UDIENZA DEL 20 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI PARTI CIVILI

 

AVV. SCHESARO - (AVVOCATO DELLO STATO)

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. STELLA

 

Presidente: procede all’appello. Diamo inizio all’udienza con la prosecuzione delle discussioni. Questa mattina la parola è all’Avvocato dello Stato, avvocato Schiesaro. Prego avvocato Schiesaro.

 

AVVOCATO SCHIESARO

 

Avvocato Schiesaro: grazie Presidente. Signor Presidente e signori del Tribunale, mi sono chiesto in questi giorni conclusivi che cosa avrebbe potuto aiutarmi nel tirare le fila di una vicenda processuale unica e così straordinariamente complessa e ricca. Cosa avrebbe potuto aiutarmi a trovare il filo conduttore, l’elemento unificante che in mezzo a questa valanga di informazioni potesse servire a connotare in termini di disvalore la condotta degli imputati. Ed allora pensando mi sono convinto, che proprio a fronte dell’enorme quantità di dati e di informazioni, il tema che meglio di ogni altro avrebbe potuto consentirmi un excursus sulla responsabilità individuale dei singoli e di affrontare alcuni profili della loro connotazione soggettiva era il tema del silenzio. Il silenzio inteso come quell’insieme di conoscenze, di informazioni taciute, nascoste, contraffatte, smentite da parte di quanti avrebbero invece avuto un preciso obbligo giuridico di renderle note, di parlare, di evidenziare, di esporre, di dichiarare, di comunicare. Silenzio come altra faccia dell’omissione, chi avrebbe potuto fare non ha fatto, chi avrebbe potuto parlare non ha parlato. Pensate a un’immagine che può ben rappresentare questa tematica.

L’immagine che anche il Pubblico Ministero in qualche modo ha anticipato per altri versi, l’idea è quella del suono del silenzio, che ovviamente è molto diverso da quel suono del silenzio che ha caratterizzato quella famosa colonna sonora di quell’altrettanto famoso film, che significativamente però si colloca proprio in quegli anni in cui traggono origine le vicende di cui ci occupiamo in questo processo. Questo è il suono di un silenzio lugubre e foriero di morte. Un suono del silenzio che però è stato via via rotto e sopraffatto da una serie di voci che si sono elevate in questo processo, le voci più diverse e disparate, le voci degli uomini della scienza, le voci dei semplici testimoni, degli operai, di coloro che hanno vissuto alcune esperienze e che ha portato ad emergere una serie di disperate verità.

Questo è il tema di fondo, una verità che emerge e che a poco a poco copre quel suono, che per tanto tempo ha celato ed ha nascosto aspetti fondamentali che avrebbero dovuto essere conosciuti e svelati. Già il Pubblico Ministero vi ha fatto una panoramica molto puntuale di questi aspetti della congiura del silenzio, il problema del silenzio imposto alla ricerca sulla tossicità, la cancerogenicità del CVM, gli ostacoli alla ricerca, la segretazione dei risultati, i tentativi di minimizzazione del rischio ed anche vi ha parlato delle risposte in termini di negazione del rischio che sono state date alle richieste di protezione che venivano avanzate dai lavoratori. Ieri l’avvocato Vassallo vi ha richiamato puntualmente quel documento di Cefis che ribadiva la insussistenza del rischio, e già questo permette subito di evidenziare una fortissima connotazione soggettiva di responsabilità. C’è una sentenza importante del Supremo Collegio, la numero 28/81 del primo aprile dell’81, secondo cui sussiste concorso di colpa del commettente nel reato di lesioni colpose commesso con violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro, quando questi, pur presenziando ed essendo tecnicamente qualificato, non solo non abbia messo in evidenza la situazione di pericolo, ma abbia addirittura fornito espresse assicurazioni sulla inesistenza di rischi ed attestato di avere effettuato accertamenti di natura tecnica. Sembra scritta apposta per noi questa massima.

Ma io non ritornerò su questi temi di carattere generale, che comunque sono indispensabili per la ricostruzione delle responsabilità e per la comprensione dei fatti. E mi occuperò del silenzio, dell’analisi del silenzio anche sotto un altro profilo, tenendo ben distinto il silenzio di cui voglio parlare, cioè quello tenuto in violazione di obblighi giuridici dal silenzio che invece è espressione di un diritto di difesa, silenzio dentro il processo, diritto di difesa sacro e inviolabile che nessuno può permettersi di conculcare.

Ci sono state varie manifestazioni di questo diritto di difesa imperniate sul silenzio, il rifiuto degli imputati dal sottoporsi ad esame per esempio, questo è un atteggiamento difensivo legittimo che si traduce in una scelta di silenzio. Da ultimo penso il rifiuto tenacemente apposto a quell’accesso di cui avevamo fatto richiesta nello stabilimento al solo fine di poter eseguire una ricognizione, anche questa è una scelta tecnica difensiva che si traduce in una legittima opposizione del silenzio a una richiesta di approfondimento tecnico, in qualche modo è una scelta difensiva anche e per certi versi non censurabile, la scelta di indicare come consulenza tecnica uno scienziato quale Doole, così impedendo alla pubblica accusa di farne un uso come proprio consulente e come testimone e poi di non farlo deporre con le motivazioni che vi sono note. Si tratta di scelte difensive di cui non intendo parlare, non sono sindacabili, sono legittime, e certamente saranno valutate come qualsiasi comportamento processuale del Collegio.

Non ne parlo, io parlo invece di un’altra cosa, parlo di silenzi ben diversi sul piano giuridico, che lungi dal costituire espressione di un diritto di difesa hanno rappresentato invece una violazione di precisi doveri giuridici. Verrà avanti ora su questo, ora su quell’imputato in quanto rivestiti in una posizione di garanzia che li faceva destinatari di un dovere di rivelare, di rendere noto, di comunicare, di non tacere informazioni di cui erano sicuramente in possesso. Si pone dunque il problema di valutare la legittimità del silenzio in relazione alle informazioni sulla qualità dell’ambiente e in particolare sulla qualità dell’ambiente di lavoro in primis.

Ed approfondirò questo tema, non occupandomi in via generale del problema del diritto all’informazione e all’accesso alle informazioni ambientali ma occupandomi specificamente di questi due aspetti. Da un lato il dovere di conoscere e di informare in relazione al contenuto e alla qualità dell’ambiente di lavoro e quindi collegato all’utilizzo di tecnologie quali il monitoraggio che servono appunto al datore di lavoro per avere questa possibilità di monitorare, tenere sotto controllo l’evoluzione del rischio nei reparti da un lato. E dall’altro lato poi, nel successivo passaggio, sarà quello di valutare il problema del silenzio, in relazione a comunicazioni di dati che il produttore ha l’obbligo giuridico di fornire in relazione ai rifiuti che produce. E quindi mi occuperò dopo del problema degli scarichi e in particolare degli scarichi derivanti dai reparti delle acque di processo dei reparti CV22-23, anche per essi c’è un evidente problema di un dovere giuridico di rendere noto qualcosa. A chi? Alla Pubblica Autorità, ai titolari di un diritto di accesso, etc., etc., etc.. Veniamo subito al primo di questi due temi: il monitoraggio ambientale negli ambienti di lavoro.

Perché è così importante la funzione di monitoraggio? In primo luogo perché con il monitoraggio l’imprenditore ha uno strumento tecnico per conoscere il rischio, per prevenire il danno e per informare i titolari del diritto all’informazione, cioè i lavoratori del rischio gravante sulla specifica attività lavorativa. Quindi una importanza ai fini soggettivi circa tutta una serie di obblighi, di conoscenza e informazione legati all’utilizzo di un certo strumento tecnico piuttosto che di un altro. Si badi bene, già molti sono intervenuti su questo punto, questi obblighi discendono da una norma del Codice Civile, discendono da norme speciali in materia di prevenzione e igiene del lavoro, articolo 4 D.P.R. 547/55, l’articolo 4 del D.P.R. 303 del ‘56, non ritorno sul punto, ma comunque questo è il primo importante profilo di rilevanza dell’utilità del monitoraggio ai fini dell’adempimento di obblighi che sono collegati alla posizione di garanzia del datore di lavoro.

In secondo luogo, perché il monitoraggio ci fornisce degli elementi che sono utilizzabili sul piano oggettivo, e potranno essere utilizzati da voi sul piano oggettivo, al fine di stabilire i nessi causali. Abbiamo degli eventi di danno alla persona, delle morti, abbiamo delle patologie, abbiamo una esposizione, ma abbiamo anche dei criteri per capire quanto è e a quanto è arrivata e per quanto si è portata quell’esposizione. Quindi l’analisi del monitoraggio costituisce anche uno strumento tecnico che serve per poter ricostruire il nesso causale, in relazione all’attribuzione di quelle morti e a quegli eventi di danno in funzione di responsabilità soggettive, una dimensione quindi oggettiva. Il terzo punto: i dati del monitoraggio e l’utilizzo di un adeguato sistema di monitoraggio che consente all’imprenditore di valutare l’adeguatezza degli impianti, dei rimedi, delle misure organizzative, del sistema manutentivo in relazione al conseguimento del fine. Ha l’obbligo giuridico di ridurre l’esposizione, intanto può adempiere a quest’obbligo in quanto adotti tutta una serie di misure la cui adeguatezza però viene misurata dal monitoraggio. Il monitoraggio è la cartina di tornasole, è la cartina di tornasole dell’adempimento a quegli obblighi organizzativi e di gestione che sono indispensabili per il conseguimento del risultato imposto da una norma di protezione del lavoratore. Un altro ancora importante elemento di valutazione degli interventi e della capacità di adeguamento dell’imprenditore rispetto all’obiettivo che si deve dare. Ricordiamolo subito qual è questo obiettivo. L’imprenditore ha il dovere giuridico di produrre sicurezza.

Può sembrare paradossale, Signori del Collegio, però questo è scritto nella Carta Costituzionale, questo è scritto nel 41, quando ci dice che la libertà di impresa non esiste in contrasto con la sicurezza il presupposto perché si possa riconoscere un diritto di libertà di impresa, in un diritto di libertà di iniziativa economica il presupposto indefettibile è il risultato in rispetto della sicurezza di chi opera. Quindi l’attività di impresa per poter assumere il valore di interesse e di bene meritevole di tutela costituzionale deve, oltre che produrre reddito, prima ancora che produrre reddito, produrre sicurezza. Questa è l’altra faccia non nota, non conosciuta, ma derivante da una precisa scelta costituzionale fatta all’articolo 41, potrà piacere o non piacere, cambieremo l’articolo 41 se sarà il caso, ma fino a che c’è quella norma costituzionale questa è la connotazione indefettibile di qualsiasi libertà di impresa per assurgere al rango di valore costituzionale. Ed allora, se tutto questo insieme di cose ruota intorno al monitoraggio ambientale, cominciamo ad andare a vedere quali sono le norme giuridiche su cui si fonda questo benedetto monitoraggio; l’obbligo giuridico di monitorare. Perché vedete, Signori del Collegio, qui è facile cadere in un equivoco interpretativo, che è stato ovviamente sollecitato ad arte dai Difensori degli imputati per tutta la durata del processo. E cioè, che quest’obbligo di monitoraggio nasca con il D.P.R. 962 dell’82, perché quella sarebbe, secondo una certa prospettazione difensiva, la prima norma che impone al datore di lavoro di adottare una certa tecnologia per fare delle misure atte a conoscere il livello di esposizione al cloruro di vinile. Questo è il primo punto su cui occorre fare una forte chiarezza. Il D.P.R. 962 dell’82 non è affatto la prima norma, e tanto meno l’unica norma di fondamento dell’obbligo giuridico di procedere ad un monitoraggio ambientale. Non è affatto così.

Ben prima del D.P.R. dell’82 esistevano delle norme, che in parte ho già richiamato, che ponevano proprio questo specifico obbligo giuridico all’imprenditore. Mi riferisco all’articolo 4 lettere A) e B) del D.P.R. 303 del ‘56 così come mi riferisco in particolare agli articoli 20 e 21 dello stesso D.P.R., e in particolare per quel che riguarda le emissioni di gas di CVM, all’articolo 20 di tale D.P.R..

Perché chiamo l’articolo 4? Perché costituisce la premessa indefettibile, l’obbligo del datore di lavoro di adottare tutte le misure di igiene previste dal D.P.R. e poi di informare i dipendenti dei rischi specifici e dei modi di prevenzione dei danni derivanti da tali rischi. Obbligo quindi di conoscere, di adottare le misure e di informare. E come può adottare misure se lui stesso non conosce da che cosa deve proteggere il lavoratore? Come è possibile che sia tecnicamente adottabile una misura di prevenzione o un intervento sugli impianti se non conosco la quantità di fughe, le dimensioni della fuga, la frequenza delle fughe. E` inevitabile, il presupposto tecnico per poter intervenire è che devo conoscere, io per primo imprenditore, qual è il problema tecnico che dà l’impianto e quali possono essere le misure organizzative tecniche necessarie per poter far fronte a quel problema. E l’unico modo che ho per fare questo in un impianto in cui sono frequenti le emissioni di gas è appunto quello di avere, di dotarmi di un sistema di monitoraggio in via generale. Ma questo obbligo discende in un modo ancora più rigoroso, dettagliato e puntuale da quella norma che ho citato all’articolo 20 del D.P.R. 303. L’articolo 20 del D.P.R. 303 ci dice che nei lavori in cui si svolgono gas o vapori irrespirabili o tossici e infiammabili, e quelli in cui si sviluppano odori o fumi, il datore di lavoro deve adottare provvedimenti atti a impedirne o a ridurne per quanto possibile lo sviluppo e la diffusione.

Eccolo qua il Mac 0 signor Presidente, ma quali tante discussioni? Ma quali discussioni? Il Mac 0 è scritto nell’articolo 20, non è mica una questione disponibile? C’è un obbligo giuridico di impedirne, cosa vuol dire impedirne? Cioè fare in modo che non ne esca. E quando per la particolare complessità tecnica degli impianti è impossibile ottenere il risultato di impedimento dell’emissione, l’articolo 20 impone un obbligo di ridurre. Ma un obbligo di ridurre è un obbligo non statico, è un obbligo dinamico, è un obbligo di riduzione progressiva, indefessa e continua, parallela allo sviluppo della tecnologia che consente l’abbattimento. Questo è l’obbligo di riduzione, non è discrezionale, io oggi riduco, domani non riduco più, dopodomani ci ripenso. E` un obbligo progressivo di riduzione, meno di ieri e più di domani, oggi ti espongo meno di quanto ti ho esposto ieri e comunque più di quanto ti esporrò domani, perché domani è un altro giorno e ti ridurrò l’esposizione, e se non sarà domani sarà dopodomani, man mano che si sviluppa la tecnologia che mi consente l’abbattimento. Un Mac 0 immediato, se tecnicamente possibile, un Mac 0 a realizzazione progressiva nel momento in cui la tecnologia non consente il Mac 0 ma consente di arrivarci come obiettivo finale. E di cosa abbiamo discusso per 30 anni? Come quasi se fosse una questione sottoposta alla disponibilità delle Parti, ai negoziati sindacali, alla trattativa. Ma cosa trattativa? Dovere giuridico scritto all’articolo 20. Signori siamo nel 1956, e stiamo parlando di una norma che è sicuramente applicabile alla lavorazione del CVM. Perché quali che fossero dal ‘56 in poi le conoscenze sulla sua tossicità e cancerogenicità, quello che non è mai stato in discussione è che si trattasse di una sostanza infiammabile, e quest’obbligo vale sia per le sostanze tossiche, ma ci dice il 20 anche per le sostanze infiammabili. Ripeto, il 20, vapori, gas tossici o infiammabili. Il carattere principale notoriamente conosciuto dell’infiammabilità del CVM avrebbe consentito dal 1956, dal marzo del ‘56 l’adozione del Mac 0, punto. In primis, questo come obiettivo.

Certo è che di fronte a una norma che impone un dovere giuridico di azione così forte e che non consente surrogati, e che non consente alternative se non nei limiti della fattibilità scientifica conformemente al top dell’evoluzione scientifica, già è stato ricordato da molti ieri, di fronte a una norma di tale pregnanza e significato, lo strumento che deve servire a garantirne l’applicazione non può essere uno strumento raffazzonato su, improvvisato dagli inattendibili risultati, deve essere anche quello il migliore strumento disponibile per poter conoscere la qualità e la quantità dell’emissione in ambienti di lavoro. Quindi un obbligo giuridico di dotarsi della migliore tecnologia disponibile per il monitoraggio ambientale. Ma per un monitoraggio che sia finalizzato a scoprire le fughe del CVM, non a occultarla, non a minimizzarne gli effetti e i limiti delle concentrazioni. No, non è quello lo strumento, non è quello l’uso. Quello che occorre è una cosa diversa! Occorre cioè avere uno strumento che mi permette di fare questo tipico obbligo, di adempiere a questo tipico obbligo per scoprire quello che serve poi per intervenire e garantire quella sicurezza nei termini dell’articolo 20.

Badate Signori, ho trovato una sentenza del ‘69 che è simpatica perché sembra proprio scritta anche questa per la nostra vicenda, siamo ancora una volta nel ‘69, il suono del silenzio, 24 ottobre del ‘69 - Cassazione sezione IV 1825 - che ci dice una cosa importante, l’imputato è Palmerini: "Quando un’attività pericolosa è disciplinata da regole predisposte dalla legge, il destinatario della norma deve tutte assolverle, senza poter ricorrere neppure ad equipollenti e al Giudice non è consentito di dispensarlo da alcune di esse ripetendo le indagini sulla loro necessità che è stata già accertata a priori dal legislatore". Questa è la massima, però interessante è il caso. Nella specie è stata ritenuta la responsabilità per la violazione degli articoli 4 e 20 del D.P.R. 303 a carico di dirigenti di aziende industriali ove venivano impiegate sostanze tossiche per non avere essi installato al giusto punto apparecchi di segnalazione della fuga di gas. Questo obbligo di conoscere al giusto punto, quindi del luogo in cui serve scoprire la fuga, nel luogo e con le forme in cui serve accertarne l’entità per poter poi adempiere. Questo obbligo scritto sulla base del tenore dell’articolo 20, lo strumento installato al giusto punto un apparecchio che permetta di accorgersi della fuga di gas tossico; 1969. Siamo alla preistoria di questo processo, ci occupiamo noi di fatti che sono successivi a questo, ma questo era il principio di diritto, la regola dell’arte a cui ci si poteva e doveva attenere e a quell’epoca, sin da quell’epoca, senza attendere ispirazioni divine, senza attendere negoziati sindacali, senza attendere interventi normativi di sorta. Questa è la prima grande verità che dobbiamo opporre a quel suono del silenzio.

L’intervento che deve essere fatto dal datore di lavoro deve essere immediatamente vicino al luogo in cui si produce il gas, cioè deve intervenire per verificare e controllare nel luogo specifico dell’impianto in cui avviene la fuga. Un dovere di misurazione puntiforme della concentrazione del CVM nei punti di rischio. E naturalmente questa capacità di intervento per la riduzione del rischio abbiamo già detto che va parametrata allo sviluppo dell’evoluzione tecnica, la Cassazione ce lo dice abbondantemente in più riprese, 22 gennaio ‘93 - sentenza imputato Brivio - la responsabilità per colpa sussiste allorché il datore di lavoro non adotti le tecnologie già disponibili sul mercato atte a prevenire l’inquinamento dell’ambiente di lavoro e pericoli o danni al personale addetto, la possibilità delle misure non è condizionata da fattori economici, né alla discrezionalità del datore di lavoro, ma alle reali esigenze di protezione e alle effettive possibilità di prevenzione offerte dagli strumenti tecnici. Carattere assoluto di quest’obbligo di prevenzione che si misura e che si rapporta non solo negli ambienti di lavoro chiusi ma anche negli ambienti di lavoro aperti. L’obbligo del datore di lavoro di adottare provvedimenti atti a impedire o ridurre lo sviluppo o la diffusione di gas o fumi nocivi mediante apparecchi di aspirazione da esplicarsi per quanto possibile immediatamente vicino al luogo in cui si producono, non è limitato alle lavorazioni che si svolgono in ambienti chiusi, ma al contrario, concerne ogni tipo di lavorazione e dunque anche quelle che si svolgono all’aperto, e né, ci dice addirittura una Cassazione dell’86, 26 giugno 86, nella norma a tutela dell’igiene del lavoro è suscettibile di essere ottemperata con diversi accorgimenti come la maschera sul viso dei lavoratori. Cioè è un obbligo oggettivo di sicurezza, non può essere ottenuto attraverso il ricorso a strumenti alternativi, deve essere eliminato il gas dall’ambiente senza costringere il lavoratore ad utilizzare uno strumento sussidiario ed anche nelle condizioni in cui l’intervento avvenga all’aperto. Ricordatevi che il CV24 è un reparto che è parzialmente aperto, ciò non è sufficiente ad escludere questo dovere di garanzia circa l’obbligo di abbattere il rischio di emissione di sostanze tossiche. E questo passaggio sulla maschera mi richiama alla mente un passaggio testimoniale che ha avuto un certo spessore in questa vicenda, mi riferisco alla testimonianza dell’Ispettore del lavoro Lo Grasso del 5 aprile del 2000, un uomo dello Stato che non ha taciuto, e che fino in fondo ha adempiuto a quelli che erano i suoi doveri istituzionali e che vi ha riferito che la quantità di fughe all’inizio degli anni ‘70, 200 casi intossicati la settimana, 200 intossicati di media alla settimana, dice Lo Grasso, ed è per quello che ha adottato una ordinanza nei suoi poteri di prescrizione che gli derivano dalla legge di prevenzione e ispezione sul lavoro per imporre quelle maschere, è stato irriso allora. Quelle maschere che in mancanza di altro gli sembravano come l’unico strumento estremo cui fare ricorso, e certamente non faceva venire meno quel dovere di garanzia di cui ho parlato un attimo fa in capo al datore di lavoro, è stato irriso, è stato in qualche modo perseguitato anche allora, me l’ha raccontato. Trasferito, bloccata la promozione, e quei provvedimenti sono stati di fatto disattesi da tutti. Questo è un altro discorso. Certo è che vi è qualcuno che poteva parlare, aveva parlato, aveva sottoposto l’urgenza di una soluzione di un problema, e siamo negli anni ‘70, sin da allora quest’esigenza di intervento era stata rappresentata da organi della Pubblica Autorità con i limiti degli strumenti che avevano in quell’epoca a disposizione. Certo, tre o quattro ispettori del lavoro per controllare 295 aziende negli anni ‘70, certo. Ma questo per dire che non era una materia nella quale si navigava a vista, c’erano dei precetti giuridici, c’erano degli organi di controllo, c’erano degli interventi di questi organi di controllo e a fronte di tutto questo il silenzio. L’immediatezza di questo dovere di intervento di misurazione e di adozione delle misure, Cassazione dell’85, 29 gennaio dell’85: "In tema di igiene del lavoro, poiché l’articolo 20 impone che l’aspirazione di gas, vapori e fumi deve farsi per quanto possibile immediatamente vicino al luogo dove si producono, sono del tutto irrilevanti l’ampiezza del laboratorio, la presenza di un impianto di condizionamento dell’aria, dal momento che l’una e l’altra non garantiscono la pronta eliminazione degli inconvenienti che costituisce la ratio della norma sopra richiamata", 1985. Questo era lo stato della giurisprudenza dal ‘69 all’85.

Quindi, sulla base di questi specifici elementi noi possiamo dire che il monitoraggio ambientale, con quelle caratteristiche di puntualità, di verifica di immediatezza, di congruità e di fedeltà della misura non è imposto dal D.P.R. dell’82 per la prima volta, ma risulta come conseguenza indefettibile delle previsioni normative contenute nel D.P.R. 303. Se si vuole rendere possibile da un lato la verifica dell’adeguatezza e delle misure di igiene imposte direttamente dalla legge, articolo 4 lettera A), e al fine di rendere possibile poi l’informazione sui rischi specifici derivanti sulla specifica zona - articolo 4, lettera B). Questo è il primo punto.

Ed allora su questo primo punto noi abbiamo subito degli elementi che ci dicono e che ci qualificano i ritardi nell’adozione di questo strumento. Stando a Bellucco - udienza 6 ottobre 1999 - ci sono almeno 15 anni di colpevole silenzio. Perché, secondo Bellucco, i gascromatografi cominciano a diffondersi nel 1970 e invece vengono installati nei reparti nel 1975.

Ma senza opinare sulla immediatezza di questo dovere di adeguamento abbiamo un testimone: Da Palà Silvano, udienza qui 12 maggio del 2000, che ci dice come nel ‘71 la Montedison stesse operando per studiare la possibilità di adottare questo strumento per misurare le esposizioni nei luoghi di lavoro. Si ventilava la possibilità di installare questa apparecchiatura, siamo nel ‘71, per vedere queste fughe di CVM sui vari reparti. Da Palà Silvano. Però si interviene nel ‘75. Anche qui sono cinque anni di esposizione. Voi avete ben presente le quantità e le concentrazioni dell’esposizione di quegli anni e sapete bene cosa significhi cinque anni in più o in meno di quel genere di esposizione per un lavoratore, significa poi trovarsi 20 anni dopo a discutere dei cancri. Il ritardo non è un ritardo marginale, lo faccio un po’ prima, lo faccio un po’ dopo tanto non cambia niente. Perché consente cinque anni di esposizione senza controllo, almeno cinque anni, almeno cinque anni.

E la cosa che francamente sconcerta e che è assolutamente incomprensibile ai più, è scoprire alla fine di questo dibattimento, attraverso l’acquisizione di quei famosi documenti del faldone 102 che questo Tribunale ha operato all’udienza dell’8 maggio di quest’anno - apro una parentesi Signori -. Dedicate un po’ della vostra attenzione al faldone 102, è una preziosa miniera di informazioni, e ve ne darò una prova in questo poco tempo che mi resta per approfondire il tema. E` una preziosa miniera. Abbiamo scoperto che nel dicembre del 1973, cioè un anno e mezzo prima o due dell’entrata in funzione dei gascromatografi nei reparti, ed anche qui parliamo di tempi che hanno ritardato un controllo sull’esposizione, nel dicembre del ‘73 Montedison predisponeva un sistema di rilevamento in continuo permanente del gas CVM che esalava dalla vasca di neutralizzazione, l’impianto S2-SG31. Insieme ad altre sostanze tossiche che uscivano da quella vasca c’era un misuratore in continuo e permanente, ed era un gascromatografo. Ed era proprio quel gascromatografo che avrebbe potuto essere installato nei reparti e fornire quelle informazioni sul rischio della salute dei lavoratori. Certo anche il reparto S2-SG31 è un reparto che può consentire l’adozione di misure di sicurezza nei confronti dei lavoratori, ma ovviamente le esalazioni che provengono da una vasca di liquami sono sicuramente inferiori a quelle che provengono dagli impianti. Allora si monitorizzano, si fa il monitoraggio per le prime e non si fa nulla per gli ambienti di lavoro, dei reparti di produzione. Siamo nel ‘73. Trovate la prova documentale di questo, come troverete la prova documentale dei livelli di esposizione indirette che il professor Nardelli vi ha ricostruito attraverso la misura del CVM che quell’acqua buttava fuori in quegli anni, e negli anni successivi fino al ‘95 sicuramente. Io credo di averla qui la diapositiva, ma ve la farò vedere più tardi quando parleremo degli scarichi, vi farò vedere quel documento e richiamerò allora la vostra attenzione sul punto che è datato dicembre ‘73. Ed allora questo è il significato del ritardo tecnico nell’adozione di un qualsiasi strumento efficace di misura puntiforme nei reparti delle esposizioni.

E veniamo allora al D.P.R. 962 che ha costituito oggetto di schermaglie interpretative, discussioni approfondite lunghe, ecco io non tornerò poi più di tanto sugli aspetti tecnici. Io oggi voglio affrontare una serie di questioni giuridiche legate a questo D.P.R. e al tipo di monitoraggio che questo D.P.R. impone e che non è affatto quello che è stato realizzato. Non è neanche l’ombra. Parliamo di due realtà completamente diverse.

Allora, intanto questo D.P.R. non è affatto abrogativo né sostitutivo degli obblighi dell’articolo 20, di cui costituisce semmai un’espressione, una ulteriore riaffermazione e specificazione, integrazione intanto, prima cosa. Non c’è una norma, come invece ci può essere in altre situazioni, in cui si dice: la nuova disciplina specifica abroga quella generale contenuta nel D.P.R. 303. Voi vedete che nei decreti legislativi del ‘91 in materia di 277, in materia di rumore, voi trovate che talvolta avete un riferimento normativo che vi dice: "Guarda che la nuova disciplina dell’amianto abroga quella che sarebbe ricavabile all’articolo 20". Ecco, questo nel D.P.R. 962 dell’82 non c’è, questo carattere sostitutivo della disciplina, non c’è. E quindi costituisce una ulteriore tutela, semmai fosse possibile, o comunque una specificazione della tutela già imposta dall’articolo 20 che viene introdotto a livello legislativo nel recepimento di una direttiva comunitaria. Quindi questa è un’altra obiezione che facciamo. Non ha un valore abrogativo, restano fermi quegli obblighi che vanno adempiuti coerentemente con quelli nuovi eventualmente imposti da una nuova disciplina.

E` una disciplina che ricalca per certi versi quegli obblighi, l’abbiamo appena detto, l’obbligo di abbattimento, il datore di lavoro deve dotare - dice l’articolo 3 - appropriate misure tecniche organizzative al fine di ridurre a valori più bassi le concentrazioni di cloruro di vinile monomero cui i lavoratori sono esposti. Ma questo va inserito nel contesto dell’articolo 20 in cui il primo obbligo è di impedire e poi ridurre progressivamente. Questo decreto è tanto poco rappresentativo di una disciplina speciale per il cloruro di vinile che è stato abrogato nel 2000 nel silenzio generale. Non ce ne siamo accorti finché facevamo il processo, è stato abrogato, non c’è più, non c’è più. C’è un decreto legislativo del 2000 che ci dice che la norma viene abrogata. decreto legislativo 25 febbraio 2000 numero 66 articolo 13: il decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 82 numero 962 è abrogato, fine. Beh, allora cosa dobbiamo dire? Che forse abbiamo perso il principale strumento di difesa dei lavoratori del CVM, è mai possibile pensare una cosa del genere? Certo che no! L’abrogazione si può fare intanto in quanto sussiste un regime generale di protezione ex articolo 20, che nessuno ha mai messo in discussione, in primis. In secondo luogo, in quanto comunque la materia del CVM, la protezione dei lavoratori dal CVM venga inserita nel decreto legislativo 626 che ha sviluppato gli obblighi di sicurezza, con riferimento alle materie della sicurezza e dell’igiene del lavoro per le sostanze tossiche. C’è un capitolo degli obblighi di sicurezza che riguardano la produzione delle sostanze tossiche dentro il quale finisce anche la normativa di protezione da CVM, che però perde questa sua specificità, perde, rientra nella disciplina generale, così come oggi è la disciplina generale in materia di prevenzione e di igiene del lavoro che risulta dal 626 e dalla normativa ad esso collegata che resta ancora quella del 547 del ‘55. Quindi anche questo fatto, che questo decreto può tranquillamente scomparire senza che nessuno dica nulla, è rivelatore di questa continuità della tutela della sicurezza che c’era già sotto il regime del D.P.R. 303, che continua ad esserci sotto l’intervento del decreto legislativo 626 e che oggi viene a inserire l’esigenza di tutela dei lavoratori dentro quelle posizioni giuridiche di carattere generale. Credo che anche questo sia un dato importante da considerare proprio per dare il senso di quella continuità e generalità della tutela che non è ancorata necessariamente al contenuto delle specifiche norme legate al D.P.R. 962. Dunque un carattere non eccezionale ab origine di questa disciplina, non speciale ab origine, ma semplicemente integrativo di una disciplina di carattere generale ricavabile dal sistema. Una seconda conseguenza giuridica, che possiamo ricavare da questo carattere ricognitivo e integrativo che dobbiamo riconoscere al D.P.R. 962/82, è il famoso problema delle conseguenze del mancato rispetto della soglia di esposizione annua che viene disciplinata appunto come soglia tollerabile nel nuovo decreto del Presidente della Repubblica.

