UDIENZA DEL 16 OTTOBRE 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani Presidente

Dr. Manduzio Giudice a latere

Dr. Liguori Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

REPLICA PUBBLICO MINISTERO

 

REPLICA DIFENSORI

 

AVV.  FARINEA - BATTAIN - ALESSANDRI - PADOVANI 

MUCCIARELLI - BACCAREDDA - BETTIOL - PULITANO'

 

Presidente: buongiorno, accomodatevi prego, procediamo con l’appello. Allora, secondo il programma prosegue nella sua replica il Pubblico Ministero. Volevo pregarvi, magari nell’intervallo, di depositare quelle schede riassuntive, sia delle memorie, sia delle relazioni che ciascuno di voi ha depositato. Se fosse possibile un’ulteriore precisazione, e cioè se avete depositato, unitamente alla memoria anche il supporto magnetico, informatico? Sì, perfetto. Così facciamo un’ultima ricognizione di ciò che eventualmente ci dovesse mancare, grazie. Va bene, Pubblico Ministero prego.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: Signor Presidente, Signori Giudici, riprendo la replica e mi avvio rapidamente alla conclusione, non avendo alcuna intenzione di abusare della vostra pazienza.

Nel breve scorso di replica, di venerdì scorso, ho avuto modo di illustrarvi le ragioni che hanno condotto alla individuazione degli odierni imputati e ho iniziato a replicare in ordine ad alcune posizioni personali. Oggi mi limiterò a concludere quest’ultimo aspetto e quest’ultima parte della vicenda, quanto meno per alcune situazioni che meritano una risposta, a mio parere. Con i prossimi due imputati, Trapasso e Diaz, concludo l’esame delle posizioni risalenti agli anni Settanta.

Il dottor Trapasso, vediamo la scheda come al solito sulle schermo, per comodità di tutti quanti. Il ruolo e l’importanza del dottor Trapasso emergono molto chiaramente dal suo vasto e variegato curriculum, che inizia con la direzione dello stabilimento di Porto Marghera e passa praticamente attraverso tutte le varie società che si sono interessate del sito petrolchimico di Porto Marghera. Il dottor Trapasso è quasi l’emblema di quello che dicevo all’inizio di questa parte di requisitoria e di replica, e cioè è indifferente il nome societario, sono invece gli uomini che hanno operato nelle varie società, che si sono comportati sempre nella stessa maniera, secondo una loro logica, che è comprensibile ma che non è giustificabile, tanto meno da un punto di vista penale. E a questo proposito, su questa logica e su questa mancanza di contrasti, di contraddizioni, tra le varie società, è interessante ricordare una considerazione dell’avvocato Pedrazzi, difensore di Trapasso, e cioè che ENI, in pratica, non è mai stata rivale di Montedison, visto che aveva partecipazioni fin dagli anni Sessanta. L’attività professionale del dottor Trapasso cura l’arco temporale che va dal dottor Cefis al dottor Necci, indifferentemente, e è ampiamente documentata in atti. Per quanto riguarda i ruoli del dottor Trapasso, ricordo che ha assunto la direzione dello stabilimento nel dicembre 1973 e poi era stato trasferito da Porto Marghera alla vice direzione generale materie plastiche della Dipe, fin dalla del 1974. Era sicuramente una persona che già aveva una notevole esperienza perché proveniva dalla Mobilchimica Italiana di Napoli, dove aveva l’incarico di responsabile delle operazioni. E verso la fine del ‘71, come egli stesso ci dice durante il suo interrogatorio del 18 marzo 1996, venne contattato dal dottor Carlo Massimiliano Gritti, imputato in questo processo per la vicenda Montefibre, e che però già all’inizio del 1971 era alle dirette dipendente del Presidente della Montedison, dottor Cefis, come suo assistente particolare, rientrava nello staff del Presidente di Montedison.

C’era questa forma di ristrutturazione in atto e il dottor Trapasso va prima allo stabilimento di Priolo, subito dopo arriva a quello di Porto Marghera, proprio a seguito di questo accordo, di questi contatti, con il dottor Carlo Massimiliano Gritti. Sempre su questa vicenda, dopo il passaggio da Priolo per arrivare a Porto Marghera, il responsabile della Dipe, cioè l’ingegner Darminio Monforte ebbe dei contatti con il dottor Cefis proprio per la decisione di affidare la direzione dello stabilimento di Porto Marghera al dottor Trapasso. In particolare ricordo questa situazione perché il dottor Trapasso, nel suo citato interrogatorio, esplicita il motivo di questo incarico, e dice che la situazione era un po’ critica, con particolare riferimento ai rapporti tra la direzione e il consiglio di fabbrica, i sindacati e l’esterno.

Ricordiamo che siamo ancora nel 1973, e ricordiamo come il precedente direttore, il dottor Sebastiani, avesse avuto gli stessi problemi. "In particolare - continua il dottor Trapasso - a Porto Marghera esisteva un problema ambientale di tutto rilievo, c’erano state delle fughe di gas e degli incidenti, e anche all’esterno dello stabilimento; in particolare sulla stampa erano sorte delle polemiche relative alla sicurezza. Mi ricordo che di quelle questioni ambientali si era interessato anche il Prefetto". Lo ricordavamo l’altro giorno, affrontando la posizione del dottor Sebastiani. "Ricordo inoltre che il mio predecessore mi accompagnò dal Prefetto, dal Pretore, anche dal Patriarca, e tutti mi parlarono di questi problemi ambientali e di sicurezza". Siamo nel 1973 con questi ricordi del dottor Trapasso, anche se se sembra di essere nel 2000 perché le vicende si ripercorrono e si ripercuotono nella stessa maniera. Ancora un punto su questo primo periodo del dottor Trapasso a Porto Marghera; ricordo come egli stesso ci dica che trovata questa grossa conflittualità decise di istituire tre vice direzioni, una delle quali, quella che curava il CVM, i clorurati per la parte che ci riguarda, venne affidata al dottor Giancarlo Reichenbach, che è un altro degli imputati di questo processo. Su questo ruolo del dottor Trapasso ci sono tutta una serie di documenti in atti che non vado ad affrontare e ad esaminare ovviamente in questo momento, ne ricordo soltanto alcuni che hanno un significato. C’è un documento del 13 dicembre 1973 che riguarda problemi di salute per gli operai dello stabilimento. È un documento che ho già ricordato, che viene mandato dal dottor Trapasso al vice direttore generale ingegner Calvi e al direttore generale ingegner Darminio Monforte, nonché al professor Bartalini, come responsabile del servizio sanitario, perché c’è il problema di organizzare il controllo medico su 550 operai dello stabilimento. E, a seguito di segnalazioni del consiglio di fabbrica e dell’Università di Padova, che vuole verificare di che cosa possano soffrire. È un documento, dicevo, quello del ‘73; ce n’è un altro analogo del 21 ottobre 1974, che riguarda cicloesanone, come sostanza trattata all’interno del reparto, ed è una lettera che viene mandata invece dal dottor Bartalini, riceve del servizio sanitario, come riservata personale al dottor Trapasso, e riguarda un’indagine conoscitiva sugli operai che lavorano questa sostanza. La cito semplicemente per indicare come quando si tratta di situazioni che superano il livello individuale, magari la situazione di una singola persona, c’è l’intervento immediato e diretto del direttore di stabilimento e del centro, di tutte le funzioni centrali, dalla vice direzione alla direzione generale, fino al servizio sanitario nella persona del responsabile professor Bartalini.

Per quanto riguarda invece il periodo successivo, cioè nel periodo in cui, da come si vede dalla scheda, il dottor Trapasso è passato attraverso Inox Italia, Enichimica, etc., ricordo semplicemente quello che riferiva sempre il dottor Trapasso il 29 novembre 1996, a proposito di questa concretizzata cessione degli impianti chimici da Montedison ad Enichimica e Enichem Polimeri. Ci riferisce che è stata utilizzata questa società contenitore, cioè la Riveda, e che passarono in proprietà di Enichimica gli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera. Anche se, su esplicita richiesta della Montedison, in particolare del Presidente Schimberni e dell’amministratore delegato dottor Porta, questi impianti rimasero in gestione per alcuni anni alla Montedison. Dice letteralmente il dottor Trapasso, nel suo interrogatorio: "Uno dei motivi riferiti dalla Montedison per il mantenimento della gestione di questi impianti fu che la Montedison voleva mantenere l’unitarietà dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera, che era notoriamente uno stabilimento complesso". Per quanto riguarda l’intervento del dottor Trapasso, nella fase di passaggio di questi impianti, ricordo come il suo intervento, ricordato in varie situazioni come principale e fondamentale, soprattutto per la parte tecnica, risulti anche per le questioni amministrative e finanziarie, perché c’è un documento su carta intestata Enoxy Chimica, mandato dal dottor Trapasso all’avvocato Lorenzo Necci, che era il Presidente all’epoca, data 22 aprile 1982, dove vengono indicate le valorizzazioni degli impianti Montedison, con documentazione di supporto. Cito questo documento soltanto per ricordare come nel documento interno allegato si ricordi che dal 12 luglio 1982 sia stata sottoscritta una lettera di intenti, avente per oggetto il possibile acquisto da parte di Enoxy delle attività del gruppo Montedison, e l’acquisto in particolare di alcune strutture ed impianti che vengono anche indicati. E un ultimo punto che ricordo in questa situazione riguarda il fatto che all’articolo 23 viene espressamente detto quello che peraltro diceva l’avvocato Pedrazzi e ricordavo poco fa, e cioè che ENI e Montedison si impegnano, addirittura formalmente per iscritto, a non esercitare, né direttamente né indirettamente, alcuna attività concorrenziale in Italia o all’Estero, ivi compresa la ricerca. Cioè non si devono praticamente rompere le scatole l’un con l’altra, neanche sul settore della ricerca. E sempre in questo documento è citato come un problema sul quale ci dovrà essere una cooperazione in buona fede, per fare quanto necessario che non pregiudichi benefici per questo assetto produttivo, vengono citati i problemi della tutela ambientale e della sicurezza.

Passo velocemente ad un’altra posizione, che è quella del dottor Diaz. Anche per quanto riguarda il dottor Diaz viene proiettato sullo schermo quello che era il suo curriculum, e vediamo che il suo ruolo si svolge essenzialmente dal 1976 al 1982. In precedenza il dottor Diaz aveva lavorato presso la Shell, sia in Italia e all’Estero, e solo nel ‘76, decidendo di rimanere in Italia, comincia a lavorare per la Montedison, pur avendo sempre lavorato anche quando era alla Shell nel settore petrolchimico. Il primo contatto che ha il dottor Diaz con la Montedison ce l’ha proprio con il dottor Trapasso, che nel ‘76, ricordiamo, era direttore generale della Dimp, Divisione Materie Plastiche. Il dottor Diaz rimane direttore generale della Dimp dopo che Trapasso anche se ne va da Montedison, e diventa direttore generale Diaz dal gennaio ‘79 alla fine del 1980. Ci ricorda il dottor Diaz una circostanza importante nel suo interrogatorio del 7 marzo 1996, perché dice: "In tale epoca la Montedison divenne una holding e la divisione si trasformò in una società per azioni, che assunse il nome di Montepolimeri S.p.A.. Di questa società per azioni io divenni subito l’amministratore delegato". Ricordo questa circostanza proprio per dare contezza di quanto affermavo anche poco fa in premessa, e cioè come siano importanti le persone che passano tutti i ruoli societari e tutte le varie società. Perché sempre in quell’interrogatorio il dottor Diaz diceva letteralmente: "Nel passaggio tra la divisione e la società per azioni non ci fu alcuna soluzione di continuità, né tecnicamente né amministrativamente". Il dottor Diaz, sempre in quell’interrogatorio, ricordava come esistevano in Dimp, Divisione Materie Plastiche, due vice direzioni generali, una delle quali era affidata dall’agosto 1976 al dottor Giancarlo Reichenbach e da questo vice direttore generale tecnico, il dottor Reichenbach, dipendevano le funzioni di tecnologia, di protezione ambientale e sicurezza, la funzione produzione e gli stabilimenti.

Un’ultima circostanza, sempre riferita al dottor Diaz, per quanto riguarda i suoi rapporti verso l’alto, è importante ricordare come nella parte finale di quell’interrogatorio abbia detto: "Formalmente io dipendevo sì dal Consiglio di Amministrazione della Montedison, però direttamente e operativamente facevo capo al Presidente del Consiglio di Amministrazione, che all’epoca ricordiamo era il dottor Schimberni, che nel frattempo peraltro è deceduto è c’è già stata sentenza di estinzione del reato da parte di questo Tribunale. Viene affermato dall’avvocato Carboni, nel suo intervento difensivo, che il dottor Diaz non avrebbe alcuna responsabilità per il capo numero 2. Io proprio questa affermazione non la capisco, non c’è proprio nessun motivo perché poi non dovrebbe avere responsabilità! Perché ricordo come il ruolo del dottor Diaz, fin dal 1982, gli consentiva proprio degli interventi forti e precisi anche in questa materia ambientale. Se si è disinteressato, come si è disinteressato di tale questione e non l’ha considerata, è un problema appunto che viene contestato dal Pubblico Ministero come un problema di responsabilità colposa.

Passo alla posizione del dottor Morrione. L’ingegnere chimico Paolo Morrione fu amministratore delegato quasi contemporaneamente sia di Montedipe, vediamo sullo schermo proiettato il curriculum, dall’aprile ‘84 all’aprile ‘86, che di Montepolimeri, dal febbraio ‘82 al maggio ‘86, come ha precisato lui stesso durante il suo interrogatorio del 2 giugno 1996, acquisito. In precedenza il dottor Morrione era stato vice direttore generale, non solo del marketing, come ha detto l’avvocato, ma anche per la gestione dei prodotti PVC, come ha detto il dottor Morrione durante il suo interrogatorio del 2 giugno ‘96, e questo dal 1977, alle dipendenze del direttore generale dottor Diaz; ed era stato responsabile di questa gestione di prodotti PVC con la Dimp, Divisione Materie Plastiche, per la quale egli aveva iniziato a lavorare fin dalla sua costituzione, cioè dalla fine del ‘75, inizio ‘76. Ricorderemo tutti, praticamente dopo la divisione della grande Dipe, della Divisione Petrolchimica. Quando nel 1982 e nel 1983 la Montedison cedette ad Enichem la proprietà degli impianti CVM e PVC in tutta Italia, a Porto Marghera questi impianti vennero concessi in affitto e lasciati in conto lavorazione alla Montepolimeri, che era retta all’epoca proprio dall’ingegner Morrione. A questo proposito l’avvocato Lanfranconi diceva che il cambio di proprietà del 1983 dovrebbe far emergere le responsabilità di Enichem e di Riveda – cito molto sinteticamente -; Enichem, come sappiamo, ha detto il contrario; io come Pubblico Ministero continuo a dire che le responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro e in materie ambientale sono sia del proprietario che del gestore. Da Morrione dipendeva il vice direttore tecnico e poi divenuto direttore generale dottor Reichenbach. Tutti questi dati citati sono confermati dall’ingegner Morrione stesso nel suo interrogatorio con l’aggiunta di alcune altre circostanze. E cioè anche l’ingegner Morrione ci dice come nel passaggio tra la Dimp e la Montepolimeri, non cambiò nulla, operativamente e praticamente egli dipendeva dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Montedison. Ma il suo rapporto diretto, quello quotidiano, e per questo ci parla di quotidianità l’ingegner Morrione, era col dottor Giorgio Porta, amministratore delegato Montedison, che seguiva la gestione delle varie società del gruppo, principalmente nel settore chimico e petrolifero. Cito solo un documento, anche per l’interesse che avrà per l’esame delle posizioni dei prossimi imputati, per quanto riguarda l’ingegner Morrione, ed è un documento firmato come amministratore delegato di Montepolimeri, datato 30 maggio 1983, in cui vengono specificati i compiti principali che vengono conferiti all’ingegner Sauro Gaiba, per la gestione dei conti lavorazione relativi all’azienda PVC di Porto Marghera, e agli impianti PVC di Terni. E viene indicata questa responsabilità, indicata da Morrione, in quella comunicazione di servizio n. 153 nella seguente maniera: "L’ingegner Gaiba, responsabile dei rapporti contrattuali di competenza Montepolimeri con Riveda, e presiede ed armonizza ogni iniziativa in merito; coordina per le esigenze Montepolimeri l’attività del Comitato di Gestione aziendale". Poi viene scritto: "Definisce, sulla base degli indirizzi generali, dettati dalla direzione della società, le politiche più idonee per il conseguito degli obiettivi stabiliti". Ma l’ultima circostanza importante, perché dice in fondo questa comunicazione: "Coordina ed indirizza le esigenze emergenti relative ai servizi, tra i quali viene indicato in maniera esplicita il problema dell’igiene ambientale e della sicurezza". Quindi parte questa indicazione dall’amministratore delegato e arriva fino all’ingegner Sauro Gaiba, responsabile della gestione dell’azienda PVC di Porto Marghera, proprio ancora per confermare per quanto riguarda il problema della sicurezza sul lavoro ambientale, che è un problema di coordinamento, di indirizzo, insieme a quelli di Enichem, o di Enoxy, con i vari cambi di denominazione sociale. Sui vari profili di colpa che sono stati menzionati dall’avvocato Lanfranconi nella sua arringa mi riporto al testo della requisitoria, non li ripercorro tutti, salvo ricordare per un solo punto che la contestazione relativa alla chiusura o blocco degli impianti più pericolosi, tra cui il CV6 ma non solo il CV6, come vedremo rispondendo anche per un altro imputato, questa contestazione riguarda anche l’ingegner Morrione, proprio per il periodo cruciale delle sue funzioni: ’82 - ’86, cioè l’epoca Riveda e lo stato pessimo degli impianti com’è stato riferito in udienza dall’ingegner Bianchi.

La posizione del dottor Reichenbach, che è stata curata in prima battuta dall’avvocato De Luca. E io mi sono chiesto, sentendo l’avvocato De Luca, se l’avvocato De Luca abbia mai letto per intero il capo d’imputazione, se abbia mai letto gli atti del fascicolo, o almeno tutti i verbali stenotipici; se abbia sentito od almeno letto la requisitoria del Pubblico Ministero e le arringhe degli avvocati di Parte Civile. Ovviamente non glieli posso leggere io in questa sede, quindi per le cose che ho già detto e che l’avvocato De Luca non ha sentito o non ha letto faccio semplicemente rinvio ai relativi verbali stenotipici. Solo su alcune questioni affrontate anche dal co-difensore, avvocato Benedini, voglio dare una risposta. Innanzitutto non so chi ha fatto credere all’avvocato De Luca che il dottor Reichenbach, oppure altri imputati, dovrebbero rispondere delle morti verificatisi prima del loro arrivo in Montedison. Non so chi l’ha detto e non so dove stia scritto. Nei capi di imputazione invece espressamente è scritto: "Nelle rispettive qualità e per i periodi di tempo di rispettiva competenza". È un dato di fatto pacifico questo, già ribadito anche dal Tribunale all’inizio del dibattimento. Ma forse l’avvocato De Luca non c’era o non ha letto, e quindi invece di accusare il Pubblico Ministero di parlare a casaccio, stia attento lui a non parlare a casaccio. L’avvocato De Luca non ha sentito granché, né letto granché, nemmeno in ordine al problema delle bassi dose. Ma ancora più grave è il fatto che abbia letto e non abbia capito per niente quanto scritto dal professor Martinez, stravolgendone le dichiarazioni ed il pensiero. Non ripeto quanto già detto l’altro giorno, dico soltanto che il lavoro del professor Martinez, e del professor Pinzani, è stato un lavoro molto approfondito e ben articolato, che ha riguardato, come richiesto da tutti in udienza, una parte clinica, una parte epidemiologica, una parte sui meccanismi delle malattie. Evidentemente l’avvocato De Luca ha fatto un po’ di confusione, mescolando fatti, dati, circostanze diverse. L’avvocato De Luca, che poi ha fatto finta di non sapere o non sa davvero, che i livelli di esposizione riportati nello studio Comba - Pirastu del 1991 non sono dati accertati da Comba e Pirastu ma sono i dati forniti ancora una volta dagli imputati, dalle aziende, sui quali all’epoca né Comba, né Pirastu, erano in grado di effettuare verifiche. Questa circostanza è stata confermata in aula da entrambi, l’hanno anche scritto nelle relazioni, ne ha preso atto anche un consulente di Montedison in sede di controesame. In particolare Comba e Pirastu hanno preso atto di questi dati. Ed anche i dati riportati nelle schede della Guardia di Finanza hanno la stessa origine aziendale, perché l’appunto o il maresciallo della Guardia di Finanza non erano ovviamente in grado di verificare i reali livelli di esposizione, tanto meno quelli relativi agli anni Settanta e Ottanta. Questi livelli sono stati studiati e verificati per l’Accusa dai nostri consulenti tecnici e ai loro dati l’Accusa si riporta; e sono i dati dell’ingegner Nano, dell’ingegner Rabitti, del professor Nardelli, del perito Scatto. E sono loro a spiegare per quale motivo nel 1975, non nel 1972 o ‘73, ci sarebbe stato un crollo delle esposizioni.

Passo ad un’altra questione, sempre affrontata dall’avvocato De Luca. Tutto il contorto ragionamento dell’avvocato De Luca, che utilizza i dati di Nano e Rabitti sul fatto che i 6 per lui, per l’avvocato De Luca, i 6 operai colpiti da angiosarcoma sarebbero stati esposti a bassissime dosi di CVM, non fa che confermare quanto io dico da sempre. Il CVM può essere letale anche a basse dosi. E l’avvocato De Luca fa dei calcoli, parlando per i vari operai colpiti da CVM, indicando anche i PPM, sempre sulla base – dice lui – dei calcoli di Nano e Rabitti; parla di Battaggia: 102 PPM; Faggian: 85 PPM; Fiorin: 38 PPM; Suffogrosso: 59 PPM; Zecchinato: 87 PPM. In questa situazione, così rappresentata dopo un lungo ragionamento dall’avvocato De Luca, viene confermato quello che dice il Pubblico Ministero, a maggior ragione: le basse dosi possono essere letali. Per quanto concerne poi l’intervento dell’avvocato De Luca a proposito del numero per lui spropositato di casi di angiosarcoma del fegato, verificatisi in Veneto rispetto alle previsioni, sarebbe il caso che venissero lette meglio le monografie Iarc, e anche i preamboli, o che ci fossero delle spiegazioni più dettagliate da parte dei consulenti tecnici di Montedison, perché ritengo che non si possa intervenire in una vicenda così delicata senza rendersi conto di che cosa si parla e quasi divertendosi a seminare casuali dubbi subito ritraendo però la mano dubbiosa. Perché allora basterebbe ricordare semplicemente quelli che sono dei dati, quelli che sono i criteri in un’indagine epidemiologica, che portano a fornire queste indicazioni. E i calcoli, per quanto riguarda all’interno della popolazione generale o di una singola popolazione specifica, come devono essere fatti e come debbano essere letti, e sono stati indicati in tutti i preliminari, in tutte le premesse degli studi di natura epidemiologica. E questi calcoli vanno letti come delle indicazioni dell’esistenza di un rischio per angiosarcoma, aumentato tra gli esposti a CVM rispetto alla popolazione generale; è dell’ordine di grandezza dello stesso, ma soffrono ovviamente di limiti quali quello di basarsi su stime nella popolazione generale di Nazioni che sono diverse dall’Italia, ad esempio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che si riferiscono a periodi di tempo che non sono completamente sovrapponibili a quello dello studio di Porto Marghera. E allora basta fare un attimo due calcoli per vedere sulla base di che cosa si arriva a quelle indicazioni, e va detto che lo studio Iarc, che spero che si riesca a leggere abbastanza, magari centriamo prima soltanto la prima parte e poi la seconda, sulla base delle stime di Failc ed altri dell’81 e di Eliot ed altri del ‘97, riporta un’incidenza per angiosarcoma epatico ad eziologia ignota nella popolazione generale, pari ad 1 caso su 10 milioni: 0,1 caso su 1 milione/anno. Sempre lo studio Iarc calcola quindi il rischio per angiosarcoma nella coorte europea degli esposti sulla base di 4 casi osservati e 200.000 anni/persona a rischio; 4 angiosarcomi su 200.000 sono equivalenti a 2 su 100.000, quindi a 20 su 1 milione. Il rischio sugli esposti rispetto alla popolazione generale è quindi pari a 200 volte, questo è il significato. E un’analoga procedura può essere utilizzata per la coorte di Porto Marghera, lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità, nel quale gli anni/persona a rischio sono pari a circa 52.000 nella coorte totale e circa 10.000 tra gli autoclavisti. Aggiornamento al 31 luglio 1999, già indicato dai dottori Comba e Pirastu. I casi di angiosarcoma sono un totale di 7 e vengono indicati lì sullo schermo, non sto a dirli tutti, di cui 6 tutti, tranne Fiorin Fiorenzo, sono stati autoclavisti; ma il calcolo si può fare anche su 6 volendo, e non cambia assolutamente il risultato finale. Perché i calcoli si basano, come nello studio Iarc, sull’incidenza per angiosarcoma epatico, ad eziologia ignota, nella popolazione generale secondo indicazione numerica. E quindi nella coorte totale 7 su 52.000 sono equivalenti a 14 su 100.000, che equivalgono a 28 su 1 milione. Quindi il rischio nella coorte totale di Porto Marghera, rispetto alla popolazione generale, è pari a 280 volte; e per gli autoclavisti, secondo i calcoli che sono indicati e proiettati sullo schermo, i rischi per gli autoclavisti rispetto alla popolazione generale è quindi pari a 6.000 volte. I calcoli di cui sopra vanno letti come delle indicazioni dell’esistenza di un rischio per angiosarcoma aumentato tra gli esposti a CVM rispetto alla popolazione generale – quello che dicevo prima – è dell’ordine di grandezza dello stesso e soffrono ovviamente di quei limiti generali di cui parlavamo prima, perché i limiti generali riguardano studi internazionali: USA e Gran Bretagna. Non sempre perfettamente sovrapponibili, però precisando e indicando i criteri si vede qual è l’incidenza nella popolazione generale, l’incidenza nella coorte di Porto Marghera e l’incidenza negli autoclavisti. Riportando delle affermazioni del Pubblico Ministero a proposito del periodo medio della latenza per l’angiosarcoma del fegato, è vero quanto dice l’avvocato De Luca, che sono 22 anni il periodo medio nella coorte europea, questa però è la media, perché in letteratura sono stati riportati vari casi di latenza ben più brevi, ricordiamo lo studio della APME Associazione Europea delle Industrie in Materie Plastiche, del ‘93, che peraltro è molto incompleta, però già in quello studio vengono indicati due casi sotto i 9 anni di latenza e 12 casi sono sotto i 14 anni di latenza. Tra l’altro, a voler tacere anche del problema della suscettibilità individuale. E ricordiamo che durante l’audizione del dottor Simonato, qui in aula, è stato consegnato uno schema che riguardava il rapporto interno di Iarc, n. 75001, in cui risultavano molto chiaramente quanti erano i casi di cui si parlava di esposizioni per periodi limitati e per basse dosi. E quindi, anche di pochi anni di esposizione, ricordo casi fino a 8 anni, o anche a 6 anni addirittura in Italia, anche 11 anni; e di anni di esposizione molto limitati, come anni di esposizione 1 caso a 4 anni, 1 caso a 3 anni e mezzo, 1 caso italiano a 6 anni, 1 caso italiano a 3 anni, 1 caso rumeno a 5 anni e mezzo. Quindi vediamo come sia molto importante il discorso anche relativo alla suscettibilità individuale. Comunque mi riporto alla mia requisitoria su questo tema e mi limito ancora a concludere sul punto citando il caso Cocs, lo statunitense ancora 5 anni, e quanto scritto dal dottor Bennet della società inglese ICI nel 1987, nella famosa lettera rinvenuta, in ordine agli angiosarcomi per brevi e basse esposizioni. Documenti, come sappiamo tutti, che sono spariti, non ci sono stati consegnati.

E sempre a proposito di angiosarcomi, in relazione agli altri dubbi dell’avvocato De Luca e di alcuni altri difensori relativamente all’asserita assenza di angiosarcoma in operai assunti dopo il 1969, ribadito ancora una volta il concetto della suscettibilità individuale. Ricordo ancora l’esempio del caso Cocs, che cominciò a lavorare negli Stati Uniti nel ‘76, quindi un bel po’ di anni dopo rispetto a questo limite del ’68 - ’69. Ricordo ancora che nel registro degli angiosarcomi dell’Associazione Europea del ‘93 è registrato il caso di un lavoratore italiano che iniziò a essere esposto nel ‘72. E ribadisco che il professor Martinez, nella sua relazione della primavera del 2001, ci ha ricordato il caso di un operaio di Ravenna, colpito da angiosarcoma, che iniziò a lavorare nell’aprile del ‘74, come risulta anche dal documento che ho parimenti ricordato in requisitoria, documento acquisito in sede di rogatoria internazionale presso la ICI e relativa alla lettera mandata dal dottor Bennet al dottor Benetta di Enichem, su questo caso di angiosarcoma in operaio che iniziò a lavorare dopo il ‘73, e quindi nel ‘74.

Vado rapidamente. Sulle affermazioni relative al problema delle basse dosi ho già, dicevo, ampiamente discusso in requisitoria, quindi mi riporto alla relazione del professor Martinez, sia della primavera del 2001 sia alla nota memoria che è stata depositata ieri. Non la leggo per questioni di tempo. E anche per quanto riguarda le critiche che sono state rivolte agli ingegneri Nano e Rabitti, critiche in parte assurde e in parte contraddittorie, faccio rinvio alla memoria. L’avvocato De Luca ha parlato di loro interpretazioni malevole, ma credo che l’avvocato De Luca sia proprio male informato sui dati di fatto, perché proprio non considera nemmeno quello che gli ingegneri Nano e Rabitti scrivono. Mi riporto alla nota depositata ieri e ripeto per ragioni di tempo. Sulle accuse che il suo co-difensore, avvocato Benedini, ha rivolto nei confronti di persone decedute, ad esempio l’ingegner Bigi, o dei testimoni come l’ingegner Bianchi, mi riporto parimenti alle considerazioni generali già svolte. Il ruolo del dottor Reichenbach ritengo che sia ben delineato e che risulti pure dalle dichiarazioni dei suoi vari colleghi.

Posizione del dottor Porta, affrontata in prima battuta dall’avvocato Dominioni. L’avvocato Dominioni, che è uno dei fautori della citata rimembranza manzoniana che "questo processo non s’ha da fare, né oggi, né mai". Ha anche introdotto il suo discorso con quel consueto ormai attacco al Pubblico Ministero, che sembra essere per certi avvocati una sorta di clausola di stile, da inserire quasi nel mandato defensionale o nella nota spese. Per usare una sua espressione, lo lascio rotolare nelle sue parole e nelle sue contumelie, osservando solo che è liberissimo di ritenere che il Pubblico Ministero abbia sbagliato completamente il capo d’imputazione; lo ringrazio, anzi, per l’indicazione, solo che gli sarei stato più grato se avesse voluto o saputo spiegare meglio il suo pensiero. Da parte mia mi limito a rilevare come mi abbia lasciato molto perplesso questa scelta sua scelta di linea difensiva, scaricando la responsabilità perfino sui morti, sul dottor Schimberni in particolare; e sarei proprio curioso di sapere cosa sarebbe successo se il dottor Schimberni fosse ancora vivo. Auguro lunga vita al dottor Cefis, anche se per fatalità, se dovesse morire, non so nemmeno immaginare quanti scaricherebbero su di lui ogni responsabilità. E quindi linea difensiva che scarica sui morti e che mescola, come diceva l’avvocato De Luca, a casaccio, periodi, date, funzioni, di dirigenti vari. Mi limito a pochi accenni precisi, così come sono stati dettati dall’arringa dell’avvocato Dominioni. Sul concetto di holding ne hanno già parlato alcuni difensori di Parte Civile, ne parleranno dopo di me ancora gli stessi difensori di Parte Civile.

Un altro punto: il dottor Giorgio Porta dal primo febbraio 1982 è stato amministratore delegato per la Chimica Primaria, non per chissà che cosa o chissà dov’era; e non solo per questo è stato incriminato. Sulle precise e concrete ingerenze e competenze del dottor Porta hanno riferito in sede di interrogatorio il dottor Morrione, come detto, l’ingegner Gaiba, come vedremo. E il dottor Porta non è stato incriminato per errore di persona. L’avvocato Dominioni può inventarsi quello che vuole, può accusare i morti, può dire che altri dovevano essere incriminati. Per quanto mi riguarda, le sue parole lasciano il tempo che trovano, gli atti a mio parere dicono altre cose. Qui non è stato indagato solo il dottor Porta ma anche il suo referente superiore, dottor Schimberni, poi deceduto, e il suo referente di livello inferiore, il dottor Morrione. A torto o a ragione, un’altra questione di merito, lo dirà il Tribunale. Per Enichem Enimont è successa la stessa cosa: sono stati incriminati i Presidenti Necci e Porta, e gli amministratori delegati ancora viventi, Presotto, Burrai, Palmieri, Parrillo, Patron. Infine è stato operato uno stralcio, che riguarda anche il periodo successivo, in particolare EVC. Sono tutte circostanze dette più volte in udienza, fin dall’udienza quasi iniziale del 29 maggio 1998, quella cioè della relazione introduttiva. Se l’avvocato Dominioni non lo sa, non so cosa farci; se l’avvocato Dominioni è in grado, oltre che di accusare i morti, anche di portarli in Tribunale, si accomodi pure.

Due parole ancora a proposito dell’intervento dell’avvocato Alecci, prima di procedere oltre, sulla materia ambientale. Perché il dottor Porta ha dichiarato di non essersene mai interessato e di non averne mai saputo nulla, in pratica fino a quando divenne Presidente di Enichem, nel gennaio del 1991. Ora, a parte il suo lungo periodo in Montedison, dall’82 all’87, che a mio parere non gli consente di negare puramente e semplicemente l’esistenza di questo grave problema, si ricordi velocemente cosa risulta dalla lettera del 27 giugno 1991 che fu mandata da lui al Presidente della Montedison Garofano, e che l’avvocato Alecci disse che fu si letta dal dottor Porta ma il dottor Porta si limitò in pratica a leggere la lettera e non gli allegati alla lettera stessa. Ecco, viene proiettata la prima facciata, ma quello che è più interessante è l’allegato indirizzato da Enichem a Montedison, dal dottor Porta al dottor Garofano, indicato come "riservato", per la parte che riguarda lo stabilimento di Porto Marghera. È la scheda 14 che è molto importante e che per sintesi, velocemente, tempo permettendo, leggerò, anche se viene proiettata. Stabilimento di Porto Marghera. Al primo punto si parla chiaramente di interventi ai limiti di batteria degli impianti che concorrono a formare lo scarico 8 e lo scarico 9, il cui adeguamento è ora solamente attraverso una diluizione non ammissibile. Qui con buona pace dei consulenti di Montedison e di ENI, con buona pace dei difensori di Enichem e Montedison, ancora una volta c’è una sorta di confessione extraprocessuale su un altro tema: sanno benissimo Montedison ed Enichem che la diluizione non è ammissibile, e loro non hanno mai provveduto, come vedremo anche parlando dell’ingegner Pisani per una situazione del ‘95, a sistemare il problema della diluizione degli scarichi. E qui siamo ancora nel ‘91, prima delle sentenze della Cassazione del ‘93 e del ‘94 che ho citato anche durante la scorsa replica. E ancora il punto numero 2, che riguarda il TDI, è lo scarico 15 comunque di acque clorurate, dice: "Ciò al fine di assicurare allo scarico il rispetto dei limiti della legge speciale di Venezia, senza la diluizione". Il D.P.R. di Venezia è il 962 del ‘73. E ancora in questo caso viene ribadita questa circostanza, poi si fa riferimento a tutta una serie di discariche all’Estero, in Spagna, in Germania Orientale, in Francia, etc.. Porto ancora l’attenzione del Tribunale sul punto numero 5, cioè sulla bonifica di numero 12 discariche esterne allo stabilimento; si tratta di terreni di terzi, sui quali sono stati depositati rifiuti, che hanno creato danno o costituiscono pericolo di danni ambientali. Io credo che forse il Pubblico Ministero e le Parti Civili hanno parlato inutilmente, tanto di diritto sul danno. Qui se lo dicono gli stessi di Enichem che cos’è successo, e fa riferimento alle discariche. Poi si continua al punto 6, che fa riferimento alla discarica zona 32, zona Campaccio. E si scrive che queste bonifiche sono rese necessarie per limitare i danni e per la messa in sicurezza dei rifiuti. Siamo nel ‘91 e ci sono zone indicate che tutt’oggi, come discariche di Montefibre o altro, non sono ancora state sistemate. Il secondo foglio, il n. 7, parla ancora di smaltimento di queste peci e terre clorurate, derivanti dalla produzione di dicloroetano, trielina, dalla pulizia delle fogne e smaltimento di 5.000 tonnellate di fanghi di impianto biologico che sono indicati; e ancora una volta i consulenti di Montedison e di Enichem possono venire a raccontare tutte le storielle che vogliono, perché qui ci sono i documenti della stessa società che ci dice come si sono comportati e come vanno considerate queste situazioni. Non mi dilungo su tutti i punti e ricordo soltanto il punto 10, come si parli di queste melme arsenicali provenienti dagli impianti di ammoniaca accumulate prima del ‘77 e faccio riferimento ancora al punto 12: "Inadeguatezza del sistema di raccolta e convogliamento degli effluenti per rispetto del D.P.R. del 1973. L’inadeguatezza si manifesta con frequenti sversamenti in Laguna di acque inquinate e dice che cosa si deve fare". Qui siamo nel ‘91, sono tutte confessioni extraprocessuali. Mi fermo, anche per il resto faccio rinvio a quello che è questo documento.

