UDIENZA DEL 6 GIUGNO 2001

 

Collegio:

Dr. Salvarani: Presidente

Dr. Manduzio: Giudice a latere

Dr. Liguori: Giudice a latere

 

PROC. A CARICO DI - CEFIS EUGENIO + ALTRI -

 

CONCLUSIONI - PUBBLICO MINISTERO (4)

 

Presidente: procedo all’appello. Pubblico Ministero, quando ritiene di cominciare, può farlo.

 

CONCLUSIONI PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: prima di cominciare, volevo far presente che in tarda serata di ieri sera avevano concluso la fotocopiatura delle schede singole che mi ero impegnato a consegnare e, chi ha avuto la pazienza di aspettare fino a tarda sera, le ha avute già ieri; comunque questa mattina sono state consegnate al cancelliere e credo siano ancora in corso di fotocopiatura dietro quest’aula. Per quanto riguarda il programma odierno, devo dire subito che abbiamo già cominciato ieri la seconda parte di questa requisitoria, per quanto concerne in particolare servizi e strutture aziendali; ritengo di concludere questa parte in giornata e possibilmente anche di cominciare la parte ambientale. Inizio subito allora con quello che era indicato nell’indice più particolareggiato precedente, il capitolo relativo al periodo critico di questa vicenda, e cioè l’anno 1974, poi ‘75, con le informazioni ai lavoratori e alle richieste dei lavoratori e delle loro organizzazioni successivamente alla notizia della cancerogenicità del CVM. Da un documento del 23 ottobre 1979 del Consiglio di fabbrica della Montedison di Porto Marghera e della commissione ambiente risulta che il Consiglio del Petrolchimico è stato informato dall’azienda in pratica nel maggio del 1974. E ovviamente per i singoli operai non abbiamo né questo dato documentale di conferma di avvenuta notizia, né in quel momento, nel ‘74, né successivamente. E peraltro questo è un dato abbastanza pacifico perché abbiamo già visto, dalle dichiarazioni testimoniali che sono state esaminate anche ieri, come soltanto dopo la vicenda Goodrich ci sia stata qualche minima informazione all’interno dell’azienda nei confronti peraltro di alcuni suoi dirigenti. In particolare ricordo come medici di Porto Marghera, il dottor Giudice di Montedison, il dottor Donaudi di Montefibre, solo dopo il caso Goodrich, siano stati informati di questa vicenda. Dati che sono stati confermati anche dal dottor Mattiussi, dall’ingegnere Cella, dai sindacalisti sentiti in quest’aula Tettamanti e Francini, dall’ispettore del lavoro Bombardiere e dall’ispettore medico centrale Guerrieri. E comunque anche da tutte le altre persone che vedremo, anche persone imputate; vedremo che le notizie non sono filtrate se non dopo questo scoppio pubblico del caso Goodrich. Prima di passare oltre, voglio fare un attimo vedere come in quel momento, nel ‘73 in pratica, il mercato del PVC fosse ancora piuttosto consistente, e molto importante per Montedison. E questo anche per contraddire quello che è venuto a raccontarci in quest’aula l’allora presidente Cefis, dicendo che per loro non era un mercato molto particolare, non era sicuramente il prodotto di maggiore interesse; e invece, da questa stampa, da questa comunicazione di Montedison alla clientela, che è stato poi pubblicato questo documento sia sulla stampa del 13 dicembre 1973 e sia poi su Sapere del marzo del 1974, viene fuori come proprio il PVC sia la sostanza che viene indicata come sostanza maggiormente prodotta, maggiormente consegnata ai clienti. Quindi si vede, da questo semplice documento, come fosse estremamente importante, in quel momento e in crescita ancora alla fine del ‘73, il mercato del PVC, checché ne dica Cefis. Per quanto riguarda ancora le notizie sulla cancerogenicità, così come sono trapelate, va proprio rapidamente, per sintesi, ricordato come queste notizie siano in quel periodo, marzo e poi aprile ‘74, filtrate e riprese da tutti i giornali nazionali più importanti, da Il Corriere della Sera, Paese Sera, l’Unità, Il Messaggero, nel corso dell’aprile ‘74 hanno pubblicato con grande risalto e non senza un certo allarme le prime informazioni che filtravano. Ci fu un intervento pubblico del Ministro del Lavoro, in una conferenza stampa, il 9 aprile 1974, nel corso della quale venne data l’informazione su quanto gli era stato comunicato a proposito dei risultati delle ricerche del professor Maltoni. Sulla base di queste notizie si è giunti poi, il 17 aprile 1974, a una riunione presso l’Istituto Superiore di Sanità. Da questo momento in poi si susseguono riunioni, incontri, convegni, a tutti i livelli, nazionali ed internazionali, proprio per esaminare la questione, così com’è emersa pubblicamente. Ricordo tra l’altro come ci sia il primo intervento di IARC nel giugno del ‘74, che definisce il CVM cancerogeno; tra l’altro discorso poi riportato e rinnovato da IARC sempre nel gennaio del ‘75, con particolare riferimento alle patologie fino a quel momento emerse degli angiosarcomi del fegato. Il 20 maggio 1974 c’è un primo intervento formale da parte del Ministro del Lavoro indirizzato in particolare alla società Montedison Milano, come risulta da un documento in atti, dal quale risulta che preso atto di queste notizie, di queste informazioni, e delle indagini in corso, che hanno portato a riscontro, in alcune fabbriche di CVM e PVC, negli USA, in Gran Bretagna, in Germania, e fatalità l’Italia non viene ancora indicata, visto che Montedison continua a nascondere i suoi dati, in quel momento l’Ispettorato medico centrale invita, ritiene formalmente di invitare la società a procedere con tempestività ad un’indagine epidemiologica sulla morbosità e mortalità relativa agli ultimi dieci anni dei gruppi dei lavoratori. Su questa richiesta dell’Ispettorato medico centrale ci fu un po’ un fare orecchie da mercante da parte della società, che infatti dovette essere sollecitata anche nel corso del 1975 per avere una risposta. Ed anche dopo, nel 1975, e successivamente di questa indagine interna da parte di Montedison, per quanto mi risulta, non c’è alcuna traccia. Venne effettuato, sempre in quel corso, del 1974, un convegno a Firenze, sulla salute dei lavoratori esposti alla sostanza, indetto dalla Fulc insieme al Centro di documentazione unitario dei rischi del lavoro, organizzato insieme alla Regione Toscana, per evidenziare gli effetti cancerogeni della sostanza, e non... per riaffermare l’esigenza di un massiccio intervento sull’ambiente di lavoro nelle fabbriche chimiche e sul loro risanamento, e immediate iniziative ai vari livelli per eliminare immediatamente gli effetti negativi del CVM, sia per i lavoratori addetti alla produzione sia per le popolazioni. E questo l’inizio degli interventi e delle richieste da parte delle organizzazioni sindacali, proprio come si vedrà per arrivare alla formulazione di piattaforme molto più specifiche in riferimento anche all’ambiente di Porto Marghera. E in particolare il documento è citato nella relazione del consulente del Pubblico Ministero, professor Carnevale, che è stata depositata ancora nel giugno del 1998; e la segnalo soltanto perché si comincia subito a parlare di ridurre il MAC per il CVM al minimo possibile. E vedremo poi che cosa significa questa circostanza. Un successivo convegno, relativo sempre a questa sostanza, viene organizzato dalla Fulc, con degli interventi che riguardano tutta una serie di giornate sempre a Firenze, e riguarda ancora il fatto che, così come viene segnalato dall’intervento di Craviotto, uno dei responsabili sindacali, viene detto che da anni, forse troppi, si discute ed ancora si studia sulla tossicità o meno del CVM e sulle conseguenze che tale nocività può avere sull’organismo umano. Occorre subito dire che da tutte le discussioni tecniche e scientifiche i lavoratori e il sindacato sono stati sempre praticamente esclusi. E ciò sta a dimostrare quali fossero le reali intenzioni di coloro, produttori, tecnici, ricercatori, che in qualche modo si occuparono del problema. E questo per dare atto di quello che in parte è già stato detto, ma che si continuerà a dire, del fatto che tutta questa vicenda sia stata considerata dagli organi di Montedison come quasi un’interna corporis, qualcosa che doveva rimanere molto riservato, all’interno della società, una cosa loro. Di fronte a queste tensioni, preoccupazioni, quali furono allora gli interventi, le decisioni di Montedison? Va detto che ci fu, innanzitutto nell’immediatezza, una nota del febbraio 1974 della Montedison, con cui veniva informato il capo dell’Ispettorato medico centrale del Ministro del Lavoro, degli studi che da quattro anni erano stati avviati presso l’istituto di oncologia di Bologna. Questo rapporto affermava, così letteralmente ricorda anche il professor Carnevale, che i risultati sperimentali già acquisiti consentono di ritenere che nelle attuali condizioni standard di lavoro le concentrazioni di cloruro di vinile e i tempi di esposizione dei lavoratori non sono tali da determinare rischi di tecnopatie. Questa è l’affermazione rassicurante di Montedison ancora nel febbraio del ‘74, prima di cominciare poi tutti, almeno apparentemente, quella serie di lavori che sono stati iniziati. E, tra l’altro, il contrasto anche con quanto veniva accertato all’interno dello stabilimento di Porto Marghera, dal dottor Giudice, e in particolare dai medici, perché fin dal 1971, ma anche successivamente, ci sono note dei medici di stabilimento che segnalano proprio questi rischi di tecnopatie. E ricordo proprio un documento del novembre del ‘71 di Giudice, che proprio sulle condizioni di lavoro parlava in maniera esplicita, come ha confermato anche durante l’udienza dibattimentale in cui è stato sentito, di rischio tecnopatico assai subdolo e solo recentemente sottolineato, che dovrà essere attentamente valutato. Ora, queste considerazioni invece, all’esterno di Montedison, sono di tutt’altro tenore, e in contrasto con tutti i dati anche successivi. Nel rapporto, nella comunicazione poi che fa Montedison, si diceva anche che Montedison aveva in corso un’indagine epidemiologica e che il problema era stato esaminato insieme agli altri produttori italiani di PVC. E di questa indagine epidemiologica, di cui parla Montedison, noi abbiamo perso tracce. Il 20 maggio del 1974 il Ministero del Lavoro aveva segnalato, aveva chiesto formalmente a Montedison questa indagine epidemiologica, senza ottenere alcun risultato. Sempre nel settembre del 1974 la Fulc chiese in particolare, e decise in particolare, di dare inizio autonomamente ad un’indagine complessiva su tutti gli aspetti attinenti alla lavorazione del CVM, l’organizzazione del lavoro, la manutenzione, le strutture, gli impianti, lo stato di salute degli operatori. Vennero organizzate in pratica due commissioni, una medica e l’altra impiantistica. La commissione impiantistica si proponeva di studiare interventi di bonifica tali da ridurre valori non apprezzabili del tenore del CVM, oppure di decidere che cosa fare di certi impianti; mentre la commissione medica aveva il compito di verificare lo stato di salute dei lavoratori. Questa proposizione, questa intenzione della Fulc del settembre del 1974, come sappiamo, confluì poi nella relazione finale datata 12 marzo 1977; e l’indagine Fulc in pratica è partita dalla fine del ‘74 e si è conclusa nella primavera del 1977. Ora vediamo un attimo qual è in quel periodo, in questo arco temporale, ‘74, ‘76, ‘77, la situazione all’interno dello stabilimento di Porto Marghera, all’interno di Montedison; la situazione relativamente ai limiti e alla conoscenza della pericolosità delle sostanze. Devo dire che noi abbiamo rinvenuto soltanto alcune schede, prescrizioni di sicurezza di queste sostanze, che presenterò pur rapidamente, perché almeno in parte sono note, per dare atto di come con il passare del tempo Montedison si sia adeguata e in che maniera si sia adeguata al progredire della scienza e delle conoscenze. La prima scheda che ricordo è una scheda che risale addirittura all’ottobre del 1959, dove non c’era praticamente alcuna indicazione specifica sulle caratteristiche di tossicità, infatti così veniva detto nella scheda, e sugli effetti sistemici si diceva soltanto che il cloruro di vinile si ritiene non possa dare luogo a fenomeni di intossicazione cronica. Può dar luogo a intossicamento acuto. Questa era la prima scheda del 1959. Anche se veniva indicato, in quella scheda, come la letteratura più recente indicasse il valore di 500 PPM quale massima concentrazione tollerabile per il cloruro di vinile per otto ore lavorative. E questo dato è un dato che era ampiamente disatteso, ma ampiamente disatteso fino agli anni 70, come vedremo tra poco. Il referente di queste indicazioni sono degli studi che sono riportati in fondo a questa scheda e sono tutti studi che fanno ancora riferimento alla pericolosità, come esplosività, del CVM. Una scheda più vicina ai nostri tempi, ai tempi che ci interessano, che è stata rinvenuta, è quella datata 11 maggio 1965. E ancora, nel 1965, viene ripetuto il discorso che il CVM non presenta particolari caratteristiche di tossicità; viene indicata la massima concentrazione tollerabile per otto ore ancora in 500 PPM, e però ci si dimentica in questa scheda un dato importante che era già stato introdotto ormai a livello internazionale, che era quello del limite silling, che sappiamo tutti che cos’è e quindi non mi dilungo ad illustrarlo. Il limite silling, come vedremo, che era stato introdotto negli Stati Uniti con valutazioni, con determinazioni di ACGH; e qui Montedison, dal ‘65 in poi, continua a non considerare assolutamente questo limite come limite silling, perché abbiamo lo stesso un’altra scheda del 1967 e si parla ancora di questo limite di 500 PPM, ma non si parla assolutamente del limite silling. Dal 1967, come scheda, si passa direttamente a praticamente nove o dieci anni dopo; non sono state rinvenute dalla Polizia giudiziaria, nessun consulente ce le ha prodotte, neanche da parte dell’azienda, schede intermedie. Quindi c’è questo buco di schede di sicurezza per Montedison, e quindi per quanto mi risulta e per quanto ne sappiamo la scheda dal ‘67 al ‘76 è quella che ho presentato, cioè il limite di 500 PPM. Questa è la scheda di sicurezza Montedison. E nel ‘76 vediamo come comincino a comparire i primi dati, ormai confermati dai ministeri italiani, confermati da IARC, confermati da tutti a livello internazionale, e si cominci per la prima volta a parlare di caratteristiche di tossicità, di concentrazione limite per esposizione che in corso di determinazione, come in effetti risulterà anche dai contratti di lavoro che tra poco vedremo, e si parli di danni al fegato, innanzitutto per quanto riguarda l’esposizione di animali sottoposti ad indagini; e viene riconosciuto come un cancerogeno per il fegato, il CVM, ed inoltre che operai addetti alla lavorazione del composto hanno lamentato disfunzioni circolatorie ossee all’estremità delle dita. Questo è il primo dato che compare per quanto riguarda Montedison nel 1976. Poi vedremo la scheda che verrà aggiornata successivamente, sempre questa del 1976. Voglio soltanto fermarmi un attimo per quanto riguarda questo vuoto temporale di circa dieci anni tra la scheda degli anni 60 e questa del ‘66. C’è un documento del 1972 della MCA, dell’Associazione delle industrie chimiche statunitensi, che abbiamo acquisito durante la rogatoria internazionale, nella quale già risulta nel ‘72 quali sono i rischi del CVM; e già nelle schede che MCA dava alle sue aziende da Washington, nel 1972, comparissero di già il fatto che alti livelli di esposizione potevano produrre irritazioni di CMCA intanto al polmone e poi anche delle ingiurie al fegato. Quindi già dal ‘72 c’è una scheda delle industrie internazionali statunitensi che parla in questo senso. E al contrario, invece, abbiamo una scheda ancora di Montefibre, che adesso farò un attimo vedere, Montefibre dove la sostanza veniva trattata presso il reparto VT2, e la sostanza, il CVM, veniva denominato, dall’azienda, vinil-D, è stata trovata solo questa scheda di sicurezza e nessun’altra scheda di sicurezza. E il testo si indica esattamente, riporta integralmente questo testo, le prescrizioni di sicurezza per il cloruro di vinile sono quelle che sono indicate: otto ore di esposizione, 500 PPM in volume d’aria. Questa è l’unica scheda che è stata trovata, che parte praticamente dagli anni 60, perché è una scheda emessa in data 27 marzo 1968, ed è la scheda che è rimasta in vigore fino a quando il reparto è rimasto chiuso, e quindi fine anni 70 ormai. Non ci sono altre schede per quanto riguarda Montefibre. Continuando nell’esame di queste schede di sicurezza, parlavo di quella del 27 settembre 1976. Adesso viene proiettata praticamente la stessa scheda di Montedipe, con le revisioni e gli aggiornamenti del 1980 e del 1983. E vediamo come nel 1980 e nel 1983 ci siano delle indicazioni un attimo più specifiche, per quanto riguarda l’esposizione cronica dei lavoratori, dove viene detto che l’esposizione prolungata al prodotto può provocare danni al sistema circolatorio e neurovascolare, specie delle estremità, mani e piedi, al fegato, ai polmoni, alla cute. Quindi finalmente viene ripresa quell’indicazione anche dell’organizzazione statunitense MCA; e la sostanza viene considerata cancerogena per l’uomo e viene indicato l’organo prevalentemente colpito: il fegato. Quindi ancora una volta bisogna dire che l’azienda riconosce tutta una serie di patologie; le inserisce addirittura, sia pure in ritardo, e cioè nel 1980, non nel 1976, comunque la inserisce, sia pure in ritardo nel 1980, e la riconferma nel 1983 nelle proprie schede di sicurezza, e parla l’azienda di problemi che vengono causati, danni che vengono causati, oltre al sistema circolatorio e neurovascolare, fegato, polmoni, cute, quindi se lo dice l’azienda; e questo, ancora una volta, alla faccia di tutti i suoi consulenti. Ed è un dato che viene riportato ancora una volta da Enichem, in un’altra scheda di sicurezza, e quindi una scheda di Enichem quando subentra nella proprietà poi degli impianti anche di Porto Marghera, e la scheda di sicurezza di Enichem è datata innanzitutto 21 dicembre 1981 e riconfermata con aggiornamento del 25 maggio 1990. E notate che la data di compilazione è un modulo diverso, ed è una scheda di sicurezza che è stata trovata all’interno del fascicolo di Zaninello Silvio, quindi allegato alla denuncia che fa poi Zaninello Silvio all’INAIL, per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, si trova questa scheda all’interno del faldone 87, scheda compilata da Enichem. E questa scheda compilata da Enichem dà delle indicazioni sulla tossicità della sostanza ed Enichem stessa, quando subentra nella proprietà di questi impianti, e prepara, e porta a Porto Marghera queste schede di sicurezza, parla proprio di danni; ripete la dizione letterale: danni al sistema circolatorio e neurovascolare, specie delle estremità mani e piedi, al fegato, ai polmoni, alla cute. Ancora una volta questo, nonostante quello che dicono tutti i consulenti di Enichem, ha detto che l’azienda, in un momento "non sospetto" dice quali sono le patologie. Poi riporta i dati di IARC, riporta l’evidenza sufficiente addirittura per la mutagenesi e per la teratogenesi, e indica quelli che sono i limiti poi di sicurezza. Per quanto riguarda, dopo avere parlato delle schede di sicurezza e dei suoi limiti, credo sia opportuno fare un attimo una pausa e parlare un attimo di quello che è stato il comportamento, quelle che sono state le trattative, tra le organizzazioni dei lavoratori e l’azienda, proprio in riferimento al rispetto dei limiti di esposizione, TLV e MAC, e i concetti li conosciamo tutti quanti, quindi non li illustro. Proprio per rappresentare - e lo dico soltanto con una parola - come il contratto di lavoro fosse una fonte normativa vincolante per le parti, quindi al di là anche delle previsioni di legge, al di là di qualsiasi intervento nazionale ed internazionale, c’è innanzitutto questo contratto di lavoro che andava comunque rispettato. Ne ha parlato, e per i particolari faccio quindi rinvio alle consulenze del Pubblico Ministero, alle relazioni anche dei consulenti di Medicina Democratica, queste relazioni sono state depositate ancora nel settembre del 1999 al Tribunale. E quindi le ricordo peraltro in sintesi, ricordo come nel 1962 la Sicedison considerava 500 PPM come massima concentrazione tollerabile di CVM, anche se già quella volta le concentrazioni erano più elevate. E abbiamo visto la scheda in particolare del ‘59. Fin dal 1965 la stessa azienda produttrice riteneva che l’esposizione media per gli autoclavisti e quadristi fosse maggiore di 500 PPM. Dal ‘65 al ‘73, sempre secondo l’azienda e sempre secondo i dati che sono stati forniti e riportati dalla dottoressa Pirastu ed altri nel lavoro "La mortalità dei produttori di cloruro di vinile in Italia", pubblicato nel ‘91 su Medicina del Lavoro, sempre quindi secondo questi dati forniti dall’azienda, in questi stessi reparti, l’esposizione variava almeno da 200 a 500 PPM. E già nel ‘66 va ricordato, come ho già detto nelle prime udienze, al meeting, all’incontro di Cincinnati, tra i produttori del PVC, venivano dati per scontati i problemi di salute tra i lavoratori; e veniva detto che era fuori dubbio che lesioni dermatologiche, assorbimento del tessuto osseo, delle giunture terminali delle mani, alterazione della circolazione, ed altre patologie indicate, possono verificarsi tra i lavoratori addetti alla polimerizzazione del PVC. E venivano segnalati, i documenti poi sono allegati alla relazione degli ingegneri Nano e Rabitti, non li tiro fuori in questo momento, molti casi, tra cui colpiti da queste patologie un dirigente di laboratorio e due strumentisti presso la Goodrich. Quindi sicuramente al di là dei casi degli autoclavisti e degli operai maggiormente esposti. Il primo contratto nazionale di lavoro importante a questo proposito è quello del 1969, ed è quello che riguarda gli addetti all’industria chimica e chimica farmaceutica, della Filcea, datato 12 dicembre 1969, che all’articolo 23 dice: "Non sono ammesse le lavorazioni nelle quali la concentrazione di vapori, polvere, sostanze tossiche, nocive, pericolose, superi i limiti massimi MAC stabiliti dalle tabelle dell’ACGH, che conosciamo tutti, secondo i criteri di applicazione delle tabelle stesse. Tali tabelle sono allegate al presente contratto e verranno aggiornate". Ora il contratto di lavoro riporta in appendice il valore di concentrazione massimo tollerabile, il MAC, per il 1969 e le variazioni proposte. Per il CVM è raccomandato un MAC di 500 PPM. La sostanza, il CVM, contrassegnato con la lettera C. E la lettera C vuol dire questo, e questo viene indicato proprio in questo documento, a pagina 103, che vi sono alcune sostanze per le quali il criterio di porre, di consentire il superamento anche di questo MAC, non è appropriato. Dice: "Appartengono a questa categoria quelle sostanze che agiscono rapidamente, il cui limite di concentrazione pertanto deve essere fissato tenendo conto di questa loro particolare proprietà. Gli effetti nocivi di tali sostanze possono essere meglio prevenuti approntando i valori posti indicati come C - con questa lettera C - come limite che non dovrebbe mai essere superato. Il valore limite assoluto C rappresenta una soglia ben definita che non deve essere superata". E mentre, ad esempio nel reparto CV6, dai documenti allegati 78 alla relazione di Nano-Rabitti, vediamo che anche nel periodo ‘70-’74 andavamo ben oltre anche il tasso di inquinamento, che era dai 200 addirittura ai 1.000-2.000 PPM. In sala autoclavi al CV14 si arrivava, durante il degasaggio, lo stesso a migliaia di PPM. Sono bollettini lo stesso allegato 79 dell’indagine di Nano e Rabitti. E durante il lavaggio delle autoclavi ovviamente le condizioni erano ancora peggiori. Il fatto di questa indicazione per il CVM con la lettera C, come limite silling è stato contestato dall’ingegnere Pasquon di Montedison durante il suo intervento, dicendo che di per sé - diceva - non era indicato questo limite della lettera C nelle tabelle che erano allegate. E invece, se va a vedere bene quelle che sono queste indicazioni, troverà proprio questa specifica indicazione. Perché, così diceva l’ingegner Pasquon, il successivo contratto, per contestare questo dato del limite silling non superabile. I consulenti del Pubblico Ministero avevano detto, durante l’audizione, avevano scritto in relazione: "Il successivo contratto collettivo di lavoro, per l’industria chimica, quella del 31 ottobre 1972, ribadisce quanto disposto dal contratto precedente del ‘69. Non sono ammesse le lavorazioni nelle quali la concentrazione di vapori, polveri, sostanze tossico-nocive e pericolosi superino i limiti massimi MAC stabiliti dalle tabelle dell’ACGH, secondo i criteri di applicazione delle tabelle. Tali tabelle sono allegate al presente contratto". Il contratto riportava in appendice i valori limiti di soglia degli inquinamenti atmosferici adottati dalla ACGH per il ‘71; e per il CVM era appunto indicato il valore limite di soglia, riportato solo nella tabella delle variazioni proposte. E nel ‘71 sappiamo che era stato abbassato negli Stati Uniti a 200 PPM. C’è l’indicazione ancora della lettera C. Nella tabella in cui normalmente sono riportati i limiti per il vinilcloruro si legge, ci sono due asterischi, indicato lettera C, dove