UDIENZA DEL 01 GIUGNO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 08 GIUGNO 2004.

 

PRESIDENTE – Allora, la parola alla difesa.

 

CONCLUSIONI

 

DIFESA – AVV. DEL SASSO

 

DIFESA - Avv. Del Sasso – Sostituisco i difensori di Eugenio Cefis, purtroppo do la notizia che è deceduto, questa difesa si rimette alle determinazioni della Corte anche se ritiene che, visto le motivazioni del Tribunale, ricorra il secondo comma del 129. La ringrazio.

 

PRESIDENTE – Prendiamo atto allora. C’è un certificato, eventualmente?

 

DIFESA – Avv. Del Sasso – Presidente, è deceduto in Svizzera e al momento non è stato semplice, anche perché è morto di molto recente, e ci impegniamo a produrlo.

 

PRESIDENTE – Benissimo grazie. Prego parla lei Professore?

 

DIFESA – AVV. STELLA

 

DIFESA – Avv. Stella – Signor Presidente, signori Giudici, cercheremo di fare una discussione più brevemente possibile, saremo in quattro a parlare e se avanzerà del tempo in cinque. Ho dovuto invertire l’ordine della discussione perché l’avvocato Santamaria è stato vittima di un incidente quasi mortale, è qui tutto rotto, non ha ancora fatto le radiografie, quindi subito dopo di me parlerà l’avvocato Santamaria e dopo lo mandiamo a farsi le lastre, perché questa è una grossa preoccupazione. Noi abbiamo preparato anche una memoria, che depositeremo, abbiamo preparato una sintesi della memoria... che sarà contenuta nelle note di udienza che presenteremo e che costituiscono la trascrizione di quello che diremo questa mattina e abbiamo presentato anche, preparato anche una sintesi delle nostre richieste a controprova. Comincio a parlare brevemente, cinque minuti o dieci, non di più, brevemente, delle motivazioni delle richieste di rinnovazione del dibattimento formulate dal Procuratore Generale. Dico subito che voglio stendere un velo sul contenuto di queste dichiarazioni, non voglio fare nessuna polemica e però devo concentrare, devo rispondere al Procuratore Generale sia sulle attese dell’opinione pubblica, che sulla affermazione secondo la quale il Tribunale avrebbe cancellato l’evoluzione storica e avrebbe cancellato la realtà. Su questi due punti risponderò pacatamente nel merito. Ecco, è certamente vero che dal primo capo di imputazione, il primo capo di imputazione ha generato nell’opinione pubblica delle attese di giustizia, ma proprio questa è la censura più grave che noi formuliamo, non già al Tribunale ma al Pubblico Ministero in questo processo. Vi sono delle attese di giustizia che non possono essere soddisfatte iniziando un processo penale e ciò accade quando si sa ab origine che le prove del nesso causale sono impossibili da raggiungere o sono assai difficilmente raggiungibili. Quando ciò accade, come nel nostro caso, far credere che le attese di giustizia della gente, della città, del paese, possano trovare sbocco nel processo penale, significa creare delle illusioni, significa ingannare l’opinione pubblica. La grave responsabilità di quest’opera di disinformazione dell’opinione pubblica è stata colta e ben compresa dal Tribunale, il quale ha lanciato un messaggio molto forte e molto chiaro, non è nel processo penale che le attese di giustizia della gente possono essere soddisfatte quando la prova del nesso causale è impossibile. La soluzione va cercata sul terreno del processo civile, attraverso una nuova riflessione sulle funzioni del diritto civile, che consenta di applicare la regola di giudizio del più probabile che no nella sua versione debole, cioè nella versione che prescinde dall’accertamento dal rapporto causale e ritiene sufficiente, per il risarcimento del danno, la prova dell’aumento del rischio, quando il rischio è raddoppiato. È in questo modo che, dice il Tribunale, i Giudici adempiono alla loro funzione nobilissima di orientare l’opinione pubblica, come è accaduto negli Stati Uniti, dove sul terreno dei toxic tort la responsabilità civile ha avuta una esplosione senza precedenti, in proporzione da uno a un milione rispetto all’Italia, e dove nessun prosecutor inizia mai l’azione penale, proprio perché sa che non riuscirà a dare la prova oltre il ragionevole dubbio. Anche le accuse di cui al capo B sono state fin dall’inizio fonte di inganni, di illusioni per l’opinione pubblica. Di fronte a queste accuse, la gente, la città, il paese hanno pensato che pesci e molluschi fossero avvelenati, che i pozzi fossero avvelenati, che le acque fossero adulterate e che il petrolchimico avesse dato vita ad un immane disastro. Di qui l’indignazione dell’opinione pubblica e la richiesta di una condanna. Di nuovo l’inganno, di nuovo le illusioni e proprio sul terreno indicato dal Procuratore Generale. La formulazione dell’Accusa era stata fatta in modo da cancellare la evoluzione storica di cui parla il Procuratore Generale, da nascondere le fonti reali dell’inquinamento, da far pensare alla presenza di gravi pericoli reali per la gente. È stata l’Accusa a cancellare l’evoluzione storica, proprio la reale evoluzione storica ci indica quali sono le matrici reali dell’inquinamento e sono la prima zona industriale, il Canale Industriale Nord e il Canale Brentella. L’inquinamento ha raggiunto punte così elevate in quei canali da destare impressione e l’inquinamento si è poi diffuso in tutti i canali industriali e attraverso i dragaggi, attraverso le navi, attraverso i turbosoffianti. Ecco, io qui ricordo, è stato proprio un occultamento da parte del Pubblico Ministero di questa grave realtà. Io ricordo che, quando assegnai al dottor Frignani, ricercatore, uno stimato ricercatore del CNR e alla sua squadra di fare la campagna di indagine in tutta la Laguna, Frignani tornò da me e mi disse delle cifre impressionanti dell’inquinamento del Canale Industriale Nord e mi disse che da questo canale si diffondeva l’inquinamento in tutti i canali industriali. Bene, io lo mandai, io fui spaventato da questa notizia, mi resi conto che la Venezia non sapeva, non sapeva dove era, dove stava l’inquinamento gravissimo; aveva un problema, c’era un problema sociale enorme e allora mandai subito Frignani sia dal Sindaco che dal Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero ricevette Frignani, lo ascoltò e non verbalizzò l’incontro; ma il Pubblico Ministero ha occultato e sta cercando tuttora di occultare un’altra realtà, gravissima, quella dell’imbonimento; l’imbonimento della seconda zona industriale con enormi quantità di rifiuti della prima zona industriale. Ha occultato, il Pubblico Ministero, l’enorme quantità di documenti di Enti Pubblici che documentano, attestano questo imbonimento; ha occultato che il Canale industriale sud, il Canale Malamocco - Marghera e il Canale Ovest sono stati scavati su questa enorme massa di rifiuti, proprio i canali che sono circostanti al Petrolchimico; ha occultato che, di fronte allo scarico SM15, dove ci sono i bassi fondali su cui tanto si è esercitata l’Accusa, sta l’isola delle Tresse, che è un sito storico di discarica dei rifiuti industriali della prima zona industriale. Di fronte a questo quadro, vorrei chiedere al Procuratore Generale: chi ha cancellato l’evoluzione storica e le fonti reali dell’inquinamento nei canali industriali, la sentenza o il Pubblico Ministero? Chi ha ingannato l’opinione pubblica? Il Pubblico Ministero ha fatto credere anche alla gente che fosse reale un pericolo che era invece immaginario, il pericolo per l’incolumità pubblica derivante dall’avvelenamento di pesci e molluschi. Il Pubblico Ministero ha occultato che la circostanza che le classi di dosi di assunzione alle quali sono stati osservati degli effetti dannosi è lontana migliaia e milioni di volte dalla dose di assunzione dei veneziani; ha cercato di occultare quello che i suoi esperti avevano messo in evidenza e che cioè le concentrazioni, i valori di concentrazione, la CL, era superiore, in altre parole che le concentrazioni degli inquinanti sono tutte inferiori alle classi di concentrazione stabilite dalla legge per la edibilità del prodotto ittico. E, infine, ha cercato di far credere che venissero superati i limiti di soglia o TDA. I limiti di soglia sono dei limiti ultraconservativi, cioè stabiliti applicando dei fattori di sicurezza di dieci, cinquanta, cento, che sono superiori come limiti al livello a cui sono stati osservati degli effetti sugli animali. Allora il superamento di questi limiti di per sé non dà luogo ad alcun pericolo reale. Bene, non ha voluto e ha cercato di occultare il Pubblico Ministero anche questa realtà, che perfino sotto questo profilo i pesci e i molluschi dei canali industriali non superavano, come dose di consumo giornaliero, i limiti soglia, i valori di TDA. Anche di fronte a questo quadro, di chiedere al Procuratore Generale, chi ha cancellato la realtà: l’Accusa o il Tribunale? E questa domanda si ingigantisce se poi si passa all’accusa di adulterazione delle acque. L’adulterazione delle acque, il Pubblico Ministero non ha affrontato e ha occultato il vero punto, il vero punto di emersione del problema e cioè se le acque delle falde che si dichiarano inquinate siano oppure no potenzialmente attingibili. Stessa musica per i pozzi. Il Pubblico Ministero ha voluto far credere alla gente che i pozzi fossero avvelenati, ma le indagini del Corpo Forestale dello Stato del 1996 e quelle compiute dalla Difesa fino al 2003 hanno dimostrato che non c’è nessuna contaminazione. Infine l’Accusa ha voluto far credere che ci fosse un immane disastro ambientale, ma è chiaro che se non c’è un pericolo per l’incolumità pubblica derivante dall’avvelenamento di pesci e molluschi, perché l’avvelenamento non c’è, a maggior ragione non c’è il pericolo per l’incolumità pubblica legato al disastro. E quanto all’ecosistema, il danno all’ecosistema, il Pubblico Ministero ha voluto ignorare che l’ecosistema veneziano rientra abbondantemente nei criteri di qualità per gli ecosistemi stabiliti dalle organizzazioni internazionali. Perché, dunque, l’Accusa ha occultato tutta questa realtà? E perché oggi il Procuratore Generale, anziché puntare il dito contro il Pubblico Ministero, accusandolo di una strategia accusatoria irrispettosa della realtà sostiene invece che è irrispettoso della realtà, e perciò deludente per l’opinione pubblica, è la sentenza del Tribunale? Passo ora alle richieste del Pubblico Ministero. Anche queste richieste sono tutte inammissibili; inammissibili innanzitutto le richieste relative al capo primo di imputazione. Sul piano tecnico, la strategia accusatoria è apparsa destinata fin dall’inizio ad un irrimediabile flop. Il da mi fac tabum tibi ius, io ti do i fatti – dice il Pubblico Ministero – tu Tribunale dammi il diritto, annunciato come programma accusatorio dal Pubblico Ministero, gli è costato molto caro. Privi delle indispensabili istruzioni sulle premesse giuridiche, i medici legali dell’Accusa hanno formulato su tutti i 260 casi contestati di tumori e malattie, all’inizio erano 477 – delle diagnosi inutilizzabili in un processo penale. Tutte quelle diagnosi, infatti, asseriscono l’esistenza del rapporto causale, attestando falsamente che il CVM sarebbe condizione idonea, in quanto fonte di un aumento del rischio.

Nessuna di quelle diagnosi si fa carico mai di dare la prova del nesso di condizionamento, della causalità individuale. È venuto così meno il supporto indispensabile per una motivazione della richiesta di condanna. È inutile che io ricordi qui l’insegnamento delle Sezioni Unite della sentenza francese, i quali dicono che il criterio dell’aumento del rischio e della condizione idonea è ripudiato dal nostro ordinamento e che nel processo penale bisogna dare la prova del nesso di condizionamento, della condizione sine qua non, il singolo comportamento dei singoli imputati deve essere una condizione sine qua non del singolo evento lesivo. Questa prova non è mai stata neppure tentata dai medici legali. Ma la verità è che la prova del nesso di condizionamento era fin dall’inizio impossibile ed è per questa ragione che io ho sempre sostenuto che il processo penale non doveva neppure iniziare. Impossibile perché tutti sanno e lo hanno confermato gli esperti dell’Accusa in dibattimento, Forti e Colombati, che il meccanismo di azione del CVM non è conosciuto e che, dunque, non è possibile la ricostruzione degli anelli causali, non è possibile risalire alla fonte partendo dalle malattie e, per di più, gli epidemiologi di tutto il mondo hanno riconosciuto che l’epidemiologia non dice nulla e non è in grado di dirci nulla sul caso singolo, è muta sul caso singolo, perché le ricerche epidemiologiche sono costruite non su casi provatamente causati, ma sulla differenza tra casi attesi e casi osservati, il che significa che di fronte ad un’indagine epidemiologica, come dice il più autorevole epidemiologo dell’Accusa, Berrino, noi non siamo in grado di dire chi senza l’esposizione si sarebbe ammalato egualmente e chi non si sarebbe ammalato. Il Tribunale dice Berrino in questo caso, per attribuire la responsabilità, dovrebbe tirare a sorte. In questa citazione, c’è da chiedersi come abbia potuto il Pubblico Ministero far credere alla gente che il processo penale poteva sfociare in una sentenza di condanna, come abbia potuto poi proporre Appello e come possa oggi chiedere la rinnovazione del dibattimento. Ben più responsabile è stato l’atteggiamento di altre Procure, come quella di Brindisi, che di fronte al problema degli effetti del CVM nel Petrolchimico di Brindisi ha guardato a fondo il problema e ha concluso l’indagine con una richiesta di archiviazione. Nessuna delle richieste formulate dal Pubblico Ministero di rinnovazione del dibattimento relative al capo uno, si riferisce all’unico dato rilevante, al pilastro, e cioè alla prova del nesso di condizionamento, alla prova della causalità individuale ed è per questa ragione che vanno respinte in blocco. Ma, andando avanti, il Pubblico Ministero con queste richieste prosegue imperterrito sulla strada della dimostrazione, del tentativo di dimostrare l’idoneità lesiva, non il nesso di condizionamento, ed è per questo che si muove in due direzioni: l’epatocarcinoma, l’idoneità del CVM a provocare epatocarcinomi e le bassi dosi; l’idoneità lesiva del CVM a basse dosi. Quanto all’epatocarcinoma due parole soltanto. Per il solito motivo, anche qua, devo dire che queste richieste non sono, sono inammissibili non solo perché non riguardano il nesso di condizionamento, ma perché non hanno... sono irrilevanti, inutili e non decisive già sul piano della idoneità. Chiede l’ammissione degli studi di Wong, ma gli studi di Wong come vedremo contano meno di zero. Piuttosto, io debbo dire che qui le argomentazioni del Pubblico Ministero sono, a proposito dell’epatocarcinoma, provviste di una rilevante vis comica, perché il Pubblico Ministero chiede anche l’acquisizione dello studio di Mastrangelo, Fedeli, Martini etc., sono una decina di... Bene, sapete cosa c’è scritto in questo studio? C’è scritto che l’idoneità lesiva del CVM rispetto all’epatocarcinoma non è ben provata. Non è ben provata. Ma c’è di più. Uno dei massimi esperti medico legali dell’Accusa, mi sembra che fosse dell’Avvocatura dello Stato, il professor Rodriguez, ha sostenuto, in una consulenza che sta alla base della richiesta di archiviazione della Procura di Brindisi, che di idoneità lesiva del CVM si può parlare solo con riferimento all’angiosarcoma. Tutto il contrario di quanto il professor Rodriguez aveva sostenuto nel dibattimento di primo grado, in cui il professor Rodriguez aveva sostenuto che l’idoneità lesiva rispetto ai tre organi bersaglio, a tutti i tumori contestati insomma. Si vede che il professor Rodriguez ha approfondito i suoi studi, ha capito che gli studi di Wong valgono dallo zero indietro, ha capito che l’unico studio che è stato fatto che indica un aumento del rischio è quello di Simonato – Borfetta sfociato nel rapporto Ward, che indica osservando peraltro pochissimi casi, un aumento di rischio per l’epatocarcinoma e si è anche ricordato certamente, il professor Rodriguez, di quello che dicevano gli esperti dell’Accusa Comba e Simonato, che un solo studio non basta. Un solo studio non basta, sono necessarie altre conferme. E poiché queste altre conferme non ci sono, ecco che il professor Rodriguez conclude dicendo: l’epatocarcinoma non è tra i tumori che possono essere considerati legati al CVM. Con l’aiuto dei suoi esperti, ancora una volta, il Pubblico Ministero ha confutato se stesso, dimostrando che le sue richieste di acquisizione documentali sono inammissibili. Ma il Pubblico Ministero va ancora oltre e si inoltra sul terreno delle basse dosi di esposizione. Vorrebbe dimostrare il Pubblico Ministero che ci sono degli indizi della idoneità lesiva, non del nesso di condizionamento, dell’idoneità lesiva del CVM a basse dosi di esposizione. Per il solito motivo fa tre richieste, il Pubblico Ministero: caso Grasso, caso della verità e la richiesta di audizione del professor Forti. Queste richieste sono inutili, irrilevanti, non decisive. I medici legali dell’Accusa, infatti, hanno anche qui formulato la loro diagnosi sugli effetti delle bassi dosi, utilizzando ancora una volta un concetto di causa che non è penalmente rilevante, il concetto di causa idonea e non di condizione sine qua non. Anche per le bassi dosi, dunque, emerge il grande buco nero dell’Accusa. Nessuna diagnosi sui singoli lavoratori relativa al nesso di condizionamento. Questo grande buco nero è incolmabile ormai e il Pubblico Ministero non tenta neppure di colmarlo e cerca però di dire: ma, vediamo se riusciamo a dire qualcosa sulla idoneità, almeno sulla idoneità. Bene, sulla idoneità, l’idoneità, il tanto richiamato documento della verità, dice il Pubblico Ministero è stato assunto a Ravenna nel 1974 e ha avuto un argiosarcoma. È falso, e noi chiediamo l’acquisizione in controprova dei documenti di un certificato aziendale che prova, ed è la verità, è stato assunto nel 1970 e che dunque si è sbagliato anche Maldoni quando, in un suo studio, ha affermato che della verità era stato assunto nel 1972. Ma 1970 o 1972 si tratta pur sempre di periodi di altissima esposizione. Altro che idoneità a bassa esposizione. E il caso Grasso. Il caso Grasso è un caso di un processo civile svoltosi davanti ad una giuria del New Jersey, e qui devo fare un rilievo che il Pubblico Ministero ha prodotto, come suo costume, solo una parte del fascicolo processuale, chiamiamolo così, per intenderci. L’altra parte, di cui noi chiediamo l’acquisizione a controprova, dice due cose. Dice che l’esposizione nell’abitazione in cui abitava questo Grasso a CVM era di una esposizione che giungeva anche a 100 PPM. E, d’altra parte, il consulente medico dell’attore, il dottor Evstain, anche questa circostanza è stata taciuta dal Pubblico Ministero, dice testualmente: ma il rapporto casuale non è certo, non è certo anche per il brevissimo periodo di latenza; non è certo quello che si può dire – dice il consulente Evstain – è che, applicando la regola del più probabile che no, perché è un processo civile, possiamo dire che più probabilmente che no il CVM è stato causa dell’angiosarcoma di Grasso. Ma il più probabilmente che no non è una regola del processo penale. Nel processo penale vale la regola dell’oltre il ragionevole dubbio. Quindi proprio si tratta di un caso non pertinente. E poi l’audizione del professor Forti. Ma questa è una richiesta veramente inspiegabile e non spiegata. Il professor Forti non è un medico legale, non ha mai visto in faccia nessuno dei malati, non ha mai esaminato le loro cartelle cliniche, i libretti di lavoro; non ha mai ricostruito l’anamnesi lavorativa e l’anamnesi lontana della famiglia, non ha mai compiuto delle diagnosi differenziali e soprattutto non ha mai cercato di ricostruire le catene causali. Non è medico legale, quindi non è in grado di dirci nulla sul nesso di condizionamento. Quanto al profilo della idoneità delle bassi dosi, che cosa potrebbe aggiungere il professor Forti a quello che sappiamo già? Il quadro la Corte lo conosce già. Abbiamo Maldoni che dice: sotto prove sugli animali, Maldoni teste dell’Accusa, sotto 10 PPM nessun effetto. Abbiamo il capo scuola, sempre consulente dell’Accusa, capo scuola degli epidemiologi, che dice: la soglia, il problema della soglia è una situazione problematica, è una situazione di non perfetta conoscenza. Il Berrino, epidemiologo Berrino, sempre dell’Accusa, dice: ma io non dico che abbiamo delle prove empiriche di produzioni di effetti alle basse dosi; per me si tratta di un ragionamento teorico, di un postulato metafisico. E poi, ancora, il consulente dell’Accusa Martinez, che ha fatto un esame ad hoc, uno studio di caso controllo sull’angiosarcoma, epatocarcinoma e la cirrosi, e ha dimostrato che a basse e medie esposizioni non si vede nessun effetto. L’OR non supera l’1. E poi le conclusioni tratte dai grandi protagonisti dello studio Multicentrico Europeo, questo enorme studio, Simonato e Boffetta, che si sono succeduti nella direzione dello Studio Multicentrico Europeo. Simolato e Boffetta dicono: al di sotto di 200 PPM per dieci anni, quindi dei 28 PPM per anno, non abbiamo fatto nessun effetto; e quanto alle dosi di esposizione basse successive alle alte esposizioni, di nuovo il non possimus, noi non possiamo dire nulla. Ecco, io chiedo in questo quadro, su questo tema che è stato uno dei più dibattuti nel processo di primo grado, in cui è stato detto tutto, che cosa dovrebbe venire a dirci il professor Forti? Vorrebbe dirci qualcosa sulle idoneità? Io non penso che possa dirci qualcosa sulle idoneità, ma quando anche ci dicesse qualcosa, lo direbbe sulle idoneità, quindi su un aspetto che non è decisivo, perché decisivo è solo il nesso di condizionamento. Sto andando rapidamente e finirò, io penso, nel giro di cinque minuti, quindi ci siamo dati dei tempi veloci. C’è anche da dire che anche le richieste del Pubblico Ministero relative al solito tema della interazione tra CVM e fumo e CVM e alcol, anche queste richieste sono inammissibili. CVM e fumo. Io mi limito solo a richiamare ciò che aveva affermato in primo grado il più autorevole, a mio giudizio, esperto dell’Accusa, il dottor Comba. Parla delle indagini sulla interazione e dice: "Per alcune rare coppie di esposizioni, lo scostamento è stato quantificato. In particolare, fumo di sigarette con amianto per il tumore al polmone, fumo di sigarette con alcol per il tumore alla laringe. Qui sono stati fatti studi pensati in modo tale da misurare gli apporti specifici dell’esposizione A, dell’esposizione B e dell’interazione. Ma, tolti questi pochi casi, non c’è un patrimonio di conoscenze di questo tipo, in particolare non c’è nel nostro caso". A ciò si aggiunga che il meccanismo di azione del CVM non è conosciuto, lo dicono Forti e Colombati e quindi non si capisce come si potrebbe parlare, capire se c’è una sinergia e a ciò si aggiunga ancora che, il grande esperto dell’Accusa, Berrino, ha dichiarato nell’udienza del 1998: "Non abbiamo preso in considerazione i dati di consumo di tabacco dei singoli individui". E allora chiedo alla Corte: ma allora, se gli esperti dell’Accusa non hanno preso in considerazione i dati di consumo di tabacco dei singoli individui, di che cosa stiamo parlando? Qui l’Accusa doveva dimostrare la causalità individuale, relativa ai singoli individui, il nesso di condizionamento e torniamo al solito grande buco nero, rispetto a questo non hanno raccolto nessun dato. Resta solo da aggiungere che recenti studi hanno messo in discussione perfino la sinergia tra fumo ed asbesto. E sulla CVM ed alcol? Qui la situazione, anche questa, è provvista di una certa vis comica, perché qui c’è un solo studio che è stato demolito poi nel corso del dibattimento di primo grado, lo studio di Radike del 1981. Gli studi successivi, quelli di cui l’Accusa chiede l’acquisizione, sono o mere revisioni di letteratura che parlano di Radike o revisioni di letteratura che addirittura non menzionano neppure Radike, ma non dicono nulla di nuovo. Che cosa c’è, invece, di nuovo da evidenziare? C’è che per Radike, cioè i suoi studi si riferivano ad un’esposizione cronica di 600 PPM di CVM. E c’è da aggiungere solo una cosa, che nel lavoro di Mastrangelo, Fedeli ed altri, Martinez, di cui il Pubblico Ministero chiede l’acquisizione, si afferma che l’interazione tra CVM e alcol si verifica al di sopra dei 2500 PPM.

 

Credo che non ci sia bisogno di aggiungere altro, per dimostrare l’inammissibilità di queste richieste.

 

E vengo subito al secondo capo di imputazione, dicendo poche cose. Intanto io devo segnalare alla Corte che è inammissibile e probabilmente, ma veda la Corte, dovrà essere estromesso dal fascicolo, un documento la cui estromissione spiace alla Difesa. Come vedete, noi, signori della Corte, noi siamo un Paese in cui impunemente si ingiuriano e si offendono i Magistrati, in cui... ma anche un Paese, e Dio sa quanto io personalmente sono dalla parte dei Magistrati, quando il Capo del Governo dice certe cose. Non le possiamo accettare. Ma non possiamo accettare neppure gli oltraggi in udienza del Pubblico Ministero, oltraggi che si sono già verificati, e direttamente nel giudizio di primo grado, ed oltraggi oggi contenuti ed indirizzati ad un consulente assai stimato della Difesa, il dottor Frignani. Veda la Corte che cosa fare di questo documento, in cui il dottor Frignani viene ingiuriato e diffamato con una espressione che io non ripeto perché non voglio concorrere nel reato e dico subito alla Corte che noi provvederemo a tutelare la reputazione del nostro consulente nelle sedi più opportune. Io adesso vorrei che la Corte lo vedesse subito magari. Ci spiace, dicevo, perché alla terza pagina, si sta parlando di impronte e si sta parlando dei tentativi che fanno i consulenti per venir fuori dal problema delle impronte e qui, a pagina 3, in caratteri cubitali, si dice: "Da qui in poi non so se diventa un appiglio per loro". Si tratta di un anonimo, ma un anonimo prodotto dal Pubblico Ministero. Lo può mostrare alla Corte. Vado avanti. Sono inammissibili anche le richieste relative ai pozzi, alla diossina, al rame, al Mara Carrara. Ma di queste, dei pozzi, della diossina e del rame, vi parlerà subito dopo di me l’Avvocato Santamaria. Io invece voglio sottolineare l’inammissibilità delle richieste relative alle foto aeree. Io ho già parlato dell’imbonimento, ho già detto qualcosa. Soggiungo che l’imbonimento è il vero, uno dei veri nervi scoperti dell’Accusa, perché è l’imbonimento assieme all’inquinamento proveniente dal Canale Industriale Nord che svela la gravissima ingiustizia compiuta dal Pubblico Ministero nell’additare il Petrolchimico come autore dell’inquinamento dei canali industriali. E allora il Pubblico Ministero qui dice, nei motivi, dice: ma c’è una foto aerea del 1944, l’imbonimento c’è stato dieci anni prima. Adesso dice: no, l’imbonimento non c’è proprio stato, lo dimostrano delle foto aeree del 1944 e del 1955. Subito un rilievo. Un teste chiave dell’Accusa, il dottor Chioggiotto, tecnico del Comune, aveva dichiarato in dibattimento: "Alcune zone anche di non secondaria importanza della parte chiamiamola zona industriale sono state ottenute con i rifiuti della prima zona industriale" e poi prosegue: "Quando sono stati scavati i canali e ci sono le aereo fotografie che lo dimostrano abbondantemente, il Canale Industriale Sud, il Canale Malamocco - Marghera, in sostanza tutti quei materiali sono stati refluiti nella stessa zona". Capito? Le aereo fotografie dice Chioggiotto, teste del Comune. Le ha viste tutte e ha detto: no, i rifiuti c’erano, sono stati... la seconda zona industriale è stata imbonita con i rifiuti della prima e ci sono le aereo fotografie che dimostrano che su quei rifiuti sono stati scavati il Canale Industriale Sud, il Canale Malamocco - Marghera e il Canale Industriale Ovest, sono stati scavati e i rifiuti hanno, sono stati oggetto di erosione continua e di dilavamento da parte delle acque e hanno quindi continuato ad inquinare i canali. Ma qui il Pubblico Ministero, facendo queste affermazioni, sostiene implicitamente che mente non solo il suo teste Chioggiotto, ma che mente la Regione con il piano direttore del 2000. Dice la Regione: "Tutta l’area è stata interessata a partire dagli Anni Venti, dal riporto di rifiuti e di residui, di lavorazione industriale per imbonimento. Questa pratica si è protratta fino agli Anni Settanta, fino a raggiungere spessori medi di riporto di 2,5 – 3 metri". Ma il Pubblico Ministero dà del bugiardo anche ad uno dei suoi esperti più autorevoli, l’ingegner Carrara. L’ingegner Carrara è stato coautore, insieme ad altri, della relazione del documento sull’area 43, si legge in questo documento, fatto per conto del Comune di Venezia: "L’area è stata colmata – dice Carrara – in periodi diversi, nei primi Anni Venti e negli Anni Sessanta. L’area è stata usata come discarica incontrollata e vi sono stati deposti materiali provenienti da altre zone industriali di Porto Marghera. Tra i diversi materiali scaricati nell’area, spiccano ceneri di perite, rifiuti derivanti dal processo di combustione, nero fumo e i cosiddetti fanghi rossi o residui bagsitici provenienti dalla lavorazione dell’alluminio". L’analisi dell’ingegner Carrara trova poi conferma in molti altri documenti. Vi cito soltanto, gli altri sono scritti nella nota di udienza, l’indagine sulle risulte industriali di Porto Marghera del Consorzio Venezia Nuova del 1996: "A seguito della produzione dell’alluminio, si ebbe un forte eccesso di fanghi rossi. Lo smaltimento di tali fanghi seguì per lungo tempo vie del tutto empiriche, con prevalente distribuzione su aree marginali barenali più o meno prossime alla zona industriale. In periodi successivi, le aree di smaltimento dei fanghi rossi sono avvenute a trovarsi proprio dentro i perimetri di quei nuovi territori barenali colmati, che sono stati in parte occupati dai nuovi insediamenti industriali negli Anni Sessanta e negli Anni Ottanta". Mi fermo qui, ci sono molti altri documenti che sono molto bene illustrati. Se la Corte ha delle curiosità, si vada a leggere di Colombo e Bellucci dell’aprile 2001, che è stata, che traccia la storia dell’imbonimento e dell’inquinamento della prima zona industriale e della diffusione di questo inquinamento. Devo qui richiamare ancora una volta l’Isola delle Tresse. L’Isola delle Tresse, qui, il Pubblico Ministero se la scorda sempre. L’Isola delle Tresse è stata con sito di recapito della prima zona industriale, tossico – nocivi, ed è situata davanti alla SM15, lo scarico del Petrolchimico. Ha continuato ad inquinare i bassi fondali e questo inquinamento è stato invece addebitato dal Pubblico Ministero al Petrolchimico. Ecco, la conclusione, e mi fermo qua, ho rispettato il tempo, è che tutte le richieste del Pubblico Ministero devono essere respinte. Il Pubblico Ministero ha tentato ancora una volta. È come se l’Accusa avesse giocato una partita di poker e avesse tentato invano di far credere di avere in mano una scala reale, mentre in mano non aveva neppure una coppia; solo che noi siamo andati a vedere. Chiedo, dunque, che vengano respinte tutte le richieste. Grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. ZANEO – Signor Presidente scusi prima dell’intervento dell’avvocato Santamaria, sono a chiedere alla Corte una cortesia. Visto che è stato prodotto un documento da parte del professor Stella, questa Parte Civile chiede o alla Difesa o a lei Presidente se possa averne copia ora. Grazie.

 

PRESIDENTE – Sì.

 

DIFESA – Avv. Stella – E’ un documento prodotto dal Pubblico Ministero ..(inc.).

 

PARTE CIVILE – Avv. Zaneo – Chiedo scusa, io non ho visto il documento prodotto dal professor Stella.

 

DIFESA – Avv. Stella – E’ prodotto dal Pubblico Ministero.

 

DIFESA – Avv. Zaneo – Volevo il suo documento professore. La difesa lo pone a disposizione? Se è stato prodotto dal Pubblico Ministero, non ci sarebbe stato motivo di riprodurlo da parte della difesa.

 

CONSIGLIERE RELATORE – E’ solo questione di individuarlo da parte vostra, perché è già un documento che ha chiesto l’acquisizione il Pubblico Ministero.

