CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

2^ SEZIONE PENALE

PROC. PENALE N. 600/2003 R.G.App.- N. 3340/96 R.G.N.R. a carico di E. Cefis + altri

M E M O R I A

delle parti civili appellanti prossimi congiunti di Bonigolo Gastone, Cappelletto Vincenzo e Simion Maurizio rappresentati e assistiti 

dall’avv. Silvia Manderino

IN OPPOSIZIONE

ALL’ECCEZIONE DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE DEGLI ARTT. 593 E 576, 1° comma entrambi, c.p.p. presentata dagli avv.ti Padovani e De Luca (rispettivamente difensori del resp. civile Montedison e dell’imputato Reichenbach)

La presente memoria ha riguardo alla posizione processuale della parte civile, che più interessa lo scrivente difensore.

A) VIZIO DI INAMMISSIBILITA’ DELL’ISTANZA

Preliminarmente si fa osservare che i rilievi mossi dal difensore del responsabile civile Montedison e dal difensore dell’imputato Reichenbach alla legittimità dell’impugnazione da parte del P.M. della sentenza di assoluzione (art. 593 1° comma c.p.p.) vengono da questi estesi, sic et simpliciter, "mutatis mutandis" alla legittimità dell’impugnazione della parte civile (art. 576, 1° comma seconda parte c.p.p.) (si veda il richiamo contenuto alla pag. 18 dell’istanza 11.1.2004, unico punto in cui venga fatto un riferimento esplicito all’appello della parte civile).

Svolgo questa preliminare premessa per porre all’attenzione della Corte un primo insuperabile vizio che attiene all’ammissibilità dell’istanza.

Questa forma unitaria di trattazione, anzi, questa forma di improponibile assorbimento, attraverso un immotivato richiamo, dell’appello della parte civile nell’appello della pubblica accusa, viene svolta come se queste due parti processuali costituissero una identica realtà.

Siamo di fronte a due diverse posizioni processuali, aventi diversi fondamenti giuridico-costituzionali e dunque i motivi esposti con riguardo al P.M., comunque infondati, non consentono di essere estesi alla parte civile.

Aggiungo che l’estensione "per relationem" all’appello della parte civile dei motivi riguardanti l’appello del P.M., senza svolgere in ordine al primo alcuna argomentazione, impedisce di individuare le ragioni poste a fondamento dell’eccezione di legittimità costituzionale nei confronti della norma che sancisce il diritto di impugnazione della parte civile.

Rilevo perciò l’equivocità, la carenza, e la contraddittorietà, vizi che a mio giudizio comportano l’inammissibilità dell’istanza così come proposta avanti il Giudice dell’appello chiamato a decidere sulla irrilevanza e/o manifesta infondatezza della questione prospettata.

Esamino ora, costretta ad estendere alla parte civile le argomentazioni svolte per relationem, le motivazioni esposte dai due difensori a sostegno della loro istanza.

B) IRRILEVANZA E MANIFESTA FONDATEZZA DELL’ISTANZA

A giudizio degli istanti il diritto della parte civile ad impugnare la sentenza di assoluzione emessa in primo grado sarebbe in contrasto con due norme costituzionali:

l’art. 24, 2° comma, che sancisce l’inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento;

l’art. 111, 4° comma, che pone a fondamento del processo penale il principio del contraddittorio nella formazione della prova.

1) ART. 24, 2° comma, Costituzione - DIRITTO ALLA DIFESA

Secondo i due difensori il diritto alla difesa "è appannaggio ineludibile del solo imputato".

Questa affermazione scardina il principio costituzionale di eguaglianza tra imputato e parte civile.

L’imputato e la parte civile sono soggetti eguali davanti alla legge (art. 3 Cost.) e sono parti processuali aventi pari dignità e diritti davanti alla legge (art. 24 Cost.): è evidente dunque la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale avanzata in relazione all’art. 576 1° comma seconda parte c.p.p. per quanto riguarda l’appello della parte civile.

