto per dire l’ansia, di acquisire continuamente dati e informazioni, quasi sempre filtrati da interpretazioni parziali, da parte dell’accusa, da parte della difesa, da parte della difesa di parti civili, ha fatto forse dimenticare quelle che sono le regole del processo penale? Le regole sull’acquisizione e sulla valutazione della prova? Ma perché vi faccio questo ragionamento? Vi faccio questo ragionamento perché l’argomento del quale mi sto occupando è un esempio tipico di queste problematiche di carattere generale, di queste domande. Se noi andiamo ad esaminare i dati relativi alle singole discariche nelle aree esterne al Petrolchimico, che sono emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale, rileviamo quanto segue: per 13 siti di discarica mancano totalmente dati relativi alla qualità delle acque sotterranee. E, vivaddio, non sappiamo, cioè a dire, se la camicia è rossa, se la bandiera che io impugno è rossa, per ritornare all’esempio luminosissimo del professor Mucciarelli di questa mattina. Parliamo di delitto di avvelenamento e per tredici siti di discarica mancano dati sulla qualità delle acque sotterranee! Ed allora io dico che in un processo penale serio non possibile, né ammissibile, qualsivoglia valutazione; saranno avvelenate non saranno avvelenate? Non lo sappiamo. Nelle restanti aree di discarica, nelle quali sono state eseguite delle indagini, risultano inquinate le sole acque cosiddette di impregnazione, che non sto a spiegarvi cosa sono perché lo sapete benissimo, che non c’entrano con la prima falda. Sono cioè quelle acque che stanno al di sopra del caranto e immediatamente al di sotto delle aree di discarica, e che non hanno nessuna utilizzazione di destinazione a scopo alimentare di nessun genere. E’ stata segnalata contaminazione della prima falda sottostante il caranto in tre casi in tutto il processo; e dicono i nostri consulenti di parte che si tratta di indicazioni poco attendibili. Ma quello che è importante e credo fondamentale che il Tribunale abbia ben presente è che in nessun caso è stato rilevato inquinamento, non dico avvelenamento, non dico adulterazione, dico inquinamento delle acque sotterranee all’esterno delle aree di discarica. Non c’è un rilevamento di inquinamento delle acque sotterranee, lo ripeto perché sia chiaro, all’esterno delle aree di discarica. Ma questo ha una precisissima spiegazione; qual è questa spiegazione? Perché la velocità di deflusso delle falde è di centimetri all’anno, e quindi l’inquinamento provocato ed accertato in tre casi dal percolato dell’area di discarica produce l’inquinante in tre casi nella prima falda che non si sposta, se non per quantità infinitesime. Una conferma di quello che vi sto dicendo vi viene da una delle poche citazioni che voglio fare e che è il piano direttore 2000 della Regione Veneto. "Nel novembre 1996 è stata eseguita una campagna integrativa di analisi chimiche con lo scopo di meglio caratterizzare il grado di contaminazione del suolo e del sottosuolo. Queste ricerche hanno mostrato che non vi è rapporto di qualità tra l’acqua dello stato superficiale inquinato, acque di impregnazione, e quella delle falde sottostanti confinate. Ciò significa che l’inquinamento superficiale non si propaga alle acque sottostanti, probabilmente per merito della sovra-pressione idrica interstiziale esistente nelle falde confinanti. Le risposte analitiche su campioni di terreno prelevati nei sondaggi e sulle acque dei piezometri posti sulle sponde a nord del canale industriale sud lo confermano, almeno in parte. L’inquinamento da metalli pesanti e da sostanze alogene organiche si arresta alla profondità del caranto. Sotto si può avvertire solo qualche traccia, sostanzialmente poco rilevante, di inquinamento". Io penso che più chiaro di così il discorso non potrebbe essere. Ed allora parlare dei delitti di avvelenamento o di adulterazione, mi pare che sia un non senso; ma non solo per tutte le considerazioni magnifiche che vi ha fatto il professor Mucciarelli, ma perché manca la prova. Se applicate la regola di valutazione della prova nel processo penale, manca la prova. Se nessuno è stato in grado di riferire accertamenti di inquinamento al di là delle acque sotterranee all’esterno delle aree di discarica, vivaddio come si può parlare di avvelenamento o di adulterazione di acque destinate all’alimentazione? Ed allora la situazione della regola processuale sulla prova è la constatazione onesta dell’assenza di una prova degna di questo nome dell’inquinamento della prima falda nella quasi totalità dei casi, e la completa assenza di rilevamenti di contaminazione all’esterno delle aree di discarica. E perché, se è vero, com’è vero, come sostiene tutta la dottrina classica, come ha sostenuto stamane il professor Mucciarelli, questo è un, e parlo adesso del 439, è un reato di pericolo astratto o presunto, beh, è pur sempre necessario che il fatto assunto ad elemento essenziale dell’incriminazione, e cioè l’avvelenamento, la condotta dell’avvelenare, sia provato, attraverso le regole della scienza. Perché se no, beh incorreremmo nel divieto costituzionale dell’articolo 27, primo e terzo comma della Costituzione. Siamo per l’appunto ai confini del principio di legalità e di tipicità della norma. Ed allora la dottrina usa spesso dire che il delitto è caratterizzato dalla pregnanza semantica di un elemento della fattispecie, e cioè l’avvelenamento, la camicia rossa. Ed aggiunge di acque destinate effettivamente all’alimentazione dell’uomo. Tanto che qualcuno, cito Nappi, sostiene che questo è un reato di pericolo astratto un po’ strano, perché si avvicina parecchio ad un reato di pericolo concreto. Ma allora, se vogliamo restare in tema di prova, noi abbiamo visto che siamo assolutamente carenti di dati rispetto all’acqua della falda, al di fuori delle aree di discarica. Ed allora dovremmo andare adesso alla prova del nove, e la prova del nove dovrebbe essere costituita dai pozzi dell’entroterra. Cioè a dire: vado a vedere sotto; non sono andato a vedere sotto! Dopo a vedere sopra, dove avviene l’attingimento, i pozzi nell’entroterra, dai quali cosa dovrebbe risultare per smentire la precedente mia ricostruzione relativa alle acque di falda? Dovrebbe risultare l’avvelenamento dell’acqua, dovrebbe risultare che quell’acqua è avvelenata per portare alla morte, o è adulterata per portare a lesioni, i reati di danno che stanno sullo sfondo, come ci insegnava stamattina Francesco Mucciarelli. Poi, fatto questo primo passo, e verificato che siccome io vado a fare un’analisi nel pozzo e lo trovo adulterato e/o avvelenato, e quindi questo smentisce tutto il discorso che abbiamo fatto prima, dovrei allora verificare la destinazione effettiva di quell’acqua del pozzo, o dei pozzi, all’alimentazione dell’uomo, secondo passaggio. E, terzo, dovrei poi verificare ed ottenere la prova che quell’acqua destinata all’alimentazione dell’uomo è prima dell’attingimento destinata ad un numero indeterminato di persone: reato di pericolo comune. Avrete notato che quando ho parlato del secondo passaggio, cioè a dire della destinazione dell’acqua all’alimentazione umana, ho aggiunto: "In forma diretta". Questo problema non mi interessava per le acque di falde relative all’area sottostante il Petrolchimico; mi interessa ora, nel momento in cui parlo di acque di falda che spuntano dai pozzi e quindi debbono avere una qualche destinazione. Io credo che la fattispecie tipica prevista dall’articolo 439 non preveda l’uso indiretto dell’acqua, cioè non preveda lo scopo irriguo, lo scopo di innaffiamento di orti. Su questo punto la giurisprudenza e la dottrina, salvo due eccezioni di cui subito parleremo, hanno in maniera assolutamente concorde più volte precisato che per acque destinate, e cito tra virgolette all’alimentazione, si intendono quelle destinate espressamente a essere ingerite dall’uomo, abbiano o non abbiano i caratteri della potabilità. Ricordo una Corte d’Appello di Genova del 16 giugno 1983: "Non vi rientrano le acque di cui non si fa uso alimentare diretto, quali quelle destinate all’irrigazione dei campi, all’allevamento del bestiame, oggetto della tutela; infatti la pubblica incolumità, non l’economia pubblica o il patrimonio". Ed ancora una Pretura di Abbiategrasso, del 10 maggio 1972, una Pretura di Massa del 30 luglio 1981, ancora un Pretore di Milano 23 settembre 1991, Tribunale Tortona del 17 giugno 1992. L’unico che sostiene che anche l’uso indiretto è punibile è il Pretore di Milano con una sentenza del 1970, considera indirettamente destinata all’alimentazione anche le acque che servono per la coltivazione e il bestiame. Si tratta di una decisione assolutamente isolata, in tutto il panorama giurisprudenziale, scarno, che voi potrete trovare. E vi è un unico autore in dottrina, Palmieri, il quale ha scritto un lavoro complicatissimo sul delitto di avvelenamento di acque che sostiene che anche la semplice manipolazione può portare all’integrazione della struttura del delitto. L’intera dottrina sostiene invece che solo l’alimentazione in forma diretta costituisce l’ipotesi tipica prevista dalla norma. Cito Manzini: "Rimangono escluse dall’incriminazione soltanto quelle acque di cui nessuno fa uso alimentare diretto, ancorché adoperate per altri scopi: innaffiare, abbeverare, lavare, irrigare". Cito ancora, e qui la citazione mi è molto cara, perché si tratta di un grande maestro e di un amico che non c’è più, Franco Bricola, che scriveva: "Può considerarsi indiscussa l’applicabilità degli articoli 439 e 440 all’inquinamento della falda da cui viene attinta l’acqua per uso degli acquedotti. E’ ammissibile il tentativo di estendere la portata di queste norme anche all’inquinamento di acque per sé non destinate all’alimentazione in quanto sfocianti in acquedotti". Cioè, l’uso direttamente potabile, l’uso diretto. Riguardo ai pozzi il processo ha offerto due fasi. In una prima fase si è lavorato sulle relazioni del Corpo Forestale dello Stato, in particolare su quelle del 25 gennaio 1996 e del 5 aprile 1996, che riguardavano i punti di prelievo di acque di falda superficiale nelle frazioni di Malcontenta, Marghera, Chirignago. Si trattava di 69 pozzi, di cui nei primi 20 metri, che sono quelli che ci interessano, 39, di cui 18 inattivi ed abbandonati; i 21 residui risultavano utilizzati saltuariamente per servizio uso irriguo, nessuno per scopo potabile. Ma qui, trattandosi poi tutti di pozzi privati, perché non esistono in questo processo pozzi pubblici, qui dunque vi è la prova positiva, non l’assenza di prova, che l’acqua non è destinata alla alimentazione diretta dell’uomo. Ma vi è anche la prova positiva che questi pozzi sono dei pozzi privati della famiglia x o della famiglia y; e dunque non riguardano un numero indeterminato di persone, perché sono per l’uso dei componenti di quella famiglia, e dunque non sono comunque mai configurabili reati di pericolo comune. Ma, infine, prima di tutto, manca totalmente la prova che questi pozzi abbiano acqua avvelenata e/o adulterata. Anzi, vi è un principio di prova positiva perché quattro di questi pozzi vicinissimi al Petrolchimico sono stati analizzati, sono quelli di Convento Romeo, Crepaldi Saverio, Lazzarini Fidenzio e Cerbaro Nadelia; e sono risultati inquinati da diserbanti. Mentre, cito testualmente la relazione del Corpo Forestale dello Stato, non emerge alcuna contaminazione di sostanze derivate da processi di lavorazione industriale quali metalli e loro composti e composti organici vari. Allora in questa prima fase processuale, se vogliamo applicare minimamente la regola sulla prova, non abbiamo la prova dell’alimentazione diretta umana, non abbiamo la prova del numero indeterminato di persone, non abbiamo soprattutto la prova che vi sia alcun avvelenamento e/o inquinamento delle acque attinte o attingibili da quei pozzi. Allora innanzi a questa situazione processuale il Pubblico Ministero ha messo in piedi una specie di prova che io chiamo in articulo mortis, inondando il Tribunale di 547 moduli di autodenuncia di pozzi ai sensi dell’articolo 10 del decreto legislativo 12/07/93 numero 275 che il Tribunale dovrà andarsi a leggere perché non è vero affatto, come vi dice il Pubblico Ministero, che gli italiani non vogliono pagare le tasse e quindi se hanno denunciato il pozzo è perché in effetti il pozzo esiste, ha le caratteristiche che essi descrivono e lo usano perché se no mai avrebbero dichiarato il pozzo, perché il decreto legislativo del ‘93, facendo richiamo ad un vecchio D.P.R. del 1933, non prevede affatto il pagamento di tasse, non è questo lo scopo della norma; lo scopo della norma è ancora una volta l’eliminazione del fenomeno della subsidenza, come sta scritto nella legge, ed è l’esigenza di riordino delle cosiddette acque sotterranee, cioè una specie di funzione di censimento dell’esistenza di pozzi. Tuttavia, vedete, questi moduli di autodenuncia... e poi ne vedremo alcuni, che sono quelli citati dal Pubblico Ministero, perché il contraddittorio si fa così, ne ha citati dieci, poi li vediamo e vedremo che questi moduli non sono affatto precisi, non sono affatto affidabili e hanno delle caratteristiche che poi valuteremo. Ma servono a ben poco, ancora una volta per lo scopo che si prefigge il P.M., perché ancora una volta c’è questo bombardamento di dati, questa volta - ripeto - in articulo mortis, ma non c’è la prova di che cosa? Dell’avvelenamento o dell’adulterazione. Ma, vivaddio, non sappiamo ancora una volta se la camicia è rossa o invece è verde. Ha tentato il Pubblico Ministero di introdurre dei