UDIENZA DEL 04 NOVEMBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 10 novembre 2004.

 

PROCEDIMENTO A CARICO DI – CEFIS EUGENIO + ALTRI –

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Signor Presidente, signori Giudici, stamani riprendo l’esplorazione che ho iniziato ieri della storia del processo e mentre ieri credo di avere già accennato, ma adesso poi tornerò ancora più a fondo, sulla questione che l’accusa aveva contro di sé un nemico di quelli difficili da sconfiggere, che era lo spazio, lo spazio geografico, cioè la distanza fra la presenta fonte della contaminazione e i luoghi dove la contaminazione era stata effettivamente trovata. Si tratta quindi di una regola di comune esperienza che, se davvero la fonte fosse tale, la contaminazione dovrebbe essere più rilevante in prossimità della fonte e andare via, via, a decrescere man mano che ci si allontani dalla fonte; così non è, l’abbiamo visto ieri, sicché indubbiamente lo spazio, la geografia era ed è un nemico di quelli difficili, tanto che Ferrari, in una delle udienze dibattimentali, mi pare quella di settembre del 2000, del 27 settembre del 2000, dovette ammettere che in effetti era difficile da spiegare il perché. Comunque vedremo che non mancherà la fantasia all’accusa nel tentativo di provare comunque a piegare questi fatti all’ipotesi di partenza, piuttosto che cercare delle ipotesi davvero capaci di spiegare i fatti così come erano. Ma oltre allo spazio v’era un altro nemico, che è il tempo ed è un nemico ancora più difficile da sconfiggere, ammesso che tempo e spazio siano due entità diverse e non siano una cosa sola. Qui rapidamente introduco nel processo, introduco nella discussione uno studio scientifico del 1999, fu pubblicato agli atti di un Convegno di Dioxin del 1999, dico subito che è agli atti del processo, tanto è vero che io lo utilizzai nel tentativo, peraltro non andato a buon fine, di avere notizie sul contenuto di questo articolo in dibattimento, quando fu sentito il dottor Bonamin che, come vedete, è uno degli autori di questo lavoro. Come spesso accade nel processo, quando poi i consulenti, autori dei lavori scientifici, si presentavano al Tribunale, improvvisamente dimenticavano di essere stati autori di quei lavori e lo stesso capiterà per Bonamin, che risponderà esattamente come aveva risposto Raccanelli quando – ve l’avevo detto ieri – quando io gli contestai in primo grado quei due lavori scientifici che egli aveva firmato e lui disse che si era limitato a fare le analisi, per cui nulla sapeva del contenuto del lavoro scientifico che pure aveva firmato. Bonamin darà la stessa risposta. Bonamin è un personaggio meno rilevante ovviamente nel processo, onestamente se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare, per cui si limitò a rispondere come poteva e come doveva. Devo dire che il primo autore di questo articolo, Antonio Marcomini, Antonio Marcomini è un consulente di punta del Comune, non nel processo però, fuori dal processo, cioè è uno degli esperti, mi pare che abbia addirittura diretto il progetto 2023, è la persona che da subito – debbo dire – cercava di buttare acqua sul fuoco nelle prime pubblicazioni sulla diossina; dopo le implosioni della ragione collettiva indotte da Greenpeace, lui diceva: ma il problema non è la diossina in sé, il problema è quanta se ne trova e dove se ne trova, perché ce n’è, etc., Marcomini, primo autore di questo lavoro, non verrà mai citato nel processo, sì che appunto io mi trovai nella necessità di provare a chiedere notizie di questo lavoro a Bonamin, senza avere risposte. Perché è importante questo lavoro? Perché è un lavoro che tenta di datare la contaminazione, cioè di stabilire una cronologia: quando è iniziata la contaminazione? Il lavoro era impostato con una metodologia seria. Erano state individuate tre stazioni di campionamento, le vedete riassunte nella slide: la Stazione A era rappresentativa della prima zona industriale, la Stazione B era rappresentativa della seconda zona industriale, mentre la Stazione C rappresentava l’area urbana di Venezia, quindi era una metodologia che non si discostava molto da quella che aveva usato Di Domenico nella sua prima campagna, cioè esiste una prima zona industriale; anche se nel processo non dovrebbe esistere, è difficile cancellarla completamente. Quindi scopo della ricerca era proprio di stabilire la cronologia. Ci sono dei metodi per tentare di datare del sedimento: si preleva una carota più o meno profonda, si chiamano così; come dicevo ieri, ci sono delle tracce che sono rimaste dopo l’evento di Cernobyl, per cui si riesce, quando la carota non è – si dice – troppo disturbata dai flussi, dai reflussi, si riesce, ove si sia fortunati, a datare con una buona approssimazione la contaminazione. In questo lavoro scientifico, come vedete in alto a destra, ci sono indicate con colori diversi, uno più scuro e uno più chiaro, per la Stazione A, quindi la prima zona industriale, vedete innanzitutto la differenza fra l’entità della contaminazione che è rappresentata dai grattacielini scuri rispetto alle casette in bianco. Il criterio di discrimine è il 1954, cioè la contaminazione scura è quella successiva al 1954, la contaminazione chiara è quella antecedente al 1954. Questo valeva per la Stazione A, per la prima zona industriale. Più o meno la stessa cosa si vede per la seconda zona industriale. Qui il riferimento era stato fatto per ragioni proprio di datazione, così come risultava dal sedimento, usando come criterio temporale descrittivo il 1949, quindi prima e dopo il 1949. Anche qui si vede il grigio e il bianco. Per la stazione urbana, cioè per la terza stazione, la situazione appariva francamente un po’ diversa: si notano dei picchi di rilievo anche legati al periodo più recente, c’è una situazione un pochino più complessa, che è da decifrare, da comprendere. Qual era la cosa importante, che è scritta in questo lavoro e che forse è una delle ragioni per cui questo lavoro era opportuno che non comparisse nel processo? I sedimenti della Stazione A e della Stazione B, dicono gli autori del lavoro, mostravano fenomeni di erosione. Prima, ieri, si accennava al fatto che la laguna è sempre combattuta da fenomeni di accumulo in certe zone e da fenomeni di erosione in altre, sicché certi sedimenti devono essere asportati da una zona e si tenta, ove possibile, di andare a riempire di terra altre zone. Ora, per ragioni di idraulica lagunare, i sedimenti della Stazione A e della Stazione B mostravano questi fenomeni di erosione, sicché anche lo strato superficiale del sedimento, secondo Marcomini e Bonamin, quindi gli strati che ci sono ora diciamo nei sedimenti lagunari, potevano essere rappresentativi al più di una contaminazione anteriore al 1987; come dire la contaminazione successiva non si è neanche depositata, è stata buttata fuori, non c’è e quindi questo lavoro queste cose diceva e adesso vedremo le tabelle, che sono le più interessanti, perché qui si vede per le categorie di contaminanti, vi prego di vedere la colonna a destra, viene in qualche modo stimata la data di inizio della contaminazione. Siamo al prima del ‘900: diossina, anche PCB, anche l’esaclorobenzene in concentrazione, i flussi di diossine, di furani, di PCB, di esaclorobenzene, già presenti nel 1896, poi nel 1935, poi nel 1969, poi nel 1980, fino al 1987. Come vedete anche i presunti traccianti della contaminazione del Petrolchimico, l’esaclorobenzene in primis, era vivo e vegeto in laguna decenni prima che fosse nato il grande leviatano di Marghera, il Petrolchimico. Lo stesso vale per i PCB, lo stesso vale per i sedimenti della Stazione B. Addirittura Marcomini riteneva di poter retrodatare l’inizio della contaminazione alla metà di due secoli fa, questo appunto vorremmo dire, al 1847 e ne studiava poi l’evoluzione nel 1912, nel 1949, nel 1954 e nel 1986, e appunto nel 1986 perché dopo il sedimento non pareva rappresentare più le contaminazioni successive. Interessante è studiare la Stazione C, siamo in zona urbana. Qui invece la datazione consentiva probabilmente di avere una griglia temporale più stretta, tanto che il dies a quo viene individuato nel 1958. Vi prego di notare per i PCB, sia in termini di concentrazioni che in termini di flussi, questo studio individuava come probabilmente presente nella zona urbana una o più fonti di rilievo di PCB. Ora, quali fossero state, quali siano state, quali siano tuttora non è dato sapere, ma questi dati erano interessanti. Ovviamente vedete comunque la presenza di PCDD, PCDF ed anche esaclorobenzene, anche in zona urbana e anche prima del Petrolchimico. Come vi ho detto, Marcomini era ed è un consulente del Comune, ma il Comune non ha mai ritenuto che questo lavoro, questa indagine scientifica pubblicata potesse servire in qualche modo al Tribunale per capire, per capire come stessero le cose. Il Tribunale doveva occuparsi di un processo che aveva per oggetto la contaminazione dell’intera zona industriale, importante materiale di riflessione, di indagine condotta proprio da numerosi degli Enti qui costituiti, non era opportuno che facesse parte del grande fascicolo su cui un Tribunale della Repubblica doveva pronunciarsi e doveva decidere sulle responsabilità individuali. Come vi dicevo, io in dibattimento posi a Bonamin, non avevo a disposizione Marcomini, posi a Bonamin la domanda e infatti gli volevo chiedere qualcosa sullo studio del 1999 firmato da lui, insieme a Marcomini, Degetto e Giacomelli, proprio relativo al tentativo di ricostruire lo sviluppo storico della contaminazione. La risposta che mi fu data è una di quelle risposte che definire evasive è probabilmente eufemistico. Mi si disse: no, sa, nel campo della pubblicazioni scientifiche di questo tipo è abbastanza d’uso comune citare autori che hanno avuto nell’ambito di questo studio degli apporti anche parziali, quindi io c’ero ma non sapevo, io c’ero ma non vedevo. "Io in questo studio ho partecipato esclusivamente effettuando una serie di determinazioni analitiche, anche perché il mio mestiere è fare il chimico analitico". Quindi lui dice: io cosa dicesse questo articolo, di cosa parlasse questo articolo, mica potete chiederlo a me, che cosa ne so io? Io ho fatto le analisi e ho firmato, che cosa io abbia firmato non lo so, è d’uso della comunità scientifica fare così. Io spero che non sia proprio vero, io spero ancora che chi firma un lavoro scientifico, prima di firmarlo desideri sapere che cosa c’è scritto, desideri, se ne assuma anche pienamente la responsabilità nell’ambito della comunità scientifica e nell’ambito della comunità che tutti coloro questo articolo lo leggeranno, anche perché poi avere una firma sull’articolo aiuta la carriera, quindi sarebbe un po’ bizzarro avere da qualcosa solo dei meriti perché legati al proprio nome su una rivista anche di prestigio, dimenticandosi poi di dover anche rendere conto, specialmente davanti ad un Tribunale, di quello che c’è scritto in questo articolo. Ma tant’è, è una storia che si ripete con una certa frequenza. Vedremo poi, parlando di un altro consulente importante dell’accusa, che è il dottor Guerzoni, come egli in dibattimento esporrà pubblicamente la sua personalissima opinione che non esista la scienza, ma esistano solo gli scienziati. È un’affermazione bizzarra, perché se non esiste la scienza è chiaro che è difficile definire che cosa sia uno scienziato. Chi è scienziato e chi non lo è se non c’è la scienza? È solo chi si chiama tale, chi si definisce tale? D’altra parte, se non esiste la scienza ma ci sono solo gli scienziati, è chiaro che tutto si può dire e disdire, tanto gli scienziati possono dire e disdire quel che vogliono, a seconda del tavolo dove stanno lavorando, operando. Fortuna che non è così, per fortuna che la scienza esiste; avrà molti limiti, non sempre così innocente ed imparziale come uno scientismo ingenuo vorrebbe farci credere, però esiste ed è una risorsa importante per la collettività, per la comunità. A questo punto mi permetto di fare una breve sintesi, prima di partire con l’ultima parte di questa prima parte di discussione, sulle conoscenze che ormai, siamo nel 2000, si erano accumulate sulla contaminazione della zona industriale. Non v’è dubbio che dopo la pubblicazione del rapporto del Magistrato alle Acque del 1999, di cui abbiamo parlato lungamente ieri, tutti, o meglio tutti quelli che contano, tutti quelli che devono sapere, hanno perfettamente capito che Di Domenico aveva visto giusto già nel 1995 e tutti, e qui questo dato è incontrovertibile, ormai sanno che le Procure ma anche il Magistrato alle Acque, forse