UDIENZA DEL 03 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 04 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

La verbalizzazione stenotipica inizia alle ore 9.35.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Signor Presidente, signori della Corte, è inutile perdere tempo in preliminari, intendo entrare subito in medias res. Soltanto due brevissime annotazioni. Come vi risulterà chiaro dal racconto che io vi farò, proverò a portare fino in fondo, seguendo una logica che spero rigorosa e apprezzata dalla Corte e sempre inseguendo gli atti del processo, tutto quello che il professor Stella ha detto, vi ha illustrato nella sua arringa. In secondo luogo, io oggi adempio ad un dovere, ad un dovere difensivo verso l’ingegner Pisani, ma intendo adempiere ad un dovere anche verso di voi, come anche verso il Tribunale. Il mio dovere è quello di essere intrasigentemente rigoroso in tutto quello che dirò e di non dire nulla che non sia rigorosamente supportato da atti che sono nel processo o che sono stati introdotti nel processo. Questo perché? Perché prima ancora che difensore dell’ingegner Pisani mi sento un cittadino che, come tale, vuole vivere in un mondo e in una società nella quale la comunicazione razionale e i prerequisiti della comunicazione razionale siano rigorosamente rispettati, in cui cioè non sia consentito a nessuno che rivesta un pubblico potere di usare della propria autorità indipendentemente dalla ragione, dalla logica e dal diritto, perché se questo accade vengono meno le condizioni elementari per una società civile e queste condizioni sono venute meno gravemente e più volte nel corso di questo processo. Ho un altro dovere da adempiere, dicevo, verso il Tribunale. Il racconto che vi farò oggi è la storia di questo processo e in qualche modo dirò delle cose che non si trovano nella sentenza e nella motivazione del Tribunale se non con grande fatica, perché è una cosa di cui mi sono reso conto in queste settimane. Solo dopo qualche anno, dalla fine dell’indagine dell’istruttoria dibattimentale, è stato possibile rimettere insieme tutte le fila, partendo dall’inizio e debbo dire che, dopo aver ricostruito questa storia che adesso vi illustrerò, sono ancor più ammirato di fronte alla sentenza che i tre Giudici del Tribunale hanno pronunciato e motivato e spero che questo percorso, in parte nuovo, che io vi proporrò oggi, servirà anche a voi a capire ancor più quanto quella sentenza, oltre che giusta, è anche un fondamentale argine contro l’irrazionalità, contro la demagogia, contro l’uso più o meno interessato delle emozioni profonde che vivono nella collettività, che possono essere usate e manipolate per i più diversi scopi, buoni o cattivi che siano. Quella sentenza è un argine, è una bandiera di razionalità e di verità. Ecco, dicevo che entrerò subito in medias res. Questa fotografia è la metafora, per così dire, è il campo simbolico della guerra giudiziaria che è stata dichiarata nel 1995, più o meno, contro il polo Enichem. Perché è importante? Ho voluto che da subito voi poteste vedere la configurazione geografica della zona industriale di Venezia, con i nomi dei canali di cui poi parleremo a lungo nel prosieguo. Vedete a nord, appunto, il canale Brentella, il Canale Nord; scendendo verso sud il Canale Ovest; ad est il canale Malamocco Marghera e il Canale Sud. Il Petrolchimico è incastonato fra il Canale Ovest, il canale Malamocco Marghera e il Canale Sud. La prima zona industriale, di cui parleremo a lungo, quella che è stata avviata a partire dagli anni ‘10 del secolo scorso, viveva lassù; centinaia e centinaia di insediamenti industriali scaricavano direttamente i loro reflui nel Canale Nord e nel canale Brentella, in tempi in cui non solo non vi erano leggi per la tutela dell’ambiente, ma la scala dei valori accettati comunemente dalla società era ben diversa rispetto a quella attuale. È chiaro che è altamente ipocrita cercare di leggere il passato con le scale di valori che si vanno affermando oggi nella società. Questa è, come dicevo, la cartina che rappresenta il vero campo della guerra giudiziaria. Questo è il titolo della storia, della trattazione che vi racconterò, perché non solo la contaminazione non è in alcun modo ascrivibile ad Enichem, ora Syndial e tanto meno all’ingegner Pisani, ma tutta la storia e i fatti, che ormai sono pacifici, sono incontroversi, perché come vedremo provengono da documenti pubblici, cioè da documenti di quei medesimi soggetti che sono qui costituiti Parte Civile e lo vedremo pian piano: provengono dallo Stato, provengono dal Comune, dalla Provincia, dalla Regione; sono studi, indagini, analisi, un enorme materiale che però – e questo è strano – nel momento in cui è venuto davvero emergendo, cioè dal 1998 in poi, questi medesimi soggetti, Stato, Comune, Provincia, Regione, preferirono non portarli al Tribunale, preferirono tenere all’oscuro il Tribunale di quello che sapevano. Perché ciò sia accaduto lo ignoro e non è compito mio dare una risposta a questa domanda, e questa è la ragione ulteriore per la quale oggi io sono ancora più ammirato dalla sentenza di quel Tribunale. Questo è il preambolo alla mia trattazione, che comincia da quel che vi ha detto il Pubblico Ministero proprio qui all’udienza di luglio, credo che fosse l’udienza dell’8 luglio 2004. Il Pubblico Ministero ha proiettato, non ha depositato, credo almeno, una serie di sentenze, una serie di sentenze taluna delle quali passata in giudicato e quindi a suo avviso, ad avviso del Pubblico Ministero, prova spendibile in questo processo. Il Pubblico Ministero parla di dati molto rilevanti, desumibili ormai da una serie di sentenze di altri Giudici diversificati sempre del Tribunale di Venezia, in materia di vongole pescate all’interno dei canali industriali di cui al capo di imputazione: "Siamo in presenza delle seguenti sentenze, che hanno confermato la tossicità e la pericolosità per il consumatore del pescato, delle vongole in questo caso, tossicità causata dalle lavorazioni del ciclo del cloro espressamente". Come vedrete in ciò sta il paradosso di queste sentenze, che sembrano più degli artefatti che delle sentenze, finalizzate ad uno scopo principio che è quello di portare qui dei precedenti ad hoc; non pare tanto che l’obiettivo della Procura sia stato quello di proteggere la salute dei veneziani contro la pesca abusiva, ma altro: avere degli elementi qui da spendere contro qualcuno, chissà poi chi. Dice il Pubblico Ministero: "Però, se anche non sono vincolanti, sono il chiaro segno di una giurisprudenza oltre che di legittimità anche di merito, ampia, diffusa e costante, a sostegno delle tesi d’accusa di questo processo", e dice lui: "Per assurdo – per assurdo – se ci sarà un’assoluzione in questo processo, io stesso dovrò pensare per assurdo alla revisione del processo", per assurdo", per assurdo. "Ma dicevo – continua il Pubblico Ministero – che queste sentenze pronunciate dai Giudici sono il chiarissimo segno del fatto che l’impostazione dell’accusa in questo processo non è unica, non è isolata, è il chiarissimo segno di un’accusa che basa e che baserà le sue richieste su leggi, norme, sentenze di Cassazione e di merito esistenti e concordi". Conclude: "Il cerchio a questo punto si chiude – dice il Pubblico Ministero – e non si può non parlare di una situazione di disastro". Anch’io credo che queste sentenze chiudano un cerchio, anche se forse non è lo stesso cerchio di cui parla il Pubblico Ministero e temo anch’io che queste sentenze confermino una situazione di disastro, solo che probabilmente non è il disastro di cui parla il Pubblico Ministero, ma è qualcosa che assomiglia al disastro della giustizia penale, ma ancor prima della ragione e della logica elementare. Avevo intitolato questo paragrafo: il paradosso giudiziario della vongola che è pericolosa se la contaminazione proviene da Enichem e non è pericolosa se la contaminazione non proviene da Enichem. Queste incredibili sentenze sono l’esemplificazione di questa assurdità. È chiaro che è quasi imbarazzante dover sottolineare che in un processo intentato per verificare l’ipotesi d’accusa, che sarebbe il 444 del Codice Penale, quindi la pericolosità del pescato, la pericolosità della vongola, la provenienza della contaminazione dall’una o dall’altra fonte è del tutto irrilevante; anche l’impossibilità, l’ipotesi di risalire alla fonte della contaminazione non aggiungerebbe e non toglierebbe assolutamente nulla alla pericolosità o alla non pericolosità della vongola pescata nella zona industriale, pescata nel Canale Sud. Questo è, direi, il postulato di ragione primordiale. Eppure non è così, non è così. Diceva, e l’ho trovato recentemente, Cordero, che è chiaro non è la sentenza prodotta che può essere una prova, sono gli atti su cui si basa la sentenza che possono al più essere una prova del fatto. Ora, io sono andato negli archivi del Tribunale di Venezia per cercare di recuperare i fascicoli di questi processi e li depositerò al Tribunale. Questa è una perizia. Il dottor Casson ha scelto il dottor Raccanelli e l’ingegner Zapponi come consulenti in questo processo. Nulla di male, sia chiaro. Raccanelli conclude la sua relazione con questa frase: "Il rapporto OCDF-OCDD pari a 4,3 conferma la contaminazione di tipo industriale legata al ciclo del cloro". Questa affermazione la troveremo più e più e più volte nel corso di questo racconto, perché oltre ad essere errata in un modo imbarazzante, plateale, è il segno della chiara volontà che i consulenti dell’accusa mai hanno voluto neppure provato a confrontarsi non solo con gli argomenti dei consulenti della difesa, ma con gli argomenti dei loro stessi consulenti tutte le volte che dicevano qualcosa di poco gradito, e questo lo affronteremo poi. Questa è un’altra sentenza, un’altra perizia di un altro processo, in cui si parla di contaminazione di tipo industriale supportata inoltra dalla presenza di HCD, esaclorobenzene. Chissà mai a quale fonte di contaminazione stava pensando il dottor Raccanelli. Ora uno può pensare: al signor Raccanelli il Petrolchimico non è simpatico, vuole rimarcare sempre una responsabilità e in ciò non vi sarebbe nulla di male, in fondo potrebbe essere umano, sin troppo umano, non so quali ragioni Raccanelli possa avere per questo atteggiamento, ma non mi interessa. Ad un certo punto, sempre nel processo, Raccanelli si trova di fronte al problema dell’IPA, gli idrocarburi per policitici aromatici, che sono contenuti in concentrazioni più o meno corrispondenti a quelle del nostro processo ed è interessante quello che dice Raccanelli. Raccanelli dice una cosa vera, perché qualche volta succede, e dice: "La concentrazione che ho trovato di IPA in questa vongola è una concentrazione riscontrabile nell’ambiente lagunare più antropizzato", giusto, e dice tra parentesi: "Sottoprodotti di tutte le combustioni". È vero, ha ragione Raccanelli. Cosa ha voluto dirci lui? Che gli IPA si producono effettivamente ogni qualvolta c’è una combustione, da quelle più innocenti, forno a legna in una pizzeria, in un barbecue, ma per non parlare dei gas di scarico, auto, di imbarcazioni a motore. Dopo di che chiunque di noi direbbe: beh, ma allora che cosa c’entra, che cosa c’entra questo con il processo ai vongolari? Che cosa c’entra la provenienza degli IPA da ogni possibile combustione con il fatto se ele vongole di cui parliamo sono o non sono pericolose per la salute? Nulla e infatti nel dibattimento, e questo è il verbale stenotipico del dibattimento di quel processo, interviene il Pubblico Ministero. Prima anzi Raccanelli dice: "Quindi è difficile per gli IPA dare un’indicazione precisa della loro provenienza". Ripeto, a questo punto io mi sarei aspettato che il Pubblico Ministero intervenisse e dicesse: va bene Raccanelli, tutto questo è irrilevante, visto che qui il processo lo stiamo facendo ai vongolari che hanno pescato contravvenendo ad un divieto amministrativo, dobbiamo decidere se la vongola è pericolosa o non è pericolosa, ci sono gli IPA e solo di questo dobbiamo parlare. Invece no, interviene il Pubblico Ministero e dice una cosa incredibile, perché dice: "Difatti nel capo di imputazione del processo ai vongolari noi contestiamo diossine, furani ed esaclorobenzene, non IPA e neanche metalli pesanti, proprio perché per l’IPA è difficile individuare l’origine, maggiormente difficile". Al che si resta trasecolati. Gli IPA e i metalli nelle vongole sono fuori dall’accusa mossa ai pescatori abusivi, e perché? Perché per gli IPA e per i metalli, dice il Pubblico Ministero, è difficile provare la provenienza della contaminazione. Ripeto, e allora? Vi era davvero la tentazione di pensare che il Pubblico Ministero faccia una qualche confusione tra l’accertamento di un pericolo per la salute e la speranza di dare la colpa a qualcuno. Vengono anche pensieri peggiori, che quelle sentenze siano state create appositamente per avere dei precedenti ad hoc da spendere qui davanti a voi. Perché contestare solo diossine, furani ed esaclorobenzene? Perché si spera con l’argomento dell’impronta, di cui parleremo a lungo, di poterle addebitare a qualcuno. Ma questi sono processi ai vongolari. Nel capo di imputazione non c’è un cenno qualsiasi all’arsenico, eppure – lo vedremo – i fanghi rossi che rendono rosse, purpuree le acque del Canale Sud, sono pregne di arsenico e quei fanghi rossi sono carichi di diossine, come vedremo, oltre che di arsenico. Ma c’è molto, molto di peggio in questi processi. Se il primo argomento suscita quasi una certa ironia, perché si tratta di una caduta improvvisa, così, di un lapsus giudiziario che lascia trapelare l’intenzione più profonda, ma anche un uso disinvolto dell’azione penale, quello che capita nel processo, in quei processi, è peggio, perché capita qualcosa di più grave e, il professor Stella lo ha accennato, non v’è dubbio che quanto meno il sospetto della calunnia non sia fuor di luogo. Nei due processi, le concentrazioni di diossina nelle vongole sequestrate ai vongolari sono all’incirca di un picogrammo per grammo, lo dice Raccanelli, lo vedete lì evidenziato. Questo in un processo, la concentrazione risulta di 1,1495, considerando anche i PCB, perché Raccanelli usa i fattori di conversione dell’O.M.S., che includono anche i PCB dioxin like. Nell’altro processo la concentrazione di diossina più i PCB dioxin like è inferiore ad un picogrammo, siamo a 0,9. Vedremo poi che queste concentrazioni sono assolutamente corrispondenti alle concentrazioni, anzi sono forse lievemente superiori, alle concentrazioni medie di diossina trovate in tutti i campioni di vongole entro il processo. Vedremo poi, io credo che lo vedremo domani, con quanta incredibile disinvoltura, nella memoria purtroppo firmata dal dottor Bruni, Zapponi gli abbia fatto scrivere, a proposito delle concentrazioni medie di diossina nelle vongole, delle cose false. Comunque sia non v’è dubbio che in quei processi, dove si contestano solo le diossine, la diossina trovata ha una concentrazione una volta un poco sopra, una volta un poco sotto l’un picogrammo per grammo. Siamo nel 2003 – 2004. Ora, e il professor Stella lo aveva già accennato, a novembre del 2001, proprio poche settimane dopo la sentenza del Tribunale di Venezia, credo che fosse due o tre settimane dopo la sentenza, perché qualche volta la storia, anche la storia degli ordinamenti giuridici è singolare nelle sue coincidenze, la Commissione CEE aveva varato un regolamento. Il regolamento era il 2375/2001, ovviamente il regolamento è una fonte immediatamente vigente nel nostro ordinamento, è un regolamento che aveva per la prima volta stabilito un limite massimo di concentrazione della diossina nelle vongole e lo aveva stabilito in 4 picogrammi per grammo. Non bisogna aver letto troppi libri di matematica per capire che 1 è più piccolo di 4 e dunque, senza ombra di dubbio, senza ombra di dubbio, le vongole sequestrate ai vongolari erano per legge edibili e liberamente commerciabili. Questo è un dato così pacifico che doverlo rimarcare è realmente inutile. D’altra parte questa è una fonte normativa esistente nell’ordinamento già da due o tre anni, prima dei processi ai vongolari. Qui mi permetto una piccola digressione, perché i numeri possono ingannare. Stiamo parlando di 4 picogrammi di diossina per grammo di vongola, cioè stiamo parlando di un limite di concentrazione di diossina nel singolo alimento, nel singolo prodotto; non si deve confondere questo numero, cioè 4, con il limite di 2, che non è un limite, lo vedremo domani, perché 2 picogrammi per chilo di peso umano di cui parlano e straparlano i consulenti dell’accusa è tutt’altra cosa, non c’entra nulla con il 4. Il 4 è un limite di concentrazione che dice: sotto questo limite la vongola è edibile e commercializzabile senza restrizioni, e basta, come qualsiasi altro alimento: latte, carne, pesce, qualsiasi cosa. Se siamo sotto i 4, la vongola può stare dappertutto, in qualunque mercato, pubblico, senza problemi legali, normativi. Il 2 è una cosa totalmente diversa: è il consumo alimentare, l’assunzione complessiva di diossina che viene raccomandata – perché lo vedremo domani è raccomandata, perché quando mai la linea guida alimentare può diventare una norma giuridica? – viene raccomandata, e come si crea? Lo vedremo domani meglio, si crea moltiplicando la concentrazione effettiva trovata nell’alimento per la quantità di alimento che consuma l’uomo. È chiaro che se l’essere umano mangia tanta tanta carne, per esempio, o tanta tanta frutta, e anche nella carne e anche nella frutta c’è la diossina, assumerà più diossina di colui che invece ne mangi di meno di carne, di frutta, di insalata. Il numero, cioè la moltiplicazione, viene poi diviso per il peso dell’uomo e in questo modo si arriva a quei numeri che vedremo anche domani: 2, 4, 10 picogrammi per chilo di peso corporeo dell’uomo. Cosa vuol dire? Che dal 2001, una volta che esiste nell’ordinamento il limite di 4, se la vongola rispetta il 4, il 2 è niente altro e niente di più che una raccomandazione, esattamente come se si dicesse: signori, non mangiatene troppe di vongole, non mangiatene troppa di carne, di insalata, perché? Ma perché mangiare troppo di un solo alimento può fare male. Ma niente di più, ed è un principio sacrosanto, è giusto, che vale per qualsiasi alimento, ma non solo per le vongole, perché se è un alimento è edibile per legge quante ne mangio io o il pescatore di Sant’Erasmo allo Stato non interessa. Lo Stato può raccomandarmi, perché vuole il mio bene, di stare attento, ma poi quante ne mangio io è affare mio e basta. Qual è il problema? Nel 2003, quando Raccanelli e Zapponi andavano nel processo, davanti al Giudice che doveva decidere se quelle vongole erano o non erano pericolose per la salute, sapevano del limite di 4 posto per le vongole nel 2001? E, se lo sapevano, perché si sono dimenticati di dirlo al Giudice? In quelle perizie non c’è una traccia, neanche una riga sull’esistenza di questo regolamento. Raccanelli è anche uno scrittore. A dicembre 2003 ha pubblicato questo best seller, questo libercolo: "La laguna ferita", in cui vorrebbe spiegare ai veneziani tutto quello che si deve sapere sulle diossine. In effetti nell’introduzione di questo libello del dicembre 2003, e siamo nel 2003, non si fa neanche un cenno al regolamento del novembre 2001; è una di quelle cose che forse è meglio che i veneziani non sappiano, non riesco a capire. Ma in uno dei capitoli di questo libro, che poi io vi farò avere, ove viene intervistato un funzionario credo della Regione del Veneto, incaricato del monitoraggio della diossina negli alimenti, questo funzionario deve riconoscere – lo scrive – che tutti i campioni di pesce e mollusco della laguna rispettano il regolamento 2375 del 2001, cioè sono tutti edibili per legge. È chiaro che è scritto in un capitolo tecnico, che magari non si leggeva, d’altra parte i Giudici non erano tenuti ad andare in libreria a comprare questo libello e anzi se non lo hanno fatto è un’ottima cosa, hanno risparmiato denaro. Il punto è che quei Giudici furono tenuti all’oscuro dell’esistenza di questo regolamento e, tenuti all’oscuro, credono a quei due consulenti, a quello che gli vanno raccontando e li condannano, condannano i vongolari. D’altra parte, perché mai quei Giudici non avrebbero dovuto prestare fede a quei consulenti del Pubblico Ministero? Zapponi è un dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità, Raccanelli è a capo di un laboratorio di analisi che, post e anche procter i processi della diossina, lavora molto a Venezia. Sembrano due esperti. Chi poteva anche solo pensare che si sarebbero dimenticati di dire ai Giudici che le vongole sequestrate ai pescatori abusivi sono contaminate da diossina tre volte meno dei limiti di legge. Ci sono due possibilità: o i due sapevano del regolamento e ne tacquero ai Giudici, e allora ho il sospetto che entrambi si siano avvicinati quanto meno al limite inferiore della calunnia penalmente rilevante, per omissione deliberata, dolosa; forse non lo sapevano, ma se non lo sapevano diciamo che sarebbe un duro colpo alla loro credibilità di ricercatori esperti in diossina, perché non conoscere un regolamento della Commissione Europea emanato a novembre 2001, non conoscerlo ancora nel 2003 e pretendere di essere esperti in diossina e fare i consulenti nei processi, è: chi non sa, non faccia. Ora, lungi da me voler fare l’apologia dei pescatori abusivi. Ci sono delle regole, vanno rispettate, in quei canali il Sindaco di Venezia con un’ordinanza del 1995 aveva ordinato che non si doveva pescare e i vongolari non devono pescare in quel canale, non c’è dubbio. Quindi le vongole furono pescate contro la legge, penso proprio di sì, ma è anche vero che, sempre secondo la legge, quelle vongole erano edibili, commestibili, non pericolose per la salute. Questi due dati sono lampanti, auto-evidenti. È anche interessante vedere come in quei processi Raccanelli liquidi con grande fretta e correttamente perché non si parla di diossine; l’impazzimento, il corto circuito della ragione avviene solo quando si parla di diossine, furani ed esaclorobenzene, cioè i contaminanti che si spera di poter addebitare al ciclo del cloro. Quando si parla invece di IPA e di metalli pesanti, si dice e Raccanelli lo scrive: "La concentrazione degli altri parametri, IPA e metalli pesanti, non sono tali da costituire pericolo per la salute pubblica se riferite ad un consumo normale di prodotto". Raccanelli fa un riferimento saggio al consumo normale, d’altra parte stiamo parlando di IPA e dei metalli pesanti. Ecco, forse è un po’ meno comprensibile perché allora, quando si parla di diossine, si arruoli Zapponi e si comincino a fare incredibili e tortuosissimi percorsi andando a caccia di consumi anormali, anche se di vongole che sono sempre edibili. Lo vedremo poi, perché la memoria che credo abbia scritto Zapponi e che il dottor Bruni ha firmato, è quasi uno spasso purtroppo, ma c’è solo da sperare che sia un reperto unico, che non verrà mai più ripetuto. Fatto questo preambolo, entro nel merito della mia discussione. In sintesi breve, è evidente che l’accusa ha costruito due grandi racconti: uno è il racconto, che vedremo poi, costruito e ostinatamente tenuto in piedi dalla Procura, dalle Procure – dalle Procure, non dalla Procura – e suona più o meno così: il Petrolchimico è il padre di tutta la diossina di tutta la zona industriale, e basta; il secondo racconto invece è quello dell’Avvocatura dello Stato, un altro racconto. Signori, il Petrolchimico è colpevole per il solo fatto di esistere si vorrebbe dire, ma non lo si riesce a dire, e allora è colpevole per il fatto di scaricare in laguna. Ecco due grandi racconti. Il primo racconto, come vedremo, cerca – ma non vi può riuscire – di cancellare la storia, la storia di Venezia e i fatti ormai accertati; il secondo, di cui mi occuperò molto brevemente, perché avete già sentito quanto in diritto sia a dir poco inconsistente, crea – ed è incredibile che sia l’Avvocato dello Stato ad averlo fatto – tali e tante antinomie tra l’opinione dell’Avvocato dello Stato, gli atti amministrativi dello Stato, cioè le autorizzazioni agli scarichi, gli atti legislativi dello Stato, perché ancora nel 1999 il Decreto del Ministero dell’Ambiente, che è il cliente dello Stato, autorizza a scaricare in laguna i reflui degli impianti di CVM, quindi crea un tale disaccordo fra l’Avvocato e il suo cliente, lo Stato, da lasciare quasi imbarazzati. Se non che, si tratta di un grande racconto, che deve essere comunque tenuto in piedi. Ovviamente l’Avvocato dello Stato a voi non ha detto che ancora nel 2004 il Magistrato alle Acque ha autorizzato a scaricare in laguna, secondo la legge del 1999, cioè il Decreto Ronchi – Costa, i reflui delle produzioni di CVM; non ha affatto detto, non ha affatto imposto allo stabilimento di prendere quei reflui e di portarli in discarica, per nulla al mondo e non è che l’Avvocato dello Stato abbia impugnato il decreto dello Stato, l’autorizzazione dello Stato, se ne è ben guardato. Quindi cosa è venuto a raccontare qui a voi? Della sua personalissima opinione, il conflitto con il suo cliente. Come avevo detto all’inizio, adesso io cercherò di ripercorrere la storia di questo incredibile processo, che sembra a tutti gli effetti la storia di una grande ossessione, di una grande macchinazione giudiziaria, devo dire quasi che un grande numero di attori, non soltanto i Pubblici Ministeri, siano stati presi da una sorta di sindrome collettiva, inesplicabile: tutto pur di arrivare ad un risultato, poter accollare all’Enichem qualcosa che palesemente, manifestamente non ha mai fatto, la contaminazione di tutta la zona industriale. Ora, che ci siano in gioco tanti interessi economici dietro questo scopo è palese a tutti. La storia comincia il 6 febbraio del 1995, ed è una data interessante perché in quel momento, quel giorno, nel 1992 gli attivisti di Greenpeace avevano cercato di legarsi allo scarico SM15 del Petrolchimico, ecco, il 6 febbraio vengono direi inevitabilmente e giustamente condannati dalla Pretura di Venezia; a quell’epoca per fortuna a Venezia la ragione e il diritto governavano ancora. Lo stesso giorno, e questo è interessante, Greenpeace è una sapiente organizzazione mediatica, deve far cancellare agli occhi dei veneziani il tracollo, l’insuccesso e allora cosa fa? Va a prelevare un campione di sedimento. Dove lo va a prelevare? Ovviamente vicino al Petrolchimico, vicino al canale Lusore – Brentelle e comincia ad urlo: "Diossina, diossina, abbiamo trovato la diossina". È evidente, perché questo è l’ufficio di Greenpeace, che tentavano di intercettare paure profonde legate al nome, legate all’evento di sede, legato a tanti problemi che hanno largamente impressionato l’immaginazione collettiva; puntavano a soffiare nel fuoco dell’irrazionalità, delle paure più antiche, più profonde. Ora, che questo sia il mestiere di Greenpeace e di Legambiente è pacifico, non sentirete mai – fateci caso – Greenpeace o Legambiente schierarsi per una campagna contro il fumo, perché? Perché è mediaticamente impopolare, non piacerebbe alla gente. Loro le campagne le devono fare su obiettivi che possano colpire l’immaginazione e da subito, è interessante, Greenpeace va ad indicare il responsabile: "È il polo Enichem" e i giornali lo riportano. Porto Marghera, eccolo qui. Che siano gli scarichi tossici del polo Enichem ad avvelenare la laguna, secondo gli ecologici, non c’è alcun dubbio: un solo campione di sedimento prelevato nella darsena del canale Lusore – Brentelle, cioè vicino al Petrolchimico. Sorprende che tutto questo abbia creato tanto rumore. Ma perché? Perché le indagini scientifiche sulla diossina in laguna erano già iniziate almeno tre anni prima. Di Domenico, è un nome che incontreremo prestissimo, perché voi avete agli atti alcune fondamentali perizie firmate Di Domenico su incarico della Procura presso la Pretura, cioè su incarico del dottor Fortuna; avevano già fatto una prima campagna di prelievi di analisi nel 1992 e stavano lavorandoci sopra. Non c’era motivo alcuno di allarmarsi, stavano cercando di capire la situazione generale della laguna. Nel 1992 gli attivisti di Greenpeace si incatenarono agli scarichi del Petrolchimico, mentre le indagini serie e rigorose andavano avanti. In tutto il mondo si stavano facendo studi e ricerche, vedremo dopo che si vanno stilando inventari per enumerare le centinaia di sorgenti di diossine che esistono nell’ambiente, centinaia. Vedremo poi che non vi è quasi attività industriale, ma non vi è quasi attività umana, civile, che non produca diossina. La diossina è ubiquitaria. Gli inventari si fanno per fare delle classifiche, per capire chi ne emette di più nell’ambiente e quindi chi deve essere più sottoposto a controlli. Vedremo dopo, perché in questo l’accusa è stata sfortunata, ma è un eufemismo, che l’industria del PVC in tutte le classifiche, in tutti gli inventari, non occupa mai un posto di qualche rilievo. Vedremo dopo che nell’ultimo inventario che ha fatto la Commissione Europea proprio nel 2001, mentre vengono indicate numerose industrie e numerose attività, l’industria del PVC non viene neanche indicata. Qui a Venezia, invece, è l’unico responsabile della contaminazione da diossina di tutta la zona industriale. Ecco, perché a Greenpeace nel 1995 va meglio, cioè perché non c’è un processo intentato dalla Procura presso la Pretura con un’altra inevitabile condanna, anche se come vedremo ce ne sarebbero stati tutti gli estremi? Il momento è particolare. Greenpeace sta facendo una guerra di religione contro il PVC in tutto il mondo e nell’immaginario collettivo questa guerra di religione si salda con quell’altra guerra che il dottor Casson ha lanciato contro il Petrolchimico proprio in quel periodo, la fabbrica della morte, e cioè gli impianti di CVM e PVC. Per chiarezza, sono convinto che i due argomenti non abbiano lo stesso spessore, si tratta di cose ben diverse fra loro. Quello di Greenpeace è solo folklore aggressivo su una falsa pista. L’indagine sul CVM è una cosa diversa. Se fosse stata da subito confinata nell’orizzonte temporale corretto, cioè gli Anni Settanta, era ed è un’indagine seria, che la storia pretende che sia scritta e il Tribunale di Venezia lo ha fatto a mio avviso con rigore, con raro rigore. Ma questo, quello era un problema importante, serio, l’altro no. Però nell’immaginario i due si sommano e fanno un effetto catastrofico; si uniscono in quello che è il terribile tritatutto dei media, ne fanno una miscela esplosiva e infatti la ragione collettiva collassa, imprevedibilmente ed improvvisamente. A dire il vero, in un primissimo momento, sembra che chi abbia il dovere di ragionare, cioè chi ricopre incarichi pubblici di responsabilità, faccia anche il tentativo di ragionare. Ad esempio sembra che il Procuratore presso la Pretura inizialmente avesse aperto un fascicolo per procurato allarme contro Greenpeace, ma soprattutto il Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini, diceva: "Le conclusioni ecologiste non sono scientifiche", ma quale diossina? È un fuoco di paglia, è un fuoco un poco perché alla fine tutti saliranno sul barcone di