i due asterischi significano: vedi avviso di proposta di modifiche. Ed è quindi stabilito un limite, che dall’autunno del ‘72 secondo il contratto, dal ‘71 secondo la ACGH, non si doveva comunque mai superare e veniva ripetuto il limite che era già stato inserito con il discorso del ‘69. Tale limite, secondo quanto stabilito dal citato allegato C dovrebbe rimanere di 200 PPM, proprio per questa indicazione. E in effetti è vero soltanto formalmente che nella tabella delle variazioni non compare questo limite C, come diceva il professor Pasquon, però questo limite C compare proprio nella tabella in cui normalmente sono riportati i limiti, a pagina 179, in cui non appare il valore di concentrazione ma continua ad apparire proprio questa lettera C; e quindi questo deve essere il limite che deve essere considerato. Proiettiamo anche una tabella, per far vedere dal ‘69 al ‘71 quali fossero i limiti per il contratto dei lavoratori chimici, i valori limite, le variazioni proposte, etc.. E quindi valore come limite silling, questo 200 PPM dal ‘71. A fianco del contratto della parte che riguarda il 1971 c’è una nota in cui dico c’è questo fattore di escursione 1,25, che non riguarda il CVM, perché questa è una situazione che riguarda le altre sostanze che non sono indicate in questa maniera. Ma comunque, quand’anche si volesse ritenere vero, ma non è vero, quanto detto dall’ingegnere Pasquon in udienza, va comunque fatto un semplicissimo calcolo. Ed allora va detto che l’appendice C, che fissa i fattori di escursione ammessi per sostanze non contrassegnate dalla lettera C, dava la possibilità di questo 1,25 di fattore di escursione. E trattando di un limite come TLV che nel ‘71 ormai è di 200 PPM, significa che il fattore di escursione arriverebbe, al massimo, a 250 PPM. E invece, da tutta una serie di documenti allegati alla consulenza degli ingegneri Nano e Rabitti, sia del 1999 ma anche di quella del 12 gennaio 2000, abbiamo continuamente, anche fino a metà degli anni 70, ampiamente il superamento di questi 250 PPM, tra l’altro, sulla base appunto proprio di documentazioni dell’azienda. Ero passato a parlare del 1972 che ribadisce quindi i concetti che sono indicati in quella tabella in questo limite silling. E a proposito del 1972, per un attimo voglio trasmettere un bollettino d’analisi, come proprio in barba si potrebbe dire a qualsiasi limite, anche contrattuale, stabilito da Montedison, continuassero nei bollettini d’analisi, nelle documentazioni interne all’azienda come linee guida, a rimanere i limiti di 500 PPM. E qui vediamo ad esempio un bollettino del 10 settembre 1973 che abbiamo già esaminato in aula con i tecnici di Montedison, dove continua a essere riportato il valore limite di 500 PPM; mentre sappiamo benissimo il discorso del limite silling fin dal ‘69 e l’abbassamento dal ‘71 al ‘72 di questo limite, sulla base dei riferimenti ad ACGH. E questo discorso dei superamenti riguarda un po’ tutti i reparti, addirittura presso il nuovo impianto CV24, come risulta dall’allegato 85 della relazione Nano-Rabitti, risulta che questi limiti non erano spesso rispettati; tanto meno nel periodo ancora ‘73-’74, abbiamo degli allegati in cui si parla ancora di superamenti per alcune migliaia di PPM. Aggiungiamo ancora un altro dato: dal 5 aprile 1974, come si vede anche dalla tabella, interviene questo limite provvisorio, viene così definito, imposto dal Ministro del Lavoro di 50 PPM. Anche questo diventa un limite MAC. E vediamo però che anche dal 1974, secondo tutti gli allegati che risultano dalla relazione Nano-Rabitti del ‘99 che ho citato, allegato 88, 89, 90, 91, etc., fino al 93, per tutti questi reparti, dal CV24 che ho detto, CV14-16, CV16/1 e CV14, siano ripetuti i superamenti comunque di questi limiti. Tra la fine del ‘74 e l’inizio del ‘75 succede qualcosa di imprevisto e imprevedibile all’esterno, quanto meno per i lavoratori, perché mentre fino al febbraio del ‘75 ad esempio la media dei turni come PPM, in sala compressori, è di 22,23 PPM, in sala autoclavi 17 PPM, con una media tra i due reparti di 19, 20 PPM, nel marzo ‘75, com’è stato ripetutamente detto in quest’aula, si normalizza praticamente tutto. C’è un abbattimento dei limiti e il discorso che abbiamo fatto, sul quale non mi dilungo eccessivamente, è perché entrano in funzione i gascromatografi, che vengono a regolarizzare questa situazione. Ritornerò sul fatto, ma per il momento voglio finire il capitolo relativo ai contratti di lavoro. Il contratto di lavoro successivo a quello del 1972 è il contratto del 1976, 1° aprile 1976, che riporta i valori limiti di soglia degli inquinamenti atmosferici adottati dalla ACGH per il 1975. Rispetto alla classificazione precedente c’è una variazione che viene riportata in appendice. Il comitato elenca - viene detto - quelle sostanze di uso industriale che si sono dimostrate carcinogene per l’uomo, o che hanno provocato tumori in animali in adeguate condizioni sperimentali. Per la classificazione di queste sostanze carcinogene per l’uomo vengono prese in considerazione tre forme, tre limiti, tre dati. E per quanto riguarda il CVM è una sostanza che in quel momento viene indicata con la lettera 1C ed è una categoria che comprende quelle sostanze per le quali si è in attesa di dati più definitivi e ulteriori per una nuova assegnazione del TLV, però in attesa il CVM espressamente viene indicato come queste sostanze, ed è l’unica sostanza di questa categoria, come sostanza che deve essere sottoposta ai limiti della categoria 1B. E nella categoria 1B viene scritto espressamente in questa documentazione ACGH che non ci deve essere né esposizione, né contatto e viene indicato in maniera chiara, viene specificato che questo significa circoscrivere le operazioni o i processi lavorativi, garantendosi quei migliori metodi tecnologici consentiti; i lavoratori devono essere adeguatamente equipaggiati, così da non permettere alcun contatto virtuale con la sostanza carcinogena. Questo è il documento ACGH e questo quindi è il contratto di lavoro. In questa situazione quindi nel ‘76 fino al successivo contratto del ‘79 vale questa norma contrattuale di lavoro. Questo significa tra l’altro che i lavoratori dovevano essere dotati di adeguati mezzi di protezione personale, invece a Porto Marghera tutti i lavoratori non erano dotati né di maschere, né di campionatori personali, e la loro condizione era ulteriormente aggravata dai limiti intrinseci del sistema di rilevamento adottato, come abbiamo già accennato e come meglio vedremo. Poi da questo ‘76 al 1979 c’è un po’ un cambiamento di clima anche esterno alla fabbrica, oltre che interno alla fabbrica e c’è un po’ di bagarre anche a livello istituzionale, creato ovviamente dalle aziende molto preoccupate di questi limiti che se fossero stati confermati avrebbero comportato per l’azienda esborsi e spese a non finire, e di limite sicuramente molto, molto elevato. Allora, come vedremo, com’è stato indicato, e come indicherò, ci sono interventi a livello normativo, a livello sia nazionale che internazionale, per cambiare quella che era l’indicazione normativa fino a quel momento, di arrivare praticamente a limiti zero. E bisogna dire purtroppo amaramente che in questo arco temporale hanno vinto le aziende, perché hanno imposto i loro limiti al legislatore; non è l’azienda che si è adeguata ai limiti normativi ma è il legislatore nazionale e internazionale che si è adeguato ai limiti che le aziende indicavano e che hanno detto che erano in grado di ricoprire. Un compromesso sì, com’è stato detto dalle difese degli imputati, ma è un compromesso che va esclusivamente a favore delle aziende. Infatti nel successivo contratto di lavoro collettivo del luglio del 1979 vengono riportati comunque i limiti proposti per la ACGH per il 1978; e sappiamo tutti che ormai tra il 1978 e il 1982 interviene una normativa a livello comunitario e una normativa europea. Però ancora una volta mi voglio fermare su questo contratto di lavoro del luglio 1979, proprio perché riportando i limiti di ACGH viene detto che per il CVM c’è una proposta di portare il limite a 5 parti per milione; la sostanza viene classificata in categoria A come sostanza carcinogena per l’uomo, sostanze legate a processi industriali, con TLV definito. E questo limite di 5 PPM è accettato come valore limite di soglia nel successivo contratto del 1983 che riporta i valori limiti del ACGH del 1982. E ricordo solamente quello che peraltro sappiamo ormai tutti come questo valore sia definito letteralmente in questa maniera: "La concentrazione media ponderale in una normale giornata lavorativa di otto ore o in una settimana di quaranta ore, a cui praticamente tutti i lavoratori possono essere ripetutamente esposti, giorno dopo giorno, senza effetti negativi". E abbiamo già evidenziato, considerando i limiti di esposizione, che la media annuale dei 3 PPM che era stata fissata come limite da un DPR successivo consente, adesso torno all’epoca un attimo più recente, a quelle che sono le normative del DPR 962 dell’88, dov’è stata fissata poi una media annuale di 3 PPM. Questa fissazione di media annuale, che va ancora una volta a favore delle aziende, che ovviamente continuavano a insistere su questo problema di normative, consentiva abbondanti superamenti del limite ACGH imposto dal contratto. Infatti se la media dell’ultimo anno mobile è pari a 1 PPM, in una zona può permanere un valore di 30 PPM per tre settimane e mezzo, prima che venga registrato un superamento del limite. Ed analogamente il valore di 7,9 PPM al di sopra del quale scatta il segnale di eccezione del gascromatografo potrebbe essere mantenuto per quindici settimane. Quindi, evidentemente, in questi casi citati, pur un rispetto del DPR italiano dell’82, che è entrato in vigore a porre questi limiti, pure un rispetto di questo DPR non comporterebbe un rispetto dei limiti ACGH, dei limiti contrattuali, che fanno parte appunto di questo contratto di lavoro. Quindi questo sistema di rilevazione che è stato utilizzato non è in grado nemmeno di rispettare gli accordi contrattuali, con tutto quello che peraltro verrà detto anche successivamente da altri interventi di parte civile in ordine al fatto del rilievo da un punto di vista giuridico, anche penale, del limitarsi soltanto del rispetto di indicazioni di limiti normativi. E quali furono, ad un certo punto, al di là di queste indicazioni contrattuali di lavoro, sempre in questo arco temporale ‘74, ‘75, ‘76, le richieste dei lavoratori, visto che c’era questa notevole difficoltà di movimento? Ed allora abbiamo trovato un primo documento che è stato prodotto nel maggio 2000, ed è un documento che fa riferimento al gennaio-febbraio 1975, in cui ci sono oltre 250 lavoratori dei reparti CV6, CV10-11, CV14-16, CV5-15, CV24, del laboratorio, che chiedono notizie all’azienda, visto che hanno ricevuto dalla stampa, dagli organi di informazione, informazioni sulla pericolosità della sostanza. E in particolare alla notizia della chiusura dei cicli di produzione in alcuni stabilimenti degli Stati Uniti d’America e in Germania occidentale, che erano in difficoltà nel rispetto dei limiti, o comunque nell’abbassamento dei limiti. Allora in questo documento del gennaio, di inizio ‘75, viene ribadito, parlano di un colpevole silenzio da parte delle aziende, e viene chiesto, oltre alle iniziative già intraprese dalla Fulc, che vedremo tra un attimo, innanzitutto di indire un’assemblea con il professor Maltoni, per essere informati, e questo viene chiesto proprio al Consiglio di fabbrica, di quanti, da parte di questi 250 lavoratori, della situazione; e viene chiesto un allontanamento immediato dai reparti di tutto il personale con anzianità oltre i quindici anni. Ci sono delle altre indicazioni poi specifiche. E per certi versi è raccapricciante scorrere questo elenco di 200 operai firmatari, perché oltre ovviamente la firma già allora di Gabriele Bortolozzo vediamo tutta una serie di parti offese che fanno parte di questo processo, anche costituite parte civile, e come fin da quel ‘75, ne cito soltanto due per la valenza che hanno come patologie, nel 1975 prima che lo chiedesse la Fulc, prima che lo indicasse il medico d’azienda, Faggian Tullio chiedeva lo spostamento, visto che aveva iniziato a lavorare parecchio tempo prima. Faggian Tullio, poi morto nel 1999 di angiosarcoma, praticamente è mai stato spostato dal reparto. E lo stesso discorso fa riferimento Bonigolo Gastone, morto di epatocarcinoma, che chiedeva questo spostamento, visto che lavorava dalla fine degli anni 50 in quel reparto, e invece non è mai stato spostato. Ora, oltre a questo documento, abbiamo ancora degli altri documenti di origine sindacale del Consiglio di fabbrica, del 1975, uno è datato 22 aprile 1975, che danno atto di questa preoccupazione, però di queste anche reazioni caute da parte degli operai del sindacato, che non riescono ancora a capire che cosa sta succedendo. E questo documento del 21 aprile 1975 fa riferimento ad un incontro che c’è stato con i responsabili di quella che sarà poi l’indagine Fulc, che è in fase di avviamento, quindi c’è il professor Zanelli, il dottor Saia; per la Montedison ci sono sia il dottor Giudice e l’ingegner Gaiba; il coordinatore a Milano delle iniziative di Montedison, sugli impianti del PVC, l’ingegner Oddi che abbiamo già ricordato e che è deceduto. E fanno riferimento a quella che è la situazione attuale. In particolare si vede come durante questa visita venisse chiesto dagli operai, da questo Consiglio di fabbrica, a firma Tettamanti, nell’aprile del ‘75, venissero chieste notizie e dall’azienda, dai presenti responsabili dell’azienda venissero fornite già delle rassicurazioni. Perché viene detto, in questa nota: "Durante la visita abbiamo avuto modo di avere dei ragguagli sull’intenzione per i reparti di polimerizzazione e trasformazione", e quindi scrive questo documento: "Sono importanti i progetti per nuovi impianti CV6, CV14-16, CV5-15. I tempi di realizzo sarebbero di due o tre anni; vediamo che sono proprio i tempi e le indicazioni promesse dall’azienda nella fase iniziale". Il costo si aggirerebbe sui 100 miliardi; viene precisato però: "Esistono incertezze a Milano per il finanziamento". E questa sarà la caratteristica dominante. Continua il documento: "Qualora si realizzeranno questi impianti, il CV6 verrebbe smantellato, mentre il CV14-16 resterebbe parzialmente per soddisfare l’esigenza di produzione di alcuni sincron delle paste. Anche il CV5-15 verrebbe abbandonato". E’ un documento dell’aprile ‘75 questo. "Il nuovo CV14-16 sarebbe costituito da alcune autoclavi giganti, 100 metri cubi, mai create e mai costituite in nessun momento, fino al 1996". Poi vedremo nel ‘96 cos’è successo, se ne sono dimenticati sia l’ingegner Pasquon che l’ingegner Foraboschi di parlarne. Continua il documento: "I nuovi impianti porterebbero ad una drastica riduzione del personale, paragonando il vecchio CV14-16". Però viene ribadito: "Ravvisiamo la necessità di spingere per la costruzione di questi nuovi impianti". Un documento analogo è quello che viene pubblicato ancora su Scienza e Lavoro del 1975, che dà proprio atto delle difficoltà e delle impossibilità, per alcuni di questi impianti che ho citato, di procedere ad un risanamento anche complessivo, mentre si chiede proprio un rifacimento totale di alcuni impianti, tra cui il discorso del CV5-15, discorso CV6; e rinvio semplicemente a questo documento, che ovviamente, come gli altri documenti che ho citato, consegnerò in fotocopia per semplicità; sono comunque tutti documenti agli atti. Allora, di fronte a queste reazioni, dicevo prima perplesse sì, preoccupate, dei lavoratori, però anche caute ed attendiste, vediamo che ci sono tutte queste promesse: viene promesso, facciamo questo, facciamo quello, stanzieremo questo, stanzieremo quello. Poiché ci sono però questi rinvii, vediamo che cominciano anche da un altro punto di vista più formale se vogliamo, a livello di piattaforme sindacali, a essere messe giù per iscritto in maniera più concreta le richieste dei lavoratori. E la prima piattaforma sindacale che abbiamo ricordato più volte in aula, e che quindi cito solo rapidamente, è quella della Fulc del settembre 1975, in cui viene ribadita la necessità di una contrattazione immediata con la Montedison e viene specificato che il risanamento degli impianti, per cui sia possibile portare la concentrazione di CVM a zero PPM, e dove siano risolvibili anche gli altri problemi ambientali, questo va affrontato. Parla invece, negli altri casi, di rifacimento integrale per gli impianti che non danno queste garanzie e si parla in maniera esplicita di fissare il MAC a zero per i cancerogeni. Sono valutazioni richieste, che vengono ripetute nel documento dell’anno successivo, del febbraio 1976; è sempre un documento Fulc. E si noti come la Fulc faccia sempre riferimento, così come i proprietari, così come i padroni della fabbrica, il consiglio di amministrazione, etc., parlino sempre congiuntamente di Montedison e di Montefibre. Ed anche in questo caso parlano di reparti CV e di reparti VT di Montefibre che trattano il CVM. E anche in questo caso, ancora nel febbraio ‘76, e vedremo come nel febbraio ‘76 l’azienda avesse già ormai deciso di non investire più niente, di non creare più nuovi impianti e di limitarsi così a gestire quello che poteva essere gestito, e questo risulterà documentalmente da carte aziendali. E invece nel febbraio ‘76 ancora credono in questa possibilità di miglioramento gli operai, tanto che la Fulc scrive sul ritardo nell’intraprendere il risanamento, la riconversione, la ricostruzione degli impianti, da parte di Montedison. Continua a parlare di un MAC zero, come necessità per gli impianti per la situazione pericolosa, con particolare riguardo a tutti i reparti di CV e VT2 di Montefibre. E ravvisa, e ovviamente condanna, questo atteggiamento temporeggiatore da parte di un’azienda come la Montedison. Sempre in un’altra parte di questo documento c’è ulteriormente, incolpevoli già delle decisioni avvenute, c’è ancora la richiesta di nuovi impianti sostitutivi dei vecchi CV6, CV14-16, CV5-15 del Petrolchimico. E si ribadisce il discorso della filosofia impiantistica vecchia di venti anni, con alta densità di apparecchiature in impianti al chiuso o a piani sovrapposti. Viene quindi chiesto questo rifacimento ex novo di questi reparti e viene richiesto comunque per gli altri il discorso del MAC zero, proprio preliminare questi rischi. E tutta una parte di questo documento riguarda l’obsolescenza, anche dal punto di vista produttivistico, di questi reparti. E vedremo meglio questa parte tra poco. Questo insieme di considerazioni e di valutazioni viene ripetuta anche nel documento dell’anno successivo del febbraio 1977, ed è la piattaforma poi nazionale, questa svolta di tutto il gruppo Montedison, in cui viene richiesta per la parte ambientale, ancora una volta, in riferimento tra l’altro proprio a Porto Marghera, la garanzia del MAC zero per il CVM. Sempre richieste che vengono ribadite, oltre a questa del febbraio ‘77 nel documento dell’aprile ‘77 del Consiglio di fabbrica piattaforma del Petrolchimico di Porto Marghera, in cui viene ribadita la richiesta di fermata in particolare per il reparto che risulta più nocivo, il CV6, e per gli altri impianti, dove certe sono le condizioni per il miglioramento, di procedere a una immediata fermata parziale o totale, proprio nella speranza di un rinnovamento di una situazione di sanità degli impianti. Nel frattempo ricordavamo prima, siamo arrivati alle piattaforme dell’aprile ‘77, veniva condotta l’indagine Fulc. E proprio a luglio, il 7 o 8 luglio 1977, si tiene a Roma il convegno organizzato dalla Fulc sull’esito dell’indagine svolta tra fine ‘74 e primavera ‘77. Io non mi dilungo ovviamente sul contenuto di questo documento Fulc, che verrà sicuramente illustrato da qualche difensore di parte civile, in tutti i particolari, ed ancora meno sulla parte medica e sulla relazione tenuta in quel caso dal professor Foà. Mi limito a ricordare soltanto quella che è la conclusione per la parte medica e per la parte impiantistica; per la parte medica dicevano: "I risultati della nostra indagine confermano quanto peraltro è già bagaglio di conoscenza sia della medicina del lavoro come disciplina che dell’esperienza operaia. Date cioè le attuali condizioni di lavoro e di sviluppo industriale nel nostro paese, la frequenza di eventi patologici negli operai aumenta in rapporto alla loro esposizione professionale, in particolare alla sua durata. Infatti nel nostro caso la frequenza delle alterazioni dei principali parametri considerati cresce con l’anzianità lavorativa e con l’intensità di esposizione a CVM. E ciò non è casuale, ma è legato strettamente alle condizioni di lavoro, alla concentrazione del tossico nell’aria, alla durata del contatto con esso. E’ il frutto di una pratica lavorativa condotta a contatto con impianti vecchi, spesso obsoleti, sui quali uno sviluppo industriale distorto non aveva programmato reali manutenzioni ordinarie; non ha mai realizzato le più elementari norme di sicurezza con la copertura di una legislazione incompleta, inefficace, che garantisce soltanto il padrone, da rigori - si fa per dire rigori - della legge e delle pene previste, per l’omissione e l’inosservanza e la colpa". Questo documento finale, presentato e redatto dal professor Foà, vediamo tutti come sia molto lontano da quello che ci è venuto a dire poi il professor Foà in quest’aula; e comunque il contenuto fosse riportato anche nel ‘79, come ho già detto sempre da un documento studio pubblicato del professor Foà. Per quanto riguarda invece la parte ambientale, presentata al convegno Fulc da un altro consulente di Enichem, che poi si vede che ha trovato la sua via di Damasco, perché in aula è venuto a raccontare tutt’altre cose, e questo consulente era l’ingegnere Severino Zanelli, dell’Università di Pisa, il quale ci illustra qual è stata sinteticamente questa situazione, peraltro indica quali sono gli obiettivi che la Fulc si era posta, istituendo questa commissione impiantistica e dice che bisognava uscire dal dilemma che qualcuno due anni fa, e cioè nel ‘75, poneva molto semplicisticamente: "Pagare la produzione con qualche morto in più o chiudere gli impianti". La risposta che viene data da Zanelli, dice: "La risposta che si sta dando è quella di migliorare gli impianti fino al punto che il cloruro di vinile non sia rilevabile dagli strumenti di controllo nei posti di lavoro degli addetti". E questo è un imbroglio colossale che viene presentato ai lavoratori fin da quel momento, perché? Perché questo discorso della rilevabilità, l’ho già accennato in alcune occasioni precedenti, parte, strumentalizza dei dati scientifici in maniera scorretta, e presenta dei dati falsi. Ed è tra l’altro una tendenza, questa, che abbiamo ravvisato non soltanto in Italia ma anche negli Stati Uniti, perché questo discorso del livello non rilevabile è un discorso che è stato riportato anche davanti al NIOSH negli Stati Uniti, all’OSHA, proprio per cercare di tenere questo livello di CVM nell’ambiente di lavoro il più alto possibile. Vedremo anche poi come viene trattata questa situazione negli Stati Uniti e come anche da sindacalisti, sia statunitensi ma anche italiani, venga parlato di una normativa in questo senso della rilevabilità che concede troppe scappatoie. E, tra l’altro, la conclusione poi di questo discorso della rilevabilità della strumentazione ha consentito all’azienda di risolvere il tutto con l’introduzione del gascromatografo. Veniva fatto credere che il gascromatografo, come ci hanno detto poi anche in aula dei sindacalisti, della commissione ambiente, del Consiglio di fabbrica, Tettamanti, Francini, che sono stati sentiti, credevano che si potesse misurare fino ad un solo PPM e invece sappiamo e vedremo come fin dagli anni 60 Montedison utilizzasse anche altri strumenti, ovviamente per fini produttivi e non per la protezione ambientale in fabbrica e all’esterno, come lo spettrometro di massa che misurava molto, molto di più rispetto al gascromatografo. E nonostante tutto, come dagli anni 60 esistessero gascromatografi che potevano misurare fin ben sotto 1 PPM, e questo anche a livello internazionale. Invece ai lavoratori è stato fatto credere, fin da quella volta, che questo non era possibile. E su questa indagine impiantistica soltanto due considerazioni accenno, perché ancora una volta, nonostante la pressione anche esterna che c’era, si vede come l’azienda si sia opposta, tutte le aziende viene detto si siano opposte ad aprire la fabbrica a tutti i componenti della commissione, per ragioni spesso opinabili scriveva all’epoca Zanelli, di segreto industriale, di rapporti concorrenziali tra le ditte. E quindi facevano entrare all’interno della fabbrica soltanto il coordinatore, e in particolare Zanelli. Il quale conclude poi il suo lavoro, non lo illustro, aggiornando i suoi approfondimenti, come dice a pagina 48 della relazione, fino al febbraio ‘77; e dando, per certi versi, anche delle valutazioni, che sono riportate in tabella, ne vediamo una così solo per ricordarla, proprio per quanto riguarda gli impianti. Valutazione impianto per impianto, a seconda del tipo di interventi che erano stati effettuati dal ‘74 a quel febbraio del ‘77 a Porto Marghera o nelle