UDIENZA DEL 22 OTTOBRE 2001 (ULTIMA UDIENZA)

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Liguori: Giudice a latere

Dr. Manduzio: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

REPLICA DIFENSORI

 

AVV.  SCHLESSINGER - DE LUCA

 

Presidente: procede all’appello. Volevo dire che se il Pubblico Ministero e le parti civili vogliono, ritengono di prendere visione di queste memorie lo possono fare, sono a loro disposizioni anche per le eventuali copie, se è di loro interesse, fino a circa alle 11, 11 e mezza, perché dopo facciamo trasferire il tutto. Bene, allora, se ci sono ulteriori repliche... Avvocato Schlessinger, prego.

 

AVVOCATO SCHLESSINGER

 

Avvocato Schlessinger: grazie, Presidente. Signori Giudici del Tribunale, mi è consentito parlare seduto? Grazie. Per il responsabile civile Enichem. Devo innanzitutto le mie scuse al professor Padovani perché avevo detto oggettivamente una cosa imprecisa e Padovani l’ha ripresa, cioè che Montedipe S.p.A. fosse stata incorporata da Montedison; così pensavo perché era certamente stata incorporata e certamente nel gruppo Montedison, però il professor Padovani mi ha spiegato che è stata incorporata non proprio da Montedison, dalla capogruppo, ma dalla Montecatini e quindi do atto del mio equivoco. Peraltro la cosa che a me interessava era controbattere l’affermazione che aveva fatto proprio il professor Padovani, cioè che con il conferimento del ramo d’azienda rappresentata dagli stabilimenti del Petrolchimico Montedipe S.p.A. si fosse liberata, diciamo, delle sue eredità. A me premeva mettere soprattutto in evidenza quale che poi sia stata la sorte di Montedipe S.p.A. che quel conferimento era un conferimento di un complesso di beni, ma che escludeva tassativamente ogni assunzione di oneri o passività non espressamente elencati nell’atto di conferimento, che quindi sono rimasti a carico di Montedipe S.p.A. quale che sia stata poi la sorte finale di quella società. Chiuso questo breve cenno al professor Padovani, io dedicherò tutto il mio intervento a repliche all’Avvocato dello Stato e solo all’Avvocato dello Stato. Mi spiace che lui abbia detto che ha difficoltà di dialogo con me perché io non mi renderei ben conto del fatto che siamo nell’ambito di un processo penale dove, quindi, l’accertamento riguarda il fatto reato. Io ritengo viceversa che siamo di fronte ad un’azione civile inserita, certo, nell’ambito di un processo penale, ma resta un’azione civile e quindi non ho nessuna difficoltà di dialogo con l’Avvocato dello Stato rispetto al quale mi permetterò di mettere in luce tutta una serie – ritengo – di non chiare comprensioni di questo fenomeno del danno ambientale che è l’oggetto del nostro dibattito. Ma prima due osservazioni rapidissime sui danni 2043, perché l’Avvocato dello Stato confessa che si è avvalso della perizia Leon dove – sono parole sue – il C.T. ha utilizzato, come ben ha illustrato in udienza, il materiale tecnico e la documentazione esistente presso il Magistrato alle Acque di Venezia avvalendosi dei chiarimenti e delle delucidazioni che il personale in servizio presso quell’ufficio statale gli ha fornito. Beh, basta questo per capire quindi che sono prove non acquisite al processo e di cui quindi non ci possiamo occupare e quindi manca totalmente qualsiasi prova di questo danno patrimoniale al di fuori del danno ambientale. Parimenti per il danno non patrimoniale l’Avvocato dello Stato ammette di aver inserito questo danno non patrimoniale esclusivamente – parole sue – "sulla base di una modesta percentuale di quello patrimoniale pari al 10%"; nuovamente qui manca qualsiasi elemento di prova di questo supposto danno non patrimoniale di cui credo quindi che il Tribunale non avrà né ragione né possibile di occuparsi. Ma veniamo al danno ambientale e io seguo nell’ordine la memoria dell’Avvocato dello Stato e quindi ci sarà qualche sovrapposizione nelle cose che andrò dicendo e via via spulciando da questa memoria e chiedo scusa se questo vi può dare un certo disordine ma mi è parso efficace poter rispondere punto per punto. Innanzitutto un elemento che mi è sembrato quasi una battuta, perché io avevo detto che quando il legislatore prevede che la valutazione del danno ambientale possa avvenire in via equitativa lo faceva evidentemente con riferimento non ad una pura discrezionalità del Magistrato, che non è consentito nel nostro ordinamento, ma evidentemente con riferimento all’ipotesi che ci siano parametri di dubbia applicabilità e che quindi vi possa stare entro un ambito di un range, di una forchetta. Ora, non mi è parso di buon gusto dire che anche loro ci hanno offerto una forbice, tra 71.000 miliardi e 78.000 miliardi; evidentemente non era a quel tipo di forbice che mi riferivo ma ad una forbice tra parametri accolti dal Giudice che abbia fatto svolgere una propria consulenza sul danno ambientale e se questa consulenza non conclude con l’accertamento di un danno esattamente quantificato ma prospetta la possibilità di applicazione di parametri alternativi, il Giudice può ricorrere – come nel 1226, come nel 2056 – alla valutazione equitativa nell’ambito di quei parametri che siano stati previamente considerati applicabili alla fattispecie. La seconda osservazione è subito all’inizio della memoria dell’Avvocatura dello Stato, dove si dice che l’introduzione della categoria del danno ambientale nel nostro ordinamento è stata operata dal legislatore e questo è subito alla base degli equivoci che permeano tutta la visione che l’Avvocatura dello Stato ha del danno ambientale come creazione del legislatore, mentre la dottrina, la giurisprudenza, la Corte Costituzionale hanno detto con grande chiarezza che la legge dell’86 non ha affatto creato il danno ambientale e non poteva creare il danno ambientale perché il danno ambientale è il riferimento ad una realtà della vita, è la lesione di un bene e il legislatore non crea i beni, i beni sono nella vita della società. Quindi questa idea che ci sia una creazione del legislatore nel 1986 vizia tutta la concezione che del danno ambientale ha l’Avvocatura dello Stato, per la verità in totale dissidio con tutte le fonti relative a questo danno ambientale. Questo ha molteplici conseguenze, come andremo a vedere. Il danno ambientale è la lesione di un bene, di un bene immateriale, come ha detto chiaramente la Corte Costituzionale, che è il complesso delle risorse, un bene a despota perché non c’è un proprietario di questo bene, ma è un bene, un bene nelle sue risorse di cui si avvale la collettività, non è il legislatore che crea il danno ambientale. Questo incide perché infatti l’Avvocatura dello Stato si sofferma a più riprese a dire che questo danno ambientale avrebbe delle connotazioni pubblicistiche. Non c’è nessuna connotazione pubblicistica, il danno ambientale è una normale lesione di un bene e un danno risarcibile secondo i criteri e i principi del risarcimento dei danni di cui al 2043. Questa idea che ci sia una connotazione pubblicistica, che è il legislatore che ha operato l’invenzione del danno ambientale, vizia tutta la trattazione dell’Avvocatura dello Stato, la quale risponde anche a quello che io avevo osservato, cioè che la sede opportuna in cui far valere questi danni ambientali sarebbe stata l’azione civile nei confronti delle società. Se si ritiene che queste società abbiano inquinato, danneggiato, procurato danni all’ambiente, bisognava agire in sede civile nei confronti delle società. Avere colto il treno che passava appiattendosi nell’andare a perseguire le persone fisiche, alcune persone fisiche che nei trent’anni presi in considerazione hanno avuto delle cariche è stata una palese contraddittorietà rispetto all’assurdo che la gestione del Petrolchimico è stata condotta in maniera da ledere il bene ambiente. Se la gestione del Petrolchimico è stata condotta in modo da ledere il bene ambiente, bisognava agire contro la gestione del Petrolchimico, cioè in giudizio in sede civile le società. Ma si dice da parte dell’Avvocatura dello Stato: "I tempi sarebbero stati enormi", perché? Non riesco a capire perché si debba pensare che i tempi del giudizio penale siano dei tempi più veloci dei tempi del giudizio civile; semmai è il contrario perché un giudizio civile avrebbe badato esclusivamente al danno ambientale e qui, siccome c’è una congerie di questioni, di parti, di problemi, con omicidi, stragi e il danno ambientale è stato un pochino la Cenerentola del processo, era tutto il contrario, cioè che sarebbe stato logico fare un’azione civile contro le società e non saltare sul carro di un processo che già correva per conto suo con cariche abbondanti, salvo che – io mi permetto di ribadire questa ipotesi – si tenesse allo strepitus fori, che è quello infatti che ha accompagnato il processo. Così l’Avvocatura dello Stato inserisce una nozione normativa di danno ambientale: siamo sempre al solito errore: il danno ambientale non è una nozione normativa, è una nozione fisica, è una nozione economica, non normativa. E difatti l’incapacità di comprendere il fenomeno del danno ambientale è dimostrata dal fatto che l’Avvocatura dello Stato dice che ci sarebbero quattro categorie di danno ambientale: il danno, l’alterazione, il deterioramento e la distruzione. No, non è così, basta leggere la legge. La legge