UDIENZA DEL 19 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI PARTI CIVILI

 

AVV. VASSALLO - AVV. GARBISI - AVV. PARTESOTTI - AVV. GAMBERINI

AVV. CERRUTI - AVV. CHINAGLIA - AVV. ZABBEO - AVV. CEOLA

AVV. POZZAN - AVV. OMETTO - AVV. GRILLO

AVV. D'ANGELO - AVV. GHEZZO

 

Presidente: procede all’appello. Possiamo dare senz’altro inizio all’udienza con gli interventi delle Parti Civili. L’avvocato Vassallo per il Comune di Venezia, un saluto anche al Sindaco, che è presente in aula.

 

AVVOCATO VASSALLO

 

Avvocato Vassallo: Signori del Tribunale, nell’ambito della suddivisione dei compiti che ci siamo dati come difensori di Parte Civile, il mio compito è occuparmi delle questioni relative al dovere di sicurezza del datore di lavoro. E` chiaro che saranno in termini molto sintetici, io inizierò quindi tratteggiando il quadro normativo, ma soprattutto giurisprudenziale, di riferimento, confrontando poi questi elementi, chiamiamoli di diritto, con alcuni precisi fatti emersi in questo processo sul Petrolchimico di Porto Marghera.

Il dovere di sicurezza del datore di lavoro ha diversi riferimenti normativi, come sappiamo; alcuni sono di carattere generale, altri di carattere particolare, sono entrambi contestati nel capo a) del decreto che dispone il giudizio relativo al presente procedimento. Come sappiamo, sono l’articolo 2087 del Codice Civile, l’articolo 4 del D.P.R. 303 del ‘56, gli articoli 20 e 21, 236 e 244 e 354 del D.P.R. 547 e del 303. Alcuni di questi contengono dei precetti specifici, le norme antinfortunistiche, altri, se volete paradossalmente, la principale normativa di carattere generale in realtà si trova appunto nel 2087 nel nostro Codice Civile. E` un articolo fondamentale nell’analisi del problematiche relative al dovere di sicurezza, perché diventa importante in quanto impone all’imprenditore, come sappiamo, di adottare le misure secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza, la tecnica, che sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore d’opera.

Quindi la lettera del 2087 chiarisce che il legislatore ha ancorato il dovere di sicurezza, cioè il dovere di adeguamento, come vedremo, a tre parametri di riferimento, sulla cui base, secondo il nostro legislatore, debbono essere calibrate le misure per la tutela della salute e della personalità del prestatore d’opera. Quali sono? Come possiamo vedere, la qualità particolare del lavoro, l’esperienza acquisita, la tecnica. Io ho cercato varie definizioni in dottrina su questi tre parametri; la più coerente mi sembra essere quella di Giovanni Lajar sulle malattie del lavoro del diritto penale, che è recente, se non sbaglio, edito nel 2000. Che cosa dice questo autore? Direi che è in conformità alla maggior parte della dottrina: particolarità del lavoro cosa intendiamo? Tutti quegli elementi che caratterizzano una determina attività, quindi quali tecniche, le tecniche usate per la lavorazione, i processi produttivi che sono impiegati, le sostanze nocive e/o pericolose eventualmente utilizzate, le macchine e gli strumenti di cui si servono i lavoratori. In altri termini, tutto ciò che attiene la macchina e l’ambiente di lavoro. Per esperienza acquisita, è invece il patrimonio di conoscenza e conoscibilità di tutti quei rimedi e quelle misure che si siano rilevati idonei a prevenire eventi di pericolo o di danno per i lavoratori; per tecnica, invece, il patrimonio delle acquisizioni tecnologiche disponibili per il settore di lavorazione.

Ebbene, sappiamo che il dovere generale di sicurezza, che è previsto da questo articolo 2087, impone quindi al datore di lavoro, in conseguenza di tali fatti, di adottare tutti gli opportuni e necessari accorgimenti per garantire la incolumità dei lavoratori, tutti gli opportuni e necessari accorgimenti, tenendo conto della cosiddetta migliore tecnica disponibile. Questa è la cosiddetta posizione di garanzia dell’imprenditore, che impone allo stesso non solo di rispettare quindi, attenzione, le norme specifiche dettate dalla legislazione antinfortunistica, ma anche di seguire le ordinarie norme di prudenza, perizia e diligenza, alla cui luce deve essere applicato il dovere di adeguamento.

Ecco, la giurisprudenza ha seguito già questa impostazione, mi riferisco alla Cassazione della Sezione Quarta 4/10/84: "La disciplina normativa dettata in materia di prevenzione degli infortuni non elimina in modo assoluto gli obblighi e le responsabilità del datore di lavoro, anzi in ossequio al generale precetto che impone a ciascuno il dovere di esplicare la propria attività - così continua la massima - in modo che non ne derivino conseguenze dannose è alla norma fondamentale di cui all’articolo 2087. Ne consegue quindi che la determinazione dei doveri dei datori di lavoro va fatta anche alla stregua delle norme di prudenza e diligenza". Allora, cosa possiamo trarre da questa prima massima? Che il 2087 quindi non è un mero principio ma costituisce un precetto preciso, dotato quindi di penale rilevanza, in modo che i parametri richiamati possano costituire il riferimento per l’addebito di un profilo di colpa in relazione ad eventuali condotte omissive del datore di lavoro. Già, ma quali sono quindi in concreto gli obblighi che gravano sull’imprenditore e che discendono da tale norma? Inutile dire che il profilo di maggiore criticità concerne i limiti di estensione del dovere di adeguamento posto dall’articolo 2087, laddove si individua come criterio di riferimento la cosiddetta migliore tecnologia disponibile. E` quello che chiamiamo anche dovere di adeguamento; si detto cioè che il dovere di adeguamento, in base proprio al 2087, impone in sostanza al datore di lavoro di stare al passo con i tempi, e come vedremo poi, indipendentemente da qualsiasi tipo di norma che sia specifica o meno posta per determinate strutture che vengono utilizzate, cioè il principio del 2087 vige come norma di copertura generale completa. Quindi pone al datore di lavoro due precisi obblighi specifici: il dovere di porsi nella condizione culturale di conoscere le innovazioni e il progresso, quindi non può addurre l’ignoranza, e quindi delle innovazioni rilevanti ai fini della sicurezza e dell’igiene dei lavoratori, e, come secondo obbligo, il dovere di tradurre queste conoscenze in innovazioni strutturali e organizzative del processo produttivo. Innovazioni che debbono essere idonee allo scopo di tutelare la salute e l’igiene dei lavoratori. Già, io dico che questo costituisce in realtà uno dei principi fondamentali di quella che io chiamerò la etica della produzione.

Dalle considerazioni che precedono è dunque facile per noi comprendere come l’articolo 2087, e come vedremo poi, l’articolo 4 del D.P.R. 303 del ‘56, impongono all’imprenditore quindi l’obbligo di adottare quella che io dico una vera e propria filosofia aziendale. Essa non può quindi essere quella di porsi rispetto alle esigenze di garanzia della salute dei lavoratori, non può non porsi se non considerandola come una assoluta priorità. Tanto è che la Cassazione osserva che la necessità di adottare le misure atte a prevenire l’inquinamento dell’ambiente di lavoro - mi riferisco a una sentenza del ‘93, poi le consegneremo tutte al Tribunale -, il pericolo, i danni al personale addetto, dice la Cassazione "non è condizionata a fattori economici né alla mera discrezionalità del datore di lavoro, ma alle reali esigenze di protezione e alle effettive possibilità di prevenzione offerte dagli strumenti tecnici". Ed allora, signori del Tribunale, sulla scia di questa indicazione la Suprema Corte si è più volte spinta ben oltre, affermando la penale rilevanza della mancata adozione di cautele pur non previste all’epoca dei fatti contestati da alcuna norma di legge, cautele che tuttavia sono state individuate come obbligatorie nell’ambito del dovere generale di adeguamento e sicurezza previsto dall’articolo 2087. Beh, come primo esempio potremo citare la famosa sentenza del Pretore di Torino, nota a tutti, del ‘96, in cui si è ritenuta doverosa la condotta del datore di lavoro che, non garantendo le dovute pause e la sorveglianza sanitaria, pur non normativamente previste all’epoca dei fatti, ha condannato per avere causato atenotipia da videoterminale ai propri dipendenti. Beh, analogamente non è un principio solo del Pretore di Torino, vi è una sentenza della Corte Costituzionale, che ricordo, che tutti noi conosceremo, che è la numero 399 del ‘96, che ha individuato appunto proprio nell’articolo 2087 del Codice Civile la norma che apporta una precisa tutela - in questo caso si trattava del fumo passivo - negli ambienti di lavoro, pure in assenza, come sappiamo, di una previsione normativa ad hoc.

La portata di questo consolidato orientamento giurisprudenziale è di intuitiva rilevanza nel caso che ci occupa. Il fatto che oggetto di imputazione siano anche condotte poste in essere prima che venisse emanata la direttiva comunitaria sul CVM e prima che questa venisse recepita nel nostro ordinamento è dunque del tutto irrilevante, in quanto comunque soccorrono i precetti dell’articolo 2087 e dell’articolo 4 del D.P.R. 303 e il dovere di adeguamento tecnologico ad esso coevo. Bene, questa breve rassegna di giurisprudenza del 2087 ci indica quindi che in capo all’imprenditore, in conclusione, esiste un vero e proprio dovere di adeguamento, finalizzato a garantire la sicurezza del lavoro quale esplicazione di un obbligo di diligenza qualificata, cui è tenuto l’imprenditore stesso. Dovere di sicurezza quindi, che vale a costituire una sorta di canone generale di comportamento che finisce per coinvolgere la condizione stessa dell’attività d’impresa, la concezione stessa, e l’atteggiamento del datore di lavoro rispetto alle problematiche riguardanti la tutela della salute e l’incolumità dei lavoratori. Parlavo dell’articolo 4 poi, signori del Tribunale, che integra ancora di più, se ce ne fosse bisogno, il 2087. L’articolo 4, ricordo, impone di rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici a cui sono esposti e portare loro a conoscenza i modi di prevenire i danni derivanti da questi rischi, il cosiddetto dovere di conoscenza e di informazione, nonché l’obbligo - e questo è l’altro elemento importante - di fornire ai lavoratori i necessari mezzi di protezione, quindi informazione e mezzi di protezione, qui ci riferiamo quindi al fatto individuale del singolo lavoratore. Quindi si conferma sostanzialmente, sul piano della legge, in questo caso della legge penale speciale, questo dovere di sicurezza del datore di lavoro, imponendo, come dicevo, l’obbligo di informazione e di prevenzione e di protezione individuale, obbligo di informazione. E` una enunciazione sintetica quella dell’articolo 4, ma molto efficace ed esaustiva, dei doveri in materia di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori e dell’ambiente di lavoro.

Sono individuati quindi degli obblighi precisi, strutturali, sia sul piano dei dispositivi di sicurezza, come dicevo prima, collettivi, sia sul piano dei presidi di protezione individuale, ma soprattutto quello che è ancora più importante è l’obbligo di informazione che ha, che è in capo al datore di lavoro, e soprattutto un obbligo di informazione che aumenta nella sua necessità e obbligatorietà laddove ci si trovi di fronte proprio a dei rischi specifici che sono connessi al tipo di lavori, ai possibili pericoli derivanti per la salute. E simili obblighi, chiaramente, hanno una importanza fondamentale. Il lavoratore deve essere quindi edotto del pericolosità dell’attività che svolge per essere messo in grado di tutelarsi innanzitutto in prima persona, e dall’altro in condizioni di esigere - altro elemento importante - una sempre adeguata tutela mediante l’adeguamento dell’organizzazione e delle modalità del lavoro. Cioè si badi che il rischio o il pericolo connessi all’attività lavorativa, rispetto ai quali sussiste questo obbligo di informazione del datore di lavoro, non vengono quindi solo in rilievo sotto il profilo oggettivo, ma anche da un punto di vista soggettivo, quale minaccia per la salute in concreto, che deve essere percepibile per ogni singolo lavoratore. In altri termini, nell’adempiere a questo obbligo il datore di lavoro deve tenere conto delle condizioni di ogni singolo specifico lavoratore, posto che in relazione alle sue pregresse condizioni di salute, alle sue precedenti esposizioni individuali, il pericolo connesso a una determinata lavorativa può investire in misura diversa singoli lavoratori, che pure operano pur nello stesso ambiente, ed eseguono quindi anche la stessa mansione, quindi informazioni individualizzate e non informazioni generalizzate. Senza volere ripetere su questo punto quanto già detto alcuni giorni fa dal Pubblico Ministero e dai colleghi di Parte Civile che mi hanno preceduto, consentitemi solo di annotare come a questi doveri di informazione e tutela del singolo lavoratore le aziende del Petrolchimico mai hanno fatto effettivamente fronte. La pericolosità del CVM è stata sottaciuta, e mi verrebbe da dire è stata volontariamente sottaciuta; le istruzioni e direttive di sicurezza sono state pretermesse o fornite addirittura con gravissimo ritardo; i lavoratori a rischio non sono stati spostati dalle mansioni pericolose, come hanno già detto durante la discussione coloro che mi hanno preceduto, ma è bene ricordarlo al Tribunale.

Le altre due norme di fondamentale importanza contestate a titolo di colpa nel presente procedimento sono gli articoli 20 e 21 del D.P.R. 303 del ‘56; come ricorderete, il 20 stabilisce e prevede in materia di difesa dell’aria dagli inquinamenti con prodotti nocivi, prevede quindi che nei lavori in cui si svolgono gas o vapori respirabili o tossici o infiammabili, il datore di lavoro deve adottare provvedimenti atti a impedire o a ridurre, per quanto possibile, questo è il nuovo concetto che mettiamo, per quanto è possibile lo sviluppo e la diffusione, l’aspirazione dei gas, etc.. L’articolo 21, difesa contro le polveri, ribadisce il concetto e dice che il datore di lavoro è tenuto ad adottare tutti quei provvedimenti atti a impedire o ridurre per quanto possibile lo sviluppo e la diffusione dell’ambiente di lavoro. Ed ancora, direi che a questo punto le due norme sono di una chiarezza cristallina, la locuzione "per quanto è possibile", che compare sempre in queste due norme, indica una volta di più che il parametro cui il datore di lavoro deve improntare la sua gestione sotto il profilo della tutela della sicurezza e dell’igiene del lavoro e dei lavoratori esposti a polveri e sostanze nocive, è quello della migliore tecnologia possibile e disponibile. E vedete, su queste due specifiche disposizioni possiamo riferirci ancora alla giurisprudenza della Suprema Corte, sentenza del febbraio del ‘94, 14 febbraio ‘95, che ha sancito questi principi cardine caratterizzati appunto questi obblighi del datore di lavoro. Quindi irrilevanza del predetto rispetto dei limiti di concentrazione in relazione alle altre violazioni, irrilevanza della inesistenza di prescrizioni delle autorità proposte ai controlli e alle attività ispettive, irrilevanza per mancanza di parametri normativi o scientifici predefiniti, obbligo di porre in essere ogni iniziativa tecnologicamente possibile per eliminare o ridurre al minimo le propagazioni di gas nocivi e polveri durante la lavorazione.

E in questo processo le due norme sono talmente pregnanti da prevedere delle ipotesi di reato di pericolo astratto, in cui, essendo le potenzialità lesive delle condotte e il nocumento al bene tutelato insite nel compito di lavorazioni che provocano polveri o esposizione a sostanze tossiche, la condotta è assunta come pericolosa dallo stesso legislatore, con questi due articoli, con presunzione iuris et iure. Ed altra conferma abbiamo ancora dagli articoli 374 e 375, specifici del D.P.R. 547, sempre contestata nel capo di imputazione, che richiamano esplicitamente il dovere dell’imprenditore di utilizzare la migliore tecnica disponibile. Qui "per quanto possibile" diventa "per quanto tecnicamente possibile", "che nei locali e luoghi di lavoro e di passaggio deve essere, per quanto tecnicamente possibile, impedito o ridotto al minimo il formarsi di concentrazioni pericolose o nocive di gas, vapori e polveri", e ancora il 375 che prevede che "per l’esecuzione dei lavori di manutenzione e di riparazione devono essere adottate misure ed usate attrezzature tali da consentire l’effettuazione di lavori in condizioni il più possibile di sicurezza". "Mezzi personali di protezione appropriati debbono poi essere messi a disposizione dei lavoratori, che devono essere così appropriati ai rischi inerenti alla lavorazione".

Bene, la stessa norma richiama anche l’obbligo che i mezzi di protezione individuali devono essere idonei e mantenuti in buono stato di conservazione. Anche queste norme, come vedete, sono molto chiare nella loro portata inequivoca, ma voi vedete che anche queste ultime disposizioni specifiche, sia più in generale l’articolo 4 e più in specifico le norme ora citate, pure confermando la necessità di tutelare il lavoratore tramite una effettiva sicurezza della lavorazione e dell’ambiente di lavoro, in realtà indicano un precipuo dovere del datore di lavoro, che è anche quello di dotare di mezzi di protezione individuale il singolo lavoratore. E qui abbiamo la chiusura di questa situazione, viene disegnata quindi la sinergia tra protezione e prevenzione dell’ambiente di lavoro, e protezione e prevenzione individuale, che debbono consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa in regime di effettiva sicurezza.

L’ultima norma che viene in rilievo è quella del D.P.R. del 10/9/82, 962, che dà attuazione alla direttiva CEE e dice, come sappiamo, che deve adottare appropriate misure tecniche organizzative al fine di ridurre ai valori più bassi le concentrazioni di cloruro di vinile monomero a cui i lavoratori sono esposti. Anche in questa norma è ribadito quindi l’obbligo di dotarsi della migliore tecnologia disponibile. Bene, questi principi, signori del Tribunale, sono stati enunciati, tutti questi principi, recentemente da due sentenze della Suprema Corte di Cassazione, rese nell’ambito di procedimenti penali in cui, nel caso di specie, si discuteva dell’esposizione dei lavoratori all’amianto. Sono sentenze recentissime, molto chiare, pubblicate recentemente nel Giustizia Penale del 2001, ma sono del ‘99, e sono due sentenze, una del luglio ‘99 e una dell’ottobre ‘99. Ebbene, la Suprema Corte ha una volta di più ribadito i principi che vi ho appena enunciato; che cosa ci dice? La prima sentenza: "Il datore di lavoro deve ispirare la propria condotta all’acquisizione della migliore scienza ed esperienza per fare in modo che il lavoratore sia posto nelle condizioni di operare con la massima sicurezza". Ribadisce ancora l’articolo 2087: "Stimola obbligatoriamente il datore di lavoro ad aprirsi alle nuove acquisizioni della scienza e della tecnica", ma badate che la Corte si spinge ancora più in là statuendo che "versa in colpa il datore di lavoro che, pur se abbia rispettato i cosiddetti valori limiti di esposizione a sostanze tossiche e nei luoghi di lavoro, non si sia attenuto al principio della massima sicurezza tecnologica fattibile nella attuazione delle misure di prevenzione". Quindi è un principio che viene maggiormente ribadito e chiarito nella sentenza successiva, quella del 5 ottobre del ‘99, pubblicata nel 2001, ove si legge appunto ancora più specificatamente: "l’inosservanza del cosiddetto valore limite di esposizione - la sentenza dice TLV, che è il valore limite di esposizione agli agenti chimici - non assurge ad elemento necessario per l’integrazione del reato - riferendosi agli articoli 20 e 21 - dal momento che l’obbligo di prevenzione contro gli agenti chimici scatta a carico del datore di lavoro pur quando le concentrazioni atmosferiche non superino determinati parametri quantitativi ma risultino comunque tecnologicamente possibili di ulteriore abbattimento".

Ed allora noi vediamo che questo è l’argomento che costituisce il fondamento dell’orientamento giurisprudenziale più recente ma costituisce anche il nucleo fondamentale di questo processo. E cito sempre dalla sentenza dell’ottobre del ‘99: "Nell’attuale contesto legislativo italiano - ci insegna la Suprema Corte - non vi è spazio per una interpretazione del concetto dei valori limiti come soglia a partire dalla quale sorga per i destinatari di precetti l’obbligo prevenzionale nella sua dimensione soggettiva o oggettiva, giacché ciò comporterebbe inevitabili problemi di legittimità costituzionale, perché - dice sempre la Corte - è implicita e connaturata all’idea stessa del valore limite, una rinuncia a coprire una certa quantità di rischi e una certa fascia marginale di soggetti". Badate, sembra di leggere una sentenza che si attanaglia a questo processo, perché è implicita e connaturata all’idea stessa del valore limite una rinuncia a coprire una certa quantità di rischi e una certa fascia marginale di soggetti, quei soggetti che per condizioni fisiche, costituzionali o patologiche, non rientrano nella media, essendo ipersensibili o ipersuscettibili all’azione di quel determinato agente nocivo, ancorché assorbito in quantità inferiore alle dosi normalmente ritenute innocue. I valori limite, dunque, vanno intesi come semplici soglie di allarme, il cui superamento, fermo restando il dovere di attuare sul piano oggettivo le misure tecniche organizzative e procedurali concretamente realizzabili per eliminare o ridurre al minimo i rischi in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, comporti ciò nonostante l’avvio di un’ulteriore e complementare attività di prevenzione soggettiva. Badate, il Pubblico Ministero ha parlato bene sulle cosiddette visite in fabbrica e gli effetti questo; guardate che prevenzione soggettiva c’era. Prevenzione soggettiva articolata su un complesso e graduale programma di informazioni - e noi sappiamo che finivano nei cassetti queste informazioni - controlli e forniture di mezzi personali di protezione diretta a limitare la durata dell’esposizione degli addetti alle fonti di pericolo. Ecco, possiamo dunque dire che secondo la Corte i valori limiti, se da una parte introducono elemento di maggiore certezza, dall’altra non debbono stabilire una precisa linea di demarcazione tra innocuo e nocivo.

Anche sotto questo profilo quindi non possiamo non riconoscere l’importanza di questo orientamento giurisprudenziale ai fini della valutazione del nostro processo. Quando anche, vedete, signori del Tribunale, si ammettesse come accertato che all’interno dei reparti del Petrolchimico di Porto Marghera, nei vari periodi, fossero stati limitati i limiti di TLV imposti o consigliati dalla normativa e dalle circolari emanate e vigenti, ancorché vi sia in atti la prova del contrario, non potrebbe ritenersi comunque osservato il dovere di sicurezza ogni qualvolta quel limite poteva essere ulteriormente abbassato, sulla base della cosiddetta migliore tecnologia disponibile. Ciò che non solo era assolutamente possibile fare nel caso di specie, ma che, come visto, doveva essere fatto. Ma vi è anche un ulteriore principio, un fondamentale principio che si attaglia al caso di esposizione dei lavoratori a sostanze quali il CVM e polveri di PVC, dice ancora quella sentenza che "l’imprenditore non può addurre a propria scusa, in caso di inosservanza dell’obbligo di adeguamento di cui all’articolo 2087, la mancata informazione al riguardo da parte degli organi ispettivi di controllo". Il Pubblico Ministero, durante la sua requisitoria, ha illustrato con dovizia di particolari l’immobilità di alcuni organi preposti alla sorveglianza, ha accennato ad un loro intervento solo successivo all’inizio delle indagini, chiamando in causa indirettamente anche Enti pubblici che in qualche modo io rappresento.

Ebbene, io mi sento in dovere di rilevare che gli strumenti a disposizione degli allora da me rappresentati, e non avevano un obbligo, non erano certamente agli anni ‘70 e ‘80 per garantire l’effettivo controllo, e soprattutto mi sento di dovere dire che le aziende certamente non hanno fornito collaborazione, se è vero che ancora oggi, negli ultimi anni, a fronte di un protocollo d’intesa prefettizio che prevede l’obbligo di tempestiva comunicazione alle pubbliche autorità in caso di eventi rilevanti quali fughe o fuori servizio, ci troviamo di fronte spesso a ritardi o omissioni da parte dei responsabili delle società del Petrolchimico in violazione anche, come contestato, dell’articolo 650 del Codice Penale, come fatti numerosi e recenti dimostrano. Vedremo poi comunque quale fosse l’accentramento delle aziende del Petrolchimico da Montedison a Enichem a metà degli anni ‘70, e possiamo già anticipare una affermazione di base: nulla è cambiato, ma a prescindere da questo va rilevato da un punto di vista giuridico che l’inerzia e/o la tolleranza di alcuni organi di controllo è del tutto ininfluente ai fini della valutazione della sussistenza o meno della violazione dell’obbligo di sicurezza all’imprenditore. Su questo punto le sentenze che vi ho citato sono chiarissime.

Bene, queste specifiche disposizioni, quelle più generali in precedenza esaminate e quelle più specifiche di cui poco fa ho parlato ci ribadiscono quindi come vi sia da sempre in capo all’imprenditore questo dovere di sicurezza, come esplicazione di una diligenza qualificata, che vada a costituire una sorta di canone generale di comportamento che finisce per coinvolgere la concezione stessa dell’attività d’impresa e l’atteggiamento che il datore di lavoro deve avere rispetto alle problematiche riguardanti la tutela della salute e dell’incolumità dei lavoratori. Attività d’impresa ed atteggiamento dell’imprenditore che debbono essere improntate, quindi, innanzitutto a garantire dei limiti massimi consentiti dalla tecnologia disponibile, che l’ambiente di lavoro non sia foriero di rischi o pericoli per i lavoratori addetti e per ciò che attiene all’aspetto, all’impianto ambientale, per la collettività; a tenersi informato delle innovazioni tecnologiche ed aprirsi alle loro adozioni all’interno del proprio circolo produttivo; 3) adoperare in modo da garantire una adeguata informazione sui rischi e pericoli connessi alle attività lavorative, informazioni che devono essere date non solo ai dipendenti ma anche agli Enti pubblici che hanno il controllo della situazione. Questi sono gli obblighi di carattere generale, che vedono come fine dell’azione dell’imprenditore l’ambiente di lavoro in generale, ma poi, oltre a questi, vi sono gli imprescindibili obblighi che il datore di lavoro ha, non meno importanti, e che vede come destinatari il dovere di sicurezza il singolo lavoratore, il singolo dipendente. Così la singola specifica attività pericolosa deve essere prestata dal lavoratore in condizioni di sicurezza individuale con l’uso di mezzi di protezione individuali: le maschere, gli aspiratori, i guanti e quant’altro. Così il dovere di informazione deve avere come destinatari anche il lavoratore singolo, tenendo in considerazione anche le sue condizione specifiche di salute e di pregresse esposizioni. Bene, questi sono i principi di carattere generale enucleati dalla giurisprudenza, dalle norme della giurisprudenza.

Vediamo ora come sono state applicate nella nostra fattispecie. Rispetto al quadro normativo che si è tratteggiato ed ai relativi orientamenti giurisprudenziali, possiamo fin d’ora affermare con tranquilla convinzione che al Petrolchimico tutte le aziende che in esso si sono succedute non hanno rispettato il cosiddetto dovere di sicurezza nella gestione dei reparti di CVM e PVC di Porto Marghera. Per non ripetere tutto quanto hanno già detto il Pubblico Ministero e i colleghi di Parte Civile che mi hanno preceduto, sia perché compiere una disamina di questo aspetto periodo per periodo porterebbe via sicuramente troppo tempo, l’analisi su questo punto sarà volutamente sintetica e caratterizzato da qualche richiamo solo a titolo esemplificativo ai dati acquisiti al dibattimento. Vi sono peraltro numerose consulenze tecniche che hanno affrontato a fondo tutto il problema, mi riferisco a quelle del Pubblico Ministero, a quelle di Medicina Democratica, a quelle del Comune di Venezia, del professor Lindone, e a quelle facciamo innanzitutto rinvio; ma innanzitutto ora dobbiamo chiederci - ed è mio compito - come si sono poste le aziende di fronte a questo obbligo di dotarsi delle migliori tecnologie possibili. Il riferimento ad alcuni documenti acquisiti al fascicolo per il dibattimento rende in modo efficace l’idea dell’atteggiamento delle aziende.

Allora confrontiamo, signori del Tribunale, confrontiamo un attimo ed osserviamo: abbiamo la lettera del 19/8/75 dell’allora Presidente Montedison Cefis, famosa, a seguito della presentazione da parte del Gruppo comunista del Consiglio regionale Veneto di una mozione sulla nocività del cloruro di vinile, 1975, 19 agosto 1975, mozione sulla nocività del cloruro di vinile monomero, secondo cui Montedison - secondo questa interrogazione - non aveva realizzato i lavori di risanamento ambientali necessari e si era adoperata per nascondere la realtà della situazione. Bene, con quella lettera, come voi potete vedere, che è agli atti ovviamente del processo, veniva rassicurato il Presidente della Regione Veneto circa il fatto che "la situazione esistente attualmente negli impianti è tale da escludere, alla luce delle attuali conoscenze - ricordo, 19 agosto 1975 - ogni pericolo", così ci dice Cefis, "giacché Montedison - dice sempre Cefis - aveva provveduto a garantire l’adozione di tutte le più opportune misure volte a rispettare i limiti di esposizione indicati dall’autorità pubblica". E quindi, dicevo, è interessante confrontare questa lettera 17 agosto 1975 con il verbale di una riunione che si tenne sul problematiche del CVM a Milano il 30/6/75, esattamente quindi un mese e mezzo circa prima, quindi poco prima di questa lettera. Se n’è già parlato, ma è un documento talmente sintomatico, signori del Tribunale, sulla gravità delle omissioni dell’azienda, che dobbiamo tornarci sopra. Dunque, in questa riunione vengono espresse delle opinioni riguardo al CVM, che dimostrano come la politica aziendale era diretta in quello stesso momento verso obiettivi assolutamente difformi da quelli che il dottor Cefis un mese e mezzo dopo garantiva alla Regione, dicendo che erano addirittura obiettivi prioritari. Infatti guardiamo questo verbale: "Si ritiene - dice al primo punto - inopportuno e rischioso - un mese e mezzo prima delle rassicurazioni del signor Cefis - assumere spontanee iniziative nei confronti delle organizzazioni sindacali per concordare il mac del CVM". E cosa ci dice ancora? "Si evidenzia la necessità - badatelo, un mese e mezzo prima - che le strutture divisionali devono individuare questo mac - e garantiva invece già il nostro Cefis -, individuano il valore di mac che innanzitutto noi siamo in grado di rispettare in ogni situazione lavorativa e che poi possa essere sostenuta - poi - in base alle più recenti acquisizioni scientifiche in materia", quasi ad asservire quindi la scienza alle esigenze della Montedison in quel dato momento. Ed ancora che cosa ci dice questo verbale? "Si esclude che si possano assumere a presupposto della sicurezza dei lavoratori l’uso continuativo del mezzo di protezione individuale", e si afferma che "l’uso della maschera può essere prescritto ma per situazione di emergenza". Ed ancora, sempre un mese e mezzo prima della lettera assicurativa di Cefis: "Si ammette che le unità rimangono costrette - come infatti sta avvenendo - a una gestione dei reparti secondo la vecchia normativa", quindi si ammette già che non stanno rispettando neanche la normativa vigente, malgrado Cefis lo assicuri un mese e mezzo dopo. Ed ancora, la ragione: "i costi previsti per gli adeguamenti e i risanamenti sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo ritornare di attualità - dice il verbale ancora - quelle alternative che sei mesi fa sembravano non valide a confronto della costruzione delle nuove unità".

Ecco signori del Tribunale, siamo nel giugno del ‘75, l’azienda che secondo il dottor Cefis si sarebbe dotata di tutti gli adeguamenti migliori disponibili pianifica una filosofia di gestione che prevede il rifiuto del mac 0, e per converso l’individuazione di un mac che non sia in grado di rispettare, per poi sostenerne la rispondenza alle migliori tecnologie possibili. Ma in realtà è quello realizzabile con obsoleta ma mal mantenuta tecnologia della Montedison che aveva disponibile, e si pianifica altresì il non utilizzo dei mezzi di protezione, si utilizza il non utilizzo dei mezzi di protezione individuale, che costituiscono - come abbiamo visto prima, invece - il sussidio unico in caso di specie, in caso di inadeguatezza del sistema di prevenzione strutturare dell’ambiente di lavoro, ma soprattutto, a metà degli anni ‘75, l’azienda non ha ancora deciso se risanare gli impianti vecchi o sostituirli con gli impianti nuovi, tanto che si ammette in questo documento che si stanno gestendo le unità secondo la vecchia normativa. Anzi, per ragioni di costi eccessivi sembra che l’azienda voglia evitare gli interventi a suo tempo già programmati per adeguare gli impianti alle esigenze connesse proprio alla sicurezza dei lavoratori, per limitarsi quindi ad interventi di minore costo ed efficacia.

Ma vedete, nella lettera di Cefis alla Presidenza della Regione il dottor Cefis mistifica anche un altro dato, quando asserisce che al Petrolchimico sono stati ampiamente rispettati i limiti di esposizione al CVM indicati dall’autorità pubblica, e noi sappiamo che lo stato dell’arte era il seguente in quel dato momento, quale era? Lo citerò velocemente, signori del Tribunale: in America Osha aveva stabilito che dall’1/1/75 la concentrazione media ponderale ammissibile era di un ppm per otto ore lavorative, con una punta consentita di 5 ppm; in Svezia era stata adottata la stessa disciplina dell’Osha; in Germania era ammessa una concentrazione di 5 ppm con punte di 15 ppm per un’ora; e in Italia il Ministero del Lavoro aveva, in assenza della norma specifica, raccomandato, il 9 aprile del 1974, il non superamento del livello massimo di esposizione di 50 ppm, il 9/4/74. Bene, se noi confrontiamo questi limiti per esempio con i rilevamenti effettuati dall’azienda nella sala autoclavi, sala compressione dei reparti CV14 e CV16 del gennaio ‘75 - i relativi bollettini sono allegati nella relazione dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero Nano e Rabitti, marzo 2000 - ci rendiamo conto - guardateli ed osservateli - che i limiti previsti dall’Osha sono sempre superati, quelli raccomandati in Italia in molte occasioni, troviamo valori quali 54 – 586 – 191 – 113 – 73 - 91. Questi dati sono indicativi non solo del fatto che non è assolutamente vero quanto sostenuto dal dottor Cefis nella lettera, ma anche dal fatto che la filosofia aziendale, quella ricavabile dal verbale di riunione del 30 giugno ‘75, si poneva obiettivi del tutto diversi dalla salute del lavoratore e della salubrità dell’ambiente di lavoro. Se le concentrazioni erano quelle che risultano dai bollettini, come poteva sostenersi che le maschere non dovevano essere usate se non in caso di emergenza? Si badi che Osha, sempre nel 1974, aveva raccomandato come mezzo di prevenzione da adottare per esposizioni al CVM eguali o minori a 25 ppm il respiratore a filtro assistito e, per esposizioni eguali o inferiori a 10 ppm, il respiratore ad adduzione ad aria compressa, consentendo il non utilizzo solo per le concentrazioni di 1 ppm, e siamo nel 1974, e nel 1975 Cefis dice che tutto va bene. Dunque la maschera si sarebbe dovuta utilizzare questi sempre a Porto Marghera, se quelli che abbiamo visto prima erano i livelli di esposizione del CVM nei reparti. Ma anche un altro cenno è da farsi: nel 1978, tre anni dopo, non è cambiato nulla, non è cambiato nulla; il CVM è sempre più cancerogeno, multi potente, più noto come agente cancerogeno, multi potente secondo la scienza mondiale, e si effettua l’indagine FULC, ci sono i morti del CVM, eppure il programma di budget per il periodo ’78 - ’80 è improntato ad un solo principio: non manutenere.

Ne hanno già parlato altri e non voglio aggiungere nulla di più; già il Pubblico Ministero vi ha ampiamente illustrato, durante la sua requisitoria come le aziende che si sono succedete nella gestione del Petrolchimico non hanno assolutamente improntate la loro filosofia aziendale all’utilizzo della migliore tecnologia possibile e disponibile, optando per una politica fatta di tagli ai budget di manutenzione, di risparmio alle spese strutturali e di rinvio degli interventi. Non intendo ripercorrere questo punto; devo solo ricordare con brevi accenni le innumerevoli fughe ripetute quasi giornalmente di CVM, non solo dimostrano una carenza tecnologica e strutturale dell’impianto ma anche l’importanza della necessità di un’alta qualità tecnica delle valvole dei rubinetti, quanto meno per evitare la perdita del CVM, perdita che, a prescindere da ogni altra e più seria considerazione, dovrebbero essere stati anche elementi economicamente valutabili, pur tuttavia, perché perdeva sempre del materiale, e rilevanti quindi al ciclo produttivo. Orbene, noi sappiamo, nel leggere la relazione 12/7/2000 dei consulenti tecnici di Medicina Democratica, in cui viene evidenziato in modo chiarissimo come la scelta in tema di valvole operate da Montedison, cioè quella di utilizzare quelle valvole tipo standard, a membrana o a saracinesca sonder, fosse assolutamente inadeguata, trattandosi di valvole poco affidabili e tecnologicamente superate, essendo già disponibili fin dagli anni ‘60 - e siamo nel ‘78 - valvole di seconda generazione. E l’inadeguatezza della scelta gestionale vale soprattutto per gli impianti proprio del CV22, 23, 24 e 25, che entrano in produzione nel ‘71 e ‘72 e che nascono già vecchi. Vi fu quindi non solo un ritardo nella sostituzione delle valvole relative agli impianti più datati, ma anche una scelta non tecnologicamente adeguata per gli impianti di nuova costruzione, perché? Perché, signori del Tribunale? E` l’unica ragione, i costi, i costi.

Il teste Colombo, all’udienza del 17/5/2001, a pagina 156 e 157, ha chiarito in maniera molto evidente: "una valvola sonders costava 10 volte meno delle altre"; considerazioni dello stesso tipo possiamo fare per rubinetti a sfera a passaggio totale, disponibili sul mercato negli anni ‘60 ed adottati al Petrolchimico solo a partire dal ‘75. E si badi bene che altra società del gruppo Montedison - mi riferisco alla Montecatini Edison - ne aveva già predisposto l’utilizzo a partire dal ‘68, quindi l’ignoranza non può essere neanche addotta in questo caso.

E del resto che vi fosse una assoluta inadeguatezza della tecnologia adottata in Montedison al Petrolchimico in quel periodo a fronte di una pacifica disponibilità sul mercato di strumenti più avanzati e idonei a garantire la sicurezza dei lavoratori è dimostrato proprio dal documento FULK del ‘76, ove si rileva che il ritardo nell’intraprendere il risanamento, riconversione degli impianti Montedison costituisce - quindi era già stato fatto presente - una inaccettabile politica del rinvio. E si segnalano quali punti critici - badate, già la FULC lo denunciava - dell’impianto, il filtro aperto, le pompe le cui tenute perdono continuamente, le valvole che sono tutte da sostituire, essendo di antiquata costruzione, nel ‘76 la FULC già diceva: attenzione, queste valvole sono vecchie! Ritorni al vecchio, il valvolame. Ma c’è molto di più, signori del Tribunale: gli stessi documenti interni dell’azienda ci testimoniano questa inadeguatezza tecnologica; in una nota predisposta dall’ingegnere Miani dopo una sua visita alle aziende in Germania, a Tuklin, Disindau il tecnico Montedison da un lato dà atto: "Secondo i tecnici della Tuklin, i loro rubinetti sono installati da molti anni e in moltissimi impianti su fluidi particolari tossici - vedi cloro ed acido cianitrico - e - e questo è il punto - al momento non sono state lamentate perdite degli organi di tenuta. Dall’altro - in relazione ai nuovi rubinetti - che la officina di manutenzione della Montedison, con le attuali attrezzature, non è in grado - ci dice l’ingegnere Miani nella sua relazione - di garantire l’affidabilità della tenuta dei rubinetti". C’è una denuncia ben precisa da parte del tecnico.