altre situazioni. E vedremo, chi poi ovviamente dovrà valutare e vedere anche queste schede, vediamo come la situazione di Porto Marghera, aggiornata al febbraio ‘77, non fosse sicuramente tra le migliori, perché sicuramente molti dei lavori che venivano indicati erano ancora allo studio, in fase di completamento, e erano pochissimi i lavori conclusi. E in particolare voglio segnalare, perché lo ridirò, come ci diceva l’ingegner Zanelli anche in quest’aula, diceva ad esempio, paragonando i vari impianti: "Rosignano era messo in una situazione migliore di Porto Marghera". Però Rosignano, dopo questa indagine, quando sono venuti fuori questi problemi, ha chiuso, proprio perché non riusciva a stare dietro alla situazione che era stata imposta ormai dal procedere degli eventi, quindi non riusciva a stare dietro alla necessità di proteggere gli operai e i lavoratori. Giungo alle conclusioni di quell’intervento di Zanelli, che diceva: "L’azione svolta dai lavoratori nelle fabbriche e dalla Fulc, in questi ultimi due anni, è stata rivolta soprattutto alla bonifica degli impianti, ottenuta mediante l’introduzione di alcune innovazioni tecnologiche, che sono servite a ridurre sensibilmente la concentrazione di CVM nei posti di lavoro e negli impianti esterni: pulizia di autoclavi, che prima veniva eseguita manualmente, dopo ogni operazione, ora viene eseguita con acqua in pressione o con solventi, in modo che l’operatore debba entrare nell’autoclave dopo ogni trenta o più polimerizzazioni. Il controllo continuo dei dati ambientali è stato introdotto in molti impianti, anche se nella loro gestione permangono dei limiti. Tuttavia la possibilità esistente già fino ad ora di elaborare quei dati, di collegarmi con la pericolosità delle zone, con le mansioni dei lavoratori, la disponibilità di campionatori personali, indicano strumenti tecnici ed oggettivi che possono essere utilizzati per una migliore valutazione del rischio personale". Anche se poi questi campionatori personali dei singoli operai noi non li abbiamo mai visti. Conclude con i limiti dell’azione svolta e diceva l’ingegnere Zanelli: "Non sono state realizzate ristrutturazioni profonde degli impianti vecchi che possano far dimenticare la loro data di nascita; la tecnologia di produzione non si è rinnovata, né l’attività di ricerca in questo senso ha avuto un impulso chiaramente avvertibile. Il problema dello scarico di CVM nell’ambiente esterno continua a essere sottovalutato". Queste sono le chiarissime dichiarazioni dell’epoca, consacrate in un documento ed è tra l’altro, ripeto, incredibile poi questa modifica con quello che sono venuti a dirci in udienza. E proprio questo poi mi faceva riportare il discorso che ho fatto anche ieri sulla scientificità di alcuni interventi di alcuni consulenti all’interno di quest’aula. Torniamo ai fatti e ai documenti, continuando rispetto a quel periodo e all’esito dell’indagine Fulc del 1977 con particolare riferimento a Porto Marghera. Per Porto Marghera, la parte medica abbiamo detto indicava l’opportunità di spostare dal ciclo CVM-PVC tutte quelle decine e decine e decine di persone che avevamo indicato, e per le quali non è successo praticamente nulla, perché per Montedison andava tutto bene, gli spostamenti vennero segnalati anche dal servizio sanitario, ma anche in quel caso non è successo assolutamente niente. E vediamo come questa volontà dell’azienda di procrastinare i tempi che risulterà anche dai documenti, di tirare avanti il più possibile, e abbia un po’ continuato ad avvolgere e ad abbindolare anche per certi versi i lavoratori, perché c’è un documento molto significativo in questo senso, del 30 ottobre 1979, che ad un certo punto, quando nel 1978-’79 gli operai si rendono conto che ci sono dei loro compagni di lavoro che cominciano ad avere dei problemi anche piuttosto gravi, si parla di tumori alle vie respiratorie, si parla di interventi alle vie respiratorie, in particolare per il reparto CV6, allora si rendono conto che nonostante quello che è stato fatto sicuramente si deve ancora intervenire in maniera pesante, in maniera drastica. E si parla qui di un incontro che è stato effettuato a fine ottobre del ‘79, anche con il personale, dirigenti di sede di Milano, della divisione materie plastiche della Montedison, oltre ovviamente che con i responsabili CV6, responsabili di stabilimento a Marghera. E in particolare per il CV6, perché poi è sempre stato l’impianto più critico, chiuso soltanto a fine dicembre 1989-gennaio ‘90, viene ribadita quella che era la richiesta della Fulc nel ‘75 per questo rifacimento dell’impianto CV6 in un’altra area di stabilimento. Tale richiesta era basata, diceva, oltre che su valutazioni di tecnici e sindacato anche su quella dei tecnici dell’azienda, in ordine all’impossibilità di interventi radicali di rifacimento in loco anche per mancanza di spazio. Con la possibilità, invece, del rifacimento in loco, è stata motivata dall’azienda la non disponibilità attuale al rifacimento in altra zona negli incontri preliminari dei mesi scorsi. Quindi continua questo rinvio. Però la prima impressione avuta dal piano presentato il 4 ottobre 1979 era stata che nemmeno questa volta l’azienda si volesse impegnare in un rifacimento radicale, ma che puntasse invece alla protezione individuale dei lavoratori, lasciando l’impianto in condizioni poco diverse dalle attuali. E sappiamo che ormai da anni l’azienda aveva abbandonato questa idea di rifare completamente l’impianto CV6, dal ‘75 aveva abbandonato questo discorso. E poi continua però il sindacato a dire: "Tale impressione negativa sull’azienda è stata in parte eliminata dagli impegni presi nell’incontro del 26 ottobre; impegni che poi vedremo ancora una volta non avranno alcun esito, non ci sarà nessun rifacimento integrale dell’impianto CV6, ci saranno soltanto dei piccoli lavori di tamponamento". Così, quasi per dare poi un contentino a questi operai del CV6, va ricordato che l’unica nota a loro favore è di alcuni anni dopo, quando viene riconosciuta l’indennità di nocività anche al personale del CV6, così come al personale del CV14-16. E viene riconosciuta però soltanto per alcuni mesi, per i mesi più caldi, estivi, come se durante gli altri mesi non ci fosse la pericolosità del CVM. Passo a trattare un’altra parte, che è quella relativa, in maniera più specifica ad un punto che avevo accennato nell’indice sulla vecchia data di questi impianti dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera. La questione rilevante in merito a questa parte di requisitoria è quella che attiene alla natura e alla qualità degli impianti stessi, che come ripetutamente detto ed emerso in udienza, proprio parlando anche poco fa dell’indagine Fulc, erano vecchi ed obsoleti. Ma non solo quelli degli anni 50, ma addirittura i CV22, 23, 24, 25, divenuti operativi tra il ‘71 e il ‘72, ma erano nati già vecchi. Il motivo fondamentale, il perché, ce l’ha detto in maniera molto semplice l’ingegnere Camillo Cella il 5 aprile 2000 in udienza. Dall’inizio del ‘74 diceva, raccontava, ricordiamo che era il suo incarico: "Sono stato in un gruppo per studiare un impianto innovativo, tutto nuovo, per vedere di fare degli impianti che non fossero soltanto per trattare gli esplosivi, ma per trattare anche i cancerogeni. Bisognava cercare di andare ad 1 PPM". Estremamente illuminante dicevo questa dichiarazione perché ci dà contezza di come fin dai primi mesi del ‘74 all’interno delle aziende, pur a livelli discretamente elevati, dicevo l’ingegnere Cella era il braccio destro del responsabile delle nuove tecnologie, ingegnere Oddi oggi deceduto; quindi dicevo all’interno dell’azienda, pure a questi livelli, non ci fosse stata alcuna circolazione delle notizie in ordine alla nocività reale e alla cancerogenicità del CVM. Lo sapevano solo i vertici: amministratore delegato, presidente del consiglio di amministrazione, i direttori di divisione, il professor Bartalini ovviamente, il direttore di stabilimento e l’ingegnere Calvi che si stava peraltro avviando anche lui a divenire vertice. Vediamo un po’ più nel dettaglio queste circostanze, partendo proprio dal significato di quello che ha detto l’ingegner Cella in udienza: "Erano impianti idonei a trattare sostanze pericolose, ma solo per i limiti di esplosività, che per il CVM erano superiori alle 36.000 PPM. Le prime valutazioni devono necessariamente partire dalla constatazione che i primi impianti di Porto Marghera erano vecchi ed obsoleti già nel 1970". Il Petrolchimico di Porto Marghera è caratterizzato da un parco impiantistico vecchio, che interessa tutti i cicli produttivi, ivi compresi quelli del CVM, del PVC, dell’1-2dicloretano. Per esempio, gli impianti adibiti alla produzione di plastificanti per il PVC, reparti PAD2 e PAD3, sono stati fermati solo nel 1998, dopo ben 41 anni. Faccio vedere una figura in cui viene presentato, per un impianto di produzione in marcia CV22, CV23, CV24, sincron 1, ho dismesso a suo tempo, CV1, CV3, e gli altri che sono indicati nel grafico, i rispettivi anni di funzionamento produttivo, quindi si vede proprio in fianco indicato: CV1, CV3, 19 anni; CV5, 37; etc.. Nella tabella successiva risulta essere di un certo interesse anche vedere qual è il tempo medio di funzionamento di questi impianti fermati ed attivi di produzione del monomero PVC e del suo polimero, il PVC. E vediamo da questa tabella, indico quali sono questi tempi medi per il funzionamento. Tempo di attività medio di fermata degli impianti è di 26 anni; il tempo di attività degli impianti che sono ancora in produzione, addirittura superata questa età media dei vecchi impianti che sono stati chiusi, si arriva ad una media di 29,6 anni. E i dati sono riferiti, per quanto riguarda il periodo e il calcolo, al giugno 2001. Il confronto tra il tempo medio di funzionamento dei due gruppi di impianti fermati ed attivi, adibiti alla produzione di CVM e del suo polimero PVC evidenzia per entrambi i gruppi impiantistici un elevato tempo di funzionamento: 26 anni, 29,6 anni, indice della loro obsolescenza tecnologica, passata e presente. Su questo punto le obiezioni che sono state formulate in maniera scontata dalle difese, e cioè che gli impianti CV22, 23, 24, anche se entrati in produzione nel ‘71 e ‘72 sono stati successivamente oggetto di interventi impiantistici che ne hanno migliorato l’affidabilità, è sicuramente di poco conto sul piano tecnico, e soprattutto quello che è importante è che non regge la prova dei fatti. E’ ben noto che un impianto, progettato e realizzato come il Petrolchimico di Porto Marghera, con tecnologie e processo superati, come ci diceva lo stesso ingegnere Cella, perché fatti per altre sostanze con altri criteri e secondo altri limiti, quindi tecnologie e processi superati; nonché, per funzionare a ciclo aperto non potrà raggiungere lo standard di processo, sono quelli di tutela della salute degli addetti delle popolazioni limitrofe agli impianti, nonché di protezione ambientale, proprio di un nuovo impianto, di un nuovo processo, concepito e realizzato con le più avanzate soluzioni tecnico-scientifiche. E soprattutto per funzionare a zero impatti, sanitario ed ambientale. Non può sfuggire che le caratteristiche e gli standard produttivi, ambientali, e di sicurezza di un impianto chimico, così come il suo tempo di vita, vengono definiti al momento della progettazione e della costruzione, sulla base dell’entità del capitale investito e del ritorno economico. In altri termini, fissate le caratteristiche e gli standard di funzionamento di un impianto, il suo tempo di vita diviene una conseguenza. Ed è allora il caso di osservare che per garantire, durante questo arco di vita dell’impianto, gli standard di funzionamento originariamente definiti, si devono via via incrementare ed adeguare nel tempo sia il volume che la quantità degli interventi manutentivi di vario genere preventivi, conservativi, programmati, straordinari, nonché quelli relativi alle analisi di controllo dei materiali e delle apparecchiature impiantistiche. In altre parole, il mantenimento degli standard originali di funzionamento, con l’aumentare del tempo di vita degli impianti, comporta l’aumento dei costi di gestione e quando tale gestione diviene antieconomica, rispetto all’installazione di un nuovo impianto, si opta per quest’ultima soluzione. Per restare a questo, si tratta di una questione ovviamente su cui è chiamato a decidere il vertice dell’azienda; ed è per questo che i vertici dell’azienda sono imputati in questo processo. E, per restare proprio al tema che ci interessa, il problema del rinnovo di un impianto, di un macchinario, di un’apparecchiatura specifica, si pone per ragioni di sicurezza, per ragioni di igiene del lavoro, di igiene industriale, di impatti sanitari ed ambientali, e quindi rispetto per gli uomini nel loro insieme, nonché per la sua obsolescenza. Quest’ultima è una causa non secondaria di questi impatti. Nella realtà produttiva di Porto Marghera i costi umani, sociali, economici, sono stati per decenni esternalizzati, ovvero sono stati scaricati sulla collettività da parte delle società che hanno gestito e che gestiscono Petrolchimico, Montedison, Montefibre, etc., di Porto Marghera. In altri termini, in presenza di queste condizioni, la direzione, i vertici dell’azienda, sono chiamati da una serie di ragioni a decidere per la sostituzione del vecchio e pericoloso impianto. Per una serie di ragioni, non voglio dire una parola che quasi in questa aula, in questo processo, può risultare quasi una parolaccia, perché la sostituzione di un impianto dovrebbe essere determinata innanzitutto da ragioni etiche, ma non insisto perché mi rendo conto che non è la sede per parlare di eticità questa, ma ancora prima da ragioni di stretta economia aziendale e penale. A decidere proprio per la sostituzione del vecchio e pericoloso impianto, con uno nuovo, intrinsecamente sicuro ed affidabile, realizzato attraverso proprio ricorso alle migliori soluzioni tecniche e scientifiche. E questo rinnovo degli impianti è stato colpevolmente escluso, come vedremo tra poco proprio per i cicli produttivi specifici, dalle società che gestivano e gestiscono il polo in questione. Non va taciuto tra l’altro che questo problema del rinnovo dell’impianto si pone anche sul semplice terreno economico, ed è un discorso vecchio ovviamente, ed è vecchio quanto queste strutture, perché fin dagli anni 50 e gli anni 60 si parlava dei tempi e delle durate di vita di questi impianti. E’ un problema, lo cito rapidamente, non mi dilungo perché è stato già illustrato e viene illustrato anche nelle relazioni che sono state depositate, con quella che viene chiamata con una formula matematica la ricerca del minimo e in particolare il tema del rinnovo degli impianti, dei macchinari, delle attrezzature, è stato studiato presso dei reparti statunitensi di Chicago, il Mapi, l’istituto della produzione di macchine, con la collaborazione di una commissione di esperti. E tra l’altro va detto che questa situazione tiene conto soprattutto, ovviamente per l’ottica che ha, della parte economica. In proposito vanno ricordati dei noti fenomeni tutt’altro che scontati, che ogni impianto o macchina è soggetta all’usura materiale, e generalmente a divenire sorpassato come concezione via via che gli anni passano. I principali fenomeni, che possono limitare la durata di esercizio, ad esempio di un generatore di vapore, o di un recipiente a pressione, di questi componenti, possono essere riassunti in queste tre cause principali: usura, dovuta ad erosione o a corrosione; la fatica; il creep, cioè una componente funzionante in regime di creep che è destinato a rompersi in un tempo più o meno lungo per quanto possa essere la sollecitazione di lavoro. E questo ovviamente varrà anche per il nuovo impianto processo. Nell’analizzare l’opportunità di sostituire un vecchio impianto con un nuovo impianto si trova di fronte a una scelta: mantenendo in servizio il vecchio impianto manteniamo basso il costo di ammortamento, ma accettiamo un più elevato costo di esercizio; se invece operiamo la sostituzione, si ottiene un funzionamento migliore e insicurezza dell’impianto, con una più elevata qualità delle produzioni, ma a prezzo di aumento del costo di ammortamento del capitale. Nella realtà di Porto Marghera, caratterizzata da una generale obsolescenza degli impianti, come già illustrato e come verrà ancora specificato, la società Montedison all’inizio, e tutte le altre poi, hanno by-passato questa scelta, con delle modalità che non esito a definire aberranti. Innanzitutto il mantenimento in esercizio dei vecchi impianti, contestualmente la drastica riduzione del loro costo di esercizio attraverso una riduzione degli interventi manutentivi. E poi vedremo il documento di epoca Cefis relativo al triennio ‘78-’80, che parlava proprio di questa manutenzione da ridurre al minimo. Poi altra modalità, la mancata installazione degli indispensabili sistemi sicuri e idonei di prevenzione, controllo, sicurezza, depurazione, allarme, emergenza sugli impianti, e il mancato rispetto delle leggi antinfortunistiche di tutela e di salute degli addetti. E ricordo ancora un’altra modalità: il funzionamento dei vecchi impianti, con standard di sicurezza ambientali, molto meno protettivi di quelli dei nuovi impianti disponibili sul mercato, come preciserò tra poco. Ed inoltre un’altra scelta, un’altra modalità che ha determinato questa scelta negativa della società, è stata la richiesta e l’ottenimento continuamente e ripetutamente di consistenti aiuti finanziari pubblici da parte dello Stato e da parte degli enti locali. Alla luce di quanto precede, quindi, il comportamento delle aziende presso il Petrolchimico è ancora più aggravato dal fatto che le società hanno installato e tenuto in marcia degli impianti obsoleti, insicuri, fortemente inquinanti; pure avendoli ammortizzati, quanto meno dalla metà degli anni 60. E faccio riferimento, in particolare, agli impianti di CV10, CV11, 14, 16, CV6. E circa la necessità tra l’altro della sostituzione di questi vecchi impianti con quelli nuovi, moderni, affidabili e sicuri, un parere veniva dato all’interno della stessa Montedison; perché vedremo questi documenti, del ‘74 e ‘75, interni a Montedison, come parlassero di questa necessità di sostituire i vecchi impianti. E la stessa società Montedison, pur tardivamente, giungeva a queste conclusioni nel gennaio ‘75, proprio con la motivazione che la tenuta in marcia dei vecchi impianti era antieconomica rispetto al conseguimento dell’obiettivo di 10 PPM nell’ambiente di lavoro. Conclusioni che peraltro, e lo vedremo, sono state ribaltate solo pochi mesi dopo, perché già nel giugno ‘75 c’è un documento di un gruppo di lavoro sul CVM, coordinato dall’ingegnere Mozzana, che parla di novità emersa recentemente, e cioè che i costi previsti dalla tecnologia di Montedison, per i nuovi impianti, sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo ritornare di attualità quelle alternative che sei mesi fa non sembravano valide, a confronto della costruzione di nuove unità. E vedremo poi, l’abbiamo già visto, come nel frattempo agli operai venissero dette tutt’altre cose, nel ‘76, nel ‘77, nel ‘79, etc.. La verità è proprio più cruda: all’ordine del giorno della società Montedison c’erano tre soluzioni alternative, e tra queste soluzioni alternative che illustrerò tra poco la società ha scelto la seconda alternativa per mere ragioni economiche, e cioè continuare a produrre 338.000 tonnellate all’anno di polimero PVC con impianti vecchi, però con una spesa di circa un decimo di quella richiesta per produrre la stessa quantità di prodotto con l’installazione di nuovi impianti. E soluzioni ben diverse, accennavo poco fa, sono state adottate sia all’estero ma anche in Italia, in situazioni analoghe. Faccio l’esempio allora della Germania Federale e della società (Dynamite Nobel) che ho citato già durante la parte medica, quando trattavo della situazione degli angiosarcomi e delle gravi patologie da un punto di vista sia qualitativo che quantitativo, emerse all’interno della coorte degli operai della Germania Federale. Ebbene, in quelle situazioni la società tedesca aveva deciso di arrestare la produzione del suo impianto di (troist dof) da 60.000 tonnellate all’anno, proprio perché erano troppo elevati gli oneri finanziari occorrenti per la modificazione da portare agli impianti, onde poter garantire il rispetto dei limiti legislativi entrati in vigore in Germania, tra l’altro soltanto nel gennaio ‘76, come il limite era 5 PPM, come TLV. E tra l’altro un discorso del genere è stato effettuato anche negli Stati Uniti, con alcuni impianti della società Goodrich; ed anche in Italia, ricordavo poco fa che l’impianto della produzione del CVM, ottenuto dalla sintesi dell’acetilene, della società Solvay di Rosignano, questo impianto venne chiuso nel 1978. Ricordiamo come il professor Zanelli qui in aula ci abbia detto che l’impianto della Solvay era sicuramente migliore rispetto all’impianto di Porto Marghera, che invece ha continuato ad essere attivo per parecchi anni. Un altro caso straniero che cito in questa situazione con decisione di chiusura è quello finlandese di produzione del CVM dal cracking del dicloroetano della società Neste. Tra l’altro entrato in produzione nel ‘73, in coincidenza con gli ultimi nostri CV22 e CV24. E venne chiuso nel 1981, proprio a causa del loro pesante inquinamento ambientale. Inoltre, se si pone mente al poderoso sviluppo scientifico e tecnologico che a partire dagli anni 70, ma anche qualche anno prima, ha permeato ogni settore della produzione, si può dire - e sicuramente non è un dato forzato - che questo non ha interessato il Petrolchimico di Porto Marghera, o comunque perlomeno non ha trovato riscontro sui cicli produttivi che ci riguardano ai fini della tutela della salute, della sicurezza degli ambienti, degli addetti e delle popolazioni a rischio. I rischi e i relativi impatti ambientali e sanitari insiti in un ciclo produttivo aperto come quello di Porto Marghera sono ancora più aggravati da modalità di gestione dell’impianto e del processo che erano fortemente inadeguati, come avveniva e proprio avviene a Porto Marghera. Come si può vedere in particolare esaminando le situazioni di alcuni reparti, e in particolare ne cito uno, e mi limito a questo, poi faccio rinvio al contenuto delle relazioni che sono state depositate sia dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, ma anche e soprattutto da parte dei consulenti di Medicina Democratica, e faccio riferimento in particolare agli impianti CV11 e CV10, e alla loro gestione e potenziamenti produttivi in oltre un decennio. Ad esempio in questa figura che viene presentata per l’impianto CV11 viene mostrato come gli incrementi produttivi realizzati in questi impianti adibiti alla produzione di cloruro di vinile, da cracking dicloroetano, e questo si vede in maniera evidente che l’originario impianto entrato in produzione nel ‘58 disponeva di una limitata capacità produttiva di circa 26.000 tonnellate l’anno. Questa era la capacità produttiva, dopo dodici anni questa risultava pari a 110.000 tonnellate anno, e cioè il potenziamento produttivo intercorso era stato di oltre il 400%. Ed allora va osservato che gli investimenti effettuati in questo periodo, ripeto un impianto funzionante a ciclo aperto, hanno interessato esclusivamente il potenziamento delle produzioni, hanno ignorato il parallelo incremento dei reflui di processo che sono stati invece sversati nell’ambiente da questo impianto. Infatti questi investimenti hanno interessato sostanzialmente l’installazione di altri quattro forni di cracking dell’1-2dicloroetano e altri interventi finalizzati all’aumento produttivo. In più nonostante il pessimo stato nel quale versavano questi impianti, gli stessi funzionavano con punte produttive che andavano ben oltre la capacità installata. Il potenziamento produttivo relativo all’impianto CV11 non rappresenta un’eccezione, dicevo, nella gestione degli impianti del Petrolchimico. Ad esempio l’impianto CV10 adibito alla produzione di CVM da sintesi con acetilene entrato in funzione nel ‘57 ha subìto una situazione analoga che passa da un’attività produttiva, da una capacità produttiva di circa 26.000 tonnellate all’anno a 100.000 tonnellate all’anno dal ‘57 al ‘70. Anche in questo caso gli investimenti sono stati esclusivamente finalizzati al potenziamento della produzione ignorando che lo stesso impianto funzionava a ciclo aperto, con tutto quello che ne consegue. In particolare da un documento che si trova agli atti del processo, un documento della Tecneco del 1974 che riguarda proprio una relazione sullo studio del sistema di rilevamento dello stato atmosferico degli stabilimenti Montefibre e Petrolchimico-Montedison di Porto Marghera, viene proprio indicato in conclusione in questo documento del ‘74, si parla delle varie unità installate da un punto di vista produttivo e viene detto chiaramente: "Non sono state finora realizzate modifiche agli impianti aventi lo scopo di ridurre le emissioni in atmosfera". Passiamo ora ad esaminare altri impianti, quelli che sono entrati in funzione nel ‘71-’72 e che dalle aziende sono stati presentati un po’ quasi come il loro fiore all’occhiello. Se fosse possibile interrompere in questo momento dieci minuti...

