UDIENZA DEL 14 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI PARTI CIVILI

 

AVV. PICOTTI - AVV. BOSCOLO RIZZO  - AVV. MANDERINO - AVV. FARINEA

AVV. GARBIN - AVV. SALZER

 

 

Presidente: procedo all’appello. Va bene, allora proseguiamo senz’altro secondo il programma con le parti civili. Oggi l’arringa dell’avvocato Picotti, che quindi ha la parola; prego.

 

AVVOCATO PICOTTI

 

Avvocato Picotti: grazie. Signori Giudici, innanzitutto le conclusioni della parte civile da me rappresentata, Terrin Ferruccio, che chiede che l’Illustrissimo Collegio, accertata la penale responsabilità degli imputati per i fatti contestati nel capo 1 dell’imputazione, li condanni alle pene di giustizia. Piaccia inoltre condannare in solido gli stessi imputati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali cagionati alla parte civile costituita da quantificarsi in lire 192.520.000 a titolo di danno biologico, derivante dalla perdita di funzionalità della mano destra e dalla conseguente invalidità del 40%; lire 780.000 a titolo di invalidità temporanea per i 12 giorni di ricovero; lire 390.000 a titolo di invalidità temporanea parziale; lire 5.000.000 per spese mediche; lire 500.000.000 a titolo di danno morale anche in riferimento al danno derivante dai reati di strage e disastro contestati nel capo di imputazione in relazione ai quali il signor Terrin è pure parte danneggiata. E così, in totale, lire 698.690.000. Ovvero, in subordine, nella diversa misura ritenuta da codesto Illustrissimo Collegio, oltre alla interpretazione monetaria della data della diagnosi della malattia, marzo ‘95, fino alla data della sentenza; interessi legali da questo siano effettivo soddisfo. Sentenza esecutiva o, in subordine, condanna di una provvisionale provvisoriamente esecutiva in misura non inferiore a lire 500.000.000 da porre in solido a carico di tutti gli imputati. Piaccia altresì condannare in solido gli imputati alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per il presente grado come da separata nota spese, che mi riservo però di produrre all’esito delle repliche. Piaccia infine condannare in solido alle spese di cui sopra, nonché la richiesta della provvisionale, anche tutti i responsabili civili nei cui confronti è stata estesa la domanda risarcitoria nell’atto di costituzione di parte civile e nel successivo atto di estensione a seguito delle ultime ulteriori contestazioni. Signori Giudici, io credo che esaminare la posizione di una singola parte civile, persona fisica, operaio dipendente Montedison, ed attualmente Enichem, come il signor Terrin Ferruccio, ci consenta di evitare di scivolare in quell’atteggiamento di gigantismo per cui i rischi sono incontrollabili e sfuggenti alla possibilità e responsabilità di gestione da parte delle persone fisiche; sono addebitabili ad uno sviluppo tecnologico e scientifico che va al di là delle possibilità umane stesse di dominarlo; e porterebbero addirittura ad una sorta di necessaria fuga del diritto penale legato a categorie che sono vincolate alla personalità della responsabilità e all’individualizzazione, quindi, dei presupposti per la relativa affermazione, oltre che per l’applicazione della sanzione. Io credo che muovere dalla concretezza di un fatto che riguarda uno come tanti altri, ma uno alla volta, di queste parti civili, di questi dipendenti danneggiati, dia in estrema concretezza e consenta di vedere i problemi, certo nuovi, che questo processo, come l’evoluzione produttiva, economica, sociale, tecnologica, pone; vedere questi problemi nuovi, però alla luce delle concrete consolidate categorie e norme del diritto penale, che si prestano a mio avviso ad essere in grado di recepire anche questi nuovi fenomeni e di collocarli, di dare una risposta adeguata, sia nel rispetto delle esigenze di garanzia degli imputati sia nel rispetto delle esigenze di tutela, non solo e non tanto delle parti offese in quanto tali, ma degli interessi, dei beni giuridici, che vengono offesi dai reati. Il signor Terrin Ferruccio, dicevo, è stato dipendente prima della Montedison, dov’è stato assunto all’età di 22 anni, il 23 settembre 1970. E` stato adibito al reparto CV11, che era - come sappiamo - un reparto non nuovo, destinato alla produzione di dicloroetano e di cloruro di vinile monomero, dove svolgeva distillazione appunto del dicloroetano e del CVM. Dopo non molto tempo è stato trasferito al CV22, dove ha operato come dipendente all’esterno, con controllo di temperatura, termometri, pressione, ritiro analisi del reparto, facendo l’analisi dell’umidità del dicloroetano, per verificare appunto l’assenza di acqua, lo scarico in aria, di quanto era nelle pompe. E` rimasto in questo reparto circa 24 anni. E` stato trasferito con un provvedimento improvviso dell’azienda nell’aprile ‘95, quando d’imperio appunto, dopo una visita in ospedale, un periodo di ricovero, gli è stata diagnosticata la malattia di Raynaud, e quindi è stato trasferito all’ufficio acquisti, dove si trova tuttora ed è tuttora dipendente dell’azienda. Tra le mansioni espletate, su cui magari torneremo poi, vi è stata anche quella di quadrista, sempre però presso il reparto CV22. Il lavoro del signor Terrin è caratterizzato dalla diretta contiguità, dal contatto fisico personale, corporeo proprio, con le sostanze cancerogene, comunque tossiche, che fanno parte della filiera produttiva del PVC, perché doveva immettere le sostanze, o controllare perlomeno l’immissione nei grandi cilindri appunto detti colonne di distillazione, immissione operata questa dal sistema automatizzato, ma doveva poi controllare il processo di distillazione, quindi che fosse regolare tra una colonna e l’altra, e in questo vedremo poi dalle testimonianze appunto quale tipo di contatto diretto aveva, era dotato di alcuni mezzi di protezione individuale, ma vedremo appunto come ben poco venissero poi utilizzati o potessero essere utilizzati per il tipo di funzioni che doveva adempiere. Al CV22 è stato poi installato, nel ‘75, un gascromatografo, con analizzatore con campanelle, mentre al CV11 non ricorda questa presenza, ecco. Il punto importante direi della vicenda di Terrin è appunto da un lato la diretta correlazione tra le mansioni, diceva il contatto con la sostanza; la diagnosi di una malattia di quelle tipiche che si sviluppano appunto secondo le indagini scientifiche per il contatto e l’esposizione a questa sostanza; il fatto fondamentale, direi proprio per la valutazione penale, per la parte soprattutto che io vorrei approfondire, della conoscenza tardiva e comunque non attraverso il datore di lavoro, della pericolosità specifica del CVM, che è intervenuta appunto solo a seguito delle indagini Fulc e dell’intervento appunto sindacale, da parte del sindacato. Se noi guardiamo le prove acquisite su quello che succintamente ho riassunto, abbiamo dei particolari anche abbastanza interessanti, quindi dovrò dedicare un po’ di tempo a ripercorrere qualche verbale d’udienza. Innanzitutto lo stesso Terrin Ferruccio, nella sua deposizione, nel suo esame in funzione di testimone, oltre a ricordarci i punti salienti, le date salienti di questo curriculum, diciamo di questo suo percorso lavorativo, specifica che le sue mansioni si dividevano in mansioni di carattere continuo e mansioni di carattere discontinuo, cioè vi era una parte dedicata ad un controllo di routine di temperatura, pressioni, livelli di colonne, nonché organi di tenuta delle pompe, che non perdessero, che non ci fossero situazioni particolari di rottura, e quindi diciamo con intervento diretto personale dell’operaio, in mancanza appunto di sistemi automatici di verifica; e poi operazioni che lui definisce discontinue, cioè più saltuarie, una volta all’anno, oppure manutenzioni diciamo ordinarie, piuttosto rare, o in caso straordinarie di rottura di organi di tenuta, di parti. E purtroppo questo accadeva con frequenza maggiore, di parti dell’impianto. Nelle mansioni sottolineerei quelle che lui riferisce riguardo alla sua deposizione testimoniale all’udienza del 17 maggio 2000, pagine 89 e seguenti dei verbali, lui riferisce innanzitutto - dicevo - il controllo di umidità del dicloroetano, che si presenta già in maniera così abbastanza particolare, e dà una concretezza direi immediata all’esposizione alla fonte di pericolo e all’organizzazione del lavoro nello stabilimento, perché il meccanismo di controllo era unire dicloroetano a metanolo, facendo scendere a gocce il prodotto, che aveva un carattere particolare, un odore particolare, e quindi Terrin era preoccupato più che altro di questo odore, perché gli dava un fastidio diciamo fisico, un senso di vomito. Questa procedura diciamo di controllo, come viene poi specificato, lo portava ad un contatto dicevo diretto, perché doveva procedere ad aprire il rubinetto e, ovviamente, erano rubinetti posti sotto queste colonne ad alta pressione, e quindi doveva prima controllare appunto una sorta di possibilità di apertura corretta, e poi doveva appunto controllare direttamente da queste sostanze qual era il contenuto di umidità che veniva riscontrato, appunto che non doveva raggiungere certi livelli. Un analogo controllo diciamo manuale era quello di acidità, che veniva effettuato con cartina tornasole; e qui, addirittura, oltre a fare la solita operazione, di aprire il rubinetto, sfiatare l’area dal branchetto, controllare appunto che non fosse sporco perché se no falsava la possibile analisi, il possibile controllo, doveva aprire la cartina di tornasole e bagnarla sul prodotto. E la domanda specifica "in che modo questo avveniva" lui dice appunto molto chiaramente che doveva, per la delicatezza dell’operazione, prenderla tra pollice ed indice, senza guanti proprio perché è una cartina di poco spessore, se no sfuggiva, e perché il guanto sporca, avrebbe potuto ancora una volta inquinare l’esito delle analisi e falsare la prova. Quindi operazioni che presumibilmente faceva utilizzando la mano destra, e forse questo già ci dice perché la mano destra è la prima colpita dal morbo di Raynaud. La terza prova, controllo, che doveva fare, era quello di controllo della limpidezza del CVM. Anche qui si trattava di operare manualmente, perché bisognava, prima di farlo passare al parco serbatoi, essere sicuri che la procedura di produzione del CVM avesse raggiunto una qualità di prodotto che si verificava dalla sua limpidezza. E, per fare questo, ancora una volta aperto il rubinetto, sfiatata l’aria, assicurato che il branchetto fosse pulito, si trattava di riempire un cilindretto graduato di vetro, osservare visualmente la limpidezza del prodotto; e poi, controllato l’esito, rovesciava a terra addirittura il prodotto; e questo diciamo come atto assolutamente normale, assolutamente privo di qualsiasi preoccupazione o di qualsiasi prescrizione diversa, perché lo scopo appunto era di verificare la limpidezza del prodotto, quindi controllare che a questo fine non ci fosse inquinamento nelle parti diverse, ma che poi ci fosse per terra, nell’ambiente, o appunto venisse a contatto con la persona, non era una preoccupazione che evidentemente toccava il lavoratore, perché non toccava l’azienda e né le disposizioni che questa dava. Queste operazioni, dico, ripeto, erano operazioni a carattere continuo, cioè operazioni costanti, che Terrin faceva nella routine quotidiana, come dice appunto, oltre agli altri controlli su temperature, pressioni, livelli di colonne, etc. etc.. Quindi è un’attività talmente concreta, talmente affidata alla manualità e alla diretta vicinanza della persona, che veramente poi sentire tanti discorsi di astrazione del rischio di generalizzazione e di incontrollabilità delle possibilità di rispetto di limiti o non limiti, mi pare veramente che strida con la realtà probatoria acquisita in questo processo. Perché già da questo, appunto, emerge come nel rapporto quotidiano, nelle modalità quotidiane di svolgimento del rapporto di lavoro dipendente, la disponibilità dell’operaio fosse appunto integrale, e cioè con tutta la sua persona, con tutta la sua manualità; l’unica preoccupazione era quella di garantire la serietà delle analisi, che la limpidezza fosse non, diciamo così sviata, da sporco di rubinetti, che la cartina di tornasole non fosse rovinata dallo sporco dei guanti. Non c’era nessun altro tipo di preoccupazione. Ripeto, questo lo sottolineo fin da subito, perché quando poi devo parlare dell’oggetto della colpa, e di che cosa sia veramente il punto di riferimento poi delle cautele, della rappresentazione, della possibilità di impedimento, voglio dire prima di affondare in grandi discorsi sulla modernità o sulla giustizia, forse basta vedere i rapporti concreti di produzione, i rapporti concreti di dipendenza e di disponibilità appunto della forza lavoro alle direttive datoriali. Discorso analogo si può ripetere per gli interventi di discontinuo, e cioè quelle operazioni non ripetute tutti i giorni, com’erano invece queste, ma appunto a periodi di quindici giorni. Nel caso, qua fa l’esempio di un ribollitore, che si fa una volta ogni tanto, in cui occorreva intervenire per garantire ancora una volta la pulizia del ribollitore, era questo ovviamente l’obiettivo della mansione; e, per garantirlo nel modo migliore, si interveniva ancora una volta manualmente, cioè si disinseriva il bollitore, veniva scaricato per mezzo di pressioni di azoto e serbatoi che doveva ricevere il prodotto, e qualche volta ovviamente una parte si scaricava anche a terra; ma, per poterlo scaricare bene, e questo era un rischio evidentemente accettato e conosciuto, ma ritenuto evidentemente possibile per l’obiettivo che si doveva raggiungere. E quindi, analogamente, quando si dovevano purificare colonne come l’AC302, l’AC303, tutte queste colonne che erano nel reparto CV22 appunto, oppure i cosiddetti autobollenti, per vedere se erano intasati, potessero tornare a essere disintasati, appunto per intervenire, si operava anche con dei tondini di ferro, da 8 o da 10 di spessore, curvati in modo adeguato, per bucare il tappo che si poteva formare. E quindi è chiaro che appena si bucava, il primo imbatto però, il primo effetto, era uno scarico forte del prodotto, che con la pressione e con la gravità non poteva che uscire violentemente, schizzare, finire in terra, ma anche qui mi pare che sia chiara la scelta gerarchica appunto di quale dovesse essere la prima esigenza da tutelare, che veniva fedelmente adempiuta e svolta dal dipendente. Quindi interventi manuali perché non esistevano automatismi per queste cose; e, come dice appunto a pagina 22, anche in altri casi, quando si sporcavano ad esempio i contatori di portata, l’unico modo che si conosceva era liberarli con un ferro per rendere di nuovo fluibile il passaggio del prodotto. Questi non erano interventi quotidiani, però potevano anche essere di una frequenza di quindici giorni, a seconda delle necessità. Altri interventi di discontinuo: cambio delle pompe; si rompeva l’organo di tenuta, poi vedremo quanti se ne rompevano e con che frequenza c’erano questi interventi, proprio per l’obsolescenza dei macchinari e degli impianti; anche in questo caso appunto si doveva procedere manualmente, scaricare la pompa e ovviamente, con manichette mobili di gomma, rigide, rinforzate, etc., la pressione e le manovre così operate facevano facilmente fuoriuscire il dicloroetano, che veniva scaricato in terra. Ora qual era la percezione che aveva Terrin di queste sostanze? Semplicemente la percezione di odore, per quel che riguardava il dicloroetano, e una preoccupazione per l’acido cloridrico, cioè una preoccupazione appunto per quello che era percepibile da lui come soggetto, come persona individua la sua possibilità di conoscenza, era limitata a quello che lui riusciva a conoscere, cioè l’informazione non gli era messa a disposizione della ditta, non c’erano accorgimenti predisposti a questo fine, ma non c’era neppure a monte nell’esercizio di queste mansioni così direttamente a contatto con le sostanze, non c’era alcuna indicazione, non c’era alcuna predisposizione di modalità, né appunto la cosa a mio avviso più importante, né alcuna messa a disposizione delle informazioni necessarie per capire la pericolosità della sostanza. E così ecco che anche quando c’era ogni altro genere di operazioni il meccanismo, ripeto, funzionava nel senso di una totale inconsapevolezza nel lavoratore che solo, come ci riferisce poi a pagina 95, nel ‘75 circa, esplode dice il discorso il CVM. Addirittura esplode il discorso del CVM, quindi una sorpresa completa per l’operaio, per la persona direttamente coinvolta. Questo punto mi pare di grande importanza, perché non è che non ci fosse un’attenzione del lavoratore per la sua salute, nel senso che anche dalle domande successive, come dicevo prima, la preoccupazione di respirare gas tossici c’era, l’effetto soprattutto che aveva purtroppo subìto qualche volta di sensazioni di soffocamento e quando in ipotesi gli si bloccava l’ipoglottide per l’acido che si poteva spargere, e determinare in lui la difficoltà respiratoria, ecco lo portavano a un’attenzione appunto massima verso questo tipo di sostanze; ma nessuna attenzione ovviamente verso il dicloroetano e il CVM, perché non c’era nessun segnale individuale. E quindi se Terrin ricorda sensazioni di soffocamento dell’82 per un prodotto, etc. etc., però non si preoccupa minimamente di intervenire con le mani sulla cartina di tornasole, sulle pompe, sui cilindretti, o di spargere per terra questo prodotto. Quando poi, forse come dire anche così dopo 24 anni insomma, sostanzialmente, di questo tipo di lavoro, pur con poche modifiche che lui riferisce essere intervenute, si rende conto di avere dei sintomi alla mano, ecco che d’improvviso, ricoverato poi nell’ospedale di Padova, prima ancora di ricevere una formale comunicazione di diagnosi definitiva e quindi di sua personale conoscenza sul proprio stato di salute e sulle eventuali misure da prendere, o attenzioni da garantire, oppure terapie da iniziare, viene immediatamente trasferito con procedura d’urgenza, con una comunicazione della ditta, che gli viene indirizzata e recapitata prima ancora della comunicazione medica, sanitaria a lui, e su questo punto Terrin mi ha manifestato anche personalmente la sua più che perplessità, proprio la sua indignazione, perché mentre la diagnosi del 3 aprile ‘95 da parte dell’Istituto Medicina del Lavoro, lui si trova in realtà con una nota della direzione del servizio sanitario aziendale, a firma del dottor Gerardo Rancanelli, del 30 marzo ‘95, si trova dichiarato non idoneo alle mansioni specifiche, con decorrenza immediata, senza neanche comunicazione di trasferimento ad altro reparto etc., niente, una comunicazione che lui non è idoneo, punto e fine. Poteva essere licenziato, poteva essere trasferito in qualsiasi altra parte, non sa neppure quale sia la diagnosi; tant’è vero che poi si lamenta con l’ospedale, riceve poi una dichiarazione anche in parte di scuse, riesce a chiarire questo equivoco, ma ancora una volta a segnalare la totale espropriazione dell’interessato, del lavoratore dipendente, dall’accesso alle informazioni, dall’accesso alle cause, della sua patologia, che pure subisce personalmente, e quindi un atteggiamento, ripeto, del datore che è assolutamente di non rispetto della sua qualità di persona vorrei dire, al di là di quello che è il rapporto di lavoro dipendente che interessa per le mansioni che riesce a svolgere, ma nulla più. E questo, ripeto, in termini estremamente documentali, perché estremamente chiari e concreti, molto banali; abbiamo dimesso già i documenti allegati nell’atto di costituzione di parte civile, non contestati da alcuno, mi pare che siano dati importanti su quello che è l’atteggiamento diciamo così della volontà vorrei dire, non solo della rappresentazione o rappresentabilità da parte dell’azienda nel rapporto appunto con il dipendente. Altri elementi che vanno tenuti presenti, chiaramente, sono quelli al di là della sua vicenda diciamo così, come l’ho riferita, sono quelli della valutazione medico-legale. E qui rinvio chiaramente alle consulenze, in particolare del dottor Totire, che appunto conferma la diagnosi, conferma il nesso eziologico, del resto diagnosticato già, sia pure in termini probabilistici, nel primo ricovero ospedaliero; pone in diretta correlazione ovviamente tra queste mansioni e la malattia l’effetto della sostanza; segnala appunto l’assoluta mancanza di informazioni per le mansioni svolte e quantifica anche il danno nel 40%, su cui poi abbiamo basato la richiesta risarcitoria. Ecco, un caso dicevo molto concreto, quello da cui vorrei partire adesso per allargare un momento il discorso è proprio la dichiarazione di Terrin, che fa quando dice: "Non si prendevano precauzioni, perché non si credeva che fosse pericolosa la sostanza". E questo ci porta appunto nel cuore del problema della colpa che vorrei appunto approfondire adesso in termini un po’ più generali. La colpa nasce, si impone, per prevenire il danno, il pericolo, di beni giuridicamente importanti come la salute o la vita delle persone, nasce nel dovere innanzitutto di conoscere e di riconoscere il contenuto dei fatti, degli elementi con cui si svolge una certa attività. Il contenuto di pericolo, il contenuto di rischio, che si corre svolgendo quella determinata attività: rischio per sé, rischio per gli altri, rischio per l’ambiente, rischio per le persone, per i dipendenti, per i terzi. Ora, con riferimento a questo dovere di conoscere, che è diciamo la base poi, quella che nella dottrina appunto si chiama così prevedibilità sostanzialmente, riconoscibilità della situazione, e del significato delle attività e delle fonti di pericolo, chiaramente nasce e si ricollega all’attività svolta, il tipo di attività che viene svolta e direi che sotto questo profilo è opportuno appunto collegare, è necessario collegare il discorso sulla colpa con un’analisi, sia pure diciamo succinta, una ricapitolazione, perché l’analisi è già stata fatta, e qui cercherei solo di fare una sintesi per quanto mi è possibile, di quelle che sono le attività appunto che venivano svolte, al di là delle mansioni che abbiamo visto dal punto di vista del Terrin, delle attività che venivano svolte adesso invece dal punto di vista del datore di lavoro, per capire fino a che punto è suo dovere di conoscenza, è suo dovere di prevedere, il suo dovere di rappresentarsi il valore, il significato della sua attività, delle sostanze non recuperabili, del meccanismo con cui organizzare il processo produttivo, doveva concretizzarsi. Perché, ripeto, ecco, io credo che lo sforzo di questo processo è proprio quello di concretizzare e di non estendere nell’infinito, nell’empireo appunto delle dimensioni millenaristiche, la storia delle persone e le storie dei rapporti umani di lavoro. Allora, questa attività ci è stata descritta ampiamente nella serie di consulenze e testimonianze che abbiamo avuto e dimostra diciamo in realtà, a mio avviso, una chiara conoscenza da un lato, da parte degli imputati diciamo, comunque da parte dell’azienda che gestiva l’impianto, del significato e degli scopi per cui svolgeva l’attività produttiva e la organizzava in un certo modo, e invece poi - ma questa sarà la seconda parte del discorso – l’informazione o la comunicazione ai dipendenti ed ai terzi di queste conoscenze che aveva. Se noi vediamo un momento com’erano organizzati i reparti, e ovviamente muovo dal reparto CV11 e CV22, in cui ha lavorato Terrin, ci accorgiamo che non ci sono delle situazioni incontrollabili per l’azienda; non ci sono delle situazioni dal punto di vista dell’organizzazione proprio della catena produttiva che non siano volute, che non siano programmate, che non seguano una loro razionalità anche se, appunto, è una razionalità che implica delle scelte che dovranno poi essere valutate per le responsabilità che comportano. Io mi richiamo adesso chiaramente alle relazioni, in particolare di Carrara-Mara-Tieme dell’ottobre ‘99, del luglio 2000, e alle successive del marzo ed aprile 2001, per vedere e per richiamare alcuni punti di questa organizzazione di attività produttiva e dell’adibizione dei lavoratori agli impianti, alle mansioni, e quindi poi diciamo all’organizzazione della filiera produttiva del PVC. Ebbene, se noi analizziamo l’impianto CV11, di cui abbiamo già visto il livello di arretratezza, abbiamo una relazione della Tecneco del 1974 che verifica appunto le varie posizioni di alcuni elementi di questo reparto, risalgono tutte praticamente al periodo degli anni fine ‘50, primi anni ‘60; notiamo però, e qui magari potremo tra un po’ mostrare anche una tabella, la figura 2.2, notiamo che non c’è una staticità nel funzionamento degli impianti, anzi, in relazione allo sviluppo che ha il mercato del PVC, e allo sviluppo e quindi al processo di produzione del CVM dal cracking del dicloroetano, abbiamo un incremento produttivo della capacità produttiva, rispetto al 1958, che in dodici anni, e cioè appunto fino ad arrivare al 1970, epoca in cui viene assunto Terrin, è del 400%; e cioè si passa, e questa è la figura appunto che lo dimostra, da una produzione di 26.350 tonnellate/anno ad una produzione di 110.000 tonnellate/anno. E tutto questo mantenendo il ciclo produttivo a cielo aperto, a ciclo aperto, ma puntando, solo al momento di forni, i nuovi quattro forni di cracking, per il cracking del dicloroetano, aumento produttivo, che risulta dalle schede poi allegate alla relazione di Mara e Carrara, che portano addirittura ad andare oltre la capacità installata. Abbiamo addirittura delle dichiarazioni della ditta che appunto rilevano come si vada ad una potenzialità - scheda 2.2 in particolare, sul CV11 - si vada a punte di produzione di 9.700 tonnellate di CVM mensile, che su base annua arriverebbero addirittura a 116.400 tonnellate. Questi sono dati dell’azienda, che segnalano appunto come il grado massimo comunque di utilizzo è del 95,5%, e quindi la produzione massima realizzabile doveva restare nelle 100.275 tonnellate/anno di CVM. Quindi non è che ci sia, come dire, una situazione ineluttabile che va avanti con quelle procedure, tecnologie, in uso e conosciute negli anni ‘50, in cui si è installato il CV11, ma c’è una politica aziendale molto chiara, molto consapevole, che controlla appunto la produttività degli impianti, e sceglie in un arco temporale così ampio da non lasciare dubbi appunto sulla volontà ed anche dico un andamento costante che non lascia dubbi sulla volontà di organizzare la produzione in questo modo e di scegliere l’incremento di produttività, nel senso di aumentare il numero di forni, di aumentare l’utilizzo degli impianti oltre i limiti della capacità installata, e di raggiungere, di perseguire appunto questo obiettivo. Nel contempo la stessa relazione Tecneco ci segnala però che non sono state finora realizzate modifiche agli impianti aventi lo scopo di ridurre le immissioni all’atmosfera. Sull’altro versante, appunto, dato consapevole insomma, chiaro, non nascondibile, si rileva appunto come a fronte di questo incremento produttivo, ripeto del 400% in dodici anni, abbiamo una stasi totale per quel che riguarda la predisposizione di strumenti, di impianti, di dispositivi, che riducano l’immissione in atmosfera. Se noi torniamo un momento a vedere ancora le dichiarazioni di Terrin, ma poi chiaramente ce ne sono anche di molti altri, sul parallelo piano delle manutenzioni, Terrin stesso ci riferisce come in realtà le manutenzioni fossero molto rare e praticamente fossero soprattutto quelle dovute nelle attività che lui chiamava discontinue, fossero quelle dovute a incidenti che si verificavano, rotture che si verificavano, cambi di pompe necessari, etc.. In particolare a pagina 94 della sua deposizione, ma ripeto il riferimento lo si trova anche altrove, anche in altre dichiarazioni, la manutenzione programmata, diciamo così, cioè non quella che si faceva di fronte alle rotture che si presentavano, ma quella programmata, più o meno annuale, che doveva appunto individuare zone usurate dal pulire, colonne, serbatoi, etc. etc., beh dice: "Lì è chiaro che si faceva quando si presentava un caso di impellente necessità; però si tendeva sempre a spostarla verso la manutenzione programmata, facendo esempio nel nostro modo di pensare, lo superavamo in questo modo, a volte anche ridendo, ma era così, poi tutto bene finché va tutto bene e non esplode qualcosa". E quindi non c’era, anche qui, nella scelta, di fronte al trend della produttività, dell’aumento dei forni etc., non c’era, né a livello di impianti che controllano l’emissione, né a livello di cadenze diciamo manutentive programmate, un analogo incremento. Anzi, c’era direi un peggioramento, uno standard inferiore a quello addirittura ordinario. Quindi c’è proprio una forbice che si apre, e ripeto è talmente proiettata nel tempo, e talmente del resto pacifica e sicura, che non può lasciare dubbi poi a livello di indagine di prova dell’elemento soggettivo circa quella scelta volontaria deliberata che vi è alla base, appunto, di perseguire un obiettivo e di trascurare altre esigenze, altri dati, quale appunto la riduzione di emissioni in atmosfera, garantire manutenzioni adeguate all’aumento di produttività, allo sviluppo della produzione, in questo periodo. Il terzo punto che si può segnalare è che sempre in questo contesto vi è una obsolescenza, uno sfruttamento degli impianti, non solo c’è mancata manutenzione ma c’è una protrazione dell’utilizzo, dello sfruttamento dell’impianto, al di là dei tempi, dei periodi di affidabilità, di quelli diciamo comuni, normali, anche secondo buone tecniche imprenditoriali, su questo è già stato detto molto, voglio richiamarlo, però per valutarlo in questo contesto, nel senso che appunto il rilievo proprio sempre dei documenti aziendali che riguardano la obsolescenza degli impianti del CV11, manuale, schede impianti, nel periodo ‘74-’76, al paragrafo 8.1, prevede appunto la necessità di realizzare modifiche atte a consentire lo smaltimento dell’acido cloridrico, l’ossiclorurazione, svincolare il CV11 dall’impianto giudicato obsoleto come il CV10. Al paragrafo successivo si evidenzia una lunga fermata dal ‘71 al ‘73 del CV11 per cui si prevedono alti costi di manutenzione per la sistemazione, ma si aggiunge: "Non sono state finora realizzate modifiche agli impianti aventi lo scopo di ridurre le emissioni in atmosfera"; per cui si prosegue nonostante questa piena consapevolezza della situazione di necessità di grossa manutenzione, quindi alti costi di manutenzione, di impianto giudicato obsoleto come il CV10, si prosegue però nel privilegiare appunto un puro aumento della produzione con gli impianti esistenti. Al paragrafo 8 si sottolinea: "L’impianto risente di lunga fermata, scarsissima manutenzione, l’impianto è abbastanza deteriorato". E, contemporaneamente, si sottolineano le punte di produzione raggiunte a 9.700 tonnellate/mese al maggio 1970, che appunto è il massimo. Ebbene, rispetto a questo, dicevo, si contrappone la obsolescenza eccessiva rispetto ai tempi previsti, perché si va a periodi, è già stato detto e non voglio ripetere quello che è stato detto dall’avvocato Bettello, però si va a periodi appunto che superano i 26 anni, con punte di 40 anni, e questi impianti in particolare in cui va ad operare Terrin sono impianti che quando Terrin viene adibito ad operarvi hanno già raggiunto il limite in cui non sono più affidabili, in cui dovrebbero essere sostituiti rispetto proprio ai dati tecnici della loro possibilità di servizio. In particolare gli impianti del 1958, considerando appunto un funzionamento per 365 giorni all’anno, 100.000 ore di funzionamento, che sono il limite, il tetto che abbiamo acquisito appunto dalle consulenze e dal decreto ministeriale e dal resto del ‘72, il termine era in 12 anni e 4 già raggiunto, cioè nel ‘70 era già obsoleto. Il termine dell’impianto del CV11 era già raggiunto nel ‘70, quindi Terrin viene adibito a lavorarci invece ancora e lavorerà poi sappiamo per quanti altri anni. Il CV22, che è un po’ più nuovo, raggiunge questo limite nell’83 ma Terrin ci lavora fino al ‘95. Voglio dire, ci lavora altri dodici anni. E, in un impianto, ripeto, a ciclo aperto, in cui la tossicità del prodotto era ignota a Terrin, ma sappiamo era già nota all’azienda. Quindi il terzo dato, dicevo, scarse manutenzioni; tra l’altro abbiamo anche dei riconoscimenti degli imputati, Moriani ad esempio mi pare nell’udienza del 18 aprile appunto dice espressamente: "L’obiettivo era non mantenere e, dovendo assicurare la capacità produttiva oggi e domani, non se ne può fare a meno, però manutenere il più raramente possibile". Quindi, l’obiettivo chiaro della capacità produttiva: alzare senza sostituire gli impianti, senza provvedere di dispositivi di contenimento in atmosfera, è espressamente e consapevolmente perseguito. Un altro profilo che va evidenziato è poi quello di segnali diciamo, episodi, casi chiamiamoli così, anomali. Cioè, non è che in questa scelta non ci fossero poi degli elementi di allarme che rendessero anche concretamente pressante, non solo teoricamente, non potrebbe dire "abbiamo parlato di manutenzioni programmate, abbiamo parlato di obsolescenza calcolata", ma in realtà ci sono anche dei casi anomali e concreti che si manifestano, che sono riportati nel manuale operativo, che riguardano appunto i reparti CV10 e CV11, in particolare quegli episodi del 26 aprile ‘77, che sono ben noti e che riguardano appunto esattamente fughe, perdite, di cloruro di vinile monomero, da flange, tubazioni, guarnizioni, etc. etc., in cui la preoccupazione riportata è sempre quella che si crei una situazione di incendio o di esplosione; si segnala addirittura un incendio di un forno di cracking il 26 aprile ‘77, con foratura del serpentino. Ma, ripeto, l’atteggiamento non cambia, e il processo lavorativo prosegue sempre con questo tipo di impianto, con questo tipo di organizzazione della produzione. Ecco, non sto a richiamare tutti gli episodi anomali che ci sono, ma sono veramente dei casi che concretizzano questo che ho detto sinora. In particolare ricordo soltanto che poi nel CV22, qui Terrin nel ‘95 lo lascia, però nel CV22 si verificheranno nel ‘96 e poi nel ‘99 dei gravissimi episodi di disastri, di nubi tossiche, per fuoriuscita di almeno 500 grammi di dicloroetano o di 4 tonnellate addirittura di cloruro di vinile l’8 giugno ‘99. E quindi diciamo che poi ha dato luogo a quell’ordinanza del Ministero dell’Ambiente, e il CV22 è nell’occhio del ciclone, però voglio dire già nel l’83 era obsoleto e Terrin ci ha lavorato, e ci ha lavorato per dodici anni. Bisogna dire, aggiungere meglio, che la valutazione di colpa, se vogliamo, non si ferma solo a questa scelta aziendale, di politica aziendale, nell’ambito del ciclo degli impianti esistenti, ma risale anche alla scelta dell’installazione di impianti che erano già obsoleti in partenza, perlomeno che erano superati, che non rappresentavano la migliore tecnologia possibile. Impianti che sono ancora in marcia, in realtà nascevano già negli anni ‘70 appunto inadeguati rispetto alle esigenze di sicurezza. Perché, e qui il discorso evidentemente si collega a quello che è già stato fatto sulla conoscenza che negli anni ‘70 ormai è completamente acquisita da parte dell’azienda, della tossicità, non solo generale ma specificamente oncogena, mutagena, della pericolosità della sostanza, abbiamo documentazione amplissima a riguardo, ebbene nonostante questa conoscenza, non solo conoscibilità ma conoscenza diretta ampiamente dimostrata e documentata dalla documentazione prodotta e da tutti i richiami che ha già fatto il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, l’installazione dell’impianto CV22, che entra in produzione nel 1971, è ancora a ciclo aperto e sprovvisto di misure di sicurezza. La Montedison, con una nota del 5 dicembre 1973, che ha ad oggetto l’installazione di sistemi di sicurezza e di forni di cracking del CV22, appunto, motiva l’investimento dicendo che i forni di cracking sono sprovvisti di tutte le sicurezze di cui sono dotati comunemente i forni, quindi vuol dire che è stato messo in opera questo impianto, quindi già nella scelta del modo di produzione, è stato messo in opera con una tecnologia che non era la migliore disponibile, che soprattutto non garantiva la sicurezza che invece doveva garantire di fronte alla conoscenza acquisita della pericolosità della sostanza. Rinvio, per quel che riguarda altri aspetti di questa arretratezza tecnologica alle relazioni già fatte e in particolare all’intervento anche dell’avvocato Battella, per quel che riguarda più in particolare le valvole, i rubinetti, la rubinetteria, la scelta di meccanismi appunto meno costosi, ma inaffidabili, valvole ritenute non affidabili, e che poi immancabilmente danno luogo ai problemi che abbiamo esaminato, per concludere come in tutta questa attività che abbiamo esaminato non ci sia affatto ancora un problema di omissione, c’è un problema direttamente di commissione colposa. Cioè, sono tutte scelte operative, sono tutti interventi positivi di comportamenti che dal piano, ripeto, delle metodologie della scelta degli impianti e delle componenti degli impianti, a quello della gestione e della manutenzione, creano positivamente delle condizioni di pericolo per il fine dichiarato e raggiunto di garantire il massimo livello di produzione che appunto è documentato, viene raggiunto e viene perseguito. Quindi mi pare che la rilettura di questi dati dal punto di vista non solo dicevo del lavoratore dipendente Terrin, ma anche dal punto di vista delle scelte del datore di lavoro in questo arco temporale, porti ad una conclusione assolutamente tranquillante, ripeto, dal punto di vista della tesi che prima enunciavamo, e cioè di questa piena consapevolezza delle condizioni di pericolo, questa piena consapevolezza del tipo di attività e di rischi che vi erano implicati, con motivazione di agire ulteriormente in questo senso, per uno scopo ben preciso, che era appunto l’aumento di produzione; mentre sull’altro versante vi è la totale carenza di informazioni, carenza di predisposizioni di misure, carenza di predisposizioni di meccanismi, che garantissero esigenze, interessi diversi, di cui appunto l’azienda non ha tenuto alcun conto. Ecco quindi che se noi andiamo al capo di imputazione, possiamo veramente vedere come tutti gli elementi di violazione di norme cautelari specifiche, come sono quelle enunciate dalla contestazione dell’accusa, non sono soltanto dimostrate e provate nel loro profilo oggettivo, ma sono riconducibili anche a livello soggettivo a quel requisito di rimprovero e di imputazione personale che si richiede appunto per l’affermazione di sussistenza dell’elemento colposo. Ora, è chiaro che l’affermazione di responsabilità a titolo di colpa porta anche ad un confronto chiaramente tra la possibilità di conoscere del soggetto agente, la possibilità di porre in essere i comportamenti alternativi che la norma gli prescrive, rispetto a quelli che ha invece realizzato per perseguire dei fini che non erano quelli della tutela degli interessi previsti dall’ordinamento giuridico. Io ritengo che la documentazione che è stata acquisita, in particolare appunto sui programmi di sviluppo dell’azienda sulle scelte che fin dal 1975 si sono esternate quando già era acquisita la piena consapevolezza della pericolosità della produzione, dell’organizzazione della stessa, e dell’organizzazione lavorativa che era stata predisposta e mantenuta nel tempo, ecco portino ad una conclusione sostanzialmente univoca nell’affermazione non solo la sussistenza dell’elemento colposo, ma anche l’aggravante della previsione dell’evento che viene parimenti contestato. Ecco, vediamo un momento di aggiungere alcune cose su questo profilo, dicevo, del dovere di conoscere. Il dovere di conoscere viene richiesto all’imprenditore, a chi esercita un’attività pericolosa, proprio perché in funzione della predisposizione poi delle cautele che consentono di evitare gli effetti che vengono riconosciuti. E` chiaro che questo contenuto basilare della colpa, della ratio, del rimprovero colposo, raggiunge il massimo grado di intensità quando non c’è soltanto una riconoscibilità astratta, una possibilità di conoscenza possibile per il livello di acquisizioni scientifiche raggiunte in quel certo momento storico, ma quando si ha come in questo caso la prova della piena consapevolezza, dalle indagini svolte da Maltoni, da Viola, dalle conoscenze diffuse sulla pericolosità della sostanza, dall’esperienza che rilevavo prima delle occasioni di pericolo e di eventi negativi che si sono prodotti, di conoscere effettivamente la situazione di esposizione ad un pericolo e a danno diretto della salute e dell’incolumità dei lavoratori, dei soggetti che l’ordinamento intende proteggere attraverso la predisposizione di queste regole cautelari. Ora, sotto questo profilo non può pacificamente ritenersi che la mancanza di regole scritte, o se vogliamo la tardività nel tempo in cui queste regole scritte di cautela, e che quindi possono dare luogo a una colpa specifica sono intervenute, possa fungere da immunizzazione rispetto ad un rimprovero colposo, che, ripeto, si fonda non soltanto sull’astratta riconoscibilità della situazione di rischio, ma su una concreta effettiva acquisita conoscenza. Perché l’obbligo di evitare si commisura e si espande proprio in relazione all’entità dell’effettiva conoscenza che si ha, non soltanto riconoscibilità, che si ha nella situazione di rischio a cui si deve far fronte. In pratica non è solo un criterio di modello astratto dell’imprenditore accorto nel settore specifico, nel momento specifico, che imponeva un agire alternativo, ma è, in questo caso, la dimostrata consapevolezza di tutti i fattori soppesati in un bilanciamento che l’impresa ha fatto tra rischi per il dipendente ed obiettivo di produttività che è stato invece posto in primo piano, che ha determinato i comportamenti che vengono contestati nel capo di imputazione. Per cui, di fronte a questo dato probatorio su cui ci confrontiamo, mi pare che il discorso dell’insufficienza del rispetto delle norme di colpa specifica, delle norme cautelari scritte, dei limiti soglia, dei limiti tabellari delle percentuali di esposizione, sia già in partenza superato, non solo perché sempre diciamo, anche nella colpa incosciente, anche nella colpa priva di questi caratteri di previsione, di consapevolezza, il rispetto formale delle regole di cautela non esonera da un ulteriore riscontro sulla adozione per evitare l’evento, per evitare le conseguenze negative, di tutte le cautele possibili, e su questo punto sappiamo che la norma è aperta proprio all’adeguamento, alle necessità e alla disponibilità della tecnica e dell’acquisizione scientifica disponibile, ma, ripeto, di fronte ad una condizione di piena consapevolezza, è in un certo senso in re ipsa la necessità di superare il limite della colpa specifica, che si dimostra assolutamente inadeguata, proprio perché la scelta che è alla base mette già nel bilanciamento degli interessi, mette già nel conto, diciamo così della scelta produttiva, il correre il rischio oltre i limiti comunque prescritti per la tutela di quegli interessi. Nel momento in cui l’interesse contrapposto non viene consapevolmente valutato non c’è più questione di rispetto dei limiti formali, dei limiti che sono posti per chi agisca in un contesto di pura conoscibilità, di pura possibilità di acquisire il carattere pericoloso dell’attività che svolge. In altri termini, si espande al massimo il parametro dell’articolo 2087 del Codice Civile, che è una norma in bianco ma che, nel momento in cui prescrive l’adeguamento delle misure a progresso delle esperienze e della tecnica, impone quando l’esperienza è quella di una piena consapevolezza del rischio e di una deliberata scelta di correrlo, impone appunto una misura che evidentemente è stata invece violata e che va al di là della formalizzazione scritta nell’ordinamento italiano, ed anche a prescindere dal dibattito che si potrebbe sviluppare sull’efficacia di norme poste da altri ordinamenti nel momento in cui il soggetto agente opera in un contesto sovranazionale, ecco dicevo va al di là di questo problema proprio perché l’esperienza che impone la misura è un’esperienza di diretta ed effettiva conoscenza del livello di rischio, della fonte di rischio, che il precetto cautelare impone di evitare. L’evitabilità si radica, ripeto, non su una riconoscibilità soltanto, non soltanto su un dovere di riconoscere, ma si radica, in questo caso, su una piena conoscenza. Quindi la contestazione pienamente provata di una colpa con previsione, di una colpa cosciente, si riverbera anche sull’individuazione degli obblighi di impedimento, degli obblighi di evitabilità appunto che ne discendono e che si devono commisurare non più soltanto con l’agente modello astratto ma con l’effettiva conoscenza ed esperienza che ne ha il soggetto concreto. Ancora due cose brevissime e concludo. Innanzitutto il problema diciamo molto breve però opportuno da richiamare della cooperazione colposa che viene contestata. Problema molto breve dico perché è evidente che da un lato la cooperazione non si estende, come dire, a periodi successivi, in cui subentrino ulteriori soggetti nella posizione dell’obbligato, dell’agente tenuto alla predisposizione e al rispetto delle regole cautelari, sia per ragioni diciamo proprio di struttura della figura della cooperazione colposa, sia perché comunque la contestazione limita l’imputazione ai periodi di rispettiva competenza di ciascuno degli imputati. Però orizzontalmente la cooperazione dell’articolo 113 opera un’estensione di responsabilità, nel senso che consente di apprezzare e valutare i contenuti anche di contributi anche atipici da parte di soggetti non qualificati che intervengono con la consapevolezza di cooperare in un’attività produttiva, con quelle scelte aziendali che abbiamo illustrato, e che quindi configurano una responsabilità più ampia della pura sommatoria, estendono la loro responsabilità ad un ambito più ampio della pura sommatoria di singoli contributi causali colposi autonomi. E questo rilievo può essere importante soprattutto in situazioni poniamo come quella che può riguardare Terrin, ma anche altri dipendenti, nel periodo in cui vi è un cambio di gestione, un passaggio di competenze, una parcellizzazione, una frammentazione anche di titolarità, e in cui diciamo la qualifica propria dei soggetti potrebbe anche, quali titolari diretti degli obblighi di cautela, potrebbe anche venir meno, sfumare; ma, nel momento in cui un contributo comunque causale, un contributo agevolatore lo arrecano, per la loro posizione o per la loro attività, comunque svolta nel seno del complesso aziendale o del gruppo ai vari livelli, ecco che viene recuperato attraverso il 113, proprio perché è comunque sicura la consapevolezza di questi soggetti di operare e di apportare il loro contributo nella gestione aziendale degli impianti e del Petrolchimico, in cui Terrin lavora. L’altro profilo che si può accennare è quello della continuazione. Viene contestata una continuazione in reati che sono sostanzialmente colposi, sia pure nella forma della colpa con previsione. Ora, è vero che, e questo è un argomento che dovrebbe interessare più alle difese che non alla parte civile, ma in realtà c’è un interesse anche della parte civile degli effetti che può avere sulla prescrizione la configurazione di una continuazione tra le varie ipotesi delittuose contestate. Nello specifico, Terrin ha la diagnosi di malattia nel ‘95, non è certo ancora prescritto considerate le varie aggravanti, però potrebbe anche prescriversi il reato di Terrin. E nel riconoscimento invece che pluralità di reati contestati, tra cui anche quelli ambientali, avviene nell’esecuzione di un unico disegno criminoso, è chiaro che la decorrenza del termine prescrizionale si posticiperebbe comunque fino alla cessazione della continuazione. Ora, sulla continuazione, nelle fattispecie colpose, è chiaro che c’è una problematicità di dottrina, di giurisprudenza, che tuttavia mi sembra razionalmente superabile. Perché è chiaro che l’articolo 81 non richiede, parlando di un disegno criminoso che unisce le varie azioni ed omissioni, non richiede affatto un requisito di dolo riferibile ai fatti tipici, e quindi anche agli eventi; ma si accontenta appunto di un unico disegno criminoso che avvinca le diverse azioni e/o omissioni in quanto tali considerate. Ora, in un contesto in cui le azioni ed omissioni sono, per le ragioni che abbiamo cercato di richiamare prima, sono sicuramente consapevoli e sono sicuramente volontarie, la configurabilità di un’unicità di disegno che le unisce è perfettamente confacente sia con la norma, sia con la situazione psicologica di chi appunto ha agito, tra l’altro per uno scopo che abbiamo già cercato di evidenziare, che è quello appunto di perseguire la massima produttività a discapito di altre esigenze; e per questo appunto ha realizzato e organizzato la produzione, l’adibizione dei lavoratori, di Terrin in particolare; nello stesso qual modo, nello stesso obiettivo, ha limitato gli interventi di controllo delle emissioni in atmosfera o di protezione ambientale. Quindi la possibilità che viene riconosciuta, ripeto, sia in dottrina che in giurisprudenza, sia pure non pacificamente, di una continuazione anche dei reati colposi, direi che nella fattispecie può essere sicuramente affermata e provata, sia e non solo perché la contestazione comunque è di una colpa coscienza con previsione, ma proprio perché la natura delle azioni e delle deliberazioni che ci sono a monte dimostrano proprio l’unicità del fine, l’unicità del disegno. E questo, ripeto, come dato sicuramente autonomo, dal dolo del reato, pacificamente la dottrina e la giurisprudenza riconoscono caratterizzare il disegno criminoso, cioè il disegno criminoso non coincide con il fine rilevante del reato, né con l’intenzionalità della realizzazione del fatto punibile, ma è appunto un elemento ulteriore e diverso che può in sé non essere neppure illecito, ma ha la sola forza psicologa di cimentare in un’unica valutazione i diversi comportamenti. E quindi ritengo che vi siano tutti gli elementi per affermare la continuazione di questi reati contestati anche, ripeto, fino alla realizzazione anche dei reati ambientali e della loro relativa permanenza, con ogni conseguenza in termini di spostamento del termine prescrizionale. Quindi ritengo che per quel che riguarda Terrin la posizione, l’acquisizione probatoria raggiunta e la lettura diciamo così critica, sistematica, di questi dati, alla luce proprio delle non solo possibilità di conoscere, ma conoscenze acquisite dagli imputati nell’ambito aziendale in cui operavano, rispetto alla mancata adozione delle misure che non solo erano prescritte in astratto, ma nascevano in concreto proprio dalle loro stesse conoscenze ed esperienze, confermi pienamente la fondatezza di tutte le imputazioni, e quindi giustifichi una condanna nei termini richiesti, con ogni conseguente statuizione in ordine alle richieste della parte civile. Grazie.