Dunque, nel ‘75, quando il CVM già comincia a essere un sorvegliato speciale da circa cinque anni, nei punti cruciali degli impianti del reparto del Petrolchimico di Porto Marghera, quelli delle tubazioni di collegamento con le varie apparecchiature interessate, si utilizzavano componenti tecnologicamente obsoleti e con caratteristiche e prestazioni assolutamente inadeguate, nonostante vi fosse la disponibilità di tecnologie notevolmente più avanzate, anche se a maggiori costi. Ecco, le cose non sono cambiate di molto, del resto, quando la gestione dei reparti del CVM e del PVC è passata sotto la gestione Enichem; in vari passaggi dell’istruttoria dibattimentale si sono acquisiti dati relativi a fughe e dispersioni di sostanze inquinanti anche nel periodo degli anni ‘80 ed agli inizi degli anni ‘90, periodo in cui certamente gli impianti erano gestiti da Enichem. Il consulente tecnico Maccari, udienza 11/6/99, pagina 124 e 125 del verbale stenotipico, ha passato in rassegna i vari episodi di rottura, sfondamento delle ..(inc.) e delle guarnizioni dei boccaporti verificatesi nell’89; il consulente tecnico di Medicina Democratica Carrara, all’udienza del 16/6/99, pagine 117 e 118 del verbale stenotipico, ha riferito di vari episodi di perdite di gas da rubinetti e dalle tubature di collegamento degli impianti, verificatesi negli anni ‘90, ribadendone poi la portata durante il controesame del 21/9/99, pagine 71 e 72, ed attribuendo la causa sia a carenze impiantistiche, tecnologiche e strutturali, sia a carenze di manutenzione. La ricorrenza, quindi, e frequenza degli episodi di fughe e fuoriuscite del CVM e le anomalie segnalate inducono quindi a ritenere che anche nel periodo di gestione degli impianti da parte di Enichem la tecnologia utilizzata non fosse la migliore disponibile. Analoghe considerazione possono farsi sulle tecnologie utilizzate con riferimento alle autoclavi, ma di queste già ha parlato ampiamente il Pubblico Ministero. L’unico accenno che vorrei fare alle scelte adottate dall’azienda è in tema di monitoraggio ambientale e personale; il C.T. del Pubblico Ministero, ingegnere Nano, ha spiegato chiaramente come fino al 1975 il monitoraggio veniva fatto in modo manuale; dal ‘75 in poi vennero installate i famosi gascromatografi, e già qui abbiamo il primo ritardo nell’adeguamento delle migliori tecnologie disponibili, poiché sappiamo che i gascromatografi erano disponibili sul mercato pacificamente dagli anni ‘60 e Montedison stessa, in altri reparti, se n’era già dotata prima, ben prima del 1975. Ma vi è di più; giacché il sistema di monitoraggio adottato al Petrolchimico, quello cosiddetto in continuo pluriterminale o non di tipo puntuale monoterminale, fornita dei dati corrispondenti a valori medi su tutti i punti di campionamento e non un valore rappresentative delle aree di lavoro, che solo il sistema monoterminale può fornire, in quanto, come ormai pensa sia chiaro, indica esattamente qual è la concentrazione di CVM cui é esposta nel posto di lavoro il singolo operaio, perché questo è il compito del datore di lavoro come dovere di sicurezza. Eppure in quel periodo altre aziende utilizzavano il sistema monoterminale, come riferito dallo stesso consulente del Pubblico Ministero l’ingegner Nano a pagina 36 del verbale udienza 26/5/99, e come riferito dal nostro perito, il professor Rindone, consulenza tecnica 13/2/99, pagina 14 e seguenti; quindi in realtà possiamo affermare che in quelle date non veniva rispettato l’obbligo di fornire i mezzi di sicurezza migliori allo stato dell’arte. Non solo; il professor Rindone ha altresì evidenziato, vedete il verbale dell’udienza 1/6/99, pagine 34 e 35, 16/6/99, pagina 105, come per avere un dato rappresentativo del livello di effettiva esposizione al CVM del singolo lavoratore, i dati di monitoraggio ambientale dovevano essere validati dal campionamento individuale, l’opportunità e la necessità di verificare con il personale la significatività delle prese del gascromatografo era stata evidenziata sempre dal professor Rindone in sede di esame dibattimentale e individuata come procedura minima di tutela del lavoratore negli Stati Uniti già a partire dagli anni ‘74. Ciò nonostante a Porto Marghera si è continuata a negare l’importanza e l’efficacia fino a quando, nel 1980, veniva emanata la direttiva CEE 78/610, e in vista della sua attuazione i responsabili Montedison definirono una procedura, che doveva essere scontata in almeno cinque anni, un obbligo di norma e quindi inevitabile, da attuare a partire da giugno ad ottobre a mesi alterni, deposizione del professor Rindone: "Le censure sul sistema di monitoraggio nei reparti lavoro, che si sono evidenziate con riferimento agli anni ’70 - ’75, valgono anche nei periodi successivi di gestione da parte di Enichem". Di questo argomento tratterà in specifico il collega Schiesaro, e del resto la puntualissima analisi del sistema di monitoraggio di Enichem relativa agli anni ‘90 effettuata dal consulente del Ministero dell’Ambiente, professor Nardelli, ha già offerto al Tribunale un bagaglio di conoscenze che ritengo sufficiente e necessario. Ricordo solo come la scelta di Enichem di non utilizzare il sistema di rilevazione con spettrometro di massa e di continuare ad utilizzare il sistema gascromatografico ha condotto certamente a sottostimare la portata e il numero delle fughe e della fuoriuscita di gas a concentrazione ben superiori ai limiti, come la relazione del perito Scatto, udienza 26/5/99, pagina 115 e seguenti, ha ben dimostrato. Cosa ci dice il perito Scatto? Ha parlato di generale diminuzione della concentrazione rilevata al sistema, di concentrazione media di fatto diluita, e a queste considerazione, come il Tribunale ricorderà, il consulente è giunto comparando i dati forniti da due diversi sistemi di rilevamento: quello con gascromatografo e quello con lo spettrometro di massa, in relazione ai vari episodi di fuga conseguenti agli sfondamenti, tra cui quello del 26/6/98, " quella data - riferisce sempre il perito che ha fatto questo confronto - il gascromatografo ha segnalato dodici eccezione, quattro preallarmi e cinque allarmi, mentre lo spettrometro avrebbe segnalato cinquantaquattro eccezioni, sedici e ventitre preallarmi ed allarmi". Le conclusioni, quindi, cui è giunto il consulente tecnico sono da questo punto di vista assolutamente inequivocabili: il sistema gascromatografico di Enichem era inadeguato e era inidoneo a rappresentare la concentrazione da gas del CVM nel singole zone di lavoro, in quanto la concentrazione è diluita e sempre inferiore come segnalata dallo spettrometro. Noi sappiamo che gli impianti nati prima degli anni ‘70 con tecnologie molto vecchie sono stati chiusi avanti negli anni, nonostante già si parlasse della loro chiusura nel ’74 - ’75. Il CV6 è stato chiuso nel ‘90, il CV10 è stato chiuso nell’85, il CV14 e 16 nell’86, e gli impianti costruiti dopo il ‘70, quelli dopo il ‘70, il CV22 e 23 e il CV24 e 25 sono nati già vecchi, come ricordato dal Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria e per le motivazioni a cui mi riferisco, ed è infatti evidenziato dal consulente di Medicina Democratica: "Tutti questi impianti, sia quelli dismessi e sia quelli ancora oggi funzionanti, sono stati tenuti in funzione mediamente più del doppio di quello consentito dalle norme di buona tecnica e sicurezza suggerite dall’Ispes, sin dal 1972, le 100.000 ore di funzionamento individuate come limite consentono un utilizzo di circa 12 anni in un impianto come quello di Porto Marghera". Pensate che gli impianti attualmente esistenti sono in media operanti da 27,3 anni, dato fornito dal consulente tecnico Mara nell’udienza del 21/9/99 a pagina 53. Bene, si possono fare tutti gli interventi di ammodernamento e manutenzione che si vogliono, ma un impianto concepito secondo tecnologie impiantistiche datate da 20 e 30 anni prima non possono essere deontologicamente ritenute la migliore tecnologia disponibile, né sotto il profilo della garanzia di sicurezza per i lavoratori né sotto il profilo dell’ambiente. L’utilizzo per un così lungo tempo di impianti obsoleti può rispondere solo a una logica di profitto del mercato; un impianto come il CV6, chiuso nel 1990 e creato negli anni ‘50, ove si produceva il CVM in emulsione - è un esempio classico questo - si è tenuto in marcia fino a quando l’azienda Enichem ha avuto la disponibilità di unità produttive dello stesso tipo in Sardegna. Chiuderlo prima significava, come doveva essere fatto, avrebbe significato uscire dal mercato del PVC ci è stato detto, in emulsione, scelta che non è stata fatta perché si è anteposta la scelta del mercato rispetto alla sicurezza dei lavoratori e della collettività. Si è anteposta, quindi, questa scelta a fini di profitto.

Ebbene, questo dimostra che non è stato adempiuto un obbligo primario dell’imprenditore. Questi dati sono il segno quindi, signori del Tribunale, di una filosofia aziendale che, come dicevo, è improntata al profitto, esclusivamente al profitto e non anche alla salvaguardia dei lavoratori e dell’ambiente di lavoro e dell’ambiente esterno, e dunque possiamo ritenere pacificamente provato nel processo che gli imputati, ciascuno per il suo specifico periodo di competenza, non si sono assolutamente attenuti a quel principio fondamentale a cui erano obbligati della migliore tecnica disponibile, nonostante il Presidente della Montedison Cefis, con tanta sicumena, si facesse un vanto al contrario nel 1975. Vi è chi è convinto che per un avvocato sia più difficile difendere come Parte Civile; no, non è vero signori del Tribunale, è sempre una questione di difendere una determinata posizione, l’importante è essere convinti della fondatezza delle proprie tesi, come io sono profondamente convinto dell’esattezza di quanto vi ho oggi sostenuto.

Il professor Stella sostiene che i fatti esaminati in questo processo non dovrebbero essere oggetto di disamina nell’ambito penalistico. No, non lo credo, qualcuno ha detto che questo è un processo all’industria chimica, posso condividere questa affermazione se si riconosce che questo è un processo a quel tipo di industria che ha come unico valore etico economico il profitto, comunque conquistato senza limite, processo quindi a un’etica che considera il capitale da remunerare come unico ed esclusivo fine cui l’impresa nel suo complesso deve soggiacere, etica che nella tricotomia capitale – lavoro - tecnologia considera preminente il primo mentre il secondo e il terzo devono essere sfruttati al solo scopo di fare incrementare il primo. Ma tutta la normativa vigente non privilegia questo scopo, la normativa italiana non dà questa etica. Questa è l’impresa quindi che abbiamo visto e che abbiamo trovato in questo processo, è l’impresa che usa la forza lavoro come leva per ottenere benefici, che riscatta la pubblica amministrazione con la minaccia di licenziamenti in massa, ma questa etica è stata gestita, accettata da uomini, dagli amministratori che, per favorire il loro capitale che li aveva eletti, che li aveva nominati, per accattivarsi la simpatia, hanno gestito con questa etica, con questa mentalità. Ecco perché questa etica, dicevo, è stata accettata e gestita dagli uomini che voi giudicherete; questo è dunque il processo contro uomini che, per applicare quell’etica perversa, hanno violato in maniera rilevantissima il dovere di sicurezza nei confronti dei loro dipendenti, di coloro che avrebbero dovuto tutelare nella loro integrità fisica. Badate, il dovere di sicurezza che ha, che incombe sopra il datore di lavoro è un dovere che ha sicuramente un costo, ma è uno dei costi del budget, che deve essere sempre del budget aziendale, è un modo di gestire l’azienda coerentemente con le leggi, è come in pratica, se io non metto quella.., è come non mettessi in pratica un costo sulle imposte o non mettessi gli ammortamenti sugli impianti in maniera adeguata. Hanno amministrato bene i signori che voi oggi giudicate, quelle aziende? Io potrei dirvi che, se io fossi socio, avessi delle azioni di Montedison e di Enichem, trovandomi di fronte alla necessità di vedere nella società di cui io ho azioni, vedere gestito in quella maniera, gestito in modo tale da creare un danno alla società, perché il danno c’è alla società in questo modo, mi chiedo se non avrei un’azione anche di azione di responsabilità nei confronti di questa amministrazione, perché questo non è il modo di gestire l’impresa. Ed allora per costoro, per questi uomini che hanno avuto questa etica, così sbagliata e così contraria alla legittimità, e per le società che per essi debbono rispondere, io vi chiedo la condanna secondo le seguenti conclusioni che leggo e la cui specifica illustrazione verrà poi fatta dal collega Garbisi. Voglia il Tribunale quindi, a nome del Comune di Venezia nel procedimento penale, conclusioni della Parte Civile, condannare ciascuno degli imputati, per tutti i reati ascritti, alla pena che verrà ritenuta di giustizia; voglia altresì condannare gli imputati e i Responsabili Civili Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., in solido tra di loro, quale risarcimento in forma specifica, al ripristino dello stato dei luoghi compromessi dalle condotte oggetto dell’imputazione; in ogni caso voglia inoltre il Tribunale condannare gli imputati e i citati Responsabili Civili in solido tra loro al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali causati dalle condotte oggetto dell’imputazione nella misura di 45.617.504.000, di cui 29.617.504.000 a titolo di danni patrimoniali, 15 miliardi a titolo di danni non patrimoniali o in quella diversa o maggiore misura che ritenesse equa; per ciò che attiene al danno patrimoniale si indicano le seguenti voci: costi sostenuti dal Comune di Venezia per la messa in sicurezza da parte dell’area cosiddetta 43 Ettari, che si indicano in 10.433.311.000, di cui 10 miliardi per la messa in sicurezza di 10 ettari dell’area, stanziati con delibera della Giunta comunale di Venezia numero 2680 dell’1/8/96, lire 253.051.000 per l’espletamento di una indagine geognostica e idrogeologica sull’area 43 Ettari, stanziati con la delibera numero 1828 della Giunta comunale di Venezia, lire 180 milioni per attività di consulenza scientifica finalizzata all’analisi dell’ambiente dell’area 43 Ettari, stanziati con delibera 4429, costi sostenuti dal Comune di Venezia per l’effettuazione di una indagine ambientale nell’area ex Ecormed, che si indicano in lire 91.515.000, stanziati con la delibera 1879 del 6/6/96 della Giunta comunale di Venezia, costi sostenuti dal Comune di Venezia per il ripristino della discarica di San Giuliano, che si quantificano in 15.683.260.000, di cui 14.800.000.000 stanziati per la messa in sicurezza dell’area con delibera numero 1078 del 14/12/2000, lire 700 milioni per perforazioni secondo le indicazioni fornite dal teste dottor Emilio Chiozzotto all’udienza del 27/3/2001 per lo svolgimento di un’attività conoscitiva del suolo dell’area di San Giuliano, costi sostenuti dal Comune di Venezia per il ripristino dell’area Corti Femminili di viale San Marco, che si quantificano in 3.019.678.000, di cui 2.939.000.000 per la bonifica dei terreni, Corallina, Mirandolina e Lucietta, lire 80.000.000 per attività di monitoraggio e campionamento secondo l’indicazione fornita dal teste dottor Emilio Chiozzotto all’udienza del 27/3/2001, costi sostenuti per personale destinato all’attività di controllo ricerca, ispezione, verifica e coordinamento resisi necessari in relazione ai fatti oggetto dell’imputazione, che si quantificano in complessive lire 290.000.000, di cui 20.000.000 per attività di campionamento svolta sul Canale Lusore e lire - secondo quanto definito dal centro - 30.000.000 per la gestione del divieto di pesca imposto nel canale prospiciente il Petrolchimico, lire 240.000.000 per l’attività del Settore Ecologia del Comune di Venezia e dell’ufficio appositamente istituito.

Per ciò che attiene al danno patrimoniale, danno di funzione e danno di immagine al prestigio dell’Ente territoriale conseguito ai fatti della compromissione dell’ambiente oggetto d’imputazione, si è quantificato nei limiti del 50% del danno patrimoniale, secondo una valutazione equitativa che tenga conto della gravità delle condotte, è indicato quindi nella modalità di lire 15 miliardi. Voglia il Tribunale dichiarare i capi di sentenza concernenti le statuizioni civili, tenuto conto della gravità dei danni, del tempo trascorso dalla loro insorgenza, del momento dell’estensione progressiva e delle conseguenze dannose e dei pericoli a ciò connessi per l’ambiente e la popolazione e i tempi sicuramente lunghi e necessari per l’attività di bonifica e il ripristino dei luoghi. Ove non potesse tenere liquidare in sede di danno, voglia il Tribunale condannare, ex articolo 539 comma secondo, gli imputati in solido al loro pagamento di una provvisionale pari a lire 29.617.504.000, pari al valore del danno patrimoniale pacificamente provato. Voglia altresì subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena agli imputati all’integrale adempimento eventualmente connesso di tutte le statuizioni civili dell’emananda sentenza.

Condannare infine gli imputati e i responsabili civili al ristoro delle spese di costituzione del rappresentante di Parte Civile come da nota che ci si riserva di dimettere. Per quanto attiene la Regione Veneto, voglia il Tribunale condannare ciascuno degli imputati per tutti i reati ascritti alla pena che verrà ritenuta di giustizia; altresì condannare gli imputati e i responsabili civili Enichem S.p.A., Eni S.p.A., Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., in solido tra di loro, quale risarcimento in forma specifica, al ripristino dello stato dei luoghi compromessi nelle condotte oggetto di imputazione.

In ogni caso voglia il Tribunale condannare gli imputati e i citati Responsabili Civili in solido tra di loro al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali causati dalle condotte oggetto dell’imputazione all’Ente territoriale nella misura di lire 110.677.481.868, di cui 73.677.481.868 a titolo di danni patrimoniali e 37.000.000 a titolo di danni non patrimoniali o in quella diversa o maggiore misura che venisse ritenuta equa. Per ciò che attiene al danno patrimoniale si indicano le seguenti voci: costi sostenuti dalla Regione Veneto per prestazioni erogate dal Servizio Sanitario regionale a favore delle persone offese, che si quantificano in lire 11.952.481.868, costi sostenuti per la redazione del piano direttore, il suo aggiornamento e la divulgazione dei dati e delle risultanti in esso contenuto, che si quantificano in 9.475.000.000, come risulta dagli stanziamenti di cui alle delibere della Giunta regionale e della delibera del Consiglio regionale Veneto dell’1/3/2000, somme stanziate dalla Regione Veneto per l’effettuazione di indagini epidemiologiche sui lavori esposti al CVM come risulta dagli impegni di spesa della delibera e della Giunta, somme stanziate dalla Regione del Veneto per l’attività di monitoraggio, censimento, studio della quantità dell’aria, che si indicano in 9.000.000.000, come risulta dagli impegni di spesa contenuti nelle delibere 17/2/99 e 1/3/2000, somme impiegate dalla Regione Veneto per l’attività di bonifica, recupero e messa in sicurezza dei siti contaminati di Porto Marghera, indicati in 38.000.000.000, stanziati con delibere numero 45 e 23 del Consiglio regionale Veneto con delibera numero 3761 della Giunta regionale Veneto, costi imputabili alla destinazione di dipendenti, funzionari e dirigenti della Regione Veneto a attività ispettive di controllo, di coordinamento, di intervento, resisi necessarie a seguito dei fatti oggetto di imputazione, che si indicano in 3.400.000.000, secondo la quantificazione fornita dal teste ingegner Roberto Casarin, direttore dell’ufficio, somme stanziate per l’acquisto di beni strumentali alle attività di controllo, ispezione, verifica ed interventi connessi al Petrolchimico di Porto Marghera, quantificati in 350 milioni. Ciò che attiene il danno non patrimoniale è stato calcolato nel 50% della somma.

Voglia il Tribunale dichiarare i capi di sentenza concernenti le statuizioni civili provvisoriamente esecutivi, quindi ripeto le stesse cose che ho letto nelle precedenti conclusioni, che spero il Tribunale mi vorrà esimere, grazie.

 

Presidente: acquisiamo allora le conclusioni della Parte Civile. L’avvocato Garbisi, per cortesia.

 

AVVOCATO GARBISI

 

Avvocato Garbisi: Brevemente, signor Presidente ed signori del Tribunale, l’illustrazione delle richieste risarcitorie formulate dal collega per ciò che attiene il Comune di Venezia e la Regione del Veneto. Brevemente, signori del Tribunale, perché credo che le richieste siano state formulate sulla base di dati obiettivi acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale. Le voci di danno patrimoniale che si sono individuate nelle conclusioni che sono state lette poc’anzi trovano il loro fondamento o su impegni di spesa contenuti in deliberazioni degli Enti territoriali, che sono state dimesse in allegato alla nota di produzione documentale del 20 aprile 2001, ovvero in patrimonio di conoscenza fornito al Tribunale durante l’escussione dei testimoni che sono stati indicati dalla Difesa di Parte Civile del Comune di Venezia e della Regione del Veneto. I criteri sulla base dei quali sono stati imputati determinati costi sostenuti, determinati impegni di spesa assunti dalle due amministrazioni, sono sostanzialmente questi: si è tenuto conto delle attività che sono state poste in essere per lo studio e il monitoraggio e la divulgazione dei dati acquisiti tramite queste attività di studio e monitoraggio, che abbiano ovviamente una connessione con i fatti oggetto di imputazione, si è tenuto conto dei costi che si sono sostenuti per interventi di messa in sicurezza di siti, che sono quelli indicati negli allegati al capo di imputazione, si è tenuto conto dei costi che sono stati sostenuti dalle amministrazioni per il personale destinato a determinate attività ispettive di controllo, e su questo farò poi un preciso accenno, una precisa specificazione, si è tenuto conto per la Regione del Veneto delle spese che sono state supportate dal Servizio Sanitario regionale per l’erogazione di prestazioni a favore di quei soggetti che sono indicati come persone offese nel processo. Dicevo, dati obiettivi.

Per quanto attiene la Regione del Veneto partiamo dalle spese sostenute dal Servizio Sanitario nazionale. I punti di riferimento per la quantificazione di questo danno si sono costituiti dalla deposizione del teste dottor Filippo Palumbo, che è stato sentito all’udienza del 14 marzo 2001, pagine 162 - 167 del verbale stenotipico, e da quell’allegato alle conclusioni che è stato dimesso oggi, in cui vi è sostanzialmente una tabella in cui persona per persona sono riportate le prestazioni erogate e le somme che, diciamo, sono imputate a queste prestazioni.

Dico subito, signori del Collegio, che si è tenuto conto solo di quei soggetti per i quali il Pubblico Ministero ha depositato in sede di requisitoria la lista, sono 261 soggetti, cioè rispetto ai quali, sulla base delle indicazioni fornite dai suoi consulenti e fornite dal dibattimento, il Pubblico Ministero ha ritenuto pacificamente provato un nesso di causa tra le esposizioni alle sostanze oggetto delle lavorazioni e le patologie che questi soggetti hanno avuto. Nella tabella voi vedrete, a fianco ai nominativi dei vari soggetti, le date dei ricoveri, le patologie relative e la voce di spesa. Voce di spesa che è stata individuata, come ha riferito il dottor Palumbo all’udienza del 14/3/2001, sulla base delle tariffe di rimborso previste dal cosiddetto ROD, cioè Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi, che costituiscono - ha detto il dottor Palumbo - una sorta di elemento di fatturazione del costo del ricovero ospedaliero. L’ammontare di questi diciamo costi relativi al ricovero ospedaliero, costi indicizzati, cioè utilizzando la tariffa prevista oggi per questo tipo di prestazioni, porta ad un complessivo ammontare di lire 6 miliardi. Credo che questa quantificazione possa in qualche modo far venire meno quella obiezione che era insita nella domanda credo del professor Alessandri, rivolta al teste Palumbo il 14 marzo del 2001, quando fu chiesto al funzionario della Regione del Veneto in base a quali criteri era stata imputata una determinata prestazione ai fatti oggetto di causa. Il dottor Palumbo ha risposto: "Si è tenuto conto delle indicazioni fornite dai servizi sanitari delle varie U.L.S.S.". Oggi questo diciamo eventuale problema da correlazione tra la prestazione e la patologia oggetto di imputazione è stato in qualche modo corretto perché, ripeto, si è tenuto conto solamente di quelle persone e ovviamente di quelle patologie che riguardano quelle persone indicate nell’elenco del Pubblico Ministero. Ai sei miliardi di spese per prestazioni relative ai ricoveri ospedalieri abbiamo aggiunto altri sei miliardi, cioè la stessa cifra, per le prestazioni di assistenza domiciliare ed ambulatoriale. Ricorderete che il dottor Palumbo, all’udienza del 14 marzo, ha riferito come non esita una forma di archiviazione dei dati inerenti a queste prestazioni, cioè quelle ambulatoriali e quelle domiciliari, però ci ha anche riferito che una stima fatta dagli uffici della Direzione sanitaria della Regione del Veneto porta a indicare che le spese ambulatoriali e di assistenza domiciliare debbono avere un pari importo rispetto a quelle diciamo relative alle prestazioni ospedaliere, perché? Perché è un dato statistico fornito per tutti gli anni sostanzialmente, confermato per tutti gli anni all’interno della amministrazione regionale, quello secondo cui le spese che sono sostenute, i costi che sono sostenuti dalla amministrazione per le prestazioni domiciliari ed ambulatoriali hanno un importo analogo a quelle sostenute per i ricoveri ospedalieri. Anzi il dottor Palumbo si spingeva a dire: attenzione che questa è una valutazione sotto stimata, perché i soggetti che hanno avuto storie di malattie e patologie così importanti come coloro che sono stati esposti al cloruro di vinile monomero e al PVC è verosimile abbiano alzato la media dei costi delle prestazioni ambulatoriali e domiciliari, cioè è verosimile che abbiano avuto erogate delle prestazioni ambulatoriali e di assistenza domiciliare maggiori rispetto alla media della popolazione. Le attività di studio e monitoraggio sono indicate con riferimento al piano direttore, se n’è parlato tantissimo nel corso del processo, credo sia pacifica la riferibilità del piano direttore ai fatti di causa e le spese, ovviamente, relative alla sua divulgazione. Si sono poi imputate le spese, risultanti sempre da delibere - non le ripeto perché sono indicate specificamente nelle conclusioni - per l’attività di monitoraggio ambientale di Porto Marghera, sono spese sia per il monitoraggio dell’aria che per il monitoraggio, diciamo, dello stato delle acque, e che rientrano nell’ambito appunto di tutti gli studi che sono stati fatti per ovviamente gli interventi relativi alla contaminazione della laguna di Venezia. Ci sono poi delle delibere da cui risultano degli impegni di spesa per indagini epidemiologiche che sono svolte con riferimento a lavoratori o ex lavoratori esposti a CVM. La Regione del Veneto poi ha sostenuto 38 miliardi di spese per la bonifica dei siti inquinati, 19 miliardi e 800 milioni con una delibera del Consiglio regionale del 15 luglio 1999, 2 miliardi e 200 milioni sono stati destinati al ripristino della discarica di via Teramo di Mira, che è una delle discariche ovviamente oggetto di imputazione, altri 16 miliardi ancora con una delibera del Consiglio regionale del Veneto dell’1 marzo 2000. La somma complessiva è di 38 miliardi, è evidente il collegamento tra queste erogazioni e i fatti di causa, sono destinati al risanamento di Porto Marghera. Sono stato poi imputati dei costi per l’utilizzo di personale e di beni strumentali destinati a questo tipo di attività. Ho colto, nel corso del dibattimento, una certa obiezione, mi pare formulata dal Presidente durante la deposizione del dottor Pavanato, teste indicato dalla Provincia di Venezia, circa questa possibilità di imputare ai fatti oggetto dell’imputazione diciamo l’impegno di spesa che deriva dalla destinazione di personale e beni a queste attività ispettive di controllo, perché sostanzialmente si è detto: ma è compito delle amministrazioni provvedere a queste attività; attenzione però che le spese e i costi che si sono imputati nelle conclusioni della Regione del Veneto, ma questo discorso vale anche per il Comune di Venezia, tengono conto sostanzialmente di quei gruppi di lavoro che sono stati specificamente previsti e individuati in seno alle amministrazioni con destinazione ad hoc del personale, che è stato ovviamente distolto da altri compiti, per le attività che sono direttamente collegate ai fatti oggetto dell’imputazione. Ricordo il teste Casarin, udienza 27 marzo 2001, che ci ha parlato di una squadra di pronto intervento, quattro operatori in pronta disponibilità per tutto l’anno, con dei costi che sono qui individuati e che abbiamo riportato, attivato questo servizio a seguito di incidenti chimici e quant’altro. Quindi non è che si tratta di attività che è.., è un’attività ulteriore rispetto a quella che diciamo istituzionalmente è posta in essere dalla amministrazione, e su questo punto tornerò quando parlerò del danno da sviamento di funzione. Per quanto riguarda il Comune di Venezia, le conclusioni rendono di tutta evidenza che si è richiesto il risarcimento del danno come restituzione dei costi sostenuti per le attività di messa in sicurezza di 4 aree specifiche, che sono 4 aree indicate negli allegati al capo di imputazione: discarica di San Giuliano, discarica cosiddetta 43 Ettari, discarica cosiddetta ex Ecormed e la discarica delle Corti Femminili di Viale San Marco. I punti di riferimento delle richieste dell’Ente territoriale sono da un lato gli elementi che sono stati acquisiti nel corso del dibattimento tramite le consulenze tecniche del Pubblico Ministero e delle Difese di Parti Civili da un lato e dall’altro gli elementi conoscitivi forniti dalla deposizione testimoniale del teste Chiozzotto, che è il responsabile del Dipartimento Ambiente del Comune di Venezia, e ovviamente degli impegni di spesa che risultano dalle delibere che sono state dimesse. Alcune brevissime considerazione sulle quattro discariche; la discarica di San Giuliano è stata ricostruita nella sua caratterizzazione, dal punto di vista appunto del caratterizzazione del terreno, in particolare modo dall’ingegnere Carrara all’udienza del 17/10/2000, l’ingegnere Carrara che è molto a conoscenza della situazione di questa discarica perché se ne sta occupando come professionista nell’ambito di vari progetti di risanamento di quell’area che si stanno attuando. Ebbene, il consulente ha parlato di scarichi del polo chimico e quindi del Petrolchimico e di Montefibre come sostanze che sono state confinate in quella zona, specificando poi che le sostanze inquinanti - pagine 62 e 63 - che sono state rinvenute - sempre del verbale 17/10/2000 - sono fondi di distillazione di solventi clorurati, metalli residui di catalizzatori, mercurio e piombo, e quindi sostanze che rientrano pacificamente tra i residui del ciclo di produzione tipico del cloro che si utilizzava e si utilizza a Porto Marghera. Ha parlato poi di residui di acetilene. Considerazioni dello stesso tipo ha fornito l’ispettore Spoladori e fornisce la scheda tecnica che è allegata agli atti, per cui mi sembra pacifico che la caratterizzazione di quel terreno individua l’esistenza di residui della produzione del Petrolchimico oggetto di imputazione. Anche per l’area 43 Ettari valgono analoghe considerazioni; è stata ricostruita la caratterizzazione di questo terreno all’udienza del 17/10/2000 dal consulente tecnico Carrara e in sede di udienza 27 marzo e 3 aprile 2001 dal dottor Chiozzotto. E` stato detto che quest’area è stata utilizzata come area di deposito incontrollato di rifiuti da parte delle aziende di Porto Marghera; è stato detto - è vero - che vi è una massiccia presenza di bauxite, e quindi è stata evocata in quest’aula la provenienza di una sostanza che deriva dalla produzione dell’alluminio, mi pare che sia stato anche indicato che forse l’azienda che poteva avere effettuato questa produzione di alluminio fosse la azienda DIM del gruppo Montedison in anni risalenti. Ma il consulente Carrara ha chiarito che, sopra ai fanghi rossi come provenienza della bauxite, dell’azione dell’alluminio, sono stati effettuati degli scarichi di nerofumo, e cioè di un residuo, così ha detto il consulente, della lavorazione dell’acetilene compiuta presso il Petrolchimico di Porto Marghera. Anche per questa discarica il consulente Carrara conclude pacificamente - udienza 17/10/2000 - per la esistenza di un terreno che è almeno in parte contaminato da residui di produzione che sono ricollegabili alla filiera del cloro. L’altra discarica per cui il Comune di Venezia ha richiesto la restituzione dei costi sinora sostenuti è la discarica cosiddetta ex Ecormed; è un terreno che era di proprietà di Montedison, poi è stato acquistato da una azienda che poi è fallita ed attualmente si stanno studiando i progetti per il ripristino, sono stati finora stanziati e spesi dal Comune di Venezia un centinaio di milioni. Anche qui la ricostruzione della caratterizzazione di questi terreni individuati nell’area ex Ecormed è stata effettuata, oltre che dal dottor Chiozzotto, anche dall’ispettore Spoladori, consulente del Pubblico Ministero. Anche qui i dati che sono stati acquisiti, il tipo di sostanze che sono state individuate come presenti, solventi clorurati, ammine aromatiche, PCB, metalli pesanti, ci indicano che pacificamente l’area in questione è stata oggetto di confinamento di residui di produzioni delle attività delle industrie chimiche di Porto Marghera e in particolare anche dell’attività della filiera del cloro. "Tra l’altro questa area Ecormed è stata indicata - cito la testimonianza Chiozzotto, udienza 27/3/2001 - come una propaggine delle zone 31 e 32 interne al Petrolchimico", propaggine che presenta sostanzialmente più o meno le stesse caratteristiche dal punto di vista della caratterizzazione per sostanze, per inquinanti, per agenti contaminanti, tanto è che sostanzialmente le due aree sono sovrapponibili, quindi la provenienza, la derivazione dell’inquinamento di questa discarica dalla lavorazione del Petrolchimico credo che sia abbastanza evidente.

Anche per le discariche delle Corti Femminili, Lucietta, Mirandola e Corallina, sono stati individuati - ci sono le schede in atti dell’ispettore Spoladori - degli IPA che portano a ritenere la derivazione di queste sostanze dall’attività del Petrolchimico. Due parole, signori del Tribunale, sul danno non patrimoniale, che il Comune di Venezia e la Regione del Veneto hanno chiesto nel 50% dell’ammontare del danno patrimoniale. Credo che la riconoscibilità di un danno non patrimoniale agli Enti territoriali come persone giuridiche possa ritenersi ormai pacificamente ammessa in dottrina e giurisprudenza, nel senso che credo si possa ritenere superato quell’orientamento che, identificando il danno non patrimoniale con il danno morale, aveva escluso che si potesse attribuire un danno morale a una persona giuridica in quanto ovviamente non suscettibile di subire quelle menomazioni o lesioni alla psiche, ai sentimenti, quindi quelle sofferenze che sono tipiche, che connotano tipicamente il danno morale. La giurisprudenza, anche se non ha formulato in modo chiaro il danno non patrimoniale con riferimento alle persone giuridiche e in particolare gli Enti territoriali, è comunque giunta a riconoscere una serie di conseguenze da reato pregiudizievoli per il danneggiato, che hanno sfaccettature non patrimoniali di confine più esteso rispetto al danno morale. Così si è detto: "Gli Enti sono titolari di diritti non patrimoniali come quelli della tutela dell’onore, della reputazione e dell’identità personale". Questa prospettiva del resto trova un aggancio anche dal punto di vista del diritto positivo nell’articolo 74 del nostro Codice di Procedura Penale, laddove si indicano tra i soggetti che possono esercitare l’azione civile per la restituzione e il risarcimento del danno nel procedimento penale ex articolo 185 Codice Penale, quindi tutto il danno, anche quello non patrimoniale, oltre alle persone fisiche anche le persone giuridiche e gli Enti non personificati. E la giurisprudenza - dicevo - è giunta sostanzialmente a riconoscere che anche la persona giuridica possa subire delle conseguenze pregiudizievoli che sono ricollegate alla perdita di prestigio, alle frustrazioni nel perseguimento - e qui veniamo più vicino al nostro caso - del proprio fine pubblico.

Ora, se noi consideriamo che la Regione e il Comune hanno istituzionalmente delle competenze, delle funzioni in materia di tutela dell’ambiente e di tutela dell’ambiente del lavoro, di tutela della salute della collettività e di tutela della salute dei lavoratori, ovviamente, è evidente che fatti come quelli contestati nel presente procedimento, di degrado ambientale, di compromissione dell’ambiente e quant’altro, sono idonei a ledere il prestigio e a frustrare le iniziative che l’Ente territoriale pone in essere, perché istituzionalmente deputato alla tutela di quel determinato bene giuridico, cioè tutela dell’ambiente e tutela della collettività, per il perseguimento dei suoi scopi.

Fatti di disastro ambientale, questo è l’oggetto dell’imputazione, fatti di omicidio plurimo colposo, di reiterata inosservanza delle norme poste a tutela dell’igiene del lavoro e della salute pubblica, come quelli che sono oggetto del processo, suscitano notoriamente un allarme sociale tale da determinare un appannamento dell’immagine della pubblica amministrazione, la cui azione rischia, indipendentemente dalle attività, dagli interventi, dai risultati che si raggiungono, rischia di risultare inadeguata, inefficiente e insufficiente a raggiungere quegli scopi cui la pubblica amministrazione è preposta. E la Suprema Corte per esempio, ho sottomano una sentenza del 1992, ha riconosciuto la possibilità di riconoscere un risarcimento di danno non patrimoniale come danno al prestigio e all’immagine dell’Ente territoriale in caso proprio di reati di compromissione ambientale. Peraltro - questa Cassazione è stata ribadita anche in altre sentenze, questo principio - la risarcibilità del danno non patrimoniale è ancorata alla sussistenza di un accertato danno ambientale. Beh, io credo che nel processo sia pacificamente emerso che a Porto Marghera, nell’ambiente di Porto Marghera, nell’ambito del territorio di Porto Marghera e nel territorio finitimo a quello di Porto Marghera un danno ambientale, inteso ovviamente nell’accezione più lata del termine, sia sicuramente avvenuto, e quindi che questo diritto al risarcimento del danno non patrimoniale come danno di appannamento all’immagine, come danno diciamo di lesione del prestigio della pubblica amministrazione, sia sicuramente riconoscibile. Ma le condotte di compromissione ambientale costituiscono il fondamento anche di un altro vulnus alle prerogative alle funzioni dell’Ente territoriale con sfaccettature riconducibili alla categoria del danno non patrimoniale. La Regione e il Comune sono vulnerate, nelle loro prerogative e competenze che sono quelle di assicurare la tutela del bene giuridico ambiente, anche sotto il profilo del cosiddetto danno da sviamento di funzione. La compromissione dell’ambiente, fatti gravi come quelli oggetto del processo, rendono più oneroso certamente il conseguimento delle finalità istituzionali da parte della amministrazione pubblica, ritardando l’attuazione dei programmi in materia di tutela dell’ambiente e di salute della collettività che l’Ente territoriale si dà, costringendo a modificare la programmazione e le scelte, le priorità degli interventi, o - ed è ecco che ritorniamo al punto di prima - distogliendo risorse e finanziarie e diciamo di personale umano da una determinata destinazione per convogliarle a attività ispettive, di controllo, di verifica, di intervento, determinate dai fatti quali quelli oggetto di imputazione. Ed allora qui siamo ancora una volta - e lo ribadisco - nell’ambito di sì attività che l’Ente è preposto istituzionalmente a porre in essere, controllo, verifica, ispezione, etc., etc., ma a attività che deve porre in essere in termini di maggiore frequenza, di maggiore dispendio di risorse umane e di risorse economiche a causa di fatti quali quelli oggetto del processo. Anche questa voce di danno è stata riconosciuta come danno non patrimoniale dalla giurisprudenza, ho qui una sentenza in materia di reato tributario, ma credo che calzi molto rispetto al caso di specie, in cui la Cassazione - è del 1991 - ci dice che "l’amministrazione finanziaria può chiedere il risarcimento mediante la costituzione di Parte Civile, per il danno derivante dal reato tributario, non come danno coincidente con l’importo del tributo evaso, che tutto al più può costituire la base per la concreta valutazione del danno stesso. Il danno risarcibile è infatti costituito dallo sviamento e turbamento dell’attività della pubblica amministrazione diretta all’accertamento del reato tributario". Anche qui, nel nostro caso, danno risarcibile è quindi quello costituito dallo sviamento e turbamento dell’attività della pubblica amministrazione diretta all’attività di verifica, ispezione, controllo e quant’altro in materia ambientale. Per quante queste ragioni io insisto per l’accoglimento delle conclusioni che sono state in precedenza rassegnate.

 

Avvocato Vassallo: Abbiamo la giurisprudenza che abbiamo citato.

 

Presidente: le conclusioni le date senz’altro al Cancelliere. Se ci sono memorie e giurisprudenza, invece, le date al Collegio. Chi interviene adesso per le Parti Civili?

 

AVVOCATO PARTESOTTI

 

Avvocato Partesotti: per la Parte Civile Green Peace. Il rischio posto dalla presenza ambientale di composti organici e persistenti, soprattutto dalla loro tendenza ad accumularsi nei tessuti e negli organi degli organismi viventi, che vengono anche utilizzati per l’alimentazione umana, ha portato diverse agenzie internazionali a proporre azioni per la progressiva eliminazione di questi stessi composti, a proporre azioni quindi per eliminarli dalla loro immissione nell’ambiente, si veda per esempio la Convenzione di Oslo, la Convenzione di Parigi, per la protezione dell’Atlantico settentrionale, il protocollo LBS della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo. A questo eterogeneo gruppo di composti appartengono sia alcuni elementi in traccia, come il mercurio, come il cromo, come l’arsenico, il cadmio ed altri, sia composti organici con caratteristiche di tossicità e persistenza, più comuni conosciuti a livello internazionale come POPS, persistent organic pollutions. Come è intuibile, il termine "persistente" si riferisce alla difficoltà di degradazione di questi inquinanti una volta immessi nell’ambiente; in presenza di scarichi continui nel tempo come quelli di cui discutiamo in questo processo, riferiti alle attività svolte nel Petrolchimico di Porto Marghera, le quantità immesse in ambiente superano quelle degradate dai processi naturali quale per esempio la fotodegradazione. Questo porta ad un progressivo accumulo di questi composti nei comparti ambientali che li ricevono e che nel tempo, quindi, può aggiungere i livelli significativi di contaminazione. E` il caso del DDT, ma non sto qui ad addentrarmi in questi particolari, depositerò una memoria tecnica sul punto.

