UDIENZA DEL 15 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC.  A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI PARTI CIVILI

 

AVV. BONACCORSO - AVV. BURLINETTO  - AVV. POZZAN - AVV. MARIN

AVV. BATTAIN - AVV. SCATTOLIN - AVV. DUSE

AVV. ZAFFALON - AVV. SALZER

 

Presidente: si procede all’appello. Vediamo oggi di recuperare un po’ i tempi, che sono nel frattempo slittati. Per quanto riguarda le posizioni soggettive, innanzitutto di richiamarvi per quanto riguarda le conclusioni, alla nota che depositate al Cancelliere, mentre le conclusioni vanno prese oralmente per le associazioni e gli enti esponenziali. Questo perché le prime si rifanno a criteri già ampiamente detti, noti ed omogenei e quindi non c’è bisogno di esplicitarli, mentre invece, per quanto riguarda le associazioni, tenuto conto della diversità degli interessi che rappresentano, tutto sommato c’è un interesse anche ad una immediata percezione delle richieste. Questo per primo. Secondo, anche nelle vostre arringhe, vi pregherei di essere piuttosto succinti per quanto riguarda le posizioni singole, in particolare noi abbiamo oramai, per quanto attiene soprattutto all’anamnesi medico legale tutti gli interventi, tutti i consulenti, non credo che ci sia la possibilità di aggiungere altro. Se avete degli ulteriori elementi da sottolineare eccetera, benissimo, però di non dilungarvi troppo, perché davvero abbiamo il confronto tra tutte queste voci che abbiamo sentito ampiamente durante questa istruttoria dibattimentale. Questo per cercare un po’ di sveltire la discussione, senza peraltro che io invece sottragga tempo, per quanto attiene agli interventi che riguardano le parti più generali e alle tematiche di fondo di questo processo. Questo lo voglio dire. Quindi lascio la parola a chi oggi ritiene intanto di iniziare, di rompere il ghiaccio. Prego.

 

 

AVV. BONACCORSO

 

Avvocato Bonaccorso: l’argomento che intendo trattare è l’organizzazione e soprattutto l’attività dei lavoratori addetti alla manutenzione presso lo stabilimento petrolchimico di Porto Marghera. L’argomento è infatti di comune interesse perché molti dei lavoratori parti offese costituitesi o meno parte civile e nel cui novero rientra il signor Zaggetto Romeo che assisto, vi è un cospicuo numero di lavoratori adibiti a detta mansione. La relazione che svolgerò, che sarà in base ai suoi dettami estremamente sintetica, viene svolta sulla base delle risultanze all’istruttoria dibattimentale esperita e questa relazione verte essenzialmente su quattro punti: l’organizzazione della manutenzione all’interno dello stabilimento petrolchimico, l’attività concretamente svolta dagli addetti alla manutenzione all’interno dei reparti, i mezzi di prevenzione predisposti dall’azienda e l’esposizione a CVM e PVC dei lavoratori addetti alla manutenzione. Per quanto riguarda il primo punto e quindi l’organizzazione, vediamo che dalle dichiarazioni dei testi e i consulenti escussi, la manutenzione nello stabilimento è risultata, nel periodo di cui al capo di imputazione, strutturata in due nuclei principali: l’ingegneria di manutenzione e il nucleo operativo. L’ingegneria di manutenzione risulta a sua volta suddivisa in una struttura tecnico specialistica, meccanica, elettrica e strumentista, cui è demandato il compito di fornire la definizione tecnica alle problematiche insorgenti all’interno dei reparti e una struttura tecnico gestionale a cui è demandata la pianificazione e la programmazione degli interventi. Lo si desume dalla dichiarazione del teste Paolini Tommaso, udienza 23.05.2000. Il 9 gennaio ‘76, fra Montedison e le federazioni CGIL, CISL e UIL, Fulc e consigli di fabbrica interessati, viene definito un accordo quadro sulla manutenzione al cui punto 1 si prevede la costituzione di aree di manutenzione, individuate topograficamente in funzione degli obiettivi e coordinate ciascuna da un responsabile di zona. All’interno del nucleo operativo vengono pertanto create delle strutture decentrate, cosiddette aree, dipendenti da un capo area, a sua volta suddivisa in zone successivamente intorno alla metà degli anni ‘80, denominate isole di manutenzione dipendenti da un coordinatore a cui inerisce una struttura autonoma esecutiva, le cosiddette officine di zona, alla quale è demandato il pronto intervento per un certo numero di impianti. Ancora abbiamo dichiarazioni del teste Paolini Tommaso, udienza del 23.05.2000, le dichiarazioni del teste Gianneselle Piergiorgio, udienza 31.03.2000 e del teste Barreato Gianfranco, udienza 23.05.2000, il quale ha precisato che dal caposervizio dipendevano tre capi area ed ogni capo area aveva cinque o sei coordinato di manutenzione cui spettava il compito di raccogliere le richieste di interventi manutentivi formulate dagli esercizi e coordinare l’esecuzione degli stessi tra le officine di zona e le officine centrali, meccaniche, elettriche e strumentali adibite all’esecuzione dei lavori tecnicamente più avanzati. Per le sostituzioni o rotture di modesta entità e per il pronto intervento, viene infine creato, all’interno del reparto, una squadra composta dal personale del reparto medesimo, è la cosiddetta piccola manutenzione di cui si è più volte parlato all’interno dell’istruttoria per limitare, e vediamo la dichiarazione del teste Boluto Natale, udienza del 19.04.2000, e la dichiarazione del teste Ceolin Primo, udienza 09.05.2000, e a volte agevolare l’intervento dell’officina di zona. Troviamo dichiarazione del teste Barreato Gianfranco, udienza 23.05.2000, anche se sul punto si fa un solo esempio con riguardo al CV24, sul punto delle effettive mansioni attribuite a detta squadra vi è, proprio per il CV24, il documento 28 gennaio ‘82 faldone ..(inc.) discusso all’udienza del 23.05.2000 in base al quale vi rientrano la sostituzione candele, sostituzione e pulizia filtri, pulizia tettini, pulizia valvole, sostituzione soffietti su setacci, smontaggio delle valvole di fondo e le autoclavi e soprattutto la pulizia interna delle autoclavi, lo si rapporta anche per dare una idea della effettiva e delle concrete mansioni svolte da questa piccola manutenzione. Il servizio manutenzione viene espletato nell’arco delle 24 ore in quanto le isole di manutenzione garantiscono il servizio diurno, mentre un servizio centralizzato provvede al servizio notturno e lo vediamo dalla dichiarazione del teste Barreato Gianfranco, più volte citato. Per quanto riguarda l’attività concretamente svolta dagli addetti alla manutenzione all’interno dei reparti, si vede che la manutenzione posta in essere negli anni di cui al capo di imputazione, è di due tipi: da una parte vi è la manutenzione ordinaria, la cosiddetta manutenzione a rottura e dall’altra la manutenzione straordinaria, la cosiddetta manutenzione preventiva. Sempre dall’istruttoria dibattimentale esperita, si evince che la manutenzione ordinaria è una manutenzione di routine che viene eseguita anche quotidianamente in base alle necessità degli impianti e posta in essere dalle officine di zone e dalle squadre di reparto, mentre la manutenzione straordinaria, viene preventivata ed eseguita episodicamente a cura delle officine centrali, vediamo le dichiarazioni del teste Paolini Tommaso e Barreato Gianfranco. Nella presente esposizione, volutamente, si tralascia la problematica inerente il budget di manutenzione e le scelte gestionali operate dall’azienda in ordine a detti interventi di manutenzione preventiva essendo il presente argomento già stato compiutamente esposto ed approfondito dal Pubblico Ministero in sede di requisitoria finale. Anche alla luce del documento di cui si è più volte discusso in aula, datato 01.07.1977 e relativo al budget della manutenzione degli stabilimenti Montedison per il triennio ’78 - ’80, contenente la ..(inc.) frase: "L’obiettivo è manutenere". Per detta ragione si intende trattare più compiutamente l’attività di manutenzione ordinaria, svolta all’interno dei reparti essendo la stessa, tra l’altro, la voce predominante nel budget di manutenzione, si veda sul punto la dichiarazione teste Gianneselle Piergiorgio, udienza 31.03.2000. Esempi concreti di interventi di manutenzione ordinaria, con riguardo a specifici reparti, si desumono dalle dichiarazioni dei testi escussi e se ne citano ovviamente solo alcuni ai fini della speditezza dell’esposizione. Si precisa che questo breve escursus, che assicuro essere breve, è fatto solo in funzione del successivo terzo e soprattutto quarto punto in ordine all’esposizione che è l’argomento che più interessa ai fini pratici. Presso il reparto CV6 il teste Bonuto Natale, ad esempio, lavoratore addetto alla piccola manutenzione dall’85 alla chiusura del reparto avvenuta nell’89, udienza del 19.04.2000, riferisce di sostituzione di rubinetti e guarnizioni, cambio di valvole di sicurezza, saldature di tubazioni, mentre il teste Ceolin Primo, autoclavista presso il detto reparto, udienza 09.05.2000, riferisce che dall’85 la piccola manutenzione provvedeva alla pulizia delle autoclavi. Precisa il teste, l’ho citato, con degli scalpelli lunghissimi stando all’esterno, però a volte, vista l’impossibilità di pulirla bene, gli toccava andare dentro, magari una volta ogni cinque o sei, per cui i manutentori comunque entravano in autoclave per eseguire la pulizia, erano i cosiddetti la squadra dei lavatori che provvedevano anche alla piccola manutenzione. Riferisce ancora di altri interventi di urgenza in caso di fughe per la sostituzione di rubinetti e valvole. Cita ancora il teste: "Tante volte c’è una valvola disinnescata, non so, un organo di tenuta che perdeva, se si poteva intervenire noi subito si interveniva, se no si chiamavano i giornalieri, la famosa squadra di lavaggio, che era addetta al lavaggio e alla piccola manutenzione".

Presso i reparti CV10 e 11 troviamo le deposizioni del teste Corò Dino che ha lavorato inizialmente al reparto CV1 e successivamente in qualità di capo reparto nei reparti CV14 e CV16, limitrofi ai reparti in questione, udienza 18.04.2000, riferisce di aver assistito da parte di personale della manutenzione, a ricambi di catalizzatore. Per i reparti CV14 e 16, il teste Zagagnin Silverio, autoclavista, udienza 10.05.2000, riferisce che piccoli interventi per sostituzione e rotture venivano poste in essere dalla piccola manutenzione, mentre l’officina di zona provvedeva alla sostituzione più impegnativa e parla a tale riguardo di valvola di sicurezza intasata che veniva tolta dai meccanici, ripulita e rimontata. Per il reparto CV24, il teste Toffano Adamello manutentore presso il detto reparto sino all’anno 1978 e successivamente come manutentore nell’officina centrale, udienza 17.05.2000, riferisce di guasti alle pompe di trasferimento del monomero. Cito ancora, perché mi pare importante, la frase testuale: "Morale della favola, era che noi tiravamo via il corpo della pompa ai piedi di dove stava e praticamente in monomero ne usciva a contatto con l’aria, evaporava e noi, con il naso sopra, ce lo prendevamo tutto". Poi parla ancora di pulitura delle valvole di fondo ed egualmente il teste Condotta Natale ivi addetto alla piccola manutenzione dall’89 al ‘94, udienza 19.04.2000, riferisce altresì di manovra manuale delle valvole di fondo per lo scarico di prodotto con le conseguenze ben note, di cui si è parlato più volte. Indipendentemente, nel corso dell’istruttoria, dalle operazioni materialmente poste in essere, i dati certi che si traggono dalle dichiarazioni rese, sono due: innanzitutto i testi sono concordi nell’affermare che mentre la manutenzione straordinaria veniva normalmente svolta previa fermata degli impianti ovvero eseguita con gli impianti non in produzione, la manutenzione ordinaria veniva comunque fatta con gli impianti in esercizio e ciò con conseguente esposizione dei lavorati addetti, alle sostanze cancerogene ivi lavorate. In secondo luogo, i lavoratori sono concordi nel riferire che gli addetti alla manutenzione intervenivano sempre qualora si verificassero fughe di gas nei reparti, senza tuttavia, previa bonifica degli stessi e conseguente diretta esposizione ai gas tossici fuoriusciti. Il punto merita attenzione, anche soprattutto alla luce della piattaforma sindacale del settembre 1975, acquisita e discussa durante l’audizione del teste Liviero, sindacalista Fulc ed oggetto di specifica disamina da parte di altro difensore di parte civile, la quale al punto 3 inerente alla gestione impianti, normativa e procedure di esercizio specifica che in occasione di intervento di manutenzioni, di incidenti o fughe di CVM la prassi doveva prevedere: la bonifica, l’intervento di manutenzione, l’avviamento del reparto precisando che la bonifica, cito testualmente: "Verrà convogliata in apparecchiature di recupero chiuse, l’allontanamento del personale evidentemente causerà la fermata parziale o totale dell’impianto, perdite ad avvenuta normalizzazione verranno segnalate su apposito registro di reparto". Detta piattaforma è stata ampiamente disattesa, dichiarazione del teste Moriano udienza 18.04.2000, il quale a tale riguardo dichiara testualmente che questa impostazione di approccio del rischio, fu elemento di duro confronto solo occasionalmente messo in pratica dall’azienda, in quanto gli impianti, in occasione di fughe e conseguente intervento degli addetti alla manutenzione, non sono stati mai chiusi. Emblematiche al riguardo, sono le affermazioni dei lavoratori escussi. Se ne citano solo un paio perché sembrano essere piuttosto importanti.

A titolo esemplificativo, il teste Vizza Bruno assistente in turno presso i reparti CV6 e CV24, dichiara: "La produzione, quando capita gli incidenti, non si può bloccare. La produzione deve andare avanti, le autoclavi sono in reazione, quindi non è che succede un incidente, si scappa via e le autoclavi rimangono là, bisogna intervenire, riparare il guasto, sistemare il guasto nei limiti di tempo più brevi possibili perché la produzione va avanti e la strumentazione va avanti". Ed ancora, il teste Condotta Natale dice: "Se il capo non mi diceva andate via, cosa facevamo? Andare via noialtri che dopo ci prendevamo una denuncia? Solo una volta, che sono venuti i Pompieri, che si era rotta una guarnizione di un’autoclave che ha spruzzato fuori anche non so cosa, hanno detto: tutti fuori". Si apre una parentesi. I testi, direi all’unanimità, hanno detto che: "Il reparto è stato abbandonato - ricordano a loro memoria - nell’arco dell’intera carriera lavorativa, non più di una o due volte" e su questo c’è praticamente unanimità. E quindi la logica del sistema era che comunque, ciò che contava era la produzione, ciò che contava era la funzionalità degli impianti e non certo la salute dei lavoratori. Per quanto riguarda i mezzi di prevenzione predisposti dall’azienda, l’iter procedimentale indicato dall’azienda, prevede l’inoltro di un ordine di lavoro, il cosiddetto ODL, con cui l’esercizio richiede il lavoro descrivendone la sostanza e indicando le tipologie di risorse e i tempi ritenuti necessari al quale fa seguito un permesso di lavoro contenente tra l’altro la prescrizione dei mezzi protettivi individuali da adottare. Troviamo il teste Paolin Tommaso e Barreato Gianfranco, già citati, i quali tuttavia ammettono che detta procedura riguarda specificatamente gli interventi delle officine centrali e quindi manutenzione straordinaria, mentre per le manutenzioni ordinarie il teste Saccon Luigi, udienza 14.03.2000, riferisce l’inoltro alla manutenzione di una semplice richiesta di lavoro, cosiddetto RDL, non seguita da permesso. Questo per quanto attiene la generica previsione, in quanto sull’effettiva predisposizione e possibilità di utilizzo dei mezzi di prevenzione, vi sono discordanti dichiarazioni da parte del personale materialmente addetto alla manutenzione o che comunque vi ha assistito. L’argomento del dovere di sicurezza del datore di lavoro, verrà approfondito da altro difensore di parte civile, cui necessariamente si rinvia. Ciò che in queste brevi note si vuole evidenziare, è il dato risultante dall’esperienza diretta dei lavoratori. Ancora una volta i testi sono concordi nel riferire il mancato utilizzo delle maschere, teste Condotta Natale udienza 19.04.2000, teste Berto Luigi udienza 09.05.2000, alcuni precisando la materiale indisponibilità delle stesse all’interno del reparto, teste Ceolin Primo e teste Manzega Gianni, udienza 09.05.2000, il quale ultimo precisa: "La cosa principale erano i guanti, per il resto si adoperava una mascherina quando si coibentava, la polverosità era enorme, una mascherina di cartone che copriva i naso e la bocca, ma pochissime volte". E i teste Vizza Bruno, udienza 12.05.2000, poi ancora i testi Zagagnin Silverio e Toffano Adamello udienza 17.05.2000, il quale ultimo riferisce ancora: "Non avevamo proprio niente di personale, avevamo soltanto il campaccio con l’aria che andava dove voleva, però nel frattempo è anche vero che quando l’aria girava il fumo lo respiravamo". Quindi i testi, l’unica cosa che menzionano, è il mero uso dell’autoprotettore, quindi non della maschera, e comunque solo nelle situazioni di estrema pericolosità, teste per tutti, ho messo Zagagnin Silverio udienza 10.05.2000 e Castellini Luciano udienza 17.05.2000. Quindi di estrema pericolosità nel famoso allontanamento dai reparti di cui hanno ricordo e menzione nell’una o due volte in tutta la carriera lavorativa.

I mezzi di prevenzione pertanto si riducevano a guanti, elmetti e cinture di sicurezza, anche se il teste Manzega Gianni, udienza 09.05.2000, dichiara: "I mezzi erano davvero in minimis, c’era l’elmetto e qualche cintura di sicurezza insufficiente per essere distribuita a tutti i lavoratori, non c’era nient’altro a parte i guanti anche se si diceva - incredibile - che un buon lavoratore deve saper lavorare anche senza i guanti". Quanto poi all’informazione da parte dell’azienda sulla cancerogenicità del CVM, i lavoratori escussi hanno dichiarato di aver appreso detto dato esclusivamente a seguito dell’indagine Fulc, per tutti si cita il teste Dabbalà Silvano addetto all’officina meccanica SA5, udienza 12.05.2000, il quale ha dichiarato: "Nessuno ci aveva avvisato che il CVM era velenoso, eravamo tutti all’oscuro, noi facevamo il nostro lavoro e basta, anche perché non andavamo a sindacare verso i capi, perché per noi era un salasso di rimproveri". Ho citato questa frase, perché penso sia abbastanza significativa di una determinata atmosfera e anche condizione psicologica in cui si trovavano i lavoratori.

Finisco quindi con l’esposizione al CVM e PVC dei lavoratori addetti alla manutenzione. Dalle osservazioni che precedono, condotte si ribadisce sulla base delle dichiarazioni di coloro che hanno vissuto la realtà di fabbrica, quindi al di là di previsioni, al di là di generiche statuizioni, consegue la realtà appunto di fabbrica, consegue come inevitabile conclusione, l’esposizione a CVM e a PVC dei lavoratori addetti alla manutenzione. Questa conclusione, d’altra parte, è conforme a quanto risultante dalla matrice mansione esposizione pubblicata dai dottori Comba e Pirastu e altri, in "La mortalità dei produttori di cloruro e vinile in Italia" e "Medicina e Lavoro" del ‘91, sulla base come noto di dati forniti dall’azienda, perché la dottoressa Pirastu ha dichiarato nella propria deposizione che i dati per la redazione di queste matrici mansione esposizione, erano stati forniti dalla stessa azienda. In base a dette matrici, per gli addetti alla manutenzione meccanica, elettrica e strumentale, nonché i tecnici di manutenzione presso i vecchi impianti di produzione e lavorazione del monomero, l’esposizione è stata tra i 50 e i 199 PPM dal 1950 al 1965, tra i 5 e i 49 PPM dal 1966 al 1975 ed inferiore ai 5 PPM dal 1976 al 1985. Per gli addetti alla manutenzione meccanica, elettrica e strumentale nonché i tecnici di manutenzione presso i nuovi impianti di produzione e lavorazione del monomero, l’esposizione è stata tra i 5 e i 49 PPM dal ‘50 al ‘75 e inferiore ai 5 PPM dal ‘76 all’85. Per gli addetti alla manutenzione meccanica, elettrica e strumentale presso i vecchi impianti di produzione e lavorazione del polimero, l’esposizione è stata tra i 200 e i 499 PPM dal ‘50 al ‘65, tra i 50 e i 199 PPM dal ‘66 al ‘73 e inferiore ai 5 PPM dal ‘74 al’85, mentre per i tecnici di manutenzione dei suddetti impianti è stata superiore o uguale ai 500 PPM tra il ‘50 e il ‘65, tra i 200 e i 499 PPM dal ‘66 al ‘73, tra i 5 e i 49 PPM dal ‘74 al ‘75 e inferiore ai 5 PPM dal ‘76 all’85. Lo stesso dicasi per gli addetti alla manutenzione meccanica, elettrica e strumentale presso i nuovi impianti di produzione e lavorazione del polimero, nonché per i tecnici di manutenzione dei suddetti impianti. Da ultimo si evidenzia che alla medesima conclusione si perviene sulla base delle risultanze della leggenda dei reparti con esposizione diretta e non indiretta degli addetti ai cancerogeni CVM DCA e PVC, nonché ad altri agenti tossico nocivi presso il petrolchimico di Porto Marghera egualmente agli atti del procedimento e di cui si è più volte parlato in quest’aula, leggenda secondo la quale i lavoratori addetti ad interventi manutentivi su impianti e macchinari, nonché negli ambienti di lavoro relativi a tutte le lavorazioni di CVM e PVC sono soggetti all’esposizione di tutti gli agenti tossico nocivi presenti nei reparti frequentati. Da ultimo si rileva che la conclusione è altresì conforme alle indicazioni fornite dall’azienda che, conglobando i detti lavoratori nel cosiddetto gruppo H, comprendente i lavoratori di controllo, il parco serbatoi, le manutenzioni e il controllo cromatografo, come risultante dalla lettera datata 12 giugno ‘79 a firma dottor Giudice inviata al dottor Bartalini e discussa all’udienza del 05.04.2000, risulta classificare i lavoratori addetti tra gli esposti. Questo per quanto riguarda la categoria generale, ripeto, esposta solo in funzione del numero cospicuo dei manutentori compresi tra le parti offese.

Per quanto riguarda in particolare la posizione del signor Zorzetto, e quindi dei prossimi congiunti del signor Zorzetto Romeo che qui mi pregio rappresentare, concludo in questo senso, nel senso che dalle osservazioni esposte, si ritiene poter concludere per la sussistenza del necessario nesso di causalità tra le condotte attive omissive di cui al capo 1 di imputazione, così come risultante dal decreto che dispone il giudizio e le contestazioni integrative susseguitesi nel tempo cui si è provveduto ad estendere la domanda risarcitoria e il decesso del signor Zorzetto Romeo. L’escursus, Presidente, assicuro essere molto veloce, solo ai fini di completezza.

Il signor Zorzetto Romeo, nato il 07 giugno 1947 e deceduto il 24 febbraio 1996 all’età di soli 49 anni, è stato assunto come accertato dalla Guardia di Finanza e concordemente alle risultanze del libretto di lavoro acquisito agli atti del procedimento, in data 01 febbraio 1973 presso lo stabilimento petrolchimico di Porto Marghera a seguito di un corso di qualificazione per meccanici protrattosi dal 07.08.72 all’8.11.72. Per quanto riguarda le mansioni, il signor Zorzetto ha svolto, per tutta la sua carriera lavorativa, le mansioni di addetto alla manutenzione. Dapprima, dall’1.02.73 al 31.03.87 presso il reparto SA5 e successivamente, dall’1.04.87 al 30.09.95 presso l’isola nord. Delle isole di manutenzione si è detto nella precedente esposizione, citando le dichiarazioni dei testi Gianneselle Piegiorgio, Paolini Tommaso e Barreato Gianfranco i quali, come appunto detto, hanno riferito provvedere le stesse al pronto intervento per un certo numero di impianti per il tramite di una struttura autonoma esecutiva, l’officina di zona. Vorrei dire una parola del reparto SA5 di cui ha parlato il teste Dabbalà Silvano, udienza 12.05.2000. Questi riferisce di aver prestato la propria attività lavorativa presso il detto reparto dove veniva svolta la manutenzione relativa a tutti i reparti CV. Il teste cita in particolare interventi ed emergenze in ordine alle valvole di fondo nei reparti CV6, CV3, CV14 e CV16, dichiarando: "Ci chiamavano nei vari reparti, dovevamo controllare queste valvole di fondo, dovevamo tirarle via, portarle in officina, cambiare la guarnizione in teflon e poi rimontarla" e quindi l’intervento vi era comunque su tutti i reparti CV. L’esposizione. Valgono per quanto riguarda l’esposizione, le medesime considerazioni esposte al punto 4 dell’esposizione precedente inerenti ai lavoratori addetti alla manutenzione. E’ di immediato rilievo, infatti, che il signor Zorzetto Romeo che ha operato in officine di manutenzione per ben 22 anni, è stato esposto alle sostanze cancerogene prodotte e lavorate all’interno dei reparti stessi. Ciò tra l’altro in ossequio alle risultanze delle matrici mansione esposizione, pubblicate dai dottori Comba e Pirastu nel ‘91 e le cui risultanze sono state esposte nella precedente memoria. Né appare, per tale ragione, condivisibile, la diversa opinione espressa dai consulenti della difesa in ordine all’irrilevanza dell’esposizione, avendo gli stessi dichiarato l’utilizzazione, nell’analisi dei casi clinici, delle medesime matrici, perché questo è stato affermato, in particolare dal dottor Colombo o comunque è stato affermato dal consulente della difesa, di aver utilizzato le medesime matrici mansioni esposizioni. Per quanto riguarda la patologia, il signor Zorzetto è deceduto a seguito di neoplasia polmonare diagnosticata nel ‘94, infatti il 19.09.94 è stato ricoverato in ospedale per la prima volta con diagnosi di adenocarcinoma polmonare ed è deceduto in data 24.02.96.

L’evidenza epidemiologica degli effetti cancerogeni a carico dell’apparato respiratorio per esposizione professionale a cloruro di vinile monomero è stato oggetto della requisitoria del Pubblico Ministero, cui necessariamente si rinvia per brevità espositiva, nonché delle relazioni riassuntive e relativi studi scientifici depositati anche in data 20.04.2001 dai consulenti dell’accusa in questa sede da intendersi integralmente richiamate. La ..(inc.) è di 21 anni ed è pertanto da ritenersi adeguata in base alla deposizione del consulente escusso e delle risultanze scientifiche sul punto. Termino con i fattori di confondimento, nel senso che il decesso del signor Zorzetto Romeo è stato sommariamente associato, come la generalità dei deceduti per tumori polmonari, al tabagismo. Il ruolo di concausa del fumo è stato ampiamente trattato dal Pubblico Ministero nella propria requisitoria, nonché dai consulenti dell’accusa dottori Vineis, Comba e Pirastu in propria memoria datata 14.12.2000 a cui si rinvia. Per i criteri di quantificazione, mi riporto a quello che sarà esposto da altro difensore di parte civile, dico solo molto brevemente che il decesso, la precoce scomparsa del signor Zorzetto Romeo, avvenuta all’età di soli 49 anni, ha sicuramente comportato in capo ai prossimi congiunti, e in particolare delle sorelle conviventi, tra cui la signora Zorzetto Leonilda, interdetta per grave deficienza psicofisica, di cui il deceduto era il principale sostegno e conforto, un grave perturbamento della vita famigliare e turbamento della sfera dell’integrità personale. Questo solo al fine di giustificare la richiesta di danno esistenziale e anche di determinate percentuali. Concludo quindi, per quanto riguarda i signori Zorzetto Walter, Zorzetto Giuseppina, Zorzetto Livia, Zorzetto Manuela, Zorzetto Leonilda, in qualità di prossimi congiunti in quanto fratelli del signor Zorzetto Romeo come segue. Mi riporterei alla nota, però forse è il caso, signor Presidente, che specifichi le persone dei cui confronti chiedo di concludere. Accertare e dichiarare la penale responsabilità dei seguenti imputati: Porta Giorgio, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morrione Paolo, Reichemback Giancarlo, Fedato Luciano, Fabbri Gaetano, Smai Franco, Pisani Lucio, Zerbo Federico, Presotto Cirillo, Burrai Alberto, Belloni Antonio, Necci Lorenzo, in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati suindicati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A. in persona del legale rappresentante amministratore pro tempore, al risarcimento in favore delle concludenti parti civili, dei danni tutti subiti, patrimoniali e non, conseguenti ai reati di cui al capo 1 di imputazione, come indicato nel decreto che dispone il giudizio e successive contestazioni integrative che così si quantificano: Zorzetto Walter, fratello non convivente, Lit. 54.660.000 oltre a rivalutazione monetaria e interessi; Zorzetto Giuseppina, sorella non convivente, Lit. 54.660.000; Zorzetto Livia, sorella non convivente, Lit. 54.660.000; Zorzetto Manuela, sorella convivente, Lit. 69.660.000; Zorzetto Leonilda, sorella convivente, Lit. 69.660.000, naturalmente sempre oltre rivalutazione e interessi. Chiedo che venga subordinata l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle parti civili ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 165 e che venga dichiarata la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva, ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’art. 540 Codice Penale. In via subordinata, in caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’art. 539, condannare in solido gli imputati e i responsabili di cui sopra, al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege dell’importo di cui il Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno, che si indica in lire 150 milioni, ciò sempre subordinando la concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso chiedo condannarsi gli imputati responsabili civili qui sopra, al pagamento in favore delle concludenti parti civili, delle spese costituzione al patrocinio e parte civile, come da nota che si allega, fatto salvo naturalmente, sono state computate anche le udienze indicate nel calendario, come da sue indicazioni, naturalmente fatte salve le attività integrative non computate.

 

AVV. BURLINETTO

 

Avvocato Burlinetto: io, Presidente, tratterò brevemente l’indicazione dei criteri che sia ritenuto di applicare per la quantificazione del danno delle parti civili costituite. Per quanto riguarda i lavoratori costituitisi parti civili nell’odierno procedimento, si è ritenuto di richiedere, in ossequio alla risultanza della elaborazione per il Triveneto del sistema tabellare di determinazione del danno alla persona, pubblicate ancora nell’anno 2000, dossier numero 6 anno 2000 di Guida al Diritto e sono state così computate le seguenti voci di danno da lesione. Il danno biologico. Sulla nozione di danno biologico, quale danno all’integrità psicofisica del soggetto in conseguenza di un fatto evento lesivo suscettibile di accertamento medico in quanto danno alla salute.

Non si ritiene di soffermarsi alla luce della ormai nota sentenza, la 184 del 1986 della Corte Costituzionale cui integralmente ci si rinvia. Lo stesso viene determinato sulla base dell’età del danneggiato e della gravità della lesione individuata in ordine alla percentuale di invalidità. L’invalidità temporanea totale, è stata determinata nella risultante dei giorni di ricovero moltiplicati per lire 65 mila. Invalidità temporanea totale, viene determinata nella misura percentuale, il 50%, dell’invalidità temporanea totale. Il danno morale. E’ il prezzum doloris, derivante dalla lesione della salute sulla base del presupposto che le sofferenze patite dalla vittima siano direttamente proporzionali al grado di invalidità. La fattispecie è unanimemente riconosciuta e non si ritiene necessitare quindi dei richiami giurisprudenziali specifici. Viene determinato semplicemente in ragione proporzionale al 40, 60% del danno biologico permanente e temporaneo, a seconda della gravità della lesione. Le spese mediche. Dette spese vengono forfettariamente indicate nella misura di lire 15 milioni per patologie tumorali e lire 5 milioni per le altre patologie. Rivalutazione e interessi.

Viene richiesta la rivalutazione monetaria e gli interessi legali sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno dal giorno in cui si è verificato l’evento. Come osservato infatti dalla prevalente Giurisprudenza, la rivalutazione della somma da liquidare a titolo di risarcimento del danno, mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato, qual era prima del fatto illecito, mentre gli interessi hanno una funzione compensativa. Pertanto, nei crediti di valore, gli interessi decorrono non dalla data di liquidazione della somma rivalutata, ma dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso. Cito da ultima, sentenza Cassazione Civile 27 marzo ‘98 n. 3241. Osservandosi altresì che gli interessi devono essere calcolati anno per anno sul valore della somma via via rivalutata nell’arco del tempo compreso tra l’evento dannoso e la liquidazione. La rivalutazione monetaria viene richiesta invece sino dalla data di deposito della sentenza, mentre gli interessi legali sino dalla data dell’effettivo saldo. Per quanto riguarda invece i congiunti di lavoratori deceduti costituitisi parte civile nell’odierno procedimento, per il risarcimento del danno subito si è ritenuto richiedere in ossequio alle indicazioni dottrinali e giurisprudenziali susseguitesi nel tempo, le seguenti voci di danno da morte. Per quanto riguarda il danno patrimoniale, è chiaramente da intendersi quale danno da danno emergente il lucro cessante. Viene computato solo se singolarmente comprovato e quantificabile. Il danno morale iure proprio. Il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla morte ex delicto, va riconosciuto in favore dei prossimi congiunti iure proprio indipendentemente dalla loro qualità di eredi quando il rapporto di stretta parentela con la vittima, le condizioni personali ed ogni altra circostanza del caso concreto, evidenzino un perturbamento della vita famigliare.

Viene determinato dunque sulla base delle risultanze dell’elaborazione per il Triveneto del sistema tabellare pubblicato nell’anno 2000. Il danno biologico iure proprio. Circa la fattispecie, si richiamano le osservazioni fatte in ordine al danno biologico dei lavoratori viventi. Naturalmente, viene computato solo se singolarmente comprovato e quantificabile, allorquando il prossimo congiunto abbia subito una lesione, conseguente danno alla integrità psicofisica della persona a causa del decesso del prossimo congiunto.

Il danno biologico iure hereditario. La categoria del danno biologico ereditario quale danno conseguente a lesione del bene della salute trasmissibile agli eredi, nel caso in cui la morte sia sopravvenuta alla lesione dopo un apprezzabile intervallo temporale, è ampiamente riconosciuta dalla giurisprudenza ed appare in tutte le ipotesi di specie altresì riconoscibile stante il lasso temporale intercorrente tra la diagnosi e il decesso. Viene computato nella risultante dei giorni intercorrenti dalla diagnosi al decesso moltiplicati per lire 65 mila. Alla risultante viene aggiunta concordemente all’elaborato tabellare del Tribunale di Lecce, ritenuto applicabile poi anche dalla circoscrizione del Tribunale che ha provveduto a detta elaborazione, una somma inversamente proporzionale all’età del deceduto. Il danno morale iure ereditario.

Il risarcimento del danno morale compete iure successionis ai prossimi congiunti della persona deceduta che abbiano agito in qualità di eredi e nei limiti della relativa quota onde ottenere la riparazione dei danni sofferti in vita dal defunto e così da far valere il diritto al risarcimento già entrato a far parte del patrimonio del defunto. La giurisprudenza concordemente esclude che la proposizione di domanda risarcitoria su indicato titolo, sia preclusa dalla presentazione di altra domanda volta a conseguire nella qualità di prossimi congiunti del defunto, il risarcimento dei danni morali spettanti a ciascuno di essi, iure proprio, a causa della morte del congiunto. Il danno morale iure hereditario, viene determinato nella misura percentuale 50% del danno biologico ereditario. Il danno esistenziale. La nozione di danno esistenziale ricomprende qualsiasi evento che per la sua negativa incidenza sul complesso dei rapporti facenti capo alla persona è suscettibile di ripercuotersi in maniera consistente e talvolta permanente sull’esistenza di questa.