 

Presidente: bene, grazie. Chi ritiene adesso di... Va bene.

 

AVVOCATO BOSCOLO RIZZO

 

Avvocato Boscolo Rizzo: do le conclusioni per la parte civile Lega Ambiente, Associazione Nazionale di Protezione Ambientale, Comitato Regionale Veneto. Dichiarata la penale responsabilità degli imputati, condannarsi gli stessi in solido con i responsabili civili Montedison, Enichem, Montefibre, Eni S.p.A., al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della parte civile Lega Ambiente, Comitato Regionale del Veneto, che complessivamente si indicano nella somma di lire 1.500.000.000, o in quella che verrà ritenuta equa e di giustizia, e nello specifico: danni patrimoniali per i costi sostenuti per l’attività di acquisizione dei dati, di informazione e denuncia alla pubblica opinione, agli enti competenti e all’autorità giudiziaria, per ogni altra iniziativa svolta in un arco di tempo assai considerevole, per contrastare le conseguenze negative delle condotte criminose di cui al capo di imputazione, come provato dai documenti prodotti; danni non patrimoniali subiti per la lesione all’immagine e il diritto alla personalità. Subordinarsi l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento dei danni in favore delle parti civili ex articolo 165 del Codice Penale. In ogni caso, nella previsione che possano venire a mancare garanzie di soddisfazione del credito per le somme che verranno liquidate a titolo di risarcimento dei danni, e comunque sussistendo il pericolo del ritardo, nel senso che l’assenza di esecutorietà pregiudicherebbe il risultato del processo per quanto attiene all’esercizio della azione civile, e pertanto ricorrendo giustificati motivi, si chiede che le disposizioni civili della condanna vengano dichiarate provvisionalmente esecutive a norma dell’articolo 540 del Codice di Procedura Penale. Per l’ipotesi che il Tribunale ritenga che le prove acquisite non consentano l’esatta quantificazione del danno patrimoniale, si chiede che nel pronunciare condanna generica al risarcimento dei danni patrimoniali gli imputati e i responsabili civili vengano in solido condannati al pagamento di una provvisionale esecutiva quanto meno di lire 500.000.000 o della somma che verrà ritenuta equa. In ogni caso liquidarsi i danni non patrimoniali condannando gli imputati responsabili al pagamento di una provvisionale nei limiti della somma liquidata a tale titolo, subordinando in ogni caso la concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena all’effettivo pagamento. Condannarsi infine, sempre in solido tutti gli imputati e i responsabili civili, alla refusione delle spese processuali di costituzione di parte civile come da separata nota. Io mi occuperò degli aspetti di sorveglianza sanitaria, e quindi del servizio sanitario centrale e di fabbrica, in un arco di tempo che va dal ‘71 al ‘77, individuando esattamente la posizione dell’imputato Bartalini, capo del servizio sanitario centrale di Montedison; dei due direttori di stabilimento che si succedettero in quell’arco di tempo e, a salire, dell’ingegnere Calvi. Nel ‘72 accadde un fatto che fa fare un salto dall’obbligo di acquisire notizie sulla nocività della produzione, alla certezza che quella produzione è nociva e che provoca morti da cloruro di vinile, perché il 15 dicembre 1972 muore Ennio Simonetto, esposto a cloruro di vinile dalla data di assunzione, dal 1957, autoclavista e capo turno autoclavi; non fumatore, bevitore modesto. Il 24 novembre ‘72 viene trasferito all’ospedale civile di San Donà di Piave e immediatamente poi trasferito, e sottolineo alla clinica chirurgica dell’Università di Padova, dove il 29 novembre subisce un intervento, viene asportata una massa della dimensione di un melone neoplastica, un grosso frammento del lobulo epatico ed un linfonodo della vena porta. Esame bioptico: neoplasia maligna ad elementi scarsamente differenziati, di natura probabilmente epiteliale epatocellulare. Esame istologico: epatocarcinoma con metastasi linfonodale. Cosa accade alla morte di Simonetto? Maltoni, udienza 11 aprile 2000: "Alcuni colleghi della clinica chirurgica di Padova mi avvertirono della morte di Simonetto e dissero: c’è questa persona che ha lavorato a Marghera e che è morto di tumore epatico. Avevano bisogno di una mia consulenza". Non è casuale che l’Università di Padova si rivolga a Maltoni, che nonostante non avesse ancora iniziato l’indagine, era comunque noto per gli studi che faceva sui lavoratori esposti a cloruro di vinile. E nonostante si parli di epatocarcinoma con metastasi linfonodale, Maltoni rivede quel reperto istologico e parla di angiosarcoma. Il Pubblico Ministero chiede a Maltoni: "Ma perché parla di angiosarcoma, nonostante la prima indicazione di Padova"? "Parlai di angiosarcoma per molte ragioni: per l’esperienza che avevo accumulato sull’animale da esperimento ma - e sottolineo questo - non solo sull’animale da esperimento". Questa è una frase estremamente significativa di cui darò dopo la spiegazione. E continua: "Perché, appena io seppi dei casi di angiosarcoma americani, ci fu un briefing a Washington tra il professor Popper, il primario di patologia dell’Istituto Nazionale sul Cancro, e ci siamo scambiati delle opinioni. Loro mi dissero: questi sono i casi che noi avremmo, tu sei d’accordo, confrontiamoli". Quando Maltoni dice "appena io seppi dei casi americani" non si riferisce ovviamente alla pubblicazione dei casi americani, del caso Goodrich, che avvenne soltanto nei primi mesi del ‘74; si riferisce a sue personali conoscenze per i rapporti stretti che aveva con MSA e con il professor Popper e con chi si stava occupando in allora di quegli angiosarcomi. Avvenne un incontro a Washington. Ma perché a ridosso dalla morte di un operaio, l’ho già detto prima in buona sostanza che Maltoni era già conosciuto per gli studi che stava facendo, però appena Simonetto decede a Padova subito viene coinvolto Maltoni. E bisogna fare un passo indietro: il 16 aprile 1971 era deceduto, sempre presso la stessa clinica, certo Giulio De Luigi, dipendente della Pansac, fabbrica in cui si producevano sacchi e contenitori di polivinilcloruro, addetto al reparto di estrusione: prima diagnosi, fin dall’inizio, di angiosarcoma. "Il giorno prima del decesso, cioè il 15 aprile ‘71, immediatamente - dice Maltoni - un collega citologo mi chiamò per farmi vedere il vetrino, perché volevano avere un parere diagnostico". E Maltoni partecipa addirittura all’autopsia, che mette in evidenza: "Polmone: parenchima disseminato di formazione nodulari a dimensioni variabili, da un grano di riso ad una nocciola, di colore rosso scuro ematico. Cuore: risulta un tessuto che prolifera in forma di nodi tra pericardio viscerale e grasso subpericardico. Fegato: tutta la superficie dell’organo è disseminata da formazioni piane, grandi come capocchie di spillo, oltre ad un nodulo grande come un pisello nel lobo sinistro che presenta gli stessi caratteri nodulari del polmone. L’esame istologico delle neoformazioni polmonari pericardiche ed epatiche rileva trattarsi di angiosarcoma emorragico". Siamo nell’aprile del 1971. Maltoni ha un filo diretto suo personale con l’Università di Padova e con la clinica chirurgica. Maltoni a sua volta era in contatto con Popper, come ho detto prima. E l’incarico non è stato ancora conferito. Fu proprio il professor Bartalini, in allora responsabile del servizio sanitario centrale Montedison, che tramite l’oncologo, il professor Ghetti, conferì l’incarico. Anzi, Ghetti sponsorizzò Maltoni fino a quando Bartalini non si convinse. E` da tener presente che Maltoni, l’ha riferito in aula, non era al corrente degli studi di Viola; gliene parlò il professor Bartalini, tant’è che incuriosito dall’esito degli studi di Viola lo vuole conoscere, vuole conoscere gli studi. Si rende conto dell’importanza dei risultati cui stava approdando Viola e insiste con Ghetti e gli dice: "Si fa, questa indagine, s’ha da fare". Bartalini disse a Maltoni: "Fa un programma, vedremo di fare il possibile per aiutarti a fare un’indagine, che dica la parola definitiva su questa questione del cloruro di vinile". Il 2 luglio 1971 inizia il lavoro di Maltoni, con un accordo ben preciso: che le indagini, questo studio sarebbe dovuto durare 36 mesi, diversamente da quanto accadeva negli Stati Uniti, perché 36 mesi è il periodo di vita naturale, cioè il periodo di vita medio dei ratti. Quindi l’accordo tra Bartalini e Maltoni: "Facciamo l’esperimento fino a quando non crepano i ratti". Il 17 ottobre del 1972, a soli sedici mesi dall’inizio delle indagini, Maltoni comincia a vedere che i suoi studi danno i primi risultati e fa, dà una prima comunicazione a Montedison, ma anche agli altri sponsor, la Solvay, la (Rolampulen) e la ISI. Fa una tabella in cui mostra l’andamento dei suoi studi, la comunica per iscritto e c’è anche un incontro alla presenza dei quattro sponsor. In quell’occasione è presente il dottor Bartalini. Fino ad allora, dall’inizio delle indagini, nel luglio, all’ottobre del ‘72, la persona che per Montedison aveva seguito i lavori di Maltoni, era stato il dottor Ghetti, l’oncologo. Ma da quel momento c’è un salto di qualità nei rapporti con Maltoni: Bartalini non lo molla più, lo segue a vista. Tant’è che questo concetto lo esprime in maniera molto chiara Maltoni quando dice: "Tutte le comunicazioni eventuali le davo...", era una domanda del Pubblico Ministero su chi erano i suoi referenti, se anche gli altri tre sponsor o solo Montedison, e dice: "Per quanto mi riguarda io facevo riferimento a Montedison, e in particolar modo al professor Bartalini. Domanda: esclusivamente al professor Bartalini? Risposta: sì, anche perché dopo la novità della tabella il professor Ghetti, che partecipava agli incontri, fu inassiduo, fu il professor Bartalini che, in prima persona, data l’importanza della cosa, cominciò ad occuparsene". E, Giudici, perché sottolineo, forse ad eccesso, questo rapporto Bartalini-Maltoni? Perché non è un rapporto epistolare, è un rapporto personale, di fiducia, che dal momento della pubblicazione delle tabelle diventa sempre più costruttivo ed anche fattivo, perché c’è uno scambio di opinioni, e poi vedremo; non solo, ma quando si comincia un lavoro non si sa dove finisce e durante, a metà strada, ci si accorge che il professor Maltoni potrebbe arrivare a dei risultati finalmente certi sul cloruro di vinile, certamente preoccupanti per l’azienda. Preoccupanti per l’azienda anche per la semplice e banale ragione che Maltoni dice: "Io avevo detto, fin da subito, quali erano le mie intenzioni. La comunità scientifica, nei riguardi dei cancerogeni, dei tossici industriali, è divisa in due settori inconciliabili, dialetticamente inconciliabili. Il settore di coloro che dicono: non va fatto allarmismo, bisogna che lavoriamo per uno sviluppo tollerabile. Ed invece altri che dicono: no, se c’è pericolo, questo pericolo non può essere tollerato. Io ho sempre appartenuto alla seconda di queste due categorie". Quindi Bartalini ha la necessità di capire esattamente quali sono le intenzioni e di controllare un uomo che, per certi versi, è anche un po’ intemperante. Intemperante al punto che già il 17 ottobre cosa fa? Dice: "Signori miei, è vero che 36 mesi sono ancora lungi da venire, però vorrei intanto poter coinvolgere l’Organizzazione Mondiale della Sanità e dare informazioni su questi primi risultati". Si arriva al marzo, marzo/aprile del ‘73, convegno di Bologna, ci sono gli sponsor e terzi interessati alla vicenda del cloruro di vinile, ed anche in questa occasione Maltoni ribadisce questa sua esigenza, che non si sa se è di orgoglio professionale, di coerenza scientifica. A me poco importa, sta di fatto che lui morde il freno e dice: "Bisogna pubblicare, bisogna pubblicare". Ed è a questa propria personale imprudenza che Maltoni attribuisce l’accelerazione della pubblicazione dei casi Goodrich. E in udienza darà anche una spiegazione di questo fatto, dice: "Tra i quattro sponsor ce n’era uno che si collocava esattamente a metà tra l’Europa e gli Stati Uniti, e era l’ISI, cioè io avevo l’esatta sensazione che l’ISI fosse il cavallo di Troia dell’Europa negli Stati Uniti, per comunicare comunque quelli che erano gli sviluppi della mia indagine". Sempre Maltoni dice: "Perché parla di accelerazione"? Accelerazione perché rispetto ad un tempo programmato diverso e più lungo. E Maltoni dice: "Non erano pronti negli Stati Uniti, a pubblicare quei casi, perché le diagnosi di angio...". Probabilmente Maltoni ha in mente i primi due casi: "Le diagnosi di quei primi due casi sono state fatte con metodiche che non consentono una diagnosi sicura di angiosarcoma; non tanto sicura di angiosarcoma, ma che dia tranquillità sulla metodica di accertamento dell’istologia di quei due preparati". E dice che ha avuto la certezza che negli Stati Uniti ci sia stata un’accelerazione perché a suo avviso Bill Goodrich sapeva tutto quello che Maltoni stava facendo e ne ebbe certezza perché in un incontro, che si tenne all’OSHA nel febbraio ‘74 l’editore che poi pubblicò nell’American Journal i casi Goodrich, gli disse: "Guarda che è di prossima pubblicazione la vicenda dei due casi". Maltoni dà di matto e dice: "Ma come, pubblicate i casi! Guardate che se voi pubblicate questi casi, io dico tutto quello che so alla stampa". E Maltoni, in udienza, temendo di essere mal compreso, spiega e dice: "Scusate un attimo, io avevo fatto degli studi sperimentali che fino a quel momento potevano anche non essere predittivi; ma nel momento in cui i casi umani sono stati osservati, i miei studi sono predittivi. Se i miei studi sono predittivi - testuale - non sarebbe più stato lecito immettere sul mercato quei composti". E dice: "Io volevo - pagine 29 e 30 del verbale d’udienza dell’11 aprile 2000 -, non per orgoglio professionale, ma volevo che il mio nome fosse legato a questo concetto: una volta che gli studi sono predittivi e che c’è questa certezza, non si produce cloruro di vinile monomero". Maltoni minaccia; gli americani ignorano queste minacce e gli danno un contentino: alla fine delle due pagine di pubblicazione nell’American Journal, dicono in nota: "Ringraziamo Maltoni... Maltoni apparentemente è stato il primo a mostrare la relazione tra esposizione a cloruro di vinile monomero e la comparsa - sottolineo la finezza - di angiosarcomi nei mammiferi". Battuto sul tempo per colpa di questa eccessiva cautela degli sponsor, quando invece Maltoni ancora prima della morte del terzo caso Goodrich aveva premuto per pubblicare i suoi dati, ha la necessità di convincere Montedison in particolare ed anche gli altri tre sponsor a pubblicare; perché spinge? Perché sa che può spendere i due nomi di Simonetto e di De Luigi, vantando degli accertamenti istologici che a suo avviso erano molto più puntuali e precisi di quanto non lo fossero stati i precedenti casi Goodrich. Allora cosa accade? Che il buon Maltoni mica si rassegna, e a pochi mesi dalla pubblicazione dei casi Goodrich esce sul volume 65, numero 11 e 12, per cui ritengo - ma non ne sono certa, non so con quale cadenza uscisse, forse verso fine anno del 1974, esce con un suo rapporto in Medicina del Lavoro, dal titolo "Angiosarcoma epatico in operai esposti a cloruro di vinile - Riscontro dei primi due casi in Italia". Questo è un articolo che va letto dalla prima all’ultima riga, perché Maltoni dà dei messaggi trasversali, e dice, intanto la stranezza: pochissime battute di cronaca sui suoi lavori, cioè non pubblica gli esiti dei suoi lavori. Dice: "Ho fatto degli studi sperimentali". E dice: "Il 19 dicembre del 1973, presso una fabbrica della Goodrich, a Louisville è morto un operaio con sintomatologia addominale, autopsia: questo caso rappresenta la prima osservazione nota di angiosarcoma epatico professionale. Il caso fu pubblicato tre mesi dopo". Quindi attribuisce formalmente all’American Journal ed alla Goodrich l’osservazione dei primi tre casi. Sennonché, nella pagina successiva, dice: "Iniziali, De Luigi Giulio, nato il 15.06.1934". Descrive tutta la sua vicenda di ricovero ospedaliero dal gennaio ‘71 e poi, appunto, ricorda quel fatto di cui ho già parlato, del citologo di Padova che lo chiamò per consultare, per il parere diagnostico. Dopodiché parla di Simonetto. E su Simonetto c’è una cosa abbastanza singolare: in aula Maltoni disse che "del caso Simonetto si occupò quando il collega citologo lo contattò nell’imminenza della morte per segnalare l’epatocarcinoma". Nell’articolo invece, ed è estremamente importante questo, dice: "Abbiamo riesaminato e individuato il caso 2 - quello di Simonetto - quando siamo stati informati dal medico di fabbrica Montedison in occasione della ripetizione dell’esame citologico dell’espettorato a cui un gruppo di operai della Montedison, tra cui Simonetto era stato sottoposto, e il medico di fabbrica mi avvertì che nel frattempo l’interessato era morto per carcinoma epatico". Vere tutte e due le cose? Vera l’una? Vera l’altra? Simonetto gli è stato segnalato dall’Università di Padova, o questo comunque è quanto viene riportato nell’articolo, e sicuramente non può che essere vero, perché sarebbe stato immediatamente smentito. Quindi fu il medico di fabbrica, in allora il dottor Giudice, a segnalargli che Simonetto, già sottoposto ad esame dell’espettorato, nel frattempo era morto. E c’è un altro fatto singolare: nel frattempo era morto anche Augusto Agnoletto, terzo caso di angiosarcoma. Come mai Maltoni, in questo articolo che esce alla fine del ‘74, e sicuramente dopo la morte di Agnoletto, non parla di Augusto Agnoletto? C’è un’unica fondamentale differenza tra i primi due casi ed il terzo: Agnoletto decede all’ospedale civile e non in una clinica universitaria; quindi non c’era stato quel collegamento diretto così com’era avvenuto per i due casi precedenti. Però, come per il caso Simonetto a tre giorni dalla morte, e il Pubblico Ministero vi ha esibito la comunicazione del servizio sanitario centrale al servizio personale Dipe di Milano della morte di Simonetto per tumore al fegato, così è avvenuta anche per Agnoletto. Allora, dico, di quei rapporti stretti tra Maltoni e Bartalini, quanto stretti erano? E erano a senso unico? Evidentemente erano a senso unico, da Maltoni verso Bartalini, e non viceversa, perché Maltoni non fu messo al corrente della morte di Agnoletto; altrimenti ne avrebbe parlato nel suo articolo, che avrebbe avuto sicuramente più spessore. Quindi significa che Bartalini tace, al dottor Maltoni tace un evento che avrebbe consentito di dare ancora più sostanza a quegli studi che non erano ancora stati compiuti. A quel punto ritengo di poter dire con tranquillità che la questione era diventata assolutamente scottante: metti Maltoni, più tre casi veneti, di cui due in casa Montedison, c’è un problema di gestione; ed anche un problema di rapporto e di correttezza con gli altri tre sponsor che partecipano a questa iniziativa. Ad un certo punto Montedison deve prendere posizione, non può continuare a dire: aspettiamo di avere conferme. Perché ne sarebbe andata della credibilità dell’azienda nell’interno di questo accordo tra quattro aziende che producevano cloruro di vinile. Ed allora è qui che io colloco quel famoso incontro di Washington di cui parla Maltoni. Ed è un incontro in cui non si discusse soltanto degli studi di Maltoni ma si discusse di come gestire la vicenda dei tre morti di casa Montedison. E Maltoni in udienza ne parla, parla di sé medesimo, di Popper, del primario; ma chi c’è a quella riunione a Washington? Dichiarazioni rese dal dottor Bartalini al Pubblico Ministero il 24 novembre 1995 ed acquisite; parla dei rapporti con Maltoni e dei costanti rapporti; rapporti in senso relazioni che Maltoni faceva sull’andamento dei suoi studi, e dice: "L’esito dei suoi studi venne reso pubblico a Washington; partecipammo per la Montedison io, l’ingegnere Calvi, e forse anche l’ingegner Loddi". In quella riunione venne pubblicamente data conferma della pericolosità del cloruro di vinile monomero per quanto riguarda l’insorgenza di angiosarcomi del fegato. Ma il passo successivo è più significativo, il Pubblico Ministero insiste e domanda: "Ma quando si ebbe certezza"? E scappa al dottor Bartalini, ha detto, una data significativa: "Le prime avvisaglie in ordine all’insorgenza di angiosarcomi del fegato collegati con esalazioni di CVM si verificarono all’inizio del 1973". Ma se Bartalini mi dice "inizio del 1973", sicuramente non ha in mente i casi Goodrich pubblicati soltanto nel ‘74; non ha neppure in mente la tabella del ‘72 perché appunto è del ‘72; che cos’ha in mente? Ha in mente Agnoletto e Simonetto! E` da questo preciso momento, senza voler togliere importanza a tutte le conoscenze pregresse che indubbiamente Montedison aveva e avrebbe dovuto avere; né togliere importanza al caso Goodrich. E` sicuramente da quest’epoca che Montedison avrebbe dovuto prendere provvedimenti precauzionali drastici, e in primo luogo aggiornare la scheda di sicurezza che risaliva agli anni ‘60. Sappiamo invece che il primo aggiornamento successivo di quella scheda avvenne soltanto nel 1976. Avrebbe dovuto potenziare il servizio sanitario di fabbrica, assumendo nuovi medici, perché all’epoca l’unico dipendente per migliaia di operai era il dottor Salvatore Giudice, che poteva vantare collaborazione part-time di qualche altro medico. Doveva dare concrete indicazioni al medico di fabbrica per il protocollo degli esami a cui sottoporre il personale. E soprattutto ricordo nell’audizione di Giudice lo sconcerto del Tribunale quando il dottor Giudice disse che ciascuno aveva dei propri criteri di valutazione sull’inquadramento della malattia, sull’importanza da dare all’alterazione degli indici di funzionalità epatica: "Domanda: ma come, non avevate un criterio comune che potesse descrivere una situazione? Risposta: no, veramente no. Domanda: ma non riceveste indicazioni in tal senso dal servizio centrale? Risposta: no, ognuno operava in scienza e coscienza". Questo più o meno è quello che è venuto fuori da Giudice. Insomma, in quel momento bisognava muoversi, quanto meno dico nella direzione degli standard tedeschi. Ha ricordato al Pubblico Ministero che nella fabbrica tedesca di cloruro di vinile, di cui in questo momento mi sfugge il nome, c’era un dirigente sanitario, 120 medici dipendenti, più collaboratori esterni e tutta una struttura, da ambulanze a pronto soccorso, a laboratori di analisi, che garantivano effettivamente non una copertura di servizio sanitario ma un’effettiva sorveglianza sanitaria sui lavoratori. Dicevo che a Porto Marghera abbiamo il povero dottor Giudice che deve fare da solo con dei giovani part-time, un solo ambulatorio e ci dice che visita 30, 40 - visite che all’epoca dovevano essere visite trimestrali - visita ogni giorno 30, 40 operai, facendo una media di 8 ore al giorno, e quindi sono 480 minuti, ad ogni operaio venivano dedicati sì e no 10 minuti, il tempo di dire: Boscolo, fitte? No, no. Bere? Veramente non erano visite, erano dei saluti cordiali semmai tra il medico e l’operaio di turno. Quindi le responsabilità del dottor Bartalini sono gravi, gravi per la piena e assoluta consapevolezza di quello che stava accadendo, gravi per non aver dato indicazioni, nonostante il dottor Giudice abbia qui ricordato che le telefonate, gli incontri a Milano, erano frequenti. Ma cosa si raccontavano a Milano!? Salvatore Giudice, pagina 76 del verbale di udienza 11 aprile 2000: "Il servizio sanitario del Petrolchimico funzionava secondo quello che riteneva opportuno il professor Bartalini. Dava direttive generali, mi telefonava, convocava me e gli altri colleghi a Milano, anche per corsi di aggiornamento". Sappiamo che dall’ottobre ‘72 Bartalini segue personalmente Maltoni; Bartalini ha rapporti con Giudice, tuttavia Giudice a domanda del Pubblico Ministero sull’epoca in cui venne a sapere degli effetti cancerogeni del cloruro di vinile, cosa fa: come tutti si attesta su quello che non è negabile, cioè sul caso Goodrich. Il Pubblico Ministero insiste e dice: "Ma niente, era accaduto nulla a Porto Marghera? Risposta: mah, niente. Assolutamente niente". Giudice non sa che sono morti Agnoletto e Simonetto. Come dire che a tutti fa comodo ricordare la letteratura, perché è bello leggere, è bello essere informati ed è scomodo rendersi conto che intanto due operai ci hanno già lasciati. Ma dico che Giudice è facilmente smentito, sia perché Maltoni lo ricorda nel suo articolo e dice: "Fu il medico di fabbrica - in allora era lui - a darmi la notizia della morte di Simonetto". Di Simonetto sappiamo poco o nulla: c’è una visita del 1962 in cui si segnala che è non fumatore, modesto bevitore e "per un decennio perdiamo la storia di questo paziente, fino al 1972 quando cominciamo ad avere la cartella di San Donà di Piave". Deposizione del consulente Colosio all’udienza del 9 febbraio 1990. Giudici, io davanti a me ho il libretto sanitario di Simonetto: assolutamente intonso. Dal ‘57 al ‘72 abbiamo un rilievo della pressione il 19 novembre 1971, meteorismo e un secondo controllo in data 13 novembre ‘72. Non c’è nessuna traccia di visite mediche, non c’è nessuna traccia dell’esame dell’espettorato. Presidente, è il faldone numero 168, pensavo fosse la copia del Pubblico Ministero, mi scuso. Io non dico che di Simonetto sia sparito volontariamente tutto, dico che di Simonetto non c’è niente, dico che il dottor Giudice aveva in un contesto più generale di tutte le sue visite, ha detto: "C’è un archivio di tutto quello che io ho fatto, quanto meno dal 1969. Io ho sempre sottoposto tutti i pazienti a visita medica ogni tre mesi ed ogni sei mesi facevo gli esami, il monitoraggio biologico". Devo credergli, sicuramente l’avrà fatto, ma avremmo tanto gradito che tutti quei dati contenuti in questo archivio informatico che è a Milano fossero stati messi a disposizione, perché ci sarebbe piaciuto vedere anche quel citologico dell’espettorato. Non è l’unico libretto intonso, ho preso quello di Simonetto. Allora forse dovremmo mettere in conto a Simonetto di non essere in grado di dimostrare che era sano e che nel frattempo si è ammalato. A cosa serve la visita di assunzione: da un lato all’azienda sapere chi si piglia dentro ma anche a vedere chi nel frattempo, esposto a sostanze chimiche, non cominci a manifestare sintomi di intossicazione, cronica ed acuta, e tutte le sequele. Il Pubblico Ministero insiste con il dottor Giudice: "Ha ricevuto indicazioni, disposizioni, dal servizio centrale? Si discuteva delle concentrazioni - ha risposto Giudice - ma null’altro potevamo fare; né da Bartalini né da altri, direttore di stabilimento nella fattispecie, vennero istruzioni ed indicazioni di comportamenti e di protocolli sanitari". Nel 1975, una lettera riservata di cui ha parlato in abbondanza il Pubblico Ministero, il dottor Giudice scrive al dottor Bartalini allegando i tabulati dell’ultima tornata di analisi, in cui segnala molti casi di alterazione enzimatica. E dice, con un linguaggio che non è esattamente burocratico: "Non c’è mica da stare allegri sa, non c’è da stare allegri". Ed allora il Pubblico Ministero dice: "Ma con questo lei cosa voleva rappresentare lassù? Risposta: eh, cosa volevo rappresentare, volevo semplicemente dire: attenzione, queste persone non hanno un fegato perfetto". "In un ambiente - pagina 101 del verbale della testimonianza di Giudice - in cui si parla di azione particolarmente nociva del cloruro di vinile per il fegato, è bene che queste persone vengano tenute presenti. E quando Bartalini mi dice "come vanno le transaminasi", gli rispondo: non vanno bene le transaminasi, non vanno bene per niente. Domanda: scusi, ma lei... dopo che risposta ha avuto? Risposta: niente". Sicuramente non mente Bartalini, non sta scaricando responsabilità, perché Bartalini, che non è un ingegnere ma è un medico, conosce perfettamente il significato dell’alterazione delle transaminasi, e non si capisce altrimenti perché gliele avrebbe chieste, però Bartalini il 24.11... non lo trovo più, quando si contestano al professor Bartalini appunto quelle informazioni date dal dottor Giudice, dice: "Io non le ritenevo affatto preoccupanti quelle situazioni segnalate; perché? Perché intanto potevano avere cause diverse, e sono comunque alterazioni enzimatiche molto frequenti negli operai dell’industria chimica". E, che sono molto frequenti, fatto ineluttabile. Il dottor Bartalini sa che i dipendenti di Montedison hanno fegati fortemente compromessi, ma è normale che ciò avvenga in un’industria chimica. L’azienda tace, tace con i lavoratori, non li informa, tace con le rappresentanze sindacali, finalmente si muove la Fulc autonomamente, si muove anche sollecitata dal Consiglio Regionale del Veneto, che rappresenta una grave situazione all’interno, è una delibera del Consiglio Regionale del Veneto, proposta dai consiglieri del Gruppo Comunista, con cui la Regione Veneto stanzia anche dei denari in luogo e per conto di chi avrebbe dovuto stanziarli peraltro, credo un centinaio di milioni all’epoca, per sia l’indagine epidemiologica in corso quanto per il servizio di prevenzione di Porto Marghera. Si arriva così alla cosiddetta ormai, l’abbiamo sempre chiamata indagine Fulc, continuiamo a chiamarla indagine Fulc. E su questa indagine Fulc sono stati sentiti sia i rappresentanti sindacali quanto il professor Saia, che in allora fu il coordinatore di questa indagine per gli operai di Porto Marghera. E dice il professor Saia che, anzi scrive il professor Saia, e questo nella relazione finale conclusiva: "Che l’inizio dell’indagine era stata preceduta da incontri tra i vari coordinatori, tra cui Saia e Foà, per la definizione dei protocolli degli elementi organizzativi dell’indagine, e delle metodiche per gli accertamenti". Qui intendo introdurre l’argomento dei contestati questionari Fulc ai fini diagnostici, di cui si è fatto carico il dottor Lotti. Ha lamentato Lotti che le prime diagnosi di malattia professionale, causale, fisiopatologica, quindi, siano state poste dai consulenti Bai e Berrino sulla base delle risposte ad un questionario. Non l’ha detto, ma sembrava quasi fosse un questionario pubblicato dalla rivista "Salve" in cui si dice: rispondi e ti diremo se sei ipoteso o iperteso. Li ha trattati veramente con molto distacco. Ma la critica di Lotti allo strumento Fulc non è altro che, dicevo per finalità diagnostiche, è soltanto uno dei momenti del disegno più complessivo di destituzione di tutti quegli strumenti di cui possiamo disporre in questo processo. E intendo riferirmi ovviamente alle valutazioni IARC, alle valutazioni dell’EPA, all’indagine epidemiologica, che partitamente considerate, ad avviso dei difensori, nulla potrebbero dire sotto il profilo della spiegazione causale del singolo evento lesivo. Ma tornando al famoso questionario, domanda fatta al dottor Saia: "Ma, a seguito di questi incontri preliminari, si optò per l’anamnesi a questionario e sempre per il questionario si optò per la raccolta dei dati e la registrazione dei dati di laboratorio, perché? Perché intanto era necessario uniformare il criterio diagnostico, perché a quell’indagine partecipavano più medici, e quindi l’anamnesi a questionario serve ad evitare che un medico faccia una domanda e che l’altro se la dimentichi. Inoltre si usò il supporto cartaceo successivamente elaborabile dagli epidemiologici che facevano parte del gruppo di lavoro. Nasce come uno screening di massa, ma ciascun operaio è stato sottoposto a: anamnesi personale e lavorativa, esame clinico, esami di funzionalità epatica, bilirubinemia, radiografia al torace, spirometria, esame citologico dell’escreato, fotopletismografia". A dire esattamente sovrapponibile a quei criteri metodologici di corretta diagnosi che il dottor Lotti ha tanto brillantemente illustrato in una mattinata in udienza; sono esattamente sovrapponibile perché dice: "Ad una diagnosi... come vanno raccolti questi dati per arrivare a formulare una corretta diagnosi? Vi mostro una diapositiva: qui sono elencati quei dati che vanno raccolti e vedete uno anamnesi, due anamnesi obiettivo, test di laboratorio, tecniche di immagine e istopatologia". Beh, istopatologia, se è necessaria. Poi l’anamnesi è un dato medico che deriva dall’interazione tra medico e paziente e che richiede da parte del medico conoscenza, esperienza, pratica, doti umane e doti comunicative". Beh, sull’esperienza, la conoscenza e la pratica dell’Istituto di Medicina del Lavoro non abbiamo nulla da eccepire, se poi fossero anche gentili e avessero doti umane non lo so, ma diagnosi hanno fatto, e si sono dotati di strumenti di diagnosi. Ed ecco perché hanno potuto porre delle diagnosi di malattia professionale e non delle ipotesi di lavoro, o ipotesi suggestive. Allora, stavo dicendo che, e ricordo soltanto che il professor Saia ci ha detto che tale era l’accuratezza e la preoccupazione per la qualità dell’indagine, che furono associati gli specialisti di organo più competenti all’epoca: Piazza per le pneumoconiosi e le radiografie al torace; Signorini per il servizio di angiologia; Malcalato per le patologie del fegato; Maltoni per l’esame citologico dell’escreato. Ed è questo complesso organico metodico, lavoro serio, che ha consentito di porre diagnosi di malattia professionale. Ricordo che il Presidente chiese proprio al professor Saia: "Ma voi avete fatto diagnosi"? E il professor Saia rimase un po’ stupito e disse: "Certo". E spiegò il perché. Ma non solo porre di diagnosi ma di dare indicazioni sull’idoneità o meno dei soggetti all’esposizione al cloruro di vinile monomero. Orbene, sappiamo tutti che queste indicazioni sono state completamente disattese dall’azienda. Pagina 108 del verbale di audizione del teste Giudice, parlando dell’indagine di Medicina del Lavoro: "Ma non ci era sembrata un’indagine che dicesse qualcosa di nuovo rispetto a quanto già non si sapesse. E comunque non c’era un grande feeling tra noi e Medicina del Lavoro, perché penso che quelli di Medicina del Lavoro si fossero un po’ scocciati del fatto che, licenziati da Montedison, sia subentrato io a lui, quindi la collaborazione non poteva esserci". Bartalini, sempre sulla relazione conclusiva del 12 marzo ‘77 dell’Istituto di Medicina, non se la ricordava per niente alle prime dichiarazioni, e dai, dai, dai, se n’è ricordato e dice: "Ah, sì, ricordo che sulla base di quella relazione era stato consigliato lo spostamento di un numero considerevole di operai esposti a cloruro di vinile monomero. Peraltro, devo dire che quella relazione dell’Università di Padova era una relazione esterna e pertanto noi dagli esterni non accettavamo consigli. Noi accettavamo consigli soltanto dal nostro esperto, e in particolare dal professor Maltoni". Acqua fresca. Ma se Giudice mi dice "Mah, tutto sommato quell’indagine non rappresentava niente di nuovo di quanto già non sapessimo", significa che l’azienda sapeva che tre quarti dei lavoratori esposti presentavano alterazione degli indici di funzionalità epatica, con incidenza maggiore nei CV6, CV24 e 25, CV5-15 e Montefibre; che 20 soggetti erano affetti da pneumoconiosi; che il 20% della popolazione esaminata era affetta da bronchite cronica associata ad alterazioni di funzionalità respiratoria; che nel reparto CV6 - ed attenti bene - con un’incidenza del 36% sugli altri reparti, l’esame dell’escreato aveva evidenziato alterazioni di tipo classe seconda maggiorata, che è quella famosa classe intermedia che individuò Maltoni perché era quella classe che dalla iperplasia portava alla displasia, in epoca soltanto sospettata di essere stadio precursore; oggi c’è la certezza che la displasia sia uno stadio precursore del carcinoma. E al CV6 ce n’erano tanti di classe seconda maggiorata. La Fulc ha indicato nominativamente oltre 200 operai inidonei alle mansioni a cui erano addetti, di cui 102 per rischio epatotossico. Su 30 di questi anche l’azienda conviene che siano inidonei all’esposizione di epatotossici e comunque al cloruro di vinile; 13 dei 30, per cui ci sono ripetute indicazioni di non idoneità, sono morti tra il 1986 e il novembre del 2000, e parlo a Enichem. Dei 102 segnalati dalla Fulc ne sono morti 42, sempre per patologie correlate. Insomma, a fronte di una situazione che è chiarissima, qua alibi non ce ne sono e incombeva all’azienda l’obbligo di prestare la garanzia a cui è tenuta, cioè sicurezza degli ambienti di lavoro, protezione e controllo. Non mi soffermo sulla normativa antinfortunistica, ma prendo da quella normativa un concetto che è chiarissimo: gira attorno al concetto di rischio, informazione sul rischio, prevenzione da rischio. E qui, semmai dovesse servire per la sentenza, rinvierei proprio paro paro alla lettura del verbale d’udienza 27.11.98 quando il consulente Montedison discusse della differenza tra i criteri di prevenzione del rischio, quindi valutazione e prevenzione, valutazione e gestione del rischio, e criteri di diagnosi di malattia professionale. Io non discuto che ai medici competa la seconda, ma neppure è discutibile che alle aziende competa la prima. E quindi come si deve muovere l’azienda? L’ha detto il professor Lotti: "Deve pensare al paradosso di Cassandra e deve muoversi sulle default opinion. A dire - come spiega Lotti - l’opzione scelta sulla base di una politica di valutazione del rischio, che sembra essere la migliore in assenza di dati che dimostrino il contrario". E questo per evitare che le indicazioni di Maltoni e dell’Istituto di Medicina del Lavoro facessero la fine delle predizioni di Cassandra, ce l’ha ricordato il dottor Lotti: Cassandra predisse al padre la caduta di Troia, il padre non le credette, Troia cadde. Bene, Priamo padre sordo e cieco. Però, dice il professor Lotti, questo lo dico io ma è il concetto: a Priamo non può essere messo in conto di non aver preso in considerazione eventi che neppure Cassandra aveva avuto il dono di predire. E qui entriamo in un argomento che è il capitolo delle alterazioni enzimatiche. E quali sarebbero questi eventi che mai potrebbero essere previsti: angiosarcoma e fibrosi epatica. Si è affermato che la lesione da cloruro di vinile non coinvolge l’epatocita ma unicamente l’endotelio e che quindi, aggredendo l’endotelio, non può dare alterazioni di quegli indici di funzionalità epatica che sono gli unici di cui possiamo disporre per valutare la funzionalità del fegato. A nessuno è sfuggita l’importanza di questa affermazione per gli evidenti, ovvi riflessi, sotto il profilo della sorveglianza sanitaria. E l’epatologo si è posto una domanda che è a pagina 113 del verbale di udienza del 27 novembre ‘98. C’è uno strumento da utilizzare che mi consente di ridurre la morbilità e mortalità da cloruro di vinile monomero per quanto riguarda angiosarcoma e fibrosi epatica". Spero di non usare un termine offensivo, ma vorrei esprimere questo concetto: la domanda è subdola, intanto perché è strutturata su una risposta già data, ma è subdola perché sullo stesso piano angiosarcoma e fibrosi epatica. Dire fibrosi epatica vuol dire tutto e vuol dire niente, perché fibrosi epatica è fibrosi portale, è fibrosi sinusoidale, è fibrosi capsulare. Fibrosi che hanno esiti diversi, sicuramente processi reversibili ma lesioni reversibili ma che non necessariamente conducono a morte. Dicevo che questa domanda è subdola perché pur parlando di morbilità e mortalità, di angiosarcoma e di fibrosi epatica, in realtà costringe l’attenzione sulle patologie neoplastiche mortali sull’angiosarcoma, distogliendo l’attenzione da altri processi, da altre lesioni precoci, diversamente qualificabili, e sono quei processi morbosi precoci che si associano e sono precursori di malattie infauste, ma che se tempestivamente individuate sono in molti casi reversibili o diversamente possono esitare anche in malattie mortali. O se non reversibili non necessariamente esitano in malattie mortali. E qui si è affermato che tutti gli studi che hanno utilizzato test di funzionalità epatica per il controllo dei lavoratori esposti a cloruro di vinile monomero sono approdati alla conclusione della loro inefficacia per determinare lesioni precoci conseguenti ad esposizioni a cloruro di vinile monomero, pagina 114, 27.11.98. Questo è un insulto alla scienza medica, questa affermazione. Tutti concordano sul fatto che non essendoci una patologia dell’epatocita non ci sono movimenti dei classici indici di lesione dell’epatocita. Completamente falso. A questo punto io non so se la responsabilità più grave sia del tossicologo che ha fatto questa affermazione o dell’epatologo, perché l’ambito era più suo, che l’ha sposata senza sentire il dovere in scienza e coscienza di dare delle spiegazioni e di dire cose che sapeva e che non ha detto. Il professor Colombo, nella sua esposizione metodologica dell’11 dicembre 1998, sente l’esigenza di affrontare un aspetto nevralgico di tutta questa problematica, e cioè quello delle lesioni epatiche precoci che erano state osservate in associazione con angiosarcoma, e dice: "I patologi hanno intercettato delle lesioni istologiche che sono state definite precursori". Il termine precursore chiaramente evoca l’impressione di un legame patogenetico con quello che poi è risultato di questo processo morboso che è l’angiosarcoma. Dice: ma vediamo se il termine è esattamente usato, precursore con questo significato. E dice: "I casi di angiosarcoma si ritengono associati e probabilmente collegati con questi eventi che danno probabilmente l’inizio della malattia epatica". Si tratta della moltiplicazione del numero e dell’aumento delle dimensioni di una cellula epatica. Sta parlando chiaramente di iperplasia e ipertrofia cellulare. Dice: questo è un evento reversibile che non precede necessariamente in tutti i casi l’angiosarcoma. E sottolineo che nella letteratura internazionale non è in alcun modo dimostrato, cioè nell’uomo. Un secondo gruppo di lesioni, che è poi il cardine di tutta questa patologia legata al cloruro di vinile, è quella dei sinusoidi. Quindi vi è una iperplasia e una ipertrofia mista delle cellule epatiche e delle cellule sinusoidali, però non dice il professor Colombo: chiarisco subito che queste osservazioni che sono state fatte nei casi di istologia di angiosarcoma nulla dicono sulla patogenesi dell’angiosarcoma, e soprattutto non sono mai state osservate nell’uomo. E dico: va bene ammazzare il padre perché prima o dopo bisogna farlo, ma dire che nessuno quando è stato proprio il professor Popper maestro di Colombo ad osservare insieme a Tamburo queste associazioni, in uno studio pubblicato nel 1984, in Epatology. Alterazioni istologiche epatiche precoci tra lavoratori di monomero di vinile. Tamburo, Mac, Popper. Aggrediscono subito il problema questi tre autori: "Iperplasia focale epatocellulare e iperplasia focale mista, quindi epatociti e cellule degli epatociti e cellule sinusoidali, sono alterazioni istologiche indicative dell’esposizione al monomero di vinile. Sono stati esaminati 93 campioni di biopsie da 78 persone in maniera duplicativa a doppio schermo. 48 esemplari venivano da lavoratori chimici esposti. 23 dei lavoratori esposti, quindi il 48% avevano lesioni epatiche compatibili con l’esposizione. Il 35% di questi avevano iperplasia epatocitica focale, il 13% aveva iperplasia focale mista o lesioni più avanzate. Sia l’iperplasia epatocellule focale che mista erano sempre associate con anomalie dei risultati degli enzimi e di altri esami epatici, del quale la (clerans) verde di indocianina era la più sensibile e la gamma GT la meno specifica. Nell’esame per il danno chimico del fegato è raccomandata la clerans verde di indocianina supplementare, gli esami di consuetudine, con eventuale conferma attraverso biopsia del fegato". E` qui che si è giocato molto, tra lo strumento certo di diagnosi di una patologia e l’intercettazione di quegli episodi morbosi che comunque precedono, che possono essere anche precursori; ed è lì che bisogna fermarsi. E sempre Popper, su queste osservazioni sull’uomo, nel capitolo dedicato alla correlazione di studi biochimici e conclusioni istologiche, dicono: "Sia l’iperplasia dell’epatocita, quanto l’iperplasia mista focale e dell’epatocita, non furono mai incontrati quando i risultati degli esami di funzionalità epatica erano normali. Come negli studi precedenti la clerans ICG, a una certa dose, e il gamma GT, furono i più sensibili degli esami di controllo di laboratorio nell’investigazione di tutti i tipi di malattia del fegato, seguiti poi da SGOT, SGPT, AP fosfatasi alcalina. Gli esami di laboratorio più sensibili alla scoperta del danno chimico del fegato ed aventi la più alta specificità erano appunto il verde di indocianina, la fosfatasi alcalina mentre gamma GT e SGOT erano più sensibili nella scoperta di malattie del fegato non chimica". Questo cosa significa? Che non è affatto vero che tutti siano concordi nel ritenere che la malattia da cloruro di vinile sia una malattia dell’endotelio. E se è vero che è una malattia dell’epatocita, è altrettanto vero che gli indici di funzionalità epatica vanno presi in attenta considerazione. Perché se le mie transaminasi, la mia fosfatasi alcalina, sono alterate, il mio medico darà delle spiegazioni, perché non sono una persona esposta a sostanze chimiche ed epatotossiche, ma in un soggetto che lavora, un operaio della chimica esposto a cloruro di vinile, è chiaro che questi segnali vanno presi con la dovuta attenzione e vanno messi a confronto con altri dati di cui il medico del lavoro dispone, di cui il medico di fabbrica deve poter disporre. E in uno studio successivo, ma sempre del 1984, Tamburo dice: "Tenuto conto peraltro dell’effetto lavoratore sano, nei lavoratori della chimica qualsiasi test alterato deve essere considerato come una significativa deviazione dagli standard di buon funzionamento del fegato". Quindi quel che rileva ai fini della sorveglianza sanitaria è che c’è la possibilità non di diagnosticare precocemente l’angiosarcoma, questo lo sappiamo, ma di individuare dei processi morbosi che si sono osservati associati all’angiosarcoma e anche all’epatocarcinoma. Stanno mandando uno schema adesso, che è uno schema generale, quello allegato alla relazione del dottor Colombati e Berrino, depositata il 06.09.99, che è uno schema generale che descrive i passaggi di carcinogenesi chimica. Uno dei punti di forza dei consulenti Montedison era questo: perché non c’è danno all’epatocita? Perché nell’epatocita funziona benissimo il sistema di riparazione del DNA, che è quasi o completamente assente invece nell’endotelio dove produce quegli effetti dannosi che sappiamo. Come dire che questo sistema di riparazione è infinito, ma evidentemente così non è perché se avessimo un sistema di riparazione insaturabile non avremmo mai la possibilità di modificazioni genotossiche. In questo schema, che è quello proposto dal professor Colombati, si vede chiaramente che una volta che il carcinogeno entra nel meccanismo metabolico, c’è un primo momento di detossificazione - questo è lo schema della cancerogenesi chimica in generale, non del cloruro di vinile - quanto non viene detossificato, si lega al DNA e in questo momento comincia, si formano i cosiddetti addotti, addotti covalenti e in questo preciso momento inizia il processo genotossico, perché è quello che attiva, che sollecita la riparazione del DNA. Se la riparazione è perfetta, la cellula resta normale. Ma per quel che non viene riparato sarà replicazione del DNA, e quindi una memoria permanente del DNA di una cellula alterata. Da questa cellula alterata poi c’è la fase preneoplastica e neoplastica. Sicuramente è molto sintetico, ma sappiamo che, come non vederlo, questo è invece uno schema che si riferisce alla metabolizzazione del cloruro di vinile. Nella parte alta abbiamo la trasformazione del cloruro di vinile, che è un procancerogeno, nei suoi metaboliti attivi: cloroacetaldeide ed ossido di cloroetilene. Questo grazie all’operazione del citocromo P450 che trasforma il cloruro di vinile da procancerogeno a sostanza cancerogena. E vediamo in questo schema che entrambi i metaboliti agiscono sia sull’epatocita quanto sull’endotelio. Lasciando da parte un attimo l’endotelio vediamo che sull’epatocita, per quanto ci sia un sistema di riparazione che peraltro è presente in minima parte anche nell’endotelio, c’è un momento in cui il glutatione non... c’è una deplezione dell’effetto del glutatione, che quindi non riesce a detossificare completamente tutto quanto è entrato nell’organismo; c’è la fase, quello che il glutatione non può fare, viene anche metabolizzato e viene espulso attraverso le urine, ma quella parte non detossificata e non espulsa si aggrega con il DNA e forma gli addotti covalenti. Ma una volta che si siano formati gli addotti covalenti non è detto appunto che questi addotti provochino delle mutazioni. Il sistema di riparazione funziona in maniera diremmo quasi ottimale per tutti quegli etnadotti che hanno una emivita molto breve contenuta nelle 60 ore. Ma sappiamo che il cloruro di vinile dà, il primo etnadotto, quello che viene diciamo formato nel 78% è il 7-ossietilguanina, che ha un’emivita molto breve e perciò viene rapidamente riparato. Invece altrettanto non accade per altri addotti con emivita che hanno di oltre due mesi. Questi etnadotti non vengono riparati o vengono riparati molto lentamente, e possono portare alla formazione di alterazioni stabili del DNA. Per cui il meccanismo di riparazione non è inesauribile ed è in questo preciso momento che si hanno le prime lesioni dell’epatocita. Quindi alterazioni della funzionalità epatica nei lavoratori esposti a cloruro di vinile monomero, vanno presi in seria considerazione per il fatto stesso che l’allontanamento del lavoratore dalla fonte di esposizione può avere effetti nel senso di non far progredire la malattia, o quanto meno di contenerne il momento aggressivo. La descrizione della diagnosi del danno epatico da esposizione di cloruro di vinile è stata fatta, a mio avviso, in maniera molto semplice, molto comprensibile dal dottor Martines, che ha spiegato questo: "Ci sono lesioni degenerative degli epatociti...". Mi ricordava il Pubblico Ministero di sottolineare che questo schema, che è lo schema che è rappresentato in questo momento, è lo schema allegato a quel lavoro di Tamburo "Seminar in liver this is", che descrive esattamente tutti i passaggi osservati nell’uomo, non studi di laboratorio; quelle famose 98 biopsie hanno portato Tamburo a sintetizzare in questo modo gli effetti di cloruro di vinile sull’epatocita e sull’endotelio. Dunque, dicevo che l’esposizione cronica a cloruro di vinile monomero può portare delle alterazioni istologiche di diversa natura; alcune sicuramente reversibili. Lesioni, abbiamo delle lesioni degenerative degli epatociti, ma abbiamo anche iperplasia focale degli epatociti e dei sinusoidi, fibrosi capsulare, portale e perisinusoidale e dilatazione dei sinusoidi. Queste lesioni precoci non possono essere messe tutte sullo stesso identico piano. E dice transaminasi, analina minotrasferasi e le (ast) vengono rilasciate quando le cellule epatiche vengono danneggiate, quindi la transaminasi è un segno di danno delle cellule epatiche. La fosfatasi alcalina invece è secreta dall’epitelio nel dotto biliare ed è espressione di ostruzione del flusso biliare. Quindi un’istruzione del flusso biliare fa sorgere, deve condurre ad un sospetto di fibrosi, ecco perché la fibrosi può essere intercettata e non è vero che sia la diagnosi della fibrosi portale è una diagnosi di tipo istologico, il sospetto diagnostico, o quanto meno dei campanelli d’allarme che ci inducono a far pensare a una fibrosi, sono dati anche dal monitoraggio biologico. E c’è una spiegazione: noi sappiamo che abbiamo questi sinusoidi, questo tessuto che li ricopre, che è l’endotelio, e la fibrosi sinusoidale è proprio quella che riguarda l’endotelio, questa fibrosi dell’endotelio altera gli scambi con l’epatocita, che subisce una sofferenza cosiddetta di tipo anossico. Quindi non è che la fibrosi dell’endotelio, la fibrosi sinusoidale, riguardi il sinusoide punto e basta, ma impedisce quello scambio tra sinusoide ed epatocita. Ecco perché si spiega una risposta dell’epatocita. E quindi una sensibilità dei test di funzionalità epatica. Quindi l’aumento delle transaminasi in lavoratori esposti è correlabile a una sofferenza di tipo anossico dell’epatocita, provocata dalla fibrosi ma sono in grado di intercettarla prima che diventi una fibrosi letale. E qui il dottor Martines riporta moltissimi studi in cui si è dimostrato che l’allontanamento dalla fonte di esposizione ha avuto effetti molto positivi. Dice il professor Martines: "Quanto alle lesioni precoci attribuibili all’esposizione da cloruro di vinile, iperplasia focale epatocitaria e sinusoidale, è stato osservato che queste lesioni non progrediscono se i lavoratori sono allontanati dalla sorgente di esposizione, ed è stato inoltre possibile dimostrare un miglioramento degli indici di danno epatico nella maggior parte dei lavoratori, nell’83% dei lavoratori dopo 6, 24 mesi dall’allontanamento dell’esposizione a cloruro di vinile monomero. La fibrosi epatica è una lesione istologicamente non reversibile, anche se gli esami di danno epatico possono ritornare entro i limiti di norma dopo l’allontanamento dall’esposizione". Questo significa che va fatto immediatamente un primo tentativo: il soggetto che dimostri alterazione degli indici di funzionalità epatica va allontanato e va verificato se l’allontanamento ha avuto comunque un’efficacia, un’incidenza nell’alterazione degli indici di funzionalità. Ed è certo che questi indici servono a identificare lesioni precoci ancora reversibili. Quindi non è vero che la malattia da cloruro di vinile è una malattia dell’endotelio e non dell’epatocita. Io credo di aver, il mio compito era quello di valutare l’efficacia del servizio, gli interventi che sono stati fatti sotto il profilo di sorveglianza sanitaria e l’adeguatezza del servizio sanitario di fabbrica, e soprattutto del servizio sanitario centrale, e penso di aver messo abbastanza in evidenza una serie di omissioni, dall’omissione di un adeguato monitoraggio all’aver ignorato il significato delle alterazioni degli indici di funzionalità epatica, all’omissione per non aver allontanato i lavoratori dalla fonte di esposizione, disattendendo le indicazioni fornite dall’Istituto di Medicina del Lavoro. Faggian Tullio, dall’indagine Fulc del 1977 viene indicato come non idoneo all’esposizione a cloruro di vinile. Questo giudizio di non idoneità verrà ripetuto per altre sei volte nel corso della carriera lavorativa, dal 1983 al 1985, verrà spostato dalla fonte di esposizione nel giugno ’94, morirà l’11 ottobre ‘99 per angiosarcoma epatico. Giacometti Primo, segnalato Fulc non idoneo, altre cinque valutazioni di non idoneità da parte dell’azienda dal 1983 al 1986, verrà spostato soltanto nel novembre 1988 a due anni dalla morte per epatocarcinoma. Simioni Vittorio, segnalato dalla Fulc, continue controindicazioni, quindi non idoneità nell’arco dall’83 all’85, nell’85 verrà spostato ma morirà nel ‘93 per epatocarcinoma. Zecchinato Gianfranco, sempre segnalato Fulc ed altre segnalazioni da parte dell’azienda. La lista continua ed io mi fermo qua, perché parlano da soli questi dati. Si apre, a questo punto, l’aspetto - che non farò io - della causalità omissiva, che verrà trattato credo dall’avvocato Schiesaro. E` evidente che in tema di causalità omissiva, non ricordo certamente al Tribunale quali siano i criteri che delineano la casualità omissiva, ma credo che non si possa confondere la probabilità che necessariamente qualifica la causalità omissiva perché non è una causalità naturalistica, non può essere valutata sotto il profilo naturalistico, necessariamente si deve far riferimento a criteri di probabilità ma non bisogna confondere quella probabilità con una probabilità di responsabilità. Sono piani completamente diversi. E` evidente che la responsabilità esige certezza, ma la probabilità di una causalità omissiva ha i requisiti di certezza quando risponda a dei criteri di coerenza, di forza della coerenza. Ecco perché dicevo prima non bisogna considerare singolarmente tutti i dati disponibili in questo processo e valutarli partitamente senza considerare la rete di informazioni sinergiche che ci vengono da questi elementi: dalla valutazione IARC, dalla legge di copertura sugli effetti del cloruro di vinile, valutazione IARC, valutazione EPA, indagini epidemiologiche, coerenza del tempo di esposizione e di latenza; sono tutti strumenti che vanno tra loro messi insieme con un effetto sinergico ai fini dell’imputazione causale anche del singolo evento lesivo. Ma potrei fermarmi a dire questo e lasciare agli altri colleghi di andare avanti: una cosa è l’imputazione causale del singolo evento lesivo, altra è la certezza della spiegazione causale di tutti questi eventi lesivi, che si collocano come a prova certa del pericolo concreto in relazione alle fattispecie che sono state contestate di disastro e strage. Per i reati di strage e disastro non è necessario il passaggio all’imputazione causale del singolo evento lesivo: posso provare, ho provato che queste morti e queste malattie sono imputabili all’esposizione a cloruro di vinile monomero. Il passaggio poi ulteriore all’imputazione causale o alla spiegazione causale del singolo evento lesivo verrà data da altri. Ho finito, volevo soltanto fare una mia considerazione personale: stavo riflettendo in questi giorni alla lunghezza di questo processo ed anche ad una singolarità di questo processo. Io sono abituata a fare cose modeste, con gente di tutti i giorni, non mi è mai capitato di difendere amministratori o politici, ho difeso degli agricoltori accusati di avere intascato dei denari per foraggiare dei partiti ma tutti, indistintamente tutti gli imputati che ho assistito, hanno vissuto con me, giorno dopo giorno, il dramma personale del loro processo. E c’è stato sempre un momento in cui innocenti che si dichiarassero hanno avvertito il disvalore sociale del fatto che veniva loro addebitato come fattispecie astratta, poi magari prendevano le distanze ma hanno seguito personalmente il processo giorno dopo giorno, venendo in aula. In questo processo non abbiamo visto gli imputati, se non per quel tanto che è stato ritenuto assolutamente e strettamente necessario. Persino il senatore Andreotti, che è il senatore Andreotti, ha seguito giorno dopo giorno e ha patito giorno dopo giorno il suo processo. Io credo che questi imputati abbiano privato il Tribunale della possibilità di valutare la correttezza del comportamento processuale ai fini di un trattamento sanzionatorio più benevolo. Ma soprattutto hanno privato le parti offese, il Pubblico Ministero, di quel confronto con le facce degli uomini. Non abbiamo potuto vedere sofferenza, disagio, preoccupazione. C’è mancato questo momento di confronto con gli imputati.