Posizione dell’ingegner Fedato. Il professor Giarda ha contestato innanzitutto che l’ingegner Fedato fosse responsabile dell’unità produttrice Dimp di Porto Marghera, mentre lo sarebbe stato solo dell’unità Montepolimeri di Porto Marghera, dall’aprile ‘81 al marzo ‘83; unità Montepolimeri costituita nel gennaio ‘81, quindi non avrebbe avuto alcuna competenza sul CVM - PVC. Per contro, come risulta dalle schede della Guardia di Finanza depositate e acquisite presso lo stabilimento, i responsabili PVC dal ‘7 al marzo 1981 fu l’ingegner Sellan, che è deceduto, responsabile dell’unità Dimp; dall’aprile ‘81 al marzo ‘83 fu appunto l’ingegner Fedato, in quanto responsabile della unità Montepolimeri, così come l’ingegner Gaiba lo fu per il periodo successivo. Vediamo la parte inferiore di questa scheda: in questo periodo, ’81 - ’85, ricordo di competenza dell’unità Dimp e dell’unità Montepolimeri, si inseriscono le trattative e il passaggio di proprietà degli impianti tra Montedison ed Enichem, la nota vicenda Riveda, marzo 1983. E in coincidenza rispetto a questo passaggio di proprietà, l’ingegner Fedato, che aveva una lunga esperienza di dirigente e direttore di stabilimento della Dipe e poi della Dimp, a Brindisi e poi a Terni, come risulta anche dal curriculum, passò l’1 gennaio 1981 a Montepolimeri. Montepolimeri che dalla fine del 1980 aveva sostituito, come dicevo anche la volta scorsa come nomen in iuris, la Divisione Materie Plastiche, la Dimp. Ma il dottor Diaz, come ricordavo poco fa, direttore generale della Dimp, rimase a capo della Montepolimeri, come amministratore delegato fino all’82, come segno e simbolo di continuità sempre, in qualsiasi situazione. Sulla competenza dell’ingegner Fedato io faccio un semplice rinvio, visto il tempo, al suo interrogatorio, perché è lui stesso che smentisce quanto dice il suo avvocato, proprio sulle competenze di unità Dimp e sulle sue competenze specifiche. Perché, dopo aver detto che era stato responsabile di questa unità Montepolimeri a Porto Marghera da fine marzo ‘81 fino all’ottobre ‘83, ci racconta appunto di aver avuto questa competenza esclusiva a Porto Marghera sugli impianti di produzione e lavorazione del CVM e del PVC. E dice, in particolare, una cosa importante: "Non avevamo rapporti gerarchici con il direttore dello stabilimento di Porto Marghera, ma dipendeva direttamente da Milano e in particolare per quel periodo dal dottor Reichenbach". Quindi è l’ingegner Fedato stesso che smentisce il suo difensore, e d’altra parte nella stessa memoria che è stata prodotta ora dalla Difesa si dice che dall’unità Montepolimeri dipende sia l’unità produttiva, sia l’unità di ricerca; e alle dipendenze di queste due unità si ritrovano tutti i reparti CVM e PVC, fatta eccezione per i parchi serbatoi. Su queste competenze dell’ingegner Fedato, la cui unità dipendeva dal dottor Reichenbach, come vice direttore generale tecnico, non ci possono essere dubbi. Se ce ne sono, questi possono riguardare solo l’eventuale possibilità di aggiungere la responsabilità anche del direttore dello stabilimento per quegli anni, sicuramente non di escludere quella dell’ingegner Fedato. Per quanto riguarda gli interventi effettuati sui reparti CVM - PVC nel periodo di competenza Fedato, mi limito a ricordare il grafico citato dal professor Cescon durante la sua audizione e allegato anche alla consulenza, sul fatto che praticamente gli investimenti nel periodo inizio anni Ottanta ebbero un crollo pressoché totale e ci fu praticamente una inesistenza di investimenti per gli impianti del CVM - PVC.

La posizione dell’ingegner Gaiba. L’avvocato Pedrazzi ha definito il periodo dell’ingegner Gaiba ’72 - ’79 gli anni cruciali. Ricordo come fosse responsabile del conto lavorazione PVC che ho già ricordato prima. Mi limito a leggere alcuni passi del suo interrogatorio, che sono particolarmente interessanti per il ruolo che ha svolto a partire dal 1972, anno in cui dice divenne responsabile del gruppo di produzione Polivinilici presso lo stabilimento di Porto Marghera. E si ricorda – dice – che già a cavallo dell’estate del ‘72 si iniziò a pensare a cosa fare, "in quanto avevano saputo della pericolosità del CVM". Quindi Gaiba, a cavallo dell’estate del ‘72 comincia a pensare insieme agli altri a che cosa fare. Poi, per quanto riguarda i contatti con il professor Maltoni, ripete che i contatti erano tenuti anche con il professor Bartalini: "Di questo problema, essendo un problema grosso, erano al corrente tutti, a tutti i livelli, fin dall’inizio: direzione dello stabilimento, direzione generale, Foro Bonaparte. Il problema iniziale fu quello di iniziare alla sistemazione degli impianti operativi CV6, CV14, CV16 e anche il CV24 - ci ricorda Gaiba – che entrò in funzione in quel periodo". Dopo aver preso visione, l’ingegner Gaiba, in quell’interrogatorio del 15 luglio ‘96, della piattaforma Fulc, del settembre ‘75, ricorda che addirittura in quell’epoca, anche di poco precedente, venne prospettato dalla direzione dello stabilimento all’ingegner Grandi, in visita a Porto Marghera, l’idea di costruire uno stabilimento nuovo, che producesse CVM e PVC con impianti nuovi, e ciò per consentire ai lavoratori del PVC le stesse condizioni di quelli che lavoravano al CVM. E ricordiamo su questa intenzione di costruire i nuovi impianti, oltre a quello che ci diceva anche l’ingegner Camillo Cella, va ricordato come anche nel documento del ‘74, che ho citato anche la volta scorsa e che arrivava dagli Stati Uniti all’ingegner Grandi, si prospettasse questa necessità di intervenire in maniera drastica. Sull’indagine Fulc del 1976 dice sempre Gaiba: "Era ovviamente al corrente tutta la Montedison, sia a livello locale che a livello nazionale, perché furono sottoposti a controlli tantissimi lavoratori esposti al CVM e al PVC. All’esito di quelle indagini ricordo che molti lavoratori si dissero preoccupati, qualcuno venne da me anche direttamente. Per quanto riguarda il periodo in cui Gaiba fu trasferito poi a Milano nel 1979 dipendeva dal vice direttore generale tecnico dottor Reichenbach, e racconta come quando ci fu il passaggio di proprietà degli impianti che abbiamo ricordato attraverso la società Riveda, si trattava – dice – di una società che dipendeva da Enichem; la parte tecnica del nostro gruppo era diretta dal dottor Reichenbach, e tra l’altro ricordo che tutta la questione veniva trattata direttamente da Foro Bonaparte, e in particolare dall’amministratore delegato che all’epoca era il dottor Porta. Non voglio ricordare tutti i documenti degli anni cruciali ‘74 e ‘75, le varie riunioni in cui si discuteva della problematica del CVM, che ho già ricordato durante la parte generale, ad esempio le relazioni del dottor Dellai, etc., e faccio solo rilevare come l’ingegner Gaiba fosse sempre presente. E tutti i documenti che riguardavano ad esempio anche le questioni relative alle pompe che non funzionavano, ai gascromatografi che non funzionano, quale era il migliore sistema di campionamento personale, venissero tutti mandati all’ingegner Gaiba. E questo fino agli anni Ottanta. La posizione del dottor Fabbri. Parlando del dottor Fabbri, laureato in chimica industriale, l’avvocato Lanfranconi ha detto che il suo ruolo era, tutto sommato, molto limitato, in quanto gerarchicamente subordinato. Io vorrei che ci si mettesse allora un po’ d’accordo su queste peraltro comprensibili varie linee difensive, perché quando si parla di un responsabile locale si cerca di affermarne la irrilevanza del ruolo e la subalternità; per contro, quando si parla di responsabili a livello centrale si dice sostanzialmente che non erano in grado di sapere cosa succedeva in periferia; per non parlare poi, come dicevamo prima, di quelli che scaricano sulle persone non imputate, ovvero addirittura sui morti. Per quanto concerne il dottor Fabbri in particolare, torno a rilevare che nel periodo di sua competenza a Porto Marghera il problema degli impianti più a rischio non era stato superato, e la sorveglianza sanitaria sugli esposti ed ex esposti era ancora del tutto carente. Che nelle riunioni organizzate dal dottor Fabbri in azienda non ci sia traccia della questione CVM, come dice il difensore, è un problema che riguarda lui e i suoi superiori, non è un problema della loro buona fede, anzi è una tangibile prova della loro trascuratezza, della loro negligenza, del loro enorme colpevole errore di valutazione. Sul dottor Fabbri, in particolare, aggiungo l’elemento di valutazione relativo alla sua notevole esperienza acquisita a Porto Marghera fin dal 1953 e relativa anche alla gestione di tutti i un servizi Montedipe, come ci dice lui stesso durante il suo interrogatorio del 21 febbraio 1995. Per quanto concerne le sue responsabilità in ordine ai reati contestati per la parte ambientale, rilevo in ogni caso la sua inattività anche dopo la cessione della proprietà degli impianti, in attività che ha contribuito per la sua parte al disastro ambientale e alla mancata eliminazione dei rischi relativi. E nel suo interrogatorio si vede, si può leggere benissimo, come fosse a conoscenza di queste situazioni, addirittura per la situazione di Porto Marghera parlasse il dottor Fabbri di una situazione che era nota a tutti, e era una questione di ordinaria amministrazione che però, in quanto tale, abbiamo visto che è rimasta lì, tale e quale. Posizione dell’ingegner Dino Marzollo, accusato solo per il secondo capo d’accusa. Qualcuno si è chiesto il perché ed il motivo è semplice: è stato direttore, l’ingegner Marzollo, dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera dal giugno ‘81 all’aprile ‘84; mentre sappiamo, come dicevamo poco fa, che dal febbraio del ‘76 all’aprile dell’85 i responsabili del CVM e PVC a Porto Marghera furono i responsabili della unità Dimp, e cioè l’ingegner Sellan che è deceduto, l’ingegner Fedato che è imputato, l’ingegner Gaiba che è parimenti imputato. Dal maggio ‘85 il responsabile del PVC tornò a identificarsi con il direttore di stabilimento, e quindi risultano imputati i successivi direttori, Fabbri che è imputato appunto, l’ingegner Schiavo che peraltro è deceduto. Il percorso storico e logico delle incriminazioni è chiarissimo; se qualche avvocato non ha ancora capito, non è sicuramente il caso per carità dell’avvocato Lanfranconi, io non so cosa farci. Motivi per cui permane la contestazione nei confronti dell’ingegner Marzollo per la parte ambientale coincidono con quelli illustrati poco fa relativamente alla posizione del dottor Fabbri, con l’aggiunta che i dati forniti dall’ingegner Carrara, nella parte finale dell’istruttoria dibattimentale, sugli scarichi dello stabilimento oltre ogni limite accettabile, e soprattutto consentito, sono maggiormente significativi proprio per i periodi Marzollo e Fabbri, in un’epoca in cui le sollecitazioni normative erano tra l’altro divenute più pressanti. Per quanto riguarda la posizione del dottor Smai, cito rapidamente soltanto alcune considerazioni. Qui ha lavorato, come vediamo dal curriculum, come dirigente a partire dal settembre ‘87; da tale periodo, fino al dicembre ‘88, è stato direttore dell’insediamento Enichem a Porto Marghera. L’insediamento concerneva solamente il ciclo di lavorazione del CVM e del PVC nel sue varie fasi. Cito solo due circostanze interessanti del suo interrogatorio, una relativa ai budget di manutenzione, quando dice il 23 febbraio ‘95 Smai che questi budget venivano decisi dalla sede di Milano "su mia indicazione, in quanto direttore di stabilimento. Quindi questi budget venivano tramutati in contratti con la Montedipe". E ricordiamo che dipendeva da Enichem, quindi c’è sempre questa attività di rilievo, sia di una società che dell’altra, per quanto riguarda budget di manutenzione e tutti gli altri budget che riguardano lo stabilimento anche di Porto Marghera. Un’altra circostanza, riferisce l’ingegner Smai, e cioè che quando è giunto a Porto Marghera, nel settembre ‘87, il prodotto PVC era di proprietà della società EVC, la quale era ed è per il 50% di proprietà Enichem ed il 50% della società inglese ICI. E già allora si parlava del fatto che l’EVC doveva divenire proprietaria pure degli impianti. Ingegnere Zerbo; ruolo a cavallo di tre società, come si vede dal curriculum, è stato direttore dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera per la Montedipe nel febbraio ‘88 e in quanto tale dipendeva dal dottor Gaetano Fabbri. Il suo interrogatorio è del 15 luglio 1996, ci segnala alcune circostanze particolari. In particolare ci dice che nella zona di Venezia - Mestre dice: "Un po’ tutta la zona industriale di Porto Marghera è stata imbonita, utilizzando rifiuti industriali e nocivi". Cito soltanto questa circostanza per questioni di tempo, per quanto riguarda la parte ambientale. Il tempo che è rimasto purtroppo non consente di trattare in modo quanto meno sufficiente tutte le altre posizioni che sono state trattate durante le arringhe. La parte generale del mio intervento di venerdì scorso, a proposito delle singole posizioni, e quanto detto anche questa mattina, già illustra i motivi delle incriminazioni e delle relative richieste di condanna. Non mi dilungo ulteriormente, cito soltanto alcuni passaggi di alcune situazioni di imputati. Cito soltanto, per quanto riguarda l’ingegner Presotto, il curriculum che viene proiettato sullo schermo, per indicare quali fossero le sue funzioni e quali fossero le funzioni che hanno portato alla sua incriminazione. Ricordo le sue dichiarazioni, confermate, che sono quelle del 5 ottobre ‘96 e del 15 ottobre ‘96, che ci spiegano perché l’ingegner Presotto sia stato incriminato. Ricordo come a partire dal 1984 fosse competente Enichem Polimeri su questi impianti, fosse Presidente Autuori, amministratore delegato Presotto. Autuori è deceduto. Enichem Base, che subentrò, lo stesso aveva come Presidente Autuori e amministratore delegato Presotto. E poi, quando arriva Enichem Anic, dal 1987, ci sia un ruolo rilevante fino al 1991 in varie posizioni, con varie denominazioni funzionali, da parte dell’ingegner Presotto, che era il responsabile, direttore generale, prima delle attività chimiche e poi della direzione ambiente. Ed è sicuramente anche quello dell’ingegner Presotto un ruolo non secondario, e nemmeno lui era un imputato che può essere definito di passaggio.

Per l’ingegner Burrai mi limito soltanto a citare un passo del suo interrogatorio del 12 ottobre 1996; un passo che è importante perché ci dà contezza di come alla fine degli anni Ottanta il problema del CVM e PVC non fosse assolutamente superato. Ci diceva l’ingegner Burrai, ingegnere chimico: "Nel novembre 1987 Enichem Anic assorbì Enichem Base, e di conseguenza mi dovetti interessare anche degli impianti CVM e PVC. Preciso che in tale epoca dipendevano da me, in quanto amministratore delegato, due direttori generali, Presotto e Nicoli. L’ingegner Presotto era direttore generale per le attività chimiche. Da lui dipendevano varie divisioni, tra cui la divisione cloro derivati. Ho detto più sopra che iniziai a interessarmi da amministratore delegato degli impianti CVM e PVC nel novembre ‘87 in quanto acquisendo Enichem Anic questi impianti, ci fu come sempre una specie di passaggio delle consegne. Questo passaggio delle consegne – continua sempre l’ingegner Burrai – consistette in pratica nel fatto che per via gerarchica mi vennero rappresentate le problematiche degli impianti CVM e PVC anche di Porto Marghera. Per via gerarchica significa che le questioni venivano a me rappresentate dall’ingegner Presotto. I problemi relativi a questi impianti consistevano essenzialmente nella necessità di raccogliere i vari scarichi contenenti il CVM e di convogliarli in forni per il loro incenerimento". Quindi primo problema ambientale ancora ben aperto alla fine dell’87. Poi il secondo problema concerneva l’obiettivo di eliminare il più possibile la presenza di CVM nell’ambiente di lavoro, e in particolare durante gli interventi di pulizia delle autoclavi. Poi diede disposizioni all’ingegner Presotto, affinché seguisse questi problemi e provvedesse ai necessari interventi. E ancora vediamo, e questo lo cito e semplicemente mi fermo a questo punto, facendo rinvio per il resto del suo interrogatorio, per dire come alla fine dell’87, ormai siamo all’inizio ‘88, ci fosse ancora questo problema dell’ingresso delle autoclavi, ben noto all’amministratore delegato, responsabile di vertice, della società Enichem Anic. E siamo qui tra l’altro ad oltre quasi vent’anni dalla segnalazione del professor Viola, che diceva nel ‘69 di eliminare o limitare le entrate in autoclavi degli operai. Concludo anche per Montefibre e faccio rinvio alla memoria nota che ho depositato ieri e concludo con la posizione dell’ingegner Pisani, che è imputato di tutti e tre i capi d’accusa, e sappiamo che ha anche la vicenda relativa alla simulazione di reato. Per l’ingegner Pisani viene proiettata innanzitutto quella che è la scheda concernente il suo curriculum lavorativo; diceva il 23 febbraio ‘95, in sede di interrogatorio l’ingegner Pisani, che era venuto a Porto Marghera per la prima volta nell’87 e che era stato nominato responsabile di produzione del gruppo degli impianti CVM e PVC. Dal giugno ‘87 Enichem tra l’altro iniziava a gestire direttamente, con propri dipendenti, gli impianti di lavorazione CVM e PVC, fatta eccezione per la fase di insaccaggio che era rimasta all’altra società. Il 30 dicembre 1988 sostituisce il dottor Smai, che è andato in prepensionamento; e nell’88, divenendo direttore dello stabilimento Enichem, dice Pisani: "Ero responsabile degli impianti di proprietà Enichem, gestiti da Enichem: CVM, PVC, prastificanti, cloruro di benzile. Dall’83 all’89 i servizi, tra cui quello di manutenzione, sono rimasti affidati a Montedipe. Nel giugno dell’89, con la fusione in Enimont, della Montedipe e di Enichem, a Porto Marghera, le due strutture autonome che gestivano il petrolchimico e gli impianti, rimasero divise fino al 15 novembre ‘90". In tale data queste due strutture vennero unite e venne nominato direttore di tutta la nuova struttura l’ingegner Zerbo, mentre Pisani venne nominato direttore. Dal 20 dicembre 1990 EVC diviene proprietaria degli impianti di produzione e però continua la gestione da parte di Enichem. Il primo giugno 1993 l’ingegner Pisani diviene direttore del petrolchimico di Porto Marghera, sostituendo l’ingegner Zerbo. Nell’agosto ‘93 il personale che gestiva gli impianti di lavorazione del CVM passò dalle dipendente di Enichem alle dipendente di EVC. EVC, per la quale, dicevo, c’è ancora uno stralcio pendente. Dal luglio ‘93 gli impianti di lavorazione CVM e PVC sono di proprietà e sono gestiti da EVC anche se Enichem ha delle partecipazioni in EVC. Per quanto riguarda in particolare il capo 3 di imputazione, e vado alla conclusione, ricordo come si trattasse di quella vicenda che risale al 28 e 29 marzo del 1995, la questione relativa alle anomalie riscontrate in due pompe, la pompa FG104 e la pompa FG101, che aveva scatenate una bagarre intorno alla situazione dello stabilimento Enichem di Porto Marghera. Bagarre scatenata a causa dell’intervento dell’ingegner Pisani, che aveva segnalato che si trattava di un sabotaggio. Il capo d’imputazione è letto e è noto a tutti quanti e riguarda in maniera esplicita la denuncia che era stata presentata dall’ingegner Pisani al Commissariato di Polizia di Marghera; e poi alle dichiarazioni di conferma e di precisazione che lui ha reso sempre all’interno del Commissariato il 30 marzo 1995. In particolare ci sono stati dei tentativi di sviare l’attenzione della Pubblica Accusa anche in sede dibattimentale, cercando di dire che se l’ingegner Pisani ha presentato questa denuncia, ciò è dovuto essenzialmente all’attività della Procura della Repubblica e al Pubblico Ministero in particolare, perché dice che c’era una circolare del Pubblico Ministero del ‘94 che invitava a fare le segnalazioni. Ricordo invece che questa circolare, come pacificamente risulta dagli atti del dibattimento, in particolare dalle dichiarazioni del dottor Odorisio, dirigente all’epoca del Commissariato di Porto Marghera, fosse una circolare che riguardava la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, lo SPISAL, per le segnalazioni; non riguardava assolutamente i privati, erano segnalazioni che riguardavano tutto quello che stava succedendo all’epoca e continua a succedere intorno allo stabilimento di Porto Marghera. E quella situazione di Porto Marghera, in quel momento, in quel marzo del 1995, aveva creato molto spavento e molta preoccupazione, sia all’interno che all’esterno dello stabilimento. E questo perché? Perché ricordiamo come il Commissariato di Porto Marghera, quel 30 marzo, il 29 marzo del 1995, sia stato informato direttamente dal capo della Polizia, che all’epoca era il dottor Masone, che c’era stato questo sabotaggio, o presunto sabotaggio, presso queste pompe FG101 e FG104 di Porto Marghera, quindi la situazione viene presentata da Roma al Commissariato di Marghera in questo modo, come sabotaggio. E la notizia all’amministratore delegato Cuomo, il responsabile personale Cuomo di Enichem, l’aveva data Pisani; era stato Pisani a chiamare e a dire: "Qui abbiamo un sabotaggio a Porto Marghera". L’amministratore delegato di Enichem chiama il capo della Polizia, parla con il capo della Polizia, il quale a sua volta si rivolge a Porto Marghera. È chiaro quello che è successo in quel momento, evidentemente l’ingegner Pisani si sentiva sotto pressione, probabilmente si sentiva controllato perché in quel ‘94, ‘95, lo stabilimento era finito sotto la lente di ingrandimento sia della Procura della Repubblica che di coloro che dovevano effettuare i controlli, tra cui anche il Magistrato alle Acque. E ricordo proprio come di quel periodo sia quella lettera riguardante il Magistrato alle Acque, che interveniva sulla diluizione degli scarichi, chiedendo praticamente a tutte le aziende di darsi da fare per modificare quella situazione. E come l’ingegner Pisani, per conto di Enichem, avesse risposto proprio nel maggio ‘95, dicendo che questo intervento richiesto sulle separazioni delle reti delle acque di processo e delle acque di raffreddamento avrebbe stravolto l’assetto idraulico del petrolchimico, avrebbe creato problemi perché i costi erano sicuramente enormi, e diceva che forse questo non sarebbe neanche bastata, non sarebbe neanche servito, per riportare il tutto entro i limiti di legge per gli scarichi in Laguna. Quindi c’era sicuramente una situazione di tensione e di preoccupazione all’interno dello stabilimento di Porto Marghera. A quel punto l’ingegner Pisani, che quella mattina si era sbilanciato con il suo amministratore delegato e con Roma, sente il peso di questa situazione perché vede precipitare all’interno dello stabilimento tutti gli organi di controllo, Polizia e Carabinieri; e addirittura, ricordo che solo in due casi mi sono recato allo stabilimento, addirittura ci arriva anche il Pubblico Ministero, dal pomeriggio fino alla sera, per vedere che cos’era successo. E vediamo come anche all’esterno ovviamente sia stata riportata in maniera molto pesante questa situazione, perché la stampa poi locale parlava di sabotaggio al petrolchimico, di inquinamento scongiurato di un soffio, e rischiati black-out ed una nuova fiammata. È ovvio che la situazione era molto grave. E c’è questo tentativo, che era semplicemente un tentativo di coprire quelli che erano degli errori dello stabilimento, tentativo di Pisani di scaricare sull’esterno. Ed è stato lui a scegliere di formalizzare la denuncia, a scegliere di ribadirla durante la sua audizione al Commissariato, in maniera forte e decisa; perché anche durante la sua audizione al Commissariato, il Tribunale sicuramente si leggerà anche le sue dichiarazioni, l’ingegner Pisani ribadisce "sicuramente si trattava di un sabotaggio". E questo nonostante il fatto che ormai, durante i primi interventi, le prime verifiche, fosse venuta meno la certezza quanto meno, ma sicuramente l’indicazione del sabotaggio. E ci sono delle altre anomalie in questa situazione in sabotaggio; e la prima anomalia, dicevo, era quella che Pisani informa praticamente, attraverso Enichem, Roma, quindi a livello locale nessuno viene a sapere niente; e per giustificare questo nuovo black-out, questa nuova situazione di incidente, di evento con notevole rilevanza all’esterno, l’ingegner Pisani cerca di scaricare sugli operai del suo stabilimento. E vediamo un’altra anomalia: consiste nel fatto che nell’immediatezza i responsabili della sicurezza ambientale, che è poi l’ingegner Messineo, che era il responsabile di tutte le situazioni di intervento immediato, non viene nemmeno informato di quella che è la situazione; e ricordiamo tutti quando è stato sentito l’ingegner Messineo, ma anche gli altri testimoni in quest’aula, ancora ormai mi pare nel luglio 2000, si sia detto in maniera chiara che dopo il primo intervento, dopo la prima verifica, si fossero resi conto, lo stesso pomeriggio del 29 marzo, come non ci fossero ormai più i presupposti per parlare ancora di sabotaggio. Ed invece, cosa succede? Enichem scarica sull’operatore, sul piccolo operaio che aveva manualmente operato sulle pompe, Lunardi ricorderemo, l’abbiamo sentito, il quale ha avuto addirittura un addebito disciplinare per dire che ha fatto una manovra errata; e quindi il tentativo di scaricare sull’operaio singolo, quando vedono che non possono più correre ai ripari in nessuna maniera. E nonostante questo scarico che fanno sull’operaio, che colpevolizzano, viene ribadita poi all’esterno con il Commissariato questa denuncia di simulazione di reato. E invece ormai tutto doveva accadere: l’ingegner Pisani doveva prendere atto di questo errore, doveva prendere atto di questa situazione di evento accidentale che si era verificata, e rientrare nei ranghi. E invece cos’è successo: tutto è continuato sulla indicazione di sabotaggio per alcuni giorni. Ricordiamo il 29 l’intervento di tutte le Forze di Polizia; poi il 30 continuano gli accertamenti, continuano i verbali, continuano le polemiche sui giornali su questa situazione di sabotaggio, su queste situazioni di inquinamento; fino a quando la Procura della Repubblica, con intervento del Pubblico Ministero che aveva il fascicolo ed anche del Procuratore, non è costretto ad emettere un comunicato il 3 aprile, dove si dice che non c’è nessun sabotaggio, che non c’è stato e non c’è nessun pericolo per la pubblica incolumità, e che si procede ai sensi dell’articolo 367 del Codice Penale, e cioè si procede per simulazione di reato. E cosa succede, allora: solo in quel momento decidono, all’interno dello stabilimento, di verificare che cos’era successo nella pompa che aveva continuato a lasciare alcuni dubbi, cioè sulla pompa FG101. Ed anche lì, dopo rapidissimi interventi, dopo una rapidissima visione del computer, dopo una rapidissima visione dei tabulati, dopo una rapidissima prova che ha richiesto pochissimo tempo, minuti proprio, effettuata dall’ingegner Messineo, bontà loro, anche Enichem viene a dire: "In effetti non si trattava di nessun sabotaggio, ci sono stati semplicemente degli eventi che sono riconducibili agli impianti ed alle questioni tecniche dei nostri impianti". Quindi il pericolo che diceva l’ingegner Pisani era stato corso con questa attività di sabotaggio risultò completamente inventato. Ed una cosa ancora ricordo, prima di concludere sul punto: ricordo come nella seconda consulenza tecnica in atti dei consulenti del Pubblico Ministero, ingegneri Nano e Rabitti, si è spiegato in maniera precisa e dettagliata per quali motivi l’azienda sarebbe stata in grado di capire, di sapere immediatamente, che non si trattava di sabotaggio, perché doveva essere scartata subito questa ipotesi; sono sei motivi, non li sto a leggere tutti, anche perché sono tecnici, a distanza di qualche tempo il riferimento alla pompa FG101, FG102, FG103 e 104, possono non dire nulla o dire poco, comunque sono sei motivi indicati in maniera dettagliata. Il concetto è che bastava fare una verifica immediata, rapida, in pochi minuti si poteva accertare tutto. L’ingegner Pisani non ha fatto così, non l’ha voluto fare, ha scelto la strada della denuncia penale; è grande, è maturo, è capace, per adottare da solo una decisione. È chiaro che in una situazione di quel tipo, come si è verificata quella sera, di paura per la popolazione, di tensione, è intervenuta perfino la Digos quella sera allo stabilimento, di fronte a quelle situazioni, quando dicono "queste situazioni chiedono al Pubblico Ministero e alla Polizia che si fa? Segnalatele per iscritto". E ci mancherebbe altro! E quindi è la pervicacia nel presentare denuncia e nel ribadirla a verbale che deve essere punita anche in senso penale.

Quindi concludo, sia sulla posizione dell’ingegner Pisani, che su tutte le altre posizioni, chiedendo in conclusione che vengano dichiarate le penali responsabilità di tutti gli imputati, secondo quelle che sono le richieste del Pubblico Ministero già formulate; valuterà il Tribunale l’equità delle pene richieste. Io ho concluso.

 

Presidente: va bene.

 

Avvocato: Presidente, buongiorno, solo per il verbale, depositiamo la nostra nota spese.

 

Avvocato Garbin: Presidente, depositerei una nota di precisazione alle note spese.

 

Presidente: va bene, d’accordo.

 

Avvocato Partesotti: deposito la nota riepilogativa delle memorie di cui alla sua richiesta.

 

Presidente: ecco, sì, se volete depositarla, mi fate una cortesia, perché la sottoporrei al signor Pallara, il quale così è in grado di individuare quello che già ha riportato nei dischetti che ci ha preparato.

 

Avvocato: Presidente, noi depositiamo questo elenco che abbiamo fatto in questi giorni. Dovessero esserci delle inesattezze o dovesse risultare essere incompleto, lo integreremo alla prossima udienza.

 

Presidente: sì, così abbiamo la possibilità, in questi giorni, prima di venerdì, di dirvi se ci sono delle...

 

Avvocato Alecci: Presidente, per Porta noi depositiamo la memoria che riguarda le persone offese, come avevamo già anticipato la precedente volta, con dischetto.

 

Presidente: va bene.

 

Avvocato Di Noia: per Presotto, una brevissima memoria riassuntiva dell’arringa.

 

Avvocato Scatturin: scusi Presidente, per le memorie non c’era il termine di sabato?

 

Presidente: no, veramente era, avvocato Scatturin, era di lunedì per le Parti Civili ed il Pubblico Ministero, cioè di ieri tanto per intenderci. Scusate, prima di dare la parola alla Difesa, facciamo una pausa brevissima di dieci minuti.

 

Avvocato Farinea: scusi Presidente, erano programmati due brevi interventi ancora delle Parti Civili, l’avvocato Farinea e l’avvocato... sono molto brevi, comunque.

 

Presidente: va bene, allora la facciamo senz’altro dopo, prego, intervenite.

 

AVVOCATO FARINEA

 

Avvocato Farinea: io intervengo sulle questioni delle società e sulle posizioni dei Responsabili Civili, con un breve intervento di replica. Nei precedenti interventi che sono stati resi da me e dai colleghi sul punto, all’udienza del 14 giugno 2001, è stata descritta la trasformazione ed i passaggi societari all’interno del petrolchimico di Porto Marghera, ed in particolare il momento del passaggio di proprietà di gestione da Montedison ad Enichem. A tali passaggi si è fatto riferimento attraverso un riscontro documentale, il richiamo è alle indagini della Guardia di Finanza riassunte nel CD - Rom prodotto agli atti. La ricostruzione dei passaggi societari, com’è stata effettuata, non è stata sostanzialmente contestata dalle difese degli imputati, e quindi noi consideriamo che sia un dato di riferimento da considerarsi come dato di riferimento acquisito al processo. Si intende comunque brevemente replicare sull’intervento del professor Padovani, difensore del responsabile civile Montedison; intervento svolto all’udienza del 10 giugno 2001. Più precisamente si intende replicare alla prima parte di detto intervento, nella quale vengono trattati, citando testualmente l’espressione usata dal difensore, professor Padovani, i limiti entro i quali Montedison è avvinta a questo processo. Montedison, afferma il suo difensore, esce dalla proprietà e dalla gestione dell’impianto dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera in una data ben precisa, cito testualmente, e con un titolo ben individuato. La data è il 31 dicembre 1980; il titolo è rappresentato dal conferimento di azienda rispettivamente a Montedipe e a Montepolimeri S.p.A.. Il 31 dicembre, in sostanza, coincide con la nascita del gruppo Montedison, ma sta di fatto che dopo quella data, anche se sono intervenute, e ne accennerò, intricate vicende societarie, Montedison non è più, in quanto tale, coinvolta nella gestione, né conserva alcuna proprietà di Porto Marghera. E questa è la posizione assunta dalla Difesa Montedison. Con il 31 dicembre 1980 in sostanza, per il difensore di Montedison, Montedison esce da questo processo, perché non è più in grado e non ha più il potere di intervenire nelle scelte che riguardano Porto Marghera. La posizione non è assolutamente condivisibile, in quanto contrasta con la realtà dei fatti; ed in questo senso basta scorrere gli atti che riguardano i vari passaggi societari per rendersi conto come, in realtà, con strumenti e meccanismi di tipo elusivo, si è inteso far apparire come frazionati e diversamente disciplinati rapporti che in realtà si concentrano in un rapporto sostanzialmente unico. Così pure come, attraverso degli strumenti formalistici, attraverso il ricorrente richiamo alla personalità giuridica, si è cercato di deresponsabilizzare il vero responsabile di tutto quanto poi è avvenuto nel periodo cosiddetto Montedipe - Montepolimeri, e vale a dire il responsabile Montedison. In tal senso intendo far riferimento agli atti attraverso i quali questo passaggio sarebbe avvenuto, dandone una brevissima lettura di alcuni punti salienti, per descrivere cosa poi in realtà a nostro avviso è effettivamente avvenuto. I conferimenti d’azienda, cui fa riferimento il difensore di Montedison, avvengono con due distinti atti, entrambi stipulati il 31 dicembre 1980. Con il primo atto, che reca il numero 53643/7160 di repertorio del notaio Ferraro di Milano, ed è prodotto agli atti, Montedison conferisce a Montedipe l’azienda Prodotti Petrolchimici di Base. Con il secondo atto di pari data, che reca il numero successivo 7161 di repertorio del medesimo notaio, Montedison conferisce a Montepolimeri S.p.A. l’azienda Materie Plastiche. Questo è il momento di passaggio descritto dal difensore di Montedison. Ma come si legge testualmente dagli atti, il conferimento da parte di Montedison a Montedipe, dell’azienda Periodi Petrolchimici di Base, avviene, e a questo punto leggo testualmente: "Per un saldo netto di 149 miliardi 800 milioni, contro attribuzione da parte della concentrataria Montedipe S.p.A. alla conferente Montedison S.p.A. di azioni ordinarie per pari valore nominale". L’altro conferimento, e vale a dire il conferimento da parte di Montedison a Montepolimeri, dell’azienda denominata Materie Plastiche, avviene, come si legge dall’atto: "Per un saldo netto di 199 miliardi 800 milioni, contro attribuzione da parte della concentrataria Montepolimeri S.p.A. alla conferente Montedison S.p.A. di azioni ordinarie di pari valore nominale". In altri termini, il pagamento delle aziende conferite avviene semplicemente mediante attribuzione di azioni ordinarie di pari valore, che consentono a Montedison il totale controllo delle medesime società alle quali si afferma essere state conferite le aziende. Più che un conferimento d’azienda in due diverse società, si assiste dunque alla incorporazione, in Montedison, di queste due società, e vale a dire di Montedipe e di Montepolimeri. La proprietà e la gestione degli impianti rimane in capo a Montedison, e le società controllate, o più correttamente incorporate, sono da considerare strumenti operativi di Montedison, che agisce come imprenditore occulto. La commistione è tale e di tale evidenza, o più propriamente l’artificio che si crea attraverso questi atti, è di tale evidenza da far ricadere su Montedison, quale imprenditore di simulato, la responsabilità riconducibile alla proprietà e gestione degli impianti del petrolchimico di Porto Marghera, ad avviso di queste difese, anche quindi per il periodo successivo al 31 dicembre 1980, diversamente da quanto sostiene Montedison. Abbiamo poi provveduto al deposito di una memoria nei termini fissati dal Tribunale, e cioè vale a dire ieri, nella quale trattiamo la questione della responsabilità ENI, spiegando come ENI, ad avviso di queste difese, non è affatto, secondo una espressione suggestiva del suo difensore, un convitato di pietra; in realtà è una società di direzione e sostanziale gestione diretta di tutti gli impianti. Parimenti, nella memoria, abbiamo trattato tutte le questioni relative alle responsabilità delle holding, società controllanti, e dei suoi amministratori.