Il programma ambientale delle Nazioni Unite, l’UNEP, ha deciso di proporre una nuova convenzione internazionale che riguardi specificamente questa categoria di inquinanti. Il testo della convenzione è stato redatto nella sua forma accettata dalla maggior parte della Comunità Internazionale lo scorso novembre a Nairobi, mentre la sua firma è avvenuta a Stoccolma, il che ha dato il nome alla convenzione oggi nota come Convenzione di Stoccolma il 23 maggio scorso, firmata da circa 90 Paesi al mondo, tra cui anche l’Italia. Tutti questi Paesi si impegnano a ridurre l’immissione dei POPS in ambiente fino alla loro totale eliminazione a partire da un gruppo di 12 composti, che dovranno essere eliminati prioritariamente in quanto generalmente riconosciuto come particolarmente pericolosi. Tra questi figurano anche alcuni dei composti che abbiamo imparato a conoscere e a trattare con familiarità, direi quasi, nel corso di questo processo, e cioè le diossine, i furani, l’esaclorobenzene, i PCB. Purtroppo la natura stessa di questo tipo di composti, i fenomeni di distribuzione di questi inquinanti, hanno portato alla loro diffusione in ogni luogo del pianeta, tanto che sono ormai da considerarsi ubiquitari. Il loro ritrovamento in luoghi del pianeta lontani dalle fonti di emissione, come gli ambienti polari per esempio, non presuppone assolutamente l’esistenza di una produzione naturale di questi composti, come qua talora è stato tentato di far passare. Appare opportuno chiarire questo aspetto, dal momento che il professor Dragani per esempio, nella sua memoria del 30 marzo di quest’anno, parla di presenza di addotti al DNA in pesci di laghi subartici, lontani dalle fonti di esposizione a composti antropogenici. Non vorrei che passasse l’errata percezione che questi composti sono il frutto di reazioni naturali; la diffusione ubiquitari di inquinanti come diossine, come furani, PCB, HCB a latitudini polari è dovuta a processi di rideposizione atmosferica noti con il nome di distillazione; anche su questo non mi intrattengo a lungo, però devo solo fare un cenno al fatto che i composti tipicamente antropogenici prodotti e rilasciati nell’ambiente alle basse latitudini, dove si svolgono, si concentrano maggiormente le attività industriali, tendono a essere trasportati da grandi masse d’aria che si spostano verso le Regioni più fredde, verso i poli. A queste latitudini le basse temperature favoriscono le precipitazioni, che portano al suolo i contaminanti, che sono intrappolati nel particolato atmosferico. Questo è un dettaglio importante quando si comparano i dati di aree industrializzate come la nostra, come i dati che sono stati raccolti nei pressi del Petrolchimico di Porto Marghera, con quelli che provengono da aree lontane da fonti di emissione. Ciò significa che comunque non è che questo escluda il fatto che ci siano degli accumuli vicino ai luoghi di emissioni, ed è stato dimostrato ampiamente in questo processo. La Laguna di Venezia, la sua parte, confermo anch’io e sono pienamente d’accordo con le proposizioni del Pubblico Ministero, la parte della Laguna circostante l’area del Petrolchimico di Porto Marghera ne è un esempio; per decenni le strutture di controllo - ne è stato dato anche poc’anzi - non sono state oggettivamente in grado di potere controllare efficacemente che le attività industriali non provocassero danni all’ambiente e alla salute umana. Circa la gravità dello stato di degrado da inquinamento industriale della laguna, con particolare riferimento alle aree circostanti il Petrolchimico, il polo industriale, ci sono numerose indicazioni prodotte negli ultimi decenni; per le diossine e i furani abbiamo indicazioni più recenti, così per i derivati dal cosiddetto ciclo del cloro. Questo non significa che diossine e furani fossero sostanze del tutto sconosciute, è stato dimostrato ampiamente che la letteratura ne ha trattato da oltre un secolo, che la loro tossicità estremamente grave è ormai patrimonio della scienza. Diciamo che nel ‘95, ma ancora prima, nel ‘94 per esempio, c’è stato un lavoro di Benfenati ed altri presentato a San Pietroburgo, è agli atti, è stato depositato anche da Green Peace, è all’interno del rapporto che Green Peace diede alle stampe nel maggio del ‘95, in cui si rilevavano presenze di PCDD e PCDF nei sedimenti lagunari, con concentrazioni maggiori nei pressi dell’area industriale.

Ora, senza andare ad approfondire questi, ma depositerò i due rapporti di Green Peace del 1995 e del 1996, che sono agli atti comunque, sono stati acquisiti con gli atti del Pubblico Ministero già all’inizio del procedimento, debbo dare indicazione sul fatto che picchi di concentrazioni di PCDD e PCDF sono stati rilevati in successive ulteriori analisi condotte nella stessa matrice dell’area lagunare - faccio riferimento alla relazione della dottoressa Stringer, verbale del 4 ottobre 2000 - e alcuni picchi sono tra i più elevati al mondo. Inoltre l’analisi comparativa delle concentrazioni degli inquinanti di origine industriale con i livelli di altre aree lagunari hanno chiaramente messo in evidenza una maggiore contaminazione dell’area industriale. Ecco perché per fortuna gli abitanti della Laguna devono anche stare tranquilli sul fatto che le comparazioni che sono state fatte anche qua sulle analisi, sul biota per esempio, hanno sempre rilevato una estrema differenza tra i campioni che sono stati presi nell’area di Sant’Erasmo, nell’area più aperta al mare rispetto all’area intorno alla zona industriale. Le analisi su alcuni organismi viventi, comunque, hanno nel corso dell’istruttoria e del dibattimento dimostrato che gli stessi inquinanti presenti nei sedimenti sono rintracciabili anche negli organismi viventi e che campioni di biota prelevati nell’area industriale presentano concentrazioni più elevate di quelli provenienti da altre zone della laguna e all’interno di questi campioni, com’era ovvio attendersi, nell’ambito dell’area industriale i campioni più contaminati sono in assoluto quelli prelevati nelle zone interne all’area industriale. Sulle fonti di emissione, i consulenti delle Difese Bellucci e Colombo, nella loro audizione del 24 gennaio 2001, hanno ipotizzato che la presenza di diossine nei campioni prelevati nell’area industriale fosse dovuta alla rimozione di materiale scaricato nel corso di decenni, soprattutto da industrie metallurgiche e di magnesio.

A prescindere dal fatto che c’è un numero smisurato di pubblicazioni che hanno presentato almeno l’inquinamento della zona industriale di Marghera come dovuto alle produzioni di precursori di PVC, noi facciamo riferimento alla presentazione che ha fatto il consulente dottor Fabbri il 4 ottobre 2000, che ha fatto una disamina di queste pubblicazioni, è significativo il lavoro anche della Magistratura veneziana del ‘95, che ha identificato all’interno del polo Petrolchimico di Porto Marghera una fonte di rilascio di PCDD e PCDF nell’impianto di trattamento delle acque clorurate. Il livello di questi inquinanti è stato confermato da queste analisi, condotte anche in proprio dall’Enichem, era superiore dalle 30 alle 300 volte i limiti suggeriti dalla Commissione consultiva tossicologica nazionale nel ‘98; questi limiti sono indicati anche nella bibliografia del già citato rapporto di Green Peace del ‘95: "Composti organici tossici persistenti e bioaccumulabili nella laguna di Venezia, stato delle conoscenze". E qui dobbiamo dare atto di quelle che sono le risultanze della consulenza depositata il 19 aprile del 2001 dalla dottoressa Stringer. Devo fare presente al Tribunale che i nostri consulenti si sono limitati, non si sono accodati all’effluvio di consulenze, di deduzioni e di controdeduzioni; hanno depositato un’unica consulenza, oltre a quelle che erano le immagini che avevano mostrato nel corso delle loro audizioni. La consulenza della dottoressa Stringer ha tenuto ovviamente di quello che era stato l’esame e il controesame, a cui era stata sottoposta, ed anche dei documenti che in parte le erano stati sottoposti e in parte sono stati depositati - si tratta di cinque faldoni mi pare - dalle Difese dell’Enichem, hanno preso la strada dell’Inghilterra e sono stati esaminati. Il sunto delle conclusioni della dottoressa è stato depositato il 19 aprile. Ecco che allora sono state comparate le percentuali dei diversi congeneri presenti nelle matrici analizzate; per meglio comprendere quali sono le possibili fonti, la dottoressa Stringer ha comparato i profili disponibili per la laguna di Venezia con quelli relativi ad altre fonti conosciute di rilascio di diossine, tra cui le attività citate dai consulenti delle Difese. La comparazione non ha riguardato solo i congeneri 2 –3 –7 - 8 sostituiti ma anche gli altri congeneri, cioè quelli che presentano il cloro in posizioni diverse. L’uso di questi congeneri è utile, è anzi essenziale per individuare meglio la fonte di rilascio; da questa comparazione dei dati è possibile constatare che il solo profilo industriale sovrapponibile con quello denominato da OCDF della laguna di Venezia, sia per il profilo dei congeneri che per quello dei gruppi omologhi, è quello relativo alla produzione di DCE, CVM e di attività legate al ciclo del cloro. Diossine, PCB e HCB possono essere contenuti anche in altre acque di processo, per esempio degli impianti di clorosoda, tricloroetilene, percloroetilene, tetracloruro di carbonio ed altri composti organoclorurati.

A questo riguardo faccio riferimento alla relazione tecnica del perito del Pubblico Ministero, dell’ingegnere Carrara del 15 maggio 2001 in merito alla qualità degli scarichi idrici degli impianti gestiti dalle società Montedison, Eni, Enimont, etc.. E` significativo, ai fini della comprensione della responsabilità di questo comparto industriale nella contaminazione della laguna e degli organismi viventi della laguna nei pressi del Polo Petrolchimico, il dato relativo al superamento dei limiti tabellari per il parametro relativo a composti organici clorurati del secondo gruppo, che comprendono PCB, diossine, furani, HCB ed altri. Ecco che allora non si può dire che non c’era conoscenza comunque di questi esuberi, che non c’era conoscenza della tossicità di questi composti; questi composti erano all’interno di questa categoria, composti organici clorurati del secondo gruppo, e relativamente a questi composti, a questo gruppo, sono stati dimostrati ripetutamente superamenti tabellari nel corso degli anni, quindi per responsabilità delle aziende che si sono succedute nel Polo Petrolchimico.

Per concludere quindi su questo primo punto, faccio riferimento anche alla consulenza del dottor Guerzoni, che ha analizzato quello che è il ruolo delle emissioni in atmosfera nella contaminazione della laguna come conseguenza della ricaduta in acqua del particolare inquinato, ma su questo non voglio dilungarmi, se non accennare al fatto che nel ‘94, secondo una stima prodotta dall’Enea, riportata nel rapporto di Green Peace sull’inquinamento della laguna nel ‘95, relative alle emissione atmosferiche della Provincia di Venezia, le aziende del Petrolchimico avrebbero immesso circa 55 tonnellate di cloro, acido cloridrico e composti organici clorurati. Come dimostrato dalle analisi della Magistratura nel ‘95, diossine e furani erano presenti a valle dell’impianto di trattamento di acque di processo di tutte le linee produttive, dove si fa uso di composti a base di cloro. Questo è il quadro.

Le responsabilità; sia l’illecito smaltimento di rifiuti tossico - nocivi a terra che lo scarico di reflui inquinanti nell’acqua o in atmosfera, sono stati provati e documentati ampiamente nel corso del dibattimento. Faccio riferimento alla deposizione del dottor Polo, il teste che nel corso dell’udienza del 28 marzo ha indicato per esempio il ruolo, l’esistenza del trasporto di peci clorurate, che la letteratura scientifica e gli stessi produttori di PVC indicano come residui produttivi maggiormente contaminati da diossine e da altri prodotti che si generano nel corso dell’ossiclorurazione dell’etilene e che provengono dalla produzione di PVC e CVM. Il test non ha riferito sulla destinazione di queste peci, ma va messa in relazione, questa testimonianza, con quella di Mazzolin Luciano, che ha indicato nella zona di Moranzani e Malcontenta una delle destinazioni di 9.000 tonnellate annue di peci provenienti dal reparto TDI e di 2.000 tonnellate annue di quelle provenienti dal reparto di produzione di CVM. D’altronde, che in fase di produzione di PVC si formino diossine è confermato dagli stessi produttori; faccio riferimento a ..(inc.) PVC and the enviroment"" del ‘92, la deposizione ACI in Inghilterra presentata da Stringer nel corso dell’audizione del 4 ottobre 2000, questo poi è stato dimostrato dalle indagini condotte dal Magistrato alle Acque il 21/6/95 e il 21/7/95, integrate dalla relazione del 28/9/95, di cui ha esposto i risultati il dottor Fabbri, come abbiamo rilevato poco fa.

Quindi un rilascio cospicuo di diossine e furani nelle acque di uscita dell’impianto di trattamento delle acque clorurate. C’è da aggiungere che le stime, sono state fatte delle stime sulle emissioni di queste sostanze da parte dei consulenti tecnici di Medicina Democratica, che sono state presentate nel corso delle udienze del 13 e 17 ottobre del 2000. Estrapolando i dati accertati circa la produzione di PCDD e PCDF in un impianto di PVC finlandese - per brevità, questo Tribunale conosce già questi dati - e rapportati alla produzione di CVM di Porto Marghera nel periodo dal ‘58 al 2000, negli impianti CV11 e CV22 e 23 si può ipotizzare, secondo i consulenti, una produzione complessiva di oltre 5,4 chili. Com’è stato ampiamente dimostrato, questi residui sono stati scaricati nella laguna, sono finiti nelle acque di scarico per lungo tempo prima che si avviassero i depuratori, con tutti i limiti dimostrati, di questi stessi depuratori, nell’abbattimento degli inquinanti.

Quanto alla consapevolezza del superamento dei limiti tabellari, che potessero includere diossine e composti simili, cioè altri composti organoclorurati, da parte della dirigenza delle aziende, mi riferisco a quanto è stato chiaramente esposto nel contro interrogatorio del dottor Polo del 3 aprile 2001 e alla relazione del dottor Carrara 15 maggio 2001. Sono agli atti questi documenti.

Così com’è pacifico che le Direzione aziendali fossero a conoscenza del problema relativo al rilascio di mercurio dalla produzione di cloro con celle elettrolitiche che contenevano questo metallo. Anche qui mi riferisco alla consulenza di Medicina Democratica. Non solo la tecnologia di produzione di cloro con celle a membrana per la sostituzione di mercurio era disponibile e propagandata già negli anni ‘70, ma alla fine degli anni ‘80 l’Enimont firmò addirittura una lettera di intenti, secondo quello che è stato rilevato dai consulenti poc’anzi citati, con il Ministero dell’Ambiente per la loro dismissione entro il ‘93, processo mai avvenuto. Che questa negligenza abbia contribuito al continuo rilascio di mercurio attraverso lo scarico principale SM15 è dimostrato dai dati analitici forniti da Green Peace nel ‘96, documento acquisito agli atti e ripreso anche in questa consulenza tecnica del 30 marzo 2001 di Medicina Democratica, quando in questo rapporto di Green Peace si evidenziarono concentrazioni di oltre 100 ppm nei sedimenti prelevati prima della confluenza delle acque di scarico dell’SM15 con il Canale Malamocco. Questi risultati contrastano, evidentemente, con quanto affermato dal professor Vighi nell’udienza del 13 gennaio, che sostiene che le più alte concentrazione sono state rilevate solo negli strati più profondi dei sedimenti campionati. E mi riferisco in proposito alla perizia del dottor Raccanelli. Ma velocemente, per proseguire, vediamo un po’ quali sono gli effetti e quali possono essere gli effetti dell’inquinamento sul biota lagunare. Molti dei composti di cui si è discusso possono agire a livello fisiologico a diversi livelli; alcuni periti delle Difese, come il professor Pompa il 26 gennaio di quest’anno, il dottor Dragani, memoria del 30 marzo, hanno preso in considerazione il rischio cancerogeno degli inquinanti più rappresentativi e pericolosi ritrovati negli organismi lagunari. Questa impostazione ha un limite, di cui si riparlerà. Qui preme comunque sottolineare che gli organismi lagunari possono ragionevolmente essere quelli che prima degli altri mostrano gli effetti finali di una contaminazione diffusa. Nel corso della fase dibattimentale, la dottoressa Venier, audizione del 17 ottobre 2000, controesame dell’8 novembre 2000, ci ha illustrato i risultati di ricerche effettuate su organismi lagunari provenienti da diverse aree della laguna, con diverso tipo di dimensione e di esposizione. Questa consulenza, signori del Tribunale, non è stata confezionata per questo dibattimento; si trattava di un lavoro di uno scienziato che stava lavorando e continua a lavorare e ha proposto qui i risultati delle sue analisi condotte dal ‘93 in avanti. Come già notato nella descrizione dei risultati analitici emersi nel corso del dibattimento, gli organismi lagunari prelevati nell’area industriale mostrano segni di danno genetico, cioè di danno al DNA, superiore di quanto non accada per gli organismi di altre aree. In particolare si è descritto il luogo che il legame al DNA dei composti inquinanti caratteristici anche dell’area industriale, come gli IPA, idrocarburi policiclici aromatici, ed altri composti ad essi affini, può svolgere nell’induzione di risposte tumorali, ruolo ed effetto che può essere modulato da una varietà di altri contaminanti tipicamente presenti nell’area industriale, PCB, diossine, HCB e IPA stessi. Le conclusioni della dottoressa Venier, che io voglio riportare tra virgolette, perché non voglio assolutamente farle dire cose che non ha detto, sono state: "per una relazione tra danno genetico e contaminazione da idrocarburi aromatici policiclici, bifenoli proliclorurati ed esaclorobenzene, negli organismi studiati risultata dimostrata la condizione di esposizione ad agenti genotossici". Questo non significa - come interpretato, se ben abbiamo capito, dal dottor Dragani nella memoria del 30 marzo 2001 - che il consumo di organismi con addotti al DNA possa rappresentare un maggiore rischio per i consumatori, nessuno ha mai voluto sostenere che mangiare un organismo con il DNA comporti che io mi prendo una modifica nel mio DNA, questo naturalmente nessuno l’ha mai sostenuto; "ci si deve piuttosto porre il problema se il meccanismo di legame di alcune molecole inquinanti al DNA e conseguente formazione di addotti non possa essere un fenomeno riscontrabile anche nell’uomo e non possa indicare una risposta fisiologica con possibile effetto invalidante dei soggetti esposti. Inoltre sia gli addotti che i micronuclei sono stati evidenziati in maggiore numero negli organismi prelevati nelle aree per le quali erano disponibili dati analitici relativi ai fondali e che mostrano una contaminazione maggiore rispetto alle zone di riferimento". Sicuramente le ricerche della dottoressa Venier hanno messo in evidenza la manifestazione del danno genetico a seguito dell’esposizione ad alcuni inquinanti tipicamente industriali. "Quanto al possibile danno genetico conseguente al consumo di prodotti ittici contaminati da composti organoclorurati", e riporto quanto ha riferito in relazione ad uno studio canadese, per esempio, la dottoressa Venier, a pagina 30 della sua relazione. Mi permetto due parole su questa relazione, perché è zeppa di dati, per chi li voglia leggere.

La prima parte naturalmente espone quello che già aveva portato qua davanti al Tribunale; la seconda parte tiene conto anche di quello che le era stato sottoposto nel corso dei controesami. Ma io voglio citare per esempio alcuni fatti. Per esempio a pagina 7, memoria depositata il 19 aprile: "Gli idrocarburi aromatici policiclici, un gruppo di sostanze chimicamente affini in grado di formare addotti dopo trasformazione metabolica, possono comportare danno cromosomico; tra questi addotti e micronuclei sono alterazioni generiche e precoci", a pagina 8: "il benzoapirene, idrocarburo policiclico aromatico mutageno e cancerogeno; fin dal 1933 - questo per quello che riguarda la conoscenza scientifica della tossicità di queste sostanze - gli idrocarburi aromatici policiclici composti e puri sono stati implicati nella cancerogenesi chimica e, a partire dal 1950, ma più estesamente dagli anni ‘70, è stata riconosciuta l’importanza tossicologica di intermedi come i BAP diolepossidi", e così via.

Ecco, per riferirci a quello studio, a pagina 30: "Il consumo di prodotti ittici contaminati da composti organoclorurati è causa di danno genetico, può considerarsi fattore di rischio per l’uomo?", questo affronta la dottoressa a pagina 30. L’autore di cui esamina il lavoro è la Gue, che affrontava "i segni di esposizione a composti organoclorurati nella popolazione umana in zone dove era già stata stabilita precedentemente una consistente esposizione a composti organoclorurati, principalmente a causa dell’abbondante consumo alimentare dei prodotti ittici", ma non voglio proseguire su questo punto, perché mi pare che la memoria e quello che ha detto la dottoressa in questa sede sia sufficiente, la memoria depositata. Passiamo all’ultimo punto di questa parte più tecnica: la tossicità complessiva dei prodotti lagunari. E` stata opinione diffusa e condivisa da molti consulenti della Difesa, professor Lotti all’udienza del 12/12 del 2000, professori Pompa e Dragani, udienza del 26 gennaio, quella secondo la quale i prodotti ittici lagunari, anche pescati a ridosso dell’area industriale, non possono rappresentare un rischio per la salute pubblica, nemmeno se il consumo annuo medio di prodotti ittici fosse per intero rappresentato da organismi dell’area industriale.

Diverse interpretazioni sono state proposte, avanzate per sostenere questa tesi. Sulla presenza delle diossine, per esempio, si è parlato dei limiti, limiti indicati dalle agenzie internazionali, come l’OMS, come l’EPA americana: limiti sono livelli di assoluta sicurezza, non si riferiscono ad esposizioni per le quali si ipotizzi l’insorgere di risposte patologiche. A parte il discorso sul concetto di salute, che affronteremo brevissimamente più avanti, questo però è contraddetto dall’andamento complessivo delle rivalutazioni del rischio poste dall’esposizione ambientale, soprattutto per via alimentare, alle diossine ed ai composti simili, dallo IARC, dall’OMS, dall’ultima bozza del Dioxin Risultment dell’EPA americana del 2000, citato anche dai consulenti della Difesa. Si è giunti a considerazioni che fanno pensare che le misure finora adottate non sono sufficienti, non sono più ritenute di tutela della salute pubblica, se mai lo sono state, proprio nell’ultima stesura della bozza del rapporto statunitense si legge che la valutazione complessiva sul rischio di tumore indotto dall’esposizione alle diossine deve essere considerata da 100 a 1000 volte maggiore di quanto precedentemente ipotizzato. E non sto qua a indicare quelli che sono i limiti, nella rivalutazione della TDI fatta dall’OMS si è deciso di ridurre la dose massima assumibile quotidianamente da 10 a 1,4 picogrammi/chilo peso corporeo giorno, ma su questo il Tribunale è edotto ampiamente.

Nonostante questi ed altri criteri di valutazione del rischio siano stati ampiamente criticati nel corso delle deposizione dei consulenti della Difesa, in particolare dal professor Lotti nel corso dell’audizione che abbiamo citato, lo stesso consulente non è stato in grado di fornire, sebbene esplicitamente richiesto, alcuna proposta di valutazione del rischio alternativa. Al contrario non solo ha trattato direi in maniera decisamente superficiale i possibili effetti non cancerogeni delle diossine, ma ha ridotto il calcolo del rischio all’insorgenza di cloracne, una patologia riscontrata solo in soggetti esposti a dosi acute per via non alimentare, e non all’assunzione prolungata nel tempo, com’è il caso della popolazione generale, e quella che si nutre di questo tipo di mitili e pesci in particolare. Nel corso dell’audizione della dottoressa Stringer e nella sua successiva relazione è stato presentato uno studio sulla contaminazione da diossine di alimenti nell’area veneziana, Canotto ed altri, 1999. In questo studio si è affermato che i soggetti che consumano pesce o prodotti ittici dell’area industriale possono essere molto più esposti di quanto appaia dai dati attualmente pubblicati sulla valutazione dell’apporto quotidiano. Ma sugli effetti tossici delle diossine rimando a una tabella che è nella memoria della dottoressa Stringer, ma faccio una breve indicazione. Abbiamo cancerogenicità, classe 1 secondo la classificazione IARC: effetti sul sistema immunitario, soppressione dell’immunità umorale cellulare, aumentata suscettibilità di infezioni, risposte autoimmuni, tossicità riproduttiva maschile e una serie di effetti, tossicità riproduttiva femminile e una serie di effetti, impatti sullo sviluppo, modulazione di ormoni recettori e fattori di crescita, altri effetti, cioè tossicità organospecifica su fegato, timo, pelle, milza, etc., etc.. Rimando alla tabella.

Gli esperti dell’OMS hanno riconosciuto che "effetti subletali potrebbero già essere in atto nella popolazione generale ed è necessario compiere sforzi per assicurare che il livello di assunzione sia quello più basso della TDI; se quelli che si trovano nella fascia di esposizione media possono già subire effetti subletali - questa è la definizione - esiste un inevitabile rischio maggiore per coloro che sono maggiormente esposti". Questa è la conclusione cui sono giunti gli scienziati che hanno partecipato alla rivalutazione delle diossine fatta dall’EPA americana nel ‘95, De Vito ed altri. "Alcuni membri della popolazione più esposti possono essere a rischio di effetti avversi, che comprendono alterazione dello sviluppo, ridotta capacità riproduttiva a seguito della riduzione numerica degli spermatozoi ed aumento di mortalità fetale, maggiore probabilità di contrarre endometriosi, ridotta capacità di rispondere ad offese immunologiche ed altro". La seconda tesi che dovrebbe rassicurare sull’uso di organismi lagunari per l’alimentazione, anche se provenienti da aree industriali contaminate, è che la valutazione del rischio cancerogeno riguarda solo la TCDD, non gli altri congeneri di diossine e furani. Dal momento che tanto nei fondali che negli organismi marini campionati la prevalenza di diossine è rappresentata da congenere ad elevato grado di sostituzione, il rischio sarebbe ulteriormente diminuito; quando però si esprimono i valori in termini di tossicità equivalente, altro non si fa che rapporto i fattori di rischio dei singoli congeneri a quelli osservati per la TCDD, non solo ai diversi congeneri di diossine è stato attribuito un equivalente fattore di rischio, ma questo concetto è stato esteso e viene generalmente riconosciuto valido anche per alcuni isomeri di PCB; fattori di conversione inoltre sono stati proposti anche per alcuni IPA, per l’HCB, si veda nell’audizione del dottor Raccanelli dell’8 maggio del 2001. Altra considerazione è quella che: "considerando le mediane di concentrazione riscontrate nel pescato lagunare, il consumo dei prodotti ittici, calcolato su base nazionale - in questo brodo che tutto diluisce - ed aggiustato per i consumi locali - audizione del professor Pompa del 26 gennaio 2001 - il rischio sanitario in questo caso sarebbe trascurabile per assunzione di diossine". Questo si basa su un calcolo delle mediane, che abbiamo già criticato; "Le mediane potrebbero essere rappresentative della concentrazione media degli inquinanti di origine industriale se i campioni dell’area industriale e quelli delle zone di riferimento più distanti dall’area industriale fossero numericamente comparabili", ma in alcuni studi proposti nel corso di questo processo i campioni dell’area industriale sono stati molto inferiori a quelli di altre aree; si veda il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del dicembre 1996: "In realtà il rischio va riferito soprattutto a quella fascia di popolazione esposta alle concentrazione individuate negli organismi più prossimi all’area industriale. Per questi soggetti il calcolo delle mediane non trova un riscontro pratico perché esposti a concentrazioni superiori. Il calcolo del consumo medio a giornaliero a partire dalle statistiche di consumo, inoltre, non fa altro che ripartire il consumo annuale su base giornaliera. Viene cioè considerato quanti grammi al giorno di pescato è necessario consumare per raggiungere le stime complessive. E` però chiaro che l’assunzione non segue un andamento lineare - ci sono dei giorni in cui il pasto può essere rappresentato esclusivamente da prodotti ittici, ci sono dei giorni in cui questi non entrano nella dieta -; questo è il motivo, senza tediare su questo punto, perché è già ampiamente trattato, per il quale si stime che poche decine di grammi di molluschi lagunari che contenessero i valori più alti di diossine e composti simili, sarebbero in grado di fornire la dose massima giornaliera", e le stime sono state fatte in occasione della relazione del dottor Raccanelli e in relazione anche ai risultati della verifica suggerita dal Tribunale e discussa l’8 maggio del 2001. Analoghe considerazioni possono essere fatte sul mercurio. Quello che è importante notare è che ci sono delle fasce di popolazione, ci sono delle categorie che potrebbero essere più esposte di altre, perché, come abbiamo visto, certi effetti sono misurabili come danno più in relazione a particolari categorie. Se un pasto con organismi può rappresentare un picco d’assunzione, per esempio, se questo riguarda soggetti a rischio particolare come feti, neonati o immunodepressi, le conseguenze possono essere serie. Un altro difetto delle valutazioni fatte dai consulenti della Difesa è quello di valutare il rischio sanitario sulla base dei singoli composti, già Simonato, Tommasi, Vineis e Zapponi, il 29 gennaio del 1998, hanno fatto presente questo fatto. E` ovvio che ciascuno degli inquinanti rinvenuti negli organismi lagunari è presente contemporaneamente agli altri e molti di essi svolgono l’azione offensiva sullo stesso organo e sullo stesso tessuto. Così per esempio le diossine sono riconosciute tossiche per il fegato, ma lo è anche il mercurio e il piombo; i reni sono colpiti tanto dal cadmio che dal mercurio e dal piombo, etc., etc.. Da ultimo, non è da sottovalutare il rischio posto dall’assunzione delle acque attinte dalla falda contaminata dalle discariche abusive contenenti rifiuti di origine industriale, e l’uso della stessa acqua da parte di aziende alimentari. Su questo torneremo. Per concludere questa prima parte, appare evidente che le informazioni raccolte nel corso del dibattimento ci possono fare concludere che le aziende che operano e hanno operato nella zona del Petrolchimico di Porto Marghera hanno riversato ingenti quantitativi di composti tossici persistenti; le stesse aziende hanno ritardato l’adozione delle migliori tecnologie di prevenzione sia a monte, per esempio le celle al mercurio, che a valle, gli impianti di trattamento di acque e impianti di incenerimento delle produzioni industriali con riferimento al ciclo del cloro; le direzioni delle aziende erano a conoscenza del continuo superamento dei limiti tabellari imposti per le acque riversate nella laguna senza che ciò le spingesse a prendere seri provvedimenti per rientrare nei limiti di legge. Ciò ha determinato la contaminazione ambientale di alcune zone della laguna ed anche della terraferma, con il progressivo accumulo di composti particolarmente tossici ampiamente trattato nel corso del processo. Le aziende che operano all’interno del Petrolchimico sono coinvolte nel ciclo del cloro e contribuiscono ancora significativamente alla contaminazione dei sedimenti e del biota lagunare. Questa contaminazione è particolarmente grave intorno all’area industriale; la maggior parte della contaminazione da diossine e furani è imputabile al processo di produzione di DCE e CVM, sia passato che attuale. Gli organismi lagunari viventi attorno alla zona industriale di Porto Marghera presentano livelli di concentrazione di inquinanti particolarmente tossici e di chiara origine industriale. La presenza di diossine, furani, HCB e PCB tra gli altri negli organismi lagunari è a concentrazioni tali da fare sì che sono sufficienti poche decine di grammi di questi organismi, quelli maggiormente contaminati, perché un adulto possa assumere la dose massima giornaliera ritenuta di sicurezza. Negli organismi che vivono nell’area industriale si accumulano importanti concentrazioni di inquinanti tossici in grado di interagire sullo stesso organo corporeo. La pesca abusiva nell’area industriale viene costantemente praticata immettendo sul mercato inquinanti potenzialmente pericolosi attraverso il consumo di prodotti ittici provenienti dall’area industriale. Gli effetti avversi in tali condizioni di elevate e periodiche esposizioni potrebbero rappresentare un serio problema per soggetti più suscettibili quali feti, neonati e immunodepressi. Le pratiche di smaltimento illegale di rifiuti di processi industriali, condotte per anni nell’area di terraferma circostanti la zona industriale, hanno portato alla contaminazione di alcune falde acquifere destinate all’attingimento da parte di singoli utenti e di industrie alimentari. Quest’ultima circostanza configura un’ipotesi di contaminazione alimentare che coinvolge una popolazione molto più estesa di quella dei consumatori di prodotti ittici dell’area industriale. Allego una memoria su questo punto e passo alle conseguenze in relazione a quelli che sono i reati di cui all’articolo 439 e 440 di cui mi devo occupare, che sono solo alcuni dei reati ipotizzati per questo secondo capo di imputazione. Avvelenamento, punisce che chiunque avveleni acque o sostanze destinate alla alimentazione prima che siano attinte o distribuite per il consumo; di questo ci si occuperà maggiormente. E l’adulterazione, 440, e il corrompimento: è punito chiunque corrompa o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, sempre prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose per la salute pubblica. Viene poi pulito chi contraffà e rende pericolose per la salute pubblica le sostanze alimentari destinate al commercio.

L’oggetto materiale dei due reati è duplice: abbiamo le acque e abbiamo le sostanze. Le acque; di questo punto tratterà più specificamente un altro difensore, però occorre accennare alla discussione intervenuta nella dottrina, nella giurisprudenza circa l’attributo "destinato all’alimentazione". Si è discusso cioè se tale attributo sia riferibile solo alle sostanze, secondo la sequenza letterale del periodo, o anche alle acque. Una tendenza giurisprudenziale risalente ai primi anni ‘70 ha affermato che solo le sostanze sono da ritenersi qualificate dall’attributo della destinazione alimentare, con riferimento a fatti di inquinamento di acque, cito la Pretura di Genova 15 luglio ‘70, la Pretura di Milano il 14 novembre del ‘70. Anche in dottrina taluno, Palmieri, d’altronde ha affermato che per acque si debbano intendere le qualsiasi acque, purché soggette ad un uso, cioè oggettivamente destinate ad un impiego, che ne implicano una manipolazione. Le acque balneari ne sarebbero ricomprese solo se destinate per esempio a una piscina, per esempio mentre vi rientrerebbero le acque utilizzate per l’irrigazione, per la manutenzione degli impianti agricoli. Si è affermato poi, che ha attinenza con i fatti di cui è processo, che vi rientrerebbe sicuramente la pesca in relazione al contatto manipolativo, cioè tutte le acque che sono manipolate, abbiamo tutti visto le indagine che sono state proposte dal maresciallo Porcu, che testimoniavano di pescatori dilettanti che pescavano nei canali adiacenti il Petrolchimico. L’autore ritiene che vi siano ricomprese anche le acque in cui stabilmente si coltivano mitili e simili. Altra dottrina, altra giurisprudenza opina diversamente e ritiene che "destinato all’alimentazione" si riferisca anche alle acque. Le sostanze; le sostanze destinate all’alimentazione sono i prodotti che l’uomo mangia, che mastica, che beve, che siano allo stato naturale, sia dopo una trasformazione al fine di soddisfare i bisogni. E` la categoria più ampia, anche stando alla normativa, alle definizioni che la disciplina giuridica degli alimenti ne dà, perché abbraccia ogni genere che abbia la sua destinazione finale nel consumo da parte dell’uomo per i fini alimentari. Non è necessario che la sostanza possa essere consumata così com’è, è sufficiente che, sia pure previa manipolazione o in genere previa opportuna preparazione, possa prestarsi all’uso alimentare. Questo è quello che si dice nell’ambito della disciplina degli alimenti. E` un concetto, quindi, che ricomprende pacificamente anche tutte quelle sostanze alimentari quali i prodotti della terra, gli animali, non immediatamente consumabili, ma solo dopo preparazione, e in questo senso anche l’acqua. Nessun dubbio quindi che ittiofauna, mitili, le varie specie di pesci e molluschi che sono state oggetto di analisi, consulenze tecniche prima e nel corso del dibattimento, concretino queste sostanze. La destinazione all’alimentazione umana dell’ittiofauna e dei mitili è duplice, lo è per comune esperienza, perché si ritrovano abitualmente nei mercati e sulle tavole, ed è provato da innumerevoli verbali di sequestro introdotto ed acquisiti, anche di recente nel processo, che sono pescati anche all’interno e all’interno dei canali industriali di Porto Marghera. Questa circostanza, ben conosciuta, integra ed aggrava la connotazione di collettività, di indeterminatezza, di potenziale diffusività del pericolo e del danno addirittura, che connotano questo tipo di reati all’interno dell’ampia categoria della normativa a tutela dell’incolumità pubblica. Su questa circostanza c’è solo da aggiungere che è stato dimostrato che partite di questi prodotti, contraffatti anche nelle etichette, vengono commerciati e destinati all’alimentazione umana anche al di fuori dell’ambito locale e nazionale addirittura. Ci si trova di fronte, insomma, a quello che è chiamato comune pericolo, su cui altri si soffermeranno, cioè la potenzialità espansiva attribuita a situazioni di fatto quali quella illustrata, cioè l’avvelenamento di una parte dell’ittiofauna della laguna, dei sedimenti e dell’acqua, la capacità di estendere il pericolo ad un numero indeterminato di persone. In questo processo non vi è carenza di prova, vi è abbondanza di prova, non solo di pericolo ma di danno ad organismi viventi e alla stessa potenzialità riproduttiva di questi organismi. Si pensi solo alla gravità, di cui abbiamo già parlato, relativa al danno genetico rilevato in mitili e pesci, si pensi alla conferma al danno riproduttivo e alle conseguenze sull’impoverimento delle specie lagunari che è emerso nel corso del controesame della dottoressa Nasci.