Questo decreto del Presidente della Repubblica dell’82 introduce quindi la famosa soglia di esposizione media annua dei 3 PPM che deve essere interpretata, perché abbiamo da un lato quella norma generale dell’articolo 20 che di soglie non parla, e che anzi impone al datore di lavoro quel dovere giuridico di cui ho parlato prima. E da quest’altro lato abbiamo la soglia del 3 PPM che potrebbe, secondo una lettura che hanno dato e ne daranno i difensori degli imputati, interferire, o vuoi sotto il profilo della qualificazione della colpa o vuoi sotto il profilo della rottura del nesso causale, o vuoi sotto qualsiasi altro profilo di rilevanza penale, potrebbe interferire nella vicenda processuale in cui siamo. Se noi abbiamo dimostrato che la soglia di 3 PPM è stata rispettata, abbiamo adempiuto a quell’obbligo giuridico di abbattimento che ci veniva imposto dal legislatore. Questa potrebbe essere la tesi avversaria. Ed ancora una volta le cose non stanno affatto in questi termini. Possiamo solo dire che con l’introduzione di questa soglia dei 3 PPM si verifica per la prima volta nell’ordinamento italiano una situazione che poi sarà ricorrente a partire dal 91, quando interverranno altre norme in materia di sicurezza e igiene del lavoro che introdurranno con la stessa tecnica altre soglie di esposizione. Mi riferisco in particolare alle soglie di esposizione previste dal D.L. 277/91 in materia di rumore e in materia di amianto. Anche in queste due materie vengono imposte delle soglie che sembrano a prima vista fare a pugni con quel tendenziale obbligo di risultato che deriva dagli articoli 20 e 21 in materia di polveri e di gas, e dalla norma in materia di rumore, 24 mi pare che sia, del D.P.R. 303. Perché sia per l’amianto, sia per le polveri, sia per i gas, sia per il rumore, questi articoli 20, 21 e 24 impongono un dovere generale di abbattimento, poi però le normative di settore introducono le soglie. E di qui si ripropone quel problema di cui parlavo poco fa: come interferiscono, come interagiscono queste soglie? Forse che stabiliscono il discrimine tra il lecito e il non lecito? Forse che stabiliscono il discrimine tra nesso causale, tra significatività causale, tra rilevanza causale dell’esposizione e no in relazione a una certa patologia? Forse che stabiliscono il discrimine tra colpa, e quindi tra atteggiamento psicologico del datore di lavoro consentito e non consentito? Talché diventa utilizzo di un diritto, cioè diventa scriminante la condotta sotto il profilo dell’esercizio del diritto.

Allora, questo problema del rapporto tra una norma generale che introduce un obbligo di abbattimento a zero o comunque di progressiva costante riduzione, e invece norme di settore che prevedono limiti di esposizione a certi fini, è stato più volte affrontato dalla Cassazione in primis, con riferimento alla questione del rumore, e secondariamente con riferimento alla questione dell’amianto, che sono quelle altre due materie nelle quali si pone lo stesso identico problema, e cioè l’esistenza di norme del decreto legislativo 277/91 che introducono soglie di, chiamiamole accettabilità. Cosa ci dice la Cassazione a proposito di questo problema? Cassazione 11 aprile ‘92 n. 44/88 Quaini imputato, Sezione III: "Nel sistema della nuova normativa, decreto legislativo 15 agosto ‘91 n. 277 i cosiddetti valori limite, se da una parte introducono un elemento di maggiore certezza, dall’altro non stabiliscono una precisa linea di demarcazione tra innocuo e nocivo. Sicché il semplice rispetto di tali indicatori e delle disposizioni di segnalazione e controllo dei rischi - segnalazione e controllo dei rischi - non pare sufficiente ad esimere la colpa agli imprenditori, tutte le volte che pur avendo la concreta possibilità non solo economica di eliminare o ridurre gli agenti nocivi, siano rimasti inerti o si siano limitati ad adottare le semplici misure soggettive di prevenzione. La conferma di questa impostazione è data proprio dal principio e sanzionato penalmente in un certo articolo 41 primo comma del decreto legislativo 15 agosto ‘91, che rafforza l’articolo 24 del D.P.R. 19 marzo 56 n. 303 ove si enuncia l’obbligo di ridurre al minimo i rischi da rumore senza alcun accenno ai valori limite, e quindi anche nell’ipotesi in cui si rimanga al di sotto di tale limite, ove si accerti in concreto la mancata adozione di misure ordinarie di diligenza". Quindi con il rumore la Cassazione ci ha detto chiaramente che il problema non sussiste, questo limite o il limite che ha lo scopo di attivare tutta una serie di misure ulteriori di prevenzione e di sicurezza, ma non ha a che vedere, né riduce l’ambito del dovere giuridico di abbattimento di quel rischio.

Ed ancora, Sezione III 13 ottobre ‘95 n. 11 e 333. Nel quadro delle misure prescritte dal decreto legislativo 277 del 91 per la riduzione delle emissioni sonore nei luoghi di lavoro, integrative dei precetti del D.P.R. - integrative dei precetti del D.P.R. 303 del ‘56, ancora una volta il 277/91 integra i precetti del 303 del ‘56 esattamente come li integra il D.P.R. 962 dell’82 con riferimento all’articolo 20 del D.P.R. 303, mentre l’obbligo giuridico di ridurre al minimo i rischi del rumore grava sui produttori in riferimento ai requisiti squisitamente tecnici dei macchinari, da valutarsi secondo il principio della conformità alle massime misure tecnologiche possibili, lo stesso grava sul datore di lavoro in riferimento all’effettiva utilizzazione dei macchinari, imponendogli l’adozione di misure tecniche organizzative e procedurali che comportino riduzione di rischio anche al di sotto delle soglie limite di accettabilità. Più chiari di così non si può, più chiari di così non si può essere, le soglie di accettabilità non fanno venire meno, non attenuano il dovere di adozione comunque delle misure che sono indispensabili ad abbattere e quindi a conoscere l’ammontare dell’esposizione, la concentrazione dell’esposizione. Il semplice rispetto infatti di tali indicatori dell’esposizione, segnalazione e controlli dei rischi, non è sufficiente ad esimere la colpa degli imprenditori tutte le volte che, pur avendo la concreta possibilità non solo economica di eliminare o ridurre gli agenti nocivi, siano rimasti inerti o si siano limitati ad adottare le semplici misure soggettive di prevenzione. Avete due sentenze in materia di rumore che sono chiarissime. Veniamo all’amianto. L’amianto, ne ha già parlato ieri l’Avvocato Vassallo e vi ha letto quella sentenza recente di Cassazione, Ariolfo - Anghele, che io qui ho in forma integrale e che vi lascerò. Vi segnalo solo una cosa: che la Cassazione è arrivata a dire le stesse cose dell’amianto benché la situazione giuridica per l’amianto fosse leggermente diversa da quella del rumore. Perché per l’amianto abbiamo una disposizione del D.L. 277, l’articolo 59 che dice espressamente che non si applicano alle disposizioni d’allarme dell’amianto le norme di cui agli articoli 19 e 21 del D.P.R. 303 del 56. Abbiamo cioè una manifestazione di volontà legislativa che non abbiamo nel caso del CVM, in cui si dice: per l’amianto facciamo un regime speciale giuridico, e facciamo venire meno la norma di copertura generale che è contenuta all’articolo 21 del 303. Lo dice il legislatore, lo dice l’articolo 59. Quindi per l’amianto la situazione è ancora più difficile, perché qui sì che c’è quella specialità che non abbiamo per il CVM. E pure ciò nonostante la Cassazione arriva a quelle stesse conclusioni, come se l’articolo 59 non avesse fatto venire meno quei doveri generali che comunque non riguardano solo l’articolo 21, ma che comunque, come ha illustrato ieri Vassallo, rientrano dai più generali obblighi di prevenzione, che sono gli articoli 2087 del Codice Civile. Quindi, da qualsiasi punto di vista noi guardiamo questa materia, non potremo mai, secondo l’insegnamento della Cassazione, arrivare a sostenere che l’adempimento e il rispetto delle soglie del 3 PPM, ammesso che sia stato dimostrato, costituisse una condizione per essere liberati dagli altri obblighi di sicurezza. Non ci arriveremo mai. L’insegnamento della Cassazione sul punto è inequivocabile, addirittura con riferimento a situazioni nelle quali il requisito della specialità della normativa di protezione prevale sugli obblighi generali di prevenzione ricavati dagli articoli 21 e seguenti del D.P.R. 303. Quindi come possiamo concludere? Che in caso di esposizione dei lavoratori a dosi di CVM pur inferiori al limite massimo di 3 PPM, è comunque vietato dall’articolo 20 del D.P.R. 303: l’esposizione, se il datore di lavoro non abbia ridotto nei limiti della possibilità tecnica la predetta esposizione, facendo ricorso ad ogni strumento e ad ogni misura organizzativa che gli consenta di ridurre l’esposizione stessa dopo averla misurata, dopo essere stato consapevole della sua entità, reale, non virtuale, non i 25 PPM dell’allarme, Signori del Tribunale, cominciamo a dirle subito queste cose. Ma quali misure sono quelle lì? L’entità dell’esposizione o si misura o non si misura! E non abbiamo una misura sola della reale esposizione, abbiamo tutte misure virtuali, a 25 PPM c’era il fondo scala, punto. Seconda affermazione: la violazione dei doveri di cui all’articolo 20 del D.P.R. 303, che può fondare la colpa del datore di lavoro in relazione alle morti e alle malattie, per le quali sia stato ritenuto insussistente il nesso causale con esposizione a sufficienza a dosi di esposizione anche inferiore ai 3 PPM annui. Quindi non interviene né sotto il profilo dell’eliminazione dell’elemento soggettivo né può incidere sull’esclusione del nesso causale, che va valutata in un altro modo, non è che quella soglia dica che non ci può essere nesso causale, non lo dice affatto.

Torniamo allora a questo monitoraggio, a questo simulacro del monitoraggio. Io non voglio più chiamarlo monitoraggio, signori del Collegio, non lo voglio più chiamare, perché ho raggiunto la convinzione che quello che è stato fatto non aveva assolutamente lo scopo di garantire la conoscenza del rischio per l’adozione delle misure di sicurezza ma aveva tutt’altro scopo, aveva lo scopo di occultare le condizioni di rischio, sistematicamente occultare le condizioni di rischio, e questo non è monitoraggio, questa è altra condotta, può rilevare sotto altri profili, anche penalistici se volete, ma non chiamiamolo per cortesia monitoraggio questa cosa qua. Certamente mi auguro che non ci crederete voi che questo fosse un monitoraggio. Cominciamo ad esaminare in dettaglio alcuni ulteriori argomenti, già alcuni ve li ha detti il Pubblico Ministero, non tornerò su, delle ragioni per cui questo non è monitoraggio, questa cosa non serve a nessuno degli scopi per cui è stata prevista in via generale l’articolo 20 e imposta in modo specifico e dettagliato dal D.P.R. 962, è un’altra cosa.

Primo punto: la questione dell’adeguatezza dei punti di prelievo.

L’articolo 4 del D.P.R. 962/82, con riferimento al punto 2 dell’allegato 1, quindi l’articolo 4 ci dice: la concentrazione di cloruro di vinile monomero nelle zone di lavoro deve essere controllata con metodo permanente e sequenziale, o con metodo discontinuo secondo le modalità indicate all’allegato 1. Quindi controllo secondo quelle modalità in allegato 1, negli ambienti ove si effettua.... il controllo sarà effettuato applicando il metodo permanente e sequenziale, o con metodo discontinuo secondo le modalità indicate all’allegato 1. Quindi controllo secondo quelle modalità in allegato 1. Negli ambienti ove si effettua.., il controllo deve essere effettuato applicando il metodo permanente e sequenziale, allegato 1. Andiamo a leggere l’obbligo giuridico che deriva dal primo punto: per ogni zona di lavoro i punti di rilevamento devono essere in numero adeguato all’estensione e alla configurazione della zona di lavoro. Quindi occorre che ci sia una adeguatezza dei punti di misurazione rispetto alle dimensioni e alle caratteristiche della zona che si vuole monitorare. Allora, il primo problema, su cui sarete chiamati a giudicare, è di valutare se come sono state installate queste posizioni, postazioni fisse di monitoraggio è un come, è una modalità, rappresentano una modalità che garantisce il rispetto di questa adeguatezza, tenuto conto delle caratteristiche dei luoghi. E` un problema di verifica dell’adeguatezza sotto il profilo di valutare la sussistenza e l’adempimento del requisito tecnico imposto da una norma giuridica che è richiamata nel D.P.R., deve essere adeguato. Andiamo a vedere com’è questo reparto CV-24 e com’è il monitoraggio per vedere se questi punti di prelievo sono sufficienti. Ed allora, abbiamo visto, sono immagini queste che sono state illustrate per certi versi già nel corso delle deposizioni. Questo è lo schema del CV-24, poi vedete la parte superiore, le due linee di autoclavi a destra e a sinistra, un piano terra e un piano superiore. Delle linee di monitoraggio sono sopra le autoclavi, con tutta una serie di punti di prelievo che adesso li vedrete, eccoli qui, 1 – 2 – 3 - 4, linea rossa, su quelle autoclavi queste sopra, quindi le due linee sono quella sopra e quella sotto, la linea rossa vi dà i 6 punti di prelievo sopra le autoclavi, di destra chiamiamole, e quelle altre sono sotto le autoclavi di sinistra. Quindi abbiamo un punto di prelievo per ogni autoclave, con una zona da monitorare di circa 340 metri cubi per ogni campanella, ma sopra, sopra siamo a quanto di altezza? 10 metri e 5, una decina di metri, lo dice lì nel monitoraggio a quota 10.5 metri. Ma il lavoratore starà anche sopra sulle passerelle per fare gli interventi, ma starà anche sotto, poi abbiamo saputo che il CVM è più pesante dell’aria e quando esce cade giù, e lì sta se non c’è qualche corrente che lo porta via. E qual è il numero delle campanelle sotto, al piano terra? Ci aspetteremo una cosa simile visto che il volume da monitorare è lo stesso, quindi altre 12 campanelle sotto. Guardate cosa viene fuori sotto nel reparto. Nel reparto ce ne sono 4 signori, le abbiamo perse. Allora, sono andate, ce ne sono 4, 4 dentro e 4 fuori, e naturalmente 4 rispetto a 12, ognuna di esse ha un carico, una quantità, eccole qua, che il nostro professor Nardelli puntualmente ce le fa vedere, eccole lì, 12 metri di distanza una dall’altra, poste nelle posizioni centrali del reparto, eccolo lì dov’è, quelle 4 lì. Ma in reparto non sono 4 campanelle, se sopra ce ne sono 12, qual è la ragione tecnica per cui sotto ce ne devono stare 4? Sì, ma ce ne sono altre 4, va beh, 4 più 4, 8, sono sempre un terzo meno di 12.

Ma quelle 4 che ci sono là sono fuori del reparto, fuori, le vedete, sono poste fuori le 4 in verticale lì, e le 4, 2 e 2 sono solo 2 dentro per ogni linea. 2 campanelle a fronte delle 6 su ciascuna linea, un terzo. Allora, la prima domanda che ad un profano come me viene spontanea: ma se il monitoraggio deve avere caratteristiche di adeguatezza rispetto alle dimensioni, e questo è un requisito normativo che mi discende da un obbligo giuridico derivante dal combinato disposto dell’articolo 4 del punto 1 capoverso dell’allegato 1, com’è possibile che al piano terra, dove finisce il CVM, ci troviamo dei punti di monitoraggio che sono di 3 volte inferiori rispetto a quelli che sono per i piani alti. Qualunque sia la prospettiva di lettura di questa vicenda, il giudizio è in termini matematici, in termini tecnici e in termini logici di assoluta inadeguatezza dei punti di prelievo, con riferimento alle caratteristiche dell’ambiente, e questo è un giudizio che non qualifica una colpa generica signori del Collegio, ma questo qualifica una colpa specifica, l’inadeguatezza è violazione di legge, non è negligenza, non è imperizia, è violazione di legge, con tutto quello che ne consegue in ordine alla prevedibilità, etc., etc., etc..

E` clamoroso questo, signori, siamo nel CV-24, non siamo da altre parti, siamo nel cuore della produzione del CVM, in quel reparto in cui si sono verificati gli incidenti più gravi. Eccolo qua, questa è l’immagine della adeguatezza del monitoraggio. Un altro profilo normativo di colpa, dal nostro punto di vista gravissimo e insuperabile. Ne ho già accennato prima. Le misure. Un monitoraggio si fa per misurare, un monitoraggio che non misuri non è un monitoraggio, non è La Palisse questo, questa è conseguenza giuridica di quelli che sono i precetti. Perché dico conseguenza giuridica di quelli che sono i precetti? Perché le normative del D.P.R. dell’82 impongono di misurare, non di giochicchiare con gli allarmi. Misurare vuol dire conoscere quanto CVM c’è in quel momento, in quel punto di misura, se io metto un tetto alla misura, per qualsiasi sia la ragione per cui io metto il tetto, non sto adesso ad entrare nel merito, lo vedrò tra un attimo questo aspetto qua, ma l’unica cosa che ottengo è che non ho una misura, ho un valore virtuale, ma non è la misura della concentrazione del CVM, è un indice, è un segnale di allarme, è un segno convenzionale che posso utilizzare per fare certe cose o per non farne altre, ma non ho fatto una misura del CVM, perché o dico che in quel momento quella è la concentrazione, oppure non ho un dato che è di misura, ho un’altra cosa. Ed allora, cos’è? Qual è la questione? Che con quel famoso programma del 1994, siamo in piena era EniChem, viene documentato la soglia del CV-24 che è 25 PPM, e abbiamo tutte e due le indicazioni: B superiore a 25, B uguale a 25, eccola lì cerchiata in rosso la scelta antigiuridica, la scelta tecnica è in contrasto con la previsione normativa. Se B è sopra a 25, quindi B uguale a 25. Ma come? Ma come? Se B è sotto a 25 non potrà mai essere uguale a 25. E quanto è quel B? Qui abbiamo anche l’istruzione del posto non riconosciuto e lo riprenderemo dopo il significato del posto non riconosciuto. Intanto questa scelta del 25 è una scelta di un valore di allarme che è più basso di quello previsto dalla direttiva, che diceva: allarme, valore superiore a 30 PPM. Qui si individua un allarme più basso, non si misurano quindi i valori da 25 a 30 PPM, non vengono misurati; qui c’è un occultamento di tale misura che è reso ancora più evidente dal fatto che non vi è stata mai una sola prova di sgombero dei reparti. Perché vedete, tutto questo discorso dell’anticipazione della soglia per mettere in moto gli allarmi avrebbe avuto un senso se in questo processo, così puntigliosamente dato alla ricostruzione del fatto, fossero sfilate decine di testimoni che ci avessero riferito di continui sgomberi dei reparti, e cioè di una situazione di affanno lavorativo, dovuta al fatto che ad un certo punto suonava un allarme a 25 PPM, e presto, presto, via, via bisogna scappare. Perché? Perché la ragione che sta alla base della scelta fatta dalla direttiva comunitaria è quella di dire: mettiamo delle soglie oltre le quali le persone non devono più stare nel reparto, bisogna sgomberare, dice la direttiva comunitaria. Se non si riesce a ridurre l’abbattimento entro dei limiti inferiori a quella soglia il reparto va sgomberato. Allora, portando il valore a 25, da un lato si poteva tentare di dire che non c’era l’obbligo di sgombero, perché se io non ho mai la prova che ci sono quei valori ai quali la direttiva subordina lo sgombero del reparto, io posso mantenere i lavoratori dentro senza che nessuno mi possa muovere un rimprovero, li tengo lì. Adotterò le misure, non le adotterò, etc., ma non sono obbligato a sgomberare, non c’è una prova del superamento di quel valore, che è collegato allo sgombero, e non c’è mai stato comunque uno sgombero. Anzi, se volete che vi dica la mia, io ho avuto la sensazione, sentendo i testimoni, che manco percepissero l’esistenza dell’allarme. Non solo non è mai stata data la prova di uno sgombero dei reparti in situazione di allarme, ma io ho avuto la sensazione nettissima che questa cosa dell’allarme fosse una cosa gestita ad un certo livello, di chi si occupava del monitoraggio, dei capi squadra. Ma chi l’ha mai detto ai lavoratori che si instaura un momento di allarme? Abbiamo mai sentito qualcuno che ci venisse a spiegare: guarda, c’era qualcuno che andava a informare, diceva: attenzione, state attenti, siamo in procinto di evacuare, c’è bisogno, ci sono le maschere, c’è una situazione di pericolo? Io questa situazione, nonostante le centinaia di allarmi che abbiamo documentato, nonostante il continuo ripetersi di questo presupposto, io non l’ho mai percepita in questo dibattimento, non lo so voi, Signori del Collegio, ma io da qui ho avuto anzi la sensazione contraria, che non ci fosse nemmeno la percezione del fatto che si stava in allarme, altro che sgombero, altro che sgombero. Ed allora tutto questo da che cosa discende, se non da questa sciagurata scelta di mettere B superiore a 25 e uguale a 25. Se non di impedire che si verificassero i presupposti tecnici documentabili per poter poi disporre lo sgombero del reparto? Questo è lo scopo, altro che storia, questo è lo scopo oggettivo di quella scelta tecnica, tagliando la soglia di allarme si mette in condizioni l’imprenditore di non dover mai essere posto di fronte al problema dello sgombero.

L’obbligo di sgombero sta nella direttiva, ma che sta anche nell’articolo 5 ultimo comma del D.P.R., nel caso in cui dopo gli interventi di cui al precedente comma e il valore di concentrazione non si riduca - stiamo parlando di un valore anomalo, superiore ai 30 PPM, il personale non specialmente necessario per gli interventi tecnici deve essere allontanato, sgomberare. Mi ricordo un testimone solo che ci ha detto: "Sì, una volta ricordo, era l’esercitazione con gli elicotteri per prove di sgombero complessive dello stabilimento". Ma i quotidiani sgomberi dei reparti per la presenza di allarme, io non li ho mai sentiti raccontare da nessuno, può darsi che mi sia sfuggito. E badate bene, ancora una volta la previsione, la previsione. C’è un bel documento, giugno del 1980, che tra gli altri è indirizzato all’ingegner Gaiba. Facciamo anche qui qualche riferimento soggettivo, perché sennò si corre sempre il rischio di parlare dell’insieme, tutti colpevoli e tutti innocenti, no, qui parliamo di una persona, l’ingegner Gaiba nel 1980 viene a sapere, e sa, perché gli viene comunicato formalmente per iscritto, che c’è la necessità di aumentare quel parametro, siamo ancora prima dell’applicazione del decreto legislativo, ma evidentemente siamo in un momento in cui il monitoraggio viene comunque fatto perché c’è una direttiva comunitaria, e perché è evidente, sanno che indipendentemente dall’obbligo normativo del D.P.R. 962 bisogna comunque sapere qualcosa sulla qualità dell’esposizione negli ambienti di lavoro, perché c’è pur sempre un D.P.R. 303 che lo impone, lo dimostra questo. Nell’80 il monitoraggio veniva fatto, e non c’era ancora il D.P.R. che lo imponeva con quelle modalità. Ebbene, nell’80 si dice: state attenti che quella scelta di indicare il 25 è una scelta che va rimeditata perché bisogna portarlo a 30. La soglia deve essere portata a 30 - dice testualmente il documento - si ritiene opportuno per tale reparto, sebbene ciò comporterà una minore attendibilità dei singoli valori, non so bene perché, a far spostare il fondo scala del gascromatografo a 50 PPM, al posto degli attuali 25, in quanto la normativa CEE precisa che devono essere considerati allarmi i valori superiori alle 30 PPM. Eccolo qua, quel punto centrale del documento del giugno dell’80, dice esattamente questo: si ritiene opportuno per tale reparto CV- 24 far spostare il fondo scala del gascromatografo a 50, al posto degli attuali 25 perché questo prevede la normativa CEE.

Ed allora non venitemi a dire che non lo sapevano, che hanno equivocato, che hanno pensato di poter fare meglio, che era più salutare abbattere questo tipo di soglia e metterne una più bassa. Sapevano benissimo che quello era il valore di riferimento, tuttavia poi viene modificata. Ed è mai risultato che l’ingegner Gaiba abbia avuto a che da dire su questa scelta? L’ha tollerata, l’ha condivisa, non l’ha contestata. Questa scelta di riportare a 25 parlo, pur sapendo che la normativa gli chiedeva un monitoraggio superiore a 30, addirittura 50, si dice nell’80. Quindi un atteggiamento ancora una volta di silenzio. Ma veniamo al tema centrale, che mi interessa sottoporvi, Signori, prima di avviarmi alla conclusione di questa prima parte, che vedo ha occupato un po’ più di quanto io non immaginassi.

Quello che si finge di non capire, quello su cui si equivoca è che la misura dell’esposizione non può essere limitata convenzionalmente per quattro fondamentali ragioni giuridiche, quattro, almeno quattro, poi non ho la pretesa della completezza.

Primo: perché il dato va comunque misurato per quello che è, poi andrà gestito, poi va gestito, ma il primo obbligo è la misura dell’esposizione, poi c’è la gestione della misura, sono due aspetti diversi, misurato per quello che è. Vediamo l’obbligo dell’articolo, allegato 2, punto Sezione II, comma 1, c’è scritto: la concentrazione media nelle zone di lavoro è data dalla media aritmetica di tutti i valori misurati durante l’anno. Questo è il contenuto del precetto. C’è un obbligo di misurare tutti i valori. Ci occuperemo tra un attimo della gestione di quel dato, che è così ottenuto, però la prima cosa è: c’è un obbligo giuridico di misurare tutti i valori, per poi fare una media aritmetica secondo certe regole. Quindi un dato normativo insuperabile, un obbligo di misura, come ho detto prima, la misura non può essere mai convenzionale o parziale, o è o non è misura. Due: abbiamo già detto che il presupposto necessario per poter scartare poi, perché dicono: si scartano certe misure, e vedremo tra un attimo che io non ritengo affatto, se è possibile, scartare nulla, ma si scartano le misure relative agli allarmi. Ma abbiamo detto: ma qual è il presupposto di questo scarto? Il presupposto dello scarto è sapere che c’è una esposizione che perdura ad un certo valore, che non è possibile tecnicamente porre rimedio e che pertanto dobbiamo sgomberare il reparto. Una volta sgomberato il reparto è ovvio che quella misura non è più una misura di esposizione, perché non c’è più nessun esposto, perché quelli che stanno facendo l’intervento di riparazione sono dotati di scafandri e di maschere, etc., quindi diamo per scontato che non ci sia più nessun esposto. Ma la possibilità di scartare presuppone da un lato questo tipo di accorgimento tecnico, che priva di significato la misura, ma presuppone pur sempre una misura, una misura che poi si dice non viene utilizzata nel calcolo alla meglio, ma è una misura di quanto CVM c’è in quel reparto in un momento in cui non c’è più nessun esposto, ma è una misura. Se io metto il tetto quella misura non ce l’ho mai, anche perché, come vi ho detto prima, per poter fare quella procedura organizzativa di sgombero, devo sconoscere che c’è un superamento che permane a certi livelli, quindi devo avere una misura. Certo, se avessero registrato in questi termini avrebbero sempre documentato situazioni in cui era necessario sgomberare. Questo è il problema. Se le misure le avessero fatte e avessero dimostrato che per 35 minuti siamo stati a 45 - 50 - 60 PPM, quello che era, o a 5.000 - 100.000, quelli che erano i casi di incidenti rilevanti, avrebbero tenuto un registro dei casi in cui si sarebbe dovuto sgomberare e non si è sgomberato, sarebbe stato più facile accertare una violazione, sarebbe stato predisporre un argomento e un elemento di prova contro a sé, questo era il rischio. Per evitare questo si scende sotto i 30 e così questo rischio non è mai documentabile, o non è documentabile se non attraverso tutta una serie di indagini che abbiamo fatto qui nel processo, ma non è ictu oculi ricavabile dai tabulati.

La terza ragione: lo scarto del dato, ammesso che si possa fare - e tra un attimo dirò perché non si può fare - lo scarto del dato relativo all’allarme vale soltanto per i dati successivi registrati nel periodo di allarme, ma non per il primo dato di allarme. E questo per una ragione semplicissima. Perché la prima misura di allarme, quella cioè che mette in moto tutte le misure organizzative, successive e conseguenti è la misura di un’esposizione che c’è già stata, che inevitabilmente, necessariamente, tecnicamente ed inconfutabilmente c’è già stata, la cui durata è variabile dai 2 ai 20 minuti, quello è variabile, perché non possiamo sapere per quanto tempo è durata quell’esposizione con certezza, ma sappiamo che è un’esposizione che c’è già stata. Allora, datemi un solo argomento giuridico e logico per dire che è legittima una esclusione dalla media di dati di misura che sono relativi ad esposizioni già subite dal lavoratore. Non ditemi che questo dice il D.P.R., perché questo il D.P.R. non dice, non ditemi che questo dice l’allegato perché questo l’allegato non dice alla Sezione II, che è quella richiamata dal D.P.R., non ditemi che è un dato logico perché, torno a ripetere, nella direttiva quando si parla di questo scarto, nella direttiva comunitaria, si parla di un dato di registrazione di valori rilevati nei periodi di allarme, cioè che sono i periodi successivi alla prima misura che ha fatto scattare l’allarme, quelli sono i dati. Ma il primo non può mai essere scartato, e se non può mai essere scartato quale che sia la lettura delle norme che si dà, vuol dire che deve essere un dato completo di misura. Se ci sono 2000 PPM, cos’è che diciamo? Certo, si sgombererà il reparto dopo, certo ci si precipiterà a dire: scappate tutti perché è una situazione esplosiva, ma che cosa diciamo di quei 2000 che sono stati nel frattempo respirati ed ai quali i lavoratori sono stati inevitabilmente esposti?

Dove lo mettiamo questo dato qua? Questo tan quam non esset, è un dato irrilevante. Ma può mai esserci una mente che costruisca una così abnorme ricostruzione di un significato di esposizione? E come la mettiamo con quel dovere di cui ho parlato fino adesso? Dove lo mettiamo? Come è compatibile questa gestione di questo dato? E comunque tutto questo a me interessa solo per dire che il primo dato è un dato che inevitabilmente deve essere un dato che va registrato per quello che è, non può essere convenzionale, perché sennò parliamo sempre e solo di esposizioni convenzionali.

In realtà, e qui viene l’argomento per me decisivo, in realtà, contrariamente a quanto previsto dalla direttiva comunitaria l’atto di recepimento nell’ordinamento interno della direttiva non è fedelmente riproduttivo di quelle modalità di gestione della misura. Io ho pensato malignamente, visto che ci hanno raccontato come è nato questo D.P.R., le pressioni che ci sono state, che ci sono state per condizionare i livelli, le soglie, le metodologie, le tecniche di rilevamento, etc., a livello internazionale, a livello statale, etc., io ho pensato che non sempre quando il diavolo fa le pentole gli vengono anche i coperchi, e ho pensato che per qualche inspiegabile ragione tecnica sia stata messa una zeppa dentro la normativa italiana sul monitoraggio del CVM. Una zeppa che scombina tutti i giochi che si pensava di poter fare con gli allarmi. E qual è questa zeppa? Ve la illustro subito. Il D.P.R. 962 dell’82 non contempla alcuna esclusione di misure di allarme se non quelle eseguite nei periodi di chiusura degli stabilimenti, dice l’articolo 2: il periodo di riferimento è l’anno e si tiene conto soltanto delle concentrazioni misurate nei periodi di attività degli impianti e della durata di tali periodi. Nel D.P.R., nel testo del D.P.R. non c’è alcuna esclusione di misura che non sia questa.

Tra l’altro che ci dice che comunque tu misuri anche durante la chiusura degli stabilimenti, però non ne tieni conto. Questa è l’unica esclusione. E in che cosa consiste l’obbligo di misurare? L’abbiamo detto. Consiste, l’articolo 4 secondo comma, ci dice testualmente: nei casi in cui si è adottato il metodo permanente sequenziale, e questo era il caso, il valore limite tecnico di lunga durata si considera non superata allorché la media aritmetica dei valori misurati durante l’anno, calcolata secondo le modalità indicate nell’allegato 1 - Sezione I - Signori del Collegio, allegato 1 - Sezione I - non supera il valore all’articolo 3. Allegato 1 - Sezione I - rinvio del testo normativo all’articolo 4 del D.P.R., al contenuto non di tutto l’allegato, ma dalla sezione 1 dell’allegato 2. E se andate a vedere nella sezione 1 dell’allegato 2 voi troverete quella norma scritta al comma 1, secondo cui la concentrazione media annua del CVM, nelle zone di lavoro è data dalla media aritmetica di tutti i valori misurati durante l’anno. Questo è il punto, non trovate mai una possibilità di gestione della misura che vi consenta gli scarti durante le fasi di allarme, quasi che il legislatore italiano, ben conoscendo i propri polli, e ben sapendo che sarebbe stato molto difficile che durante gli allarmi fossero adottate tutte quelle misure di sgombero che sarebbero state necessarie per rispettare quello che era un obbligo comunitario assunto in sede comunitaria, avesse detto: benissimo, nell’ordinamento italiano noi teniamo conto di tutti i valori di esposizione, non ci permettiamo di scartare nulla durante gli allarmi. Ripeto, è una conseguenza giuridica che deriva dal combinato disposto dell’articolo 4 con riferimento all’allegato 2 - Sezione II - testualmente contemplato nell’articolo 4.

