UDIENZA DEL 01 DICEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 02 dicembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

DIFESA – Avv. Alecci – Sono l’Avvocato Alecci, parlo in difesa del dottor Porta. Parlo in difesa del dottor Porta, per il quale ha già parlato il collega Dominioni e devo dire che avremmo potuto smetterla lì come difesa di Porta, perché il professor Dominioni vi ha ampiamente illustrato, peraltro cose devo dire per noi che bazzichiamo queste aule abbastanza normali e abbastanza comuni; vi ha detto come il dottor Porta facesse parte soltanto di una holding finanziaria, come in quella posizione nulla abbia avuto a che fare con le vicende dettagliate e specifiche del Petrolchimico e vi ha dato tutte le indicazioni di natura giuridica per cui appunto voi dovete giungere alla conferma della sentenza di primo grado, conferma che, naturalmente, anch’io vi chiedo, ma mi pare che sia nelle cose. Perché intervengo, allora? Perché, rileggendo le proposizioni del dottor Casson, che ha fatto in data 13 luglio di quest’anno, ho notato che in relazione alla posizione del dottor Porta certo è stato un po’ più, come dire, un po’ più attento forse rispetto alla requisitoria di primo grado che aveva fatto il 7 giugno del 2001, dove in tutto erano 23 righe di accusa nei confronti di Porta e ha tentato, per così dire, di vestire questa accusa, di vestirla, lui dice, con una serie di documenti di cui vi ha fatto vedere per slide l’apparenza, diciamo, perché poi nella sostanza questo non è avvenuto e allora a me pare che qualche puntualizzazione abbastanza breve è possibile farla per chiarire come il Pubblico Ministero, nella posizione di Casson, non solo mette assieme un coacervo di cose che difficilmente possono stare assieme, ma in una maniera così abborracciata, che è difficile persino leggere quello che lui ha detto e secondo me, cosa che è facile dimostrare e che tenterò di dimostrare, fa anche una serie di… io per rimanere nel discorso che facevamo prima, una serie di autogol, che francamente mi sorprendono, perché non vi è dubbio che il dottor Casson sia Magistrato di grande esperienza e allora devo ritenere che questi, quelli che io chiamo autogol, debbono essere, dicevo, stati posti a questa Corte per una sorte, come dire, di suggestione di natura fattuale e vediamo infatti di che cosa parlo. Io voglio togliere una volta per tutte dal groppone di Porta, se così mi si consente, un masso, chiamiamolo così, che secondo il Pubblico Ministero dovrebbe poi convincere questa Corte a condannare Porta e diciamo subito, bontà sua, a sei anni di reclusione, che la discussione e la situazione dell’Americal Uprisal. Sia nel primo grado, nella requisitoria di primo grado, sia in questa requisitoria, lui dice, e dico testualmente: "Della situazione di Americal Uprisal, della società di controllo e di verifica dello stato degli impianti, dice Porta che non sapeva nulla, ma vedremo tra poco questa discussione dell’American Uprisal" e allora io devo dire che intanto, per così dire, è un riferimento generico e già questo dovrebbe escludere qualunque rilevanza di natura penale, però il Pubblico Ministero – e devo dire mi meraviglio – sa perfettamente che American Uprisal è dell’ottobre del 1988 e quindi è successivo di un anno al primo periodo di Porta e precedente di due anni al secondo periodo di Porta rilevante, considerato rilevante. Perché, lo dico anche se risulta chiaramente, naturalmente, già dal capo di imputazione, già dalla prima indicazione, Porta è stato assunto in Montedison nell’agosto del 1980, quale responsabile del coordinamento strategico, e lo dico perché questo è importante secondo me, per diventare poi amministratore delegato della Montedison il 29 gennaio del 1982. Nel capo di imputazione si dice che è rimasto amministratore delegato di Montedison fino al novembre del 1987, non è molto vero questo, perché con l’arrivo di Gardini fu esonerato da qualunque cosa, fu messo lì a Vice Presidente senza delega e senza niente. Ma va bene anche questo. Poi è andato via da Montedison, quindi American Uprisal, che è sicuramente del 1988, non gli appartiene affatto, quindi non si può ogni volta dire: l’American Uprisal, questo grande problema, Porta dice di non saperlo. Porta non lo sapeva, non lo poteva sapere, non era alle dipendenze della Montedison, ma non era neanche alle dipendenze dell’Enichem. Quando infatti lui giunge, il 12 dicembre del 1990, fino al 31 maggio 1993 egli è Presidente dell’Enichem; per la prima parte l’Enichem, per i primi quingici giorni, ha ancora il nome di Enimont, ma sicuramente egli è Presidente Enichem senza… non è mai che dice, poi anche questo modo, dottor Casson, dice di essere, non dice di non avere alcuna delega, non è che lo dice lui, lo dicono i documenti, non "dice lui", perché questo modo anche di, come dire, di sminuire le cose che non solo vengono dette da un imputato e quindi con tutto il dovere di ascoltarle, come naturalmente avviene; ma non è che dice, queste sono corroborate da documenti, perché tutto questo è stato dalla difesa di Porta, già a far tempo dalle prime udienze, dalla presentazione di documenti esibiti e presentati e poi ancora presentati con la memoria che è stata predisposta al primo grado e che si trova per quello, semmai vi potesse interessare, io non credo che il problema sia risolto a monte, naturalmente, con la soluzione dei problemi generali che vi sono stati, si trova nel falcone 49 delle carte che avete voi dietro. Allora sgomberiamo subito il campo dall’American Uprisal, perché l’American Uprisal non ha nulla a che vedere con Porta. Perché dico che è importante questo? Non è un solo elemento, non è un solo, chiamiamolo, errore del Pubblico Ministero; ma perché, analizzando poi, via via, tutti gli argomenti che gli porta ad accusa, noi vedremo che alla fine rimane questa American Uprisal di cui Porta non sapeva e non poteva sapere e questa è la prima, secondo me, grave inesattezza che il Pubblico Ministero commette in questa sua accusa. L’altra accusa che lui formula, l’altro elemento grave, non si vuol convincere che, poi ve lo farò vedere, non lì perché non sono capace, ve lo farò vedere nella scritta, la distanza anni luce che esiste tra l’amministratore di una holding finanziaria e la società operativa che aveva la gestione del Petrolchimico, perché come vi ha già spiegato il professor Dominioni è certo e lo si sapeva dall’inizio del processo, questa è la cosa che un po’, come dire, mi fa pensare, e lo si sapeva prima dall’inizio del processo, che il dottor Porta mai, mai era stato datore di lavoro degli operai di cui oggi noi parliamo e non aveva mai avuto alcuna gestione nel Petrolchimico né in altro e quindi, quando il dottor Casson dice nella sua requisitoria: "Dice Porta che lui si è occupato di questo", "dice Porta", "dice Porta". No, torno a dire, non "dice Porta", sono le indicazioni precise che i documenti hanno dato. Perché questo? Perché Porta, che era stato assunto come responsabile del coordinamento strategico già nel 1980, che è un periodo naturalmente fuori dalla competenza di questo processo, quando diventa amministratore delegato lo diventa esattamente perché vi era in ballo, lui lo dice, lo dice molto chiaramente, ma è un dato comune: la razionalizzazione della chimica italiana, razionalizzazione della chimica italiana che certamente non è venuta in mente né all’Eni né alla Montedison né tanto meno a Porta, ma era proprio determinata dalla crisi in cui si trovavano appunto le società chimiche, per una sovrapposizione di produzioni uguali, quindi per una diseconomia: aveva perso il primato, aveva perso mercati importanti e quindi vi è questo problema evidente; problema evidente prima di tutto al governo italiano, perché il governo italiano dell’epoca, era Presidente Spadolini, se io non ricordo malissimo, male, ebbe un ruolo protagonista in questa vicenda. Anzi, non soltanto un ruolo protagonista, ebbe io dico un ruolo, per così dire, invadente, come sempre accade o forse accadeva nello Stato italiano, perché il governo, che è naturalmente cosciente di questa situazione, delibera nel maggio del 1982 una… intanto nel 1980 fa una prima delibera dicendo appunto che il sistema chimico italiano avrebbe dovuto realizzare una struttura d’imprese facente capo a due aree, quella pubblica gestita dall’Eni e quella privata intorno alla Montedison. Nel maggio poi del 1982, emana una delibera dal titolo: "Approvazione delle linee di razionalizzazione del ciclo di olefine e dei co-prodotti di cracking", con il quale il governo viene a fissare appunto i punti fondamentali del piano di ristrutturazione. Non è che il governo dice: badate, sistemate la chimica che così non va bene; indica tassativamente i punti che bisognava trattare e cioè questa delibera statuiva. I destinatari sono specificamente: a), i destinatari sono specificamente ed esclusivamente il Gruppo Eni e il Gruppo Montedison; b), fra gli impianti che le due Società devono scambiarsi per la razionalizzazione, si fa esplicito riferimento al CVM e al PVC; c), si chiede inoltre per quest’asset produttivo di CVM e PVC debba esserci un’unica direzione; d), le società avrebbero dovuto mettersi d’accordo su come trovare la soluzione; e) – ultimo in posizione tassativa – l’accordo globale di compravendita o un accordo generale avrebbe dovuto essere firmato entro il 29 dicembre del 1982. Quindi abbiamo sei mesi di tempo, per così dire, per il quale appunto si mette in movimento i famosi adesso io non sto qui a ripeterlo, perché voi lo sapete, i famosi 14 gruppi di lavoro, l’attività preminente del dottor Porta, che appunto è stata quella di seguire questa indicazione del governo e quindi questa attività, che non è stata un’attività di poco conto, non è stata un’attività di poco conto; non può il Pubblico Ministero dirci: dice di aver fatto questo. No, l’ha fatto? L’ha fatto e l’ha fatto perché era la persona più adatta, per le proprie qualità professionali, per il proprio curriculum, perché egli aveva maturato un’esperienza internazionale, perché egli aveva ricoperto nei vari posti, voi avete il curriculum, naturalmente non ve lo ripeto, questa mattinata è una mattinata tutta al femminile, ma anche le altre colleghe devono parlare e quindi non la voglio fare lunga, però aveva assolutamente competenza per i rapporti di conoscenza con rappresentanti di governo e dell’Unione Europea e quant’altro. Ecco perché il Consiglio di amministrazione della Montedison, quando lui viene nominato amministratore delegato, è quello di definire le politiche industriali e commerciali di sviluppo della società, in particolare nella chimica privata ed allora il Pubblico Ministero, quando parla di questo, non può non riconoscere che l’attività del dottor Porta in questa direzione c’è stata e che è lontana mille miglia da ogni attività di gestione nel Petrolchimico in genere e in quello di Porto Marghera di cui ci occupiamo, in particolare. Perché risulta per tabulas, da tutti gli ordini di servizio che voi avete agli atti, risulta per tabulas, Presidente e signori della Corte, che mai neanche da giovane il dottor Porta è stato utilizzato, impiegato, assunto, in un qualunque ufficio che non sia stato di strategia, in un qualunque ufficio che non sia stato di marketing, in un qualunque ufficio che non sia stato di quello di cui lui si occupava. Voglio dire che è un uomo, per così dire, delle istituzioni. I rapporti principali sono tra lui e le istituzioni, nel caso di cui abbiamo parlato prima per il governo e di istituzioni più largamente intese quando parliamo dei rapporti intercorrenti tra la società che lui rappresentava e le altre società nel mondo, perché questa era la sua attività ed io voglio adesso, perché mi sembra assolutamente corrispondente logicamente, parlarvi di un altro punto che secondo il Pubblico Ministero è uno dei cavalli di battaglia dell’accusa e dovrebbe determinare, secondo lui, l’assoluta certezza in questa Corte che il dottor Porta non poteva non sapere. A parte il fatto che io non ho visto mai condannare nessuno perché non poteva non sapere, la prova ferma deve essere data che sapesse, non che non poteva non sapere e agli atti c’è la prova del contrario, come adesso vedremo, ed è il caso della Oxidental e dell’Enoxy. In questa trattativa tra appunto la fase, questa trattativa instaurata dopo i dictat, perché così era in fondo, del governo, in termini così stretti e in termini così precisi, vi furono alcune fasi, naturalmente. La trattativa fu molto difficile e complessa e questo non abbiamo difficoltà a comprenderlo, naturalmente e fu caratterizzata da tre fasi ben distinte: la prima, che appunto culminò nel luglio con la firma di un’articolata lettera di intenti che è già agli atti tra l’Eni e la Montedison, nella quale era previsto che venissero preparati uno studio di fattibilità e un business plan entro settembre e che l’accordo finale fosse firmato entro il 20 di dicembre. Cominciamo col dire che noi ci occupiamo di CVM e PVC, ma questo accordo e questa razionalizzazione della chimica non prevedeva soltanto, naturalmente, il CVM e il PVC, ma comprendeva invece tutta la produzione delle due società e della chimica, quindi un elevato numero di prodotti e molti impianti sparsi in tutta Italia appunto per la chimica. Adesso vi voglio dire che gli stabilimenti interessati erano a Priolo, a Gela, Brindisi, Ferrara, Porto Marghera, Termini, Rho e Porto Torres; le produzioni erano in polietilene a bassa densità, quello lineare, quello ad alta densità, il butadiene e via e via e via, e poi vi erano altri naturalmente componenti dell’accordo che erano le attività materiali e immateriali, i brevetti, le tecnologie, i sistemi informatici, le forniture reciproche di materie prime, le attrezzature esterne, cioè è una cosa molto complessa, naturalmente, e chi era preposto a questo, per quello che riguarda la Montedison, era appunto il dottor Porta. Passiamo all’Enoxy. Nell’Enoxy, voi sapete, c’erano gli americani, Oxidental, gli americani che avrebbero detto: questi impianti valgono zero, vedremo, e che quindi, dice il Pubblico Ministero, sicuramente Porta non poteva non sapere che gli impianti valessero zero. Non soltanto non è vero in fatto, ma vedremo quali sono i documenti che lo supportano. Che cosa aveva fatto l’Oxidental? Quando l’Oxidental era entrata in Enoxy non aveva voluto fare un apporto in danari, aveva voluto fare un apporto cedendo una miniera di carbone, che fu valutata non so quanto, c’è agli atti, non dico delle cose nuove, per cui evidentemente, quando si è trattato poi di fare l’accordo di cui noi parliamo, quello della razionalizzazione della chimica, le cose non andarono così come andarono e la Oxidental ritenne preferibile uscire dalla joint-venture con la Enoxy e tirarsi fuori. Ma quando l’Oxidental venne in Italia a vedere gli impianti, prima di entrare nella joint-venture, il fatto che poi entrò la dice lunga, se non fossero stati degli impianti confacenti e buoni, difficilmente l’Oxidental sarebbe entrata a far parte di una joint-venture per la gestione di questi impianti; vengono fatti dei sopralluoghi, vengono fatti degli accertamenti, vengono fatte tutta una serie di attività che ci vengono descritte – ed io ne parlo per questo – da uno dei testimoni principali, anzi dei due testimoni principali di questa vicenda, che il Pubblico Ministero, anche qui con una direi superficialità e siccome io ritengo che lui non sia superficiale, ritengo una superficialità voluta, dice: "Vi avevo preparato, faccio solo presente, non ve lo dico, un’illustrazione di due dichiarazioni molto importanti, che sono quelle del dottor Benetta e dell’ingegnere Catanzariti, che parlano dei problemi dall’epoca di Enoxy in poi fino all’epoca di Enimont e di come, quando sono andati a trattare e discutere queste vicende, non si siano mai occupati di sicurezza e quant’altro" e allora questi due testimoni in qualche parte ve li voglio indicare io e vedremo che Benetta, così caro al Pubblico Ministero, interrogato in data 31 marzo del 2000 dal Tribunale di Venezia e interrogato, devo dire, pesantemente, l’esame era del Pubblico Ministero, che naturalmente ha cominciato, egli risponde, leggiamo le domande molto… allora, alle domande principali sull’attività che era stata svolta da quella commissione e in relazione a quello che aveva trovato, dice chiaramente: "L’impianto si presentava con uno standard che era sicuramente, vorrei dire, più che buono da un punto di vista generale, rispetto a quella che è la media degli impianti che ho avuto occasione di vedere nel mondo, anche quelli di Porto Marghera". Ancora, la domanda: "Nel momento in cui gli impianti di CVM e PVC passarono dalla società Riveda all’Enichem, è stato posto il problema di verificare e di considerare e studiare o approfondire la pericolosità di questo?", Pubblico Ministero, lui dice: "Il problema si poneva sulla validità delle strutture messe per rilevare queste pericolosità e quelle che erano a Porto Marghera risultavano sufficienti", parla il Pubblico Ministero degli ambiti temporali, dei periodi e rispetto a questi periodi il Benetta risponde: "Quando vi fu l’accordo con la Oxidental, si visitarono anche gli impianti di Terni e di Brindisi". "C’erano anche tecnici americani con voi?", "Certo, c’erano dei tecnici americani, erano praticamente persone dell’Oxidental Petrolium". Domanda: "Per quanto riguarda ancora Porto Marghera, le volevo chiedere, durante queste visite effettuate dagli americani, lei sa, è a conoscenza di questa valutazione degli americani, che cosa hanno detto?", risposta: "Gli americano erano strettamente riservati, non hanno fatto mai nessun commento né in bene né in male. L’unica volta che ho sentito fare un commento era per l’impianto di Terni, perché dicevano: no, questo non ci interessa, questo non ci interessa" e in relazione poi ad ulteriore domanda invece sull’impianto del CV6 di cui ci occupiamo, la risposta era: "L’impianto era un impianto che denunciava la sua età, era stato ristrutturato, credo anche con grandi investimenti, però le dimensioni dei reattori facevano sì che fosse un impianto che poteva andare fuori mercato, quindi ha sempre fatto soltanto una valutazione di ordine economica". Dice: "Ma come – gli fa il Pubblico Ministero – lei aveva detto che erano in pessime condizioni", la risposta: "La mia definizione di pessime condizioni derivava da questo, un impianto, ripeto, che a quell’epoca erano stati fatti notevoli investimenti e questo aveva comportato che in spazi ristretti c’erano state affastellature di linee. Non posso dire che fosse pericoloso o che fosse rischioso". Insiste il Pubblico Ministero, ma naturalmente l’ingegner Benetta non poteva che ripetere quello che aveva visto e quello che soprattutto era la situazione di cui noi parliamo. Domanda: "Perché lei sempre – diceva – per loro, allora – per loro gli americani – venimmo a sapere che gli americani non erano più intenzionati ad acquistare gli impianti della Montedison in quanto per loro l’operazione era ritenuta antieconomica nel rapporto tra il prezzo preventivato e lo stato degli impianti". Questa è la domanda. La risposta dice: "Quel "lo venimmo a sapere" sta proprio a dire che erano le notizie che circolavano all’interno". Quindi lui non lo sa, le uniche cose che sa sono quelle che il… sono quelle che riguardano le visite fatte insieme agli americani, che non si erano mai espresse nel senso che dice il Pubblico Ministero. Quindi io credo che questa, questa deposizione di Benetti, che il dottor Casson riteneva così importante per la condanna o per la responsabilità del dottor Porta, sia una di quelle deposizioni che, al contrario, non fanno che ritenere importante quello che noi abbiamo sempre asserito e cioè la validità di questi impianti, così come vi hanno già detto tutti i colleghi, è del tutto evidente che non ritorno; ne parlo solo perché lui intende attribuire questa situazione alla posizione, così mi pare di capire, da quello che leggo, francamente non lo comprendevo, ve l’ho detto all’inizio che non è che abbia compreso molto di quello che lui vuol dire, ma la stessa cosa dice Catanzariti. L’ingegner Catanzariti, nella stessa giornata, subito dopo, quindi il 31 marzo del 2000, viene sentito e quindi il Pubblico Ministero parla appunto dell’Oxidental, perché nel gennaio del 1982, dice l’ingegner Catanzariti, penso che sia un ingegnere, non saprei nemmeno dirlo… è un ingegnere, era passato appunto nella società Enoxy, che era stata appunto creata, era responsabile della condizione dell’esercizio, della gestione, non della conduzione, della gestione degli impianti ex Anic che erano stati venduti all’Enoxy, che come sapete è una joint-venture tra Eni e Oxidental Petrolium, dipendeva da chi dipendeva. Vuole illustrare le attività che ha svolto: "Sono stato, quando è stata avviata la trattativa con la Montedison da parte dell’Eni", "i primi colloqui ufficiali", "coordinava il dottor Trapasso" e quant’altro. "Lei con chi era?", "Io avevo con me il dottor Benetta, che ha sempre vissuto in questi impianti, prima in Montedison e poi in (Sir), poi è passato con noi quando avevamo incorporato la (Sir Anic) ed era quindi la persona più esperta e più adeguata" e vediamo, abbiamo appena visto quello che aveva detto Benetta; parla dei tempi di valutazione e nient’altro, non fa altro che confermare quanto aveva già detto Benetti e cioè che questa trattativa con Enoxy… con Oxidental era una trattativa che aveva avuto il suo corso regolare e che appunto nulla vi era di irregolare negli impianti, tanto che dovesse essere sicuramente a conoscenza dell’amministratore delegato della holding finanziaria, lontano mille miglia, torno a dire, rispetto alla vicenda. Ma c’è un’altra deposizione in relazione a questa, che naturalmente il Pubblico Ministero non cita ed è quella di Rubini. Rubini ha fatto una dichiarazione il 9 giugno del 2000. La domanda: "Erano impianti – siamo sempre nello stesso contesto – erano impianti che avevano una loro validità economica da un punto di vista tecnologico?", "Come ho detto prima, noi abbiamo ritenuto che tutto il PVC di Porto Marghera avesse una validità strategica per il business del PVC. Gli impianti risentivano un po’ del lay-out del tempo, ma non avevano, non emersero problematiche particolari. Il CV6, tanto, di cui tanto abbiamo parlato, era anche lui un… non era un impianto nuovo, risentiva il lay-out del tempo, però poteva dare ancora, poteva dare ancora un delta abbastanza significativo rispetto agli impianti di sospensione". "Quindi non era un impianto antieconomico?", "No, non era un impianto antieconomico". Ancora: "Io non ricordo problematiche particolari. Ricordo che dopo l’evidenza della legislazione americana che restringeva molto i limiti, l’emissione e il contenuto del CVM nei polimeri, la Montedison attuò un piano di intervento, che per quanto mi risulta portò l’emissione e il contenuto del CVM nel polimero progressivamente ai limiti della legislazione americana. Voglio precisare questo, che per quanto riguarda chiaramente il contenuto del CVM nel polimero, questo era un dato di fatto, perché con un contenuto più alto praticamente il prodotto non poteva essere venduto". Voglio dire, e concludo su questo punto, che quando si vuole attribuire alla vicenda Enoxy una situazione ben diversa da quello di cui il Pubblico Ministero appunto vuol far credere, siamo lontani mille miglia sotto il profilo della prova, anzi abbiamo agli atti la prova del contrario e credo che anche questo argomento, portato così avanti dal Pubblico Ministero nei confronti del dottor Porta, debba essere ritenuto non solo non idoneo, ma addirittura come prova a suo favore. Andiamo poi agli altri due documenti e alla famosa lettera del 27 giugno 1991, dove per la prima volta si trova la firma del dottor Porta ed è la lettera con la quale vi è l’esercizio da parte dell’Eni… dell’Enichem, chiedo scusa… e dell’Eni anche, delle contestazioni alla Montedison, questo dopo la divisione tra i due colossi della chimica. Dice il dottor Casson nella sua requisitoria: dopo aver parlato, sempre mentre parla di Porta, di tutt’altro naturalmente, quindi con quell’abborracciamento di argomenti che nulla hanno a che vedere poi con Porta, ma che io ritengo forse nelle intenzioni del Pubblico Ministero ritenerli suggestivi nei confronti della Corte, Corte peraltro attenta, come attento è stato il Tribunale; noi parliamo in secondo grado, non avremmo dovuto rifare queste cose. Voglio dire, la ragione dà ragione e conto in maniera assoluta, spazzando totalmente tutte queste questioni. Io non credo che questa, raramente, dico, io ho visto una sentenza così importante e così dettagliata, così colta, così… così bella, se mi si consente il termine. Io credo che difficilmente sia una sentenza da riformare. D’altro canto, gli apporti che l’accusa ha portato in questo secondo grado, per quello che riguarda Porta, scusatemi ma non valgono proprio niente. Anzi, sono secondo me, io non voglio parlare di massificazione dell’accusa, gli imputati che non c’entrano in questo processo, tutte cose che avete già sentito, però francamente quando leggo quello che il Pubblico Ministero adduce nell’accusa di Porta, francamente devo ritenere che davvero tutte queste cose ci sono state. Ma perché Porta è in questo processo? Lo sapeva prima, Pubblico Ministero, che non c’entrava niente e gli argomenti che porta a sostegno della sua accusa sono argomenti che francamente non pensavamo davvero di dover ripetere; non avrei neanche parlato, se questo non fosse stato l’approccio in grado di appello. Ha tentato di correre ai ripari, questa è la verità dei fatti e nel correre ai ripari ha naturalmente… come sempre accade, come dire, si vede più la pezza che il buco, voglio dire, ecco, per dirla in una maniera popolare e andiamo a vedere questa famosa lettera. Che cosa è accaduto con questa lettera? Questa lettera è stata fatta esattamente il 27, in data 27 giugno 1991. Il 30 di giugno scadevano i termini per poter fare le contestazioni; è una lettera appunto, come dire, dovuta, dovuta, e allora come si è giunti a questo punto? Intanto sappiamo, ma lo voglio ancora ripetere, siamo al 6 giugno del 1991, voglio ancora ripetere che il dottor Porta, che dal 1987 fino al 1993 poi era il Presidente di Federchimica, viene chiamato alla Presidenza dell’Enichem, quindi siamo 12 dicembre 1990, fino al 31 dicembre del 1990 parliamo ancora di Enimont, dal primo gennaio del 1991 rimane il titolo originario Enichem. Il Presidente è senza poteri, come noi sappiamo, se non quelli di rappresentanza; lo sappiamo per il documento, non è che lo sappiamo perché lo dice Porta. E allora, in questa sua qualità di Presidente dell’Enichem, viene naturalmente a sapere, cosa del tutto naturale, che l’ufficio legale che faceva capo all’Avvocato Arcidiacono stava mettendo insieme tutta la documentazione e le informazioni necessarie per poter richiedere a Montedison, per poter fare a Montedison una contestazione sulla qualità degli apporti che aveva fatto etc. L’Avvocato Arcidiacono mette insieme tutta una serie di documenti e alla fine predispone questa famosa lettera del 27 giugno 1991, che ha la firma di Porta nella sua qualità di Presidente appunto dell’Eni e dell’ingegner Cagliari quale Presidente dell’Eni. Perché dico intanto queste due firme? Proprio perché, essendo la prima lettera di contestazione un atto dovuto, le regolarità formali sono essenziali ed ecco che, come facciamo tutti gli Avvocati, che ci riduciamo tutti all’ultimo momento, come me stamattina, hanno l’abitudine, come dire, di mettere quanto più è possibile, poi via via che si fa la causa… per non avere le cadenze. Viene fatto anche qui un gruppo di lavoro, che serve per radunare, raccogliere le indicazioni più importanti e queste fanno capo all’ingegner Trotta e al dottor o ingegner Catanzariti. Vedremo poi perché dico questo. Quindi l’Avvocato Arcidiacono raduna tutte le carte e prepara questa famosa lettera di contestazioni, a cui sono poi allegati, sono aggiunti una serie di allegati. Questa lettera viene firmata dal dottor Porta, sappiamo, su un aereo, ma non lo dico questo per sminuire, il dottor Porta è un uomo di grandi capacità, non è mica uno sciocco, dico perché ha firmato questa lettera e come l’ha firmata. L’ha firmata su un aereo mentre andava a Roma, anche l’Avvocato Arcidiacono, proprio per farla firmare al dottor Porta, l’ha letta e naturalmente ha chiesto se i contenuti di questa lettera fossero stati verificati e in quell’occasione gli dice: "Il nostro direttore legale mi spiegò che le contestazioni rispetto alle garanzie che figuravano nel contratto di compravendita erano state raccolte e censite contattando direttamente le società operative – e non poteva essere diversamente, peraltro – si stavano sviluppando quindi due processi paralleli: sul piano operativo le società stavano affrontando i problemi per risolverli, su quello legale si stava valutando il pregiudizio per il mancato rispetto delle garanzie contrattuali da parte della Montedison. La nostra direzione legale aveva svolto il ruolo di coordinatore per la raccolta delle informazioni, delle informazioni provenienti dalle società, per poter elaborare il documento legale sopra citato relativo alle garanzie". Io vi prego di leggerla, non ve la leggo adesso, perché la lettera è lunga, ma vi prego di leggerla, perché questa lettera, che dovrebbe dimostrare la conoscenza dei danni ambientali e quindi della situazione di cui Porta doveva essere a conoscenza, parla di questo soltanto nelle ultime due pagine, perché le problematiche erano naturalmente molte: ci sono gli apporti dei beni, i crediti commerciali, le aziende a portata, i debiti, i crediti, le cause, insomma è una… i problemi tributari, i problemi fiscali, poi alcuni… mentre per l’ambiente soltanto nelle ultime pagine parla dei problemi dei rifiuti asportati in Nigeria, dei problemi all’acqua per la quale c’era già un processo e dei problemi relativi allo stabilimento di Mantova, quindi con Porto Marghera non aveva nulla a che vedere. Ma dice il Pubblico Ministero: c’è l’allegato 14. L’allegato 14 parla invece proprio di Porto Marghera e quindi c’erano tutti. Porta dice: io non l’ho mai visto, io non l’ho mai visto, non ne sono a conoscenza. Il Pubblico Ministero risponde: peggio per lui, lo doveva sapere. Noi invece, ma non è stato, torno a dire, difficile, perché i documenti in questo processo li avete tutti, abbiamo potuto verificare la verità di quello che dice Porta e l’abbiamo verificata attraverso le dichiarazioni di Arcidiacono fatte in questo dibattimento nell’udienza del… comunque, adesso vediamo, il dottor Arcidiacono, alla domanda che appunto di cui noi parlavamo, di cui dicevamo che il frutto delle attività era stata fatta dalle società operative etc., la domanda: "Può dirmi se ricorda come avvenne la firma di questo documento, quando lei incontrò il dottor Porta e che cosa accadde?", "Lo ricordo perché si trattava degli ultimi momenti, un po’ anche di tensione, quindi ho ben stampato nella memoria il finale della redazione dell’atto. Il fatto che riuscii a parlarle avendo il documento completo in mano con il dottor Porta, soltanto mi ricordo esattamente alla vigilia, abbastanza alla vigilia, non proprio il giorno prima, ma subito prima o poco prima della scadenza del termine e che per farlo approfittai – 10 maggio, grazie, il 10 maggio è la dichiarazione del dottor Arcidiacono – e che per farlo approfittai della circostanza che stavamo viaggiando insieme al dottor Porta verso Roma. Io credo anzi che stessi andando proprio a raccogliere a Roma la firma dell’ingegner Cagliari sulla lettera. Mi avvicinai al dottor Porta con la lettera di cui stiamo parlando, la lesse nel corso del viaggio. Io naturalmente ero lì per ogni chiarimento. La lesse nel corso del viaggio e non ricordo se prima di atterrare o immediatamente dopo lui firmò la lettera, facendomi una domanda finale del tipo: lei è sicuro che tutti abbiano portato quello che occorreva e abbiamo fatto, ciascuno per la propria parte, gli accertamenti necessari? Io gli risposi che potevo confermargli che a mia volta avevo posto la stessa domanda alle singole persone interessate e incaricate di fare la loro parte, come dicevo prima, e che queste mi avevano assicurato che ogni area di interesse della nostra società, per quello che riguardava l’escussione della garanzia, era stata coperta. Dopo di che l’ingegner Porta firmò la lettera, per l’appunto sulla base di questa mia affermazione e rassicurazione". Come del resto la firmò poi l’ingegner Cagliari, quindi non credo… Domanda: "Quindi lei si è fidato? Il dottor Porta, è corretto dire che il dottor Porta si è fidato sui contenuti di quella che era stata l’attività da lei svolta assieme naturalmente a tutti gli altri, in poche parole lei era il garante dei contenuti per il lavoro svolto?", "Certamente sì". La risposta, con un’ovvia limitazione, ovviamente l’Avvocato Arcidiacono, essendo un Avvocato, si preoccupa perché dice: "Con la limitazione ovvia a mia volta di un’analoga assicurazione che avevo ricevuto da altri dello stesso genere, naturalmente. Io avevo per l’appunto il colpito di raccogliere tutti i vari interessati per i vari settori di attività, questa assicurazione che avevano compiuto conoscendo per la loro attività la clausola di garanzia contrattuale applicabile, quindi fatte tutte le verifiche che occorrevano per far sì che i nostri interessi in quella sede potessero essere tutelati al meglio. Io questo, cioè del fatto di avere raccolto queste conferme, mi facevo garante nei confronti del dottor Porta". Quindi il dottor Porta, Presidente, rappresentante legale dell’azienda, firma, non gli si può dire: perché non hai letto gli allegati? Ma vediamo perché non li ha letti, perché i due documenti, anche questi portati dal Pubblico Ministero come prova, questi li avete visti perché ve li ha mostrati, io quando li ho visti ho detto: Madonna, ma questo adesso che cosa sarà mai? Invece sono dei documenti che aveva portato proprio l’azienda, cioè erano allegati alla deposizione che aveva fatto in istruttoria, nelle indagini preliminari, in istruttoria, aveva fatto proprio l’Avvocato Arcidiacono e sono i due documenti del 21 febbraio 1991 e del 18 febbraio 1991, che parlano delle problematiche di natura ambientale. Naturalmente, con una parola, il Pubblico Ministero quando dice "questi documenti" dice: "Mi limito a proiettare alcuni documenti dei primi Anni Ottanta, proprio per dire come questi documenti sono arrivati anche ovviamente – anche ovviamente – a conoscenza dei vertici Enichem ed Enimont in questa situazione". Andiamo a vedere a chi erano diretti i documenti, perché sennò non si comprende. I documenti sono diretti all’Avvocato Arcidiacono, perché si tratta di uno di quei documenti che sono serviti per fare la famosa lettera, all’ingegner Bianchi e per conoscenza all’Avvocato Grande a Roma, che è il responsabile dell’ufficio legale dell’Eni e poi a Presotto. Queste lettere, che sono state ampiamente illustrate dal dottor Casson in riferimento alla posizione di Porta, perché mai, dicono esattamente nella prima pagina: "Accludo la lettera numero 7 etc. – parentesi – con gli allegati esclusivamente per l’Avvocato Arcidiacono". Questa io ritengo sia la prova assoluta che sicuramente non è che il dottor Porta non abbia letto gli allegati. Il dottor Porta non ha mai avuto gli allegati, quindi non avrebbe potuto né leggerli, ma non cambiava niente, voglio dire, in relazione a questo; non può essere questo l’unico elemento, oltre all’American Uprisal, naturalmente, su cui prende una topica terribile, questo è l’unico argomento che secondo l’accusa legherebbe il dottor Porta alla sua imputazione. Allora io credo, io credo francamente che il voler ritenere che la sentenza di primo grado debba essere, debba essere cambiata, mi sembra proprio… debba essere riformata, mi sembra proprio un fuor d’opera; mi sembra un fuor d’opera per l’intera sentenza, mi sembra un fuori d’opera ancora superiore per quello che riguarda Porta, naturalmente, perché io adesso non la voglio fare lunga, ma quello che vi ha illustrato il professor Dominioni ha anche una controprova, voglio dire, che lui non ha detto e che avrebbe dovuto essere un po’ il mio compito, ma dico non la voglio far lunga e cioè che non solo la holding finanziaria era lontana anni luce dalla società operativa e soprattutto dallo stabilimento, ma vi sono agli atti prove confacenti. Mi riferisco a Raffaelli, dico per tutti per esempio la circostanza che Raffaelli, il dottor Raffaelli, in una deposizione molto molto importante, anche questa del 10 maggio del 2000, ad un certo punto dice che era così tanto importante e vera l’autonomia delle società operative, che una volta arrivò una lettera, una lettera in cui si parlava del canale Brentelle e risponde: "A parte il fatto che del canale Brentelle io non sapevo assolutamente nulla, fui un po’ perplesso, perché questo era un tipico fatto operativo di competenza della società operativa e non dell’Enichem, in quanto…", per le cose già dette, "tanto è vero che ci fu una reazione e la lettera di risposta della loro responsabile dell’ambiente e sicurezza della società competente – che qui si chiamava ancora Enimont Anic, Enichem Anic – in cui si ribadiva il concetto che questa era responsabilità specifica, una competenza specifica della società operativa competente". Voglio dire che nei fatti le società operative erano società che operavano con grande capacità, con grande autonomia, non soltanto di gestione, ma anche finanziaria. D’altro canto l’idea, la sistemazione delle società in società operative, in holding finanziarie e poi società operative, rispondeva proprio a questo, altrimenti non sarebbe stato proprio opportuno. Io finisco, ma vi voglio far vedere e ve lo vorrei proprio dare, se non vi dispiace, un organigramma, che c’è nel famoso faldone. Questo è un organigramma della holding Montedison. Voi vedete in alto il Presidente e vedete AD Chimica Primaria, che è guardandolo a sinistra in basso in azzurro. Quello è Porta. Come vedete, lui non ha all’interno, non ha staff, non ha nulla; tutto lo staff dipende dal Presidente. Poi abbiamo sviluppato le circa 180 società, le principali naturalmente, che erano le principali aree di business e andate a vedere, sempre sulla sinistra, in basso in giallo, la Montedipe. Poi abbiamo sviluppato la Montedipe e della Montedipe abbiamo sviluppato lo stabilimento di Porto Marghera, che è in questo colore, in questo colore ruggine e vediamo tutta la combinazione dello stabilimento e andiamo a vedere segnato in rosso il gruppo di produzione CVM e compounds. Non siamo riusciti a farlo in un foglio semplice. Questo per dimostrarvi quale distanza intercorre tra l’amministratore delegato di una holding e appunto la società operativa e nella società operativa, che ha tante cose, lo stabilimento di cui ci occupiamo oggi in questo processo – oggi dico oggi, sono sette anni e più forse che ne ce occupiamo – e all’interno dello stabilimento di Porto Marghera quanto lontano sia il gruppo di produzione CVM e compound. Io credo che la causa di Porta sia conclusa. Spero di non aver dimenticato cose importanti, ma non mi pare, nel senso che certo agli atti vi sono, per quello che riguarda l’assoluta autonomia di queste e il rispetto alla holding e per quanto voi possiate guardare tutti i documenti che ci sono, non ve ne è uno, che è uno, che possa aver avuto la firma di Porta e quant’altro, perché non poteva esserci. Non è che non c’è perché non c’è la lettera, non poteva esserci. Quindi io concludo la mia discussione, non dico che nella replica il Pubblico Ministero dica che ha sbagliato, ma farebbe proprio bene, però voglio dire che chiudo la mia discussione chiedendo che per il dottor Giorgio Porta sia confermata la sentenza del Tribunale di Venezia. Grazie. Abbiamo anche le memorie conclusive. Adesso io deposito la memoria conclusiva, non allego documenti, Presidente e alleghiamo la memoria della volta scorsa.