Ci richiamiamo inoltre alla memoria depositata sul punto dall’avvocato Scatturin, che condividiamo e facciamo propria, e in questo senso concludo il mio intervento.

 

AVVOCATO BATTAIN

 

Avvocato Battain: Presidente, devo parlare, insistere sempre sulla American Appraisal, perché mi devo occupare della posizione di Lorenzo Necci. Ora, la tesi, sia del collega Mittone che del collega Sgubbi, in buona sostanza è: Necci era al vertice di una società al più controllante e non operativa, quindi nulla sapeva, nulla era obbligato a sapere, di nulla quindi deve rispondere. Certo, i colleghi sono smaliziati e non potevano ignorare che malgrado tutto anche Necci, che è un personaggio in questo processo, come diceva il collega Mittone, scolorito, viene messo in mezzo e coinvolto nel processo dall’episodio della American Appraisal. E, anzi, per essere più esatti, dalla pagina 33 del rapporto del Draft del progetto di rapporto della American Appraisal. Allora, io forse non ho capito bene la tesi del collega Mittone; se ho sbagliato, gli domando scusa e mi correggerà durante la sua replica. Ho avuto l’impressione che la tesi dei colleghi sia la seguente: c’è in questa pagina un primo periodo in cui si richiama il mancato rispetto delle normative in materia di smaltimento di rifiuti che sarebbe di attualità, cioè si continuava a smaltire rifiuti all’interno degli insediamenti soltanto per ciò che riguarda gli impianti di Brindisi e di Gela; e che tutto quello che viene dopo i vari periodi che richiamano i pericoli di inquinamenti delle falde acquifere e via di seguito, si riferisca a questa impianti di Brindisi e Gela, e quindi con una "incompetenza territoriale" di questo Tribunale e un rimandare della palla all’Autorità Giudiziaria di Brindisi; e, se non ho guardato male la carta della Sicilia, del Tribunale di Caltanissetta da cui dipende Gela. In realtà, se questa è la tesi, è una tesi ben trovata ma sbagliata. Sbagliata perché appare evidente, da una lettura di questa pagina 33 del Draft, che non a caso ho sottoposto alla vostra attenzione, che per ciò che riguarda gli impianti di Brindisi e Gela, in questo rapporto si dà una contezza di attualità dello stoccaggio e dello smaltimento dei rifiuti all’interno degli insediamenti; mentre invece, per ciò che riguarda tutto il resto, a partire tuttavia dal problema dello smaltimento dei rifiuti etc., si parla al passato, cioè ci si riferisce agli altri impianti Montedison ed Enichem esaminati, dove in passato si era provveduto a stoccare smaltimenti e rifiuti all’interno degli stabilimenti. È noto, e credo sia risultato al processo, che anche a Porto Marghera questo smaltimento di rifiuti, per un determinato periodo, veniva fatto all’interno dello stabilimento. Io non vorrei dire, anche qua se dico una sciocchezza poi sarò corretto dai brevissimi colleghi della Difesa nelle loro repliche, ma se non vado errato era stato progettato dalla buonanima di Raul Gardini addirittura di fare un eliporto al di sopra dello stoccaggio dei rifiuti, così avrebbero compresso ancora di più verso le falde acquifere questi rifiuti velenosi. Quindi, per fortuna, quel progetto non è andato in porto. Allora, se è così, così è risultato pacifico che queste correzioni sono state apportate, e non ripeto quello che ho detto nell’arringa, al fine di far scomparire questi eventi agli occhi del Ministro se non erro Fracanzani, non si può dire che Necci non sapeva che questo smaltimento di rifiuti avveniva all’interno, o era avvenuto all’interno degli stabilimenti, con gravi pericoli per l’inquinamento delle acque. Perché i casi sono due: o queste correzioni le ha apportate Cerami, poveretto defunto, cioè il rappresentante della Montedison, ma non all’insaputa di Riva, che la rappresentante viceversa dell’Enichem; o le ha apportate Riva, non all’insaputa di Cerami. L’unica cosa sicura è che in tutti i suoi interrogatori Riva ha detto: "Io di queste cose ne ho parlato, ne ho discusso con il Presidente". Quindi Lorenzo Necci non è uno che viene dalla campagna, che non sa nulla; è uno che ha saputo e quindi era stato reso edotto e doveva preoccuparsi di ciò che è avvenuto. Ma d’altra parte io mi sono chiesto e mi chiedo, e credo ce lo chiediamo tutti, almeno dalla parte dell’Accusa Pubblica e Privata, uno che si trovava nella posizione di Lorenzo Necci, cioè al vertice di una società controllante, poteva non sapere? Poteva passare quella tesi che mi pare di aver sentito adombrare nelle difese, per cui c’era qualcuno che era troppo in alto e quindi non poteva vedere in basso, qualcuno che era troppo in basso e quindi non poteva influire sulle decisioni dall’alto, e qualcuno in mezzo che stretto tra un pavimento che era troppo elevato e un soffitto che era troppo basso, non riusciva neanche quello a stare in piedi e non riusciva a vedere. Con la conclusione che nessuno vedeva nulla, nessuno si occupava, nessuno si preoccupava, dell’integrità fisica degli operai e dei tecnici del petrolchimico. E invece non è così, perché io ho fatto un esempio, in una delle varie arringhe che ho fatto, non mi ricordo se davanti al G.I.P. o addirittura davanti a Voi, il controllante, la società controllante, non può disinteressarsi nell’attività della società controllata. Io ho fatto un esempio a loro e ho detto: se una controllante di una società di navigazione, succede che questa società di navigazione si dedica alla tratta delle bianche oppure al trasporto di oppio o di eroina, il controllante non può dire: beh, io non so niente, quella è una società operativa, fatti suoi, anche se io sono in maggioranza. Vorrei fare un altro esempio, che è di attualità in questi drammatici giorni: se una controllante controlla una serie di società, che nella minoranza sono in mano ad Osama Bin Laden, il quale le utilizza per organizzare degli attenti, ma la controllante può dire: io non so niente, non rispondo di nulla? Evidentemente no. Chi è al vertice deve preoccuparsi di che cosa fanno, perlomeno in linea generale, le società controllate o alias operative; e deve dare, specie in questa materia della salute e dell’integrità salute dei lavoratori, delle direttive generali, deve controllare che siano applicate, deve predisporre gli strumenti economici perché siano prese le misure adeguate per l’integrità fisica dei lavoratori che lavorano nelle società operative; e, se non lo fa, qui siamo in materia di reati colposi, come si usa dire input et sibi, deve rispondere di questa sua in ipotesi colposa negligenza. E questo è tanto più vero in linea generale, perché qui siamo in materia di industrie chimiche; e che la chimica sia una cosa da pigliare con le pinze, delicata, pericolosa, lo sanno anche adesso i bambini delle elementari, perché ho verificato ieri, ai tempi miei le scienze si studiavano solo al liceo, adesso le studiano addirittura alle elementare; e quindi probabilmente anche i bambini delle elementari sanno che con il cloro bisogna andarci cauti. E tanto più che in linea più specifica Riva ci dirà che era notorio il cattivo stato di manutenzione degli impianti della Montedison, quindi i responsabili di questi impianti devono rispondere di questo cattivo stato di manutenzione; i responsabili che sono venuti dopo devono rispondere del fatto che questa situazione di cattivo stato di manutenzione non è stata superata.

In buona sostanza, e tendo a chiudere, non è vero quello che l’amico Stella ha qui sostenuto alla fine del suo peraltro brillante intervento; non è vero che si tratti di una tragica fatalità, che sia un prezzo da pagare al progresso e che quindi le morti e le malattie vadano, come dire, a carico della fiscalità generale. Anche perché, se il progresso dovesse costare 200 morti, io dico: rinunciamo alla plastica. Siamo vissuti sempre con le sporte di tela, anche se non ci sono le sporte di plastica, se devono costare 200 morti a Marghera e magari altri in America… In realtà non è così, la chimica, l’ho detto nell’arringa, lo ripeto qua e chiudo, può essere pulita. Certo, c’è una necessità di controlli, di verifiche, di aggiornamenti, di manutenzioni, di impieghi di capitali sottratti in parte al profitto, io non mi sogno neanche lontanamente che si possa eliminare il profitto, ma ridurlo sì per la salute dei lavoratori; e quando, controlli, verifiche, manutenzioni, aggiornamenti, non ci sono stati, come in questo caso, i responsabili di queste omissioni devono rispondere, così come dovranno rispondere gli imputati di questo processo. Ho finito.

 

Presidente: va bene, grazie. Allora, abbiamo esaurito le repliche delle accuse, pubbliche e private; facciamo un’interruzione, davvero breve, di dieci minuti, un quarto d’ora, per un caffè; poi riprendiamo le repliche con le difese.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA BREVEMENTE.

 

Presidente: se vi accomodate, riprendiamo l’udienza. Per cortesia, volete accomodarvi, grazie. Chi prende la parola della Difesa? Avvocato Alessandri, prego.

 

AVVOCATO ALESSANDRI

 

Avvocato Alessandri: Signor Presidente, Signori del Tribunale, prendo credo davvero per l’ultima volta la parola in questo processo, dopo più di tre anni e mezzo, e credo sia mio dovere iniziale prendere concedo da questo Tribunale e ringraziarlo per la pazienza e dell’attenzione che ha dedicato in questi quasi quattro anni a tutti gli argomenti, a tutte le prove, a tutti i testi, a tutte le discussioni, che qui si sono svolte. È un processo dal quale io ho imparato molto; qualche volta io e i miei colleghi non abbiamo accettato, almeno dentro di noi, qualche volta l’abbiamo esternato, le scelte di questo Tribunale; molte volte non abbiamo espresso questa nostra mancata accettazione confidando soprattutto nella forza della ragione, e soprattutto nella razionalità della discussione dei fatti e degli uomini. Anche adesso devo dire c’è qualcosa che non accettiamo, o che perlomeno io non accetto, parlo per me stesso, mi consentirà il Tribunale tre minuti di premessa. Non accettiamo che queste repliche si svolgano, per noi, in condizioni che sono assolutamente squilibrate per le difese, che hanno avuto tempi brevissimi, addirittura una manciata di ore ieri pomeriggio, per avere o quasi per rubare alle Cancellerie del Tribunale le ultime carte depositate dal Pubblico Ministero soprattutto, che nella sua replica ha fatto ripetutamente rinvio a testi scritti che sapevamo benissimo non avremmo avuto nessuna possibilità, non dico di vedere, vedere sì li abbiamo visti, ma di valutarli e di ponderarli. Questo ci colpisce, e devo dire mi amareggia, soprattutto in un processo così difficile, così lungo, per le questioni tecniche, scientifiche, giuridiche; così complesso anche per la sua ampiezza temporale; e infine, e qui entra il dovere del difensore, così minaccioso per gli imputati, per i quali sono state chieste pene severissime, ma soprattutto sui quali grava da tempo una diffusa presunzione di colpevolezza. Presunzione indifferenziata e generalizzata, e che si esprime, ha espresso ancora oggi il Pubblico Ministero, in una semplice affermazione: sono stati funzionari, sono stati dirigenti di quelle società, hanno avuto un ruolo, sono passati da una società all’altra, sono ingegneri chimici – questo aggettivo è stato sottolineato quasi fosse l’inizio della loro colpa - ebbene, allora devono pagare, devono essere dichiarati responsabili. Un peso non lieve, vi assicuro Signori Giudici, questo della condanna anticipata, seppure in una società come la nostra così distratta e disinvoltamente eclettica, che trasmette ad esempio in televisione messaggi di condanna in trasmissioni televisive infarcite di errori e di mistificazioni, o in servizi giornalistici, l’ultimo che ho visto addirittura in un giornale di moda ove Porto Marghera è il porto delle nebbie, subito dopo le sfilate di moda. E si arriva a citare in quest’aula, quindi non siamo al di fuori di quest’aula, appunto il brano di una pièce teatrale per dimostrare una tesi giuridica: Paolini è stato qui citato. Una tesi giuridica probabilmente più impegnativa se trattata discutendo del testo della professoressa Severini. Tutto questo a dimostrazione portata avanti a questo Tribunale per mille forme e attraverso mille canali, che qualcuno, verrebbe da dire il popolo, ha già giudicato, ha già deciso; e tutto serve se porta acqua al mulino della condanna, e soprattutto com’è emerso chiarissimamente nelle repliche, anche il fantasma della paralisi del processo, che sarebbe poi alla fine la prova della capacità guastatrice dell’intelligenza, della logica, dell’epistemologia. Troppo rigore è stato detto, troppa epistemologia ha detto l’avvocato Boscolo Rizzo, che almeno ha avuto il merito di chiarire fino in fondo quello che era l’intimo sentire credo di molti nelle Parti Civili. Un’intelligenza sospetta, quella che è stata posta in campo dalle difese, perché semina dubbi, e soprattutto perché l’ha detto il Pubblico Ministero più volte, al limite dell’insulto personale, macchiata dalla contiguità con i datori di lavoro. Ed allora si invita il Tribunale a lasciarsi alle spalle i dubbi, le insufficienze della scienza, i territori ancora inesplorati del sapere, perché la contrapposizione tra i buoni e i cattivi deve restare netta, deve superare su un altro piano, diverso da quello della dialettica processuale, le aporie, i dilemmi, l’ignoranza scientifica, l’impossibilità di ricostruire. Questa contrapposizione dissolva le prove a favore e legittimi ad esempio l’insinuazione che le prove a favore dell’Accusa siano state sottratte, l’ultimo esempio quello dell’Abstract, di cui ha parlato il Pubblico Ministero; oppure gli studi occultati nel passato. E non importa se per difendere tutto ciò si dovrà andare nel più polveroso degli scantinati, a riesumare da un sonno che nessuno davvero sentiva il bisogno di interrompere, addirittura chi come Maggiore simpatizzava con il pensiero penalistico nazista e con la scuola Kill; un Maggiore rampognato da Petrocelli nel ‘41, che pur si muoveva in una prospettiva di uno stato autoritario, ma almeno difendeva il principio di legalità inteso come manifestazione della potenza dello Stato. Ma per forza questi studiosi del passato, che dovrebbero essere lasciati sotto le ragnatele che si meritano, sono inevitabili compagni di strada, che per forza si trovano a fianco di chi insegue una punizione svincolata dai principi garantistici del diritto penale. Compagni che non possono non avere chi quelle garanzie che almeno qui, in questa sede, vestendo i panni dei difensori delle Parti Civili, tiene in ben modesta considerazione. Ma sappiamo, ce l’ha detto il Pubblico Ministero, che si vuole superare anche Manzini, perché ha detto testualmente: "Questo Codice ce l’abbiamo, e quindi lo dobbiamo sfruttare fino in fondo".

È, francamente, e concludo la mia premessa, un motivo di grande amarezza, per chi come me ha sempre creduto all’insegnamento di maestri come Giacomo Delitale e Cesare Pedrazzi in un diritto penale laico e razionale, sentirsi rispondere evocando temi ed autori di questo tipo. Devo parlare adesso del Pubblico Ministero, il quale ha detto prima: tutti parlano di me, è una clausola di stile. Non è una clausola di stile! Che deve fare la Difesa, se non misurarsi con l’Accusa, in un processo che vuole così definirsi e che vuole così essere! E quindi dobbiamo confrontarci con quello che lui ci ha detto, con l’Accusa come l’ha rappresentata e come l’ha argomentata. E l’ha argomentata, e già questo verbo mi sembra eccessivo, senza esitare di ricorrere all’insolenza e all’acido di leggio, non per confutare le tesi avversarie, non l’ho sentito neppure oggi, ma per screditare gli avversari, i difensori o consulenti tecnici, spazzando via, imbrattarne la moralità professionale, per suggerire che da quelle bocche non potevano che uscire menzogne, secondo una strategia o una tecnica se volete che, per chi aveva cominciato in gioventù a leggere Verger, richiama categorie ben note al processo politico. Stella non ha certamente bisogno di difensori e io sono certamente il più inadeguato, ma non posso che esprimere il mio personale rammarico per come le sue posizioni, note anche prima in anni assai anteriori a questo processo, sono state qui rise senza neppure capirne la portata, ed era una riflessione sul ruolo del diritto penale nel futuro. Si può consentire o dissentire, ma di questo oggi la dottrina penalistica si occupa.

Molti altri errori si potrebbero qui prendere in considerazione. Oggi mi ha colpito uno, forse invado il campo di un altro difensore, ma è un esempio della sciatteria con la quale si è proceduto; addirittura si è citata una frase dell’avvocato De Luca relativa a delle basse esposizioni senza ricordare, o volutamente dimenticando, che quelle basse esposizioni erano state citate come successive ad altre esposizioni. E questo, evidentemente, comporta un fraintendimento. Mi viene in mente una sorta di montaggio analogico, come lo intendeva Eisenstein si parva licet componere magnis, però un montaggio analogico che mira al fraintendimento, non all’espressione che voleva il grande autore sovietico. Allora quella citazione scolastica che abbiamo visto comparire sullo schermo, all’inizio, quasi la parola d’ordine "questo processo non s’ha da fare", non suona soltanto come la critica molto superficiale a Stella e alla scuola di pensiero che si interroga sul ruolo del diritto penale, ma rivela un’intima convinzione del Pubblico Ministero. Io non amo i giochi di parole, i calembour, le parafrasi, ma questo processo non si aveva da fare perché era già fatto! Il Pubblico Ministero ha rivendicato, con non poca spudoratezza, una monolitica continuità dei suoi consulenti e della sua Accusa. Ma, soprattutto, ha negato nei fatti, da parte sua, quel che caratterizza il processo moderno. Ecco perché dico "il processo non s’ha da fare"; il processo moderno è caratterizzato dal confronto, dalla ricerca dialettica della risposta al tema processuale. Certo, se si dice che i consulenti tecnici avversari sono in malafede e le critiche non sono raccolte ma sono rigettate, respinte al mittente, com’è avvenuto per il caso di Mastrangelo, le critiche metodologiche non sono state riprese e discusse ma semplicemente si è detto: "Ha ricevuto recentemente onori nell’ambito dell’Associazione Epidemiologica, quindi che bisogno c’è di discuterne".

E sotto altro profilo, le tesi giuridiche delle difese, almeno da parte del Pubblico Ministero, non sono state mai discusse nella sostanza argomentativa ma sono fronteggiate con una barriera cittadini citazioni, peraltro ben note. Nella requisitoria quell’alluvione di dati sugli studi vecchi e nuovi, accatastati l’uno sull’altro, senza alcun filo logico, e adesso ha iniziato con una selva di citazione di sentenze sulla causalità, che tutti noi conosciamo Signor Presidente, e naturalmente riteniamo che per primi le conosca il Tribunale. Che senso? Una strategia dell’accumulo quindi, anziché uno schema dialettico. E, naturalmente, questa strategia dell’accumulo consente al Pubblico Ministero di uscire allo scoperto con qualche incursione, diciamo così, nei confronti di dimenticanze definite maliziose. Anche qui rubo il campo, chiedo scusa all’avvocato Accinni, che peraltro ha ritenuto di non replicare, perché non gli è stato replicato nulla, nel merito dei suoi argomenti, quando gli è stato rimproverato: "Eh, bada, avvocato Accinni, ti sei dimenticato di ricordare al Tribunale che quella sentenza della Corte d’Appello di Torino del 15 settembre ‘96 è stata riformata in Cassazione; vedi come sei malizioso, come vuoi ingannare subdolamente, insidiosamente"! Ma l’avvocato Accinni, chiarissimamente nella sua esposizione e nella sua memoria scritta, che il Tribunale ha e può andare a verificare, ha richiamato quella sentenza nell’ambito di una esposizione e di una riflessione sui principi affermati nella giurisprudenza, in tema di prevedibilità, e quindi in tema di colpa. Certamente l’avvocato Accinni sa benissimo, come sappiamo tutti noi, che il Tribunale conosce quella ben nota storia che parte dalla sentenza del Pretore Giordano di Torino. Ma poi il Pubblico Ministero non ne fa un uso in tema di colpa, ne fa un uso in tema di causalità, e ancora si mescolano le carte, ed allora l’equivoco si moltiplica per interazioni successive, rendendo possibile una replica. Replica resa impossibile perché le prove dibattimentali sono considerate irrilevanti, trascurate, se a favore delle difese. Tanto che, addirittura, all’inizio della replica del Pubblico Ministero, si apre con che cosa, si è aperta con che cosa: con il famoso documento budget manutenzione di Favero, sul quale lungamente ci siamo intrattenuti in questo dibattimento, il Tribunale lo sa; ne sono stati illustrati il senso, la natura, gli effetti, e soprattutto è stato illustrato e documentato al Tribunale cos’è stato fatto negli impianti di Porto Marghera. Lo dirà meglio l’avvocato Baccaredda. E quante e quali prove documentali e testimoniali siano in questo senso. Ma tutto questo non conta più nulla, conta soltanto quel documento. Due parole su cause e concause. Certamente non mi imbatto nel tema della causalità, nella divisione informale all’interno dei difensori, non c’è stato neanche bisogno di dirlo, di causalità ne parlerà Stefani. Il panorama giurisprudenziale che ci ha offerto il Pubblico Ministero mi offre soltanto qualche spunto per riflessioni rapsodiche. Quel panorama giurisprudenziale è stato spremuto per sostenere che sarebbero sufficiente la probabilità dell’evento; una probabilità non ulteriormente qualificata, né alta, né bassa, né media: probabilità. Qualcuno ha parlato anche di serie e apprezzabili possibilità di evitare l’evento. Io ritengo che la possibilità, ripeto una possibilità in senso logico, sia un concetto estraneo alla discussione della causalità, anche se spesso è usata. La possibilità, in questo senso, come contrapposto alla probabilità, o c’è o non c’è; in logica e in scienza è semplicemente il contrario dell’impossibile: ciò che non è impossibile, è possibile. Ma è un concetto antichissimo, risale ad Hobbes. E, ripeto, nessuno credo abbia voluto scomodare nozioni più complesse di possibilità reale o possibilità oggettiva. E allora, in un contesto di ricerca dato, con determinate condizioni sperimentali, quell’effetto è possibile o non è possibile; ben altro è parlare ovviamente di probabilità che è graduabile. E, d’altro canto, il diritto penale si è avvicinato alla graduazione dei suoi elementi, graduazione della colpa ad esempio, graduazione del dolo; concezione normativa della colpevolezza parte proprio dall’assunto di poter graduare qualcosa. Ma qui la graduazione è all’interno della riflessione scientifica. E com’è graduata questa probabilità? È espressa scientificamente sempre in termini numerici, altro che numeretto magico, che sarebbe l’ostacolo, il cavallo di Frisia che le difese vorrebbero porre davanti all’avanzata dell’Accusa. La scienza moderna, dico una banalità, usa sempre i numeri, usa necessariamente i numeri; non sarebbe scienza senza; per esprimere i suoi risultati e verificarne la fondatezza e l’affidabilità. E questo numero, o questi numeri che esprimono anche la definizione della probabilità che lo studioso osserva, sono essenziali per consentire la verificabilità dello studio e l’apprezzamento dei risultati, che è l’indispensabile requisito, direi pre requisito per il confronto con il resto della comunità scientifica, perché se non c’è questo, se non c’è una scienza quantitativa che usa i numeri per esprimersi da Galileo ma Newton, in poi, allora non c’è il confronto e non c’è lo sviluppo scientifico. Quindi il numeretto non l’abbiamo inventato noi, è nella storia della scienza.

Si è invocato una valutazione complessiva che non si fermi alla singola legge per valutarne la probabilità ma al complesso delle evidenze, al quadro probatorio complessivo. Io credo che questo sia un ennesimo e suggestivo attacco alla razionalità del giudizio. Abbiamo visto l’idoneità, l’aumento del rischio, rispetto ai quali ho già detto qualcosa ed altri hanno detto assai meglio di me; non abbiamo ricevuto alcuna replica su questo fronte. Questa razionalità del giudizio, a dire la verità, è posta sotto assedio, per così dire, da un preliminare argomento alogico, che ho già in qualche modo anticipato. Occorre porre o trovare un rimedio alla paralisi del giudicante; occorre evitare l’afasia della giurisdizione. Si chiederebbe troppo, è stato detto dalle Parti Civili, ad inseguire probabilità vicine alla certezza. E ancora, e più esplicitamente: possiamo restare indifferenti se c’è un dubbio sul nesso di condizionamento? I morti del petrolchimico, tutti morti, quelli certi da CVM e quelli no, non meritano forse una valutazione più ampia, che sfugga all’aridità e ai limiti della statistica, all’eccesso di epistemologia, di statistica, di scienza? È una mistificazione questa, che però fa calare su questo Tribunale un’ipoteca pesante: l’ipoteca che una decisione che si potesse discostare da quanto richiesto dall’Accusa fosse intesa come una denegata giustizia. E a questo mira la strategia dell’accumulo del Pubblico Ministero, anche con la mole spropositata di questo processo, che pesa come una massa informe ma ingombrante rispetto alla decisione che si deve assumere.

Allora oso dire che in questo modo si vorrebbe davvero sfuggire dalla scienza, in un processo che come lei Signor Presidente ha ricordato trova le sue travi portanti nelle consulenze tecniche, e quindi nelle valutazioni scientifiche.

Ho già detto del meramente probabile, ho già detto della valutazione complessiva che sta su un altro piano perché mette insieme tutti i dati probatori, fino alla rozza semplificazione che pure qui è stata proposta, lanciata, gridata "di CVM si muore", non dimenticatelo signor Giudici quando dovete giudicare, e quindi saltate le incertezze che le leggi scientifiche vi pongono davanti. Qui si annida davvero un equivoco di fondo, sul quale chiedo un minimo di attenzione a questo Tribunale. Una cosa io credo sia discutere della probabilità a proposito della legge, nella legge. Interrogarsi sulla probabilità frequentista che essa ha rilevato e quindi il grado di probabilità logica che gli si può riconoscere, quindi la fiducia che lo scienziato ed il Giudice possono riconoscere alle leggi che devono applicare, che hanno bisogno di applicare. E quindi è una riflessione, o se volete un concetto, che appartiene ad un momento nomologico dell’argomentazione; ed il Tribunale sa bene che gran parte della discussione che qui si è svolta in questi lunghi anni ha riguardato oltre che l’esistenza degli studi, la capacità informativa degli stessi, la affidabilità dei risultati, e appunto il tentativo di verificare la fondatezza e l’affidabilità delle leggi che quegli studi esprimevano. Qui si pretenderebbe di cambiare registro, di farlo cambiare al Tribunale, invitandolo ad una considerazione complessiva, non improbabile come elemento caratterizzante la legge, capace di spiegare l’evento non in termini di certezza ma in termini di alto grado di probabilità, altrimenti ne va di mezzo il principio di legalità, e questo l’ha ricordato anche il professor Gallo; altro, radicalmente diverso, è affermare la probabilità della causa, affermare che il CVM è probabilmente causa, ossia la probabilità del nesso di condizionamento. Facendo scivolare la ricerca e l’apprezzamento della legge nel gran gorgo del libero apprezzamento del Giudice, dell’intima convinzione. Cioè, si tenta di inserire questo argomento nella valutazione della verosimiglianza complessiva dell’ipotesi accusatoria, confrontata con quella della Difesa.

Dico subito, Signori del Tribunale, che nessuna sentenza di questo Stato, che pure ha grandi problemi e tanti difetti, anche nella giurisdizione, eppure nessuna sentenza si è mossa in questa direzione. Tanto meno la sentenza Bonetti e non Benetti, che dice chiarissimamente che il modello delle sussunzioni sotto leggi scientifiche richiede che "un antecedente rientri nel novero di quegli antecedenti che sulla base di una successione regolare e confermata da una legge dotata di validità scientifica possano portare ad eventi del tipo di quello verificatosi in concreto". E qui il tipo ed il concreto direbbe anche molte cose in tema di colpa. E aggiunge, quella sentenza Bonetti: "E purché sia ragionevolmente non certamente da escludere l’intervento di un diverso processo causale". Lo cito qui, perché servirà dopo, quando si discuteranno delle spiegazioni alternative. Anche la tesi di Fassone, che è stata qui rievocata, riproposta, la memoria dell’avvocato Tedesco, sull’ipotesi preferibile, non sfugge certo al rigore dell’accertamento causale, basta conoscere Elio Fassone per convincersene, oltre a quello che scrive ovviamente. Fassone inserisce l’accertamento causale come un elemento da provare al di là del ragionevole dubbio, naturalmente all’interno del quadro probatorio complessivo, è un elemento. Ma il tentativo di Fassone, che d’altro canto si appoggia sulle spalle di giganti che sono venuti prima di lui, e infatti riconosce i meriti, badino bene Signori del Tribunale, è proprio un tentativo, uno dei molti, non dico il migliore né il peggiore, ma uno dei molti tentativi di razionalizzare il procedimento di valutazione dell’insieme delle prove, proprio per sfuggire alle seduzioni del soggettivismo, dell’intuizionismo, della valutazione complessiva che tutto abbraccia e nulla spiega. Ragionare in contrario, dimenticare le ragioni di queste impostazioni, dimenticare perché la sua sentenza si è mossa in questi termini, rilancerebbe il problema dell’intima convinzione del Giudice, che è vero sì si emanciperebbe da quella vecchia e logora casacca di creatore di legge che gli era stata contestata ai tempi del processo del Talidomide, respinta dalla riflessione europea unanime, basterebbe ricordare Maival, e assurgerebbe a soggetto sciolto dalle leggi. Non vi sono leggi certe e pressoché certe sugli effetti del CVM, diversi dall’angiosarcoma epatico, e allora dovremmo essere condannati all’inazione, al fallimento del diritto penale, che tanto preoccupa l’avvocato Schiesaro. Vi sono però molti piccoli studi che siano forse le tessere del mosaico di cui ci aveva parlato il Pubblico Ministero, e se non ci sono, non sono pronte, le ricaviamo. Ecco gli studi di Mastrangelo, Martinez, Gennaro, Chellini, gli aggiornamenti al 31 luglio 1999, che pur peraltro ragionano con numeri. E da questo pulviscolo probatorio, che dovrebbe servire a superare quella che ho chiamato l’afasia della giurisdizione, si vorrebbe ricavare una probabilità sul nesso di condizionamento?

Il maggiore assurdo, il paradosso, uno dei tanti paradossi di questo processo, è che lo si vorrebbe fare in presenza di cause alternative, rispetto a malattie, io mi occupo di quelle, serie e documentate. I nostri consulenti non hanno parlato di malattie immaginarie; non erano – eccedo nelle battute oggi – medici immaginari; avevano effettivamente riscontrato sulle carte, e non era un esercizio del ridere avvocato Manderino, ma solo quelle avevano. Avevano rintracciato i segni di cause alternative serie, documentate, di noti fattori di rischio per determinate patologie di caratteristiche tipiche di quelle patologie. Quella presenza di cause alternative e documentate che anche la stessa sentenza di Stava richiama, che anche il professor Gallo, nel suo manuale, non qui, richiama, nei suoi appunti, chiedo scusa. Ma anche queste cause alternative serie e documentate si è tentato di superarle con il supporto di ipotesi che non sono mai state verificate, e dirò qualcosa a proposito delle interazioni. Facendo così quello che la dottrina moderna, tutta la dottrina moderna, esclude evidentemente maggiore, mira ad escludere in tema di causalità. E allora non è vero che le tre sentenze Battisti citate e documentate in quanto depositate agli atti e pubblicate poi sulla rivista italiana siano in controtendenza rispetto a Stava, perché ho detto che la sentenza di Stava, se letta correttamente, non dice nulla di diverso, si occupa della probabilità che deve assistere, che deve essere presente, nella legge generale di copertura. Non si limitano cioè quelle tre sentenze a porre limiti alla probabilità salvifica dell’intervento omesso dal sanitario, che pure aveva le sue peculiarità; dirà Stella su questo. Io mi limito soltanto ad un’osservazione, respingendo nettamente l’idea che un’impostazione di questo genere sia limitata al caso peculiare del sanitario. Nient’affatto, anche nel campo delle malattie professionali si va in questa direzione.

Io mi scuso con il Tribunale, devo qui citare qualcosa che mi riguarda direttamente. Io ho assistito, insieme al professor Pedrazzi e al professor Mucciarelli, alcuni imputati in una vicenda avanti il Pretore di Bergamo per alcuni casi di mesotelioma; la sentenza è pubblicata su Il Foro Italiano, quindi non rivelo nulla, e vedo che il Giudice a latere accenna con la testa, quindi la conosce benissimo. Quella sentenza ha degli aspetti che sono molto simili, perché tratta un caso in cui c’era una successione di soggetti nel tempo, come direttori di stabilimento, qui abbiamo il direttore di stabilimento, il direttore di holding, il direttore di divisione, e chi ne ha, più ne metta; ma, insomma, nel suo schema generale, anche là avevamo una successione di soggetti, o per dirla con un rilievo di Tullio Padovani, una successione di garanti. L’inizio dell’attività di lavoratori è anteriore all’ingresso dei soggetti imputati, e anche questo mi pare che corrisponda al nostro caso; in più si aggiungeva la non conoscenza del mesotelioma allora con le caratteristiche che saranno poi conclamate e diffuse nella Comunità Scientifica Italiana proprio nello stesso arco temporale, la prima citazione è sul Trattamento di Oncologia di Veronesi ed è del ‘73. Meccanismo causale ignoto nei confronti di soggetti suscettibili. L’amianto in che cosa diverge dal nostro caso, perché non è genotossico, è un cancerogeno sì ma non è mutageno, non interviene sul DNA e soprattutto ha un’emivita lunghissima, che si misura in anni, qualche volta in decine d’anni. Quindi per noi il caso vale a fortiori perché il CVM, sappiamo, ha un’emivita molto più breve. Il Pretore di Bergamo, con la sentenza del 3 aprile 1997, in una causa quindi che riguardava malattia professionale, assolveva per difetto di prova che l’esposizione successiva fosse causa, cioè quell’esposizione imputabile ai dirigenti dello stabilimento che erano intervenuti successivamente. E questo l’ha fatto dicendo che non poteva avere altra conclusione il processo in mancanza di una legge scientifica con caratteristiche di alta probabilità razionale. In quel processo consulente tecnico della Parte Civile era il professor Maltoni. La Corte d’Appello di Brescia non è rimasta convinta, su appello delle Parti Civili e del Pubblico Ministero, di questa sentenza e ha disposto una perizia, chiamando il professor Vineis - troviamo tutti i personaggi del nostro processo – che ha discusso ed ha eseguito modelli di cancerogenesi, dimenticandosi forse che l’amianto non è un genotossico, anzi in dibattimento ha proprio affermato il contrario, gli sarà sfuggito. E quindi, sulla base del consulente modello, multistep hypothesis ha affermato la rilevanza causale di tutta l’esposizione, quindi tutti i dirigenti condannati. E la Corte ha motivato espressamente, lo vedrà il Tribunale, in termini di probabilità tout court probabile, che con un diverso comportamento degli imputati l’evento sarebbe stato scongiurato, ancorché non prevedibile. La causa è andata in Cassazione, alla Quarta Sezione Penale, e l’ho discusso il 25 settembre 2001; non ho la sentenza, Signori del Tribunale, perché la motivazione non è ancora stata pubblicata; ho il dispositivo: annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine ai reati di quei capi A e B, cioè le morti per mesotelioma, perché il fatto non sussiste. E l’ha fatto su conforme richiesta del Procuratore Generale, che ha rilevato, chiarissimamente, l’impossibilità – parole testuali – l’intollerabilità di servirsi ancora di concetti inadeguati come quelli della mera probabilità Quindi, secondo l’ultima sentenza che io conosco in materia di malattie professionali, una mera probabilità non basta a reggere l’attribuzione della causalità, e quindi ancora meno della responsabilità.