Non si tratta solo e semplicemente di esposizione a inquinanti, come se poi questo non avesse alcun significato, ma di vero e proprio danno ad organismi animali e sicuro indice di pericolo. Ricordo in ogni caso che in tema di tutela della salute pubblica la Corte di Cassazione, Quarta Sezione Penale, con sentenza del 29 aprile 1997, numero 4861, che allego nel testo integrale, ha affermato, per il reato di cui all’articolo 443, fattispecie di detenzione di medicinali, in relazione all’articolo 452 secondo comma, che "non è condivisibile la tesi che esuli dal concetto di salute pubblica la tutela della salute degli animali", ritenendo sussistente la fattispecie anche se i farmaci di cui si trattava, in questione, erano ad uso veterinario. L’interesse tutelato è in ogni caso la salute pubblica, che equivale - e qui se n’è parlato, su questo ovviamente si aderisce - all’effettivo stato di benessere psicofisico, non certo all’assenza di malattia, tanto è vero che è stato osservato in dottrina, sui reati di pericolo, che quando il legislatore in materia penale ha voluto parlare di malattia, ebbene, ha parlato di malattia, ha usato questo termine in modo esplicito, come si può riscontrare negli articoli 583 e 590. Si tratta quindi di tutela nei confronti di condotte che configurano un pericolo per la salute pubblica che è concreto ed esplicito nell’ipotesi di cui al 440, rendendole pericolose per la salute pubblica, ed astratto, presunto o implicito, a seconda delle varie tesi in dottrina, nel caso di cui all’articolo 439. Su questo tema si tornerà brevemente, ma non si insiste, essendo oggetto di trattazione di altri, e comunque anche perché è affrontato nella memoria che si deposita su questa parte. Qualcosa va detto, però. In realtà anche le ipotesi di avvelenamento comprendono un pericolo che in pratica non è affatto astratto, come osservato da attenta dottrina, bensì effettivo, perché proprio dalla destinazione all’alimentazione delle sostanze avvelenate - e si dirà cosa intende la norma per "avvelenate" - deriva la probabilità dell’assunzione tossiche da parte di una pluralità indeterminata di persone, insomma l’avvelenamento è un fatto astrattamente pericoloso nel senso che contiene in sé necessariamente una probabilità di danno. Ciò che comunque è da accertare è se l’acqua o la sostanza destinata all’alimentazione umana siano state avvelenate, cioè se sono state introdotte sostanze tossiche, che possono pertanto danneggiare chi consuma l’acqua o la sostanza. E` necessario e sufficiente verificare la presenza della sostanza tossica. Si badi che tale accertamento della qualità pericolosa è cosa diversa dall’accertare il pericolo per la pubblica incolumità, qualcuno ha confuso, il Giudice è chiamato a verificare la qualità della cosa, non gli si richiede di stabilire se si sia verificata una situazione di reale pericolo. Il legislatore presume che in presenza di un certa condotta, conforme oggettivamente e soggettivamente al tipo normativo, in presenza della richiesta qualità della cosa, si verifichi la situazione di pericolo che si vuole evitare. In tema di salute, di sua definizione, si accennava prima, preme solo indicare quali sono le norme di riferimento, si è parlato del concetto ampio di salute, si è parlato di un concetto più ristretto, il primo riferimento è l’articolo 32 della Costituzione, sulla cui portata non c’è da soffermarsi anche in relazione alla tutela dell’ambiente, è ormai oggetto di consolidati principi affermati dalla Corte Costituzionale. L’altro riferimento è la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non voglio addentrarmi in quella che è stata la discussione proposta in questo processo su questa definizione, ma in questo processo ne abbiamo sentite di tutti i colori, perché abbiamo sentito fare riferimento a sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, più che della Cassazione, ancora la nostra Corte Suprema, in cui si accennava a definizioni capricciose addirittura, a limiti stabiliti in modo capriccioso da parte di Enti internazionali in relazione alla sicurezza. Va beh, invece però voglio fare riferimento a quella che è la definizione dell’OMS, che è contenuta nell’atto costitutivo del 22 luglio 1946: "Salute come stato di benessere, di equilibrio e pieno sviluppo delle funzioni fisiche e psichiche delle persone, anche in un contesto sociale". Il che va molto al di là, evidentemente, del concetto di assenza di un processo patologico in corso. Voglio solo specificare che l’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è approvato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, dall’O.N.U.; il protocollo concernente la costituzione dell’OMS, stipulato a New York il 22 luglio 1946, contiene la definizione di salute quale stato di completo benessere fisico, mentale, sociale, che non consiste soltanto nell’assenza di malattia. Questo protocollo è stato approvato con decreto legislativo del capo provvisorio dello Stato, 4 marzo 1947, numero 1068. Questi sono dati positivi. D’altronde in questo processo siamo però ben addentro a problemi di tipo patologico, anche per quello che concerne gli aspetti ambientali, visto che si discute di sostanze tossiche e cancerogene. Quello che si deve precisare è che il pericolo per la salute contemplato dagli articoli 439 e 440 non può essere negato soltanto perché non esiste la prova certa che una sostanza sia dannosa per l’uomo medio; la tutela della salute, soprattutto nell’ottica prima descritta, non può essere calibrata su questa astratta categoria di destinatario, l’uomo medio; la pericolosità di una sostanza per la salute di categorie non anormali, comunque non eccezionali di persone, di consumatori, può verificarsi e essere considerata anche nel caso di un possibile perturbamento dello stato di benessere psicofisico di soggetti non medi, pur tuttavia appartenenti a categorie ampie e generali di cittadini. Ci si è chiesti, ci si deve chiedere - ma la domanda è retorica perché la risposta è negativa - se è da considerarsi anormale l’essere bambini, l’essere donne in stato di gravidanza, per esempio; si tratta evidentemente di categorie, di fasce di popolazioni generali che necessitano addirittura di particolare maggiore protezione da pericoli di danno alla loro salute. Sono anzi queste le situazione che le norme a tutela della salute poste dalla legge penale debbono proteggere maggiormente, perché più esposte di altre al pericolo di lesioni. Una diversa lettura di queste norme urterebbe anche con quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, senza considerare quanto previsto dall’articolo 31 in tema di maternità e di infanzia. Evidentemente, al di là del problema della necessità o meno di dimostrare un pericolo concreto per la salute derivante dalla diversa struttura dei reati di avvelenamento e di adulterazione, in questo processo non manca - dicevo - ma è abbondante la prova che il biota di organismi lagunari destinati all’alimentazione di ampie fasce di popolazione proveniente dall’area industriale, contaminate da diossine e da metalli e da altre sostanze tossiche ed anche cancerogene, a causa della condotta colposa nel corso degli anni nella direzione e nella gestione degli impianti, è pericoloso soprattutto ma non solo per categorie di persone che più di altre sono le destinatarie della tutela penale, prevista dalle norme che puniscono l’avvelenamento e l’adulterazione di acque e sostanze destinate alla alimentazione, articoli 439 e 440. Quanto al 439, va sgombrato il campo da equivoci circa il concetto di avvelenamento; non vi è possibilità di escludere la sua applicabilità alle condotte incriminate, anzi la gravità della situazione ambientale e sanitaria ben può attagliarsi alla comune accezione giuridica di questa espressione, il veleno di cui all’articolo 439, ma anche poi secondo la comune definizione, è pacificamente una sostanza esogena, tossica, in grado di recare danno alla salute. Sia chiaro che è sufficiente la potenzialità di nuocere alla salute; la condotta di avvelenamento consiste in una modificazione in una sostanza organica o inorganica prodotta mediante l’immissione di tali tossici. E` la dottrina, che cito anche nella memoria, che dà queste definizioni. Sia altrettanto chiaro che non è necessario che sia potenzialmente letale, e qui abbiamo delle sostanze che sono anche definite come classe 1 dallo IARC, cancerogene, ma il concetto di letale non è necessariamente insito in questo concetto di veleno. Voglio citare Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale, sentenza 25 giugno 1985 numero 6651, udienza 8 marzo 1984, che afferma esplicitamente: "Ai fini della configurabilità del reato previsto dall’articolo 439 del Codice Penale, l’avvelenamento delle acque destinate all’alimentazione non deve avere necessariamente potenzialità letale, essendo sufficiente che abbia la potenzialità di nuocere alla salute". Anche circa il concetto di tossicità la dottrina è concorde né la giurisprudenza si è espressa diversamente, nel senso che non è assolutamente necessario fare riferimento alle sostanze indicate come veleni nella farmacopea ufficiale ma a qualsiasi sostanza che abbia la attitudine e le caratteristiche che abbiamo appena indicato. Se poi vogliamo trarre di nuovo indicazioni dalla legislazione, dottrina, giurisprudenza in materia di tutela igienico - sanitaria degli alimenti, la dottrina segnala che tossicità è stata definita in questo particolare settore e con riferimento alla legge 283 del ‘62 in tema di alimenti dalla Corte di Cassazione, 15 aprile 1967, Sezione Sesta, non soltanto come idoneità a cagionare una malattia, ma è stata ravvisata anche quando può costituire soltanto una causa di perturbamento o di alterazione delle funzioni fisiche, psichiche o psicofisiche, con perfetta coincidenza, come si vede, con quell’ampio concetto di salute di cui abbiamo parlato. Quindi i termini di "veleno", di "sostanza tossica", sono considerati alla stessa stregua.

Oltre alla normativa settoriale, in campo di alimenti si segnala anche la giurisprudenza nel campo ambientale, che li usa indifferentemente; si vedano per esempio le sentenze 7 febbraio 1995 Cassazione Penale Sezione Terza numero 3454 e 3954 in tema di inquinamento e superamenti tabellari. Ancora la giurisprudenza che si è pronunciata sull’articolo 439 ha ritenuto equivalenti i dee termini, poiché la norma colpisce l’effetto avvelenamento indipendentemente dalla sostanza che può essere adoperata, purché naturalmente abbia l’attitudine alla tossicità. Così si esprime il Pretore di Scandiano, 4 ottobre 1980, in una sentenza che produco nella copia integrale, come pervenutami dal Tribunale di Reggio Emilia; si tratta di 150 pagine, riveste importanza per le massime che sono riportate dai commentatori in tema di avvelenamento e per il particolare interesse della vicenda anche in relazione a questo processo, era un processo che coinvolgeva 90 imputati per un totale di 79 aziende, un comprensorio industriale tra i più grandi d’Europa, si contestava l’omissione colposa nell’adozione di sistemi di abbattimento di fumi, di polveri, l’avvelenamento di coltivazioni e di falde freatiche, di animali, attraverso emissioni gassose e fluidi di piombo, fluoro, altro, oltre a ipotesi contravvenzionali. Nei motivi si afferma, tra l’altro, che la tossicità va valutata anche facendo riferimento alla somma dei singoli inquinanti, con argomentazioni ovvie, del tutto condivisibili, salvo che da parte di alcuni consulenti delle Difese. Per tornare al presente processo, è emerso dalle analisi acquisite ex articolo 360 del Codice di Procedura Penale o dal contraddittorio sulle consulenze tecniche, che non solo i sedimenti delle parti lagunari a contatto con la zona industriale, che tra l’altro rappresentano un anello della catena alimentare per gli altri organismi lagunari, ma anche il biota, i mitili e ittiofauna è contaminato, per quello che riguarda la parte a contatto appunto con la zona industriale, da sostanze tossiche. E` emerso che queste sostanze sono estremamente pericolose, che hanno causato danni genetici in organismi viventi, nelle ittiofaune e in mitili contaminati, che questi sono dannosi a minime concentrazioni per la salute, specialmente per particolari categorie di individui; che queste sostanze tossiche provengono dalle lavorazioni del ciclo del cloro; che nessun’altra fonte è stato dimostrato potere determinato quell’impronta particolare; che ciò è comprovato da detenute aziendale, che attesta altresì la piena consapevolezza dei responsabili.

Questo ci porta a ritenere configurabile la violazione dell’articolo 439 in violazione alle sostanze in capo agli imputati. Quanto all’articolo 440, altri ne parleranno, diciamo solo che qui è evidentemente un’ipotesi di pericolo concreto, che si determina con l’aggiunta, la sottrazione, sostituzione di elementi, una sostanza è adulterata quando la sua composizione è modificata. Ma altri appunti ne trattano.

Segnalo solo che il pericolo concreto richiesto per integrazione del delitto di cui all’articolo 440 è stato ritenuto non ricollegarsi indefettibilmente ad un danno per la salute derivante dal consumo di acque o sostanze, essendo sufficiente che tale evenienza appaia come probabile per l’attitudine della sostanza a cagionare alterazioni nel normale svolgimento delle funzioni psicofisiche dell’individuo, Tribunale di Cuneo 6 maggio 1998, il quale ha anzi affermato che si devono considerare dannose per la salute dell’uomo sostanze e preparati per i quali non sia stata assicurata con sicurezza la innocuità. Relazione alle Acque, segnalo solo l’importanza per la relazione che esiste con le sostanze alimentari di cui ho trattato, delle sostanze destinate all’alimentazione, delle acque destinate all’industria alimentare. I documenti, le autodenunce acquisite in limine nell’istruttoria dibattimentale hanno documentato e provato gravissimo e ulteriore pericolo per la salute derivante dalla destinazione di pozzi per l’uso agricolo, di approvvigionamento e persino per destinarle alle industrie alimentari. Si tratta di pozzi che pescano in falde che contengono tossici a causa di sversamenti dei rifiuti delle discariche indicate nel capo di imputazione; fattispecie di questo tipo, abbiamo per esempio il Pretore di Massa, 30 luglio 1981, fino a Pretore di Nocera Inferiore 18 gennaio 1995, che configurano il reato di avvelenamento per fattispecie di questo tipo. Tutto ciò è paradigmatico dell’attitudine delle condotte colpose commissive ed omissive di cui all’imputazione a comportare pericolo per la salute di fasce sempre più ampie di consumatori, essendo questi comportamenti in grado di determinare pericoli anche per chi si ciba di prodotti alimentari industriali contaminati. Concludo anche questa parte rinviando, per quello che riguarda il nesso causale e i parametri specifici di colpa, a quanto riferisco anche nella memoria e quanto riferiranno e già hanno riferito altre Parti Civili. Voglio solo sottolineare un parallelismo, a questo punto, tra la definizione di inquinamento e la descrizione che viene data da dottrina e giurisprudenza nella condotta tipica dei reati di cui agli articoli 439 e 440. Se noi andiamo a vedere quello che dispone l’articolo 2 del D.P.R. 203 dell’88, dice: "Che cos’è inquinamento? Ogni modificazione della normale composizione dello stato fisico dell’ambiente considerato - acqua, aria, terra - dovuto all’immissione nello stesso di una o più sostanze o forme di energia in quantità e con caratteristiche tali da costituire pericolo ovvero pregiudizio diretto o indiretto alla salute dell’uomo". Ed andiamo a vedere quello che è la condotta tipica dei reati di cui agli articoli 439 e 440, incentrati anche loro sul concetto di salute: immissione di tossici, avvelenamento, adulterazione e corrompimento, modificazione della composizione tramite aggiunta o sostituzione o sottrazione di elementi. Sembra che inquinare, insomma, non sia lontano da quelle che sono le fattispecie dell’articolo 439 e 440; d’altronde quelle sentenze che avevamo citato, ordinanze dei Pretori di primi anni ‘70, a questo facevano riferimento.

Ma voglio concludere che, se il valore base assorbente in funzione del quale le acque e le sostanze alimentari ricevono una determinata protezione è l’incolumità pubblica, se l’oggetto della tutela delle fattispecie di cui abbiamo parlato è la salute pubblica intesa come bene della collettività, se tutela della salute pubblica è da intendersi come tutela dell’integrità psichica e fisica, una condizione che passi inevitabilmente anche attraverso l’ambiente naturale nel quale vive l’uomo ed agisce, ecco, se dunque allora diritto alla salute è anche diritto ad un ambiente salubre, se questa esigenza di tutela è affrontata non in un quadro di danno già verificatosi ma in un quadro di prevenzione del danno, e quindi anche avvalendosi delle fattispecie di incriminazione, delle fattispecie di pericolo, se quello che occorre constatare è se i fatti assumono nel caso singolo quell’intrinseca diffusibilità e dimensione che costituisce un pericolo per la pubblica incolumità, se Venezia, a cerchi concentrici la laguna, la gronda lagunare, l’area metropolitana, costituiscono tutte insieme un macrosistema di sistemi territoriali ed ambientali complessi, che sono connessi da innumerevoli interrelazioni, così che il danno che incide su di uno dei sistemi produce riflessi, conseguenze e condizionamenti sugli equilibri dinamici degli altri, ecco che allora in definitiva sembra non irragionevole riconoscere, muovendo da una corretta interpretazione ed applicazione di questo gruppo di norme del Codice Penale, che il fenomeno dell’inquinamento dell’ambiente lagunare circostante il polo industriale di certo concreta l’ipotesi di avvelenamento ed adulterazione ex articolo 439 e 440.

Due parole sulla associazione Green Peace e sul danno di cui chiede il risarcimento. L’associazione è intervenuta da oltre un decennio sulle problematiche delle produzioni di sostanze inquinanti e tossiche del Petrolchimico di Porto Marghera, con gli strumenti e con le modalità che le sono proprie, di denuncia, di azione, sopportandone le conseguenze anche in prima persona, da parte di giovani soprattutto; è stato detto integralisti, io li ho conosciuti, sono giovani che credono nel futuro, sono giovani molto positivi. Mi piace qua ricordare la direttrice di Green Peace che, nel corso dell’azione nel 1992, davanti allo scarico SM15, fu anch’essa incriminata per quell’azione, che è deceduta nel ‘99 per un incidente aereo, si trattava del programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, sui monti del Kossovo precipitò un aereo ed è morta anche Paola Biocca. Ecco, mi piace ricordare anche lei, insieme a tutti coloro che hanno partecipato a queste azioni di denuncia, fatte col supporto di ricerche scientifiche svolte a livello mondiale, calate nella specifica situazione. Ricordo che nel 1994 Green Peace presentò un atto di significazione di parte offesa in questo procedimento, che era ancora in fase istruttoria, che voleva dire: siamo presenti in questo processo, sappiamo che qua si discute di morti, qua si discute di patologie relative a sostanze CVM per le quali Green Peace si sta battendo da anni perché vengano messe al bando. Ecco, si faceva riferimento a convenzioni internazionali, ecco la situazione complessiva che viene calata nella situazione locale, tramite anche l’intervento di gruppi d’appoggio locale, come abbiamo dimostrato nel corso di questo processo. Ecco allora che sicuramente questo è stato di stimolo per l’accertamento del grave stato di inquinamento, specialmente in relazione alla tossicità delle diossine, alla loro presenza nel biota di organismi lagunari. Ricordo i rapporti del ‘95 e del ‘96 che sono agli atti. Questa attività è stata documentata ampiamente, è stato proposto, nel corso dell’audizione della testimone Manuela Pepe, una disamina di tutte le voci di bilancio relative ai costi ivi inseriti in un decennio per l’attività svolta da Green Peace nell’ambito del contrasto dei reati che sono in corso di accertamento in questo processo. La cifra complessiva, escluse le spese legali, è stata dimostrata ed è stata portata qua, ammonta a 1.156.501.308 lire. Le varie parti in cui si configurano queste voci sono state esaminate nel corso dell’audizione del testimone e non stupisca l’importo di questa cifra; abbiamo detto già nell’atto costitutivo che ragion d’essere dell’associazione è la protezione anche di una situazione particolare quale questa di Porto Marghera. Ecco che allora vado rapidamente a concludere; ritengo comunque che la quantificazione del danno qui portata sia, oltre che necessaria, anche utile, sia per quantificare il danno patrimoniale, sia anche come parametro eventuale per la quantificazione in via equitativa.

Leggo quindi le conclusioni: nel procedimento penale nei confronti di Cefis ed altri, imputati nelle rispettive qualità e funzioni per il periodo di propria competenza come da allegato a) del decreto rinvio a giudizio 14/11/97, capo 1, capo 2, riuniti tutti i reati sotto il vincolo della continuazione con le aggravanti di cui agli articoli 61 numero 1 – 5 – 7 – 8 - 11, reati in fatto come meglio descritti nel decreto di rinvio a giudizio del 14/11/97, così come integrato da ultimo dal Pubblico Ministero all’udienza del 13/12/2000, da intendersi qui integralmente riportati, permanenza in atti, l’avvocato Luca Partesotti, procuratore e difensore come in atti della Parte Civile costituita Green Peace, organizzazione non lucrativa e di utilità sociale, nell’interesse della stessa presenta le seguenti conclusioni: accertarsi e dichiararsi la penale responsabilità degli imputati, in particolare di tutti gli imputati, e condannarli alla pena ritenuta di giustizia per i titoli di cui al capo di imputazione, con le conseguenze di legge; accertarsi e dichiararsi il diritto dell’associazione Green Peace per le ragioni già esposte nell’atto di costituzione di Parte Civile e provate nel corso del dibattimento con riferimento in particolare all’azione svolta e al radicamento nella particolare situazione in cui sono emersi i fatti delittuosi di cui è processo, come dai documenti acquisiti, vedi memoria 8 maggio 2001, al diritto risarcimento dei danni subiti e quindi condannarsi in solido tra loro gli stessi imputati e i Responsabili Civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Montefibre S.p.A. e Eni S.p.A., in persona dei legali rappresentanti pro tempore, al risarcimento dei danni patrimoniali, nonché dei danni non patrimoniali, morali, liquidati nella somma complessiva di lire 1.500.000.000, così composta: lire 1.000.000.000, pari alla cifra arrotondata relativa ai costi di bilancio attribuibili all’attività svolta nel contesto dei fatti di Porto Marghera di cui è processo, escluse le spese legali, per contrastare le conseguenze dei reati di cui al capo di imputazione come provati nel corso del procedimento, in particolare dall’esame testimoniale della teste Pepe Emanuele e dai documenti contabili, di bilancio e relativi all’attività svolta acquisiti nel corso del procedimento; lire 500 milioni in relazione al danno all’immagine e al diritto di personalità dell’associazione sotto il profilo della frustrazione della sua azione, sia all’interno che all’esterno del sodalizio, in quanto associazione di protezione ambientale individuata ai sensi della legge 349/86, nonché Ente esponenziale degli associati, per tutte le cause come indicate anche nell’atto di costituzione di Parte Civile, come confermato nel dibattimento per il risarcimento dunque dei danni tutti patiti e patiendi a favore della Parte Civile Green Peace Onlus, o comunque quella maggiore o minore somma che verrà ritenuta equa di giustizia, sempre per i titoli di cui ai capi di imputazione, riconosciuta la sussistenza della causa petendi come indicata nell’atto di costituzione di Parte Civile più sopra, che si richiama unitamente al deposito delle conclusioni, oltre al rivalutazione monetaria ed agli interessi sino all’effettivo saldo.

Voglia il Tribunale subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento dei danni in favore delle Parti Civili ex articolo 165 Codice Penale, in ogni caso dichiarando la provvisoria esecuzione delle disposizioni civili della condanna ex articolo 540 Codice di Procedura Penale. In ogni caso condannarsi gli stessi imputati e i Responsabili Civili Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., Eni S.p.A. e Enichem S.p.A. in solido tra loro al pagamento di una provvisionale esecutiva ex lege di lire 500 milioni o della somma che sarà ritenuta equa, sempre subordinando la concessione della eventuale sospensione della pena al pagamento della provvisionale. Condannarsi infine sempre in solido tra loro gli stessi imputati e i Responsabili Civili al ristoro delle spese di costituzione e patrocinio della Parte Civile Green Peace come da separata nota che si deposita.

 

Presidente: Va bene, grazie. Facciamo una sospensione di un quarto d’ora.

 

BREVE SOSPENSIONE DELL’UDIENZA.

 

Presidente: prego.

 

AVVOCATO GAMBERINI

 

Avvocato Gamberini: per la Parte Civile Luciano Mazzolin. Signori del Tribunale, il mio intervento sarà inadeguato e incompleto, inadeguato perché la mia conoscenza del materiale processuale è troppo modesta per potervi porgere un contributo effettivo alla complessa decisione che vi accingerete a prendere e incompleto perché, nell’ambito della divisione delle Parti Civili, dei compiti che le Parti Civili si sono date, io mi sono ritagliato uno spazio limitato alla discussione.

Prima di entrare nel merito del primo capo di imputazione, che ovviamente è coerente alla problematica della Parte Civile che io difendo, consentitemi però di svolgere alcune considerazioni rispetto alla problematica del diritto penale del rischio che, come dire, intesse questo processo, e i problemi che questo processo suscita. Il diritto penale del rischio è un settore del diritto penale investito in questo decennio di una serie di dibattiti, anche in sede scientifica, e investito da quella che viene chiamata una crisi nella sua capacità di essere strumento effettivo di tutela dei beni e contemporaneamente di vedere applicata la sua decisione, di vedere applicate le decisioni in materia di diritto penale del rischio rendendole compatibili con i profili costituzionali dell’illecito penale. Si dice che il diritto penale del rischio attraversa una crisi di incontenibilità rispetto alla dimensione degli eventi in gioco, al verificarsi cioè di eventi che sembrano sfuggire alla possibilità di essere contenuti nel processo penale e come luogo dell’accertamento in contraddittorio e prima ancora del diritto penale rispetto alla responsabilità di singole persone, quindi c’è una sorta di rapporto di difficoltà che incontra questo settore del diritto penale a verificare la sua applicazione in questo ambito. Attraversa una crisi di complessità di cui ben si è dato conto nel corso delle udienze di questo processo, rispetto alle problematiche dell’organizzazione dell’impresa, alla dinamica delle scelte gestionali, ai passaggi proprietari di controllo, ai ruoli svolti dei singoli imputati, e quindi rispetto alle problematiche che involgono un accertamento di responsabilità colpevole rispetto a singoli imputati e quindi creano una serie di problemi rispetto all’individuazione di un rimprovero, che non può che essere un rimprovero appunto personale e colpevole.

Ecco, di fronte a questa crisi del settore voi certamente, o meglio a queste difficoltà nell’applicazione del diritto penale in questo ambito, voi certamente ascolterete da parte dei difensori, che come dire, si sono espressi anche in sede extraprocessuale, nel dibattito dogmatico che accompagna questa problematica, ascolterete l’invito a compiere un passo indietro, a prendere atto della impossibilità di un intervento dello strumento penale, se vuole rispettare i canoni su cui si è disegnato il profilo costituzionale dell’illecito penale, e vi si dirà che in qualche modo la dannosità di alcuni processi produttivi è una conseguenza ineluttabile della modernità, di un’area di rischio consentito che non ammette ingressi indebiti ed interferenze repressive ex post, in quanto cadenzato su un bilancio di interessi che è stato a monte risolto fattualmente quando non anche attraverso autorizzazioni amministrative. Ed anche più sottilmente si cercherà, questo è il quadro del dibattito, di fare ricadere sullo strumento penale la crisi epistemologica della scienza, che ha investito l’epistemologia della scienza nel ‘900, le sue certezze, e quindi i rilievi del cosiddetto pensiero debole finiranno per investire e contrapporsi alle certezze della dogmatica penale, alle certezze delle sue categorie, alla rigidità delle categorie dell’illecito penale per evidenziarne l’inadeguatezza, per evidenziarne l’impossibilità di applicazione. Beh, io credo che di una cosa bisogna dare conto, che se il diritto penale dichiara la sua impotenza rispetto al verificarsi di fenomeni che hanno questa dannosità, gravità, estensione rispetto alla tutela di beni giuridici di questo significato, quale quelli che voi discutete e che voi avete sotto occhio in questo processo, beh, allora bisogna dare conto che il diritto penale non ha più senso, cioè che il diritto penale come strumento di tutela dei beni non ha più senso. E questo lo diciamo nella consapevolezza ovvia che lo strumento penale è sempre uno strumento paradigmatico, è sempre uno strumento per forza di cose occasionale e successivo al verificarsi di eventi di danno e che quindi altri strumenti, civili, amministrativi, valgono a prevenire queste condotte, valgono anche a sanzionarle e a completare l’apparato sanzionatorio, e del resto il dibattito che si sta svolgendo sull’introduzione, resa necessaria da direttive europee, della responsabilità penale anche dell’impresa, ha questo senso. Ma questo non significa abbandonare lo strumento penale come strumento di tutela dei beni giuridici, proprio a partire dal grande significato simbolico che ha lo strumento penale in una società che del virtuale fa uno dei punti... della comunicazione fa uno dei suoi punti di riferimento. Io credo che da questo punto di vista questa pretesa crisi che investe lo strumento penale in questo settore sia un manifesto ideologico che vada guardato da vicino, ed allora la crisi di incontenibilità; beh, ma il diritto penale non da oggi si occupa di macroeventi, se è vero che già nel Codice del ‘30 - e noi applichiamo fattispecie del Codice del ‘30 - sotto la categoria dei diritti contro la pubblica incolumità ma anche di altri delitti, pensiamo ai delitti contro la pubblica economia, i macroeventi erano disegnati come scenario di molte fattispecie, certo in quel testo spesso come scenario puramente a volte.., norme manifesto si diceva, macroeventi di pericolo, norme che sanzionano in via anticipata la lesione del bene, quindi che svolgono una funzione di anticipazione della punibilità, rispetto ad eventi il cui carattere devastante si riteneva appunto di dovere prevenire con la repressione di condotte in cui i profili di pericolosità venivano presunti e vengono presunti dal legislatore. Delitti di cui si è a lungo occupata la dogmatica penale, anche per illuminarne il significato alla luce dei principi costituzionali, per verificarne la contabilità rispetto al principio di offensività, ma non da oggi ci si occupa, ripeto, di questa materia. E norme che sono state non a caso la categoria dei reati di pericolo presunti, a lungo invocate e legittimate proprio in materia di tutela del lavoro, di sicurezza del lavoro e in materia di tutela ambientale, proprio perché sono norme che ovviamente consentono di introdursi nella problematica della responsabilità penale, spesso sfuggendo alle difficoltà della ricostruzione delle causalità individuali, facendo perno sull’accertamento di condotte, facendo perno sulle questioni in termini di causalità generale e superando quindi le difficoltà che in questa materia a volte sorgono quando si tratta poi di ricostruire il rapporto tra le condotte e singoli specifici eventi che si sono realizzati. Anche sul versante della complessità, non da oggi ci si occupa della ricostruzione nell’ambito del diritto penale dell’impresa, come viene chiamata, della ricostruzione del responsabilità dei singoli, e si sono ricostruiti criteri che hanno cercato di rapportare le posizioni nominali di garanzia, nell’ambito di una esigenza di tipicità e di legalità, all’esigenza che nasce anche, badate, dalla maggiore tutela del bene, di dare rilievo alla delega di funzioni nelle organizzazioni complesse, cercando di rinvenire, faticosamente, non ne dubito, ma la giurisprudenza l’ha disegnato in maniera oggi sufficientemente chiara, cercando di rinvenire i criteri che garantiscano nei confronti di una facile, strumentale discesa verso il basso della responsabilità penale ed anche nei confronti di attribuzioni a titolo di responsabilità oggettiva, inaccettabili nel nostro sistema. Il rischio consentito; beh, su questo punto entriamo più nel cuore di questa vicenda, perché il tema è noto e corrisponde a una valutazione di bilanciamento di beni laddove l’ottenimento di risultati utili mette in conto il rischio, in certe attività, per altri beni significativi tutelati dall’ordinamento, e ciò vale per molteplici attività su cui l’ordinamento predispone poi una serie di norme cautelari abitualmente specifiche che in qualche modo dettano dei criteri interni a questo bilanciamento, e questo vale sicuramente per i sistemi produttivi, per l’impresa che mette in campo uomini e mezzi allo scopo di produrre certi beni. Però i parametri vincolanti attraverso cui opera il principio di bilanciamento e quindi l’area attraverso cui è possibile ricostruire i confini sui quali è possibile l’area del rischio consentito sono estremamente rigorosi. In particolare lo vedremo, ne ha già accennato, io ci tornerò da altro angolo visuale, l’avvocato Vassallo questa mattina, in materia di organizzazione del lavoro, in materia di rapporto tra esigenze dell’impresa e tutela della sicurezza. E` innanzitutto un criterio di bilanciamento che opera in via relativa e continuamente necessita di essere aggiornato temporalmente ed attraverso un rapporto con le novità della scienza e della tecnologia; è un criterio che fa perno sul principio della minimizzazione dei rischi. Badate, il minimo mezzo è un limite coessenziale nel diritto penale anche alla posizione delle cause di giustificazione, nel senso che, laddove si operi un bilanciamento tra beni diversi, entrambi meritevoli di tutela, l’ordinamento pretende sempre che tu utilizzi uno strumento volto a minimizzare i danni che tu provochi nei confronti o i pericoli a cui tu esponi un certo bene. E quindi la minimizzazione dei rischi ricostruisce l’area del consentito, e badate, la ricostruisce a partire dal tessuto costituzionale di riferimento.

Dicevo prima che le norme costituzionali illuminano anche gli istituti del Codice, che pure sono nati in altro contesto, pensiamo all’articolo 2, al principio di solidarietà, una norma richiamata non a caso a fondamento dell’illecito colposo, penso a una sentenza a tutti nota sul disastro di Stava, della Cassazione, perché da quei doveri di solidarietà discendono i doveri di informazione, di attenzione, di rigoroso adempimento degli obblighi inerenti alla posizione in cui i soggetti si trovano a operare in una società complessa, e quindi il contenuto normativo della colpa si appunta, nella relazione con i principi costituzionali, certamente su questa disposizione. E nel settore che ci occupa in richiamo all’articolo 32 e 41 della Costituzione viene a costituire una griglia sistematica che ci dà la misura della gerarchia dei beni a cui la Costituzione vincola l’operare dei singoli nell’ambito dell’ordinamento. E certo che c’è la libertà d’impresa, ma questa non può svolgersi contro la sicurezza delle persone, dei cittadini e in primo luogo dei lavoratori che operano nell’ambito dell’impresa. Ripeto, una gerarchia dei beni, una griglia sistematica, quella dei principi costituzionali, che ci dà un punto di riferimento essenziale anche per interpretare gli accadimenti, le norme e l’attribuzione delle responsabilità, e rispetto alle attività produttive i riferimenti - ancora una volta lo farò in modo del tutto sintetico, perché l’ha già fatto compiutamente ed analiticamente l’avvocato Vassallo questa mattina, all’articolo 2087 del Codice Civile, che costituisce un ulteriore decisivo punto di riferimento normativo in questo ragionamento, vedremo che costituisce un ulteriore punto di riferimento interpretativo anche per il 437 del Codice Penale. Quindi il criterio del minimo mezzo cosa si dice? Che il principio di precauzione è il principio che deve uniformare le attività di coloro che decidono di porre in essere una attività imprenditoriale, lecita e motivo a volte di sviluppo economico e quindi una attività benemerita, ma benemerita se e in quanto rispetti questa gerarchia. Devo astenermi da una condotta con una potenzialità dannosa e tanto più come nel caso, perché questa è la dimostrazione che è venuta da questo processo, dalle tante argomentazioni che vi sono state porte prima della mia da altre Parti Civili, tanto più quando questa attività posso svolgere minimizzando i rischi di quelle potenzialità pericolose e addirittura azzerandoli, quando le novità tecnologiche scientifiche, che sono alla mia portata, quindi anche da un punto di vista della ricostruzione dei poteri, della prevenibilità, certamente tutto si svolge con criteri di adeguatezza, io sono in grado di trovare altri strumenti.

Stamattina l’avvocato Vassallo citava, e poi tornerò sul punto rispetto all’articolo 437, le valvole, i rubinetti, l’uso di strumenti così obsoleti, in presenza di strumenti invece che la tecnologia aveva già presentato sullo scenario e il bilanciamento legato al maggiore costo è un bilanciamento che non poteva essere fatto nei termini in cui è stato fatto, proprio perché erano strumenti che erano decisivi per prevenire gli infortuni, erano decisivi per prevenire poi il disastro e le morti che si sono verificate. E così, di fronte all’obsolescenza degli impianti, certamente non si è operato in via precauzionale pensando di aumentare la produzione, spremendo i costi della manutenzione, mascherando l’insorgenza di gravi pericoli connessi all’uso di sostanze, la cui pericolosità potenziale risultava documentata a partire dalla fine degli anni ‘60, quanto meno continuando ad utilizzare i sistemi manuali di pulitura delle autoclavi, continuando ad esporre a rischi gravissimi gli operai che lavoravano all’interno dello stabilimento. E quindi è sembrato, ripeto, dalla conoscenza inadeguata, certo, degli atti del processo che io ho in mano, mi è sembrato che l’unica precauzione che abbia adottato la grande impresa, pur nell’ambito dei successivi passaggi proprietari, che hanno sicuramente verificato multiformi gestioni, l’unica precauzione che questa grande impresa abbia adottato sia stata in primo luogo quella di fornire di sé una immagine preoccupante, questa sì era una preoccupazione molto presente, l’immagine di sé. In questo senso la lettera di Cefis del ‘75, più volte citata, anche questa mattina dal collega, dà la misura di come la politica d’impresa si svolgesse ancora una volta in modo autoreferenziale, contro ogni sensibilità rispetto al tipo di beni in gioco, contro ogni regola cautelare e in aperta violazione, come vedremo, di norme penali. Ora, in materia di sicurezza del lavoro - io di questo mi occuperò, ripeto, in coerenza con la Parte Civile che io difendo - il principio di precauzione costituisce certamente il modo con cui si richiama la tutela del bene giuridico della vita e dell’incolumità fisica dei lavoratori nell’articolo 437 del Codice Penale. E` una norma contestata agli imputati e rispetto alla Parte Civile che io difendo è la norma che costituisce la ragione principale, se non esclusiva, della rivendicazione del danno economico subìto da costei. E badate, è una fattispecie chiave in quel primo capo di imputazione, perché essa attiene specificamente alla tutela del lavoro e si tratta di una norma la cui collocazione sistematica e la cui articolazione strutturale ben si attaglia alla fattispecie concreta che stiamo discutendo. Badate, una norma che ha avuto un lungo periodo oscuro, com’è noto, per decenni, forse per due decenni dopo l’avvento della stessa Costituzione repubblicana, è una norma che era pressoché inapplicata, e questo la dice lunga sui controlli amministrativi che venivano fatti rispetto all’attività produttiva, e la dice lunga anche sul fatto che nell’applicazione delle fattispecie penali, com’è ben noto, subentrano o meglio subentravano forme di immunizzazione molto evidente, quando come nel caso di questa norma si entra in un nodo cruciale dello svolgimento dell’attività imprenditoriale e cioè si entra in quello snodo costituito dalla discrezionalità nell’adozione e nell’impiego di fattori produttivi. E in questo senso la norma è stata vivificata e illuminata dal sistema costituzionale cui prima ho fatto riferimento, articolo 2 ed articolo 32, articolo 41 secondo comma della Costituzione, proprio perché quel sistema costituzionale dà la misura dei limiti modali in cui l’attività economica deve essere contenuta rispetto allo svolgimento delle attività produttive. Una norma a voi ben conosciuta, quindi certamente non spetta a me darne una rilettura elementare; badate, una norma che ha attraversato una sorta di tormento dogmatico ed interpretativo, ma anche al di là di quelli che possono apparire poi gli elementi che dalla sua lettura sono chiari a chi ne voglia fare una applicazione coerente. Si tratta di un reato che descrive una condotta tipica in forma commissiva e in forma prima ancora omissiva, e che in qualche modo trova la sua tipicità, con quel riferimento alla destinazione antinfortunistica delle misure di prevenzione che non vengono collocate, apparecchi o altro, dall’imprenditore, che costituisce l’unico snodo problematico del fattispecie. E` una norma collocata tra i diritti contro la pubblica incolumità, ma la pubblica incolumità funge da ratio della fattispecie, non è un elemento costitutivo della fattispecie, si badi, primo punto sul quale occorre soffermarsi per evitare che poi si giunga a una interpretazione del tutto stravagante in tema di dolo, che pretende che all’interno del dolo ci sia addirittura la volizione dell’evento che la norma, sia pure a titolo di dolo eventuale, mirava a prevenire, che la misura cautelare mirava a prevenire. Quindi norma, dicevamo, di pericolo presunto, e ripeto, la destinazione antinfortunistica degli apparecchi può risultare - qui il ragionamento ritorna su dati noti e su criteri giurisprudenziali che questa mattina vi sono stati già espressi -, il riferimento può risultare non solo da norme cautelari specifiche ma può risultare dall’insieme delle norme antinfortunistiche, ma può risultare dai dettami della tecnica e della scienza. Sul punto il richiamo del 2087 non vuole annegare la tipicità della fattispecie, come qualcuno ha preteso, ma piuttosto è un richiamo essenziale per capire dove si appende l’obbligo giuridico che poi fa scattare il dovere imprenditoriale e trova la sua tipicità nel momento in cui viene coniugato per la valutazione tecnica, che è in grado di definire un’area più vasta di questa destinazione. Ed allora sono strumenti destinati alla prevenzione antinfortunistica anche le valvole, anche i rubinetti, cioè anche strumenti che sono sì interni al processo produttivo e svolgono strutturalmente una funzione diversa, ma in quanto valgono a prevenire infortuni, in quanto valgono a contenere, a ridurre, essi a buon diritto appartengono dagli apparecchi di cui parla l’articolo 437, indipendentemente dal fatto che siano congegni che attengono in via principale al funzionamento dell’apparato produttivo, qualsiasi congegno tecnico che abbia una funzione protezionistica e di prevenzione rispetto alla sicurezza appartiene a buon diritto all’area di tutela dell’articolo 437. E in questa chiave la norma rivela la sua densità offensiva, perché il fatto tipico è ritagliato su questo pericolo presunto dal legislatore attraverso la destinazione, attraverso quindi un richiamo al carattere precauzionale dello strumento. In questa chiave, allora, si comprende anche l’elemento soggettivo del dolo quali confini possa ritrovare, un dolo che nella sua componente rappresentativa certo deve abbracciare non solo la condotta omissiva ma la destinazione antinfortunistica, ma non certamente l’evento dannoso o pericoloso, come prima vi dicevo, che l’apparecchio è volto ad evitare, perché diversamente ne apparirebbe completamente squilibrato il significato del secondo comma, cioè della fattispecie aggravata, dovremo finire necessariamente per addebitare a titolo di omicidio doloso, di disastro doloso, tutto ciò che si verifica in conseguenza di cui al primo comma, ed evidentemente questo non è per come il legislatore ha delineato e disegnato la fattispecie nel rapporto tra il primo e il secondo comma dell’articolo 437. Ora, è difficile pensare che gli imputati, rispetto al ruolo che svolgevano, e rispetto al settore produttivo nel quale operavano, quello chimico, io vi citerò successivamente un pezzo, un piccolissimo pezzo dei lavori preparatori del Codice Rocco rispetto all’articolo 434, in cui il settore chimico è proprio indicato come il settore che giustifica la stessa posizione del disastro innominato, articolo 434, quale norma di chiusura necessaria a fronteggiare gli sviluppi pericolosi proprio di un settore, come quello chimico, che fin dagli anni ‘30 si riteneva un settore a rischio, chi opera in un settore del genere certo non può pensare di operare senza rischi, inconsapevole della pericolosità degli strumenti che sta organizzando, che sta disciplinando, nei confronti dei quali sta decidendo delle politiche di impresa. E nel caso questa consapevolezza affiora a piene mani, vi è stato ancora una volta raccontato degli studi di Maltoni, fatti tra l’altro specificamente su committenza della Montedison, i gridi d’allarme che da più parti venivano fatti, i richiami alle normative internazionali. E` possibile ben che costoro confidassero che la loro condotta omissiva non avrebbe portato ai disastri e alle morti che poi si sono verificate, ma questo corrisponde all’imputazione, che le morti sono loro attribuite a titolo di colpa nell’ambito di un concorso formale su cui la giurisprudenza ha consolidato un orientamento rispetto alla fattispecie di cui al 437, e rispetto alla condotta omissiva, badate, che questo è quello che si rimprovera agli imputati rispetto al 437, cioè un rimprovero che si porge a loro nel non avere inserito, apparecchiato strumenti atti ad prevenire infortuni, siamo di fronte ad un reato permanente, siamo di fronte ad un reato permanente, lo dico rispetto a tutte le problematiche sulle quali si svolge l’accertamento del momento consumativo, perché quella condotta, quella compressione del bene giuridico poteva essere in qualsiasi momento ovviata decidendo una linea di politica d’impresa diversa, decidendo gli opportuni interventi tecnologici, quando si realizza poi la fattispecie aggravata, e cioè si realizza l’infortunio, badate, è un indirizzo giurisprudenziale noto quello che riconduce all’infortunio, anche la malattia infortunio dall’inizio degli anni ‘90, e questo è il caso perché si tratta di agenti chimici aggressivi, dicevo che quando si realizza il disastro, si realizzano gli infortuni, uso le categorie normative, e qui di ben altra vicenda si tratta perché di morti purtroppo si tratta, il disastro rappresenta un evento di maggiore pericolo rispetto alla condotta che viene rimproverata in via anticipata, un evento che per realizzarsi certo ha bisogno di una vastità, di una potenzialità diffusiva del danno, quindi un evento di danno e di pericolo al contempo. Ma certo un evento di maggiore pericolo rispetto al pericolo già rappresentato dalla sola condotta dolosa prevista dall’articolo 437 primo comma. Ma badate che anche il disastro non si realizza una volta per tutte, perché si possono vedere consumati plurimi disastri ogni qualvolta, proprio perché si tratta di eventi di danno e di maggiore pericolo, la perdurante omissione di misure antinfortunistiche rialza significativamente la soglia del danno, e quindi del pericolo; non possiamo pensare che non risponda più del disastro colui che, intervenendo successivamente, perdurando nella condotta omissiva, laddove questo perdurare della condotta omissiva abbia un suo significato causale significativo nel rialzo del livello del pericolo, nella produzione di ulteriori eventi di danno, di un ulteriore livello di pericolo, costui non risponda più del disastro solo perché un disastro si è già verificato rispetto all’altrui condotta omissiva. Ed allora io credo che la norma che vi ho richiamato corrisponda in tutti i suoi elementi a una applicazione possibile nel caso di specie, oggettivo e soggettivo. In questo senso l’articolo 434 funge da norma di chiusura e vale come tale a riferire il fatto, e cioè il fatto disastro avrà condotte sulle quali non si ritengano integrati gli elementi costitutivi dell’articolo 437, vuoi con riferimento all’elemento soggettivo, perché si ritenga che rispetto ad alcuni soggetti non si ritenga integrato l’elemento del dolo ma ben si possa ritenere integrato un rimprovero colposo rispetto al ruolo, al significato, ai doveri e alla posizione che costoro rivestivano, vuoi con riferimento all’elemento oggettivo, rispetto a fattori di produzione che non rientrano nell’ambito delle misure antinfortunistiche. In questo senso il 434 vale, come dicevano i lavori preparatori del Codice Rocco, a colmare ogni eventuale lacuna che di fronte alla multiforme varietà dei fatti possa presentarsi nelle norme di questo titolo concernenti la tutela della pubblica incolumità, specie in relazione allo sviluppo assunto dalla attività industriale e commerciale, ravvivata e trasformata incessantemente dai progressi meccanici e chimici. Vedete come le fattispecie, anche quando hanno origine in altri contesti, poi possano trovare una loro collocazione coerente rispetto al caso di specie. E` quindi un disastro che delinea anche il perché l’intervento penale sia arrivato tardi; badate, noi ci occupiamo di norme, 437, o meglio io mi sono occupato di norme che avevano la pretesa di essere dei deliu stacl, di intervenire anticipatamente rispetto al produzione di eventi, ma come spesso accade l’evento, il disastro, lo scempio dei beni è quello che fa scattare poi il meccanismo repressivo. E quindi le fattispecie aggravate di cui al secondo comma del 437 o diversamente nei casi che io prima ho indicato la fattispecie di cui all’articolo 434 delinea proprio questa ipotesi.

