UDIENZA DEL 02 DICEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 13 dicembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

LE PARTI DEPOSITANO MEMORIE CHE VENGONO ALLEGATE IN ATTI.

 

PRESIDENTE – Chiusa questa fase così un po’ organizzativa, diamo la parola all’Avvocato De Luca. Ci sono altre questioni? Ci sono anche due posizioni, che sono quelle degli imputati deceduti, ecco, bisognerebbe anche concludere su questi.

 

DIFESA – Avv. De Luca – Magari, al termine della mia discussione, concludo anche per questi imputati.

 

PRESIDENTE – Sono due, per delega dei difensori. Bene, grazie.

 

DIFESA – Avv. De Luca – Posso prendere la parola, signor Presidente?

 

PRESIDENTE – Prego, signor Avvocato.

 

DIFESA – Avv. De Luca – Signor Presidente, signori della Corte, signor Procuratore Generale, sono l’ultimo dei difensori del Collegio che assiste gli imputati ex dirigenti della società Montedison e devo subito manifestare le difficoltà di un intervento finale dopo una serie così pregevole e completa ed esaustiva nelle argomentazioni di tutti coloro che mi hanno preceduto, devo dire anche con interventi, interventi veramente pregevoli e dopo anche il deposito di memorie che, devo dire, mi hanno in qualche misura anche appassionato e non posso fare a meno di citare esplicitamente quelle del professor Stella sulla causalità, che valgono a mio giudizio non solo in questo processo, ma hanno un qualche cosa di universale, che secondo me difficilmente dimenticheremo. Il compito che mi è stato assegnato dai colleghi del collegio di difesa che rappresento, è di completare l’impianto difensivo per quanto riguarda questi ex dirigenti di Montedison, con l’esame di un capitolo specifico che forse ancora, nonostante tutto quello che è stato detto, merita qualche cenno, un capitolo specifico ma non marginale nell’economia della causa, in fondo quello un po’ qualificante in tutto questo processo. Si tratta dell’esame dei casi di angiosarcoma epatico oggetto della contestazione. Ecco, l’esame che intendo per la verità rapidamente svolgere non riguarda sicuramente quegli aspetti più orientati, più… che meglio si qualificano sotto il profilo medico legale o sotto il profilo teorico scientifico, perché – ritengo – sotto questo profilo già moltissimo è stato detto. Ciò che vi propongo è di valutare in concreto questi casi, se in concreto questi casi specifici individuali siano in grado di offrire ancora alla Corte un qualche elemento per il suo giudizio complessivo e ciò ovviamente in ragione della posizione processuale di coloro che fanno parte di questo gruppo di dirigenti Montedison. Mi riferisco, evidentemente, ad un periodo anteriore rispetto a quello che è stato così precisamente e completamente esaminato dai difensori del collegio Enichem. Si tratta, evidentemente, rispetto agli stessi casi, di una prospettiva temporale molto diversa e quindi l’attenzione andrà proposta, nell’esame di questi specifici individuali casi di morte per angiosarcoma, nell’ottica di quel periodo che è il primo periodo della contestazione che va fino alla metà degli Anni Ottanta. Dico subito che la sentenza di primo grado non si è occupata specificamente di questi singoli casi, citandoli per la verità solo per quello che sono, senza un’analisi nel loro complesso. Questo perché, come la Corte ha avuto modo di osservare, i Giudici di primo grado si sono attestati su valutazioni di carattere più squisitamente generale, più squisitamente teorico; hanno escluso la responsabilità di ognuno per valutazioni che prescindono dall’esame del singolo specifico caso e uguale impostazione ovviamente è stata data dal Pubblico Ministero nei suoi motivi di appello e il Pubblico Ministero si è ovviamente adoperato per contestare quelle affermazioni di ordine generale che hanno costituito l’ossatura della motivazione della sentenza e chiede evidentemente il Pubblico Ministero che sia modificata la sentenza proprio per quegli argomenti di carattere generale e teorico. Io credo che invece un’osservazione più precisa di questi singoli casi, una loro più precisa collocazione nel tempo sia molto utile per la Corte, per definire eventualmente e in via assolutamente oggettiva le possibili responsabilità degli imputati. Ecco, quali sono intanto questi casi di cui stiamo discutendo, quali sono questi casi qualificanti di questo processo? Sono questi, sono quelli di Augusto Agnoletto, Giorgio Battaggia, Tullio Faggian, Fiorenzo Fiorin, Ennio Simonetto, Guido Soffogrosso e Gianfranco Zecchinato. Sono questi e sono tutti, con l’avvertenza che ovviamente su uno di essi, quello di Ennio Simonetto, pende una fortissima contestazione circa la eziologia del decesso, come la Corte sa e come effettivamente è stato ampiamente discusso anche nella sentenza di primo grado. Un caso ulteriore è indicato, per la verità, dalla sentenza ed è quello di Primo Pistolato, ma non lo vedete indicato perché in effetti la morte di Primo Pistolato è derivata da una patologia di tipo cirrotico e anche se l’esame obiettivo autoptico presentava poi delle lesioni tipiche da esposizione a cloruro di vinile monomero, sicuramente il decesso è stato accertato per la patologia cirrotica e quindi l’abbiamo ovviamente escluso dai morti per angiosarcoma. La sentenza, dico, che dà atto a pagina 217. I casi sono questi e solo questi, e non sono molti. Il numero certamente non ha nessuna importanza per una valutazione, lo dico subito, di tipo etico giuridico, però ha un suo significato dal punto di vista scientifico, soprattutto dal punto di vista epidemiologico. Noi sappiamo che le indagini epidemiologiche soffrono dal numero modesto dei casi, diventa molto difficile ogni ricerca che abbia la pretesa di essere scientifica, se il numero dei casi che si sono presentati all’esame del ricercatore sono modesti e tutti gli esperti chi sono stati sentiti nel corso del processo hanno manifestato questa particolare difficoltà dell’analisi per la povertà dei casi che a livello internazionale e anche nell’ipotesi specifica di Porto Marghera, sono stati loro presentati e loro avranno potuto osservare come questa particolare difficoltà, lo dico subito, senza voler anticipare nulla, diventa ancora più marcata nella ricerca dei riscontri sulle patologie correlate al numero di esposizioni. Spesso si sono ricercate nel processo analogie fra l’angiosarcoma epatico e il mesotelioma, ma la Corte ha ben presente e terrà ben presente che si tratta di patologie che dal punto di vista epidemiologico offrono possibilità di indagine molto diverse, perché mentre purtroppo per il mesotelioma rileviamo migliaia di casi e quindi anche l’analisi del ricercatore diventa in qualche modo non solo più agevole ma sicuramente più precisa nei risultati, quando di fronte a migliaia di casi di mesotelioma ci troviamo di fronte invece a pochissimi casi di angiosarcoma epatico, le conclusioni degli epidemiologi diventano ovviamente più imprecise e noi vedremo quanto più imprecise in effetti sono. Partiamo da alcune certezze, per la verità, che ha offerto il processo e che sono oggi patrimonio di questo processo e devo dire di tutte le Parti. La prima certezza è che il cloruro di vinile monomero è una delle sostanze che inducono angiosarcoma, e questo è un dato acquisito, nell’uomo; da Maltoni in poi, è una certezza che oggi non può più essere messa in discussione. È una sostanza che induce l’angiosarcoma come, per la verità, altre sostanze: il torio, lo ricordiamo, più volte è stato citato il (torotrast) e l’arsenico. Il Tribunale esprime questa certezza e dà atto tuttavia che nell’angiosarcoma epatico la causalità presenta incertezze, perché? Perché una gran quantità di casi rilevati presentano eziologia ignota. Lo dice la sentenza, lo riferiscono le consulenze di parte. Mi riferisco, per esempio, alla consulenza Lotti – Colombo, che parla di un 70% di cause ignote e della consulenza Zocchetti, che d’altra parte cita l’80% di cause ignote. Per la verità, uno dei testi più autorevoli che sono stati sentiti nel corso del dibattimento di primo grado, mi riferisco al professor Simonato – e loro sanno l’autorevolezza di questo teste – ha riferito una circostanza importante, specifica, per il sito, per la coorte che stiamo esaminando. Il professor Simonato dice di essersi occupato, tra la fine degli Anni Ottanta e i primi degli Anni Novanta, del registro dei tumori del Veneto, questa è stata la sua occupazione e dice che in qualità di responsabile della tenuta del registro dei tumori del Veneto ha rilevato negli, anni intercorrenti tra il 1987 e il 1996, dieci anni, tre casi di angiosarcoma: uno è quello di Battaglio Giorgio, che è il nostro, di Porto Marghera, uno è di Vicenza, dice il professor Simonato, agricoltore dell’Unità Sanitaria Locale di Vicenza e un terzo, e un terzo è il caso di un residente agricoltore… chiedo scusa, uno è il caso di un agricoltore dell’Unità Sanitaria di Vicenza e l’altro è il caso di una signora residente nell’Unità Sanitaria Feltrina. Che cosa si vuol dire con questo? Che rispetto a tre casi in dieci anni, due sono certamente di origine ignota e solo uno è in qualche modo raffrontabile con un’esposizione di tipo professionale. Questo, fra l’altro, è individuabile dall’esposizione professionale perché la localizzazione di tipo industriale consente di formulare questa causa, questa ipotesi di eziologia, ma su tre casi ben due sono di origine sconosciuta e in alcun modo raffrontabili con un’esposizione di tipo professionale. Questo evidentemente la dice molto lunga sulle difficoltà di accertamento dal punto di vista epidemiologico di sicurezze nel processo. Il Tribunale, per la verità, prende atto di alcune di queste considerazioni e soprattutto del fatto che si tratti di una patologia molto rara. Gli epidemiologi ci dicono un caso ogni dieci milioni e da sola la coorte di Porto Marghera ne evidenzia sei su alcune decine di migliaia. Il Tribunale giunge così ad una seconda certezza e cioè: nella coorte di Porto Marghera si rileva un eccesso significativo. Nulla da dire. Forse da dire qualcosa su questa statistica di un caso ogni dieci milioni, andrebbe forse meglio calibrata rispetto al territorio, perché se nel Veneto abbiamo tre casi, evidentemente questa statistica di un caso ogni dieci milioni mi pare francamente non certamente assumibile come certezza. Ma la seconda sicurezza sulla quale poggia la motivazione del Tribunale è questa: ci troviamo di fronte ad un eccesso significativo, e anche qui nulla da dire. Questi casi rispetto ad alcune decine di