In uno Stato di diritto la possibilità di impugnare una decisione giurisdizionale rientra decisamente nella sfera delle garanzie che accompagnano i diritti inviolabili della persona: questa possibilità di riesame della prima decisione consente di evitare che il processo si possa trasformare da garanzia di libertà del cittadino in uno strumento di sopraffazione o di ingiusta discriminazione.

Se si accettasse il principio, inesistente anche negli Stati totalitari, che non è possibile il riesame della prima decisione, si accetterebbe il presupposto della infallibilità di tale provvedimento: solo immaginando infatti possibile un errore nella decisione si può stabilire una via giudiziale per la sua eliminazione.

Ma quello che l’istanza proposta dai difensori dell’imputato e del responsabile civile vuole creare è una vera e propria discriminazione tra le parti del giudizio: mentre l’imputato mantiene il diritto ad impugnare la sentenza che gli è sfavorevole, la parte civile dovrebbe essere privata di questo identico diritto.

Come a dire che è infallibile e dunque incensurabile la sola sentenza di assoluzione.

Ecco che alla fine la richiesta è quella di voler affermare non soltanto la coesistenza di due principi opposti in uno stesso sistema giuridico, ma l’ulteriore nuovo principio in base al quale il processo penale è garanzia di libertà del cittadino, ma solo quando quel cittadino assume la qualità di imputato.

Ma questo comporterebbe uno squilibrio sostanziale e processuale tra le parti che trova ostacolo nell’art. 3 e nell’art. 24 della Costituzione, perché il diritto alla difesa appartiene con pari dignità ad entrambi le parti processuali.

I difensori istanti non possono naturalmente sostenere le stesse motivazioni che hanno svolto in relazione all’impugnazione della pubblica accusa: non esiste tra imputato e parte civile un rapporto di soggezione passiva dell’uno verso l’altro e reciprocamente; c’è, viceversa, quella "simmetria processuale" che deriva dalla parità processuale delle parti e che ora si vorrebbe abolire in contrasto con i principi costituzionali e con l’intero assetto del sistema processuale vigente.

Nei casi di assoluzione la sentenza non contiene alcun capo relativo all’azione civile, visto che quando il giudice assolve non decide sulla domanda civile (lo si desume dall’art. 538 1° comma c.p.p.): e infatti l’art. 576 1° comma seconda parte non parla di impugnazione di un capo civile ma espressamente indica come oggetto dell’impugnazione "ai soli effetti della responsabilità civile", il proscioglimento.

Ciò significa, come giustamente hanno sottolineato le Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 30327 del 10.7/11.9.2002, che l’azione civile è accessoria rispetto all’azione penale e l’interesse al risarcimento del danno non può non riflettersi sulla decisione penale.

Il nostro sistema è costruito in base al principio per cui anche la sentenza di assoluzione "per non aver commesso il fatto" o "perché il fatto non sussiste" – sentenza contenente una formula preclusiva degli interessi civili - non produce la formazione del giudicato agli effetti civili se viene impugnata dal Pubblico Ministero e non dalla parte civile: la condanna in secondo grado a seguito di questa impugnazione, infatti, fa acquistare efficacia di giudicato alla sentenza ai sensi dell’art. 651 c.p.p. e consente di porla a base della domanda di risarcimento del danno.

Ne deriva che l’impugnazione della parte civile non è necessaria, quando è il Pubblico Ministero ad impugnare.

Ma se il Pubblico Ministero non impugnasse, ovvero, peggio, se al Pubblico Ministero fosse sottratto il potere di impugnare la sentenza di assoluzione di primo grado, secondo gli intendimenti degli istanti?

Privare, per derivazione, la parte civile di un diritto che le è garantito dalla Costituzione comporterebbe le seguenti situazioni.

Se la sentenza di assoluzione, posto il suo passaggio in giudicato nei casi di mancata impugnazione da parte del P.M, è espressa con una formula non preclusiva per la parte civile ("il fatto non costituisce reato"), questa potrebbe ancora adire il solo giudice in sede civile: resta accertato che il fatto non è penalmente rilevante ma può ancora essere accertata la sua natura di illecito civile, con eventuale conseguente pronuncia di una condanna al risarcimento dei danni subiti e dunque con una pronuncia che riconosca la lesione di un diritto in capo alla persona danneggiata.