è chiarissima: qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base alla legge che comprometta l’ambiente alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo – queste sono le categorie del danno ambientale – arrecando danno... il danno è la conseguenza dell’alterazione, deterioramento o distruzione, non è un tipo, una categoria del danno ambientale. Il danno ambientale è il tutto, è la lesione che deriva dall’alterazione, distruzione o deterioramento del bene ambiente. La mancata comprensione della natura del danno ambientale si dimostra nuovamente quando l’Avvocatura dello Stato si sforza di ravvisare due tecniche di tutela differenziate: il 2043 da un lato e dall’altro il danno ambientale, di cui si dice che sono diverse. A me è sufficiente leggere una riga della Corte Costituzionale, seguita poi sempre pedissequamente dalla Cassazione. La Corte Costituzionale con l’unica sentenza importante emessa nell’87 ha detto con estrema chiarezza e lucidità: "La responsabilità che si contrae è correttamente inserita nell’ambito e nello schema della tutela aquiliana articolo 2043 Codice Civile". E bisogna che l’Avvocatura si rassegni, non abbiamo una tecnica diversa, non abbiamo una regola diversa. Il legislatore non ha creato proprio niente, si è limitato a dare qualche specialità di disposizione - su cui torneremo - ad una tecnica di tutela che è quella risarcitoria ben nota all’ordinamento, consacrata nell’articolo 2043 e di questo quindi non dobbiamo minimamente occuparci, non c’è nessuna tecnica speciale, nessuna differenziazione, nessuna contrapposizione. Questo conduce inevitabilmente l’Avvocatura dello Stato a prendere altre strade inaccettabili perché il leitmotiv dell’Avvocatura dello Stato è che il danno ambientale avrebbe un carattere sanzionatorio. Non c’è questo carattere sanzionatorio... sì, diciamo in generale che la tutela aquiliana è sanzione del comportamento nel senso che obbliga al risarcimento. Ma non è in questo senso improprio che lo intende l’Avvocatura dello Stato; la intende proprio nel senso – e vedremo che lo ripete a più riprese – che nel danno ambientale non varrebbe la regola fondamentale della tutela risarcitoria che, l’ho ricordato nel mio precedente intervento e lo ribadisco oggi sicuro di non poter essere smentito, il principio fondamentale della tutela aquiliana è il principio della corrispondenza tra danno e risarcimento. L’obbligo risarcitorio ha una specifica connotazione che è quella di dover esattamente corrispondere al danno accertato. Immaginare i profili sanzionatori, cioè che la grandezza dell’obbligazione risarcitoria sia una grandezza indefinita, indeterminata, rimessa alla supplenza del Giudice, questo - primo - contrasta con l’articolo 23 della Carta Costituzionale, l’articolo 23 della Carta Costituzionale dice che non si possono imporre prestazioni se non per legge, mentre qui avremmo questa invenzione di una prestazione imposta al cittadino per decisione dell’autorità giudiziaria che potrebbe, al di là del danno arrecato, determinare a suo piacimento, a sua discrezione, a sua supplenza l’entità dell’obbligo risarcitorio del privato. Ma non è così, non è così e non può essere così perché se fosse così - torniamo daccapo - non sarebbe ammissibile la retroattività. L’Avvocatura dello Stato giustamente su questo punto cita la giurisprudenza che applica retroattivamente la legge dell’86, giustissimo, l’ho detto anch’io. Applica retroattivamente la legge dell’86 proprio perché non è la legge dell’86 che ha creato il danno ambientale, proprio perché la legge dell’86 non ha profili sanzionatori, proprio perché la legge dell’86 ubbidisce ai principi generali della responsabilità aquiliana che è la stretta interrelazione tra l’entità del danno accertato e l’obbligo risarcitorio, da cui non si può sfuggire. Ma qui l’Avvocatura dello Stato si avvolge anche in una contraddizione, in una contraddizione continua perché l’Avvocatura dello Stato ritiene indispensabile la tutela sanzionatoria perché – a più riprese lo dice – a suo avviso il danno ambientale non sarebbe esattamente valutabile perché, trattandosi di un bene fuori commercio, non ne sarebbe possibile una esatta quantificazione in termini economici. Ma nuovamente viene in luce l’incomprensione da parte dell’Avvocatura dello Stato di questo fenomeno del danno ambientale che ha un precedente nella nostra dottrina, giurisprudenza e anche legislazione assolutamente corrispondente, che è il danno alla persona. Il danno biologico è ugualmente danno apportato a beni fuori commercio e dottrina e giurisprudenza non hanno avuto difficoltà a costruire ugualmente una risarcibilità legata al principio della patrimonialità. Vi è stata discussione a lungo sul danno biologico, se fosse un danno patrimoniale o un danno non patrimoniale, con il pericolo gravissimo, che se fosse stato un danno non patrimoniale avrebbe potuto essere risarcibile solo quando il fatto causativo del danno biologico fosse stato un reato, perché il 2059 restringe la tutela del danno morale solo ai casi di illecito penale. Viceversa la Corte Costituzionale a più riprese ha affermato, dalla sentenza 184 dell’86 alle sentenze successive... mi piace ricordare proprio oggi perché è mancato l’altro giorno, è una perdita gravissima per la civilistica italiana, il professor Mengoni che è stato Giudice della Corte Costituzionale e tra le sue belle sentenze c’è quella del 1994 in tema di danno biologico, dove dice con estrema chiarezza: "Non si può dire che la prova della lesione è in re ipsa prova dell’esistenza del danno. E’ sempre necessaria la prova ulteriore dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’articolo 1223 Codice Civile", perché se no non si poteva dire che era un danno patrimoniale, anche se è un danno ad un bene fuori commercio. Il fatto che si tratti di danno a beni fuori commercio non ne impedisce la patrimonialità, come del resto abbiamo le prove da tempo, basta pensare che la diffamazione è uno dei casi tipici in cui si concede il risarcimento del danno patrimoniale anche se l’offesa all’onore è offesa ad un bene che è fuori commercio. D’altra parte è intervenuta addirittura una legge, la legge 5 marzo 2001, la quale dice: "In attesa di una disciplina organica sul danno biologico il risarcimento dei danni alla persona di lieve entità va risarcito in questo modo..." e dà dei criteri per la valutazione. Quindi è verissimo che quando il danno è arrecato a beni fuori commercio la liquidazione del danno diventa un compito di particolare difficoltà, di particolare impegno e infatti per quello che riguarda il danno biologico vi è una confusione delle lingue enorme perché in tutta Italia valgono criteri diversi con i quali si giunge alla liquidazione del danno biologico, al punto che il legislatore sente il bisogno di intervenire per dare dei criteri di omologazione del risarcimento in tutti i casi di danno biologico. Ma questa è la prova, ripeto, che la difficoltà della liquidazione patrimoniale di danni a beni fuori commercio è una difficoltà, non è una impossibilità e quindi non c’è nessun profilo sanzionatorio; si tratta di ricostruire con pazienza i parametri ai quali vanno commisurati i criteri di liquidazione del danno al bene fuori commercio. D’altra parte vi è una contraddizione nel comportamento dell’Avvocatura dello Stato perché da un lato si sbraccia ad affermare che il danno ambientale non sarebbe economicamente valutabile con precisione, dall’altro ci presenta una fantasmagorica consulenza che applica dei parametri a modo suo, saranno dei parametri a nostro avviso assolutamente erronei, ma comunque profila dei parametri. Quindi non è che manchi l’opportunità, la possibilità, c’è una vera e propria contraddizione nell’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato. Mi soffermo ancora un momento sul profitto del trasgressore perché qui siamo di fronte ad un’altra contraddizione dell’Avvocatura perché io avevo detto: "Guardate che voi non potete confondere le posizioni dei convenuti principali che sono delle persone fisiche con i contenuti ex articolo 2049 che sono delle persone giuridiche garanti dell’obbligo risarcitorio delle persone fisiche, ma che non rispondono in proprio" e l’Avvocatura dello Stato mi ha risposto degnosamente: "Ma certo, ma noi infatti cosa facciamo? Noi chiediamo soltanto il risarcimento nei confronti delle persone fisiche e poi in via solidale la responsabilità delle persone giuridiche", ma poi cade in contraddizione, grossa come una casa, quando vuole ancorare uno dei criteri fondamentali per la valutazione in via equitativa del danno ambientale al profitto del trasgressore intendendolo come profitto dell’impresa. L’impresa non è il convenuto principale. Si dice: "Ma allora arriveremo ad un risultato paradossale", cioè che se il danno ambientale è arrecato nell’esercizio di un’impresa dai responsabili persone fisiche diventerebbe impossibile applicare il principio di tener conto del profitto del trasgressore. Ma niente affatto, è sufficiente convenire in giudizio la persona giuridica e non ostinarsi a convenire in giudizio le persone fisiche. Se si (inc.) la repressione nei confronti della persona giuridica dei comportamenti assunti come lesivi del bene ambiente si deve agire nei confronti della persona giuridica, ma non si