certificati di analisi di otto pozzi; il Tribunale ha detto giustamente di no, Enichem aveva altri certificati sugli stessi pozzi che dicevano delle cose contrarie, fatto si è che quello che non è nel processo non è nel mondo. Ne poteva produrre 5.000 di moduli di autodenuncia di pozzi, ma noi non sappiamo ad oggi se quell’acqua è non dico avvelenata e/o adulterata, neppure se è inquinata. però, vedete, il Pubblico Ministero e alcune delle parti civili hanno fatto delle annotazioni su alcune di queste schede che io mi permetto di definire impressionistiche. E allora consentitemi brevemente di fare alcune annotazioni di carattere generale e alcune annotazioni di carattere più specifico. E’ dato acquisito nel processo che l’acquedotto si rifornisce esclusivamente nei territori di Treviso e Padova da decine di anni e decine di chilometri a monte rispetto al territorio di cui stiamo parlando. Tant’è vero che il Presidente ha fatto alcune domande specifiche a Spoladori su questo punto e di fronte all’incertezza di Spoladori vi è a verbale una osservazione del Presidente che dice: "Beh, qui bisogna essere precisi". Chiedete all’ASPIV dove diavolo si rifornisce per l’acquedotto, e si rifornisce in provincia di Treviso e in provincia di Padova. Perché? Perché queste falde del basso territorio veneziano sono povere, sono insignificanti, sono di cattiva qualità. Non esistono nell’entroterra veneziano pozzi pubblici e dei 547 o 572 che siano pozzi prodotti dal Pubblico Ministero, beh, intanto bisognerebbe o bisognava andare a vedere i pozzi a valle delle discariche e solo i pozzi a valle delle discariche, vivaddio, per capire e analizzare se dall’area di discarica a pozzi che dovrebbero essere assolutamente contigui alle aree di discarica vi fosse stato un trasferimento orizzontale di sostanze inquinanti nell’acqua. E non si possono fare dei discorsi indifferenziati e indiscriminati. Ma, dicevo, delle 500 e rotte schede 200 risultano pozzi chiusi ornamentali o non più utilizzati, dai moduli. Quindi cominciano con il dire che di 200 non ci dobbiamo né possiamo comunque occupare. Il 90% di questi pozzi sono tutti in Comune di Mira e la metà di questi pozzi sono adoperati con sistemi manuali, cioè la catena e il secchio, tanto per intenderci; in nessuno vi è indicato l’uso potabile diretto, anzi, in uno, di cui poi ci occuperemo. Non basta, dei 547 pozzi sono tutti precedenti al 1950, partiamo dalla fine dell’Ottocento, secondo le dichiarazioni dei dichiaranti, degli autodenuncianti; già nell’anno 1900 ce n’erano 107, nel 1950 ce n’erano più del 70%, negli ultimi quindici anni sono stati costruiti 26 pozzi su tutto questo territorio. E poi il Pubblico Ministero e alcune delle parti civili hanno citato alcuni moduli particolarmente significativi. Allora li vediamo. Baldan Paolo, via Brentelle, Mira, anno di terebrazione 1939. Ci dicono: "Attenzione, industrie alimentari". Poi, altro, "Non utilizzato". Beh, allora, se vogliamo citare i moduli, citiamo almeno i pozzi che secondo le dichiarazioni del soggetto che fa la dichiarazione siano almeno in funzione. Non utilizzato. Io non so se sia vero o non sia vero che non è utilizzato, però il modulo il dichiarante dichiara che non è utilizzato. Ha 8 metri di profondità questo pozzo non utilizzato e risulta per l’appunto utilizzato in quali mesi, in quali anni, in quali giorni? Mai, perché dichiarato non utilizzato. Questo è il primo. Cavazzetta Giuseppe, privato, Borbiago di Mira, uso irriguo. Risulta utilizzato per uso irriguo, a questo punto devo pensare di un orticello, venticinque giorni all’anno. Chinellato Guido, Malcontenta, 1904, uso agricolo, profondità metri 9, usato per sedici giorni all’anno, secondo quello che dichiara questo signore. Sedici giorni all’anno. Io non l’ho sentito dire, queste cose qui non le ho sentite dire dal Pubblico Ministero e dalle parti civili. Covolo Giampaolo, 1922, 5 litri al giorno per sessanta giorni all’anno e dice: "Innaffiamento giardino", 1922. Se questi sono quelli significativi figuriamoci gli altri. Frezzato Benito, qui c’è uso industriale, industrie alimentari. Una delle parti civili ha detto: "Signori, industrie alimentari". Bene, 1935, profondità metri 6, uso quarantotto giorni all’anno e poi ci dicono questo e ci mostrano questo modulo, ma non ci mostrano quello che lo stesso signore presenta sei mesi dopo, dove corregge e non ci sono più le industrie alimentari, ma c’è "Impianti sportivi". Ma che affidamento noi dobbiamo dare a questo genere di documento? 1925, lo usa non più quarantotto giorni, due ore per ventiquattro giorni. E scrive questo signore: "Variazione rispetto all’ultimo del 28/06/95", cioè dice: "Guarda, mi sono sbagliato, adesso ti rifaccio la comunicazione". E poi sempre tra questi moduli, che sono quelli citati dall’accusa, Frison Franca, uso domestico, Comune Mira, uso manuale, profondità metri 4, "Il pozzo - scrive la signora - serve per attingere otto volte all’anno un po’ d’acqua per la vigna". Longhi Gino, perforazione non conosciuta, quindi deve essere una cosa antichissima, metri 4 di profondità, voi sapete che in falda freatica l’uso simil-acquedottistico non esiste perché la falda freatica è inquinata dai prodotti agricoli, non si usa da nessuna parte; 20 litri a luglio e agosto per dieci giorni all’anno. Naturalmente sto parlando di tutta roba di dove c’è l’acquedotto. Però Longhi Gino, anche lui, fa un secondo modulo dove non è più domestico ma irriguo. L’uso non è più a pompa, come era scritto nel primo, ma manuale, dieci giorni all’anno per un’ora. E poi ne fa un terzo Longhi Gino dove dice manuale, perforazione non conosciuta, profondità 4, giorni settimana uno, in aggiunta a acquedotto. E’ noioso, però quando io mi sono letto la discussione del Pubblico Ministero e delle parti civili su questi pozzi, che sembrava che ci fossero le industrie alimentari e che ci fosse quindi questa diffusività del pericolo comune per l’attingimento di acqua da questi pozzi, ho detto: "Beh, insomma, andiamo a vedere questi moduli...", non è merito mio, è merito dell’ottimo dottor Del Carlo, pozzo per pozzo siamo andati a vederceli. Minto Nereo, uso irriguo, del ‘54, ma agricolo poi scrive, dodici giorni all’anno. Rigo Ornello, industrie alimentari, profondità 7 metri, dodici giorni all’anno e c’è l’acquedotto. Zuin Alfiero, annaffiamento orto, lo scrive lui. Dotto Gino è l’unico caso sui 547 che dice umano, allora ci siamo incuriositi. Io so che... così, ve lo racconto perché non posso darvi la prova perché ormai è troppo tardi, ma ho preso e sono andato a vedermi questo posto, che è chiuso, c’è un cartellone e stanno costruendo un megacondominio gigantesco; è qui vicino a Tessera, quindi non sapremo mai se il signor Dotto Gino si beveva l’acqua della falda o no. Questo è l’unico caso sui 547, e comunque saremmo nell’ambito di un pozzo per uso di una famiglia, privato. Ci sono almeno tre sentenze, tutte vecchissime, della Cassazione che quando non vi è la diffusività del pericolo perché è indeterminato il numero delle persone che possono attingervi escludono in radice ovviamente il reato. E allora ci avviamo - spero rapidamente - alla conclusione. Noi possiamo affermare che manca totalmente la prova del fatto di avvelenamento e/o adulterazione, perché non esistono analisi dell’acqua né partendo dalla falda né partendo dai pozzi, perché comunque non vi è alimentazione diretta, perché comunque si tratta di pozzi privati e perché allora - dico io - il fatto non sussiste. Da ultimo mi vorrei brevemente occupare del problema di quella contestazione suppletiva fatta dal Pubblico Ministero nel dicembre del 2000, sempre in relazione al mio tema. Io devo dire che è la prima volta che vedo un intero capo di imputazione con decine di ipotesi criminose - contravvenzionali, di diritto comune, etc. - il tutto permanente, cioè una specie di pacchetto regalo per cui attribuisco una qualificazione di permanenza ad una condotta complessiva che in realtà è costituita da numerosissime condotte tutt’affatto diverse. Permanenza in atto e così siamo sistemati. E permanenza in atto, per quel che mi interessa, anche in relazione agli articolo 439, 440 e 452 capoverso del Codice Penale. Beh, io credo che non sia, però, così semplice. Credo che il giurista debba prevalere sullo scienziato. Perché, vedete, da alcune delle accuse private, non l’ho trovata nella requisitoria del Pubblico Ministero e non mi aspettavo di trovarla conoscendo il Pubblico Ministero, è venuta una tesi che io mi permetto di definire strana, cioè la tesi è questa: poiché alcune contravvenzioni hanno natura permanente, quasi per proprietà transitiva anche il delitto di avvelenamento/adulterazione di acque avrebbe questa natura permanente perché l’avvelenamento consiste nella condotta della contravvenzione. Se ho citato a sproposito l’avvocato Ghezzo mi correggerà. A me sembra, ripeto, una tesi strana, perché se c’è una cosa su cui io francamente mi sento sufficientemente sicuro è che il 439 e il 440 sono reati istantanei, sono delitti a consumazione istantanea con effetti che possono essere permanenti. Perché? E’ molto semplice, perché nella descrizione della condotta tipica la norma contiene un limite cronologico preciso e un limite cronologico di rilevanza essenziale per la sussistenza del delitto e cioè a dire che la condotta di avvelenamento e/o di adulterazione deve essere posta in essere prima che l’acqua sia attinta per il consumo. E che cos’è questo? E’ un termine finale dello stato di pericolo, è cioè il termine oltre il quale si possono realizzare quegli eventi di danno a cui faceva riferimento Francesco Mucciarelli, cessa la diffusività perché con l’attingimento non vi è più un numero indeterminato di persone che possono fruire di quell’acqua, ma sono determinate persone che hanno attinto e dunque possono essere lese o morire. E allora cosa vuol dire questo? Vuol dire che il significato di disvalore penale della condotta tipica è esaurito con l’attingimento, perché in quel momento il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice è consumato, è distrutto. Allora il delitto si consuma con il fatto provato dell’avvelenamento prima dell’attingimento. Tutte queste belle cose che vi ho detto naturalmente non me le sono inventate io, è l’intera dottrina che qualifica il reato come istantaneo. Cito Battaglini, cito Mazza, cito Padovani, cito Assumma, cito Nappi e infine cito Manzini che è addirittura categorico: il reato quantunque possa avere effetti permanenti è istantaneo. Cito Pretura Massa dell’81 e Corte d’Appello Genova del 16/06/1983. Nel reato permanente l’offesa del bene giuridico non si consuma, dura nel tempo fino a quando dura la condotta con tutti i suoi elementi costitutivi; mentre nel reato a consumazione istantanea l’offesa si esaurisce e non esiste una condotta capace di prolungarla nel tempo e con l’attingimento la condotta nei suoi elementi costitutivi quanto al reato di pericolo è consunta. Di quel reato istantaneo possono prolungarsi nel tempo soltanto per l’appunto gli effetti. E allora una nuova condotta con le stesse caratteristiche della precedente determinerà la consumazione di un nuovo e autonomo delitto di avvelenamento e/o adulterazione e anch’esso fino al momento dell’attingimento determinando quindi la figura di una pluralità di delitti istantanei se siamo nell’ipotesi colposa e di un reato continuato se siamo nell’ipotesi dolosa. L’evento cioè del delitto di avvelenamento, la messa in pericolo della salute pubblica, è perfezionato con l’avvelenamento. E allora le conseguenze per gli imputati della Montedison sono costituite dalla pacifica prescrizione dei reati prima dell’esercizio dell’azione penale, il discorso che vi ha fatto stamattina Carlo Gigli, si attaglia perfettamente anche a questo caso. E allora, dicevo, e mi avvio veramente a concludere, signor Presidente e signori del Tribunale, io credo che a quelle due domande che mi sono e vi ho fatto nel corso di questa discussione il Tribunale debba rispondere con la propria sentenza ristabilendo il primato del giurista e delle regole sulla prova. Vedete, (Us Deler) nel 1971 scriveva: "Chiediamo alle Corti di difendere le nostre libertà, di allentare le tensioni razziali, di condannare la guerra e l’inquinamento, di proteggerci dagli abusi dei poteri pubblici e dalle nostre tentazioni private, di infliggere pene, di compensare le differenze tra gli individui, di risuscitare l’economia, di tutelarci prima di nascere, di sposarci, di accordarci il divorzio e, se non proprio di seppellirci, quanto meno di assicurare che le spese del nostro funerale vengano pagate". Questa frase si riferisce alla funzione del Giudice che tende a diventare una specie di factotum istituzionale, tende a disegnare quella che è una caratteristica delle democrazie moderne nelle quali, e non solo in Italia, la diffusività dell’intervento della Magistratura in tutte le problematiche che attraversano la società, impone sempre la richiesta ad un Giudice. Questo sarà giusto o non sarà giusto, ma porta ad una successiva domanda: chi custodisce il custode? Ci debbono dunque essere dei limiti; e i limiti sono quelli del diritto penale del fatto e dunque non di interpretazioni adeguatrici rispetto ad avvenimenti sociali; e sono quelli della scrupolosa osservanza delle regole, prima di tutto la regola di valutazione e di assunzione della prova. E per questo, con le conclusioni che saranno specificate, chiedo il proscioglimento degli imputati Montedison perché i fatti a loro contestati non sussistono o, solo in subordine, perché prescritti.