Greenpeace, per le ragioni più varie, ragioni di veteroideologia, ragioni di opportunismo. Forse capiscono che il vento sta cambiando. Greenpeace, quando va a campionare il sedimento nella darsena della rana, sa di andare sul sicuro. La diossina è ubiquitaria e non c’è modo di non trovarla quando la si cerca, non c’è possibilità. La diossina esisteva prima ancora che esistesse l’uomo, la diossina è presente, è prodotta dagli incendi boschivi naturali, dall’eruzione dei vulcani. Ma per essere ancora più sicura del risultato, Greenpeace fa qualcosa che bene avrebbe fatto il Pubblico Ministero presso la Pretura di allora ad indagare a fondo, perché crea con sapienza, con grande arte il campione di sedimento da offrire in pasto a Venezia. Per la prima volta qui incontriamo le impronte di cui parleremo a lungo. Quella che vedete in alto è l’impronta tipica che si trova in tutti i canali della zona industriale di Venezia, fuorché nel canale Lusore Brentelle, impronta che era già stata trovata, poi vedremo, da Di Domenico etc. L’impronta che vedete di sotto, invece, è un’impronta che non incontreremo mai più; è un’impronta assolutamente anomala che nessuno ha mai più trovato nella zona industriale, sembra invece un’impronta più prossima all’impronta di diossina che si trova nella zona urbana, con la prevalenza di OCDD; sembrerebbe un campione prelevato in altri luoghi, non dove si è detto, perché l’impronta non è industriale, non lo è affatto, sebbene si sia voluto dire che il campione fu prelevato in quel luogo, cioè nella darsena della rana alla fine del canale Lusore Brentelle. Come sapete, non solo non incontreremo più un’impronta simile, ve lo dirò, ma non incontreremo più neppure Greenpeace, che in effetti è scomparsa dal processo e ha portato altrove i suoi accampamenti. In effetti a Venezia ha avuto un successo strabiliante, inatteso, inaspettato. Le indagini serie, rigorose, non avevano allertato nessuno, perché non c’era ragione di allertarsi. Il campione di Greenpeace crea il miracolo. È Greenpeace, non le indagini in corso da tre anni da Di Domenico, ad indurre il Magistrato alle Acque di Venezia a prendere una grande decisione, che è quella di cavalcare da subito le montanti paure collettive. Incontriamo per la prima volta il dottor Giorgio Ferrari, che è un pubblico ufficiale, è il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque. Dove va il dottor Giorgio Ferrari a cercare la diossina? Hanno battuto i tamburi di Greenpeace, hanno fatto il loro tam tam. Giorgio Ferrari va a colpo sicuro e proprio dove aveva detto Greenpeace, va al Petrolchimico. Mai prima dell’aprile 1995 il Magistrato alle Acque si era posto il problema, ed è una tautologia... no, forse non è illogicamente una tautologia, ma è il problema se esistesse nella zona industriale l’ubiquitaria diossina. Certo che esisteva, ma dopo Greenpeace ha capito tutto e subito, ha capito chi è il responsabile. In un articolo che poi vedremo proprio firmato dal dottor Giorgio Ferrari, si ricorda come questa Magistratura veneziana sia stata istituita nel 1501. In questa storia, questa Magistratura veneziana non fa una bella figura; mai si dimostrerà veramente interessata a capire quale sia stata la causa della contaminazione da diossina della zona industriale, mai interessata a capire davvero, neppure oggi. Ora siamo al Petrolchimico, cerchiamo di fare chiarezza però, siamo nel 1995, siamo ad aprile 1995. Sono già due anni che gli impianti di CVM e PVC sono gestiti da EVC, che ne era proprietaria già dal 1990. Enichem è ancora qui nel processo, EVC non c’è mai stata. Ora, non me ne rammarico affatto; stare qui nel processo è un’ingiusta calamità, che non si augura a nessuno, quindi sono lieto che EVC abbia vissuto questa vicenda in un modo distaccato, anche se non me ne so dare ragione. Ci sono i sommersi e ci sono i salvati, diceva a proposito di ben altre cose Primo Levi. Questa campagna improvvisa del Magistrato alle Acque ad aprile 1995 al Petrolchimico ha un esito che con gli occhi della ragione appare assai magro: cinque campioni di acque di scarico, quattro sono negativi, non c’è traccia di diossina. Un refluo di diossina, o meglio di furani, e dopo vedremo quanto è importante distinguere, lo si trova in uno scarico interno, l’SI2. Attenzione all’unità di misura e ai numeri. Quello che si trova sono 14 milionesimi di milionesimo di grammo di octafurani. Gli octafurani sono i meno tossici nella grande famiglia delle diossine e dei furani, gli OCDF. Non si trova neanche un’ombra di TCDD, che è l’unica diossina classificata cancerogena dallo IARC, lo vedremo domani, è stata una decisione del 2000 o del 1999... no, precedente, presa a maggioranza, presa dallo IARC, scrivendo che l’evidenza di cancerogenesi per l’uomo è limitata, ma solo per il TCDD. Gli octafurani, i 14 milionesimi di milionesimo di grammo, sono considerati dallo IARC non classificabili agli effetti cancerogeni; sono in Gruppo 3, in zona retrocessione. Ovviamente resta il 2 uno scarico autorizzato, da chi? Dal Magistrato alle Acque. Ha una portata irrisoria, raccoglie acque dai reparti EVC e al momento del prelievo il flusso che viene esaminato non era neanche diretto in laguna, era diretto al biologico dove sarebbe stato trattato e la diossina non sarebbe finita in laguna. Io ho avuto modo di parlarvi già, nel mio primo intervento a fronte della richiesta di rinnovazione del dibattimento, dell’interessante diatriba tecnica che c’è nel processo fra il dottor Mara da una parte, la task-force del Ministero dell’Ambiente che ha scritto l’allegato tecnico al Decreto Ministeriale 30 luglio del 1999 e poi anche l’EPA, sempre dall’altra parte, circa l’efficacia del trattamento biologico a trattare le diossine: mentre il dottor Mara dice che il biologico non fa nulla alle diossine, la task-forse del Ministero dell’Ambiente e l’EPA individuano il biologico come la B.A.T., la best available technology proprio per il trattamento delle diossine. Forse aveva ragione Mara, non lo so; stento a crederlo, ma tutto può essere. Quindi quel flusso d’acqua che era diretto al biologico non avrebbe neanche recapitato diossine in laguna, perché le diossine sarebbero precipitate e possono sarebbero state buttate via, buttate fuori. Che cosa ci si sarebbe attesi? Un bel sospiro di sollievo, no? Non si è trovato nulla, praticamente nulla, proprio un refluo, qualche milionesimo di milionesimo di grammo di octafurani in uno scarico interno, di portata irrisoria, in un flusso neanche diretto in laguna. Tranquilli, o meglio: vogliamo cercare la diossina? Andiamo a cercarla altrove. Abbiamo la zona industriale popolata di centinaia di migliaia di industrie che da ottant’anni, novant’anni vivono e hanno scaricato in laguna, facciamo una ricerca seria. No, mai, esplode lo scandalo. Tanto è incredibile, cioè tale è il distacco tra i fatti e la loro raffigurazione mediatica, avallata dai pubblici ufficiali, da tutti a Venezia, che sembra davvero di dover temere, a meno di un impazzimento collettivo, che forse si cominciava a coltivare qualche scopo, buono o cattivo che fosse, qualche altro scopo. Greenpeace non crede neanche ai suoi occhi, non è mai successo in tutto il mondo che Greenpeace abbia avuto un tale successo, un tale clamore. Da Piazza San Marco porta i suoi stendardi, i suoi proclama: "Morte a Venezia". Morte a Venezia per 14 milionesimi di milionesimo di grammo di octafurani, classificati in Gruppo 3 non cancerogeni per l’uomo. Ora, per quanto possa sembrare incredibile, il dottor Ferrari, che è ancora oggi il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque, dimostra una straordinaria gratitudine a Greenpeace e non solo a Greenpeace. Nel rapporto del 2004, che è stata tempestivamente portato all’attenzione dell’opinione pubblica nel cuore stesso della discussione della difesa in questo processo, malgrado il documento fosse disponibile e pronto già da mesi, nella bibliografia, come vedete, è citato il rapporto di Greenpeace "Morte a Venezia", è citato un rapporto della Procura della Repubblica, è citato un articolo scientifico di Raccanelli e non c’è neppure un cenno alla sentenza del Tribunale di Venezia, cioè alla rigorosa e seria motivazione circa le cause vere della contaminazione della diossina contenuta nelle migliaia di pagine di quella sentenza. Ma non solo c’è "Morte a Venezia" di Greenpeace, ma un altro assente, un altro assente incomprensibile, è il rapporto dell’EPA del 2000. Ne parleremo poi, perché io controesaminai la dottoressa (Stringher) nel processo. La Stringher è la sacerdotessa di Greenpeace per le diossine e l’industria del PVC, perché l’EPA nel 2000 finalmente ha detto e ha scritto chiaro e tondo che l’industria del CVM e del PVC sono fonte irrilevante di contaminazione di diossine nell’ambiente. Naturalmente, ma è solo un cattivo pensiero il mio, il dottor Ferrari non ritiene di dover scrivere nella bibliografia che esiste questo rapporto. Perché mai? Cominciano le indagini, si dà il via alle danze. Il primo a farlo, con un tempismo formidabile – riesce ad anticipare anche il dottor Casson – è il Procuratore della Pretura Circondariale, il dottor Fortuna. Sulla stampa rassicura tutti, dice: "Faremo chiarezza, troveremo le cause". Ovviamente anche il dottor Fortuna, colto da il non resistibile fatto degli appelli di Greenpeace, sa chi è il colpevole, lo sa per scienza sua e continua a saperlo anche oggi e farà da subito un gravissimo errore, che segnerà le indagini e segnerà questo processo. Cerchiamo di capire un attimo e fermiamoci un secondo. Abbiamo detto 14 milionesimi di milionesimo di grammo di OCDF trovati in uno scarico. Ora, visto che siamo in un processo, non è irrilevante discutere se questo fatto nel 1995 contravvenisse a qualche norma giuridica. È straordinario come in questa vicenda, leggi e regolamenti non contino nulla, siano irrilevanti. L’allegato tecnico al Decreto Ministeriale 30 luglio del 1999, si tratta del Decreto del Ministero dell’Ambiente di cui abbiamo già parlato tante volte e io vi ho già prodotto, dà conto, perché fa una storia seria, dà conto della cronica e storica inesistenza di norme giuridiche che regolino la diossina negli scarichi dei reflui industriali. Questa cronica inesistenza di norme ha una sua ragion d’essere, non è soltanto il risultato della non troppo infrequente inerzia degli organi legislativi e tecnici della nostra Repubblica. Come vi dirò poi e vi ho anticipato prima, le attività umane che immettono diossina, le industrie che immettono diossina sono così tante e così diversificate fra loro che in effetti è molto difficile riuscire a congegnare un sistema di limiti razionali. È stato fatto ora. Questo documento, in queste tabelle, spiega come in tutti i testi legislativi vigenti, la Legge su Venezia, la Legge Merli, le diossine non fossero mai regolate, mai, come risulta dal Decreto Legislativo 183 del 1992. Niente, nulla, lo dice il Ministero dell’Ambiente, bisogna prenderne atto che non esiste una norma, il fatto non contravviene a nulla che esista nell’ordinamento giuridico. Ma non è così, non si prende atto di tutto ciò. Questo grande evento iniziatore, questi 14 milionesimi di milionesimo di grammo, devono essere curati con attenzione, devono far nascere qualcosa a tutti i costi e se la norma non c’è, la si inventa. Il 21 luglio del 1995 il dottor Ferrari trasmette al Pubblico Ministero una tra le più originali notitiae criminis che si possano immaginare. È interessante rilevare che il dottor Ferrari scrive di aver sentito informalmente esperti dell’Istituto Superiore di Sanità e di avere ritenuto opportuno applicare alla situazione trovata, cioè allo scarico interno SI2, che va al biologico, che non va in laguna, un parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale. Un parere, un parere che non ha mai dato luogo all’emanazione di alcuna norma, ma – come vedremo soltanto fra un attimo – un parere che con questa storia, cioè con gli scarichi industriali del Petrolchimico, non c’entrava nulla, ma proprio nulla. Ora, se questo documento è la trasmissione di una notitiae criminis, già il fatto che si scriva: "Sentiti in via informale esperti dell’Istisan" e neanche si senta il bisogno di dire chi siano questi esperti, cosa abbiano detto, fa quasi sorridere. Sembra quasi un’informativa dei servizi segreti. Sentiti in via informale. Ma chi erano costoro? Ma c’è di peggio, perché almeno ci si sarebbe dovuti chiedere: ma il dottor Ferrari l’aveva letto questo documento, questo parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale? Tutto fa pensare di no. Sentito in udienza dibattimentale il 7 di novembre del 2000, io gli posi delle domande. Io gli chiesi: "Questo parere si riferiva ad una situazione molto particolare?" e lui disse: "Sì". Io gli chiesi: "Risponda alla mia domanda, a quale situazione si riferiva?" e la risposta di Ferrari fu stravagante, lui disse: "Mi pare che si riferisse ai riversamenti di oli di condensatori". Io gli replicai: "No, guardi che si riferiva ad una situazione diversa, si riferiva ad un inceneritore in Toscana, a San Donnino". Gli dissi: "Lei lo sa che la stessa Commissione Tossicologica aveva detto che, visto che si tratta di una situazione particolare, l’impiego dei limiti e dei criteri suggeriti in quel parere a situazioni diverse potrebbe non essere lecito?". Gli oli condensatori non c’entrano nulla, ma proprio niente; è, così, un lapsus, un cattivo ricordo di una memoria non buona. Non parliamo di cose poco importanti, perché qui inizia la storia. Quindi oli condensatori nulla, era un inceneritore di rifiuti urbani a Firenze. Gli chiesi se conosceva questo documento e mi disse di no: "No, lo conobbi in occasione del prelievo". L’aveva mai visto prima? Mai. Parliamo del Magistrato alle Acque, no? Fa sorridere l’idea che se questo documento davvero fosse utilizzabile così come il Magistrato alle Acque ha voluto utilizzarlo, il nostro dottor Ferrari avrebbe confessato che nel 1988 era quanto meno e gravemente venuto meno ai suoi doveri, perché? Perché mai aveva imposto condizioni, mai aveva controllato lo scarico per vedere se questo fantomatico limite era stato rispettato oppure no. È chiaro però che il limite, come vedremo tra un attimo, non c’entrava proprio niente. Ecco, questo è il parere, Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale, 31 dicembre 1988. Ecco cosa scrivevano, io non so se fossero questi gli esperti sentiti in via informale dal dottor Ferrari, ma penso proprio di no: "La Commissione sottolinea che i limiti ambientali proposti si riferiscono alla situazione verificatasi nell’area di San Donnino dove si è presunto, anche sulla base della documentazione disponibile, che la contaminazione da PCDD e PCDF sia dovuta primariamente a processi di combustione e alla ricaduta di polveri generata dagli stessi, pertanto l’impiego di tali limiti ed i criteri ad essi associati in situazioni non confrontabili con quella valutata in questa sede, potrebbe non essere lecito". Potrebbe non essere lecito, era scritto così nel parere e invece il dottor Ferrari ritiene opportuno confrontare un inceneritore di rifiuti urbani di Firenze con uno scarico di reflui industriali del Petrolchimico. A dire il vero all’udienza pensa che siano oli condensatori, neanche inceneritori, ma forse per lui era la stessa cosa. Vi è davvero da fare questa domanda: che cosa c’entri mai l’inceneritore di rifiuti urbani di Firenze, di San Donnino, con gli scarichi industriali? Perché allora si ritenne opportuno fare quel confronto in una nota trasmessa alla Procura della Repubblica, perché? Il dottor Ferrari si trova in una situazione strana, imbarazzante, in questo processo. Se non fosse una parola logorata dall’uso e che sembra ormai avere poco significato purtroppo qui da noi in Italia, diciamo che è in un grave e pesante conflitto di interessi: da un lato il pubblico ufficiale che ha doveri di imparzialità e di oggettività, dall’altro è stato arruolato dal Pubblico Ministero come consulente e prova un innaturale impulso alla parzialità che hanno i consulenti tecnici di un processo, con un’aggravante: in quanto Magistrato alle Acque, sa di essere continuamente sotto la spada di Damocle del timore di un’incriminazione. Non è un’invenzione. Durante il controesame del dottor Sesana, il Pubblico Ministero disse proprio: "Io il Magistrato alle Acque ce l’ho sotto processo, l’ho processato più volte". Ora, che un Pubblico Ministero scelga come proprio consulente tecnico un indagato, che per di più è un pubblico ufficiale, è almeno inusitato, è almeno singolare. Forse è per questo che il dottor Ferrari ritenne opportuno portare quel pezzo di carta, che non era utilizzabile per questi fini, perché di norme non ce ne erano e non dovevano essere inventate tanto per far piacere al Pubblico Ministero. È inutile su questo punto dilungarmi. Il dottor Ferrari nel 1990 ha scritto un bell’articolo sui doveri e sui poteri del Magistrato alle Acque sulla Laguna di Venezia; racconta la storia dell’istituzione, racconta come questa Magistratura sia il primo garante della salvaguardia dell’ecosistema e lo dice in tantissimi punti. Ecco le competenze entro la contaminazione lagunare. Egli era il primo garante, sapeva di correre maggiori rischi, forse, se ci fosse stata materia per correre rischi. Il limite, ecco, questa è la conclusione che io mi sento di poter trarre, il dottor Ferrari non avrebbe mai dovuto accettare un incarico che mai il Pubblico Ministero gli avrebbe dovuto offrire. Mai. Queste sono le regole del gioco fondamentali: la distinzione dei ruoli, affinché ciascuno possa fare come si deve il proprio dovere e il conflitto c’è ancora, per nulla irrisolto, lo vedremo dopo, alla fine. Il grande desiderio di trovare argomenti a favore dell’ipotesi d’accusa che con tanta pervicacia il dottor Ferrari sosterrà nel processo, continua ancora oggi. Ora vorrei dare alla Corte d’Appello il senso tossicologico di ciò di cui parliamo. La Commissione Consultiva Tossicologica, in quel parere per l’inceneritore di Firenze, aveva raccomandato per quella situazione un limite di 0,5 picogrammi di diossina per litro. Dobbiamo chiederci che cosa significhi per la tossicologia questo limite, che senso abbia, cosa voglia dire davvero. Questo è un documento dell’EPA del 1992, lo trovate allegato alla relazione del professor Foraboschi. L’EPA nel 1992 stabiliva come limite di concentrazione di diossina, di TCDD, non degli octafurani, di TCDD, cioè della diossina cancerogena, limiti di concentrazione per l’acqua potabile destinata al consumo umano 30 picogrammi per litro. Questa è la produzione: l’EPA ha fissato in 30 picogrammi per litro la quantità di diossina ammissibile nell’acqua potabile, per ridurre il rischio di cancro e di altri effetti avversi. Cancro perché parla di TCDD. L’acqua potabile che non supera questa soglia non rappresenta alcun rischio e può essere considerata sicura per quanto riguarda la diossina. Nel 1992, è dell’EPA, perché l’EPA – poi vedremo – fa il suo mestiere, che non è il mestiere dello scienziato, del ricercatore; l’EPA fa delle stime, che vedremo domani che sono per definizione lontane dalla realtà perché sono potenziali. Quindi 0,5 era sessanta volte meno di un limite raccomandato negli Stati Uniti per l’acqua potabile. Non ci sono norme per gli scarichi, è un problema ovviamente. Ma ci sono norme almeno per i sedimenti per la cui contaminazione si va ad indagare per la diossina? No, non ci sono neanche oggi, figuriamoci se c’erano nel 1995. Ma anche qui capita lo stesso, se si vuole una norma da qualche ripostiglio dell’ordinamento pieno di polvere la si trova, non è un problema. Lo vedremo poi, perché la commedia degli equivoci che è stata inscenata nel processo tra norme olandesi, norme norvegesi e i protocolli del Ministero dell’Ambiente che non c’entrano nulla con il nostro problema, sono un altro capitolo nel grande capitolo del processo, lo vedremo poi. Che cosa sorprende fin dal principio di questa storia? C’è stata una vera rimozione collettiva della storia industriale di Venezia. È chiaro che io della prima zona industriale vi parlerò a lungo, perché cercherò di spiegarvi come la spiegazione della causa della contaminazione della diossina in laguna fosse già chiara fin dal principio ed era chiara non tanto perché l’avessero chiarita i consulenti della difesa, quanto perché la stavano iniziando a chiarire proprio i consulenti dell’accusa, Di Domenico per primo per conto del dottor Fortuna e il dottor Muller per conto del Pubblico Ministero dottor Casson; ma siccome stavano iniziando a chiarire la situazione, entrambi furono gentilmente invitati a non partecipare più alle feste veneziane. E la domanda viene: perché le truppe del Magistrato alle Acque pensano da subito solo e soltanto al Petrolchimico? Ma perché, per quale ragione? È solo il campione del sedimento di Greenpeace, quello che abbiamo visto presenta un’impronta talmente stravagante da non essere credibile, perché non è l’impronta della zona industriale? Perché non sfiora nessuno il pensiero che le centinaia di industrie che dal 1910 scaricano reflui in laguna possano aver avuto qualche parte? Eppure nessuno ci pensa. La prima zona industriale, il Canale Nord e il Canale Brentelle, è il grande tabù del processo; è il non luogo, non se ne deve parlare. Io ho voluto farvi vedere la cartina per mostrarvi dov’è il Canale Nord e dov’è il Canale Brentelle. Cominciano le indagini sul serio. Il dottor Fortuna pone a Di Domenico, perché Di Domenico era il più serio ricercatore sulla materia disponibile sul mercato. Aveva già iniziato le sue ricerche. Egli dice nel 1995: bisogna continuare, e i primi quesiti che gli vengono posti sono seri. Questa è la relazione, la prima relazione Di Domenico, è agli atti. Vedete che tra gli autori c’è il dottor Turrio Baldassarri, che è l’unico dei tre coautori della ricerca che verranno sentiti in dibattimento. Il dottor Di Domenico non verrà mai sentito e per qualche buona ragione. Ecco dalla relazione Di Domenico che apprendiamo come vanno le cose. Il 30 maggio 1995, il dottor Fortuna conferisce un incarico, il quesito è serio: determinino e descrivevano le singole campionature di sedimenti lagunari avendo cura nella scelta dell’ubicazione", vi prego di porre attenzione a questo dettaglio perché è fondamentale per il prosieguo della storia. Ovviamente la definizione della geografia del campionamento è di fondamentale importanza ai fini delle indagini scientifiche; lo deve fare il tecnico, uno scienziato serio, che deve poter individuare dei punti che siano sufficientemente rappresentativi della generale situazione, al fine di poter poi orientare le indagini successive, cioè andare laddove si sia trovata la contaminazione più elevata, per capire quale ne sia la causa e quale ne sia la fonte, e in effetti in questa prima campagna analitica il compito di definire la geografia reale di campionamento viene riservata a Di Domenico. Vengono individuate sei zone di campionamento. L’Area 1 è l’area che dovrebbe essere rappresentativa della zona industriale; della zona industriale però, non soltanto del Petrolchimico, cioè di tutta quell’area che abbiamo visto prima, nella prima mappa che vi ho fatto vedere. L’Area 2 è la zona urbana, perché anche la zona urbana – come si vedrà – è fortemente contaminata da diossina, da IPA. L’Area 1, che è quella che ci sta più a cuore, perché è l’area industriale, viene suddivisa da Di Domenico in quattro sottoaree, numerate come Area 30, Area 40, Area 60 e Area 70. L’Area 30 corrisponde al canale Lusore Brentelle. Ne parleremo a lungo. Il canale Lusore Brentelle è stato per almeno trent’anni il recapito storico dei reflui della produzione del Petrolchimico. Dal 1980 in poi, dopo l’avvio e la messa in opera dei presidi di trattamento, ci sarà una diversione, nel senso che i reflui di processo non verranno più scaricati nel Lusore Brentelle, ma saranno scaricati nel canale Malamocco Marghera attraverso lo scarico principale che è l’SM15. Il Lusore Brentelle, dunque, è un canale rappresentativo della contaminazione antica ascrivibile, o meglio, originata dal Petrolchimico; è un piccolissimo canale interno, la cui contaminazione è nota a Venezia da tempo. L’Area 40 anch’essa è in qualche modo rappresentativa della seconda zona industriale, vicina o non troppo lontana dalla seconda zona industriale. L’Area 60 corrisponde al Canale Nord, l’Area 70 al Canale Ovest, che come abbiamo visto all’inizio delimita a nord il Petrolchimico. Ecco le aree che secondo la perizia Di Domenico sono indicate nell’Area 30, nell’Area 40, l’Area 60 e l’Area 70. L’Area 60 è nel Canale Nord, siamo alla prima zona industriale, che è nata, dopo lo vedremo, è nata nel 1905. La prima industria sorta nella prima zona industriale è sorta nel 1910. In quelle acque di quei canali hanno scaricato per decenni centinaia e centinaia di industrie. Ovviamente Di Domenico, qui potete vedere la foto che abbiamo visto all’inizio, lì potete vedere il canale Brentelle e il Canale Nord e lì nel Canale Nord, Di Domenico raccoglie un pool di sei campioni di sedimenti per cercare di capire quale sia il livello di contaminazione di quel canale, come quello sia il livello di contaminazione degli altri canali, ivi compreso i canali circostanti al Petrolchimico. L’unico campione di sedimento realmente contaminato è il campione dell’Area 60, del Canale Nord. Di Domenico sottolinea l’importanza del ritrovamento e lo fa in moltissimi punti di quella sua relazione, lo comunica cioè a chi? A chi gli aveva dato l’incarico, doveva rispondere ai quesiti posti dal Pubblico Ministero e dal Procuratore presso la Pretura Circondariale, per esempio per gli IPA. Sono tutti passi tratti dalla relazione Di Domenico. Per quanto riguarda gli IPA, vedete, la loro presenza è rilevante. Nel Canale Nord, comunque, la loro concentrazione raggiunge il massimo, probabilmente ricevendo un contributo significativo dall’adiacente coclearia. Per i metalli pesanti è ancora più chiaro. Nell’Area 1 la contaminazione è prodotta in parte in scala ridotta dalle stesse fonti presenti nell’area urbana – dice Di Domenico – e maggiormente negli insediamenti industriali di Porto Marghera: "Gli alti valori di concentrazione dei metalli studiati, soprattutto nel Canale Nord, non possono essere imputabili al solo traffico navale, ma a specifiche lavorazioni che immettono nei canali indagati le sostanze inquinanti". Dopo di che c’è l’elenco delle industrie che potevano essere responsabili di questa contaminazione importante trovata nel Canale Nord: le raffinerie di petrolio, le produzioni di metalli non ferrosi di prima o di seconda fusione, prodotti chimici organici e non organici, carboncoc, energia elettrica, cantieri navali, l’impianto consortile di depurazione delle acque. Per le diossine, in particolare, secondo Di Domenico il campione di sedimento prelevato nell’Area 60 è l’unico davvero interessante, ma perché? Perché potrebbe essere indicativo di una contaminazione non solo molto rilevante, ma di una fonte tuttora attiva lassù. Vi prego di rilevare, a parte la segnalazione, quella cerchiata in blu, perché è sempre riferita all’Area 60, c’è un’indicazione di notevole interesse e mentre per le tre aree di campionamento vicine al Petrolchimico, Di Domenico parla di livelli di contaminazione tra loro congruenti e allineati su valori relativi medio – alti, solo nell’Area 60 c’è un netto quanto improvviso aumento del contenuto di PCDD e PCDF. In genere le concentrazioni cumulative misurate di PCDD e PCDF appaiono confrontabili con quelle riscontrate in sedimenti fluviali. Ancora più importante: "Il risultato cumulativo di 570, perché questo era il livello di contaminazione trovato nel Canale Nord, 570 picogrammi – grammo, potrebbe rappresentare – dice Di Domenico – o il livello più o meno ricorrente della contaminazione media del canale, oppure non può escludersi che dei quattro prelievi alcuni diano un contributo trascurabile alla contaminazione del pool e di fatto esercitano un’azione di diluizione". In pratica Di Domenico dice: o lì c’è una zona contaminata mediamente su questi livelli, che sono – poi vedremo – più di un ordine di grandezza superiori rispetto ai livelli trovati intorno al Petrolchimico, oppure addirittura ci potrebbe essere la contaminazione di migliaia di picogrammi e quindi bisogna indagare, bisogna andare a vedere che cosa c’è lassù. Ancora più interessante, e qui siamo a cavallo tra il 1995 e il 1996, è quello che... qui trovate altri passi che dicono sempre le stesse cose, ripetute più e più volte. Questo è importante. L’Area 60 tocca il massimo livello di contaminazione, mentre nelle altre tre zone di campionamento, appaiono contenere livelli più bassi di circa un ordine di grandezza. Vi prego di stare attenti a questo passaggio, perché qui Di Domenico sta dicendo che il gradiente di concentrazione della contaminazione tra l’Area 60 dov’è il Canale Nord, che oscilla tra 1400 e 3100 picogrammi/grammo, deve essere raffrontato come livello di contaminazione di diossina trovata intorno al Petrolchimico, che sono tra i 23 e i 52. Questa è la differenza, enorme. Ma le cose più interessanti Di Domenico le dice a proposito dell’impronta. Voi sapete che l’argomento dell’impronta è l’unico argomento al quale l’accusa ancora cerchi di aggrapparsi. È molto interessante verificare che già Di Domenico nel 1996 aveva avvertito i Pubblici Ministeri che l’impronta del cloro, l’impronta di diossina trovata nel sedimento lagunare, soprattutto nel sedimento del Canale Nord, non corrispondeva all’impronta della produzione del CVM, cioè all’impronta della produzione del CVM indicata in letteratura dalla Stringher. In questi passaggi, che adesso vedrete, è scritto che sì la distribuzione di congeneri di diossina nel sedimento del Canale Nord presenta una prevalenza di octafurani e che questa potrebbe essere compatibile con l’impronta del CVM, ma la cosa più importante che dice Di Domenico è che invece la presenza marcata di altri congeneri di diossina non rendono il campione del sedimento nord corrispondente all’impronta riscontrata in letteratura per la produzione del CVM. La conseguenza è che per Di Domenico si devono cercare altre industrie ubicate nel Canale Nord, la cui impronta di diossina corrisponda effettivamente all’impronta trovata. Vi prego di tenere a mente questa indicazione videografica che è contenuta nel lavoro Di Domenico nel 1995. Qui è scritto che bisogna trovare qualcosa d’altro. Oehme aveva scritto un articolo importante, che era riferito all’industria del magnesio, perché l’industria del magnesio produceva grande quantità di diossina e l’impronta trovata nei sedimenti del fiordo norvegese dove l’industria immetteva le sue acque di processo, pareva già a Di Domenico esattamente corrispondente all’impronta trovata nel Canale Nord. Ora, partendo proprio da Oehme, i consulenti della difesa, Frignani, Bellucci e Colombo, sulla base di una serie di indizi che poi vi illustrerò, arriveranno ad individuare la vera causa di contaminazione della diossina. Vi chiedo cinque minuti di intervallo, per favore.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.05.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.35.