 

PRESIDENTE – Prego Avvocato.

 

DIFESA – Avv. Lanfranconi – Buongiorno, sono l’Avvocato Lanfranconi e intervengo in sostituzione dell’Avvocato Antonio Mucciarelli per la posizione di Emilio Bartalini, Paolo Morrione, Fabrizio Fabbri e Dino Marzollo. Anticipo subito che per la posizione di Marzollo, all’esito del mio intervento, depositerò le note d’udienza dell’intervento del professor Mucciarelli della volta scorsa. Comincerò con Bartalini, per il quale il Pubblico Ministero ha chiesto la pena più severa direi, in assoluto, dieci anni di imputazione, benché imputato solo del primo capo di imputazione. Nell’intervento di primo grado avevo cercato di esaminare le condotte che Bartalini avrebbe dovuto tenere e non ha tenuto e questo avevo fatto enucleandole dalle condotte dei numerosi addebiti del Pubblico Ministero che erano contenuti nel capo d’imputazione e che ovviamente non potevano e non possono tutte essere riferite a Bartalini per il ruolo da lui ricoperto e qui vorrei fare una prima precisazione, perché è la difesa che procede ad individuare ruoli e posizioni, è la difesa che procede ad individuare eventuali profili di colpa che possono interessare la posizione del proprio assistito, perché il Pubblico Ministero questo non ha fatto; ha affastellato tutte le condotte, tutte le contestazioni, tutti i soggetti in modo assolutamente indiscriminato e questo rende anche un po’ difficile il compito delle difese, anche se si confida che comunque tutto quanto già esposto per quanto riguarda la parte generale sia completamente decisivo. Quindi, nella mia arringa di primo grado, avevo parlato dell’epoca delle conoscenze della tossicità e della cancerogenicità del CVM, ripercorrendo le fasi salienti; avevo parlato del patto di segretezza, esaminando i vari documenti della rogatoria internazionale; avevo ricostruito le iniziative di Bartalini in relazione a tutte queste problematiche; avevo affrontato il tema dell’omesso spostamento dei lavoratori e quello dell’organizzazione di un servizio sanitario di fabbrica, che si contestava e si contesta essere inadeguato. A questo punto il mio compito è molto semplificato, non soltanto perché di questi fatti, di queste circostanze, di questi temi hanno già parlato negli interventi di parte generale i colleghi che mi hanno preceduto, ma soprattutto perché questi temi sono stati affrontati e decisi dalla sentenza di primo grado. A tutto quanto già scritto e detto mi riporto, e la condizione di Bartalini infatti è strettamente connessa ai temi generali del processo e quindi i Giudici di primo grado, che non hanno affrontato per ovvi motivi le posizioni soggettive, però in alcuni passaggi hanno analizzato la posizione di Bartalini, l’accusa che gli era stata mossa. Mi riferisco, in particolare, al capitolo della sentenza relativo alle conoscenze scientifiche degli Anni Sessanta e Settanta, agli studi di Maltoni, pagina 9 e seguenti, il patto di segretezza tra le imprese chimiche, "la smentita di una tesi suggestiva", questo è il titolo, i primi casi di angiosarcoma al fegato in operai di industrie di polimerizzazione e poi la struttura sanitaria a Porto Marghera, il monitoraggio delle condizioni di salute dei lavoratori. Su questi temi mi pare proprio di non aver, di non dover più spendere nemmeno una parola. Allora vediamo come è stata prospettata a codesta Corte la posizione soggettiva di Bartalini, quali sono le circostanze e i documenti che l’accusa ha messo insieme per provare la responsabilità dell’imputato. Allora, seguendo… cercherò di fare tutt’e due le cose. Seguendo l’argomentare dell’accusa, il primo tema che viene in questione è quello dell’individuazione della posizione di garanzia di Bartalini e della sua durata. Ora, se vediamo il decreto che dispone il giudizio, nell’allegato A, mi sembra, il Bartalini è chiamato a rispondere di questi, dei fatti di cui al primo capo di imputazione quale responsabile del servizio sanitario di Montedison dal 1965 al 1979 e poi come consulente esterno di Montedison, si dice, successivamente e fino al marzo 1983, quindi immagino dal 1979 al 1983. Mi pare di intendere, da quanto detto dal Pubblico Ministero in udienza nell’ultima requisitoria, che il periodo di carica rilevante ai fini dei fatti per cui è processo sia quello dal 1965 al 1979 e che quindi, in qualche modo, l’accusa abbia condiviso quanto già evidenziato in primo grado da questa difesa, dove si era evidenziato che, come risulta anche dall’interrogatorio di Bartalini del 30 luglio del 1996, l’incarico di consulente esterno dal 1980 al 1983 riguardava gli enti di assistenza sanitaria degli impiegati e i dirigenti Montedison. Vi era poi l’ordine di servizio, il numero 58/79, con il quale veniva nominato il dottor Mattiussi, successore di Bartalini, quale responsabile di "Medicina e igiene sul lavoro". Peraltro anche il teste Paglialunga, citato dal Pubblico Ministero nella sua requisitoria, conferma questo dato. Il Pubblico Ministero passa poi ad analizzare alcuni documenti, documenti che sorprendentemente, devo dire, l’accusa ritiene utili per fornire la prova della responsabilità penale di Bartalini, ma che a modesto parere di questa difesa altro invece non provano se non l’esecuzione puntuale dell’incarico che ricopriva all’interno della Montedison e della sua attivazione per una rapida e tempestiva soluzione di tutte le problematiche connesse al CVM. Per semplificare il discorso, possiamo dire che i documenti prodotti dal Pubblico Ministero riguardano quattro diverse tematiche che qui ho riassunto: i documenti che attestano la partecipazione a congressi scientifici e alle riunioni con gli americani e con i partner che sostenevano lo studio di Maltoni, i documenti che attengono alla realizzazione di un efficiente servizio sanitario, i documenti che attengono alle iniziative interne alla società e i documenti che attestano un flusso informativo fra sede centrale e sede periferica del servizio sanitario. Per quanto riguarda il primo gruppo di documenti, il Pubblico Ministero ci dice che Bartalini è presente nei vari convegni internazionali e a queste riunioni con l’MCA. Tra l’altro si citano anche riunioni che vertono su tematiche diverse da quelle del CVM, quindi completamente eccentrice rispetto a quello che ci interessa. Così per esempio si cita una riunione di febbraio 1974, che riguarda test su cloruro di etilene, che Montedison sta eseguendo sempre con Maltoni. Il Pubblico Ministero cosa ci dice? Dice: Bartalini gira completamente il mondo per conto di Montedison, va dagli Stati Uniti al Giappone, è con Viola a Tokyo nel 1969 e partecipa al congresso. Nulla di strano, vorrei ben vedere. Il suo compito primario è proprio quello di tenersi informato e di tenere informati e aggiornare i vertici della società su tutte le problematiche scientifiche collegate nelle sostanze impiegate nei vari settori produttivi. Forse ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. Bartalini è ovviamente informato del dibattito scientifico sulla tossicità del CVM, sa della relazione di Viola a Houston, conosce lo studio di Viola, sente suonare un campanello d’allarme, incarica immediatamente Mantoni nel 1970 per uno studio scientificamente rigoroso, sceglie un istituto pubblico, quello dell’oncologia di Bologna, per fare un esperimento serio; è Bartalini che contatta Maltoni, signor Pubblico Ministero, e non viceversa, anche se comunque, a ben vedere, è questione assai poco rilevante, perché quello che conta sono i risultati e i risultati sono che lo studio è stato fatto ed è stato finanziato dalla Montedison. Poi abbiamo i documenti che attengono alla realizzazione di un efficiente servizio sanitario e qui si parla della visita di Bartalini alle strutture sanitarie della (Baffa) e si riprende l’argomento dell’inadeguatezza delle strutture di Porto Marghera. Ma qui già l’Avvocato Baccaredda ha parlato e ha richiamato le funzioni il confronto con le dimensioni dell’organico dello stabilimento di Baffa e quindi nulla dico di più. Si cita un documento del 6 dicembre del 1973 diretto da Bartalini all’ingegner Grandi, che vorrebbe confermare il contatto diretto di Bartalini con l’amministratore delegato. Ma certamente vi erano questi contatti, lo dice lo stesso Bartalini. La problematica legata al CVM e in genere alla gestione dei servizi sanitari di fabbrica era un tema condiviso, mai nessuno ha detto il contrario. Presento questa proiezione che riproduce il contenuto della lettera citata dal Pubblico Ministero del 6 dicembre 1973, lo presento perché non sono molto brava col computer e quindi non sono capace di inserire il documento. In questo documento, diretto a tutte le divisioni e a Montefibre, per conoscenza all’ingegner Grandi, si fa riferimento a superiori direttive per le quali si deve assicurare la presenza continuativa del medico per gli stabilimenti di Porto Marghera, presenza che si rende possibile con il concorso di liberi professionisti già contattati e si prosegue: per ciascuno dei due posti di soccorso si richiede la presenza in turni continuativi di due infermieri, ciò che si inquadra nel programma di attuazione di un centro di igiene del lavoro e di medicina preventiva, tendente a perfezionare i servizi medici aziendali per la migliore prevenzione ed assistenza dei lavoratori. Questo si scriveva. Un programma che giungerà a perfezionamento se di lì a poco, nell’ottobre del 1974, come risulta da una comunicazione interna, l’organico del servizio di fabbrica, del servizio sanitario di fabbrica era così composto: un organico certamente definito con l’obiettivo di realizzare un programma di sorveglianza sanitaria ampio e complesso e questo obiettivo era un obiettivo della sede, un obiettivo di Bartalini. Poi vengono in considerazione i documenti che riguardano le iniziative interne alla società per far fronte alle emergenze sul CVM e allora il Pubblico Ministero cita documenti del 1975 relativi alle riunioni dei gruppi di lavoro che si erano formati all’interno di Montedison e nel corso delle quali venivano esaminate le azioni da intraprendere. Ad alcuni di questi gruppi partecipa anche Bartalini, anche perché fra queste iniziative non vi erano soltanto problemi legati alle tematiche strettamente impiantistiche, c’erano anche i problemi con i rapporti con le organizzazioni sindacali, la gestione dei risultati dell’indagine epidemiologica ancora in corso a quell’epoca e tutta una serie di problemi di questo genere. Ma questi documenti, quello che rimandano, quello che attestano, è che gli obiettivi che la società si era posta, la frenetica attività di risanamento degli impianti che venne svolta all’epoca, un’attività già cominciata nel 1973 con la modifica delle procedure, un’attività che fino ad un certo momento aveva seguito lo schema del doppio binario: da un lato il risanamento degli impianti e dall’altro la realizzazione di nuovi impianti. L’ha già detto Baccaredda, a cui mi rimetto, l’esame dei verbali di queste riunioni dimostra che l’azienda non trascurava di percorrere contemporaneamente tutte le alternative possibili in vista del raggiungimento dell’obiettivo finale, che era 1 PPM. Il doppio binario era accettato, era seguito, era monitorato dai sindacati; l’importante era il risanamento, non importa se con impianti nuovi o con impianti vecchi ed è dimostrato come Montedison abbandona il doppio binario quando si riscontrò che con i lavori di risanamento si era riusciti a raggiungere il limite OSHA di 1 PPM. In questo gruppo di documenti penso di poter far rientrare quello dell’aprile 1974 citato e relativo ad una riunione presso l’Istituto Superiore di Sanità a cui parteciparono sia Bartalini, che Maltoni, che Viola. Oggetto di questo incontro era quello di fare il punto sulla situazione del CVM, per vedere le iniziative, le conoscenze in atto, come affrontare i problemi e il documento è molto articolato ed è citato dal Pubblico Ministero per il famigerato mac zero, perché qui si parla di mac zero e vengono prospettate le difficoltà dei rappresentanti dell’industria, i quali sottolineano che non è esclusa anche la cessazione della produzione. Allora il Pubblico Ministero dice: ecco, ricatto, ricatto occupazionale. Volete il mac zero? Andate tutti i casa. Ma, signori, questo, il significato di questo documento è completamente diverso. Nella parte finale, dopo che si è fatto tutto il punto della situazione, si dice che la discussione verte sulla necessità di operare degli interventi preventivi piuttosto che impegnarsi in una ricerca terapeutica e di considerare la necessità di un mac zero, date le caratteristiche cancerogene della sostanza. L’industria pone delle difficoltà da raggiungere in quel momento, in quel momento era un obiettivo difficile da raggiungere, però Bartalini ad esempio in quel momento cosa dice? Dice: "Bartalini illustra la collaborazione che la Montedison ha ricercato con l’Istituto di Oncologia di Bologna e l’Istituto Mario Negri di Milano, per mettere a punto un piano di indagini che salvaguardi l’operaio che nel futuro sarà addetto alla produzione di PVC e che tenga conto di quanto sia possibile fare nei riguardi di tutti gli operai precedentemente esposti". L’industria aveva delle difficoltà, le difficoltà sono state affrontate una ad una sotto il controllo dei sindacati e gli enti di controllo. Ogni documento e anche questo, e questa è un’osservazione un po’ di ampio respiro, che vale per tutti quelli citati dal Pubblico Ministero, non può essere estrapolato dal suo contesto, è un documento dell’aprile del 1974, che dà atto delle iniziative intraprese e rappresenta un passaggio del cammino che ha portato al raggiungimento dell’1 PPM. Poi ci sono i documenti che riguardano il flusso informativo fra la sede centrale e quella periferica del servizio sanitario e qui il Pubblico Ministero comincia citando una comunicazione dell’ottobre del 1974 del medico di fabbrica Bartalini sul caso di Favaretto Emilio, lavoratore per il quale il medico di fabbrica aveva richiesto lo spostamento. Il Pubblico Ministero comportamenti ci dice: il lavoratore continua a rimanere nel reparto ancora due anni. Nulla dico a proposito della malattia riscontrata, mi rimetto all’intervento del professor Alessandri, però credo di dovere una risposta all’accusa sullo spostamento. Ora, se si verifica il questionario compilato il 3 luglio del 1975 nell’ambito dell’indagine FULC, ed è il foglio 433, si nota che in questa data il signor Favaretto era già considerato ex esposto. Per quanto riguarda l’epoca di allontanamento, Favaretto risultava non più esposto da nove mesi. Quindi, se la matematica non è un’opinione, spostato nove mesi prima del luglio 1975 vuol dire novembre 1974, immediatamente pochi giorni dopo questa segnalazione fatta a Bartalini. Ma, al di là di questo, che cosa prova questo documento? Prova una sola cosa, che c’era un flusso informativo tra la sede e la periferia e che la situazione era monitorata con grande attenzione, c’era una sensibilità particolare su tutto quanto riguardava i lavoratori. Questo e nient’altro significa questo documento. Poi c’è la famosa lettera del settembre 1975 dal Giudice al Bartalini, comunicazione relativa all’invio dei tabulati riassuntivi dell’ultima tornata di analisi sul personale esposto al CVM. Si tratta di una di quelle campagne di monitoraggio di cui ha parlato anche il dottor Giudice all’udienza dell’11 aprile 2000 a proposito dei protocolli di esami clinici che venivano fatti di routine ai lavoratori e che venivano anche inviati a Milano per conoscenza, protocolli che sappiamo erano molto molto ampi e anticipavano addirittura quelle che saranno le indicazioni degli enti di controllo. Questa lettera è citata ad effetto dal Pubblico Ministero, perché è la famosa lettera dove si dice "quanto ai risultati non è che ci sia da stare molto allegri se li prendiamo in senso assoluto. Sono molti i casi di alterazione enzimatica". L’Avvocato Baccaredda ha già commentato questa lettera e ha già segnalato come nella stessa Giudice peraltro facesse riferimento ad un’origine non sempre sicuramente professionale di queste alterazioni enzimatiche, una precisazione sfuggita al Pubblico Ministero. Già allora si dubitava fortemente dell’attendibilità di questi test nel diagnosticare una malattia professionale legata al CVM: "Le alterazioni epatiche si stabiliscono e progrediscono sostanzialmente senza una significativa variazione degli enzimi epatici". Poi ci sono altri due documenti dei quali francamente non vorrei neanche parlare, del dicembre 1973, che riguardano adesioni e iniziative dell’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova, istituzione di schede infortuni: adesione ad iniziative, benestare ad azioni proposte, massima trasparenza. Questi dunque sono i documenti che segnerebbero la penale responsabilità di Bartalini. Ma, vorrei dire, ma sono… va bene? Sono idonei a sostenere l’accusa in questo senso? Non posso che chiedere la conferma della sentenza impugnata. Poco o quasi nulla ha detto il Pubblico Ministero per quanto riguarda la posizione degli altri imputati, per Morrione, Fabbri e Marzollo, un discorso che si è basato sostanzialmente soltanto sulla posizione dagli stessi ricoperti; la valutazione del contributo dei singoli è totalmente mancata, seguendo proprio la logica della responsabilità per la sola posizione e poi neanche per la sola posizione, perché basta aver ricoperto una carica, una qualunque carica all’interno della struttura della Montedison, per dover essere chiamati a rispondere e questo in modo assolutamente indiscriminato, per cui è la difesa che deve analizzare questi passaggi, è la difesa che deve anche cercare di scremare le posizioni. Allora, Morrione è chiamato a rispondere di entrambi i capi di imputazione. Secondo l’accusa, Morrione deve rispondere per aver ricoperto tutte queste cariche: Vice Direttore Generale Gestione Prodotti della Divisione Materie Plastiche dal 1979 al dicembre 1980, Amministratore Delegato di Montepolimeri dal febbraio 1982 al dicembre 1984, Consigliere di Montedipe dall’aprile 1982 all’aprile 1984 e Amministratore Delegato di Montedipe dall’aprile 1984 all’aprile 1986. Allora cominciamo con Vice Direttore Generale Gestione Prodotti della Divisione Materie Plastiche. Come aveva già ricordato lo stesso Morriore, si tratta di un incarico che riguarda materie completamente estranee ai fatti oggetto di imputazione. Morrione dice: fino al febbraio 1982 il mio settore di competenza era quello del marketing. Ma perché quello del marketing? C’è, signori della Corte, un ordine di servizio, il numero 933 dell’agosto 1975, che disciplina la struttura della Divisione Materie Plastiche, a capo della quale c’è un Direttore Generale. Dal Direttore Generale dipendono, oltre delle funzioni di staff, il Vice Direttore Generale Tecnico, al quale faceva capo peraltro anche, fra le altre varie funzioni, anche la produzione e quindi gli stabilimenti e il Vice Direttore General3 Gestioni Prodotti, e questo è il ruolo di Morrione. Quindi abbiamo da un lato il Vice Direttore Tecnico, che è la struttura presso la quale erano concentrate tutte le attività più strettamente ricollegate alla produzione, il pass, ricerca e tecnologie, lavori impianti e soprattutto la produzione degli stabilimenti; dall’altro, il lato del Vice Direttore Gestione Prodotti, c’erano tutte le attività commerciali e di marketing dei vari prodotti di competenza, e quindi la gestione dei prodotti speciali, la gestione polistiroli, fino ad arrivare alle vendite. A Morrione fino al 1980 era riconducibile un’area di competenza di tipo strettamente commerciale, senza delega alla produzione, all’ambiente, a salvaguardia, nulla. Quindi sono peraltro irrilevanti, assolutamente citati a proposito dall’accusa, la più parte dei documenti richiamati nel corso dell’arringa, documenti che vengono scelti soltanto sulla base dell’epoca in cui sono stati elaborati; documenti che sono stati quasi tutti esaminati e spiegati nel corso della lunga istruttoria dibattimentale di primo grado e che adesso ancora una volta vengono estrapolati dal loro contesto per essere piegati alle tesi dell’accusa. Quindi ci sono tutti i documenti, che poi sono tutte commesse richiamate, 1979 – 1980, che non nessuna incidenza, Morrione si occupava di marketing. Addirittura ci sono dei documenti del 1981 in cui Morrione non ricopriva alcuna carica. Mi libero subito di un’altra carica, quella di Consigliere di Montedipe, dall’aprile 1982 all’aprile 1984, perché si tratta di carica non operativa; si tratta di un consigliere di amministrazione senza delega, assolutamente non può dar luogo ad una posizione di garanzia. Diverso discorso invece vale per Amministratore Delegato di Montepoliberi, l’ex Dimp, dal febbraio 1982 al dicembre 1984 e Amministratore Delegato di Montedipe, ex Dipe, dall’aprile 1984 all’aprile 1986. Con la nomina ad Amministratore Delegato di Montepolimeri, il Morrione sale nella scala gerarchica e quindi cominciano a dipendere da lui sia quella funzione di marketing che prima ricopriva sia quella di Vice Direttore Tecnico, con le connesse problematiche legate al CVM per l’unità Dimp di Porto Marghera. Invece, con la nomina di Amministratore Delegato di Montedipe, a Morrione viene affidata la gestione e l’attività di quella che era la vecchia Divisione Petrolmichica e quindi, indirettamente, la divisione dello stabilimento di Porto Marghera, ad eccezione dell’unità Dimp che dipendeva gerarchicamente e funzionalmente dal Responsabile Produzione dalla Divisione Materie Plastiche. Questa è una separazione assolutamente netta, precisa, risulta da vari ordini di servizio ed è anche alla base dell’accusa del Pubblico Ministero. Ricordiamo ad esempio che Marzollo risponde soltanto del secondo capo d’imputazione proprio in relazione a questa logica, a questa divisione. Quindi possiamo dire che solo a partire dalla nomina ad Amministratore Delegato e quindi dal 1982 per Montepolimeri e dal 1984 per Montedipe, è ipotizzabile una posizione di garanzia rispetto ai fatti contestati; una posizione di garanzia che comunque deve tener presente la complessità della struttura, dell’organizzazione di queste due società, i vari livelli di intervento a cui erano via via delegati gli specifici compiti in materia di sicurezza ed ambiente. Ora qui il Pubblico Ministero dice, spiegando la logica della sua imputazione, dell’imputazione dei vertici aziendali, con il tipo e l’entità degli interventi che si sono resi necessari per far fronte alle conoscenze sulla cancerogenicità del CVM, oppure per l’entrata in vigore di qualche normativa che poneva divieti ad azioni prima consentite, però non sono d’accordo quando si giudicano questi interventi intempestivi e insufficienti, quando si trascura il rilevante impegno economico sostenuto nel corso degli anni. I finanziamenti sono stati sempre messi a disposizione. Molti dei profili di colpa evidenziati con riguardo a Morrione non possono… scusate, molti dei profili di colpa riportati nel capo d’imputazione non possono essere riferiti a Morrione, intanto, uno, o per il ruolo apicale che ricopriva o per un problema cronologico. Per quanto riguarda il ruolo che ricopriva, quindi, non vengono in considerazione tutte quelle contestazioni che hanno come oggetto il rispetto di una serie numerosa di norme precauzionali che era o comunque avrebbe dovuto essere assicurato dalla complessa e articolata struttura che dallo stesso dipendeva; altri profili di colpa non possono essere evocati per appunto un dato cronologico, così ad esempio la contestazione di non aver disposto il blocco definitivo o temporaneo degli impianti. Su questo c’è una disputa fra accusa e difesa. Il Pubblico Ministero dice che anche Morrione lo doveva fare perché gli impianti non erano risanati, la difesa ovviamente, come dirò tra poco, ha una visione un po’ diversa dei fatti. Pure c’è la contestazione di non aver fornito tempestivamente informazioni ai lavoratori sulla nocività del CVM o di non aver installato gascromatografi o altri strumenti di rilevazione in continuo. Nel complesso, però, non si può non tener conto della circostanza che Morrione ha cominciato a ricoprire la carica di Amministratore Delegato di Montepolimeri dal 1982, un’epoca in cui, per l’appunto, le problematiche connesse all’esposizione dei lavoratori al CVM erano ormai superate. Morrione, nel suo interrogatorio, testualmente dice: "Nel 1982 il problema del pericolo cancerogeno del CVM e PVC si riteneva ormai superato, in quanto le modifiche apportate agli impianti e al sistema di controllo presso lo stabilimento di Porto Marghera avevano fatto in modo che la situazione fosse sempre sotto controllo". Beh, Morrione però è l’imputato. La FULC, in un documento del gennaio 1995, dice che "furono realizzate consistenti innovazioni tecnologiche, che si completarono nel 1977, per togliere il CVM dal ciclo di lavorazione, dal prodotto finito e dall’emissione in atmosfera". Ma ciò che più conta è la stessa istruttoria dibattimentale di primo grado, è la sentenza, che hanno accertato che all’epoca di Morrione il risanamento degli impianti era ormai completato. Il Pubblico Ministero contesta questi fatti e dice che non era affatto così e allora cita delle commesse, delle commesse del 1984. Ma in generale, quello che vorrei dire, perché non mi pare questa la sede per diffondersi oltre, è che si trattava di interventi migliorativi, che portavano un ulteriore affinamento di una situazione già buona, già risolta, quindi possiamo dividere, se è possibile, cronologicamente queste commesse in due grossi gruppi: quelle che furono realizzate fino al 1966 – 1967, che riguardavano interventi risolutivi; quelle che invece furono realizzate dopo, perché comunque la situazione veniva continuamente migliorata e affinata. Quindi interventi migliorativi. Vorrei fare un’ultima considerazione sull’epoca di gestione di Morrione a capo della società Montepolimeri. In seguito alla cessione alla Riveda della proprietà di alcune linee di produzione e dei relativi impianti e fra questi ci sono CVM e PVC dell’unità Dimp, nel marzo del 1983 fu stipulato un contratto di conto lavorazione tra Montedipe e Montepolimeri da un lato e Riveda dall’altro. Quindi Riveda, in sostanza, aveva acquistato la proprietà degli impianti e Montepolimeri e Montedipe per le rispettive competenze assicuravano la gestione di questi impianti. Quindi dal 1983 non c’era più la proprietà di Montedison di questi impianti, con tutte le conseguenze che questo avrebbe comportato sul fronte di eventuali investimenti a livello apicale che si sarebbero resi necessari. Viene citato anche un documento per l’ingegner Morrione, a carico dell’ingegner Morrione, del marzo 1983, che è sostanzialmente una delega con cui Morrione adeguava la struttura della propria organizzazione, conferendo all’ingegner Gaiba un mandato per la gestione proprio di questo contratto del conto di lavorazione e lo incarica per il coordinamento, per conto di Montepolimeri, dell’attività di quel comitato paritetico e di gestione per l’azienda PVC previsto e creato in sede contrattuale, così testualmente, quale strumento operativo di interfaccia e filtro tra le esigenze di Riveda e Montepolimeri. Quindi, se si fosse resa necessaria e opportuna, per ragioni di sicurezza o per ragioni ambientali, una modifica impiantistica o qualche altro investimento, i cui costi per contratto, all’Art. 22, sono a carico di Riveda, l’ingegner Gaiba avrebbe dovuto coordinare, segnalare e indirizzare queste esigenze, che per il mutato assetto societario non potevano più essere soddisfatte da un punto di vista economico dalla Montepolimeri. Per quanto invece riguarda la carica di Amministratore Delegato di Montedipe e quindi le iniziative sempre di ordine finanziario assunte con riguardo alla tutela ambientale del secondo capo d’imputazione, bisogna dire come già a partire dal 1980 erano stati realizzati tutti gli impianti di trattamento acque: il biologico, il trattamento acque clorurate, il trattamento mercurose, l’impianto clorosoda, i forni inceneritori, il TDA, il biologico e soprattutto, nel maggio del 1983, c’è l’attestazione del Magistrato delle Acque sulla regolarità degli scarichi. Si legge: "Nel periodo novembre 1983 – febbraio 1983 sono stati esaminati i risultati delle prove effettuate per verificare la funzionalità degli scarichi costituiti dai certificati di analisi rilasciati dall’Unità Sanitaria etc. Si attesta che le acque di scarico risultano essere a norma delle prescrizioni del D.P.R. 962 del 1973", ciò che conferma che gli investimenti già realizzati e decisi dai predecessori di Morrione assicuravano già il buon funzionamento degli impianti a tutela dell’ambiente. Anche per Morrione chiedo la conferma della sentenza impugnata. L’ingegner Fabbri. L’ingegner Fabbri, anch’egli imputato di entrambi i capi d’imputazione, per aver ricoperto questi ruoli: Responsabile Gruppo Produzione CVM a Porto Marghera dal febbraio al novembre 1976, Direttore dello Stabilimento Petrolchimico dall’aprile 1984 all’aprile 1986; successivamente, non si sa fin dove e fino a quando, Responsabile del Raggruppamento Servizi della Montedipe, Coordinatore Ambiente per la holding Montedison dal marzo 1989. Questo è sempre l’allegato al decreto di citazione. Sul ruolo di Responsabile Gruppo Produzione cloruro di vinile monomero. Parlando di Morrione abbiamo già visto come era strutturata la Dimp, Montepolimeri e dalla quale appunto dipendeva l’unità Dimp: avevamo un direttore generale, un vice direttore generale tecnico e un responsabile di produzione, e poi c’è l’unità Dimp. Nell’ambito di questa unità Dimp erano accorpati vari gruppi di produzione, proprio a seconda del prodotto: ci sono gli ordini di servizio su questo, sono allegati alla nota di produzione di Fabbri e all’ingegner Fabbri venne affidato, per circa nove mesi, l’incarico di Responsabile del Gruppo di Produzione cloruro di vinile monomero. Ora, intanto, considerando la complessa struttura societaria in cui si colloca la figura del capogruppo, mi sembra abbastanza evidente che l’ambito dell’autonomia gestionale ed operativa di questa figura fosse piuttosto limitato; si trattava sostanzialmente di incarichi con natura esecutiva. Però, prendiamo comunque come buono e notiamo anche che nel corso dell’istruttoria dibattimentale è emerso che ai capigruppo spettavano anche dei compiti propositivi, perché era infatti da loro che partivano le richieste per l’esecuzione degli interventi e le commesse. Ora, l’ambiente di lavoro dei reparti CVM, quello sotto la responsabilità di Fabbri, era sicuramente l’ambiente, questo è emerso nel corso dell’istruttoria di primo grado, che destava minori preoccupazioni rispetto alla salute dei lavoratori, perché gli impianti erano a cielo aperto, il ciclo di produzione era a ciclo chiuso, a ciclo continuo, senza che ci fosse una significativa esposizione dei lavoratori e salto tutto quanto ancora può essere indicato per descrivere questi impianti. Quindi i problemi erano problemi accidentali, collegati alle fughe di CVM e, come ricorda il teste (Dacome), erano problemi che erano legati alle valvole e alle pompe. Qui, in via del tutto sintetica, vorrei solo rilevare che questi inconvenienti erano già stati ampiamente risolti prima del 1976, risalendo al 1974 o al massimo al 1975. Questo è illustrato nelle varie memorie depositate sugli aspetti impiantistici, ma nonostante questo, nell’arco temporale in cui Fabbri fu capogruppo CVM, risulta che si continuò a risanare tali impianti, tanto che furono richiesti, ma non solo, realizzati, ulteriori interventi per un ammontare complessivo di oltre due miliardi e mezzo attualizzati. Quindi mi pare che non possa essere mosso alcun rimprovero a titolo di colpa a Fabbri, che si attivò fattivamente, pur non avendo una posizione di garanzia, per un miglioramento della situazione ambientale e dell’unità Dimp. Solo un flash sulla carica di Responsabile di Raggruppamento Servizi della Montedipe. In questo ruolo Fabbri si occupo degli obiettivi strategici collegati al complesso del sistema dei servizi della società, benché le posizioni di vertice siano differenti, mi limito a richiamare, per quanto riguarda la sicurezza e l’ambiente le considerazioni già sviluppate per Morrione, Amministratore Delegato di Montedipe in epoca immediatamente precedente a quella in cui Fabbri ricoprì la carica di responsabile del raggruppamento servizi. Richiamo molto generico anche alla nomina di Fabbri Coordinatore Ambiente della holding Montedison dal marzo 1989. Questo è un incarico certamente diretto all’elaborazione e alla definizione di linee guida operative valevoli per tutte le controllate dell’intero Gruppo Montedison e quindi piuttosto scollegato con i fatti per cui è processo. Poi dal luglio 1989 la proprietà dell’intero complesso di Porto Marghera passa, non è più riferibile a Montedison e allora finalmente la carica di Direttore di Stabilimento dall’aprile 1984 all’aprile 1986. Non vorrei soffermarmi sul primo capo d’imputazione, anche perché in quest’epoca gli impianti del CVM e PVC erano stati completamente risanati e il problema era superato. Vorrei però dire, vorrei però verificare che cosa ci dice il Pubblico Ministero della posizione di Fabbri, quali sono i documenti che porta a sostegno della sua responsabilità penale. Nessuno. L’accusa si limite semplicemente a dire che il problema degli impianti più a rischio non era assolutamente superato e che la sorveglianza sanitaria era ancora del tutto carente. Io francamente su questo modo di argomentare non mi voglio assolutamente pronunciare. Faccio un generico richiamo a tutte le commesse e agli interventi realizzati, che sono ampiamente documentati nel processo; né mi soffermo sull’unico documento citato, quello del luglio del 1976, una questione ampiamente trattata nella parte generale delle discussioni e della quale peraltro penso farà cenno l’Avvocato Petrazzi che mi seguirà per quanto riguarda la posizione dell’ingegner Gaiba. Lo stesso approccio al tema della responsabilità penale lo notiamo con riguardo alla responsabilità di Fabbri per la materia ambientale. Secondo il Pubblico Ministero, la sua responsabilità sta nell’inattività rispetto alle discariche dei rifiuti realizzate da altri, in attività che avrebbe contribuito al disastro ambientale. Dice il Pubblico Ministero testualmente: "Fabbri parla delle discariche e dice che questo non è mai stato un problema per lui e proprio per questo credo che debba essere chiamato a rispondere". Beh, di fronte a questo argomentare, la difesa tace. Anche per Fabbri chiedo la conferma della sentenza. Due, non più di due minuti per l’ultima posizione che ho da rappresentarvi, che è quella dell’ingegner Marzollo, una sola carica: Direttore di Stabilimento dal giugno 1981 all’aprile 1984, immediatamente prima di Fabbri. Marzollo risponde solo del secondo capo d’imputazione. Ora, le fonti di prova che il Pubblico Ministero cita per ascrivere a Marzollo la responsabilità dei gravi reati contenuti nel secondo capo d’imputazione si concentrano tutte sulla qualità degli scarichi, qualità degli scarichi per le quali si ripercorrono le osservazioni dell’ingegner Carrara, osservazioni alle quali vanno contrapposte quelle sviluppate dai consulenti professor Pasquon all’udienza del 15 maggio 2001 e alla relazione depositata. Sul tema degli scarichi ha già ampiamente parlato anche, sempre in difesa dell’ingegner Marzollo, l’Avvocato professor Mucciarelli e quindi, rispetto a questo tema, rinvio, però vorrei richiamare che le osservazioni sviluppate sul tema degli scarichi dal professor Pasquon confermano una buona gestione degli impianti di depurazione delle acque, impianti che erano già stati tutti installati e non fu merito di Marzollo, erano già stati installati secondo la miglior tecnologia disponibile in epoca precedente all’assunzione della direzione di stabilimento da parte di Marzollo. Si è già sentito nell’intervento del professor Mucciarelli che oltre il 96% dei risultati analitici condotti nell’arco di nove anni, dal 1981 al 1989 rispettavano i limiti imposti dal D.P.R. 962 del 1973 e questo dato mi pare francamente di per sé illuminante in termini di condotta, di contributo causale e di violazione di norme precauzionali rispetto alle gravi ipotesi di reato contestate a Marzollo. più, nell’epoca di Marzollo ci sono una serie di… alcuni fatti sui quali vorrei attirare l’attenzione. Durante la direzione di stabilimento venne eseguito il positivo collaudo degli impianti ecologici. È del 2 maggio 1983 la comunicazione che abbiamo già visto in precedenza del Magistrato delle Acque con la quale si attestava il rispetto delle prescrizioni imposte dal D.P.R. 962 del 1973. Con l’entrata in vigore del D.P.R. 915 del 1982 Marzollo ha svolto un impegnativo lavoro di censimento e di riordino dei rifiuti, formalizzando tutte le denunce necessarie, denunce nelle quali si dà atto di quantitativi ingentissimi di rifiuti trattati e gestiti secondo la normativa allora entrata in vigore e comunque, per una più dettagliata indicazione di quanto fatto da Marzollo, mi richiamo alla memoria difensiva sottoscritto dall’ingegner Marzollo depositata alla fine della discussione, nella fase finale del dibattimento di primo grado. Un ultimissimo cenno, perché riguarda il tema ambientale, è quello per le discariche. Le stesse sono state realizzate in un’epoca in cui non sussisteva alcun divieto di abbandono incontrollato di rifiuti e questo a prescindere dagli apporti e dai contributi di ciascuno, da chi ha smaltito e non ha… da chi ha tenuto eventualmente queste condotte. Sul punto, la sentenza impugnata è conclusiva: "Solo col D.P.R. 915 la materia è stata disciplinata e sono state individuate le condizioni in presenza delle quali poteva essere realizzata e gestita un’attività di discarica. Non si tratta quindi di discariche abusive, ma semplicemente di discariche, per le quali qualsiasi attività di discarica di conferimento si era definitivamente conclusa in epoca precedente al 1982, quindi in un’epoca in cui non vi era alcun obbligo giuridico". Anche per la posizione di Marzollo chiedo la conferma della sentenza impugnata e deposito le note d’udienza del professor Mucciarelli di cui ho parlato all’inizio del mio intervento. Vi ringrazio.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.10.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.55.

 