 

Presidente: bene, grazie, avvocato.

 

AVVOCATO MANDERINO

 

Avvocato Manderino: signor Presidente, signori Giudici, io affronterò, per quanto riguarda l’argomento di carattere generale, l’articolo 437 del Codice Penale; subito dopo le sei posizioni dei lavoratori che assisto in questo processo. Il Pubblico Ministero, nel corso della sua requisitoria, ha già esposto i fatti che riconducono alle fattispecie punite dall’articolo 437, a quell’esposizione pertanto mi rifaccio integralmente, semmai integrando alcune altre circostanze. Il reato di cui all’articolo 437 è uno di quei reati la cui condotta dolosa, individuata nelle singole circostanze di fatto esposte nel primo capo di imputazione, ha determinato come effetto il delitto di disastro colposo e dunque viene in considerazione sia come singola fattispecie penale sia come fattispecie che unitamente e in concorso con gli altri delitti, lesioni ed omicidi colposi, ha cagionato la realizzazione del reato di disastro. L’articolo 437 è posto a tutela e a salvaguardia della sicurezza del lavoro e trova il suo fondamento prima di tutto nei principi costituzionali, l’articolo 32 primo comma e 41 della Costituzione, salute e sicurezza dei lavoratori che sono dunque costituzionalmente garantiti. E quindi prima di tutto un’osservazione: c’è un altro diritto che è costituzionalmente garantito ed è il diritto di iniziativa economica. Ma è proprio in questi diritti che trova la sua limitazione, il suo concreto limite di manifestazione. E a questo proposito ricordo, solo per citarlo, il documento proveniente da direzione Montedison, dell’1 luglio 1977, che esordendo con l’obiettivo primario costante di tutta la divisione, è la competitività, esprime l’intera filosofia dell’azienda chimica, proiettata come l’istruttoria dibattimentale ha provato a mantenere saldo il suo posto nel mondo del mercato realizzando il profitto economico, anche a costo e nonostante il sacrificio della salute e della vita degli operai del Petrolchimico e ha oltrepassato anche queste mura del Petrolchimico, perché ha coinvolto la vita sociale e collettiva della realtà che vive intorno al Petrolchimico di Porto Marghera. Ebbene, se la Costituzione privilegia diritti fondamentali, come la vita e la salute, anche la Cassazione su questo punto molto spesso è intervenuta, dicendo che nessuno scontro è possibile, nessuna considerazione di carattere economico - sostiene - può essere opposta dall’imprenditore per giustificare una mancata attuazione delle norme di prevenzione. In che cosa siano consistite queste condotte lo dirò subito, prima però vorrei affrontare un argomento di carattere generale sull’articolo 437, che viene discusso ancora oggi tra dottrina e giurisprudenza. E cioè: la norma giuridica di cui all’articolo 437 punisce anche le omissioni di impianti, apparecchi, segnali, destinati alla prevenzione di malattie professionali, che sono queste che ci riguardano. Io credo che la questione possa essere risolta tenendo a mente quelle che sono state le esigenze espresse più volte dalla dottrina, e che poi la giurisprudenza di legittimità che tra poco citerò ha fatto proprie. Però faccio un passo indietro: nel 1983 la Corte Costituzionale, chiamata a risolvere la questione, invocando il principio di tassatività e di legalità, aveva negato la possibilità di estendere la norma anche alle malattie professionali, che sono eventi diversi dai disastri e dagli infortuni sul lavoro. Dottrina e giurisprudenza di questi anni però sono spesso intervenute per sostenere la necessità di formulare con coerente nettezza il concetto di infortunio sul lavoro come viene disciplinato dall’articolo 2 del decreto presidenziale del ‘65, numero 124. Quanto alla dottrina vorrei ricordare, tra le varie espressioni degli autori che si sono interessati alla questione, quella che significativamente esprimeva questo disagio. Il professor Alberto Alessandri, che oggi difende imputati Montedison, aveva scritto in un suo articolo del 1988, apparso sul Digesto Penale dell’UTET: "La necessità di far spazio ai progressi scientifici nell’individuazione delle nuove e più subdole aggressioni all’incolumità che la moderna tecnologia produce e che spesso fuoriescono dal tradizionale quadro eziologico violento". Cioè tipico dell’infortunio sul lavoro. La Corte di Cassazione ha recepito questo disagio e con le ultime sentenze che allo stato si sono occupate della questione ha esteso il reato di cui all’articolo 437 anche alle malattie professionali: si tratta di Cassazione 14 settembre 1990, numero 12367; Cassazione 26 novembre 1996, numero 10161; Cassazione 14 gennaio 1999 numero 350. Io non voglio approfondire le questioni trattate dalle singole sentenze perché comunque tutte e tre arrivano alla stessa conclusione. Ricordo soltanto che le sentenze del ‘90 e del ‘99 individuano la nozione di malattia/infortunio. Ovvero, tra le cause violente, in occasione del lavoro, vanno annoverate tutte le forme di lesività tali da creare un danno al lavoratore sia che derivino da un agente meccanico fisico sia che derivino da agenti radioattivi, chimici, elettrici, etc.. Quello che conta è l’evento che è stato prodotto, la lesione, non le modalità attraverso le quali si è arrivati alla lesione. Cosicché, sia l’infortunio che la malattia, sono caratterizzati dall’essere prodotti da un agente patogeno. La sentenza del ‘96 è quella della cosiddetta causalità concentrata, che è stata mutuata dalla dottrina più accreditata. La malattia professionale - dice la sentenza - è il risultato di tanti piccoli microtraumi che insieme costituiscono la causa violenta. Ciò che la distingue dall’infortunio è soltanto una causalità temporale, istantanea nell’infortunio la lesione, continuata e diluita nel tempo nella malattia professionale. Entrambe le tesi contengono delle valutazioni giuridiche a cui va dato valore, e comunque hanno e danno il segno di una costante giurisprudenza della Corte di Cassazione nel riferire l’articolo 437 anche alle malattie professionali. Per parte mia, umilmente, chiudo la parentesi su questo argomento, la discussione che comunque è rimasta aperta potrebbe trovare soluzione concreta in questo processo in questo modo: gli eventi delle malattie professionali e delle morti per malattie professionali, verificatesi nella vicenda processuale che ci occupa, vanno ricondotte alla nozione di disastro, sia come disastro da prevenire ai sensi del primo comma sia come disastro che si è verificato ai sensi del secondo comma. Evento che, in questo processo, assume un significato di particolare rilevanza. Reato di disastro che infatti è unico, sia per il primo che per il secondo capo di imputazione, nella sua formulazione di delitto colposo; quindi malattie e morti per malattie, causate dalle condotte degli imputati, se singolarmente sono da considerarsi eventi dei reati di lesione personale colposa e di omicidio colposo, anche nella forma plurima, complessivamente costituiscono l’evento di disastro che l’articolo 437, ponendolo accanto all’infortunio sul lavoro, intende prevenire quando punisce le omissioni di cautele. Che poi possano identificarsi in questa nozione di disastro ritengo sia ammissibile anche considerando l’accezione che unanimemente alla giurisprudenza dà del concetto del disastro: disastro inteso come evento da prevenire, come evento di danno, che espone al pericolo una collettività, un numero indeterminato di persone, con effetti gravi, complessi, estesi, generando pubblica commozione. Questa è la Cassazione del 17 marzo 1981 alla quale altre sentenze si sono rifatte. Mi pare che questo poi comporti un’assonanza con il bene giuridico che la norma tutela, ovvero la pubblica incolumità, ovvero il bene dell’integrità dei lavoratori, qualunque sia il settore produttivo, il tipo di lavorazione, le dimensioni dell’impresa. Vengo ora all’individuazione delle condotte che hanno costituito le omissioni. Ripeto, il Pubblico Ministero ha già esposto tutte le circostanze che poi trovano puntualmente la loro descrizione nel primo capo di imputazione. Aggiungo, per parte mia, soltanto alcuni particolari. Nell’omettere qualsiasi intervento di blocco degli impianti io ricordo che all’impianto CV6, di cui da più parti si è chiesto per più anni il blocco definitivo perché reparto irrecuperabile, e ricordo che da quel reparto sono usciti alcuni dei lavoratori che poi sono morti di angiosarcoma epatico, il lavaggio manuale interno delle autoclavi si è protratto fino alla chiusura avvenuta nel 1989, senza che mai fosse stato sostituito con meccanismi automatici idonei, soprattutto destinati a evitare l’entrata dell’operaio in cavità. Ricordo allora le famose pompe Peroni, acquistate, installate, subito risultate inidonee, tanto da obbligare l’intervento manuale dell’operatore e ricordo ancora i lavatori, usati negli Stati Uniti già dal 1965 che la Goodrich autorizzò con licenza la Montedison ad utilizzare nel 1973. Su questo ricordo il teste Nicolis, che all’udienza del 14 marzo 2000 è illuminante sul punto. Ora, questi lavatori, risultati subito inefficaci, perché si rompevano le valvole e le pompe, sono rimasti giacenti due anni in officina, fino al 1976, per una riparazione che non è mai avvenuta e quindi anche questi sostituiti di nuovo con l’ingresso in cavità dell’operaio. Quindi non solo venne mantenuto attivo un impianto che a gran voce andava chiuso per la pericolosità della lavorazione, i cui effetti erano già noti a tutti, ma prima di tutto all’azienda, ma in quello stesso reparto che l’azienda intenzionalmente e pervicacemente volle mantenere attivo, per realizzare i suoi fini produttivi, non si utilizzarono sistemi automatici di lavaggio che avrebbero potuto limitare quella che tutti gli operai, testimoni in questo processo, hanno descritto come la più pericolosa delle operazioni, ovvero la pulizia dell’autoclave, dove respiravano le croste di sostanza chimica di cui era intasato il reattore. Sistemi automatici che, peraltro, non si dovevano inventare, perché erano in circolazione nel mercato mondiale fin dagli anni ‘60. Ricordo ancora, tra le tante omesse collocazioni di sistema, ed apparecchi di sicurezza idonei a prevenire l’insorgenza di tumori e malattie gravissime, la mancata predisposizione di un sistema di controllo ambientale con gascromatografo nei reparti di lavorazione del dicloroetano. Di questo ne parla il teste Dacome, all’udienza 9 maggio 2000, capo reparto per quattro anni al CV10-11 e poi capogruppo di tutti gli impianti dal 1979; che proprio per la sua qualifica avrebbe dovuto ricordare se questo controllo venne attuato, e invece candidamente risponde: "Non mi ricordo se era stata prevista anche questa possibilità, perché se n’era parlato, ma non ricordo se in pratica sia stato realizzato". E ne parla il teste Bortolato all’udienza del 9 giugno 2000, capo reparto al CV22-23 dall’84 all’86, che riferisce di: "Un solo controllo all’anno effettuato sul dicloroetano tramite il prelievo di campioni, quindi un controllo eseguito in laboratorio, non sul posto, in un epoca in cui il dicloroetano era già stato dichiarato dallo IARC possibile cancerogeno per l’uomo". E ne parla infine il teste Magarotto, di cui il Pubblico Ministero ha già parlato, udienza 7 luglio 2000, dal quale si evince che il primo controllo ambientale del dicloroetano è avvenuto nel 1995, giusto dopo l’entrata in vigore della legge 626 del ‘96: "Ricordo le omissioni in materia di uso dei mezzi di protezione personale, in particolare degli apparecchi respiratori idonei ad evitare l’aspirazione del gas. Qui sono decine le testimonianze degli operai, i quali dichiarano di non averle usate, o perché non erano in dotazione, o perché erano insufficienti al numero degli operatori, o ancora perché pur essendoci erano inidonee alla lavorazione che effettuavano: in autoclave usare la maschera produceva più pregiudizi che benefici". L’articolo 437 dunque è una norma che si riferisce all’attività lavorativa, che è potenzialmente produttiva di pregiudizio e di aggressione all’incolumità fisica dei lavoratori e nel disporre obblighi e divieti in funzione di prevenzione, questa norma esige che vengano prestate tutte le efficaci misure di sicurezza destinate a scongiurare il probabile insorgere di dinamiche lesive. Questo è il quadro logico e indefettibile della fattispecie penale. In questo quadro la condotta omissiva posta in essere assume tutta la sua rilevanza. Questa condotta, che per essere penalmente rilevante, deve trovare nelle fonti normative quell’obbligo che consiste nell’apprestare le misure di sicurezza e le cautele in genere, premessa la fonte costituzionale, le altre fonti normative sono l’articolo 2087 del Codice Civile e le norme speciali introdotte dalla legislazione antinfortunistica. L’articolo 2087 è una norma che fonda, ed è quella che il capo di imputazione individua la colpa generica, è una norma fondamentale, perché non solo costituisce il punto di riferimento principale per quanto attiene il contenuto del dovere di sicurezza, e per individuare i soggetti tenuti a questo dovere nell’ambito delle strutture collegiali, costituisce anche ulteriore affermazione e fondamento della posizione di garanzia in capo all’imprenditore. Aggiungo che la sua importanza trova corrispondenza anche nel fatto che in campo penalistico è stata molto spesso applicata, proprio per consentire di rimproverare all’imprenditore la mancata adozione di cautele che non erano previste nel momento in cui si contestavano i fatti da nessuna norma di legge, ma che sono appunto enucleate nell’ambito del generale dovere di adeguamento. L’articolo 2087 impone al datore di lavoro un dovere di diligenza e perizia qualificati, è un precetto riportato a generale che ribadisce la particolarità del dovere del datore di lavoro rispetto alla tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori; particolarità che comprende anche il dovere di acquisire le conoscenze del progresso tecnico e le conoscenze del sapere scientifico, e però anche di applicarle queste conoscenze allo scopo di apprestare tutti i mezzi perché quella tutela venga garantita. Occorre una conoscenza tecnologica, specifica dell’imprenditore: aggiornarsi, prevedere, anticipare, intorno a quelli che sono i meccanismi produttivi che pone in essere nell’esercizio dell’attività. E non posso fare a meno di osservare, ancora una volta, che tredici anni or sono il professor Alessandri aggiungeva: "Né si trascuri che sovente la tecnologia impiegata, se di carattere innovativo, è volutamente mantenuta segreta, in tutto o in parte dall’imprenditore, che è l’unico quindi a poter conoscere le fonti di rischio, risultanti ad esempio dai materiali utilizzati o dalle tecniche produttive". Mi viene in mente, leggendo questo passo, il patto di segretezza di cui ha parlato il Pubblico Ministero, segretezza sulla cancerogenicità del cloruro di vinile monomero, che ha legato a doppio filo, per anni, le industrie chimiche e mi viene in mente perché strettamente legato a quello che scrivono i consulenti Comba e Pirastu nella loro relazione "Indagine epidemiologica e nesso di causalità", quando riferiscono di quel dossier sul CVM, pubblicato nel ‘98 su una rivista americana, Winston Chronical, intitolato "Con la massima riservatezza", da cui risulta come le conoscenze sulla tossicità del CVM nell’ambito delle aziende chimiche risalivano già dal 1959, e come vi sia stata, tra le associazioni ultime industrie chimiche americane e europee una scelta di chiusura dei ranghi, protrattasi fino agli anni ‘70, quando vennero pubblicati i risultati degli studi finanziati dai produttori europei. Studi, aggiungo io, che le stesse aziende chimiche, penso al rapporto tra il professor Viola e la società Montedison, nonostante tutto il loro potere, non sono riuscite a controllare, e ad affermarne o a ritardarne ancora la diffusione. Quindi la norma dell’articolo 2087 funge da fonte della situazione doverosa di cui ho parlato, in quella parte in cui statuisce quell’aspetto del dovere di sicurezza finalizzato all’integrità fisica, come più volte ha ribadito la Cassazione è una norma di chiusura del sistema giuridico, fondato sulla previsione di numerose prescrizioni riguardanti diversi settori di attività lavorativa, rischi specifici ed aspetti particolari di tutela, la cui violazione costituisce colpa generica sotto il profilo della negligenza e dell’imperizia. E ricordo per ultima Cassazione 15 aprile 1997, numero 3439. Ecco che allora questo articolo 2087 realizza in pieno la sua fondamentale rilevanza se a fianco ad esso vengono contestate altre norme introdotte dalla legislazione speciale, quelle che individuano la colpa specifica attribuita alle condotte degli imputati. Il capo di imputazione ne individua alcune, sintetizzo sono i decreti presidenziali del ‘55, numero 547; del ‘56, numero 303; dell’82, numero 962. Disposizioni violate dai comportamenti degli imputati, descritti nell’imputazione ed accertati con l’istruttoria dibattimentale. Non è irrilevante, a questo proposito, sottolineare, a proposito delle condotte ascritte, che la violazione, intesa come omissione dell’ex articolo 437, vi è stata anche laddove si contesta l’insufficiente o l’intempestiva o l’inidonea organizzazione aziendale rispetto ai sistemi di monitoraggio, rispetto alla struttura sanitaria aziendale, rispetto alla manutenzione degli impianti. La Cassazione sul punto è precisa quando sostiene che la condotta di omissione sussiste non solo quando le cautele siano totalmente omesse, ma anche quando siano state apprestate cautele insufficienti: 13 febbraio ‘91, numero 2033. Io non mi soffermo sull’attribuzione soggettiva del fatto perché altri hanno parlato delle posizioni di garanzia, aggiungo soltanto alcune considerazioni che non sono mie e che vengono ad hoc di fronte alle conclusioni che il Pubblico Ministero ha tratto nella sua requisitoria, quando ha detto: "L’enorme rilevanza della vicenda impone di attribuire la responsabilità ai vertici più alti dove si decideva tutto". Ed ancora ha detto: "Il vincolo di logica aziendale lega tra loro tutti gli imputati". E per la terza volta ricordo quello che diceva il professor Alessandri a proposito dell’individuazione della figura del garante: "Non può essere condivisa - sosteneva - la tesi di chi parla di esercizio di fatto delle mansioni, poiché finisce con l’attribuire responsabilità scivolando verso il basso della gerarchia, e perché finisce di violare il principio di tassatività della fattispecie, che vuole pur sempre ed espressamente individuare nell’imprenditore il destinatario delle norme antinfortunistiche. Quindi la definizione di garante - continua il professor Alessandri - non può che ancorarsi alle espresse qualifiche giuridiche assunte nel loro valore civilistico, collocandosi dunque al vertice della struttura d’impresa al quale, d’altro canto, appartengono i poteri che modellano la strategia e le scelte produttive". Aggiungeva come fosse necessario giungere ad un’analisi della personalità dell’adempimento dell’obbligo normativo, ovvero, cito ancora Alessandri: "Non occorre necessariamente un materiale adempimento diretto, man mano che aumenta la complessità aziendale è possibile giungere a una rarefazione delle modalità di adempimento, fino alla mera direzione e vigilanza dell’operato altrui, purché affidabile rispetto alla salvaguardia del bene e dell’incolumità dei lavoratori, con il duplice corollario di un permanere della situazione doverosa in capo al titolare ex lege, dell’obbligo, e della creazione di nuovi garanti, ai quali sul piano operativo resta affidato, in conformità alle regole organizzative interne ed ai poteri assegnati il compito di fronteggiare adeguatamente quelle sorgenti di pericolo individuabili nei segmenti produttivi cui sono addetti". Io prendo come modello queste osservazioni emblematiche, dunque responsabilità penale dei dirigenti al vertice che permane e responsabilità alla base, si leggano ad esempio i direttori di stabilimento, che si giunge a questo e ne condivide le conseguenze. Con un corollario ulteriore, che proviene dalla normativa sulla sicurezza del lavoro. Ci sono adempimenti che il datore di lavoro non può delegare, tra questi rientrano tutti gli adempimenti relativi alla valutazione del rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori. "Il problema della sicurezza - lo dice anche l’avvocato Pulitanò in un suo articolo su Digesto Penale del 2000 - deve essere preso in carico al massimo livello di responsabilità; compito specifico del datore di lavoro al vertice, titolare dei poteri decisionali e di spesa, è il dovere di programmare la sicurezza. Il datore di lavoro, ovvero il delegante, non è affatto esonerato da ogni obbligo in tema di sicurezza dei lavoratori, perché egli è pur sempre il responsabile, il naturale destinatario dell’obbligo di garanzia, di un bene irrinunciabile qual è la salute dei lavoratori. In definitiva, la delega trasferisce soltanto l’esercizio e non la titolarità del dovere di sicurezza, ed ognuno risponde in maniera graduale, ma risponde sia perché titolare del dovere di sicurezza sia perché preposto all’esercizio di questo dovere". Sulla natura di reato di pericolo presunto non mi soffermo affatto, dico soltanto che alla luce delle risultanze probatorie emerse nel corso dell’istruttoria dibattimentale appare evidente la violazione da parte degli imputati delle norme stabilite a tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori del Petrolchimico, le condotte tenute, ovvero le omissioni pervicacemente perseguite per decenni hanno creato pericolo per la pubblica incolumità. Da quelle condotte ne è poi derivato l’evento più grave, ovvero le lesioni, gli omicidi colposi plurimi, il disastro. La coscienza e la volontà degli imputati di omettere tutte le cautele che erano destinate a prevenire gli eventi dannosi verificatisi emergono dai documenti e dalle testimonianze escusse in questo processo. Vi è stata coscienza e volontà nel soprassedere a tutti gli obblighi imposti dalla legge, al fine di assicurare l’esercizio di un’attività che fosse immune da pericoli. Vi è stata coscienza e volontà nel continuare un’attività produttiva in vista dell’obiettivo esclusivo del profitto economico, anche laddove ormai non c’era più soltanto il sentore dei rischi alla salute, che l’esposizione al cloruro di vinile provocava nei lavoratori, ma emergevano realtà di impianti obsoleti, irrecuperabili, fonti di continuo pregiudizio per chi vi operava. Vi è stata coscienza e volontà nel reiterare un sistema di organizzazione aziendale assolutamente privo di struttura sanitaria, idoneo a controllare e figurarsi se a prevenire l’insorgenza delle patologie nei lavoratori. Un sistema aziendale che ha scelto di eludere anche i doveri primari di informazione nei confronti di centinaia di persone che hanno lavorato alle sostanze cancerogene. Vi è stata coscienza e volontà nel rimuovere mentalmente e di fatto le avvisaglie e poi le certezze provenienti dalla comunità scientifica sugli effetti che il cloruro di vinile produceva sull’organismo umano, nel fare orecchie da mercante di fronte alle ripetute rimostranze che provenivano da organismi esterni di vario livello sociale ed anche istituzionale. Vi è stata infine coscienza e volontà di ignorare obblighi giuridici per obbedire solo all’imperativo del profitto economico. Io questa parte generale l’ho conclusa e non faccio considerazioni personali, vorrei soltanto leggere un passo della sentenza della Corte d’Appello di Trento sulla tragedia di Stava, fatalità una tragedia dove anche qui compare la Montedison. Dice in uno di questi passi: "Perché simili eventi non si verifichino più e perché possa vivere in pace, la società civile deve vigilare e pretendere che nessuno ignori né il senso dell’integrità del mondo, né il rispetto per la vita e pretendere altresì che il progresso scientifico industriale e economico sia rispettoso di quei valori primari". Si riferiva a Stava e diceva: "268 vite stroncate, contestualmente a Stava sono il gravissimo prezzo pagato alla natura per le rilevate inosservanze, al quale si deve unire il dolore profondo delle persone care e dell’intera collettività". Io avrei finito la parte generale, Presidente, però chiederei di poter esporre, per quanto riguarda i lavoratori, dopo una pausa, perché altrimenti non credo di farcela con la voce.

 

Presidente: però, voglio dire, non è da molto che parla, è una mezz’oretta circa, io non voglio insistere, ma almeno alcune di quelle posizioni personali può cominciare ad esporle, almeno per 20, 30 minuti, così facciamo la pausa all’ora solita, perché altrimenti poi si allunga il pomeriggio ed è dura da reggere, cerchiamo di spezzare.

 