Mi si dirà: ma guarda caro amico, tu non leggi nella parte precedente alla Sezione I dell’allegato 2, nella quale è indicato il principio secondo cui vanno esclusi i valori di concentrazione normali alle 30 parti per milione di cui all’articolo 5.

L’allegato 2 in qualche modo ci dice che c’è un obbligo di esclusione di questi valori anormali. Io faccio una questione sostanziale: qual è la giuridicità dell’allegato 2?

Questo è un problema di carattere generale. La giuridicità dell’allegato 2 è quella che deriva dal richiamo delle singole disposizioni da parte di punti dell’articolo del D.P.R. o se ci fosse da una clausola generale ricettizia che dicesse che il testo dell’allegato fa parte integrante del decreto.

Ma noi non abbiamo una clausola generale del genere, nel senso che non viene mai richiamato come parte del D.P.R. l’integrale testo all’allegato. E anzi, abbiamo un dato normativo specifico che quando il D.P.R. fa richiamo a quell’allegato, lo fa soltanto per la parte relativa alla Sezione I, che è la parte successiva alla parte precedente in cui si enunciano quei principi generali.

Io ho fatto una ricerca tra tutta una serie di normative che utilizzano questo rinvio agli allegati e vi potrei fare tantissimi casi di norme che utilizzano la condizione generale di richiamo del contenuto dell’allegato che viene inserito nel testo normativo, prendetevi il decreto ministeriale 26 marzo del ‘91, che contiene le norme regolamentari in materia di rifiuti in forza della delibera del 27 luglio dell’84, e lì c’è appunto una norma che vi dice che quell’allegato è parte integrante del decreto. Oppure, prendetevi la stessa delibera del 4 febbraio del ‘77 in attuazione della legge Merli che contiene l’approvazione delle norme di cui all’allegato che costituiscono testo integrante della delibera. Oppure, prendetevi il decreto 3 marzo del ‘75 numero 39 che è l’approvazione delle norme tecniche per l’edilizia in zona sismica, in base ad un principio contenuto in una legge del 64 e 74, sono approvate, dice l’articolo 1 delle norme tecniche per le costruzioni in zona sismica, formante oggetto del voto del Consiglio Superiore dei lavori pubblici e che risultano riportati in allegato al presente decreto formandone parte integrante. Cioè, abbiamo, quando il legislatore vuole richiamare la giuridicità degli allegati, una norma di legge generale che dica: quell’allegato costituisce parte integrante del testo normativo. Oppure abbiamo casi molto più frequenti in cui il legislatore dice: guarda, queste modalità le fai secondo le prescrizioni di questo allegato, secondo le prescrizioni di questo allegato Sezione X, Sezione Y, Sezione Z, in questo caso ha limitato il rinvio ai fini della determinazione delle modalità per il calcolo della media soltanto alle prescrizioni contenute nella Sezione I. Ripeto, la quale senza ombra di dubbio ci dice che tutti i valori di misurazione vengono utilizzati per il calcolo della media annua. Ecco allora signori, perché noi possiamo dire che quella scelta di limitare la misura dell’allarme a 25 PPM è una scelta che viola una serie numerosa di precetti normativi, così come io sono via via andato a illustrarvi nel corso di questa argomentazione, ed è quindi una scelta antigiuridica che consente di muovere un rimprovero in termini di colpa specifica in ordine alla adeguatezza normativa del monitoraggio che è stato in quel modo pensato di utilizzare per la verifica della sicurezza e dell’igiene degli ambienti di lavoro. Ci sono comunque altri profili di inadeguatezza di quel sistema di monitoraggio, che adesso veramente in breve vi andrò a riassumere, prima di chiudere questa parte.

 

Presidente: tenga presente avvocato, adesso io non la voglio pressare, che lei nella mattinata deve chiudere.

 

Avvocato Schiesaro: molto presente.., e naturalmente il tempo che dedico a questi aspetti va a scapito di quelli finali. Scelgo di presentare...

 

Presidente: non interverrò più.

 

Avvocato Schiesaro: no, no, ma è ben noto a questo ufficio, dove per mattinata credo si intenda la solita pausa delle due? Immagino.

 

Presidente: sì.

 

Avvocato Schiesaro: io posso anche rinunciare alle pause intermedie, se poi mi dite.

 

Presidente: così le diamo anche la possibilità di riprendere voce.

 

Avvocato Schiesaro: sì. Ulteriori profili di inadeguatezza del sistema di monitoraggio. Rinvio a tutta una serie di osservazioni che ha fatto il professor Nardelli, non torno più a lungo su questi temi, ma semplicemente per un richiamo dell’attenzione di tutti punto il dito contro alcuni aspetti specifici.

Quello che risulta in questa tabella ci dice che questo sistema di monitoraggio necessariamente portava a non registrare il ben 45 per cento delle situazioni di allarme, e ditemi voi se è poco. Ancora una volta abbiamo un termine di paragone con quello che è un parametro di adeguatezza della misura. Se io adotto un sistema che mi porta a scartare il 45 per cento dei casi non riesco certamente a dire che la mia misura è una misura effettivamente attendibile di quelle concentrazioni, nel momento in cui posso perderne quasi metà di situazioni anomale, certo situazioni anomale di non lunghissima durata, che però possono esaurirsi nell’arco di 20 minuti e non possono essere registrate.

Abbiamo qui il prospettino del calcolo statistico delle probabilità, la legge di equipollenza, etc., ma non voglio addentrarmi su questo punto, già il professor Nardelli ha parlato a lungo. Vediamo che in questo caso abbiamo una situazione che ci dà una attendibilità statistica molto molto discutibile.

Come possiamo dimostrare questo? A riprova abbiamo esaminato il caso del 4 gennaio del 92, nel quale praticamente abbiamo una situazione di allarme che risulta documentata nei registri di controllo, e nello stesso registro di controllo troviamo quella annotazione, un allarme dovuto alla rottura di una guarnizione dell’autoclave 12, quindi un allarme particolarmente significativo, viene registrato con una durata di almeno un’ora e mezza, quindi un allarme importante. Ecco, durante questo periodo, e qui abbiamo un succedersi di allarmi, di preallarmi, di cessioni, ma lo stesso operatore ci dice: state attenti che ci sono qui dentro probabilmente cinque altri allarmi che non sono stati registrati. Ce lo dicono loro che ci sono situazioni nelle quali non è possibile registrare degli allarmi che sono comunque certi per la causa del sinistro, dell’incidente, per le dimensioni, per l’estensione, per le concentrazioni misurate, per le estensioni in cui il CVM andava a interessare il reparto.

Cinque possibili allarmi non registrati. Ed è questa la trasposizione grafica che ha fatto il professor Nardelli, che vi ha fatto vedere quell’incidente del 5 gennaio ‘92, torno a dire, siamo in piena era EniChem, cioè non stiamo parlando di una gestione del 1970, artigianale, questa è la gestione normale degli impianti fatta dopo che EniChem li aveva recuperati e recuperati da Montedison. Un altro punto fondamentale che ha richiamato la nostra attenzione è stato quello dell’inserimento alla fine dell’87 di quel famoso interruttore On-Off, ecco qui siamo ai salti di sequenza, l’interruttore On-Off, quel famoso documento del 4 dicembre dell’87, che ci diceva, su richiesta di poter disporre di un contatto On-Off sul gascromatografo, al calcolatore è stata predisposta un’uscita dall’interruttore automanuale e sul frontale del selettore di linea. Cosa vuol dire tutto questo discorso? Significa che con questo interruttore che è stato predisposto, abbiamo visto, era possibile ulteriormente e più facilmente occultare dei dati. Nel senso che si poteva intervenire per garantire un’apparente sequenza ordinata del rilevamento, apparentemente ordinata e automatica del rilevamento, quando invece l’operatore interveniva per by-passare quelle linee che erano a rischio di rilevamento di allarme. Quindi, apparentemente la sequenza era alle scansioni esatte, al minuto, al decimo di secondo, quel passaggio da un rilevamento all’altro avveniva perfettamente come se si trattasse di un passaggio automatico, e quindi senza nessuna possibilità di influsso dall’esterno, quello che invece saltava era la linea di rilevamento. Abbiamo documentato appunto tutta una serie di salti di linea, una serie di 300 e rotti salti di sequenza nel periodo ’91 - ’92 - ’93, che sono quelli che sono richiamati in questo prospetto ancora fatto dal professor Nardelli, e con questi salti di sequenza abbiamo avuto la prova che ci poteva, ed è successo in alcune situazioni che vi faremo vedere subito, che in momenti in cui l’allarme avrebbe dovuto essere registrato, perché ci si aspettava quell’intervento su quella linea, in realtà l’allarme non venisse registrato. Cosa porta questo? Porta che questa può essere una tranquilla spiegazione di un improvviso abbattimento dei valori di esposizione registrati. Vedete sulla sinistra i valori registrati durante il periodo della gestione Montedison. Successivamente abbiamo un abbattimento con l’uso del gascromatografo con quelle caratteristiche di limite che abbiamo fino adesso illustrato, ma questo abbattimento viene ancora più evidenziato quando si passa dall’88 in poi, quando cioè comincia a funzionare questo selettore automatico che consente all’operatore di by-passare una linea a rischia nella quale si può trovare l’allarme in quel momento, e quindi viene scartato senza neanche essere registrato per una scelta tecnica di gestione dell’operatore del monitoraggio. Badate bene, questa riduzione dell’esposizione non ha alcun significato tecnico, non ha alcuna spiegazione tecnica, dal momento che è stato provato più volte come gli investimenti siano finiti nel 1976, non siano state apportate modifiche significative dopo quelle date agli impianti, né si sia speso per la loro manutenzione e quindi quell’abbattimento improvviso e progressivo di monitoraggio, di valori di esposizione non può che essere determinato da fattori esterni, vuoi derivanti dalla insufficienza strutturale di quel sistema di monitoraggio multiterminale che era stato scelto, vuoi in particolare da quelle subdole modalità di gestione utilizzate grazie al ricorso a questi apparecchietti successivi che comunque rendono quell’impianto di monitoraggio privo di quelle caratteristiche di automaticità che invece sono sì richieste dal decreto legislativo e dal suo allegato tecnico. L’alternativa tecnica era quella di avere o una sequenza di misure in manuale o una sequenza di misure in automatico, con l’interruttore abbiamo una via di mezzo. Abbiamo una sequenza automatica che però può essere orientata finalisticamente grazie all’uso dell’interruttore saltando le linee che sono più compromettenti. La riprova abbiamo nell’incidente del 4 dicembre ‘87, che ricorderete bene, lo sfondamento della guardia idraulica D-501, e queste annotazioni, un allarme che viene indicato alle 06.50 e alle 07.00 c’è un valore di preallarme di 6 PPM. Se andiamo a vedere nei tabulati troviamo che quel valore dovuto allo sfondamento della guardia idraulica, nel tabulato successivo vediamo che alle 06.50 il dato viene omesso, e qui abbiamo cancellato il tabulato, quindi mi dispiace per il Collegio, ma in questo momento non lo vedo. Comunque i riferimenti alle relazioni tecniche di Nardelli sono più che sufficienti per poter apprezzare questo tipo di situazioni.

L’ultimo argomento è il Warning no-pick, è il posto non riconosciuto. Avete visto montagne di tabulati ricchi di queste misure strane. Badate bene, misure strane che vengono comunque utilizzate nel calcolo della media. Nel calcolo della media vengono scartati i valori che dovrebbero stare e vengono invece messi i valori che non hanno alcun significato dal punto di vista tecnico. Warning no-pick è: attenzione, non trovo il picco, magari perché ce n’è tanto dentro, non riesco a misurarlo. Ecco, e questo allarme che la macchina dà viene improvvidamente tradotto con linguaggio informatico in un bel zero, zero presenza di CVM. Anche qui abbiamo le relazioni del professor Nardelli che vi hanno messo in luce tutta una serie di situazioni, riferisco in particolare il caso della situazione creatasi il 7 agosto 1991, ancora una volta situazione EniChem, nella quale abbiamo il sopravvenire di una situazione di Warning no-pick, che è una condizione in cui necessariamente in quel punto non poteva che esserci un allarme. Di qui il significato tecnico, quanto meno ambiguo di quel Warning no-pick, è certamente un significato tecnico che non può far consentire l’utilizzo nelle medie dello zero. Vedo che abbiamo bizze al computer, io qui ho finito la parte sul monitoraggio, e se ritenete due minuti per dare un’occhiata al computer. Allora no, comunque questi sono i documenti che vi ho fatto vedere, se c’è l’incidente del 7 agosto ‘91 lo possiamo vedere, altrimenti niente, sospendiamolo un attimo e dopo riprendo.

 

Presidente: va bene, sospendiamo per un quarto d’ora.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA ALLE ORE 11.25.

 

Presidente: l’avvocato può riprendere.

 

Avvocato Schiesaro: grazie. Dicevo, continuo cambiando l’argomento e rimanendo però in tema di silenzio, perché anche questa parte che mi accingo a trattare, è caratterizzata da un inspiegabile, anzi forse fin troppo ben spiegabile e da comunque un ingiustificato silenzio del produttore in ordine a certe caratteristiche del rifiuto liquido che scaricato in laguna per decine di anni, silenzio che gli era vietato da una specifica normativa tecnica e amministrativa - giuridica dello Stato.

Mi accingo a parlare della materia del secondo capo di imputazione, non senza avere segnalato una importante novità che è emersa per effetto della contestazione suppletiva. Per effetto della contestazione suppletiva il Pubblico Ministero ha ancor più strettamente di quanto non fossero comunque già in precedenza legate, ha legato le due imputazioni. Le ha legate trovando il modo di creare delle interferenze reciproche tra primo e secondo capo di imputazione. Al primo capo è contestata la strage, sono contestati i reati di pericolo con riferimento comunque a delle situazioni sia all’interno che all’esterno dei luoghi di lavoro. E` un qualcosa che esce dall’ambito dei reparti, di cui ci siamo occupati fino a questo momento e interessa l’ambiente in generale, e in questo modo, attraverso queste immissioni ed emissioni di sostanze tossiche dell’ambiente viene poi contestato il disastro e gli altri reati nel secondo capo di imputazione. Quindi la centralità dello smaltimento dei rifiuti, degli scarichi dell’emissione in atmosfera come elementi costitutivi non solo degli specifici reati in materia di danno alle persone, ma anche come fattore di espansione del pericolo nei confronti di una porzione di territorio più vasta qual è quella che appunto è situata intorno allo stabilimento. Il momento unificante dei due reati, dei due capi di imputazione è comunque nelle scelte di politica di impresa. Tanto il primo quanto il secondo capo di imputazione sono costruiti con riferimento non già e non soltanto a specifici episodi di cattiva o di errore tecnico di gestione. Ma a una conduzione sistematica dello stabilimento, vuoi per un verso sistematicamente poco rispettoso del dovere di sicurezza, di cui abbiamo parlato prima, e per altro verso sistematicamente poco rispettosa delle norme di protezione ambientale, di cui ci accingiamo a parlare. Scelte di politica di impresa di cui vengono chiamati a rispondere coloro che hanno il dovere di garantire la conformità di queste scelte generali ai principi generali contenuti nelle norme di legge dello Stato, non tanto e non solo i pesci piccoli, Signori del Collegio, non tanto e non solo i direttori degli stabilimenti che sono gli ultimi anelli di una catena, ai quali si può muovere un rimprovero di non essersi dissociati, di non avere sufficientemente segnalato quelli che erano gli inconvenienti, di non essersi attivati per quanto di loro competenza a impedire una condotta giuridica manifestamente criminosa. Ma le scelte di politica di impresa invece trovano i loro responsabili a monte e in coloro che per legge o per Statuto hanno quelle posizioni di garanzia. Dico questo per segnalare una prima questione di fondo che sembra essere un po’ stata attenuata in questa seconda parte del dibattimento, quella relativa cioè ai reati ambientali. Sembra cioè quasi che avessimo parlato delle questioni ambientali come per parlare di una cosa accessoria, marginale, le contravvenzioni in materia di ambiente, le violazioni delle norme ambientali che sono comunque ben poca cosa se riferita ai 200 morti, agli ammalati, ai cancri. No, attenzione, non è così. Non è così non solo perché abbiamo questa visione unitaria del reato, di cui abbiamo parlato poco prima, ma perché soprattutto queste violazioni delle norme di protezione ambientale non rilevano tanto al fine di stabilire se il giorno X, Y è stato consumato il reato previsto dall’articolo 21 della legge Merli o del D.P.R. 915 sullo smaltimento dei rifiuti, non è questo. Qui stiamo parlando di elementi che qualificano normativamente la colpa dei delitti di pericolo. Questo è il punto. Stiamo parlando di violazione di norme di legge che consentono di dare un giudizio in termini di valutazione soggettiva della responsabilità degli imputati con riferimento ai più gravi delitti contro l’incolumità pubblica che sono contestati anche sub capo B), o anche sub capo A), sotto il profilo del disastro. E questo è il punto fondamentale, il disastro, l’avvelenamento delle acque delle sostanze destinate all’alimentazione, l’adulterazione delle acque.., e quali sono gli elementi di colpa? Gli elementi di colpa riposano nella violazione di quelle norme cautelari che sono preposte sì alla tutela dell’ambiente, ma che comunque hanno come obiettivo di difendere la salubrità dell’ambiente, la vivibilità dell’ambiente, la fruibilità di un ambiente che non mette a repentaglio la salute e la sicurezza delle persone. Questo è il profilo, non usciamo da questo profilo per cortesia, non tentiamo di darne una visione riduttiva e limitata perché non è questa la materia di questo processo. Qui non stiamo discutendo di alcuna contravvenzione, parliamo di delitti, parliamo di delitti e le contravvenzioni sugli elementi di qualificazione soggettiva della colpa nei delitti di pericolo. Ed allora, detto questo e ricordato appunto l’importanza di una attenta ricostruzione della normativa di protezione ambientale ai fini di una qualificazione normativa della colpa, in detti delitti, richiamiamo anche il fatto che attraverso questa ricostruzione normativa noi possiamo offrire al Giudice elementi per fornire altre valutazioni in termini sempre di reati di pericolo, per esempio elementi per valutazione dell’aspetto della concretezza del pericolo, dal momento che come dirò dopo, se ne avrò il tempo, o comunque come scriverò in una memoria, il Giudice nei reati di pericolo concreto può ritenere la concretezza del pericolo anche utilizzando dei parametri normativi ricavati da norme speciali di prevenzione del pericolo in relazione al singolo settore di interesse. Quindi elementi in base ai quali trarre valutazioni sulla concretezza del pericolo.

Terzo: valutazione del danno ambientale. Sappiamo che il danno, lo vedremo meglio nella parte finale del mio intervento, il danno ambientale è il presupposto della colpa ma anche la violazione delle norme di legge. Quindi ci serve ricostruire una specifica violazione di una norma di protezione ambientale ai fini di poter poi chiedere il risarcimento delle conseguenze che quella condotta in violazione di quella norma ha prodotto sui beni ambientali e sulle risorse ambientali. Non solo, ma ci consente anche per esempio di calcolare il profitto del trasgressore. Se io ometto di tenere una condotta che mi viene imposta da una norma ambientale di protezione per risparmiare sui costi di depurazione o di smaltimento, quel risparmio indebito che io ottengo grazie alla violazione ambientale costituisce profitto di quella trasgressione ed è quindi un indice normativo che il Giudice utilizza nel valutazione del danno ambientale ex articolo 18. La ricostruzione delle caratteristiche tecniche di questi inquinamenti della normativa che li disciplina è utile anche perché ci dà la dimensione strutturale dei problemi. Non sono, come dicevo prima, singoli episodi dovuti a una cattiva gestione a valle degli impianti, sono molto spesso, e vedremo bene perché in questa mia seconda parte del mio intervento, vedremo perché si tratta invece di deficienze sistematiche progettuali e strutturali degli impianti in relazione al modo di come sono stati pensati e progettati e realizzati sin dall’inizio.

E da ultimo, consentirà di dare anche delle indicazioni in ordine alla durata temporale della condotta che consentiranno poi di essere utilizzate per capire il perché della persistenza del pericolo, dell’accumularsi delle condizioni di pericolo, per capire il motivo per cui il danno poi assume quelle dimensioni macroscopiche di cui parlerò all’atto delle conclusioni. Parliamo allora di che cosa? Dell’inquinamento idrico. Parliamo dell’inquinamento idrico, signori del Collegio, non perché non ci sia un inquinamento atmosferico. Noi sappiamo che ci sono dati ancora oggi di quantitativi di CVM, dati forniti dall’impresa, 7000 e rotti chili l’anno dichiarati immessi in atmosfera tal quali, non 700 grammi, 7 etti, no, sono 7000 e rotti chili. Abbiamo prodotto la dichiarazione dell’impresa che è stata rilasciata dal Ministero dell’Ambiente negli atti iniziali del dibattimento, quelli sono dati che restano, non sono mai stati confutati da nessuno, sono dati stimati per difetto perché non considero invece tutte quelle immissioni ulteriori che si verificano in occasione degli incidenti rilevanti di cui abbiamo avuto traccia anche durante il corso di questo dibattimento.

C’è un problema di aria. Ecco, noi di aria ne parliamo molto poco. Da un lato perché non c’è una normativa che è sufficientemente garantista in questo senso, dall’altro lato perché non abbiamo degli strumenti specifici di misura che ci consentano di apprezzare la qualità del degrado in termini invece più rigorosi di come invece noi riusciamo a fare quando ci occupiamo del degrado dell’acqua. Non a caso la normativa in materia di inquinamento dell’aria, pur essendo la prima legge che è stata varata per la protezione ambientale nel ‘66, poi non ha avuto invece quel fiorire di iniziative legislative ed attuative che invece ci sono state in materia di inquinamento idrico.

L’inquinamento idrico ha sempre costituito l’asse portante del diritto penale dell’ambiente e in particolare nella normativa di protezione ambientale da sempre, per la sua completezza, la sua complessità, la sua ricchezza di contenuti, la sofisticata tecnica dei controlli e così via. Allora esaminiamo brevemente come si sviluppa questa normativa di protezione ambientale in materia idrica. Ricordiamo la legge Merli del ‘76, ricordiamo che siamo nella Laguna di Venezia e che pertanto ci troviamo a che fare con una legge speciale o un insieme di leggi speciali che garantiscono una speciale protezione. Leggi, badate bene, che però sono state pensate e riattuate addirittura prima dell’entrata in vigore della legge Merli. C’è una legge del ‘63, 5 marzo del ‘63, la n. 366, nuove norme relative alla laguna di Venezia e Marano, e c’è poi la legge del ‘73, la 171.

Queste disposizioni di legge hanno un carattere storico, nel senso che vengono varate prima ancora che si parli nel nostro paese di una normativa generale di protezione degli scarichi, quale sarà la legge Merli nel ‘76. E quindi inevitabilmente risentono del carattere rudimentale della tecnica di tutela, è una tutela speciale, ma è anche una tutela rudimentale perché è stata varata prima ancora che si raggiungessero quei livelli di sottigliezza, di precisione e di determinazione normativa che saranno caratteristici della legge Merli nel ‘76, della successiva evoluzione della Merli e nell’82 del D.P.R. 915 in materia di rifiuti. Quindi le norme per la protezione di Venezia hanno un vantaggio di essere ispirate all’esigenza di una speciale protezione anticipata, ma hanno poi lo svantaggio che non contengono tutto quell’insieme di precauzioni, o di strutture o di sistemi di controllo che invece caratterizzano le altre norme successivamente entrate in vigore sul piano generale. Al punto tale che la Cassazione ha più volte ribadito: attenzione, queste leggi speciali per Venezia per avere un senso devono essere interpretate e inserite dentro il contesto generale della protezione dell’ambiente in materia idrica, recuperando tutti quei principi generali che pur non essendo scritti all’interno delle stesse, sono comunque desumibili dalle norme generali di protezione dell’ambiente idrico contenute nella Merli e nella successiva normativa di attuazione della stessa. Perché altrimenti avremmo il paradossale risultato che le norme successive di carattere generale sono più tutelanti rispetto alle norme specifiche che sono state varate per garantire una esigenza di tutela specifica per Venezia, le quali invece sono tecnicamente più arrestate e quindi hanno meno efficacia di tutela. Questo è il primo rilievo che va messo in luce. Perché parlo di un tasso più rudimentale di protezione? Perché vi invito a vedere l’articolo 9 della legge 366 del ‘63, il 10 ci dice: è vietato scaricare o disperdere in qualsiasi modo rifiuti o sostanze che possono inquinare le acque della laguna. Ma che cos’è un rifiuto o una sostanza che può inquinare? Che cos’è vietato da questa norma? E` vietato tutto. Così come è scritta vieta tutto, cioè non vieta nulla. Vieta tutto perché è vietato inquinare, e va beh, intanto non mi dice cos’è l’inquinamento, oppure mi consente una lettura dell’inquinamento talmente vasta che mi dice che qualsiasi cosa io faccia che verso in laguna può comportare una responsabilità ex articolo 9. Questo per darvi la misura del carattere rudimentale di una tutela pensata nel ‘63, siamo nel 1963, e questo carattere rudimentale non è che venga molto meno nel ‘73, dieci anni dopo, perché la 171 sicuramente in modo più raffinato introduce una tecnica di tutela più articolata, valori tabellari vengono qui introdotti per la prima volta, e in questo modo ci consente di avere limiti più definiti dei concetti di inquinamento, e la tecnica di tutela viene costruita sul superamento del limite tabellare, ma comunque è ancora meno protettiva di quanto poi non lo sarà la legge Merli sul piano generale che sarà approvata di lì a qualche anno, e via via dicendo un’altra normativa. Perché viene introdotto il livello tabellare di tutela? Non solo perché una dizione estremamente generica quella all’articolo 9 non aveva alcun senso tecnico, ma perché il regime tabellare ha il merito e l’utilità tecnica di delimitare l’ambito dell’illecito in relazione alla qualità dello scarico, ambito dell’illecito della qualità che viene considerata indipendentemente dagli effetti che lo scarico produce sul corpo recettore. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che se il parametro per il quale la tabella prevede la concentrazione di 1 milligrammo/litro è appunto un parametro che ha questo valore di concentrazione massima ammissibile, io rispetto il parametro sia che scarichi 1 litro con 1 milligrammo di quella sostanza sia che scarichi 10 litri con 10 milligrammi di quella sostanza, sia che scarichi 100 litri con 100 milligrammi di quella sostanza, sia che scarichi 1000 litri con 1 grammo di quella sostanza tossica. Cambia la quantità di sostanza che io immetto nell’ambiente ma non cambia il rapporto. Quindi la tecnica di tutela costruita sul modello tabellare mi costruisce la tutela sulla base di un rapporto che o è rispettato o non è rispettato, ma che prescinde completamente dalla considerazione degli effetti che la quantità di sostanza producono poi nell’ambiente. Mi delimita cioè l’area del lecito e del degrado tollerabile. L’ordinamento tollera un certo degrado ambientale a condizione che, a condizione che lo scarico mantenga un certo rapporto. Cioè certe sostanze non siano presenti in concentrazioni superiori a quelli che sono i limiti entro i quali è tollerato che vi siano. Ripeto, è del tutto irrilevante a questa tecnica di tutela tabellare la considerazione di quelli che sono gli effetti del tossico sul recettore. E` una tutela convenzionale. E` una tutela convenzionale che consente comunque di considerare danneggiato il recettore tutte le volte in cui vi sia stata un’immissione nello stesso di un inquinante oltre la soglia ritenuta consentita dalla legge - Cassazione, Sezione III, 10 novembre 1993, Mattiuzzi dice esattamente questo: "Se lo scarico contiene una concentrazione superiore al valore tabellare il degrado ambientale non è consentito e quindi la modificazione e l’alterazione dell’ambiente che si è verificata per effetto di quello scarico è una modificazione non giuridicamente accettata che dà diritto ad un risarcimento del danno, per il solo fatto che si sia superato quel limite e indipendentemente dalla ricerca di quanti pesci siano morti o di quanti uccelli siano svenuti per effetto di quella sostanza.

Abbiamo sentito dire anche questo dal professor Slesingher, quando attaccava il professor Leon, diceva: "Ma lei non ci ha detto quanti uccelli sono morti in laguna di Venezia?", ma che c’entra? Qui il danno è in questo. Il danno ambientale sta nella modificazione ed alterazione cagionata da uno sversamento di una sostanza contenente tossico o comunque una sostanza non consentita oltre i limiti di accettabilità. Questo è il danno, ma non perché lo dico io Signori, cioè ripeto, vi ho appena letto una Cassazione del ‘93 che questo dice, ce ne sono molte altre, le recupereremo più avanti. Questa è la conseguenza della tecnica di tutela. Così costruita la tutela, sia dalla legge 171 sia dalla legge Merli nel ‘76, si apre un’autostrada per chi voglia eludere il precetto normativo.

Fatta la legge, si dice dalle parti nostre, trovato l’inganno.

Se il confine tra lecito e illecito è soltanto una questione di rapporto tra l’inquinante contenuto nello scarico e il volume di acqua contenuta nello scarico, basterà semplicemente, per rispettare la legge, aumentare il volume di acqua, mantenendo inalterata la concentrazione della sostanza, perché quel rapporto cambi ed entri entro i limiti di tollerabilità e quindi diventino irrilevanti le conseguenze che le stesse provocano sull’ambiente.

Ecco allora perché è centrale, è centrale la questione della diluizione. Perché la diluizione dello scarico ha da sempre, fin dal 1976, costituito l’escamotage tecnico attraverso il quale è stata vanificata l’esigenza di tutela tabellare che era stata fondante la disciplina normativa della legge Merli, e delle altre discipline, come quella della 171, che si ispirano alle stesse tecniche di tutela. Per aggirare quelle conseguenze ci si inventano le soluzioni tecniche più disparate dirette ad aumentare il volume di acqua nello scarico in modo tale da abbattere quel rapporto. Ed allora tutte le utilizzazioni dei tipi di acqua più disparati, le acque di lavaggio, le acque di raffreddamento, addirittura qui abbiamo la prova dell’utilizzo di acque di stramazzo del troppo pieno, addirittura uno stramazzo del troppo pieno viene fatto confluire nelle acque di processo dello scarico del CV22-23. Fioriscono le alternative tecniche per la diluizione. E di fronte a queste alternative tecniche cosa fa la giurisprudenza? La giurisprudenza costruisce uno sbarramento, perché sarebbe davvero troppo semplice banalizzare la tutela della legge Merli e dell’inquinamento idrico ricorrendo a questo tipo di escamotage. Uno sbarramento che si sviluppa attraverso tre linee di intervento. La prima: viene allargata la definizione di diluizione vietata, dimenticavo di dire che nella legge Merli, a differenza della legge 171, è contenuto questo divieto di diluizione dello scarico con acque appositamente prelevate allo scopo. Questo costituirà, dicevo, uno di quei principi generali che la Cassazione ritiene comunque valevole anche valido anche per la legislazione speciale su Venezia, perché diversamente la legislazione speciale su Venezia non avrebbe alcuna possibilità applicativa se fosse consentito diluire a Venezia ciò che non è consentito di diluire in nessun’altra parte d’Italia. Quindi la diluizione è vietata in materia di inquinamento idrico. Però la legge Merli si esprime tecnicamente, e l’ho chiesto al professor Foraboschi, abbiamo discusso con questo, in termini limitati perché dice: con acque prelevate allo scopo. Allora la prima tecnica di sbarramento che fa la Cassazione è quella di dire: attenzione, il divieto di diluizione con acqua prelevate allo scopo di cui all’articolo 9 della legge Merli si riferisce a tutte le acque provenienti comunque dallo stabilimento, acque dei servizi di raffreddamento, lavaggio, etc., diverse da quelle che sono state utilizzate all’interno dello specifico ciclo di lavorazione. Lo dice nell’88, il 21 luglio dell’88, l’8331. E` una nozione larga di prelievo allo scopo, basta comunque che si tratti di un’acqua che non ha attinenza con quello specifico ciclo, ci possono essere cicli diversi all’interno, ognuno dei quali va misurato per quello che è lo scarico, senza che vi sia la possibilità di utilizzare altre acque provenienti da altri cicli o comunque prelevate, in modo tale da alterare il rapporto originario che in quel momento lo scarico ha tra acqua e sostanza; prima tecnica di protezione.