Se invece la sentenza di assoluzione contiene una formula preclusiva per la parte civile ("il fatto non sussiste", "l’imputato non ha commesso il fatto", "il fatto è stato commesso nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima"), escludere l’impugnazione della parte civile significherebbe impedire definitivamente a quest’ultima, in caso di suo passaggio in giudicato per mancata impugnazione da parte del P.M, un accertamento del proprio diritto in sede civile (art. 652 c.p.p.).

Con la conseguenza ulteriore di creare non solo una inaccettabile disparità di trattamento tra l’imputato e la parte civile (l’uno può impugnare la propria condanna, l’altra non può appellare la sua assoluzione), ma una altrettanto inammissibile disparità di trattamento tra parti civili: il sistema dovrebbe accettare che, pur in presenza di posizioni processuali identiche, esistono in realtà due categorie di parti civili, l’una di serie A l’altra di serie B, laddove – private entrambe dello strumento processuale dell’impugnazione – l’una potrebbe ancora far valere il suo diritto in altra sede (comunque soggetto a limitazioni che non incontra nel processo penale, quali i diversi termini di prescrizione, il diverso ambito di esplicazione della fase di formazione della prova, l’assenza della figura di un responsabile civile), l’altra ne verrebbe privata definitivamente, e ciò sulla base della diversa valutazione svolta dal giudice penale del fatto posto alla base della domanda di entrambe.

Ma è altresì chiaro che se venisse meno la norma di cui si sta trattando (l’art. 576 1° comma seconda parte c.p.p.), non si giustificherebbero più tutte le norme che appartengono al sistema così costruito, a cominciare dall’art. 601 comma 4° e dall’art. 75 comma 3°, dall’art. 76 comma 2°, per proseguire con l’art. 597 comma 2° lett. a) e b) e per finire con l’art. 598 c.p.p. (in combinato disposto con l’art. 538 comma 1°): norme la cui vigenza sarebbe certo in contraddizione con l’abolizione dell’art. 576 1° comma c.p.p.

Norme che, tra l’altro, non mi pare siano state oggetto dell’istanza promossa.

Viene in mente il commento che su questi temi ha recentemente espresso un noto giurista contemporaneo: "l’ipergarantismo è una virtù efferata, capace di produrre guasti non minori dell’ossessione inquisitoria" (Franco Cordero).

Un breve cenno alla questione relativa agli effetti devolutivi dell’appello: è vero che l’appello del P.M. determina i limiti della devoluzione, ma è anche da ricordare che quei limiti, trattandosi di sentenza di assoluzione, coincidono con l’intero assetto processuale sulla base del quale si è formata la sentenza impugnata.

La lamentata "amputazione" del diritto di difesa dell’imputato finisce così con il non sussistere, perché in grado d’appello tutte le questioni poste in primo grado sono parimenti oggetto di valutazione da parte del giudice d’appello: si verifica cioè quell’effetto pienamente devolutivo che la Corte di Cassazione ha più volte rilevato nelle sue pronunce.

Si aggiunga che il problema sollevato dagli istanti a questo proposito non si pone nemmeno per quanto riguarda l’impugnazione della parte civile, la quale rimane comunque legata ad un accertamento di secondo grado ai soli fini della responsabilità civile, nulla togliendo all’esplicazione del diritto di difesa da parte dell’imputato.

2) ART. 111, 4° comma, Costituzione - PRINCIPIO DEL CONTRADDITTORIO NELLA FORMAZIONE DELLA PROVA

Secondo i difensori istanti, quando appellante è il P.M., nel caso di condanna dell’imputato assolto in primo grado si viene a creare "una condanna in unico grado" .

Ciò in quanto il giudizio di secondo grado è un "giudizio di controllo" sulla sentenza di primo grado, privo della fase di formazione della prova (tranne casi eccezionali) e caratterizzato dai limiti di gravame imposti dalla parte che ha appellato.

Verrebbe dunque ad essere violato in appello il principio del contraddittorio nella formazione della prova.