 

PRESIDENTE – Prego signor Avvocato.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Signor Presidente, signori Giudici, riprendo allora dal ritrovamento del campione di sedimento nell’Area 60, cioè nel Canale Nord, offrendovi alcuni cenni su una questione che poi tratterò largamente, cioè su che cosa c’era nel Canale Nord e lo farò mostrandovi dei riferimenti a documenti storici che sono agli atti, sono tutti contenuti nella memoria Colombo – Bellucci. "Porto Marghera alle origini", questo documento credo che sia del 1928... del 1932, contiene una sintetica cronologia degli eventi che portarono prima alla decisione e poi alla realizzazione del primo grande polo industriale del nord est in Italia. Risulta che la prima grande industria che si sia insediata in quella zona, si sia insediata nel 1910, ed era la Vidal, ma adesso molto rapidamente, sempre tratti da documenti storici, vi mostrerò gli elenchi delle industrie che ivi erano insediate e scaricavano reflui nel Canale Nord. Questo documento è del 1928. Sono numerosissime le attività. Come poi cercherò di spiegarvi nella memoria dei consulenti Colombo e Bellucci, verrà fatta un’associazione tra le tipologie di industrie presenti, tratte ovviamente da questi inventari storici e la tipologia di contaminante che, sulla base dell’analisi del processo produttivo delle singole industrie, si poteva ragionevolmente ipotizzare come scaricato in laguna. Ora vi mostro esclusivamente l’elenco di queste industrie, dopo invece, nella parte in cui cercherò di illustrarvi quali sono stati, qual è stato il percorso logico e razionale che ha condotto la difesa, partendo dalle indicazioni di Di Domenico, cioè partendo dalle indicazioni di letteratura contenute in Di Domenico, la fonte di Oehme che abbiamo visto prima, che effettivamente riportava in allegato un’impronta delle produzioni del magnesio che era largamente corrispondente all’impronta che già Di Domenico aveva trovato nel Canale 60. Nella prima zona industriale non v’erano industrie del magnesio e questo era già stato messo in luce anche da Di Domenico, ma partendo da quel riferimento di letteratura e utilizzando poi, come vedremo, elementi tratti dal controesame della dottoressa Stringher qui in dibattimento, che spiegò al Tribunale in parole semplici quali sono le ricette, per così dire, per cucinare la diossina, quali sono cioè gli elementi necessari e sufficienti perché un’industria emetta diossina, proprio partendo da Oehme si arriverà ad individuare un’importantissima attività industriale svolta nella prima zona industriale, che era l’attività di recupero del rame partendo dalle ceneri di pirite. Questo punto vorrei anticiparlo, anche se sarà oggetto di mia trattazione analitica successivamente. Avete già sentito parlare di fanghi rossi dal professor Stella. I fanghi rossi dopo io cercherò di illustrarvi da dove scaturiscano, perché rendano rosso e perché in qualche modo rendano visibilmente rosse le acque dei canali, sebbene nella foto che vi ho fatto vedere prima, ecco, questa foto, che è tratta proprio dal rapporto del Magistrato alle Acque, mentre è visibile il colore rossastro nelle acque, per qualche strana ragione questo problema diciamo ambientale della qualità delle acque della laguna non sembra oggetto di particolare attenzione neppure oggi da parte del Magistrato alle Acque, probabilmente perché è palese che questo argomento, cioè i fanghi rossi che colorano le acque e che sono carichi di diossina, non sono un argomento che aiuti nell’individuazione di un responsabile purché sia, o del responsabile che si è voluto designare. I fanghi rossi sono il residuo di due produzioni industriali: una è quella che vi ho indicato e che poi riprenderò, raccontandovi come si arrivò ad identificarla come la vera causa della contaminazione di diossina della prima zona industriale e poi della seconda, quindi l’estrazione del rame dalle ceneri di pirite cariche di arsenico. Questo sarà, vedrete, un indizio decisivo per capire, perché nella prima zona industriale – e poi vi farò vedere i diagrammi – gli insediamenti contaminati da diossina sono contaminati anche da arsenico e fra i due contaminanti vi è un’associazione che non può ovviamente essere casuale. L’altra lavorazione che produce fanghi rossi è la lavorazione dell’alluminio. Dopo io vi spiegherò che nei campioni di fanghi rossi prelevati dalla difesa lungo il Canale Sud, dove ci sono le vongole, sarà, si riuscirà, si individuerà la presenza di diossina sia nei fanghi rossi risultanti dall’estrazione del rame e dalle ceneri di pirite, cioè quei fanghi rossi che risultano carichi anche di arsenico oltre che di diossina, sia dai fanghi rossi che risultano i residui della lavorazione dell’alluminio, che sono identificabili come tali appunto per l’elevata presenza di alluminio. Queste due tipologie di fanghi rossi sono stati, e questo è un dato storico incontrovertibile, massivamente immessi nell’area del Petrolchimico, perché queste industrie erano attive già nella prima zona industriale, già anni e anni prima che nascesse il Petrolchimico ed esisteva un doppio problema: da un lato come smaltire questi rifiuti; dall’altro, volendo estendere la zona industriale anche più a sud, come trasformare gli acquitrini, le barene, in terra, dove poter costruire qualcosa? All’epoca si credette di poter prendere due piccioni con una fava, che fosse la soluzione tecnicamente migliore quella di usare i fanghi di risulta dei processi industriali della prima zona industriale sia per potersene liberare, sia per poter fare terra laddove c’era il mare, laddove c’erano le barene, innalzando i livelli della terra. Lì si costruirà il Petrolchimico, su quella terra. Da questa foto vedete, questa foto tratta anche questa dagli atti del processo, risulta dal Magistrato alle Acque, in rosso risulta le trasformazioni subite dalla terra, dal tessuto barenoso. Dove vedete rosso ci sono le barene. Le barene sono isole che sono periodicamente attraversate dal mare, invase dal mare; cioè vengono invase dal mare completamente e poi il mare si ritira, quindi ovviamente non si sarebbe potuto costruire un Petrolchimico sulle barene, bisognava alzare il livello della terra per evitare il contatto con il mare. Tutta quell’area rossa diventerà terra e diventerà terra proprio attraverso l’uso di fanghi di risulta dei processi industriali, oltre che materiale di vario altro tipo. In questo disegno vedete la cartografia, è la cartografia del 1908, di com’era la laguna prima che nascesse il Petrolchimico e i contorni rossi sono i contorni del Petrolchimico. La linea verticale che attraversa la figura è il canale Bondante. Il canale Bondante è lo spartiacque: a sinistra del canale Bondante c’erano acquitrini, a destra del canale Bondante c’erano barene e c’era mare. Questa zona è diventata il Petrolchimico. Agli atti abbiamo, oltre che documentati innumerevoli fonti di provenienza insospettabile, perché provengono proprio dallo Stato, dalla Regione, dalla Provincia, abbiamo anche un atto del 1938 che è un atto integrativo di una convenzione, da cui risulta che lo Stato aveva, non so se dietro compenso oppure no, chiesto – e lo dico tra virgolette, siamo nel 1938 – ad un signore, (Ettore Levi Fumoisè) di far sì che nella sua terra, adesso la vedremo nella cartina, nella sua terra, che corrisponde ad una parte di rilievo dell’attuale Petrolchimico, e questo è il disegno, questa è la terra oggetto della convenzione tra lo Stato e il signor Ettore Levi Fumoisè, che su queste terra fatta di barene si potessero abbancare migliaia di tonnellate di rifiuti, in modo da poter cominciare a fare terra, a costruire terra per le successive attività industriali. Ecco, questo è il quadrato corrispondente all’area precedente e questa è l’area del Petrolchimico, dove prima c’erano barene. Comunque in questo momento volevo semplicemente darvi conto del fatto che è incontrovertibile che questo trasferimento massiccio di residui di produzione nella prima zona industriale siano stati portati a sud. Questo è avvenuto ad opera dello Stato. Ora, vi avevo detto già prima: lo Stato prima è lo stato liberale, lo stato di Giolitti, perché la zona industriale comincia ad inizio secolo ma poi è un progetto che viene pianificato negli anni. Secondo lo schema dei valori di allora si stava facendo qualcosa di positivo, si portava terra per consentire attività umane laddove prima c’era acquitrino, malaria, zanzare. Oggi con i nostri, con i valori che si vanno consolidando nella nostra società, questa attività che è stata compiuta attraverso l’immissione di tonnellate di rifiuti visibili ancora ad occhio nudo, sembra un peccato originale. Certo è, è la vera grande causa della contaminazione della laguna e anche della seconda zona industriale ed è ad oggi visibile. Vi farò vedere dopo delle fotografie sia relative all’Area 43 ettari, che delimita a sud il Petrolchimico, o meglio è sulla sponda sud del Canale Sud, sia dell’isola delle Trezze, che invece delimita ad est il Petrolchimico ed è un’isola costruita sui rifiuti, tanto che per anni, malgrado l’ottimismo un po’ fuori misura che il dottor Bruni ha espresso nella sua memoria quando ha parlato di isola conterminata, vi farò vedere delle foto da cui risulta che quest’isola per decenni rilasciava fanghi rossi nelle acque della laguna, proprio dirimpetto allo scarico SM15. Vedremo poi che i fanghi rossi risultano, come vi ho detto, contaminati da diossina, come vedremo che le vongole, le (tapes filippinarum), cioè le vongole non autoctone, le vongole portate, immesse in laguna, prosperano nei fanghi rossi e sono contaminate da diossina, per quanto, come abbiamo visto all’inizio, fortunatamente, almeno per quello che risulta dagli atti disponibili, meno del limite di concentrazione ammissibile per la loro edibilità. Quindi fanghi rossi, diossina, fanghi rossi nel Canale Sud, vongole nei fanghi rossi – vi farò vedere le immagini – diossina nelle vongole. Arriviamo ad un momento decisivo per la storia del processo, perché nel novembre del 1995 alle indagine viene impressa una svolta determinante. Abbiamo visto che le prime indagini del dottor Fortuna, con i primi quesiti al Di Domenico, avevano portato a quel risultato: il campione di sedimento più contaminato è a nord, è da indagare non solo per capire la storia, ma anche perché lassù potrebbe esserci la causa attiva, una fonte attiva di contaminazione. Di Domenico dice: quel campione è di notevole interesse, lassù dobbiamo andare ad indagare. Questa è la seconda relazione di Di Domenico, che rispecchia il secondo tempo delle indagini a lui delegate. È molto interessante il quesito che il dottor Fortuna pone ai suoi consulenti: "Vi prego di prestare attenzione al riferimento esclusivo che viene fatto allo stabilimento Petrolchimico Enichem, tenendo comunque sempre presente in senso positivo o negativo lo stabilimento Petrolchimico Enichem di Porto Marghera". Ma non è tutto, anzi, è nulla ancora. Che cosa capita d’altro? Vi è chiaro che aver indicato d’autorità il Petrolchimico come l’unico oggetto di investigazione non è in linea con i risultati della prima campagna analitica, non lo è ed è un atto in qualche modo poco responsabile, se davvero – e poi così risulterà – era a nord la grande, importante contaminazione; era lassù che si doveva andare per proteggere i veneziani, per impedire a questa fonte, se ancora attiva, di fare danni. Cosa succede? Il dottor Fortuna esautora Di Domenico dal compito di scegliere le aree di campionamento; affida questo compito alla Polizia giudiziaria, cioè al dottor Giorgio Ferrari. Il dottor Giorgio Ferrari non andrà più a campionare nell’Area 60, nel Canale Nord. Che il dottor Ferrari sapesse molto bene dove Di Domenico era andato a campionare, risulta perché il Ferrari aveva aiutato Di Domenico nella prima indagine, lo apprendiamo leggendo proprio la prima relazione Di Domenico; fra coloro che vengono ringraziati per il contributo dato, c’è proprio il dottor Giorgio Ferrari, sezione inquinamento del Magistrato alle Acque di Venezia. Egli dunque sapeva dove era stato fatto il campionamento e perché si erano scelte quelle aree. Andrà lui a fare i campionamenti, suddividerà ancora l’Area 1, l’area a zona prevalentemente industriale, cioè la zona industriale, ma le sei aree di campionamento che lui andrà ad individuare sono tutte circostanti al Petrolchimico. Di Domenico nella sua relazione lo scrive, è una slide forse precedente, l’aveva detto: scrive che quando lui aveva ricevuto l’incarico, i campioni erano già stati prelevati dalla Polizia giudiziaria. A questo punto è chiaro che la zona industriale non è più la zona industriale, ma è soltanto il Petrolchimico. Le sei aree di campionamento, tutte localizzate intorno al Petrolchimico, sono queste: Area 1 Canale Brentelle, Area 2 tratto terminale canale Lusore Brentelle, Area 3 uscita canale Brentelle, Area 4 sbocco canale SM15, Area 5.1 canale Malamocco Marghera, Area 5.2 pilone sentiero ancora canale Malamocco Marghera, Area 6 canale industriale sud. Queste sono le aree di campionamento quali risultano dalla perizia Di Domenico, che come ho detto prende atto sin dal principio di non essere stato lui a scegliere i punti di prelievo. Di Domenico fa analisi su campioni prelevati da altri, in punti decisi da altri e comunque solo nei canali intorno al Petrolchimico. Ora, perché ciò sia avvenuto è una domanda che è del tutto lecito porsi. Nella migliore delle ipotesi si è trattato semplicemente di un grave errore giudiziario, perché pur avendo gli elementi per capire, come aveva detto Fortuna nel 1995, come e dove andare per fare chiarezza, pur sapendo che l’area veramente contaminata era un’altra, si prende un’altra decisione. Di Domenico analizza comunque quei campioni. Ora, non è improprio dire che a Di Domenico viene posta una certa pressione, dovendo dire qual è la causa della contaminazione: avendogli dato solo dei campioni di sedimento intorno al Petrolchimico, la risposta attesa non è difficile da immaginare. Eppure Di Domenico non dà questa risposta. Questo scrive Di Domenico nelle sue conclusioni: "La complessità dei profili analitici ottenuti, il notevole lasso di tempo trascorso e la molteplicità delle possibili cause d’inquinamento, non consentono di individuare con certezza i processi industriali all’origine del medesimo. Infatti l’accumulo dei materiali chimici e tossici d’interesse nel sedimento lagunare, il fenomeno verosimilmente è avvenuto per immissione continua e discontinua, nel corso di anni". Questo era il passo della relazione Di Domenico da cui risulta questa affermazione. Ma v’è di più. Nella prima relazione Di Domenico, lo abbiamo visto, aveva fatto un cenno all’impronta del cloro, aveva citato la Stringher e (Arpa), ma aveva concluso che l’impronta di diossina che aveva trovato non era sovrapponibile all’impronta del CVM. Lo aveva scritto. È vero che c’erano OCDF prevalenti, ma c’erano anche troppi OCDD, che non c’erano nell’impronta tipica della Stringjer e quindi aveva detto Di Domenico: attenzione, quell’impronta somiglia di più ad un altro tipo di industria, d’altra parte è l’industria che trovate nel canale, è qualcosa che trovate nel Canale Nord. Allora Di Domenico non dice quello che probabilmente qualcuno voleva che dicesse e dice delle cose importanti, perché cerca anche di datare il sedimento, datare la contaminazione e dice che la contaminazione è limitata agli strati profondi. Dice, con onestà metodologica, che non è facile datare quel sedimento, ma che tutto lascia pensare che si tratti di fatti anteriori al 1980, ad un periodo cioè in cui Enichem a Marghera non aveva ancora messo piede, non c’era. Questa è la risposta che dà Di Domenico nella sua seconda relazione al dottor Fortuna, che pure ha d’autorità deciso che si deve indagare solo in quella zona di laguna, solo in quella parte di zona industriale. Di Domenico non verrà mai più chiamato da nessuna delle Procure, non verrà neanche in dibattimento. Al suo posto, vedremo, verrà Turrio Baldassarri, lo vedremo dopo quando esamineremo che cosa ha detto Turrio Baldassarsi in questa sede. Turrio, non so se per sua decisione o perché qualcuno gli ha suggerito di dire così, non dirà neanche una parola della prima campagna analitica, dei primi quesiti posti dal dottor Fortuna; comincerà il suo esame parlando soltanto della seconda campagna analitica, quella che nei quesiti diceva: cercate solo Enichem, soltanto Enichem e nient’altro che Enichem. Per lui la prima campagna non esiste. In controesame il professor Stella gli fa una domanda, dice: "Ma scusate, ma la prima volta non avevate cercato anche più a nord?", "Ah, sì – dirà Turrio – è vero, ma la seconda campagna era più mirata, non mi ricordo bene". Non risponderà. Il Tribunale non avrebbe mai saputo che Turrio Baldassarri e gli altri avevano indagato la prima zona industriale e avevano trovato il sedimento nel Canale Nord; non lo avrebbero saputo e non avrebbero potuto capirlo leggendo la relazione, perché è una relazione difficile da capire. Il Tribunale si aspettava che fossero gli autori della relazione a spiegare cosa avevano fatto, ma non andò così. Di Domenico non tornerà più a Venezia. Le indagini diventano più importanti, entra sulla scena il dottor Casson, cioè la Procura presso il Tribunale. Viene disposto un accertamento tecnico ai sensi dell’Art. 360 del Codice di Procedura Penale, ovviamente lo avete agli atti del fascicolo. Non v’è da stupirsi che anche il dottor Casson orienti da subito l’indagine solo intorno al Petrolchimico, nemmeno un tentativo di andare a cercare un po’ più a nord cosa c’era nella prima zona industriale, cosa ci poteva essere ancora, se c’era differenza tra la contaminazione, che causa si poteva dare a questa differenza. No, no, solo intorno al Petrolchimico. Siamo al 3 settembre del 1996, i consulenti Sesana, Micheletti, Muller e Ferrari, è importante, Giorgio Ferrari era già un consulente del Pubblico Ministero, si riuniscono – risulta dal verbale, dalla nota – presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale per scrivere la relazione finale, si riuniscono lì, proprio lì. Ora, io non credo che il dottor Casson sia rimasto contento dei risultati delle indagini che gli vengono esposti dai suoi consulenti. I consulenti avevano prelevato e analizzato dieci campioni di sedimento, inutile dire, tutti prelevati da canali vicino al Petrolchimico e i consulenti che cosa dicono al dottor Casson? "Otto campioni su dieci – per dirla con le loro parole, cioè tratte dalla loro relazione, non contaminati – sono prossimi alla Classe A non contaminati e non necessiterebbero di operazioni di bonifica". Otto campioni su dieci, e gli altri? Attenzione, è importante. Gli otto campioni non contaminati sono tutti campioni superficiali raccolti là dove scarica il Petrolchimico con i suoi scarichi attuali, con l’SM15. E gli altri due campioni? Per uno, dicono i consulenti, è necessario un supplemento di indagine perché non si riesce bene a capire. L’altro, l’unico campione contaminato, classificato "altamente contaminato", è un campione profondo nel canale Lusore Brentelle. Come ho detto, il canale Lusore Brentelle è il canale, siamo nel 1995, da almeno quindici anni, il Petrolchimico non scarica più acque di processo, non scarica più soprattutto i reflui dell’industria del CVM. Li ha scaricati lì, è vero, per tanti anni, dai primi del 1950 fino al 1980, quindi la contaminazione che si trova, ed è un sedimento profondo, è facilmente, carotaggi da 0,60 a 0,80 centimetri, è facilmente databile, è rappresentativa di fatti antichi, ma per ovvie ragioni gestionali, per ovvie ragioni della storia dell’impianto, che poi vedremo meglio e più in dettaglio con i sedimenti analizzati con i consulenti della difesa. Si tratta di un bottino non particolarmente ricco per l’accusa, si va a campionare solo intorno al Petrolchimico, dieci campioni, otto non sono contaminati, guarda caso quelli più importanti, quelli più importanti, quelli superficiali, quelli che potrebbero essere rappresentativi di fatti esistenti. L’unico campione contaminato è un campione nel Lusore Brentelle, che a Venezia anche i gatti sapevano essere contaminato, le autorità già si erano mosse. Non era proprio nulla, nessuna scoperta di rilievo, zero. È interessante vedere come in questo momento della storia del processo le due grandi indagini, cioè le indagini Di Domenico, la prima ma anche la seconda, ma anche l’indagine Sesana hanno degli oggettivi elementi di convergenza, arrivano cioè a risultati che sono comuni, unitari. Tutte le indagini documentano che i sedimenti intorno al Petrolchimico non sono contaminati, non sono particolarmente contaminati. Di Domenico aveva detto: la diossina su nel Canale Nord fino a mille forse, negli altri tre punti – aveva detto – siamo ordini di grandezza più bassi. Lo stesso dice Sesana, lo stesso dicono i consulenti del Pubblico Ministero, che dicono: è contaminato il Lusore Brentelle e anche Di Domenico lo aveva detto: è vero, i canali Lusore Brentelle sono contaminati e la contaminazione è profonda. Nella seconda indagine, che lui ha fatto solo intorno al Petrolchimico, dice: "La contaminazione risale ad epoche antecedenti