Due battute, Signori del Tribunale, e cerco di stringere, sulle concause che sono state spesso evocate in questo processo e nuovamente riprese nelle repliche del Pubblico Ministero. Ma allora io osservo che per parlare di concausa bisogna essere certi che quel determinato elemento, chiamiamolo così in modo molto atecnico, sia prima di tutto una causa; occorre sapere con certezza, con quella certezza di cui abbiamo parlato prima, e che molto meglio di me ha illustrato il professor Stella, dovremmo sapere con certezza che essa sia una condizione convintamente necessaria al verificarsi dell’evento; che la concausa non è un concetto che riposa su una nozione affievolita di causalità. Sono gli articoli 40 e 41 a dirlo, e ancora l’articolo 25 della Costituzione. Quindi si può solo astrattamente parlare del CVM come concausa solo se si è accertato che esso è causa della lesione specifica della quale ci si occupa, insieme eventualmente a qualcosa d’altro. Perché di concause possiamo parlare solo rispetto a sostanze che provocano la stessa lesione, e di questo parlano gli articoli 40 e 41. E allora, rispetto a questo, non ha alcun senso, è nuovamente irrilevante, fuori bersaglio, dire quello che ha detto il Pubblico Ministero, che alcool e fumo non sono fattori eccezionali e imprevedibili, e quindi perché mai le difese me li citano!? Ma nessuno ha mai detto questo, io non credo e non insolentisco il Pubblico Ministero dicendogli: non ha capito. Fa il suo gioco, svolge il suo ruolo. Ma nessuna delle difese ha detto che fumo e alcool sono fattori eccezionali e imprevedibili, tali da interrompere il nesso di causalità. Al contrario, abbiamo detto che alcool e fumo sono fattori eziologici noti e prevedibili. E allora, Signori del Tribunale, io devo fare economia di argomenti, perché devo fare economia di tempo. Vado per flash, ricordando soltanto alcuni punti fermi dal punto di vista clinico. E prima di tutto, allora, a proposito delle concause, e cioè se il CVM sia causa rispetto agli effetti dell’alcool, che si affianca – dirò poi sull’interazione – la letteratura clinica e sperimentale internazionale, che è stata accuratamente scrutinata dai consulenti tecnici di questa Difesa, non dimostra che il CVM causa necroinfiammazione degli epatociti. Sporadici aumenti delle transaminasi, riscontrati nei lavoratori di Marghera non sono mai stati convintamente associati all’esposizione professionale; e per contro, mai convintamente dissociati da altri fattori eziologici. L’unico effetto considerato epatolesivo del CVM è la fibrogenesi, che non si manifesta con un aumento delle transaminasi; e da questo discende ancora che non esiste nessun marcatore utilizzabile clinicamente, marcatore di fibrogenesi, e quindi non esiste nessun mezzo per predire l’angiosarcoma epatico direttamente o indirettamente. Ed è tanto poco vero che questa Difesa ha invocato alcool e fumo come fattori di confondimento, perché quando abbiamo richiamato l’alcool quale spiegazione di determinate malattie non abbiamo chiamato l’alcool per spiegare l’eccesso di mortalità, e quindi tutti gli studi che ci sono stati citati "non bevevano di più, bevevano di meno" non servono a nulla; l’eccesso di mortalità per epatocarcinomi, noi riteniamo che non ci sia, e quindi non abbiamo invocato l’effetto confondimento alcool. Né tanto meno abbiamo invocato l’effetto confondimento fumo, perché la mortalità da carcinoma polmonare è in realtà inferiore alle attese. Un breve cenno riguardo alla confusione da concausa e interazione. L’interazione evoca una combinazione degli effetti, e ancora una volta qui abbiamo l’inciampo del buon senso. Il buon senso sembra imporre l’affermazione "ma se due tossici fanno male ad un organo, perché insieme non dovrebbero fare più male"? Il buon senso, da chiacchiere del bar, ci porta fuori strada, perché ignora la complessità del reale; e la complessità del reale non è una complicazione. Noi oggi viviamo meglio grazie alla complessità del reale ed i progressi straordinari della medicina sono il frutto della dominazione della complessità del reale, e prima di tutto della sua accettazione. Sull’interazione mi sono soffermato nella discussione, nella memoria tecnica, nella memoria difensiva. Affermare o negare le interazioni, l’ha detto chiarissimamente il professor Gallea, ha lo stesso peso, perché l’una affermazione come l’altra non è misurabile, mancando le conoscenze. I nostri consulenti hanno ampiamente illustrato, e su questo non sono stati smentiti, le ragioni per le quali è impossibile parlare di interazione di fattori noti di rischio con il CVM. Si badi, Signori del Tribunale, questa Difesa non ha nessuna intenzione di trincerarsi dietro l’indimostrabilità e quindi la paralisi; significa semplicemente prendere atto, al di là del dileggio riservato al professor Lotti, che le interazioni dimostratamente sono imprevedibili. Si può assumerle come ipotesi, per carità; ipotesi come tante altre, ipotesi che restano tali. Restano tali fino a che non vi siano dati sperimentali convincenti che le confermino. E noi non li abbiamo né visti e né sentiti; e non li abbiamo sentiti neppure in replica. Però, dicevo, questo tema della causalità e dell’interazione è mescolato in modo episodico dal Pubblico Ministero in alcuni casi, e allora si citano alcuni casi, cominciando a parlare di cirrosi, angiosarcomi, poi si parla di co - presenza di fibrosi e angiosarcoma, quasi che le due entità nosologiche fossero le stesse. Ci dice il Pubblico Ministero: "Ma che ci venite a dire, ci sono tre casi di angiosarcomi associati a fibrosi"; parlavamo di cirrosi, siamo passati alla fibrosi, prendiamo atto; e ci cita Simonetto, Zecchinato, Pistolato.

Su questo il tempo non mi consente di insistere, nella relazione c’è già tutto; mi limito soltanto a dire che il Pubblico Ministero riporta le affermazioni soltanto di alcuni suoi consulenti, in particolare di Martinez e dimentica Rugge; i tre casi citati non hanno tutti la cirrosi, Zecchinato, Simonetto, Pistolato; e comunque tutti hanno un’altra eziologia. C’è un caso clamoroso, e questo mi consentirà il Tribunale di ricordarlo, il caso di Simonetto. Il Pubblico Ministero dice: "Il professor Gallea non l’ha visto, non ha visto che era un angiosarcoma, perché il frammento era piccolo, era un frustolo". A differenza di Maltoni, che oltre che una statura incomparabile con quella del povero professor Gallea, aveva visto un pezzo di dimensioni maggiori, e quindi ha riconosciuto indiscutibilmente l’angiosarcoma". Infortunio. "Non è vero, perché Gallea ha visto un pezzo autoptico di 2,5 cm. X 3; non era un frustolo, si è confuso con il caso che veniva prima". Vedi deposizione a pagina 87 del 13 gennaio 2000. Non sto a insistere sulle diagnosi, Signori del Tribunale; ci sono nella relazione, e quindi farei perdere del tempo. Vado ancora per flash su un altro argomento, il meccanismo del CVM e soprattutto la possibilità di considerare la fibrosi come stadio iniziale della malattia da CVM. E si cita lo studio Martinez - Pinzani sulla trasformazione in senso fibrotico del tessuto epatico. Questa sarebbe la prova. In realtà, indipendente dal ruolo che possono avere avuto in quella relazione Martinez e Pinzani, in quella relazione viene dimostrato che l’effetto in vitro, badate bene in vitro, della duecloroacetaldeide è maggiore, molto più potente di quello della cloroacetaldeide; tuttavia non esistono assolutamente dati in vivo per dimostrare che questo è vero, che cioè accada in vivo. E non si sa neppure in vivo se si formano quantità sufficienti di duecloroacetaldeide. Questo è il contenuto della relazione Martinez - Pinzani.

Ancora, il Pubblico Ministero ha criticato la mia affermazione, quando io ho affermato che non vi sarebbero casi in cui è stata trovata una traccia morfologica di una possibile concausalità. Mi replica con Martinez e con i casi di Moniato, Boscaro, Pistolato. Per brevità, lascio stare Martinez. Andiamo alla sostanza, andiamo all’istologia e non alle fantasie, alle ipotesi. Né Rugge, consulente tecnico del Pubblico Ministero, né Gallea, hanno visto lesioni suggestive da CVM Moniato e Boscaro. E allora che me le cita a fare il Pubblico Ministero! Per Pistolato sì e l’abbiamo detto, con la precisazione che sono distinte da quelle da alcool. Si veda la deposizione di Gallea. Moniato e Boscaro sono risultati affetti da cirrosi da alcool e da virus B, rispettivamente. E, ripeto, non sono state descritte lesioni istologiche da CVM, né da Rugge, né da Gallea. Però Martinez, c’è sempre una possibilità di recupero per il Pubblico Ministero, ma Martinez ci dice molto poco, in generale e in particolare; li inserisce nei lavoratori con malattia cirrosi in cui ha giocato un ruolo concausale il CVM. Ma perché li inserisce: solo perché due lavoratori erano stati pesantemente esposti. Se vogliamo è un dato descrittivo, nulla sul piano scientifico che possa contrastare l’inequivoco dato istologico che davvero, come ha ricordato più volte il professor Colombo, è l’aureo standard per la diagnosi di questo tipo di malattia. Tralascio altri argomenti e mi avvio alla conclusione, andiamo Signori del Tribunale alla sostanza vera di questo processo, almeno per come la vede la Difesa; alle affermazioni di fondo, alle quali nessuno ha replicato con argomenti, lascio stare gli insulti, le contumelie, anche quelle depositate ieri. Innanzitutto sulle impostazioni metodologiche e sulle premessi generali, ci sono due punti fermi e solidi che questa Difesa rivendica: differenza tra diagnosi e valutazione epidemiologica. Su questo ha già parlato Lotti, rinvio semplicemente. Concetto di rischio, versus concetto di causalità. Anche su questo già è stato molto, molto a lungo discusso, ma questi sono due punti fermi, due architravi della nostra costruzione, che non è difensiva ma che vuole essere una costruzione argomentativa, una costruzione che tenta di vedere la realtà. Partiamo brevissimamente dall’epidemiologia. Io non sto qui a soffermarmi su che cosa sia, su che cosa ci dica, quale sia il valore delle correlazioni ricavate nelle popolazioni; il Tribunale lo sa benissimo, e forse sarà stufo di sentirsi dire queste cose, l’importante è ricordare – e questo l’ha detto Berrino, l’ha ricordato Stella – che nel calcolo epidemiologico non si sa, per gli esposti, se la malattia nei singoli è cagionata dall’esposizione. Ma possiamo assumerla come quadro d’insieme, allora abbiamo altri due punti fermi di questo sfondo: a Porto Marghera, cioè nella coorte che è oggetto di questo processo, perché questo processo certamente non vuole fare il punto sulle conoscenze del CVM, sulla situazione delle malattie del CVM nel mondo, ma vuole giudicare soltanto se le condotte degli imputati hanno provocato eventi a Porto Marghera e di che tipo, o non l’hanno impedito. Ebbene, a Porto Marghera, la mortalità per tutte le cause, e in particolare la mortalità per i tumori, è inferiore all’attesa. E questo è un dato rispetto al quale nessuno può discutere. Gli studi delle coorti europee ed americane indicano con assoluta cristallina chiarezza che non vi è nessuna differenza, tanto meno peggiorativa, tra lo stabilimento di Porto Marghera e tutti gli altri stabilimenti presi in esame dagli studi di coorte, sia della coorte americana che della coorte europea. Questi sono due dati incontestabili; il dato di Porto Marghera, con una mortalità diminuita, e che i dati di Porto Marghera sono perfettamente coerenti e allineati con i dati degli studi internazionali, e soprattutto delle due grandi coorti: Mun, Word Comba, Pirastu. Mettendoli insieme, viene questo. Il famoso aggiornamento al 31 luglio ‘99, io non ho maliziosamente insinuato proprio nulla, è stato richiamato dal Pubblico Ministero per l’epatocarcinoma. Io ho insinuato cose ben altre e diverse; non tanto, certo, per la singolarità della data, ma per altre cose di natura metodologica, perché resta uno studio non interpretabile, e di conseguenza non informativo, perché non è adeguatamente descritto. Un esempio: non è chiaro rispetto a quale popolazione di riferimento siano calcolati gli attesi; quali tassi di riferimento siano stati utilizzati o fossero disponibili; dal momento che al luglio ‘99 non erano disponibili i tassi del ‘99, non sappiamo che tassi hanno usato. Avranno prolungato quelli del ‘95? Opzione scorretta. Però non ce lo dicono. In ogni caso si ignora che anche in questo aggiornamento, pur difettoso sotto questo aspetto, quanto meno informativo, il rischio di tumori del fegato non angiosarcomi non è significativamente aumentato, utilizzando l’intervallo di confidenza al 95%. E quello del tumore al polmone è significativamente ridotto. Questi sono due dati che sono lì, sulla carta. Rispetto a questo studio, per il quale io avevo lamentato l’inadeguatezza metodologica, il Pubblico Ministero non ha risposto, non ha risposto sui tassi come ho detto, non ha risposto sulla non interpretabilità delle stime di rischio, e che comunque verosimilmente non sono significative e non ha risposto sul fatto che è stata data informazione solo su due cause di morte, quindi non è un aggiornamento. Il Pubblico Ministero ne ha parlato a proposito del confondimento dell’alcool; non c’entra nulla, non era questo il tema, non era il bersaglio delle mie critiche. Non torno sull’effetto del lavoratore sano, perché il Pubblico Ministero mi ha risposto rimandandomi ad uno studio, ad una relazione tecnica depositata due anni prima, io ho fatto delle osservazioni evidentemente di tipo metodologico su quella relazione e non ha fornito risposta. Non replico. E allora mi avvio alla fine semplicemente prendendo in considerazione prima tre patologie e poi delle considerazioni finali. Il Pubblico Ministero ha molto insistito sugli epatocarcinomi, ne ha già parlato ampiamente l’avvocato De Luca e certamente non vi è nessun eccesso significativo di mortalità né in Word 2000, né a Porto Marghera. Questo è il dato di fondo sul quale valutare. Le relazioni dose/rischio devono essere inquadrate necessariamente, l’ho trovato anch’io sul manuale di epidemiologia, in questa assenza di eccesso globale di rischio. Per di più, questa Difesa ha rivolto critiche metodologiche precise allo studio di Martinez: la scelta dei controlli, l’incongruenza che ne viene fuori dei risultati su alcool ed epatite, per cui sembrerebbe che l’alcool abbia un effetto protettivo rispetto alle malattie del fegato, e che mette in dubbio l’affidabilità dello studio; la definizione delle esposizioni a CVM, che viene individuata in modo puntuale, mentre è un range. Tutte queste critiche metodologiche sono rimaste completamente senza alcuna replica. Ma è soprattutto la cirrosi epatica, Signori del Tribunale, importante, perché ha un ruolo ben preciso, ahimè, nella storia naturale dell’epatocarcinoma, costituisce anche qui un dato incontestabile e solidissimo, che nella coorte di Porto Marghera risulti un deficit globale di rischio, l’ho proiettato. Questo deficit globale di rischio lo ritroviamo in Word 2000. Riguardo alle inferenze ulteriori che si vorrebbero ricavare, si badi che non c’è assolutamente una relazione lineare dose/rischio in Word 2000, che è l’unico elemento al quale si appigliano. E anche i risultati dose/rischio riportati da Martinez hanno limiti metodologici che sono quelli che ho citato prima, non si può evidentemente ricavare da uno studio che ha dei limiti e dei difetti fondamentali, dal punto di vista metodologico, determinati risultati. E per di più, appunto, con questa assenza di relazione lineare. E soprattutto vanno visti nel complesso di un rischio ridotto. Ridotto al punto che, rispetto all’atteso sulla popolazione generale, non vi è eccesso di rischio neppure negli esposti a livelli elevati. Qui è inutile parlarmi di autoclavisti che Martinez trova; rispetto all’attesa sulla popolazione generale del Veneto, che notoriamente ha un tasso di tumori più elevato delle altre Regioni d’Italia, non vi è eccesso di rischio, neppure per coloro che sono stati esposti a livelli elevati. Tant’è vero che a Marghera, studio del ‘95, non l’aggiornamento, 14 osservati e 26 attesi, rischio 0,5. Nella relazione del ‘99 non compare alcun dato sulla cirrosi, quindi si riconferma che quello non è un aggiornamento, è un pezzo di aggiornamento, è parziale. Word 2000 ci conferma un deficit globale di mortalità per cirrosi, e quella famosa relazione, quella dose, l’ho già detto, è una relazione non lineare, un dato inesplicabile, questo andamento oscillante; ma soprattutto, e probabilmente, il difetto sta che quelle relazioni sono ricavate da numeri troppo piccoli per essere informativi. Potranno essere basi per nuovi studi, ma non sono basi sufficienti per ricavarci alcunché. Due battute soltanto sul polmone, Signori del Tribunale, ne ho già parlato ma mi hanno richiamato in causa, con Gennaro, con Berrino, con Mastrangelo. Il punto è che il rischio globale è significativamente ridotto a Porto Marghera, e questo è un dato costantemente ignorato dal Pubblico Ministero. In tutti questi studi, sotto studi, sotto gruppi, sotto coorti, chiamateli come volete, questa significativa riduzione, statisticamente riduttiva, non compare, e non viene spiegata. Si argomenta invece, per un eccesso di rischio, non si sa come, ma non si prende posizione ad esempio rispetto alla mancata relazione latenza/rischio, che è uno dei punti importanti. Già sarebbe forse improprio andarla a verificare in presenza di un deficit di rischio, però se anche la vogliamo andare a valutare, non possiamo non osservare che manca questa relazione durata della latenza/rischio. Infine l’analisi di Gennaro, rispetto della quale, rispetto alle mie critiche, non ho avuto nessuna risposta del Pubblico Ministero, è un caso controllo che dà un rischio relativo. Ma si badi bene, Signori del Tribunale, ancora non rispetto alla popolazione generale ma rispetto ad una categoria di riferimento arbitrariamente assunta, categoria spese, che include solo due soggetti. E quindi io non parlo più di Martinez, Gennaro, Mastrangelo, perché i gravi difetti metodologici, enfatizzati dall’aver operato su sotto gruppi selezionati, e che ignorano e tanto meno spiegano il quadro generale, il deficit di rischio a Porto Marghera nell’insieme dei lavoratori del CVM, non parlo più dicevo perché questi difetti ai quali non è stato risposto, se non con il successo editoriale di Mastrangelo, con gli onori dell’Associazione di Epidemiologia, evidentemente mi esime dal proseguire. E così, evidentemente, posso fare per quanto riguarda il tumore del polmone degli insaccatori, la mortalità è ridotta nelle coorti europee americane; abbiamo un SMR di 0,88 e non ritorno sullo studio della Chellini, che è stato anche qui criticato, ma non è stata assolutamente data risposta; il supposto aumento di rischio nei soli insaccatori in Word è basato, badi bene il Tribunale, su un complesso di 30 casi, di cui 4 fortemente esposti, con una stima di rischio non significativa e un trend irregolare. Non abbiamo nulla, davvero nulla di significativo, che il Pubblico Ministero possa citare per sorreggere la sua costruzione accusatoria al di fuori dell’angiosarcoma epatico e delle altre patologie da CVM.

L’ultimo argomento, e concludo, non mi porterà via più di tre minuti. Il Pubblico Ministero ha parlato alla fine di un ponte tra epidemiologia e caso singolo; ed è stato costretto a parlare di un ponte, perché aveva debuttato, aveva iniziato la sua requisitoria dicendo: "L’epidemiologia non basta". Oddio, non era soltanto lui a dirlo, ben altri prima di lui l’avevano detto: l’aveva detto Vineis, l’aveva detto un altro Giudice, Guariniello. E allora, ha detto: "Abbiamo fatto un ponte. Un ponte tra i risultati dell’epidemiologia e il caso singolo". Io ho cercato di capire con che mattoni era fatto questo ponte, dov’era questo ponte, e mi sono sentito dire, ad esempio, non è stato citato il ponte, ma insomma che l’indagine sul caso singolo si risolve con la criteriologia forense, rispolverata di recente. E si cita Cazzaniga, in uno studio del ‘60, dicendogli: ma, poveretto, ha riordinato secoli e secoli di medicina legale. Già questo dovrebbe essere qualcosa che dovrebbe impensierire. Ma come, uno che riordina secoli e secoli, sarebbe come dire un medico che riordina gli studi di autori del passato, del ‘600, Paracelso, Falloppio, non so, Ramazzini per tornare alla medicina del lavoro. Forse qualcosa d’altro c’è da studiare o da riordinare. Basti pensare alle capacità diagnostiche di allora e di oggi, ma soprattutto quella criteriologia forense che certamente ha avuto un suo momento di gloria, e lo sappiamo bene, e che era un tentativo anche quello di razionalizzare, di inquadrare, il lavoro del medico legale, che non fosse un lavoro intuitivo, perché non aveva leggi scientifiche da applicare, oggi è abbandonata. Io ho citato un basso di Barni che stronca, mette decisamente fuori gioco la criteriologia forense, la giudica totalmente sprovvista di credibilità scientifica; e me la si vuol venire qui a riproporre oggi, su una base di uno studio di Cazzaniga, di 41 anni fa, come il metodo, il criterio, l’insieme dei criteri, per unire studi generali al caso singolo! Certo, non è un ponte, ancora, l’affiancamento ai dati epidemiologici incerti o negativi o insufficienti con altri dati di natura epidemiologica, perché sennò è il gioco delle tre tavolette, cioè io non posso colmare le lacune dello studio epidemiologico, le lacune per meglio dire quelle che per il Pubblico Ministero sono lacune, cioè quello che il dato epidemiologico non può fornire, con altri studi che sono ugualmente di taglio epidemiologico. Dico di taglio, perché non sono degli studi epidemiologici: Chellini, Gennaro, Martinez, Mastrangelo. Mastrangelo poi va anche nella genetica, ma questo è tutto un altro discorso. Sono studi su sotto coorti, ripeto, gravati da quei limiti di cui ho parlato; sono numeri piccoli e con trend non lineari, assolutamente nessun ponte. Ricorderà bene il Tribunale come sono state discusse le patologie dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, e lo vede anche nelle schede: si fa la diagnosi, integrata magari con l’attività svolta dopo, con le visite; si dice "questo soggetto ha questa patologia e questa patologia, siccome gli studi epidemiologici mi dicono che è correlata a CVM, ergo io la ritengo tale". Correlata da quali studi? Iarc ‘87. Questo non è un ponte, è una mimesi della ricerca della causalità individuale; e dico con estrema franchezza che l’unico tentativo di stabilire un ponte, nei limiti in cui è stato possibile, è stato fatto proprio da questa Difesa, con insistenza sulla diagnosi nei casi singoli, pur privati del riscontro diretto con il paziente, quando era possibile, che ha affrontato il difficile compito passando attraverso il riconoscimento dei fattori di rischio noti, che risultavano dalle carte. Ci hanno accusato di dire che è una popolazione di beoni e di accaniti fumatori; non ci siamo inventati nulla, risultavano da schede che erano redatte da strutture sanitarie del passato, completamente indipendenti, che valevano per il Pubblico Ministero e per noi. Ho il massimo rispetto dei familiari che sono qui venuti a dirci che non fumavano e non bevevano ed assolutamente morigerati, ma questo nulla toglie al dato clinico ricavato in sede di anamnesi sanitaria. E il vero ponte, la costruzione davvero compiuta del ponte, si è realizzata nei limiti purtroppo in cui è stato possibile, con il contributo dell’istopatologia, la quale ha confermato – salvo differenze marginali – le diagnosi che erano state compiute sulle carte; e questo non è un dato da trascurare. Ha permesso di rilevare casi di lesioni riferibile e, ancorché non specifiche, né patognomoniche, al CVM. Ma non ha ricavato alcuna indicazione nel senso di una concausalità, quell’indicazione che sarebbe stata da cercare e è stata cercata ma non trovata nelle lesioni del tessuto non tumorale. Questo è il dato di fondo, l’istopatologia ha confermato i dati che questa Difesa ha portato. Da tutto questo dipende e discende tutto il resto, le inutilità ad esempio dei test di funzionalità epatica. Non mi affido all’autorità di Maltoni, che io non ritengo né un grandissimo scienziato né un servo dei padroni, è uno scienziato tra tanti, con il quale mi sono scontrato ma rispetto al quale non cambio idea a seconda delle opinioni che esprime. Il Pubblico Ministero cita questi test di funzionalità epatica adombrando una storia della malattia da CVM che comprenderebbe, anzi inizierebbe con le alterazioni epatiche. Non è così, e lo è tanto poco che rispetto ai sei casi riconosciuti di angiosarcoma epatico, uno aveva enzimi alterati, quattro no, uno non si sa. E quindi, dall’esame anche della nostra casistica, sulla quale dobbiamo discutere, emerge che le alterazioni enzimatiche non sono per nulla adeguate ad evidenziare un rischio di angiosarcoma epatico. In particolare Faggian, quando è stato sottoposto alla visita dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, e che è morto di lì a poco, non aveva alcuna alterazione delle transaminasi. I nostri consulenti sono stati dileggiati sull’instabilità genetica. Rispondo soltanto con un articolo di Nature del 17 maggio 2001, volume 411, pagina 366, nell’Abstract si legge: "La ricerca, negli ultimi anni, ha fornito ampia evidenza che l’instabilità genetica è uno dei principali fattori che portano alla genesi e alla progressione delle neoplasie".

Dovrei alla fine, e proprio un minuto, il tempo ormai non c’è più, parlare un attimo del complotto che è stato nuovamente ravvivato qui nelle parole del Pubblico Ministero, quella colpa collettiva; non importa se fosse la colpa degli americani, ma tanto sono tutte industrie e sono tutti datori di lavoro, c’è quindi un file rouge che li unisce. Gli antichi studi sono già stati commentati, sia per i limiti degli studi, sia per le esposizioni a dosi colossali; soprattutto rilevando che non hanno lasciato alcuna traccia di sé nella letteratura successiva. Neanche in Viola che ne parla, ma non prende neanche... non li assume come punti di partenza, e badino bene Signori del Tribunale che questo mi sembra importante: quegli studi non hanno sollecitato alcuna iniziativa delle agenzie regolatorie! Poi rispunta la ricerca Dau e qui il Pubblico Ministero raggiunge i suoi vertici, perché non solo insiste a farsa risalire agli anni Sessanta, nonostante gli osservati siano morti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, la freccia del tempo di cui parlava prima Mimo Pulitanò in udienza preliminare, dove evidentemente deve essersi girata, ma dice anche che poi sono state occultate o sottratte alcune prove, l’Abstract. Allora, un punto di partenza, sia chiaro Signori Giudici, i dati che il Pubblico Ministero ha fornito in sede di requisitoria, relativamente al numero degli osservati, al numero dei morti, sono esattamente quelli indicati nello studio di Ot del ‘75 che io ho proiettato. È inequivoco questo, poi ci può aver ripensato, ma quei dati corrispondono ad uno studio di Ot. Ha parlato della Gordon Conference, dicendo che lì era comparso un Abstract: "Ma non ce l’ho più – dice il Pubblico Ministero – qualcuno me l’ha sottratto". Signori del Tribunale, le Gordon Conference sono delle riunioni ristrette tra scienziati, prevalentemente organizzate in (lemaiti), che non hanno Abstract, che non si chiudono con documenti; quindi è inutile che le cerchi, è inutile che ipotizzi sottrazioni, non c’erano! È un momento di scambio di informazioni sulle ricerche in atto, ad alto livello, e sotto il vincolo della riservatezza. Sì, sotto il vincolo della riservatezza, perché sono ancora studi in corso, e sono scienziati che si trovano. Ci sarebbe poi da dire molto, e non ho il tempo, e l’argomento richiederebbe cura ed attenzione, perché il Pubblico Ministero ha messo insieme lo studio epidemiologico Dow, facendolo retrocedere agli anni Sessanta, facendolo retrocedere ad anni anteriori al ‘70 la conoscenza della cancerogenicità, citando lo studio di Camer e Mucler e citando anche lo studio di Maltoni sull’espettorato.

Ora, per tutto questo, occorre una riflessione più attenta, che non ho purtroppo il tempo di fare e non vorrei evidentemente sciupare l’argomento, ma su questo il Tribunale avrà una risposta breve e precisa. Mi limito soltanto a ricordare, rispetto all’ulteriore e ultima accusa "ma come, voi ci avete messo più di due anni a fare i vostri esperimenti con il vostro scienziato Maltoni da voi pagato, e rindas by test americano ci ha messo sei mesi". Ci credo che ci ha messo sei mesi, con quelle dosi, con quei metodi, non seguendo i protocolli; e, Signori del Tribunale, quel rindas by test è stato cancellato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come laboratorio inaffidabile.

Mi rendo conto, e chiudo, che ci sarebbero molti altri argomenti, e sicuramente uscendo di qui mi pentirò delle molte cose che ho detto e delle molte cose che non ho detto; mi rendo ben conto della delicatezza e complessità della decisione che dovete prendere, e mi rendo altresì conto, e con me credo tutti i colleghi della Difesa, del carico di sofferenze, di malattie, di morti, che sono entrati in questo processo, e le abbiamo viste, le abbiamo sentite, le abbiamo percepite, e rispetto alle quali credo ci si debba riconoscere il massimo rispetto e la più profonda comprensione del dolore che è stato qui portato, a parte le insinuazioni basse sul risarcimento, sul quale credo che il professor Padovani dirà qualcosa. Ma nel processo penale valgono, è inutile che lo ricordi, regole e principi precisi e irrinunciabili. Non è il processo penale l’unica risposta della collettività, ma se la si coltiva, se la si sceglie, se ne devono accettare le regole, che sono regole frutto di una civiltà che ci riguarda tutti, non Accusa e Difesa come se fossero due parti contrapposte, tutti noi cittadini. Queste regole impongono che ciascuno sia giudicato per ciò che ha fatto, sulla base di un’indagine che sciolga la complessità dell’accertamento in base a conoscenze scientifiche certe e principi giuridici rispettosi del nostro sistema, non resi elastici dall’utilità del momento.

Noi abbiamo portato, credo, prove e documenti; credo altresì che queste prove e documenti non siano stati superati; potrebbero essere superati soltanto da una pretesa di giustizia sostanziale rispetto alla quale l’aggettivo negherebbe il sostantivo e negherebbe, io credo, i principi basilari della nostra pur difficile convivenza. Grazie.

 

Presidente: grazie avvocato Alessandri. Chi vuole prendere la parola? Prego, professore.

 

AVVOCATO PADOVANI

 

Avvocato Padovani: grazie, Signor Presidente. Signor Presidente, Signori del Tribunale, dopo l’intervento di Alberto Alessandri ci vorrebbe davvero una pausa di riflessione per meditare su un dato così serio, così problematico, come quello rappresentato dal significato che processi come questo sono inevitabilmente destinati ad assumere. Purtroppo questa pausa non è possibile, bisogna continuare in termini che ci portino alla fine di una fatica che per voi, soprattutto, è stata così improba, e della quale anch’io sento il dovere di ringraziarvi, e quindi mi accingo senz’altro, parlando replica, in Difesa del responsabile civile Montedison, a prospettarvi quelli che sono gli ultimi rilievi che questo responsabile civile deve formulare contro le accuse che gli sono state mosse. E per dare ordine alla mia esposizione rispetterò, mi uniformerò, all’ordine espositivo che ho adottato nella arringa, l’arringa se loro ricordano si componeva di tre parti: la prima dedicata ai limiti della responsabilità di Montedison quale responsabile civile; la seconda relativa ai titoli di responsabilità, con specifico riferimento ai delitti contro l’incolumità pubblica; e la terza, infine, dedicata alle questioni risarcitorie, con particolare riguardo alle tematiche del danno ambientale. Comincerò dunque dalla prima parte, quella che era dedicata ai limiti della responsabilità di Montedison, che debbo dire non è passata inosservata, e lo capisco che non sia passata inosservata perché metteva il dito su una piaga di questo processo. In questo processo è citato un responsabile civile che non è più tale dal 31 dicembre 1980, ed è chiaro che il fronte delle accuse, non dico pubbliche perché meno interessate ovviamente, ma soprattutto private, si accorga con disappunto che qualche responsabile civile di non poco momento gli sta sfuggendo di mano. Perché non l’hanno citato, perché? Perché qui non ci sono i responsabili civili successivi al 31 dicembre 1980? Ci si è accorti forse in ritardo che questa data creava qualche piccolo problema? E allora si è cercato di ovviare all’inconveniente adottando un atteggiamento che risulta francamente sorprendente, perché si è in sostanza detto al Tribunale: ma, Signori del Tribunale, non vorrete mica occuparvi di persone successorie, di persone giuridiche, di rapporti. Ma che, siamo impazziti! Ma qui dobbiamo occuparci di ben altro, di continuità sostanziali, di rapporti reali, non ci interessano queste fumisterie. Riguardate quando andava bene con fastidio, quando andava male con sdegno. Beh, in effetti debbo dire che l’avvocato Scatturin, che del problema si è occupato, è molto franco nel definire il suo punto di partenza quando a pagina 2 della sua memoria dichiara di muovere da una premessa totalizzante. Proprio totalizzante, è la parola giusta. Che sarebbe costituita, sempre secondo le sue parole, dalla cooperazione colposa che ha guidato il comportamento degli imputati senza soluzione di continuità. È davvero totalizzante, perché adottando questa sorta di schema evocativo generico, in tema di cooperazione colposa, bisognerà abbandonare, anzi sbarazzarci della giurisprudenza elaborata sull’articolo 113, perché non si può più parlare di un vincolo reciproco di natura psicologica tra le condotte degli agenti, ma di una specie di flusso storico che ispira le condotte quali frammenti di una gestione complessiva. Certo, le condotte, in questo processo, sono concepite in funzione simbolica, e comunque stanno incapsulate in un flusso più grande di loro, dove si stemperano e si snaturano. Se vogliamo, è l’apoteosi del capo d’imputazione; l’apoteosi, perché così come il capo d’imputazione costruito su una massificazione sistematica delle condotte, così in sede di accusa privata se ne trae una fulgida conclusione per celebrare una sorta di rito collettivo di fusione di tutto nel tutto. E in effetti da ciò scaturisce il corollario che i gruppi societari semplicemente non esistono, sono una creazione di artifici giuridici di bassa lega. Perché in realtà si tratta di una impresa unica, retta da quelli che sono gli amministratori di vertice, che sono gravati – leggo – da obblighi legati alla loro carica, non delegabili a sottoposti in funzione di capi espiatori. Quindi gli obblighi stanno lassù e lassù devono restare. Questa è una società ultraconcentrata. I debiti e i crediti naturalmente sono comuni, i rapporti giuridici si confondono. Insomma, c’è un imprenditore individuale. Questo c’è, non un gruppo di società. Perché i gruppi non esistono, sono strutture che oscillano tra la simulazione e la frode. E stamattina, debbo dire, l’avvocato Farinea non ha avuto esitazioni nel parlare di un soggetto sostanzialmente unico, nel censurare come formalismi deteriori questi appelli del difensore del responsabile civile a considerare, udite udite, il dato normativo. E debbo confessare che quando sento parlare in termini così disinvolti di una concentrazione tra società, nel momento in cui Montedison conferisce a Montepolimeri e a Montedipe, e riceve in cambio le azioni, in questo caso si dovrebbe parlare di incorporazione, io non ho capito male, ho sentito incorporazione. E non ho sentito male quando si è evocato l’imprenditore occulto di Valter Bingiani, riportandomi indietro di non dico quanti anni quando da ragazzetto preparavo il colloquio sull’imprenditore occulto, al secondo anno di Università, col mio professore di diritto commerciale. C’è difficoltà a replicare perché debbo essere franco, non conosco il diritto al quale fanno riferimento l’avvocato Scatturin e l’avvocato Farinea, ignoro quell’ordinamento, non so quale sia. A me non risulta che sia quello vigente in questo Paese. E quindi non so di che cosa parliamo, perché se apro il Codice Civile e vedo cos’è un’incorporazione, scopro che non ha niente a che vedere con quello che è accaduto il 31 dicembre 1980; se si parla di imprenditore occulto, scopro che siamo lontani non le mille miglia, le centomila miglia dal fenomeno del controllo societario. E allora mi chiedo a che cosa debbo veramente replicare se i linguaggi sono così radicalmente antitetici? Potrei ripetere quel che ho già detto, ma sarebbe come evidente un esercizio sterile. Se vogliamo poi usare le parole in un senso diverso da quello che esse assumono, secondo la legge e il codice, allora accomodiamoci pure, ma non pretendiamo di costruire nulla sul significato di tipo sostanzialistico, o metagiuridico che intendiamo attribuire a parole che hanno un significato preciso e una accezione univoca.