 

Presidente: senz’altro. Accomodatevi, prego. Può cominciare.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: accennavo al fatto che si sarebbe trattato con la ripresa della questione relativa agli impianti cosiddetti nuovi, che però ritengo fossero nati già vecchi. Per economia del discorso mi limito a riportare alcuni richiami relativi ad una situazione di degrado degli impianti esistenti e di adozione di tecnologia obsoleta o comunque di mancata adozione della migliore tecnologia disponibile nella realizzazione proprio dei cosiddetti nuovi impianti del Petrolchimico di Porto Marghera. Faccio riferimento in particolare all’impianto CV22, poi alle caratteristiche prestazioni ambientali delle tenute su valvole, rubinetti, organi rotanti installati sugli impianti del Petrolchimico-Montefibre, mancata adozione dei dispositivi di blow down agli impianti per la produzione di cloro-soda, alla progettazione e installazione di impianti a tecnologia obsoleta all’interno di quella che abbiamo definito come filiera produttiva dicloroetano, CVM, PVC e relativi impatti ambientali di questi impianti, i cosiddetti nuovi impianti progettati e realizzati con questa tecnologia obsoleta. Innanzitutto va detto che non bisogna pensare che solo gli impianti dismessi siano stati concepiti, progettati, realizzati, poi gestiti a ciclo aperto, perché ad esempio gli impianti del reparto CV22 entrati in produzione nel 1971 e adibiti come quelli del reparto CV11 alla produzione del CVM da cracking del dicloroetano sono stati fatti funzionare non solo a ciclo aperto, ma anche sprovvisti di tutte le sicurezze. Ce lo dice proprio un documento di Montedison datato 5 dicembre 1973 che ha ad oggetto l’installazione di sistemi di sicurezza sui forni cracking proprio del reparto CV22 e nella motivazione dell’investimento si legge testualmente: "I forni di cracking sono sprovvisti - cioè non provvisti - di tutte le sicurezze di cui sono dotati comunemente i forni", tutte le sicurezze mancavano quindi. Altre parole: "Questo impianto nuovo, fiore all’occhiello, è stato messo in marcia nel ‘71 in violazione delle più elementari norme di sicurezza". Non va poi dimenticato che questi impianti, così come quelli del reparto CV11, per restare ai casi che vengono affrontati adesso, per poter essere eserciti devono sottostare tra l’altro alla specifica normativa tecnica relativa, ad esempio, ai generatori di vapore e agli apparecchi a pressione e ci sono delle norme specifiche, in particolare c’è un decreto ministeriale del 22 novembre del ‘72 che stabilisce all’articolo 20 che nei calcoli di verifica di stabilità va introdotto il valore tabellare di carico unitario di rottura per scorrimento viscoso dopo le 100.000 ore alla temperatura media di parete dichiarata in progetto. Ricordo soltanto semplicemente come i forni di cracking di questi impianti funzionavano e funzionano a temperature comprese tra i 450 e i 500 gradi. Pertanto allo stato attuale la normativa vigente disciplina esclusivamente l’esercizio di tali apparecchi fino alle 100.000 ore di effettivo funzionamento e questo è un dato tra l’altro riportato anche da fogli informazioni Ispels del 1994. Ora, se teniamo presente che i due impianti sono entrati in produzione rispettivamente il CV11 nel ‘58 e il CV22 nel ‘71, considerando le 8.004 ore annue di funzionamento per 335 giorni, le 100.000 ore di funzionamento si raggiungono dopo circa 12,4 anni. Questo limite temporale di esercizio degli impianti, e ovviamente il rispetto di questo limite costituisce anche una norma di buona tecnica nella gestione che è una cosa ben nota sia alle società di gestione che alle società di progettazione, quindi questo limite temporale di esercizio di questi impianti è stato raggiunto rispettivamente nel 1970 e nel 1983 e abbiamo visto invece come il CV22 ancora continui e il CV11 come sia andato avanti ancora per molto tempo rispetto al ‘70. Per non dire del fatto che la Montedison ha realizzato gli impianti processi del reparto CV22 a ciclo aperto, pur conoscendo da decenni le proprietà tossiche da cloruro di vinile e dalla fine degli anni 60 anche quelle cancerogene e poi, successivamente, anche quelle mutagene. Passo rapidamente a dei capitoletti specifici limitandomi alle considerazioni che ritengo necessarie e passo ad alcune considerazioni sulle tenute delle valvole, dei rubinetti e degli organi rotanti installati nei nostri impianti, in quelli di Porto Marghera. Questo faccio perché in maniera documentale, come vedremo, vengono contestate alcune tesi che sono state sostenute dai consulenti ingegneri degli imputati che vorrebbero giustificare come corrispondenti alla migliore tecnologia disponibile le scelte impiantistiche eseguite dai responsabili degli impianti della filiera produttiva CVM e PVC dicloroetano. Faccio innanzitutto rinvio alle relazioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero e di Medicina Democratica in particolare per quanto riguarda le definizioni in relazione alle valvole, etc., alle funzioni di valvole e poi anche dei rubinetti. Riferisco soltanto alcune indicazioni che ritengo utili per l’individuazione di questa mancata rispondenza alle esigenze della migliore tecnologia. La scelta del tipo di valvola dipendeva e dipende da vari fattori che devono tutti essere tenuti nel debito conto: innanzitutto la funzione svolta, poi la composizione chimica e le caratteristiche fisiche dei fluidi che vengono gestiti, i parametri di processo - pressione, temperatura, portata, etc.. - le esigenze di sicurezza e affidabilità, la velocità e la forza di azionamento, la resistenza al passaggio del fluido e quindi la perdita di carico, la geometria interna rispetto al ristagno di depositi, ad esempio di autoclavi, etc., la durata dei componenti, quindi la frequenza e gli oneri manutentivi relativi, l’ingombro e la geometria esterna standardizzata che significa la possibilità di sostituzione di queste valvole, la disponibilità sul mercato delle valvole e il costo. Allora devo dire che i tipi di valvole e rubinetti esistenti sul mercato da sempre sono molto numerosi e il progettista poteva e doveva scegliere nell’ambito di queste condizioni progettuali tra le soluzioni tecnologiche disponibili quelle più appropriate al fine di garantire la migliore funzionalità, sicurezza e protezione sia per gli addetti che per l’ambiente anche esterno alla fabbrica. Per quanto riguarda il discorso generale sui rubinetti a maschio troncoconico, sulle definizioni faccio parimenti rinvio alle relazioni e cito soltanto come nel caso dei rubinetti a tecnologia più sofisticata, ovvero a tripla tenuta, di cui ad esempio sono dotati i rubinetti di cui abbiamo parlato più volte, il Tufflin tipo 300, le tipologie delle tenute contro la dispersione del fluido nell’ambiente si possono sintetizzare praticamente in una prima tenuta, che è quella principale, in una seconda tenuta e in una terza tenuta costituita dai tradizionali pacchi di anelli teflon o di grafite o di materiale appropriato proprio a questo fine. Anche sulle valvole a membrana o a diaframma per quanto riguarda le definizioni faccio un rinvio, cito soltanto il fatto che le valvole a membrana o a diaframma sono così denominate e sono indicate come organi che intercettano i fluidi nelle tubazioni e sono muniti di una membrana flessibile per lo più di gomma sintetica di polietilene o, come ho detto, di teflon. Sono usate tipicamente in applicazioni che richiedono basse pressioni e modeste temperature. Queste valvole sono economiche, possono essere automatizzate collegandole a depositi attuatori. Non sono valvole con tenuta affidabile e in caso di rottura della membrana o diaframma il rilascio è maggiore di altri tipi di valvole. Queste valvole a membrana o diaframma sono sul mercato da oltre cinquant’anni e per il loro basso costo sono state impiegate per decenni sugli impianti chimici proprio per intercettare linee e apparecchiature, regolare fluidi corrosivi alle basse pressioni a temperature che vanno da un range da -10 a +50 gradi. Queste prestazioni sono di poco migliorate con l’introduzione di membrane fabbricate coi nuovi materiali sintetici e tra l’altro poi parleremo in particolare delle valvole Soundler installate sugli impianti di Porto Marghera e sicuramente non si tratta di questo caso. Le valvole tipo Soundler, che sono state installate sugli impianti della filiera di Porto Marghera, erano poco affidabili per una serie di motivi, innanzitutto relativi alla usura della membrana e all’assenza di tenuta, poi per il lungo perimetro esistente di tenuta tra il corpo e il castello che pregiudicava la tenuta della valvola stessa e il meccanismo di tenuta di questa valvola era piuttosto rudimentale. Inoltre il ristretto campo di applicazione rispetto alle condizioni di pressione e di temperatura dava poca affidabilità. Questo per le valvole Soundler. In altri termini, questo tipo di valvole Soundler erano tecnologicamente superate e obsolete al momento già della loro installazione sugli impianti di CV del Petrolchimico e della Montefibre e questo vale ancora di più per gli impianti che sono entrati in produzione nel ‘71 e nel ‘72, quindi CV22 e 23, CV24 e 25. Per quanto riguarda l’evoluzione della tecnologia proprio in riferimento agli organi di tenuta e ai prodotti che erano disponibili sul mercato da parte dei principali produttori di valvole, di rubinetti e di altri organi rotanti, va ricordato innanzitutto quanto riferito dai consulenti tecnici degli imputati Foraboschi, Pasquon e altri. Dalla lettura delle loro dichiarazioni e delle loro relazioni sembrerebbe quasi che i rubinetti stagni, le valvole di cui parlano con tenute a soffietto, a tenuta garantita o a tenuta migliorata, siano stati resi disponibili sul mercato solo verso la metà degli anni 70, quando cioè è scoppiato il caso CVM, quando per il Petrolchimico... Sulla Montefibre tra l’altro va detto che addirittura c’è una situazione peggiore perché neanche questi consulenti citano una sola commessa di lavoro. Dicevo, quindi, per il Petrolchimico questi stessi consulenti degli imputati citano le prime commesse relative alla sostituzione di valvole e pompe con tenuta a premistoppa o a baderna con altre tipologie più affidabili e le ambientano verso la metà degli anni 70. In tema di sistemi di tenuta su valvole, rubinetti e corpi rotanti, invece, pompe, compressori, agitatori, etc., come tra l’altro ben sanno entrambi i consulenti tecnici delle difese degli imputati e come non hanno riferito in aula, l’evoluzione tecnologica della tenuta a premistoppa, tenuta a soffietto, tenuta stagna, tenuta meccanica, è ben più antica. Non voglio fare tutta la storia, come ho già fatto per il CVM, anche per questa materia, mi limito soltanto a richiamare qualche dato della letteratura tecnico-scientifica. Per quanto riguarda innanzitutto il mercato delle valvole o rubinetti delle tenute meccaniche, dico subito che queste apparecchiature, le apparecchiature che sono state installate, appunto, sulla metà degli anni 70 a Porto Marghera in sostituzione di quelle preesistenti erano già disponibili sul mercato certamente dagli anni 60. Indico adesso i periodi temporali di disponibilità. Per quanto riguarda, ad esempio, i rubinetti a sfera a passaggio totale, questi rubinetti erano sicuramente disponibili sul mercato dagli inizi degli anni 60 e come tra poco vedremo anche da un documento Montedison questi rubinetti addirittura erano stati codificati per tutti gli stabilimenti del gruppo Montedison nel 1969, il che vuol dire che alcuni anni erano già passati, diversi anni rispetto all’introduzione nel mercato. Per quanto riguarda poi le valvole a sfera per lo scarico di fondo delle autoclavi, dei mescolatori, dei serbatoi, va detto che anch’esse erano disponibili negli anni 60, come vedremo dal documento che presenterò adesso. Si tratta di particolari valvole a sfera a ingombro ridotto appositamente studiate per limitare o impedire il ristagno del prodotto e il conseguente intasamento che impedisce lo svuotamento del recipiente e impone l’intervento manuale per liberare lo scarico. Vengono segnalate queste valvole in questo momento per ovvie ragioni in quanto presso il Petrolchimico sullo scarico delle autoclavi di polimerizzazione di CVM e PVC erano installate valvole non idonee che causavano frequenti intasamenti e imponevano pericolosi interventi manuali degli operatori che venivano pertanto esposti a elevate concentrazioni di CVM. Le valvole con tenuta a soffietto, queste erano disponibili sul mercato, anche queste, dall’inizio degli anni 60, come vediamo nel documento. I rubinetti a maschio tipo Audcon, Durco, Tufflin, questi tipi di rubinetto che i consulenti di Montedison e di Enichem citano nelle loro relazioni come rubinetti a tenuta migliorata o a tenuta stagna o garantita e che sono stati installati a partire dagli anni 70, come dicono, erano anch’essi disponibili sul mercato già negli anni 60. Va precisato subito, proprio per non creare confusione, come peraltro è già stato detto in udienza, che questi rubinetti come in generale tutti i componenti impiantistici hanno subìto una loro evoluzione tecnologica che ovviamente nel tempo ne hanno migliorato le prestazioni. In particolare la dotazione di una doppia tenuta era commercialmente disponibile per tutte queste tipologie di rubinetti fin dalla metà degli anni 60. Per quanto riguarda invece la tenuta verso l’esterno, ovvero la riduzione delle perdite di fluido verso l’ambiente, la ditta ha sviluppato dei tipi di rubinetto in cui venivano aggiunti ulteriori sistemi di tenuta, in particolare i rubinetti della serie Tufflin 300 che sono stati presentati dal professor Pasquon in udienza e nello schema di pagina 106 della sua relazione. Come preciserò, questi ultimi tipi di rubinetto riferiti dal professor Pasquon nella sua relazione come introdotti negli anni 70 non potevano invece essere installati negli anni 70, proprio è un evidentissimo errore, un’indicazione errata, sbagliata del professor Pasquon proprio perché questa innovazione tecnologica è stata brevettata soltanto oltre dieci anni dopo e per la prima volta è stato depositato il brevetto in Germania il 23 luglio del 1988, quindi non si sa come Montedison li poteva avere tredici anni prima o ancora di più. Per quanto riguarda le valvole fire-safe, queste valvole lo stesso erano disponibili sul mercato dagli anni 60 e sono particolarmente indicate per le industrie petrolchimiche e petrolifere e comunque per tutti i casi nei quali il fluido risulta particolarmente infiammabile. Veniamo allora al confronto poi con le valvole a membrana tipo Soundler cui accennavo, che erano sicuramente disponibili sul mercato dalla fine addirittura degli anni 40. Voglio sottolineare in questo momento che a parità di diametro e di pressione nominali del fluido che le attraversa queste presentano un grado di tenuta di esercizio decisamente inferiore a quello consentito dalle valvole di cui ho appena parlato, rispetto alle altre valvole, rispetto ai rubinetti a sfera, valvole a soffietto, rubinetti a maschio tipo Tufflin, Durco e Audcon. La migliore tenuta di esercizio di queste ultime valvole citate che erano disponibili dall’inizio della metà degli anni 60 è determinata dal fatto che la membrana che in linea di principio garantirebbe la tenuta totale a causa della facilità con cui si deteriora durante l’esercizio subisce rotture che provocano la libera fuoriuscita del fluido nell’ambiente. Pertanto l’adozione e il mantenimento in esercizio di queste valvole, specie se operanti su fluidi pericolosi come CVM, dicloroetano, polimeri in sospensione contenenti CVM non reagito, lo slurry, costituivano un grave rischio per gli operatori e per l’ambiente anche esterno alla fabbrica, quindi l’aver installato queste valvole sugli impianti della filiera del polo di Porto Marghera costituisce una grave e irresponsabile scelta rispetto ai doveri di tutela della salute e dell’ambiente che dovrebbero essere in capo all’imprenditore. Il fatto è ancora più grave in quanto questa scelta è stata determinata da motivi quali la riduzione dei costi a scapito invece di altre motivazioni ben più importanti quali quelle della sicurezza, della salute e dell’ambiente. Per quanto riguarda un’altra questione, quella relativa alle tenute meccaniche per organi rotanti, parimenti va detto che dall’inizio degli anni 60 l’industria chimica e petrolifera rappresenta probabilmente il campo più importante di impiego delle tenute meccaniche. Ricordo che subito dopo la seconda guerra mondiale ci si avvaleva largamente di queste tenute nella costruzione di pompe per impianti chimici e successivamente anche altre industrie come quella petrolifera si erano spinte così avanti da imporre la tenuta meccanica come l’unico tipo di tenuta accettata negli impianti per raffineria, stazioni di pompaggio, stazioni di carico e scarico, cioè per ragioni di economica di esercizio oltre che di sicurezza e di funzionamento. Dagli anni 50 il crescere delle esigenze imposte dai costruttori di moderni impianti petrolchimici ha portato alla necessità di disporre di tenute capaci di funzionare egregiamente sotto pressioni e con velocità molto elevate. A questo punto allora va sottolineato che proprio a seguito dell’evoluzione tecnologica di questo settore negli anni 50 erano disponibili sul mercato versioni sofisticate di tenute meccaniche rispondenti alle diverse esigenze di un dato processo chimico, tanto per parlare del nostro settore. Va ancora sottolineato che all’inizio degli anni 60 sul mercato era disponibile anche un’ampia gamma di - viene definitivo - teflon elastico, impiegati nelle tute meccaniche. Si parla ad esempio di materiale di tenute meccaniche di cui ad una nota tecnica dell’agosto ‘62 della società S.p.A. Flexibox, nella quale tra l’altro vengono indicati anche i prezzi, prezzi che per quegli inizi anni 60 variavano da circa 30.000 lire fino a 190.000 lire. Tra l’altro ricordo che questa società Flexibox, che è una società leader nel settore, è una società ben nota ai progettisti gli impianti chimici del gruppo Montedison, tanto che in un suo catalogo del 1960 presenta fra le diverse tipologie di tenute meccaniche per alberi rotanti proprio tenute meccaniche bilanciate, tenute meccaniche doppie, tenute meccaniche doppie flussate e presenta anche altre tipologie. Qui siamo ad un catalogo del 1960 e ciò significa che dalla fine degli anni 50 esistevano sul mercato soluzioni tecnologiche appropriate. Ancora sul confronto della migliore tecnologia disponibile con quella adottata presso il polo chimico di Porto Marghera e proprio per rispondere alle osservazioni e alla contestazione dei consulenti degli imputati. Con riferimento alla tecnologia dei primi anni 70 le valvole, va detto per quanto riguarda gli aspetti tecnico-economici nella loro scelta, costituivano tra il 20 e il 30 per cento del costo del piping, cioè del complesso delle tubazioni attrezzate per il collegamento tra le varie apparecchiature, quindi il costo del piping di un impianto a seconda del tipo di processo e il costo di un determinato tipo e dimensione di valvola può variare del 100 per cento a seconda della sua costruzione. Per questo la scelta delle valvole è estremamente importante per la società, per l’economicità come pure a fini di operatività, di sicurezza e di impianto ambientale determinati da un impianto o da un particolare processo. E’ stato sentito in quest’aula un testimone, il signor Franco Colombo, il 17 maggio 2000 a questo proposito e ci ha riferito che il progettista può trovarsi di fronte alla scelta fra una valvola dal costo variabile da 1 a 10, per dire da 300.000 a 3 milioni, e solo le indicazioni o i vincoli economici stabiliti dal committente condizionano o, meglio, determinano la scelta e conseguentemente il livello di prestazioni funzionali e ambientali che si determinano sull’impianto. A questo testimone avevo rivolto anche una domanda proprio in materia di costi visto che il signor Colombo era stato anche capo commessa, chiedevo sui costi di tre tecnologie diverse, cioè quelle riferite alle valvole tipo Soundler, ai rubinetti a sfera a passaggio totale e ai rubinetti tipo Tufflin, chiedevo qual era il rapporto dei costi, se lo sapeva. Il teste rispondeva letteralmente così: "Come ordine prendiamo un rubinetto da 4 pollici, che viene definito DN100, un rubinetto a sfera di acciaio inox che può costare un milione, un milione e 200 mila, una valvola Tufflin arriva anche a 3 milioni, una Soundler arriva a 300.000, massimo 400.000 lire", quindi si ha un costo variabile, come dicevo poco fa, da 1 a 10 tra una valvola tipo Soundler e un rubinetto tipo Tufflin. Ovviamente discorso analogo vale anche per tutti gli altri componenti impiantistici aventi organi in rotazione come pompe, compressori e agitatori. Altre note che adesso rappresenterò documentano in maniera - ritengo - molto chiara e significativa proprio quello che dicevo fino a poco fa, cioè che dall’inizio degli anni 60 erano disponibili sul mercato soluzioni tecnologiche molto più avanzate e sicure ai fini che ho indicato rispetto ai componenti superati, obsoleti installati a Porto Marghera. Passo a parlare delle valvole con tenuta a soffietto. Non illustro le considerazioni iniziali e di carattere generale; ricordo soltanto come queste valvole dotate di tenuta a soffietto siano anch’esse disponibili sul mercato dagli anni 60. Per esempio, le caratteristiche, le funzioni di un soffietto installato sulle valvole di sicurezza si possono leggere in un catalogo del giugno del ‘71 della società TAI, società tecnica per l’automazione industriale, che spiega di che cosa si tratta, quali sono anche i benefici e gli utili di questa valvola. Questo catalogo del 1971 concerne le valvole a soffietto della seconda generazione, prodotta da questa ditta, e lo stesso catalogo sostituisce il catalogo della stessa ditta del giugno del 1966, relativo anch’esso alle valvole a soffietto della prima generazione, che erano disponibili dal 1964, e ovviamente questa documentazione poi la presento e viene allegata nella memoria che presento come sintesi della requisitoria. In altri termini le valvole a soffietto sugli impianti in questione potevano e dovevano essere installate almeno dalla metà degli anni 60, e quindi ben prima rispetto a quando sono state aperte le commesse di lavoro citate dagli ingegneri Foraboschi e Pasquon, cioè dal 1975-1976. Per i rubinetti a sfera; i rubinetti a sfera, passaggio, di cui parla il professor Pasquon a pagina 103 della sua relazione, sono disponibili sul mercato certamente dall’inizio degli anni 60, e non dalla metà degli anni 70, tant’è che la divisione ingegneria della Montecatini-Edison aveva emesso il 9 luglio del 1969 una norma, una direttiva ME 1331.28 che riguardava la specifica tecnica da utilizzare per l’acquisto e l’impiego sugli impianti di tali rubinetti a sfera. Sottolineo che dal momento in cui tra l’altro un nuovo componente diviene disponibile sul mercato, in questo caso rubinetto a sfera, al momento in cui lo stesso viene soggetto a codifica con immissione della specifica norma Montedison in questo caso, ed utilizzo poi delle diverse unità del gruppo Montedison, passa molto tempo, sicuramente degli anni. E comunque ad ulteriore conferma della disponibilità esistente dagli anni 60 sul mercato dei rubinetti a sfera a passaggio totale, c’è un altro documento che è un catalogo, numero 11 del 1969 della società Bremer di Verano Brianza, catalogo in cui viene presentata una vasta gamma di valvole a sfera, e qui viene attirata l’attenzione sul fatto che questa società negli anni 60 produceva sia le valvole a sfera a passaggio totale, sia le valvole a sfera a passaggio totale fire-safe. Al riguardo va ancora ricordato che una società, che è ben nota al gruppo Montedison, come risulterà da una documentazione che è già stata prodotta, che comunque verrà riprodotta, è un ordine di acquisto in particolare del 4 settembre del 1968, relativo a valvole di intercettazione a sfera installate non a Porto Marghera, ma dalla Montecatini a Castellanza. Per quanto riguarda le valvole a sfera per lo scarico di fondo delle autoclavi, ricordo che questa tipologia di valvole è anch’essa disponibile sul mercato dagli anni 60. I rubinetti a maschio troncoconico, le cui caratteristiche e i vantaggi ambientali sono stati esposti in un articolo della rivista Chemical Engineering del 13 settembre del 1976, in cui veniva anche trattata un’ampia rassegna di rubinetti e valvole disponibili sul mercato da diversi anni, i rubinetti a tenuta garantita, si potrebbe dire Tufflin o a tenuta migliorata, si potrebbe leggere Audcon e Durco, di cui parla il professor Pasquon nella sua relazione, sono tutti disponibili sul mercato dagli anni 60. Per esempio i rubinetti Audcon furono montati tra gli anni nel 1966 e 1967 sugli impianti per la produzione di alcol metilico della Montedison, di Piè di Castellanza, nonché su altri impianti dello stesso stabilimento. Anche qui, come già detto prima, devo precisare per non incorrere in equivoci, che negli anni 60 la società (Audcon Roquel) e la filiale italiana produceva una vasta gamma di rubinetti, compresi quelli a tenuta migliorata di cui parlava l’ingegner Pasquon nella sua relazione, eppure questa società era ben nota già dagli anni 60 al gruppo Montedison, proprio come risulta anche da ordine di acquisto Montedison del 16 settembre del 1978, di rubinetti a maschio di questo tipo, ma non per lo stabilimento di Porto Marghera. In particolare la disponibilità dei rubinetti Tufflin sul mercato, almeno dalla fine degli anni 60, trovano ulteriore conferma in un’altra nota della Montedison del 4 febbraio del 1975, relativamente ad una visita che è stata fatta alla Tufflin da alcuni responsabili tecnici della Montedison. In questa nota viene scritto "secondo i tecnici della Tufflin i loro rubinetti sono installati da molti anni, da molti anni ed in moltissimi impianti su fluidi particolarmente tossici come cloro, acido cianidrico e al momento non sono state lamentate perdite degli organi di tenuta". Per quanto riguarda i rubinetti Tufflin tipo 300, a cui avevo accennato anche poco fa, dicevo che il brevetto era stato depositato in Germania nel 1988, si osserva che la Tufflin ha progressivamente modificato le proprie valvole, proprio per garantire migliori prestazioni ambientali. I rubinetti Tufflin tipo 300, citati a sproposito dal professor Pasquon nella sua relazione erano stati brevettati, come dicevo, nel 1988, quindi sicuramente l’installazione eventuale degli stessi presso il Petrolchimico di Porto Marghera non poteva risalire alla metà agli anni 70. Passo ad un altro tema che è quello degli interblocchi di sicurezza sui rubinetti delle autoclavi. Ma in sintesi, per comprendere in maniera migliore il problema, bisogna dire che questi dispositivi di interblocco impediscono per esempio che si possa aprire una valvola di degasaggio o di scarico quando è ancora aperta quella di carico o viceversa. In caso di errata manovra si avrebbe una fuoriuscita di sostanze sull’ambiente, CVM per esempio. Nei casi in oggetto non si possono installare dispositivi di interblocco su valvole a comando manuale come erano quelle in dotazione sui reattori autoclavi nei reparti che ci riguardano. Quindi è indice di cattiva tecnica, di pessima gestione degli impianti e dei processi produttivi, il fatto che secondo il professor Pasquon si è atteso fino al 1984 per installare sui reattori le valvole a comando automatico interbloccate. La relazione del professor Pasquon è quella del 6 luglio del 2000, mentre il problema dei cosiddetti eventuali errori di manovra sono noti da sempre, così come lo sono gli effetti di una manovra errata delle valvole manuali. Il professor Pasquon diceva nel 1984, ma il professor Foraboschi ci sposta di ancora alcuni anni più in là questo intervento, perché diceva che tra febbraio e giugno del 1989 si è provveduto all’installazione di interblocchi su rubinetti delle autoclavi e dei separatori, al fine di impedire fughe accidentali di CVM dovute ad errori di manovra. E l’ingegner Foraboschi parlava, sempre in questa relazione, che questi interventi del 1989 erano stati realizzati come manutenzione del 1989. E tutti comprendono facilmente l’importanza di questi interventi proprio al fine di impedire fughe accidentali di CVM, come concretamente si sono spesso verificate, dovute alle volte anche ad errori umani. Passo ora alla mancata adozione di dispositivi di blow down sugli scarichi di emergenza degli impianti. Più volte si è parlato, durante il dibattimento, sia nelle deposizioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, di quelli di Medicina Democratica, o sia anche nelle relazioni e audizioni dei consulenti degli imputati, erano state affrontate queste problematiche ambientali relative ai sistemi di convogliamento e trattamento degli scarichi di emergenza, derivanti dai dispositivi di protezione delle apparecchiature, valvole di sicurezza, dischi di rottura, guardie idrauliche, etc.. Per quanto riguarda la raccolta e il convogliamento dei sfiati va detto che i recipienti chiusi, contenenti fluidi pericolosi, se possono raggiungere elevate pressioni, superiori ad 0,5 atmosfere, per legge devono anche essere dotati di dispositivi che li proteggano dal pericolo di scoppio. In occasione di azionamento di tali dispositivi il contenuto dei recipienti, in tutto o in parte, viene rilasciato e deve essere convogliato in un sistema di raccolta, chiamato appunto blow down, come impongono - ancora prima dalle norme di leggi e da sempre - le norme di buona tecnica e di tutela ambientale per i rilasci di sostanze tossiche e cancerogene, pericolose come quelle che ci riguardano. Rimane implicito che il dimensionamento della rete di convogliamento e degli impianti di trattamento deve essere eseguito tenendo conto delle peggiori condizioni ipotizzabili, onde evitare sovraccarichi pericolosi e tale dimensionamento deve essere verificato ogniqualvolta si intendano potenziare gli impianti produttivi o avviarne di nuovi. Il problema di questo dimensionamento lo cito anche perché concretamente risulta che nella nostra situazione di Porto Marghera non sia stato correttamente affrontato, come dimostrato tra l’altro anche di recente da un evento incidentale dell’8 giugno del 1999 del quale è stato anche riferito sinteticamente in udienza, incidente in cui anche a causa del sottodimensionamento del sistema di aspirazione e convogliamento all’inceneritore off-gas collocato al reparto CV22, si è avuta un’emissione in atmosfera di 3.000 chilogrammi di CVM. Per quanto riguarda, e tratto anche di questioni concernenti la parte ambientale per non doverci ritornare sopra domani, visto che parlo di migliori tecnologie disponibili e di ritardo di queste tecnologie inserite a Porto Marghera, se sono state invertite, anche per la parte ambientale, e quindi oltre al problema del blow down faccio cenno adesso al discorso relativo all’abbattimento degli inquinanti. Il problema dell’emissione di sfiati contenenti sostanze pericolose, dai dispositivi di protezione degli apparecchi a pressione è, come è noto, diffusamente presente anche negli impianti di Porto Marghera. Il convogliamento di questi effluenti verso un sistema di abbattimento rappresenta da sempre la soluzione tecnicamente più appropriata anche se richiede un accurato studio e un’accurata progettazione. Lo scarico diretto all’atmosfera degli sfiati di emergenza, che costituiva la