Secondo: campionamento, modalità di campionamento. La Cassazione dice: attenzione, quando c’è il sospetto di una diluizione non si può andare a misurare la concentrazione dopo che la diluizione è già avvenuta, ma bisogna andare a misurare quel rapporto prima che ci sia stato il contatto dell’acqua di scarico con qualsiasi altra acqua che possa avere avuto l’effetto diluente. In materia di tutela, la 88 ancora del 26 aprile, in materia di tutela delle acque dell’inquinamento, poiché i limiti di accettabilità vanno riferiti alla qualità dei corpi idrici recettori occorre tenere distinti gli scarichi specifici del ciclo produttivo da altri scarichi, pur provenienti dallo stesso insediamento produttivo. Perciò i prelievi devono essere eseguiti sugli scarichi del ciclo produttivo prima della confluenza con eventuali acque utilizzate ad altri fini dal medesimo insediamento produttivo, non potendo i limiti di accettabilità essere conseguiti dalla legge 319 in contrasto con il divieto di diluizione fissato dall’articolo 9 della legge 319.

Altro che venirci a dire che soltanto adesso un decreto del Ministero dell’Ambiente avrebbe imposto una separazione degli apporti in modo tale che ciascuno di essi possa essere controllato separatamente. Ma chi l’ha detto? Nell’88 questo era il principio di normale applicazione della norma, approvazione di inquinamento idrico che la Cassazione ribadiva per ostacolare il divieto di diluizione, e lo ribadiva con validità su tutto il territorio nazionale, a maggior ragione con validità per gli scarichi della laguna di Venezia, soggetti alla speciale protezione. E` così, troviamo sentenze successive che io adesso non leggo, ma sono le sentenze del ‘98 ribadite ancora oggi, del 18/12/98, imputato Angelotti, oppure la sentenza del 15/1/96, imputato Mencaroni. Ne troviamo tantissime che spostano a monte l’obbligo di controllare la concentrazione per verificare il rispetto di quel famoso rapporto. Non a valle nel punto in cui lo scarico sta per essere immesso nel depuratore, ma a monte, nel punto in cui esce dal reparto, dal ciclo, lì, è lì che vado a fare la misura, perché dopo posso avere dei momenti di diluizione che mi altererebbero quel rapporto, di cui non devo tenere conto nella misura. Addirittura la Cassazione ha sancito un obbligo, una irrilevanza di accertamenti eseguiti dalla Pubblica Amministrazione, senza tenere conto del divieto di diluizione come interpretato, e parimenti un obbligo del Giudice di considerare la diversa realtà che è ricostruita in conformità con l’interpretazione coerente del divieto di diluizione. Se anche la Pubblica amministrazione ci dice che è tutto regolare perché campiona male, il Giudice quando accerta questo fatto ha l’obbligo di considerare una realtà diversa da quella apparentemente risultante dal controllo amministrativo, quando risulti certo che il controllo amministrativo è stato fatto senza tenere conto dei precetti di legge così come interpretati dal Collegio. Mi sto riferendo alla Cassazione, ancora una volta, del 19 gennaio 1994 Mattiuzzi che non vi leggo. Ed allora, se questo è il sistema, voi avete raggiunto la prova che una quantità infinita di stabellamenti, cioè di superamenti di questi limiti di concentrazione, risulta documentata, non solo e non tanto dalle analisi eseguite dagli organi di controllo che un po’ tutti noi qui nel corso degli anni abbiamo prodotto, ma soprattutto in base a quegli elementi e quegli esiti analitici dei controlli eseguiti dallo stesso produttore, che sono stati acquisiti dal Tribunale l’8 di maggio di quest’anno, e che sono stati commentati dagli altri, oltre che dal dottor Coccheo, anche dal consulente tecnico di Medicina democratica, ingegner Carrara.

Abbiamo cioè la prova che se andiamo a misurare non a valle di tutti i cicli quando ci sono le confluenze di migliaia di altri apporti idrici provenienti da altri tipi di reparti, ma andiamo a misurare singolarmente nei vari apporti, nei vari scarichi provenienti da questo o quel reparto, i parametri che sforano sono decine, decine e decine, uno su due ci dice Carrara, faccio un controllo ed uno su due è fuori norma. E già questo è sufficiente per dire che come funziona quella struttura produttiva lì, c’è un problema di tipo strutturale di inadeguatezza nella gestione del rispetto della normativa della legge Merli perché quel rispetto che apparentemente risulta conseguito alla fine del processo di depurazione, in realtà non risulta affatto conseguito, se la misura viene eseguita là dove prima che quei reflui vengano diluiti. E questo ci appagherebbe tutti, nel senso che ci consentirebbe di dire: sono stati provati violazioni tabellari sistematiche nell’arco di decenni relativi agli scarichi. Poi discuteremo sul loro significato in termini di pericolo concreto, però abbiamo tutti i parametri, li ha illustrati benissimo Carrara, puntualmente, faccio rinvio.

In realtà la questione che noi abbiamo particolarmente preso a cuore riguarda un aspetto particolare di quegli scarichi. Noi qui stiamo discutendo di decine e centinaia di persone che sono morte per effetto del CVM. CVM, cioè che è stato utilizzato per produrre e che i cui scarti di lavorazione e produzione hanno provocato già tutta una serie di questioni relative alla vita dell’uomo. Ci siamo preoccupati di capire dove va a finire quel CVM lì, dove va a finire. Parliamo di un veleno, parliamo di una sostanza cancerogena, dove va a finire, e come ci finisce? Abbiamo detto che una parte sicuramente finisce in atmosfera, è dichiarato da loro ed è rilevantissima. Ma la parte che non va in atmosfera dove va? Ci siamo presi il compito di seguire questo percorso del CVM scartato e di far vedere al Collegio che questa sostanza finisce nell’acqua della laguna, attraverso gli scarichi delle acque di processo dei reparti CV-22 e 23, CV-24 e 25.

Devo dire, prima di entrare nello specifico di questo tema, che costituisce un asse portante poi della domanda risarcitoria che lo Stato esercita, devo fare un’altra osservazione importantissima per capire poi il significato dell’evoluzione della normativa e le conseguenze della stessa. Dicevo, le tecniche di produzione ambientale nascono in termini rudimentali senza produzione tabellare, con produzione tabellare e comunque riguardano una normativa che consente agli scarichi di finire nell’ambiente. La protezione ambientale assicurata dalla legge Merli è una protezione ambientale, che come abbiamo detto prima, consente un degrado tollerato dell’ambiente, lo scarico nell’ambiente ci finisce, ci finisce sia che abbia un quantitativo conforme al limite, sia che non ce l’abbia, nell’ambiente quello scarico va a finire. Cosa succede nell’82? Che la tecnica di protezione ambientale si affina perché entra in vigore una norma di legge in attuazione alla direttiva comunitaria, è il famoso D.P.R. 915 in materia di rifiuti, in cui invece ci si pone il problema di non far finire nell’ambiente alcune sostanze particolari che costituiscono rifiuto. Mentre gli scarichi nell’ambiente necessariamente finiscono, la prospettiva di intervento e di tutela del 915 è quella di impedire che il rifiuto nell’ambiente finisca. Ci finisca tal quale, ci finisca comunque in possibilità di condizionare qualitativamente l’ambiente. Questo è il grande cambio di prospettiva di tutela che avviene nell’82. Ed è per questo che così come è stato strutturato il D.P.R. 915 costituisce quell’asse portante di tutta la normativa di protezione ambientale. Ce lo dice le Sezioni Unite del 1995 che sono state prodotte dalla Difesa degli imputati, quando ha omesso di controesaminare il consulente tecnico Coccheo, omesso, non l’ha controesaminato, ha contestato la validità dei presupposti giuridici da cui si è mosso la sua consulenza, ma non ha posto domande tecniche che inficiassero. E l’ha fatto utilizzando questa Sezione Unite del 1995. Vi farò vedere poi il motivo per cui questa sentenza è stata citata a sproposito, esattamente dimostra esattamente il contrario di quello che loro avrebbero voluto dimostrare. Ma in questo momento ve la cito perché in questo punto la sentenza ci dice l’importanza del D.P.R. 915: "Come più sopra si è già osservato, la legge 919 mira a disciplinare il rapporto che insorge tra refluo e la sua immissione nell’ambiente. E, pertanto, finalizza tutta la formazione dell’articolato alla tutela del... Il D.P.R. 915 rappresenta ad un momento successivo della politica ambientale, conforma la disciplinare dell’intera comunità europea e consegue un più alto ed approfondito livello di protezione dell’ambiente visto articolo 1 del citato decreto in ogni suo aspetto. Tali esigenze igienico sanitarie a rischio di inquinamento di aria, acqua, suolo e sottosuolo dal danno o pericolo per la salute o incolumità a quello per lo stesso benessere e sicurezza dei singoli e della collettività; dalla salvaguardia della fauna e flora a quella del paesaggio. In definitiva presenta una ratio di tutela globale dell’ambiente, e in tale prospettiva è diretto ad impedire qualsiasi commistione tra rifiuto ed ambiente in ogni momento successivo a quello in cui il rifiuto stesso viene ed esistenza". Questo è lo spirito della riforma dell’82. E` ovvio però che una volta che noi introduciamo questo tipo di tutela rinforzata, ci poniamo subito un problema di potenziale conflitto per quel che riguarda i rifiuti idrici. Abbiamo detto che la normativa del 915 impedisce al rifiuto di finire nell’ambiente, però gli scarichi sono rifiuti e sono rifiuti idrici. Ed allora come finisce la questione? Di fronte ad uno scarico io devo applicare la normativa del 915 che impedirebbe che quella sostanza finisse nell’ambiente, o posso invece tollerare che lo scarico avvenga come prima in base alla legge Merli, e che quindi finisca nell’ambiente purché rispetti quelle concentrazioni convenzionali di cui abbiamo parlato? Questo è il problema che è stato posto. E` un problema di fondo, che non è solo nominalistico. Non solo, perché comporta una serie di conseguenze molto diverse tra scegliere l’una e l’altra prospettiva. Se è scarico va a finire nell’ambiente, se è rifiuto invece deve essere separato dall’ambiente e tutte le fasi di smaltimento, che sono tipiche, vanno preventivamente autorizzate. La destinazione finale di un rifiuto è la discarica o l’incenerimento, cioè due destinazioni che portano segregazione o annullamento della sostanza tossica. E quindi che non comportano contatto con l’ambiente. Scegliere l’una o l’altra di queste due tecniche di smaltimento non è una scelta priva di conseguenze in punto di costo. Perché? Perché i costi di smaltimento del rifiuto sono enormemente più alti di un costo di depurazione di un refluo. E il profitto che si trae smaltendo come refluo una sostanza che invece dovrebbe essere smaltita come rifiuto, è un profitto enorme in termini di risparmio di costo. Enorme, perché i costi della discarica controllata o dell’incenerimento sono di gran lunga superiori, essendo espressi in termini di milioni per metro cubo, rispetto ai costi di un normale impianto di depurazione. Impianto di depurazione che deve semplicemente assicurare che il refluo rispetti i limiti tabellari per quei parametri che sono presi in considerazione dalla legge. E` una questione decisiva per le implicazioni che ha. Ed allora come la risolviamo questa questione? Con un duplice tipo di intervento.

Il primo intervento: a monte dobbiamo chiarirci qual è la normativa applicabile. Cioè dobbiamo fare la scelta se è applicabile il 915 o la legge sugli scarichi. E in secondo luogo dobbiamo capire con che tipo di rifiuto abbiamo a che fare, con che qualità del rifiuto abbiamo a che fare. Io non vi voglio ripercorrere tutti i problemi che hanno travagliato la dottrina e la giurisprudenza, tutte le questioni che hanno travagliato la dottrina e la giurisprudenza in 20 anni di applicazione del D.P.R. 915, perché sennò dopodomani saremmo ancora qui. Ci sarà una mia memoria, ripercorrerò quelle tappe, le diamo per acquisite anche perché quello che ci interessa dire oggi è che i passaggi interpretativi cessano quando la Cassazione a Sezioni Unite ci dice una certa verità. Cioè la posizione oggi è quella che è stata definitivamente risolta dalle Sezioni Unite del 1995. Ripeto, la stessa sentenza che è stata sbandierata contro Coccheo quando lui è venuto ad illustrarvi le conclusioni tecniche a cui è pervenuto.

Si badi bene, Signori del Collegio, questa sentenza a Sezioni Unite del 1995 è tutta un’altra cosa dalla sentenza di cui ha parlato giustamente male ieri il collega Cerutti, 94, in materia di posizione di garanzia in ordine alla discarica esaurita. Quelle Sezioni Unite contengono degli errori tecnici evidenti, e sono state disattese dalla giurisprudenza successiva. Queste Sezioni Unite non contengono errori tecnici, anche perché poi non fanno altro che ribadire tutta una serie di passaggi che erano stati già fatti dalla giurisprudenza di Cassazione, non contengono errori tecnici e soprattutto sono state confermate successivamente da una sentenza del 1999 che è stata data in quanto la legge, il decreto 915 è stato sostituito dal D.P.R. e dal decreto legislativo 22 Ronchi del 1997, e quando la legge Merli è stata sostituita dalla legge 152, decreto legislativo 152 del 1999. Quindi tolto di mezzo la legge Merli e il decreto 915 sui rifiuti, sostituiti con due nuove fonti normative il risultato della giurisprudenza non cambia. Quindi è una roccia l’affermazione che è contenuta queste Sezioni Unite. E cosa ci dice le Sezioni Unite? Dopo aver fatto una disamina delle argomentazioni e dello sviluppo della questione, detta una serie di principi. Li leggerete, principio numero 1, principio numero 2. E quindi i criteri numero 1, criteri numero 2, etc., etc., etc..

Cosa hanno fatto i colleghi della Difesa? Hanno sbandierato contro il povero Coccheo che è stato preso di sorpresa il quarto criterio. Il quarto criterio, enunciato in questi termini, quarto criterio che deriva dal tassativo dettato dell’articolo 2 comma 6 del D.P.R. 915, il quale ha riservato la disciplina della legge 10 maggio 1976 numero 319 anche i liquami e fanghi, ivi compresi quelli residuati dai cicli di lavorazione dei processi di depurazione. In sostanza dice il quarto criterio, la materia degli scarichi anche per quel che riguarda liquami e fanghi, è tutta materia soggetta alla legge della legge Merli sugli scarichi. E quindi non si applica la tutela 915. Non hanno però letto il successivo quinto criterio, che è quello che invece viene in considerazione in questa vicenda. Il quinto criterio è determinato dalle inclusioni invece nel D.P.R. 515 dei liquami e fanghi quando siano tossici e nocivi. In sostanza la Cassazione a Sezioni Unite del 1995, conformemente a tutto il precedente sviluppo giurisprudenziale delinea questa linea di demarcazione. Lo scarico è sottoposto alla legge Merli, purché, purché non abbia delle caratteristiche tali da dover essere considerato rifiuto tossico nocivo. In questo caso invece lo scarico non può avvenire dal momento che la classificazione di quella cose come rifiuto tossico nocivo, comporta il suo smaltimento in discarica controllata o mediante incenerimento secondo le tecniche previste appunto dalla legge sullo smaltimento dei rifiuti. E` chiarissima su questo punto. Ed ecco allora la ragione, io cerco di stringere, ripeto, farò la memoria per sviluppare di più; cerco di stringere per spiegarvi perché quel rifiuto, quelle acque di processo che escono dai reparti sono rifiuti tossico nocivi. Il punto di partenza che noi dobbiamo porci, è quello di capire com’è che stabiliamo la natura tossica nociva di un rifiuto. Perché abbiamo detto siccome lo scarico è un rifiuto e siccome di regola è sottoposto alla legge sull’inquinamento idrico, cioè alla legge Merli o alla legge speciale protezione dell’ambiente, dobbiamo verificare che non ci siano i presupposti per considerarlo un rifiuto sottoposto alla legge speciale sui rifiuti, cioè il D.P.R. 915, e cioè che non sia un rifiuto tossico nocivo. Ma quand’è che il rifiuto è tossico nocivo? Quali sono i criteri? E` forse un giudizio del Giudice? E` forse una valutazione della pubblica amministrazione? No, è una valutazione di legge vincolata a precisi requisiti. Vediamo il punto di partenza. Il punto di partenza è che in base ad un intreccio normativo che vi risparmio in questo momento, la definizione di rifiuto, e in particolare la definizione di rifiuto speciale tossico nocivo, è contenuta nel punto 1.2 di quella famosa delibera del comitato ministeriale dei ministri dell’84 che contiene le regole regolamentari di attuazione del D.P.R. 915, che sono ancora utilizzabili per effetto di quel regime transitorio introdotto dal decreto legislativo 22 del 1997. Vediamo la prima, eccola qui. Io vi ho prodotto il testo della definizione, che non è molto leggibile, ma in sostanza questa delibera ci dice che sono due i criteri di classificazione della sostanza come rifiuto, e quindi anche della classificazione del rifiuto liquido come rifiuto tossico nocivo. Il primo criterio è un criterio che riproduce la tecnica tabellare. Ci dice in sostanza che diventa tossico nocivo il rifiuto liquido, rifiuto o comunque rifiuto liquido, che abbia dentro di sé concentrazioni di certe sostanze tossiche in misura superiore a quelle indicate nella tabella 1.1. Tra queste sostanze noi troviamo il tetracloruro di carbonio, troveremo le famose vasche di neutralizzazione, e troviamo il CVM, il vinil cloruro. Queste sostanze hanno un rapporto concentrazione volume di 500 milligrammi chilo. Quando in un liquido di scarto destinato all’abbandono noi troviamo una concentrazione di cloruro di vinile superiore ai 500 milligrammi chilo quello è un rifiuto tossico nocivo. Quindi non può più essere scaricato nell’acqua, non può essere depurato, non può essere trattato. Va trattato come rifiuto. Quindi va smaltito per essere avviato a quelle fasi di conferimento finale che sono la discarica o l’incenerimento, basta. Quindi un criterio di misura di concentrazione. Però al punto 2 della tabella che vi ho detto prima, della definizione che vi ho detto prima, sono desuntivamente tossico nocivi i rifiuti che figurano nell’elenco 1.3 provenienti da attività di produzione di servizi, salvo che il soggetto obbligato dimostri che i rifiuti non sono classificati tossivo nocivi ai sensi di questa tabella di concentrazione. Cioè, siccome è noto che certe lavorazioni non possono non determinare scarichi se non con concentrazioni superiori a quelli normalmente previsti per la classificazione rifiuto come tossico nocivo, il legislatore ci dice: guardate che in questi casi c’è una desunzione ex lege di tossicità e nocività del rifiuto. Ovviamente è ammessa la contraria. Quando il produttore dimostri che per particolari accorgimenti tecnici legati alle modalità del ciclo produttivo, nel suo ciclo produttivo e quindi nell’acqua che alla fine del ciclo esce fuori, non c’è una concentrazione di cloruro di vinile inferiore a quello che è il limite per legge perché la stessa diventi rifiuto tossico nocivo. Questa dimostrazione è obbligo del produttore fornirla, perché, diversamente, nel silenzio c’è la desunzione di pericolosità e nocività del rifiuto ex lege. Perché il solo fatto che provengano da un certo tipo di lavorazione, e quelle della lavorazione del cloruro di vinile sono comprese tra quelle che rendono desuntivamente pericoloso rifiuto, è sufficiente per il legislatore per dire che quello scarico nell’ambiente non ci finisce se non dopo che qualcuno abbia dimostrato che concretamente, non essendo un rifiuto tossico nocivo perché ha concentrazioni di CVM inferiore ai 500 milligrammi chilo è smaltibile come un refluo, e quindi è avviabile all’impianto di depurazione. Detto in questi termini è semplicissima. Perché? Perché come ha detto più volte Coccheo, non c’è in milioni di analisi che sono state fatte non ce n’è una che vada a cercare la concentrazione del CVM nelle acque di processo. Non ce n’è una. Silenzio ancora una volta, silenzio, silenzio di fronte ad un dovere giuridico di comunicazione del dato. Sei tu che produci quel rifiuto, sei tu che hai l’onere di dimostrare che non è pericoloso, e non lo fai. Milioni di analisi, signor Presidente, milioni, milioni. E c’è una sistematica volontà di non cercarlo nel ciclo con le scuse più diverse che non c’entra, perché quelli sono apporti, non si misurano, non hanno finalità produttive. Non si cerca mai, non ce n’è una che dica: CVM assente. Non ce n’è una. Ma poi abbiamo capito perché non ce n’è una, perché non ci può essere. Se io vado a misurarlo ne trovo abbondantemente in quantitativi superiori a quelle concentrazioni, abbondantemente. E Coccheo l’ha dimostrato seguendo una duplice strada. Non avevamo questo onere perché per noi era sufficiente dire che c’è la provenienza, che non c’è la prova e quindi c’è la desunzione normativa di pericolosità e tossicità.

Non ci siamo accontentati di questo, abbiamo voluto fare una indagine tecnica sulla caratteristica del ciclo produttivo per dimostrare come all’uscita dei cicli, prima degli apporti diluenti che sopravvengono successivamente a quella uscita dei cicli, in quel punto la concentrazione del CVM non può che essere almeno doppia alla soglia prevista dalla delibera del comitato dell’84. Doppia, 1000 - 1200 milligrammi chilo contro un massimo di 500. E Coccheo vi ha spiegato, nel corso del controesame le ragioni tecniche per cui questo vale sia con riferimento l’impianto CV22 e 23, sia con riferimento alle acque di processo che escono dall’impianto CV24 e 25. Non voglio mica perdere altro tempo sul punto perché Coccheo è stato chiarissimo, e le relazioni le avete. Quello che invece a me interessa è un’altra cosa. La sorpresa più grande l’abbiamo avuta, signori, quando abbiamo potuto esaminare i dati del famoso faldone 102. Torno a ripetere, dedicate un po’ della vostra attenzione al faldone 102 perché rappresenta anche in questo caso una preziosa miniera di informazioni tecniche preziosa. Che dati sono questi dati del famigerato faldone 102? Se andiamo avanti con la proiezione, io vi ho ricostruito un po’ a grandi linee lo stabilimento. Vedete, vi farò vedere i due reparti, CV22, questo è il 24 e l’altro dovrebbe essere il 22 che viene cercato, successivo. Sì, il piccolino rosa là. CV22 e l’altro è il 24, quello più intenso. Ecco, quel cerchietto verde è il famoso, il famigerato reparto S2, SG31, che è in prossimità dell’impianto di depurazione SG31 che adesso viene evidenziato dal cerchietto successivo rosso, eccolo lì. Voi vedete che noi lì ci troviamo in prossimità della laguna quando ormai siamo a distanza di qualche chilometro dai reparti, quindi i cicli produttivi sono abbondantemente finiti, e siamo in procinto, vedete l’ubicazione spaziale ma anche il percorso descritto dalle domande di introduzione scarichi, siamo procinto di arrivare al SG31. Il refluo è uscito dai reparti, ha fatto tutta una serie di giri ed è arrivato lì. A quel punto lì, quel cerchietto verde, vediamo, eccolo qui in piccolo, eccolo lì, quello e l’S2-SG31, quello lì. Quello più grande è l’SG31, quello cerchiato dal cerchio, lo vedete anche scritto, le vasche di neutralizzazione reparto S2-SG31. Siamo alla fine del percorso, quando appunto lo scarico ormai sta entrando nel depuratore conclusivo, per poi essere avviato in laguna. Cosa succede in quel punto lì? La sorpresa è stata questa, andiamo avanti. Ecco, abbiamo trovato il 2/12/1973, vi ricordate che prima avevo richiamato l’attenzione su questa data? Questo schema, gli scarichi entrano queste tre vasche e abbiamo le tre vasche che sono prospicienti la laguna est, vasca numero 1 aggiunta acqua di calce. Vasca numero 2 aggiunta soda 20%; vasca numero 3 aggiunta acqua laguna. Signori, è da non credere ai propri occhi, aggiunta acqua laguna come normale procedimento di diluizione. Ma se io aggiungo acqua di laguna, se prima all’ingresso di quella vasca quando sicuramente il refluo non aveva nessuna più possibilità di essere utilizzato per fini produttivi, ed era quindi destinato all’abbandono, oggettivamente entra dentro quelle vasche. Quando cominciano a mettermi acqua di laguna quella concentrazione non la possiamo più trovare. Ne troveremo un’altra, ma abbiamo una miscelazione con un’acqua che in questo caso viene espressamente prelevata allo scopo. E si badi bene che la normativa sui rifiuti è ancora più rigorosa di quella della Merli, perché ci dice che la concentrazione va misurata nel punto in cui il rifiuto si forma tal quale. Ancora più precisa. Senza nessuna diluizione o miscelazione con altri rifiuti. Allora, questa diluizione dell’acqua, a questa diluizione dell’acqua di mare si aggiunge poi la diluizione che è comunque ammessa dagli stessi produttori i quali, nella dichiarazione di autorizzazione allo scarico successiva, diranno che lì ci confluiscono altre acque di lavaggio, acque di scolo, acque di servizi igienici, acque di tutti i tipi oltre a quelle contaminate dai rifiuti di cui parliamo. Questa vasca opera questa neutralizzazione con soda e questa fortissima diluizione.

Andiamo avanti. 1973, ecco, sopra questa vasca viene sistemato un sistema di monitoraggio con, poi vedete reparto S2-SG31 è un reparto questo, non è una struttura tecnica, è un reparto. E` un reparto in cui un evidentemente operano uomini, persone. Reparto si definisce tale quando c’è l’accesso di persone e lavoratori la gestione delle operazioni che all’interno di esso avvengono. Sono zone di lavoro. Nessuno ha mi visto, però sommati i dati a disposizione di questi reparti con quelli del CV22, 23, etc.. Reparto e viene previsto quel gascromatografo presa gas SGS, gascromatografo, che è quella che appunto misura in continuo tutta una serie di parametri che sono semplicemente i vapori che escono da quelle vasche. C’è un processo naturale di evaporazione che porta a fare uscire nell’aria le sostanze, o parte delle sostanze che sono contenute nell’acqua che è confluita in quelle vasche. Evidentemente se vengono misurate queste sostanze vuol dire che il produttore primo: è perfettamente consapevole del fatto che ce ne sono, e ce ne sono in quantità tali da determinare un pericolo per l’aria. Per l’aria, tant’è che fa il monitoraggio in aria, fa il monitoraggio in aria, non lo misura acqua. E` inutile per lui misurare acqua, sarebbe visibile, il risultato è scontato. Misura in aria per ovviamente avere una parvenza di misurazione che gli consente di dire che adempie all’obbligo di sicurezza almeno per quello che concerne i lavoratori che sono addetti al reparto. O comunque che si preoccupa di quelli che sono gli effetti in immissione in atmosfera di queste sostanze tossiche che sono dentro la vasca e che escono fuori soltanto per effetto dell’evaporazione. Non ci sono processi particolari lì, non ci sono aspiratori, non ci sono forzature. C’è semplicemente una evaporazione. C’è una ebollizione provocata dal calore.

Andiamo avanti. Questa è la domanda di autorizzazione che prendiamo nel 1996 dall’altro procedimento penale. Certo è presentata da un produttore diverso, chi chiede l’autorizzazione è una società diversa cui appartengono gli imputati di questo processo, però quello che è importante vedere è che ci dice che queste modifiche che sono state fatte agli impianti non toccano minimamente la situazione del ciclo e non hanno variato l’assetto agli impianti CV22 e 23 e il ciclo produttivo. Quindi l’apprendiamo come fedele, fedele, poi vedremo, tanto fedele non è, rappresentazione dei cicli. Andiamo avanti. Qui ci descrive il ciclo produttivo del CV22, non ci soffermiamo più di tanto sul punto, l’abbiamo già detto. Andiamo avanti ancora. Ecco, questa è una scheda invece dei risultati di questo monitoraggio. Vedete che trovate insieme al CVM il CTV. La seconda casella di fianco al CVM è il CTC. Il CTC è il tetracloruro di carbonio. Cioè è all’altra sostanza che è ricompresa tra quelle che rendono tossico nocivo il rifiuto e la cui concentrazione va misurata per escludere la tossicità del rifiuto nell’acqua. E` una concentrazione che si somma con quella del CVM. Quindi se entrambe le sostanze sono presenti avendo la stessa soglia, in misura superiore a 500 milligrammi chilo, il rifiuto diventa tossico nocivo e vedete che a fronte di 55 milligrammi metro cubo di CVM, noi troviamo un 302 milligrammi nell’aria. Quello che è importante è vedere che la presenza di questa sostanza CVM è messa in correlazione con un difetto di funzionamento dell’impianto CV22 - 23. Cosa ci dice la scheda? Secondo le dichiarazioni degli assistenti di turno del CV22 e 23, sono state per il giorno 19 e 20 può essere imputata al cattivo funzionamento della colonna C202 per il 22 novembre a fornitura dell’impianto a conseguente lavaggio della colonna C209. In sostanza ha difetti di funzionamento dell’impianto CV22 e 23. Quando ci sono problemi a quell’impianto aumenta ovviamente la concentrazione delle sostanze di scarto dentro l’acqua nelle vasche di neutralizzazione. Andiamo avanti. Ecco, questo è lo schema dell’impianto che viene allegato alla domanda di autorizzazione degli scarichi, acque di processo che escono dal CV22 e 23. Voi vedete che dopo la filtrazione si passa all’impianto di trattamento al SG31. Non c’è nessun riferimento a quelle vasche di neutralizzazione lì. Vedete, lì in quel punto abbiamo le vasche di neutralizzazione che ci danno quelle indicazioni sulla quantità di CVM presente in aria, a cui corrisponde una quantità facilmente calcolabile secondo la legge DR, ci dice Coccheo, e del CVM nell’acqua delle vasche. Quella è un punto, vedete che non è evidenziato nel prospetto. Lì si passa direttamente all’impianto di depurazione SG31 come se non ci fosse, non ci fossero quelle vasche, non ci fosse quel sistema di misurazione del CVM che invece c’è. C’è un monitoraggio del CVM lì, ed è un monitoraggio che ci dimostra la tossicità e nocività del quantitativo di CVM presente in quelle vasche di neutralizzazione. Sul punto Coccheo è ineccepibile da un punto di vista della quantificazione dei superamenti. Andiamo avanti. Questo era il reparto CV22 e 23. Questa è la relazione per lo scarico CV23 e 24 e dice che nelle acque di scarico finiscono nel SG31, e quindi nelle vasche del reparto di neutralizzazione, sia le acque di reparto sia acque che non sono venute a contatto con il CVM. Acque di abbattimento polveri, scuber di essiccamento, acque di lavaggio di aree zona servizi, stramazzo troppo pieno SM2. Queste sono tutte acque che vanno a diluire quelle acque di processo che escono dal reparto CV23 e 24, tutte. E della cui presenza non possiamo tenere conto. Ma se andiamo a misurare nelle vasche di neutralizzazione, alla fine, laddove poi possiamo sapere quanto CVM finisce in area e quanto ne evapora, e possiamo quindi calcolare della quantità che è presente nell’acqua, anche qui trovate lo schema finale che nel prevede la presenza di quelle vasche, che sono invece indicate da questo tratto rosso che diamo noi, quelle vasche che il CVM, cioè CVM e tetracloruro di carbonio in concentrazioni superiori a quelle che sarebbe necessario mettere per riconoscere la tossicità e nocività del rifiuto. Badate bene, nonostante la diluizione signori del Collegio. Nonostante la diluizione operata con 24 mila metri cubi anno di acque di lavaggio. E` scritto lì eh. 70 mila metri cubi un anno di acqua ed abbattimento polveri. 28 mila metri cubi anno acque di lavaggi e un numero imprecisato acque di derivante dallo stramazzo troppo pieno dell’SM2, che qui non è evidenziato. Questo è il punto. Nonostante una diluizione con questi quantitativi di altre acque diverse dalle acque di processo, nonostante la diluizione con l’utilizzo delle acque di mare così come è previsto dalla figura 3, noi troviamo quantitativi enormi di CVM in aria al punto tale da costringere il produttore a mettere un impianto di monitoraggio in continuo. E sulla base dei dati riportati da quell’impianto di monitoraggio in continuo che il nostro consulente ha esaminato dal 1974 in poi, dati che evidenziano quantitativi notevolissimi di CVM. Questo ad esempio, siamo nell’85, 60 minuti di 25 per 4. 100 ppm in aria dalle vasche, signori. In aria dalle vasche. Quanto ce n’era nel reparto che ha provocato quel tipo di presenza nelle vasche? Qui siamo 10 ppm in 30 minuti, siamo nel 1991, il 15 ottobre. Qui siamo a 15 ppm nel 1992, 80 minuti. 15 ppm in aria oltre al tetracloruro di carbonio. Ecco, sulla base di questi dati noi possiamo calcolare la reale concentrazione di cloruro vinile nelle acque delle vasche di neutralizzazione in cui confluiscono le acque di processo tra l’altro del CV22 e 23 e del CV24 e 25. Tutte le acque di quella vasca, nonostante una diluizione vietata, nonostante l’apporto di acque di mare espressamente prelevate allo scopo, tutte le acque di quella vasca presentano concentrazioni di CVM che sono state registrate dal consulente Coccheo nel decennio dal 17 agosto 1984 al 31 agosto 1994 in 296 casi valori superiori.., con una concentrazione media, etc., etc., concentrazione massima 25. E quello che è più importante è di far vedere come il nostro consulente abbia, con questa misura, rilevato che in questo periodo temporale ci sono stati almeno, almeno 10 casi documentati in cui la concentrazione dell’acqua del solo cloruro di vinile era superiore ai 500 milligrammi chilo che è la soglia prevista per rendere tossico nocivo quel rifiuto. Basta un solo caso, basta un solo caso perché quello scarico non sia più uno scarico idrico, ma sia un rifiuto tossico nocivo. Noi ne abbiamo trovati almeno dieci, e questo dimostra che c’è una costante caratteristica tecnica di quella qualità dello scarico che ci porta a ritenere appunto che quello scarico non possa essere scaricato con le forme dello smaltimento dei rifiuti, non possa confluire nell’impianto di trattamento.