Il punto che resta fermo è che il 31 dicembre 1980 Montedison è uscita dalla gestione dello stabilimento del petrolchimico, dalla titolarità dello stabilimento petrolchimico e non vi fa più ritorno, a nessun titolo e per nessuna ragione. A questo proposito una piccola, ma importante, precisazione la devo al professor Schlessinger, il quale nella sua difesa introduce quella che, ahimè, anzi ahi lui per la verità, è un’inesattezza piuttosto significativa. Il professor Schlessinger ricostruisce le vicende societarie che vanno da Montedipe, Montepolimeri, all’indomani della cessione da parte di Montedison, attraverso Riveda, per arrivare poi a Montedipe S.p.A., che è il frutto della fusione con Montepolimeri, e a Mondedipe S.r.l., che è la società tramite, per così dire, attraverso cui lo stabilimento petrolchimico giunge poi definitivamente ad ENI. Ora, il professor Schlessinger vede in Montedipe S.p.A., non so se a torto o a ragione, io credo a torto, ma non ha nessuna importanza, per quel che si vedrà, stabilirlo, vede il successore dei successori di Montedison; c’era Montedison, poi c’è Montepolimeri e Montedipe, poi c’è Montedipe S.p.A., c’è Montedipe S.r.l., il professor Schlessinger dice: guardate che a Montedipe S.r.l. lo stabilimento è passato a certe condizioni, la successione giuridica restava in Montedipe S.p.A.. E cos’è successo di Montedipe S.p.A., dice il professor Schlessinger. È successo che si è fusa con Montedison, che quindi è ritornata alla fine a essere il successore di se stesso, il successore dei suoi successori. E da questa circostanza trae, ovviamente, un certo tipo di ragionamento, che ripeto non mi interessa considerare per una ragione molto semplice, e cioè che la circostanza è falsa, che Montedipe non si è mai né fusa né incorporata con Montedison, perché Montedipe è diventata, nel 1989 Compart, con una mera modifica della ragione sociale, e nel ‘91 è diventata Montecatini S.p.A.. E è attualmente Montecatini S.p.A.. Quindi, se qualcuno la voleva qui, la trovava senza problemi, solo che nessuno l’ha voluta qui, perché a tutti è importato diciamo travalicare i dati formali, semplificare: c’è Montedison da una parte ed Enichem dall’altra, con un approccio che mi pare più sostanzialistico nel senso deteriore, non si potrebbe. E è un approccio sostanzialistico che, ahimè, si ritrova in molte e forse in troppe repliche, ed è un approccio diciamo eufemisticamente insofferente ai vincoli della legalità formale, che è avvertita come biecamente, tristemente, cupamente, formalistica. Ma come si leva una sorta di grido, sono in giochi grandi valori, valori che attengono ai dati primari su cui si fonda la convivenza civile, sono qui in discussione in una misura enorme per un coinvolgimento che l’Accusa vuole estremo, e voi pretendete, voi che saremo noi, di misurarne la tutela, per questa o quella ragione legata a questioni come tipicità, condotta personalmente ascrivibile a questo o a quel soggetto, nesso di causalità individuale. Ma dovete fare l’inverso, dovete misurare questi valori formali, la tipicità, la condotta, il nesso causale, e quant’altro volete, sulla scorta dei valori in gioco, quindi dovete compiere il processo invertito. Perché solo così realizzerete veramente la tutela piena e completa di questi valori. È un appello che, come vedremo, risulta ricorrente nella storia, non è un dato nuovo; se volete è sorprendente che si manifesti proprio qui e ora, forse nemmeno tanto vista la dimensione che questo processo ha assunto, perché non è originale diciamo questo appello, è un appello che si formula spesso e che ha trovato espressioni fortemente adeguate a rendere il messaggio. Cioè, è un appello che si è espresso chiaramente, direi francamente, a volte consentitemelo spudoratamente. Perché certe cose bisognerebbe almeno avere il pudore di non dirle. Troppe volte, infatti, si è in sostanza invocata una interpretazione, un senso, che sono così manifestamente, così clamorosamente, in contrasto con regole, canoni, principi, usualmente praticati e normalmente seguiti in qualunque Tribunale, purché il processo sia piccolo, forse questo, purché il processo sia piccolo, per restare stupefatti, quasi privi di parole a sentire che con tanta veemenza e con tanta superficialità si pretende invece che qui addirittura se ne prospetti il capovolgimento. E in effetti ci si compiace dell’articolo 434, il disastro senza nome, il disastro innominato, perché si ripetono con soddisfazione le ragioni tratte dai libri sacri dei lavori preparatori nei quali si dice come e per quanto quella commissione di sapienti che redassero il Codice Rocco volle attraverso questo strumento colmare ogni possibile lacuna nella tutela dell’incolumità pubblica, ogni possibile lacuna, ogni altro possibile e pensabile disastro. Vedete, ci hanno pensato, addirittura hanno fatto l’esempio di un disastro chimico. Sono le ragioni che presiedono sempre all’accoglimento soddisfatto delle clausole generali a valenza analogica perché le clausole generali a valenza analogica servono a questo, a colmare ogni possibile lacuna, a quale piccolo prezzo, versando quale modesta, quasi insignificante moneta? Niente, la distruzione della legalità. Ma perché, è un problema? Stiamo parlando di pubblica incolumità e ci poniamo la questione di una clausola generale a valenza analogica. E poi la tiriamo in ballo per dire che forse non è nemmeno troppo conforme, anzi, diciamo la verità, non è proprio conforme all’articolo 25. Ma come? Invochiamo la Costituzione per distruggere la tutela della pubblica incolumità? Non è possibile che la Costituzione si presti ad operazioni così manifestamente contraria al suo spirito.

E sempre su questa china o, meglio, seguendo questa deriva, perché è una deriva che non ha limiti poi, perduto il punto di riferimento, rotto l’approdo, escluso l’aggancio, non c’è più limite. Ed allora, se non c’è più limite, si trasforma l’articolo 437, l’omissione di misure infortunistiche, in modo che diventi duttile al recepimento di qualsiasi cautela, la fattispecie include tutto, persino gli obblighi di informazione, i mezzi prevenzionistici individuali, i controlli sull’attività produttiva, tutto include. Ma cosa c’entra che dica un’altra cosa, ma cosa c’entra che l’articolo 437 parli di impianti, apparecchi, segnali? Ma andiamo alla sostanza delle cose. Apparati, destinazione specifica e vincolata.., ma tutto questo non basta a tutelare il bene della sicurezza e quindi deve essere travolto in una interpretazione superiore a qualunque prezzo. Al prezzo di stracciare la fattispecie per esempio, la quale non è solo costruita nell’identificazione degli oggetti materiali in un modo che più univoco non si potrebbe e non voglio ripetere quello che Pulitanò ha illustrato con la sapienza che gli è propria, ma, direi, è costruita in questi termini sul versante del comportamento perché qui non si punisce solo l’omissione, si punisce anche la rimozione o il danneggiamento che nella prospettiva del legislatore originario avevano un valore esattamente equivalente all’omissione; rimozione e danneggiamento sono condotte che hanno bisogno di un oggetto materiale definito, non si possono rimuovere le informazioni. Così è costruita la fattispecie. Ma evidentemente che sia costruita così non serve, così come non serve considerare che ad intenderla in questo modo francamente fuori di ogni possibile lettura si finisce poi col dover dire che l’articolo 437 è la fotocopia gigantesca di tutte le contravvenzioni antinfortunistiche che vengono fatte defluire in questa grande fattispecie con limiti editali di pena elevati alla sola condizione che si tratti di comportamenti dolosi, quando poi i comportamenti dolosi, secondo un orientamento giurisprudenziale che personalmente non condivido ma che esiste, confluirebbero tutti nell’articolo 451, per cui le contravvenzioni una volta identificate come il riempimento dell’articolo 437 o, meglio, come - direi - il substrato inevitabile e costante dell’articolo 437 non avrebbero più ragione d’essere in quanto tali, ma queste sono sofisticherie sulle quali evidentemente non vale la pena di soffermarsi. E lo stesso approccio disinvolto fino, direi, alla (Sicumera) si manifesta su un problema cruciale come quello dell’evento disastroso nei delitti di cui all’articolo 434 e 437, dove si era posto un problema che tecnicamente si definisce un problema di sussunzione, cioè ci parlate di una vicenda trentennale, ci parlate di una serie di eventi che si succedono in funzione di una pluralità di condotte che a loro volta si dipanano in una successione trentennale, allora è illegittima, è arbitraria, è assurda la domanda che si esprime nel chiedere quando si realizza quell’evento contestuale dotato di gravità, complessità, estensione e diffusività in cui si sostanzia il disastro. E’ una domanda arbitraria, è una domanda assurda, è una domanda inammissibile? Eppure mi sono sentito rispondere due cose, una più sorprendente dell’altra per la verità. La prima è classicamente un Roma per Toma, nel senso che la prima risposta è: "Caro avvocato, tu devi sapere che le condotte le quali provocano un disastro possono dislocarsi anche molti anni indietro rispetto a quando il disastro si manifesta e possono essere relative a più persone e se non l’hai ancora capito tu ti leggi le sentenze Sardella e scopri come e per quanto ci fossero condotte risalenti ad alcuni anni prima che sono state ritenute, per lo meno in un certo grado di giudizio, come poi abbiamo dovuto apprendere, rilevanti per la causazione dell’evento". E così mi sono dovuto leggere pure la sentenza Sardella, che non è neanche divertente, devo dire la verità, e che soprattutto è di lettura inutile ai nostri fini perché mi bastava la sentenza di Stava che è più lunga ma che conoscevo, visto che a Stava difendevo un tale che era accusato di cooperazione nel crollo per una condotta che era stata da lui tenuta tredici anni prima del crollo, non seguita più da alcun comportamento che si riferisse a quella fattispecie. Quindi in definitiva mi ritenevo abbastanza informato e mi ritengo abbastanza informato sul fatto che esiste certamente l’esecuzione frazionata di un unico evento, di un evento che poi c’è, come c’è nella sentenza Sardella perché la fabbrica salta per aria e come, purtroppo, c’è stato a Stava dove i bacini sono venuti giù. Ma non mi pare che dalla esecuzione frazionata si possa con allegria e disinvoltura passare alla consumazione frazionata di un unico evento dicendo: "Mettete insieme tutti i pezzettini e otterrete - come collego - qualcosa di più grande", perché se c’è un evento c’è o non c’è. Non posso dire che tante lesioni fanno una morte perché se non si verifica la morte la somma di tante lesioni non è mai la morte, così come tanti mattoni tolti ad un edificio non equivalgono ad un crollo. Dunque la risposta è quanto meno priva di congruenza rispetto alla domanda. Ma poi mi sono sentito rispondere in termini non incongrui ma un pochino più.., come dire?, più pepati, con un pizzico di malevolenza quasi - spero di no, io non penso mai male, quindi forse la malevolenza non c’era - quando il P.M. mi ha censurato, se così posso dire, per il mio dubbio gusto, così lo ha definito, nel qualificare le morti come micro eventi. Dice: "Come? Caro avvocato, lei pone questa domanda, dice: ‘Ma com’è che tanti micro eventi fanno un evento solo?’", ma è cattivo gusto parlare di micro eventi per la morte. Quindi mi ha risposto dicendo: "Certe domande sarebbe bene non porle, soprattutto in un certo modo". Ora, per la verità, questa risposta mi pare tradisca una incomprensione del mio pensiero o, meglio, riveli il fatto che io non sono riuscito a spiegarmi in modo sufficientemente chiaro perché mi pareva di aver detto con estrema puntualità e spero anche con qualche argomentazione che le morti non fanno parte del concetto di disastro, quindi non sono i micro eventi in riferimento ai quali si pone il problema di una dimensione unitaria perché non stanno nel disastro. Il disastro è costituito da eventi materiali che riguardano cose e di una proiezione teleologica che riguarda persone, ma che non si riferisce mai al danno, solo al pericolo. Il danno certo che ci può essere, ma è valutato per quello che è, cioè un macro evento in fattispecie diverse che normalmente sono l’omicidio, questo avevo detto. Quindi nessun dubbio gusto. Io sono stato preciso nell’esprimermi e vorrei che le mie parole non venissero utilizzate per farmi dire quello che non ho detto.

Ma ho avuto risposta poi in definitiva, mi si è detto qual è l’elemento di unificazione, dove sta questo momento unitario che consenta la sussunzione, che è il problema primordiale, il problema legato alla identificazione di un qualsiasi fatto di cui si possa poi discutere? Non mi pare. Molte risposte invece, ma vedremo di che tipo, ho raccolto - non solo io ma tutti quelli che se ne sono occupati - in ordine alla strage colposa, lì c’è stato un po’ di fuoco d’artificio. La strage colposa, che è una questione che non piace all’avvocato Schiesaro, e lo capisco, capisco che non gli piace perché il nome già tradisce che qualcosa non funziona e difatti lui dice: "No, l’accento deve cadere sull’articolo 449, noi dobbiamo parlare di quello, perché è quella la fattispecie di riferimento. E’ una fattispecie aperta e di quella parliamo".

No, veramente l’articolo 449 è una fattispecie che attribuisce rilevanza colposa a fatti che sono previsti dal capo primo come punibili a titolo di dolo e quindi non ha un nomen iuris, per così dire, proprio perché è una fattispecie che non definirei aperta ma che è di sintesi, cioè è una fattispecie che in sostanza racchiude tutti i possibili disastri. Ci può entrare dentro qualsiasi disastro previsto dal capo 1 secondo un criterio di normazione di sintesi. Su questo non ci sono state modifiche, cioè sul fatto che la punizione riservata dall’articolo 449 a chiunque è per il cagionare un disastro, non è stata modificata nemmeno dal legislatore concitato e pasticcione del 2000, quello che l’avvocato Schiesaro vorrebbe accreditare come addirittura interprete autentico. Ce ne vuole. Ce ne vuole perché quella norma è stata modificata due volte, nell’agosto con un decreto legge e nel novembre con la legge, solo che la modifica è uguale, cioè nel novembre non si ricordavano di avere introdotto la modifica dell’agosto e quindi hanno ripetuto creando un caso di scuola che sinora mai si era dato di due norme identiche. Una cosa meravigliosa che solo nel nostro Paese può succedere, ma alla quale francamente non mi sentirei di dare la dignità di interpretazione addirittura autentica, tanto più che si tratta dell’inserimento di una clausola di riserva, direi, intrinsecamente corretta perché esclude l’applicabilità dell’articolo 449 in caso di incendio boschivo colposo, ancorché, come rileva giustamente l’avvocato Schiesaro, perfettamente inutile. Ma ce ne sono mille di clausole inutili di questo tipo che il legislatore cauto - in questo caso è un legislatore concitato - inserisce a scanso di equivoci. Ne vogliamo una? 419 e 285, la devastazione e il saccheggio rispetto all’omologa fattispecie in tema di delitti contro la personalità dello Stato che ha tutti i requisiti del 419 con il dolo specifico, quindi un caso proprio classico. La clausola di riserva stabilita nell’articolo 419 non serve a nulla, eppure c’è. Il problema è un altro ed è stato insistentemente eluso nelle risposte. Quando l’articolo 449 dice: "E’ punito chiunque cagiona un disastro - un disastro, così si esprime letteralmente - un incendio o un altro disastro preveduto nel capo primo", ecco, la domanda precisa è: nell’articolo 422 c’è un disastro o non c’è? Perché di questo si tratta, o dobbiamo anche qui allegramente sorvolare e dire: "Ma che importa, il 449 dà rilevanza colposa un po’ a tutto. Poi disastro, non disastro, ma quante sofisticherie". Come? I reati colposi che sono normalmente reati di evento, chiedo di verificare l’evento e non va bene la domanda? No, la domanda va bene, bisogna dare la risposta però perché nell’articolo 422 il disastro potrebbe stare in una sola conseguenza, la morte di più persone, non c’è altra possibilità. Solo in questo. Ma si può dire che un disastro si identifica nella morte di più persone? In base al concetto di disastro accolto universalmente la risposta è no. La risposta è no per molte altre ragioni che non starò a ripetere, ma sulle quali una in particolare deve richiamare l’attenzione perché rappresenta una singolare conferma del punto di vista... mi pare incontrovertibile, uso questa parola senza esitazione, incontrovertibile, che l’articolo 422 non dà luogo alla fattispecie colposa. Ecco, l’argomento al quale occorre fare riferimento è quello sistematico legato al livello della pena editale. L’avvocato Schiesaro, che è un abile argomentatore e lui sa che lo dico con convinzione, che cosa dice al Tribunale? Le difese vi hanno proposto un argomento che rileva l’incongruenza di una strage colposa che finirebbe con l’essere punita meno dell’omicidio colposo plurimo che ha una pena da tre a dodici anni, qui invece siamo da uno a cinque; è mai possibile che la strage colposa sia punita meno? Una questione secondo l’avvocato Schiesaro agevolmente superabile sulla base di questa considerazione: nel Codice del ‘30 c’era la pena di morte e la pena di morte contribuiva a differenziare i livelli sanzionatori delle fattispecie colpose; poi è sparita la pena di morte e si sono creati, certo, dei dislivelli o delle incongruenze che non trovano un’apparente spiegazione. Andate a rileggervi, dice l’avvocato Schiesaro, l’articolo 452 e scoprirete che nel caso di commissione colposa di un delitto di avvelenamento o di epidemia ecco che la reclusione era da tre a dodici anni nell’ipotesi in cui la legge prevedeva la pena di morte per l’ipotesi dolosa. In buona sostanza non formalizzatevi o non enfatizzate un argomento che è legato a dati contingenti. Devo dire la verità, questo approccio argomentativo mi ha indotto a riflettere e mi ha convinto ancor di più della ineccepibile fondatezza dell’assunto che sostenevo dandomi anche la prova che ragionare con persone intelligenti aiuta, aiuta molto e io in questo senso sono sinceramente grato all’avvocato Schiesaro, non lo dico con ironia, lo dico seriamente, perché questo rilievo consente di puntualizzare la questione in questi termini che mi sembrano francamente definitivi. Nel capo secondo, cioè nel capo dei delitti contro la salute pubblica, definiamoli così, ci sono eventi di pericolo legati alla pubblica incolumità e ci sono eventi di danno legati alla vita, in molte ipotesi si prevede come aggravante, evento aggravatore della fattispecie, il verificarsi della morte, nell’avvelenamento, nell’epidemia. Quindi ci sono eventi di pericolo ed eventi di danno. C’è quindi la morte come evento. La morte come evento ha nell’impianto originario del Codice come correlata la considerazione della morte come pena, tant’è vero che nell’epidemia con morte di più persone c’è la pena di morte, nell’avvelenamento idem, e questa circostanza transita nell’articolo 452 là dove si tratta di distribuire i limiti editali di pena in caso di realizzazione colposa, quindi dove c’è morte come evento, c’è morte come pena, la morte come pena entra nello schema dei reati colposi concorrendo alla graduazione, pena di morte, ergastolo, reclusione. Questo è l’impianto dell’articolo 452 legato al capo secondo, cioè ai delitti contro la salute pubblica. Morte come evento, il legislatore dice: "Morte come pena". Ci mancherebbe anche che poi non tenessi conto della morte come pena fra i delitti contro la salute pubblica per dire: "In questi casi da tre a dodici anni". E’ vero, ma questo non accade per il capo primo, per il capo primo questo non c’è. Il capo primo ha solo l’articolo 449 che non prende mai in considerazione la pena di morte. E perché non la prende mai in considerazione? Perché nessuna delle fattispecie punite con pena di morte ha un equivalente colposo e qual è l’unica fattispecie punita con pena di morte nel capo primo? La strage. Ecco perché si chiude il cerchio e si ha la prova provata che il legislatore del ‘390 ha escluso univocamente che la strage potesse entrare nell’ambito della previsione colposa perché la strage conosceva la pena di morte, la pena di morte non è presa in considerazione come termine di graduazione dei limiti editali in caso di realizzazione colposa nell’articolo 449 a differenza dell’articolo 452 e questo perché l’unica fattispecie del capo primo, l’articolo 422, che aveva la morte come evento, era anche l’unica che non aveva la forma colposa. Qui il discorso si chiude. Le chiacchiere, queste davvero chiacchiere, sulle condizioni obiettive di punibilità.., sono persino irricevibili, la condizione obiettiva di punibilità, quando c’è il dolo specifico.., ma si potrà dir tutto e poi si potrà anche dire che nella forma colposa, se è una condizione di punibilità, allora non conta neanche l’evento, cioè trasformare la strage in un reato di pericolo, anche questo è stato fatto, insomma, senza evento. Ma siamo veramente di fuori. Non voglio perdere tempo in discorsi che non hanno fondamento. Non hanno alcun fondamento perché l’esclusione dell’articolo 422 dal novero dei delitti colposi al di là di ogni possibile discorso sul concetto di evento, sul concetto di dolo specifico, che pure sono discorsi seri e fondati, ha un aggancio sistematico di una chiarezza solare, assoluta, di un nitore geometrico del quale sono debitore all’avvocato Schiesaro che mi ha fatto riflettere su una cosa sulla quale, confesso, prima non avevo mai riflettuto e che ora riconferma inequivocabilmente l’assunto dal quale avevo preso originariamente le mosse. Ecco quindi che siamo in presenza, mi pare, di una deriva che tende allo stravolgimento della legalità, coperto da un appello a grandi valori che superano il dato normativo e devono in qualche modo riplasmarlo, perché il dato normativo è meschino, riduttivo, angusto, asfittico, mentre i grandi valori sono le stelle polari che segnano la rotta di un cammino diverso. E così l’ermeneutica dello scopo travolge e dissolve l’ermeneutica della legalità. Come dicevo, sono fenomeni ricorrenti che hanno assunto nomi diversi, si sono chiamati antigiuridicità materiale, norme di civiltà, sano sentimento del popolo, anche questo, e poi più modernamente uso alternativo del diritto e così derivando, ma è una deriva che porta molto lontano da quelli che sono gli approdi di un Paese civile. E da ultimo, brevemente, è chiaro, sulle questioni risarcitorie. In primo luogo per rispondere al Pubblico Ministero quando ha - devo dire - forse con poco gusto irriso alla solidarietà, il Pubblico Ministero ci ha detto: "Ma non avete scucito una lira. Ma quale solidarietà? Hanno pagato tutte le assicurazioni e quindi voi vi state facendo belli con un vestito che non è il vostro". Non è così, le assicurazioni non hanno scucito una lira e questa gliel’abbiamo chiesta, perché si tratta pur sempre di un’impresa e non di un’opera di beneficenza, questo va detto, quando gliel’abbiamo chiesta questa lira ci siamo sentiti rispondere: "La solidarietà la fate con il vostro portafoglio, non con il nostro, perché voi avete pagato quando non dovevate pagare, perché voi dovevate resistere a pretese che non erano giuridicamente fondate". E non li recupereremo quei soldi perché le pretese non erano giuridicamente fondate. Sul danno ambientale, che è il capitolo che tutti sappiamo, vorrei prima di tutto, diciamo, chiarire.., non dirò un equivoco, ma una ambiguità con l’avvocato Vassallo, il quale mi ha detto: "Guarda bene che i costi di ripristino che ti sono stati chiesti sono attinenti al danno patrimoniale. Che c’entra il danno ambientale?". Ora io chiedo solo che si mettano d’accordo perché l’Avvocatura dello Stato a me chiede anche i costi di ripristino delle discariche, quante volte le debbo ripristinare le discariche vorrei capirlo. Ma soprattutto vorrei capire se si possa sostenere che un costo per il solo fatto di essere sopportato diventa parte di un danno patrimoniale, mentre - dovrei dedurre - se non è ancora sopportato fa parte del danno ambientale, ma non è così, o sbaglio? A me pare che sia il titolo originario che fa la differenza, nell’articolo 18 si parla di danno ambiente, cioè a prescindere dal titolare del bene nell’articolo 2043 della lesione di un diritto soggettivo in cui bisogna prima di tutto dichiarare e dimostrare poi di essere titolari di un diritto leso. E’ questo il caso dell’avvocato Vassallo, o non si tratta di un danno ambientale? Anche l’avvocato Schiesaro su questo punto, direi, distingue, ma devo dire in modo molto più condivisibile, tra una risorsa patrimoniale che è rilevante in base all’articolo 2043 e la risorsa ambientale invece che riceve la sua tutela risarcitoria nell’articolo 18. Giustamente - devo dire - sottolinea come uno stesso bene possa per profili diversi generare sia l’uno che l’altro titolo, quindi entrambe le pretese, la foresta demaniale, mi pare, no?, che per il valore degli alberi sta da una parte e per il valore dell’ambiente sta dall’altra. E siamo d’accordo. Come lui stesso ha osservato, parliamo la stessa lingua, mi fa piacere che quindi il dialogo sia possibile. Ma proprio perché parliamo la stessa lingua posso ben capire che nel prosieguo non ci intendiamo proprio perché nel prosieguo l’avvocato Schiesaro dice: "Ma come si farà mai a determinare questo valore dell’ambiente? Come si farà a determinare la purezza dell’aria, la limpidezza delle acque, la fragranza degli aromi di un ambiente naturale incontaminato. Quindi vedete bene che il legislatore saggio e previdente ha introdotto lo strumento del risarcimento in via equitativa. Ma mi pare che in questo modo si muova da un presupposto tanto solidamente implicito quanto errato, cioè che la risorsa ambientale non sia suscettibile di una valutazione economica secondo il primo comma dell’articolo 18 che parla di risarcimento, ribadendo il significato di questo risarcimento nel sesto comma là dove si dice che ove non sia possibile una precisa quantificazione si dà corso al risarcimento in via equitativa. Ma la domanda se sia o non sia possibile l’avvocato Schiesaro la deve porre, in qualche modo l’ha già posta, al suo consulente professor Leon, che ha già risposto e ha detto che sì, si può fare, che esiste un modo, anzi, più modi per determinare il valore economico di un bene a fini risarcitori. Lui non l’ha seguito nello stendere la consulenza, però ne ha dato atto, l’appendice terza è, appunto, nella sua consulenza una risposta alla domanda implicita dell’avvocato Schiesaro: "Come si fa a valutare il valore della risorsa ambientale?". Da ultimo su questo tema brevissimamente una annotazione sul vincolo che l’articolo 18 pone alla responsabilità individuale. L’articolo 18 settimo comma dice che ciascuno risponde nei limiti della propria responsabilità individuale. L’avvocato Schiesaro per soddisfare questa esigenza, che non è in alcun modo ineludibile, elabora una sorta... non lui personalmente ma il professor Leon, una proporzione diretta con l’entità delle pene richieste dal Pubblico Ministero. Se dodici anni sono il 6,24 ecco che i limiti della responsabilità individuale sono il 6,24%. Sono rimasto stupito per l’ingegnosità, se vogliamo, ma nello stesso tempo sconcertato per il paradosso, perché si tratta di una soluzione paradossale e come tutti i paradossi lì per lì colpisce, uno dice: "Oddio, effettivamente dodici anni, 6,24%, 6,24%". Ma qual è il retroterra di una simile proporzione? Il retroterra di una simile proporzione è che la pena sia un unicum, una torta che si divide. Insomma, la pena sarebbero 180 anni da distribuire, anzi, distribuiti tra gli imputati secondo certi criteri e quindi gli stessi criteri dovrebbero valere per l’altra entità complessiva, il danno ambientale, che percentualmente negli stessi termini dovrebbe essere accollata a ciascuno. Ma si è mai visto un Tribunale che determina la pena dicendo: "Bene, in questo processo ci voglio 180 di reclusione, adesso vediamo come li distribuiamo. Questa è la torta, cominciamo a tagliare le fette". Ma le pene, come è noto, non si dividono, si moltiplicano, nel senso che ognuno porta la sua e la porta in funzione di elementi che sono suoi. E ci mancherebbe anche che si trattasse della quota parte di un insieme, quindi l’errore assolutamente inaccettabile è considerare la pena come quota parte di un insieme, mentre la pena non lo è mai, tant’è vero che questo processo vede, sì, tanti imputati rispetto ai quali sono state chieste certe condanne, ma potrebbe vederne molti meno, potrebbe vederne tre, quattro, cinque, e allora come si dovrebbe fare questa proporzione? In termini percentuali inversi perché varierebbe la torta? E’ chiaro l’assurdo. Ma, assurdo nell’assurdo, non ci si è poi resi conto che anche nell’applicazione pratica si raggiungeva un risultato, diciamo, contingentemente paradossale, quello che ho indicato è strutturalmente paradossale, cioè attiene alla logica del ragionamento, quello di concepire le pene come una torta distribuita in tante fette e quindi le stesse fette valgono per il danno. Ma qui il Pubblico Ministero bene o male, io non voglio sindacare in questa sede, non mi interessa poi come responsabile civile, ha formulato una richiesta di pena ex articolo 589 terzo comma e io c’ero quando ha chiesto le condanne, dice: "Io mi baso sul 589 e chiedo per questi il massimo, dodici anni", quindi per l’omicidio colposo plurimo. Il Pubblico Ministero ha dichiaratamente richiesto pene per omicidio colposo plurimo. Cosa c’entra col danno ambientale, cosa c’entra? Come si fa a stabilire una proporzione tra le pene richieste per l’omicidio colposo plurimo e il danno ambientale? Evidentemente si tratta di un tentativo che è stato avvertito come ineludibile, perché se di lì non si passa e non c’è modo di giungere in alcuna maniera alla determinazione di un qualsiasi danno, ma il modo come si è operato francamente non può essere nemmeno - io credo - preso in considerazione. Se il mio contraddittore potesse replicare probabilmente mi direbbe: "Ma come si può fare allora? Ditemelo voi come si fa, ditemelo voi", che è un curioso modo di rivolgersi agli imputati e ai responsabili civili, eppure è stato fatto. "Dite voi allora quanto siete disposti a pagare". Niente, niente. E come si può fare diversamente? Certo che è difficile così, ma è difficile per le stesse ragioni che sono state così duramente censurate dal Pubblico Ministero quando ha eretto l’idolo polemico manzoniano: questo processo non s’ha da fare secondo il professor Stella, mentre in realtà il professor Stella voleva molto più semplicemente, ma anche molto efficacemente e lucidamente, rappresentare l’assoluta inidoneità e incongruenza dello strumento scelto rispetto allo scopo e alle esigenze reali. Ma è colpa della Difesa se lo strumento è inadeguato? Se lo strumento non serve a quello scopo dobbiamo noi renderlo adatto affinché raggiunga questi risultati in questo modo? Non credo. Io credo che il nostro compito fosse quello che modestamente forse ma con impegno abbiamo cercato tutti di svolgere e cioè richiamare in modo fermo, forte e convinto il rispetto della legalità che è l’unico - l’unico - modo di fare giustizia. Grazie.

 

Presidente: grazie, avvocato Padovani. Sospendiamo l’udienza, la riprendiamo alle 15 circa.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA ALLE ORE 13.55.

 

Presidente: accomodatevi. Prego, avvocato Mucciarelli.

 

AVVOCATO MUCCIARELLI

 

Avvocato Mucciarelli: grazie, Signor Presidente. Ci sono quelle cose che gli avvocati dicono e che sembrano sempre clausole formali e stilemi fuori luogo e probabilmente, Signor Presidente, Signori Giudici, colleghi, penseranno che cominci dicendo che ringrazio il Tribunale per la paziente ragione e la paziente intelligenza con la quale ci ha ascoltati per tre anni e otto mesi. Sono cose che a me disturbano un po’, sa, Signor Presidente, Signori Giudici, perché sebbene porti il peccato originale non emendabile di essere nato a Milano, vedano, io sono un contadino di montagna, vengo dalla Garfagnana e siamo rozzi piuttosto e queste cose ci imbarazzano. Tuttavia siccome ho 49 anni interamente versati, da venticinque faccio questo mestiere di contraggenio, come già vi dissi nella mia arringa, non mi è mai capitato un processo di questo genere. Ho fatto processi lunghi, ma con quelle udienze al bicarbonato, divise l’una dall’altra da mesi, noiose e insopportabili e invece qui, Signor Presidente, mi perdonerà la battutaccia, ci ha costretti a un ritmo veramente degno della FIAT dei tempi di Valletta. Il che va benissimo perché questo è il nostro mestiere e s’ha da fare. Dunque grazie a lei, grazie ai Signori del Tribunale, qualunque sia l’esito di questo processo, perché, come diceva Alessandri, e sono totalmente d’accordo con lui, sebbene anche questo mi torni male da dire perché mi lega ad Alberto una - devo dire, se posso - fraterna amicizia, ma veramente fraterna. Qui il Signor Pubblico Ministero ha usato quel gioco di parole del processo che non s’ha da fare. Un processo è un confronto delle nostre idee, noi offriamo al Tribunale le nostre valutazioni, vedrà il Tribunale. Di questo sono convinto. Questo ho cercato di dire malamente il 13 di luglio, credo che dirò peggio oggi, poi valuterà il Tribunale. Io non dico che oggi a Mestre troverò il mio Giudice di Berlino, no, trovo il mio Giudice di Berlino tutte le volte che mi metto questa toga nera e discuto un processo perché se non avessi la profonda convinzione che il Giudice che mi ascolta è il mio Giudice di Berlino, allora proprio la toga nera non avrei voglia di mettermela perché non avrebbe senso che io stessi qui a parlare e a fare fatica. Ancora mi tocca di dire una cosa e l’imbarazzo è ancora maggiore perché due amici carissimi mi hanno preceduto. Non è per quelle clausole di stile veramente insopportabili dell’avvocato che fa i complimenti ai suoi colleghi della stessa parte difensiva che hanno parlato, ma è veramente imbarazzante parlare dopo Alberto Alessandri e Tullio Padovani. Credo che Tullio, che ci ha guidati in questa lunga fatica, bene abbia fatto a far principiare il discorso di replicare ad Alberto Alessandri riservando a sé il secondo posto, perché loro hanno tracciato la risposta complessiva alle repliche del Signor Pubblico Ministero e delle Parti Civili e l’hanno trattata ad un livello talmente alto che spiace e imbarazza a me parlare perché parlerò di cose contingenti, particolari, farò quello che spero non sia un raspollamento abusivo. Tullio mi ha comandato questo e questo farò, però certamente il tono scenderà e scenderà a precipizio e sarà un burrone, una voragine. Questo non dipende dalla siderale differenza che mi separa dai miei due amici, non soltanto da questo. Parliamo delle cose del processo perché ho fatto perdere fin troppo tempo con queste clausole, che però, Signori del Tribunale, davvero non sono di stile, come non è di stile il mio ringraziamento ora che per l’ultima volta ho l’onore e il privilegio di parlare. Il Signor Pubblico Ministero ha parlato di attingibilità e destinabilità, sto parlando ovviamente della parte che avevo trattato, parlo di acque e di sostanze, particolarmente di acque. In qualche misura anche Schiesaro ha parlato di attingibilità e destinabilità e con molta franchezza trovo che sia un errore grossolano, non è un problema di uso di termini, ricordava Tullio Padovani questa mattina. I termini possiamo metterci d’accordo che vogliono dire anche cose diverse da quello che significano nel diritto e nella lingua italiana, ma nel diritto penale il canone della legalità ci impone di attribuire ai termini il significato che essi hanno. Quelle acque, quelle di cui discorrono le norme incriminatrici di cui mi occupo, gli articoli 439 e 440, non sono acque attingibili o destinabili, sono acque attinte. Prima che siano attinte la caratteristica pregnante è data dalla destinazione. L’esempio è quello vecchio: se io infondo in un pozzo una sostanza venefica commetto il reato di comune pericolo; se immetto il veleno, la sostanza venefica nel secchio dopo che l’acqua è stata attinta, commetterò un tentato omicidio. Ma occorre che l’acqua sia destinata all’alimentazione umana, destinata, ma vedremo questo anche rispetto ad una più recente legge speciale che per altro verso ha evocato il rappresentante dell’Avvocatura dello Stato. Dunque, prima che siano attinte e distribuite e questo ci manda la riflessione alla salute pubblica, determina in questo senso l’orientamento della fattispecie. Destinate dunque, non destinabili, badino. Alberto Alessandri questa mattina ha avuto parole durissime nei confronti di Maggiore. Se ho un appunto da fare sull’arringa di Alberto Alessandri è questo: ha detto che era dottrina e io discuto, non è mai stata dottrina Maggiore. Tuttavia Rocco e Manzini, che dottrina erano seppure con tutti i cavea ideologici che possiamo fare, erano dottrina e tecnicamente e difficilmente superabili, certamente non avrebbero fatto, come ci raccontava Tullio, una norma uguale a distanza di qualche mese. Quando dicono destinate, quando scrivono destinate, scrivono destinate perché voglio usare quel termine, non destinabili, destinabili è una cosa diversa. Non ogni acqua è destinata all’alimentazione umana, non vale l’esempio evocato dall’avvocato Schiesaro: "Ma io posso mettere l’acqua nel desalinatore". No, quello che conta è l’acqua destinata, non destinabile, non con un processo destinabile. Andiamo avanti, sui dati di Müller. Sui dati di Müller, Signori del Tribunale, io sono in grave imbarazzo. Io non posso e non voglio rileggere i numeri. Non prendano questa mia affermazione come iattante nei confronti dei miei contraddittori e poco riguardosa nei loro confronti. Bene, quei numeri li rileggerà il Tribunale, che probabilmente li ha già letti. Li controlli, li verifichi nelle tabelle, nelle tabelle che sono allegate, anche l’ultima memoria che abbiamo depositato il 28 di settembre, li confronti, vedrà cosa sono quei numeri, vedrà se Raccanelli è stato confermato da Müller, vedrà il Tribunale questo. E poi, Signori del Tribunale, il Signor Pubblico Ministero oltre a darmi un saggio invito, perché me lo dà anche il mio medico, di mangiare meno, ha evocato libri di cucina o ricette per dire che i nostri conti sono sballati, cioè che noi assumiamo che troppo poco è il consumo pro capite, perché basta andare nel Cucchiaio d’Oro a vedere la ricetta del libro di cucina della signora Teresa per accorgerci che ben di più sono i quantitativi di cozze, vongole o altra mercanzia di codesto genere. A parte che nella discussione il Signor Pubblico Ministero, probabilmente per risparmiare tempo, ha citato i dati che poi sono giustamente rettificati, ma li ho appena guardati nella produzione che ha fatto ieri alle ore 14 meno dieci minuti, che le ricette per la brava massaia indicano il peso lordo delle cozze, quindi i 375 grammi diventano - è scritto nelle note aggiunte depositate ieri - intorno ai 20 grammi. Ma, vedano, il problema è affatto diverso, completamente, strutturalmente diverso. Qui si tratta di valutare la valenza pericolosa e dunque l’effetto rispetto all’assunzione calcolato in relazione a quei limiti che ci sono stati proposti, che ci sono stati buttati davanti, dunque abbiamo bisogno di un dato statistico circa il consumo e noi abbiamo assunto i dati del Coses, che mi sembrano - chiedo scusa per la superbia di questo giudizio - senza dubbio più rappresentativi e più affidabili del libro di ricette della signora Teresa.