può pretendere di agire nei confronti della persona fisica e poi dire alla persona fisica: "A tuo carico calcolo il profitto dell’impresa alla quale tu appartenevi", che certamente non è un profitto del convenuto principale. Quindi è una contraddizione così plateale che si fa fatica a capire come non venga immediatamente percepita come una contraddizione nella quale non ci si deve avvolgere. Non parliamo poi di come è stato calcolato questo profitto del trasgressore. Ho già detto l’altra volta che il profitto è un termine tecnico che indica gli utili dell’imprenditore; non si può calcolare il profitto calcolandolo come onere risparmiato. L’onere risparmiato non è il profitto dell’imprenditore, il profitto dell’imprenditore è l’utile e giustamente la legge dice: "Se l’imprenditore convenuto in giudizio per lesione del bene ambiente ha ricavato degli utili da questa sua attività lesiva, di questo si deve tenere conto". Ma certo, siamo tutti perfettamente d’accordo, a condizione che lo interpretiamo come profitto, cioè utili ricavati dall’impresa, non mancati oneri. Per di più poi questi mancati oneri vengono formulati in palese contraddizione con le stesse leggi dello Stato perché se andiamo a prendere l’articolo 34 della legge sulle acque del ’99, siccome quel profitto è stato calcolato dal professor Leon in 11 mila miliardi tenendo conto degli oneri che l’impresa avrebbe dovuto assumere se avesse bruciato i rifiuti attraverso un trattamento separato rispetto al trattamento delle acque ulteriori, ebbene, la risposta sta nella legge sulle acque, massimo di attualità, 30 giugno ’99. Allora, cosa dice la legge? L’articolo 34, scarichi di sostanze pericolose, dice: "Per le acque di processo contenenti le sostanze delle tabelle 3A e 5 dell’allegato 5 – ossia le sostanze che possono essere tossiche secondo l’assunto dell’accusa – il punto di misurazione dello scarico si intende fissato subito dopo l’uscita dallo stabilimento o dall’impianto di trattamento che serve allo stabilimento medesimo. L’autorità competente può richiedere che tali scarichi parziali siano tenuti separati dallo scarico generale e trattati come rifiuti", può. Se di questa facoltà la... (cambio cassetta) ...si è avvalsa e non si può dire che era obbligo dell’impresa tenere conto di questi oneri di separazione. Comunque ripeto che a me questo pare una aggiunta non necessaria perché il punto necessario è quello di sottolineare che il profitto del trasgressore va riferito all’imputato, al convenuto e non al garante. Ad un certo punto io credo che sia sfuggita questa frase, perché si dice che il danno ambientale sarebbe una mera sanzione civile accessoria alla sanzione penale. Allora qui vale il principio di stretta legalità, le pene accessorie sono solo quelle elencate dalla legge. Poi abbiamo tutta una serie di sentenze che vengono citate a sproposito dall’Avvocatura dello Stato, che non dicono quello che l’Avvocatura dello Stato vorrebbe fargli dire, cioè si citano delle sentenze che hanno giustamente detto che in sede penale non è necessario l’accertamento del danno ambientale quando vi sia una condanna generica, perché sappiamo benissimo che cos’è la condanna generica nel processo civile. La condanna generica nel processo civile può essere emessa a fronte del solo accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di danno e quando è potenzialmente produttivo di danno non ha bisogno, come è evidente, lo dice il termine stesso, che si accerti il danno, ma perché? Perché nel successivo processo di liquidazione del danno, nel processo successivo volto alla quantificazione, la giurisprudenza dice che se la condanna è generica il Giudice della liquidazione può anche accertare che danno non v’era. Allora non si possono portare queste sentenze come se dicessero che si può fare a meno di accertare nel giudizio penale il danno; si può fare a meno di accertare il danno se si fa capo alla condanna generica, questo sì, è evidente, certamente, ma questo mette in luce semmai un’altra cosa che è quella che io ho sempre detto, cioè che giudizi di liquidazione del danno si fanno in sede civile, che è il Giudice preposto a questo tipo di accertamento, e non si chiede al Giudice penale che spesso – come queste sentenze dimostrano – preferisce dire: "Qui se ci sarà o no un danno, lo vedrà il Giudice della liquidazione". Io mi limito a dire che qui un fatto potenzialmente causativo di danno c’è e questo è perfettamente ammissibile, dopo resta aperta tutta la querelle se un danno reale c’era o non c’era e cosa fosse. Una sola battuta poi sul fatto che i dati forniti dal professor Leon non avrebbero ricevuto contestazioni significative, questa mi pare veramente un’invenzione. Io ho dovuto perfino scusarmi perché mi è parso di essere stato troppo irruente nella contestazione, troppo aggressivo; poi sentirmi dire che non l’ho contestato abbastanza... allora la prossima volta porto una pistola, non lo so, per essere più eloquente visto che non lo sono stato abbastanza. Poi si dice in contraddizione con le sentenze che si producono, che sono sentenze... forse con la speranza che non vengano lette, perché sono sentenze - come ho detto - di condanna generica; si aggiunge che la pronunzia di liquidazione del danno per il Giudice penale sarebbe doverosa. No, tanto poco doverosa che non abbiamo, se non in casi rarissimi di precedenti di sentenze penali che hanno liquidato il danno, quasi tutte fanno proprio quel lavoro che si è detto, cioè pronunciano delle condanne generiche e poi in sede civile si va a vedere se c’è o non c’è realmente il danno. Quindi dire che è una pronunzia doverosa... facciamo di nuovo capo a tutta questa mentalità che il legislatore ha creato questo danno ambientale, ha un carattere sanzionatorio, non è commisurato al danno da accertare, il Giudice procede con la supplenza a dare un buon peso alla... no, il danno ambientale diventa addirittura pena accessoria. Ma queste sono tutte invenzioni. E così quando poi si scrive: "L’illecito consistente nella lesione dell’ambiente non è economicamente quantificabile", non è così, non avrebbero potuto dire che era un danno patrimoniale se avessero concluso che non è economicamente accertabile. Poi avete tentato anche voi di accertarlo, con dei criteri non accettabili, ma questo vuol dire solo che è in gioco la scelta dei parametri, non che non è economicamente accertabile. Poi una nuova invenzione. L’onere probatorio in materia di danno ambientale sarebbe attenuato. Dove sta scritto? Nel Codice Civile c’è l’articolo 2697 punto e basta, con gli oneri probatori. Dove sta scritto che è un onere probatorio attenuato? Lo dicono le sentenze, ma andiamo a leggere queste sentenze. Una dice: "Il reato di stoccaggio provvisorio di rifiuti senza autorizzazione costituisce reato", non importa se quello che ho versato o non versato era o no tossico, è sufficiente che non ci sia l’autorizzazione, è senza dubbio un reato, indipendentemente dalla prova se quello che è stato versato è o no nocivo. Ma cosa c’entra? Qui riguardava l’accertamento del reato, non l’accertamento del danno ambientale, tanto che non si pronuncia sul danno ambientale, dice che non ce n’è bisogno. Ma allora non si possono portare queste sentenze come prova di un onere attenuato, dove mai esiste l’onere attenuato? Allo stesso modo oltre a questa del ’91 si cita una sentenza del ’94. Nuovamente, certo, non è un onere attenuato. Ha detto: "Qui c’è un fatto potenzialmente causativo di danno, se la veda il Giudice civile, noi non andiamo oltre", ma questo non significa onere attenuato di prova, significa che ben può il Giudice penale che ha istituzionalmente una competenza diversa e che viene caricato da questo essere messo dentro il giudizio penale delle cause civili, ben può dire: "Io qui non voglio approfondire, c’è un fatto potenzialmente causativo di danno, pronuncio la condanna generica, poi se ci sarà o no il danno la vedrà", ma un danno con tutto l’onere della prova. Pensare che possa esserci una disposizione di carattere eccezionale non scritta che stabilisce per far piacere all’Avvocatura dello Stato che in materia di danno ambientale gli oneri probatori vengono attenuati, questo significa sovvertire gli ordinamenti. Si dice che non era necessaria la prova dell’an debeatur. Certo che non era necessaria la prova dell’an debeatur, è una condanna generica. E cita delle sentenze, sono condanne generiche, cosa c’entra? E hanno cura poi di aggiungere: "La quantificazione del danno subìto da ciascuna parte non è condizione per la configurabilità dell’esistenza di esso, bensì per la liquidazione" e quindi quando se ne sbarazzano, perché con la condanna generica regalano il malloppo al Giudice civile, giustamente non richiedono l’onere di provare, ma perché non ne fanno oggetto di accertamento. E veniamo ad un altro dei punti fondamentali. La baseline, il danno all’ambiente; come dice la legge è un danno per cui l’ambiente per effetto di quel fatto lesivo imputato all’autore viene peggiorato, quindi l’accertamento se l’ambiente è stato o non è stato peggiorato, se le risorse sono state o non sono state danneggiate, deve dipendere inevitabilmente dalla valutazione di quale peggioramento è intervenuto. Senza una baseline come si fa? E qui io ho citato l’altro volta il libro bianco della Comunità