prima ancora il Magistrato alle Acque, che è partito lancia in resta nel 1995 con le sue indagini a tappeto solo sul Petrolchimico, e le Procure che poi l’hanno seguito, hanno commesso un errore. Si tratta di un errore di valutazione: succede, può succedere. Certo sarebbe bene che poi gli errori venissero riconosciuti, piuttosto che ostinarsi reiteratamente a portare gli errori fino alle estreme conseguenze. Questa è un’altra foto che vi dà il segno, anche questa è di fonte pubblica, sullo stato di salute dei canali della zona industriale, ancora una volta vedete come... ecco, ad un certo punto il Magistrato alle Acque deciderà in linea di massima, per avere una fotografia dello stato di salute di questi sedimenti, di usare quel protocollo di cui abbiamo parlato tanto ieri; è chiaro che lo usa in mancanza d’altro, per cercare di fare una fotografia della situazione. Non c’è neppure, come dicevo ieri, neanche un passo di un documento ufficiale che possa confermare l’incredibile assunto sostenuto da Ferrari nel processo, che il superamento della Classe A di sedimento implichi un pericolo per la salute e per l’ambiente lagunare; non solo non viene detto, ma viene detto il contrario e vi dicevo ieri che in quel documento del 1999 ad un certo punto c’è una tabellina dove non so se il dottor Ferrari o chi per lui diceva che i sedimenti di Classe C possono ancora considerarsi non eccessivamente contaminati. Addirittura, mi ero dimenticato di dirlo ieri, nella tabellina è scritto: "I sedimenti di Classe C non presentato problemi normativi", quindi se i sedimenti di Classe C non sono molto contaminati e non presentano problemi normativi, come si possa mai dire che i sedimenti di Classe A o sopra la Classe A siano un pericolo per l’uomo e per l’ambiente, lo sa soltanto il dottor Ferrari. Queste, lo vedete, sono altre esemplificazioni del gradiente di concentrazione, questo è relativo allo zinco, si tratta di una esemplificazione. Qui vedete una figura che rappresenta poi sempre la stessa situazione: si parla di metalli pesanti, vedete che i pallini rossi rappresentano sempre la zona più contaminata e vedete come ci sia proprio un annidarsi dei pallini rossi in zone ben precise, ben identificate, ormai note a tutti. Questa slide fa in qualche modo da completamento al racconto che prima vi ho fatto sul lavoro di Marcomini e di Bonamin. Lo trovate agli atti. Io non voglio dilungarmi oltre, perché il lavoro più approfondito sulla datazione della contaminazione lagunare, che è quello metodologicamente più rigoroso, è stato fatto dal dottor Frignani e dal dottor Bellucci e non sono io a dirlo, perché? Perché ad un certo punto il valore di queste ricerche viene pubblicamente riconosciuto, tanto è vero che sia il dottor Frignani che il dottor Bellucci vengono arruolati d’autorità all’interno del progetto 2023: cioè sono bravi, sono bravi e le cose le sanno fare bene. Quindi nel tavolo che serve per cercare di capire come stanno le cose, quello che non deve essere il tavolo del processo, vengono arruolati, fanno l’indagine, ne hanno la responsabilità e i loro risultati vengono accettati e discussi criticamente; ovviamente quando arrivano nel processo diventano tutti brutti e cattivi, diventano faziosi, diventano consulenti pagati dall’industria, etc.. Ecco lo standard tipico di doppiezza e di ambiguità, che attraversa l’intero processo. Quindi a questo punto è ben difficile per l’accusa reggersi in piedi, ma come vi ho detto c’è un’ostinazione sorprendente. Probabilmente sono troppi gli attori che hanno commesso degli errori in questa storia, probabilmente ammetterlo ad un certo punto è difficile, ci si è spinti troppo oltre, quindi ad un certo momento o si abbandona la partita, ma da ciò deriverebbe scorno e in qualche modo perdita di credibilità o si rilancia, più che si può, fino a che si può. Che cosa si fa? Via, via, che si diminuisce la probabilità di avere in mano argomenti razionali, si deve premere l’acceleratore su altri tavoli, quindi sull’emotività, l’irrazionalità, sull’uso dei media, sulla pubblicazione di libelli dal contenuto più strampalato. Tutti scrivono su questo processo. Ci sono consulenti che poche settimane prima dell’udienza pubblicano libercoli, i consulenti d’accusa, tanto per dire la loro verità; ci sono giornalisti che scrivono libri. Tutti, tutti schierati. Beh, quando non si ha dalla propria la ragione, si devono usare altre armi. Ecco la prima delle grandi ipotesi ad hoc che vengono costruite dall’accusa per cercare di dar conto di fatti che non si lasciano in alcun modo addomesticare. L’ipotesi ad hoc, nel linguaggio della filosofia e della conoscenza, è uno stratagemma dialettico che viene usato quando il fatto confuta la propria tesi; quando non si vuole accettare la confutazione, c’è sempre modo, se si dispone di fantasia, di immaginazione e soprattutto di potere, cioè del potere di far valere questa fantasia e questa immaginazione, si inventa qualcosa tanto per tenere in vita l’ipotesi che i fatti hanno già confutato. È una cosa ben studiata, esiste e succede purtroppo qualche volta anche nella comunità scientifica, succede spesso anche nei processi. La prima grande ipotesi ad hoc è questa, è semplice: visto che c’è questo gradiente di concentrazione, visto che gli scarichi buttano fuori così poca diossina, allora la diossina è stata portata in qualche altro modo, e come? Proprio là, nel Canale Nord. Ma perché proprio là? Non c’è nessun motivo di capire perché mai si sarebbe dovuti andare fin lassù, con delle autobotti che si fanno vedere lungo la strada, lungo i cavalcavia, potevano essere viste da tutti. E poi quante autobotti? Centinaia, migliaia. E quando andavano: di notte, di giorno? E scaricavano che cosa? Peci clorurate. Riempivano così tutta la zona, la prima industriale, Canale Nord e Canale Brentella. Voi comprendete che già questa tesi è fragile, è evanescente, anche perché se fosse vero tutto questo vorrebbe dire che le centinaia, le migliaia di industrie della prima zona industriale hanno compiuto un miracolo: hanno lasciato intonsa, vergine la laguna e tutto il male è stato fatto dal Petrolchimico. Ma chi può credere ad una simile corbelleria? Eppure viene sostenuta, ma da chi? Dal dottor Ferrari, dal Magistrato alle Acque. Ma da dove nasce questa cosa, da dove nasce? Chi ha partorito questa idea? Non lo sappiamo, sta di fatto che di questa cosa non si parla mai nel processo, fintanto che non emerge inequivocabile ed incontrovertibile il gradiente di concentrazione. Non se ne parlava nel 1995, neanche nel 1996 e neanche nel 1997, nessuno parlava di autobotti allora; se ne comincia a parlare quando i fatti non consentono più spiegazioni migliori. Sono arrivati al punto di venirvi a dire che sono riusciti nell’impresa di trovare qualche prova nuova, che prima non c’era, hanno tirato fuori dal cappello il manuale del CV21, non mi ricordo... del CV11, ed è scritto nella memoria del dottor Bruni. Per la prima volta in data 28 marzo 1977 emise la scheda concernente le operazioni sulla rampa di carico peci su autobotti e a tale scheda era stato allegato un disegno concernente il carico peci su autocisterne. Apriti cielo, che scoperta straordinaria. Poi andate dietro, sempre leggendo la memoria del dottor Bruni, tornate indietro di due pagine, perché due pagine prima il dottor Bruni scrive che le peci solide continuavano ad essere smaltite fuori dallo stabilimento presso le discariche tuttora esistenti in Dogaletto, Moranzani e Macchinon. Devo dire che io non so cosa sia Macchinon, è un’autentica novità, è un nome che io non ho mai sentito; forse è una conoscenza personale che ha avuto la Procura Generale. È un nome misterioso, non è nel capo di imputazione, non c’è. Comunque sia, com’è possibile che il fatto che le peci venissero scaricate in discariche, e si sa da dieci anni che in quelle discariche ci sono le peci, possa provare che quelle peci venivano scaricate nel Canale Nord e nel Canale Brentella? Eppure la contraddizione c’è ed è così grave che lascia imbarazzati, perché è evidente che se si è accertata una destinazione di quelle peci clorurate prima che entrassero in funzione gli inceneritori etc. etc., se si è accertata una destinazione, questo è un indizio contro qualche altra destinazione, non a favore, oppure la logica è diventata una sorta di optional, può essere giocata, piegata come si vuole. Ma c’è di peggio, perché l’accusa ha compreso che di impronte nella zona industriale ce ne sono due e non una sola, e come si fa a mettere insieme due impronte con un solo colpevole? Ma è semplice, no? Viene detto così testualmente: ma cosa volete dire? Il Petrolchimico poteva marciare con diversi assetti di marcia e quindi produrre diossine con diverse impronte. Stupendo. Voi pensate davvero che se in laguna si fossero trovate cinque impronte di diossina, l’accusa non avrebbe detto che il Petrolchimico poteva marciare con cinque assetti di marcia diversi? E se fossero state otto le impronte, si sarebbero moltiplicati anche gli assetti di marcia del Petrolchimico. È quasi infantile l’argomento. Ma diano la prova allora questi signori che il Petrolchimico marcia con diversi assetti e produce diossina con due diverse impronte, perché c’è la prova evidente del contrario; perché se il Petrolchimico è in grado di marciare con due assetti di marcia, perché mai i sedimenti del Lusore - Brentelle hanno tutti sempre la stessa impronta in tutti gli strati di profondità, perché? Eppure è pacifico che dal 1950 al 1980, in tutti i reflui di processo, quindi con tutti i pensabili assetti di marcia del Petrolchimico, scaricavano lì, nel Lusore - Brentelle, quindi una traccia di questi diversi assetti di marcia avrebbero dovuto trovarla in questi sedimenti e ahimè non si trova, non c’è niente da fare. E poi, guarda un po’, come vi dicevo, la stessa impronta di quei reflui di diossina che qualche volta il Petrolchimico getta in laguna, hanno sempre la stessa impronta del Canale Lusore - Brentelle e quindi anche gli assetti di marcia, i doppi assetti di marcia, tripli, quadrupli, restano una favola, smentita e contraddetta da tutto quello che sappiamo. Ma in realtà, ve lo accennavo già ieri, c’è di peggio, molto, molto, di peggio e questa è probabilmente la ragione per la quale il dottor Ferrari non aveva nessuna intenzione di rispondere sulle indagini che autonomamente il Magistrato delle Acque aveva delegato al suo concessionario il Consorzio Venezia Nuova e le aveva delegate, guarda un po’, proprio dopo che il dottor Frignani e il dottor Bellucci avevano parlato prima con il Pubblico Ministero, invano, poi con il Sindaco con qualche risultato in più e avevano detto: attenzione, la contaminazione sta lassù. Allora il Consorzio Venezia Nuova era stato incaricato dal Magistrato alle Acque di fare indagini approfondite e di andare a cercare se nella prima zona industriale ci fossero i solventi clorurati, l’unica traccia potenzialmente pensabile per ricondurre quella contaminazione al Petrolchimico, ma voi sapete, ve l’ho già detto, che in tutta la zona industriale non si trova, in tutta la prima zona industriale si trova di tutto, ma proprio di tutto, ma non si trovano i clorurati. E allora le peci come facevano a smaltirle lassù? Ma non si fermano mica, ci vuole altro per scoraggiarli. Più si accumulano fatti contro le loro ipotesi, più escogitano stratagemmi. I clorurati non ci sono? Bella forza, c’erano, ora sono evaporati. Si resta a bocca aperta. I clorurati non li abbiamo trovati, ma non importa; chi ci dice che non ci siano stati prima e che ora non siano evaporati? Ovviamente l’accusa poi sta attenta, perché dovrebbe poter spiegare a tutti, ma io direi per primo alla città di Venezia, per quale ragione mai i clorurati non sono evaporati nel Canale Lusore - Brentelle, perché evaporano soltanto nella prima zona industriale e non invece nel Canale Lusore - Brentelle? Ma per quale ragione? Ma vanno oltre, loro dicono: no, quelle peci venivano riscaldate e riscaldandosi allora ecco che i clorurati evaporano. Ma non è vero, non è proprio vero. I clorurati pesanti, che infatti sono stati cercati con grande, grande ostinazione, dappertutto, che vengono proprio chiamati altobollenti, non evaporano proprio, ne abbiamo le prove, le prove documentali. Ecco, questi sono dei bollettini d’analisi del 1981 di quel che resta, cioè di quali clorurati restano dopo che le peci vengono riscaldate ad alta temperatura e ne restano tanti, anche in alte concentrazioni. Non solo, perché poi, quando si scava nella falsità, si trovano anche curiose cose. Il secondo bollettino è interessante, perché