regola a Marghera almeno fino al 1993, contravveniva a tutta una serie di norme di buona tecnica che sono note quantomeno dagli anni 70 e sicuramente anche da documentazione e da citazione di letteratura del 1980 e 1981. Cito queste norme di buona tecnica ultime indicate: "Di regola - viene detto - lo scarico in atmosfera di emissioni di emergenza non è consentito quando si ricada in una delle condizioni che seguono: sia vietato ovviamente dalla legislazione locale; il fluido scaricato abbia una temperatura superiore a quella di autoaccensione; il fluido scaricato presenti caratteristiche di tossicità o corrosività tali da creare situazioni di pericolo; la corrente da scaricare sia un liquido infiammabile, tossico o comunque pericoloso", la citazione da pagina 22 del 1981. Nel caso degli scarichi di emergenza, contenenti CVM e dicloroetano, ci troviamo nelle condizioni che ho indicato come scarico da autoclavi di polimerizzazione, e nelle condizioni C e D. Le soluzioni che sono state adottate a Porto Marghera sono in contrasto con i principi di buona tecnica, in quanto non garantiscono né il contenimento né l’abbattimento degli inquinanti pericolosi per la loro tossicità e cancerogenicità, e precisamente: dall’emissione da un camino a quota elevata si ottiene semplicemente la diluizione dei contaminanti, aumentando tuttavia la popolazione esposta alla loro ricaduta. Tale soluzione non doveva e non poteva essere applicata nel caso di scarichi di emergenza dei fluidi tossici e cancerogeni come CVM e dicloroetano, la combustione di una torcia posta alla sommità di un alto camino, in questo caso si combina l’accensione e combustione dei composti combustibili con la dispersione in quota, ma non doveva e non poteva essere applicata per i composti, come le sostanze organiche clorurate, CVM e dicloroetano, la cui combustione parziale produce sostanze ancora più tossiche, le conosciamo ormai tutti in quest’aula: diossine, furani, fosgene, etc.. Si osserva che in caso di torcia spenta, come era la regola di gestione delle torce tra l’altro in oggetto, si ricadeva nel caso precedente, cioè quello della semplice emissione da camino. Solo nel 1993 è stato installato un inceneritore a cui sono inviati tutti gli sfiati, normali e di emergenza degli impianti. Sempre per rimanere in tema passo ora a trattare degli impianti della produzione di cloro-soda con celle a catodo di mercurio, e parlo della mancata adozione della tecnologia migliore disponibile prima con celle a diaframma e poi con celle a membrana. Circa la produzione di cloro e di soda caustica, con celle a diaframma, cito innanzitutto alcune circostanze di fatto. Questo processo produttivo è stato realizzato, ricordo, ancora del 1892. Nel 1972 negli Stati Uniti il 73 per cento degli impianti di cloro-soda, come vediamo dallo schema che viene proiettato, il 73 per cento degli impianti di cloro-soda adottavano il processo con celle a diaframma, e nel 1975 questa percentuale era salita al 75 per cento. Poi il processo cloro-soda con celle a diaframma è meno energivoro rispetto al processo con celle a catodo di mercurio, i consumi energetici sono inferiori di circa il 15 per cento. Al di là ora di quanto riguarda l’ubicazione del polo di Porto Marghera, se ovviamente l’ubicazione non riguarda questo processo, è appena il caso di osservare che se in un paese come gli Stati Uniti per produrre cloro-soda si faceva ricorso al processo con celle a diaframma, non si capisce proprio per quale ragione si siano installati a Porto Marghera impianti con cellule a catodo di mercurio, peraltro in un sistema, in un ecosistema, come diremo, fragile e unico, quale quello della laguna di Venezia. Tutto questo è ancora più grave perché è stato realizzato, come ricorderemo, dopo la tragedia umana e l’ecocidio ambientale della baia di Minamata in Giappone dell’inizio degli anni 50. Inoltre va ricordato, come tra poco preciserò ulteriormente, che il processo con celle a membrana era disponibile dalla prima metà degli anni 70. Gli effluenti residui mercuriali, originati dal processo cloro-soda presso il Petrolchimico di Porto Marghera, il ciclo produttivo in questione comportava e comporta pesanti impatti ambientali e sanitari, determinati dall’emissione di rilevanti quantità di reflui di processo, e fra essi i fanghi mercuriali contenenti alti tassi di mercurio, dall’1 e mezzo al 3 per cento. Sul punto va sottolineato che la produzione di questi fanghi, come accennato, è proseguita anche dopo il 1988, e prosegue ancora, come vedremo tra poco. Nella tabella 4 si indicano i dati relativi alla capacità produttiva degli impianti di cloro-soda installata nel 1988 in 6 stabilimenti in questione di Montedison, di Enichem, etc.. Per gli stessi impianti queste sono le capacità, le località, capacità produttiva e con la precisazione se si tratta di produzione di CVM. Qui sono indicati solo i 6 stabilimenti, spiego perché sono stati indicati questi stabilimenti, per i quali è stato redatto un punto, nella lettera di intenti, sottoscritta nel 1988 dal Ministero dell’Ambiente e dalla società Enimont. In questa lettera di intenti era prevista la sostituzione delle celle a mercurio con celle a membrana. Però singolarmente, va detto, nella citata lettera di intenti, viene indicato anche lo stabilimento di Assemini, nonostante che in questa realtà produttiva dal 1986 sia attivo un processo cloro-soda con celle a membrana. Ricordo che poi queste sono le società che hanno costituito, attraverso vari giri societari, la società Enimont. Per questi impianti ho presentato le quantità, per questi stessi impianti, nella figura 14, che adesso viene illustrata, rappresento le quantità di residui mercuriali prodotte all’anno sulla base delle loro rispettive capacità produttive di cloro. Vediamo come sono indicate e come sia notevolmente superiore a tutti quanti la situazione di Porto Marghera. Le cifre sono indicate anche rispetto agli altri e quindi non le sto a ripetere per non appesantire l’illustrazione. Nell’ulteriore figura, la figura 15, illustro le produzioni di residui mercuriali presso gli impianti di cloro-soda, CS23 e CS25 del Petrolchimico di Porto Marghera dal 1971 al 2000, anche questi dati non li indico con i numeri perché sono, ritengo, di facile comprensione e di immediata lettura. Si segnala che questi fanghi, contenenti rilevanti società di mercurio, sono stati tumulati tra gli altri siti, e come è stato riportato in quest’aula dall’ispettore del Corpo Forestale dello Stato Alberto Spoladori, e poi anche nella relazione di sintesi che ha consegnato dal Tribunale, sono stati tumulati tra l’altro nelle località di Marano, via Taglio, nel comune di Mira, così appunto come è stato indicato. Lo stesso ispettore Spoladori ha anche documentato lo scarico dei rifiuti tossici industriali contenenti mercurio, derivanti da questi e da altri impianti dello stesso Petrolchimico; faccio semplicemente rinvio alla sua relazione e alla sua deposizione. Per quanto riguarda la disponibilità per la tecnologia impiantistica per la depurazione dei reflui derivanti dal processo del cloro-soda, e la sua mancata adozione presso il Petrolchimico di Porto Marghera, parto da quanto dichiarato dal professor consulente ingegner Pasquon durante la sua audizione del 15 novembre del 2000, poi confermato nella sua relazione scritta. In relazione proprio all’impianto di demercurizzazione collaudato nel dicembre del 1982 delle acque reflue provenienti dall’impianto cloro-soda del Petrolchimico, il professor Pasquon sottolineava letteralmente "perché mi soffermo su questo impianto? - diceva, e si rispondeva - perché abbatteva il mercurio, ma anche per dire che è stato il primo impianto di questo genere a livello mondiale ed era il primo impianto che consentiva di raggiungere questi limiti di concentrazione, praticamente 5 parti per miliardo di mercurio nelle acque, dopo la loro depurazione". Ancora una volta però devo dire che l’enfasi che ha posto il professor Pasquon nella descrizione di questo impianto è proprio fuori luogo per almeno due fatti rilevanti che sono documentati. Innanzitutto c’è il colpevole comportamento delle società che per 31 anni, dal 1951 al 1982, ha realizzato e gestito gli impianti cloro-soda del Petrolchimico senza adottare gli stessi indispensabili e idonei sistemi di depurazione, e segnatamente quelli relativi alla captazione, al recupero e riciclo del mercurio in questo processo. Poi, dall’inizio degli anni 60, ma anche da prima, era disponibile sul mercato la tecnologia impiantistica che consentiva la depurazione delle acque reflue in questione fino a limiti di concentrazione finale di 5 parti per miliardo di mercurio, ed anche meno. A questo ultimo proposito indico le caratteristiche del processo Proven, sviluppato alla fine degli anni 50, dalla società giapponese Osaka Soda Corporation, che successivamente rilasciò la licenza del medesimo processo alla Crawford Russel per gli Stati Uniti. Questo sistema di depurazione accetta tutte le acque di scarico e i flussi liquidi, ad eccezione di quelli caustici, di un impianto di produzione del cloro riducendone drasticamente i livelli di mercurio, infatti negli anni 60 questo processo di depurazione era già stato adottato da quattro società giapponesi e l’effluente risultante dal trattamento di demercurizzazione soddisfaceva il rispetto del limite di concentrazione del mercurio di 5 parti per miliardo. Per quanto riguarda i costi e gli altri particolari faccio rinvio a quella che sarà la mia memoria, proprio perché estremamente più dettagliata in relazione sia all’abbattimento del mercurio e al miglioramento sicuramente di quella che è la situazione ambientale. Voglio soltanto dire, perché non si può tacere ancora sul fatto che sul mercato dagli anni 50 erano disponibili tecnologie impiantistiche per trattare le diverse correnti di reflui derivanti dai processi cloro-soda e che le più importanti società produttrici erano e sono anche titolari di brevetti in questo settore dei processi impianti di depurazione. Per quanto concerne la disponibilità della tecnologia delle celle elettrolitiche a membrana del processo cloro-soda, e la mancata adozione al Petrolchimico di Porto Marghera, voglio documentare qui di seguito la disponibilità sul mercato anche in questo caso da oltre 25 anni delle celle a membrana nel processo cloro-soda, e nonostante questo la loro mancata adozione al Petrolchimico di Porto Marghera. Come ormai è intuibile, per quello che è stato detto già durante l’istruttoria dibattimentale ed anche adesso, il cuore di questa tecnologia è costituito appunto dalla membrana, ovvero dalla rispondenza delle sue caratteristiche intrinseche rispetto alle condizioni di impiego nel processo in questione. Quindi ricordo ancora che all’inizio degli anni 60, quando la società USA Dupont, di origine francese, annunciò la messa a punto dei nafion, come materiale per membrane, uno degli impieghi subito evidenziati fu quello di materiale per membrane nelle celle cloroalcali. Negli anni 70 la vita economica di queste membrane era nell’ordine di 18 e 24 mesi, anche questo per smentire quello che diceva l’ingegner Pasquon. Circa la disponibilità sul mercato nella tecnologia delle celle elettrolitiche a membrana, negli impianti cloro-soda, o cloroalcali per esempio, basti ricordare che la società USA, Diamond Schenrock a metà degli anni 70 aveva già realizzato e messo in produzione sei impianti e precisamente tre impianti in Canada, un impianto in Giappone, uno in Svezia e uno in Brasile, e di questo abbiamo già parlato anche durante il controesame dei consulenti tecnici di Montedison e di Enichem. In quegli stessi anni, a metà degli anni 70, 1975, 1976 e 1977, la società Diamond Schenrock aveva allo studio 40 progetti per impianti cloro-soda con cellule elettrolitiche a membrana. E cito quello studio, quel lavoro presentato in udienza e consegnato al Tribunale in udienza, della Chemical Engineering News del 20 marzo del 1978, a pagina 20, siamo a metà degli anni 70, quindi. E la società Rumianca, poi assorbita da Enichem, nei primi anni 80 realizzava la progettazione di un impianto cloro-soda con celle elettrolitiche a membrana per il suo stabilimento cagliaritano di Assemini. Mentre la costruzione dello stesso impianto iniziava nel 1984 e l’entrata in produzione avveniva nel 1986. Come ricordavo prima, il gruppo Enimont, seppure con ritardo di almeno 15 anni, anche per questo nel 1988 sottoscriveva con il Ministero dell’Ambiente quella lettera di intenti con la quale si impegnava a sostituire da subito le celle a catodo di mercurio con quelle a membrana, nei suoi impianti cloro-soda e particolarmente in quelli del Petrolchimico di Porto Marghera come ho rappresentato poco fa. Risultano pertanto ancora una volta singolari, quanto infondata, le affermazioni del professor Pasquon nel corso della sua audizione, che diceva, per rispondere diceva lui alla domanda del Presidente del Tribunale, diceva: "Posso dire che nel 1983 non era una tecnologia questa delle celle elettrolitiche a membrana, ancora completa, perché non lo è nel 1991, ancora non lo era, per il resto non lo so". E’ appena il caso di osservare che nell’enciclopedia di chimica industriale, la Ullman, più volte citata durante il dibattimento, viene riportato che queste cellule elettrolitiche a membrana nel processo del cloro-soda sono impiegate dall’inizio degli anni 70, poi cito anche un testo del professor Pasquon, perché a proposito del processo del cloro-soda con celle a membrana, nel 1994 scriveva in un testo il professor Pasquon, Principi della Chimica Industriale, pagina da 367 a 369, tutta una serie di considerazioni e diceva "le celle a membrana, sviluppate industrialmente solo agli inizi degli anni 70, sono dotate di un anodo di titanio attivato e di un catodo di ferro separati tra loro da una membrana di tipo anionico", rinvio per il resto alla lettura dell’articolo ed ancora una volta mi chiedo, lo stesso professor Pasquon in un suo testo scriveva così, inizio anni 70, ed in udienza è venuto a dire ancora una volta tutte altre cose. Sul punto non mi dilungo ulteriormente perché ogni ulteriormente commento mi pare superfluo. Voglio fare ora solo un semplice esempio di come la decisione di un modesto aggravio di costi e l’uso di una tecnologia nuova avrebbe ridotto l’inquinamento ambientale, per il resto faccio rinvio, per tutti i particolari ulteriori, al contenuto delle relazioni dei consulenti tecnici che ho già indicato e per riassunto alla memoria riassuntiva di questa requisitoria. Ricordo come nel 1975 EPA, l’agenzia statunitense, stimava che "le immissioni di cloruro di vinile monomero dagli impianti di produzione del monomero potevano essere ridotte del 90 per cento se solo fosse stata impiegata la migliore tecnologia disponibile", citazione letterale questa. E questo risultato aveva essere aggiunto con modesto aggravio di costi di produzione come stabilì nel 1974 l’OSHA, con un documento di cui riparleremo, consultando le compagnie americane produttrici di CVM. Vediamo ora in pratica due tabelle molto significative a proposito del reparto CV10. Una tabella numero 6 che riporta quella che è la produzione di CVM con tecnologia obsoleta, la tecnologia vecchia, gli effetti, in termini di riduzione dei rifiuti e corrispondenti incrementi produttivi che si sarebbero potuti ottenere adottando la migliore tecnologia disponibile. Credo che la lettura sia molto semplice e molto chiara, quindi non sto a citare tutti quei dati, rinvio soltanto alla lettura della scheda. Ricordo semplicemente come le stime produttive, per quanto riguarda la prima colonna, siano ricavate dal rapporto Tecneco, e dal manuale operativo del rapporto CV10-11, e poi come i reflui di processo, questa riduzione delle produzioni dei reflui tossici di processo, siano state calcolate sulla base della maggiore selettività della reazione di conversione da acetilene a CVM, pari al 2,6 per cento, che si sarebbe potuta ottenere attraverso l’adozione della migliore tecnologia utilizzabile. Mentre per quanto riguarda il discorso sull’aumento della produzione equivale alla minore produzione di rifiuti, queste colonne sono quelle che vengono indicate. Passiamo alla tabella 7, riguarda ancora il reparto CV10, in particolare la produzione di CVM con la tecnologia obsoleta e le relative quantità di reflui tossici che si potevano evitare adottando la migliore tecnologia disponibile. E i dati di partenza sono quelli che sono indicati come stime produttive da rapporti Tecneco, manuali operativi, secondo poi le riduzioni di produzione che ho appena indicato. Passo ad un altro tema, è quello relativo alla riduzione dell’impatto ambientale, attraverso l’adduzione dell’ossigeno puro in luogo dell’aria nel processo produttivo del dicloroetano al reparto CV22 e CV23. Sappiamo come il dicloroetano venga prodotto dal 1971 al reparto CV22 e CV23 di Porto Marghera, attraverso la reazione di ossiclorurazione di acido cloridrico, etilene ed aria. Questo processo produttivo, per ammissione della stessa azienda, risulta dai suoi documenti, dà luogo alla formazione di residui consistenti in sottoprodotti clorurati, acqua di reazione e gas, presso il reparto CV23 si producono mediamente circa 380.000 tonnellate anno di 1-2-dicloretano. Una volta purificato questo dicloroetano, costituisce la materia prima per la successiva produzione del CVM che avviene con il processo di cracking al reparto CV22. Ricordo rapidamente ancora che l’etilene proviene dall’impianto di cracking della virgin-nafta, mentre l’acido cloridrico alimentato all’impianto CV23 proviene sia dalla distillazione del reparto CV22, sia da altri 4 reparti del Petrolchimico: reparto DL2, reparto TD, reparto del cloruro di benzile e di benzale, BC1, e poi dal reparto CS28 secondo indicazioni più tecniche che risultano già dalle relazioni dei consulenti tecnici. E’ nota da molto tempo la possibilità di ridurre l’impatto ambientale di alcuni processi di ossidazione, nel nostro caso il processo di ossiclorurazione dell’etilene per produrre dicloroetano, applicando soluzioni tecnologiche di processo che portino a diminuzione degli effluenti gassosi, degli scarichi liquidi, dei residui, delle scorie e dei rifiuti di processo, aumentando di converso la resa produttiva del prodotto desiderato, in questo caso l’1-2-dicloretano. Va sottolineato che uno degli esempi più noti di riprogettazione dei processi chimici, volto proprio alla riduzione delle emissioni inquinanti, è costituito dalla sostituzione dell’aria, ovvero dell’ossigeno in essa contenuto con ossigeno puro. Questa modifica di processo è stata realizzata oltre 20 anni fa su processi quali la sintesi della formaldeide da metanolo, dell’ossido di etilene da etilene, ed appunto del dicloroetano da etilene. Va ancora segnalato che la scelta di conversione dei processi da aria ed ossigeno è stata sempre più imposta dai vincoli normativi sui valori delle emissioni degli impianti oltre, bisogna dire, che dal vantaggio generato in termine di un generale miglioramento delle prestazioni, come produttività selettiva del prodotto tenuto. Merita sottolineare che utilizzando il processo con ossigeno puro la portata dello scarico gassoso viene ridotta di oltre il 45 per cento. Nell’impianto operante a Porto Marghera si utilizza tuttora l’aria come fornitore dell’ossigeno, mentre da oltre 25 anni nei processi moderni si utilizza l’ossigeno puro. Le prestazioni ambientali dei due processi sono marcatamente differenti. In particolare l’utilizzo dell’ossigeno nel processo, oltre a ridurre drasticamente i suddetti contaminanti, aumenta la resa di conversione che raggiunge il valore di 97,2 per cento rispetto a quella del processo con aria che scende al 93,6 per cento. Ciò significa che i residui tossici organici clorurati, generati dal processo nel primo caso, sono pari a 2,8 e nel secondo migliore caso sono pari al 6,4. E’ appena il caso di ricordare, così come è stato anche documentato dai nostri consulenti tecnici, che le migliori prestazioni sia ambientali che economiche del processo con ossigeno rispetto al processo con aria, sono note da tempo, sicuramente dagli anni 70. Tanto è vero che il processo con ossigeno era già stato adottato nel lontano 1976 dalle compagnie statunitensi Monsanto, la PPG, la Kellog e dalla compagnia giapponese Mitshui Tohuazu, inoltre ricordiamo che nel processo in questione l’ossigeno al posto dell’aria è già stato adottato anche in Italia negli impianti dicloroetano e CVM di Ravenna ed era in fase di realizzazione nel 1999 presso impianti del Petrolchimico di Porto Tolle. Eppure inspiegabilmente, diciamo così, è in contrasto peraltro anche con una visione industriale moderna rispettosa dell’ambiente e della salute pubblica, al Petrolchimico di Porto Marghera si continua a produrre con il vecchio processo ad aria nonostante il maggiore impatto ambientale. Quindi va detto che, al di là delle dichiarazioni di immagine, rilasciate in ogni epoca, in quando occasione da dirigenti Montedison e dirigenti Enichem, è evidente che le società che hanno gestito e gestiscono il Petrolchimico di Porto Marghera, hanno preferito sfruttare al massimo impianti vecchi ed ammortizzati piuttosto che investire in innovazioni di processo impiantistiche che potessero migliorare le rese produttive, diminuendo gli sprechi e gli impatti ambientali i cui costi vengono scaricati solo con l’attività. Ponendo mente che presso il reparto CV23 si producono 380.000 tonnellate anno di dicloroetano, e che se fosse stato adottato il processo oxigene basato sull’ossigeno questo avrebbe consentito di ridurre la portata dello scarico di oltre il 95 per cento, insieme alla drastica riduzione degli inquinanti come ho citato, l’adozione di questo processo appunto avrebbe consentito anche di aumentare la resa del processo. A questo proposito, come ho fatto per l’altro reparto, presento una tabella, la tabella 9, relativa al reparto CV23, proprio concernente la produzione del dicloroetano, con il processo basato sull’aria e gli effetti in termini di riduzione dei residui dei reflui processo con i corrispondenti incrementi produttivi che si sarebbero potuti ottenere adottando il processo basato sull’ossigeno. E i dati sulla produzione annua fanno riferimento alle dichiarazioni pubbliche e depositate al Magistrato alle Acque della società EVC nel giugno del 1996. I calcoli che sono stati effettuati sono analoghi come procedure e come metodologie rispetto a quelle che ho indicato in precedenza per il reparto CV10. A questo proposito presento l’ultima tabella, l’ultima figura, la 26, per il reparto CV23, che fa vedere l’andamento cumulato delle società di reflui tossici prodotti nel tempo, derivanti dalla mancata adozione del processo basato sull’ossigeno. Ho concluso anche questa parte e passo un attimo a delle dichiarazioni che sono state rese durante l’udienza dibattimentale da alcuni testimoni. Alle già ricordate dichiarazioni dell’ingegner Camillo Cella, e alle valutazioni che ho appena illustrato in ordine all’obsolescenza degli impianti, della filiera produttiva CVM, PVC e dicloroetano, si possono ricollegare in maniera estremamente significativa le dichiarazioni che ha reso in quest’aula il 4 aprile del 2000 l’ingegner Sergio Bianchi, ingegnere chimico con varie esperienze professionali che è passato dal 1975 al 1990 attraverso le varie vicende societarie di Montedison, Enoxi, Riveda, Enichem ed Enimont. E’ un osservatore attento, acuto, interno alle aziende, che sicuramente non è ostico alle aziende stesse, il quale però ci ha fornito, all’esito della sua audizione, un panorama societario professionale ed anche storico piuttosto interessante da un punto di vista processuale e facilmente comprensibile, fino a tutto il periodo Enimont, e ci dà contezza di come nonostante i cambiamenti delle denominazioni societarie, per quanto riguarda i comportamenti aziendali e dei dirigenti, sia cambiato piuttosto poco. Dicevo che è stato sentito il 4 aprile del 2000, era un ingegnere chimico che ha cominciato a lavorare, è tornato in Montedison del 1972, e nel 1975 era diventato vicedirettore generale delle materie plastiche. In precedenza aveva lavorato alla Rumianca, a Torino fino al 1972, ed aveva avuto occasione di lavorare a Napoli anche insieme al dottor Trapasso, di cui poi è divenuto, quando il dottor Trapasso diventò capo della divisione, è diventato per qualche mese direttore tecnico. Per quanto riguarda la divisione degli impianti, in premessa, va riferito che in quel periodo di cambiamento, quando era stato sentito aveva precisato l’ingegner Bianchi, che quando nel settembre del 1975 venne fatta la divisione tra Dipe e Dimp, gli impianti della polimerizzazione dipendevano dalla Dimp, mentre la produzione del monomero dipendeva dalla divisione Prodotti Petrolchimici di Base. L’ingegner Bianchi, poi vedremo domani meglio queste divisioni societarie, preciseremo un attimo meglio i reparti, l’ingegner Bianchi ci diceva che è rimasto con il dottor Trapasso circa 7 mesi, e poi all’inizio del 1976 è stato chiamato al centro delle dipendenze dell’ingegner Grandi, che era amministratore delegato della Montedison, quindi in un ruolo di tutto rispetto dove aveva una visione anche molto ampia delle cose. In questa situazione è in grado di dire al Tribunale, come ha detto, l’ingegner Bianchi, siamo verso il 1974 e 1975, presidenza Cefis, amministratore delegato l’ingegner Grandi, che ci fu già una crisi piuttosto consistente per cui i prezzi erano diminuiti e la Montedison cominciò a produrre delle perdite preoccupanti. Difatti tra l’altro di questa situazione cominciavano anche a parlare tutti i giornali. Quindi partendo da questo periodo del 1975 e 1976 ci ricorda l’ingegner Bianchi come ci fossero poche disponibilità in Montedison per gli investimenti. Vedremo poi questo cosa significa proprio nel cambiamento di linea dell’azienda rispetto alla progettazione iniziale di creare impianti nuovi e di acquistare nuovi know-how, etc.. Si parlava in generale, in questo periodo, inizio ‘75 e fine ‘74, di nuovi impianti ma anche di manutenzione, però quando c’è stata questa crisi poi tutto è stato messo praticamente a tacere, non se ne è più parlato. Poi è stato anche testimone del cambiamento, del passaggio dell’intervento di Enoxi l’ingegner Bianchi, ed anche in riferimento ai primi anni 80 ci parla ancora una volta, in relazione a questo predisposto, preannunciato e progettato matrimonio tra Eni e la Occidental Petroleum, di un periodo particolare di crisi per cui anche questo matrimonio in pratica saltò. Di questo periodo dell’ingegner Bianchi voglio soltanto ricordare un dato e un documento, che viene tratto da un quaderno Fulc numero 7 del febbraio del 1983, e contiene, riporta un documento di Enichimica, così si chiamava all’epoca, indirizzato alle organizzazioni sindacali, documento che è datato 4 novembre del 1982, quindi in periodo di crisi. In questo documento, proprio a conferma di quello che ci raccontava l’ingegner Bianchi, viene indicato come dall’80 all’82 il fatturato della situazione chimica europea sia in diminuzione, si passi da 237 miliardi di dollari a 214 miliardi di dollari. Per quanto riguarda i progetti di Enichimica è interessante notare come da questa comunicazione ai sindacati, alle organizzazioni sindacali, si parli di un piano di risanamento gestionale, della necessità di un recupero dei risultati di un conto economico, e come vengano individuati e quantificati a livello principale le principali azioni di risparmio e di miglioramento. Così come Montedison aveva fatto il triennio ‘78-’79-’80, vediamo che ancora una volta qui si va ad indicare la necessità di limitare tutta una serie di voci di costo, tra cui le più significative voci di costo vengono indicate come voci da limitare la manutenzione, proprio la continuità della linea rispetto a quello che diceva Montedison. E vengono indicati proprio in maniera numerica anche i miliardi di lire che si intendevano diminuire. Qui siamo quindi, dicevo, alla crisi economica del 1981-1982, salta la vicenda Enoxi, si va ad un altro matrimonio, poi riuscito, che è quello relativo alla vicenda della società Riveda. Ricordiamo che era una specie di scatola chiusa per il passaggio di tutta una serie di impianti dalla Montedison ad Enichem, situazione, ci indica, l’ingegner Bianchi, che viene curata, per quanto riguarda ancora la parte precedente, ma fin dalla parte di Enoxi, ma anche successivamente, dall’avvocato Necci e dal dottor Trapasso, che erano le persone più indicate e più capaci per trattare questa situazione. Quindi continua questa attività nel momento in cui Enichimica si interessa di questa situazione, intervengono direttamente questi dirigenti avvocato Necci e il dottor Trapasso, proprio per le loro specifiche capacità che ci vengono illustrate anche dall’ingegner Bianchi, e tutto faceva riferimento a loro due per la parte Enichimica. Il dottor Trapasso, ricordo soltanto incidentalmente, che era di Siri Montedison, ma ha avuto anche lui diversi passaggi societari da una parte all’altra proprio come segno di continuità anche, possono cambiare i nomi, ma persone e situazioni rimangono tali e quali sempre e costantemente nel tempo. Nel periodo dei primi anni 80 viene ribadito che c’è una situazione praticamente disastrosa sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista degli impianti. Viene riferito, viene chiesto in particolare di precisare al teste ingegner Bianchi che cosa intendeva dire durante il suo verbale di dichiarazioni del 14 ottobre del 1996, e lui diceva che quegli impianti, quando sono stati valutati, quelli di Porto Marghera in particolare, valevano per quello che erano, praticamente zero, addirittura dice che valevano meno di zero, diceva nel 1996. Quindi dice che era una situazione disastrosa, letteralmente a pagina 66, non solo da un punto di vista ecologico, non solo per l’ecologia in generale, era disastrosa nel senso che c’erano vecchi impianti, bisognava anche un po’ rifarne qualcuno e così via, e poi c’era il dubbio dell’inquinamento che nessuno aveva mai risolto praticamente. Quindi anni 70, sono in quella situazione. Siamo nel 1982 e la situazione è ancora questa che ci presenta in maniera molto genuina e in maniera molto onesta e corretta l’ingegner Bianchi. Questa conoscenza, diceva, veniva appunto, questa situazione curata e seguita in particolare dal dottor Trapasso. Per quanto riguarda le vicende societarie vi verranno illustrate in particolare da alcuni difensori di parte civile, e quindi non mi dilungo, e faccio un salto storico, di pochi anni peraltro, dal 1982 al 1988. Anche in questo caso il progettato e consumato matrimonio Enimont tra Montedison ed Enichem, del 1988, è stato preceduto da una serie di valutazioni dei tecnici, in particolare di American Appraisal sugli impianti, valutazioni che sono state presentate in aula e che verranno trattate da alcuni consulenti di parte civile. Però voglio solo ribadire un concetto, e poi passo oltre: che ancora una volta c’era un punto debole in queste dichiarazioni di American Appraisal, che pure erano così negative, come vedremo nei prossimi giorni. Secondo i tecnici, nonostante quelle valutazioni negative, c’era addirittura qualcosa di più, perché quelle valutazioni di American Appraisal addirittura non consideravano l’obsolescenza tecnologica dell’impianto, ce ne parla l’ingegner Bianchi a pagina 73 spiegando che se io ho un impianto di 40 anni, lo tengo bene, però la