Europea del febbraio del 2000; qui cito - mi aggiorno nel frattempo - maggio 2001, European Commission, dove... mi fermo a questo perché è un volume... ci sono tante cose interessanti. Mi limito ad una cosa sola, cioè al fatto che si dice: "Lo stato delle risorse prima dell’incidente, ossia conosciuto come criterio della baseline condition della risorsa, è indispensabile" e la baseline è definita non soltanto in termini di tipo e quantità delle risorse, ma anche di utilizzo delle risorse che erano consentite in precedenza. Sono cose talmente evidenti, come si fa a fare a meno della baseline? Ma sia ben chiaro, la baseline non andava fatta in ordine a tutta la gestione del Petrolchimico, e non è stata fatta, ma andava fatta in ordine ai comportamenti di ciascun imputato perché siccome non c’è nessun nesso che possa riunificare in un unico continuato reato ambientale che unisca tra di loro trenta persone diverse in epoche diverse con comportamenti diversi, bisogna rispetto a ciascun convenuto dire lui che cosa ha peggiorato, in che modo ha peggiorato. Si dice che non è possibile la compensazione con i danni arrecati dallo Stato, questa anche è una novità, perché l’articolo 1246 tassativamente elenca quali crediti non sono suscettibili di compensazione e tra questi non ci sono i danni arrecati dallo Stato. Poi c’è anche un fraintendimento di quello che io ho detto. Io non ho detto che lo Stato ha arrecato danno al Petrolchimico avendo disposto un onere reale a carico della proprietà nel ’97. E’ chiaro che questo non è un danno e non è un danno risarcibile, questo è stato fatto dallo Stato legislatore, non dallo Stato operatore; ma io dico che il comportamento che lo Stato aveva avuto negli anni remoti, che era quello di imbonire e quindi di creare una zona contaminata, essendo dal ’97 divenuta del tutto legittimamente e lecitamente questa contaminazione fatto determinante di un onere reale, l’Enichem rivendica nei confronti dello Stato il risarcimento di quel comportamento, non del comportamento che ha determinato l’entrata in vigore dell’onere reale. Rivendica il risarcimento di quel comportamento che a suo tempo ha determinato la contaminazione che oggi diventa onere reale. Altro punto inaccettabile: l’Avvocatura dello Stato dice che - altra peculiarità del danno ambientale - in esso si cumula il risarcimento in forma specifica con il risarcimento per equivalenti. Ma siamo alle solite, non può cumulare un bel niente, l’archetipo – come dice esattamente la Corte Costituzionale – è sempre il 2043. Allora, se vogliamo dire che il risarcimento può essere parzialmente per esecuzione in forma specifica e parzialmente per obbligo risarcitorio, questo certamente è ammissibile nel 2043 ed è ammissibile anche nel danno ambientale. Ma se invece vogliamo dirlo come lo intende l’Avvocatura dello Stato, cioè che sarebbe possibile un integrale risarcimento con restitutio in integrum e un integrale risarcimento con obbligo pecuniario risarcitorio, queste sono cose che non si possono dire perché significa non avere presenti quali sono le regole che disciplinano questo istituto, che sarà nuovo, sarà forse difficile da comprendere, ma si inserisce perfettamente nei principi dello Stato. Un piccolo cenno alla sopportabilità economica, due annotazioni rapide. E’ stato prodotto un appunto del professor Leon per dimostrare la sopportabilità economica da parte di ENI, Enichem e Montedison a livelli... allora, due osservazioni rapidissime. La prima è che quel calcolo è stato fatto prendendo il bilancio consolidato dell’ENI, dove c’è l’Enichem, e poi ricalcolandolo sull’Enichem e quindi con una duplicazione palese. In secondo luogo è stato calcolato in maniera tale che con quell’indebitamento la capitalizzazione di queste aziende andrebbe a zero e quindi secondo il professor Leon sì, tu puoi vivere con un capitale a zero. Lo vorrei vedere con un’azienda che lavora così. Ma poi anche qui la risposta sta nell’articolo 58 della legge sulle acque. L’articolo 58 della legge sulle acque dice: "Continua ad applicarsi l’articolo 18 della legge sull’ambiente dell’86, ma soltanto al danno che sia ulteriore rispetto a quello sanato con la bonifica" e con l’accordo di programma l’Enichem sta procedendo alla bonifica e quindi non si può calcolare nei suoi confronti come se la bonifica non esistesse. Ha un bel dire l’avvocato Schiesaro che l’accordo di programma è un atto libero; atto libero un corno, perché la bonifica corrisponde a quell’onere reale che il legislatore ha posto dal ’97, quindi non è una libera scelta, è una scelta doverosa che si fa proprio per evitare altre valutazioni. Poi un’altra cosa, anche qui lascia stupefatti, cioè si dice: "Ah, ma voi avete criticato il professor Leon, ma non avete detto secondo voi quali sono i criteri giusti per valutare il danno ambientale". Per la verità la giurisprudenza ha sempre insegnato che quando il debitore contesta in toto l’esistenza di un debito a suo carico non ha alcun onere di indicare un minimum a cui sarebbe disposto ad adempiere perché è evidente che questo onere di precisare il minimum c’è quando il debitore sostiene che è errato il criterio di calcolo adottato dal creditore, ma che egli ha un obbligo e allora ha l’onere di precisare qual è questo obbligo per il quale è disposto a offrire al creditore qualcosa. Ma quando il debitore dice di non avere alcun debito, il supposto debitore dice di non avere un debito, è semplicemente inventarsi una regola nuova secondo cui il supposto debitore che contesta di esserlo avrebbe un onere ciononostante di indicare dei parametri tanto per dire: "Allora scegliete questi parametri". Poi ho detto che tutta la posizione dell’Avvocato dello Stato è su questa linea, ma comunque a pagina 42 lo dice espressamente: "E’ un metodo questo del costo di ripristino che non implica l’identità fra danno e risarcimento". Ecco, benissimo, questo però è sbagliato, nel nostro ordinamento non è possibile prescindere dall’identità tra danno e risarcimento. Allora non mi soffermo ancora una volta, ma vorrei fare un paragone sulla tesi del professor Leon secondo cui la valutazione del danno dal lato dell’inquinatore non può essere alleviata dallo stato del recettore precedente l’inquinamento. Allora io faccio questo parallelo: quindi nel danno biologico se si spezza una gamba ad uno sportivo ventenne, ovvero si spezza una gamba ad un vecchietto sessantenne che già zoppicava, dovremmo dire che il danno biologico va calcolato allo stesso modo per entrambi perché la valutazione del danno dal lato dell’autore della lesione non può essere alleviata dallo stato del recettore precedente l’inquinamento. Ma come si fanno a dire queste cose? La misura del danno è quella... l’autore del fatto – dice la legge – deve essere condannato, cioè per il suo fatto, non per il fatto dei precedenti inquinatori. Ma come si fa a pensare che si possa dubitare su questi principi? Ho finito. L’ultimo punto è ancora quello della responsabilità individuale. Ha risposto già molto bene il professor Padovani dicendo: "Ma come facciamo a prendere come misura della quota di responsabilità individuale le pene, tanto più in un processo in cui le pene sono commisurate ad un altro reato che non è quello ambientale?". Ma non è questo il punto, il punto è un altro. Il punto è – ribadisco - che non ci può essere la norma sulla responsabilità individuale, è dettata per il caso di concorso nella produzione dell’evento, ma qui non c’è un fatto causato da una pluralità di condotte. Qui ci sono condotte tutte separate, distinte, autonome, che non concorrono a niente, perché se uno avrà versato, mettiamo, 100 chili di tossico l’altro ne avrà versati 400, 320 o 740. Quindi come si fa a legare ad un unico evento i comportamenti totalmente differenziati e difformi tenuti per trent’anni da persone che non hanno avuto tra di loro nessuna unità di condotta? E comunque, quand’anche fosse in ipotesi vero - cosa che io mi rifiuto di pensare - che si possa costruire una specie di fatto unico, ebbene, anche rispetto a questo fatto unico vanno individuati i concorsi causali individuali, dice la legge, individuali. E individuale è chiaro che non ha nulla a che vedere con la pena, perché io posso avere un soggetto che compie un reato ambientale per mancata opportunità di riflettere a sufficienza su un qualcosa che già avveniva e viceversa un altro che lo compie con assoluta determinazione e consapevolezza e il primo avere prodotto un danno ambientale molto maggiore del secondo, quindi cosa c’entra la pena? La pena obbedisce a parametri che regolano i comportamenti del soggetto; il danno ambientale – e mi spiace che l’Avvocato dello Stato non voglia persuadersene - riguarda le lesioni delle risorse, delle risorse di questo bene ambiente che è un bene della collettività, che è un bene produttivo, ma quelle lesioni non hanno nulla a che vedere con la pena, cioè con le maggiori o minori responsabilità, tant’è vero che il legislatore ci dice che semmai nella valutazione equitativa potrà essere uno dei criteri anche la maggiore o minore colpa del trasgressore, ma del trasgressore, non dell’impresa. Mi spiace di avere preso tutto questo tempo, ma ho terminato e ringrazio vivamente questo Tribunale non solo per la pazienza di oggi, ma per la pazienza di anni. Grazie.