Facciamo l’ultima. Questo è il grafico dei superamenti in cui associa Coccheo sia il cloruro di vinile, sia una quota di tetracloruro di carbonio presente in aria. Perché le sostanze da cui difendersi in questo caso non è solo il cloruro di vinile. Con questo, signori del Tribunale, che cosa ho voluto dire sostanzialmente? Ho voluto dirvi che questo CVM, lo stesso CVM che provoca morti viene poi fatto confluire nell’ambiente. In aria lo sappiamo, ma soprattutto abusivamente in acqua attraverso il sistematico scarico di acqua di processo dei due reparti, 22- 23 e 24 e 25 che non avrebbero mai potuto essere scaricato laguna per il semplice fatto che hanno caratteristiche in concreto di tossicità e nocività, così come le abbiamo ricostruite, tali da impedire e vietare lo scarico nell’ambiente. Quale che sia il trattamento che viene riservato dall’impianto di depurazione, che non è quello il punto. Quello è un trattamento che non è tra quelli previsti, che non è idoneo ad abbattere i rifiuti tossico nocivi che non è idoneo a garantire quella perfetta separazione nell’ambiente del rifiuto tossico nocivo che è imposta in primo luogo dalla normativa comunitaria, e, in secondo luogo dallo stesso D.P.R. 915. Le stesse conclusioni poi possiamo prenderle, non voglio appesantire sul punto, con riferimento al periodo successivo, all’entrata vigore del decreto legislativo Ronchi, perché per tutta una serie di questioni che non vi faccio oggi, possiamo arrivare alle stesse conclusioni perché ancora il rifiuto è pericoloso, e vi ho detto che nel 1999 la Cassazione ribadisce. Lo vediamo memoria. Cosa comporta questo? Comporta un profitto del trasgressore enorme perché i quantitativi sono enormi, i quantitativi di scarico sono enormi. Li desumiamo da quei prospetti che sono stati allegati dalle domande di autorizzazione. Sono migliaia di metri cubi anno, per decine di anni fate un po’ il conto cosa costa andare a smaltire in inceneritore migliaia di metri cubi di quelle sostanze ad 1 milione e mezzo a metro cubo. Due battute finali, entro nell’ultima ora e così poi finisco. Due battute finali per questa materia per quel che concerne le posizioni di garanzia. Chi è il responsabile di una violazione della normativa ambientale che è tenuto ad adottare i provvedimenti e le misure organizzative necessarie ad impedire quella violazione? Il problema si pone particolarmente in casi nel genere in cui siamo di fronte ad un responsabile che appartiene a una società complessa, a una struttura complessa. E il problema si pone particolarmente dal momento che all’interno di questa struttura complessa non sono previste quelle figure di stratificazione alla responsabilità, che invece sono previste dalla normativa di prevenzione degli infortuni sul lavoro e di protezione dell’igiene al lavoro. L’imprenditore, dirigente preposto e addirittura obbligo del lavoratore. Abbiamo una graduazione degli obblighi in quella normativa che qui non c’è. Allora la giurisprudenza si è posta il problema di individuare chi è, all’interno di una struttura complessa, chi ha il compito di garantire il rispetto delle leggi di protezione ambientali. E sarà la stessa persona cui eventualmente potranno essere imputati le conseguenze in termini di reato di pericolo che derivino dalla violazione sistematica di quelle norme di protezione ambientale, di prevenzione del rischio di contaminazione insalubre dell’ambiente. Quali sono i criteri generali elaborati sul punto? Qui siamo in un aspetto leggermente diverso da quello che, ripeto, vale per il datore di lavoro. Anche se, lo dico subito, la Cassazione qui è ancora più dura che là. Tre o quattro filoni interpretativi. Il primo filone interpretativo Cassazione Sezione Terza, sentenza 1059 del 17/2/1981 imputato Gandola, secondo cui il titolare dell’impresa comunque ha un dovere positivo di controllo affinché le istruzioni eventualmente impartite ai dipendenti siano di fatto osservate. Il principio è riaffermato in modo ancora più deciso da Cassazione 11/4/1989 imputato Pomari, ove si esclude la delegabilità dei compiti di vigilanza e controllo da parte del titolare dell’azienda, dal momento che nella legge Merli manca una previsione esplicita di più figure tipiche dei soggetti responsabili, così come invece è previsto in tema di sicurezza sul lavoro. Da ultimo: la responsabilità a carico del soggetto fornito del potere di rappresentanza -, perché questo dicono queste sentenze, la struttura complessa è sempre comunque il soggetto fornito del potere di rappresentanza che ha la imputabilità penale in relazione a questo tipo di reati - gestione e amministrazione dell’insediamento produttivo, è stata nuovamente ritenuta - Cassazione Sezione Terza 2687 del 14 marzo 1992 imputato Forlano -, e più significativamente dalla famosa sentenza Matiusci di cui ho parlato molto oggi che, guarda caso, credo riguardi una ipotesi di inquinamento imputata ai responsabili di Montedipe. Siamo un po’ in famiglia ancora. Il 10/11/1993 è imputato Matiusci. Il secondo filone interpretativo Cassazione Terza 3454 del 13/4/1985 imputato Mantineo: nello stabilimento industriale di notevole dimensioni, articolato in più settori operativi, il titolare che abbia curato la ripartizione dei rami di attività e di organizzazione del personale e dei servizi e dei mezzi, può comunque essere chiamato a rispondere dei fatti penalmente rilevanti derivanti dall’esercizio quando il fatto sia riconducibile a carenze organizzative e strutturali. Noi stiamo parlando di scelte strutturali, non di cattiva gestione. Quando anche fosse stata articolato un sistema di ripartizione in base alla responsabilità, per questo tipo di violazione, questo non sarebbe stato sufficiente ad escludere la responsabilità in capo a coloro che avevano il dovere di operare scelte strutturali diverse da quelle che invece poi hanno permesso nel protrarsi nel tempo di questo tipo di violazione alle norme di prevenzione e protezione dell’ambiente. Principio ribadito di recente, Cassazione 30 agosto 2000 imputato Guarnone. Terzo filone: chiunque, contenuto nell’articolo 21 della legge Merli, riguarda qualsiasi persona che, avendo il potere di disporre effettui lo scarico. Nel caso di società, pertanto destinatario del precetto, avuto riguardo e rispettivi poteri di mansioni sono l’amministratore, il direttore generale che ha compiti di sovrintendenza dell’impresa e la responsabilità dell’uno non esclude quella dell’altro, coloro che eventualmente abbiano ricevuto una delega specifica di presiedere allo scarico e che possono fornire la prova della loro estraneità ..(inc.). Però per l’amministratore e il direttore generale c’è una posizione di garanzia non delegabile, ribadita il 14 giugno 1993 imputato Biondi. Quarto filone: l’impresa non risponde del reato di cui all’articolo 21 quando abbiano conferito un dipendente tecnicamente idoneo all’incarico di far funzionare l’impianto di depurazione, e a prescindere dalla dimensione dell’impresa l’inquinamento provocato sia riconducibile all’esercizio e alle competenze esecutive del preposto. Non rientra in tale ambito la questione di scelta relative al ciclo produttivo, al modello tecnologico, alla revisione degli impianti di depurazione e in genere agli interventi comportanti impegno di spesa. Nello stesso senso si può ricordare successiva Cassazione Sezione Terza 14/9/1993 imputato Lobba, in cui si afferma che la delega eventualmente conferita presuppone pur sempre l’attribuzione di completa autonomia decisionale e finanziaria al delegato in modo da consentirgli di fatto di provvedere al regolamento alla ..(inc.) ai dettati normativi. In ogni caso, continua la Corte, il titolare delegante responsabile, qualora i fatti penalmente rilevanti dipendino dalla gestione centrale dell’azienda o quando, venuto a conoscenza di disfunzioni in reparti ..(inc.) delegati, non compia attività per adeguare gli impianti a norma di legge.

In sintesi la violazione di norme protezione ambientale comporta la responsabilità del gestore della società nel caso in cui la violazione appunto sia riferibile non tanto a cattive modalità di funzionalità degli impianti, ma a ben più significative deficienze strutturali degli stessi o a carenze organizzative della società. Vi sia stata comunque carenza da parte delegante delle funzioni di vigilanza e controllo sulle modalità di esercizio dei poteri delegati, il delegante sia stato comunque a conoscenza degli eventuali inadempienze del delegato; il delegato non sia stato effettivamente dotato di quella autonomia tecniche e finanziarie tale da consentirgli una indipendente iniziativa nell’espletamento dei compiti, ed eventualmente nelle scelte di modifica strutturale ed impiantistica necessarie per il rispetto della normativa. Questi i principi.

Li vogliamo leggere con riferimento ad alcuni degli imputati presenti in quest’aula? Cefis Eugenio, Presidente Eni dal ‘70 al ‘71. Grandi Alberto Presidente dal 5 maggio 1980 all’82 Eni. Necci Lorenzo membro della Giunta esecutiva. I Presidenti e membri della Giunta esecutiva hanno una posizione di garanzia derivante, non solo dall’articolo del Codice Civile che si occupa dei poteri dell’amministratore delegato e sono gli articoli 2380 e seguenti del Codice Civile, in questo caso sono poteri che derivano espressamente dallo statuto, statuti che sono normalmente acquisibili perché sono in parte depositati e in parte recuperabili come documenti soggetti a pubblicità legale. In questo caso statuto Eni: il Consiglio di amministrazione è investito dei più ampi poteri per l’amministrazione ordinaria e straordinaria della società, e in particolare ha facoltà di compiere tutti gli atti che ritenga opportuni per il raggiungimento dell’oggetto sociale, esclusi soltanto gli atti che la legge o il presente statuto riservano all’assemblea degli azionisti. Delega una attribuzione di potere amplissima che non consente discussioni in ordine alla titolarità della funzione di garanzia. Idem dicasi per Montedison. Cefis Eugenio, Presidente dal maggio 1971 al luglio 1979. Grandi, amministratore delegato dal 10 del 1972, etc. Porta, Gatti, Lupo, Dalmiro Manforte e Trapasso Italo, anche questi come componenti del Consiglio di amministrazione della società avevano i più ampi poteri per la gestione ordinaria della società e la rappresentanza legale della società nei confronti dei terzi, e il giudizio spetta al Presidente e a chi ne fa le veci e, ove nominati, agli amministratori delegati con la facoltà degli stessi di lasciare mandati o procure agli avvocati. Montedison. Montefibre: Grandi, Dalmine, Manfonte, Bellone, sono tutti amministratori, Presidenti o vicepresidenti, Gritti, Bottacco, Patron. Idem: il Consiglio di amministrazione ha potere di straordinaria e ordinaria gestione e al Presidente del Consiglio di amministrazione spetta la rappresentanza legale della società nei confronti di terzi. Enichem: per Porta, Necci, Patron, Parillo, Palmieri. Il Consiglio di amministrazione è investito dei più ampi poteri per l’ordinaria e la straordinaria amministrazione della società, senza eccezione di sorta. E ha facoltà di compiere tutti gli atti che ritenga opportuno per l’attuazione del raggiungimento degli scopi sociali. Esclusi soltanto quelli che la legge in modo tassativo riserva all’assemblea. Enimont: Porta, Necci, Parillo. Lo statuto speciale prevede analisi e poteri, in questo caso poi si fa riferimento a una indelegabilità agli amministratori delegati di poteri che siano attinenti alle funzioni indicate nell’articolo 19 dello statuto, con particolare riferimento all’approvazione dei piani strategici o dei piani operativi finanziari, budget semestrali o annuali. Con riferimento a questi poteri vi è responsabilità collegiale del Consiglio di amministrazione. Ho finito, Signori del Collegio, questa seconda parte che ci permette di entrare subito nella terza, che sarà brevissima perché, vista l’ora tarda e considerata la necessità poi di dedicare qualche parola sugli aspetti risarcitori che costituiscono invece una preoccupazione di questa Difesa. Io mi permetterò di tratteggiare a grandi linee, riservando poi alla memoria una serie di considerazioni tecniche specifiche sul punto. Abbiamo dunque enucleato due grandi aspetti in cui il silenzio era antigiuridico. E adesso possiamo vedere ad esempio quali siano alcune conseguenze di questo silenzio, e di una condotta omissiva e commissiva collegata al silenzio, che ha cagionato relazione al pericolo per l’incolumità pubblica, per i diritti di cui agli articoli in particolare 440 e 452. Già il collega Partesotti vi ha parlato delle questioni del 439, io mi volevo limitare ad affrontare alcuni aspetti del diritto di pericolo in relazione all’eventualità che voi non doveste ritenere provata la natura di veleno delle sostanze che sono state immesse nell’ambiente. Perché se siamo in presenza di una natura di veleno di quelle sostanze, il delitto configurabile è solo quello del 439 nella forma colposa. Quando invece le sostanze adulteranti non abbiano le caratteristiche del veleno e siano invece comunque adulteranti o comportino una contraffazione delle sostanze alimentari, siamo nella più ristretta fattispecie del delitto di cui all’articolo 440 che è un reato, a differenza di quello, punito a titolo di pericolo concreto. Quindi se non fosse ritenuta la natura di veleno delle sostanze che hanno contaminato il pesce, gli alimenti, e delle sostanze che hanno contaminato le acque di falda che sono acque destinate all’alimentazione; acque destinate all’alimentazione in base a tutta una serie di argomentazioni giuridiche collegate anche alla ultima legge Galli entrata in vigore nel 1997 mi pare. Noi troveremmo appunto comunque una via d’uscita che è legata al reato del pericolo concreto del 440. Devo dire che non ho sentito spendere, d’altro caso in questo caso però avremmo il problema di dimostrare che quella contaminazione ha comportato un pericolo concreto per l’incolumità pubblica. E questo dovrebbe costituire il tema di questa parte della relazione, che non tratterò. Mi limito solo a fare alcuni accenni introduttivi che non sono poi magari sufficientemente trattati nella relazione. Innanzitutto non abbiamo trattato il problema della fase colposa. Sarà, come è stato in udienza preliminare oggetto di riserve da parte degli avversari, lo riprenderemo eventualmente in sede di replica, quello che a me interessa segnalare sin da ora il Collegio è che l’utilità di una configurazione colposa del delitto di strage sussiste in relazione al fatto che quel delitto è l’unico delitto in cui nello stesso contesto noi troviamo insieme un elemento di pericolo astratto, e un elemento di danno. E` un reato a fattispecie aperta, ci sono altre reati che hanno queste caratteristiche ma non hanno la fattispecie aperta dalla strage. E quindi è idoneo a ricomprendere condotte che altrimenti l’omicidio colposo plurimo da solo non riuscirebbe a ricomprendere. Un disvalore ulteriore rispetto all’omicidio colposo plurimo. A me poco interessa che l’omicidio colposo plurimo abbia una sanzione superiore a quella della strage colposa. Non è questo l’argomento che mi interessa. A me interessa che comunque ci sia la possibilità di fare emergere un disvalore di pericolo unitamente e congiuntamente ad un disvalore di danno qual è quello previsto dal capoverso del delitto di strage. Ecco allora che in relazione a questo problema io credo che sarà da valutare con estrema attenzione, e sarà da valutare con estrema attenzione quelle che saranno le argomentazioni difensive che già conosco, che non voglio anticipare adesso perché voglio semmai trattarle in replica delle difese degli imputati, e sottoporre comunque la questione sin da adesso al Collegio perché credo che questa sia la cosa su cui valga la pena di dedicare un attimo di riflessione per le implicazioni penalistiche che può avere nella vicenda di specie. Tenete conto che questa contestualità dell’elemento che attenta all’incolumità pubblica con l’elemento di danno che abbiamo nella strage, noi potremmo in qualche modo riuscire a tentare di costruirla attraverso la commistione del delitto.., e concorso del delitto di disastro innominato con l’omicidio colposo che può ad esso conseguire. Dovremmo fare però una doppia operazione. Cioè dovremmo prendere e configurare un delitto di pericolo e poi configurare, in qualche modo collegato ad esso, un delitto di danno. Mentre nella strage colposa questi due disvalori sono congiunti. Vi segnalo che sul punto questa esigenza di tenere differenziata la condotta da quello che poi può essere l’evento di danno secondo uno schema che è tipico della strage colposa, di questa esigenza si fa carico il Supremo Collegio con la sentenza del 23 maggio del 1992, la numero 998, nella quale si afferma questo principio: Nel reato di crollo colposo di costruzioni, così come quello eventualmente conseguente di omicidio colposo - crollo colposo e disastro innominato sono la stessa cosa - vanno tenuti nettamente distinti il momento nel quale fu posta in essere la condotta dell’imputato e quello degli eventi che si ritengono causati da quella condotta dato che condotta ed evento, pur essendo elementi costitutivi di un unico fatto rilevante - quindi vedete che vengono messi accomunati in unico contesto pur essendo elementi che stanno su piani diversi dal punto di vista della imputazione, uno sul piano del disastro ed uno sul piano dell’omicidio -, e poi dice: elementi costitutivi di un unico fatto rilevante possono essere fra loro temporaneamente assai distanti. Fattispecie relativa ad eventi, deflagrazione di una emissione di gas metano a seguito della quale era crollato un fabbricato causando la morte di un abitante. Si dice: il disastro si è verificato nell’86, la Cassazione ha ritenuto legittimo che la condotta causativa di tali eventi penalmente rilevanti potesse essere ricercata, con riferimento ad eventuali deficienze nella costruzione dell’impianto a gas sotto la casa della vittima avvenuta tra il ‘70 e il ‘72. Quindi 16 anni prima. Questa separazione temporale fra una condotta che può determinare l’evento e l’evento, anche quindi una condotta che può essere pericolosa per l’incolumità pubblica qual è la condotta di disastro, viene costruita dalla Cassazione facendo questa lettura combinata delle due figure di reato. Io dico che allo stesso risultato potremmo pervenire utilizzando un’altra figura di reato che è quella della strage colposa, e che potrebbe avere questo tipo di obiettivo senza comportare quelle difficoltà interpretative che la Cassazione in questo caso supera con qualche, secondo me, problema di ricostruzione della fattispecie incriminatrice. Comunque vi segnalo che in ogni caso in questo modo la Cassazione ha dato una risposta a questa esigenza di tenere separati e di consentire una configurazione giuridica in qualche modo progressiva di un reato di disastro, cagionato da condotte stratificatisi nel tempo e verificatisi a grande distanza dal momento in cui poi il disastro effettivamente si verifica. Non insisto di più sul punto. Quello che a me interessa dirvi qui è che, come avevo anticipato prima, il reato di pericolo di adulterazione delle acque e delle altre sostanze destinate all’alimentazione, è un reato di pericolo concreto e può essere configurato diciamo nella violazione degli indici normativi quali quelli che possono essere la violazione delle norme in materia di potabilità del D.P.R. 186, non approfondisco, rinvio alla memoria. Veniamo alla parte conclusiva, mi consentirete un 20 minuti, forse qualcuno meno perché? Perché la domanda che lo Stato fa è una domanda ingente di risarcimento, e perché a base di questa domanda abbiamo quella particolare forma di risarcimento, che è il risarcimento del danno ambientale di cui all’articolo 18 di cui nessuno ha parlato in quest’aula, e che forse è il caso di trattare sommariamente. Questa parte civile intanto, cominciamo col dire, ha assolto all’onere probatorio che le competeva, sia concorrendo per quanto di sua competenza, alla dimostrazione di fatti penalmente rilevanti a suffragio dell’impostazione offerta dalla pubblica accusa. Tutte le consulenze tecniche dei nostri consulenti avevano anche questo scopo, ricordiamoli una volta per tutti: Bartolucci, Rodriguez e Mastrangelo per la parte medica. Nardelli, Maccari per la parte impiantistica. Nosengo e Bonardi per la parte geologica. Coccheo per la parte chimica. Zapponi per la parte tossicologica. Fannelli per la pianta impiantistica relativa agli impianti di monitoraggio. Tutti apporti che abbiamo dato per provare i fatti oggetto di imputazione, ma anche per provare i fatti oggetto della domanda risarcitoria, badate bene signori del Collegio.

Anche in funzione di comprovare una domanda risarcitoria ci siamo avvalsi dello strumento tecnico della consulenza che serve a questo fine, ovviamente conclusivamente riassunti dalla consulenza tecnica di Leon. Consulenza tecnica di Leon, badate bene, che è la prima consulenza tecnica del genere che viene fatta in un processo in Italia. In altre situazioni il Giudice non aveva questo strumento di valutazione del danno. Qui l’abbiamo introdotto, abbiamo capito il motivo per cui hanno fatto uno sbarramento alla possibilità che lo introducessero, il Tribunale ha ritenuto che fosse utilizzabile questo strumento, l’abbiamo utilizzato. Unici, per la prima volta avete uno strumento che altri Tribunali non hanno mai avuto di valutazione del danno ambientale. Lo dico perché credo che sia un fatto storico importante da valorizzare, perché talvolta la giurisprudenza è stata evasiva sul punto proprio perché gli elementi di valutazione che il Giudice aveva davanti erano certamente meno ricchi dal punto di vista penalistico da quelli che avete voi, perché quattro anni di dibattimento con apporti scientifici di questa natura non ci sono mai stati in nessun dibattimento qui in Italia. Ma erano anche meno ricchi perché non era stata assolta in quel modo l’onere probatorio per quel che riguarda la ricostruzione del danno in tutti suoi aspetti, compreso il danno ambientale. Abbiamo fornito le prove documentali di un’attività extra ordine eseguita dagli uffici. Ho ricordato Lo Grasso, ricordiamo l’indagine eseguita dall’università di Padova nel ‘77 sulle condizioni di sicurezza. Erano pur sempre impiegati dello Stato quelli che eseguivano quei controlli, e non erano certo controlli di istituto quelli che venivano svolti. Abbiamo comunque documentato una costante presente attività del Ministero dell’Ambiente per quel che concernono le questioni relative alla bonifica, agli interventi e ai monitoraggi ambientali relativi alla... Quindi da questo punto di vista le prove documentali abbondano. Sono prove che concernono aspetti di danno patrimoniale ex 2043 e di cui chiediamo appunto il risarcimento sotto il profilo del danno che è stato sostenuto per l’espletamento di attività amministrativa extra ordine. Abbiamo poi offerto delle prove, dei costi che lo Stato ha sostenuto e ha programmato di sostenere per il ripristino ambientale, Leon ha fornito una prova, una ricostruzione storica sulla base dei documenti ufficiali esistenti presso il Magistrato alle Acque. L’obiezione che è stata mossa, cioè che Leon avrebbe considerato degli interventi che non avrebbero un’immediata riferibilità anche con i fatti di cui discutiamo, è un’obiezione che non ha molto spessore se consideriamo un solo dato che vi è stato riferito dal consulente Coccheo: che il quantitativo delle acque scaricate dal Petrolchimico negli anni che prendiamo in considerazione, sarebbe stato da solo sufficiente a riempire per due volte la laguna di Venezia, tutta la laguna di Venezia. E` con queste misure qui che dobbiamo fare i conti, con un altro. Due volte la laguna di Venezia riempita con gli scarichi del Petrolchimico durante il periodo dei fatti presi in considerazione. Questo significa che non c’è canale, non ci può essere canale della Laguna di Venezia che non abbia ricevuto un apporto, vuoi grande e vuoi piccolo, che non abbia ricevuto un segno del passaggio di quel tipo di inquinamento, così come la vastità dell’inquinamento risulta anche da quegli accertamenti tecnici che sono stati compiuti nel corso del dibattimento che hanno dimostrato una correlazione dell’impronta del cloro collegata alle emissioni in atmosfera di certe sostanze in occasione di alcuni incidenti rilevanti a 20 chilometri di distanza dal punto in cui l’immissione era avvenuta.

Abbiamo visto anche questo, le consulenze hanno portato a questa correlazione specifica in questo ambito territoriale più visto. Allora se questo è lo scenario di danno diventa impossibile pretendere, come fa la difesa, di selezionare all’interno di questo scenario quegli interventi più direttamente collegati ai fatti oggetto di imputazione, da altri che sarebbero meno collegati. Credo che la selezione che ha fatto il consulente tecnico Leon, in conformità delle indicazioni che ha ricevuto da organi dello Stato, il Magistrato alle Acque è l’organo che ha fornito quelle indicazioni, non possono essere messe in discussione sotto il profilo della riferibilità di quegli interventi in tutto o in parte, perché c’è anche il discorso della concausa da mettere in conto qui, basta che ci sia una concausa al danno perché quel danno sia in qualche modo imputabile all’azione dannosa tenuta dal soggetto. Quindi abbiamo provato punto il costo patrimoniale, l’ammontare del danno non patrimoniale lo calcoliamo in via equitativa sulla base di una percentuale, come ha fatto la Regione Veneto, loro hanno calcolato il 50 per cento, noi calcoliamo il 10 per cento del danno patrimoniale, come andremo ad evidenziarlo, ovviamente i valori sono diversi e quindi può essere diversa la scelta dell’equità che farà il Collegio sul punto. Ma il grosso della richiesta risarcitoria riguarda il danno ambientale, articolo 18. Perché abbiamo chiamato un economista e un non biologo, e un ornitologo, come si sarebbe aspettato il professor Slesingher, a parlare di danno ambientale. Perché il problema è che il danno ambientale è una questione economica, è l’altra faccia della produzione, è l’altra faccia della produzione. La produzione avviene con violazione di norme di prevenzione e protezione dell’ambiente, il risultato di questa violazione è un risultato che ha comunque un significato economico, vuoi un termini di profitto, che è stato conseguito, vuoi in termini di costo che la società deve sostenere per riparare il torto ambientale che è stato riportato. Quindi è un economista che fa la valutazione del danno ambientale, non altro.

Certo, la fa sulla base degli elementi che sono stati provati nel processo, ma è comunque pur sempre una valutazione di tipo economico, e abbiamo portato uno dei più validi economisti che abbiamo in Italia in questo momento a farvi una scelta, una serie di scelte che sono tecnicamente ineccepibili da questo punto di vista e che fanno tesoro di esperienze già fatte in passato in caso di alcune catastrofi, di cui ha parlato lo stesso consulente Leon, ovviamente non tradottesi in una consulenza giudiziaria in quei casi. Qui abbiamo avuto la consulenza, abbiamo avuto la cross-esamitanion del consulente, abbiamo avuto le memorie, etc..

Cosa è il danno ambientale, allora. Abbiamo già dato un cenno al fatto che per definire il danno ambientale bisogna che cominciamo a definire la nozione di ambiente. Ci ha provato la Corte Costituzionale nell’87, c’è una famosa sentenza che io do per conosciuta, ma sulla base di quella sentenza - questa è la cosa importante - abbiamo avuto poi nell’88 una definizione normativa di ambiente tutelato dall’articolo 18. Ed è la definizione normativa che è contenuta nell’articolo 5 del D.P.C.M. 27 dicembre del 1988 e dell’allegato 1 al citato D.P.C.M., che al punto 2 recita espressamente "i componenti e i fattori ambientali sono così intesi: 1) atmosfera: qualità dell’aria e caratterizzazione meteo - climatica; 2) ambiente idrico: acque sotterranee e superficiali, dolci, salmastri e marine, considerate come componenti, come ambiente e come risorse; 3) suolo e sottosuolo - badate bene che ciascuna di queste affermazioni meriterebbe una digressione che non faccio perché i limiti sono quelli che sono - suolo e sottosuolo intesi sotto il profilo geologico, geomorfologico, pedologico, nel quadro dell’ambiente in esame ed anche come risorse non rinnovabili, ancora una volta in riferimento alla non rinnovabilità della risorsa, e all’esigenza di un uso economico della stessa, quindi con un significato di quantificazione monetaria. Vegetazione: flora e fauna, formazioni vegetali associazioni animali, emergenza più significative, specie protette ed equilibri naturali. Ecosistemi: complessi di componenti e fattori fisici, chimici, biologici tra loro interagenti e interdipendenti, che formano un sistema unitario identificabile con propria struttura, funzionamento ed evoluzioni temporale. Salute pubblica. La saluta pubblica tanto contestata dalle difese degli imputati è una componente legislativa del danno ambientale. Il pregiudizio alla salute pubblica va misurato in termini economici e come componenti di danno risarcibile in base alla definizione che l’articolo 5 dà del concetto di ambiente. Salute pubblica come individui e come comunità. Rumori e vibrazioni, radiazioni, paesaggio. Tutti questi sono gli elementi che vanno presi in considerazioni e per i quali l’articolo 18 appresta una speciale protezione. L’articolo 18 contiene anche una definizione normativa del danno che viene in considerazione in questo caso, e che si articola ed è definita come una compromissione dell’ambiente tipizzata però in quattro categorie.

L’ambiente viene danneggiato dalla condotta, cioè perde definitivamente una qualità originariamente posseduta dalla risorsa. Oppure viene alterato. Badate bene signori del Collegio, è sufficiente l’alterazione perché ci sia il danno, non deve esserci necessariamente la compromissione irreversibile, alterazione, una qualsiasi modificazione, addirittura non necessariamente peggiorativa, addirittura non necessariamente peggiorativa della risorsa. Pensate per esempio al famoso caso dell’inquinamento idrico con aumento di temperatura. Un modesto aumento di temperatura, sia pure oltre i limiti differenziali previsti dalla normativa a tutela dell’inquinamento, di tre gradi, può essere benefico per la vita ittica. A Porte Tolle si sparano perché ci sono le più grandi vongole d’Italia che sono grandi perché c’è l’acqua della centrale termoelettrica che riscalda il mare in modo tale da provocare un esubero della vita, un’esuberanza della vita. Il riscaldamento può essere addirittura un fattore di monetizzazione del degrado ambientale, ma lì c’è comunque un’alterazione ambientale non consentita, perché normalmente le vongole non hanno quelle dimensioni là, in un ambiente idrico normale hanno dimensioni più contenute, quindi quell’alterazione dell’ambiente provocata dall’inquinamento termico è un’alterazione che può avere anche aspetti benefici per la vita, ma è un’alterazione vietata dalla norma. Deterioramento inteso come peggioramento qualitativo e distruzione come perdita irreversibile e irrimediabile della risorsa.

La Corte Costituzionale ha allora tenuto conto di questi parametri, ha ben chiarito una cosa fondamentale, che ci può essere un risarcimento ex 2043 quando il danno venga considerato alla risorsa ambientale con riferimento alla sua appartenenza al patrimonio pubblico o privato di un soggetto. E` stato ricordato ieri dall’avvocato Chinaglia il danno derivante da lesione di beni appartenenti al Demanio Idrico, le valli da pesca. Ma quelli sono beni demaniali. Il danno alle valli da pesca è un danno che è risarcibile ex 2043 perché è un danno ad un bene che appartiene ad un patrimonio. Il danno io di cui parliamo noi oggi, oltre a quello è il danno nel caso in cui il bene appartenga ad un patrimonio tipo il Demanio Idrico, è il danno ambientale più generale che è stato considerato dalla stessa Corte Costituzionale una tutela diversa da quella ordinaria ex 2043, una tutela che va a garantire l’ambiente inteso nella sua globalità come bene unitario, appartenente in modo indifferenziato all’intera collettività nazionale. Questo è il danno risarcibile ex articolo 18.