Avvocato Manderino: io volevo dire questo, a proposito dei lavoratori. Io per nessuno di questi svolgerò considerazioni relative alle testimonianze, relative ai reparti, alle mansioni che hanno svolto, perché è tutto agli atti. Tuttavia svolgerò argomentazioni di carattere generale sul nesso di causalità, e quindi riferito alle singole malattie diagnosticate, e sulla responsabilità dei dirigenti. C’è un particolare: ognuno di questi sei ha una malattia diversa, quindi per forza di cose io avrò come minimo un’ora di tempo per poter esporre in una maniera che sia articolata e chiara. Io comunque vado avanti, poi eventualmente mi fermate. Il primo di questi lavoratori è il signor Vincenzo Cappelletto, laboratorio SG2 e 5 e parco serbatoi; ha lavorato dal 1957 fino al 1989. Il signor Cappelletto ha avuto la diagnosi di tre patologie: epatopatia cronica nel ‘77; melanoma al dorso nell’89; tumore al polmone nel ‘97. Si tratta di un lavoratore che già era inserito nell’allegato B, che era stato allegato nella richiesta di rinvio a giudizio, l’allegato B dei dottori Bai e Berrino, poi ha avuto ingresso nuovamente nel processo con la contestazione suppletiva dell’8 luglio ‘98. Sul melanoma hanno parlato, e ha parlato in particolare il dottor Vito Totire, consulente del Pubblico Ministero, segnalando alcune evidenze derivanti sia dal rapporto Istisan del ‘97, sia casi segnalati nella coorte Montedison ed Enichem. Di questo melanoma ha poi fatto un ulteriore aggiornamento in un’udienza che si è svolta nel 2000, che non riguardava proprio il signor Cappelletto, ma essendo un melanoma simile viene in considerazione. Del melanoma i consulenti del Pubblico Ministero nella loro relazione finale del 20 aprile 2001 elencano molti studi, che sono quelli poi citati dal dottor Totire, e da ultimo lo studio multicentrico europeo, che ha evidenziato valori di SMR superiori a riferimento proprio nella coorte italiana. La conclusione che fanno è questa: "Esiste una plausibilità della associazione tra esposizione a CVM e melanoma". Però questa valutazione epidemiologica va accompagnata da valutazione degli aspetti genetici. E sugli aspetti genetici il professor Berrino e il dottor Colombati, nella loro relazione, evidenziano una sinergia tra le alterazioni tipiche del melanoma e quelle che si verificano a carico del gene P53 negli esposti a CVM, deponendo quindi per un ruolo causale dell’esposizione a cloruro di vinile nei confronti del melanoma. Per quanto riguarda il tumore del polmone, ci sono studi epidemiologici di una certa rilevanza e sono anche molti, che concludono per l’elevata persuasività scientifica della relazione causale tra l’attività lavorativa che comporta esposizione a polveri di PVC. Io ho ritenuto necessario, oltre che utile, fare un raffronto con le consulenze dei dottori Carrer, Colosio, Colombo, Lotti, Osculati, che sono venuti a parlare dei singoli lavoratori in questo processo. Prima di tutto una premessa che vale anche per le altre parti civili: è noto che l’individuazione dell’esposizione per ciascun lavoratore è stata fatta da questi consulenti sulla base delle matrici mansione/esposizione della coorte di Marghera, dello studio di Pirastu e collaboratori, pubblicate nella rivista Medicina del Lavoro del ‘91. Io vorrei soffermarmi solo per poco su queste matrici di cui hanno parlato la dottoressa Pirastu all’udienza del 19 giugno ‘98 e il dottor Colosio all’udienza del 20 gennaio ‘99, perché possa essere innanzitutto chiarito che i dati dell’esposizione ivi indicati sono sì frutto di una collaborazione, come detto da Pirastu, tra gli epidemiologici che eseguirono l’indagine epidemiologica italiana e i loro colleghi delle aziende considerate. Ricordo che per Montedison partecipava il dottor Giudice, con i colleghi delle ULSS locali, oltre che con le organizzazioni sindacali. Ma l’indicazione dei reparti esposti e delle entità di esposizione vennero forniti agli epidemiologici dall’azienda stessa. Noi abbiamo ancora materialmente i fogli nei quali l’Enichem ci ha fornito, per gli stabilimenti di sua competenza, questa lista di mansioni - dice la dottoressa Pirastu - sono dunque indicazioni che vanno lette con l’attenzione ai propositi di chi le aveva fornite. Questo particolare rileva enormemente nell’interpretazione che i consulenti delle difese danno delle singole patologie esaminate. Infatti parlando delle matrici il dottor Colosio dice: "Sono state individuate delle categorie di esposizione che in questo caso erano mirate alla realizzazione di un’indagine epidemiologica, che però hanno costituito per noi un importante punto di riferimento. Abbiamo completato questo lavoro di gruppo andando a verificare la rilevanza dell’esposizione per tentare di rispondere al quesito inerente alla congruità della dose nel causare quella specifica malattia di cui ci stavamo occupando. Ciò premesso, queste matrici mansione/esposizione sono molto significative, da un lato perché indicano valori molto alti, pure esiliandoli in epoche che sono relative all’età della pietra; però l’età della pietra assume una funzione molto importante perché molte delle neoplasie entrate in questo processo hanno una latenza media sino ai 30 anni. Si tratta di valori che permangono anche nelle entità meno elevate per lunghi periodi di tempo, e sono significative perché l’entità di alcune esposizioni non viene nemmeno valutata, come si ricorda gli insaccatori non risultano nelle matrici mansione/esposizione. Per quanto riguarda il signor Cappelletto i consulenti delle difese sostengono che avrebbe subìto un’unica esposizione tra 5 e i 50 PPM per soli due anni, esiliandola nel periodo 1957-1959. A parte l’inaffidabilità dei riferimenti quantitativi, smentiti da documenti e dalle testimonianze relative a questo periodo, per questi consulenti il signor Cappelletto non sarebbe stato esposto a CVM nell’altro successivo periodo lavorativo che copre un’epoca di 30 anni. Il dottor Colosio, per tentare di dare fondamento ai dati dell’esposizione, aggiunge un elemento che proviene dall’inattendibile medico di fabbrica, il cui nome non cita, credo sia Giudice, il quale, alla richiesta dell’Inail di inviare la documentazione a seguito della denuncia di malattia professionale, inviata da Cappelletto, dichiara all’istituto: "Non essendo soggetto sottoposto all’obbligo di visita medica periodica, non possiamo allegare dati medici". E poi sostiene questo medico: "E` improbabile comunque l’esposizione a CVM". Questo è detto dal consulente Colosio all’udienza del 19 maggio ‘99. E su Cappelletto Colosio conclude così: "Considerata la postazione lavorativa di Ceppelletto - cita solo il laboratorio, perché ignora completamente il parco serbatoi - ritengo che l’attività dei laboratori non fosse una di quelle attività che avremmo dovuto considerare come immediatamente esponenti a cloruro di vinile monomero. Rilevo - e questo lo approfondirò poi, parlando della posizione relativa al signor Mario Arnini - che lo stesso consulente Montedison...", mentre in un primo tempo afferma che la dottoressa Pirastu non ha considerato l’esposizione del reparto laboratorio, e dunque egli non è in grado di fornire dati sull’entità, posto di fronte alla domanda di questa difesa che rilevava invece come la matrice mansione/esposizione esiste la mansione del laboratorio, è costretto a rimediare in un altro modo ed ammette di non avere mai visto il laboratorio, alla domanda apposita su questo, e di avere svolto come se questo fosse ammissibile una valutazione in senso teorico del reparto. Ne deriva quindi che è del tutto priva di qualsiasi concreto riscontro la sua affermazione "l’attività dei laboratori non era una di quelle attività che avremmo dovuto considerare come immediatamente esponenti a cloruro di vinile". La sintesi che ho svolto su questa consulenza, per quanto riguarda il signor Cappelletto, mi impedisce di fare qualsiasi raffronto, non solo perché i consulenti dimenticano un’esposizione trentennale di questo lavoratore, e in assenza poi di elementi concreti vengono ad esprimere opinioni personali, senza avere alcun collegamento con la realtà lavorativa, il che rende del tutto inattendibile ogni loro valutazione sul signor Cappelletto. E viste le premesse, signor Presidente, io vorrei rilevare il livello di sciatteria scientifica a questa espressione del professor Lotti, che quando parlò dei consulenti del Pubblico Ministero, in particolare si trattava del dottor Bracci, così si espresse all’udienza del 27 novembre ‘98: "Rilevo il livello di sciatteria scientifica con cui si è giunti, in questo caso ma parliamo di tutti i casi dei lavoratori, nell’individuare le cause delle patologie riscontrate". Questo dice a significativo esempio il consulente Lotti alle domande dell’avvocato dello Stato circa i principi che hanno ispirato il lavoro di questi consulenti: udienza 18 maggio ‘99. "Io ho avuto questo disagio - dice Lotti - sono stato al gioco che mi è stato richiesto e ho concluso non con delle diagnosi, io non ho mai detto che le mie sono diagnosi, io ho semplicemente cercato di mostrare al Tribunale, sulla base degli elementi a disposizione, che tipi di ragionamenti sono possibili. Fine. Io non ho fatto delle diagnosi e confermo che non le ho fatte e la giustificazione è che non avevo gli elementi sufficienti per farlo. E questa mancanza di elementi giustifica il mio disagio etico". Ed ancora: "Io non credo in nessun caso, non avendo visto i pazienti, di essere stato in grado di fare una diagnosi, io - ripete disinvolto Lotti - ho raccolto degli elementi per mostrare al Tribunale come si ragiona dal punto di vista clinico. Questo io ho fatto e abbiamo fatto tutti così". E nessuno dei suoi lo smentisce. Queste per me sono affermazioni gravissime, per il ruolo professionale e in questo processo che il consulente ha assunto, gravissime per l’arroganza ostentata nei confronti del Tribunale e nei confronti delle vittime, gravissime perché sarà intorno a questi principi scientifici ed etici, espressi dal consulente, anche a nome di tutti i suoi colleghi, che ruoterà il lavoro delle difese degli imputati. Ispirati e confortati da cotanto nume, affermano quindi i consulenti Montedison: "Il melanoma del signor Ceppelletto non esiste, ovvero esiste, ma non può essere attribuito al cloruro di vinile, perché breve e poco intensa fu l’esposizione". "Tenuto conto - dicono Carrer e Osculati - dell’assenza di evidenza epidemiologica". Evidentemente ignari che esiste un rapporto Istisan e gli studi di coorte. "Il tumore al polmone è stato causato dal fumo, non dal CVM; non è riconosciuto come possibile causa di questa malattia". Sempre Carrer ed Osculati. "L’epatopatia cronica non esiste"; questa proprio non esiste! "Si tratta - dice Lotti - per le più di alterazioni epatiche legate al consumo di alcool e al diabete del signor Cappelletto. E poi, comunque, le diagnosi Fulc spesso erano automatiche e non basate su un reale percorso diagnostico". Mi viene in mente quello che prima ha detto l’avvocato Boscolo, a proposito dei questionari, di questa espressione parla Osculati. "E noi già conosciamo - aggiunge infine il professor Colombo - i criteri che i colleghi allora coinvolti nell’indagine Fulc avevano usato per definire l’epatopatia". Dice che lo sa, però non è che poi venga a dire che cosa sa di questo criterio. Nessuno di questi medici si è però fermato a valutare le considerazioni che il consulente del Pubblico Ministero, nel caso era il dottor Totire, aveva dato, ed erano considerazioni fondate sui dati, sulle anamnesi raccolte direttamente dall’interessato, su precisa letteratura della comunità scientifica per individuare le cause delle patologie del signor Cappelletto. Allora, a questo punto, avendo parlato di quelle che sono le malattie diagnosticate al signor Cappelletto, faccio un discorso di carattere molto generale sul nesso di causalità nelle malattie professionali. E questo discorso di carattere generale naturalmente riguarda tutte le parti che io assisto. La domanda che mi pongo è questa: le malattie che hanno colpito il signor Cappelletto, possono ritenersi la conseguenza dell’esposizione al CVM, PVC, dicloroetano? Io credo che questo possa trovare una risposta prima di tutto guardando all’importanza del ruolo che ha la scienza medica, in tutti i suoi settori, nell’ambito del processo penale. Ora, diritto e scienza medica si collocano su un piano per cui il primo ha bisogno della seconda per poter dare una configurazione giuridica, e quindi spiegare casualmente gli eventi che si manifestano a seguito dell’azione di agenti tossici sulla salute umana. Si tratta di trovare un linguaggio comune, ovvero, è meglio, un metodo e un uso di criteri che possono consentire di trovare una soluzione valida da un punto di vista giuridico sulla scorta dei risultati dell’esperienza medica. Che questo sia possibile è principalmente dovuto al fatto che entrambe queste discipline ragionano secondo il metodo probabilistico. Nel campo del diritto l’esperienza giurisprudenziale che è seguita dopo la sentenza della tragedia di Stava ha dimostrato che il Giudice non è in grado di svolgere argomentazioni deduttive per accertare il nesso causale, perché non può conoscere tutti gli accadimenti e le condizioni idonee a capire l’evento sotto questo profilo, perché non ha a disposizione tutte le leggi scientifiche che spieghino ogni aspetto del determinarsi dell’evento. Il suo ragionamento quindi non sarà deduttivamente certo, ma avrà una natura e una struttura essenzialmente probabilistica, ovvero razionalmente credibile. Quello stesso ragionamento che fu della sentenza su Stava è stato successivamente ripreso da tutta la giurisprudenza successiva ed è stato accolto nello specifico settore dei tumori professionali. Cito la cassazione del 31 ottobre 1996 sul caso eternit, in Igiene e sicurezza del lavoro, 1997. Dunque, anche il ragionamento scientifico del medico però è un ragionamento di carattere probabilistico, non è possibile per nessuna scienza empirica dimostrare l’inferenza causale con la certezza di una deduzione logica. Tornando al diritto, io mi soffermo a parlare solo delle malattie neoplastiche, perché sono quelle che in questo processo, anche dal punto di vista numerico, hanno avuto un’importanza maggiore. Le sentenze degli ultimi anni in materia di malattie professionali hanno sollevato il problema del metodo da seguire per accertare il nesso causale nelle malattie tumorali causate dal lavoro. Sono sentenze che pongono in luce queste difficoltà di metodo, tuttavia hanno accolto i criteri seguiti dalla scienza medico-legale che sono: criterio istologico, basato sui risultati della biopsia o dell’autopsia quando è disponibile; il criterio anamnestico, basato sulla raccolta dei dati relativi alla vita professionale, personale, familiare del soggetto, il criterio cronologico, basato sui tempi di latenza della patologia. Hanno anche introdotto nel giudizio penale il criterio dell’analisi delle risultanze delle indagini epidemiologiche, che sicuramente forniscono un apporto ulteriore per un giudizio di accertamento che non scivoli nel campo della mera possibilità. Mette conto sottolineare che la giurisprudenza che si è occupata di queste questioni afferma che questi criteri, questa metodologia, forniscono la linea per un accertamento giudiziale, ma non è necessario che tutti insieme contestualmente siano presenti e considerati nella valutazione di un caso singolo per giungere ad un accertamento di causalità professionale del tumore che sia altamente probabile. Io credo che nell’accertamento dei singoli casi che riguardano i lavoratori costituiti parte civile in questo processo si sia raggiunto un livello di conoscenze più che sufficiente per poter consentire a questo Tribunale di tracciare le linee di un accertamento in termini causali, caso per caso, delle singole patologie, per poter valutare ed accertare un nesso di causalità per ognuno di questi casi. Il contributo offerto dagli studi epidemiologici è stato fondamentale in questo processo, in particolare lo studio delle coorti che è considerato il più attendibile dalla comunità scientifica, perché include tutta la popolazione nello studio. E` indubbio infatti, e su questo faccio mie le osservazioni di Comba e di Pirastu, che gli studi epidemiologici sono considerati fondamentali punti di riferimento per stabilire da parte degli organismi di controllo i limiti di esposizione in ambito professionale e non. Sono considerati fondamentali nell’attribuzione del rischio in ambito giudiziario, sono guide determinanti ai fini della prevenzione. E tanto più uno studio, come si è dimostrato per lo studio delle varie coorti di lavoratori, che producono e trattano il cloruro di vinile monomero, sceglie un disegno adeguato, è svolto su grandi dimensioni, contiene precisi dati di esposizione ed analisi appropriate su quegli stessi dati, tanto più quello studio contribuisce alla formulazione di un giudizio sull’evidenza di cancerogenicità spettante ai grandi organismi, primo tra tutti lo IARC. E parlando dello IARC, che tiene conto anche dei dati sperimentali, vengono in considerazione le singole patologie riscontrate negli esposti a cloruro di vinile monomero e suoi derivati. Un primo dato per quanto riguarda il signor Cappelletto. Lo IARC è assunto come punto di riferimento per ritenere attribuibile all’esposizione a CVM il tumore al polmone di questo lavoratore, sono i consulenti del P.M. che ne parlano e ad essi mi riporto. Ma le evidenze epidemiologiche non sono sufficienti, infatti l’epidemiologia ha il compito di comprendere una catena causale e raggiungere i risultati di attribuzione della causalità ma con riferimento ad un livello di popolazione, cioè la popolazione è considerata il riferimento, quindi non dimostra ancora che quella attribuzione è applicabile al singolo caso. Certamente però il suo ruolo diventa necessario sotto il profilo della causalità quando su quel singolo caso siano stati individuati gli elementi che consentono valutazioni cliniche e medico-legali della malattia e della sua eziologia. Comba e Pirastu lo esprimono molto chiaramente, dicono: "L’epidemiologia, dopo tutti questi elementi, è necessaria a valle". Nel caso del signor Cappelletto, prima di tutto considerato il periodo di latenza, e ricordo quella che... anzi, non la ricordo proprio perché credo che la sappiamo tutti qual è la nozione di latenza che viene accolta comunemente dalla giurisprudenza penale; nel caso del signor Cappelletto la diagnosi del 1997 del tumore al polmone è stata continuata per il periodo 1957-1989 per 32 anni e si è manifestata la malattia dopo 8 anni dalla fine dell’esposizione; 40 anni è il periodo di latenza considerato normalmente per il tumore del polmone. Il concetto però di esposizione porta a quello di dose di esposizione, bisogna dire quanta è stata l’esposizione e non dire che solo vi è stata esposizione, occorre arrivare ad un’entità, per poi stabilire la correlabilità con gli effetti che possono esservene derivati. Ebbene, io lo dico per Cappelletto, però vale per tutti i lavoratori: non credo ci sia alcun dubbio che ci sia stata, negli anni, soprattutto i primi due decenni, ma anche dopo, una pesantissima esposizione in PPM di cloruro di vinile monomero, a cui gli operai del Petrolchimico sono stati soggetti. Di questa entità di esposizione ne parlano, per Cappelletto, i lavoratori che hanno testimoniato al processo; le udienze erano il 19 aprile e il 9 maggio 2000. La questione della dose/esposizione però viene in considerazione sia quando si parla di nesso causale, sia quando si parla di attribuzione ad una condotta, e quindi viene in considerazione del punto di vista dell’elemento soggettivo del reato, ma ne parlo adesso a proposito del nesso causale per riferire quello che è l’orientamento giurisprudenziale sul concetto dell’efficacia causale delle dosi assunte successivamente a quella iniziale che ha dato avvio al processo tumorale. Sentenze di merito, anche recentissime, alcune sono inedite, sostengono: "Anche le dosi successive di esposizione all’agente cancerogeno hanno efficienza causale, perché comunque la continuazione della sua assunzione a malattia già iniziata contribuisce al peggioramento della situazione lesiva in atto, o anche all’impedimento di una sua guarigione, con la conseguenza ulteriore, sul piano della responsabilità, che il tumore è causato da tutti coloro che hanno acconsentito l’indebita esposizione nel tempo. Io ricordo soltanto una Pretura di Chivasso del 25 gennaio 1999, che è inedita, e alcune, che sono molte invece, sentenze della Pretura di Torino, degli anni ‘98, ‘97 e indietro. Queste sentenze, in particolare, parlavano del mesotelioma pleurico, e quindi con riferimento all’esposizione ad amianto; e proprio la ragione della natura dell’amianto, agente oncogeno iniziante, ma anche concorrente nell’aggravamento di una malattia già iniziata, manifestatasi o meno, in ragione di questa natura si sono pronunciati in questo senso. Allora io vengo alla natura del cloruro di vinile monomero e ricordo che è un cancerogeno multipotente, lo dicono anche i consulenti delle difese, sia per il tipo che per la sede del tumore, in grado cioè di colpire qualunque organo umano, perché la sua azione porta alla mutazione del gene P53. E` un cancerogeno completo, ovvero non è solo iniziatore ma è anche promotore e progressore delle patologie tumorali; è un cancerogeno indiretto, perché per agire necessita di mutazioni metaboliche che avvengono anche alle basse dosi. E, per di più, svolge un ruolo di fattore sinergico nella comparsa di patologie anche non tumorali. Quanto detto dalla giurisprudenza citata per i casi di tumore da amianto vale dunque a maggior ragione nei confronti delle neoplasie da CVM e PVC. Continuando sulla questione sempre relativa al signor Cappelletto, per gli altri parlerò solo di dati, non farò altre considerazioni. Per il signor Cappelletto esistono agli atti risultati istologici del tumore al polmone, che confermano dal punto di vista clinico la natura professionale della patologia. A questo punto però vengono in considerazione le concause che nel caso del signor Cappelletto sono state individuate nel fumo di sigaretta, sia per il tumore al polmone sia per il melanoma. Vorrei semplicemente commentare che il fumo di sigaretta è sì considerato un’importante causa del tumore polmonare, tale da esercitare un potenziale effetto confondente, ma è anche vero che nel caso del signor Cappelletto sono chiare e complete le informazioni lavorative genetiche, cliniche, epidemiologiche, che depongono per una causalità assegnata al CVM, tali da non lasciare dubbio sull’influenza causale di quest’ultimo nell’insorgenza della malattia. Sottolineo poi che il consulente Totire, che allega documentazione scientifica, dice che il tipo istologico di tumore che ha colpito il signor Cappelletto non può essere considerato sintomo di riconoscimento della malattia a causa del fumo di sigaretta. Quindi se anche il fumo può essere considerato un agente iniziante di malattia, nulla toglie all’incidenza del cloruro di vinile cui il signor Cappelletto è stato esposto per decenni. E mi soffermo su questo punto per riportare considerazioni sotto l’aspetto strettamente giuridico. La giurisprudenza è pacificamente orientata nel ritenere che la presenza di una concausa di origine non professionale, nel determinismo della malattia, non vale ad escludere il nesso causale tra il fattore professionale e l’evento, ricordo Cassazione del 23 giugno del 1988. Quanto allo specifico settore dei tumori professionali è sempre la Cassazione a sostenere che il rapporto di causalità sussiste anche quando il tumore sia stato concausato dal fattore lavorativo e da fattori estranei all’ambiente di lavoro, quali i fattori genetici, pregressi affezioni o terapie, abitudini alimentari, fumo di sigaretta ed assunzione di alcool, questa è la Cassazione abbastanza significativa del 2 marzo del 1990. Altre informazioni che riguardano invece il melanoma del signor Cappelletto non le riferisco, vi è una concordanza anche per quanto riguarda il periodo di esposizione e quindi la latenza, vengo soltanto a parlare per quanto riguarda e questo vale come argomento di carattere generale della responsabilità degli imputati, nei confronti dei quali il signor Cappelletto si è costituito parte civile. Vengo prima di tutto a considerare questo: approfondisco solo alcuni aspetti, perché già nel corso del dibattimento è emerso dal tenore di alcune prove testimoniali, anche dalle dichiarazioni spontanee rese da alcuni imputati, un’articolata tesi difensiva, che vorrebbe escludere una responsabilità degli imputati o per una funzione dirigenziale, esercitata, quando le notizie sulla cancerogenicità del CVM non erano conosciute, o per una funzione dirigenziale ricoperta in periodi successivi a quelli in cui sono comparse le patologie o in ragione di una concreta funzione dirigenziale del singolo imputato, che si vorrebbe estranea da quelle che sono le specifiche competenze in materia di sicurezza e prevenzione, all’interno dell’organizzazione aziendale. Sulla conoscenza, c’è un dato cronologico pacifico dal quale partire: la tossicità della sostanza chimica era nota sin dagli anni Trenta, la cancerogenicità viene conosciuta dalle aziende produttrici che ci riguardano fin dal 1960. Quando il professor Viola denunciò pubblicamente nel 1969 e nel 1970 a Tokyo e a Houston gli effetti cancerogeni che aveva rilevato negli esperimenti sugli animali, aveva già maturato la convinzione scientifica di quegli stessi effetti sull’uomo. Ne ha parlato ampiamente il Pubblico Ministero, e quindi non mi soffermo, ne hanno trattato i consulenti Comba e Pirastu i quali nel denunciare a proposito come non si possa conseguire un consenso sui risultati delle ricerche scientifiche, quando si occulta l’informazione, sottolineano come la storia di queste conoscenze, risale appunto agli anni Cinquanta, e come questa conoscenza sia rimasta occultata e segreta all’interno delle aziende chimiche e sottratta la conoscenza della ricerca scientifica ed epidemiologica in nome di questa unanime scelta di chiusura dei ranghi. Quanto a Montedison è già stato ricordato ma lo voglio sottolineare, pur avendo svolto studi, fin dal 1960, proprio perché sapeva, riuscì nell’intento di mantenere in vigore all’interno della fabbrica, fino al 1976, una scheda di sicurezza datata 1967 che nulla diceva delle lesioni al polmone e al fegato che il CVM provocava. Dunque la sua natura cancerogena, la sua tossicità prima era unanimemente conosciuta ed era nota alle aziende chimiche. Alla luce di questi fatti non assumerebbe alcuna rilevanza affermare la non conoscibilità delle regole di condotta e la conseguente impossibilità della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso, perché negli anni Cinquanta, nel frattempo erano in vigore dei decreti presidenziali molto precisi in tema di sicurezza del lavoro, i decreti presidenziali del ‘55 e del ‘56, vigenti le norme speciali, la prevedibilità che gli eventi dannosi possano verificarsi, è insita in queste stesse norme antinfortunistiche, dettate proprio per punire quelle condotte che nel determinare certi eventi comportano un’attribuzione di responsabilità per colpa specifica che è in re ipsa. Ma negli anni Cinquanta vigeva appunto anche l’articolo 2087 come tuttora vige. Le Sezioni Unite della Cassazione, a questo proposito, 1998, 25 novembre; 11 marzo del 1999, dicono che in forza di questa norma - e cioè dell’articolo 2087 e delle altre norme in materia antinfortunistica - il datore di lavoro è costituito garante dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei lavoratori con l’ovvia conseguenza che ove non ottemperi agli obblighi di tutela, l’evento lesivo gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall’articolo 40 secondo comma del Codice Penale. Né varrebbe sostenere per alcuni degli imputati, solo per posticipare le date ed eludere una responsabilità dei dirigenti dei primi anni, che una cosa è la conoscenza della tossicità e una cosa è la conoscenza della cancerogenicità. Replico infatti, in questa eventuale ipotesi difensiva che in entrambi i casi comunque avrebbero dovuto essere adottate le misure di prevenzione per ridurre o eliminare l’esposizione perché comuni erano i rimedi che si sarebbero dovuti apportare, tanto più che le patologie neoplastiche manifestatesi costituiscono una complicanza delle malattie derivanti dalla tossicità e dipendono quindi dalla stessa causa. Sulla responsabilità degli imputati divenuti dirigenti in periodi successivi a quelli in cui sono comparse le patologie il non essersi adoperati per ridurre o eliminare gli effetti dannosi che pure si erano già prodotti, quanto a Cappelletto, questi era già affetto da epatopatia cronica, fin dal 1977, accomuna, la loro responsabilità a quella dei dirigenti che li hanno preceduti con l’ulteriore aggravante di avere avuto sotto gli occhi un panorama che non era più limitato alle conoscenze scientifiche, ma era diventato un quadro oggettivo e reale delle ecatombe di uomini che il cloruro di vinile, ha prodotto negli anni a Porto Marghera. Ecco per quanto riguarda il signor Cappelletto, io leggerei le conclusioni e mi riporto per il resto a quanto non esposto in questo momento, alla memoria che depositerò oggi, insieme alle conclusioni. Allora il signor Vincenzo Cappelletto, nel procedimento penale a carico di tutti gli imputati, per i quali si è costituito parte civile, ad eccezione, in osservanza delle ordinanze del Tribunale 7 aprile del 1998 e 16 febbraio del 2001, degli imputati Belloni e Gritti Bottacco e in conseguenza ad eccezione della società Montefibre, accertata la penale responsabilità degli imputati su indicati, in relazione al capo primo di imputazione di cui al decreto di rinvio a giudizio, 14 novembre del 1997, come integrato in data 13 dicembre del 2000, condannarsi gli stessi alla pena di giustizia, condannarsi, in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni e Enichem, nelle sue varie formulazioni, in persona dei rispettivi legali rappresentanti, al risarcimento dei danni biologico e morale, oltre al rimborso delle spese mediche, in favore della parte civile. Danni che individuati nelle conclusioni che sto leggendo, sono quantificati nell’importo complessivo capitale, di 542.876.000, oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali sino al saldo, questi ultimi calcolati sulla somma rivalutata, secondo quello che è il principio statuito dalle Sezioni Unite della Cassazione 17 febbraio del 1995, n. 1712 in materia di illeciti aquiliani. Dichiarando la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutivo ai sensi del primo comma dell’articolo 540, in ragione dell’acquisita certezza del diritto al risarcimento del danno e dell’esigenza che il ritardo non aggravi le conseguenze del reato per la parte civile. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili su indicati, al risarcimento dei danni patrimoniali in favore della parte civile Vincenzo Cappelletto, danni da liquidarsi in separata sede; condannarsi gli imputati e i responsabili civili su indicati, questi ultimi in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, al pagamento in favore della parte civile Vincenzo Cappelletto, di una somma a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva ex lege, nella misura da determinarsi sulla base degli importi già quantificati. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili suindicati al pagamento di tutte le spese processuali indicati nella separata nota spese che si unisce al presente atto da integrarsi con ulteriore nota spese che si depositerà a chiusura del giudizio, distraendola in favore del difensore della parte civile che le ha interamente anticipate. Subordinare l’eventuale applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento delle somme, liquidate a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnate sull’ammontare di esso. Chiedo a nome del signor Vincenzo Cappelletto ed anche dei miei altri assistiti ordinarsi ai sensi dell’articolo 543 del Codice di Procedura Penale la pubblicazione della sentenza di condanna, a spese degli imputati e dei responsabili civili suindicati, in via solidale tra loro, entro il termine stabilito dal Tribunale, quale mezzo di ulteriore riparazione del danno, non patrimoniale cagionato dal reato.

 

Presidente: riprendiamo alle 15.15. Tenete un attimo conto che noi potremo proseguire fino alle 18.30 e quindi cercate di organizzare un po’ gli interventi in maniera di contenerli in queste tre ore, tre ore e un quarto di tempo.

 

Avvocato Manderino: Presidente, io credo che avrò soltanto, mezzora ancora.

 

Presidente: va bene, lasci un po’ di tempo anche agli altri.

 

AVVOCATO MANDERINO

 

