UDIENZA DEL 22 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

CONCLUSIONI - DIFENSORI IMPUTATI

 

AVV. STELLA - AVV. PULITANO'

 

 

Presidente: procede all’appello. Allora, la parola è all’avvocato Stella che può proseguire nella sua arringa.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: Presidente e signori del Tribunale, una cosa irritualissima, oggi è l’anniversario del mio matrimonio, 33 anni, una vita, allora ci dicemmo: "Nella gioia e nel dolore", e ci siamo dimenticati di aggiungere: "e nell’aula bunker". Nella gioia e nel dolore e nell’aula bunker. Il Tribunale mi perdoni se mi prendo la libertà di dedicare questa mia fatica a mia moglie. Riprendo il filo del ragionamento. Allora, Smai e Pisani accusati di aver concorso a cagionare la morte di più di venti persone, la malattia e la sofferenza di altre persone. Io confido proprio che dimostrerò che la loro vita non può essere straziata, che non saranno e non diventeranno degli storpi di fronte alla comunità. Perché quelle accuse sono infondate. Sono accusati anche di aver avvelenato la laguna di Venezia, la città più amata del mondo. Anche di queste accuse dimostrerò l’assoluta infondatezza, e lo farò il 3 mattina perché io oggi parlerò fino alle 2 e poi comincerà il professor Pulitanò. Sono accusati anche di aver concorso a cagionare un danno di 78.000 miliardi. E su questo punto devo anticipare sulle cose che dirò il 3 mattina. Voglio dire: noi abbiamo dimostrato io credo, e lo dimostreremo ancora meglio nel corso della discussione che primo: Enichem è estranea all’inquinamento. Secondo: il più grande inquinatore è stato lo Stato. Terzo: che lo Stato oggi, per mano del suo rappresentante, si rifiuta di applicare il principio "chi inquina paga", che è il principio di tutte le democrazie, che i calcoli da cui viene fuori quella cifra mostruosa sono calcoli astratti, disancorati dalla realtà e dalla realtà processuale, che è stato stipulato un accordo di programma e di solito fatta su osservanza che io debbo pensare che su quelle cifre l’avvocato Schiesaro si sia consultato con il Presidente del Consiglio che lui rappresenta e dunque che non abbia parlato a titolo personale ce l’ha assicurato ripetutamente nel corso delle udienze dibattimentali. Sulla base di questo presupposto, che quindi ci sia l’assenso del Presidente del Consiglio, io annuncio che, e lo annuncio perché il Tribunale non lo venga a sapere indirettamente, che noi rompiamo gli indugi ed agiremo, per così dire, in via convenzionale chiedendo noi il risarcimento dei danni allo Stato. Chiedo questa parentesi e torno agli esperti neutrali dell’accusa. Allora avevamo visto Comba contro Berrino, Berrino contro Carnevali, Comba contro Bacchellin, Comba contro la stessa Corte Puled per l’indagine Comba... Le due direttrici di marcia alla quale si aggiunge adesso la terza direttrice di marcia, quella di Mastrangelo. Allora, a Mastrangelo palesemente Comba non piace. Non piace a Mastrangelo che per gli insaccatori Comba abbia parlato di una mera possibilità di errore eziologico. Gli dice anche Comba ha sbagliato addirittura le diagnosi. C’è una concordanza tra i due studi del 52%, 48% di diagnosi di Comba, sbagliate quelle diagnosi su cui era stato costruito lo studio di coorte. A Mastrangelo non piace soprattutto che Comba abbia detto su ciò di cui non possiamo, anzi sappiamo, dobbiamo tacere. Ma a Mastrangelo non piace neppure la IARC la quale ha detto ripetutamente, sia nel primo studio... "Guardate che noi, i dipendenti, di quel reparto proprio non riusciamo a fare un’indagine, e l’indagine è impossibile". E quello che non è riuscito a fare Comba, che ha sbagliato perfino le diagnosi, quello che non è riuscito a fare la IARC ha pensato Mastrangelo: "Riuscirò a fare". Ebbene parlare anche su ciò che non sappiamo. E così Mastrangelo noi l’abbiamo sentito in dibattimento e abbiamo letto la sua relazione depositata il 20 aprile. Che cosa fa Mastrangelo? Allora Mastrangelo è d’accordo con Comba solo su due punti nel dire che sì gli studi sul tumore evidenziavano un lieve eccesso tra gli anni 1974 e 1979 e fa un calcolo, SMR, 1,13. Gli studi successivi dice Mastrangelo, tutti gli studi successivi dimostrano un SMR eguale a 1 e Mastrangelo non tiene conto dello studio della IARC e del suo aggiornamento, e neppure dello studio di Mont. L’altra cosa su cui è d’accordo con Comba è che il tutto sia accaduto per i dipendenti delle cooperative fino al 1975, fine anni Settanta, inizi Ottanta, assumendo infatti che i dati della tabella 11 di Mastrangelo siano corretti, 21 dei 22 soggetti esaminati hanno terminato la loro esposizione ben prima, molti anni prima del 1987. Solo il soggetto numero 15 nella tabella 11, che secondo i nostri calcoli dovrebbe corrispondere a Massaro Gastone, cessa alla fine dell’87. Tutto ciò spiega perché Mastrangelo consideri eziologicamente rilevante il periodo che va fino al 1975. Il Pubblico Ministero l’ha ricordato nella sua requisitoria, ma non ne ha tratto le dovute conseguenze. E questo lo vedremo più avanti. Che cosa fa Mastrangelo? Mastrangelo è un inventore di ipotesi. Ricorda un po’ il dottor (Semelvais) quel chirurgo di Vienna, quel ginecologo di Vienna che doveva spiegare la mortalità per febbre da parto. Elaborò una ventina di ipotesi esplicative, compresa quella che le donne morissero perché entrava ogni giorno il sacerdote vestito di nero per dare la benedizione con i chierichetti, e suonando il campanaccio. Ed allora anche questa ipotesi è stata presa in considerazione. Un po’ come fa Mastrangelo. La differenza tra Mastrangelo e (Semelvais) però sta tutta qui: che (Semelvais) ha sottoposto a conferma le sue ipotesi e le ha scartate una a una, finché è arrivata all’ipotesi confermata: erano gli studenti che non si lavavano le mani durante la visita ginecologica la fonte della febbre da parto. Mastrangelo si ferma invece alle ipotesi. Non una naturalmente è confermata, anzi lui ad un certo punto dice addirittura: la vecchia ipotesi è una buona ipotesi perché non è stata falsificata. Grazie, nessuno ha cercato di falsificarla, nessuno ha cercato di confermarla. Sono ben cinque le ipotesi di Mastrangelo. La prima è quella di Waksveiler che naturalmente il Tribunale ricorderà, era problematica per lo stesso Waksveiler perché Waksveiler non si spiegava come mai lo stesso effetto non fosse legato anche alla inalazione del gas. Waksveiler puntava il dito sulle polveri PVC. E come mai questo effetto se il gas viene inalato non c’è? Poi noi sappiamo che questa ipotesi di Waksveiler è stata sottoposta a verifica. Abbiamo lo studio ad esempio di Wu, Wu studia gli stessi stabilimenti di Waksveiler e non trova nessun eccesso. Ma per Mastrangelo poco importa, è un’ipotesi. L’altra ipotesi è, e sono tutte ipotesi sul meccanismo d’azione, è che sia la polvere in sé a cagionare questi eccessi di tumori e dice: questa ipotesi rimane come ipotesi. E poi un altro meccanismo d’azione, un’azione cancerogena diretta. E qui Mastrangelo devo dire che mi sono divertito a leggere queste cose. Mastrangelo dice: attenzione perché negli animali sono stati fatti degli esperimenti, esperimenti per via alimentare, per inoculazione ed attraverso un sondino gastrico. Ne è venuto fuori un tumore soltanto. E questa sarebbe una prova. Mastrangelo qui dimentica proprio l’ABC. In tutta la discussione sugli esperimenti degli animali un dato è pacifico: che la estrapolazione è possibile solo se la somministrazione nell’animale e nell’uomo è identica. Ed io credo che a Porto Marghera non si sia mai giunti al punto da somministrare per via alimentare o con inoculazione o con un sondino gastrico la polvere di PVC. Poi un altro meccanismo è quello del cancerogeno promotore. Qui Mastrangelo fa un ragionamento contorto sul quale non voglio neppure perdere tempo. In sostanza, sono cinque meccanismi, cinque ipotesi non provate. Allora dobbiamo tornare di nuovo ai dogmi di fede, ai postulati metafisici per credere a queste ipotesi. E poi Mastrangelo non ci dice qual è il meccanismo che ha agito. Questi cinque meccanismi agiscono tutti insieme, oppure ora l’uno ora l’altro a seconda l’estro? Questo resta un mistero. Stringi, stringi resta in piedi per la sua plausibilità biologica per i tempi di allora solo l’ipotesi di Waksveiler che però non è mai stata confermata. Il Mastrangelo è anche l’esperto dell’accusa che ricorda, mi sembra unico tra gli esperti, la relazione Foraboschi-Foà del 19 settembre 2000 e la usa, badate bene nel solito senso, per dire che anche Foraboschi-Foà dicono che in quegli anni, nel 1975, la polverosità era elevata, si dimentica, come al solito fanno questi esperti, di dire che allegata alla relazione ci sono i bollettini prodotti da Foraboschi e Foà che dimostrano a partire dall’85 l’assenza di CVM nell’ambiente e la mancanza di una granulometria tale da poter essere respirata. Quindi la mancanza di... E questo certificati alla mano. Mastrangelo li ignora. Li ignora ed usa Foraboschi e Foà solo per dire: ma una volta era così. In questo d’altra parte, ma non è una novità perché noi abbiamo già visto che anche per Comba l’esposizione a CVM negli ambienti dell’insacco era stata superiore a 5 PPM fino al 1978, poi dal 1978 è andata a calare e quella polverosità era una polverosità forte più indietro si va nel tempo, questa è l’espressione di Comba. Questo allora è il quadro complessivo. Qual è la situazione che si verifica a questo punto? La situazione è la seguente: è una situazione chiaramente di stallo. Allora vi sono dei punti fermi tra gli esperti dell’accusa, per il linfosarcoma forse si può dire che c’è un piccolo eccesso. Per l’epatocarcinoma non ci sono evidenze epidemiologiche. Per la cirrosi l’evidenza epidemiologica non è chiara, è un po’ dubbia. I casi di cirrosi sono inferiori all’atteso nella coorte... Per il melanoma ci sono degli aumenti di mortalità che però si basano su piccoli numeri e sono limitati ad un solo paese. Per la laringe nessuna evidenza epidemiologica, solo un argomento di carattere logico, quello del tubo. Quindi la sostanza è che per tutti questi tumori per gli esperti dell’accusa in questo momento la causalità generale non è provata. Resta il pomo della discordia del tumore al polmone e delle basse dosi. Ma anche qua noi abbiamo già visto, c’è solo la posizione di Berrino in sostanza e per le polveri di PVC di Mastrangelo, ma per Comba no. Per Comba, che conosce bene la IARC, non si tratta di un effetto cancerogeno dimostrato. E dunque se dobbiamo tener conto del massimo esperto dell’accusa, la causalità generale non è dimostrata neppure per il tumore al polmone. In questa situazione che cosa fanno i medici legali? I medici legali, come sempre, sono ignari. Sono ignari e continuano a parlare di correlabilità, che brutta parola, in astratto e in concreto tra il CVM e tutta questa serie di tumori per i quali gli esperti dell’accusa avevano in sostanza detto: la causalità generale non è provata. Se ne vanno per conto loro i medici legali, ignorano tutto il resto. Ed allora tutti capiscono l’importanza del giro di boa che si ha con l’udienza del 12 luglio 2000 quando si passa dagli esperti dell’accusa con le loro discordie e i loro conflitti, si passa ai testi dell’accusa Simonato e Boffetta. Il Tribunale ricorda benissimo quello che hanno detto, però forse vale la pena di richiamare i punti cruciali. Sui tre organi bersaglio Simonato tra virgolette: "Le analisi di dose e risposta sono state applicate a tutte queste sedi e per nessuna di queste noi abbiamo visto una dose risposta. C’è un rapporto costante e significativo tra la dose e gli effetti. Non c’era un eccesso di tumore al polmone, nel rapporto tra salvati ed attesi ci sono meno osservati che attesi. E non abbiamo trovato in effetti dose e risposta né per il linfosarcoma né per il tumore al cervello. A questo punto interviene, e lo ringrazio, in aiuto della difesa, l’avvocato Schiesaro, il quale riassume la situazione dicendo: "Polmone: non c’è nessun eccesso, cervello: un eccesso molto basso e linfosarcoma: un eccesso più evidente, però per tutti questi tre organi non è stata trovata la dose-risposta". Schiesaro chiede a Simonato se sia rilevante un eccesso a prescindere dalla dose-risposta. L’avvocato Schiesaro è fortunato perché Simonato dà effettivamente una risposta favorevole alla difesa. Dice Simonato: "La sua premessa non coincide con la prassi con cui un epidemiologo valuta l’evidenza. Cioè lei dice: lasciamo fuori la dose-risposta. Questo invece un epidemiologo non lo fa perché è parte integrante dell’evidenza sulla quale cerca poi di basare una valutazione complessiva che deve tendere a dire: tra questi due fatti, esposizioni e malattie, è plausibile un legame causale, cioè tutto ciò che si fa tende a cercare di stabilire se è credibile o meno un legame causale. Ora, nel momento in cui troviamo una situazione in cui questa dose-risposta non c’è, risulta più difficilmente credibile la presenza di una relazione causale". Capito, signori del Tribunale? Qui Simonato dice chiaramente: senza dose-risposta non è credibile l’idea di un legame causale. Grazie all’avvocato Schiesaro. Non basta un eccesso, ci vuole l’effetto dose... A questo punto, ma l’accusa si è accorta che Simonato ha messo irrimediabilmente nei guai Berrino, il quale Berrino è messo nei guai anche dall’altra affermazione di Simonato, dice Simonato: "Condividerei l’affermazione che progressivamente gli epidemiologi si stanno sempre meno interessando degli aspetti statistici. L’aspetto statistico - dice Simonato - è un criterio importante anche se non l’unico", sta parlando dello statisticamente significativo, ci dice solamente una cosa: che ci sbagliamo meno che in altre situazioni, con buona pace di Berrino. Poi altre cose importanti vengono dette dal Simonato: "Per gli epatocarcinomi - siamo allo studio multicentrico fase prima - emerge un SMR sostanzialmente uguale a 1, e quindi non emerge un rischio significativo", e qui ancora una volta Simonato... anzi qui Simonato dà ragione a Berrino, il quale aveva proprio detto: "Non c’è una stima del rischio, non risulta un eccesso statisticamente significativo". Per gli angiosarcomi Simonato dice, precisa che non sono stati constatati degli angiosarcomi dopo un LAG inferiore a quindici anni. E chiarisce ulteriormente, su domanda del Pubblico Ministero: "La mancanza di associazione dei tumori non Hodgkin e dei tumori al cervello, siccome vi sono più variabili, sia la durata, sia l’esposizione qualitativa, alta e bassa esposizione, sia la dose cumulativa, in nessuno di questi casi c’è un’associazione tra variabile espositiva, quindi in relazione alla dose-risposta". Quindi anche i tumori del sistema emolinfopoietico Simonato li inquadra perfettamente. E Simonato poi dice anche un’altra cosa, punta il dito contro i detrattori dello studio di Wu, e sappiamo bene quante censure erano state rivolte a Wu da Berrino. E’ doveroso citare, dice Simonato, i pochi altri studi importanti fatti su coorti grosse, lo studio di Wu è stato pubblicato in una rivista importante, è stato giudicato dalla FD come avente validità sufficiente per essere pubblicato nelle liste internazionali. E Simonato fa poi un’altra affermazione molto importante, che aveva già fatto Comba, e che poi io utilizzerò nel proseguo della discussione. Dice: "La valutazione finale dell’effetto causale dipende da molti pezzi di evidenza, non è mai basato su un solo studio, la valutazione finale causale non è mai basata su un solo studio, l’eccesso è tale se viene riprodotto in più studi". Mi ricorderò di questa cosa quando commenterò il rapporto Word. Quindi sintonia perfetta qui con il pensiero di Comba. A questo punto interviene Boffetta, che conferma la mancanza di associazione con i tre organi bersaglio. Introduce una novità Boffetta sugli epatocarcinomi, e dice: "Il nostro, l’aggiornamento IARC, è forse il primo studio che presenta una evidenza relativamente forte in ragione di una relazione dose-risposta con l’epatocellulare". Ecco, il primo, ed aggiungo io, il solo studio, il che, come abbiamo visto, non è sufficiente per una valutazione finale sulla causalità. L’altra precisazione riguarda gli insaccatori, qui Boffetta non ricorda troppo bene, dice soltanto che non è stata trovata nessuna associazione in un’analisi fatta per durata di impiego. E poi Boffetta dice anche, fa anche un paragone tra lo studio multicentrico, aggiornamento IARC, e lo studio di Moon, lo studio multicentrico americano. E dice: "Giungiamo praticamente agli stessi risultati, anche se i risultati degli americani sui linfomi sono leggermente positivi, però molto poco". Ecco il giro di boa. E a chiudere il cerchio c’è poi il rapporto Word, che conferma le dichiarazioni di Simonato e di Boffetta: "Nessuna associazione con i tre organi bersaglio", ed aggiunge anche un particolare al quale ho già accennato: per i tumori al polmone si deve fare l’analisi di regressione di Poisson e quest’analisi svela - mi dispiace per Berrino - svela un trend negativo, sia pure non statisticamente significativo. Quanto al resto, conferma la relazione dose-risposta, rapporto... gli epatocarcinomi, quello che aveva detto Boffetta, ed affronta il tema degli insaccatori. E qui dobbiamo stare molto attenti a quello che dice. Dice il rapporto Word: "Nessuna tendenza è stata osservata aumentando l’esposizione cumulativa per le persone che avevano lavorato come imballatori e insaccatori, tra i quali ci sono stati solo 53 decessi per tumore al polmone. Nella discussione del rapporto Word, Word afferma: "Il nostro studio non fornisce le stime dell’esposizione alla polvere di PVC, e di conseguenza non si possono trarre conclusioni per ciò che riguarda il rischio di tumore al polmone, dovuto all’inalazione delle polveri del polimero piuttosto che del monomero". Quindi ancora una volta l’ipotesi di Waksveiler resta una mera ipotesi. Viene fuori una novità dal rapporto Word, che il Tribunale conosce bene, dice: "Tuttavia, tra le persone che avevano lavorato solo come imballatori e insaccatori, tra cui 30 decessi per tumore al polmone, la tendenza era statisticamente significativa con l’aumento della esposizione cumulativa. E si tratta di un rischio, che secondo il rapporto Word, si verifica con esposizione di 2.800 PPM. Quindi, solo coloro che hanno svolto esclusivamente le mansioni di insaccatori ad esposizioni molto elevate", anche questo peraltro è un solo studio, e un solo studio è insufficiente per asserire, per fare una valutazione finale di carattere causale, l’abbiamo appena sentito. Qual è la morale da trarre da tutta questa storia del processo? La morale da trarre è che qui si tratta, e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario, di un caso da consegnare alla storia e alla filosofia della scienza. La storia di questo processo è la storia di ipotesi formulate da IARC ’87, all’inizio, che poi sono state definitivamente, e qui non facciamo giri di parole, sono state falsificate, non è più stata trovata l’associazione, un caso veramente da manuale nella storia della scienza. E dunque, in sostanza, la conclusione finora è che niente causalità generale per i tre organi bersaglio non è provata, questo mi sembra in modo veramente definitivo. Per gli epatocarcinomi c’è un eccesso segnalato dall’aggiornamento IARC, che però è un solo studio, e c’è un eccesso per il tumore al polmone degli insaccatori che hanno svolto solo ed esclusivamente la mansione di insaccatori ad esposizioni molto elevate, ed anche questo è un solo studio, e un solo studio non basta. E adesso resta il tema delle basse dosi, quindi causalità generale non provata per tutti questi tumori, e il problema è la causalità generale a basse dosi. Questo, lo sappiamo tutti, è un tema che ha percorso tutto il processo, a dar fuoco alle polveri era stato Berrino che aveva parlato, lo dicevo ieri l’altro, di postulato metafisico. Ma poi il problema era stato affrontato anche da quello che tutti gli epidemiologi considerano un po’ il padre, il professor Terracini, nell’udienza del 9 ottobre. Terracini cosa fa? Invoca l’autorità del suo maestro Norman Heldrich, il quale dice: "Attualmente la relazione tra esposizione e cancerogenicità delle sostanze genotossiche è troppo confusa per offrire linee guida sulla soglia. E perciò non vi è possibilità di uscire dall’atteggiamento di essere molto conservativo sull’esposizione e sul rischio, e quindi accettare che non vi è una dose sicura". Heldrich ha fatto queste affermazioni nel ‘95, ma Terracini richiama anche Claison del ‘62, il quale dice: "Negli animali vi sarà apparentemente una soglia che nel gruppo trattato vi sia una quantità... apparentemente perché, dice Claison, la probabilità che nel gruppo trattato vi sia una quantità sufficiente di animali è remota. Per la popolazione umana l’idea di una soglia rimane problematica", ecco perché Terracini afferma testualmente: "La non soglia è un principio di prudenza in una situazione di non perfetta conoscenza. Quindi il principio di precauzione che non ha nulla naturalmente a che vedere con la valutazione della causalità tra eventi del passato". Sulle basse dosi, dopo Berrino e Terracini, è il turno di Martines, il quale reagisce molto all’idea che la sua indagine, e si arrabbia con Zocchetti, abbia individuato una soglia pratica. Ma io non lo so, le valutazioni di Martines le conosciamo tutte, Martines dice: "Non siamo riusciti a dimostrare un’associazione positiva tra angiosarcoma, epatocarcinoma e cirrosi nel gruppo alta esposizione, mentre nel gruppo media esposizione non siamo riusciti a dimostrare un rischio aumentato - dice testualmente così - e l’OR non supera l’1, sia per la bassa che per la media esposizione". E dice ancora Martines... e poi ha voglia Martines di dire che le sue intenzioni non erano queste, sarà anche vero, ma quello che ha detto e scritto è qui. Dice: "La probabilità che questa distribuzione sia dovuta al caso è inferiore a 1 su 1.000. L’esposizione a CVM ha giocato un ruolo importante concausale solo nei pazienti sottoposti a dosi di CVM superiori a 1650 PPM". Naturalmente sulle basse dosi il contrasto tra alcuni esperti dell’accusa e gli esperti della difesa è irriducibile. La difesa ha cercato anche qui accettando l’inversione dell’onere della prova di portare delle prove sull’esistenza della soglia, mi limito a citare sempre il solito Swenberg, e soprattutto Heims, perché il Pubblico Ministero ha cercato di ridurre la portata degli studi di questo scienziato, ma bisogna leggerli, bisogna vedere cosa dice Heims, e gli esperimenti che ha fatto Heims, ma a parte questo io non voglio parlare dei consulenti della difesa. A questo punto, in questa situazione interviene il giro di boa, ancora Simonato e Boffetta. E qui io penso che tutti conosciamo a memoria cosa hanno detto. Il Presidente fa una domanda a Simonato, e dice: "Ma insomma mi dica qual è a sua esperienza e a suo giudizio, e a prescindere dagli aggiornamenti dello studio epidemiologico, la dose minima e idonea a ledere". Simonato risponde: "L’indicazione che abbiamo è che il soggetto con angiosarcoma è quello che ha 10 anni di durata e cumulo 288 PPM", e Boffetta: "Per gli angiosarcomi non