E` per questo che francamente alcune uscite del collega Chinaglia non le ho ben capite e non ho ben inteso il significato, era forse un po’ distratto, non ci torno su, mi è sembrato più uno sfogo che una richiesta. Cosa comporta questo? Comporta che la tutela differenziata ex articolo 18 rispetta canoni diversi dalla responsabilità civile ex 2043, due tecniche di tutela diversa, perché diversi sono i beni giuridici protetti, la Corte Costituzionale sul punto è chiarissima. E in che cosa consiste il maggiore aspetto, l’aspetto più significativo di questa diversità? Consiste nell’esistenza nell’articolo 18 di un profilo sanzionatorio. E` un danno che accanto alla componente risarcitoria e riparatoria ha comunque anche un carattere sanzionatorio. Vi ricitiamo la sentenza della Cassazione, mi pare Sezione Terza, la 9211 dell’1 settembre del 1995 "Nella disciplina del danno ambientale, considerato in senso unitario, l’ordinamento ha voluto tenere conto non solo del profilo risarcitorio, ma anche di quello sanzionatorio, che pone in primo piano non solo e non tanto le conseguenze patrimoniali del danno arrecato e i danni conseguenti, ma anche e soprattutto la stessa produzione dell’evento, cioè l’alterazione, deterioramento, distruzione in tutto o in parte dell’ambiente, cioè la lesione in sé del bene ambientale", e la Corte ha precisato che quando non è possibile una precisa quantificazione del danno la sua determinazione va fatta dal Giudice in base ai criteri equitativi che sono stabiliti in questo caso in modo espresso dalla legge, gravità della colpa individuale, costo necessario per il ripristino, profitto conseguito dal trasgressore.

A proposito di questi criteri - sono veramente alla fine, perdonatemi gli ultimi tre minuti ma credo che sia un passaggio decisivo per una serie di ricostruzioni che noi facciamo - questi tre criteri sono criteri squisitamente penalistici tutti e tre. Quando è che viene valutata la gravità della colpa? Quando il Giudice valuta la congruità della pena ex articolo 133 del Codice Penale, e la stessa valutazione che fa per graduare la pena la fa per graduare la sanzione ex articolo 18. Quando è che viene in rilievo il profitto del trasgressore? Quando ci si occupa di applicare la misura di sicurezza patrimoniale ex articolo 2040, la confisca delle cose che costituiscono il profitto. Altro momenti di collegamento forse con l’aspetto sanzionatorio, profitto del trasgressore, misura di sicurezza e sanzione civile risarcitoria ex articolo 18. Quando viene in gioco l’accertamento del costo e della gravità del danno? Ancora una volta quando abbiamo la graduazione della pena ex articolo 133.

Allora signori del Collegio io vi dico che se anche facciamo una richiesta subordinata qui esiste una prima ragione per cui voi liquidiate questo danno ambientale, perché siate voi a liquidarlo. Proprio perché questa sua intrinseca ed irrinunciabile connotazione sanzionatoria comporta che di regola la sua quantificazione venga operata nel momento in cui vengono compiute quelle valutazioni di tipo penale sulla responsabilità. E non possa essere spostata ad un altro giudizio. D’altronde qui vi abbiamo fornito tutti gli elementi per fare quella valutazione equitativa che vi chiediamo di fare per il calcolo del valore di una risorsa che non ha un valore economico, un valore di mercato, quindi non può essere valutata se non con dei criteri equitativi.

La seconda osservazione che faccio in proposito è che proprio l’espressa previsione normativa dell’articolo 18 impedisce di regola la devoluzione della liquidazione equitativa del danno ad un Giudice diverso. Perché questa scelta, che si fa normalmente nel processo penale, quando si dice che manca la prova del danno e quindi sarà il Giudice civile a dare la liquidazione, non vale con l’articolo 18, perché l’articolo 18 vi dice che quando manca la prova dell’ammontare del danno la liquidazione deve essere fatta in via equitativa. E` la stessa norma che prevede la disciplina del danno che vi dà il potere e dovere di dare la liquidazione, la sua liquidazione equitativa tutte le volte in cui la prova non ci sia in ordine al quantum. Certo, se ci fosse prova dei criteri di valutazione equitativa, non aveste strumenti ed elementi di conoscenza per quantificare il profitto, per quantificare il costo e per valutare la colpa, certo, non potreste fare diversamente, ma nel momento in cui questi elementi vi sono stati forniti, e saranno stati contestati, fatelo questo giudizio equitativo di liquidazione del danno ex articolo 18.

Due battute sul fatto che c’è il ripristino. Il ripristino ambientale è una cosa diversa dall’azione amministrativa di bonifica che è stata fatta, che viene operata ai sensi dell’articolo 17 della legge del Decreto Ronchi. Il ripristino ambientale infatti costituisce, come dice la giurisprudenza, addirittura una sanzione penale accessoria che ben può coesistere con la liquidazione del danno ai sensi dell’articolo 18, perché ha una natura giuridica diversa da quella operata dalla corresponsione di somme ai fini risarcitori. E parlando di ripristino non posso non fare un cenno velocissimo alla questione dell’accordo sulla Chimica che è stata sbandierata dalla difesa di Enichem per tutta la durata nel processo per sostenere che questo accordo farebbe venire meno gli oneri risarcitori che derivano in base a quel complesso di discipline normative che ho menzionato. Ma in base a cosa si può sostenere che non sussiste questo dovere risarcitorio per effetto di quell’accordo? Ma basta leggerlo, basta leggere i contenuti di quell’accordo per vedere che da un lato lo stesso non ha alcuna valenza transattiva, né alcuna valenza da innovazione dell’obbligazione risarcitoria, non c’è né l’una né l’altra. E` un’intesa tra una serie di soggetti che perseguendo interessi differenziati concordano i comuni obiettivi ritenuti di comune interesse, quindi decidono di fare un percorso insieme per ottenere un miglioramento complessivo delle condizioni ottimali dell’ambiente in zona Porto Marghera e una coesistenza tra tutela dell’ambiente, sviluppo e trasformazione produttiva, ognuno per la sua parte.

Ma quello che è importante è di ricordare che al punto 3, al punto 1, si dice espressamente che "gli stessi soggetti prevederanno alle preliminari necessarie opere di contaminazione dei siti eventualmente integrandole con le opere di banchinamento, gli stessi soggetti provvederanno a ripetere, presso le aziende che risultassero in sede giurisdizionale transattiva, quanto anticipato ai responsabili dell’inquinamento". Ma è espressamente contenuto della clausola che fa salvo il risarcimento del danno ambientale e ci vengono a dire che in base a questo accordo noi avremo perso i diritti ad azionare quell’azione di risarcimento. Ma è scritto qui che comunque verranno ripetuti i costi nei confronti di coloro che risultassero responsabili dell’inquinamento. Allora dov’è, dov’è la perdita del diritto che stiamo azionando. E l’ultima osservazione, il punto B successivo, "agli obblighi di bonifica già in corso, ex articolo 17, si affiancheranno analoghi interventi a carico degli attuali proprietari". Ma gli obblighi di bonifica già in corso all’articolo 17 presuppongono un contesto di accertamento di responsabilità o di potenziale responsabilità a carico di trasgressori, e questi sono interventi ulteriori a carico dei proprietari, che non è detto siano trasgressori, salvo il caso esaminato da Cerutti ieri della proprietà di aree in cui sono ubicate le discariche clandestine, ma per il resto... Quindi non c’è possibilità di sostenere che questo accordo privi lo Stato della pretesa risarcitoria, né che possa in qualche modo condizionarne o ridurne la portata.

Ho davvero finito signori del Collegio, perdonate il tempo che ho impiegato a sviluppare gli argomenti, d’altronde è un processo che come vedete non è stato né facile e né breve, rassegno le conclusioni, le leggo, permettetemi di leggerle anche se saranno un po’ ripetitive, ma credo sia un adempimento formale che va assolutamente rispettato: "Conclusioni rassegnate all’esito del dibattimento nell’interesse dello Stato Parte Civile costituita in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministero dell’Ambiente, rappresentanti entrambi organicamente dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato nei confronti degli imputati Cefis, Grandi, Porta, Gatti, Dalmino Monforti, Calvi, Trapasso, Diaz, Morione, Reichemback, Sebastiani, Fabbris, Mai, Pisani, Zerbo, Marzolo, Presotto, Sernia, Burrai, Patron, Parillo, Palmieri, Bartalini, Upo, Fedato, Gaiba, Belloni e Gritti, comunque tutti quelli che sono indicati nel capo di imputazione, e nei confronti dei Responsabili Civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Montefibre S.p.A. ed Eni S.p.A., in via principale voglia il Tribunale di Venezia, accertata la penale responsabilità degli imputati in ordine ai reati solo ascritti, nel procedimento penale in epigrafe, condannare gli stessi alla pena di giustizia. Per l’effetto voglia il Tribunale condannare i predetti imputati, in solito tra loro, e con i rispettivi Responsabili Civili Montedison S.p.A., Enichem S.p.A., Montefibre S.p.A. ed Eni S.p.A., al risarcimento in favore dello Stato del danno patrimoniale e non patrimoniale derivante ai reati medesimi, come di seguito precisato: 6.482.170.000 per studi ed analisi di fattibilità e degli interventi di risanamento o ripristino ambientale progettati o realizzati dallo Stato nei siti inquinati; 22.400.000.000 per gli interventi di risanamento o di ripristino ambientale già realizzati dallo Stato nei siti inquinati; 61.180.000.000 per gli interventi di risanamento o di ripristino ambientale in corso di realizzazione da parte dello stato nei siti inquinati; 571.600.000.000 per interventi di risanamento e/o ripristino ambientale già programmati dallo Stato nei siti inquinati; 300.000.000 per svolgimento di attività amministrativa extra ordinem da parte degli organi amministrativi dello Stato in dipendenza dei fatti descritti in imputazione. Così per un totale di 661.962.170.000 lire, a titolo di ristoro del danno patrimoniale, nonché di lire 66.000.000.000 a titolo di ristoro del danno non patrimoniale all’immagine per sviamento di funzione, e quindi condannandoli al pagamento della complessiva somma di lire 727.962.170.000 o comunque di quella maggiore o minore somma che sarà ritenuta di giustizia dal Collegio anche in via equitativa, a norma dell’articolo 1226 Codice Civile, in accoglimento delle domande di risarcimento del danno patrimoniale ex articolo 2043 e del danno non patrimoniale ex articolo 2059, 185 Codice Penale, così come proposte con entrambe le dichiarazioni di costituzione di Parte Civile oltre ad interventi legali dalla data del fatto al saldo, ed al risarcimento del maggiore danno della valutazione monetaria dalla data del fatto alla data della presente sentenza.

Voglia inoltre il Tribunale condannare gli imputati, ciascuno in solido e con il proprio Responsabile Civile, tra quelli indicati in precedenza e nei limiti della rispettiva quota di responsabilità individuale che ai sensi dell’articolo 18, comma 7, della legge 349 del 1986, sarà a carico dei medesimi ritenuta di giustizia dal Collegio, al risarcimento in favore dello Stato del danno ambientale derivante dai reati contestati, danno di cui è espressamente chiesta al Tribunale la determinazione in via equitativa sulla base dei criteri dettati dal citato articolo 18 comma sesto della legge 349 del 1986, previo accertamento del costo necessario per il ripristino ambientale che la Parte Civile quantifica come segue: per il risanamento delle discariche da un minimo di 14.935 miliardi 899 milioni 500 mila ad un massimo di 18.515 miliardi 954 milioni e 800 mila; per il risanamento delle falde idriche lire 53.587 miliardi 840 milioni; per il risanamento dell’acqua dei canali lagunari da un minimo di 38 miliardi 215 milioni 450 mila, ad un massimo di lire 127 miliardi 946 milioni; per il risanamento dei sedimenti da un minimo di lire 2.567 miliardi 678 milioni ad un massimo di lire 6.047 miliardi 678 milioni 600 mila; per il risanamento della fauna marina lire 421 milioni 548 milioni 400 mila; e quindi un costo di ripristino ambientale complessivamente ricompreso tra la somma di lire 71.551 miliardi 181 milioni 350 mila e la somma di lire 78.700 miliardi, 967 milioni 800 mila. Ed accertato il profitto conseguito dai trasgressori e dai loro Responsabili Civili il conseguenza del comportamento aggressivo nei beni ambientali descritti nelle imputazioni, profitto che la Parte Civile quantifica in lire 11.569 miliardi e 500 milioni. Entro detti limiti di valore è contenuta la pretesa di ristoro patrimoniale, e così quantificata per quanto occorrer possa, la domanda risarcitoria proposta ex articolo 18 della legge 349 del 1986, con riferimento almeno ai valori inferiori tra quelli indicati. Fatta comunque salva ogni diversa valutazione del Collegio a cui consegue una maggiore o minore quantificazione equitativa del danno risarcibile oltre ad interessi legali su ciascun importo liquidato a titolo di risarcimento del danno ambientale dalla data del fatto alla data del saldo, e alla rivalutazione monetaria dei singoli importi dalla data del fatto alla data della sentenza di condanna.

Voglia in ogni caso il Tribunale condannare gli imputati, ciascuno in solito con il proprio Responsabile Civile, tra quelli sopra indicati, ed entro i limiti della rispettiva quota di responsabilità individuale, che sarà a carico dei medesimi ritenuta di giustizia dal Collegio, ai sensi dell’articolo 18 comma 7 della legge 349 del 1986, al ripristino a loro spese dello stato dei luoghi, per la parte in cui ciò risultasse tecnicamente possibile a norma dell’articolo 18, comma ottavo, della legge 349 del 1986, previo accertamento e dichiarazione che i medesimi sono a ciò obbligati, oltre che dalla norma da ultimo indicata, anche dagli articoli 17 e seguenti del decreto legislativo 5/2/97 numero 22, degli articoli 1 e seguenti del Decreto Ministeriale 25/10/99 numero 472, così come applicati da Cassazione Sezione Terza, sentenza 1783 del 7/6/2000, anche a situazioni verificatesi anteriormente alla loro vigenza in conformità delle determinazioni assunte o quelle che saranno assunte dalle Autorità Amministrative competenti e alle prescrizioni tecniche e alle modalità esecutive dalle stesse eventuale impartite o imposte.

A tal fine si chiede anche che il Tribunale voglia subordinare l’eventuale sospensione condizionale della pena a norma dell’articolo 65, alla bonifica delle aree inquinate secondo le predette prescrizioni delle Autorità Amministrative.

Voglia infine il Tribunale condannare gli imputati in solito tra loro, e con i rispettivi Responsabili Civili sopra indicati, al pagamento in favore della Parte Civile, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Ambiente, delle spese di costituzione e difesa, degli onorari di causa come da nota che sarà depositata all’esito della discussione, oltre al pagamento delle spese prenotate a debito, con declaratoria di immediata esecutività della sentenza di condanna relativa alla situazione sull’azione civile ai sensi dell’articolo 540 Codice di Procedura Penale. In via del tutto subordinata e residuale, per le ragioni che vi ho da poco illustrato, nella denegata ipotesi in cui il Tribunale dovesse ritenere che le prove acquisite non consentano una liquidazione del danno neanche in via equitativa, accertata la responsabilità penale degli imputati e condannati gli stessi alla pena di giustizia, pronunciarsi condanna generica degli imputati in solito tra loro e con i rispettivi Responsabili Civili, in precedenza indicati, al risarcimento del danno in favore della Parte Civile Presidente del Consiglio e Ministero dell’Ambiente, rimettendosi le parti avanti al Tribunale Civile di Venezia per l’ulteriore giudizio. In tal caso tuttavia condannarsi comunque gli imputati in solido tra loro e con i rispettivi Responsabili Civili, in precedenza indicati, al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva, a favore della Parte Civile, Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministero dell’Ambiente, non inferiore a lire 500 miliardi in relazione al danno patrimoniale e non patrimoniale, e non inferiore a lire 3.300 miliardi in relazione al danno ambientale ex articolo 18 della legge 349 del 1986, condannando al pagamento di quest’ultima somma gli imputati ciascuno in solito e con il proprio Responsabile Civile, e singolarmente nei limiti della rispettiva quota di responsabilità individuale che ai sensi dell’articolo 18 comma settimo della legge 349 del 1986 sarà a carico dei medesimi ritenuta di giustizia del Collegio.

Voglia comunque anche, in tal caso, il Tribunale di Venezia disporre il ripristino a spese dei condannati genericamente, ciascuno in solido e con i propri Responsabili Civili, e singolarmente nei limiti della rispettiva quota di responsabilità individuale che sarà a carico ritenuta di giustizia dal Collegio ai sensi dell’articolo 18 comma 7 della legge 349 del 1986, al ripristino dello stato dei luoghi per la parte in cui ciò risultasse tecnicamente possibile a norma dell’articolo 18 comma ottavo della legge 349 del 1986, previo accertamento di dichiarazione che i medesimi condannati sono a ciò obbligati, oltre che dalla norma da ultimo indicata, anche dagli articoli 17 e seguenti del Decreto Legislativo 5/2/97 numero 22 e D.M. 472 del ‘99, così come applicate retroattivamente per le ragioni già indicate dalla Cassazione.

Voglia infine il Tribunale di Venezia condannare gli imputati, subordinare l’eventuale sospensione della pena a norma dell’articolo 165 la bonifica delle aree inquinate, secondo le predette prescrizioni dell’Autorità amministrativa, e condannare gli imputati in solido tra loro con le rispettive responsabilità in precedenza indicate, al pagamento in favore della Parte Civile, il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Ambiente alle spese di costituzione difesa e degli onorari di causa come da nota che sarà depositata all’esito della discussione, oltre al pagamento delle spese per annotato debito, con declaratoria di immediata esecutività dalla sentenza di condanna relativo all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi ai sensi dell’articolo 540 del Codice di Procedura Penale. Io ho finito.

 

Presidente: grazie avvocato. Riprendiamo alle ore 15.15.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA.

 

Presidente: se volete accomodarvi do la parola all’avvocato Stella per il suo intervento.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: Signor Presidente e signori Giudici, intanto si sa che c’è la superbia dell’umiltà e l’umiltà della superbia. Con l’umiltà della superbia cercherò di fare questa discussione in piedi. Allora, tocca a me il compito di inaugurare le difese in questo processo. Lo schema che io seguirò sarà molto elementare, molto semplice, la prima parte sarà dedicata alla mancata prova della causalità individuale da parte dell’Accusa. La seconda parte alla mancata prova da parte dell’Accusa della causalità generale salvi gli angiosarcomi ad elevata esposizione.

La terza parte sarà dedicata a una analisi entro l’orizzonte sbagliato dei medici legali dell’Accusa e tenderà a dimostrare che entro questo orizzonte ridotto e sbagliato, orizzonte dell’idoneità lesiva in concreto, già per le sole ragioni relative a questo orizzonte interno, tutti i tumori e tutte le malattie di cui stiamo parlando sono non addebitabili agli imputati dipendenti da EniChem e in particolare dal dottor Bai e all’ingegner Pisani. Devo fare prima una introduzione, se il Tribunale me la consentirà. Inaugurando la difesa io avverto il bisogno di cercare di cogliere il senso di questo processo, il senso di questi tre anni passati insieme. Ad una visione d’insieme mi sembra di poter dire che il senso profondo e largamente benefico di questo processo è il riconoscimento del dovere della solidarietà. Il risarcimento iniziale dei danni è stato forse l’evento più significativo di questo processo. E` un risarcimento che testimonia appunto il bisogno del dovere di solidarietà, un bisogno che è ignorato dalla nostra Comunità politica, dalla nostra Comunità istituzionale, e non parliamo per favore dell’INAIL, è un bisogno che è ignorato anche dalla stessa Comunità civile. Noi tutti partecipiamo, sia pure senza far niente, al sistema produttivo, noi tutti rimuoviamo dalla nostra coscienza il problema delle vittime di questo sistema produttivo. E` questa una consapevolezza nuova, è una consapevolezza anche amara perché proprio, io lo devo dire, devo da questo punto di vista ringraziare Venezia e questo processo che mi ha consentito di riflettere su tante cose, e devo dire che il risarcimento era un atto doveroso di solidarietà ma è pur sempre un risarcimento che avviene all’interno di un assetto statuale di un Paese ricco, un Paese che ormai detta prescrizioni severissime che tendono a regolamentare l’attività delle proprie industrie, ed è un Paese ricco che ignora, e ci siamo dentro tutti, i problemi reali che sono i problemi dei paesi del terzo mondo. Tutti sanno quel che ha detto il Ministro per lo sviluppo del Brasile: "Per fortuna noi possiamo importare ancora inquinamento, perché il nostro problema non è l’inquinamento, è la povertà", un senso di vergogna che io ho provato è una consapevolezza nuova, che se non ci fosse stato questo processo io non avrei raggiunto. Il bisogno di fare qualcosa per i problemi veri che sono i problemi del terzo mondo. Impegnarci in qualche modo e bisognerà trovare la formula perché si arrivi veramente alla creazione di transnazionali che sappiano da questo punto di vista portare un po’ di giustizia. Ma l’altra consapevolezza nuova, ad uno sguardo d’insieme, si intende, è che tutti abbiamo toccato con mano che processi come questo, in tutti i processi, ma in particolare in processi come questo, il sapere giudiziario procede come tutto il resto del sapere, procede per tentativi ed errori, formulazione di ipotesi che poi vengono falsificate, vengono sostituite da altre ipotesi, ed è proprio la crescita della conoscenza, e in questo caso la crescita della conoscenza giudiziaria che è garantita da questo processo, da questo metodo. C’è qualcosa però che rende assolutamente unico il sapere giudiziario. Ed è che attraverso, applica sì il metodo per tentativi ed errori, con la particolarità che qui gli effetti degli errori debbono essere eliminati. Perché? Perché questo processo ci dimostra che sono in gioco i valori supremi della democrazia. Da un lato il diritto inviolabile alla vita e alla salute, e dall’altro gli altri diritti individuali che costituiscono il manto d’oro della democrazia, e sono i diritti di tutti a non subire, senza che ci siano i presupposti, la condanna morale della collettività, il diritto a non veder devastata la propria vita. Il diritto a poter cercare nuove opportunità di lavoro e a fare la propria carriera, il diritto a vivere serenamente con i propri cari. Questi sono i diritti, tutti, che costituiscono i valori supremi. Se non tuteliamo questi diritti, tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti diventano evanescenti ed azionano lo spettro di un ritorno a forme autoritarie e totalitarie. Non intendo in questo momento ovviamente parlare di un tema a me caro, evocato anche dalla Parte Civile.., ne farò cenno alla fine.

Ma dico queste cose per sottolineare da subito metodo tentativi ed errori, che l’ipotesi originaria, l’ipotesi da cui è germinato questo processo era un’ipotesi sbagliata. Questo processo non doveva neppure iniziare. Lo riconosce in parte anche il Pubblico Ministero, non ha mai detto il Pubblico Ministero e mai dirà le cose che dico io, però il Pubblico Ministero ha riconosciuto, depositando le sue schede, che quasi il 50 per cento delle contestazioni originarie erano sbagliate. I tumori del polmone scendono da 97 a 87, scompaiono i tumori al pancreas e i tumori al tratto gastrointestinale, alla prostata, alla vescica, scompaiono le malattie all’apparato respiratorio: bronchiti e pneumoconiosi, le epatopatie scendono da 224 a 59, i morbi di Raynaud da 96 a 26. Io dimostrerò, almeno per quanto riguarda la Parte EniChem, che anche tutte le altre contestazioni erano sbagliate. Naturalmente si tratta di errori di natura tecnica, ma anche su questo dobbiamo già riflettere in questa introduzione, perché ce lo dice l’esperienza di tutto il mondo. Ce lo dice l’esperienza del Paese che è all’avanguardia nella trattazione di questi problemi, gli Stati Uniti, dove gli specialisti di Tocsytol e tutte le Corti Americane sono concordi nel dire che la prova è estremamente difficile se non impossibile nel processo civile, non parliamo del processo penale, nel processo civile.

E questa è una delle ragioni che induce tutti gli studiosi a ricercare soluzioni di altra natura, nel processo civile dove la prova è molto meno stringente di quella richiesta per il processo penale. Ma a conclusioni non diverse noi giungiamo se guardiamo anche l’esperienza europea. Noi tutti conosciamo il processo del Taledomide è il processo di massa più grande che ci sia stato in Europa. Ma non tutti sappiamo, non tutti sanno che quel processo non è giunto alla fine, quel processo si è concluso a metà. Perché? Perché gli intervenuti risarcimenti miliardari hanno consentito al Giudice di Aquisgrana di emanare una sentenza utilizzando una certa norma di procedura del Codice tedesco di chiudere il processo senza entrare nel tema della causalità individuale, si sono arrestati prima, non volevano i Giudici tedeschi correre il rischio di condannare degli innocenti.

Noi non abbiamo una norma come quella tedesca che consente ai Tribunali di chiudere il processo prima della sua conclusione quando vi siano motivi di interesse pubblico. Noi dobbiamo andare fino in fondo. E però ci troveremo di fronte a questa barriera insormontabile della prova. La situazione è poi complicata dal fatto che non c’è niente da fare, questo processo è una classation penale, non civile, il mondo finora aveva conosciuto le classation civili, 100, 500, 1.000, 10.000 parti offese, mai le classation sono state penali. La conseguenza è che la classation penale ripete e moltiplica tutti i difetti della classation civile, quei difetti che hanno trovato, hanno suscitato una ostilità sempre maggiore da parte dei Giudici e che ha impegnato i Giudici a trovare soluzioni diverse dalle classation. E questi difetti noi li conosciamo già. Nelle classation le prove si danno per gruppi e non ci sono prove individuali, non ci sono le prove sulla causalità individuale. La figura dell’imputato tende a scomparire, e come dicono gli americani, l’imputato, il convenuto per loro, viene privato del suo giorno in Tribunale. E una volta iniziato però questo processo doveva seguire le regole probatorie imposte all’Accusa dal nostro ordinamento, ma ciò non è avvenuto. E il mio compito è di spiegare il perché. Prima di iniziare a farlo però voglio innanzitutto immergermi un attimo nell’immane concretezza di questo processo e tracciare il quadro dei tumori delle malattie, di cui secondo l’Accusa dovrebbero rispondere Smai e Pisani. Sono tumori e malattie dei lavoratori che hanno già lavorato nei periodi precedenti e che hanno continuato a svolgere la loro attività, ecco il quadro, a me non piacciono i grafici Presidente, quindi non proietto. Angiosarcomi, 1 su un totale di 8; epatocarcinomi, 2 su un totale di 21; tumori al polmone, 19 su un totale di 87. Tumori del sistema emolinfopoietico, 4 su un totale di 21; tumori del laringe, 4 su un totale di 18; tumori al cervello 0 su un totale di 6; melanomi, 1 su un totale di 5; cirrosi, 5 su un totale di 44; Raynaud, 5 su un totale di 26; epatopatie, 8 su un totale di 62. Questo è il quadro sul quale dovrò svolgere le mie riflessioni. E per finire quest’introduzione voglio dire quale sarà il taglio di questa mia discussione.

Innanzitutto il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, come vedremo bene, ha dedicato ben quattro udienze nelle quali il Pubblico Ministero è diventato epidemiologo, studioso di biologia molecolare, studioso di biologia animale e ha accatastato dati su dati vecchi e nuovi. Ha messo in sostanza tra parentesi le risultanze dell’istruttoria dibattimentale.

Io non seguirò, o meglio seguirò solo parzialmente il Pubblico Ministero su questa strada, perché io voglio parlare qua dell’istruttoria dibattimentale, delle cose che abbiamo imparato e capito dall’istruttoria dibattimentale, e farò parlare quasi esclusivamente i consulenti dell’Accusa, perché il mio compito è appunto di dimostrare che la prova non è stata data, non è stata data dagli esperti dell’Accusa. Sono esperti che il Pubblico Ministero per ben quattro, cinque volte ha definito oggettivi e neutrali, vedremo quanto neutrali sono stati questi esperti.

Un’altra precisazione. Il Pubblico Ministero ha esordito dicendo: vi do il fatto, da me factum dabo tib ius. Mi ha fatto un po’ sorridere il Pubblico Ministero, perché i nudi fatti non esistono come sappiamo tutti, e quello che lui ci ha dato non è il factum, è il factum selezionato secondo i suoi criteri, la cui infondatezza io spero di dimostrare. Il factum da vedere è il factum provvisto di rilevanza giuridica penale, e qui io cercherò di colmare una lacuna lasciata dal Pubblico Ministero, è la lacuna della mancanza di inquadramento giuridico di questi fatti. Sono le norme il criterio di selezione dei fatti, non ciò che pensa il Pubblico Ministero, a prescindere dalle norme. E a proposito del Pubblico Ministero, taluno potrà pensare che il mio scontro con il Pubblico Ministero è duro, è molto duro, ma è per questo che devo dire sarà uno scontro tecnico, è per questo che voglio dire perché non ci siano equivoci e nessuno possa pensare cose sbagliate di me. Io devo dire qui la mia ammirazione per il Pubblico Ministero, per la sua intelligenza, la sua passione civile, la sua "cattiveria" nel difendere, nel cercare di difendere la parte economicamente più debole della nostra comunità. E adesso entro subito in argomento parlando della causalità generale e della causalità individuale.

Sto cercando di visionare Presidente, perché voglio capire...

 

Presidente: penso che possa proseguire per tre ore, ma con le pause che riterrà necessarie di volta in volta.

 

Avvocato Stella: sì, sì, grazie. Devo iniziare ad entrare nella discussione dedicando poche riflessioni alla causalità generale e alla causalità individuale. Allora, estraneo allo schema tradizionale del diritto penale d’evento, lo schema che è del nostro Codice, il concetto di causalità generale ha fatto irruzione nel mondo giuridico suppergiù negli ultimi tre decenni, e lo ha fatto grazie allo sviluppo impetuoso di scienze giovani come la epidemiologia, come la biologia animale, la tossicologia, un po’ meno giovane, e la valutazione del rischio, e l’ha fatto, ha fatto irruzione grazie poi all’opera altamente benefica di agenzie internazionali come la IARC, e di agenzie nazionali come l’EPA. Sono queste scelte, sono queste agenzie che hanno dato vita a questo concetto nuovo di causalità, al quale, ed è la causalità intesa come idoneità in generale di una sostanza a provocare eventi lesivi, tumori, malattie, come capacità lesiva a questo nuovo concetto i giuristi hanno dato il nome di causalità generale. Il nome non è stato scelto a caso, è stato scelto per contrapporlo alla causalità individuale; causalità generale, causalità individuale. E` la causalità generale la causalità propria del diritto penale d’evento, è la causalità individuale che ci consente di applicare il criterio della attribuzione individualizzante che è e resterà, finché resterà, il diritto penale d’evento. Ai Giudici, secondo lo schema del diritto penale d’evento, non interessa sapere se una sostanza è idonea, è astrattamente idonea, se lo è il CVM, forse lo è la diossina, forse lo è l’agent orange per i reduci del Vietnam, e via discorrendo, interessa sapere se quella sostanza ha provocato danno e a chi. Ed allora si capisce come ormai tutti riconoscano che la causalità generale è troppo poco. Lo ha fatto perfino il Pubblico Ministero nella sua requisitoria. Ma vedremo le ragioni reali per cui il Pubblico Ministero ha fatto questa ammissione, che la causalità generale è troppo poco. Nel processo questo problema entra a vele spiegate con quello che io considero uno dei più qualificati, se non il più qualificato esperto dell’Accusa, il dottor Comba - udienza del 25 settembre.., tra parentesi Presidente, io poi il 3 luglio consegnerò il testo di questo mio intervento, perché secondo me il verbale non basta perché io salterò le udienze, invece consegnerò un testo con tutte le udienze di riferimento in modo che il Tribunale possa fare le verifiche, qui perderei troppo tempo se ogni volta citassi l’udienza, la pagina, etc.. Allora, Comba dice: "In una popolazione dove a causa di una certa esposizione il tasso di incidenza di una certa malattia è aumentato possiamo avere un singolo caso che ha la malattia non a causa della esposizione" e questo ci riporta a quanto detto da Vinei, il tema poi lo farà ripetutamente presente ai consulenti nel corso dell’istruttoria, è il tema della probabilità delle cause con Berrino in testa, tutti gli scienziati del mondo dicono che è impossibile sapere chi senza la esposizione si sarebbe ammalato ugualmente e chi no. E Berrino dirà, nella sua veste di studioso, devo dire che Berrino confermerà questo in udienza. Berrino dirà, il Tribunale dovrebbe trasformarsi in una lotteria per sapere chi senza l’esposizione si sarebbe ammalato ugualmente, chi eliminando l’esposizione si sarebbe ammalato ugualmente, il Tribunale dovrebbe tirare a sorte. E su questo c’è un lunghissimo elenco di scienziati e giuristi di tutto il mondo assolutamente concordi.