Avvocato Manderino: proseguo, Presidente, parlerò adesso delle posizioni dei signori Mario Arnini, Luciano Bianco, Pietro Guerrin, Maurizio Simion e Gastone Bonigolo. Per quanto riguarda il signor Mario Arnini, anche per questo signore, riferisco solo il reparto di lavorazione che era il laboratorio del compound al Petrolchimico. Il signor Mario Arnini è morto a 37 anni, il 25 settembre del 1971, era analista della sezione compound, è morto per un carcinoma alla vescica, diagnosticato nel 1969 dopo 13 anni continuativi di esposizione a cloruro di vinile monomero e a PVC, di lui non si hanno risultati clinici o risultati di esami provenienti dall’infermeria della fabbrica, fossero stati anche soltanto i raggi, come diceva il signor Cappelletto che faceva o l’esame per la sordità come ha detto il teste Posperi. Ad un certo punto del faldone che lo riguarda, è entrato in questo processo, con la contestazione suppletiva dell’8 luglio del 1998, in questo faldone spunta una sterile nota della fabbrica, inviata all’Ufficio provinciale del Lavoro di Venezia che dice: "Vi comunichiamo che in data 25 settembre del 1971 abbiamo perso di forza, a seguito decesso, l’operaio di prima categoria signor Arnini Mario, residente a Martellago, distinti saluti, firmato ragionier Vendemmiati". E la vita di Mario Arnini si è conclusa a 37 anni, quando aveva tre bambini, di 11, 9 e 7 anni. Non aggiungo altro, riporto soltanto le conclusioni del consulente del Pubblico Ministero, il dottor Totire, quando ha parlato all’udienza del 25 settembre del 1998. Il consulente ha deposto sulla patologia del signor Arnini, identificandola come risulta dagli esami istologici, in una neoplasia vescicale metastatizzata in particolare un fibro, epitelioma coerente con un’eziologia di natura professionale. E questa natura professionale l’ha individuata nella postazione lavorativa di Arnini, nell’entità e nella durata dell’esposizione, 13 anni, nella sua giovane età e nell’anamnesi familiare negativa, per quanto riguarda patologie similari. Anche in questo caso, faccio un brevissimo raffronto con le consulenze dei dottori Colosio, Colombo e Osculati che hanno parlato del signor Arnini, udienza esame 23 marzo del 1999 e poi controesame di questa difesa, il 18, 19 maggio del 1999. Il dottor Colosio svolge la sua analisi su uno dei fattori individuati da Totire, l’intensità dell’esposizione e dichiara che sul tipo di attività svolta da Arnini non ci sono dati, perché non è stato considerato dalla dottoressa Pirastu quello che aveva detto a proposito della posizione del signor Cappelletto oggi. E conclude in questo modo Colosio: "Qua c’è un non esposto, un asterisco, perché è possibile che questa mansione possa avere comportato esposizioni a basse concentrazioni di CVM". Cerca persino di dare una spiegazione al suo dire ed afferma: questo perché in genere nei laboratori vengono effettuate reazioni con quantitativi limitati e in genere in modo limitato nel tempo e l’esperienza indica che in genere quando vi è esposizione è molto modesta. Questa difesa aveva individuato nelle matrici, mansioni ed esposizione, la voce analista di laboratorio per la sezione compound, esposizione da 200 o 499 PPM, per il periodo dal 1950 al 1973 e ha voluto approfondire le dichiarazioni del dottor Colosio chiedendo come mai ritenesse assente la voce della mansione nella matrice Pirastu, repentinamente sostituita dall’espressione "non esposto" e perché se avesse avuto conoscenze del laboratorio, ritenesse che nell’attività svolta da Arnini vi sia stata una bassa esposizione, che comunque non quantifica. Il consulente ha risposto di non conoscere il laboratorio, di avere svolto la sua valutazione su una ricostruzione di tipo teorico del reparto, perché dice: "Si tratta di casi in cui la attività di servizio svolta era a supporto dell’intero insediamento". La tesi di queste consulenze delle difese Montedison, oltre che fumosa e contraddittoria, è così carente di informazioni da impedire un raffronto, come già avevo evidenziato con il signor Cappelletto. Le poche affermazioni sul laboratorio, tutte fondate sulla teoria, come lo stesso consulente è costretto ad ammettere, trovano smentita nelle testimonianze di chi in quel reparto ha svolto la sua attività lavorativa, soprattutto a proposito della quantità, del prodotto analizzato e della concentrazione in esso della sostanza cancerogena. Per quanto riguarda i dati che sono stati raccolti a proposito della patologia professionale del signor Arnini, il dottor Totire parla di dati istologici, cronologici ed anamnestici. La durata dell’esposizione è coerente con la valutazione che viene data - dalla letteratura internazionale - rispetto a questo tipo di patologia, l’anamnesi familiare di Arnini è negativa per quanto riguarda la malattia neoplastica e i risultati istologici depongono per una eziologia professionale. Su questo punto il dottor Totire ha insistito con il dire che il CVM è un oncogeno molto potente, ma che svolge anche una funzione sinergica con altre sostanze utilizzate per la sua produzione o il suo trattamento, moltiplicandone l’effetto, così gli additivi quali stabilizzanti, coloranti, plastificanti e lubrificanti. Per quanto riguarda la responsabilità degli imputati nei confronti dei quali il signor Arnini, ovvero i suoi prossimi congiunti la moglie e i tre figli si sono costituiti parte civile, ricordo che questi imputati sono soltanto quattro, perché il signor Arnini è morto nel 1971 e sono Eugenio Cefis, Pier Giorgio Gatti, Emilio Bartalini e Angelo Sebastiani. Io vorrei soltanto, per un attimo, per quanto riguarda l’individuazione del danno che ora chiederò per queste persone, per queste persone, chiedo infatti il danno morale, iure proprio; il danno biologico, iure ereditatis; il danno morale, iure ereditatis; il danno esistenziale e le spese mediche e funerarie affrontate. Sul danno biologico iure ereditatis vorrei soltanto accennarlo, perché so che un altro avvocato di parte civile ne parlerà. E` stato scelto un criterio in base al quale vengono adottate, sì le tabelle del Tribunale di Venezia, ma poiché il Tribunale di Venezia non individua la voce del danno biologico iure ereditatis sono stati apportati dei correttivi e ci si è rifatti ad un criterio che è utilizzato dai Tribunali di merito di questo paese. E` il criterio del Tribunale di Lecce al quale si rifà un’ultima sentenza, l’ho indicata nella memoria che depositerò, si rifà anche il Tribunale di Milano. Quindi sulla base di questi criteri è stata fatta l’individuazione, la quantificazione del danno. Volevo soltanto dire due parole sul danno esistenziale che verrà chiesto. Il danno esistenziale - come viene configurato - è l’effetto della lesione di un aspetto dell’integrità della persona che non si presta a una facile indagine e può presentare caratteristiche che sono difficili da distinguere dal danno morale subiettivo. La difficoltà di provare l’ammontare di questa voce di danno ha indotto la giurisprudenza a ricorrere a valutazioni secondo i principi di equità. Indipendentemente dalla qualificazione di questo danno esistenziale, nel caso dei prossimi congiunti e del signor Arnini, ritenendo preferibile questo metodo equitativo, ritengo utile offrire al Collegio giudicante una serie di parametri che risultano agli atti del giudizio, sulla scorta dei quali sia possibile operare una quantificazione del danno esistenziale patito dalla moglie e dai tre figli del signor Arnini a seguito della sua morte. I parametri sono questi: si tratta di una famiglia - e qui di famiglie ce ne sono tante - che è stata sconvolta dalla morte del capofamiglia, avvenuta a soli 37 anni di età, una moglie rimasta vedova giovanissima, non si è mai risposata, con tre bambini in tenera età, con l’unico reddito familiare costituito dallo stipendio del signor Arnini in un’epoca - eravamo negli anni Settanta - in cui per una giovane donna, madre di famiglia, non vi erano le stesse prospettive di lavoro e di servizio pubblico per l’affidamento dei figli che la società odierna offre. Sulla scorta di questi parametri, pur chiedendo la valutazione in via equitativa, si offre un’ulteriore indicazione per individuare il criterio di determinazione del danno esistenziale, ovvero la misura del 50 per cento dell’indicato danno morale iure proprio dei prossimi congiunti. E passo alle conclusioni: accertata la penale responsabilità degli imputati suindicati - esattamente le stesse espressioni che ho usato per quanto riguarda le conclusioni del signor Cappelletto - condannarsi gli stessi alla pena di giustizia. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A. al risarcimento dei danni morali iure proprio biologico, iure proprio, iure ereditatis esistenziale, oltre che al rimborso delle spese mediche e funerarie, danno che si quantifica complessivamente nella somma capitale di lire 1.313.880.000, oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali sino al saldo. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili al risarcimento dei danni patrimoniali e biologici iure proprio in favore delle parti civili, prossimi congiunti di Mario Arnini, danni da liquidarsi in separata sede. Condannarsi gli imputati e i responsabili civili al pagamento in favore delle parti civili di una somma a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva ex lege nella misura da determinarsi sulla base degli importi più sopra quantificati. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili al pagamento di tutte le spese processuali indicate nella separata nota spese che si unisce al presente atto, da integrarsi con ulteriore nota spese che verrà depositata a chiusura del giudizio, distraendola in favore del difensore delle parti civili che l’ha interamente anticipata. Anche per queste parti civili chiedo di subordinare l’eventuale applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento delle somme, liquidate a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnate sull’ammontare di esso. E chiedo infine ordinarsi la pubblicazione della sentenza di condanna a spese degli imputati e dei responsabili civili. Passo rapidamente alle altre parti: Luciano Bianco. Luciano Bianco ha svolto l’intera attività professionale al reparto CV5-15 ed è stato caporeparto di questo impianto, per 16 anni, dal 1970 al 1986. La sua posizione è particolarmente significativa, perché da caporeparto di questo impianto avrebbe potuto raccontare molte cose di questi anni che sono particolarmente significative. Non ha avuto la possibilità perché il signor Bianco, soffre di un linfoma di Hodgkin è stato ricoverato più volte per infarto e per ictus e oggi non può nemmeno camminare. Ciononostante, ci sono una serie di testimonianze che riguardano questo reparto e io l’individuo nelle udienze del maggio del 2000, perché è quello il periodo in cui vengono sentiti molti dei lavoratori che hanno lavorato in questo reparto. Della malattia di Hodgkin ha parlato il dottor Bracci all’udienza del 3 dicembre del 1999. La lunga esposizione continuata dal 1959 al 1990 e la latenza della malattia combaciano con i risultati scientifici. A questo proposito ricordo ancora le consulenze dei consulenti del Pubblico Ministero, che appunto riferiscono i periodi di latenza. Voglio ricordare che il signor Bianco è una di quelle persone che il medico di fabbrica, dottor Giudice, con una lettera riservata, del 12 dicembre del 1986, aveva segnalato come persona da allontanare dal reparto, non idoneo a permanere nel reparto di appartenenza. Ovviamente questa informazione non è stata recepita dall’azienda e il signor Bianco - che tra l’altro a quella data aveva già avuto il linfoma di Hodgkin - è rimasto dov’era. Anche in questo caso, un tentativo di confronto con le consulenze delle difese Montedison mi sembra inutile. Il consulente Lotti innanzitutto parla di un’esposizione per due o tre mesi, 29 febbraio del 2000 è l’udienza, dimenticando per strada l’intera vita lavorativa del signor Bianco ed immancabilmente i precedenti periodi di pesante esposizione. Sull’eziologia professionale il consulente Lotti compie una parabola oratoria che decolla evocando l’origine virale di questa malattia per planare sulla componente familiare e quindi genetica, arriva a parlare di studi su gemelli, dicendo che il gemello di un paziente, affetto da Hodgkin ha 100 volte più probabilità di ammalarsi della stessa malattia di quanto l’abbia una persona normale. Studi di gemelli che non cita e il signor Bianco non ha gemelli e né aveva avuto alcun virus. Nonostante questo, il consulente Montedison afferma con linguaggio, in libera uscita la forte evidenza per entrambe le cause, quella genetica e quella virale, concludendo da improvvisato matematico: se riassumiamo la forte evidenza all’esposizione irrilevante, la conclusione è che questo morbo di Hodgkin non ha nulla a che fare con il cloruro di vinile. Ora che le difese degli imputati non abbiano alcun onere di dimostrare l’assenza di un nesso di causalità tra l’attività lavorativa svolta dal signor Bianco e la sua malattia non significa ancora che i consulenti cui affidano l’incarico peritale, consulenti che nel caso del professor Lotti, si sono più volte autonominati scienziati, n questo processo, possano disinvoltamente, senza alcun elemento concreto, affermare che quel tipo di linfoma troverebbe la propria eziologia in un virus o in una componente genetica o addirittura in entrambe, mentre non troverebbe alcuna correlazione con l’esposizione al cloruro di vinile monomero. Queste affermazioni potrebbero trovare ascolto forse in una tematica congressuale ma nell’ambito di questo processo penale sembrano assumere il valore che hanno, e cioè vuote, inutili e provocatorie elucubrazioni, dirette a distogliere l’attenzione dalle conoscenze sul CVM acquisite dalla comunità scientifica. Ricordo i dati epidemiologici che riguardano il linfoma di Hodgkin, in particolare lo IARC sostiene sin dal ‘79, riprendendo la tesi nell’87, la causalità tra CVM e tumori al sistema emolinfopoietico. Ne ha parlato anche il consulente del Pubblico Ministero, professor Berrino, e da ultimo vi sono i risultati contenuti nella relazione finale dei consulenti medici ed epidemiologici depositata il 20 aprile del 2001. Ricordo ancora che per quanto riguarda il signor Bianco non esistono altri fattori concausali, quali per esempio l’alcool o il fumo. Per quanto riguarda il signor Bianco, concludo: il signor Bianco si è costituito parte civile nei confronti di tutti gli imputati, oggi conclude nei confronti di tutti gli imputati, eccettuati Belloni e Gritti Bottacco, perché in osservanza dell’ordinanza 7 aprile del 1998 e 16 febbraio del 2001 sono dirigenti della società Montefibre. E quindi accertata la penale responsabilità degli imputati, suindicati condannarsi gli stessi alla pena di giustizia, condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A. e Enichem S.p.A. al risarcimento di tutti i danni che vengono quantificati in questa sede nella somma di 135.880.000, oltre alla rivalutazione monetaria e gli interessi legali fino al saldo. Condannarsi inoltre gli imputati e responsabili civili al risarcimento dei danni patrimoniali, in favore della parte civile Luciano Bianco, danni da liquidarsi in separata sede. Condannarsi gli imputati e i responsabili civili al pagamento in favore della parte civile di una somma a titolo di provvisionale, nella misura da determinarsi sulla base degli importi quantificati. Condannarsi inoltre, imputati e responsabili civili, al pagamento di tutte le spese processuali come da separata nota spese. Si tratta delle stesse conclusioni che riguardano anche le altre parti civili e naturalmente la condanna, ovvero ordinarsi la pubblicazione della sentenza di condanna a spesa degli imputati e dei responsabili civili. Il signor Pietro Guerrin. Il signor Pietro Guerrin è stato dipendente di Montefibre, Montedison e Enichem dal 1965 al 1996, ha lavorato all’impianto pilota di Montefibre e poi è stato alla manutenzione in tutti i reparti del Petrolchimico, compresi i reparti CV. La malattia diagnosticata al signor Guerrin è il morbo di Raynaud di cui ha parlato il dottor Bracci all’udienza del 3 dicembre del 1999. Il consulente Grandi delle difese Enichem all’udienza dell’11 gennaio del 2000 ha attribuito questa sintomatologia lamentata da Guerrin alla sindrome dello stretto toracico superiore, tuttavia intervenuto un aggiornamento nel corso del processo, il consulente Bracci ha riparlato di questa posizione. All’udienza del 23 febbraio del 2001, sulla conferma della recentissima capillaroscopia, ribadisce la natura professionale della causa che ha prodotto il morbo di Raynaud sottolineando la rilevanza di questo elemento clinico. Torna a parlare di Guerrin anche il consulente Lotti, che è un tipico esempio di strumentale superficialità, quanto di omissione e palesi contraddizioni. Infatti sulla capillaroscopia eseguita nel 2000 sottolinea che il quadro da essa delineato è sicuramente compatibile con il morbo di Raynaud ma lo è ancora con la sindrome dello stretto toracico e dunque entrambe potrebbero essere presenti. Per concludere che non si tratta di morbo di Raynaud causato da esposizione a CVM, affermando tra l’altro che Guerrin non era un autoclavista e aveva saltuarie esposizioni al CVM. Il signor Guerrin ha svolto anche attività di autoclavista, dal 1965 al 1975. Lo stesso Guerrin riassumendo nelle sue conclusioni tutte le patologie esaminate nel corso del giudizio e riferendosi in particolare al Raynaud, udienza del primo marzo del 2000, sostiene contro le risultanze cliniche che riguardano Guerrin, che in nessun caso, nessuno di questi soggetti che sono stati sottoposti a accertamenti strumentali, in nessun caso, vi è stata evidenza obiettiva di fenomeno di Raynaud. Perciò preoccupa sentire da questo medico, in costante contraddizione, le conclusioni che poi ne trae. Dice: "Attualmente non c’è nessuna evidenza di cloruro di vinile, in nessuno di questi casi - dopo aver ammesso - io su questa diagnosi di Raynaud clinico non posso e non sono in grado di esprimermi, soprattutto non avendo avuto accesso ai soggetti". Le conclusioni svolte dal consulente del Pubblico Ministero sul signor Guerrin sono chiare: "L’esposizione al CVM ha provocato la malattia diagnosticata in considerazione sia dei risultati clinici a disposizione - ricordo che c’è una fotopletismografia del 1998 e una capillaroscopia del febbraio del 2000 - sia in ragione della raccolta dell’anamnesi che ha confermato la sintomatologia sia dell’entità dell’esposizione che si è prolungata fino al 1996". Sul nesso di causalità, io mi riporto alle conclusioni di carattere generale che ho svolto per quanto riguarda la parte civile Vincenzo Cappelletto. Ricordo ancora che ci sono studi effettuati su animali, si è arrivati alla conclusione concorde che il CVM ha un’efficacia per la comparsa del Raynaud a dosi di esposizione attorno alle 5, 10 PPM. La capillaroscopia - in particolare ricordo - è considerata una tecnica di accertamento diagnostico molto importante, perché è l’unica tecnica che consiste di poter documentare vere e proprie alterazioni anatomiche dei vasi e dei capillari, essendo il morbo di Raynaud, molto facile da accertare ma è una sintomatologia di natura prima di tutto soggettiva che se non viene diagnosticata da questo punto di vista certamente non può trovare poi una collocazione dal punto di vista oggettivo. Per quanto riguarda le conclusioni della parte civile Pietro Guerrin si è costituito nei confronti di tutti gli imputati: accertata la penale responsabilità degli imputati, condannarsi gli stessi alla pena di giustizia, condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montefibre S.p.A., Montedison S.p.A., Eni S.p.A. ed Enichem S.p.A., al risarcimento dei danni tutti che vengono quantificati nell’importo capitale di lire 28 milioni e 40 mila oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali sino al saldo. Condannarsi inoltre tutti in via solidale tra loro al risarcimento del danno biologico derivante da invalidità temporanea e dei danni patrimoniali, danni da liquidarsi in separata sede. E così condannarsi al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva ex lege, nella misura da determinarsi sulla base degli importi più sopra quantificati. Condannarsi inoltre al pagamento di tutte le spese processuali, come da separata nota spese. Sono le stesse conclusioni che valgono per le altre parti civili e ordinarsi la pubblicazione della sentenza penale di condanna, a spese degli imputati e dei responsabili civili. Il signor Maurizio Simion. Il signor Simion ha lavorato ai reparti CV10 e CV11 dal 1970 al 1990. La malattia - ovvero le malattie diagnosticate - sono il morbo di Raynaud e l’epatopatia cronica, patologie entrambe riconosciutegli nell’indagine Fulc del 1975 che concludeva segnalando questo lavoratore, tra coloro che dovevano evitare l’esposizione a CVM, segnalazione mai recepita dall’azienda. Ha parlato di questo lavoratore il consulente del Pubblico Ministero, dottor Bracci all’udienza del 3 dicembre del 1999. Il consulente Colombo, udienza 29 febbraio del 2000, conclude per la non evidenza della malattia, di entrambe le malattie sulla base di un’asserita esposizione a valori di CVM, inferiori a 5 PPM, nel corso di 18 anni, attribuendo al paziente soltanto un’ipertensione arteriosa, senza fare riferimento ad esiti clinici. L’inattendibilità dei dati di esposizione non sposta comunque il problema. I consulenti del Pubblico Ministero, rilevano infatti, come sia noto che anche a basse esposizioni si possono verificare le alterazioni epatiche negli esposti a cloruro di vinile e fanno riferimento a letteratura scientifica del 1999. Oltretutto il signor Simion ha subìto un’esposizione continuativa nel tempo, dal 1970 all’88 senza interruzione, continuata oltretutto per ben 13 anni anche dopo la diagnosi delle patologie. Mentre è stato osservato che chi è portatore di queste lesioni potrebbe non progredire nella malattia se viene allontanato dalla sorgente di esposizione. Naturalmente si sta parlando di patologie regredibili, perché alcune sono comunque non reversibili nonostante l’allontanamento. Ci sono tutti i dati clinici relativi al signor Simion e tra l’altro presentava già quando era ancora alle dipendenze del Petrolchimico, era stato sottoposto a visite mediche semestrali e in quegli anni aveva un’epatomegalia che persisteva ad ogni visita successiva e veniva segnalata. Sulla microangiopatia mi riporto alle considerazioni di carattere generale, che ho già svolto come nella memoria che depositerò dopo questa discussione a quanto detto in relazione al signor Guerrin. Le conclusioni per il signor Maurizio Simion: si è costituito nei confronti di tutti gli imputati, ricordando ed osservando le ordinanze del 7 aprile del 1998 e del 16 febbraio del 2001, non conclude nei confronti degli imputati Belloni e Gritti Bottacco, perché aventi qualifiche, come dirigenti Montefibre e non nei confronti di Montefibre. Condannarsi accertata la penale responsabilità degli imputati alla pena di giustizia, condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montedison, Eni e Enichem al risarcimento dei danni che vengono complessivamente quantificati in lire - capitale - 45 milioni e 116, oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali sino al saldo. Condannarsi inoltre, imputati e responsabili civili in via solidale, al risarcimento dei danni patrimoniali da liquidarsi in separata sede. Condannarsi gli imputati e i responsabili civili al pagamento di una somma a titolo di provvisionale nella misura da determinarsi negli importi più sopra quantificati. Condannarsi inoltre - stesse conclusioni che valgono per le altre parti civili - alla condanna alle spese, subordinare l’eventuale applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena, al pagamento delle somme liquidate o provvisoriamente assegnate e condannarsi imputati e responsabili civili al provvedimento di ordinazione della pubblicazione della sentenza penale di condanna. Vengo all’ultimo che è il signor Gastone Bonigolo, sul quale devo soffermarmi in particolare, ma senza dilungarmi troppo, perché Gastone Bonigolo, un operaio che è deceduto mentre era in corso questo processo, lavorava al reparto e ha svolto interamente l’attività lavorativa al reparto CV14, è stato insaccatore e addetto alle pulizie del reparto e delle autoclavi. Il suo rapporto di lavoro è iniziato nel 1958 ed è cessato il 30 maggio del 1983. La malattia diagnosticata è un carcinoma epatocellulare, diagnosticato il 23 settembre del 1996, il signor Bonigolo è deceduto il 27 novembre del 1999. Di lui parla per la prima volta il dottor Bai all’udienza del 3 dicembre del 1999, rilevando che i risultati dall’autopsia, davano un esito di fegato con una lieve fibrosi periportale, lesione caratteristica, riconosciuta anche dai consulenti delle difese degli imputati, dell’esposizione a cloruro di vinile monomero. Più tardi di questo lavoratore hanno parlato il professor Rugge e il dottor Martines all’udienza del 14 dicembre del 1999 e di lui si è detto che aveva un’epatocarcinoma primitivo, in assenza di cirrosi. E` infatti uno dei rarissimi casi di epatocarcinoma in cui non compare una precedente cirrosi. Ricordo che il signor Bonigolo, a differenza di altri lavoratori che erano stati segnalati o dalla Fulc o dall’azienda, aveva chiesto - come ha ricordato lo stesso Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria del 6 giugno del 2001 - personalmente di essere spostato dal reparto perché aveva costanti malesseri. Naturalmente da quel reparto non è mai stato allontanato. Vorrei citare a questo proposito la relazione - ovvero è un commento che il consulente Martines ha svolto ed è stato depositato entro il 20 aprile di quest’anno - è un commento alla consulenza tecnica dell’ingegner Carlo Zocchetti, del 12 luglio del 2000, dove il consulente Martines ha citato molta bibliografia sull’associazione epatocarcinoma e CVM che riporta la descrizione di dati clinici, di studi epidemiologici, di studi sperimentali e un recentissimo articolo del marzo del 2000, che rileva una mutazione del gene P53, in 11 su 18 epatocarcinomi esaminati tramite la biopsia. La conclusione degli autori è che esiste una relazione tra esposizione a CVM e sviluppo di questo tumore. Per quanto attiene alla parte epidemiologica, ricordo soltanto - e li cito - i consulenti del Pubblico Ministero, Comba e Pirastu, enumerano le conclusioni dell’EPA del 2000, sulla forte evidenza della relazione causale tra esposizione a CVM e carcinoma epatocellulare, l’aggiornamento IARC che parla di associazione biologicamente plausibile tra esposizione a CVM e carcinoma epatocellulare, l’aggiornamento della mortalità nella coorte Montedison, Enichem al 31 luglio del 1999. Sul nesso di causalità mi riporto alle considerazioni di carattere generale che ho già svolto per Cappelletto. Tuttavia, devo soffermarmi a proposito dei metodi e dei criteri usati dalla giurisprudenza mutuando dalla medicina legale per accertare il rapporto di causalità. Secondo un articolo che è stato citato proprio dall’ingegner Zocchetti di Enichem e poi ripreso per completezza e chiarezza dal dottor Martines molti collegi giudicanti, ritenendo che l’epidemiologia abbia un ruolo sull’adeguatezza dell’evidenza e dell’onere della prova in tema di relazione causa-effetto, accettano di ragionare nel senso che se il rischio relativo corrisponde ad un valore superiore a 2 vi è più probabilità che l’agente tossico sia la causa della malattia che non lo sia, se invece è pari a 2, la probabilità che l’agente tossico sia la causa della malattia è pari al 50 per cento. Se il rischio relativo è di uno, l’agente tossico non ha influito sulla malattia. Alcuni Giudici - continua questo articolo - tengono conto che oltre a quella epidemiologica vi possono essere altre evidenze: per esempio un’esposizione eccessiva a un’altra causa o un meccanismo patologico conosciuto. E quindi ritengono che l’onere della prova è raggiunto anche se emerge un rischio relativo minore di 2 dall’evidenza epidemiologica. Fatto questo excursus che rileva e rivela la presenza di un nesso causale altamente provabile tra il CVM e l’epatocarcinoma, in ragione di tutti i dati epidemiologici, statistici e clinici sperimentali che sono stati esposti in questo processo, il caso del signor Bonigolo appare piuttosto singolare se si può usare questo termine sia per i dati clinici rilevati sia per le valutazioni che ne hanno offerto i consulenti delle difese Montedison, sulle quali mi soffermo anche in questo caso per svolgere un metodo di confronto. Questo lavoratore è stato colpito da epatocarcinoma in assenza di cirrosi, anche il medico che eseguì l’autopsia ha confermato questa diagnosi. E l’esame autoptico ha rivelato la presenza di alcuni segni tipici dell’esposizione a CVM. Il suo fegato presenta un’infezione cronica da virus HCV, ma sono assenti segni istologici di danno epatico cronico, riferibile a quest’infezione. Conclusione che trova conferma anche dagli stessi consulenti delle difese Montedison. Il consulente Colombo afferma che la sieropositività del virus dell’epatite C in questo lavoratore è solo un’annotazione della cartella infermieristica ma non esistendo referto formale di laboratorio, va ritenuta solo una sorta di refuso della cartella, tanto che conclude: in assenza di epatite cronica di cirrosi, la presenza di sieropositività dell’epatite C può essere considerata concausa ma non determinante nello sviluppo dell’epatocarcinoma, udienza 12 gennaio del 2000. Quello che mi appare del tutto straordinario è l’evoluzione dei commenti che fanno i consulenti tecnici Montedison a proposito del signor Bonigolo, i quali esprimono l’uno di seguito all’altro un’opinione probabilmente senza essersi accordati prima su questo, e io la segnalo. Il consulente Colombo conclude in un primo tempo lapidariamente e significativamente in questo modo: "Ritengo che le patologie epatiche osservate, epatocarcinoma in fegato non cirrotico e le alterazioni istopatologiche degenerative associate, siano correlabili all’esposizione al vinilcloruro monomero ed anche al PVC". Il suo collega dottor Callea, dopo aver esposto il caso con tanto di ausilio di diapositive, confermando punto per punto le lesioni epatiche tipiche dell’esposizione a CVM, dichiara con sicumera: "Devo concludere che in questo caso non sono emersi fattori di rischio noti, riconoscibili nelle sezioni istologiche che io ho esaminato". A quel punto il consulente Colombo inverte la direzione di marcia ma non sta ancora in linea con il suo collega, perché modifica repentinamente la precedente conclusione, precisando che il soggetto ha avuto sicuramente un epatocarcinoma ed era soggetto a livelli significativi di esposizione a vinilcloruro ma - dice - abbiamo identificato un potenziale fattore di rischio per malattia cronica di fegato ed epatocarcinoma nell’abuso alcolico, almeno a livello clinico. In questa seconda conclusione del dottor Colombo, sparisce il CVM e compare l’alcool ma non c’è ancora sintonia con il collega Callea, il quale - è quest’ultimo a dirlo - non ha trovato proprio alcun fattore di rischio noto riconoscibile, quindi nemmeno l’alcool. Appare quindi del tutto scoordinata e immotivata la definitiva conclusione di Colombo il quale nel tentare di attenuare il suo precedente riconoscimento del fattore professionale, come causa determinante del tumore, e di mettersi contestualmente in riga con le conclusioni del collega si aggrappa a una serie di studi casistici che non cita, i quali dimostrerebbero l’esistenza di un minuscolo gruppo di pazienti affetti da epatocarcinoma, nel quale - dice Colombo - "per quanto ti sforzi ti capire, non trovi il fattore di rischio che l’ha determinato". Il commento finale è questo: "Se poi ti viene il sospetto che lì - cioè nel minuscolo gruppo, parliamo di un 4, 7 per cento di epatocarcinomi - si annidino esposizioni professionali devi sapere che uno su due di questi casi è donna e quindi per definizione, per intenderci non potrei mai essere esposto, per quanto ne so io a vinilcloruro". Il che fa concludere questa difesa in questo modo: anche nel caso del signor Bonigolo appare arduo riuscire a fare raffronti con le valutazioni dei consulenti delle difese, tanto più nel suo caso, nel quale si rileva e si rivela palesemente l’estremo tentativo delle difese di negare l’esistenza di un’eziologia evidente con l’esposizione a CVM, pur avendola già confermata. Anche per quanto riguarda il signor Bonigolo svolgo le conclusioni. Il signor Bonigolo si è costituito nei confronti di tutti gli imputati, ad accezione di Franco Smai, Lucio Pisani e Federico Zerbo, fin dall’inizio di questo processo, nel quale ha avuto ingresso a gennaio del 2001, perché questi tre imputati successivamente hanno avuto le qualifiche dopo l’uscita del signor Bonigolo dal Petrolchimico. Quindi accertata la penale responsabilità degli imputati, in relazione al capo primo di imputazione, di quel decreto di rinvio giudizio 14 novembre del 1997, come integrato in data 13 dicembre del 2000, condannarsi gli stessi alla pena di giustizia, condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Enichem S.p.A., al risarcimento di tutti i danni che vengono quantificati nell’importo capitale di lire 895.232.000 oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali sino al saldo, questi ultimi calcolati sulla somma rivalutata secondo il principio statuito dalle sezioni unite della Cassazione 17 febbraio del 1995 n. 1712, in materia di illeciti aquiliani dichiarando la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutiva. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili al risarcimento dei danni patrimoniali e biologico iure proprio in favore delle parti civili prossimi congiunti di Gastone Bonigolo, danni da liquidarsi in separata sede, sono la moglie e le due figlie. Condannarsi gli imputati e i responsabili civili suindicati al pagamento in favore delle parti civili di una somma a titolo di provvisionale nella misura da determinarsi sulla base degli importi già quantificati. Condannarsi in via solidale tra loro gli imputati e i responsabili civili al pagamento di tutte le spese processuali indicate nella separata nota spese che si unisce al presente atto, da integrarsi con ulteriore nota spese che si depositerà a chiusura del giudizio, distraendole in favore del difensore delle parti civili che le ha interamente anticipate. Subordinare l’eventuale applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento delle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnate sull’ammontare di esso. Oltre alla condanna al risarcimento dei danni, ordinarsi ai sensi dell’articolo 543 Codice di Procedura Penale la pubblicazione della sentenza di condanna a spese degli imputati e dei responsabili civili suindicati quale mezzo di ulteriore riparazione del danno non patrimoniale cagionato dal reato. Grazie.