avevamo nessun caso sotto 285, 288 PPM. Cosa succede al di sotto - dice Boffetta - penso non si possa ancora dirlo", ecco la pietra tombale sulla tesi dell’accusa. Noi non possiamo ancora dire, e non possumus, di Simonato e Boffetta, è una pietra miliare che non potrà più essere eliminata da questo processo. Sta a indicare il non possumus, non possumus dare le prove dell’inesistenza di una soglia. E l’ultimo capitolo della causalità generale riguarda poi le basse dosi successive alle antecedenti alte esposizioni. Anche qui noi conosciamo già il peccato originale di Bracci. Bracci aveva detto con una leggerezza estrema, una disinvoltura incredibile, un’assenza anche di senso di responsabilità, aveva detto: "Non vi è motivo di pensare che le basse dosi successive non svolgano un ruolo causale". Ed ecco la domanda del Presidente a Simonato e a Boffetta nell’udienza del 12 luglio: "L’eventuale effetto di antecedente esposizione ad alte dosi è influenzato o no dalla successiva esposizione a basse dosi?". Nell’aula silente a questo punto cade la risposta di Simonato, del teste Simonato che chiude una morsa definitiva l’accusa. Simonato dice: "Dove noi effettivamente abbiamo pochi dati sull’uomo e nel contributo differenziale all’interno dei periodi successivi, cioè alla domanda: possiamo noi configurare che in realtà è un meccanismo di tipo alte dosi iniziali, e il processo che si innesca è irreversibile e non importa quello che succede dopo, ovvero è una situazione di equilibrio instabile in cui anche le fasi successive... Questo dipende dai modelli di cancerogenesi che si studiano, però nell’uomo non si è in grado attualmente di dare una risposta". Non possumus se non avessimo capito, Simonato ripete ancora: "La risposta non c’è, quindi non posso dargliela", e Boffetta rincara la dose: "Su questo noi non abbiamo fatto analisi specifiche. Io su questo non posso", e in questo modo ingloriosamente per gli esperti medici legali dell’accusa si chiude così anche il capitolo delle basse dosi successive. Neppure per questo capitolo l’accusa ha provato la causalità generale, resta la pietra miliare del non possumus di Simonato e Boffetta. A questo punto la guerra è finita, ed è una guerra perduta per l’accusa. Ma la storia ci insegna, signori del Tribunale, che i giapponesi a guerra finita continuavano a combattere nelle isole e l’hanno fatto per alcuni mesi, e nessuno li aveva avvertiti e i giapponesi si esercitavano ora a sparare a casaccio, ora a sparare contro delle ombre, ora a sparare anche in modo tale da riuscire addirittura a ferire se stessi, ora in azioni di guerriglia organizzate sempre contro un nemico inesistente. E’ quel che è accaduto all’accusa, agli esperti dell’accusa, i quali, a tempo ormai quasi scaduto, il 20 aprile 2001 hanno depositato una serie di relazioni di cui cerco di riassumere brevemente il senso. Un primo colpo viene sparato contro l’onesto e intelligente Zocchetti, se la prendono con Zocchetti e con la sua monumentale relazione del 13 gennaio 1999. E’ un lavoro veramente ammirevole quello di Zocchetti. E sapete come se la prendono? Dicono: "Ma le sue sono opzioni discutibili e poi non ha citato EPA 2000". E sapete cosa dice EPA 2000 sul tumore al polmone? Dice, leggo dalla memoria dei consulenti Vineis, Comba e Pirastu, e qui devo dire che mi è dispiaciuto che Comba abbia firmato questo documento, e glielo dirò anche quando lo incontrerò. Dice: "Il tumore al polmone è stato associato nel passato con l’esposizione al CVM, e sulla base dei dati di Waksveiler l’incremento di rischio al polmone può essere dovuto all’esposizione alla polvere di PVC". E qui l’EPA non fa altro che darci una notizia storica arcinota. Noi Waksveiler lo conosciamo perché l’abbiamo discusso in tutto il dibattimento, e questa sarebbe la novità di cui non ha tenuto conto l’onesto e intelligente Zocchetti nella sua memoria piena, a detta degli esperti dell’accusa, di opzioni discutibili. Ma oltre al colpo sparato contro Zocchetti, c’è anche qualche colpo di guerra fratricida nuovamente, perché dicono Comba, Vineis e Pirastu in questa memoria, che tutte le indagini sugli insaccatori e sull’esposizione a polveri di PVC, non permettono di distinguere il ruolo dal CVM da quello della polvere di PVC, perché tale distinzione potrebbe essere fornita esclusivamente dallo studio di coorti per le quali esistono misure e/o stime delle esposizioni a polveri di PVC. Come dire, ha torto marcio Mastrangelo che ha puntato tutte le sue carte sulla esposizione alla polvere di PVC, e che su questo ha costruito le fantomatiche cinque ipotesi esplicative. Ma i giapponesi nelle isole sparavano anche dei colpi a caso a costo di ferirsi. Sentite cosa dicono Comba, Pirastu e Vineis in questa relazione: "E’ vero - dicono - e lo ammettono per la prima volta nella storia del processo - che nelle coorti di esposti a CVM e PVC nel loro complesso non si è generalmente osservato un eccesso di mortalità per tumore al polmone". Ma cosa dicono sul tumore del sistema emolinfopoietico? E qui io non so dare una spiegazione. Dicono: "L’insieme dell’evidenza epidemiologica non documenta in modo definitivo l’associazione tra CVM e questa causa di morte", non documentano l’associazione in questo modo, Vineis, Comba e Pirastu riepilogano a modo loro ciò che aveva detto Comba: "Forse esiste un piccolo rischio". Ma ecco il colpo con cui si feriscono, dopo aver detto che non ci sono studi che documentino, concludono così: "Si può, pertanto, concludere che l’evidenza epidemiologica suggerisce un aumento di rischio per i tumori del sistema emolinfopoietico". Io lascio a chi mi sente la conclusione. Ma se non documentano l’associazione gli studi epidemiologici, come si può dire: "Pertanto c’è un aumento del rischio documentato dagli studi epidemiologici"? Qui senza usare espressioni forti, ma insomma il principio di non contraddizione continua ad esistere, io credo, anche ai nostri tempi. La stessa cosa per il tumore all’encefalo, si può pertanto concludere... allora non ci sono studi che documentano, si può pertanto concludere che l’evidenza epidemiologica suggerisce - loro usano questa parola "suggerisce" - perché? Perché è meno di "prova", ma insomma, non dobbiamo perdere assolutamente questa carta ed allora diciamo "suggerisce". Quanto al melanoma dicono: "La ripetuta osservazione in studi di buona qualità e grandi dimensioni di incremento di rischio, seppur concentrati in alcuni paesi, Norvegia, Italia e Gran Bretagna, rende plausibile l’esistenza di un’associazione tra esposizione a CVM e melanoma. Si può pertanto concludere che l’evidenza epidemiologica suggerisce". E del che usano questa cautela gli esperti dell’accusa in questa fase in cui la guerra è già finita. E suggerisce, non possono dire che documenta e prova, perché, primo: per lo studio di coorte di Comba e Pirastu l’SMR è superiore a 100 ma non è statisticamente significativo. Secondo: la concentrazione di casi nelle coorti nordiche aveva sempre fatto dire agli esperti dell’accusa, e allo stesso Simonato: "L’eccesso di melanomi in Norvegia non è stato ulteriormente indagato perché era confinato ad una sola nazione". L’aumento di rischio si riferisce quindi alla Norvegia. E’ un difetto anziché un eccesso, si riscontra nello studio multicentrico americano di Moon, ecco perché cercano di passare il fronte dicendo "suggerisce". Stessa musica per i tumori al laringe. Per la relazione di sintesi degli esperti dell’accusa, per il tumore del laringe la mortalità non è il migliore indicatore di rischio. Grazie, questo lo sapevamo tutti. Gli studi di coorte condotti in Gran Bretagna Johns ‘88, Italia, Pirastu ‘91 e ‘98, e Stati Uniti Wu, hanno rilevato incrementi di mortalità per il tumore della laringe. Si può pertanto concludere, anche qui, per il suggerimento di un aumento del rischio. E perché suggerire? Ma perché non è provato, e non è provato perché gli incrementi di mortalità cui si riferiscono non sono statisticamente significativi. Anzi, per lo studio Comba-Pirastu i tumori del laringe osservati sono 0 contro 5,1 attesi, capite? 0 contro 5 attesi. Per lo studio multicentrico di Simonato gli osservati sono 5 contro 7 attesi, per Moon, studio multicentrico americano, gli osservati sono 6 contro 13 attesi. Per Word gli osservati sono 10 contro 14 attesi, e che cosa si vuole di più? Resta solo il caso di Ferrara. A Ferrara, Comba e Pirastu hanno trovato un eccesso. E’ una stranezza, e poi nelle schede depositate alla fine dal Pubblico Ministero tutti i tumori del laringe verranno attribuiti proprio per il fatto che c’è questo eccesso a Ferrara. Allora, si trascura tutta questa veramente impressionante situazione di osservati ed attesi in tutto il mondo, si trascura di dire che per gli altri stabilimenti, la coorte di Comba e Pirastu gli osservati sono 0 contro 5 attesi, e si dice a Ferrara: invece gli osservati sono superiori agli attesi. Questa è la situazione. Si potrebbero fare tanti commenti, ma per quanto riguarda questa situazione di Ferrara... sì, non lo merita neppure, ma devo anche dire qualcosa. Qui si tratta di stabilimenti indagati dagli stessi consulenti con la stessa esposizione. Allora, come si spiega, non si sono mica posti questo problema? Come si spiega che a Ferrara sono superiori gli osservati e sul resto 0 osservati contro 5,1 attesi. Evidentemente c’è qualcosa che spiega questa differenza, che non è però l’esposizione, perché l’esposizione studiata è la stessa. Ma qui è inutile che io indugia ulteriormente. Sugli epatocarcinomi prendono atto della situazione, l’unico studio dose e risposta dell’aggiornamento IARC, dimenticano però di citare Martines. Nessun rischio al di fuori delle alte esposizioni. Il bello viene anche con la cirrosi, e qui gli esperti dell’accusa, che non erano stati avvertiti che la guerra era finita, cosa fanno? Rilanciano Taiwan. Ah, lì ci sono stati dei ricoveri ospedalieri, a Taiwan, per cirrosi epatica e lì c’era un eccesso tra questi ricoverati. E poi per Pirastu ‘98 la mortalità per cirrosi epatica dei lavoratori esposti al CVM supera quell’attesa in due stabilimenti. E qui io quello che non riesco... che faccio fatica veramente ad accettare è il mettere tra parentesi le conoscenze. Eh, le conoscenze vanno discusse. E qui in quest’azione di guerriglia loro mettono tra parentesi, fanno una grande parentesi. Sapete cosa mettono tra parentesi? Allora, gli osservati per la cirrosi sono inferiori agli attesi in tutti gli studi. Da Monson 1974 a Tabersho 1974, a Hot 1975, a Backster 1976, a Waksveiler 1976, a Fox 1977, a Cooper 1981, a Graiser 1982, a Belli, 1987, alla Plans 1987, a Wu, 1989, a Simonato 1991, a Wong 1991, a Pirastu Italia 1991, a Pirastu Marghera 1991 e 1997, a Mont 1999, a Word, 2000. Sempre gli osservati sono inferiori agli attesi. E’ una mole di studi assolutamente impressionante, mai vista. Di fronte a questa mole di studi, questi esperti dell’accusa neutrali come sempre hanno il coraggio di riferirsi all’unico dato, che è quello della Pirastu del 1998. Qui però, guarda qui ancora una volta il caso, gli esperti dell’accusa si dimenticano di dire che l’eccesso-decesso della Pirastu 10 contro 8,9 attesi si riferisce non a Marghera ma agli stabilimenti di Ferrara, (Rositano) e Ravenna. A Marghera non c’è questo eccesso. E gli esperti sono davvero distratti e si dimenticano di dire che per Martines appunto fino a 1.650 PPM non c’è aumento di rischio osservato. E a questo punto cosa fanno gli esperti dell’accusa a guerra finita? Fanno un’azione di guerriglia. E bisogna un po’ confondere le acque, ed allora giù con la P54, con la P450, con il gene K-rase, dimenticando totalmente anche qua ciò che avevano detto Colombati e Forti, non c’è un meccanismo d’azione specifico del CVM. E qua loro invece surrettiziamente, non ricordano certo Colombati e Forti, surrettiziamente non lo dicono, ma vorrebbero che pensassimo che c’è, siccome questo tema viene ripreso poi nella requisitoria del Pubblico Ministero, ne parlerò parlando della requisitoria del Pubblico Ministero. Devo dire che con queste memorie parlo seriamente e mi dispiace, ripeto, per Comba, gli esperti dell’accusa hanno veramente messo a dura prova la loro neutralità. E alla fine di questa storia si colloca la requisitoria del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero ha capito, ha capito che l’intero impianto accusatorio era crollato, ha capito che i suoi epidemiologi, i suoi studiosi di biologia molecolare, i medici legali non ce l’avevano fatta, e allora cosa fa? Dice in quattro udienze, vi dico io cosa avrebbero dovuto dire i miei esperti epidemiologi studiosi di biologia molecolare ed animale. E qui parte la requisitoria, per giorni e giorni abbiamo sentito dati su dati, vecchi e nuovi, di carattere storico e scientifico, il Pubblico Ministero diventa, si trasforma, diventa lui epidemiologo e studioso di biologia molecolare. Io devo dire che ho ammirato il Pubblico Ministero in questo sforzo gigantesco anche perché ho ammirato anche il suo scrupolo alla fine di dire: "Ma tentiamole proprio tutte", tentiamole tutte. Ed allora abbiamo visto questo mosaico, cioè rigiochiamoci tutte le carte epidemiologiche, non importa quello che hanno detto Comba, lasciamo perdere Comba, io mi devo accomiatare da Berrino, mi devo accomiatare dai miei esperti, devo lasciar perdere Simonato e Boffetta e il rapporto Word, devo dare un nuovo mosaico, devo tentare di cambiare le carte. E giù con l’epidemiologia, con la storia dell’epidemiologia, giù con la congiura delle industrie che continuano a congiurare, giù con una mole immensa di dati. Pensate che solo il tumore al polmone occupa 70 pagine dell’udienza del 5 giugno. Il risultato, io ho già detto che non seguirò il Pubblico Ministero in questo, anche perché se no dovrei stare qui quattro udienze. Non lo seguirò, risponderò per iscritto punto per punto, solo per scrupolo, ma i risultati li posso dire fin d’ora. I risultati sono pari a zero. Nelle 70 pagine dedicate al tumore dei polmoni il Pubblico Ministero dimostra proprio la sua disperazione, punta tutte le sue carte sull’inventore di ipotesi Mastrangelo. E poi che cosa fa? Punta le sue carte sugli insaccatori, sui dipendenti delle ditte d’appalto. Ed allora qui io devo, senza entrare nei dettagli, ma devo riepilogare a grandi linee il quadro della situazione sugli insaccatori. Non so se il Tribunale ricorda, ma il Pubblico Ministero ha detto anche lui che l’epidemiologia non basta, per forza non basta per lui, non bastava l’epidemiologia dei suoi epidemiologi, dei suoi esperti. Allora, faccio solo en passant il quadro degli studi sugli insaccatori. Solamente due studi tra quelli pubblicati, oltre allo studio delle coorti di Porto Marghera, Pirastu ‘97, hanno esaminato in maniera diretta la mansione di insaccatore, e sono gli studi di (Storeved Eda) del 1984 e quello di Johns dell’88. Ad essi si usa aggiungere il lavoro di Waksveiler e quello di Wu dell’89, anche se questi ultimi più che sulla mansione di insaccatore pongono l’accento sull’esposizione a polvere di PVC. Da ultimo, il rapporto Word. Orbene, Heldas non riscontra nessun eccesso di rischio per tumore al polmone tra gli insaccatori. Come dimostra Zocchetti nella memoria del 13/1/99, famigerata, in cui Zocchetti dimostra che i calcoli, i numeri di Mastrangelo che aveva voluto far dire a Heldas cose diverse sono sbagliate, e lì non si scherza con i numeri, se sono sbagliati sono sbagliati. Anche Johns indica non un eccesso ma un difetto per la mansione di insaccatore. Tralascio Waksveiler che lo conosciamo. E qualche anno più tardi, nell’89, Wu esaminano lo stesso impianto studiato da Waksveiler e non trova più l’associazione tra polvere di PVC e tumore polmonare che era stata suggerita da Waksveiler. L’ultimo degli studi pubblicati è quello di Pirastu ‘97, ed è quello che evidenzia un eccesso per la mansione di insaccatore, ma si badi, non statisticamente significativo e con un andamento per latenza esattamente contrario a una spiegazione di natura eziologica, dopo i 20 anni anziché aumentare l’SMR diminuisce. Word l’ho già ricordato, nessun trend con l’aumentare dell’esposizione è stato osservato per le persone che hanno lavorato come insaccatori, solo per le persone che hanno svolto esclusivamente la mansione di insaccatore... Ma Word è importante anche per un’altra questione. Tutti questi esperti dell’accusa avevano cercato, attraverso Mastrangelo, di supportare la tesi dell’associazione col tumore al polmone, dicendo: "Guardate che il lavoro all’insacco ha come conseguenza bronchiti, pneumoconiosi, una diminuzione delle funzioni polmonari", chiaro che questo non stava a indicare un’associazione col tumore al polmone, però supportava la tesi nel senso di dire: c’è una compromissione della funzione respiratoria. Sapete cosa dice il rapporto Word? Poiché alti livelli di esposizione a polveri di PVC, nelle operazioni di essiccatura e di insacco erano stati associati in alcuni studi trasversali - che sono quelli citati dal Pubblico Ministero - con l’insorgenza di pneumoconiosi e con decrementi della funzione polmonare, nel presente studio è stata condotta una specifica analisi per i lavoratori che hanno svolto esclusivamente questa mansione. Nessuna evidenza di un aumento complessivo delle malattie respiratorie e neppure di bronchiti, enfisema ed asma è emerso. Allo stesso modo non è stato osservato alcun trend in queste mansioni né con la durata dell’esposizione né con l’esposizione cumulativa. Questa è una grossa novità del rapporto Word, e spiega perché dalle schede depositate dal Pubblico Ministero siano scomparse tutte le malattie dell’apparato respiratorio, dalle pneumoconiosi alle bronchiti e quant’altro. Resta dunque il caso controllo di Mastrangelo, ma su questo mi sono già fermato. Allora con la riserva naturalmente di rispondere puntualmente su tutto, sarà una fatica inutile ma devo farlo. Non cambia niente, le cose dette dal Pubblico Ministero non aggiungono una virgola a ciò che era emerso nel corso del dibattimento. La storia del processo si era veramente chiusa con la chiusura del dibattimento. Ma il Pubblico Ministero non si accontenta di questo nuovo mosaico, si rende conto che è alle corde, anzi che non c’è più nulla da fare. Ed allora tenta una virata che è veramente impressionante. Ricorda il Tribunale, io l’altro giorno citavo Comba e dicevo che per Comba e tutti gli altri l’epidemiologia non basta, deve essere integrata dalla valutazione clinica. Ma noi abbiamo visto che l’idea che i medici legali dell’accusa abbiano fatto una valutazione clinica, che integra l’epidemiologia, è un’idea che fa soltanto sorridere, lo vedremo meglio un po’ più in là. Ed allora cosa fa il Pubblico Ministero? Che sa bene la situazione, la conosce bene. Per ore ed ore giù con la P53, con la P250, col gene K-rase. Ecco, evidentemente il Pubblico Ministero aveva capito che l’integrazione non era avvenuta sul terreno della valutazione clinica. Ed allora spara questi colpi. Io su queste ore ed ore del Pubblico Ministero dedicate ai difetti genetici, alla diversa suscettibilità individuale, alle modificazioni di quelle proteine e di quei sistemi enzimatici non voglio dedicare troppo tempo. Dirò qualcosa, ma per me il problema è già risolto dalla pietra miliare costituita da Colombati e Forti, non c’è un meccanismo d’azione specifico, non è possibile risalire alla fonte, in ogni caso i medici legali non l’hanno mai fatto. Ed allora che senso ha a questo punto, che senso ha, anche dal punto di vista dell’impiego del tempo, parlare di queste cose? Allora, la prima e più ovvia considerazione da fare a proposito di queste proteine è che nessuno dei soggetti che ha sviluppato un tumore e dei quali ci siamo occupati, è stato mai sottoposto ad analisi genetico-molecolare, per quanto riguarda l’eventuale presenza di eventuali alterazioni genetiche o mutazioni nel soggetto che ha sviluppato il tumore. Viene quindi a mancare anche il presupposto per l’uso dell’informazione relativa alle mutazioni. E a ciò si aggiunga che i dati derivati dalla letteratura invocata dal Pubblico Ministero sono diversi individui e in tumori diversi, e non siamo dunque in grado di sapere se e che tipo di alterazioni genetiche sarebbero state osservate negli esposti a CVM che hanno sviluppato il tumore. Ma c’è di più, la P450, gli enzimi appartenenti alla classe P450 svolgono un ruolo nel metabolismo di sostanze endogene ed esogene, sono presenti in maniera ubiquitaria in quasi tutti i tessuti, sia pure in maniera diversa, metabolizzano una miriade di composti diversi, miriade di composti diversi, incluso il CVM. Gli enzimi che intervengono nel metabolismo del CVM non sono specifici per il CVM, ma sono comuni a diversi cancerogeni chimici, sostanze tossiche, composti endogeni. Quanto alle mutazioni della P53, e ce l’aveva già detto Forti, ce l’aveva detto con la forza Forti, costretto, e ce l’aveva detto Colombati. Queste mutazioni sono presenti in percentuali diverse in quasi tutti i tumori, sono state osservate in condizioni non tumorali, per le mutazioni osservate negli angiosarcomi, gli stessi Colombati e Berrino, hanno osservato, nella loro relazione, che i dati molecolari disponibili ad oggi sono stati ottenuti su un basso numero di neoplasie. La mutazione della P53, inoltre, non è una caratteristica comune a tutti gli angiosarcomi ed agli epatocarcinomi, la mutazione della P53 può essere determinata da tutta una serie di sostanze diverse dal CVM, ed è molto frequente nei tumori anche in assenza di qualsiasi esposizione a cancerogeni ambientali. Questa è la situazione. E restano infine le mutazioni al gene K-rase. Questi oncogeni dimostrano mutazioni puntiformi in tumori di diverso tipo, in assenza di esposizione al CVM, inoltre non in tutti gli angiosarcomi sono state osservate mutazioni del gene. Quindi, anche le mutazioni al gene K-rase non sono specifiche dei tumori epatici che vengono associate ad esposizioni a CVM. E’ per questo che Berrino e Colombati avevano concluso dicendo: "I dati non sono ancora sufficienti per suggerire che esista una modalità specifica che permetterebbe di identificare l’azione specifica del CVM". Ed anche Simonato, si ricorderà il Tribunale, aveva detto: "Noi ci abbiamo provato con lo studio multicentrico, volevamo vedere il meccanismo biologico, la cosa è stata impossibile". E’ certo che se il Pubblico Ministero fosse riuscito a ricostruire le catene causali ce l’avrebbe fatta, ma neppure Ercole con la sua fatica ce l’avrebbe fatta, e il Pubblico Ministero ha tentato invano questa fatica d’Ercole. Bastava che dicesse: "Guardate ci sono questi studi, ma noi la conclusione definitiva è sempre quella di Forti e di Colombati". Ma il terremoto che ha scosso tutto l’impianto accusatorio e che ha indotto il Pubblico Ministero a fare questa, peraltro ammirevole fatica d’Ercole, ammirevole perché fine a se stessa, inutile, ha spinto il Pubblico Ministero, questo terremoto, a tentare un’altra fatica d’Ercole, che è quella relativa alle basse dosi. Situazione in cui vorrei entrare abbastanza nel dettaglio, e quindi mi sembra che forse, se il Tribunale è d’accordo, potremmo fare adesso una sospensione. Grazie.