tecnologia è già un’altra, quindi io lo prendo così come è, però dopo qualche anno lo devo chiudere, perché quella tecnologia ormai è superata. Quindi questo discorso da parte di American Appraisal non era stato considerato. Anche dall’interno di Montedison, Montedison e poi Enichem, ingegner Bianchi, ci viene confermato il dato negato da diversi imputati, tra cui il presidente Cefis, e cioè del fatto che in Montedison all’interno si era parlato realmente della chiusura di certi reparti, tra cui il reparto CV6, situazione poi completamente dimenticata in presenza sì di una situazione di crisi, ma poi in presenza di quella situazione rappresentata dal gascromatografo che è venuta, per così dire, a sanare la situazione agli occhi degli operai che più che altro erano stati, per così dire, bendati sulla situazione reale. Per quanto riguarda un altro discorso importante sulla tecnologia, fatto dall’ingegner Bianchi, voglio ricordare un dato che è importante e che è relativo alle autoclavi, proprio per il significato che hanno assunto le autoclavi all’interno di questo processo, sia produttivo ma anche processo in senso giuridico, e per le conseguenze che ne hanno avuto, che ne hanno subìto gli autoclavisti. L’ingegner Bianchi, ma non solo lui, perché viene fuori dalla letteratura scientifica già dell’epoca, ci racconta come le situazioni più pericolose fossero sicuramente quelle delle autoclavi, in particolare in Porto Marghera, ma anche nelle altre parti, erano rimaste delle autoclavi piccole, da 10 metri cubi o poco più, e queste forse erano le situazioni più pericolose. Mentre ci racconta come situazioni che avrebbero contribuito a migliorare la situazione dovevano prevedere autoclavi di almeno 100 metri cubi. Questa situazione tra l’altro va detto che conferma, si confermano a vicenda, un documento di Montedison che vedremo tra poco, del 1975, e le dichiarazioni dell’ingegner Bianchi, proprio perché 100 metri cubi era la situazione che veniva indicata come possibile notevole miglioramento di situazioni ambientali molto pericolose. Allora vi voglio ricordare, a questo proposito, come invece a Porto Marghera non ci fosse nessuna autoclave di questa dimensione, e tutte fossero molto lontane da questa situazione. Perché le autoclavi per esempio al CV6 erano tutte di 15 metri cubi, al CV14 andavano dai 15 ai 17 metri cubi, al CV16 c’erano 16 autoclavi da 15 metri cubi o 4 da 25 metri cubi. Il tanto decantato CV24 aveva 12 autoclavi da 45 metri cubi, quindi meno della metà rispetto alla misura ritenuta necessaria dalla stessa Montedison, dai suoi stessi tecnici per migliorare in maniera soddisfacente e di un certo peso le situazioni ambientali all’interno della fabbrica ed anche all’esterno della fabbrica. Questi dati ovviamente sono pacifici per tutti, ma sono citati anche nelle relazioni dei consulenti tecnici della Montedison. Quindi fino all’inizio di questo processo erano queste le autoclavi che erano state montate. E va però considerato come soltanto nel 1996 ci siano state queste autoclavi che sono state realizzate in maniera più ampia e più grande, presso il CV24, del volume di circa 100 metri cubi, come l’azienda si era prefissa di fare addirittura nel 1975, e sicuramente se l’avesse fatto all’epoca sarebbe più che dimezzata la situazione di pericolosità, cioè da come è stata rilevata, e quindi sarebbe migliorato il rispetto per la salute dei lavoratori e delle popolazioni. Voglio solo citare ancora una cosa sul punto. Di questo intervento fatto da EVC poi nel 1976 e nel 1996, non da Montedison né da Enimont né da Enichem, si sono stranamente, diciamo così, dimenticati sia il professor Pasquon che il professor Foraboschi. Non hanno detto di questa situazione attuale delle autoclavi, non le riguardava come periodo storico, però forse il parlarne avrebbe evidenziato ancora di più i mancati investimenti in materia da parte di Montedison e da parte di Enichem. Voglio segnalare ancora due cose a proposito dell’ingegner Bianchi. Un altro tema è quello relativo alle spese, alle competenze sulle spese e alle decisioni, e sull’ingegner Bianchi, ma risulta anche da altri testimoni, risulta che le decisioni ovviamente di un certo livello venivano prese al centro e comunque anche quando si decideva a livello del centro la proposta doveva partire dalla direzione di stabilimento. A pagina 113 del suo verbale dice che "le piccole spese venivano fatte dai direttori di stabilimento fino ad un certo limite", e indica per un certo periodo, parla che i direttori di stabilimento potevano arrivare fino ad un miliardo di spese. Comunque in tutti i casi di superamento di certi importi di lavori la richiesta, pur essendo decisa dal centro, doveva partire comunque dal livello della direzione dello stabilimento. Passo ad un’altra serie di documenti. Ho già ricordato a quest’aula un documento inviato all’ingegner Grandi il 16 ottobre del 1974 da un tecnico, da un responsabile del settore degli studi di mercato dagli Stati Uniti. Documento tra l’altro e allegati che erano stati già mandati in originale in precedenza dagli Stati Uniti all’ingegner D’Erminio Monforti. Questo documento, come sintetizzavo, faceva riferimento al fatto che l’1 ottobre ‘74 il Dipartimento Federale del Lavoro statunitense, aveva emesso un nuovo regolamento, pubblicato nel Federal Register del 4 ottobre ‘74. Il nuovo standard, come si ricorderà, entrerà, diceva questo documento del ‘74, entrerà in vigore il 1 gennaio del ‘75 e prevede il non superamento del valore di 1 PPM in media durante un periodo di otto ore con tolleranza massima di 5 PPM e ogni periodo di 15 minuti entro l’intervallo delle otto ore. Mentre ricordava questo documento, il limite provvisorio di 50 PPM. Dopo aver accennato al fatto che già erano emersi, nell’ottobre del ‘74, negli Stati Uniti, 19 casi di morte per angiosarcoma, ricorda questo documento come questo nuovo standard letteralmente dovrà essere raggiunto mediante operazioni di ingegneria e controllo delle condizioni di lavoro. Viene accennato al fatto che il risultato per le industrie statunitensi era inaccettabile e viene preannunciata da questo studio di mercato, da questo italiano negli Stati Uniti, una vertenza giudiziaria, che vedremmo c’è in effetti stata, perché gli esponenti delle industrie ritenevano troppo vincolante questo limite, pur essendo stato accettato quel limite di 1 PPM, come dicevamo prima, il limite che veniva passato come limite di rilevabilità. Però già in quel momento, un rappresentante dei sindacati statunitensi della gomma, dichiarava la possibilità di molte scappatoie da parte della legge. Questo documento parlava ancora delle società USA produttrici di PVC che hanno quindi in sostanza dichiarato di non essere in grado di realizzare il nuovo standard, per cui l’applicazione della legge potrebbe condurre alla chiusura di tutti gli impianti per resine e PVC e vengono anche indicati i tempi previsti per la sostituzione del PVC con altri materiali, i tempi previsti per i lavori. Quella previsione contenuta nel documento mandato all’ingegner D’Erminio Monforti e all’ingegnere Grandi, preannunciava proprio a dimostrazione dello stretto contatto tra le industrie italiane e statunitensi, preannunciava una vertenza giudiziaria nei confronti del limite stabilito dall’OSHA. Ricordiamo tutti come l’OSHA, proprio da un responsabile della Dow Chemical, fosse stato indicato proprio dalle industrie come una fossa di serpenti, proprio perché metteva questi limiti. Questa vertenza giudiziaria è nata da un ricorso, appunto, presentato nel settembre del ‘74 ed è stata trattata dalla Corte degli Stati Uniti competente a decidere sui provvedimenti del ministro, discussa nel dicembre ‘74 e decisa il 31 gennaio del ‘75. Le conclusioni furono di rigetto del ricorso di tutte le industrie chimiche a proposito di questi limiti. Ricordo soltanto alcune, ma c’era Union Carbai, Tecneco, Goodrich, Uniroyal, Dumont, che abbiamo citato, eccetera. Venne rigettato ed era una Corte che era composta da giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti e di Corti distrettuali degli Stati Uniti e veniva ritenuto idoneo quel limite. Alcune circostanze che voglio solo segnalare, perché fanno riferimento a quell’epoca e sono molto indicative di come venissero trattate le aziende perfino negli Stati Uniti a questo punto un’asserzione così grave, veniva detto: "Adesso è chiaro che i lavoratori occupati in tutti i componenti delle industrie del CV sono sottoposti ad un grave rischio alla salute a causa del CVM". Benché la prova conclusiva del carattere cancerogeno non sia emersa fin dagli inizi nel ‘74 - quando si ebbe notizia in pratica del caso Goodrich - forti segnali di avvertimento erano apparsi già molto tempo prima e qui la Corte USA ricorda lo studio proprio Tribuk del 1949, cita tutte le situazioni degli anni ‘50 e proprio anche come nel ‘58, ‘59 gli scienziati della Dow Chemical riscontravano anomalie nel fegato e animali a una certa concentrazione di 100 PPM e benché la Dow raccomandasse un livello ammissibile, pari a 50 PPM nel ‘61, l’industria rimase fedele al proprio precedente standard di 500 PPM. E ancora è interessante quanto dice ancora la Corte USA, perché dice: "Quanto agli atti dimostra invero ciò che può solo essere descritto come un ciclo di continua procrastinazione da parte dell’industria dell’adozione di misure idonee a proteggere le vite dei propri lavoratori", proprio quello che succedeva anche in Italia. "Nel ‘67 - ricorda - quando l’industria non aveva raggiunto il proprio trentesimo anniversario, pur avendo ricevuto molte comunicazioni sulle patologie osteolisi eccetera, l’MCA chiese all’Università del Michigan di studiare le cause. Tre anni dopo, nel ‘70, quando le venne comunicato che non era possibile stabilire la causa della malattia ma le venne consigliato di adottare un valore limite di 50 PPM, niente venne fatto". Poi ricorda la Corte USA la vicenda del professor Viola del 1970, tra l’altro, non del ‘69, e parla delle conoscenze che vengono pubblicate anche sulle riviste a seguito del congresso internazionale di Houston e ancora una volta dice: "L’industria non fece niente". Sembra proprio la situazione italiana, procrastinare il più possibile. Ma un altro passo interessante che voglio ricordare è quello relativo al più basso livello rilevabile, ma il fatto di come per certi versi in maniera ironica, la Corte USA si fosse ben resa conto di questo procrastinare il tutto da parte dell’industria e del tentativo proprio letteralmente di prendere in giro tutti. Perché ad un certo punto la Corte USA dice: "Non possiamo concordare con i richiedenti, con le aziende, sul fatto che lo standard di 1 PPM sia così chiaramente impossibile da raggiungere. Sembra - e li prende quasi in giro - che abbiano solo bisogno di un po’ più di fede nelle loro potenzialità tecnologiche, dal momento che, da quanto risulta agli atti, nonostante ci fossero state delle simili previsioni di non fattibilità per ciò che riguarda gli standard di emergenza di 50 PPM, sono stati eseguiti grossi miglioramenti nel giro di alcune settimane", non di alcuni anni, dice la Corte, in alcune settimane hanno risolto questi... "E’ una varietà di utili controlli a livello tecnico di procedure operative devono ancora essere istituiti. Vorremmo sottolineare che nell’area della sicurezza" e poi ricorda quelli che sono i poteri del Ministro. Concludo questa citazione della Corte USA dicendo come questo schema di adeguamento alla decisione del Ministro si basi su controlli a livello tecnico di procedure operative e ordina in effetti alle industrie di far uso della tecnologia al massimo livello disponibile possibile ma, cosa più importante, richiede che in aggiunta a ciò, si faccia uso di respiratori, se non è possibile portare il livello di CVM fino al limite ammissibile grazie ai mezzi tecnici e lo ricordo perché è il discorso che facevo io questa mattina, poco fa, proprio in riferimento a quelli che erano i limiti contrattuali di italiani che facevano riferimento ai limiti e alle considerazioni di ACGH negli Stati Uniti. E tra l’altro, ricordo ancora, come l’ordinanza a proposito di questa disponibilità e uso di respiratori dell’ispettore del lavoro Lo Grasso Bombardieri emessa nel ‘72 sia formalmente ancora efficace perché non è mai stata revocata, nonostante le pressioni delle industrie, come ci è stato detto anche in aula. La Corte si rende ovviamente conto dei limiti di questi respiratori, dei limiti negativi e dice: "Ciò nonostante, resta il fatto che eliminano effettivamente l’esposizione al CVM e sono già in uso con successo presso alcune compagnie produttrici di PVC durante il processo di pulizia e in altri punti del ciclo di produzione. Poi ricorda che i costi tutto sommato di questi apparecchi sono piuttosto bassi. Ma sui tempi necessari per le modifiche impiantistiche, mentre quel documento del ‘74 mandato all’ingegner Grandi ci dava delle indicazioni di alcuni anni, ricordo che esiste un documento agli atti, che è un documento OSHA del 1974, 23 agosto, che incaricando delle società esterne esperte in materia proprio di costruzioni di impianti ambientali, ha indicato in maniera specifica quelli che sono i requisiti temporali e i tempi necessari per la realizzazione di certe modifiche impiantistiche. Ora, io non sto ad indicare tutti questi tempi, tutte queste modifiche e i tempi necessari, faccio rinvio al documento che è già stato acquisito agli atti del Tribunale e ricordo solamente alcune situazioni più significative. Il documento esiste agli atti, sia in lingua originale, che in lingua italiana. E ricordo come, ad esempio, per i lavori più grossi, quali la prevista sostituzione o revisione delle autoclavi, fosse previsto un tempo massimo che va dai 18 ai 24 mesi e l’installazione del sistema di pulizia di autoclavi con solventi andavano a 30 mesi, mentre con la pulizia delle autoclavi ad acqua, si andava a 24 mesi. Per lo strippaggio, si parlava di tempo necessario di 18 mesi, sostituzione di filtri, 3 o 5 mesi. Per la costruzione addirittura di tutto un complessivo nuovo stabilimento, di due anni e mezzo, tre anni. Ora i tempi, tra l’altro, di questo documento OSHA, li ricordo semplicemente perché, come vedremmo tra poco, risulta da un documento della Montedison nel ‘75, come bastassero in effetti un paio d’anni per arrivare alla costruzione di nuovi impianti, dei quali invece siamo ancora tutti quanti in attesa. Passo ad una serie di documenti che riguardano il comportamento, le richieste sia dei sindacati che in particolare gli organi all’interno della Montedison e ricordo come esista un documento agli atti depositato durante l’audizione del sindacalista Trucchi, che fa riferimento al piano di risanamento che era stato presentato dalle aziende per gli impianti in particolare CV6 e CV8 nel 1974 e 1975. E cito questo documento proprio perché dà atto e dà contezza di come la posizione degli operai fosse una posizione sicuramente non ancora di chiusura totale e rigida ma, come dicevo, fosse una situazione ancora discorsiva, ancora propositiva in attesa però speranzosa di qualcosa che potesse cambiare. I sindacati sono ancora molto fiduciosi, come si vede da questo documento, perché parlano ancora del fatto che sia indispensabile mantenere la linea produttiva, sia che essa si mantenga in reparto nuovo che risanando l’attuale, quindi danno credibilità a queste proposte che vengono presentate dall’azienda come piano di risanamento. E per quanto riguarda i lavori, ricordo che in questi documenti si parlava di un primo e di secondo step di lavori che affronteremo tra poco. Quindi, addirittura, per quanto riguarda il secondo step, dicevano i sindacati: "Non si può esprimere un parere negativo sui lavori, se non sulla valutazione dei tempi proposti", perché non vengono addirittura indicati in tanti casi e in certi casi sono addirittura troppo lunghi e questo discorso più volte ormai riferito del tentativo di procrastinare il tutto. Le conclusioni di questo documento sindacale sono che la domanda che ci siamo fatti tutti e che sorge spontanea, riguarda proprio i tempi di attuazione del piano e di come risponderemo a tutte le sollecitazioni e i problemi che, conseguenza logica, ne deriveranno. Noi abbiamo da sempre ritenuto il CV6 inquinante, altamente disagevole, ne fa testo il riconoscimento di Montedison, anche se solo per tre mesi all’anno, come abbiamo detto prima, e il rifiuto che oppongono i lavoratori di altri reparti e non, quando si vedono offrire un posto al CV6. Allora, le risposte che si dovranno dare, saranno quelle che si deve attendere da chi opera un impianto del genere. Quindi, se la situazione non va avanti, nel momento in cui ci sono problemi, bisognerà fermare questo impianto. E passiamo ad un documento di quell’epoca, del 21 gennaio del 1975, è un verbale di riunione, possiamo vedere magari il primo proprio per inquadrarlo, vedere i presenti, tra cui l’ingegner Calvi e il professor Bartalini, ingegnere Gaiba, per citare gli imputati, relatore è il dottor Dell’Aglio e questo documento fa riferimento, siamo nel gennaio ‘75, agli stabilimenti che impegnati, si dice, hanno a suo tempo raggiunto e superato gli obiettivi del massimo di 50 PPM. Quindi si pone il problema di passare dai 50 PPM a 1 PPM. Viene indicata la problematica da affrontare con la massima tempestività. E allora, in questo documento e in maniera così, diciamo strana, ma insomma uno dei primi problemi da affrontare è definire la procedura e le alternative per un’azione che tenda ad orientare realisticamente e ragionevolmente la futura normativa. Quindi, prima ancora di parlare degli impianti, di che cosa fare, di come lavorare, dico: "Intanto vediamo di orientare la futura normativa". E i fattori importanti sono indicati proprio da questo documento, come il tempo e la scelta degli organi su cui agire. Ricordo un documento del gennaio del ‘75 e fatalità gli altri, c’è un altro documento del gennaio del 1995, non più di Montedison ma di Enichem, mandato dall’amministratore delegato a tutti i direttori di stabilimenti, in cui si fanno proprio dei discorsi analoghi, in cui si parla degli organi che sono da avvicinare, degli organi elettivi, dei parlamentari, della burocrazia, delle autorità diverse da avvicinare, tra cui vengono indicate forze dell’ordine, anche in Magistratura. E a pagina... ad un certo punto di quel documento, tra le autorità diverse, facendo riferimento alla Magistratura, visto che ci riguarda, fa riferimento al fatto che ha acquisito da tempo un ruolo amplissimo di competenze: "E’ perciò indispensabile predisporsi ad un dialogo tenuto ad alto livello in modo continuativo". E dieci righe sotto viene scritto: "Dopo un’attenta selezione degli interlocutori, della loro identità politica e istituzionale e della loro attitudine e dei loro bisogni, si può impostare una strategia di comunicazione che in tal senso, per essere efficace, dovrà essere sufficientemente interattiva". Io non ho mai capito cosa volesse dire, lascio all’immaginazione di chi ha sentito la frase, di chi l’ha letta, ogni interpretazione. E comunque, lo ripeto perché è una continuità dal ‘75 al ‘95 nelle linee di politica industriale, perché si fa riferimento alla necessità nel ‘75 di andare presso certi organi da contattare, Ispettorato medico centrale, Ministero del Lavoro, organizzazioni sindacali, opinione pubblica: "Anche per vedere - viene scritto - se possibile nel gioco di evoluzione dei MAC, sganciare l’Europa dall’America". Sappiamo tutti come l’America avesse un limite molto stretto, ce lo diceva quel dottor Trabucchi che ha scritto all’ingegner D’Erminio Monforti e ingegner Grandi alla fine del ‘74. L’America ha limiti stretti, quindi qui dicono... in Italia Montedison, vediamo di avvicinare qualcuno per poi sganciarci dall’America. Gruppi di lavoro che tratteranno questo tema, non indico tutte le persone, mi limito a citare il professor Bartalini, perché sarà quasi il fil rouge di tutti questi gruppi di lavoro. Bartalini è quasi sempre presente, proprio a segno della rilevanza del suo ruolo in una epoca poi così delicata e così importante. E, tra l’altro, un altro discorso che viene fatto e un altro gruppo di lavoro nel quale viene inserito il professor Bartalini così come tutte le direzioni di stabilimento e la Dipe, è quella che riguarda l’impostazione del lavoro e del dialogo con le organizzazioni sindacali per le implicazioni per gli impianti. Un altro gruppo di lavoro in cui viene inserito, e questo direi ovviamente, il professor Bartalini è quello relativo all’indagine epidemiologica in corso. Anche qui, indagine epidemiologica della Montedison in corso, in questo gruppo di lavoro abbiamo Bartalini, direzione stabilimenti e Dipe, non si sa che fine abbia fatto. Poi, finalmente si comincia a parlare dei lavori, finalmente si comincia a parlare di che cosa si deve fare e si parla anche finalmente di spingere al massimo i programmi degli interventi sugli impianti, rispettando i tempi di attuazione e tutti i tempi di intervento. Quindi, questo per dire che all’interno della struttura, le parti tecniche, i responsabili a un medio livello tecnico, per la loro parte, un impegno ce l’abbiano messo fino a quando ci sono state queste direttive. E in particolare al punto F di questo documento, viene definito il programma di realizzo delle nuove unità e viene detto che nell’ottica generale del problema si è visto che la salvaguardia della produzione è legata oggi principalmente a due leve: il tipo di legislazione, abbiamo già detto cosa vuol dire, e il miglioramento degli impianti. E viene scritto in questo documento: "Montedison ha assoluto bisogno di due anni di tempo". Nel 1977 Montedison avrà a disposizione una terza leva: gli impianti nuovi. Quindi, in due anni, Montedison conferma quel documento di OSHA, in due anni Montedison dice: "Avremmo gli impianti nuovi". Continua il documento: "Si è visto che con nuove tecnologie il TVA un PPM raggiungibile, risulterebbe che ci siano impianti funzionanti in America a detto limite, però il livello degli investimenti da decidere varierà di molto in funzione del tempo che avremmo a disposizione". Questo quindi è un buon documento che preannuncia anche quali siano le intenzioni dei tecnici e vediamo poi che esito avrà. C’è un secondo documento, che è quello del 21 marzo del 1975, relatore sempre Dell’Aglio, contiene un aggiornamento al 21 marzo, appunto, per quanto riguarda le azioni da operare. I presenti erano ancora l’ingegner Calvi, ingegner Gaiba e il responsabile anche della medicina, che ricevono poi questa documentazione, questi documenti vengono mandati ovviamente ai direttori di stabilimento e tra l’altro anche a ditte, anche al dottor Trapasso, in particolare questo documento. Per quanto riguarda questo aggiornamento dei lavori, per la parte impianti, si dice: "All’8 aprile verranno decise le ulteriori modifiche da apportare ai vecchi impianti che dovranno coesistere con i nuovi", ancora si ribadisce che ci saranno, aspettiamo questi nuovi impianti "e si stenderà un primo schema completo di proposte per la realizzazione dei nuovi. A questa data sarà inoltre terminato il lavoro di progettazione da parte di Tecnimont, sia per gli impianti PVC emulsione, che PVC sospensione. Parallelamente, per la sola sospensione, è prevista a brevissimo termine la firma di un accordo di segretezza, ancora una volta, con una società giapponese allo scopo di effettuare un confronto tra il processo di questa e quello di Tecnimont e di disporre di un’alternativa". Vengono accennate delle direttive dell’amministratore delegato, che era all’epoca l’ingegner Grandi, che nella riunione del 12 marzo del ‘75 aveva indicato, aveva sciolto certe alternative di azione che erano state considerate in precedenza, e allora veniva impostato il lavoro su una normativa a 1 PPM come MAC per il 1 aprile ‘76, sulla base anche di questa che erano normative internazionali. Poi parla della necessità, l’ingegner Grandi, di anticipare al massimo la costruzione di nuovi impianti, con adeguato dimensionamento degli interventi su quelli vecchi. Poi parla di assunzione di personale da istruire per i nuovi impianti o per sostituzione di quello diversamente organizzato negli impianti esistenti. Ancora per quanto riguarda in particolare i lavori di Porto Marghera e di Brindisi, questo documento del marzo ‘75, dice che è essenziale che vengano anticipate il più possibile le modifiche su una parte di questi vecchi impianti, ad esempio il CV16 di Porto Marghera, per verificare e dedurre sulla base dei risultati effettivamente conseguiti, l’opportunità di estendere le modifiche anche ad altri impianti quali il CV14 che nella prima impostazione del programma, è stato previsto di fermare. Ciò evidentemente con l’obiettivo di pervenire a soddisfare nel ‘76, ‘77 le richieste commerciali di vendita. Quindi si comincia a prospettare già qualcosa di diverso. Gli interventi sui vecchi impianti per raggiungere il TVA uguale a 1 sono pertanto logici a condizione che l’obiettivo sia raggiunto nel ‘76 o tutt’al più nel ‘77, in quanto nel ‘78 la situazione dovrebbe essere superata dall’entrata in produzione dei nuovi impianti. Quindi ancora, nuovi impianti, vecchi impianti e si continua un po’ a giocare, a spostare questa indicazione. Quello che si ricava da questi documenti che ho citato, sia ad origine sindacale e sia anche dal lavoro dei tecnici, è che in pratica risulta che i tecnici, le strutture intermedie stanno lavorando, che rimangono in attesa di decisioni, di ordini ovviamente dall’alto e che i sindacati continuano ad avere fiducia. Ho già citato documenti del ‘75 e ce n’è un altro ancora, del 22 aprile, al quale ho fatto cenno ancora prima, proprio ancora questa mattina, che fa cenno a questa possibilità, a questa disponibilità dei sindacati. Però, ad un certo punto, in maniera inopinata se vogliamo ma poi vedremo alla fine che è anche molto chiara, c’è un cambio di linea da un punto di vista delle aziende. Accennavo poco fa, e lo vedremo meglio, come dalle relazioni interne all’azienda, ci sia all’inizio, nel marzo in particolare del ‘75, la conferma del fatto che c’è un crollo delle concentrazioni di CVM negli ambienti di lavoro, praticamente in tutti quanti, su una serie di grafici che vedono dai primi mesi del ‘75 un precipitare di queste situazioni più o meno marcate ma sicuramente più interessanti del febbraio del ‘75. E il 30 giugno del ‘75, si tiene a Milano una riunione sulla problematica del CVM. Dal verbale che viene redatto dall’ingegnere Guido Dell’Aglio e che viene inviato alla direzione l’1 agosto del 1975 ci sono delle indicazioni molto precise proprio sugli impianti esistenti. Ancora un documento che viene inviato al professor Bartalini e l’ingegner Gaiba viene indicato come riservato e personale, i presenti alla riunione sono, oltre a Bartalini e Gaiba, anche l’ingegner Calvi, eccetera. Per quanto riguarda i gruppi di lavoro, ricordo innanzitutto come ci sia un gruppo di lavoro, indicato come gruppo di lavoro B, relativo all’esercizio degli impianti a regime controllato per il quale viene detto che la Dipe rimane in attesa del benestare da parte delle funzioni centralizzate di rendere operanti o meno le normative suddette. Quindi vediamo che lì dove sono stati fissati i limiti di TVA ai quali operare secondo la normativa, c’è il gruppo di lavoro che dice: "Siamo pronti, però aspettiamo che a livello sopra la Dipe le funzioni centralizzate ci dicano di rendere operanti o meno queste normative" e questo è un primo punto che riguarda il gruppo di lavoro B. Poi, per quanto riguarda il gruppo di lavoro A, si fa riferimento ancora a questi indirizzi di massima avuti dall’alta direzione, vediamo che viene così indicata, ed era stato deciso di aprire un po’ il discorso anche con la controparte sindacale per vedere come si poteva sanare e sistemare questa situazione. E dice a questo proposito il reparto di Montedison, la funzione di Montedison che cura i rapporti con i sindacati, di ritenere inopportuno e rischioso assumere spontanee iniziative nei confronti delle organizzazioni sindacali per concordare il MAC, proprio perché questo avrebbe... questo anticipare, sarebbe quasi sembrato un segno di debolezza e avrebbe indebolito la posizione di Montedison. Quindi, diceva: "Rimaniamo in attesa e poi partiamo, per quanto ci riguarda, nella parte nostra". E nella definizione di tutto questo viene ribadito da questa struttura che non poteva essere accettato come presupposto l’uso continuativo del mezzo protettivo individuale, come peraltro dicevo poco fa, la Corte USA aveva raccomandato per i lavoratori statunitensi nei casi in cui l’azienda non fosse stata in grado di garantire il non contatto con la sostanza. Ma la parte del documento più interessante è quella che riguarda innanzitutto il gruppo di lavoro C e il professor Bartalini era a capo di questo gruppo, perché nonostante quello che ci diceva il professor Bartalini e altri imputati sentiti durante le indagini preliminari e i cui verbali io ho acquisito, viene data contezza in questo documento sul fatto che c’è un’indagine che è in via di completamento a Brindisi, a Terni, a Porto Marghera come continui invece l’indagine unilaterale dell’azienda, e dice che ci sono delle preoccupazioni per il fatto che viene confermato, e siamo ancora nel ‘75, che un 10% del personale di questi impianti potrebbe essere da indirizzare verso altre attività. Quindi sapeva benissimo che andava spostato questo già allora 10% del personale. Dipe insiste e viene accettato durante quella riunione, che senza altri indugi si dia corso all’assunzione del personale necessario, circostanza poi completamente svanita e scomparsa nel nulla. E veniamo al gruppo di lavoro E, quello che riguarda il realizzo di interventi risanatori sugli impianti esistenti. Viene detto che i lavori di risanamento sono stati programmati e sono in corso di esecuzione, secondo programma. Novità emersa recentemente è che i costi previsti dalla tecnologia di Montedison per nuovi impianti sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo tornare di attualità quelle alternative che sei mesi fa sembravano non valide, a confronto della costruzione delle nuove unità, e cioè risanare definitivamente le sezioni più affidabili degli impianti vecchi, in modo da arrivare a un TVA di 1 per tutti i reparti, poi risanare gli impianti vecchi e sostituire le sezioni meno affidabili con nuove capacità produttive. Quindi questo non va. Vengono fatte tre alternative che comportano varie spese per una serie di modifiche in corso e, come dicevo, non mi dilungo su queste indicazioni, la seconda alternativa viene accettata e nella seconda alternativa si dice, quella migliore per l’azienda, viene indicata la necessità di fermare le sezioni pericolose e di spendere 2,4 miliardi per un’autoclave da 65 metri cubi a Brindisi e una sperimentale da 100 metri cubi a Porto Marghera. Quindi questo dicono già in fase di arretramento rispetto al piano di risanamento iniziale, viene concordata la maggiore validità di questa iniziativa, però anche di questa seconda iniziativa si perde qualsiasi traccia, perché proprio di questa autoclave da 100 metri cubi prospettata come soluzione di ripiego per l’azienda e comunque migliore per l’azienda, neanche di questa si troverà mai traccia. E’ da notare che all’inizio del ‘75, Montedison addirittura pensava di chiudere gli impianti esistenti e sostituirli, non ritenendo possibile raggiungere il limite di 1 PPM.