Luciano Mazzolin; Luciano Mazzolin è un operaio di sana e robusta costituzione, quindi rivendica un danno derivante dall’esposizione al pericolo. Sono lieto di difendere chi, per sua fortuna, per sua costituzione, non ha subìto la malattia ma ha certo subìto quell’esposizione al pericolo che gli derivava e gli deriva dall’essere un lavoratore di Porto Marghera fin dal 13 settembre 1974, analista chimico in una zona nel cuore di tutti i reparti, nelle vicinanze di tutti i reparti in cui questi prodotti chimici pericolosi vengono stoccati, vengono trasportati, vengono lavorati. E in relazione a questo pericolo egli vanta certamente un danno, in relazione si è detto, nel corso dell’istruttoria dibattimentale da parte dei consulenti tecnici di parte, in relazione allo stress psicofisico che a lui è derivato dal lavorare in un contesto di questo tipo, nella consapevolezza che egli si era autoformato del pericolo cui andava incontro e che si è autoformato in difetto di una informazione da parte dell’impresa, a fianco tra l’altro di quel Gabriele Bortolozzo cui si deve molto rispetto all’avvio di questo processo e subendone peraltro le stesse condizioni di discriminazione e isolamento e non solo, purtroppo, da parte dell’impresa.

Io leggerò le conclusioni per Luciano Mazzolin: il sottoscritto avvocato, difensore di Luciano Mazzolin, costituitosi Parte Civile nei confronti di Cefis Eugenio più altri, imputati del reato di cui agli articoli 113, 81 e 61 numero 3, 437 e 449 in riferimento agli articoli 422 e 434 e 236, primo e quarto comma lettera a), 246, 354 primo e secondo comma, 374, 375, 377, 383, 387, 389, 391 D.P.R. 27 aprile ‘55 numero 547, articoli 3 e 4, 17, 19, 20, 21, 25, 58, 59 D.P.R. 19 marzo ‘55 numero 303, come da capo di imputazione che si intende integralmente riportato, chiede che il Tribunale di Venezia, riconosciuta la penale responsabilità degli imputati, li condanni alla pena che verrà ritenuta congrua; che gli imputati vengano condannati in solido tra loro con Montedison Fibre S.p.A., Montefibre S.p.A., Enichem S.p.A., Eni S.p.A., quali Responsabili Civili, al risarcimento dei danni subiti dalla Parte Civile, da quantificarsi in lire 200 milioni, nonché al pagamento delle spese legali del presente giudizio, come da nota che sarà presentata all’atto delle repliche finali, con sentenza provvisoriamente esecutiva. Il sottoscritto chiede in subordine che gli imputati vengano condannati in solido tra loro e con Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., Enichem S.p.A. e Eni S.p.A. quali Responsabili Civili al pagamento di una provvisionale nella misura che il Tribunale riterrà corrispondente a giustizia. Grazie.

 

Presidente: Grazie a lei avvocato. Chi vuole intervenire adesso?

 

AVVOCATO CERRUTI

 

Avvocato Cerruti: per i Comuni di Mira e Campagna Lupia. Ringrazio della cortesia i colleghi della Provincia per avere consentito questa anticipazione dell’intervento dei Comuni di Mira e Campagna Lupia. Dunque Presidente, il tema che mi è stato affidato è molto definito, il mio intervento sarà molto breve, riguarda il problema del reato di gestione di discarica abusiva in forma omissiva, quindi con l’intervento si intende sostanzialmente affrontare il tema della imputabilità in capo ai dirigenti e amministratori Enichem dei reati di gestione di discarica abusiva e di smaltimento non autorizzato di rifiuti tossico - nocivi e pericolosi rispettivamente ai sensi degli articoli 25 e 26 del D.P.R. 915 dell’82 e dell’articolo 51 del Decreto Ronchi. Il problema, com’è noto, nasce dalla circostanza che il gruppo Enichem subentra a Montedison nella gestione degli impianti di Petrolchimico di Porto Marghera, quindi anche delle discariche abusive, soltanto nel 1987. Il problema è che esiste una pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 5 ottobre 1994, ricorso Zaccarelli, in cui si afferma che il reato di gestione di discarica abusiva potrebbe essere realizzato soltanto in forma commissiva, quindi si è escluso che i reati possano essere sostanziati dal mero mantenimento della discarica o del stoccaggio di rifiuti da altri realizzati. Anticipo subito che in realtà la giurisprudenza e di merito e di legittimità che è seguito a questa pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 1994 è di tutt’altro avviso e l’orientamento che si è imposto è ben diverso. Giova tuttavia premettere in fatto che nell’ipotesi in esame si è dinanzi a una fattispecie che è parzialmente diversa, almeno parzialmente diversa da quella esaminata dalle Sezioni Unite, che era relativa ad un soggetto che era subentrato nella titolarità di un’area che era stata adibita in via pregressa a discarica non autorizzata di rifiuti tossico - nocivi. Ora, nell’ipotesi in esame invece, se è pur vero che Enichem è subentrata a Montedison nella gestione degli impianti del Petrolchimico di Porto Marghera soltanto nel giugno ‘87, è altresì vero che la proprietà dei medesimi venne trasferita ad Enichem già nel marzo del 1983 e quindi da quella data Enichem ha consapevolmente tollerato tutti i successivi sversamenti abusivi di rifiuti speciali pericolosi in un’area che era già divenuta di sua proprietà e sulla quale pertanto doveva esercitare un indiscutibile potere e dovere di vigilanza e controllo sulla base del prevalente orientamento giurisprudenziale di merito e legittimità. Fatta questa premessa in fatto, affronterò appunto i principi posti dalle Sezioni Unite il 5 ottobre 1994. Secondo le Sezioni Unite del 5 ottobre del 1994, i reati di gestione di discarica abusiva e di smaltimento non autorizzato di rifiuti tossico - nocivi non potrebbero essere integrati dal semplice mantenimento nell’area di rifiuti da altri scaricati in assenza di una partecipazione attiva del soggetto e nonostante la consapevolezza del loro esistenza. A questa conclusione il Supremo Collegio è pervenuto sulla base di un triplice ordine di considerazioni. Innanzitutto un dato testuale: il concetto di gestione di discarica e di smaltimento dei rifiuti tossico - nocivi includerebbero soltanto la fase del conferimento e dell’accumulo dei rifiuti, senza la possibilità di ricomprendervi il mantenimento degli stessi, per cui la permanenza dei due reati cesserebbe allorché si interrompe il conferimento degli stessi. Il ragionamento del Supremo Collegio risulta poi fondato su un elemento che attiene invece alla struttura del reato omissivo in proprio. Si afferma che, per chi subentra nella disponibilità di una discarica esaurita, non è dato rinvenire nell’ordinamento un preciso obbligo positivo di controagire per por fine alla situazione antigiuridica, in quanto non sarebbe appunto rinvenibile una disposizione, una norma che impone al nuovo detentore la rimozione dei rifiuti dal terreno che è entrato nella sua disponibilità.. E infine la Cassazione si dice consapevole dei rischi per la salute perché l’ambiente che l’applicazione di questo principio potrebbe comportare, rischi che erano stati sottolineati dalle Corti di merito, e tuttavia osserva che eventuali pericoli igienico - sanitari potranno comunque trovare rimedio nell’ordine sindacale di rimozione dei rifiuti, la cui inosservanza è sanzionata penalmente. Questi sono i tre presupposti su cui le Sezioni Unite fondano l’affermazione del predetto principio. Ora, le conclusioni alle quali è pervenuto il Supremo Collegio nell’autorevolissima pronuncia del 1994 non possono tuttavia essere condivise. Questo innanzitutto alla luce di un attento esame della normativa di settore statale e comunitaria; basta scorrere gli articoli 10 e 16 del D.P.R. 915 del 1982 per verificare come nel concetto di gestione di discarica e di smaltimento dei rifiuti tossico - nocivi siano state sempre ricomprese non soltanto le fasi del conferimento e del deposito, ma anche quelle successive all’esaurimento dell’impianto, necessarie e per il controllo e per la messa in sicurezza del medesimo. C’è direi in particolare il dato insuperabile dell’articolo 16 del D.P.R. 915, che appunto si assume violato nel caso di specie ed è sanzionato dall’articolo 26, che pure è contestato agli imputati, in cui si precisa che l’autorizzazione allo stoccaggio definitivo in discarica dei rifiuti tossico - nocivi "deve contenere le modalità e le cautele da osservare - leggo testualmente - per l’esercizio della discarica controllata anche dopo la sua chiusura". Quindi dalla disposizione si evince in modo chiaro che esiste un esercizio, cioè una gestione della discarica di tossico - nocivi, anche dopo la chiusura, cioè dopo l’esaurimento della medesima, quando non c’è più conferimento dei rifiuti, e che tale fase di gestione è per il legislatore così delicata e fondamentale che le modalità da osservare debbono essere oggetto di puntuali prescrizioni autorizzatorie da parte dell’autorità di controllo. Questa gestione della discarica dopo la sua chiusura consiste sostanzialmente in tutte quelle operazioni e cautele gestionali relative alla cosiddetta fase post-mortem o post-operativa o passiva, come la definiscono testualmente le direttive comunitarie nella materia, fase che è altrettanto necessaria di quella relativa alla gestione durante la fase attiva di conferimento dell’impianto. Talune di queste cautele gestionali sono tra l’altro specificamente indicato nel testo dell’articolo 16 e dell’articolo 10. Se passiamo al decreto legislativo 22/97, il Decreto Ronchi, conferma queste prescrizioni, laddove addirittura nel fornire la definizione di gestione dei rifiuti - siamo all’articolo 6, lettera d), "viene incluso espressamente - anche qui leggo testualmente - il controllo delle discariche e degli impianti di smaltimento dopo la chiusura". Quindi è ricompreso il controllo di discariche e impianti di smaltimento dopo la chiusura nella stessa nozione di gestione di rifiuti.

Il legislatore dunque ha puntualmente disciplinato la gestione della discarica nella fase successiva al conferimento e alla chiusura, attribuendo al gestore del sito dei precisi obblighi e delle precise responsabilità, e non par dubbio che nel caso di cessione della disponibilità della discarica dopo la chiusura, questi obblighi menzionati appunto, connessi alle cautele gestionali della fase post - operativa, si trasferiranno in capo al nuovo proprietario del sito.

Ebbene, ove si dovesse seguire la tesi delle Sezioni Unite, si perverrebbe alla conseguenza paradossale per cui l’acquisizione della proprietà di una discarica autorizzata comporterebbe l’assunzione in capo al cessionario di oneri di gestione, che non avrebbe invece il soggetto che acquista consapevolmente una discarica abusiva. Sempre in relazione a questi obblighi di gestione della discarica successivi alla chiusura, si aggiunga quanto disposto dalla delibera interministeriale 27 luglio 1984, che conteneva delle disposizioni relative alla prima applicazione del D.P.R. 915 ma che è tuttora vigente, adottata nell’esercizio della funzione statale di indirizzo e coordinamento, che stabilisce la disciplina delle discariche, prescrivendo, come dice la Corte Costituzionale, dei requisiti minimi a tutela della salute e dell’ambiente che non sono derogabili dalla legislazione regionale, quindi è una vera e propria fonte del diritto, non una circolare amministrativa, come pure si è sentito dire in quest’aula.

Ebbene, questa delibera interministeriale 27 luglio 1984 contiene varie prescrizioni relative alla fase post operativa, ne cito 1, al paragrafo 4.2, con riferimento appunto allo stoccaggio in discariche di prima e seconda categoria, testualmente stabilisce: "I sistemi di drenaggio e captazione del percolato, nonché l’eventuale impianto di trattamento del medesimo, dovranno essere mantenuti in esercizio anche dopo la chiusura della discarica stessa, a carico del gestore di quest’ultima, per il periodo di tempo che sarà stabilito dall’autorità competente". Quindi la delibera prescrive a carico del gestore della discarica un evidente obbligo positivo di attivarsi per impedire lo sversamento di percolato in discariche già esaurite, appunto dopo la chiusura, un obbligo che consente di configurare i reati di cui agli articoli 25 e 26 del D.P.R. 915 come fattispecie omissive improprie, oltre che commissive, in forza della clausola di equivalenza dell’articolo 40 capoverso del Codice Penale. Ed allora ci sia consentito dire che qui è chiaro il vizio logico argomentativo che inficia il ragionamento delle Sezioni Unite nella sentenza 5 ottobre del 1994; quando anche fosse vero, come ha affermato il Supremo Collegio, che non si rinviene nell’ordinamento un obbligo per il detentore di una discarica già esaurita di intervenire per la rimozione dei rifiuti, ciò non significa certo che non esista un obbligo di porre fine alla situazione antigiuridica in corso, cioè alla persistente lesione del bene giuridico protetto. Infatti, facendo leva sul solo dato letterale della normativa statale citata, esiste quanto meno un ulteriore e differente obbligo giuridico di attivarsi in capo al medesimo soggetto, cioè quello della sorveglianza, del controllo e della manutenzione perché i rifiuti depositati siano posti e mantenuti nelle condizioni di massima sicurezza, in particolare sotto il profilo dell’inquinamento da percolato, finché non perdano la loro capacità lesiva per l’ambiente. Quindi, in conclusione, non è tanto e solo il semplice mantenimento, ovvero la mancata rimozione dei rifiuti da altri accumulati su una determinata area che integra la condotta omissiva dei reati di cui all’articolo 25 e 26 del D.P.R. 915, quanto la mancata attuazione di tutte quelle cautele gestionali che sono imposte dalla normativa tecnica, necessarie per prevenire l’inquinamento del suolo e del sottosuolo cagionato dagli stessi rifiuti. Questa interpretazione della normativa statale si impone anche alla luce della disciplina comunitaria di cui il D.P.R. 915/82 e il decreto legislativo 22/97 costituiscono applicazione e recepimento nel nostro Paese. Infatti una delle disposizioni base della normativa comunitaria sui rifiuti è l’articolo 4 della direttiva 75/42 CEE, la quale stabilisce, con norma in apparenza programmatica, che gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo, senza usare procedimenti o metodi che potrebbero arrecare pregiudizio all’ambiente e, in particolare, senza creare rischi per l’acqua, l’aria e il suolo. Ecco, da tale disposizione, dicevo, pur trattandosi di norma in apparenza programmatica, la Corte di giustizia della Comunità Europea, nella recente pronuncia 9 novembre ‘99, Commissione CEE contro Repubblica Italiana, ha desunto l’obbligo in capo al detentore di un’area utilizzata in passato come discarica abusiva di adottare le misure necessarie per impedire la protrazione del persistente degrado ambientale. Ora, non vi è dubbio che anche la normativa interna di recepimento debba essere interpretata in senso conforme alla direttiva comunitaria 75442 e quindi agli obiettivi essenziali di protezione della salute e dell’ambiente dagli effetti nocivi di uno smaltimento abusivo dei rifiuti, e in proposito appare anche chiaro che la soluzione che è stata proposta dalle Sezioni Unite nella predetta pronuncia 5 ottobre ‘94 appare del tutto insoddisfacente sul punto, come peraltro ha già sottolineato la giurisprudenza successiva della stessa Suprema Corte, giacché rinvia l’eliminazione della situazione antigiuridica pericolosa per l’uomo e per l’ambiente ad un provvedimento futuro e incerto. Appunto l’ordine sindacale di rimozione dei rifiuti, il quale ha evidentemente quale presupposto l’avvenuta scoperta della discarica abusiva da parte della stessa autorità competente. Ora, le valutazioni sinora svolte trovano conferma, come dicevo precedentemente, nelle pronunce giurisprudenziali di merito successive al 5 ottobre ‘94. Anche quando i Giudici di merito hanno ritenuto di adeguarsi alla predetta decisione, hanno tuttavia avuto modo di precisare che, onde evitare applicazione distorte degli enunciati della Corte, occorre accertare con particolare rigore il profilo soggettivo del comportamento del nuovo proprietario di un’area che trova in loco i rifiuti smaltiti abusivamente, e così si è sottolineato che deve per esempio considerarsi comportamento attivo di gestione di una discarica esaurita anche un comportamento apparentemente passivo ma di fatto commissivo, come per esempio la semplice custodia dell’area già adibita a scarico non autorizzato di rifiuti speciali tossico - nocivi, e qui cito una Pretura di Terni del 31 gennaio ‘95. Però, come detto, la prevalente giurisprudenza successiva, di merito e di legittimità, si è aperta e motivatamente discostata dai principi enunciati dalle Sezioni Unite. Basti rammentare che appena un mese dopo la Sezione Terza della stessa Suprema Corte è giunta a conclusioni diametralmente opposte, affermando che il concetto di gestione di discarica abusiva deve essere inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi contributo sia attivo che passivo diretto a realizzare o anche semplicemente a tollerare e mantenere il grave stato del fatto reato strutturalmente permanente, Cassazione, Sezione Terza, 4 novembre 1994, ricorrente Zagni. Sempre il Supremo Collegio ha poi successivamente ribadito che si è in presenza di una discarica abusiva anche in caso di interramento di rifiuti da altri deposti, in quanto il concetto di gestione della discarica è comprensivo di qualsiasi contributo sia attivo che passivo diretto a tollerare o mantenere il fatto reato, Cassazione 17 dicembre 1996.

Anche più recentemente la Cassazione è tornata ad affermare che nel concetto di gestione di discarica deve essere ricompreso anche il semplice mantenimento in loco di rifiuti, affermando che la predetta pronuncia del Sezioni Unite dell’ottobre del ‘94 "risulta sul punto - leggo testualmente - non condivisibile perché riduttiva e contraddittoria, in quanto rende il termine di cessazione della permanenza ondivago in conseguenza dell’emissione o meno da parte del Sindaco del provvedimento di rimozione dei rifiuti e non include nella nozione di gestione della discarica il mantenimento della stessa senza alcun conferimento ovvero l’obbligo di remissione in pristino, Sezione Terza, 11 aprile ‘97, imputato Vasco. Infine anche nella giurisprudenza di merito si è affermato tale nuovo orientamento, si veda da ultimo la sentenza del Tribunale di Grosseto, Sezione Penale, 27 aprile 2000, secondo cui, in conformità al costante principio generale in materia di inquinamento, va premesso che il reato configurato di gestione di discarica abusiva ha natura permanente e che cessa o con l’ottenimento dell’autorizzazione o con la chiusura e disattivazione della discarica, previa bonifica del sito inquinato. Qui si fa riferimento ad un costante principio generale in materia di inquinamento e infatti mi permetto di rinviare alla copiosa giurisprudenza in materia di inquinamento atmosferico in assenza dell’autorizzazione ex D.P.R. 203/88. Dunque risulta ormai affermato l’orientamento secondo il quale i reati in esame possono essere realizzati anche nella forma omissiva, così che nell’ipotesi di trasferimento della disponibilità di una discarica non autorizzata dopo la sua chiusura, si assiste ad un fenomeno di successione nella posizione di garanzia, che impone al nuovo garante il controllo e la rimozione della fonte di pericolo.

Allora l’esatta delimitazione dell’ambito delle responsabilità nei reati permanenti di gestione di discarica non autorizzata e di smaltimento abusivo di rifiuti tossico - nocivi e pericolosi, andrà quindi condotta sul piano dell’elemento soggettivo, ovverosia attraverso l’accertamento della consapevolezza dell’esistenza della situazione di antigiuridicità, della conoscenza del protrarsi nel tempo dell’offesa al bene giuridico protetto e della volontarietà della persistente condotta del soggetto.

Bene, nel caso di specie, i dirigenti e amministratori Enichem, come ha ricordato il Pubblico Ministero nella discussione finale, hanno acquistato le aree di cui trattasi ben sapendo che su di esse insistevano discariche abusive di rifiuti tossici, essendo quindi perfettamente consapevoli del conseguente rischio di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde idriche della laguna, e pur tuttavia deliberatamente non hanno posto termine alla condotta antigiuridica in corso, pur avendone la possibilità, sottraendosi quindi al controllo preventivo delle autorità competenti, inteso a definire modi e tempi per la messa in sicurezza delle discariche abusive. Questa, signori del Collegio, è a mio parere la conclusione che si impone non soltanto alla luce della normativa interna della disciplina comunitaria, così come sono state correttamente interpretate dalla più recente giurisprudenza statale e comunitaria, ma si impone anche alla luce di quel principio di responsabilità, che uno dei maggiori pensatori contemporanei, Hans Jonas, ha posto alla base di quell’etica per la civiltà tecnologica alla quale anche in un recente saggio il professor Stella ha fatto ampio rinvio.

Io ho terminato il mio intervento. Per quanto riguarda l’illustrazione e la lettura delle conclusioni, più tardi l’avvocato Zabbeo interverrà. Deposito una memoria su questo.

 

Presidente: va bene, grazie avvocato.

 

AVVOCATO CHINAGLIA

 

Avvocato Chinaglia: per la Provincia. Io sarò molto breve, voglio solo dire che in relazione ai fatti, alle condotte e alle imputazione in relazione alle responsabilità degli imputati e dei Responsabili Civili per detti fatti e per gli obblighi risarcitori da essi derivanti faccio rinvio a quello che già è stato detto nella requisitoria del Pubblico Ministero, a quanto evidenziato dai difensori delle Parti Civili, alla complessa attività istruttoria svoltasi davanti al Tribunale sia in relazione ai testimoni ed ai consulenti del Pubblico Ministero e delle Parti Civili, sia in relazione alle consulenze tecniche acquisite ed ai documenti allegati, sia anche in relazione ai documenti prodotti dal Pubblico Ministero e dalle Parti Civili. Per quanto riguarda le deposizioni testimoniali, io mi riferisco specialmente e richiamo qui quelle di Alberto Spoladori, che era il maresciallo del Corpo della Guardia Forestale, che ha fatto le indagini, deposizioni 20 settembre 2000 e 7/11/2000, ma soprattutto del dirigente del Settore Ecologia, dottor Alessandro Pavanato, che è stato sentito da questo Collegio il 13 ottobre 2000 e il 12 dicembre 2000 e il 13 dicembre 2000. Per quanto riguarda il danno; per quanto riguarda i danni patrimoniali io voglio dire due parole riguardo a quella che è stata la relazione che è stata fatta a questo Tribunale nella deposizione del dottor Andrea Vituri, e mi richiamo alla deposizione fatta all’udienza del 27 marzo 2001, dove sono state illustrate tutte le poste che qui ritengo già lette di danno patrimoniale per 826.381.000, penso che a nessuno convenga sentire un elenco di quelle che sono state le spese per questa attività. Anche perché è noto che l’attività della amministrazione in merito al rinvenimento di queste discariche abusive è stata notevole, anche perché queste discariche sono esse stesse in numero notevole, 26. Devo dire due parole per quanto sviamento di funzioni, danni non patrimoniali, e poi voglio porvi una questione giuridica, una sola; per quanto riguarda il danno sviamento di funzione, io penso che l’attività svolta dicevo dalla amministrazione provinciale, che è stata relazionata dagli interventi del dottor Pavanato ed anche da Spoladori, faccia comprendere come questo Settore Ecologia, che come tutti i Settori era partito in un numero normale di persone, in pratica da quattro anni sta lavorando indefessamente per questo processo, per cui, oltre al carico di questo processo, voi sapete che l’amministrazione provinciale si costituisce in tutti i reati ambientali, dove ci sono imputati di reati ambientali, specialmente per gli inquinamenti atmosferici e soprattutto per tutta quella fase e per quella diciamo attività che riguarda gli inquinamenti lagunari, anche perché le competenze della amministrazione sono proprio queste, di difesa, valorizzazione del suolo, tutela del suolo. Cioè voglio dire che l’amministrazione ha dovuto sopportare un onere notevole, tanto che ci sono stati in questi quattro oltre 300 costituzioni di Parti Civili in altri processi che hanno dovuto trovare soluzione nella attività amministrativa di raddoppiare questo ufficio per la semplice ragione che la gran parte è stata occupata proprio per il rilevamento delle discariche e soprattutto il loro censimento e tutta l’attività che non voglio adesso qua illustrare, che certamente conoscete.

Per quanto riguarda il danno all’immagine, un passaggio brevissimo: l’amministrazione provinciale ha anche una competenza in base al turismo. Voglio solo ricordarvi che nel grosso processo che si è tenuto qui alla Mafia del Brenta, Fortunati più altri, riguardante Maniero, etc., l’amministrazione è stata ritenuta lesa per un consistente danno d’immagine, tanto che la decisione ultima della Cassazione - parlo di anni fa - ha posto a carico dei Responsabili Civili 200 milioni. Ma immaginate quello che era solamente un danno d’immagine limitato quanto meno a una zona di poca rilevanza dal punto di vista turistico, quello che è stato il danno invece dell’amministrazione per quanto riguarda articoli che sono comparsi, dallo Stern in Francia e in Inghilterra, che hanno danneggiato notevolmente questa immagine, acque inquinate, inquinamento per cui assolutamente il turismo deve essere vietato, limitato; l’attività di promozione turistica che è stata fatta evidentemente per contrastare queste che erano esagerazioni da una certa parte. E la Provincia tutela in questo caso qua, non solo il Comune di Venezia, c’è il Comune di Cavallino - Treporti, ci sono i Comuni della gronda lagunare, ed anche per questo la amministrazione chiederà un danno, che non è del tutto perché, ripeto, la questione turismo è quello che poi è la base dell’economia della nostra Provincia stessa. E con ciò io avrei finito.

Ma voglio porvi una questione giuridica della massima importanza che riguarda il famoso articolo 18 legge 349, la legge sull’ambiente. Questa questione giuridica ve la pongo per due motivi; 1), c’è un precedente, che un Tribunale penale ha risolto questioni diremo civilistiche con notevole vantaggio per la chiarezza in diritto, e questo precedente è quello della demanialità delle valli da pesca. Tutta la grossa questione di questa demanialità o non demanialità voi sapete che è stata risolta in sede penale, poi ci sono stati anche ricorsi amministrativi, etc..

Allora credo che non sia fuori luogo porvi una questione, che non è da poco: danno ambientale - articolo 18 - spetta solamente allo Stato. La vostra ordinanza, che io ho letto e riletto, è l’ordinanza 7 aprile 1998 ed è in tale senso, ma contro questa concezione ci sono alcune ragioni che voglio esporvi. La prima ragione: c’è stata tutta una giurisprudenza, citata tra l’altro dalla dottoressa Marchiori in una ordinanza recentissima, che anche vi depositerò, ma che riguarda una decisione che secondo me è esemplificativa di quello che sto dicendo, che è una decisione della Cassazione del ‘94, dove poi tra l’altro si fa seguito anche ad un cambiamento dottrinale. Il Dell’Anno, pagina 175, parla di un diritto autonomo che ha l’Ente territoriale. Qui, invece, la legge effettivamente fa un equivoco: siamo tutti eguali per quanto riguarda l’inizio dell’azione, la costituzione, l’amministrazione può costituirsi Parte Civile, di fatto però il risarcimento del danno va solo allo Stato. Io vi pongo due sole questioni; la questione giurisprudenziale non la tratto qui, non vi leggo le decisioni, ho fatto una memoria, ve la leggerete; vi pongo una questione molto semplice: a parte la sperequazione tra le due entità, Stato e Provincia, lo Stato fa una bellissima legge, che poi è l’ultimo Testo Unico, dà competenze all’Ente territoriale Provincia, tra l’altro molto estese, non parla solamente di ambiente, parla di territorio, parla delle acque, parla di tutto in pratica. Poi praticamente fa una novella all’articolo 18, comprendendo la sperequazione delle due posizioni delle due Stato e Ente territoriale, in questo caso Provincia, e dice: "Nel caso in cui questo danno venisse risarcito, le somme vengono introitate dallo Stato e dovranno essere riversate - per la bonifica, per quello che sarà - in sede locale". Io vivo da trent’anni in questa amministrazione e voi capite che il problema non è da poco; io mi sono trovato personalmente una causa che riguarda, sempre dell’ambiente, la palude delle Malici, a contestare questo punto con l’avvocato Schiesaro, spiegando una cosa molto semplice: quale tutela effettiva può esserci dell’ambiente quando in pratica le uniche risorse che si possono ricavare e poi evidentemente riutilizzare sono quelle che non vanno all’Ente promotore della sua azione, ma addirittura, secondo questo articolo che vi stavo dicendo, verranno, non si sa quando, ripartite e poi date.

Allora voglio dire una cosa di questo genere: capisco che le questioni qui risolte in base sono molto più grosse, ci sono morti, però questo Tribunale per me ha due, diciamo, qualità: la prima, che questo è il più grosso processo dell’ambiente che tratta, il più grosso, quattro anni, il più grosso, la vostra decisione, che si voglia o non voglia, farà stato in tantissime questioni; la seconda: non è una captatio benevolentia, ma voi siete anche esperti di questa materia, è un Collegio particolarmente esperto. Io mi chiedo: qualora lo Stato faccia una lesione ambientale, ci troviamo nel paradosso che il risarcimento a questa sua lesione, lo Stato, evidentemente i funzionari, viene in capo a colui che ha prodotto la lesione medesima; allora questo solo vi fa vedere come effettivamente una interpretazione di questa legge in modo univoco, come finora l’Avvocatura di Stato ha in un certo qual senso patrocinato in ogni sede, diventa un assurdo, e diventa un assurdo sotto due aspetti: il primo, quello che ho detto, e il secondo, gli Enti locali, in questo caso, ripeto, il Testo Unico dà tutte le competenze alle Province, promuovono le azioni, hanno costi notevoli, come in questa causa che ho citato, poi praticamente il danno viene dato ad un altro Ente. Non si sa quando questi soldi verranno ritrasmessi, la sensibilità è chiaro che ha l’Ente locale in tale senso è elevata, se non altro sotto un punto di vista molto semplice della elezione o meno dei suoi componenti, che qualora non si attivino in maniera rapida verranno penalizzati. Quando poi noi avremo risorse dopo 5 - 10 anni, forse anche la questione viene dimenticata. Allora io non voglio qui fare una guerra in questo senso, e in tale senso mi sono accordato con il collega avvocato Schiesaro, ma desidererei che su questo punto, che non è da poco, se realmente quello che si desidera è in fondo una tutela effettiva, non può un Ente promuovere le azioni, addirittura seguirle in tutti i gradi, poi venire vanificato e sì e no compensate le spese. Questo impone, anche per una organizzazione molto normale degli uffici, voi siete Giudici ma immagino che conoscete, una difficoltà oggettiva. Diverso sarebbe quando fosse riconosciuto che l’Ente ha un suo diritto autonomo al risarcimento, come questa decisione del 1994 che io vi depositerò conferma e dice.

E con questo io ho finito. Sarei contento, è un’occasione secondo me da non perdere in questo processo, addentrarsi in una questione che non è peregrina, è una questione che, ripeto, per me ha delle conseguenze serie proprio relativamente all’ambiente che vogliamo tutelare e a questi valori che vogliamo tutelare. Leggo le risultanze e soprattutto le conclusioni: conclusioni della Parte Civile costituita Provincia di Venezia, Ministero dell’avvocato Adelchi Chinaglia, avvocato provinciale nel procedimento penale 3340/96 R.g. n.r., 11598 Tribunale di Venezia nei confronti di Cefis Eugenio più altri. Voglia l’eccellentissimo Tribunale condannare ciascuno degli imputati specificamente indicati ai numeri 1 e 2 del capo di imputazione, da intendersi qui integralmente trascritto, alla pena che verrà ritenuta di giustizia; 2) condannare in solido tra loro gli imputati, i Responsabili Civili Montedison S.p.A., Montefibre S.p.A., Eni S.p.A., Enichem S.p.A., anche come risarcimento in forma specifica di danni derivati all’Ente territoriale Provincia di Venezia in ragione della causa condotta ed ascritta agli imputati, al ripristino delle spese in favore della Provincia di Venezia, delle stato dei luoghi compromessi da tali condotte, anche ai sensi dell’articolo 12 legge 8 luglio 1986 349. Comunque condannare in solito tra loro gli imputati e i Responsabili Civili al risarcimento a favore della Provincia di Venezia dei danni tutti patrimoniali o non patrimoniali derivante all’Ente territorio della Provincia di Venezia in ragione della causa delle condotte ascritte agli imputati, danni da liquidarsi nella somma di 7.469.143.000 o a una diversa entità minore o maggiore ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento in favore della Provincia dei danni ambientali in relazione all’ammontare che si chiede a codesto Tribunale di volere determinare e, ripeto, si rimette a giustizia in questo caso. In relazione alla richiesta risarcitoria che precede si indicano a titolo non esaustivo i danni patrimoniali per spese e costi sostenuti dall’Ente territoriale della Provincia di Venezia in ragione della causa delle condotte ascritte agli imputati, danni da liquidarsi nella somma di 826.381.000 o una diversa o maggiore che verrà ritenuta di giustizia. I danni all’immagine e al prestigio derivati in ragione della causa delle condotte ascritte agli imputati nel territorio della Provincia di Venezia ed anche in considerazione della sua natura di Ente costituzionalmente necessario e all’attribuzione ad esso, nell’ambito del territorio di pertinenza che ne è elemento costitutivo, dei compiti istituzionali di amministrazione e controllo gestione e programmazione tanto dell’ambiente unitariamente inteso quanto delle sue singole componenti, danni da liquidarsi nella somma di lire 5 miliardi o nella diversa maggiore entità che verrà ritenuta di giustizia. Dei danni da sviamento di funzioni istituzionali derivanti in ragione della causa delle condotte ascritte agli imputati all’Ente territoriale Provincia di Venezia, attese le cagionate limitazioni della libertà di esercizio di propri poteri di amministrazione attiva e i maggiori oneri resi necessari per il proseguimento delle proprie finalità istituzionali, danni da liquidarsi nella somma di lire 1.652.762.000, che sarebbero poi il doppio di quelli borsuali, sono tenuti molto limitati se si pensa a quattro anni, pari al 200 per cento dei danni patrimoniali per spese o costi sostenuti nel territorio della Provincia di Venezia o nella diversa o maggiore entità che verrà ritenuta di giustizia. Dichiarare i capi di sentenza concernenti le statuizioni risarcitorie civili provvisoriamente esecutivi, tenuto conto della gravità dei danni come emerso nel processo, del tempo trascorso dalla loro insorgenza, dalla permanenza delle conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente, il territorio e la popolazione, dei tempi inevitabilmente lunghi per la complessa attività di bonifica e ripristino dei luoghi. Ove il Tribunale non ritenesse di potere liquidare in questa sede i danni, condannare ex articolo 539 comma secondo Codice di Procedura Penale in solido tra loro gli imputati e i Responsabili Civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale in favore della Provincia di Venezia provvisoriamente esecutivus leggi in lire 4.152.762.000, equivalente alla somma dei danni patrimoniali per spese e costi sostenuti dall’Ente, al 50 per cento per i danni all’immagine e al prestigio dell’Ente e al 50 per cento per i danni di funzione dell’Ente, o una diversa e maggiore somma che verrà ritenuta di giustizia e nei limiti del danno di cui si ritenga già raggiunta la prova. Subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena in favore degli imputati al puntuale e integrale adempimento di tutte le statuizioni risarcitorie civili dell’emananda sentenza ex articolo 165 Codice Penale. Condannare gli imputati e i Responsabili Civili al ristoro in favore della Parte Civile costituita Provincia di Venezia di spese, competenze, diritti onorari per attività di assistenza procuratoria di rappresentanza e difesa nel presente giudizio, come da relativa nota che ci si accinge a depositare, e quanto di cui ai punti che precedono con rivalutazione monetaria ed interessi dalla data dell’insorgenza del diritto alla percezione dei singoli pagamenti e fino alla data del loro effettivo saldo. A queste, che sono le conclusioni, aggiungerò una memoria sul punto che ho posto alla vostra attenzione e due pareri: un parere pro veritate che l’amministrazione ha richiesto prima della vostra ordinanza ‘97 e un parere successivo, grazie.

 

Presidente: grazie a lei avvocato. Riprendiamo alle 15.15.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.

 

Presidente: riprendiamo l’udienza. Devono ancora prendere la parola se non sbaglio l’avvocato Grillo, l’avvocato Ometto, l’avvocato Ghezzo, l’Avvocato D’Angelo, l’avvocato Borasi e l’avvocato Ceola.

 

Avvocato Pozzan: volevo solo anticipare, signor Presidente, che la scorsa volta avevo sospeso il mio intervento con riferimento al WWF, visto che si tratta di un intervento di 5 minuti, non di più...