 

Presidente: grazie a lei, avvocato. Allora, l’avvocato De Luca.

 

AVVOCATO DE LUCA

 

Avvocato De Luca: signor Presidente e signori del Collegio, io occuperò veramente pochi minuti del loro tempo oggi che è certamente dedicato ormai alla fase più impegnativa e più importante che li vede protagonisti, quindi pochi minuti. Devo dire subito che della replica del Pubblico Ministero non mi occuperò di tutte quelle parti che sono state puramente polemiche o, devo dire, quasi inutilmente aggressive. Siamo arrivati alla fine, è opportuno secondo me concentrare al massimo i discorsi. La discussione che io feci qualche giorno orsono puntava su alcuni dati essenziali sui quali vale la pena che io perda solo pochi minuti per contrastare le obiezioni del Pubblico Ministero. Sostenevo allora che da quanto emergeva dalle risultanze anche dei consulenti del Pubblico Ministero la causa relativa agli angiosarcomi e in buona misura anche alle altre patologie verteva essenzialmente su due temi principali, cioè come e quando si è verificata l’esposizione causativa dell’angiosarcoma e delle altre patologie e, secondo, che nesso c’è fra questi momenti e le morti delle parti offese e quindi segnalavo la necessità che il Tribunale ponesse mente con grande attenzione ai problemi delle alte esposizioni e delle latenze. Cominciavo il mio discorso mostrando un lucido dal quale trasparivano alcuni dati molto significativi. Il lucido era tratto dal lavoro di Comba e Pirastu del 1991 e da questo lavoro appariva già in prima approssimazione che alla fine del 1973 si evidenziava un calo significativo delle esposizioni. Prima di quella data le esposizioni erano maggiori di 200 parti per milione, successivamente a quella data, al dicembre 1973, diciamo alla fine del 1973, le esposizioni calavano radicalmente fino a raggiungere rapidamente i valori di 5 parti per milione. Questa data è molto importante, è molto significativa e credo che il Pubblico Ministero in qualche modo se ne sia reso conto. Perché è significativa? Diciamo solo due dati: primo perché corrisponde con l’evidenziazione dei casi Goodrich; secondo perché, guarda caso, corrisponde con le conclusioni definitive dell’elaborato Maltoni, basterebbe dire queste due cose per rendersi conto della rilevanza di questa data. Questa data al Pubblico Ministero non è piaciuta. Ma di questo grafico, di questa valutazione grafica del lavoro di Comba e Pirastu non aggredisce i dati in sé, gli stanno pure bene, almeno pare; dice semplicemente che non sono attendibili Comba e Pirastu. Mi dice nella sua replica che Comba e Pirastu in fondo sono dei signori che hanno presi per buoni i dati delle aziende. Guardate, lo dice esplicitamente: "Non sono dati accertati – è il termine che usa il dottor Casson – da Comba e Pirastu, sono atti semplicemente rassegnati dalle aziende". Sì, poi non dice neanche che non sono veri, per la verità, e io questo francamente non l’ho capito, avrei capito se il discorso fosse stato più diretto. Questi dati non sono validi, attendibili, veri, perché sono dati forniti dalle aziende. In questa parte preliminare il dottor Casson nulla dice. Secondo una tecnica oratoria che gli è ben congeniale dice semplicemente: "Sono forniti dalle aziende" facendo intuire dal tono e dal modo che per il solo fatto che sono forniti dalle aziende non sono dati attendibili. Però devo dire che il discorso del dottor Casson presenta delle falle considerevoli. Io credo che si possano formulare almeno un paio di osservazioni. La prima: Comba e Pirastu accingendosi nell’85 a fare questo lavoro per il quale poi io non è che neanche sia disposto a spendere una grandissima stima, c’è, è un lavoro francamente unico, lo prendiamo per quello che è, cioè con le relative approssimazioni; ma accingendosi a fare questo lavoro che cosa dovevano fare? Dovevano accertare le esposizioni degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Che cosa vuol dire il dottor Casson quando dice: "Dovevano accertare?". Certo poteri mediatici non ne avevano, non è che potessero andare loro a leggere i risultati dei gascromatografi o degli altri strumenti di rilevazione. Che cosa si trattava di fare per accertare quei dati? Che cosa avrebbe voluto che facessero il dottor Casson? Io francamente questo non l’ho capito. Una cosa capisco, che per fare rilievi di questo genere alle aziende bisognava pur fare riferimento, non so a chi altri. Forse l’accusa che muove il dottor Casson è un’altra, che abbiano questi signori Comba e Pirastu recepito questi dati senza formularne un’analisi critica e questo in qualche misura o, anzi, del tutto non è vero. Per la verità c’è la solita distorsione dei dati del processo perché testualmente il dottor Casson dice: "Questa circostanza, che cioè si tratterebbe di dati semplicemente rilevati dalle aziende, è stata confermata in aula da entrambi ed entrambi l’hanno anche scritto nelle loro relazioni". Questo è semplicemente falso, i consulenti Comba e Pirastu non hanno detto in aula queste cose e non hanno scritto queste cose nella loro relazione. Si tratta di una delle tante alterazioni che il Pubblico Ministero ha fatto del materiale processuale, per rendersene conto basta semplicemente far riferimento, per esempio, a pagina 163 dell’udienza nella quale sono stati sentiti Comba e Pirastu; riferivano alla precisa domanda del Pubblico Ministero, dicevano: "Per cui fu questo il punto di partenza e fu su queste matrici offerte dalle aziende che poi espressero il loro parere e il loro accordo da una parte ricercatori con maggiore esperienza di noi dell’argomento, nella fattispecie certamente il professor Bertazzi e il professor Foà, furono di enorme aiuto i servizi medici aziendali, le organizzazioni sindacali e i Consigli di Fabbrica". Alla successiva udienza del primo di luglio del ’98 riferivano di aver ascoltato le unità sanitarie locali e altri esperti della materia, fra cui il professor Mastrangelo. Quindi non sono semplicemente dati assunti dalle aziende, sono dati forniti e matrici fornite dalle aziende, ma elaborati. E anche nella loro relazione già dicevano questo: "Nel 1991 – dice Comba - la procedura di validazione utilizzata è stata quella di controlli incrociati con i responsabili dei servizi medici aziendali, con i medici delle U.S.L. competenti per territorio e con esponenti dei Consigli di Fabbrica e delle organizzazioni sindacali". Dunque è assolutamente falso che questi dati siano stati meramente acquisiti e non siano stati in qualche modo controllati e, come dicono Comba e Pirastu, validati. Dunque questa tabella una sua attendibilità generica per quello che è indubbiamente ce l’ha, piaccia o no al Pubblico Ministero. Devo dire che poi tra l’altro non si comprende neanche dove oggettivamente vada a colpire la critica del dottor Casson. Dice: "Sono dati forniti dalle aziende", che cosa vuol dire? Che cosa ritiene inattendibile di questa tabella? Forse i dati precedenti al 1973. Non capisco dove vada la critica perché Comba e Pirastu si limitano a dire valori maggiori di 200, forse che possa essere qualcosa di diverso quello accertabile? Tutti noi, devo dire, da innumerevoli atti del processo abbiamo potuto rilevare che i dati precedenti al ‘73 incontestabilmente erano quelli che sono indicati, i valori superiori a 200. Se poi la critica invece voleva essere per il periodo successivo al 1973, beh, il bersaglio non poteva certamente essere la mia discussione perché, come Loro certamente ben ricordano, dal dicembre ’73 in poi o, meglio, dall’aprile ’74 io mi sono servito di altre fonti statistiche, perché? Per la ragione elementare che trattandosi del momento più delicato della causa non ci potevamo fermare ai dati necessariamente sommari di Comba e Pirastu e quindi avevo utilizzato quali dati? Quelli del consulente del Pubblico Ministero che nella sua replica invoca, dice: "L’avvocato De Luca avrebbe dovuto non già far riferimento a Comba e Pirastu che riferiscono dati delle aziende, ma ai dati acquisiti dai consulenti del Pubblico Ministero, che sono quelli veri, reali, accertati, elaborati". Servito, erano quelli. Quando io ho fatto riferimento ai dati successivi