 

Presidente: grazie, avvocato Franchini. Vogliamo fare una piccola, piccolissima pausa, prima dell’avvocato Palliero, che ritiene di poter esaurire il suo intervento in?

 

Avvocato Palliero: al massimo in due ore, anche meno.

 

L'UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: bene, riprendiamo. Quando vuole iniziare, professore, può farlo.

 

AVVOCATO PALLIERO

 

Avvocato Palliero: signor Presidente, signori Giudici, signor Pubblico Ministero, il compito che mi è riservato in questa discussione corale sui temi generali del processo per me, come anticipava il collega Franchini, ha una duplice difficoltà. La prima è di arrivare per ultimo a chiudere un discorso che i colleghi che mi hanno preceduto, tutti più valorosi di me, hanno in parte esaurito e mantenendo un livello molto alto. La seconda difficoltà è quella di centrare, se possibile, l’obiettivo ermeneutico che tutti ci accomuna con lo strumento concettuale ed interpretativo il più inadeguato. Qual è l’obiettivo, qual è lo strumento? L’obiettivo comune a noi tutti era ed è quello di ridurre, entro i paradigmi della razionalità giuridica l’enorme complessità della vicenda che si è trattata in questo processo. Che corrisponde né più, né meno, ad uno dei capitoli più densi e drammatici della storia sociale e dello sviluppo economico produttivo di questo Paese, nel passaggio epocale se vogliamo dal moderno al postmoderno. Lo strumento; lo strumento, in generale, il meno razionale tra quelli forniti dal paradigma di razionalità giuridica, è infatti il tipo penale che è rigido, immodificabile, impreciso, perché è tagliato con l’accetta, anziché modellato con un bulino. Tanto più si mostra inadeguato quanto più è complessa la vicenda che deve abbracciare. Pur tuttavia, per quanto complessa sia la vicenda, sotto queste forche caudine il Giudice penale deve sempre e comunque passare per farla propria. Tornando alla mia personale difficoltà, tra tutti questi strumenti che sono le fattispecie penali, i più rozzi delle categorie giuridiche, mi è toccato in realtà di toccare, con il disastro innominato, il più rozzo e inadeguato per definizione, proprio perché in quanto innominato è il più informe, non solo tagliato con l’accetta ma con una accetta preistorica, di pietra, anziché come almeno si potrebbe pretendere di bel temprato acciaio. Paradossalmente, però, con questo strumento, attraverso questo strumento, l’accusa ha costruito tutto il suo impianto. Questo è il punto di partenza. In questo sasso scarpato dai muratori del diritto penale ha individuato la sua pietra angolare e ha costruito, se vogliamo, tutto l’impianto interpretativo di questo processo. Con questa figura perno, pertanto, dell’impianto accusatorio, proverò ora a confrontarmi, cercando di mantenere la massima sintesi, e tenendo presente che su questi problemi Tullio Padovani ha già detto molto, forse tutto. Cercherò di fissare qualche punto ulteriore nello schema che lui già così ampiamente e linearmente ha tracciato. Parto dall’analisi strutturale dell’imputazione per disastro innominato colposo, che ripeto forma la struttura portante di tutto l’impianto accusatorio, sia del primo che del secondo capo della richiesta di rinvio a giudizio, è l’architrave della costruzione. Ho la presunzione di provare di cercare di dimostrare che questa architrave in realtà è un ponte gettato nel vuoto; e lo è per il più radicale degli insanabili dei difetti di costruzione di qualsiasi impianto penalistico, di ricostruzione penalistica della vicenda, cioè per mancanza di tipicità oggettiva. Cercherò, nella massima sintesi possibile, di trattare questo argomento e di tentare questa dimostrazione. Parto dalla descrizione della fattispecie, ripeto incentrata sul disastro innominato colposo, costruita dal Pubblico Ministero nel suo capo di imputazione. Vedo in questa costruzione, in questa microfattispecie, perché in realtà si tratta, come cercherò di chiarire, di una macrofattispecie costruita dal Pubblico Ministero e posta alla base di questo processo, costituita, scomponibile a mio giudizio, in quattro elementi strutturali diversi. Si tratta di una fattispecie di reato plurisoggettivo, concorsuale, costruita dalla combinatoria della figura base monosoggettiva che, piccola parentesi già di suo a livello legislativo è combinata dal legislatore, dal combinato disposto, e cioè dall’articolo 434, vedremo in che termini, e dall’articolo 439. Dicevo, fattispecie plurisoggettiva, combinata da questo modello di base con l’articolo 113 relativo alla cooperazione colposa. Secondo elemento strutturale di complessità di costruzione è costruito, cercheremo di capire come, come fattispecie di reato continuato, con una pluralità di condotte forse, e qui inizia anche l’ambiguità di questa costruzione, che complessa sicuramente ma anche in parte ambigua. Dicevo una pluralità di condotte e forse una pluralità di eventi di disastro. Vedremo in che misura e se è possibile individuarli, che si pretendono unificati, e lo dice la base su cui noi ragioniamo, da un medesimo disegno criminoso. Non a caso contestato all’inizio, evocando l’articolo 81 del Codice Penale. Si tratta inoltre, terzo elemento strutturale, di una fattispecie di reato complesso, cioè composta di elementi di condotta che già di per sé sono individuati come figure fattispecie autonome di reato, vedremo poi se vive o morte, ma comunque individuate come tali, che si combinano con l’evento o gli eventi di disastro che ne sarebbero il prodotto. E, infine, un quarto elemento strutturale, che anche qui l’hanno ricordato diversi degli interlocutori che mi hanno preceduto, questa fattispecie complessa viene etichettata, direi ad ogni piè sospinto, quasi per ribadire, e non faccio dimenticare in ogni momento, come una fattispecie di reato permanente, qualificandosi come tale, e qui un altro elemento di ambiguità che subito metto in luce, o la macrofigura di questo reato di disastro, così com’è composta, ovvero forse le singole figure, i singoli elementi di condotta che compongono la macrofattispecie, e qui davvero mi richiamo, poi la discuterò, attraverso una proprietà transativa, o forse, discuteremo anche questo, l’aggancio attraverso il secondo elemento strutturale che avevo evocato, cioè la continuazione, dicevo con una sorta di proprietà transitiva di questa permanenza che connoterebbe l’intera macrofattispecie così individuata. Bene, io provo, ripeto, per passaggi schematici e tornando solo dov’è necessario su punti già chiariti, a verificare questo schema, a verificare la tenuta, la tipicità quindi rispetto alla vicenda che il processo ha chiarito, ripeto questa ipotesi ricostruttiva, che appunto delinea un modello strutturale di fattispecie complesso. Veniamo innanzitutto, e qui sui primi passaggi credo di poter essere abbastanza rapido, vediamo innanzitutto la dimensione plurisoggettiva di questa fattispecie. Che sia una fattispecie in senso lato, plurisoggettiva, non c’è alcun dubbio, è evidente che dal punto di vista processuale c’è una pluralità di soggetti imputati, e quindi processualmente certamente plurisoggettiva. Ma lo è anche sostanzialmente, cioè è un’ipotesi di concorso di persona nel reato? Questo è il primo quesito, è quello che ci propone l’accusa; è davvero così, è corretto il richiamo all’articolo 113 del Codice Penale? Beh, a questo primo quesito do subito una risposta negativa. L’ha già data tacitianamente Padovani, non mi servono molti più elementi per confermarla. Sottolineo solo due aspetti, diciamo uno generale, strutturale diciamo, di teoria generale del reato, pienamente accolta e fatta forte dalla giurisprudenza, che ci dice che il requisito fondamentale di questa ipotesi, pur anomala di compartecipazione a reato, anomala perché manca uno dei requisiti caratterizzanti della compartecipazione, cioè la volontà, il dolo, appunto questa unificazione compartecipativa retta dal modello normativo della colpa, è concepibile solo purché ci sia un requisito soggettivo forte, pregnante; non a caso un requisito che questo modello compartecipa col dolo, non certo la volontà, perché evidentemente per definizione la colpa è non volontà, ma la rappresentazione. Questo sì, la rappresentazione totale, completa, complessiva, da parte di tutti i soggetti che compartecipano, non certo all’evento, anche qui, perché siamo in termini di responsabilità colposa e non dolosa, ma la condotta sì, cioè alla creazione di quella situazione di pericolo da cui poi nascerà l’evento, che questo e questo solo sarà imputato a titolo di colpa. Qui non devo dilungarmi, cito solo due sentenze: una dell’88, l’altra dell’87. Il fatto di non citarne di più recenti non è che ci siano come dire sentenze diverse, è che la giurisprudenza evidentemente non ha più avuto grosse occasioni di occuparsi del tema. "Nella cooperazione la volontà dei soggetti devono tutte confluire consapevolmente all’interno della condotta dalla quale deriva l’evento non voluto. Nella cooperazione colposa ognuno dei cooperanti ha la consapevolezza di partecipare all’azione o omissione di altri, che insieme nella sua condotta è causa dell’evento non voluto". Questa sentenza è della Cassazione del 15 novembre 1986, direi raggiunge la massima pregnanza in termini di densità di questo requisito conoscitivo e non, come dire, biunivoco, assolutamente bilaterale; non basta che qualcuno sappia di altri, ciascuno deve conoscere di tutti gli altri, dei contributi di tutti gli altri. Orbene, questo dato non è presente nella situazione che noi abbiamo verificato in giudizio, non è presente direi per due motivi: uno, proprio per la dimensione di acronica enorme che configura questa vicenda, c’è una successione di soggetti in una dimensione temporale che già di per sé esclude logicamente, pure la prova che non è stata portata ovviamente, ma la possibilità di prova di questa conoscenza reciproca; la seconda è data proprio dal modello strutturale che questa vicenda ha riguardato, è un’anomalia che è stata segnalata da molti, il fatto che qui effettivamente sono stati portati davanti ad un Giudice penale due centri decisionali organizzati, due organizzazioni complesse come si suol dire oggi, quelle che vengono definite enti in quei sistemi, o persone giuridiche autonome e titolari di una responsabilità penale in quei sistemi che configurano appunto una responsabilità penale autonoma della persona giuridica. Da noi invece c’è una responsabilità penale per ora solo individuale, almeno in questi settori, e qui è evidente che proprio la segmentazione, la compartimentazione delle reciproche decisioni, dei reciproci centri decisionali, ed un dato che ha sottolineato, sia pure ad altri fini, anche il Pubblico Ministero, all’interno dei due singoli centri decisionali. E, a fortiori, per la successione assolutamente autonomizzante dei due centri di imputazione delle decisioni della politica d’impresa, escludono, per definire, che sia concepibile una compartecipazione in termini di cooperazione colposa tra tutti i soggetti qui imputati. Viene quindi a mancare il primo elemento caratterizzante, il primo legame di questo modello; dobbiamo ragionare non in termini di disastro innominato, realizzato da più persone nell’ambito di un’unica unitaria cooperazione, ma eventualmente valutare una serie, e questo avrà la sua importanza, diversa di condotte individuali, che va accertato in concorso indipendente tra di loro, in termini causali, avrebbero prodotto l’evento che è alla base della fattispecie base che qui stiamo considerando. Secondo aspetto: questa serie di