 

DIFESA – AVV. SANTAMARIA

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Signor Presidente, signori Giudici, come ha detto il professor Stella a me tocca occuparmi di due argomenti, l’uno legato alla richiesta di ammissione di otto certificati analitici relativi a otto pozzi esterni al Petrolchimico; l’altra invece è relativa a due memorie in vero firmate una sola mi pare dal dottor Bruni, scritte da altri consulenti e relative al tema della diossina e al rame. In entrambi casi, come cercherò di illustrarvi, si tratta di esempi molto interessanti di fabbricazione della prova. Qualora dovessero essere ammesse dal Tribunale, sono intimamente convinto che ciò porterebbe ad uno screditamento della attività di questa Corte d’Appello e del livello e della dignità di questo processo. Per quanto riguarda i certificati analitici, vi dirò che ho l’intima convinzione che, con elevata probabilità, si tratti di artefatti di laboratorio. Per quanto riguarda invece le argomentazioni, se possono chiamarsi tali, relative alla diossina, si tratta di un artefatto retorico di argomenti già trattati, già confutati in primo grado, argomenti che ricorrono alla Finlandia e alla Danimarca per non dover parlare di Venezia e della Laguna. Perché se l’Accusa avesse, come vi dirò tra breve, voluto dare alla Corte d’Appello un quadro quanto meno affidabile della situazione della Laguna di Venezia, sarebbe stato sufficiente farvi conoscere un decreto del Ministero dell’Ambiente del 1999, che contiene un documento di supporto tecnico, parte integrante del decreto stesso, che analizza nel dettaglio le fonti di contaminazione presenti nella Laguna, le fonti della diossina, i fattori di produzione della diossina del Petrolchimico, i fattori di emissione, le quantità di diossina che il Petrolchimico può sversare in laguna e via dicendo. È proprio di questo secondo argomento che intendo parlare. L’ho intitolato sull’inutile argomento della Finlandia. Innanzitutto, le due memorie non contengono proprio nulla che non fosse già stato detto e confutato nell’istruttoria dibattimentale di primo grado. Ritengo dunque che non vi sia bisogno alcuno di riparlare di questi temi in questa sede. Quel che vi è di apparentemente nuovo e di più in queste due memorie è il tentativo di magnificare, attraverso tabelle errate, una analogia fra l’impianto di Marghera e questo impianto finlandese, che letteralmente non sta in piedi. I consulenti tecnici di medicina democratica e Carrara avevano già depositato in primo grado una memoria al Tribunale, il 30 marzo del 2001 e di ciò si dà effettivamente atto anche nelle due memorie depositate alla Corte d’Appello. Come dirò tra breve, la memoria del marzo 2001 ha avuto poi una vita molto, molto, breve, nel senso che è stata confutata in un modo definitivo dal consulente tecnico della Difesa di allora e, molto opportunamente, i consulenti di medicina democratica rinunciarono a coltivare l’assurdo argomento. E questo non ve l’hanno detto, non vi hanno cioè detto che di questo tema i consulenti della Difesa avevano già trattato e avevano già dimostrato come esso si fondasse su un’analogia insostenibile. Il professor Foraboschi, nella consulenza depositata il 19 aprile del 2001, faceva notare che gli impianti di CVM di questa lontana località, Skoldvick sulla costa meridionale della Finlandia, non potevano essere minimamente confrontati con gli impianti di CVM di Porto Marghera. Noi, da giuristi, conosciamo il fondamento logico dell’argomento per analogia; riteniamo che una norma possa essere applicata ad un fatto non espressamente contemplato se i due fatti hanno in comune quella che chiamiamo la ratio iuris. In questo caso, ciò che non hanno in comune i due impianti, cioè gli impianti di Marghera e gli impianti finlandesi, sono proprio l’essenziale: cioè le modalità di gestione dei residui della produzione e del trattamento delle acque reflue. Ciò risulta per tabulas, basta che si legga il lavoro del finlandese Isosaari allegato alle due memorie e lo si confronti con alcune conoscenze assolutamente pacifiche circa l’esistenza di impianti e di modalità di gestione dei rifiuti in uso a Porto Marghera. Si legge nell’articolo di Isosaari che le acque reflue formate nel processo erano lasciate sedimentare in due laghetti presso il sito, cioè venivano abbandonate in due laghetti presso il sito, e da qui molto probabilmente andavano a finire nel Golfo di Finlandia. A Porto Marghera tutti sanno, e lo sapevano benissimo i consulenti di medicina democratica già a marzo del 2001, che le acque di processo dei CV22 e 23 non venivano lasciate decantare nei laghetti, ma erano sottoposti a trattamento di strippaggio dei clorurati a piè di impianto e poi a trattamento chimico, fisico e biologico, ciò che evidentemente non era in Finlandia. In Finlandia, si legge sempre nell’articolo di Isosaari, il fango di risulta veniva trasportato verso due zone di scarico collocate nella stessa area industriale della fabbrica. Dopo la dismissione della produzione di CVM nel 1981, il fango rimanente venne stoccato in uno dei due laghetti dove prima c’erano le acque reflue e da qui il fango andava nel Golfo di Finlandia. Tutti sanno che a Porto Marghera i fanghi di risulta del trattamento delle acque venivano inviati ad incenerimento e non venivano abbandonati sul terreno presso l’impianto, come nel caso esaminato dai consulenti tecnici di medicina democratica; come è pacifico che a Porto Marghera le peci provenienti dalla produzione venivano anch’esse inviate a trattamento di termodistruzione presso l’impianto CS28. Ovviamente di nulla di tutto ciò le due memorie depositate a voi recano la pur che minima traccia. Il 19 aprile 2001, dunque, il professor Foraboschi, in due pagine, aveva replicato in questo modo ai consulenti della Difesa... ai consulenti di medicina democratica, i quali allora calarono un silenzio opportuno sull’argomento della Finlandia e non risposero in nessun modo al professor Foraboschi, né in memorie, né nelle discussioni finali. L’argomento venne abbandonato, in quanto palesemente insostenibile. Ora sorprende, ma fino ad un certo punto, che la Finlandia sia tornata ad apparire, una sorta di miraggio, la terra promessa dell’Accusa. Perché sorprende fino ad un certo punto? Perché è umano, dico, è fin troppo umano, che voi Giudici non possiate avere una conoscenza perfetta di questo processo e dunque è facile tentare di indurvi, attraverso la suggestione, a nutrire false opinioni, false impressioni. Ecco allora che l’argomento della Finlandia ritorna in vita, sperando che voi non vi accorgiate che era un argomento già distrutto, già smantellato; torna in vita e viene potenziato, apparentemente. Tutti abbiamo visto, ne parleremo tra poco, quelle tabelle che sembrano rappresentare quantità cumulative nel tempo spaventose di diossine sversate in Laguna. Le memorie sono due: una memoria integrativa, che tratta della supposta inidoneità degli impianti di trattamento presenti nel Petrolchimico a fare alcunché sulla diossina prodotta. Con qualche forma di pudore, sembra almeno, almeno a chi ha conoscenza delle carte del processo, che in questa seconda memoria si sia voluta dare quanto meno l’impressione che una qualche risposta a Foraboschi la si sia voluta dare. C’è un limite a tutto, probabilmente. Ma anche questa è solo un’impressione. In quella memoria integrativa si dice qualcosa - vedremo quanto di questo qualcosa sia veridico e quanto invece sia manifestamente falso - sull’impianto biologico SG31 e sull’impianto che ne incenerisce i fanghi, impianti che sono attivi a Porto Marghera nei primi Anni Ottanta e che invece erano probabilmente del tutto ignoti ai produttori di CVM finlandesi di Skoldvick. Sorprende, ma non più di tanto, che nella memoria integrativa nessuno vi abbia detto, nessuno vi abbia parlato dell’impianto di incenerimento delle peci clorurate ed è strano, anche qui chi conosce il processo se ne accorge subito, visto che le poche diossine che il Petrolchimico produce finiscono quasi per intero in quelle peci che sono destinate alla termodistruzione. Ma di questo la memoria integrativa firmata dal dottor Bruni non ha inteso di dover parlare, neppure per brevi cenni. Inutile dire che chi ha scritto davvero quelle memorie sa che in Finlandia le peci clorurate non erano incenerite, ma erano lasciate decantare nei laghetti e da qui scorrevano nel Golfo. Non è una dimenticanza da poco e per capirlo è sufficiente dare una brevissima lettura ad uno dei documenti citati nella seconda memoria, appunto quella sottoscritta dal dottor Bruni. A pagina 31 di questa seconda memoria, si cita in un modo improvvido un documento dell’EPA della Danimarca del 1997, che riporta alcuni dati relativi a due impianti del maggior produttore di PVC del Nord Europa, cioè la Norsk Hydro; come vedete si tratta sempre di un tentativo di allontanare la vostra attenzione da quello che succede e succedeva a Porto Marghera, per dirottarla su qualcos’altro, su altri luoghi, su altri impianti. Ora, nella memoria integrativa, voi leggete che si parla di 47 grammi di diossina di I-TEQ, che sono i fattori di tossicità equivalente, di cui avete trovato qualche traccia nell’altra memoria, quella di Tomatis, Vineis e Zapponi, quasi che si trattasse di una novità per il processo. Tutt’altro. Se avete certamente letto la sentenza, sapete che di questi argomenti si è parlato a lungo in tutta l’istruttoria dibattimentale. Quel 47 grammi viene indicato come il quantitativo di diossina prodotta per anno dai due impianti della Danimarca. Ecco, mi permetto di attirare la vostra attenzione perché questo è un leitmotiv delle due memorie, cioè il tentativo di indurvi in errore, perché si parla di 47 grammi di diossina prodotta, non di diossina sversata, non di diossina emessa. Vedremo poi, quando cercherò di leggere più attentamente cosa hanno scritto e cosa non hanno scritto in questa memoria, come si faccia una deliberata confusione fra i due aspetti, anche qui, per indurvi in errore. Torniamo all’EPA della Danimarca. Nell’Amleto di Sheakespeare si diceva che c’era del marcio nella Danimarca. Ora voi avete visto che questo documento dell’EPA della Danimarca non è stato allegato alla memoria, se ne parla e basta; l’unico documento allegato è l’articolo di Isosaari. E perché non è stato allegato? Perché chi ha scritto la memoria ha dimenticato di scrivere che in quel documento l’EPA danese, nella stessa tabella da cui risulta il dato di 47 grammi I-TEQ di diossina prodotti dai due impianti, completano l’informazione, dicendo ai lettori che 46 dei 47 grammi di diossina vengono distrutti nell’inceneritore, di cui evidentemente i due impianti Norsk Hydro erano forniti, così come gli impianti di Porto Marghera, e come invece non erano gli impianti finlandesi. Da ciò viene una stima del quantitativo di diossina, stiamo sempre parlato dell’EPA della Danimarca e dei due impianti Norsk Hydro, la diossina che poteva essere sversata nell’acqua dai due impianti e si parla di 0,05 grammi I-TEQ anno, rispetto ai 47 stimati prodotti per anno dagli stessi impianti. È chiaro che, se in una memoria si scrive a voi e si indica a voi soltanto il numero 47, che anche solo per ragione scaramantica sarebbe opportuno non citare più, e non si parla invece dello 0,05, a me è evidente che si cerca di approfittare della vostra – ripeto – umana e fin troppo umana difficoltà a muovervi in questo mondo, in questo processo. Sempre nel documento dell’EPA danese, se qualcuno volesse recuperare il tema, parla anche delle stime di emissione di diossine in atmosfera dopo l’incenerimento e si parla di 0,19 grammi I-TEQ per i due impianti tutt’e due insieme considerati. Ecco, fatte queste premesse diciamo metodologiche, forse è possibile capire meglio l’equivoco sul quale sono costruite queste due memorie, equivoco creato deliberatamente. Se leggete con attenzione le memorie, non viene mai chiaramente detto, ma sempre ambiguamente solo insinuato, quasi si volesse costruire la suggestione, che il presunto quantitativo di diossina che viene indicato in quelle memorie, calcolate o con quell’analogia che abbiamo visto essere del tutto artificiosa, sia più o meno l’equivalente del quantitativo di diossina sversato nella Laguna. Altrimenti che senso avrebbe quella memoria, visto che in questa sede dobbiamo parlare esclusivamente di diossina sversata, emessa nelle matrici ambientali, non della diossina prodotta. Il problema è che, se non si è davvero addentro alla materia, l’impressione può venire, che cioè quei numeri e quei grafici siano in qualche modo indicativi di immensi quantitativi di diossina buttati nelle acque. Ora, non ho dubbio alcuno che coloro che hanno realmente scritto la memoria sanno benissimo come stanno le cose e temo che invece il dottor Bruni non lo sapesse, forse per ragioni legate al 10%, stima ottimistica delle conoscenze probabilmente acquisite degli atti di primo grado; perché è evidente che la quantità di diossina prodotta è lontana anni luce dalla quantità emessa realmente in Laguna. Ma vediamo come in questa memoria si è cercato di insinuare, di ingannare. Innanzitutto il titolo. Nel titolo si parla di incremento dell’inquinamento da PCDD-PCDF derivante dalla produzione di CVM. Inquinamento, chiunque, chiunque lo legge come incremento dell’effetto della diossina sversata nell’ambiente, sebbene non sia di ciò che le memorie parlano. Ma il tentativo di inganno è ancora più sottile. Io vi invito ad andare a recuperare la tabella numero 2 della prima memoria, la vedete proiettata; vi invito a vedere all’estrema destra della colonna, dove è scritto PCDD-PCDF nei fanghi – scorie, c’è tra parentesi una lettera A. Questa è la tabella con i chilogrammi totali e con i grammi I-TEQ di diossina. Voi girate pagina e trovate un quantitativo cumulativo per il periodo 1958 – 2003, che arriva a 616 chilogrammi e a 1.476 grammi I-TEQ. Che cosa avete pensato voi di questi quantitativi? Per cercare di capire il senso di questi nomi, gli stessi autori delle memorie vi suggeriscono di approfondire meglio, a pagina 11, la lettera A, e con ciò vi invitano a leggere la pagina 13, dove c’è la legenda della lettera A, cioè dove dovrebbe essere indicato il senso da attribuire a quei numeri. Ecco che in queste due righe, che vedete sottolineate, c’è un capolavoro di artificiosità. Voi leggere: "Le acque dell’impianto della società NESTE venivano scaricate nel Golfo di Finlandia, mentre quelle dei reparti CV11 e CV22 – 23 del Petrolchimico di Porto Marghera sono state e sono scaricate nella Laguna di Venezia". Che cosa vi induce a pensare questa tabella applicata a quegli quantitativi di diossina, indicati nella tabella 2, presenti nei fanghi? Se prendete quelle due righe, in esse non c’è niente di apparentemente falso: si parla di acque di processo scaricate nel Golfo di Finlandia e di acque di processo scaricate nella Laguna; solo che la tabella 2 non parlava di acque di processo, parlava di diossina nei fanghi. Allora o la legenda della tabella 2 non ha senso alcuno, oppure serviva per darvi l’erronea impressione che quei quantitativi fossero sversati, fossero quelli effettivamente sversati in Laguna. Nella tabella 2, appunto, la tabella 2 non parla di acque di processo ma di fanghi, e quindi è difficile sottrarsi all’ingannevole suggestione. Come ho detto, è per me evidente che con queste due memorie si è voluto approfittare della conoscenza che, necessariamente carente, dei Magistrati, sia della Procura Generale che della Corte d’Appello, possono avere oggi di questa materia, per tentare di creare falsi convincimenti o almeno false opinioni, che al Tribunale dopo tre anni di dibattimento serrato non si sarebbe nemmeno potuto tentare di prospettare. Da questo momento in poi della mia discussione, per provare ciò che vi sto dicendo, non farò più uso alcuno di memorie o consulenze tecniche della Difesa, perché mi rendo conto che in questa fase la Corte d’Appello ha tutto il diritto di supporre che le consulenze della Difesa siano faziose e a priori, convincenti o non convincenti, come lo sono faziose e a priori quelle dell’Accusa. E siccome lo scopo della mia trattazione è semplicemente quello di dare il senso della inutilità di riaprire un contraddittorio su questo tema, su una materia già definitivamente esplorata in primo grado, farò riferimento a delle fonti che tutti possono e debbono ritenere affidabili e super partes. Metterò semplicemente a confronto i dati contenuti nella memoria firmata dalla Pubblica Accusa con i dati contenuti in un atto normativo, cioè una fonte del diritto oggettivo vigente nel nostro Paese. Vi prego di guardare, si tratta della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, il decreto del Ministro dell’Ambiente del 26 maggio 1999, intitolato: "Individuazione delle tecnologie da applicare agli impianti industriali", etc. etc., "per la tutela della Laguna di Venezia". In allegato al decreto, e parte costitutiva di esso, basta vedere l’Art. 1, troverete allegate alla stampa di queste mie slide che poi vi consegnerò, il testo di questa fonte normativa. Dicevo che allegato al decreto e parte costitutiva di esso, vi è un documento tecnico di supporto, che è un documento importante, perché sulla base di esso il decreto, diciamo l’ordinamento giuridico oggettivo ha per la prima volta stabilito, prima a Venezia e poi per tutta Italia, i limiti di concentrazione di diossina negli scarichi. Quindi è un documento importante, soprattutto è un documento mirato sulla realtà di Porta Marghera e non sulla Finlandia o sulla Danimarca. Nella premessa al documento, potete leggere che esso è stato elaborato dall’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente - per comodità e semplificazione potremmo dire l’EPA italiana - avvalendosi di una task force comprendente personale di rilievo, anche rappresentante di istituzioni nazionali, esperti del settore industriale e rappresentanti del mondo accademico. Tra costoro troverete indicati il professor Paolo Rabitti e l’ingegner Giovanni Zapponi, l’uno e l’altro già consulente dell’Accusa: l’ingegner Zapponi ha firmato insieme a Tomatis e Vineis la memoria che vi hanno depositato; il professor Rabitti è un consulente del Pubblico Ministero per il secondo capo di imputazione. Essi hanno fatto parte di questa task force che ha emesso questo documento. Come dicevo all’inizio, il documento è una trattazione estesa sia delle fonti civili e industriali di contaminazione presenti in Laguna, sia delle sostanze chimiche che tali fonti sversano in Laguna, delle quantità stimabili di sostanze che tali fonti sversano e delle migliore tecnologie di abbattimento della contaminazione, la cui adozione è imposta con diversi termini temporali; il tutto in vista del conseguimento, ed è il decreto ministeriale appena successivo, dell’imposizione di valori limite allo scarico e di obiettivi di qualità delle acque della Laguna, prescritti anch’essi con varie scadenze temporali in funzione della fattibilità tecnologica degli interventi di abbattimento e contenimento prescritti. Non è inutile sottolineare che per la diossina questo decreto, il decreto 30 luglio 1999, stabilisce per la prima volta nell’ordinamento giuridico oggettivo limiti normativi di concentrazione agli scarichi, sia industriali sia civili, che sversano in Laguna. La ragione per cui nell’ordinamento non è stato possibile introdurre limiti precedentemente, è che le fonti di emissione di diossina sono così numerose e sono fonti sia civili che industriali, che l’imposizione dei limiti di concentrazione allo scarico, come dei limiti di concentrazione alle emissioni atmosferiche, è di enorme difficoltà tecnica. La domanda è semplice: perché, potendo disporre di una fotografia che deve supporsi attendibile della situazione, dell’impatto del Petrolchimico sulla laguna veneta, elaborata dall’EPA Italiana, si è preferito che l’attenzione della Corte d’Appello si focalizzasse sul Golfo di Finlandia e sulla disciplina dell’EPA della Danimarca? La ragione è detta presto. Torniamo a quella tabella 2 e torniamo a quegli iperbolici calcoli sulla quantità di diossina fatti nelle due memorie che vi hanno depositato. Come ho detto prima, vi è la deliberata confusione, nella memoria stessa, tra fattori di produzione e fattori di emissione. Nelle due memorie si dice che il fattore di produzione degli impianti di CVM del Petrolchimico di Marghera sarebbe pari a 695 microgrammi I-TEQ per tonnellata di CVM prodotta, e questo in virtù della consueta analogia con la situazione finlandese. Chissà perché per l’AMPA italiana, che ha studiato proprio il Petrolchimico di Porto Marghera piuttosto che farsi una crociera mentale nel Golfo di Finlandia, il fattore di produzione di diossina nel Petrolchimico oscilla tra i 41 microgrammi I-TEQ per tonnellata di CVM e i 63 microgrammi I-TEQ per tonnellata di CVM, come a dire dalle undici alle sedici volte inferiore a quelle dell’impianto finlandese e quindi dalle undici alle sedici volte inferiore al fattore di produzione erroneamente stimato per il Petrolchimico di Marghera. In vero, nel documento tecnico allegato al decreto ministeriale, vi è anche una stima della quantità di diossina che il Petrolchimico scarica in Laguna. Ora, una siffatta stima è stata fatta anche in altre fonti, anch’esse attendibili, anch’esse già allegate e presenti al processo, di cui però nessuno vi ha voluto parlare. Su una rivista americana è comparso nel 1999 un articolo dal titolo: "Budget preliminare delle diossine, PCB dioxin like della Laguna di Venezia". Tra gli autori di questo articolo, compaiono il dottor Guerzoni, il dottor Ferrari e il dottor Raccanelli, tutti consulenti tecnici del Pubblico Ministero. Il lavoro lo trovate qui evidenziato in tabella. Se andate a vedere la tabella numero 5, si parla della stima di quantità di diossina sversata in Laguna e l’indicazione è di 0,023 grammi I-TEQ per anno. La stima che ha fatto l’AMPA è... quello 0,023, si badi bene, riguarda tutti gli scarichi industriali che sversano in Laguna, compreso il Petrolchimico; l’AMPA invece per il Petrolchimico ha calcolato una quantità pari più o meno a 15 milligrammi I-TEQ per anno. I due documenti formati da commissioni, con una nutrita rappresentanza di consulenti tecnici dell’Accusa, pervengono a risultati sostanzialmente omogenei tra loro. Ora, può essere impietoso fare un raffronto tra i quantitativi di diossina stimati nel decreto del Ministero dell’Ambiente e quelli stimati dagli autori delle memorie che vi hanno consegnato. Si potrebbe stare anche a discutere per qual ragione mai dovremmo parlare di stime di diossina per il periodo 1995 – 2003, visto che si tratta di fatti estranei al processo. È ben noto che dal 1995 gli impianti di CVM sono gestiti da altre società e da altro management, nulla di tutto ciò è nel processo; non è chiaro per nulla per quale ragione si sia voluto parlare del 2003. Diciamo che i difensori di Enichem potrebbero accontentarsi di parlare di un periodo ancor più breve di quello successivo di gestione da parte di altra società, cioè del breve periodo 1987 – 1995. Ma per darvi un senso di analogia e di raffronto immediato con tutto quello che è scritto nella memoria, ho cercato di fare un raffronto tra quel che è scritto nella memoria per il periodo 1986 – 2003 e quello che risulterebbe invece attraverso le stime delle emissioni reali in Laguna dai documenti che vi ho indicato prima. La quantità di PCDD-PCDF sversati in Laguna nei diversi periodi, secondo i dati e le stime pubblicati in Gazzetta Ufficiale, risulta da mille a dieci mila volte inferiore – da mille a dieci mila volte inferiore – a quella di cui si parla nelle memorie che vi sono state depositate. Più in dettaglio, nel periodo 1986 – 1994 il raffronto è tra 0,972 grammi I-TEQ, meno di un grammo, e 1.125,6 grammi I-TEQ, più di un chilogrammo. Quel che desidero sottolineare è che non sto parlando di un conflitto di dati e di interpretazioni tra consulenze della Difesa e consulenze dell’Accusa, un conflitto cioè in qualche modo meritevole di essere approfondito e chiarito; sto parlando di un conflitto tutto interno all’Accusa, ma di un conflitto tra stime contenute in un documento tecnico allegato a un decreto del Ministro dell’Ambiente, Parte Civile in questo processo, e stime inventate ad arte dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, con l’aggiunta che il documento tecnico di supporto è stato scritto anche con l’ausilio di alcuni consulenti del Pubblico Ministero, così come anche l’articolo di letteratura scientifica che vi ho indicato. Questa tabella è una tabella un filo più veritiera, perché fondata su un documento tecnico allegato ad un decreto ministeriale pubblicato in Gazzetta Ufficiale: in azzurro vedete la formazione presunta di diossina stimata nelle memorie; in giallo chiaro la formazione effettiva di diossina, sempre secondo il decreto ministeriale. Cerchereste invano in questa tabella, ed è indicato in azzurro chiaro, la quantità di PCDD-PCDF scaricata in Laguna. È talmente bassa che non ci sta; bisogna dimensionare la scala in un modo diverso per riuscire a trovarla. Ora, si tratta di un conflitto reale di dati e di informazioni, o è un conflitto apparente, creato ad arte, con una manipolazione abile di informazioni, di analogie e di suggestioni, talune quasi vere, tal altre solo false, in un quadro generale di suggestione e di sonno della ragione? Se i consulenti dell’Accusa sono in disaccordo tra loro, che si mettano d’accordo. Perché dovremmo interessarci noi a loro? Voi avete tutte le informazioni necessarie per superare lo scoglio, che è uno scoglio apparente, e navigare oltre, possibilmente nella Laguna di Venezia e non nel Mare di Finlandia. Eccovi un altro esempio di informazione di dubbia, ma è un eufemismo, attendibilità. La seconda memoria, quella integrativa, vorrebbe convincervi della totale incapacità dell’impianto biologico ad abbattere le diossine. Il messaggio, anche questo quasi subliminale, è ovvio: se la quantità di diossina prodotta dal Petrolchimico è analoga a quella della Finlandia, e abbiamo visto che non è vero, i sistemi di abbattimento sono inefficienti, allora tutta la diossina prodotta finisce in Laguna. È abile il gioco di dire qualcosa che, in sé per sé preso, non è forse falso; ma basta una piccola dimenticanza, basta occultare qualcosa, perché tutto il quadro informativo sia radicalmente diverso rispetto alla realtà. Ora, è vero che il trattamento biologico non abbatte direttamente le diossine, ma è vero che il trattamento biologico, favorendo l’assorbimento delle diossine nei fanghi, ne trattiene la quasi totalità e che i fanghi, così pregni di diossina, finiscono poi con l’essere inceneriti dall’inceneritore che riceve i fanghi dal biologico. Voi direte, ma questo lo dice l’avvocato Santamaria, lo dice un consulente della Difesa, perché mai dovremmo credergli? Torniamo al decreto ministeriale del 26 maggio 1999, il quale non solo individua, ma prescrive, prescrive le migliori tecnologie disponibili che debbono essere applicate agli impianti industriali di Porto Marghera. A pagina 114 del documento tecnico di supporto, c’è una tabella che nell’ultima colonna di destra indica: "La migliore tecnologia di abbattimento delle diossine secondo gli standard universali dell’EPA americana". Questa pagina è la pagina del supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale. Se voi vedete l’ultima colonna a destra... beh, vedete l’ultima voce a sinistra quando si parla di diossine e PCDD equivalenti, poi l’ultima colonna a destra intitolata: "Migliore tecnologia, Universal Standard EPA", trovate: trattamento biologico. Quindi per l’EPA, alla quale si è rifatta anche l’EPA italiana, la miglior tecnologia oggi disponibile è il trattamento biologico, a dispetto di quel che è scritto nella memoria integrativa, a dispetto dell’uso che viene fatto delle dichiarazioni del signor Polo, a dispetto delle falsità che vi hanno cercato di raccontare. Due brevissime parole sul rame. Nessuno ha voluto spiegarci quale sia la rilevanza e la pertinenza del lungo discorrere sulle quantità di rame sversate in Laguna. Nell’arco temporale dei fatti oggetto d’accusa, nessuno ha mai contestato uno scarico eccedente i limiti di concentrazione posti dalla legge, nell’arco temporale dei fatti oggetto d’accusa, cioè fino al 1995; nessuno ha mai contestato che nei pesci e nei molluschi sia mai stato trovato rame in concentrazioni superiori ai limiti di legge. E poi, a proposito del rame, tornando sempre a questo decreto ministeriale, che parla anche in sintesi delle caratteristiche tossicologiche delle varie sostanze, si può leggere questo: "Il rame è un elemento comune nell’acqua potabile e deriva in parte dall’erosione delle rocce e in parte da fonti artificiali". L’indagine dell’EPA americana, già largamente citata, segna una concentrazione media nell’acqua potabile, cioè nell’acqua che viene distribuita alle utenze, pari a 45 microgrammi per litro. "Il rame è un elemento chiave nella dieta, con una ingestione suggerita di almeno 2 milligrammi al giorno. Il rame in eccesso viene normalmente espulso, ma, ad alte dosi, può determinare irritazione del tratto gastrointestinale. Il rame non è ritenuto cancerogeno". Per noi non vi è allo stato una benché minima ragione di parlare del rame, né l’Accusa si è minimamente preoccupata di farlo, ed ora è troppo tardi. Chiedo quindi, in conclusione, a proposito di questo argomento, l’inammissibilità delle prove, innanzitutto perché il tema è già stato affrontato e risolto nell’istruttoria dibattimentale di primo grado, in secondo luogo perché le informazioni che vi hanno fornito sono del tutto inattendibili ed è sufficiente il confronto con un atto normativo per evidenziare l’inaffidabilità delle informazioni stesse. Ritengo quindi del tutto inutile dover ascoltare l’ingegner Mara e l’ingegner Carrara su questo tema, perché tutte le informazioni che abbiamo bastano e avanzano. Vi chiedo cinque minuti soltanto per riprendere con il secondo argomento.

 

PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Presidente, soltanto intervengo un attimo per quel documento segnalato anonimo dall’avvocato Stella. Sicuramente, se è stato trovato, sicuramente è stato inserito da qualche parte della documentazione; lo vedo adesso e, a tutta evidenza, si tratta di un vecchio documento che risale ancora al periodo del primo grado. Per quanto possa essere utile e comunque doveroso, ritengo che ce ne scusiamo; non riguarda assolutamente queste vicende e comunque ce ne scusiamo e chiediamo noi stessi che venga ritirato, quel foglio anonimo così com’è. Sarà stato probabilmente un errore nel momento delle fotocopiature affannose che vengono fatte ed ovviamente è sfuggito a tutti quanti.

 

PRESIDENTE – Diamo atto di quanto dice il Pubblico Ministero e viene espunto dalla documentazione già prodotta.

 