al 1974 - l’ho detto e ribadito, ma probabilmente il Pubblico Ministero in quel momento era distratto - mi riferivo alla consulenza Nano-Rabitti, non ad altri. Sono Nano e Rabitti che ci dicono queste cose successive a ’74. Quali cose? Cose decisive, signori del Collegio, per la vostra decisione, cose secondo me decisive perché Nano-Rabitti a pagina 12 del loro elaborato dicono: "Prendendo ad esempio il reparto CV6 si vede che il valore medio rilevato da aprile ’74 a febbraio ’75 risulta compreso tra 14,78 parti per milione e 29 parti per milione, mentre il valore scende al marzo ’75 al valore di 5,7 parti per milione", questo dice la consulenza Nano-Rabitti. E di questa consulenza io ho tenuto conto nel formulare questo secondo grafico. Perché questo secondo grafico? Per una ragione evidente, perché non possiamo discutere delle condotte dei nostri imputati se non facendo riferimento alle esposizioni del loro periodo, delle loro condotte, di quanto loro hanno effettivamente svolto. E questi dati il Pubblico Ministero mica li sconfessa, li ha ripetuti nella sua replica e sapete che cosa ha detto, ricordate che cosa ha detto di questi dati? Ha detto: "Questa è la prova che le basse dosi sono rilevanti. E’ l’avvocato De Luca che ci dimostra che le basse dosi sono stati rilevanti nei sei casi specifici di Porto Marghera". Io credo che un abbaglio così grande in tutta l’udienza non si sia mai visto perché, se ritorniamo indietro solo un attimo, appare graficamente l’errore veramente marchiano, clamoroso, devo dire, non so se colposo o doloso, ma certamente estremamente significativo della pochezza dell’accusa perché i nostri casi specifici non hanno soltanto le esposizioni dall’aprile ’74 in poi. Come insegnano al dottor Casson i suoi consulenti, traggono le loro radici nelle alte esposizioni degli anni Cinquanta e Sessanta e quindi non sono assolutamente la prova della rilevanza delle basse dosi, anzi, sono la prova che le morti di questi poveri lavoratori traggono le origini in periodi ben diversi da quelli che sono oggetto del capo di imputazione. Quindi devo dire che poco significato ha l’accusa che mi viene rivolta dal Pubblico Ministero circa la rilevanza delle basse dosi in questi specifici casi. Il dottor Casson poi rassegna una memorietta brevissima di una pagina di Nano-Rabitti che, evidentemente colpiti dal fatto che io sia andato a prendere le loro medie di cui al lucido 2, non sapendo più che cosa rispondere - era il secondo lucido che abbiamo visto – mi dicono: "L’avvocato De Luca dice di aver assunto i dati peggiori della nostra relazione, ma invece così non è perché lui assume i dati medi, non i dati peggiori", così dicono Nano e Rabitti nella memorietta di pochi giorni fa che vi hanno depositato. Evidentemente sono rimasti un po’ troppo fuori dal processo perché io avevo ben spiegato che quelli che interessano il processo, quelli che interessano il Tribunale sono i dati medi perché quello che va valutato è l’esposizione cumulativa e ci hanno insegnato che l’esposizione cumulativa si fa sommando le medie annuali delle singole esposizioni. Le medie annuali. Dicono: "Beh, certo, ci sono state esposizioni per alcune ore sopra le 100 parti per milione", sicuramente ci sono state, se c’è una media vuol dire che ci sono dei dati superiori così come vuol dire che ci sono dei dati inferiori. Il problema è capire quali medie ci interessano, quali dati ci interessano e per l’appunto ci interessano i dati medi. Quando io avevo detto: "Assumiamo i dati peggiori" intendevo dire, ma era – credo – sufficientemente chiaro: "Assumiamo i dati peggiori delle medie". Siccome Nano-Rabitti per l’anno ’74 che è il più delicato ci offrono i parametri del CV6 che è il reparto peggiore e ci offrono due valori, 14 virgola qualche cosa che non ricordo bene e 29, io mi ero limitato a dire: "Prendiamo il reparto peggiore, che è il CV6, e il 29 che è il dato medio peggiore in senso assoluto". Ci mancherebbe altro che dovessimo prendere valori giornalieri elevatissimi, ci mancherebbe altro. Nessuno in questo Tribunale ha fatto valutazioni di questo genere, tutti ci hanno detto e, devo dire, insegnato che le valutazioni sull’esposizione si fanno sui dati medi e non sulle punte, né minori né peggiori. Devo dire che francamente su questo mi pare che non ci possano essere eccessivi dubbi. Questa era la prima osservazione che mi premeva di fare. Poi il dottor Casson dice: "Il crollo delle esposizioni non è nel 1972 o ’73 come dice l’avvocato De Luca, è nel 1975". Io intanto non ho mai parlato del 1972, probabilmente era a prendere un caffè in quel momento, io ho sempre parlato del dicembre 1973, non ho mai parlato del 1972. E perché ho parlato del 1973? Non solo – e lo ribadisco – perché questa è la data che suggeriscono Comba e Pirastu, ma perché c’è il dato Nano-Rabitti dell’aprile 1974 che parla di una media tra 14 e 29. Il dottor Casson dice: "No, non si colloca lì il crollo"; io non so se si renda ben conto di cosa vada dicendo, credo che abbia delle difficoltà, perché se non si colloca lì il crollo vuol dire che anche prima valevano i dati dei suoi consulenti con medie da 14 a 29 e cioè vuol dire che anche per i periodi precedenti all’aprile ’74 le medie del CV6 erano fra 14 e 29, cosa che francamente mi sembra assai difficile. E fra Comba e Pirastu che dicono che le medie precedenti erano oltre le 200 parti per milione io francamente prediligo questa tesi perché numerosissimi sono stati gli elementi probatori che ci dicono cose di questo genere. Se poi invece il dottor Casson voleva dire che nel ’75 c’è stata un’ulteriore diminuzione, questo effettivamente è vero, lo dicono anche i suoi consulenti Nano-Rabitti, si è passati dalla media di 14 e 29 alla media di 5,27. Ma evidentemente quello che premeva alla difesa era dimostrare che quei numeri che noi avevamo indicato come le esposizioni massime dei sei casi di angiosarcoma erano numeri correttamente tratti dalle consulenze degli ingegneri Nano e Rabitti. E dunque questa impostazione e questi valori risultano confermati dalle prove e controprove di Comba e Pirastu e dalle stesse affermazioni fatte nella consulenza Nano-Rabitti. Poi il dottor Casson se l’è molto presa con me perché io ho citato i dati del registro del Veneto e ha perso un quarto d’ora abbondante a citare tutta una serie di altri dati da cui risulta che c’è una eccedenza, che ci sono dei rischi aumentati e quant’altro tirando ancora in ballo l’Europa, il mondo, lo IARC e quant’altro. Io non avevo la pretesa di dire nulla di particolare, avevo fatto una semplice osservazione che intendo ribadire perché un qualche significato ce l’ha. Il dottor Simonato nella sua audizione del luglio 2000 ha detto di essere dipendente, di essere il responsabile del registro dei tumori del Veneto da dieci anni, da quando ha cessato di collaborare con la IARC. In questa sua occupazione, per questa sua qualifica di dirigente, ha pubblicato il registro dei tumori dall’85 al ’95 evidenziando che nel decennio... chiedo scusa al Tribunale, non sono certo se dall’85 o dall’87 al ’95 o al ’97, ma poco cambia, ma nell’ultimo decennio pubblicato dice il dottor Simonato: "Si rilevano nel Veneto tre casi di angiosarcoma", uno che è uno dei nostri ed è del povero Battaggia, il secondo è un agricoltore di Vicenza, il terzo è una casalinga di Feltre. Io mi sono limitato ad osservare che su tre casi due hanno origine ignota e uno ha origine professionale. Io non volevo dire nulla di più, ma è un dato, non me lo sono inventato, l’ha detto il dottor Simonato. Se anche scendiamo in concreto e facciamo un esame del Veneto, esistono negli ultimi dieci anni tre casi di angiosarcoma di cui almeno due hanno origine ignota, in quei dieci anni lì. So anch’io che poi ce ne sono stati altri e che prima ce n’erano stati altri ancora, però non sappiamo in quel registro i casi ad origine ignota quanti sono, né nel decennio successivo all’85-’95 né nel decennio precedente. Io, per carità di Dio, non volevo assolutamente dire che i nostri non avevano esposizione professionale, volevo semplicemente dire che è vero quello che tutti i consulenti ci