condotte non legate da un vincolo di cooperazione ma indipendenti tra loro, pure collegate tra loro ma non all’interno di un legame unitario, quindi singolarmente compartimentate, nella realizzazione degli eventi tipizzati, ipotizzati, delle condotte stesse, hanno integrato l’ipotesi della continuazione nel reato? Anche a questa domanda va subito, ed assai rapidamente, mi libero subito anche di questo profilo, data una risposta negativa. Una risposta negativa anche qui per un duplice motivo: da un punto di vista strutturale del modello della continuazione, che anche qui la giurisprudenza non ha problemi, la giurisprudenza e la dottrina unanimi non hanno problemi ad escludere in presenza di un atteggiamento colposo, anche con colpa con previsione. C’è un’unica isolatissima sentenza, proprio così per massima, se la vogliamo individuare, nell’85, che va in direzione contraria, rimasta assolutamente isolata, nel senso che nucleo fondamentale della continuazione è la medesimezza del disegno criminoso, cioè la volontà di realizzare una condotta criminosa, che quindi compatibile solo con condotte dolose, anche questa isolata voce contraria è stata direi seppellita dalla Corte Costituzionale - direi qui c’è un problema come dire di rango tra fonti giurisdizionali - che con sentenza del ‘97, la 186, ha affermato testualmente, era una questione come dire in bonam partem, ci si lamentava che non ci si potesse giovare del più favorevole regime della continuazione da parte di chi fosse imputato di condotte colpose, quindi con una sua razionalità, in fondo sono reati meno gravi, la Corte Costituzionale risponde con un argomento logico: "La questione è manifestamente infondata, perché l’inoperatività della disciplina della continuazione in materia di reati colposi trova una sua giustificazione non irragionevole proprio nella incompatibilità tra reato colposo e medesimo disegno criminoso, quale dato unificante delle singole violazioni nel reato commesso con dolo". Diretta è una parola finale su questo punto. E quindi il discorso della continuazione va assolutamente fin d’ora accantonato. Anche questo avrà delle sue conseguenze sul piano ermeneutico ricostruttivo, ma direi un dato su cui possiamo essere a questo punto tranquilli. E veniamo dunque al nucleo del discorso, il fatto tipico di disastro innominato. Il quesito diventa allora il seguente: le singole condotte degli imputati, isolatamente considerati nella loro valenza causale, sono tipiche ai fini della realizzazione del reato di disastro innominato, e sono altresì presenti gli altri elementi, in primis l’evento disastro, su cui mi soffermerò in particolare, essenziali ai fini dell’integrazione del tipo delittuoso qui contestato? Questa è la domanda evidentemente con cui ci dobbiamo confrontare. Qual è la struttura della fattispecie di cui parliamo? E’ una struttura, abbiamo detto, composta, combinata, dal punto di vista legislativo, tra il secondo comma dell’articolo 434 e l’articolo 449. Perché questa combinazione? Solo un attimo di riflessione su questo punto, perché l’articolo 449 prevede la punibilità a titolo di colpa dei disastri tipizzati nel capo prima, tutti tipizzati a titolo di dolo. E qui mi soffermo un attimo sulla tecnica legislativa per questo motivo: il riferimento di cui all’articolo 449, che è ovviamente il criterio di imputazione estensivo, la norma estensiva della tipicità, quindi della punibilità, del crollo di costruzione, ed altri disastri, compreso quello innominato dal titolo di dolo al titolo di colpa, si riferisce e non può che riferirsi al secondo comma. Il secondo comma, che prevede la pena aggravata, avviene se il crollo o il disastro avviene. Perché non può riferirsi in realtà, o non si riferisce al primo comma? Il primo comma, in realtà, è un modello di tentativo, è permeato dal dolo, è un tentativo di crollo. Se vogliamo, è un reato a consumazione anticipata, come parte autorevole della dottrina ha definito; e quindi naturalmente e strutturalmente reato doloso. Se però il crollo avviene, se quindi da una fattispecie tentata, o di attentato possiamo definirla, una fattispecie di attentato, si passa ad una passa di evento, quella tipizzata dal secondo comma, allora scatta, attraverso il richiamo all’articolo 449, la punibilità anche a titolo di colpa, la fattispecie come dire si biforca e c’è questo modello parallelo. Su questo punto, chiarita questa tecnica, fisso subito due elementi, due requisiti essenziali, assolutamente come dire indiscutibili, proprio per questo modello e per questa tecnica legislativa. Si tratta di un reato d’evento, d’evento pieno, poi qualificheremo di che tipo di evento si tratti, ma è un reato d’evento, perché il modello è l’articolo 434, la fattispecie la vogliamo definire fattispecie aggravata, fattispecie autonoma, non ci interessano questi formalismi. La fattispecie di cui al secondo comma contiene l’evento rispetto al quale la condotta tipizzata e punita dal primo comma rappresenta appunto il tentativo, l’azione non compiuta, non sfociata perlomeno nell’evento stesso. E’ un reato d’evento. E’ un reato d’evento di pericolo. Indubbiamente. Perché è la sistematica che ce lo dice, perché qui siamo nell’ambito dei reati di comune pericolo. Perché non basta che il crollo avvenga - ragiono sulla fattispecie base - perché allora si tratterebbe di un altro reato, di danneggiamento per esempio; ciò che interessa a questa fattispecie è che questo evento non nasce isolato, è un evento, perché evidentemente così è tipizzato, ma non nasce nudo in questa conformazione, va rivestito di qualche cosa, appunto del pericolo, quello che spiega perché si trova in questo titolo, perché questa sorta di duplicazione e con pene così consistenti, perché è collegato al pericolo per la pubblica incolumità. E non sto a dilungarmi su quali sono i requisiti che emergono già dai lavori preparatori su quanto densa debba essere, e c’è giurisprudenza ampia in questo senso, come dire la diffusività del pericolo che sorge da questo evento. Quindi è un reato di pericolo, ma un reato di pericolo concreto. Anche questo è un macigno diciamo sulla nostra strada, un reato di pericolo concreto. Ed anticipo fin d’ora, io lo definirei in modo ancora più pregnante, vista come dire la varietà delle definizioni del pericolo: che sia stato concreto, non concreto, presunto. Io lo definirei concreto, concretissimo, concreto in senso stretto. E qui rubo il termine forse al massimo studioso dei reati di pericolo in Italia, più volte evocato, e cioè Francesco Angioni, che non a caso individua questa fattispecie come reato di pericolo concreto in senso stretto. Poi cercherò di chiarire in che senso e perché arrivo a questa conclusione. Anzi, questa la fisso subito, perché tra tutte le possibili ipotesi di reato di pericolo concreto questa è la più concreta in assoluto. E’ la più concreta in assoluto perché, evidentemente, la prima fattispecie, che è una fattispecie di attentato, che quindi ha in sé il nucleo del tentativo punito autonomamente, non può che essere una fattispecie di pericolo concreto comune, come noi normalmente, quando ragioniamo sulla combinatoria tra l’articolo 56 e una qualsiasi fattispecie di evento, in cui l’evento non si realizza, quando andiamo a individuare idoneità ed univocità, in realtà vi costruiamo un modellino, sia pure con criteri diversi, di pericolo concreto, non certo astratto. Però è quella della fattispecie del primo comma. Nel secondo comma evidentemente c’è un qualcosa di più, c’è un intensificarsi. Anche questi sono termini, un approfondirsi del pericolo, sono termini che traggo dalla dottrina ma che mi sembrano particolarmente felici, e c’è un approfondirsi del pericolo. E se quindi la fattispecie di cui al primo comma, la fattispecie base, è di pericolo concreto, e lo è per ragioni che ho esposto prima, il comma secondo per forza di cose è quantitativamente superiore ed è ancora più concreto. Vedremo poi se dosabile questa maggior concretezza, come dosabile; ma quello che è sicuro è che non può certamente essere meno concreto del pericolo concreto, cui appunto richiamava questa mattina l’amico Mucciarelli, parlando appunto della trasportabilità del modello del tentativo su queste figure di reato. Quali sono i contenuti allora della fattispecie che andiamo ad esaminare, perché ovviamente noi adesso non stiamo più parlando del modello base del crollo di costruzioni ma di quegli altri disastri. E qui noi dobbiamo individuare, e passiamo nel vivo del discorso, questo evento innominato, che è alla base dell’imputazione penale in questa sede. E’ un evento innominato perché è un altro disastro, è un disastro diverso da quelli tipizzati nella fattispecie. E’ un evento innominato ma va precisato evidentemente, perché noi non lo possiamo tenere, mantenere neanche a livello concettuale; non dico poi nella individuazione concreta, ma neanche a livello concettuale noi possiamo permetterci di considerarlo come un evento innominato e innominabile, dobbiamo in qualche misura caratterizzare inevitabili, prima ancora che per principi di tipicità, proprio per capire di che cosa si tratta, per iniziare qualsiasi procedimento di sussunzione. E cerco di fare questo sforzo, anche qui mantenendo la massima sintesi, sotto tre profili, cioè come nominare ai nostri fini, per capire di che cosa si tratta, per avere almeno un modello di riferimento, per cercare di nominare questo evento innominato, sotto tre profili: sotto il profilo della tipologia, della morfologia, del contenuto. Cerco di spiegare queste forme esoteriche, che poi in realtà sono solo modelli credo percepibili. La tipologia, primo quesito: in quale classe di eventi nominati, cioè conosciuti da noi logicamente, ma anche conosciuti dal diritto penale per forza di cose, perché quegli altri disastri vuol dire disastri che stanno evidentemente in un rapporto di relazione con i disastri tipici, quindi in quali classi di eventi nominati questo evento innominato si iscrive? Proprio perché noi sappiamo che il Giudice, alla fine, non potrà lasciarlo innominato, dovrà comunque nominarlo, e deve avere dei criteri per individuare se l’evento concreto che nomina rientra tra l’evento innominato pur tipizzato in modo così rudimentale dal legislatore, o no. Io ho provato a ricercare dei criteri indi individuazione della tipologia possibile di eventi innominati, e credo che sia un compito che questo Tribunale comunque dovrà sostenere, dovrà affrontare, proprio per chiudere il suo discorso. E come criterio di individuazione ce n’è uno sicuramente generale, di principio, su cui credo potremmo essere d’accordo, cioè il criterio storico sistematico: un altro disastro rispetto a quali disastri? Quelli evidentemente che sono vicini, cioè per collocazione sistematica, topografica direi anche, e per orientamento al bene giuridico considerato in questa sede, per una ragione logica direi. E quindi, evidentemente, si tratta di un principio che si orienta subito nell’ambito, nella sfera, dei disastri che hanno queste caratteristiche, di essere topograficamente qui collocati e finalizzati a tutelare il bene giuridico della pubblica incolumità ed anche della salute pubblica verosimilmente, ma certamente della pubblica incolumità. A questo punto però bisogna concretizzare dei criteri ulteriori, più precisi, per individuare quale sia questa tipologia. Io ne avrei individuati, propongo a voi, un criterio negativo ed uno positivo, cioè cosa sicuramente innanzitutto non è, non può essere, evento innominato di cui all’articolo 434. A mio avviso, ma