migliaia di lavoratori rappresentano effettivamente un eccesso significativo. La terza conclusione che ne consegue e la terza certezza che al Tribunale consegue da questa osservazione, è che sei casi su alcune decine di migliaia, posto il denominatore comune dell’esposizione professionale, possono dirsi causati da esposizione di tipo professionale. Queste le premesse del Tribunale nella sua decisione. Ma il Tribunale perviene ad una decisione positiva, di giudizio positivo nei confronti della responsabilità degli imputati, escludendola totalmente, perché? Intanto va detto che il Tribunale, come loro avranno potuto osservare dalla sentenza, fa una disamina completissima, ci troviamo di fronte ad una sentenza che sotto questo profilo possiamo dire monumentale: esamina tutta una serie di aspetti di carattere medico legale, fa una valutazione attenta di tutte le indagini epidemiologiche, quelle di coorte, quelle di casi controllo, tutte quelle proposte dalla difesa e soprattutto tutte quelle proposte dall’accusa; fa un’indagine accurata anche dello stato dell’arte dal punto di vista dello studio della cancerogenesi; fa anche delle indagini di carattere scientifico sulla biologia molecolare. È una sentenza veramente completa questa, su questo credo che nessuno possa dire assolutamente nulla e quali conclusioni trae da un’indagine così completa? La prima conclusione è che il cloruro di vinile monomero induce l’angiosarcoma epatico solo ad alte o ad altissime dosi. Questa è la prima conclusione alla quale perviene il Tribunale e la seconda conclusione è che per quanto riguarda gli angiosarcomi si sono verificati tutti a seguito delle alte esposizioni risalenti agli Anni Cinquanta e Sessanta e prima parte degli Anni Settanta e cioè a quelle esposizioni rilevate antecedenti alle conoscenze della cancerogenicità del cloruro di vinile monomero. Così si esprime la sentenza a pagina 168. Questa è la tesi della sentenza. Il Pubblico Ministero contesta a tutto tondo queste conclusioni dei Giudici di primo grado e lo fa riproponendo per la verità pressoché pedissequamente tutte le tesi che aveva sostenuto nel corso del primo grado di giudizio. La contestazione che il Pubblico Ministero rivolge al Tribunale nei suoi motivi d’appello è sempre la stessa, sistematica, ribadita, ripetuta continuamente: il Tribunale avrebbe esaminato solo le tesi difensive degli imputati; il Tribunale avrebbe, si sarebbe adagiato sulle tesi dei consulenti della Difesa; il Tribunale non avrebbe esaminato nessuna delle relazioni e delle prove di carattere tecnico–scientifiche proposte dall’accusa. Sarebbe stato un adagiarsi acritico, afferma il Pubblico Ministero nei suoi motivi d’appello, su tutti i temi del processo. Leggendo poi i motivi, quelle mille e 500 pagine di motivi, ci si accorge che il tema è sempre il medesimo: il Tribunale non ha esaminato le consulenze, il Tribunale non ha esaminato le ragioni dell’accusa, il Tribunale si è sempre e costantemente riferito alle tesi difensive; non solo, ma i punti della decisione che confortano le sue certezze sono esattamente quelle della difesa, senza un esame critico di questi punti, così come operato dal Pubblico Ministero nel corso del giudizio. Il Tribunale non avrebbe fatto insomma altro che raccogliere il materiale che gli è stato offerte dalle difese e avrebbe fondato le sue certezze su questo materiale. Avrebbe, insomma, sostanzialmente eluso il suo compito di giudizio e di raffronto tra le tesi dell’accusa e le tesi della difesa. Ecco, è interessante ora una valutazione di questi casi concreti per valutare soprattutto questo, se cioè il Tribunale nel fondare queste sue certezze di assenza di responsabilità abbia davvero utilizzato il materiale, solo il materiale della difesa e non anche il materiale dell’accusa. Devo dire che l’esame, che si limita ovviamente ai casi di angiosarcoma, come ho detto inizialmente, però ha un suo significato metodologico che vale un po’ per tutti i punti della sentenza, posto che la critica che il Pubblico Ministero muove al Tribunale è sempre la medesima. Ma veniamo allora nel merito del discorso. I casi di angiosarcoma, questi, sono ben rappresentati da questa tavola che vi propongo. Quali osservazioni possiamo fare? Dico quali osservazioni proprio sul tema del giudizio della responsabilità di questi ex dirigenti del Gruppo Montedison e, intanto, da dove emergono questi dati? Voi vedete, lo dico subito, si vede in modo assolutamente chiaro che c’è una linea di demarcazione molto precisa su questo schema, che finisce a cavallo tra il 1973 e l’inizio del 1974. La parte rossa esprime esposizioni a cloruro di vinile monomero sopra i 200, le 200 parti per milione, la parte blu le esposizioni tra i 50 e le 200 parti per milione e via a decrescere sul verde, tra le 5 e le 50 parti per milioni e sotto le 5 la linea gialla. La semplice osservazione è per la verità estremamente interessante, perché la linea di demarcazione che abbiamo proposto a dicembre 1973 è una linea che, raffrontata rispetto a questi dati, appare precisa e inequivocabile. C’è una diversità di osservazione precisa prima di quella data e dopo di quella data. Ora, il problema è: come abbiamo costruito questo schema? Come sono stati costruiti questi dati? Beh, sono stati costruiti dal processo e sono stati costruiti tutti con elementi dell’accusa. Sono state utilizzate solo ed esclusivamente prove offerte dal Pubblico Ministero, intanto dalle schede redatte dalla Guardia di Finanza, sulle mansioni, sulle ricerche, su ogni tipo di indagine che la Guardia di Finanza ha svolto per arrivare a formulare un suo tipo di mansionario e, proprio perché si tratta di prove della Guardia di Finanza, evidentemente si tratta di prove dell’accusa. Ma non solo, siccome loro potranno osservare che c’è un’indicazione precisa degli anni, che la Guardia di Finanza non fornisce, come sono state ricavate queste indicazioni degli anni di esposizione, lo debbo ripetere, specifiche? Queste sono le vere esposizioni alle quali sono stati soggetti le parti offese del processo, non è una valutazione di carattere teorico su Porto Marghera. Questo riguarda ogni specifico soggetto indicato come parte lesa per morte da angiosarcoma. Dicevamo, come sono state ricavate le indicazioni degli anni che conducono poi a quella conclusione così significativa del dicembre 1973? Sono state ricavate, ancora una volta, da elementi portati dall’accusa. Il dato è tratto dalla tavola 5 della mortalità dei produttori di cloruro di vinile in Italia, in "Medicina del Lavoro" del dicembre 1991, Comba e Pirastu, per intenderci. Ma questo dato così ricavato, loro sanno che esiste un follow-up, non è modificato. Nel 1997 si modifica la casistica specifica perché è in qualche modo modificata rispetto al 1991, ma non sono modificati questi parametri di Comba – Pirastu e quindi elementi tratti dall’accusa, non forniti dalla difesa. Non si è fatto altro che collocare nell’ambito di quegli anni, di quelle mansioni, le individualità dei soggetti che interessano e ne è derivato questo schema. Questa indicazione degli anni, questa linea rossa del dicembre 1973, non è solo, non ha solo come referente lo scritto che ho citato di Comba – Pirastu, perché se loro, come loro potranno osservare e come in parte vedremo, anche altri testi e consulenti del Pubblico Ministero lo confortano, dal professor Martines, che non fa altro che ribadire questo stato dell’arte, al teste Simonato, che con la sua autorevolezza cita sempre questo, queste date, come date precise di riferimento del suo studio, studio IARC. Ecco, vedete, vediamo qualche cosa in più di questo schema. Alcuni sono stati esposti addirittura nei primi Anni Cinquanta, mi riferisco in particolare ad Agnoletto e Fiorin, Fiorin Fiorenzo. L’esposizione più recente, come possiamo osservare nella terza colonna, è quella di Tullio Faggian, che risale però almeno fino al 1967. Questo schema ci specifica quando iniziano le esposizioni delle nostre effettive parti offese, quelle del nostre processo: dal 1950 i primi, l’ultimo dal 1967. Faggian, che pure ha un’esposizione di sei anni, ha l’esposizione più breve alle alti dosi; per gli altri sono tutte esposizioni di gran lunga superiori. Badate, questo schema è importantissimo, perché è quello sul quale poi si fondano i capisaldi della motivazione della sentenza di primo grado e di che esposizioni cumulative stiamo parlando? Perché poi il raffronto è fatto da tutti in relazione alle esposizioni cumulative. Badate, stiamo parlando, nelle più ottimistiche previsioni, da un minimo di 4 mila parti per milione cumulative anno, fino ad oltre un limite di 10 mila parti per milione anno e questi sono i dati raccolti dall’accusa, non sono dati proposti dai difensori. Ci siamo limitati a darne uno schema grafico, ma sono dati raccolti dall’accusa. Lo ripeto, Comba – Pirastu, la Guardia di Finanza e il conforto di Martines ed altri, oltre che del professor Simonato. So bene qual è la contestazione che rivolge il Pubblico Ministero a questo schema. Egli afferma che questi dati non sono altro che la raccolta di un resoconto fallace rilevato in azienda e per definizione incompleto, proprio per la sua provenienza. Dice il Pubblico Ministero che a Porto Marghera la situazione era completamente diversa da quella apparente dai documenti, pure fonte degli studi di Comba – Pirastu, della Guardia di Finanza e di altri, e che anzi vi sono delle responsabilità forse dolose o colpose sulla tenuta di questa documentazione relativa alle esposizioni dei lavoratori. Ma il fatto è che il Pubblico Ministero, per sostenere la sua tesi, non fa che formulare delle affermazioni, non porta una prova di quello che dice e lo vedremo nel corso della discussione; lo vedremo perché in realtà poi i suoi igienici ambientali dicono cose completamente diverse da quelle che dice lui. Ma quello che stupisce di questa argomentazione del Pubblico Ministero è che se questi dati sono così fallaci, ma perché mai, perché mai studiosi anche a livello istituzionale, come è stato Comba in quello scritto, ma tutti, si sono fondati su quei dati? Ma avrebbero fatto degli studi su pilastri di sabbia, se avessero ritenuto anche lontanamente che il materiale di base era un materiale fallace e inconsistente? È la prima domanda che mi sono posto. Quando ho sentito il Pubblico Ministero dire: ma questi sono dati inconsistenti, mi sono chiesto: ma perché Comba – Pirastu ed altri hanno posto alla loro base, stiamo parlando dell’ufficio epidemiologico nazionale, questi dati. Ma di