Supponiamo che tale assunto sia corretto.

Deve tuttavia valere anche l’ipotesi inversa e cioè che, impugnata dall’imputato la sentenza di primo grado che lo condanna, il giudizio di appello che si concluda con l’assoluzione determina una "assoluzione in unico grado".

In entrambe le ipotesi così delineate il previsto ricorso per cassazione sarà limitato alle questioni di legittimità e non investirà la decisione nel merito.

In conclusione, se la tesi espressa dagli istanti è da ritenersi corretta, in entrambe i casi si dovrebbe sostenere che non è stato osservato il principio del contraddittorio nella formazione della prova.

Allora aboliamo l’appello "tout court".

Questa in realtà è la vera proposta che sottende l’istanza presentata.

Ma questo è un argomento "de jure condendo" e non ha a che vedere con la violazione della Costituzione rappresentata nell’istanza. Ma di questo dirò più oltre.

Il vizio di fondo nelle osservazioni svolte su questo punto dai difensori degli imputati, che non vogliono apertamente esprimere censure all’istituto dell’appello, sta proprio nel lamentare una presunta violazione del principio del contraddittorio adducendo motivi esclusivamente pro reo.

E’ di indubbia evidenza, a questo punto, la manifesta infondatezza di un’istanza che invoca la presunta violazione nell’appello del principio del contraddittorio nella formazione della prova solo nelle ipotesi in cui dalla sentenza di assoluzione di primo grado si giunge ad una sentenza di condanna in secondo grado, non anche nell’ipotesi inversa.

Così apertamente dichiarando che l’asserita incostituzionalità delle norme dovrebbe valutarsi… a senso unico, sulla scorta di un principio secondo il quale l’imputato è più uguale delle altre parti processuali e che, per la tutela delle sue garanzie, occorre, sic et simpliciter, porre un limite, un pregiudizio all’accusa, pubblica e privata.

Torno a domandarmi: il diritto riconosciuto alla parte civile di impugnare la sentenza di assoluzione, ai soli effetti della responsabilità civile, davvero viola il principio dell’art. 111, 4° comma della Costituzione?

Il principio del contraddittorio sottende e presiede l’intera struttura del processo penale nel nostro ordinamento; nella fase della formazione della prova ha trovato la sua esplicita garanzia costituzionale con la nuova formulazione dell’art. 111, ispirato al principio del "giusto processo".

Ma la fase della formazione della prova appartiene al primo grado, ed è qui che si forma la decisione: quella decisione che poi è l’oggetto specifico del gravame.

Con la stessa valenza il principio del contraddittorio nella formazione della prova si esplica anche nel giudizio di secondo grado nei casi di rinnovazione del dibattimento.

Risulta dunque davvero inspiegabile – sia in termini giuridici ma prima ancora in termini logici - la ragione per cui, secondo gli assunti degli istanti, l’impugnazione a cura della parte civile della sentenza di primo grado assolutoria costituirebbe violazione di un principio che appartiene invece ad una fase diversa da quella in cui essa si esplica, e, di più, ha sorretto e regolato l’intero impianto del processo in primo grado, nella garanzia del contraddittorio, nella garanzia del contraddittorio tra tutte le parti presenti e attive in quella fase, imputato, parte civile e pubblica accusa.

L’illogicità dell’istanza e la sua contrarietà ai principi del giusto processo – che deve essere giusto per tutti, non per il solo imputato - è tutta qui: alla parte civile, che legittimata in primo grado ha fatto valere la propria domanda contribuendo alla formazione della prova in contraddittorio con le altre parti, si vorrebbe negare il diritto di ottenere il riesame di una sentenza formatasi in quel contraddittorio cui essa ha partecipato.

Ciò che è del tutto assente nell’argomentazione degli istanti è la giustificazione logico-giuridica della richiesta di esame di costituzionalità dell’art. 576, 1° comma seconda parte c.p.p. in relazione al principio del contraddittorio nella formazione della prova sancito dall’art. 111, 4° comma Costituzione.