Il danno esistenziale va inteso quindi come quel danno che deriva dalla lesione dei principali aspetti nei quali la personalità umana ha diritto di liberamente estrinsecarsi e che vanno a costituire quella che viene comunemente intesa come qualità della vita. Come nuova ed autonoma posta risarcitoria nell’ambito della responsabilità aquiliana, il danno esistenziale ha visto la luce assai di recente, attorno alla metà degli anni ‘90 attraverso l’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, Tribunale di Torino, Verona e Milano, tanto che la stessa Corte di Cassazione ne ha di recente avvallato la legittimità con propria sentenza datata 8 giugno 2000 n. 7713. Con detta sentenza viene innanzitutto sancita la configurabilità del danno esistenziale come figura di carattere generale risarcibile iure proprio ex art. 2043 del Codice Civile che si affianca in totale autonomia al danno patrimoniale e al danno morale. La Corte testualmente recita: "L’art. 2043 del Codice Civile correlato agli art. 2 e seguenti della Costituzione, va così necessariamente esteso, fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto, patrimoniali, ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana". In secondo luogo, la sentenza richiamata esplicita sul piano strettamente probatorio la qualificazione del danno esistenziale come danno ..(inc.), oggetto quanto all’an debeatur di presunzione assoluta. Sul punto infatti si legge che il contenuto stesso del danno riconnesso a un tal tipo di lesione, ne comporta naturaliter la liquidazione equitativa che resta così immune da censure. Per inciso, la sentenza della Suprema Corte conferma la Corte d’Appello di Venezia del 7.11.97. Si parte dunque dalla constatazione che il danneggiato non può fornire alcuna prova in ordine al quantum delle ripercussioni negative subite, non essendo la vittima in grado di individuare la misura pecuniaria di un pregiudizio che per sua stessa natura esclude un simile metodo di valutazione. In risposta a detta esigenza, parametri di valutazione oggettiva sono stati indicati dalla giurisprudenza di merito che ha ancorato tale nuova tipologia di danno ad un valore pari al 50% del danno morale iure proprio. In detta misura se ne chiede pertanto in questa sede la quantificazione e la liquidazione. Le spese funerarie mediche sono state indicate forfettariamente nella misura di 20 milioni e per quanto riguarda il calcolo della rivalutazione e degli interessi, ci si rimanda a quanto già detto per i fatti relativi ai lavoratori viventi. Vengono richiesti dalla data del decesso sino rispettivamente alla data di deposito della sentenza e all’effettivo saldo.

Per ciò che riguarda la posizione del signor Gottardo Albruno, di cui io rappresento gli eredi, faccio presente che questi è nato il 21 giugno del 1925 ed è deceduto all’età di 65 anni in data 20 maggio del ‘90. Rientra nell’elenco dei 37 nuovi casi contestati all’udienza dell’8 giugno ‘98, la posizione del signor Gottardo è stata discussa all’udienza del 01 luglio ‘98 dal consulente dell’accusa dottor Bai che ha evidenziato la correlazione tra la morte del signor Gottardo Albruno e l’esposizione al CVM di CE. Il signor Gottardo ha prestato la propria attività lavorativa presso lo stabilimento di Porto Marghera dal 1 maggio 1964 al 29 giugno 1981, ivi svolgeva mansioni di operaio addetto all’infustamento e spedizione presso i reparti FV1, KAC2 e MAG. Il signor Gottardo è deceduto, come detto, il 20 maggio del ‘90 per neoplasia gastrica. Detta patologia è stata associata all’esposizione a DCA in numerose pubblicazioni tra cui di recente lo studio di Ogmar del 1990 che riferisce significativo dato di un eccesso di tumori gastrici in operai esposti a dette sostanze, udienza 22.12.98.

E quindi concludo, in via principale, accertare e dichiarare le penale responsabilità dei seguenti imputati: Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Gatti Piergiorgio, Bartalini Emilio, Lupo Mario, D’Arminio Monforte, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morrione Paolo, Raichenback Giancarlo, Sebastiani Angelo, Fedato Luciano, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Pressotto Cirillo, Belloni Antonio, Gritti Bottacco, Carlo Massimiliano, Necci Lorenzo in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati suindicati, in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A. in persona dei rispettivi legali rappresentanti e amministratori pro tempore, al risarcimento in favore delle concludenti parti civili dei danni tutti patiti, patrimoniali e non, conseguenti ai reati di cui al capo 1 di imputazione, così come indicato nel decreto che dispone il giudizio e successive contestazioni integrative che così si quantificano: per quanto riguarda la signora Contin Genoveffa, moglie convivente, in lire 334.573.200; Gottardo Vanna, figlia non convivente, in lire 259.573.200; Gottardo Alessandro, figlio convivente, in lire 334.573.200. Subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle Parti Civili ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 165 del Codice Penale, dichiarare la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva ricorrendone i giustificati motivi ai sensi dell’art. 540.

In via subordinata, nel caso in cui il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’art. 539 C.P.P., condannare in solido gli imputati responsabili di cui sopra, al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege, dell’importo di cui il Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno, somma che si indica in lire 300 milioni e ciò sempre subordinando la concessine dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa. In ogni caso, condannare gli imputati responsabili civili di cui sopra al pagamento in favore delle concludenti Parti Civili, delle spese di costituzione e patrocinio di parte civile come da nota che si allega.

 

AVV. POZZAN

 

Avvocato Pozzan: comincerò dall’argomento generale che ci siamo riservati, così come abbiamo già indicato al Tribunale. L’argomento di carattere generale che l’avvocato Annamaria Marin ed io intendiamo sviluppare e illustrare al Tribunale, è relativo ai lavoratori delle cooperative, a quei lavoratori che hanno prestato la propria attività all’interno del petrolchimico principalmente, anzi quasi esclusivamente, insaccatori, dagli anni ‘60 fino alla data in cui termina questo processo, 1996. L’argomento riveste un particolare interesse in questo processo per tre considerazioni. Innanzitutto, per il numero delle persone appartenenti a questa categoria e che sono parti offese nel processo, le persone offese appartenenti alla categoria delle cooperative sono attorno alle 60, sono stati confermati dai consulenti del Pubblico Ministero nel senso che è stato accertato il nesso di causa tra la esposizione e le patologie insorte, nel numero di 44.

In secondo luogo, per i problemi specifici, sotto il profilo medico e medico epidemiologico, che questa categoria investe ed in particolare il problema dell’associazione, della esposizione alla polvere di PVC e le patologie all’apparato respiratorio, in particolare i tumori ai polmoni, laringe, faringe e bocca.

Il terzo motivo per il quale questa categoria riveste particolare interesse, è la debolezza di questi lavoratori, soprattutto se confrontata rispetto a quella dei dipendenti Enichem e Montedison sotto il profilo della protezione sindacale, sotto il profilo antinfortunistico e sotto il profilo sanitario. E vorrei cominciare subito da questo aspetto, ricordando come il Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria e ancor prima nell’esposizione introduttiva, abbia detto che particolare interesse deve essere dato a questa categoria di lavoratori, che definiva testualmente come carne da macello, ai quali affidare i lavori più sporchi, meno specializzati e più duri.

Alcuni testi, e in particolare il teste Garatto all’udienza del 12.05.2000, definiva il lavoro degli insaccatori come un inferno. Il dottor Clini, all’udienza dell’11 aprile 2000, definiva questa categoria come sicuramente quella meno protetta e meno tutelata sotto il profilo sanitario. La specificità di tale argomento è emerso in questo processo sin dalle prime battute. Già nel lavoro preliminare di acquisizione dei dati, dei nominativi dei soci delle cooperative, dell’epoca nelle quali hanno prestato la propria attività all’interno del petrolchimico, della cessazione del rapporto, della malattia che li hanno colpiti e addirittura la difficoltà di reperire le cartelle cliniche. Difficoltà che i consulenti del Pubblico Ministero dottoressa Chellini e dottor Carnevale, che hanno svolto con entusiasmo uno studio epidemiologico con riferimento a questa categoria di lavoratori, hanno espressamente riconosciuto nella loro relazione depositata nel settembre del ‘98, con onestà intellettuale e professionale davvero encomiabile e per tale fatto sono stati attaccati direi ingenerosamente da tutti i consulenti della difesa e in particolare dal dottor Zocchetti, dal dottor Foà, dal dottor Bush e dal dottor La Vecchia. Tutti questi consulenti delle difese hanno osservato che proprio in ragione della impossibilità di ricostruire con precisione l’attività lavorativa svolta da questi lavoratori, la sussistenza di attività pregresse, il periodo di esposizione, il lavoro della dottoressa Chellini e del dottor Carnevale, sarebbe da buttare. Ciò nonostante, il Pubblico Ministero mi pare caparbiamente ha continuato nella sua attività di ricerca dei dati attraverso l’acquisizione dei dati che sino a quel momento erano stati acquisiti attraverso le autocertificazioni dei lavoratori delle cooperative, attraverso l’acquisizione di documento presso l’INPS, l’INAIL, presso le stesse cooperative, presso i medici curanti che avevano preso in cura questi lavoratori e giungendo alla fine ad una conclusione che i dati che avevano acquisito la dottoressa Chillini e il dottor Carnevale erano esatti e quindi convalidava questi dati e quindi anche le conclusioni epidemiologiche dagli stessi presi. Il Pubblico Ministero ha esposto nella sua requisitoria con chiarezza, precisione, con approfondimento, la tematica del problema dell’associazione tra l’esposizione a polvere di PVC e i tumori all’apparato respiratorio sia sotto il profilo epidemiologico, che sotto il profilo clinico che sotto il profilo anche della biologia molecolare. Sul punto non voglio tornare, se non dopo però aver fatto una semplicissima osservazione. Le critiche mosse dai consulenti della difesa, che come detto hanno rilevato come non vi sia certezza della esposizione, della durata dell’esposizione stessa e delle malattie, non possono essere certo mosse, invece, nei confronti dello studio epidemiologico che è stato fatto dai dottori Comba e Pirastu con riferimento ai lavoratori insaccatori, cioè che svolgevano la stessa attività dei soci delle cooperative, dipendenti di Enichem e Montedison. Con riferimento agli insaccatori dipendenti di Enichem e Montedison, di è certezza e non vi è contestazione sulla durata di esposizione, sulla sussistenza o meno di esposizioni pregresse, sulla data di cessazione del rapporto e sulla patologia. E allora, se per tali insaccatori vi è, sulla base dell’indagine epidemiologica dei dottori Comba e Pirastu evidenza di un aumento statisticamente significativo di tumori all’apparato respiratorio, polmoni in particolare, nello studio si parla di un SMR 163 sino al 1985 e un SMR di 182 sino al 1995, tali risultati non potranno che valere anche per gli insaccatori soci delle cooperative e ciò perché addetti alla stessa attività negli stessi luoghi di lavoro e con la stessa esposizione. Questo a condizione naturalmente che sia provato che vi sia stata una durata di esposizione significativa. E la prova dell’esposizione significativa, mi pare che sia stata offerta, anche se ex post dal Pubblico Ministero e comunque è stata offerta, con riferimento alle parti civili ancora costituite e soci delle cooperative, dai difensori delle parti civili, anche attraverso i testimoni. Svolta questa premessa che mi pareva doverosa, veniamo all’argomento che ci siamo riservati. Verificato cioè che vi è associazione tra esposizione alla polvere di PVC e i tumori all’apparato respiratorio, per affermare la responsabilità dei dirigenti di Montedison, Enichem, Montefibre e delle società controllate ..(inc.), per i fatti di morte e di lesione che hanno colpito i soci e lavoratori delle cooperative, bisogna verificare: primo, se in capo a tali dirigenti vi fosse un obbligo di comportamento sul piano delle misure antinfortunistiche nei confronti dei soci delle cooperative in appalto; secondo, se tale obbligo sia stato violato. La risposta a questi quesiti naturalmente dovrà partire da una analisi delle fonti in materia antinfortunistica, problema che è naturalmente conosciuto al Tribunale, ma che devo esporre per sommi capi per ragioni di completezza. Partiamo innanzitutto dalle fonti indicate nel capo di imputazione, cioè gli obblighi che sarebbero stati violati. Nel capo di imputazione si menziona il generale obbligo di prudenza, diligenza e perizia che trova il suo riconoscimento generale in materia penale negli articoli 40 e 43 del Codice Penale, obbligo che incombe su ogni cittadino e quindi anche sull’imprenditore e nei confronti di chiunque, quindi anche dei dipendenti e dei lavoratori delle cooperative; secondo, l’obbligo previsto dall’articolo 2087 del Codice Civile che impone all’imprenditore, come è noto, di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica di prestatori di lavoro e in particolare gli obblighi contenuti nel DPR del 27 aprile del 1955 numero 547 concernente norme sugli infortuni del lavoro; gli obblighi contenuti nel DPR 303 del 19 luglio 1956 concernente norme sull’igiene del lavoro. Degli obblighi generali di comportamento previsti dagli articoli 40 e 43 del Codice Penale, dall’articolo 2087 e poi 2050 del Codice Civile parlerà diffusamente il collega Vassallo alle prossime udienze e vi parlerà con riferimento a tutti i lavoratori, siano essi lavoratori dipendenti, siano soci delle cooperative ovvero terzi addirittura rispetto all’imprenditore. La legislazione infortunistica speciale necessita di particolare attenzione, in particolare il DPR 547 del ‘55 e il DPR 303 del ‘56, in questo processo con riferimento ai lavoratori delle cooperative addetti all’insacco operanti all’interno del Petrolchimico.

Necessita di particolari attenzioni anche perché è una normativa che è stata adottata dal nostro legislatore ben prima dell’inizio dei fatti per i quali si discute e quindi applicabile interamente a tutto l’arco temporale preso in considerazione da questo processo. Molto sinteticamente, il DPR 547 del ‘55 e il DPR 303 del ‘56 impongono al datore di lavoro sostanzialmente tre categorie di obblighi: primo, l’obbligo di rendere edotti i lavoratori dei rischi presenti nell’ambiente di lavoro; secondo, l’obbligo di attuare le misure di sicurezza o di igiene previste specificatamente nelle singole disposizioni citate nel DPR; terzo, l’obbligo di disporre ed esigere che i lavoratori osservino le norme previste, compreso quindi anche l’uso dei mezzi di protezione. Il primo ostacolo, diciamolo subito, apparente all’applicazione in generale di tale normativa speciale ai lavoratori delle cooperative è costituito dal fatto che i soci delle cooperative essendo soci di una società e non avendo quindi alcun rapporto di subordinazione né con le cooperative né tanto meno con Montedison, Enichem e le società figlie controllate, non potrebbero ritenersi lavoratori e quindi essere soggetti passivi di questi obblighi. L’ostacolo, come è noto, è superabile facilmente posto che la legislazione antinfortunistica citata parifica sotto il profilo, appunto, antinfortunistico i soci delle cooperative ai lavoratori dipendenti. L’articolo 3 del DPR 547 e l’articolo 3 del DPR 303 del ‘56 infatti affermano che sono equiparati ai lavoratori dipendenti i soci delle società, eventi in genere cooperativi, che anche di fatto prestino la loro attività per conto delle società e degli enti stessi. Si tratta di una parificazione di carattere generale che soprattutto per la fonte da cui proviene.., ricordiamo che entrambi i DPR si applicano a tutte le attività lavorative, e deve ritenersi espressione di un principio generale estensibile ad ogni altra norma di legge in tema di previdenza antinfortunistica e di igiene sul lavoro. Questa osservazione è confermata anche dalla circostanza che il decreto legislativo 626 del ‘94 che, sappiamo, riassume ormai gli obblighi antinfortunistici in materia lavorativa, nell’articolo 2 contiene la medesima equiparazione dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori delle cooperative sotto il profilo del soggetto passivo dell’obbligo. E’ contenuta questa equiparazione anche nell’articolo 1 del DPR 962 dell’82 che, come sappiamo, è relativo alla protezione sanitaria dei lavoratori esposti al CVM. Quindi mi pare che non ci siano problemi quanto a questo primo ostacolo, cioè di applicazione di questa normativa speciale, anche ai soci delle cooperative. Il secondo problema che si pone per affermare la penale responsabilità dei dirigenti Montedison, Enichem, Montefibre, delle società figlie e controllate, per i fatti di morte e di lesione che hanno colpito i soci delle cooperative è costituito dal fatto che questa legislazione antinfortunistica impone i predetti obblighi di informazione, di attuazione delle misure e di controllo che queste misure siano applicate nei confronti formalmente del datore di lavoro, datore di lavoro che nel caso delle cooperative è formalmente la cooperativa stessa, quindi nelle persone dei suoi dirigenti e dei suoi preposti. Le cooperative quindi sarebbero per tale dato formale le uniche titolari degli obblighi di informazione del rischio sull’ambiente di lavoro, dell’obbligo di adozione delle misure di cautele previste e dell’obbligo di controllo. Questo sotto il profilo formale. E’ notorio però che quando l’imprenditore intende trasferire il rischio o le difficoltà di un lavoro che non è gradito ai lavoratori li dà in appalto; ciò è stato confermato anche nel caso che ci occupa, in cui il lavoro di insacco presso il Petrolchimico è stato, appunto, appaltato a tutte le cooperative che sono state indicate in questo processo, la Cooperativa Facchini Marghera, la Cooperativa Facchini Tessera, la cooperativa Carico e Scarico Porto Industriale, la cooperativa Egeo, etc.. I contratti di appalto sono stati acquisiti agli atti di questo processo all’udienza del 20 gennaio 1999 e possono essere verificati nel loro contenuto. Ma domandiamoci una cosa: è sufficiente che i dirigenti di queste società stipulino dei contratti di appalto con società cooperative per esentarsi dall’obbligo antinfortunistico e trasferire questo obbligo direttamente alle cooperative e quindi in questo modo esentarsi da una eventuale responsabilità penale per i fatti di morte e di lesione che hanno colpito i soci delle cooperative? Evidentemente no, perché ciò contrasterebbe con un principio di logica e di giustizia elementare e sotto questo profilo è di aiuto l’insegnamento sia dottrinale che giurisprudenziale, per questa volta concorde, che è tutto orientato in una prospettiva - diremo - sostanzialistica, volta cioè a verificare al di là della forma se nella sostanza contrattuale oppure nella esecuzione delle obbligazioni contrattuali i lavoratori delle cooperative rimangano senza tutela. Il contratto di appalto è un contratto che ha per oggetto una obbligazione di risultato, cioè è un contratto in forza del quale l’appaltatore si obbliga ad eseguire una certa opera attraverso mezzi, personale, scelte organizzative, scelte lavorative proprie e con proprio rischio imprenditoriale. La situazione cambia quando le previsioni di dettaglio del contratto di appalto o quando nell’esecuzione concreta del contratto di appalto i controlli del committente sul lavoro appaltato siano talmente incisivi da modificare concretamente le modalità di esecuzione delle opere, quando il committente ponga un soggetto con il compito istituzionale di controllare l’esecuzione del lavoro e quindi sia in grado di conoscere come è stato eseguito questo lavoro e anche di verificare se vi sia la violazione o meno di questi obblighi, quando ancora il committente fornisca luoghi, macchinari e mezzi per l’esecuzione dell’opera. In tali casi il contratto di appalto perde i suoi connotati istituzionali, cioè il contratto che ha per oggetto una obbligazione di risultato, e viene ad assumere i connotati di un contratto atipico che ha come oggetto una obbligazione di mezzi. Per effetto di queste previsioni contrattuali che ci possono essere o per effetto di questo concreto modificarsi del rapporto l’appaltatore perde quella autonomia nella esecuzione dell’opera che è poi la ragione per la quale lo si fa carico degli obblighi antinfortunistici, con la conseguenza che rischio organizzazione e quindi anche obbligazioni antinfortunistiche si trasferiscano al committente, in questo caso Montedison, Enichem, Montedipe, etc.. Questo in quanto è questo soggetto che diviene di fatto l’unico soggetto capace di incidere nel processo produttivo e quindi di adottare le misure antinfortunistiche. Come insegna infatti la giurisprudenza della Corte di Cassazione, destinatari delle norme antinfortunistiche poste alla tutela della integrità fisica del lavoratore sono tutti coloro che nell’impresa hanno il potere di incidere sul risultato, cioè sulle condizioni di lavoro, Cassazione Penale, Sezione IV, 11 ottobre 1989. E così la dottrina e la giurisprudenza hanno affermato che il committente è responsabile, eventualmente in concorso con il dirigente della cooperativa, ma comunque è responsabile delle osservanze delle norme antinfortunistiche quando, primo, l’organizzazione dell’impresa sia riservata solo in parte alla cooperativa che viene ad operare con materiale e macchinari nei luoghi forniti dalla committente, in questo senso Corte di Cassazione, Sezione IV, 15 dicembre 1998 numero 2800, anche Corte di Cassazione, Sezione IV, 17 novembre 1995 numero 538; quando il committente attraverso i suoi preposti abbia verificato costantemente l’esecuzione dei lavori e abbia svolto una concreta interferenza sul lavoro modificandone le modalità, in questo senso Corte di Cassazione, Sezione IV, 4 aprile 1996 numero 5069; infine quando di fatto la committente segue i lavori e si sia posta nelle condizioni di conoscere la situazione ambientale e quindi l’adozione delle cautele antinfortunistiche, in questo senso Corte di Cassazione, Sezione IV, 19 aprile 1996 numero 4058 e Corte di Cassazione, Sezione IV, 30 maggio 1989. E che i rapporti tra le cooperative che hanno operato nell’attività di insacco presso il Petrolchimico e le società Montedison, Enichem, Montefibre e società figlie si siano atteggiati nel modo sopraindicato mi pare emerga da tutta l’istruttoria dibattimentale. E’ pacifico infatti che Montedison, Enichem, etc., abbiano utilizzato i lavoratori delle cooperative fornendo loro luogo di lavoro, materiale - PVC e sacchi - mezzi - insaccatrici - addirittura le docce, questo negli anni 80, e addirittura anche la mensa quando i lavoratori hanno cominciato a non mangiare più in magazzino. E’ risultato inoltre che i preposti dell’azienda, in particolare l’assistente di turno all’essiccamento si sia ingerito nell’esecuzione dell’opera modificandone concretamente il contenuto e controllando addirittura l’adozione delle misure antinfortunistiche.

La prova di questa interferenza concreta del committente attraverso i suoi preposti viene addirittura dalle stesse prove offerte dalle Difese. Uno dei testi chiamati dalle Difese, il capo reparto del CV6, Rossetti Renato, nella sua testimonianza all’udienza del 16 giugno 2000 dopo aver descritto l’attività di insacco negli anni 70, gli interventi con lo spostamento del sacco fuori dal reparto, ci diceva testualmente, e qui è l’unica deposizione che leggo, domanda: "Come avveniva il lavoro nella zona dell’insacco? Come era organizzato il controllo che il reparto svolgeva sul lavoro degli insaccatori?", "Allora - dice il Rossetti - per noi il limite dell’impianto finiva con la bocca di un sacco, poi veniva il personale della cooperativa. Ovviamente era nostro dovere e compito controllare le apparecchiature, che le apparecchiature fossero efficienti, intervenire per fare le manutenzioni necessarie e rendere efficienti dal punto di vista dell’insacco, quindi peso, anche dal punto di vista di accidentalità che determinavano delle situazioni precarie in termini di polverosità". Domanda: "E’ mai successo che il personale di reparto abbia provveduto a richiamare personale della cooperativa, anche eventualmente i controllori del personale di cooperativa, a rispetto della norma che imponeva i mezzi di protezione personali e la mascherina?", "Sì, ma il personale d’impresa o il responsabile, ma credo che qualche volta sia capitato anche a me di sollecitare gli insaccatori a indossare i mezzi protettivi all’occorrenza", quindi cerca di difendere il proprio lavoro il capo reparto Rossetti, però alla fine ci viene ad affermare qual era il controllo incisivo che si effettuava da parte dell’impresa su queste cooperative. Ancora, domanda: "Nella zona dove operavano i dipendenti delle cooperative c’era qualche assistente dell’azienda che veniva incaricato e di che cosa?", risposta: "Non c’era un assistente fisso nella zona, però c’era l’assistente dell’area essiccamento, quindi comprendente anche almeno l’attività e le apparecchiature dell’insacco, che girava per l’impianto e andava sicuramente a controllare l’esatto svolgersi dell’attività in quell’area sia delle persone che delle apparecchiature". Era l’assistente di turno. Domanda: "Quindi c’era l’assistente di turno che aveva tra i suoi compiti anche questo di verificare l’attività lavorativa delle cooperative?", risposta: "Dal punto di vista della produzione - evidentemente qui cerca di parare un po’ il colpo - e della regolarità all’insacco, dell’impedanamento, e così via, e anche della regolarità di buon funzionamento delle macchine". Domanda: "Lei ha usato l’espressione prima per vedere se il comportamento di quelle cooperative era consono; cosa intendeva dire, consono a che cosa?", risposta: "Perché noi pretendevamo che usassero le mascherine antipolvere e quindi, per esempio, se c’era, come capitava ed è capitato anche a me di osservarlo, qualcuno per difficoltà o perché era a disagio non la usava, lo si invitava a mettere la mascherina, ad usare la mascherina". "Quindi - qua si riassume - il compito dell’assistente di turno riguardava anche queste forme di verifica?", "Certo, diciamo che l’assistente di turno.., era un po’ suo dovere controllare non solo che l’attività si svolgesse in maniera adeguata verso il proprio personale, ma anche il personale esterno che lavorasse all’interno dell’impianto". Domanda: "E questo discorso degli assistenti vale fino a che lei è rimasto in azienda, cioè fino al 1992, per tutti quanti gli impianti?", "Sì, diciamo tuttora valido". Quindi il teste Rossetti che cerca di difendere il proprio lavoro indirettamente ci conferma questa attività di intromissione e di controllo del committente sulle cooperative.

Cito anche un altro teste, ma molto brevemente, il teste Zoccarato Ernesto all’udienza del 09/06/2000, domanda: "Questo lavoro di insaccamento chi lo faceva? Solo qualcuno delle cooperative o c’erano anche i dipendenti di Montedison e poi di Enichem?", "C’erano i capi che venivano a dirci: ‘Voi dovete fare così, così, così e così’", "I capi di chi?", "Sempre della Montedison", "Che erano presenti, vi indicavano che lavori fare?", "Sì". Mi pare che questi elementi probanti il controllo del committente sulle attività delle cooperative, controllo che concerneva le apparecchiature, le insaccatrici, le pesature, le perdite con spandimenti di polvere e infine le persone delle cooperative anche dal punto di vista dell’uso delle cooperative; in questo ambito quale margine di autonomia aveva il personale delle cooperative posto che ogni fase dell’attività lavorativa veniva controllata dall’assistente di turno? Io direi proprio nessuno e conforta questa conclusione indirettamente in questa prospettiva, cioè della rilevanza della carenza di autonomia delle cooperative e quindi della responsabilità del committente per i fatti di morte e di lesione che hanno colpito i lavoratori delle cooperative, anche il cosiddetto manuale operativo dotazione di sicurezza del magazzino CV7 prodotto dalle Difese a sostengo delle loro tesi. Infatti l’adozione di un manuale di operazione di insacco con la descrizione addirittura minuziosa delle operazioni di insacco e dei mezzi di sicurezza che dovevano essere adottati, ma che non sono stati mai adottati e mai è stato controllato, come poi vi spiegherà l’avvocato Marin, e questo da parte di Montedipe in epoca in cui l’operazione di insacco al CV7 si svolgeva esclusivamente ad opera dei soci delle cooperative, conferma appunto la conclusione secondo cui nessun margine di autonomia nelle operazioni di insacco spettava alle cooperative e che in ragione di ciò, appunto, responsabile delle misure antinfortunistiche erano le società committenti. E veniamo quindi ai singoli obblighi che abbiamo sommariamente elencato precedentemente.

Il primo obbligo, abbiamo già detto, è il dovere di informazione del rischio presente nell’ambiente di lavoro a cui sono esposti i lavori; detto obbligo trova la sua fonte nell’articolo 4 del DPR 547 del ‘55 e nell’articolo 4 del DPR 303 del ‘56 e grava anche quindi sui dirigenti di Enichem, Montedison e Montefibre in ragione di quanto abbiamo detto, cioè del principio di ingerenza. Va inoltre rilevato che un analogo obbligo di informazione del rischio presente nell’ambiente di lavoro incombe sul committente anche a prescindere dall’applicazione del principio giurisprudenziale suddetto. L’articolo 5 del DPR 547 del ‘55 infatti impone questo obbligo di informazione al datore di lavoro nei confronti dei lavoratori autonomi e questo relativamente ai rischi specifici esistenti nell’ambiente di lavoro cui siano chiamati a prestare la loro opera. La norma, l’articolo 5, distingue tra i rischi ambientali, cioè i rischi relativi all’ambiente di lavoro, e i rischi che devono essere comunicati dal datore di lavoro al lavoratore autonomo e i rischi proprio inerenti alla prestazione dell’opera in se stessa che invece devono essere... cui deve provvedere direttamente il lavoratore autonomo. Quanto ai primi, cioè la comunicazione del rischio relativo all’ambiente di lavoro, questa comunicazione deve essere fatta dal datore di lavoro, nozione questa che secondo la giurisprudenza costante e anche la dottrina più accreditata deve essere valutata in senso atecnico posto che questo obbligo incombe al datore di lavoro nei confronti del lavoratore autonomo, cioè di un soggetto nei confronti del quale non ha un rapporto di preordinazione. In tal senso la giurisprudenza, dicevo, che peraltro è conforme anche nell’affermare che questo obbligo che si dirige nei confronti del lavoratore autonomo va inteso nei confronti del lavoratore autonomo sia esso soggetto individuale sia esso soggetto collettivo e quindi anche nei confronti delle cooperative. In questo senso la giurisprudenza e la dottrina sono concordi. Quindi ne consegue che almeno sotto il profilo astratto in forza dell’articolo 4 per il principio giurisprudenziale che abbiamo citato e in forza dell’articolo 5 che estende comunque questo obbligo nei confronti anche delle cooperative i dirigenti Montedison, Enichem, Montefibre, etc., avevano l’obbligo di rendere edotti i lavoratori delle cooperative del rischio specifico presente nell’ambiente di lavoro e segnatamente del rischio connesso alla presenza di polvere di PVC, sia nel CV6 che nel CV7 che negli altri impianti doveva veniva praticato l’insaccamento. Nel concreto allora bisogna individuare se tale rischio vi era, se tale rischio fosse conosciuto o dovesse essere conosciuto dai dirigenti predetti, se infine tale obbligo di informazione sia stato violato. Che il rischio fosse presente mi pare emerga da quanto ha detto già il Pubblico Ministero con il sostegno dei suoi consulenti, in particolare del professor Mastrangelo e dalle indagini epidemiologiche che abbiamo già visto; che vi fosse questa conoscenza del rischio in capo ai dirigenti Montedison ed Enichem mi pare ci siano degli incisivi elementi di prova. Innanzitutto vi è una conoscenza normativa doverosa determinata dal fatto che il DPR 303 del 1956 imponeva al datore di lavoro di tutelare i lavoratori dalle polveri in generale presenti nell’ambiente di lavoro, articolo 21 del DPR 303 del ‘56; mentre addirittura l’articolo 33 prevedeva l’obbligo di effettuare visite trimestrali nei confronti di lavoratori addetti all’impiego del cloro e dei suoi composti.

In secondo luogo la conoscenza e comunque il dovere di conoscenza degli studi sperimentali epidemiologici che già negli anni 70, ma poi di più negli anni 80, avevano parlato di questa possibile associazione tra la polvere di PVC e i tumori respiratori.

Terzo, la conoscenza certa sin dagli anni 70 che all’interno del polimero, in particolare nel PVC in sospensione, vi erano inglobate molecole di CVM come hanno confermato tutti i testi e come è confermato anche indirettamente dal fatto che l’impresa avrebbe negli anni ‘76 e ‘77, a suo dire, introdotto il sistema di strippaggio proprio per prelevare queste molecole di CVM dal polimero. Presenza di CVM nella polvere di PVC che a prescindere dalle rilevazioni inaffidabili dell’impresa era particolarmente consistente, come ha affermato il teste Perazzolo all’udienza del 12 maggio 2000, secondo il quale, leggo testualmente, "la base di CVM che si trovava con il cerca fughe al magazzino PVC, cioè CV7, era di 10 PPM", quindi altro che 0,01 PPM come vorrebbe farci credere la Difesa.

E ancora, altri documenti provano questa conoscenza, la scheda della Montedipe numero 336 del 05/07/85 proiettata addirittura in aula dal dottor Casson, in cui il PVC viene definito tossico acuto per inalazione e che - si dice - induce alterazione al sistema respiratorio. Quindi vi era rischio, vi era conoscenza.

Veniamo infine alla violazione dell’obbligo di informazione. Montedison, Montedipe ed Enichem pur sapendo del rischio della polvere di PVC hanno omesso di rendere edotti i lavoratori delle cooperative e ciò è dimostrato dai seguenti elementi: primo, la controparte non ha provato alcuna comunicazione scritta alle cooperative nella quale si mettessero queste a conoscenza del rischio specifico da esposizione alla polvere di PVC. Nei contratti di appalto che abbiamo controllato abbiamo verificato che non vi è neppure in questi questa informazione. Innanzitutto nei contratti di appalto degli anni ‘75, perché sono stati prodotti contratti di appalto, mi pare, dagli anni ‘75 in poi, quelli precedenti ha riferito Enichem che non si trovano; nei contratti di appalto, dicevo, vi è una clausola che potrebbe forse essere valorizzata dalla Difesa, ma io direi proprio di no. Parlo dei contratti di appalto successivi al 1980, si dice: "La cooperativa dichiara di essere edotta dei rischi specifici connessi all’attività dello stabilimento". Se questo è l’obbligo di informazione del rischio specifico nell’ambiente di lavoro, non nello stabilimento, ma nei reparti dove si insaccava, io credo davvero che.., mi pare che siamo molto lontani da quella che è la realtà e dalla realtà giuridica in cui l’obbligo era previsto dalla norma. Risulta ancora all’opposto che il dottor Clini nel maggio del 1984, lettera anch’essa citata dal Pubblico Ministero all’udienza, chiedeva a Montedison, Montepolimeri, Riveda e Cooperativa Facchini Tessera, i motivi per i quali non sono stati comunicati al suo servizio i nominativi dei lavoratori delle cooperative per l’eventuale tutela necessaria.

Il teste Barin afferma che ai corsi per la sicurezza non erano presenti i lavoratori delle cooperative, quindi questo quanto meno dal ‘70 fino al 1985 e quindi, dicendo ciò, ci dice che la comunicazione non è avvenuta neppure attraverso questi corsi. Vediamo gli argomenti che ha cercato di introdurre la Difesa a proposito di questo adempimento dell’obbligo di informazione, anche se poi si contraddice perché dice che in realtà non vi era alcun rischio nella polvere di PVC. Vi sono le fatture prodotte relative ai pagamenti dei corsi dei rappresentanti della cooperativa, questi corsi della sicurezza, e sono fatture relative agli anni 1985, quindi dal ‘70 al 1985 non c’è stata mai nessuna comunicazione, nel 1985 ci sono queste fatture prodotte dalle Difese relative a questo pagamento di questi corsi, però naturalmente queste fatture non provano affatto che a questi corsi si parlasse di PVC e del rischio relativo all’esposizione dell’insaccatore.