più, ma se questi dati, come afferma il Pubblico Ministero in qualche sua requisitoria, sono frutto di dolo o di colpa, ma perché mai la Guardia di Finanza ha avallato questa documentazione? Ma perché mai la Guardia di Finanza, che per definizione è l’emanazione del Pubblico Ministero, ha redatto le sue schede fondandosi su questi dati, invece di perseguire quelle situazioni più o meno delittuose che il Pubblico Ministero oggi avanza? Insomma, questo affermare del Pubblico Ministero trova il primo muro di fronte ad organi istituzionali e di fronte alla Guardia di Finanza. Questo è il dato oggettivo. Ma c’è di più. Per sostenere che questi dati non sono attendibili, occorrerebbe proporne degli altri, ma questo non viene fatto dal Pubblico Ministero, ci si limita a dire che questi non sono attendibili. Viene poi affidata una consulenza a due esperti, che sono l’ingegner Nano e l’ingegner Rabitti, che ulteriormente lo smentiscono, ma questa è storia che vedremo più da presso. Ma vediamo intanto che cosa dice Martines rispetto, che è consulente del Pubblico Ministero, dell’accusa, rispetto a questa problematica. È la sua relazione del 5 maggio 2000, a pagina 3, che io vorrei proporvi. Dice il consulente dell’accusa, nel capitolo "soggetti affetti da angiosarcoma epatico", dice: "Tutti i lavoratori colpiti dalla malattia erano addetti a mansioni, pulitori di autoclavi, a maggior rischio di esposizione. Tutti i pazienti erano stati esposti a dosi comprese tra 3.600 e 9.000 parti per milione anno!. Vedete come questo risuona esattamente come le risultanze di Comba – Pirastu e della Guardia di Finanza. Lo dice Martines, il consulente del Pubblico Ministero e badate che qui siamo ancora ad una valutazione totalmente preliminare; qui non stiamo parlando di nesso di condizionamento, di causalità specifica in relazione ai casi nostri specifici che stiamo esaminando. Qui siamo ancora sul terreno preliminare dell’idoneità causale. Lo dice Martines, ci parla di rischio, di maggior rischio, siamo ancora sul piano della idoneità causale. Ma anche solo su questo piano, il consulente del Pubblico Ministero conclude con queste osservazioni, non con quelle che vorrebbe il Pubblico Ministero. È una sorta di certificazione quella che ci offre il professor Martines ed è un dato puntualmente ripreso dal Tribunale. Fra le pagine 200 e 232 della sentenza, voi osserverete che vengono citati propri questi dati che sono quelli del consulente dell’accusa. Ma un altro dato possiamo rilevare dalla nostra precedente tavola 2 e cioè che per tutti quanti i casi, come avevamo già indicato prima, l’esposizione va dal 1955, la prima esposizione, al 1967, alle dosi più elevate. Ancora una volta, questa volta è la tavola 4, il professor Martines ci porta la sua certificazione e dice, sempre nel capitolo che abbiamo visto prima: "Tutti i casi di angiosarcoma si sono manifestati in quei lavoratori che subirono la prima esposizione in un arco di tempo molto ristretto, compreso tra il 1955 e il 1967". Esattamente quello che noi vi abbiamo rappresentato, pagina 3 del suo elaborato e stiamo parlando sempre dei consulenti dell’accusa ed è esattamente quello che noi avevamo visto alla tavola 2, esattamente quello che abbiamo visto alla tavola 2: alte esposizioni ed esposizioni antiche, esposizioni risalenti nel tempo, come ha detto la sentenza e come abbiamo visto nella sentenza, esposizioni che risalgono dai primi Anni Cinquanta alla fine degli Anni Sessanta. Ma che fondamento ha allora questa ancora del Pubblico Ministero alla sentenza, di essersi adagiato sui consulenti della difesa, se queste conclusioni assunte dal Tribunale sono invece frutto dell’esame e della presa d’atto delle conclusioni dei consulenti del Pubblico Ministero? Le lagnanze del Pubblico Ministero sono totalmente infondate. Il Tribunale, nel fare le sue affermazioni, non solo non esamina criticamente le osservazioni della difesa, ma assume come dati per la sua sentenza e per l’affermazione del suo giudizio proprio i dati dell’accusa. Quando la sentenza di primo grado afferma che gli angiosarcomi si sono verificati tutti, quelli specifici nostri, del caso specifico del processo, a seguito delle alte esposizioni risalenti agli Anni Cinquanta e Sessanta, non dice solo la verità, ma dice esattamente, riporta esattamente quali sono i valori che i collaboratori del Pubblico Ministero hanno offerto. Il Tribunale non ha ceduto a suggestioni difensive, il Tribunale ha raccolto i dati che il Pubblico Ministero gli ha offerto. C’è di più. Se loro esamineranno il testo dell’articolo di Comba - Pirastu susseguente a quello di "Medicina del Lavoro", susseguente alla loro indagine, osserveranno che anche nello studio Comba – Pirastu si fa riferimento alla specifica data del dicembre 1973, perché, bisogna dircelo con molta chiarezza, questo è il punto decisivo della causa, questa è una delle date decisive ai fini del giudizio della responsabilità sulla causa. Il primo punto significativo è quello del crollo delle esposizioni al dicembre 1973, come credo altri difensori hanno esposto sotto il profilo tecnico e sotto il profilo ambientale. La causa si gioca, questo è il cuore vero della causa, l’angiosarcoma, quando sono crollate le esposizioni e, come dicevo, anche questo dato è un dato che dalla lettura dell’articolo di Comba – Pirastu appare assolutamente confortato. Qui la contestazione del Pubblico Ministero si fa ovviamente veemente, perché il Pubblico Ministero, mutando in qualche modo l’orientamento, non può far altro, per affermare la responsabilità, che avventurarsi sul terreno pericoloso delle basse dosi. Ma era l’unica possibilità per sostenere dignitosamente un’accusa. Ma è bene andare con ordine. Quali sono allora le tematiche che occorre affrontare, secondo questa impostazione? Le dosi basse hanno capacità di induzione dell’angiosarcoma? Questa è la prima domanda che ci dobbiamo porre, e l’esposizione a basse dosi successive, come vedete nel caso di specie, all’esposizione ad alte dosi, ha una qualche rilevanza nel meccanismo causale produttore dell’evento? Questi sono i due temi che il Pubblico Ministero ripropone al processo, questi sono e diventano i temi critici. Posta l’esistenza indubbia per tutti i casi di alte ed antiche esposizioni, la tematica si sposta necessariamente per il giudizio della responsabilità sulla valutazione delle basse dosi. Vediamo allora di occuparci specificamente di questi due temi. Moltissimo ovviamente è stato già detto ed è stato già scritto in discussione, nelle memorie e moltissimo è stato raccolto nel corso dell’istruttoria dibattimentale e, come ho detto all’inizio, la difesa Enichem sotto questo profilo è stata veramente esaustiva, del resto era il tema principale del suo processo sull’angiosarcoma e soprattutto sono stati già puntualmente contraddetti, ricordati e contraddetti ad uno ad uno tutti i temi che l’accusa aveva riproposto sul tema della rilevanza delle basse dosi. Si è dimostrata tutta la vacuità delle tesi sostenute dai consulenti del Pubblico Ministero. Si è detto addirittura di più, che spesso queste tesi dei consulenti del Pubblico Ministero sono tesi che si sono fra loro contraddette e quando le tesi dei consulenti della medesima parte si contraddicono, vuol dire che ci troviamo veramente su un terreno assai franoso. Non resta allora, però, che raccogliere queste conclusioni che sono state formulate in precedenza e vedere se c’è qualche ulteriore dato che può essere di utilità alla Corte nel formulare il suo giudizio. Ebbene, non possiamo che richiamare il consulente dell’accusa, come ho fatto prima, il professor Martines, che su questo tema, alla tavola 5, che vi propongo, dice, nell’udienza del 14 dicembre 1999, quando viene sentito dal Tribunale. La domanda del Pubblico Ministero: "Per il cloruro di vinile monomero è un rischio comunque sottostimato anche quello?" Ci si riferiva alle basse dosi, il Pubblico Ministero. La risposta è stata la seguente: "Se qualcuno dimostrerà in quest’aula che il cloruro di vinile monomero può dare alterazioni a livello epatico anche a basse dosi, evidentemente quel rischio è sottostimato". Se qualcuno dimostrerà in quest’aula, badate che questa frase racchiude gran parte del senso di questo processo sulle basse dosi. Il professor Martines dice, 14 dicembre 1999: se qualcuno dimostrerà in quest’aula che il cloruro di vinile monomero può dare alterazioni a livello epatico anche a basse dosi. Il mio lavoro, dice il professor Martines, è sottostimato se qualcuno dimostrerà in quest’aula che le basse dosi sono rilevanti. Perché ricordate che cosa aveva detto il professor Martines poco prima, nel suo elaborato? Lo abbiamo ricordato, che tutti i casi derivano da alte esposizioni, da alte esposizioni in periodi che vanno dal 1955 al 1967 e il Pubblico Ministero, per sostenere la sua tesi, gli chiede se non sia un rischio sottostimato il suo e lui risponde che, sì, che sarà sottostimato alla sola condizione che qualcuno gli dimostri in quell’aula, in quell’aula, che le basse dosi sono rilevanti e possono dare alterazioni a livello epatico. Badate, il professor Martines, il cui elaborato per la verità è criticabile per alcuni versi, e poi lo vedremo anche, è personaggio di un minimo di autorevolezza, che certamente non ha scritto nulla senza in qualche modo essersi documentato. Non possiamo pensare che dia delle affermazioni, faccia delle affermazioni e dia dei giudizi senza avere compulsato lo stato della letteratura e lo stato dell’arte in quel momento, e questa è la sua conclusione. Badate che poi non è che risponda alla domanda di qualche malevolo difensore che voleva tendergli un trabocchetto, risponde alla domanda del Pubblico Ministero, che ovviamente, per arrivare a sostenere la sua tesi, ha bisogno di una risposta di sottostima e lui risponde così, e Martines risponde così. Risponde anche in modo un po’ stizzito, se volete, perché gli si contesta la validità del suo lavoro. Vedete, qui è tutto il fulcro del discorso che andiamo conducendo sulle basse dosi, che ripeto gli altri difensori hanno già dimostrato, ma qui c’è la dimostrazione da parte dell’accusa della irrilevanza delle basse dosi e badate che il professor Martines qui commette un errore di prospettiva incredibile, perché si chiede e chiede al Pubblico Ministero "se qualcuno dimostrerà in quell’aula", come se quell’aula giudiziale fosse il banco di dimostrazioni scientifiche; chiede e afferma che allo stato dell’arte è necessario che qualcuno gli dimostri questa affermazione di rilevanza