agli Anni Ottanta". C’è convergenza. Le due consulenze, le due indagini serie, perché fino a questo punto sia la Procura presso la Pretura sia la Procura presso il Tribunale si sono rivolti a consulenti rigorosi, seri, che hanno fatto delle indagini rigorose e serie e hanno portato a questi risultati oggettivi. È chiaro che il Pubblico Ministero sapeva e non poteva non sapere che comunque in quella prima relazione Di Domenico c’era questo punto interrogativo, questa contaminazione così più importante trovata a nord. L’ho detto tante volte, Di Domenico non credeva che quella contaminazione fosse ascrivibile al CVM, proprio per ragioni di impronta, proprio per il confronto dell’impronta. Abbiamo visto che non ci sono norme giuridiche neanche per gli scarichi, nessuna norma che potesse dire che quei famosi 15 o 14 milionesimi di milionesimo di grammo fossero illeciti, fossero contrari al diritto. Non lo si poteva dire. Ma non cercò neanche norme di qualità per i sedimenti, tali per cui si potesse dire che cosa era una contaminazione penalmente rilevante. Nulla, nulla. Ma c’è di peggio, perché all’accusa, al Pubblico Ministero Casson arriva un altro colpo che poteva e doveva essere decisivo, entra cioè in scena il dottor Muller. Il dottor Casson aveva fatto analizzare un solo campione di sedimento per le diossine e aveva scelto per le analisi proprio il dottor Muller del laboratorio "M +" di Berlino. Il dottor Muller è, ve lo ricordate, proprio il consulente al quale il Tribunale, verso la fine del processo, darà l’incarico di verificare l’attendibilità dei misteriosi risultati analitici trovati da Raccanelli. Poi vedremo che Raccanelli dopo e Ferrari prima solo gli unici consulenti che restano all’accusa, dopo avere salutato cordialmente sia Di Domenico sia Muller e perché la Procura decise di salutare anche Muller lo vediamo adesso. Innanzitutto il risultato analitico di 92,3 nanogrammi in un sedimento profondo di diossina nel Canale Ovest, siamo circa a cinque volte sotto il risultato analitico trovato nel Canale Nord, che era di 570. Non è molto, soprattutto perché c’è questo confronto pesante. Ma c’è di più. Il dottor Casson il 3 settembre del 1996, in quell’incontro in Canal Grande, in Procura con i suoi consulenti, aveva chiesto al dottor Muller qualche chiarimento su questi dati analitici relativi alle diossine. Poco dopo gli perviene una nota, che si chiama "Interpretazioni sui risultati analitici", adesso non ricordo bene il titolo, ma è tutto agli atti. È interessante leggere che cosa scrive il dottor Muller al dottor Casson: "Dal momento che non è stato possibile, sulla base dei campioni analizzati, determinare in maniera definitiva le cause del carico di inquinamento di PCDD e PCDF, sui fondali e sugli organismi marini della laguna di Venezia, sembra essere necessario un susseguente progetto di indagine". La fase 1 rappresenta le indagini, ragionevolmente viene definito da Muller, studio storico, fonti potenziali ed entità scaricanti in laguna, periodi nel tempo di possibili scarichi in laguna, scarichi attuali ed emissioni in laguna, tipo di processi e il loro tipo di emissioni e scarichi in laguna. Era una metodologia seria, era un approccio serio al problema. Inutile sottolineare che questo invito che un consulente tecnico fa al Pubblico Ministero cade totalmente nel vuoto. Altro che studio storico, altro che analisi delle industrie presenti nella zona, analisi delle tipologie di processo, quantità di diossine scaricate. Ma via, è inutile, perché farle, per quale ragione? Ma c’è di più ancora. Anche Muller scomparirà dal processo, lo rivedremo soltanto perché viene chiamato dal Tribunale; non comparirà neanche più neanche qui in dibattimento. I risultati delle sue analisi verranno raccontati da Sesana e da Micheletti, non da lui, anche se lui era l’unico ad avere fatto queste analisi sulle diossine ed era l’unico autore di questo documento. Muller scompare, ma perché scompare? C’è una buona ragione, perché in quella nota c’era ancora di peggio. Muller aveva scritto parole pesanti per l’ipotesi d’accusa proprio sulle impronte, anche lui. Che si facesse strada ormai a Venezia l’ipotesi o la speranza di poter accollare all’industria del CVM e possibilmente ad Enichem tutta la responsabilità della contaminazione della diossina di tutti i canali di tutta la zona industriale, sembra ormai non così peregrino sospettarlo. Chi dice una parola contro deve essere emarginato, non deve più parlare e Muller di parole contro queste ipotesi ne diceva, ne aveva scritte, proprio sulle impronte. Questo è sempre il documento di Muller. Muller fa un confronto tra l’impronta lagunare ed altre tipologie possibili di impronta. Ne individua poche, ci mette anche quelle del CVM. Forse gli era stato chiesto o gli sembrava giusto farlo. Questa è la sua conclusione: "Nessuna delle impronte trovate in letteratura – secondo lui non c’è l’impronta di Oehme, non l’aveva messa – è rappresentativa dell’impronta trovata in laguna", segno che non ce l’abbiamo il colpevole, no, va cercato, va cercato, bisogna cercarlo se si vuole capire. Certo che, se non si vuole capire, allora il discorso è un altro. Anche Muller ovviamente nota che quell’impronta trovata nel canale industriale è caratterizzata da una prevalenza di octafurani, abbiamo visto anche Di Domenico e quindi dice che dobbiamo cercare una fonte capace di emettere importanti quantità di diossina con quell’impronta caratterizzata da una prevalenza di OCDF, ma gli dice anche nella frase di prima che l’impronta non è quella del CVM, dunque bisogna cercarla. Di Domenico aveva pensato ad Oehme in quella citazione, ma poi viene stoppato, non gli viene più permesso di continuare. Muller anche lui ha la sua strada, dice: andiamolo a cercare, facciamo lo studio storico, analizziamo la letteratura e cerchiamo di capire. Di Domenico e Muller scompaiono dalla scena del processo. Cosa capita? Una volta, usciti dalla scena gli unici due consulenti davvero seri, cioè che avevano impostato il problema che era un problema complesso, difficile, con una corretta metodologia e soprattutto senza eccessivi pregiudizi, vengono messi a sedere in panchina e allora chi resta a questo punto a tenere in piedi l’accusa? Solo chi si presta a tenere in piedi l’accusa, senza sentire il bisogno di fare quelle indagini approfondite, di inventari e di storia che Di Domenico e Muller avevano detto di fare. Resta in scena il dottor Ferrari, lui diventa il vero alfiere dell’accusa, lui, il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque di Venezia; lui che sentito in dibattimento, ma poi lo incontreremo ancora, non sapeva nulla di diossine, di impronte di diossine, per sua ammissione. Prima del 1995 neanche sapeva cosa fosse la diossina. Fortuna che alla fine arriva Raccanelli. Riprendiamo il filo della storia. Succede che uno dei consulenti della difesa di Enichem, il professor Pompa, avete tantissime consulenze del professor Pompa agli atti, legge con attenzione Di Domenico, la prima relazione Di Domenico e capisce che quella è la pista interessante, importante; nota quel campione di sedimento che aveva attirato l’interesse di Di Domenico e chiede, dice, ne parla al professor Stella, il quale incarica allora dei ricercatori del CNR, il dottor Frignani e il dottor Bellucci sono ricercatori del CNR, certo consulenti di parte ovviamente, di indagare più a fondo, ma proprio seguendo gli indizi e le intuizioni di Di Domenico. Ora, i due consulenti vanno a fare dei campioni nella prima zona industriale, li analizzano e risulta che Di Domenico aveva visto giusto: c’è uno straordinario gradiente di concentrazione nella contaminazione tra la prima zona industriale e la seconda, nel senso che la contaminazione del Canale Nord e del Canale Brentelle sono pesanti per tutti i parametri – per tutti i parametri – e la contaminazione scende anche di ordini di grandezza, per tutti i parametri, scendendo verso sud, cioè verso il Petrolchimico. Sono dati empirici, sono campioni prelevati con certe metodiche, sono certificati analitici. Sempre il professor Stella, e lo ricordo, soprattutto preoccupato dei numeri, perché obiettivamente emergeva che in quella zona industriale la contaminazione era estremamente alta, tra le più alte riscontrate in letteratura, fa sì che il dottor Frignani si incontri con il dottor Casson, ma non è un incontro cordiale, tanto per mangiare un piatto di spaghetti alle vongole insieme. No, Frignani si presenta con dei documenti, con dei certificati analitici e ne parla, ne riferisce e dice: questa è la situazione che noi abbiamo acclarato, che abbiamo osservato. Voi sapete, ve l’ha già detto il professor Stella, che per ragioni che a me sfuggono il dottor Casson, che pure sta ascoltando una persona informata sui fatti, io lo devo immaginare, decide di non verbalizzare queste dichiarazioni, tal quam non essent. Non devono esserci. Il professor Stella però è tenace e dice ai suoi consulenti che bisogna andare ad avvisare anche il Sindaco. Il Sindaco si mostra molto più attento, molto più sensibile al problema. A questo punto è chiaro che il risultato delle indagini di Frignani e di Bellucci non possono più essere tenute nascoste, sono ormai di pubblica evidenza nel momento in cui vengono portate all’attenzione degli Enti Pubblici più autorevoli. Infatti cosa succede? Nell’estate del 1998 parte il progetto 2023 del Consorzio Venezia Nuova. Il Consorzio Venezia Nuova è il concessionario del Magistrato alle Acque. Si tratta di un insieme di indagini di enorme spessore che spaziano dai più svariati campi, alcuni anche pionieristici, tanto per capire, accertare, valutare. C’è per esempio un rapporto finale di questo documento che riguarda proprio le stime di rischio alimentare per la salute dei veneziani etc. Ora, io non so spiegarmi la ragione per la quale di questa enorme indagine il Tribunale verrà tenuto informato, cioè ne saprà qualcosa soltanto quando gli verranno portati in udienza gli insignificanti frammenti di indagine di Guerzoni e della dottoressa Venier. Tutto il resto non deve essere conosciuto. Lo Stato, la Provincia, la Regione, il Comune, che sono dentro a questi progetti, che li stanno finanziando, che hanno arruolato ricercatori per capire, anche quando sono disponibili volumi interi di ricerche, nessuno dei rappresentanti dello Stato o degli altri Enti decide di portare al Tribunale questo materiale, nessuno. Certo erano parti, Parti Civili, facevano il loro gioco di Parti Civili, ma erano anche lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune. E perché non li portavano? Semplice, perché già dal 1999 – adesso lo vedremo – le analisi serie fatte dal concessionario del Magistrato alle Acque, cioè del Consorzio Venezia Nuova, avevano confermato per intero i risultati di Frignani e di Bellucci. Per intero, anzi ancora di più. Questo è un documento di enorme importanza, anche questo è agli atti, io lo depositai quando, e lo vedremo tra poco, tentai invano di fare domande al dottor Giorgio Ferrari, in controesame, qui, a proposito di questo documento. Io credevo che il dottor Ferrari lo conoscesse, visto che il documento reca tra gli autori il Magistrato alle Acque di Venezia e il dottor Giorgio Ferrari era ed è il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque, volevo fargli domande, il professor Stella ed io volevamo fargli domande su questo documento. Lui risponderà che non lo aveva mai visto in vita sua, che non sapeva cosa fosse. Ma di più ancora, io non riuscivo a darmi ragione di questo silenzio, allora mostrai – ve lo farò vedere dopo – al Tribunale, al Presidente del Tribunale, un articolo di letteratura pubblicato su "Dioxin" del 1999, tra i cui autori c’era appunto Ferrari, oltre a Guerzoni ed altri. In questo articolo in una pagina era scritto, c’era un riferimento esplicito a questo documento. Allora dissi al Presidente, gli ho detto: "Ma come può il dottor Ferrari non conoscere questo documento, visto che nell’articolo di letteratura firmato da lui c’è un riferimento a questo documento?". Il dottor Ferrari risponderà che comunque non lo aveva mai visto, non ne sapeva niente. Perché questo documento è importante? L’ho detto, perché acclara una volta per tutte, e da questo momento in poi è un dato incontrovertibile del processo, sebbene come vi dico non era certo stato lo Stato, non era certo stato Ferrari spontaneamente a portarlo al Tribunale; no, anzi, il documento non c’era, non lo conosceva, non doveva arrivare al Tribunale. Questo documento lo vedremo dopo, perché contiene delle tabelle che visivamente mostrano come la contaminazione vera ed importante stia tutta lassù nella prima zona industriale. Io nel dibattimento posi una domanda al consulente economista dell’Avvocatura dello Stato, gli chiesi cioè se fosse tecnicamente e giuridicamente ammissibile che lo Stato, autore di fatti che avessero cagionato un danno all’ambiente, potesse essere chiamato a risponderne. Il dottor Leon rispose che sì, che era una cosa plausibile, però vi ho detto prima so quanto è facile ma anche quanto è ipocrita oggi leggere i fatti della storia con le lenti deformanti del presente. Non pretenderei minimamente di accollare colpe e responsabilità allo Stato per aver deciso nei primi anni del ‘900 di fare a Venezia una zona industriale. Ho letto da libri di storia che in quegli anni Venezia era in una fase di declino, molti pensavano che Venezia potesse essere rilanciata attraverso queste scelte imprenditoriali, anche audaci. In fondo, trasformare un’area acquitrinosa dove vivono le zanzare e dove c’è la malaria, in terra per attività umane, è un’impresa che può essere fatta in tanti modi. Ma perché io feci quella domanda all’Avvocato dello Stato? Perché non riuscivo ad accettare che allora lo Stato, dopo tutto quello che era successo, venisse qui a costituirsi Parte Civile contro Enichem e contro l’ingegner Pisani e venisse a chiedere conto all’ingegner Pisani del prezzo che l’ambiente forse aveva pagato per quell’industrializzazione pianificata e voluta in un secolo. Era una cosa inaccettabile, di un’ipocrisia inaccettabile. Questo non si poteva accettare e questo io chiedevo al professor Leon. Infatti l’Avvocato dello Stato, se badate, ha sempre scelto percorsi molto periferici, non ha mai affrontato la storia di questi fatti. Meglio di no, meglio parlare di diritto, di diritto, meglio inventare tesi stravaganti, come dico, in aperta, plateale contraddizione con gli atti che lo Stato, cioè il cliente dell’Avvocato, oggi emana e rende esecutivi qui a Venezia. Ma della storia è meglio non parlare. Queste sono le tabelle di cui parlavo prima, queste sono tratte dal rapporto del Magistrato alle Acque del 1999. Questo riguarda la diossina, vedete che i pallini rossi sono le zone altamente contaminate. Come vedete sono tutte, tutte concentrate lassù, nel Canale Brentella e nel Canale Nord, quindi l’intuizione di Di Domenico del 1995 era corretta, le indagini fatte eseguire dal professor Stella al CNR erano corrette e venivano confermate a questo punto nel 1999 dal Magistrato alle Acque, ma il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque dirà che non conosceva questo documento. Ma non solo per le diossine, per tutti i parametri la situazione è uguale. Si vedono annidarsi le fonti di contaminazione lassù, nella prima zona industriale. Questo è l’arsenico. L’arsenico è importante, ne parlavamo prima, perché l’arsenico era drizzato nelle ceneri, era contenuto nelle ceneri di pirite, cioè la materia prima di quell’industria che, come vedremo poi, verrà identificata con altissima plausibilità come la vera responsabile della contaminazione, sebbene ancora oggi nessuno a Venezia voglia riconoscerlo, sebbene ancora oggi tutti a Venezia vogliono ancora parlare dell’impronta del CVM e del Petrolchimico. Tutti i parametri, uno dopo l’altro, tutti rivelano la stessa inequivocabile verità: la contaminazione è lassù. Certo si è poi diffusa, abbiamo visto prima i massivi, le immissioni dei rifiuti della prima zona industriale per far terra dove c’era il mare, e poi i dragaggi che alimentano i fanghi, ma ciò nonostante la fonte è lassù, inequivocabilmente. Cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, è uguale per tutti i parametri, anche per l’IPA. Ora a questo punto è già possibile fare un bilancio: è evidente che aver orientato le indagini fin dal principio, cioè fin dalla seconda campagna analitica, quella del dottor Fortuna del 1995, è stato un errore, così come è stato un errore aver dato l’incarico ai propri consulenti da parte del dottor Casson di prelevare i campioni di sedimento solo intorno al Petrolchimico; è stato un errore, contraddetto dai fatti, dalla verità, come risulta da questi documenti. Su questo non si può equivocare. Vi ho detto come io personalmente non riesca ancora a darmi ragione del fatto che questi documenti non fossero stati portati all’attenzione del Tribunale e non lo furono per la sola banale ragione che confermavano dati oggettivi della difesa. Il Tribunale non doveva sapere come stavano le cose, ecco perché ammiro ancora di più quei Giudici che sono riusciti comunque ad arrivare alla verità, malgrado tutto e malgrado tutti. Vi ho già accennato, si presenta in dibattimento Turrio Baldassarri, uno dei tre autori delle due indagini di Di Domenico. Avrebbe dovuto essere contento, siamo nel 2000, è già uscito il rapporto del Magistrato alle Acque, le intuizioni del primo rapporto hanno trovato conferma, Di Domenico è stato il primo insieme a Turrio Baldassarri e agli altri a capire come stanno le cose, dovrebbe vantarne un legittimo orgoglio e invece si presenta al Tribunale, esaminato dal dottor Casson, siamo al 27 settembre del 2000: attenzione al suo esame, leggetevelo con attenzione, perché vedrete che lui parla esclusivamente, esclusivamente del secondo tempo delle indagini, cioè del quesito che era volto ad accertare solo, soltanto e nient’altro che la responsabilità del polo Enichem e del Petrolchimico. I primi quesiti e tutta la prima indagine non esistono più, perché la regia poi, forse involontaria, sia chiaro, è abile, sofisticata, perché Turrio Baldassarri, leggetevi il verbale, perché leggendolo in questi giorni rimanevo stupito anch’io, lui parla dei 570, cioè dell’alto numero, ma non dice che li ha trovati nel Canale Nord, non lo dice. Chi legge il suo esame, questo è il controesame, ma chi legge il suo esame è convinto che quel dato così eclatante lo si fosse trovato nei canali intorno al Petrolchimico, visto che qui ha parlato solo della seconda campagna, quella in cui a caratteri cubitali era scritto "solo e soltanto il Petrolchimico". Il professor Stella gli farà la domanda, e noi sapevamo ovviamente che quel campione era stato prelevato altrove, e gli si dice: "Ma la prima indagine lassù?", "Sì, sa, ma è vero, qua... ma la seconda indagine era più mirata". Non una parola di più, niente. Niente più sull’impronta del cloro, sui dubbi di Di Domenico, su Oehme. Niente, niente di niente, non c’è più nulla. Ma capita anche di peggio, e ve l’ho già accennato. Io credo che il 7 novembre del 2000 il processo abbia avuto uno dei suoi momenti più bui in assoluto. Si presenta il dottor Ferrari per il controesame. Noi siamo entrati in possesso quasi per caso, perché questi documenti non era facile averli, erano documenti del Magistrato alle Acque, delle autorità portuali, la difesa non sapeva molte volte nemmeno che ci fossero. Entrando in possesso di quel documento, volevamo fare qualche domanda al dottor Ferrari, perché ci illustrasse, ci facesse vedere queste slide, queste immagini. La risposta del dottor Ferrari è qui: "Io Presidente quel rapporto non l’ho mai visto, questa è la prima volta che vedo quei dati, per cui non so a che titolo li devo commentare". Il dottor Giorgio Ferrari è il capo della sezione antinquinamento del Magistrato alle Acque di Venezia. Ma come vi dicevo io non mi accontento, perché non ci credo, cioè non credo possibile che un pubblico ufficiale possa dire questo, allora avevo in mano un lavoro scientifico, pubblicato su "Dioxin" del 1999 e lo spiego al Tribunale e dico: "Signor Presidente, le cose non stanno proprio così, perché il documento che viene esibito adesso, e poi anch’io farò domande per capire, non è altro che una ricognizione generale di quelli che sono stati tutti i campionamenti eseguiti. L’unica cosa è che c’è una mappa della laguna – quella che vi ho fatto vedere prima io – dove vengono caratterizzati questi campioni dal punto di vista della rilevanza, dell’importanza. Il Presidente mi dice: "Abbia pazienza, Pubblico Ministero, chiariamo. Perché le sembra strano?", rivolto a me, perché io dicevo: mi sembra strano che non lo sappia e gli dico quello che vi ho detto prima. Dico: "Ho in mano un articolo di letteratura firmato da Ferrari, in cui a pagina 484 è scritto chiaramente un riferimento a quel documento e mi si viene a dire che non lo conosce?". La risposta del dottor Ferrari fu quella che vedete ora, è una risposta che non so in che lingua sia scritta, è una risposta a dir poco ermetica, non vuol dire nulla; almeno, forse la mia domanda è stata poco chiara, ma questa fu la risposta che il dottor Ferrari