DIFESA – Avv. Pedrazzi – Signor Presidente, signori della Corte, il mio intervento riguarderà quattro posizioni soggettive, per Belloni parlerò anche in sostituzione dell’Avvocato Alessandri, per Grandi, Trapasso e Gaiba parlerò in sostituzione dell’Avvocato Alessandri e dellAvvocato Pedrazzi Cesare. Non mi soffermerò sui temi generali, faccio solo un paio di considerazioni preliminari e poi passo subito alle posizioni soggettive. La prima riguarda il contenuto stesso delle contestazioni, che è davvero inafferrabile con riferimento ad ogni posizione soggettiva in questo processo. Non voglio ripetere cose già dette, ma nessun imputato sa esattamente di cosa qui è chiamato a rispondere; tutti sono chiamati indistintamente a rispondere di una massa di contestazioni, tra le quali non è facile, anzi è impossibile, ritagliare un capo di imputazione su misura per ciascuno e questo in violazione palese del diritto di ogni imputato di essere informato in maniera dettagliata del contenuto dell’accusa, diritto sancito dalle carte internazionali sui diritti dell’uomo. Seconda osservazione, non c’è una sola fra le innumerevoli contestazioni contenute nei due capi di imputazione rispetto alle quali il Pubblico Ministero abbia assolto all’onere di prova quanto al profilo della riferibilità soggettiva. Il Pubblico Ministero non ha offerto una sola prova di una sola condotta dolosa o colposa addebitabile agli assistiti che rappresento, né tanto meno del nesso causale tra ipotetiche condotte e uno o più tra gli eventi contestati. In realtà, nell’affrontare le posizioni soggettive, la pubblica accusa si è limitata in sostanza ad enunciare un teorema accompagnato da un doppio elenco, un elenco di qualifiche, un elenco di documenti. Il teorema è presto ricordato, esso consiste nell’affermare che tutte le condotte di tutti gli imputati sarebbero unificate da un vincolo di logica aziendale, che costituirebbe il reale elemento di continuità al di là di ogni denominazione societaria; logica perversa, secondo il Pubblico Ministero, logica che persegue sempre e ad ogni costo le ragioni del profitto. Con questo teorema, il Pubblico Ministero liquida alla radice il problema della prova delle responsabilità personali, surrogandolo con un facile sillogismo: se la logica è perversa, la mera appartenenza aziendale implica una presunzione invincibile di condivisione di questa logica e di corresponsabilità per tutte le malefatte dell’impresa. Ostaggi processuali è la definizione coniata per gli imputati dal professor Padovani e mi sembra che non potrebbe trovarsene una più appropriata. Parlavo poi di un doppio elenco, di qualifiche e di documenti. Quanto all’elenco di qualifiche, ognuno degli assistiti da me rappresentati si è visto contestare in pratica l’intera carriera lavorativa, comprese numerose cariche che nulla avevano a che fare con i fatti in contestazione. Anzi, è stata stabilita una sorta di singolare equazione: tanto maggiore è il numero delle cariche ricoperte dalla Montedison o in qualsivoglia società del Gruppo Eni, tanto più elevato è il grado della colpa e ciò soprattutto se il singolo imputato abbia ricoperto cariche in società diverse, perché in questo caso egli assurge ad emblema del teorema prima ricordato, secondo il quale appunto tutte le condotte sarebbero unificate da un vincolo di logica aziendale che costituirebbe il reale elemento di continuità al di là di ogni denominazione societaria. Se questa Corte volesse avere conferma immediata che con questo teorema il Pubblico Ministero ha in realtà liquidato il problema delle posizioni soggettive, sarebbe sufficiente che avesse la pazienza di rileggere le trascrizioni della discussione svolta sulle posizioni soggettive di primo grado e delle successive repliche del Pubblico Ministero. Essa potrebbe constatare che il Pubblico Ministero non ha replicato davvero nulla. Le posizioni soggettive erano poi oggetto di approfondimento in apposite memorie. Queste memorie mi permetterò di presentarle nuovamente per comodità a questa Corte, in allegato a delle brevi note d’udienza, non per risparmiarmi la fatica di riscriverle, ma perché questa Corte possa constatare che sono state completamente ignorate dal Pubblico Ministero. Queste memorie sono quindi non contestate, insuperate e conservano la loro validità e ad esse faccio rinvio per tutto quello che non dirò in questo intervento, che cercherà di essere il più succinto possibile. Così, a titolo d’esempio, avevo dimostrato che solo due delle nove cariche contestate al dottor Trapasso potevano ritenersi pertinenti rispetto alle contestazioni. Nella sua replica in primo grado il Pubblico Ministero si era limitato ad affermare: "Il ruolo e l’importanza del dottor Trapasso emergono dal suo vasto e variegato curriculum. Il dottor Trapasso è quasi l’emblema di quello che dicevo all’inizio, cioè, indifferente al nome societario, sono invece gli uomini che hanno operato nelle varie società che si sono comportati sempre nella stessa maniera, secondo una loro logica". Questo argomento è riproposto dal Pubblico Ministero in termini quasi identici all’udienza dell’8 luglio scorso. Parlavo anche di un elenco di documenti. Come già ricordato dai colleghi che mi hanno preceduto, il Pubblico Ministero non trova di meglio che elencare qualunque documento agli atti che sia comunque riferibile agli imputati, che si tratti di lettere a loro indirizzate, di verbali di riunioni alle quali risultano avere partecipato e propone la tesi davvero singolare secondo la quale la mera esistenza di documenti, che in qualche modo riguardi gli imputati, costituisca una prova di colpevolezza; anzi, di nuovo, quanto maggiore è il numero dei documenti, tanto maggiore diventa la presunzione di colpa. Dice testualmente il Pubblico Ministero all’udienza dell’8 luglio: "Il ruolo rilevante dell’ingegner Gaiba si ricava soprattutto da moltissimi documenti che sono agli atti del processo, ne proietto alcuni, ma vediamo che c’è costantemente la presenza di Gaiba in un’infinità di documenti" e si tratta di documenti che nella loro globalità, almeno per quello che riguarda i miei assistiti, sono assolutamente privi di ogni valenza sfavorevole, anzi in molti casi sono documenti prodotti dalla difesa, proprio per la loro valenza favorevole. Siamo quindi alle equazioni a cui siamo ormai abituati: molte cariche, molte tracce documentali, uguale molta colpa. È stato detto che il Pubblico Ministero avrebbe dedicato un maggiore approfondimento in secondo grado alle posizioni soggettive. Questo non è certamente avvenuto per quanto riguarda gli imputati da me rappresentati. Il totale disinteresse per le posizioni soggettive emerge chiaramente dall’atto d’appello nel quale il Pubblico Ministero si limita a disquisizioni del tutto generali sul tema della delega di funzioni, sull’organizzazione dell’impresa, ma non spende una parola su singole responsabilità dei singoli imputati e lo stesso vale per la requisitoria in appello, come può verificare questa Corte rileggendo i verbali dell’8 e del 13 luglio. In conclusione, mi piacerebbe poter risparmiare a questa Corte la trattazione delle singole posizioni, ma non posso perché lo scenario reale interamente ricavato dagli atti del processo è talmente diverso da essere opposto a quello disegnato dal Pubblico Ministero. Potrei limitarmi a prendere atto che il Pubblico Ministero non ha assolto all’onere della prova, ma di fronte ad una massa di riscontri della condotta attivamente diligente dei soggetti da me rappresentati, se rinunciassi a sottoporre questi riscontri all’attenzione della Corte verrei meno ad uno scrupolo professionale e anche ad un dovere etico. Lo farò in estrema sintesi, rinviando alle memorie, ma non posso non farlo. Il Pubblico Ministero ha infangato la reputazione di persone che hanno agito con vivo senso etico, animati da una logica che è l’esatto contrario della logica del profitto rappresentata dall’accusa. Era suo diritto farlo, purché le accuse fossero sorrette da qualche prova. Dato che così non è, è mio dovere difendere la reputazione degli assistiti da me rappresentati. Un’ultima osservazione riguarda le richieste di pena, anch’esse prive di ogni minima razionalità, nella stessa ottica accusatoria. In appello assistiamo a generalizzate quanto immotivate riduzioni delle richieste di pena avanzate in primo grado, controbilanciate da qualche incomprensibile aumento. In primo grado il Pubblico Ministero aveva chiesto la condanna dell’ingegner Grandi a dodici anni di reclusione, ridotti a dieci in appello, per Trapasso aveva chiesto la condanna a dieci anni, ora ridotti a nove, per Gaiba e Belloni aveva chiesto quattro anni, quattro anni per entrambi: ora, in appello, per Belloni gli anni sono dimezzati, da quattro si passi a due, per Gaiba gli anni sono aumentati, da quattro si passa a cinque e Gaiba è pressoché l’unico imputato ad avere ricoperto una carica di rango subordinato rispetto a quella di direttore di stabilimento che il Pubblico Ministero indica come il livello più basso dal quale è partito per le sue contestazioni. Tratterò quindi le quattro posizioni soggettive che sono posizioni molto diverse tra loro, ma che hanno un tratto in comune: Grandi, Trapasso e Gaiba sono stati contemporaneamente l’uno amministratore delegato, l’altro direttore di stabilimento, il terzo capogruppo di produzione del gruppo PVC, allo scoppio dell’emerga CVM con la diffusione della notizia Gudric e, come vedremo, la loro condotta di fronte al problema CVM esprime una risposta assolutamente unitaria della società ai vari livelli della scala gerarchica. Cominciamo con l’ingegner Alberto Grandi, che è imputato nella qualità ripresa dall’allegato al capo di imputazione indicata nella diapositiva: dirigente della società Montedison, in particolare amministratore delegato della Montedison dall’ottobre 1972 al novembre 1977, Vice Presidente della Montefibre dal maggio 1977, Presidente dell’Eni dal maggio 1980 al marzo 1982. Dico subito che le ultime due cariche sono irrilevanti per le ragioni indicate nella memoria. Grandi diventa Vice Presidente della Montefibre dopo la chiusura dell’impianto Dipe ed è comunque una carica che non comporta nessun potere operativo e anche la carica di Presidente Eni non comporta nessun tipo di responsabilità all’epoca sullo stabilimento di Porto Marghera. Comunque rinvio alla memoria per altri approfondimenti. La carica di amministratore delegato Montedison è stata in realtà ricoperta fino all’aprile 1977, perché poi Grandi è stato Vice Presidente gestione sviluppo e in quel periodo non facevano più capo a lui le divisioni operative. Come amministratore delegato della funzione controllo della gestione, l’ingegner Grandi aveva i seguenti compiti. Qui si vede male, ho ingrandito il riquadro. Funzione: coordinare le attività delle divisioni operative e le società di settore, con esclusione della società Alimont e S.T.A.N.D.A. e assicurare il controllo delle gestioni per l’intero gruppo, dunque compiti di coordinamento e controllo, un coordinamento esteso a tutte le sei divisioni operative, ciascuna con i propri stabilimenti e poi alle società di settore, ognuna a capo di una pluralità di controllate, compiti da esercitarsi nell’ambito di un gruppo che aveva dimensioni molto notevoli. Si rinvia in proposito agli organigrammi allegati ai bilanci 1974, 1975, 1976 e 1977, che sono allegati, prodotti come allegato 7 alla memoria per il Tribunale che riprodurrò a questa Corte. È evidente, quindi, che l’ingegner Grandi non potrà essere chiamato a rispondere degli addebiti aventi un contenuto direttamente tecnico operativo, né di quelli riferiti ad epoca anteriore all’ottobre 1982 o posteriore all’aprile 1977. Anche con queste precisazioni, le contestazioni a lui riferibili sono tutt’altro che chiaramente individuate. Non entro nel merito della qualificazione giuridica delle condotte con riferimento alle ipotesi di cui all’Art. 437 e alle contestazioni di disastro, ma anche limitandosi a considerare le contestazioni di cui agli Artt. 589 e 590, la difficoltà di individuare condotte astrattamente riferibili all’ingegner Grandi ed il potenziale nesso causale con gli eventi è insuperabile. L’accusa non ha tentato di correlare i singoli eventi con le singole condotte e non ha fornito i criteri per tale correlazione. Va detto che non costituisce un criterio di correlazione quello secondo cui sarebbe sufficiente identificare le persone offese che sono state esposte durante il periodo di carica dei singoli imputati. Questo criterio elude in modo palese la necessità inderogabile di provare il nesso causale tra il singolo evento e la singola condotta personalmente attribuibile al singolo imputato. Insomma il metodo dell’accusa si traduce in una completa inversione dell’onere della prova. Allora, nello sforzo di dare qualche concretezza agli addebiti mossi all’ingegner Grandi, ripercorriamo velocemente il verbale della requisitoria dell’8 luglio scorso. Comincia il Pubblico Ministero, a pagina 62 della trascrizione, a dire testualmente: "Ci sono degli incarichi all’interno di Montefibre, Grandi deve rispondere per la parte di competenza Montefribre nel periodo di gestione e proprietà degli impianti che trattavano CVM e PVC e per la questione delle discariche". Come ho detto, la carica di Vice Presidente Montefibre non comporta nessun tipo di competenza operativa, come potrà essere verificato sulla base degli ordini di servizio allegati alla memoria e, in più, Grandi diventa Vice Presidente di Montefibre dopo la chiusura degli impianti che trattavano CVM. Secondo riferimento del Pubblico Ministero, il Pubblico Ministero parla letteralmente di un ruolo molto rilevante che non lo lasciava al vertice milanese distaccato dalla realtà di Porto Marghera, perché abbiamo ad esempio tutta una serie di commesse che sono state autorizzate personalmente dall’ingegner Grandi e il Pubblico Ministero cita la commessa 4062 del 1973 relativa al lavaggio interno delle autoclavi. Ancora una volta, il Pubblico Ministero indica una circostanza davvero del tutto irrilevante ai fini di provare una qualsiasi responsabilità dell’ingegner Grandi. Nessuno contesta, infatti, che un certo numero di commesse di importo ingente, per un totale di circa 12 miliardi in valore attualizzato al 1998, fu autorizzato personalmente dall’ingegner Grandi e si aggiunse alle commesse invece autorizzate da persone che si trovavano a livelli inferiori nella scala gerarchica. Peraltro non vediamo come il fatto di avere autorizzato commesse possa essere ascritto a colpa dell’ingegner Grandi, né vediamo come i problemi avuti dalle pompe Gudric, citati dal Pubblico Ministero sempre a questo proposito, possano essere ascritte a competenza dell’amministratore delegato. Il Pubblico Ministero cita poi un documento del dicembre del 1973, inviato da Bartalini all’amministratore delegato, il responsabile del personale, e commenta: "E di questo bisognerà tenere conto, perché proprio è un riferimento diretto ed immediato per quanto riguarda responsabile sanitario, responsabile del personale e amministratore delegato". Il documento, lo troverete come allegato 8 alla memoria sulla posizione dell’ingegner Grandi, era stato prodotto da noi proprio per la sua valenza favorevole. Infatti questo documento, inviato all’ingegner Grandi per conoscenza, con questo documento Bartalini informa le divisioni e la Montefibre dell’esistenza di superiori direttive, quindi direttive presumibilmente provenienti proprio dallo stesso ingegner Grandi, che impongono un rafforzamento del servizio sanitario di Porto Marghera e la realizzazione, e ciò nel quadro del programma, che prevede la realizzazione di un centro di igiene del lavoro e di medicina preventiva, tendente a perfezionare i servizi medici aziendali per la migliore prevenzione ed assistenza dei lavoratori. Il Pubblico Ministero cita poi il verbale di accordo sindacale dell’11 marzo 1974 a riprova del fatto che l’ingegner Grandi trattava con i sindacati per le situazioni di risanamento degli impianti e aggiunge che trattava anche per Montefibre. Anche questo documento è stato prodotto come allegato 9 alla nostra memoria, proprio perché è un documento di ampio respiro, che delineava obiettivi d’azione nel settore chimico, in tutta una serie di ambiti, Mezzogiorno, ricerca, agricoltura, sanità, e prevedeva investimenti per 200 miliardi per l’ambiente e la sicurezza. Infine, il Pubblico Ministero insiste molto su un documento che ha definito addirittura come confessione extra giudiziale, la lettera del 16 ottobre 1974 inviata dall’ingegner Trabucchi all’ingegner Grandi, però non vale davvero la pena di discutere questo documento: prima di tutto, l’ingegner Grandi è semplice destinatario della lettera e quindi non si vede che responsabilità possa avere per i contenuti espressi; in secondo luogo, la lettera proviene dalla funzione studi economici e di mercato e riferisce informazioni avute dal nostro osservatore di mercato negli Stati Uniti, dunque esprime una visione puramente commerciale ed ignora completamente ogni altra problematica. Ma non basta, la lettera è scritta da un palese incompetente e la sua incompetenza è resa manifesta proprio dal passo che sta a cuore al Pubblico Ministero. Scrive questo Trabucchi che la relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era già stata osservata in studi di tossicità condotti da alcune fra le società chimiche produttrici, professor Viola, Solvay, ma sappiamo benissimo che Viola non ha identificato alcun angiosarcoma del fegato, in quanto il primo ad identificare angiosarcomi in animali da esperimento fu Maltoni. Aggiunge Trabucchi: "Ma questa notizia, questa relazione era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato". Evidentemente Trabucchi ignora che oltre un anno e mezzo prima di questa lettera, nell’aprile del 1973, il professor Maltoni aveva divulgato le prime notizie relative ai suoi esperimenti a Congresso Internazionale di Bologna e ciò ben prima che ci fosse la conferma degli effetti cancerogeni sull’uomo. Ma con uno dei salti logici ai quali siamo ormai abituati, l’ignoranza di Trabucchi diventa prova della colpevolezza dell’ingegner Grandi e si ignora Che proprio Grandi ha adottato senza esitazione il severo standard OSHA, imponendone il rispetto entro il primo aprile 1976. Infine il Pubblico Ministero cita l’intervento dell’ingegner Grandi a Venezia nel dicembre 1978 e commenta, richiamando le dichiarazioni di un sindacalista che avrebbe affermato che il piano di investimenti esposto dall’ingegner Grandi non terrebbe conto delle migliaia di lavoratori intossicati e del pericoloso inquinamento dell’aria e delle acque. Il commento del dottor Casson è: promesse melliflue, comportamento mellifluo dell’ingegner Grandi. Devo dire che l’accusa è ridotta molto male, se per provare la colpevolezza dell’ingegner Grandi deve ricorrere a generiche dichiarazioni di questo genere sull’inquinamento della laguna e l’intossicazione di migliaia di lavoratori. L’ultimo appiglio, ma l’ultimo, del Pubblico Ministero, è il verbale di interrogatorio che il Pubblico Ministero legge quasi integralmente, senza fare nessun commento. La ragione è ovvia: l’ingegner Grandi ha tratteggiato con estrema chiarezza il proprio ruolo, i rapporti con le varie funzioni della società, l’epoca in cui ha avuto conoscenza della problematica del CVM. Sono dichiarazioni che non sono suscettibili di una lettura negativa, ma solo di amputazioni, infatti il Pubblico Ministero ha amputato i pezzi più significativi del verbale di interrogatorio, che ora leggerò. Il Pubblico Ministero dice che Grandi si è incontrato con Maltoni, questo è vero, ma Grandi è più preciso e in questo passo del verbale dice: "Volli incontrare il professor Maltoni, che mi confermò la tendenza degli esperimenti. Ricordo che il professor Maltoni mi parlò in particolare di due fenomeni: uno riguardava i danni provocati alle mani degli operai che ripulivano le autoclavi dall’interno, l’altro riguardava l’eccessiva presenza di gas CVM negli ambienti di lavoro. Il professor Maltoni mi parlava dell’incidenza possibile dei gas CVM su tumori al fegato. Non mi ricordo che il professor Maoltoni mi abbia parlato di altri generi di tumori". Questo quindi subito dopo che l’ingegner Grandi ha assunto la carica, fine 1972 – inizio 1973, quando… un anno prima della notizia Gudric. Cosa fa Grandi di fronte a questa segnalazione di Maltoni? Leggiamo subito: "Dopo aver parlato con Maltoni e con i suindicati dirigenti e vertici della Montedison, abbiamo dato varie disposizioni. Innanzitutto, dovevano continuare gli accertamenti del professor Maltoni e nel finanziamento dei relativi studi si associarono ad un certo punto anche altre società straniere, poi venne disposta la pulitura automatica delle autoclavi, indi provvedemmo ad un notevole abbassamento graduale dei limiti della concentrazione del CVM nell’aria. Ciò è stato fatto con modifiche sugli impianti". Vediamo allora, in breve sintesi, per il resto rinvio alla memoria, i riscontri positivi delle numerose iniziative assunte o promosse dall’ingegner Grandi. Questi riscontri vanno parametrati, ovviamente, ai poteri attinenti alla sua carica, in primo luogo un potere di supervisione in materia di bilancio. Ora, i riscontri dell’istruttoria di primo grado sono univoci, nel senso che mai furono poste restrizioni agli interventi dettati da esigenze ambientali, di igiene ambientale e sicurezza. Rinvio alle deposizioni dei testi Cella, 5 aprile 2000, Codifava 9 giugno 2000 e Lugli. Il teste Lugli ha parlato di corsia preferenziale per questi interventi ed è falso anche che gli interventi non venissero fatti se non presentavano una convenienza economica. In numerose commesse, per esempio quelle sull’installazione dei gascromatografi, si legge: "Non esiste convenienza economica, la modifica è in funzione di un miglior controllo dell’ambiente di lavoro". In secondo luogo, l’ingegner Grandi aveva il potere di dare direzioni generali, di imporre obiettivi. Anche questo potere fu esercitato da lui per assicurare la massima tutela della sicurezza e dell’ambiente. Anzitutto non è vero che Montedison aspetti la notizia Gudric per attivarsi. Proprio grazie all’impulso dell’ingegner Grandi, Montedison si attiva fin dai primi mesi del 1973, subito dopo che Maltoni rappresenta l’opportunità appunto di diminuire le concentrazioni di CVM, di rimediare al problema della pulizia manuale delle autoclavi. Già nel 1973, come ampiamente ricordato dall’Avvocato Baccaredda e come risulta dalle relazioni dei nostri consulenti, abbiamo numerose modifiche alle procedure e abbiamo una prima impennata degli investimenti; anzi, secondo la ricostruzione del professor Pasquon e degli altri consulenti Montedison, il 1973 insieme al 1976 è l’anno in cui si spende di più. Nel 1973 cominciano a svolgersi frequenti riunioni tra tecnici per esaminare ogni aspetto della problematica del CVM. Si veda il verbale della riunione di Brindisi del 9 ottobre del 1974, che richiama le precedenti riunioni che si erano tenute con cadenza pressoché mensile a partire da luglio del 1973. In questo verbale si ricava, poi, un’altra notizia molto interessante. Sappiamo che all’inizio del 1974 era scoppiato il caso Gudric, che l’OSHA nel marzo 1974 aveva imposto uno standard provvisorio di 50 PPM e che in Italia lo stesso standard fu raccomandato dal Ministro Bertoldi nell’aprile del 1974. Bene, da questo verbale si vede che Montedison si era prefissa un termine molto ravvicinato per conseguire l’adeguamento allo standard. Leggiamo infatti: "Essendo scaduto in data 30 settembre 1974 il termine a suo tempo stabilito per il raggiungimento in corrispondenza dei posti di lavori dei tassi di inquinamento inferiori a PPM, la riunione tenutasi a Brindisi" etc. etc. Quindi Montedison si dà dei tempi, proprio per imprimere la massima accelerazione agli interventi. Ma il passo successivo toglie davvero ogni importanza alla famosa lettera di Trabucchi, che è proprio di quei giorni, perché la lettera di Trabucchi se non ricordo male è del 6 ottobre, la riunione è del 9 ottobre. Ebbene, leggiamo: "A inizio riunione è stato comunicato che il milite di 50 PPM era da considerarsi superato, essendo stati definiti dall’OSHA dei nuovi limiti molto più restrittivi". Altro che Trabucchi. Montedison se ne infischia di Trabucchi e guarda all’OSHA, come punto di riferimento indipendentemente dall’esistenza di una normativa, per la quale come sappiamo occorrerà aspettare anni. Il merito di questo pronto adeguamento all’OSHA è ancora una volta dell’ingegner Grandi, che all’inizio del marzo 1975, quando lo standard OSHA di 1 PPM non era ancora in vigore negli Stati Uniti, lo adotta per Montedison, stabilendo l’adeguamento a tale limite entro il primo aprile 1976. Questo si ricava dal verbale di riunione del 21 marzo 1975, nel quale vediamo richiamata la circostanza che, nella riunione tenuta il 12 marzo, l’ingegner Grandi ha dato precise direttive che hanno sciolto