delle basse dosi. Io mi chiedo se il professor Martines abbia mai visto sui banchi della difesa prodotti o lambicchi per fare delle dimostrazioni scientifiche di una qualche natura. Quella era la sede per la presa d’atto dello stato dell’arte, non per dimostrazioni scientifiche. Perché, vedete, oltretutto Martines non dice queste cose senza giustificazione. Lui sa e afferma una cosa importante: esistono dei meccanismi riparatori del DNA, come certamente loro avranno potuto osservare dalle relazioni tecniche. Martines dice: esistono dei meccanismi riparatori del DNA che funzionano fino ad un certo livello di esposizione. L’effetto riparatore del (glutachione), tanto per intenderci e quindi Martines dice: se si supera l’esposizione, il livello di esposizione al punto che i meccanismi riparatori non sono più sufficienti a riparare gli addotti al DNA, allora in quel momento evidentemente il margine di rischio diventa significativo; sotto quel livello no, questa era la tesi di Martines, a patto che qualcuno gli avesse dimostrato in quell’aula il contrario. Ma mi pongo anche una domanda: se anche qualcuno gli avesse dimostrato qualcosa, se anche qualcuno gli avesse dimostrato qualcosa, ma che senso aveva quella dimostrazione rispetto alle conoscenze di venticinque anni prima? Che cosa andremo a raccontare agli imputati, che su richiesta del professor Martines è stata fatta una dimostrazione e quella dimostrazione sui banchi della difesa ha portato all’accertamento che le basse dosi sono irrilevanti. Quella dimostrazione successiva a quella data che vedete lì, 14 dicembre 1999. E allora che cosa faremmo? Andremmo a raccontare ai nostri imputati di venticinque anni prima che debbono rispondere perché venticinque anni dopo, su richiesta del professor Martines, si è arrivati ad una dimostrazione. Sarebbe una bella sentenza, sarebbe una bella affermazione di responsabilità. Badate, non è che voglio confondere la causa con la colpa, anzi sono io che chiedo che si tenga ben distinta la causa dalla colpa. Quello che voglio dire è che anche se si fosse arrivati ad una dimostrazione della sussistenza di irrilevanza delle basse dosi sulle alterazioni a livello epatico, quella dimostrazione sarebbe rilevante solo agli effetti causali, ma non rispetto alle problematiche della colpa. Non si potrebbe cioè contestare oggi una responsabilità per colpa per avere consentito allora esposizioni di cui la pericolosità si viene a dimostrare solo oggi. Insomma i risultati non sono trasferibili automaticamente nel tempo, così come forse da qualche parte si vorrebbe. Ma dobbiamo tranquillizzare un po’ tutti e prima di tutto il professor Martines, perché dopo di lui in quell’aula nessuno ha dimostrato assolutamente nulla. Tutti avevano le sue medesime conoscenze e tutti hanno riferito la stessa identica posizione. Mi riferisco sempre ai testi dell’accusa. Esauriti i consulenti, con questa affermazione, al Pubblico Ministero non restavano che i testimoni e la parola definitiva è toccata a testimoni autorevoli, li abbiamo già citato prima, al professor Simonato e al professor Boffetta. Come ha ben presente la Corte e come ha avuto ben presente il Tribunale, sono testi di assoluto rilievo. Simonato, Simonato fa una ricerca importante e fra i suoi scopi, fra gli scopi della sua ricerca esiste anche quello di valutare le ipotesi di rischio ai più bassi livelli espositivi. A pagina 2 del suo elaborato, che è rappresentato dalla tavola 6, si vede intanto lo scopo: lo studio collaborativo di coorte, riferito in questa presentazione – stiamo parlando dello studio collettivo sull’incidenza e la mortalità per cancro fra i lavoratori esposti al cloruro di vinile nel 1991 – dice: "Lo studio collaborativo di coorte riferito in questa presentazione venne intrapreso con i seguenti tre obiettivi – uno, due, il terzo ci interessa – costituire una banca dati che possa essere utilizzata in future relazioni per la valutazione di rischio potenziale a bassi livelli di esposizione", lo studio collettivo a pagina 2. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che in quel momento, 1991, non era nemmeno ipotizzabile uno studio sulle basse dosi, non si poteva neanche mettere in cantiere in quel momento uno studio sulle basse dosi, non si poteva far altro, nel 1991, che raccogliere valori e dati per il futuro. Questo ci dice il professor Simonato. Nessuno studio era possibile in allora, badate, nessuno studio neanche sotto il profilo del rischio potenziale. Qui non stiamo parlando di meccanismi causali in concreto, stiamo parlando di rischi potenziali e Simonato ci dice questo. Nel 1991 non era nemmeno ipotizzabile la formulazione di uno studio, solo la raccolta di dati e com’è la valutazione di Simonato, allora, sulle basse dosi, in quello studio del 1991? Lo vediamo la tavola 7, lo vediamo alla tavola 7. L’esposizione cumulativa, fino a 2.000 parti per milione presenta un rischio uguale a 1, presenta un rischio uguale a 1. La Corte sa bene che cosa vuol dire questo dato, è il dato di base che rappresenta l’assenza di aggravamento del rischio relativo alla dose indicata e il rischio relativo alla dose fino a 2.000 parti per milione è un rischio 1. Non c’è rischio, questa è la valutazione di Simonato 1991. Assenza di aggravamento fino a 2.000 parti per milione, poi vedete che per rilevare l’aggravamento del rischio si deve ricorrere alla categoria tra 2.000 e 5.999 parti per milione. Solo in quel range è possibile ipotizzare, nel 1991, un possibile aggravamento del rischio, che viene indicato con il valore di 6,8. Fino a quel livello, e stiamo parlando, si badi, di medie e non di basse dosi, ancora nel 1991 Simonato non è in grado di rilevare alcun tipo di aggravamento. Certo è un dato che presenta dei limiti, tutti ce ne rendiamo ben conto. Il professor Simonato ci ha spiegato che il significato di questa tabella non sta nei valori assoluti che rappresenta, ma perché evidentemente lo studio epidemiologico non ha la pretesa di avere una perfezione di questa natura. La tabella sta non tanto nei numeri, ma nel rapporto fra i numeri, ma questo non cambia assolutamente nulla, perché il dato è comunque significativo, almeno per due ragioni: la prima è che non si è potuto far riferimento ad altro, come categoria di base, che ai numeri da 0 a 2.000, come assenza di aggravamento del rischio; non è stato possibile fare altro, con i dati disponibili al 1991 non era ipotizzabile alcuna categoria di rischio a dosi minori rispetto a… inferiori a 2.000 e la seconda, è ovvia, è che per ipotizzare ad un minimo di rischio si è dovuti salire a molte parti per milione. Ma ancora più significativo è il dato che si ricava dalla seconda parte della tabella 8 e anzi, più significativamente ancora, alla tabella 9 dello studio di Simonato: "Per quanto riguarda gli angiosarcomi, non avevamo nessun caso sotto i 285 – 288, che è il livello di esposizione cumulativa più basso di tutti i nostri casi". Questo è il dato di Simonato e questi sono i dati rilevati alla data del 1991. Gli aggiornamenti successivi, gli aggiornamenti successivi sono quelli di Boffetta, che su indicazione dello IARC provvede ad una sorta di follow-up del lavoro precedente e viene così sintetizzato alla tavola 9: "Per quanto riguarda gli angiosarcomi non avevamo nessun caso sotto i 288, dicevamo, che è il livello di esposizione cumulativa più basso di tutti i nostri casi", Boffetta udienza del 12 luglio 2000, trascrizione a pagina 48 e nel suo lavoro, il rischio 1 appare spostato nella categoria tra 450 e 800 parti poi per milione, il che in buona sostanza corrisponde in qualche misura, anche seppur più restrittiva, alla categoria di base che aveva posto Simonato. Ma la verità, però, è che questo tipo di risultati sono stati ed erano già contenuti nel lavoro di Martines, lavoro che ha un’incidenza sul processo completamente diversa da questi di Simonato e Boffetta, è più importante nell’economia del processo, perché Martines lavora sui casi nostri, sui casi concreti, sui nomi e i cognomi, sui casi correlati alle esposizioni individuali di Porto Marghera e sulle categorie di rischio relative, non in astratto come fanno Simonato e Boffetta su una coorte molto vasta qual è la coorte europea. Qui, nel lavoro di Martines, lavoriamo sui numeri di Porto Marghera e questo è ovvio, è il consulente del Pubblico Ministero, che cerca di restringere il cerchio dalla coorte europea a quella di Porto Marghera. Ebbene, anche Martines non solo non rileva casi di angiosarcoma alle basse dosi da 0 a 300 parti per milione, ma nemmeno rileva un aumento di rischio nelle medie esposizioni da 301 a 1.650 parti per milione. È la tavola 10 che riassume i dati dello studio di Martines, è la sua tabella 1 a pagina 5. Vedete che nella categoria da 0 a 300 nessun caso, da 301 a 1.650 nessun caso, da 1.651 a 10.000 sette casi. Questo è lo studio di Martines, sui casi nostri, concreti. Del resto, l’avevamo già visto prima, quando nelle sue affermazioni dice: nessun caso sotto i 3.600 parti per milione. Poi lui in questa tabella indica la classe media fra 301 e 1.650, ma noi sappiamo che quello zero resterebbe uno zero anche se salissimo da 1.650 a 3.600, poiché il primo caso rilevante è quello di un’esposizione minimo a quello di 3.600 parti per milione, questo ce l’ha detto Martines nella pagina immediatamente precedente che vi ho rammostrato prima. Perché la categoria qui viene collocata a 301 – 1.650? Evidentemente perché forse si tratta di tabelle standard che usano gli epidemiologi o forse perché consentiva di abbassare un po’ il livello e di fare una valutazione un po’ più favorevole all’accusa. Ma, per carità di Dio, questo forse non corrisponde a verità. Certo è che comunque ci conferma anche questa tabella, che rappresenta le possibilità di uno studio epidemiologico su Porto Marghera, che sotto i 1.650 esiste un bello zero. Poi lo OZ Ratio, vedete, da 1 si sposta a 0,98, evidentemente questo perché il raffronto con i controlli dei lavori da 59 si sposta a 60, ma siamo sempre nel margine di una totale assenza di rischio, il che conforta, il che conforta quanto ha affermato la sentenza. I primi casi si rilevano solo ad alte esposizioni ed è logico, perché si chiedeva Martines, come abbiamo visto prima, che qualcuno gli andasse a dimostrare in quell’aula che le basse dosi erano rilevanti e lo diceva, come abbiamo detto, un po’ stizzito, perché evidentemente tutto il suo lavoro, se così fosse stato, sarebbe andato a carte quarantotto. Ma lo studio, per ritornare per un momento a