diede al Presidente. C’è da chiedersi perché il dottor Ferrari non voleva rispondere. Ma perché non voleva rispondere? Ora, non credo che il dottor Ferrari non volesse rispondere semplicemente perché avrebbe dovuto rimarcare che anche il Magistrato alle Acque aveva confermato quello che Frignani e Bellucci avevano già scritto, quello che già risultava, perché credo che ormai fosse il segreto di Pulcinella, spero, non lo so, cioè non poteva pensare che rimanesse nascosto per tanto tempo, prima o poi veniva fuori. Anche se c’è da dire una cosa. Il dottor Ferrari, questo è il controesame, nel suo esame che poi vedremo, prima dell’estate del 2000, è stato il primo credo tra tutti a prospettare al Tribunale l’articolo di fede delle autobotti fantasma che vanno nei cavalcavia, cioè la straordinaria ipotesi che andavano costruendo per poter continuare a dire che, malgrado la contaminazione sia manifestamente tutta a nord, era comunque tutta colpa del Petrolchimico, che se non li ha buttate con gli scarichi, le ha buttate con le autobotti. Pensate, centinaia di autobotti che di notte, di giorno, andavano sui cavalcavia, scaricavano dai cavalcavia nei canali e nessuno che ne abbia mai vista una, neanche un testimone, nulla. Ma siccome lui aveva detto queste cose, perché lui aveva raccontato questa favola al Tribunale, forse ora era imbarazzato dal dire che dati così eclatanti davano per... Ma c’era qualcosa di peggio ancora. Il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova avevano sì fatto delle indagini diciamo più oggettive di quelle che avevano fatto o stavano dicendo di fare i consulenti delle Procure, ma è chiaro che l’ipotesi di tentare comunque di accollare questa responsabilità al Petrolchimico ce l’avevano nella testa, era un’ossessione, ce l’avevano. Allora che cosa avevano fatto? Avevano cercato se nella prima zona industriale, oltre alla diossina, l’IPA, i metalli pesanti etc., ci fossero i solventi clorurati, delle sostanze clorurate, sperando di trovare un tracciante del Petrolchimico. Avessero trovato le sostanze clorurate non avrebbero provato un granché, ma almeno potevano cominciare a costruire su una qualche base l’idea delle autobotti, che magari qualcuno che le avesse viste si trovava anche, forse non era così difficile. Il problema è che non le avevano trovate, non c’erano. Quindi che le autobotti avessero scaricato peci clorurate ma che poi i clorurati non ci fossero era imbarazzante, anche per Ferrari. Io credo che fosse questa la domanda alla quale Ferrari non voleva rispondere, perché sul gradiente ci avrebbe risposto: ma sì, certo, c’è il gradiente, va bene, tanto avete buttato... hanno buttato, perché la Enichem del delitto di autobotti fantasma è innocente, è palese questo, qualcun altro le ha buttate; ma se non c’erano i clorurati era più difficile, era impossibile, perché le peci clorurate senza clorurati non sono peci clorurate, sono un’altra cosa, non sono più niente. Allora è meglio non rispondere. Sebbene è probabile che noi in quel momento non sapessimo neanche, tanto meno lo immaginava il Tribunale, che a nord non erano state trovate le peci clorurate. Ma mentre Ferrari andava a dire, prima dell’estate del 2000, le autobotti fantasma sui cavalcavia, doveva sapere che non erano stati trovati i clorurati nella prima zona industriale, ma non lo disse, preferì non dirlo. Con questo apro un’altra pagina del processo, che si riallaccia al 360 di cui abbiamo parlato prima e del come il Pubblico Ministero cerca di presentare al Tribunale i risultati di quell’accertamento. Abbiamo visto prima dei risultati non felici per l’accusa. Noi avevamo questa nota, ovviamente. Vi prego di notare che in questa nota si dice con chiarezza che è stata usata per la classificazione la normativa olandese del 1993. Abbiamo detto prima che di norme sui sedimenti non ce ne sono oggi, non ce ne erano ieri. Allora i tecnici del Pubblico Ministero, dovendo trovare un riferimento normativo purché sia, come era prassi, avevano usato i criteri di questa legge olandese del 1993, che dopo incontreremo, perché dopo vi farò vedere che allegato al documento del MAV del 1999, quello che Ferrari non conosceva, c’è una bella tabella in cui erano indicati i veri valori secondo la legge olandese, secondo la legge norvegese; ovviamente anche per non dover rispondere a questa domanda, forse, fu più prudente dire che quel documento non lo si conosceva. Comunque ricordate che dei dieci sedimenti otto non erano contaminati, uno non si sa e quello contaminato delle Lusore Brentelle è un campione profondo e quindi sono fatti antichi, Enichem non c’entra. Ora, i sedimenti non si potevano più cambiare, i dieci campioni erano quelli che erano, ma se non si possono cambiare i sedimenti si cambiano le regole, visto che pare indecoroso andare davanti al Tribunale, dopo aver montato un processo così grande, andare lì a dire: guarda un po’, otto campioni non sono contaminati, l’unico contaminato forse l’hanno contaminato nel 1963. No, non era pudico e allora a qualcuno viene una brillante idea. A chi? Al dottor Ferrari. Dopo la stesura finale della relazione, dopo, Ferrari era uno dei consulenti, l’aveva firmata anche lui, al dottor Ferrari viene una grande idea; dopo, poi non la condivide con gli altri consulenti, perché non ci sono più agli atti note firmate da tutti i consulenti del 360 con questo cambiamento delle regole. Diciamo che a partita conclusa le regole non si dovrebbero cambiare, una volta che l’arbitro fischia la partita è finita; poi far finta di giocare con regole nuove non è assolutamente leale, ma va bene. Comunque il dottor Ferrari scrive, perché intanto la difesa si era armata, cioè avevamo osservato, di fronte alla nota del settembre 1996, che la situazione era quella che era, cioè noi non c’entravamo, Enichem non c’entra, otto campioni su dieci non erano esaminati e allora Ferrari corre in aiuto, corre in aiuto del Pubblico Ministero. Improvvisamente viene fuori il protocollo del Ministero dell’Ambiente del 1993. Improvvisamente perché? Innanzitutto era un documento del Ministero dell’Ambiente del 1993, quindi quando Ferrari firma la relazione del 360 insieme agli altri consulenti, o non lo conosceva – va beh, però diventa quasi una tragicommedia – oppure opportunamente e correttamente aveva valutato che quel documento tutto diceva ma non aveva nulla a che fare con i criteri di qualità dei sedimenti. Invece, dopo la stesura della relazione del 1996, dopo che i consulenti della difesa hanno cominciato a dire: allora noi non c’entriamo, Enichem risulta dai tuoi stessi atti c’entra poco, viene partorita questa grande idea. Io rimasi stupito, perché nel dibattimento l’incarico di parlare di questo protocollo viene attribuito a Sesana. Sesana l’ha firmato con la nota del settembre, quella con le leggi olandesi. Ora, di punto in bianco, racconta al Tribunale che i sedimenti sono stati classificati secondo il Protocollo d’Intesa del 1993; non dice la legge olandese, il Protocollo d’Intesa e basta. Io gli feci una domanda e dissi: "Ma scusate, nella nota firmata da voi c’era scritto che avevate usato la legge olandese e che otto campioni su dieci non erano contaminati. Cosa era successo nel frattempo?". Sesana risponde che, sì, in effetti lui non sapeva all’epoca che c’era questa cosa, poi l’ha saputo e quindi è stato usato quel protocollo. Io chiesi a Sesana se lui l’avesse letto quel protocollo, se sapesse di cosa si parlava. Lui non sapeva di cosa si stesse parlando e infatti non era stato lui ad inventarlo. A quel tempo io personalmente non conoscevo, ma Ferrara avrebbe dovuto conoscerlo, poi l’ho saputo dopo, l’ho visto visto, etc. Va bene, è chiaro che se le regole fossero pertinenti, questo sforamento dei tempi sarebbe poca cosa. Il problema è che questo documento, che pure viene portato nel processo da Ferrari, come se – e adesso lo vedremo – il superamento dei contaminanti, il superamento della Classe A di contaminazione del sedimento fosse una soglia di pericolo per l’uomo e per l’ambiente, perché questo Ferrari verrà a dire al Tribunale. È il 25 ottobre del 1996, è una vicenda che assomiglia un po’ al parere della Commissione Consultiva Tossicologica, anche lì parere che riguarda una situazione totalmente diversa, la Commissione Consultiva dice: attenzione a non confrontare situazioni dissimili, un confronto potrebbe non essere lecito. Come allora sentiti informalmente gli esperti dell’Istisan, lui Ferrari ritiene opportuno fare un confronto non lecito, anche questa volta si usa un documento che non c’entra nulla e lo si appiccica ad una situazione che deve essere rattoppata, deve essere rattoppata perché così non può andare avanti, il processo non si potrebbe neanche fare. Questa è la nota di Ferrari da cui risulta l’invenzione del documento. È interessante vedere come lui dica che il superamento della soglia A è una soglia di pericolo. Perché è interessante? Perché dopo vedremo che cosa invece dice il Magistrato alle Acque in quel documento del 1999, ma non sui sedimenti di Classe A, ma sui sedimenti di Classe C. Ecco, questo è il protocollo. Io l’ho scannerizzato in modo che voi possiate analizzarne la ratio, proprio leggendo di che cosa si tratta. Ecco la prima pagina, siamo nel 1993. Si scrive che "gravi inconvenienti vengono segnalati dai Vigili del Fuoco, dagli Organi di Controllo Sanitaria dell’A.S.L. di Venezia, dalle Organizzazioni Produttive e dai Cittadini, per la presenza di notevole quantità di sedimenti in quasi tutti i rii del centro storico veneziano", sembra già che stiano parlando di un altro pianeta, ma ancor più leggendo il prosieguo. "Durante i periodi di bassa marea è possibile rilevare che il fondale emerga per zone anche estese, emanando odori sgradevoli, che in particolare durante i mesi caldi causano non pochi disagi alla cittadinanza, e in primo luogo agli abitanti degli immobili prospicienti alle zone interessate"; "In considerazione anche dell’insufficiente colonna d’acqua presenti nei rii, che non consente un’accettabile distribuzione dei reflui in essa sversati ed una efficace circolazione delle masse d’acqua in uscita e in entrata, nel territorio più delicato della città, parliamo sempre del centro storico veneziano, i lavori di scavo rispondono alle necessità inderogabili della sfera igienico – sanitaria". Ancora: "Questi tappi di fango sono la causa di episodi di rigurgiti di acque luride che sempre più spesso interessano la città, soprattutto dopo i fenomeni di intense precipitazioni, allagando sia i selciati sia le fondamenta e delle calli dei piani terra delle abitazioni", tanto è vero che si dice che questi fanghi devono essere analizzati, per che cosa? Coliformi totali, coliformi fecali, streptococchi fecali, salmonella. Il Comune decide, in ottemperanza a quanto disposto dall’Art. 5 della Legge 189/92, di procedere all’escavazione dei rii, in modo che, dice, eliminare gli inconvenienti igienici e consentire l’accessibilità ai mezzi di soccorso e di trasporto pubblici o privati. Questa, questa era la ratio in occasione di questo documento. Questa era la qualità complessiva dei fanghi che si dovevano scavare dal centro storico veneziano per ragioni igienico – sanitarie, dopo di che si dice: "Saranno esclusi da ogni destinazione...", ecco sì, perché qual era allora il problema? Una volta appurato che per queste ragioni igienico – sanitarie questi fanghi dovevano essere dragati, dovevano essere asportati perché causavano tutta quella serie di inconvenienti di cui si è detto, c’era il problema di che cosa fare di questi fanghi. Ora, sarebbe stato probabilmente intuitivo prendere questi fanghi e mandarli il più lontano possibile, non era una roba proprio così gradevole, piacevole, ma siccome la laguna è un sistema anche idraulico complesso per cui se in certe zone ci sono troppi fanghi, altre zone sono interessate da fenomeni opposti, da fenomeni di erosione. C’è un bellissimo libro di ho storico, Bevilacqua, proprio dedicato alla storia di Venezia, dove si tratta della secolare storia di Venezia sempre tra terra e acqua, sempre contesa, sempre in difficoltà tra questi due grandi problemi. Allora questi fanghi, pur essendo porcherie, pur essendo sporcizie, si era deciso di utilizzarli lo stesso in laguna, ove possibile, così si potevano riempire le barene, si poteva alzare un po’ di livello di terra; erano né più e né meno che gli antichi imbonimenti, sia chiaro, sono imbonimenti nuovi, postmoderni, della nuova generazione, del nuovo tempo. Ovviamente, essendo passati cent’anni, si diceva che per mettere questi fanghi in laguna bisogna adottare una serie di cautele per non sbagliare e allora questi fanghi venivano analizzati in media, si faceva un’analisi in media e già questo deve rendere edotti che non si può trattare di criteri di qualità, perché il criterio di qualità si fa sul sedimento, il singolo, non sulle medie, ma siccome si doveva decidere come destinare questi fanghi in laguna allora si sono fatte le colonne A, B e C. I fanghi A servono a questo, i fanghi B servono a questo e i fanghi C servono a quest’altro. Il dottor Ferrari decide che i fanghi... i fanghi, i sedimenti della zona industriale che stanno nella laguna, se hanno una concentrazione che supera la Classe A, devono essere considerati pericolosi per la salute e per l’ambiente lagunare, e lo decide in base a questo documento. Io non so quale tortuosità, cioè come sia potuta venire in mente una cosa simile. Comunque Ferrari lo scrive, dice al Pubblico Ministero: "Tutte le volte che si è sopra la colonna A, c’è un pericolo", ma così il pericolo si può trovare dappertutto: non esiste sedimento, ma non esiste pezzo di terra che per qualche cosa non ecceda di quella famosa colonna A e infatti il Magistrato alle Acque in un altro passo scrive che quasi il cento per cento dei sedimenti dei rii di Venezia superano la Classe A, ma tutte le terre, anche terre che sono destinate ad uso abitativo, terre magari dove possono giocare i bambini, per qualche parametro superano la Classe A. È evidente, si tratta di altro problema. Lì si dovrà decidere soltanto che certi sedimenti, meno contaminati per quelle ragioni igienico – sanitarie, potevano avere un utilizzo migliore, ma cosa c’entra questo con la qualità dei sedimenti che sono nella laguna e cosa c’entra questo con il pericolo per l’uomo e per la laguna? Ma come sempre non esiste limite al peggio, perché? Perché questo documento da questo protocollo del 1993 del Ministero dell’Ambiente, che ovviamente mai ha neppure pensato di dover chiarire, visto che è qui rappresentato, quale fosse il senso e il significato di quel documento, non conteneva nessun parametro per le diossine, niente, quindi è difficile da utilizzare. Le diossine sono, come abbiamo visto sin dall’inizio della discussione, l’unico argomento che stia a cuore all’accusa, l’unica cosa con la quale si spera di accollare una responsabilità ad Enichem, perché ci sono i famosi 15 milionesimi di milionesimo di grammi di furani nello scarico e questo protocollo non dice niente sulla diossina, come fare? E infatti quel protocollo verrà poi integrato per il valore della diossina da una nota del Ministero dell’Ambiente nel 1995. Lì ho scritto: "Standard della doppia verità", perché non riesco a trovare altro modo di descrivere che cosa è stato questo processo. Al Tribunale si dice una cosa, fuori dal Tribunale la stessa persona, lo stesso organo, dice cose totalmente diverse. Che cosa viene a dire Ferrari sulle diossine? Una cosa folle. Viene a dire che la soglia di pericolo per l’ambiente lagunare indicato nella nota del Ministero dell’Ambiente sarebbe di 0,48 nanogrammo/chilo di sedimento, 0,48, perché così dice il Ministero dell’Ambiente e questo dice al Tribunale. Ora concentratevi su questa tabella, questa è tratta dal rapporto del MAV del 1999. Non stiamo parlando della Classe A, stiamo parlando dei sedimenti della Classe C. Ecco cosa scrive il Magistrato alle Acque: "In questi sedimenti si parla di non eccessiva concentrazione di inquinanti", nella Classe C. Questo Ferrari come Magistrato alle Acque scrive, ma Ferrari come Magistrato alle Acque e consulente del Pubblico Ministero nel processo dice che il superamento della Classe A è un pericolo. Per il dottor Ferrari del MAV i sedimenti che superano la Classe A sono pericolosi per l’uomo e per la laguna. Quello 0,48 per le diossine, poi, è un altro straordinario esempio di mistificazione, eppure è quello che Ferrari dice al Tribunale. A domanda, risponde, sollecitato dal Pubblico Ministero, risponde e dice: "Il Ministero dell’Ambiente...", io leggo questa cosa, io non so voi, ma il Tribunale sente questa risposta del dottor Ferrari e si persuade che per il Ministero dell’Ambiente, se il sedimento supera i 0,48, allora c’è pericolo, il sedimento non può stare in laguna e così via. Ancora ecco il rapporto, il Magistrato alle Acque, a parte questa tabella che vi segnalo innanzitutto su questo punto, perché vedete che gli asterischi legati alle diossine sono esclusivamente stati scritti in corrispondenza del Canale Nord e del Canale Brentelle, ma poi vi prego di vedere in fondo, dove si fa riferimento al limite della Classe C, cioè quella Classe C che il Magistrato alle Acque ha detto è ancora una classe di non eccessiva contaminazione, il limite è di un microgrammo, vuol dire mille nanogrammi per chilo; mille, cioè due mila volte più alto di 0,48, due mila volte più alto. Ma è sempre il Magistrato alle Acque che dice queste cose, basta che cambi abito e stiamo parlando sempre di un protocollo e di una nota integrativa del 1995 che non hanno nulla a che vedere con dei criteri di qualità per i sedimenti, ma che avevano tutta un’altra ragion d’essere, tutto un altro obiettivo, ma ciò nonostante vengono usati innanzitutto in questo modo, letti in questo modo, doppiamente letti poi, quando si cambia tavolo, dalle stesse persone. C’è di più ancora, perché quando il MAV, o meglio il Consorzio Venezia Nuova, fa una ricerca seria sulle norme internazionali in vigore per la qualità dei sedimenti, e la fa non ovviamente nel processo, nel processo c’è solo il protocollo del Ministero dell’Ambiente per l’accusa, quando il Magistrato alle Acque però in quel documento mostra che una ricerca l’ha fatta, perché su altri tavoli si può essere anche più seri, viene fuori questa tabella: "Criteri di qualità internazionali delle diossine per i sedimenti". Qui vedete il riferimento alla legge olandese, ecco che torniamo indietro, torniamo all’inizio alla legge olandese e poi ci sono dei criteri di qualità per la legge norvegese. Innanzitutto vi prego di notare che l’unità di misura è la 2378 TCDD, non la tossicità equivalente, non ITEQ, cioè queste norme internazionali sono state costruite soltanto considerando la concentrazione di TCDD presente nel sedimento; la TCDD è l’unica tossina classificata in Gruppo 1 come cancerogena per la IARC. Tutte le altre diossine e tutti gli altri furani sono in Classe 3. Domani io cercherò di dire qualcosa su come hanno cercato di dire a voi, su come hanno cercato di spiegare a voi cosa sarebbero i fattori di tossicità equivalente, che sono dei marchingegni matematici per poter dire quanti octafurani ci vogliono per fare la TCDD. Ma sono marchingegni matematici. La OCDD e la OCDF, valutati in sé come sostanze, la IARC dice non sono cancerogene e infatti nelle relazioni serie dicono: preoccupiamoci solo se c’è la TCDD e vediamo quanta ce ne deve essere. Vedete il limite dei 200 per la TCDD come criterio di qualità internazionale per il sedimento quando si tratta di proteggere l’ecosistema marino, 200. Vedete in fondo, invece, per la legge norvegese, la divisione in classe: buono, giusto, mediocre, ottimo, molto cattivo. Anche qui si parla, solo di TCDD e non di tossicità equivalente; vedete che sotto i 30 di TCDD il sedimento è buono, tra i 30 e i 120 il sedimento è ancora giusto. C’erano delle buone ragioni per non rispondere a domande fastidiose su questo documento, che io comunque farò nel dibattimento a Sesana. Voi vedrete, ma Sesana converrà con me che questi limiti sono ovviamente in TCDD, per cui non c’è nulla, nulla a che spartire con il fattore di tossicità equivalente. Ebbene nessun sedimento intorno al Petrolchimico supera la concentrazione di 200 TCDD, ma siamo enormemente più in basso, nessuno. Nessun sedimento neppure, salvo un solo campione profondo del Lusore Brentelle, supera neppure la concentrazione di 13 TCDD, che è un valore ancora più precauzionale previsto dalla legge olandese. Nessuno, mentre nel Canale Nord e nel Canale Brentella ci sono sedimenti che eccedono quella classe, intorno al Petrolchimico non ve ne è uno, salvo il solito profondo del Lusore Bretenlle. Siamo ancora, siamo tornati indietro, al 360 del 3 settembre 1996. Malgrado un lungo percorso, siamo tornati ancora alla legge olandese, che però è stata dimenticata nel processo. Non solo, ma tutti i sedimenti potenzialmente interessati nello scarico dell’SM15 sono da sussumere in Classe A secondo la legge norvegese, sono sedimenti buoni, non ancora giusti, buoni, cioè hanno concentrazioni di TCDD inferiori ai 30 nanogrammi per chilo. Vi chiedo qualche minuto di intervallo, per favore.