certe alternative di azione precedentemente considerate: l’ipotesi di lavoro viene fissata su una normativa a 1 PPM di mac per il primo aprile 1976. Nello stesso verbale si fa il quadro della situazione, si dice che la concentrazione di PPM a Porto Marghera è da 1 a meno di 15 PPM per tutti gli impianti, quindi al 21 marzo 1975 abbiamo già una concentrazione da 1 a meno di 15 PPM, si dice che i cromatografi sono stati installati, si dice che tutte le modifiche migliorative sono degli impianti attuali sono state accelerate al massimo. Abbiamo poi le direttive dell’ingegner Grandi, una è quella già citata sull’ipotesi di lavoro a 1 PPM, anticipazione al massimo della costruzione di nuovi impianti con adeguato dimensionamento degli interventi su quelli vecchi, proiezione della situazione CVM verso l’esterno, con una campagna di chiarimento, affrontandone apertamente dialettiche e problematica, assunzione di personale etc. Va sottolineato che queste direttive sono state recepite come norme direttamente operative a tutti i livelli, si veda la deposizione di Codifava, 9 giugno 2000: "Poi nel 1975 io, tutti sapevano che praticamente l’intenzione di Alberto Grandi era quella che in tutti i posti di lavoro fosse 1 PPM, che fosse rispettato 1 PPM. Non era il mac, erano le norme interne". La diapositiva successiva, sempre di Codifava, lui dice di non avere partecipato alla riunione del 21 marzo, però dice: "Io so per certo che quando c’è stata quella riunione, il giorno prima o il giorno dopo, l’ingegner Oddi mi ha dato la comunicazione: guarda che l’ingegner Grandi ha deciso che in tutti i posti di lavoro si deve rispettare 1 PPM. Di questo sono sicuro". Quanto al discorso dei nuovi impianti, altro tema caro al Pubblico Ministero, le ragioni del mutamento di strategia sono state ben spiegate dall’ingegner Bacchetta nella deposizione del 9 giugno 2000. La prima ragione, fondamentale, è che ci si rese conto che il risanamento degli impianti vecchi si era dimostrato possibile, anzi era già praticamente conseguito. La seconda ragione è che la decisione di realizzare impianti nuovi non era senza rischi. Dice Bacchetta: "Questi impianti nuovi, in realtà non avevamo tecnologie nuove da prevedere per questi impianti. In questi impianti si sarebbero applicati questi accorgimenti o quelle modifiche che stavamo realizzando e sperimentando nell’impianto vecchio. Intervenire su impianti some come quelli di polimerizzazione non era una cosa semplice, perché le ricadute su alcune modifiche fatte in un punto potevano essere molto pericolose. Alla fine di tutta la sperimentazione sugli impianti vecchi, di tutta questa serie di modifiche, risultò che il livello del monomero nell’ambiente era ottimale, era già arrivato ai valori desiderati. Fare un impianto nuovo, tutto sommato, poteva essere più un rischio che non un vantaggio", Bacchetta 9 giugno 2000 e in effetti sugli impianti vecchi si raggiunge, nell’aprile 1976, quindi nel termine indicato dall’ingegner Grandi, lo standard, il rispetto di 1 PPM come valore medio di impianto nei reparti CV14 – 16, CV6 e CV24, e poco dopo lo stesso valore si consegue anche al CV10 – 11 e al CV22 – 23. Sappiamo che l’attendibilità di questi dati è contestata dal Pubblico Ministero, su questo punto naturalmente rinvio alle relazioni dei nostri consulenti e all’intervento dell’Avvocato Baccaredda, però osservo che qui stiamo parlando della possibilità di riferire profili di colpa all’amministratore delegato. Ora, è pacifico che la configurazione tecnica del sistema di rilevamento esulava completamente dalle competenze e anche dalla possibilità di conoscenza dell’amministratore delegato, il quale ha impartito delle direttive e, sulla base dei dati, ha verificato che queste fossero state raggiunte. Si aggiunga che i dati dei gascromatografi, come questa Corte ben sa, erano convalidati e confermati dai dati dei pippettoni, dai dati delle campagne di confronto tra monoterminale e pluriterminale, dai dati delle numerose campagne effettuate con i numeratori personali. Mi fermo qui. In poco più di due anni, l’ingegner Grandi è riuscito a rivoltare la fabbrica come un calzino, come diceva il sindacalista Tettamanti, a risolvere il problema CVM, a conseguire l’adeguamento allo standard OSHA e chiedo quindi la conferma. Passo alla posizione Trapasso. Trapasso è chiamato a rispondere, anche lui, di entrambi i capi d’imputazione, in nove qualità diverse, che diventano dieci nell’allegato al secondo capo d’imputazione, per una duplicazione di carica che viene spiegata nella memoria. Per rappresentare la quantità di qualifiche imputate al dottor Trapasso, ci sono state necessarie ben tre diapositive: Direttore di Stabilimento dal novembre 1973 al dicembre 1974, in realtà le date corrette sono dal dicembre 1973 al novembre 1974, Vice Direttore Generale Materie Plastiche dal novembre 1974 al settembre 1975, Direttore Generale Divisione Materie Plastiche dal settembre 1975 al gennaio 1979, Direttore Generale per l’attività di chimica organica dell’Anic dal primo gennaio 1980 al settembre 1980, Direttore Programmazione Eni dal primo ottobre 1980 al 31 dicembre 1981, Vice Presidente e Amministratore Delegato Enoxy dal primo gennaio 1982 al maggio 1983, Presidente Enoxy dal maggio 1983 al settembre 1983, Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato Eni Chimica da maggio 1983 al 31 dicembre 1984, Vice Presidente per il coordinamento delle politiche industriali Montedison dal settembre 1988 all’ottobre 1989. Ho già spiegato, e per questo davvero rinvio alla memoria, che ben sette di queste nove cariche non comportavano nessun tipo di responsabilità sullo stabilimento di Porto Marghera e devono quindi ritenersi del tutto irrilevanti rispetto ai capi d’imputazione. Le uniche cariche rilevanti sono quindi quella di Direttore di Stabilimento e di Direttore Generale della Divisione Materie Plastiche; Direttore di Stabilimento dal dicembre 1973 al novembre 1974, Direttore Generale della Divisione Materie Plastiche dal settembre 1975 al gennaio 1979. Ma è evidente che il Pubblico Ministero non avrebbe potuto prendere atto dell’irrilevanza della maggior parte delle cariche, perché il dottor Trapasso è l’imputato che meglio gli serve a tenere in piedi il suo teorema accusatorio e infatti l’8 luglio il Pubblico Ministero ha ribadito davanti a questa Corte: "Il ruolo e l’importanza di questo imputato emergono molto chiaramente dal suo vasto e variegato curriculum", etc. etc., ma ancora una volta il Pubblico Ministero non riesce a dare corpo ad un solo addebito di colpa; a pagina 126 della trascrizione dell’8 luglio, riferisce per sommi capi i contenuti dell’interrogatorio del dottor Trapasso, senza peraltro fare cenno a condotte attive od omissive dolose o colpose. Prosegue il Pubblico Ministero elencando le cariche ricoperte dal dottor Trapasso nel Gruppo Enichem, anche qui un’elencazione neutra con un commento che vuole insinuare l’esistenza di responsabilità del dottor Trapasso in relazione alle valutazioni degli impianti. Dice il Pubblico Ministero: "È importante questo ruolo nei primi Anni Ottanta del dottor Trapasso e vedremo anche perché, perché in questo momento vengono fatte delle valutazioni sullo stato degli impianti, sulla situazione ambientale e si vedrà come siano ancora e sempre negative". Le affermazioni, oltre che del tutto generiche, si riferiscono ad un periodo nel quale il dottor Trapasso non aveva alcuna competenza sullo stabilimento di Porto Marghera e per una dettagliata illustrazione dei contenuti delle cariche e delle ragioni di questa affermazione rinvio alla memoria. Peraltro, se il Pubblico Ministero ha inteso, come ha certamente inteso, attribuire responsabilità al dottor Trapasso anche con riferimento allo svolgimento della trattativa per la cessione degli impianti, oltre che essere accuse dal contenuto inafferrabile, queste sono fondate su una mistificazione delle risultanze probatorie e un completo travisamento della realtà storica. Si tratta del periodo Enoxy. L’Avvocato Alecci, che mi ha preceduto, ha già descritto molto bene lo sfondo di questa vicenda, il ruolo prevalente e preminente del governo e dei vertici pubblici e privati. Il dottor Trapasso aveva un ruolo puramente esecutivo, non partecipava a nessuna decisione e nemmeno ad alcuna riunione relativa a questa trattativa; non è vero che gli impianti fossero stati valutati, come detto dal Pubblico Ministero, in pessime condizioni. L’Avvocato Alecci ha già ricordato le deposizioni del dottor Benetta. Avevo preparato un paio di diapositive, che a questo punto mi limito a far scorrere. Benetta dice: "L’impianto si presentava con uno standard che era diciamo sicuramente più che buono da un punto di vista generale rispetto a quella che è la media degli impianti che ho avuto occasione di vedere nel mondo. Addirittura vorrei dire che negli anni 1975 io lavoravo per una ditta concorrente e i primi a fornirci informazioni su come agire furono gli allora concorrenti Montedison". Il dottor Benetta ha inoltre chiarito che anche il CV6, per quanto impianto obsoleto da un punto di vista tecnologico, per quanto impianto con problemi di assetto tecnologico, "era un impianto che era stato risanato e che quindi le sue valutazioni non si riferivano assolutamente all’aspetto ambientale. La mia definizione di pessime condizioni deriva eminentemente da questo; un impianto, ripeto, a quell’epoca erano stati fatti notevoli investimenti e questo aveva comportato che in spazi ristretti si erano dovuti affastellare macchinari, linee, etc. Non erano pessime condizioni, non posso dire che lo ritenessi pericoloso, che lo ritenessi rischioso". Quindi anche da questo punto di vista il riferimento a quel periodo, a quelle qualifiche del dottor Trapasso, è del tutto privo di pertinenza. Il Pubblico Ministero fa inoltre un richiamo nella sua requisitoria dell’8 luglio al periodo American Uprisal, anche qui rinvio alla memoria per le motivazioni della ritenuta totale non pertinenza della carica agli addebiti. Il dottor Trapasso non aveva nessuna responsabilità sullo stabilimento e sugli impianti e il suo coinvolgimento nell’indagine fu del tutto marginale. Egli, soprattutto, non firmò la lettera di incarico, contrariamente a quello che era stato affermato in dibattimento. Il Pubblico Ministero cerca di screditare l’intero comportamento processuale addirittura del dottor Trapasso, sulla base di una dichiarazione contenuta in un verbale di interrogatorio, con la quale egli negava di avere saputo dell’esistenza di scarichi di residui industriali. A distanza di decenni, è ben possibile che Trapasso non avesse questo ricordo specifico, ma quello che conta sono le numerose iniziative di risanamento anche dell’ambiente esterno, anche del campo ecologico, assunte durante la sua breve direzione. Il Pubblico Ministero richiama poi una serie di documenti, ma davvero del tutto inconferenti: una commessa firmata da Trapasso come Direttore di Stabilimento per ridurre le fuoriuscite di CVM, e allora? Mi sembra che rientrasse nelle competenze del Direttore di Stabilimento, naturalmente al di sotto di un certo importo, firmare commesse, autorizzare commesse; un documento, 13 dicembre 1973, sullo stato di salute di 550 operai. Con questo documento, in realtà, il dottor Trapasso si limita a chiedere all’ingegner Calvi il benestare a procedere nel senso richiesto dall’Università di Padova; benestare prontamente accordato, come risulta dal foglio immediatamente successivo nella affoliazione del fascicolo. Altrettanto rilevante la lettera di incarico al dottor Cazzoli di Mantova, il documento 22 aprile 1982 sulle valutazioni degli impianti, che veramente non si vede quale responsabilità del dottor Trapasso possa provare; l’Art. 23 dell’accordo Eni – Montedison, accordo non certo firmato da Trapasso, ma per l’Eni dal professor Umberto Colombo. Si resta quindi davvero sconcertati di fronte all’inconsistenza delle affermazioni dell’accusa sul ruolo del dottor Trapasso. È quindi mio compito, oltre a precisare quali cariche sono estranee, ma per questo rinvio alla memoria, dimostrare anche molto brevemente che, al contrario, il dottor Trapasso operò con la massima diligenza, per la tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente, perché in realtà questa, signori della Corte, era la filosofia aziendale degli Anni Settanta, una filosofia che segnava una profonda svolta rispetto al passato e che contraddistingueva tutta una generazione di nuovi dirigenti, primi tra tutti Grandi, Trapasso, ma così anche Calvi, (Raichenbac), Gaiba ed altri; una filosofia che è l’esatto contrario di quella rappresentata dal Pubblico Ministero e queste sono affermazioni fondate su una massa di riscontri probatori agli atti, riscontri semplicemente ignorati dal Pubblico Ministero, perché altrimenti avrebbe dovuto prendere atto che la sua impostazione accusatoria era stata radicalmente smentita dall’istruttoria dibattimentale. Vediamo le iniziative. Trapasso diventa Direttore di Stabilimento nel dicembre 1973 e adotta subito una serie di iniziative assolutamente innovative. Diventa Direttore di Stabilimento in un periodo critico. Come riferito da lui stesso nel suo verbale di interrogatorio e come ricordato dal Pubblico Ministero, lo stabilimento era nell’occhio del ciclone: c’erano state perdite di fosgene, fughe di anidride solforosa e proprio per la sua esperienza, per l’esperienza maturata nello stabilimento di Priolo, che aveva profondamente riorganizzato, il dottor Trapasso viene chiamato a dirigere Porto Marghera. Nella sua esperienza precedente non aveva mai avuto a che fare con impianti di CVM e PVC e infatti viene informato del problema CVM quando arriva a Porto Marghera, nel dicembre 1973. Riferisce di avere appreso "che era in corso tutta un’attività volta a diminuire l’emissione del gas CVM nell’ambiente di lavoro e all’esposizione degli operai", quindi questo concorda perfettamente con quanto abbiamo visto a proposito dell’ingegner Grandi. Lo stimolo alle iniziative di risanamento non è affatto la notizia Gudric, ma è precedente, è già il fatto che Grandi ha preso molto sul serio le prime segnalazioni di Maltoni, segnalazioni ancora provvisorie, ancora basate su esperimenti non conclusi. Come si inserisce il dottor Trapasso, allora, in questo percorso già intrapreso? Anzitutto va detto, su un piano più generale, che egli adotta un uno stile del tutto innovativo. Trapasso eredita dalla precedente direzione una situazione di conflittualità molto accesa con le organizzazioni sindacali e cerca subito di cambiare approccio, di instaurare un clima di dialogo e confronto. Egli infatti è convinto che il risanamento degli impianti richieda necessariamente il coinvolgimento e la fattiva collaborazione di tutti i livelli e non possa prescindere, soprattutto, da un confronto aperto con le organizzazioni sindacali. Un’altra iniziativa di peso decisivo è la riorganizzazione dello stabilimento, allo scopo di creare strutture più agili e mettere a capo dei settori più critici persone con competenza professionale, ma soprattutto con profonda sensibilità ambientale. In particolare, Trapasso crea due vice direzioni di produzione, prima ce ne era una sola: crea la Vice Direzione 1 e la Vice Direzione 2 e in più una Vice Direzione Servizi, direttamente incaricata di assicurare il corretto svolgimento di tutte le azioni riguardanti la sicurezza del lavoro, l’igiene ambientale, la produzione industriale ed è Trapasso a volere che a capo della Vice Direzione Servizi sia preposto l’ingegner Bigi, la cui attività davvero instancabile è stata ricordata da innumerevoli testimoni, Carcassoni, 15 marzo 2000, Malaguzzi. Vediamo Malaguzzi, 19 aprile 2000: "Io mi ricordo l’operatività massima dell’ingegner Bigi relativa a questi interventi, cioè la precedenza data all’urgenza dei lavori. L’ingegner Bigi è un dirigente che ha sempre messo molta carica e molta energia nei suoi lavori. In particolare, questi lavori sono stati interventi sotto particolare controllo e sotto particolare pressione di urgenza". Nello stesso senso anche Marcovaldi, 9 giugno 2000, che ha detto: "L’ingegner Bigi ha messo una grande fretta, faceva continue pressioni". La nuova dirigenza Montedison capisce l’importanza di poter contare su tecnici non solo professionalmente validi, ma anche personalmente sensibili alle problematiche del risanamento ambientale, come dicevo una logica di rottura con il passato, è questo che risulta chiaramente dalle risultanze dibattimentali. I primi Anni Settanta segnano una clamorosa rottura della continuità con il passato, una nuova sensibilità ambientale e una dirigenza illuminata traduce questo in iniziative appropriate e tempestive. Trapasso procede poi ad un rilevante rafforzamento del servizio sanitario di fabbrica, incrementando il numero dei medici, garantendo una copertura continua nell’arco delle ventiquattrore, dando impulso all’ultimazione della nuova infermeria e quando arriva la notizia Gudric, poco dopo la sua entrata in carica, per prima cosa Trapasso informa immediatamente i responsabili delle varie funzioni di stabilimento e dà loro precise direttive per redigere un radicale programma di interventi. C’è quindi un’immediata opera di informazione che parte dal direttore ma scende verso il basso. Vediamo Carcassoni, udienza 15 marzo 2000: "Io ricordo che il problema del cloruro di vinile, che avesse assunto la tossicità di prodotto cancerogeno, l’ho saputo durante il periodo in cui era direttore Trapasso, tra novembre 1973, novembre – dicembre 1973 e i primi mesi del 1974 o fine 1973. Il dottor Trapasso ha fatto una riunione, ha fatto una riunione particolare su questo argomento, a cui partecipai io ma anche altre persone. In quell’occasione ha detto ampiamente che c’era questo nuovo problema da affrontare e che andava affrontato con le dovute iniziative. La riunione è stata la mattina, io ho in mente il pomeriggio, ecco quindi insomma a brevissimo, mi vidi con l’ingegner Gaiba e insieme ai capireparto dell’ingegner Gaiba per cominciare a vedere concretamente quello che era il mio supporto in questa occasione". Ma la riunione non è soltanto informativa. Talamini del centro ricerche riferisce di precise direttive ricevute dal dottor Trapasso nel corso delle riunioni indette sul problema CVM: "Mi ha detto di cercare di impostare delle ricerche su tre fronti, quello di migliorare la capacità analitica dei gascromatografi, quindi di cercare di aumentare il più possibile la sensibilità per cercare di determinare anche quantità sempre più basse, concentrazioni sempre più basse di cloruro di vinile. Questa è la prima cosa, questa è la prima direttive; dopo, studio di queste colonne di strippaggio per ridurre e quindi partire con ricerca a livello di laboratorio per individuare la tecnologia più opportuna, più efficace; terzo, procedure per ridurre il cloruro di vinile nell’ambiente di lavoro". Dunque direttive precise. Anche per le colonne di strippaggio, uno degli interventi più efficaci, l’impulso viene dal dottor Trapasso, anche su successivamente, per accelerare i tempi, l’ingegner Bigi deciderà di acquistare la tecnologia Gudric, come riferito sempre da Talamini. Le direttive seguono quindi le tre note direttrici, rilevamenti ambientali, interventi sugli impianti, modifica alle procedure. Per quanto riguarda i rilevamenti ambientali, è Trapasso a promuovere l’attività di rilevazione sistematica delle rilevazioni e infatti nell’aprile 1974 comincia il monitoraggio continuo su tre turni di lavoro con il sistema dei pipettoni a otto ore, che sarà affiancato e poi sostituito dai gascromatografi. Le commesse per l’acquisto dei gascromatografi risalgono alla direzione Trapasso, fatta eccezione per quella relativa al CV24, già avviata prima, ma la concreta installazione dei gascromatografi avviene dopo l’uscita di Trapasso. Per quanto riguarda gli interventi impiantistici, rinvio integralmente alle relazioni e ricordo soltanto che durante la direzione Trapasso è stata chiesta l’autorizzazione per 47 interventi per i soli reparti CVM e PVC, quindi in meno di un anno, importo di quasi tre miliardi in valori d’epoca pari a circa 24 miliardi in valori attualizzati al 31 dicembre 1998; ne sono stati utilizzati 36 di questi interventi, per 32 c’è stata l’apertura di una commessa e sono stati completati i lavori relativi a circa 20 commesse aperte in precedenza. Ultimo punto, modifica alle procedure, anche qui rinvio alla relazione dell’Avvocato Baccarella e alle relazioni dei consulenti, i testimoni sono concordi nel collocare il grosso degli interventi nel 1974 e nel 1975. In conclusione, durante la direzione Trapasso, gli impianti di CVM e PVC si trasformano in un immenso cantiere. Riferisce Dell’Antone, tecnologo che era stato inviato al CV6 proprio per affiancare il capo reparto: "I problemi del CV6 erano in quel momento tutti indirizzati a risolvere il problema dell’inquinamento ambientale da cloruro di vinile monomero, quindi quando sono arrivato mi sono trovato subito immerso in una serie di lavori che erano già stati avviati – ricordo che Dell’Antone è stato mandato all’inizio del 1975 – altri che dovevano essere avviati, quindi c’era un numero elevato anche proprio di progetti in corso e anche di lavoro; c’erano un sacco di imprese che lavoravano lì dentro, un po’ disseminate sui vari progetti", e leggiamo quello che dice Codifava: "Praticamente nel 1974 e nel 1975, il 90% di tutte le proposte di lavoro erano legate alla tossicità del CVM". Mi fermo qui sul primo capo di imputazione, relativamente al periodo della direzione Trapasso. Per il secondo capo di imputazione rinvio alla memoria, però ricordo che il dottor Trapasso ha affrontato con la massima determinazione tutte le problematiche ambientali che si sono poste durante la sua direzione. In conclusione, il dottor Trapasso ha fatto davvero tutto quanto era umanamente possibile per promuovere il risanamento degli ambienti di lavoro e la tutela dell’ambiente esterno. Solo due parole sulla carica di Direttore Generale della Divisione Materie Plastiche ricoperta dal settembre 1975 al gennaio 1979. Ricordiamo che con la scissione della divisione petrolchimica avvenuta nel settembre 1975, scissione nelle due divisioni, la divisione prodotti petrolchimici di base e la divisione materie plastiche, lo stabilimento di Porto Marghera è posto alle dipendenze della divisione prodotti petrolchimici di base, dunque l’altra divisinoe, dunque nessuna contestazione attinente allo stabilimento in quanto tale può essere riferita a Trapasso per il periodo in cui è Direttore Generale della Divisione Materie Plastiche. Sappiamo anche che nel febbraio del 1976 viene istituita l’unità Dimp, un’unità che è stata istituita per ragioni solo tecnico produttive e che comprende alcuni impianti dello stabilimento, tra cui le linee produttive del CVM e PVC. L’unità Dimp è posta alle dipendenze della divisione materie plastiche, però è un’unità che opera in uno stabilimento Dipe e che dipende in tutto e per tutto dai servizi dello stabilimento: manutenzione, ufficio tecnico, pass, servizio sanitario, centro ricerche etc. etc. Quindi nemmeno le contestazioni riferibili in astratto all’organizzazione o all’attività di questi servizi sono riferibili al dottor Trapasso. Resta la possibilità astratta di riferirgli contestazioni attinenti alla gestione diretta degli impianti CVM e PVC. Va osservato, però, che il dottor Trapasso come Direttore Generale Dimp aveva compiti di direzione strategica, in quanto i compiti di direzione tecnico operativa erano attribuiti alla linea gerarchica che saliva dal Responsabile di Unità fino al vice Direttore Generale Tecnico, che all’epoca era l’ingegner Bianchi, testimone come sappiamo caro all’accusa e mai sfiorato da nessuna contestazione. Nei limiti comunque di queste specifiche competenze che sono di direzione strategica, Trapasso continua ad interessarsi della problematica CVM e PVC, e durante la sua direzione generale il risanamento degli impianti viene integralmente conseguito. L’obiettivo indicato dall’ingegner Grandi, 1 PPM entro aprile 1976, viene conseguito proprio quando Trapasso è direttore generale. Il 1976, poi, segua una nuova impennata di investimenti: viene chiesta l’autorizzazione all’apertura di 39 nuove commesse, alcune per interventi di grande importanza, come le colonne di strippaggio, che avevano da sole un costo di 25 miliardi. Si rinvia, per tutto questo, alla relazione e alla memoria. Il calo delle concentrazioni ambientali è la prova dell’efficacia di questi interventi e l’attendibilità delle rilevazioni gascromatografiche è confermata da più campagne di rilevamento con i campionatori personali e dalle campagne di confronto tra mono e pluriterminale. Per concludere, il dottor Trapasso ha consegnato la filosofia che ha ispirato la sua azione ad un documento del novembre 1976, che troverete come allegato 30 alla memoria e che si intitola: "Orientamenti della divisione materie plastiche in tema di sicurezza