Il diritto della parte civile ad impugnare la sentenza si esplica autonomamente, separatamente e senza alcuna interferenza (tanto meno negativa) verso il principio che si asserisce violato: dunque è palese la irrilevanza della censura avanzata.

Non si può non far osservare che il ricorso al 4° comma dell’art. 111 è solo il pretestuoso (e infondato) argomento per ottenere che sia scritta la parola fine al contraddittorio tra le parti in grado d’appello, contraddittorio che esporrebbe al pericolo di riforma la sentenza che ha dato ragione all’imputato – perché è di questo che si sta trattando ora - ed è su questo presupposto che formulano l’istanza di legittimità costituzionale.

Sanno benissimo i difensori istanti che nel giudizio di appello, a seguito del controllo del giudice e del contraddittorio che parte civile e imputato hanno facoltà e onere di esercitare attraverso i loro interventi e la presentazione di memorie (oltre che attraverso i mezzi per richiedere o per stimolare d’ufficio la rinnovazione del dibattimento), si svolge nuovamente un giudizio che ha per oggetto la sentenza impugnata, il metodo processuale attraverso cui questa si è formata, la corrispondenza di questa alle risultanze istruttorie ottenute in primo grado nel rispetto del principio del contraddittorio.

Semplicemente non vogliono che questo accada più nel nostro ordinamento.

Per dimostrare la esattezza del loro assunto invocano il 5° comma dell’art. 111 della Costituzione, sostenendo che anche il diritto ad avere un contraddittorio è appannaggio del solo imputato, cui spetta - diversamente dalle altre parti – il diritto di rinunciarvi.

Ma il 5° comma dell’art. 111 Costituzione contiene una clausola derogatoria al principio di formazione della prova in contraddittorio, clausola che consente giudizi alternativi rispetto al canone dibattimentale e modi di formazione della prova altri rispetto alla genesi nel contraddittorio tra le parti (si pensi appunto al giudizio abbreviato, dove la "contropartita" alla riduzione della pena nel caso di condanna è data appunto dall’accettazione da parte dell’imputato che ai fini della decisione di merito venga utilizzato l’intero materiale probatorio raccolto nelle indagini preliminari fuori del contraddittorio tra le parti).

Dunque non si tratta di un principio da porre a fondamento di ogni situazione processuale e nulla di analogico presenta, al contrario di quanto sostengono i difensori degli imputati, con il giudizio di secondo grado.

Il 5° comma dell’art. 111 prevede espressamente una rinuncia al contraddittorio da parte dell’imputato nella formazione della prova e in giudizi diversi da quello ordinario, dibattimentale, non in relazione ad altre forme di estrinsecazione del principio del contraddittorio nel processo penale.

Non può dunque invocarsi come fosse un principio generale a tutela dell’imputato un principio che costituisce una deroga ai normali canoni del contraddittorio; né si può invocare, in relazione al giudizio di appello, una facoltà (la prestazione del consenso da parte dell’imputato), quasi si trattasse di un esercizio di un diritto di carattere generale, che attiene a fasi e a riti diversi da questo.

Puntare all’abolizione dell’appello delle parti processuali (nella fattispecie qui trattata, la parte civile) che si ritengono più insidiose per gli interessi di cui si è portatori nel processo (nella fattispecie, quelli dell’imputato) e nel contempo ammettere l’appello solo in quanto oggetto di libera scelta dell’imputato, è francamente contrario ai principi di una ragionevole discussione giuridica.

Si chiede pertanto che l’istanza proposta dai difensori del responsabile civile Montedison e dell’imputato Reichenbach venga rigettata dalla Corte d’Appello:

preliminarmente per ragioni attinenti l’ammissibilità dell’istanza;

nel merito per irrilevanza e manifesta infondatezza.

C) SULLA MEMORIA IN ADESIONE ALL’ ECCEZIONE DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE DEPOSITATA DAI DIFENSORI DEGLI IMPUTATI ENICHEM, AVV.TI STELLA E PULITANO’

La memoria depositata in due tempi (20.1. e 3.2.2004) dai difensori Stella e Pulitanò, in adesione all’istanza degli avv.ti Padovani e De Luca, si riferisce esclusivamente alla posizione processuale del P.M. e nulla dice sulla posizione della parte civile.