Ancora, altro argomento valorizzato dalla Difesa, la lettera prodotta dalle Difese del 24 settembre 1984, peraltro asseritamente inviata alle cooperative, nella quale si dice: "Il vostro personale operante all’interno delle zone sorvegliate deve essere dotato di dispositivi di sicurezza che di volta in volta verranno precisati". A parte il fatto che non vi è prova del ricevimento di questa lettera, beh, questa riguarda le zone sorvegliate e noi sappiamo che da documenti citati dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, in particolare la lettera del 2 marzo 1982 di Montepolimeri, le zone di insacco sono escluse dalle zone sorvegliate. I testi hanno tutti confermato che non vi è stata mai alcuna comunicazione relativa al rischio dell’esposizione alla polvere di PVC: Battaggia Andrea lo esclude nel modo assoluto, udienza del 19/04/2001; Pezzato Maurizio, che ha lavorato dall’80 all’86, non ricorda che gli sia stato mai comunicato, dice che veniva comunicato che la polvere di PVC era inerte, ma nessuna comunicazione in ordine al rischio; Barin Antonio, abbiamo già detto, insaccatore dal ‘76 all’80, all’udienza del 19/04/2000 dice che ai corsi non vi erano i lavoratori delle cooperative; Catto Mauro, non è mai stato avvertito da nessuno, lo sa indirettamente dai dipendenti; Giacomello Ottavio, anche lui lo sa soltanto negli anni 80; anche il teste Gasparini, che è il principale teste della Difesa con riferimento alle problematiche delle cooperative, ci dice che i capi delle cooperative erano messi a conoscenza della pericolosità del CVM, ma non del PVC e ciò comunque avvenne, dice il Barin, soltanto negli anni ‘86 e ‘89, verbale di udienza del 14/06/2000, pagina - mi pare - 50. Possiamo quindi concludere che quanto al punto "obbligo di informazione del rischio derivante dall’esposizione alla polvere di PVC" vi è una palese violazione di questo obbligo. Vorrei dire che tale inadempienze del dovere di informazione viene considerata sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza con particolare rigore e ciò posto che tale mancanza di conoscenza del rischio nei lavoratori delle cooperative ha fatto sì che gli stessi insaccatori non abbiano mai ritenuto di munirsi o di usare i mezzi di sicurezza appropriati. E’ evidente difatti che un soggetto si mette la maschera di sicurezza se sa che quella sostanza è pericolosa. In tal modo le stesse società Montedison ed Enichem non possono nascondersi dietro al fatto che nei contratti di appalto le cooperative - leggo testualmente - "dichiarano di disporre di tutti i mezzi di prevenzione necessari ed opportuni anche in relazione alle disposizioni speciali dello stabilimento e della società" e ciò perché chi non ha informato il lavoratore del rischio certo non può pretendere che il lavoratore, come abbiamo detto, si munisca di mezzi di protezione da questo rischio che, appunto, non esiste. Sto per concludere. Connesso all’obbligo preliminare di informazione è anche un altro obbligo di, diciamo, portata inferiore, però sempre esistente, che è l’obbligo del committente di accertarsi che l’appaltatore a cui affida l’opera sia soggetto non soltanto munito di titoli di idoneità previsti dalla legge, ma anche della capacità tecnica e professionale in relazione al tipo di lavoro che gli è stato affidato, in questo senso la Corte di Cassazione, III Sezione Penale, 3 marzo 1992 numero 2321. E direi che anche con riferimento a questo obbligo vi è qualche dubbio, vi è anzi qualche fondato dubbio che nel caso in esame vi sia stata la violazione, posto che non risulta che la committente si sia accertata della capacità economica di munirsi di maschere adeguate oppure - ciò che rileva molto di più - la capacità economica di munirsi di strutture sanitarie idonee a monitorare con frequenza la salute dei lavoratori addetti alle cooperative.

Qui devo concludere, Presidente e Signori del Collegio, perché della seconda categoria di obblighi, in particolare quelli di attuazione delle misure di sicurezza previste dal DPR 547 del ‘55 e dal DPR 303 del ‘56, in particolare quelli indicati nel capo di imputazione, parlerà la collega Marin. Finisco il mio intervento generale richiamando l’attenzione del Collegio a questa categoria, diciamo, di lavoratori deboli, non soltanto dei lavoratori delle cooperative, ma anche di tutti gli insaccatori, anche quelli che erano dipendenti Montedison ed Enichem, quella categoria che era stata così descritta da un teste, sempre il teste Zoccarato Ernesto con una dichiarazione che è agghiacciante. Il Pubblico Ministero gli domanda: "La ditta era la Montedison?", risposta: "Sì", il Pubblico Ministero: "Cioè nel senso che ad un certo punto quelli della ditta Montedison non andavano più e hanno preso quelli della cooperativa?", risposta: "Sono tutti morti, allora hanno messo loro". Pubblico Ministero: "Il significato che ho capito è che quelli della ditta ad un certo punto facevano questo lavoro di insaccamento, poi ha detto che poi sono tutti morti e hanno preso quelli delle cooperative, è così?", "Sì".

Chiudo l’intervento con le parti che assisto, cercherò di essere sintetico come ha chiesto il Presidente oggi. Io assisto innanzitutto i prossimi congiunti di Faggian Tullio, che è uno degli otto casi di angiosarcoma, cui ha fatto qualche cenno il Pubblico Ministero e anche l’avvocato Boscolo Rizzo. Sinteticamente, per quanto riguarda l’attività lavorativa il signor Faggian Tullio entra nella Montedison nel 1967, non ha rilevanti esposizioni pregresse ad epatotossici perché prima di entrare in Montedison ha fatto l’imbianchino; dalla scheda della Guardia di Finanza risulta che Faggian Tullio dal 1967 al 1985 ha svolto mansioni di autoclavista e al reparto essiccamento nei reparti CV14 e CV16, quindi quasi diciotto anni di esposizione, e che vi sia stata esposizione rilevante non lo contesta neppure la Difesa. Faggian Tullio entra nel processo una prima volta come parte offesa per epatopatia cronica e bronchite cronica, epatopatia che viene diagnostica nel ‘75 per un costante aumento delle gamma GT, che dai consulenti della Difesa Montedison viene addebitata all’uso di alcool. Verranno smentiti all’udienza del 12 giugno 2001 dal fratello convivente con il signor Faggian, Faggian Guido, che ha dichiarato che il consumo massimo di vino era di mezzo litro al giorno. La bronchite cronica viene legata dai consulenti Grandi e Carrer al fumo di sigaretta, come al solito, partecipa all’indagine Fulc in cui viene accertata una alterazione di funzione epatica di grado medio e viene previsto lo spostamento. Viene segnalato poi nell’83 e nell’84 per lo spostamento, ma verrà spostato soltanto nell’ottobre del 1985. Viene visitato dal dottor Bracci nel giugno del ‘99 e nell’ottobre del ‘99 decede. Viene fatta l’autopsia e viene diagnosticato un angiosarcoma epatico. La diagnosi di angiosarcoma non è contestata dai consulenti delle Difese. Entra quindi nel processo come angiosarcoma e si costituiscono, appunto, i prossimi congiunti che dopo indicheremo. All’udienza del 12 gennaio 2000 il professor Colombo e il professor Callea, che avevano cercato di disconoscere l’associazione tra l’epatopatia cronica e la patologia collegandola all’ingestione di alcolici... è sostanzialmente costretta a chiedere scusa e a riconoscere il ruolo professionale della patologia e quindi si conferma anche il fatto che la patologia precedente, cioè l’epatopatia cronica, era dovuta all’esposizione a CVM posto che, come ci è stato detto dai consulenti del Pubblico Ministero, spesso l’angiosarcoma sorge su una situazione già compromessa del fegato. Il ruolo causale quindi dell’esposizione a CVM è certo non solo perché vi è una elevata esposizione di quasi diciotto anni presso le autoclavi, nelle autoclavi, la durata dell’esposizione, il sufficiente tempo di latenza, ma anche perché è ammessa dalle controparti.

Quanto alla colpa non possiamo che riportarci alle risultanze documentali e testimoniali per quanto concerne l’attività degli autoclavisti, di queste ha parlato il Pubblico Ministero e ne parlerà l’avvocato Grillo. Vi è poi un poderoso dato documentale posto che nel 1976, come ho detto, viene segnalato per lo spostamento, nel 1983-1984 viene ancora segnalato dal medico di fabbrica e sollecitato il suo allontanamento, ma ciò nonostante rimane nelle autoclavi per altri due anni e poi viene esposto ad altre sostanze in altri impianti. Parti Civili, si sono costituiti due figli e sei fratelli, vi è agli atti il certificato storico di stato di famiglia. Una parola sola per il danno. Sono state provate documentalmente e testimonialmente, oltre naturalmente i sostenimento delle spese funerarie, anche le condizioni psicofisiche dei due figli del signor Faggian Tullio, sordomuti dalla nascita e che vivevano con il padre. Con il padre, quindi, hanno perso il loro principale sostegno all’handicap; in ciò si giustifica la richiesta del danno morale ed esistenziale nella misura massima prevista dalle tabelle del Tribunale.

Presidente, per quanto riguarda le conclusioni, io mi limiterei a leggere le conclusioni per Faggian Tullio e per gli altri indico soltanto gli elementi di variazione, cioè le persone eventuali e le cifre che vengono chieste, sia a titolo del risarcimento del danno sia a titolo di... Allora, per quanto riguarda i prossimi congiunti di Faggian Tullio - cioè Faggian Stefano, Faggian Alessandro, Faggian Guido, Faggian Luciano, Faggian Guerrino, Faggian Liliano, Faggian Elisa, Faggian Maria - si chiede che il Tribunale voglia accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati Cefis, Sebastiani, Gatti, Bartalini, Grandi, Porta, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Burrai, Belloni, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Smai, Zerbo, Pisani e Necci, in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannare gli imputati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. in persona dei loro rispettivi amministratori e legali rappresentanti al risarcimento a favore dei concludenti Parti Civili dei danni tutti patiti, patrimoniali e non patrimoniali e conseguenti reati che così si quantificano per ciascuna Parte Civile. I criteri sono quelli che ha indicato l’avvocato Burlinetto, dico solo qual è la somma finale: per Faggian Stefano, cioè figlio convivente, 321.716.000 e per Faggian Alessandro, figlio non convivente, 246.716.000, naturalmente entrambi oltre a rivalutazioni monetarie della data della morte sino alla data del deposito della sentenza e interessi sino all’effettivo saldo; Faggian Guido, fratello non convivente, 37.500.000 oltre a rivalutazioni monetarie alla data della morte sino alla data di deposito della sentenza e interessi sino all’effettivo saldo; Faggian Guerrino, fratello non convivente, medesima cifra, 37.500.000, oltre a rivalutazioni e interessi; Faggian Liliano, fratello non convivente, anche questo 37.500.000; Faggian Luciano, fratello non convivente, 37.500.000; Faggian Maria, sorella non convivente, 37.500.000; Faggian Elisa, sorella non convivente, 37.500.000; subordinare l’eventuale concessione alla sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle Parti Civili ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 del Codice Penale; dichiarare la condanna di cui al punto 2 precedente provvisoriamente esecutiva ricorrendo a giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540.

In caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati responsabili civili al risarcimento del danno da liquidare in separato atto ai sensi dell’articolo 539 del Codice di Procedura Penale, condannare in solido gli imputati responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege all’importo di cui questo Tribunale riterrà essere giunta la prova del danno, somma che si indica in lire 308.000.000 complessiva, di cui 100.000.000 per ciascuno dei due figli e 18.000.000 per ciascun fratello, e ciò sempre subordinando la concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale stessa.

In ogni caso condannare in solido fra loro gli imputati responsabili civili di cui sopra al pagamento ..(inc.) delle spese di costituzione e patrocinio di Parte Civile, come da nota che si depositerà. Per gli altri sarò molto più veloce, Presidente. Checchin Bruno; storia lavorativa molto breve, l’attività lavorativa che interessa questo processo è quella svolta dal 1975 al 1992 presso la Cooperativa Facchini Marghera, prima ha lavorato in varie aziende del settore vinicolo nelle quali non vi è contestazioni di esposizioni pregresse ad epatotossici o a polveri. La mansione svolta è quella di insaccatore al magazzino PVC con esposizione per oltre diciassette anni alla polvere di PVC, granuli e resina.

La prova è fornita dalla scheda della Guardia di Finanza e dalla deposizione del teste Tavella Bruno all’udienza del 23 febbraio 2001. La patologia entra come parte offesa nel processo per un carcinoma epidermoide del polmone, patologia tipica dell’insaccatore. Va però ricordato per completezza che nel 1986 viene colpito.., cioè in precedenza, il tumore, il carcinoma è del 1996; per completezza dicevo che nel 1986 viene colpito da un tumore epidermoide alla laringe. La medesima natura istologica crea il dubbio nei consulenti della Difesa che il carcinoma polmonare sia una metastasi del carcinoma alla laringe, dubbio posto dai consulenti della Difesa, ma che non regge in considerazione del fatto che vi è una distanza temporale tra il primo timore e il secondo di cinque anni. Quindi dubbio che esclude che il tumore al polmone possa essere una metastasi di quest’ultimo e quindi non sia un tumore premittivo; anzi, direi, la circostanza che sia stato colpito nel giro di cinque anni da due tumori, uno alla laringe e uno al polmone in un soggetto esposto a polveri di PVC conforta maggiormente il ruolo causale della polvere di PVC seppure, lo riconosciamo, in presenza di una concausa determinata dall’uso del fumo. La Difesa unicamente assume la non evidenza epidemiologica tra tumore al polmone e polveri di PVC, ma non contesta nel caso che vi sia stata una grossa esposizione alle polveri di PVC. Parti Civili si costituiscono la moglie convivente e i tre figli, di cui uno solo convivente. Vi è agli atti il certificato di stato di famiglia, le spese funerarie sono state provate documentalmente e testimonialmente. Per quanto riguarda la colpa, mi riporto a quanto ho detto e a quanto verrà detto per quanto concerne il trattamento degli insaccatori. Ricordo solo che il teste Tavella Bruno all’udienza del 25 febbraio 2001, come dicevo, esclude che Checchin usasse guanti e maschera, questo quanto meno sino al 1995, e questo perché non era imposto né dalla cooperativa né da Montedison ed Enichem. Il danno, a presenza di due carcinomi con due interventi di asportazione chirurgica, una convalescenza per quanto riguarda il secondo di quasi tre anni, mi pare che giustifichino la richiesta del danno biologico e del danno morale nella misura massima. Con riferimento poi alla vedova, alla signora Calzavara Annamaria, è stata prodotta da questa Difesa una relazione medica in data 19/04/2001 da cui risulta che la signora Calzavara Annamaria è stata affetta da una sindrome ansiosa depressiva immediatamente dopo la morte del marito Checchin Bruno, quindi anche sotto questo profilo chiedo che il danno sia quantificato nella misura massima. Per quanto riguarda le conclusioni, faccio due conclusioni perché si sono costituiti con due separati atti la signora Checchin Diana e poi con separato atto, posto che vi era una procura notarile per quanto riguarda la signora Checchin Diana, i signori Calzavara Annamaria vedova Checchin, Checchin Sonia e Checchin Luca, le persone contro cui concludono sono Cefis, Sebastiani, Gatti, Bartalini, Grandi, Porta, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Burrai, Belloni, Gritti, Smai, Zerbo, Pisani e Necci. Per quanto concerne le richieste i criteri sono i medesimi, Calzavara Annamaria chiede 351.027.200; Checchin Luca, figlio convivente, chiede 335.684.800; Checchin Sonia, figlia non convivente, chiede 260.684.800; Checchin Diana altrettanto. Quale provvisionale si chiedono 100.000.000 per ciascun figlio e 100.000.000 per la moglie vedova. Giacomello Ottavio, anche qui cerco di essere breve. Storia lavorativa, il signor Giacomello dopo dieci anni di lavoro in un calzaturificio entra nella Montedison nel 1972 e entra come lavoratore nel reparto di insaccamento PVC magazzino, come dipendente di cooperativa, e poi va al CV6 e poi negli altri reparti dove viene svolta l’attività di insacco. La scheda del Pubblico Ministero non è corretta, lo dico subito, perché prevede che abbia lavorato presso cooperativa solo un anno, dal ‘72 al ‘73, mentre dalla stessa deposizione del signor Giacomello Ottavio all’udienza del 10 maggio 2000 risulta che questo abbia svolto attività di insacco dal ‘72 al ‘75 al magazzino PVC e poi agli scarichi e agli insacchi negli altri reparti. Patologia: entra nel processo come parte offesa per un carcinoma squamoso alla laringe, anche questo associato alla polvere di PVC, che compare con ventisei anni di latenza, quindi una latenza adeguata; viene però riconosciuto dai consulenti del Pubblico Ministero un ruolo concausale del fumo di sigarette. Ci si riporta alla scheda sui tumori alla laringe e alle evidenze epidemiologiche previste nella scheda stessa.

Agli atti vi è una relazione medica confermata in udienza del dottor Bianco, medico legale, che conferma l’associazione tra l’esposizione lavorativa e il tumore alla laringe e accerta un danno biologico di invalidità permanente dell’80%. La Difesa si trincera dietro la mancanza di legge di copertura e di evidenza epidemiologica tra tumore della laringe e PVC, come sappiamo, e sottolinea il carattere saltuario dell’esposizione, carattere saltuario che alla luce del numero di anni nel quale il signor Giacomello ha svolto l’attività di insaccatore e del cosiddetto principio del bioaccumulo mi pare che non abbia rilevanza e non possa escludere, appunto, il nesso di causa. Il Giacomello poi ci ha descritto le condizioni nelle quali era costretto a lavorare e sul punto mi riporto a quanto dallo stesso testimoniato, che verrà illustrato dalla collega Marin. Tra l’altro si dice anche che non ha mai seguito corsi per la sicurezza e le visite non sono state mai effettuate. Quindi anche per Giacomello Ottavio concludo nei confronti degli imputati Cefis, Sebastiani, Gatti, Bartalini, Grandi, Porta, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Fedato, Gaiba, Fabbri, Smai, Pisani, Zerbo, Presotto, Burrai, Belloni, Gritti Bottacco e Necci. Naturalmente i responsabili civili sono gli stessi indicati per Faggian Tullio. Qui si tratta di una persona vivente, l’invalidità permanente è stata quantificata dal dottor Bianco nell’80%, la somma che viene richiesta è di 552.900.000, oltre naturalmente la rivalutazione monetaria dalla data della diagnosi sino alla data del deposito della sentenza e interessi fino all’effettivo saldo.

Per il resto le conclusioni sono identiche a quelle di Faggian, vi è la differenza unicamente con riferimento alla provvisionale che viene chiesta di 200.000.000. Cerco di essere breve, chiedo scusa, Presidente. Mainardi Paolo, storia lavorativa: entra in Montedison nel 1966 dopo vari lavori, per i quali non vi è contestazione di esposizione pregressa ad epatotossici o a eventuali polveri. Svolge per un mese l’operazione di insacco con le cooperative e svolge poi mansioni di trafilatore all’impianto PM366 e 73. L’attività di trafilatore nel reparto PM merita qualche cenno, così come è stata descritta dal teste Tedesco all’udienza del 10 maggio 2000. Il teste ci ha detto che l’operazione svolta dal trafilatore si distingueva in due momenti: il primo era quello in cui si caricavano, si aprivano i sacchi pieni di resina e di granuli e si vuotavano nella tramoggia, che era una specie di imbuto presente nella cosiddetta sala estrusione, sala che era al chiuso, priva di aperture di finestre; ci riferisce sempre il teste Tedesco all’udienza del 10 maggio 2000 che sopra la tramoggia non vi era cappa di aspirazione. Quindi vi sono state un’alta esposizione alla polvere di PVC e una inosservanza delle misure di cautela previste dalla legislazione posto che, dice sempre il teste Tedesco, non si operava con la maschera. Quindi ne deduciamo che il trafilatore era a continuo contatto con la polvere di PVC e con i granuli di PVC, di qui l’associazione con il tumore al polmone che ha colpito il signor Mainardi Paolo. La patologia entra nel processo per un tumore al polmone legato all’esposizione di polvere di PVC. Le Difese dicono che non vi è stata esposizione a CVM; ma certo che non vi è stata esposizione a CVM, anzi, c’è stata nella seconda parte dell’attività del trafilatore, ma vi è stata esposizione elevata alla polvere di PVC. Dobbiamo riconoscere l’azione sinergica del fumo di sigarette che può configurarsi concausa. Peraltro la teste Ross Graziella all’udienza del 12 maggio 2000 ha indicato che le sigarette che il signor Mainardi Paolo fumava erano al massimo quindici, non venticinque come ci dicono i consulenti delle Difese. Parti Civili si sono costituiti moglie e figlio conviventi, producendo certificato di stato di famiglia. Concludo anche per Mainardi.

Le persone nei cui confronti vengono prese conclusioni sono Cefis, Gatti, Bartalini, Grandi, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Sebastiani, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Belloni, Gritti e Necci; la somma che viene chiesta è per Ross Graziella 321.060.000; per Mainardi Fabrizio, figlio convivente, 321.060.000. Le uniche differenze rispetto a Faggian Tullio sono sempre la provvisionale che viene chiesta di 100.000.000 per la moglie e di 100.000.000 per il figlio. Se vogliamo fare una pausa, Presidente, o continuo? Finisco, perché poi avrei... Sono tre, ma molto...

 

Presidente: coraggio, finiamo la sua parte.

 

Avvocato Pozzan: Dal Corso Franco, storia lavorativa: il signor Dal Corso entra in Montedison nel 1970, dal ‘70 al ‘71 è operatore silos resina al magazzino PVC, dove quindi era soggetto a polveri di PVC con esposizione a CVM secondo Colosio da 550 PPM; dal ‘72 all’87 è operatore silos granulo con esposizione, secondo sempre le Difese, da 550 PPM fino al ‘75 e sotto i 5 PPM dopo tale data. In questa operazione, in questa mansione di operatore silos granulo era quindi soggetto al granulo di PVC. Il dottor Colosio si dimentica di ricordare però che contemporaneamente alla presenza all’interno del luogo dove agiva l’operatore silos granulo lo stesso rimaneva dalle tre alle cinque ore all’interno, e quindi esposto alla stessa sostanza, del reparto CV15; ciò è stato confermato dal teste Dalle Fratte Bruno all’udienza del 12 giugno 2000.

Quindi la sua esposizione non era soltanto al monomero intrappolato nel granulo, ma anche al monomero del reparto CV15, questo fino al 1987. Poi dal 1988 va dalla Trans per le Cooperative S.r.l., che subentra alla cooperativa Egeo nell’attività di insacco. Patologia: entra nel processo per una epatite cronica e fenomeno di Raynaud, tutte patologie associate a CVM. Le Difese contestano l’associabilità perché ritengono che l’esposizione era troppo bassa e la ritengono dovuta comunque all’abuso alcolico, ma l’affermazione che l’esposizione era troppo bassa è contraddetta dalla prova che abbiamo offerto che all’interno del reparto CV15 rimaneva dalle tre alle cinque ore, quindi soggetto a questa esposizione. Il signor Dal Corso Franco decede nel 1996 per cirrosi epatica come conseguenza della pregressa epatopatia cronica. Vi è stato sicuramente un uso elevato di alcolici che va considerato, come si dicono i consulenti del Pubblico Ministero, concausa nella produzione della cirrosi. La colpa, il teste Dalle Fratte Bruno ci ha descritto l’attività dell’operatore silos granuli, in particolare l’operazione di pulizia dell’incrostazione di resina. Quanto al CV15 ci riportiamo a quanto è emerso dal dibattimento. Si sono costituiti moglie e figlio conviventi ed è stato prodotto il certificato di stato di famiglia, nonché prova delle spese funerarie sostenute.

Per quanto riguarda Dal Corso concludo nei confronti di Cefis, Gatti, Bartalini, Grandi, Lupo, Darminio, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Sebastiani, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Belloni, Gritti Bottacco e Necci, contro Montedison, Enichem, Eni e Montefibre; la cifra richiesta per Furlan Maria Luisa, coniuge convivente, è di 353.540.000; per Dal Corso Paolo, figlio convivente, è 353.540.000. La provvisionale è di 100.000.000 per ciascuno.

Le ultime due persone fisiche... Tolomio Silvano, questa persona fa parte delle persone che sono costituite Parte Civile sin dall’udienza preliminare. La posizione del signor Tolomio mi sta come difensore particolarmente a cuore perché... E’ paradossale: il difensore con il quale si era costituito Parte Civile ha rinunciato al mandato qualche giorno prima dell’udienza e quindi quando erano già scaduti, anzi, qualche giorno prima della scadenza del termine per il deposito delle liste testimoni dei consulenti testi e dei consulenti tecnici. Chi vi parla è subentrato successivamente, quindi non ha potuto indicare i propri testi, soprattutto i propri consulenti. Per quanto riguarda la carriera lavorativa, il signor Tolomio ha una carriera lavorativa abbastanza articolata in reparti speciali, diciamo. Ha iniziato a lavorare alla Montedison dal ‘61 al ‘72, è stato adibito alle mansioni di trafilatore al reparto PM, quello che abbiamo già descritto a proposito di Mainardi Paolo. E’ rilevante la seconda fase dell’attività del trafilatore, nella quale il trafilatore veniva sottoposto a rilevanti produzioni di gas da CVM. Sull’attività svolta nel reparto PM non posso che riportarmi al teste Tedesco che abbiamo già detto. Dopo il reparto PM, dal ‘72 fino al ‘76 viene spostato nel reparto pilota, Lab. Questo reparto è stato chiuso nel 1996, come ci ha ricordato il Pubblico Ministero, per ordine della Provincia perché era privo di autorizzazioni. Ci è stato descritto dal teste Garatto Mario all’udienza del 12 maggio 2001 come un piccolo impianto di produzione di PVC con alta esposizione a CVM, era privo di gascromatografo che è stato inserito nell’84, quindi quando il signor Tolomio era stato trasferito. Il dottor Colosio all’udienza del 12 marzo 1999 ci dice che nel reparto pilota vi era una esposizione tra i 200 e i 550 PPM, quindi anche qui una esposizione elevatissima al CVM; dal ‘77 all’88 va al laboratorio e anche qui vi è esposizione. La patologia: il Tolomio entra nel processo per una epatopatia che è stata diagnosticata nel 1975 e che si è trasformata poi in cirrosi epatica. Il punto centrale sotto il profilo medico che è valorizzato dalla Difesa è che nel 1968 gli vengono fatti gli esami che trovano gli enzimi Got al valore 950 e Gpt al valore 2000, valori che fanno desumere l’esistenza di una patologia di tipo virale. Patologia di tipo virale che poi peraltro verrà confermata negli esami a cui viene sottoposto dai medici del Pubblico Ministero. Negli anni ‘70 e ‘72 viene ricoverato più volte per epatite virale e quindi le Difese concludono che questa cirrosi epatica è provocata dal virus C. Non vengono però valutate dai consulenti della Difesa le conseguenze che ha avuto l’esposizione del signor Tolomio, malato di epatite virale di tipo C, ad un epatotossico così forte com’è il CVM. Tant’è che il dottor Bai all’udienza del 30 novembre 1999 alla luce di tale considerazione, cioè di questa esposizione di un soggetto malato di epatite virale, viene a concludere osservando che l’epatite va iscritta al virus C e si è evoluta in cirrosi ovviamente per concausa CVM. E’ questa la conclusione che faccio mia, quindi anche per quanto concerne Tolomio concludo nei confronti di Cefis, Gatti, Bartalini, Grandi, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Sebastiani, Fedato, Gaiba, Fabbri, Presotto, Belloni, Gritti Bottacco e Necci; la somma che viene chiesta per il signor Tolomio è di 215.100.000; le conclusioni sono identiche anche delle altre parti per le quali ho già parlato; la provvisionale viene chiesta di 100.000.000. Si fa riferimento a 215.000.000 sempre come somma capitale.

Infine l’ultimo, Marin Renzo. Il signor Marin Renzo è, anche questa, è una delle persone che si sono costituite Parti Civili sin dalla prima udienza. Ha svolto attività lavorativa al CV8 dal ‘70 al ‘73 come operatore di impianto, dopo è stato trasferito dal ‘73 al ‘75 al CV6 come autoclavista in epoca in cui vi era un’altissima esposizione al CVM. Il signor Marin Renzo ci ha descritto esattamente qual era la situazione al CV6 in quel periodo, tant’è che il signor Marin Renzo, come lui stesso ha riferito, ad un certo punto si è rifiutato di entrare nelle autoclavi e ha costretto la dirigenza a spostarlo di reparto. Entra nel processo per una epatopatia da CVM, i consulenti della Difesa dicono che non vi è una completa epatopatia, cioè una cronicità epatica - questo il dottor Colosio - e le alterazioni sono da attribuirsi alle sostanze alcoliche ingerite. Il dottor Miedico, consulente del Pubblico Ministero, lo visita il 22 marzo ‘99 e verifica che vi è un fegato ingrossato che deborda di 3 centimetri dal largo costale, ci dice che l’assenza di una cronicità epatica è sconfessata dalla biopsia epatica fatta nel 1996 da cui risulta una disomogeneità ecostrutturale, mentre dalla cartella clinica del 1998 risultano una steatosi epatica e una epatopatia cronica. Il dottor Miedico conferma la diagnosi di epatopatia cronica da esposizione professionale al PVC. La steatosi epatica da alcool affermata dalla Difesa viene sconfessata dal Merin nell’udienza che abbiamo detto, 12 maggio 2000, che ha sotto giuramento testimoniato di aver bevuto al massimo due bicchieri a pasto e di non aver mai fumato. Quindi concludo anche per il signor Marin Renzo, per quanto riguarda le persone sono Cefis, Sebastiani, Gatti, Bartalini, Grandi, Porta, Lupo, Darminio Monforte, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichenback, Fedato, Gaiba, Fabbri, Smai, Pisani, Zerbo, Presotto, Burrai, Belloni, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, i responsabili civili sono gli stessi; la somma che viene richiesta a titolo di capitale è 49.640.000. La provvisionale che viene richiesta è di 25.000.000. Avrei ancora, Presidente, da fare il WWF, lo facciamo... Se vuole io posso parlarne...

 

Presidente: che tematiche deve introdurre? Di tutt’altro genere mi sa.

 

Avvocato Pozzan: sì, tutt’altro genere. Se vuole rinvio...

 

Presidente: la facciamo in una giornata in cui si discute delle tematiche ambientali, eventualmente adotterà le sue conclusioni...

 

Avvocato Pozzan: sì, grazie. Ho concluso.

 

Presidente: facciamo una sosta.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA

 

Presidente: va bene, accomodatevi. La parola all’avvocato Marin.

 

AVVOCATO MARIN

 

Avvocato Marin: il mio intervento sarà di esclusiva integrazione a quanto già discusso dal collega Pozzan. Le tesi difensive che abbiamo già sentito anticipare nel corso di questo dibattimento credo che possano essere grosso modo così riassunte, in particolare per quanto riguarda la materia di interesse per i lavoratori delle cooperative e i lavoratori dell’insacco. Non c’era una legge chiara che tenesse l’impresa a dei comportamenti specifici nei confronti dei lavoratori, non c’era una conoscenza chiara della nocività del CVM e in particolare delle polveri di PVC. Il fumo di sigaretta come elemento da solo di giustificazione per le patologie polmonari e all’apparato respiratorio, la non nocività delle polveri di PVC perché il PVC sarebbe inerte o perché sarebbe di dimensioni troppo grosse, la sottoesposizione dei lavoratori delle cooperative o perché impiegati a turnazione in diversi reparti dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera o perché esposti, adibiti alle mansioni di insaccatori per un tempo ridotto complessivamente in termini quantitativi, infine la pretesa dell’impresa di aver adoperato buona diligenza nell’amministrazione anche dei reparti di insacco e comunque di aver operato nel migliore dei modi in mancanza di alternative produttive; se queste sono le tesi difensive che in qualche modo mi è sembrato di cogliere nell’istruttoria dibattimentale che fino ad oggi si è sviluppata, io vorrei passare in rapida rassegna proprio gli elementi caratterizzanti di questa istruttoria, soprattutto sotto il profilo della prova orale, per arrivare alla conclusione che spero il Tribunale vorrà con me condividere che l’istruttoria dibattimentale porta a smentire partitamente ciascuna di queste tesi difensive che così brevemente ho riassunto.

Ciò premesso, voglio dire che in questo processo il profilo tecnico scientifico è stato all’evidenza elevatissimo e al di fuori della mia capacità di argomentare, ma io credo che altrettanta importanza abbiano assunto in questo processo le testimonianze degli operai sulle condizioni di lavoro vissute nello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera, operai a cui questo processo ha già saputo dare ascolto, visibilità e dignità e i cui racconti appaiono da soli capaci di ricostruire con estrema chiarezza e inoppugnabilità le contestazioni di cui al capo 1 dell’imputazione. Testimonianze a mio avviso assolutamente importanti per la vicenda delle cooperative d’appalto che ha scritto una delle pagine più nere della storia dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera perché in particolare questa pagina nella volontà di chi pur sapendo non ha di conseguenza provveduto non avrebbe dovuto neppure rimanere scritta e che invece questo processo ci aiuta a far rimanere scritta nella memoria collettiva di questa città.