Simonato e Boffetta, il loro studio diventa interessante perché, come abbiamo visto, ci fornisce anche dei dati di base. Alla lettura dello studio sono allegate delle tabelle con casi individuali. È una tabella molto interessante quella. Simonato e Boffetta, insomma IARC, ci dicono quali sono a livello mondiale i dati più restrittivi che si sono potuti raccogliere e che, soprattutto, sono stati effettivamente osservati… a livello europeo, scusate. Il livello minimo europeo osservato da Simonato e Boffetta è rappresentato da due casi con esposizione cumulativa di 288 e 404 parti per milione. Già da parte di alcuni si è detto di riserve su questi dati, che non sembrerebbero essere realistici, ma poi ci torneremo solo per un attimo, ma prendiamoli per quello che sono. Rappresentano, sempre che siano veri, il minimo assoluto che è mai stato dato di osservare per casi di mortalità da angiosarcoma; sotto quel livello di 288 e di 404 nell’intera coorte europea non si è osservato assolutamente nulla. Si tratta di esposizioni minime assolute di 28,8 e di 31,1 parti per milione anno, che danno un complessivo come quello che vi ho letto poc’anzi. Sono dieci e tredici anni di esposizione a questi livelli; le esposizioni inferiori non hanno rilevato nella coorte europea assolutamente nulla. La Corte ha la certezza di questo dato, così come il Tribunale, anche la Corte oggi ha la certezza di questo dato: nella coorte europea di sempre non si è mai rilevato alcun caso di angiosarcoma sotto i 288 e i 404 parti per milione, che sono i minimi espositivi assoluti. Ma questi dati, oltretutto, di 288 e di 404, riportati da Boffetta e dallo IARC, potrebbero non essere veri e se non fossero veri loro vedranno nella tabella allegata allo Studio Multicentrico Europeo che i dati immediatamente superiori sono di gran lunga superiori, arrivano alle migliaia di parti per milione di esposizione, sono molto, molto superiori. Questi sono i due casi più bassi, che si distanziano notevolmente da quelli a loro in qualche modo vicini. Il dato, come dico, è facilmente riscontrabile e io invito la Corte a rilevarlo dalla tabella 11, che è molto complessa, ma riporta tutti i casi specifici. Di qui ne abbiamo estrapolati due che ci interessano, 404,37 e 287,73, esposizione cumulativa al cloruro di vinile. Ma se loro vorranno rileggersi tutta la tabella, quelli più vicini sono di qualche migliaio di parti per milione di esposizione. Ma torniamo per un momento a questi due che abbiamo visto. Questa è la tabella dell’Internal Report del 15 maggio 2000. Intanto, possiamo osservare che si tratta di lavoratori che hanno come anno di assunzione, year at hire, il 1959 o 63 per il primo caso e 1964 per il secondo caso, e quindi assunzioni antiche. La durata dell’impiego è per entrambi indicata 10 – 17… scusate, il tempo iniziale dell’esposizione, che è il dato più rilevante, e l’esposizione complessiva è da 21 a 26 anni per il primo e da 0 a 21 anni per il secondo. Ma soprattutto, quello che più interessa, è la colonna relativa alle mansioni, che sono sconosciute per entrambi e l’anno di morte è il 1985 per il primo e il 1980 per il secondo. Sono dunque casi di esposizioni molto antiche, che risalgono al 1963 – 1964. Sono casi dove le mansioni sono sconosciute, ma quello che è certo, che per la verità qui non ho riportato perché è solo una porzione della tabella, è che sono lavoratori della coorte svedese e noi sappiamo che nella coorte svedese le funzioni e le mansioni dei singoli lavoratori erano ruotanti e cioè ogni lavoratore veniva addetto a mansioni diverse per un certo tempo, il che non esclude quello che dice la colonna e cioè che si tratti anche di lavoratori addetti alla pulizia, cleaner autoclave, che si tratta di pulitori di autoclavi almeno per un certo periodo di tempo. Che cosa si vuol dire allora? Che anche questi due casi di esposizioni minime assolute sono forse da rivalutare, perché non è possibile che esposizioni risalenti al 1963 – 1964, di pulitori di autoclavi – e loro sanno cosa vuol dire questa mansione – siano stati esposti per un valore così basso e quindi le indicazioni che ci offre la coorte svedese per le esposizioni cumulative sono valori che quello "sconosciuto" che noi vediamo sotto la mansione, lascia forti perplessità e forti dubbi sulla effettiva rilevanza dei valori delle esposizioni cumulative. Ma è ora di approfondire il tema delle dosi di esposizione a cui i lavoratori di Porto Marghera sono stati effettivamente soggetti, quelli che in concreto ci interessano. Siamo andati a cercare in dettaglio i possibili dati di esposizione per i singoli soggetti che ci interessano e lo rileviamo dalla tavola 12. Eccola qua. Come vedete questa coorte si è ristretta, perché evidentemente mancano i due soggetti che avevano cessato la loro esposizione prima della data indicata, che è l’aprile del 1974. Rispetto alla prima tabella del dicembre 1973 mancano Agnoletto Augusto e Simonetto Ennio, che erano all’aprile 1974 deceduti. Ecco, questo è lo schema dei livelli di esposizione effettiva che potrebbero aver subito le parti lese di questo processo. Vedete, la data è dell’aprile 1974. Perché quella data? Intanto perché tra il 23 gennaio e il 22 marzo 1974 erano state note, rese note le morti per angiosarcoma dalla Gudric, la seconda è perché il professor Maltoni aveva depositato i suoi elaborati, ma soprattutto la data dell’aprile 1974 è importante perché i consulenti del Pubblico Ministero, ingegner Nano e ingegner Rabitti, gli igienisti industriali dell’accusa, solo da quel periodo, aprile 1974, forniscono i dati sulle medie delle esposizioni dei lavoratori. Si è partiti da quella data perché si è voluto far riferimento solo ed esclusivamente a dati forniti dall’accusa. Devo subito dire che lo studio Nano – Rabitti è uno studio fortemente criticato dalle difese, ma loro già lo sanno, perché i colleghi ne hanno esposto le ragioni. Che cos’è accaduto? Che presso lo stabilimento erano state sequestrate migliaia e migliaia di schede relative ai valori di esposizione e gli ingegneri Nano e Rabitti hanno preso solo le peggiori. Nella forma e nella sostanza, l’elaborato Nano – Rabitti è una sorta di requisitoria contro gli imputati, è una consulenza vestita nella forma della requisitoria, ma proprio per questa ragione l’abbiamo assunta a parametro, perché rappresenta il peggio possibile per le tesi della difesa e posto che ovviamente Nano e Rabitti nelle loro valutazioni hanno preso solo le schede del CV6, e cioè dell’impianto peggiore, il più vecchio e più obsoleto, ovviamente ci siamo riferiti ai valori rilevati da Nano – Rabitti presso l’impianto CV6. Noi sappiamo bene che i nostri lavoratori, nessuno di questi da quella data ha lavorato al CV6, perché sono tutti lavoratori che hanno prestato la loro opera al CV14 o al CV24, anzi per la verità Battaggia nei primi Anni Cinquanta aveva lavorato anche al CV6, ma in epoca molto lontana. In quel momento erano lavoratori del CV24 e del CV14, che presentano dati migliori, ma Nano – Rabitti assumono solo quelli ovviamente del CV6 e quelli abbiamo assunto. Dunque i dati peggiori possibili, che prendiamo dalla pagina 12, che è la tavola 13 dell’elaborato Nano – Rabitti del 21 settembre 1999 a pagina 12 e si dice: "Prendendo ad esempio il reparto CV6, si vede che il valore medio rilevato da aprile 1974 a febbraio 1975 risulta compreso tra 14,78 parti per milione e 29 parti per milione, mentre nel mese di marzo 1975, primo mese di monitoraggio con la linea automatica, il valore scende a 5,27". Se voi rileggerete tutta la relazione Nano – Rabitti, questi sono gli unici due valori di esposizioni cumulative, perché poi la relazione si perde ad una serie di valutazioni sulle perdite degli impianti, sui valori conseguenti a queste perdite, sulle percentuali di miglioramento che nei mesi si sono susseguite, ma gli unici dati relativi alle esposizioni cumulative che hanno la bontà di offrirci sono questi due, nessun altro e allora noi nella tavola 12 abbiamo ripreso questi dati. Sono relativi ai dati forniti, agli unici dati forniti dall’accusa, forniti da Nano – Rabitti e quindi con l’autorevolezza delle tesi dell’accusa, sono gli unici dati forniti e riguardano le esposizioni maggiori rilevate, cioè tra il dato che abbiamo appena citato, tra 14 e 29 abbiamo preso il peggiore, 29, mentre invece dal 1975 in poi abbiamo preso sempre il dato di 5,7, ma la Corte sa bene che a partire dal 1976 siamo già sotto l’unità, ma questo Nano – Rabitti non ce lo dicono e quindi abbiamo mantenuto nella linea gialla sempre il valore, fino alla data del 1990, di 5,7, che è assolutamente non corrispondente al vero, poiché parliamo di anni in cui le esposizioni erano sicuramente sotto l’unità. Ma anche prendendo per buoni i dati di Nano – Rabitti, i valori di esposizione cumulativa susseguenti all’aprile 1974 per i nostri cinque casi di angiosarcoma, sono quelli che vedete sulla colonna a destra: 112 per Battaggia Giorgio, 85 per Faggian Tullio, 38 per Fiorin Fiorenzo, 59 per Suffogrosso Guido e 87 per Zecchinato Gianfranco. Sono tutti i valori che ipoteticamente si riferiscono alle peggiori esposizioni che gli ingegneri Nano e Rabitti configurano per il reparto CV6, e cioè per il reparto peggiore di Porto Marghera e riguardano ovviamente i valori finali alla somma di ogni singolo anno di esposizione. Vedete, sono dati dell’accusa questi, dati che noi non condividiamo per le ragioni che vi ho detto, perché la relazione Nano – Rabitti è una relazione parziale, partigiana, faziosa. Ma anche in quell’ipotesi i dati non superano i valori che vedete sulla colonna di destra, sono le esposizioni cumulative peggiori possibili in relazione ai nostri casi di decesso per angiosarcoma. Non sono i nostri dati, i nostri dati sono contenuti nelle relazioni dei consulenti Pozzoli e Bellucco, che hanno il pregio di non avere selezionato il materiale offerto e sequestrato presso l’azienda, ma di avere assunto come ipotesi di base… come dato di base, scusate, tutti i valori che si sono in qualche modo potuti reperire. Ma se anche noi volessimo fare una prima osservazione sui dati dell’accusa, possiamo già arrivare ad una conclusione, che nessuno dei nostri lavoratori è arrivato ai minimi mai rilevati in Europa, che sono quelli che riteniamo esagerati in senso peggiorativo di 188 e di 204, che Simonato e Boffetta, cioè IARC, ci hanno offerto. I nostri casi sono tutti di gran lunga inferiori a quei minimi assoluti mai rilevati nella coorte europea. Posso chiedere un minuto di intervallo?