Vedano, Signori del Tribunale, io mi rendo conto che ripeto cose già dette e grave è l’imbarazzo di un difensore perché le repliche, e non voglio mancare di riguardo ai miei contraddittori, dovrebbero essere l’indicazione di argomenti ulteriori atti a smentire o a confutare quello che è stato detto. Ora dipenderà dalla mia debolezza di ingegno e dalla mia scarsa attenzione e non sono stato qui nelle udienze scorse non per mancare di rispetto ma purtroppo avevo altri impegni, ma vi posso assicurare che l’ascolto delle cassette nel soggiorno di casa consente una massima attenzione, salvo qualche problema con i parenti, ma questo è marginale. Io non ho trovato una confutazione con argomenti nuovi, ho trovato la giustapposizione degli argomenti che erano già stati proposti. Ma torniamo al nostro problema della ricetta. Il problema della ricetta è suggestivo, e siamo perfettamente d’accordo, ma manca di un riferimento essenziale. I dati con i quali dobbiamo confrontarci e segnatamente assumiamo quello più severo, quel famoso 1,4 dell’OMS che è in assoluto il più severo e il più rigoroso di tutti, io sono imbarazzato a ridire al Tribunale una cosa che il Tribunale conosce. Questo dato, 1,4 picogrammi è riferito come limite, poi vedremo la funzione di questo limite, ad una assunzione giornaliera costante per la durata di settant’anni a partire dal giorno della nascita, sicché, Signor Pubblico Ministero, il fatto che un giovane possa pesare 40 chili - io credo di non aver mai pesato 40 chili perché sono sempre stato grasso, felicemente grasso - è del tutto irrilevante, come è irrilevante il fatto che per fare una spaghettata di cozze abbia deciso di mangiare molte cozze quel giorno. Il limite è parametrato, è misurato su questo presupposto, l’assunzione giornaliera costante per la durata di settant’anni a partire dal giorno della nascita. Volete il dato dell’OMS? Sia il dato dell’OMS, ma non si possono non assumere allora i dati coerenti. E’ 1,4? Sia 1,4, ma 1,4 per la durata di settant’anni tutti i giorni. Allora chiedo scusa, ma è soltanto... portarci qui un elenco di ricette di cucina per confutare i dati di assunzione media tratti dal Coses perché noi sull’assunzione media dobbiamo fare questa simulazione. Signori del Tribunale, io non voglio far perdere loro tempo ripercorrendo i dati che ho malamente esposto il 13 di luglio, ma che i nostri consulenti avevano bene esposto nella relazione che presentammo il 21 e il 22 di aprile e che sono stati ripresi confutando le osservazioni critiche dei consulenti dell’Accusa Pubblica e Privata, quindi la relazione depositata il 28 di settembre, ma su questo punto io non posso che ricordare che l’assunzione che abbiamo fatto è, come usano dire i tecnici, la più conservativa di quelle immaginabili, cioè abbiamo immaginato in sostanza di considerare un consumatore che mangia per tutti i giorni della sua vita di settant’anni il quantitativo massimo risultante dal Coses, ma badino, Signori del Tribunale, non basta. Abbiamo immaginato che egli mangi soltanto cozze e vongole provenienti dalla zona maggiormente inquinata, cioè quelle che contengono i quantitativi maggiori secondo i valori rilevati da Müller, quel Müller di cui il Signor Pubblico Ministero ci scrisse: "Dei tedeschi bisogna pur fidarsi". Ci si fida o non ci si fida dei tedeschi? Io non mi fido in genere di nessuno in verba magistri, però mi sembrava un ragionamento serio, un’analisi seria quella fatta da Müller. Ma non piacciono i dati dell’OMS? Non piacciono i dati dell’OMS perché rispetto ai dati dell’OMS siamo lontani dall’ipotesi di immaginare un rischio, badino, non un pericolo e non voglio annoiare ulteriormente il Tribunale e me stesso ripercorrendo la distinzione tra rischio e pericolo, comunque siamo neanche all’ipotesi di rischio con l’1,4. Allora si aggira l’ostacolo, ma io non me ne scandalizzo, fa parte del ruolo che hanno il Pubblico Ministero e i miei colleghi di Parte Civile in un processo che dovrebbe essere dialettico, come quello del rito accusatorio, si cerca di parere il colpo e di scegliere un terreno maggiormente favorevole, più profittevole per i propri argomenti e ragioni. Allora torna il buonsenso, il buonsenso con cui tante volte abbiamo avuto a che fare in questo processo, l’inganno del buonsenso. Il buonsenso è Bellarmino, Bellarmino che dice: "Perché, Galileo, tu mi dai prove scientifiche? La Luna, lo vedo, il Sole, lo vedo, girano intorno alla Terra. Che vai cianciando tu?". E va bene, il buonsenso. Il dato concreto.

Allora il discorso rispetto a Seveso. Io posso tentare di rifarlo, l’ho già fatto. Annoio il Tribunale. Rinvio integralmente a quello che è scritto nella relazione del 28 settembre. Mi permetterà però il Tribunale Illustrissimo solo due riferimenti. Siamo sempre in quella ipotesi di lavoro che è meno che congetturale, cioè quella dell’OMS, tutti i giorni per tutti i settant’anni di vita, con un ulteriore aggravamento: solo vongole e cozze che provengano dai canali dell’area industriale, che statisticamente, come loro facilmente immaginano, è non possibile. Tuttavia assumiamo questo dato. Non solo abbiamo preso questo, ma abbiamo aggiunto un dato ulteriormente peggiorativo, che all’interno di quelli prelevati nell’area industriale lo sfortunato consumatore assuma vongole e cozze le maggiormente impregnate di diossine e PCB. Bene, non sto a rifare nessun conto, cioè non ridico i numeri ai quali invece la luce e l’intelligenza di Alessandri ci chiamano. Loro guarderanno a pagina 105 della relazione del 28 settembre, troveranno i numeri e si accorgeranno per l’ennesima volta che l’assunzione giornaliera globale sarebbe compresa tra 10,36 e 13,36 TEC di diossine e PCB, molto al di sotto di quella di Seveso. Ma il professor Vineis ha detto: "No, vi sbagliate, non potete fare questo conto perché nell’ipotesi di Seveso questo quantitativo è stato assunto in un colpo solo e quindi vi dimenticate il problema della esposizione", che è un problema però che forse è sfuggito nella foga argomentativa al professor Vineis che, come vi diceva Alessandri, nel nostro processo originato a Brescia, felicemente concluso in Cassazione con la discussione di Alessandri, ogni tanto si confonde, evidentemente, succede a tutti, perché c’è il problema dell’emivita delle diossine. Le diossine hanno una emivita lunghissima e quindi coloro che furono colpiti dalla esposizione delle diossine di Seveso hanno quelle diossine ancora dentro di sé e non hanno avuto nessuna di quelle conseguenze, quindi nella peggiore situazione congetturata l’assunzione giornaliera di diossine e PCB è inferiore, è di gran lunga inferiore, a quella che dimostratamente non ha causato alcun effetto tossico sull’uomo. Con questo, se non mi inganno, ho finito le mie piccolissime osservazioni alle critiche che sulla parte che mi riguardava mi ha fatto il Signor Pubblico Ministero. L’avvocato Boscolo Rizzo ha detto una cosa sulla quale sono totalmente d’accordo, che il bene giuridico protetto dall’articolo 439 è la vita e il 440 invece ha di mira, diciamo così, la salute intesa come malattia, come protezione dalla malattia. Però la malattia - e qui dissento dalla collega Boscolo Rizzo - non è il disagio, perché se vale quel riferimento bene - vita, bene - malattia, cioè 439 da un lato, 589 dall’altro, 440-590, uso le forme colpose perché poi nel nostro caso ci sono contestate a titolo di colpa, allora l’implicazione necessaria non può che essere che la malattia è quella rilevante ex articolo 590. E con questo mi sembra di aver concluso. Un maggior tempo impiegherò nel fare - se mi permette la battuta - quattro chiacchiere con l’avvocato Schiesaro. L’avvocato Schiesaro ha sostanzialmente attaccato l’argomento di petto, l’argomento riguardava rischio, pericolo e dintorni, e sostanzialmente vi ha detto: "No, no, Mucciarelli va cianciando, cerca di stendere una cortina fumogena, il problema si risolve facilmente, il superamento dei limiti equivale a pericolo, cioè al determinarsi di una situazione di pericolo". Quando io supero un limite, un limite di soglia, un limite di tollerabilità, chiamatelo come meglio vi pare, integro una situazione di pericolo, badino, non di rischio, di pericolo. Io, Signori del Tribunale, però non so come fare a dirlo senza ripeterlo perché anche qui Schiesaro, salvo poi un paio di passaggi che vedremo nel dettaglio, non è che argomenti molto. Ridice quello che aveva detto e non replica.., chiedo scusa, varranno niente, alle mie osservazioni. Sul dato sistematico, per esempio, che secondo me è di immediata evidenza, non ho sentito una confutazione perché, vedano, Signori del Tribunale, se fosse vera questa ricostruzione qualcuno mi dovrebbe spiegare cosa ci stanno a fare i reati di comune pericolo nel nostro ordinamento o, viceversa, cosa ci stanno a fare le contravvenzioni, cioè quei casi nei quali c’è il superamento del limite ex se sanzionato penalmente, situazione che è diffusissima in tutta la normativa ambientale.

Su questo punto io sono francamente, vivamente imbarazzato, l’accertamento di una situazione di pericolo non si esaurisce nell’accertamento del superamento del limite e neppure nell’entità del superamento del limite, perché su questo un pochino Schiesaro, che è astuto, cerca di spostare l’attenzione dicendo: "Beh, ma se il superamento del limite è altissimo, allora vorrà dire che si integra una situazione di pericolo". Le situazioni sono affatto diverse, non c’è una possibilità di confusione su questo punto. Direi che lo stesso esempio che dal punto di vista normativo ha suggerito l’avvocato Schiesaro finisce a ben vedere per confermare quello che modestamente avevo cercato di dire. E’ sempre un po’ il discorso che faceva Padovani prima, quando hai un interlocutore che ti incalza poi vai a cercare meglio le cose. Il collega Schiesaro ha affrontato l’argomento di petto e sostanzialmente ha detto: "Beh, prendiamo indiscutibilmente il D.P.R. 236 dell’88, che è attuazione di una direttiva CEE in materia di qualità di acque destinate al consumo umano". Secondo me l’evocazione di questa normativa è per un verso eccentrica completamente rispetto al nostro processo, per altro verso invece illuminante. In questo senso: eccentrica perché l’articolo 2 che delimita e designa il campo di applicazione del D.P.R. 236 rende certi che questa normativa è completamente fuori gioco rispetto alla vicenda processuale che ci occupa e per l’altro verso consente un’ulteriore conferma dell’interpretazione degli articolo 439 e 440 nel senso che dicevo di anzi. Perché, veda il Tribunale Illustrissimo, l’articolo 2 di questo D.P.R. dice più o meno questo: "Per acque destinate al consumo umano si intendono tutte le acque, qualunque ne sia l’origine, allo stato in cui si trovano o dopo trattamento, che siano: a) fornite al consumo, b) ovvero utilizzate da imprese alimentari mediante incorporazione o contatti per la fabbricazione, il trattamento, la conservazione, l’immissione sul mercato di prodotti e sostanze destinate al consumo umano e che possano avere conseguenze per la salubrità del prodotto alimentare finale; restano escluse dal campo di applicazione del presente decreto le acque minerali e termali", l’ho letta tutta se no il dottor Casson amabilmente non può più replicarmi ma poi mi tira le orecchie e dice: "Non l’ha letto tutto". Ho letto tutto l’articolo 2. Allora, dall’articolo 2 che cosa possiamo non dico spremere, ma ricavare per immediata evidenza che qui si parla di acque fornite al consumo, cioè, se non mi inganno, secondo la vecchia dottrina civilistica già specificate, sono già nel secchio, oppure che vanno a finire ad allungare la marmellata di un mercante non troppo onesto, cioè in una sostanza sicuramente destinata all’alimentazione. Quindi cosa tutta affatto diversa dalle acque di prima, seconda, terza, quinta, sesta falda. Qui ciò che rileva è la valutazione delle acque che sono già destinate, fornite per il consumo, non destinabili, ricordano quello da cui ho principiato. Quindi l’esempio della desalinazione è eccentrico perché parlerebbe di acque che sono destinabili, non fornite. Ma il discorso da cui ho preso le mosse adesso atteneva - e mi scuso per questa divagazione ma l’avevo anticipata - ad una particolare impostazione che ha dato il collega Schiesaro, cioè superato il limite siamo in una situazione di pericolo, il pericolo si è realizzato. A parte che a tutto concedere sarebbe una situazione di rischio e c’è differenza, e su questo non torno perché su questo nessuno mi ha replicato, probabilmente era talmente stupida la mia distinzione che non meritava di essere presa in considerazione, ma io l’ho offerta alla riflessione del Tribunale e tanto mi basta; allora l’assunto è: se si supera il limite c’è pericolo, c’è pericolo per l’incolumità pubblica e superare un limite - ingiustamente questo ha scelto Schiesaro - di una normativa che concerne le acque che sono fornite per l’alimentazione, vuol dire le acque che stanno nell’acquedotto, è la cosa che è più vicina all’esposizione a pericolo. Bene, l’articolo 17. L’articolo 17 parla di deroghe e c’è qualche cosa di interessante. "Deroghe al presente decreto possono essere disposte dalla Regione competente nelle seguenti circostanze: situazioni relative alla natura e alla struttura dei terreni dell’area della quale è tributaria la risorsa idrica; situazioni relative a circostanze meteorologiche eccezionali". Va beh, questi sono i casi presupposti. Quello che mi interessa è la clausola che segue: "In nessun caso le deroghe di cui al comma 1 - quelle che vi ho letto di anzi - possono riguardare i fattori tossici e microbiologici né comportare un rischio per la salute pubblica". Va avanti: "In caso di grave emergenza idrica, ove l’approvvigionamento di acqua non possa essere assicurato in nessun altro modo, può essere disposta la deroga alle concentrazioni massime stabilite dal presente decreto nell’allegato 1". Allora, qui si tratta, ripeto, di acque fornite per l’alimentazione umana, quelle che stanno già nell’acquedotto, i cui limiti possono essere derogati con provvedimento della Regione. Qual è - perdonatemi la battuta - il calembour involontario, qual è il limite che limita il potere della Regione di derogare i limiti normativi contenuti nell’allegato primo di codesto decreto presidenziale? Il fatto che questa deroga non può comportare un rischio per la salute pubblica. Ora, se io mal non intendo la lingua italiana e quel po’ di logica che riesco ancora a intendere, vuol dire che il superamento dei limiti contenuti nell’allegato primo, nelle tabelle presenti nell’allegato primo, non comportano il superamento di quei limiti, perciò solo l’esposizione al rischio per la salute pubblica perché se no non avrebbe senso comune porre come limite al potere di deroga delle Regioni quello che vi ho letto, cioè comportare un rischio per la salute pubblica. Badino, Signori del Tribunale, di rischio si parla, non di pericolo. Per il resto con infinita superbia non posso che richiamare quello che malamente dissi parlando, appunto, di questa situazione, cioè della differenza proprio strutturale, non altrimenti... non so come fare a dirlo, incommensurabile, non vorrei usare il termine ontologico che mal si adatta secondo me alle vicende del diritto positivo tra il superamento di un limite e il determinarsi di una situazione di pericolo, sono due concetti completamente diversi. Ho ancora qualche annotazione rispetto alle osservazioni critiche dell’avvocato Schiesaro, che sono quelle che maggiormente ovviamente mi hanno stimolato e portato a organizzare delle malaccorte repliche. Acqua di falda, acqua potabile, acqua destinata all’alimentazione umana.

Riprendo l’argomento del destinato, so che poi ne parlerà l’avvocato Franchini che nella nostra divisione del lavoro si occuperà specificamente di questo. Però voglio rilevare una cosa ancora: destinata all’alimentazione, è una apposizione specificativa che accede tanto alle sostanze destinate all’alimentazione umana quanto alle acque. Diversamente non avrebbe senso perché qui il bene protetto è la salute pubblica, se le acque non sono destinate - destinate, non destinabili - all’alimentazione umana non ha senso la norma. Due osservazioni. Il collega Schiesaro ci ha parlato della sentenza 07/03/2000, ricorrente Melloni, dove si fa un cenno al superamento dei limiti e all’integrazione automatica dei reati degli articolo 439 e 440 rispetto alle acque, ma lì si parlava di acque già destinate all’alimentazione umana, di acque potabili. Noi in questa situazione non ci siamo mai stati, l’acribia investigativa del Pubblico Ministero non ci ha mai detto che avevamo messo delle sostanze tossiche o nocive dentro l’acquedotto. Non è andato oltre la falda, bontà sua. Quindi l’evocazione di quella sentenza è eccentrica, ma se quel principio vale, allora permettetemi di osservare che nei pesci, cioè in sostanze sicuramente destinate all’alimentazione umana, il superamento non c’è mai stato perché rispetto ai limiti per l’assunzione della singola sostanza alimentare noi questo limite non l’abbiamo mai superato. I limiti sono quelli delle acque potabili, ma noi non abbiamo acque potabili, ripeto, le acque potabili sono quelle che stanno dentro l’acquedotto, quelle fornite per il consumo, come dice il D.P.R. 236, non quelle destinabili, neppure quelle destinate, perché forse a voler essere particolarmente precisi si potrebbe istituire un’ulteriore distinzione.

Concludo le osservazioni che mi sono state, come dire?, stimolate dalle critiche di Schiesaro con un commento alle sentenze che ho letto nella memoria scritta. E’ un discorso sul quale in maniera assolutamente conclusiva ha parlato Alessandri. Permettetemi di fare una glossa che spero non guasti a quanto è stato così ben detto questa mattina. Si discetta della questione non solo del Giudice peritus peritorum, ma anche del fatto che qualsiasi mezzo di prova può essere adeguatamente impiegato, siamo in materia di inquinamento, di problemi relativi all’avvelenamento e alla adulterazione delle acque. Leggo testualmente, così evitiamo che ci siamo fraintendimenti perché magari ho fatto una sintesi malaccorta. "Per tale via la Corte di Cassazione ha affermato facendo applicazione di un noto principio da tempo acquisito alla scienza processuale penalistica quanto così massimato: ‘La fede nella scienza non può sovrapporsi al fondamentale principio della libertà di apprezzamento delle prove che assegna al Giudice il ruolo di peritus peritorum. Ben può pertanto il Giudice con motivazione adeguata e rigorosamente logica confutare e disattendere i risultati di un accertamento peritale dando così ragione della decisione adottata’". Seguono gli estremi della sentenza e segue - sempre virgolettato - il riferimento alla fattispecie che è sempre, come dire?, istruttivo perché il dictum della massima talvolta è buono per ogni situazione, è la ratio decidendi che importa. Segue, appunto, quello che ora vi leggo: "Fattispecie in tema di reato di cui agli articoli 440 e 452 - il caso nostro - nella quale è stato ritenuto legittimo il giudizio espresso dai Giudice di merito sul difetto di fondamento scientifico di una relazione dell’ufficiale sanitario volta a dimostrare l’inquinamento di una sorgente di acqua potabile già in epoca precedente all’entrata in funzione di una vasca asettica del fabbricato degli imputati chiamati a rispondere del reato in questione. Essendo stata giudicata priva di ogni supporto giustificativo - qui c’è una ripetizione ma permettiamola, Suprema Corte - prima di ogni supporto giustificativo la suddetta relazione in quanto non preceduta da esami chimici necessari all’accertamento della presenza di quei composti organici e inorganici responsabili della denunciata alterazione". Dunque è proprio in omaggio alla fede nella scienza che i Giudice di merito si discostarono da una malfatta consulenza tecnica o relazione peritale, è proprio in omaggio ai canoni della scienza che la Suprema Corte di Cassazione ha detto: "Bene avete fatto a disattendere perché questo perito si vede che non aveva pensato che prima di affermare alcune cose qualche esame chimico era pur necessario farlo". Quindi questa sentenza proprio nel riaffermare il primato del Giudice nella valutazione limita, vincola questo potere all’obbligo di motivazione, che è quello, appunto, del parametro della scienza.

Ancora un passaggio sempre tratto dai riferimenti giurisprudenziali del collega Schiesaro, in cui si parla di possibilità di fondare il giudizio di pericolosità su parametri normativi - ma, attenzione, va avanti non si ferma lì - tutte le volte in cui esistesse una disposizione di legge o di regolamento che riconoscesse una specifica pericolosità intesa come attitudine a ledere la salute. Attitudine in diritto penale vuol dire idoneità, che è quanto deve essere accertato, l’idoneità, la capacità di esporre a pericolo, il discorso della camicia rossa e dintorni. Non tema il Tribunale, ho tra pochi minuti finito. Il professor Marcello Gallo, l’ho riveduto volentieri nella cassetta, lo conobbi moltissimi anni fa, è il padre del principio di offensività nella nostra dottrina, se mi permettono, con molto rispetto è il nonno del realismo nel diritto penale, è colui che per primo ha cercato di staccare l’offensività della tipicità, cercando di farne due categorie diverse, autonome. E infatti vi ha parlato dell’articolo 49 del Codice Penale, che è il caposaldo della sua teorica. E dunque vi ha parlato, ma un po’ più sommessamente, e non poteva essere diversamente, dell’accertamento necessario anche nei reati di pericolo che nella forma dei reati di pericolo in astratto o pericolo presunto proprio Marcello Gallo giudicava al limite spesso superato della costituzionalità e diceva - e ha scritto, e lo ricordava Alessandri questa mattina - che in quell’accertamento, in quell’esigenza di accertamento della pericolosità in concreto stava l’unica possibilità di far sopravvivere nel nostro ordinamento i reati di pericolo e segnatamente quelli di pericolo in astratto, perché affezionato come era alla teoria della offensività, al primato dell’offensività come qualche cosa di esterno alla tipicità, non poteva che essere così. E c’è qualche paradosso perché il tipo di accertamento che reclamava Gallo era ben più pregnante di quello che io, poveretto, vi ho raccontato a luglio circa il colore rosso della camicia nel mio esempio. Sono i casi della vita. E allora ecco ritrarsi sull’articolo 439 una scelta di comodo su una macro fattispecie dai contorni distinti, eccellente per scorciatoie probatorie, il diritto penale è diritto di garanzia. E badino, Signori del Tribunale, io credo alle garanzie del diritto penale sostanziale, questa è la vecchia tesi che aveva List, nel diritto penale la norma incriminatrice... è l’esatta determinazione fatta dalla norma incriminatrice che mi garantisce, non è il timbro di gomma o il timbro sigillo del dottor Carnevale. Allora i parametri del 439, la sostanza infusa deve essere pericolosa, deve essere cioè idonea e la pista è quella dell’articolo 56. Ma l’idoneità di una sostanza ad essere pericolosa, cioè ad esporre a pericolo l’incolumità sia nella forma quando il bene è la vita sia quando sa la malattia è funzione della sua quantità e della sua disponibilità. Mi permettete un esempio banale e volgare quale si conviene ad un tipo come me? Secondo voi, Signori del Tribunale, sarebbe un tentativo idoneo la somministrazione di un microgrammo di arsenico? Se il mio sogno di liberarmi da mia moglie potessi realizzarlo mettendo un microgrammo di arsenico, quindi con piena e diretta volontà omicida, nella tazza del tè voi direste che questo tentativo è idoneo? Se un consulente tecnico vi dicesse che quella sostanza, quella che si crea dalla fusione del tè con il microgrammo di arsenico è del tutto inidonea allo scopo direste di no e il professor Marcello Gallo direbbe di no perché direbbe: "Non c’è offensività nella tua condotta, caro Mucciarelli". Io direi che il tentativo non è idoneo perché non è tipico, più modestamente direi io, perché credo nel canone della legalità, del principio di legalità, essendo allievo di Pedrazzi e Marinucci e perché, consentitemi di dirvi, il principio di offensività io non lo trovo in nessuna norma e quando non trovo le cose scritte nelle norme ho una maledetta paura perché il diritto penale mette in pericolo, bene o male, un bene di valenza costituzionale che è la libertà personale. Allora l’accertamento va fatto sul pericolo, come va fatto sul colore di quella camicia. Lì stiamo e di lì non ci siamo mossi e nessuno mi ha detto che non si deve controllare il colore della camicia, facile o difficile che sia questo accertamento. Perdonerete la polemica, ma guardate i numeri delle nostre consulenze tecniche, li controllate e mi direte se la camicia è rossa o no. E il pericolo. Avvelena, dice l’articolo 439 sul quale sembra rifugiarsi con una scelta abile, astuta, la Parte Civile, avvelena. Ma avvelena cosa vuol dire? Vuol dire che rende la sostanza nella quale è stata infusa la sostanza "tossica" o nociva, la rende a sua volta velenosa. Io mi sono permesso di dire a luglio, e nessuno su questo mi ha fatto nessuna critica, ha giustapposto al massimo gli argomenti che abbiamo detto prima, una specie di doppio elemento, di doppio estremo della fattispecie, una condotta di infusione alla quale segue una situazione nella quale la sostanza, nella quale è stata infusa la sostanza, è divenuta sostanza pericolosa, sostanza velenosa. Quindi capace di esporre a pericolo il bene - vita, 439. Qui tutto si chiude, l’avvocato Boscolo Rizzo dice giustamente che il 439 ha come riferimento, come scenario di fondo il bene - vita e come abbiamo visto nelle sentenze richiamate dall’avvocato Schiesaro l’accertamento sulla generica pericolosità va fatto. Proprio perché non è stato fatto o è stato fatto male la Corte di Cassazione enuncia, ribadisce quel principio. Ma non sulla sostanza di partenza, non sul microgrammo di arsenico che ho messo nel tè sperando che mia moglie beva il tè; è su cosa risulta di quel tè più quel microgrammo.

Ho veramente quasi finito. Un’ultima cosa vorrei chiedere, sottoporre all’intelligenza del Tribunale che fin qui pazientemente mi ha ascoltato. Secondo le tesi dell’Accusa Pubblica e Privata ci sono stati più di trent’anni di esposizione a pericolo, un pericolo straordinario, un quadro dipinto a tinte fosche, un’anticamera di un inferno dantesco o forse neanche un’anticamera, ma questa trentennale esposizione, l’assunzione di sostanze alimentari tanto gravemente compromesse non si è consolidata in un danno. So bene che nessuno dei reati di cui discettiamo sono reati di danno, ma faccio un discorso paradossale e affatto diverso: trent’anni di esposizione, dopo che ci hanno detto con le ricette della signora Teresa che quelle quantità.., dopo quello che ci hanno raccontato i consulenti del Pubblico Ministero, non ci sarebbe stato un consolidarsi di questo pericolo in un danno, no, questo non è avvenuto. Né il Pubblico Ministero né le Parti Civili hanno qui presentato anche un solo caso in questo senso. E non posso credere che siano mancati acribia e diligenza, passione di indagine e acume investigativo al Pubblico Ministero, eppure non c’è stato un caso in questo senso. Allora questi trent’anni di esposizione ad un così grande pericolo non si sono mai consolidati in un danno. E allora questa esposizione che non si consolida in un danno forse non era tanto pericolosa, forse non era tanto rischiosa, non era, per fortuna, e non è pericolosa e non è rischiosa. Con questo ho finito. Chiedo ovviamente le.., confermo le conclusioni dello scorso luglio e davvero ringrazio chi mi ha ascoltato per tanto tempo e buon lavoro.

 

Presidente: ringrazio l’avvocato. Chi prende la parola? L’avvocato Baccaredda.

 

AVVOCATO BACCAREDDA

 

Avvocato Baccaredda: Signori Giudici, ovviamente il mio imbarazzo è accresciuto rispetto al momento in cui ha preso la parola l’avvocato Mucciarelli dopo la caratura degli interventi che mi hanno preceduto, ma è tardi e devo vincere questo imbarazzo. Dico subito che la mia breve replica conserverà toni e mezzi di espressione che hanno contraddistinto il mio primo intervento e sarà diretta a mantenere una correttezza e un rispetto non solo formali della controparte perché fa parte del mio modo di esporre e perché sono convinto che faccia parte del modo di pensare e di apprezzare di questo Tribunale. Replica che, intendiamoci, sarà dura e determinata. Non parlerò della insolenza nei confronti della Difesa degli imputati, ne ha parlato già il professor Alessandri; devo però soltanto sottolineare che l’insolenza nei confronti della Difesa degli imputati, la ricerca della tensione, cerca di mascherare un dato di fatto inoppugnabile: l’assenza di validi argomenti per superare dialetticamente la tesi difensiva. Detto ciò ed entrando nello specifico argomento da me trattato, i comportamenti di Montedison, io credo che le repliche dell’Accusa Pubblica e Privata in tema specifico di violazioni concrete del dovere di diligenza, di omissioni concrete delle regole delle misure precauzionali abbiano sortito un plurimo effetto positivo per il lavoro di questa Difesa, una conferma della fondatezza delle tesi difensive esposte. Innanzitutto nel tentativo di cogliere a tutti i costi un aspetto di rilevanza penale del comportamento degli imputati le accuse privata e pubblica hanno cercato di dilatare al di là di ogni ragionevolezza i contorni contenuti delle fattispecie giuridiche contestate. Ne ha parlato già il professor Padovani, io voglio soltanto dire che così l’avvocato Manderino contro il principio di legalità e tassatività ha sostenuto che praticamente tutti i comportamenti contestati nel capo di imputazione dal Pubblico Ministero siano idonei a integrare la violazione di cui all’articolo 437 Codice Penale. In altri termini la ipotizzata mancata informativa ai dipendenti si potrebbe ricomprendere nelle omissioni di collocamento di impianti, di apparecchi o segnali destinati a prevenire i disastri. Ancora l’avvocato Vassallo ha a lungo parlato del concetto di migliore tecnologia disponibile alla luce della sentenza a tutti nota della Corte Costituzionale del ‘96, ha detto che questa coincide con la migliore tecnologia disponibile all’interno del settore di produzione, ma non ha letto il disposto della Corte Costituzionale che è quello e che non può essere cambiato, il parametro in tema di migliore tecnologia disponibile sono le applicazioni generalmente praticate e questo vale nonostante ogni sforzo esegetico del legale della Regione in senso contrario. Ma ancora, e vengo adesso proprio in specifico all’oggetto del mio intervento, il Pubblico Ministero e la Parte Civile non hanno contestato il materiale probatorio raccolto e allegato al testo dell’intervento di questa Difesa sui comportamenti di Montedison. Nessuna risultanza processuale, nessun documento è stato contestato. E non poteva essere altrimenti, questa Difesa aveva depositato carta per carta tutti i documenti che costituivano il supporto testimoniale e documentale delle proprie affermazioni, 440 fonti testimoniali e documentali a supporto del fatto che il risanamento degli impianti di CVM fu completato nel ‘77 con le colonne di strippaggio, a supporto del fatto che gli impianti, non solo quelli di CVM e PVC, furono rivoltati come un calzino in quegli anni. La documentazione prodotta è la prova lampante dell’assenza di colpa degli attuali imputati, ma è anche un indice di atteggiamento processuale che dovrà essere considerato da voi, un atteggiamento processuale in antitesi con quello tenuto dal Pubblico Ministero che ha costruito la sua requisitoria in parte su documenti mai prodotti e comunque ignoti a queste difese.