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.25.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Signori Giudice, mi ero dimenticato all’inizio di chiedervi la cortesia di permettermi di parlare da seduto, perché oltre ad essere più comodo per il computer non riesco a stare in piedi. La seconda parte del mio intervento riguarda la richiesta di rinnovazione del dibattimento formulata dal Pubblico Ministero con riferimento a otto bollettini di analisi inerenti a otto pozzi ubicati a monte del Petrolchimico, pozzi quindi esterni al Petrolchimico. Il Pubblico Ministero, a pagina 1.498 del suo atto di appello, dice che l’acquisizione di questi dati analitici servirebbe a confermare l’avvelenamento relativo alle acque dei pozzi medesimi. In realtà, come vedremo tra breve, queste otto analisi non confermano proprio niente, anzi. Tutti sappiamo che il Tribunale ha deciso di non ammettere questi certificati d’analisi, per la ragione tecnicamente non superabile che le operazioni di campionamento e di analisi non furono eseguite, pur essendo ben possibile, nel contraddittorio delle Parti. Il Pubblico Ministero non ha motivato l’impugnazione di codesta ordinanza e neppure in udienza ha voluto spendere una parola sulle ragioni per le quali questa ordinanza sarebbe censurabile. Sappiamo ovviamente che le regole del contraddittorio sono la migliore garanzia, costruita dagli uomini nel processo, della genuinità dell’acquisizione della prova e quindi della sua corretta utilizzabilità processuale; non c’è caso forse più di questo nel quale il principio che sta alla base del contraddittorio, o meglio la sua trasgressione, ha un significato immediatamente sostanziale. Come ho detto, le analisi, queste analisi, questi bollettini di analisi non confermano nulla di nulla, tutt’altro. Voi conoscete benissimo il contenuto della motivazione della sentenza del Tribunale di Venezia con riferimento a questo punto; dicono i primi Giudici che, per quanto lento, non sussiste alcun processo di trasferimento orizzontale della contaminazione del sottosuolo e degli acquiferi situati sotto l’area di insediamento verso monte, essendo dato un gradiente che declina nettamente a scendere verso la Laguna. Scrivono i primi Giudici: "Tale evidenza permette di affermare in maniera conclusiva che dal sottosuolo dell’area di insediamento del Petrolchimico non può pervenire inquinamento verso l’entroterra. Gli inquinanti non possono risalire il senso del moto di falda". Ancora: "Risulta essere provato che le alte concentrazioni di inquinanti che (ovviamente) caratterizzano i siti di discarica interni dell’area di insediamento del plesso industriale, sono contenuti in ambiti ristretti, sottostanti le sole zone di discariche di rifiuti e che non si sono verificati significativi spostamenti. Giusta tale evidenze probatoria, risulta essere perciò confermato che le falde inquinate sottostanti le aree di discarica interne, non influenzano in alcun modo lo stato delle falde e/o delle acque dei pozzi a monte dell’area di insediamento del Petrolchimico". Anche su questo punto, la sentenza è fondata su basi solidissime, sia perché esistono - e lo vedremo subito - prove della non contaminazione di pozzi subito a monte del Petrolchimico, sia perché queste evidenze empiriche sono corroborate da una valida e condivisa conoscenza della idrologia, della idrogeologia del sito. Si vede dunque che quegli otto bollettini d’analisi non confermerebbero proprio niente di niente. Sappiamo che agli atti del fascicolo processuale ci sono già bollettini d’analisi relativi a pozzi situati a monte del Petrolchimico. Il Pubblico Ministero, già in fase di indagini preliminari, questa indagine l’aveva fatta. Questo è il verbale di prelievo dei campioni, compiuto dal Corpo Forestale dello Stato nel 1996, siamo ancora in fase di indagini, l’indicazione dei pozzi; qui vedete indicati con CFS 4, CFS 18, CFS 10, CFS 9, i luoghi dove erano ubicati i quattro pozzi censiti, campionati ed analizzati nel 1996. Qui vedete i risultati. Vedete che non a caso il Pubblico Ministero aveva cercato di individuare tracce di solventi clorurati: in giallo trovate i limiti imposti dal decreto ministeriale 471 del 1999; in nessuno di questi campioni questi contaminanti erano stati trovati oltre la soglia di rilevabilità analitica. Le acque, cioè, non erano contaminate, tanto che il rapporto firmato dal Comandante Spoladori Alberto del Corpo Forestale dello Stato, il rapporto al Pubblico Ministero, concludeva dicendo che a seguito a campionamento acqua da pozzi artesiani siti nelle vicinanze dell’insediamento produttivo Enichem, dai certificati analitici di laboratorio allegati, non emerge alcuna contaminazione di sostanze derivate da processi di lavorazione industriale quali metalli e loro composti e composti organici vari. Le analisi dunque di pozzi esterni al Petrolchimico, agli atti del processo, provano che l’acqua di quei pozzi non è né avvelenata né adulterata, cioè concretamente o comunque realmente pericolosa per la pubblica incolumità e nemmeno inquinata nel senso ben più limitato di presenza di contaminanti oltre i limiti di concentrazione previsti dal decreto ministeriale 471/99, che comunque è ovviamente successivo ai fatti del processo. Come si è visto dalla tabella relativa ai risultati, il Pubblico Ministero cercava non a caso tracce di solventi clorurati, immaginando che potessero essere indicatori di una contaminazione proveniente dalle falde sottostanti il Petrolchimico. Ora, che non abbia trovato nulla di nulla è un risultato atteso e prevedibile, del tutto coerente con le conoscenze disponibili, soprattutto per i pozzi più prossimi al Petrolchimico e più distanti dalle altre attività che esistono a monte di quei pozzi. Possiamo infatti aggiungere, non ve ne fu bisogno in primo grado, che a monte del Petrolchimico, a monte dei pozzi di cui si parla, insistono oggi molte attività produttive e, con tutta probabilità, molte di più se ne potrebbero rintracciare con una ricerca storica adeguata. In questa slide, voi vedete un elenco ancora approssimativo delle attività industriali esistenti a monte di quelle falde: ci sono produzioni di articoli in gomma, produzioni chimiche di vario tipo. Sono tutte attività che, secondo le conoscenze disponibili, possono essere causa di inquinamento delle falde stesse da organoclorurati e queste fonti sono, in moltissimi casi, molto più vicine ai pozzi campionati di quanto non sia il Petrolchimico. Sarebbe stato quindi pressoché impossibile attribuire con qualche ragionevolezza all’una o all’altra di tali attività, eventuali tracce di contaminazione anche di solventi clorurati. Stanti le conoscenze idrogeologiche sul moto della falda, qualora si fosse trovata traccia di contaminazione in quei pozzi, sarebbe stato assai facile provare l’estraneità del Petrolchimico e ancor più di Enichem, o meglio degli imputati Enichem, alla contaminazione stessa. Ecco, la carta che vedete è stata mostrata dal professor Nosengo, consulente dell’Avvocatura dello Stato, in primo grado. Si vede chiaramente come le linee di flusso della falda siano dirette verso sud – est, ovvero dalla pianura veneta verso la laguna. È chiaro che queste considerazioni su eventuali ipotetiche altre fonti di contaminazione avrebbero avuto un qualche rilievo se la prova di una qualche contaminazione di acqua di pozzi fosse davvero stata conseguita con metodi e procedure affidabili. Ora, non può essere un caso che dal 1996 al 2001 il Pubblico Ministero, a cui nessuno potrà mai rimproverare di avere lesinato in qualche impegno investigativo contro il Petrolchimico, non azzarda più alcuna altra indagine sui pozzi a monte del Petrolchimico stesso. A marzo del 2001, però, la partita sui pozzi si riapre improvvisamente davanti al Tribunale. Per quale ragione? A marzo del 2001, e siamo in pieno dibattimento, il processo sull’imputazione di avvelenamento e/o adulterazione di acque destinate all’alimentazione è sostanzialmente già perso per l’Accusa. L’istruttoria dibattimentale è alle battute finali. Non c’è una prova, e non ve ne può essere, di avvelenamento o adulterazione di acque destinate all’alimentazione. La prova negativa tratta dalle analisi del 1996 è coerente con tutte le conoscenze idrogeologiche del sito, ampiamente trattate ed approfondite nell’istruttoria dibattimentale. Nonostante tutto ciò, o forse a causa di tutto ciò, a marzo 2001 il Pubblico Ministero delega nuovamente il Corpo Forestale dello Stato a svolgere nuove indagini su pozzi ubicati nella stessa zona dei pozzi già indagati nel 1996. In questa cartina voi vedete l’ubicazione dei pozzi, il confronto tra i pozzi campionati nel 1996 e i pozzi campionati nel 2001. Viene da chiedersi che cosa possa mai essere cambiato tra il 1996 e il 2001, che cosa si possa trovare nel 2001 che nel 1996 già non si potesse trovare. Dico subito che la campagna analitica di marzo 2001 è quanto meno strana; ne possiamo ricostruire qualche aspetto leggendo il verbale del Corpo Forestale dello Stato che voi avete agli atti. Apprendiamo, leggendo dal verbale di campionamento, che è presente un tecnico di un certo laboratorio, che si chiama SGS, che è un laboratorio di analisi accreditato. Dopo vi mostrerò l’immagine del verbale, potrete vedere che è cancellata con un tratto di penna la parte del verbale stesso, prestampato, che contiene le parole di rito sulle modalità di sigillo e di etichettatura dei campioni. Ma le stranezze cominciano a diventare di più nel momento in cui, sempre dal verbale, risulta che i campioni non vengono consegnati al tecnico SGS, lì presente per le analisi, ma vengono invece consegnati, dobbiamo supporre non sigillati e non etichettati come di rito, al dottor Raccanelli presso il suo laboratorio INCA. Chi ha steso il verbale sembra convinto che la consegna del campione sia giustificata dal fatto che sarà lo stesso laboratorio INCA di cui Raccanelli è direttore a fare le analisi, ma non è così. Le analisi infatti saranno eseguite dal laboratorio SGS e non dal laboratorio INCA. Ora, non sfugge a nessuno che sarebbe stato quanto meno più semplice consegnare i campioni debitamente etichettati e sigillati al tecnico di SGS presente al campionamento, piuttosto che portare questi campioni, probabilmente in macchina, fino al laboratorio più lontano, che non farà le analisi e che quindi, fino a prova contraria, non ha titolo alcuno a ricevere quei campioni. Qui vedete le immagini relative al verbale di prelievo. Vedete la presenza verbalizzata del tecnico di SGS e l’indicazione che i campioni sono stati rimessi subito dopo il prelevamento dottor Stefano Raccanelli presso il laboratorio INCA di Venezia – Marghera, per le relative operazioni analitiche. La domanda è d’obbligo: perché mai consegnare i campioni al dottor Raccanelli, visto che non sarà il suo laboratorio a fare le analisi? Che cosa doveva fare il dottor Raccanelli di quei campioni, visto che non sarà il suo laboratorio ad analizzarli? Di quei campioni, una volta consegnati a Raccanelli presso il laboratorio INCA, perdiamo qualsiasi traccia. Cominciano ad apparire tracce nel momento in cui conosciamo i verbali analitici che escono dal laboratorio SGS; e i risultati analitici sono quanto meno strani, anomali. Nel 2001 in pozzi ubicati nella stessa zona dei pozzi già analizzati nel 1996, nel 2001, appaiono quasi per miracolo tracce significative di solventi clorurati. In questa tabella vedete riassunti i risultati: in rosso vengono indicati i superamenti per ciascun campione e in giallo i limiti del decreto ministeriale 471/99. È una tabella analoga a quella che abbiamo visto prima per quanto riguarda la campagna del 1996, che invece aveva "non rilevabile" per molti dei parametri qui indicati. Ora, dall’ultimo deposito di atti fatto presso la Corte d’Appello, abbiamo appreso altri aspetti di questa strana vicenda, degni di una qualche considerazione. Abbiamo appreso che il laboratorio SGS sembra aver ritenuto necessario un supplemento d’analisi sui campioni di due degli otto pozzi, forse perché nelle prime analisi non era stato analizzato un parametro. Provate a mettere a raffronto i bollettini originali dei pozzi 2 e 8 con i bollettini supplementari di analisi degli stessi pozzi e vedrete delle incongruenze che quanto meno un profano non riesce a spiegarsi. Ad esempio nei bollettini supplementari non risultano più i valori analitici di alcuni parametri, tra cui CVM, uno e due di cloretano ed altri, che invece comparivano nei primi bollettini d’analisi. Se badate bene alle date, questi ultimi due bollettini supplementari risultano pervenuti alla Procura della Repubblica il 2 aprile del 2001, via fax, da SGS alla Procura della Repubblica. Lo stesso giorno, e questa è una novità che abbiamo appreso, perché non era nota prima, il 2 aprile 2001 perviene alla Procura della Repubblica un fax firmato dal dottor Raccanelli, proveniente dal laboratorio INCA, non dal laboratorio SGS; memoria che contiene un breve ma documentatissimo commento ai laboratori analitici del laboratorio SGS. Non v’è traccia alcuna di trasmissione di risultati analitici da SGS a INCA, né dalla Procura a INCA. Qui vedete il fax firmato da Raccanelli: "Venezia, 2 aprile 2001. Trasmetto un breve commento sull’analisi" etc. Vi invito a leggere la conclusione di questa memoria, che mostra una conoscenza molto dettagliata di tutti i risultati analitici e addirittura vengono confrontati gli ordini di grandezza di presunto superamento rispetto ai parametri del 471 del 1999. Si dice che "questa contaminazione discende univocamente dalle produzioni di idrocarburi clorurati e non possono essere correlati con altre lavorazioni". Questa è la pagina della memoria contenente i risultati, quindi Raccanelli il 2 aprile 2001 mostra di conoscere perfettamente. È degna di encomio, certamente, la grande efficienza del dottor Raccanelli, che non solo conosce tutti i risultati, anche quelli relativi ai parametri oggetto d’analisi supplementare, che provengono alla Procura lo stesso giorno, il 2 aprile 2001; sebbene, come ho detto prima, non vi sia prova alcuna che gli siano pervenuti questi bollettini d’analisi, visto che le analisi le ha fatte un altro laboratorio e non il laboratorio INCA. Altrettanto degna di encomio è la straordinaria sicurezza che Raccanelli rileva nell’interpretazione dei risultati. In fondo dice al Pubblico Ministero: "Abbiamo cercato quello che cercavamo e quello che abbiamo trovato prova, senza possibilità di equivoco, che la contaminazione di quei pozzi viene dal Petrolchimico". Fin qui, come dire, qualche anomalia procedurale, boh, forse spiegabile, forse no, tracce di una qualche sollecitudine, forse un po’ faziosa... forse qualcuno spiegherà tutto questo. Ma i veri problemi nascono quando questi risultati analitici andiamo a guardarli un pochino più da vicino, cominciando col dire che gli otto pozzi sono lontani tra loro anche alcuni chilometri; sono quindi prossimi a siti diversi, a discariche, ad altre attività industriali e insistono su terreni che non possono avere la stessa identica formazione idrogeologica. In questa cartina vedete le distanze che ci sono tra i pozzi. Chiunque si attenderebbe che le analisi in qualche modo rispecchino la diversa geologia e le diverse fonti di eventuale potenziale contaminazione, legate ai siti dove i pozzi stessi insistono. Invece, guarda caso, non è così. Appare assolutamente straordinario che in sette campioni su otto si trovino solo e soltanto gli stessi contaminanti, cioè alcuni specifici solventi clorurati. Altrettanto straordinario è che in sette campioni su otto si trovino solo e soltanto quei contaminanti che, a priori, un’accusa interessata a trovare prove contro il Petrolchimico, avrebbe voluto e sperato di trovare. Altrettanto straordinario è che in sette campioni su otto non si trovino neppure in tracce i contaminanti tipici di zone interessate alle discariche, per esempio metalli pesanti; ma quello che colpisce più di tutto è che in sette campioni su otto i contaminanti si trovano tra loro negli stessi identici rapporti di concentrazione. Se non sapessimo dai verbali di prelievo che dovrebbe trattarsi di sette campioni di sette pozzi diversi, diremmo che si tratta di un unico campione di acque prelevate in un solo pozzo. In questa figura, attraverso un grafico a torta, come si dice, sovrapposto al punto dove si trova ciascuno dei pozzi, potete vedere la composizione della contaminazione secondo questi straordinari risultati analitici. È la stessa cosa. Sette pozzi lontani tra loro sono contaminati allo stesso modo. Qui vedete le stesse cose con una forma grafica differente: vedete i colori, vedete tutti i pozzi e vi rendete conto che è sempre la stessa cosa. A marzo del 2001 l’istruttoria dibattimentale è ormai finita, non si ebbe il tempo di fare approfondimenti ulteriori, anche se – come diremo dopo – si fece a tempo a prelevare campioni dagli stessi otto pozzi e a farli analizzare da un laboratorio accreditato, un terzo laboratorio. I risultati di queste contro analisi ve li illustrerò tra breve. Ora abbiamo avuto più tempo per pensare e per fare elaborazioni ulteriori e provando ad immaginare con qualche sforzo - l’ho scritto, è quasi un ragionamento per assurdo - che questi risultati siano davvero genuini e attendibili, abbiamo provato a mettere a confronto quella torta, cioè quella peculiare composizione di contaminazione trovata negli otto pozzi, con le peculiari composizioni di contaminazione che si trovano nelle falde sottostanti il Petrolchimico. Come ho detto, è un’elaborazione che a marzo del 2001 non avemmo il tempo di fare e che molto probabilmente neppure Raccanelli, nella sua memoria di commento, era in grado di fare. È importante questo punto. Il tempo stringeva ormai, il dibattimento stava per chiudersi. Come vedete, le torte relative alle acque sottostanti il Petrolchimico rivelano composizioni di contaminazione del tutto differenti rispetto alla torta unica dei pozzi analizzati nel 2001: gli stessi contaminanti, ma tra loro in concentrazioni e in rapporti molto diversi, così come ci si attenderebbe, ovviamente, da una campagna analitica che riguarda punti diversi. Questa considerazione, che nasce dalle analisi che abbiamo fatto, sempre proseguendo nell’argomento per assurdo, cioè sempre supponendo che quei risultati del marzo 2001 possano essere in qualche modo attendibili, toglie ogni credibilità alle frettolose conclusioni di Raccanelli, perché è evidente che quella ipotetica contaminazione non viene dal Petrolchimico. D’altra parte quella contaminazione in pozzi situati nella stessa zona, nel 1996, non avevano rilevato nessuna contaminazione e, come dirò poi, le analisi fatte sugli stessi pozzi nel 2001 dalla Difesa confermeranno le analisi del 1996: nessuna contaminazione è presente in quei pozzi. La campagna analitica fatta ancora nel 2003 conferma la medesima identica situazione, che – come ho detto – è coerente con le competenze idrogeologiche acquisite nel processo. Detto questo, non è possibile non farsi la domanda di come la natura da sola sia stata così abile nel creare nel 2001 un simile prodotto, una contaminazione così meravigliosamente armonica e omogenea in un’area così vasta e, soprattutto, come scrive Raccanelli nelle conclusioni della sua memoria, un tipo di contaminazione così propizia e benevola nell’aiutare l’Accusa a trovare in extremis qualche argomento con il quale rappezzare la nave che stava facendo. Il processo è uno psicodramma e, guarda caso, Raccanelli appare sulla scena del processo quasi come un deus ex machina. Viene da chiedersi, e la Corte d’Appello non può non farsi questa domanda, chi fosse, chi è costui, perché la sua presenza non era nuova nel processo. E facciamoci un piccolo passo indietro nel lungo tempo del dibattimento di primo grado e spostiamoci per un attimo sull’altro fronte d’accusa, quello relativo all’avvelenamento, al presunto avvelenamento e/o adulterazione di sostanze destinate all’alimentazione, cioè il pescato lagunare, pesci e molluschi. Quando Raccanelli viene scaraventato sulla scena del processo la prima volta, anche quell’accusa sull’avvelenamento e/o adulterazione di pesci e molluschi è - ma è un eufemismo - è claudicante; in realtà è già affondata. L’imputazione era insostenibile ab origine, al di là di tutte le considerazioni di principio e di regole di giudizio enunciate dal professor Stella; basterebbe andarsi a leggere il resoconto dell’accertamento tecnico irripetibile che il Pubblico Ministero in fase di indagini preliminari aveva svolto ai sensi dell’Art. 360, in contraddittorio tra le Parti. Già da quell’accertamento era emerso quello che poi è risultato ancor più confermato in tutta l’istruttoria dibattimentale, cioè che campioni e molluschi di pesci anche nella zona industriale non presentano mai soglie di contaminazione superiori ai limiti, pure altamente cautelativi, fissati dalla legge amministrativa e voi sapete bene che per la sentenza del Tribunale, a dire il vero per ogni persona di buon senso e ragionevole, questo argomento è definitivo; non consente nessun altro spazio, nessun altro spazio argomentativo. Il principio di non contraddizione, prima ancora che qualsiasi altra considerazione, non consente di pensare che un pesce edibile e commerciabile per legge possa essere contemporaneamente avvelenato e adulterato. La situazione, quando Raccanelli entra in scena nel processo, degli innumerevoli campioni di pesci e molluschi acquisiti dalle più svariate fonti, confrontate con i limiti di concentrazione fissati dalla legge, è quella rappresentata nei grafici che seguono, per i parametri che vedete: per il piombo, per il cadmio, per il mercurio – vedete che siamo sempre largamente sotto i limiti – per l’arsenico, per le diossine. Brevissima considerazione. Al tempo del processo di primo grado non era disponibile una concentrazione limite da rispettare in pesci e molluschi della Laguna. Ora invece è disponibile, lo sapete, c’è un regolamento della Comunità Europea del 29 novembre del 2001 che stabilisce una concentrazione limite che è di quattro picogrammi per grammo. Ora, quindi, siamo in grado di dire che non è stato mai, mai rinvenuto un campione di vongole o pesci nella zona industriale di Marghera con i livelli di diossina superiori alla concentrazione limite sancita dalla Comunità Europea. Detto per inciso, questa considerazione rende non più attuale il lungo dibattere, talvolta quasi grottesco, fatto in primo grado dai consulenti dell’Accusa, nel tentativo di costruire impossibili superamenti della dose giornaliera accettabile. Quando questo scenario comincia a profilarsi nel processo, lasciando prevedere la più o meno certa sconfitta delle tesi dell’accusa, entra Raccanelli. Raccanelli è un ex tecnico di laboratorio di Enichem, uscito e, diciamo così, arruolatosi poi dall’altra parte. Nel 2000, a dibattimento ormai inoltrato, la Nuova Venezia rivela che il dottor Raccanelli del laboratorio INCA ha effettuato una nuova ed estesa indagine analitica su pesci e molluschi della Laguna, soprattutto della zona industriale. Non sappiamo chi sia stato il committente di questa nuova indagine né quale sia l’obiettivo, visto che già nel 2000 erano disponibili tanti referti analitici provenienti da fonti disparate, pubbliche o private, della cui attendibilità nessuno ha mai dubitato. C’erano le campagne analitiche di Di Domenico e altri, ricercatori dell’Istituto di Sanità, consulenti allora incaricati dall’attuale Procuratore Generale della Repubblica, dal dottor Fortuna; vi erano delle campagne analitiche di altri autorevoli ricercatori Cesar e Muller, consulenti del Pubblico Ministero. Tutte le campagne analitiche disponibili avevano dato risultati sostanzialmente coerenti tra loro, seppure poco utili a supportare un’accusa di avvelenamento e/o adulterazione di pesci e molluschi della Laguna, per la ragione prima evidenziata. Le analisi di Raccanelli sul pescato lagunare sono subito, si rivelano subito straordinariamente diverse rispetto a tutti gli altri istituti e laboratori, nonché di tutti gli altri consulenti del Pubblico Ministero, tanto da far sorgere nel Tribunale dubbi e sospetti del tutto legittimi. Questi grafici mostrano in rosso le concentrazioni che Raccanelli avrebbe trovato nel pescato lagunare per il piombo, a confronto con le concentrazioni in colore blu delle altre campagne analitiche provenienti da altre fonti: piombo, alluminio, benzoapirene, arsenico. I risultati di Raccanelli vengono presentati, prima sulla stampa e poi nel processo, come nuovi e allarmanti. Il Pubblico Ministero acquisisce tutti i bollettini d’analisi in un fascicolo processuale che ha un numero diverso, che alla fine viene riversato nel processo che si celebrava nell’aula affianco di questa, davanti al Tribunale. Il Tribunale, come sempre, vuole sapere e vedere tutto il possibile, e acquisisce tutto il materiale di Raccanelli. La difesa, come ha sempre fatto nel processo, non si è opposta. Il Tribunale cioè vuole vedere le carte giocate dal Pubblico Ministero così in extremis; sollecita le Parti a svolgere in contraddittorio un accertamento, allo scopo esclusivo di verificare l’attendibilità degli straordinari risultati di Raccanelli. L’esperto scelto dalle Parti per svolgere tali analisi è il dottor Muller di Berlino, già consulente del Pubblico Ministero in fase di indagini preliminari. I campioni di pesci e molluschi vengono prelevati negli stessi punti ove lo stesso Raccanelli ha prelevato i suoi campioni; è Raccanelli ad indicare i punti dove ha prelevato i suoi campioni. Il confronto tra le analisi di Raccanelli e quelle fatte a Berlino è inequivoco ed apre interrogativi indubbi. Come ha ottenuto Raccanelli risultati di laboratorio tanto eccentrici rispetto a tutti gli altri? Ora vedete per il piombo ancora in grafico, ancora una volta le differenze. In rosso vedete i risultati di Raccanelli, in bianco i risultati di Berlino: piombo, alluminio, arsenico, mercurio, rame, cromo, esaclorobenzene, IPA, benzoapirene - che è l’IPA più tossico - PCB, diossine. Le analisi compiute dall’esperto terzo, seppur egli era stato consulente del Pubblico Ministero, dottor Muller, corroborano tutte le altre analisi, confermano cioè i livelli di concentrazione di contaminanti presenti nel pescato lagunare; corroborano la tesi che essi non superano mai le soglie limite stabilite per la edibilità e per la libera commerciabilità del pescato stesso; confutano in modo evidente l’attendibilità delle analisi di Raccanelli e con esse il tentativo estremo del Pubblico Ministero di tenere in piedi un’accusa già persa, senza fondamenta. Persa la partita sui pesci e sui molluschi, resta al Pubblico Ministero quindi, e torniamo al 2001, un’ultima carta da giocare: le acque dei pozzi. Rientra in scena Raccanelli, seppure con un ruolo tuttora oscuro. L’unica cosa che sappiamo è che i campioni prelevati alla presenza di un tecnico SGS transitano per i laboratori di Raccanelli, per poi tornare ad SGS per le analisi. Vi ho già anticipato prima la conclusione. È chiaro che manca un elemento per completare il mosaico. La Difesa, memore dell’esperienza delle analisi di Berlino, incarica i propri consulenti, una o due settimane dopo la conoscenza dei risultati sui pozzi, di campionare ed analizzare gli stessi otto pozzi campionati ed analizzati dall’Accusa. I risultati delle analisi della Difesa, alla luce di quello che si è detto finora, non possono più apparire sorprendenti. Gli otto pozzi campionati ed analizzati dall’Accusa risultano del tutto immuni da contaminazione; nessuna traccia di solventi clorurati. Gli stessi otto pozzi. I risultati delle analisi del 2001 della Difesa coincidono con quelli del 1996 dell’Accusa e soprattutto coincidono con le conoscenze idrogeologiche pacifiche. L’acqua continua a scorrere da monte verso il mare, il Petrolchimico non può contaminare i pozzi posti a monte. In questa tabella vedete riassunte i risultati delle tre campagne analitiche: quella del 1996, quella della difesa 2001 e quella dell’accusa di SGS. Così anche le tabelle successive. La Difesa, nel 2003, ha compiuto un’ulteriore campagna analitica per controllare le evoluzioni idrochimiche della falda; ha cercato di andare a campionare ancora gli otto pozzi campionati dal Pubblico Ministero nel 2001. In realtà le è stato precluso l’accesso a sette di questi pozzi, perché i proprietari hanno detto che i pozzi stessi erano sotto sequestro, sicché non si è potuto fare contro analisi fuorché, siamo nel 2003, per uno degli otto pozzi; in quest’unico pozzo dove si è potuto accedere anche del 2003 non si è trovata traccia alcuna di contaminazione. Nel 2003, allora, la Difesa ha fatto una campagna ancora più estesa; per dirla in breve, ha campionato tutti i pozzi che si trovano tra il Petrolchimico e i pozzi campionati nel 2001 dall’Accusa, trovando ulteriore conferma dell’assenza di contaminazione. Fatto tutto questo escursus, arrivo alle conclusioni. I dati analitici relativi a quegli otto pozzi sono inammissibili, perché sono evidentemente e clamorosamente inaffidabili, perché la sentenza, nella sua motivazione e sulla base delle prove già disponibili, consente di pervenire a conclusioni inattaccabili sul punto. Ancora una volta sono convinto che riaprire questa partita non gioverebbe alla credibilità di questo processo. Quando poi faremo le nostre richieste di sintesi, ovviamente, ci saranno delle istanze subordinate nel momento in cui si volesse riaprire, e mi auguro proprio che non capiti, si volesse riaprire questa partita, già definitivamente chiusa. Io ho finito, grazie.

 

PROCURATORE GENERALE – Dott. Bruni – Una questione brevissima, Presidente.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

PROCURATORE GENERALE – Dott. Bruni – Nell’intervento dell’avvocato Santamaria, al fine di escludere l’acquisizione dei dati analitici relativi a quei pozzi, si è fatto riferimento anche a dati ulteriori che servirebbero a contrastare e quindi a rendere inaffidabili, inattendibili i dati contenuti in quei bollettini di analisi. Ecco, ritengo che per la parte relativa alla confutazione del dato oggettivo emergente da quei bollettini d’analisi, la Corte non possa utilizzare questi elementi informativi che sono stati offerti ora dal difensore, a meno che, a meno che non vi sia l’introduzione di quei dati richiesti dall’Accusa, cui quelli offerti dalla Difesa si contrappongono come dato di conoscenza di senso inverso, se mi è consentita l’espressione.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Se posso dire soltanto una parola. Le ragioni dell’inaffidabilità di quei referti analitici sono state credo illustrare ed evidenziare senza che per arrivare a questa conclusione vi sia bisogno alcuno di acquisire le nostre contro analisi, tali e tante sono le anomalie inesplicabili di quegli stessi otto bollettini d’analisi.

 

PRESIDENTE – Va bene, terremo presenti queste considerazioni.

 

PROCURATORE GENERALE – Dott. Bruni – Ma la questione non era su quello che aveva detto prima, solo sulla utilizzabilità dei dati oggettivi offerti in contrapposizione.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

DIFESA – AVV. ZANCHETTI

 

DIFESA – Avv. Zanchetti – Cercherò di essere brevissimo, perché vedo che è già tardi. Il mio compito sarebbe discutere sulla inammissibilità delle singole richieste di riapertura del dibattimento formulate dal Pubblico Ministero relativamente al capo uno di imputazione. Su queste richieste era già stata depositata dalle difese Enichem una memoria, il 17 gennaio 2004. Ovviamente non sto a ripetere quanto già contenuto nella memoria depositata ormai quasi cinque mesi, cinque mesi fa, presso questa Corte d’Appello. Chiedo comunque... già lì si esponevano le ragioni che portano a nostro avviso a rigettare tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento formulate dal Pubblico Ministero, tanto nei motivi principali, che nei motivi nuovi e aggiunti del 3 e del 5 gennaio 2004, che formulati direttamente in udienza il 13 maggio scorso. Il motivo per cui queste, anche al di là dei motivi strettamente processuali già discussi in quella memoria, per esempio la tardività delle richieste del 5 gennaio o il fatto che tanto le richieste del 3 che del 5 gennaio fossero formulate in un atto che di motivi aveva soltanto il nome, io mi intratterrò sulle ragioni sostanziali per cui tutte queste richieste devono essere rigettate ed è perché tutti i documenti, ma non solo i documenti, anche le richieste di audizione dei consulenti, appaiono chiaramente lontanissime dall’essere decisive, come richiesto dalla legge, e lontanissime perfino dall’essere in qualsiasi modo rilevanti per la decisione da parte della Corte d’Appello. Tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento relative al capo 1 di imputazione, ma come proseguiranno i colleghi si potrà dire lo stesso relativamente al capo 2, sono solo gocce d’acqua nell’oceano, che riguardano solo alcuni punti specifici e circoscritti e che non aggiungono assolutamente nulla di rilevante rispetto alla miriade di prove testimoniali e documentali già acquisite durante il dibattimento di primo grado. Per quanto riguarda i documenti, in particolare, i documenti appartengono ad alcune categorie, possiamo dire, i documenti di cui chiede l’acquisizione il Pubblico Ministero. Da un lato abbiamo delle revisioni di letteratura che non sono certamente studi nuovi, che non aggiungono assolutamente nulla alle conoscenze già acquisite al primo grado; in pratica sono articoli pubblicati su studi precedenti, che non aggiungono alcun dato sperimentale, alcun dato nuovo di letteratura. Dall’altro lato, ci sono dei lavori nel quale il CVM è citato esclusivamente en passant; magari ci sono tre parole o una riga en passant sul CVM, su studi che riguardano tutt’altro. Poi abbiamo un’ulteriore serie di lavori, ne citeremo alcuni, per non citarne tutti, che il Pubblico Ministero chiede di acquisire, in cui studiosi, équipe di studiosi che hanno prodotto già vari lavori che sono stati amplissimamente discussi durante il giudizio di primo grado, producono qualche nuovo articolo; ma si tratta di nuovi articoli su studi già fatti, su coorti già studiati, su dati già discussi. Per di più, si tratta di articoli che presentano gli stessi difetti degli articoli già ampiamente acquisiti al dibattimento. Quarta ed ultima categoria dei documenti cosiddetti scientifici che l’Accusa chiede di acquisire, sono documenti prodotti da consulenti tecnici dell’Accusa, pubblica e privata, in forma di lavori scientifici. Sono consulenti tecnici che pubblicano, su riviste, lavori che in realtà sono consulenze tecniche, costruite integralmente sulla base di dati oggetto di questo processo, scritte dai consulenti dell’Accusa in questo processo, con evidente ed esclusiva attenzione all’uso processuale. A nostro parere, lo dico una volta per tutte, per non ripeterlo documento per documento, tutti questi studi scientifici non dovrebbero essere ammessi, perché non si tratta di studi scientifici indipendenti, ma si tratta di consulenze tecniche redatte in violazione delle norme del Codice di Procedura Penale, che regolano le consulenze tecniche e non permettono nuovi incarichi di consulenze in questa sede. Fatto questo escursus generale, se devo passare ai motivi principali, mi resta veramente poco, perché nell’elenco di sedici documenti che sono contenuti nei motivi principali del Pubblico Ministero, di cui il Pubblico Ministero chiede l’acquisizione, se tolgo quelli che non riguardano assolutamente queste Difese e due documenti, quelli relativi al caso Grasso – Dalla Verità, di cui ha già parlato il professor Stella prima di me, resta veramente poco; resta la richiesta di audizione degli ufficiali della Guardia di Finanza e l’acquisizione dei documenti sull’acquisizione di somme da parte delle società a fini diversi da quelli del miglioramento ambientale, documenti su cui non mi dilungo, perché la loro acquisizione è già stata giustamente rigettata dal Tribunale; è una richiesta di documenti manifestamente irrilevanti, lo stesso Pubblico Ministero lo sa benissimo e non ha saputo trovare altra scusa all’udienza del 13 maggio per chiederne l’acquisizione, che un vado riferimento al grado della colpa – grado della colpa di chi, poi, verrebbe fatto da dire. I due documenti che restano sono veramente una goccetta nell’oceano dei dati. Cioè un documento di Grimberger S. ed altri, che non ha nessun dato nuovo, perché è solo una revisione di letteratura e un documento di Wong ed altri del 2002 che cito solamente perché è un documento, ne vedremo qualcun altro, di un certo gruppo di studiosi taiwanesi che hanno prodotto vari lavori, già acquisiti agli atti, tutti lavori per cui la sentenza ha chiaramente indicato che ci sono vari difetti metodologici che già imporrebbero, che già hanno imposto alla sentenza in primo grado di non prenderli in considerazione e adesso il Pubblico Ministero chiede di acquisire un altro paio di lavori che presentano gli stessi difetti e che sono completamente inutili, anche perché sono lavori sulla stessa coorte precedente e che nulla aggiungono rispetto a quelli precedenti. Passo alla analisi delle richieste formulate con i motivi nuovi del 3 gennaio e anche queste sono poche e manifestamente irrilevanti. Al numero 1 dell’elenco ci sono due documenti della CGIH, American Conference of Government and Industrial Hygienist, del 2001 e del 2003. Sono tipici del tipo di richieste di acquisizione documentale. Quello del 2001 riporta lo stato delle conoscenze al 2001, quindi al momento del processo, e tra l’altro il lavoro più recente che cita è un lavoro del 1991, quindi sono dati tutti già acquisiti al processo. Quello del 2003 è un documento che parla di CVM in una riga, dove dice: TWA, 1 PPM, classificazione A1, effetti critici cancro al fegato. Basta, una riga sul CVM in un intero documento, dati tutti acquisiti al processo, documenti totalmente inutili. C’è poi, sempre in questi documenti del 3 gennaio, la richiesta di acquisizione di un ulteriore lavoro di Wong, per cui valgono le stesse cose che abbiamo detto prima e già è stata riconosciuta dal Tribunale la ragione per cui sono inaffidabili i lavori di questi studiosi taiwanesi, non foss’altro per l’estrema differenza della coorte taiwanese rispetto a quella degli operai di Porto Marghera; lo cito soltanto perché questo lavoro di Wong fra l’altro manifesta degli elementi di contrasto rispetto ad altri studi della stessa équipe che invece il Pubblico Ministero non chiede di acquisire e, in particolare, un certo lavoro di Diu ed altri del 1998 che, a questo punto, tocca alla Difesa chiedere di acquisire, ma ovviamente nella sola ipotesi in cui la Corte voglia, contrariamente al nostro avviso, ritenere di acquisire i documenti di questi studiosi taiwanesi. Sono documenti inutili, ma se per caso la Corte li volesse acquisire, chiederemmo di acquisire anche quest’altro, perché in quest’altro lavoro si dice chiaramente che tutti gli studi realizzati a Taiwan sono stati fatti su operai che hanno subito esposizioni nell’ordine dei 500 PPM nei Anni Sessanta e che dunque non sono basse esposizioni ai sensi di questo processo. Andando avanti, ma rapidissimamente, trovo lo studio di Romeo e Colombo, numero 3 dei motivi del 3 gennaio 2004, di cui hanno parlato anche alcuni difensori delle persone offese, ed è un lavoro perfettamente inutile, perché è uno di quei lavori dove il CVM viene citato in una sola frase, en passant. Si parla di storia naturale del carcinoma epatocellulare e, fra l’altro, nel contesto, si cita il CVM come possibile fattore di rischio; ipotesi che non è confermata dalla letteratura, ma che è citata in riferimento a cose dette da altri studiosi e soltanto en passant nel contesto di un lavoro che parla d’altro. Abbiamo poi un lavoro di Boffetta ed altri, del 2003, pure esso non presenta nessun dato nuovo, nessun dato che non sia stato già discusso con lo stesso Boffetta in primo grado e, inoltre, è un lavoro che mostra chiaramente come il rischio per i tumori extra epatici, i valori di SMR per i tumori extra epatici siano molto bassi, per cui non esiste associazione tra il CVM e queste patologie; mostra un debolissimo rischio relativo per i tumori epatici esclusi gli angiosarcomi, ma gli stessi autori dello studio dicono che taluni tumori epatici potrebbero essere stati classificati erroneamente sotto stimando il numero di angiosarcomi. Quindi è un lavoro che non potrebbe aiutare in nessun caso questo, la valutazione della Corte d’Appello. C’è un lavoro di Bosetti ed altri, che è l’ultimo richiesto con i motivi del 3 gennaio, anch’esso non dice assolutamente niente; anch’esso parla solo di leggero aumento di rischio per i tumori epatici diversi dall’angiosarcoma, ma dicono pure: "Tale eccesso è difficile da interpretare, perché è probabile che sia dovuto in parte a misclassificazione residua degli angiosarcomi come tumori primari". Quindi sono tutti lavori assolutamente inutili. Se passiamo a quelli di cui viene richiesta l’acquisizione con i motivi nuovi del 5 gennaio, il discorso non cambia. Troviamo l’ennesimo lavoro di Wong ed altri, Wong ed altri del 2003. Stessi difetti, stessi problemi, ma è carino il fatto che questo lavoro di Wong ed altri dica espressamente che perfino gli studiosi taiwanesi sanno perfettamente che i loro lavori possono essere presi in considerazione solo con le molle. Dicono letteralmente: "I nostri risultati evidenziano una potenziale interazione tra il virus dell’epatite B e il CVM. Peraltro questo studio presenta il limite di uno scarso numero di soggetti, specialmente soggetti con tumore al fegato; di conseguenza l’associazione osservata potrebbe essere attribuibile al caso o ad altri fattori, inclusi i criteri diagnostici per individuare il tumore del fegato. Se questo è uno studio decisivo o anche solo rilevante, vuol dire che il Pubblico Ministero ha raschiato il fondo del barile e non ha trovato assolutamente niente. Ben poco da dire c’è ancora per i due seguenti lavori che il Pubblico Ministero chiede di acquisire. Ce ne è uno di Mastrangelo ed altri. Mastrangelo non è uno scienziato indipendente, è un consulente tecnico della Avvocatura dello Stato; si tratta della trasposizione in forma di articolo della sua consulenza, trasposizione che non dice nulla di più di quanto Mastrangelo abbia già detto in dibattimento. Semmai dice qualcosa di meno, e questo ci sorprende un po’. In riferimento al periodo eziologicamente rilevante di cui Mastrangelo aveva parlato in dibattimento, dicendo espressamente che il periodo eziologicamente rilevante terminava con la prima metà degli Anni Settanta, beh, questa frase scompare passando alla consulenza tecnica vera alla consulenza pubblicata in forma di articolo. Passiamo al contributo di Pirastru ed altri, in "Epidemiologia e prevenzione" del 2003. Qui abbiamo la prova in sentenza che questi dati sono stati già discussi in una memoria depositata. A pagina 63 della sentenza c’è proprio scritto che i consulenti epidemiologici del Pubblico Ministero hanno depositato una memoria contenente un aggiornamento della mortalità al 31 luglio 1999, aggiornamento che viene utilizzato e discusso dalla sentenza. L’articolo di Pirastru ed altri non è altro che l’aggiornamento al 31 luglio 1999 dei dati precedentemente pubblicati in articoli precedenti; è la pubblicazione in articolo di una consulenza depositata. Perfettamente inutile, assolutamente non nuovo, dati già ampiamente discussi. Poi c’è un lavoro di Albertini ed altri, ma è un lavoro metodologico che non ha assolutamente nessun dato nuovo; un documento di Schumacher – Volz che porta solo dati di letteratura preesistenti. Non c’è in tutta la produzione del Pubblico Ministero un solo lavoro dove ci sia un nuovo studio, un nuovo studio vero, una nuova analisi su animali, sull’uomo, una nuova coorte di casi esaminati. Tutti dati già conosciuti dal processo.