che cosa viene fuori? Viene fuori che le peci prodotte dal reparto DL1, mi pare, vengono prodotte in condizioni di assenza di ossigeno. Ora, in condizioni di assenza di ossigeno, come vedremo tra poco, sembra proprio che non ci sia modo di produrre neanche diossina. Questo vuol dire che una buona parte delle peci clorurate prodotte nello stabilimento non solo non evaporavano, come piacerebbe all’accusa, ma con grandissima probabilità neanche facevano diossina. Che cos’è che evapora? Evapora l’accusa, non c’è più. O meglio, non c’è più, voi avete visto che il Magistrato alle Acque ancora oggi cerca di far evaporare la sentenza del Tribunale di Venezia. Non bastano le confutazioni, non bastano mai, mai. Ancora oggi, in un documento presentato alla pubblica opinione, si parla del rapporto di Greenpeace, si parla della Procura della Repubblica, si parla come vedremo dopo dell’impronta del CVM. Non si vuole far sapere la verità. Non c’è un argomento, un argomento che i consulenti della difesa, le difese pur hanno sottoposto pubblicamente al dibattito qui in Tribunale, che sia stato confutato dall’accusa. Ma non solo, la maggior parte degli argomenti non vengono neanche discussi, neanche criticati. Non esistono. È una tecnica anche questa. Se io non parlo di qualcosa, riesco a far sparire la cosa, perché se ne parlo sono obbligato a misurarmi con gli argomenti e con la razionalità del mio interlocutore e c’è il rischio di soccombere. Se invece io non ne parlo proprio e continuo lungo la mia strada, disinteressandomi di qualsiasi rilievo, di qualsiasi confutazione, forse riesco nel miracolo di far scomparire il mio nemico. Ovviamente non per il Tribunale, e allora si fa sparire il Tribunale, lo si condanna al silenzio; sulla sentenza del Tribunale si crea il grande scandalo. Il dottor Fortuna viene a dire che quella sentenza non risponde ai bisogni collettivi di giustizia. Forse non risponde ai suoi bisogni personali di autogiustificazione per gli errori che ha fatto. C’era sul campo da subito l’ipotesi più semplice, più banale di tutte: la diossina, che ce ne è, ce ne è tanta nella prima zona industriale, è stata scaricata direttamente dalle industrie che stavano lì nella prima zona industriale. Ma guarda un po’, sembra proprio una favola eh? Eppure questa ipotesi, così semplice, così nitida, banale, ancor oggi a Venezia nessuno la vuole neppure prendere in considerazione. Ma tutti, Stato, Comune, Provincia, continuano a mettere la testa sotto la sabbia: non è vero, la prima zona industriale non c’è. Addirittura abbiamo sentito dal dottor Bruni che siccome avevano dragato tutti i canali della prima zona industriale, miracolo ha voluto che tutti gli scarichi della prima zona industriale non ci siano più. Purtroppo per lui sbaglia, ma vedremo che sbaglia in un modo clamoroso, perché proprio l’industria, l’attività che tutti gli indizi portano ad identificare come la vera fonte di contaminazione, ha operato nella prima zona industriale fin dai primi Anni Settanta, quindi non ha smesso quando ha iniziato il Petrolchimico, come qualcuno vorrebbe, anche qui con una banalità che sorprende: la prima zona industriale finisce quando inizia il Petrolchimico. Non è vero. Ieri vi avevo detto che i consulenti della difesa presentarono questo importante lavoro al Tribunale, ovviamente di questo lavoro voi ora potete avere cognizione, perché è stato, se ne parla ovviamente nella motivazione della sentenza del Tribunale, ma solo lì. Però è importante che se ne parli lì. Allora che cosa è successo? Avevamo visto già ieri come, con una ricerca storica e anche difficile che risaliva alle fonti, si erano individuate le industrie con nome e cognome, anno di nascita, che erano state lassù nella prima zona industriale; il successivo passaggio era stato quello di individuare delle tipologie produttive, perché per singole tipologie produttive erano anche molteplici le industrie che operavano là. Dopo di che, sulla scorta di dati di letteratura, che non erano stati fabbricati dai consulenti della difesa, ma che preesistevano al processo ovviamente, e che nessuno consulente dell’accusa ha mai neppure tentato di criticare, da ultimo si utilizzarono anche i rapporti dell’EPA sugli inventari e sulle sorgenti di diossina, si provò ad associare in un modo serio a tipologia produttiva tipologia di contaminante che quella tipologia di industria poteva aver scaricato nella prima zona industriale, anzi aveva scaricato nella prima zona industriale. Rammentiamo che quando nasce questa prima zona industriale, siamo ai primi del secolo scorso, di protezione dell’ambiente non è che si parlasse troppo; era più importante lo sviluppo, era più importante creare industria, posti di lavoro. L’ambiente era un altro problema, non ce lo si poneva. Bene o male che si sia fatto allora, come dicevo ieri, è ipocrita giudicarlo oggi. Possiamo soltanto osservare l’evolversi della società umana, ma anche l’evolversi dei valori intorno ai quali la società umana si organizza. È chiaro che quando il benessere cresce, ci si possono permettere anche dei lussi che invece, quando il benessere è inferiore, ci si può permettere di meno. È naturale, è così. Oggi i paesi in via di sviluppo probabilmente sarebbero ben felici di importare un po’ di contaminazione, se poi si tratta di questa contaminazione, pur di avere posti di lavoro, pur di avere lavoro per le persone. È giusto o sbagliato, chi lo sa. È chiaro che per Greenpeace è sbagliato, ma per lo Stato non dovrebbe essere così. Vedete la colonna PCDD – PCDF, vedete quindi le tipologie di industrie che sono fonti di diossina per la letteratura esistente. Qui siamo nel 1932, queste sono ancora industrie, ma vedete anche per l’arsenico, rame, zinco, per i metalli pesanti, per l’IPA. Tutto questo lo trovate nella presentazione della memoria Colombo – Bellucci e nella relazione, poi eventualmente io ve la ridepositerò per comodità, perché credo che nel mare magnum delle carne non sia così facile orientarsi, sebbene io non creda alla teoria del 10% sostenuta dal Procuratore Generale, perché forse è un escamotage quello del 10% per non dover leggere neanche la consulenza dei propri consulenti. Vedete che c’è anche l’industria del magnesio, in effetti esisteva. Di Domenico non aveva fatto questo studio nel 1995, ma c’era anche l’industria del magnesio. Qui invece vedete, con i colori, lo stesso dato. In giallo ci sono le aree dove insistevano industrie che avevano scaricato diossina, senza limiti, senza regole, senza controlli, nei canali della prima zona industriale. Non erano poche. Stupisce che il dottor Bruni nella sua memoria abbia detto che non ci poteva essere nessuna industria nella prima zona industriale che scaricasse diossina. Io mi chiedo perché mai uno debba prestarsi a firmare queste stravaganti enunciazioni, almeno bisogna leggerli gli atti. Questo è importante perché sono le industrie che potevano scaricare insieme sia arsenico e sia diossina. Vedremo che questo sarà uno degli indizi più pesanti, più importanti e partendo dal dato empirico dell’associazione strettissima che si trova nei sedimenti della prima zona industriale fra arsenico e diossina, che dunque fa presumere con altissima probabilità che la fonte debba essere stata tale per cui nei suoi processi produttivi vi era l’arsenico che veniva poi scaricato, oltre alla possibilità tecnica di fare diossina, e qui vedete quante erano le industrie che avevano questa potenzialità. Qui siamo nel 1954 e sempre in giallo vedete una estensione dell’area delle industrie che scaricavano diossina. Qui siamo nel 1968. Ripeto, questi dati, che sono stati offerti alla libera valutazione, al contraddittorio delle Parti, non sono mai stati neppure oggetto di critica; non si è detto "non è vero", mai in nessun momento. Ora possiamo provare a percorrere la via degli indizi che, accumulati pazientemente, hanno portato ad identificare la causa della diossina nella prima zona industriale. Il punto di partenza, come vi ho detto tante volte, era stato proprio Di Domenico, ma non soltanto per il ritrovamento di quel campione nell’Area 60, cioè nel Canale Nord, quanto e soprattutto per i ragionamenti che Di Domenico aveva già fatto a proposito delle impronte e cioè sulla scarsa attendibilità che Di Domenico attribuiva all’ipotesi che quell’impronta che hanno trovato nel Canale Nord fosse veramente attribuibile al CVM e viceversa quella devo dire grande intuizione di aver trovato in letteratura un articolo relativo all’industria del magnesio da cui emergeva proprio una tipologia di impronta molto, molto, simile a quella trovata nella zona industriale. Questo sarà il punto di partenza. Questo grafico è di grande rilievo, perché vedete colorate in modo diverso, cioè in rosso e in blu, la diossina e l’arsenico, in alcuni sedimenti della prima zona industriale. È importante perché voi vedete che dove c’è il picco di diossina c’è quasi sempre un picco di arsenico o viceversa, dove c’è un picco di arsenico c’è quasi sempre un picco di diossina. Ora, un’associazione come questa è difficile trovarla per caso in natura o, quanto meno, rappresenta un indizio di un qualche peso. Ecco allora che le ricerche si orientavano proprio verso quelle industrie che avessero utilizzato come materia prima l’arsenico. Aiutò i consulenti della difesa, proprio in questa raccolta paziente di indizi, anche ciò che disse la dottoressa Stringher di Greenpeace in dibattimento, quando fece l’elenco degli ingredienti necessari per cucinare la diossina: ci vuole ossigeno, quello che non c’è come abbiamo visto prima nel DL1, dove quindi le peci non riescono a fare diossina, neanche se volessero; il cloro, ma non il CVM, il cloro; catalizzatore il rame; una temperatura ideale e un adeguato tempo di residenza. Allora qui si aggiungono già degli elementi importanti per arrivare a capire. Intanto abbiamo bisogno del cloro e abbiamo bisogno di un catalizzatore, del rame. Allora gli indizi si accumulano, perché c’era un’attività, e dopo la identificheremo con nome e cognome, che proprio partendo dalle ceneri di pirite, che contengono arsenico, decuprandole, questo è il termine tecnico, estraeva da queste ceneri di pirite il rame. Ecco allora un elemento in più che si aggiunge. C’era anche il rame, c’era l’arsenico che si trova associato alla diossina, c’era il rame, mancava il cloro, ma poi si viene a scoprire che il cloro c’era, eccome, ce ne era tantissimo, perché poi nel processo produttivo di queste industrie il rame veniva irrorato di cloruro di sodio, sale da cucina, cloruro di sodio in grandi quantità; quindi veniva buttato, immesso tanto cloro. C’era l’ossigeno, c’era la temperatura, c’era tutto quello che serviva. Ora capite perché Di Domenico nel 1995 diceva: in gergo si parla di impronta del cloro. Ma l’impronta del cloro non è necessariamente l’impronta del CVM, per nulla. Quello che conta è che ci sia una massiva immissione di cloro del processo produttivo e qui c’era. Seguendo un itinerario concettuale che sembra quasi quello di Sherlock Holmes, che d’altra parte è stato rivalutato recentemente, Umberto Eco ha scritto un bel libro parlando del metodo di Sherlock Holmes come metodo di abduzione per arrivare alla verità. Infatti, a questo punto, sommato indizio ad indizio, si riesce a trovare un’ipotesi che sembra veramente in grado di spiegare i fatti, cioè l’alta presenza di alte concentrazioni di diossina presenti nel Canale Nord e nel Canale Brentella, perché si individua l’industria: eccola qui, è quel puntino giallo lassù, è un’industria grande, importante. Avevamo anche dato il nome e cognome affinché qualcuno andasse ad indagare se la difesa avesse inventato o se la difesa avesse seguito un itinerario logico credibile e se quel puntino giallo – che non è tanto un puntino, come vedete – aveva sia uno scarico nel Canale Nord, sia uno scarico nel Canale Brentella; nel suo ciclo produttivo aveva tanto arsenico, faceva il rame, usava tantissimo cloro a temperature molto alte, con l’ossigeno. È più credibile questa ipotesi o l’ipotesi delle autobotti, dei cavalcavia, delle peci clorurate senza clorurati, dell’evaporazione dei clorurati che non evaporano, degli assetti di marcia diversi che non sono mai tali, tutte le volte che si va a vedere dove davvero scarica il Petrolchimico? Noi non sappiamo mai quale sia la verità assoluta, dobbiamo accontentarci di decidere tra ipotesi alternative e dobbiamo scegliere l’ipotesi che dà conto meglio dei fatti che conosciamo, piuttosto – ripeto – che sforzarsi ostinatamente di piegare i fatti alle ipotesi. Ora, poiché la sentenza del Tribunale l’hanno