 

Presidente: va bene. Ci vediamo tra un quarto d’ora.

 

AVVOCATO STELLA

 

Avvocato Stella: Presidente, staremo abbondantemente nei limiti di questa mattinata.

 

Presidente: in che senso?

 

Avvocato Stella: nel senso che finirò prima delle due.

 

Presidente: va bene, allora può riprendere, professore.

 

Avvocato Stella: dicevamo, ma che Simonato, ma che Boffetta, ma che mancanza di prove empiriche da parte della scienza? "Adesso vi spiego io", dice il Pubblico Ministero, "lasciamola stare la scienza, i fatti sono quelli che contano, e i fatti sono quelli che io vi enumererò". Sono tutti, e qui è la metodica, sono tutte le segnalazioni di casi raccolti attraverso rogatorie internazionali, attraverso ricerche varie. Signori del Tribunale, vi ricordate la lezione che ci ha fatto Comba sulla qualità degli studi, sui criteri di Hill, sulla potenza statistica, sulla capacità informativa, sul disegno degli studi, e tutti quei criteri, io lo ascoltavo incantato, perché Comba che sapeva, in questo modo, per quel che riguarda l’epidemiologia, tracciava il confine tra scienza e non scienza. Ci vuole tutta una serie, una pluralità di criteri da seguire nella ricerca scientifica se vogliamo dare un significato ai fatti. Il Pubblico Ministero dice: ma che criteri di Hill, ma che disegno dello studio, ma che capacità informativa, ma quale potenza statistica? Ma non scherziamo, andiamo a vedere questi casi nel mondo. E io perciò sono costretto a intrattenere il Tribunale su questo tema, e anche su questo devo rispondere. Non voglio limitarmi a dire che siamo sul terreno della non scienza, voglio anche vedere caso per caso. Allora, comincio con un caso segnalato per dimostrare, e lo dimostrerò per tutti i casi, l’irrilevanza e la non affidabilità di questi documenti relativi alla segnalazione di questi casi. In una lettera di Barn a Lloyd del NIOSH si legge testualmente: "Forse lei mi può dare una mano su un punto specifico, nel programma della TV britannica il dottor Selikov ha dato grande risalto ai casi di una signora di Buffalo che abitava a quattro isolati di distanza da uno stabilimenti di PVC e di un operaio di una fabbrica di cavi. Ho visto che nella registrazione della audizione presso l’OSHA non si è accennato affatto al primo caso. Mentre il caso dell’operaio, malgrado se ne fosse parlato nel corso dell’audizione presso l’OSHA, veniva poi omesso in una successiva interrogazione alla sottocommissione del Senato. Questo significa forse che adesso si pensa non si tratti di angiosarcoma?". Questa lettera, che tra l’altro è stata tradotta male dal Pubblico Ministero, guarda caso nella traduzione si salta il non, quello che proprio interessa. Questo significa forse che adesso si pensa non si tratti di angiosarcoma? Non c’è nella traduzione. Allora dicevo questa lettera rende bene l’idea di ciò di cui stiamo parlando, se di un caso non si è parlato davanti all’OSHA e dell’altro non si è parlato davanti alla sottocommissione vuol dire che c’erano delle buone ragioni per non ritenere affidabili le segnalazioni di Selikov. Altri casi. Caso segnalato da Maltoni nell’84, un lavoratore della Pansac classificato ad esposizione media, il lavoratore è morto nel ‘71, e stabilire che cosa significhi esposizione media per quegli anni è un’impresa veramente non facile. Vi è poi il caso di un soggetto turco in Germania, caso di cui non si sa praticamente nulla, che viene dal Pubblico Ministero considerato esposto a basse dosi perché avrebbe lavorato solo 4 anni. 4 anni ma a quali dosi? Il caso che viene riferito dalla Nouvelle Press Medical, angiosarcoma delle... non ha palesemente nulla a che fare con le basse dosi, perché dalla documentazione risulta che faceva l’autoclavista. Caso Cox, dai documenti che ho a disposizione noi non possiamo essere certi di nulla, soprattutto dell’esposizione. E non si possono certo trarre delle conclusioni da una sentenza americana che dà ragione all’autore sulla base del più probabile che no. Il Pubblico Ministero cerca poi di trarre delle informazioni dall’ultima versione del registro internazionale degli angiosarcomi, dove sarebbero stati segnalati alcuni casi dalla Germania, Israele e dagli USA. Come ha ricordato lo stesso Pubblico Ministero, il registro è compilato "su base volontaria", cioè chi voleva delle aziende mandava dati, chi voleva faceva a meno, e mandava i dati che voleva. Si tratta quindi di una raccolta che non ha lo scopo di uno strumento di indagine scientifica, standardizzata, controllata, di qualità nota. Il registro svolge il semplice ruolo di collezione di casi possibili, collezione che può essere un punto di partenza per studi che però qui non sono mai stati compiuti. Per la sua natura e per le modalità in cui è stato condotto nel tempo il registro non ha pretese né di completezza né di qualità. Non si è nemmeno certi che i tumori contenuti nel registro siano effettivamente angiosarcomi. E proprio per questo motivo non rappresenta uno strumento probatorio di fronte a singoli casi di supposte patologie. Un’altra fonte da cui il Pubblico Ministero vuol trarre informazioni è il famoso rapporto interno IARC ‘75. Anche in questo caso le informazioni contenute nella tabella richiamata dal Pubblico Ministero, rappresentano una raccolta spontanea di informazioni senza alcun controllo sulla loro qualità ed affidabilità. Il commento di Boffetta, nell’udienza del 12 luglio o del 20... su questo rapporto conferma la provvisorietà delle informazioni. Qualche caso dà delle informazioni che non corrispondono con informazioni successive, altri casi sono stati successivamente depennati dal registro internazionale degli angiosarcomi. Il rapporto interno cercava di capire i possibili contorni di un problema che stava emergendo proprio in quegli anni e che poi è stato risolto con lo studio multicentrico europeo e il suo aggiornamento, che non fa naturalmente alcun cenno ai casi indicati dal Pubblico Ministero. Per invocare l’esistenza di casi a basse dosi, il Pubblico Ministero ha poi frequentemente invocato la breve, breve nel senso di alcuni anni, durata del lavoro di alcuni casi presenti nel registro degli angiosarcomi. Ma una durata breve del lavoro e basse dosi sono ovviamente concetti del tutto differenti. Tanto è vero che gli studi epidemiologici di buona qualità non prendono mai in considerazione la sola durata del lavoro, ma discutono l’esposizione o in termini di dose assoluta o in termini di dose cumulativa. Ancora, il Pubblico Ministero parla del caso di un lavoratore di Ravenna che sarebbe stato esposto a partire dal 1974 - Benetta - mi sembra. Alcuni documenti agli atti indicano che questo lavoratore ha iniziato la sua esposizione nel ‘72 anziché nel ‘74. Per il Pubblico Ministero si tratterebbe di documenti falsi, perché le prove indicherebbero invece ‘74. Non abbiamo queste prove documentali sulla falsità e sarebbe interessante sapere quali sono, secondo il Pubblico Ministero. In ogni caso, dal punto di vista della sostanza, la situazione non cambia, ‘72 o ‘74, erano anni in cui l’esposizione sicuramente non era bassa. A questi casi si aggiunge poi il riferimento al dottor Bennet. Il Pubblico Ministero ha citato due sue lettere dell’89, al dottor Diaz della Goodrich. Nella prima il dottor Bennet scrive: "Io sto ricevendo informazioni circa numerosi di questi casi a bassa esposizione, mentre essi non entreranno nel registro degli angiosarcomi". Quindi tutti casi sottratti alla visione internazionale. Io ho un file che tengo accuratamente confidenziale di queste informazioni. Proprio questo file, secondo il Pubblico Ministero, sarebbe stato sottratto e fatto scomparire dalle aziende. Commento: è del tutto ragionevole che vi siano segnalazioni su aspetti vari di un problema come per esempio le basse dosi. Ma il lavoro successivo è di passare poi dalle segnalazioni alle verifiche. Nel caso di Bennet non sappiamo quali verifiche sono state fatte e a quali conclusioni siano giunti i verificatori, soprattutto le verifiche sulla diagnosi e le verifiche sull’esposizione. E noi sappiamo quanto problematica sia la diagnosi, l’abbiamo visto anche nel corso di questo processo, per essere affidabile una diagnosi deve essere fatta e confermata da un panel di esperti. E poi cosa significa per Bennet numericamente a basse dosi? Anche Simonato ha parlato di basse dosi, riferendosi alle dosi inferiori a 288 PPM. E qui nessuno la sa. La verità e che di tutti questi casi nella letteratura scientifica non è mai comparso assolutamente nulla, neppure nel lavoro di Eliot, che come vedremo, è successivo alle lettere di Bennet. Devo dire che il Pubblico Ministero non è fortunato neppure quando si addentra, allontanandosi dal settore della non scienza, quando si addentra in un’analisi degli studi, li cita tutti, a cominciare dallo studio di Infante del ‘75. Uno studio che riguarda la distribuzione delle anomalie congenite tra gli abitanti. Non contiene alcuna dimostrazione che gli effetti osservati siano riferibili al CVM. Oltre tutto, l’interpretazione di Infante è stata fortemente criticata dal CDC di Atlanta, come si ricava da una riunione del 14 novembre del ‘75 a Rockville, il verbale è agli atti. "L’incontro si era tenuto per risolvere le divergenze nell’interpretazione degli studi condotti dal CDC e dal dipartimento del sanità dello Stato dell’Ohio". Nel verbale si dice testualmente: "Bisognava risolvere certe differenze riguardando l’interpretazione dei dati tra il CDC e il NIOSH". I rappresentanti del CDC di Atlanta ritengono che il loro studio neghi un’associazione teratogena con il CVM al di fuori dello stabilimento. Il dottor Infante ha riaffermato di non avere insinuato che le anomalie congenite in eccesso fossero direttamente collegate al CVM, ma che ci sono indubbiamente motivi di preoccupazione per le malattie congenite. Questo è Infante. Non meno sfortunato è il riferimento del P.M. a due casi del Connecticut, Andrigham 1975. Si tratterebbe di due soggetti residenti entro 2 miglia da uno stabilimento di produzione di cavi ricoperti da PVC, riportati dall’Andrigham ad un convegno ma che non sono mai stati pubblicati e di cui non si conoscono perciò i dettagli, né in termini di malattia né in termini di esposizione. Il Pubblico Ministero ha fatto poi riferimento a una pubblicazione di Terriol del ‘76. Qui il Pubblico Ministero è incorso in un palese infortunio con una confusione. I casi descritti non hanno nulla a che fare con l’esposizione ambientale, che non è stata studiata, Terriol semplicemente chiede fondi e consigli per organizzare studi nell’area dove ha riscontrato 9 casi, 8 dei quali esposti professionalmente. Quindi nessuna valutazione, richiesta di fondi. Ma il Pubblico Ministero continua ad arrampicarsi sugli specchi e chiama in causa lo studio di Bredi del ‘77. Sarebbero stati osservati 5 casi di angiosarcoma in soggetti residenti in aree non lontane da insediamenti produttivi dove era presente una fabbrica di CVM. Per Bredi l’insorgenza di questi casi sarebbe dovuta all’esposizione ambientale al CVM. Di cui l’ipotesi che quei casi di angiosarcoma possono verificarsi anche a dosi molto basse. Il lavoro di Bredi era già stato discusso da Boschetti nella memoria del 18/5/99 completamente ignorata dal Pubblico Ministero. La situazione è la seguente: quattro casi di angiosarcomi messi in relazione con l’esposizione ambientale a CVM, a tutti i casi verificatisi in donne, sottogruppo per il quale la quota di casi di angiosarcomi di origine sconosciuta è estremamente elevata, e tutto ciò in assenza di una valutazione di esposizioni alternative che possono provocare l’angiosarcoma in una donna, contraccettivi, steroidi, farmaci. Quattro casi segnalati nel ‘73 in un solo studio, in una sola area geografica, e sono molte in tutto il mondo le aree con produzione di CVM, senza il supporto di alcun altro studio epidemiologico compresi quelli di migliore qualità dello IARC, e perfino senza la perfetta diagnostica che si tratti effettivamente di casi di angiosarcoma del polmone. L’arrampicata continua con il riferimento ad un caso inglese, pubblicato da Backster sempre nel ‘77. Si tratterebbe di un autista di autobus, che sarebbe stato esposto a livelli ambientali di 0,02 PPM, sviluppando un angiosarcoma con una latenza inferiore ai 6 anni. Anche questa vecchia segnalazione non è stata ripresa da alcuno studio epidemiologico, vedremo tra un po’, Doole nelle sue rassegne scarta tutti i casi con latenza dei 4, 6 anni. La ragione è evidente, come direbbe Martines, la latenza è insufficiente, basta da sola a rendere improbabile la correlazione con il CVM. E poi passiamo agli altri studi... c’è uno studio di Vagoner, ma non è uno studio, è dell’83, non è un’indagine epidemiologica, ma è una piccola analisi di letteratura, piccola in quanto fondata su pochissimi studi. Non me ne occupo neppure. Mi occupo invece del lavoro di Eliot del 1995. In questo lavoro, e la cosa non ci è stata spiegata bene dal Pubblico Ministero, lo stesso Eliot conclude che tutti i casi di angiosarcoma considerati hanno un’origine professionale e non ambientale. Ma quello di Eliot è uno studio su 55 casi di angiosarcoma del fegato in Inghilterra e 6 casi in Scozia. In Scozia nessuno dei 6 casi viveva vicino a siti di CVM, per la semplice ragione che in Scozia non vi sono industrie di CVM. Dei 55 casi inglesi, 11 al momento della diagnosi erano residenti a una distanza inferiore di 10 chilometri da un’industria di CVM. 9 di questi 11 erano lavoratori noti per avere avuto un’esposizione professionale al CVM, ed erano anche presenti nei registri internazionali degli angiosarcomi. Di essi 5 sono stati confermati come angiosarcomi, 3 sono stati esclusi per non essere angiosarcomi e per uno non si avevano informazioni. Dei due casi non noti, in quanto legati a un’esposizione professionale, uno è stato escluso per non essere un angiosarcoma, l’altro, ce n’è solo uno, e qui il Pubblico Ministero ha voluto farci intendere che erano due. L’altro è il caso di una donna di 42 anni residente alla diagnosi a circa 6 chilometri da un’industria di CVM e che aveva lavorato nella fabbrica di CVM come impiegata per cinque anni alla fine degli anni ‘50. Ecco, questo è il quadro dell’Eliot, dei sospetti. Il caso di questa donna è stato classificato come malattia professionale, e quindi si deve presumere che sia stata esposta a CVM sul posto di lavoro. Eliot formula questo giudizio: "Pertanto noi concludiamo che nel periodo allo studio non ci sono stati casi confermati di angiosarcoma del fegato tra i soggetti non esposti professionalmente e residenti vicino a siti con CVM in Gran Bretagna", più chiaro di così. Ma anche qua il Pubblico Ministero usa la sua tecnica, e dice che ci sono due casi, mentre ce n’è uno solo. E insinua, il Pubblico Ministero, che la malattia della donna sia stata classificata come malattia professionale dall’industria per evitare di considerarla esposta a basse dosi. Anche queste affermazioni sono inventate e non compaiono nell’articolo che invece dice testualmente: "Il registro in possesso del Safety Executive, che è un’istituzione governativa, ha registrato che la signora è stata esposta al CVM. Il caso è stato classificato come malattia professionale, si deve presumere che la signora sia stata esposta al CVM sul luogo di lavoro". Restano ancora degli studi citati dal Pubblico Ministero, di.... e Doole. Vengono presentati quattro casi di angiosarcoma riscontrati in una popolazione rurale in un periodo di 29 mesi. Nessun insediamento produttivo di CVM è presente nell’area, ed è probabile, considerata la caratterizzazione prevalentemente agricola dell’area della zona, che gli angiosarcomi siano dovuti all’uso di pesticidi contenenti arsenico. Quanto a Sarik, 1976, Jugoslavia, viene studiata l’incidenza di tumori maligni del fegato in un’area industrializzata. Nessun angiosarcoma del fegato è stato riscontrato. Quanto a Doole non presenta più alcuna nuova informazione, ma discute alcuni dei lavori fino ad allora pubblicati, sull’esposizione ambientale. Considera solo quei casi di angiosarcoma che gli autori hanno messo in relazione con l’esposizione ambientale, cinque di Bredi ed uno di (Baite), e ne esclude due per insufficiente latenza 6 e 8 anni. Allora tentiamo una sintesi di tutti questi studi, solo quattro casi di angiosarcomi in donne, riscontrati solo in uno studio, solo in un’area, solo in un periodo piuttosto lontano, con una diagnosi non verificata da alcun panel. Per il sottogruppo delle donne, in assenza di una valutazione quantitativa dell’esposizione ambientale... a fonte di esposizioni lavorative molto alte associate sempre all’insorgenza di angiosarcoma. Ecco allora, non ce l’ha fatta il Pubblico Ministero, non ce l’ha fatta, non ce l’ha fatta su un terreno della non scienza, ma non ce l’ha fatta neanche su un terreno delle vecchie pubblicazioni e tanto meno con la pubblicazione recente di Eliot. Quanto agli studi più recenti, noi abbiamo qui Simonato e Word, siamo a 288 PPM, che viene ricordato sia da Simonato che da Boffetta. Per il Pubblico Ministero vi sarebbe anche un terzo caso nello studio IARC con 111 PPM di esposizione. Si tratta chiaramente di un errore, come lo dimostrano i dati individuali allegati allo studio Word e riportati anche in udienza da Boffetta. Ma il Pubblico Ministero non si arrende proprio mai. Ed allora a questo punto non poteva mancare nella sua requisitoria il riferimento alla valutazione del rischio di Zapponi. Zapponi, giugno ‘99. Ma qui bastano davvero due parole. Tutti sappiamo, e lo ha ben dimostrato Zocchetti, nella memoria 28/2, 2010, e 3/2001 che le valutazioni di Zapponi sono tutte orientate alla prevenzione e imperniate sull’uso di tutta una serie di strumenti di estrapolazione e di opzioni di default. I valori emergenti dall’analisi di Zapponi non hanno nulla a che fare con i valori di rischio reale. Se noi adesso vogliamo tirare delle conclusioni ad uno sguardo di insieme di tutta questa fatica del Pubblico Ministero, dobbiamo dire che tutte quelle segnalazioni finiscono per diventare un boomerang per l’accusa. Perché esse fanno riemergere un problema che era stato sì segnalato da Zocchetti, ma che diciamo era rimasto silente nel processo, ed è il problema delle spiegazioni alternative degli angiosarcomi. Sappiamo, è venuto fuori nell’udienza, adesso non mi ricordo quale, che vi sono 177 casi di angiosarcomi di origine sconosciuta. Ed ora dobbiamo riflettere sulla circostanza che gli angiosarcomi sono stati associati oltre che al CVM e al (torotral), a derivati arsenicali, pesticidi e farmaci, e asteroidi anabolizzanti. E questo dovrà non farlo per i miei assistiti, ma secondo me è un tema che non è stato finora sufficientemente approfondito e valutato nel corso del dibattimento, perché si dava per scontato, facendo male, che l’angiosarcoma sia una malattia firmata. Questo delle malattie firmate è una strana storia. Negli Stati Uniti sono state tratte centinaia di cause su un farmaco e gli effetti di questo farmaco. Questi effetti, si diceva, erano firmati solo da quel farmaco. Bene, sapete cosa è venuto fuori? Che quegli aspetti rientrano tra le malattie comuni. Quindi non firmate e quindi un tema sul quale riemerge, esplode con tutta la sua violenza il solito problema della pluralità delle cause. A questo punto non mi resta che sottolineare brevemente a proposito della requisitoria del Pubblico Ministero, i dati che già conosciamo, i dati pacifici dell’istruttoria dibattimentale fatta in contraddittorio di tutte le parti. Non sono il non possumus di Simonato e Boffetta, ma anche lo studio Comba-Pirastu su Porto Marghera, esposizioni molto elevate, e iniziate tutte prima del ‘67, con una latenza sempre superiore a 15 anni. Ed anche Martines, che non è riuscito a trovare un aumento del rischio, non lo dà nella media esposizione, ma solo nell’esposizione superiore a 1650 PPM. Dulcis in fundo gli insaccatori. Io ho già detto che il Pubblico Ministero dedica molto tempo a questo problema, ma anche qui la salita è di sesto grado superiore. I suoi esperti con in testa la Pirastu non avevano fatto altro che chiedersi: è il CVM o è il PVC? La domanda non è irrilevante perché, a seconda che sia l’una o sia l’altra, muta radicalmente la valutazione dell’esposizione, come si stima l’esposizione al CVM, come si stima l’esposizione alle polveri. Simonato, dal canto suo, e il rapporto Word avevano chiaramente dichiarato che lo studio multicentrico non si era occupato dei dipendenti delle ditte d’appalto. Cosa fa allora il Pubblico Ministero? Butta lì le invenzioni di Mastrangelo, si richiama ai risultati dello studio caso-controllo compiuto da Mastrangelo, ma badate bene, non tira le conclusioni. Ecco, io devo dire che questo mi dispiace proprio, non tira le conclusioni, neppure dallo "studio di Mastrangelo", il quale è categorico, il periodo eziologicamente rilevante va fino al ‘75, tutti i casi si riferiscono a quell’epoca. Ed allora perché il Pubblico Ministero non ha tirato le conseguenze quando ha fatto le schede e non ha distinto la posizione degli imputati dipendenti da Enichem e dopo il 16 ottobre 1987? Perché non lo ha fatto? E perché non ha considerato la relazione Foraboschi-Foà, che diceva: "Assenza di CVM negli ambienti di lavoro, polveri non respirabili", perché non lo ha fatto? Glielo diceva il suo esperto, perché non l’ha fatto? E là l’aveva detto anche Comba, dal ‘78 in poi si va a calare ulteriormente, per quanto riguarda l’esposizione a CVM, e l’aveva detto anche Comba per l’esposizione alle polveri, che la polverosità aumenta più indietro si va nel tempo. Non l’ha fatto il Pubblico Ministero. E devo dire che mi dispiace molto perché bisogna avere il coraggio di tirarle le conclusioni poi, quali che siano. Per fortuna nella sua requisitoria il Pubblico Ministero fa, bontà sua, un’ammissione importante. Dice: "Guardate che secondo me non esiste una soglia per quanto riguarda gli effetti cancerogeni, ma la soglia esiste e come per i effetti non cancerogeni, cioè per le malattie diverse dai tumori", e dice: "Questa soglia è quella degli attuali standard occupazionali". Quanto è buono lei, mi verrebbe da dire, sono cose che sapevamo già, sapevamo già che l’esplosione di epatopatie e di morbi di Raynaud, la sindrome da CVM è una sindrome risalente a tanti, tanti anni fa. Ed allora? Ed allora anche qui c’è da farsi delle domande non inquietanti, ma dispiaciute ancora sul Pubblico Ministero perché non ha tirato le conseguenze in ordine ai morbi di Raynaud e alle epatopatie, sono pochissimi i casi che sono rimasti, perché non ha distinto il periodo Enichem? Sono tutti provatamente casi al di sotto dei 3 PPM, si tratti di esposizioni al CVM o esposizioni a polveri o quant’altro. Ecco, io sono giunto già ad un buon punto, ho ancora due temi da affrontare. Il primo lo voglio affrontare subito, è il tema che ha voluto affrontare con toni garbati l’avvocato Todesco. Dedicherò solo poche parole. E poi la cosa che voglio fare, perché questo è un processo penale dove ci si deve chiedere: ma senza il comportamento di Pisani e di Smai quel tumore si sarebbe verificato? Voglio passare in rassegna, sia pure rapidamente, non proietterò nulla, Presidente, perché sono contrario, ma sarò molto rapido però nell’esame dei singoli casi, andando per categorie. Allora, l’avvocato Todesco, parlando, ha un po’ introdotto il tema, oltre che del ragionevole dubbio, ha soprattutto introdotto lo studio del diligente magistrato Fassone sulle ipotesi preferibili. E qui l’avvocato Todesco affronta un tema che io non posso non replicare. Intanto questa ipotesi preferibile, ma cos’è l’ipotesi preferibile? Dice Todesco e Fassone: "Ma quello che viene fuori dal contesto", grazie. L’ipotesi preferibile è quella che dice che probabilmente l’imputato è colpevole. Ecco, qui devo dire che io mi ribello proprio a questa idea. Ed è proprio questo modo di pensare che va rinnovato, è qua che la cultura anche degli avvocati deve fare un passo avanti, perché, vi leggo poche parole di Saraceno, la decisione sul fatto incerto, un allievo di (Delitala), scomparso prematuramente, forse il migliore allievo di (Delitala). "L’affermazione che l’interesse alla tutela dell’innocente supera l’interesse e la condanna del reo si presenta con la categoricità e la perentorietà di un dato immediato della coscienza". Così Saraceno sviluppa le idee già sostenute dai grandi pensatori liberali, caro Battello, dai grandi pensatori liberali, quindi che credevano nella democrazia, altro che deriva radicale. Da Carrara a Lucchini a Carnelutti, e chi più ne ha più ne metta. Per questo - dice Saraceno - tra le due possibilità di errore giudiziario, assoluzione di un reo, condanna di un innocente, lo Stato preferisce la prima. E si badi, ecco il punto, questa preferenza è tale che prevale anche se tra le due ipotesi, Todesco, reità e innocenza, la prima appare più probabile della seconda, altro che ipotesi preferibile! L’ipotesi più preferibile, la più probabile va bene nel campo civile, dove normalmente dominano altri criteri di carattere teorico e politico. Pensiero di Saraceno, naturalmente seguito da tutti i processualisti del dopoguerra. Ma non è solo l’Italia, e se i miei colleghi di parte civile non sono troppo schizzinosi, io cito ancora di nuovo l’America, e cito quella meravigliosa sentenza che segna la tappa dell’evoluzione giurisprudenziale, sono migliaia e migliaia le sentenze che si adeguano ad essa, e che peraltro riepilogava soltanto una tradizione secolare: la sentenza... del 1970. Qui si traccia proprio la distinzione tra il processo penale e il processo civile, proprio sulla base della preponderanza dell’evidenza. In una causa civile una sentenza errata a favore del convenuto non ci sembra che sia più grave di una sentenza errata a favore dell’attore, perché la formula della preponderanza dell’evidenza, la reità più probabile nell’ipotesi più probabile sembra particolarmente adatta. Ma se questo criterio fosse applicato nel processo penale, vi sarebbe un rischio minore di errore nell’assoluzione del colpevole, ma un rischio molto più elevato di condanna degli innocenti. Per questo, in un mondo razionale, caro Battello, in un mondo razionale, che tenga conto della disutilità sociale comparata di ognuna delle due erronee possibilità, i processi, il giusto processo richiede per le cause penali uno standard di prova più rigoroso di quello delle cause civili e quindi la preponderanza dell’evidenza non basta. E non condanneremo più nessuno, dice l’avvocato Todesco, ho già commentato questa frase, non è vero. Tra parentesi, io dico queste cose perché questo tema ha rappresentato per me una grossa... io