sul lavoro". Mi limito ad inquadrare due riquadri: "La divisione materie plastiche considera la sicurezza sul lavoro un problema di importanza fondamentale in armonia con l’impostazione generale della società. Il garantire la sicurezza costituisce, prima di tutto, un impegno e una responsabilità morale verso coloro che prestano la propria attività nell’ambito aziendale" e un altro passo significativo per l’epoca: "Anche l’attività delle imprese esterne che operano presso gli stabilimenti deve svolgersi in condizioni di sicurezza ed è quindi compito dell’azienda, seppur nel massimo rispetto della sfera di autonomia gestionale dell’appaltatore, di svolgere le azioni più opportune per raggiungere questo scopo". Anche per Trapasso chiedo la conferma della sentenza del Tribunale. Passiamo all’ingegner Gaiba. L’ingegner Gaiba è chiamato a rispondere solo del primo capo d’imputazione. Anche l’ingegner Gaiba è imputato in una pluralità di qualifiche, come dirigente della società Montedison, in particolare responsabile gruppo di produzione polivinilici dal febbraio 1972 all’aprile 1979, responsabile tecnologie cloruro di polivinile ambito Vice Direzione generale tecnica, divisione materie plastiche, dall’aprile 1979 al marzo 1983, responsabile gestione e conti lavorazione impianti PVC dal marzo 1983 all’aprile 1983, responsabile di unità produttiva e gestione conto lavorazione PVC a Porto Marghera dal primo aprile 1983 al 30 aprile 1985. Il quesito fondamentale relativo all’ingegner Gaiba riguarda il perché si trovi imputato in questo processo, ma a questa domanda, che avevamo già sollevato in primo grado, il Pubblico Ministero non solo non ha dato risposta, ma addirittura ha aumentato la richiesta di pena formulata in primo grado, portandola da quattro a cinque anni. Vediamo le ragioni della nostra domanda. Il Pubblico Ministero aveva detto in primo grado e ha ripetuto in appello che le sue scelte incriminatici non erano state causali ma avevano risposto all’esigenza di colpire i vertici, dal direttore di stabilimento in su. Rispetto a questo criterio, quindi, è del tutto inspiegabile per quale motivo Gaiba sia stato chiamato a rispondere almeno con riferimento al periodo più lungo e più critico, il periodo da febbraio 1972 ad aprile 1979. Infatti in quel periodo egli era capogruppo PVC, ha avuto un ruolo subordinato rispetto al direttore di stabilimento, era addirittura tre gradini sotto il direttore di stabilimento nella scala gerarchica. Inoltre, Gaiba è imputato come dirigente, ma in realtà per i primi due anni egli non è affatto dirigente, è semplice impiegato; diventa dirigente solo nel 1974. Non ha autonomia decisionale, non ha poteri di spesa, non ha procura; è personalmente esposto a CVM e rientra tra i soggetti assoggettati alle visite periodiche e le sue attribuzioni restano identiche anche dopo che passa a dirigente, perché sono attribuzioni proprie della carica di capogruppo, che è una carica esecutiva. Dicevo che il capogruppo si trova tre gradini sotto il direttore di stabilimento. Vediamo qui l’ordine di servizio 195 del 23 febbraio 1972, vediamo che dal direttore dello stabilimento dipendono, tra gli altri, il vice direttore produzione; dal vice direttore produzione, a sua volta, dipende il responsabile dell’area di produzione cloro – resine, il secondo dei soggetti che vedete indicato; finalmente, dal responsabile dell’area produzione cloro – resine, che all’epoca era il dottor Rossini, dipende il responsabile del gruppo di produzione polivinilici, l’ingegner Sauro Gaiba, tre gradini sotto il direttore di stabilimento. I gradini diventano due dopo la riforma dell’organizzazione dello stabilimento voluta da Trapasso nel 1974 e vediamo che dall’ordine di servizio 541 del 1973 dal direttore di stabilimento dipende il vice direttore di produzione 1 e il vice direttore di produzione 2 e dal vice direttore di produzione 2, ingegner Codifava, testimone in questo processo e mai sfiorato da alcuna contestazione, dipende l’ingegner Sauro Gaiba, che è responsabile del gruppo di produzione polivinilici e l’ingegner Gaiba resta capogruppo PVC con rango assolutamente subordinato anche dopo le modifiche organizzative seguite alla scissione della divisione petrolchimica nel settembre 1975, per questo rinvio alla memoria. Quindi per l’intero periodo, 1972 – 1979, l’ingegner Gaiba si trova a rispondere con riferimento ad una carica di rango assolutamente subordinato, una carica con margini molto limitati di autonomia, che si sostanziavano essenzialmente in un potere di proposta: non aveva infatti un potere decisionale autonomo, non aveva procura; doveva coordinarsi con altre funzioni di sede e di stabilimento. Vediamo come sono definite le responsabilità del capogruppo negli ordini di servizio: realizzare il programma di produzione assegnato, nel rispetto però delle direttive ricevute; assicurare il controllo continuo degli impianti di propria competenza, però a tal fine promuovere tempestivamente l’intervento delle alte funzioni competenti di stabilimento; concordare con la funzione manutenzione di stabilimento gli interventi di manutenzione da effettuare e controllarne la tempestività e l’efficacia; formulare, sulla base dell’esperienza di conduzione degli impianti, nuove idee e proposte atte al miglioramento degli impianti stessi e dei prodotti; fornire la propria collaborazione in materia alle competenti funzioni divisionali di sede. Ultima annotazione, i gruppi che avevano a che fare con il CVM e PVC erano quattro e Gaiba, fatta eccezione per i brevissimi nove mesi di Fabbri ricordati dall’Avvocato Lanfranconi, è l’unico capogruppo che troviamo tra gli imputati. Il Pubblico Ministero non ha spiegato le ragioni di questa scelta incriminatrice, incomprensibile, ma forse condizionata da numerosi errori, dettagliatamente segnalati nella nostra memoria, nella rappresentazione della carriera dell’ingegner Gaiba contenuti nelle schede della Guardia di Finanza depositate dal Pubblico Ministero davanti al Tribunale. Vediamo, dunque, di che cosa è chiamato a rispondere l’ingegner Gaiba. Il Pubblico Ministero si è limitato, nella requisitoria dell’8 luglio, a proporre un elenco di documenti, per lo più a lui indirizzati, o verbali di riunione a cui lui aveva partecipato ed afferma, come ho già ricordato, che il ruolo rilevante dell’ingegner Gaiba si ricava soprattutto da moltissimi documenti che sono agli atti del processo. Ma che cosa significa ruolo rilevante? Dobbiamo capirci. Un ruolo rilevante l’ingegner Gaiba sicuramente l’ha avuta, ma in direzione esattamente opposta a quella suggerita dal Pubblico Ministero e non si capisce di nuovo che valenza probatoria possa avere un elenco di documenti di per sé, cioè senza… se non quella di attestare l’attivo coinvolgimento di Gaiba nelle problematiche tecniche a cui i documenti si riferiscono, ma di qui a dimostrare che l’ingegner Gaiba non si sarebbe attivato con la diligenza dovuta, il passo è lungo e non viene compiuto né tentato; infatti non c’è nessuno sforzo da parte del Pubblico Ministero di attribuire ai documenti un qualche significato, di correlarli con concrete condotte dell’ingegner Gaiba o con la sfera delle sue competenze. Perciò, dato che la presenza di numerosi documenti si spiega molto chiaramente, dato che Gaiba era un tecnico con competenze direttamente operative, mi sembra perfettamente inutile ripercorrere uno ad uno i documenti citati proprio perché manca qualunque sforzo di attribuire loro un significato. Allora, molto brevemente, ho parlato della carica di capogruppo, torno brevemente indietro, per segnalare semplicemente che le altre cariche sono irrilevanti, per le ragioni spiegate nella memoria, ad eccezione della carica di responsabile unità produttiva, l’ultima delle cariche contestate, però faccio due brevi osservazioni per rispondere ad affermazioni del Pubblico Ministero. Dall’aprile 1979 al marzo 1983, l’ingegner Gaiba è responsabile tecnologie cloruro di polivinile ambito vice direzione tecnica divisione materie plastiche. In questa veste, Gaiba è coinvolto come esperto tecnico e di produzione nel gruppo di lavoro che si occupa delle trattative per la cessione al Gruppo Eni degli impianti di CVM e PVC, però il suo apporto, come è spiegato meglio nella memoria, è squisitamente tecnico e del tutto irrilevante rispetto alle contestazioni. È quindi inesatto, totalmente inesatto, quanto affermato dal Pubblico Ministero che fa riferimento a questo periodo per suggerire un intervento dell’ingegner Gaiba nella società Riveda, con la quale egli non ha mai avuto nulla a che fare. Anche come responsabile gestione conto lavorazione, l’ingegner Gaiba ha una carica, e si rinvia alla comunicazione di servizio allegata sub 15 alla nostra memoria, che prevede competenze esclusivamente organizzative e di coordinamento, che non interferiscono affatto con la linea gerarchica responsabile della conduzione degli impianti. È quindi insensato il riferimento compiuto dal Pubblico Ministero al ruolo di fulcro che avrebbe avuto l’ingegner Gaiba per il fatto di sedere in quella commissione paritetica che fu istituita col contratto che istituiva il conto lavorazione. Passiamo allora brevissimamente alle iniziative di Gaiba. Ci sono numerosi riscontri dell’impegno da lui profuso, sia nei periodi in cui è stato capogruppo, che nel periodo in cui è stato responsabile dell’unità Dimp. Alla fine del 1972, Gaiba è informato da Oddi e da Cella dei risultati dei primi esperimenti di Maltoni, dunque alla fine del 1972, nella stessa epoca in cui viene informato l’amministratore delegato, l’ingegner Grandi, dunque in tempo reale e questa è la prova che questi risultati non furono affatto tenuti nascosti e questo chiaramente perché, sulla base di quei risultati ancora del tutto preliminari, l’ingegner Grandi aveva dato immediate disposizioni di attivarsi. L’ingegner Gaiba a sua volta informa, informa perché è impensabile avviare iniziative di risanamento senza la piena collaborazione di tutto il personale. Tedesco, 10 maggio 2000: "Voi foste informati dall’azienda della pericolosità del CVM?", "Che il CVM era nocivo l’ho saputo sicuramente dal mio capogruppo, l’ingegner Gaiba". Codifava, 9 giugno 2000, alla domanda precisa se sia stata data un’informazione ai lavoratori e alle maestranze, Codifava risponde: "Io sono certo che venne data, non ricordo esattamente che giorno e che la diede l’ingegner Gaiba, il quale riunì certi gruppetti di operai e gli diede questa notizia qua. Sono certo che è stata fatta questa iniziativa, sono sicuro che l’ingegner Gaiba ha fatto questo". Carcassoni riferisce delle riunioni con Trapasso e delle riunioni con Gaiba immediatamente seguite: "Mi vidi con l’ingegner Gaiba e insieme ai capireparto dell’ingegner Gaiba per cominciare a vedere concretamente quello che era il mio supporto in quest’occasione. Noi abbiamo cominciato a fare analisi e dopo un po’ di tempo si mese anche quel pipettone che durava circa otto ore". Abbiamo poi tutta una serie di riscontri documentali, che troverete tutti in allegato alla nostra memoria, che dimostrano che il risanamento degli impianti fu iniziato nel 1973 con la collaborazione di tutti, di tutto il personale. Rinvio agli allegati 20 e 21 della nostra memoria, che sono verbali di accordo con il consiglio di fabbrica per realizzare una prima serie di interventi. L’allegato 21 si riferisce ad una riunione del primo agosto 1973, nella quale viene programmato uno dei più significativi interventi, la polmonazione degli (sflarethanks). Fin dal luglio 1973 ci sono incontri a livelli di reparto per individuare tutte le operazioni che potevano causare il rilascio di CVM e valutare le possibilità di intervento. Si legge un po’ male, ma si riesce forse a leggere, è un documento di numerose pagine, mi pare 11 pagine, che è allegato 22 alla nostra memoria, vediamo: riunione nella sala del CV24. Tra i presenti vediamo che c’è l’ingegner Gaiba, il tema della riunione: formare un comitato capireparti, assistenti, capiturni, operatori; primo problema: punti carenti del CVM, carattere tecnico di reparto, esclusiva risoluzione di problemi ambientali, valore esecutivo. Il documento è molto interessante, non posso che proiettarne dei piccolissimi stralci. Vediamo che il 6 di agosto comincia, ma prosegue per diverse pagine, un elenco delle fonti di inquinamento da CVM, fatto appunto da questo Comitato, ove vengono elencate le fonti di inquinamento e vengono spesso in forma interrogativa suggeriti gli opportuni provvedimenti. Spesso c’è un punto di domanda che appunto segnala come si fosse in una fase di studio delle possibili soluzioni. Sotto la data del 7 agosto, sono ricapitolati i risultati stabiliti nella riunione del Comitato Tecnico il 6 di agosto per ciascuno dei punti segnalati. Con riferimento al primo punto, filtri CVM liquido, sono elencati tutti i provvedimenti che sono stati deliberati in quella riunione e c’è la precisa assunzione di impegni da parte di Gaiba. Vediamo alla lettera E: l’ingegner Gaiba si è impegnato ad avere l’autorizzazione entro il 14 di agosto. Quindi siamo nella fase di gestazione degli interventi e tutti partecipano. La tesi del Pubblico Ministero, un’azienda che tiene tutto occulto, che cerca di nascondere tutto ai lavoratori, non sta semplicemente in piedi. Un’ulteriore conferma documentale, che già nel 1973 l’ingegner Gaiba seguiva tutta l’attività di sperimentazione finalizzata al risanamento ambientale, si rinviene nel promemoria dell’ingegner Gaiba, capisco che si legge molto male, è del novembre 1973, ingrandisco il riquadro, il promemoria riferisce delle prove di strippaggio su (sincron 540) di spurgo dell’autoclave, con vapore a 5 atmosfere al reparto CV14: "Lo scopo dell’intervento, le presenti prove si inseriscono nell’ampio programma attualmente in atto di miglioramento dell’igiene ambientale. Esse sono fatte con il preciso scopo di vedere a che valori minimi si può ridurre il CVM nello (sclurry) prima di scaricarlo, se è possibile lasciare l’autoclave priva di CVM gas per le operazioni di lavaggio con lancia e di riempimento con acqua con la carica successiva". La prima preoccupazione operativa è quella di ottenere una mappatura delle fonti di inquinamento e delle condizioni di esposizione. Come ricordato da Carcassoni, le prime rilevazioni ambientali, già avviate nel 1973, hanno lo scopo di verificare le condizioni di impianto, si passa poi alle rilevazioni ambientali con i campionatori fissi, che hanno lo scopo di tenere sotto controllo le concentrazioni ambientali dei singoli reparti e la concreta disposizione di installare il pipettone a otto ore, come confermato da Carcassoni, viene proprio da Gaiba. Non solo, nel 1973 Gaiba, nel corso di un viaggio negli Stati Uniti, viaggio che per inciso gli viene rimproverato dal Pubblico Ministero, quasi che fosse una colpa andare negli Stati Uniti per aggiornarsi, scopre la possibilità di utilizzare come cercafughe un cromatografie portatile e ottiene che un certo numero di questi cromatografi portatili siano acquistati proprio per andare a rilevare i punti di fuga, anzi ottiene anche che sia istituita nell’organigramma di reparto la figura dell’addetto cercafughe, posizione che è oggetto anche di precisa contrattazione in sede sindacale. Gaiba personalmente non ha nessun ruolo nella scelta e nella configurazione dei gascromatografi, però si adopera costantemente sia per individuare le posizioni più critiche da monitorare, sia per verificare l’efficacia del gascromatografo e ottimizzare l’efficacia. Per esempio chiede al servizio controllo statistico di qualità di estrapolare dai dati dei gascromatografi l’esposizione a CVM di ogni singolo lavoratore. I dati erano raccolti in rapporti mensili, il punto è stato ricordato dall’Avvocato Baccaredda. Chiede che l’esposizione al CVM sia periodicamente verificata con campagne di rilevamento con i campionatori personali, che come sappiamo hanno pienamente confermato l’attendibilità dei risultati dei gascromatografi e poi ci sono innumerevoli richieste agli atti di rilevazioni ambientali avanzate da Gaiba, con le finalità più disparate: verificare le condizioni di impianto in determinato fasi lavorative, verificare i trend dei valori. Quindi Gaiba non ha nessun ruolo nella configurazione del sistema di rilevazione con i gascromatografi, ma promuove costanti e meticolose verifiche dell’efficacia del sistema. Poi c’è ampio riscontro del fatto che Gaiba si attivò instancabilmente per individuare tutti gli interventi migliorativi possibili in collaborazione con tutti gli operatori. Ci sono diversi testi che parlano del coordinamento costante fra capogruppo servizio tecnico di gruppo, manutenzione, responsabile di reparto: Carcassoni, 15 marzo 2000, Codifava, 9 maggio 2000. Anche per quanto riguarda gli interventi impiantistici, la proposta, le richieste di autorizzazione agli interventi sono di regola avanzate dal capogruppo. Vediamo Codifava, 9 giugno 2000: "La proposta è sempre, salvo credo l’acquisto delle torri di strippaggio e salvo l’acquisto delle pompe Gudric, questa credo che fosse una decisione presa direttamente dalla sede, tutte le altre erano fatte dal capogruppo e dal capogruppo e dai tecnologi, vistato dal proponente e poi inviato a Milano". Fra il 1972 e il 1979 sono realizzati, come sappiamo, tutti gli interventi più significativi per ridurre le concentrazioni di CVM nell’ambiente di lavoro. Un’altra iniziativa personalmente assunta da Gaiba è l’organizzazione di corsi formativi in accordo con la scuola aziendale, per fornire a tutto il personale tutte le conoscenze necessarie sulla problematica del CVM. Rinvio all’allegato 25 alla memoria, abbiamo per esempio questa nota mandata dall’ingegner Gaiba all’ingegner (Sellan), appunto l’allegato 25 alla nostra memoria: "Trasmetto in allegato le azioni concordate con i capireparto per promuovere le condizioni di sicurezza nel gruppo polivinilici" e qui leggiamo, anche se è un po’ difficile perché… c’è un primo paragrafo: "Manuali operativi e norme di sicurezza: l’aggiornamento dei manuali e norme esistenti verrà completato entro date stabilite, a partire dal 20 maggio e dal 10 luglio ogni caporeparto organizzerà presso la scuola aziendale incontri con ognuno delle cinque squadre di turnisti del proprio reparto", etc. etc., "Ad ogni squadra verranno dedicati tre incontri pomeridiani, durante i quali saranno discussi i manuali operativi, le norme di sicurezza, evidenziati i punti critici degli impianti" e segue l’elencazione appunto dei punti critici. Leggiamo però, siamo nel 1978: "Tralasciando gli aspetti della sicurezza che si ritengono già strettamente sotto controllo, ad esempio CVM nell’ambito, i punti critici sui quali è necessario meditare e far meditare gli operatori si possono elencare di seguito" e abbiamo poi le successive pagine del documento che contengono l’elencazione di questi punti, con l’indicazione di tutti i provvedimento che il capogruppo richiede che siano adottati. Chiudo con due parole sulla carica di responsabile unità produttiva. In questa veste, che come sappiamo l’ingegner Gaiba ha ricoperto dal primo aprile 1983 al 30 aprile 1985, l’ingegner Gaiba dipendeva dal direttore del raggruppamento servizi della Montepolimeri, il quale a sua volta dipendeva dalla vice direzione generale tecnica. È quindi del tutto sbagliata l’indicazione che c’è in una scheda della Guardia di Finanza, che indica Gaiba come responsabile della Montepolimeri, carica che semplicemente non esisteva e che lui non ha mai ricoperto ed è anche del tutto sbagliata la definizione, contenuta sempre in una scheda della Guardia di Finanza, di responsabile di stabilimento, perché l’unità produttiva della Montepolimeri non era lo stabilimento, era un’unità ospitata nello stabilimento Montedipe e quindi la gestione, la proprietà, la direzione dello stabilimento restavano sempre di Montedipe, società con cui Gaiba non ha mai avuto a che fare. Inoltre i rapporti tra Montedipe e Montepolimeri si traducevano in una serie di vincoli significativi ai poteri e all’autonomia del responsabile di unità. Nel 1983 un problema CVM non esisteva più, gli impianti erano già risanati, però Gaiba si attiva lo stesso per verificare la rispondenza degli impianti alla normativa, promuove a più riprese la verifica della conformità alle prescrizioni del D.P.R. 962 e per far analizzare ogni residuo intervento possibile e poi si preoccupa di verificare che cosa è stato fatto e che cosa resta da fare. C’è un documento che rinvia a quello che ho appena proiettato: nel 1978 lui, quando è ancora capogruppo, trasmette un documento nel quale indica tutti i punti critici degli impianti e i provvedimenti da assumere. Quando diventa responsabile di unità produttiva, nel 1984, invia in allegato al capogruppo di allora, che era il dottor Motta: "Nota da me emessa a suo tempo per la direzione, relativa ad alcuni adempimenti dei reparti di produzione. A distanza di tempo, ti prego di fare esaminare dai capireparto ciascun punto di intervento singolarmente descritto, indicando le cose fatte, non fatte, modificate e/o comunque difformi da quanto indicato. Ti prego di una risposta scritta entro e non oltre il corrente mese di settembre". La risposta arriva, riguarda appunto i corsi effettuati negli ultimi cinque anni, riguarda gli interventi effettuati sui punti critici, il primo guarnizione boccaporti e autoclavi e si legge per esempio: "Non sussiste un quaderno per le guarnizioni, dato che la sensibilità degli operatori porta semmai, per eccesso di zelo, al cambio anzitempo delle guarnizioni". In conclusione, non si può che osservare che la ricostruzione del ruolo dell’ingegner Gaiba da parte dell’accusa oblitera la gran parte dei riscontri probatori che documentano come egli si sia in realtà prodigato senza sosta per conseguire il risanamento degli impianti. La richiesta di condanna è profondamente ingiusta e anche incomprensibile, tenuto conto del ruolo dell’ingegner Gaiba nell’organigramma di stabilimento. Si chiede quindi la conferma della sentenza. Ho un’ultima posizione, sulla quale sarò molto breve, quella del dottor Belloni, se posso concludere. Antonio Belloni è imputato del suo primo capo d’imputazione, anche lui, nella sua qualità di Dirigente della Montefibre ed in particolare di Amministratore Delegato da luglio 1976 e di Presidente dal maggio 1977. C’è poco da dire su Belloni, anche perché Belloni è stato in qualche modo graziato nelle richieste di pena davanti a questa Corte. Come abbiamo già detto, in primo grado il Pubblico Ministero aveva chiesto per Gaiba e Belloni la stessa pena, adesso per Gaiba viene aumentata e per Belloni, con la stessa totale mancanza di motivazioni, la richiesta è dimezzata a solo due anni. L’unica delle cariche contestate a Belloni, l’unica carica rilevante, è quella di amministratore delegato, che in realtà, come del resto da lui stesso dichiarato, Belloni ha ricoperto, amministratore delegato della Montefibre, naturalmente, che Belloni ha ricoperto non dal luglio 1976 ma dal 16 dicembre 1974, quindi un anno, oltre un anno prima, un anno e mezzo prima, mentre Belloni diventa Presidente nel maggio 1977, quando l’impianto (V.T.), che era l’unico impianto, come sappiamo, che trattava il CVM, era definitivamente chiuso. Nella requisitoria, in particolare nel verbale del 13 luglio, il Pubblico Ministero ha abbandonato una serie di argomenti avanzati in primo grado e la cui inconsistenza era peraltro apparsa evidente nel corso dell’istruttoria dibattimentale e si è limitato a ricordare un paio di documenti sindacali e la presenza di un certo numero di persone offese tra gli ex dipendenti Montefibre. Non vi è alcun tentativo di attribuire una qualche specifica condotta colposa concreta al dottor Belloni, se non la colpa di non essersi ricordato nel corso dell’interrogatorio dell’indagine FULC o di avere ammesso la situazione di crisi economica in cui versava Montefibre, quasi che questa ammissione equivalesse ad ammettere che, come sostenuto dal Pubblico Ministero, la crisi economica sarebbe stata l’origine della chiusura dell’impianto V.T. perché sarebbe costato troppo risanarlo. Ma, come vedremo, così non è. Il Pubblico Ministero propone poi un ragionamento assolutamente non condivisibile. Sostiene il Pubblico Ministero che ci sarebbero meno parti offese Fra gli ex dipendenti Montefibre perché c’erano meno lavoratori esposti e comunque i lavoratori erano più giovani e che poi, essendo l’esposizione cessata nel 1977, Montefibe offrirebbe in qualche modo la prova che sospendere l’esposizione ha effetti benefici sulla salute, perché per i cancerogeni conterebbe l’esposizione cumulativa. Questo argomento però è del tutto fallace, perché sappiamo che nel caso del cloruro di vinile, e per questo rinvio alle relazioni mediche, l’esposizione che conta è l’esposizione elevata degli Anni Cinquanta e Sessanta e certamente un’esposizione ridotta sotto 1 PPM com’era quella dell’impianto V.T. già a partire dal 1975 non poteva causare