letta in pochi, in pochi a Venezia sanno queste cose, perché ovviamente né nel libro di Raccanelli e di Guerzoni su "La laguna ferita", né su altri libri scritti da più o meno probabili tecnici o giornalisti, c’è nulla di tutto questo. Non si sa e il Magistrato alle Acque si guarda bene dal dire che esistono queste ipotesi esplicative importanti e che probabilmente, se si fossero fatte le cose come si dovevano fare, si sarebbe arrivati a questo risultato in pochi mesi, dopo il 1995, dopo i primi segnali precisi lanciati da Di Domenico. Si perdono anni e anni di indagini inutili per cercare di prendere un colpevole che non è colpevole; si fa di tutto per non arrivare ad un’ipotesi credibile e ancora oggi non si vuole vedere la realtà e la verità. Di tutto questo chi ha la responsabilità di fronte all’intera comunità veneziana dovrà assumersela, prima o dopo. Questo poi è l’ultimo, questo è interessante, anche questo lo trovate nelle memorie di Colombo e Bellucci. È la prova del nove, forse, se esiste la prova del nove. Guardate il confronto tra le impronte: l’impronta del Canale Brentella e l’impronta di una scoria di risulta da estrazione di rame effettuata a Marsberg in Germania. Anche qui si estraeva il rame. La stessa impronta. Una cosa importante. Questa industria generava fanghi, i fanghi di risulta di questa industria sono rossi, rossi, così come sono rossi i fanghi di risulta delle industrie che estraggono l’alluminio. Vedremo tra poco che il rosso è purtroppo, un rosso cupo, è il colore dominante in tutta la seconda zona industriale e infatti è bello il titolo scelto da Raccanelli per il libro: "La laguna ferita", peccato che non abbia avuto quello spunto letterario in più che i dati gli consentivano di individuare in quella scia rossa che c’è nei canali il sangue vero, della vera ferita, mentre per lui la ferita sono ancora i milionesimi di milionesimo di grammo usciti dal Petrolchimico. Ma ovviamente non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere e non ha interesse a vedere, perché purtroppo c’è anche questo. È meglio che ci sia allarme sulla diossina, chissà quanti guadagnano dietro tutto questo. Da questo documento, perché adesso passiamo, seguendo questo filo, ai fanghi rossi, questo è un documento ufficiale che proviene addirittura da Carrara. Carrara è un consulente dell’accusa. Da dove viene questo documento? Viene da una valutazione, anche questo è agli atti, che Carrara insieme ad altri tecnici è stato chiamato a fare sull’Area 43 ettari. Perché è importante l’Area 43 ettari? Perché fa parte della medesima zona, probabilmente è inclusa anch’essa nell’area oggetto della convenzione, l’elio ne era fuori di poco, ma di quella medesima zona interessata da quella formidabile immissione di rifiuti e anche di fanghi rossi che risultavano come reflui dai processi della prima zona industriale e che servivano a bonificare laddove c’erano gli acquitrini, a riempire di terra laddove c’erano le barene. Quando Carrara scrive sull’Area 43 ettari che essendo a sud del Petrolchimico, è sulla sponda sud del Canale Sud, proprio si affaccia sul Petrolchimico ma non è del Petrolchimico, allora è libero di dire quello che pensa, non ha più tante remore e allora è egli stesso a raccontare come tutti sappiano che in quella zona si sono buttate migliaia di tonnellate di fanghi rossi e lo scrive, lo scrive in questo documento. Qui si riferisce espressamente ai fanghi rossi di risulta della produzione dell’alluminio, di cui parleremo dopo, ma lo stesso vale per i fanghi rossi di risulta della produzione del rame. L’Area 43 ettari dà sul Canale Sud e dopo vedremo le fotografie, perché chi oggi faccia una passeggiata sul Canale Sud, e di passeggiate ne fanno tante i vongolari abusivi, lo sappiamo, e male fanno ovviamente, perché le leggi vanno rispettate, questi fanghi rossi li vede, cioè non possono essere cancellati, neppure se, come ha fatto il Pubblico Ministero, si cerca di rimuovere tutto questo facendo vedere la fotografia con dei campi coltivati. Mi fa un po’ sorridere. La foto del 1944 con i campi coltivati contro una storia documentata pacificamente da tutti e che tutti sanno, e poi anche sui campi coltivati diremo qualcosa. Ora, sempre seguendo il filo rosso dei fanghi, è importante vedere che sulla sponda est del Canale Malamocco - Marghera, e qui siamo proprio dirimpetto allo scarico SM15, è crescita a dismisura nel tempo l’Isola delle Trezze. Normalmente le isole non crescono, le isole sono quelle che sono, ma questa è un’isola molto particolare, di cui ha parlato il dottor Bruni nella sua memoria, ha detto: ma quell’isola non contamina mica, quell’isola è conterminata, cioè l’abbiamo chiusa, siamo stati bravi. Ecco le foto: questa era l’Isola delle Trezze nel 1992. Quell’alone intorno all’isola sono le tonnellate di rifiuti e di fanghi rossi che si smobilizzano dalle sponde per effetto dell’erosione. Voi capite che di fronte a questo spettacolo sono in molti che dovrebbero spiegare, forse anche alla città di Venezia, perché mai si è consentito a questo spettacolo per decenni senza dir nulla e, viceversa, ci si sia improvvisamente armati di tutto pugno non appena sono apparsi 14 milionesimi di milionesimo di grammo di diossina in uno scarico interno. In quest’isola, si sa, e debbo dire che è quasi paradossale che il Pubblico Ministero abbia deciso di includerla nel capo di imputazione, cioè quest’isola oggi fa parte dell’accusa che la Procura muove all’ingegner Pisani, quando tutti sanno che in quest’isola sono state accumulati migliaia di tonnellate di rifiuti urbani e di rifiuti industriali provenienti da tutte le possibili fonti. Dopo di che questi rifiuti, che hanno appunto fatto crescere l’isola fino a triplicarne l’originaria dimensione, sono stati lasciati liberi di tornare in laguna nel modo che vedete sopra. Hanno pensato di conterminarla soltanto nella seconda metà degli Anni Novanta e si permettono di contestare all’ingegner Pisani il suo ritardo. Lui, lui che non ha messo neanche un grammo di rifiuto nella terra del Petrolchimico, ma che anzi ha dovuto attivarsi per cercare di porre rimedio a quello che avevano fatto quelli che erano prima di lui, chiedendo il conto a quelli che erano prima di lui, sto parlando di Eni e di Enichem, quelli prima di loro, cioè di Montedison, e poi ha dovuto scoprire che non solo quelli prima di lui avevano fatto nel giardino di casa dei buchi con dei rifiuti, ma poi ha dovuto scoprire che quei buchi di rifiuti erano stati fatti in un grande rifiuto e ha dovuto scoprire, con una certa sorpresa, che ad un certo punto chi aveva fatto il grande rifiuto veniva a chiedere conto a lui del perché non lo pulisse e diceva anzi che forse lo metteva in prigione se non lo puliva, lui. Ecco perché chiesi al dottor Leon se esisteva la possibilità di una legittimazione attiva verso lo Stato, perché? Perché se io compro casa su un terreno dove chi me l’ha venduto ha fatto qualche buca con dei rifiuti ma poi scopro che tutto, tutto il giardino di casa è un rifiuto, ho diritto di chiedere qualcosa a qualcuno. Ma forse non chiederei nulla, se quel qualcuno non venisse da me a pretendere lui che sia io a pagare, a pagare per tutti, sennò mi mette in prigione. I fanghi rossi allora derivano da queste tipologie produttive e, si sa, vengono dalla prima zona industriale. Le vongole vivono nel Canale Sud, lo sapete, prosperano nel Canale Sud e vivono nei fanghi rossi. I consulenti Colombo e Bellucci fecero questi campionamenti di fanghi rossi. Qui vedete la mappa dei campionamenti, che sono campioni di sedimento, lungo tutta la sponda del Canale Sud e poi anche lungo il Malamocco Marghera, fino poi ad arrivare a nord. Le foto che vedrete in rapida successione sono foto che corrispondono ai singoli punti di prelievo dove, le foto sono sfuocate, qualche volta meno, vedete proprio il rosso, il rosso dei fanghi, dove stanno le vongole, perché i pescatori abusivi vengono lì a prendersele le vongole, in quei fanghi rossi. Questa è un’ostrica, che vive lì. Vedete il rosso dei fanghi. Ecco il rosso ancora, un rosso vivo. Sono tutte foto agli atti del processo, come sono ancora disponibili tutti i campioni di sedimento per le controanalisi. Mai nessuno è venuto a bussare alla porta e a dire: vogliamo fare le controanalisi, vogliamo verificare se avete ragione oppure no, perché sanno che è così, lo sanno benissimo. Non vogliono, non vogliono che se ne parli. Fa parte del linguaggio della pubblicità: se si parla di qualcosa gli dai importanza, è meglio se non se ne parla. Fa parte della civiltà dei sondaggi di opinione, probabilmente. I consulenti della difesa allora preleveranno questi campioni di sedimento, per analizzare che cosa ci fosse in questi fanghi rossi. I campioni prelevati furono questi e questi furono i risultati delle analisi. È importante andare a vedere da un lato la concentrazione dell’arsenico, dall’altro la concentrazione dell’alluminio, che sono gli indicatori della provenienza, della provenienza dei fanghi, cioè della diversa tipologia di produzione. Nel campione ES5, dove si vede un’alta concentrazione di arsenico, non v’è dubbio che si sia prelevato un campione di fanghi che provenivano della produzione del rame dalle ceneri di pirite, altrimenti l’arsenico non troverebbe nessun’altra ragion d’essere, nessun’altra giustificazione; laddove invece è l’alluminio ad essere dominante, si tratta di campioni verosimilmente riconducibili alle produzioni dell’alluminio. L’aver trovato come vedete nel campione ES5 diossina, in 293 un valore di tossicità equivalente, è per noi credo una verifica empirica della fondatezza dell’ipotesi formulata. Diciamo che questo era un risultato sperato, ecco, atteso sulla base di quello che si era analizzato, sulla base dei riferimenti bibliografici usati e della ricerca fatta, ma aver trovato la diossina significava che si era visto giusto, altrimenti la diossina non avrebbe, non si sarebbe, se non la avessimo trovata, ecco, sarebbe stato un problema. La sorpresa però fu l’aver trovato anche concentrazioni di diossina negli altri campioni di fanghi rossi, cioè quelli che provengono dall’alluminio, perché all’inizio non si era pensato che questa industria potesse essere fonte di produzione di diossina. Diciamo che qui c’è stato un cammino inverso rispetto a quell’altro. Mentre per individuare l’industria del rame si è partiti da Oehme, dalla letteratura, dalla Stringher, da una serie di indizi e poi si è arrivati alla verifica empirica, cioè a questo risultato, per quanto riguarda l’alluminio si è fatto il procedimento inverso, cioè scoperto un dato empirico, un fatto, cioè la presenza di diossina in fanghi rossi derivanti dalla produzione dell’alluminio, un fatto incontrovertibile, perché è così, la si è trovata, si è cercato di capire quale potesse essere la fonte, perché non ci si aspettava di trovarlo. Vedrete poi che il Pubblico Ministero ancora oggi e la Procura Generale vi vengono a dire che il procedimento Bayer per la produzione di alluminio non fa diossina. Bella forza, non è che lo abbiano scoperto loro. Colombo e Bullucci lo avevano già scritto nella loro relazione, furono i primi a dirlo. Dissero: noi abbiamo fatto delle ricerche in bibliografia e l’EPA dice che il procedimento Bayer non sembra associato alla produzione di diossina, lo dissero loro. Dopo di che ovviamente l’accusa riprese l’argomento e disse: ma come, l’EPA dice che... l’avevamo già detto, siamo stati noi a dirlo. Il punto è che le industrie dell’alluminio non lavoravano solo con il processo Bayer. Prima della tecnologia Bayer ce ne era un’altra, anche questa trovata nelle memorie di Colombo e Bellucci, che era la tecnologia Haglung, la quale invece è una fonte di diossina. C’è un elemento in più, per chiudere il cerchio, quale impronta avevano le diossine in questi fanghi rossi? Eccole le impronte. Salvo una, che fu presentata e che era un’impronta non facilmente classificabile, ma c’era pochissima diossina, quindi quando c’è poca diossina anche il referto analitico può risentire di errori di misure, di laboratorio; tutti gli altri reperti, come vedete, presentano la tipica, classica impronta che si trova in tutti i canali della zona industriale: è l’impronta che Di Domenico aveva visto e letto in Oehme già nel 1995 per l’industria del magnesio; è l’impronta che si è visto poi corrispondere, nella slide di poco fa, a quella dell’estrazione del rame trovata in Germania; è l’impronta trovata effettivamente nei fanghi rossi e anche nei fanghi rossi derivanti del rame dalle ceneri di pirite. Vi chiedo solo cinque minuti di sospensione, grazie.