è un dato che emerge anche dalla riflessione su queste tematiche, non possono rientrare in questo schema di evento innominato, non possono essere nominati a questi fini, eventi di danno lesivi di altri beni giuridici, neppure dei beni giuridici finali rispetto al bene giuridico che qui viene tutelato in bene strumentale, per cui le lesioni e l’omicidio e la morte dell’uomo e la distruzione del bene vita non è evento di disastro di per sé che possa integrare, riempire, da solo, di per sé, questo modello. Perché? Per due ragioni, direi semplicissime: primo, perché appunto c’è un’eterogeneità di ratio e di bene giuridico tutelato, quanto meno di livello di tutela; secondo, e direi l’argomento decisivo, perché se no ci sarebbe una duplicazione, una duplicazione di tutela che qui non è pensabile, non a caso pacificamente c’è un concorso di reati tra il reato innominato di disastro, poi vedremo come la giurisprudenza nomina questo disastro, e l’omicidio e le lesioni personali. Se, evidentemente, come sembrerebbe leggersi dal primo capo di imputazione, i singoli fatti, i singoli eventi morte, fossero concretizzazione del disastro innominato, evidentemente non ci potrebbe essere concorso di reati tra queste due figure che pure viene prospettato, e in linea astratta è perfettamente prospettabile. Quindi questo criterio negativo. Il criterio positivo: qui il criterio positivo è un criterio di ricerca dei modelli tipologici di disastro che possono soccorrerci nonostante questa etichetta mascherata. Qual è la via per cercare di determinarli, perché appunto abbiamo detto: innominato ma non può essere innominato. E qui l’unica via possibile, l’unica via interpretativa che io vedo possibile, è la analogia. Io mi vergogno, come penalista ovviamente, di pronunciare questa parola in questo contesto, in questo tentativo ermeneutico, ma la responsabilità non è mia, è la responsabilità del legislatore storico, che non a caso è stato attaccato da Padovani di incostituzionalità. Ma io non tratto questo tema, lo prendo per buono, mi calo in questa logica, però devo usare evidentemente gli stessi strumenti che questa tecnica legislativa mi consente, mi rende come dire utili per capire di cosa sto parlando, e l’unico criterio è quello dell’analogia. E cioè, per dirlo con Bobbio, della individuazione di quella somiglianza rilevante, orientata su una qualità significativa dell’elemento incognito, ma analogo all’elemento cognito, sulla base delle quali io posso selezionare ciò che è analogo, e quindi rientra nello spettro aperto della fattispecie, e ciò che invece analogo non è, e quindi vi fuoriesce. Il modello che più mi è venuto in mente in questo schema è quello del vecchio articolo 121 del testo unico leggi di pubblica sicurezza, quello dei mestieri analoghi. Questo è un disastro analogo a quale? All’insieme, alla categoria, non dei vari vagabondi, ma dei vari disastri nominati e tipizzati. E quindi, evidentemente, da ciò discendono, sul fronte della tipologia, due conseguenze, che per definizione il disastro analogo non può coincidere con un altro disastro tipizzato; e qui io mi chiedo innanzitutto, e pongo il problema, se questo possa valere solo all’interno di questo capo, o non si estenda anche all’altro capo, cioè all’ipotesi di avvelenamenti ed altro. Cioè, mi domando se sia lecito, una volta individuata come una condotta, certamente disastrosa, o simile al disastro come l’epidemia, faccio un esempio astratto, sarebbe possibile contestare lo stesso fatto sotto il profilo dell’epidemia e sotto il profilo del disastro innominato. Secondo me non è possibile, proprio perché evidentemente si deve trattare di una ipotesi non considerata dal legislatore sotto altra veste, nell’ambito dello stesso modello di tutela giuridica, e che il Giudice è chiamato dal legislatore, contro la sua volontà, perché il Giudice evidentemente è Giudice costituzionale garantista, non ha voglia di prestarsi a queste operazioni, ma lo deve fare per forza di cose, entro cui costruire, inserire, questo modellino. Apro una parentesi giurisprudenziale: se noi scorriamo la giurisprudenza, troviamo un solo caso, ricorrente peraltro, di evento innominato, non a caso analogo, simile, agli eventi nominati di disastro, ed è l’incidente stradale. Evidentemente l’incidente stradale, che produce quel pericolo per la collettività, quindi incidente stradale di un certo rilievo, che produce quella diffusione dei rischi per la collettività che il singolo, banale incidente stradale, non può tutelare. Ma anche qui viene confermato il criterio analogico, perché l’incidente stradale è proprio l’analogo, il mestiere analogo, la similitudine con il disastro ferroviario evidentemente. Altro nella giurisprudenza non l’abbiamo trovato, non possiamo trovare per il momento, ma nella ricerca della tipologia possibile dobbiamo trovare qualcosa che si avvicini analogicamente ai disastri nominati, altrimenti siamo fuori, non dico dallo schema come dire della tipicità, della (tassività), per cui si siamo già fuori, ma per colpa del legislatore, ma della logica giuridica. Precisato questo, la morfologia, e questo è un po’ il punto centrale, su questo credo Padovani ha detto cose bellissime, che gli invidio molto, mi ha anche un po’ irritato devo dire, perché me le ha come dire rubate dall’immaginazione, se mi è consentito; ma le ha dette sicuramente molto meglio di quanto avrei potuto dirle io, però bisogna dare un volto a questo palazzo di morfologia, bisogna dare un volto a questo evento, a questo disastro da nominarsi. E qui evidentemente abbiamo detto deve essere, deve avere una fisionomia analoga, e questo direi è un punto difficilmente superabile, è una convinzione assoluta in termini di tecnica ermeneutica corretta, deve essere un modello fisiognomicamente simile a quelli tipizzati, e questa morfologia che caratteristica fondamentale ha? Se andiamo a vedere tutti gli altri, c’è un dato comune con la qualità rilevante che indica Bobbio come criterio della somiglianza rilevante, quella qualità di spicco caratterizzante. E io la vedo, l’aveva vista Padovani benissimo, io la ribadisco, nella insussistenza, deve essere un epifenomeno, cioè deve essere un dato che si concretizza, si materializza, in modo circoscritto nel tempo, nello spazio, e terzo elemento fondamentale, caratterizzante, se no la nostra operazione analogica non funziona, che sia individuabile, storicamente provabile, ci vuole la possibilità che un testimone, sia un consulente tecnico, sia un testimone oculare, chiunque sia, ci sappia dire come, quando, sia avvenuto, in quale luogo, in quale tempo. Al limite in un arco circoscritto di tempo, ma in un arco di tempo perfettamente individuabile e provabile in giudizio. Questo è tipico di tutti gli altri eventi di disastro nominati, questo deve essere tipico anche del nostro evento analogicamente innominato da analogicamente nominarsi. Questo è un punto fondamentale su cui un’interpretazione di qualsiasi fattispecie pericolosa che si voglia far rientrare in questo modello di fattispecie deve necessariamente passare, su cui deve scontrarsi. Il contenuto; il contenuto di questo evento è il pericolo evidentemente, è il pericolo concreto o concretissimo, adesso cercherò di definire in che senso, che caratterizza, deve caratterizzare, per le ragioni che ho appena evidenziato, per differenza dal primo comma, che deve caratterizzare questo accadimento insussistente, questo fenomeno ben individuato e ben concentrato, rispetto al bene giuridico tutelato. E su questo, ovviamente, io poi focalizzerò il resto della mia analisi, che non durerà ancora moltissimo. Direi che poi il fulcro del discorso si porrà sul nucleo tipizzante, fondamentale a questo punto, del fatto, cioè l’evento di pericolo. Che cos’è, che caratteristiche deve avere? Siamo in presenza, nel processo attuale, di un evento di pericolo tipico ai fini della fattispecie. Prima di passare a questo punto, ed è l’ultima digressione che però mi consento, questa è un po’ più lunga, riguarda quel quarto elemento strutturale che avevo evocato, la permanenza. Un fantasma si aggira in questo capo di imputazione, ed è la permanenza. Permanenza di che cosa e riferita a quale fattispecie? Io provo a capire: qui si tratta proprio di capire, di entrare in questo meccanismo ricostruttivo accusatorio, per capire dove può annidarsi questa permanenza. Solo come dire in termini sinteticissimi faccio un richiamo, una premessa, a cosa la sistematica, per carità, mi vergogno di farla, per portar via tempo a questo Tribunale, che sa benissimo in che termini, di che problema stiamo parlando, ma solo proprio una sottolineatura. Qual è la struttura del reato permanente? Beh, ormai direi sia la dottrina che la giurisprudenza hanno decisamente definitivamente preso congedo dalla vecchia tesi cosiddetta bifasica del reato permanente, tutta è costruita da un fraintendimento del modello dell’idealtipo, che tra l’altro poi non è tanto idealtipo del sequestro di persona, perché ha invece caratteristiche assai poco adatte direi a essere categorizzate, ma questo è un altro discorso. Direi questa struttura bifasica, in cui c’è una fase attiva e poi una fase omissiva, sono come dire bizantinismi per fortuna assolutamente superati, c’è un punto fermo, assoluto: la permanenza riguarda esclusivamente la condotta ed è permanente quel reato in cui la condotta permane, la condotta criminosa permane nel tempo, finché la condotta stessa prosegue l’offesa del bene giuridico. Questa è la permanenza, non ci sono altre definizioni possibili e sensate, potremmo parlare per ore della permanenza, ma non perdiamo tempo, direi è un dato ormai chiarito. Altro dato fondamentale sulla permanenza, lo accenno qui ma ad abundantiam, perché probabilmente non è neppure necessario approfondirlo più di tanto, se si passa dalla dimensione monosoggettiva alla dimensione plurisoggettiva, anche qui dottrina autorevole, penso al commentario Di Mario Romano, ma ottima giurisprudenza nello stesso senso, ci dicono che la cessazione della permanenza può e deve dipendere dal venir meno della possibilità di imputare oggettivamente e soggettivamente la condotta al presunto autore. Cioè, nel corso di persone non c’è una permanenza che abbraccia l’intera fattispecie plurisoggettiva a prescindere dai singoli ruoli e dai singoli come dire periodi di permanenza dell’autore nella, uso un termine ottocentesco, nell’accordo criminoso, nella cospirazione delittuosa. La permanenza cessa tutte le volte in cui, per volontà dell’autore del reato, ma anche contro la sua volontà, perché siamo in un diritto penale del fatto e non nel diritto penale dell’autore, anche se lui vuole permanere nel reato, se è nell’impossibilità di continuare questa permanenza, per lui la permanenza cessa. Questi sono i due capisaldi da cui difficilmente si può, come dire, muoversi. E, cerchiamo di capire in questa congerie di fattispecie contestate, dove può stare la permanenza. Evidentemente non può stare, penso proprio alla sola fattispecie monosoggettiva, ed anche qui non vorrei dilungarmi, e molto mi sembra che chi mi ha preceduto ha chiarito benissimo questo profilo, delle fattispecie io mi occuperò essenzialmente come banco di prova della problematica e della possibilità di un evento di pericolo e di disastro dei sedimenti, della problematica dei sedimenti, quindi dei canali industriali, delle acque dei sedimenti. Beh, rispetto a quest’ipotesi di disastro innominato tra virgolette, tra quattro virgolette, beh le condotte immaginabili sono quelle di scarico