Veniamo al lavoro di Morinello del 2002, anche questo è un aggiornamento della ricerca pubblicata dagli stessi autori, Swemberg ed altri nel 1999, discussa nel processo; non fa che confermare che gli attuali standard occupazionali sono sicuri. L’ultimo documento prodotto il 5 gennaio è quello che riguarda Bortolozzo. Non dovrei neanche parlarne perché non riguarda queste difese, perché Bortolozzo ha cessato di essere esposto nel maggio 1984. In ogni caso, è deceduto nel 1995, quindi comunque le lesioni si sono prescritte. In ogni caso, non comprendiamo come il Pubblico Ministero possa adesso sostenere che la sindrome di Rainò si sarebbe verificata, sarebbe stata accertata nel 1995, cioè dopo dieci anni dalla cessazione dell’esposizione, quando è un dato consolidato in questo processo che, col cessare dell’esposizione, cessa, va via, via, a diminuire, la sindrome di Rainò e non certo si può verificare, manifestare la prima volta dieci anni dopo l’esposizione. Passiamo alle richieste formulate per la prima volta in udienza il 13 maggio del 2004, tutte anch’esse irricevibili e inammissibili. Una gran parte di queste richieste riguardano l’audizione di consulenti che dovrebbero essere ascoltati perché le loro dichiarazioni sarebbero state utilizzate malamente e in alcuni casi distorte - cito il Pubblico Ministero - o non utilizzate nella sentenza di primo grado. È un ragionamento singolare, perché il Pubblico Ministero non dice che i suoi consulenti abbiano qualcosa di nuovo da dire alla Corte, non ipotizza che ci siano nuovi studi che portano ad una rivoluzione copernicana nelle conoscenze scientifiche; si limita a dire che le lunghe, dettagliate e minuziose deposizioni dei consulenti sarebbero state male interpretate dal Tribunale. Beh, questo lo dirà la Corte d’Appello, sono depositati tutti i verbali di dibattimento e vedrà la Corte che il pensiero dei consulenti del Pubblico Ministero è stato sempre ricostruito molto fedelmente, di solito riprendendo alla lettera le parole dal Tribunale di Venezia. Quindi queste richieste complessivamente, già per questo motivo, dovrebbero essere respinte. Scorro rapidamente la sintesi delle richieste di rinnovazione del dibattimento presentate dal Pubblico Ministero, per evidenziare alcune cose che il Pubblico Ministero chiederebbe di acquisire. Chiede di acquisire una memoria tecnica a firma della Pubblica Accusa, con 47 allegati, sulla nocività del CVM e PVC. Questa memoria nella prima parte, all’inizio, parla di cose che non interessano queste difese. Poi cerca di introdurre uno studio di Pitò Dragan, che non dice assolutamente niente di nuovo, verrebbe introdotta solo per due tabelle, in una delle quali si parlerebbe del CVM come cancerogeno promuovente e non solo iniziante; una tesi che è stata categoricamente smentita dal Tribunale, anche dai consulenti tecnici dell’Accusa, da una relazione depositata da Vineis, Berrini, Compa e Pirastru nel 1999. Poi si parla, sempre in questa memoria tecnica, delle interazioni tra CVM e alcol, di cui si parla anche in due allegati, anonimi allegati, a questa memoria tecnica. Gli allegati anonimi io pregherei, a nome delle Difese, che non siano acquisite già in quanto anonimi. In queste pagine, il Pubblico Ministero si lamenta che sarebbe stata respinta la tesi d’accusa dell’interazione tra alcol e CVM sulla base di un solo studio, quello di Radike del 1981, mentre esistono plurimi studi. Ma non esistono plurimi studi. Il Pubblico Ministero li ha cercati e non li ha trovati. Cita solo altri due articoli, Radike - Stemmer e Miller - Radike, che sono sempre lo stesso studio, cioè sono sempre lo stesso esperimento, gli stessi ratti esposti al CVM, su cui sono stati pubblicati tre articoli in due anni invece che uno, ma è sempre lo stesso studio. Oltre tutto, quasi ci dispiace dover chiedere che per questi motivi non sia acquisito lo studio di Miller - Radike, perché in quello studio si dice chiaro che i ratti maschi sono stati esposti a 600 PPM di CVM e quindi chiaramente dosi mille volte superiori a quelli che esistevano negli ambienti di lavoro durante gli anni di competenza dei nostri assistiti. Tutti gli altri studi citati non sono studi sull’alcol e il CVM; sono studi che citano letteratura e, citando letteratura, per lo più ricitano ancora Radike. Non c’è un solo dato nuovo, non c’è un solo ratto nuovo esposto al CVM, non c’è nient’altro. Resta solo, tra gli allegati di questo, il lavoro di Mastrangelo, Fedeli, Fadda e vari altri, fra cui Martinez, di cui ha già parlato il professor Stella prima, ed è un lavoro anche questo che ci dispiace di non chiedere che sia acquisito, perché è un lavoro nel complesso molto più favorevole alla difesa che all’accusa. È un lavoro che dice, per esempio, che il carcinoma epatocellulare e la cirrosi epatica sono malattie la cui induzione da cloruro di vinile monomero non è ben provata e parla di effetti sopra i 2.500 PPM - quindi cose che non ci riguardano - concludendo poi che, mentre esistono moltissime prove ricavate da studi sperimentali ed epidemiologici dimostranti la relazione tra esposizione a cloruro di vinile e angiosarcoma, esistono poche prove di una relazione casuale tra CVM e carcinoma epatocellulare; dati scarsi e non conclusivi. Ci dispiace dunque chiedere che non sia acquisito questo studio, ma non dovrebbe essere acquisito perché tra i firmatari c’è Martinez; sono gli stessi dati delle consulenze tecniche di Martinez già deposti in primo grado, salvo qualche strana modificazione nella coorte, per cui cambiano alcuni numeri, ma non cambiano in modo significativo, non cambia il risultato, per quello che ci riguarda. Al punto numero 3, viene chiesta l’audizione di taluni consulenti tecnici, tra cui il professor Carnevale, per il travisamento delle sue dichiarazioni, che - come abbiamo già detto - non è un motivo valido per chiedere la sua riaudizione. Devo soltanto dire che il Carnevale dovrebbe essere sentito, a sentire il Pubblico Ministero, sui nuovi studi su epatocarcinoma, cirrosi ed alcol. Vorrei sapere quali sono questi nuovi studi. Se sono solo quelli riportati sopra nella memoria tecnica, sono studi totalmente irrilevanti ed ancor più irrilevante è sentire cosa ha da dire sopra di essi Carnevale o qualsiasi altro consulente tecnico del Pubblico Ministero. Devo solo dire, ovviamente, che nella denegata ipotesi che un consulente tecnico del Pubblico Ministero, Carnevale o altri, sia sentito su questo capo di imputazione, sugli effetti e sulla salute umana da CVM, noi chiediamo in subordine, ovviamente, solo in questa ipotesi, che siano sentiti a controprova i consulenti tecnici della Difesa, professori Carlo Zocchetti, Tommaso Dragani e Maurizio Tommasini. C’è poi il lavoro di Comba, Pirastru e Vineis su "Epidemiologia e prevenzione" del 2003, di cui... no, Comba, Pirastru, Biagioni e Vineis, che dovrebbero essere sentiti su un lavoro pubblicato su "Epidemiologia e prevenzione", che è un lavoro di cui abbiamo già parlato, è quello di Pirastru ed altri del 2003; non c’è assolutamente bisogno di sentire questi consulenti. Parrebbe di capire che per il Pubblico Ministero bisognerebbe sentire questi consulenti, anche il professor Vineis, che non ha firmato quello studio, su una memoria che questi consulenti avrebbero depositato in primo grado, sul sinergismo tra CVM, alcol e fumo, memoria che sarebbe stata ignorata dalla sentenza. Non è vero che è stata ignorata dalla sentenza, perché la sentenza ne fa un riferimento a pagina 234; ma, in ogni caso, in quella memoria del 1999 - di pochissime pagine è questa memoria - i consulenti sulla sinergia tra alcol e CVM dicono: "Sulla base delle classico modello della cancerogenesi a stadi, il CVM è un iniziante", e questo già smentisce quello che il Pubblico Ministero voleva sostenere, introducendo lo studio di Pitò Dragan, sul ruolo promuovente e non solo iniziante del CVM, e poi dice: "L’esistenza di meccanismi d’azione diversi dall’etanolo e dal CVM, implica che difficilmente interferisce direttamente con l’azione del secondo. Inoltre un’eventuale interferenza è da interpretarsi come una modificazione ad effetto potenzialmente...", cioè eventuale interferenza, difficilmente il primo interferisce direttamente con l’azione del secondo. Non mi sembra proprio che sia il caso di sentire questi consulenti e venire a dirci queste stesse cose, che sono ormai chiaramente acquisite agli atti del dibattimento. Su CVM e fumo, mi sembra che sia ancora più inutile, ha già parlato il professor Stella prima, ma ricordo soltanto che Comba dovrebbe essere chiamato a parlare di CVM e fumo, quando Comba sulle sinergie ha detto in dibattimento: "Per alcune rare coppie di esposizioni, lo scostamento è stato quantificato, in particolare fumo di sigarette con amianto per il tumore al polmone, fumo di sigarette con alcol per il tumore della laringe; qui sono stati fatti studi pensati in modo tale da misurare gli apporti specifici, etc., ma tolti questi pochi casi non c’è un patrimonio di conoscenze di questo tipo, in particolare non c’è nel nostro caso". Sono convinto, quindi, che la Corte non vorrà accogliere la richiesta di sentire questi consulenti. In subordine, qualora la Corte ritenesse di avere assoluto bisogno, per usare le parole del Pubblico Ministero, di sentirle, chiedo a controprova che siano ascoltati sugli stessi tempi i professori Carlo Zocchetti, Tommaso Dragani e Maurizio Tommasini. Salto il riferimento ad un documento ulteriore richiesto con il numero 5 di Stepen Shupanseize, perché ho già parlato. Passo ad un documento di cui viene richiesta l’acquisizione, di Gennaro Ceppi Montanaro, solo per dire che si tratta di una consulenza anche questa; sempre la solita prassi di coprire la mancanza di supporto in letteratura, facendo apparire per letteratura scientifica le consulenze predisposte per il Pubblico Ministero e l’accusa privata. Ancor meno accettabile è il fatto che Gennaro dichiari in calce all’articolo – aperte virgolette: "Conflitti di interesse nessuno", chiuse virgolette - e subito dopo ringrazi tutti gli altri esperti del Pubblico Ministero e delle parti offese per la collaborazione prestata. Si ringraziano Pietro Comba, Umberto Pirastru per aver condiviso il Data 6, Franco Berrino, Paolo Frosignani, Piergiorgio Duca, Luigi Mara, Benedetto Terracini e Lorenzo Tomatis per l’incoraggiamento e i commenti. E poi questo è un articolo indipendente, con conflitti di interesse nessuno. Ovviamente un lavoro pubblicato a cura di un’impresa avrebbe avuto dei conflitti di interesse. Va bene. L’articolo comunque non dice più nulla rispetto a quanto già detto in primo grado, è un aggiornamento al 1995, è totalmente inutile. Credo che per lo stesso Gennaro è meglio che non sia acquisito questo articolo. Resta la richiesta del Pubblico Ministero di sentire come teste Boffetta, e questo è quasi divertente. Il Pubblico Ministero dice che Boffetta dovrebbe essere sentito perché la sentenza in sostanza ha detto che Boffetta avrebbe indicato una sospensione nel giudizio, mentre Boffetta non avrebbe indicato una sospensione nel giudizio. Va bene, leggo cosa ha detto Boffetta nell’udienza del 12 luglio 2000. Stiamo parlando di epatocarcinoma. "Per l’epatocarcinoma abbiamo dieci casi e non siamo... la precisione della stima è molto minore rispetto all’angiosarcoma, in quanto ovviamente abbiamo pochi casi in ogni categoria di esposizione. Pertanto l’affidabilità del rapporto Ward va valutata con una serie di limitazioni, soprattutto dovuto al basso numero di casi confermati di epatocellulare, che come dico sono dieci, dopo tutte le verifiche che abbiamo potuto fare". Riassunto di questa frase: sospensione del giudizio, ovviamente. Boffetta non deve essere sentito, non c’è nessuna ragione di sentirlo, chiediamo che non sia sentito. Anche qui, solo nell’ipotesi in cui la Corte ritenesse di avere, ciò nonostante, assoluto bisogno di sentire Boffetta, chiediamo che sia sentito in contraddittorio il professor Carlo Zocchetti e come testimone il dottor Kennet Munt, coautore dello studio Boffetta dello studio Bolfetta, Matisana e Mondel del 2003, di cui il Pubblico Ministero chiede l’acquisizione. Mi resta solo un’ultimissima cosa, e chiudo. Mi resta solo un’ultimissima cosa e poi chiudo. Come ha già detto il professor Stella prima, c’è una consulenza tecnica che è firmata anche dal professor Rodriguez, che è uno dei consulenti tecnici usati dalle parti dell’accusa privata in questo procedimento, depositata al Tribunale di Brindisi, in cui il professor Rodriguez dice esattamente il contrario, mostra di aver cambiato idea, rispetto a quanto dichiarato nelle deposizioni in questo dibattimento. Siccome il tema è esattamente lo stesso, cioè è esattamente il tema dell’influenza del CVM sui tumori diversi dall’angiosarcoma, noi riteniamo che questa modifica del pensiero del professor Rodriguez sia assolutamente rilevante. Leggo solo un paio di citazioni. Brindisi, sul carcinoma epatocellulare. Brindisi: "La letteratura scientifica fornisce evidenze ampiamente sufficienti a supportare l’ipotesi che l’esposizione prolungata a CVM può provocare l’insorgenza di angiosarcoma epatica. Non altrettanto si può affermare per altre forme tumorali a carico del fegato e, in particolare, per il carcinoma epatocellulare". Non si può affermare. A Venezia, su un epatocarcinoma, c’è nesso causale, nonostante l’operaio in questione, il Calzavara, avesse anche un quadro di cirrosi con eziologia alcolica. Altro punto, la cirrosi. Brindisi: "Non esistono evidenze scientifiche che il CVM causi una ipatopatia evolvente in cirrosi". Venezia: "C’è un nesso causale da cirrosi con l’esposizione". Nonostante il conclamato abuso di alcol, il professor Rodriguez e il dottor Bartolucci parlano di un rapporto sicuramente concausale con la cirrosi. Cancro - cirrosi. Brindisi: "La cancro - cirrosi è uno stato patologico che, secondo quanto riportato nella letteratura scientifica, non può essere causalmente ricondotta all’esposizione a CVM". Venezia: "Concludiamo per il nesso causale e, se c’è il consumo di alcolici, per il nesso concausale". Chiudo con i tumori extra epatici, tutti i tumori extra epatici. Brindisi: "È stato ipotizzato da alcuni autori, ma mai dimostrato con certezza, che il CVM induca nella specie umana tumori extra epatici". Mai ipotizzato, mai dimostrato con certezza. A Venezia: "Non vi sono dubbi circa il nesso causale con un tumore polmonare e un tumore cerebrale". "Un tumore polmonare in fumatore di venti sigarette al giorno, riteniamo di concludere con una concausa", dicono in coro Bartolucci e Rodriguez. Non resta che concludere, ma su questo punto ha già concluso il professor Stella, che l’esperto dell’Avvocatura dello Stato evidentemente ha acquisito ulteriori nozioni durante il dibattimento di primo grado qui a Venezia, ha approfondito i suoi studi e ha modificato le sue conclusioni. Un ultimissimo punto che mi porta via solo un minuto, sull’ammissibilità delle richieste dell’Accusa rispetto a taluni lavoratori. Ho già parlato un attimo di Bortolozzo, che non ci riguarda; resta il caso di Terrin Ferruccio. A dire della Parte Civile, il Tribunale si sarebbe dimenticato di Terrin Ferruccio, ma questa è una notizia inesatta, perché il Terrin nel 1995, dopo oltre vent’anni dalla cessazione dell’esposizione significativa, l’istituto di medicina del lavoro di Padova, evidenziava una sindrome dello stretto toracico da compressione abestrinseco; sindrome dello stretto toracico da compressione, nulla a che vedere con il CVM, anche se i medici di Padova, sulla base di un’anamnesi affrettata adombrano la possibilità che il CVM abbia influito su un fenomeno di Rainò. Il patron di Parte Civile non ci ha ancora spiegato come la possibilità possa essere considerata equivalente ad una prova. Direi che ho concluso e chiedo quindi che non siano ammesse tutte le prove richieste dal Pubblico Ministero relativamente al capo 1 di imputazione, salvo, nella denegata ipotesi che siano ammesse, che siano ammesse a controprova le prove che ho caso per caso riportato.

 

DIFESA – AVV. SIMONI

 

DIFESA – Avv. Simoni – Il mio intervento chiude, per così dire, la rassegna sulle prove richieste sull’accusa pubblica e privata, con riferimento specifico ai temi di natura ambientale che sono stati sollevati nel corso dell’udienza del 13 e del 18 maggio dal Procuratore Generale e dall’Avvocato dello Stato. Mi occuperò, in particolare, della richiesta di acquisizione della nota del Magistrato alle Acque, della richiesta di riapertura del dibattimento formulata dall’Avvocato dello Stato per risentire il dottor Sanna, per sentire il dottor Sanna e il professor Nardelli, e dei commenti peritali di Tomatis, Vineis e Zapponi, che il Procuratore Generale ha chiesto di introdurre chiedendo altresì l’esame dei medesimi testi. Inizio dalla richiesta di acquisizione della nota del Magistrato alle Acque formulata dal Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero chiede l’acquisizione di questa nota, di un’indagine preliminare sulle caratteristiche qualitative delle acque dei canali industriali attorno alla cosiddetta penisola della chimica, eseguita dal Magistrato alle Acque a partire dal dicembre 2002, al fine di verificare la presenza di CVM e altri composti clorurati volatili nelle acque dei canali industriali e chiede altresì l’audizione del dottor Ferrari e dell’ingegner Carrara sul contenuto di questi accertamenti; accertamenti a cui il Pubblico Ministero ha dato un certo rilievo. Ora, iniziamo con il dire che si tratta sicuramente di una nota e di una richiesta di prova che è inammissibile già sul terreno processuale. Si tratta pacificamente di accertamenti eseguiti fuori del contraddittorio; ma, al di là delle ragioni processuali, direi che le ragioni che si oppongono all’introduzione sia della nota che all’audizione del dottor Ferrari e dell’ingegner Carrara sono ragioni di irrilevanza, di manifesta irrilevanza della prova. Come si dà atto nella stessa nota del Magistrato alle Acque, come ha precisato anche il Pubblico Ministero, l’indagine di cui si chiede l’acquisizione fa riferimento a indagini e campionamenti che si riferiscono pacificamente ad un periodo successivo a quello che è oggetto dell’imputazione; si tratta, ha detto il Pubblico Ministero, di una serie di analisi effettuati dal Magistrato alle Acque nel corso del 2002 e nel 2003, quindi di indagini che niente hanno a che vedere con i fatti che sono oggetto di imputazione. Quelle indagini, dunque, nulla potrebbero offrire di pertinente rispetto a ciò di cui qui dobbiamo discutere. E, d’altra parte, l’irrilevanza manifesta dell’indagine del Magistrato alle Acque risulta... e la sua evidente riferibilità solo all’attualità, solo al periodo in cui sono stati prelevati questi campioni, emerge anche da una circostanza che è già ben nota a questa Corte, ed è una circostanza di cui dà atto anche il Procuratore Generale nelle sue note esplicative alle richieste, e cioè dalla scarsissima persistente del CVM nelle acque. Il Consigliere Relatore ha già ricordato che è stato lo stesso esperto dell’Accusa ad escludere qualsiasi problema di inquinamento delle acque dei canali industriali del CVM, perché il CVM, aveva detto il dottor Cocheo, è un gas; è un gas che nelle acque aerate della laguna evapora in tempi brevissimi e quindi non si accumula delle acque, non si accumula nei sedimenti, non si accumula nel biota e quindi non c’è nessun possibile problema di inquinamento delle matrici ambientali o del biota da CVM. E, si badi, che il CVM non si accumuli e non possa determinare alcun effetto sull’ambiente, lo riconosce anche – ho detto – il Procuratore Generale, che scrive appunto nelle note illustrative che l’inquinamento da CVM non è stato rilevato in Laguna anche in considerazione dell’estrema volatilità del gas in contatto con l’acqua salata. Quale che sia dunque la situazione attuale del CVM nelle acque dei canali industriali, quali che siano i risultati dei campionamenti effettuati dal Magistrato alle Acque, la circostanza che siano state rinvenute asseritamente delle tracce di cloruro di vinile - faccio anche presente alla Corte che la nota del Magistrato alle Acque si limita ad indicare quanti campioni sarebbero superiori al limite di rilevabilità della strumentazione usata, ma non indica, non contiene una sola analisi, non contiene una sola indicazione relativa ai dati, relativa a ciò che sarebbe stato effettivamente trovato – ebbene, quella situazione è comunque irrilevante rispetto ai fatti oggetto di imputazione. Quindi è solo per scrupolo difensionale e nella denegata ipotesi che la Corte ritenesse di ammettere queste indagini, che devo chiedere, chiedo in via preliminare la non ammissione, che venga respinta questa richiesta e solo in via subordinata l’esame in qualità di consulenti tecnici del dottor Fabio Colombo e del dottor Luca Bellucci, del professor Vincenzo Fancani e del professor Luca Lietti. C’è poi la richiesta formulata dall’Avvocato dello Stato, il quale chiede di introdurre, di risentire sostanzialmente il professor Nardelli e il dottor Sanna, quest’ultimo in sostituzione del dottor Cocheo. Si tratta di temi che sono stati già abbondantemente affrontati nel dibattimento. La richiesta verte sostanzialmente sul commento dei dati contenuti nel cosiddetto faldone 102 ed in particolare sulla presenza di CVM nelle aree di sfiato sopra certe vasche di neutralizzazione dell’impianto SG31, da cui i consulenti dell’Accusa, nella prospettiva della Parte Civile, vorrebbero ricavare determinate concentrazioni di CVM in acqua, tali da poter classificare quel refluo come un rifiuto. Consapevole della manifesta infondatezza della sua prospettazione, però, l’Avvocato dello Stato ha presentato questa richiesta in modo parzialmente diverso da quello dell’accusa pubblica; ha detto, cioè, non si tratta qui di rinnovare una prova o, meglio, non chiedo una rinnovazione del dibattimento ex Art. 603 ma chiedo in linea principale una rinnovazione dell’atto nulla, ai sensi dell’Art. 604, deducendo che sarebbe stata consumata a danno della Parte Civile una lesione del diritto di difesa. Ci avrebbero impedito, in sostanza, ha detto l’Avvocato dello Stato, di ascoltare, di far parlare il dottor Cocheo e di ascoltare o far sentire il professor Nardelli sugli aspetti impiantistici legati a queste vasche di neutralizzazione e quindi di completare, per così dire, di integrare la prova che la Parte Civile voleva introdurre. Di qui l’esigenza, secondo l’Avvocato dello Stato, di rinnovare questa prova; solo che questa prospettazione, a leggere i verbali e a leggere l’ordinanza del Tribunale dell’8 maggio 2001, è pacificamente infondata. Con l’ordinanza del’8 maggio 2001, infatti, il Tribunale aveva sì acquisito la documentazione di cui al faldone 102, ma - dice l’ordinanza - esclusivamente nella prospettiva di una valutazione del significato delle analisi, degli scarichi, complessivamente considerati, anche in termini di frequenze e di entità dei superamenti dei limiti tabellari previsti dalle norme di leggi vigenti. Insomma il Tribunale voleva avere un quadro, all’epoca del fatto, di quale impatto potessero avere in relazione all’accusa di disastro, avvelenamento e adulterazione, i pretesi superamenti dei limiti di concentrazione tabellare che sarebbero stati documentati dalla documentazione depositata dal Pubblico Ministero diciamo a chiusura del dibattimento, nell’ambito della quale rientravano anche i bollettini di cui al faldone 102. Quando quindi l’Avvocato dello Stato, presente alla prova, di cui chiede l’ingresso, che chiede al Tribunale di introdurre, come una prova che attiene alla valutazione di quanto CVM ci sia non negli scarichi, non sugli scarichi, ma nell’area di sfiato sopra le vasche, ovviamente il Tribunale, correttamente, delimita l’audizione degli esperti della Parte Civile al tema che era stato oggetto dell’ordinanza, su cui il Tribunale aveva ritenuto ammissibili e rilevanti questi bollettini. Questo perché il tema di quanto CVM ci fosse nell’area di sfiato o, meglio ancora, della possibilità di classificare i reflui asseritamente contenenti da CVM che transitavano verso gli impianti biologici di lì agli scarichi come rifiuti, era già stato abbondantemente affrontato e discusso dal dottor Cocheo, appunto, nel corso del dibattimento, all’udienza dell’8 novembre 2000, e ulteriormente sviluppato poi in una memoria depositata il 12 aprile 2001. In ogni caso, basta leggere la trascrizione dell’udienza del 15 maggio per rendersi conto che comunque la dedotta nullità non esiste; questo perché il dottor Cocheo è stato comunque sentito sul tema degli scarichi e ha potuto diffondersi ampiamente anche sui problemi legati alla riqualificazione, a suo giudizio, delle acque di scarico come rifiuti e quindi su quanto CVM ci fosse, secondo le sue infondate valutazioni, nelle acque reflue; e perché, all’esame del professor Nardelli, l’Avvocato dello Stato ha espressamente rinunciato. Di fronte alle obiezioni legittimamente manifestate dalla Difesa, che chiedevano che l’esame fosse delimitato al tema che formava oggetto dell’ordinanza dell’8 maggio 2001, l’Avvocato dello Stato ha detto testualmente, riportato nella trascrizione dell’udienza del 15 maggio 2001 a foglio 17: "Presidente, se fosse sufficiente a risolvere questo problema, io non ho nessuna difficoltà a dire: faccio a meno di far parlare il professor Nardelli, farà una memoria. Posso anche rinunciare al professor Nardelli, di farlo sentire". Dunque c’è stata rinuncia all’audizione del professor Nardelli e il dottor Cocheo è stato comunque sentito e ha avuto modo di diffondersi largamente sui temi che formavano oggetto di questa sua relazione. Ma anche a tutto concedere all’Accusa, se anche quella nullità pretesa o dedotta dalla Parte Civile sussistesse, non vi sarebbe comunque ragione di introdurre quella prova e di risentire il dottor Sanna e di nuovo il professor Nardelli, perché il problema legato alla presenza di CVM nell’area di sfiato sopra le vasche di neutralizzazione degli impianto SG31 e alla pretesa possibilità di trarre da quello una classificazione, di dedurre da quel dato quanto CVM ci fosse in acqua e quindi di classificare quelle acque come rifiuti, è chiaramente irrilevante; è irrilevante, tanto per cominciare, perché né l’accusa pubblica né l’accusa privata hanno saputo dire in relazione a quali eventi l’aver asseritamente omesso di trattare e smaltire nelle forme previste per i rifiuti quelle acque, i reflui che l’Accusa vuole contaminati dal CVM, potrebbe fondare una qualsiasi forma di responsabilità per uno qualsiasi dei reati contestati nel capo di imputazione ambientale. Tanto più che, come ho detto, ho anticipato precedentemente, è pacifico che il CVM è un gas che non si accumula nel biota, nei sedimenti e nelle acque, quindi nessun problema di inquinamento da CVM può esistere per quanto riguarda le matrici ambientali. E d’altra parte, l’assoluta irrilevanza in fatto della prova che l’Accusa vorrebbe introdurre, è stata già ampiamente – come dire - dimostrata in primo grado. L’Avvocato dello Stato ha parlato in modo suggestivo, proiettando anche, se ricordo bene, un bollettino d’analisi, di CVM normalmente presente nelle acque di scarico. Ebbene, signori, è l’ennesimo tentativo di, come dire, confondere le acque, se mi si passa questa espressione, nel senso che il compianto professor Foraboschi, dopo l’audizione del dottor Cocheo e sulla base dei dati contenuti proprio nel faldone 102, aveva fatto una valutazione di quanto CVM avessero registrato i cromatografi posti sopra le vasche di neutralizzazione e aveva valutato, applicando questa volta, come vedremo tra poco, correttamente la Legge di Henry e la costante di Henry, quanto CVM ci fosse nelle acque, a partire dai dati relativi alla concentrazione. La ricostruzione che faceva sostanzialmente - e qui spendo due parole - l’Avvocato dello Stato attraverso il suo consulente dottor Cocheo, era questa: noi conosciamo quanta CVM c’è nell’area di sfiato sopra le vasche; a partire da questo dato siamo in grado, applicando la Legge di Henry, di determinare quanto CVM c’è in acqua e sono in grado di dire - aveva concluso Cocheo - che in almeno dieci occasioni si è superato il livello di 500 milligrammi/litro che è, o sarebbe, nella prospettiva dell’Accusa, il livello di CVM che determinerebbe la classificabilità di quelle acque come rifiuto. Ebbene, il professor Foraboschi ha preso uno per uno i bollettini e ha calcolato che, tanto per cominciare, su 1.360 giorni in cui i gas cromatografi tra il 1990 se il 1994, periodo di competenza Enichem per quanto riguarda lo scarico, o meglio, periodo coperto dai bollettini di competenza Enichem, su 1.360 giorni si avevano solo 107 casi di presenza di CVM nel gas, per una durata totale di 345 ore su più di 32 mila ore, quindi circa l’uno per cento del tempo. E, applicando questa volta correttamente le relazioni scientifiche che consentono di stabilire, a partire da una certa concentrazione di un gas in aria, quanto gas può essere disciolto nell’acqua, aveva determinato che la concentrazione in acqua del CVM, perfino in corrispondenza del più elevato valore di CVM riscontrato nelle vasche di neutralizzazione, o meglio nell’area sopra le vasche di neutralizzazione, era pali a 0,66 microgrammi/litro, cioè 750 mila volte meno della CL che determinerebbe, nelle prospettive dell’Accusa, la classificabilità di quest’acqua come rifiuto. E allora mi devo chiedere che cosa verrebbero a dirci il dottor Sanna e il professor Nardelli. Qual è la rilevanza della prova richiesta? Quale sarebbe la rilevanza di una discussione di qualsiasi natura sulla struttura impiantistica di queste vasche o anche sulla costante di Henry? Cosa ci verrebbe a dire, che la costante di Henry, come ha scritto l’Avvocato dello Stato, in letteratura sono documentati valori della costante di Henry superiori anche di due grandi di grandezza? Concediamo tutto all’Accusa. La quantità di CVM in acqua sarebbe sempre 7 mila e 500 volte inferiore, più di 7 mila e 500 volte inferiore a quella che determinerebbe, nella stessa prospettiva dell’Accusa, la classificabilità di quell’acqua come rifiuto. Adesso tratto dei commenti peritali, delle osservazioni peritali di Tomatis, Vineis e Zapponi. Sono state preparate dal collega Santamaria anche delle slide, che però per ragioni di economica e di tempo non proiettiamo, quindi sarà una... diciamo farò un breve riferimento agli argomenti che dimostrano anche qui l’assoluta irrilevanza e inammissibilità della prova richiesta. Tanto per cominciare, si tratta di una prova quanto meno singolare. In sostanza, il Procuratore Generale chiede l’introduzione di una nuova consulenza, saltando a piè pari tutti gli sbarramenti processuali previsti dal Codice di rito. Ma, al di là di questo, e quindi al di là dei problemi di natura strettamente processuale che di per sé sarebbero comunque dirimenti, l’assoluta irrilevanza della prova richiesta si manifesta quando si passa ad un esame dei contenuti della relazione. La strategia dell’Accusa è chiara: inchiodata dai dati acquisiti nel processo di primo grado, dove le stesse voci dell’accusa hanno dimostrato e hanno detto a chiare lettere che i limiti di concentrazione risultano sempre rispettati e che tutto il biota lagunare è liberamente edibile e commerciabile, perché tutte le concentrazioni di contaminanti risultano inferiori alle concentrazioni limite previste dalla legge o ai valori normali stabiliti dalla letteratura scientifica internazionale, gli esperti dell’accusa, l’Accusa e i suoi esperti cercano di, per così dire, mischiare le carte, introducendo tre gruppi di argomenti: l’interazione tra inquinanti, l’esposizione per ingestione associabile al consumo di prodotti ittici dell’area lagunare prospicienti la zona industriale e gli effetti a basse dosi e l’interpretazione della curva dosi in risposta. Però, singolarmente, se scorriamo questo studio, troviamo subito l’evidenza dell’assoluta non pertinenza di questo studio ai temi che sono oggetto di questo processo. Troviamo riferimento a lavori che riguardano l’effetto a basse dosi del cadmio, che pacificamente, come diremo poi, non ha nulla a che vedere con i metalli o le sostanze che ci interessano, perché lo stesso decreto ministeriale 26 maggio 1999 citato più volte dal collega Santamaria, indica in modo inequivoco che il cadmio non è riferibile alle produzioni industriali del Petrolchimico. Troviamo riferimenti alle leucemie infantili, troviamo un lavoro di Rineis che è relativo alla relazione dosi in risposta, ma nei tumori al polmone e alle vesciche del fumatore; troviamo riferimenti a mortalità di lavoratori esposti alla diossina. Ora, passando per mero scrupolo difensivo ad esaminare uno per ciascuno gli argomenti che sarebbero, che giustificherebbe nella prospettiva dell’accusa l’introduzione di questa nuova prova, iniziamo dalle interazioni. Il tema delle interazioni, ha detto anche il Procuratore Generale, era già stato affrontato e sfiorato nel corso del dibattimento di primo grado, ma non sufficientemente approfondito e quindi, in sostanza, non sufficientemente approfondito, aggiunge il Procuratore Generale, dal consulente dell’accusa. Quindi in sostanza, secondo il Procuratore Generale, i suoi stessi consulenti avrebbero fatto una valutazione superficiale e inattendibile. Ma, in ogni caso, i tre consulenti dell’accusa non apportano, nelle poche pagine offerte all’attenzione della Corte, alcuna novità. Iniziamo però da una... vorrei iniziare però, signor Presidente, da una premessa metodologia, che mi sembra renda molto bene ed era delineata con grande chiarezza nelle slide, quello che è lo spessore - tra virgolette – concettuale di questo discorso sulle interazioni. A pagina 2 e 3 della relazione del Tomatis, Vineis e Zapponi, si legge testualmente: "L’esposizione a più agenti cancerogeni a basse concentrazioni può risultare in un aumento di rischio di cancro, mentre la quantificazione del contributo di ciascuna singola sostanza o agente, a quella stessa concentrazione, potrebbe non essere possibile" e poi si dice che la questione della rilevanza ambientale dell’esposizione a piccole dosi di diversi cancerogeni si abbina a quella della loro possibile interazione, additiva, sinergica o antagonistica. Come dire, data una miscela di sostanze, potremmo avere un aumento del rischio, ma non siamo in grado di determinare quale di queste sostanze ne sia stata la causa e, soprattutto, data una miscela di sostanze, potremmo avere qualsiasi effetto, sinergico, additivo o addirittura antagonistico, e non siamo in grado di dire quale effetto avremmo. Se poi si passa ad esaminare quali sarebbero i cavalli di battaglia, per così dire, di questo discorso sulle interazioni, beh, insomma, si vede che nulla hanno a che vedere con i temi del processo. Le ipotesi di interazione con effetto potenziatore additivo citate dai consulenti dell’accusa, riguardano ambiti pacificamente estranei al processo: fumo di tabacco e amianto, fumo di tabacco e radio, fumo di tabacco e nichel, esempi specifici, per nulla estendibili al processo e oltre tutto per nulla scontati. Fra l’altro, per quanto riguarda l’esposizione tra, o meglio l’interazione tra esposizione da asbesto e fumo di sigaretta, un recente studio ha dimostrato – guarda caso – che i non fumatori hanno un rischio doppio dei fumatori di contrarre il tumore polmonare da asbesto. L’unica, le uniche sostanze che riguardano il tema del processo sarebbero gli ipotizzati effetti additivi tra diossine e PCB, ma su questi il dibattimento ha già detto tutto e la conclusione è stata dirimente. Il valore di concentrazione cumulativa per diossine più PCB dioxin - like, simili alla diossina, sono comunque compatibili con i valori soglia pertinenti e tutta l’evidenza probatoria disponibile ha dimostrato che per diossine più PCB, tanto alla stregua delle valutazioni che ha fatto l’esperto della difesa, Pompa, quanto alla stregua dei lavori di Berlino, sia l’esposizione del consumatore medio che quella del forte consumatore non supera mai i dati definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Poi è abbastanza curioso, e qui non approfondisco oltre, anche per non portare via troppo tempo alla Corte, osservare che tra i pochi studi che l’Accusa cita, curiosamente, vengono citati esempi che sono, che vanno esattamente in direzione contraria a quella che vorrebbe l’Accusa; perché probabilmente il Procuratore Generale non sa che studi recenti hanno dimostrato che l’esposizione per esempio a diossine ed IPA ha effetti antagonistici invece che additivi; così come sono stati riportati in letteratura effetti di inibizione reciproca tra diverse componenti di miscele di cancerogeni che comprendono il CVM. Quindi assoluta irrilevanza, anzi, semmai questi studi farebbero comodo alla Difesa. Quanto ai fattori di tossicità equivalente, che sono un altro degli argomenti sollevati, un altro dei cavalli di battaglia di Tomatis, Vineis e Zapponi, basterà ricordare che nel 2000 la Commissione Scientifica europea sugli alimenti ha espressamente valutato il problema della somma fra diossine e PCB con l’esaclorobenzene e ha concluso che non si giustifica per essi il ricorso al principio cautelativo su cui si basa il criterio della tossicità equivalente. Questi effetti, infatti, differiscono ampiamente da quelli indotti dalle diossine. Quindi, anche qui, assoluta irrilevanza del discorso dell’Accusa. E lo stesso potrei dire su un altro tema, su cui l’Accusa si dilunga, addirittura dedica tre pagine, cioè l’esposizione associabile ad alimenti ittici provenienti dall’area industriale in relazione ai diversi e al rilevato numero di contaminanti che sarebbero presenti in Laguna. Qui il dibattimento si è già incaricato di dimostrare che, per tutti i contaminanti, i livelli di micro inquinanti presenti nei prodotti ittici sono ben al di sotto dei limiti normativi stabiliti da CL per l’edibilità del prodotto e che i possibili livelli di esposizione della popolazione veneziana sono, attraverso il consumo dei prodotti ittici, sono se non centinaia di migliaia addirittura milioni di volte inferiori a quei livelli in cui si osserva qualche effetto. Così per il benzoapirene, per esempio, la dose cancerogena in animali è cento mila volte superiore alle dosi ipotetiche di assunzione; per le diossine addirittura cinque milioni di volte. Rimane da trattare il problema degli effetti delle basse dosi e l’interpretazione della curva dosi in risposta. Sul problema delle basse dosi davvero lo scenario, l’esempio evocato dall’Accusa, fa sorridere; per giustificare il discorso sulle bassi dosi, Tomatis e gli esperti dell’accusa non trovano di meglio che proporre indicazioni sul cadmio, parlare di studi sperimentali sul cadmio, una sostanza che – come abbiamo detto – non ha niente a che vedere con il Petrolchimico. Non c’è altro. Per quanto riguarda infine la parte della consulenza che considera la forma della relazione tra dose e rischio di cancro, ancora una volta argomenti non pertinenti, quali ad esempio il fumo di sigarette, il rapporto tra fumo di sigarette e rischio di cancro alla vescica; oppure la relazione dose e risposta tra sostanze come la silice, il butadiene, il cadmio, il berailio, il radio, il nichel, niente che abbia a che vedere con le sostanze che sono implicate nel processo. Per concludere, insomma, niente è cambiato da quando nel 1998 Tomatis, Vineis e Zapponi avevano redatto unitamente a Simonato, per conto della Procura di Venezia, una consulenza, che concludeva in tema di valutazione del rischio riferito allo specifico, al rischio della popolazione lagunare veneziana, che escludeva rischi legati all’assunzione di prodotti alimentari. Nessun pericolo reale insomma per la popolazione, nessuna rilevanza dello studio che i consulenti dell’accusa pretenderebbero di introdurre. Mi rimane signor Presidente, e ho finito, di trattare solo due battute sulle richieste che la difesa, le illustro io perché sono l’ultimo dei difensori Enichem, per così dire, del gruppo Enichem, a parlare, che la difesa Enichem formula a prova contraria sulle prove richieste dal Pubblico Ministero. Sono dettagliatamente indicate nelle note di sintesi che depositeremo alla Corte. Voglio solo illustrare che la difesa Enichem chiede l’acquisizione anche di tre studi per così dire a prova contraria su affermazioni non documentate del Pubblico Ministero nei motivi d’appello. Si tratta di uno studio steso tra l’altro da Di Domenico e Baldassarri, a prova contraria sull’inesistenza di legame tra inquinamento da IPA e Petrolchimico; di uno studio dal titolo "Esposizione ambientale e bifenili policlorurati nelle donne inuit del Quebec Settentrionale, che riguarda il tema degli addotti al DNA, sul quale l’accusa pubblica e privata nel dibattimento di primo grado avevano avanzato l’idea che l’incremento di addotti al DNA dipendesse dall’esposizione a PCB e diossine. Ebbene, lo stesso gruppo di ricercatori, coordinato da Laguet, che aveva steso quello studio che era stato poi presentato in dibattimento dalla dottoressa Venier, dice oggi che si erano sbagliati e che in realtà il fattore determinante è il fumo. E poi c’è una richiesta ulteriore, l’acquisizione di uno studio INCA 1994 – 1996 dell’Istituto Nazionale per gli Alimenti e la Nutrizione, dal titolo "Modelli di comportamento alimentare in Italia". Questo è uno studio che viene citato molto diffusamente dal Pubblico Ministero nei motivi d’appello – il paragrafo 3942, le pagine 1383 e seguenti nei motivi d’appello – a dimostrazione, secondo il Pubblico Ministero, che i consumi dei veneziani, i consumi alimentari dei veneziani, a partire da queste statistiche di consumo nazionale, non sarebbero quelli definiti da tutte le altre fonti, quali specie definite dal Coses, né quelli indicati dal Tribunale. Il Pubblico Ministero, in particolare, cita, a partire da questi dati di consumo nazionale, un consumo totale di molluschi freschi per i soli consumatori di 36 grammi; fa poi una serie di distinzione, consumi di nitili, di vongole. Non mi dilungo oltre, lo potrà vedere il Collegio nello studio che è prodotto, ovviamente mi rifaccio ai motivi d’appello. Ebbene, nello studio che viene prodotto, vengono riportati dati che contraddicono in modo aperto le stime del Pubblico Ministero. La quantità totale di pesce, di tutto il pescato che viene consumato dai solo consumatori italiani, è 37,5 grammi, come dire che il Pubblico Ministero ci vorrebbe far credere che il 96 – 98%, adesso la percentuale l’avevo calcolata, ma comunque una percentuale prossima alla totalità del consumo di pesce, è rappresentato da molluschi freschi; una considerazione che dimostra quanto le stime fornite dal Pubblico Ministero nei suoi motivi d’appello, stime peraltro alle quali il Pubblico Ministero ha fatto riferimento e che ha riportato, ma che si è ben guardato dall’allegare ai motivi d’appello, sono totalmente infondate.