 

PRESIDENTE – Dica lei, Avvocato, un quarto d’ora di pausa.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.15.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.35.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Signor Presidente, signori Giudici, ora affronterò un altro argomento a cui ho fatto già cenno all’inizio, un argomento che dovrei chiamare l’argomento delle quantità di diossina e l’argomento delle fonti, delle sorgenti di diossina. Quello che vedete scritto è la conclusione, nel senso che vi documenterò che l’industria del CVM avrà pure tanti altri peccati, io non lo so, non ha questo, cioè non è proprio, cioè nelle classifiche che adesso vedremo, che vengono costruite da anni, l’industria del CVM non c’è, è praticamente inesistente come sorgente di emissione nell’ambiente di diossine. Ecco, già il fatto che si parli di "inventari" deve indurre a qualche riflessione. Ve ne farò vedere tra poco. Inventari significa che le fonti di immissione di diossina nell’ambiente sono pressoché innumerabili, sono gli inceneritori, i rifiuti urbani, industriali, ospedalieri; sono industrie del più vario tipo, l’industria siderurgica, l’industria dei metalli, le (cocherie), ci sono attività umane, attività umani tra virgolette del tutto innocenti che sono fonti di emissioni di diossina: per esempio il riscaldamento domestico produce diossina, bruciare il legno, per esempio del camino che brucia del legno, butta fuori diossina dai camini, ma anche il motore a scoppio di un’automobile butta fuori diossina, anche una barca. Non vi sembri un paradosso, ma quando gli attivisti di Greenpeace andavano con le loro barche a cercare di prelevare il campione di sedimento nel Lusore Brentelle, io non escludo che visto che quel campione di sedimento se lo sono costruiti loro, abbiano emesso diossina nell’ambiente più di quanta invece sperassero di documentarne, proprio con il fatto della barca. È chiaro che questa sola ragione, cioè l’esistenza di innumerevoli fonti, crea degli enormi problemi per il diritto. Questo è intuitivo. Si tratta proprio di uno di quegli snodi in cui probabilmente il diritto anche tradizionale vive dei momenti di crisi, di rottura, perché come si fa ad ascrivere delle responsabilità, come è possibile, a chi? Perché all’uno o non all’altro, perché l’inceneritore è buono e l’industria del CVM è cattiva, ma perché? Perché una barca è buona e quell’altra è cattiva? Sembra proprio che il nostro discorso giuridico qui si frantumi, si disintegri, tanto più che, vista appunto la tipologia così complessa, così articolata di fonti, anche il legislatore è in grande difficoltà nel fissare limiti, nello stabilirne, nel darne, perché è difficile. Come cercherò di dimostrarvi però domani, a dire il vero, probabilmente il problema è di molto sovradimensionato, cioè è un problema che alla luce delle conoscenze tossicologiche reali, non quelle che hanno cercato di propinare in questo processo, è un problema largamente controllato e largamente controllabile. Non vi è dubbio però che, quando si ha a che fare con fonti da inventariare, un discorso giuridico ascrittivo fondato sulla responsabilità diventa difficile. Detto questo, sta di fatto che l’industria del CVM, ripeto, tanti peccati forse avrà avuto nel passato, ma dopo tanti studi e tante ricerche, perché in tutto il mondo poi sono state fatte ricerche e indagini per capire se e quanta ne venisse fuori da queste industrie, che sono industrie importanti nel mondo ovviamente, non solo in Italia, non solo in Europa. Vi dirò tra breve che c’è stata per esempio una lunga diatriba tra Greenpeace, ovviamente, la Stringher che poi vedremo, perché è stata una delle consulenti del processo, e l’EPA, o meglio prima il Vynil Institute, che è l’associazione degli imprenditori del CVM, che dicevano: noi ne buttiamo fuori poca, Greenpeace diceva: no, ne buttate fuori tanta. Alla fine l’EPA ha fatto da arbitro, ha detto: no, ha ragione, fatte le verifiche e le misurazioni, ha ragione il Vynil Institute e Greenpeace ha torto, sbaglia, cioè i suoi dati non sono affidabili. Ripeto, e poi lo vedremo, è un peccato che ancora oggi a Venezia invece il Magistrato alle Acque preferisca citare nella propria biografia "Morte a Venezia" di Greenpeace del 1995 e non invece l’EPA del 2000. Questo ha a che fare con altri problemi però, con altre cose, non con la conoscenza oggettiva, non con quello che sappiamo. È chiaro che anche di questi discorsi non si è sentito parlare tanto nel processo, perché si è ben guardata l’accusa dal portare il problema nelle sue dimensioni reali. È evidente che se i primi che hanno iniziato le indagini, avessero compulsato, cioè avessero digitato la parola su internet, "diossina", su un qualunque motore di ricerca, si sarebbero trovati di fronte ad un inventario, cioè a 200 possibili fonti – adesso vi farò vedere – e allora prima di dire che è stato il Petrolchimico, ecco, qualche ragionevole dubbio lo avrebbero avuto; invece preferirono non fare neanche questa ricerca elementare. Non mi ricordo se a quei tempi c’era già Internet, va bene, ma bastava chiedere a qualcuno, a un consulente qualsiasi e gli avrebbe detto: di fonti di diossina ce ne sono così tante, ma così tante, che quando tu vuoi davvero affrontare il problema e decidi – a parte che si decide addirittura contro un proprio consulente, o addirittura si decide aprioristicamente – deve essere la volontà, cioè si vuole proprio che quello e soltanto quello sia il responsabile, perché un discorso ragionevole non può essere affrontato in questo modo. Deve essere affrontato come diceva Muller: facciamo uno studio storico, un inventario, etc. Ora io non posso credere che le Procure non avessero bene o male compreso l’entità del problema; non lo vogliono vedere nei suoi termini reali e preferirono affrontare tutto il discorso su un piano demagogico, cioè: c’è già un grande bersaglio così suggestivo da colpire, diamogli addosso. Non importa, la scienza e la tecnica non c’entra nulla. In fondo il dottor Fortuna è venuto qui a dirci questo, in un intervento peraltro un poco scomposto dei primi tempi del processo: "Lo so io che il Petrolchimico è responsabile, non conta cosa dicono i consulenti, lo sa la coscienza collettiva". Ma cosa diavolo vuol dire? Io non lo so. In effetti il dottor Fortuna lo sa, malgrado il suo consulente migliore gli abbia detto il contrario, però continua a saperlo, continua ad essere convinto di questo. È chiaro che, finché le opinioni sono opinioni personali, è un conto; quando le opinioni personali sono le opinioni di chi ha un elevato potere all’interno della collettività, allora probabilmente il problema si sposta e diventa un problema più complesso. Comunque è interessante vedere che il dottor Fanelli, e torniamo nel processo, è uno dei consulenti del Pubblico Ministero ed è anche uno dei coautori, se non sbaglio, se non della prima, della seconda indagine di Di Domenico e leggendo le parole che adesso vedrete scritte, che ha scritto Fanelli in un lavoro che è agli atti del 2000 intitolato: "L’industria del PVC, parole e fatti", forse capirete perché Di Domenico e Muller, che di diossine ne sapevano, ci andavano molto cauti prima di poter pensare che un’importante contaminazione da diossina fosse stata causata dall’industria del CVM. Fanelli in questo documento, e ripeto Fanelli è un consulente del Pubblico Ministero... ecco questa, questa che vedete è proprio un inventario delle fonti di diossina. Qui le vedete numerate, cioè che cosa, quali sono le attività che buttano diossina nell’ambiente. È chiaro che già solo un’occhiata a questo documento mette in difficoltà un discorso, ripeto, fondato sulla responsabilità. Questo è l’inventario dell’EPA in Italia, questo è un inventario in Italia, fatto da Fanelli e pubblicato, cioè in Italia nel 2000 si doveva discutere sulla diossina, sulle fonti e si vedeva che queste erano le fonti principali, si vede negli anni, si cerca di valutare l’impatto di diossina sull’ambiente, delle varie fonti negli anni, se aumentano o se diminuiscono, si cerca di capire quali sono le fonti più importanti, le fonti più rilevanti, quelle che devono essere controllate di più. Qual è il punto? Che Fanelli scrive, e come fa a non scriverlo, è da rimarcare che l’industria del PVC non è citata tra le fonti significative, cioè nell’inventario italiano non è citata. Badate che nella zona industriale di Venezia c’è stato di tutto, probabilmente non è, nessuna delle fonti di diossina che vengono indicate non è stata presente nel passato e non lo è tuttora. È quasi impossibile. Poi vi farò vedere delle tabelle, che sono allegate alla relazione di Colombo e Bellucci, da cui proprio risulta geograficamente la tipologia dell’industria, dov’è e quelle industrie che potevano fare diossina secondo gli inventari e secondo le conoscenze scientifiche del tempo. Questo è un consulente del Pubblico Ministero che dice questo. Mi sembra evidente che se si fosse dato retta a Muller e si fosse fatta l’indagine storica che si doveva fare già nel 1995, l’accusa al Petrolchimico sarebbe morta prima ancora di nascere. Non aver voluto fare l’indagine storica, è perché quell’accusa la si voleva far nascere comunque, sebbene poi per fortuna sia morta, sia morta per opera del Tribunale, per fortuna, ma si voleva comunque far nascere. Vi ho parlato dell’EPA e della diatriba che c’è stata tra Greenpeace e i suoi scienziati o pseudo-scienziati e gli scienziati o pseudo-scienziati del Vynil Institute. Entrambi probabilmente facevano i loro interessi, ci voleva un arbitro e l’arbitro è stato l’EPA e l’EPA ad un certo nel 2000 in un rapporto ha detto: no, le quantità di diossina emesse nell’ambiente dall’industria del CVM sono marginali, sono basse. Io nel processo chiesi alla dottoressa Stringher se conoscesse il report dell’EPA, che aveva dato anche clamorosamente torto a Greenpeace, perché Greenpeace aveva scritto, aveva fatto molti sit-in, molte folcloristiche sceneggiate in giro per il mondo contro il CVM, una delle accuse era "il PVC fa la diossina" etc., era stata smentita clamorosamente. Io chiesi alla Stringher e non c’è proprio da meravigliarsi del fatto che non ricevetti alcuna risposta. Io chiesi alla Stringher: "Ma lei lo sa che c’è questo rapporto?", c’era l’interprete, forse faceva fatica a capire, comunque non mi rispose, non mi rispose minimamente. Forse anche quella volta, magari il collega (Partesotti) può pensare che io anche quella volta cercai di manipolare con la consulente, così come ho cercato di fare con la dottoressa venier, ecco, ma non credo. In ogni caso non ricevetti nessuna risposta. Ma non è tanto importante la risposta o non risposta della Stringher, quello che conta è il documento dell’EPA. Il documento dell’EPA esiste, è anche agli atti, non è agli atti del Magistrato alle Acque, cioè lui ritiene ancora che non sia importante che i veneziani lo sappiano che le cose stanno così, meglio non dirlo, ma questo è un altro discorso. Anche la CEE nel 2001, cioè quando nel 2001 c’è stata quella accelerazione anche normativa per il controllo delle diossine con l’indicazione dei limiti di concentrazione di 4 picogrammi nel mollusco edibile, la CEE ha cercato di fare, di indicare all’attenzione di tutti quali sono le fonti da tenere sotto controllo, le fonti di diossina più interessanti, più importanti. L’industria del PVC non è neanche stata indicata e questo documento ve lo farà avere, è un documento normativo, cioè pubblicato sulla gazzetta della Comunità Europea, è una comunicazione della Commissione: identificazione dei pericoli, identificazione delle più puntuali fonti di diossina. Ce ne sono, ci sono per esempio le industrie dei metalli, le industrie per esempio di sinterizzazione. A questa categoria appartiene l’industria di cui parleremo dopo, perché l’industria che estraeva il rame dalle ceneri di pirite poi sinterizzava, cioè faceva delle mattonelle rosse e anche l’attività di sinterizzazione è un’attività che produce diossina e la CEE lo dice: quelle sono le vere fonti, il PVC no, non lo è e questo è un altro dato francamente inconfutabile. L’argomento della quantità è un argomento importante, adesso si contrappone l’argomento della qualità, cioè del tipo di impronta. Noi quando cerchiamo di dire all’accusa: ma scusa, i documenti, le prove dicono che – abbiamo visto prima i 15, i 14 milionesimi di milionesimo di grammo, che la diossina che può uscire dal Petrolchimico è pochissima – di diossina nella zona industriale ce ne è tanta, soprattutto nella prima zona industriale, ma come è possibile che ne sia il Petrolchimico la causa? Ci oppongono l’argomento della qualità, che poi è sempre l’argomento dell’impronta, cioè ad una domanda rispondono in un altro modo. È chiaro che, soprattutto per Enichem, quello che prima ho chiamato il "delitto delle autobotti fantasma" per fortuna potremmo anche non doverne parlare, nel senso che se questa prassi letteralmente inventata all’improvviso non so bene da chi, tanto per cercare di piegare i fatti alle ipotesi piuttosto che di spiegare i fatti con le ipotesi, questa roba qui sarebbe stata fatta in epoche primordiali, comunque non in epoche di gestione Enichem, quindi si potrebbe anche non parlarne. Allora è importante l’argomento della quantità. Questo documento, vedete in fondo, è un documento comunque riferibile al progetto 2023; anche questo è un documento che abbiamo agli atti, è un documento che quantifica la presenza di diossina nella zona industriale. Vedete che anche qui si è sentito di dover sottolineare, nel circoletto più in basso a destra, che la più grande quantità si trova nella prima zona industriale, e questo ormai è un dato pacifico ed eclatante. Viene indicata quella quantità, 4,2 chilogrammi, più o meno 7,9, poi si dice che in altre parti ce ne sarebbe un altro tipo di quantità. Io ricordo che il 7 di novembre del 2000 chiesi, proprio quando parlavo, quando in controesame chiesi al dottor Ferrari qualcosa sulla misteriosa vicenda dei 14 milionesimi di milionesimo, del parere della Commissione Tossicologica, di tutte quelle robe lì, gli chiesi quanti millenni ci avrebbe impiegato il Petrolchimico per contaminare la laguna se anche quel flusso, che pure è un flusso occasionale, perché c’è stato un mal funzionamento, tanto è vero che il flusso poi è andato al biologico, se invece che occasionale fosse stato anche continuo, cioè quanto tempo ci avremmo messo? Qui per voi ho chiesto ad un consulente di usare i dati che sono tutti nel processo per provare a calcolare le quantità di diossina emesse dal Petrolchimico in laguna negli ultimi anni, sin da quando esistono gli anni per i quali abbiamo documentazione. C’è una cosa importante subito da dire, perché qui si parla di diossina emessa, ma il Petrolchimico attinge acque dai canali, attinge acque dai canali industriali circostanti il Petrolchimico, che come abbiamo detto e vedremo ancora di più sono purpuree di fanghi rossi, buttati come reflui dalla prima zona industriale, quindi sono canali che hanno già da là diossina per conto loro, come vedremo. Quindi il Petrolchimico attinge acqua che ha già diossine in entrata, e ci sono delle misurazioni precise, dopo di che si tratta di vedere se le butta fuori di più, di meno, e vedremo che il bilancio è difficile, nel senso che ci sono degli anni in cui risulta addirittura che il Petrolchimico emette, scarica diossina meno di quella che è entrata, perché il biologico qualcosa fa, perché qualche depurazione esiste; ma questo comprova ancor di più quanto sia quasi ridicolo continuare a parlare di questa grande fonte di emissione di diossina. Questi calcoli sono fatti sulla base dei dati ufficiali del Magistrato alle Acque, non c’è niente di nostro, anche perché sono dati analitici, non c’è niente da nascondere. Risulta che nel 1997 dal SM15 è uscita meno diossina di quanta ne sia entrata. Il calcolo viene da qui e vedete che c’è una concentrazione media in attingimento e una concentrazione media in scarico: in attingimento sono 0,44 picogrammi/litro e in scarico 0,073. Non ci sono diossine, non escono in quest’anno. Ma anche nel 1998 è la stessa cosa, si vedono i numeri. Qui non era disponibile la concentrazione di attingimento, si è usato il dato riferito all’anno passato e c’è una concentrazione media dello scarico che è di quella entità, con un carico inquinante totale netto negativo. Lo scarico SM2, di cui parleremo dopo, che però è interessato a molte società e che comunque non scarica da vent’anni acque di processo del PVC o del CVM, nel 1999 ha caricato in laguna 4,4 milligrammi di diossina. Qui ci sono altri dati e questi sono relativi al 1999, al 2001, dove c’è un carico inquinante di 58 milligrammi, che forse è il dato più importante, ma era l’SM2. Ma nel 2001 ancora l’SM15, bontà sua, merito suo... ma non è merito suo, qui sono questioni di tecnologia di processo, non pare abbia scaricato in diossina nulla, alcunché e infatti risulta un contribuente negativo di diossina e come tale non dovrebbe essere tassato. Le tasse si vadano a chiedere ad altri allora e non impropriamente, soprattutto con i processi. Dalle segature sarebbero uscite 18,4 milligrammi, sempre queste quantità, queste quantità espresse in milligrammi. Considerando un rapporto medio che è assolutamente prudenziale, perché questo 48 milligrammi è un rapporto che non corrisponde alla media effettiva, per raggiungere i 4,8 chilogrammi di diossina che ci sono in laguna ci sarebbero voluti cento mila anni. Cento mila anni, voglio dire, si tratta di ere geologiche. Cento mila anni fa, non so, l’uomo cominciava a camminare eretto sulla terra. Il Petrolchimico non c’era, la diossina sì forse, c’era già. Tutto lascia palesemente concludere che questo processo sia stata una strana, complessa, macchinosa montatura. Ripeto, per Enichem questo argomento delle quantità è assolutamente decisivo, unito all’altro argomento che i sedimenti anche qui coerentemente, gli insediamenti prossimi allo scarico SM15, sono fra i meno contaminati, sono contaminati di diossina a livelli prossimi ai valori di fondo, un po’ più alti di Sant’Erasmo, questo è vero, Sant’Erasmo, questa mitica isoletta meravigliosa, che è diventato il parametro di riferimento del pericolo. Ne parleremo domani, perché l’argomento è assolutamente folle. Sembra che una vongola, un sedimento sia pericoloso non perché gli studi tossicologici dimostrano che è pericolosa, ma perché è meno contaminata in Sant’Erasmo, il che non so che rapporti abbia con la logica, ci verranno spiegati meglio; c’è una frase del dottor Bruni che da questo punto di vista è tragica, e lo vedremo domani. Quindi l’argomento della quantità sarebbe veramente decisivo per gli imputati Enichem, non c’è niente da fare, cioè ne siamo estranei, non c’entriamo, ammesso poi che ci sia il crimine, il che è difficile, lo diremo già domani, perché tutta questa grande, grande, grande e complessa macchinazione poi alla fine si è fondata sul nulla, la tragicommedia si è fondata sul nulla, perché quando domani parleremo di diossina, di limiti, già oggi ne abbiamo fatto cenno, di diossina che c’è nelle vongole tre volte meno dei limiti di legge, anche se si considerano i PCB, per cui alla fine continuano a parlare di TDI, di dose giornaliera accettabile e diventa ridicolo, come se davvero si potesse dire che Pisani dovrebbe rispondere soltanto perché nell’area di Venezia c’è qualche pescatore che decide di mangiare troppe vongole edibili, il che veramente sfiora il grottesco, sfiora il ridicolo, ecco, ma di queste cose potremmo anche smettere di parlare, perché l’argomento delle quantità è, basta, decisivo. Ma andiamo oltre, perché affrontiamo di petto anche il grande argomento dell’accusa, anche se abbiamo visto già qua e là quanto scricchioli anche solo nella sua definizione effettiva. Parliamo dell’impronta, questo è il grande dogma, il grande articolo di fede. L’impronta del cloro, l’impronta che si trova in zona industriale è la vostra impronta, è l’impronta del CVM e basta, quindi dovete rispondere di tutto; non importa che ne scaricate poca, questo è irrilevante, c’è l’impronta. Abbiamo già visto che già Di Domenico nel 1995, purtroppo poco ascoltato, aveva detto: attenzione, l’impronta che ho trovato io non è l’impronta del CVM, perché? Perché ci sono troppi OCDD. Adesso lo vedremo, aveva ragione Di Domenico. Perché l’impronta tipica del CVM è diversa, è fatta soltanto di octafurani. Gli octafurani sono i meno tossici delle diossine etc. etc. Avete capito bene che una volta fatti fuori Di Domenico e Muller, che avevano detto queste cose, è rimasto il dottor Ferrari e poi Raccanelli che hanno continuato a dire questa cosa: l’impronta del CVM è l’impronta del cloro, l’impronta del Petrolchimico e basta, e poi si batte il pugno sul tavolo per dire: cosa volete d’altro? Siete colpevoli e dovete anche pagare. Ecco, allora, nella laguna di Venezia ci sono tre impronte di diossina, perché la diossina come dicevo è ubiquitaria, c’è dappertutto, c’è anche nel Canal Grande. Questa è l’impronta tipica nel Canal Grande, potete vedere che assomiglia abbastanza all’impronta che Greenpeace diceva di aver trovato nel Lusore Brentelle, che infatti non è più stata trovata così. È caratterizzata da una prevalenza di OCDD e da basse distribuzioni di altri congeneri, anche dell’OCDF. Ha questa andatura, questo andamento. Questa invece è l’impronta tipica del canale Lusore Brentelle, cioè questa è l’impronta che si trova nei sedimenti del canale Lusore Brentelle, cioè dove ha effettivamente scaricato l’industria del CVM fino al 1980; scaricava senza trattamento, senza presidi, le leggi non lo richiedevano, etc. etc., dal 1980 non ha più scaricato. La cosa importante è che l’impronta del Lusore Brentelle che come abbiamo visto è l’impronta da CVM, così come Di Domenico aveva già capito, è fatta soltanto o quasi di octafurani, è tale e quale, cioè è sempre uguale in tutta la profondità, in tutta la profondità del sedimento, si trova sempre quella ed è coerente con la spiegazione che quella sia l’impronta delle produzioni di CVM. Questo grafico è di grande interesse ed è contenuto in una delle relazioni di Frignani e di Bellucci, perché? La linea rossa dopo la quale si vede il netto decremento delle concentrazioni corrisponde, secondo la datazione che è stata fatta... le datazioni dei sedimenti vengono fatte usando come criterio Cernobyl, le emissioni di Cernobyl, le tracce che si trovano e si vede che il tutto quello che è sotto è prima di Cernobyl, quello che è sopra è dopo e quindi si riesce a datare con una certa approssimazione il sedimento. Vedete che dopo il 1980 le concentrazioni precipitano, perché? Ma semplicemente perché dopo il 1980 non si scaricava più lì e si scaricava poi nell’SM15 con tutti altri presidi etc. etc. Le impronte sono sempre quelle, in buona sostanza. Tutti i campioni avevano sempre quelle impronte, quelle degli Anni Cinquanta fino ai primi Anni Ottanta, sono scaricati reflui provenienti da un’unica fonte sempre uguale nel tempo. È molto importante vedere che questa è l’impronta della pochissima diossina che esce, quando esce, dall’SM15. Anche qui vedete che corrisponde esattamente, anche qui abbiamo soltanto octafurani e poco d’altro e siamo d’accordo con la Stringher su questo e siamo d’accordo con Di Domenico, cioè questa è l’impronta del CVM. Questa invece è un’altra impronta. Questa impronta, diversa, che è quella che aveva visto già Di Domenico come non identica a quella di prima, è l’impronta che non si trova mai nel Lusore Brentelle, mai; si trova invece in tutti gli altri canali e soprattutto si trova nella prima zona industriale, al Canale Nord e al Canale Brentella. Ci sono meno concentrazioni di OCDF, ci sono anche altri congeneri presenti, con concentrazioni variabili, c’è una maggiore ricchezza di distribuzione di cose rispetto all’impronta più tipica e più caratteristica del CVM. Questa è l’impronta più caratteristica, l’abbiamo visto nelle prime slide, è quella che nei lavori iniziali Marcomini confrontava con l’impronta di Greenpeace rilevandone tutte le differenze. Sapete che ad un certo punto del processo è entrato in scena Raccanelli, prima sono usciti di scena Di Domenico e Muller, è rimasto Ferrari e poi doveva essere spalleggiato da qualcuno. Ora, Raccanelli è importante stabilire, perché fa parte della storia del processo, ha lavorato per anni e anni in Enichem; soprattutto lavorava in Enichem durante le ricerche che Frigani e Bellucci stavano facendo, cioè quando i ricercatori del CNR erano stati incaricati di fare le indagini sulla prima zona industriale, dopo che si era capito che probabilmente Di Domenico poteva aver visto bene, poteva aver visto giusto, Raccanelli era il capo del laboratorio di Enichem e quindi collaborava attivamente con Frignani e Bellucci, anzi con entusiasmo; era lui che andava ad indicare nel Canale Nord quali potevano essere le fonti vere della diossina. Condivide con Frignani e con Bellucci metodi e risultati, tanto che, come vedremo adesso, il suo nome, eccolo, compare in un articolo. Siamo nel 2000. Vedete i nomi di Bellucci, Frignani, Raccanelli e Carraro. Questo articolo viene pubblicato in una rivista. Certo pubblicare un articolo fa sempre piacere, d’altra parte chi vuole la propria firma sull’articolo è perché ne condivide i contenuti, altrimenti non so di che cosa stiamo parlando. L’articolo è interessante perché, come vedete, qui si trova l’enunciazione di quello che vi ho detto, condivisa da Raccanelli: "Sono stati identificati tre differenti profili di distribuzione di congeneri di diossine, uno è principalmente caratterizzato da prevalenza di octadiossine e deriva da combustione, il secondo è caratterizzato dalla quasi esclusiva presenza di octadibenzofurani e può venire associato allo strippaggio del CVM, il terzo contiene significative quantità di differenti congeneri ed è stato probabilmente originato da differenti produzioni all’interno della prima zona industriale". Questo Raccanelli pensava che fosse vero, immagino, quando pubblicava con Frignani e con Bellucci questo articolo. Certo poi nella vita capita di cambiare idea, ma se il cambiamento di idea corrisponde anche con il cambiamento di committente, può darsi che la credibilità del consulente possa venirne in qualche modo diminuita, non si sa mai. Ma c’è un altro articolo. In questo articolo non vedete il nome di Raccanelli, a questo punto probabilmente non era più politicamente corretto mettere il proprio nome negli articoli, ma c’è il nome di Favotto. Favotto è un collaboratore di Raccanelli, lavora con lui, lavora con lui nello stesso laboratorio. Dopo vi dirò, perché in questa storia, che è veramente tragicomica, c’è anche un elemento comico, perché questo laboratorio che vedete indicato in via della Chimica, questo laboratorio sorge esattamente dove sorgeva l’industria di decuprazione delle ceneri di pirite da cui era estratto il rame che è il responsabile della contaminazione di diossina dell’intera zona industriale. La storia qualche volta è comica, è divertente, ma è così. Comunque, vedete, anche questo articolo è firmato da questo signore, Favotto in luogo di Raccanelli, che ormai si era convertito ad un’altra sede e quindi stava forse cominciando a cambiare idea e anche qui si scrivono delle cose chiare, nette: "Molteplici attività esercitate nel passato all’interno della prima zona industriale possono essere responsabili della complessiva contaminazione da furani". Ora, diciamo che sarebbe stata l’ipotesi più semplice da esplorare fin dal principio: visto che nella prima zona industriale c’erano state centinaia di industrie, il buon senso avrebbe dovuto indurre da subito a pensare che forse la sorgente andava cercata lassù. Il buon senso in questa storia non ha giocato un ruolo di grande rilievo e abbiamo visto come sono andate le cose. Quando uscivano questi articoli firmati sia con Bellucci che con Frignani, voi sapete già che Raccanelli stava campionando ed analizzando per conto del dottor Casson, cioè stava raccogliendo disperatamente delle analisi su vongole, su cozze, non vongole e basta, per cercare di rattoppare un po’, ormai la baracca era crollata, ormai la sconfitta nel processo era certa, all’ultimo si tentava di fare qualcosa, così arrivano questi risultati eclatanti di Raccanelli, totalmente diversi da tutti gli altri risultati, poi arriveranno anche le analisi sui pozzi, sui pozzi esterni al Petrolchimico. Sono due colpi di cannone che si cerca di sparare alla fine del processo per tentare alla disperata di risollevarne le sorti. Raccanelli stava lavorando per Casson ormai, sulle vongole, sui pozzi, ma anche sulle impronte, malgrado avesse scritto quelle cose, malgrado avesse lavorato, contribuito a scrivere quegli articoli che dicevano quelle cose, evidentemente aveva cambiato idea e così andiamo su quest’altro capitolo del processo, un altro dei capitoli poco edificanti di questa storia, che sono i pozzetti, le analisi sui pozzetti del Petrolchimico, ovvero: "Il mistero del pozzetto mancante". Raccanelli presenta al Tribunale sette analisi su sette pozzetti dislocati nel vecchio Petrolchimico, pozzetti che poi vedremo che tipo di natura e di identificazione gli si può dare. Ma qual è l’arcano, il mistero da subito? Che noi andiamo a vedremo il rapporto del Corpo Forestale dello Stato e ci risulta che i pozzetti campionati erano otto, non sette. Il Corpo Forestale dello Stato aveva campionato otto pozzetti, Raccanelli viene e presenta solo sette analisi. Ma perché? Visto che non avevamo soverchie ragioni di avere soverchia fiducia in Raccanelli, si decise di affidare ad un laboratorio terzo il compito di andare a prendere fanghi da tutti gli otto pozzetti però e di fare analisi in tutti i pozzetti e, guarda il caso sfortunato, scoprimmo che il pozzetto numero 4, che Raccanelli doveva aver analizzato ma che non aveva ritenuto opportuno presentare al Tribunale, era proprio il pozzetto che non gli andava bene, perché era il pozzetto che presentava poca diossina con la tipica impronta del Lusore Brentelle, solo octafurani. Quindi, siccome non andava bene, non doveva essere presentato al Tribunale, non doveva starci. Nella relazione di Foraboschi voi vedrete, ed anche in altre relazioni, che poi – ed è inutile che io stia qui ad annoiarvi su questo punto – che se si mettono a confronto le analisi fatte da questo laboratorio con le analisi presentate da Raccanelli, per tutti i pozzetti si vedono strane differenze. Nessuno ha mai contraddetto questa frase, su che cosa ci fosse in quei pozzetti, che cosa transitava: acque di processo? No, mai in quei pozzetti sono transitate acque reflue di processo diverse da quelle di lavaggio ed è importante anche la precisazione: "Anche quando gli impianti erano in marcia", perché comunque quelle robe lì, perché non so come chiamarle, quei fanghi di quei pozzetti, stavano nel vecchio Petrolchimico dismesse ormai da anni, da decenni. Tutto poteva esserci là dentro. Comunque la ricostruzione tecnica di quello che si sarebbe potuto, che avrebbe potuto esserci nel passato, non ha portato mai ad identificare quei pozzetti come un recapito di acque di processo e nessuno ha mai contraddetto questa affermazione. In tutta onestà la storia degli otto pozzetti presentati al Tribunale, degli otto pozzetti campionati e dei sette analizzati, mi inducono a dire, almeno a me personalmente, che da Raccanelli non comprerei neanche un’auto usata, non lo farei, non mi fiderei; non ci sarebbe più nulla che possa dire, sulla quale io potrei riporre un minimo granello di fiducia. Io mi fermerei qui, Presidente, e riprenderei domani, lasciando poi, dopo la pausa, spazio ai miei colleghi.

 

PRESIDENTE – Benissimo, adesso sospendiamo.

 

SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 14.15.

SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 15.35.

 

PRESIDENTE – Prego signor Avvocato.