Le testimonianze che io passerò in rassegna provengono sia dai soci delle cosiddette Carovane Facchin sia dai dipendenti Montedison ed Enichem addetti ai reparti ove le cooperative prestavano attività e che con i lavoratori delle cooperative hanno lavorato a stretto contatto per anni e anni, sono testi introdotti sia dalla Accusa Pubblica che dalla accusa privata, ma anche testi introdotti dalle Difese di ambo le parti Montedison ed Enichem e sono infine esponenti medici che hanno operato sul campo, in particolare mi riferisco a medici che hanno operato nel servizio di medicina del lavoro di Marghera; nessuno di questi testi consente di dare al vissuto dell’attività lavorativa degli addetti alle cooperative una visione in qualche modo compatibile con la dignità del lavoro, ma tutti assieme descrivono sempre un pesantissimo vissuto. Va premesso poi che i dipendenti delle cooperative prestavano la propria attività di insacco carico e scarico secondo la classica turnistica oraria sulle 24 ore, ovvero come cosiddetti giornalieri nei vari reparti dello stabilimento Petrolchimico e in particolare presso il CV7, altrimenti noto come magazzino PVC, il CV6, il CV5, 14, 15 e 24. Il capo di imputazione indica molteplici obblighi desumibili in particolare dai DPR 547 del ‘55 e 303 del ‘56, palesemente e reiteratamente violati nel tempo con riguardo agli addetti alle cooperative e riportate appunto nel lungo elenco del capo di imputazione. Io ritengo che ogni violazione tra quelle elencate in questo lunghissimo capo di imputazione, che è il numero 1, dal Pubblico Ministero abbiano trovato in questo processo, in quest’aula un preciso riscontro in una pluralità di testimonianze che spaziano trasversalmente negli anni, nei reparti, nei diversi ruoli professionali e quindi nelle responsabilità degli imputati e dei responsabili civili che sono stati chiamati a rispondere davanti a questo Tribunale. Allora una prima considerazione preliminare già a mio avviso si impone ed è la seguente: negli anni che questo processo sta prendendo in esame la normativa statale in materia di igiene del lavoro e di infortuni sul lavoro già da un ventennio prevedeva precisi obblighi per gli imprenditori indicando dettagliatamente le cautele e i mezzi da adottare. In particolare con riguardo alla materia dell’insacco e degli addetti alle cooperative, posto quanto detto nell’intervento precedente sotto il profilo dell’inquadramento normativo di quei lavoratori, abbiamo nel DPR 547 del ‘55 un articolo 377 che parla dei mezzi personali di protezione, abbiamo un articolo 383 che parla di protezione alle mani, abbiamo un articolo 387 che parla delle maschere respiratorie e siamo nel 1955; abbiamo nel DPR 303 del ‘56 un articolo 4 sugli obblighi dei datori di lavoro, dirigenti e preposti, un articolo 20 sulla difesa dell’aria dagli inquinamenti con prodotti nocivi, un articolo 21 sulla difesa contro le polveri. Ho citato solo i più importanti richiamati nel capo di imputazione. Allora io dico: gli imputati e le società oggi sotto accusa non potranno perciò invocare a propria difesa né ritardi del legislatore né vuoti legislativi né la mancata conoscenza della nocività specifica di CVM e PVC. Le leggi c’erano già all’epoca in cui questo processo inizia a esistere - ripeto, da vent’anni - e la loro doverosa applicazione avrebbe costituito un sicuro deterrente a quella proliferazione di malattie dell’apparato respiratorio, laringe, polmoni, che tante vittime ha mietuto tra gli insaccatori e i lavoratori delle cooperative, dipendenti Montedison ed Enichem o soci, appunto, di cooperative e ciò a prescindere dalla conoscenza o meno della nocività di PVC e CVM, a prescindere dall’avvento del DPR 962 dell’82, pure contestato nel capo di imputazione, di attuazione della direttiva CEE per la protezione sanitaria specifica dei lavoratori esposti a CVM, che poi ha rafforzato il quadro normativo previgente già definito dai DPR del ‘55 e del ‘56. E perché dico a prescindere? Ma è evidente secondo me, perché l’enorme produzione di polveri nel ciclo di polimerizzazione, in particolare nell’emulsione, come il Tribunale ha ben imparato a conoscere, era da sempre sotto gli occhi di tutti e quindi a prescindere da ogni considerazione circa il contenuto delle polveri di PVC, che semmai potrà essere argomento di approfondimento ulteriore, comunque c’erano delle legislazioni fin dalla metà degli anni 50 che imponevano agli imprenditori regole ben precise per la tutela dei lavoratori esposti a polveri e il PVC emulsione è polvere sotto gli occhi di tutti da vent’anni, prima che iniziasse il periodo di riferimento di questo processo. Infatti quello delle polveri è uno dei racconti che ritorna in tutti i testi assunti a dibattimento, comprese le vedove dei lavoratori deceduti. E’ il ricordo più forte e immediato che questo Tribunale e tutti noi che abbiamo vissuto questo processo in quest’aula possiamo avere per fotografare la realtà quotidiana delle condizioni di lavoro per decenni vissuti dagli addetti all’insacco. La gran mole di polvere nell’ambiente di lavoro sugli abiti, sulla pelle, tra i capelli, ovunque, otto ore su otto, o dodici perché abbiamo sentito che, a proposito di sottoesposizione oraria, se c’erano turni da coprire rimanevano anche dodici ore, ne hanno parlato davvero in tanti, sicché è impossibile a mio avviso aver partecipato a questo processo e non avere negli occhi quell’immagine di nuvole di polvere bianca di PVC che ci hanno raccontato tutti i testi. Io non vi voglio riferire le testimonianze, però me le sono appuntate solo per dare giustificazione a quanto ho detto in esordio, vale a dire che sono una pluralità e che spaziano trasversalmente negli anni, nei reparti, nei diversi ruoli professionali e nelle responsabilità degli imputati e dei responsabili civili di questo processo, perché abbiamo un capo reparto - Corò Dino, udienza 18/04/2000 - che era stato capo reparto nel CV14 e 16 e che riferisce la polverosità in quel reparto CV6 non solo negli anni 60 quando si insaccava con sacchi a bocca aperta, sicché specialmente nella zona dell’essiccamento gli operai erano completamente bianchi perché le particelle erano talmente sottili che sembravano talco, ma anche poi nel reparto CV14 e 16 dove vi era da metà degli anni 60 l’insaccatrice automatica che non ha cambiato le condizioni di lavoro e non ha cambiato le condizioni di polverosità, ci dice questo teste, e senza modifiche delle condizioni di lavoro finché Corò Dino rimase capo reparto, cioè fino al 1976. In particolare descrive le condizioni in cui si operava negli ultimi tempi nel CV14 e 16 dicendo che la polvere oltre tutto non si presentava solo nell’insacco per dire l’intensità e l’estensione di questo fenomeno perché il prodotto proveniva dallo scatto dei vagli e dei setacci, faceva un polverone che si estendeva anche alle zone circostanti, che evidentemente quindi non avevano protezione rispetto alla possibilità di estensione di questa polvere e oltre tutto poiché il prodotto era ottimo bisognava recuperarlo manualmente e nessun sistema di recupero polveri automatico degno di tale nome, degno quindi di isolare l’operaio dal contatto diretto con la polvere è stato in quell’epoca introdotto. Quel capo reparto ci dice che gli operai operavano con suo personalissimo permesso personale, permesso sociale, non erano indicazioni dell’azienda di allontanarsi venti minuti prima della fine dell’orario di lavoro per farsi la doccia perché erano tutti bianchi di polveri di PVC. Diremo il buon cuore di un capo reparto. Altri testi, Pezzato Maurizio dall’80 all’86 al CV6 emulsione, dall’89 al CV24 sospensione; anch’egli conferma la presenza pressoché costante di polveri malgrado la presenza di bocchette di aspirazione, situazione perdurata per quanto a sua diretta conoscenza al CV6 fino al maggio 1986. Ancora Zoccarato Ernesto, udienza 9 maggio 2000, dipendente della Cooperativa Facchin Marghera dal ‘74 all’89 presso i reparti CV6, CV24 e magazzino PVC; dice: "E’ vero, ad un certo punto sono stati messi gli aspiratori, tiravano, ma la polvere nell’aria era sempre troppa e poi c’era il fenomeno famoso della rottura dei sacchi che non era un evento eccezionale, bensì quotidiano" e che addirittura quantifica nella misura di quattro o cinque sacchi che abbiamo imparato essere stati di 25 chilogrammi ciascuno di polvere di PVC emulsione, che nel turno di otto ore potevano esplodere o scoppiare, che dir si voglia, disperdendo quindi il loro contenuto nell’aria circostante e praticamente investendo quasi come una esplosione, è evidente da subito, gli operai addetti all’insacco. Le cose - dice Zoccarato - sarebbero migliorate solo cinque o sei anni prima del suo pensionamento che risale all’89. Udienza 5 ottobre 2000, De Gatto Mauro, anch’egli dipendente della Cooperativa Facchin Marghera e ora attuale Presidente della cooperativa che alla precedente è subentrata, Cooperativa Funzioni Multiple. Lo stesso conferma Giacomello Ottavio all’udienza 10 maggio 2000, socio della Cooperativa Facchin Marghera, poi CFM, dal ‘76 all’80. Lo stesso Bortolato Danilo, udienza 10 maggio 2000, Cooperativa Facchin Tessera dal ‘68 al ‘74, poi ha sospeso e ha lavorato per un po’ i campi, era meglio probabilmente per la sua salute se rimaneva lì, dall’87 alla data della testimonianza ha ripreso a lavorare in cooperativa e dice che c’era tanta polvere, c’era una dispersione di 50 chili su otto ore presso il magazzino PVC per i famosi sacchi rotti. Questo quantitativo casualmente, sia in termini di frequenza della rottura dei sacchi sia in termini di quantitativo complessivo che poi doveva essere manualmente recuperato dagli addetti, ritorna con precisione numerica nelle testimonianze di molti. Poi ancora Carraro Giannino dal ‘66 all’89 autoclavista al CV6, ma a contatto anche con chi lavorava all’insaccamento del prodotto in quel reparto, all’udienza del 10 maggio 2000. Ancora Garatto Mario all’udienza del 12 maggio 2000; ancora Mazzolin Luciano all’udienza del 15 maggio 2000, che dice che nel magazzino PVC in cui si era recato per raccogliere dati per il suo lavoro per conto dell’azienda ha potuto constatare le condizioni di lavoro e nella sezione di insaccamento quanto meno fino all’85 la situazione di polverosità era pesante. Ancora Gasparini Danilo - e passiamo adesso invece ai testi della Difesa degli imputati - addetto al reparto CV6 dal ‘67 all’89, che ha riferito all’udienza del 14 giugno 2000. Qui devo introdurre un costante riferimento alle testimonianze dei testi introdotti dalla Difesa che ne mette in luce la fragilità e la poca attendibilità ai fini del processo. Il buon Gasparini, che è stato assunto nel ‘67: "Per carità, la polverosità all’insacco c’era solo negli anni ‘60-’65", e lui l’ha saputo per sentito dire; poi riferisce di rotture del tutto accidentali di sacchi e delle cappe di aspirazione - dal ‘67 all’89 sono ventidue anni - malfuzionanti al massimo per un giorno, neanche un elettrodomestico di casa si rompe in ventidue anni solo una volta. Il signor Gasparini Danilo ha visto delle cose davvero eccezionali. Rossetti Renato all’udienza del 16 giugno 2000, capo reparto al CV6 e poi CV24 dal ‘70 al ‘92 e qui dovrà dire qualcosa di più; riconosce polverosità solo fino a che l’insacco è avvenuto all’interno del reparto CV6 prima dello spostamento nei silos esterni collocati, come abbiamo imparato, a 100 metri dal reparto. Allora per chi ha vissuto questo processo è possibile pensare che basti una simile distanza a neutralizzare la nocività di queste sostanze? Forse ci siamo dimenticati degli effetti sulla popolazione al centro di tanti studi e adesso anche di una indagine epidemiologica della Provincia di Venezia, prima in Italia, e io lo considero un buon risultato anche di questo processo, permettetemi di dirlo, proprio sugli effetti della popolazione della nostra Provincia dalle note ricadute delle emissioni dello stabilimento Petrolchimico e questo Rossetti ci viene a dire che bastano 100 metri, ci spostiamo, va tutto a posto. Conferma comunque, questo a dire che anche i testi introdotti dalla Difesa degli imputati non possono negare circostanze affermate dai testi dell’Accusa, conferma che talvolta si dovevano rabboccare manualmente i sacchi, anche se assicura ovviamente che la cappa aspiratrice depolverizzava completamente l’ambiente.

D’altra parte insiste che era tutto all’aperto e quindi anche la polvere non c’era se non per accidentalità. Così come accidentali anche per lui sarebbero state le rotture dei sacchi, ma poi chiamato a precisarne la frequenza si astiene dal rispondere alla domanda. Solo per lui è addirittura impossibile che del monomero rimanesse all’interno del PVC essiccato perché veniva espulso prima o in fase di essiccamento. Allora voi sapete benissimo che nessun consulente tecnico è arrivato a tanto. E’ evidente in questa risposta l’adesione totale al pensiero di Enichem e l’incapacità di questo teste di essere un riferimento obiettivo non solo per questo processo, ma - mi preme dirlo in quanto capo reparto - neppure per gli addetti al reparto di cui sarebbe stato responsabile. E comunque non può negare neppure il teste Rossetti, pur così ben intellettualmente inquadrato, che a fine turno per la rottura di sacchi potevano esserci anche 50 chilogrammi di polvere di PVC, quindi questo dato numerico ritorna anche nella sua testimonianza. All’udienza dell’11 luglio 2000 abbiamo poi il teste Caldon Adriano, il quale appare addirittura sfacciato nell’affermare di non aver mai sentito parlare di problemi causati alla salute degli operai dalle polveri di PVC né di averli mai visti a fine turno con le tute imbiancate, chissà dove era. Allora io credo che a fronte della specificità di tutte queste e altre prove orali, riscontrata l’impossibilità per gli stessi consulenti tecnici degli imputati di negare per la competenza Montedison prima la presenza di una esposizione non inferiore a 50 PPM quanto meno fino al 1975 e genericamente sotto i 5 PPM dopo tale data, per la competenza Enichem clamoroso è addirittura che i rilievi in una zona così a rischio come l’impianto CV7, magazzino PVC, siano iniziati solo nel 1987, attestandosi quindi questi consulenti, i consulenti di questa parte, con altrettanta genericità e approssimazione sotto la soglia di 1 PPM.

Altri difensori di Parte Civile, così come ha fatto il signor Pubblico Ministero, riferiranno degli accertamenti sui valori di concentrazione delle sostanze obiettivamente riscontrati nella storia di otto anni di questo processo. Nessun teste poi la Difesa degli imputati ha potuto introdurre con riguardo al CV7, non si sono neanche sentiti di smentire testimonialmente la situazione più grave, cioè proprio quella del magazzino PVC. Per chiudere sull’argomento polveri che è sicuramente il più grosso come riferimento testimoniale, per il quale richiamo l’articolo 21 del DPR 303/56 come obbligo specifico, voglio leggere un’ultima testimonianza diretta e riassuntiva datata ottobre 1985 a proposito del protrarsi nel tempo della situazione. E’ un documento di questo processo, anche se io lo leggo in un libro, è la segnalazione di Gabriele Bortolozzo al dottor Clini, ottobre 1985, servizio prevenzione e igiene medicina del lavoro, e dice: "All’impianto insaccamento del reparto CV6 sono avvenuti e accadono in un crescendo continuo fatti che devono venire presi in considerazione: casi mortali per tumori, tumori alla gola con conseguenti gravi mutilazioni per i colpiti in seguito ad operazioni chirurgiche. Ad alcuni lavoratori è stata riconosciuta la malattia professionale. Al reparto CV6 e al relativo impianto insaccamento si manipola il cloruro di vinile PCV. Gli addetti all’insaccamento operano in condizioni di estremo disagio venendo a continuo contatto con il PCV. La lavorazione di tale prodotto è di estrema pericolosità essendo molto volatile, proveniente dalla polimerizzazione in emulsione, che dà PVC dalla finissima granulometria. Questo PVC viene insaccato in sacchi di carta soggetti a rompersi. L’apposita insaccatrice è fonte di continue perdite di PVC. Altro PVC finisce nell’ambiente con la manipolazione dei sacchi pieni del prodotto e dalle pulizie varie.

Tutto ciò comporta un ambiente di lavoro fortemente inquinato con gravi danni alla salute dei lavoratori", ottobre 1985. E’ un argomento forte di denuncia per quanto riguarda la posizione degli addetti alle cooperative quello più volte ribadito relativo all’esclusione delle zone di insacco dalle zone sorvegliate e questo per prescrizione dell’impresa, quindi non solo non c’era il rispetto delle prescrizioni normative esistenti, ma addirittura ne producevano, ne coniavano, se ne inventavano per escludere gli addetti all’insacco come zona sorvegliata. I documenti sono già stati citati dal Pubblico Ministero, dall’avvocato Pozzan, uno Montepolimeri 2 marzo ‘82 e un altro sempre dell’83, sottoposto al dottor Luigi Pozzoli in sede di controesame del P.M. all’udienza del 09/11/99, che confermava - l’ingegner Pozzoli è un consulente tecnico per Montedison - che non erano sottoposti a controllo essiccamenti, sale quadri, insaccamenti, sprovvisti di tutela. In un paio di testimonianze ritorna la conferma di questo, se ce ne fosse bisogno le indico per dare l’idea del periodo di riferimento: teste Pezzato Maurizio, udienza 19/04/2000, dall’80 all’86 al CV6, ‘86-’89 CV24; Cavaro Giannino, udienza 10 maggio 2000, autoclavista CV6 dal ‘66 all’89; lo stesso Gasparini Danilo, di cui abbiamo parlato prima, riconosce che il magazzino CV7 non era zona sorvegliata con gascromatografi o altri strumenti di controllo ambientale.

Altro quindi che le misure di sicurezza necessarie per tutte le fasi del ciclo produttivo e per tutti gli ambienti di lavoro come previsto in particolare dagli articoli 20 e 21 del DPR 303/56 che, è buona memoria ricordarlo, rispettivamente prescrivono l’articolo 20 l’aspirazione e l’eliminazione di gas e polveri immediatamente vicino al luogo di produzione da ottenersi in particolare tramite una attrezzatura di lavoro che deve essere munita di appropriati dispositivi di ritenuta ovvero di estrazione vicino alla fonte corrispondente a tali pericoli; l’articolo 21 per la difesa contro le polveri e, testualmente, "di adottare provvedimenti atti ad impedirne o a ridurne per quanto è possibile lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro, tenendo conto della natura delle polveri e della loro concentrazione nell’atmosfera, di adottare apparecchi chiusi ovvero muniti di sistemi di aspirazione e di raccolta delle polveri atti ad impedirne la dispersione" e altro ancora. Questo lo dice il dice il legislatore nel ‘56, nell’82 - ’83 ancora l’azienda scrive nei propri documenti che quelle zone vanno escluse. Sull’argomento dell’informazione è ampiamente intervenuto l’avvocato Pozzan, mi limito a dire che anche qui c’è un riscontro testimoniale trasversale nel tempo e nei ruoli. Udienza 19/04/2000, Battaggia Andrea, dipendente socio Cofama e poi Egeo dal ‘70 all’82 - ’83, il quale riferisce che si sapeva benissimo che la polvere in sé fa male, ma comunque non erano tutelati neanche come polvere, nessuno li avrebbe poi informati del tipo di nocività specifica a cui erano soggetti. All’udienza 19/04/2000 Pezzato Maurizio precisa che ha lavorato dall’80 all’86 al CV6 emulsione, dall’86 all’89 al CV24 sospensione, che secondo le schede di sicurezza fornite dall’azienda il PVC era considerata una polvere inerte.

All’udienza del 19 aprile 2000 Barin Antonio dice che i corsi riguardavano solo le cooperative. All’udienza del 9 maggio 2000 Zoccarato Ernesto - non citerei più i periodi di riferimento perché sono più o meno sempre gli stessi testi che si ripetono - dice che nella bacheca della cooperativa, in azienda, vi erano solo istruzioni in caso di allarme per l’uso delle maschere di sicurezza e comunque solo in caso di allarme. Carraro Giannino dice un’altra cosa importante, ha lavorato in CV6 dal ‘66 all’89 e ci dice il 10 maggio 2000 che "dopo i passaggi di proprietà non abbiamo avuto nuove direttive per la sicurezza". Infine il solito Gasparini Danilo che dice di essersi prodigato a fornire informazioni personalmente ai lavoratori delle cooperative, e anche qui sembra il buon capo reparto, senza però nessun riferimento specifico ad una direttiva dell’impresa che è quella che questo processo contesta essere sempre mancata e oltre tutto entrando in contraddizione con le sue precedenti affermazioni in cui diceva che il PVC era inerte, che comunque non ce n’era, che quindi era tutto a posto, quindi non si capisce che creda al fatto che il PVC è inerte o se, non credendoci e avendo un po’ di coscienza, abbia comunque consigliato agli addetti alle cooperative di sottrarsi all’esposizione di CVM. Capitolo misure sanitarie.

E’ noto a questo processo che gli addetti alle cooperative, salvo qualche rara eccezione, sono i grandi esclusi dall’indagine Fulc medicina del lavoro del 1975 - ’77, risultano esclusi dalla periodicità dei controlli normativamente previsti per gli addetti a produzioni nocive, ogni tre mesi. Nella migliore delle ipotesi pagavano di tasca propria le visite mediche e ciò fino a tempi avanzati, tant’è vero che il dottor Clini all’udienza dell’11/04/2000 nella nota testimonianza più volte ricordata ha riferito al Tribunale di una lettera che come servizio di medicina del lavoro fu inviata a Montepolimeri e Riveda oltre che alla Cooperativa Facchin Marghera nel maggio 1984, quando ancora le condizioni di sicurezza e protezione per il personale addetto delle cooperative erano considerate a rischio perché i nominativi dei soci delle cooperative non erano mai stati comunicati - neanche i nominativi - al servizio di medicina del lavoro. E Clini chiede in quella lettera: "Vogliamo sapere quali sono le zone sorvegliate". Chissà se l’azienda gli ha risposto inviandogli i documenti in cui avevano deciso di escludere la sorveglianza proprio in quelle zone. E poi abbiamo un paio di testimonianze significative sull’argomento che sono quelle di Zoccarato Ernesto, il quale significativamente ci dice che non ha mai ricevuto informazioni circa la previsione normativa che rendeva obbligatoria una visita medica ogni tre mesi e che addirittura la doccia, se voleva farsela a fine turno, doveva arrivare alla sede della cooperativa, neanche la doccia gli faceva fare l’impresa. De Gatto Mauro, nessuna visita medica periodica da parte del servizio sanitario aziendale, mi risulta, nei confronti delle cooperative. Idem Giacomello Ottavio che dice però: "Dall’84 le visite sanitarie furono effettuate dai soci a proprie spese". E allora io credo che, per chiudere questo capitolo, quanto riferito da questi testi, unitamente agli accertamenti documentali e testimoniali citati con riguardo alla mancata ufficializzazione ai lavoratori delle cooperative della pericolosità di CVM e PVC integra pienamente la contestazione di aver creato organizzato e mantenuto all’interno dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera, un servizio sanitario del tutto insufficiente rispetto alle necessità di prevenzione e di controllo della situazione generale e in particolare dei dipendenti delle cooperative che entravano in contatto con CVM e PVC e questo perché appunto abbiamo visto, i soci delle cooperative, dalle misure sanitarie, sono sempre stati i grandi esclusi. Capitolo mezzi di protezione e maschere. Abbiamo visto che già la normativa del ‘56 prevedeva due articoli in proposito, però tutti i testi che abbiamo sentito hanno specificato guanti, maschere, si doveva procurare da se stessi, Battaggia Andrea. Pezzato Maurizio ci dice che i dipendenti delle cooperative non lavoravano con maschera protettiva. Zoccarato Ernesto dice che ad un certo punto, si sono messi una mascherina di quelle piccole, di quelle di tela che però era sempre da pulire, perché ogni volta che scoppiava un sacco, ne scoppiavano quattro, cinque, arriva a dire dieci, ad ogni turno di otto ore: "Si attaccava a quella mascherina non so quanta polvere, non respiravamo più, dovevamo rimuovere per pulirla" e quindi nel frattempo probabilmente respiravano il tutto. Degatto Mauro: "Quando ho saputo che il prodotto era pericoloso, chiedevo io la maschera, che mi veniva fornita, di carta più guanti per la protezione". Giacomello Ottavio: "Qualcuno adoperava la mascherina, non c’era nessun obbligo e il controllore dipendente Montedison che ci dava giornalmente l’ordine dei lavori, non ce l’ha mai indicato, veniva a controllare il tonnellaggio del prodotto ogni fine turno". All’udienza del 10.05.2000, Bortolato Danilo riferisce esattamente le stesse cose e anche qui abbiamo una domanda posta a Gasparini Danilo il quale precisa: "La maschera la usavamo e non la usavamo" e allora, sempre nell’ambiguità di questo teste che non si capisce se riconosce o meno la nocività, se è vero che c’era polvere avrebbero dovuto sempre usarla, ma se non era vero, come rispondendo al controesame del Pubblico Ministero lui ha affermato che la polvere non c’era, perché si metteva la mascherina? Eppure, chi era ben consapevole del pericolo CVM e PVC si dotava della maschera, infatti all’udienza del 9 giugno 2000 Aladino Codifava, per 30 anni in Montedison ci dice che l’ingegner Trapasso girava per gli impianti con la maschera con il filtro, non con la maschera di carta. Seguendo le domande che inizialmente mi ero posta rispetto alle tesi difensive che tutti abbiamo sentito anticipare nel corso delle udienze di questo processo, pochi cenni voglio fare sulle abitudini al fumo degli addetti all’insacco afflitti da patologie dell’apparato respiratorio, su cui abbiamo assistito ad ampie dissertazioni mediche dei consulenti tecnici e degli imputati, che richiamo alla lettura del Tribunale. Ma noi abbiamo due testi, Corò Dino e Perazzolo Natalino, che confermano esattamente la stessa circostanza, vale a dire che per fumare non ci si accendeva una sigaretta in continuazione o meglio quando si voleva, me che si doveva chiedere il permesso all’assistente che consegnava una targhetta per andare in sala fumo, non più di tre volte durante ogni turno di lavoro e non in una compresenza di altri lavoratori, perché ognuno poteva allontanarsi singolarmente dal proprio posto di lavoro. E poi abbiamo il dottor Francesco Munarin, sentito all’udienza del 23 giugno 2000 sulle indagini del lavoro disposto dal dottori Clini su ex esposti al CVM dice: "Posso dire che non ci sono differenze tra una popolazione lavorativa e l’altra in relazione all’abitudine al fumo. La quantità delle sigarette fumate è un po’ all’incirca uguale, simile. Il fumo di sigaretta poi, tra l’altro, è una abitudine o un vizio che riguarda vari strati sociali, quindi non è un target tipico della popolazione lavorativa di Marghera o operaia di Porto Marghera, quindi è nella media", questo dice il servizio pubblico per quanto accertato ed è la risposta al professor Lotti che come ricordato dal Pubblico Ministero a una domanda posta a Corò Dino aveva detto che tale Turno Giuseppe fumava 80 sigarette al giorno e allora il capo reparto di Turno Giuseppe dice: "Lo conosco, lavorava con me, come faceva a fumare tutte quelle sigarette se poteva in otto ore andare solo tre volte a fumare?". Probabilmente, scusate l’ironia, si rifaceva nottetempo.

Ma se questo è il quadro delle prove orali assunte in corso di dibattimento, in risposta alla correlazione che si vuole esclusiva, tanto sponsorizzata dai difensori degli imputati tra il fumo di sigaretta e le patologie in particolari polmonari da cui sono risultati così significativamente soggetti e affetti gli addetti alle cooperative, vale la pena, e mi limito solo a questa citazione nell’ambiente medico in cui non mi addentro e non mi addentrerò, vale la pena di ricordare quanto così ben affermato sotto il profilo medico dal professor Mastrangelo nella propria relazione tecnica 19.02.2001. E dice: "Nei fumatori il contributo del fumo è costante. Le differenze dell’indice di rischio dal 17 al 46% dipendono solo dagli anni di lavoro come insaccatore al PVC" e sintetizza nella tabella 11 allegata questa risultanza. "Non vi sono inoltre significative differenze tra i gruppi, per quanto riguarda la prevalenza dei fumatori. In altri termini, il fumo non è associato all’esposizione" e ancora dati ancora alla tabella 12, questo a pagina 15 dell’elaborato. E ancora, a pagina 18: "In conclusione il fumo di tabacco è certamente una causa di tumore polmonare, ma nel nostro caso - e ricordo che sono stati ben 391 i lavoratori indagati - non è correlato con l’esposizione a PVC nella popolazione di studio". Per ciò diversamente da quanto ipotizzato dal solito professor Lotti all’udienza del 26.03.99, il fumo non rappresenta un fattore di confondimento dell’associazione tra esposizione a polvere di PVC e rischio di cancro polmonare.

E allora, e concludo anche su questo punto, questa del fumo di sigaretta è una via di fuga semplicistica quanto inutile, che non ha saputo reggere all’approfondimento scientifico che correttamente è stato voluto per non chiamarli a giudicare su favolette o illazioni, ma sulla concretezza dei dati scientifici, è una via di fuga però tanto dolorosa e offensiva per chi già esposto alle polveri di PVC da anni, e l’avete avuto sotto i vostri occhi in quest’aula, cerca di continuare a parlare per quello che riesce con l’ausilio di strumenti tecnici e che tante volte ha sentito ripetere che ha fumato troppo e per i famigliari degli operai, che sono presenti in quest’aula e che, come questo processo ha dimostrato, sono operai che non sono certo morti per l’eccessivo fumo di tabacco. Sulla nocività delle polveri di PVC, la difesa degli imputati, dopo aver come spero di aver.., sicuramente faccio riferimento anche agli altri interventi, perché altrimenti il mio argomentare sarebbe troppo lungo, ma comunque volevo dire, la difesa degli imputati, riguardo la nocività delle polveri di PVC ha tentato, a mio avviso senza fortuna, di contestarne la stessa presenza. Ne parleranno meglio le parti civili che si sono avvalse di illustri consulenti che hanno approfondito la materia. La difesa degli imputati, però, dubita della nocività stessa delle polveri di PVC e allora, la tesi della difesa è che la polvere esistente nei reparti di polimerizzazione del petrolchimico era poco nociva perché costituita da particelle di grosse dimensioni, soprattutto per quanto riguarda i reparti della sospensione. E allora, su questo argomento, io credo che sia stato dimostrato ampiamente dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle parti civili, che si tratta di una affermazione che è un clamoroso errore, perché le caratteristiche granulometriche delle polveri disperse nell’aria, sono ben diverse dalle caratteristiche dei prodotti industriali o delle polveri sedimentate e questo è un fenomeno noto, a prescindere da questo processo in igiene industriale, per cui non si possono considerare i campioni di polvere sedimentata come rappresentativi della polvere aerodispersa. La differenza è stata confermata dalle stesse misurazioni di polvere aerodispersa fatte da Montedison con un classificatore granulometrico Andersen a maggio e settembre ‘79 presso i CV24, 14 e 6 i cui risultati sono agli atti di questo processo. Tali rilevazioni hanno dimostrato che effettivamente nell’aria vi sono polvere più fini rispetto alla granulometria media dei prodotti industriali finiti e ciò conferma la presenza di polveri molto fini nei reparti di essicamento, mescolatura e insacco, confermata da autorevoli studi nazionali ed internazionali di cui nel processo si è ampiamente parlato, documentato e a cui mi richiamo e un ..(inc.) è stato alla fin fine confermato persino dai consulenti tecnici Foraboschi e Foà nella propria relazione tecnica depositata al Tribunale il 19.09.2000. Sotto il profilo della prova orale, la circostanza è peraltro ben nota agli addetti all’insacco e ai magazzini del petrolchimico, poiché il fenomeno della migrazione del CVM dalle particelle di PVC nelle quali è inglobato, con quindi conseguente inquinamento dell’ambiente di lavoro, si manifesta in termini di macroscopica perdita di peso del prodotto nel sacco insaccato, che quindi a fatica viene riempito dei suoi 25 chili e che poi tende ad appiattirsi, a rimpicciolirsi, in qualche modo. Sulla nocività delle polveri di PVC, la difesa sostiene che la polvere di PVC è inerte e quindi quanto alla definizione di inerte accreditato dalla difesa degli imputati per il PVC, ritengo che vada detto qualcosa e va detto che nessuna polvere è inerte. Tutte le polveri se respirate hanno un effetto nocivo, se poi le polveri contengono sostanze, oltre all’azione patogena sul sistema respiratorio, hanno anche altri effetti tossici che dipendono dalla quantità e qualità delle sostanze contenute. Il prodotto finito proveniente dagli impianti CV6, CV14 e 16, CV24 e 25, è composto da PVC in forma di polvere, senza additivi con le sole impurità dovute alle lavorazioni e cioè con i residui di PVM, di CE, di cloretano, emulsionati, sospendenti e catalizzatori. Tra questi il più importante agli effetti dei danni alla salute e di questo processo, è senz’altro il CVM. Non solo, anche i compound prodotti nel reparto CV5 e 15, è stato dimostrato, che contengono i medesimi residui, oltre ad ulteriori additivi aggiunti appositamente al PVC per esigenza del prodotto finale che esce da quel reparto. E quindi, nel riportarmi agli studi da cui ho tratto queste conclusioni, credo di avere in questo modo risposto alle tesi difensive relative alla non nocività delle polveri di PVC per inerzia delle stesse o per le grosse dimensioni accreditate alle stesse.

La Difesa poi sosterrà, ha sostenuto, che gli addetti alle cooperative non sarebbero stati particolarmente esposti perché non stanziali in uno specifico reparto, ma migranti a seconda delle esigenze nei vari reparti dello stabilimento. E allora, alla luce di tutte le informazioni di questo processo, possiamo forse ritenere che la diversificazione delle produzioni nei reparti CV e quindi la destinazione degli addetti alle cooperative nei vari reparti piuttosto che sempre quotidianamente, per anni, nello stesso reparto, consenta di parlare di un CVM buono e di un CVM cattivo? Di reparti a rischio e di reparti senza rischio? Siccome non è questo il quadro emerso dal processo, io credo che anche questo argomento difensivo sia del tutto indifferente e comunque screditato dalle acquisizioni del processo. E infine, la difesa degli imputati sosterrà che alcuni soci di cooperative avrebbero lavorato troppo poco al petrolchimico per poter riferire patologie e decessi a quella specifica esposizione lavorativa. E allora, a questo proposito, richiamo brevemente le conclusioni di Mastrangelo, nella solita relazione prima citata, circa il tempo di calendario eziologicamente rilevante e l’esclusione di altre cause lavorative.