 

Presidente: facciamo una sospensione. Si dà atto che è presente l’avvocato Schiesaro per l’Avvocatura dello Stato e l’avvocato Partesotti per Greenpeace.

 

PUBBLICO MINISTERO

 

Pubblico Ministero: era stato interrotto questa mattina il mio intervento nella parte relativa alla discussione di un documento datato 1 agosto 1975 a firma Guido Dell’Aglio che riguardava una riunione che si era tenuta il 30 giugno del 1975 e in particolare stavo trattando del gruppo di lavoro E concernente il realizzo di interventi risanatori su degli impianti esistenti e concludevo dicendo che era stato concordato per la maggiore validità della seconda alternativa proposta da quel gruppo di lavoro, per cui si diceva: "Saranno subito ordinate le autoclavi. La continuità dei lavori sarà assicurata con uno stanziamento di 2 miliardi per il quale verrà immediatamente formalizzata una richiesta RDA specificando le motivazioni precise". Quindi, ancora, a questa epoca, in questo documento, 1 agosto, si parla innanzitutto di questo ordine relativo alle autoclavi. Ma un altro dato importante che concerne non soltanto queste ordinazioni di autoclavi, che si sta facendo, ma anche un programma ulteriore per il realizzo di nuove unità, riguarda il successivo gruppo di lavoro, che è il gruppo di lavoro F, che riguarda proprio queste ricerche che faceva Montedison, sia al suo interno sia al suo esterno, per creare nuove unità, nel senso di nuovi impianti. Per questi, venivano indicati dei contatti con delle ditte giapponesi al fine di ottenere know-how e quant’altro necessario e veniva valutato anche il lavoro che era stato svolto all’interno da tecnologia di Montedison dalla Dipe proprio a questo fine, con delle considerazioni anche sui prezzi. Devo subito precisare, come è successo per le autoclavi previste nuove, anche per le unità, per gli impianti previsti nuovi, tutto finì lì e non si andò assolutamente da alcuna parte in questo senso. Dopo questa missiva, dopo questo documento del dottor Dell’Aglio dell’1 agosto 1975, c’è un altro documento che è del 24 novembre del 1975, che è stato già discusso in aula, quindi mi limito a citarlo e a indicare i passi fondamentali e questo documento è a firma del dottor Giuseppe Grassi, riservato alle persone del direttore dello stabilimento di Porto Marghera, che era all’epoca l’ingegner Cecchi, attualmente deceduto, e del responsabile di Brindisi, l’ingegner Amato e per conoscenza ovviamente alle funzioni che sono a livello di divisione, ingegner Bianchi e dottor Reichenbach, competente in particolare per questa situazione di Porto Marghera. Il documento dice letteralmente che: "Essendo in corso trattative con diverse ditte estere per l’acquisizione di know-how più aggiornati, vi preghiamo di congelare gli studi e l’esecuzione dei lavori di cui allegato elenco" e qui si trattava di tutti quei lavori di cui al primo e al secondo step di cui si è ampiamente parlato in udienza. Quindi, un ordine di congelamento di questo elenco. E aggiunge il documento: "Resta inteso che gli obiettivi a suo tempo fissati, restano inalterati - quindi gli obiettivi sono inalterati, immobilizzati sarebbe stato meglio dire - ragion per cui in sede di trattativa sindacale, il vecchio elenco lavori mantiene la sua validità" ed ecco documentalmente confermato quel raggiro nei confronti dei lavoratori, e cioè dal centro viene detto al direttore di stabilimento di Porto Marghera, in particolare con una riservata: "Di’ agli operai e ai sindacati che quell’elenco di lavori mantiene la sua validità, però noi intanto congeliamo gli studi e l’esecuzione dei lavori", quindi è sicuramente importante questo documento perché proprio ci conferma quale fosse la linea già ancora nel corso del 1985 e i lavori che venivano congelati, ci sono stati già presentati e io li sintetizzo in una tabella, che ovviamente è allegata anche alla relazione dell’ingegner Nano e Rabitti, dove si vede come sono divisi i lavori a seconda del primo step, del secondo step, per gli impianti sia di PVC e sia del monomero. Vengono indicate le colonne degli importi dei lavori completati, quelli da completare e i lavori che vengono invece congelati. Quello che si ricava immediatamente è il fatto che i lavori da congelare risultano di importo pari a circa un terzo rispetto al totale dei lavori da completare. Nel verbale della riunione che abbiamo già esaminato, riunione 30 giugno documento 1 agosto, si parlava di una spesa per una serie di modifiche in corso o già approvate, per un totale di circa 12 miliardi, per portare questo TVA fino a 10 PPM. Dagli allegati invece a questa lettera del dottor Grassi del 24 novembre ‘75 si evince che di questi lavori per circa 12 miliardi, diventati quasi 14, ne erano stati completati per 5,21 miliardi. Questi lavori dovevano abbassare il TVA fino a 10 PPM, si diceva. Essendone stata completata invece meno della metà, viene quantomeno da dubitare, se non da essere certi, che a giugno del ‘75 il valore medio della concentrazione di CVM nei reparti fosse già inferiore a 3 PPM come invece sostenevano i consulenti di Montedison ed Enichem proiettando dei diagrammi specifici in proposito. Questi diagrammi segnalano, a dicembre ‘75, concentrazioni inferiori a 1 PPM, tranne che al CV6 dove continuano a segnalarlo inferiore ai 16 PPM. Ce li ricordiamo tutti, non c’è bisogno che vengano rappresentati. Questi diagrammi sono stati portati in udienza dagli ingegneri Foraboschi e Messineo e parlavano del crollo delle esposizioni anteriormente al periodo che ritenevano di loro competenza e comunque anteriormente al periodo del 1982. Dai diagrammi dei consulenti di Enichem, avevano in comune, si vedeva un dato comune, che è il rapido calo di concentrazione tra il dicembre ‘74 e il marzo del ‘75. E allora, se alla fine del ‘75 le concentrazioni fossero state veramente inferiori a 1 PPM, come dicevano questi consulenti, non si capisce proprio perché Montedison avrebbe dovuto spendere ancora decine di miliardi per risanamento ambientale per questo abbassamento. Il fatto che il sistema dei gascromatografi segnalasse medie intorno a 1 PPM alla fine del ‘75 può essere quindi legato non tanto a interventi impiantistici non ancora completati e non ancora comunque effettuati, quanto agli stessi impianti di rilevazione che erano stati introdotti e alla metodologia di questi impianti di rilevazione del CVM nell’ambiente di lavoro. Questo dato, questo che ho appena detto, ci viene confermato dal resoconto di una riunione che si era tenuta a Brindisi il 9 ottobre del 1974 e poi rapportata in un documento allegato alla consulenza che è datato 11 novembre 1974, di cui si parlerà poi, quando parleremo della normativa sul CVM. Durante questa riunione, erano stati stimati i livelli di TVA raggiungibili alle diverse date. Proietto ora la tabella proprio per vedere quali erano queste prospettive. Riporto solo i dati, tabella 15, relativi agli impianti di polimerizzazione a Porto Marghera, dove si vedono indicati i CV6, CV14 e 16, CV24, con le varie scadenze temporali. E invece, a differenza, questa era una riunione di quadri a Brindisi di responsabili sia delle sedi locali, sia della sede centrale di Milano. Invece, a differenza di quanto viene rapportato all’esito di questa riunione, già a fine marzo del ‘75 la concentrazione nei reparti CV6, 14 e 16 era cinque volte inferiore a quella che viene indicata in questo documento di Brindisi e allora dico che è proprio per questo motivo che all’inizio del ‘75, nel corso del ‘75, quando vengono confermati questi dati di gascromatografo, la Montedison pensa di chiudere prima, dice, questi impianti e invece dopo qualche mese, sempre nel corso del ‘75 cambia idea e mi pongo una domanda e cioè il tipo di rilevazione multiterminale che è stato adottato e che sottostimava le concentrazioni, come vedremo, è stato forse addirittura deliberatamente studiato proprio per questo scopo, proprio per dare una copertura, proprio per rendere gli operai meno assillanti e anche per calmare quelle che erano le loro contestazioni? E’ ovvio che una risposta a una domanda di questo tipo documentalmente non si può trovare. Sta di fatto, però, che il calo repentino delle concentrazioni in pochissimi mesi in questi reparti, che non è certamente dovuto, come ulteriormente vedremo, a modifiche impiantistiche di quel momento, questo calo ha consentito all’azienda di mantenere in marcia i reparti stessi con notevolissimo risparmio, tanto più in un periodo di grave crisi economica, come abbiamo detto anche poco fa. Era sicuramente a detta... un risparmio in termini economici, non certo in termini di salute degli operai. E un altro dato di fatto, che conferma tutto questo, è che le concentrazioni previste per il ‘76 nei reparti CV6, 14 e 16, non avrebbero consentito il rispetto del contratto di lavoro del ‘76 di cui abbiamo parlato e sul quale ritorneremo. Sulle modifiche impiantistiche, reparto per reparto, e sulle conseguenti valutazioni critiche, mi riporto semplicemente a quanto è stato detto e scritto durante l’istruttoria dibattimentale, sia dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero ingegner Nano e Rabitti che da quelli di Medicina Democratica dottor Mara, l’ingegner Carrara, eccetera. Concludo pertanto sul punto, con alcune osservazioni dicendo che questo asserito, questo affermato crollo della concentrazione di CVM nei reparti CV6, 14 e 16, non è avvenuto appunto all’inizio del ‘75 per modifiche agli impianti, quanto per la messa in funzione di un sistema di rilevamento inefficace o forse, meglio dire, secondo un’altra ottica, anche troppo efficace. Dal confronto tra le ottimistiche medie elaborate dal Controllo Servizio Qualità del dottor Capodaglio che è allegata alla relazione Nano e Rabitti e dal confronto tra queste ottimistiche medie, le preoccupate relazioni accompagnatorie, autorizzazioni divisionali di investimento, emerge una profonda ed insanabile discrasia, perché da una parte si tende a rendere noti dati ottimistici ai lavoratori e ai Consigli di fabbrica per tranquillizzare l’opinione pubblica e gli operai ed evitare la necessità onerosa di costruire nuovi impianti, come peraltro abbiamo già detto, ipotizzato dalla stessa Montedison. Dall’altra parte invece, all’interno, si espongono dati più preoccupanti, certamente più verosimili. Dai grafici dell’azienda stessa e dalle figure che sono state riportate anche dai consulenti del Pubblico Ministero e dai consulenti delle difese, sembra che alla fine del ‘75 le concentrazioni nei reparti fossero intorno a 1 PPM. Ma invece ancora, da documentazione del ‘76, ripeto, dei reparti CV14, 16 e 6, ci sono delle accompagnatorie in cui si dice che l’impianto CV14 e 16 presenta attualmente un tenore medio di CVM nell’ambiente di lavoro che varia da 5 a 10 PPM, con punte eccezionali di qualche decina di PPM in determinate zone dell’impianto e questi dati ci sono riportati anche da un documento del Consiglio di fabbrica dell’ottobre del 1975, datato 30 ottobre, in cui appunto, sul CV14 si rendono conto gli operai che ad un certo punto, facendo un periodo di ispezione, veniva rilevato che per tutto il periodo di ispezione, il gascromatografo segnava oltre le 20 parti per milione di media e si è ancora constatato durante questa ispezione, che dei tre cromatografi portatili, solo uno era ancora efficiente, quello del CV6 e gli altri due, almeno da quattro mesi, mancavano addirittura dei pezzi di ricambio, oltre che non funzionare. Passo ad un altro sottocapitolo e peraltro, prima di accennare a quest’altro capitolo e anticipando così una parte che avrei dovuto trattare domani, una parte ambientale ma che si collega al discorso sulle migliori tecnologie di cui abbiamo parlato questa mattina, inserisco un dato che è riferito all’impianto di neutralizzazione dell’impianto di trattamento chimico, fisico e biologico delle acque reflue e lo inserisco in questa parte impiantistica, che abbiamo trattato anche questa mattina, perché il professor Foraboschi diceva che questo impianto di neutralizzazione era entrato in funzione già dal ‘72, mentre l’impianto di trattamento chimico, fisico e biologico era attivo almeno nel 1978, come se fossero stati dei metri enormi introdurre in questi anni ‘70 tecnologie che invece erano disponibili, quanto meno, dagli anni ‘60, se non prima. E dico questo perché non soltanto questo emerge da atti di convegni del 1961, sia da un punto di vista generale che da un punto di vista particolare, ma anche perché ci dà contezza come proprio ci siano state queste introduzioni di queste tecnologie, il più tardi possibile. Allora, accennavo poca fa ad un convegno del 20-24 aprile 1961 che si era tenuto per conto dell’Associazione nazionale di ingegneria sanitaria ANDIS a Bologna, e lo cito anche nella parte generale perché l’ingegner Foraboschi, come in altre occasioni, ci voleva quasi far credere che problemi di tipo ambientale fossero sorti soltanto quando ha cominciato a occuparsene l’azienda Porto Marghera, fosse essa Enichem, per il periodo di sua competenza, ma siccome ha cercato di giustificare anche il periodo precedente, quindi parlo anche del periodo che riguarda Montedison, va detto che invece fin da quel 1961 venisse riferito come il problema degli scarichi industriali, all’epoca, non era certo nuovo e la sua soluzione resa sempre più urgente dall’intensità veramente allarmante raggiunta dal fenomeno ha già offerto abbondante materia a numerosi convegni e congressi, così che sembra giunto il momento di chiederci se sia davvero ancora il caso di discuterne, anche perché il fatto stesso che si continui a farlo può anche avvalorare il sospetto che in realtà il desiderio di pervenire ad una soluzione non sia molto sentito, quantomeno sia in un certo modo osteggiato. E da questa considerazione di carattere generale, vediamo che all’interno degli atti di quel convegno, e poi è stata discussa all’interno di quel convegno, c’è una relazione in particolare del professor Luigi Mendia sugli aspetti tecnici del problema degli scarichi industriali. Quindi, cito questo intervento perché in merito proprio alle soluzioni tecniche relative al trattamento delle acque reflue, il relatore professor Mendia tra le altre soluzioni di cui parlava, presentava lo schema di un impianto consorziale che era quello del bacino del Niers che è un fiume che va dalla Germania, Düsseldorf in particolare, fino in Olanda. Proietto ora questo schema per vedere... ed era un documento del ‘61. Si tratta di un impianto a fanghi attivi costituito dalle sezioni impiantistiche che si vedono nella figura che sono rappresentate e che quindi non indico con i nomi e con i numeri. Il relatore precisava che il sistema di fanghi attivi trova soprattutto impiego nel caso specifico nell’epurazione di grandi volumi di scarico. Nei riguardi dei composti tossici e delle caratteristiche inibitrici dei processi biologici, tale sistema presenta una maggiore sensibilità, rispetto a quello che è invece il comportamento dei letti percolatori. Il rendimento di un completo trattamento che si avvale dell’impiego dei fanghi attivi raggiunge valori che superano anche il 90%. Con tale sistema vengono trattati con piena soddisfazione acque di rifiuto provenienti dalle industrie e dall’industria farmaceutica. Il suo impiego è risultato anche vantaggioso nel trattamento di scarichi di raffineria contenenti, oltre che fenoli, idrocarburi, acidi grassi, composti azotati e solforosi. E ripeto, è un documento, è un riferimento al 1961. Ma sempre in quell’epoca, da un altro convegno di studio, questa volta è di poco precedente, dell’ottobre del 1960 sulle acque industriali, aspetti tecnologici, tratto dalla Chemical Industry del 1960, c’è un intervento del presidente della sezione lombarda della società chimica italiana, il dottor Luigi Morandi, che mi pare tra l’altro ha avuto degli incarichi proprio Montedison e che era presidente della sezione lombarda e vicepresidente della società a livello nazionale, per il tema che ci riguarda ha detto alcune cose molto interessanti nel ’60: "I mezzi tecnici per la depurazione delle acque di rifiuto sono oggi perfettamente conosciuti. Il problema quindi è essenzialmente economico e può essere agevolmente risolto, specialmente quando si può contare su sovvenzioni statali o regionali", caso Montedison, perfetto. "Un’obiezione frequente da parte dell’industria è che la depurazione delle acque di rifiuto è troppo costosa, perché essa possa sostenerla. A ciò si può rispondere - dice sempre il dottor Morandi - che un’azienda che non è stata capace di risolvere il problema delle sue acque di scarico è malcondotta o male organizzata e che anche ammettendo obiettivamente le gravi difficoltà di certi tipi di industria non si può prescindere dall’ovvio principio che chi preleva dell’acqua e la lavora deve restituirla alla comunità in uno stato tale che essa non possa nuocere a chi sta a valle". Ripeto, vicepresidente della società chimica italiana, non un verde o un ambientalista. E tra l’altro, parlando di certi tipi di industria, va detto che non era certo il caso che avevano difficoltà, non certo il caso di un’industria come la Montedison, da sempre sovvenzionata con denaro pubblico, per non parlare poi delle aziende chimiche di Eni, che hanno prosperato anche grazie al denaro pubblico, come ben tutti sappiamo. E conclude questo suo intervento il dottor Morandi dicendo che un consiglio prezioso per gli stabilimenti che sorgono è quello di prevedere fin dal progetto iniziale la costruzione di un adeguato impianto di depurazione delle acque di scarico, ciò consentirà un risparmio assai notevole. Ripeto, 1960. Pertanto, l’impianto di trattamento chimico, fisico e biologico di cui si vantava quando parlava, attivo almeno dal 1978 di cui parlava vantandosi il professor Foraboschi, doveva entrare invece in funzione almeno 20 anni prima, dato che i mezzi tecnici proprio per la depurazione delle acque di rifiuto erano perfettamente conosciuti, almeno da quel convegno del 1960. Poi, ultima cosa su questo punto. Uno fra i possibili esempi di realizzazione di impianti di depurazione in un’industria petrolchimica, ponendo ancora a mente che il professor Foraboschi aveva sottolineato il fatto che l’impianto di neutralizzazione, invece, era entrato in funzione già dal 1972, mi limito soltanto a ricordare, ad attirare l’attenzione sul fatto che un impianto statunitense, l’impianto della Houston Shell Chemical, che si trova a circa 20 miglia ad est di Houston, su un sito a sud della Houston Refinery della Shell Oil Company, ha depurato le effluenze da questo impianto, con trattamento primario, fisico, meccanico, sin da quando la prima unità produttiva fu messa in marcia, nel dicembre del 1940 e questi dati si ritrovano all’interno di documentazione di una conferenza del maggio, 4, 5 e 6 maggio 1971, risulterà dal testo che poi allegherò alla mia memoria di sintesi. Ho già parlato, allora ritengo, pur per sintesi, però abbastanza compiutamente, di impianti vecchi ed obsoleti. Ho già detto che i nuovi reparti, 22 e 24 nel ‘72 nacquero già vecchi, ho già detto che le tecnologie non erano adeguate e che per ragioni economiche tutti gli impianti in questione erano dotati fin dall’origine di pezzi, se così vogliamo chiamarli, valvole, pompe, sistemi di sicurezza e di tenuta, vecchi e superati dal mercato e dal progredire della tecnica. Potrei fermarmi qui e forse potrebbe anche essere sufficiente, per scrupolo, però, ritengo di dover rispondere fin da adesso all’assunto difensivo secondo cui le aziende avrebbero investito molto denaro per il miglioramento degli impianti. Ora, per certi versi l’ho già ricordato, che abbiano investito molto denaro in fondi neri, in tangenti, in pubblicità è sicuro, sia Enichem che Montedison, risulta agli atti in maniera più che sufficiente e ancor meglio sarebbe stato provato se fossero state ammesse, e purtroppo non sono state ammesse, le ulteriori prove acquisite dal Pubblico Ministero tramite il nucleo regionale della Polizia tributaria di Milano, che abbiano ricevuto rilevanti somme di denaro dallo Stato e dagli enti pubblici territoriali, sia Enichem che Montedison, è altrettanto sicuro. Molto meno sicuro, e soprattutto molto meno soddisfacente, è che abbiano fatto tutto il possibile per sanare la situazione emersa pubblicamente, improvvisamente, nel 1974, situazione però che era già nota a Montedison da alcuni anni. Continuo a insistere su questa anticipazione dei tempi perché va sempre ricordato che la stessa Montedison nel ‘75, nel gennaio del ‘75, come dicevo poco fa, metteva per iscritto che le servivano due anni di tempo per migliorare i vecchi impianti, per costruire quelli nuovi, due anni partendo dal ‘71 significa che se fossero partiti subito con i lavori, tutto sarebbe stato sistemato e rinnovato con impianti nuovi entro il ‘73. Il fatto è che invece l’azienda diede a vedere di preoccuparsi molto soltanto per alcuni anni e cercò di fare qualche cosa ma solo perché non poteva farne a meno, considerando sempre a livello di vertice e di decisioni prevalente l’interesse economico e finanziario, altro che le fandonie che ci è venuto a raccontare l’imputato Cefis Eugenio in udienza. Fandonie per certi versi ridicole, per altri versi offensive e avvilenti e di cui riparleremo domani. In udienza i consulenti tecnici degli imputati hanno cercato di difendersi dicendo che i consulenti tecnici del Pubblico Ministero non avevano considerato gran parte dei lavori fatti dall’azienda e quindi anche su richiesta, su indicazione del Tribunale, è stato fatto un approfondimento, è stata fatta una precisazione che è stata depositata con una relazione nel marzo del 2000. Faccio ovviamente rinvio per una risposta dettagliata e approfondita e mi limito a citare le conclusioni di questo esito di approfondimento. Ricordo che i consulenti di Montedison affermavano: "Nelle loro relazioni e deposizioni i consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle parti civili hanno menzionato solo una parte limitata dei lavori eseguiti al Petrolchimico e da Montefibre per la riduzione dell’esposizione dei lavoratori" e accusavano i consulenti del Pubblico Ministero e delle parti civili di aver scelto circostanze limitate e ad effetto presentate sovente in modo distorto, non di meno sono giunti a conclusioni generali che per tale ragione sono prive di fondamento e credo che però queste considerazioni meritano, pur in sintesi, una risposta. E allora la sintesi delle risposte dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, innanzitutto, dicono che sono state trattate direttamente e per gli anni dal ‘73 al ‘79, commesse per un valore attualizzato di 61 miliardi circa, che corrispondono all’incirca al 92% del totale delle commesse trattate dagli altri consulenti. A questi miliardi bisogna aggiungere quelle commesse non considerate direttamente ma comprese nel primo e nel secondo step di lavori, allegati alla relazione di agosto del ‘99. Quindi, in pratica, a dispetto di quello che hanno detto i consulenti di Montedison, le commesse considerate dai consulenti del Pubblico Ministero già in prima battuta, avevano un valore attualizzato di 63 miliardi circa, pari al 95% del totale delle commesse che avevano considerato i consulenti Montedison. Le commesse non trattate, quel 5% di commesse non trattate, sia per tipologia di intervento che per importo economico, veniva detto dai miei consulenti, hanno un’importanza molto relativa. E rispetto invece poi all’intero ammontare degli interventi per questi reparti dal ‘73 al ‘91, viene fatto un discorso analogo, proprio attualizzando i costi e attualizzando i dati di interventi. E quindi, a questo punto, si può rispondere che, mentre i consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno risposto per la parte concernente il cloruro di vinile monomero, le altre parti, come annunciato ampiamente in udienza, come detto sempre dal Pubblico Ministero e dalle parti civili, in particolare per gli impianti relativi a Montefibre e ad altri..., sono state trattate dai consulenti tecnici dottor Mara e ingegner Carrara, quindi sono stati praticamente trattati compiutamente tutti gli episodi, per cui anche le accuse che sono state formulate, anche in quella maniera, direi che proprio devono ritenersi completamente insussistenti. Faccio vedere un attimo la tabella numero 6 che riportava, già indicata poco fa, la sintesi economica dei lavori programmati al 24 novembre ‘75, proprio per dare una contezza materiale di quello che ho detto appena adesso. I lavori da congelare risultavano, dicevo, di importo pari a circa un terzo rispetto al totale dei lavori da completare. Attualizzando a dicembre 1998 i lavori completati, con data iniziale gennaio ‘75 per i lavori completati, gennaio ‘77 per quelli da completare, si aveva un valore attualizzato al dicembre del ‘98 di oltre 93 miliardi, quasi 94 miliardi. La spesa ipotizzata nel documento Dell’Aglio dell’1 agosto ‘75 era complessivamente, a valore attualizzato, di 195 miliardi e in questo costo era anche considerato, tra l’altro, il costo dell’autoclave da 100 metri cubi programmato per Porto Marghera. Attualizzando quindi quella prima tranche di lavoro del gennaio ‘75 al valore attuale del dicembre ‘98, si vedeva come venivano considerati come spesa attualizzata 195 miliardi di lire. Nell’arco della seconda metà del ‘75, gli investimenti ipotizzati venivano ridotti di due terzi, passando dai 28 miliardi della relazione di giugno, 28 miliardi non attualizzati, agli 11 miliardi del novembre, escludendo quindi quelli bloccati e quindi gli interventi approvati, conclusi, a novembre del ‘75 ammontavano a 78 miliardi di lire e questo valore è perfettamente congruente con gli investimenti attualizzati indicati dai consulenti di Montedison per gli anni ‘73-’79. I miei consulenti parlavano di 78 miliardi e mezzo e i consulenti di Montedison di un valore di 2 miliardi appena superiore. Gli investimenti risultano quindi che sono stati effettuati nell’ordine di 80 miliardi, molto meno della metà rispetto ai circa 200 miliardi preventivati per i soli reparti CV a metà del ‘75. Questo significa che sono stati portati a termine, in pratica, solo gli interventi in corso o già approvati alla data di agosto ‘75, che avrebbero dovuto consentire, diceva l’azienda, di portare il TVA fino a 10 PPM. Evidentemente, come dicevamo, deve essere accaduto qualche cosa per modificare radicalmente la politica aziendale, che aveva già subìto un brusco ribaltamento tra marzo e giugno del ‘75. Già ho avuto modo di esprimere i motivi che portano a legare il crollo delle concentrazioni avvenute in questi reparti nei primi mesi del ‘75, con l’entrata in funzione dei gascromatografi, più che con le modifiche impiantistiche. E’ opportuno affrontare un attimo le date in cui questo crollo si manifesta con quelle dei documenti che in tre riprese hanno portato la politica aziendale da un piano di investimenti per la dismissione di impianti ormai vecchi di 20 anni e la costruzione di nuovi impianti a una gestione dello status quo ante, aggravata dal congelamento di investimenti già approvati. In questa tabella che viene ora presentata, vengono affiancate date, contenuti e valori attualizzati delle decisioni aziendali. E’ da sottolineare che per il CV14 era stata decisa la fermata, decisione revocata per il clamoroso calo di concentrazione di CVM. Si è passati dai 29 PPM di dicembre ‘74 ai 2 del marzo ‘75, data in cui la direzione dell’azienda si chiedeva se le modifiche impiantistiche da apportare al reparto CV16 avrebbero fornito risultati tali da permettere di mantenere in marcia il reparto CV14. La tabella si commenta da sola ed è estremamente chiara. In pratica, vengono completate solo le modifiche in corso o approvate per portare il TVA a 10 PPM, come vediamo indicato in tabella, per un valore di 12 miliardi dell’epoca, che, attualizzati, danno una cifra simile a quella calcolata dai consulenti Montedison per gli interventi attinenti alle problematiche ambientali nei reparti di produzione, polimerizzazione del CVM dal ‘73 al ‘79. Faccio inoltre notare che dopo il ‘79, gli interventi sono stati limitatissimi, nell’ordine del miliardo, al massimo un miliardo e mezzo all’anno attualizzato. Come è possibile, allora, sostenere, come fa il dottor Grassi nel novembre del ‘75 nel documento che abbiamo indicato, dove congelava i lavori dei vari step che ho indicato, come è possibile allora sostenere che "gli obiettivi a suo tempo fissati restano inalterati"? E contemporaneamente ridurre questi investimenti fissati nel giugno, a parecchio meno della metà? Allora, riesco solo a ipotizzare un clamoroso errore di valutazione dei tecnici di Montedison, che non so se sia proprio un clamoroso errore di valutazione, oppure deve essere intervenuto qualche deus ex machina che ha risolto repentinamente un problema insolubile, facendo risparmiare alla Montedison un centinaio di miliardi. Ho detto deus ex machina, ma forse dovrei invertire i termini. E’ una macchina che è diventata deus, nel senso che il gascromatografo ha risolto miracolosamente i problemi della Montedison. La modifica delle decisioni si riflette nell’inopinata crescita della produzione del PVC. Quindi, concludo questa parte e passo all’argomento successivo al quale ho già fatto cenno, peraltro, fino a questo momento. E si porrebbe, a questo punto, visto che il tema è stato già introdotto, una disamina attenta e approfondita relativamente al sistema o ai sistemi di monitoraggio dotati a Porto Marghera. Peraltro, tratterò di ciò con estrema sintesi, sia perché se ne è ampiamente discusso in fase di istruttoria dibattimentale, sia perché sono convinto che le questioni a tale proposito siano molto chiare nella mente di tutti, sia perché comunque esistono in atti, ampie e dettagliate relazioni orali e scritte dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero del giugno del ‘99, del settembre del ‘99, del maggio del 2000 e anche dei consulenti tecnici di Medicina Democratica e dell’Avvocatura dello Stato e in particolare del professor Nardelli. Mi preme solo ribadire che una delle prese in giro più colossali, come avevo accennato, nei confronti degli operai, fu proprio l’introduzione di questo sistema di monitoraggio ambientale mediante gascromatografo, fu talmente colossale, ritengo, che fa perfino tristezza vedere come dal 1974 al 1999, quando alcuni sindacalisti sono stati sentiti in aula si siano proprio ancora, questi sindacalisti, convinti di due circostanze che adesso vado ad illustrare e cioè: primo, del fatto che nel 1974 gli strumenti fossero in grado di misurare soltanto fino a una parte per milione, considerato il livello minimo rilevabile, cosi che non si sarebbe potuto pretendere di avere un MAC uguale a zero, "deviati" in questa loro spudoratamente falsa convinzione da tecnici aziendali e filoaziendali. Dalla documentazione del teste Alongi, prodotta e acquisita, risulta che già negli anni ‘60 si era in grado di misurare, Montedison stessa, le parti per miliardo e in più esistevano già gli spettrometri ma però utilizzati dalle aziende soprattutto per la parte processo produttivo. Il secondo fatto che accennavo è quello della credibilità, erano dei creduloni questi sindacalisti che sono venuti in aula, perché il secondo fatto è quello della oggettività e dell’assoluta credibilità per loro dei dati impostati dal gascromatografo, inconsapevoli - ma mi viene da porre un punto di domanda - dei trucchi aziendali finalizzati all’addomesticamento dei dati stessi, come risulterà concretamente e materialmente nel giugno del 1996, prima della chiusura delle indagini preliminari per questo processo, in occasione di un improvviso sopralluogo da parte del Pubblico Ministero e dei suoi consulenti tecnici. Fatto sta che dai documenti che siamo riusciti ad acquisire tramite l’opera della Guardia di Finanza di Marghera e dall’esito delle relazioni dei nostri consulenti tecnici Nano, Rabitti, Scatto, emerge un quadro poco simpatico e per niente rassicurante. Allora vediamolo in sintesi, rinviando per il resto, per il dettaglio, all’insieme delle audizioni in aula e delle relazioni scritte citate. Procedo per saltus sul monitoraggio automatico. A partire dal ‘75 sono state installate le prime reti di monitoraggio automatico, per cui i controlli venivano effettuati prevalentemente tramite la rete nei reparti che ne erano già dotati manualmente negli altri operai. Prima di esaminare alcuni dati in nostro possesso è necessaria una precisazione: le misure effettuate in ambiente in modo manuale e ancor più quelle rilevate con la linea automatica, non sono adeguate a stimare correttamente l’esposizione degli addetti. A questo scopo infatti andrebbero usati altri sistemi di campionamento, quelli del campionamento personale e questa tecnica era sicuramente nota all’azienda come risulta da alcuni documenti e ce lo diceva persino l’ingegnere attuale consulente Zanelli a pagina 193, 194 del suo verbale di audizione del 9 novembre del ‘99 e ce lo ricordavano tra l’altro organismi internazionali come il NIOSH, l’OSHA e la CEE. Che il sistema di campionamento adottato, il campionamento permanente e sequenziale potesse avere delle incertezze, doveva essere ben presente agli estensori della norma comunitaria che hanno scritto nella stessa: "E’ necessario verificare la significatività dei punti di rilevamento confrontando i valori di zona con quelli ottenuti da dispositivi individuali di campionamento e analisi". E questo dato viene confermato dall’analisi di alcune schede, di poche schede che sono state reperite e quindi sequestrate, in relazione ai campionamenti per i singoli lavoratori. Una scheda del marzo del ‘77, 21 marzo, ed è interessante rilevare come nello stesso giorno, è il caso di Borgato Radames, nelle stesse ore, due operatori che svolgono la stessa mansione, nello stesso reparto, abbiano esposizioni significativamente differenti. Dico questo semplicemente per ribadire il principio generale che ho ricordato poco fa. Per quanto riguarda il confronto delle misure effettuate nei reparti, esaminando i dati che sono in nostro possesso, risulta evidente che le concentrazioni di CVM in aria rilevate prima dell’entrata in funzione delle linee automatiche, risultano significativamente più elevate di quelle rilevate dopo l’entrata in funzione della rete automatica. E prendendo l’esempio del reparto CV6, ma anche degli altri reparti, come ho detto poco fa, ma per quanto riguarda il CV6, si vede che il valore medio rilevato da aprile ‘74 a febbraio ‘75 risulta compreso tra i 14,5 parti per milione e le 29 parti per milione, mentre nel mese di marzo ‘75 primo mese di monitoraggio con linea automatica, il valore scende a 5,27 parti per milione. Questo deciso miglioramento, a meno di radicali interventi impiantistici mai dimostrati per quel periodo, deve essere attribuito all’introduzione del nuovo sistema di campionamento. E un discorso analogo può essere fatto per gli altri reparti, CV14, CV16, non illustro i casi specifici e faccio semplicemente rinvio agli schemi, ai grafici e documenti acquisiti tramite la P.G. e presentati dai consulenti tecnici. Nella migliore delle ipotesi, va detto che il valore misurato dal gascromatografo in questo modo è un valore medio di reparto. I punti di campionamento, infatti, possono distare fra di loro anche alcune decine di metri. A chiunque risulta evidente il limite di un tale modo di misurare, viene cioè persa l’informazione relativa alla variabilità spaziale della concentrazione e non permette di evidenziare i punti di maggiore rischio. Se i tronchi della linea poi non sono bilanciati o vi sono infiltrazioni o non sono bilanciati volutamente, come vedremo è successo in occasione di un altro sopralluogo dei consulenti del Pubblico Ministero, l’aria presente in un punto partecipa in modo preferenziale alla composizione della miscela e il valore misurato non può assolutamente essere considerato neppure rappresentativo del valore medio dell’area. Le principali cause di mal funzionamento avrebbero potuto essere superate se per ogni linea fosse stato collegato un solo terminale, come a suo tempo richiesto dalle organizzazioni sindacali, e i documenti sono ovviamente allegati alla consulenza del Pubblico