devo essere grato a questo processo che mi ha fatto fare degli studi. Sono uscito dalla mia ignoranza, ho capito tante cose che non avevo capito, ci ho riflettuto e questa è certamente una delle cose più importanti, è una delle responsabilità dei professori prima di tutto, ma anche dei giudici e degli avvocati, è di non dirle nelle aule di giustizia queste cose, il criterio della preponderanza dell’evidenza non si applica nel processo penale. Questa è civiltà delle nostre democrazie, se crediamo nella democrazia dobbiamo credere a queste regole. Per me è stata una gioia vedere aprirsi questo mondo e mi dispiace molto di non aver insegnato nella mia vita ai miei allievi queste cose. Farò in tempo a insegnarle, ma l’ignoranza, il metodo per tentativi ed errori, la crescita progressiva della conoscenza vale per tutti. Io devo proprio dire che continuando a studiare scopro una cosa che sapevo già, scopro quanto sono ignorante e questa consapevolezza io penso che dovrebbe entrare nelle carni di ognuno di noi che si occupa del peso dei dolori umani, sia delle vittime che degli imputati. Poi l’avvocato Todesco ha l’imprudenza di addentrarsi sul ragionevole dubbio e dice: "Il dubbio ragionevole non è ragionevole, è dubbioso", io non ho capito bene. Comunque ricordo all’avvocato Todesco solo le conclusioni che sono state raggiunte su questo punto da coloro che le cose le sanno perché hanno alle spalle una tradizione di tanti anni, di secoli, perché le hanno studiate, le conclusioni sono queste. Il ragionevole dubbio non è un dubbio sostanziale, forte e ben fondato, o un dubbio grave e non è neppure un mero dubbio possibile perché qualsiasi cosa si riferisca agli affari umani è aperta a qualche dubbio possibile o immaginabile. E’ quel dubbio che dopo tutti i rapporti sulle prove lascia la mente dei giudici in una condizione in cui non possono dire di trovare una convinzione incrollabile sulla verità dell’accusa. Questo è il ragionevole dubbio e io dico queste cose per passione, perché non c’è bisogno in questo processo dell’oltre ragionevole dubbio. Io credo di aver dimostrato che manca la prova della causalità generale, manca la prova della causalità a basse dosi, manca la prova della causalità delle dosi eccessive. E credo di avere anche dimostrato che la prova della causalità generale è il presupposto per passare poi all’altra fase, la prova della condizione necessaria perché non basta, tutti sono d’accordo, la causalità generale non basta... Io l’oltre ragionevole dubbio... dico che non c’è bisogno in questo processo, possiamo andare avanti alla vecchia maniera, però confesso anche che mi piacerebbe molto che dopo tre anni passati insieme... se io vedessi delle parole scritte su questo tema mi piacerebbe molto. E’ un tema molto, molto suggestivo. Ricordo che una difesa, in uno dei casi più clamorosi di omicidio, la difesa finiva così: "Signori giudici, questo è un test di cittadinanza, è un test di democrazia", è questo che io alla fine chiederò a questo Tribunale, ma prima di farlo voglio passare in rapida analisi i casi singoli cominciando... Sui casi singoli io voglio fare una considerazione. Perché ne voglio parlare, Presidente? Ne voglio parlare perché voglio dire: fingiamo che i medici legali non dovessero dirci se il comportamento degli imputati era condizione necessaria; fingiamo che non dovessero risalire alla fonte ricostruendo le catene causali, etc., etc.; perfino fingiamo che potessero continuare ignari di quello che accadeva tra gli esperti dell’accusa epidemiologici. Bene, allineiamoci con loro, diciamo: "Noi ci dobbiamo credere soltanto perché tutti dobbiamo ispirarci al pensiero di Cazzaniga", cioè la sostanza ha l’idoneità in astratto e in concreto. Muoviamoci dentro questo orizzonte così ampio, seguito dai medici legali dell’accusa e chiediamoci: "All’interno di questo orizzonte a quali conclusioni dovevano giungere, a quali conclusioni sono giunti per i singoli casi?". A questa domanda io vorrei aggiungere anche una constatazione, cioè che quelle dei medici legali dell’accusa sui singoli casi sono diagnosi inesistenti. Il Presidente, il Tribunale ricorderà quello che è accaduto: nella prima fase corre la vita in astratto, io giuro che non userò mai più nella mia vita questa parola. Poi il Presidente ha cominciato a chiedere un po’ in un angolo: "Ma l’anamnesi lavorativa? Dovete dirci qualche cosa sull’anamnesi lavorativa", perché se no... risposta: "Ma noi non sappiamo niente sull’anamnesi lavorativa. Ve la dirà la Guardia di Finanza" e la Guardia di Finanza quando arriva dice: "Ma noi non sappiamo niente sull’anamnesi lavorativa, non possiamo dire nulla né sulla durata dell’esposizione né sulle mansioni". Quindi rinvio ai testi e a questo punto si rendono tardivamente conto i medici legali che c’è qualcosa che non va neppure nella prospettiva seguita da loro e allora rifanno tutta una serie di visite mediche dalle quali dovrebbero emergere delle notizie sull’anamnesi un po’ più confortevoli. Ma, signori del Tribunale, voi andate a vedere che cosa emerge da queste visite: quasi nulla. E allora che cosa succede? Ci sono i testi, andiamo a vedere i testi. Ce n’è uno solo, Giacomello Ottavio, che dice qualcosa a proposito degli insaccatori e fa i nomi e i cognomi distinguendo tra la generalità dell’insaccatore che lavorava due o tre mesi, indicando alcuni nomi che facevano gli insaccatori fissi; questa è l’unica notizia di un qualche rilievo che c’è stato a chiusura. Ma dico a chiusura, perché il problema non è che noi abbiamo queste notizie o non le abbiamo, il problema è che ce le dovevano avere i medici legali. Ma come si fa a fare una diagnosi se non si hanno neppure queste notizie? E non si può pensare ad una integrazione ad opera del Pubblico Ministero, che giustamente ha dichiarato: "Io di linfomi e malattie non so niente" e invece è successo proprio così: le diagnosi alla fine le ha fatte il Pubblico Ministero perché quelle dei medici legali erano lì non supportate da una sufficiente anamnesi lavorativa. Questa è la situazione, diagnosi inesistenti. Ma all’interno di questo vediamo pure come sta la situazione. Allora, comincio rapidamente con... vado rapido, poi consegnerò le schede. Un caso su otto di angiosarcomi, è il caso di Giorgio Battaggia. Ve ne sono altri due, Giaggian Tullio e Suffogrosso Guido, che però io non tratto perché sono palesemente estranei alla nostra responsabilità, sono non più esposti o allontanati o quant’altro nel periodo successivo al 16 ottobre ‘97, questo risulta pacificamente, quindi solo Giorgio Battaggia. Il Tribunale conosce la storia, ma forse... autoclavista, capoturno al CV6, etc., etc.. Forse il Tribunale non conosce l’abisso che separa l’esposizione cumulativa complessiva di Giorgio Battaggia e l’esposizione cumulativa nel periodo Enichem calcolata non già secondo le schede Colosio che andranno bene per Montedison, ma certamente non sono analitiche per il nostro periodo, calcolate secondo il registro... i calcoli sono contenuti nella relazione depositata da Foraboschi il 20 aprile scorso; sono le esposizioni cumulative degli esposti, esposto per esposto. Bene, Battaggia: l’esposizione cumulativa complessiva va dai 6.469 PPM considerati come minimo ai 9.026 PPM considerati come massimo, questa è l’esposizione complessiva. Nel periodo Enichem l’esposizione cumulativa sapete di quant’è? E’ di 0,59, fate dunque il rapporto tra 0,59 e 6.000 o 9.000 PPM e tiratene le conseguenze. Con riferimento a Battaggia è perfino improprio parlare di basse dosi; il rapporto Word definisce molto basse le esposizioni inferiori a 5 PPM, ma queste non sono neanche esposizioni molto basse, sono esposizioni infime. 0,59. Questo è un caso da manuale, qui la mancanza di prova diventa assoluta, non è più neanche il caso di scomodare Simonato e Boffetta perché tutti capiscono, senza bisogno veramente di conti e quant’altro, che 0,59 di esposizione cumulativa è nulla rispetto all’esposizione complessiva. Qua devo aggiungere una cosa, perché il Pubblico Ministero ha parlato di trapianti del fegato e allora mi sono chiesta: ma per Battaggia si poteva fare il trapianto del fegato? Non l’ha detto il Pubblico Ministero, ha detto che i trapianti del fegato cominciano ad avere delle buone percentuali di successo. Buon per loro. Io volevo, così, tanto per alleggerire un po’ l’atmosfera, dire che recentemente io ho trattato un discorso, un caso di cinque medici del Policlinico di Milano accusati di un ritardo nella diagnosi e quindi dell’intervento chirurgico, nella diagnosi di un infarto intestinale. Io la difesa l’ho fatta così, naturalmente con l’aiuto dei consulenti: ho dimostrato che se la diagnosi fosse stata tempestiva e l’intervento fosse stato tempestivo il paziente sarebbe morto prima e quindi il ritardo della diagnosi gli ha allungato la vita. Sarebbe morto sicuramente prima, quindi assoluzione perché il caso non sussiste. Ricordo questo sia perché è stato un processo bello, magari produrrò la sentenza del Tribunale che è una sentenza bella, è una cosa poi che parla della causalità omissiva, tutti temi che ci interessano; ma qui il problema è tagliato in radice. Il professor Colombo nell’udienza del 18/05/99 - Colombo è un epatologo la cui autorità io penso nessuno qui metta e possa mettere in discussione - dice: "L’angiosarcoma e il colangiocarcinoma non li tocchi nemmeno... l’angiosarcoma è una malattia mortale, punto e basta, perché nasce metastatica, è biologicamente aggressiva, nasce nei vasi. Sei fatto, non puoi trapiantare". Queste affermazioni - le metterò nella memoria - di Colombo sono supportate da una letteratura ormai pacifica. Quindi qui non è neanche necessario richiamare la nota vicenda giurisprudenziale, le vecchie sentenze della Cassazione che dicevano che anche una probabilità del 30% di sopravvivenza è sufficiente per asserire la causalità omissiva da parte del medico. Sono vecchie sentenze che sono state superate d’emblée, finalmente la Cassazione ha fatto giustizia veramente, quelle tre sentenze di cui vi parlavo sono tre sentenze sulla colpa medica che esigono la probabilità vicino a 1, altro che 30%. E comunque questa è la situazione del Battaggia. Gli epatocarcinomi, sono due su ventuno: Zaninello Silvio e Bolzonella Carlo. Un terzo caso e un quarto sono quelli di Favaretto Emilio e Griggio Luigino, che però sono pacificamente estranei alle nostre responsabilità per motivi relativi all’esposizione e sostanzialmente per la durata dell’esposizione riconosciuta dalle stesse schede del Pubblico Ministero. Quindi mi occupo solo di Zaninello Silvio e Bolzonella Carlo. Qui non ricordo più ormai le cose che ho già detto sugli epatocarcinomi, la causalità generale non è ancora dimostrata perché c’è un solo studio, quello dell’aggiornamento... Ma guardiamo all’interno qual è la situazione, all’interno dell’orizzonte dei medici legali. Sappiamo che qui c’è stata una modificazione della diagnosi, prima angiosarcoma, poi epatocarcinoma; autoclavista dal ‘61 al ‘74 al CV6, poi dal ‘74 diventa navista di laboratorio. Io adesso non voglio neanche dire questo argomento, lo dico solo perché il Tribunale abbia il quadro completo, cioè che il laboratorio di analisi... tutti i laboratori di controllo non dipendevano da Smai e Pisani, ma da Montedipe, ma questo non c’entra perché la responsabilità per Zaninello deve essere esclusa per ben altri motivi. Zaninello rientra nei tredici pazienti in cui l’esposizione superava i 1.600 PPM/anno per Martines. "Tutti i lavoratori colpiti dalla malattia hanno una latenza media dalla prima esposizione pari a trentuno anni", dice sempre Martines: "In tutti i pazienti la prima esposizione si è verificata tra il ‘52 e il ‘62". In base a questi rilievi, Martines dice che l’esposizione a dosi di CVM superiori a 1.650 PPM/anno ha svolto un ruolo concausale. La durata dell’esposizione per il Pubblico Ministero è di diciannove anni dal ‘57 al ‘76, il che sembra già sufficiente per tagliare fuori Zaninello. Ma io voglio anche sottoporre al Tribunale l’esposizione cumulativa, che per Martines deve essere superiore ai 1.650 PPM, e sapete l’esposizione cumulativa di Zaninello nel periodo successivo al 16 ottobre? E’ 0,16. Nessun altro commento. Bolzonella Carlo, che ha lavorato fino al maggio ‘89, quindi un caso sicuramente che non può essere addebitato a Pisani, ma neppure a Smai. L’accusa afferma che - questo è un caso particolare - Bolzonella Carlo è stato esposto dall’81 al maggio ‘89 al reparto CV5-15 addetto all’insacco e alla pulizia delle linee. Qui abbiamo il caso di un epatocarcinoma in un addetto all’insacco. L’accusa non riesce a dire che cosa significhi addetto all’insacco, non riesce a dire se insaccasse polveri o granuli. D’altra parte Bolzonella non è considerato insaccatore né da Comba né da... Per di più il CV5 è stato chiuso nell’87 e nell’87-’88 le linee bus e bamburi erano state ridotte, ne funzionavano solo tre. Ma tutto questo in fondo non c’entra. Il tema principale è che non esiste alcuno studio sugli epatocarcinomi degli insaccatori, non uno. In questa situazione dobbiamo chiederci: manca la prova della causalità generale, d’accordo, ma nella sostanza cosa è successo? Dunque, Bolzonella Carlo ha avuto... evidentemente si tratta di un epatocarcinoma, per cui va calcolata mica l’esposizione alle polveri, ma l’esposizione al CVM, è questa la strada con cui possiamo ricondurli tra i casi legati al CVM. L’esposizione al CVM. Sapete anche qui tutte le schede e i bollettini di analisi di Foraboschi, esposizione al CVM nell’86 degli insaccatori, valori quasi sempre inferiori a 0,1 PPM; in qualche caso è stato raggiunto il massimo che è di 1,1. Qui poi vengono in mente tutte le considerazioni di Mastrangelo sul periodo eziologicamente rilevante per il tumore al polmone, ma l’esposizione è sempre quella, e vengono in mente anche le considerazioni di Comba. L’esposizione al CVM negli ambienti dell’insacco fino al ‘78 è stata superiore a 5, poi è andata a calare ulteriormente, tutto confermato, tutto che si armonizza. Abbiamo un caso di epatocarcinoma che pacificamente ancora non può essere addebitato a Smai e Pisani. Passiamo ai tumori al cervello, qui, anzi, non passiamo affatto perché su sei casi di tumore al cervello Enichem non ne ha neanche uno, zero. Il sistema emolinfopoietico, allora, causalità generale non provata, è inutile che lo richiami; il legale causale non credibile per Simonato e Boffetta. Ma lasciamo stare tutto questo e chiariamo che all’interno... Com’è la situazione all’interno dell’orizzonte degli Gnari, Bracci, Bai, Rodriguez, etc., qual è la situazione? Sono due tumori su un totale di ventuno. Ce ne sono quattro che vanno esclusi per motivi relativi all’esposizione e sono Di Dio Angelo, Pianta Antonio, Bianco Luciano, Bulegato Umberto e Michieletto Ivone, o motivi relativi all’esposizione oppure perché la diagnosi è stata fatta prima o addirittura molto prima dell’87. Restano due, Corati Antonio e Anselmi Carlo. Corati Antonio ha lavorato dal ‘72 al ‘92 al CV24; la latenza per l’accusa è di diciassette anni, ed è adeguata, la diagnosi è del marzo ‘89, schede del P.M.. Quindi per l’ingegner Pisani è sicuramente fuori, ma anche per Smai, perché l’esposizione cumulativa di Corati Antonio a partire dal 16 ottobre ‘87 è stata fino al momento della diagnosi, quindi è un calcolo in eccesso, è stata di 0,26, la solita infima esposizione. Anselmi Carlo, qui abbiamo sia i dati relativi all’irrilevanza dell’esposizione nel nostro periodo sia la discussione sulla policitemia vera. Rientra o non rientra tra i tumori del sistema emolinfopoietico? C’è la prova che la policitemia è classificata tra il gruppo delle patologie incerte e quelle benigne e non tra quelle maligne; tutto questo si aggiunge ancora a tutti gli altri rilievi. Veniamo ai tumori al polmone. Tumori al polmone, sono 19 casi complessivi su 87. Bene, 13 di questi devono essere esclusi già da subito perché non hanno mai svolto mansioni di insaccatori o comunque non le hanno svolte dopo il 16 ottobre ‘87. La maggior parte non ha mai svolto mansioni di insaccatore. Leggo solo i nomi, non mi soffermo a illustrare le circostanze dei singoli casi, che saranno illustrati nelle schede: Cappello Vincenzo, Franco Giuliano, Menozzi Franco, Giorgetto Romeo, Masato Aldo, Massaro Gastone, Zambon Guido, Ferrari Guerrino, Miglioranza Bruno, Zambon Virgilio, Spolador Benito, Tommasella Sergio, Carrara... Quindi 13 su 19 via. Via perché per il resto manca proprio l’idoneità del CVM a produrre tumori del polmone. Ci sono sei dipendenti delle cooperative: nessuno di questi sei dipendenti è compreso nello studio di Mastrangelo. Esaminiamo, c’era un primo gruppo di quattro su 26 dipendenti in cui l’accusa non indica il reparto e quindi non è proprio possibile capire l’esposizione. E in ogni caso bassissime esposizioni nel periodo Enichem e non respirabilità delle polveri come risulta dalla relazione Foraboschi-Foà. Questi quattro sono: Canton Bruno, Checchin Bruno, Lovison Giuseppe e Maschietto Gino. Restano due dipendenti delle cooperative. Bertiato Gino, perché resta Bertiato Gino? Perché Giacomello Ottavio nel fare i nomi degli insaccatori che erano fissi, dice Giacomello, al CV6 fa il nome anche di Bertiato Gino e quindi io mi devo fare carico di questo. L’altro è Tosin Romano, che però dice che faceva l’insaccatore, lo dice Bracci, il quale non aggiunge altro, non sappiamo per quanto tempo, non sappiamo nulla oltre alla notizia lapidaria che ci dà Bracci. Se vogliamo utilizzare lo schema del rapporto Word, che non è sufficiente perché è un solo studio, etc., del Tosin sicuramente non sappiamo, non possiamo dire che abbia svolto solo mansioni di insaccatore. Non lo possiamo di per sé dire neanche per Bertiato Gino perché Giacomello dice sì che era un insaccatore fisso, assieme ad una serie di altri compagni, ma non dice per quanto tempo, non dice se ha svolto altre mansioni, non dice che ha svolto esclusivamente le mansioni di insaccatore. Dopodiché a tutte queste considerazioni si aggiungono quelle solite: per Mastrangelo il periodo eziologicamente rilevante, Comba, i dati nostri di Foraboschi e Foà sull’esposizione al CVM e sulla non respirabilità delle polveri. L’accusa qui non è riuscita proprio a trovare nulla. Tumori alla laringe, sono quattro, per i quali non è necessario ricordare la mancata prova della causalità generale. Sono: Bottaro Eligio, fine dell’esposizione 31/07/88, quindi fuori per Pisani, ma anche per Smai viste le bassissime esposizioni, tutte da discutere poi le equiparazioni tra tumore della corda vocale e tumore alla laringe; Fonaron Bruno, anche questo ha un tumore alla laringe diagnosticato l’1/02/88 in un soggetto che dall’84 in poi risulta aver svolto attività di gruista, carapontista, addetto allo scarico navi nel reparto Dis, dipendente oltre tutto da Montedipe, per Pisani dunque sicuramente escluso, ma sicuramente escluso anche per Smai perché non esposto nel periodo Enichem; Giacomello Ottavio, anche questo... Il tumore attribuito dal Pubblico Ministero all’esposizione a CVM in non meglio precisate e collocate nel tempo operazioni di insaccaggio, ma questa scheda io non so come l’abbia fatta il Pubblico Ministero perché nell’udienza del 17/11/99 Bracci dichiara: "Questo tumore non è correlabile all’esposizione a CVM". Si mettessero d’accordo almeno. Zambon Guido poi non c’entra niente perché il tumore alla laringe è stato diagnosticato nel 1976. Restano tra i tumori solo due casi di melanomi. Sono il caso di Cappelletto Vincenzo, in cassa integrazione dall’1/02/89, quindi sicuramente escluso per Pisani, escluso anche per Smai perché dal ‘75 è addetto allo sviluppo misurazioni presso il Dis di cui Montedipe continua ad essere responsabile. Per tutti è stato esposto fino al ‘77. Bulegato Umberto, lavoratore dichiarato allontanato nell’ottobre ‘76, primo elenco del Pubblico Ministero; dall’83 al maggio ‘88 ha lavorato al reparto Dis dipendente da Montedipe, in cassa integrazione dall’88, anche questo non c’entra. Adesso restano tutte le altre patologie sulle quali veramente vado a volo d’uccello. Restano le cirrosi, sono quattro casi su 44, non mi attardo a ricordare la mancata prova della causalità generale e passo all’esame dei casi... Dal Corso Franco, che ha lavorato fino al 19/06/88, sempre Pisani escluso, ma anche Smai è escluso perché ha lavorato dal ‘72 all’87 come operatore al magazzino PVC e dall’87 all’88 ha svolto la mansione di quadrista alimentazione procedure di magazzino, quindi in condizioni di assenza di esposizioni. E poi c’è da ricordare per questi casi quello che dice Martines, dice: "Il ruolo dell’esposizione al CVM nell’insorgenza della cirrosi è più difficile da quantificare, ma non può essere escluso", dice "non può essere escluso", troppo poco per una prova in generale richiesta... Vescovo Emilio, qui la scheda del Pubblico Ministero dice: "L’insorgenza della malattia può essere fatta risalire a molti anni prima", tempo di latenza 27 anni. Anche qui Martines: "Non può essere escluso". Gargiulo Guido, dall’84 all’89 al CV14. Allora, qui c’è la solita cosa divertente: questo è riportato nella scheda del Pubblico Ministero, ma non può corrispondere a verità perché il CV14 è stato chiuso prima dell’87. Come fa a dire una cosa del genere il P.M.? La verità è che dall’87 al ‘92 ha lavorato all’impianto pilota e l’impianto pilota è passato in gestione a EVC nell’86, quindi... Lovison Giuseppe poi, qui basterebbe dire soltanto che Bai su domanda del Presidente risponde: "E’ presumibile che fosse adibito all’insacco", presumibile. No comment. Bai scordava che siamo in un processo penale. Poi ci sono tutte le epatopatie, rinvio alle schede, dico solo che sono otto le epatopatie su 59 e i morbi di Raynaud sono cinque su 26. Già tutte queste malattie non tumorali dovrebbero essere escluse per il riconoscimento fatto dal Pubblico Ministero. Ma poi c’è tutta una serie di considerazioni relative ai singoli casi o di malattie non confermate o di malattie che non possono essere legate all’esposizione sotto Enichem che il Tribunale ritroverà nelle schede, non voglio perdere altro tempo qui a illustrare queste cose che sono pure importanti. Con queste considerazioni io mi sono mosso all’interno del ragionamento dei medici legali dell’accusa e ho dimostrato che anche per i singoli casi neppure all’interno del loro ristretto orizzonte dell’idoneità lesiva e in astratto... sono riusciti a dare la prova per Enichem e per il dottor Smai e l’ingegner Pisani. Così, signor Presidente e signori del Tribunale, mi avvio, anzi, procedo alla conclusione. Devo dire che è una discussione che mi ha impegnato molto, ma è anche un tema che mi ha impegnato molto e appassionato molto. Qualcuno si è meravigliato delle conclusioni alle quali sono approdato io di carattere generale, le voglio appunto chiarire in conclusione. Io ho detto che è un processo che non doveva neppure avere inizio, confermo questo, lo confermo già sul terreno della prova intesa in senso tradizionale. Ma figuriamoci se usassimo l’oltre ragionevole dubbio. Qui gli specialisti di (Toxitor) sono perentori: quando si parla di punizione bisogna fornire un’evidenza che raggiunga lo standard dell’oltre ragionevole dubbio, il che è per definizione impossibile per le evidenze relative alle sostanze tossiche. Questo è il commento Harris e la sua conclusione è condivisa da tutti naturalmente, tant’è vero che l’azione penale non viene mai esercitata, perché lì il Pubblico Ministero sa che si trova di fronte alla prova impossibile. La prova diventa impossibile, se non molto difficile, anche nei processi civili. Anche qua gli specialisti di (Toxitor) dicono: "Guardate, se noi continuiamo a pensare che la soluzione vada ricercata sul terreno del diritto civile, dove siamo bloccati anche qui da una prova estremamente difficile e le Corti vogliono le catene causali o sempre o quasi sempre, non faremo un passo avanti sulla tutela delle vittime" e la cosa si complica ulteriormente con i processi di mafia. Lì dove ci sono, come in Italia, nei Paesi... in Italia e negli Stati Uniti ci sono i processi di mafia, allora, negli Stati Uniti ce ne sono di più. L’amministrazione della giustizia è sottoposta ad una pressione insostenibile, tant’è vero che tutti i maggiori giudici che si sono occupati di queste cose esigono a gran voce un Foro nazionale unico e il ricorso alle transazioni globali. Ma la verità, ed è qui che volevo finire, è che noi dobbiamo stare molto attenti a non fornire a nessuno, e in particolare alla nostra comunità politica, l’alibi, non dobbiamo lasciare l’alibi che il problema della tutela delle vittime possa essere risolto con il relitto storico dell’arresto di un reo. Non è possibile, perché non è possibile procedere all’arresto perché non ci sono prove. Allora, se noi continuiamo a lasciare nella comunità questa impressione, siamo anche noi concorrenti in questa opera di anestetizzazione dell’opinione pubblica, siamo noi complici in questa opera di creazione di un alibi, dobbiamo chiederci e porre la comunità politica di fronte alle sue responsabilità e la responsabilità io la vedo così, ci ho studiato molto, può darsi che sbagli, la vedo come una soluzione di carattere amministrativo nella creazione di un organo centrale che sia anche un’altra corte di scienza e che si ispiri non già ai criteri processuali né della preponderanza dell’evidenza né dell’oltre ragionevole dubbio o di quant’altro, ma che si ispiri ad un criterio molto semplice, il criterio della proporzionalità: a seconda di quanto una persona è stata esposta ha diritto ad un risarcimento. Questo a me sembra un pensiero e una soluzione molto meditata perché in fondo si tratta del funzionamento del sistema produttivo del mondo occidentale che crea delle vittime, non sappiamo quali ma le crea. La comunità tutta intera, noi tutti dobbiamo farcene carico e infatti questo organismo nazionale dovrebbe essere costituito con fondi di tutti i produttori, ma anche con una imposta generale. In questo modo le vittime del sistema produttivo troverebbero una tutela reale, agganciata alla proporzionalità, al criterio di proporzionalità. Questa secondo me è la strada che dobbiamo battere e, come ripeto, dobbiamo stare molto attenti a non diventare complici degli alibi dei nostri politici. Signori del Tribunale, io per oggi ho finito, non chiedo ancora l’assoluzione perché... non occuperò tutta la mattinata, però continuerò a parlare il 3 luglio mattina e allora tirerò le somme. Devo ancora fare l’inquadramento della parte ambientale e del disastro. Allora mi accomiato per oggi dal Tribunale e vado a passare il mio anniversario. Grazie.