 

Presidente: grazie, avvocato. Chi chiede di intervenire tra le parti civili?

 

AVVOCATO FARINEA

 

Avvocato Farinea: allora io ho come compito di trattare le vicende societarie che hanno interessato i passaggi di proprietà degli impianti e la gestione degli impianti medesimi negli anni che interessano ed occupano questo processo. I dati di riferimento che io utilizzerò per lo svolgimento di questa trattazione sono sia gli atti che sono stati prodotti dalle difese degli imputati e dei responsabili civili, quindi gli atti societari che sono stati prodotti, sia le relazioni svolte dalla Guardia di Finanza al Pubblico Ministero, le quali forniscono anche documentazione, allegano documentazione di provenienza Enichem e Montedison nelle quali si descrivono appunto le vicende societarie nel corso degli anni e che riguardano appunto l’impianto di produzione CVM e PVC. Infine come punto di riferimento il CD-rom che è stato prodotto agli atti e che è stato predisposto dal maresciallo Porcu della Guardia di Finanza. Sono questi gli elementi che ci consentono di svolgere un’indagine sui passaggi di proprietà. Per quanto riguarda in particolare la documentazione fornita dalla Guardia di Finanza agli atti è nella cartella Vicende Societarie nella quale per esempio vi è una comunicazione Montedison 25 luglio del 1996, LGMIR427/96, che è diretta al Comando della seconda Compagnia di Venezia, al capitano Cesare Decio, descrive le vicende societarie che hanno interessato in particolare la società Riveda S.r.l.. E ad esempio per quanto riguarda l’Enichem, una comunicazione 26 luglio del 1995 - sempre diretta al Comando seconda Compagnia di Venezia - nella quale si descrivono le vicende cosiddette di passaggio della proprietà e della gestione degli impianti dal gruppo Montedison al gruppo Eni-Enichem nel periodo dal 17 marzo del 1983 in poi. Tutto questo periodo ‘83-‘87 nel quale si dovrà discutere di chi fosse la proprietà di questi impianti. Nel periodo che va dal 1970 al settembre del 1975 la proprietà e la gestione degli impianti di produzione del CVM e PVC, dicloroetano è in capo alla Montecatini Edison, divisione petrolchimica Montedison. In questo periodo, attraverso questa divisione, vengono gestiti sia gli impianti di produzione sia gli impianti di conservazione e di stoccaggio del prodotto. Nel periodo successivo, a settembre del 1975, la divisione petrolchimica si scinde in due divisioni: la divisione in materie plastiche e la divisione prodotti petrolchimici di base facenti capo alla medesima società che ne rimane proprietaria e gestisce impianti attraverso queste due divisioni. Quindi divisione prodotti petrolchimici di base Dipe e divisione materiale plastiche Dimp. In particolare alla divisione materie plastiche, fanno capo gli impianti di produzione del CVM e il PVC. Alla divisione prodotti petrolchimici di base fa capo quello che verrà poi definito sinteticamente il magazzino PVC o più propriamente si parla negli atti di attrezzature e di stoccaggio di prodotti ed intermedi della lavorazione del PVC, a Porto Marghera. Quindi gestione impianti in senso stretto, alla divisione materie plastiche magazzino PVC alla divisione prodotti petrolchimici di base, questo dal 1975 al 1980. Queste due divisioni fanno capo alla stessa società Montedison. Il 31 dicembre del 1980 si verifica però un passaggio societario mediante un conferimento, cioè con atto 31 dicembre del 1980 agli atti di questo processo, notaio Ferrario di Milano, protocollo repertorio 536447161, abbiamo un conferimento da parte di Montedison della divisione materie plastiche alla società Montepolimeri S.p.A. e nello stesso giorno, con atto dello stesso notaio, repertorio 536437160, assistiamo al conferimento alla società Montedipe S.p.A. della divisione materie plastiche. Attraverso questo conferimento, si attua il passaggio della gestione e della proprietà degli impianti in capo a queste società. Va però segnalato che il conferimento dell’azienda avviene in sostanza con un atto che non sposta i termini della questione, cioè la proprietà in realtà e la gestione rimane in capo alla medesima società. Ed infatti il conferimento avviene dietro corrispettivo, rispettivamente per quanto riguarda Montepolimeri e quindi per quanto riguarda gli impianti, di 199 miliardi e 800 milioni, che viene pagato mediante il conferimento di azioni societarie. Quindi sostanzialmente queste società, si assiste più che a un conferimento in società, si assiste ad un’incorporazione in Montedison di una diversa società più piccola che è la Montepolimeri che viene sostanzialmente assorbita per fusione. Medesima cosa avviene per quanto riguarda la Montedipe. Anche qui il prezzo di perizia è 149 miliardi e 800 milioni che viene pagato mediante l’attribuzione di azioni ordinarie di pari valore nominale. Quindi anche qui sostanzialmente, queste due società, ricevono delle aziende che però gli vengono pagate, mediante azioni, il che non può che dissimulare sostanzialmente l’incorporazione di questi due soggetti minori nel medesimo soggetto e cioè nella Montedison S.p.A.. Quindi con questi due atti sostanzialmente, la proprietà e la gestione degli impianti, rimane in capo a Montedison. Questo a partire dal gennaio del 1981. Quindi Montepolimeri gestisce gli impianti, Montedipe il magazzino, sono società controllate ed assorbite da Montedison. E questo sino al 16 marzo dell’83, anno in cui si assiste al conferimento degli impianti nella società Riveda S.r.l. società con capitale sociale di 20 milioni. Allora va fatta una premessa, per introdurre questi vari passaggi societari. Della questione poi tratterà - trattando dell’Eni più particolarmente l’avvocato Garbin che fa l’intervento successivo - ma va già anticipato che in realtà tutte le operazioni in cui assistiamo nel corso di questi anni sono state concertate in un accordo che è stato sottoscritto tra l’Eni e Montedison in attuazione di quella delibera del CIPE dell’82, di cui il dottor Casson ha parlato nella sua requisitoria e che aveva per oggetto la razionalizzazione della chimica italiana. Con una convenzione del dicembre del 1982, nell’ambito dell’attuazione dei principi di accordo per l’attuazione del programma di razionalizzazione dell’industria chimica italiana, Eni e Montedison stipulano un accordo di intenti nel quale vengono previsti tutti i passaggi societari che adesso andremo a descrivere e che hanno per scopo quello di far transitare, nei tempi necessari, gli impianti dal gruppo Montedison all’Enichem gruppo Eni, attraverso un periodo intermedio di gestione da parte di Montedison. Però quello che è interessante sottolineare è che ciò avviene in attuazione di un accordo di carattere generale che riguarda tutte le società coinvolte, cioè Eni, Montedison e Enichem. Peraltro, non va trascurato che la stessa Montedison è società controllata dal gruppo Eni, a seguito della scalata del 1968 che ci verrà poi descritta dall’avvocato Garbin e che è a capo del sindacato di controllo del voto che controlla sostanzialmente la stessa Montedison. Quindi vediamo come l’Eni è un soggetto che noi ritroviamo sempre in tutti questi trasferimenti societari attuativi di accordi. Quindi veniamo al 16 marzo 1983, data in cui con atto del sempre notaio Ferrario di Milano, 62094/8739 di repertorio agli atti, prodotto dalla difesa dell’Enichem, la società Montepolimeri conferisce la propria azienda alla società Riveda S.r.l. società con capitale sociale di 20 milioni. Il conferimento dell’azienda, comprende anche gli impianti di quella che poi per semplificare verrà chiamata negli atti successivi, azienda PVC, cioè gli impianti di produzione del PVC, di valore che viene peritato in 50 miliardi e 200 milioni. Lo stesso la Montedipe, conferisce a Riveda i propri impianti, tra cui anche l’impianto, le attrezzature di stoccaggio dei prodotti intermedi della lavorazione del PVC, che per semplificare chiameremo magazzino PVC, valore peritato 26 miliardi e 800 milioni. Il pagamento di questi conferimenti da una società di capitale sociale di 20 milioni avviene mediante aumento del capitale sociale e conferimento di quote di capitale di pari valore alle società conferenti e quindi per rendere idea sostanzialmente alla Montedison che fa un’altra operazione di acquisizione societaria e di controllo. Ma l’accordo preso tra Eni e Montedison prevedeva però il trasferimento di questi impianti in capo all’Enichem, cosa che avviene con due atti del giorno successivo, di cessione - anche questi prodotti agli atti - di cessione delle quote sociali della società Riveda, da parte della... di quote sociali - mi scusi - di controllo della società Riveda, da parte di Montepolimeri e Montedipe alla Enichimica. Quindi a seguito di questo atto cessione, in data 17 marzo del 1983 la società Enichimica è proprietaria della società Riveda, e quindi è proprietaria degli impianti di produzione CVM e del magazzino PVC. Ma gli accordi andavano in realtà ulteriormente attuati, perché la società Riveda era in realtà una società vuota, non aveva una propria attrezzatura organizzazione societaria tale da consentirgli di gestire impianti di queste dimensioni. Ecco che allora che cosa avviene? Avviene che con atto dello stesso giorno, con una serie di atti dello stesso giorno, 17 marzo ‘83, quindi lo stesso giorno in cui vengono fatte le cessioni degli impianti in capo all’Enichimica, vengono stipulati una serie di complessi accordi, scritture private tra le società Riveda - quindi Enichimica - e le società Montepolimeri e Montedipe e quindi Montedison. Tutti questi accordi hanno lo scopo di assicurare a Montedison la gestione degli impianti in un periodo che era quello concordato ‘83-’87 che avrà formato oggetto di discussione circa poi la responsabilità tra appunto i responsabili civili Enichem e Montedison. Ma comunque per descriverli sommariamente viene stipulato in questo giorno un contratto di affitto di azienda tra Riveda e Montepolimeri, quindi l’azienda CVM e PVC viene gestita dalla Montepolimeri e quindi dalla Montedison, viene stipulata nella medesima data un altro accordo molto importante, perché si tratta di un contratto di lavorazione per conto, con il quale - sono tutti atti prodotti questi - con il quale la Riveda, si assicura il prodotto e la gestione viene operata, la lavorazione viene operata per suo conto, dalle società Montepolimeri e dalla società Montedipe. Ugualmente nello stesso giorno viene stipulata una convenzione con Montedipe che deve fornire dei servizi funzionali alla produzione, un altro accordo - lo stesso giorno - tra Montedipe e Riveda, con la quale sostanzialmente Riveda si impegna alla gestione dei magazzini e delle attrezzature necessarie per la produzione, un accordo per l’imballaggio, un contratto con il quale si disciplina tra Riveda e Montedipe, il ricevimento, stoccaggio in promiscuo e spedizione di dicloroetano. Un accordo con il quale Montedipe, dà in comodato a Riveda i serbatoi del cloruro di vinile monomero, siti nello stabilimento che vengono poi dalla medesima Montedipe, gestiti, e infine un accordo con il quale vi è - ed è il nono documento a cui faccio riferimento – un’assunzione di responsabilità reciproca per l’operato l’una dell’altra, tra Montedipe e Montepolimeri che sono quindi solidamente responsabili dell’attività nei confronti di Riveda. Quindi in quest’anno, in questo periodo, assistiamo ad un passaggio di proprietà degli impianti in capo all’Enichimica. Secondo l’accordo stipulato tra Eni e Montedison questi dovranno per un periodo essere gestiti da Montedison ma la cosa che va segnalata è che ciò non avviene con atti frazionati, che hanno una loro individualità, e che quindi sono idonei e scremare le responsabilità, ma avviene sulla base di un accordo complessivo che riguarda queste tre società: Eni, Montedison e Enichimica. Allora la proprietà di Riveda, la società Riveda, viene poi successivamente, in data 1 gennaio dell’85, passa in capo alla Enichem Polimeri, nella quale la società Riveda viene incorporata, società sempre del gruppo Enichem. Quindi in data 1 gennaio del 1985. Nel contempo, per quanto riguarda la gestione degli impianti, questi rimanevano sempre in capo al gruppo Montedison con la particolarità che Montedipe, aveva il 31 dicembre dell’84, incorporato in sé Montepolimeri ed era succeduta in tutti i contratti che riguardavano la gestione degli impianti che abbiamo sopra descritto. Quindi Enichem Polimeri e Montedipe sono i soggetti che qui interessano. Dall’1 gennaio dell’85, Enichem Polimeri, quindi è proprietaria sino all’1 ottobre dell’86, data in cui questi impianti vengono conferiti in Enichem Base. E quindi sempre in questo periodo la gestione rimane in capo alla Montedipe, sia degli impianti che del magazzino. In data 31 ottobre del 1987, abbiamo il passaggio di Enichem Base, in Enichem Anic e quindi il passaggio degli impianti in capo a quest’ultima, siamo al 31 ottobre del 1987. Va segnalato che Enichem Anic in questo momento diventa anche proprietaria, più precisamente al momento del conferimento diventa proprietaria degli impianti che erano passati in capo a Enichem Base il primo giugno del 1987, data in cui le parti avevano dato corso a una risoluzione anticipata dei contratti di affitto e di tutta la contrattualistica che riguardava la gestione. Quindi a partire dall’1 giugno dell’87, non solo la proprietà è in capo all’Enichem attraverso l’Enichem Base prima e l’Enichem Anic dopo, ma anche la gestione degli impianti. E questo è un elemento che farà discutere probabilmente i responsabili civili, i quali discuteranno delle loro rispettive responsabilità con riferimento alla gestione e alla proprietà degli impianti. Ad opinione di questa difesa, in realtà, il problema va affrontato in modo complessivo per le ragioni che io ho già illustrato. Rimangono invece in capo alla società Montedipe, rimane sempre il magazzino PVC, il cui contratto che lo riguardava non è stato risolto. Rimane fino al 19 giugno dell’88, data in cui il magazzino PVC, passa a una società terza che è la (Socon) che a quel che risulta agli atti, attualmente lo gestisce. Quindi noi siamo fermi a Enichem Anic che dal 31 ottobre dell’87, diviene proprietaria e gestisce gli impianti. Allora successivamente ad Enichem Anic abbiamo il passaggio della società in capo alla società Enimont Anic questo con un atto di incorporazione del 31 luglio del 1990, alla Enimont Anic società poi che ha modificato la sua denominazione in Enichem. Sino ad arrivare al 30 dicembre del 1990, data in cui abbiamo il passaggio degli impianti da Enimont Anic a EVC Italia, cioè questo è il periodo che sostanzialmente sino a questo momento interessa il processo. Fermo il fatto da segnalare come nella operazione precedente Montedison-Enichem, anche qui abbiamo un periodo intermedio in cui Enichem continua a gestire gli impianti già di proprietà del gruppo EVC. Questo è sostanzialmente il percorso delle proprietà che per riassumere ha due, tre periodi fondamentali: uno nel quale non c’è dubbio che c’è una gestione Montedison, l’altro in cui c’è proprietà Enichem gestione Montedison, il periodo successivo in cui abbiamo certamente una gestione, una proprietà unicamente dell’Enichem. Ma tutte queste operazioni io le ho descritte e le ho giustificate, sono in realtà - e lo spiegherà meglio forse il mio collega parlando dell’Eni - il frutto di un accordo, di un concerto tra tutte queste società. Quindi queste difese non vedono ragione per limitare a seconda dei periodi le responsabilità in capo ai responsabili civili. Per cui si è deciso di concludere, anche nel periodo di gestione Montedison nei confronti dell’Eni e della Montefibre e per il periodo successivo nei confronti di Eni, Montedison, Enichem e Montefibre. Io ho concluso il mio intervento per quanto riguarda questa parte descrittiva e rimando poi ad un approfondimento per quanto concerne il gruppo Eni da parte dell’avvocato Garbin. Mi appresto quindi a trattare delle mie singole posizioni, in maniera molto sintetica, leggendo le conclusioni e richiamando i dati salienti. Allora la prima posizione è quella di Bortolozzo Gianluca e Bortolozzo Beatrice che sono figli e prossimi congiunti di Bortolozzo Gabriele, deceduto per ragioni estranee a questo processo, ma che aveva contratto, nel corso delle dipendenze presso il Petrolchimico di Porto Marghera, una patologia qualificata come fenomeno di Raynaud. E` stato assunto al Petrolchimico nel 1956, ha lavorato nel reparto CV6 come autoclavista fino al 1982. Successivamente fino al 1984 come assistente di turno e dopo l’84 addetto alla contabilità. E` da considerarsi secondo le indicazioni dei consulenti del Pubblico Ministero pesantemente esposto al CVM per il periodo che va dal 1956 all’84 e quindi per un periodo di 28 anni. La malattia contestata è il fenomeno di Raynaud e per quanto riguarda questa malattia, i consulenti del Pubblico Ministero, ritengono certamente correlabile con la pesante esposizione a CVM. I disturbi lamentati e descritti, che sono disturbi principalmente di natura circolatoria con diminuzione del flusso sanguigno, negli arti superiori ma anche negli arti inferiori, diversamente da quello che sostengono le difese degli imputati e dei responsabili civili, sono disturbi tipici circolatori e sono certamente correlabili all’esposizione. Peraltro, io lo segnalo nella scheda depositata dal Pubblico Ministero, viene riportata un’esperienza diretta dei suoi consulenti, i quali riferiscono che ebbero modo di incontrare Bortolozzo Gabriele in occasione di un colloquio avuto presso la Procura e mentre si recavano al bar per prendere un caffè, riferiscono - faceva freddo - avevano avuto modo di notare il tipico fenomeno di Raynaud, dita cadaveriche in entrambe le mani, manifestarsi improvvisamente e scomparire soltanto, circa 10 minuti dopo, per la permanenza dell’ambiente riscaldato. "Confermiamo pertanto - riferiscono - la diagnosi di angiopatia da CVM, caratterizzata da fenomeno di Raynaud sulla base dei seguenti criteri: adeguatezza della durata e dell’intensità dell’esposizione, insorgenza della malattia, secondo le testimonianze raccolte all’incirca nel 1965, dopo un periodo sufficiente dalla prima esposizione, descrizione puntuale e caratteristica del fenomeno di Raynaud. Tale descrizione è raccolta nell’anamnesi ed è riportata sul certificato di malattia professionale redatto dallo Spisal di Marghera. Esame pletismografico che dimostra diminuzione del flusso sanguigno alle estremità". In ragione di ciò io concludo nel modo seguente, per le parti civili, quale procuratore e difensore di Bortolozzo Gianluca e Bortolozzo Beatrice: in via principale, accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Gatti Pier Giorgio, Bartalini Emilio, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morione Paolo, Reichenbach Giancarlo, Sebastiani Angelo, Fedato Luciano, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Presotto Cirillo, Burrai Alberto, Belloni Antonio, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano e Necci Lorenzo, in relazione ai reati loro ascritti e conseguente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Gli imputati sono stati individuati tenendo conto della citata ordinanza di questo Tribunale. Condannare gli imputati suindicati, in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. nelle persone dei loro rispettivi amministratori e legali rappresentanti al risarcimento a favore delle concludenti parti civili dei danni tutti patiti, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti ai reati e che si quantificano per ciascuna parte civile nel modo seguente: per Bortolozzo Gianluca e Bortolozzo Beatrice, nella misura di un mezzo ciascuno, per danno biologico ereditato, secondo la quantificazione dell’invalidità permanente svolta dal nostro consulente dottor Bianco e agli atti di questo processo e che è stata poi anche oggetto di testimonianza resa e di deposito di perizia da parte del dottor Bianco che ha individuato invalidità permanente al 5 per cento, quindi per danno biologico ereditato 10.500.000, per invalidità temporanea, totale e parziale 8.500.000, per danno morale 11.400.000, per spese mediche forfettarie 5 milioni, per un totale di 35.400.000, oltre a rivalutazione monetaria sino alla data del deposito della sentenza ed interessi fino all’effettivo saldo. Punto 3): subordinare all’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore della parte civile, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 del Codice Penale. Punto 4): dichiarare la condanna di cui al punto 2) provvisoriamente esecutiva ricorrendo giustificati i motivi ai sensi dell’articolo 540 Codice di Procedura Penale. In via subordinata in caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’articolo 539 Codice di Procedura Penale, condannare in solido gli imputati e i responsabili civili di cui sopra, al pagamento di una provvisionale, provvisoriamente esecutiva ex lege, nell’importo di cui questo Tribunale riterrà essere raggiunta la prova del danno, somma che si indica in lire 25 milioni, e ciò sempre subordinando la concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso condannare in solido gli imputati e i responsabili civili qui sopra, al pagamento a favore delle concludenti parti civili delle spese di costituzione e patrocinio di parte civile come da nota che si produrrà all’esito delle repliche.