 

DIFESA – Avv. Mittone – Grazie signor Presidente. La trattazione che la Corte sentirà nel pomeriggio riguarda la posizione di Lorenzo Necci, per il quale questa difesa chiede già sin d’ora che venga respinto l’appello dell’accusa pubblica e dell’accusa privata e che, soprattutto, venga tenuta in considerazione, valorizzata nella decisione che dovrà emettere, l’esposizione che è stata fino a adesso svolta dai colleghi che ci hanno preceduto sul punto che questa Corte dovrà esaminare in primissima battuta, cioè l’insussistenza oggettiva dei reati che furono in allora contestati agli imputati e tra questi a Lorenzo Necci e che furono esclusi dal Tribunale di Venezia. Data la convincente esposizione del professor Stella e dei colleghi che ci hanno preceduto su questi temi, il discorso potrebbe finire qua. Vi è stato da sempre, sul tema delle posizioni soggettive, un andamento progressivamente decrescente, cioè a fronte di una grande quantità di dati, statistiche, grafici, elementi in contrapposizione e di contrasto, sui profili oggettivi dei reati che venivano contestati, vi è sempre stato un appannamento allorché si trattavano delle posizioni soggettive e bene ha fatto il Tribunale a concludere, come ha concluso a pagina 464 della sua motivazione, quando ha detto: "È superfluo trattare dei soggetti – leggo tra virgolette – proprio in ragione delle conclusioni cui si è giunti". Analoga determinazione noi chiediamo a questa Corte. Sarebbe superfluo indagare ancora e la prova di questa stanca ripetizione di argomenti la si è avuta anche dalla lettura dei motivi d’appello e dall’ascolto delle discussioni orali dei nostri antagonisti, accusatori pubblici e privati. Sulle posizioni soggettive e quindi tra queste di Lorenzo Necci, il Pubblico Ministero ha scritto nella sua parte quarta dei motivi d’appello: "Vi sono due motivi che incidentalmente parlano di questo tema" e nella discussione orale la posizione delle parti private, gli Avvocati Salzer e Battain. Che cosa sostengono questi accusatori pubblici e privati? Sostengono che, ammessa la rilevanza oggettiva e la sussistenza storica di questi fatti reato che erano contestati, cosa che per noi costituisce fonte di opposizione netta, sono due gli argomenti che debbono essere trattati. Il primo, quello su cui insiste in modo particolare il Pubblico Ministero a pagina 1463 dei suoi motivi, l’Avvocato Salzer nell’udienza del 22 settembre, è che anche i vertici, i soggetti cioè che hanno una posizione al di sopra degli altri, che trattano le scelte, che sono quindi oltre l’aspetto meramente esecutivo, devono subire una responsabilità. Ricordo le parole di taluno che ha sostenuto questa tesi: non deve esserci nessun salvacondotto, perché come dice il Pubblico Ministero deve sussistere una posizione di garanzia dell’imprenditore in quanto tale, in quanto struttura unitaria. Il secondo argomento, direi più raffinato del primo ma ugualmente infondato, è che comunque fosse lo scacchiere delle società che facevano riferimento a certi soggetti, a certe posizioni di vertice e quindi comunque fosse questa sistemazione societaria, colui che occupava una posizione di direzione come esponente della società capogruppo, deve essere ugualmente responsabilizzato, deve porre in essere cioè sempre un controllo e quindi la società holding che controlla delle altre società e quindi si pone controllante rispetto alle società controllate, è pur sempre destinataria di obblighi in questa materia, certo, nella materia della prevenzione della sicurezza del lavoro e nella materia della gestione del settore ambientale. Ebbene, sulle questioni più strettamente tecniche parlerà l’Avvocato Balducci che mi segue in questo pomeriggio di udienza. A me preme anticipare il discorso che lei farà, sottolineando alcuni punti fermi che possono essere condensati nella risposta a queste due domande. Nell’epoca di questo processo, di contestazione in questo processo, negli anni cioè che hanno riguardo ai reati che sono stati contestati, Lorenzo Necci – prima domanda – dove si trovava come soggetto inserito nelle società? Seconda domanda a cui deve essere data risposta: che cosa ha fatto nelle società nelle quali egli è stato presente? La prima domanda ha una risposta molto semplice e cioè la posizione, il ruolo, la collocazione del nostro assistito emerge dalle carte; emerge dalle carte e direi immodestamente dalla memoria che questa difesa presentò in occasione della discussione orale del primo grado; emerge dalla carte la storia delle società che via via si sono susseguite ed il rinvio a quanto esposto dal professor Zanchetti il 28 ottobre è doveroso, perché nella discussione orale della nota che egli ha seguito, queste società del gruppo che possiamo chiamare per comodità Gruppo Enichem, hanno avuto una loro indicazione difficilmente contrastabile. In questa narrazione di storie di società, compare all’inizio una sigla che è la società Enoxi, di cui talora si è accennato e, visto che se ne è accennato poco perché merita poco rispetto, noi ne accenneremo ancor meno, perché di questa società Enoxi, che era incaricata di seguire le indicazioni del governo per razionalizzare la chimica nel 1982, è Presidente Lorenzo Necci nel 1982 stesso e non lo sarà più negli anni successivi. In modo meteoritico appare nel 1982, ha un Vice Presidente amministratore delegato, a noi spiace fare dei nomi, perché sembra che non siamo responsabili noi ma lo sono degli altri, non è affatto così, il ricorso ad indicazioni nominative sta soltanto per distinguere ruoli e competenze. Necci era Presidente, in Enoxi c’era un Vice Presidente amministratore delegato, che poi nel 1983 divenne a sua volta Presidente. Totalmente al di fuori del nostro interesse procedurale, ma neanche più sotto il profilo dell’interesse storico, perché quanto ha detto il professor Zanchetti – dicevo – è difficilmente scalfibile, vi è tutta la vicenda Riveda, 1983, di cui non spendo neanche una parola, perché nella questione Riveda: A, Lorenzo Necci non ha mai ricoperto carica alcuna, la vostra attenzione si dirigerà sugli organigrammi e la lettura di questi organigrammi vi riferirà che né Presidente né amministratore delegato, né nell’epoca iniziale, né nell’epoca successiva, corrisponde al nome e il cognome Lorenzo Necci. D’altra parte, come vi è già stato detto, neanche su questa firma di contratti che si sono succeduti il 16 e il 17 di marzo del 1983 vi è equivoco, perché neanche su questi contratti c’è una firma risalibile a Lorenzo Necci. Quindi la questione Riveda potrà interessare la storia in assoluto, meno in relativo di questo processo, nulla per la posizione di Necci, il quale non è mai comparso se non fosse un termine poco simpatico, elegante e poco giuridico, né per dritto né per traverso. La storia Riveda però ci consente di fare chiarezza su un argomento, tanto per proseguire in questo tracciato, che dà la risposta alla prima domanda. Dov’era in quegli anni la persona che noi assistiamo? E cioè la questione Riveda ci consente di dire che vi erano delle società del gruppo, che per comodità possiamo chiamare Enichem, che erano proprietari degli impianti e molto rapidamente vi era la Enichem Polimeri e la lettura degli organigrammi nel 1983, 1985 e 1986 consente di percepire alla vostra lettura che vi sono nomi diversi da Lorenzo Necci; nel 1986 l’Enichem Base che subentra a Polimeri e la lettura dell’organigramma vi consente di leggere che vi sono nomi diversi da Lorenzo Necci. Vi è poi nel giugno del 1987 la gestione diretta degli impianti da parte di queste società, che assumeranno altri nomi: sappiamo che si chiameranno Enichem Anic, Enimont Anic e sempre sarete accompagnati nella lettura degli organigrammi dall’identica indicazione: questo nome, Lorenzo Necci, non lo trovate. Perché dov’era, per ritornare al quesito iniziale, cosa faceva? Non possiamo spiegarvi perché parliamo per lui in questa sede, perché fino ad adesso non lo abbiamo capito neanche noi, ma noi dobbiamo difenderlo; noi dobbiamo difenderlo e vi dobbiamo dire dov’era in quegli anni e vi vogliamo dire, al di là di questa strana, quasi sgraziata, indicazione del capo di imputazione secondo il quale doveva trovarsi nella Giunta Esecutiva Eni dal 1975 al 1981 come responsabile, perché dico sgraziata ed infelice? Perché è un’indicazione maligna, in quanto se uno – lo dice la parola stessa – in una Giunta Esecutiva non è solo. Noi sappiamo che erano in cinque, vedete, non sappiamo neanche chi erano gli altri. Non sono mai stati sentiti, non sappiamo che colpe Lorenzo Necci avesse nell’aver partecipato alla Giunta Esecutiva, quale condotta abbia tenuto, per cui non ne parliamo più. Ma accenniamo anche poco alle cariche che egli ha ricoperto nel 1983 come Eni Chimica, che era la capogruppo e che si occupava di seguire le direttive del governo che in quel periodo, come voi sapete, stava riorganizzando la chimica, poi nel 1985 Enichem, nel 1988 Enimont. Tre società, tre nomi, tre indicazioni nominalistiche che non si identificano con un’attività di impresa, che ci consentono cioè di rispondere a quella domanda iniziale secondo tre profili: il primo, che le società operative erano società con delle sigle a cui non corrispondeva la presenza nell’organigramma del nostro assistito, il nostro assistito compare nell’organigramma in società che con le operative non hanno nulla a che partire; secondo, se questo è vero come è vero, perché è indiscutibile, ne consegue anche che un conto è l’attività di impresa, gestire un’impresa, avere a che fare con il complesso sviluppo di problemi che attengono a produzione, commercializzazione, raggiungimento degli oggetti sociali, altro invece è l’attività della società, è l’attività cioè secondo la quale si compongono organi societari, si controllano organi societari, si svolgono determinate azioni compatibili con questo oggetto. Lorenzo Necci aveva a che fare con l’attività delle società, non aveva a che fare con l’attività di gestione dell’impresa. Il terzo profilo che direi, se non bastassero i primi due, li accompagna e ne dà decisività, è che non è datore di lavoro. Io non ho sentito negli argomenti scritti e orali dei nostri antagonisti pubblici e privati affrontare questo argomento, che mi sembra un argomento platealmente insuperabile, decisivo, e cioè che i fatti gestionali dell’impresa che sono trattati in questo processo afferiscono a lavoratori verso i quali le società di cui faceva parte Lorenzo Necci non erano datori di lavoro, cioè quei lavoratori non avevano una corrispondenza come datore di lavoro nelle società di cui faceva parte Necci Lorenzo. Allora questo vi pone una serie di problemi a cascata stringente, segue a cascata cioè il problema: come fa ad essere destinatario di obblighi, si è sentito discutere seppure in altra prospettiva del principio dell’Art. 2087 che riguarderebbe in generale colui che ha a che fare con un’attività di impresa, ma sicuramente non ha a che fare con un soggetto che non è datore di lavoro di quei lavoratori, perché i dipendenti delle società a cui Lorenzo Necci faceva riferimento sono dipendenti che non compaiono in questo processo perché non occupavano le sedi di lavoro, non erano contrattualmente legati a quelle società. Quindi tutto l’argomento, seppur insistito, sulla posizione di garanzia che ciò nonostante doveva avere la società o le società, dovevano avere, a cui faceva riferimento Necci Lorenzo, è un argomento fragile e direi geneticamente insostenibile, strutturalmente infondato, perché la posizione di garanzia in tanto vale in quanto risponda a delle precise disposizioni di legge che impongono comportamenti attivi o penalizzano comportamenti omissivi. Che sia una questione per cui i due minuti che ho dedicato siano già troppi, lo dice espressamente il Tribunale. A pagina 452: "L’obbligo di protezione di controllo grava sul datore di lavoro". Le società di Lorenzo Necci non erano datore di lavoro. "La responsabilità – e cito tra virgolette – si ha quando l’inosservanza delle regole delle condotte preventive che descrivono comportamenti è avvenuta, comportamenti non tenendo i quali è prevedibile e tenendo i quali è prevenibile un evento dannoso". A chi spettano queste regole di condotta preventiva? Il datore di lavoro. Chi è il datore di lavoro? Società diverse da quelle che riguardano Necci Lorenzo. Come momento finale di questa parte, e cioè sul fatto che non possano essere riferiti obblighi a colui che di questi obblighi non è destinatario, cito un’interessante sentenza del 24 novembre 1999, ricorrente (Chiti), che si diffonde su questo tema e lo riguarda anche all’aspetto dell’inquinamento ambientale, dicendo: "L’obbligo di impedire l’evento si ha quando il diretto destinatario della norma è previsto dalla legge". Allora il secondo profilo, il secondo profilo e la seconda domanda a cui bisogna dare risposta: non soltanto dov’era, in quale società era collocato, ma anche che cosa ha fatto o, secondo la logica accusatoria, che cosa avrebbe dovuto fare. Che cosa avrebbe dovuto fare? Certamente non le indicazioni penalizzanti scritte nel capo di imputazione che riguardano la gestione interna del Petrolchimico, perché le condizioni di lavoro, le attribuzioni di strumenti preventivi tipicamente esecutivi non possono competere, in una situazione di questo genere, a colui che è responsabile della società holding. Vi è una soluzione di riserva, che è "le scelte", dice il capo di imputazione: budget, investimenti e quindi anche dotazioni finanziarie per la manutenzione. Io su questo potrei rimandare con sufficiente tranquillità alla vostra ordinanza del 10 giugno di quest’anno, dove lor Signori della Corte hanno impostato ancora una volta il ragionamento sulla doverosità del comportamento e cioè l’oggetto del processo non è la destinazione delle finanze, ma se sono stati omessi interventi doverosi e quindi il dovere da qualche parte va rintracciato e abbiamo visto prima come il problema della reperibilità della nozione di dovere impinga a colui che è datore di lavoro. Ha fatto però qualcosa Necci, che va considerato; non soltanto quello che avrebbe dovuto fare, ma che cosa ha fatto nel seguire le società di cui era ai vertici? Ha compiuto qualche cosa di analogo, ma non pertinente in termini oggettivi, strutturali, alla delega; non pertinenti alla delega perché qui il problema della delega, che pure abbiamo sentito ripetutamente, è inconferente, perché la delega si ha quando colui che si pone come delegante è lui il destinatario dell’obbligo. Qui le società holding non erano assolutamente in questa posizione rispetto alla legge, però ha trasferito delle funzioni, si è organizzato e allora, molto rapidamente, voi potrete trovare questa parte noiosamente documentale, in quella memoria che avevamo depositato in primo grado: in Enoxi vi era una struttura con direzioni, gestioni, controllo e finanze, in cui c’erano certi soggetti; in Eni Chimica c’erano delle persone che si occupavano della pianificazione organizzativa, strategica, di indirizzo e coordinamento; poi sono intervenuti altri nel settore budget e finanza; poi in Eni Chimica c’è addirittura un settore che si occupa di chimica di base, di polimeri, con a capo un certo ingegnere; vi è un direttore generale della finanza che si chiama Riva, questo lo cito perché è un nome che ricorre in una parte del processo, e in Enimont ci sono tutta una serie di altri soggetti, direttori generali, finanze e controllo, ricerca e ambiente e posizioni quindi molto dettagliate come responsabilità. Si può discutere se ha scelto bene nei collaboratori, nessuna indicazione che abbia scelto male; si può discutere se questi incarichi erano chiari, vi rileggerete gli ordini di servizio e avrete una risposta adesiva alla nostra, che gli incarichi erano chiarissimi. Era occasionale questo incarico? Non era sicuramente occasionale, perché gli ordini di servizio vi danno ugualmente risposta della durata del tempo. Erano autonomi questi soggetti? Non vi è nessuna indicazione che non lo fossero. Ed allora, anche per dettagliare con significato giurisprudenziale questo profilo che, ripeto, non è di delega ma è di organizzazione interna dell’azienda, c’è una preziosa sentenza del 9 dicembre 1999, Pubblico Ministero in causa Mazzoni, dove si dice un qualche cosa che andrebbe forse riscritto, noi non abbiamo un’attrezzatura per metterla in visione corale, però la leggiamo, meriterebbe però di essere maggiormente amplificata: "Quando ci si organizza in questo modo e ci si divide i compiti in una struttura complessa, questo è funzionale ad una migliore organizzazione dell’impresa ed è lo strumento pragmatico e delineato per adempiere agli obblighi e non certo per sottrarvisi". Quindi i colleghi che hanno tanto insistito sul fatto di schermi, di aspetti, questa dotazione quasi rinascimentale di elementi che non consentono di vedere i volti, si devono appagare con il fatto che la giurisprudenza ammette e anzi legittima, ma che dico, incentiva questa organizzazione interna come modo per evitare che i problemi non vengano affrontati, ma proprio per cercare di affrontarli e risolverli. Né venga ricordata, come è stato più volte fatto, la sentenza che per comodità chiamiamo sentenza (Deligmesa), di (Semeso) per comodità, ma sappiamo il caso qual è stato e sappiamo le decisioni che si sono verificate. È citata molto spesso in maniera inadeguata ed inappropriata, perché viene presa la massima della Cassazione secondo la quale non è ammessa la delega in certi casi e allora si sentono i nostri contraddittori pubblici e privati dire: ebbene, neanche in quel processo la delega era stata ammessa e quindi la delega non è operativa anche quando ci sono organizzazioni strutturate in maniera complessa. Il problema è che la sentenza della Cassazione ha a che fare con un soggetto che era l’unico ricorrente e questo soggetto era il direttore tecnico della società, il quale aveva dato una serie di deleghe, per cui a noi che questa delega valga o no è perfettamente indifferente, perché è il direttore tecnico. Vale la pena invece leggere la sentenza che è stata la rampa di lancio di quella della Cassazione, cioè la sentenza della Corte d’Appello di Milano, la quale ha preso in custodia giudiziaria, in esame processuale, un soggetto, un soggetto che si chiama (Valvoghen), amministratore delegato della capogruppo e ha approvato l’assolutoria, e infatti dice: "Non è condivisibile che nella complessità moderna si un’organizzazione aziendale si voglia regredire ad un principio di responsabilità oggettiva" e poi continua dicendo che "bisogna avere attenzione alle concrete competenze tecniche e funzionali, e quindi questo è ancora più vero quando l’attività svolta dall’impresa è altamente tecnicizzata, richiede conoscenze scientifiche, che non avrebbe senso comune pretendere da soggetti che costituiscono i vertici amministrativi". Io non voglio far polemiche e le persone che vengono prosciolte lo sono state tutte legittimamente in istruttoria, ma se vale questo preciso, è un principio di saggezza, ed è un principio di equilibrio, perché in una struttura complessa, altamente tecnicizzata le competenze hanno un peso. Lorenzo Necci è Avvocato, è laureato in legge e direi che con le materie giuridiche lo stabilimento del Petrolchimico abbia poco da spartire e durante l’istruttoria, con grande saggezza, vi fu l’archiviazione di un Presidente di una società, il quale era laureato in legge, con una motivazione che voi sicuramente avete visto, ma che cortesemente vi chiediamo di rileggere, perché è adesiva al principio di questa sentenza della Corte d’Appello di Milano, in cui proprio si dice che dato il settore molto tecnico non poteva avere una competenza che venisse dalle sue conoscenze personali. Se il principio è stato applicato nei confronti di questo indagato in allora, questo secondo noi in ogni caso, qualora in maniera estremamente denegata si dovrebbe affrontare questo profilo soggettivo, non vedo perché non debba applicarsi per noi. Ho finito, trattando un ultimo argomento. Mi sembra che le due domande che possono essere sistematicamente poste in questa lavagna che tratta la posizione soggettiva di Lorenzo Necci e cioè dove si trovava in termini societari e che cosa ha fatto sempre in termini societari, possa essere già di per sé completata. Molto si è insistito, ed è forse l’argomento che è stato uno dei cavalli di battaglia più significativi soprattutto dell’accusa pubblica, è stata la vicenda che si chiama, per comodità di tutti, dell’American Uprisal, cioè si sostiene che Necci Lorenzo sapesse delle condizioni infelici, inadeguate della situazione ambientale dello stabilimento e che quindi in qualche modo si sia reso o promotore o coadiutore di un documento che le appannasse alla lettura di tutti. È un argomento che io, devo confessarvi, non ho mai capito nella sua pienezza e nella sua proponibilità in termini processuali, perché noi riteniamo, lo abbiamo scritto e ne parlerà anche l’Avvocato Balducci, che sia una tragedia degli equivoci, cioè sia un fatto che viene visto in una luce bieca e maligna, quando invece la lettura della carta consente di darne un’interpretazione piana ed univoca, ma che in ogni caso attenga ad un profilo di conoscenze del tutto sganciato da un fatto operativo, dal fatto dell’agire che possa aver causato qualche evento di cui stiamo discutendo. Conosceva, sapeva? Noi riteniamo di no e riteniamo che questa vicenda sia una vicenda amplificata, sia una vicenda dilatata eccessivamente rispetto alla sua reale portata, ma che comunque, e siamo nel 1988, non inferisca minimamente ai fatti di causa. Ma perché dilatata? Perché sembra che in un sottoscala di una società Enichem si sia trafficato in una maniera clandestina intorno ad una pagina di un certo rapporto dell’American Uprisal, cancellando delle parole, mettendone delle altre, presentando un pacchetto confezionato con un nastro al Ministero delle Partecipazioni Statali e prima al Presidente dell’Eni. Questa è la lettura che sembrerebbe essere autorizzata dalla proposizione di questo affair, American Uprisal. Ma l’affair non è così, perché è una delle operazioni più colossali che si potesse affrontare in quegli anni, il matrimonio tra i giganti della chimica e la costituzione quindi di Enimont. Il governo segue con grande attenzione questa vicenda, vi è agli atti una corrispondenza, per quello che abbiamo e che ci ha portato il professor (Rediglio) quando fu sentito con i suoi documenti, nella disponibilità in allora propria e oggi di tutti noi, davanti al Tribunale, vi fu una corrispondenza con il Ministro delle Partecipazioni Statali. Io ne ricordo qui una del 24 marzo 1988 in cui Redigilo dà un pacco di carte con tutta una serie di elementi al capo gabinetto delle Partecipazioni Statali, un certo Trotta. Ci sono i gruppi di lavoro. L’Eni organizzò per la determinazione 32 del 1988 un gruppo di lavoro, sottogruppi di lavoro, direttori generali dell’Eni. Fracanzani, Ministro delle Partecipazioni Statali, il 21 maggio scrisse chiedendo indicazioni, garanzie. Vi era un carteggio ai massimi vertici, quindi il faro e la luminosità di questo affare investiva tutti e tutto; non vi era nessuna possibilità di un approccio riservato e segreto e si arriva... ah, non dimentichiamo che c’era di mezzo anche il Ministro dell’Ambiente, Ruffolo, che scriveva a Fracanzani tutta una serie di corrispondenze. Ma, proviamo a pensare, non è una questione da trattare con la mano sinistra nell’indifferenza dei più. È una questione invece di razionalizzazione importante per lo Stato e quindi all’attenzione dei massimi vertici dello Stato e vi è questa lettera del Ministro Fracanzani che determina l’incarico. Ma come viene vissuta questa lettera in cui il Ministro Fracanzani chiede di salvaguardare i valori ambientali? Abbiamo sentito un teste che all’epoca aveva un osservatorio disinteressato e privilegiato. Insieme al professor Rediglio, che era Presidente dell’Eni, abbiamo avuto modo di sentire Bernabè Franco, e cosa ci disse? Ci disse che questa lettera la ricorda molto bene e la ricorda nel giudizio di tre... sotto tre profili: il primo che era poco funzionale e serviva poco o niente perché c’era troppo poco tempo, perché le scadenze erano poste dal governo, non erano poste dai soggetti attori delle singole società; il secondo, che era irrilevante, perché queste garanzie per i lavori ambientali erano già scritte nei contatti; terzo, se ne discusse con gli Avvocati interni all’Eni che facevano parte di questi gruppi. Ciò nonostante venne dato l’incarico e l’incarico ebbe come oggetto... come oggetto, ebbe quattro direttrici. Come arriva la scelta della società? Tutto si può dire, piaccia o no, in questo affair, ma nessuno potrà affermare che l’American Uprisal sia stata scelta male. Il professor Rediglio ci ha ricordato che aveva 600 dipendenti, Aveva filiali in tutto il mondo, una struttura riconosciuta all’altezza del compito che le veniva dato; quindi nessuna compiacenza nello scegliere, strizzando un po’ l’occhio, una compiacente azienda che doveva fare un’indagine del genere. L’oggetto doveva valutare la capacità produttiva della società, gli attori erano dei soggetti i più disparati, ma non c’era Lorenzo Necci, e come lavorò? Ci sono i rapporti, nei rapporti c’è scritto tutto, io non sto neanche a leggerli. C’è scritto come hanno lavorato. C’è qualche cosa di segreto, piace, non piace, impiegarono tanto, impiegarono poco? È tutto scritto lì e questa parte di premessa introduttiva andò sul tavolo del Presidente dell’Eni e andò sul tavolo del Ministro delle Partecipazioni Statali. Non piaceva? Ne facciamo un’altra. La accettarono? Il metodo di indagine certamente non fu imposto da nessuno e tanto meno dall’Avvocato Necci. Sulla parte finale di questa indagine, cioè di questa correzione, lascio la parola all’Avvocato Balducci, che vi intratterrà anche su quegli aspetti di tipo teorico di cui vi ho parlato prima. Grazie.