Riguardo al primo punto, cioè il tempo di calendario eziologicamente rilevante, a pagina 28, Mastrangelo afferma: "Le tabelle 9 e 10, allegate allo studio, mostrano che anche un solo anno di insaccatore induce un significativo eccesso di rischio per cancro polmonare". E poi indica tre criteri sui quali si è basato lo studio per attribuire l’eccesso di rischio di cancro polmonare al lavoro di insaccatore di PVC, dicendo che: "E’ necessario verificare che nel periodo eziologicamente rilevante considerato, la concentrazione - il primo - la granulometria - il secondo - e il contenuto in CVM residuo delle polveri di PVC nello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera - il terzo criterio - fossero al di sopra dei valori critici" e questo studio risponde affermativamente alla sussistenza di questi tre requisiti, perché per quanto riguarda il primo, cioè la concentrazione, andiamo a pagina 29: "Nello stabilimento petrolchimico Montedison Enichem di Porto Marghera già nel ‘79 si erano registrate concentrazioni di polvere di PVC superiori a 10 milligrammi a metro cubo, in circa il 60% dei campioni prelevati nei reparti di essicamente, insaccamento e mescola e sempre inferiori a 10 milligrammi a metri cubo nei reparti di polimerizzazione. Questi dati - dice Mastrangelo - pubblicati oltre 20 anni fa, non sono mai stati smentiti". Ma non solo, egli aggiunge che anzi: "La concentrazione significativa di polveri molto elevata nella fase di insaccamento di PVC - pagina 40 - è comprovata anche e soprattutto dalla necessità di interventi di risanamento e bonifica. Tali interventi, peraltro totalmente inadeguati, tanto è vero che paradossalmente l’inquinamento da polveri di PVC negli ambienti dei reparti CV5 e CV15 peggiora nel tempo, furono realizzate nella seconda metà degli anni ‘70, quando la maggior parte dei casi di cancro polmonare avevano già cessato il lavoro di insacco del PVC, come mostra la tabella 11 allegata allo studio". Per quanto riguarda il parametro della granulometria, il riferimento a questo documento è brevissimo, a pagina 37 se ne parla diffusamente, la frase di esordio: "Nello stabilimento di Porto Marghera, le polveri di PVC includevano una quota consistente di particelle inalabili". Quando prima ho argomentato rispetto al discorso delle grosse dimensioni e che quindi non sarebbe inalabile, lo richiamo in questa sede, meglio di me, sicuramente, lo dice il professor Mastrangelo. Infine il terzo criterio, quello del contenuto in CVM residuo delle polveri di PVC nello stabilimento di Porto Marghera. E qui Mastrangelo, pagina 41, ci dice: "Stime indirette suggeriscono concentrazionei di 100, 1000 PPM almeno fino al 1977, quando fu introdotta l’operazione di strepping per ridurre il CVM residuo nel PVC. Mancano per il PVC prodotto nello stabilimento di Porto Marghera, dati anteriori al 14.07.86, quando fu acquistato lo strumento di misura specifico. Se nella mansione di insaccatore le concentrazioni ambientali di polvere di PVC - pagina 42 - fossero diminuite attraverso gli anni di calendario, l’indicatore da noi usato, vale a dire quello degli anni di insaccamento, non sarebbe proporzionale all’esposizione cumulativa". Sappiamo invece che le polveri ambientali di PVC erano elevate sia prima del ‘74, perché ce lo dicono Foà e Foraboschi nella loro relazione del 19.09.2000, sia dopo questa data perché ce lo dice Nano e Rabitti nella loro relazione del 1999. Infine, Mastrangelo affronta l’argomento dell’esclusione di altre cause lavorative, che anche questo potrebbe essere un valido argomento della difesa, e dice: "L’età di assunzione era significativamente maggiore nei casi insaccatori sia nei controlli non insaccatori. Nell’ipotesi che il cancro polmonare - sono a pagina 57 - potesse essere attribuito ad un lavoro svolto prima dell’assunzione, non al lavoro di insaccatore presso lo stabilimento Montedison Enichem di Porto Marghera, è stata ricostruita rigorosamente l’anamnesi lavorativa remota esaminando tutto il materiale disponibile nei faldoni, in particolare la scheda della Guardia di Finanza, il questionario Fulc, la scheda compilata dal medico aziendale all’assunzione del soggetto. In conclusione - e la faccio mia - l’esposizione a CVM polveri di PVC, ha contribuito a causare il cancro polmonare negli insaccatori della ..(inc.) e negli insaccatori di PVC che avevano lavorato nello stesso stabilimento di Porto Marghera alle dipendenze di cooperative". La difesa dirà: "Abbiamo applicato tutta la diligenza possibile. Comunque non vi erano altre possibilità di produrre diversamente da come abbiamo prodotto". E invece i sistemi di prevenzione c’erano, gli interventi di prevenzione che consentivano di eliminare la nocività da polveri dagli ambienti di lavoro erano e sono vari e numerosi e sono noti, si tratta sia di interventi tecnici che consentono di eliminare la formazione di polvere all’origine, sia di misure di tipo organizzativo, tutte misure che sono prescritte fin dagli artt. 377 e 387 del D.P.R. 547 del ‘55, tutti sistemi di prevenzione e protezione che da molto tempo fanno parte delle norme di buona tecnica di igiene industriale che invece sono stati disattesi e quindi la famosa tematica, la famosa alternativa, ci poteva essere una chimica pulita, ci potevano essere strumenti diversi di produzione, trova una risposta e questi strumenti sono elencati negli studi dei consulenti del Pubblico Ministero e delle parti civili, consulenti impiantisti che sono stati depositati e che sono all’attenzione di questo Tribunale, cito solo a titolo di esempio, tra gli interventi tecnici: "L’effettuazione delle operazioni di carico e scarico con sistemi a ciclo chiuso, ad esempio con trasporto meccanico o pneumatico anziché a mano, trasportando, scaricando, tagliando, rovesciando sacchi o manipolando recipienti aperti, l’eliminazione delle operazioni di pesatura a mano a ciclo aperto impiegando sistemi di pesatura meccanizzata, contatori volumetrici, dosimetri, celle planimetriche, la effettuazione delle operazioni manuali sotto sistemi di aspirazione localizzata, in grado di catturare quindi le polveri prima che si disperdano ed investano i lavoratori. La verifica della tenuta di tutti gli impianti per evitare la fuoriuscita di polvere attraverso idonei interventi di manutenzione preventiva, conservativa e programmata". Altrettanto si può dire, sono numerose le misure di tipo organizzativo a cui Montedison ed Enichem avrebbero potuto e dovuto adeguarsi, certo avrebbero dovuto spendere qualcosa di più o meglio avrebbero dovuto spendere meglio e cioè per i lavoratori: "La regolare manutenzione degli impianti, la rigorosa pulizia dell’ambiente aspirando ad esempio le polveri depositate con aspiratori industriali onde evitare che possano risollevarsi, la separazione degli ambienti in modo che le polveri provenienti da una lavorazione, non contaminino altri ambienti". Sono alle conclusioni e quindi mi chiedo: quali conclusioni è possibile trarre da questo mio argomentare ma soprattutto dalla vicenda di questo processo? I soci delle cooperative erano persone senza particolare qualificazione professionale ma di fisico robusto e per ciò più adatti a sostenere le fatiche del carico e scarico con l’imperativo del massimo tonnellaggio quotidiano della produzione. Questo processo, a mio avviso, ha dimostrato che Montedison ed Enichem hanno pagato la fatica di questi lavoratori con la consapevolezza di rubargli in cambio la salute per non avere voluto utilizzare un modo di produzione più costoso per le imprese. I sacchi non si rompevano per difetto di fabbricazione, come si è cercato di scaricare in termini di responsabilità sui fabbricatori dei sacchi di carta, ma perché erano di carta e usati per insaccare il PVC scoppiavano per l’elevata pressione di riempimento che era richiesta per riempire in 13 secondi un sacco da 25 chili, e via veloce, e via che vanno tutti impilati, e via a raccogliere velocemente quello che rimaneva per terra, con le mani, nessuna protezione per carità, perché alla fine quello che contava era solo il tonnellaggio quotidiano dei sacchi nei bancali, con l’obiettivo quindi di aumentare sempre più la produzione e la produttività. Sono stati imposti ritmi di lavoro sempre più pesanti, che non consentivano, come abbiamo visto, ne pause per fumare la sigaretta, ne l’allontanamento dagli impianti nella pausa pranzo, ne lo stesso uso delle maschere, che come detto da qualche operaio, quando predisposte, non potevano essere sopportate, perché facevano sudare, provocavano le vesciche al viso oppure erano inadeguate alla polvere di PVC perché erano di stoffa o di carta e una volta che ne erano intrise, non consentivano più di respirare, venivano per ciò rimosse, quindi erano inadeguate. Non era evidentemente quello il rimedio alla nocività della produzione. Altri ce n’erano e non sono stati disposti dalle imprese. Ma, si dirà, è stato detto, che sono stati imprudenti gli operai a non utilizzare le maschere. Io vi dico: ma perché avrebbero dovuto farlo? Portavano perfino a casa le tute da lavare, piene di polvere, bianche, da blu a bianche per la polvere, le facevano lavare alle mogli con i vestitini dei bambini. Nessuno gli aveva detto che quella polvere bianca che sembrava borotalco, che tutti chiamavano talco, in realtà non era borotalco.

Passo a trattare le posizioni delle singole parti che ho rappresentato in questo processo e tra le quali vi sono tre ex soci di cooperativa. Molti altri ne ho assistiti e ne ho conosciuti in questi anni di processo e spero di essere stata loro in qualche modo utile. Marigo Vincenzo, contestazione supplettiva dell’udienza 8 luglio 1998, insaccatore addetto ad una cooperativa e poi dipendente Montedison, è deceduto il 29 maggio ‘77 per metastasi al polmone causata da un melanoma diagnosticato nel ‘76. La patologia è stata correlata dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero all’esposizione al CVM sulla scorta dei dati epidemiologici acquisiti, considerato in particolare adeguato il periodo di latenza. Il dottor Bai ha trattato il caso alle udienze del 17 giugno e del 1 luglio 1998. Per la patologia del melanoma, mi riporto a tutti gli studi in atti e a quanto indicato dei difensori di parte civile che in riferimento ai loro casi già ieri, mi sembra in particolare l’avvocato Manderino e poi l’avvocato Garbin hanno riferito sulla patologia del melanoma, ovviamente richiamando gli interventi di tutti i consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle parti civili in atti e gli studi ivi richiamati. L’anamnesi esclude familiarità, esposizioni lavorative diverse e riferibilità a condotte di vita rilevanti quanto a fumo e alcol, come precisato anche dalla vedova del signor Marigo Vincenzo, la signora Barbiero Angelina assunta all’udienza del 12.05.2000.

La nota di conclusioni relativa alle parti civili costituite prossimi congiunti di Marigo Vincenzo, se il Tribunale mi autorizza, provo a sintetizzare massimamente se poi.., solo per la ritualità, Presidente. Io gliele depositerei anche volentieri chiedendo l’attestazione del deposito richiamandomi a tutto il contenuto, perché credo che indicare cifre...

 

Presidente: a mio parere è sufficiente che lei si richiami.

 

Avvocato Marin: E allora io deposito la nota di conclusioni, indicando che anche in questo caso, come negli altri, i criteri per l’individuazione della responsabilità penale che si chiede di affermare nei confronti degli imputati sono quelli indicati dal Tribunale e peraltro fatti già da me propri nell’atto di costituzione di parte civile, che si chiede altresì la condanna di tutti i responsabili civili costituiti in questo processo, che la cifra, ne do solo una, complessivamente è quella di 767.144.000 con richiesta di provvisionale e quant’altro. Se per il Tribunale è sufficiente, ripeto, io anche gli altri casi li tratterei in questi termini, i criteri sono quelli che ha illustrato l’avvocato Burlinetto nell’intervento di questa mattina.

Vianello Sergio, contestazione suppletiva dell’8 luglio 1998. E’ deceduto il 15 luglio ‘90 con la diagnosi di cirrosi e carcinoma epatocellulare. Entrambe le patologie sono ascrivibili e ascritte con sicurezza da questo processo, all’esposizione professionale a CVM e PVC. Documentalmente, la posizione lavorativa risultava di difficile ricostruzione, ma il teste Orlandin Giuseppe, sentito all’udienza del 19 aprile 2000, pagina 45, ha precisato che Vianello Sergio, già impiegato presso la consociata San Marco, era poi stato impiegato presso lo stabilimento petrolchimico Montedison, all’essicamente presso il reparto CV6 dove lo stesso Orlandin lavorava. Il verbale descrive, con le parole del teste qualificato Orlandin Giuseppe, che ha sempre lavorato al CV6, le mansioni di Vianello Sergio in quel reparto e io quindi mi richiamo al verbale 19 aprile 2000 pagina 45. Vianello Sergio era astemio e non fumava, la circostanza è anamnesticamente accertata riferita in quest’aula inoltre, dalla vedova, la signora Moranziol Liliana, sentita quale teste. Il dottor Bracci ha trattato, all’udienza dell’8 luglio ‘98 e poi successivamente nella propria relazione del 14 settembre ‘98 il caso, che poi è stato approfondito anche dal dottor Bartolucci all’udienza del 13 ottobre ‘98. Entrambi concludono per la sussistenza del nesso causale tra esposizione e patologia, considerata anche la tipicità del fegato quale organo cosiddetto bersaglio per il CVM e PVC, escludendo altresì altre diverse causalità sia con riguardo alla storia professionale precedente del soggetto, sia per la mancata presenza di una epatite infettiva che sappiamo essere stata spesso indicata come elemento di confondimento come testimonia la condizione di donatore del sangue oltreché l’esito negativo della ricerca dell’antigene responsabile dell’epatite di tipo B. La cirrosi epatica era stata diagnosticata dopo 18 anni dall’assunzione, per ciò un tempo di latenza del tutto adeguato.

Anche per Vianello Sergio e per i prossimi congiunti da me rappresentati, deposito nota di conclusioni nei confronti di tutti gli imputati indicati nell’atto di costituzione secondo le indicazioni delle note ordinanze del Tribunale, chiedo la condanna altresì di tutti i responsabili civili citati nel processo, complessivamente per i prossimi congiunti costituitisi nel processo, la somma richiesta è di 164.772.000 secondo la ripartizione indicata per ciascuno e i soliti criteri. Anche per i prossimi congiunti di Vianello Sergio vi è la richiesta di provvisionale.

Cavallin Liberale. Contestazione suppletiva dell’8 luglio 1998. E’ deceduto il 4 giugno ‘72 per carcinoma gastrico con metastasi linfonodali epatiche e peritoneali, diagnosticato nel 1971 all’età di soli 48 anni, quando è deceduto, i figli avevano 16 – 13 - 10 e 4 anni. Il dottor Bai ha trattato il caso all’udienza del 1 luglio ‘98. L’anamnesi esclude precedenti lavorativi rilevanti e o di confondimento. Sotto il profilo delle abitudini alcol e fumo, assolutamente nulla di significativo, come precisato anche dalla vedova, la signora Pasqualetto Assunta, sentita all’udienza del 12 maggio 2000. Il tumore gastrico è riferito dalla letteratura medica alla esposizione al dicloretano. In particolare, qui dirò qualcosa di più perché mi sembra un argomento che non è stato ancora trattato dalle altre parti civili. Un recente studio di Ogmar del 1990 citato dal professor Colombo all’udienza del 22 dicembre ‘98, condotto sul significativo campione di 2031 operai addetti alla manifattura di oggetti in PVC, ha confermato l’eccesso di tumori gastrointestinali con rapporto osservati attesi da 14 a 10,7. Sulla questione si segnala anche una pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicato dallo stesso professor Lotti all’udienza del 19 maggio ‘99, oltre al testo di medicina del lavoro, in particolare del 1997 del Casula, più volte richiamato in questo processo e in particolare dal consulente Colombo all’udienza del 18 maggio ‘99.

Per i prossimi congiunti di Cavalli Liberale, deposito nota di conclusioni al cui dettaglio mi richiamo, precisando che anche in questo caso gli imputati di cui si chiede di dichiarare la responsabilità penale sono quelli indicati nell’atto di costituzione di parte civile, secondo le indicazioni del Tribunale, che si chiede la condanna di tutti i responsabili civili citati e presenti nel processo, il totale complessivo è quello di lire 1.558.448.000, partitamente suddiviso tra i prossimi congiunti secondo i criteri già indicati con richiesta di provvisionale e quant’altro.

Pillon Eugenio, contestazione dell’udienza del 14 dicembre 2000, è deceduto il 24.11.97 per neoplasia polmonare con metastasi cerebrale. La patologia è attribuita dallo Iarc all’esposizione al CVM con tempo di latenza 22 anni, adeguato in base alle conoscenze di cancerogenesi chimica. Ha lavorato 22 anni come socio di cooperativa e poi dipendente Enichem addetto alla manutenzione nei vari reparti e per ciò significativamente esposto a contaminazioni tossiche, intervenendo nei momenti e nelle situazioni di maggiore criticità degli impianti come il processo ha dimostrato per detta figura professionale. Il caso è stato trattato dal dottor Bai all’udienza del 3 dicembre ‘99, la documentazione medica è stata indicata all’udienza 13.03.2001 dalla vedova, signora Gina Lacedelli e dal figlio e successivamente integrata con deposito di ulteriori cartelle cliniche all’udienza del 28 marzo 2001. L’anamnesi riportata in detta documentazione e le abitudini di vita in ordine in particolare al fumo, del tutto limitato come specificato anche dai testi prossimi congiunti con una conclusione che esclude la riferibilità della patologia doverosamente al fumo di sigarette per riferirla inequivocabilmente alla attività lavorativa prestata presso lo stabilimento petrolchimico di Porto Marghera. Deposito nota di conclusioni anche per i prossimi congiunti del signor Pillon Eugenio, al cui contenuto interamente mi richiamo, precisando solo che si chiede di affermare la responsabilità penale di tutti gli imputati nei confronti dei quali mi sono già costituita secondo le indicazioni delle note ordinanze del Tribunale, chiedendo inoltre la responsabilità solidale di tutti i responsabili civili citati al processo, con la ripartizione del danno per ogni singolo famigliare costituitosi, indico solo il totale complessivo che è nell’importo di lire 862.464.000 con richiesta di provvisionale e quant’altro.

Gorin Bruno, contestazione udienza 14 dicembre 2000. Gorin Bruno era insaccatore socio di cooperativa, è deceduto il 2 maggio ‘87 con diagnosi di cancro sviluppatasi sulla base di una cirrosi epatica. La storia lavorativa di questo lavoratore dimostra l’assenza di precedenti lavorativi diversi e rilevanti e una esposizione significativa per 9 anni. Il tempo di latenza è congruo. L’anamnesi indica un moderato consumo di alcol progressivamente ridottosi fino ad azzerarsi nel tempo, come indicato dalla figlia Maria a verbale dell’udienza 13 marzo 2001. La patologia dell’organo bersaglio sono tra i più tipici in letteratura medica con riferimento all’esposizione al CVM. Le conclusioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, a seguito degli accertamenti svolti, sono i seguenti: "Gli elementi probatori raccolti, depongono a favore di una diagnosi di epatocarcinoma con cirrosi in cui l’esposizione al CVM ha svolto un ruolo concausale. In particolare l’esposizione a CVM ha svolto un ruolo importante di cofattore nella progressione della malattia epatica virale verso l’insorgenza della cirrosi epatica, che può essere considerata lesione a tutti gli effetti preneoplastica e predisponente allo sviluppo dell’epatocarcinoma. Inoltre, l’esposizione al CVM, ha svolto insieme all’infezione virale cronica, un ruolo carcinogenetico diretto che ha favorito la progressione della cirrosi verso l’epatocarcinoma". Deposito nota di conclusioni anche per i prossimi congiunti del signor Gorin Bruno, concludendo con richiesta di affermazione di responsabilità penale nei confronti di tutti gli imputati per i quali mi sono costituita secondo le indicazioni del Tribunale, chiedo altresì la condanna in solido di tutti i responsabili civili presenti nel processo, con richiesta partitamente indicata per ogni famigliare e complessivamente determinata in lire 1.172.583.990 lire, chiedo provvisionale e le altre conseguenze di legge. Grazie.

 

Presidente: allora possiamo fare una pausa adesso. A meno che ci sia un intervento breve. No lo inizia al pomeriggio. Allora ci rivediamo alle 15.00 circa.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA ALLE ORE 13.35.

 

Presidente: prego avvocato Battain.

 

AVVOCATO BATTAIN

 

Avvocato Battain: Presidente, io prendo la parola in rappresentanza di più Parti Civili ed esattamente sei prossimi congiunti di sei deceduti e due ammalati, tutti e otto questi gruppi compresi nella contestazione suppletiva del 13 dicembre del 2000 del Pubblico Ministero dottor Casson. In più per la Camera dei Lavoro Territoriale di Venezia e per la Federazione Italiana Chimici e Affini, FILCEA, Comprensorio di Venezia. Secondo gli accordi che mi pare avevamo, se mi permette, presi, io leggo le conclusioni soltanto di quest’ultima Parte Civile, cioè una parte collettiva, perché altrimenti farei perdere a tutti tre quarti d’ora solo per leggere nove conclusioni. Tribunale di Venezia, Sezione Prima Penale, nel procedimento numero 3340/96 R.G.N.R., 1115/98 R.G. Tribunale Venezia, a carico di Cefis Eugenio e altri, tutti imputati dei reati di cui agli articoli 113, 81 capoverso, 61 numero 3, 589, 437, 449, in relazione agli articoli 422 e 437 comma secondo C.P., conclusioni scritte per Camera del Lavoro Territoriale di Venezia, Federazione Italiana Chimici e Affini, FILCEA, Comprensorio di Venezia, Parti Civili costituite in persona dei loro legali rappresentanti pro tempore e a mezzo del loro rappresentante e proc. dom. avvocato Emanuele Battain, nato a Venezia il 3 febbraio ‘27 e con studio in Venezia - Castello, 6139. Il sottoscritto avvocato Emanuele Battain, proc. dom. delle suddette Parti Civili conclude: piaccia all’onorevole Tribunale di Venezia, Sezione Prima Pena, dichiarare la penale responsabilità degli imputati Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Gatti Piergiorgio, Bartalini Emilio, Lupo Mario, Darminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Diaz Gianluigi, Morione Paolo, Reichenback Giancarlo, Sebastiani Angelo, Fedato Luciano, Gaiba Sauro, Fabbri Gaetano, Smai Franco, Pisani Lucio, Zerbo Federico, Presotto Cirillo, Burrai Alberto, Belloni Antonio, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano e Necci Lorenzo per i reati loro rispettivamente ascritti, condannandoli alle pene che saranno ritenute di giustizia e piaccia condannarli altresì in solido fra loro e con i responsabili civili Montedison S.p.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, Enichem S.p.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, Eni S.p.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, Montefibre S.p.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, a risarcire i danni subìti dalle Parti Civili suddette nella misura stabilita anche in via equitativa di lire 250 milioni per ciascuna delle organizzazioni, con sentenza provvisoriamente esecutiva, ovvero in via subordinata al pagamento di una congrua provvisionale, quanto meno 50%, provvisoriamente esecutiva, con la previsione di devolvere il risarcimento ad una associazione, ovviamente da creare, senza scopo di lucro, che abbia come fine esclusivo la promozione della salute con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita, nonché alle spese di costituzione e assistenza di Parte Civile come da separata nota, ovvero in quella diversa maggiore o minore misura da liquidare in via equitativa. Queste sono le conclusioni per le parti, diciamo, così, collettive; per le parti singole ometto di leggerle perché altrimenti non finirei più. Me le date, spero, per lette...

 

Presidente: le nomini.

 

Avvocato Battain: giusto. Si tratta di prossimi congiunti di Spolaor Benito... devo nominare tutti i prossimi...

 

Presidente: no, prossimi congiunti di Spolaor Benito, va bene così.

 

Avvocato Battain: prossimi congiunti di Ruzza Esterino, prossimi congiunti di Caovilla Vincenzo, prossimi congiunti di Bragato Hans, prossimi congiunti di Cappellotto Rino, prossimi congiunti di Marchesan Mario, nonché due viventi: Bertin Rino e Gargiulo Guido.

 

Presidente: grazie, avvocato Battain.

 

AVVOCATO BATTAIN

 

Avvocato Battain: dico subito, Presidente, che per accorciare i tempi io non illustrerò le ragioni per le quali mi sono costituito per conto delle parti private. Mi richiamo per questo direttamente alle schede prodotte dal dottor Casson, nonché per le percentuali sulla base delle quali ho fatto i conteggi per il signor Gargiulo Guido e Bertin Rino alla deposizione del nostro consulente specificatamente nominato per queste due parti, dottor Enzo Favit, all’udienza del 3 aprile del 2001. Non mi intratterrò neppure sulle ragioni della richiesta di danni da parte delle due organizzazioni sindacali che rappresento perché per queste mi richiamo a quello che dirà dopo di me l’avvocato Duse che da parte sia mia che di Zaffalon dovrà illustrare questo particolare problema. Cercherò di affrontare le tematiche di questo processo, non tutte ovviamente. Io credo prima di tutto che dobbiamo un ringraziamento anche noi come hanno fatto alcune parti lese ed è stato un momento, per la verità, abbastanza emozionante, un ringraziamento anche noi al dottor Casson, non solo per la requisitoria puntuale e dettagliata che fortunatamente ha portato via molto spazio a noi Parti Civili, ma più in generale per questo processo che ha dimensioni storiche e che è riuscito a costruire... processo storico se non altro per le dimensioni perché credo ci siano stati pochi processi di queste dimensioni, che è riuscito a costruire organizzando anche il lavoro di una serie di collaboratori, fra cui io mi permetto di ricordare il maresciallo Porcu e l’agente Zecchin, che, poveretti, hanno dato l’anima per questo processo e anche per me, per la verità, dandomi una mano a cercare le carte che ovviamente non riuscivo a trovare. Dobbiamo questo ringraziamento perché con questo processo ha fatto luce su una delle più grandi tragedie del lavoro avvenute in Italia, il numero dei morti credo sia difficilmente calcolabile, mi pare che ufficialmente siano 130 o 150, adesso mi sfugge perché i numeri non li ricordo mai, centinaia gli ammalati, rimanendo poi fuori degli enormi punti interrogativi sulla salute degli abitanti di Marghera e sulla salute degli abitanti di Mestre. Naturalmente di fronte a queste tesi le Difese hanno presentato un letterale diluvio di contro perizie, di periti che sono venuti qui a testimoniare, persone sempre di alto se non addirittura altissimo livello, al punto tale che qualcuno ha con una battuta di spirito commentato: "Ma se in appello i Giudici d’appello volessero sentire dei periti, dei superperiti, dove dovrebbero andare a cercarli?", probabilmente su Marte perché sulla Terra non se ne trovano più. Questo diluvio, però, non ha inciso e non ha inficiato la portata delle tesi che sono venuti a sostenere i consulenti tecnici del P.M. e i consulenti tecnici delle Parti Civili e neppure quella dettagliatissima, diligentissima, non vorrei dire pignola perché mi sembrerebbe di mancare di riguardo agli autori di essa, disanima che è stata fatta qui l’anno scorso da tre medici, cui si è aggiunto ad un certo momento, mi pare, anche il professor Lotti sostituendo uno dei tre medici, che per quattordici - mi sia consentito - interminabili udienze hanno fatto le pulci a tutti i morti e a tutti i malati che erano nell’originario capo di imputazione, calcolando quante sigarette fumavano, quanti bicchieri di vino fumavano, se e per caso quanti bicchierini di whisky o di superalcolici bevevano, per non parlare delle malattie che dal diabete sono risaliti, credo, fino alla crosta lattea o a qualche cosa della più tenera infanzia, perché tutto aveva determinato la malattia o la morte tranne che il cloruro di vinile che, come è noto, fa bene come il Ferrochina Bisleri. In realtà io il Ferrochina Bisleri per la verità non so bene cosa sia perché non l’ho mai bevuto, ma viceversa so ormai, da dilettante naturalmente come sempre purtroppo un avvocato che ascolta o legge di questioni tecniche, il cloruro di vinile si sapeva da tempo che era cancerogeno. E oltre che a saperlo così, a livello generale e internazionale, basterebbe ricordare gli interventi del professor Viola fra gli anni ‘69 e ‘70, il caso Gudric che ha fatto rumore, lo hanno letto tutti, anche i profani, salvo naturalmente - come dirà poi - Cefis e Necci che non hanno letto niente, gli studi del professor Maltoni e quelli fatti su specifico incarico della Montedison, se non erro, con l’obbligo peraltro del segreto di non comunicare a nessuno i risultati di quegli studi, e l’indagine Fulc del ‘77; quindi da tempo si sapeva. Il secondo elemento di importanza di questo processo è che sono stati portati a giudizio i massimi vertici delle società, Presidenti e amministratori delegati, e questo per me che faccio infortunistica sul lavoro da moltissimi anni è veramente un dato di assoluta novità, perché di norma ci vanno di mezzo i capi squadra, i capi reparto, i responsabili della sicurezza, al più il direttore di stabilimento, oltre non si va. Presidenti, amministratori delegati e consigli di amministrazione pare che godano di extraterritorialità, non si riesce mai a beccarli; qui viceversa sono sul banco degli imputati. E sono sul banco degli imputati, fra l’altro, su un presupposto, che date le dimensioni del fenomeno e la notorietà del fenomeno non potevano non sapere quello che stava succedendo e le caratteristiche di questi preparati.

Naturalmente c’è qualcuno che nega anche di essere venuto al mondo quasi e io mi intrattengo solo su due perché altrimenti farei un discorso che durerebbe oltre quello che mi sono ripromesso; vorrei ricordare i casi di Cefis e di Necci, che da questo punto di vista è quasi la fotocopia. Cefis, che è evidentemente una persona intelligente, l’ha dimostrato anche qui, è un ottantenne molto arzillo, mi ha molto incoraggiato fra l’altro visto che io ne ho 74 vedere il dottor Cefis testimoniare e sentire Scattolin che ne ha 82 fare la sua arringa l’altro giorno... Allora, Cefis dice: "Mai saputo che il cloruro di vinile sia cancerogeno". Qualcuno gli ha ricordato in istruttoria che Grandi gliene aveva parlato e lui naturalmente, che ha peraltro una memoria di ferro, ha detto: "Non mi ricordo che mi abbiano parlato". Sembra quasi che questo uomo che è stato ai vertici della chimica italiana non sapesse che cosa si fabbricava negli stabilimenti che dipendevano da lui. E naturalmente non poteva certo dire, come dice, appunto, Scattolin nella sua arringa, che fabbricavano biciclette. Era una industria chimica e Cefis, che è stato il braccio destro dell’unico grande imprenditore che c’è stato in Italia nel dopoguerra, che è Enrico Mattei, non poteva certo dire che non sapeva cosa era la chimica. E non poteva dirlo neppure il pur avvocato Necci che è nato all’Eni e quindi anche lui la chimica sapeva cosa era e sa anche un bambino che con la chimica bisogna andarci con le pinze perché è una attività e quindi un’industria pericolosa. Cefis ci ha detto: "Maltoni? Mai sentito nominare. Non ho mai sentito nominare neppure i finanziamenti - e deve essersi trattato di miliardi, se non sbaglio - con i quali è stato messo in piedi il centro di Castello di Bentivoglio dove Maltoni ha fatto queste ricerche", niente, mai sentito nominare. "Viola? Uh. La Gudric? Ohibò, mai sentiti nominare". E neppure ha sentito nominare quel patto fra produttori di cui ha parlato il dottor Casson durante la sua requisitoria di tenere segreta la pericolosità del cloruro di vinile e siccome l’industria cui era preposto Cefis, che era la Montedison, non si poteva certo dire che fosse l’ultima venuta sul piano internazionale, la cosa sinceramente fa sorridere se non facesse piangere dato l’argomento di cui stiamo trattando.

Naturalmente Cefis non ricorda assolutamente la polemica con i sindacati, ma non può negare di aver firmato una lettera in risposta a questa polemica al Presidente della Regione, non può negarlo perché c’è la sua firma, anche se se la cava come sempre: "Ma io l’ho firmata così". Figuriamoci, succede un putiferio a Marghera, intervengono gli enti pubblici, lui scrive una lettera falsamente tranquillizzante al Presidente della Regione e dice di averla firmata senza neppure averla letta. In realtà lui si occupava delle grandi strategie, giocava a monopoli con le aziende, non si occupava della salute, anche se dice: "L’impostazione della mia Presidenza è stata che la sicurezza dei lavoratori e la salvaguardia dell’ambiente costituissero obiettivo prioritario e ineludibile", non se ne occupava lui, ma nutrite schiere di collaboratori di altissimo livello professionale, e aggiunge: "Sono peraltro certo che nessuno dei miei collaboratori, ciascuno nel puntuale assolvimento dei compiti di cui era stato preposto, sia passibile", dice. Per fortuna, perché se non fossero stati di altissimo livello e non avessero fatto il loro dovere fino in fondo non so cosa sarebbe successo, un’ecatombe probabilmente al posto di una strage che purtroppo c’è stata. E Necci, che per la verità non ha avuto il coraggio forse di venire a ripetere qui le stesse cose che ha detto in istruttoria, neanche lui ha mai sentito parlare della cancerogenità del CVM e del PVC, anche se è nato all’Eni, ancorché avvocato, quindi in mezzo ai problemi della chimica c’è stato fin dagli inizi della sua carriera e anche se nel periodo della sua Presidenza, che è durata negli anni 80, è avvenuto l’episodio Enoxi, che io mi permetto di ricordarvi, nel 1983. Questo episodio Enoxi consiste in questo: tale Hammer Ammond, che io non conosco ma pare sia un nome assolutamente illustre nel campo dell’alta finanza internazionale, di quella statunitense in particolare, aveva fatto una joint-venture insieme all’Eni per creare l’Enoxi e per entrare nel mondo della fabbricazione della plastica. Dopo otto mesi questo se n’è andato. Necci dirà: "Sì, se n’è andato perché ha capito che il Governo italiano voleva allargare la chimica, che quindi c’era da tirare fuori dei quattrini, lui non voleva tirarli fuori, voleva conferire solo delle miniere di carbone e quindi se n’è andato"; in realtà qualche piccolo dubbio, per dire un eufemismo perché sono grossi i dubbi, che se ne sia andato per altri motivi c’è perché i tecnici statunitensi sono andati avanti mesi a visitare tutti gli stabilimenti verificando stabilimento per stabilimento. Alla fine della verifica il signor Ammond se n’è andato, il che significa, secondo la mia modesta opinione, che avevano verificato l’obsolescenza e la cattiva manutenzione di questi stabilimenti.