 

L’UDIENZA E’ SOSPESA ALLE ORE 10.35.

L’UDIENZA RIPRENDE ALLE ORE 10.55.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Signor Presidente, credo proprio di dover accelerare i tempi rispetto ai programmi, perché sennò i colleghi non potranno avere spazio. Ho da fare una brevissima parte che sarà la conclusione di questo capitolo e poi invece affronterò una seconda parte che, avendo già anticipato molti temi tra ieri e oggi, sarà molto più sintetica, molto più rapida. Il consulente Guerzoni è il consulente che parla delle deposizioni atmosferiche di diossina, del fall-out atmosferico. Questo è lo slogan che egli ha enunciato, ve l’ho già detto, all’udienza dell’8 novembre del 2000. Non so bene per quale ragione l’accusa attribuisca tanta importanza a questo tema, visto che all’udienza dell’8 novembre del 2000, quando contro esaminai il dottor Guerzoni, avendo letto quel che egli aveva scritto nell’ambito del progetto 2023 proprio sul tema della deposizione atmosferica di diossina, gli chiesi semplicemente se confermava quello che aveva scritto ed egli aveva scritto che i livelli di diossina trovati nella laguna e anche nella zona industriale, se confrontati con i dati di letteratura relativi a zone rurali e urbane in Gran Bretagna, risultavano dieci volte più basse. Questo è il passo della nota della relazione che era agli atti e ovviamente il dottor Guerzoni non poté che confermare quel che aveva scritto, sicché il tema della rilevanza probatoria, il tema della deposizione atmosferica di diossina è un tema francamente del tutto irrilevante in questo processo, per ammissione dello stesso consulente d’accusa. Debbo dire che il dottor Guerzoni, in un articolo pubblicato poi recentemente, ha ribadito questo concetto, dicendo che i flussi medi delle deposizioni corrispondono ad un livello più basso nell’ambito trovato in stazioni di aree rurali remote, come riportato da vari autori etc. etc. Perché allora Guerzoni è importante per l’accusa? Per la solita ragione, per l’impronta. Guerzoni infatti è venuto a raccontare che in coincidenza con un evento del 1998, quando c’era stata una fuoriuscita di CVM dai reparti di EVC, lui che stava facendo delle indagini aveva osservato l’incremento della diossina anche in area urbana e soprattutto aveva visto, dice lui, un’inversione dell’impronta, aveva ancora una volta visto la solita impronta con gli OCDF, che ovviamente deve essere sempre e soltanto l’impronta del Petrolchimico. Io gli feci una domanda e gli chiesi se, visto che lui stava parlando di un fatto, se lui avesse le prove di questo fatto, cioè se avesse fatto le analisi della diossina che era fuoriuscita dai camini di EVC in quel giorno del 1998, tanto per vedere se ne fosse uscita di diossina, visto che risultava che fosse uscito solo del CVM e la risposta di Guerzoni fu abbastanza originale, perché mi disse: ah no, lei non può chiedere le prove a me, Avvocato. Visto che lui era un consulente dell’accusa, io non saprei bene a chi altri avrei mai potuto chiedere le prove delle affermazioni d’accusa che venivano portate nel processo. Però lui disse: io sono uno scienziato – sebbene non ci sia la scienza lui è uno scienziato – e io non cerco delle prove, e infatti le prove non le aveva. Voi sapete, perché è stato detto, che poi questa vicenda della fuoriuscita di CVM ha dato luogo ad un altro processo conclusosi con una condanna di EVC, ma ci interessa poco. Quello che conta è che la prova della fuoriuscita della diossina quel giorno non ci è stata data nel processo, nessuno ha fatto uno straccio di analisi. Ma c’è di più ancora, perché purtroppo Guerzoni non ha... sì, io chiesi poi a Guerzoni come mai di questa associazione così stretta che lui aveva fatto fra la fuoriuscita di CVM e la diossina con quell’impronta trovata in zona urbana, non avesse fatto nessun cenno nella relazione del rapporto 2023, cioè quando lui doveva presentarsi come ricercatore o scienziato non aveva ritenuto di dover scrivere questa cosa, perché non ne aveva le prove ovviamente. Nel processo invece l’ha detta, l’ha detta ed è diventato un argomento di accusa, sebbene continuasse a non avere le prove, e in effetti lui mi rispose: sa, il rapporto aveva una finalità diversa qui, ma comunque noi la somiglianza l’avevamo vista, non pretendo – disse lui – assolutamente che questa sia una prova perché non è il mio mestiere. Il problema è che Guerzoni non aveva neanche fatto forse la fatica di andare a recuperare le impronte della pochissima diossina che viene emessa dai camini del Petrolchimico, perché avrebbe scoperto che l’impronta della diossina emessa dai camini è molto diversa dalla solita impronta di cui parliamo, perché qui stiamo parlando di emissioni atmosferiche, non stiamo parlando di scarichi in acqua. Dalla relazione del professor Foraboschi, voi potete trovare alcuni grafici relativi all’impronta trovata sui camini del Petrolchimico, l’impronta della diossina. Eccola, per esempio, questa ne è un esempio. Qui ne trovate un altro. Le impronte variano da momento a momento, ce ne sono alcune che non hanno nulla a che vedere con quell’impronta solita che invece è caratteristica di scarichi in acqua e non invece di emissioni atmosferiche. Come dire, nessuna prova che sia davvero uscita diossina, nessuna prova che quell’impronta sia davvero un’impronta corrispondente e caratteristica delle emissioni atmosferiche del Petrolchimico, che comunque sono pochissime, il tutto in un quadro complessivo in cui la deposizione atmosferica di diossina in zona industriale, per ammissione del medesimo consulente, è quantitativamente irrilevante. Il tema quindi non merita di essere ulteriormente trattato, in quanto di scarsissimo peso. Io mi ero proposto di fare, di proseguire la trattazione, ma mi riserverò poi di aggiungere ulteriori argomenti nelle memorie che farò avere alla Corte d’Appello con tutti i dati relativi, sicché questa parte della quale ho inteso dare alla Corte d’Appello gli elementi per comprendere quanto sia infondata la tesi che mira ad ascrivere ad Enichem e all’ingegner Pisani una qualche responsabilità per la contaminazione così come risulta dal capo di imputazione, è per me conclusa. Come ho promesso ieri nel preambolo della mia discussione, deposito i fascicoli completi che ho potuto acquisire dal Tribunale di Venezia relativi ai processi ai vongolari. Lo faccio esercitando un diritto alla controprova, perché se il Pubblico Ministero ha prodotto delle sentenze che definisce irrevocabili e come tali precedenti, io ho diritto di produrre gli atti processuali sulla base dei quali quelle sentenze sono state prodotte, altrimenti mi verrebbe amputato il mio diritto a contro provare sui fatti che il Pubblico Ministero intende provare con la produzione di quelle sentenze.

 

PRESIDENTE – La Corte è contraria a questa produzione, signor avvocato. Comunque se la formalizza, noi ci riserviamo oppure facciamo subito l’ordinanza. Se c’è da contro dedurre.

 

RELATORE – Dott. Lucisano – Una precisazione, la sentenza esibita dal Pubblico Ministero non è stata acquisita nel contesto di un’ordinanza del Tribunale che ha negato ogni rinnovazione di istruttoria dibattimentale, non è stata esibita ai sensi del 238 bis e acquisita dal Tribunale ai sensi e per gli effetti e con le valutazioni che il 238 bis può comportare e quindi con un suo ragionamento, perché mi pare che il suo ragionamento sottintendeva questo. La sentenza in giudicato non è in quanto tale che fa una prova, valutabile come prova, ma in quanto ovviamente fondata su elementi che a questo punto io integro. Ma se quella sentenza non è acquisita ai sensi del 238 bis e per noi non è prova da valutare in questo processo, perché non abbiamo rinnovato l’istruttoria dibattimentale, perché a quel punto comportava una rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, un accoglimento di una parziale richiesta di rinnovazione, nemmeno il suo conseguente ragionamento noi condividiamo e quindi non l’acquisiamo. Quella sentenza è acquisita come le migliaia di sentenze di produzione che avete fatto voi, che ha fatto la difesa, che non impegnano il Tribunale ad una valutazione probatoria. Le prove su quello che è l’oggetto poi della sua discussione, noi in questo processo le traiamo dalle consulenze in questo nostro processo, non nelle consulenze fatte in altri processi che non rilevano il nostro attuale giudizio. Quindi noi non fonderemo mai le nostre valutazioni sulla prova, perché altrimenti presupponeva una pronuncia, un’ordinanza del Tribunale che acquisiva a mo’ di integrazione dell’istruttoria dibattimentale quella sentenza. Quella sentenza è soltanto un precedente giurisprudenziale come tanti altri di Cassazione, in diritto e in fatto, acquisiti. Quindi questi documenti non hanno e non potrebbero valere a nulla a noi che dobbiamo poi motivare quella sentenza e quindi ne è inutile l’acquisizione in questi termini, così come è inutile ai fini probatori quella sentenza che ha prodotto il Pubblico Ministero.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Ne prendo atto, quindi ritiro la mia istanza e mi riprendo i miei fascicoli.

 

PRESIDENTE – Benissimo, abbiamo risolto il problema. È stata opportuna questa precisazione.