 

DIFESA – Avv. Balducci – Io seguirò come ordine la discussione dell’Avvocato Mittone e abbiamo cercato di dividerci i compiti. Spesso poi è un po’ difficile, quando si tratta di parlare delle posizioni soggettive, che in qualche modo in questo processo hanno avuto un risalto ma, specialmente per quanto riguarda la posizione che qui ci occupa, un risalto direi sempre marginale, se non fosse che questo processo è nato anche a carico di Lorenzo Necci. Io qui cercherò di essere breve, perché poi consegnerò anche una memoria che specificherà un po’ meglio la posizione soggettiva avuta dal nostro assistito in tutto il periodo di cui a contestazione. Vorrei aggiungere qualcosa a quello che già ha detto in precedenza l’Avvocato Mittone. Ovviamente riporto i discorsi che sono stati già fatti dall’Avvocato Mittone, che per noi ovviamente chiediamo la conferma della sentenza di primo grado in toto perché il fatto non sussiste, però, per spirito e scrupolo difensivo, visto che qui a questo tavolo degli imputati è chiamato a rispondere anche l’Avvocato Necci, dobbiamo esprimere delle considerazioni anche a suo favore. Io vorrei far riferimento, parto proprio dalla premessa che è la sentenza di primo grado e la contestazione operata dall’accusa: un procedimento stigmatizzato fortemente dal Tribunale di prime cure sul procedimento logico giuridico seguito dall’accusa. L’accusa che cosa ci fa l’accusa pubblica prima ma anche quella privata? Omogeneizza, questo è un termine un po’ brutto, ma lo abbiamo trovato anche nella sentenza di primo grado, ad onta di qualsiasi negazione sul punto, le diverse posizioni dei soggetti coinvolti, disattendendo, ad avviso del Tribunale ma anche di questa difesa, il rilievo rappresentato dalle diverse cariche rivestite dagli stessi, dai diversi periodi di competenza e dalle diverse società succedutesi nella gestione del Petrolchimico di Porto Marghera. Ci dice chiarissimamente la sentenza di primo grado che è stata una sentenza che io non ero presente nel processo di primo grado, ma lo ero prima nella fase della richiesta di rinvio a giudizio e dell’udienza preliminare, però la sentenza di primo grado, dopo questo lavoro che credo abbia portato uno sforzo enorme da parte della difesa per dimostrare l’insussistenza del fatto, che cosa ci dice con riferimento alle posizioni soggettive il Giudice di prime cure? "Si attribuisce una rilevanza unitaria a condotte che si sono protratte per circa trent’anni, determinando – e qui cito letteralmente la sentenza – una massificazione delle condotte che si compattano attraverso meccanismi di accumulo, concentrazione e sovrapposizione, in un procedere senza distinzione, che riduce le contestazioni – e quindi quella anche a carico del nostro assistito – ad una indeterminata responsabilità diffusa e di posizione". L’inconsistenza della tesi accusatoria, e mi dispiace che siamo in appello e continuiamo a dire sempre le stesse cose per quanto riguarda poi la posizione soggettiva dell’Avvocato Necci, a nostro avviso è del tutto pacifica sol che si consideri, e si è detto e lo diremo di qui a poco, come egli, l’Avvocato Necci, sia probabilmente l’unico tra i soggetti coinvolti in questo processo ad avere svolto sempre e soltanto incarichi di natura tra virgolette amministrativa e presidenziale, in una holding finanziaria, io insisto su questo punto, in una holding finanziaria e quindi non amministrativa, titolare semplicemente di partecipazioni in società indirettamente coinvolte nella gestione degli impianti di Porto Marghera e con funzioni e poteri sempre assolutamente estranei alla proprietà e alla gestione degli impianti CVM e PVC. Io vorrei anche aggiungere una cosa che è un po’ di colore, se non fosse che l’abbiamo vissuta come Avvocati e l’ha vissuta anche il nostro assistito come indagato, la vicenda particolare dell’Avvocato Necci. Nel 1996, settembre del 1996, dove in qualche modo poi si apre tutta una storia che riguarda anche delle sue altre vicende giudiziarie, l’Avvocato Necci viene sentito come testimone nel processo di Porto Marghera, in un processo che si era concluso e si stava concludendo nella fase delle indagini preliminari e di lì a poco, con la richiesta di rinvio a giudizio, dalla veste di testimone diventa imputato e devo dire che anche da Avvocato, ma anche da persona che si occupa della procedura penale, è un meccanismo un po’ difficile. Ci siamo trovati come difesa, all’epoca io difendevo anche nella vicenda di Porto Marghera l’Avvocato Necci, privi di una fase, della fase delle indagini preliminari. A settembre 1996, lo ribadisco, l’Avvocato Necci era sentito come testimone; come un gioco probabilmente in quel momento anche l’impatto mass-mediatico di altre vicende era diventato molto forte, da testimone diventa non indagato, ma da testimone diventa imputato, passando del tutto quella che è una fase anche quella garantita delle indagini dove un indagato si deve difendere provando. Quindi da testimone ad imputato ed improvvisamente compare una seconda richiesta di rinvio a giudizio, dove tra gli imputati mai indagati compare all’improvviso l’Avvocato Necci e questa sinceramente è una cosa che a noi come difensori ci ha creato anche delle grosse difficoltà sotto il profilo del diritto alla prova e del difendersi provando. Ma ora siamo in appello e vorrei non tediare il Collegio e andare avanti velocemente. L’Avvocato Mittone e prima ancora gli Avvocati che si occupano in questo processo, dividendosi un po’ i ruoli, delle posizioni soggettive, hanno parlato, e faccio riferimento qui ancor prima dell’Avvocato Zanchetti, dei ruoli delle singole posizioni soggettive con riferimento alle difese dei singoli imputati. L’Avvocato Mittone ha, con grande dovizia di particolari, rinviando anche alla corposa memoria che è stata presentata dall’Avvocato Mittone e dall’Avvocato Sgubbi in primo grado, hanno dimostrato per tabulas il curriculum vitae dell’Avvocato Necci che in sintesi, e questo credo che sia poi alla fine dei giochi il discorso più importante, vuole significare una cosa, che l’Avvocato Necci non è mai stato nel reparto operativo dell’Eni, ma faceva parte solamente della holding, della holding finanziaria e velocissimamente arriverei credo al punto sul quale vorrei soffermarmi maggiormente, che è quello delle funzioni e delle cariche svolte dall’Avvocato Necci nel periodo molto importante per noi, che è il periodo a ridosso dal giugno del 1987 al giugno 1990. Questo argomento per me è molto importante, perché il Pubblico Ministero insiste nella sua volontà di individuare delle asserite responsabilità per gli organi ai vertici delle società coinvolte e il ruolo anche per quanto riguarda il periodo giugno 1987 – giugno 1990 è un periodo che deve essere assolutamente ridimensionato. In quel periodo l’Avvocato Necci ricopre la carica di Presidente Enichem e ricordo a tutti quanti, a me stessa per prima, che lui è solo per tre mesi, dal dicembre 1989 al febbraio 1990, Presidente Enichem e Presidente Enimont fino al... no, scusate, ho sbagliato io: ricopre la carica di Presidente Enichem dal dicembre 1989 al febbraio 1990 e nel giugno 1990 dismette tutti gli incarichi. Vorrei aggiungere, per inciso, perché questo è un tema che poi ha riguardato anche altre vicende delle quali l’Avvocato Necci è uscito del tutto innocente, le dismissioni dell’incarico, questo solo per la cronaca, da Eni, furono fatte proprio perché l’Avvocato Necci ebbe, entrò in grande polemica su quel patto tra virgolette scellerato che poi portò alle vicende di cui a Milano, le vicende di Enimont. L’Avvocato Necci non è mai entrato in questi processi, nel processo di Milano, nemmeno come testimone. Vediamo un attimino invece gli incarichi dell’Avvocato Necci. Non ha mai ricoperto, come ho detto, alcuna carica nelle società partecipate dell’Eni, che hanno posseduto e gestito il Petrolchimico, e veniamo a dire in particolare: non ha ricoperto cariche ufficiali ed incarichi operativi in Riveda S.r.l., non ha ricoperto alcuna carica ufficiale ed incarichi operativi in Enichem Polimeri, non ha ricoperto alcuna carica ufficiale né incarichi operativi in Enichem Base e in Enichem Anic. L’Avvocato Necci infatti, quale Presidente di Eni Chimica e poi Enichem S.p.A. sino al giugno 1990 e quale Presidente Enimont per i tre mesi che ho citato prima, ha sempre – ripeto ancora – ricoperto cariche amministrative al vertice di holding finanziarie, mai operative, correlate alle società operative soltanto per mezzo di partecipazioni azionarie. Anche in merito al periodo considerato, desta a questa difesa grande stupore il fatto che l’accusa voglia indistintamente accomunare ed affiancare le responsabilità degli amministratori di società partecipate ed operative con il Presidente della holding finanziaria, considerandole unitariamente. Ciò sminuisce, ad avviso di questa difesa, la tesi accusatoria, fino ad annullare del tutto il principio della responsabilità penale. Invero, la netta divisione del comparto chimico dell’Eni in società holding non operative ma con mere partecipazioni nelle altre società e società partecipate ed operative con competenze e funzioni, rappresenta la reale ed assolutamente inevitabile situazione di un gruppo con partecipazioni azionarie di circa duecento società, articolate a loro volta in decine di aree funzionali di attività, con a capo decine di direttori generali, a cui sono sottoposti dirigenti divisi per settori con un fatturato di gruppo, nel periodo per cui è processo, di oltre 13 mila miliardi di lire con 37 mila dipendenti in Italia e all’estero. In tale contesto, ci preme soffermarsi su un’osservazione banale. Appare inaudito immaginare che il Presidente di una holding finanziaria della portata di Eni possa avere competenze tecniche in materie così peculiari e specifiche, e vorrei fare un piccolo riferimento al concetto di competenza tecnica. L’Avvocato Mittone ha fatto riferimento ai due tipi di trattamenti sanzionatori e non che si sono realizzati nella fase delle indagini preliminari, dove un altro indagato ora di cui non facciamo il nome, ne è stata richiesta come ha detto l’Avvocato Mittone l’archiviazione proprio perché non aveva competenza tecnica essendo laureato in giurisprudenza e lo stesso trattamento non è stato invece fornito all’Avvocato Necci. Per quanto riguarda il concetto della competenza tecnica, che non è un termine astratto, io farei brevissimamente riferimento anche alla nuova disciplina che è stata introdotta in materia nella riforma del diritto societario, attuata come sappiamo tutti noi con il Decreto Legislativo numero 6 del 2003. La stessa riforma del diritto societario ha reso esplicito un principio generale che la responsabilità dell’amministratore trova un limite, oltre che nella normale diligenza e nella natura dell’incarico, anche nelle specifiche competenze tecniche, si confronti l’Art. 2392 del Codice Civile, e qui poi vi lasceremo una memoria in cui vi daremo, ovviamente non ce ne è bisogno, ma una serie di citazioni della dottrina che si è occupata di questo tema. In particolare, alcuni autori, la collana a cura di Stagno e Nicolini, nel commentare in "Società di capitali", Napoli 2004, ha avuto modo di chiarire che l’inserimento del riferimento dell’Art. 2392 Codice Civile alle specifiche competenze segna la presa d’atto di diversi livelli di professionalità esigibili dagli amministratori nei diversi settori dell’amministrazione societaria. Stupisce quindi, come ho detto, che nel nostro assistito, anche se la norma è attuale e non è risalente, non siano stati – come detto – adottati questi trattamenti che, come ho detto, sono stati adottati per altri indagati, per i quali, ecco, mi ritrovo proprio la citazione, viene detto chiaramente: "Non era un tecnico, essendo dottore in giurisprudenza e aveva svolto quasi tutta la sua attività lavorativa in settori per così dire umanistici, amministrazione, economia e relazioni pubbliche", e per questo indagato è stata chiesta l’archiviazione. Un altro punto, e mi avvio velocemente alla conclusione delle mie osservazioni, riguarda la sentenza di primo grado che molto puntualmente e precisamente, anche se devo dire che la nostra posizione soggettiva è stata trattata e così doveva essere, cioè non doveva proprio essere trattata, in maniera poi sempre molto sfumata, la sentenza di primo grado ha posto delle critiche molto dure e non potevano non essere, stante un principio di personalità della responsabilità penale etc., al modello unitario di ricostruzione dell’aggregazione societaria offerta dall’accusa, e che cosa avviene? Dinanzi alla mancata riconducibilità in capo all’Avvocato Necci di cariche in società che abbiano mai avuto la proprietà, il possesso, la gestione degli impianti per cui è processo, l’ipotesi accusatoria sceglie un modello unitario di qualificazione della fattispecie concorsuale nella forma colposa, tentando di dimostrare cosa? Che non solo tra gli imputati vi era piena consapevolezza della anti-doverosità dei propri comportamenti e di quelli dei loro predecessori, ma altresì che "gli effetti penalmente rilevanti delle proprie condotte si ricollegano a quelli causati dalle condotte di chi precedentemente aveva rivestito un ruolo di garanzia", sentenza di primo grado pagina 6 e 7. Per giungere alla dimostrazione dell’esistenza di precise posizioni di garanzia in capo alle persone fisiche indicate, l’accusa deve proporre una ricostruzione unitaria dell’intera aggregazione di imprese, che a diverso titolo potevano essere ricondotte e/o collegate alle famose holding e sub-holding delle società Montedison ed Enichem, considerando un arco temporale che si protrae per oltre un trentennio. Tale ricostruzione ha condotto, come abbiamo detto anche in premessa, all’unificazione sotto comuni fattispecie di reato di comportamenti diversissimi tra loro e ha determinato il coinvolgimento quali imputati di soggetti che avevano ricoperto nel tempo ruoli profondamente dissimili nelle società più volte ricordate. In particolare, questo a me ha molto colpito nella contestazione così sfumata e generica, tali fatti sarebbero ipotizzati nella sua qualità di dirigente della società Enichem, in particolare di Presidente di Enichem dal gennaio 1982 al giugno 1990, di Presidente della società Enimont dal dicembre 1989 al febbraio 1990, nonché di membro della Giunta Esecutiva dell’Eni dal settembre 1975 al marzo 1982. Allora io vorrei dire, io posso essere Presidente di tutto o Presidente di niente, ma il nostro ordinamento penale impone al Pubblico Ministero di determinare qual è la contestazione, quali sono i fatti e non la sola posizione soggettiva può portare ad una responsabilità penale. Questa sarebbe una palese violazione dell’Art. 27 della Costituzione. La sentenza di primo grado, però, devo dire scoglie dei dubbi che non potevano non esserci quando dice in motivazione, in maniera lucida ed inequivocabile, che alla responsabilità penale dei singoli imputati è stata dedicata una criticata e scarsa attenzione, e ci dice ancora, leggo testualmente la sentenza di primo grado: "Questa riconduzione ad unità di condotte poste in essere da soggetti che ricoprivano ruoli diversi all’interno delle numerose società, è stata condotta sulla base di una ricognizione sommaria e superficiale all’esito di quel che si afferma essere state le risultanze degli atti processuali", sentenza di primo grado pagina 464 e seguenti, e il Tribunale provvede correttamente a riportare al centro del dibattito le singole posizioni soggettive e ad analizzare la penale responsabilità di quegli imputati che, in cagione delle funzioni esercitate e delle deleghe loro attribuite, avevano obblighi di varia natura, incidenti, nella prevenzione degli eventi citati. A tali fermi richiami al principio di responsabilità della responsabilità penale operati dalla sentenza di prime cure, l’appello proposto dall’accusa non ci fornisce e non può fornire delle risposte. In ordine alle qualifiche soggettive alla ricordata ricostruzione dell’aggregazione societaria, infatti, l’impugnazione dell’accusa ribadisce – ovviamente l’accusa, e quindi noi contestiamo quello che ci dice – l’impostazione sopra ricordata, muovendo ancora una volta dalla premessa che "i fatti emersi e i reati contestati hanno imposto ed impongono di per se stessi un’accusa quale quella formulata, proprio perché fondamentali in questa forma di attività criminale sono i ruoli, le funzioni e le mansioni ricoperte, nonché le attività svolte o non svolte in seno a specifiche e ben individuate compagini sociali", atto d’appello del Pubblico Ministero, pagina 1457. Le pagine che seguono nell’atto di appello d’accusa sviluppano tale impostazione, sottolineando che "seppur è vero che sussiste ripartizione di compiti in relazione alla specificità delle competenze tecniche, non per questo ciò va a comportare l’esclusione della naturale concentrazione di responsabilità e degli obblighi stessi ai vertici dell’impresa", e quindi assimila i vertici aziendali ai dirigenti dello stabilimento. Io qui vorrei sottolineare l’erroneità dell’impostazione da cui muove l’appello ed in particolare il punto che riguarda la ricostruzione dell’aggregazione societaria. I ruoli ricoperti dall’Avvocato Necci infatti, come già ampliamente osservato, hanno sempre riguardato funzioni ben determinate e circoscritte all’interno della holding Enichem. Qui vorrei brevissimamente, perché il tempo corre, fare riferimento a quello che è un po’ anche il punto fermo della giurisprudenza e prima ancora della dottrina in materia civilistica. Tali società, nell’organizzazione dell’impresa in esame, avevano la funzione di holding cosiddette pure, ovvero di sole partecipazioni, non svolgendo in alcun modo attività di impresa. Le ragioni di esistenza di società siffatte si ritrovano, come è noto, nella peculiare dimensione dell’attività d’impresa e nelle sue articolazioni, nonché nella conseguente necessità di avere, attraverso partecipazioni cosiddette di vertice, la possibilità di coordinare le vicende traslative con le operazioni straordinarie. Giova ricordare in proposito che le società in esame provenivano tutte da ciò che residuava dal patrimonio delle cosiddette partecipazioni statali e si presentavano sotto il profilo economico aziendale con dimensioni grandissime ed enormemente diversificate nelle attività produttive. Tale peculiare caratteristica della dimensione delle molteplici attività d’impresa delle società che componevano l’aggregazione, risulta tuttavia totalmente assente nella valutazione compiuta dall’accusa, che sembra non operare alcuna distinzione tra holding e partecipate, accumulandone in un’unica personalità. Vi è stata la Parte Civile. Qui vorrei, siccome non ci sottraiamo alle contestazioni dell’accusa pubblica e privata, né diciamo è doverosa e giusta poi indifferenza nelle discussioni delle Parti Civili, però mi ha colpito, per cui sono pronta qui a rispondere alle affermazioni dell’Avvocato Scatturin, la sua tesi. Che cosa ci dice l’Avvocato Scatturin? Cerca di recuperare, ai fini della penale responsabilità nelle forme omissive descritte, una posizione di garanzia in capo alle persone fisiche che componevano gli organi gestori delle predette holding. In tal modo l’accusa privata intende realizzare un chiaro e anche a mio avviso impossibile slittamento della responsabilità penale verso l’alto, nell’ansiosa ricerca di un dovere di posizione in capo ai soggetti apicali della holding, che possa soddisfare il dettato dell’Art. 40 capoverso del Codice Penale in tema di reati omissivi. Tale percorso si articola attraverso il richiamo a delle tesi scientifiche di parte autorevole della dottrina civilistica, maturate – è opportuno sottolinearlo sin d’ora – sul terreno dell’imputazione dell’attività d’impresa ai fini della ricostruzione dell’insolvenza sulla base dell’esercizio della cosiddetta direzione unitaria e, più in particolare, sul versante della responsabilità civile delle imprese di vertice per abuso di tale direzione. Tali risultati, a nostro avviso, non sono in alcun modo sovrapponibili alla fattispecie in esame e certamente non possono condurre ad una riconduzione ad unità della penale responsabilità. È noto come nello studio delle aggregazioni di società, la maggiore difficoltà è nel comprendere come l’unità del gruppo si combini con la pluralità delle società che vi fanno parte. Questo aspetto dell’iniziativa d’impresa ha una precisa valenza economico giuridica che si rinviene nella separazione dei rischi, che le imprese realizzano articolandosi in gruppi: separazione dei rischi relativi ai diversi settori produttivi o distributivi, separazione dei rischi relativi ai diversi mercati e così via dicendo; come ha una precisa valenza economica la trasformazione che si determina nell’organizzazione imprenditoriale, essendo spezzata la gerarchia dell’impresa ed attribuita un’autonomia decisionale ai manager preposti ai diversi settori o alle diverse fasi del procedimento produttivo distributivo, elevate alla condizione di amministratori di separate società, in quanto tali investiti di proprie responsabilità anche nei confronti dei terzi. Rifaccio nuovamente riferimento alla riforma del diritto societario, ribadendo che nel nostro ordinamento, anche a seguito dell’entrata in vigore delle disposizioni di cui sopra, è sempre assente una disciplina organica dell’impresa societaria di gruppo. Perché possa operare una responsabilità per danno all’interno dei gruppi sul piano della tutela risarcitoria, è pertanto necessario che in concreto venga svolta un’attività di direzione e coordinamento e che questa attività persegua l’interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione di principi di corretta gestione societaria imprenditoriale delle società dirette o coordinate; non basta l’esistenza di un rapporto di controllo o comunque l’esistenza di situazioni di fatto, che consentirebbero di esercitare un’influenza dominante nelle assemblee sociali. Poiché nell’attuale diritto positivo il gruppo di società non è un ente autonomo derivante dalla personificazione di un organismo imprenditoriale unitario, né dà origine ad un centro di interessi dotato in qualche misura di una propria autonomia patrimoniale e soggettiva, ne consegue che ai fini dell’accertamento dello stato di insolvenza non può essere proiettato nell’ambito del gruppo, come se questo costituisse un’unità a se stante, ma deve essere compiuto con riguardo esclusivo alla reale e peculiare situazione delle singole società. Nella memoria che presenteremo, citiamo, perché queste ultime frasi da me dette sono citate dalla sentenza Corte d’Appello di Roma primo luglio del 1985 e qui vi è una serie di sentenza con una nota a sentenza di segno uguale. A sua volta, in riferimento allo stato di insolvenza delle società operative di un gruppo, la giurisprudenza di legittimità – e questa è molto importante, questa sentenza penale – ha osservato come ai fini della dichiarazione di fallimento di una società, l’accertamento dello stato d’insolvenza deve essere effettuato con esclusivo riferimento alla situazione economica della società medesima, anche quando essa sia inserita in un gruppo, cioè in una pluralità di società collegate e controllate da un’unica società madre, holding, atteso che nonostante tale collegamento o controllo, ciascuna di dette società conserva distinta personalità giuridica ed autonoma qualità di imprenditore, rispondendo con il proprio patrimonio soltanto nei propri debiti, e citiamo la sentenza della Cassazione che poi depositeremo. Ne consegue, e sto chiudendo, ancora che il fenomeno del collegamento societario che dà vita all’aggregazione tra più imprese non comporta l’insorgere di un autonomo soggetto di diritto, di un centro d’imputazione di rapporti diverso dalle società collegate, le quali conservano la rispettiva personalità; nell’approccio della giurisprudenza penale sembra discostarsi da tale impostazione, tant’è che le decisioni della società capogruppo trovano sempre il limite della conformità dell’interesse sociale perseguito dalle società operative, i cui amministratori devono astenersi dall’eseguire delibere e indirizzi che possano danneggiare la loro società. La ricostruzione delle condotte rilevanti ai fini delle norme che riguardano le responsabilità degli amministratori di società di capitali, si fonda pertanto sull’esercizio in concreto di quel potere di direzione unitaria e coordinamento all’interno dell’aggregazione, e per tutte si veda la nota sentenza Cassazione I Civile del 26 febbraio 1990, il fallimento Caltagirone. Questo principio rappresenta la necessaria premessa per l’accertamento delle responsabilità civili, che l’ordinamento riferisce agli amministratori di società di capitali nei confronti della medesima società, dei soci e dei terzi. Il principio sopra esposto ha altresì forza espensiva anche per l’accertamento delle responsabilità penali e regola che gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori di società di capitali, rispondano per fatti penalmente rilevanti commessi nell’ambito della gestione o dell’attività di controllo interno dalla società di cui sono organi. Si tratta, invero, di un’esplicazione del principio di legalità nel suo proporsi come principio di tassatività della fattispecie, nonché della personalità della responsabilità penale. È ricorrente nella ricostruzione giurisprudenziale del fenomeno il principio secondo cui il gruppo di imprese non è altro, all’interno del nostro ordinamento, che la formula descrittiva di un fenomeno di natura meramente economica, come tale rilevante sotto il profilo giuridico solo nelle materie espressamente regolate da specifiche disposizioni di legge e per i fini soli in essi previsti e qui, nella nostra nota, depositeremo la giurisprudenza conforme. Orbene, arriviamo al punto, nella ricostruzione dell’accusa e di alcune Parti Civili sinora esaminate, non vi è un solo elemento di prova per dimostrare che presso gli organi gestori delle società partecipate sistematicamente il potere decisionale veniva esercitato dagli amministratori delle holding, né che il potere potenziale di direzione unitaria avesse condotto ad una sostanziale esclusione del potere decisionale degli organi della controllata. In questa cornice che cosa ci fa la difesa di Parte Civile? Richiama la teoria elaborata da parte della nostra letteratura, che al fine di individuare precise fonti di potere in capo agli amministratori della holding di gruppo, ricostruisce tali fenomeni in chiave cosiddetta unitaria, facendo leva sulla nozione di oggetto sociale cosiddetto mediato o in altra formulazione indiretta. Tale tesi dottrinale era comunque consapevole della necessità di un apposito intervento legislativo che disciplinasse in via unitaria i fenomeni in esame e non ha trovato alcun seguito né nella successiva letteratura, ma neppure nella riforma del diritto societario. Anche la giurisprudenza è rimasta ferma nell’escludere che il gruppo di società dia vita ad un nuovo centro di imputazione giuridica, che si sovrappone alle singole società che lo compongono. Un’ulteriore conferma, come ho detto, la troviamo nel Decreto Legislativo 17 gennaio 2003, le cui regole agli Artt. 2497 e seguenti costituiscono un arricchimento della previdente normativa, ma non certo una normativa organica volta ad unificare il complesso fenomeno. Allora, concludendo, dinanzi a tale panorama complessivo, la pubblica accusa, come anticipato, non affronta in alcun modo tale profilo e non offre un solo spunto per supportare la ricostruzione offerta. L’appello di Parte Civile richiamato si limita a sua volta ad indicare i seguenti elementi di prova per i gruppi Montedison, Eni ed Enichem: il verbale di consiglio di fabbrica del 20 giugno 1985, l’uso del marchio da parte delle controllate, vedi l’appello a pagina 37 della Parte Civile Scatturin. Tanto sarebbe sufficiente ad affermare che le operazioni e le scelte tecniche compiute dagli amministratori delle società controllate siano il frutto di un potere gestorio che si rinviene in capo agli amministratori della holding? Sinceramente mi pare che non ci sia bisogno di ulteriori commenti. La stessa difesa di Parte Civile, consapevole della esiguità dei rilievi di cui sopra, conclude invocando forse, per un verso, la formula generale dell’Art. 2043 del Codice Civile e la disposizione sul trasferimento dei debiti nelle vicende traslative dell’azienda commerciale, disposizioni evidentemente estranee alla fattispecie in esame. L’Avvocato Mittone, qui proprio arrivo alla chiusura della mia discussione, ha fatto riferimento ad uno dei temi che sono emersi con il presunto problema degli investimenti. Due parole brevissime le vorrei anch’io aggiungere, cioè il tema del presunto insufficiente stanziamento dei capitoli di spesa rispetto alle esigenze di protezione dell’ambiente di lavoro. Io richiamo qui la memoria degli avvocati, dei professori anzi, Stella e Pulitane, in ordine all’insussistenza della colpa del capo primo di imputazione datato 15 settembre 2003, quindi rinvio alla memoria, nella quale tale assunto accusatorio ha trovato completa smentita in punto di fatto. D’altro canto, e questo mi preme anche a me, anche se l’Avvocato Mittone è stato molto preciso, ripetere, lo stesso addebito era stato già duramente intaccato dal Tribunale – e qui l’Avvocato Mittone ci ha citato l’ordinanza del 10 maggio 2000 – il quale Tribunale aveva respinto la richiesta di ammissione di alcune prove in ordine agli importi di spese sostenute da Enichem, ritenendo tali elementi estranei al giudizio di colpa, perché l’obbligo di sicurezza sul posto di lavoro non può essere condizionato dalle disponibilità economiche dell’imprenditore e l’ordinanza poi è stata oggetto di specifica censura da parte dell’accusa. Ma è anche inutile che io ripeta cose che ha già detto l’Avvocato Mittone. La stessa Corte d’Appello, qui, in data 10 giugno 2004, sulla richiesta di rinnovazione probatoria, ci dice più o meno che in ordine all’acquisizione documentale dei verbalizzanti, ha ritenuto – e quindi qui parliamo tra persone che è stata la Corte d’Appello che ha emesso l’ordinanza – però è importante che anche la Corte d’Appello ha focalizzato il tema di cui si discute e dice: "Atteso che oggetto del processo non è la verifica delle destinazioni di disponibilità finanziarie, ma se specificatamente gli imputati abbiano omesso di effettuare" e così via dicendo. Quindi allora, in conclusione, io e l’Avvocato Mittone depositeremo una memoria dove affronteremo magari in maniera anche più precisa e più dettagliata, anche per non tediare troppo la Corte d’Appello di queste tematiche soggettive, però la difesa dell’Avvocato Necci insiste in primo luogo nella conferma della sentenza di primo grado perché il fatto non sussiste e ovviamente, come spesso capita agli avvocati che devono difendere le posizioni soggettive e la posizione soggettiva è rinchiusa nell’accusa, seppure poi il Tribunale con una secondo me motivazione inattaccabile ha ritenuto infondate le accuse, noi chiediamo anche che in via subordinata la Corte d’Appello voglia ritenere insussistenti le prove portate dall’accusa e quindi, nella denegata ipotesi, assolvere l’Avvocato Necci per non aver commesso il fatto. Grazie.

 

ORDINANZA

LA CORTE dispone il rinvio del procedimento all’udienza del 4 novembre 2004 ore 9.00.

 

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