 

Presidente: avvocato, per gli altri si riporti alla nota in cui chiede, concludendo, sia il risarcimento del danno sia le spese.

 

Avvocato Farinea: io mi riporto alla nota, è che c’è il problema, Presidente, della...

 

Presidente: no, io credo che si possa autorizzare, io le avevo detto solamente per le parti costituite che sono le associazioni, etc., avevo detto di evidenziare qual era la richiesta. Per quanto riguarda le parti civili singole, siccome i criteri sono abbastanza noti, eventualmente lei si riporti alle note che deposita.

 

Avvocato Farinea: allora passo a considerare altre parti civili da me assistite e sono Nardi Laura, vedova Pezzuol, Pezzuol Viviana e Pezzuol Antonio. Allora sono prossimi congiunti ed eredi di Pezzuol Sergio che ha lavorato presso l’officina centrale, come manutentore sino al 30 novembre del 1978. La testimonianza resa dal teste Moro Francesco, all’udienza del 23 marzo del 2001, ha dimostrato che la manutenzione interessava tutti i reparti del Petrolchimico, ivi compresi quelli di lavorazione del CVM e PVC. Il teste anzi ha riferito con precisione che la manutenzione interessava in particolare le autoclavi nelle quali i manutentori entravano per svolgere gli interventi necessari e quindi è chiaro che il luogo di lavoro è compatibile con l’esposizione a CVM. Il signor Pezzuol è deceduto in data 19 ottobre del 1995 per carcinoma epidermoidale del polmone. Nella scheda riassuntiva, depositata dal Pubblico Ministero, il tempo di latenza, indicato in 24 anni, viene ritenuto compatibile con l’insorgenza della malattia. I consulenti tecnici del Pubblico Ministero, Bai, Berrino e Bracci indicano la malattia come correlabile all’esposizione al CVM. La circostanza sollevata come obiezione dai consulenti degli imputati e i responsabili civili, del fatto che per un periodo il signor Pezzuol aveva fumato 10 sigarette al giorno non tiene conto del fatto che erano 20 anni, dal momento dell’insorgenza della malattia che il signor Pezzuol aveva smesso di fumare. E questo per la scienza medica ufficiale è un elemento tale da escludere ogni correlazione con il fumo. E comunque sul punto mi richiamo alle considerazioni di tipo generale, riguardanti il rapporto CVM, fumo e patologia polmonare, che sono state svolte dai consulenti del Pubblico Ministero e che sono state riassunte dal dottor Casson nella sua requisitoria. Quindi per le parti civili da me assistite, io concludo nel modo seguente... Ecco però, Presidente, il nome delle persone nei confronti di cui concludo, forse è necessario che io lo dico ed anche dei responsabili civili. Allora io mi riporto alle note, così come estese, precisando che l’accertamento della responsabilità viene chiesta nei confronti dei seguenti imputati: Cefis Eugenio, Sebastiani Angelo, Gatti Pier Giorgio, Bartalini Emilio, Grandi Alberto, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Reichenbach Giancarlo, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Belloni Antonio, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano e Necci Lorenzo. I responsabili civili indicati sono: Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A.. Il totale dei danni per Nardi Laura sono 325.248.000, per Viviana Pezzuol è 325.248.000 e per Antonio Pezzuol 325.248.000. Naturalmente devo anche specificare effettivamente che viene chiesta una provvisionale nell’ammontare di 300 milioni complessivi, per tutte le parti.

 

Presidente: grazie.

 

Avvocato Farinea: vengo a un’altra parte civile da me assistita. Si tratta di Zancanaro Gemma, vedova Tomasella, Tomasella Roberta e Tomasella Pierluigi. Sono rispettivamente vedova e figli di Tomasella Sergio. Il signor Tomasella Sergio lavorava nell’officina centrale come manutentore anch’egli, venendo quindi a contatto con reparti di produzione CVM. La circostanza è stata riferita dal teste Guglielmi Giuseppe che ha deposto all’udienza del 23 marzo del 2001. Il teste precisa che la manutenzione interessava tutti i reparti, anche i reparti di produzione CVM e PVC. Questa deposizione poi può essere integrata con la precedente deposizione che ho richiamato, che è quella di Moro Francesco che parlando della posizione del signor Pezzuol aveva ben chiarito che anche i manutentori entravano nelle autoclavi ed operavano all’interno delle autoclavi. Quindi anche per Tomasella Sergio possiamo concludere per un’esposizione a CVM compatibile con la patologia. Il signor Tomasella è deceduto il 7 novembre del 1999, per un tumore polmonare, ha lavorato presso il Petrolchimico vi ho detto nei reparti di manutenzione e lui stesso aveva riferito ai consulenti del Pubblico Ministero prima della sua morte di essere entrato nei reparti del CVM, per due, tre volte alla settimana. Il tumore polmonare è stato indicato dai consulenti del Pubblico Ministero, come riferibile ad esposizione a CVM, i tempi di latenza 37 anni e la durata dell’esposizione sono considerati compatibili con l’eziologia lavorativa. Allora le conclusioni vengono fatte nei confronti dei seguenti imputati: Cefis Eugenio, Sebastiani Angelo, Gatti Pier Giorgio, Bartalini Emilio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morrione Paolo, Reichenbach Giancarlo, Fedato Luciano, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Presotto Cirillo, Burrai Alberto, Belloni Antonio, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Necci Lorenzo, Smai Franco, Zerbo Federico e Pisani Lucio. I responsabili civili indicati sono: Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A.. I danni richiesti sono complessivamente: Zancanaro Gemma 346.428.800 lire, come poi da nota. Roberta Tomasella 346.428.800; Tomasella Pierluigi 271.428.800. La provvisionale complessiva viene divisa per le tre parti civili, viene richiesta in 300 milioni. Veniamo alle ultime due posizioni. Allora il signor Garatto Mario, dall’anamnesi lavorativa risulta che il soggetto è stato assunto alle Montefibre il 15 dicembre del 1967, quindi con passaggio diretto presso Montedison l’1 luglio del 1976 e da tale data sino al 30 settembre del 1978, veniva impiegato presso il reparto (CER) come analista. Infine dall’1 ottobre del 1978 al 29 novembre del 1996 veniva impiegato come operatore strumentista addetto al monitoraggio ecologico. Con quest’ultima qualifica e relativa mansione eseguiva su impianti misurazione del CVM, con gascromatografi, di cui si è tanto sentito parlare in questo processo. Il signor Garatto Mario - come riferito dal consulente del Pubblico Ministero, dottor Bai - ha un’evidente epatopatia cronica, diagnosticata per la prima volta nel 1976. Il signor Garatto è anche stato sottoposto a visita medico-legale di parte, su incarico di questa difesa, dal dottor Giuseppe Bianco, il quale all’udienza del 3 marzo del 2000 ha riferito la propria analisi depositando anche una perizia nella quale - il 3 marzo sempre del 2000 - alla quale interamente mi richiamo. Il dottor Bianco ritiene che ci troviamo di fronte a un’epatopatia cronica scarsamente evolutiva, correlata all’esposizione al CVM. L’invalidità permanente che viene indicata nella perizia e che viene confermata dal dottor Bianco nella sua deposizione è del 5 per cento. In relazione a ciò, io concludo nel modo seguente per la parte civile Garatto Mario. Gli imputati nei confronti dei quali concludo sono i seguenti: Cefis Eugenio, Sebastiani Angelo, Gatti Pier Giorgio, Bartalini Emilio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morrione Paolo, Reichenbach Giancarlo, Fedato Luciano, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Presotto Cirillo, Burrai Alberto, Belloni Antonio, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Necci Lorenzo, Smai Franco, Zerbo Federico e Pisani Lucio. I responsabili civili sono: Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A. in persona dei loro rispettivi legali rappresentanti. Il danno richiesto ammonta a complessivi 37 milioni. La provvisionale che viene richiesta è di lire 30 milioni. L’ultima parte civile, allora sono i signori Zausa Maurizio, Zausa Maria e Zausa Antonella, i quali sono figli del signor Zausa Giovanni. Allora Zausa Giovanni, dal 1966 al 1973 è stato inserviente del laboratorio del reparto (LAB) e per tale attività è stato esposto. Il signor Zausa era affetto da una grave epatopatia cronica, la cirrosi epatica deve ritenersi concausa del decesso e quindi si è concluso sia nel senso del danno per la perdita del congiunto da parte dei prossimi congiunti sia nel senso del danno biologico ereditato per la malattia. Le conclusioni vengono assunte in una duplice veste da Zausa Maurizio, Zausa Maria e Zausa Antonella e cioè in proprio quali figli e prossimi congiunti di Zausa Giovanni, ma anche azionando i diritti, già azionati dalla madre (Tonus) Giselda vedova Zausa, la quale è deceduta dopo essersi costituita parte civile nell’intestato procedimento al fine di azionare - come hanno azionato con una nuova costituzione di parte civile - in tale loro qualità anche i diritti e le richieste risarcitorie già azionati dalla defunta madre, Tonus Giselda. Gli imputati nei confronti dei quali vengono rese le conclusioni sono: Cefis Eugenio, Sebastiani Angelo, Gatti Pier Giorgio, Bartalini Emilio, Grandi Alberto, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Reichenbach Giovanni, Gaiba Sauro e Gritti Bottacco Carlo Massimiliano. I responsabili civili nei confronti dei quali viene chiesto il risarcimento del danno sono: Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., Eni S.p.A.. Le somme sono Maurizio Zausa: 318.012.800; Maria Zausa 318.012.800; Antonella Zausa 318.012.800. E poi Zausa Maurizio, Zausa Maria e Zausa Antonella nella loro veste di eredi di Tonus Giselda in relazione alla seconda costituzione di parte civile, per complessivi 324.520.000 che tra loro andranno divisi secondo le quote ereditarie. La provvisionale complessiva che viene richiesta è di 400 milioni, io ho concluso.

 

Presidente: facciamo 5 minuti di interruzione. Va bene, allora l’avvocato Garbin.

 

AVVOCATO GARBIN

 

Avvocato Garbin: lo scopo del mio intervento in questo processo è la descrizione dell’operato dell’Eni nelle vicende societarie che hanno interessato il Petrolchimico di Porto Marghera, con particolare riferimento alle aziende facenti parti all’organigramma della holding. E` necessario comunque, per mettere alcuni cenni relativi alla struttura stessa dell’ente e alcune vicende storiche che hanno visto l’Eni come protagonista. Va innanzitutto precisato che tutti i dati che verranno esposti sono stati raccolti sia dalle testimonianze dibattimentali, in questo procedimento, nonché dai documenti acquisiti agli atti del dibattimento. Altre notizie ed altri dati sono stati altresì raccolti da una pubblicazione dal titolo Eni, un’autobiografia edita nel 1994. Per quanto riguarda la struttura istituzionale dell’ente, possiamo senz’altro ricordare che l’Eni nasce nel 1954, riceve personalità di diritto pubblico che l’assoggetta alla direzione dello Stato, il quale ne alimenta il fondo di dotazione, ne approva il bilancio, ne indirizza e controlla l’attività e ne nomina o rimuove gli amministratori. L’ente come tale, opera iure privatorum esercitando quindi l’impresa attraverso società di diritto privato, ancorché a capitali interamente o maggioritariamente pubblico. Una precisazione è essenziale: cioè la differenza rispetto all’IRI. L’Eni infatti non è una holding pura, ossia un puro ente di gestione e di partecipazione ma deve intendersi come una holding mista, finanziaria e industriale, in quanto potrebbe - e poi come in realtà farà - esercitare l’impresa anche direttamente e tramite il coordinamento, la direzione e il riassetto di attività che fanno capo alle società dipendenti. Dell’Eni bisogna ricordare tra tutti gli organi direttivi la Giunta esecutiva che possiamo dire è l’organo operativo dell’ente stesso. Il primo grande intervento dell’ente nazionale nel comparto chimico lo possiamo far risalire al 1968 allorché vi fu la cosiddetta scalata alla Montedison che fu caratterizzata, in particolare, da una ferrea logica d’impresa e venne realizzata - nel giro di 8 mesi, da febbraio a settembre del 1968 - quando l’ente di Stato, divenne azionista della Montedison acquistando il 15 per cento del pacchetto azionario. L’Eni costituì allora un sindacato di controllo, composto da IRI, Mebiobanca e alcuni privati, Pirelli, Sai, Bastogi e Sviluppo. L’acquisto di azioni di Montedison proseguirà quindi poi sino al 1971, quando la guida della Montedison verrà assunta da Eugenio Cefis dimessosi nel frattempo dalla presidenza dall’Eni. Acquisendo il controllo della Montedison, l’Eni, acquista teoricamente - ma in effetti così farà - la possibilità di razionalizzare tutta la chimica italiana, mediante la creazione di un vero e proprio polo chimico, con possibilità di influenzarne e gestirne le scelte operative. Il passaggio di Eugenio Cefis alla presidenza Montedison va pertanto collocato in questo contesto e in quest’ottica strategica. Venendo al 1972, il CIPE, comitato interministeriale per la programmazione economica, definisce i rapporti tra Eni e Montedison e ne fissa i criteri per la costituzione di società miste nei settori della raffinazione e della chimica di base e delle fibre. Nel frattempo - venendo già al 1977, al 1978 - il presidente Cefis si dimette da Montedison. In realtà il passaggio più importante, in tutto questo arco temporale, sino ai giorni nostri, è il 1982, in quanto il Governo comincia a dare e ad esprimere i primi criteri per la razionalizzazione della chimica italiana. In questo periodo Necci, l’imputato Necci, al tempo presidente di Enoxy e membro della giunta esecutiva dell’Eni, dal settembre del 1975 al marzo dell’82, tratta per conto di Eni-Enoxy la cessione degli impianti PVC-CVM di Montedison, allora sotto la presidenza Schimberni, il quale intendeva senz’altro procedere alla vendita delle materie plastiche, a causa della grave crisi del settore. Nello stesso periodo Trapasso, l’imputato Trapasso, quale vicepresidente e amministratore delegato dell’Enoxy, dal gennaio dell’82 al maggio dell’83 viene incaricato dall’avvocato Necci di gestire tutto l’aspetto finanziario e amministrativo dell’operazione, circostanza peraltro che viene confermata dal teste Bianchi all’udienza del 4 aprile del 2000. L’imputato Trapasso in questa operazione svolse un ruolo molto importante anche per la sua specifica preparazione e per i suoi diretti contatti con la dirigenza Montedison. L’operazione nasce il 12 luglio dell’82, allorquando Montedison e Enoxy Chimica S.p.A. sottoscrivono una lettera di intenti che viene successivamente poi ratificata con delibera del 29 luglio sempre dell’82 da parte del CIPE che è il comitato interministeriale per la programmazione industriale avente ad oggetto il possibile acquisto da parte di Enoxy S.p.A. e quindi di Eni, di certe attività, impianti e infrastrutture nel settore chimico appartenenti a società del gruppo Montedison S.p.A., nonché l’acquisto da parte di società del gruppo Montedison di certe attività, impianti, infrastrutture, appartenenti ad Enoxy ed ad Anic S.p.A. e quindi Eni. Il tutto viene poi richiamato nelle premesse della proposta di accordo, formulata da Eni a Montedison in data 31 dicembre dell’82, proposta che nel frattempo è preceduta, il 29 ottobre dell’82, dalla sottoscrizione da parte Eni e Montedison dei principi d’accordo per l’attuazione del programma di razionalizzazione dell’industria chimica italiana di cui ha già parlato in parte il collega che mi ha preceduto. Questi principi vengono poi successivamente approvati dal Governo il 22 dicembre del 1982, che nel frattempo conferiva mandato alle partecipazioni statali affinché l’Eni assumesse e comunque desse corso a questo accordo definitivo con Montedison. L’accordo - come già detto - prevedeva il passaggio di proprietà degli impianti da Montedison a Eni e contestualmente il mantenimento della gestione degli impianti in capo a Montedison stessa. Accordo che trova puntuale riscontro poi nei passaggi societari, succedutisi dal 1983 all’88 e già illustrati. In particolare l’accordo contempla la cessione a Eni, da parte Montedison del know-how e del processo produttivo da intendersi come le istruzioni operative relative agli impianti e alla loro manutenzione. In tale contesto si colloca la società Riveda che in pratica - come ampiamente ribadito - funse da scatola per il passaggio di tutta una serie di impianti dalla Montedison all’Enichimica, Eni. Transitando al 1988 il Governo dà nuovamente le direttive per la razionalizzazione e la riorganizzazione della chimica italiana e si arriva quindi alla cosiddetta operazione Enimont. L’allora presidente della Montedison Gardini e il presidente dell’Eni Franco Reviglio firmano nel dicembre dell’88 l’accordo per la costituzione di Enimont, nella quale l’Eni detiene il 40 per cento paritariamente a Montedison. Per parte Enichem in tutta questa operazione interverrà nuovamente l’avvocato Necci, il quale agisce in funzione di quanto Eni stabilisce. Riportiamo sempre la testimonianza del teste Bianchi all’udienza del 4 aprile del 2000. Prima della formalizzazione dell’accordo l’allora Ministro delle partecipazioni statali, pure escusso come teste in quest’aula, Fracanzani, con lettera del 5 agosto dell’88, inviata al presidente dell’Eni Reviglio, si raccomanda da subito che nella trattativa siano inserite delle clausole, relative A) alla salvaguardia ambientale, B) alla sicurezza degli impianti. Viene pertanto costituito un comitato per le trattative con la Montedison del quale fanno parte il presidente e il vicepresidente dell’Eni, il presidente dell’Enichem Necci e i sette direttori dell’Eni. Tali direttive vengono quindi girate all’Enichem e per essa nuovamente al suo presidente Necci, al quale viene affidato il compito di effettuare un’indagine in relazione ai punti 7 e 8 della citata lettera del Ministro Fracanzani e sempre relativi alla parte ambientale e alla sicurezza degli impianti. Analoga preoccupazione in realtà dimostrò anche l’allora Ministro dell’ambiente, il quale con missiva del 5 novembre dell’88 sottolinea l’indispensabilità di un rigoroso controllo di questo accordo tra Eni e Montedison in termini di tecnologia pulita, di smaltimento dei rifiuti e comunque di ogni altro aspetto ecologico. Il Ministro delle partecipazioni statali, quindi, con lettera del 31 dicembre dell’88, indirizzata alla giunta esecutiva dell’Eni che ripetiamo è l’organo operativo dell’ente di Stato, allora, chiede quindi all’ente stesso di farsi carico affinché le parti contraenti si garantiscano reciprocamente nelle forme più idonee della veridicità dei dati forniti dall’American Appraisal, questione che poi verrà trattata da altro collega, ai fini dell’indagine sullo stato degli impianti dell’Enichem S.p.A. e della Montedison, formanti oggetti di apporto nell’Enimont S.p.A., con particolare riferimento agli aspetti della sicurezza e dell’ambiente. In buona sostanza, il Ministro o i Ministri, sia dell’ambiente che delle partecipazioni statali, raccomandano all’ente di Stato un ruolo più incisivo nel settore della chimica in tutta questa operazione. Sempre il teste Fracanzani confermerà questa circostanza. Passando al 1992, e precisamente in data 11 luglio, l’ente pubblico Eni, come altri enti pubblici, viene trasformato in società per azioni. La trasformazione costituisce un momento importante per l’Eni, per l’ente, in quanto viene accresciuta la sua autonomia imprenditoriale, questo è un punto, un passaggio molto importante, e quindi la correlata responsabilità dei suoi organi direttivi. Vengono quindi rafforzati l’obbligo e la possibilità della economicità di gestione, perché il profitto in questo momento diventa il fine istituzionale della società. Non cambiano quindi i rapporti tra le holding e le società partecipate, l’Eni mantiene infatti, come già detto, la natura di holding mista, finanziaria e industriale, perché mantiene il coordinamento tecnico e finanziario delle società partecipate e perché può esercitare direttamente, a questo punto, direi, attività industriali in settori chiaramente specificati e in particolare nel comparto chimico. In realtà questa trasformazione da public company a società di capitali costituisce un semplice fatto formale, posto che come si è visto in tutte queste operazioni, in tutti i tentativi d’ingresso dell’ente statale nel comparto chimico è in qualche modo caratterizzato dalla qualifica di imprenditore, preferendo quindi in questi casi agire come imprenditore commerciale piuttosto che come società di semplice gestione delle società partecipate, che qualcuno in realtà, in questo processo, vorrebbe escludere ovviamente per escludere qualsiasi responsabilità in capo all’Eni o all’Eni S.p.A. nel frattempo trasformata. In tale veste quindi l’Eni ha svolto senz’altro attività d’impresa attraverso una struttura organizzata volta alla direzione, al coordinamento e programmazione delle società controllate e al fine di incrementarne il profitto sul piano economico. L’Eni, infatti, va considerato un ente anomalo nell’ambito delle partecipazioni statali in quanto ha sempre operato essenzialmente come imprenditore commerciale e quindi sempre tramite la giunta esecutiva. Il primo esempio tangibile di questo comportamento fu la citata operazione Montedison nel 1968, quindi attraverso l’acquisto del 15 per cento della Montedison S.p.A.. In particolar modo credo vada sottolineato in questo momento il valore del passaggio di Eugenio Cefis dall’Eni alla Montedison. Questo senz’altro dimostra che da una parte le strategie imprenditorie della Montedison e successivamente poi anche dell’Enichem furono sempre ispirate dall’Eni, sotto un profilo strettamente operativo, dall’altra la partecipazione azionaria consentiva una pregnante azione di indirizzo strategico e di coordinamento industriale, non limitata quindi alla semplice fase di gestione finanziaria. Lo spirito quindi essenzialmente - ribadisco - imprenditoriale dell’Eni fu ribadito anche nel 1982 in occasione del già citato intervento dell’ente statale nella chimica italiana. Illuminante è la disanima della proposta di accordo di data 31 dicembre dell’82 inviata da Eni a Montedison S.p.A. e depositata dalla difesa dell’imputato Porta all’udienza del 29 maggio del 1998. Con tale proposta di accordo l’Eni, recependo i contenuti della delibera del CIPE, del 29 luglio dell’82, che prevedevano un piano di riorganizzazione e razionalizzazione della chimica italiana indicava quali sarebbero stati gli impegni sia di parte Enichem che di parte Montedison. Questi principi venivano successivamente siglati, ripeto, in data 29 ottobre e recepiti poi nell’ambito di tutta quella operazione complessiva sviluppatasi attraverso quella serie di contratti già illustrati dal collega Farinea. Si possono senz’altro ricordare brevemente alcune clausole di questa proposta di accordo e che interessano in particolare questo processo e gli aspetti che interessano questo processo. Basti ricordare da una parte comunque gli impegni assunti da Montedison S.p.A. relativi al personale e ai rapporti di lavoro. Al punto 2 dell’articolo 11 espressamente viene riportato: "E` previsto che il personale assunto da Riveda conserverà i livelli retributivi, le qualifiche e le anzianità già goduti e maturati alle dipendenze dell’azienda cedente, ristrutturati negli istituti contrattuali, in vigore per le aziende del gruppo Eni". Al punto 11.3 si dice: "La gestione delle relative controversie - quindi relative controversie di lavoro - sarà attuata di comune accordo tra Montedison e Eni e quest’ultima, dovrà dare la massima tempestiva notizia di ogni contestazione promossa". Importante, a parere del sottoscritto, è la clausola 18, al comma 3, clausola che prevede una garanzia espressamente da parte Eni. Questa garanzia prevede, nel senso che l’Eni garantisce l’operatività e normale funzionamento degli impianti e delle strutture industriali conferiti, B) la conformità degli impianti e delle strutture industriali conferiti alle normative in materia di tutela dell’ambiente, di sicurezza e di igiene del lavoro. L’Eni garantisce inoltre l’operatività e normale funzionalità degli impianti e delle strutture industriali conferiti". Ma non basta, transitiamo alla clausola n. 24 di questo accordo e quindi unitamente Eni e Montedison assumono questa precisa responsabilità, intendono quindi cooperare in buona fede per fare quanto necessario e per non pregiudicare i benefici derivanti dall’attuale unitarietà di assetto produttivo e di conduzione per quanto concerne tutela ambientale sicurezza, assetti unificati di stoccaggio e movimentazione. A questo punto, signor Presidente, io ritengo di poter arrivare a queste conclusioni. Mi pare che già la descrizione di vari interventi di Eni nel comparto chimico diano già alcune indicazioni su quale sia stata l’operatività e quindi il comportamento dell’ente statale e poi le società di capitali in tutta la gestione delle società del Petrolchimico di Porto Marghera. Possiamo senz’altro concludere che l’Eni ha sempre svolto una pregnante attività di controllo e di direzione di tutte le società dominate, sia in Montedison prima che in Enichem poi e quindi non limitato alla semplice gestione finanziaria, come sostenuto sempre dalle difese in questo processo. In tale modo, ha coordinato, diretto, riassettato, le attività che facevano capo alle società dipendenti. E pertanto ravvisabile come ipotesi - ma io la do come certezza - tra l’Eni e tutte e società partecipate un collegamento economico e funzionale talmente intenso da far superare il principio addirittura dell’autonomia giuridica, talvolta, tanto da considerare le singole società dominate, partecipate o collegate, che dir si voglia, come longa manus operativa della capogruppo. L’Eni infatti costituiva quindi un vero centro d’imputazione dei diritti e degli obblighi riguardanti formalmente le singole società controllate e/o partecipate, con ogni conseguente responsabilità in ambito civile per i fatti illeciti posti in essere dai dirigenti delle società controllate e/o partecipate. In effetti, come si è avuto modo di dimostrare, vi è sempre stata una direzione verticale, unitaria, in capo all’Eni stesso, intesa come flusso continuo e costante di istruzioni dalla società dominante alle società dominate, con l’indicazione di precise scelte strategiche in ordine a nuove iniziative di politica commerciale e produttiva seguite dalla controllata. Non va sottovalutato, peraltro, che questo potere di intervento potrebbe sembrare una questione, una circostanza marginale, ma non lo è, il passaggio di imputati di questo procedimento sia da Eni a società controllate, successivamente quindi Montedison e Enichem e viceversa. Faccio solo i nomi a titolo di esempio degli imputati Cefis, Grandi, Necci e Trapasso. Se ciò non bastasse, ricordo solo quanto assunse in tema di sicurezza, le obbligazioni assunte in tema di sicurezza, da Eni, durante tutta l’operazione del 1982 e relativa alla sicurezza degli impianti, allo smaltimento dei rifiuti, nonché alle altre obbligazioni, assunte in capo alle società controllate e/o partecipate. Ritengo pertanto, Presidente, che l’Eni non siamo soggetto estraneo a questo procedimento e pertanto dovrà rispondere dei fatti illeciti posti in essere dai dirigenti delle società partecipate e/o controllate, sia in ambito Montedison che Enichem in relazione a tutte le prospettazioni accusatorie. Io avrei concluso questa parte e tratterei delle mie posizioni. Praticamente io ho questa posizione rappresentata dai prossimi congiunti - ora prossimi congiunti - del signor Lino Carraro. Lino Carraro che si costituisce, fa parte del gruppo dei 37 discussi al luglio del 1998 e si costituisce parte civile il 23 settembre del 1998. Si costituiscono quindi prossimi congiunti, a seguito del decesso in data 30 dicembre del 1999. Ritengo di dover semplicemente ricordare quale sia la sua anamnesi patologica. Dico subito che muore, decede nel 1999, a causa di un tumore all’apparato emolinfopoietico e nella specie di un linfoma di Hodgkin. In realtà nel frattempo il buon Carraro ha sofferto di una bronchite cronica - ricordata nell’indagine Fulc - di un melanoma alla coroide dell’occhio destro che lo portò poi all’asportazione dello stesso globo oculare, al linfoma di Hodgkin citato, nonché a una serie di disturbi circolatori periferici. Ecco, io non mi dilungherò poi molto sugli aspetti delle patologie sofferte dal signor Lino Carraro, in quanto ne hanno già trattato con ampia evidenza sia la collega avvocato Manderino, il Pubblico Ministero stesso e la collega Boscolo Rizzo. Ricordo solo una piccola storia lavorativa del signor Lino Carraro; ha lavorato dal 1956 al 1976 presso il reparto CV5-15 della Montedison in qualità di manovale, addetto agli impasti per 4 anni e quindi di operatore di impianto addetto ad operazioni manuali, per ulteriori 4 anni e ciò infine per quasi 20 anni. Non sto qui ulteriormente a ricordare quali fossero le condizioni lavorative del reparto CV5-15, peraltro meglio esemplificate dai testi introdotti sia da questa difesa ma anche da altri colleghi di parte civile, quanto alle condizioni, quindi alle condizioni igieniche ed ambientali del luogo di lavoro dell’impianto CV5-15. Quindi, ripeto, le malattie e quindi le forme tumorali di cui ha sofferto il buon Lino Carraro sono già state trattate dai colleghi che mi hanno preceduto e quindi non le svilupperò ulteriormente. Ritengo importante, per questo processo, la figura di questa parte civile, fosse solo per la caratterizzazione particolare che ha, la presenza quindi di più forme tumorali, quindi di un linfoma e di un melanoma nella stessa persona. E ciò a comprovare la tesi dell’effetto multioncogeno e quindi multipotenziale, multipotente del CVM. Ricordo quindi quali possono essere le cause del decesso che vanno senz’altro ricondotte alle complicanze tipiche del linfoma di cui ha sofferto Lino Carraro e che l’ha condotto poi al decesso, abbiamo detto, in data 30 dicembre del 1999. Il livello di esposizione a CVM, particolarmente alto della sua storia lavorativa e il tempo di latenza pari a 40 anni, del caso del signor Lino Carraro, sono coerenti con un’ipotesi di oncogenesi occupazionale. C’è da sottolineare, come abbiamo già detto, che l’attecchimento di due neoplasie correlate alla stessa persona - melanoma e linfoma - conferma il nesso di causalità da una parte e dall’altra - come abbiamo detto - l’effetto multipotente del CVM e PVC. In buona sostanza il signor Lino Carraro appare in questo processo - io l’ho definito - come la cartina di tornasole, nel senso che essendo un soggetto che non ha mai né bevuto e né fumato, ha costituito per i consulenti delle difese un caso particolare, diciamo pure atipico, tanto è vero che non è stato possibile ricondurlo alle varie tesi che volevano appunto i lavoratori del Petrolchimico deceduti vuoi per cause correlate al fumo, vuoi per cause correlate all’alcool. Non possono quindi identificarsi fattori di confondimento che potessero alterare la conclusione positiva circa il ruolo causale tra la massiccia esposizione a CVM-PVC del signor Carraro e le malattie che l’hanno condotto al decesso. Ritengo a questo punto di poter concludere per quanto concerne i prossimi congiunti del signor Lino Carraro nelle persone della signora Lia Trevisanato, Enzo Carraro e Dario Carraro, conclusioni che vengono rivolte nei confronti dei seguenti imputati: Eugenio Cefis, Alberto Grandi, Pier Giorgio Gatti, Emilio Bartalini, Mario Lupo, Giovanni D’Arminio Monforte, Renato Calvi, Italo Trapasso, Giancarlo Reichenbach, Angelo Sebastiani, Sauro Gaiba, Gaetano Fabbri, Gianluigi Diaz, Massimiliano Carlo Gritti Bottacco, Lorenzo Necci, dei quali si chiede che ne venga accertata la penale responsabilità in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente se ne chiede la condanna alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Indico anche quali sono i responsabili civili di riferimento ai quali andrà estesa la condanna in solido e precisamente: Montedison S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A.. L’esposizione analitica dei danni e delle voci di danno dei singoli titoli di danno sono specificati nelle conclusioni scritte che poi provvederò a depositare per una somma complessivamente quantificata in 1.017.800.000, somma che andrà successivamente rivalutata e gravata di interessi sino al dì dell’effettivo saldo. Si chiede in ogni caso che il Tribunale, laddove ritenesse di condannare gli imputati, i responsabili civili al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio, ai sensi dell’articolo 539 Codice di Procedura Penale, chiede che vi sia condanna in solido degli imputati e dei responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale, provvisoriamente esecutiva ex lege, nell’importo di cui questo Tribunale riterrà essere raggiunta la prova del danno che si indica nella somma di lire 300 milioni, e ciò sempre subordinando la concessione della eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. Condannare infine gli imputati, in solido con i responsabili civili di cui sopra, al pagamento a favore delle concludenti parti civili delle spese di costituzione e patrocinio di parte civile come da separata notula che verrà allegata successivamente. Passo alla posizione successiva, ed è costituita dai prossimi congiunti del signor Bruno Miglioranza, Bruno Miglioranza che è deceduto a causa di una neoplasia polmonare. Non mi dilungo anche in questo caso sulla trattazione della forma tumorale, perché già ampiamente discussa in questa aula. Dico solo che il signor Bruno Miglioranza appartiene al gruppo dei 37 casi indicati dal Pubblico Ministero e discusso all’udienza dell’1 agosto del ‘98 dal consulente tecnico del Pubblico Ministero dottor Bai. Mi correggo, signor Presidente, al 1 luglio del 1998. Il signor Bruno Miglioranza è soggetto che ha prestato attività lavorativa dal 1965 al mese di dicembre del 1993 presso la cooperativa Sital che operava in regime di appalto all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera e svolgeva mansioni di operaio specializzato addetto alla coibentazione e decoibentazione delle tubazioni presso tutti i reparti CV. Il teste Gianni Manziega, all’udienza del 9 maggio del 2000, ne ha significato l’enorme esposizione e l’attività di contatto, continuo e reiterato con il CVM, soprattutto durante tutte le operazioni di manutenzione degli impianti. Posso senz’altro concludere, quindi, che il signor Miglioranza, deceduto a causa di un carcinoma polmonare, è deceduto per le tipiche complicazioni e trova origine in cause professionali connesse alle esposizioni al CVM. Il periodo di latenza, pari a 28 anni, è adeguato alle conoscenze in tema di cancerogenesi chimica. Ritengo pertanto che i dati acquisiti al dibattimento, consentono di sostenere il ruolo eziologico del CVM e del PVC e del dicloroetano nell’insorgenza di neoplasie polmonari nei lavoratori del Petrolchimico. Vengo alle conclusioni. In via principale accertare e dichiarare la penale responsabilità degli imputati: Eugenio Cefis, Alberto Grandi, Giorgio Porta, Pier Giorgio Gatti, Emilio Bartalini, Mario Lupo, Giovanni D’Arminio Monforte, Renato Calvi, Italo Trapasso, Gianluigi Diaz, Paolo Morrione, Giancarlo Reichenbach, Angelo Sebastiani, Luciano Fedato, Sauro Gaiba, Gaetano Fabbri, Franco Smai, Lucio Pisani, Federico Zerbo, Cirillo Presotto, Alberto Burrai, Lorenzo Necci, Massimiliano Carlo Gritti Bottacco, Antonio Belloni, in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A., al risarcimento a favore delle concludenti parti civili, dei danni tutti, patrimoniali e non conseguenti ai reati contestati, che vengono quantificati per i titoli di danni, meglio specificati nella nota di conclusioni che provvederò a depositare e per la somma complessiva di 1.272.720.000, somma di rivalutare e da gravare di interessi sino al dì dell’effettivo saldo. L’eventuale concessione della sospensione condizionale andrà senz’altro subordinata al pagamento integrale dei danni a favore delle parti civili, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165. La condanna andrà ovviamente dichiarata provvisoriamente esecutiva ricorrendo i giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540 Codice di Procedura Penale. In via subordinata, in caso in cui il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’articolo 539 Codice di Procedura Penale, condannare in solido gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nell’importo di cui questo Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno, somma che si indica in lire 300 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso, condannare gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento in favore delle concludenti parti civili, delle spese di costituzione e patrocinio di parte civile come da notula di cui ci si riserva la produzione. Tratto ora del caso dei prossimi congiunti relativi alla posizione Emilio Bertocco. Anche in questo caso, Emilio Bertocco appartiene al gruppo dei 37 indicati dal Pubblico Ministero nel luglio del 1998. Ricordo solo che i prossimi congiunti nelle persone di Claudia Zambon, Liliana Bertocco e Fiorella Bertocco, hanno formalizzato la loro costituzione, in data 23 settembre del 1998. Ripercorro brevemente l’anamnesi professionale. Il signor Emilio Bertocco è deceduto in data 25 novembre del 1997 e ha lavorato dal 1953 all’81 come sorvegliante sala cella, nel reparto CS3 addetto al carico cisterne, autosilos PSO, addetto alla banchina liquida, al (DIS) e come analista chimico al (CIG/S). In particolare dal 1961 all’81 ha svolto mansioni di carico e scarico di prodotti presso il parco serbatoio, dove si trovavano diverse sostanze chimiche sotto forma gassosa e in particolare il CVM, il cloruro di etile, il fenolo, l’acetaldeide e l’ammoniaca. Tutte queste circostanze sono state riscontrate e confermate dal teste Amerigo Vianello, all’udienza del 9 maggio del 2000, il quale ha pure evidenziato come al momento del collegamento sulle cisterne ferroviarie era inevitabile la fuoriuscita di CVM dalle flange di chiusura delle valvole di sicurezza, come pure al momento del distacco con conseguente inalazione da parte del lavoratore addetto. In tali casi l’esposizione era notevole per quantità anche in minimi intervalli di tempo. In particolare è da dire che la figlia, Liliana Bertocco, all’udienza del 12 maggio del 2000, ha ulteriormente confermato tali circostanze e ha specificato che il padre né beveva e né fumava. Non mi dilungo ulteriormente sui meccanismi patogenetici e sulla forma tumorale che ha portato il decesso il signor Emilio Bertocco e mi riporto a quanto già espresso dai precedenti colleghi, confermandone, ovviamente, la correlazione con l’esposizione al CVM. Concludo per conto dei prossimi congiunti di Emilio Bertocco: Claudia Zambon, Liliana Bertocco e Fiorella Bertocco. In via principale accertare e dichiarare la penale responsabilità degli imputati Eugenio Cefis, Alberto Grandi, Pier Giorgio Gatti, Emilio Bartalini, Mario Lupo, Giovanni D’Arminio Monforte, Renato Calvi, Italo Trapasso, Gianluigi Diaz, Paolo Morrione, Giancarlo Reichenbach, Angelo Sebastiani, Sauro Gaiba, Gaetano Fabbri, Cirillo Presotto, Antonio Belloni, Massimiliano Carlo Gritti Bottacco, Lorenzo Necci, in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare quindi gli imputati suindicati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. al risarcimento in favore delle concludenti parti civili dei danni tutti patiti come da nota e specificazione che verrà allegata che si quantifica nella somma complessiva di lire 780.879.000, somma da rivalutarsi e gravata di interessi sino al dì dell’effettivo saldo. Anche in questo caso dovrà essere subordinata la concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle parti civili ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165. La condanna di cui ai punti precedenti andrà dichiarata provvisoriamente esecutiva ricorrendone i giustificati motivi previsti dall’articolo 540 del Codice di Procedura Penale. In via subordinata in caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio, ai sensi dell’articolo 539 Codice di Rito, condannare in solido gli imputati e i responsabili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nell’importo di cui questo Tribunale riterrà essere raggiunta la prova del danno che si indica sin d’ora nella somma di lire 300 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso condannare in solido tra loro gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento a favore delle concludenti parti civili, delle spese di costituzione e patrocinio di questa parte civile come da notula che ci riserva di allegare. Vengo ora al caso, Presidente, di Umberto Silvestro, deceduto e quindi parlo e tratto per conto dei prossimi congiunti Luciana Torcellan, Marilena Silvestro, Antonella Silvestro, Maurizio Silvestro, Modestino Silvestro. Ritiene anche in questo caso dover esporre gli elementi più significativi, ovviamente del caso di Umberto Silvestro, deceduto a causa di una forma tumorale all’encefalo, forma tumorale della quale hanno già parlato i colleghi che mi hanno preceduto. Ricordo che si può senz’altro ricondurre all’esposizione nel CVM nel periodo che va dal 26 agosto del 1977 al 31 maggio del 1982, periodo nel quale fu alle dipendenze della cooperativa della (Sicci) S.p.A. che aveva assunto appalti con la Montedison e con tutte le società che si sono succedute nella proprietà, nella gestione degli impianti, per la pulizia di vasche, cisterne, pozzi all’interno del Petrolchimico di Marghera, ove confluivano i residui delle lavorazioni del CVM e PVC. Quindi il signor Silvestro ha svolto mansioni di pulizia di tali siti, entrando pure all’interno delle cisterne, con massicce esposizioni al CVM-PVC, nel periodo poi relativo alle cooperative svolse pure attività di insacco. A causa dell’insorgere poi della malattia, della patologia che l’ha condotto poi al decesso fu poi costretto ad abbandonare l’attività lavorativa. Non ricordo le altissime esposizioni alle concentrazioni di CVM perché i riscontri dibattimentali ne hanno già dato conto. Non ricordo nemmeno l’anamnesi patologica perché anche questa risulta dalle schede del Pubblico Ministero, poi acquisite agli atti del dibattimento. Ricordo solo che nella valutazione dei singoli casi, il periodo di latenza, per la natura solida dei tumori e per i caratteri biologici del tessuto nervoso, in questo caso, rispecchiano e confortano le tesi che vogliono il tumore al cervello correlato al CVM e al PVC. Le conclusioni per conto dei prossimi congiunti di Umberto Silvestro: Luciana Torcellan Marilena Silvestro, Antonella Silvestro, Maurizio Silvestro, Modestino Silvestro. In via preliminare accertata e dichiarata la penale responsabilità degli imputati Paolo Morrione, Cirillo Presotto, Luciano Fedato, Giorgio Porta, Alberto Burrai condannarli in relazione ai reati a loro ascritti alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati suindicati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A. al risarcimento dei danni tutti, patrimoniali e non, patiti dalla parte civile, in conseguenza ai reati di cui al capo 1 d’imputazione, quantificati come segue e per i titoli che verranno esposti che sono esposti nella nota che provvederò a depositare, per la complessiva somma di lire 1.096.243.996, somma che andrà, come detto, rivalutata e gravata di interessi sino al dì dell’effettivo saldo. Subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle parti civili ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 Codice Penale. Dichiarare la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva ricorrendo giustificati ai sensi dell’articolo 540 Codice Penale. In via subordinata, in caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’articolo 539 Codice di Rito, condannare in solido gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nell’importo di cui questo Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno, che si indica nella somma di lire 250 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena, al pagamento della provvisionale stessa. Condannarsi gli imputati, in solido con i responsabili civili di cui sopra, al pagamento a favore delle concludenti parti civili delle spese di costituzione e di patrocinio di parte civile, come da separata notula che ci si riserva di depositare. Concludo, signor Presidente, brevemente con il caso di Mario Tavella. Di Mario Tavella espongo brevemente la anamnesi professionale, è persona che si è costituita parte civile in data 23 gennaio di quest’anno, a seguito della contestazione suppletiva del Pubblico Ministero del dicembre del 2000. Il signor Mario Tavella ha prestato attività lavorative alle dipendenze della cooperativa carovana Montefusco, denominata precisamente cooperativa Facchini Marghera, con mansioni di insaccatore presso i reparti CV14 e CV15 dal 15 luglio del 1965 al 30 giugno del 1974. In tutto questo periodo vi fu un’esposizione complessiva a 200 PPM, a valori fino a 200 PPM. Le circostanze relative alle condizioni di lavoro e all’attività effettivamente svolta all’interno di questi reparti - non mi dilungo perché sono già dati acquisiti al dibattimento - sono stati confermati dai testi Truccolo e Causin introdotti all’udienza del 13 marzo del 2001. Il signor Mario Tavella soffre di epatopatia ed epatopatia che viene riscontrata nell’ottobre del 1998 all’esito di un’ecografia che rileva un aumento del volume del fegato con diffusa disomogeneità. Per quanto riguarda il danno epatico ed esposizione al cloruro di vinile monomero non posso far altro che riportarmi allo studio di Tamburo del 1984, e alle precedenti considerazioni svolte anche dal Pubblico Ministero, per quanto attiene a questa patologia. Ricordiamo solo che il signor Mario Tavella non ha mai fumato e non ha mai bevuto, va pertanto esclusa ogni interferenza ed ogni fattore di confondimento nella patologia di cui soffre il signor Mario Tavella, che non può essere ricondotta né al fumo, come abbiamo detto, né tanto meno all’alcool. Unica causa esclusiva della patologia deve rinvenirsi nell’esposizione al CVM e alle polveri di PVC, in tutto l’arco della carriera lavorativa, che conferma la correlazione con la patologia di epatopatia cronica di tipo fibrosi epatica. Concludo per conto della parte civile Mario Tavella. In via principale, accertare e dichiarare la penale responsabilità degli imputati Eugenio Cefis, Alberto Grandi, Pier Giorgio Gatti, Emilio Bartalini, Mario Lupo, Giovanni D’Arminio Monforte, Renato Calvi, Italo Trapasso, Giancarlo Reichenbach, Angelo Sebastiani, Sauro Gaiba, Massimiliano Gritti Bottacco e conseguentemente condannarli in relazione ai reati a loro ascritti alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati suindicati in solido con il responsabile civile Montedison S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A., al risarcimento dei danni tutti, patrimoniali e non, patiti dalla concludente parte civile Mario Tavella, in conseguenza dei reati di cui al capo 1 di imputazione, determinati secondo il prospetto che è indicato nelle conclusioni scritte che provvederò a depositare e che quantifico nella somma di lire 32.296.000 oltre a rivalutazione monetaria ed interessi dalla diagnosi della malattia, in data 30 ottobre del 1997, al dì dell’effettivo saldo. Subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore della parte civile ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 Codice Penale. Dichiarare la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540 Codice Penale. In via subordinata in caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili citati al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’articolo 539 Codice di Rito, condannare in solido gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nell’importo di cui questo Tribunale riterrà essere raggiunta la prova del danno, che si indica nella somma di lire 28 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso, condannare gli imputati e i responsabili civili di cui sopra in solido tra loro al pagamento a favore della concludente parte civile delle spese di costituzione e patrocinio di parte civile come da notula che si provvederà a depositare. Presidente, io avrei concluso, lascio la parola alla collega Salza che continuerà l’aspetto riguardante i responsabili civili.