alcuna patologia, se anche si fosse protratta. Ma vediamo di quali eventi sarebbe chiamato a rispondere Belloni. Il Pubblico Ministero ricorda i nominativi di alcune parti offese ex Montefibre. Ora, all’esito della requisitoria finale, ci sono in realtà solo sette parti lese che sono ex dipendenti Montefibre e per le ragioni esposte nella memoria, alle quali rinvio, nessuna di queste ha in realtà patologie riferibili all’esposizione e comunque, in alcuni casi, il periodo di potenziale esposizione non è riferibile al periodo di carica di Belloni. Quindi, in relazione alla contestazione di omicidio e lesioni colposi, mancano eventi che siano a lui potenzialmente riferibili. Rinvio alla memoria anche per una sintetica descrizione della situazione complessiva in cui si trovava ad operare Montefibre, una situazione di crisi economica, ma da questo non derivano affatto le conseguenze che cerca di ricavare il Pubblico Ministero. È vero che la crisi economica aveva generato un piano di ristrutturazione che prevedeva il taglio delle produzioni meno remunerative; in questo contesto va certamente inquadrato il problema del piccolo impianto V.T. dello stabilimento Montefibre di Porto Marghera. Era poco più che un impianto pilota, un impianto che era stato avviato in via sperimentale, per verificare le possibili caratteristiche applicative di un particolare tipo di fibra ignifuga, che però non ebbe successo sul mercato. Inoltre, proprio perché impianto piccolo, poco più che sperimentale, c’era un’elevatissima incidenza di costi e quindi questo impianto produceva perdite in misura pari al 20 o addirittura al 40% del fatturato. Però, con riferimento a questo impianto, bisogna distinguere molto chiaramente due piani che il Pubblico Ministero invece ha continuato a confondere, il piano delle risanamento ambientale e su questo piano sono stati adottati tutti gli interventi necessari per il risanamento dell’impianto, che fu completamente conseguito prima della chiusura dell’impianto e quando il dottor Belloni è stato nominato amministratore delegato nel dicembre del 1974, il risanamento ambientale degli impianti era già in fase avanzata di realizzazione e gli interventi furono del tutto ultimati durante il suo periodo di carica. Completamente distinto è il piano della convenienza economica a mantenere in vita l’impianto. Proprio per valutare questa convenienza, il dottor Belloni istituì un’apposita task-force, incaricandola di studiare sotto tutti i profili le possibili potenzialità e prospettive dell’impianto. Abbiamo quindi delle relazioni agli atti di questa task-force, che però vanno lette nella chiave giusta. Queste relazioni hanno lo scopo di studiare appunto le potenzialità dell’impianto e perciò contengono l’analisi di tutta una serie di ipotesi di eventuali ampliamenti produttivi, con annesse previsioni di costi ed investimenti, ma si tratta di previsioni puramente ipotetiche, mai realizzate, alle quali invece il Pubblico Ministero ha ripetutamente attinto per contestare degli aumenti di produzione che non ci sono mai stati o degli interventi che erano puramente ipotetici, perché legati ad eventuali ampliamenti produttivi che non ci sono mai stati. Infatti, le ipotesi di ampliamenti produttivi non sono state ritenute meritevoli di ulteriore sviluppo, perché, sulla base delle conclusioni di queste relazioni della task-force, la società ha concluso che mantenere in vita l’impianto non presentasse convenienza economica e infatti, nella relazione al bilancio 1977, vediamo che si dice: "Nel mese di aprile è cessata definitivamente la produzione di fibra vinilica a Porto Marghera, in quanto ritenuta economicamente non interessante anche per il futuro". Ma a quel punto l’impianto era già completamente risanato, come confermato da tutta una serie di fonti documentali richiamate nella relazione Pasquon e in parte allegate e richiamate nella nostra memoria e anche confermato dai testimoni che sono stati sentiti nel processo. Abbiamo per esempio Guermani che il 23 maggio 2000, alla precisa domanda: "Al momento della chiusura degli impianti quali risultati erano stati ottenuti sotto il profilo dell’igiene ambientale?", risponde: "C’era stata una continua riduzione della percentuale di monomero presente sia come punte e sia come dato medio, addirittura negli ultimi quattro – cinque mesi si arriva a livelli che consideravamo soddisfacenti. Addirittura – andando più avanti – negli ultimissimi mesi c’era una soglia di livelli quasi zero, mi pare, i dati mi pare che lo confermino sia come silling, sia come punte, sia come livello medio per turno di lavoro di otto ore, il TDA", "Che era di quanto?", "Che era di una parte per milione", quindi lo standard OSHA. In brevissimo, in due parole, le iniziative di risanamento prima dell’entrata in carica di Belloni partono in parallelo con Montedison, partono nel 1973, Montefibre aderisce agli obiettivi Montedison, c’è un pieno coinvolgimento anche qui di tutti i livelli tecnici. Vaglini il 12 luglio del 2000 dice: "Il caporeparto faceva una lista di lavori che veniva data dopo ai capiturno, che a sua volta ne parlavano con gli operativi, facevano le varie modifiche o decidevano quale lavoro secondo il reparto era più importante rispetto ad un altro" e lo stesso Vaglini afferma che gli interventi sono programmati nel corso di riunioni tra direzione e sindacato. Una conferma documentale la potete trovare nell’allegato 8 alla memoria di primo grado, che è un verbale di riunione del 5 marzo 1974 tra azienda e sindacati, che prevede anche una tempistica degli interventi impegnativa per l’azienda. Gli interventi seguono naturalmente le tre direttrici delle rilevazioni ambientali, modifiche alle procedure, risanamento degli impianti. Ci limitiamo a ricordare che, fin dal gennaio 1974, fu adottata una procedura che garantiva che la pulizia delle autoclavi fosse effettuata dall’esterno previa completa modifica e quando Belloni è nominato amministratore delegato, nel dicembre 1974, la media mensile rilevata con i pipettoni è già inferiore a 4 PPM in tutti i punti di rilevamento e la percentuale dei dati inferiori a 25 PPM è quasi ovunque del cento per cento. Anche a Montefibre rileviamo, poi, la perfetta continuità tra i dati rilevati con i pipettoni e quelli rilevati con i gascromatografi. Anche con riferimento a Montefibre è quindi smentito dai fatti il tentativo del Pubblico Ministero di attribuire il collo delle concentrazioni all’introduzione dei gascromatografi. I gascromatografi sono installati nel maggio e giugno del 1975, ma i dati di concentrazione rilevati dai pipettoni nei primi due mesi nei quali entrambi gli strumenti funzionano in parallelo, sono perfettamente sovrapponibili e per alcune posizioni lavorative inferiori ai dati dei gascromatografi. Rinviamo alla memoria e ai documenti richiamati. Per quanto riguarda l’impianto pilota, la sezione di polimerizzazione vinilica era stata fermata a fine 1973, quindi prima della nomina di Belloni. Dopo la nomina di Belloni, continuano gli interventi; molti di questi sono fatti durante le fermate e le fermate degli impianti sono di un anno e mezzo, sui due anni e mezzo di carica. L’impianto è fermo per quasi tutto il 1975 e a novembre del 1975 la media mensile è già inferiore a 1 PPM, quindi in anticipo su Montedison, anche perché ovviamente l’impianto era un impianto nuovo e più recente. Inoltre, la task-force istituita dal dottor Belloni svolge un ruolo attivo anche nel risanamento degli impianti. Infatti la task-force è stata dotata di ampi poteri di gestione, è in grado di by-passare grazie a questi poteri le procedure burocratiche e questo imprime un’ulteriore accelerazione degli interventi. Rimandiamo alle deposizioni di Guermani e Vaglini. Si ricorda, perché è significativo, che la task-force richiede un intervento che si rivela decisivo per abbattere anche le emissioni all’esterno, perché gli interventi della prima fase avevano molto ridotto l’emissione all’interno dei reparti, ma non avevano abbattuto le emissioni all’esterno. Invece, con l’introduzione del degasaggio sottovuoto ad alta temperatura, anche questo problema viene risolto e l’intervento viene adottato anche se comporta dei costi produttivi. L’intervento comportò un peggioramento della qualità del prodotto e suscitò degli obiezioni da parte del controllo qualità, ma ciò nonostante venne mantenuto dalla task-force. Vediamo cosa dice Guermani: "Per esempio, quando iniziamo a fare il degasaggio sottovuoto, che cosa accade? Accade che il polimero decade subito di tre o quattro punti di bianchezza e ovviamente il controllo di qualità interviene subito, perché nella struttura normale il controllo di qualità avrebbe bloccato questa situazione, ma noi come task-force abbiamo autonomia gestionale e ovviamente io mi sento con i miei colleghi e decidiamo di andare avanti lo stesso. Questo dava un peggioramento del colore di base della fibra di venti punti, però per noi erano prioritari altri discorsi. Decidiamo e non ci sono opposizioni da parte della direzione di stabilimento, la sede, nessuno". Per effetto di questo complesso di interventi, già nel novembre 1975 la media mensile è inferiore a 1 PPM e nei mesi che seguono c’è un progressivo calo delle concentrazioni, fino alla completa scomparsa delle punte, che erano comunque inferiori allo 0,5% già nel novembre 1975. L’impianto, poi, chiude definitivamente nell’aprile 1977. Quindi anche per Belloni chiedo la conferma, come per tutti gli altri imputati. Grazie. Scusi Presidente, deposito le note d’udienza con allegate le memorie del primo grado.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Bensa – Eccellenze della Corte, Presidente, prendo la parola in difesa di Gritti Bottacco. Non mi meraviglierei se i componenti di questo Collegio lì per lì dicessero: chi era costui? Perché in effetti, in effetti è una posizione di assoluta marginalità, lo è sia in riferimento alla pena richiesta dal Pubblico Ministero, e poi vedremo anche una bizzarria in questa materia, sia in riferimento alle cariche, ai tempi, alle funzioni e alle contestazioni che gli sono mosse. Presidente, il periodo, fissiamo il periodo di competenza di Gritti Bottacco e, voglio dire, richiamiamoci a tutto ciò che avete già sentito e che io non potrei ripetere né in modo eguale né in modo migliore anche pochi minuti fa da parte dell’Avvocato Pedrazzi, perché Bottacco, come voi potete ricostruire, precede immediatamente, per così dire, le cariche di Belloni di cui abbiamo appena parlato. Periodi di competenza, aprile 1972 – febbraio 1974, amministratore delegato, febbraio 1974 – giugno 1975 Presidente di Montefibre. Ecco, io spesso mi sono chiesto che senso poteva avere, che senso poteva avere una difesa del singolo imputato in un processo come questo, che come abbiamo sentito e io ho condiviso assolutamente questa impostazione, ve lo diceva il professor Padovani intervenendo in favore del responsabile civile, questo è un processo in cui il vero imputato è Montedison, forse anche qualche società collegata, ma il vero imputato è Montedison, al punto che non si vede né negli atti di primo grado, né negli atti di appello, in particolare nell’atto di impugnazione, Presidente, una sola critica di carattere personalizzato, di carattere specifico, così come impone il nostro Codice di rito, nei confronti di questo come di altri imputati, e un accenno lo ha fatto anche il difensore che mi ha preceduto. Proprio un inquadratura e un inquadramento molto rapido e sintetico e sommario. L’ho chiamato sempre e lo chiamo ancora un imputato dell’ultimo minuto, eccellenze della Corte, eravamo nel luglio del 1996, nel luglio del 1996 le indagini erano già esaurite e il dottor Gritti Bottacco viene chiamato dal Pubblico Ministero per un interrogatorio, era uno degli ultimissimi atti di questa istruttoria, insieme a Belloni peraltro, ci rechiamo dal Pubblico Ministero e voi lo vedete dagli atti l’interrogatorio di Gritti Bottacco, brevissimo, in cui si riassume la sua carriera ed il suo curriculum. Vi ricordo, ed è un fatto notorio, lo ha detto anche il Pubblico Ministero nella requisitoria, si tratta di un economista, è un economista, i famosi laureati dalla Bocconi degli anni credo Cinquanta o giù di lì, il quale rende il suo interrogatorio dicendo, in buona sostanza, ed è questo il punto che gli viene rimproverato dal Pubblico Ministero: nulla sapevo e nulla so oggi ancora del problema che voi ponete sul tappeto e che è l’oggetto della contestazione, chiamiamolo problema CVM. Questa risposta, che è l’unica che ha senso diciamo in questo processo, viene un po’ interpretata, lo vedremo tra qualche minuto, come una risposta da bella addormentata nel bosco, così sostiene il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, ma tant’è, stiamo a quel periodo, Presidente, e mi lasci dire, lasciateci dire che se dobbiamo qualificare quel periodo che interessa il dottor Gritti Bottacco e voi immaginate un signore che aveva intorno ai settant’anni quando è arrivato alla Procura di Repubblica di Venezia, oggi ne ha molti di più e in relazione alle date che voi vedete, si sente muovere delle contestazioni che risalgono a trent’anni prima o forse anche trentacinque anni prima e quindi ne prende atto, dicendo: non so bene di che cosa stiamo parlando. Come abbiamo qualificato, c’è una mia memoria in atti di primo grado e adesso la riassumo ancora brevemente questa breve difesa, come lo chiamiamo questo periodo, Presidente, per il quale, dico ancora oggi, il Gritti Bottacco non avrebbe neanche dovuto entrare in questo processo? Diceva il professor Padovani: il processo non avrebbe neanche dovuto iniziare, ma se dobbiamo parlare delle posizioni soggettive, dico non avrebbe proprio dovuto entrare, perché era il periodo, primi Anni Settanta, del dubbio, della sperimentazione; era il periodo delle perplessità, degli studi, delle ricerche; era il periodo nel quale, questo è ormai chiaro a tutti, non vi era certezza assoluta su alcuna delle conseguenze e delle nocività che poi sono state in qualche modo riconosciute a partire dalla metà del 1974 più o meno, secondo quello che abbiamo acquisito. Presidente, veramente mi astengo dal parlare della questione impiantistica e della questione relativa ai miglioramenti ed agli interventi operati da Montefibre, ne avete già sentite abbastanza su questo punto. È vero quello che diceva oggi la collega, vale a dire che Montefibre è comunque andata in parallelo con Montedison, anche per ragioni di struttura societaria ovvie ed intuitive; c’è in questo senso il riferimento che voi avete e che è la linea guida, diciamo, la linea guida su quello che interessa ai fini degli interventi attuati in materia di sicurezza e di igiene sul lavoro, è la relazione Pasquon, la più completa opera, il più completo documento che voi potete trovare in questi atti, che unitamente agli altri vi segna qual è la strada che è stata percorsa in quegli anni, ripeto, di incertezza, di ricerca, di dubbio e comunque e tuttavia, e comunque e tuttavia anni nel corso dei quali l’interesse di Montedison e di Montefibre, dico io, è stato assoluto e vigile, assoluto e vigile perché se una cosa deve essere negata dopo un’istruttoria dibattimentale durata anni, è che vi sia stata indifferenza al problema, Presidente. Questo veramente non lo si può dire, non lo si può dire per Montedison e a maggior ragione non lo si può dire per noi. Però, Presidente, andando a grandi passi, perché vorrei veramente essere rigoroso in ordine alla fase che qua ci interessa, che è la fase dell’appello, che è la fase dell’impugnazione, vi devo dire che ho temerariamente accennato, in questa breve memoria che adesso vi rassegno, anche ad un problema, chiedo scusa, può sembrare quasi ardita la richiesta di porre questo problema, quasi un problema di ammissibilità e di inammissibilità quindi, ovviamente, di un’impugnazione sia pure mastodontica dal punto di vista del numero delle pagine, nella quale, Presidente, mi lasci dire, non c’è una riga, una riga che ci faccia capire qual è la censura, qual è, per quale motivo insorge il Pubblico Ministero in relazione alla singola posizione, intendo dire, perché è ovvio che si è trattato di un lavoro rispettabilissimo e mastodontico, in relazione alle questioni di carattere generalissimo. Ma, vedete, un punto così vorrei rappresentarvi che forse parte da una concezione che ho elaborato, evidentemente, con lo studio di questi atti. Si potrebbe dire: ma, la sentenza tratta questioni di carattere generale, perché anche la sentenza devo dire parla poco di alcune posizioni, della mia credo che faccia un accenno in una pagina sì e no, quindi si potrebbe dire parallelamente il Pubblico Ministero, siccome l’assoluzione proviene come conseguenza diretta della impostazione di carattere generale, credo di dire una cosa ovvia, altrettanto il Pubblico Ministero può fare nel momento in cui muove una censura di carattere generalissimo, che implicitamente indicherebbe anche le censure per i singoli imputati. Ma così non è, Presidente, così non è anche dal punto di vista della logica processuale e dal punto di vista proprio della disciplina delle impugnazioni, perché una sentenza può trattare i problemi di carattere storico, scientifico e giuridico in ordine generalissimo e per conseguenza implicita, per esempio assolvere, come in questo caso. Una cosa è il motivo di impugnazione, ovviamente, perché il motivo d’impugnazione deve metterci in grado di cogliere per ogni imputato e per ogni posizione, per ogni situazione che il Pubblico Ministero censura, una via alla quale si possa replicare. Ecco, io non dico altro, ma alla quale si possa replicare. Non pretendo una specificità pignola, pretendo che il Pubblico Ministero ci indichi una via praticabile dal punto di vista della replica alle sue argomentazioni e ci lasci dire, Presidente, che questa replica non c’è. Brevissimamente, l’atto di impugnazione, che definisco un’opera impegnativissima, ovviamente, è stata una sentenza che credo da un punto di vista storico, della giurisprudenza del nostro paese, sia un’opera rara, l’atto di imputazione cita due volte ed è testuale, se sbaglio, sbaglio proprio per distrazione, l’assistito che qui difendo, a pagina 1460 dell’atto d’appello e a pagina 1490. Sono le due pagine nelle quali voi vedrete il nome del dottor Gritti Bottacco. Nella prima, nel primo passo, diciamo così, egli viene citato tra i tanti, perché il Pubblico Ministero dice, è quasi testuale, lamenta una dimenticanza, credo che dica contraddittoria, l’aggettivo è questo, contraddittoria, ho preparato anche il passo da leggere ma non lo faccio per mantenere la promessa iniziale, da dimenticanza che coinvolgerebbe alcuni dirigenti, alcuni dirigenti Montedison e Montefibre. Parlando di dimenticanza contraddittoria, francamente non dice nulla, nel senso che non coglie, crediamo che sia apodittica questa affermazione, perché non coglie il significato la struttura intrinseca della sentenza, che è, come dicevo, trattare le problematiche di carattere generale per poi, implicitamente, andare alle conclusioni. C’è un altro passo, a pagina 1490, in cui francamente non si sa neanche bene che cosa dire da parte nostra, perché il Pubblico Ministero cita il dottor Gritti Bottacco, come del resto il dottor Belloni e credo solo a questi due si riferisce, perché se ricordo bene avevo preparato ripeto la lettura, ma non la faccio, se ricordo bene il Pubblico Ministero dice: vi sono alla fine, li tratta entrambi per ultimi, così come per ultimi sono stati interrogati, così come per ultimi devono essere trattati in questa magmatica materia presentata al Tribunale e oggi alla Corte d’Appello, dice: vi sono poi questi due, Tizio e Caio, Gritti Bottacco e Belloni, i cui periodi di competenza sono, due punti, e cita le date che già vi ho detto all’inizio. Punto e basta. Io dico che facciamo fatica, dico che facciamo fatica a rispondere a questo tipo di impugnazione, a questo tipo di impugnazione e allora tornando brevissimamente, ancora una volta, vedete che cerco di parlare più velocemente possibile, alle questioni di merito che in primo grado erano state trattate, Presidente, io vi chiedo di andare, e anche qua eviterò di leggere, di andare a quell’udienza in cui è sorto questo brevissimo incidente, incidente per modo di dire, ovviamente, in cui il nome di Gritti Bottacco è emerso in modo un po’ più, come dire, vivace che non in tutto l’arco di questo procedimento: udienza 12 luglio 2000, esame Vaglini, esame Vaglini. Io ve la indico, la indico anche nella memoria e vedrete voi. C’è stato un incidente quasi singolare, perché il nome di Gritti Bottacco emerge laddove né un documento del Pubblico Ministero né una sua domanda vengono ammessi. C’è un intervento del Presidente di primo grado, il quale in qualche modo censura l’intenzione del Pubblico Ministero di produrre una certa lettera, vado a memoria, sarebbe più cura, come dire, sarei più rigoroso se leggessi, ma non leggo, vado a memoria, una certa lettera nella quale viene rappresentato un incontro tra il Presidente Gritti Bottacco e il dirigente di stabilimento in ordine a questioni finanziarie, a questioni diciamo di problematiche finanziarie. Il Presidente, il Presidente, è lui che interviene, dice: questo non ci interessa, perché questa lettera… ho capito che cosa vorrebbe dire il Pubblico Ministero, perché parlerebbe di una sorta di taglio finanziario, di tagli finanziari da parte dello stabilimento, dice il Presidente: non mi interessa, la replica, ed è qui, e qui abbiamo capito in quel momento, Consiglieri e Presidente, qual era lo spirito e la filosofia, diciamo così, dell’accusa in relazione a questo imputato, la risposta è stata, la leggete testualmente: no, ma io non volevo produrla per quella ragione lì, cioè per far vedere che c’erano stati dei tagli di carattere finanziario per cui si poteva dire che, insomma, Montefibre non provvedeva anche agli interventi che avrebbe dovuto attuare, bensì per dimostrare una contiguità tra il mega Presidente che sta lassù e le problematiche di stabilimento, tal che egli non poteva non sapere. Questo è stato l’incidentino, chiamiamolo così, emerso nel dibattimento di primo grado. Nella requisitoria, nella requisitoria che tra l’altro non avrebbe rilevanza ai fini della chiamiamola validità dell’impugnazione, perché nella requisitoria si può dire quello che si vuole, ma il devolutum è già fissato, nella requisitoria ancora riemerge questo tipo di filosofia, perché, lo dico per la seconda volta e poi chiudo, con questa trattazione il Pubblico Ministero ancora lamenta che Gritti Bottacco avrebbe fatto la parte della bella addormentata nel bosco perché non sapeva quello che secondo il Pubblico Ministero aveva voluto dire. Direi che questo è il tema e direi che posso chiudere, Presidente. Io credo che l’unica cosa che vi devo ancora rappresentare è la bizzarria finale, lasciatemelo dire, perché è anche un po’, come dire, c’è anche un po’ di ironia, ma il dottor Casson è persona che ha dell’ironia, quando fa richiesta delle pene, quando fa la richiesta delle pene, ma molte volte questi errori o comunque queste, come dire, queste dimenticanze ce le abbiamo tutti, il dottor Casson dice testualmente: attenzione, non si possono concedere le attenuanti generiche perché sono fatti gravi, brutti, cattivi, etc. etc., la pena è quella del 437 secondo comma da tre a dieci anni, punto. Prima frase. Seconda frase: richiesta di pene e proprio per i nostri due assistiti, Gritti Bottacco e Belloni, chiede anni due. Quindi la premessa che era di pochi secondi prima, che guai a dare le generiche, si parte da tre anni, viene in qualche modo poi contraddetta da questa richiesta, che peraltro è una richiesta diversa da quella del primo grado e non ci sarebbe motivo, credo, di buttare là richieste diverse nell’appello e nel primo grado quando si coltiva una tale impugnazione, lasciatemi dire che è un po’ irrazionale ed è il segno insomma della difficoltà di trovare un qualche argomento di accusa. Presidente, io mi congedo così. Un’ultimissima battuta. Sulle aule, negli atri dei Tribunali, almeno a Milano, ma l’ho visto anche fuori, non so a Venezia, c’è una bellissima vignetta, che credo l’Associazione Nazionale Magistrati abbia appeso, lo dico in riferimento al fatto di questo processo, ma non ripeto quello che hanno già detto, è un processo che ovviamente ha avuto tutta questa sua eco e questo interesse popolare, tra virgolette, della stampa, dei mass-media etc., c’è questa vignetta che vede due interlocutori che parlano, il primo dice: "I Magistrati sono sottoposti soltanto alla legge", il secondo dice: "Arroganti forte", ed è una vignetta che è molto divertente e molto spiritosa e io credo che voi siate proprio, come dice appunto questa vignetta, sottoposti soltanto alla legge e che essendo sottoposti soltanto alla legge e a nessun’altra componente, che è pure emersa in questa vicenda processuale, non dobbiate che confermare la sentenza di primo grado. Grazie.