 

PRESIDENTE – Prego, sospendiamo.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 10.50.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.20.

 

PRESIDENTE – Prego signor Avvocato.

 

DIFESA – Avv. De Luca – Ci eravamo soffermati su questa tabella, che indicava le esposizioni concrete effettive a cui, secondo i numeri di Nano – Rabitti sarebbero stati esposti i nostri lavoratori soggetti alla patologia dell’angiosarcoma. Questa tabella, ma credo che sia sufficientemente chiaro, espone i dati peggiori dello stesso Nano – Rabitti, perché come vedete viene assunto come valore sulla striscia verde quello di 29 parti per milione anno, mentre invece Nano e Rabitti dicono da 14 a 29, e ho già detto che il numero di 5 è un numero assolutamente irrealistico per gli anni successivi. Comunque nella peggiore delle ipotesi i dati sono questi e sono ampiamente inferiori rispetto ai due casi che la coorte europea ha offerto da sempre. Questa però non è la tesi della difesa, questa è la tesi dell’accusa, questi sono i numeri raccolti dagli elementi delle consulenze Nano – Rabitti, cioè dagli igienisti industriali del Pubblico Ministero. I nostri consulenti, e lo dico, cito l’unica volta le tesi della difesa, ma le cito perché come ho detto Nano – Rabitti assumono come basi del loro lavoro una trentina di schede in presenza di dieci mila schede offerte dall’azienda sui valori di esposizione di quegli anni e quindi è particolarmente dubitabile il rilievo che viene offerto dalla consulenza Nano – Rabitti. Cito i nostri, dico, l’unica volta che cito un lavoro della difesa, perché questa volta mi pare che evidentemente Nano e Rabitti mi abbiano esagerato. La perizia Pozzoli – Bellucco indica dei dati che sono completamente diversi da questi e li abbiamo riassunti nella tavola 14. Questi dati corrispondono all’esame effettivo di oltre 10 mila schede, come potranno rilevare dalla lettura della perizia Bellucco – Pozzoli, che offre dei valori completamente diversi, che loro potranno vedere, anno per anno, sono molto più realistici rispetto a tutte le risultanze offerte dall’azienda rispetto a quelle della perizia Nano – Rabitti. Ebbene, secondo questi valori, ripeto, rilevati da oltre 10 mila schede di esposizione assunte e prese dall’azienda, i valori di esposizione cumulativa complessiva sarebbero i seguenti, sempre a partire dall’aprile 1974, sia chiaro, perché come abbiamo visto prima del 1973 le esposizioni erano di gran lunga superiori, dell’ordine di centinaia o migliaia di parti per milione anno; invece per quanto riguarda le esposizioni successive, per esempio per Battaggia Giorgio, si avrebbe una esposizione cumulativa secondo Bellucco – Pozzoli di 17,6 parti per milione cumulative. Per Faggian Tullio 18,4, per Fiorin Fiorenzo 10,1, per Suffogrosso Guido 13,5, per Zecchinato Franco 12,7. Questi sono i dati più corrispondenti al totale delle schede fornite dall’azienda e rappresentano le esposizioni cumulative delle nostre parti lese dall’aprile del 1974 fino purtroppo al decesso. Qual è la morale? La morale è la seguente, è che se diamo retta alla posizione della relazione Nano – Rabitti noi ci troviamo di fronte ad esposizioni che sono la metà o un terzo rispetto ai valori minimi rilevati dallo IARC; se ci riferiamo invece alla più realistica relazione Pozzoli – Bellucco, allora questi dati sono di dieci, venti, trenta volte inferiori rispetto ai minimi assoluti rilevati da Simonato e Boffetta nella coorte europea, cioè ci troviamo di fronte a valori ampiamente inferiori rispetto ai 288 – 404 parti per milione, come abbiamo visto in precedenza. Ecco, questo è il risultato dell’esame delle esposizioni vere, reali, riferibili alle parti lese di questo processo e per le quali vi è contestazione, secondo la volontà del Pubblico Ministero, le esposizioni che sono tutte inferiori ai limiti dell’induzione all’angiosarcoma rilevate dalla coorte europea, a quanto oggi sappiamo, certamente a quanto oggi sappiamo. Sono i numeri di cui oggi disponiamo, ma sono tutti i numeri di cui oggi noi disponiamo. Se domani gli epidemiologi, i ricercatori o gli igienisti industriali ci forniranno altri dati, ci forniranno altre casistiche, forse faremo delle valutazioni diverse, ma oggi i dati sono questi, se ci forniranno. Ma il Tribunale ha giudicato ieri e la Corte deve giudicare oggi e le leggi scientifiche di oggi sono leggi fondate su questi dati, non sui dati che forse domani si rileveranno; sono le leggi certe di oggi, non quelle probabili o forse improbabili di domani. Il Tribunale, nelle sue motivazioni, non poteva enunciare dei postulati, poteva fondarsi su leggi dimostrate e si è fondato sui dati oggi raccolti, raccolti fino al momento della sentenza. Diceva Martines: se qualcuno dimostrerà in quest’aula. In quell’aula nessuno ha dimostrato niente ed in quest’altra nessuno era qui per dimostrare nulla. In quell’aula nessuno ha promulgato leggi scientifiche. I dati obiettivi, realistici, degli studi, fino al momento della sentenza, sono quelli che la sentenza ha assunto. È ora di fare un cenno anche al professor Berrino, che va ed è andato manifestando presagi nefasti. Il balletto delle basse dosi ha avuto il suo momento cruciale all’udienza del 14 dicembre 1999. A dare allora la, come abbiamo visto, è stato il professor Martines con quella sua forte affermazione per cui nessuno aveva ancora dimostrato nulla sulle basse dosi e quella affermazione sembrava essere una tesi sepolcrale sulla tesi dell’accusa della rilevanza delle basse dosi, tanto era forte nella sua formulazione e allora il Pubblico Ministero è ricorso ad altri suoi collaboratori, primo fra tutti il professor Berrino, che è stato bravo davvero, il professor Berrino. Pressato dalle domande e dalle contestazioni della difesa, ha cercato di manipolare con le parole i termini del problema e poiché mancava evidentemente qualunque evidenza scientifica a cui appoggiarsi, qualunque evidenza clinica, storica, di induzione dell’angiosarcoma alle basse dosi, il professor Berrino ha pensato bene di ribaltare i termini del discorso, sostenendo cioè che non è mai stata dimostrata non già la rilevanza delle basse dosi, ma la sua irrilevanza, un’alchimia dialettica per una manifesta inversione dell’onere della prova. Che si tratti di un’inversione dell’onere della prova è assolutamente evidente, perché l’esperienza clinica, la letteratura scientifica e il ricorso a trent’anni di precedente casistica storica non hanno evidenziato alcun caso di induzione all’angiosarcoma alle basse dosi. È assolutamente evidente, di fronte a questa monumentale presenza di studi e di osservazioni in concreto, che non c’era bisogno di altro. La legge scientifica, al momento, era quella: alle basse dosi non c’è traccia di casi di angiosarcoma. Era il professor Berrino che doveva falsificare quel dato, non richiedere la prova e la dimostrazione diabolica del contrario; è colui che sostiene il contrario allo stato dell’arte accertato che deve dimostrare la sua falsificazione, e non viceversa. Chi afferma teorie contrarie a quelle allo stato dimostrato, ha l’onere di provare le sue affermazioni, sennò i suoi restano postulati indimostrati. La constatazione è che fra i lavori dell’industria del cloruro di vinile monomero non si è rinvenuto, nel tempo e nel mondo, nessun caso di angiosarcoma e la scienza si fonda sull’osservazione di questi dati. Era il professor Berrino che doveva portare la prova del contrario e non invocare, come ha fatto, la prova della irrilevanza delle basse dosi. A noi sono bastati Simonato e Boffetta e lo stesso Martines. Ma, dicevo, il consulente professor Berrino è dotato di particolare abilità dialettica e allora, oltre alla illecita inversione dell’onere della prova, si è barricato dietro alla impossibilità di fornire la sua dimostrazione a causa della particolare lunghezza dei termini di latenza e ha detto, cioè: il mio postulato è vero, non sono in grado di dimostrarlo perché i tempi di latenza sono talmente lunghi per cui una dimostrazione io oggi non la posso fornire, la potrò fornire domani e ha detto che questa sua ipotetica futura dimostrazione sarà in grado di provare la rilevanza delle basse dosi solo quando l’intera coorte di coloro che sono stati assunti dopo il 1963 saranno deceduti, solo dopo che l’intera coorte si sarà estinta, senza nemmeno accorgersi che questa prospettazione era la pietra tombale della sua tesi, perché era l’affermazione pacifica che non era in grado di dimostrare assolutamente nulla. Ma su questa linea l’hanno seguito altri e prima di tutto, purtroppo, il Pubblico Ministero, che diceva, all’udienza del 14 dicembre 1999 sempre, sulla rilevanza delle basse dosi: questo lo vedremo. L’ha appena spiegato il professor Berrino, ha detto: quando succederà, se si chiudono le fabbriche del cloruro di vinile dopo cinquant’anni vedremo se ci sarà un angiosarcoma. Così ha finito il Pubblico Ministero, con questa affermazione ha chiuso a chiavi blindate la sua tesi e l’ha buttata a mare. Questa è la verità delle tesi del Pubblico Ministero sulle basse dosi: lo vedremo tra cinquant’anni se avrò ragioni, ma il Tribunale ha dovuto decidere allora e la Corte deve decidere oggi, non fra cinquant’anni. Il professor Colombati, sempre un consulente dell’accusa, a smentire ancora il suo mandante, sempre alla stessa udienza a pagina 96 del verbale di trascrizione, ha detto, alla tavola 15 ve lo riproponiamo: "Quindi è chiaro che da un punto di vista pratico è soltanto aspettando una latenza lunga che uno potrà dire in questa popolazione non c’era nessun soggetto che era così geneticamente suscettibile da avere subito un dato anche a bassa dose. Questa credo che sia una considerazione che dobbiamo condividere tutti, allo stato attuale delle conoscenze". Colombati, il consulente dell’accusa: questa credo che sia una considerazione che dobbiamo condividere tutti, dobbiamo condividere tutti, allo stato attuale delle conoscenze. Fra cinquant’anni, forse, ne riparleremo, per vedere se ci sarà, fra cinquant’anni, un soggetto così geneticamente suscettibile da subire le basse dosi. Il Tribunale, come dicevo, non poteva attendere che la dimostrazione del professor Berrino si realizzasse nei prossimi decenni, che forse, potrebbe, secondo il professor Berrino, realizzarsi nei prossimi anni. Il Tribunale ha deciso nell’unico modo che poteva, saggiamente, allo stato attuale dell’arte, non sulle ipotesi che forse si verificheranno tra cinquant’anni. L’elemento è quello fenomenologico: non si sono rilevati casi in tutto il mondo di induzione dell’angiosarcoma a basse dosi. Il Tribunale, nella sua sentenza, non ha creduto alle suggestive quanto nefaste previsioni e premonizioni del professor Berrino e neanche io condivido il cinismo di quel consulente. Spero, anzi penso, ragionevolmente penso, che altre morti in futuro non ve ne saranno più. Gli atti del processo mi lasciano questa speranza, è legittima questa speranza? Io credo di sì ed è una legittimazione forte, che non deriva da postulati, deriva dall’osservazione dei casi in tutto il mondo e fino ad oggi e cioè che nessuno ha riscontrato l’angiosarcoma dopo l’esposizione a basse dosi del cloruro di vinile monomero. Ma anche gli imputati hanno una speranza, quella di non vedersi condannare oggi perché forse in futuro per una assurda teoria qualcosa si verificherà. Questa è la loro speranza, di essere giudicati allo stato dell’arte di oggi. Ma questo discorso ci induce sulla strada della latenza. La motivazione della sentenza di primo grado ha un’altra certezza, che abbiamo tutti, questa volta condivisa da tutti, una certezza che ha contribuito in modo significativo alla decisione dei Giudici di primo grado e alla stesura della loro motivazione e che è condivisa anche dall’accusa e dallo stesso Pubblico Ministero: l’angiosarcoma è caratterizzato da una lunga latenza. Latenza è quella terribile situazione in cui la malattia c’è, procede nel suo evolversi, progredisce senza che nessun segno, nessun sintomo ne manifesti la sua esistenza. C’è, è indotta, progredisce e non si manifesta. Ciascuno di noi, che ha partecipato al giudizio di primo grado, non potrà facilmente dimenticare le agghiaccianti parole del professor Massimo Colombo, che all’udienza diceva: quando te ne accorgi, non c’è più nulla da fare, non c’è più nulla da tentare, sei fatto. È stato sicuramente uno dei momenti di più alta intensità emotiva del processo e quell’affermazione del professor Massimo Colombo ben rappresentava il concetto di latenza e ben lo ha rappresentato il caso di Tullio Faggian, morto di angiosarcoma solo qualche mese dopo la visita dei consulenti. Al falcone 259 rileverete la sua scheda, visitato dai professori Bai e Berrino, i consulenti dell’accusa, qualche mese prima di morire di angiosarcoma, si vedeva diagnosticata una broncopatia cronica ed una epatopatia cronica. Non solo probabilmente correlate all’attività lavorativa, questo dicevano i professori Bai e Berrino poco prima che morisse di angiosarcoma. Il povero Faggian era ormai nella fase terminale della sulla patologia e loro non si sono accorti di