Eppure Necci insiste e dice: "Io non ho mai sentito la questione ambientale come un problema in quanto se ne dovevano interessare i tecnici". Ora, a prescindere dalla portata di questo concetto di cui parlerò in seguito, io mi domando: ma è proprio vero questo? E rispondo: no, non è vero perché c’è stato l’episodio dell’American Appraisal di cui mi permetterò di parlarvi. Nel 1988, se non erro, dopo lunghe trattative si sta per arrivare ad un matrimonio fra la Montedison e l’Eni, si sta cioè creando l’Enimont che dovrebbe essere un colosso della chimica perché vengono conferiti - anche qua se sbaglio nei numeri poi qualcuno mi correggerà, ma non credo di sbagliarmi - 120 stabilimenti Montedison e 40 stabilimenti Eni. Durante tutte le trattative non sono mai stati affrontati il problema dell’impatto ambientale, il valore effettivo di questi impianti, la capacità produttiva, lo stato di manutenzione, perché se fossero stati affrontati anziché rivolgersi a due banche degli Stati Uniti, una di fiducia dell’Eni e una di fiducia della Montedison, per fare le valutazioni si sarebbero rivolti prima ad una società di accertamenti come è, appunto, l’American Appraisal. E questo, si badi, malgrado la cattiva fama che godevano le manutenzioni Montedison e che godessero di cattiva fama ce lo dice il teste Riva che avete sentito anche voi nell’interrogatorio dell’11 aprile del ‘96 e in quello del 15 ottobre del ‘96; dirà anzi il 23 febbraio 2001 davanti a voi: "Alcuni nostri tecnici ritenevano - Riva era dell’Eni evidentemente - manutenzioni, quelle della Montedison, meno valide delle nostre", quindi malgrado questa cattiva fama, tuttavia questi due colossi lavorano per fare questo matrimonio e non si preoccupano di queste situazioni, ma affidandosi solo da un lato alla valutazione, come dicevo, di due banche degli Stati Uniti e dall’altro ad alcune clausole in cui si danno delle garanzie reciproche. Sennonché che cosa succede? Che l’Eni evidentemente è una azienda pubblica e per un affare di questo genere non può non chiedere l’autorizzazione al Ministro delle Partecipazioni Statali, che era in allora l’onorevole Fracanzani. E qui l’onorevole Fracanzani gli rompe le uova nel paniere, come si usa dire, perché il 5 agosto dell’88 indirizza una lettera a Reviglio, allora Presidente dell’Eni, dicendo: "Calma, dovete garantirvi sulle valutazioni, che siano serie, che siano degli accertamenti seri e dovete garantirvi specialmente sull’impatto ambientale di queste fabbriche". Panico, questi non sanno cosa fare, cercano frettolosamente di rivolgersi all’American Appraisal, che è per l’appunto la più qualificata società italiana di valutazioni; l’American Appraisal dice: "No, non c’è tempo, non ho il tempo", perché gli danno venti giorni, un mese al massimo; si arrabattano, probabilmente, non lo sappiamo, ma cercano di premere sul Ministro perché non gli continui a fare la frittata con le uova che avevano nel paniere; non ci riescono, tornano alla carica con l’American Appraisal e chiedono almeno una valutazione abbastanza sommaria, se vogliamo, dello stato degli impianti, della capacità produttiva nei prossimi tre anni, dell’impatto ambientale, ma non con uno studio diretto, ma sulla base di schede che i singoli stabilimenti producono, devono compilare - per dire - produzione, tipo di... quantità e via discorrendo con una serie di dati e al più facendo dei sopralluoghi per controllare quanto è detto in queste schede. E la lettera 28 settembre 1988 di incarico dice, per l’appunto, a pagina 1, che deve essere valutato lo stato, lo stato non il valore, lo stato degli impianti Enichem e Montedison formanti oggetto di apporto nell’Enimont. E a pagina 2: "E` da accertare lo stato fisico degli impianti in relazione alla loro capacità di massima di operare nel rispetto delle vigenti norme in materia di prevenzione di inquinamento ambientale, e dalla loro capacità produttiva con particolare riferimento ai livelli di produzione previsti dai piani triennali e lavorati da Eni e da Montedison". Quindi oggetto principale di questo quesito è il problema dell’impatto ambientale in riferimento alle norme esistenti, e solo secondariamente il problema della capacità produttiva. Tutto questo sulle schede e in base ad eventuali sopralluoghi. A pagina 3 si dice per l’appunto che deve essere valutato lo stato fisico, la conservazione, la manutenzione, i miglioramenti nei piani triennali e i piani di manutenzione nei piani triennali. Devono essere fornite delle schede entro il 1 ottobre dell’88. Si badi che questa è una lettera del 28 settembre, quindi entro un paio di giorni; era tutto da fare a tamburo battente, con i dati generali di produzioni, i dati generali sugli investimenti attuali e previsti nei prossimi tre anni, nonché un profilo del processo produttivo. A pagina 4, e questa consentitemi di leggervela, c’è l’aspetto ecologico. Perdo un paio di minuti, ma qui vale la pena di leggerla: "Voi prendete atto del fatto che, per quella parte dell’indagine, è l’American Apraisal che scrive, relativa alla compatibilità degli effluenti degli impianti alla vigente normativa di sicurezza ambientale, la nostra società si avvarrà dell’opera di una primaria società specializzata - che sarà, nel caso di specie - la Emas. In particolare ognuno di voi nominerà un coordinatore che costituirà il nostro interlocutore per tutte le problematiche inerenti l’indagine stessa, per la quale non verrà effettuata alcuna ispezione. 2: l’indagine verrà svolta con le seguenti modalità: esame dei dati forniti da Montedison ed Enichem tramite le schede di cui all’allegato 3 ai fini della valutazione della rispondenza degli effluenti alle normative vigenti al 31 agosto 1988 e delle eventuali prescrizioni più restrittive, di cui ci fornirete la necessaria documentazione. - Dimenticavo di dirvi che l’intestazione di questo capitoletto è "Aspetto ecologico" -. Compilazione di tabelle riassuntive con evidenziazione di eventuali anomalie; presentazioni di tali risultanze tramite incontri con Montedison ed Enichem al fine di acquisire eventuali ulteriori informazioni necessarie all’espletamento del presente incarico; redazione degli elaborati finali come da successivo paragrafo 3.252.

Resta inoltre inteso che l’indagine verrà condotta esclusivamente sugli effluenti per i quali alla data del 4 ottobre 1988 disporremo di tutti i dati necessari e sufficienti per poter esprimere un giudizio. - Sotto c’è una, come dire, una cauta presa di distanze -. L’indagine sarà basata sui piani triennali di cui in premessa, ma non riguarderà la loro attendibilità". Quindi loro si fidano di quello che gli viene detto nelle schede. Questa era la pagina 4. A pagina 6 si parla delle relazioni che dovranno essere fatte, A: sulla metodologia e i limiti dell’indagine; B: una scheda con i risultati delle analisi; C: commenti conclusivi ed eventuali suggerimenti; D: attenzione, bozza per eventuali commenti detta Drift. Il tutto doveva svolgersi in due o tre settimane per la modica cifra di 1 miliardo e 300 che, per essere o per dover durare questa ricerca per poche settimane, non era poi una cifra da buttare via. 400 alla firma dell’incarico, 900 alla fine dell’incarico. Di questi 1 miliardo e 3000, 170 milioni, ed anche quella non era una cifra da buttare via, andavano alla Emas. Allora si effettua l’esame. Si effettua con sopralluoghi o senza sopralluoghi. Georgescu che abbiamo sentito, ex direttore o direttore anche adesso, non lo so, dell’American Apraisal, che voi penso ricorderete bene e che a me ha dato l’impressione di una anguilla, perché cercava sempre di sfuggire anche se è stato saldamente preso in mano sia dal Pubblico Ministero che dal Presidente, proprio perché cercava di sfuggire. Prima dice: no, abbiamo fatto controlli solo cartacei. Poi, a domande reiterate del Presidente dice: no, abbiamo fatto anche dei sopralluoghi. Solo che qui, nel cambiare posizione ha esagerato perché ha detto che erano fatti i sopralluoghi anche a Marghera mentre in realtà l’ingegner Faccin, che è quello che si è occupato degli impianti di Porto Marghera ci ha detto, e il Pubblico Ministero non ha mancato di contestarlo a Georgescu, che il sopralluogo non è stato fatto. Cioè a Marghera ci si è basati solo sulla carta. Scusi Presidente che trovo una carta, eccola qua. A questo punto viene consegnato il Drift, cioè il progetto della relazione finale. E su questo progetto c’è una pagina, che è la pagina 33 che io sinceramente vorrei aveste sott’occhio mentre parlo. Perché quando si parla di rifiuti ad un certo momento c’è una frase, non è facile leggerla perché ci sono delle cancellature, ma che dice testualmente così: "Tuttavia il problema dello smaltimento di rifiuti effettuato in passato in strutture interne agli stabilimenti che non rispondono ai requisiti oggi imposti dalle normative, è un problema generale dell’industria chimica che richiede una specifica attenzione. - Benissimo, sappiamo che l’industria chimica... -. Si raccomanda una indagine più approfondita sui terreni interni agli stabilimenti Enichem e Montedison, non sugli stabilimenti in genere, utilizzati in passato per lo smaltimento dei rifiuti onde accertare - e sappiamo che questo, se non vado errato, c’è stato a Porto Marghera -, onde accertare eventuali pericoli di contaminazione delle falde sottostanti ed individuare le necessarie misure per la messa in sicurezza e la bonifica delle aree interessate". E poi viene un ulteriore ciliegina, che è il periodo che segue e che dice: "E` superfluo sottolineare - superfluo, cioè si dovrebbe sapere - che situazioni del tipo appena descritto - cioè quello di interramento dei rifiuti con possibili contaminazioni delle falde acquifere - possono causare seri problemi economici e di responsabilità civile e penale per i futuri proprietari delle aree in questione". Apriti cielo, succede il finimondo perché se una pagina di questo genere va in mano, devono aver detto sia alla Montedison che alla Enichem, va in mano a Fracanzani, qui si corre il rischio che salta il matrimonio. Oppure che il Ministro cominci a mettere il naso un po’ più approfondito negli affari dei boiardi di Stato che sono proposti, anzi boiardi privati per la Montedison e boiardi di Stato per l’Enichem sono proposti alle varie aziende. Di qui si impone o si ottiene, ma sa, dovendo ancora pagare 900 milioni non è difficilissimo ottenerlo, si ottiene dall’American Apraisal un correzione che voi vedete quella pagina di Drift che io ho fatto, per fare apparire i rilievi come puramente ipotetici, non come cose realmente avvenute come era scritto. In particolare come puramente ipotetiche le possibili contaminazioni delle falde acquifere. E si chiede ed ottiene la cancellazione del periodo sulla responsabilità civili e penali. E qui viene fuori un piccolo giallo: chi ha chiesto la cancellazione? Ora evidentemente non è stata l’American Apraisal di sua iniziativa, sarebbe privo di senso perché altrimenti non avrebbe messo nel Drift, e poi perché Georgescu nella sua deposizione ci dice: "Fattoci osservare", che vuol dire ci è stato fatto osservare da altri, "che non era pertinente". Ora qui c’erano due che potevano influire, o Riva o Cerami. Cerami poveretto è morto, manco a dirlo che Georgescu non si ricorda chi glielo ha chiesto, e qui ci sono varie versioni. Perché c’è Riva 1, diciamo così, che è il Riva dell’8 novembre del 1996 quando il dottor Casson gli ha messo sotto il naso quella pagina e in confronto con l’ultima versione che voi avete davanti agli occhi, e che si dichiara sbalordito e sgomento. Ed ammette, dopo essersi dichiarato sbalordito e sgomento, di aver chiesto lui la modifica sui sollecitazione di Necci cui riferiva tutto. Poi c’è il Riva 2, quello cioè del dibattimento, che ribadisce le sollecitazioni a modifica partite da Necci, questo a pagina 2. Che a pagina 7 dichiara: "Sicuramente tutte queste cose io le ho discusso con il mio Presidente, che era per l’appunto Necci", ma che fa un po’ marcia indietro sulla richiesta. Cioè mentre l’8 novembre del 1996 ha detto l’ho chiesto io, qui dice: "Non sono sicuro di essere io l’autore della richiesta". Direi che la cosa però non ha una grande importanza. Perché non ha una grande importanza? Perché evidentemente anche se la richiesta l’avesse fatta Cerami, che siccome è morto non può dire di no, anche se l’avesse fatta lui a nome della Montedison è chiaro che non l’aveva fatto all’insaputa di Riva che rappresentava l’Eni, anche perché Riva aveva sott’occhio l’originale del Drift, quello che avete anche voi. E quindi si doveva accorgere che erano state apposte delle... Quindi da chiunque sia partito erano comunque entrambi d’accordo di fare quelle modifiche. Comunque ribadisce che comunque tutte queste cose, dice Riva sempre, il Riva 2, come aveva detto Riva 1: "Le ho discusse con il Presidente", che era Necci. Dirà anzi a pagina 7 del suo interrogatorio del 20 febbraio 2001: "Quelle modifiche da un testo all’altro ne avevo parlato e ne hanno mandato copia senz’altro al Presidente". Dicendo addirittura a pagina 10: "Ho trovato i due fax - veramente dice che ha mandato, ma deve essere la frase più corretta -, con le quali ho mandato le due copie al Presidente". Ma allora se è stato lui a richiederlo, se ha assistito alla richiesta di un altro non si è opposto, anzi è stato d’accordo, se ne ha parlato con il Presidente, se l’ha mandato al Presidente come mai cade dalle nuvole quando Casson gli mostra l’8 novembre del 1996 le modifiche apportate? E lui cerca di spiegarcelo, dice a pagina 7 sempre dell’interrogatorio del 2001: "Ho ritenuto che quelle variazioni fossero assolutamente non significative". Per carità, si trattava di un accenno, anzi di una sottolineatura della responsabilità civile e penale, e lui ritiene che quelle variazioni non fossero significative. Ed aggiunge: "Ritenevo che quella parte, l’ecologia, cioè la parte ecologica, dovesse essere assolutamente nota". Il che significa che tutti dovevano sapere che venivano seppelliti i rifiuti, che c’era il pericolo di inquinamento delle falde acquifere e d’altra parte se lo dice lui dobbiamo credergli, tutti lo sapevano.

D’altra parte lui ha sempre detto e ribadito che era notorio, o perlomeno dubbio, il cattivo stato di manutenzione degli impianti della Montedison. Lo dice sia nel 1996, nei due interrogatori 1996, lo dice nel 2001. Naturalmente il nostro ineffabile Georgescu cerca di giustificare questa modifica, e dice: "Ma quel paragrafo era fuori tema, a noi è sembrato fuori del periodo delle indagini". Ma allora gli è stato chiesto: "Perché l’avete messo nel Drift?". Risposta: "Perché l’ha messa la Emas", ma in realtà siccome la lettera è firmata dall’American Apraisal, è vero che qui abbiamo viaggiato tempo per udienze ed udienze con illustri personaggi che ci dichiarano di aver firmato lettere senza averle nemmeno lette, però non è credibile che il signor Georgescu, visto che non è un grosso personaggio, abbia firmato la relazione dell’American Apraisal senza nemmeno averla letta. Gli è stato fatto una contestazione, e cioè che l’incarico, l’ho letto prima, riguardava anche e principalmente gli aspetti ecologici di queste fabbriche. E lui lo ammette, perché non può non ammetterlo anche perché è sotto giuramento, non è come gli imputati che possono dire quello che vogliono, che il confronto doveva essere effettuato con le normative. E qui c’è un altro piccolo elemento curioso. E cioè: pur non essendo stato previsto dall’incarico, il 3 novembre del 1996 viene scritta una lettera da parte dell’American Apraisal ove si dice: "Talune anomalie rilevate sono in corso di soluzione mediante gli opportuni investimenti". Una lettera che fa letteralmente a pugni con il Drift, e contrasta anche con il rapporto finale in ultima analisi. Gli si chiede perché la lettera l’ha scritta e in pratica non ha risposta. Messo alle strette l’8 novembre del 1996 durante quel primo interrogatorio dello sbalordimento e dello sgomento, aveva detto: "Beh, qualcuno me l’ha chiesta". Cioè non è che l’abbiano scritta di loro iniziativa. E in allora riconosce l’anomalia di aver fatto una lettera oltre a un rapporto, ma insiste tenacemente col dire: "Non ricordo chi me l’ha chiesto e perché". Ora qui o glielo ha chiesto Riva o glielo ha chiesto la buonanima di Cerami che non può parlare. La cosa è irrilevante perché se l’ha chiesto Cerami non è che fosse in sud America, era lì presente e quindi anche lui sapeva che veniva scritta questa lettera, perché il perché non occorre che ce lo dica, è evidente: volevano dare fumo negli occhi al Ministro. E sono riusciti anche a darlo perché la cosa è passata, anche se poi sappiamo le ulteriori vicende che agli inizi dell’anno novanta questo matrimonio si è sciolto e burrascosamente, ed è in corso credo da 11 anni, alla faccia della rapidità della giustizia privata, un arbitrato che non è ancora definito se non erro. Conclusione: vertici Enichem ed Eni contrariamente alle loro dichiarazioni, per esempio quelle di Necci che non sa nulla del cloruro di vinile, non sa nulla delle discariche, non sa nulla della lettera 5 agosto 1988 di Fracanzani e Reviglio, figuriamoci! Ha cercato di dire che non sapeva nulla neppure dell’American Apraisal, poi ad un certo momento, siccome è stato messo un po’ alle strette, ha detto: "Ah, sì, mi ricordo, mi ricordo. Sì, è stato fatto, mi hanno messo il rapporto sul tavolo ma io naturalmente non l’ho letto". I vertici Enichem ed Eni quindi sapevano, o dovevano sapere del grave pericolo di inquinamento ecologico e dello stato deplorevole degli impianti che si riversava ovviamente sulla salute dei lavoratori. Va aggiunto che l’Enichem che, attraverso tutto un gioco di scatole cinesi, gli impianti conferiti alla Roveda, l’acquisto delle azioni della Roveda, che aveva acquistato gli impianti in particolare di Marghera se non vado errato nel 1983 anche se sono rimasti in gestione della Montedison sino al 1987, deve rispondere dello stato degli impianti, anche perché dovevano sapere, ce lo dice Riva, della carenza di manutenzione da parte della Montedison. E i vertici aziendali imperterriti continuano a non saper niente. Accennavo prima a quanto non sapesse nulla Necci, non sapesse nulla scusi Cefis. Ho accennato anche a Necci che non sapeva nulla, neanche di stare al mondo. E lui che cosa ci dice candidamente: "Io non ho mai sentito la questione ambientale come un problema in quanto se ne dovevano interessare tecnici", e figuriamoci la salute, anche quello i tecnici. Perché? Perché, dice, io mi interessai della quotazione in borsa di Enimont e del collocamento delle azioni. Per cui questo signore, impegnato tutti i giorni fuori della porta dell’Eni a vendere azioni a chi passava della nuova società Enimont, non si è mai occupato dell’aspetto ambientale e non si è mai occupato della salute dei suoi dipendenti.

L’ambiente e la salute dei lavoratori erano tutto sommato problemi secondari, da delegare totalmente ai tecnici. Lui si occupava di collocare le azioni. Allora, e vengo verso la fine a vostra tranquillità, forse resto dentro i 45 minuti che mi ero ripromesso. Possono legittimamente i vertici di un’azienda disinteressarsi dei problemi dell’impatto ambientale e della salute dei lavoratori, e delegare tutto senza controllare assolutamente nulla? Ora, leggo più per me che per voi ovviamente che lo sapete a memoria, l’articolo 2087: "L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità e la personalità morale dei prestatori di lavoro". Non voglio qui ripetere cose che sono già state dette e che verranno ancora dette. Al di là anche di norme specifiche, poiché non è il medico che ha suggerito a una persona di fare l’imprenditore e non è il cardiologo che ha suggerito a una persona di fare il Presidente o l’amministratore delegato di un grosso complesso, chi si pone questo carico sulle spalle deve assolutamente tenersi aggiornato, farsi tenere aggiornato e curare e controllare che sia tutelata la integrità fisica e la personalità morale di prestatori di lavoro. L’imprenditore è quindi responsabile di tutte quelle grandi scelte che incidono sulla salute dei lavoratori. Perché è vero, io adesso non saprei citarle, ci sono delle sentenze della Cassazione che dicono che in materia di infortuni sul lavoro gli imprenditori, i vertici dell’impresa non rispondono se hanno adeguatamente delegato dei funzionari, dei dirigenti alla tutela della salute. Ma questo riguarda un singolo episodio, un incidente sul lavoro, un incidente plurimo, un incidente, non un susseguirsi di morti, di stillicidio di morti che ha portato a cifre da brivido come quelle che ricordavo prima e che voi conoscete benissimo. In questo caso l’imprenditore, cioè i vertici dell’impresa sono responsabili delle scelte che fanno. E qui andiamo Viola, a Maltoni, il caso Guldric, la Fulc, l’accordo segreto, non possono dire che non sapevano. Hanno saputo, hanno delegato, non hanno controllato. Se fosse vero questo dovremmo dire fatti loro. Siamo in materia di reati colposi, se non hanno fatto quello che dovevano fare, hanno corso, scelta loro, il rischio relativo di finire come sono finiti per merito di Casson sul banco degli imputati. Merito di Casson e anche di, come si chiama, beh, non parliamo di Bortolozzo, sto parlando di Termini, del Giudice Termini. Io sono alla fine e ho un record, ho parlato solo 40 minuti. Qui io sentirei anche il bisogno poiché rappresento due sindacati, di ripercorrere anche autocriticamente i comportamenti di questi sindacati specialmente negli anni ottanta. E` vero, qualcuno l’ha detto, lo dico io per primo, è vero, si è attenuata nel corso degli anni ottanta quella tensione verso i problemi dell’ecologia e della salute che c’era stata nel corso degli interi anni settanta. Però voi non dovete dimenticare, nessuno deve dimenticare che questo è avvenuto sotto un pesantissimo ricatto occupazionale di cui alcuni degli imputati che siedono da quella parte devono, politicamente, moralmente e giuridicamente in questo processo secondo le imputazioni che ci sono, rispondere. E vedete, signori Giudici, è facile, anch’io forse ho scritto persino dei volantini, me li sono distribuiti, su questo problema, con critiche al sindacato, etc.. Però non posso dimenticare che quando si hanno di fronte 7 mila padri di famiglia che preferiscono correre rischio di morire forse fra 20 anni di tumore pur di non morire domani di fame, è un po’ difficile resistere. Non hanno resistito, hanno fatto male, c’è una ripresa, c’è un impegno. Ho letto nelle conclusioni quali destinazioni si darà a quelle somme proprio per curare ed approfondire questo problema dell’impatto ecologico e della salute. Io credo quindi che questo processo, che è un processo, scusatemi, senza esagerazioni storico, si possa chiudere anche con una sentenza, scusate non voglio offendervi dicendo una sentenza storica, ma con una sentenza che fa una parte della storia. Perché se sarà una sentenza che dica che ci può essere una chimica pulita, perché un po’ il tentativo è quello di dire: beh, insomma la chimica si può fare solo così, volete la plastica? Volete gli oggetti di plastica? E beh, mangiatevi il cloruro di vinile, o perlomeno fatelo mangiare a qualcuno. No, ci può essere una chimica pulita. E qui la chimica, viceversa, è stata sporca. Se voi direte questo, se voi direte che viceversa a causa di questa chimica sporca che è stata fatta è avvenuta una strage non solo per inerzia, ma per la scelta di non spendere in manutenzioni, in rinnovamenti degli impianti, in ricerche, in aggiornamento metodologico. Se direte questo, ecco, questa sarà una affermazione di portata che va al di là di una semplice sentenza. Ma se chiamerete specialmente a rispondere, come sono stati chiamati i vertici finalmente delle aziende e non il semplice direttore di stabilimento o capo reparto. Qui veramente sarà un caso che, per quello che mi risulta, non si è quasi mai verificato. Certo non è che si faccia la rivoluzione con le sentenze e non si cambia neppure il mondo con le sentenze, ma se farete una sentenza di questo genere, bene, dovranno preoccuparsi di mettere al centro non solo profitto che è ovvio che mettono al centro il profitto, ma devono tenere conto anche della salute e dell’ambiente. Cioè della salute di tutti.

 

Presidente: grazie, avvocato Battain.

 

AVVOCATO SCATTOLIN

 

Avvocato Scattolin: avvocato Scattolin in sostituzione dell’avvocato Convento per la Parte Civile costituita Lovison Lorella. Allora, intervenire dopo l’avvocato Battain mi mette un po’ in difficoltà, perché certamente non ho la sua brillantezza. Allora l’argomento che dovrei trattare e che cercherò di trattare assai brevemente, è quello degli autoclavisti. Altro collega è incaricato con me di trattare questo argomento, lo farà alla prossima udienza se non sbaglio.

Con riferimento alla posizione di queste persone, di questi soggetti, naturalmente relativamente al periodo indicato nel capo di imputazione, ad avviso di questa Difesa non c’è dubbio che in capo agli imputati vi sia quella colpa, progressiva nel tempo, consistita in imprudenza, negligenza, imperizia, spesso con le azioni degli articoli 2087 Codice Civile, 236 ed altri articoli del D.P.R. 27/4/55 numero 547, degli articoli indicati dal D.P.R. 19 marzo 1956 numero 303 per non avere adottato, nell’esercizio dell’impresa, pur in presenza di conoscenze mediche e scientifiche, le misure necessarie per la tutela della salute dei lavoratori e per avere omesso di adottare tutte le altre cautele indicate al capo 1 del capo di imputazione, e di avere perseverato nelle omissioni nel tempo pur in presenza di sempre maggiori conoscenze mediche e scientifiche. Questo naturalmente l’ho ripreso dal capo di imputazione, è una piccola parte del capo di imputazione. Queste questioni sono già state affrontate chiaramente dal Pubblico Ministero e da alcuni colleghi che mi non preceduto, e saranno affrontate nuovamente. Già questa mattina l’avvocato Marin e l’avvocato Pozzan hanno citato ripetutamente gli articoli 2087 Codice Civile come appena adesso l’avvocato Battain, e gli altri articoli dei D.P.R. citati. Quindi io non li citerò nuovamente perché mi sembra una ripetizione assolutamente inutile. Io andrei direttamente a vedere che cosa è emerso dall’istruttoria dibattimentale in relazione appunto alle condizioni nelle quali hanno lavorato queste persone addette alle autoclavi. Allora, appunto dall’esame di molti testimoni, in particolare modo quelle rese all’udienza del 9 e 10 maggio sono emerse chiaramente le condizioni in cui lavoravano queste persone. Adesso io non voglio leggere naturalmente tutte perché sono troppe, ma sinteticamente vorrei un attimo... Dalle dichiarazioni risulta come avvenivano gli interventi, cosa facevano queste persone addette in particolare alla pulizia delle autoclavi. E parliamo del periodo fra il 1960 e 1986 quando pare che, anzi no pare, risulta appunto che c’è sempre stato qualcuno che entrava dentro le autoclavi originariamente per fare proprio pulizie, successivamente per completare le pulizie o comunque per fare la manutenzione. Allora qui abbiamo il teste per esempio Ceolin Primo all’udienza allora del 9 maggio, gli viene chiesto: "In che periodi lei ha provveduto alla pulizia delle autoclavi e in quale maniera?". Allora dice: "Bisognava fare la pulitura delle pareti con raschietto in plastica e dopo togliere via i blocchi che si erano formati con mazzette e scalpello". Gli viene chiesto se prima di entrare venivano fatti dei controlli sulla presenza del CVM, e questi risponde: "Inizialmente c’era un esposimetro che non so quanto efficace fosse, successivamente sono state installate le cosiddette cercafughe - parla di cercafughe, e dice: mi pare che dopo il 1965 sono stati introdotti questi cercafughe". Allora gli viene naturalmente come funzionavano questi cercafughe, che scopo avevano. Risponde che si trattava di una sonda che però funzionava solamente di giorno. Quindi con soluzione di continuità, e la notte quasi mai perché era sempre sotto carica. Quando una persona doveva entrare nell’autoclave, lui dice, questi ha lavorato al CV6, veniva inserita questa sonda dentro l’autoclave, veniva verificato che non c’era CVM e quindi successivamente si introduceva la persona che doveva fare la pulizia, e questa sonda veniva al CV6 ripeto, veniva tolta immediatamente. Quindi veniva fatta una verifica momentanea con la sonda, dopodiché appunto veniva tolta e cominciava la pulizia. Una persona per volta. Questa operazione pare che durasse, beh questo risponde minimo tre ore, ma dal complesso delle risposte date dai vari lavoratori alla fin fine penso che la media sia circa un’ora, un’ora e mezzo e non tre ore probabilmente. Questa è una risposta probabilmente eccessiva come tempo. Nel corso di questa pulizia si, sempre come è emerso più volte, venivano tolte delle incrostazioni sempre con lo scalpello e il martello, come abbiamo sentito prima. E naturalmente quando venivano tolte queste incrostazioni usciva del gas, si sprigionava del gas che era rimasto dentro queste impurità. E allora che cosa succedeva? Viene chiesto che cosa succedeva. In quel momento lì il lavoratore veniva fatto uscire dall’autoclave, si attendeva un po’, magari si mettevano in funzione di mezzi di aspirazione dell’aria e quando l’ambiente era nuovamente praticabile rientrava dentro l’autoclave per completare le pulizie. Viene chiesto a questo teste, come a molti altri successivamente, ma quando entravate nelle autoclavi avevate dei mezzi di protezione, avevate qualcosa, cosa mettevate? Questo risponde: "La visiera protettiva e i guanti". Gli viene chiesto: "Ma aveva delle maschere antigas?", risposta: "No". Domanda: "Nessuna maschera?", risposta: "No", domanda: "Di nessun tipo?", risposta: "No, nessuna maschera". Ed è sempre stato così, gli viene chiesto, fino dagli anni ottanta non aveva nessuna maschera? Risposta: "No". E questa è una circostanza che viene ribadita anche dalle altre testimonianze quando si chiede se facessero uso di maschere antigas, la risposta è sempre negativa. Emerge ad un certo punto che sono state fatte naturalmente delle modifiche. Quando si è venuti a conoscenza della cancerogenicità del CVM sono state apportate delle modifiche agli impianti per il lavaggio, per la pulitura delle autoclavi. Solo che questi sono stati dei tentativi che sono rimasti con un effetto piuttosto scarso. Nel senso che alla fin fine hanno provato con delle pompe, cosiddette pompe Peroni, però dopo poco tempo sono state eliminate che non funzionavano. Si è provato successivamente con degli scalpelli lunghi, lunghissimi ci dice, lunghi circa 2 metri in modo da poter fare la pulizia dall’esterno senza entrare all’interno. Solo che alla fin fine era sempre necessario che qualcuno entrasse alla fine. E comunque anche in questi casi mai nessuno ha usato maschere protettive. Poi sono stati introdotti, sempre successivamente, dei sistemi di allarme come i cromatografi, il gascromatografo la cui funzione era quella di segnalare una eventuale presenza in eccesso del gas. E tutti coloro ai quali è stato chiesto che cosa succedeva quando c’era un allarme dato dal cromatografo, le risposte sono pressoché concordi. Nel senso che quando c’era questo allarme innanzitutto non veniva interrotta la produzione, ma in ogni caso l’operaio più vicino insieme al capo turno si recava in cerca da dove venisse la fuga. E come andavate a vedere, con che sistema? Risposta: "Cercavate di vedere dove si va verificata la fuga con il cercafughe". Domanda: "Gli altri intanto cosa facevano?", risposta: "Continuavano a lavorare", domanda: "E non andavano via assolutamente?", risposta: "No, non andavano assolutamente via. Non si muoveva nessuno". E naturalmente anche queste ricerche venivano effettuate senza maschera, senza alcun mezzo di protezione. C’è addirittura più di qualcuno, in particolare un teste che riferisce di non essersi mai allontanato dal posto di lavoro in occasione di un qualsiasi allarme. Esclude che nei suoi oltre 20 anni di attività, di lavoro nell’ambiente autoclavi non si è mai allontanato dal posto di lavoro nonostante gli allarmi, e non è certamente l’unico. Chiedo scusa, cerco di sintetizzare al massimo in modo da non ripetere in continuazione le stesse cose. Abbiamo sentito che l’entrata nelle autoclavi è perdurata fino al 1985 - 1986 circa, con il tempo si è solo limitata la pulizia delle autoclavi che inizialmente avveniva molto più spesso, poi con l’adozione di certi sistemi di lavaggio più moderni ed anche meno dannosi obiettivamente, la pulizia, cioè la pulizia fatta manualmente è naturalmente diminuita nel tempo, nel senso di interventi di ingresso negli autoclavi. I testimoni assunti tutti hanno escluso di esserne stati informati, quando gli viene chiesto: "Ma voi sapevate, vi è stato comunicato che il prodotto che trattavate è cancerogeno?", pressoché tutti rispondono di averlo appreso autonomamente e non perché informati dall’impresa. Emerge ancora sempre dalle testimonianze assunte, che le maschere non venivano mai usate e comunque le maschere che pare ci fossero, ma maschere di stoffa o di carta, ma certamente non maschere antigas, l’uso della maschera pare fosse lasciato al libero arbitrio. Cioè alla libera scelta del lavoratore che se voleva proteggersi, per quello che poteva servire, poteva o non poteva di propria iniziativa fare uso della maschera. Ed appunto questa della maschera è una circostanza che ricorre in continuazione. Io sull’argomento avrei anche pressoché concluso, perché ne riparlerà il collega avvocato Grillo. Quanto invece alla posizione di Lovison e i prossimi congiunti di Lovison Giuseppe, in realtà i prossimi congiunti è soltanto la sorella, Lovison Lorella, non la sorella, chiedo scusa, la figlia. Lovison Lorella è una di quelle parti offese entrate nel procedimento ormai ampiamente inoltrato, a gennaio di quest’anno, a seguito della contestazione suppletiva del 13 dicembre 2000. E` figlia unica, all’epoca convivente di Lovison Giuseppe che è nato il 21 marzo 1933 e deceduto presso l’ospedale di Dolo il 29 aprile 1999. Ricordo che questo signore apparteneva alla carovana facchini Marghera, ed ha lavorato presso il Petrolchimico, ovviamente per la cooperativa, dal 1 luglio 1966 al 31 marzo 1993. Circa 27 anni. Le sue mansioni erano quelle proprie dei soci della cooperativa, e in particolare lui era addetto all’insacco. La posizione è stata trattata all’udienza del 3 dicembre 1999, prima che naturalmente la figlia si costituisse parte civile. E` stata trattata, c’è la cartella clinica in atti. Sinteticamente a quell’udienza il dottor Bai affermò che nel 1982, cioè 17 anni prima della morte, gli venne diagnosticata una epatopatia alcolica, poi evoluta in cirrosi. Questo è un particolare naturalmente sul quale la Difesa degli imputati insisterà, anzi ha già insistito nel corso dell’istruttoria con i propri consulenti. Poi nel 1997 ebbe una neoplasia al pene, che però fu operata completamente con la sua asportazione. La neoplasia polmonare, che è la causa della morte secondo i medici e secondo la cartella clinica, è comparsa l’8 aprile 1999 in occasione dell’ultimo e definitivo ricovero protrattosi per una ventina di giorni in seguito al quale poi il Lovison Giuseppe è deceduto, ed è stato appunto riscontrata all’aprile del 1999. Naturalmente le Difese fanno, cioè certamente fanno valere anche la circostanza che il Giuseppe Lovison purtroppo ha avuto un sacco di problemi di salute, oltre quelli indicati appunto, come era cirrosi epatica da alcool, ipertensione arteriosa, diabete mellito, etc. Ma naturalmente ad avviso di questo difensore è dimostrato che il fattore determinante della morte è la neoplasia polmonare contratta a seguito della sua attività svolta all’interno del Petrolchimico per la carovana facchini Marghera per ben 27 anni. Pertanto si rassegnano le conclusioni che sono nei confronti di tutti gli imputati di cui all’atto di costituzione di parte civile, esclusi i tre nei cui confronti il Tribunale aveva ritenuto che la costituzione fosse assolutamente inammissibile, ed escluso Schimberni naturalmente. Riconosciuta la penale responsabilità degli imputati predetti, condannarli in solido con tutti i responsabili civili al risarcimento dei danni richiesti nella misura di 331 milioni e 200 mila lire. Si chiede altresì una provvisionale di 170 milioni e si subordina la concessione della sospensione condizionale della pena a pagamento della predetta provvisionale. Si chiede inoltre la condanna in solido con i responsabili civili al ristoro delle spese di parte civile da liquidarsi come ha nota spese che verrà dimessa alla fine. Grazie.

 

Presidente: va bene, grazie. Avvocato Duse.

 

AVVOCATO DUSE

 

Avvocato Duse: tratterò le problematiche inerenti la posizione dell’azienda nei confronti delle organizzazioni sindacali, il ruolo svolto dalle organizzazioni sindacali all’interno dell’azienda dalla metà degli anni settanta in poi. E, precisamente, da quando le organizzazioni sindacali vennero a conoscenza degli effetti cancerogeni delle sostanze a cui erano esposti lavoratori. Parlerò poi dell’attività di informazione e di attivazione cui si fecero carico le rappresentanze dei lavoratori per la riduzione del problema dell’esposizione e delle maestranze delle sostanze tossiche. Naturalmente eviterò di soffermarmi sull’impatto che ebbe il caso Gudric sulla presa di coscienza dei lavoratori della chimica sulla pericolosità delle sostanze che venivano lavorate, così come non mi soffermerò sulla ricerca del professor Maltoni poiché sono tutti temi abbondantemente già trattati in quest’aula. Già alla fine del 1973 il problema del CVM occupava le discussioni nei convegni e veniva riportato nelle cronache giornalistiche. D’altronde già in quell’anno il consiglio di fabbrica della Solvay metteva il problema all’ordine del giorno. Già nel 1974 il Ministero del Lavoro, a seguito delle notizie e delle indagini provenienti dal resto del mondo, invitava la società a procedere a una indagine epidemiologica con l’esito che purtroppo da questo processo è emerso. Cioè nulla. Chiediamoci come era all’epoca il rapporto tra la base dei lavoratori e i sindacati. Il rapporto dei lavoratori con il sindacato era ottimo. Vi era fiducia nel consiglio di fabbrica composto dai delegati eletti nei vari reparti. Il sindacato aveva cominciato ad operare ed ad organizzarsi strutturalmente da poco. Solo dal 1968 - 1969 era uscito da quel clima di carboneria cui prima era costretto a convivere, e aveva cominciato a muovere i primi passi. Prima di quell’epoca infatti fare il sindacalista, fare il delegato costituiva un’attività a rischio. I rapporti gerarchici erano rigidissimi tra il capo reparto e i semplici operai vi era un clima di rigida e pesante gerarchia. Mi riferiscono i miei referenti sindacali che ho sentito molte volte nel corso di questo processo, che solo sedersi al cambio di turno poteva portare a sanzioni disciplinari. Infatti si pretendeva che l’operaio rimanesse in piedi in servizio anche durante gli ultimi attimi dell’orario prestabilito mentre attendeva di passare le consegne. Mi è stato riferito che il clima era tale che venivano organizzati scioperi contro i capi turno, considerati la longa manu del padrone all’interno della catena produttiva. Prima del 1968 - 1969 vi era una libertà incondizionata mente sfrenata di punire e licenziare operai e sindacalisti. E` in quel clima che maturò la coscienza sindacale.