 

SI SOSPENDE ALLE ORE 13.50.

SI RIPRENDE ALLE ORE 15.15.

 

PRESIDENTE – Prego Avvocato.

 

DIFESA – Avv. Bignola – Prenderò le conclusioni necessaria nome del co-difensore Avvocato Bana, per le posizioni del dottor Lupo e dell’ingegner Gatti. Tratterò anzitutto la posizione del dottor Lupo, iniziando, come potete osservare sulla slide che viene proiettata, da una panoramica d’insieme delle qualifiche che il dottor Lupo ha rivestito all’interno di Montedison. Il dottor Lupo è stato in un primo periodo, che va dal gennaio 1972 al 30 luglio del 1974, responsabile della funzione coordinamento e studi, che era una funzione, o meglio una sottofunzione, inserita nell’ambito della più vasta funzione di staff a Presidente della società, denominata "personale e lavoro". Vi è quindi un secondo periodo di carica del dottor Lupo, che va dal 30 luglio 1974 al 23 marzo del 1977, nell’ambito del quale il dottor Lupo ha rivestito la qualifica di responsabile della funzione "personale e lavoro", vi è un terzo periodo di carica del dottor Lupo che va dal 23 marzo 1977 al 19 aprile 1977, nell’ambito del quale il dottor Lupo ha rivestito la qualifica di responsabile della funzione "personale e organizzazione" e vi è infine, signori della Corte, un ultimo periodo di carica che va dal 19 aprile 1977 al 15 dicembre 1978, nell’ambito del quale il dottor Lupo ha rivestito la qualifica di amministratore delegato, con delega per il personale e per l’organizzazione. Iniziando a trattare del primo periodo, e cioè quello che vede il dottor Lupo come responsabile di una sottofunzione, e vedremo poi quale, all’interno della funzione "personale e lavoro", io vorrei illustrare, signori della Corte, in via generale, quali erano le funzioni e i compiti svolti dalla funzione aziendale di "personale e lavoro". Sarò necessariamente sintetico, perché produrrò al termine di questo mio intervento delle memorie, che sono riassuntive di quelle che già avevo depositato in primo grado, che chiaramente evidenziano quali sono i compiti attribuiti a questo settore. Io penso, tuttavia, che uno sguardo d’insieme noi possiamolo averlo analizzando l’ordine di servizio numero 188 del 22 febbraio 1972, dal quale si vede che la funzione "personale e lavoro" è una funzione molto complessa, a capo della quale vi è un responsabile e composta, come si può evincere dall’inizio del foglio secondo, da più sottofunzioni che sono "coordinamento e studi", "dirigenti e consulenti", "personale", "relazioni sindacali", "previdenza sociale" e "medicina ed igiene del lavoro". È una funzione di staff, questo significa che non ha dei poteri operativi e non ha dei poteri decisionali di linea; serve solamente a svolgere attività di consulenza nei vari settori attinenti al personale e lavoro, a coloro che devono poi operare le scelte della linea. Abbiamo detto che il dottor Lupo non diviene subito il responsabile della funzione "personale e lavoro". Vi è infatti un primo periodo, che è il periodo che va dal gennaio 1972 al 30 luglio del 1974, durante il quale il dottor Lupo riveste semplicemente la qualità di responsabile di una delle sottofunzioni da cui è composto "personale e lavoro", più precisamente il dottor Lupo è responsabile della sottofunzione "coordinamento e studi". Quali siano i compiti che spettano al dottor Lupo in questo primo periodo che va, come detto, dal febbraio 1972 all’agosto del 1974, si evince chiaramente sempre dall’ordine di servizio numero 188. Il dottor Lupo in questa prima fase aveva il compito di assistere la posizione superiore nell’indirizzare e coordinare le politiche di gruppo nei vari campi di competenza di "personale e lavoro" e nell’assicurare il rispetto delle conseguenti direttive, di assistere la direzione superiore nel coordinamento delle funzioni di "personale e lavoro", di promuovere e condurre studi e ricerche di carattere giuridico nel campo del lavoro e della previdenza sociale, nonché studi attinenti alla sociologia del lavoro, elaborare pubblicazioni periodiche, saggi e monografie riguardanti la materia, impostare con affari legali la linea di condotta aziendale nelle controversie legali nel campo del lavoro e della previdenza sociale. Era quindi, sostanzialmente, una funzione, una sottofunzione che prevedeva dei compiti di assistenza e dei compiti di studio nelle materie giuridiche e del lavoro, e che si trattasse di una posizione di mera assistenza alla posizione principale noi lo ricaviamo dall’organigramma allegato all’ordine di servizio 188 del 1972. Faccio presente alla Corte che tutta la documentazione che sto ora illustrando è allegata alla memoria che io depositerò, in quanto già allegata alla memoria che avevo depositato in primo grado. È tutta documentazione acquisita agli atti. La freccia indica la posizione che il dottor Lupo riveste, ha rivestito in questo periodo nell’ambito della funzione "personale e lavoro". È una funzione di staff al responsabile di un’altra funzione, di una funzione che a sua volta è anch’essa di staff e quindi è semplicemente una funzione di assistenza al responsabile. Ma quello che io vorrei evidenziare alla Corte e che risulta chiaramente da questo organigramma, è che una delle funzioni, delle sottofunzioni di "personale e lavoro", e cioè "medicina del lavoro", della quale era responsabile il dottor Bartalini, non dipende in questo primo periodo dal dottor Lupo, ma dipende, come chiaramente si evince dall’organigramma, dal precedente responsabile della funzione "personale e lavoro" e cioè dall’Avvocato Guccione. L’Avvocato Guccione, l’Avvocato Guccione non è mai stato imputato in questo procedimento, il Pubblico Ministero ha detto perché era morto, io mi permetto di correggere questa affermazione del Pubblico Ministero, perché l’Avvocato Guccione è morto nel gennaio del 1998, quindi dopo che era stata celebrata l’udienza preliminare, ma io mi permetto di dire che giustamente il Pubblico Ministero non ha mai imputato l’Avvocato Guccione, perché l’Avvocato Guccione non aveva nessuna posizione di responsabilità e di garanzia in materia di sicurezza e di igiene sul lavoro e non doveva quindi essere imputato nell’ambito di questo procedimento penale. Mi sia consentito di osservare che, se l’Avvocato Guccione, come giustamente è stato riconosciuto dal Pubblico Ministero, non aveva delle responsabilità in questo procedimento, a maggior ragione si deve escludere che avesse delle responsabilità, in questo periodo che va dal 1972 al 1974, il dottor Lupo che, come visto, non era altro che un assistente in posizione di staff dell’Avvocato Guccione. Ma perché, signori della Corte, la funzione "personale e lavoro" non aveva responsabilità in materia di prevenzione e di sicurezza del lavoro e perché non è mai stato imputato l’Avvocato Guccione? Ma questo risulta chiaramente dalle dichiarazioni, dalla deposizione testimoniale dell’Avvocato Guccione del 24 novembre 1995, in cui quest’ultimo ha chiarito quali erano le funzioni del "personale e lavoro"; erano semplicemente delle funzioni di staff, che non comportavano alcuna ingerenza ed alcuna scelta ed alcun controllo, in quelle che erano le materie di specifica competenza della linea. Per quanto riguarda poi il servizio di "medicina ed igiene del lavoro", che come abbiamo visto in questa prima fase dipendeva dall’Avvocato Guccione, l’Avvocato Guccione ha chiaramente spiegato che il servizio sanitario è una funzione di staff, che rientrava organicamente nella direzione del personale di cui era responsabile: "Non essendo un medico, non entravo nei problemi specifici sanitari. Il dottor Bartalini come suo superiore referente diretto aveva me. Peraltro il dottor Bartalini, per le questioni più importanti, aveva rapporti diretti anche con il Presidente del Consiglio di amministrazione e con l’amministratore delegato". Giustamente, quindi, torno ancora una volta a ripetere, il Pubblico Ministero ha riconosciuto l’estraneità dell’Avvocato Guccione ai presenti addebiti, perché non aveva competenze in materia di "medicina ed igiene del lavoro", che spettavano invece ad una funzione, ad una sottofunzione specializzata. Nel luglio del 1974, inizia il secondo periodo di carica del dottor Lupo. Il dottor Lupo viene ad assumere quella che in precedenza era la posizione dell’Avvocato Guccione e cioè di responsabile del servizio "personale e lavoro", ma contemporaneamente a questa, all’assunzione da parte del dottor Lupo della qualifica di responsabile della funzione "personale e lavoro", avviene un mutamento strutturale di notevole importanza ai fini del presente procedimento nell’ambito della funzione "personale e lavoro". Questo mutamento è chiaramente illustrato dall’ordine di servizio 671 del 30 luglio 1974. La sottofunzione "medicina del lavoro", che fino a quel momento era inquadrata nella funzione "personale e lavoro", viene trasferita, con decorrenza 30 luglio 1974 e cioè, signori della Corte, nello stesso momento in cui il dottor Lupo assume la qualifica di responsabile della funzione "personale e lavoro", la funzione "medicina ed igiene del lavoro", dicevo, viene trasferita nell’ambito di un’altra funzione distinta rispetto al "personale e lavoro" e cioè "coordinamento e controllo gestione". Questo risulta chiaramente dall’organigramma allegato all’ordine di servizio numero 671, come chiaramente evidenziato dalla freccia, la funzione "medicina ed igiene del lavoro" non appartiene più alla funzione di cui era responsabile il dottor Lupo, ma viene trasferita ad altra funzione e cioè "coordinamento e controllo dei sistemi organizzativi". Cosa significa questo, per quanto attiene alla posizione del dottor Lupo? Significa che in questo secondo periodo, nel quale il dottor Lupo, come detto, assume la direzione del servizio, la funzione del "personale e lavoro", non ha più, non ha più alle proprie dipendenze la funzione "medicina ed igiene del lavoro". Quindi possiamo tranquillamente dire, perché questo è un dato documentale che risulta dagli ordini di servizio, che il dottor Lupo non ha mai avuto alle proprie dipendenze il professor Bartalini e quindi la funzione "medicina ed igiene del lavoro", fino al 1977. Per quanto riguarda il primo periodo, non l’ha avuta perché, come visto, non era lui il responsabile della funzione "personale e lavoro"; per quanto riguarda il secondo periodo di carica, non ha avuto al di sotto la funzione "medicina ed igiene del lavoro", in quanto egli, dottor Lupo… in quanto, scusate, la funzione "medicina ed igiene del lavoro" è stata trasferita ad altra funzione diversa da "personale e lavoro". Inquadrati quindi questi due primi periodi di carica del dottor Lupo, dobbiamo andare a vedere, soprattutto per quanto riguarda il periodo di carica dal 1972 al 1974, quali erano i compiti del dottor Lupo, l’abbiamo già visto, quando abbiamo analizzato in linea generale i compiti della funzione "personale e lavoro" e come il dottor Lupo abbia adempiuto a questi compiti e se siano ravvisabili, nelle condotte del dottor Lupo, elementi di colpa in relazione alle contestazioni contenute nel capo d’imputazione. Il dottor Lupo aveva una funzione, come visto, di coordinamento di carattere generale. Il suo compito era quello di accertarsi che gli organi di linea operassero, era quello di accertarsi che fossero coordinati con lui e con le altre funzioni degli organi di linea e che questi si attivassero per affrontare le problematiche di loro esclusiva competenza e cosa hanno fatto e cosa hanno attuato gli organi di linea negli anni dal 1972 al 1974? Io mi limito a richiamare, sia pure molto sommariamente e per temi generali, quelle che sono state le principali iniziative assunte dagli organi di linea nel periodo di carica del dottor Lupo dal 1972 al 1974 e poi quelle successive, ovviamente, dal 1974 al 1976. Signori della Corte, è pacifico che è proprio in questo periodo che Montedison, con una certa… anticipando quelle che saranno poi i risultati a cui perverranno gli scienziati negli anni successivi, aveva già affrontato il problema dei possibili effetti del CVM, commissionando la nota indagine al professor Maltoni. Abbiamo detto come in questi anni, l’ha spiegato chiaramente l’Avvocato Baccaredda e lo ripeto io adesso, richiamando ovviamente tutte le considerazioni dell’Avvocato Baccaredda, come in questi anni siano stati attuati imponenti interventi impiantistici che hanno permesso di ridurre in un brevissimo arco di tempo le concentrazioni del CVM al di sotto dei limiti di soglia. È proprio di questo periodo, peraltro, l’ha ricordato l’Avvocato Pedrazzi questa mattina, la riunione tenutasi a Brindisi il 9 di ottobre del 1974, nella quale si dava atto anzitutto di una serie di riunioni che già si erano svolte tra gli organi tecnici nella seconda metà del 1973, ma soprattutto si pianificava l’attività successiva. Ci sono poi tutti gli interventi impiantistici attuati successivamente allo scoppio del cosiddetto caso Gudric. Quindi il dottor Lupo, che non aveva alcuna competenza nelle scelte decisionali e che non aveva ovviamente alcuna ingerenza e neppure alcuna capacità tecnica per valutare le scelte gestionali che venivano operate dagli organi di linea, che cosa avrebbe dovuto fare di più di quello che ha fatto nella sua qualità di responsabile di una funzione di staff, che verificare che gli organi di linea effettivamente adempivano? Non era compito del dottor Lupo, invece, intervenire e sindacare le scelte tecniche di questi organi di linea, scelte che peraltro l’istruttoria dibattimentale di primo grado ha dimostrato essere state assolutamente corrette e rispettose della normativa antinfortunistica. Quindi tre sono principalmente le ragioni per cui in questo primo periodo di tempo, in questi primi due periodi di carica del dottor Lupo, non è possibile rinvenire alcun elemento di colpa a suo carico, primo perché non rivestiva una posizione di garanzia in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, non la rivestiva, non l’ha rivestita nel periodo dal 1972 al 1974, periodo nel quale come detto la sottofunzione di medicina del lavoro non era più all’interno del servizio; non l’ha rivestita nel periodo anteriore, dal 1972 al 1974, in quanto, come detto, non era il responsabile, ma era semplicemente un consulente del responsabile. Peraltro, mi sia consentito di ricordare in questo periodo alcuni passaggi della requisitoria del Pubblico Ministero e alcune problematiche che sono state citate più volte nella requisitoria, che riguardano strettamente gli aspetti di competenza del dottor Lupo. C’erano, c’era una contrattazione collettiva in questo periodo, che era quella che più direttamente interessava il dottor Lupo, in quanto tra le sue funzioni abitavano anche le funzioni di tenere i rapporti con le associazioni sindacali, che prevedevano dei livelli di esposizione considerevolmente più alti e più elevati rispetto a quelli che è stato accertato essere stati presenti in Montedison in questo periodo. Mi sia consentito di citare, ad esempio, il contratto collettivo del 31 ottobre 1972. Il contratto collettivo del 31 ottobre del 1972 non conteneva alcuna indicazione di valori adottati, conteneva una semplice indicazione di valori proposti e questa indicazione era di 200 PPM. Se si vuole proprio dire e dare un’indicazione invece del valore adottato, bisogna rifarsi al precedente contratto del 1969, che prevedeva 500 PPM. Abbiamo poi un contratto collettivo in data 17 aprile 1976, il quale adotta il valore di 200 PPM. Abbiamo poi un contratto successivo, che è quello del 1979, nel quale finalmente si arriva poi ad una riduzione dei valori definitivi delle concentrazioni in 5 PPM di TLV-TDA. Si tratta tutti di dati che sono indicati nella memoria prodotta in primo grado. Ora, se si fa un raffronto con questi dati previsti nella contrattazione collettiva con quella che era la normativa internazionale, ma soprattutto con quella che era la concentrazione di CVM rilevata in questi anni nell’ambito dello stabilimento di Porto Marghera di Montedison, si avrà modo di osservare che i valori riscontrati negli stabilimenti erano considerevolmente inferiori a quelli della contrattazione collettiva. Io li ho riportati tutti a pagina 19 e seguenti della memoria prodotta in primo grado, sono valori abbondantemente inferiori ai 50 PPM e che diventano poi e si riducono notevolmente, 50 PPM nel 1972 e 1974, che si riducono notevolmente negli anni successivi. Quindi il dottor Lupo, alla luce di questa riscontrata situazione degli impianti di Montedison e alla luce di quelli che erano i limiti previsti dalla contrattazione collettiva, che cosa avrebbe dovuto fare nella sua posizione di responsabile della funzione "personale e lavoro"? Esattamente nulla più di quello che ha fatto e cioè continuare ad accertarsi che gli organi di linea svolgessero le loro funzioni. È sempre di questo periodo, peraltro, la famosa problematica del mac zero. Io ritengo di dovermi soffermare solo un attimo su questa problematica, perché le dichiarazioni dei testi Francini e Tettamanti in primo grado, dichiarazioni rese rispettivamente all’udienza del 16 gennaio 2000 e del 23 giugno 2000, sono chiarissime e hanno permesso, una volta per tutte, di evidenziare in realtà che cos’era questa problematica. Mac zero, dice il teste Francini all’udienza del 16 giugno, fu il tentativo di sintetizzare in una frase sola una serie di concetti diversi e questo ha portato a tutta una serie di equivoci. Nacque questo equivoco perché la prima riunione al Congresso di Firenze del 1974 ci fu proposto da uno degli organizzatori che il mac socialmente accettabile… noi rifiutammo questo concetto e gli contrapponemmo un ragionamento che poi fu di sintetizzare il mac zero. Qual era il concetto? Il mac voleva dire accettare un livello di soglia determinabile, valutando chi si era già ammalato. Chiedevamo che ci si assestasse sul valore tecnicamente perseguibile con gli strumenti analitici che anche in quel momento rivelavano solo fino a 1 PPM. Qualche mese dopo, qualche anno dopo, sarebbero andati più in basso, ma questo non ci interessava. Cosa vuol dire zero? Sul piano matematico vuol dire che una cosa non c’è, non esiste e quindi è zero. Se l’impianto non c’è, in questo senso, in questo senso fisico, zero vuol dire, bisogna dire: zero virgola e quanti zeri. "Sostanzialmente – come risulta poi dalle dichiarazioni del teste Tettamanti, udienza 23 giugno 2000, foglio 122 – mac zero non corrispondeva ad una richiesta realistica da parte delle associazioni sindacali, era una mera petizione di principio, che non è stata peraltro mai recepita nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale; si trattava di semplici richieste di principio, tendenti ad una riduzione dei valori del CVM, ma che non hanno poi mai avuto sbocco nella piattaforma nazionale". Io richiamo sul punto le pagine 24 e 25 della mia memoria in primo grado, nelle quali si è chiaramente evidenziato come questa richiesta sia rimasta a livello di associazioni territoriali e non sia mai stata recepita, proprio perché non si trattava di una richiesta realistica, nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale. Quindi anche in questo punto del mac zero, su cui pure il Pubblico Ministero ha insistito tanto, rappresenta un’argomentazione assolutamente inidonea a ravvisare qualsiasi profilo di responsabilità. Passo brevemente a trattare del terzo e del quarto periodo di carica del dottor Lupo. Il terzo periodo è quello che inizia il 28 di marzo del 1977 e che si protrae per un arco brevissimo di tempo, in quanto va fino al 19 aprile 1977, in questo periodo vengono accorpate le funzioni "personale e lavoro" e "coordinamento e controllo sistemi organizzativi", come chiaramente risulta dall’ordine di servizio numero 1306 e il dottor Lupo viene posto a capo di questo servizio. In questo periodo, la sottofunzione "medicina ed igiene del lavoro" viene nuovamente riportata nell’ambito di questa nuova funzione "coordinamento personale e organizzazione". Questo periodo è un periodo brevissimo, in quanto nemmeno un mese dopo abbiamo una completa ristrutturazione del Gruppo Montedison, ristrutturazione che avviene per effetto dell’ordine di servizio numero 1333 del 19 aprile 1977. Questa ristrutturazione, della quale parleremo più a lungo quando tratterò la posizione successiva dell’ingegner Gatti, prevede la creazione di due Vice Presidenze, che sono in realtà i centri operativi di Montedison, e di cinque amministratori delegati. Il dottor Lupo viene nominato amministratore delegato con competenza per il personale e per la organizzazione. Peraltro, se andiamo ad analizzare i compiti svolti dal dottor Lupo in questo terzo e in questo quarto periodo, vediamo che non sono sostanzialmente dissimili da quelli svolti nel periodo precedente. L’unica differenza rispetto ai compiti finora esaminati è proprio data dal fatto che la sottofunzione di "medicina ed igiene del lavoro" viene posta, da questa data in poi, al di sotto del dottor Lupo. È un periodo questo, però, signori della Corte, in cui la problematica del CVM è già stata ampiamente risolta, in quanto sono stati attuati dai competenti organi di linea di Montedison tutti i necessari interventi per la riduzione delle concentrazioni di CVM, per cui il dottor Lupo, allorché si trova ad operare nell’ambito di queste due nuove qualifiche, si trova una problematica completamente risolta. Gli interventi attuati in questo periodo e le riduzioni della concentrazione di CVM, che si sono ottenute grazie a questi interventi, sono state ampiamente analizzate da parte dei colleghi difensori e alle loro osservazioni integralmente mi richiamo. In conclusione, nessun elemento di responsabilità può ravvisarsi in capo al dottor Lupo per quanto attiene agli episodi oggetto di contestazione. Osservo, peraltro, che il dottor Lupo è imputato solamente del capo 1 di imputazione, quindi quello relativo alle malattie professionali. Mi sia consentito, da ultimo, un accenno alla requisitoria del Pubblico Ministero, requisitoria che per la verità, per quanto attiene alla posizione del dottor Lupo, è estremamente scarna, perché il Pubblico Ministero non fa altro che citare alcuni passaggi dell’interrogatorio del dottor Lupo e non fa altro che ricitare due documenti, sui quali peraltro ci si era già intrattenuti parecchio in primo grado, a dimostrazione, vorrebbe il Pubblico Ministero, di un coinvolgimento del dottor Lupo in problemi di natura squisitamente tecnica. Io, per non tediare eccessivamente la Corte, mi limito semplicemente ad illustrare uno di questi due documenti, il verbale della riunione dell’11 marzo 1974, che il Pubblico Ministero ha indicato appunto come una prova del coinvolgimento del dottor Lupo in questioni di carattere tecnico. Ma la risposta del perché il dottor Lupo abbia partecipato a questa riunione è molto semplice. Il dottor Lupo ha partecipato a questa riunione come assistente dell’Avvocato Guccione e insieme all’Avvocato Guccione ed insieme peraltro ad un altro esponente della funzione "personale e lavoro", e cioè il dottor (Lisciandano), perché si trattava di una riunione nella quale venivano trattati problemi occupazionali. Era quindi più che naturale, più che fisiologico, che fossero chiamati ad intervenire il responsabile della funzione "personale e lavoro", Avvocato Guccione e i suoi assistenti. Scoviamo questo verbale, per vedere di che cosa si è trattato. Paragrafo 1, obiettivi sociali dei programmi, punto G) del paragrafo 1: occupazione, incremento dell’occupazione nel Mezzogiorno attraverso la realizzazione di programmi di sviluppo, garanzia degli attuali livelli occupazionali complessivi etc. etc. Andiamo avanti, punto secondo: investimenti e occupazione. Andiamo avanti, sempre a scorrere le pagine di questo verbale e vediamo che in ognuna di queste pagine sono trattati problemi occupazionali. Foglio 6: garanzie occupazionali. "Montedison garantisce che i processi di ristrutturazione e di ammodernamenti delle attività produttive saranno attuati nella salvaguardia degli attuali livelli occupazionali complessivi e delle singole zone, la salvaguardia dei livelli