 

Presidente: prego avvocato Salza. Sarà l’ultimo intervento della giornata.

 

AVVOCATO SALZER

 

Avvocato Salzer: riteniamo che Montedison, Enichem, Montefibre e Eni debbano essere tutti solidalmente ritenuti responsabili con i responsabili dei reati, e cioè con gli imputati che sono stati tratti a giudizio nel presente procedimento, sia per ragioni di ordine giuridico, generale, che andrò poi necessariamente ad illustrare, sia per quanto è risultato dalle stesse evenienze processuali e per esse intendo fare riferimento agli atti societari che sono stati dimessi in allegato ad alcune memorie degli imputati, ai contratti di trasferimenti di aziende, agli interrogatori resi ed anche alle spontanee dichiarazioni che sono state assunte dal Pubblico Ministero. Sotto un profilo di principi generali devo precisare che il punto di partenza è un punto di partenza necessariamente privilegiato, dal quale inizio. Cioè riteniamo sostanzialmente che il presupposto di fatto consista nella circostanza che il debitore, al fine di adempiere alle sue obbligazioni, sia spesso, se non indefettibilmente tenuto, in una struttura imprenditoriale societaria complessa, qual è quella che ordinariamente si trova nell’attuale mercato, tenuto ad avvalersi della collaborazione di altri soggetti. In questo caso egli - cioè colui che si avvale della collaborazione - è responsabile anche dei fatti dolosi e colposi dei suoi ausiliari e ciò a prescindere dal fatto che essi siano lavoratori autonomi, dipendenti o terzi imprenditori. Ha poco rilievo quindi il titolo giuridico in relazione al quale i soggetti sono collegati all’imprenditore, quanto piuttosto l’imputabilità allo stesso. E` evidente che questa responsabilità va a fondarsi non tanto sulla colpa e cioè su un diretto collegamento tra l’attività svolta e il soggetto che è considerato responsabile, ma piuttosto su di un’esigenza più ampia che il debitore garantisca comunque l’operato dei suoi ausiliari. Non una responsabilità quindi fondata sulla colpa, ma su criteri alternativi o come è stato su delle finzioni che annullano il ruolo selettivo della colpa, questo in "Responsabilità civile di (Alta)" 1999, edito da Giuffrè. Credo debba essere sottolineato che sempre di più nelle cose della moderna conformazione del fenomeno imprenditoriale sussista un’ineludibile necessità dell’organizzazione dell’attività d’impresa, soprattutto laddove questa impresa abbia una struttura complessa e di tipo societario. E del resto la stessa disciplina civilistica che riguarda l’imprenditore, il riferimento normativo è l’articolo 2082, prevede l’organizzazione tra i requisiti essenziali relativi all’esercizio professionale, dell’attività economica di che trattasi. Quello che ci interessa, in particolare modo, è la disciplina interna dell’organizzazione e cioè l’aspetto personale dell’organizzazione dell’attività, nel senso che è necessario evidenziare le specifiche competenze dei vari soggetti che operano all’interno delle imprese, specialmente laddove siano gestite nella forma societaria, per individuare un riscontro delle effettive fasce di poteri, proprie di ciascuno operatore con gli obblighi che nascono da apposite disposizioni normative. Il riferimento normativo è agli articoli 2203, 2253, 2381 e 2403 del Codice Civile. E` evidente che ai fini di un’efficiente organizzazione aziendale non è realisticamente possibile prescindere da una ridistribuzione di compiti e di mansioni e che laddove sussistano delle competenze e dei poteri vadano comunque cercati anche gli obblighi e imputate le eventuali responsabilità anche di natura penale. E ciò in quanto la disciplina interna di organizzazione, intesa come ripartizione giuridica di mansioni, ha rilevanza anche in sede penale, in quanto concorre a determinare le condizioni indispensabili per l’attribuzione causale - prima che psicologica - dell’evento antigiuridico ai vari operatori che l’impresa normalmente richiama a sé. E` anche vero che l’attualità dei soggetti che agiscono all’interno dell’impresa comporta una complicazione nel procedimento di imputazione causale del fatto illecito all’autore e ciò in quanto comunque vanno a concorrere nella formazione dello stesso varie specifiche attività. Ora la disciplina giuridica di organizzazione, laddove regola effettivamente la ripartizione dei poteri, in ambito aziendale, viene a determinare la condizione del processo di imputazione causale del fatto penalmente rilevante, in capo a quei soggetti che concretamente sono dotati di poteri necessari per evitare la verificazione. In questi casi il precetto penale, viene o meno eseguito da un soggetto qualificato, al pari di quello che era l’originario destinatario, in quanto questo soggetto sia fornito a titolo derivativo di una posizione di potere dentro e diversa a quella dell’obbligo che doveva adempiere. Bisogna comunque considerare anche qual è l’esperienza della pratica e dell’organizzazione aziendale di ripartire compiti in relazione alla specificità delle competenze tecniche che non può comunque essere uno strumento di elusione della naturale concentrazione degli obblighi principali ai vertici dell’impresa. Quindi il trasferimento di competenze non può e non deve costituire una forma di esonero per il destinatario del precetto penale. La cosiddetta delega di funzione deve considerarsi quindi non come una modalità per sottrarsi agli obblighi, ma invece come uno strumento che consenta una tutela più efficace dei beni e dei soggetti e nel caso di deleghe funzionali la titolarità dell’obbligo specifico debba essere individuato in capo al soggetto delegato e non può non riconoscersi a carico del delegante, che ha sempre un potere residuale, di vigilanza e di controllo tale da garantire la tutela del bene protetto, questo in quanto esiste un’esigenza che è necessario di privilegiare il più possibile l’originario titolare della posizione di garanzia e lo specifico titolare dell’obbligo derivato, proprio perché non possa venire meno a quella che è la sua funzione di garante. Per quanto riguarda quindi e per quanto accade nella realtà delle organizzazioni aziendali va tenuto presente che non è sempre ipotizzabile che nella realtà di queste organizzazioni articolate e complesse il soggetto che è imprenditore sia obbligato, sia tenuto ad ottemperare direttamente e personalmente agli obblighi di legge, ma è anche vero che ci sono alcune funzioni che non possono essere delegate perché ineriscono alla cosiddetta politica di imprese e devono far capo a chi occupa posizioni decisionali e che non possono essere trasferite. C’è quindi la preoccupazione di evitare di avere sostanzialmente degli scarichi di competenza a rotoli, con il passaggio di responsabilità verso i gradini più bassi e non si può non dare rilievo a quelle posizioni di garanzia che risultano invece da quelle che sono invece le regole interne di organizzazione dell’impresa. Ora il concetto di responsabilità di cui parlavo nella prima accezione, e cioè di allargamento a una responsabilità che prescinda da un concetto di imputazione diretto, è un concetto di responsabilità strettamente connesso alla stessa nozione d’impresa. Ci dice cioè che chi opera avvalendosi dell’attività altrui non può che assumersene le conseguenze. Non solo ma ci sono anche autori di scuola anglosassone che ritengono che la responsabilità sia addirittura fondata su di una questione di garanzia che l’imprenditore deve dare, e addirittura di equità. Cioè in buona sostanza i fondamenti che sono stati escogitati per giustificare la responsabilità sono vari, non sono di per sé, diciamo, nessuno esaustivo, soddisfacente, ma vanno comunque considerati, esaminati e valutati secondo una combinazione di criteri qual è appunto quella dell’organizzazione di imprese. Vorrei ricordare a questo proposito un altro dei criteri che è stato adottato per considerare la responsabilità che è quella della solidarietà sociale che induce a far sopportare il danno delle vittime a quello che è il migliore sopportatore dei rischi o come viene indicato nella giurisprudenza anglosassone, ed è il cosiddetto (risk birer). C’è anche un’altra considerazione che va fatta e che trova motivazione in questo allargamento della responsabilità dell’articolo 2049 e cioè che il debitore, avvalendosi degli ausiliari, amplia anche la sfera della propria attività, amplia la possibilità conseguentemente di interventi, amplia conseguentemente anche la propria possibilità di profitto. Quindi per un principio generale, il debitore che deleghi ad altri l’esecuzione della prestazione, o che si avvalga della prestazione di ausiliari, deve comunque continuare a rispondere dell’adempimento e del loro adempimento e lo deve fare proprio per questa evoluzione del concetto di responsabilità, sempre di più proiettato verso un allargamento e nel senso della responsabilità sociale. Ci si chiede come principi di questo genere, che sono molto generali, possono essere applicabili con riferimento alle società per azioni e con riferimento poi anche alle holding, e con particolare riferimento infine ad un particolare passaggio di cui si è già trattato ma che vorrei esaminare sotto un profilo differente e intendo fare riferimento alla questione Riveda. Ora per quanto riguarda la posizione delle società per azioni, bisogna tenere presente che i principi generali che esistono nel nostro Codice Civile non trovano uno strumento altrettanto efficace anche in ambito penale. In ambito civile, il punto di riferimento è l’articolo 2392 che introduce il principio di responsabilità solidale degli amministratori e dei sindaci e quindi ci si dice in che modo e con riferimento alla società e diciamo agli atti collegiali, alle responsabilità degli amministratori e dei consiglieri, si possa raffigurare una responsabilità dei soggetti. La chiave di volta di tutto questo concetto di responsabilità civilistico è quello della delega dei poteri giacché nell’ambito di una struttura imprenditoriale complessa e riteniamo così come è previsto di solito nel settore civilistico, la delega dei poteri rappresenta un elemento di esonero, di responsabilità, in riferimento all’articolo 2381 e 2391. Questo non avviene però nell’ambito penale. Questo non avviene nell’ambito penale, perché differenti sono i presupposti. Ci sono alcuni autori, come Lanzi nel "Bilancio societario. Note in tema di bilancio societario" che sostengono, per esempio che per effetto della delega conferita, una responsabilità penale sia ravvisabile soltanto in capo al consigliere delegato e questo sulla scorta dell’argomentazione che egli divenga destinatario originario, in termini penalistici dell’obbligo trasmessogli e quindi diventa il soggetto garante nei confronti dell’ordinamento giuridico, del risultato relativo all’esecuzione ed anche all’ottemperanza di quell’obbligo. E` una tesi questa evidentemente ispirata a una valutazione di giustizia sostanziale. Nelle grandi società, nelle quali, comunque, sussiste una ripartizione di compito, con conseguente affidamento ad alcuni amministratori, di determinati compiti e determinati poteri. Altri autori affermano invece che le disposizioni civilistiche non possono comunque mai escludere sul piano dell’elemento materiale del reato la responsabilità penale degli amministratori deleganti, poiché graverebbe su di loro un obbligo di sorveglianza sull’operato dei soggetti delegati che consentirebbe di individuare sempre su di loro - i deleganti - una condotta penalmente rilevante ai sensi dell’articolo 40 del Codice Penale. Eventualmente la minore o maggiore partecipazione, ai fini dell’individuazione della responsabilità penale potrebbe avere rilievo ai fini del dolo, non sicuramente ai fini della colpa, in quanto sussiste questo obbligo e questa previsione di controllo e di verifica e di vigilanza sulla condotta indipendentemente dal conferimento di deleghe che si possono avere. Ci si chiede quindi in che maniera questi principi generali possono essere riferiti a ipotesi che ci riguardano e intendiamo fare riferimento, in particolare modo, ai principi della responsabilità della capogruppo per attività ed azione che sono state poste in essere dalle società controllate. L’ipotesi che viene prospettata dai patroni dei responsabili civili è ovviamente esattamente il contrario di quello che andrò a dire e mira ad ottenere una svincolo di qualsivoglia attribuzione di responsabilità. E basterebbe leggere a questo proposito quanto viene dichiarato nella memoria del patrono di parte Montedison laddove prima sostiene - ed ammette perché non potrebbe fare diversamente - la gestione Montedison fino al primo gennaio del 1981, salvo poi affermare, a pagina 10 della sua memoria di data 20 marzo del 1998 che non pare - come dice - neppure il caso di notare che nessuna rilevanza può assumere la circostanza che Montedison S.p.A., abbia partecipato al capitale della società succedutasi nella titolarità o nella gestione degli stabilimenti del Petrolchimico, poiché dice - continua - il ruolo di azionista, ancorché unico non fonda alcun titolo di responsabilità per i fatti imputabili alla società partecipata o anche controllata salva l’ipotesi di cui all’articolo 2362 di cui parlavo precedentemente. Non è proprio così e non è proprio così anche perché in tema di responsabilità delle società capogruppo abbiamo avuto innumerevole giurisprudenza, sempre purtroppo disgraziatamente correlata ad eventi tragici. Intendo fare riferimento, in particolare modo, ad un articolo che ha avuto occasione di occuparsi, un articolo piuttosto vecchiotto, perché risale al 1988, ma che è abbastanza interessante per alcuni principi e che è "Scognamiglio. Le Responsabilità delle società capogruppo", in rivista Diritto Civile del 1988, appunto. Pubblicazione nella quale vengono citati due casi particolari: il primo è abbastanza celebre, perché sono casi di scuola, il primo è quello della Moco Diaz. La Moco Diaz nel quale una corte americana dell’Illinois ebbe modo di sancire la responsabilità della capogruppo che era la (Stendar) Oil Company, per i danni da inquinamento provocati da una nave di proprietà di una società controllata che è la Moco Transport Company e gestita comunque da un’altra società che era la Moco International Oil sulla base di due argomentazioni che io devo riferire ma che non mi trovano d’accordo o che, meglio, erano estremamente specifiche, in relazione alla situazione. La prima era che la capogruppo esercitava sulla controllata un controllo talmente effettivo e penetrante da averla quasi ridotta - come viene detto - ad una instrumental... e la seconda, che è la capogruppo, aveva addirittura effettuato la progettazione della nave. In realtà il dibattito giurisprudenziale e dottrinale che è intervenuto in questi anni ha consentito di spostare i piani della discussione. Basti pensare, e mi pare interessante ricordare anche, un tratto dell’atto di citazione che il Governo indiano ha fatto nel 1985 per evocare in giudizio, assumendo su di sé la rappresentanza dei danneggiati della strage di (Bopal) nei confronti della Union Carburant Corporation. Nell’atto di citazione - spero di avere tradotto correttamente perché era in inglese - si afferma che la società aveva il dovere primario, assoluto e non delegabile verso le persone ed anche verso il paese nel quale aveva svolto l’attività di risarcire i danni da attività pericolose. Sono evidenti i problemi che le responsabilità delle società controllate rispetto alle società capogruppo comporta. Più che altro c’è una riserva iniziale di principio che va sciolta e cioè ci si chiede sostanzialmente se la responsabilità della società controllante, per gli illeciti delle società figlie, obbedisca a quelle che sono regole proprie, e si ha quindi un problema diciamo a sé stante, oppure se i criteri di imputazione o di non imputazione della capogruppo, delle obbligazioni delle società dipendenti siano esattamente gli stessi, indipendentemente dal fatto di quale sia la fonte contrattuale o no dell’obbligazione stessa. Mi pare che possa essere interessante ricordare che negli Stati Uniti un ampio dibattito al riguardo ha ritenuto di distinguere tra quelli che sono i Contract Creditors e i (Tort) Creditors distinguendo quindi e adottando quello che è un criterio di responsabilità extracontrattuale e di responsabilità invece contrattuale, ritenendo che nel caso di Tort Creditors, i secondi in quanto creditori involontari, meritino una tutela più intesa e più diretta. Ora ad avviso dello Scognamiglio, che era l’autore che citato precedentemente, la condanna della capogruppo al risarcimento del danno potrebbe essere possibile fattuale soltanto laddove ci sia un accertamento di compartecipazione o di concorso della capogruppo. Dissento francamente da un’impostazione di questo genere, non solo perché sorpassata, ma perché anche credo di poterla motivare per quanto ho potuto verificare. La stessa esigenza di potere di controllo che ha la società controllante, rispetto alla società controllata, è un elemento che consente di andare a configurare la responsabilità della società controllante, in analogia a quei principi dell’articolo 2049 del Codice Civile di cui parlavo prima. E riteniamo anche che tale principio possa passare attraverso quello che è il concetto di società strumentale, secondo la quale la società opera anche attraverso quelle che sono le proprie società controllate, alla luce del fatto - questo - che determinati comportamenti - cito per esempio l’articolo 5 della legge 216 del 1974 - vengono dalla stessa legge, imputate alle controllanti, anche quando siano riconducibili formalmente alla società controllata. Questo perché? Perché discende dal principio generale in base al quale la compartecipazione causalmente adeguata è comunque fonte di responsabilità solidale a carico del coautore. Va anche detto poi che molto spesso, nella normale configurazione, la struttura decisionale del gruppo si presenta in modo molto articolato e molto decentrato, per cui se è ancora vero che non può essere ragionevolmente ritenuto concepibile un dovere generale di vigilanza sulla legalità delle azioni che sono svolte dalle società operative, però è ragionevole estendere agli organi della controllante, quei doveri di controllo preventivi che nascono dal principio generale del (later non ledere) e che presentino o una precisa inerenza a cambi decisionali e cioè a quelli delle funzioni imprenditoriali propriamente detti o che siano oggetto di accertamento direzionale o addirittura che abbiano uno specifico collegamento con una situazione e cioè con un evento con affare. Conosciamo perfettamente, l’abbiamo visto anche in questo processo, le difficoltà probatorie che possono esistere per la dimostrazione delle forme e delle circostanze, delle compartecipazioni e dei poteri direttivi che le società controllanti hanno nei riguardi delle società controllate. Anche perché molto spesso il comportamento degli organi e l’ingerenza, l’esercizio dell’influenza da parte delle società dominanti, raramente si manifesta in atti deliberativi o in atti d’impulso e sicuramente non ha delle tracce documentali. E` però una difficoltà che è connaturata alle stesse caratteristiche dello strumento e della struttura aziendale che riteniamo possa essere facilmente superabile sia attraverso l’uso delle fonti normative sia anche di prove presuntive, quali per esempio sono le prassi aziendali. Riteniamo conseguentemente che la funzione di coordinamento, di direzione, di programmazione che è quello che dà unitarietà alla politica aziendale, perseguita dalle singole società operanti, sia l’elemento che consente anche di imputare alla società controllante la responsabilità per l’operato delle società controllate, così come consenta alle società controllate ed alle società controllanti, in simbiosi tra di loro, di godere dei vantaggi che sono legati all’appartenenza al gruppo e alle direttive. Vantaggi fiscali, economici, ovviamente che diversamente non potrebbe avere. Quindi l’orientamento di tipo giurisprudenziale che io ho cercato di individuare è sostanzialmente quello di ritenere alla luce di un’interpretazione estesa, ma di un’interpretazione storicamente collegata rispetto a quelli che sono i mutamenti delle strutture imprenditoriali, societarie, di estendere la responsabilità in modo sempre più allargato, così da accollare quello che è il rischio della gestione imprenditoriale all’attività e a colui che di questa attività code i frutti. Se comunque anche si volesse considerare quell’orientamento che ritiene che in realtà ci dovrebbe essere un allargamento della responsabilità di fatto, vorrei ricordare che si dovrà fare riferimento alle politiche aziendali che dell’impresa stessa ha rappresentato le estrinsecazioni ed appunto le funzioni di programmazione, di finalità e di direzione della stessa. Per quanto riguarda questo, vorrei fare riferimento ad alcune indicazioni che sono emerse, ad esempio dalle dichiarazioni rese da Reviglio il quale ex presidente Eni dal marzo dell’83 all’ottobre dell’89 ha affermato che l’Eni dava le direttive strategiche, programmatiche, di investimento. Ugualmente interessante, per esempio, sono le dichiarazioni rese da Coletti Marcello che era membro del consiglio di amministrazione dell’AGIP e direttore per la programmazione Eni, il quale spiega i vari passaggi societari e la costituzione all’interno di Enimont e di Enichem Polimeri e ci indica anche con che criteri venivano scelti i direttori, i responsabili e come venivano gestite le società Riveda. Interessante anche quello che assume e che ha dichiarato Giovanni Parillo, sentito all’udienza del 7 novembre del 1996, dove dice che all’interno dell’holding esisteva una funzione di sicurezza ambientale che aveva compiti di seguire la normativa in indirizzi generali. Patron afferma poi, in altra sede, che Enimont era una società holding che gestiva che varie società attraverso le società figlie e lo stesso, altri riferimenti li possiamo trovare al di là di tutti gli omissis veramente inspiegabili nella dichiarazione di Necci laddove egli afferma che Montedison mantenne la gestione degli impianti CVM-PVC di Porto Marghera, confluiti poi a Riveda e ceduti a Montepolimeri, etc.. Questo ci porta quindi a sostenere che nelle società holding esisteva una precisa responsabilità da parte della società capogruppo rispetto all’operato delle società figlie. Ma c’è un altro passaggio su cui vorrei attirare l’attenzione del Tribunale, e cioè laddove si è potuto e si è voluto adottare lo strumento della costituzione delle holding questo è stato fatto, fidando, mi pare evidente, sulla possibilità di riuscire a evitare quelle che erano le maglie e della responsabilità civile ed anche della responsabilità penale. Ma per quanto riguarda la situazione, la famosa situazione Riveda, credo che possa essere interessante esaminare sotto una diversa prospettazione. E` stato detto, per esempio, che la società Riveda ha conferito, con atto di conferimento d’azienda, il 16 marzo dell’83 ha... diciamo Montedipe ha conferito un ramo d’azienda e così contestualmente nella stessa data è stato fatto anche da Montedison Polimeri. Ciò che è interessante è che una società che ha un capitale versato di 20 milioni in realtà conferisca delle quote di valori nominali di 50 miliardi e 200 milioni in una occasione e lo stesso un altro valore di 26 miliardi e 800.000, la prima a Montepolimeri, e la seconda a Montedipe. E` interessante anche valutare però l’esistenza di questa scrittura privata che è datata 17 marzo, quindi il giorno successivo, in cui la società Riveda, che è società che ha sempre sede in Milano, Foro Bonaparte, 31, questa volta denuncia un capitale sociale che non è più quello che aveva il giorno precedente di 20 milioni, ma che è strepitosamente lievitato fino a raggiungere i 77 e 020 miliardi. L’iscrizione al Tribunale di Milano è sempre la stessa, il registro della società e quindi tutti i dati collimano in maniera assolutamente perfetta. Ora pare un po’ difficile che nella notte fra il 16 e il 17 marzo del 1983 sia stato deliberato questo aumento di capitale. Pare invece più possibile che in realtà si sia preferito scegliere una strada diversa da quella che è la strada che poi le forme societarie più articolate e più complesse scelgono normalmente, cioè quella di una costituzione di una holding. Questo lo dico in quanto credo sia opportuno ricordare che prima della cosiddetta Bassanini quater esisteva anche l’obbligo del controllo preventivo, di un controllo di legalità preventiva da parte del Tribunale rispetto a quelle che erano le vicende societarie. Un tempo, infatti, per le società di capitali, società di capitali per le quali si voleva garantire la trasparenza, una gestione cristallina nei limiti del possibile, soprattutto quando esisteva un azionariato molto diffuso, gli atti societari dovevano essere sottoposti ad omologazione, nel senso che l’autorità giudiziaria doveva verificare che le delibere societarie fossero legali e che quindi venissero rispettate le condizioni che erano volute dalle leggi, non soltanto interveniva il Tribunale, ma interveniva anche il Pubblico Ministero, come soggetto obbligato, soltanto il parere positivo del Giudice, ed è questo uno dei pochissimi esempi di controllo di legalità preventiva che abbiamo nel nostro ordinamento giuridico, abrogato con grande scandalo, con la legge Bassanini, perché in effetti apre la strada a una serie di comportamenti non leciti - dicevo - pare strano che non si sia seguita una strada, come pareva più lineare, di costituzione o di aumento di capitale, secondo quelli che erano i percorsi normativi richiesti, o addirittura che non sia stato fatto, invece, un processo di fusione. E` anche vero che nel processo di fusione, però queste società che hanno agito con una serie di atti estremamente articolati, che venivano però sconfessati il giorno dopo, da fusioni, conferimenti, cessioni di aziende, etc., di cui è stato parlato, è stato anche detto e non intendo ripetermi, ci si chiede come mai, anche in ipotesi di questo genere, non si sia dato il corso a una fusione tra le due società. E` anche vero che i procedimenti di fusione, anche prima della riforma del 1991 e quindi dell’inserimento di una specifica normativa che è compresa nel nostro Codice Civile, richiedevano però la presentazione di relazione di esperti a cui si aggiungeva poi quella anche del Presidente del Tribunale, relazioni che avrebbero dovuto confermare la congruità del valore di cambio tra le azioni e le quote. L’autorità in questo caso, l’autorità giudiziaria, intendo dire, è chiaro che non poteva incidere, contestare le conclusioni degli esperti, ma avrebbe potuto, invece, controllare e anche contestare il procedimento logico-giuridico a cui erano giunte, il che ci porta a dire sostanzialmente che attraverso questa frammentazione di competenze, attraverso questa ripartizione di compiti, questo moltiplicarsi di contratti assolutamente antieconomici, rispetto a una gestione diciamo più lineare ed anche a una forma societaria, molto più semplice da adottare, si siano voluti evitare una serie di controlli pubblicistici e si sia voluto soprattutto non dovere rendere conto e all’autorità giudiziaria e probabilmente all’opinione pubblica di quello che si stava facendo. Concludo, quindi, nel senso di ritenere giustificata la citazione dei responsabili civili che è stata fatta alla luce delle argomentazioni che ho esposto. E passo adesso, invece, ad illustrare quelle che sono le posizioni delle varie parti civili che assisto.

 

Presidente: può farlo domani mattina o un altro giorno?

 

Avvocato Salzer: come vuole.

 

Presidente: la ringrazio.

 

Avvocato Garbin: Presidente, provvederei a depositare le conclusioni.

 

RINVIO AL 15 GIUGNO 2001

 

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