 

PRESIDENTE – Adesso sospendiamo, riprendiamo alle 14.30.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.45.

 

PRESIDENTE – Chi vuol parlare, allora.

 

DIFESA – AVV. ALESSANDRI

 

DIFESA – Avv. Alessandri – Avvocato Alessandri, signor Presidente e signori della Corte. Io parlo per Trapasso, Gaiba, Belloni e Grandi, per Belloni anche unitamente alla collega Francesca Pedrazzi. La mia discussione sarà forzatamente breve, anche se i temi che riguardano genericamente Montedison nell’ambito delle richieste formulate dall’Accusa pubblica e dalle accuse private sono molteplici. Sono richieste ampie e devo dire subito, come la Corte avrà notato, anche non poco disordinate, tali da provocare un notevole lavoro anche di riordino e naturalmente il lavoro di riordino diventa più grave quando c’è poco tempo e poco tempo c’è anche oggi per esporlo e quindi mi scuso anticipatamente delle inevitabili manchevolezze, quando non errori, che potrò commettere. Ho comunque predisposto, insieme al collega Pedrazzi, due memorie sui temi che andrò trattando, almeno perché la Corte abbia i riferimenti testuali. Mi occupo soltanto del primo capo di imputazione e proprio sul primo capo di imputazione è ben noto che il Pubblico Ministero ha fatto precedere, direi è stato quasi contestuale la sua richiesta di rinnovazione del dibattimento, con documenti, audizioni e altre cose, con una notevole risonanza sui giornali e in televisione, quella che viene definita l’attenzione mediatica, evocando soprattutto la scoperta di nuove prove che sarebbero o venute alla luce soltanto adesso, o occultate in precedenza, prove che inchioderebbero gli imputati. Mi accorgo di aver già commesso un errore, perché in realtà gli imputati in questo processo non sono mai stati presenti, se non nelle richieste finali. Sempre si è parlato di società, Montedison e di Enichem. Gli imputati sono sempre state persone di poco rilievo, figure sbiadite, semmai sul fondo; e lo confermano anche le richieste del Pubblico Ministero e con Pubblico Ministero abbraccio le richieste fatte da tutti gli esponenti della Procura e della Procura Generale, che non hanno presentato alcuna prova riferita alla responsabilità di un singolo, ma sempre riferita alla responsabilità di Montedison. E addirittura, anzi, questa unitarietà dell’impresa si è ulteriormente gonfiata, per così dire, perché ha assurto le dimensioni dell’impresa mondiale. Tutta l’impresa mondiale della chimica. Ora devo dire con estrema franchezza che chi ha attentamente scrutinato e vagliato le richieste formulate dal Pubblico Ministero non può che concludere per una assoluta, prima che non decisività, prima che non rilevanza, per la loro assoluta vacuità, nel senso che tutti i temi che possono in qualche modo essere ricondotti a quelle richieste sono già stati temi già ampiamente visti, dibattuti, discussi, analizzati in primo grado. E tutto questo viene richiesto ad onta di quello che la Corte sa benissimo essere un fatto assolutamente eccezionale, vale a dire la rinnovazione del dibattimento in Appello, come ci indica l’Art. 603. Allora perché mai si è creata questa sorta di patos che è stato esemplarmente manifestato anche dalla Procura Generale? Perché, evidentemente, c’era un problema grosso da superare e il problema grosso da superare per far passare una richiesta di rinnovazione strumentale ad un ribaltamento della sentenza, era evidentemente la ineludibile complessità e completezza del dibattimento di primo grado. Il processo di primo grado si è svolto in 156 udienze, 102 consulenti dell’Accusa e della Difesa ascoltati in contraddittorio, 217 testimoni sono stati escussi e i 102 consulenti hanno abbracciato consulenti italiani e stranieri su tutti i temi che sono stati oggetto dell’accusa del Pubblico Ministero, al punto che l’intera comunità scientifica italiana in questi campi, nel campo della tossicologia, nel campo della medicina, nel campo ambientale, sono stati tutti praticamente sentiti o letti i loro articoli e commentati i loro articoli. Francamente non si saprebbe proprio che cosa rinnovare. Ora, questa difesa attraverso le lucide parole del professor Padovani ha già mostrato e manifestato le sue perplessità circa l’attuale disciplina del giudizio di appello, ma la Corte ha dato una risposta e a questa risposta ci atteniamo e si devono attenere tutte le Parti del processo, nel senso che devono vigere i rigorosi paletti fissati dall’Art. 603. Nient’altro, quell’assoluta necessità della prova che deve essere decisiva per superare una situazione di indecidibilità. E allora mi pare di poter dire, e concludo questa brevissima premessa, che il clamore – scusate l’aggettivo che non mi è consueto – mediatico che si è creato sulle presunte nuove prove, tutte assai risalenti, quanto meno quaranta e cinquant’anni fa, non può essere altro che definivo un grimaldello retorico per aggredire o forse per aggirare la sentenza, e calando su questa operazione anche una sorta di nube offuscante costituita dagli auspici per le soddisfazioni delle attese popolari di giustizia. Ecco quindi l’assoluta e funzionale strumentalità del cosiddetto patto di segretezza, il complotto. Il patto di segretezza che compare nel titolo di una delle memorie depositate dall’Accusa evoca evidentemente tenebrosi accordi, colpe che riassumono e simboleggiano condotte e causalità, che assorbono comportamenti dei singoli. Non importa se a questo punto i singoli vengono sacrificati ad una sorta di macroantropi collettivi e mi viene in mente quanto affermava un grande storico del medioevo come Block, quando sostenevo che in quell’epoca la responsabilità si propagava per onde collettive. Questo forse vorrebbe oggi il Pubblico Ministero, ma il Tribunale di primo grado ha spazzato completamente il campo da questo tema sulla base di dati di fatto assolutamente pacifici e quindi le pagine della sentenza su questo patto di segretezza hanno messo una pietra definitiva su quel tema. Ma il Pubblico Ministero insiste, insiste chiedendo l’acquisizione di nuovi documenti e, dopo aver fatto un lungo elenco nei motivi di appello, si accorge poi nell’udienza del 13 maggio, a distanza di un bel po’ di tempo, gran parte di quei a documenti erano già agli atti, ma anche in questo caso non è stato preciso, e quindi gli unici documenti e le uniche prove che ritiene decisive per comprovare questo patto di segretezza, la cui rilevanza sarebbe ancora tutta da vedere, sono questi tre documenti americani. Uno è uno studio, Lilinfield e gli altri sono due documenti dell’industria americana, più l’audizione del professor Carnevale. Lilinfield, è stato già detto, riguarda materie tutto affatto diverse, amianto e anilina, riguarda l’atteggiamento dell’industria, non vedo che cosa c’entra. Il documento del 24 gennaio 1967 è già agli atti, quindi non c’è nessuna esigenza di essere richiesto. Dirò poi semplicemente qualche cosa su quello che ha detto Carnevale, ma vorrei ricordare quello che ha detto la sentenza di primo grado a pagina 17 su questo patto di segretezza. Suggestiva e sensazionalistica tesi di un patto di segretezza che vorrebbe proporre, scusatemi abbrevio, che le conoscenze sulla oncogenicità del CVM risalivano a un tempo anteriore, al ’59, al ’61, agli studi di Roe e di Torkelson, tenuti segreti o riservati, oppure fin dall’epoca di risultati sperimentali ottenuti da Viola nel 1969, da cui ha fatto decorrere la data di inizio dei reati contestati, deve osservarsi che le risultanze dibattimentali contraddicono tale assunto. Proprio dalla stessa documentazione acquisita dal Pubblico Ministero in USA, cioè tutta quella documentazione compresi quei famosi documenti che aveva originariamente richiesto il Pubblico Ministero e che adesso si è accorto sono già agli atti, risulta che il rischio oncogeno era ignorato in tutte le industrie di produzione, sia statunitensi che europee. E, come vedete, anche qui parliamo sempre di industrie e documenti interni all’industria americana. Ma naturalmente non basta questo, si ribatte da parte del Pubblico Ministero che ci sarebbe stata una conoscenza ancora una volta degli esponenti dell’industria, quasi che questo processo non riguardasse imputati ma genericamente facesse un processo alla storia dell’industria chimica mondiale, degli effetti cancerogeni prima del 1970 e si adombra la tesi, addirittura anzi la si afferma, che Montedison si sarebbe decisa obtorto collo a seguire Maltoni, proprio di contraggenio e che avrebbe subito imposto il patto di segretezza. Ora, io avrei molte cose da dire su questo, ma il tempo e la pazienza di questa Corte non può a me consentire di procedere più avanti. Mi limito soltanto ad alcuni flash. È pacifico che solo nell’Abstract di Viola a Houston nel 1970, vi sia l’affermazione, anzi, si affacci la cancerogenicità in animali sperimentali ad altissime concentrazioni. Non basta, espressamente in quel documento si dice che nessuna implicazione è possibile estrapolare rispetto alle patologie umane dal modello riportato in questo paper. Da qui parte l’iniziativa di Montedison di incaricare il professor Maltoni e lo conferma, lo vedremo, la deposizione del professor Maltoni dell’11 aprile del 2000. La Corte avrà forse colto, ma in realtà l’abbiamo colto prima di tutto noi che abbiamo vissuto quel processo, che nei confronti del professor Maltoni, il Pubblico Ministero ha avuto un atteggiamento all’inizio molto fiducioso e poi l’ha considerato quasi come un mercenario dell’industria, non attendibile, a fronte invece di un professor Viola che era il vero paladino della libera ricerca scientifica. Ora anche qui sarebbe lungo e forse inutile, perché qui interessano i fatti ed i fatti sono estremamente semplici ed è la deposizione di Maltoni, la deposizione di Maltoni che dice che l'indagine è cominciata il primo luglio del 1971. L’indagine sarebbe dovuta durare tre anni, e direi che questa data già dice molte cose circa la rilevanza anche dei documenti famosi sul patto di segretezza, perché noi a differenza di quello che fanno negli Stati Uniti nel nostro istituto siamo noti proseguire fino alla vita dell’animale gli studi. Noi cominciamo a vedere queste lesioni luglio, agosto, settembre del 1971, qui ci fu una mia interruzione, una richiesta di precisazioni, disse: "pardon, mi sbaglio, 1972". La prima comunicazione ai committenti fu data nell’ottobre del 1972. Il professor Bartalini conosceva molto bene quali erano le mie idee e quindi non mi ha mai messo dei limiti alla mia riservatezza. Eccola qui la frase. Io dissi che andavano resi pubblici anche se non erano conclusivi. Era totalmente inusuale dare dei dati prima che l’esperimento fosse finito, parlo di queste sperimentazioni. E al secondo congresso internazionale di prevenzione e genesi e percorso, lì evidentemente è un errore di trascrizione, dei tumori, promosso da un organismo internazionale, allora c’erano molti visitatori altro che convegno ospedaliero ristretto, come è stato detto dal Pubblico Ministero e io, con un po’ di orgoglio, li portavo a visitare le nostre strutture a Bentivoglio e parlai di questo, ne parlai estesamente. Allora, riassumendo le date, nell’estate del 1972 Maltoni identifico i primi casi di angiosarcoma nel fegato degli animali sperimentali a dosi ancora alte; nell'ottobre 1972 comunicò i dati ai committenti, nel novembre 1972 furono comunicati i dati provvisori dal gruppo europeo alla controparte americana. Tutti documenti in atti. Nell’aprile 1973 Maltoni divulga tutti i dati ancora provvisori, e dichiarandoli come tali, al convegno internazionale di oncogenesi di Bologna. Bene, ho detto il Pubblico Ministero non vuol più credere a Maltoni. Maltoni è screditato, Maltoni è uomo dell’industria, ha detto nella requisitoria. Ebbene c’è una missiva indirizzata all’ospedale Policlinico Sant’Orsola, è tutto agli atti signor Presidente, del 24 giugno 1996, la missiva... scusate, ho sbagliato io, dell’Istituto Superiore di Sanità. Questa missiva dell’Istituto Superiore di Sanità fa esattamente il punto della situazione. Io riproduco qui la missiva e poi ne ho fatto una trascrizione più leggibile. Con riferimento ai quesiti posti da codesta Procura si fa presente quanto segue. Le prime informazioni relative ai effetti cancerogeni del cloruro di vinile monomero furono comunicate al Professor Viola al X° International Cancer Congress di 1970, a partire dalla fine del 1970, presso l’Istituto di Oncologia e Centro Tumori di Bologna il professor Maltoni avviò un ampio ciclo di sperimentazioni sul cloruro di vinile. Il progetto era sostenuto da una serie di industrie produttrici tra le quali Montedison, ICI, Solvay e Rhone Poulech. Alla fine del ‘72, quando fu dimostrato che l’esposizione a cloruro di vinile causava nei ratti, oltre al tumore alle ghiandole zyimbal anche angiosarcomi epatici e nefloblastomi, il professor Maltoni informò dei suoi risultati il Manufacturing Chemist Association. La comunità scientifica e con essa le autorità sanitarie, furono informati di questi risultati in occasione dell’International Sinposium on cancer detection and prevention, che si tenne a Bologna nell’aprile del 1973. I dati furono pubblicati nel 1974. Ecco, questo a non voler credere a Maltoni, bisognerebbe dar credito almeno a questa lettera scritta nel 1996 dal Ministero al Pubblico Ministero, Ministero della Sanità, evidentemente, al Pubblico Ministero dottor Casson. Ma che cosa disse Viola nel 1974, in sede di autorità sanitaria? Qui c’era una riunione presso l’Istituto Superiore di Sanità del 17 aprile 1974, anche questo documento agli atti. Sono tutti documenti ampiamente discussi nelle nostre precedenti memorie, e si dice che rispondendo a una serie di chiarimenti, Viola indica che le possibili alterazioni del fegato provocate dal cloruro di vinile sono poco chiaramente dimostrabili, in quanto ci sono fattori alimentari che influenzano il fenomeno, che l’acrosteolisi viene prodotta in seguito ad esposizioni di cloruro molto alte, 5000 PPM, e che anche di natura traumatica e che al di sotto di 500 PPM non si nota alcun disturbo soggettivo. Saltiamo per brevità, comunque il documento è a disposizione, ritiene che la malattia da CV, sia da ricondursi soltanto alle lesioni ossee, acrosteolisi, osservabili soltanto in casi di esposizione a concentrazioni alte. Bene signori della Corte, questa è una brevissima sintesi di quelle che erano le evidenze, di quelli che erano i documenti, di quelle che erano le informazioni in circolazione all’epoca e allora io chiedo a me stesso e giro l’interrogativo evidentemente a codesta Corte, quale sia la rilevanza dell’ultimo superstite documento che il Pubblico Ministero chiede sia acquisito, il famoso documento numero 10, che è un documento – si badi bene – predisposto da un certo signor Duffild, che reca la data del 15 se non ricordo... del 20 luglio 1973. Allora il 20 luglio del 1973 noi avevamo che già Maltoni era stato incaricato, che già Maltoni aveva raggiunto alcuni risultati sperimentali provvisori, che già aveva comunicato ai committenti nel 1972 e all’industria europea e americana sempre nel 1972 e che nell’aprile del 1973 aveva divulgato i suoi risultati, delle sue sperimentazioni, ancorché provvisorie, ad un convegno di natura internazionale. A questo punto che cosa possa avere quale rilevanza un documento successivo a questa divulgazione e quindi alla immissione nella comunità scientifica, alla circolazione tra gli scienziati di un dato quale quello di Maltoni, ai quali tutti poi fanno riferimento, resta francamente un mistero e resta un mistero come si possa contrabbandare questa prova come una prova decisiva. Ci sono poi le altre richieste, signori della Corte, e io qui cercherò di essere estremamente veloce. Estremamente veloce perché in parte su queste richieste hanno già parlato i difensori di Enichem ed in particolare alcune parole sono state spese dal professor Zanchetti. Non mi soffermo sulle questioni di natura processuale, la Corte vedrà sulla ammissibilità o inammissibilità oggettiva delle singole richieste, in quanto non motivate, in quanto non precedute da un’impugnazione delle ordinanze che ne avevano espunto, che avevano negato l’acquisizione dei documenti stessi o delle consulenze nell’ambito del processo, non mi soffermo sulla tardività, non mi soffermo su tutto questo perché poi, alla fine, il Pubblico Ministero ha deciso che tutto questo era questione tutto affatto marginale, dal momento che il grosso delle sue richieste e nel più sta certamente il meno – era veicolato da una generica richiesta ai poteri di ufficio di codesta Corte ai sensi dell’Art. 603 terzo comma e, in questo ampio, sotto questo ampio ombrello, tutto poteva passare, indipendentemente dalla tardività, dalla mancata impugnazione, ma tutto può passare a condizioni di soddisfare un requisito che l’Art. 603 del Codice Penale pone anche rispetto ai poteri d’ufficio del Giudice, nel senso che l’Art. 603 del Codice Penale esige che la rinnovazione sia assolutamente necessaria; assolutamente necessaria ovviamente ai fini del decidere, vale a dire che l’istruttoria del primo grado, del dibattimento di primo grado abbia delle lacune tali da, per forza, porre la Corte nella condizione impossibile di dire non liquet, perché nel nostro ordinamento non è ammissibile il rifiuto ad una domanda che viene posta dal Pubblico Ministero e, dall’altro, non avere gli elementi fattuali, tecnici, scientifici, per poter scrivere la propria motivazione e prima ancora arrivare a una motivazione sul tema decidendum. Assoluta necessità, quindi, si dovrebbe intravedere in questi documenti. Ebbene signori, in queste singole richieste che io esamino, rinviando peraltro al testo delle memorie già depositate, e a quella che mi accingo adesso a depositare, sono stati uno per uno con una fatica non lieve e il risultato complessivo, lo anticipo – e non è semplicemente la frase del difensore – il risultato complessivo è che questi documenti non apportano assolutamente niente di più a quello che è stato già discusso ed acquisito nell’ambito del giudizio di primo grado. Io non vorrei tra l’altro che si dimenticasse, signori della Corte, che tutta questa documentazione che viene qui proposta e che in vario modo riguarda appunto la nocività del CVM, facesse perdere di vista che i dati epidemiologici indiscutibili sulla coorte di Porto Marghera, quelli che risultano dallo studio di Pirastu et al, del 1997, Pirastu consulente del Pubblico Ministero e nota epidemiologa italiana, segnala per la coorte di Porto Marghera, vale a dire per l’oggetto di questo processo, una mortalità per tutte le cause inferiore del 43% a quella attesa. Nei lavoratori di Porto Marghera i decessi totali per tumore sono 88 rispetto ai 110,9 attesi. I decessi totali per tumori del fegato sono 11 rispetto ai 5,7 attesi. Di questi, almeno 4 sono angiosarcomi, per cui resterebbero 7 epatocarcinomi osservati rispetto ai 5,7 attesi, con un rapporto standardizzato di mortalità 1,23, non statisticamente significativo. Quindi questo contesta da subito, anche per le altre patologie, ma non voglio tediare la Corte su questo, la tesi del Pubblico Ministero, anzi l’ipotesi del Pubblico Ministero che vi fosse a Porto Marghera, nella coorte di Porto Marghera, un aumento del rischio per le malattie neoplastiche. Qui non voglio certamente aggirare Federico Stella ed invocare una causalità generale al posto di una causalità specifica. Condivido perfettamente il suo punto. Dico soltanto che l’informazione che ci viene dal dato epidemiologico è questa che viene fotografata da Pirastru e che trova conferma in tutti gli studi successivi, in particolare negli studi collaborativi americani ed europei Monte e Word ‘99, 2000 e 2001, che confermano esattamente questi dati, senza modificazioni. Siamo quindi in un contesto nel quale, al di là di ogni enfatizzazione mediatica, non siamo in presenza di numeri che attestano un aumento del rischio, non siamo in presenza di numeri che attestano che a Porto Marghera vi siano stati casi di tumore superiori a quelli della popolazione di riferimento.