nulla. Con questa latenza dobbiamo fare i conti, c’è poco da fare, questo è il senso della latenza e soprattutto dobbiamo fare i conti con una latenza così lunga quale è quella dell’angiosarcoma epatico. Martines ancora, a pagina 3 della sua relazione, ci dice: "I tempi di latenza media, 29 anni, della comparsa del tumore, sono coerenti con quelli segnalati in tutta la letteratura mondiale". C’è consenso universale su questo dato, in accordo con tutta la letteratura mondiale. Del resto anche Comba e Pirastu, in "Medicina del Lavoro" del 1991 riportano una latenza media di 22,6 anni. Ma, dicevo, la latenza non è… la durata della latenza non è un concetto sul quale c’è stata distonia fra accusa e difesa e credo che sia inutile soffermarsi oltre. Ricordo solo quello che ha detto lo stesso Pubblico Ministero all’udienza del 23 maggio: "A proposito di questi angiosarcomi è necessario ricordare che la latenza media degli angiosarcomi nella coorte europea è di 22 anni, nella coorte italiana di 27 anni, mentre la latenza può raggiungere i 40 e più anni". Questo ci diceva il Pubblico Ministero nella sua udienza del… nell’udienza del 23 maggio, e lo si legge a pagina 24 della trascrizione. Dunque la latenza italiana ha una media di 27 anni e può raggiungere anche i 40 anni. L’unanimità degli esperti è determinata, ancora una volta, dalla dimostrazione che consiste nell’osservazione dell’esperienza dei casi concreti in tutto il mondo. Allora, induzione all’angiosarcoma è ipotesi, è ipotesi. Una cosa è certa, che non possiamo in ogni caso in concreto accertare il momento iniziale dell’induzione della malattia, con nessuno strumento, non siamo assolutamente in grado di dire nulla sull’inizio dell’induzione. Possiamo formulare delle ipotesi, ma le ipotesi non sono tutte uguali, ci sono ipotesi che hanno un maggior grado di legittimità e ci sono ipotesi che ne hanno meno e fra tutte ci sono ipotesi che traggono la loro legittimità proprio dall’osservazione ripetuta dei casi concreti. Di fronte a queste ipotesi, che hanno il conforto dell’osservazione dei casi concreti, tutte le altre debbono cedere il passo e fra le molte certezze che allora il processo assume, una è questa, che la latenza media della coorte va da un minimo di 27 anni ad un massimo e oltre di 40. Il confronto con i casi concreti nostri, con i casi contestati, allora, è presto fatto. Dopo avere cancellato dalle possibili imputazioni i casi di Agnoletto e Simonetto perché troppo antichi solo per essere presi in considerazione, anche gli altri devono necessariamente essere raffrontati e comparati con i tempi di latenza che ci siamo detti. Che cosa possiamo dire allora sulle basse dosi successive nel nostro caso concreto, rispetto a quello che abbiamo già detto? Che fra l’ipotesi che l’induzione sia avvenuta nel periodo delle alte esposizioni degli Anni Cinquanta e Sessanta, come ha affermato il Tribunale e quell’altra ipotesi che invece l’induzione sia avvenuta in un momento successivo al 1974, quando le conoscenze sulla cancerogenicità del cloruro di vinile è stata dimostrata e proposta, l’ipotesi più probabile è sicuramente la prima, perché deriva dall’osservazione dei casi concreti e dalla piena compatibilità con i tempi di latenza. Possiamo dire con grande serenità che il Tribunale ha giudicato in base ad elementi concreti, in base alle leggi scientifiche del momento e secondo quello che i casi concreti suggerivano come ipotesi, non solo più probabile, ma ipotesi pressoché certa per la spiegazione causale della loro patologia. Allora il Tribunale bene ha fatto ad affermare queste sue sicurezze e cioè che i casi nostri specifici sono dovuti ad esposizioni elevate o elevatissime degli Anni Cinquanta fino ai primi Anni Settanta. Martines dice: esposizioni cumulative da 3.600 a 10.000 parti per milione e ha detto bene il Tribunale quando ha detto che i casi così qualificati, quanto alla loro causalità, sono pienamente compatibili con i tempi di latenza documentati dalla letteratura mondale e bene ha detto il Tribunale che le dosi successive, dal 1974 in poi, non avrebbero avuto alcuna possibilità di avere un’efficacia induttiva dell’angiosarcoma. Si tratta di certezze documentate e dimostrate, si tratta di certezze sulle quali, volenti o nolenti, sono d’accordo anche gli stessi consulenti dell’accusa, come abbiamo poco fa visto. Il Tribunale non ha fatto altro che prendere atto di queste certezze e di queste affermazioni dei consulenti dell’accusa e trarre da qui le ragioni della propria decisione. Però il Pubblico Ministero nel suo appello, non potendo non prendere atto di queste considerazioni, ripropone una tesi che aveva già avanzato per la verità fin dal primo grado, e cioè che le basi successive, se è pur vero che non sono sufficienti ad indurre l’angiosarcoma, avrebbero avuto una loro efficacia nella implementazione delle patologie già indotte, oppure, in linea subordinata, avrebbero esplicato un’efficacia causale in termini di aggravamento o di accorciamento del periodo della latenza, di aggravamento della patologia e dunque di accorciamento del periodo della latenza. Ci sarebbe stata, sostanzialmente, a causa delle basse dosi successive, una riduzione delle aspettative di vita degli interessati. Sulla prima ipotesi, e cioè sulla efficacia del cloruro di vinile ad implementare la patologia in atto, molto è già stato detto. Si tratta della tesi secondo la quale il cloruro di vinile monomero sarebbe un… avrebbe un’efficacia quale promotore della patologia, oltre che quella di iniziatore dell’angiosarcoma epatico. È già stato detto tutto su questo argomento e io non voglio soffermarmi più di tanto. Nessun autore e nessuna ricerca ha mai detto che il cloruro di vinile monomero abbia l’efficacia, abbia una efficacia di promotore. Per citare solo le fonti ufficiali più autorevoli, lo stesso IARC 1987, tanto evocato dal Pubblico Ministero, ed EPA 2000, definiscono il cloruro di vinile monomero quale sostanza genotossica e dunque quale cancerogeno iniziante e non quale promotore tumorale e non quale cancerogeno non mutageno o, come si dice, epigenetico. Si tratta di una differenza ben nota in letteratura e gli organi istituzionali, IARC ed EPA così affermano: si tratta di un cancerogeno iniziante e non di un cancerogeno promotore. Nessuno ha mai affermato in letteratura che si tratti di un cancerogeno promotore, il che vuol dire che le dosi successive non potevano implementare assolutamente nulla. Io non posso che richiamarmi a queste considerazioni, non ne ho ovviamente altre da aggiungere. Non dico che… ripeto, quello, che mai nessuno ha detto una cosa di questo genere, compulsando l’intera letteratura mondiale. Tutti affermano l’efficacia del cloruro di vinile monomero al livello del primo stadio della cancerogenesi. L’accorciamento della latenza, l’accorciamento della latenza, come si fa ad affermare la riduzione dell’aspettativa di vita e l’accertamento della latenza quale conseguenza delle esposizioni delle dosi successive, come si fa? Occorrerebbe conoscere qual è il momento iniziale del tempo che si ritiene accorciato; per affermare che un certo tempo ha subito, a causa di fattori terzi, un suo accorciamento, bisogna conoscere la lunghezza iniziale, sennò è assolutamente impossibile ed è pura follia affermare un qualunque paragone in riferimento al termine che viene rapportato. Bisogna conoscere per affermare l’accorciamento, il termine iniziale dell’induzione della patologia. Anzi, è solo il primo passo per questa dimostrazione. Per dimostrare l’accorciamento del periodo di vita, bisogna dimostrare prima di tutto quando la patologia ha avuto il suo inizio. Solo con questo dato si può parlare di accorciamento. Ma noi sappiamo che la determinazione del momento di induzione della patologia è assolutamente impossibile allo stato dell’arte, che con nessuno strumento, in nessun modo, con nessuna diagnosi è possibile l’individuazione del momento iniziale della rottura del DNA. Noi dal punto di vista scientifico, dico dal punto di vista epidemiologico, utilizziamo il termine di latenza, abbiamo visto quest’uso dei 27 anni piuttosto che dei 22,6, non già in relazione al termine effettivo di latenza della patologia inteso come durata della patologia medesima, proprio perché gli epidemiologi non dispongono del termine iniziale, del momento iniziale e allora si utilizza un termine spurio, che è quello dell’inizio dell’esposizione; è un termine spurio rispetto alla patologia, perché vi può essere chiaramente esposizione senza che la patologia sia stata indotta. Però, non potendo conoscere il termine di induzione, si fa riferimento, nella letteratura degli epidemiologi, al termine iniziale dell’esposizione, ma questo termine iniziale dell’esposizione non ci dice nulla sulla durata della malattia. Chi parla di accorciamento del periodo di vita non ha capito questo concetto essenziale e cioè che da un punto di vista epidemiologico è sconosciuto il momento iniziale dell’induzione e, quando si parla di latenza, si parla di un concetto completamente diverso. Chi parla di accorciamento di un termine senza conoscere il suo referente iniziale, non ha capito il linguaggio e le cose che sta dicendo, parla di cose che non sa, che non può sapere, che non può conoscere, perché nessuno le conosce: finché non si conoscerà il momento iniziale della patologia, non sarà possibile formulare nessuna valutazione in termini di accorciamento delle aspettative di vita. Se e come le basse dosi possano incidere sotto questo profilo resta per la scienza un mistero e resterà tale fino al giorno in cui di questa patologia si conoscerà tutto, tutto il percorso, dal momento dell’induzione al suo sviluppo, al suo progredire, fino all’esito esiziale; solo in quel momento saremo in grado di fare delle valutazioni di possibile accorciamento e di fattori che causano quel possibile accorciamento, solo conoscendo tutto il percorso, dal principio alla fine. Solo allora sarà possibile capire e sapere se le dosi successive hanno o possono avere una qualche efficacia, dall’inizio alla fine. Ma, per la verità, nessuno nel processo ha mai avuto la presunzione di dire qualcosa di più di quello che abbiamo detto e cioè che di questo percorso noi conosciamo soltanto purtroppo il tratto finale; nessuno ha avuto la presunzione di dire di conoscere tutto, nemmeno i consulenti dell’accusa, nemmeno quei consulenti che hanno visitato con tanta attenzione Tullio Faggian, mi riferisco a Bai e Berrino, che l’hanno visto, l’hanno visitato e non si sono minimamente accorti dello spettro che gravava sulla testa di quel poveretto. Vengano a dircelo adesso qui, Bai e Berrino, che sanno tutto dell’angiosarcoma, come ha detto Berrino, che conosce tutto di quella patologia, che sanno quando è grave o quando è meno grave, quando è lenta e quando progredisce. Vengano a dircelo qui che sanno tutti, vengano a dircelo a noi e a voi, e soprattutto vadano a dirlo ai parenti di Tullio Faggian che sanno tutto. Sull’impossibilità di conoscere fatti in qualche modo inerenti all’accorciamento del periodo di vita e quindi all’impossibilità di dire qualunque cosa sulla efficacia così subordinata delle basse dosi, io credo che sugli angiosarcomi, specialmente sui nostri casi, sia stato detto tutto. Ma io vorrei spendere, se il Tribunale mi consente, ancora qualche minuto, qualche parola anche sugli epatocarcinoma, sulla stessa linea per la verità, occuperò solo pochi minuti del loro tempo, perché dette queste cose sugli angiosarcoma anche sul carcinoma epatocellulare si possono fare dei paralleli molto concreti e molto evidenti, alla luce di quello che abbiamo detto. La conclusione del Tribunale sul carcinoma epatocellulare è ben nota alla Corte. Il Tribunale ritiene che non si possa dire raggiunta la prova dell’attribuzione causale al cloruro di vinile monomero rispetto alla patologia degli epatocarcinoma. A determinare il convincimento del Tribunale, sta soprattutto il fatto che per tutti i casi esaminati si sono rilevate, in sede autoptica, lesioni che non sono quelle lesioni tipiche dell’angiosarcoma e che non sto a descrivervi, perché il Tribunale lo fa con una precisione e con una dovizia di particolari veramente apprezzabile, e dice invece il Tribunale che in quei casi, 20, 21, che sono stati attribuiti nel capo di imputazione, sono invece rinvenibili in sede autoptica proprio quelle lesioni che sono tipiche di altri elementi fattoriali, l’alcol, l’epatite B e l’epatite C prima di tutte. È un’affermazione perentoria che il Tribunale fa nella sua motivazione alla pagina 232. Ma torniamo per un momento alle indagini epidemiologiche e ricordiamo che gli eccessi fra osservati ed attesi hanno riguardato i tumori epatici solo quando essi venivano valutati nel loro complesso e cioè ricompresi anche gli angiosarcomi. Solo con quella valutazione si potevano rilevare degli eccessi. Depurato del numero degli angiosarcomi, il numero dei tumori epatocellulari, dei carcinomi epatocellulari, non presentava eccessi, così per Simonato 1991, così per Ward 2000 e per Ward 2000 per quanto riguarda la coorte americana. Ma