Allora, Comba precisa poi, questo è un passo al quale ha già accennato un difensore di Parte Civile: non sono vere due situazioni - dice Comba - non è vera la situazione in cui il dato epidemiologico si applica acriticamente a singoli soggetti, questo è un uso improprio della epidemiologia - dice Comba - rispetto al quale tutti i testi mettono sull’avviso. Ma non è vero nemmeno l’inverso dice Comba, che l’epidemiologo finisca il suo lavoro con la popolazione, anche l’epidemiologo dialoga su singoli individui, elabora dei modelli di previsione per il futuro. E ricorda qui, Comba, Ekeson. Ekeson diceva che l’epidemiologia e clinica sono due mondi diversi con metodologie e procedure diverse, però con finalità comuni. Quale problema vuole porre Comba in questo modo? Che l’epidemiologia non basta, e che essa deve essere integrata dalla valutazione clinica. La valutazione clinica deve dire di più, deve dire qualcosa, deve aggiungere qualcosa, deve far capire che cosa è accaduto nel singolo la valutazione clinica, ed è qua che viene fuori il primo aspetto singolare di questo processo. La valutazione clinica operata dai medici legali dell’accusa non aggiunge nulla al giudizio di idoneità. Sì, c’è questo passaggio dall’idoneità astratta e l’idoneità in concreto con qualche scarno accenno sull’anamnesi lavorativa. Presidente, io ho contato almeno 6 – 7 - 8 volte in cui lei invitava i medici legali a dire qualcosa sull’anamnesi lavorativa, neppure questo hanno fatto, vedremo anche questo aspetto. Ma in sostanza, che cosa fanno i medici legali? Dicono: la responsabilità c’è perché la sostanza è idonea. Quindi ciò che dovevano integrare dell’epidemiologia non l’hanno fatto, l’integrazione prospettata da Comba tra il mondo dell’epidemiologia e il mondo della clinica non è avvenuto, i medici legali hanno elaborato la teoria del non basta e del basta. L’epidemiologia non basta, però basta perché il giudizio è un giudizio di idoneità. E perché, cerchiamo di capire perché l’epidemiologia, la biologia animale non basta, perché non basta? Una ragione l’ho già sommariamente indicata, ci tornerò, è che non si può, c’è la pluralità delle cause che è un problema insolubile. L’altra ragione è che per stabilire la causalità individuale c’è bisogno di prove che portino direttamente al singolo, cioè di prove che nel singolo la sostanza ha agito con un meccanismo d’azione specifico e ben definito. Prove che consentano di ricostruire le catene causali. Ma di fronte alla impossibilità universalmente riconosciuta e riconosciuta, come vedremo, anche in questo processo, di ricostruire le catene causali, c’è una sola altra possibilità, ed è quella di far riferimento a spiegazioni forti della scienza, non una spiegazione pur che sia, spiegazioni forti che tengano conto del contesto e delle decisioni che in quel contesto debbono essere adottate. Se io come chirurgo devo fare un intervento ad altissimo rischio devo essere sicuro della diagnosi, non mi basta un giudizio di probabilità della diagnosi. E così avviene nel processo penale. Se non è possibile ricostruire le catene causali bisogna disporre di una legge della scienza che dica sempre o quasi sempre accade così, solo in questo modo noi abbiamo la spiegazione forte richiesta dal processo penale. E non sono solo io a dirle queste cose, lo dice la nostra Corte Suprema. Nell’appendice alla seconda edizione del mio libro Leggi scientifiche, io ho riportato tutte le sentenze della Cassazione che sono state emanate su questo tema. Dicono, queste sentenze, ci vuole una elevata probabilità, possono essere utilizzate anche leggi di forma statistica e queste leggi di forma statistica sono tanto più valide quanto maggiore è il numero dei casi cui si riferiscono. Qui questo filone giurisprudenziale, che esprime veramente, forse per la prima volta, una civiltà giuridica del nostro organo supremo, aveva lasciato in bianco una cosa, non aveva precisato che cosa significa elevata probabilità, che cosa significa validità che cresce con l’aumentare del numero dei casi. Bene, questa situazione caratterizza le sentenze della Cassazione per un decennio fino alla fine del 2000, e qua io ho tre sentenze della Cassazione che consegno subito al Tribunale, le quali finalmente dicono, e lo dicono, saranno pubblicate prossimamente, sono inedite, è per questo che le consegno al Tribunale, dicono: la elevata probabilità richiesta, il grado elevato di probabilità va inteso nel modo con cui ci dice la logica e la scienza va visto cioè come una legge statistica con coefficiente percentualistico vicino a 100, il quale coefficiente percentualistico solo ci consentirà di formulare nel caso concreto un giudizio di probabilità vicino ad uno.., parla della causalità in tema di colpa medica la Cassazione, ma il principio è ormai universale, e finalmente la Cassazione ha colmato questa lacuna che le restava da colmare. Ma non è solo la Cassazione in Italia che ci dice queste cose, è il progetto della Commissione Grosso. Il progetto della Commissione Grosso va letto attentamente, prende posizione contro i tentativi di flessibilizzazione del diritto penale d’evento, e dice, primo: la condizione necessaria resta un principio cardine del nostro ordinamento, in conformità alla tradizione. L’accertamento della condizione necessaria va fatto, l’articolo 14 in tema di causalità omissiva dice così, va fatto con un giudizio di certezza, che poi l’ulteriore revisione modificherà nel senso di quasi certezza. E nella relazione, se si legge la relazione del progetto Grosso, si vedrà che questa fa proprio come modello di spiegazione il modello tomologico deduttivo.

E` certo che in questo modo sia la Cassazione che il progetto Grosso se sarà approvato determineranno una contrazione del diritto penale, ma una contrazione in questo senso, nel senso che non saranno più possibili neppure i tentativi di illegittima flessibilizzazione del diritto penale d’evento. Quei tentativi, i quali la giurisprudenza troppo spesso si è lasciata andare estromettendo dal proprio orizzonte la condizione necessaria, la spiegazione del meccanismo d’azione, in riferimento a leggi della scienza che dicono sempre o quasi sempre. E questo, mi rivolgo all’avvocato Todesco, non vuol dire, mi dispiace per il suo rammarico che in questo modo non si condanni più, io sarei felice se proprio non si condannasse più del tutto, ma è certo che si continuerà a condannare solo che saranno tagliati fuori questi illegittimi tentativi di fessibilizzazione. Il nostro è un ordinamento basato sul principio di legalità e di personalità della responsabilità penale, è un ordinamento che dice proprio scegliendo la condizione sine qua non, badate, dobbiamo essere sicuri che è stato proprio lui a cagionare l’evento e poi dice, l’altra faccia della medaglia, dobbiamo dare una prova che non lasci dei dubbi, dobbiamo dare una prova che ci consenta di dichiarare pubblicamente di fronte alla comunità che lui è il colpevole perché appunto è una prova, o basata sul meccanismo d’azione, oppure basata su leggi della scienza che consentono di spiegare attraverso la loro concretizzazione nel singolo caso di spiegare la condizione necessaria. Ed allora, che cosa è successo nel processo con queste premesse? Il riferimento alle catene causali è fatto in modo assai esplicito da Comba, Comba sapeva. La sua cultura e la sua intelligenza facevano sì che lui sapesse, sentite cosa dice su questo punto. Inizialmente gli epidemiologi che si occupavano di patologie trasmissibili si sono appoggiati al paradigma della microbiologia che dava una griglia interpretativa. Per dire che un microorganismo causava una malattia si doveva verificare che l’organismo era ritrovato in tutti i casi della malattia, doveva essere isolato nei pazienti, coltivato nell’apposito terreno di coltura e quando reimmesso in un animale da laboratorio riprodurre la malattia. Questa era una griglia di causalità precisa che ha dato degli ottimi risultati dalla fine del secolo scorso fino al Dopoguerra. Fermiamoci un momento qua. Secondo questa griglia interpretativa della microbiologia la causa era individuata quando si individuava il microorganismo. E` la stessa cosa che dice oggi per la clinica il più grande studioso di epidemiologia medica che il Tribunale conosce Federspin. Federspin ci dice, fa una netta distinzione: state attenti, dobbiamo distinguere le ipotesi che restano delle ipotesi, con le quali pure il medico lavora, dalle ipotesi controllate. Solo le ipotesi eziologiche controllate sono vere diagnosi causali, e fa l’esempio di colui che è stato a contatto con dei colerosi ed avverte certi sintomi. L’ipotesi che si tratti di colera è un’ipotesi, la quale diventa ipotesi eziologica causale, vera diagnosi causale quando si trova il vibrione, lo si trova nelle feci. Ecco, il microorganismo, il vibrione, i nostri medici legali dell’accusa non hanno individuato il microorganismo, non hanno individuato il vibrione. Molti anni fa, e sono proprio tanti Presidente, 26 anni fa io commentavo il processo del Vajont, e dicevo: ma qui i Giudici hanno sbagliato perché la spiegazione ce l’avevo. La frana era scesa velocissima, e perché era scesa velocissima? Era scesa velocissima perché era scesa su un cuscino di argilla imbevuto d’acqua. E noi sappiamo che c’è una legge che mi dice che le frane scendono velocissime quando scendono su un’argilla imbevuta d’acqua. Qual era stata la grande novità del processo? I periti avevano trovato l’argilla, avevano trovato l’argilla e quindi la legge della scienza aveva trovato concretizzazione. C’era l’argilla ed era imbevuta d’acqua. Nella loro perizia, scava scava, avevano trovato l’argilla, avevano trovato l’acqua. La concretizzazione della legge scientifica utilizzata. Ecco di nuovo il microorganismo, ecco di nuovo il vibrione. Se noi guardiamo i testi, gli esempi potrebbero essere milioni, io faccio sempre quest’esempio: alle ore 16.00 del giorno 20 si è avvertita una detonazione sotto il tavolo dell’avvocato Stella, perché è avvenuta questa detonazione? Allora, lo dice sempre il Pasquinelli, epistemologo noto italiano: ogni volta che c’è una carica di sulficrato di potassio, quello che viene sottoposto a stimoli esplosivi adeguati, questa detona. Stimolo esplosivo adeguato è accostare un corpo igneo al sulficrato di potassio. Qualcuno ha visto l’avvocato Di Noia che veniva con un cerino a mettere il sulficrato di potassio, ecco la concretizzazione della legge di copertura. Ecco la spiegazione di ciò che è accaduto. Non sto qui a fare altri esempi, l’esempio dell’automobile a cui si rompe il radiatore, per fare l’esempio del filo con il quale viene appeso un peso superiore a quello che può reggere, etc., etc., sono milioni di esempi.

Ma torniamo a Comba; Comba dunque sapeva, sapeva qual è il paradigma vero della spiegazione causale, e dice poi: non sta a me dire.., l’epidemiologia poi all’inizio è rimasta agganciata a questo paradigma, poi a poco a poco si è discostata imboccando la strada di un’altra griglia molto più elastica, che è quella della idoneità legittima. E dice Comba: non sta a me dire in che misura questo può essere rilevante nel processo, non sta a me dire che senso si dà al termine causalità in diritto, non sarò certo io a spingermi su questo campo. Appunto, gliela doveva dire il Pubblico Ministero qual è il concetto penalmente rilevante di causa. Come il Tribunale ricorderà, io non ho perduto occasione per chiedere con un’insistenza persino eccessiva, ai consulenti medico - legali del P.M., di misurarsi con il concetto penalmente rilevante di causa, la condizione necessaria è conforme a leggi della scienza. Ricordate invece cosa mi ha risposto Bracci: ma noi usiamo il concetto di capacità lesiva, di efficienza lesiva, di idoneità, Cazzaniga.., insomma... Ecco, dall’inizio alla fine i medici legali dell’accusa si trincerano dietro il peccato originale del loro caposcuola Cazzaniga, il quale aveva scritto pagine memorabili in cui si diceva: sì, voi fate i medici legali, ma non dovete utilizzare il concetto di causa proprio del diritto penale, noi abbiamo un concetto di causa nostro, e noi questo dobbiamo utilizzare, lasciate che i giuristi si arrangino, noi utilizzeremo il concetto di capacità lesiva di idoneità, sulla stessa linea il dottor Rodriguez e il dottor Bartolucci.

Ma io ho detto che Comba sapeva, e Comba sapeva veramente fin dalle prime battute del processo. Comba fa una dichiarazione che è forse passata inosservata, ma che io debbo richiamare, a domanda della difesa Comba dice, lui è sempre ovattato Comba, non vuole andare al di là delle soglie delle sue competenze, però sentite cosa dice: "Se una decisione porta a implicazioni che possono avere dei costi personali particolarmente alti o inauditi certamente il 10 per cento o il 5 per cento o l’1 per cento sarebbero troppi", udienza dell’8 luglio 1998.

Il dottor Comba si riferisce qui ad intervalli di confidenza ma è evidente che le sue affermazioni assumono una validità generale.

Nel processo penale Comba sa bene di che cosa sta parlando, sa che sta parlando di un processo penale, e dice e ci fa capire e lo dice chiaramente: anche un margine di errore dell’1% è troppo. Perché è troppo, dice Comba? E` troppo per i costi personali elevati o inauditi. Ecco, io qui devo dire che sono un po’ polemico anche col modo con cui viene insegnato il diritto penale nelle Università. In riferimento ai costi personali elevati, legati all’intervento positivo, si ritrova in tutti i manuali, e si ritrova in tutti i manuali ma è una enunciazione asettica, è diventata una clausola di stile. Responsabilità dei professori questa, i quali dovrebbero leggere certe pagine bellissime che sono state scritte dai più grandi maestri italiani, da Carrara a Calamandrei, da Capograssi a Carnelutti, è il peso dei dolori umani che bisogna insegnare, è il peso dei dolori umani, è il peso della devastazione della propria vita. Ecco, ed è proprio il peso dei dolori umani che sta alla base di questo sentimento dalle radici molto profonde, e mi dispiace ancora una volta per l’avvocato Todesco e l’avvocato Battello, che faceva dire già ai romani, ma fa dire a tutti in tutto il mondo: è molto meglio lasciar libero un colpevole che condannare un innocente.

E questa è la spiegazione del perché Comba dice: anche un margine d’errore dell’1% è troppo. Enuncia Comba così una regola probatoria per l’accusa, la quale si guarda bene naturalmente dall’osservare, e finisce per dirci: quando si tratta di prendere delle decisioni dai costi elevati o inauditi la prova non deve consentire dei dubbi, e nel dubbio bisogna assolvere.

Sapete che cosa dicono di fronte a questa presa di posizione così cristallina, così chiara, così civile di Comba, cosa fanno i medici legali? I medici legali insistono sull’ombrello di Cazzaniga, i cinque criteri della criteriologia, dicono: noi certo, anche noi facciamo, tutti facciamo dei giudizi di probabilità, ma non hanno neppure presente quello che dice Comba, evidentemente, anche i muti hanno un linguaggio con cui comunicano fra di loro, ma qui non sono riusciti a comunicare tra di loro gli esperti dell’Accusa. Dicono: noi usiamo l’idoneità che non c’entra niente con la condizione necessaria con tutto il resto. E su questo concetto di idoneità noi formuliamo dei giudizi di probabilità. Sentite cosa dice Bracci. I giudizi sono riferiti alla realtà dei singoli casi in questa fase, non più alla compatibilità generica iniziale, con tutte le approssimazioni successive che siamo costretti a dare, e fa un esempio. Sono stati riportati dal professor Martines dei dati nuovi e hanno permesso di puntualizzare dei concetti su singole patologie dal medico legale che aveva già fatto le sue diagnosi sulla correlabilità in un modo che io non avevo ben chiaro una settimana fa. Quindi, tenuto conto di questo, il tentativo è quello di fare riferimento alle reali condizioni del singolo caso. Andiamo per approssimazione, facciamo il tentativo, questo è il programma di lavoro dei medici legali. E Rodriguez? Rodriguez dice: ah, io uso i cinque criteri di Cazzaniga naturalmente, e come volete che faccia? E` il mio caposcuola. E tra questi cinque criteri ce n’è uno di basilare. Cioè lui dice: il giudizio di probabilità è possibile farlo se applichiamo tutti e cinque i criteri insieme, se ne manca uno di basilare, come quello della continuità fenomenica non possiamo più fare il giudizio di probabilità. E qui per noi, dice Rodriguez, è mancato proprio la possibilità di fare il giudizio sulla continuità fenomenica. Perché, dice lui, senza questo giudizio non è possibile il giudizio di probabilità. Dopo di che la conclusione del neutrale medico legale Rodriguez. Io ho formulato dei giudizi di elevata probabilità. La verità è che i consulenti medico - legali, gli esperti medico - legali dell’accusa hanno una strategia chiarissima. Tentano una illegittima opera di flessibilizzazione del nostro diritto penale, ne escono lacerati il principio di legalità e di personalità della responsabilità.

Il Pubblico Ministero, nella requisitoria, per quattro, cinque volte ha sentito il bisogno di dire: badate, i miei esperti sono tutti oggettivi, sono neutrali, excusatio non petita, signor Pubblico Ministero, e vedremo appunto un po’ alla volta qua fino a che punto si spinga la neutralità di questi esperti.

La verità è che il Pubblico Ministero aveva un bisogno vitale dell’opera di copertura dei suoi esperti neutrali.

Ecco, dicevo prima delle catene causali. I suoi esperti neutrali l’hanno provato, gli è andata male. Ricordate l’udienza in cui è stato sentito il professor Forti, e l’udienza in cui è stato sentito il professor Colombati quando Lei, Presidente, citò la pagina 31 della sua memoria. Forti, io gli chiedo: "Supponendo che i consulenti del Pubblico Ministero o comunque dell’accusa avessero ricostruito in concreto i meccanismi d’azione del CVM, cosa che non hanno fatto, e lo ripeterò ancora questo, non l’hanno fatto, sarebbero riusciti a risalire alla fonte? Cioè a ricostruire le catene causali in modo da arrivare al CVM?". Sapete cosa risponde Forti? Forse non lo ricordate. Forti dice: "Sicuramente sì, sarebbero riusciti a risalire alla fonte".

Ma lo spettacolo della neutralità degli esperti è davvero distruttivo. Perché a questo punto cominciano a fare delle domande al professor Forti, e gli chiediamo: "Scusi professore, ma la P53 può essere modificata anche da altre sostanze?" e la risposta del professor Forti: "Sì", "E la P53 è sempre presente quando c’è l’esposizione a CVM?", e il professor Forti risponde: "No". Ed allora Forti conclude a questo punto: "Se il senso della domanda era: avrebbe potuto quella modificazione essere causata da qualcosa di diverso dal CVM, la risposta è sì". Quindi non esiste per Forti alla fine un meccanismo d’azione specifico del CVM, altro che risalire alla fonte. Forti è costretto a rimangiarsi quello che aveva detto nella sua neutralità. Ma la tenacia del Pubblico Ministero è da manuale. E il Pubblico Ministero chiama a dar man forte a Forti l’immunologo di Udine, Colombati. Ma Colombati è più attento, non corre il rischio di dover fare una retromarcia disdicevole come quella compiuta dal professor Forti. Dice, di fronte.., sempre a domande a pagina 31 della sua relazione: "I dati non sono ancora sufficienti per suggerire che esista una modalità specifica che permetta di identificare l’azione del cloruro di vinile", udienza del 14/12/99. Ed è in questa cornice che acquisteranno poi, lo vedremo fra un po’, i tentativi dell’ultima ora quasi a tempo scaduto compiuti dagli esperti dell’accusa e dallo stesso Pubblico Ministero, per riguadagnare qualche spanna di terreno qui su questo punto, e di nuovo la P53, la P450, il gene K-rasel, l’abbiamo sentito il Pubblico Ministero parlare per ore ed ore dopo che erano state depositate le relazioni del 20 aprile dai suoi consulenti. Tutto questo lavoro - lo vedremo più analiticamente - mette tra parentesi ciò che abbiamo appena letto e sentito, e che cioè per il professor Forti per e per il professor Colombati i dati non sono ancora sufficienti, non c’è meccanismo d’azione specifico del CVM. E` chiaro che a questo punto il Tribunale si sta accorgendo che io salto il riferimento a tutti i consulenti della difesa, qui ci sono memorie di Dragani, dei quali naturalmente faccio un rinvio come prima, quando parlavo della condizione necessaria conforme alle leggi della scienza.., anche lì coincidenza vuole, come in questo dibattimento, il professor Agazzi e il professor Frosini ci abbiano detto esattamente le stesse cose che ci dice oggi la Cassazione, e ci dice il progetto Grossi.

Allora, concludendo su questo punto, i medici, gli esperti, i medici legali che cosa hanno fatto su questo terreno? Primo: non hanno fatto nessuna indagine né sui difetti genetici, né sulla P53, né sulla P450, né sul gene K-rasel, non le hanno fatte queste indagini. E siccome la situazione varia da individuo a individuo per dire che la P53, etc. hanno un rilievo bisognava dimostrarlo in quel campo con delle analisi specifiche. Non lo hanno fatto, e non potevano farlo perché un meccanismo d’azione specifico non è ancora stato individuato, non potevano risalire alla fonte, e in ogni caso non l’hanno fatto.

Ma Comba sapeva, sapeva di ciò di cui stiamo parlando, dei costi personali elevati, inauditi, e sapeva anche che questi costi personali si possono pagare se si trova il microorganismo, se si trova il vibrione, se si trova l’argilla. Lui lo dice nel suo modo misurato e ovattato com’è nel suo temperamento, ma lo dice. E nell’udienza del primo luglio del 98, credo, io gli pongo il problema del linguaggio causale, e gli dico: "Dottor Comba, ma come si fa a ricostruire il legame causale fra due eventi del passato?", ecco come risponde Comba: "Io dissi nell’ultima parte della precedente audizione, al di là dei criteri di causalità, quelli di Hill piuttosto che quelli della IARC, c’è un po’ trasversalmente a questi, un modello di causalità in epidemiologia nel quale si privilegia un pochino la riproducibilità del dato anche in assenza della comprensione del meccanismo biologico. Perché? Perché si incorpora un certo principio di cautela, principio di precauzione rivolto al futuro. E poi dice Comba: c’è il modello che invece privilegia un certo principio che io ho chiamato di efficacia, che fa scattare la valutazione di causalità quando si comprendono i meccanismi. Comba sapeva e Comba punta così nuovamente il dito sulla piaga, e dice a tutti: state attenti perché la riproducibilità del dato, cioè l’osservazione ripetuta che conferma un’ipotesi, non rispecchia il principio di efficacia, non consente cioè una valutazione causale affidabile, come sarebbe quello della ricostruzione delle catene causali. Soddisfa piuttosto le esigenze del principio di precauzione, che impone nella programmazione degli interventi, di tenere conto delle osservazioni che sono state confermate del dato riproducibile.

E` molto chiaro Comba su questo punto, dice: c’è tutta una scuola di pensiero, la quale afferma che possiamo continuare ad accumulare osservazioni che confermano, riconfermano una cosa senza che per questo la cosa sia vera. Se c’è un errore a monte ce lo continuiamo a riportare - pagina 145. Ed è noto, e lui dice che quando ai fini cautelativi la IARC raccomandò che un probabile cancerogeno sia trattato a fini pratici di prevenzione come un cancerogeno ha dimostrato, questa raccomandazione suscitò un aspro dibattito. Da un lato si sosteneva che anche a fini di prevenzione si può tenere conto di una correlazione, solo se si vedono tutti i passaggi intermedi, la scatola di vetro, anche ai fini di interventi di programmazioni future. Dall’altro si voleva invece privilegiare l’approccio cosiddetto a scatola nera. Qui c’è un’esposizione, siccome vedo... io intervengo fin d’ora riducendo l’esposizione. Un dibattito legittimo, conclude Comba, legittimo, si badi, nel quale egli interviene con sufficiente chiarezza: noi tendiamo, questa è la mia opinione di scienziato - dice Comba - a privilegiare di più il discorso della comprensione del meccanismo piuttosto che quella della valutazione di causalità finalizzata all’intervento. Più il principio di efficacia che il principio di precauzione. E sono affermazioni certamente non fatte a caso quelle di Comba, perché Simonato nell’udienza del 12 luglio del 2000 dirà: "Nel programma di lavoro dello Studio Multicentrico c’era anche la parte sperimentale, dovevano essere studiati meglio i meccanismi di tipo biologico, cioè cercare di vedere se si poteva cercare di combinare la parte epidemiologica con quella biologica. Cosa che purtroppo non si è riusciti a fare, a portare avanti, perché è risultata troppo complessa", quello che diceva Colombati, i dati disponibili non consentono di individuare il meccanismo d’azione. Ma su queste riflessioni di Comba c’è molto di più. C’è una sorta di diffidenza nei confronti di quella che viene tante volte chiamata la riproducibilità del dato, e cioè del metodo della conferma attraverso le osservazioni ripetute. Il rischio è, dice Comba, che se c’è un errore a monte ce lo portiamo dietro sempre. Qui Comba solleva un problema che ci seguirà fino alla fine nel processo. Ma non dobbiamo stupirci di questo. I più grandi paesi si sono trovati con questo tipo di processi di fronte ad analogo problema, allo stesso problema. Mi riferisco qui, tanto per andare veloce, solo a una sentenza, la celeberrima sentenza Daubert del 1993 della Corte Suprema degli Stati Uniti, e annotata in tutte le riviste. Perché celeberrima? Perché finalmente il sapere giudiziario con questa sentenza ha fatto un passo avanti, un grosso passo avanti. Cosa dice la Corte Suprema? Dice: qui il problema radicale è il problema del metodo scientifico, ed è un problema talmente importante che io dichiaro, dice la Corte Suprema, che i Giudici delle Corti e dei Tribunali devono essere i gelosi custodi del metodo scientifico, e gelosi custodi di quale metodo scientifico?

La Corte Suprema Americana dice: sono due i metodi più affidabili: quello della induzione sviluppato da Hempel, cioè l’ipotesi che viene confermata da milioni e milioni di osservazioni senza nessun controesempio; e il metodo della falsificazione delle ipotesi di Popper. Non basta, dice la Corte Americana, che un’ipotesi sia confermata secondo i criteri dell’induzione, è necessario che sia sottoposta anche ai colpi della falsificazione, perché solo in questo modo noi avremo un’ipotesi che può dirsi corroborata sia pure in via provvisoria; sempre in via provvisoria, perché la sentenza Daubert esordisce con queste parole: nella scienza non vi sono certezze. Il riconoscimento della fallibilità della scienza, il riconoscimento che la scienza non approda mai ad alcuna certezza. Ecco dove ci portano le considerazioni di Comba, ci portano a questo: alla perenne mutabilità della scienza e al modo per limitare gli errori. Ma Signori del Tribunale, se noi non seguissimo le indicazioni di Daubert e per avventura venisse condannata una persona sulla base di una ipotesi che tra un anno viene dimostrata falsificata, viene dimostrata sbagliata a causa di quell’errore a monte che Comba dice: "Ci portiamo sempre dietro". Ma che cosa dovreste pensare voi? Che cosa dovrebbe pensare la comunità intera? Ma sono questi i valori di immensa portata di cui i Tribunali devono essere i difensori? Sono questi gli anticorpi della democrazia che devono funzionare per salvare e sempre tutelare i valori supremi della democrazia? Ecco, certo, e così si condanna di meno, così viene eliminato dalla scena tutta la scienza spazzatura. Ma anche la scienza non spazzatura, anche le ipotesi serie che però non hanno ricevuto una sufficiente conferma, che non sono state sottoposte ai colpi della falsificazione. E pensare che la sentenza Daubert si riferisce ad un processo civile, non ad un processo penale. Io penso che anche chi è schizzinoso nei confronti dell’America farà bene a leggersela e a meditare su questa sentenza. Presidente, io sospenderei per tre minuti.

 

Presidente: certo.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA BREVEMENTE.

 

Presidente: se volete accomodarvi, per cortesia. Può proseguire.

 

Avvocato Stella: eravamo arrivati al rasoio di Ocram suggerito da Comba e sviluppato dalla sentenza Daubert. E` un rasoio di Ocram che va usato anche nel nostro processo, e vedremo come.

Allora, in questa situazione agli esperti medici legali, dicevo, preclusa la strada del meccanismo biologico, restava l’altra possibilità: quella delle leggi della scienza sul sempre e quasi sempre. Io sollevo questa questione in udienza e chiedo a Berrino, dico: è evidente che i dottori Bai e Berrino non hanno fatto un’indagine causale in questo senso, perché nelle loro relazioni non compare mai il nome di nessuna persona, né mai si sono posti il problema se senza il comportamento di quella persona l’evento si sarebbe verificato ugualmente oppure no.

Veniva in questo modo enunciato, introdotto nel processo quello che è uno dei temi cruciali di questo processo. E sapete qual è stata la risposta del Pubblico Ministero? Pagina 146: "Ma questo, di illuminarci sulla condizione necessaria, non è compito loro, è compito del Tribunale". Sic, eh, ma proprio quest’affermazione del Pubblico Ministero dà la chiave di volta della strategia degli esperti dell’accusa. E` una strategia contro gli articoli 40 e 41 del Codice Penale, contro l’insegnamento secolare della Cassazione, contro l’insegnamento dei Tribunali e delle Corti Supreme di tutto il mondo, viene enunciato il principio secondo il quale gli esperti dell’accusa non debbono esprimere il loro parere sul rapporto causale penalmente rilevante.

E` qui che si inserisce la famosa dichiarazione di Bracci. Anche per bocca di Bracci, dichiaratamente viene estromessa la condizione necessaria conforme a leggi della scienza da questo processo. Nuovamente il Pubblico Ministero dichiara: non si può chiedere al medico legale di discutere di teoria, ma di grazia, signori del Tribunale, chi deve discutere, chi deve dirci se la esposizione ad una sostanza tossica è stata o non è stata condizione di un tumore o di una malattia? Questo è tanto vero che il Pubblico Ministero in udienza si lascia scappare: io non so niente di linfomi e malattie, sono i medici legali che ci devono dire. Ma ci devono dire cosa? Che cosa ci devono dire i medici legali al di fuori della condizione necessaria? La verità è che per il Pubblico Ministero tutto l’impianto accusatorio crollerebbe se non ci fosse stata questa copertura dei medici legali. Se cioè i medici legali non avessero illegittimamente estromesso ogni indagine sulla condizione necessaria. In effetti, ricordavo prima la giurisprudenza di tutto il mondo. Corti americane: nessun problema si porrebbe per l’esposizione all’Agent orange se si potesse dire che essa causa sempre un danno, e nessun problema per la dipendenza da fumo di sigarette? Se si potesse dire che sempre il fumo di sigarette è seguito da fenomeni di dipendenza del fumo, o per l’esposizione al benzene, se si potesse dire che sempre l’esposizione al benzene è seguita dall’insorgenza di leucemia. Ma poiché leggi di questo tipo non esistono, ma non esistono chiaramente per il CVM, il CVM è così lontano dal coefficiente percentualistico vicino a cento, è inferiore come percentuale all’1 per cento. E questo, poiché leggi di questo tipo non esistono, dicono le Corti, non si può provare la causalità individuale, non la si può provare anche perché non si riesce a ricostruire le catene causali. Ed aggiungono quei Giudici che non costituirebbe prova della causalità individuale neppure la circostanza che il rischio relativo alla popolazione si è elevato superiore al 50 per cento, è la famosissima sentenza Arner che bisognerebbe proprio leggere e meditare, una sentenza bellissima, una delle poche che poi darà torto all’autore ma che cerca di fare dei passi avanti sul terreno della tutela delle liti, ma adottando la versione debole del più probabile fenomeno. Ma perché i Giudici americani si rifiutano di pensare che la causalità individuale è provata al di fuori di queste due ipotesi? Perché, dicono i Giudici americani, noi ci rifiutiamo di dilatare la legge, proprio quell’opera di flessibilizzazione illegittima, contraria al nostro ordinamento, al nostro Codice, allo schema del diritto penale d’evento che i medici legali in questo processo hanno tentato. Ci rifiutiamo di dilatare la legge, ed è quello che ci dice il progetto Grosso, è quello che ci dice la Cassazione nelle sue ultime sentenze. Ma la trappola in cui è caduta l’accusa è sempre più visibile. Viene il momento in cui io pongo nel dibattimento il problema della pluralità delle cause a Bai e Berrino. Ricordo a Bai, anzi a Berrino che lui è autore di uno studio, che è il capofila e che è lo studio che ha spiegato meglio di tutti come stanno le cose. Berrino dice: perché l’epidemiologia è muta sul singolo caso? Perché gli studi dell’epidemiologia, gli studi di Coorte, gli studi caso controllo e via discorrendo, sono costruiti su casi non provatamente causati, per i quali dunque non c’è la prova che ci sia un rapporto di casualità. Gli studi di Coorte e Zimiglia indicano soltanto degli eccessi nella popolazione, di talché, diceva Berrino su, supponiamo tremila casi di tumore al polmone, sappiamo al di là di ogni ragionevole dubbio - la usa lui l’espressione - che circa mille di questi casi non si sarebbero manifestati in assenza di specifici fattori professionali. Ma non sappiamo quali. Che cosa deve fare il Magistrato si chiedeva a Berrino. Deve tirare a sorte? E le stesse cose le ripete nella sua veste di studioso Bracci e le ripete Comba e le ripetono Bracci e Comba nella loro veste di studiosi, e le ripete Cannevari nella sua veste di studioso, insieme a centinaia e centinaia di altri studi che non sto qui a richiamare.