evidentemente, e qui tutta la giurisprudenza, gli stabellamenti, questo terribile neologismo che ci infesta, che infesta il nostro lessico, utilizziamolo, questi stabellamenti evidentemente, anche qui la giurisprudenza è assolutamente ormai concorde nell’individuare queste condotte come condotte istantanee, solo diciamo lo stabellamento continuativo, in cui evidentemente una certa emissione continua, permane nel tempo, e questo è perfettamente coerente con il modello della permanenza, finché perdura la condotta delittuosa. Quando ci sono stabellamenti sporadici, ovviamente ciascuno di questi integra la fattispecie di reato ambientale, di contravvenzione ambientale istantanea, in quel momento si formalizza, ma non è che lo scarico in sé si trasforma da veicolo di possibili violazioni in reato permanente in sé. Qui c’è una prova provata, ricordo appunto un documento dei nostri consulenti, il professor Pascuon e il dottor Del Carlo, sui cosiddetti stabellamenti in un eventuale periodo critico, si tratta del 3% di ipotesi in un arco lunghissimo, quindi evidentemente siamo assolutamente al di fuori di condotte che possono avere natura di permanenza. Non può evidentemente esserci permanenza rispetto all’evento di disastro. Ecco, su questo direi il problema è un non problema. O meglio, nasconde un fraintendimento, cioè la confusione che pure è aleggiata a volte in dottrina, in qualche sentenza sempre più sporadica devo dire, tra reato permanente e reato ad effetti permanenti. Anche qui, per carità, non porto via tempo a questo Tribunale, è evidente che l’evento di crollo è... ragioniamo sul crollo, diciamo sulla fattispecie madre da cui è germato questo evento innominato di cui stiamo parlando. Nella fattispecie di crollo non c’è dubbio che il crollo è un evento che si materializza, un epifenomeno che iter nunc viene provato essere avvenuto a quell’ora, in quel momento, con quelle conseguenze che abbiamo visto, e istantaneamente si è realizzato, si concretizza l’evento e il pericolo che vi è connesso; poi gli effetti potranno permanere nel tempo, ma un reato evidentemente è un reato assolutamente istantaneo. Quindi questa quarta struttura evidentemente è una quarta struttura, anche qui come dire che è un po’ un festone posticcio che accompagna tutto il capo di imputazione, ma non vedo, non riesco a vedere, francamente, dove possa agganciarsi la sua tenuta nell’ambito del sistema. Salvo un’ipotesi, che un collega di parte civile ha evocato ma anche qui richiamando non a caso con le stampelle della continuazione, cioè come dire assommando due incongruenze, ma da due incongruenze non nasce evidentemente una congruenza, cioè ipotizzando una continuazione che legherebbe di eventi istantanei finali, addirittura forse agli eventi di morte e lesioni, con alcune figure, alcune fattispecie di condotta, che potrebbero essere ipotizzate, sia pure discutibilmente, come permanenti. Ecco, da questo strano connubio potrebbe venire questa funzione estensiva, come diceva il collega transitiva giustamente, diceva il collega Franchini a tutto l’intero fattispecione stava per dire, la macrofattispecie così costruita. Non mi dilungo a dimostrare quanto questa costruzione assolutamente sia priva di tenuta. Non penso di avere più di un quarto d’ora, venti minuti, per abusare della vostra pazienza. Il punto centrale: beh, c’è questo evento di disastro, come deve essere e ha i requisiti per essere Evento, evento di disastro innominato. Beh, la mia tesi è che non ha nessuno dei due requisiti fondamentali, cioè di avere il modello strutturale del disastro, di avere il contenuto, quindi né di avere la morfologia del disastro, né di avere il contenuto del disastro tipico innominato, e cioè il pericolo, il carattere di evento di pericolo concreto, anzi concretissimo. Sul primo elemento, poi tornerò proprio analizzando il pericolo, però dico fin d’ora che c’è un dato fondamentale secondo me che nega l’esistenza morfologica di un evento di disastro innominato, e cioè individuazione cronologica del momento: in quale momento, sia pure anche come dire centrato in un arco di tempo, non dico ore e minuti ma in un arco di tempo ragionevole; dirò di più, in un momento storico, ma evidentemente non in un momento storico epocale, non negli ultimi cinquant’anni evidentemente, in un momento anche circoscritto, indeterminato magari nel tempo, ma determinabile all’interno di un arco, cioè non prima di una certa data, non dopo una certa data, questo epifenomeno come dato compatto, conchiuso, si è realizzato hic et nunc, e come tale va provato. Anche sul piano della verifica ex post scientifica, vi mostrerò, c’è l’assoluta impossibilità di individuare, di determinare, il tempus commissi eventi, scusatemi questo latinaccio. Manca quindi la morfologia. C’è un inquinamento, c’è un fenomeno di inquinamento, che però è l’antitesi del modello del disastro, non perché sia meno disastroso nel linguaggio comune, ma qui noi dobbiamo usare un linguaggio tecnico. Come diceva Padovani: guardate che situazione, è un disastro. Questo lo dice evidentemente la massaia quando si trova di fronte ad una cucina sconvolta; ed è giusto, e capiamo cosa vuol dire. Il diritto penale, quando parla di disastro, parla di cose ben determinate, molto tipiche, in cui evidentemente l’accumulo in un arco di tempo lunghissimo, di una serie di dati degradanti, una certa situazione, non può in alcun modo essere considerato disastro. Questo è un punto su cui io vorrei chiamare davvero un confronto ermeneutico questo Tribunale, che ha una visione globale, totale, di tutta questa vicenda, nelle sue implicazioni scientifiche più raffinate, per vedere in che modo potrebbe superare questa soglia diciamo di tipicità necessaria. Secondo me superabile. Veniamo al secondo aspetto. Ammettiamo che esista un epifenomeno disastro innominato corrispondente all’inquinamento del sedimento. Questo ipotizzato e da me negato disastro di inquinamento del sedimento, nella specie del sedimento, ha le caratteristiche di pericolo concreto per l’incolumità pubblica? Questa è la domanda finale a cui cercherò di rispondere nei prossimi venti minuti. Qui devo fare una premessa che è molto rapida, perché ovviamente mi colloco sulle spalle di chi mi ha preceduto e che ha perfettamente chiarito, in tutti i suoi sviluppi sistematici e concettuali, il concetto di pericolo concreto. Né mi diffondo a distinguere il modello del rischio e il modello del pericolo concreto, dico solo che sono due universi lontanissimi, concettualmente ed epistemologicamente lontanissimi, basti pensare che si parla, si può parlare di valutazione del rischio e si parla di giudizio di pericolo. Ecco, io mi fisso su queste due cose: valutazione del rischio, il che vuol dire assenza di un giudizio, e quindi di criteri di giudizio, vale a dire discrezionalità; giudizio di pericolo, vale a dire un modello epistemologicamente ferrato, corretto, sodo, verificato, che costruisca un giudizio come tale verificabile. Per cui noi diciamo che c’è la valutazione della pubblica amministrazione che è discrezionale perché non è controllabile razionalmente, perché la pubblica amministrazione se non sfonda le pareti dell’abuso evidentemente può scegliere come vuole dove collocare gli interessi della pubblica amministrazione, parliamo di un giudizio penale e civile per la semplice ragione che è controllabile, ci sarà un altro, perché è sostenuto dalla motivazione. Cioè, la motivazione è il criterio di giudizio che trasforma il criterio epistemologico, che trasforma la discrezionalità, il giudizio. Del pericolo si parla appunto di giudizio di pericolo. Il rischio sta entrando nel diritto penale, attualmente è un problema più che altro di politica criminale, quando non è come dire una manipolazione assolutamente scorretta e sconsiderata dei sacrosanti paradigmi epistemologici del nesso di causalità, ma non riguarda comunque questa fattispecie. Questa è una fattispecie di pericolo concretissimo. Ed allora vediamo come, e qui richiamo ancora, e lo sintetizzo nel minimo indispensabile, la ricerca più importante e più approfondita su questi temi, che è quella appunto di Francesco Angioni, su come un pericolo concreto debba essere valutato. E vengono identificate, una parola enigmatica del pericolo, vengono individuati tre elementi, tre fattori: la base, il metro, il momento del giudizio. Attraverso la verifica di questi tre paradigmi, di questi tre perni di uno stesso paradigma, uno scienziato, un Giudice, un uomo razionale, dotato di razionalità, in grado di valutare se un giudizio di pericolo è corretto o scorretto; ovviamente cambierà giudizio, il tipo di giudizio e la sua controllabilità, a seconda del mutamento di ciascuno di questi parametri. La base del giudizio è l’insieme delle circostanze di fatto che nella situazione in cui si verifica, va valutato questo giudizio, devono essere considerate, come evidentemente l’insieme di circostanze che condizionano in termini di probabilità un evento, la prospettazione di un evento indesiderato. Il metro del giudizio è l’insieme dei criteri scientifici, epistemologici, diciamo lo strumentario metodologico attraverso cui, su quella base di giudizio che deve essere individuata, chi compie questo giudizio analizza la base stessa, il momento del giudizio è il dato cronologico, il momento in cui la prognosi sulla verificazione dell’evento si fissa. La dottrina, ed anche la giurisprudenza moderna, che si sono occupati di questi problemi, hanno fissato queste caratteristiche per ciascuno di questi dati. La base del giudizio deve essere una base totale, cioè tutte le conoscenze e tutti i dati conoscibili che sono raccoglibili sulla situazione diciamo pericolosa al momento in cui il pericolo si manifesta o si deve verificare che si sia manifestato. Il metro del giudizio è l’insieme delle conoscenze, quello che si dice il know-how, l’insieme delle conoscenze epistemologiche, scientifiche, evidentemente specialistiche, della specialità, che viene chiamata ad effettuare il giudizio, evidentemente se devo giudicare un incidente stradale mi interpellerò un ingegnere meccanico che si occupi di queste cose; se devo valutare un disastro ambientale, ovviamente chiamerò un chimico, un tossicologo, o quant’altro; e l’insieme delle migliori conoscenze, delle migliori metodologie, diciamo il paradigma in senso (cuniano), in senso stretto, in senso rigoroso, cioè l’insieme delle accreditate ed accettate conoscenze sistematizzate di quella specialità, quello è il metro del giudizio. Il momento del giudizio, e qui lo sottolineo, il dato più contra reum di questo sistemo, perché in un giudizio di pericolo concreto si va a individuare tra tutti il momento che comporti la prognosi indicante la più alta possibilità di verificazione dell’evento lesivo. Anche se è molto distante o molto vicino dalle singole condotte che poi si suppongono individuate nello spettro del pericolo, diciamo il momento ritenuto topico, secondo questo paradigma, che sembra il più scientifico, il più adatto, è il momento dell’acme direi del pericolo, in cui ragionando su quella base di conoscenza, e con quel metro perfetto diciamo della miglior scienza e conoscenza, si valuta quella base, si verifica questa più alta probabilità, evidentemente secondo quei criteri che sono criteri come sempre ovviamente di tipo nomologico, leggi evidentemente scientificamente testate, ma essenzialmente probabilistico. Probabilistico e non statistico, perché viceversa la statistica come tale, cioè la ricaduta statistica di una proiezione, fa parte