 

Fatta questa premessa che a me sembra assolutamente indispensabile per inquadrare tutto il resto, una premessa granitica direi, che non risolve certamente il processo, ma che pone un punto di riferimento ineludibile per tutti, a mio parere una rapida scorsa consente di evidenziare l’assoluta irrilevanza degli altri documenti. Greemger et al del 2001, ne ha già parlato Zanchetti, lo cito soltanto perché ha attesta che la mortalità dei tumori non è affatto diminuita nei lavoratori chimici degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, esattamente il contrario di quello che voleva il Pubblico Ministero. Su Wong et al non mi soffermo, quello di 2002, ne ha già parlato Zanchetti, è irrilevante perché non consente in alcun modo di stimare l’associazione tra CVM e epatocalcinoma. Per una banalissima ragione, che vorrei che questa Corte prendesse in considerazione, in questo studio la maggior parte dei tumori del fegato non erano stati classificati istologicamente a causa dell’assenza di documentazione medica. Non è noto, quindi, se quei quindici epatocalcinomi dei quali si parla, quali fossero epatocalcinomi e quali fossero angiosarcomi. Più avanti avrò occasione di soffermarmi sulla straordinaria difficoltà di diagnosi differenziale tra le due neoplasie del fegato. Ebbene, devo per forza parlare di Romeo e Colombo, 2002, per il semplice motivo che il Pubblico Ministero ne ha tratto, direi un po’ come al solito, ce l’aspettavamo, ormai ci conosciamo da tanti anni, il destro per screditare il professor Massimo Colombo, consulente tecnico di questa difesa e patologo di fama che non esito a ritenere mondiale. Ebbene, secondo il Pubblico Ministero qui in questo lavoretto Romeo e Colombo avrebbero fatto un passo indietro rispetto a quello dichiarato in udienza. Ora, non solo vale quello che ha già osservato l’amico Zanchetti, cioè che si tratta di un review della letteratura scientifica, ma semplicemente qui appunto, valutando la letterature scientifica sulla storia naturale dell’epatocarcinoma in tutti i suoi momenti, Romeo e Colombo si limitano a segnalare che, alcuni articoli pubblicati, segnalano una possibile rilevanza del CVM nella eziologia dell’epatocarcinoma. È un dato di fatto. Sarebbe errato ometterlo in una review, in una esposizione di letteratura, come se si facesse una... che so, un piccolo sommario di giurisprudenza e si omettessero alcune sentenze semplicemente perché non le si condividono. Evidentemente al lettore si offrono tutte le informazioni disponibili, anche quelle presumibilmente sbagliate. Boffetta et al, 2003, Boffetta et al 2003, ne ha parlato Zanchetti, a me preme soprattutto per due ragioni. Questa è una tabella tratta da Boffetta et al 2003. In questo lavoro, che combina i risultati di tutti i principali studi di coorte sui lavoratori del CVM, quindi comprende Mundt, Ward ed altri sei piccoli studi, quindi è molto ampio ed è sostanzialmente sovrapponibile ad uno di Bosetti del 2003, c’è un dato importante. Emerge un RSM di 1,35 che è al limite della significatività statistica per il tumore del fegato non angiosarcoma, però emerge una diminuzione dell’eccesso di rischio nel complesso dei tumori del fegato, fino ad arrivare attorno all’unità nei lavoratori assunti dopo il 1968. La qualità dell’immagine è molto modesta, e me ne scuso, ma si vede benissimo che quella retta punteggiata, che è quella Ward et al 2001, indica l’avvicinamento all’unità negli anni immediatamente precedenti al 1968. Si tratta di lavoratori assunti dopo il 1968, fino ad arrivare all’unità nei lavoratori assunti dopo il 1968. Quindi il rischio, semmai, è nei lavoratori assunti in anni precedenti, all’epoca precedente a quella interessata al capo di imputazione. Nella metanalisi di Boffetta et al, gli autori sottolineano – e qui il dato è importante rispetto a quello che ho riferito prima a proposito di Wong – che una parte dell’eccesso degli epatocarcinomi potrebbe essere determinata da una residua misclassificazione di angiosarcomi. È importante questo dato per due elementi, chiedo trenta secondi di attenzione alla Corte: primo perché molto spesso, a differenza di quanto noi, se la Corte permette, mi chiamerò anch’io giurista, facciamo, siamo abituati a delle affermazioni direi molto perentorie; non siamo abituati, e naturalmente una sentenza non vi può ricorrere, ai "condizionali", ai "forse", ai "suggerire". Si afferma, si trova la prova. Se non c’è, si assolve. Non "si potrebbe assolvere", evidentemente. Vale a dire, il dubbio deve essere sciolto per il giurista, in qualche modo; non è una convivenza possibile. La convivenza con il dubbio è invece un abito mentale, una consuetudine comportamentale assolutamente normale per lo scienziato vero, che può tranquillamente suggerire un’ipotesi come quella che al momento gli sembra la più probabile rispetto ai dati a sua disposizione, senza con questo affermare che questa è la verità. È un avvicinamento alla verità, vi sono evidenze sufficienti per sostenerla, oppure, potrà dire, vi sono poche evidenze per sostenerla e allora quella non è certamente una verità utilizzabile; fa parte di un lento, laborioso cammino della scienza, che non procede in modo lineare, per affermazioni appunto perentorie. Uso ancora Boffetta per dire che da quello studio si consente di escludere qualsiasi eccesso nei lavoratori esposti a CVM per polmoni, cervello, sistema linfatico ed emopoietico, vale a dire per gli altri tre organi bersaglio, esattamente come questa difesa aveva sempre sostenuto e come ritenuto correttamente dal Tribunale. Boffetta – La Vecchia 2003, anche qui il Pubblico Ministero ne parla, lo cita, ne chiede l’acquisizione, perché compare il professor Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’Istituto Mario Negri, consulente di questa difesa per appunto l’epidemiologia. Ad avviso del Pubblico Ministero ci sarebbe, anche qui, il famoso cambiamento di opinioni. L’interpretazione del Pubblico Ministero è falsa. Prima di tutto, lo studio di Boffetta et al costituisce anch’esso una rivisitazione, una review della letteratura epidemiologica più recente ed aggiornata e non contiene alcun apporto conoscitivo nuovo, e quindi siamo nel caso precedente di Romeo e Colombo. Le conclusioni dello studio, però, ben diversamente da quello che ha affermato il Pubblico Ministero, non aderiscono affatto alla tesi del rapporto eziologico tra CVM ed epatocarcinoma, ma – semmai la Corte dovesse acquisirlo e leggerlo – vedrà che al contrario affermano l’esistenza di problemi interpretativi, che impediscono allo stato attuale delle conoscenze una conclusione sul punto, suggerendo altre spiegazioni alternative possibili, quindi che è cosa di nuovo rispetto a quanto già ampiamente discusso e fatto proprio dalla sentenza. Nulla dico su Wong et al 2003, ne ha già parlato Zanchetti e se ne parla nella nostra memoria; nulla dico su Albertini et al 2003. Il Pubblico Ministero qui non ha proprio argomentato in alcun modo la rilevanza del lavoro, tanto meno la sua decisività ai fini del decidere ed è evidente che non lo abbia potuto fare, perché esso non aggiunge proprio niente di nuovo riguardo alla valutazione del rischio; ma la valutazione del rischio è un qualche cosa di cui abbiamo pur discusso largamente in primo grado, ma che non serve a nulla per quanto attiene all’accertamento della responsabilità penale; attiene alle politiche di prevenzione. Schumacher e Volz 2002, anche qui non vi è nessuna motivazione specifica perché riguarda, questo è il commento mio, ancora una volta la valutazione del rischio. Mastrangelo et al, qui Mastrangelo che ne sono due, attenzione. Questa è la pubblicazione di uno studio già presentato sotto forma di relazione nel corso del dibattimento di primo grado ed è stato dibattuto, criticato in contraddittorio in più occasioni nel corso del dibattimento e, ripeto, a mio parere si tratta di uno studio che presenta numerosissimi vizi metodologici ed errori sostanziali, da essere inutilizzabile; ma certo è già materiale acquisito agli atti di questo processo, non se ne vede la ragione e certamente la decisività ai fini del decidere e comunque la discussione è contenuta alle pagine 223, 228 e seguenti della memoria presentata a questa Corte. Morinello et al. Ecco, Morinello et al lo cito, è del 2002, perché nella copia dei documenti allegata alla richiesta di acquisizione dello studio di Morinello, almeno che questa Difesa ha avuto, è rinvenibile soltanto come allegato 6 ai motivi nuovi aggiunti del 5 gennaio una sintesi in lingua italiana di due lunghi articoli in inglese. Allora qual è la conclusione, per farla estremamente breve? I dati dimostrano che il cervello non è soggetto a danno genotossico da parte del CVM. Molto chiaro. E, per non essere ulteriormente fraintesi: il cervello non deve essere considerato un organo bersaglio della cancerogenesi del CVM; uno studio recente che taglia radicalmente il famoso nodo, che ormai era più che sfilacciato, era aperto direi, della possibile nocività del CVM verso il cervello. Allora perché mai è lì? Per una ragione molto semplice, forse, ad essere maliziosi; perché nella sintesi italiana che è presentata per l’acquisizione si omette di riportare le conclusioni di cui ho appena parlato. Non c’è il lavoro originale, c’è la sintesi italiana e nella sintesi italiana quella frase scompare. Lo stesso appare per il secondo lavoro di Morinello et al, dove si dice che l’angiosarcoma causato da cloruro di vinile era largamente associato con autoclavisti che erano abitualmente esposti a concentrazioni di CVM stimate, uguali o superiori a 500 PPM, cioè la conferma esatta, puntuale, di quello che questa Difesa ha sempre sostenuto e che il Tribunale ha accolto con ampia motivazione nella sua sentenza. Credo che la Corte non sarà del tutto sorpresa se io aggiungerò che questa frase risolutiva non compare nella traduzione italiana. Vengo adesso, ed è direi l’ultimo argomento del quale mi occupo, se il tempo me lo consente, ai cosiddetti vecchi studi, perché il Pubblico Ministero ha individuato sostanzialmente due date: 1949 si conosce la tossicità del CVM; 1969 si conosce la cancerogenicità del CVM. Quindi i capi di imputazione, il capo di imputazione 1, ma per alcuni aspetti anche il capo di imputazione 2, dovrebbe essere letto tenendo come punti di riferimento temporale queste due date. Da dove vengono queste due date? Beh, allora qui bisogna inevitabilmente fare molto, molto, brevemente una rapidissima storia delle conoscenze. Per carità, non si allarmi la Corte, i miei saranno soltanto dei flash. Allora, prima di tutto, bisogna distinguere tra lavori sperimentali che si occupano di intossicazione acuta da CVM, cioè una somministrazione unica di una dose altissima di CVM che provoca una serie di effetti diversi, fino alla morte, a seconda della quantità, 10 mila, 100 mila, 200 mila PPM, e sono prevalentemente effetti di tipo neurotossico, tanto è vero che si propose l’utilizzazione del CVM come anestetico e anche come propellente, tanto è vero che fu usato fino alla metà degli Anni Settanta in America come propellente per la lacca per i capelli femminili, o anche maschili, a seconda dei gusti. Nega il Pubblico Ministero che ci fosse una considerazione del CVM come sostanza diciamo banalmente innocua. Bene, la bozza di Viola dell’estate del 1970 attesta che la conoscenza della nocività del CVM è proprio di quegli ultimi anni e Torkelson gli scrive, dicendo: è esattamente il quadro di quello che noi sapevamo in quegli anni. Torkelson è un altro degli autori che avrebbero cercato di rendersi indipendenti dall’industria e quindi avrebbe provocato l’industria, nella prospettazione del Pubblico Ministero. Ebbene qui dice, un testimone che dovrebbe essere attendibile per il Pubblico Ministero: è proprio quello che pensavamo in quegli anni. E sono citati due lavori del 1947 e del 1949 che ne scoraggiano l’uso come anestetico. Va bene, e segnalo fin d’ora, perché sarà un cavallo di battaglia, non vi è alcun cenno ad un famoso - perché lo diventerà tra poco, non lo è mai stato, lo diventa qui - lavoro di Tribuk del 1949. Anche nel lavoro di Hot et al del 1975 non si parla di Tribuk. E allora veniamo a questo misterioso signor Tribuk del 1949. Come allegato 1 alla memoria tecnica è prodotto un articolo in cirillico, una traduzione in italiano e una memoria esplicativa anonima, intitolata "Note relative a Tribuk", 1949. Si dice che la traduzione non è buonissima, ci viene da domandare: ma perché mai allora è stata prodotta, chi la giudica come tale? Perché non l’ha migliorata, se è così bravo da capire che non è buona? E si afferma che Tribuk avrebbe avuto una diffusione praticamente universale e soltanto pochi stolti o pochi mascalzoni non l’avrebbero conosciuto. La realtà è invece radicalmente diversa, per due ragioni. Il lavoro di Tribuk è un lavoro sostanzialmente irrilevante per quanto riguarda le nostre conoscenze sul cloruro di vinile e, in ogni caso, ebbe una scarsissima diffusione nella comunità scientifica non soltanto mondiale, che non era la comunità scientifica allora, 1949, quella odierna, ma neppure quella dell’allora esistente blocco sovietico, dell’Europa dell’Est. Aggiungiamoci poi anche il problema della lingua. Tribuk ed al riportano dati di igiene industriale relativi a fabbriche, non meglio specificate, nelle quali veniva utilizzato il PVC per produrre materie plastiche, similpelle, etc.. Questo è l’ambito di studio. Non è mai operata alcuna correlazione esplicita tra le alterazioni riscontrate e il cloruro di vinile; al contrario, diverse malattie – non è chiaro quali – sono espressamente correlate al sovol. A proposito delle epatiti, questo è veramente... qualcuno ha parlato di vis comica, ma qui è veramente paradossale. C’è in effetti un cenno ad epatiti ed epatomegalie, cioè epatomegalie semplicemente il fegato che è un po’ ingrossato. Le epatiti noi siamo abituati a considerarle come una malattia nosologicamente ben definita, ma come la definiamo? La definiamo con i test delle transaminasi e con gli altri test sierologici che oggi abbiamo a disposizione e che in questo processo sono stati ampiamente studiati, usati, utilizzati, discussi. Nel 1949 questi test non esistevano. Quindi non si poteva fare un’indagine con test per l’epatite. Si poteva fare, certo, si poteva fare prima di tutto la palpazione del fegato e quindi scoprire se era ingrossato, ma questo diceva molto poco circa l’origine; ma si potevano praticare soltanto le cosiddette prove di floculazione e di BST, che erano prove molto grossolane e aspecifiche. È quindi del tutto errato e gravemente fuorviante pretendere che questo lavoro provi che la tossicità epatica del CVM fosse già nota all’inizio degli Anni Cinquanta. Ebbene, quanto alla diffusione del lavoro, è vero, è citato da Pushin nel 1965, però costui attribuisce con ogni probabilità le epatiti non al CVM, ma al butilstalato, e non menziona neanche il CVM. Non è citato neppure da dei suoi, diciamo così, vicini, se non conterranei, dai rumeni, Suciu et al, di cui dovremmo parlare. In Occidente, il primo che cita Tribuk e che lo cita visibilmente per completezza di bibliografia, e anche questo è fenomeno che noi giuristi sappiamo benissimo, conosciamo benissimo, è Mar Steller et al del 1973. C’è una mera segnalazione nel 1974 nella monografia della IARC, in Lilis nel 1975 e in un altro lavoro di Mar Steller del 1975. Che significa questo? Che, al di fuori dell’Europa orientale, le citazioni di Tribuk sono tutte posteriori agli Anni Settanta, tanto che nei lavori presentati alla conferenza di New York, 1974, Tribuk non è citato da tutti questi signori che vedete e che non sono banali: c’è Suciu, c’è Creech, c’è Popper, c’è Gedigk. Tutti questi signori parlavano di fegato e Tribuk non era citato. Contrariamente a quanto affermato dal Pubblico Ministero, Tribuk non è citato nella monografia dell’EPA del 1975. Ma non basta. Qualcuno dei nostri consulenti si è preso la briga di andare a citare tutti i lavori sul fegato o sull’uso delle plastiche che non hanno citato Tribuk negli anni successivi. Il risultato è questo, si parte dal 1953: si passa per Tolkelson, Lester, Suciu, Suciu, Harris, Viola, Kramer e Mucler, Falk, Mac, Creech nuovamente Berg, Suciu, Popper nuovamente, che troveremo tante volte, Gedigk etc. Tutti questi autori dal 1953 al 1975, più quelli che vi ho citato in precedenza ma relativamente ad uno specifico congresso sul fegato, non hanno mai citato Tribuk. Non lo conoscevano e, direi, non lo conoscevano senza che la loro cultura ne risentisse affatto. E allora si può ragionevolmente arrivare alla conclusione che l’acquisizione di Tribuk non porterebbe a questa Corte proprio nessun beneficio informativo, non modificherebbe il quadro dell’evoluzione delle conoscenze accolto nella sentenza di primo grado, perché nonostante le forzature da parte dell’Accusa, è indiscutibile che – per così dire – la coagulazione sulla patologia non neoplastica del fegato si debba collocare nei primi Anni Settanta, pressoché in concomitanza con le informazioni sulla cancerogenicità del CVM. E quindi è falsa l’affermazione che dall’Est all’Ovest, dalla Russia agli USA, all’Italia, tutti conoscevano quel lavoro scientifico e tutti sapevano che riguardava i problemi causati al fegato dei lavoratori del CVM. Questo dice il Pubblico Ministero a pagina 5 della sua memoria. C’è molta retorica, ma non c’è un grammo di verità. Harris, 1953, è un lavoro palesemente irrilevante, non è sconosciuto, se ne è discusso; dice che il cloruro di vinile è un narcotico leggero. Veda la Corte se questo può essere di un qualche interesse. Veniamo a Filatova. Filatova è un altro dei totem di questo processo. Ogni tanto si evocano, prima non si era evocato Tribuk, è stata una scoperta più recente, ma c’era Suciu, Filatova. Filatova et al, 1957 e 1958, il Pubblico Ministero li ripropone perché consentirebbero - a suo dire - di ricondurre direttamente i casi di angioneurosa tossica osservata in operai addetti alla polimerizzazione del PVC e, aggiunge, non poteva quindi non essere noto alle aziende. In realtà Filatova ed altri questa informazione che tanto colpisce il Pubblico Ministero non la trovano in prima persona, non fanno esperimenti, non fanno esperimenti di alcun tipo, non visitano pazienti, ma riportano informazioni di questo tipo da una tesi di laurea della Smirnova, presso l’Università di Gorkij, non agli atti ed introvabile, del 1954. Non vi è alcuna dimostrazione che questo studio abbia in qualche modo inciso sul patrimonio conoscitivo generalizzato, uso le parole del Pubblico Ministero, sulla tossicità del CVM, e certamente è irrilevante ed inammissibile la sua acquisizione. Lo stesso vale per Daniseschi Edorov, 1961: non cita il cloruro di vinile, non si richiama al lavoro di Tribuk. Siamo a Suciu, il rumeno Suciu, che sarebbe uno degli altri punti essenziali nella strategia accusatoria del Pubblico Ministero. Qui ci sono due lavori, uno del 1963, uno del 1967. Il 1963 è in rumeno, originale, il 1967 è in francese, pubblicato su una rivista che è circolata anche in Europa Occidentale. Il Tribunale non l’ha affatto ignorato, ne ha riferito puntualmente a pagina 10 e seguenti della sentenza. Ma, nuovamente, i limiti di questo lavoro: Suciu si limita ad analizzare gli effetti sui lavoratori di ripetuti episodi di intossicazione acuta da CVM, narcolessi e sintomi nervosi, come ho detto prima. Non sono in alcun modo riferibili a condizioni di esposizione cronica, a concentrazioni inferiori a quelle neurotossiche. Questo è detto nel testo. Piuttosto i risultati degli esami di laboratorio riportati suggeriscono che il CVM, pur somministrato a dosi elevatissime, quelle che cagionano narcolessi, sintomi di questo genere, non cagionasse lesione del parenchima epatocellulare, cioè degli epatociti; ed è esattamente la tesi che ha accolto il Tribunale ed è esattamente la tesi di questa Difesa. In un certo senso, Suciu aveva intuito, pur in uno studio che aveva tutt’altra finalità, aveva intuito che l’azione del CVM – non sapeva come e non lo si sa ancora – colpisse e avesse come cellule bersaglio elettive non gli epatociti, ma altre cellule, e sappiamo infatti che altri sono i bersagli del CVM ed è per questo che abbiamo l’angiosarcoma, perché sono colpite le cellule endoteliali del fegato e non gli epatociti. Suciu lo aveva probabilmente intuito, ma non si può certamente dire che questo è un lavoro che sposta i termini, a parte il fatto che è stato ampiamente discusso, che più discusso di così francamente non saprei che cosa si potrebbe fare. Trascuro gli altri riferimenti a Suciu, il documento M.C.A., Wilson del 1967; sono semplicemente delle indicazioni al lavoro di Suciu. Pushin, 1965. È un lavoro anche questo in cirillico; descrive malattie del fegato riscontrate in operai addetti alla produzione di alcune materie plastiche, tra queste non è indicato il cloruro di vinile. È indicato il PVC, per carità, ma nei prodotti della degradazione del policlorovinile si indicano idrogeno clorico, carbonio clorurato ed altri, nonché dibuftalato; e siccome non si occupa di cloruro di vinile, questo lavoro non può essere utilizzato. Non voglio dire che lì non ci fosse il cloruro di vinile: non è indagato. Verkting – Mamontov, 1970, è l’allegato 12, il lavoro ancora in cirillico analizza manifestazioni benigne a carico dell’apparato respiratorio e qui il Pubblico Ministero si è un po’ distratto, perché le manifestazioni benigne dell’apparato respiratorio le ha tolte lui dal processo; alla fine del dibattimento di primo grado, le alterazioni benigne dell’apparato respiratorio sono state tolte dall’elenco delle persone offese, ritenendo che non fossero provate. Noi abbiamo chiesto perché ci fosse questa riduzione delle persone; è stato un po’ a fisarmonica il numero delle persone offese nel processo: era un certo numero all’inizio, poi se ne sono aggiunte delle altre e poi, alla fine, i casi sono stati immotivatamente ridotte. Avrà avuto le sue buone ragioni, non ce le ha volute dire; sta di fatto che il Tribunale è stato chiamato a decidere su molte cose, ma non è stato chiamato a decidere sulle manifestazioni benigne a carico dell’apparato respiratorio, e quindi questo lavoro francamente c’entra come se riguardasse il mal di testa. Miller, Miller è citato semplicemente perché il Pubblico Ministero gli attribuisce il merito di aver ricordato lo studio di Zende e dice che questo studio di Zende avrebbe rilevato effetti simili alla pneumoconiosi in oltre novanta addetti al PVC. Ahimè, abbiamo tentato di far intendere al Pubblico Ministero che lo studio di Zende non riguarda novanta casi, ma uno. Il dato resta e resta anche l’errore. L’errore prosegue, perché il Pubblico Ministero riporta tra le conclusioni di Miller la dimostrazione di una elevata diffusione di indebolimento del flusso polmonare, quella che gli pneumologi chiamano cioè una sindrome ostruttiva: il flusso polmonare è indebolito. Ebbene, queste malattie, le pneumoconiosi, non producono una sindrome ostruttiva, ma producono al contrario, come è pacifico credo anche per uno studente di medicina al secondo anno, una sindrome restrittiva. Quindi perché dobbiamo prendere un lavoro, peraltro già discusso, con errori di questo tipo, che possono essere perdonati perché, dice alla fine l’autore, il significato eziologico di questi risultati non è chiaro. E quindi, se questa è una brevissima cronologia fatta attraverso gli studi di cui chiede oggi l’acquisizione il Pubblico Ministero, potrà questa Corte valutare nel giusto senso, la frase che a pagina 10 il Pubblico Ministero scrive: "Quel che preme ribadire e sottolineare è il fatto che nel corso degli Anni Sessanta i segnali per un allarme cancerogeno erano già emersi". Ebbene, signori della Corte, nessuna indicazione in letteratura lo prova, nessuno di questi lavori lo prova, che sono stati ora citati; il Pubblico Ministero non indica - né potrebbe farlo, aggiungo io - da dove poter ricavare queste informazioni che, semplicemente, non esistono. Ed anche la richiesta di acquisizione di Viola, del 1969, è una richiesta inammissibile, per la banale ragione che è già agli atti, signori della Corte. Bisogna però contestare, leggendo questo lavoro, che abbia parlato di effetti cancerogeni, Viola. È assolutamente falso che abbia parlato in quell’occasione di effetti cancerogeni. E così adesso Dinman, 1969, proposto come allegato 18, parla esclusivamente della crostiolisi; siamo nel 1969 e viene definita come un nuovo e bizzarro disturbo. Nulla di nuovo. Dinman ed altri, 1971, è già agli atti, signori della Corte; Viola 1970, allegato 20, è già agli atti, è stato ampiamente discusso; non apporta nessuna novità, una duplicazione di quello che già conosciamo, evidentemente. E ricordo quello che Viola disse e che risulta dal verbale al Ministero della Sanità, all’Istituto Sanitario di Sanità, nel 1974, circa le sue conoscenze sulla cancerogenicità del CVM. In un’altra e successiva memoria... no, chiedo scusa, sempre nel seguito dei documenti, ancora Lester et al 1963, è già agli atti; Kramer) e Mucler, ne hanno già parlato, credo il collega Zanchetti, ma io lo riprendo semplicemente per dire che oltre ad essere un lavoro di tipo metodologico ampiamente discusso, è falso che faccia menzione di problemi tumorali ed è altrettanto falso che lo studio documenti una serie di gravi emergenze ai danni del lavoratore del CVM e così irrilevante è il documento dell’Istituto Regina Elena; è irrilevante perché si limita a dar conto dei risultati dell’istituto nel triennio 1969 – 1971. Lilinfield viene riproposto come allegato 26, ma è già stato discusso, e viene alla fine discusso - io qui andrò rapidamente perché di questi documenti ha già parlato Zanchetti – Pitò d Dragan 2001. Ora, in realtà sono due capitoli di un libro; vene proposto perché, secondo il Pubblico Ministero, si avrebbe l’argomento qui per definire il CVM come cancerogeno completo e interessa ovviamente la sua capacità di essere promotore, oltre che iniziante. In realtà, nel capitolo del 2001, Pitò e Dragan indicano il CVM come cancerogeno, nella tabella 824, senza specificare assolutamente se si tratti di cancerogeno complesso o meno. Dicono semplicemente: è un cancerogeno. Nel capitolo del 1996, quindi precedente, di un libro curato da Shottenfeld e Faumeni, il CVM è inserito tra i cancerogeni completi. È vero, però riguardo a questa tabella nel testo si commenta quello che si proietta lì, vale a dire che le informazioni Non sono conclusive perché sono necessarie altre indagini. Scusate, ho sbagliato la diapositiva, succede sempre... Quella diapositiva c’entra con Pitò e Dragan semplicemente perché per quanto riguarda il CVM come cancerogeno completo, Pitò e Dragan riferiscono questa ipotesi, che pur loro stessi definiscono incompleta e non conclusiva, al lavoro di Laib e collaboratori, del 1985, che concludono in questi termini: "Per quanto riguarda la parte in grassetto, rispetto a questi bersagli, gli epatociti, il composto si comporta come un carcinogeno incompleto, con proprietà esclusivamente inizianti". Questa è la fonte dalla quale Pitò e Dragan traggono la loro informazione, quindi è stata tratta evidentemente male; oppure, per meglio dire, il CVM quale cancerogeno completo è e resta una mera ipotesi, rispetto alla quale questi studi cercano di portare contributi nuovi, prospettive diverse, indagini differenziate, in modo di cercare di sondare la materia per cavare qualche informazione utile alla comprensione di un processo che di per sé è estremamente complesso, quale quello carcinogenetico, rispetto al quale già si fronteggiano ipotesi diciamo strutturalmente diverse dalla teoria multistadio alla teoria dell’instabilità genetica e quindi parlare anche di cancerogeno completo o incompleto significa compiere una semplificazione terminologica, aderendo alla teoria multistadio, ancorché essa oggi non sia certamente la teoria unica, ma è insidiata, sempre più insidiata da altre teorie che, almeno in parte, in gran parte, ne contestano i presupposti. Il lavoro di Berrino è già stato commentato, è semplicemente la relazione di un consulente tecnico. Mi soffermo soltanto sull’accusa che viene fatta ad un consulente di questa Difesa, il professor Massimo Colombo, anche qui perché lo si accusa di aver fatto la solita marcia indietro una volta fuori da quest’aula, una volta fuori dall’occhiuta attenzione delle industrie chimiche. Il professor Colombo, in realtà, non ha fatto nessuna marcia indietro e, per quel che conosco io, non la farà mai in vita sua, se non per entrare in un parcheggio, per la semplice ragione che le sue idee su questo tema sono estremamente chiare, pur essendo disponibili ad approfondimenti e a letture alternative, da vero scienziato quale egli è. Qui il Pubblico Ministero gli chiedeva se, al pari di quanto avviene per l’alcol, anche l’esposizione al CVM sia causa di malattie del fegato e Massimo Colombo risponde così: "Lei mi chiede, se ho compreso bene, se è ipotizzabile uno scenario del genere, simile a quello descritto con riferimento all’alcol, per il CVM. Io farei due commenti: uno, la quantità e la qualità dei dati che sono disponibili in letteratura per l’etanolo, vale a dire che supera di due o tre ordini di grandezza la quantità e qualità dei dati che almeno io ho potuto vedere per il CVM. Le anticipo subito che conosco pochi lavori sperimentali del CVM, perché non sono un esperto – un esperto evidentemente di lavori sperimentali – quindi li ho letti per mia cultura, per comprendere meglio le posizioni dei miei colleghi, ma il professor Lotti è un esperto. Mi limito quindi, se lei è d’accordo, al mio commento sull’uomo – è un clinico. Lei mi chiede un’opinione, io le devo dare l’unico tipo di opinione che in genere io ho sull’argomento della medicina, cioè un’opinione scientifica. Nell’uomo io so che l’alcol può produrre cirrosi epatica, mentre dalla letteratura so che il vinilcloruro non può produrre cirrosi epatica. Quindi ecco che sono ai miei occhi due fattori diversi proprio sul piano dell’eziologia, capacità di causare un danno epatico. Poi io so che quando due sostanze interagiscono, possono interagire potenziandosi o non potenziandosi, addirittura inibendo". Questo è il senso della dichiarazione del professor Colombo, senza estrapolarne dei pezzi e, direi, il senso della risposta di uno scienziato, che non si trincera dietro i giochi di parole, ma risponde nell’ambito delle sue competenze specifiche. Con riferimento al professor Lotti, la manipolazione compiuta è ancora più inaccettabile. Riguarda la critica allo studio di Radike del 1981 e su questo io non voglio tediare la Corte e rimando semplicemente alla pagina 355 e seguenti della memoria. Ricordo soltanto che viene, come dire, colto in castagna, secondo il Pubblico Ministero, il professor Lotti, perché direbbe ad un certo punto: sa, io non mi intendo di studi sperimentali. La cosa è un po’ diversa, perché il professor Lotti dice, a proposito dello studio di Radike, che ha sostanzialmente demolito nel suo disegno sperimentale: "Io non sono molto esperto di studi di carcinogenesi di quell’epoca, non li ho mai fatti; non so esattamente allora quali fossero le buone regole di laboratorio comunemente accettate". Se volete, è un minimo di apertura di credito nei confronti di Radike. Radike ha fatto un lavoro mal fatto, il professor Lotti non sa quali fossero le regole, gli standard di laboratorio del 1981, sa quelli che sono oggi applicabili e si limita a dire: "Probabilmente avrà seguito allora quelle che gli sembravano le migliori. A me sembrano pessime". Ma è cosa ben diversa che dichiararsi incompetente di studi sperimentali; incompetente di quello che nel 1981 si faceva, come regola di buona pratica, negli studi sperimentali su animali. Aggiunge il Pubblico Ministero, a seguito di Radike, che diventa un po’ la locomotiva di un lungo treno al quale si attaccano numerosi vagoni, che sul sinergismo alcol – CVM. Ora, a parte che i plurimi studi dove compare Radike, cioè quello del 1997 è uno studio preliminare, quello del 1981... del 1977 è uno studio preliminare, quello del 1981 è già agli atti, quello di Miller, citato come uno dei plurimi studi del 1982, utilizza lo stesso schema di Radike del 1981, quindi con le stesse limitazioni del disegno sperimentale, ma arriva ad una conclusione: "Al momento non è possibile tracciare alcuna correlazione tra le alterazioni strutturali dei mitocondri qui riportate nei ratti esposti contemporaneamente a CVM ed etanolo e l’osservata aumentata incidenza di angiosarcomi e carcinomi epatici", cioè è un ulteriore studio nel quale si tenta di trovare un qualche supporto allo studio di Radike e si segue la strada delle alterazioni strutturali e dei mitocondri. Il risultato è zero: non è possibile tracciare alcuna correlazione; questa strada non ci porta da nessuna parte. Quindi Miller non valida Radike; compie uno studio sulle alterazioni strutturali dei mitocondri che si ferma lì. Quella non è una strada che porta a risultati favorevoli. Ebbene, poi io direi che Radike non si può dimenticare della IARC 1988: "All of these studies, however, suffered from various limitations and could not been used for evaluations", cioè tutti questi studi, compreso Radike 1981, sono affetti da vari limiti e non possono essere utilizzati per valutazioni – che sarebbe forse più opportuno tradurre: non possono essere valutati - ma "utilizzati per valutazioni" esprime con maggiore chiarezza il compito della IARC: utilizzare gli studi per valutazioni ai fini della prevenzione. Quello studio ha dei difetti strutturali tali che la IARC ritiene, a torto o a ragione, di non poterlo utilizzare per le valutazioni in chiave prevenzionistica. Io vedo che l’ora passa e quindi mi limito semplicemente a citare, IARC 1988 l’ho già citata, altri lavori come Saize e Simanoski, come Stickel et al del 2002, che non cita Radike, Zimmerman del 1986; sono totalmente irrilevanti, perché dichiarano che l’effetto è poco evidente, poco coerente. Zimmerman e Luis nel 1995 è una mera rassegna di letteratura; Garro e Liber non riporta alcun commento ai lavori di Radike. In conclusione, l’unico lavoro sperimentale che affronta il problema dell’interazione tra alcol e CVM si conferma essere quello di Radike e collaboratori del 1981. Mi permetto di segnalare a questa Corte che nessuno ha mai più ripetuto un simile esperimento e quindi la documentazione prodotta dal Pubblico Ministero non aggiunge nulla di nuovo. Ultime battute, semplicemente, su alcuni lavori. Il Pubblico Ministero chiede l’acquisizione, l’ho già detto, dello studio di La Vecchia – McLuffin prodotto come allegato 42 e dello studio Bosetti et al, già in precedenza commentato. Però io qui credo che sia opportuno segnalare... ho dimenticato un commento ulteriore, di segnalare una frase del lavoro di Bosetti et al 2003, magari scegliendo... "Negli impianti europei vi era un significativo aumento globale nella mortalità per tumore del fegato con un RSM di 2,40, basate su 53 decessi osservati. Tuttavia, dopo aver escluso 25 decessi per tumore del fegato che erano angiosarcomi noti, la mortalità per gli altri tumori del fegato, che includevano dieci carcinomi epatocellulari confermati, era ridotta a 1,27 e non era più statisticamente significativa. In analisi interne basate su un totale di 71 casi di tumore al fegato, 53 decessi e 18 casi incidenti, si osservano tendenze significative con l’aumento dell’esposizione cumulativa, sia per gli angiosarcomi che per i carcinomi epatocellulari. Per i carcinomi epatocellulari, tuttavia, l’analisi era basata solo su dieci casi, le tendenze erano apparentemente meno pronunciate che per gli angiosarcomi e il rischio relativo era statisticamente significativo solo nella categoria più elevata di esposizione, più di 7.532 PPM/anno. La mortalità per tumore del fegato nel suo complesso era solo moderatamente aumentata nei lavoratori assunti nel 1964 o successivamente", cioè quel vicino all’unità che abbiamo già trovato. Io voglio richiamare dell’attenzione della Corte, e mi avvio con questo alla conclusione, su quest’ultima slide, che è la mia ultima, semplicemente perché si dice per i carcinomi epatocellulari: "Tuttavia l’analisi era basata su solo dieci casi", che è considerato evidentemente dagli autori, che giungono al termine di una meta - analisi estremamente ampia e complessa, era considerato un numero troppo piccolo e questo credo che lo credesse anche Mastrangelo et al, perché inizia il suo contributo dicendo: "Vi è poca evidenza". Discutevamo prima sulla miglior traduzione perché nel testo inglese si dice: "A little evidence", che potrebbe essere anche una evidenza fragile. Vi sono pochi elementi per sostenere appunto la nocività del CVM verso il carcinoma epatocellulare. E si riferiscono anche a questi lavori e anche ai lavori precedenti, che hanno dieci casi. Quanti ne ha Mastrangelo e compagnia? Tredici. Si è fatto un salto di qualità così significativo da arrivare alla svolta? Io temo proprio di no. Un solo studio ha ricordato stamattina il professor Stella non basta, tanto meno basta allora in questo caso lo studio di Mastrangelo ed è assolutamente risibile la tesi che le misclassificazioni, cioè le errate classificazioni istologiche dei tumori epatocarcinomi piuttosto che angiosarcomi, possono avere una doppia valenza, cioè si può sbagliare in un senso che nell’altro. Questo può accadere nella vita comune se uno decide, che so, di uscire da una porta piuttosto che da un’altra: c’è un’eguale probabilità percentualistica di uscire dalla porta sbagliata; ma siccome l’eziologia dell’angiosarcoma è estremamente complessa e richiede, a differenza della diagnosi dell’epatocarcinoma, l’impiego della immuno-istochimica, non è possibile la doppia valenza, perché se non si fanno quegli esami non si accerta la natura dell’angiosarcoma. E molto spesso, pur facendo anche tutti gli esami di immuno - istochimica, non si arriva a classificare in termini di certezza quel caso come angiosarcoma piuttosto che come epatocarcinoma. La diagnosi generica, epatocarcinoma, non è una diagnosi sbagliata, è una neoplasia del fegato. Un sotto tipo è l’angiosarcoma, perché colpisce le cellule endoteliali, ma questo richiede un’indagine ed una diagnosi a particolarmente complessa e quindi è del tutto inaccettabile, inconsistente da un punto vista scientifico, che questa possibilità di sbagliare sia in entrambi i sensi. Credo di aver concluso, signori della Corte. Per mero scrupolo, controllo le parti che ho saltato. Mi limito soltanto a dire che l’allegato 47 riprende e rimaneggia vecchie ipotesi riguardo al tema interazione CVM e alcol, ma sono semplicemente sempre le stesse carte che vengono giocate con prospettive diverse, con argomentazioni diverse, con il ricorso a strumenti retorici diversi, ma non vi è assolutamente niente di nuovo. Il tema è allo stato indecidibile. Naturalmente, e qui davvero concludo, tralasciando qualche cosa che certamente troverete, se vorrete, e me lo auguro, nella memoria, mi oppongo all’audizione dei consulenti come richiesto dal Pubblico Ministero, della famosa categoria dei consulenti incompresi, perché questa Corte ha modo e strumenti per valutare cosa hanno detto e cosa hanno scritto. Punto, non aggiungo nient’altro, perché mi sembrerebbe un’offesa all’intelligenza di questa Corte. E, per quanto riguarda gli studi, gli studi non sono semplicemente degli studi che si acquisiscono come si comprano i libri nelle librerie; si acquisiscono degli studi, sì, certamente anche per metterli lì, ma perché devono avere un senso; devono portare ad un processo, che non è un’accademia appunto, che non è una raccolta bibliografica; devono portare informazioni utili, rilevanti, che servano a questa Corte nel difficile cammino di decidere. Io ritengo, in tutta franchezza, in tutta serenità, che nessuno di questi documenti possa modificare di una virgola il quadro che emerge già dagli atti raccolti, che sono stati – come ho già detto – ampiamente discussi e dibattuti ad un livello nel tutto inconsueto per un processo italiano e credo anche non soltanto italiano. Questi studi scientifici vanno assunti per quelli che sono, cioè per degli studi anche espressi in termini di umiltà, di non saper dare determinate risposte. Le risposte molto spesso nella scienza non ci sono ed è inutile cercare di ottenerle, suggestivamente mutilando o amputando determinati studi. Grazie.