hanno detto e cioè che per oltre l’80% dei casi di angiosarcoma non è nota la causa. Poi vedremo che questo ha un certo significato, soprattutto nell’esame della letteratura medica. Dice che io semino dubbi, che nascondo la mano; dice secondo me una cosa senza senso il dottor Casson, è un dato come tanti altri che probabilmente ha un certo significato. Questione delle basse dosi. Il dottor Casson fa riferimento ad una memorietta che ha depositato del suo consulente professor Martinez che si è molto piccato di una mia poco elegante critica di cui faccio ammenda immediatamente, gli ho detto che la sua relazione valeva come il due di picche a briscola, lui si è seccato giustamente e io sono qui a fare pubblica ammenda, ho usato un linguaggio che certamente non era consono. Però poi lui stesso dice nella memorietta che vale come il due di bastoni, questo lo dice lui e si scuserà con se stesso, io mi scuso per la mia affermazione. Allora, il dottor Martinez mi fa due rilievi, uno che riguarda la parte degli angiosarcomi e uno che riguarda la parte che io avevo sottolineato sugli epatocarcinomi sempre sul suo lavoro. Sulla prima io avevo osservato che il professor Martinez nella sua tabella sugli angiosarcomi, che mi pare sia la tabella 1 del suo lavoro, evidenziava la presenza di angiosarcomi solo sopra le 1.651 parti per milione. Per la verità non avevo detto altro. Sì, avevo osservato che quando è stato sentito nel dicembre ’99 aveva osservato che fino a quel momento nessuno gli aveva dimostrato la rilevanza delle basse dosi. Si era molto seccato dell’obiezione che gli era stata fatta sulla sottostima del suo lavoro e sostanzialmente ha detto: "Sì, il mio lavoro sarà sbagliato solo se qualcuno in quest’aula mi dimostrerà che le basse dosi sono induttive di angiosarcoma". Aveva detto questo, io non me lo sono mica inventato, l’ha detto lui, il suo lavoro era fondato sulla insussistenza della rilevanza delle basse dosi perché nessuno fino a quel punto glielo aveva dimostrato. Oggi evidentemente per andare ad attaccare l’asino dove gli dice il padrone dice delle cose diverse, ci dice: "Guarda, non tanto (WAR) 2000, ma quanto Simonato e Boffetta riferiscono di casi di basse dosi" e dunque è stato poi dimostrato, quella dimostrazione che io chiedevo nel dicembre del 1999 poi in effetti è avvenuta. Ma allora io devo chiedere al professor Martinez: "Allora il suo lavoro non vale più nulla dopo che ha sentito Simonato e Boffetta?". E’ disposto il professor Martinez a rimangiarsi tutto quello che ha scritto? Perché per noi è importante quello che ha scritto il professor Martinez. Tre cose leggo dalla sua relazione, i soggetti affetti da angiosarcoma. Qui non stiamo parlando dei casi svedesi delle supposte basse dosi di cui ci ha parlato Simonato. Martinez parla di questi casi di Porto Marghera e su questi casi di Porto Marghera dice: uno, tutti i pazienti erano esposti a dosi comprese fra 3.600 e 9.000 parti per milione; due, tempi di latenza media 29 anni, range da 18 a 43 anni; tre, tutti i casi di angiosarcoma si sono manifestati in quei lavoratori che subirono la prima esposizione tra il ’55 e il ’67. Allora io chiedo oggi al professor Martinez: è disposto a rimangiarsi queste tre affermazioni? Perché se non è disposto il processo finisce qui, sulle affermazioni del professor Martinez, perché si tratta di esposizioni a migliaia e migliaia di parti per milione, perché si tratta di esposizioni che sono iniziate nel 1955 e fino al 1967, perché si tratta di latenze che hanno una media oltre i 29 anni. E allora veramente se il professor Martinez non è disposto a rimangiarsi le sue affermazioni il processo finisce qui sui dati dell’accusa. Ma il professor Martinez dice anche delle altre cose che riguardano gli epatocarcinomi, ma prima di arrivare a questo che sarà l’ultimo punto, non voglio far perdere più molto tempo al Tribunale, devo dire ancora qualche parola sulla latenza, perché io avevo riferito le parole del dottor Casson che erano testualmente: "La latenza nella coorte europea è di 22 anni, la latenza nella coorte italiana è di 27 anni e fino a 40 e più", queste erano le parole precise che aveva detto nella sua requisitoria. Nella sua replica mi dice: "Ha ragione l’avvocato De Luca, io avevo parlato di 22 anni nella coorte europea". Faccia la cortesia, dica tutto, ammetta che aveva parlato di 27 anni e più nella coorte italiana perché la logica di questa accusa è sempre la medesima: quando i dati qui a Porto Marghera non danno ragione, allora andiamo a cercare la Svezia, il Sudafrica, la Cina, scritti in croato non tradotti in italiano. E’ sempre la medesima logica. Dica che è vero che ha parlato di 27 anni e più nella coorte italiana e non poteva dire diverso quando il suo consulente Martinez ha parlato di 29 anni e più. Qui il problema è un altro perché il dottor Casson dice: "Beh, ma ci sono anche casi di latenze inferiori" e cita il registro dell’APME, cita il caso Cox, cita altri. Io non sono andato a vedermi il lavoro dell’APME perché non ce l’avevo sottomano, lo confesso, però sono andato a vedere il lavoro IARC sulle latenze brevi, che è questo. E’ un estratto della tabella 11 di WAR 2000. Come Loro possono vedere, ci sono dei casi di latenze che sono molto brevi e sono sotto i 21 anni; però anche per questi casi, che sono pochi perché io ho preso solo quelli accertati con una diagnosi istologica, come si vede nella colonna 3 sono tutti casi di assunzioni che vanno tra il ’55 e il 1964. Sono tutti casi che vanno a finire, a trarre le loro radici in quegli anni. Loro se avranno la possibilità, l’interesse a controllare questa tabella 11 di WAR 2000, vedranno che ci sono anche altri casi di angiosarcomi dubbi, best evidence dicono alcuni, ma per la verità controllati uno per uno, io li ho fatti controllare, sono casi che possono presentare dei margini di dubbio sulla diagnosi, però hanno una certezza anche questi, si tratta sempre di lavoratori - e stiamo parlando della sede mondiale – che hanno prestato la loro opera inizialmente dal 1955 al 1964, guarda caso, anche le latenze brevi. Che cosa vuol dire questo? Che viene confermato quello che ci hanno detto tutti i nostri consulenti e per la verità credo anche quelli dell’accusa, se non ricordo male, e cioè che la latenza più è elevata l’esposizione e meno può essere... più corta può essere la latenza. Sono andato anche a vedermi il caso Cox, confesso per la prima volta, perché mi ricordavo il nome ma non mi ricordavo il caso. Siccome il dottor Casson ci ha dedicato mezza pagina – vedo – della sua trascrizione, beh, io vi chiedo di andare a vedere questo caso Cox perché è significativo del metodo dell’accusa. Il caso Cox è di un signore che ha avuto dalla Commission Workers della South Carolina un indennizzo per esposizione professionale e ha avuto per la verità un periodo di latenza inferiore ai nove anni. Però dalla rogatoria americana dove sono contenuti questi atti emerge chiaramente che dopo l’indennizzo che è stato concesso dalla Commission Workers è stata intentata una causa penale, cioè è in corso dal 1995 un giudizio penale dove l’oggetto della vertenza è se si tratti di una esposizione professionale o se si tratti invece di una causa ignota. Non c’è ancora la decisione nella rogatoria e francamente questo mi lascia un po’ perplesso perché so che negli Stati Uniti un dibattimento non dura dal 1995 al 2000, l’anno della rogatoria; mi lascia un po’ perplesso questo fatto, però una cosa è certa, che c’è una causa, c’è un accertamento penale allo stato, per quanto ci risulta, non ancora concluso dove si discute proprio se la patologia del signor Cox abbia origine professionale o invece sia una delle tante patologie ignote, come per esempio quella della povera signora casalinga di Feltre o quella dell’agricoltore di Vicenza e questa è la ragione per la quale io avevo anche citato questi dati. Ma, vedete, poi io francamente riesco a capire i miei avversari solo fino ad un certo punto perché poi si dice: "Beh, latenze ce ne sono anche di otto anni, di sette anni", si arriva a dire di tre anni e mezzo. Ma si rendono conto i miei avversari di