 

RELATORE – Dott. Lucisano – Perché se acquisisce, noi siamo obbligati a valutarlo, invece così ha precisato che quella sentenza, nel contesto di un’ordinanza di negazione di ogni rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale... Poi se decidiamo invece, siamo sempre in tempo, di fate un’ulteriore ordinanza che ritorniamo indietro e pensiamo di dover rinnovare l’istruttoria su qualcosa, ma se lo faremo, rinnoveremo. Allo stato noi giudichiamo sugli atti del primo grado, non su altro.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Benissimo, ritiro la mia istanza. Mi accingo invece a parlare di quella che sarà la seconda parte della mia discussione, che riguarda la tossicologia, cioè l’esistenza o meno di un pericolo per la salute alimentare derivante dall’assunzione di vongole pescate abusivamente nei canali industriali, nel Canale Sud in particolare. Anche qui ho una piccola premessa, fondata però solo sugli atti del processo, garantisco, e sarà una breve rassegna di argomenti che io non ho potuto fare a meno di enunciare in questi termini. L’accusa così com’è oggi non merita neanche di essere davvero confutata, cioè di essere davvero affrontata per intero, perché è insensata; insensata, ecco, se potessimo immaginare davanti al "Tribunale della Ragione" una sorta di articolo 129 della razionalità e della logica elementare, dovremmo dire che l’accusa non regge a questo vaglio ed è immediato. Perché, e ne abbiamo già parlato ieri, basterebbe il riferimento al diritto di nuova emanazione, cioè al regolamento 2375 del 2001, entrato in vigore poche settimane dopo la pronuncia della sentenza del Tribunale di Venezia e qualunque altro discorso parrebbe inutile. Come sapete, questa sentenza ha stabilito un limite massimo ammissibile di concentrazione di diossina nel mollusco, nella vongola, pari a 4 picogrammi per grammo. Come avete visto, questo diritto è il grande assente nelle argomentazioni d’accusa, una sorta di grande comitato di pietra. Si è parlato di questo regolamento nella memoria del dottor Bruni solo di sfuggita e, devo dire, con qualche strafalcione. Perché? Perché è ovvio, pur come vedremo dopo se questo dato di 1,47, che sarebbe la media della concentrazione di diossina nelle vongole secondo il consulente d’accusa, secondo l’autore della memoria depositata che io credo essere l’ingegner Zapponi piuttosto che il dottor Bruni, è palese che 1,47 è di gran lunga inferiore a 4. Cioè 1,47, la media della concentrazione di diossina trovata nelle vongole nel Canale Sud, è largamente inferiore ai limiti ammessi per l’edibilità del prodotto. Parliamo dei limiti amministrativi, parliamo di quei limiti che i funzionari della A.S.L. debbono far rispettare immediatamente, non parliamo di limiti di pericolo concreto per la salute. Questa è ben altra cosa e siamo al di sotto ancora anche di questo limite, sicché davvero non si capisce bene di che cosa dovremmo parlare. Perché è insensata l’accusa? Se ne faceva cenno ieri. Perché l’argomento delle indigestioni di vongole, di frazioni di frazioni di sottopopolazioni di veneziani virtuali, se le vongole sono edibili per legge è un argomento di una inconsistenza lampante. Io ho parlato dell’irrilevanza penalistica della grande abbuffata. Vedremo poi quali e quanti sacrifici faccia l’ingegner Zapponi pur di inventarsi dei consumi inesistenti; ma è una fatica inutile, cioè mi chiedo davvero come il dottor Bruni possa immaginare che un Giudice della Repubblica, ma anche un uomo di buon senso, possa stigmatizzare un altro uomo, in questo caso l’ingegner Pisani, solo perché qualcuno, qualche pescatore della zona industriale, magari decide di mangiare troppe vongole, che sono edibili per legge. È come se gli si dicesse: tu, ingegner Pisani, sei responsabile di avvelenamento e adulterazione di vongole edibili perché ci sono dei pescatori che ne mangiano troppe, troppe rispetto ad una raccomandazione di dieta sicura che qualche organismo tecnico è venuto emanando. Voi capite l’assurdità del ragionamento, perché così com’è può essere applicato a qualsiasi alimento. Io vado al supermercato, trovo degli alimenti che debbono rispettare certi requisiti previsti dalla legge, quegli alimenti rispettano tutti questi requisiti, dopo di che decido di prendere 25 chili di latte, di portarmelo a casa e di bermelo. Il latte contiene diossina e infatti anche il latte è normato dal regolamento 2375 del 2001. È chiaro che nel momento in cui io decido di bere quei 25 chili di latte, che sono perfettamente edibili secondo la legge, io assumerò un certo quantitativo di diossina. Non v’è dubbio su questo, più di chi invece il latte non lo beve o ne beve di meno. Ma chi debba essere responsabile di questo, di questo fatto, non è dato vedere, se il latte è edibile, se sono rispettati i limiti previsti dalla legge. Perché mai dovrebbe qualcuno rispondere del fatto che qualcun altro decida di bere o di mangiare troppo? È un qualcosa che è talmente lontano dal buon senso da suscitare imbarazzo. Ma non sono finite qui le ragioni per cui l’accusa è insensata, ve ne sono altre. Avrete letto la memoria del dottor Bruni e credo che abbiate fatto la stessa fatica che ho fatto io a capire che cosa ci sia scritto, perché è misteriosa, è scritta con un linguaggio da un certo punto in poi che assomiglia più alla cabala, alla numerologia pitagorica, piuttosto che al diritto o alla tossicologia. Tutto per parlare di questa strana creatura, questo oggetto matematico che è il TDI o Dose Giornaliera Accettabile, questi 2 picogrammi. Ora vediamo da subito come l’organismo tecnico, cioè lo Scientific Food Committee della Comunità Europea, che ha stabilito questi 2 picogrammi, come ha definito questa cosa, questo oggetto matematico. Dice questo Ente, e adesso vi farò vedere la foto con il documento ufficiale, che il TDI non è un limite inferiore di tossicità, ma è una stima di un livello sicuro di assunzione. Ora, se chi ha fatto, chi ha costruito questo oggetto ha detto che esso non è un limite inferiore di tossicità, non vedo come si possa usare questo oggetto come se fosse un limite inferiore di tossicità. Ma se non è un limite di tossicità e quindi di pericolosità, a cosa mai può servire all’accusa? E sto ragionando cercando di eliminare mentalmente l’esistenza del diritto, cioè del limite di 4; sto cercando di far finta che non esista quel limite e di vedere se comunque l’accusa potrebbe avere una qualche sensatezza. Ma se il TDI non è un limite inferiore di tossicità, il suo eventuale e comunque non raggiunto superamento, che cosa potrebbe provare, che cosa mai potrebbe provare? Nulla, nulla che ci sia stato detto almeno. Allora l’accusa si avventura su altri terreni. È chiaro che se il TDI non è un limite di tossicità, il suo superamento non può realizzare l’evento penalmente rilevante che supporrebbe invece il superamento di un limite di tossicità, quindi già il pericolo evapora, un po’ come i clorurati della prima zona industriale. Allora che cosa ci dicono? Ci parlano di quest’altra fantomatica creatura: l’erosione del margine di sicurezza, cioè si arriva a pensare che l’evento penalmente rilevante delle fattispecie contestate possa consistere in questa cosa. Ora, che cosa sia l’erosione del margine di sicurezza lo vedremo dopo: è una sorta di operazione matematica, cioè si sottrae dal numero che rappresenterebbe l’esposizione alimentare qualora per tutta la vita si mangiassero vongole del Canale Sud, con il numero che rappresenterebbe l’esposizione alimentare qualora per tutta la vita si mangiassero le vongole di Sant’Erasmo. Siccome tutt’e due le vongole, del Canale Sud e di Sant’Erasmo, sono edibili per legge – e lo sappiamo – l’argomento dell’erosione del margine di sicurezza ha lo stesso spessore logico che avrebbe l’argomento per cui erode il proprio margine di sicurezza, e quindi qualcuno dovrebbe risponderne penalmente, chi si mette a mangiare, povero lui, ma capita a tutti noi, polli allevati in batteria piuttosto che polli allevati in un pollaio. Entrambi sono edibili per legge, uno però forse è allevato in condizioni un po’ diverse e quindi forse è meno ruspante dell’altro, ma essendo entrambi edibili per legge, e quindi io erodo il mio margine di sicurezza se mi mangio il pollo un po’ meno ruspante dell’altro. Dal punto di vista del diritto, i due argomenti hanno lo stesso valore logico, ammesso che di valore logico si possa parlare; oppure bevo il latte che viene dalle centrali piuttosto che il latte appena munto dalla mucca che pascola nei prati delle Dolomiti. D’altra parte, erosione del margine di sicurezza, lo dice la parola, siamo in una regione che è antitetica a quella del pericolo. Avessi pure eroso questo fantomatico margine, sono tuttora nella sicurezza e, fino a prova contraria, la sicurezza è il concetto antitetico al pericolo. Come potrei dunque sperare di provare un pericolo quando ho provato il contrario, cioè che sono ancora nella regione della sicurezza, lo sa solo chi ha formulato questa accusa, fermo restando che stiamo sempre parlando di vongole edibili e che dunque anche il concetto della erosione è tutto da discutere e vale esattamente come l’argomento dei polli. Ma non è finita qui, perché il superamento della dose giornaliera, della dosa giornaliera, non ha il minimo senso tossicologico. Raccanelli in primo grado cercava di persuadere il Tribunale che, visto che aveva trovato qualche picogrammo... un picogrammo di diossina nella vongola, lui diceva: basta che se ne mangia 20, 30, 50, 80 grammi, cioè un piatto di spaghetti, ed ecco superata la dose giornaliera, come dire "ecco il pericolo". Non è vero, non è minimamente vero neanche questo. Ma non lo dico io, lo dice ancora proprio l’ente tecnico che ha costruito il TDI. Ci vogliono almeno 20 o 30 anni di assunzione continuativa prima che il carico corporeo si possa stabilizzare, ma la frase dell’ente tecnico è ancora più chiara, perché dice: "La violazione della dose giornaliera non ha nessun senso tossicologico, proprio perché la diossina deve accumularsi, deve essere, ci deve essere un’alimentazione continuativa affinché si stabilizzi nel carico corporeo e questo Zapponi lo ha detto e ha detto che in ciò avrebbe errato la sentenza non avendolo considerato e siamo ai limiti del paradosso, perché Zapponi non si è accorto, forse il suo interprete giuridico non si è accorto, che proprio perché il TDI, il senso tossicologico del TDI è proiettato su un arco temporale così lungo nel tempo, per questa sola ragione quel concetto diventa inservibile per il diritto e per il processo penale. Per questa sola ragione, perché obbligherebbe il Giudice, ma poi lo vedremo ancora con maggiore nitore quando parleremo dell’evento danno genetico, obbligherebbe il Giudice a fare delle proiezioni su quella che sarà la concentrazione di diossina nelle vongole tra cinque, dieci, quindici, venti anni. Visto che l’uomo di oggi non mangerà per vent’anni la stessa vongola, ma mangerà vongole diverse, che ne sapremo mai di qual è la concentrazione di diossina che sarà contenuta nelle vongole del Canale Sud tra cinque anni, dieci o quindici anni? E sui consumi non è lo stesso? Cosa possiamo sapere noi delle abitudini al consumo dei pescatori di Sant’Erasmo tra cinque, dieci, quindici, vent’anni? Magari, terrorizzati dalle condanne, andranno tutti nel Mar Baltico oppure diventeranno tutti vegetariani, non ci saranno più i consumatori estremi. Perché non si è accorto il dottor Bruni che proprio avendo costruito un concetto di pericolo, avendo inventato un concetto di pericolo fondato sul pronostico, cioè sulla previsione del futuro, ha letteralmente disarticolato e disintegrato il postulato primario fondamentale e come tale implicito del diritto del processo penale, che cioè il fatto di pericolo si sia realizzato o in natura o nel mondo del diritto, a seconda di come si voglia qualificare l’evento previsto, se un evento naturalistico o un evento di tipo diverso, prima del giudizio, prima del processo, altrimenti il giudizio o il processo non è più un giudizio o un processo, ma è una previsione di qualcosa che si potrebbe verificare venti, trenta, cinquanta o migliaia di anni dopo. Il Giudice verrebbe trasformato in qualcosa d’altro, nell’artefice di previsioni, in un cabalista, in un astrologo. Questo ha scritto il dottor Bruni nella sua memoria, questo è inaudito. Detto che il TDI è una stima di sicurezza e quindi non è un livello di tossicità, si tratta di capire rispetto a quali effetti questo oggetto matematico sia una stima di sicurezza. Stiamo parlando di effetti cancerogeni, stiamo parlando di malattie o parliamo di qualcos’altro? Dobbiamo subito sgomberare il campo da un equivoco: non stiamo minimamente parlando di effetti cancerogeni, per nulla e che non stiamo parlando di effetti cancerogeni lo dice proprio la Scientific Food Committee. Parliamo d’altro, e di che cosa allora? Questa è la Tabella 3 che è acclusa al documento, cioè all’Opinion