 

Presidente: la ringraziamo, professore, e buon anniversario. E’ l’1.20, ci rivediamo alle due e tre quarti, va bene? Due e tre quarti così lasciamo spazio all’avvocato Pulitanò e poi anche ai rientri questa sera, immagino, no? Accomodatevi, prego. Può cominciare, avvocato, quando vuole.

 

AVVOCATO PULITANO’

 

Avvocato Pulitanò: signor Presidente, signori Giudici, indicherei subito in sintesi gli argomenti dei quali intendo trattare. Con riferimento al capo di imputazione CVM il mio discorso è in continuazione logica con quello del professor Stella che do per presupposto; esaminerò gli addebiti di colpa contestati approfondendo in particolare le questioni relative alla normativa speciale sul cloruro di vinile, sul monitoraggio; tratterò l’argomento delle fughe, l’argomento delle condizioni di lavoro nei reparti nel periodo successivo al 1987, all’ottobre 1987, il periodo che riguarda il dottor Smai da me assistito; dedicherò qualche cenno infine alle imputazioni di delitti contro l’incolumità pubblica, strage e disastro e articolo 437 del Codice Penale. Con riferimento alle imputazioni al capo 2, inquinamento ambientale, svolgerò alcune considerazioni in diritto sulle imputazioni contestate, approfondendo in particolare le questioni relative all’obbligo di bonifica di siti inquinati e all’applicabilità della normativa sui rifiuti con particolare riferimento alle questioni introdotte dal consulente e dell’Avvocato dello Stato. Discuterò infine alcuni elementi circa gli scarichi idrici del Petrolchimico, le acquisizioni dell’ultima parte del dibattimento; mi soffermerò infine sulla posizione personale dei miei assistiti dottor Parillo e ingegner Palmieri, eventualmente, ove il calendario lo richiedesse, questa parte potrebbe essere posticipata alla ripresa dopo l’estate, ma valuterà il signor Presidente cosa fare in relazione ai tempi di questo discorso che cercherò di svolgere in modo il più possibile sintetico, senza perdere tempo, ma necessariamente non sarà breve data la molteplicità degli argomenti da trattare. Comincerei con qualche annotazione di inquadramento generale, che credo possa aiutare a cogliere il senso del processo e a inquadrare le cose che poi dirò più in dettaglio. Partirei da una annotazione sulle conclusioni dell’accusa, sulle voci che abbiamo ascoltato: la requisitoria del Pubblico Ministero e gli interventi delle parti civili. A me pare che queste voci con ciò che hanno detto e con i loro silenzi, i loro molti silenzi, aiutino a cogliere quella che mi sembra l’ambiguità di fondo del presente processo e le contraddizioni in cui l’accusa si trova al termine della verifica dibattimentale, quanto meno e soprattutto con riferimento agli imputati Enichem. Processo Montedison-Enichem è l’etichetta con cui il nostro processo compare di fronte all’opinione pubblica. L’accusa è stata lanciata contro il Petrolchimico di Porto Marghera nel suo complesso e come tale è stata sostenuta nel dibattimento e nelle conclusioni, accusa contro Montedison e contro Enichem. Le imputazioni coprono archi temporali lunghissimi, come sappiamo, e in tutto questo le persone degli imputati, quelli che dovrebbero essere i protagonisti del processo penale della cui sorte si discute, le persone degli imputati stanno sullo sfondo come comparse di solito, assai di rado come protagonisti, e non quelli che mi interessano, comparse che entrano ed escono di scena dandosi il turno nella recita del modo di produzione sotto accusa, di processo a modo di produzione aveva parlato in una udienza l’avvocato Scatturin e il concetto ritorna. Sia nella formulazione dei capi di accusa sia nei discorsi dell’accusa durante e al termine del processo la strategia dell’accusa mi sembra possa riassumersi nella definizione di strategia dell’appiattimento che ignora finché può, anche quando è costretta a rilevarle, le differenze di tempi e di situazioni. Nel canto tredicesimo del Paradiso nel cielo dei sapienti Dante fa dire a Tommaso d’Aquino che "quegli tra gli stolti bene abbasso che sanza distinzione afferma e nega"; nel nostro caso l’accusare senza distinzione non è certo frutto di stoltezza, al contrario, è frutto di una studiata strategia. La stoltezza, mi si consenta di dire, resta nel risultato, il procedere senza distinzioni occulta la verità e impedisce il risultato di giustizia, il suum cuique tribuere richiede fondamentalmente la sapienza del distinguere nel riconoscere le parti che spettano a ciascuno. La requisitoria del Pubblico Ministero, pur muovendosi dentro la cornice dell’indistinto che ha retto l’intera impostazione d’accusa, la requisitoria ha avviato la dissoluzione di quella cornice, l’ha avviata tacitamente, ma la ha avviata. I fatti concreti su cui il Pubblico Ministero si è confermato nei giorni in cui ha parlato stanno tutti nella prima parte del periodo considerato dall’accusa, i comportamenti che il Pubblico Ministero ha stigmatizzato e sui quali l’accusa ha sempre e ripetutamente insistito sono comportamenti attribuiti alla gestione Montedison e nelle conclusioni il Pubblico Ministero ha differenziato nelle richieste di pena con richieste più gravi, molto gravi nei confronti degli imputati Montedison, con richieste di pena più basse, molto più basse nei confronti degli imputati Enichem. Certo, non ha differenziato abbastanza e cercheremo di spiegarlo per quanto concerne la parte Enichem. Il Pubblico Ministero ha tenuto ferme accuse infondate e anche i tre o quattro anni di reclusione, le richieste minime, quelle che interessano i miei assistiti, sono inaccettabili e confido di dimostralo. Ma comunque il Pubblico Ministero ha fortemente differenziato e in tal modo ha additato in modo implicito ma inequivoco una chiave di lettura della vicenda molto diversa da quella espressa dall’accusa globale unica e indifferenziata. Ha additato in modo implicito nelle richieste di pena una qualche differenza che si tratta di approfondire. In coerenza comprensibile con il suo ruolo di accusatore il Pubblico Ministero non ha sviluppato il discorso delle differenze e ancora con un silenzio tanto più significativo quanto meno usuale egli, Pubblico Ministero, si è addirittura sottratto alla responsabilità, che dovrebbe essere una sua responsabilità istituzionale, di proporre una qualificazione giuridica dei fatti oggetto dell’accusa da lui formulata. Compito della difesa per la parte che a me compete sarà allora di sviluppare i discorsi che l’accusa pubblica e privata ha prudentemente evitato e mostrare le ragioni di fatto o di diritto che impongono per gli imputati Enichem una conclusione pienamente liberatoria. Aggiungo qui una rapida annotazione ancora di inquadramento su un discorso introdotto da uno dei più attenti difensori di parte civile, l’avvocato Todesco già citato stamattina, il quale ha concluso il suo discorso con una considerazione sulle attese di giustizia a cui il processo è chiamato a dare risposta. Tratto velocemente questo argomento in apertura e non in chiusura, come vorrebbe l’uso retorico, l’argomento delle attese di giustizia, perché il toccarlo mi sembra dia occasione per una messa a punto su alcuni elementi della impostazione del processo, sui principi in gioco e sul modo in cui sono stati e vengono presentati. L’avvocato Todesco ha identificato l’attesa di giustizia cui il processo dovrebbe rispondere con la salvaguardia della vita umana pensando al contenuto delle imputazioni e su questo sfondo ha parlato di non neutralità del processo rispetto ai valori, al valore evidentemente della salvaguardia della vita. E’ un problema serio questo che l’avvocato Todesco propone e vi ritrovo un pezzo, uno fra i tanti pezzi di un tema cruciale per la giustizia penale, un tema cruciale del quale ho avuto tante occasioni di occuparmi e attorno al quale ruota fondamentalmente l’approccio che anche come studioso cerco di dare ai problemi della giustizia penale. Anch’io ho avuto occasione di scrivere in una relazione abbastanza recente dedicata alla memoria di un magistrato che proprio il principio di legalità al quale soltanto - articolo 101 della Costituzione - il Giudice è soggetto, quel principio seleziona e addita i valori di riferimento ai quali la giurisdizione è finalizzata, fin qui d’accordo; ma qui nasce il problema perché la giustizia penale è a questo punto percorsa da una drammatica tensione di fondo fra i fini della tutela penale dei beni giuridici, che è l’aspetto non neutrale rispetto ai valori di cui ha parlato l’avvocato Todesco, ma dall’altra parte vi è la doverosa imparzialità del giudizio a garanzia dei diritti di tutti, non solo dell’innocente, ma di tutta la società il cui interesse è ad una corretta applicazione della legga a tutela di tutti gli interessi in gioco, dell’innocenza come anche di una tutela razionale dei beni giuridici che è tale in quanto poggia su un rigoroso accertamento dei fatti e su una corretta applicazione dei principi giuridici pertinenti. A me pare che la consapevolezza di questa tensione di fondo immanente alla amara necessità del diritto penale e della giurisdizione penale, questa consapevolezza è del tutto assente, comunque non è affiorata nell’approccio delle altre parti civili ed è assente in un certo clima che ha accompagnato il processo all’esterno dall’inizio alla fine. Processo al modo di produrre aveva detto l’avvocato Scatturin nell’udienza del 18 aprile 2000, processo politico ha detto l’avvocato Canestrini l’altra settimana in apertura di un’arringa tutta e soltanto politica. Simili espressioni mi pare diano una buona chiave di lettura - buona sul piano descrittivo - dell’approccio complessivo dell’accusa e rendono esplicito l’intento di introdurre suggestioni estranee ad un normale processo penale, spezzandone il delicato equilibrio. Per definire tale approccio mi sembra appropriata la categoria del cosiddetto politically correct, lo dico in inglese perché è entrata questa formula nel discorso, nella lingua del paese d’origine, il politically correct inteso come estremizzazione distorcente o utilizzazione impropria di istanze ideali "politiche" di per sé legittime e apprezzabili, ma che vengono spese in modo che tale più non è. Al di là delle imputazioni contestate, chi si è mosso su questa strada ha cercato di mettere in scena un processo ad un modo di produrre in cui il ruolo dei cattivi e quello delle vittime è assegnato a priori secondo un cliché che prescinde dall’esame dei fatti e si pretende garantito da un senso comune che non ammette repliche. L’accusa sta dalla parte del bene con i lavoratori che si ammalano e la laguna che si ammala contro la nocività in fabbrica, contro il perseguimento del processo a tutti i costi e la difesa sta dalla parte dei cattivi che fanno ammalare i lavoratori e inquinano la laguna. L’appello a valori politicamente corretti, certo, si surroga all’esame attento dei fatti, al procedere con sapienti distinzioni e pretende di prefigurare come unica ricostruzione accettabile l’accoglimento dell’accusa fondata su valori che si presentano come quelli corretti. Ovviamente questa impostazione, questa trasposizione processuale del politicamente corretto fa torto ad un tempo ai valori del processo e a quelli della politica, confusi in un tutto indistinto in cui si perdono le specificità dell’uno e sull’altro piano. Non credo vi sia bisogno di spendere ulteriori parole su questo dopo aver rilevato questa impostazione con quanto di distorcente essa comporta; proprio la parte dei settori della cultura giuridica più attenti alla dimensione politica del diritto e dell’applicazione del diritto, il monito contro queste torsioni è costante, fermo ed esplicito. Mi limito a ricordare, e con questo chiudo il discorso, un recente editoriale siglato L.P., Livio Peppino, su Questione Giustizia numero 1 del 2001, nel quale nel rivendicare uno spazio legittimo di passione politica e di impegno politico su temi della giustizia se ne mettono a fuoco in modo quanto mai perspicuo il rapporto e la chiara distinzione rispetto alla imparzialità del giudizio. Questa, pur non essendo e non potendo essere indifferenza ai valori, è terzietà fra le parti "in conflitto", è capacità di decidere in conformità alla regola fondamentale del garantismo, assolvere in assenza di prove anche quando l’opinione pubblica vorrebbe la condanna e condannare in presenza di prove anche quando l’opinione pubblica vorrebbe l’assoluzione. Allora l’attesa di giustizia fondamentale cui questo processo come qualsiasi processo pena deve dare risposta è fondamentalmente la tensione alla verità dei fatti, il sapere distinguere, tensione alla verità come valore fondante della giurisdizione e prima ancora valore fondante e contenuto essenziale dello stesso principio di legalità che in quanto ripulsa dell’arbitrio è vincolo legale a criteri di decisione, fra i quali il criterio del rigore probatorio e la regola dell’oltre ragionevole dubbio di cui si è detto; il principio di legalità, per l’appunto, deve essere un vincolo di realtà e di razionalità sia nell’interpretazione dei criteri normativi che nella intelligenza dei fatti, dove i fatti sono quelli dedotti in giudizio e non altri. Ho pensato di inserire questa annotazione di insieme perché l’impostazione del politicamente corretto nel discorso dell’accusa non si è espressa soltanto nel tentativo di forzatura psicologica, ma ha preso corpo nell’impostazione di questioni sia di fatto che di diritto interne al contenuto del processo, impostazioni sotto questo profilo deformanti, nel senso che... mi riferisco qui in particolare per quanto concerne il diritto ai discorsi delle parti civili, visto che il Pubblico Ministero ha taciuto. Ecco, le parti civili anche quando hanno richiamato, e lo hanno fatto più volte, principi condivisibili, per esempio in tema di posizioni di garanzia, lo hanno fatto in modo in genere unilaterale e talora forzando fino all’assurdo principi pur correttamente evocati. Questo è avvenuto più volte a proposito del dovere di sicurezza, ne tratterò più ampiamente in seguito, mi limito a indicare il tema dell’imposizione garanzia come esempio di un discorso impostato correttamente, ma in modo parziale e nel quale ho sentito, per esempio, l’avvocato Scatturin citare un mio lavoro del 1982, appunto a proposito della posizione di garanzia del datore di lavoro, con l’aggiunta che avrei poi cambiato opinione. I miei lavori successivi, anche recentissimi, come quello citato dall’avvocato Manderino, pubblicato nel 2000, mostrano che non ho cambiato opinione e a quel livello di discorso può esserci una convergenza di fondo tra le posizioni, per fortuna vorrei dire, visto che ci muoviamo tutti, dovremmo muoverci tutti nell’ambito di una comune civiltà del diritto. Aggiungo un’avvertenza, che il discorso che su quei temi ho sempre cercato di svolgere, vent’anni fa come adesso, è più complesso di quanto non risulti dalle citazioni che le parti civili hanno fatto e dal taglio che hanno dato nella trattazione di argomenti più complessi. Il problema da discutere, il discorso che ho cercato e cercherò di proporre, non può essere limitato al tema delle posizioni di garanzia in astratto - il datore di lavoro è garante, il Presidente della società è garante - ma il problema coinvolge altri aspetti e altri principi relativi alla articolazione della garanzia, al contenuto e ai limiti dei doveri che alla posizione di garanzia si riconnettono, alle possibili modalità di adempimento e alla dimensione personale di una responsabilità che ovviamente non è e non può essere una responsabilità di posizione. Di tutto questo tornerò a parlare, mi interessava richiamare il tipo di problemi a mo’ di introduzione. Anche nella discussione sui fatti il "politicamente corretto" dell’accusa emerge in modo vistoso, emerge nella strategia dell’appiattimento di tempi e situazioni diverse, radicata peraltro nella struttura stessa dei capi di imputazione; emerge anche, mi pare, in una strategia che è stata sviluppata nel dibattimento soprattutto dal fronte delle parti civili e che io definirei come strategia dell’ampliamento illimitato, illimitato cioè oltre il limite del capo di imputazione contestato, una strategia che si è espressa in continui tentativi di allargare il discorso ad aspetti della situazione della gestione del Petrolchimico estranei per l’appunto all’oggetto dell’imputazione, estranei ai reparti cui l’accusa si riferisce, estranei alle sostanze cui l’accusa si riferisce. Emblematiche sotto questo aspetto molte parti della consulenza Mara Carrara, ma non solo. Questi tentativi sono stati sempre bloccati dal Tribunale, vedi per esempio ordinanza sulla contestazione suppletiva del 23 gennaio di quest’anno, mi limito perciò ad accennarli come elemento di fondo. Sempre come annotazione di fondo, ma significativa nel definire il contesto, vale forse la pena notare che la strategia dell’indistinto ha trovato l’espressione più appariscente e più manifestamente contraria alla logica di un normale processo penale nell’assorbimento delle posizioni personali degli imputati con quanto di personale dovrebbe essere approfondito circa ciò che hanno fatto e come l’hanno fatto. Tutto questo è stato assorbito in un affresco a grandi tratti che comprende decenni di storia, situazioni differenti, persone che hanno operato in tempi diversi e in contesti diversi e che con l’accusa senza distinzioni finisce per attribuire a tutti gli imputati la partecipazione ad un supposto unico disegno criminoso che tutti li unirebbe, un disegno perdurante nel tempo e nei mutati assetti societari e gestionali e del quale unico disegno si additano come momenti - cito ancora l’arringa dell’avvocato Scatturin - cardine il famoso documento Montedison sulla manutenzione anni 70 e le modifiche alla bozza American Appraisal 1988, due episodi, prescindo qui da ogni giudizio di merito, lontani fra loro di un decennio, episodi i cui soggetti sono diversi fra loro, episodi ai quali è estranea la maggior parte degli imputati. Si cerca di costruire un filo tra gli imputati facendo riferimento a fatti ai quali gli imputati, la maggior parte di essi, sono manifestamente estranei. Sempre in questo ordine di idee vale la pena rilevare come l’accusa sembri mettere sul conto degli imputati, o almeno abbia dato questa impressione, di voler mettere sul conto degli imputati, fatti manifestamente estranei alla contestazione e avvenuti nella sfera di attività di altri in tempi successivi a quelli cui l’accusa si riferisce, penso qui emblematicamente a taluni, diciamo, incidenti, rilasci di sostanze avvenuti nel 1998 o 1999 in ambito di EVC, episodi che non hanno alcuna relazione con le responsabilità personali di chi è qui imputato. Nel riferimento a questi episodi l’attenzione alla personalità del giudizio penale viene completamente azzerata e messa da parte. Anche di questo e delle ulteriori implicazioni che ne sono derivate parlerò più in dettaglio nel trattare i singoli temi dell’accusa. Vengo qui ad entrare nel merito del primo capo di imputazione, quello relativo al cloruro di vinile. Dicevo che svolgerò un discorso sugli addebiti di colpa con l’analisi dei singoli addebiti infondati, dico subito per quanto ci concerne, elencati nel capo 1 di imputazione. Discorso ad abbondanza per tanti aspetti posto che rispetto alle imputazioni di delitti con evento di danno la questione della colpa è assorbita dalla infondatezza oggettiva delle accuse, vale a dire: acclarata l’inesistenza di nesso causale fra gli eventi di morte o malattia e le condotte ascritte agli imputati Enichem per le ragioni ampiamente spiegate dal professor Stella, posto questo, il problema di una colpa degli imputati Enichem in relazione a quegli eventi non da loro causati non può nemmeno essere posto, il tema della causalità è dirimente. Il mio discorso è, dunque, un completamento nel quale esaminerò gli addebiti di colpa nel loro specifico contenuto di addebiti di colpa, come se fossero addebiti autonomi quali in realtà non sono. Il testo d’accusa, a tutti noto, è assai ampio e tocca aspetti i più diversi fra di loro, la cui rilevanza diversa per i diversi aspetti ha bisogno di essere preliminarmente precisata. Anche qui occorre distinguere. Ovviamente, non c’è bisogno di ricordarlo, nell’ottica di un’imputazione di delitti colposi con evento di danno gli addebiti di colpa vengono in rilievo non in sé e per sé, ma in quanto addebiti di asserita colpa che si concretizza come tale in relazione a eventi di morte o di malattia di persone determinate. In questa sede non tratteremo del problema delle cause e degli eventi lesivi considerati dall’accusa, ma nell’esaminare gli addebiti di colpa occorre comunque tenere conto del senso di quegli addebiti, appunto addebiti di condotte che vengono in rilievo in quanto l’accusa le ipotizza come asseritamente colpose e causali rispetto a ben individuati eventi di danno. Non si può fare un pool unico degli eventi e un pool delle cause e mettere in relazione questi due pool in modo indistinto; occorrerebbe individuare delle specifiche relazioni fra specifici ben individuati comportamenti colposi e specifici eventi. Di questo l’accusa non si è preoccupata. Non me ne preoccuperò neanch’io, mentre mi occuperò degli addebiti di colpa in sé, i quali rivelano con riferimento al possibile rapporto con gli eventi di cui si discute significati assai diversi, diversi proprio sul piano della possibile ipotetica rilevanza causale. In che senso? A ben vedere una ipotesi di diretta rilevanza causale, ipotesi secondo l’accusa, rispetto agli eventi di danno di cui è causa quella ipotesi causale potrebbe essere teoricamente prospettata, e l’accusa avrebbe l’onere di provare, esclusivamente per gli addebiti relativi alla esposizione al cloruro di vinile o ad altro fattore patogeno di ciascun lavoratore persona offesa. E’ appunto qui il nucleo sostanziale dell’accusa, ipotesi di eventi lesivi derivati da esposizione eccessiva al cloruro di vinile o altro fattore patogeno. Tutti gli altri profili in cui il capo di imputazione si articola e dei quali si è discusso in corso di causa, potrebbero avere tutt’al più una rilevanza solo indiretta quali ipotetici antefatti storici o elementi probatori di un’esposizione asseritamente patogena. Basta questa considerazione a togliere compiutamente rilievo ad alcuni temi che hanno aleggiato nel processo come spiriti vaganti, per esempio al tema del dicloroetano e ciò per la semplice ragione che non vi è alcun concreto evento lesivo, salvo mio errore di lettura, non vi è alcun concreto evento lesivo che l’accusa stessa nella concreta formulazione delle sue ipotesi causali ricolleghi ipoteticamente ad esposizione di dicloroetano. Se la mia premessa è corretta rispetto al contenuto delle ipotesi causali dell’accusa l’addebito di colpa relativo al dicloroetano resta completamente appeso nel vuoto, privo di qualsiasi significatività rispetto alle imputazioni di delitti con evento di danno. In questo quadro appare inoltre ridimensionata a livello secondario indiretto la rilevanza di tutte le altre questioni relative al monitoraggio innanzitutto, alle spese per la sicurezza, le manutenzioni, etc., etc., rilevanza a tutto concedere soltanto indiretta. Ancora una annotazione di fondo brevissima relativa allo sfondo storico in cui si inserisce la vicenda del Petrolchimico di Porto Marghera. Lo faccio perché è stata l’accusa che fin dall’inizio ha attribuito molta importanza a posizioni assunte in questo o in quell’altro frangente dai diversi attori della vicenda del cloruro di vinile nell’orizzonte complesso della vita del Paese riferendosi in particolare alle posizioni delle organizzazioni dei lavoratori, oltre che a quelle ovviamente oggetto di esame del Tribunale degli imputati e delle società cui essi appartengono. Emblematico in questo senso il riferimento in negativo presente sin dall’inizio nell’impostazione del Pubblico Ministero a posizioni del sindacato ritenute rinunziatarie, la svolta del 1978 citata ancora nella requisitoria; è parimenti emblematico l’insistito riferimento in positivo dell’accusa a forme rivendicative degli anni 70 utilizzate nel concreto argomentare dell’accusa come se fossero in qualche modo espressive di veri e propri vincoli normativi o comunque interattivi, MAC zero, chiudere il CV6. Di fronte alle tentazioni di uso improprio della storia io credo che non sia stato inutile volgere uno sguardo nell’ampia verifica dibattimentale anche al contesto storico e politico in cui si è dipanata una vicenda così complessa, non certo per affidare - come mi pare abbia chiesto qualche patrono di parte civile - al processo penale funzioni che vadano al di là della giustizia nel caso concreto, ma al contrario per liberare il discorso processuale da pregiudiziali ideologiche attraverso un impegno di conoscenza dei fatti nel quale le diverse posizioni a confronto o in conflitto vengano in rilievo, per l’appunto, come dati di fatto che possano eventualmente riuscire utili a inquadrare e a meglio comprendere i fatti oggetto d’accusa per ciò che essi sono. E’ l’uso improprio della storia che non può essere accettato e che ha trovato più volte nel corso del dibattimento la ripulsa da parte del signor Presidente nella conduzione del dibattimento contro slittamenti del processo verso qualcosa che appariva andare fuori verso la storia del sindacato e della dialettica politica. D’altra parte introdurre frammenti di storia non era evitabile e domande di quel genere sono state rivolte da tutti. Credo di poter dire ad uno sguardo di insieme che dalle voci ascoltate nel dibattimento e dai documenti in atti emergono le linee di una vicenda complessa, difficile, che le organizzazioni dei lavoratori hanno affrontato al di là delle diverse posizioni politiche al loro interno, con un fortissimo impegno per la difesa della salute dei lavoratori dai fattori patogeni, impegno espresso in tanti modi di cui ampiamente si è parlato: il convegno del ‘77, l’indagine sanitaria e anche le piattaforme rivendicative alle quali l’accusa si riferisce. Io vorrei dire che sarebbe un far torto al movimento dei lavoratori oltre che alla verità storica rappresentare la storia del problema cloruro di vinile negli anni 70 come la storia di un loro fallimento. Nei fatti e anche nel vissuto dei protagonisti espresso da tante voci nel dibattimento è stata la storia di una battaglia difficile e non inutile, la storia di una complicata presa di conoscenza, attraverso conoscenze incerte, provvisorie, via via più precise, una storia di discussioni entro le organizzazioni dei lavoratori, conflitti con l’azienda, iniziative su tanti fronti, molti risultati ottenuti, altri non ottenuti, rivendicazioni accolte e altre non accolte, il tutto sullo sfondo di una linea generale del sindacato che non poteva ragionevolmente non tenere conto di dati di realtà e di obiettivi più complessi. Appartiene naturalmente al giudizio storico e non a quello processuale il discutere se in uno o altro momento, magari quando è stata diffusa la parola d’ordine dell’austerità, o per preoccupazioni relative all’imputazione, vi siano stati cedimenti nell’impegno di tutela della salute. Certo non sta a me dirlo, certo mi è suonato stonato sentir dire proprio da chi rappresenta i sindacati nel processo che i fatti cui è causa avrebbero danneggiato la credibilità e l’immagine del sindacato, credibilità e immagine del sindacato che soltanto l’operare del sindacato mette in discussione, del sindacato come di chiunque altro agisce in rapporto con altri ed espone con il proprio agire e soltanto col proprio agire la propria credibilità e la propria immagine. Lasciamo dunque da parte il giudizio storico, torniamo al dibattimento, torniamo ai fatti di causa in relazione ai