prendiamo per esempio Ward 2000, che è la tavola 16. Come si vede, alla tabella 11 del loro lavoro, viene indicato che il numero complessivo dei morti di tumore era di 53, che dà un SMR di 2,40 e quindi un eccesso rispetto all’unità, come ben sappiamo, ma come i 26 casi conosciuti essere angiosarcoma. I 53 sono complessivi dei 26 casi conosciuti per essere angiosarcoma. Se depurati di quei casi, se depurati di quei casi l’indice di SMR passa da quello indicato di 2,40 a 1,23, che noi sappiamo essere un indice non significativo in eccesso. Questa è la coorte europea, E. Ward 2000. In effetti, dal punto di vista epidemiologico, anche solo dal punto di vista epidemiologico, il solo sostenere le il carcinoma epatocellulare ha come possibile patologia l’esposizione a cloruro di vinile appare assai ardua, perché depurato dai casi di angiosarcoma non presenta eccessi. A ciò possiamo aggiungere due considerazioni, che rendono particolarmente difficoltosa questa formulazione della rilevanza del cloruro di vinile monomero quale fattore causale. L’epatocarcinoma ha un’amplissima diffusione nel tessuto sociale, molto diversa da quella dell’angiosarcoma, che è tumore rarissimo. L’angiosarcoma invece ha un’amplissima diffusione in tutta la popolazione mondiale. Voi sapete che nella identificazione delle eziologie dell’angiosarcoma, uno degli strumenti di valutazione più adottato dagli epidemiologi è stato quello della geografia industriale, come è stato per Porto Marghera. Si è detto: lì ci sono 6 casi invece… su 10.000 invece che… su 30,000 invece che 1 su 10 milioni, quindi la geografia industriale ci induce a ritenere che ci sia eziologia da esposizione professionale. Per quanto riguarda l’epatocarcinoma, questo metro di giudizio non è assolutamente valido. Qui la geografia non c’entra nulla, è una forma tumorale diffusa in tutto il mondo. Non c’è possibilità da parte degli epidemiologi di ricorrere al criterio della localizzazione geografica, industriale o di altra natura. Il secondo rilievo è che per il tumore del fegato, l’epatocarcinoma, le cause sono prevalentemente note, mentre invece quelle dell’angiosarcoma sono, come abbiamo visto, al 70 – 80% ignote, e sono cause assai diffuse. Abbiamo detto il virus dell’epatite B, il virus dell’epatite C, l’alcol, alcune tossine da funghi e altri fattori maggiori o minori, ma noti. Le conclusioni della sentenza di primo grado, quando afferma questi concetti e cioè che non vi possono essere eccessi anche per queste ragioni, dice assolutamente il vero, perché dice cose che tutti noi conosciamo e che fanno parte dell’esperienza comune di tutti. Oltretutto, e anche di questo il Tribunale dà atto, nei casi concreti del processo, in quei 21 casi che vengono indicati, sono presenti tutti quei fattori causali che abbiamo poco fa ricordato: l’epatite B, l’epatite C e l’eccesso, l’abuso di alcol. La prima fragilità del Pubblico Ministero nel suo appello sta proprio in questo, che a fronte di cause certe, storicamente certe, rilevate in letteratura e universalmente riconosciute, è andato a cercare cause incerte forse probabili e questa è la prima e assoluta debolezza del Pubblico Ministero. Ma sarebbe già questo un argomento sufficiente per avvalorare la tesi della sua assoluta fragilità. Ma, seguendo la falsa riga di quello che abbiamo detto sinora, non possiamo non formulare un parallelo rispettivamente a quanto abbiamo osservato per l’angiosarcoma, sulla base di alcune premesse assolutamente ovvie e cioè che il periodo temporale delle esposizioni è sempre il medesimo, l’ambiente di lavoro è sempre il medesimo, non cambia e dopo il marzo del 1974 le esposizioni sono quelle che abbiamo visto, che Nano e Rabitti ci dicono e sui quali tutti i consulenti concordano. Dunque, anche per gli epatocarcinoma, i livelli di esposizione, le epoche, sono le medesime di quelle degli angiosarcomi. Ancora una volta ci soccorse il professor Martines, è la tavola 17. Il professor Martines ci dà questi valori: alle basse esposizioni due casi, 59 controlli, Ratio 1 e quindi mancanza di eccessi, nella seconda categoria, tra 301 e 1.650 un caso, 60 controlli, Ratio 0,49 e solo a partire da 1.651 fino a 10.125, 13 casi, di cui 42 controlli, Ratio 9,13 e cioè eccesso rilevante. Nel sostenere, come ha fatto il professor Martines, che per l’epatocarcinoma ci sono eccessi rilevanti, ha dovuto però ammettere che alle basse dosi quell’eccesso non c’è, che ci troviamo di fronte a due categorie, basse e medie dosi, per le quali non si rappresentano eccessi e solo ricorrendo alla terza categoria di esposizioni esiste un eccesso come è quello indicato nella tabella, ma fino a 1.650 non si parla di eccesso di epatocarcinoma. Questa è la tesi del professor Martines. Del resto, sarebbe stato strano che, essendosi posto la domanda… l’affermazione anzi, scusate, della irrilevanza delle basse dosi per gli angiosarcomi, andasse poi ad affermare una rilevanza delle basse o medie dosi per gli epatocarcinoma. Badate che questa tabella comprende tutti i casi di Porto Marghera accertati, che si sono ridotti successivamente, nel corso del processo, da 21 a 16. Ma non vi nascondo che la prima volta che ho letto questa tabella mi sono preoccupato, perché è vero che il Ratio è 1 e quindi è totalmente insignificante, però, caspita, avevo rilevato due casi tra 0 e 300 di esposizione e un caso fra 300 mila e 6.650, tre casi di epatocarcinomi a dosi medio – basse e me ne sono preoccupato e sono andato a vedere di che si trattava, perché ce lo dice il professor Martines di che si trattava, e sono i tre casi di Sergio Vianello, Luigino Grigio e Primo Giacometti, che sono classificati lì, tra le basse e medie esposizioni. Nel primo caso, quello di Vianello Sergio, sono stato per la verità molto agevolato perché lo stesso Pubblico Ministero ha ritirato la sua valutazione su Vianello Sergio, sostenendo che non si tratta di caso da prendere in considerazioni. Bella forza, lavorava in forni elettrici e non al cloruro di vinile, quindi francamente collocarlo negli esposti francamente mi sembrava un po’ eccessivo, ma lo stesso Pubblico Ministero ce ne dà atto ritirandolo dalle contestazioni. È un caso inesistente, dunque nessuna esposizione professionale. Ma anche gli altri due casi, che mi hanno destato perplessità, in realtà è una perplessità che sono riuscito a scogliere agevolmente, perché Primo Giacometti è morto perché colpito dall’epatite C, l’esposizione al cloruro di vinile non c’entra assolutamente niente nella eziologia della sua malattia. L’epatocarcinoma è stato causato da… e la morte, da infezione dell’epatite C e quindi solo impropriamente va collocato tra gli esposti, perché la sua morte è dovuta a tutt’altra causa ed il terzo, Luigino Grigio, era portatore di un fattore di rischio molto marcato, perché beveva, a suo dire, oltre due litri di vino al giorno, ma non è questo il problema. Il problema è che dalla sua cartella di ricovero risulta che nel 1981 è stato soggetto ad infarto per miocardiopatia alcolica, che non c’entra nulla con il cloruro di vinile monomero e quindi mi sono un po’ tranquillizzato. Ma mi sono ulteriormente tranquillizzato quando, seguendo nella lettura della consulenza del professor Martines, ho potuto rilevare che a pagina 10 diceva: "Il ruolo dell’esposizione al cloruro di vinile monomero nei pazienti Giacometti Primo, Grigio Luigino e Vianello Sergio – che sono i nostri tre delle basse dosi – non può essere esattamente precisato", dice Martines. Ma come, li inserisci nella tabella, dico, vuoi precisare che li inserisci solo per completezza ma non sono esposti a cloruro di vinile, ma che la loro patologia non c’entra assolutamente nulla con il cloruro di vinile monomero? Ma forse qualcosa diremo ancora del professor Martines. Il Pubblico Ministero, a questa osservazione che gli facevo già nel primo grado, mi ha detto: ho fatto bene a metterli, perché sennò in uno studio caso controllo non inserire dei numeri sarebbe stato inficiarne la validità. Benedetto Dio, è vero, però vogliamo dire che non sono esposti questi signori e che le loro patologie, il loro epatocarcinoma non è in nessun modo raffrontabile eziologicamente con l’esposizione a cloruro di vinile, perché ci sono altri fattori certi che hanno condotto a morte quei poveretti. Ora, la tesi della difesa è ben nota alla Corte ed è ben nota, è quella del Tribunale, è quella del Tribunale e cioè non vi è prova della eziologia da cloruro di vinile per gli epatocarcinoma, perché non si rilevano quelle lesioni specifiche che si rilevano invece nei tumori prodotti dal cloruro di vinile monomero e l’assenza di questi segni tipici in sede autoptica fa escludere che si tratti di un’eziologia da cloruro di vinile. Questa è la tesi principale, la tesi sostenuta dal Tribunale e che noi ovviamente assumiamo come nostra tesi principale. Ma se volessimo anche, per assurdo, assumere a titolo di mera ipotesi la sussistenza di una possibile eziologia da cloruro di vinile anche per gli epatocarcinoma, dovremmo ricercare comunque questa eziologia nelle esposizioni maggiori, da 1.651 a 10.125 parti per milione e il riferimento corre rapidamente alle alte esposizioni degli Anni Cinquanta e Sessanta e non alle esposizioni più recenti, sulle quali potrebbe cadere un giudizio di responsabilità. Ci si potrà chiedere: ma i tempi di latenza concordano con queste, potrebbero concordare in via di eventualità con esposizioni così lontane nel tempo? La risposta è sì. Martines ci dice che il tempo di latenza media per gli epatocarcinoma è pari a 31 anni. Ce lo dice il consulente dell’accusa, è lui che ci dice che occorre retrocedere nel tempo addirittura per un periodo superiore rispetto a quello che abbiamo visto essere già lunghissimo dell’angiosarcoma. Il Pubblico Ministero aggrava ulteriormente questo termine, perché nel suo contraddittorio dice: "Quindi i periodi di latenza stimati mediamente quali sono – chiede il Presidente – venti–trent’anni?", e il Pubblico Ministero insiste: "In qualche casa si arriva anche a cinquant’anni" e quindi, ammesso anche e non concesso che l’epatocarcinoma veda tra le sue eziologie l’esposizione a cloruro di vinile, comunque bisognerebbe ritornare ai primi Anni cinquanta e a quelle altissime esposizioni che derivavano dalle qualità di lavoro in quel periodo e non oltre. Io credo che non ci sia molto altro da dire, però un invito finale a diffidare in generale di tutti i consulenti e agli epidemiologi io ve lo devo fare, perché spesso questi consulenti hanno cercato di verificare la bontà delle loro tesi più che di cercare la verità e di aiutare le parti del processo a trovare la verità. Spesso hanno rifiutato di falsificare le loro opinioni di fronte anche all’evidenza dei fatti e concludo proponendo qualche caso. Il professor Martines, come abbiamo visto, è il paladino dell’efficienza causale del cloruro di vinile negli epatocarcinoma. Ebbene, per esempio, la tavola 18, possiamo notare, è una tabella 9 dello studio del professor Martines a pagina 5, fa un raffronto fra i casi di cirrosi epatica e il consumo di alcol. Nella prima colonna stanno i quantitativi di alcol consumati. Il terzo termine, oltre 120, voi lo vedete nella prima colonna, si riferisce a bevitori di oltre 120 centilitri al giorno e la conclusione la vedete sulla colonna del Ratio: irrilevante. Secondo la tabella del professor Martines un consumatore di oltre 120 centilitri di alcol al giorno non subisce assolutamente nulla in relazione alla cirrosi epatica. Francamente mi sembra una tabella totalmente inattendibile. Ma ancor più significativa è la seconda, tabella tavola 19 ed ultima, poi non vi tedio ulteriormente. Questa volta ci riferiamo non più alla cirrosi ma all’epatocarcinoma e al consumo di alcol e qui veramente arriviamo al grottesco. Per un consumo di alcol tra i 61 e 120 centilitri, arriviamo ad un Ratio di 0,58 e per un consumo superiore ai 120 centilitri arriviamo ad un Ratio 0,49. Vuol dire, dal punto di vista epidemiologico, per il lettore, che il consumo di alcol oltre i 60 e oltre i 120 centilitri al giorno ha un effetto protettore del fegato, perché siamo al di sotto il Ratio di 1. Non solo c’è un aggravamento, ma c’è una diminuzione del rischio. Con tutto il rispetto, questo signore è francamente inattendibile e io vi chiedo grande attenzione nella valutazione di questi studi, specialmente di coloro, come il professor Martines, che continuano a sostenere la rilevanza causale del cloruro di vinile monomero nella causazione dell’epatocarcinoma. Io ho concluso e, nel ribadire ancora una volta che ricorderò da questo processo la memoria del professor Stella, voglio dare atto, concludendo, di qualcosa che ho apprezzato e cioè dell’impegno civile e sociale posto dal Pubblico Ministero in questa causa. È un altro dato che non dimenticherò, grazie. Chiedo che venga confermata la sentenza di primo grado sia per Cefis che per Sebastiani.

 

LE PARTI DEPOSITANO MEMORIE CHE VENGONO ALLEGATE IN ATTI

 

ORDINANZA

LA CORTE  rinvia il procedimento all’udienza del 13 dicembre 2004 ore 9.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page