del marzo 2001, di questo organismo tecnico, alla fine del quale è stato raccomandato il limite di TDI di 2 picogrammi. È interessante notare che questo organismo tecnico ha inteso raddoppiare il limite, perché prima l’aveva raccomandato in 1 picogrammo; nel 2001 invece ha raddoppiato la stima ed è arrivato a 2. Gli effetti considerati per costruire questo oggetto matematico li vedete indicati nella tabella di sinistra. Vedete i nomi di alcune specie di ratto, io non so dirvi che differenza vi sia tra il ratto Holzman, il ratto Wistar, potrebbero essere personaggi dei cartoni animati, per quanto ne so io; d’altra parte vi prego di leggere di che cosa si stia parlando. Questi sono gli effetti sulla base dei quali è stato costruito quel TDI. I ratti Holzman rischiano una riduzione del numero di spermatozoi, i giovani ratti Holzman. I giovani ratti Long Evans, invece, rischiano una accelerata apertura degli occhi. Io credo che questo sia un effetto patologico, ma qualche volta aiuta invece, aprire gli occhi in fretta. Ancora si parla della riduzione della produzione di sperma, si parla anche di comportamento sessuale alterato nei giovani ratti maschi Wister. Purtroppo l’edizione è abbastanza ermetica, per cui non ci è dato capire in che cosa consista questa alterazione. Si parla poi addirittura della riduzione della distanza ano–genitale dei giovani ratti maschi Holzman. Sempre di ratti si tratta e di questi effetti. È inutile dire che questi pseudo - effetti non sono mai stati osservati negli esseri umani, ma proprio mai, a nessun livello, a nessuna concentrazione di diossina. Vedremo poi, perché poi vi illustrerò il mondo immaginario, per quanto pragmaticamente utile, che è il mondo della regolazione del rischio, che è l’unico mondo all’interno del quale questi numeri hanno un senso, come si creano questi numeri e perché. Vi farò vedere che per decidere il TDI per gli uomini è stata costruita un’equazione, un’equazione dalla simbologia quasi alchemica, in quanto è strana. Attraverso quell’equazione si riesce nel miracolo di fare del ratto un uomo, cioè si cerca di capire come si possa di quel ratto e di quegli effetti trovati in quei giovani ratti dir qualcosa rispetto all’uomo. Ne ho fatto cenno prima. Nella memoria del dottor Bruni si arriva a dire che l’evento del delitto di pericolo è il danno genetico per le popolazioni future. Il professor Stella vi ha accennato alla strana congettura biologica dell’uomo – vongola, cioè del timore espresso da qualcuno in questa sede che fra dieci o venti o cinquanta generazioni ci possa essere qualche uomo che possa mostrare questi, gli addotti al DNA oggi visti nelle vongole, anche su di sé. Si tratta di un auspicio che non mi sento di condividere, perché non vorrei mai che la ruota dell’evoluzione cominciasse a girare all’indietro e che quindi gli uomini rischino davvero di assomigliare alle vongole e di avere in un futuro quegli stessi effetti. Effetti poi, di cosa parliamo? Parliamo degli addotti al DNA. Abbiamo appreso che le vongole del Canale Sud e anche altrove sembrerebbero avere addotti al DNA in una misura un poco superiore rispetto alle cugine vongole di Sant’Erasmo e questo vuol dire che queste vongole sono state esposte a concentrazioni di IPA un po’ di più delle loro cugine di Sant’Erasmo. IPA, perché è ovvio che non parliamo più di diossina. Quando parliamo del danno genetico non parliamo più di diossina e non è una precisazione di poco conto, visto che tutta l’accusa è imperniata sulle diossine, sui furani, sull’esaclorobenzene, perché? Perché la diossina non è un cancerogeno genotossico, la diossina non fa niente al DNA, proprio niente, neanche alle vongole. Quindi parliamo degli IPA, quegli IPA che, come giustamente dice Raccanelli, sono il prodotto di tutte le combustioni. Ma sono addotti al DNA, nient’altro: misure di esposizione. Va detto in breve, ravvisare l’evento di un delitto di pericolo in un futuribile e futuro momento, che nessuno di noi avrà mai l’avventura di vivere e quindi di poter adeguatamente controllare se il suddetto pericolo si è o non si è verificato, è il nuovo tipo di delitto di pericolo che è stato coniato in questa sede. È una figura postmoderna di reato, è un reato di pericolo futuro, fantascientifico. In tutta la dottrina si parla, a proposito del reato di pericolo, della prognosi postuma ovviamente, non solo di una prognosi. Perché postuma? Perché è una prognosi che si fa a giochi fatti, quando si sa già come sono andate le cose e ci si deve riportare ex ante al momento della condotta per vedere se il decorso causale che si è effettivamente verificato avrebbe avuto qualche probabilità di avere un andamento diverso. Questa è la struttura del reato di pericolo conosciuta, ma se eliminiamo la parola "postuma", oppure se la prendiamo alla lettera, postuma nel senso che nessuno di noi potrà poi vedere se il pericolo si è o non si è avverato, se togliamo quella parolina e lasciamo solo "prognosi" allora diciamo che un Giudice oggi può condannare un essere umano perché forse tra due mila anni capiterà qualcosa per le conseguenze della sua condotta. Chi l’ha mai detta una cosa simile prima di oggi? Eppure a questo si è ridotta anche l’accusa quando parla di diritto. In questa parte cercherò di fare un minimo di chiarezza sul senso che si deve attribuire alle stime di rischio che sono formulate dall’EPA e su come si costruiscano questi limiti del TDI. A pagina 25 della memoria del dottor Bruni si legge, e stiamo parlando del danno genetico, che in questa materia, cioè la genetica, non rileverebbero leggi della meccanica ma solo quelle della biologia. È un passo sorprendente, perché chi lo legge può veramente pensare che prima di pagina 25 gli autori della loro memoria fondassero gli argomenti sulla meccanica e non sulla biologia, quasi che prima si stesse parlando di ponti, di grattacieli e non di pericolo per la salute umana. È un lapsus, ma c’è chi crede che dietro i lapsus ci sia qualcosa di vero. Zapponi, che è l’ispiratore della memoria del dottor Bruni, è un ingegnere. Nei corsi di laurea di ingegneria non si insegna la biologia e neanche la tossicologia e infatti Zapponi di biologia e di tossicologia ne sa più o meno quanto un laureato in legge; ma non deve saperla, non deve conoscerla per il mestiere che fa, perché il suo mestiere è quello del tecnico regolatore, dell’ingegnere, di esporto di stime del rischio e le stime del rischio hanno un rapporto molto, molto, remoto con la realtà, con la natura. Cercherò di spiegarvelo, e voi sapete che nella memoria del dottor Bruni è scritto che uno dei rimproveri che viene mosso al Tribunale è di non avere considerato adeguatamente le stime dell’EPA, tanto che si dice: sbaglia il Tribunale quando ritiene che quelle stime siano iper precauzionali, e ha citato l’EPA. Ora, è vero, cioè le stime dell’EPA sono delle stime ingegneristiche e adesso vi spiegherò il perché, stime meccaniche di un rischio, della cui esistenza nella vita reale gli ingegneri non sanno niente e nulla, nulla debbono realmente sapere. A questo punto io lascerò la parola del prosieguo della discussione a documenti ufficiali molto interessanti che si trovano sul sito internet dell’EPA e quando parliamo dell’EPA parliamo di chi ha inventato i metodi delle stime di rischio. Lo ha fatto negli Anni Settanta, più o meno, del secolo scorso. Ora questa complessa metodologia sta arrivando soltanto adesso da noi, con molta fatica, nella legislazione e quindi è facile ovviamente prendere lucciole per lanterne quando si parla di queste cose. Nel sito internet dell’EPA, adesso io ho proprio indicato il percorso che si può fare facilmente per arrivarci, io proiettai già queste domande in primo grado, si trovano ai verbali del dibattimento, vedete sopra in alto come si arriva al documento di cui parlerò ora, si arriva al documento FAQ, o meglio: questioni, domande e risposte sulle diossine. Diciamo che si tratta di un’interpretazione autentica, l’EPA appunto ha inventato il metodo e ora vediamo applicato questo metodo dall’EPA proprio a proposito delle diossine. Questo documento, domanda e risposta, è interessante, perché si tratta di domande molto terra, terra, è come se fosse una simulazione, è quello che il cittadino vorrebbe sapere dall’EPA proprio a proposito delle diossine, visto che se ne fa un gran parlare. Nella premessa a questo documento l’Epa scrive che "valutazioni del rischio contenute nel draft del report EPA sulle diossine non predicono rischi attuali per la salute di un individuo, né ci dicono con quale frequenza eventuali effetti sulla salute si verificheranno attualmente nella popolazione". Questo l’EPA dice di sé, nelle proprie stime sulle diossine e nelle proprie stime di rischio. Ogni addetto ai lavori sa questo, ma siccome è facile prendere un numero dell’EPA, un numero di morti virtuali statistici per migliaia di esseri umani vivi, virtuali, e spaventare, perché se qualcuno viene a dire che un livello di esposizione causa un morto ogni mille, dieci mila o cento mila abitanti, non vi è dubbio che se non si sa che cosa stia veramente dietro, quale sia il senso di quella proposizione, ci si possa anche spaventare e che nella memoria del dottor Bruni e dell’ingegner Zapponi si sia detta questa cosa, tanto per suggestionare, senza spiegare come e perché e quali siano i limiti di quei numeri, non è una cosa buona. Infatti il cittadino fa una domanda, una domanda che verrebbe spontanea. Il report dell’EPA fornisce una stima scientificamente conservativa e chiede: ma qual è allora il rischio attuale, qual è il rischio reale, il rischio vero? E risponde l’EPA: noi non sappiamo quale sia l’attuale rischio da diossina. "Il draft del report EPA sulle diossine presenta una stima upper - bound del rischio potenziale", questo è un concetto anch’esso esoterico; cosa voglia dire la stima upper - bound non è rilevante. È interessante vedere cosa è scritto dopo: "L’attuale rischio per la maggior parte degli individui ci si attende che sia più basso e potrebbe essere zero". È importante capire che valutazioni come quelle dell’EPA non prevedano rischi ed effetti attuali sulla salute, né tassi di incidenza di effetti avversi alla salute per la popolazione. Come dire, guai a pensare che quando si dice uno su mille, uno su dieci mila, uno su cento mila, si stia parlando di previsioni e di effetti reali, perché non è vero. La metodica del risk - assessment, perché si chiama così, assomiglia ad una sorta di sistema assiomatico, un sistema cioè nel quale vengono predefiniti una serie di assunti o postulati, che non vengono decisi però perché sono veri, cioè perché corrispondono alla natura, alla realtà, alle conoscenze scientifiche, ma sono decisi perché sono considerati pragmaticamente utili in vista di uno scopo, che è la prevenzione. Ancora di più, questi postulati o assiomi sono accettati malgrado, malgrado l’elevata probabilità che essi siano falsi, cioè anche se non corrispondono al mondo reale. Questi postulati sono ad esempio quelli per cui l’uomo deve essere trattato e considerato come l’animale da esperimento che è risultato più sensibile agli esperimenti. Chi fa queste stime di rischio sa molto bene che non è vero, anche perché i ceppi di topi che vengono usati in laboratorio, per esempio i ratti Wister, i ratti Holzman di cui parlavamo prima, sono addirittura degli animali che non esistono in natura, cioè sono l’effetto di mutazioni genetiche ad hoc proprio per costruire esemplari biologici in grado di rispondere più di tutti gli altri animali agli effetti, agli effetti di laboratorio. Cioè in natura non incontreremo mai un ratto Holzman o un ratto Wister, vengono fatti apposta, costruiti apposta, perché quando si fa un esperimento si cerca in tutti i modi di avere un risultato, un effetto, tanto per essere sicuri di non sbagliare. Dopo di che il postulato, l’assioma della stima di rischio, dice: l’uomo lo consideriamo come il ratto Wister, come il ratto Holzman, è sensibile come lui. Sappiamo che non è vero e siamo certi che non sia vero, ma non importa, è meglio andare cauti. Ecco la differenza che c’è, adesso lo vedremo, tra la scienza che invece fa delle osservazioni, degli esperimenti sul mondo reale, e la tecnica regolatoria, che invece non è fatta sul mondo reale, è fatta su altro. Sappiamo che ex falso quodlibet, cioè dal postulato falso si possono trarre tutte le pensabili e possibili conseguenze. Che cosa vuol dire? Vuol dire che, partendo da questi postulati, a seconda del software che si impiega, si può arrivare ad un risultato finale qualsiasi; si può arrivare a plurimi risultati finali, diversi fra loro anche ordini di grandezza. Pensate che il primo Presidente dell’EPA, l’EPA è stata fondata nei primi Anni Settanta, scherzosamente diceva che le stime di rischio assomigliano alle tecniche di tortura che si usano con i prigionieri di guerra: a seconda del tipo di tortura, si fa dire al prigioniero quello che si vuole. A