quali i parametri di giudizio, i parametri normativi per la valutazione dei fatti oggetto di accusa, li cercheremo certamente non nella storia o in posizioni di parte per quanto rispettabili, ma li cercheremo dove dobbiamo trovarli: nell’ordinamento giuridico, nella normativa in particolare che riguarda il cloruro di vinile. Credo di non dover perdere tempo nell’esposizione dei contenuti del DPR 962 dell’82, ne abbiamo parlato tante volte, sono noti a tutti. Mi limito a ricordare a mo’ di premessa che è stato introdotto in quella sede il valore limite tecnico di lunga durata di 3 parti per milione, che questo è avvenuto prima che entrasse sulla scena con l’inizio della gestione Enichem dei reparti CVM e PVC l’imputato da me assistito dottor Smai. La nuova normativa è alle spalle a monte del periodo che mi interessa. Accanto al valore limite tecnico di lunga durata sono stati introdotti altri limiti da calcolare sulla breve durata e le restanti disposizioni in materia di monitoraggio. Dal fronte dell’accusa la normativa dell’82 che ha recepito la direttiva comunitaria è stata oggetto di critiche aperte certamente legittime sul piano della politica del diritto, ma altrettanto ovviamente non pertinenti in questa sede nella quale si tratta di applicare il diritto positivo per quello che è. Lascio da parte quelle critiche, mi limito a ricordare che nel dibattimento è stata oggetto di attenzione anche la fase di elaborazione della normativa e che dal teste Guerrieri, udienza 5 aprile 2000, fogli 172 e seguenti, e anche da altri testi abbiamo appreso come nell’elaborazione della normativa fossero state coinvolte tutte le parti interessate che hanno avuto modo di formulare osservazioni e proposte. La normativa italiana rispetta una normativa che non è figlia di quanto avvenuto in Italia, ma è figlia dell’Europa intera. Lascio da parte quindi ogni valutazione di merito circa la questione se il valore di 3 parti per milione sia o non sia sufficientemente protettivo, come alcune voci d’accusa sostengono. Indipendentemente dall’infondatezza fattuale delle premesse di questa critica, sta di fatto che si tratta di critiche rivolte contro il diritto positivo che non hanno diritto di ingresso in questa sede. L’ordinamento giuridico ha preso posizione e, fissando il valore soglia di 3 parti per milione per la lunga durata e fissando gli altri valori soglia che ritroviamo nella legge, l’ordinamento giuridico ha assunto una precisa posizione di fronte ad un problema di bilanciamento di interessi e di determinazione di uno standard di riferimento affidabile per tutti i destinatari, dico standard di riferimento e non una soglia di rischio lecito per la semplice ragione che a quella soglia su cui si è attestato il legislatore... che al di sopra di quella soglia non v’è alcuna prova che sussista un sia pur minimo rischio. La scelta del legislatore europeo è stata meditata, consapevole, precisa. Se si vuole eliminare del tutto il CVM, ebbene, altri orizzonti si apriranno in luoghi diversi da quello dell’applicazione del diritto. Qui dove si tratta di applicazione del diritto non ci resta che prendere atto che per il cloruro di vinile il legislatore non ha fatto quanto ha fatto con riferimento ad altre sostanze che ha voluto mettere al bando, vedi amianto, e l’ha fatto con disposizioni speciali per quelle altre sostanze. Per il cloruro di vinile tutti i dati normativi confermano che la produzione di cloruro di vinile è un’attività lecita alle condizioni e con le cautele che la normativa dell’ordinamento giuridico indica, la normativa speciale e quella generica. Vengono alla situazione, anche qui come rapidissima premessa, sintesi di cose ampiamente dette nel dibattimento e provate ampiamente, la situazione all’inizio della gestione Enichem 1987, situazione molto diversa da quella originaria. Il processo Enichem sotto questo aspetto è una parte, una piccola parte del processo al Petrolchimico che per tre anni e rotti si è svolto in questa aula. Qual era la situazione? I reparti attivi dei quali Enichem ha assunto la gestione erano soltanto una parte: il CV6 fino al 21 o 31 dicembre ‘89, data di chiusura; il CV5/15 che pure ha visto delle chiusure graduali nel periodo successivo fino alla chiusura definitiva, totale cioè, l’8 febbraio 1991, vi era stato in quegli anni un progressivo trasferimento al nuovo impianto Sicron1; vi era poi il reparto CV24 e CV25, rimasto in produzione fino a che poi passa a EVC; vi era il CV23. Il passaggio di consegne fa data all’agosto ‘93, se non vado errato. Erano già disattivati altri impianti di cui lungamente si è parlato: il CV10 chiuso nell’81, il CV11 chiuso nell’85, il CV14/16 chiuso nell’86. Sottolineo che fra i reparti chiusi vi è in particolare la produzione di cloruro di vinile da acetilene, che per tutto il dibattimento è stato uno dei cavalli di battaglia preferiti dall’accusa, acetilene, mercurio e tante altre cose. E’ per questo allora che dobbiamo tenere conto che il processo Enichem è molto più ristretto di quello che riguarda l’insieme. Alcuni reparti non ci interessano e anche per gli impianti che Enichem ha gestito per alcuni anni dopo il 1987 il processo Enichem è abissalmente diverso da quello che riguarda periodi precedenti, periodi del decennio precedente o di ancora prima, questi periodi sui quali in realtà il concreto del contraddittorio dibattimentale si è concentrato. Dall’inizio alla fine, dall’inizio cioè dal capo di imputazione. Tutte le circostanze specifiche qua e là evidenziate nel capo di imputazione all’interno della narrazione generica riguardano fatti o documenti di epoca anteriore al periodo Enichem, fatti e documenti degli anni 70. Gli affreschi con le tinte più fosche della situazione del Petrolchimico che alcune voci hanno dipinto nel dibattimento sono affreschi che si riferiscono tutti a situazioni lontane nel tempo, alle situazioni prima dell’esplodere del problema o coeve all’esplodere del problema, situazioni sempre e comunque anteriori al periodo che ci interessa. Quale che sia stata la rilevanza delle esposizioni di quei lontani periodi in relazione all’oggetto delle imputazioni è questione che riguarda altri, non la gestione Enichem iniziata nel 1987. Così moltissime questioni discusse nel dibattimento relative a vicende di decenni lontani interessano Enichem solo indirettamente come antefatti e soltanto in parte, ci interessano con riferimento alla storia degli impianti gli esiti delle modifiche degli anni 70, non ci interessano i tempi dei quali giustamente dal suo punto di vista si è preoccupata l’accusa e si occuperà la difesa Montedison. Non ci interessano gli eventuali ritardi su cui tanto si è insistito anche nelle discussioni della parte civile, non ci interessano gli eventuali mutamenti di linea, non i modi di operare, non i documenti di epoca Montedison su cui l’accusa si è soffermata in tutto il dibattimento e ancora nei discorsi finali. Tutto questo, ed è la maggior parte del processo, delle migliaia e migliaia di pagine, delle tante ore del nostro dibattimento, tutto questo non ci riguarda. Non mi soffermo certamente, non avrei né tempo né ragione di farlo, sui particolari delle modifiche apportate negli anni 70; mi limito a rilevare come anche dalla parte dei consulenti del Pubblico Ministero si sia convenuto non solo sulla effettività delle modifiche principali, ma si sia convenuto anche sulla loro concreta portata. L’ingegner Nano ha parlato di una riduzione delle concentrazioni di CVM di almeno un ordine di grandezza, le cose andrebbero viste in modo diverso, ma prendiamo atto che l’effettività di una netta cesura che comincia già attorno alla metà degli anni 70 è un dato di fatto non solo acquisito agli atti del processo, ma non in discussione. La discussione potrebbe essere sui tempi, sui modi e anche su una più puntuale definizione dei risultati di questa cesura legata alle consistenti modificazioni impiantistiche del periodo. Dirò eventualmente qualcosa entrando poi in ulteriori dettagli. Quando Enichem subentra nell’87 nella gestione dei reparti c’erano state le modifiche, era in funzione da anni il sistema di monitoraggio, la situazione... la concentrazione del cloruro di vinile nei luoghi di lavoro era già da molto tempo inferiore, largamente inferiore al valore soglia di 3 parti per milione posto dalla normativa del 1982. Il quadro di insieme dei valori monitorati si ritrova nella relazione del professor Foraboschi, nella tabella 1.3, alla quale faccio riferimento senza riportare i dati in dettaglio, mi limito a rilevare che si tratta di concentrazioni minime tendenti allo zero, zero virgola qualcosa, magari virgola zero, zero e qualcosa alla seconda cifra decimale, o 0,1 o 0,2, concentrazioni ai livelli minimi, una situazione completamente diversa da quelle sulle quali il dibattimento si è incentrato. Una situazione nella quale non vi è nessuna base fattuale per le congetture causali sottese all’accusa, nessuna base per addebiti di colpa collegati ai livelli di esposizione a CVM calati in quel periodo alla misura di zero virgola x parti per milione, largamente al di sotto del limite normativo. Ecco allora come mai nel discorso dell’accusa sia stata data importanza centrale alla questione del monitoraggio, che pure ha a che fare con un addebito indiretto rispetto all’ipotesi causale sostenuta dall’accusa. Perché è stata data tanta importanza al monitoraggio? Perché di fronte a dati attestanti a partire da una certa data, esposizioni bassissime, largamente in regola in rispetto della normativa, l’accusa per poter presentarsi aveva bisogno di invalidare quei dati, dati non compatibili con le proprie tesi e questo tentativo di invalidare i dati relativi all’esposizione non compatibili con le tesi d’accusa non poteva che passare attraverso il tentativo di mettere radicalmente in discussione il sistema di monitoraggio mediante gascromatografo così come installato e funzionante nei reparti CVM e PVC. Tutto ciò pur trattandosi di un addebito, quello relativo al monitoraggio, soltanto indiretto, nel senso che anche la prova di eventuali carenze nel sistema di monitoraggio non costituirebbe di per sé idoneo fondamento dell’accusa fino a che non fosse dimostrato che i livelli di esposizione erano di fatto diversi e più elevati rispetto a quell’ordine di misure che il sistema di monitoraggio sistematicamente dava. E così l’accusa è andata alla ricerca di tutto il possibile e l’impossibile per mettere in discussione il sistema di monitoraggio e il suo output, i dati sull’esposizione, cercando di attaccare il sistema come tale e il modo di funzionamento, ma proprio l’analisi di questi tentativi finirà per mettere in vistosa evidenza la qualità delle carte delle quali l’accusa dispone, che ha creduto di giocare, ma che si sono rivelate fallimentari. Torno qui alla normativa del 1982 per sottolineare alcuni contenuti di quella normativa sui quali si è parlato troppo poco, contenuti con i quali l’accusa ha evitato sistematicamente di confrontarsi. Quali sono questi dati normativi testualmente emergenti da DPR del 1982? Mi riferisco in particolare all’articolo 4 comma 1. Primo punto: il monitoraggio così come disciplinato riguarda la concentrazione del cloruro di vinile nelle zone di lavoro, che sono cosa diversa dal posto di lavoro del singolo lavoratore. Per zona di lavoro si intende, articolo 2 del decreto, un’area comprendente uno o più posti di lavoro nell’ambito della quale uno o più lavoratori svolgono la propria mansione nell’arco dell’orario di lavoro. Monitoraggio di zona, dunque, e non della esposizione personale del singolo come dato normativo. Secondo punto, anche questo testuale: il monitoraggio deve essere effettuato come? Con metodo permanente sequenziale, in qualche caso che qui non interessa anche con metodo discontinuo. Ci interessa rilevare che è il metodo permanente sequenziale quello che interessa. Dice l’articolo 5 della direttiva europea alla quale il decreto di attuazione, a proposito di questo, a seconda dell’estensione di una zona di lavoro si appresteranno in essa uno o più punti di misurazione, nel caso in cui vi siano più punti di misurazione si assumerà in linea di massima come valore rappresentativo per l’intera zona di lavoro il valore medio relativo ai diversi punti di misurazione... L’allegato primo al DPR dell’82 specifica quali strumenti siano ritenuti dal legislatore adeguati per il controllo e che cosa dice l’allegato? La determinazione del cloruro di vinile nell’atmosfera delle zone di lavoro è effettuata mediante gascromatografia o altri sistemi di pari affidabilità atti a determinare almeno un terzo della concentrazione del valore limite di lunga durata. Il successivo punto ribadisce che adottando il metodo permanente sequenziale la determinazione va effettuata mediante gascromatografia. Il decreto prevede inoltre, sempre nell’allegato primo, paragrafo 2.1, che - cito questa cosa in anteprima rispetto ad un discorso che riprenderemo - il gascromatografo è dotato di un selettore che consente di analizzare sequenzialmente i campioni provenienti dalle varie linee nel tempo massimo di 20 primi o, in alternativa, di ripetere indefinitamente l’analisi di una linea. Pertanto il tempo di analisi di ogni linea è di 2 minuti primi e il periodo massimo di analisi di una stessa linea è di 20 primi. Ecco il quadro normativo in estrema sintesi: monitoraggio di zona e non personale, l’affidabilità del gascromatografo come parametro di riferimento dell’affidabilità di eventuali altri possibili sistemi di monitoraggio. E’ il sistema per eccellenza nel sistema della legge. Ancora, è ammessa espressamente la regolarità di un sistema di monitoraggio nel quale il periodo di analisi di una stessa linea è di 20 minuti primi, lo dice a chiare lettere l’allegato primo paragrafo 2.1. Cito ancora l’articolo 2 della direttiva europea che dice che i valori delle concentrazioni rilevate nei periodi di allarme non sono presi in considerazione nel calcolo della concentrazione media. A questa direttiva corrisponde una analoga disposizione dell’allegato secondo del DPR 982. Ha spiegato il nostro consulente professor Foraboschi, ma la cosa risulta chiarissima, che la normativa con la determinazione delle sue soglie e delle sue tecniche si basa sull’analisi statistica della distribuzione delle concentrazioni di cloruro di vinile nelle zone di lavoro che tiene conto anche delle situazioni in cui tali concentrazioni assumano valori anormali. Tiene altresì conto che col metodo di misura permanente sequenziale la misura della concentrazione relativa ad una data linea di campionamento avviene periodicamente con un determinato intervallo di tempo fra misura e misura. La legge ne tiene conto, prende atto e legittima quella possibilità di intervallo di 20 minuti primi e detta le sue regole complessivamente considerate tenendo conto anche di questo. Ci sono poi le disposizioni sul superamento delle soglie di attenzione o di allarme, ne parleremo più avanti. Questa essendo la normativa vigente, vigente dal 1982, da prima che Enichem entrasse, questa essendo la normativa, appare chiaro il perché di fronte a queste chiare e precise disposizioni l’Avvocato dello Stato abbia svolto l’altro giorno una argomentazione tutta volta a togliere, a negare valore normativo alle disposizioni scomode per l’accusa. L’avvocato Schiesaro non si è confrontato con il contenuto del DPR del 1982, ma ha svolto, utilizzando tutta la cultura e la fantasia giuridica di cui è capace, un discorso tutto inteso a togliere rilevanza a quella normativa specifica. E qual è stata la trovata dell’avvocato Schiesaro? Quella di ancorare l’obbligo di monitoraggio, ma non solo l’obbligo di monitoraggio, quella di ancorare anche e soprattutto una supposta disciplina di dettaglio del monitoraggio, non al decreto dell’82 ma a disposizioni precedenti, nobilmente risalenti agli anni 50, al DPR 303 del ‘56 sull’igiene del lavoro, in modo quindi da fare apparire irrilevanti le disposizioni del DPR del 1982, in quanto meramente integrative e sostanzialmente assorbite dalla normativa precedente, che l’avvocato Schiesaro ci ha presentato come non solo precedente, il che non interessa Enichem, ma anche più rigorosa nei contenuti. Basta leggere le norme per porsi alcuni problemi. L’articolo 20 del DPR 303, su cui l’avvocato Schiesaro ha fatto leva, non parla espressamente di monitoraggio, contiene un precetto di impedire o ridurre, per quanto possibile, lo sviluppo e la diffusione di gas tossici. Un problema di monitoraggio potrebbe essere tutt’al più desunto argomentativamente come obbligo preliminare di conoscenza nei limiti in cui occorre. L’avvocato Schiesaro avrebbe peraltro potuto trovare qualche appiglio più solido in altra disposizione richiamata nel capo di imputazione, l’articolo 354 del DPR 547 del ‘55, in materia di prevenzione e infortuni, che si riferisce alle concentrazioni pericolose di gas, e dice che nei locali e i luoghi in cui c’è il rischio di formarsi di concentrazioni pericolose o nocive di gas, vapori o polveri esplodenti, infiammabili, asfissianti o tossici, deve essere fatto quanto possibile per impedire o ridurre al minimo con vario modo e si dice anche che in quelle situazioni quando i vapori e i gas che possono svilupparsi costituiscono pericolo, devono essere installati apparecchi indicatori ed avvisatori automatici, atti a segnalare il raggiungimento delle concentrazioni o delle condizioni pericolose. Sottolineo che questa disposizione, che richiede un sistema di controllo preciso, è inserita nella normativa sugli infortuni del lavoro e si preoccupa chiaramente di prevenire incidenti in senso stretto, incidenti traumatici provocati da gas o vapori esplodenti, infiammabili, asfissianti o tossici, in questa compagnia anche la tossicità che viene qui presa in considerazione è chiaramente la tossicità acuta dalla quale può derivare un evento traumatico di avvelenamento da tossicità acuta. E’ di fronte a quei rischi che si richiede un sistema, che si richiede fin dal ‘56 un sistema di segnalazione automatica. Per quanto riguarda il cloruro di vinile un obbligo specifico di monitoraggio continuo con metodo permanente sequenziale, e con tutte quelle altre caratteristiche che sappiamo, nasce dalla normativa speciale del 1982, e le modalità di adempimento dell’obbligo, quanto meno da quella data in avanti, sono quelle dettate dalla normativa speciale, modellata sulla particolare pericolosità o tipo di pericolosità di quella specifica di sostanza. Insisto sulla definizione normativa speciale, che curiosamente l’avvocato Schiesaro ha cercato di mettere in discussione quando la specialità della normativa rispetto a disposizioni generali della normativa precedente, costruita in forma di clausole general-generiche, è di tutta evidenza, è una specialità logica. E di questo rapporto di specialità logica il giurista tiene abitualmente conto, così come il giurista tiene abitualmente conto anche della successione dei tempi. La legge speciale anteriore può resistere a quella generale posteriore, ma l’ipotesi di una legge speciale posteriore è emblematica in relazione alla portata precettiva da riconoscere alla normativa speciale posteriore. Aggiungo che la normativa europea e poi italiana introdotta sul cloruro di vinile tra il ‘78 e l’82 è frutto di scelte che sono state volute da chi le ha fatte e sono state da tutti interpretate come opzioni per una disciplina più rigorosa, più precisa e più stringente, sotto tutti gli aspetti, compreso l’aspetto dei controlli, delle modalità di controllo rese obbligatorie. Mentre l’avvocato Schiesaro, capovolgendo il senso di fatti drammaticamente vissuti, ci viene oggi a dire che la vera e più rigorosa, così mi è parso di capire, disciplina del monitoraggio starebbe nel vecchio articolo 20 del DPR 303, che di monitoraggio non parla nemmeno. Ci ha anche ricordato l’avvocato Schiesaro che il DPR del 1982 è stato abrogato nel 2000 dal decreto legislativo numero 66, che ha apportato modifiche e integrazioni alla disciplina generale delle sostanze cancerogene introdotte in Italia per la prima volta in modo sistematico nel decreto legislativo 626 del ‘94, testo base dell’assetto vigente della disciplina in materia di sicurezza e di igiene del lavoro. In questo contesto nuovo, fondato sulla nuova e più articolata disciplina del decreto 626 e successive modificazioni, si spiega e giustifica l’abrogazione della normativa speciale sul cloruro di vinile. Si spiega perché adesso trova applicazione, non già la scarna disciplina del venerabile decreto DPR del 1956, ma trova applicazione al cloruro di vinile come agli altri cancerogeni, la nuova disciplina generale, nella quale sono previste anche adeguate modalità di controllo insieme alle restanti misure, fino a costruire un sistema organico ritenuto adeguato ad apprestare le cautele necessarie compresa la conoscenza necessaria. Questo oggi, fino al 2000, e per il periodo che ci interessa, la normativa specifica era quella del 1982. Quella normativa che detta quei criteri di cui dicevo e con la quale dicemmo e ripeto i nostri accusatori hanno evitato di confrontarsi. E hanno invece riproposto, proposto e riproposto nel dibattimento, una serie di censure che si scontrano frontalmente con i contenuti di quella normativa. Si scontra con i contenuti di quella normativa l’idea che invece del monitoraggio di zona si sarebbe dovuti operare con campionamento personale. Si può discutere all’infinito sul piano tecnico che cosa sia preferibile, sta di fatto che la normativa europea e italiana ha fatto una scelta: monitoraggio di zona. Sulla base di controlli di adeguatezza del monitoraggio di zona, ma il sistema è quello. Si è discusso a lungo nel dibattimento, la questione dei campionatori personali è stata sostenuta da parte dell’accusa in particolare dal professor Rindone, il professor Foraboschi nelle sue relazioni e nell’udienza del 20 ottobre 1999 ha dato esaurienti risposte sul piano tecnico, che qui richiamo ad abbondanza di fronte al dato normativo preciso. Mi limito a ricordare alcuni dati tecnici che giustificano, per quanto possa occorrere, la scelta normativa, i campionatori personali descritti, i campionatori personali danno un’informazione che non è disponibile finché non è stata condotta l’analisi in laboratorio. Danno conoscenze più tardive, il monitoraggio personale di ciascun lavoratore non è praticamente realizzabile, il monitoraggio di zona sì, e può garantire dati sufficienti. E questa è stata la opzione della normativa. Ancora, si è messa in discussione, lo ha fatto anche l’avvocato Schiesaro l’altro giorno, l’idoneità di un sistema che comporta la analisi del singolo punto di prelievo con una periodicità di 20 minuti. Si perde il 45 per cento degli allarmi, ha detto l’avvocato Schiesaro, riecheggiando il suo consulente, anche qui è sufficiente opporre il dato normativo, la periodicità 20 minuti è espressamente ammessa dalla normativa, e il complessivo sistema della normativa con l’apposizione dei limiti è costruito tenendo conto di quel dato. Si è discusso largamente, qui l’avvocato Schiesaro non è ritornato sul tema, l’hanno fatto altri, si è puntato il dito contro l’adozione del sistema pluriterminale o pluricampanelle per l’effetto di diluizione che ne deriverebbe. Su questo punto hanno risposto sul piano tecnico i nostri consulenti, rilevando come la critica che punta sull’effetto di diluizione evoca scenari astratti e irrealistici l’ipotesi di una concentrazione anomala di CVM, ipoteticamente limitata ad un unico punto non tiene conto dei processi di trasporto dei gas che hanno luogo nell’atmosfera, nell’ambiente. Lascio da parte i modelli matematici che possono spiegare le modalità del trasporto e mi limito al risultato, alla conclusione, che dice che in qualsiasi caso di perdite non insignificanti l’area interessata da valori di concentrazione superiori alle soglie di allarme non può non diventare rapidamente abbastanza vasta da interessare un insieme di campanelle e da consentire quindi che la situazione anomala venga recepita. D’altra parte i segnali di attenzione e di allarme sono a livelli sufficientemente bassi rispetto a quelli possibili, rilascio di qualche consistenza, da consentire di intervenire in modo appropriato. D’altre parte, è stato osservato, nessun sistema consentirebbe di coprire in modo puntuale e ravvicinato tutti gli ipotetici punti di perdita, teoricamente numerosissimi se si fa riferimento agli organi di tenuta, teoricamente indefinibili posto che qualcosa può succedere da qualsiasi parte. Allora la scelta va determinata a punti di prelievo studiati in funzione di una loro particolare posizione e al sistema si collega la fissazione di adeguate soglie di attenzione e di allarme, così come fa la normativa europea, così come fa la normativa italiana, così come è stato fatto nel sistema di monitoraggio in essere al Petrolchimico. Si può certo discutere e si è discusso a suo tempo e oggi nel dibattimento circa l’opzione, cioè il sistema mono o pluriterminale. E’ un problema che alla luce delle considerazioni introdotte dai tecnici possiamo senz’altro ritenere come un problema aperto ad entrambe le soluzioni, l’una e l’altra ad un tempo discutibili e ragionevoli. E’ in questi termini che va interpretato il discorso fatto in questa aula dal professor Zanelli, il quale è stato negli anni 70 e si è detto tuttora un fautore del sistema monocampanelle, ma ha ammesso come rispetto all’esigenza di un monitoraggio di zona, che è l’esigenza posta in primo piano dalla normativa, ha un sistema pluricampanelle diverso da quello da lui preferito e comunque un sistema ragionevolmente sostenibile. Dà un diverso tipo di informazione, ma utilizza l’informazione, è in grado di coglierla per quello che è e di trarre da quel dato di area, di zona offerto dal sistema pluricampanelle una informazione sufficiente a provvedere quanto eventualmente necessario. Si è fatta questione della idoneità della collocazione dei terminali. Abbiamo sentito da vari testi nel corso del dibattimento come la collocazione dei terminali sia stata fatta con la partecipazione attiva dei lavoratori direttamente interessati e in grado di concorrere a individuare dove si dovesse porre il monitoraggio. Per brevità mi limito a richiamare i testi che più interessano, innanzitutto il teste Tedesco, dal ‘72 caporeparto al CV24, udienza 9 maggio, il quale ha ricordato espressamente come la collocazione delle campanelle sia stata scelta d’intesa con il personale. Ricordo anche il teste Rossetti, udienza 16 giugno 2000, il quale ha spiegato come le campanelle siano state poste ad altezza d’uomo in modo che fosse significativa l’apposizione nei confronti dell’operatore di zona. Concludo limitandomi a dire che anche il tentativo dell’altro giorno dell’Avvocato dello Stato di mettere in discussione la sufficienza dei punti di campionamento ha aiutato a mettere in evidenza che ogni autoclave era sotto monitoraggio e che anche il piano di lavoro sottostante alle autoclavi era monitorato in più punti, quanto ritenuto sufficiente nell’analisi fatta anche coi lavoratori e della quale si è detto. Di questo contributo di conoscenza sono grato al collega Schiesaro e concludo sul punto ricordando che quando Enichem nel 1987 ha assunto la gestione dei reparti il sistema di monitoraggio era in funzione già da molti anni e la collocazione delle campanelle non era oggetto di discussione. Il sistema adatto era stato sperimentato ed era stato evidentemente ritenuto non problematico. Fin qui le questioni relative alla struttura del monitoraggio, passerei poi al capitolo delle accuse relative ai dati del monitoraggio. Chiederei di poter riposare anche solo dieci minuti.