 

Presidente: va bene.

 

AVVOCATO ZABBEO

 

Avvocato Zabbeo: leggo le conclusioni come Parte Civile per il Comune di Mira e poi leggerò le conclusioni come Parte Civile per Comune di Campagna Lupia. Comune di Mira, si chiede che il Tribunale voglia condannare ciascuno degli imputati alla pena che verrà ritenuta di giustizia, voglia altresì il Tribunale condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra di loro quale forma di risarcimento in forma specifica, ripristino dello stato dei luoghi compromessi e dalle condotte oggetto di imputazione. Voglia il Tribunale condannare imputati e responsabili civili in solido tra di loro al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali occorsi in ragione dei fatti oggetto di imputazione per la somma di lire 20 miliardi o anche superiore di giustizia o che si ritiene in via equitativa.

Nell’ipotesi in cui il Tribunale ritenesse non raggiunta la prova del danno o non fosse in grado di liquidarlo nella somma richiesta si chiede che il Tribunale disponga la liquidazione del danno in sede civile.

Per ciò che attiene i danni patrimoniali si indicano, a titolo esclusivamente esemplificativo e non esaustivo, le seguenti voci: danni diretti per spese e costi sostenuti in ragione dei fatti di causa, cioè conseguenze negative nel territorio del Comune derivanti dalle attività svolte dai responsabili civili; danni da sviamento di funzioni istituzionali dell’Ente in ragione dei fatti di causa; danni a beni appartenenti al patrimonio del Comune, cioè danni per la messa in sicurezza e il risanamento delle discariche realizzate sul territorio del Comune; danni consistenti nel mancato o limitato esercizio delle proprie potestà istituzionali in ragione dei fatti di cui è causa e i danni conseguenti a detto mancato o limitato esercizio.

Per ciò che attiene i danni non patrimoniali si indicano a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo le seguenti voci: danno all’immagine del Comune in relazione alla sua natura di soggetto avene rilevanza costituzionale e all’affidamento di compiti istituzionali di controllo e gestione del bene ambiente complessivamente inteso e di ciascuna delle sue componenti nell’ambito territoriale di competenza.

Voglia inoltre il Tribunale dichiarare i capi di sentenza concernenti le statuizioni civili provvisoriamente esecutivi, tenuto conto della gravità dei danni, del tempo trascorso dalla loro insorgenza, dell’aumento e in estensioni progressive delle conseguenze dannose e dei pericoli a ciò connessi per l’ambiente e per la popolazione e dei tempi sicuramente lunghi necessari per l’attività di bonifica e ripristino dei luoghi. Ove il Tribunale non ritenesse di poter ritirare in questa sede il danno, voglia il Tribunale medesimo condannare, ex 539, comma secondo Codice di Procedura Penale, gli imputati responsabili civili in solido tra loro al pagamento di una provvisionale di lire 5 miliardi pari al danno pacificamente provato.

Voglia altresì subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena agli imputati a integrale adempimento di tutte le statuizioni civili all’emananda sentenza ex articolo 165 Codice Penale. Voglia altresì condannare gli imputati e i responsabili civili al ristoro delle spese processuali della Parte Civile come da nota che si depositerà in conclusione del dibattimento. Leggo le conclusioni per il Comune di Campagna Lupia.

Si chiede che il Tribunale adito voglia condannare ciascuno degli imputati alla pena che verrà ritenuta di giustizia, voglia altresì condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro con le forme di risarcimento in forma specifica, ripristino dello stato dei luoghi compromessi dalle condotte oggetto dell’imputazione. Voglia il Tribunale condannare imputati e responsabili civili in solido tra loro a risarcimento dei danni patrimoniali e non occorsi in ragione dei fatti oggetto di imputazione per la somma di lire 5 miliardi o la diversa anche superiore di giustizia o che si ritiene in via equitativa.

Nell’ipotesi in cui il Tribunale ritenesse non raggiunte le prove del danno o non fosse in grado di liquidarlo nelle somme richieste si chiede che il Tribunale medesimo disponga la liquidazione del danno in sede civile. Per ciò che attiene i danni patrimoniali si indicano a titolo esclusivamente esemplificativo e non esaustivo le seguenti voci: danni per spese e costi sostenuti in ragione dei fatti di causa; danni da sviamento di funzioni istituzionali dell’Ente e in ragione dei fatti di causa; danni e beni appartenenti al patrimonio del Comune, quindi messa in sicurezza e risanamento discariche; danni consistenti nel mancato o limitato esercizio delle potestà istituzionale, per quanto riguarda i danni non patrimoniali a titolo esemplificativo sempre danno all’immagine del Comune in relazione alla natura di soggetto avente rilevanza costituzionale e all’affidamento dei compiti istituzionali di controllo e gestione del bene ambiente complessivamente inteso.

Voglia inoltre il Tribunale dichiarare i capi di sentenza concernenti le statuizioni civili provvisoriamente esecutivi, tenuto conto della gravità del danno, del tempo trascorso e dell’insorgenza, aumento ed estensione progressiva delle conseguenze dannose e dei pericoli a ciò connessi per l’ambiente e la popolazione e dei tempi lunghi sicuramente necessari per le attività di bonifica e ripristino dei luoghi.

Ove il Tribunale non ritenesse di poter liquidare in questa sede il danno voglia il Tribunale medesimo condannare, ex articolo 539, secondo comma Codice di Procedura Penale, gli imputati e i responsabili civili in solito tra loro al pagamento di una provvisionale di lire 2 miliardi pari al danno pacificamente provato. Voglia altresì subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena agli imputati a integrale adempimento di tutte le statuizioni civili dell’emananda sentenza, ex articolo 165 Codice Penale. Voglia altresì condannare gli imputati e i responsabili civili al ristoro delle spese processuali della Parte Civile come da nota che si depositerà in conclusione del dibattimento. Ho predisposto per il impossibile una memoria, che deposito per il Comune di Mira, parlo congiuntamente per il momento delle due figure, una memoria per il Comune di Mira ed una per il Comune di Campagna Lupia.

Nella prima parte di questa memoria ci sono i riferimenti giurisprudenziali relativi al danno che viene subito all’ente territoriale avente rilievo costituzionale e sul punto mi riferisco a quanto già l’avvocato Garbisi, nella difesa del Comune di Venezia, ha ampiamente illustrato in precedenza; il secondo punto di questa memoria ha oggetto le fondi di prova e l’elenco delle discariche come elemento primario del danno per i due enti territoriali. Cito molto sinteticamente e sommariamente e le fonti di prova e le discariche alle quali viene fatto riferimento, a ciascuna di queste discariche vengono poi indicate le fonti di prova relative, quindi sia documentali che testimoniali. Per quanto riguarda il Comune di Mira, e questo anche per il Comune di Campagna Lupia, abbiamo come primo elemento documentale il censimento delle discariche non autorizzate ed aree inquinate, aggiornamento ‘99 che è stato prodotto dalla Provincia di Venezia, è uno studio assolutamente elaborato dal quale abbiamo tratto la maggior parte nei nostri documenti.

Per il Comune di Mira mi riferisco poi alla documentazione prodotta da questa Difesa all’udienza del 16 marzo 2001, che attesta l’attività svolta dall’Ente per le 5 discariche che sono state individuate e in particolare mi riferisco all’elaborato del dottor Ranzato; in terzo luogo mi riferisco alle deposizioni testimoniali del teste Alberto Spoladori, ispettore del Corpo Forestale dello Stato, udienza 20 settembre 2000 e 7 novembre 2000, e del dottor Alessandro Pavanato dirigente del settore Politiche Ambientali della Provincia di Venezia dal 1997, che è stato sentito all’udienza del 13 ottobre 2000, infine per il Comune di Mira cito la teste Lorena Pivozio, che è funzionario tecnico responsabile del settore Urbanistica e Edilizia del Comune stesso, che è stata sentita all’udienza del 16 marzo 2001. Sempre in linea di assoluta sintesi, cito le discariche che sono state individuate e con effetti, con una situazione di pericolosità ancora assolutamente in atto: Via Teramo, Dogaletto, Via Bastiette, Via Malpaga e Via Taglio.

Brevissime annotazioni quanto riguarda Via Teramo, una discarica di tossico - nocivi e RSU, una superficie interessata di 71 mila metri quadri, tendo a sottolineare il fatto che non risulta al momento esistente alcuna bonifica o messa di sicurezza neppure a livello progettuale. La Provincia di Venezia nel proprio elaborato, che abbiamo prima citato, quantifica i costi per l’eventuale bonifica per lire 5 miliardi, questo è un elemento numerico che propongo al Tribunale per la quantificazione del danno.

Dogaletto, una brevissima annotazione circa la proprietà, nel senso che il teste Spoladori dice che l’area in cui insiste questa discarica è un terreno di proprietà dell’azienda agricola Alba, ha dimensioni di 200 mila metri quadri, quindi ha un’estensione elevata, si ritiene sversata una quantità di circa 1 milione di metri cubi con una tipologia del rifiuto come tossico - nocivi. Verrebbe da chiedersi che rapporto esiste tra la società Alba, proprietaria del terreno, dove è dislocata la discarica non autorizzata e Montedison, c’ha risposto il teste Pavanato, e sono delle connessioni che pongo all’attenzione del Tribunale, che all’udienza del 4 ottobre 2000 dice che il terreno in cui è ubicata la discarica di Dogaletto è di proprietà dell’azienda Alba, azienda agricola a sua volta a sua volta di proprietà della Montedison all’epoca in cui i fatti sono stati accertati dalla Provincia. Quindi una responsabilità diretta di Montedison per lo sversamento e indiretta in qualità di proprietaria dell’azienda Alba S.p.A.. Il teste stesso poi ci parla dell’estensione, ci conferma l’esistenza di sversamenti per circa 1 milione e mezzo di metri cubi, nemmeno qui risulta eseguito nel senso di compiuto, nel senso di definito alcun intervento sicuramente di bonifica, né compiuto alcun intervento di messa in sicurezza in una situazione di totale pericolosità ambientale, considerata la tipologia, parliamo di tossico - nocivi, e l’estensione, 190 mila metri quadri. Terza discarica è Gambarare, in Via Bastiette, qui abbiamo delle ceneri di pirite, il punto essenziale sta nella testimonianza del teste Spoladori che dice che è in atto un progetto di asporto di questi ceneri di pirite, che servirebbero a ulteriori processi produttivi, verrebbero reinseriti in processi produttivi, però per questo asporto è necessario circa un decennio, questo decorso del tempo credo sia illuminante in relazione all’intensità comunque e all’attualità del profilo del danno ambientale. Per quanto riguarda Malpaga il teste Spoladori parla di dimensioni di 100 mila metri quadri, classificazione, quindi tipologia di rifiuti, come tossico - nocivi, risulta che questa discarica sia stata posta in sicurezza, però evidentemente non abbiamo neppure, ripeto, a livello progettuale un progetto di bonifica vero e proprio. Concludo con Via Taglio, che per dimensione forse è la più piccola, sono 6 mila metri quadri, discarica sempre di rifiuti speciali, faccio solo presente che non si è avuta pietà nemmeno della vicinanza, in questo caso, con centri abitati, visto che è una discarica posta appunto in Via Taglio nell’immediata periferia della città di Marano di Mira.

Per quanto riguarda il Comune di Campagna Lupia, e concludo, è stata individuata la discarica posta nel cosiddetto ex stabilimento Orasego, rifiuti speciali anche qui, un’estensione di 48 mila metri quadri, non risulta nemmeno in questa situazione alcun progetto né alcun compimento né di messa di sicurezza né di bonifica. Produco i documenti e quindi le memorie e le conclusioni che ho citato. Ho finito, grazie.

 

Presidente: chi vuole prendere la parola?

 

AVVOCATO CEOLA

 

Avvocato Ceola: avvocato Ceola per Italia Nostra in sostituzioni dell’avvocato Borasi, che è indisposto, per Lega Ambiente Nazionale.

Il Tribunale e i colleghi apprezzeranno la sintesi che cercherò di fare per togliere meno tempo possibile alla discussione. Sono state dette tante cose in questo processo, anche nella discussione di questo processo, e credo che sia giusto che chi ha frequentato il processo meno di altri, come dicevo oggi, l’avvocato Gamberini parli in maniera sintetica. Non è il caso neppure di appesantire la discussione e mi limiterò nel mio intervento a ricordare quello che è stato il ruolo negli ultimi 40 anni che ha Italia Nostra nel contrastare l’inquinamento della laguna provocato dagli stabilimenti Montedison e EniChem di Marghera; ruolo sopportato quasi da sola all’inizio degli anni ‘60, è proseguito poi negli anni successivi nel tentativo e nella speranza di tutelare l’ambiente e i delicati equilibri della laguna di Venezia; ruolo che derivava anche dagli obblighi statutari, fin dalla sua fondazione, nell’ottobre del 1955, negli scopi sociali di Italia Nostra si legge che vi è un obbligo di promuovere azioni per la tutela e la conservazione dell’ambiente, stimolare l’applicazione delle leggi, muovere l’intervento dei poteri pubblici allo scopo di evitare le manomissioni del patrimonio ambientale, di stimolare l’adeguamento della legislazione vigente al principio fondamentale dell’articolo 9 della Costituzione alle convenzioni internazionali in materia di tutela dei patrimoni naturali. Non è un caso, e questo processo ne è una conferma, che la politica industriale delle società che oggi sono responsabili civili in questo processo ha sempre tenuto in secondo ordine la salute dei lavoratori, la sicurezza dei cittadini e il rispetto dell’ambiente ed è sempre stata una scelta consapevole perché si è sempre saputo, si è sempre nascosto e si è taciuto, questo processo credo sia emblematico di questi elementi di responsabilità nei confronti di chi oggi risponde in questo processo. Fin dal 1962 Italia Nostra ha denunciato la dissennata attività industriale che ha irreversibilmente compromesso i delicati equilibri ecologici di uno dei luoghi ambientalmente più caratteristici del mondo e per decenni la laguna è stata una cosa loro, la loro preoccupazione è stata solo ed unicamente quella del profitto.

La documentazione che abbiamo letto in questo processo non è discutibile, le lettere con le quali si invitano i direttori di stabilimento a considerare con attenzione le spese con l’obiettivo di contenerle al massimo sono emblematiche. I documenti sequestrati dal Pubblico Ministero fotografavano in modo fedele la logica industriale dei responsabili civili, l’obiettivo è il profitto, si spende solo quando è assolutamente indispensabile, accettando di correre rischi, che hanno pagato i lavoratori, che ha pagato l’ambiente, che hanno pagato gli abitanti della laguna. Non vi è stata mai una preoccupazione per l’ambiente circostante, la laguna è diventata un po’ alla volta una delle più grandi discariche di rifiuti tossico - nocivi dal mondo ed è impressionante prendere atto della qualità e della quantità degli sversamenti provenienti dagli stabilimenti di cui hanno parlato i consulenti in questo processo. Quella proveniente da American Appraisal per esempio è una constatazione, sia pure parziale, dei modi di smaltimenti dei rifiuti e delle contaminazioni delle falde, la vicenda di quella relazione emblematica anche del metodo di occultamento dei dati reali, che Montedison ha sempre seguito e qui in questo processo abbiamo avuto conferma ancora una volta di come la realtà riesca a superare ogni immaginazione, gli interventi di Italia Nostra li ha trovati dal 1962, si basavano sui pochi dati pubblici conosciuti e sulle ricerche e sulle intuizioni dei soci e quello che veniva denunciato era poco rispetto altra realtà delle cose.

A quella realtà delle cose che qui è emersa e che era nella piena conoscenza dei dirigenti e degli amministratori delle società che si sono succedute nella gestione del Petrolchimico. Presidente, io vorrei qui ricordare solo un attimo, l’avvocato Giorgio Veronesi che si era costituito in questo processo per Italia Nostra e purtroppo è deceduto nel corso del processo, l’avvocato Veronesi ha prodotto nel processo una piccola parte della documentazione relativa a quello che Italia Nostra aveva fatto negli ultimi 40 anni, in questi 40 anni, per contrapporsi al disastro ambientale, che un po’ alla volta è stato realizzato.

Vorrei ricordare anche, e questi sono ovviamente vivi e vegeti, i soci di Italia Nostra che hanno lavorato in questi anni con un lavoro pesante e spesso frustrante per gli scarsi risultati che ottenevano. In particolare vorrei citare l’architetto Rosasalva, che ha avuto seguire numerose udienze di questo processo, l’uomo che come autorevolmente è stato scritto per amore di Venezia ha passato una vita in laguna come un’anatra a studiarne le fantasie, a denunciarne lo sfruttamento economico, il suo progressivo depauperamento, a documentare le opere industriali che hanno irreversibilmente compromesso l’equilibro idrogeologico ed ecologico - lagunare. Venne prodotto al Pubblico Ministero, e fa parte di questo processo, il dossier che riporta i bollettini nazionali di Italia Nostra che nel corso degli anni hanno denunciato gli inquinamenti provocati dalle società con i responsabili civili e i dibattiti, i convegni organizzati sempre ha Italia Nostra e poi quelli a cui ha partecipato, gli interventi sollecitati e realizzati da Europa Nostra, associazione consorella di Italia Nostra ed ancora le proposte, le sollecitazioni, i manifesti, gli innumerevoli interventi sui giornali. Mi soffermo ricordando punto per punto tutti i titoli dei bollettini, appunto, dal primo che è il numero 27 del marzo 1962, li rideposito per comodità del Tribunale in allegato alle conclusioni della Parte Civile.

Questo processo potrà servire non solo a fare giustizia, ma anche ad affermare e forse a far capire ai responsabili di tanti disastri che una società civile i diritti vanno presi sul serio e che uno Stato che non è in grado di far prendere i diritti sul serio non potrà mai assicurare il rispetto delle leggi. Oggi mi sembra che lo Stato riesca con questo processo a iniziare a far prendere i diritti sul serio.

Vorrei concludere questo brevissimo intervento, ricordando alcuni articoli scritti, su sollecitazione di Italia Nostra, sul Corriere della Sera nel novembre del 1968 non da un estremista, ma da Indro Montanelli, che parlando delle opere realizzate da Montedison in Laguna e denunciando tali opere ricordava la saggezza degli antichi veneziani a tutela della loro laguna e scriveva: "Per il mantenimento di questo delicato equilibrio Venezia non badava a spese né a castighi, chi senza esservi autorizzato piantava un palo nella laguna finiva dritto in prigione perché dicevano i veneziani il palo fa paluo, anche un palo basta a fare una piccola palude" e un decreto del Senato del 1505 comminava 100 ducati di ammenda, una cifra colossale per allora, a chiunque non essendo professore o savio delle acque si occupava della laguna, insomma era proibito perfino parlarne perché anche le chiacchiere fanno paluo.

Presidente, io leggo le conclusioni per Italia Nostra: voglia il Tribunale condannare gli imputati alla pena che riterrà di giustizia, voglia altresì condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro quale forma di risarcimento in forma specifica del danno ambientale provocato al ripristino dello stato dei luoghi compromessi dalle condotte oggetto di imputazione, voglia condannare gli imputati e responsabili civili in solido tra loro al risarcimento dei danni patrimoniali e non occorsi in ragione dei fatti oggetto di imputazione alla somma di lire 1 miliardo e 500 milioni, per ciò che attiene ai danni patrimoniali si indicano a titolo esemplificativo, danni diretti per spese e costi sostenuti in ragione dei fatti di causa, costi per la promozione di studi, convegni, dibattiti, pubblicazioni; per ciò che attiene ai danni non patrimoniali, sempre a titolo esemplificativo, il danno all’immagine dell’associazione che da 40 anni si è impegnata per contrastare il degrado del territorio della laguna di Venezia. Voglia ancora il Tribunale dichiarare i capi della sentenza concernenti le statuizioni civili provvisoriamente esecutivi tenendo anche conto della gravità dei danni, del tempo trascorso, della loro insorgenza, dell’aumento e dell’estensione progressiva delle conseguenze dannose e dei pericoli per l’ambiente e per la popolazione, dei tempi lunghi necessari per bonificare e ripristinare i luoghi, nell’ipotesi in cui il Tribunale ritenesse di non poter liquidare il danno in questa sede voglia comunque ai sensi dell’articolo 539, secondo comma, Codice di Procedura Penale, condannare gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro al pagamento di una provvisionale di lire 500 milioni pari al danno per il quale si può ritenere raggiunta la prova. Voglia infine condannare gli imputati e i responsabili civili al ristoro delle spese processuali come ha separata nota che verrà depositata al termine del dibattimento.

Quanto a Lega Ambiente Nazionale, in sostituzione dell’avvocato Francesco Borasi, procuratore speciale nella causa contro Cefis Eugenio ed altri, voglia il Tribunale condannare ciascuno degli imputati alla pena che verrà ritenuta di giustizia, disporre la liquidazione del danno in sede civile tenendo presente le difficoltà della quantificazione, per ciò che attiene i danni patrimoniali e non patrimoniali si indica a titolo esclusivamente esemplificativo quanto segue: la sussistenza del danno da sviamento delle funzioni dell’attività di Lega Ambiente in ragione dei fatti di causa, anche in relazione agli articoli 13 e 18 della legge 349/86; il danno all’immagine dell’associazione Lega Ambiente e all’attività istituzionalmente svolta a favore dell’ambiente, in relazione ai capi di imputazione, così come documentato in corso di causa. Se si ritenesse invece in ogni caso di dover indicare una somma a titolo di risarcimento anche in questa sede secondo un non condiviso orientamento giurisprudenziale si indica la cifra di 1 miliardo e 500 milioni, condannare ex articolo 539, secondo comma Codice di Procedura Penale, gli imputati e i responsabili civili in solido tra loro al pagamento di una provvisionale di lire 1 miliardo, subordinare altresì l’eventuale concessione della sospensione condizionare della pena all’integrale adempimento di tutte le statuizioni civili, condannare gli imputati e i responsabili civili alle spese processuali della Parte Civile come da nota che si depositerà in conclusione del dibattimento.

 

Presidente: grazie.

 

AVVOCATO POZZAN

 

Avvocato Pozzan: Presidente, volevo completare molto velocemente, devo scusarmi per l’intervento dell’altro giorno in cui mi ero un po’ prolungato. Qui intervengo per l’associazione italiana per il WWF, associazione che si è costituita nel processo come Parte Civile sin dall’udienza preliminare per i fatti e nei confronti degli imputati di cui al capo secondo di imputazione, cioè per il cosiddetto capo ambientale. La scelta di costituirsi Parte Civile solo con riferimento a questo caso di imputazione è coerente con la linea che ha sempre seguito l’associazione, che è quella di non invadere il campo di altre associazioni, che più specificatamente oppure con maggiore professionalità si occupano delle tematiche relative agli ambienti di lavoro. Il WWF si è riservato quindi di occuparsi delle tematiche relative alla protezione ambientale e in particolare della flora, fauna e del paesaggio. Tale scelta ha origine in una divisione di compiti concordata ancora nei primi anni ‘80 tra Gabriele Bortolozzo, che era membro attivo del WWF, e Giampaolo Rallo, che era il responsabile della sezione veneziana, allorquando Gabriele Bortolozzo parlò a Rallo di che cosa succedeva al Petrolchimico a proposito del CVM. In quell’occasione si misero d’accordo di distribuirsi i compiti in questo modo, mentre Medicina Democratica con Gabriele Bortolozzo si sarebbe occupata del problema della salute dei lavoratori, il WWF si sarebbe occupato invece della protezione dell’ambiente compromesso dal ciclo cloro - soda proveniente dal Petrolchimico. Non parlo di argomenti generali, perché verranno affrontati da altri colleghi di parte civile, sono stati già compiutamente affrontati poi dal Pubblico Ministero. Mi limito a due cenni solo con riferimento alle prove offerte dell’associazione a sostegno della sua legittimazione, all’azione risarcitoria non soltanto astratta, ma anche concreta.

Parto con il dire che il WWF è l’associazione ambientalistica che notoriamente ha il maggiore numero di associati tra le associazioni che sono presenti in questo processo ed è anche l’associazione che ha una radicalizzazione nel territorio veneziano addirittura risalente agli anni ‘60. Il teste Rallo ci ha detto appunto che la sezione veneziana del WWF è stata istituita appunto a cavallo degli anni ‘60 e ci ha anche detto quali sono state le iniziative che sono state da quegli portate avanti dall’associazione e dalle prime, quelle direi addirittura un po’ folcloristiche, cioè addirittura gli assalti alle navi, che arrivano al Petrolchimico con gli inquinanti che oggi conosciamo, negli interventi della stampa e nei vari congressi in cui si parlava della protezione dell’ecosistema lagunare e tra questi ricordo in particolare anche la famosa mostra che il WWF ha tenuto a Palazzo Grassi nel 1984 in cui vi era una sezione nella quale erano esposti una mappa molto grande degli inquinanti presenti nella laguna e provenienti dal Petrolchimico. Sono gli stessi inquinanti per i quali oggi è processo. Questo già nel 1984, il WWF denunciava pubblicamente in una mostra quale era la situazione di inquinamento della laguna, che aveva come causa la produzione del ciclo cloro - soda proveniente dal Petrolchimico. E` stato dimostrato, sempre attraverso la testimonianza del teste Rallo un pregiudizio diretto che l’associazione ha in quanto proprietaria di Valle Averto che è la più oasi naturale italiana, di proprietà del WWF, che è costretta a mantenere un regime idraulico, rispetto a quello lagunare, proprio per impedire che l’inquinamento industriale proveniente dalla laguna e proveniente dal Petrolchimico possa accedere a quest’oasi. Il teste Borsiello che è invece responsabile della sezione veneziana negli anni ‘90 ci ha illustrato la filosofia e i contenuti della proposta di una legge su un parco della laguna, proposta che comprendeva anche il Petrolchimico naturalmente per il quale era previsto un minore grado di tutela da parte delle istituzioni. Ed ancora è stato dimostrato attraverso la testimonianza del teste Borsiello le iniziative che sono state assunte dalla associazione contro le discariche e tra queste quella di San Giuliano, che è una delle discariche che è contestata. Infine, è stata ancora offerta la prova sia documentale, sia testimoniale in ordine a quello che è stato il contenuto di un recente convegno che si è tenuto a Venezia con un intervento abbastanza interessante del dottor Paolo Drei che è consulente WWF in questo processo e che ha dato un contributo direi interessante sulla tematica relativa all’evoluzione dei sedimenti lagunari inquinati dal ciclo cloro - soda del Petrolchimico, quindi mi pare che abbiamo dimostrato la prova della legittimazione concreta all’azione risarcitoria per il radicamento territoriale dell’associazione e il costante intervento per la protezione ambientale dall’inquinamento proveniente dal Petrolchimico.

Per quanto riguarda il risarcimento faccio rinvio a quanto dirà il collega Ghezzo in ordine ai criteri e alle quantificazioni dei danni. Quindi concludo per l’associazione italiana per il World Wide Foundation: voglia il Tribunale di Venezia, prima sezione penale, in via principale accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Gatti Piergiorgio, Monforti Giovanni, Caldi Renato, Trapasso Italo e così via in relazione ai reati loro ascritti, conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannare gli imputati suindicati in solido con i responsabili civili Montedison S.p.A., EniChem S.p.A., Eni S.p.A., Montefibre S.p.A., nelle persone dei loro rispettivi amministratori e legali rappresentanti al risarcimento a favore della concludente Parte Civile dei danni tutti patiti patrimoniali e non patrimoniali conseguenti al reato che si quantifica nella somma complessiva di lire 1 miliardo e 500 milioni, oltre alla valutazione monetaria ed interessi dalla data dei fatti, di cui al capo di imputazione, all’effettivo saldo; subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore della concludente Parte Civile ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 del Codice Penale; dichiarare la condanna provvisoriamente esecutiva ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540 del Codice di Procedura Penale.

In caso il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio ai sensi dell’articolo 539 del Codice di Procedura Penale condannare in solido agli imputati ed ai responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale dell’importo di cui questo Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno, somma che si indica in lire 400 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento ultima provvisionale stessa; condannare in solido tra loro gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento in favore alla concludente Parte Civile delle spese di costituzione e di patrocinio di Parte Civile come da nota separata. Grazie.

 

Presidente: grazie. Avvocato Ometto, prego.

 

AVVOCATO OMETTO

 

Avvocato Ometto: prima di passare a trattare le posizioni relative alle Parti Civili assistite da questa Difesa, ripercorro brevemente alcune linee già tracciate da collega che mi hanno preceduto passerò in primis a fare un excursus il più possibile sintetico del ruolo avuto dal Sindacato nel segnalare le problematiche e le problematiche e la pericolosità del CVM e in secundis evidenziare alcuni aspetti della cosiddetta indagine Fulc, con riferimento a Porto Marghera. All’inizio degli anni ‘70, e precisamente nel 1973, vi fu negli Stati Uniti, con riferimento al CVM, un certo clamore a seguito della scoperta che presso la società Goodridge erano deceduti due operai con angiosarcoma epatico, tale patologia identificabile quale rarissima forma di patologia neoplastica, infatti già all’epoca era correlabile alla lavorazione del CVM. Successivamente ulteriori studi compiuti in materia dimostreranno che l’angiosarcoma fu la causa della morte anche di altri operai, facendo allargare ulteriormente il fenomeno. Il clamore suscitato dalla notizia ebbe dei riflessi che raggiunsero anche il continente europeo, interessando così anche il nostro Paese, ove già in precedenza anche sulla base di alcuni studi condotti tra l’altro anche da Viola, il cui contribuito è stato fondamentale nella vicenda CVM, qualcosa si stava muovendo, divenne di conseguenza inevitabile che anche con riferimento al Petrolchimico di Porto Marghera le associazioni sindacali si interessassero della grave questione, ponendosi quali pungoli della ricerca di una maggiore sicurezza dei lavoratori e inizia così una fase caratterizzante la metà degli anni ‘70 all’incirca, durante la quale a favore della massima tutela della salute dei lavoratori il Sindacato mantiene una posizione assolutamente totalmente ferma, nonché inflessibile, nei confronti dell’azienda, richiedendo specifici interventi anche di natura drastica sugli impianti.

Lo scopo prefisso in sostanza è quello del cosiddetto Mac 0, ovvero una concentrazione nell’aria di CVM pari a zero e quindi l’azzeramento di ogni emissione degli impianti. In quest’ottica rientra anche la documentata e reiterata richiesta di chiusura dell’impianto CV6 le cui problematiche non erano facilmente risolvibili. Come conseguenza di questa nuova sensibilizzazione dell’opinione pubblica alle delicate problematiche relative alla salute dei lavoratori all’inizio del 1974 anche una serie di approfondimenti, che culminano nell’attivazione della cosiddetta indagine Fulc. Detta indagine si muove su più fronti, interessando da un lato la situazione dei lavoratori e dall’altra il contesto degli impianti a quale risultato la ben nota relazione del 12 marzo 1977.

Una delle situazioni che contribuirono alla nascita dell’indagine fu sempre nel quadro del raggiungimento del cosiddetto Mac 0, la riduzione del limite di emissione del CVM disposto dall’ispettorato centrale del lavoro, portandolo da 500 PPM a 50 PPM. In particolare nella primavera del 1974 venne emanata una specie di circolare dell’Ispettorato del Lavoro su stimolo del Ministro di allora Bertoldi, in detta circolare le aziende venivano invitate, oltre a interessarsi di controllare le situazioni in cui c’era inquinamento da cloruro di vinile, anche a svolgere delle indagini epidemiologiche. Successivamente, almeno per il contesto di Porto Marghera, non è stata l’azienda a promuovere un’indagine epidemiologica, accogliendo così l’invito del Ministero, bensì la Regione Veneto che, attraverso una convenzione perfezionata con l’Università di Padova, conferisce incarico all’Istituto di Medicina del Lavoro di procedere a un’indagine su Porto Marghera. Il responsabile dell’indagine fu il dottor Bruno Saia, che arrivò a coordinare circa una decina di medici, vi furono anche degli incontri a livello nazionale per definire comuni protocolli e parametri di valutazione a testimonianza della serietà anche dell’indagine.

L’obiettivo che si prefiggeva l’indagine dal punto di vista medico era quello di valutare lo stato di salute generale degli operai, partendo dalla considerazione che le conoscenze di allora consentivano di conoscere l’esistenza di una serie di organi cosiddetti bersaglio per il CVM e PVC. Nel novero di questi sicuramente vi erano anche il fegato e i polmoni, vennero così individuati una serie di accertamenti di laboratorio necessari per la valutazione delle patologie, dalle quali erano interessati gli organi cosiddetto bersaglio. In particolare la scelta metodologica decisa dal gruppo di lavoro fu quella di concentrare gli esami in ragione delle specifiche patologie, che in modo diffuso coinvolsero diversi lavoratori addetti al CVM, tra le patologie oggetto di indagine vi furono anche quelle che non avevano un vero e proprio carattere tumorali, le quali tuttavia ebbero una diffusione tale tra i lavoratori da condurre al riconoscimento di una multi potenzialità tossica del CVM. Dall’analisi effettuata su un gruppo esposti alle polveri di PVC emersero alcune pneumoconiosi da polveri, che secondo quanto affermato sempre dal dottor Saia, nel corso della sua deposizione, trattandosi di granulomi è difficile che non ci si associ anche una fibrosi polmonare, cosa che poi si è vista in alcune pubblicazioni successive alla stessa indagine Fulc. La presenza di pneumoconiosi è ben rilevata soprattutto negli insaccatori, ed in particolare nei reparti dove si produceva il PVC in emulsione, tale tipo di lavorazione infatti produceva delle polveri di dimensioni inferiori a 5 micron, le quali erano perfettamente in grado di penetrare negli interstizi del polmone e provocare quindi una fibrosi. Detta produzione era tipica a esempio dell’impianto CV6, che produceva in emulsione. Anche dagli esami citologici, che vennero affidati al dottor Maltoni, emersero delle displasie che vennero tenute in considerazione nella valutazione finale. Con riferimento invece alle analisi di natura epatica furono effettuati accertamenti secondo quelli che erano i criteri praticati all’epoca, il risultato fu particolarmente impressionante, dato che gran parte degli esaminati non aveva una funzionalità epatica nella norma, sulla base anche di questo dato poi nelle situazioni più allarmanti venne anche consigliato di evitare di continuare l’esposizione al CVM. Al termine dell’indagine relativa a Porto Marghera i risultati, unitamente ad un elenco di lavoratori, che si riteneva necessario allontanare dalle mansioni svolte sino a quel momento furono consegnati all’ente committente e cioè la Regione Veneto, nonché anche al servizio di Medicina del Lavoro di Marghera, che aveva collaborato. Sulla base delle indagini e in ragione di una gravità della situazione riscontrata venne richiesto poi lo spostamento di ben 209 persone; dal 12 marzo 1977 all’aprile del 1978 soltanto pochi elementi furono effettivamente allontanati dai reparti di produzione del CVM e PVC. Il vero e proprio allontanamento, come ha affermato anche il Pubblico Ministero, avvenne come si può dire in maniera naturale, dato che alcuni morirono mentre altri se ne andarono perché messi in cassa integrazione a causa dei problemi di salute insorti. Con riferimento alla conoscenza dei vertici dell’azienda della situazione emersa, anche a seguito dell’indagine Fulc, va sottolineato che, come è argomentato anche dallo stesso dottor Casson, lo stesso Cefis e pure Grandi hanno partecipato a Venezia a degli incontri con le istituzioni nel corso delle quali sono stati abbondantemente trattati tutti gli argomenti relativi alla pericolosità delle condizioni in cui operavano i lavoratori.

Dalle argomentazioni esposte emerge quindi con evidente chiarezza che già dagli anni ‘70 esisteva una grave situazione di allarme qualificato, dovuto a segnalazioni e notizie provenienti da più fonti estere e non sulla pericolosità del CVM e relative lavorazioni. La reazione a tali notizie in ambito locale non fu isolata ed estemporanea, ma si diede avvio a una serie di iniziative coordinate, coinvolgenti diverse entità ed organizzazioni di natura pubblica e privata, tra cui le organizzazioni sindacali e alcuni quadri.

Da quanto emerso in atti quindi esisteva certamente negli anni ‘70 una conoscenza diffusa della problematica, una presa di coscienza della gravità del problema e della necessità di adottare provvedimenti, tant’è che vi furono richieste di chiusura degli impianti pericolosi, come lo stesso CV6 e lo spostamento di più di 200 operai. Le richieste successive all’indagine Fulc di cui le controparti peraltro non contestano neppure la conoscenza incidevano in misura rilevante sulla struttura, organizzazione e gestione degli impianti e risorse umane, tenuto poi conto che il CVM, come precisato sempre dal dottor Casson nella sua requisitoria, rappresentava il vertice della produzione del gruppo. Gli oneri finanziari in relazione alla dimensione del problema necessariamente esulavano dalle competenze dei quadri e comportavano il coinvolgimento di chi poteva disporre delle risorse economiche per porre rimedio ai gravissimi problemi e consentire una lavorazione sicura dei prodotti. Va evidenziato altresì che il problema incideva sulla programmazione economica del gruppo e sui profitti, condizionando le scelte di programmazione della produzione e della politica aziendale. E` chiaro quindi che è logico ritenere, alla luce anche degli interventi effettuati, sia pure in maniera tardiva e sicuramente incompleta, vedi ad esempio la chiusura del CV6 avvenuta addirittura nel 1990, a distanza veramente di un lasso di tempo enorme, che la scelta delle società coinvolte tutte fu quella di una sottovalutazione del rischio e accettazione dello stesso, al fine di continuare la produzione con aggiustamenti seppur progressivi.

Sarebbe curioso quindi confrontare i profitti del periodo e tutte le società collegate con il costo umano in termini di banale risarcimento, ci renderemmo allora conto che la scelta imprenditoriale operata aveva sicuramente una sua logica, cinica sì, ma, e lo dico con profonda e incommensurabile amarezza, vincente. Passo ora molto succintamente a fare alcuni riferimenti alle singole posizioni Parti Civile che io assisto, comincio da Bertiato Gino.

Il signor Bertiato Gino appartiene al gruppo dei 37 nuovi casi indicati dal Pubblico Ministero e discusso nel corso dell’udienza del 12 e 18 giugno del 1998, dal consulente dottor Bay. Per quanto riguarda l’anamnesi professionale il signor Bertiato ha prestato attività lavorativa dal 1974 al 1993 presso la Cooperativa Facchini di Marghera, la quale operava in regime di appalto all’interno del Petrolchimico, svolgendo mansioni di insaccatore con tutte le conseguenze che sono emerse anche durante l’istruttoria dibattimentale in tema di lavorazione in ambienti assolutamente insalubri quali il CV6 e il CV14 ad esempio.

Il teste Zoccarato Ernesto per lunghi anni compagno di lavoro del signor Bertiato ed appartenente alla medesima cooperativa all’udienza del 9 maggio 2000 ha confermato tali circostanze, affermando che il lavoro presso i reparti suindicati consisteva nel mettere il prodotto all’interno di sacchi, che oltre a non avere una buona tenuta, frequentemente scoppiavano, a seguito dello scoppio veniva così inondato di polveri finissime come il borotalco tutto l’ambiente, ivi compresi gli stessi insaccatori a tal tutto che al termine dell’orario lavorativo questi erano sempre costretti a farsi un bagno. Per quanto riguarda la causa del decesso l’attività del signor Bertiato l’ha esposto chiaramente a dosi continue di polveri nel corso di ogni giornata lavorativa, dato che queste ultime, cui hanno fatto riferimento diversi testi sentiti, erano perennemente presenti nell’ambiente di lavoro. Il signor Bertiato dopo aver sofferto per lungo tempo di una epatopatia e bronchite cronica è deceduto il 21 maggio del 1998 per un adenocarcinoma polmonare, che trova senza alcun dubbio origine in cause professionali connesse all’esposizione al CVM e al PVC.