Poiché la parte civile, nonostante l’evidente disappunto dei difensori degli imputati, è presente anche nel grado di appello di questo processo e in esso ha intenzione di esercitare pienamente i diritti che la Costituzione italiana le riconosce e tutela, mi sembra opportuno soffermarsi su quanto i difensori degli imputati Enichem ritengono di aggiungere alle motivazioni degli istanti principali.

Va subito rilevato che "l’adesione" all’istanza 11.1.2004 degli avv.ti Padovani e De Luca comporta lo stesso vizio di inammissibilità denunciato all’inizio della presente memoria: con un’inopportuna operazione processuale i difensori Enichem si associano all’istanza dei difensori Montedison limitando tuttavia le loro argomentazioni al solo appello del P.M..

Non so se considerare la mancata citazione della parte civile come una dimenticanza o una esplicita intenzione di ignorarla.

A meno che questa scelta non vada interpretata come un "nulla osta" da parte dei difensori Enichem all’esistenza, con il suo pieno valore di legittimità costituzionale, della disposizione che riguarda l’impugnazione della parte civile.

Ciò detto queste sono le mie considerazioni.

Il ripetuto richiamo all’ordinamento giuridico americano - già noto peraltro fin dal primo grado alle parti di questo processo - merita oggi una esplicita e categorica risposta: non siamo negli Stati Uniti, stiamo svolgendo un processo penale nello Stato Italiano.

Ciò detto, credo sia il caso solo di accennare che il Paese al quale quei difensori fanno appello come modello di esempio della "tradizione liberale e democratica" dove "è più sentita l’esigenza di tutela dell’individuo dalla persecuzione penale" è lo stesso Paese dove vige incontrastata la pena di morte, che la nostra Costituzione ha ripudiato.

In quello stesso Paese, ci riferiscono i difensori Enichem, è tale il rispetto per "lo stato di ansia e insicurezza" che può ingenerarsi nell’imputato assolto che venga sottoposto nuovamente a giudizio, da avere consolidato il principio per cui una sentenza di primo grado favorevole all’imputato assume un particolare valore di definitività, non potendo essere impugnata dal rappresentante della Pubblica Accusa.

E’ vero, o meglio, si tratta di un divieto stabilito in via di principio.

Che convive in perfetta ed assoluta coerenza con l’altro fondamentale principio del sistema di common law, quello della discrezionalità dell’azione penale.

Ma il divieto del bis in idem vige anche nel nostro ordinamento giuridico – dove vale l’opposta regola dell’obbligatorietà dell’azione penale - e, in assoluta coerenza con quest’ultimo principio costituzionale, come ci ricorda l’art. 649 c.p.p., riguarda sia sentenze di assoluzione che di condanna divenute irrevocabili.

Ma stiamo parlando di due sistemi giuridici completamente diversi, per tradizione e cultura giuridiche, tra i quali esistono tali e tante differenze da non consentire alcun richiamo, riferimento o raffronto neppure in termini de iure condendo.

Rilevo che i diritti inviolabili della persona, coinvolgenti financo gli stati d’ansia, l’insicurezza, l’autostima, la reputazione, sembrano costituire per i difensori Stella e Pulitanò patrimonio esclusivo di coloro che nel processo penale assurgono al ruolo di imputati.

Nessuna considerazione nello stesso senso, con le stesse alte considerazioni, si rintraccia nella memoria a proposito della persona che assume in un dato processo penale la qualità di parte civile.

Questi stessi difensori, che evocano principi di diritto appartenenti al sistema di common law, non hanno alcun riguardo nel superarne i concetti, arrivando a sostenere, davanti all’organo giurisdizionale che ora li ascolta, la violenza dello Stato, Stato che, peraltro, anche attraverso quell’organo si esprime.

Ribadisco pertanto la richiesta di rigetto da parte di questa Corte dell’eccezione di legittimità costituzionale proposta.

Mestre, 10.2.2004

avv. Silvia Manderino

 

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