viceversa di quell’altro universo: l’universo del rischio, la statistica sulle popolazioni, sui grandi gruppi, su tutto ciò che non è concretizzato e non è concretizzabile. E dirò di più: il concetto di rischio interviene proprio laddove si ferma e si arena il concetto di pericolo concreto. Questo proprio nella testa del legislatore, giustamente. Laddove non c’è la possibilità, perché manca o il metro di giudizio o la base di giudizio, di concretizzare un pericolo, ma si ha il sospetto che una possibilità di evento lesivo indesiderato si verifichi, cioè quando manca totalmente il supporto conoscitivo per formalizzare un pericolo, allora si incrimina un rischio, e si va bene, è una scelta politico-criminale, ma che nasce proprio dalla mancanza o da ciò che invece il pericolo concreto deve avere, cioè dalla possibilità di sapere se quella cosa è pericolosa o no. Il cellulare è pericoloso o no? Non lo sappiamo, non abbiamo nessuna base sulle famose onde elettromagnetiche per sapere se è dannoso o no. Possiamo costruire benissimo un modello di rischio, e magari è anche opportuno, ma non potremmo mai costruire una fattispecie di pericolo. Arrivo alla verifica finale, proviamo ad applicare questo modellino, se lo accettiamo, ma direi che lo dobbiamo accettare se vogliamo usufruire di un diritto penale moderno, cristiano, con i piedi piantati per terra, con i piedi piantati sull’esperienza conoscibile, controllabile, e per cenni io provo a vedere in che misura, e sarò davvero estremamente sintetico per una ragione anche molto semplice: qui veramente è materiale che i nostri consulenti tecnici hanno portato alla luce in maniera estremamente completa, che il Tribunale ha valutato in tutti i suoi profili, non potrei che guastare una serie di contributi estremamente significativi con raffazzonate sintesi. Quindi il mio metodo sarebbe in questi termini, cioè io vorrei verificare questi tre momenti, questi tre capisaldi del giudizio di pericolo, in relazione ai sedimenti, per sottoporre, non risultati, non dati, non vi inonderò di dati o di altre cose, ma per sottoporre a questo Tribunale alcuni aspetti sui quali, a mio giudizio, i consulenti tecnici della difesa sono usciti vincenti in questo discorso, in questa lotta sui metodi, in questa scoperta di criteri e di conoscenze, e valutare se e in che misura questi dati in cui il contributo delle difese, in particolare della difesa Montedison, e quella di Enichem anche ovviamente, hanno portato un contributo non evincibile, o vincibile, ma questo è un passaggio in cui chiedo di passare nella ricostruzione di questa fattispecie, sulla presenza di questi tre requisiti, sulla correttezza di questi tre requisiti che fondano il giudizio di pericolo. E faccio qui una premessa processuale però, banalissima ovviamente: l’evento di pericolo, di pericolo concreto, di pericolo concretissimo, concreto in senso stretto, di cui stiamo parlando, è un elemento di fattispecie, è un elemento tipico e la sua prova nei limiti della certezza, non ovviamente della certezza dell’evento perché quella è giudizio del pericolo, ma della certezza dell’esistenza del pericolo valutato su quella base epistemologicamente corretta, è un onere dell’accusa. Se l’accusa non è riuscita a provare l’esistenza di questo elemento, l’accusa ha fallito il suo compito. Ed allora cito soltanto, qui sinteticamente, i tre punti con alcuni elementi che richiamo alla attenzione del Tribunale, e con cui concludo questa mia chiacchierata. Inverto l’ordine dei fattori, partiamo dal momento. E qui abbiamo una straordinaria conferma, a mio avviso, come dire qui la prassi fa giustizia, come dire, e corre in soccorso della logica, dell’ermeneuta, della prassi scientifica, la prassi intesa come la realtà valutata dalla scienza, e dicevo la morfologia non c’è perché non è possibile individuare l’epifenomeno. E qui, sul problema del momento, io richiamo a una riflessione, per carità richiamo a me stesso, ma vorrei, mi piacerebbe che il Tribunale si soffermasse su una riflessione in tema di momento del giudizio, qual è il momento in cui verificare il periodo, sul problema della datazione, sui sedimenti, ed è l’accusa che lo dice. E’ risultato evidente che pochissime carote hanno cronologia attendibile. Non mi dilungo sul carotaggio, sui metodi in questo momento, li toccherò tra un attimo, c’è un dato di fatto: nei canali industriali la datazione forse può essere realizzata scientificamente, è certo che in questo processo, ai fini di questo processo, non è stata forse neppure tentata. Questo vuol dire che noi partiamo dall’impossibilità di datare l’epifenomeno, di datare l’evento, non sappiamo se evento c’è stato e quando c’è stato; ma nel processo penale, in una situazione in cui è caratterizzata, l’hanno detto benissimo, lo diranno altri colleghi, è caratterizzata da un modello, da un macromodello di successione nelle posizioni di garanzia, il non riuscire a individuare il momento dell’evento vuol dire rendere totalmente opaca, totalmente sfuggente, la responsabilità penale che continua a essere personale. E sul momento direi mi basta questa riflessione. Sulla base del giudizio. La base del giudizio sono appunto la raccolta, la conoscenza di tutte le condizioni, base totale ex ante. Anche questo non è uno strumento, attenzione, questo è un modello garantista certamente per la scienza e per la conoscenza. In linea di massima tutt’altro che tenero nei confronti dell’imputato, non è un paradigma come dire accomodante, è un paradigma severissimo, un paradigma che richiede una base totale ex ante, neanche ex post, perché ex post, perché oltralpe sono state tentate alcune modellistiche in cui si dice: sì, la base deve essere totale, ma ex post, nel senso che se poi ex post si verifica che, almeno ho questa scappatoia. Qui è ex ante, cioè ex ante tutte le conoscenze conoscibili o inconoscibili, anche conosciute ex post, ma presenti al momento del fatto. E qui evidentemente, attraverso quali canali poteva essere costruita e doveva essere costruita questa base che costruiva il giudizio di pericolo/disastro? Evidentemente sulla raccolta analitica dei dati, sull’esame analitico dei dati, dei dati sui sedimenti. E qui io richiamo tre punti, anche qui del tutto sinteticamente, richiamando su questo l’attenzione del Tribunale, in cui a me sembra che la critica dei consulenti tecnici della difesa abbiano avuto totale ragione, almeno su questo profilo, sulle analisi e sulle controcritiche dei consulenti dell’accusa. E mi riferisco ai campionamenti, ai metodi d’analisi, e come problema. Io qui indicherei proprio un problema topico, che ci consente proprio di andare al cuore della vicenda, richiamo soprattutto la consulenza Facchetti, e poi l’audizione di Facchetti in contraddittorio nell’udienza 8 maggio; direi punto topico, l’alternativa, la dialettica tra media e mediana. Beh, questo è un punto centrale, che va proprio al cuore della necessità di costruire una base del giudizio attendibile; e dimostra che la base del giudizio era inattendibile, per cui anche il ricorso alla mediana è un palliativo, ma è un minimo criterio di razionalizzazione di un dato, di una base di conoscenze assolutamente insufficiente, ma l’accusa insiste ed ha continuato ad insistere sulla media. Perché dico che è il momento topico? Perché appunto questo discorso è entrato, ed è chiarissimo, non lo richiamo perché è a tutti noto, è emerso questo discorso proprio in relazione all’assoluta sporadicità, alla pochezza dei campioni, che può anche essere un tipo di raccolta di base di conoscenza, ma evidentemente poi deve essere interpretata con un criterio diverso, soprattutto al fatto che si è andati a individuare il campionamento nei luoghi topici, dove ci sono gli spot. E su questo si è preteso di creare una base di conoscenza generalizzata. In realtà l’immagine che emerge, e richiamo proprio su questi temi l’attenzione, l’immagine che emerge è quella di una base del giudizio assolutamente inconsistente, assolutamente incapace di fornire il know-how, perché questo è il discorso. L’epistemologo, lo scienziato, l’uomo razionale, è affamato di conoscenza; se evidentemente lo si tiene a digiuno di conoscenze, o se gli si trasmettono delle conoscenze assolutamente insufficienti, ipovitaminiche, evidentemente c’è una impossibilità di costruire un giudizio sensato. E infine il metodo del giudizio. Il metodo del giudizio è il punto fondamentale su cui evidentemente ci sono stati gli scontri più accesi, sui quali almeno su un fronte io individuo una netta prevalenza e una lettura attenta e serena delle carte secondo me lo dimostra, e l’ha dimostrato, l’ha ricordato il collega Mucciarelli oggi, l’hanno dimostrato in chiusura proprio i consulenti antigalileiani dell’accusa, ovviamente è una battuta puramente sdrammatizzante, cioè il fatto, il problema della biodisponibilità. Qui il discorso è un discorso di contrasti fra metri di giudizio antagonistici rispetto ai quali l’unico che risulti proprio su quella base di giudizio, proprio nell’ambito di un modello accettabile, che rispetti il livello di maggior scienza e conoscenza dei paradigmi di riferimento, è un modello che distingue nettamente tra il dato quantitativo, il dato bruto quantitativo che c’è stato riversato totalmente dal know-how fornito dall’accusa su questa materia, e l’elemento della biodisponibilità. Sono due concetti assolutamente diversi, e se vogliamo antitetici, della stessa misura in cui il rischio è antitetico al pericolo concreto se vogliamo, e su questa base si innestano gli altri problemi, che sono quelli fondamentali di metro su cui io richiamo l’attenzione, senza entrare per carità, ma richiamando l’attenzione e individuandoli fin d’ora come argomenti vincenti della difesa rispetto all’onere probatorio dell’accusa... E cioè sono quelle metodologie di speciazione, di valutazione delle estrazioni sequenziali su cui anche qui richiamo proprio quel dibattito in aula col professor Bellucco, col professor Facchetti, in cui diventano fondamentali elementi come redox, acidi umici, (AVS), e quant’altro; tutti questi dati che il paradigma di miglior conoscenza ha dimostrato essere tale, anche se non come dire canonizzato in documenti ufficiali, questo è un grande grosso equivoco che emerge, su cui vorrei portare la sottolineatura, quasi come a dire che l’ufficializzazione ponga un limite alla tenuta scientifica di un procedimento. La tenuta scientifica di un procedimento, come dire, ha natura, è un last minute, è qualcosa dell’ultimo minuto, solo quello, è proprio il contrario se vogliamo il principio, le leggi epistemologiche sotto questo profilo sono proprio l’antitesi delle leggi penali, qui vale il principio della retroattività assoluta, cioè l’ultima conoscenza è quella che abbraccia tutto il resto. Bene, questi dati sono i dati che hanno dimostrato, a mio avviso, che quel pericolo, che costituisce il nucleo, dovrebbe costituire il nucleo dell’evento indecifrabile, ma che ho ipotizzato per un momento esistente di evento di disastro innominato, dovrebbe riempire come elemento caratterizzante. Questa serie di elementi, a cui rinvio come test, su cui verificare questa base del giudizio attraverso cui qualsiasi valutazione del fatto deve passare, hanno dato totale conforto alla difesa e hanno smentito l’accusa. Su questo io mi fermerei, vi chiedo scusa per la pazienza che vi ho richiesto, mi richiamo per le conclusioni alla discussione dell’avvocatessa Lanfranconi sulle posizioni soggettive, anche quelle del dottor Fabbri che io difendo, grazie.