occupazionali è garantita" etc. etc. È quindi pacifico, e non mi dilungo oltre su questo punto, che quelli che secondo il Pubblico Ministero dovrebbero costituire la prova di un coinvolgimento del dottor Lupo in scelte tecniche che invece, noi riteniamo, spettavano esclusivamente al personale di linea, sono invece e costituiscono un’ulteriore conferma del fatto che il dottor Lupo era completamente estraneo a queste scelte e che, se è intervenuto in alcune riunioni, nelle quali peraltro non venivano decisi gli investimenti e soprattutto i profili tecnici degli investimenti, è intervenuto nell’ambito del suo ruolo istituzionale di funzionario della funzione "personale e lavoro". Io chiedo, quindi, l’integrale conferma della sentenza di primo grado e l’assoluzione del dottor Lupo, non essendo ravvisabile in capo al medesimo nessun elemento di responsabilità in ordine ai fatti di causa. Passo ora a trattare della seconda posizione e della seconda persona da me assistita, che è l’ingegner Gatti. L’ingegner Gatti ha rivestito anche lui diverse qualifiche nell’ambito di Montedison e io vi sottopongo la panoramica generale. L’ingegner Gatti, dal 18 maggio 1971 al 15 ottobre 1971 è stato Vice Capo della divisione petrolchimica, dal 15 ottobre 1971 al 5 gennaio 1973 è stato Direttore Generale della divisione petrolchimica, dal 19 aprile 1977 al 31 luglio 1981 è stato Amministratore Delegato di Montedison con delega per il coordinamento della gestione chimica. La vicenda lavorativa dell’ingegner Gatti presso Montedison può essere suddivisa in due periodi: il periodo anteriore, il periodo che va dal 18 maggio 1971 fino alla fine del 1972 e il periodo che va dall’aprile del 1977 sino al 31 luglio del 1981. Dal 5 gennaio del 1973 fino al 19 aprile del 1977, l’ingegner Gatti non è stato in Montedison, tanto che è questo un periodo assolutamente estraneo alla contestazione, in quanto ha operato presso un’altra società del gruppo. Questo primo periodo, che abbiamo detto, l’ingegner Gatti riveste due distinte qualifiche, quella di Vice Direttore della divisione petrolchimica, qualifica conferitagli con l’ordine di servizio numero 37 del 18 marzo 1971 e quella di Direttore Generale della divisione petrolchimica, qualifica che gli è stata conferita con l’ordine di servizio 69 del 15 ottobre del 1971. Questo periodo ha termine, come dicevo, con l’ordine di servizio numero 358 del 5 gennaio 1973, con il quale l’ingegner Gatti, con il quale viene comunicato che l’ingegner Gatti lascia l’incarico di Direttore Generale della divisione petrolchimica. È molto importante sottolineare la data in cui l’ingegner Gatti lascia la Montedison, perché è pacificamente una data, 5 gennaio del 1973, ma possiamo tranquillamente dire che il suo periodo lavorativo, viste le festività natalizie, termina nel dicembre del 1972, perché dicevo è una data nella quale è pacifico che la comunità scientifica non conosceva ancora gli effetti reali, i reali effetti del CVM sull’uomo. Io non sto ovviamente a ripercorrere tutti questi temi della conoscenza scientifica, che sono già stati sviluppati ed illustrati diffusamente dai miei colleghi difensori, io mi limito semplicemente a richiamare un commento del professor Maltoni a quelli che sono stati i primi risultati della sua indagine scientifica, che sono stati resi noti nell’ottobre del 1972. È un commento molto significativo, perché lo stesso autore delle indagini interpreta quelli che sono i risultati in quel momento, ottobre 1972, delle sue indagini e il valore scientifico di tali indagini. È una domanda che gli viene rivolta dall’Avvocato dello Stato, nel corso dell’udienza dell’11 aprile 2000. Allora, viene chiesto al professor Maltoni allora, e cioè dopo l’inoltro dei dati dell’ottobre 1972: "Non ci fu una discussione sulle implicazioni e del tipo di prevenzione di questi dati?", "No, risponde il professor Maltoni, perché era la prima. Nella prassi non si fa neanche oggi, trent’anni dopo, voglio dire". "Lei pensa allora un ricercatore sperimentale viene a dire: io vedo questi tumori sperimentali, che si possa già allora parlare di misure di prevenzione?", "Si doveva dire: è o non è cancerogeno, intanto, la documentazione è solida o non è solida abbastanza? Finiamo alla fine dell’esperimento, vediamo cosa fa anche 50 parti per milione e poi se ne parlerà. Questa è la logica dei fatti". Io penso che nulla più che un commento di questo tipo da parte di chi allora stava conducendo le analisi sugli effetti del CVM, sia indicativo della assoluta irrilevanza ai fini di tali giudizi scientifici sugli effetti del CVM, degli esiti all’ottobre del 1972 degli studi del professor Maltoni e questo è molto importante per quanto riguarda il periodo di carica dell’ingegner Gatti, perché viene a testimoniare che nel momento in cui l’ingegner Gatti lascia la carica e la qualifica di Direttore Generale della divisione petrolchimica, gli studi sugli effetti sull’uomo del CVM sono ad uno stato assolutamente primordiale, che non consente di ricavare alcuna implicazione in tema di misure di prevenzione. Ma io penso che sia anche molto importante valutare se, indipendentemente da questo problema della conoscenza scientifica, che è assorbente e che esclude ogni forma di responsabilità dell’ingegner Gatti, sia importante valutare quella che è stata la condotta della divisione diretta dall’ingegner Gatti in questo primo periodo, tenendo sempre presente che ci troviamo in un periodo in cui è assolutamente, non sono assolutamente noti gli effetti del CVM sull’uomo. Che cosa ha fatto la divisione presieduta dall’ingegner Gatti? La divisione presieduta dall’ingegner Gatti, pur come abbiamo detto in un periodo in cui non erano noti gli effetti del CVM, ha effettuato significativi interventi impiantistici per il miglioramento delle condizioni degli ambienti di lavoro e quali sono questi interventi, signori della Corte? Io ve lo rammento brevemente, richiamandovi le commesse. Poi voi avrete modo di confrontarle con le consulenze acquisite agli atti e di vedere che la divisione ha operato nel pieno rispetto della normativa antinfortunistica, anticipando anche sotto un profilo tecnico quelli che erano gli interventi richiesti agli imprenditori in quel periodo. Reparto CV14 e CV16. C’è stata una modificazione essenziale della procedura dei processi degli impianti, foglio 136 della relazione Pasquon, Pozzol e Bellucco del 10 gennaio del 2000; reparto CV14, commessa 7450, è una commessa essenziale, perché ha attuato un intervento di bonifica all’avanguardia; reparti CV24 e 25, commessa citata a pagina 154 della relazione Pasquon, Pozzol e Bellucco, questo soprattutto nel CV24 e 25 ci sono le commesse 4006, 7506; commesse 7988 e 7990 per quanto attiene al reparto CV22 e 23, foglio 230 della consulenza Bellucco; commessa numero 7431 per quanto riguarda i reparti CV10 e 11, foglio 114 della consulenza Pasquon, Pozzol e Bellucco; commesse numero 7367, 7381, 7925, 7929, per quanto riguarda il reparto CV5 e CV15, foglio 199 della consulenza. Ovviamente non esaminerò in dettaglio queste commesse, perché sono già state esaminate dai miei colleghi. Io mi sono limitato a citarvi le più significative, perché come la Corte avrà modo di dimostrare poi sulla base delle consulenze in atti, questi interventi impiantistici e parliamo degli interventi impiantistici dell’ordine di alcuni milioni del tempo, che attualizzati ci portano a cifre pari a miliardi di vecchie lire, hanno cambiato radicalmente la situazione in Montedison e hanno operato una bonifica degli impianti, che poi è stata proseguita negli anni successivi, fino ad arrivare ad una riduzione, sostanzialmente ad un azzeramento delle concentrazioni del CVM. L’ingegner Gatti è imputato anche del capo 2 di imputazione e quindi dobbiamo brevemente affrontare anche quali possono essere le sue eventuali responsabilità in ordine a questo secondo capo d’imputazione e le ragioni per cui non è configurabile nei suoi confronti alcun elemento di responsabilità. Le qualifiche, le contestazioni sono quelle contenute nel capo 2 di imputazione, ma le ragioni per cui queste contestazioni non possono assolutamente riguardare l’ingegner Gatti sono chiaramente esposte in sentenza. Signori, ci troviamo in un periodo nel quale non vi era alcuna legislazione in materia ambientale. Ci troviamo in un periodo anteriore al 1973 e questa non è un’affermazione dei consulenti della difesa, questa è un’affermazione contenuta nella stessa consulenza dell’accusa Rabitti del gennaio del 2001. Il consulente Rabitti, foglio 2 della sua consulenza del gennaio 2001, evidenzia che mancava una normativa specifica almeno fino alla legge di Venezia, che è del 1973. Primo segnale indicatore viene dalla legge di Venezia. È chiaro quindi che proprio l’assenza di una normativa specifica in relazione a questo primo periodo già esclude la configurabilità degli addebiti contestati all’ingegner Gatti. Ma se vogliamo andare poi ad analizzare più da vicino, così come abbiamo fatto per la tematica del capo 1 di imputazione, la condotta della divisione diretta dall’ingegner Gatti in questo primo periodo, noi avremo anche in materia ambientale una conferma della molteplicità degli interventi che sono stati attuati anche in materia ambientale per un miglioramento della situazione. Io mi limito semplicemente a richiamare le pagine 13 e 14 della memoria depositata in primo grado e vi evidenzio solo due tra gli interventi più significativi: l’impianto di incenerimento di sottoprodotti clorurati organici relativi al reparto CS28, l’impianto di neutralizzazione delle acque reflue del Petrolchimico 2 e il primo impianto di trattamento chimico fisico biologico con fanghi attivi. Sono tutti interventi meglio illustrati nella consulenza Pasquon, Bellucco e Declano del 18 aprile 2001, che testimoniano un impegno di Montedison a favore dell’ambiente, anche in questo primo periodo, nel quale era, come detto, completamente assente una legislazione in materia ambientale. L’ingegner Gatti, e passiamo così ad affrontare il secondo periodo di carica dell’ingegner Gatti, ritorna in Montedison il 19 aprile del 1977. Abbiamo già accennato prima a questo ordine di servizio numero 1333, perché è un ordine di servizio molto importante nella storia di Montedison, in quanto dà inizio ad una ristrutturazione completa del gruppo voluta dall’allora Presidente Eugenio Cefis. Lo scopo di questa ristrutturazione, come si evince dall’organigramma che è allegato a questo ordine di servizio, è quello di creare i centri operativi del gruppo, è quello di creare nelle vice presidenze i centri operativi del gruppo. Si vede, infatti, che al di sotto della presidenza si hanno, seguendo la linea, due vice presidenze, in particolar modo la vice presidenza gestione e sviluppo, che è quella in cui viene concentrata tutta l’operatività del gruppo. Questa ristrutturazione prevede poi anche la creazione di cinque amministratori delegati, ma come chiaramente si ricava dall’esame delle linee su cui si pongono gli amministratori delegati, gli amministratori delegati operano alle dipendenze delle vice presidenze. Quindi il nucleo gestionale è dato dalle vice presidenze. L’ingegner Gatti viene collocato, come indicato dalla freccia, al coordinamento della gestione chimica. Che cosa significa "coordinamento della gestione chimica"? È opportuno subito sgomberare il campo da un equivoco, un equivoco che può essere chiaramente spiegato sia alla luce di questo organigramma, sia alla luce dell’esame della struttura delle divisioni e l’equivoco è che l’amministratore delegato per il coordinamento e la gestione chimica abbia dei poteri gestionali per quanto attiene le unità operative del gruppo. L’amministratore delegato non ha poteri gestionali, ha semplicemente compiti di coordinamento tra strutture, che sono quelle che voi vedete indicate all’ultimo livello, tra strutture complesse, alcune delle quali costituiscono anche delle società autonome e che devono necessariamente, per poter operare in piena efficienza e per poter raggiungere il massimo di produttività, coordinarsi con una strategia unitaria. Questo era il compito dell’ingegner Gatti ed era essenzialmente un compito di coordinamento; coordinamento voleva dire quindi essenzialmente coordinamento nell’acquisto di materie, gestione nei rapporti tra le varie divisioni, gestione delle linee, dei coordinamenti delle linee di produzione, con esclusione però di poteri di intervento nelle scelte gestionali e perché l’ingegner Gatti non aveva poteri di intervento nelle scelte gestionali? Ma, questo risulta chiaro da un semplice esame dell’organigramma di una delle tante divisioni alle quali era, che rientravano nel coordinamento dell’ingegner Gatti e cioè la divisione materie plastiche. Osservate com’era strutturata una divisione e che organizzazione operativa aveva una divisione. La divisione era strutturata, per effetto di questo ordine di servizio 1333, come una vera e propria società autonoma, tanto che di lì a poco le divisioni verranno trasformate in società autonome. Una divisione con a capo un direttore generale, due vice direttori generali, una divisione con a capo, con una divisione che prevedeva tra i vari reparti anche alcuni reparti specificamente dedicati alla prevenzione ambientale e alla sicurezza del lavoro e che, quindi, aveva la possibilità nell’ambito di una autonoma politica di bilancio, di effettuare scelte gestionali autonome. Quindi le realtà operative sottoposte in questo momento al coordinamento dell’ingegner Gatti sono le divisioni, sono le divisioni che hanno competenze, poteri, in materia di sicurezza e del lavoro e sono le divisioni che conducono quindi l’attività operativa. L’ingegner Gatti aveva il limitatissimo compito di coordinare l’attività di queste divisioni, con l’esclusione quindi di ciascun potere di intervento diretto in quelle che erano le realtà complesse delle divisioni. Dopo aver chiarito la posizione personale dell’ingegner Gatti in questo secondo periodo, è però opportuno anche valutare qual era la situazione degli stabilimenti Montedison, sia sotto il profilo della contestazione di cui al capo 1, sia sotto quella della contestazione di cui al capo 2, nell’aprile del 1977. Iniziando dalle contestazioni di cui al capo 1, è pacifico che nell’aprile del 1977 la questione del CVM è stata definitivamente risolta. Le concentrazioni, grazie agli imponenti interventi effettuati da Montedison nel periodo che va dal 1973 al 1975, hanno portato ad un completo abbattimento delle concentrazioni di CVM negli impianti di lavoro e quindi ad una completa bonifica degli ambienti di lavoro. Sul punto, abbiamo delle consulenze tecniche, abbiamo dei rilievi effettuati con dei pipettoni, che confermano pienamente i rilievi effettuati coi gascromatografi. Possiamo quindi dire che questa è una certezza processuale acquisita in primo grado, nel corso di una istruttoria dibattimentale durata mesi e mesi. Si sono già dilungati i colleghi difensori su questo punto e non ritorno, non mi dilungo oltre io, perché penso sia un dato pacifico che nell’aprile del 1977 la problematica del CVM era stata completamente risolta. L’ingegner Gatti quindi assume questa carica di coordinatore della gestione chimica nel momento in cui non vi è più la problematica del CVM. Abbiamo detto poi che all’ingegner Gatti non competevano poteri di gestione degli interventi sugli impianti, ma se vogliamo andare comunque a vedere gli interventi che sono stati effettuati in questo periodo sugli impianti, ancora una volta abbiamo la conferma della continuità della politica di Montedison volta ad un completo risanamento degli impianti e ad una completa tutela di quelle che sono le esigenze ambientali. Per quanto riguarda gli interventi in materia di CVM, io mi limito semplicemente a richiamare il foglio 99 della consulenza Pasquon, Pozzoli e Bellucco del 10 gennaio 2000, in cui vengono elencati tutti gli interventi fatti in questo periodo nel reparto CV6, dei quali i più significativi sono la 132, la commessa 132, 133, 148 e 152. Vi richiamo ancora il foglio 215 della consulenza, in cui vengono elencati gli interventi più significativi dei reparti CV10 e 11, i fogli 200 nei quali vengono elencati qui interventi più significativi nei reparti CV5 e CV15 e il foglio 138 nel quale vengono elencati gli interventi più significativi nei reparti CV14 e CV16. Si tratta di interventi i quali indiscutibilmente hanno operato e ultimato quella che era già una completa attività di bonifica degli impianti svolta negli anni precedenti dai dirigenti di Montedison. Sempre in questo secondo periodo, se vogliamo vedere gli interventi attuati da Montedison in materia ambientale, abbiamo un’ulteriore conferma di una linea finalizzata al rispetto e alla tutela delle esigenze ambientali. Io mi limito semplicemente ad indicare, per quanto riguarda più strettamente i periodi di competenza dell’ingegner Gatti, il secondo impianto biologico, la realizzazione dell’impianto di neutralizzazione delle acque reflue e della protezione dell’acido solforico, l’impianto di granulazione degli spurghi azotati, l’impianto centralizzato di trattamento delle acque contenenti composti organici clorurati, avviato nel 1979. Tutti questi impianti, signori della Corte, sono chiaramente descritti nella deposizione dei consulenti Bellucco, (Dalpan) e Delcano dell’8 maggio 2001, a foglio 125 e seguenti della trascrizione. Si tratta di tutta una serie di interventi che riguardano il periodo di carica dell’ingegner Gatti e che indubbiamente confermano l’attenzione di Montedison per quanto riguarda i problemi anche ambientali. Peraltro, faccio ulteriormente presente che anche in questo secondo periodo di carica dell’ingegner Gatti, pur essendo già stata emanata una normativa in tema di acque reflue, non era stata ancora emanata una normativa in tema di rifiuti e di discariche. Quindi ci troviamo, per quanto riguarda l’aspetto delle discariche, in un momento storico in cui ancora non vi è una legislazione. Io ritengo, signori della Corte, che le considerazioni fin qui svolte non possono che portare ad una piena conferma della sentenza di primo grado, né alcun elemento in contrasto con quanto sto dicendo è emerso dalla requisitoria del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero, tuttavia, ha citato alcuni documenti, che io ritengo siano completamente inconferenti per la posizione dell’ingegner Gatti, ma sui quali devo spendere qualche parola, proprio perché voglio evidenziare come non apportino alcun elemento d’accusa nei confronti dell’ingegner Gatti. Vi è anzitutto una lettera, inviata all’attenzione del dottor Sebastiani e scritta dall’ingegner Novelli, nella quale si parla di un contributo nei riguardi dell’ospedale civile di Mestre e si dice che l’ingegner Gatti, a cui è stata prospettata la cosa, è favorevole ad intervenire con l’acquisto di attrezzature o strumenti scientifici per un ammontare di uno o due milioni. È evidentemente un documento che non ha nulla a che vedere con la problematica del CVM. Altrettanto è a dirsi per quel documento sindacale nel quale viene riportata l’intervista rilasciata dall’ingegner Sebastiani sul Gazzettino del 23 agosto del 1972, riproduco qua solo la prima pagina. Si tratta ovviamente di un… si tratta di un documento nel quale vengono prospettate alcune delle critiche, alcune critiche alle dichiarazioni rilasciate dall’ingegner Sebastiani nel corso dell’intervista, ma nessuna di queste problematiche affrontate nel corso dell’intervista attengono al CVM. Si tratta di problematiche relative agli impianti, ma che non hanno nessuna attinenza col CVM. Sempre con riferimento alla posizione dell’ingegner Gatti, il Pubblico Ministero cita poi la famosa relazione della riunione tenuta nella sede della FULC nazionale sull’indagine epidemiologica CVM, relazione del 4 aprile del 1977. Questa relazione ha formato oggetto di un’approfondita disamina nel corso del dibattimento di primo grado e la conclusione di questa attenta analisi della relazione era che non potesse ricavarsi da questa relazione alcun elemento accusatorio né a carico dell’ingegner Gatti, né a carico di ciascun nessun altro imputato. Infatti si trattava di una relazione sull’indagine epidemiologica richiesta all’Università di Padova, che si era conclusa con delle affermazioni assolutamente non praticabili nella realtà, in quanto venivano richiesti degli interventi che erano già stati da tempo effettuati da Montedison o che non erano, come ho detto, praticabili, perché richiedevano spostamento generali dei lavoratori, non attuabili, in quanto, se uno spostamento ci doveva essere per ragioni mediche, doveva essere valutato individuo per individuo. Peraltro, peraltro, come ho già detto prima, questa relazione si colloca in un periodo in cui era già stata risolta la problematica del CVM ed erano già stati ampiamente e da tempo bonificati tutti gli ambienti di lavoro. Quindi nessun elemento accusatorio può trarsi da questa relazione, né a carico dell’ingegner Gatti, né a carico di altri imputati. Vengono poi citati alcuni documenti del professor Bartalini del 1979 e un altro documento del dottor Cazzoli del 1981, attestanti visite sanitarie e controlli sanitari su lavoratori considerati esposti al cloruro di vinile. Francamente, signori, io non vedo che tipo di elementi d’accusa possono ricavarsi da questi documenti, non solo anche in questo caso a carico dell’ingegner Gatti, ma a carico di tutti gli altri imputati, perché da questi documenti emerge esattamente l’opposto di quello che vorrebbe il Pubblico Ministero; emerge una costante attenzione di Montedison ai problemi legati alle patologie del CVM e alla sorveglianza sui lavoratori esposti. Ultimo documento citato dal Pubblico Ministero sempre con riferimento alla posizione dell’ingegner Gatti è la famosa nota sulla formulazione del budget di manutenzione per gli anni 1978 – 1980. Su questo documento anche ci si è soffermati parecchio nel corso dell’istruttoria dibattimentale di primo grado e un dato pacificamente acquisito è che, punto primo, lo stesso tenore letterale di questo documento faceva salvi tutti gli interventi in materia di ambiente e di sicurezza del lavoro, per cui non era programmata nessuna restrizione di bilancio per quanto atteneva agli interventi in materia di sicurezza sul lavoro ambientale; ma soprattutto è la realtà dei fatti che smentisce apertamente che questo documento possa essere interpretato come un elemento d’accusa a carico degli imputati. Nel periodo infatti dal 1978 al 1980, Montedison ha destinato parecchie centinaia di milioni, che attualizzati significano parecchie decine, centinaia di miliardi di vecchie lire, agli interventi per la sicurezza del lavoro, per la bonifica ambientale e per il rispetto dell’inquinamento. Quindi, signori della Corte, ancora una volta si tratta di un documento da cui non può essere inferito alcun elemento accusatorio. Concludo anche per l’ingegner Gatti, la sentenza di primo grado deve essere integralmente confermata anche per l’ingegner Gatti. Nessun elemento d’accusa è stato indicato dal Pubblico Ministero, né nell’atto d’appello, né nella requisitoria dell’8 di luglio; non vi è alcun elemento che possa fondare una responsabilità dell’ingegner Gatti in ordine sia agli addebiti contestati nel capo 1 di imputazione, sia agli addebiti contestati nel capo 2. Io vi ringrazio per l’attenzione, signori della Corte, e vi deposito due memorie per le due posizioni relative ai miei assistiti.

 

PRESIDENTE – Allora ci vediamo domani. Domani terminano gli interventi dei difensori con l’Avvocato De Luca. A noi risulta che non hanno concluso, non concluderanno finora, non hanno concluso i difensori di due personaggi defunti, degli imputati defunti, cioè Cefis e Sebastiani. Qualcuno dovrà dire: chiedo il non doversi procedere. Va bene, entro domani tutte le memorie devono essere depositate.

 

ORDINANZA

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 2 dicembre 2004 ore 9.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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