In questi primi anni settanta il sindacato in uno con la base e con molta determinazione, cominciò a mettere in discussione le metodologie di lavoro e gli impianti esistenti. Da non dimenticare che lo statuto dei lavoratori era ancora nella sua primissima infanzia, quasi allo stato sperimentale essendo lo stesso divenuto legge solo nella metà dell’anno 1970. Nell’ambito di questo clima furono programmate ed eseguite ore ed ore di sciopero continuamente per mesi, con gravi sacrifici economici gli operai, coordinati dal consiglio di fabbrica e dalle organizzazioni sindacali attuarono due ore di sciopero a fine turno. A fine mese la busta paga che gli operai portavano a casa, era leggerissima. Ed anche questo fatto meriterebbe di trovare il suo peso in tema di discorso dei danni da risarcire. Di scioperare e protestare d’altronde ce n’era ben donde. Basti pensare che lo svuotamento e il lavaggio dell’autoclave avveniva nei primi anni settanta, in una prima fase, tramite ventilatore. Vale a dire che l’autoclave in pressione alla fine del ciclo veniva depressurizzata tramite un ventilatore che aspirava il residuo CVM in gas rimasto all’interno dell’autoclave e lo riversava. Lo riversava non in contenitori stagni, ma all’interno del reparto dove c’era il personale. Con questa tecnica barbara e rudimentale l’azienda evitava pericolo di esplosioni quando i suoi operai erano costretti a ripulire le autoclavi a fine polimerizzazione. E per far questo dovevano calare all’interno dell’autoclave una lampada per l’ispezione prima di calarsi loro stessi. Meglio togliere il gas e disperderlo nell’ambiente di lavoro che rovinare la produzione e gli impianti.

Solo a seguito del braccio di ferro del sindacato con l’azienda, effettuato tramite scioperi reiterati come ho accennato, mentre l’azienda temporeggiava dicendo che era necessario attendere i risultati definitivi delle indagini, furono adottati i primi ed insufficienti accorgimenti come l’aspirazione a vuoto del gas delle autoclavi. Mentre già a quell’epoca vi era la tecnologia e venivano progettati e realizzati impianti a cielo aperto con scarico a boccaporto chiuso. Ed infatti, dai primi anni settanta veniva costruito l’impianto CV24 nel 1971. E questo costituisce, questo fatto, un ulteriore segno e prova inequivocabile che l’azienda già dal 1969 era a conoscenza della tossicità del prodotto. Sempre a seguito di sue dure battaglie il sindacato e i lavoratori ottennero i primi strumenti di misurazione poiché volevano sapere il livello di concentrazione dei gas. Furono muniti delle rudimentali fialette Drer, pompette di vetro dotate di reagenti. Se il livello di gas superava una certa concentrazione, il reagente cambiava colore e gli operai potevano capire se vi erano 50 o 500 parti per milione di veleno nell’aria che respiravano. Magra consolazione questa conoscenza. Dopo l’indagine del professor Maltoni, oramai divenuta pubblica e prima dell’indagine Fulc arrivano i gascromatografi. Anche in quella occasione vi fu una battaglia sindacale per il posizionamento e la taratura di questi apparecchi.

Sono di questi anni le testimonianze dell’impegno sindacale nella tutela dei lavoratori e nel cammino di informazione e di presa di coscienza degli stessi del problema. Già a livello di contrattazione collettiva nazionale, come vedremo dettagliatamente in seguito quando tratterò del problema giuridico della violazione da parte dell’azienda della normativa contrattuale, già con i contratti collettivi di settore del 1969 e del 1972 il sindacato aveva preteso che non fossero poste in essere lavorazioni di CVM con concentrazioni superiori alle tabelle allegate. Con il contratto collettivo nazionale della chimica del 1976 il sindacato chiese ed ottenne che non vi dovesse essere alcuna esposizione né alcun contatto virtuale con le sostanze cancerogene. Quale era la parola d’ordine del sindacato in quel periodo? In quegli anni la parola d’ordine del sindacato fu la seguente: fermata, risanamento e riavviamento. Negli anni settanta, nell’area del Petrolchimico di Porto Marghera, trovavano lavoro e sostentamento circa 7 mila persone di cui circa 3 mila impiegati nei reparti di produzione del CVM. E` chiaro che il sindacato ha sempre fatto una politica di mantenimento del posto di lavoro, posto di lavoro che sicuramente avrebbe potuto e dovuto essere un posto di lavoro risanato purché fossero state adottate le precauzioni necessarie e rifatti gli impianti con la migliore tecnica che, peraltro, a quanto sembra già all’epoca era disponibile da parte dell’azienda.

Sono del 1975 le richieste di 250 lavoratori, coordinati dal consiglio di fabbrica, con le quali viene chiesta chiarezza all’azienda sul pericolo derivante dalle sostanze che vengono lavorate e manipolate. Viene richiesta una assemblea con la partecipazione del professor Maltoni e l’allontanamento immediato del personale dai reparti superato un certo numero di anni. Nell’aprile del 1975 escono numerosi iscritti del sindacato, tramite i quali vengono richiesti chiarimenti sull’entità del pericolo e sui rimedi possibili cui l’azienda risponde rassicurando che vi sono progetti per investimenti per i nuovi impianti pari a 100 miliardi di lire. Nel 1975 parte l’indagine Fulc grazie alla passione delle forze sindacali in azienda. Fulc sta per Federazione Unitaria Lavoratori Chimici che, allora come ora, raggruppa i tre sindacati di categoria dei chimici facenti capi a C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.. Ciascuna di queste è una confederazione tra le federazioni di categoria, una delle quali appunto è quella dei chimici. E` quindi evidente che C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. rivendicano, anche come propria, l’iniziativa della Fulc.

Nel 1974 l’Ispettorato Centrale del Lavoro dirama una circolare che impone alle aziende che producono cloruro di vinile, di controllare la situazione nei luoghi di produzione e suggerisce alle aziende di iniziare indagini epidemiologiche. La Fulc indice nel 1975 un convegno a Firenze dal quale parte l’operazione che vide collaborare università italiane, U.L.S.S., consigli di fabbrica, servizi sanitari aziendali ed università di Padova per la situazione nel Veneto.

E` inutile dire che, contrariamente a quanto indicato nella circolare ministeriale, l’indagine epidemiologica non partì affatto dall’azienda, ma venne fatta su incarico della Regione in collaborazione con province, università e su iniziativa della Fulc. La Regione Veneto stipulò infatti una convenzione con l’università di Padova, incaricando l’istituto di medicina del lavoro di svolgere l’indagine a Porto Marghera. Fu incaricato del coordinamento il professor Saia. Complessivamente furono un decina i medici che si occuparono delle visite degli operai. Nel frattempo la Fulc convocò decine e decine di assemblee di fabbrica ove venivano divulgate le conoscenze al tempo acquisite sulle patologie da cloruro di vinile, e ove veniva spiegato ai lavoratori il significato delle indagini in atto e il suo fine. Contemporaneamente venne costituito un altro gruppo di lavoro costituito da impiantisti coordinati dal professor Zanelli della facoltà di ingegneria dell’università di Pisa. La Fulc indice un altro convegno nel 1976, nel corso del quale il professor Zanelli relazionò sullo stato degli impianti. E su questo punto è agghiacciante leggere la relazione di questo tecnico là dove descrive come l’operatore doveva entrare dell’autoclave dopo tre o più polimerizzazioni per ripulire l’autoclave, o quando parla dei locali chiusi in cui gli operai dovevano operare. L’indagine Fulc sfocia nella relazione datata Padova 12 marzo 1977, che contiene un elenco dei lavoratori affetti da varie patologie da allontanare dai reparti. Si ha notizia certa che la relazione pervenne tempestivamente all’azienda. Nel quaderno Fulc del 4 luglio 1977 vi è un intervento del prof. Saia in cui si parla di una realtà molto grave, nell’ambito della quale veniva riscontrata una patologia diffusa. Alterazione a carico di molti organi, in particolare al fegato. Questo ha danneggiato una grandissima operai esposti. Il prof. Saia inoltre faceva un ampio accenno al pessimo standard degli impianti. Sta di fatto che al termine dell’indagine Fulc venne stilata una scheda finale che venne consegnata al singolo operaio. Al termine dell’indagine la Fulc, si è detto, promosse quattro assemblee finali fatte in due giorni per riuscire a informare tutti gli operai turnisti anche in orari notturni, assemblee tenute nel noto capannone posto davanti all’ingresso della Montedison cui partecipò il prof. Saia che si prodigò a riferire agli operai i risultati emersi dall’indagine sanitaria durata 3 anni. In realtà vi era la grossa preoccupazione di tutti su come l’azienda avrebbe ammesso, che avesse voluto farlo, gestito gli spostamenti. Posto che dopo le assemblee Fulc di informazione nessun operaio chiaramente era disponibile a rischiare la vita andando a lavorare nei reparti CV, sia pure in sostituzione dei colleghi ammalati. E questo è ovvio. Accedere infatti alle malsane lavorazioni era una cosa che nessuno si sentiva di fare. In questo periodo il sindacato si batté fermamente per l’arresto degli impianti, il loro risanamento e il successivo riavviamento degli impianti. Ma solo qualora gli stessi non avessero presentato più alcun rischio per gli esseri umani. L’azienda superò facilmente l’ostacolo, così come è stato ampiamente accertato nel corso del processo. E cioè lasciando tutti quanti al proprio posto, ammalati e non ammalati. Tutti continuarono a respirare CVM, sia pur grazie alle lotte del sindacato in quantità minori, ma pur sempre industriali. Ricordiamo tutti, ed è stata anche evocata dall’avvocato Battain, la deposizione del teste maresciallo Porcu sugli esiti pratici che sortirono dall’indagine Fulc del 1977. Su 211 persone da allontanare dai reparti dove venivano utilizzate le sostanze tossiche, ne furono allontanate solo 50. Mentre le altre 161 persone furono mantenute nonostante le patologie già in atto, a lavorare presso i reparti CV. Questo mi sembra uno dei fatti storici ineludibili di questo processo poiché vi è in questo caso la prova documentale della colpevolezza degli imputati. I medici prescrissero l’allontanamento, l’azienda non ottemperò affatto.

Nel mentre si stava conducendo l’indagine Fulc, le organizzazioni sindacali furono attivissime, prova ne sia le piattaforme che si succedettero. Da ricordare la piattaforma del settembre 1975 in cui viene evidenziata la necessità di avviare immediatamente una contrattazione per il rifacimento degli impianti, per portare la concentrazione dei tossici a livello zero o mac zero. La piattaforma Fulc del febbraio 1976 con la quale l’azienda viene specificamente accusata di tenere un atteggiamento dilatorio, di temporeggiare nel rifacimento degli impianti. Segue, nel febbraio del 1977, la piattaforma nazionale Fulc con la quale si rivendica il livello mac zero per i reparti CVM. Nell’aprile del 1977 la Fulc chiede la fermata del reparto CV6 e degli altri impianti. Vale a dire il blocco degli impianti per il rinnovamento dei medesimi. Fino a tale data il sindacato all’interno della fabbrica fu deciso e volitivo. La questione del CVM fu sempre gestita con la diretta partecipazione della base. Erano i tempi in cui il delegato, entrando nei reparti non aveva bisogno di fare grandi discorsi ai compagni per determinarli allo sciopero. C’era piena sintonia tra il consiglio di fabbrica e i compagni della base, ma soprattutto non vi era più nessuno che non si rendesse conto della minaccia derivante dall’esposizione. Scioperi e proteste quanti se ne vuole, ma il discorso di perdere posto di lavoro era ben più delicato. Far venire meno la fonte di sostentamento di migliaia di famiglie in ho scenario apocalittico di effetto a cascata di decina di migliaia di disoccupati nel ristretto territorio veneziano, fame e miseria, lo spettro dell’emigrazione come agli inizi del secolo, paure queste ben strumentalizzate dall’azienda per mantenere alti i profitti e gli interessi. Le parole d’ordine del sindacato, come si è accennato, descrivono bene la situazione: fermata, risanamento, riavviamento. Soprattutto riavviamento. Ma nei primi anni ottanta la parte più debole costituita dagli operai, fu costretta a cedere al ricatto e all’inganno dell’azienda, la quale fece una politica di temporeggiamento, di piccole concessioni per nulla risolutive come si è visto. In questo contesto le forze sindacali vennero a trovarsi, anzi tra tre fuochi: la sicurezza degli impianti, la crisi produttiva e il terrorismo. Cala l’occupazione, in particolare modo nei reparti CVM, spettro della cassa integrazione, venire meno delle certezze di poter contare sul posto di lavoro. Tutto questo portò le organizzazioni sindacali ad interpretare la volontà della propria base, mantenere e difendere il posto di lavoro, difenderlo e difendersi perché il Petrolchimico entrò nel mirino del terrorismo. Terrorismo nemico di tutti coloro che non si associavano alle teoria della lotta armata, della rivoluzione proletaria, nemico di tutti coloro che credevano nella forza della democrazia. Il sindacato viene costretto a una lotta per mantenere le posizioni raggiunte e tutelare il posto di lavoro dei propri associati. Come l’azienda ebbe ad approfittarne in maniera cinica ce l’ha ampiamente documentato il Pubblico Ministero. Passo ora ad esaminare la questione del danno subìto dalle organizzazioni sindacali ad opera delle condotte ascritte agli imputati. E` chiaro che rientra tra le finalità del sindacato, sicuramente tra le prime finalità la tutela e il controllo della sicurezza dei lavoratori e del posto di lavoro. Lo statuto dei lavoratori prevede sul punto una norma specifica, l’articolo 9 che riguarda la sicurezza come interesse collettivo. Recita infatti l’articolo 9 della legge 20 maggio 1970 numero 300: "Tutela della salute e dell’integrità fisica. I lavoratori, mediante le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a garantire la loro salute e la loro integrità fisica", norma chiarissima. In base a tale norma le rappresentanze dei lavoratori che normalmente sono rappresentanze sindacali, sono legittimate a richiedere l’eliminazione del rischio o la rimozione del pericolo che grava sui lavoratori. Laddove il rischio si realizzi e l’evento si verifichi, l’azione risarcitoria spetta solo al danneggiato. Ma è pur sempre vero che se l’evento si è verificato certamente nel luogo di lavoro non è stata fatta la dovuta prevenzione, ovvero si sono mantenute delle condizioni di lavoro pericolose e nocive. Questa constatazione tocca l’immagine del sindacato e la sua funzione attribuitagli dalla norma che ho appena ricordato. E` anche vero che nel caso si verifichino decessi ed infortuni di massa come nel processo che si sta discutendo, la posizione dell’organizzazione sindacale che abbiamo visto e investita da determinati compiti e diritti direttamente dalla legge, ne soffre ancora più fortemente nella credibilità e dell’immagine. Le rappresentanze sindacali dei lavoratori sono legittimate a costituirsi parte civile, non solo quando sia stato leso il diritto che il legislatore ha conferito ai lavoratori come collettività, ma anche e soprattutto quando sia leso il loro diritto proprio quali associazioni che statutariamente esercitano il controllo e la promozione della salubrità nell’ambiente di lavoro in quanto enti esponenziali della comunità dei lavori interessati, essendo la salubrità del luogo di lavoro un bene collettivo appartenente alla comunità interessata nell’ambito dello stabilimento o dell’unità produttiva.

Nel nostro caso il dibattimento ha ampiamente chiarito come le aziende abbiano fatto ricorso ad imbrogli e ricatti nei confronti dei lavoratori e delle loro associazioni nei modi tanto esaurientemente illustrati dalla pubblica accusa e che ovviamente eviterò di ripetere. Vi è comunque un dibattito in dottrina sull’azionabilità delle pretese fondate sull’articolo 9 dello statuto dei lavoratori. In carenza di mezzi processuali specifici, la soluzione prevalente è nel senso della esperibilità degli ordinari mezzi processuali, ivi compreso il ricorso urgente ex articolo 700 Codice Procedura Civile. Sul presupposto di un obbligo dell’imprenditore a trattare, si sostiene inoltre l’applicabilità, in caso di comportamenti ostativi da parte del datore di lavoro, del procedimento di repressione della condotta sindacale prevista dall’articolo 28 della legge 300 del 1970. Effettuate queste brevi premesse, poiché è giunto il momento di tirare le fila e di presentare le conclusioni, è opportuno esaminare la questione sotto il profilo del danno che dalla vicenda portata all’esame di questo Tribunale, ne sia derivato al sindacato e se vi siano state delle lesioni al diritto patrimoniale nelle organizzazioni sindacali costituite parti civili in questo processo. La più recente Cassazione, e mi riferisco alla pronuncia 810/98 numero 9991 ha ribadito il principio della sussistenza di una lesione alla sfera patrimoniale, sottolineo alla sfera patrimoniale del sindacato, qualora il datore di lavoro abbia violato il diritto di informazione e consultazione del sindacato sulla qualità dell’ambiente di lavoro, così incidendo sulla sfera patrimoniale del medesimo intesa quale comprensiva del diritto all’immagine e del rispetto della sua funzione.

Quindi sotto il profilo della configurabilità di un danno dal punto di vista della lesione e delle prerogative proprie del sindacato quale ente preposto al dovere diritto di controllo e prevenzione della salubrità degli ambienti di lavoro e tutela della salute dei lavoratori, la giurisprudenza ha risposto positivamente. Sotto un altro profilo la lesione dei diritti patrimoniali del sindacato è stata riconosciuta da dottrina e giurisprudenza in altre due importanti fattispecie. E mi accingo a parlare dell’applicabilità dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori alle ipotesi di lesione di diritti o interessi individuali. A scanso di fraintendimenti desidero porre l’accento sull’importanza e la pertinenza del richiamo alla nota norma di cui all’articolo 28 dello statuto dei lavoratori. Questa norma applicabilissima per analogia di tematiche alla nostra fattispecie, ha dato origine all’elaborazione di una complessa e articolata giurisprudenza sul diritto pertinente alle organizzazioni sindacali, alla tutela dell’immagine e al rispetto della funzione del sindacato. Si tratta di una norma ampiamente rodata, in vigore da più di un trentennio il cui richiamo a mio avviso è pertinente per spiegare la natura allora danno subìto dalle organizzazioni sindacali territoriali nell’ambito di questa complessa vicenda di cui vi è processo. Ho accennato che una importante acquisizione è stata quella relativa al riconoscimento dell’applicabilità dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori, non solo alle ipotesi di lesione dei diritti collettivi riconosciuti dallo stesso statuto, ma anche nelle ipotesi di lesione dei diritti o interessi individuali dei singoli lavoratori pur se protetti da altre norme. Da molto tempo infatti si ritiene che l’articolo 28 dello statuto sia applicabile anche alle ipotesi di lesione, di posizioni soggettive ed individuali. Si tratta infatti delle azioni cosiddette pluri offensive. La nozione di pluri offensività concerne i rapporti tra la tutela degli interessi collettivi e la tutela degli interessi individuali. Pertanto la violazione dei diritti individuali può dar luogo a due azioni. L’una degli organismi sindacali a protezione del loro diritto alla tutela dell’interesse collettivo, l’altra del singolo dipendente a tutela del proprio diritto soggettivo. Dottrina e giurisprudenza dominanti ritengono che non si possa parlare di alternatività tra azione del sindacato ed azione del lavoratore. Le singole azioni sono distinte per essere diversi i soggetti, la causa petendi e la petitum. Nei due casi infatti la condotta datoriale è esaminata e valutata da angolazioni e con finalità profondamente differenti dal momento che il Giudice è chiamato a verificare se l’atto o il comportamento del datore di lavoro abbia leso gli interessi collettivi tutelati con l’esercizio dei diritti di cui sono titolari esclusive le associazioni sindacali, mentre dall’altro il Giudice ha il compito di verificare la singola lesione del diritto individuale derivante dallo specifico rapporto di lavoro.

Fatta questa breve premessa appare evidente come nel processo in questione le azioni oggetto del processo, cioè le azioni del capo di imputazione abbiano avuto una precisa valenza pluri offensiva. Da un lato hanno leso il diritto del sindacato al rispetto del proprio prestigio, funzione ed immagine, peraltro connessi ai diritti scaturenti dall’articolo 9 dello statuto. Nonché al rispetto dei diritti e prerogative di origine contrattuale. Dall’altro hanno leso i diritti individuali dei singoli lavoratori. Come ha illustrato rappresentante della pubblica accusa i dirigenti e i responsabili di Montedison non hanno prestato la minima osservanza alle pattuizioni derivanti dai contratti collettivi di settore. Mi riferisco, a partire dal 1969, al contratto collettivo nazionale chimici di quell’anno, quando ancora le organizzazioni dei lavoratori non conoscevano la problematica che prevedeva la massima concentrazione di CVM in 500 ppm, mentre Montedison manteneva nelle lavorazioni concentrazioni superiori a 1000 - 2000 ppm. Mi riferisco inoltre al CCNL del 1972, dove le parti avevano stabilito che non fossero ammesse lavorazioni con concentrazioni superiori a 200 ppm, mentre il Pubblico Ministero ha fornito prova documentale che in azienda rimaneva una concentrazione di 500 parti per milione. Così come il CCNL chimici del 1976 stabiliva che non vi doveva essere alcun contatto tra i lavoratori e le sostanze cancerogene, mentre ciò non accadde. Così il contratto collettivo nazionale del 1979 e del 1983 che, come ci ha illustrato il Pubblico Ministero, sono stati sostanzialmente elusi. Da questa rapida disamina emerge con chiarezza un altro esempio di pluri offensività dell’azione posta in essere da fonte padronale. Da una parte la violazione delle norme contrattuali ha leso i diritti soggettivi dei singoli lavoratori, dall’altra la medesima inosservanza o elusione ha leso i diritti delle organizzazioni sindacali anche con riferimento al già richiamato articolo 9 dello statuto. E` altrettanto nota a questo Tribunale la frequente giurisprudenza degli anni ottanta in ordine alla violazione del dovere di buona fede nei rapporti sindacali. In particolare quando determinati atti di gestione aziendale siano adottati in violazione di precisi accordi sindacali. Tali violazioni sono antisindacali, e quindi produttive di danno in quanto obiettivamente idonee a ledere l’immagine e la credibilità, e quindi la forza del sindacato. In altre parole il mancato rispetto mediante violazioni ripetute delle previsioni del contratto collettivo, mette in discussione la credibilità, la funzione del sindacato vanificandone l’azione, ledendone l’immagine sia nei confronti della controparte imprenditoriale, sia nei confronti della base. Ma anche decisioni della giurisprudenza degli anni novanta ribadiscono questo concetto. Cito Pretura di Milano Giudice del Lavoro 28/1/1992 che afferma: costituiscono comportamento antisindacale la condotta di malafede del datore di lavoro e la violazione di accordi contrattuali con modalità tali da screditare l’immagine del sindacato presso i lavoratori, e disconoscere il suo ruolo istituzionale nell’ambito della dinamica contrattuale.

Ed ancora giurisprudenza del 1996: che riconosce la sussistenza della lesione del diritto all’immagine dell’organizzazione sindacale e al rispetto della sua funzione intesa come capacità del sindacato di aggregazione dei lavoratori. In definitiva l’ordinamento tutela comunque le associazioni sindacali da lesioni direttamente offensive o pluri offensive derivanti o no da violazioni contrattuali, ed intendo con questo termine violazione delle pattuizioni collettive. Ovvero da atti illeciti quando tali violazioni si realizzino con modalità tali da ledere l’immagine e la credibilità dell’organizzazione sindacale. Basta leggere brevemente gli statuti delle associazioni rappresentate da me e dai colleghi Battain e Zaffalon per rendersi conto come gli scopi e le finalità loro proprie siano state lese dalle condotte incriminate. Leggo lo statuto Ulcer che dice: lo scopo è difendere gli interessi morali ed economici dei lavoratori tutti, organizzare i lavoratori contro ogni arbitrio dei datori di lavoro. E sono ovviamente le medesime finalità della camera sindacale territoriale U.I.L. o C.G.I.L. o C.I.S.L. che a Venezia sono preposte a realizzare l’unità organizzativa e politica dei lavoratori delle varie strutture di categoria della provincia di Venezia. Si sta parlando delle organizzazioni sindacali considerate e viste dai singoli lavoratori come custodi a protezione di loro diritti. Organismi cui le maestranze, tramite processi democratici di delega, hanno affidato il compito di rappresentare e tutelare i loro interessi.

Va da sé che i gravi delitti contestati hanno minato, forse in modo irreparabile, la fiducia e l’affidamento dei rappresentanti nei loro rappresentati. Domande legittime sono affiorate e sono molto crude. Come è potuto succedere? Cosa facevano i sindacati? Forse se si fossero battuti di più qualche persona sarebbe ancora viva. Sul punto la questione è molto dibattuta anche all’interno delle forze sindacali. Ma questo è stato l’effetto del ricatto occupazionale degli atti ottanta e una eventuale incertezza o debolezza del sindacato non diminuisce per nulla la responsabilità di chi diresse le aziende gli stabilimenti. Le organizzazioni sono presenti al processo, oltre naturalmente per il compito istituzionale di essere vicine alle vittime degli infortunati ed ai loro familiari, anche per tutelare l’associazionismo inteso come forza del sodalizio dei lavoratori. E quindi un patrimonio storico appartenenti agli stessi lavoratori, e quindi per tutelare quel bene prezioso per i lavoratori costituito dall’esistenza di libere associazioni preposte alla tutela dei diritti dei lavoratori.

Far riparare i torti subiti dall’associazione costituisce un dovere primario del sindacato poiché l’associazione non è altro la riunione delle forze dei singoli lavoratori. Rimane difficile quantificare il danno così come descritto, non solo mancanza di criteri certi per determinare il medesimo, ma anche soprattutto perché le organizzazioni hanno discusso a lungo se quantificare il danno in termini monetari. E` prevalsa una linea unitaria di richiedere un danno che tutte le organizzazioni sindacali hanno quantificato in lire 250 milioni ciascuna. La U.I.L. e la C.G.I.L., essendo presenti con l’associazione di categorie e con quella confederale veneziana, ovviamente chiedono tale cifra cumulativamente per tutte e due le strutture con solidarietà attiva. Quindi un solo importo per sigla. L’intenzione delle organizzazioni confederali è di costituire una struttura no profit per la promozione della salute e dell’ambiente di Porto Marghera. L’idea delle organizzazioni sindacali parte dal fatto che Marghera, Venezia e i Comuni limitrofi e i loro abitanti e lavoratori, costretti a respirare i potenti agenti cancerogeni dovranno essere i primi a beneficiare del risarcimento.

Anzitutto con il risarcimento dei danni a chi è stato colpito da lutti e malattie professionali, poi con la messa in sicurezza e la bonifica delle aree inquinate. Ed inoltre con l’avvio di una indagine epidemiologica della popolazione, con l’applicazione rigorosa dell’accordo sulla chimica e la realizzazione nei tempi stabiliti degli investimenti necessari a mettere in sicurezza gli impianti. Ma non basta. Per il futuro deve rimanere una memoria, un segno, un monito che quanto accaduto a Marghera non abbia a ripetersi in quel luogo o in altre parti del Paese. Devono essere restituiti spazi sociali vitali a una collettività che è stata penalizzata da un uso indiscriminato del territorio e della laguna da adibire ad attività di promozione della salute. C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. intendono devolvere il risarcimento a una costituenda associazione senza scopo di lucro, che abbia come fine esclusivo la promozione della salute con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza dei luoghi di vita. Una associazione promuovenda da C.G.I.L., C.I.S.L. ed U.I.L., nonché dai Comuni della provincia, se saranno d’accordo, e dalle associazioni ambientaliste disponibili ad aderire alla proposta. L’obiettivo primario dell’associazione dovrebbe essere quella di elaborare proposte concrete, rapidamente realizzabili sostenute da analisi di assoluta rigorosità scientifica e fattibilità tecnica, favorendo l’informazione e la formazione. A questo fine le istituzioni potrebbero mettere a disposizione le risorse per recuperare all’interno dell’area industriale un sito dismesso, bonificato e da rinnovare dedicato ad un luogo di incontro sociale ed attrezzato, con aree verdi, sale riunioni, auditorium, sedi dell’associazionismo, un museo multimediale di storia del mondo del lavoro e del suo movimento di lotta per l’affermazione dei diritti in difesa della salute. Un organismo di alto valore scientifico, un centro di documentazioni, informazione e informazione da mettere a disposizione da chi è escluso da conoscenze, lavoratori e popolazione per evitare che in futuro si ripetono tragedie e stragi. Tale organismo autonomo da condizionamenti economici e politici e non sostitutivo dei doveri di promozione della prevenzione del controllo da parte di istituzioni all’uopo preposte, potrà operare con banche dati, convegni, ricerche, iniziative per aiutare i lavoratori e cittadini veneziani dell’intera Europa, esercitare il diritto alla salute e benessere. Questo è il progetto delle associazioni sindacali su come devolvere la somma che eventualmente dovesse essere attribuita nel caso di riconoscimento di quanto ho perorato. Dimetto per le mie assistite le relative conclusioni scritte. Conclusioni della parte civile per U.I.L. camera sindacale e provinciale di Venezia, Ulcer, Unione lavoratori della chimica energie e risorse di Venezia parti civili costituite nell’odierno processo.

Il sottoscritto avvocato proc. dom. delle parti civili sopra indicate così conclude: condannarsi gli imputati tutti, così come indicati nell’allegato A) del decreto che dispone il giudizio alle pene che il Tribunale riterrà di giustizia; condannarsi i medesimi in solido tra loro al risarcimento dei danni subiti dalle parti civili in ragione di complessive lire 250.000.000 per entrambe le sigle sopra indicate; in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. in persona dei rispettivi rappresentanti legali pro tempore; sentenza provvisoriamente esecutiva. In via subordinata si chiede che il Tribunale voglia disporre, a carico degli imputati responsabili civili in solido al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva, non inferiore al 50% delle somme richieste. Si chiede inoltre la condanna dei soggetti sovraindicati alla... delle spese, indennità onorari come da separata nota che sarà depositata in sede di replica e che provvisoriamente si anticipano nella somma che ho indicato in questo atto in via provvisoria all’udienza di oggi.

Passo ora a trattare delle singole posizioni delle parti private deceduti ed infortunati che io tutelo. Brusegan Carlo ha lavorato al CV14 dal 1974 al 1978 con mansioni di autoclavista addetto alla pulizia delle autoclavi. E quindi ha sopportato il massimo dell’esposizione alle sostanze cancerogene. Già nel 1982 sviluppa un tumore alla laringe diagnosticato ed operato nell’82. All’indagine Fulc veniva segnalato per avere in atto una epatopatia cronica. Nell’85 si scopre affetto da altri tumori, rispettivamente al solco balano e da due carcinomi cutanei diagnosticati nell’85. Sfortunata vittima del CVM successivamente contrae tumore al polmone, muore nell’87. Abbiamo sentito che per i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, vista l’esposizione al CVM in ragione delle mansioni di autoclavista svolte per quattro anni, il tumore alla laringe, l’epatopatia cronica e il tumore del polmone sono attribuibili al CVM. E ciò in base alle considerazioni dello Iarc. Anche i tempi di latenza sono compatibili in rapporto alle conoscenze in tema di cancerosi chimica. All’odierno processo si sono costituiti i familiari del compianto signor Brusegan, rispettivamente la moglie Gentilini Osanna e i cinque figli, Mariangela, Fiorella, Tosca, Ivana e Marco. Persone serene e semplici, non chiedono vendetta, ma giustizia. Il loro congiunto, marito e padre, oggi avrebbe ancora un’età tale da potersi godere famiglia e nipotini se i veleni chimici a cui è stato esposto non l’avessero strappato alla vita dopo una lunga malattia. E` un caso questo che se si potesse fare una scala delle sofferenze, visto come il Brusegan è stato colpito reiteratamente dal tumore, egli sarebbe tra i primi. Rassegno quindi le conclusioni per i prossimi congiunti di Brusegan Carlo. Conclusioni della parte civile nel procedimento odierno a carico di Cefis più altri, i signori Gentilini Osanna, Brusegan Mariangela, Brusegan Fiorella, Brusegan Tosca, Brusegan Ivana, Brusegan Marco, parti civili costituite nella loro qualità di prossimi congiunti di Brusegan Carlo, per mezzo del loro procuratore speciale avvocato Walter Duse del Foro di Venezia dimettono le seguenti conclusioni nei confronti di Bartalini Emilio, Cefis Eugenio, Gatti Piergiorgio, Lupo Mario, Gai Passauro, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Grandi Alberto, Darminio Manforte Giovanni, Calvi Renato, Reichemback Giancarlo, Rizzi Nicola, Trapasso Italo, Necci Lorenzo, Fabbri Gaetano, Belloni Antonio, Diaz Gianluigi, imputati come in atti, voglia l’illustrissimo Tribunale condannare gli imputati alla pena che sarà ritenuta di giustizia; voglia altresì condannare i medesimi al pagamento in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. in favore delle costituite parti civili delle seguenti somme pari a lire 321.866.600 cadauno, così come sono state dettagliatamente, e si possono leggere, illustrate nelle conclusioni che ho in mano in base ai criteri noti. Oltre a rivalutazioni ed interessi dalla diagnosi della malattia al decesso, sino alla data di deposito della sentenza, e i secondi fino all’effettivo saldo. Sentenza provvisoriamente esecutiva.

In via subordinata si chiede che venga disposta una provvisionale immediatamente esecutiva pari al 50% della somma risultante per ognuno, e quindi basta fare diviso due e si vede quant’è. Comunque complessivamente per tutti quanti la somma è di lire 965.000.000. Spese, indennità ed onorari come da separata nota che sarà depositata in sede di replica, e comunque si quantificato nella cifra che è indicata in questo atto in via provvisoria al 15/6/01.