quello che vanno dicendo? Ma allora tutti i casi del ’97-’99 devono essere attribuiti alle gestioni del 1975, ’80, ’85, ’90, se è proprio così? Ma che cosa si vuol sostenere? Che il Tribunale non deve nelle sue valutazioni accettare l’ipotesi più probabile, che è quella delle medie di latenza, per sposare invece le tesi estreme, le meno probabili? Ma vuole veramente questo l’accusa? Io non so se lo voglia, ma certamente gli è necessario per sostenere quello che va sostenendo. Vedete, è un argomento molto semplice, io non voglio entrare nei discorsi causali che sono stati fatti abbondantemente e con grandissima qualità, mi attesto su discorsi probabilistici e dico: guai a Dio se il Tribunale si discostasse dall’ipotesi più probabile per scendere all’ipotesi meno probabile. O se no possiamo fare un’altra valutazione, guardate: se ha ragione sempre il Pubblico Ministero possiamo dire che l’angiosarcoma ha latenze che vanno dai tre o quattro anni, come mi pare abbia detto e come ha sicuramente detto nella sua replica, ai 40 e più che è il dato che lui ha citato nella sua requisitoria. Traduciamolo con parole in italiano comprensibili: assoluta incertezza della latenza che va da tre a quarant’anni. Come farete voi a giudicare se veramente siamo in una situazione di assoluta incertezza? Beh, noi una strada ve l’abbiamo data, accettate la letteratura medica per quello che è. Guardate, vi diciamo quello che hanno detto i nostri avversari, Martinez, latenza media di 29 anni. La media forse è l’ipotesi più probabile, ma se uscite dalla strada della latenza media voi entrate nel terreno della assoluta incertezza e sulla strada dell’assoluta incertezza non si può giudicare. Dicevo che il professor Martinez mi fa qualche rilievo anche sulla questione... è l’ultima, signori del Tribunale, non vi tedierò più oltre. Effettivamente io avevo detto una cosa che - mi rendo conto - per la tesi accusatoria può essere dirompente e cioè che queste osservazioni sulla latenza e sulla esposizione ad alte dosi e, terzo, sul periodo delle prime esposizioni non vale solo per i casi di angiosarcoma, ma vale sicuramente per tutti i tumori del fegato e ragionevolmente vale anche per gli altri organi, ma degli altri organi non mi importa perché la mancanza di causalità generale è stata ampiamente... di idoneità astratta è stata ampiamente dimostrata. Però c’era un dato nel processo, nella consulenza del professor Martinez che mi sembrava molto importante quando sosteneva che la latenza anche per gli epatocarcinomi secondo lui era una latenza ancora superiore a quella dell’angiosarcoma, potete controllarlo dalle sue tabelle, credo sia la tabella 4, mi pare. Ebbene, questo sosteneva, siamo intorno ai 31 anni di latenza media. Avevo ricordato anche le domande del Presidente a Simonato sulla latenza degli epatocarcinomi, se fosse maggiore o minore degli angiosarcomi, e Simonato aveva detto che siamo all’incirca sulla stessa media, 20, 30 anni con l’aggiunta, l’intervento sempre puntuale del Pubblico Ministero, 40 anni e più in altri casi. Il professor Martinez... questo era il punto secondo me più rilevante della relazione del professor Martinez. Lui mi replica ma non parla della latenza, però una mano riesce a darmela comunque, lo sprovveduto, perché come si leggeva nella sua relazione i casi significativi, l’aumento del rischio per gli epatocarcinomi avveniva ancora una volta sopra il range di 1.650 parti per milione e sapete come mi replica Martinez? Dice che non è così. Ecco, qui si vedeva chiaramente dalla sua tabella... no, non era questa, era quella degli epatocarcinomi, ma non è importante perché dice esattamente le stesse cose: sopra 1.650 parti per milione comincia il margine di rischio. E come mi risponde Martinez sempre nella sua memorietta depositata pochissimi giorni fa? Mi risponde... no, non ce l’abbiamo più, l’avevamo l’altra volta, però dice sostanzialmente questo: il rischio aumenta a 1.650 parti per milione. Dice che ci sono margini... andatela a leggere perché francamente secondo me è molto divertente, perché dice che il margine di rischio si rinviene a 5.189 parti per milione perché a questo margine, cioè tra 5.189 parti per milione e 7.531 parti per milione, il rischio che sotto era evidentemente l’unità diventa 5,33. Io sono rimasto stupefatto leggendo questa cosa perché nella sua relazione dice che sopra 1.650 parti per milione il rischio sale a 9 e rotti. Ma come? Prima era di 9 e rotti sopra i 1.650 e adesso improvvisamente, ad un anno e mezzo dalla sua relazione, scende... sale l’esposizione minima rilevante a 5.189 e fra 5.000 e 7.000 il rischio che prima era a 9 scende a 5. Francamente il professor Martinez non può non lasciarci molto perplessi, però è un dato dell’accusa e noi lo prendiamo come dato dell’accusa. Che cosa ci diciamo allora? Noi non crediamo che l’esposizione a cloruro di vinile monomero sia idonea ad ingenerare epatocarcinomi e l’abbiamo, credo, detto e ridetto e quante volte. Però una cosa è certa, che anche chi lo va dicendo, e mi riferisco a WAR 2000 e ad altri perché questi dati sono tratti da WAR 2000, ma chi lo va dicendo si riferisce sempre ad esposizioni superiori a 5.189 parti per milione, e che cosa vuol dire questo? Vuol dire che ci si riferisce a esposizioni a lavoratori che hanno prestato la loro opera, guarda caso, ancora una volta negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa è la nostra storia. Io faccio solo qui un accenno, consentitemelo anche se ne hanno parlato altri, ma siccome replica a me il professor Martinez mi preme di sottolineare questo dato. Lui dice che io l’ho accusato ingiustamente e quant’altro e invece mi pare di aver dimostrato che effettivamente di cose senza senso ne ha dette e a piene mani, ma sul suo studio caso-controllo dice un’ultima cosa, sempre nella parte diretta a me. Dice: "In uno studio caso-controllo se non si vogliono manipolare i risultati i soggetti devono essere reclutati non sulla base dell’esposizione – io gli contestavo la sua tabella dell’esposizione – ma solo sulla base del fatto che essi hanno - casi - o non hanno - controlli - la malattia". E allora andando a rivedere la tabella sua numero 4 alla voce controlli si legge: "Lavoratori con alterazioni biochimiche della funzionalità epatica". Questo signore non sa quello che dice. Al primo asterisco sulla colonna controlli dice "lavoratori con alterazioni biochimiche della funzionalità epatica" e dovrebbero essere quelli i controlli dell’epatocarcinoma. Questo signore dice delle cose e poi evidentemente ci ripensa e ha un margine di volubilità che però non ci consente di apprezzarlo molto o di ritenerlo comunque attendibile. Ecco, io non so che cosa deciderà il Tribunale sulla idoneità astratta del cloruro di vinile ad indurre le varie forme tumorali che sono in oggetto alla contestazione, ma so dire al Tribunale una cosa sicura sulla causalità individuale dei nostri casi di Porto Marghera. Per quelle morti che saranno comunque attribuite all’efficacia cancerogena del cloruro di vinile monomero le origine specifiche, le cause dirette affondano le loro radici nelle elevate esposizioni degli anni Cinquanta e Sessanta, quando nessuno al mondo conosceva e riconosceva l’effetto cancerogenetico del cloruro di vinile monomero. Grazie, signori.

 

Presidente: grazie a lei. Ci sono ulteriori interventi? No, va bene. Allora noi ci ritiriamo in Camera di Consiglio, vi ringraziamo ulteriormente. Vi daremo comunicazione della fine, diciamo, di questo nostro lavoro penso almeno 24 ore prima in maniera che possiate organizzarvi per essere presenti. Penso che la Camera di Consiglio non duri meno di una decina di giorni. Comunque vi faremo comunicare dalla Cancelleria con il preavviso che vi ho detto. Grazie.

 

Avvocato: Presidente, mi scusi, volevo chiedere che venisse dato atto per gli avvocati Salzer, Gardin, Farinea, Pozzan e Marin che abbiamo depositato nei termini la memoria che era stata data alle note spese, soltanto questo.

 

Presidente: bene.

 

Avvocato: buon lavoro.

 

IL TRIBUNALE SI RITIRA IN CAMERA DI CONSIGLIO

 

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