 

Presidente: benissimo, d’accordo. può riprendere.

 

AVVOCATO PULITANO’

 

Avvocato Pulitanò: signor Presidente, passo adesso, come dicevo, alle questioni e alle accuse relative ai dati espressi dal sistema di monitoraggio e prendo in esame qui il primo attacco in ordine di tempo nella storia del processo che l’accusa ha mosso: è la tesi che il sistema di monitoraggio introdotto nel marzo ‘75 sarebbe la causa del rilevamento di valori molto più bassi di quelli rilevati in precedenza, effetto di occultamento, diminuzione apparente artificiosamente introdotta dal sistema. I dati disponibili dimostrano che questa tesi d’accusa è infondata. E’ già stato detto e ripetuto e documentato dai dati del monitoraggio nei diversi periodi che il trend in calo di concentrazione nel periodo in cui è stato introdotto il monitoraggio mediante gascromatografo era un trend già in atto da prima dell’introduzione di quello strumento e non può evidentemente perciò essere un effetto apparente dovuto al nuovo strumento di misura. Questo trend in calo è stato artificiosamente nascosto dal criterio di confronto usato dall’accusa, la quale ha confrontato il dato del marzo 1975 con la media delle rilevazioni dell’anno precedente e in questa media ha appiattito e nascosto il trend che già in quell’anno precedente era in diminuzione. Quel tipo di confronto, esso sì, ha creato un’apparenza del tutto fuorviante, media di un anno che appiattisce il trend di diminuzione con l’ulteriore diminuzione coeva all’entrata in funzione del cromatografo. Tutti i dati relativi a questo periodo, i dati di monitoraggio, sono stati ampiamente illustrati e documentati nelle relazioni dei nostri consulenti, in particolare nelle relazioni del professor Foraboschi e nelle risposte da lui date al Pubblico Ministero in sede di controesame nell’udienza del 31 novembre 1999. Richiamo soltanto alcuni a mo’ di esempio: nel CV6 il salto più grosso in diminuzione è tra l’ottobre e il novembre del ‘74, 7,5 PPM in meno contro 7,2 PPM in meno tra febbraio e marzo ‘75 quando entra in funzione il gascromatografo. Se mettiamo insieme diminuzioni fra ottobre e novembre e novembre e dicembre, 13 parti per milione in meno, un trend ben consistente in diminuzione ben prima dell’avvio di funzionamento del cromatografo. L’accusa a questo punto ha ripiegato su un altro tipo di obiezione, ha cercato di fronte a dati che smentiscono la tesi degli effetti perversi del nuovo sistema di monitoraggio, ha cercato di metterne in dubbio l’attendibilità mettendo in dubbio che quelle diminuzioni potessero essere reali in relazione alla situazione del tempo. Sono state fatte in quel periodo modifiche della situazione in grado di produrre una diminuzione delle concentrazioni? Questo è l’interrogativo al quale l’accusa vorrebbe dare risposta negativa, ma anche qui l’accusa è infondata. E’ questo l’unico excursus che mi tocca di fare in un periodo che in realtà è di competenza Montedison e lo faccio negli stretti limiti necessari e sufficienti a impostare il discorso su questa obiezione specifica. Lo faccio in termini generali, parliamo di un periodo, quello delle modifiche apportate negli anni ‘73, ‘74 e ‘75, che non mi sono preoccupato di ricostruire nei dettagli e mi è parso anche, per quanto ho capito dal dibattimento, che sia difficile o impossibile arrivare ad una datazione precisa di questo o di quell’intervento. Mi pare però sia stato ricostruito con sufficiente certezza un quadro di insieme di questo tipo che dopo l’esplosione pubblica del problema CVM è stato possibile a Porto Marghera come altrove nel mondo effettuare una serie di interventi immediati che, pur non risolutivi e bisognosi di integrazioni, hanno tuttavia prodotto risultati notevoli fin nell’immediato. Anche qui non ho che da riportarmi a quanto spiegato dal professor Foraboschi nelle sue relazioni e nei suoi discorsi in questa aula. Il margine di intervento era largo, ha detto il professor Foraboschi, tanto più largo in quanto le cautele gestionali e impiantistiche adottate in precedenza per il CVM erano commisurate, come è noto, a caratteristiche di infiammabilità ed esplosività, con limite inferiore di esplosività piuttosto alto, 36.000 PPM circa, ed erano pensate per una nocività per la salute ritenuta modesta. Quindi c’era molto da fare, si accettavano elevati limiti in precedenza, alte concentrazioni, tanto più è arretrata la situazione di partenza tanto maggiore è l’impatto che poteva essere ottenuto già dai primi immediati interventi consistenti in cambiamenti di procedure che non richiedevano modificazione degli impianti o in primi interventi quali maggior cura nel controllare gli organi di tenuta prima che fossero sostituiti o altri accorgimenti impiantistici per cui anche in attesa di introdurre colonne di strippaggio si riusciva a far svolgere funzioni di stripper al reattore. Non entro nei dettagli tecnici, non ne sarei probabilmente capace; mi limito a rilevare che nell’insieme attraverso un complesso di accorgimenti era possibile, è stato possibile a Porto Marghera ottenere una sensibile riduzione delle perdite medie, una sensibile diminuzione delle concentrazioni. E mi piace citare in questo contesto una annotazione che ha fatto il Pubblico Ministero nella requisitoria laddove nell’udienza del 6 giugno ha dato spazio ad una vertenza giudiziaria degli Stati Uniti in cui la Corte americana, respingendo ricorsi di parte aziendale relativi a prescrizioni ritenute troppo restrittive, la Corte americana dà atto di - cito testualmente dal Pubblico Ministero - "grossi miglioramenti nel giro di alcune settimane", miglioramenti evidentemente ottenuti in quel diverso contesto, ma in quello stesso periodo con quegli accorgimenti immediati, resi possibili e resi produttivi da quel margine molto ampio tra la situazione verso cui tendere e un dato di partenza parecchio arretrato e che si trattava di superare. Del tutto plausibile, dunque, che in quel periodo esplose il problema attraverso un convergere di accorgimenti procedurali di cura dei particolari di prime modifiche si siano ottenuti quei risultati di diminuzione delle concentrazioni nelle quali si inserisce ad un certo punto il sistema di monitoraggio che fotografa quella situazione, fotografa il trend già in atto, dà atto del proseguire di quello stesso trend di inizio. Solo un cenno ad un argomento di accusa che ha fatto leva ad un documento Montedison del ‘75 nel quale si parla di un obiettivo di portare una media di concentrazione a 10 parti per milione, dato più elevato di quello registrato dal cromatografo. Il punto è stato spiegato dal professor Foraboschi nell’udienza, l’obiettivo di 10 parti per milione era un obiettivo concernente la media a breve, sulle otto ore di lavoro, mentre il limite di 3 parti per milione era una media su un periodo più lungo, dati dunque non confrontabili fra di loro, l’argomento d’accusa là dove fa leva quel documento è sbagliato. Passo al tentativo di attacco più massiccio che l’accusa abbia cercato di portare verso i dati del monitoraggio. Mi riferisco alla consulenza Nardelli e al suo esame nelle udienze primo e 6 giugno ‘99 e al controesame dell’udienza 7 luglio 1999, uno dei momenti per me personalmente più faticosi di tutto il processo di fronte al tentativo del professor Nardelli di eludere i problemi e di riproporre il suo discorso, ma proprio quello sforzo consente oggi di fare un bilancio che per l’accusa mi sembra decisamente fallimentare. Dietro all’attacco mosso dal consulente dell’Avvocato dello Stato vi era innanzitutto una forza pure dell’interpretazione del sistema legale. La relazione di Nardelli si poneva nello scritto come obiettivo principale quello di verificare se nei reparti si fossero verificati casi che non hanno rispettato i limiti fissati dalla Comunità Europea e dettagliati nel comma 2 dell’articolo 6, il famoso limite di 30 parti per milione che il consulente Nardelli ha frainteso come fosse un valore soglia discriminante, il lecito dell’illecito, mentre si tratta di qualcosa di diverso, un valore d’allarme. Cosa totalmente diversa, l’obbligo legale collegato al superamento della soglia di allarme qual è? E’ evidentemente che l’allarme scatti. La soglia attorno alla quale si gioca il problema della liceità o illiceità è la soglia, il valore limite di lunga durata di 3 parti per milione e Nardelli stesso, come vedremo, deve ammettere che quel valore lì è stato rispettato per quanto lui sa. Anche se a questo proposito il professor Nardelli ha cercato di muovere una serie di obiezioni tendenti a sostituire al riferimento ai limiti normativamente stabiliti dei limiti diversi. Emblematica sotto questo aspetto la questione legata a quelle disposizioni della normativa già accennate prima che impongono di escludere dal calcolo del valore limite di lunga durata i valori corrispondenti, le soglie dei valori corrispondenti e superiori alle soglie di allarme, prescrizione che si rinviene sia nella normativa europeo sia nel DPR 962. Il professor Nardelli contesta questa normativa facendo appello alla fisica, alla scienza obiettiva, i dati sono quelli che sono, non venire a parlare di criteri normativi. E’ chiaro che un discorso di quel genere non è accettabili, Nardelli stesso finisce per ammettere che i dati misurati dello strumento devono poi essere introdotti nel calcolo in ragione di requisiti e regole posti dalla normativa. L’Avvocato dello Stato invece, consapevole che con le norme si devono fare i conti, ha introdotto un curioso argomento che pretende di negare il normativo alla regola di esclusione contenuta nell’allegato secondo del DPR e nega il valore normativo per la ragione formale che quella regola - ci ha detto l’altro ieri l’avvocato Schiesaro - non sarebbe contenuta nella sezione prima richiamata nell’articolo 4 comma 2 del decreto. Devo dire che la mia ammirazione per la cultura giuridica e l’acume giuridico dell’avvocato dello Stato mi rende spiacevole dover muovere qui una critica troppo facile. E’ chiaro che l’avvocato Schiesaro si è lanciato su questo argomento per disperazione proponendosi qui qualcosa dietro la quale il trucco verrebbe scoperto anche da un bravo studente alle prime armi. Il problema del valore normativo dell’allegato ad un testo di legge non si pone proprio, l’allegato ha per definizione il valore formale dell’atto normativo a cui esso è allegato e comunque nel nostro caso la regola ad esclusione di cui trattiamo è posta nella parte introduttiva dell’allegato secondo che, secondo una ovvia interpretazione, è da intendersi come comune ad entrambe le sezioni successive e quando l’articolo del DPR richiama la sezione prima la richiama come comprensiva anche di quel cappello introduttivo dell’allegato secondo che vale per entrambe le sezioni. E’ questa l’unica risposta che dà un senso alle regole poste nell’allegato che altrimenti non avrebbero senso. Tutte queste cose ovviamente l’avvocato Schiesaro le sa, ha giocato una carta della disperazione e io gli sono grato di aver reso tangibile con questo argomento fino a quale estremo si sia dovuta spingere la ricerca di argomenti purché sia nel tentativo di mettere in discussione, di gettare discredito sul monitoraggio che dà risultati sgraditi all’accusa, ma che si muove dentro i binari indicati dalla normativa, quella normativa alla quale i nostri interlocutori vorrebbero negare significato normativo, ricorrendo anche ad argomenti così assurdi. Qualcosa del genere mi sembra si debba dire anche su un altro argomento su cui con mia sorpresa l’avvocato Schiesaro ha ancora insistito l’altro giorno dopo che vi aveva insistito il professor Nardelli: l’abbassamento della soglia di allarme a 25 parti per milione invece delle 30 parti per milione come indicato nella normativa. Scelta anche giuridica ci ha detto l’avvocato Schiesaro, scelta volta a mascherare chissà che cosa, così come aveva detto anche Nardelli, a mascherare contravvenzioni al supero delle 30 parti per milione. Le cose non stanno così. A cosa serve l’abbassamento? Lo stesso consulente del Pubblico Ministero ingegner Nano, uno dei consulenti più seri dell’accusa, ha riconosciuto nell’udienza del primo giugno 1999, pagine 38 e seguenti, che l’abbassamento della soglia ha un aspetto positivo migliorando la capacità di segnalare situazioni di accresciuta concentrazione. Interviene prima, consente di intervenire più presto. E coerentemente con l’abbassamento della soglia di allarme dai 30 ai 25, così il calcolo della concentrazione media annua è stato fatto assumendo quella soglia come riferimento. Vorrei notare per quanto concerne l’assetto normativo che nella direttiva europea alla quale il DPR dà attuazione le soglie di allarme sono indicate non come limite rigido, allarmi, preallarmi a 15, allarmi a 30, ma sono un limite massimo. Stabilisce l’articolo 6 della direttiva che il valore corrispondente al livello di allarme non deve essere superiore a 30 parti per milione rilevati sulla base di due minuti. L’allarme, secondo la direttiva europea, può dunque essere posto ad un livello inferiore con piena legittimità e ragionevolezza rispetto all’obiettivo di segnalazione effettiva si situazioni nelle quali occorre intervenire. Solo ad abbondanza potremmo porci il problema di quale incidenza sul calcolo del valore medio di concentrazione possa essere attribuito all’aver effettuato i calcoli facendo riferimento ad una soglia di allarme di 25 PPM invece che 30 e con conseguente esclusione di valori misurati come superiori a 25. Rinvio per semplicità al calcolo, peraltro non molto complicato, indicato nella prima relazione del professor Foraboschi a pagina 46, dal quale risulta che calcolando, come da calcolare, i dati relativi agli allarmi 25 e supponendo che fossero dati inferiori a 30 da inserire nella media, arriveremmo... l’esempio è fatto sull’anno ‘91 per il reparto CV24, arriveremmo ad una differenza in aumento della concentrazione media di 0,01 parti per milione, pari ad un trecentesimo del valore di limite di lunga durata e ad un decimo del limite di sensibilità del gascromatografo. Anche Nardelli ha fatto dei calcoli sostituendo a 25 il valore da lui definito valore reale dei momenti di allarme di 310 parti per milione, un aumento consistente, il massimo sforzo che il professor Nardelli poteva fare e ha fatto nel tentativo di presentare un dato diverso. E anche inserendo questi dati la modifica risulta irrisoria. Detto questo, chiuderei l’argomento chiedendo all’Avvocato dello Stato che ha tanto insistito nella sua arringa su questo punto, sull’antigiuridicità della scelta di abbassare la soglia di allarme a 25 PPM, non mi resta che chiedermi e chiedergli come tale scelta, allarme a 25 piuttosto che a 30, sia stata causa o concausa di eventi di morte e di malattia, forse per aver consentito un maggior numero di allarmi o allarmi scattati prima? Se pensiamo allo scenario in cui il tema si inserisce, il significato, l’assurdità dell’argomento appare totale. Nardelli, come dicevo, ha fatto dei calcoli, ha cercato di trasformare i suoi rilievi sul sistema e sui risultati di monitoraggio in rilievi sull’effettiva esposizione, ma la montagna ha partorito il topolino. Mi limito alle conclusioni. "In condizioni regolari di funzionamento - ci dice Nardelli - nelle zone degli impianti in attività il cloruro di vinile era presente in quantità minima, la concentrazione di fondo", parole di Nardelli, pagina 10 della sua relazione scritta. Aggiunge Nardelli una postilla minima, ma non nulla, che non cambia il quadro, la concentrazione di cloruro di vinile in condizioni nelle quali tende allo zero. Nardelli ha fatto dei calcoli inserendo la sostituzione che abbiamo detto di 310 a 25 e tenendo conto di un fattore di normalizzazione da lui indicato in relazione al suo assunto che il sistema perderebbe degli allarmi. Si arriva così a calcolare, Nardelli arriva a calcolare quello che lui definisce con riferimento al ‘91 per il CV24 un valore di concentrazione medio attendibile su base annua, pagina 24 della sua relazione e pagina 169 del verbale di udienza primo giugno ‘99. Qual è questo valore di concentrazione medio attendibile su base annua che Nardelli ci indica? E’ 0.607 parti per milione, 0.6. Anche questo valore che non noi, ma il consulente dell’Avvocato dello Stato indica, questo valore calcolato apportando tutte le correzioni ritenute necessarie dall’indomabile consulente d’accusa, anche questo valore è largamente inferiore al valore limite di lunga durata di 3 parti per milione posto dalla legge e anche inferiore a quel terzo della concentrazione del valore limite che secondo la normativa sarebbe il limite di rilevabilità tollerabile per un sistema di monitoraggio con fronte alla normativa che dice che il sistema deve essere in grado di monitorare una concentrazione di un terzo della concentrazione limite. Qui siamo sotto e siamo sotto dopo un calcolo effettuato da Nardelli applicando criteri difformi da quelli legali sostituiti da altri dati che egli ritiene più realistici. Prendiamo tranquillamente per buono questo contesto di ragionamento e rileviamo il risultato: 0.6, al di sotto di quello che avrebbe potuto essere il limite di rilevabilità consentito dalla normativa. Il discorso su Nardelli potrebbe proseguire a lungo, ma vedo di tagliare corto perché gli altri punti sono ancora più insignificanti, o forse per altro aspetto significativi perché particolarmente collegati al tentativo di introdurre nel processo quella che io mi sento di definire la logica del sospetto, la presentazione di illazioni circa le intenzioni malvagie di chi propone certe cose, ha posto in essere certe cose. Emblematico l’argomento del famoso selettore on-off, che esisteva fin dall’inizio nel cromatografo, nel senso che in una parte di meno immediato accesso esisteva quel famoso selettore reso necessario in relazione a quel disposto contenuto nell’allegato 2.21 del decreto che ci dice che il gascromatografo è dotato di un selettore che consente di analizzare sequenzialmente o in alternativa ripetere indefinitamente l’analisi di una linea escludendo quindi temporaneamente altre linee dal giro dell’analisi e concentrando quindi l’attenzione su punti particolari. E’ dotato, deve essere dotato, la previsione di quel comando è conforme alla normativa in termini non solo di legittimità, ma di doverosità. Nel 1988 si introduce una modifica consistente in che cosa? Che quello stesso congegno, un congegno avente analoga funzione viene inserito in una parte di più facile accesso. Tutto regolare dunque, è la stessa esigenza di disporre di un comando adeguato ad una funzione normativamente consentita che sta dietro il nuovo pulsante come dietro al sistema originario della cui esistenza Nardelli dà atto. Cosa c’è allora di male? C’è il sospetto che Nardelli esprime senza motivare che quel pulsante possa servire a manovre surrettizie di escludere dall’analisi dati scomodi, un sospetto del quale ovviamente Nardelli non è in grado di dare alcuna prova e che, se preso sul serio, introdurrebbe nella scena del processo, nella scena dei reparti di produzione del cloruro di vinile degli scenari del tutto irrealistici. Chi avrebbe dovuto essere là in posizione per azionare in modo perverso, in funzione di occultamento di dati, quel sistema, quel pulsante? Siamo in una logica di mere illazioni che introducono nel discorso processuale sui fatti e le prove uno stile argomentativo, mi si consenta di dire, del tutto estraneo alla nostra civiltà giuridica. Non mi soffermo su altri punti come il famoso "warning-up", faccio rinvio alle relazioni del professor Foraboschi. Un cenno rapido agli addebiti di cattivo funzionamento del monitoraggio. Ogni sistema ha delle défaillance, ha detto l’avvocato Schiesaro nel controesame del professor Galli all’udienza 15 marzo. Purtroppo è così, il rischio di défaillance c’è sempre, ma anche eventuali défaillance possono essere accettate, non fanno venire meno la funzione. Qualche défaillance in un sistema di monitoraggio può essere tranquillamente compatibile con la capacità del sistema nel suo complesso di dare un’informazione adeguata al suo scopo. Eventuali perdite limitate di informazione sono date per scontate; sono date per scontate anche dalla normativa, vorrei dire, là dove consente di modificare in qualche modo l’assetto base del monitoraggio. L’accusa nel sostenere che il sistema funzionava male che cosa ha fatto? Ha fatto leva su episodi puntuali che appartengono per di più ad un periodo diverso e lontano nel tempo rispetto a quello che interessa l’accusa. Nel giugno del 1996 i consulenti del Pubblico Ministero sono andati in EVC e quel giorno hanno trovato i rottametri starati, quei rottametri che servono per equilibrare i flussi delle diverse campanelle e che, se non sistemati adeguatamente, fanno sì che il sistema rischi di dare un risultato non conforme a quella media che dovrebbe dare. Che quel giorno del giugno ‘96 - dico ‘96 - i tarametri fossero starati che cosa ci dice, quale informazione ci dà sulla situazione normale del sistema, sul suo modo di funzionare del sistema in anni e anni precedenti quelli che interessano il mio assistito, quelli che interessano chi stava prima o chi è venuta dopo. La staratura dei rottametri è chiaramente e ovviamente un dato contingente di quel momento, di quel periodo legato ad un momento di disattenzione o di mal funzionamento che non può essere messo che sul conto di chi eventualmente ne abbia avuto la responsabilità in quel momento e che - questo mi preme rilevare - non ha alcuna capacità informativa relativamente alla gestione in periodi diversi. La questione dei rottametri non merita molte parole, la taratura dei rottametri - ci è stato spiegato - è un’operazione molto semplice. Ce l’ha spiegata il teste Garatto, che non mi pare sia stato un teste particolarmente benevolo verso gli imputati. Sui tarametri non c’erano grosse operazioni da fare, tutti le sapevano fare, si trattava di toccare una piccola levetta. Occorreva, certo, collaborazione del personale, ma l’attenzione c’era. C’era - ha spiegato il teste Carcassoni nell’udienza del 15 marzo - un servizio che si preoccupava di mantenere in efficienza solo ed esclusivamente le macchine legate ad ambiente di lavoro ed ecologia e che tutti i giorni aveva il compito di fare determinate operazioni presso i gascromatografi. Sull’attenzione rivolta al cromatografo e alla sua manutenzione rinvio anche alle dichiarazioni del teste Basei, sentito all’udienza del 31 marzo, un teste gravemente ammalato ma che è riuscito con grande sforzo e con grande impegno morale, vorrei dire, a riversare nel dibattimento quel contributo del quale nei limiti delle sue forze che si rispettano è stato capace. Per quanto concerne la capacità informativa del sistema di monitoraggio nel suo complesso, rinvio a quanto è stato osservato sul piano tecnico dal professor Foraboschi nella parte terza della sua relazione datata 19 settembre 2000 in un paragrafo dedicato ai tabulati dell’integratore, dove indica le percentuali di osservazioni effettive negli anni ‘91, ‘92 e ‘93, quelli potuti esaminare relativamente ai reparti CV24 e CV22. Noto fra parentesi che qui abbiamo riferimento ad un periodo diverso e successivo da quello che interessa direttamente il dottor Smai, che è dal 1987 al 1988. I fatti di quel periodo come tali non mi interessano direttamente, ma i dati che abbiamo e che anche i consulenti d’accusa hanno analizzato riguardano quel periodo e su questi dati, per quanto possano