Ministero. Poiché i gascromatografi utilizzati non misurano valori di concentrazione superiori a quello di allarme, 30 PPM secondo la norma, 25 PPM per la taratura dello strumento aziendale, nel sistema di calcolo delle esposizioni, tali valori non noti ma sicuramente superiori al limite di allarme, non vengono conteggiati. A giustificazione di tale procedura si afferma che in caso di allarme gli addetti devono indossare i mezzi di protezione e quindi non risultano esposti. Questa procedura è un’ulteriore causa di sottovalutazione dell’esposizione personale. Infatti, proprio per quanto già detto, in uno o più punti può essere superata la concentrazione di allarme, senza che ciò venga rilevato dal gascromatografo. Anche in caso di superamento dei limiti di allarme, poiché la misura viene fatta ogni 20 minuti, gli addetti potrebbero restare esposti a tale concentrazione per un tempo variabile tra 0 e 20 minuti. Il sistema automatico può essere utilizzato come strumento per l’evidenziazione delle anomalie di impianto, adottando linee monoterminali o, quanto meno, abbassando il livello d’allarme in funzione del numero dei terminali per linea, come proposto anche in una relazione interna all’azienda. E ancora una volta una proposta intelligente all’interno dell’azienda non è stata assolutamente né rispettata e tanto meno messa in pratica. Quando è stato sentito in quest’aula il testimone, il signor Vittorio Alongi, ci ha confermato che altre aziende avevano realizzato le linee monoterminali e tra l’altro questo risultava anche da un documento di Montedison del 16 novembre 1978 in cui veniva scritto che questo problema intanto non era nuovo all’interno di Montedison e poi veniva precisato che altri produttori disponevano di reti di rilevamento con un terminale per stream e venivano fatti gli esempi di Solvay, Anic e Rumianca, che sarebbe in questa posizione. A proposito delle linee automatiche bisogna evidenziare poi numerosi guasti, i mancati interventi manutentivi, i problemi di elaborazione dei dati e l’obsolescenza delle macchine riscontrabili nei documenti interni e sui registri giornalieri che hanno provocato il mancato funzionamento delle linee per interi periodi o addirittura l’inattendibilità dei dati rilevati. I documenti sono numerosi e sono stati anche contestati durante varie audizioni testimoniali. Su questo punto, visto che ho fatto cenno al teste Alongi a proposito degli ultimi due punti ai quali ho fatto riferimento, ricordo come quando è stato sentito il teste Alongi ci abbia rilasciato delle dichiarazioni molto interessanti, oltre che produrre della documentazione sui gascromatografi molto interessante. Lo presento dicendo che è una persona, un tecnico, di notevole esperienza nel campo dei gascromatografi che aveva lavorato in Carlo Erba, nella ditta Carlo Erba Strumentazioni, prima che venisse acquisita dalla Montedison di Cefis nel ‘75, aveva lavorato in questa società dal 1960 al 1974, ‘75, epoca in cui poi è andato a lavorare negli Stati Uniti. Ci dice il teste Alongi che dal 1965 in particolare, aveva iniziato ad occuparsi di cromatografi da processo. Poi dice che non soltanto lui si era occupato di questo gascromatografo di processo, ma ci dice anche che proprio da quel periodo, dal ‘65, quindi da quando lui ha iniziato ad occuparsi di questa materia, di questa tecnica, ha avuto frequenti contatti con Porto Marghera, soprattutto per quanto riguardava l’inizio, proprio il controllo di processo che veniva effettuato dalla Montedison con la strumentazione della Carlo Erba. E’ stato chiesto poi dal Pubblico Ministero al teste, pur citato dalla difesa degli imputati, quando la Carlo Erba aveva iniziato la produzione dei gascromatografi automatici. Indica come periodo il 1965 e però precisa, ad ulteriori domande, che nel 1965 c’erano altre società estere, da almeno cinque anni, che stavano producendo gascromatografi automatici. Fa riferimento alle società Bendix, Bechman e Siemens e la Bendix in particolare era quella più avanzata come tecnologia ed era avanti di almeno cinque anni rispetto alle altre, anche se poi, precisa che il recupero della Carlo Erba fu rapidissimo. E fu in effetti rapidissimo perché nel momento in cui viene posto a livello europeo il problema del CVM, si vede che, non ovviamente da Montedison, non ancora, si vede che c’è un intervento da parte di società diverse da Montedison e cita in particolare la Solvik che fa una richiesta nel ‘73 e riguarda stabilimenti produttivi presenti in Italia, dice che nel giro di tre mesi loro hanno definito il progetto ed erano in grado di fornire questi dati, quindi i tempi erano estremamente brevi rispetto alla richiesta. E in un punto successivo dice: "Noi ci siamo messi in movimento quando le aziende ce lo hanno chiesto". Quando la Solvik ha chiesto questo gascromatografo nel ‘73, in tre mesi loro erano in grado di montarlo, quindi i tempi erano estremamente rapidi, non servivano sicuramente gli anni che sono serviti a Montedison per questa strumentazione. E per quanto riguarda tra l’altro l’uso di un gascromatografo automatico per sostanze cancerogene, il signor Alongi ci porta ancora una volta negli anni ‘60, dicendo che negli Stati Uniti, alla Johnson & Johnson, quando scoprirono, quando ci furono le avvisaglie che l’ossido di etilene era mutageno, iniziarono questi controlli e la prima applicazione proprio con la Bendix usando questo rivelatore a ionizzazione di fiamma, proprio quello che poi verrà usato con il gascromatografo nostro. Ancora alcune altre cose rispetto al signor Alongi che ha prodotto documentazione, da cui risulta che dagli anni 60 c’erano tutta una serie di documenti e di produzioni scientifiche in ordine al fatto che i gascromatografi scendevano ben sotto il rilievo di una parte per milione. Oltre a ricordare che c’erano strumenti come spettrometri di massa, ben conosciuti e in uso anche in Montedison, anche a Porto Marghera, che scendevano alle parti per miliardo. Per certe sostanze, ricordava ad esempio, che addirittura negli Stati Uniti, questo tra l’altro va precisato, arrivavano a 20 parti per miliardo o a 200 parti per miliardo. Sulla capacità di questa strumentazione, di questi gascromatografi di funzionare e di rendere perfettamente conto di quello che succedeva negli ambienti di lavoro, sollecitato da domande anche dell’Avvocatura dello Stato e del Pubblico Ministero, il signor Alongi dice, ad un certo punto, che questi sistemi di gascromatografi avevano comunque parecchi problemi di rilevamento. Ha parlato in effetti, durante quella sua audizione, ha usato un termine come saturazione, di per sé improprio, e cioè voleva dire che la risposta dello strumento non era lineare oltre una certa concentrazione. Voleva cioè dire, come poi ha specificato, che quello strumento non misurava i picchi di concentrazione, "perché questi strumenti - letteralmente dice - non erano in condizioni di misurare i punti di concentrazione che non devono essere superati nemmeno una volta". Con tutto quello che ciò significa, e non mi dilungo, sul fatto della presenza di CVM nell’ambiente di lavoro, che il gascromatografo, oltre a certi livelli, non riusciva comunque né a misurare né a segnalare ed è un problema che si è protratto parecchio nel tempo fino a quando non si sono messi a punto dei sistemi automatici e questo risale sicuramente agli anni 80. Ma anche per gli anni 80 e anche per i componenti elettronici abbiamo prodotto e contestato anche ai testimoni, tecnici dell’azienda sentiti in udienza, come spesso questi componenti elettronici fossero inaffidabili perché non funzionavano, perché avevano dei problemi tecnici che non consentivano un regolare funzionamento dello strumento. Per quanto la rispondenza alla legge di questo sistema di monitoraggio creato da Montedison, la Montedison aveva realizzato queste linee di campionamento automatico con più prese a campione, poiché a suo giudizio, a giudizio dei suoi responsabili, la direttiva europea non prescriveva una linea per ogni punto di campionamento. Premetto allora, come noto peraltro, che la legge del 1982 si poneva chiaramente due obiettivi, articolo 3 e articolo 5: salvaguardare la salute dei singoli lavoratori, identificare tempestivamente i punti di fuga. Anche se nella legge non compare esplicitamente l’obbligo di utilizzare linee ad un solo terminale, è però evidente che tale soluzione si ricava dal testo di diversi articoli, dal combinato disposto che peraltro è molto chiaro. All’articolo 2 viene definita zona di lavoro un’area comprendente uno o più posti di lavoro. Il posto di lavoro è definito come uno specifico punto della zona di lavoro. All’articolo 5 si dice che per registrare aumenti della concentrazione di CVM deve essere previsto un sistema di controllo che consenta di rilevare tali aumenti nei punti in cui essi possono prodursi. Nell’allegato 1 alla legge, dove vengono definiti i criteri di scelta dei punti di rilevamento, è definito, sta scritto che: "Le misure della concentrazione del CVM delle zone di lavoro devono essere effettuate scegliendo i punti di campionamento in modo che i risultati ottenuti siano il più possibile rappresentativi del livello di esposizione al CVM dei lavoratori occupati nelle zone di lavoro". E più avanti, sempre in questo allegato 1, si afferma che è necessario verificare la significatività dei punti di rilevamento, confrontando i valori di zona con quelli ottenuti da dispositivi individuali di campionamento e di analisi. Ma ancora più esplicito è l’esempio che viene riportato nell’allegato 3, dove si dice chiaramente che per ogni punto di rilevamento deve essere disponibile un valore di concentrazione. Per tutte queste considerazioni, quindi, io devo concludere che l’impianto di rilevazione automatica in uso presso lo stabilimento di Marghera, non corrispondeva assolutamente a quanto previsto dalla normativa e non può essere accettata la giustificazione addotta dall’azienda, che considerava il punto di rilevamento come una porzione di impianto seppure di modesto sviluppo. Le prese di campione di una stessa linea sono infatti posizionate anche ad alcune decine di metri l’una dall’altra e su apparecchiature diverse e indipendenti. Un altro punto, peraltro già segnalato, riguarda quello della definizione delle zone sorvegliate e ancora una volta in contrasto con la normativa e in contrasto con quanto veniva segnalato anche all’interno dell’azienda, è stato deciso a livello centrale con direttive agli stabilimenti di Porto Marghera, Terni e Brindisi, la nota è del 2 marzo 1982, di escludere dalle zone sorvegliate le aree di essiccamento, insacco, stoccaggio e distribuzione di PVC e a questo punto del processo è a tutti evidente come tutte queste zone fossero all’epoca anche pesantemente esposte a sostanze di natura nociva e pericolosa. Su questa parte faccio un ultimo confronto tra le linee esistenti e il nuovo sistema dello spettrometro adottato solo negli ultimi anni dalla società EVC che ha costituito questo sistema di monitoraggio esistente, lo ha sostituito con uno monoterminale controllato da uno spettrometro di massa. Il confronto è stato effettuato utilizzando la documentazione che è stata sequestrata nel settembre del ‘96 dalla Guardia di Finanza presso l’EVC di Porto Marghera. Le nuove linee di rilevamento sono state installate nei reparti CV22 e 23 e CV24 e 25 a partire dal mese di luglio del 1996, anche se tutte le procedure e le metodologie e le macchine erano ben note da tempo ed erano in uso quanto meno dagli anni 80 come abbiamo avuto modo di dire durante l’istruzione dibattimentale a proposito proprio degli spettrometri e le conoscenze risalivano anche come uso per il controllo ambientale, quanto meno in Gran Bretagna, ai primi anni 80. Allo stato attuale, il confronto è stato fatto sulla capacità degli impianti di segnalare le condizioni di eccezione, di preallarme e di allarme. Per quanto riguarda la comparazione dei dati rilevati è possibile una valutazione sul reparto e sulle zone presidiate dalle varie linee, dei valori medi di un periodo. Prima di riportare sinteticamente l’esito di questo confronto, va ricordato come il 20 giugno del ‘96, come dicevo poco fa, i consulenti tecnici del Pubblico Ministero intervenuti con la P.G. e con il Pubblico Ministero all’improvviso in azienda, abbiano inizialmente trovato non bilanciato il circuito delle linee di rilevamento del CVM presso il CV24, il reparto fiore all’occhiello. E praticamente, tra l’altro, è stato anche rilevato che questo bilanciamento sui registri formalmente risultava essere stato effettuato solo due giorni prima, mercoledì 18 giugno e il 20 giugno, al mattino il circuito era sbilanciato. Era successo perché si era verificato da solo o perché qualche tecnico aveva deciso di far passare più aria che CVM nello strumento che doveva controllare la presenza di gas nell’ambiente di lavoro? Fatto sta che il 20 giugno il circuito non era bilanciato. Quando poi fanno le prove i consulenti, vedono i dati e durante la pausa del pranzo, come ricordiamo, del panino, poi, intervengono senza informare nessuno, dei tecnici dell’azienda per provvedere a bilanciarlo di loro iniziativa e senza avvisare nessuno appunto, a bilanciare, verso le ore 14.00. Dopo un’ora e mezza, questo circuito è di nuovo sbilanciato. Ora, se in un sistema di questo tipo, in un reparto fiore all’occhiello succede questo, io proprio in reparti peggiori, in epoche anche precedenti in cui c’erano ancora maggiori problemi con i gascromatografi, non so proprio dire cosa poteva succedere. Ma vediamo un attimo, da questa prova, soltanto il risultato per quanto riguarda le eccezioni, i preallarmi e gli allarmi, divisi posizione per posizione controllata. Ricordo che il limite di eccezione del superamento è di 7,9 PPM, preallarme superamento di 15 PPM, allarme superamento di 30 PPM. Si vede già da questo confronto l’indicazione delle linee vecchie e delle linee nuove. Linee vecchie: non segna assolutamente niente, lo zero assoluto. Mentre il nuovo sistema ha segnalato cinque eccezioni, un preallarme e due allarmi, per il vecchio sistema era tutto regolare, neppure una eccezione. Poi, la media settimanale relativa all’intero reparto, così come è stata misurata in quel periodo dal vecchio sistema, è pari a due terzi di quella rilevata dal nuovo sistema. Il numero dei controlli effettuati dal vecchio sistema è tre, quattro volte inferiore a quelli effettuati dal nuovo sistema. Confrontando i dati sulle aree, si vede che in corrispondenza della linea 1, il vecchio sistema non segnala neppure una eccezione e stima una concentrazione di esposizione di zero PPM, mentre lo spettrometro stima una concentrazione media di 0.07 e segnala un preallarme e un allarme, così continuando secondo le varie posizioni e le varie linee. Quindi dal confronto sul campo dei due sistemi emerge che vengono confermate tutte le affermazioni che ho riportato e che sono state prima di me riferite in udienza dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Questo è tanto più importante, perché le precedenti conclusioni vengono appunto confermate da un esame in condizioni operative normali e non in condizioni sperimentali. Particolarmente grave, poi, è il fatto che il vecchio impianto non abbia rilevato alcuna eccezione, né allarme, né preallarme. Ricordiamo infatti che almeno nei casi di preallarme e allarme, le norme di protezione per i lavoratori prevedono interventi per l’eliminazione della perdita e per l’immediata protezione degli addetti. Questa evidenza dimostra che in passato i lavoratori potevano essere esposti a concentrazioni superiori a quelle di preallarme e di allarme senza che il sistema rilevasse alcuna anomalia e senza che, come prevede la legge, articolo 5 del DPR dell’82, venissero adottate immediate misure tecniche e venissero tempestivamente indossati i mezzi di protezione individuale. Analizzando poi il registro delle fughe, in quell’occasione, ci si è potuti rendere conto di come questo sistema multiterminale non sia adeguato neppure per identificare il punto di fuga e tra l’altro quel registro delle fughe, come è stato detto anche in udienza, risultava del tutto carente. Infatti erano numerosissime le annotazioni di causa non identificata, come punto di fuga, anche più volte nella stessa giornata. Per quanto riguarda l’esposizione degli addetti, quindi, si ribadisce quello che è stato detto in relazione alla valutazione per il campionamento personale. Tutte queste considerazioni sono state poi ulteriormente, in maniera anche più precisa, confermate dagli accertamenti successivi che sono stati svolti in particolare dall’ingegnere Nano e Rabitti e dal perito Livio Scatto e che sono stati sintetizzati nella relazione che è stata depositata all’udienza dell’1 giugno del 1999. Ricordo che quell’intervento del perito Scatto, qui ancora più in sintesi, emergeva a seguito di un sopralluogo effettuato con i militari del Comando Seconda Compagnia della Guardia di Finanza proprio presso lo stabilimento EVC, per verificare le modifiche che c’erano state nello stato dei luoghi in questa situazione. Hanno fatto delle analisi in particolare anche sul sistema dello spettrometro, su come funzionavano i registri e allora ci sono alcuni dati conclusivi che voglio riportare. Innanzitutto segnalo, così, semplicemente, come da giugno del 1997 ad agosto 1998, ci siano stati ben 268 superamenti maggiori di 25 PPM con punte, e siamo nel ‘97, superiori addirittura ai 2.000 e 4.000 PPM. In questo periodo sono stati rilevati 118 superamenti tra 25 e 50 PPM e 74 superamenti superiori ai 100 PPM. Per i dati più specifici, faccio riferimento alla relazione, ma per dire come continuamente, fino ad epoca recentissima, ci siano stati continui e numerosissimi superamenti. Per quanto riguarda in particolare gli esami di alcuni reparti che sono stati sottoposti a controllo, vedremo poi le conclusioni, ma prima di arrivare alle conclusioni, indico come addirittura in zone considerate di sicurezza, esistessero invece problemi di natura ambientale per la presenza di gas e CVM. E faccio riferimento alle verifiche effettuate in sala controllo, in sala mensa e negli uffici del reparto CU24. Gli accertamenti effettuati hanno messo in luce un aspetto grave, cioè l’inadeguatezza dell’impianto di condizionamento installato del tipo a ricircolo d’aria che risulta privo dei requisiti necessari per la salvaguardia e la salute dei lavoratori, non idoneo per il contesto industriale in cui era installato. Ricordo in particolare che l’impianto di condizionamento era stato installato dalla Montecatini Edison nel 1971 e che era privo fin da quella volta di idonei sistemi di depurazione dell’aria, carboni attivi, di adeguate caratteristiche costruttive e funzionali e non rispondeva alla migliore tecnologia disponibile e risultava in contrasto poi a seguito anche dell’entrata in vigore del DPR del 1982 con le norme di legge e con le norme di buona tecnica riportate in una circolare regionale poi successiva del 1987. Le conclusioni di questo confronto: il numero degli allarmi rilevati dal sistema di monitoraggio con gascromatografo è sempre inferiore a quello rilevato dal sistema spettrometrico. Il sistema spettrometrico costituito da prese monoterminali fornisce una migliore localizzazione dell’inquinamento ambientale nell’ambito di una stessa zona di lavoro, permette una miglior definizione temporale della durata del fenomeno, una più precisa e rapida individuazione delle anomalie e di funzionamento dell’impianto e di conseguenza un più rapido intervento per ripristinare le condizioni di sicurezza. Viene confermata poi l’alta probabilità che il sistema gascromatografico ha di non campionare fasi a maggiore concentrazione e sono in maniera specifica indicate tutte queste situazioni. Il gascromatografo non rappresenta la concentrazione reale esistente nelle singole zone operative ma nella migliore delle ipotesi rappresenta la concentrazione media di una zona di lavoro e ultima cosa sul punto ricordo come questi sistemi fin dagli inizi degli anni 80 potevano essere introdotti all’interno o quanto meno dall’inizio degli anni 80 come spettrometro all’interno dello stabilimento di Porto Marghera, cosa che era stata fatta, ad esempio, ripeto, in Gran Bretagna. A questo punto mi sto avviando verso la conclusione anche se andrebbe inserito tutto il discorso relativo alla manutenzione o, per meglio dire, alla comunque insufficiente manutenzione relativa agli impianti CVM, PVC, dicloroetano. Credo che in maniera diffusa e ampia ne parlerà qualche avvocato di parte civile. Io mi limito soltanto a dire che la carenza di manutenzione non fu dovuta solo a negligenze da parte dei locali direttori di stabilimento ma fu un indirizzo dato dall’alto, dai vertici societari. Sono in particolare tutti dell’epoca Cefis i documenti più significativi rinvenuti, costituiscono questi documenti per così dire la stella polare per tutti i quadri, per i più bravi dirigenti, per quelli che erano destinati poi a far carriera. Io ne cito solo alcuni. Parto da un documento di Milano giugno 1976, sul ruolo di manutenzione che porta nel frontespizio indicato in alto "Copia a tutti i quadri di manutenzione" proprio per illuminarli su che cos’è la manutenzione. Faccio rinvio a questo documento che verrà sicuramente trattato e cito solo questi punti dove viene fin da questo documento del ‘76 citata e indicata in maniera pressante la necessità di contrastare gli aumenti di costi attraverso una profonda trasformazione della manutenzione, un cambiamento di mentalità nel modo di operare. La responsabilità della quantità di manutenzione, viene detto in questo documento, della manutenzione richiesta e dei relativi costi viene attribuita attraverso la catena a salire alla produzione e al direttore di stabilimento per quanto riguarda il singolo stabilimento. Ogni modifica o un programma in corso di realizzazione o di imminente realizzazione comporta uno sconvolgimento del mosaico che in definitiva si traduce in un costo di disefficienza che si ribalta anche se in forma non evidenziata sul costo del prodotto e indico questa frase finale perché passo poi ad un documento successivo che è dell’aprile del ‘77, proprio perché questo documento del ‘76 dopo aver scritto che la funzione di manutenzione di stabilimento risponde alla sede di Milano, al direttore di stabilimento per tutte le sue specificazioni, c’è questa indicazione che nei casi urgenti, nei casi di necessità bisogna pensare sempre a quello che è l’aspetto produttivo. E lo dico perché proprio è scritto in maniera ancora più chiara nel documento del 21 aprile ‘77. Proprio è previsto per i casi di cambiamenti di programma imprevisti e viene detto: "Non vi è dubbio che questa penalizzazione della spesa può e deve essere accettata nella misura in cui essa sia adeguatamente remunerata dal recupero di produzione. Infatti quel che deve essere minimizzato è il totale dei costi per manutenzione, cioè la somma delle spese delle perdite di produzione". Cito questi due documenti per dire come quell’ormai famoso documento datato 1 giugno 1977 di cui si è parlato anche in udienza e che è relativo alla formulazione del budget di manutenzione per il triennio ‘78-‘80 non era un documento improvviso, frutto di chissà quale mente di una persona che si sveglia di notte e scrive chissà che cosa, è un documento di programma, piano operativo viene detto, che si inserisce su un solco già tracciato perché è sempre lo stesso ufficio centrale che promana, che fa uscire questi documenti e questo documento sul budget è estremamente importante. Ricordo a questa proposito una frase, una citazione che risulta dalla memoria del presidente Cefis che ha consegnato al Tribunale dove viene detto che il budget letteralmente, per così dire, il viatico che l’organo di governo dell’impresa fornisce all’inizio di ogni esercizio alla line, alla linea, si sostanzia nell’indicazione dei mezzi finanziari che il consiglio di amministrazione mette a disposizione delle singole divisioni. Quindi è chiarissimo il significato di questa nota sulla formulazione del budget di manutenzione, anche perché proprio come ultimo punto di questa nota datata 1 giugno ‘77 viene proprio scritto che viene mandato allo stabilimento per discussione di stabilimenti, che il tempo è ristretto e che quindi bisogna sbrigarsi a seguire queste note su questo budget di manutenzione. E’ un piano, un budget, un piano operativo triennale come abbiamo detto. La responsabilità della quantità di manutenzione viene ribadito che è della produzione e il responsabile di manutenzione per parte sua svilupperà un esame critico della manutenzione richiesta e accenderà una discussione ogniqualvolta non concordi sulla quantità o sui criteri. I criteri quando cominciano ad essere illustrati sono assai significativi. Viene ribadito che questa formulazione del budget, il momento nel quale si formalizzano e si quantificano idee e programmi studiati ed elaborati è necessario che si approfitti dell’occasione per verificarne anche la congruenza con le linee guida della politica divisionale. Punto 2.2: nel 1977 e negli anni precedenti si sono avute campagne per il risparmio, azioni di squeezing, come dicevamo in udienza, dei costi, i tagli, i tagliatori di teste, c’era anche questo ufficio, azioni di squeezing dei costi in posizioni di plafond, ecc. La direzione è stata estremamente esplicita in proposito: le iniziative tendenti alla riduzione dei costi non possono e non devono avere un carattere saltuario o temporaneo. L’obiettivo primario e costante di tutta la divisione è la competitività. Il documento procede su tutto questo piano con delucidazioni ulteriori, non lo leggo tutto ma i passi più significativi mi sia consentito di leggerli: "Ogni lavoro di manutenzione, sia esso compreso nell’insieme di una fermata oppure no, deve venire valutato singolarmente nelle sue conseguenze in termini di costo e di variazione di affidabilità e deve venire deciso e programmato soltanto quando ci sia una comprovata necessità. Negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi, non ha senso infatti affrontare oggi perdita di produzione e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro, se non si è accuratamente verificato che la loro gravità e la probabilità che si verifichino sono tali da non lasciare dubbi. Questa nuova impostazione nell’affrontare la manutenzione deve essere implementata da subito perché non vi è ragione di non applicarla anche a quanto rimane del 1977 oltre che i prossimi budget". Direttiva precisa, ordinatoria e specifica. "La politica manutentiva, cioè la valutazione del rischio e del suo limite di accettabilità, non può essere uniforme per tutti gli impianti fatte salve le necessità della sicurezza e dell’ecologia", viene detto e viene scritto e poi qualcuno ci dovrà ad un certo punto spiegare cosa significa con tutto quello che è stato detto prima, con gli uffici tagliatori di teste e con quello che è stato detto dopo e con quello che concretamente poi ha fatto l’azienda, comunque "fatte salve" dice, "le necessità della sicurezza e dell’ecologia il criterio discriminatore deve essere la redditività dell’impianto stesso perché ovviamente può essere ben diverso il peso di eventuali conseguenze. Poiché la nostra divisione opera nel mercato e ha per fine un profitto, essa deve adeguare le proprie politiche alla realtà in cui opera e quindi ridurre i rischi laddove le conseguenze possano essere più grave e per contro accettarne una quota maggiore laddove il possibile danno sia modesto". Vediamo che è la stessa, identica linea seguita anche per la produzione, anche per i nuovi impianti, anche per la sostituzione delle autoclavi, la stessa linea che è quella anche per la manutenzione. Poi la parte, se vogliamo, per certi versi più pesante, dove si fa riferimento al fatto che ognuno di noi paga un premio ad una società assicuratrice per cautelarsi dai rischi derivanti dall’uso dell’automobile che considerati nell’ambito individuale possono essere gravissimi, nell’insieme di una comunità peraltro gli assicuratori prosperano perché la somma dei danni è sempre inferiore alla somma dei premi pagati dagli individui. Analogamente rischi di affidabilità che potrebbero essere giudicati non accettabili se considerati nell’ambito di un singolo impianto diventano accettabili se sono il frutto di una mentalità estesa ad un intero stabilimento o ad una divisione. E’ questo un punto da non sottovalutare e può essere la ragione di sensibili benefici economici nella misura in cui sia realmente applicato. Fa riferimento al punto 3 poi questo documento alle recenti strettezze economiche del mercato e alle altre ragioni esterne che hanno costretto ad operare in modo diverso da quello previsto. Quindi tutto torna rispetto a quello che dicevo anche questa mattina e hanno come conseguenza queste considerazioni e hanno dimostrato l’inconsistenza di taluni dogmi sulla necessità e sulla periodicità degli interventi, addirittura mettono in discussione, dicono: è un dogma, quindi, la necessità e la periodicità degli interventi di manutenzione, anche questo viene messo in discussione e viene ribadito dopo che l’obiettivo è non manutenere e quindi c’è tutto un discorso estremamente logico che fila dall’inizio alla fine all’interno della manutenzione e all’interno anche degli altri servizi della produzione, dei servizi delle tecnologie e anche dei nuovi impianti. Mi avvio alla conclusione di questa parte perché quella nota sul budget di manutenzione per gli anni 1978-‘80 data 1 giugno 1977 è stata foriera di feroci polemiche a tutti i livelli, a Brindisi è stata addirittura motivo di apertura di un fascicolo all’epoca da parte della locale Pretura ed è diventata pure oggetto di discussione da parte di organizzazioni e di documenti del periodo del terrorismo. Era una nota, quella del budget di manutenzione citata, che si inseriva in un contesto storico-sociale e politico sicuramente particolare. Da una parte l’azienda con tutti i suoi mezzi, con tutte le sue forze, con tutti i suoi uomini stava cercando di intervenire a livello legislativo nazionale e comunitario al fine di ben indirizzare la normativa in materia di produzione e trattazione del CVM-PVC perché così dice la direttiva europea, non solo produzione ma trattazione e a qualsiasi maniera. Ci ricordiamo ancora gli interventi diretti del professor Bartalini che ho citato ma anche del professor Foà al fine di ben indirizzare la posizione del rappresentato dell’Ispettorato medico centrale in seno alla Comunità Europea. Ce ne ha parlato in aula il 5 aprile 2000 lo stesso dottor Maurizio Guerrieri e va anche detto che il rappresentante del Ministero dell’Industria per contro era già ben indirizzato perché era un tecnico di Montedison ed era il dottor Garlanda. E ci ricordiamo pure dei documenti Montedison ricordati questa mattina e oggi pomeriggio del 23 gennaio del ‘75 e di quello del 13 novembre del ‘75 in cui si organizzano interventi sulle pubbliche autorità al fine di avere standard più favorevoli. Altresì utile è ricordare come un approfondimento sul punto da parte dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero ingegnere Nano e Rabitti abbia proprio dato la possibilità di confermare come non sia stata l’azienda ad adeguarsi ai parametri legislativi ma come invece sia stato proprio il legislatore ad adeguarsi ai criteri studiati, preparati, proposti e praticamente imposti dalle aziende del settore. Faccio rinvio al testo della relazione su questo punto e non mi dilungo. Dico imposti al legislatore perché le aziende in Italia, in Europa e negli Stati Uniti usarono, specialmente in questo periodo critico, l’arma del ricatto occupazionale. Abbiamo già accennato ad alcuni documenti in proposito e il presidente Cefis va detto che era un maestro per così dire, se è possibile, ante litteram in questo. In atti esiste una sua intervista riportata anche su Sapere e anche su Salute numero 8 del 1973, riportata una sua intervista dai toni chiarissimi: "Se la Magistratura condannerà l’azienda per inadempienza antinquinamento l’azienda chiuderà le fabbriche interessate", chiarissimo. Le conseguenze le abbiamo viste: leggi più remissive, proroghe dei termini delle leggi per anni come la legge per Venezia e soldi dati alle aziende. Con la vicenda del cloruro di vinile e del PVC l’arma del ricatto occupazionale divenne ancora più efficace anche perché si inseriva, come dicevo, in una situazione economica generale più grave. Sono stati degli alti dirigenti di Montedison e di Enichem già imputati a parlarci di queste gravi crisi del settore chimico generale. L’avvocato Lupo il 26 ottobre ‘95 parlava al P.M. di un tracollo del mercato a cavallo del ‘74 e il 9 dicembre ‘75 parlava di una grave crisi anche per la Montefibre. Il dottor Belloni, direttore deceduto di Montefibre, ha confermato in data 29 luglio ‘96 che la Montefibre dal ‘75 al ‘77 stava addirittura rischiando il fallimento. Di una grave crisi del settore chimico nell’81-‘82 ci hanno parlato pure il dottor Trapasso in data 29/11/96 e l’avvocato Necci in data 11 novembre ‘96 il quale ultimo ha precisato che nel 1981 Anic aveva un passivo terribile e che la Montedison versava in una situazione economica molto difficile. Sarà anche stato così, anzi sicuramente come abbiamo visto è stato così ma chi ci ha rimesso sono stati gli operai ancora una volta anche perché verso la fine degli anni 70 al sopraggiungere della crisi economica e alle prime avvisaglie terroristiche il ricatto occupazionale trovò un insperato alleato proprio nel cambiamento di linea del sindacato. Ce ne hanno parlato, seppur sinteticamente, in aula sia il dottor Corrado Clini, facendo riferimento al cambiamento di linea della Falk, emergente da un documento del 1982, e i membri del Consiglio di fabbrica e della commissione ambiente Francini e Tettamanti. Questo ultimo il 23 giugno del 2000 ha utilizzato un’espressione efficacissima, parlando del periodo in cui ci sono stati quei fatti terroristici particolarmente gravi iniziati a Porto Marghera nel ‘79 e culminati dopo una lunga escalation nel sequestro e nell’omicidio dell’ingegner Taliercio del 5 luglio ‘81, in estrema sintesi ci ha detto Tettamanti: "Per me un rallentamento della tensione su questi temi di sicurezza c’è stato. Il terrorismo che aveva assunto ruolo di giustiziere verde ci ha fregati abbastanza". Queste le sue espressioni letterali. E tutto ciò è stato supportato anche da una decisione presa a livello nazionale dai vertici del sindacato come emerge in maniera molto chiara da una intervista parimenti in atti alla Repubblica del segretario generale della CGIL Luciano Lama del gennaio ‘78 in cui i sindacati vengono invitati alla moderazione, a non richiedere interventi e modifiche repentine, a trattare, ad ammorbidire i comportamenti e i rapporti duri e rigidi proprio per motivi occupazionali e per ragioni collegate ad un cambiamento anche della linea politica nazionale. In questa situazione generale complessiva, in questa situazione di scontri e confusione - e concludo tutte queste parti - voglio dire che chi ha perso furono i singoli lavoratori, prima tenuti allo scuro di tutto e poi ingannati, presi per i fondelli, svillaneggiati, sfruttati, ricattati e, peggio ancora, fatti morire o ammalare mentre un direttore di stabilimento, oggi imputato, li accusava sul giornale di essere degli scansafatiche e dei vagabondi, mandava a casa la visita medica fiscale a uno di loro deceduto pochi mesi dopo per due patologie tumorali e altri due direttori dal 1973 al 1996 lanciavano accuse di sabotaggio e denuncia agli operai per sviare l’attenzione della gente e degli inquirenti dalle gravi e preoccupanti situazioni che stavano emergendo. Per questi operai, a tutela della loro integrità e della loro dignità, per questi uomini lasciati anche ad un certo punto soli in fabbrica per portare a casa un tozzo di pane, chiedo che il Tribunale voglia emettere una sentenza di condanna nei confronti degli imputati secondo le specifiche indicazioni che formulerò all’udienza di domani. Io per oggi avrei finito.

 

Presidente: va bene, riprendiamo domani. Grazie.

 

RINVIO AL 07 GIUGNO 2001

 

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