I dati acquisiti al dibattimento consentono di sostenere il ruolo eziologico del CVM, PVC e dicloroetano nell’insorgenza di neoplasie polmonari nei lavoratori del Petrolchimico. Passo ora invece alla posizione di Menozzi. Il signor Menozzi appartiene anch’esso al gruppo dei 37 casi trattati dal consulente dottor Bay e discusso nelle udienze del 12 e 18 giugno 1998. Per quanto riguarda l’anamnesi professionale il signor Menozzi ha prestato attività lavorativa dal 1961 al 1991 presso il Petrolchimico di Porto Marghera, svolgendo mansioni di operaio manutentore con tutte le conseguenze che sono emerse anche durante l’istruttoria dibattimentale in tema di lavorazione e di interventi frequenti in ambienti insalubri. Il teste Dabbalà Silvano, all’udienza del 12 maggio 2000, ha confermato tali circostanze, affermando che il lavoro dell’operaio manutentore consisteva nell’intervenire con urgenza quando ve ne era necessità, rimanendo inevitabilmente esposti a delle considerevoli emissioni di prodotto, nel momento in cui gli interventi avvenivano a seguito di fughe. Per quanto riguarda la causa del decesso l’attività del signor Menozzi l’ha esposto all’evidenza a dosi continue di CVM e PVC ogni qualvolta si trovava ad operare sugli impianti dove veniva prodotto il materiale. La particolarità dell’attività svolta non escludeva anzi la possibilità di assorbimento di dosi massicce, di polveri di PVC e di CVM in brevissimi istanti ogni qualvolta gli interventi avvenivano dopo la fuoriuscita. Il signor Menozzi è deceduto a causa di un tumore polmonare e delle sue tipiche complicazioni, che trova origine in cause professionali connesse all’esposizione a CVM e a PVC. Il periodo di latenza, pari a 3 anni, è adeguato in base alle conoscenze in tema di cancerogenesi chimica. I dati acquisiti al dibattimento consentono di sostenere chiaramente il ruolo eziologico del CVM, del PVC e del dicloroetano nell’insorgenza di queste forme polmonari nei lavoratori del Petrolchimico.

E per finire leggo le conclusioni di entrambe le Parti Civili partendo dal signor Bertiato e quindi mi riferisco a Frison Gioconda, Bertiato Marilena, Bertiato Cristina, Bertiato Nicoletta e Bertiato Roberta, prossimi congiunti di Bertiato Gino nel procedimento a carico di Cefis Eugenio più 24 si presentano le seguenti conclusioni: voglia l’illustrissimo Tribunale di Venezia, prima sezione penale, in via principale accertare e dichiarare la penale responsabilità degli imputati in relazione in relazione ai reati loro ascritti e per l’effetto condannare gli stessi alla pena che sarà ritenuta i giustizia; condannare gli imputati suindicati in solito con i responsabili civili Montefibre S.p.A., Montedison S.p.A., EniChem S.p.A., Eni S.p.A., in persona dei loro rispettivi amministratori e legali rappresentanti pro tempore all’integrale risarcimento a favore delle concludenti Parti Civili dei danni tutti da loro patiti, patrimoniali e non patrimoniali conseguenti ai reati per cui si procede che così si quantificano - io passerei, avendo impostato anche questo tipo di conclusione sulla base di parametri, che sono stati comunemente stabiliti a leggere la richiesta di risarcimento senza soffermarsi su ogni singola voce - per Frison Gioconda 319 milioni, 672 mila, per Bertiato Nicoletta 322 milioni, 672 mila, per Bertiato Roberto 244 milioni, 672 mila, infine per Bertiato Marilena e Bertiato 319 milioni, 672 mila.

Per finire, anzi mi scuso, arrivo alla parte.., subordinare comunque l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento integrale dei danni a favore dei Parti Civili, ai sensi e per gli affetti dell’articolo 165 Codice Penale, dichiarare la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva, ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540 Codice di Procedura Penale.

In via subordinata, laddove il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio, ai sensi all’articolo 539 Codice di Procedura Penale, voglia condannare in via tra di loro solidale gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nella misura e nell’importo in cui il Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno e comunque complessivamente non inferiore a lire mezzo miliardo e lire 100 milioni per ciascuno dei familiari o nella diversa misura ritenuta dal Tribunale, subordinando la concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale. In ogni caso condannare in solido gli imputati e i responsabili civili in di cui sopra al pagamento a favore delle concludenti Parti Civili per le spese di costituzione e patrocinio di Parte Civile, come da nota che sarà allegata al termine del dibattimento. Per quando riguarda Menozzi invece, per Menozzi Isabella, Menozzi Luisa, Menozzi Maria, Menozzi Aldo e Menozzi Rosanna, prossimi congiunti Menozzi Franco nel procedimento penale a carico di Cefis Eugenio più 24 voglia l’illustrissimo Tribunale di Venezia in via principale accertare e dichiarare la penale responsabilità degli imputati in relazione ai reati loro ascritti e per l’effetto condannare gli stessi alla pena che sarà ritenuta di giustizia. Condannare gli imputati suindicati in solido con i responsabili civili Montefibre S.p.A., Montedison S.p.A., EniChem S.p.A., Eni S.p.A., in persona dei loro rispettivi amministratori e legali rappresentanti pro tempore all’integrale risarcimento a favore delle concludenti Parti Civili e dei danni tutti da loro patiti, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti ai reati per cui si procede che così si quantificano: per Menozzi Isabella lire 323 milioni, 282 mila, per Menozzi Luisa lire 39 milioni, per Menozzi Maria lire 39 milioni, per Menozzi Aldo lire 39 milioni, per Menozzi Rosanna lire 39 milioni. Infine, subordinare la concessione della sospensione condizionale della pena per il pagamento integrale dei danni a favore delle Parti Civili, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 165 Codice Penale; dichiarare la condannare di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva, ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’articolo 540 Codice di Procedura Penale. In via subordinata, laddove il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio, ai sensi dell’articolo 539 del Codice di Procedura Penale, voglia condannare in via tra di loro solidale gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege nella misura e nell’importo in cui il Tribunale riterrà raggiunta la prova del danno e comunque non inferiore a lire 200 milioni o nella diversa misura ritenuta dal Tribunale, subordinando la concessione della eventuale sospensione della pena a pagamento della provvisionale stessa.

In ogni caso condannare in solido mi imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento a favore delle concludenti Parti Civili per le spese di costituzione e patrocinio di Parte Civile, come ha nota che sarà allegata al termine del dibattimento. Grazie.

 

Presidente: la parola all’avvocato Grillo.

 

AVVOCATO GRILLO

 

Avvocato Grillo: per i prossimi congiunti di Gattolin Mario. L’intervento di questa Difesa riguarderà la mansione degli autoclavisti attraverso un’analisi delle prescrizioni di legge cui il datore di lavoro doveva e deve attenersi al fine di tutelare il lavoratore che svolge mansioni in ambienti con presenza di gas, vapori respirabili e polveri.

Il capo di imputazione tra le altre contesta agli odierni imputati il fatto di aver omesso di predisporre e collocare o far collocare sistemi ed apparecchi i sicurezza destinati ed idonei a prevenire l’insorgenza di tumore e malattie nei dipendenti dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera e nei dipendenti delle varie cooperative d’appalto. La colpa è consistita in imprudenza, negligenza, imperizia per espressa violazione dell’articolo 2087 del Codice Civile e degli articoli di cui al D.P.R. 547 del 1995 e 303 del 1956 per non aver, pur in presenza delle conoscenze medico - scientifiche, evidenziate dal Pubblico Ministero durante la sua requisitoria, adottato nell’esercizio dell’impresa tutte e immediatamente le misure necessarie per la tutela della salute dei lavoratori, condotta in contrasto anche con le previsioni della normativa CEE e del D.P.R. del 19 settembre 1982 numero 962. Già quindi dal 1955 il legislatore aveva prescritto l’obbligo di adottare misure di sicurezza idonee a limitare l’esposizione dei lavoratori a sostanze gassose nocive, prescrizioni che sono diventate ancora più severe con il D.P.R. del 1972, il quale in applicazione della direttiva comunitaria prescriveva in maniera più dettagliata gli obblighi cui un imprenditore deve e doveva attenersi in riferimento alla lavorazione del CVM.

Al fine di rispettare i tempi di questo intervento ho preferito schematizzare le prescrizioni di cui alla disciplina introdotta dal legislatore, con particolare riferimento alle mansioni degli autoclavisti, sia in riferimento quindi al D.P.R. del 1955 e del 1956 che con quello del 1982. Sul datore di lavoro, sui dirigenti ed i preposti che esercitano, dirigono, sovrintendono incombe l’obbligo di rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici cui sono esposti e portare alla loro conoscenza i modi di prevenire i danni derivanti dai rischi predetti; fornire ai lavoratori i mezzi necessari personali di protezione con i requisiti di resistenza e di idoneità appropriati ai rischi inerenti alle lavorazioni ed operazioni effettuate e in particolare protezione delle mani e maschere respiratorie, che devono essere a disposizione del lavoratore; disporre un preciso ed efficace manuale operativo per l’ingresso dell’operatore, che accerti l’esistenza di gas o vapori nocivi o di una temperatura dannosa; deve in caso di pericolo disporre efficienti lavaggi, ventilazioni ed altre misure idonee, nel caso in cui la presenza di gas o di vapori nocivi non possa essere esclusa modo assoluto l’operatore deve essere munito di apparecchi idonei a consentire la normale respirazione, nel caso in cui l’operatore debba entrare in speciale serbatoi tipo silos, che contengono materie capaci di sviluppare gas o vapori nocivi deve essere garantita la sicurezza anche attraverso appropriati dispositivi o impianti accessori e in particolare impianti di ventilazione o dispositivi di rilevamento; disporre ed esigere infine ai singoli lavoratori che i singoli lavoratori osservino le norme di igiene e che usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione. Questo per sommi capi è lo schema di tutte quelle cautele che dovevano e devono essere rispettate dei luoghi di lavoro.

L’istruttoria dibattimentale del presente procedimento e soprattutto l’audizione di operatori che vuoi perché addetti a tale mansione e vuoi perché assegnati ad altre mansioni all’interno dello stesso reparto ha evidenziato che tali obblighi non erano rispettati dalla dirigenza e ciò anche dopo il diffondersi della notizia degli effetti cancerogeni del CVM. Quali sono i reparti ove operavano gli autoclavisti? Quali procedure venivano seguite per accedere all’autoclave? E quali sono stati gli interventi effettuati dalla dirigenza, è preferibile fare una distinzione temporale per individuare correttamente quali erano le procedure e quali sono stati gli interventi per tutelare la salute dei lavoratori. Mi riferisco alla ormai nota notizia giunta da oltre oceano del cosiddetto caso Goodridge, notizia che ha ufficializzato quello che già il World e il professor Viola aveva accertato nel 1969, i reparti in oggetto sono il CV6, il CV14/16 e il CV24. Il CV6 era il reparto più vecchio, più obsoleto e più problematico vuoi perché le autoclavi erano vecchie vuoi anche perché una di queste non era smaltata, quindi richiedeva maggiori attenzioni da parte degli operatori, in tale reparto veniva prodotto il PVC dal CVM in emulsione e il PVC ottenuto aveva a granulosità simile a quella del borotalco, in questo reparto veniva effettuato l’insaccamento delle polveri di polimero. Questo impianto è stato realizzato nel 1956 e chiuso nel 1990, fino al 1977 tale reparto era strutturato in modo tale da non permettere in alcun modo il ricambio dell’aria all’interno, era infatti un reparto chiuso, all’interno del quale vi erano dagli aspiratori, ma come affermato dal teste Carraro Giannino all’udienza del 10 maggio 2000 nel descrivere il reparto CV6 così affermava: "L’impianto era chiuso, il sistema di ricambio dell’aria era solamente dovuto a dei prementi e degli aspiratori, l’ambiente era saturo di CVM. La soluzione dell’autoclave veniva fatta quando si cambiava la produzione in modo da non inquinare il prodotto con le incrostazioni che si creavano all’interno del silos oppure solo perché necessaria. Prima del caso Goodridge l’ingresso in autoclave da parte dell’operatore avveniva solo dopo aver messo l’autoclave in sicurezza, attraverso un’intercettazione di tutte le tubazioni che collegavano l’autoclave e un intervento nelle parti elettriche, solo dopo che l’autoclave veniva riempita e svuotata di acqua calda questa era pronta per essere pulita dall’operatore", questo era quanto realmente avveniva per bonificare l’autoclave, la concentrazione del CVM all’interno del autoclave non veniva controllata né prima né durante la polizia di pulitura, i mezzi di protezione forniti all’autoclavista erano un corpetto legato a una cima tenuta da un altro operatore che si trovava sopra al boccaporto d’entrata, un paio di guanti, uno scalpello e una mazzetta. Riguardo a tali ultime circostanze non si ritiene necessario indicare i nominativi dei testi e indicare a quali udienze questi sono stati sentiti affermare e indicare quale tipo di protezione avessero al momento dell’ingresso, la ricostruzione puntuale e assolutamente precisa effettuata dagli operai, che hanno lavorato presso questo reparto ha indubbiamente evidenziato come tutto fosse lasciato al caso, salvo di prescrivere l’obbligo di indossare un corpetto e un paio di guanti, nessun’altra prescrizione è stata imposta dalla dirigenza, la stessa maschera pur trattandosi di una mansione ad alto rischio di inalazione di gas nocivi non era prescritta. Il rischio di inalazione di gas non veniva presa in considerazione nel momento in cui l’operatore con mazzetta e scalpello asportava le incrostazioni lungo la parere dell’autoclave, incrostazioni che rimanevano sul fondo della stessa per tutta l’operazione di pulitura.

Con riferimento all’operazione di eliminazione delle croste che si creano nelle pale dell’agitatore, lungo le pareti e nel cielo dell’autoclave vorrei richiamarmi alle affermazioni effettuate dal teste Barin Antonio, all’udienza del 19 aprile 2000, il quale così dichiarava: "Quando una crosta veniva asportata dall’interno dell’autoclave potevano esserci tra la crosta e la rete dell’autoclave delle piccole caverne, dove ci poteva essere la presenza ancora di CVM". Ed ancora il teste Pezzato Livio, sempre all’udienza del 19 aprile 2000 affermava che quando si tagliavano le croste queste erano impregnate di gas, perché degasando con l’acqua il gas rimaneva impregnato in questi blocchi. Tali affermazioni anche se fatte da chi ha lavorato presso il reparto CV6 penso possano avere una rispondenza anche per gli altri reparti. La durata delle operazioni di pulitura dell’autoclave era di 2 - 3, anche 4 ore e se un operatore era sfortunato gli toccava entrare in autoclave due volte alla settimana, questa era la situazione del reparto CV6 fino al 1975, una situazione di un impianto chiuso, dove non c’era possibilità di cambiare l’aria e dove le operazioni di bonifica dell’autoclave venivano fatte riempendo il silos di acqua e sperando che il gas rimasto all’interno fuoriuscisse in un ambiente già di per sé saturo di CVM. A seguito delle notizie delle morti per angiosarcoma dovute all’esposizione da CVM presso lo stabilimento degli Stati Uniti il primo intervento presso il suddetto reparto è stato quello di effettuare l’apertura dell’impianto così permettendo un più agevole ricambio dell’aria.

Dal 1975 è stato inserito nel manuale operativo il controllo della concentrazione di CVM attraverso una sonda inserita in cavità solo prima che l’operatore rientrasse, tale circostanza è stata confermata da molti testi, uno tra questi è stato Ceolin Primo, sentito all’udienza del 9 maggio 2000, il quale affermava che la sonda veniva inserita all’interno dell’autoclave prima dell’accesso dell’operatore, ma che durante l’operazione di pulitura con le croste che venivano asportate questa veniva tirata via. Altri interventi prevedano poi l’installazione dei cosiddetti lavatori con le ormai note pompe Peroni, tali lavatori linea teorica avrebbero dovuto limitare l’accesso in autoclave da parte dell’operatore, si trattava di un impianto che con un getto d’acqua ad alta pressione avrebbe dovuto eliminare le croste che si formavano lungo le pareti del silos. Purtroppo abbiamo verificato che durante l’istruttoria dibattimentale che questi lavatori non hanno mai funzionato, dei lavatori e delle pompe Peroni e dei problemi da questi evidenziati durante la loro applicazione saranno affrontati più avanti. Vorrei comunque fosse chiaro che nonostante i lavatori l’operatore era costretto ad entrare in cavità e intervenire manualmente per l’eliminazione delle croste, che con la stessa identica frequenza e durata dei primi anni ‘70. Anche questa circostanza è stata confermata in udienza dal teste Orlandin Giuseppe, all’udienza del 19 aprile 2000, il quale ha affermato che le pompe Peroni non hanno dato il risultato sperato, quindi l’impianto è stato dismesso e si è continuato di nuovo ad andare dentro in autoclave come una volta, noi a lavorare per pulirle. Solo con l’introduzione del cicloesanone verso i primi anni ‘80 la frequenza della pulitura manuale dell’autoclave è stata diminuita, anche se l’intervento dell’operatore era comunque sempre necessario. Unico denominatore comune in tutti questi anni, a prescindere dai tentativi più o meno riusciti volti a limitare il contatto del lavoratore con la sostanza cancerogena è che non è mai stato prescritto l’uso obbligatorio della maschera, questo è un dato pacifico, così come è pacifico che fino al 1988 - 1989 si continuava ad entrare in cavità per la pulizia della stessa.

Veniamo ora al reparto CV14 e CV16, reparto dove veniva prodotto il PVC dal CVM in sospensione. In questo reparto avveniva la centrifugazione del polimero e l’essiccamento dello stesso oltre che l’insaccamento del polimero in polvere, la granulometria del PVC qui ottenuto era sicuramente più grande di quella del CV6. Questi impianti realizzati nel 1957 sono stati poi chiusi nel 1986. Al C14 vi erano delle autoclavi vecchie che in alcuni punti erano sprovviste di smalto, tanto che era molto facile che si creassero delle incrostazioni massicce e come dichiarato dal teste Finotto Gino all’udienza del 19 aprile 2000 a volte si formavano anche dei blocchi sui frangiflutti anche di un quintale. Inutile richiamarsi quindi alle considerazioni fatte poc’anzi riguardo alla presenza del CVM all’interno delle croste ed è inutile dire che maggiore era la dimensione della crosta e maggiore era il quantitativo del CVM all’interno. Anche qui la pulizia dell’autoclave veniva fatta manualmente attraverso l’ingresso in cavità dell’operatore senza nessun mezzo di protezione come la maschera solo con mazzetta, scalpello, ovvero con un raschietto. L’operazione richiedeva dalle 2 alle 3 ore, ma poteva capitare che durasse anche 6 - 7 ore, tutto dipendeva dallo stato delle incrostazioni e dalla condizione dello smalto all’interno, le croste anche in questo reparto come negli altri rimanevano nel fondo del silos per tutta la durata dell’operazione di pulizia, terminata la quale l’operatore le inseriva in un recipiente per poi porgerle al collega che dal boccaporto teneva la cima di sicurezza. Questo intervento di pulitura avveniva a una temperatura all’interno dell’autoclave di circa 30 gradi e l’operatore era costretto ad avvalersi di una scala che veniva a sua volta incastrata nell’agitatore del silos. L’autoclave del CV14 doveva essere pulita ogni 10 - 12 cariche, prima del caso Goodridge nessun monitoraggio, anche in questo reparto, veniva effettuato all’interno dell’autoclave, successivamente l’unica modifica introdotta, come nel reparto CV6, è stata che il controllo della concentrazione del CVM doveva essere effettuato solo prima dell’accesso in cavità, attraverso l’inserimento di una sonda nel silos. Verso la metà degli anni ‘70 anche in questo reparto sono stati introdotti i lavoratori e le pompe Peroni ed anche qui il sistema di lavaggio ha sempre avuto dei problemi manutentivi e di affidabilità. Dopo l’ufficializzazione della dannosità del CVM gli operatori continuavano ad entrare in autoclave senza l’ausilio della maschera, la quale non era prescritta, erano presenti in reparto gli autoprotettori, ma il loro utilizzo era destinato esclusivamente alle situazioni di allarme; situazioni di allarme che abbiamo visto essere molto frequenti, ma che non costringevano l’operatore né ad utilizzarle né tanto meno ad abbandonare il reparto, nessuno della dirigenza aveva dato questo tipo di disposizioni, anche nel reparto CV14/16 con l’introduzione del cicloesanone la frequenza degli accessi in autoclave è stata ridotta, ma non eliminata. Ultimo reparto, dove era necessario l’ingresso in autoclave da parte dell’operatore è il CV14, un reparto per la produzione delle resine, tale reparto era il più recente, le autoclavi erano quindi più grandi e più numerose, questo reparto, costruito nel 1965, a tutt’oggi è ancora operativo, anche qui nonostante si trattasse di un reparto di recente realizzazione e di recente concezione gli operatori dovevano entrare in cavità per la pulizia interna, la procedura era la stessa, riempimento dell’acqua, intercettazione di tutte le tubazioni che collegavano l’autoclave e l’intervento nelle parti elettriche. L’operatore entrava autoclave con un corpetto legato a una cima, guanti, casco, scalpello e mazzetto antideflagrante. Nessuna maschera veniva indossata e nessuna maschera era a disposizione dell’operatore, il teste Corò sentito all’udienza del 9 giugno 2000 come toste di riferimento all’audizione del teste Condotta Natale ha dichiarato che nel reparto CV24 si entrava in cavità per la pulizia manuale così affermando: "Fino al 1992 quasi tutti i giorni, un giorno si effettuava un lavaggio e un giorno due e delle volte anche tre lavaggi ed uno fuori che teneva la corda", ancora il teste Cecconello Carlo all’udienza del 19 aprile del 200 ha affermato che con l’introduzione dei lavatori l’operatore continuava ad entrare in autoclave della linea b, sprovvista questa di tale macchinario e che con l’utilizzazione della microsina sono stati allungati i tempi di accesso dell’operatore. Infatti prima si entrava ogni 25 - 30 carichi e poi ogni 35 - 45 carichi, con l’introduzione del bus 80 verso il 1991 - 1992 l’accesso in autoclave non è stato eliminato al 100%, infatti la pulizia era necessaria ogni 50 carichi, l’utilizzo della maschera in questo reparto era lasciato al libero arbitrio dell’operatore, non c’è mai stata una imposizione da parte della dirigenza e dei responsabili preposti.

Ricostruita per sommi capi l’attività degli autoclavisti all’interno dei rispettivi reparti ritengo importante portare all’attenzione del Tribunale quali sono stati gli interventi da parte della dirigenza subito dopo che la notizia della cancerogenicità del CVM era di dominio pubblico e quali sono stati gli effetti di tali interventi a livello pratico. Mi riferisco ai già introdotti lavatori, siamo già nel 1975 questi lavatori vengono acquistati da una ditta americana, che aveva già installato questi macchinari presso la fabbrica Goodridge. Questi lavatori insieme alle pompe Peroni in realtà non hanno mai funzionato o meglio non hanno mai garantito il risultato sperato. Questo dato è pacifico, confermato sia dai lavoratori che dai responsabili dell’Ufficio Tecnico e ribadito in un documento agli atti del presente procedimento. Mi riferisco al rapporto del 15 dicembre 1976 in cui si fa riferimento ad un altro incontro avvenuto a Porto Marghera a novembre dello stesso anno. In tale rapporto viene fatto il punto della situazione dei lavatori e delle pompe Peroni presso i reparti CV14/16, CV6 e CV24. Dalla lettura di questo rapporto si evince che erano sicuramente più le cose che non funzionavano rispetto a quello che funzionavano, sia il reparto del CV6 che il reparto CV14/16 questi sistemi di lavaggio delle autoclavi presentavano gli stessi inconvenienti. Viene affermato in questo rapporto di riunione che i lavatori dovevano continuamente essere sottoposti ad interventi di manutenzione, la loro affidabilità era garantita solo con un alto onere di intervento manutentivo, il circuito d’acqua forniva una pressione di 360 atmosfere diversamente dalle 400 previste, per le pompe Peroni, sempre in questo rapporto del dicembre del 1976 viene fatto un lungo elenco di inconvenienti lamentati e riscontrati durante il loro utilizzo, tra valvole che si rompono e rottura delle parti meccaniche erano numerosi i fuori servizio. Nel reparto CV24 la situazione non è che fosse migliore, infatti un lavatore dopo 150 lavaggi era stato dato alla manutenzione per problemi al motore, il circuito d’acqua delle pompe Peroni presentavano gli stessi problemi visti nei precedenti reparti. Il secondo lavatore in questo reparto invece era stato solamente provato, la costruzione del paranco speciale, che era necessario per la sua utilizzazione era stato sospesa in quanto vi era un alto costo di realizzazione e una incerta praticità.

Abbiamo visto quindi che nel 1976 questi macchinari presentavano seri problemi di messa a punto tanto che il loro utilizzo era saltuario, vi erano gravi problemi manutentivi sia in termini di intervento che di costi. Il teste Malaguzzi Odoardo incaricato del controllo e del coordinamento degli uffici tecnici dello stabilimento nella divisione materie plastiche dal 1970 al 1980 all’udienza del 19 aprile definiva la situazione dei lavatori come una situazione non normale. Affermava sempre il teste che sia i lavatori che le pompe avevano evidenziato evidenti problemi di tenuta. I lavatori erano da considerare sufficientemente affidabili solamente con un altro tenore di intervento manutentivo valutato in 6 giorni lavorativi per 2 meccanici ogni volta che era richiesta la revisione di un lavatore. Se ne ricava che questi lavatore erano costosi e nonostante l’alto costo di manutenzione continuavano a non garantire la stessa pulizia dell’autoclave ottenuta manualmente. Il teste Barina, sempre in merito ai lavatori e alle pompe Peroni, all’udienza del 19 aprile 2000 ha così dichiarato. L’impianto di pulizia delle autoclavi composte da pompe ad alta pressione e con lavatore che aveva tutto un sistema di lavaggio all’interno dell’autoclave aveva qualche problema di carattere manutentivo. Problemi di affidabilità, in particolare le pompe Peroni per rottura delle valvole non consentivano più alla pompa di avere una pressione adeguata, sempre il teste Barina ha poi affermato che il sistema di lavaggio delle autoclavi automatico non era operativo, il lavaggio veniva effettuato come nel periodo antecedente al periodo del montaggio del sistema pompe e lavatori e quindi manualmente con l’accesso in cavità dell’operatore. L’utilizzo di questi lavatori è stato caratterizzato da innumerevoli problemi di rottura e di affidabilità tanto che venne abbandonato così preferirono tornare al sistema più tradizionale, così anche meno costoso. Da ultimo vorrei sottoporre all’attenzione del Tribunale un’altra comunicazione interna del 6 ottobre del 1978, in questa comunicazione si lamentano, siamo a circa 2 anni dalla data del precedente rapporto, che era del anche del 1976, il problema di affidabilità delle pompe Peroni, le quali continuano a richiedere elevati costi di manutenzione.

Ultima considerazione fatta in questa comunicazione riguarda il fatto che su 9 pompe 4 non erano più utilizzabili, viene da chiedersi allora come veniva fatta nel 1978 la pulizia delle autoclavi, l’operatore quindi continuava ad entrare in autoclave sempre con gli stessi mezzi di protezione, vorrei fosse chiaro al Tribunale che questi lavatori e queste pompe Peroni erano solo una facciata per cercare di dimostrare all’esterno che qualcosa si stava facendo, si tratta di una corsa contro il tempo, siamo all’inizio degli anni ‘80, a distanza di 6 anni dal caso Goodridge e 11 dagli studi del professor Viola. Il processo degli interventi per evitare l’accesso dell’operatore in cavità è stato lento e difficile e problematico, lento nonostante i tempi richiedessero degli interventi più radicali, specie se si considera il ritardo, con cui questi interventi sono iniziati, difficile perché tale innovazioni presentavano problemi di adattamento e non rispondevano alle necessità specifiche volte ad eliminare radicalmente le croste che si creavano all’interno del silos; problematico perché i primi interventi, oltre a essere poco affidabili, richiedevano una eccessiva e costosa manutenzione in contrasto con la filosofia e le necessità produttive tanto da costringere la dirigenza a tornare al vecchio e semplice ed efficace sistema di lavaggio manuale con l’accesso in cavità da parte dell’operatore.

Vorrei infine soffermarmi, e con questo concludo, sulla valenza probatoria di tutte le affermazioni fatte dagli ex lavoratori ascoltati in udienza, una valenza assoluta posto che gli stessi in maniera chiara, precisa e veritiera hanno descritto i rispettivi compiti e le proprie mansioni. Trattasi di una ricostruzione che non deve essere oggetto di contestazione in quanto univocamente sono stati riportati fatti e circostanze utili per questo processo, chi infatti meglio di loro è in grado di ricostruire ciò che realmente accadeva nei singoli reparti.

Passo ora ad analizzare la singola posizione del signor Gattolin Mario e dei prossimi congiunti del signor Gattolin Mario.

All’udienza dell’8 luglio del 1998 il Pubblico Ministero, ai sensi dell’articolo 517 Codice Penale, formalizzava una contestazione suppletiva agli odierni imputati nel procedimento di cui oggi è processo, con il quale venivano individuate altre 37 persone quali parti offese, di cui 27 decedute e tra queste il signor Gattolin deceduto il 22 luglio 1986, a seguito di suddetta contestazione suppletiva all’udienza del 23 settembre 1998 questo patrocinio si costituiva Parte Civile nell’interesse dei prossimi congiunti del signor Gattolin e segnatamente per gli interessi della signora Monetti Giuseppina, Gattolin Daniela e Gattolin Maurizio rispettivamente moglie e figli. L’istruttoria del presente processo ha evidenziato con riferimento alla posizione dell’ex lavoratore Gattolin Mario quanto segue: per quanto concerne l’anamnesi professionale il signor Gattolin ha lavorato presso lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera dal 3 marzo 1958 al 22 luglio 1986, data del decesso, come tagliatore di fiamma ossidrica e distribuzione di materie in ferro, addetto alla distribuzione delle materie prime, caposquadra distribuzione materie prime e infine caposquadra distribuzione pezzi di ricambio al reparto magazzino. Nell’ambito delle mansioni svolte dal predetto all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera, l’attività svolta dal Gattolin nel reparto SG5, distribuzione materie prime comportava una costante esposizione a sostanze chimiche e l’attività svolta comportava l’accesso dello stesso in reparti ove avveniva la lavorazione del CVM. Il reparto oltre tutto si trovava a una distanza di 50 - 100 metri dal reparto CV6 e CV15 ed adiacente ai magazzini dove veniva stoccato il PVC. Un tanto si evince dalle planimetrie agli atti del presente procedimento. Il reparto SG5 è comunque stato individuato come reparto a rischio dall’indagine epidemiologica e indicato dallo stesso Pubblico Ministero. Per quanto concerne infine l’anamnesi patologica del signor Gattolin Mario rappresento che questi è deceduto il 22 luglio del 1986 per tumore al polmone, mi richiamo alle molteplici perizie svolte dai consulenti del Pubblico Ministero e faccio solo riferimento che il caso del signor Gattolin è stato trattato dal dottor Bay all’udienza dell’1 luglio 1999 e che il 15 maggio del 2000 la signora Monetti Giuseppina è stata sentita e ha dichiarato che il marito fumava non più di 10 sigarette al giorno e che lei personalmente si preoccupava di lavare la tuta e che questa tuta del marito era sempre sporca di polvere bianca. Vado quindi a leggere le conclusioni nell’interesse delle Parti Civili Monetti Giuseppina, Gattolin Daniela e Gattolin Maurizio, prossimi congiunti di Gattolin Mario: voglia l’illustrissimo Tribunale, prima sezione penale, in via principale accertare e dichiarare la responsabilità penale degli imputati individuati nell’atto di costituzione di Parte Civile in relazione ai reati loro ascritti e conseguentemente condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannare gli imputati suindicati in solido tra loro con i responsabili civili Montedison S.p.A., EniChem S.p.A., Eni S.p.A. e Montefibre S.p.A. in persona dei loro rispettivi amministratore e legali rappresentanti pro tempore al risarcimento a favore delle concludenti Parti Civili dei danni tutti patiti, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti ai reati loro ascritti, risarcimento che così si quantifica per ciascuna Parte Civile, per Monetti Giuseppina lire 315 milioni, 768 mila, oltre a rivalutazione monetaria ed interessi, Gattolin Daniela 315 milioni e 768 mila, oltre alla rivalutazione monetaria ed interessi e infine Gattolin Maurizio 315 milioni e 768 mila, oltre alla rivalutazione monetaria ed interessi; subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionare della pena al pagamento integrale dei danni a favore dei Parti Civili ai sensi e per effetti dell’articolo 165 Codice Penale; dichiarare la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutivo, ricorrendo giustificati motivi ai sensi dell’articolo 560 Codice di Procedura Penale, in via subordinata nel caso in cui il Tribunale ritenesse di condannare gli imputati e i responsabili civili al risarcimento del danno da liquidare in separato giudizio ai sensi dell’articolo 59 Codice di Procedura Penale; condannare in solido tra loro gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva ex lege per l’importo di cui questo Tribunale riterrà essere raggiunta la prova del danno, che si indica nella somma di lire 400 milioni e ciò sempre subordinando alla concessione dell’eventuale sospensione condizionale della pena e al pagamento della provvisionale; in ogni caso condannare in solido tra loro gli imputati e i responsabili civili di cui sopra al pagamento a favore delle concludenti Parti Civili delle spese di costituzione e patrocinio di Parte Civile come da nota che verrà depositata. Grazie.

 

Presidente: grazie, a lei. La parola all’avvocato D’Angelo.

 

AVVOCATO D’ANGELO

 

Avvocato D’Angelo: difensore Parte Civile INAIL. Questo processo storico e non certo maxi processo come riduttivamente è stato definito nelle udienze iniziali tra le capacità e validità che ha evidenziato ha smentito anche un vecchio adagio, a mio modesto avviso, "beati gli ultimi se i primi sono parchi", nel nostro caso ritengo che invece gli ultimi sono beati perché i primi non sono stati davvero, sotto nessun profilo parchi e sotto questo aspetto anch’io desidero esprimere gratitudine al Pubblico Ministero per l’esposizione delle sue conclusioni, per la completezza espositiva con la quale ha saputo illustrare, ha saputo riassumere tutte le complesse vicende processuali.

Quello che viene ritenuto più grande e più elegante scienziato e filosofo cristiano moderno Pascal ha detto che il silenzio è un tale tormento cui anche i Santi non resistono, ma gli avvocati e tanto meno io è noto non sono Santi e perciò è forte la tentazione di intervenire su tanti aspetti, su tanti profili, ma sui quali preferisco tacere, sperando poi di riuscirvi, dando però piena e convinta adesione alle eleganti, alle approfondite proposizioni, ai ragionamenti, alle citazioni, alle argomentazioni offerte dai bravissimi colleghi difensori di Parte Civile che mi hanno preceduto. Pertanto l’intervento di questa Difesa da un lato si inserisce in questa convinta adesione, nel brillante e luminoso disquisire su impegnativi argomenti giuridici dei predetti colleghi e dall’altro più modestamente, molto più modestamente offre poche e brevi riflessioni.

Certamente non ripeterò tutto quanto già esposto al momento della costituzione di Parte Civile e ricorderò brevemente soltanto qualche frammento. Come è noto, a norma del Testo Unico 1124 del 1965 l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali comprende appunto i casi di infortunio avvenuto causa violenta in occasione di lavoro e le malattie professionali, cioè quelle contratte nell’esercizio e a causa della lavorazione espletata dal lavoratore. Una simpatica curiosità storica: la prima malattia professionale conosciuta è datata 1775, data in cui un medico inglese segnala la frequenza di tumori specifici negli spazzacamini esposti a fuliggine, ma la Corte Costituzionale con la sentenza numero 93 del 1977, 30 maggio, ha chiarito che il termine malattia riassume qualsiasi modificazione rispetto allo stato normale di un tessuto o di un organo e dal punto di vista eziologico oltre che da agenti fisici, radiazioni, elementi tossici e infettivi tra le cause specifiche delle malattie è da considerarsi anche il lavoro e pertanto le stesse si qualificano come professionali. Allora il verificarsi dei predetti eventi l’INAIL istituto assicuratore senza poteri preventivi eroga determinate prestazioni temporanee o permanenti sia al lavoratore sia in caso di decesso ai superstiti. L’articolo 10 del predetto Testo Unico prevede in via generale l’esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile, ma subito dopo aggiunge che permane tale responsabilità a suo carico e dei suoi collaboratori quando viene pronunciata a loro carico una sentenza penale, che accerti ed affermi la loro responsabilità, cioè in via ordinaria fisiologica vi è una copertura del rischio ordinariamente collegato all’esercizio di quell’attività imprenditoriale e l’INAIL eroga le prestazioni a favore dell’infortunato o del tecnopatico al verificarsi degli eventi lesivi automaticità delle prestazioni posta a favore del lavoratore, ma se per responsabilità penale del datore e dei suoi collaboratori si modifica la struttura fisiologica iniziale del rapporto assicurativo si determina una cosiddetta fase patologica con la conseguenza sia della non operatività della copertura assicurativa iniziale dalla quale il datore di lavoro o i suoi collaboratori con il loro comportamento antigiuridico escono per propria volontà sia della responsabilità civile e penale del datore di lavoro e collaboratori sia dell’affermarsi del diritto dell’INAIL di esercitare un diritto dovere, dice la Corte Costituzionale, esercitare un proprio autonomo diritto volto a recuperare quanto pagato come è già stato precisato all’atto di costituzione di Parte Civile e peraltro affermato così autorevolmente da codesto eccellentissimo Collegio con l’ordinanza del 7 aprile 1998; diritto autonomo proprio dell’istituto che trae conforto e sostegno, oltre che dal dato letterale dell’articolo 10 del Testo Unico citato, da giurisprudenza della Corte Costituzionale, Cassazioni Unite, che ha come contenuto la ripetizione di tutte le somme pagate, cioè anticipate, dice la Corte Costituzionale, per le prestazioni corrisposte ai lavoratori ed ai loro superstiti per via del detto principio di automaticità e tale sistema assicurativo, afferma la Corte Costituzionale con la sentenza numero 22 del 1994, soddisfa sia l’esigenza costituzionale della tutela dei lavoratori sia quella dell’utilità sociale nello svolgimento dell’iniziativa economica, recuperando le somme anticipate, precisa la Corte, l’INAIL è in condizione di continuare a indennizzare i lavoratori infortunati o tecnopatici, così salvaguardandosi anche i limiti entro i quali si può esercitare l’iniziativa economica privata individuati tali limiti dalla Costituzione nella nota utilità sociale e nella sicurezza umana. E questo processo, e il signor Pubblico Ministero e i bravissimi colleghi che mi hanno preceduto lo ha brillantemente chiarito, si è incaricato di far emergere proprio tale seconda opzione, cioè la fase patologica con conseguente non operatività della copertura assicurativa iniziale determinata dai gravissimi, dai folli, dai ripetuti ed antigiuridici comportamenti degli imputati che hanno a loro volta causato quotidiani, costanti, duri, massicci attentati all’integrità fisica dei lavoratori, a danno dei quali hanno generato, hanno sviluppato, hanno consolidato irreversibili modificazioni fisiche, irreversibili e svariate patologie, molto dei quali purtroppo anche ad esito letale. Questi riflessioni, ed altre brevi che seguiranno, non hanno certo la pretesa di integrare, come auspicato dal signor Pubblico Ministero, le sue conclusioni perché lo ritengo da parte mia da un lato un atto di presunzione e dall’altro un compito oneroso, considerando l’altissima qualità argomentativa delle proposizioni offerte dal Pubblico Ministero, sostenuta senza soluzioni di continuità qualitativa da una profonda conoscenza delle questioni trattate e sviluppate e da una altrettanto inattaccabile logicità che hanno cementato insieme quale cemento armato, direi, fatti, documenti, studi scientifici, valutazioni, approfondimenti tecnici, tragedie umane ed ambientali; un silenzioso, ma attento e autorevole ascoltatore delle conclusioni del signor Pubblico Ministero, ma anche di tutto il nostro processo, in un breve intervallo, oltre che gratificarmi della sua cortesia e della sua affidabilità, a una mia domanda ha risposto, senza riserve, riferendosi al Pubblico Ministero: "E` immenso", giudizio questo che ritengo esprima in tutta la sua latitudine, lo dico senza timore di essere smentito, la grandezza storica, persuasiva, logica dell’illustrazione conclusiva del signor Pubblico Ministero e soprattutto la dimensione, la misura della gigantesca, impressionante forza dei fatti che ha consegnato a codesto eccellentissimo Collegio, chiedendo ius, chiedendo diritto, chiedendo giustizia in nome e per conto di tutte le vittime di Porto Marghera, così facendo e mostrando tutta la sua umanità e la sua umiltà ha chiesto non vendette, quasi che avesse alla mano il sardo noto codice barbaricino, non punizioni, ma come hanno insegnato i grandi del diritto un giudizio e Capograssi, se mi è permesso nel suo ineguagliabile monologo sul giudizio, processo, scienze e verità scriveva che c’è certamente qualcosa di magico nel processo, un far ricomparire presente quello che è passato, un far tornare immediato quello che è sparito dalla sua immediatezza, un far ripresentare vivi sentimenti che sono spenti e insieme più singolari ancora far tornare integra una situazione che si è scomposta.