valere, tentiamo di fare dei ragionamenti che consentano di dare un quadro, non una fotografia istantanea sulla funzionalità del sistema. Le percentuali di osservazioni effettive su quelle totali risultano comunque superiori al 90% o comunque all’85%. CV24: 85% nel ‘71, 97% nel ‘92, 93% nel ‘93; CV22: 86%, 90%, 92%. Come confronto il professor Foraboschi ha richiamato un decreto ministeriale del 1995 relativo alla disciplina dei metodi di controllo delle emissioni in atmosfera di impianti industriali, una materia quindi paragonabile in modo ravvicinato con la nostra, decreto che stabilisce che le medie orarie sono valide se la disponibilità dei dati su cui la media si basa non è inferiore al 70% di quelli acquisibili nell’arco di un’ora e le medie mensili sono valide se la disponibilità di dati è non inferiore all’80% di quelli acquisibili nell’arco di un mese. Rispetto a questi criteri introdotti come confronto, anche se la materia è in senso stretto diversa, rispetto a questi criteri il numero di osservazioni disponibili per il nostro monitoraggio va benissimo, è un numero piccolissimo in assoluto in percentuale. E mi consenta il Tribunale di spendere mezzo minuto per ricordare i dati che il professor Foraboschi riassume. Nel CV24 i dati... ecco, questi sono i dati su numero di segnalazioni di concentrazioni superiori al valore limite di breve durata di 7,9; nel CV24 c’è 183,219 in un anno pari allo 0,07, più o meno 0,1% delle osservazioni effettive, pure irrisoria la percentuale degli allarmi, dati di analoga insignificanza con riferimento al CV22. Con questo chiudo sulle obiezioni al sistema di monitoraggio; un accenno soltanto al confronto fra i dati del sistema di monitoraggio, i dati del gascromatografo con i dati dello spettrometro di massa installato da EVC. L’argomento sarà ripreso dal collega Santamaria, mi limito a richiamare anche qui come il professor Foraboschi abbia presentato questi dati e ne abbia in un diagramma, figura 4.2 della sua relazione, evidenziato la sostanziale corrispondenza, confrontandoli anche con la soglia di 3 parti per milione che rappresenta il valore limite. I dati dei due sistemi di monitoraggio sono sostanzialmente sovrapponibili e si collocano entrambi al limite inferiore poco al di sopra dello zero, concentrazioni medie mensili misurate da entrambi i sistemi inferiori di oltre 25 volte rispetto al valore limite di lunga durata. Ricordo ancora una volta che la normativa richiede di monitorare, rilevare fino ad un terzo del sistema. Cosa significa tutto questo? Significa che tutta questa massa di osservazioni puntigliosa che è andata alla ricerca del possibile e dell’impossibile non ha trovato nulla di significativo che valga a mettere in discussione sul piano sostanziale la validità del calcolo del valore limite di lunga durata così come effettuato dal sistema di monitoraggio, al di là di eventuali contingenti défaillance. Il sistema c’era, il sistema funzionava, il confronto in epoca EVC mostra una sostanziale corrispondenza con i dati dello spettrometro di massa e questa considerazione consente di introdurre un ulteriore argomento ad colorandum ed è che, posto che in epoca EVC non sono state apportate modifiche significative alla situazione Enichem, come ha dato atto in dibattimento anche il consulente del Pubblico Ministero ingegner Dato, la corrispondenza dei dati dei due sistemi in essere presso EVC, spettrometro di massa e gascromatografo, riverbera ulteriore luce in termini di attendibilità verso i dati del gascromatografo relativi al periodo Enichem. Con queste osservazioni avrei chiuso il capitolo monitoraggio in astratto, ma vorrei trattare, se il Tribunale lo ritiene, un ulteriore capitolo strettamente connesso che sarà più breve, quello delle cosiddette fughe. Lo tratterò con qualche pausa forse in più per rischiararmi la gola, ma vorrei proprio trattarlo. Anche qui i termini di partenza sono noti e per brevità non li richiamo: la normativa che prevede una soglia di preallarme a 15 e una ulteriore soglia di allarme prevedendo anche che cosa si deve fare nell’un caso e nell’altro. Mi limito a rilevare che per il caso di superamento della soglia di allarme la normativa non dice "scartare tutti", dà una disciplina più articolata: devono essere adottate immediatamente oltre alle misure tecniche di cui al secondo comma adeguate misure protettive individuali e se dopo gli interventi il valore di concentrazione non si riduca il personale non strettamente necessario deve essere allontanato. Sono indicati poi ulteriori limiti di breve durata, limite di 7,9 in relazione al quale la normativa prevede che il valore limite di lunga durata è superato qualora i superi del valore di breve durata superino un certo numero; sulla base del modello statistico alla base della normativa ai fini del rispetto del valore di lunga durata interessa il numero dei superamenti e non l’entità di questi. Vengo ai dati rilevati circa le situazioni, diciamo, anomale nel registro degli interventi di cui si è discusso relativo al periodo ‘90-’95; circa due terzi dei casi registrati, 905 su 1.408, riguarda situazioni con concentrazioni inferiori alle 15 parti per milione e circa un terzo, 439 su 1.408, casi in cui è registrato un valore inferiore al limite di breve durata di 7,9, di norma un valore superiore a 5 parti per milione. Cosa significa questo? Significa che nella situazione concreta dei nostri reparti gli interventi per individuare e rimuovere ove necessario con interventi mirati e immediati, per individuare e rimuovere le cause di aumenti anomali della concentrazione di CVM, il meccanismo in concreto si attivava quando il gascromatografo segnalava concentrazioni superiori alle 5 parti per milione, senza bisogno di attendere il superamento della soglia di allarme e nemmeno di quella di preallarme a 15 parti per milione, una prassi, dunque, cautelativa, attenta ad intervenire non appena ci fosse il segnale che c’è qualcosa che fuoriesce dalla stretta normalità. Questo ci avvia al capitolo della ricerca delle fughe, ricerca con la sonda portatile, quanto di mezzo per localizzare le fughe ci ha detto il professor Nardelli, una volta tanto sulla stessa linea del professor Foraboschi, il quale pure ci ha detto all’udienza 30 ottobre che il grosso del lavoro da fare per le fughe deve essere fatto con il cercafughe, con la persona che gira e cerca di individuare il punto di perdita quando ci si avvede che qualcosa non è del tutto in ordine. E dice: "Oggi si può vedere - si noti - sulla base di segnali che non si esauriscono nel sistema di monitoraggio, ma possono valutare anche altri segnali, come l’odore e il rumore" e alcuni testi hanno anche detto che eventuali trafilamenti potevano emergere anche visivamente, teste Fin, udienza 14 giugno, foglio 136. E’ chiaro che si tratta di cose marginali e che il sistema di base è il monitoraggio, ma quel sistema poi ha questa ulteriore integrazione. Se c’è qualcosa che non va si va a controllare perché l’aumento di concentrazione. Occorre qui fare attenzione ad un punto su cui talvolta l’accusa ha fatto confusione ed è che i dati rilevati dal cercafughe non sono confrontabili con quelli del monitoraggio di area perché riguardano situazioni diverse, ovviamente diverse. Il monitoraggio di area dà una concentrazione media di area, con il cercafughe invece, come ha spiegato il professor Foraboschi... ma qui ci sarei arrivato anche da me senza bisogno del suo contributo tecnico. Cito comunque l’udienza 28 ottobre ‘99, fogli 18 e seguenti, punto 5.3 della relazione Foraboschi: mentre con il cercafughe vado a misurare la concentrazione in prossimità del punto di perdita e lì viene fuori un valore elevato, la sonda del monitoraggio d’area non coincide e a qualche distanza dà un valore tutto diverso. E anche di questo la normativa tiene conto fissando le soglie di allarme e preallarme a quei valori di 15 e 30 inferiori e molto inferiori a concentrazioni ipoteticamente rilevabili nei punti di perdita. Quelle soglie più basse sono atte a rilevare l’esistenza di una concentrazione che dal punto di perdita si sia diffusa, come è ovvio, in un’area più vasta. Cosa succedeva nei reparti? L’informazione più ampia e alla quale io faccio rinvio, più ampia proveniente dall’interno dei reparti, dall’interno del mondo del lavoro, è quella che ci è stata data nell’udienza del 19 aprile dal teste Cecconello, un teste del Pubblico Ministero. Rinvio ai fogli 53 e seguenti del verbale. Cecconello ne parla con cognizione di causa perché è lui che ha svolto nel CV24 il lavoro di andare a cercare le fughe col cercafughe. Cosa ci ha detto? Quando si trovava la perdita si interveniva subito, si chiamava l’assistente, si chiamava la squadra di piccola manutenzione, si interveniva ad andare a togliere la perdita, lavori effettuati velocemente. Le fughe venivano individuate sulla base del monitoraggio, ma anche talvolta indipendente da questo. La frequenza era irregolare evidentemente, dei giorni non c’era niente e dei giorni poteva capitare, l’impianto era grande e doveva essere controllato. Riscontri alle dichiarazioni di Cecconello sono dati da altri testi, cito senza soffermarmi il teste Garatto, udienza 12 maggio 2000, il teste Berto, udienza 9 maggio, il quale ha ripetuto lo stesso concetto: "Si interveniva, gli altri operai se ne stavano più distanti dal luogo esposto. Provvedevamo noi del reparto se eravamo capaci per il CV24 fino all’86 - siamo quindi in periodo ancora più indietro - se il reparto non ce la faceva intervenivano quelli della manutenzione". Ferro Piergiorgio, che pure ha lavorato nel reparto, nell’impianto fino al 1986, ha ripetuto lo stesso concetto e ha chiarito: "Noi avvertivamo il personale, se succedeva nella zona delle autoclavi si avvertiva di venire in sala controllo e di attendere eventualmente che il fenomeno sparisse. Se continuava prendevo il cercafughe e andavo a fare il giro per vedere che cosa succedeva". Scene realistiche di vita di un reparto del tutto diverse dalla immagine che l’accusa ha cercato di proporre in termini generali di una situazione in cui l’alternativa è: o c’è lo sgombero clamoroso del reparto, che non c’è mai stato, solo una volta, oppure vuol dire che tutti erano lì prossimi alla fonte di rilascio a bere cloruro di vinile in quantità. Le situazioni sono molto diverse, quando c’era l’episodio che richiedeva cautela si poteva provvedere e si provvedeva senza clamore sproporzionato, ma prendendo le adeguate contromisure: lascia la sala autoclavi, vieni in sala controllo. Spesso, ci dicono i testi, il fenomeno spariva da sé, piccoli rilasci che non richiedevano nemmeno di intervenire; altre volte si doveva intervenire, andare più a fondo. L’argomento è stato ripreso anche dai testi Gasparini e Rossetti, udienze 14 giugno e 16 giugno, non mi soffermo su queste dichiarazioni se non per recuperare da entrambe un dato significativo per il periodo che ci riguarda, concernente che cosa? Concernente la presenza del personale nel luogo esposto al rischio di rilascio, il lavoro in prossimità dell’autoclave. Siamo qui in un periodo, quello che ci riguarda, in cui esistono sale controllo, in cui il personale staziona a lungo in sala controllo, presso le autoclavi si va per lo stretto necessario; in rapporto al tempo che l’operatore sta nell’impianto il rapporto che sia Gasparini sia Rossetti hanno indicato è 10, 20, 30% presso le autoclavi e la massima parte in luoghi più protetti. Cosa significa tutto questo? Che l’incontro di lavoratori con le eventuali perdite è molto fortuito, sono parole del teste. Possiamo esprimerlo anche diversamente, è chiaro che la rilevazione di una perdita non significa rilevazione di una esposizione di un lavoratore in carne e ossa che abbia bevuto la perdita, come invece il discorso è stato presentato largamente dalle voci d’accusa e in particolare nella consulenza del professor Nardelli, dove a livello, diciamo, di presentazione retorica si è fatta una puntuale... fra questi due aspetti. Rilevo dal registro che c’è un rilascio di una certa entità e lo presento come situazione nella quale un lavoratore ha bevuto quel CVM in più, è un passaggio del tutto arbitrario rispetto ai dati che Nardelli conosce e lui stesso ce l’ha detto. In realtà sull’esposizione effettiva di lavoratori in carne e ossa Nardelli non ha nulla da dire. Dalla deposizione di Gasparini voglio rilevare qualche altro particolare, proprio a flash. Anche Gasparini ci ha parlato di che cosa si faceva quando si riscontrava la causa della perdita. "Bisogna distinguere - dice Gasparini, udienza 16 giugno 2000 - se la causa è dovuta a perdite di organi di tenuta, va beh, si faceva il lavoro. Se la perdita persisteva, va beh, si provvedeva anche alla sostituzione se l’organo non era riparabile direttamente. Se la perdita era riferita alla guardia idraulica non ce n’era bisogno perché non serviva uscire", queste sono le parole del teste, il rilascio cessava rapidamente una volta che la guardia idraulica avesse esaurito la sua funzione. Gasparini ci ha anche detto del controllo che lui effettuava sui tabulati del gascromatografo, ci ha spiegato che quando nei registri si legge "perdita a causa non individuata" ciò significa che la causa della perdita è stata cercata e non trovata, cercata ovviamente con il portatile e non trovata perché talmente temporanea che tutto è finito là, non c’è stato bisogno di alcun intervento. Supporre che la perdita non trovata corrisponda a situazioni di pericolo sarebbe del tutto arbitrario. Gasparini ha anche confermato quanto già detto prima sulla base dei riferimenti, cioè che non si aspettava il preallarme per mettere in movimento il meccanismo di ricerca, ma di massima si interveniva a livello delle 5 parti per milione. Qui devo registrare un altro curioso atteggiamento delle voci di accusa, sempre del professor Nardelli, il quale rispetto a questo dato, si andava a cercare le fughe attorno ai 5 PPM, ha presentato, ha fatto dei commenti fra di loro contraddittori. Perché 5? Perché scartare 3 se proprio 3 è il contenzioso, il valore limite, perché intervieni soltanto a 5 e non a 3? Altrove, nella stessa udienza, si dice: "Che bisogno c’era di fare un allarme e di entrare in agitazione se era 7? Perché ti nuovi così presto se sei al di sotto delle soglie indicate come allarme?". Atteggiamenti tra i loro contraddittori che dimostrano la pochezza della critica o forse dimostrano, così il consulente parrebbe insinuare, che l’azienda sbaglia sempre per definizione, sia quando interviene sopra le 5 parti per milione sia quando non interviene sotto le 5 parti per milione. Non credo di aggiungere commenti, non insisto sulla prospettazione di scenari immaginari di esposizione quando non si sa nulla circa la presenza di lavoratori in carne e ossa in prossimità di luoghi di rilascio. Annoto soltanto di sfuggita che talvolta in questo quadro Nardelli fa confronti fra dati non omogenei e non confrontabili, come il dato relativo al punto di perdita e il dato del gascromatografo. Non credo di dover aggiungere altro. Sempre sul piano della rilevazione degli accorgimenti retorici dell’accusa vorrei segnalare la moltiplicazione del numero degli incidenti in funzione della rilevazione di più segnali di allarme. Così nel dibattimento Nardelli riferendosi ad un episodio del 17 agosto ‘90, rilascio di CVM da un rubinetto per una manovra elevata, Nardelli facendo riferimento al numero dei superi registrati in relazione a quel rilascio dice: "Per una manovra errata sei incidenti". Sei incidenti o sei allarmi riconducibili ad un unico episodio? Risposta di Nardelli: "Confermo, io intendevo sei casi di allarme, magari, diciamo, riconducibili ad un unico incidente". Piccolo particolare, piccola annotazione sulle tecniche retoriche con cui le cose possono essere presentate, merita di memorizzarlo perché discorsi di questo tipo ritornano quando l’accusa fa il confronto fra monitoraggio con gascromatografo e spettrometro di massa. Lo spettrometro di massa moltiplica gli allarmi perché dà più dati per ciascun episodio, ma gli episodi sono sempre quelli. Concludo il discorso sulle fughe richiamando alla memoria molto velocemente, ma debbo richiamarlo perché mi pare emblematico dei tentativi alla disperata che l’accusa ha fatto, il discorso dl professor Nardelli sugli sfondamenti di guardia idraulica. Il Tribunale ricorda bene di che si tratta e io credo di non dover perdere tempo. Le guardie idrauliche sono congegni obbligatoriamente da inserire laddove si tratti di tenere sotto controllo rischi di pressioni eccessive. Nardelli che cosa ha fatto? Ha accostato alla rilevazione gli episodi indicati come sfondamento e rottura di guardia idraulica sui famosi registri relativi agli episodi che riguardano il CV24 per gli anni ‘90 e seguenti, i pezzi delle dichiarazioni di sicurezza ai sensi della direttiva Seveso dove si delineano scenari previsionali relativi a particolari ipotetici incidenti rilevanti da sfondamento o rottura di guardie idrauliche, lasciando in ombra che si tratti di guardia idrauliche del tutto diverse, poste diverse per dimensioni, per funzioni, per collegamento impiantistico, per rischi di rilascio. E Nardelli ha evocato in questa aula le quantità di possibile rilascio di CVM legate agli episodi prefigurati come ipotetico scenario incidentale nel rapporto di sicurezza, lasciando intendere o quanto meno facendo pensare l’ascoltatore, che Nardelli intendesse collegare le due cose. Vi propongo all’attenzione il rapporto di sicurezza come chiave di lettura e di quantificazione degli episodi di cui al famoso registro. Nel controesame, senza bisogno di dover sottendere i chiarimenti che circa quegli episodi sono stati dati dai testi Rossetti e Gasparini, senza nemmeno bisogno di sentire quanto ha detto in quest’aula il professor Foraboschi, spiegando tecnicamente le diverse situazioni, nel controesame Nardelli stesso da me interrogato ha dovuto fare macchina indietro e mi consenta il Tribunale se, facendo un’eccezione alla regola, leggo soltanto questo breve brano. Gliel’abbiamo chiesto: "Ma lei ha ricollegato alle vicende da lei rilevate relative all’entrata in funzione di guardie idrauliche, ha ricollegato quegli episodi a quanto lei ha letto nel rapporto di sicurezza EVC?", mi interessa la risposta di Nardelli perché dà la chiave di lettura del tutto: "Niente affatto, ciò non risponde alla verità in quanto io ho riportato le misure di sicurezza relativamente allo sfondamento del boccaporto e ho preso i numeri che sono nelle misure di sicurezza. Ho preso i numeri collegati a perdite di rubinetto, pompe o altre cose. Non ho considerato le guardie idrauliche proprio perché sono una persona scrupolosa e non volevo collegare quei 20.5 chilogrammi ad un qualche evento, i 20 chilogrammi del rapporto di sicurezza ad un qualche evento registrato sul quaderno. Se lei mi trova uno di quegli eventi mi dica dov’è che io ho collegato la guardia idraulica ad uno dei casi segnali, mi dica dove. Guardi bene, lo ha trovato?" e più avanti, qui siamo a pagina 16 del verbale del controesame di Nardelli, ribadisce il concetto: "Non ho mai citato lo sfondamento della guardia idraulica concretizzato con un numero, mai. Non ho mai fatto un esempio concreto in cui quella guardia idraulica potesse essere utilizzata per suffragare un dato di concentrazione presente". Concludo con questo senza nemmeno richiamare quanto spiegato a voce e per iscritto dal professor Foraboschi, quanto analiticamente spiegato dai testi Rossetti e Gasparini, perché con queste ammissioni lo stesso Nardelli ha completamente azzerato il significato probatorio che sembrava aver dato - lo dico cautamente, avrei potuto dire "aveva tentato di dare" - all’argomento del rapporto di sicurezza. Lo ha completamente azzerato perché ha ammesso che gli scenari ipotetici del rapporto di sicurezza, quelli concreti, sono cose diverse. Ma questo non è un semplice azzeramento dell’argomento di Nardelli, una macchina indietro rispetto a qualcosa di non sostenibile. E’ una cartina di tornasole della radicale infondatezza del tentativo di accusa relativo alle fughe. Con questo avrei esaurito l’argomento, quello successivo addentrerebbe nella parte, diciamo, impiantistica ed è un argomento diverso e impegnativo. Io sarei anche in grado di aprirlo, ma forse, data l’ora, è il momento giusto per una pausa. Veda il Tribunale.

 

Presidente: si tratta di vedere se avete un attimo calcolato i tempi, perché io vorrei che tre udienze venissero poi anche riservate alle difese Montedison. Questa è la mia unica preoccupazione.

 

Avvocato Pulitanò: sì, Presidente, abbiamo riflettuto anche noi e spero di aver dato anche la percezione che ho cercato di stringere. Gli argomenti sono tantissimi e certamente all’udienza del giorno 3 io non finirò. Ci accorderemo in modo da lasciare a Montedison tutto lo spazio necessario. D’altra parte lo scrupolo che abbiamo, che ho io e che credo abbia anche il collega Santamaria nell’affrontare i temi generali impedisce una contrazione oltre un certo spazio e poi può darsi che qualcosa debba inevitabilmente andare a dopo. Cercheremo di non perdere tempo, nel senso che parleremo...

 

Presidente: a luglio avete ancora complessivamente due udienze.

 

Avvocato Pulitanò: due udienze, questo lo sappiamo. Faremo tutto il possibile. Se lei ritiene utile, io comunque sarei in grado di andare avanti ancora mezz’ora, quanto ritiene.

 

Presidente: va bene, cercheremo allora alla prima udienza della ripresa comunque di sfruttare tutto il tempo possibile. Adesso mi si dice che forse la parte impiantistica ha una sua autonomia e una sua anche complessità e quindi forse è bene che venga trattata unitariamente.

 

Avvocato Pulitanò: ragionevolmente. La prossima udienza vorrei finire nelle tre ore l’argomento CVM riservando poi alla mattina del 4 la parte impiantistica. Questa era l’ipotesi di tempi. Mi sono posto in tutti i modi il problema di contrazione ulteriore, non ci sono riuscito. Non so se per colpa mia o per la complessità e il numero delle questioni.

 

Presidente: no, no, abbiamo apprezzato lo sforzo di sintesi. Benissimo, allora il giorno 3 con l’impegno che, appunto, siccome sono previsti tre interventi quel giorno, quello ancora residuo del professor Stella, il suo e quello dell’avvocato Santamaria, riusciremo senza impegnare troppo fisicamente una persona sola a finire, diciamo così, a dare una continuità di orario superiore a quella di oggi.

 

Intervento: scusi, Presidente, mi sembrava che il calendario prevedesse ancora, appunto, due udienze. Lei ha detto il 3. Il 3 e il 4 per Enichem.

 

Presidente: sì, Montedison inizia il 10, è confermato questo. Ha le ulteriori tre udienze, mi pare che così sia, cioè martedì e mercoledì, il 3 e il 4, continua Enichem, che così avrà tre giorni e mezzo, ma non prendetevela; poi proseguirà per le altre tre udienze Montedison. Salvo poi quelle ulteriori udienze che sono previste per le posizioni personali, per intenderci, alla ripresa poi delle udienze dopo le ferie estive e salvo le repliche, che saranno però contenute in pochi giorni.

 

Intervento: Presidente, allora posso pensare di non trattare...

 

Presidente: ecco, le posizioni personali semmai le può trasferire a... Qui quello che ci interessa tutto sommato, l’abbiamo detto anche, è di avere le posizioni sui problemi, sui temi di carattere generale. Bene, arrivederci.

 

RINVIO AL 03 LUGLIO 2001

 

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