Scagiante Severino nato nel 1928 e deceduto nel 1997 per epatocarcinoma. Ha lavorato nei reparti plastificati nel 1960 come addetto ai catalizzatori del PVC, poi è passato ad altri reparti. Dal 1965 all’82 ha fatto in manutentore. Abbiamo ampiamente appreso in questo lungo processo e dalla requisitoria del Pubblico Ministero quali sono i rischi di contrarre epatocarcinomi non solo alle alte esposizioni, ma anche alle basse se prolungate nel tempo. Abbiamo bene appreso da questo processo come dal punto di vista della genetica molecolare un cancerogeno non ha mai dosi minime di soglia, che la concerogenesi ha diverse tappe e il CVM agisce su tutte queste tappe intervenendo su fasi già iniziate. Abbiamo inoltre appreso con preoccupazione degli effetti del CVM su popolazione abitanti nelle contiguità della fabbrica con valori statisticamente significativi rispetto alle medie attinenti alle popolazioni non esposte. Ultra ventennale la permanenza dello Scagiante all’interno dei reparti. Anche se non addetto alle lavorazioni più rischiose, l’ha portato a contatto con le sostanze nocive oggetto del presente processo da cui ne è derivato sicuramente, per concausa, la letale malattia. Lo Scagiante viene nuovamente ricordato questo processo dai suoi congiunti, la moglie Longo Luigia e i figli Rossella e Daniele per i quali concludo come da atto scritto. Conclusioni della parte civile: i signori Longo Luigia, Scagiante Rossella e Scagiante Daniele parti civili costituite nella qualità di prossimi congiunti di Scagiante Severino, per mezzo del loro procuratore speciale avvocato Walter Duse, dimettono le seguenti conclusioni nel presente procedimento nei confronti di: Bartalini Emilio, Cefis Eugenio, Gatti Piergiorgio, Lupo Mario, Gai Passauro, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Grandi Alberto, Darminio Manforte Giovanni, Calvi Renato, Reichemback Giancarlo, Rizzi Nicola, Trapasso Italo, Necci Lorenzo, Fabbri Gaetano, Belloni Antonio, Diaz Gianluigi, Morione Paolo, Presotto Cirillo, Fedato Luciano, Marzollo Dino, Porta Giorgio e Burrai Alberto, imputati come in atti, voglia l’illustrissimo Tribunale condannare gli imputati alla pena che sarà ritenuta di giustizia; voglia altresì condannare i medesimi al pagamento in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. in favore delle costituite parti civili delle seguenti somme pari a lire 310.400.000 cadauno così come dettagliate nell’atto che sto leggendo in base ai noti criteri giurisprudenziali. Oltre di valutazioni e di interessi sempre con i medesimi criteri già descritti. Sentenza provvisoriamente esecutiva. In via subordinata si chiede venga disposta una provvisionale immediatamente esecutiva pari al 50% della somma complessivamente risultante. E perciò complessivamente pari a lire 465 milioni per tutti e tre insieme, ovvero per la somma che codesto onorevole Tribunale riterrà provata anche in via equitativa. Spese, indennità ed onorari come da separata nota che sarà depositata in sede di replica e che comunque per le presenti conclusioni si anticipano nella somma indicata.

 

Presidente: non è necessario che dica anche le nota, cioè voglio dire: concluda per quanto, l’avevo già detto anche stamattina.

 

Avvocato Duse: sì, alcuni colleghi hanno letto, io sono sempre diligente. Trabacchin Antonio. Dalle indagini effettuate è stata ricostruita la carriera lavorativa del signor Trabacchin. In particolare è emerso che il Trabacchin ha lavorato dal 1961 all’81 alle dipendenze della cooperativa Aurora e cooperativa facchini di Tessera come addetto all’insaccaggio. Nell’81 dovette smettere di lavorare perché venne riscontrato affetto da adenocarcinoma a cellule squamose, a seguito del quale venne sottoposto a penose operazioni chirurgiche. In data 2/1/1998 venne nuovamente riscontrato un altro tumore, carcinoma laringeo con insufficienza respiratoria acuta. Vennero eseguite altre dolorosissime operazioni chirurgiche. Attualmente il signor Trabacchin versa in condizioni disperate, quasi non può respirare, è altrettanto impossibilitato a parlare, a nutrirsi come un normale essere umano e versa in un profondissimo stato depressivo. Il signor Trabacchin, come risulta dalle indagini, ha sempre tenuto uno stile di vita impeccabile. Non ha mai fumato né mai abusato di sostanze alcoliche. Appare quindi del tutto evidente come il lungo periodo di attività lavorativa svolta in ambiente Montedison come insaccatore di CVM deve essere messo in relazione diretta e causale con le malattie che hanno devastato e stanno devastando il signor Trabacchin. Ricordiamo che è stato sentito il nostro CTP dottor Favit, il quale per diretta conoscenza personale ha riferito sulla tossicità ambientale esistente all’epoca Montedison. La pressoché nulla igiene ambientale, oltre alla mancanza di qualsiasi attività preventiva. Il dottor Favit ha definito l’attività di insaccatore svolta per 20 anni dal Trabacchin, come attività a rischio elevatissimo, nel corso della quale l’operatore inspira continuamente per tutto il tempo della giornata lavorativa il materiale che viene insaccato. Le considerazioni del dottor Favit vengono ampiamente condivise dai periti della pubblica accusa.

In conclusione si può affermare che la pesante attività lavorativa dimostrata in assenza di altre attività lavorative a rischio ed unitamente all’assoluta mancanza di fattori confondenti, permette di ritenere certa l’origine professionale delle patologie neoplastiche. Volendo e dovendo quantificare sotto il profilo del danno biologico l’entità del danno prodotto a tali patologie, il danno è quantificabile secondo il nostro CTP nel 60% rispetto alla piena integrità psicofisica del soggetto. Dimetto anche per il signor Trabacchin le conclusioni scritte. Conclusioni della parte civile Trabacchin Antonio per mezzo del suo procuratore domiciliatario, dimette le seguenti conclusioni nei confronti di Bartalini Emilio, Cefis Eugenio, Gatti Piergiorgio, Lupo Mario, Gai Passauro, Gritti Bottacco Carlo Massimiliano, Grandi Alberto, Darminio Manforte Giovanni, Calvi Renato, Reichemback Giancarlo, Rizzi Nicola, Trapasso Italo, Necci Lorenzo, Fabbri Gaetano, Belloni Antonio, Diaz Gianluigi, Morione Paolo, Presotto Cirillo, Fedato Luciano, Marzollo Dino, imputati come in atti, voglia l’illustrissimo Tribunale condannare gli imputati alla pena che sarà ritenuta di giustizia; voglia altresì condannare i medesimi al pagamento in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A. in favore della costituita parte civile la somma complessiva di lire 325.000.000 considerato il punteggio che ho evidenziato di invalidità permanente. Sentenza provvisoriamente esecutiva, oltre naturalmente ad interessi di valutazione.

In via subordinata venga disposta una provvisionale immediatamente esecutiva pari al 50% della somma complessivamente risultante. E quindi lire 162.500.000, ovvero per la somma che codesto Tribunale riterrà approvata in via equitativa, spese indennità e onorari come già ricordato. Grazie.

 

Presidente: facciamo una piccola sospensione. Io non so quanto parlerà l’avvocato Zaffalon, noi alle sei e mezzo comunque chiudiamo. Bene, allora riprendiamo. Avvocato Zaffalon, prego.

 

AVVOCATO ZAFFALON

 

Avvocato Zaffalon: Presidente, nel tentativo di guadagnare tempo ho ritenuto, dovendo trattare un tema noioso come quella della prescrizione, di stendere per ciascuno imputato delle schede nelle quali viene riferito a detto imputato l’insieme degli infortunati il cui periodo di esposizione va a ricadere nel periodo di competenza di questo imputato. In questo modo abbiamo una traccia di quello che possiamo ritenere reato di disastro riferito a ciascun imputato. Quando dico riferito intendo riferito in tutto o in parte. Cioè se il periodo di esposizione ricade anche solo in parte e nel periodo di competenza di quell’imputato, abbiamo ritenuto di indicare egualmente quell’infortunato comunque riferibile a quell’imputato. Non solo, ma abbiamo inserito anche quegli infortunati, molto pochi per la verità, che sono stati assunti o comunque hanno avuto l’esposizione successivamente alla cessazione del periodo di competenza sotto il profilo del fatto che ciascun imputato, avendo messo in essere una determinata situazione aziendale, risponde, anche dopo essere cessato, di quella situazione che egli ha creato e che determinerà successivamente alla decadenza della carica insieme ad altre cause, l’infortunio, cioè la malattia o la morte. Questo lavoro molto noioso che ho fatto, è basato su quella tabella che è stata prodotta dal Pubblico Ministero e nella quale il Tribunale ha trovato fin dall’inizio i nomi degli infortunati e dei periodi di esposizione di ciascun infortunato. Naturalmente potrà succedere che il Tribunale all’esito della discussione, in sede di decisione, ritenga di dover escludere alcuni infortunati dal nesso di causalità oppure dalla responsabilità per colpa. In questi casi basterà che il Tribunale depenni quegli infortunati dalla scheda in modo che residueranno gli altri infortunati, quelli che il Tribunale avrà ritenuto invece legati al comportamento degli imputati. Questo lavoro in tema di prescrizione presuppone però una sistemazione dogmatica che affronto molto rapidamente.

Circa i rapporti tra l’articolo 434 in tema di disastro innominato, 437 in tema di omissione delle cautele e 449 e cioè il disastro colposo. Dico questo perché mi sono posto un problema che sottopongo al Tribunale, problema che ritengo senz’altro superabile, che però credo sia necessariamente da esaminare. L’articolo 437 al secondo comma, cioè ove si parla di omissione di cautele con l’aggravante che ne derivi un disastro oppure un infortunio, viene a configurare una aggravante rispetto al reato semplice che è reato di pericolo, cioè quello della omissione di cautele senza che ne derivano disastri o infortuni? La domanda in tema di prescrizione è legittima, perché la prescrizione decorre dalla consumazione del reato. E se il secondo comma dell’articolo 437 individua una circostanza aggravante che si forma successivamente alla consumazione, consumazione che dovremmo individuare nella commissione della condotta semplice, e cioè del reato di pericolo, il dies a quo della prescrizione dovrebbe scattare prima del verificarsi dell’infortunio o del disastro, cioè nel momento in cui viene messa in atto l’omissione delle cautele. E quindi in ipotesi anche 30 anni fa negli anni settanta. Ho dato un’occhiata alla giurisprudenza e alla dottrina, questo materiale è stato prodotto, esibito al Tribunale. In dottrina si preferisce affermare che il secondo comma dell’articolo 437 assomiglia molto ad un reato preterintenzionale. E cioè un reato nel quale la condotta base è un reato di pericolo, è un reato doloso al quale segue un evento non voluto che è appunto l’infortunio e il disastro. Leggo per esempio questo autore, Pierbellini: l’omissione o rimozione di apparecchiature atte a prevenire disastri o infortuni, paiono assorbire in sé quel giudizio di prevedibilità ed evitabilità necessario per la sussistenza del coefficiente psicologico colposo rispetto all’evento ulteriore causato. In sostanza la dottrina dice: c’è sempre il nesso di causalità perché è normale che alla omissione di cautele segua un evento disastroso o un infortunio. Peraltro la giurisprudenza ha creato una figura che mi pare, non so, più vicina alla materialità dei fatti nelle fattispecie, e cioè quella del reato complesso. Ho qui la sentenza sul caso Mac Navi, ricorderete quel tremendo fatto accaduto a Ravenna quando numerosi operai infilati nei cunicoli delle stive morirono gassati. Bene, si pose tra le tante questioni anche questa e la sentenza della Corte Suprema è dell’8 novembre 1993 il deposito, 16 luglio 1993 la pronuncia, afferma questo: il disastro, benché contestato a tutti autonomamente, è stato per alcuni imputati considerato circostanza aggravante del delitto di omissione dolosa di misure contro infortuni. Comma 2 del 437. E come tale è stato assorbito in quest’ultimo reato come reato complesso. Era contestato anche in quel caso il disastro innominato e il 437 comma 2. Anche a questo proposito vale quanto detto in ordine all’aggravamento di pena per l’omicidio colposo di più persone. Quella prevista dall’articolo 437 comma 2 non è una circostanza aggravante in senso proprio, bensì una ipotesi di concorso formale di reati. Esattamente di omissione di impianti antinfortunistici e di disastro colposo. Unificati ai fini della pena per evitare la maggiore severità del cumulo materiale. Basta quindi la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro colposo, non anche dell’evento. A questo punto allora posso finire un discorso in tema di prescrizione citando Paolo Pisa che ha scritto un egregio articolo sull’enciclopedia del diritto a proposito dei reati aggravati dall’evento. L’autore in sostanza sottolinea la necessità, l’esigenza dice di una attenta verifica al fine di stabilire in concreto se dietro un ipotetico delitto aggravato dall’evento, non si celi in realtà una autonoma figura criminosa. In conclusione, se si è realmente di fronte ad un delitto aggravato dall’evento e il dies a quo della prescrizione non potrà che identificarsi in quel momento consumativo del reato base. Se invece la fattispecie solo in apparenza si presenta come tale, mentre in realtà dà luogo ad un titolo autonomo di reato, il giorno di decorrenza della prescrizione coinciderà con il verificarsi dell’evento elemento costitutivo. E del resto, e finisco sul punto, mi pare, mi sembrerebbe assurdo pensare ad una prescrizione come nelle nostre fattispecie, che comincia a decorrere, supponiamo per un imputato che abbia cessato la carica negli anni settanta, dal momento della cessazione di questa attività, e cioè momento nel quale cessa la condotta costituente l’omissione delle cautele, con la conseguenza che questa prescrizione per definizione potrebbe decorrere prima, e nel nostro caso decorrerebbe prima, del verificarsi dell’evento, e cioè del disastro e dell’infortunio. Un assurdum che mi sembra convinca della correttezza della tesi, io dico quella che mi piace di più, della sentenza della Corte Suprema in... e Mac Navi. In sostanza, per concludere il reato di disastro colposo ricordo che il disastro innominato colposo esiste solo come reato di evento e non di condotta ex articolo 449, il reato di disastro colposo viene assorbito dall’articolo 437 comma 2 che, appunto, prevede la cosiddetta aggravante per il verificarsi di un disastro. E quindi gli imputati debbono rispondere di omissione delle cautele e di disastro colposo unificati nel secondo comma dell’articolo 437. Quando si consuma questo disastro? Nel nostro caso abbiamo un disastro che vorrei chiamare progressivo. E quindi è una consumazione che si protrae con il verificarsi degli eventi e man mano che questi si aggiungono l’uno all’altro. Non può evidentemente che sostenersi questo, a meno che non si pensi al concorso formale di tanti disastri colposi quanti sono gli infortuni, e cioè le lesioni o gli omicidi che vanno a concretare l’ipotesi aggravata dell’articolo 437. Ed allora, per venire veramente a concludere su questo problema del giorno di decorrenza della prescrizione per il reato di cui sto parlando, 437 secondo comma, a me sembra che non si possa far capo che all’ultimo evento che sia intervenuto, che costituisce appunto l’ultimo fatto di consumazione del reato di cui all’articolo 437 secondo comma. Bene, quel lavoro che ho cercato di fare con le schede di ciascun imputato, dimostra che per ciascun imputato gli eventi si protraggono fino all’anno 2000.

Per maggiore semplicità di lettura ho evidenziato gli ultimi due eventi di morte per ciascun imputato, ed appunto per ciascuno si tratta di eventi l’uno del 2000 e l’altro del dicembre 1999. Poiché l’articolo 437 secondo comma ha un periodo di prescrizione di 15 anni, è dunque da dicembre 2000 che comincia a decorrere la prescrizione per il reato di disastro colposo progressivo attribuibile a ciascun imputato. Devo dire una parola sulla questione che ho prima segnalato, che ci sono, sia pure rari casi, nei quali alcuni infortunati sono stati assunti in epoca successiva al periodo di competenza di qualche imputato. Si tratta in particolare di quegli imputati che hanno cessato la carica negli anni settanta, mentre vi sono alcuni infortunati assunti negli anni ottanta. Per quanto dicevo sono stati inclusi nella scheda sotto il profilo che l’imputato, sia pur cessato, aveva messo in atto una situazione della quale deve rispondere per quanto avviene dopo la sua cessazione. Su questo punto esibisco al Tribunale quella sentenza delle Sezioni Unite in data 30 gennaio 1991 che tratta di una fattispecie naturalmente tutto affatto diversa, però sulla quale penso si possono applicare gli stessi principi. Parlo del caso del produttore, venditore, noleggiatore di macchine per l’impresa, macchine irregolari sotto il profilo normativo e che vengono prese in carico ed utilizzate dall’imprenditore. Dopo alcuni anni avviene l’infortunio dovuto, in ipotesi, appunto alla irregolarità della macchina. Si poneva problema, e cioè produttore aveva sollevato problema della sua estraneità sostenendo di non poter rispondere di un avvenimento avvenuto a distanza di anni in un momento del quale egli non aveva più la signoria sulla macchina in quanto la macchina era stata appunto venduta o noleggiata all’imprenditore. E che quindi doveva rispondere soltanto l’imprenditore per la sua colpa nel non avere regolarizzato la macchina o non averla abbandonata. La Corte Suprema risponde che è responsabile anche il produttore, venditore e noleggiatore. Sotto il profilo del concorso di cause, sotto il profilo cioè che la colpa o la causa ricollegabile all’imprenditore costituita dal fatto di avere utilizzato una macchina irregolare, non è da sola sufficiente ad interrompere il nesso causale rispetto all’altra causa da cui deriva l’infortunio, e cioè la irregolarità della macchina, anche se venduta appunto in epoca precedente e quindi non più sulla signoria di chi l’ha prodotta. Dice la Corte nella motivazione, è abbastanza normale e quindi assolutamente prevedibile che una macchina irregolare produca un infortunio. Non si vede quindi come la colpa dell’imprenditore che l’ha utilizzata possa decidere un nesso causale che è assolutamente prevedibile e quindi esistente. In tema di prescrizione resta l’ultimo problema, e cioè quello della prescrizione dei reati di omicidio e lesioni colpose. Infatti finora ho parlato solo del reato di disastro così unificato, come dicevo prima, e cioè come reato complesso di cui all’articolo 437 comma 2 assorbente il disastro innominato. Per gli omicidi colposi e per le lesioni colpose evidentemente i termini sarebbero non solo molto brevi, ma soprattutto falcidiati alla base nella gran parte da una decorrenza che dovesse partire nel momento dell’evento, e cioè per le lesioni dall’accertamento dell’insorgenza della malattia e per l’omicidio colposo dal momento dell’evento. Su questo ricordo, e ho già ricordato sede preliminare, una giurisprudenza tuttora vigente e direi a questo punto consolidata perché l’ultima sentenza che vi ho sottoposto è del 1999, nella quale afferma che in tutti i casi in cui siamo di fronte ad un reato base doloso, il reato colposo può venire unificato come vincolo di continuazione quando vi sia una colpa con previsione dell’evento.

In questo caso, come sappiamo, la colpa è contestata, questo tipo di colpa è contestata nel capo di imputazione e, inoltre, il Pubblico Ministero si è diffuso sulla questione, quindi mi permetto di richiamarmi. Bene, a me sembra che questa giurisprudenza visto l’autorevolezza e visto anche le motivazione che la sottendono e che si richiamano al sottile confine che distingue, o se vogliamo quasi inesistente confine che distingue il dolo eventuale dalla colpa con previsione, credo che il Tribunale possa e debba seguirle. Io certo non ho l’autorità per svolgere argomenti ulteriori rispetto a quelli della Corte Suprema. Abbiamo quindi un reato base che è l’articolo 437 comma 1, omissione delle cautele, che è un reato doloso. Su questo reato base si innestano i reati colposi che, secondo l’assunto del Pubblico Ministero, omicidio o lesioni, sono legati alla omissione delle cautele, appunto dalla previsione dell’evento e quindi da questa colpa qualificata. A me sembra allora che se questo è il principio di diritto a cui dobbiamo attenerci, allora poiché tutti questi reati di omicidio colposo e di lesioni colpose vanno unificati nella continuazione con il reato base di disastro colposo da omissione di cautele e disastro progressivo maturatosi come consumazione nell’anno 2000, la decorrenza anche per i reati di lesioni e di omicidio non possa che essere la stessa visto che, come ci insegna ancora la Corte Suprema, per il reato continuato la decorrenza della prescrizione sia dalla cessazione della continuazione.

Cinque minuti, Presidente, sulle questioni delle parti private. Vorrei evitare, vista l’ora tarda, di trattare posizioni singole o dilungarmi in letture di conclusioni. Anche per la C.I.S.L. si tratta di conclusioni che sono analoghe a quelle prima richiamate dal collega che assiste la U.I.L.. Volevo invece segnalare ad alcuni criteri di massima ai quali mi sono attenuto e che valgono. Prima di tutto abbiamo ritenuto che i dipendenti della Montedison possono chiedere i danni all’Eni e alla Montefibre, e che i dipendenti della Montefibre possono chiedere i danni alla Montedison e all’Eni sotto il profilo di quella unitarietà della politica aziendale che è stata bene illustrata dal Pubblico Ministero e mi pare ieri dai colleghi che hanno trattato la questione dei responsabili civili, e che quindi io mi permetto di richiamare. Naturalmente nel fare questo abbiamo ben attentamente applicato il criterio dettato dal Tribunale in tema di ordinanze preliminari, e quindi abbiamo applicato il criterio dei periodi di competenza. E quindi ciascun responsabile civile è stato raggiunto per ciascun infortunato soltanto attraverso la responsabilità indiretta che lo collega al singolo imputato, e quindi soltanto per i periodi di competenza di spettanza.

Per quanto riguarda l’Enichem le conclusioni sono quelle avanzate nei confronti di tutti coloro che abbiano superato la fatidica scadenza del marzo 1983, anche questa indicata dai colleghi che si sono occupati di questa materia. Ancora nelle condizioni, Giudici, vi chiederei di applicare una volta tanto, non so, almeno nella mia vita professionale la vedessi una norma applicata quella norma che finora non ho mai visto applicata, di subordinazione nella sospensione condizionale all’avvenuto risarcimento. Lo so è una norma antipatica, sembra che vengano, come posso dire, commisurati valori incommensurabili quali il patrimonio e la libertà personale. Però quando i processi hanno questo gigantismo anche temporale, in cui fatti avvenuti negli atti settanta si giudicano dopo 30 anni e si discute ancora se bisogna lasciare ancora del tempo per risarcire i danni, credo che forse sarebbe la volta buona per applicarla. Un altro criterio che abbiamo seguito lo voglio dire per chiarezza e correttezza, è quello per avere esposto i miei assistiti come periodo di esposizione al gas l’intero periodo lavorativo. Già di questo problema si è ampiamente dibattuto, io mi limito a dire questo: è vero, l’esposizione rilevante o molto rilevante è quella subita nei reparti nei quali queste cose avvenivano. Ma nel momento in cui si discute con notevole anche affondamento scientifico di responsabilità nei confronti di popolazione contigue alla fabbrica, io mi domando se sia così strano che chi invece nella fabbrica si trova, benché non appartenente a quel determinato reparto sia in una posizione, diciamo così, ancora maggiormente attingibile rispetto a chi si trova al di fuori della fabbrica e tuttavia può vantare qualche diritto. Qualche accenno alla questione del fumo e del potus. Ricordo che già il Pubblico Ministero ha sottolineato che si pone un problema se possa anche sussistere un concorso di cause a questo proposito. Io vorrei ricordarmi che nelle deposizioni assunte nell’udienza del 16 marzo 2001 i testimoni hanno segnalato che questi vizietti erano, quando esistenti, molto modesti. Non credo che le venti o le dieci sigarette al giorno o i due bicchieri a pasto possono veramente fare la differenza in casi come questo.

Un’ultima annotazione. Padoan Cesare abbiamo prodotto documentazione nuova all’udienza citata 16 marzo 2001, non esaminata dai consulenti del Pubblico Ministero. E quindi prego il Tribunale di esaminarla e di trarne le conseguenze necessarie. Toffanello Adolfo alla stessa udienza abbiamo prodotto due libretti sanitari in cui in più riprese si attestano intossicazione di CVM. Zennaro Ennio ha una cirrosi epatica, è in attesa di trapianto. Tenete presente questo caso, Giudici, che mi è molto angoscioso. Toffano Adamello, persona a cui bisognerebbe dare una medaglia e che ha rifiutato il risarcimento in sede di atti preliminari. Non è sulla lista del Pubblico Ministero, ma questo soffre di una piatrinopenia, è stato sentito il consulente tecnico dottor Favizze, deposizione 13 ottobre 1998, relazione integrativa 23 maggio 2000. Il dottor Favizze dice molte cose che non voglio richiamare, però ne dice una mi sembra molto importante. Non esistono altre visibili cause per l’insorgere di questa malattia. C’è solo il CVM. Io credo che la correlabilità astratta che i consulenti del Pubblico Ministero hanno riconosciuto per questa malattia rispetto al CVM, in questo caso trovi la sua perfetta corrispondenza. Per la C.I.S.L. ricordo che la rivendicazione della iniziativa della Fulc, quella del 1975, si basa non solo su affermazione di principio, ma anche, come per le altre associazioni sindacali sugli statuti. L’articolo 4 dello statuto confederale prevede che le federazioni di categoria, appunto i chimici per esempio, sono parte integrante della confederazione che si chiama C.I.S.L. Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori. Chiaro quindi che il danno della Fulc, il danno dei chimici della C.I.S.L. che allora si chiamava Federchimici, poi Flerica C.I.S.L., non può che essere un danno anche della C.I.S.L.. Ringrazio.

 

Presidente: va bene, allora qua ci sono anche per le parti civili singole le conclusioni elevate, e queste quindi fanno parte del verbale. Questa invece è la documentazione che è stata prodotta, e questa la tengo un attimo da parte.

 

Avvocato Zaffalon: Presidente perdoni, volevo segnalare che non sono documenti miei, ma memoria della Difesa.

 

Presidente: no, ma io difatti ho distinto quelli che erano le conclusioni e le ho allegate a verbale, quelli che invece alla documentazione e la memoria diciamo, con la relativa documentazione che lei ha allegato.

 

Avvocato Salzer: scusi Presidente, io ieri dovevo concludere ancora per le mie parti. Se lei mi dice che riusciamo, dovrei illustrare brevemente però, oppure se sono autorizzata di tornare il 19. Veda lei.

 

Presidente: faccia ora.

 

AVVOCATO SALZER

 

Avvocato Salzer: io chiedo per Boscaro, preciso le conclusioni per Baia Lucia vedova Boscaro, Boscaro Alessandra, Boscaro Palmira e Boscaro Edgarda, e chiedo che venga accertata la responsabilità penale degli imputati nei confronti dei quali mi sono costituita parte civile con la condanna, in solido con i responsabili Montedison, Enichem S.p.A., Eni e Montefibre al risarcimento dei danni che ho dettagliato nelle note di conclusioni scritte, alle quali mi riporto.

Chiedo anche che naturalmente venga subordinata la concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore delle parti civili, che la condanna venga dichiarata provvisoriamente esecutiva e che vengano anche condannati al pagamento di una provvisionale nei limiti della somma per la quale si considererà raggiunta la prova, di lire 400 milioni e al pagamento poi delle spese per gli imputati e i responsabili civili delle spese di costituzione di parte civile come da nota che si produrrà. Per quanto riguarda la posizione di Boscaro Odilo, che è de cuius e in relazione al quale vedova e figli si sono costituiti, faccio presente che ha svolto attività come dipendente della cooperativa facchini Marghera dal 19974 all’84. Era addetto all’insaccamento, è stato esposto conseguentemente a VCM per vari livelli. Ed è stato esposto anche in quanto addetto all’insaccamento a polveri. Era portatore di cirrosi e di broncopatia cronica, patologie per le quali è stata pacificamente, da quanto è risultato in corso di causa, stabilito e considerato una correlazione, un nesso causale rispetto all’esposizione CVM. Il caso è stato discusso dal dottor Bai all’udienza del 12 giugno del 1998 ed è risultato anche, ad opinione del dottor Bai, che può essere deceduto il Boscaro a seguito di un infarto. Nel corso dell’autopsia che è stata effettuata è stata riscontrata una cirrosi micronodulare con spenomegalia con conseguente valutazione della cirrosi come concausa del decesso. Per quanto riguarda invece Zampieri io chiedo che per Bertoldo Ester vedova Zampieri, Zampieri Miranda, Zampieri Gianni e Zampieri Franco il Tribunale voglia dichiarare la penale responsabilità degli imputati nei riguardi dei quali mi sono costituita parte civile, condanni gli stessi in solido con i responsabili Montedison, Enichem, Eni e Montefibre al risarcimento dei danni come quantificati nella nota di conclusioni scritte che andrò a depositare. Anche in questo caso si chiede che venga subordinata la sospensione condizionale della pena, al pagamento integrale dei danni e che la condanna venga dichiarata provvisoriamente esecutiva. E che inoltre vengano essi condannati in solido gli imputati responsabili civili al pagamento di una provvisionale, nei limiti in cui il Tribunale dovesse ritenere raggiunta la prova, nell’importo di lire 400 milioni.

Per quanto riguarda la posizione di Zampieri Giovanni faccio presente che questo è stato dipendente di Montedison ed Enichem. E` deceduto nel 1998 e ha cessato attività lavorativa nel settembre dell’83. E` stato dipendente del reparto CV15 ed anche di altri reparti, al CVM, poi successivamente ad altri. In particolare modo la sua attività è stata quella di assistente di turno al reparto CV15. Per quanto riguarda il tipo di patologie devo far presente che gli è stato diagnosticato in via del tutto occasionale, e cioè nel corso di un radiogramma al torace eseguito per un traumatismo da incidente stradale, un tumore polmonare. E che questo tumore polmonare, è un tumore polmonare primitivo e l’insorgenza della patologia stessa deve essere causalmente attribuibile all’esposizione professionale al CVM, come risultato poi dalle verifiche in corso di causa.

Per quanto riguarda un’altra posizione, che è invece quella di Scarpa Liliana vedova Tosi, Tosi Roberto e Tosi Ermenegildo anche in questo caso chiedo che il Tribunale voglia accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati nei riguardi dei quali mi sono costituita parte civile, e che questi vengano condannati in solido con i responsabili civili Montedison, Enichem, Eni e Montefibre al pagamento e risarcimento dei danni tutti come quantificati ed indicati nella nota di conclusione. Anche in questo caso chiedo naturalmente che la condanna sia subordinata al pagamento integrale dei danni; che la condanna venga dichiarata provvisoriamente esecutiva e che vengano poi eventualmente, in via subordinata naturalmente, condannati in solido gli imputati responsabili civili, nei limiti in cui si dovesse ritenere raggiunta la prova, al pagamento di una provvisionale indicata nella somma di lire 300 milioni. Per quanto riguarda la posizione di Tosi faccio presente che è stato dipendente presso il Petrolchimico di Porto Marghera dal 23 settembre 1957 sino alla data del decesso che è avvenuto nel gennaio dell’84 per i vari periodi e con le competenze che sono state dettagliate in una dichiarazione della stessa Enichem che risulta di data 3/4/1995, e che risulta acquisita agli atti. In particolare modo mi preme sottolineare che egli ha svolto attività di mansioni di addetto al magazzino vestiario presso il reparto CV22. La patologia dalla quale egli è stato afflitto e che ne ha causato poi il decesso, è un tumore maligno di cui si dice appare probabile l’origine gastrica e per il quale, proprio in virtù della prestazione lavorativa e dell’esposizione a CVM riteniamo che vi sia correlazione causale con l’esposizione stessa. C’è poi un’altra posizione che è quella di Busatto Elda vedova Bolzonella, Bolzonella Manuela e Bolzonella Dimitri, in relazione ai quali, e questa è l’ultima contestazione che è stata fatta. E` una situazione abbastanza particolare perché per il signor Bolzonella avevo depositato, in data 24 agosto 2000 un esposto avanti la Procura della Repubblica, poi il signor Bolzonella è deceduto il 2 novembre del 2000 e in relazione al decesso è stata effettuata anche una ulteriore contestazione da parte del Pubblico Ministero. Le conclusioni che io preciso per Busatto Elda vedova Bolzonella, Bolzonella Manuela e Bolzonella Dimitri, chiedo che il Tribunale accerti la responsabilità penale degli imputati per i quali mi sono costituita parte civile nei riguardi dei quali; che condanni gli imputati su indicati, in solido con i responsabili Montedison, Enichem, Eni e Montefibre al pagamento e al risarcimento dei danni che ho indicato nelle note di conclusioni scritte per le parti civili; che subordini la concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni; che dichiari era condanna provvisoriamente esecutiva, e che via subordinata stabilisca, nei limiti in cui ritenga raggiunta la prova il pagamento di una provvisionale esecutiva per legge nell’importo di lire 300 mila. E poi ovviamente la condanna in solido di tutti, imputati e responsabili civili alla rifusione delle spese di causa. Per quanto riguarda la posizione di Bolzonella vorrei riportare l’attenzione del Tribunale al fatto che risultano dettagliati i vari periodi di dipendenza nei confronti delle varie società nell’esposto che avevo appunto allegato. Bolzonella ha svolto attività di addetto all’insacco e alle pulizie di linea e, come dicevo, è deceduto 2 novembre del 2000. Il decesso che ha avuto è stato conseguenza di una, è stato ricoverato nell’84 per delle emorragie ed è comunque deceduto nel novembre del 2000 per un carcinoma epatocellulare. Devo fare presente che allegato agli atti, e di questo ha parlato anche il Pubblico Ministero, risulta un certificato di data 20 dicembre 1986 redatto dal primario del reparto seconda divisione medica della U.L.S.S. 36 nella quale si certifica che il signor Carlo Bolzonella è stato degente in quanto risultato affetto da polineurite. E conclude primario, che è il prof. Cristina, dicendo e consigliando, suggerendo che sia opportuno che la sua attività lavorativa non si svolga in ambienti a rischio per queste situazioni. Ovviamente una indicazione e un suggerimento che è stata totalmente disattesa da parte dei suoi datori di lavoro. Le ultime conclusioni sono per Fornaron, e in particolare modo per Dego Maria Luisa, vedova Fornaron, Fornaron Williams, Gabin Speranza e Fornaron Fernanda, queste sono moglie, figlio e sorelle e madre anche del Fornaron. Anche in questo caso chiedo che il Tribunale voglia accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati nei confronti dei quali mi sono costituita parte civile. Voglia poi condannare gli imputati, in solido con i responsabili civili anche al risarcimento dei danni che ho indicato, dettagliato e specificato nella nota che andrò a produrre. Che voglia subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni, e dichiarare la condanna comunque provvisoriamente esecutiva. E, solo via subordinata, che condanni al pagamento di una provvisionale esecutiva ex lege nei limiti in cui si riterrà raggiunta la prova del danno e l’importo di lire 400 milioni. Faccio presente che il Fornaron Bruno è stato soggetto che ha prestato attività in qualità di dipendente della Montedison, della Montefibre e dell’Enichem presso gli stabilimenti di Porto Marghera. Ha cessato l’attività l’8 marzo 1990, è stato addetto banchina, gruista, pontista, etc. La patologia della quale è stato afflitto, che ne ha purtroppo anche causato il decesso, è un carcinoma squamoso laringeo metastizzato, e che questa esposizione sia correlabile alla esposizione a CVM. Ho finito, grazie Presidente.

 

Presidente: grazie, avvocato. Allora si prosegue martedì 19, ore 09.00, buonasera.

 

RINVIO AL 19 GIUGNO 2001

 

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