Io ritengo che grazie al Pubblico Ministero anche in questo processo si è verificata tale magia e non si può rilevare la sussistenza di un solido cordone ombelicale, una stringente correlazione che unisce la requisitoria del Pubblico Ministero con la sua esposizione introduttiva, che come un mitico filo di Arianna si è dipanato nel labirinto, nel mistero del processo, il cui impegnativo contenuto iniziale provare i fatti che analiticamente aveva indicato, ancora i fatti e la loro forza è stato così onorato e soddisfatto dal Pubblico Ministero, il quale anche in quell’occasione diede prova di solare onestà personale e professionale, ricordando di non aver voluto forzare la mano ai suoi consulenti tecnici per avere solo dei fatti oggettivi, si affida cioè ancora ai fatti e alla loro forza per verificare se gli stessi gli offrissero fondamenta e guida per l’esercizio della sua alta funzione, partendo da un solidissimo e inattaccabile pilastro, assurto a storico faro di tutta la vicenda e cioè l’esposto firmato dal signor Bortolozzo ed ancora una volta i fatti e la loro forza, che segnalava l’esposto, gravi situazioni personali, ambientali, carenze impiantistiche, manutentive, omissioni, negligenze, disinformazioni e silenzi denuncia il suo contenuto che autorevoli difensori degli imputati hanno cercato ingenerosamente di degradare a inutile ricordo senza alcun legame con la materia oggetto del processo, giudizio questo che all’esigenza dell’affannosa, dell’affannata e frettolosa difesa iniziale ha rischiato di inserirsi solo quale imprevista e non comprensibile caduta di stile. Questo processo consegna a questo codesto eccellentissimo Collegio l’opzione tra una asserita da parte della difesa degli imputati, attraverso i propri consulenti tecnici, certezza soggettiva, offerta nel dibattimento anche in occasione di alcuni vivaci momenti processuali, i cui protagonista a ben vedere forse avrebbero meritato il classico cartellino rosso degli arbitri di calcio con conseguente espulsione dal campo e l’opzione tra questa certezza soggettiva, asseritamente certezza soggettiva, e verità oggettiva, rispondente a lavoratori che per decine di anni sono stati esposti ai micidiali insulti del CVM, PVC e DCE, natura e caratteri lesivi ed oncogeni delle predette sostanze largamente conosciuti ed affermati dalla comunità scientifica internazionale, conoscenze da parte delle aziende dei predetti effetti e delle conoscenze scientifiche, mancata predisposizione delle misure necessarie ad eliminare tali effetti lesivi, mantenimento negli anni di tali antigiuridiche condotte omissive, pur nella consapevolezza delle negative conseguenze per i lavoratori, malattie di varie specie insorte in tanti lavoratori esposti ai terribili insulti delle tre sostanze e il consolidarsi di tali malattie, l’esito letale di molte di esse, circostanze tutte che giustamente hanno determinato le ulteriore contestazioni, fine anno 2000, inizio 2001, le quali costituiscono ulteriore valida chiave di lettura e conferma della continuità antigiuridica delle condotte degli imputati lesive di fondamentali e non transigibili diritti, le quali condotte hanno poi riversato i propri deleteri effetti all’interno e all’esterno dell’azienda, danno così fondamento e giustificazioni della unitarietà dell’ipotesi accusatoria nella sua interezza che ha trovato assoluta, piena conferma, sono fatti qualificati, sono fatti qualificanti, capaci di avere un altissimo coefficiente probatorio di offrire di per sé capacità e valore persuasivi e forza dimostrativa e forza rappresentativa piena così che di loro non si può nemmeno ipotizzare di essere elementi a tasso di equivocità o capaci di determinare ipotesi contrarie e che si presentano non solo quali eventi capaci di fornire spiegazione ragionevole a tutti gli elementi raccolti, cioè quale ipotesi preferibile, di cui ha egregiamente argomentato il collega Todesco, prevalente su ogni altra ipotesi formulata o formulabile nel processo, ma soprattutto capaci per congruenza, per forza propria e per forza sinergica reciproca di presentare assoluti caratteri di certezza, così che gli stessi possono ricevere, ritengo, ai fini che interessano, pieno consenso per la loro congruenza, validità e concludenza singola e di insieme, idonee quindi a produrre positiva conoscenza rilevante e irreversibile e soprattutto non confutabile e pertanto qui stessi si pongono quali fonti di prova, allo stesso tempo fonti di prova, mezzi di prova, elementi di prova, risultato di prova, tali da convalidare con certezza per evidenza dimostrativa l’ipotesi accusatoria originaria e suppletiva formulata dal Pubblico Ministero quale sola preferibile alla quale le risultanze processuali ognuna e di insieme lasciano tranquillamente approdare in via logicamente differenziale. Sono fatti qualificati e qualificanti che hanno prepotentemente evidenziato la sussistenza di un conclamato innegabile rapporto diretto, un indiscutibile nesso eziologico tra tutte, non alcune, tutte le malattie dalle quali sono risultati affetti i lavoratori e l’esposizione a sostanze micidiali altamente lesive presenti nell’ambiente di lavoro con le quali i lavoratori sono venuti a contatto nell’espletamento della loro attività lavorativa. E la domanda: dove lavoravano questi lavoratori, questi soggetti? Il processo e i bravissimi colleghi che mi hanno preceduto e da ultimo l’egregio collega Grillo lo hanno minuziosamente evidenziato, non certo lavoravano in un ameno club privato con piscine termali e campi da golf, ma in ambienti altamente inquinati, nel famigerato CV6, come lo ha con esattezza definito l’autorevole collega, Avvocato Cesari, alle prime udienze di questo, in un ambiente, come hanno ricordato senza esitazioni e chiarito i numerosi testi ascoltati, ricordati puntualmente dai colleghi precedenti, caratterizzato da ritmi infernali, da polverosità, da presenza di tanti inquinanti, da negligenze, da omissioni manutentive e di controllo di tute e di facce bianche, di polvere micidiale come neve, definita inerte, bontà loro, dai consulenti tecnici della difesa, senza o quanto meno insufficienti protezioni collettive e individuali, in un ambiente cioè la cui qualità e pericolosità era misurata con la famosa scala uno a naso, utilizzata non per scommessa, ma perché, come ci è stato riferito, non c’erano segnali di avvertimento e lavoravano soprattutto confidando fiduciosi nella completa assenza di adeguate informazioni, che l’azienda conosceva, ma teneva segretate, nelle cosiddette posizioni di garanzia del proprio datore di lavoro di un’azienda importante, di autorevoli dirigenti centrali e di stabilimento, cioè di soggetti destinatari per legge di particolari e delicatissimi e doveri posti a tutela dei più importanti tra gli interessi in gioco nello svolgimento dell’attività lavorativa, cioè a dire salute, integrità fisica, la vita, quali diritti soggettivi e non certo disponibili; posizioni di garanzia che, come è noto, è stato ripetuto, espressioni di una particolare solidarietà nell’ambito di quella che è stata definita democrazia economica hanno precisi e noti riferimenti nella Carta Costituzionale, già detti, menzionati, 1 – 32 - 38 tra i quali spiccano gli articoli, come è stato evidenziato anche stamattina 2 e 41, richiamati e trattati dall’avvocato Gamberini, che riferiscono di utilità di sicurezza, di libertà e di dignità, articoli sui quali in particolare, come è noto, si è verificato l’incontro e il compromesso del solidarismo umano e sociale delle posizioni cattoliche, liberali, laiche, socialiste e comuniste presenti nella fase costituente sui quali articoli sono scesi in campo nomi prestigiosi, quali Nenni, Togliatti, Terracini, La Pira, Ruini, Di Vittorio, Pesenti, Fanfani ed altri per affermare e scolpire il diritto al lavoro quale diritto fondamentale da proteggere in tutte le sue forme, quale diritto alla vita dell’uomo di fronte al quale il diritto all’attività economica si deve inchinare uscendone dal confronto quale diritto affievolito.

E a questo proposito mi sembra interessante ricordare sia l’appassionato intervento dell’Onorevole Guido Cingolani e Angela Maria all’epoca della fase costituente, che insisteva per l’accoglimento nella nostra Carta Costituzionale dei principi affermati nelle conferenze internazionali del lavoro, Svizzera, Washington, Montreal, 1919 - 1920, e in particolare a Philadelphia dove fu affermato tra l’altro che il lavoro non è una merce, sia quello in particolare dell’Onorevole Giua, che adesivo a tali proposte rispondendo all’Onorevole Fanfani precisava: "Ma come chimico mi riferisco particolarmente agli operai di alcune industrie chimiche, i quali se abbandonati alla libera iniziativa privata potrebbero essere condannati a gravissime malattie professionali" e questo è stato affermato nella seduta del 16 ottobre 1946, terza sottocommissione, chissà forse evidentemente aveva notizie delle imminenti iniziative della Montedison e di Cefis.

Tutto ciò per assicurare a determinati beni, il massimo di essi, alla vita una tutela rafforzata da parte di soggetti normativamente determinati, diversi dai titolari dei beni protetti, a causa della loro, cioè di questi ultimi, impotenza di controllo, impotenza per impossibilità di vigilare su se stesso mentre lavora, mentre produce, incompetenza per mancanza di mezzi, scriveva nel suo volume sull’omicidio del 1799 l’Impallomeni, affermavano così il Tribunale di Genova nel 1954 e la Cassazione nel 1959 e nel 1960, attribuendo ai datori di lavoro posizioni di garanzie, esigendo posizioni di controllo, doveri e debiti di sicurezza, di fonti di pericolo da tenere, è stato detto, sotto la loro signoria perché rientrante nella loro sfera di appartenenza, avendo essi la possibilità economica e intellettuale - scriveva ancora l’Impallomeni nel 1799 - di adottare i mezzi più idonei, dovendo il datore di lavoro avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente garantito, costituito dall’integrità fisica del lavoratore, come ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza 6468 del 1995 nell’ambito di una elaborazione giurisprudenziale, dice la Corte, particolarmente attenta alla tutela dei valori della persona umana e del rischio della loro lesione a fronte di un corretto uso del potere imprenditoriale, Cassazione 1687 del 17 febbraio 1998, assenza di cultura e di forma mentis del garante, non corretto uso del potere imprenditoriale, che ben rappresentano qualità proprie, ma non invidiabili degli imputati; posizione di garanzia rivolta a riequilibrare nel bilanciamento dei rispettivi interessi la situazione di inferiorità e di debolezza dei lavoratori che offrono la propria forza lavoro, che costituisce come è noto il più importante dei fattori della produzione, dice la Cassazione del 27 settembre 1994, numero 10164, e dunque tutela quale obiettivo primario delle lavorazioni come dato oggettivo per il semplice fatto storico del loro svolgimento di fatto, come bene evidenziato dal collega Pozzan, tutela in qualsiasi fase o momento dell’attività prestata nell’impresa e in tutti i luoghi dell’impresa, dove il lavoratore può o deve accedere per qualsiasi motivo e la loro sicurezza può essere posta in pericolo.

Per tutte e da ultimo Cassazione Penale 23 novembre 1996 e la Cassazione a Sezioni Unite, la numero 5 dell’11 marzo 1999, ha precisato che il datore di lavoro, anche in una situazione di illegittimità, deve tutelare l’incolumità fisica di tutti i lavoratori e ciò in base al noto articolo 2087, definito anche in quell’occasione come norma dinamica di chiusura dell’intero sistema della prevenzione e sul quale si sono egregiamente soffermati i colleghi, che mi hanno preceduto. Ma la posizioni di garanzia e i doveri di sicurezza, che sono stati miseramente e volontariamente calpestate, violate, disattese, tradite, posizioni di garanzia coscientemente tradite, fiducia volutamente tradita, condotta cosciente che ha così realizzato anche per esempio le circostanze aggravanti che sono state contestate, la numero 3, la numero 5, la numero 11, le altre ex articolo 61. Questi valori protetti dalla Corte Costituzionale sono stati autorevolmente richiamati per esempio dal mondo cristiano, dal Cardinale Martini di Milano, in un’intervista del 1998 nella quale sottolineava che regole e norme di sicurezza che si disattendono, aziende che non si preoccupano, lavorando nel rischio costante, lavoratori che confidano solo nella fortuna ed anche dal Papa, in occasione del Giubileo a Roma, il primo maggio dello scorso anno, che ha ammonito che il processo produttivo non deve mai violare la dignità, la centralità dell’uomo, che vale più per quello che è che per quello che ha, doveri di sicurezza non onorati, posizioni di garanzia violate, che trovano la loro fonte diretta nelle norme esattamente individuate e indicate dal Pubblico Ministero nella prospettazione accusatoria, che nella sua lineare logicità unitamente all’esposizione introduttiva aveva autorizzato questa difesa a ritenere offerto, già offerto in quel momento quanto offerto.., ritenere quanto offerto dal Pubblico Ministero idoneo già in quel momento a sostenere e provare le gravissime piene e certe ed esclusive responsabilità penali e civili degli imputati, il che certo non ha rappresentato la manifestazione di un pigro e negligente appiattimento sulle posizioni dell’accusa pubblica, ma l’espressione, mi sia consentita, la presunzione, di un sereno giudizio di valore che il processo poi ha largamente confermato e confortato e dopo il sontuoso impegno preso dai difensori degli imputati di dimostrare l’innocenza dei propri assistiti anche lo strumento del loro esame orale, anticipato con tanta sicurezza e poi, come opportunamente fatto rilevare dalla collega Boscolo Rizzo, miseramente non utilizzato, è iniziata l’istruttoria dibattimentale e l’impianto accusatorio ha cominciato a prendere corpo, si sono delineati precisi e non contestabili comportamenti posti in essere dagli imputati, sono lievitati specifici elementi fattuali e giuridici, capaci di colmare in senso positivo la cosiddetta integrità gnoseologica iniziale di codesto eccellentissimo Collegio e se ciò è stato possibile lo si deve alla pacata ed abile conduzione dell’accusa da parte del Pubblico Ministero, viva di ogni pregiudizio, di ogni posizione precostituita, di quando smania accusatoria.

 

Presidente: mi scusi, avvocato, venga alle conclusioni dell’Istituto che lei rappresenta, per cortesia.

 

Avvocato D’Angelo: sì.

 

Presidente: grazie.

 

Avvocato D’Angelo: volevo solo precisare...

 

Presidente: il Pubblico Ministero le sue conclusioni le ha già prese ampiamente.

 

Avvocato D’Angelo: no, volevo soltanto precisare questo ruolo importante del Pubblico Ministero, che non ha mai utilizzato il cosiddetto teorema di Pasolini, non abbiamo indizi a prove, ma sono colpevoli e volevo sottolineare anche quella che io mi sono permesso di definire l’aperta intelligente e la paziente e intelligente disponibilità di codesto eccellentissimo Collegio aperto ad ogni contributo documentale e scientifico e volevo sottolineare che si tratta di reati contestati specifici, cioè siamo nel campo della cosiddetta colpa specifica, sostenuta da norme rigide, come sono state esattamente contestate agli imputati e a tal fine la difesa ricorda, si permette di ricordare tra le tante per esempio la 14.202 del 1989, la 10.333 del 1997, con le quali la Cassazione specifica che in tema di colpa specifica per inosservanza della regola cautelare imposta da leggi, regolamenti, ordine e disciplina, la prevedibilità dell’evento colposo è insito nello stesso precetto normativo violato, perché la norma è imposta dalla necessità di evitare il pericolo che si verifichi l’evento dannoso, non osservando il comportamento indicato dallo stesso precetto normativo. E` stata posta in evidenza la multi potenzialità lesiva delle sostanze alle quali erano esposti tutti i lavoratori, c’è stato anzi un contributo altissimo delle Parti Civili, è stato detto che non si sono presentati, perché è stato detto gli imputati a essere sottoposti ad esame, ma è stato detto che si trattava di un popolo di lavoratori, di alcolizzati, di incalliti fumatori, che usava perfino l’aspirina, è stato detto, perché abbiamo sentito anche questo.

 

Presidente: vorremmo conoscere la posizione dell’INAIL, non quella delle Parti Civili o del Pubblico Ministero o degli imputati, la posizione della Parte che lei rappresenta, per cortesia, la richiamo la seconda volta.

 

Avvocato D’Angelo: per quanto riguarda le posizioni dell’Istituto le conclusioni riguardano numero 33 persone, tutte ex lavoratori presso lo stabilimento Petrolchimico, le quali o direttamente o ai loro superstiti l’istituto ha erogato le prestazioni previdenziali di legge, a seguito di malattie professionali contratte nell’espletamento della loro attività lavorativa all’interno dello stabilimento. Di ognuno è stato predisposto un fascicoletto con le conclusioni scritte, l’attestazione del costo delle prestazioni erogate e se questo eccellentissimo Collegio lo ritiene utile anche le schede medico - legali con le considerazioni dei vari consulenti tecnici, che le hanno esaminate, e le loro patologie, cioè questo tratto dal processo, se ritiene utile che siano inserite.

Ovviamente nelle conclusioni scritte sono indicate anche nel rispetto del criterio delle competenze i nominativi degli imputati e dei responsabili civili nei cui confronti si conclude, con la riserva poi di depositare la nota spese all’esito delle prevedibili e inevitabili repliche. L’istituto richiede come danno patrimoniale sia emergente che come lucrocessante, l’emergente quale diminuzione pregiudizio patrimoniale diretto e di immediato, il lucrocessante quale mancato guadagno, che nel caso può riguardare sia l’aspetto squisitamente finanziario - economico, l’impegno fruttifero del denaro, derivante dalle entrate, che come è noto vanno versate alla Tesoreria Centrale, sia l’aspetto istituzionale, nel senso che il mancato guadagno è quello derivato dal mancato impiego del patrimonio al miglior perseguimento dei fini istituzionali e in particolare quello dell’impegno alla riabilitazione degli infortunati e tecnopatici, così che questa iniziativa si colloca all’interno del sistema di protezione, i cosiddetti costi di servizio, dati dalle molteplici attività poste in essere dal personale, tra l’altro distolto dalle ordinarie attività istituzionali, legittimamente generate e individuate nell’ordinanza 7 aprile 1998 ed altresì il danno non patrimoniale, che nella sua vista accezione formulata dalla Corte Costituzionale per consolidato insegnamento della Corte di Cassazione, in fattispecie relativa al disastro del Vajont, all’affare Lockeed, regione Liguria ed altre e della Corte dei Conti spetta anche, come è stato sottolineato, alle persone giuridiche, vi sono tra questi lavoratori indennizzati 5 casi di angiosarcoma, Battagia Giorgio, Fiorin Fiorenza, Suffogrosso Guido, Zecchinato Gianfranco e Zaninello Silvio, l’angiosarcoma come è noto anche a codesto eccellentissimo Collegio è una malattia tumorale, che non è stata contestata, il cui nesso eziologico non è stato contestato e pertanto per questi si chiede il reintegro integrale delle prestazioni erogate; voi vi sono 6 gasi di epatocarcinomi, Boato Vittorio, Calzavara Guido, Mazzucco Giovanni, Monetti Cesare, il famoso caso pluricarcinoma purtroppo, Pugiotto Giorgio e Toscano Costantino, poi abbiamo.., per i quali anche si chiede l’integrale risarcimento immediatamente esecutivo, poi abbiamo Magro, Imbesi, Negrisolo e Scattolin.., no, Volpi, hanno delle neoplasia laringee e pancreatiche, per le quali anche si chiede la condanna esecutiva, poi abbiamo casi di tumore al polmone, Bragato Angelo, Iacono Salvatore, Turturro Giuseppe, per i quali anche, come da studi che sono stati poi depositati dal Pubblico Ministero, per i quali c’è un riferimento diretto, un nesso eziologico diretto. Per quanto riguarda poi i responsabili civili e gli imputati sono indicati appunto nel rispetto del principio della competenza, del criterio della competenza indicato da codesto eccellentissimo Collegio.

Non so se devo leggere per ognuno, sono 33 casi complessivamente, direi di aver indicato quali sono i criteri in via generale, c’è un’attestazione documentale da parte del direttore della sede di Venezia, che attesta costo totale delle prestazioni erogate, poi c’è la scheda anamnestica e sanitaria tratta dagli atti del processo. Si ritiene di richiedere la liquidazione integrale di tutte le somme per questi casi di angiosarcoma, di epatocarcinomi, di in neoplasie polmonari ed anche per tutte le altre malattie, che sono tutte malattie del fegato, cirrosi epatiche ed epatopatie. Per quanto riguarda poi ai fini della pronuncia della condanna al pagamento della provvisionale in favore alla Parte Civile, in via subordinata, Cassazione 13 dicembre 2000, 29 marzo 2001, si dice che non è necessaria la prova dell’ammontare del danno, ma è sufficiente la certezza dello stesso fino all’ammontare della somma liquidata a titolo di provvisionale, pertanto si ritiene che in via subordinata quanto meno ci possa essere una condanna degli imputati come indicati e dei responsabili civili almeno alla metà delle somme, a titolo di provvisionale, corrisposte dall’Istituto.

Questa difesa non ha chiesto nelle conclusioni scritte l’applicazione dell’articolo 165 del Codice Penale primo perché facendo affidamento su questo eccellentissimo Collegio ritiene che non si concretizzeranno le condizioni per la sua applicabilità e se per qualche imputato tali condizioni edittali si potranno verificare mi auguro che codesto Collegio voglia esercitare d’ufficio la facoltà riconosciuta e prevista da detto articolo 165, cioè di subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena all’adempimento della restituzione e al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno. Questi sono i fascicoli che deposito.

 

Presidente: prima di passare all’ultimo intervento che è quello per oggi dell’avvocato Ghezzo, facciamo 5 minuti di sospensione.

 

L’UDIENZA VIENE BREVEMENTE SOSPESA.

 

Presidente: riprendiamo, prego avvocato Ghezzo.

 

AVVOCATO GHEZZO

 

Avvocato Ghezzo: Presidente, Giudici del Tribunale, io intervengo per due Parti Civili, una è i prossimi congiunti di Botosso Albino ed una per l’associazione Vas. Per quel che riguarda i prossimi congiunti di Botosso Albino vado a leggere le conclusioni e sulla posizione - e ho preparato una memoria in cui riassumo i punti salienti trattati in dibattimento che consegnerò - il procuratore speciale, difensore della Parte Civile costituita da Risi Giovanna, vedova Botosso, Botosso Luigino, Botosso Fiorenza quali prossimi congiunti di Botosso Albino presenta le seguenti conclusioni: accertarsi e dichiararsi la penale responsabilità degli imputati e in particolare di Cefis Eugenio, Grandi Alberto, Porta Giorgio, Gatti Piergiorgio, Bartalini Emilio, Lupo Mario, D’Arminio Monforte Giovanni, Calvi Renato, Trapasso Italo, Morione Paolo, Diaz Gianluigi, Reichemback Giancarlo, Sebastiani Angelo, Fedato Luciano, Gaibas Sauro, Fabbri Gaetano, Zerbo Federico, Marzollo Gino e condannarli alla pena ritenuta di giustizia per i titoli di cui ai capi di imputazione; condannarsi in solido tra loro gli stessi imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., Eni S.p.A, Montefibre S.p.A al risarcimento dei danni tutti patrimoniali e non patrimoniali patiti e paziendi a favore della Parte Civile costituita da Risi Giovanna, Botosso Luigino e Botosso Fiorenza, liquidati singolarmente come di seguito, non vado a specificare il calcolo come è stato indicato dal Presidente, ha Risi Giovanna, vedova Botosso, lire 383 milioni e 893 mila, per Botosso Luigino, figlio, lire 313 milioni, 893 mila, per Botosso Fiorenza, figlia, lire 313 milioni, 893 mila, ovvero in quelle maggiori o minori somme che verranno ritenute di giustizia per i titoli di cui ai capi di imputazione e riconosciuta la sussistenza della causa petendi come indicata nell’atto di costituzione di Parte Civile e nella memoria che si deposita unitamene alle conclusioni, oltre alla rivalutazione monetaria e agli interessi sino all’effettivo saldo. Voglia il Tribunale subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento dei danni in favore delle Parti Civili, ex articolo 165 Codice Penale; dichiarare altresì la condanna di cui ai punti precedenti provvisoriamente esecutiva per giusti motivi, ex articolo 540 Codice di Procedura Penale, in ogni caso condannarsi gli stessi imputati e responsabili civili già indicati in solido tra loro al pagamento di una provvisionale esecutiva ex lege di lire 400 milioni o della somma che sarà ritenuta equa, sempre subordinando la concessione della eventuale sospensione della pena al pagamento della provvisionale; condannarsi infine gli stessi imputati e i responsabili civili già indicati in solido tra loro al ristoro delle spese di costituzione e patrocinio della Parte Civile, come da separata nota che sarà depositata all’ultima udienza utile. La posizione sommariamente, come dicevo c’è la memoria, la parte offesa Botosso Albino è stata contestata dal dottor Casson come tale all’udienza del 13 dicembre 2000, la costituzione di Parte Civile è avvenuta all’udienza successiva, si tratta di un lavoratore della Cooperativa Facchini di Tessera, che ha lavorato nella stessa Cooperativa dall’1 luglio 1970 al 30 settembre 1982, un insaccatore addetto al carico e scarico di CVM e PVC presso gli stabilimenti di Porto Marghera. E` deceduto il 12 dicembre 1998, ne ha riferito il dottor Bay, che afferma: "Questo tipo di classificazione fa classificare questa causa di morte nel carcinoma della corda vocale", anche se dalla seconda causa di morte che dice: "Riacutizzazione della bronchite può aver avuto un ruolo importante la bronchite acuta e le sequele della stessa", io credo che sia uno di quei casi che va inserito nel tumore alla laringe o comunque nel tumore al polmone.

Avete modo dagli atti depositati dal Pubblico Ministero di vedere quale è la posizione. I prossimi mi chiedono di ringraziare il Pubblico Ministero e il Tribunale qualunque sia la decisione finale solo per fatto che questo processo, anche a distanza di anni, sia stato fatto, su Botosso Albino non ho altro da dire, depositerò i due atti. Per quel che riguarda l’associazione che rappresento, l’argomento che tratterò è quello della permanenza in atti, come sappiamo, premetto che ho preparato due memorie sia sulla permanenza in atti con riferimento al secondo capo di imputazione, sia sulla questione del risarcimento del danno in capo alle associazioni, depositerò le memorie, sono di una quarantina di pagine, per cui avrete moto di valutare meglio quanto affermiamo. Di conseguenza la discussione sarà il più possibile breve. Allora per quel che riguarna la permanenza, come sappiamo, dicevo, il Pubblico Ministero all’udienza sempre del 13 dicembre 2000 fa una contestazione suppletiva e indica la permanenza in atto, in realtà per giurisprudenza che certamente conoscerete meglio di me questa contestazione suppletiva... apro una parentesi, bene ha fatto il Pubblico Ministero ad esprimere il proprio parere, ma in realtà non sarebbe stata necessaria perché per quel che riguarda la permanenza per dottrina e giurisprudenza si tratta di un istituto niente affatto normativo, i dati normativi che abbiamo sono ben pochi e ci dicono solo questo e cioè che nel reato permanente il momento consumativo iniziale rispetto al momento consumativo finale non coincidono, la dottrina ci dice anche che deve riguardare un bene che non sia soggetto a totale distruzione immediata, ma deve essere un bene che possa essere.., la cui godibilità possa essere compressa, caso di scuola quello del sequestro di persona, quanto della libertà personale, quindi il dato normativo come dicevo è questo e non ci dice un granché. Questo perché anche la Corte Costituzionale, ripeto, troverete tutto nella memoria, ci dice con la sentenza del 5 marzo del 1998, numero 46, che la permanenza in realtà è un carattere del reato, che ha riferimento nella realtà fattuale, cioè va valutata, se c’è la permanenza o meno in base al fatto, a come sono avvenuti i fatti, nel caso che ci occupa e cioè il secondo capo di imputazione il fatto è indicato così come sono indicate le norme, vengono indicate norme contravvenzionali, quindi reati contravvenzionali come reati delitti, che sono, come sappiamo, quello di disastro ambientale, di avvelenamento delle acque ed adulterazione delle stesse; sostanzialmente, ricostruendo in due parole il secondo capo di imputazione, il dottor Casson, se interpreto giustamente, ha fatto in questo modo e cioè ha contestato le condotte contravvenzionali di per sé per poi riagganciarle ai delitti in cui c’è quel quid pluris che è il pericolo per l’incolumità pubblica, ma in realtà la condotta è la stessa, cioè nei delitti abbiamo un qualche cosa in più che sostanziano appunto quel tipo di reato, cioè i delitti che conosciamo. Però in realtà, lo ripeto, e secondo il mio parere che è espresso nella memoria, i reati tra loro concorrono, cioè i reati contravvenzionali con i delitti contestati concorrono, non vengono assolutamente assorbiti, perché il valore giuridico è diverso, in ogni caso, come dicevo, le contravvenzioni hanno certamente natura permanente, nella memoria troverete ampia giurisprudenza, come ho già detto, più che alla norma è necessario far riferimento al fatto, ma in ogni caso sia facendo riferimento al fatto contestato, sia facendo riferimento al dato normativo è evidente che si tratta di reati permanenti. Sono reati permanenti e commissivi ed omissivi ed anche qui la giurisprudenza è pacifica per quel che riguarda la compatibilità tra reati omissivi e la permanenza.

Dicevo, la maggior parte delle contravvenzioni sono di natura omissiva, ma ciò non comporta il fatto che possano essere permanenti, lo possono essere anche nei confronti di EniChem, famoso problema che è stato trattato, mi è stato detto questa mattina, dall’avvocato Cerruti, le discariche, il fatto di acquisire le discariche non comporta il non rispondere della gestione delle stesse, c’è ampia giurisprudenza contraria alla sentenza che conoscete bene, che ci dice che la gestione consiste anche nel non fare, nel non attivarsi pur sapendo che si ha la gestione di una discarica, quindi in questo senso abbiamo sentito anche l’avvocato Zabbeo, le discariche sono tuttora lì esistenti e nulla è stato fatto, neppure a livello progettuale. Queste contravvenzioni riguardo alle discariche sono assolutamente dei reati permanenti di cui la permanenza è ancora in essere e come ci dice la giurisprudenza è una permanenza che si interromperà solo per la sentenza del Tribunale.

In questo senso vado forse un po’ contro a quanto è stato detto anche dall’avvocato Zaffalon, che per la verità faceva più riferimento al primo capo di imputazione, in cui si parlava di prescrizione, l’avvocato Zaffalon ci dice: "La prescrizione dal mio punto di vista, secondo la giurisprudenza, che ho potuto produrre, inizia dall’ultimo evento morte", io dico, e lo dico con cognizione di causa relativamente al secondo capo di imputazione, quello ambientale, ma io credo che la stessa cosa possa essere detta per il primo, la permanenza è ancora in atto, quindi in questo procedimento, secondo il mio parere, non si deve parlare assolutamente di prescrizione. Io mi aspetto dalle difese che tirino fuori anche la questione della cessazione della carica da parte dei dirigenti EniChem, Montedison, che si sono succeduti, io credo che la difesa dirà che la cessazione della carica poiché comporta l’impossibile di influire sulla condotta antigiuridica omissiva o commissiva che sia in quel momento per quella persona che cessa nella carica la prescrizione inizia a decorre, cioè si interrompe la permanenza. Anche su questo punto la memoria con riferimento all’elemento soggettivo nel reato permanente ci dice quale è l’orientamento soprattutto dottrinale. C’è un esempio che secondo me calza a pennello nel caso che ci occupa e cioè il caso, l’esempio di scuola del sequestratore che a sua volta viene sequestrato, l’evento permane, il sequestro è ancora in atti, però il sequestratore sequestrato non ha modo di intervenire perché a sua volta sequestrato, per questo non risponde del sequestro, è una conclusione che alla dottrina e a questa difesa appare assolutamente illogica. Comunque su questo punto avrete modo di vedere la memoria e sentiremo le difese che cosa hanno ha dire. Sempre sulla permanenza, come dicevo, la memoria riporta la giurisprudenza per quel che riguarda i singoli reati contestati, per cui non voglio insistere, non voglio occupare altro tempo, consegno la memoria al Tribunale e specifico questo: l’associazione è certamente qui perché in questo modo persegue il suo scopo, che è quello di tutelare la salute dei lavoratori, ma in generare la salute umana e l’ambiente, ma è anche qui per un altro motivo e cioè perché questo è, come è stato più volte detto da molti, un processo storico, lo è anche nei principi che esprime. Non ultima c’è l’ordinanza di questo Tribunale in cui sono state ammesse le Parti Civili, questo Tribunale ha ripreso dei concetti secondo noi moderni ed attenti che invece in altre occasioni sono stati, diciamo, in qualche modo non presi in considerazione ed anche davanti al Tribunale di Venezia, io ho avuto modo di essere escluso come Parte Civile perché sostanzialmente non è stata accolta questa linea che è quella di questo Tribunale, mi permetto, e con questo passo alla seconda memoria, che andrò a depositare, di leggere un passo della vostra ordinanza in cui si dice: "Le associazioni ambientaliste tutte sono andate costituendosi in questo processo esperendo nei confronti degli imputati e dei responsabili civili null’altro che l’ordinaria azione acquiliana per il risarcimento dei danni patrimoniali, nonché di danni morali da lesione di un diritto di personalità loro proprio". Questa è la linea che noi riteniamo più corretta e cioè che in capo alle associazioni ci sia un diritto proprio al risarcimento del danno, che nulla a che vedere con il famoso articolo 18, come pone in evidenza il Tribunale, con questa memoria noi vogliamo indicare un qualche cosa in più e cioè una sentenza che è immediatamente successiva alla vostra ordinanza. Si tratta della sentenza della suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite 26 marzo, 22 luglio 1999, numero 500, se mi permettete, proprio perché parte da un’analisi di quello che è il danno ingiusto, cioè il 2043 del Codice Civile, direi che è perfettamente in linea, si aggancia e prosegue quello che è quanto ha stabilito questo Tribunale nell’ordinanza. Vado a leggerne un passo: "Qualora sia stata dedotta davanti al Giudice ordinario una domanda risarcitoria ex articolo 2043 del Codice Civile, onde stabilire se la fattispecie concreta sia o meno riconducibile allo schema normativo delineato dall’articolo 2043 Codice Civile, si dovrà procedere ordine successivo a svolgere le seguenti indagini: in primo luogo, dovrà accertare la sussistenza di un evento dannoso e su questo, nel caso che ci occupa, che non c’è alcun dubbio - ripeto, proprio oggi l’avvocato Zabbeo ha riferimento alle discariche, che sono ancora lì e nulla è stato fatto e non ci sono progetti per provvedere altra bonifica - procederà quindi a stabilire se l’accertato danno sia qualificabile come danno ingiusto in relazione alla sua incidenza su un interesse rilevante per l’ordinamento che può essere indifferentemente un interesse tutelato nelle forme del diritto soggettivo, assoluto o relativo, ovvero nelle forme dell’interesse legittimo, o altro interesse giuridicamente rilevante. Dovrà inoltre accertare, sotto il profilo causale, facendo applicazione dei noti criteri generali se l’evento dannoso sia riferibile a una condotta positiva o omissiva. Provvederà infine a stabilire se detto evento dannoso sia imputabile o a dolo o a colpa". Ciò vuol dire che questa giurisprudenza ci dice che in presenza di un danno ingiusto sia la posizione del soggetto da tutelare, un diritto soggettivo o un interesse collettivo e sul fatto che un’associazione ambientalista sia titolare di un interesse collettivo, io direi, non c’è alcun dubbio, questa giurisprudenza ci dice che non c’è nessuna differenza, a noi non importa se la posizione particolare del soggetto sia una posizione qualificabile come diritto soggetto o interesse collettivo o altro genere di interesse tutelato dall’ordinamento, nel momento in cui c’è una posizione differenziata, e le associazioni questa posizione ce l’hanno, è una posizione che è riconosciuta anche dal Decreto Ministeriale, per cui riconosciuta dall’ordinamento, nel momento in cui hanno questa posizione differenziata e un interesse particolare rispetto agli altri soggetti questo interesse va, se leso, risarcito. Questo ci dice questa giurisprudenza che è esattamente, secondo il nostro parere, il prosieguo della vostra ordinanza, di conseguenza noi chiediamo un risarcimento sì di un diritto soggettivo alla personalità, un diritto soggettivo che è in capo all’associazione come avete riconosciuto nell’ordinanza, ma chiediamo un risarcimento anche dell’interesse collettivo, chiediamo che nella valutazione del risarcimento del danno si tenga conto anche di questo interesse leso e che l’ordinamento tutela in particolare, riconoscendo un risarcimento del danno quando questo viene leso. Il senso della memoria diciamo che è questo, ci sono dei riferimenti giurisprudenziali, dottrinali, delle riflessioni di questa difesa e di altri avvocati che hanno partecipato con me alla stesura, riteniamo fondamentale che questo Tribunale si pronunci anche su questa questione, che appunto la riceviamo come un principio fondamentale valido non solo per questo processo, ma per una giurisprudenza che già si è dimostrata avanzata, che noi contiamo continui per questa strada. Io ho finito sulle memorie.

Vado quindi a leggere le conclusioni per la Parte Civile Vas. Un’ultima precisazione, il Vas chiede una liquidazione, un risarcimento del danno in via equitativa, anche questo è accennato nella memoria, per noi, e io credo anche per il Tribunale, sia molto difficile calcolare il danno effettivo subito dalle associazioni, ma del resto come ho detto l’associazione ha sì interesse a vedere se è risarcito il danno, ma in realtà è qui presente perché considera questo processo storico, anche per i principi che ha saputo e che ci saprà dare per quel che riguarda reati in materia ambientale. Vado alla lettura: accertarsi e dichiararsi la penare responsabilità degli imputati tutti e condannarli alla pena ritenuta di giustizia per i titoli di cui al capo di imputazione con le conseguenze di legge; condannarsi in solido tra loro gli stessi imputati e i responsabili civili Montedison S.p.A., EniChem S.p.A., Montefibre S.p.A. ed Eni S.p.A. al risarcimento dei danni tutti patrimoniali e non patrimoniali patiti e patiendi a favore della Parte Civile Vas, Verdi, Ambiente e Società, Onlus, liquidati nella complessiva somma di lire 1 miliardo o quella maggior o minor somma che verrà ritenuta di giustizia, sempre per i titoli di cui ai capi di imputazione; riconosciuta la sussistenza della causa petendi come indicata nell’atto di costituzione di Parte Civile nella memoria che si deposita con le conclusioni, oltre alla rivalutazione monetaria e dagli interessi fino all’effettivo saldo.

Voglia il Tribunale subordinare l’eventuale concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento dei danni in favore delle Parti Civili, ex articolo 165 Codice Penale, in ogni caso dichiarando la provvisoria esecuzione delle disposizioni civili della condanna ex articolo 540 Codice Penale. In ogni caso condannarsi gli stessi imputati e i responsabili civili in solido tra loro al pagamento di una provvisionale esecutiva ex lege di lire 400 milioni o della somma che sarà ritenuta equa, sempre subordinandola alla concessione dell’eventuale sospensione della pena al pagamento della provvisionale; condannarsi infine, sempre in solido tra loro, gli stessi imputati e i responsabili civili al ristoro delle spese di costituzione e patrocinio della Parte Civile Vas, come da separata nota, che sarà depositata all’esito delle repliche. Sempre, mi permetto di insistere, sul reato permanente, secondo noi ha una rilevanza anche sulla richiesta di associazione, come del resto il Vas; il Vas nasce nel 1990 e viene a chiedere in questo processo un risarcimento del danno per fatti avvenuti anche in precedenza rispetto alla sua costituzione, in realtà non è così, il Vas chiede un risarcimento del danno a soggetti che tuttora sono e stanno commettendo dei reati permanenti, quindi nel momento in cui chiede il risarcimento del danno ai dirigenti o comunque ai responsabili civili, a Montedison, in realtà lo chiede non per quanto è stato fatto in precedenza, ma per l’apporto che ciò ha comportato per i fatti successivi. Sapete bene che viene contestata la cooperazione colposa in permanenza, per cui secondo noi per quel che riguarda i fatti dal 1990 in poi comunque stante la permanenza ne rispondono tutti, anche chi nel 1990 aveva cessato anche da 10 anni la carica che aveva in precedenza. Ho concluso, deposito le memorie.

 

Presidente: va bene, grazie. Allora, si prosegue domani con l’arringa dell’avvocato Schiesaro, Avvocato dello Stato, e poi in prosieguo con gli interventi delle Difese.

 

Avvocato Pulitanò: parlerebbe il professor Stella, il quale desidererebbe sapere se parlerà nel pomeriggio o in mattinata.

 

Presidente: l’avvocato Schiesaro non mi ha detto quanto durerà il suo intervento, io non posso prevederlo, sinceramente mi è un po’ difficile se parlerà.., può cominciare la mattina e proseguire nel pomeriggio e venerdì eventualmente.

 

Avvocato Pulitanò: certamente non finirà domani.

 

Presidente: sinceramente, avvocato, io posso dire che alle undici finisce l’avvocato Schiesaro e alle undici e mezza incomincia il professor Stella, comunque domani, diciamo. Allora a domani mattina, buonasera a tutti.

 

RINVIO AL 20 GIUGNO 2001

 

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