 

DIFESA –AVV. BACCAREDDA

 

DIFESA – Avv. Baccaredda – Sono l’avvocato Baccaredda e assisto il dottor Diaz. Signori Giudici, io nel corso del dibattimento mi sono occupato prevalentemente di approfondire le condotte dei dirigenti di Montedison immediatamente dopo la scoperta della cancerogenicità del CVM, soprattutto quelle intese a ridurre, fino ad eliminare, il rischio di esposizione dei lavoratori a questa sostanza. Anche nelle fasi preliminari a questo giudizio, ho depositato all’attenzione di codesta Corte una memoria in argomento, nell’interesse del dottor Diaz, ma anche degli altri dirigenti Montedison, di cui il Consigliere Relatore ha dato prontamente atto. Contrariamente a quanto sostenuto in aula dal Procuratore Generale, io sono uno di quelli che, specialmente nei tre anni e mezzo del dibattimento, ha letto le migliaia di carte processuali agli atti e questa analisi delle carte non si può dire certo mia esclusiva; è di altri colleghi della Difesa, del Pubblico Ministero e soprattutto, ne sono convinto fermamente, del Tribunale di Venezia, la cui conoscenza approfondita degli atti di causa è dimostrata in ogni passo dei verbali di udienza. È con queste cognizioni che posso fornire il mio contributo alla valutazione del materiale acquisito al fascicolo del dibattimento e sono in grado di affermare che il Procuratore Generale non può sostenere l’incompletezza dell’incarto processuale al fine di decidere; non lo può fare soprattutto senza aver letto le carte; non può farlo affermando che l’opinione pubblica sarebbe convinta che le parti lese del processo sarebbero effettivamente morte per il CVM. Si tratta di un discorso impressionistico, fuori del diritto, un discorso che si riduce, nella misura in cui afferma che una sentenza deve rispondere ai bisogni del popolo, ad un invito ad integrare ad ogni costo l’incarto processuale, pur di stravolgere quello che è stato l’atteggiamento coscienzioso e penetrante di tre Giudici, che hanno sentito e valutato centinaia di testimoni, decine di consulenti tecnici, migliaia di documenti. Ma lasciamo perdere queste paradossali richieste di rifare integralmente il dibattimento e cerchiamo di spiegare perché le richieste probatorie di rinnovazione parziale del Pubblico Ministero, dei Pubblici Ministeri dottor Casson e dottor Bruni, non potranno in alcuna maniera aggiungere materiale significativamente diverso rispetto a quello acquisito in primo grado e come invece sugli stessi punti oggetto di richiesta di integrazione probatoria, la Corte ha già oggi tutti gli elementi probatori per decidere. Ovviamente parlo della materia di mia competenza, cioè il comportamento di Montedison. Esaminerò distintamente le diverse richieste di rinnovazione, ovviamente con sintesi, incasellandole nella disciplina di distinti commi previsti dall’Art. 603 del Codice di Procedura Penale e, senza anticipare la discussione, dovrò necessariamente ma sinteticamente illustrare le prove già assunte per dimostrare la completezza dell’istruttoria di primo grado e l’infondatezza delle richieste di rinnovazione dell’accusa. Articolo 603 primo comma, la rinnovazione parziale è richiesta già nei motivi d’appello. Il Pubblico Ministero non ha fatto richieste nei motivi d’impugnazione, né sugli impianti, né sui comportamenti dei dirigenti di Montedison; l’unica richiesta nei motivi è in merito a quella lettera di Duffild del 20 luglio del 1973, di cui ha parlato già il professor Alessandri. Non intendo sovrappormi alla discussione del collega, ma voglio sottolineare, proprio per la materia di mia specifica competenza, che nel luglio del 1973, data a cui si riferisce il documento Duffild, non solo da tempo erano stati presentati i risultati provvisori di Maltoni nel convegno pubblico dell’aprile 1973; non solo dei risultati di Maltoni erano state informate le autorità sanitarie; ma anche e soprattutto a Porto Marghera erano già iniziati, signori Giudici, gli interventi per ridurre il CVM nell’ambiente di lavoro. In atti ci sono le richieste di apertura delle commesse impiantistiche. A puro titolo di esempio, per darvi l’idea dei tempi, quella del 30 aprile del 1973, relativa al CV14 e 16, sostituzione degli abbattitori di schiuma delle autoclavi con installazione di pompe per lo scarico automatico; quella del 30 aprile sempre del 1973, relativa al CV24, installazione di iettori per la bonifica degli autoclavi con vapore prima dell’apertura dei boccaporti; quella antecedente alla data del 20 giugno 1973, relativa all’altro reparto di polimerizzazione, il CV6, installazione di 100 metri quadri di finestre a bilico a comando elettrico in sala autoclavi, per miglioramento della ventilazione. Quello che voglio dire è: aprile, maggio, giugno del 1973, immediatamente dopo la diffusione dei risultati provvisori di Maltoni ad un convegno pubblico, dopo che la sperimentazione comincia ad assumere un minimo di attendibilità scientifica, anche se non è stato ancora scoperto l’angiosarcoma nei ratti a 50 PPM di esposizione al CVM, anche se non è stato ancora comunicato da Gudrig il coinvolgimento umano, Montedison è talmente poco interessata al patto del silenzio, al complotto, che inizia in grande urgenza il piano di risanamento degli impianti dal CVM; piano di risanamento che coinvolge direttamente i lavoratori e le organizzazioni sindacali. Signori Giudici, in questi stessi mesi venivano presi gli accordi con un sindacato forte per ridurre l’esposizione al CVM dei lavoratori. In atti ci sono gli accordi sindacali di Montedison con l’esecutivo di fabbrica, come quello del primo agosto del 1972, per attuare la polmorazione degli slamitancs al CV6, accordo sindacale che coinvolge anche una rappresentanza delegata direttamente dai lavoratori. Si legge nel verbale di accordo del primo agosto 1973: "È stato completato lo studio per la riduzione dell’inquinamento ambiente da monomero proveniente dai serbatoi stoccaggio lattice. I lavori sono stati autorizzati". Ora, noi vogliamo pensare che in questo stesso periodo, in cui Montedison non solo pianificava e prendeva accordo con i sindacati e con le rappresentanze dei lavoratori, ma anche andava ad eseguire gli interventi nei reparti interessati, potesse sostenere l’occultezza dei dati sperimentali ad ogni costo. Perché mai se gli interventi erano partiti e il piano di risanamento era in corso di esecuzione? Perché mai un patto del silenzio, se Montedison parlava dell’inquinamento ambiente da monomero con i sindacati, con i lavoratori? È un dato di fatto di questo processo che Montedison aveva pubblicizzato i risultati provvisori di Maltoni, con le relative tabelle sperimentali, le aveva diffuse alle autorità; aveva iniziato gli interventi per il piano di risanamento. Ecco, di fronte a questi fatti importantissimi e documentati, la lettera di Duffild non ha alcuna rilevanza ad avvalorare un patto del silenzio. Il materiale probatorio in atti relativo alle indagini di Maltoni e alla loro divulgazione non è incompleto e non ha bisogno di alcuna integrazione. Vediamo adesso le richieste istruttoria del Pubblico Ministero, che rientrano nei parametri disciplinati dal 603 secondo comma, perché si riferiscono a documenti sopravvenuti ai motivi d’appello. In materia di sorveglianza sanitaria, il Pubblico Ministero ha prodotto un documento che indiscutibilmente è nuovo: l’e-mail del dottor Giudice del 2 febbraio 2004 indirizzata alla Procura, dalla quale si desumerebbe che nelle richieste di spostamento del medico di fabbrica nei confronti dei lavoratori ci fosse una graduazione del giudizio di idoneità, a seconda della necessità di trasferimento. In subordine, viene chiesta sul punto dal Pubblico Ministero una nuova audizione del dottor Giudice. Io preciso subito che nutro dubbi seri sull’ammissibilità del documento, perché il dottor Giudice è stato il medico di fabbrica responsabile dell’infermeria di Porto Marghera per circa un ventennio, dal 1969 al 1991; non è stato imputato in questo procedimento, ma ha sempre mantenuto la qualità di teste e quindi è l’unico che può mandare i suoi cordiali saluti al Pubblico Ministero. Anche lo stesso Tribunale aveva valutato con cautela alcune affermazioni del dottor Giudice. Pagina 386 della sentenza: "Vi è anche la possibilità che il medesimo inizialmente abbia ritenuto, nel rendere le proprie dichiarazioni, di considerare la prospettiva di una qualche forma di responsabilità a suo carico, per il caso che avesse affermato di aver conosciuto la possibile cancerogenicità del CVM in epoca antecedente alla diffusione delle notizie Gudric". Infatti questa era la contestazione al dottor Bartalini, mentre al dottor Giudice non era stata ascritta una conforme accusa. Questo il Tribunale. Oggi si chiede che venga considerata come documento in senso giuridico una precisazione del medico di fabbrica richiesta evidentemente dal Pubblico Ministero al teste, una precisazione del teste non spontanea, quattro anni dopo l’audizione in dibattimento. Per questo ho delle perplessità sull’ammissibilità del documento, che peraltro sono superate dalla assoluta irrilevanza dello stesso al fine di decidere. Giudice, in realtà, con l’e-mail, con questa graduazione numerica del giudizio di idoneità, si limita a spiegare come gli esiti della valutazione di idoneità del lavoratore erano soggetti ad una codifica: uno, due, tre... nove, che permetteva l’elaborazione informatizzata dei dati. A questo proposito, è evidente che l’informatizzazione dei dati a cui tendeva questa numerazione, essendo finalizzata all’archiviazione e alla successiva elaborazione dei dati, non doveva in alcun modo modificare la qualità dell’informazione, ma doveva semplicemente schematizzarla, perciò non aggiungeva nulla di nuovo rispetto ai dati sanitari disponibili, questa quantificazione, nel materiale compiutamente esaminato in contraddittorio tra i documenti di accusa e di difesa. Non è quindi questo un documento che aggiunga alcun elemento di novità rispetto al passato. I dati sono gli stessi, è solo una ragione di informatizzazione, la numerazione. Sembra quindi chiaro che il Pubblico Ministero persegua un obiettivo che è quello di riaprire una questione affrontata nel contraddittorio delle Parti e già decisa dalla sentenza; la questione se fosse o meno condivisibile il mancato spostamento di alcuni lavoratori risultati nelle indagini mediche di stabilimento e negli accertamenti medici di quell’organizzazione sindacale chiamata Fulc, con alterazione degli indici di funzionalità epatica, risultati con queste alterazioni degli indici di funzionalità epatica. Il Pubblico Ministero, già nel corso del dibattimento, proprio nel corso della deposizione del dottor Giudice dell’11 aprile 2000, aveva sottolineato al teste i numerosi mancati spostamenti di lavoratori esposti a CVM e PVC, che erano stati trovati con indici epatici alterati nonostante le valutazioni del medico di fabbrica Giudice. E il dottor Giudice in dibattimento ha riferito analiticamente su questo punto, sulle richieste di spostamento dei lavoratori dai reparti e sulle condizioni dei reparti. In particolare, all’udienza 11 aprile 2000, pagina 25 della trascrizione e seguenti, ha ampiamente Giudice spiegato al Pubblico Ministero di avere sempre, tutte le volte, segnalato al direttore di stabilimento i nomi dei lavoratori che avevano gli indici di alterazione epatica non corretti - la segnalazione quindi è automatica - non insistendo, prosegue Giudice, però per il trasferimento quando gli impianti presso cui lavoravano erano risanati. Il dottor Giudice segnalava il caso come richiesta di spostamento dai reparti in cui il lavoratore fosse esposto ad epatotossici; "non tossici epatici" si legge nelle schede. Poi, sulla base dei monitoraggi ambientali, quelli personali, prendeva atto il medico di fabbrica che in molti casi il trasferimento non era necessario, considerata la bonifica dei luoghi di lavoro. E attenzione, signori Giudici, la motivazione fornita a supporto del non trasferimento è la stessa condivisa dal sindacato in occasione della presentazione proprio dei lavori della Fulc in data 12 marzo 1977, a proposito di molti lavoratori che presentavano degli indici epatici alterati, non corretti. A pagina 134 degli atti del convegno promosso dalla Fulc nel 1977, si legge a proposito del trasferimento proprio dei lavoratori con indici epatici alterati ad altri reparti: "Dovremmo cioè lasciare al suo posto un operaio che presenta uno o più parametri alterati o dovrà essere allontanato per essere trasferito ad altra mansione? La prima cosa da valutare è che la contrattazione operaia sul cloruro di vinile ha avuto la forza di determinare un evidente e sostanziale mutamento delle condizioni aziendali, con prospettive reali di ulteriore miglioria - è il sindacato che le lo dice – è quindi da valutare seriamente se lo spostamento dall’impianto CVM – PVC all’interno di un’industria chimica non risulti di maggior danno, piuttosto che una misura preventiva per operai già portatori per esempio di indicatori funzionali, alterati o di una franca epatia cronica. La risposta a questo quesito dovrà essere data singolarmente, impianto per impianto". Ora, quindi, il quadro complessivo oggetto di accertamento già in primo grado è molto chiaro. La scelta di trasferire un lavoratore veniva presa in base a due parametri: il primo parametro rappresentato dallo stato di salute del soggetto all’esame e il secondo rappresentato dalle condizioni igienistico - ambientali del reparto nel quale il lavoratore era inserito. Quello che si intende dire è che l’indicazione "allontanare dall’esposizione" significa per il medico del lavoro evitare esposizioni a concentrazioni in astratto potenzialmente capaci di produrre un danno. In questo senso, le indicazioni della (Fulc) e del medico di fabbrica doveva necessariamente essere trasferite nelle realtà aziendali e a tali realtà adattati. Se gli impianti erano risanati, proprio per la salute dell’operaio con indici epatici alterati, era meglio non effettuare alcun trasferimento. A questo punto, appare evidente la non decisività del fatto che il medico di fabbrica avesse segnalato che alcuni lavoratori dovevano essere allontanati da sostanze epatotossiche. La prova invocata per approfondire il valore del giudizio di idoneità del lavoratore è dunque assolutamente ininfluente per stabilire una effettiva necessità di trasferimento, dunque non deve a nostro avviso essere acquisito il documento né sentito il dottor Giudice e, sotto questo ultimo profilo, l’audizione del dottor Giudice, lo sottolineo, che questa audizione in dibattimento è stata comunque esaustiva - lo potranno verificare - ha toccato tutti i temi concernenti la sorveglianza sanitaria di fabbrica e, in particolare, ha affrontato specificamente il tema dedotto dall’Accusa. Infine ci sono le richieste dell’Accusa in materia impiantistica, che sono state fatte sotto il profilo dell’Art. 603 terzo comma del Codice di Procedura Penale, come sollecitazione rivolta ai poteri d’ufficio della Corte per l’audizione di consulenti tecnici, già sentiti in dibattimento, su elementi o documenti in atti, audizione che non era stata dedotta nei motivi d’appello; Corte che deve valutare la necessità ai fini del decidere di questi approfondimenti. E vediamole in ordine cronologico, brevemente, queste richieste. La prima richiesta, sulle procedure di esercizio vigenti nei reparti in cui si trattava il CVM. Non è vero, dice il Pubblico Ministero, che le procedure di svolgimento dei lavori nei reparti CVM e PVC sarebbero state modificate nel corso del 1973 – 1975 e avrebbero fatto sì che ancor prima della realizzazione delle commesse impiantistiche diminuissero drasticamente i livelli espositivi a CVM dei lavoratori. Non è vero, dice il Pubblico Ministero. E il Pubblico Ministero insiste dicendo che le procedure in particolare di entrata nelle autoclavi non sarebbero state modificate negli anni 1973, 1974 e 1975, e questo dato risulterebbe dai manuali operativi di reparto, rimasti uguali prima e dopo la scoperta della cancerogenicità. Su questo argomento il Pubblico Ministero chiede l’audizione dei consulenti Mara e Carrara; argomento che dimostra subito un profilo di totale inconsistenza. L’Accusa avrebbe dovuto meglio documentarsi sul significato dei manuali di reparto e su cosa è presente realmente nel fascicolo processuale, innanzitutto perché non esistono, agli atti, manuali di reparto o stralci di manuali di reparto di produzione del CVM e del PVC, la cui data di emissione risalga agli anni 1973, 1974 e 1975. Non esistono. Quindi è del tutto impossibile, sulla base dei manuali di reparto, sostenere che le procedure non si erano modificate nei primissimi Anni Settanta. Esistono sicuramente tra le carte numerosi stralci dei manuali operativi di reparto. Ma, al di là della data di emissione, che è successiva abbiamo detto al 1975, non appare minimamente corretto datare questi manuali di reparto, per la loro funzione, con un’unica data, con un unico riferimento temporale. Basti osservare, in proposito, che la funzione dei manuali di reparto di costituire un punto di riferimento aggiornato per i lavoratori operanti, comportava che negli stessi venissero inserite descrizioni di procedure anche manoscritte, scritte a mano, a penna, per dare atto immediatamente della procedura vigente che si sovrapponeva a quella precedente, e così si univano prescrizioni comportamentali di diversi periodi, non identificabili con una data precisa. Pertanto l’argomento "manuali di reparto" non è utilizzabile per configurare alcuna contestazione temporale del tipo sostenuto dall’Accusa. Certamente i manuali avevano una data di emissione, ma poi venivano integrati, modificati nel corso del tempo, per farli sempre rispondere alle esigenze attuali del reparto. E la conferma ci viene proprio dal consulente Mara, che sicuramente è già stato sentito su questo tema all’udienza del 18 giugno 1999, pagina 29: "Restiamo alla pulizia interna delle autoclavi. Andando a vedere questo manuale, innanzitutto hanno una caratteristica abbastanza disarmante questi manuali, nel senso che mancano le firme, mancano le date, mancano i numeri di pagine. In questo caso siamo in una situazione, all’interno di questo manuale, dove ci sono tutte queste manchevolezze come riferimenti, come faceva rilevare all’inizio il Pubblico Ministero per altro materiale". Ecco, io credo che sia chiaro: nessuna manchevolezza. I manuali non hanno firma o data semplicemente perché devono essere lo strumento di operatività attuale del reparto e quindi sono costantemente aggiornati. Semmai esistono alcune schede lavori, che hanno una data specifica, ritrovate solo per alcuni reparti, relative non al 1973 - 1975, ma ad anni successivi, come il 1978, il 1983, epoche successive, epoche in cui sembra davvero irragionevole affermare che le procedure sarebbero state antiquate. D’altra parte rimando alla mia memoria per questo, indirizzata alla Corte, del 7 novembre del 2003, pagina 97, per la puntuale analisi di questi documenti, le schede lavori, di fronte alle critiche anche qui inconsistenti dell’Accusa. Traendo le fila di questo discorso, non si può certo dire che né i manuali operativi né le schede lavori smentiscano il mutamento delle procedure in questo cruciale periodo che è 1973 – 1975. Ma vi è di più, signori Giudici. L’argomento addotto a prova si scontra con uno che dovrà sicuramente essere considerato e che certamente è più genuino. In dibattimento sono stati sentiti come testi del Pubblico Ministero lavoratori, capi reparto e sono stati interrogati praticamente tutti sul cambiamento delle procedure di esercizio dei reparti CVM e PVC. La modifica delle procedure è avvenuta in maniera radicale, decisiva ed è stata confermata, attenzione, proprio anche da chi aveva contribuito a dare un quadro molto pesante degli anni in cui si lavorava il CVM senza conoscenza dei pericoli. Il signor Dino Corò, capo reparto come esempio al CV14 – 16, fino al 1975, attenzione, che è proprio la fine di quel periodo, ha detto riferendosi quindi ai fatti avvenuti prima, trascrizione del 18 aprile 2000: "Ad ogni modo, a partire da una certa data, noi abbiamo cominciato a lavorare diversamente, cioè con lo stesso impianto. Per vari motivi abbiamo fatto delle riunioni per vedere se, lavorando diversamente, cosa si riusciva a fare ed infatti sono stati fatti passi avanti, perché sono stati chiusi i serbatoi. Non è stata più pulita l’autoclave come si faceva prima, ma si è chiusa, si è cominciato a degasare. Insomma abbiamo fatto grossi passi cambiando le procedure di esercizio", dice Corò e aggiunge: "Quindi non c’è neanche paragone da prima a dopo". Non c’è paragone da prima a dopo. E anche per quanto riguarda le procedure di entrata in autoclave, ha detto Corò. Ce lo dice un teste attendibile per l’Accusa; sostenere che le procedure non cambiarono dopo la scoperta della cancerogenicità del CVM significa non solo accusare ingiustamente i dirigenti oggi imputati, ma anche offendere il lavoro dei capi reparto, degli assistenti, dei tecnologi, che si adoperarono, unitamente ai loro superiori, per modificare drasticamente le procedure a tutela dei lavoratori. Ma il Pubblico Ministero dice che ha alcuni documenti scritti, non sappiamo quali, e non lo sa neanche la Corte, perché non sono stati allegati al corposo fascicolo a vostra disposizione; non confermerebbero il dato di Corò e degli altri lavoratori. Si può forse anche ipotizzare che magari una procedura sarà rimasta scritta per un certo periodo in circolari specifiche senza che il manuale operativo fosse stato subito modificato; comunque sia la straordinarietà dei risultati della modifica delle procedure, se anche non può essere supportata in toto dai manuali operativi, proprio per la loro funzione non datati, emerge chiaramente da altri documenti scritti che sono in atti. Vi faccio un solo esempio chiaramente, per il bisogno di sintesi. La relazione tecnica relativa alla richiesta di autorizzazione del 15 gennaio 1974, relativa ad una messa impiantistica, la 3317.9 del CV6, il reparto più vecchio: "È stata recentemente adottata una nuova procedura, che prevede di aspirare con gli iettori delle otto autoclavi anche durante le fasi di lavaggio e risciacquo dell’autoclave a fine polimerizzazione. Questa modifica di procedura ha permesso di ridurre il tasso del CVM in sala autoclavi da valori di 50 minimo a 500 massimo PPM, a valori di 17 – 50 PPM". Signori Giudici, con la modifica delle procedure di lavorazione e manutentive, prima e durante tutto il 1974, si è ottenuto un crollo, un crollo reale dell’esposizione al CVM, che, è importante, è incontestabile; crollo delle esposizioni incontestabile, che è verificabile anche in maniera univoca, signori Giudici, anche indipendentemente da tutte le prospettazioni dell’Accusa. Infatti, se noi andiamo a vedere i dati del primo sistema di rilevazione ambientale introdotto da Montedison, i cosiddetti "pipettoni" che misuravano l’esposizione a CVM nei reparti di esposizione per otto ore lavorative, a partire dall’aprile del 1974 fino al marzo del 1975, quindi nel periodo di cui ci stiamo occupando, riscontriamo un andamento costantemente decrescente dei risultati, mese per mese. È stata sentita nel processo la consulente dottoressa Negri, che nel lavoro depositato all’udienza dell’8 febbraio 2000 ha considerato i risultati di tutti i bollettini in atti e ha concluso che nei mesi tra il secondo semestre 1974 e il primo del 1975, i livelli di CVM sono consistentemente e drasticamente diminuiti nell’ambiente di lavoro. Ecco, questo dato io credo che sia di lampante evidenza nell’unico grafico che intendo mostrarvi, dove abbiamo in questo grafico tutte le misurazioni delle rilevazioni con pipettoni a lunga durata, nella zona più delicata, la sala autoclavi, stiamo parlando solo di sala autoclavi, dei reparti PVC più vecchi, cioè il CV6, il CV14 e il CV16. Ora, gli istogrammi blu rispecchiano fedelmente la media dei valori dei pipettoni relativi al 1974, mentre gli istogrammi gialli rappresentano la media dei valori dei pipettoni del 1975, quindi fino al marzo del 1975. La discesa è importante, è sotto gli occhi di tutti. C’è un dimezzamento di valori in certe sale autoclavi e in altre molto di più. Questo è, attenzione, un fatto insuperabile. Perché è insuperabile, non è criticabile? Perché il confronto è stato fatto con risultati scaturiti dalla stessa identica metodologia: il pipettone a otto ore. E qui vengono riportati i dati di tutti i bollettini dei pipettoni a otto ore a disposizione, per gli anni 1974 e 1975. Quindi la diminuzione o il crollo, se si preferisce, prescinde sostanzialmente dalla fondatezza o meno di certe critiche mosse dall’Accusa alla capacità dei pipettoni a rilevare del tutto l’esposizione lavorativa, a cui peraltro si è risposto già nella relazione di novembre. Qui lo strumento prescinde dalla critica che è stata fatta dal Pubblico Ministero nei motivi di impugnazione, perché lo strumento di monitoraggio, in base a questi dati, era lo stesso e monitorava la stessa identica zona, lo stesso punto. Il crollo misurato da questi bollettini non può non essere effettivo. Quindi, tornando alla richiesta di rinnovazione dalla quale siamo partiti, la consulenza sulle modifiche delle procedure di esercizio degli anni 1973 e 1975, è inutile sentire su questi temi i consulenti tecnici oggi, dopo aver sentito i lavoratori dell’epoca e dopo aver acquisito i documenti e i monitoraggi dell’epoca; anche perché si tratterebbe di risentirli su temi già assunti nel dibattimento di primo grado, come credo sia apparso chiaro, ma apparirà a voi ancora più chiaro, leggendo il verbale dell’udienza 18 giugno 1999, dove è stato sentito il consulente Mara. Seconda richiesta... e quindi dati che non sono assolutamente nuovi. Seconda richiesta ex Art. 603 terzo comma Codice di Procedura Penale, questa è ancora più specifica in tema di entrata in autoclave. Secondo il Pubblico Ministero, il Tribunale non avrebbe tenuto conto della quantità di entrate in autoclave per la pulizia e anche su questo ha sollecitato l’audizione dei consulenti Mara e Carrara. Anche su questo punto non siamo assolutamente d’accordo. Il Tribunale ha sentito come testi tutti o quasi tutti gli autoclavisti che entravano in autoclave per la pulizia, quelli che li assistevano fuori dall’autoclave - perché c’era sempre un lavoratore che li assisteva fuori - e hanno dato tutti atto della quantità delle entrate costantemente diminuita nel corso del tempo, della durata della pulizia, delle procedure di entrata nelle loro modifiche prima e dopo la scoperta della cancerogenicità del CVM. Il Tribunale ha tenuto conto di ciò nella sentenza. Volendo però qui rispondere a questa sollecitazione a sentire i consulenti tecnici, bisogna precisare subito che non è decisivo stabilire quante volte e per quanto tempo entrassero gli operai in autoclave. Infatti, se al CV6 e al CV14 – 16, grazie alle modifiche introdotte dai tecnologi nella seconda metà degli Anni Settanta, non si entrò più in autoclave per la pulizia, viceversa al CV24, che era il più moderno, il più sicuro dei reparti di polimerizzazione, si è continuati ad entrare per operazioni di pulizia fino ai primi Anni Novanta, anche se in maniera sempre, sempre, più ridotta. Ovviamente, in un reparto in cui l’entrata in autoclave rimaneva indispensabile, anche se ne era diminuita drasticamente la frequenza, era fondamentale la procedura di entrata, la sua applicazione di questa procedura effettiva e la procedura c’era, signori Giudici, era applicata e risultata essere applicata nel tempo risalente. Signori Giudici, c’è un documento perfino del primo gennaio 1974, intitolato: "Gruppo Montedison, monte fibre". Si prevede al punto 7 l’analisi nell’atmosfera all’interno dell’apparecchiatura per rilevare eventuali tracce di monomero, verifica eseguita dal servizio sicurezza. Ora, già prima delle rilevazioni Gudric, abbiamo la prova documentale che le procedure di entrata in autoclave erano cambiate e a questa prova si aggiunge quella testimoniale, nel senso della effettiva applicazione di questa procedura. A proposito del CV24 proprio, il lavoratore Cecconello, che entrava di professione nelle autoclavi per la pulizia, ha spiegato analiticamente la procedura che tutelava questo lavoro, incontestabilmente delicato, trascrizione del 19 aprile 2000, pagina 60: "E facevamo le analisi ambienti, come le analisi ti permettevano di andare dentro, si andava dentro. Si inseriva l’allarme, dopo di che se c’era allarme si veniva fuori. Quando non c’erano i valori prestabiliti (N.d.R. 5 PPM), io venivo fuori e si aspettava". In conclusione, il Tribunale non ha sottovalutato l’argomento dell’entrata in autoclavi, ha tenuto conto della quantità delle entrate nella sua diminuzione e delle procedure indispensabili per apprezzare il rischio lavorativo. Le consulenze dei dottori Mara e Carrara non sono necessarie rispetto al materiale già acquisito, già discusso dalle Parti e valutato dal Tribunale. E in proposito, lo devo dire, si deve rimarcare ancora una volta che si cerca di reintrodurre la stessa prova ammessa, assunta dal Tribunale, per impressionare, suggestionare la Corte, con l’esposizione di argomenti parziali e incompleti; Corte che invece dovrà valutare quanto raccolto nel contraddittorio del dibattimento di primo grado. Ora, l’identità della prova si desume già da quanto detto dal Pubblico Ministero all’udienza del 13 maggio. Il dottor Casson ritiene di dover sottoporre alla Corte notizie circa il numero delle autoclavi installate reparto per reparto, volume delle autoclavi, la grandezza delle autoclavi, dice testualmente: "Punti fondamentali su cui andrebbero risentiti e rivisti certi dati insieme ai consulenti tecnici di accusa, dottor Mara e ingegner Carrara". Ebbene, a questi punti fondamentali, i consulenti dell’accusa hanno dedicato non solo pagine e pagine della relazione dell’ottobre 1999 agli atti, bensì anche e soprattutto tempo, parole e spiegazioni, nel corso della loro lunga deposizione davanti al Tribunale; sottolineo le udienze del 18 giugno 1999 e 21 settembre 1999, allorquando hanno illustrato reparto per reparto il numero, la grandezza, il funzionamento, le modalità della pulizia delle autoclavi presenti presso il reparto PVC dello stabilimento di Porto Marghera: con precisione, all’udienza 18 giugno 1999 il dottor Mara per il CV14 - 16, a pagina 20 e seguenti; il dottor Carrara per il CV6, pagina 55 e seguenti: espongono numero, struttura, funzione delle autoclavi presenti nei reparti di polimerizzazione, le procedure di lavorazione, senza però tener conto, dati parziali, che queste procedure si sono modificate nel tempo, insistendo all’udienza successiva del 21 settembre sui tempi in cui si continuava ad entrare in autoclave, identificandoli nel 1989, senza tenere conto che si entrava solo nel più nuovo e quindi nel migliore dei reparti, CV24; senza soprattutto tenere conto di come si entrava nelle autoclavi dopo il 1974; senza tener conto del foglio di procedure datato 9 novembre 1977, di cui ho parlato già nella mia memoria; senza tener conto delle testimonianze, e questa forse è la cosa più importante, dei lavoratori, come quelle dell’addetto alla pulizia del CV24, Cecconello. La novità costituisce un presupposto imprescindibile di ogni richiesta di rinnovazione del dibattimento, e qui manca. È evidente il carattere strumentale della richiesta, finalizzato a selezionare temi già specificamente affrontati dai consulenti Mara e Carrara, affinché su di essi, estrapolati dal contesto complessivo dell’istruzione dibattimentale, si focalizzi l’attenzione della Corte. Si insiste per il rigetto della richiesta. Naturalmente, se la Corte dovesse decidere diversamente su questo o su altri temi impiantistici, lo dico subito, indico nel professor Pasquon il consulente tecnico della Difesa che potrà essere sentito sui testimoni dedotti. Non è nemmeno nuova la terza ed ultima richiesta coinvolgente problematiche di tipo impiantistico, al termine, che sarà il termine del mio intervento. In tema di secondo capo di imputazione, la richiesta è stata avanzata in parte dal dottor Casson e in parte dal dottor Bruni e anche in una memoria, per sentire anche una volta i consulenti Mara e Carrara circa le potenzialità degli impianti CV10 - 11 e CV22 - 23, a produrre composti organici clorurati e circa l’impossibilità dell’impianto di depurazione biologica di trattare tali sostanze. Se ne è parlato già stamattina. Impossibilità dell’impianto di depurazione biologica di trattare tali sostanze, avvalorata dal teste responsabile del biologico, il dottor Polo, che anzi in una pubblicazione, dice il Pubblico Ministero e lo scrive, ha parlato di ridotta capacità del biologico ad espletare le sue funzioni in caso di presenza proprio di questi reflui organici clorurati nelle vasche. In sostanza l’argomento è: i clorurati sarebbero, non essendo stati trattati, finiti in massa in Laguna, dopo aver compromesso il funzionamento oltretutto dell’impianto di depurazione biologica che non li poteva trattare. È lo stesso dottor Bruni ad indicare, come fonte della sua richiesta, la consulenza tecnica dei dottori Mara e Carrara de 30 marzo 2001, quindi sul secondo capo di imputazione, agli atti. Anche qui si cercano di introdurre prove già assunte, di per sé sottratte alla possibilità di una richiesta di rinnovazione del dibattimento, svincolandole dal contesto complessivo dell’istruzione dibattimentale per impressionare la Corte. Qual è il contesto complessivo dell’istruzione dibattimentale? Questo contesto dimostra innanzitutto che all’impianto biologico non venivano inviate le acque clorurate provenienti dal CV 10 - 11 e dal CV22 - 23. Se si esamina l’atto di collaudo dell’impianto trattamento biologico, che è stato allegato anche alle consulenze della difesa, E.11, E.9, ma che è agli atti, e si legge soprattutto anche la stessa relazione del responsabile dell’impianto, dottor Polo, al convegno Riva del Garda settembre 1981, utilizzata nella memoria di accusa, appare manifesto l’elenco dei reparti che scaricavano direttamente al depuratore biologico. Ebbene, non c’erano CV10 e 11, CV 22 e 23; non scaricavano nel depuratore biologico e questa esclusione veniva fatta proprio per evitare il problema di cattivo funzionamento dell’impianto biologico, che non trattava tali sostanze effettivamente. Ma il quadro viene completato da una seconda circostanza. Dal materiale complessivamente acquisito nell’istruttoria dibattimentale, risulta pacifica l’esistenza a Porto Marghera di altri impianti – è stato già accennato – di incenerimento e di delle acque, finalizzate da un lato ad incenerire i residui organici clorurati e dall’altro a depurare le acque contenenti composti organici clorurati, provenienti dal CV10 – 11 e dal CV22 – 23, proprio quelli. Questi altri impianti erano il doppio inceneritori di clorurati, il CS28 e l’impianto di trattamento, soprattutto l’impianto di trattamento delle acque clorurate, CS30. Questi impianti intervenivano proprio prima che le acque reflue giungessero al depuratore biologico, che effettivamente trattava solo acque carbonacee e azotate, non trattava i clorurati. Ora, la parzialità del tema affrontato dal dottor Bruni è ben riconoscibile quando riferisce le parole del teste Polo, del responsabile dell’impianto biologico. Riferisce: l’impianto biologico, ha detto Polo, è un impianto che tratta le acque organiche, non è un impianto che tratta con i clorurati. Ed è corretta la citazione, ma il dottor Bruni oblitera la spiegazione fornita in immediata sequenza nel verbale 28 marzo 2001, pagina 38: il teste ha spiegato che di clorurati al depuratore biologico ne arrivano comunque pochi e quindi era esiguo il rischio del mal funzionamento. Allora, dice subito dopo Polo, nelle acque del trattamento clorurati, quindi dell’impianto di trattamento clorurati, a monte del biologico, è stato inserito un analizzatore per vedere i clorurati dentro l’acqua. E Polo ha spiegato che se i clorurati non erano accettabili per il successivo impianto di depurazione biologica, veniva ripetuto il ciclo di trattamento delle acque clorurate, del CS30. C’era dunque un impianto, l’impianto di trattamento delle acque clorurate, di cui l’Accusa non fa riferimento, che si occupava prettamente di reflui organici clorurati, strippandoli. Successivamente al processo depurativo, era prevista l’eventualità, solo l’eventualità, non la necessità, che i reflui potessero andare al depuratore biologico, quando rimaneva materia ferrosa che colorava di rosso le acque. Lo dice ancora una volta Polo, nella deposizione 28 marzo 2001, pagina 37 – 39. In questo caso in cui andavano, l’analizzatore a monte verificava se la presenza dei clorurati fosse ridotta e quindi i reflui potessero andare immediatamente all’impianto di depurazione biologica per l’eliminazione del materiale ferroso. In caso contrario, cosa succedeva? I reflui, l’ha detto Polo, venivano riciclati nell’impianto di trattamento acque clorurate per un nuovo ciclo di trattamento, a monte del quale c’era una nuova verifica dell’analizzatore per vedere se questa volta potevano andare al depuratore biologico. Questa è la ricostruzione complessiva della procedura, che emerge dai documenti in atti sull’impianto biologico e dalla deposizione di Polo, dagli articoli e le pubblicazioni dello stesso Polo al congresso di Riva del Garda; è una ricostruzione che appare antitetica all’affermazione dell’accusa secondo cui il depuratore biologico riceveva in massa tutti i reflui liquidi di tutti gli impianti di produzione del CVM e del dicloretano. La tesi dell’Accusa è smentita senza il bisogno di un approfondimento tecnico, per il quale quindi si chiede che non venga chiesta questa prova, voglio dire, questa rinnovazione del dibattimento. Insistiamo per il rigetto e solo in subordine indichiamo come consulente il professor Pasquon, perché comunque un eventuale approfondimento tecnico non sia sottratto al principio del contraddittorio. Io ringrazio per l’attenzione e comunico alla Corte che depositerò una memoria riproduttiva del mio intervento, con allegati i documenti utilizzati per la discussione e che sono tutti naturalmente agli atti e la depositerò in Cancelleria, grazie.