Ed allora io chiedo a Bai e Berrino, e Bai che è l’unico che non mi risulta abbia scritto in veste di studioso su questi temi, mi dice: "Ah, sì la mantengo questa opinione", io non intendevo riferirmi a Bai ma a Berrino. Berrino è più limpido, e a pagina 122 e 123 dell’udienza..., dice: "Lei ha ragione, tuttora io non saprei dire - là nel caso specifico si parlava di tumori del polmone - quale dei tumori non si sarebbe verificato in assenza. So per certo che non si sarebbe verificato, ma non so quale".

La perentorietà di quest’affermazione di Berrino fatta in udienza sembra non lasciare più alcuno spazio all’accusa. E` impossibile individuare tra i lavoratori chi si sarebbe ammalato ugualmente e chi no in assenza dell’esposizione. E dunque per condannare il Tribunale dovrebbe trasformarsi in una lotteria tirando a sorte. Ma gli esperti dell’accusa si sa sono neutrali. Ed allora che cosa fanno? Cercano di temperare queste opinioni enunciate in forma così cristallina e di ridurre, e di contenere entro i confini del fumo e dell’alcool le conseguenze devastanti per l’accusa delle loro affermazioni. E` un tentativo ingannevole perché le cause per cui si verifica un tumore non vanno ridotte solo al CVM, al fumo, all’alcol, sono molte di più, compresi i tumori al polmone. Quindi, l’operazione che loro fanno di concentrarsi sul fumo e... è un’operazione ingannevole.

Vediamo come si svolge questa operazione strategica. Allora, quanto al fumo comincia Berrino, che mette le mani avanti nell’udienza del 19/6/98, dà una notizia che la dice lunga sulla accuratezza delle diagnosi medico - legali fatte in questo processo. Non abbiamo preso in considerazione i dati di consumo di tabacco dei singoli individui. E con questa premessa Berrino cerca... giustifica l’esclusione operata dai medici legali della spiegazione alternativa del fumo. Come la giustifica? Dice: "La sinergia tra CVM e fumo non è dimostrata. Ma il meccanismo patologico è lo stesso della sinergia tra fumo ed amianto". E io penso, io spero di avere tempo di pubblicare su delle riviste queste frasi di Berrino. Rispetto ai rilievi di Berrino, acquistano un peso rilevante anche le considerazioni di Gennaro nell’udienza del 9 ottobre 98. Gli viene chiesto a Gennaro se la P53 possa essere riferita al fumo, e risponde: "A livello teorico sì". Ciò significa che trovare la modificazione della P53 non significa trovare pretese dell’effetto del CVM, e la modifica alla P53 non è mai stata cercata né trovata. Se si trova la modifica della P53 anche per il fumo, come si fa a riferirla al CVM, anziché al fumo? Comunque, in questa fase Berrino dice: "Non è documentata l’interazione tra fumo e... non sappiamo, però c’è l’asbesto", come dire l’asbesto agisce come il fumo, solo che noi l’abbiamo appena visto, il meccanismo con cui agisce il CVM non lo conosciamo. Ben più cristallino e più deciso è Comba, Comba sapeva, dice Comba, parla dell’analisi di gruppo e parla dello scostamento da una additività in cui ha fatto riferimento anche il Pubblico Ministero nella sua requisitoria. Dice... cos’è l’onestà intellettuale? Dice Comba, quando riporto le opinioni sono sempre tra virgolette: "Per alcune rare coppie di esposizioni lo scostamento è stato quantificato, in particolare fumo da sigarette con amianto per il tumore al polmone, fumo di sigarette con alcool per il tumore del laringe. Ma tolti questi pochi casi non c’è un patrimonio di conoscenze di questo tipo, e in particolare non c’è nel nostro caso" - udienza dell’8 luglio 98, pagina 44 -. Come si fa dunque a parlare di interazione tra fumo di sigaretta e CVM? Comba poi dirà, lo vedremo più avanti, parlerà di metodo diretto e indiretto per accertare l’effetto di confondimento nei gruppi e dirà che per il gruppo della Coorte di Porto Marghera non c’è stato un uso anomalo di fumo; ma questo è un rilievo che non ha nessun significato perché? Perché è un rilievo che si riferisce ai gruppi. Ciò che dovevano fare i medici legali era invece riferirsi agli individui e porsi il problema: ma questo lavoratore che ha fumato per 40 anni un pacchetto di sigarette al giorno, di questo lavoratore.. - ecco il passaggio dal gruppo all’individuo, non l’hanno mai fatto - di questo lavoratore che cosa possiamo dire? Comunque quanto al fumo, l’esclusione della spiegazione alternativa sarebbe possibile solo se si conoscesse il meccanismo d’azione specifico del CVM, e se si sapesse in base a studi appropriati che il fumo interagisce con il CVM aggravando la situazione. Ma l’assenza dei dati nell’una e nell’altra direzione non consente di affermare l’interazione e quindi di escludere la spiegazione alternativa. Più complesso forse è il problema dell’interazione CVM ed alcol. Qui Berrino, precisando il suo pensiero in ordine ad epatopatie, dice: "Non ci sono degli esami clinici che ci possono dire questa è una epatopatia da CVM in un bevitore, questa è una epatopatia da alcol etilico in un esposto a CVM. Quindi il lavoro che noi abbiamo fatto è quello di discutere sulla possibile interazione tra questi fattori" e Bai di rincalzo dirà: "Se ho una epatopatia sono abbastanza sicuro che l’alcol influisce sullo stato di salute". Allora è stato compito dei consulenti della Montedison affrontare questo tema, e io non ci voglio entrare anche perché ha una rilevanza quasi nulla per i miei assistiti. Mi faccio però una domanda, e chiedo ai difensori di Montedison di rispondere a questa domanda perché io non ho studiato questo. Ma si può dire che sempre l’alcol aggrava le malattie da CVM? E` il solito problema, perché se non si può dire sempre, allora per parlare di interazione i medici legali dovevano fare le analisi sui singoli per vedere se l’interazione era scattata, se erano diminuiti i meccanismi di detossificazione, etc., etc., cosa che non hanno fatto.

Hanno detto anche gli esperti dell’accusa, i medici legali soprattutto, non hanno fatto delle diagnosi. Mi si potrebbe dire, a proposito della pluralità delle cause e delle spiegazioni alternative: ma cerchiamo di essere più pragmatici; accetto quest’invito come un invito a nozze. Ed osservo che la carta dell’assenza delle spiegazioni alternative poteva essere giocata forse con qualche probabilità di successo dall’accusa, quando si pensava che tutti i tumori o quasi tutti i tumori dipendessero da sostanze chimiche usate dall’industria. Allora il problema era un problema serio. Ma oggi voi sapete com’è la situazione, dopo la pubblicazione del monumentale lavoro di Doole e Pitt del 1981, la situazione è radicalmente cambiata. Solo una percentuale che va dal 4, 2 per cento dei tumori è dovuta, secondo questa indagine, a sostanze chimiche nell’industria. E secondo l’EPA la percentuale è ancora inferiore, solo dall’1 al 3 per cento; il che significa signori del Tribunale, che in una percentuale che va dal 96 per cento al 99 per cento i tumori si verificano per l’effetto di sostanze che non sono sostanze usate dall’industria. Questo non lo dico io, lo dice Doole e Pitt, lo dice l’EPA. Ed allora voi capite che inoltrarsi sul terreno della esclusione delle spiegazioni alternative diventa un boomerang per l’accusa, perché Signori del Tribunale, l’assenza di spiegazioni alternative deve essere provata dall’accusa, non è la difesa che deve dire: è stata questa la causa, è l’accusa che deve dire: escludiamo le spiegazioni alternative. Mi viene in mente una bella sentenza americana, si trattava di un farmaco Bendectin, accusato di produrre malformazioni. I Giudici della Corte d’Appello hanno dichiarato l’insufficienza della diagnosi differenziale basata "sulla storia familiare, sulle abitudini dei genitori, sulla storia genetica, sull’esame clinico, sul decorso della gravidanza e sulla tossicologia perché l’autore non aveva spiegato come da queste limitate informazioni fosse in grado di eliminare ogni volta la causa potenziale delle malformazioni. Signori del Tribunale, le scarne informazioni, scarnissime informazioni sulla storia di ciascun lavoratore che i medici legali hanno ricostruito sono in grado di dirci come, sulla base di quelle storie sono arrivati ad escludere spiegazioni alternative diverse da quella del CVM? Signori del Tribunale, è chiaro che ai fini della discussione di questo processo potrei fermarmi qui e l’accusa, i suoi esperti neutrali non hanno dato la prova della causalità individuale. Hanno adottato una strategia sbagliata di flessibilizzazione del diritto penale, illegittima, illecita, direi, che contrasta sia col Codice Penale che con la Costituzione. Voglio solo aggiungere una postilla, per spiegare meglio quello che voglio dire. Noi per asserire la causalità abbiamo bisogno di una evidenza personalizzata, e qui mi viene in mente un caso che ormai i professori che non si aggiornano sempre dovrebbero imparare a insegnare ai loro allievi, è il caso Sammer e Tais Sammer Tais e Simonson, Sammer contro Tais. Allora, Sammer e Simmonson vanno a caccia di quaglie. Sammer spara 95 proiettili, Simmonson ne spara cinque. Tais viene colpito ad un occhio, chi è il responsabile? Avevano creduto di vedere una quaglia, hanno sparato, Tais è rimasto... Il caso in America è diventato di scuola. Ebbene, sapete cosa dicono i commentatori? Cosa dicono gli studiosi, gli specialisti, non solo di Toksin Tort ma di questi problemi. Se il Tribunale condanna Sammer per la mera probabilità numerica del 95 per cento è solo una questione di fortuna per il Tribunale se nella realtà è stato proprio Sammers a colpire Tais, ma le questioni di fortuna non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Perciò, quel che si richiede a un Tribunale è di non imporre la responsabilità a meno che non solo non abbia una buona ragione, ma ragioni di tipo tale da escludere che sia pura fortuna che sia un caso per il Tribunale se la sentenza è giusta, non deve essere un caso se la sentenza è giusta. Sono parole su cui meditare, non abbiamo bisogno solo di buone ragioni, abbiamo bisogno di ragioni giuste, e questo è il requisito più forte che viene richiesto quando si richiede la evidenza personalizzata, la prova particolaristica della causalità individuale realizzata attraverso la spiegazione delle catene causali, o attraverso il riferimento alla legge della scienza sul sempre o quasi sempre. Che cosa fa che non sia solo fortuna o un caso per il Tribunale se ciò che dichiara vero è vero? Solo una garanzia, la garanzia dell’evidenza personalizzata, della prova particolaristica come concretizzazione della legge scientifica pertinente.

Ho detto al Tribunale che potrei fermarmi qui, ma il Tribunale ha già capito che non mi fermo qui, perché credo molto nelle virtù rassicuranti del principio cinture e bretelle. Ed allora passo alla seconda parte, a meno che Presidente, non vogliamo rinviarlo a martedì, io posso parlare ancora. Non solo l’accusa e i suoi esperti neutrali non hanno dato la prova della causalità individuale, ma non hanno dato la prova neppure della causalità generale al di fuori dell’angiosarcoma ad elevata esposizione.

Ecco perché, ecco la ragione vera per cui il Pubblico Ministero dirà: l’epidemiologia non basta. Per forza non basta, lo porta a queste conclusioni. Quindi è un significato molto diverso da quello con cui lo diceva Comba. Ed ecco non hanno dato la prova della causalità generale per i tre organi bersaglio diversi dal fegato, non l’hanno data per l’epatocarcinoma e la cirrosi, non l’hanno data per gli altri tumori: melanoma, tumori alla laringe, non l’hanno data per la causalità generale a basse e bassissime dosi, non l’hanno data per la causalità generale delle dosi successive a quelle delle alte esposizioni. Per capire bene perché non l’hanno data dobbiamo concentrarci sulle tre direttrici di marcia che la strategia dell’accusa ha imposto agli esperti, tre direttrici di marcia fondamentali.

La prima direttrice di marcia la identifico con la linea Berrino; la seconda con la linea Comba; la terza con la linea Mastrangelo.

E` veramente istruttivo rileggere i verbali di udienza e capire cosa è capitato realmente in questo processo. E` capitato, possiamo dire che ne sono capitate di tutti i colori, sono capitati scontri frontali tra gli esperti dell’accusa, l’uno ha messo in discussione l’altro, e alla fine l’accusa non sa più che pesci pigliare. E` per questo che io ho scelto di non parlare dei consulenti della difesa, non c’era mica bisogno. Qui verrà fuori una tale disparità di vedute sui temi fondamentali da far capire una cosa. Per quello che ci presenta l’accusa è certamente un mosaico, come dice il Pubblico Ministero, ma è un mosaico di opinioni discordanti, dissonanti, è una sinfonia in cui si sentono delle stonature, non riusciamo a metterli d’accordo, ed è per questo che il giro di boa si avrà veramente quando dagli esperti epidemiologi, medico legali e via discorrendo dell’accusa, dagli esperti si passerà ai testi dell’accusa, Simonato e Borsetto, è lì il giro di boa vero del processo, è lì. E io qua debbo richiamare una delle bellissime lezioni del Daubert. Il Daubert dice - e la Corte Suprema americana se ne intende - dice: state attenti Giudici, perché il controllo che dovete esercitare sugli esperti è maggiore di quello che esercitate sui testimoni, perché gli esperti vi possono condurre a conclusioni fuorvianti, ed è questo monito che io richiamo oggi per valutare un po’ il situazione e per valutare anche l’importanza del giro di boa che è avvenuto con i testi dell’accusa, Simonato e Borsetto, e poi alla fine col rapporto (Word). Io direi, vi faccio la linea Berrino e poi basta, Presidente, oppure vado avanti. Va beh.

 

Presidente: quello che si sente di fare, professore.

 

Avvocato Stella: allora, Berrino. Noi sappiamo qual è la posizione di Berrino. Berrino resta abbracciato così a IARC 87, e non ci sono Santi, non importa che ci siano state tutte le ricerche dello Studio Multicentrico... no, è IARC 87, e tutti gli studi successivi, dice Berrino, vanno nella stessa direzione. Bene, già qui si delinea uno scontro violento con Carnevale. Carnevale, dopo una prima esitazione iniziale, nell’udienza del 12/6/98 dice: "L’evidenza dei primi lavori americani, e dopo anche altri, avevano dato un’alta significatività statistica anche in certi casi al polmone e al cervello e al sistema linfopoietico". Questo non c’è più negli studi successivi, nello studio di Simonato e neanche in altri. Per questo do ragione a quello che diceva lei, giustamente, risponde a una mia domanda. Ma qui siamo solo all’inizio. Berrino arricchisce poi la sua direttrice di marcia con tutta una serie di annotazioni, peraltro interessanti. Dice, a proposito degli epatocarcinomi, e io riprenderò l’argomento alla fine, gli studi epidemiologici generalmente non sono stati in grado di calcolare un rischio relativo specifico. Tuttavia ci sono indicazioni indirette, non epidemiologiche, ma cliniche. Sulla cirrosi l’evidenza epidemiologica è un po’ dubbia, non c’è alcuna chiara evidenza. Sulla laringe, eh sulla laringe, qui abbandona il terreno dell’epidemiologia e ricorre alla logica neutrale Berrino. Il laringe, dice, è semplicemente il tubo dell’aria prima della trachea, poi arriva ai bronchi. E` logico pensare che le sostanze cancerogene per l’alveo bronchiale possono essere cancerogene per il laringe - vedremo come sarà brutalmente smentito Berrino dai vari studi epidemiologici -. E sulla polvere di PVC richiama il sacro testo di... sul dicloretano dice che è classificato in 2 B, preesiste un solo studio che non consente di trarre conclusioni perché è basato sull’esposizione non al dicloretano, ma a dicloretano...

A questo punto si inserisce la questione che poi è stata forse un po’ personalizzata, a proposito di IARC 87 e 79, io sollevo in udienza il problema del falso oggettivo della IARC. Perché la IARC nella IARC 87 diceva: il CVM ha causato tumori al polmone nei criceti, nei ratti e nei topi; tutto facile. Non è vero per i criceti, non è vero per i ratti e per i topi è vero solo perché appartengono ad una particolare specie. Ma questo che non sia vero risulta dalla stessa letteratura citata da IARC 87 e 79, dagli stessi studi citati. Come ho fatto io ad accorgermi, anche qui nell’indagine mia personale, non mi ha aiutato nessuno, sono andata io a vedere, e Berrino, essendo neutrale, sapete come risponde? Risponde con una memoria al Tribunale e dice: "Ma non c’è nessun falso, è una questione di interpretazione. In sostanza, ha ragione Stella, ma si sbaglia nel dire che è un falso, perché bastava interpretare". E` chiaro che tutto sta ad intendersi, perché se IARC dice: causa tumori al polmone nei criceti, nei ratti e nei topi, e nei criceti e nei ratti non è vero; questo non è vero, è oggettivamente falso, altro che interpretazione! E Berrino poi fa parte integrante della sua direttrice di marcia, la sua posizione sulla soglia. Allora, qui riassume Berrino la sua posizione, dicendo nell’udienza del 3/12/99 che la inesistenza di una soglia è un postulato metafisico, è un dogma di fede, e naturalmente di fronte ai dogmi di fede il fatto che manchino delle prove empiriche non vuole dire assolutamente nulla. E quando si ha a che fare con i postulati metafisici e con i dogmi di fede è dura. Si arriva perfino - non sto parlando dell’intenzione ma della situazione oggettiva - ad una manipolazione oggettiva della situazione, e tutti ricorderete il giorno in cui Berrino stava commentando a modo suo gli studi di Svenberg, e giunto alla fine la difesa gli ha chiesto: "Ma scusi, perché non lo dice tutto intero il pensiero di Svenberg, se va avanti un altro po’ c’è scritto che per Svenberg, in base ai suoi esperimenti, i limiti attuali dei disposti per le industrie, per il PPM, quello che è, sono sicuri". Capite? Berrino aveva omesso di dire la cosa più importante, ce l’aveva lì davanti agli occhi. Sarà solo una coincidenza che la difesa anche lei aveva davanti agli occhi tutti gli studi di Svenberg, compreso quello che diceva della sicurezza degli attuali standard occupazionali. Forse Berrino non si aspettava che la difesa ce li avesse lì pronti questi studi, e si è creata una situazione di grave imbarazzo, grave imbarazzo che tutti abbiamo percepito. Si è andati avanti, Berrino completa poi il quadro della sua direttrice di marcia con le posizioni sul fumo che vi ho già illustrato. E cosa che va sottolineata, con la sua presa di posizione sulla significatività statistica e sulla latenza.

Sulla significatività statistica dice: "Boh, è un criterio che noi epidemiologi usiamo sempre di meno, è mica così importante. Noi epidemiologi guardiamo agli eccessi, non agli eccessi statisticamente e significativi, quanto alla latenza, dice... lo studio di Simonato, se noi guardiamo a più di 20 anni di latenza, noi troviamo un eccesso del tumore dei polmoni. Ed è questo il dato che ci deve guidare nell’interpretazione dello studio multicentrico di Simonato. Questo eccesso è nel periodo dopo i 20 anni". Berrino non conosce ancora l’aggiornamento IARC e il rapporto (Word) e non sa che il rapporto Word lo sbugiarderà. Berrino si era dimenticato di fare l’analisi di regressione di Croisson. All’analisi di regressione di Croisson fatta dall’aggiornamento IARC risulta addirittura un trend negativo sia pure non significativo. Questi sono i capisaldi della linea di Berrino, ai quali si adeguano, si adegua il fai da te di Bracci e Bai. Sapete cosa ha il coraggio di dire Bracci a proposito delle dosi successive alle alte esposizioni? Dice: "Non c’è motivo di pensare che non svolgano un ruolo causale", capite, non c’è motivo, per lui non c’è motivo, sentiremo dopo come stanno veramente le cose! E` il fai da te dei medici legali dell’accusa.

La linea, la direttrice di marcia di Berrino entra in collisione con la seconda linea direttrice, della strategia degli esperti dell’accusa, quella di Comba.

Allora, l’impatto tra le due linee è frontale. Per Berrino il tumore al polmone, la latenza, la significatività statistica, è un effetto cancerogeno dimostrato, IARC 87.

Per Comba si può pensare solo ad un possibile errore eziologico del CVM. Quindi non un effetto cancerogeno dimostrato ma un possibile, ad un forse, forse è così, non lo sappiamo. Parole molto pesate, dice Comba, abbiamo usato parole differenti, quando abbiamo trattato il problema del tumore polmonare, rispetto al quale la forza dell’associazione è minore, il numero degli studi comparabili realmente con il nostro relativo al sottogruppo degli insaccatori è molto minore, e quindi la riproducibilità è più ristretta e per le spiegazioni alternative abbiamo preso in considerazione il fumo, ma non gli abbiamo trovato un suo peso, la consapevolezza di questo insieme di questioni ci ha fatto dire che noi questo ruolo lo suggeriamo perché siamo dell’idea che non è mai un solo studio che conferma o confuta. Ecco, questo riferimento all’insufficienza del solo studio sarà un caposaldo su cui sono concordi tutti gli esperti dell’accusa.

Allora Comba non ignorava certo IARC 87, e la dice davvero lunga rispetto alla strategia di Berrino, la circostanza che egli, pur dicendo evidentemente.., pacis, che gli studi successivi all’87 vanno nella stessa direzione, non ripete che il CVM causa tumori al polmone, ma che forse è possibile che il CVM svolga un ruolo eziologico. E` difficile dire in quale radice affondi questa idea che l’accusa debba adottare nel processo penale, delle strategie degli esperti tra loro confligenti, strategie che dunque si annullano a vicenda. Vi sono almeno tre grandi temi che svelano il profondo conflitto tra Berrino e Comba. Il primo tema è quello della significatività statistica. Per Comba non è vero che gli epidemiologi fanno sempre a meno di questo criterio. Alla significatività statistica e all’intervallo di confidenza non si può rinunciare. Fondamentalmente ci dicono, sottolinea Comba, se l’imprecisione delle nostre stime può essere tale da rendere poco informativi i nostri risultati. Corollario: se utilizzassimo il criterio di Berrino sull’assenza di significatività statistica che alcuni studi sul tumore ai polmoni del CVM, avremmo stime imprecise e i risultati sarebbero poco formativi. Ce lo dice Comba. E le stesse cose ce le dice il professor Duca nell’udienza del 13/10/99, sulla quale rinvio senza citare.

Sulla latenza è veramente sorprendente. Dicevo, Berrino considera decisiva la circostanza che negli studi di Simonato dopo 20 anni, etc., etc. Sapete cosa dice Comba? Udienza dell’8/7/98, pagina 91: "L’analisi del tumore polmonare per latenza deve essere vista come un’analisi sulla quale non fare troppo affidamento", il pensiero di Comba è ancora meglio illustrato dalla Pirastu, quello della dose - risposta, dice la Pirastu, non è necessariamente uno dei criteri principe e la variazione dell’SMR con l’aumentare della latenza non è una circostanza determinante per il significato causale. Udienza 8/7/98. La Pirastu è per così dire costretta a fare quest’affermazione, perché noi sappiamo che lo studio Comba - Pirastu e Chellini svela un eccesso all’incontrario, dopo 20 anni di latenza l’SMR anziché aumentare diminuisce. A chi credere allora? A Berrino, a Comba o a Pirastu? A chi? E veniamo al fumo. Ho già detto il pensiero di Comba, lo preciso adesso. In quella popolazione ci possono essere i casi da fumo che ci sarebbero stati comunque a causa del fumo, dice Comba, il quale prosegue: la questione del fumo si dovrebbe raccontare sapendo per ogni membro della coorte se era fumatore o meno, e quanto era il suo consumo. Berrino ci ha dichiarato che questa indagine non ha.... Ma le difficoltà a disporre di questo dato sono ovvie e vi è in pratica la impossibilità di ricostruirlo. Quindi l’approccio più diretto e più lineare è precluso - questo dice Comba - a livello di gruppo. Bisogna dunque ricorrere nello studio di coorte ad un metodo indiretto e vedere se c’è stato un consumo di fumo anomalo. E qui dice Comba: nella coorte di Porto Marghera non c’è stato un consumo di fumo anomalo. Ma sempre a livello di gruppo, e sempre salva la necessità di andare a vedere, come dice Comba, che cosa è successo con il fumo nel singolo individuo. E Comba, nei suoi rapporti con lo IARC 87, è preciso, a proposito dei tumori del sistema emolinfopoietico. Sapete cosa dice? Dice, commentando i risultati dello studio di coorte: quindi questi dati mostrano forse un piccolo aumento, forse. Contro le bassi dosi Comba non affronta il tema, sempre se vogliamo lo affronta marginalmente, sottolineando, a proposito dell’indagine sugli insaccatori, che gli addetti all’insacco avevano dei presumibili livelli di esposizione che probabilmente andavano verso le 200 PPM e tra i 50 e i 70, dopo il ‘70 più di 5 PPM, tra 5 PPM e 50 PPM, più di 5 PPM. Poi dice Comba, dopo il ‘78 si è andati a calare ulteriormente, quindi sotto le 5 PPM. Analogamente per le polveri, la polvere poteva avere dei residui di monomero in quantità variabili sicuramente maggiore più se andava indietro nel tempo, e minore nei tempi più recenti. Per questo motivo Comba parla di plausibilità biologica negli anni più indietro nel tempo.

Vedremo dopo, approfondiremo questo tema, vedremo che nessuno ha tratto i corollari che dovevano essere tratti dalla diminuzione dell’esposizione a CVM degli insaccatori e dalla diminuzione delle polveri a calare dal 1978. Per aperta dichiarazione dei consulenti dell’Accusa, mica sono cose che dicono i consulenti della difesa? Che si sa sono pagati e fanno parte di una congiura, Signori del Tribunale. Poi dirò qualcosa che mi è dispiaciuto da parte del Pubblico Ministero sulla lettera Padola. Tu me lo devi ricordare perché a questo ci tengo proprio, a come tengo a dire, aprendo una parentesi, Signori del Tribunale, a dire una cosa che mi sono dimenticato. Allora, a proposito del risarcimento, mi è stato riferito che un avvocato di Parte Civile ha osato dire: risarcimenti vergognosi. Io penso che i colleghi difensori delle parti offese che hanno fatto le transazioni saranno stati molto contenti e felici di sentire che hanno fatto delle cose vergognose. Ad ogni modo a questo signore io replico oggi dicendo: dopo le schede depositate dal Pubblico Ministero, tanto per parlare di risarcimenti vergognosi, bene, in base a quelle schede io ho fatto un calcolo. Sono scomparse dalle contestazioni le contestazioni i relative a 91 persone, le somme date, e lo farei anche adesso, a titolo di solidarietà a queste persone, sono pari a 14 miliardi e 253 milioni, a questi si aggiungono poi i costituiti fuori lista che sono quelle persone che non sono mai state trattate, le ha trattate Montedison non si sa perché, ma non sono mai entrate nelle contestazioni, per le quali è stata erogata una somma di 5 miliardi e 889. Quindi una somma complessiva di 20 miliardi, signori, sarebbero i risarcimenti vergognosi, risarcimenti per malattie che non sono più contestate, per malattie o che non ci sono mai state o che non sono state confermate o che comunque non sono ricollegabili al CVM. Questo dovevo a questo mio collega di Parte Civile. Chiudo la parentesi sennò mi dimentico poi le altre cose.

Ma Comba è cristallino, intelligente, uomo di cultura, Comba non ha esitazioni ad entrare in conflitto anche con la Chellini e con la sua stessa indagine, riconosce i... Sapete che nella coorte sono stati esaminati gli insaccatori e insieme se ne evidenzia una indole, nella coorte pure, sommando si è ottenuto un eccesso. Bene, sapete cosa dice Comba? Comincia col dire che l’indagine compiuta insieme alla Pirastu si è concentrata sui lavoratori dipendenti di Montedison, EniChem e Solvay, perché? Perché per le ditte in appalto non eravamo in grado di accedere a una fonte che ci desse garanzie, e perciò ecco la pietra tombale di Comba su tutte queste indagini, su ciò di cui non possiamo parlare ed è bene tacere. Evidentemente Mastrangelo penserà che invece è bene parlare anche se ciò e voi non siamo preparati. Non è bene tacere se non possiamo parlare. Su ciò di cui non possiamo parlare è bene tacere. E` bene dunque tacere perché non possiamo parlare delle ditte d’appalto. Cari dipendenti delle cooperative, precisa anche Comba, non solo sballa il sistema dei libri matricola e contabile dell’azienda, il dipendente deve poter dire è uno che lavora in più siti diversi e non c’è la possibilità di sovrapporre la coorte con la fabbrica. Sempre la esposizione a PVC, Comba rincara la dose e dice: non c’è un quadro di riferimento comparabile a quello sull’esposizione a CVM, non è una situazione sistematizzata, non è una situazione dove la quantità e il numero di studi siano adeguati per avere delle certezze, e questo spiega perché noi ci limitiamo a suggerire un possibile ruolo eziologico. Su un terreno della riproducibilità più di tanto non si poteva andare perché di fatto si disponeva solo di uno studio americano, quello di Vaisvalen, udienza dell’8/7/98. Morale - mi rendo ben conto dice Comba - che parliamo di una materia sulla quale è legittima una certa pluralità di vedute. E fa solo sorridere poi il tentativo di Comba, in fondo Comba è un buono, l’abbiamo visto tutti, di dare una mano alla Chellini, le lancia una scialuppa di salvataggio e dice: ma in fondo la Chellini una fonte ce l’aveva, era l’autocertificazione. L’autocertificazione dell’85. Lei dirà, signor Presidente, ma qui siamo bloccati all’85, e in effetti, non solo non dà informazioni l’autocertificazione sul passato, ma sul periodo successivo all’85 non dice nulla. Questo è un capitolo a parte sul quale tornerò. Ecco, sapete cosa dice la Pirastu? Non ha senso guardare a delle variabili temporali quando noi sappiamo che i dipendenti delle cooperative avevano un’età all’ingresso estremamente elevata, quindi li abbiamo messi lì, l’insieme delle popolazioni che sono eterogenee, abbiamo elencato tutti gli aspetti non rituali. Ecco perché si ottiene un eccesso nella coorte. Già dalle cose dette fin qui c’è da chiedersi: ma che cos’è accaduto agli esperti dell’accusa? E` accaduto una cosa sperimentata e sperimentabile tutti i giorni nel mondo della scienza, e che gli esperti dell’accusa non sono riusciti a tenere giù bloccato il coperchio della pentola della scienza. Non ce l’hanno fatta, e ne è venuto fuori che la verità scientifica oggettiva, quello che ci ha detto Comba tante volte non esiste, esistono solo delle valutazioni soggettive, e questo mi dispiace che non ho il libro della.., che è un libro bellissimo, ormai è pacifico in tutta la Comunità scientifica, quelle degli esperti sono delle valutazioni soggettive. La scienza funziona proprio per questa ragione con il paradigma teorico della incertezza, ma qui Signori del Tribunale, più che il paradigma teorico della incertezza per l’accusa ha funzionato il paradigma teorico della estrema confusione. E lo vedremo ancora di più passando alla terza direttrice di marcia, che è quella seguita da Mastrangelo, ormai il 22.

 

Presidente: va bene, grazie, allora ci vediamo il 22. Arrivederci a tutti.

 

RINVIO AL 22 GIUGNO 2001

 

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