Il Tribunale oggi sa perfettamente che l’arringa in fatto di questa Difesa è supportata da documenti e testimonianze in atti, ci sono tutti i richiami. Il discorso non vale per l’Accusa. Ma in più il Tribunale deve sapere che molti documenti utilizzati, scanditi più volte dall’Accusa, alcuni prodotti, altri no, dicono l’esatto contrario di quanto i loro utilizzatori sostengono. Già si è detto in sede di discussione a proposito del faldone 102, si è detto reiteratamente dal P.M., dall’Avvocato dello Stato e dal consulente Coccheo che Montedison a fine ‘73 preferiva proteggere con i gascromatografi l’impianto di neutralizzazione piuttosto che l’ambiente di lavoro dei reparti di PVC, circostanza molto grave se provata, ma circostanza risultata palesemente inveritiera. L’Accusa ha utilizzato un documento della fine del ‘73 che parlava soltanto dell’impianto di neutralizzazione, ma non parlava dei gascromatografi, quindi un documento che non c’entrava niente con i gascromatografi, e a questo documento ne è stato unito un altro che parlava del gascromatografo in tale impianto di neutralizzazione, ma quest’ultimo documento era allegato ad un bollettino del ‘77, era un documento posteriore. E ancora l’Accusa non ha tenuto in alcun conto che i primi documenti che nello stesso faldone 102 parlano di gascromatografo nell’impianto di neutralizzazione sono del ‘75, della stessa epoca in cui funzionavano regolarmente tutti i gascromatografi dei reparti di PVC. Queste circostanze sono state documentate nella mia discussione e l’Accusa cosa ha detto in replica? L’Avvocato dello Stato ha depositato due memorie tecniche sul faldone 102 in replica, ma nelle memoria non ha detto più nulla sul punto specifico, silenzio totale, e non avrebbe potuto dire nulla. Ma ancora mi preme evidenziare che anche un altro documento d’accusa è sconfessato e smentito da questa necessariamente parziale verifica. Il P.M. aveva sostenuto che il ricatto occupazionale che i Sindacati avrebbero subìto da Cefis e da Montedison.., aveva sostenuto questo ricatto che i Sindacati avrebbero subìto da Cefis e Montedison e che avrebbe influito sulle condizioni ambientali dei reparti, il che avrebbe spiegato l’ipotesi di un calo di tensione e di risultati in materia di risanamenti impianti e avrebbe spiegato una sorta di omertà dei Sindacati nel difendere il loro operato davanti al Tribunale. Il P.M. ha citato ripetutamente l’intervista di Lama alla Repubblica del 24 gennaio ‘78, che mai ha prodotto, intitolata "I sacrifici che chiediamo agli operai". Vedrà il Tribunale che il P.M. aveva ragione a non produrre il documento, vedrà - ecco questo documento della Repubblica, un’intervista di Scalfari - il Tribunale che i sacrifici che Lama chiedeva ai lavoratori per combattere la disoccupazione erano di carattere esclusivamente economico. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco di tre anni di durata dei contratti collettivi. L’intero meccanismo della cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Si parla di occupazione, di salario, di mobilità, di cassa integrazione, è un discorso esclusivamente di politica salariale che non incide neanche in un passo, in una virgola sull’ambiente e sulla sicurezza. Ecco che l’intervista di Lama è stata totalmente fraintesa e non c’è stato nessun ricatto occupazionale e soprattutto nessun calo di tensione in tema di igiene e di sicurezza del lavoro, che è l’oggetto di questo processo. La riprova è nelle carte prodotte da questa Difesa, le carte sindacali, che dimostrano che il Sindacato di Marghera non ha arretrato di un passo nella tutela dell’igiene del lavoro. Il P.M. non ha contestato - e non avrebbe potuto farlo - che a fronte dell’asserito ricatto occupazionale che avrebbero subìto i Sindacati nel ‘78 ci sono nel nostro processo documenti sindacali del ’78 - ’79 - ‘80 e via dicendo che testimoniano il continuo impegno a 360 gradi di Commissione Ambiente, Consiglio di Fabbrica, assemblee di reparto e Fulc. Ricordate l’appunto del 23/10/79 della Commissione Ambiente, ricordate che si dice che nel luglio ‘78 sono state presentate richieste per un risanamento proprio del reparto CV6 sotto il profilo della polverosità e della rumorosità, che è stato formalizzato un piano di risanamento dall’azienda, che però non viene ritenuto sufficiente. Il Sindacato giustamente chiede di più e lo otterrà. L’attivismo del Sindacato persiste dopo il ‘78, il Sindacato non subisce alcun ricatto occupazionale da Montedison. Ma ancora, in replica l’Accusa ha insistito per sostenere l’importanza della crisi economica di Montedison per i riflessi che avrebbe avuto questa crisi sulla politica di risanamento. Fatto sta che anche qui i documenti sono fondamentali, Signori Giudici, nonostante la crisi ripetutamente evidenziati il piano di risanamento dei reparti dal CVM si è concluso nel ‘77 con le colonne di strippaggio e nel ‘78, 1978, è partito il piano di risanamento per la rumorosità e polverosità dei reparti. Senza alcuna soluzione di continuità avviene il risanamento dei reparti di Montedison nonostante le difficoltà economiche, la crisi non ha obiettivamente contato per quanto riguarda l’ambiente e la sicurezza. In realtà la visione storica che dà l’Accusa dei fatti è incompleta e fuorviante e continua anche oggi a far risaltare il comportamento degli imputati Montedison alla luce del parametro valutativo dei giorni d’oggi. "Sembra di essere nel 2000" ha detto il P.M.. Eppure questo è un processo storico, Signori Giudici, eppure la Difesa di Montedison non può prescindere da una corretta lettura della storia. In sintesi l’Accusa non tiene conto degli incredibili ostacoli che gli imputati hanno dovuto superare in quegli anni, non tiene conto che hanno dovuto superare le condizioni disastrose degli anni Sessanta, non tiene conto delle difficoltà di intervenire su un problema CVM esploso di colpo, non tiene conto dell’assenza della legislazione e dell’Autorità pubblica di controllo. Non tiene conto di altri problemi storici, certamente della crisi economica, certamente del terrorismo di quegli anni e non tenendo conto di tutto ciò mortifica l’eccezionalità del contributo degli attuali imputati sulla strada del risanamento. Ancora, l’Accusa non ha in alcuna maniera affermato che i documenti e le testimonianze prodotti da questa Difesa sono stati utilizzati e citati a sproposito, non ha criticato l’interpretazione delle carte effettuata da questo difensore. E’ stata diversa la strategia dell’Accusa, l’Accusa ha percorso un’altra strada, quella di riproporre su questo campo le sue argomentazioni di discussione in chiave più o meno sintetica senza tenere conto di quella che è stata la ricostruzione difensiva, senza tenere conto soprattutto dei documenti di sostegno, come se nulla fosse. Il Pubblico Ministero ha continuato a dire che la scheda di sicurezza di Montedison del ‘67 non conteneva l’indicazione precisa dei pericoli cui i lavoratori degli impianti CVM e PVC erano esposti, ma questa Difesa aveva già evidenziato come l’enciclopedia Chemical Technology di Kirer e Otmer, edizioni degli anni Cinquanta, del ‘64, tutta la letteratura scientifica dell’epoca diceva che in quegli anni il cloruro di vinile era relativamente non tossico e in grandi concentrazioni provocava capogiro e disorientamento, quello che era scritto nella scheda di Montedison. Come se nulla fosse. L’Accusa si è affidata anziché a quello che scriveva e diceva la comunità scientifica internazionale in quegli anni sulla bassa tossicità del CVM ad alcuni studi sulla tossicità acuta, per nulla rilevanti. E poi ci si meraviglia del fatto che l’ingegner Cella avesse detto che in quegli anni gli impianti erano stati costruiti per trattare l’esplosivo. In quegli anni il pericolo ricollegabile all’emissione dei vapori di CVM era l’esplosività e correttamente ai sensi dell’articolo 20 D.P.R. ‘56 dell’articolo 236 D.P.R. ‘55 prima di entrare in autoclave si metteva l’esplosimetro. Ricordiamoci, Signori Giudici, che pure il dottor Torkelson della Dow Chemical nel documento citato dal Pubblico Ministero del 23/03/73 dava conferma che a quell’epoca, nel ‘73, la sua società - la Dow Chemical - utilizzava ancora il CVM come propellente spray, come se nulla fosse. Il P.M. ha ancora una volta sostenuto il non rispetto dei limiti di esposizione sollecitati da organizzazioni internazionali. Eppure sulla base dei documenti dell’epoca questa Difesa ha dimostrato che Montedison - Marghera nelle prime rilevazioni ambientali degli anni Settanta utilizzava come parametro il limite sealing di 500 PPM voluto dalla CGH. Abbiamo fatto vedere, abbiamo prodotto il frontespizio dei bollettini di misurazione delle concentrazioni di CVM del ‘73, altro che limite sconosciuto il limite 500 sealing di Montedison, e che il comportamento di Montedison fosse più che diligente è ulteriormente provato dalla contemporanea pubblicazione del professor Foà su Sapere dell’agosto ‘73, stessa epoca, dei MAC dell’industria. Viene allegata una tabella dei MAC adottati dal laboratorio igiene industriale della clinica del lavoro di Milano, l’Università, e si dice per il CVM sealing 1.300 milligrammi/metro cubo, che vuol dire sealing 500 PPM. Come Montedison, anzi, con minore rigore di Montedison perché Montedison - Marghera prima dell’aprile ‘74, ben prima, si atteneva ai 200 PPM perché questo era il limite che era stato fatto proprio dalla CGH. Abbiamo prodotto la documentazione. Dopo l’aprile ‘74 ci si atteneva ai 50 PPM indicati dal Ministro del Lavoro e dall’O.S.H.A. e nel ‘75 ci si era programmati per raggiungere il limite 1 PPM per il primo aprile ‘76. Questo era lo stesso limite programmato dall’O.S.H.A.. Ha sbagliato il Pubblico Ministero quando ha sostenuto che il limite dell’O.S.H.A. sarebbe entrato in vigore nel ‘74, è entrato in vigore nel ‘76, come per Montedison, e il limite di 1 PPM è stato ampiamente raggiunto da Montedison. Come se nulla fosse. Il Pubblico Ministero è tornato a parlare di impianti vecchi e a chiudere con il CV6, dimenticando quello che su tale reparto ha detto persino Gabriele Bortolozzo, il primo accusatore di questo processo, dimenticando che lo stesso Gabriele Bortolozzo sempre nella famosa lettera dell’83 ha denunciato, sì, le condizioni disastrose dei reparti, ma prima del ‘70, prima del ‘70 erano disastrose, fuori da questo processo. Ma non importa, il P.M. ha parlato lo stesso di valvole tenute e pompe vecchie, ancora una volta equivocando su un concetto fondamentale per interpretare l’articolo 2087 del Codice Civile: se la migliore tecnologia diffusa nel settore di produzione di PVC era rappresentata nel ‘74 dalle doppie tenute che erano già in commercio da sei o vogliamo dire da otto o dieci anni, l’imprenditore non era obbligato per ciò solo a innovare, a inventare qualcosa di nuovo. Le doppie tenute, già in commercio, erano il meglio che la tecnologia offriva. Come se nulla fosse. Il P.M. ha voluto sottolineare che non fu la Fulc a richiedere lo spostamento dei lavoratori con indici epatici alterati dai reparti risanati, ma furono i medici di Padova. Corretto, ma il P.M. non ha tenuto conto della presa di posizione manichea del professor Saia, posizione contestata ferocemente dai Sindacati che pretendevano una giustificazione degli spostamenti motivata caso per caso. E poi il P.M. ha aggiunto ancora che il professor Foà era d’accordo per lo spostamento, ma in relazione medica di Foà al convegno di Roma del luglio ‘77 dice il contrario, dice: "Negli impianti già risanati è meglio non effettuare alcun trasferimento proprio per tutelare la salute dell’operaio con indici epatici alterati", Foà è contro Saia. Come se nulla fosse. L’avvocato Manderino, come altri difensori di Parte Civile, ha detto che tutti gli addebiti dell’accusa di colpa sono stati provati, senza misurarsi con le prove della diligenza di Montedison, con quella massa imponente di carte che è dietro di voi. In specifico l’avvocato Manderino ha detto, però, che al CV6 si entrava in autoclave per la pulizia nel 1989, non considerando le procedure del ‘77 che escludevano l’entrata in autoclave, ma non considerando le decine di testi anche di accusa che hanno definito la procedura che definitivamente ha consentito al lavoratore di effettuare la pulizia totalmente dall’esterno. Come se nulla fosse. L’avvocato Vassallo dalla premessa non contestata che molte società concorrenti di Montedison usavano il gascromatografo mono terminale ha dedotto che Montedison non rispettava la migliore tecnologia disponibile sul mercato, ma dimenticando proprio quello che era lo stato della tecnologia, dimenticando in specifico qual era l’alternativa in quegli anni, come si presentava e veniva commercializzato il mono terminale, uno per reparto, e come nasceva il multi terminale realizzato a Marghera dai tecnici di Montedison proprio per superare le maggiori carenze e imprecisioni di tale strumento, dimenticando il raffronto concreto tra i due sistemi, così come si presentavano in quegli anni, raffronto rievocato dal teste Alongi e riproposto dal sottoscritto in discussione. L’insufficienza di precisione del mono terminale per monitorare il reparto era altro rispetto alla eventuale diluizione del multi terminale, ricordate: una bocchetta del mono terminale per almeno sei boccaporti di autoclavi in posizione baricentrica rispetto ai sei boccaporti delle autoclavi. Le carenze del mono terminale, altro che il meglio della tecnologia disponibile allora. Come se nulla fosse.

Ancora con enfasi, l’avvocato Battello ha ricordato i vapori di CVM che il caporeparto Corò vedeva prima della scoperta della cancerogenicità, prima degli interventi nel suo reparto; ma non ha ricordato che lo stesso Corò due pagine dopo ha riferito che appena è subentrata la questione che il CVM faceva male si andava a controllare con la presa del gascromatografo prima di entrare. Insomma, abbiamo fatto grossi passi cambiando le procedure di esercizio. Quindi non c’è neanche paragone da prima a dopo quella di Corò, una ricostruzione storica del prima e del dopo, con il dopo profondamente diverso. Quindi l’Accusa non si è confrontata con le affermazioni di questa Difesa, ha semplicemente riproposto in veste sintetica le argomentazioni già sostenute e già dimostrate insussistenti. Ed è proprio per ciò che le affermazioni difensive ancora di più acquisiscono una rilevanza processuale, dimenticate dall’Accusa perché erette sulle solide fondamenta di documenti univoci. Ancora, nella mia discussione era stata data un’importanza particolare alla tempistica, alla cronologia degli avvenimenti per misurare, per verificare la diligenza dei comportamenti di Montedison. Ebbene, l’Accusa non ha contestato la scansione cronologica dei fatti, non ha contestato l’affermazione che Montedison ha tempestivamente intrapreso e perseguito la strada della diligenza a fronte di sollecitazioni positive o negative che riceveva dall’esterno. L’Accusa non ha contestato che a fronte della prima comunicazione orale di cancerogenicità di Viola, maggio ‘70, che aveva fatto esperimenti al limite dell’esplosività e che sottolineava nei suoi esperimenti la non implicazione per la patologia umana, a Montedison Bartalini affidava a Maltoni nel settembre ‘70 l’incarico del primo studio allargato sugli aspetti sperimentali del CVM. Montedison ha colto il primo segnale, il resto è soltanto dietrologia priva di dimostrazione. E notino, Signori Giudici, in particolare che l’abbassamento di TLV - TVA della Dow Chemical a 50 PPM non era mai stato pubblicato nell’opuscolo dei TLV, quindi era sconosciuto anche alle altre aziende americane, figuriamoci a Montedison. L’Accusa non ha contestato che la prima divulgazione degli studi di Maltoni avviene nell’aprile ‘73, prima delle ventiquattro settimane che sono il minimo presupposto temporale per la serietà di uno studio sperimentale. Non ha contestato che la divulgazione all’Autorità pubblica italiana avviene nello stesso periodo, come risulta da documenti già da me prodotti e illustrati, ma anche da un documento citato da ultimo dal P.M., il documento Union Carbaid sull’incontro con il professor Maltoni del 05/06/74. Il P.M. su questi punti si è limitato a dire che Biotest era riuscita a fare molto prima con le stesse dosi, ha detto, con le stesse dosi, ma questo non è assolutamente vero. La dose è l’intensità - lo sappiamo - dell’esposizione per la durata dell’esposizione e noi sappiamo che gli animali dell’esperimento Biotest sono stati trattati sette giorni alla settimana ogni giorno per ventiquattro ore; in sette mesi 35.616 ore. Gli animali dell’esperimento di Maltoni sono stati esposti per un analogo periodo temporale, sette mesi, complessivamente per 480 ore, 35.616 contro 480. Le dosi somministrate da Biotest sono quindi all’incirca 74 volte più elevate da quelle somministrate da Maltoni. Lo studio Biotest che ha riscontrato il tumore su una sola delle specie di animali testate è chiaramente uno studio forzato che ha accelerato i tempi corretti e quindi ha aumentato le dosi ed è stato possibile solo perché una evidenza incredibile di cancerogenicità era già stata raggiunta con gli studi di Maltoni. Studio ottimo quello di Maltoni per tutti, americani compresi, tranne che per il Pubblico Ministero. Nel verbale dell’incontro del 15/02/74 a Washington presso il Dipartimento di Lavoro si legge all’indomani del fatto Gudrich: "Gli unici dati concreti, anche se non ancora definitivi, vengono esposti nella relazione successiva dal professor Maltoni, il cui lavoro è decisamente apprezzato dall’intera assemblea" e di questo apprezzamento viene dato pieno riconoscimento al professor Maltoni direttamente e indirettamente all’intero gruppo europeo che si è associato al lavoro di ricerca di Montecatini Edison. Pensate come rimarrebbero sbalorditi gli autorevoli partecipanti a questa riunione se sapessero che un Pubblico Ministero ha chiesto per l’artefice di tutto questo, il dottor Bartalini, dodici anni di carcere. L’Accusa non ha contestato che a fronte di questa prima pubblicazione degli studi di Maltoni, aprile ‘73, cominciano immediatamente gli interventi impiantistici, maggio - giugno ‘73, ed erano cominciate nell’aprile le modifiche delle procedure. Sul punto sono estremamente utili gli appunti delle riunioni ‘73 nella sala quadri del reparto CV24 di cui ha parlato l’avvocato Pedrazzi a proposito della posizione di Gaiba. Capireparto, assistenti, capiturno, operatori, nel ‘73 concorrono consapevolmente alla modifica delle procedure, nel ‘73. Il P.M. non è riuscito, Signori Giudici, a dimostrare che qualcuno nel mondo si è mosso concretamente prima di Montedison con le modifiche impiantistiche di procedura, non ci è riuscito affatto. Basti pensare che la tanto citata Dow Chemical aveva soltanto impianti di produzione di cloruro di vinile monomero e non impianti di PVC, quindi impianti che in sé non potevano comportare, lo sappiamo, prolungate esposizioni a CVM essendo all’aperto e a ciclo chiuso e che nonostante tutto la Dow Chemical nel ‘70 aveva ancora esposizioni in questi impianti, nonostante i loro limiti, di 200 PPM di TLV - TVA, esposizioni che mai Montedison ha avuto in questi impianti di produzione di CVM. Veda in questo senso il Tribunale la lettera 13/03/70 della conferenza americana degli igienisti industriali. Ancora, a proposito delle procedure Montedison l’Accusa non ha contestato la realizzazione di procedure che prima di Gudrich consentivano di abbassare dieci volte il livello di esposizione delle sale autoclavi del CV6, il crollo delle esposizioni, e non ha contestato l’Accusa che già prima di Gudrich si analizzava il CVM presente nell’autoclave prima dell’entrata del lavoratore. I documenti sono allegati alla mia memoria.

L’Accusa non ha contestato ancora che i lavori di risanamento degli impianti da CVM siano stati realizzati con il controllo diretto del Sindacato, lavoro per lavoro, vedi collage di Tettamanti. I Sindacati ci hanno detto che tutti i lavori sono stati realizzati, tranne uno, impossibile tecnologicamente, almeno in quel momento storico, lo strippaggio all’esterno con colonne delle autoclavi al CV6, c’era solo lo strippaggio interno. E’ stato rispettato il parametro della migliore tecnologia del settore, anche nell’accezione sostenuta dall’avvocato Vassallo. Meglio della tecnologia del settore, in assoluto, sono le valvole e i Tuflin a tripla tenuta con modifiche richieste da Montedison, le colonne di stripping della Gudrich, le valvole di fondo delle autoclavi della Rimon. L’Accusa non ha contestato che i pipettoni segnalavano una esposizione in continua diminuzione prima dell’entrata in funzione del sistema gascromatografo e non ha potuto contestarlo giacché gli stessi consulenti Nano e Rabitti nella relazione agosto ‘99 hanno prodotto alle pagine 13 e 14 tabelle che confermano la circostanza, la continua diminuzione, le loro tabelle, le tabelle dei consulenti d’accusa. Ancora soprattutto l’Accusa non ha contestato, e non avrebbe potuto, che le rilevazioni tramite non solo gascromatografo, ma tramite campionatore personale convergono nel febbraio ‘76 a confermare raggiunto l’obiettivo 1 PPM in tutti i reparti. Il particolare è di non poco momento se si rimarca che l’Accusa ha più volte affermato che il campionamento personale era il migliore sistema praticabile. Allora ecco la spiegazione del silenzio, l’Accusa non ha interloquito con la Difesa a proposito di questo campionamento allargato con campionatore personale del ‘76 perché non poteva farlo. Come avrebbe potuto giustificarlo? Come se non con il risanamento completo degli impianti a quell’epoca? L’Accusa in definitiva non ha potuto contestare che la situazione nei reparti di Porto Marghera ha subìto il crollo dell’esposizione a CVM, crollo non certo minore di quello riscontrato negli stabilimenti di PVC più evoluti del mondo, come risulta dalla tabella 5.1 allegata alla consulenza medica Montedison depositata nell’aprile 2001. L’Accusa infine non ha contestato che a fronte della nota per la formulazione del budget per gli anni ’78 - ’80 Favero riguardante gli stabilimenti Dimp e non quello Dipe di Marghera costituente una nota programmatica, i budget in concreto per la manutenzione degli impianti PVC e CVM dello stabilimento Dipe di Marghera sono stati estremamente alti anche per gli anni ‘78, ‘79 e ‘80, non solo, ma questi budget sono stati addirittura disattesi, le spese effettive, i consuntivi hanno superato le cifre previste nei budget.

Quindi le carte processuali e una loro letterale interpretazione indicano la misura dell’impegno di Montedison proteso verso la protezione dei beni tutelati costituzionalmente della sicurezza e della salute dei lavoratori. Invece l’Accusa ha voluto dare una lettura fuorviante delle carte, è andata addirittura contro il significato dei documenti. Da ultimo il P.M. in sede di replica ha mostrato il grafico di rappresentazione, un grafico prodotto dai nostri consulenti tecnici, rappresentazione degli investimenti negli impianti CVM e PVC per ridurre vapori e polveri nel corso degli anni, pagina 246 della relazione Pasquon sugli impianti, in cui si poteva vedere chiaramente che dal ‘73 al ‘76 c’era il picco delle più rilevanti commesse, è stato proiettato. Ciò vuol dire - ha detto il P.M. - che Montedison non investe più dal ‘77. Ora, tale lettura delle carte è fuorviante, il grafico vuol dire quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che nel ‘73, che inizia il picco, viene posto in essere il piano eccezionale di risanamento di questi reparti e che il risanamento per questi problemi è completato nel ‘77 proprio, salva una serie di interventi per la polverosità dei reparti che raggiungono il loro picco negli anni ‘80 e ‘81. E poi il P.M. non ha tenuto in alcun conto le spese della manutenzione straordinaria che non sono in questo grafico e che concorrono nella realizzazione degli interventi.

Un ultimo argomento, all’udienza del 10/10/2001, il dottor Casson ha sostenuto come se fosse un fatto gravissimo che l’impianto biologico non era in grado di depurare i composti clorurati. L’argomento è pacifico, Signori Giudici, il biologico depurava solo le acque carbonacee e azotate di tutti i reparti. Sennonché il P.M. non ha sottolineato che c’era un altro impianto di trattamento di acque clorurate in regolare funzione, che operava prima e indipendentemente dal depuratore biologico e che provvedeva a depurare i clorurati. Ha detto il dottor Polo che le acque clorurate depurate solo eccezionalmente andavano al biologico, quando c’era la presenza di ferro. Ho voluto dare questa visione di insieme delle carte e dell’interpretazione univoca delle carte che rimane, rimane dopo le repliche dell’Accusa. La lettura invece fuorviante delle carte da parte dell’Accusa che ha caratterizzato tutta la fase dell’istruzione dibattimentale e la discussione a questo punto deve lasciare posto alla valutazione del Tribunale e il Tribunale io credo che con tutta serenità sarà in grado di attribuire ad ogni documento il suo significato effettivo, senza interpretazioni dietrologiche.

Ecco che in questo caso io credo che il Tribunale dovrà riconoscere la non responsabilità degli imputati Montedison deludendo forse molte aspettative, ma non il senso di giustizia. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei. C’è un altro intervento, l’avvocato Bettiol.

 

AVVOCATO BETTIOL

 

Avvocato Bettiol: brevissima replica in punta di fioretto, Presidente, riguarda l’affermazione dell’avvocato Pozzan, per il quale non vi sarebbe esonero da responsabilità in relazione all’appalto Enichem – Socom - Trasped, questo con riferimento al reparto CV7. Se ho ben capito, le ragioni si risolverebbero sotto due aspetti, uno perché questo contratto d’appalto sarebbe così dettagliato che non sarebbe più un contratto d’appalto o comunque perché vi sarebbe stata una ingerenza da parte della committente. A questo punto non ho altro da dire che questo, che un appalto sia più o meno dettagliato non vale ad escluderne la sua natura, io posso appaltare la costruzione di una casa dicendo all’appaltatore: "Mi faccia su due piani, faccia lei" oppure insistere perché le porte e le finestre abbiano una certa forma e il contratto resta pur sempre un contratto d’appalto. Quanto all’ingerenza che con notoria giurisprudenza in materia antinfortunistica valeva a non escludere la responsabilità del committente, devo rilevare che non va confusa l’ingerenza con il controllo sull’adempimento del contratto d’appalto stesso, ovviamente se vi è un contratto in base al quale si effettua lo stoccaggio di materiale e l’insacco delle stesso ci dovrà essere pur qualcuno che vada a controllare che l’insacco avvenga effettivamente e che non si stocchino caramelle invece di PVC. In realtà l’ingerenza che incide e che rileva ai fini di eventuali responsabilità antinfortunistiche è quella che incide sull’autonomia organizzativa dell’appaltatore, cioè facendo l’ipotesi che per esempio il committente disponga lui stesso l’organizzazione della squadra addetta ai lavori e scelga i nominativi di coloro che, pur alle dipendenze della cooperativa, devono lavorare. Così non è in nessun modo, risulta al contrario, richiamo brevemente anche la testimonianza di Denale, udienza dell’11 luglio 2000, nella quale espressamente proprio con riferimento a possibili violazioni da parte dei singoli lavoratori si dice: "Altroché, se era personale della società o della Trasped o della Montedipe veniva ripresa direttamente dal responsabile; se era personale della cooperativa si andava dal responsabile della cooperativa e si facevano le rimostranze", quindi anche questa forma di controllo avente finalità preventive veniva fatta da ciascuna società salvo l’invito che veniva rivolto ovviamente a far rispettare le regole già contrattualmente stabilite. Quindi dettaglio che poi in realtà è semplicemente funzionale all’appalto stesso, cioè stoccaggio e ancora insacco, e mi sembra che questo contratto vada oltre la descrizione di queste mansioni, contratto d’appalto, non ingerenza che valga a creare peraltro una responsabilità concorrente, si badi bene perché il problema sarebbe eventualmente di una società concorrente, da parte del committente.

Una replica brevissima all’avvocato Battain. In realtà l’eliporto è stato realizzato. Il problema è che non è stato.., questa realizzazione dell’eliporto non costituisce la costituzione di una discarica, la discarica è conferimento di rifiuti e interramento nel terreno. Qui che cosa è stato realizzato, perché questa era la volontà del Presidente allora della società? Semplicemente su un terreno già peraltro ricoperto a verde sono stati messi 400 metri quadri di cemento che consentissero l’atterraggio dell’elicottero, non discarica. Non credo vi siano elementi per ritenere che questo abbia potuto in qualunque modo incidere sullo stato di salute dei luoghi e su eventuali ipotesi di inquinamento. Brevissimo ricordo poi, anche se non con riferimento a quanto direttamente concerne l’ingegner Zerbo, ricordiamo che - peraltro con riferimento a quanto il P.M. ha detto oggi - sotto la direzione di Zerbo fu, appunto, realizzato l’impianto del trattamento del TDI e l’infustaggio per le peci clorurate.

Avrei voluto anche dire una brevissima replica al professor Gallo, ma per ragioni di lavoro una parola sul punto.., sarà il professor Pulitanò. Volevo solo ricordare la lettera 29 maggio del Presidente del Consiglio di Quartiere di Malcontenta rivolta all’ingegner Zerbo: "Informato del suo trasferimento, nell’augurarle sempre maggiori soddisfazioni attraverso il suo operato mi è gradito esprimere apprezzamento per quanto ha potuto fare per il territorio di Malcontenta. Saluto distintamente, Renato Spolaore". Grazie, Presidente.

 

Presidente: cinque minuti di pausa.

 

L’UDIENZA VIENE BREVEMENTE SOSPESA .

 

Presidente: prego.

 

AVVOCATO PULITANÒ

 

Avvocato Pulitanò: Signor Presidente e Signori Giudici, dopo la stanchezza di un’intera giornata più tre anni e mezzo il mio intervento sarà contenuto negli stretti limiti di una replica puntuale alle repliche dell’Accusa sugli argomenti da me trattati nella discussione o nelle memorie già depositate. Credo mi ci vorrà un’oretta circa. Ho ascoltato con divertito compiacimento, mi si consenta di dire, le molte citazioni da miei lavori da parte del Pubblico Ministero e di alcuni colleghi di Parte Civile, citazioni tutte riguardanti principi generali dell’ordinamento, l’articolo 41 della Costituzione quale fondamento di legittimità del diritto penale del lavoro, il significato della sentenza 312/96 della Corte Costituzionale, la questione della migliore tecnologia disponibile, il rapporto fra dovere di sicurezza e costo economico. Mi è parso di cogliere nella presentazione accusatoria di alcuni principi pur da me condivisi una sorta di tentativo dell’Accusa di accaparrarseli a proprio ombrello protettivo esclusivo, come se il contraddittorio in questo processo sottendesse o fosse principalmente un contrasto su quei principi, principi fondamentali di tutela di diritti inviolabili.

Le cose non stanno affatto così e da come le citazioni sono state fatte io ho proprio l’impressione che sia sfuggita ai miei interlocutori la coerenza piena fra le frasi di miei lavori da loro citati e l’impostazione da me seguita nel presente processo che si è sviluppata sempre all’interno di quella cornice di principi. Soltanto a titolo d’esempio rinvio a proposito del problema del costo economico alla memoria depositata il 13 luglio, pagina 166. Su un solo punto sono stato frainteso e ne parlerò più avanti. Il senso complessivo del discorso difensivo da me svolto in quest’aula è quello di un discorso centrato sui fatti che ha inteso evidenziare sulla base degli atti del processo l’infondatezza delle accuse nei confronti della gestione Enichem alla luce di principi giuridici condivisi o largamente condivisi, fra cui quelli che i miei interlocutori citando i miei lavori hanno posto in rilievo. Anche quei principi, devo dire, ma non soltanto quelli. Il processo che è stato soprattutto un contraddittorio sui fatti, così come è stato condotto dal Tribunale con scrupolosa attenzione al dispiegarsi del contraddittorio, così dovrà essere risolto alla luce di tutti i principi di civiltà del diritto e vorrei aggiungere quei principi di ragionevolezza etica e di razionalità scientifica che costituiscono al di là di tutti i difetti del nostro mondo.., costituiscono comunque essenziali titoli di vanto della nostra civiltà occidentale di cui tanto si parla in questi tragici periodi.

Per quanto mi concerne, visto che i miei lavori sono stati ritenuti meritevoli di citazione, mi sia consentito dire che ho sempre cercato bene o male nei limiti delle mie forze, ho sempre cercato di assumere a filo conduttore la spesso difficile ricerca di un ragionevole equilibrio fra principi e valori fra di loro in tensione, un ragionevole difficile equilibrio nella conformazione e nell’uso dell’arma a doppio taglio del diritto penale che è ad un tempo strumento finalizzato di difesa sociale, di realizzazione del principio responsabilità e nello stesso tempo è inscindibilmente limite invalicabile della politica criminale, magna charta dei diritti e delle libertà individuali. Entrambi questi poli vanno tenuti presente, non uno soltanto. Nelle repliche dell’Accusa la discussione di questioni di diritto non tanto su principi per la verità, quanto soprattutto su norme penali, mi è parsa nettamente prevalentemente, almeno sui punti dei quali mi sono occupato. La concezione del diritto penale che mi sembra emerga dalle repliche della Parte Civile mi sembra fortemente sbilanciata verso il polo autoritario, non solo con le citazioni già richiamate dai colleghi di giuristi del pensiero autoritario, ma soprattutto con interpretazioni su cui mi soffermerò fra un istante che mi sembrano spesso come interpretazioni di norme penali assolutamente squilibrate e irragionevoli.

Motiverò fra poco il mio giudizio. Debbo prima dire però che nelle repliche dell’Accusa che ho ascoltato mi ha colpito soprattutto una serie di silenzi, un eloquente silenzio complessivo sui fatti che costituiscono la sostanza del processo, che hanno costituito la sostanza del contraddittorio e che saranno l’oggetto della decisione e questo soprattutto con riguardo al primo e più caldo capitolo del processo, il capitolo cloruro di vinile. La maggior parte delle questioni da me trattate nella mia difesa relativamente all’argomento cloruro di vinile non hanno ricevuto repliche dall’Accusa, la quale - vado per sommi capi, velocemente - non si è confrontata con la ricostruzione, il tentativo di riportare a sistema gli addebiti di colpa nella rilevanza più o meno diretta o indiretta ad essi attribuibile nella prospettazione accusatoria. Hanno evitato le repliche di confrontarsi con il problema delle differenze della situazione nei diversi pericoli, che pure sono state elemento portante dell’argomentazione Enichem e di fronte alle critiche puntuali svolte su singoli punti oggetto d’accusa non vi è stato nulla più che repliche frammentarie complessivamente insignificanti. Emblematico di ciò è il sostanziale silenzio nelle repliche sul tema del monitoraggio che tanto rilievo aveva avuto nei discorsi d’Accusa nel primo round a giugno - luglio, anche chi si era lungamente soffermato sul tema con osservazioni sulle quali mi ero anch’io lungamente soffermato nella mia difesa, anche chi si è visto criticato punto per punto, in replica sul monitoraggio non ha detto una parola né presentato memoria, pur avendone presentate tante altre. E’ un silenzio, dicevo, che mi sembra tanto più eloquente quanto maggiore è l’importanza attribuita all’argomento, peraltro cruciale per il supporto dell’Accusa perché soltanto attraverso il discorso sul monitoraggio passa il discorso su ciò che dovrebbe costituire il nucleo dell’ipotesi accusatoria, relativo cioè ai livelli di esposizione. E anche su questo punto posso limitarmi a registrare un silenzio nelle repliche. Di fronte alla rilevazione da parte nostra che i valori di concentrazione di cloruro di vinile negli ambienti di lavoro erano prossimi allo zero, molto al di sotto delle 3 parti per milione, 0 virgola qualcosa, ebbene, questo dato decisivo non è mai stato minimamente messo in discussione. L’unica osservazione che ho colto, può darsi che mi sia sfuggito qualcosa d’altro, ma l’unica osservazione che ho colto sul tema del monitoraggio è un curioso rilievo del collega Battello, il quale ha ripetuto alcuni argomenti già ampiamente sviscerati, per esempio ha criticato il monitoraggio di zona senza rispondere all’obiezione che la normativa speciale prevede, per l’appunto, il monitoraggio d’aria, che quindi è la scelta legittima e doverosa. Per il resto il collega Battello ha preso in considerazione un mio specifico rilievo critico relativo al confronto operato dai consulenti del Pubblico Ministero fra i dati del marzo 1975 al momento dell’entrata in funzione del gascromatografo e la media delle rilevazioni dell’anno precedente. Quel modo di fare il confronto, avevo rilevato, nasconde un trend discendente già in atto e crea una apparenza del tutto fuorviante. E’ questa la frase citata dal collega Battello, il quale peraltro si guarda bene dall’entrare nel merito del mio argomento, limitandosi a commentare curiosamente che io mi sarei auto affondato parlando di una situazione di partenza arretrata. Strano discorso posto che quella situazione di arretratezza a monte - e su questo la Parte Civile è d’accordo - è una situazione che non tocca la gestione Enichem, non mi sono affatto auto affondato, e, anzi, la rilevazione delle differenze di situazione nei diversi periodi è uno dei leitmotiv del discorso difensivo, un leitmotiv del discorso della Difesa Enichem sul quale le repliche d’Accusa hanno osservato un totale silenzio.

Ma torniamo al monitoraggio e alla sostanza dell’argomento del trend discendente già in atto. Il collega Battello non ha contestato il dato di fatto, peraltro documentato e pacifico, lo ha richiamato anche il collega Baccaredda. Cosa significa questo? Che il trend discendente prima del marzo ‘75 nell’anno precedente non era affatto un effetto del cambio del sistema di monitoraggio, visto che lo precedeva. Su questa sostanza del mio argomento nessuna obiezione. Sul monitoraggio tutto qui. Anche sul tema delle trasformazioni impiantistiche e dello stato degli impianti nel 1987, data di riferimento per i miei assistiti, non vi sono state repliche impegnate. Un sostanziale vuoto fattuale di argomentazioni che toglie rilievo alle divagazioni dell’Accusa su alcuni profili generali e generici della colpa svolti in puro diritto di cui dirò fra poco. Temi interessanti, vorrei dire, per un seminario giuridico, ma che all’Accusa non servono posto che per quanto rigorosa possa essere la ricostruzione giuridica dei criteri della colpa del datore di lavoro l’Accusa nelle sue repliche non ha nemmeno sfiorato le ragioni di fatto prima che di diritto sul cui fondamento abbiamo evidenziato l’insussistenza fattuale di elementi di colpa relativamente alla gestione Enichem. Sul piano dei fatti tutte le affermazioni dell’Accusa in sede di replica sono affermazioni che apoditticamente riecheggiano le accuse di sempre senza confrontarsi con gli argomenti difensivi. L’unico argomento che ho colto, introdotto ancora dal collega Battello, è la questione ossigeno - aria, una questione che comunque la si risolva non ha assolutamente nulla a che fare con il problema della risposta al rischio cloruro di vinile, ma casomai avrebbe a che fare con considerazioni di ordine ambientale. La tesi che ritiene obbligata la opzione per l’ossigeno non mi pare sostenibile, le due opzioni hanno ciascuna dei pro e dei contro che rendono impraticabile un discorso rigido in termini di migliore tecnologia e di obbligatorietà dell’una piuttosto che dell’altra, ma questo è del tutto secondario.

Vengo alla questione degli standard della colpa, anche qui sarò breve perché sostanzialmente non ci sono novità. Non è nuovo l’argomento riproposto dal collega ed amico Picotti, il quale è ritornato ad insistere sul concetto che il problema della colpa non si esaurisce nella colpa specifica perché vi è anche il problema della colpa generica. D’accordo, ma l’amico Picotti ha evitato di confrontarsi con l’argomento da me prospettato, pagina 61 della memoria 13 luglio nella discussione orale, e cioè che il rispetto di disposizioni specifiche può non bastare ad escludere la colpa generica se altre regole di diligenza vengono violate, ma non è possibile affermare regole cautelari difformi da quelle codificate per gli aspetti che siano stati specificamente regolati da disposizioni specifiche, altrimenti si finirebbe per negare alle regole codificate qualsiasi significato normativo. Questo è un punto chiave posto che lo sforzo operato dall’Accusa nell’argomentazione in diritto è stato proprio quello di negare significato normativo alle regole specificamente poste dal legislatore con riferimento al rischio CVM. Mi riferisco al limite soglia di 3 parti per milione come valore limite di lunga durata, limite invalicabile verso l’alto, ci ha detto l’Accusa, ma non verso il basso perché esiste il principio della riduzione ai valori più bassi che coesiste con l’indicazione normativa del limite. Anche qui sottolineo il solito silenzio sui fatti, nessuna voce d’Accusa si è confrontata, come ho già detto, con l’osservazione che nel periodo Enichem le concentrazioni nei luoghi di lavoro erano largamente al di sotto del valore soglia attestandosi al limite di rilevabilità praticamente allo zero. L’obiettivo, il criterio della riduzione ai valori più bassi per quanto concerne le concentrazioni di CVM era un obiettivo raggiunto al di là di quanto imposto dal valore soglia pur normativamente indicato come sufficiente. Su questo punto e limitandosi a discutere in diritto i colleghi Battello, Vassallo e Picotti e forse anche altri hanno ripreso, pensando di poterla addurre a loro favore, la sentenza 312 della Corte Costituzionale proponendo loro interpretazioni. Io vorrei sottolineare che nel parlare di quella sentenza il mio intento che credo risulti chiaro da quanto ho detto.., il mio intento non era di aderire in modo pedissequo ad una od altra proposta interpretativa e nemmeno alla specifica interpretazione proposta dalla Corte, pur in chiave di interpretazione costituzionalmente adeguatrice. Avevo esplicitamente parlato di aspetti problematici che la decisione lascia aperti, il mio intento stava e sta tutto nel rilevare nel dictum del Giudice delle leggi una impostazione assolutamente chiara quanto ad approccio di principio, cioè la netta affermazione del primato del principio di legalità e determinatezza là dove sia in gioco lo strumento penale. Quel principio è matrice di interpretazioni restrittive costituzionalmente vincolate, non mi interessa quali, mi interessa il segno del percorso interpretativo, interpretazioni restrittive costituzionalmente vincolate volte a recuperare una sufficiente determinatezza del precetto anche quando la tutela penale concerne interessi importanti come in materia di diritto penale del lavoro e anche quando la tutela sia affidata a clausole generiche nella loro lettera, come quella delle misure appropriate della riduzione al minimo. Anche in questi casi, questo è il senso di fondo della pronuncia della Corte, sarebbe assolutamente inaccettabile l’utilizzazione di clausole generiche come grimaldello per aprire all’intervento penalistico, spazi che il legislatore abbia lasciato fuori apponendo criteri tassativi di delimitazione. Questo, appunto, è avvenuto con la normativa del 1982 dove il valore soglia è stato prescelto dal legislatore europeo e non solo italiano nella piena consapevolezza di tutti gli interessi in gioco ed esprime un bilanciamento inteso a dare certezza di riferimenti salvaguardando ad un tempo la tutela dei lavoratori e la certezza d’azione di chi debba gestire l’attività regolata. Questo va tenuto fermo sul piano penale. Se anche il principio della riduzione ai valori più bassi può esigere di andare oltre, ma - ricordo - nella gestione Enichem si era a valori ben più bassi, in ogni caso la previsione del valore soglia normativamente fissato non può non avere un decisivo rilievo ai fini della colpa penale alla stregua del criterio desumibile dalla sentenza della Corte Costituzionale.

Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che in un mio scritto di qualche anno fa avrei aderito al criterio del MAC zero; si tratta di una palese forzatura del senso palese di un discorso che a proposito di formule del tipo "per quanto possibile" additava come criterio del possibile la tecnologia disponibile senza riguardo al costo e parlava di dovere di astenersi dall’attività a rischi non eliminabili riferendosi ovviamente a rischi eccedenti il consentito, il che presuppone ovviamente la rilevanza di tutte le disposizioni dell’ordinamento giuridico che abbiano per l’appunto a che fare con la determinazione di soglie o criteri normativi. E’ noto, per inciso, che il criterio della migliore tecnologia è per sua natura un criterio di riduzione al minimo e non a zero. Certo, a un minimo tollerabile che se non è raggiunto si deve cessare l’attività che non riesce ad assicurare quella soglia tollerabile. Nel nostro caso, ripeto, il livello tollerabile è normativamente indicato nelle 3 parti per milione come valore di lunga durata. Lo stesso collega Battello ha richiamato la diversità delle normative anche a livello europeo relative rispettivamente al cloruro di vinile e all’amianto e ha commentato che all’epoca le condizioni generali per imporre normativamente la chiusura esistevano per l’amianto e non per il cloruro di vinile. Si tratta di una valutazione operata con giusta causa dal legislatore, i rischi sono diversi, sono stati valutati diversi, assolutamente da mettere al bando il rischio amianto per quanto sia possibile metterlo al bando e il rischio cloruro di vinile suscettibile di adeguata regolazione nel modo che sappiamo. Di questi dati non si può non tenere conto.

Vengo al problema dell’articolo 437; a questo proposito svolgerò alcune osservazioni sulla garbata replica della collega Manderino, la quale è partita da premesse spesso condivisibili, non sempre ma spesso condivisibili, pervenendo però a conclusioni inaccettabili, come già su un punto centrale è stato rilevato da altri colleghi della Difesa che hanno oggi parlato prima di me. Non mi soffermo sulla questione della prospettiva di tutela nell’articolo 437, prevenzione soltanto di infortuni in senso stretto o anche di malattia da lavoro, ne ho già trattato, la collega Manderino ha prodotto la sua tesi senza introdurre argomenti nuovi; essa stessa ha ammesso che la distinzione fra sicurezza e igiene del lavoro relativamente a questioni di applicabilità di leggi speciali è possibile come nel caso deciso da quella sentenza della Cassazione del 1999 da me citata relativa ad un articolo inserito nel decreto legislativo 626 del ‘94. Distinzione possibile dunque, ancora leggibile nel testo legislativo fondamentale del nuovo diritto penale del lavoro. Ma, dice la collega Manderino, quella distinzione non può avere rilievo per l’articolo 437 essendo questa - dice lei - una disposizione generale. E’ un argomento che francamente non mi sembra abbia senso, l’articolo 437 non è un principio generale, è una norma penale che delinea un particolare tipo di reato che va interpretato per quello che il legislatore dice e il linguaggio utilizzato varrà pur qualcosa là dove parla specificamente di prevenzione infortuni. Non mi soffermo ulteriormente perché l’argomento è già stato discusso. Ovviamente se si accoglie l’interpretazione da me sostenuta sulla questione infortunio o malattia tutti gli altri argomenti verrebbero tagliati in radice; li svolgo perché comunque gli ulteriori argomenti sono quelli su cui si fonda in definitiva la conclusione di radicale infondatezza dell’accusa ex articolo 437 lasciando fra parentesi la premessa della quale finora abbiamo parlato. Qual è il punto centrale? E’ quello cui hanno accennato oggi anche i colleghi Padovani e Baccaredda: la determinazione dei doveri penalmente sanzionati dall’articolo 437. Hanno già rilevato i colleghi il vizio capitale nell’impostazione nelle conclusioni della collega Manderino, vizio capitale consistente nel leggere l’articolo 437 come se fosse una disposizione sanzionatoria - con pene anche particolarmente severe - di qualsivoglia violazione del dovere di sicurezza, conclusione questa che viene completamente a perdere di vista la specifica delimitazione del tipo di reato operata dalla fattispecie di cui all’articolo 437, la quale non richiama qualsiasi ipotetico modo di violazione del dovere di sicurezza, ma soltanto quella specifica modalità di violazione rappresentata dalla omessa collocazione di apparecchi, impianti, segnali destinati a prevenire disastri o infortuni. E’ proprio la funzione selettiva del tipo di reato che viene persa nell’impostazione della collega Manderino, la quale su questo punto - mi sia consentita questa telegrafica aggiunta - opera un salto logico di questo tipo. Riconosce - e questo è il primo punto anche da me condiviso - che per individuare i doveri di collocazione, i doveri di attivarsi rilevanti ex articolo 437, occorre fare riferimento a norme del sistema le quali fondino il dovere; a differenza di quanto da me sostenuto sostiene che al fine di individuare i doveri di attivarsi rilevanti ex articolo 437 sia possibile fare riferimento anche a norme generali come l’articolo 2087 o le disposizioni generali dei decreti del ‘55 e del ‘56 e ritenendo che sia possibile fare riferimento anche a queste disposizioni ne fa poi una utilizzazione impropria ritenendo di poter recuperare come norme di riferimento dell’articolo 437 l’intero contenuto delle disposizioni generali, cioè l’intero quadro dei doveri di sicurezza quali che siano, completamente dimenticandosi il limite posto dal tipo di reato tale che anche ad ammettere la rilevanza dell’articolo 2087 o di altre disposizioni generali il collegamento fra l’articolo 437 e le disposizioni generali non può avere rilievo se non limitatamente a quegli specifici contenuti del dovere di sicurezza consistenti in doveri di collocare apparecchi, impianti o segnali. Una volta chiarito questo punto cade in radice per inconsistenza giuridica delle sue premesse lo sforzo operato dalla collega Manderino di riportare all’articolo 437 l’intera serie degli addebiti di cui al capo di imputazione, i quali sono stati pensati nello stesso capo di imputazione come addebiti di colpa in un contesto che prescinde dal limite di fattispecie dell’articolo 437 e che abbiamo discusso su quel piano argomentandone l’infondatezza anche come addebiti di colpa. La discussione sull’articolo 437 non può che concentrarsi soltanto su quelli entro la serie di addebiti che riguardino la omessa collocazione di qualcosa. Resta ben poco di quella serie e anche quel poco è infondato. A ben vedere l’unico riferimento puntuale ad apparecchiature che si asseriscono mancanti nel campo d’imputazione è l’argomento cappe di aspirazione, del quale ho ampiamente discusso nella difesa di giugno - luglio e non ho in questa sede nulla da aggiungere, anche perché nulla è stato aggiunto sul punto nelle prospettazioni d’accusa.

Una rapida annotazione sull’addebito relativo alla manutenzione. La collega Manderino ha cercato di riproporlo sostenendo che in casi non meglio specificati, che restano completamente in ombra, la mancata riparazione avrebbe fatto perdere la finalità preventiva di taluni congegni facendoli diventare elementi di rischio. Così argomentando, l’Accusa cerca - mi pare - di inserirsi nella impostazione da me prospettata, cioè che per poter dare corpo ad una accusa di omessa collocazione rilevante ex articolo 437 non basta muovere una generica accusa di manutenzione insufficiente, ma occorre qualcosa di più e di diverso, cioè l’avere lasciato in essere senza intervenire una situazione nella quale, dati i congegni di sicurezza, fossero divenuti inidonei e perciò da considerarsi come se non ci fossero più. E’ una concessione significativa sul piano dei principi che si accompagna ad un vuoto di indicazioni fattuali. L’Accusa non ha indicato, anche perché non esiste, alcuna specifica situazione nella gestione Enichem nella quale fossero stati lasciati in esercizio organi di tenuta o altri congegni che si sapessero malfunzionanti o a rischio di malfunzionamento. Eventuali nella specie non dimostrati difetti di funzionamento del sistema di manutenzione riguarderebbero la gestione, l’organizzazione del lavoro e non le condotte considerate dall’articolo 437. Gascromatografo, l’elemento prospettato in termini nuovi nella replica della collega Manderino è la verifica effettuata nel 1988 presso il reparto CV22 - 23 in vista di lavori da eseguire in quel reparto. Quella verifica in realtà dimostra esattamente il contrario di quanto vorrebbe argomentare la collega. Le pubbliche Autorità che hanno eseguito il controllo si sono limitate ad impartire una prescrizione prontamente eseguita su un punto specifico, cioè sui tempi del ciclo di controllo; per il resto hanno preso atto della complessiva idoneità del sistema, il monitoraggio c’era e funzionava in modo complessivamente adeguato a mantenere sotto controllo la situazione che doveva controllare. Già sul piano obiettivo l’Accusa di omessa collocazione non è certamente smentita da questo episodio che casomai viene in rilievo, ma in senso opposto a quanto preteso dall’Accusa sul piano della prova o, meglio, della esclusione del dolo.

Ultimo punto relativo all’articolo 437, su cui mi soffermo, argomento che l’Accusa ha trattato per la prima volta in sede di replica, replica che è stato il primo e ultimo tentativo dell’Accusa di argomentare su questo punto. Quali sono i passaggi? Innanzitutto prendo atto che la collega Manderino si è detta d’accordo che il tema del dolo non è affatto assorbito in quello della posizione di garanzia del datore di lavoro. Che cosa allora ci dice la collega in punto di dolo? A livello definitorio ha usato la solita formula: dolo come consapevolezza di omettere misure aventi destinazione antinfortunistica, una formula peraltro che nella sua genericità non pone in rilievo un punto cruciale che avevo invece posto in rilievo nella mia difesa. Il punto è questo, che avendo riguardo alla struttura della fattispecie omissiva il dolo dell’articolo 437, se analizziamo la fattispecie, richiede congiuntamente innanzitutto la consapevolezza dei presupposti fattuali specifici dell’obbligo di attivarsi, cioè la conseguenza di una specifica situazione di rischio non schermata in relazione alla quale concreta situazione di rischio si ponga sulla base di un principio normativo un dovere di collocare un determinato apparecchio o impianto o segnale. Solo sulla premessa di questa consapevolezza si pone il problema dell’ulteriore profilo del dolo, cioè la volontà di astenersi dal collocare impianti o apparecchi o segnali positivamente rappresentati come necessari a neutralizzare quella specifica situazione di rischio specificamente rappresentata nella sua concretezza di situazione di fatto. La collega Manderino, che pure si è mostrata ben consapevole della particolare delicatezza della questione del solo, ha compiutamente eluso o forse non ha saputo adeguatamente inquadrare il tema cruciale della consapevolezza della situazione tipica costituente il presupposto fattuale dell’obbligo di collocazione di una data apparecchiatura in un dato momento. Questo punto, che costituiva la sostanza del mio discorso in tema di dolo, è rimasto completamente al di fuori della collega Manderino, la quale invece si è soffermata su altri punti che confermano il vuoto in definitiva del suo tentativo di risposta. Il dolo - aveva osservato - va accertato come dato psicologico senza presunzioni di sorta. La collega Manderino ha detto che io avrei riferito il "senza presunzioni di sorta" alla conoscenza delle norme e ha osservato che mai il soggetto potrebbe invocare l’ignoranza in colpevole di legge extrapenale integratrice. Su questo sono anche d’accordo, non ho mai invocato a scusa degli imputati Enichem una qualsivoglia ignoranza di legge. Quando la collega dice che gli imputati conoscevano e dovevano conoscere le norme di legge dice cosa su cui posso essere tranquillamente d’accordo, ma che non ha nulla a che fare con il dolo in quanto conoscenza e volontà del fatto costitutivo di reato, la questione della conoscenza o ignoranza di legge sta su un altro piano, non sul piano del dolo. Lo avevo già osservato nel mio intervento, la questione del solo è concettualmente distinta da quella della conoscenza o non conoscenza degli obblighi, ma è questione di conoscenza e di volontà di elementi di fatto, coscienza e volontà da accertare in concreto nella sua realtà psicologica senza presunzioni di sorta. L’altro punto su cui la collega si è soffermata è quello della conoscenza della nocività del cloruro di vinile, ma questa è soltanto una premessa del problema del dolo, non è la conoscenza che integra il dolo e anche su questo punto, che si tratta cioè solo di una premessa, la collega Manderino si è detta d’accordo e ne prendo atto volentieri. La conoscenza dei presupposti fattuali dell’obbligo di attivarsi è altra cosa, viene dopo ed è del tutto diversa. Su questo punto nella replica d’Accusa non c’è assolutamente nulla, sulla conoscenza di specifiche e concrete situazioni di fatto tali da fondare un dovere specifico di collocare apparecchi di sicurezza l’Accusa non ha detto nulla e non ha nulla da dire. Come spesso accade quando la prova del dolo è mancante, l’Accusa ha operato qui come tante volte nell’esperienza giudiziaria.., ha operato un inammissibile slittamento di piani, dal dolo alla colpa. La collega Manderino lo ha fatto come? Lo ha fatto insistendo sul dovere di diligenza che - ha detto - implica doveri di informazione sugli effetti tossici del CVM e sull’evoluzione del progresso tecnico e i conseguenti doveri di apprestare specifiche cautele. La mia replica può inserirsi in una battuta, in una osservazione molto elementare, cioè che la violazione di doveri di diligenza e in particolare di doveri di conoscenza è ciò che caratterizza la colpa, non il dolo, la colpa - poniamo - per non avere rilevato in concreto, per non essersi positivamente rappresentati situazioni di rischio che avrebbero richiesto dati interventi, il non aver conosciuto ciò che si poteva e doveva conoscere, tipico addebito di colpa. Il che rispetto al dolo significa non già la prova del dolo, ma la prova negativa, il non avere conosciuto, il non avere colposamente conosciuto, ma ai fini dell’esclusione del dolo ciò è quanto basta. Là dove la giurisprudenza ha avuto occasione di prendere posizione su questo punto la risposta è stata chiara: è scorretto argomentare il dolo dalla supposta violazione di doveri di diligenza, ciò significa pretendere di desumere il dolo dalla colpa, l’essere, la realtà psicologica da un mero dover essere.

Per una esemplare analisi di questo problema mi sia consentito citare una sentenza non recente, perché non ne ho trovate altre più recenti che abbiano affrontato specificamente questo punto, è una sentenza della Corte d’Appello di Milano, 22 aprile 1986, pubblicata sulla Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 1987, pagine 1060 e seguenti, con note di Eusebi. A riscontro positivo dell’assenza del dolo può essere richiamato anche l’episodio della verifica del 1988 sul sistema di monitoraggio, che dimostra che cosa? Dimostra che quando si prende notizia di una situazione che non va segue un impegno ad intervenire per regolarizzare la situazione che si è positivamente appreso essere bisognosa di intervento. Episodi di segno diverso, di inerzia di fronte a situazioni conosciute come irregolari nella loro concretezza fattuale l’Accusa non ne ha mai indicati, quanto meno relativamente al periodo che interessa Enichem. Poche parole mi siano consentite sul tema della strage colposa, al quale l’Accusa e non certo la Difesa Enichem che ha argomentato l’innocenza dei propri assistiti, è l’Accusa che sembra attribuirgli una importanza di cui francamente mi sfugge il senso nonostante il lungo sforzo dell’avvocato Schiesaro del quale ha trattato il collega Padovani con argomenti che condivido interamente. Io vorrei aggiungere qualche altra annotazione e lo faccio soltanto come divertissement giurista, per il gusto - mi sia consentito - di enfatizzare una fra le più incredibili forzature giuridiche delle quali l’Accusa è intessuta. Su questo punto è stato fatto scendere in campo all’ultima ora un maestro del diritto penale, il professor Marcello Gallo, il quale con la sua intelligenza geometrica ha colto la sostanza di un argomento sistematico da me accennato collegato alle pene previste per le figure di reato che vengono qui in rilievo, la pena dell’articolo 449. Che cosa aveva osservato? Che per chi fosse incorso in responsabilità colposa per eventi letali plurimi, non il caso degli imputati Enichem, il discorso è teorico, per chi fosse incorso in quella responsabilità la tesi della strage colposa che tanto piace all’Accusa sarebbe una occasione da non perdere, una premessa di esiti sanzionatori più favorevoli rispetto alla condanna per omicidio colposo plurimo, massimo di pena cinque invece che dodici. Notavo che la incongruenza di questo esito rispetto al maggior disvalore che dovrebbe caratterizzare il delitto di strage basta ed avanza ad evidenziare l’assurdità intrasistematica della tesi d’accusa. Per superare questa riduzione ad absurdum il professor Gallo ha tentato l’unica strada astrattamente pensabile, cioè la tesi del concorso di reati. La pena per la strage colposa - ci ha detto - si aggiungerebbe a quella per l’omicidio, ma in questa tesi l’assurdo sistematico non è eliminato, è semplicemente spostato altrove in una incongruenza infrasistematica altrettanto vistosa. E’ ovvio, è indiscusso, assolutamente indiscusso e indiscutibile che il delitto di cui all’articolo 422, strage dolosa, è figura speciale rispetto all’omicidio doloso, non c’è bisogno di spendere parole; non c’è concorso di reati, ma concorso apparente di norme, dato pacifico in qualsiasi applicazione del delitto di strage. Casomai se gli atti diretti ad uccidere e che hanno ucciso più persone passano attraverso la realizzazione di un qualche disastro preveduto come autonoma figura di reato negli articoli 423 e seguenti, ci sarà un concorso fra la strage e l’altra figura di disastro doloso, tragico attuale esempio l’11 settembre a Manhattan, strage più disastro. Ovviamente il professor Gallo non ha spiegato e non avrebbe certo potuto spiegare come e perché, se è vero che la strage dolosa è figura speciale rispetto all’omicidio con conseguente concorso apparente di norme, nell’ipotesi colposa le due figure concorrerebbero fra loro. Questa incongruenza è semplicemente assurda, è uno stravolgimento interno al sistema in contrasto con la logica del reato complesso, io direi in contrasto con la logica elementare. E’ una conclusione che non risponde ad alcuna ragione sistematica. La ragione sistematica conduce univocamente a riempire di senso il dato testuale dell’articolo 449 con il riferimento a ciò che il legislatore ha espressamente detto, la serie di disastri che comincia con l’articolo 423. Dato testuale e ragione sistematica convergono su questa conclusione e vi converge la dichiarata intenzione del legislatore storico il quale ha espressamente detto nella relazione al Codice che fra le figure per le quali si prevede la forma composta la figura della strage non c’è, non avrebbe avuto alcun senso in inserircela posto che il sistema di tutela era già altrimenti coerente. Chiusa questa breve parentesi, poco più che un divertissement.

Mi stupisce, ripeto, la quantità di tempo e di energie che dai banchi dell’Accusa è stata dedicata a questo tema. A proposito dell’intervento del professor Gallo mi sia consentito anche un brevissimo excursus su un tema del quale non mi ero specificamente occupato, quello della causalità. Lo faccio perché la chiarezza espositiva del professor Gallo ha anche messo in luce, portandolo alle estreme conseguenze e - io direi - all’assurdo, ha messo in luce la struttura logica del discorso d’Accusa sulla causalità sul punto cruciale del passaggio dalla causalità generale alla causalità individuale. Secondo il professor Gallo si potrebbe passare dalla causalità generale intesa quale seria possibilità che una condotta sia causa dell’evento, da lui intesa in questo modo, si passerebbe dalla causalità generale così intesa alla causalità individuale quando - cito più o meno testualmente - non siano acquisiti elementi tali da far pensare che la seria possibilità non si sia realizzata nel caso concreto stante il profilarsi di altre serie causali, ma che siano serie causali alternative effettivamente provate e non semplicemente prospettate. Non avendo io approfondito l’argomento causalità mi limito ad una osservazione di carattere logico sulla struttura logica del discorso e l’osservazione è questa, che il discorso del professor Gallo conduce ad affermare il nesso causale in situazioni nelle quali dichiaratamente è rimasta aperta una pluralità di ipotesi esplicative alternative, tutte seriamente prospettabili l’una alternativa all’altra, ma nessuna provata, nessuna che vada oltre il livello della seria prospettabilità. Mi sembra una sorta di "perfezionamento" interno della ipotesi preferibile verso un criterio che a questo punto io definirei della preferibilità della ipotesi d’Accusa. In ogni caso, ipotesi preferibile o preferibilità dell’ipotesi d’Accusa, la sostanza qual è? Che l’incertezza sulla spiegazione causale fra diverse ipotesi non escluse perché tutte seriamente prospettabili come ipotesi esplicative alternative, una situazione di incertezza di questo genere consentirebbe e imporrebbe di fare che cosa? Di fondare la decisione sulla spiegazione offerta dall’Accusa con inversione plateale dell’onere probatorio e completamente azzerando, senza dirlo, il dubbio ragionevole derivante dalla esistenza non confutata di altre ipotesi esplicative. La geometrica coerenza del professor Gallo ha reso qui tangibile - e con questo chiudo l’argomento - che l’Accusa ha bisogno di una epistemologia anarchica nella quale il possibile se sostenuto dall’Accusa diventa per ciò solo causa effettiva.

Passo adesso, ma sarò molto più breve, al capitolo ambiente. Vado per flash. Argomento permanenza in atto, non mi ci soffermo perché la memoria di replica del collega Ghezzo mi sembra sostanzialmente confessoria, ci dice: "Vedrete voi Giudici, ci direte voi fino a quando c’è stata permanenza", è una sostanziale rinuncia a replicare. Il disastro, ne ha già parlato il collega Padovani, le cui considerazioni faccio mie là dove egli con le sue annotazioni sulla vicenda Sardella ha messo in rilievo la confusione immanente all’accusa fra due cose nettamente diverse fra di loro quali il disastro per accumulo di apporti, che è cosa ben conosciuta alla teoria e alla prassi del diritto penale, e la contestata ipotesi di disastro permanente che è una invenzione del tutto nuova dell’Accusa contesta in questo processo. Una sola annotazione su un punto della replica del Pubblico Ministero. Egli ha molto insistito nel parlare di disastro e nel prospettare anzi il quadro generale, ha insistito sulla importanza dell’ecosistema della Laguna di Venezia per il suo inestimabile valore culturale, storico e ambientale. Mi limito a ricordare che l’ipotesi d’Accusa, come lo stesso Pubblico Ministero aveva sottolineato nella requisitoria, è delimitata ai soli canali industriali; un disastro della Laguna semplicemente non esiste, parlare con il pathos con cui il P.M. ha parlato di disastro della Laguna di Venezia non ha senso rispetto all’accusa contestata. Avvelenamento, articolo 439, ne hanno parlato in tanti, mi limito ad una breve annotazione su alcuni profili di stretto diritto e lo faccio per rilevare anche qui un grosso equivoco che sta alla base dell’intero discorso giuridico dell’Accusa a proposito dell’articolo 439. Come ha ragionato l’Accusa? L’Accusa ha - mi pare - sostanzialmente stemperato i problemi specifici di interpretazione della specifica figura di delitto di cui all’articolo 439 in un generico discorso attorno alla categoria dei reati di pericolo astratto, ha dissolto il particolare per fuggire in un discorso generico, un discorso per di più reso intrinsecamente ambiguo dalla duplicità di significati fra loro distinti che di volta in volta l’Accusa ha attribuito alla etichettatura come reati di pericolo astratto. Secondo la definizione esplicita da cui muove l’Accusa, memoria dell’avvocato Partesotti nel primo round, il pericolo astratto viene definito come tale dalla tecnica legislativa adoperata, tipizzazione di un determinato fatto dove non viene dato specifico rilievo testuale al pericolo concreto. Nello svolgimento argomentativo si fa un salto, si assume cioè surrettiziamente l’idea che a quella tecnica legislativa, a quella particolare modalità di tipizzazione corrisponda sempre e necessariamente una soglia di pericolosità particolarmente lontana dal danno, per così dire ai livelli minimi consentiti dal principio di offensività o di tutela dei beni giuridici. E così è avvenuto che, curiosamente dico io, ancora nelle repliche del professor Gallo e dell’avvocato Partesotti il discorso d’Accusa si è concentrato sulla questione dei requisiti minimi di compatibilità costituzionale delle fattispecie di pericolo astratto o presunto come se - insisto sul "come se" - nella specie stessimo a discutere di una fattispecie periferica dell’ordinamento penale di contenuto offensivo ai livelli inferiori ipotizzabili e non discutessimo invece di una fattispecie delittuosa che appartiene al nucleo duro del diritto penale classico, una fattispecie sanzionata nella forma dolosa con pene estremamente severe, addirittura più del tentato omicidio, una figura pensata per scenari particolarmente inquietanti, tipo guerra biologica verrebbe oggi da dire e perciò veramente punita come figura del nucleo duro del diritto penale ed evento. Altro che figura di illecito bagattellare come cerca invece in tutti i modi di ridurla l’Accusa che arriva a parlare, come fa l’avvocato Partesotti, di mera presenza di sostanze tossiche come sufficiente a integrare il reato. Ma vogliamo scherzare? Fra la discussione sul pericolo astratto o presunto, una discussione che attiene ai confini estremi del diritto penale, ai margini estremi sui quali si gioca la legittimità o illegittimità di figure contravvenzionali o comunque di poco conto, è un discorso su un delitto doloso, su un delitto punito con pena della reclusione particolarmente severo, vi è concettualmente un abisso. Ricollegare la problematica dell’avvelenamento a quelle problematiche di cui ci hanno parlato il professor Gallo e l’avvocato Partesotti è uno stravolgimento totale della logica interna del sistema. L’avevo già annotato nel mio precedente intervento, senza che sul punto nessuno sia poi intervenuto, è anche uno stravolgimento dei rapporti intrasistematici fra l’articolo 439 e l’articolo 440, che espressamente richiede il corrompimento pericoloso per la salute pubblica e che pure chiaramente all’interno del sistema è figura meno grave di quella di cui all’articolo 439, come mostrano i livelli di tema. E’ ovvio, e nessuno l’ha mai messo in dubbio, che l’avvelenamento dell’articolo 439 è qualcosa di più e non già di meno dell’articolo 440. La diversa tesi, il diverso rapporto sistematico che l’Accusa ipotizza è un plateale stravolgimento dei valori in gioco incompatibile, se così fosse, col principio di uguaglianza e ragionevolezza, ma così non è. Un passaggio obbligato di questa degradazione del delitto di avvelenamento ex articolo 439 ad illecito bagattellare è anche la sua fuorviante presentazione come reato di mera condotta, così lo ha definito in replica l’avvocato Partesotti, reato di mera condotta, descrivendolo però come modificazione prodotta mediante immissioni e la modificazione è evento, non è condotta.

In concreto anche l’avvocato Partesotti finisce per ammettere senza dirlo che siamo di fronte ad un reato d’evento; lo dice anche laddove in un altro passo della memoria dice che il reato di avvelenamento si configura a seguito della immissione reiterata di sostanze tossiche nell’acqua o nelle sostanze alimentari. Anche qui finisce per descrivere un evento di avvelenamento conseguente a una pluralità di condotte, nessuna di per sé sufficiente. Perfetta simmetria quanto a struttura del reato fra l’articolo 439 e l’articolo 440, è alla sostanza degli eventi, degli effetti che dobbiamo guardare e porci il problema di quale evento o effetto definisca un avvelenamento tale da rendere ragionevole l’applicazione delle pene severe previste per la forma dolosa nel 439 e per la forma colposa nell’articolo 452. Di queste elementari considerazioni di ragionevolezza intrasistematica che dovrebbero essere per l’interprete del diritto un essenziale criterio di orientamento, vivaddio, il diritto è essenzialmente costruzione razionale che segue criteri di ragionevolezza e di proporzione, di tutto questo nel discorso d’Accusa, nella bagattellizzazione di gravi figure come fossero cose marginali non c’è la minima traccia.

Poche parole su un altro punto su cui l’Accusa ha molto insistito, il pericolo concreto secondo l’avvocato Schiesaro. Egli ci ha presentato un’ampia memoria in cui ribadisce la tesi già da lui sostenuta in precedenza secondo cui il pericolo concreto potrebbe essere desunto anche sulla base di criteri normativi. Hanno già risposto altri colleghi, mi limito ad alcune rapidissime annotazioni. Prima annotazione: l’avvocato Schiesaro ha nella sua lunghissima memoria evitato di prendere posizione, una qualsivoglia posizione, sul rilievo da me fatto di una contraddizione fra la sua tesi e quella enunciata dal Giudice Schiesaro, Pretore a Rovigo, nella sentenza del 1990 da me citata; nessuna risposta alla mia obiezione secondo cui la tesi dell’avvocato Schiesaro confonde piani che l’ordinamento vigente e il Giudice Schiesaro ben distinguono fra il piano della tutela avanzata a livello contravvenzionale e il piano di una tutela incentrata su un pericolo che l’ordinamento mostra chiaramente di intendere come qualcosa di diverso dal mero supero di una soglia normativa.

La seconda considerazione che si muove su una linea già anticipata da altri colleghi è che alla fine lo stesso avvocato Schiesaro smonta la sua tesi con l’apparenza di apportarvi delle correzioni, la smonta con il riferimento alla normativa sulle acque del 1988, la quale - come già è stato ricordato da altri colleghi - consente il superamento, sia pure entro certi limiti e a certe condizioni, dei criteri di qualità validi in via di principio, mostrando in tal modo chiaramente che quei criteri non sono la soglia del pericolo; smonta la sua tesi l’avvocato Schiesaro anche con il riferimento a quella sentenza della Cassazione del 2000 che a proposito di una contravvenzione in materia alimentare non identifica la figura più grave con il mero superamento di un valore soglia, ma richiede un superamento di una particolare entità. In quel caso è arrivata al doppio, non mi interessano adesso il caso concreto e il criterio, mi interessa rilevare che anche la Cassazione richiamata dall’avvocato Schiesaro dà puntuale conferma che il superamento di un limite normativo di per sé non equivale a pericolo concreto e che per affermare pericolo concreto in qualche senso occorre riferirsi a criteri ulteriori, già a livello contravvenzionale. Maggiore e più pregnante deve essere il criterio del pericolo là dove dal livello contravvenzionale si pretenda di passare a livelli superiori di applicabilità di fattispecie delittuose. Anche sotto questo profilo mi sembra di poter definire l’approccio giuridico dell’Accusa come tentativo di bagattellizzazione a livello contravvenzionale di figure di delitti gravi. Mi avvio alla conclusione, Signor Presidente, ho sforato il limite di un’ora ma siamo proprio alle ultime battute. Questione dei reflui dei reparti CV, le famose vasche SG31. L’avvocato Schiesaro ha riproposto la sua tesi senza aggiungere argomenti nuovi rispetto a quelli ai quali ho già replicato, non credo sbrigativamente, ho cercato di replicare punto per punto con apposita memoria depositata il 6 settembre, memoria nella quale prendo in considerazione argomenti non svolti nella discussione di luglio perché riferiti ad una memoria presentata dall’avvocato Schiesaro subito prima della pausa estiva. Su quel punto il contraddittorio è già compiuto, nulla di nuovo nella replica. Dove l’avvocato Schiesaro, evidentemente resosi conto del punto più debole del suo discorso e cioè della radicale irrilevanza del suo discorso non trovandosi il CVM nella Laguna, l’avvocato Schiesaro ci ha detto l’altro giorno che ciò che conterebbe è che nella Laguna il CVM sarebbe arrivato, anche se - facilmente solubile - non permane nell’ambiente, come egli stesso ammette. Contro questa prospettazione mi è agevole replicare che nella specie l’oggetto d’accusa non è una condotta, una mera condotta di sversamento di date sostanze, cloruro di vinile o altro, ma consiste in eventi di avvelenamento e disastro che si ipotizzano in atto, l’Accusa parla addirittura di eventi permanenti con tesi da me non condivisa e che ritengo inammissibile in diritto, ma comunque si tratta - sia l’avvelenamento che il disastro - di eventi, non di mere condotte, eventi la cui materialità dovrebbe essere colta nello stato del biota e della Laguna dove il CVM in realtà non si trova, come lo stesso avvocato Schiesaro ammette. Non si trova, non c’è il cloruro di vinile negli eventi ipotizzati dall’Accusa. L’irrilevanza, questo basta a ribadire la conclusione di manifesta irrilevanza dell’intero capitolo introdotto dall’avvocato Schiesaro attorno alle famose vasche. Questa assoluta irrilevanza mi consente di dedicare soltanto un cenno ad un punto nel quale ho peraltro colto degli aspetti di sgradevolezza personale tanto più sgradevoli in quanto coinvolgono la dignità professionale di una persona che non è più fra di noi, un amico che ci ha accompagnati in tutti questi anni di dibattimento, mi riferisco al compianto professor Foraboschi, una cui nota era stata da me depositata come mia memoria nel corso della discussione in replica a memorie depositate dall’Accusa nell’ultima udienza istruttoria, memorie dei consulenti Nardelli e Coccheo. Adesso l’avvocato dello Stato produce ulteriori note dei suoi consulenti che replicano alla nota da me presentata del professor Foraboschi con accenti su cui preferisco sorvolare. Poiché è principio generale del processo che la Difesa ha diritto all’ultima parola, se il Tribunale ritiene ammissibile l’ingresso delle memorie controfirmate dall’avvocato Schiesaro e depositate in questi giorni, allora anch’io presenterò da me controfirmate ulteriori note di replica alle memorie dei consulenti dell’Avvocato dello Stato che egli ha fatte proprie, memorie relative agli aspetti tecnici del problema dell’ipotizzata dall’avvocato Schiesaro e dai suoi consulenti concentrazioni del cloruro di vinile nelle famose vasche di cui si è parlato. Presenterò una nota di replica fondamentalmente per una esigenza di difesa della dignità professionale del compianto professor Foraboschi al di là di quanto necessario per l’argomentazione difensiva, posto che per una compiuta argomentazione difensiva mi sarebbe sufficiente fermarmi ai dati che ho già richiamato nella mia memoria depositata il 13 luglio alle pagine 183 e seguenti, i dati indicati cioè dagli stessi consulenti dell’Avvocato dello Stato e i dati che risultano da una semplice elaborazione aritmetica dei dati di cui ai registri in sequestro per il periodo che va dal dicembre 1990, inizio della gestione Enichem, fino al luglio 1994, data ultima dei bollettini presenti nel faldone 102. Tutti i dati ivi contenuti mostrano la insostenibilità fattuale, l’infondatezza fattuale della tesi d’Accusa là dove propone una qualificazione come rifiuto tossico nocivo del contenuto delle vasche di neutralizzazione avendo riguardo alla asserita presenza di CVM, presenza che i dati dimostrano assolutamente sporadica ed eccezionale e che anche quando presente è comunque ben al di sotto della concentrazione limite. Mi avvio al termine perché su altri punti toccati nelle repliche ho ben poco da dire. L’avvocato Schiesaro ha parlato della contaminazione delle acque di falda. Su alcuni punti di sicuro rilievo hanno trattato i colleghi della Difesa Montedison, io mi limito ad annotare che, essendo pacifico che la contaminazione quale che sia stata delle acque di falda si lega alle discariche realizzate da Montedison, l’intero capitolo delle acque di falda contaminate dalle discariche non interessa Enichem. Concludo rilevando un ulteriore significativo silenzio totale dell’Accusa sulle posizioni personali dei miei assistiti. Per quanto riguarda in particolare l’aspetto ambientale i miei assistiti ingegner Palmieri e dottor Parrillo non sono stati nemmeno menzionati. Solo un’osservazione - e qui veramente concludo - sulle posizioni personali. Una delle voci d’Accusa, mi pare il Pubblico Ministero, ma nella stanchezza dell’ora non ne sono sicuro, una voce d’Accusa ha toccato il tema della day lain a partire dalla quale valutare la posizione degli imputati e ha fatto un curioso discorso ponendo un interrogativo di questo genere: "Ma come facciamo a ricostruire la situazione che stava all’inizio della gestione del Petrolchimico, all’inizio dei trent’anni di chimica di cui abbiamo parlato in questo processo?". Sono queste le prospettazioni nelle quali è tornata ancora nelle repliche di questi giorni la concezione totalizzante dell’Accusa, che non si preoccupa di fotografare gli apporti singoli attribuiti ai singoli imputati in coerenza con un principio sostanziale di personalità della responsabilità e quindi di ricerca da parte dell’Accusa di eventuali responsabilità personali da ricostruire a partire da linee di partenza riferite ai singoli. Si continua a fare un discorso onnicomprensivo che nella sua struttura onnicomprensiva stravolge completamente la logica del diritto sostanziale e del processo penale allo stesso tempo. Mi interessa sottolineare che anche questa impostazione totalizzante insistentemente ribadita può essere oggi.., deve oggi essere letta come una sostanziale fuga dell’Accusa di fronte al problema del confrontarsi realmente nei fatti con l’argomentazione sui fatti sul problema capitale per il processo penale, quello concernente il fatto attribuito a ciascuno imputato.

Anche su questo registro un sostanziale silenzio e su questo concludo ribadendo la richiesta di assoluzione dei miei assistiti con la formula più ampia.

 

Presidente: va bene, grazie a lei. Riprenderemo venerdì mattina la discussione.

 

 

RINVIO AL 19 OTTOBRE 2001

 

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