 

Presidente: grazie, professore. Bene, allora noi rifletteremo e riposeremo su queste discussioni che vi sono state in queste udienze; tutto il Collegio vi augura anche a voi buone vacanze e ci vediamo il giorno 2 di ottobre, alle ore 09.00.

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa, è possibile avere un’idea degli interventi prima delle parti speciali, se ci sono interventi generali?

 

Presidente: sono già stati indicati, Pubblico Ministero.

 

Pubblico Ministero: ma quelli nel programma iniziale?

 

Presidente: nel programma che è stato mantenuto.

 

Pubblico Ministero: perché sono saltati diversi interventi di avvocati, almeno cinque o sei.

 

Presidente: no, perché sono tutti sulle posizioni personali gli altri, e comunque dovranno rimanere negli ambiti di tempo che abbiamo già delimitato. Quelli sono gli ambiti, noi oltre il 19 di ottobre, sia chiaro per tutti, non andiamo...

 

Pubblico Ministero: Presidente, chiedo scusa se mi permetto...

 

Presidente: si tratta di ritagliare all’interno di quelli che sono già i tempi qui indicati più interventi, non c’è niente da fare. Il tempo è più che sufficiente, per tutti.

 

Avvocato Stella: scusi, Presidente, il 19 ottobre è comprensivo di tutto, delle repliche diciamo?

 

Presidente: di tutto.

 

Avvocato Stella: questo è un chiarimento, Presidente.

 

Presidente: c’è un programma già talmente ben...

 

Pubblico Ministero: quindi, in sintesi, quelli che dovrebbero intervenire, se è possibile saperlo, sono l’avvocato Giarda, l’avvocato Gagnola, l’avvocato Baldini, l’avvocato Lanzi, l’avvocato Panagia, ancora sulla parte generale, e poi cominciano le parti speciali?

 

Presidente: no, sono già sulle parti già individuali. Se poi, parlando delle posizioni individuali, è chiaro che potranno anche affrontare, nell’ambito magari delle posizioni individuali, anche dei problemi di carattere più generale. Ma, insomma, lì inizia già l’intervento sul singolo imputato, che fino adesso mi è parso un po’ trascurato. Però, nella cornice già data, ecco. Benissimo, ci siamo capiti perfettamente, arrivederci.

 

RINVIO AL 02 OTTOBRE 2001

 

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