 

PRESIDENTE – La depositerà quando?

 

DIFESA – Avv. Baccaredda – La deposito entro senz’altro questa settimana, venerdì, entro venerdì la deposito signor Presidente.

 

PRESIDENTE – Grazie.

 

DIFESA – Avv. Baccaredda – Lascio la parola all’avvocato Lanfranconi.

 

DIFESA – AVV. LANFRANCONI

 

DIFESA – Avv. Lanfranconi – Avvocato Lanfranconi, per la difesa formalmente Bartalini, Fabri, Marzollo, Morione, ma per tutti i dirigenti Montedison. Io prendo la parola per rispondere alle richieste di rinnovazione del dibattimento formulate dall’accusa pubblica e privata sul secondo capo di imputazione, quello relativo alla materia ambientale. Gli argomenti, sia sotto il profilo dei presupposti dell’Art. 603, sia rispetto alle varie richieste di rinnovazione del dibattimento, sono state già ampiamente ed esaustivamente trattate da chi mi ha preceduto e quindi mi riporto a queste conclusioni. Quindi spero di poter procedere in modo molto, molto, spedito, a tratti, per veri e propri cenni. Allora, per quanto riguarda le richieste avanzate negli atti di impugnazione, queste si possono sostanzialmente così sintetizzare: l’acquisizione delle foto aeree di Porto Marghera per gli anni antecedenti il 1960; l’acquisizione dei dati analitici relativi ai campionamenti di alcuni pozzi effettuati dal Corpo Forestale dello Stato; l’esame dei consulenti tecnici professor Nardelli e dottor Sanna a questo punto, in sostituzione del dottor Cocheo, sul contenuto del faldone 102 e, in via subordinata, si dice nei motivi d’appello dell’Avvocatura dello Stato, una perizia, al fine di accertare attraverso un’ispezione dell’impianto del SG31 e le vasche di neutralizzazione, se e quali fossero le concentrazioni di CVM in esse presenti anche storicamente nel tempo. Così testualmente si dice. Come è già stato più volte ricordato, l’assunzione delle nuove prove si colloca nel contesto di un’istruttoria dibattimentale di primo grado dai caratteri assolutamente eccezionali, per l’imponenza del materiale documentale acquisito e per le deposizioni raccolte; un’istruttoria dibattimentale nel corso della quale i temi d’indagine che il Pubblico Ministero, l’Avvocatura dello Stato vorrebbero riproporre, attraverso lo strumento della rinnovazione del dibattimento, sono stati ampiamente trattati e discussi nel contraddittorio delle Parti e nulla sono in grado di aggiungere agli accertamenti contenuti nella sentenza di primo grado. La richiesta di acquisizione delle foto aeree avrebbe negli intendimenti del Pubblico Ministero lo scopo di contrastare l’accertamento del Tribunale, con riguardo all’impiego di materiali di riporto provenienti dalla prima zona industriale per l’imbonimento della seconda zona industriale. Questo è un accertamento che si radica in numerosissimi riscontri documentali agli atti del processo, di cui ha già fatto cenno questa mattina il professor Stella e richiamati dettagliatamente nella memoria che già da parecchio tempo è stata depositata proprio dalla difesa Enichem. E a questo soltanto vorrei aggiungere un’osservazione quasi di puro buon senso. In una zona in parte coltivata e in parte di barena, ancorché emersa già a pelo d’acqua, come ha detto il Pubblico Ministero, come è possibile costruire impianti industriali sofisticati e di grosse dimensioni come quelli del Petrolchimico, senza la sicurezza di una solida base di appoggio e di un affrancamento di una certa consistenza rispetto al pelo d’acqua, francamente non è dato comprendere. Quindi questo imbonimento della zona si imponeva, e come. Le stesse considerazioni valgono per la richiesta dell’Avvocatura di audizione dei consulenti Nardelli e Cocheo, che mi limito qui a considerare come formulate nell’atto di impugnazione ex Art. 63 primo comma. Il contenuto del faldone 102 e in particolar modo i bollettini d’analisi relativi alla presenza di CVM rilevata dal gas cromatografo posto sulle vasche di neutralizzazione, è già stato ampiamente discusso nel corso del giudizio di primo grado, attraverso elaborati tecnici predisposti dalle Parti; è stato ripreso dall’impugnazione dall’accusa pubblica e privata; è stato riesaminato anche nella memoria depositata dalla difesa Montedison nelle more della celebrazione di questo giudizio e quindi è stato dettagliatamente affrontato da tutte le Parti del processo. Assoluta l’inutilità di un nuovo esame nel contraddittorio di una problematica che è risultata infondata sia in fatto sia in diritto, oltre ad essere del tutto inconferente rispetto alle fattispecie penali contestate agli attuali imputati. Per i medesimi motivi, direi, del tutto inconferente è la richiesta in via subordinata dell’Avvocatura di un’ispezione dell’impianto SG31 e delle vasche di neutralizzazione, perché a questa nessuno apporto apprezzabile e significativo potrebbe condurre nella ipotizzata prospettiva di accertare tramite una perizia se nel tempo le concentrazioni di CVM in queste vasche abbiano o meno superato i limiti di concentrazione previsti dalla delibera interministeriale del 1984. Una considerazione a parte merita, a parere di questa Difesa, la richiesta di acquisizione dei certificati analitici sui pozzi, sulle acque dei pozzi, effettuata il 22 marzo 2001 dal Corpo Forestale dello Stato. Questa istanza, innanzitutto, è inammissibile. Infatti questa è una richiesta correttamente subordinata al preventivo annullamento dell’ordinanza dibattimentale dell’8 maggio 2001, con la quale il Tribunale rigettava la richiesta di acquisizione degli esiti analitici; ordinanza che non è stata specificamente impugnata dal Pubblico Ministero secondo quanto prescrive l’Art. 581 del Codice di Procedura Penale, in quanto non sono stati indicati i motivi, e in fatto e in diritto, che la sostengono. L’intangibilità del giudicato formatosi su questa istanza non può essere revocata in dubbio per l’impugnazione della stessa contenuta nei motivi d’appello dell’Avvocatura dello Stato, perché il gravame non è sorretto da alcun interesse processuale, atteso che l’accusa privata non ha formalmente chiesto l’acquisizione dei certificati analitici. D’altro canto, anche se si esaminano in modo superficiale i motivi dell’Avvocatura dello Stato a sostegno di questa impugnazione, si mette in rilievo come non siano assolutamente in grado di scalfire il contenuto, sia sotto il profilo della corretta applicazione delle regole che governano il processo, sia rispetto alla logicità della motivazione che in quell’ordinanza è contenuta. Infatti il Tribunale aveva puntualmente osservato che quei certificati analitici non erano assistiti dalle garanzie del contraddittorio e che il tema in questione, relativo cioè alla contaminazione delle acque e dei pozzi, era già stato esaminato dai consulenti delle Parti nel contraddittorio. Questo quello che dice l’Avvocatura nei suoi motivi. Il fatto che le analisi non fossero state eseguite in contraddittorio, non avrebbe potuto giustificare il rifiuto da parte del Giudice di acquisire comunque il documento, il quale avrebbe, allora, provato il fatto storico che analisi di quel tipo in quei pozzi erano pur sempre state eseguite, a riprova dell’effettività della destinazione al consumo umano, proprio di quelle stesse acque invece ritenute del tutto inutilizzabili dal Collegio. Nulla, ma proprio nulla, si dice a proposito dell’erroneità della decisione del Giudice di primo grado, né vengono evidenziate le circostanze che in diritto avrebbero consentito al Tribunale di acquisire al processo quelle analisi, effettuate in solitudine dalla Pubblica Accusa e, a ben vedere, le doglianze mosse all’ordinanza attengono più propriamente alle conseguenze derivanti dalla mancata acquisizione di questi certificati, piuttosto che all’esplicazione dei motivi per i quali le analisi avrebbero dovuto essere acquisite. Quindi l’impugnazione dell’Avvocatura non può considerarsi ammissibile, perché priva dell’enunciazione di fatto e di diritto atta a sorreggerla. Ma questa ordinanza dell’8 maggio 2001 è ineccepibile in punto di diritto e non può che essere confermata. C’è l’Art. 111 della Costituzione, che pone il fondamentale principio del giusto processo, secondo il quale il processo è regolato dal meccanismo del contraddittorio nella formazione della prova e non vi è alcun dubbio che il contraddittorio debba procedere alla formazione del risultato della prova e non limitarsi ad una semplice valutazione della stessa. Quindi direi che, soprattutto considerando quello che è stato l’esito del giudizio di primo grado, che ha messo in evidenza l’importanza di un corretto campionamento e delle metodiche analitiche impiegate, mi richiamo anche a quanto ha ripetuto stamattina l’Avvocato Santamaria; le analisi di Berlino in primo grado sono una prova eclatante dell’importanza di questi rilievi nel momento di formazione della prova. Quindi, in linea generale, si ritiene che con riguardo a tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento formulate negli atti di impugnazione, queste non possano essere accolte perché prive del requisito della decisività ai fini del decidere e che le analisi sulle acque dei pozzi non possano essere acquisite, anche e soprattutto perché l’impugnazione dell’ordinanza dell’8 maggio 2001 devono essere considerate inammissibili e comunque infondate. L’Avvocatura, veniamo alle richieste formulate in udienza. L’Avvocatura ha argomentato la propria richiesta in primo luogo avanzando, chiedendo l’applicazione dell’Art. 604 quinto comma relativamente alla rinnovazione di atti nulli; in subordine, chiedendo la rinnovazione del dibattimento ex Art. 603 secondo comma e, in ulteriore subordine, ex Art. 603 primo comma. Di quest’ultimo abbiamo già parlato. Sostanzialmente l’Avvocatura dice: nel corso del giudizio di primo grado il Pubblico Ministero, nell’ambito di un’attività integrativa d’indagine, ha acquisito e depositato una serie nutrita di documenti e certificati analitici e fra questi atti spiccano in particolare i documenti contenuti nel famigerato faldone 102. Il Pubblico Ministero chiede ripetutamente l’acquisizione formale di questa documentazione e il Tribunale, con l’ordinanza dell’8 maggio, la respinge. Il contenuto di quell’ordinanza è ben noto ed è stato citato anche questa mattina, non lo ripeto. All’udienza successiva, dove dovevano essere esaminati e valutati i contenuti di tutti i certificati analitici delle acque di scarico, l’Avvocatura dello Stato propone una valutazione attraverso i propri consulenti delle analisi relative alle emissioni di CVM nei cammini delle vasche di neutralizzazione. A questo punto c’è un’opposizione da parte delle Difese e il Tribunale limita l’audizione dei consulenti al contenuto dell’ordinanza precedente, quindi soltanto per discutere sulle acque di scarico, e si legge testualmente nell’ordinanza: "Lasciando la facoltà alla Parte Civile di poter illustrare la propria tesi in apposita memoria che consegnerà al Tribunale", e questo anche in considerazione della circostanza che il tema della presenza di CVM nelle acque di scarico era già stato prospettato dalla Parte Civile, sempre attraverso il dottor Cocheo. Di qui il deposito da parte dell’Avvocatura di memorie tecniche del dottor Cocheo e del professor Nardelli all’udienza del 22 maggio 2001, deposito al quale sono seguite le repliche tecniche del professor Foraboschi e, per quanto ci riguarda, quelle del professor Pasquon, memoria 27 settembre 2001. E ancora, in epoca successiva, cioè il 15 ottobre 2001, quando la requisitoria del Pubblico Ministero c’era già stata ed erano già stati discussi dalle Difese i temi generali del processo, il consulente dell’accusa, professor Vladimiro Scaturin, ha sul tema depositato un’altra memoria. Ma, nonostante tutto, l’Avvocato dello Stato parla di prova negata e allora si invoca l’Art. 604 comma cinque, chiedendo l’audizione dei consulenti al fine di rinnovare un atto nullo, oppure l’Art. 603 comma due, sulla base di quell’orientamento giurisprudenziale che considera alla stessa stregua delle nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, quelle prove la cui ammissione sia stata irragionevolmente negata dal Giudice di primo grado. Le stesse richieste dell’Accusa mostrano la fragilità dell’argomentare, perché all’evidenza non può uno stesso ed ipotetico vizio essere sanato, se così possiamo dire, facendo ricorso a due diversi strumenti processuali: la rinnovazione dell’atto asseritamente nullo o la rinnovazione del dibattimento, con riguardo ad una prova che si dice essere stata illegittimamente negata. Ma la prova non soltanto non è stata irragionevolmente negata, non è nemmeno stata negata; perché questo tema, come quelli che abbiamo già esaminato, sono stati ampiamente discussi e trattati. D’altro canto, l’Art. 233 del Codice di Procedura Penale prevede che i consulenti tecnici possano esporre al Giudice il proprio parere, anche presentando memorie a norma dell’Art. 121 e questo è stato ripetutamente fatto nel rispetto del contraddittorio delle Parti, realizzatosi nella forma della presentazione di numerose memorie e repliche. Il problema dunque si riconduce ancora una volta alla funzione del giudizio d’appello, che è quello di una rilettura critica della sentenza e del materiale probatorio disponibile; materiale probatorio che, sul punto della presenza di CVM nelle acque di scarico, è ampiamente presente agli atti del processo di primo grado, per essere stato in più occasioni discusso nel contraddittorio delle Parti. Ma sul punto un ultimo e brevissimo aspetto mi preme sottolineare. La prova asseritamente negata all’Avvocatura e che si vorrebbe rinnovare davanti a questa Corte, era una prova che l’accusa privata aveva dedotto a sostegno della propria domanda risarcitoria. Come è noto, Montedison ha concluso con l’Avvocatura dello Stato una transazione sul danno derivante dai fatti contestati e l’Avvocatura dello Stato ha espressamente revocato la propria costituzione. Quindi l’accusa privata non ha più alcun interesse per quanto riguarda l’epoca di gestione dello stabilimento da parte di Montedison, a cui peraltro quei dati si riferiscono, a formulare tali richieste, che devono quindi intendersi caducate. Il dottor Bruni ha sollecitato la Corte affinché venga disposta la rinnovazione del dibattimento sotto due profili: uno afferente all’andamento nel tempo dell’inquinamento da diossine e rame derivante dalla produzione di CVM e l’altro relativo al tema dell’apprezzamento del pericolo nei reati di avvelenamento. Da qui il deposito di tre memorie dal contenuto squisitamente tecnico e a sostegno di queste memorie e della conseguente richiesta di audizione dei consulenti tecnici Mara e Carrara per il primo aspetto, Tomatis, Vineis e Zapponi per il secondo, il Procuratore ha precisato che la prospettiva in cui si muove l’Accusa è quella di ampliare l’oggetto delle informazioni su cui fondare il giudizio d’appello, tenendo conto di alcuni apporti conoscitivi che vengono ad integrare anche le lacune che la sentenza di primo grado addebita all’impostazione concettuale dell’Accusa. L’irrilevanza di queste relazioni è apprezzabile sia sotto il profilo strettamente fattuale, sia sotto il profilo del loro impatto sulla qualificazione giuridico penale dei fatti contestati. Prendiamo innanzitutto in considerazione la consulenza relativa alla quantificazione della diossina e del rame presenti nelle acque di scarico del SM15 provenienti dai reparti CV11, CV22 e CV23. In questo documento si effettua una stima, una stima, delle quantità scaricate nel corso degli anni e si individuano anno per anno le quantità di sostanze inquinanti che si congetturano scaricate sulla base di una valutazione che muove dal dato certo, rappresentato dalle quantità di prodotto, cioè di CVM, realizzate nello stabilimento, per inferirne con una proiezione a tavolino il dato proiettivo e congetturale rappresentato dalla quantità di sostanza inquinante scaricata nell’ambiente. Ora, questa è una relazione che riguarda pacificamente dati raccolti in relazione ad insediamenti produttivi diversi da quello cui è processo; nessuna analisi invece omogenea a quella proposta per l’integrazione probatoria risulta essere mai stata fatta direttamente nell’impianto per cui è processo e, conseguentemente, le conclusioni a cui arriva la ricerca in questione sono del tutto congetturali e comunque prive di qualsivoglia rigore scientifico, limitandosi la ricerca ad un trasferimento in blocco di dati ricavati ad una realtà per trasporli ad un’altra. Quindi il valore di questa ricerca finlandese sull’inquinante prodotto in un comparto ambientale estero è assolutamente pari a zero. D’altro canto è la stessa relazione tecnica che espressamente riporta nelle premesse che, mentre la formazione di diossine e furani indotta da questo ciclo produttivo è ampiamente riportata nella letteratura scientifica, è per contro controverso che il dato relativo alla quantità di diossine e furani che si formano per tonnellate di CVM o PVC prodotta; di qui l’interesse a calcolare l’entità di queste sostanze inquinanti. Le conclusioni a cui giunge l’elaborato risentono di un vizio di fondo, l’aver applicato sic et simpliciter, per una proprietà transitiva, quanto rilevato nel processo di produzione CVM dello stabilimento finlandese al Petrolchimico di Porto Marghera, senza considerare alcune rilevanti e significative differenze. Peraltro un dato fondamentale, che è quello della quantità di CVM prodotta presso lo stabilimento finlandese, non è riportato nello studio allegato. Comunque vediamo quali sono le differenze. Vengono innanzitutto in considerazione le caratteristiche degli impianti, il CV11, il CV22, il CV23, dei quali anche qui si è ampiamente discusso nel giudizio di primo grado. Il reparto CV11 produceva CVM per cracking dal dicloretano ed è stato poi sostituito dal CV22, che anch’esso produceva CVM per cracking dal dicloretano, mentre il CV23 produceva dicloretano mediante ossiclorurazione dell’etilene con acido cloridrico. L’impianto finlandese, secondo quanto riportato dallo studio allegato alla memoria, viene descritto come un impianto per la produzione di CVM attraverso un processo di ossiclorurazione, un processo dunque nel quale si trovano accomunate la produzione di dicloretano mediante ossiclorurazione e quella di produzione di CVM dal dicloretano. Quindi un’unica conclusione: il reparto ad esempio CV11, destinato alla sola produzione di CVM da dicloretano, non può essere paragonato all’impianto di ossiclorurazione dell’etilene per la produzione dicloretano. Tuttavia, tale comparazione venne effettuata nell’elaborato tecnico depositato all’udienza del 13 maggio, poiché i dati dello stabilimento finlandese vengono trasposti in automatico ad un impianto, per l’appunto il CV11, che non presenta quelle medesime caratteristiche produttive dell’impianto finlandese. Con il secondo elaborato, quello che dovrebbe riguardare l’efficacia del SG31, l’Accusa propone un’equazione: la quantità di sostanze inquinanti prodotte equivale alla quantità di sostanze scaricate in Laguna. Già ha detto l’avvocato Baccaredda a proposito dell’impianto SG31, ma questo è un impianto che si pone all’esito, alla fine di tutta una serie di altri processi, che invece erano presenti presso il Petrolchimico e le conclusioni a cui giunge questo elaborato, per cui l’impianto SG31 non solo non è in grado di depurare i composti organoclorurati, ma questi ultimi compromettono il corretto funzionamento del processo produttivo, non tengono conto di dati fondamentali, pacificamente emersi nel corso del giudizio di primo grado; non tengono conto delle funzioni e delle caratteristiche dell’impianto biologico, anche alla luce delle osservazioni del dottor Polo, delle caratteristiche degli impianti, CV11, 22 e 23, del destino delle acque provenienti da questi impianti e dell’esistenza di trattamenti diversi dall’impianto biologico: l’impianto di trattamento delle acque clorurate e l’impianto di incenerimento. Sull’impianto biologico ha già detto l’avvocato Baccaredda, per cui non mi soffermo oltre. Vorrei solo ricordare che, come risulta pacificamente dalle deposizioni del professor Pasquon e dalle memorie impiantistiche depositate nel corso del primo grado, il progetto relativo all’impianto biologico è stato accompagnato da numerosi e sostanziali interventi presso i reparti di produzione, al fine di inviare all’impianto di trattazione biologico flussi che non ne compromettessero la biodegradazione e gli interventi realizzati a questo fine presso i reparti sono numerosissimi. Ci sono tonnellate di commesse, agli atti, in cui si possono verificare tutti gli interventi realizzati a partire dagli Anni Settanta e che si sono risolti in interventi su vari reparti per separare le acque bianche da quelle che necessitavano di eventuali trattamenti e per ridurre il volume dei flussi delle acque da trattare. Ciò che desta maggior perplessità di questo secondo elaborato tecnico, è appunto la mancanza di qualunque accenno al funzionamento dell’impianto di trattamento delle acque contenenti i composti organici clorurati e dell’impianto di incenerimento dei sottoprodotti clorurati organici. Sulle conclusioni di queste memorie tecniche, vorrei fare un’ulteriore considerazione. Dal confronto con i dati relativi all’impianto finlandese, i consulenti dell’accusa giungono a ritenere che la produzione di 100 tonnellate di CVM al Petrolchimico era accompagnata dalla formazione di oltre 69 grammi di diossine, espresso in termini I-TEQ. Indipendentemente dalle modalità con cui sono stati stimati questi valori e dalla validità degli stessi, i quantitativi stimati sono enormemente superiori a quanto riportato in letteratura. L’inventario delle emissioni annuali di diossine e furani, degli impianti, intendo tutti gli impianti di produzione, dicloretano e CVM, per gli anni dal 1995 al 1998, mostra che per l’intera produzione, USA, Giappone e Belgio, altre per i vari comparti ambientali, atmosfera, acqua e suolo, un valore di 35 grammi/anno espresso in tossicità equivalente, a fronte di un valore stimato dai consulenti dell’accusa di oltre 69 soltanto per 100 tonnellate. Quindi in realtà il paragone va fatto tra due termini ben diversi, tra 194 grammi con 35 grammi. Dalla pubblicazione di Karol ed altri prodotta dal Pubblico Ministero nel processo di primo grado, si legge testualmente che supponendo che tutti i siti PVC degli USA emettano diossine e furani alla concentrazione media riportata per i sei siti inclusi in questo studio, le emissioni totali di diossine e furani sarebbero all’incirca di 0,011 grammi, o 0,15 grammi per anno; analogamente le emissioni totali annue dalle acque di scarico trattate dagli impianti di produzione, dicloretano, CVM e PVC statunitensi, sono stimate in pari a 0,032 o 0,17 grammi. Quindi l’invio di acque clorurate nell’impianto biologico del Petrolchimico non soltanto non era previsto, ma era addirittura escluso. L’impianto CV11 era diverso dall’impianto finlandese preso a confronto dai consulenti dell’accusa. I quantitativi di diossine e furani stimati dall’Accusa come prodotti da questi impianti sono di gran lunga superiori a quanto riportato in letteratura per impianti simili e risultano incompatibili con l’emissione di diossine e furani a livello internazionale, riportate dalla letteratura scientifica. Sul profilo relativo al rame, salto tutto e faccio soltanto una piccolissima citazione. Il dato che qui viene riportato è un dato che non corrisponde assolutamente alla realtà dei fatti e infatti, se si ha modo di sfogliare tutti i bollettini d’analisi che sono disponibili agli atti sulle acque di scarico SM15, si noterà come, nella stragrande maggioranza di questi bollettini d’analisi, il rame risulta assente. Considerazioni ancor più critiche vanno fatte sull’utilizzabilità di questo materiale probatorio ai fini della valutazione giuridico – penale dei fatti in contestazione. Ammettiamo, in via puramente dialettica, che i risultati della ricerca abbiano un valore scientifico e siano pertinenti a questa materia. Anche in questa prospettiva, è facile dimostrare che documenti di questo genere non sono minimamente utilizzabili nell’accertamento dei fatti di reato e nell’attribuzione della corrispondente responsabilità penale. Valutiamo quale sia l’obiettivo perseguito dall’Accusa attraverso questi documenti. In estrema sintesi, i dati dovrebbero dimostrare l’andamento progressivo dell’inquinamento nel tempo, ciò al fine sia di individuare con precisione il determinismo causale delle singole condotte di inquinamento rispetto agli eventi tipici contestati, nella specie il disastro, sia conseguentemente di individuare le singole responsabilità penali, collocandole nel tempo. Quanto al primo profilo, quello della causalità, il parametro di riferimento è rappresentato appunto dall’evento di disastro. Prescindendo per un momento dall’esistenza nel nostro ordinamento di un evento tipico di disastro ambientale, negato dalla sentenza, in ogni caso la valutazione dell’efficienza causale di ogni singolo antecedente rappresentato da un’immissione inquinante può fondarsi esclusivamente sull’accertamento di un effettivo incremento della sostanza inquinante presente nell’acqua, rispetto alla situazione immediatamente precedente alla condotta di inquinamento stesso. Ma se questa è la prospettiva in tema di causalità, di cosa ci arricchiscono i risultati di questa nota tecnica? Di nulla. I dati, infatti, non evidenziano la situazione di inquinamento preesistente a ciascuno di questi stadi. A ben vedere, la ricerca nulla dice neppure circa i singoli incrementi di questa base di partenza, pure ignota. E infatti i valori riguardano la sostanza inquinante prodotta e non quella la cui presenza sia stata rilevata nell’acqua, ma soltanto questa seconda scala di valutazioni, ciò che effettivamente è stato accertato, potrebbe fornire al Giudice una risposta circa l’efficacia causale in termini di deterioramento reale e significativo della situazione precedente; un’efficacia causale da imputarsi alle nuove condotte inquinanti rispetto all’evento finale immaginato come disastro ambientale. E rispetto ad apporti inquinanti effettivamente entrati nell’ambiente, sarebbero anche ipotizzabili, se rintracciabili, se disponibili, leggi di copertura valide per accertare se quell’apporto costituisca o meno un antecedente significativo e causalmente necessario rispetto all’evento finale. Rispetto invece ad apporti inquinanti puramente potenziali, cioè dedotti da proiezioni, non esistono leggi di copertura utilizzabili dal Giudice penale, proprio perché viene meno quell’aggancio con una base fattuale effettivamente accertata. Un secondo obiettivo di approfondimento probatorio, che vuol perseguire la Pubblica Accusa, è rappresentato dalla possibilità di concretizzare l’imputazione a titolo di colpa di condotte produttive del supposto evento disastroso. Il ragionamento è sostanzialmente in questi termini: se si fosse adottato un sistema di smaltimento di quei reflui così come prescritto dalla normativa sui rifiuti, non si sarebbe determinato quel tipo di inquinamento da diossine nel tempo. Senza per ora entrare nel merito di questo argomento, va subito notato che i dati che si vorrebbero introdurre sono del tutto ininfluenti. L’apporto probatorio della ricerca ha evidentemente una natura solo quantitativa, pretendendo di accertare, seppur in via di proiezione, le quantità di sostanza di volta in volta introdotte. Il problema dell’addebito di colpa, però, non ha nessuna attinenza con dati quantitativi, ma può averla soltanto con dati qualitativi, relativi cioè alla natura delle sostanze introdotte e alla loro qualificazione giuridica in termini di rifiuto piuttosto che di scarico. Ora, la natura giuridica di queste immissioni un tema importante anche di questa fase processuale, ma non può essere assolutamente condizionato dai dati ricavabili dallo studio empirico sullo stabilimento finlandese. Rispetto all’altro argomento, cioè quello della configurabilità dei reati di avvelenamento e di adulterazione attraverso l’apporto fornito dalla relazione di Tomatis, Vineis e Zapponi, un tema che secondo l’Accusa è stato soltanto sfiorato nel corso del dibattimento di primo grado, ma non sufficientemente approfondito dai consulenti dell’Accusa, mi rimetto sostanzialmente a quanto già illustrato questa mattina per comunque affermare che le petizioni di principio che sono contenute in questo documento tali sono. Si tratta di petizioni assolutamente prive di qualunque riscontro scientifico. L’esame delle sostanze pericolose, diossine, IPCB, IPA ed altri composti, sono stati condotti nel noto tentativo di agganciare ed individuare dei valori di riferimento per considerare la massima esposizione giornaliera. Ma, a questo punto, il discorso ritorna quello che è già stato ampiamente affrontato dalla sentenza di primo grado sul significato di un valore soglia, su che cosa voglia dire superare questo valore soglia, sulle differenze tra rischio e pericolo e quindi, in questo senso, data anche l’ora, mi rimetto a quanto già ampiamente riportato nella sentenza del Tribunale, che di tutto questo e di tutti questi passaggi ha dato ampiamente conto; ha dato conto di come le Difese, nell’affrontare questo argomento, abbiano tenuto conto sia delle diossine che dei PCB diossina - simili, come gli esami di Muller a Berlino abbiano dimostrato come nel biota pescato per addirittura alcuni componenti ci siano state, siano state rilevate concentrazioni decisamente inferiori alla zona presa come riferimento, cioè Sant’Erasmo, e al fatto che comunque la Difesa ha sempre provato il rispetto di tutti i limiti di concentrazione stabiliti dalla legge o dalle varie agenzie internazionali. Quindi, da questo punto di vista, sostanzialmente mi rimetto alle varie, mi riporto alle discussioni già fatte sul tema come anche sull’acquisizione del documento del Magistrato alle Acque, che è un tema che dovrebbe essere, che dovrebbe tendere a dar la prova della presenza di CVM nelle acque di scarico, quando questo è un documento che attiene alla eventuale rilevazione del CVM nei canali industriali e quindi sulle acque di scarico questo tema assolutamente nulla dice. Ho concluso. Chiedo che vengano respinte tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento e, in eventuale subordine, che venga ovviamente ammesso il contraddittorio con i consulenti della Difesa.

 

PRESIDENTE – Deposita memoria per questo?

 

DIFESA – Avv. Lanfranconi – La faccio pervenire anch’io entro venerdì.

 

PRESIDENTE – Benissimo, grazie.

 

PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Presidente, solo una cosa prima di concludere. Siccome alcuni difensori hanno fatto riferimento ad alcuni allegati alle due memorie sulla prima parte del capo d’accusa che sono state depositate da noi, ad esempio l’allegato 47 alla memoria 1; non sono firmati, ma sono nostri, fatti nostri. Non è che sono allegati anonimi. Si fa riferimento nel testo della memoria, ad esempio l’allegato 47, che fa parte integrante della memoria, non è un allegato anonimo e in quanto tale va considerato. Se fosse necessario, dichiaro di sottoscriverlo in questo momento per levare i dubbi ai difensori.

 

PRESIDENTE – Sono del Pubblico Ministero allora?

 

PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Certo. Quello ad esempio allegato 47... non quello dell’ingiuria, ma quello non era allegato alle memorie. Sono due memorie, una che riguardava la cronologia, le conoscenze e uno che riguardava il patto di segretezza. Ci sono degli allegati nei quali si fa riferimento nel testo, allegato 47, che sono propri del Pubblico Ministero. Quegli altri, che sono dei documenti che sono stati inseriti nel momento delle fotocopie, ovviamente non fanno parte delle considerazioni nostre. Quindi sono richiamati come atti del Pubblico Ministero.

 

PRESIDENTE – Sono propri del Pubblico Ministero.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE D’APPELLO rinvia all’udienza dell’8 giugno 2004 ore 9.00.

 

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page