seconda del software che si usa e del tipo di assioma e di postulati da cui si parte, si possono trarre tutte le conclusioni che si vuole. Questo sistema è, nel senso letterale del termine, un mondo immaginario, ma è un mondo immaginario che si vuole lontano dal mondo reale, proprio perché è un mondo immaginario costruito pragmaticamente in vista di uno scopo, che è la normativa regolatoria che deve essere precauzionale, per mille ragioni. Nel costruire un mondo immaginario non c’è assolutamente nulla di male, proprio nulla, per esempio le geometrie non euclidee sono dei mondi immaginari, cioè le geometrie che non muovono dai postulati di Euclide, ma da diversi postulati, che si sa non essere veri, sono immaginari. Ora, da una premessa falsa si possono trarre, con le regole della deduzione, delle conseguenze corrette, ma non delle conseguenze vere, perché dal falso il vero non viene. Ripeto, non c’è niente di male in tutto questo, purché si sappia che si sta costruendo un mondo immaginario orientato alla prevenzione e non si faccia invece la deliberata confusione tra questo mondo immaginario e il mondo reale, perché quando l’EPA risponde: noi non facciamo previsioni di rischio reale, sta dicendo: noi non siamo degli scienziati, noi non osserviamo il mondo; quello che gli scienziati ci dicono del mondo, noi lo dobbiamo prendere, lo dobbiamo mettere in un computer attraverso un software particolare per poter produrre dei numeri finali che servono per la regola di precauzione, ma non pensate mai che quello che facciamo noi abbia a che fare con il mondo reale. L’EPA e queste stime di rischio stanno vivendo un momento di grave difficoltà anche negli Stati Uniti, perché, qual è il problema? Il problema è quanta distanza ci deve essere tra il mondo immaginario pragmaticamente orientato alla precauzione e il mondo reale, perché? Perché tanto più alta è la distanza, tanto più precauzionali sono le regole, tanto maggiori sono i costi per la collettività per prevenire quei rischi e quindi ci sono dei problemi politici di corretta distribuzione ed allocazione delle risorse. Poi vedremo alcuni cenni sul principio di precauzione, perché è chiaro che stiamo parlando di un mondo che è tutto fondato sul principio di precauzione e il principio di precauzione non è nella realtà. La realtà non è precauzionale, la realtà è quello che è. Dopo si può decidere di mettere nella realtà un tanto, un più o un più ancora di precauzione, a seconda dei fini e degli scopi che ci si stia proponendo. Ma tutto questo non ha a che fare con il rischio reale, che pure può essere costruito attraverso l’esame della conoscenza oggettiva. Vediamo ancora cosa dicono EPA, l’EPA e l’FDA, cioè questo documento è stato fatto insieme dall’Ente per la Protezione Ambientale e dalla Food and Drug Administration americana, perché l’uomo comune fa domande ovvie, cioè vuole sapere. Chiede, e questa non è una domanda di poco conto, se sia stato determinato quale livello di esposizione a diossina attraverso la dieta causi effetti avversi alla salute e la risposta dell’EPA e dell’FDA è: no, non lo sappiamo. L’unica cosa che sappiamo della diossina la sappiamo da alcuni incidenti che hanno esposto le persone ad alti livelli, ma da esposizione tipica attraverso dieta no, non l’abbiamo, come facciamo a dirlo?". Il TDI, perché torniamo al nostro oggetto virtuale, è un oggetto matematico, è stato costruito con una metodica che se è possibile è ancora meno formalizzata ed ingegneristica di quanto non sia la stima di rischio fatta dall’EPA, perché? Lo dice ancora l’SCF, cioè l’ente che ha partorito i numeri usati da Zapponi nella memoria, lo dice chiaramente: "Il Comitato enfatizza che non ha compiuto una valutazione quantitativa del rischio per la salute quando ha fatto il TDI", neanche questo ha fatto. Ma perché? Perché "i dati disponibili sulla base di esperimenti condotti su animali ad alte dosi o studi di esposizioni occupazionali o accidentali, non possono essere estrapolate quantitativamente con nessun grado di confidenza in basso verso i valori corrispondenti alle esposizioni di background della popolazione generale". Prima vi avevo detto che il primo postulato del sistema assiomatico della valutazione del rischio è: gli uomini sono come gli animali più sensibili. Il secondo postulato è che quel che io ho visto sperimentalmente ad alte o altissime dosi, lo debbo vedere anche a basse dosi, secondo un principio che è raffigurato da una linea retta. Questa si chiama l’estrapolazione: dalle alte dosi alle basse dosi. Se alle alte dosi ho un rischio cento, traccio una linea retta, che non ha nulla a che vedere con gli esperimenti, e dico quanto dovrebbe essere il rischio a livello 1. L’organismo europeo, a proposito delle diossine, ha detto che non se l’è neanche sentita di farla questa estrapolazione, cioè non poteva neanche farlo tanto era inaffidabile, quindi in qualche modo ha detto: non riesco neanche a stare all’interno di questa stima, ma perché lo ha fatto? Perché l’EPA, dopo aver fatto quelle stime sulla diossina, è stata oggetto di così tanti attacchi e così tante critiche che ha dovuto in qualche modo perdere la faccia attraverso quelle domande e quelle risposte, ha dovuto rimangiarsi buona parte delle cose che aveva detto e scritto. Fortunatamente l’Ente europeo ha detto: io non voglio farla quella figura, non voglio farla, non la uso neanche questa roba; vi do una raccomandazione alimentare, sì, certo, e vi dico come l’ho fatto, con i ratti Wislet, con i ratti Holzman, ma state attenti che non ha niente a che vedere tutto ciò con la valutazione dei rischi e con i pericoli per la salute, niente. È utile dire che questo del marzo 2001 è un parere che era stato proprio chiesto dalla Commissione della CEE, cioè la stessa Commissione che pochi mesi dopo ha fatto il regolamento, cioè ha fatto il regolamento che ha detto: 4 picogrammi è il limite di concentrazione massimo ammissibile nelle vongole. Che l’accusa parli sempre del parere, dell’Opinion del 2001, del marzo 2001 e mai del regolamento finale, è facilmente comprensibile. Sia le stime di rischio che questo fantomatico TDI vivono, è chiaro, in un mondo virtuale, costruito sulla base di postulati che non corrispondono alla natura. C’è molta differenza tra l’EPA e la IARC, perché l’EPA fa stime di rischio, la IARC no; la IARC si limita a valutare le sostanze, non si avventura in quelle stime. Vi ho già detto ieri che la IARC ha valutato le diossine in una monografia e ha stabilito che l’unica diossina cancerogena per l’uomo, e ha preso una decisione a maggioranza, vuol dire che c’è stata una equipe di ricercatori che hanno votato, i più hanno votato per il sì e i meno hanno votato per il no. Ecco, che la verità stia dalla parte della maggioranza piuttosto che dalla parte della minoranza, non me la sentirei di dirlo. È chiaro che se si fosse scelta un’equipe di ricercatori diversi, avremmo avuto un voto diverso, è ovvio, ma l’unica diossina cancerogena per l’uomo è la TCDD, la 2378 TCDD, la tetraclorodibenzodiossina. In tutto il mondo questa valutazione IARC è oggetto di pesantissime critiche. Pensate che la stessa Iarc, rispetto alla sola TCDD, ha detto: è cancerogena per l’uomo ma con un’evidenza limitata per gli esseri umani, cioè l’evidenza per gli esseri umani della cancerogenicità della diossina è limitata, c’è invece un bel po’ di evidenza sugli animali da esperimento e quindi alla fine hanno detto: mettiamola al Gruppo 1. Ma a noi non interessa la TCDD, perché mai, mai negli scarichi del Petrolchimico è stata trovata la TCDD, non c’è mai. Negli scarichi del Petrolchimico ci sono altri, altri parenti. Voi sapete che le diossine sono una grande famiglia: ci sono le diossine, ci sono i furani, poi ci sono dei parenti un po’ più lontani, che sono i PCB dioxin like, dei parenti ancora più lontani che sono i PCB non dioxin like. È una grande famiglia di sostanze, ma ciascuna di queste sostanze è diversa dalle altre. L’octafurano è lui e lui è diverso da tutti gli altri, rivendica la sua identità e ha ragione, non è la TCDD. Anche nei molluschi, io credo che nelle vongole a me non risulta che sia stata trovata la TCDD, credo nella grande parte dei campioni che sono agli atti non ve n’è; se anche ve ne fosse traccia, direi che sarebbe una prova in più della difficoltà di ascrivere, dell’impossibilità di ascrivere la contaminazione al Petrolchimico, perché negli scarichi del Petrolchimico non ce n’è, mentre nei fanghi rossi sì; nei fanghi rossi, dalle analisi che vi ho fatto vedere stamattina, se ne trova di TCDD. Poca roba, poche tracce. Già ieri si era passato di sedimenti secondo le leggi olandesi e secondo le leggi norvegesi e si vedeva che la classificazione era fatta solo della TCDD, perché gli esperti seri dicono: preoccupiamoci soltanto della TCDDF, del resto... La Iarc ha analizzato le altre diossine e anche i furani e anche gli octafurani e ha concluso dicendo che tutte queste sostanze non sono neanche classificabili per gli effetti cancerogeni, non lo sono; sono il Gruppo 3, di serie C, e noi parliamo di questo. Queste sono le classificazioni per tutti i congeneri delle diossine. L’assenza di cancerogenicità, per l’evidenza della diossina, l’evidenza sufficiente soltanto per la 2, 3, 7, 8, per gli animali da esperimento, ma comunque è limitata per gli esseri umani e questa è ancora la TCDD. Qui vedete poi, vi darò le pagine della IARC da cui risultano queste cose. Questi sono i nostri, i nostri amici, sono i dibenzofurani, Gruppo 3, sono tutti in Gruppo 3. Non vi è evidenza adeguata, non vi è evidenza adeguata, limitata evidenza per quella roba lì e soltanto in animali da esperimento, solo animali da esperimento. Per cercare di chiudere il cerchio su questa parte, vorrei dire qualcosa sul principio di precauzione, visto che il suo fantasma è stato evocato. Parlare di principio di precauzione è alla moda, è politicamente corretto in questi tempi. Uno dice "principio di precauzione" e già si mette dalla parte dei giusti e dei buoni e pensa di aver chiuso il conto, di non doversi più preoccupare di nulla. Io sono dalla parte della precauzione, sono buono, gli altri sono i cattivi. Il principio di precauzione in sostanza consiste in un’inversione dell’onere della prova, cioè non sono io a dover provare che tu si cattivo, che tu sei colpevole, sei tu che devi provare di essere innocente, o meglio che la sostanza di cui parli sia innocente, sia esente da effetti. Il più bravo logico contemporaneo, ha scritto un libro che è oggi nelle librerie, ricorda che la presunzione di non colpevolezza nei nostri ordinamenti, oltre che su un piano etico di civiltà giuridica, affonda le sue radici proprio nella logica, e ovviamente l’esempio che ho scelto è puramente casuale, perché mentre sappiamo che è logicamente possibile dare la prova che ad esempio Zapponi è colpevole per esempio di calunnia, non è logicamente possibile dare la prova positiva che Zapponi è innocente, non c’è modo. Lo stesso vale per le sostanze, ma lo sappiamo noi. Qualche settimana fa sono andato a fare un check-up in un laboratorio dei più importanti di Milano, ma sarei uno stupido se io pensassi che l’esito favorevole del check-up abbia dato la prova che io sono sano. Niente affatto, non è possibile dare la prova che io sono sano, mentre è possibile eventualmente dare la prova che ho qualche malattia. Il principio di precauzione è un animale strano, va gestito con intelligenza, non si può solo parlarne. Esistono decine di definizioni di "principio di precauzione", decine, quindi chi parla di principio di precauzione dovrebbe almeno avere l’onere intellettuale di dire a quale definizione si sta appellando. È chiaro che stiamo parlando di un criterio politico di gestione e di allocazione delle risorse per la più efficiente tutela della sicurezza di tutti: politico, come tale opinabile. Vi possono essere tanti criteri politici quante sono le teste che sono chiamate a decidere, a ragionare. Facciamo un esempio a caso. Su un volumetto, su un allegato di Diario, che non è proprio una rivista di estrazione politica particolarmente amica delle industrie, uno studioso veneziano ha scritto che a Porto Marghera si sta per aprire "la lucrosa stagione delle bonifiche ambientali". Lucrosa, è vero. Però facciamo un’ipotesi, perché questo è il terreno del principio di precauzione, supponiamo che questa lucrosa stagione si fondi su un’analisi del rischio fatta male, cioè su una consapevole o non consapevole sopravvalutazione del rischio. Ricordiamo che le vongole sono edibili, tre volte meno dei limiti di legge, e quindi su un eccesso di precauzione, perché c’è anche l’eccesso di precauzione, che ha conseguenze paradossali, cioè si risolve in una riduzione della tutela, della prevenzione, perché se io eccedo in precauzione destino troppe risorse per uno scopo e sottraggo risorse ad altri impieghi; se io eccedo in precauzione, pago troppo per avere troppi beni benefici, laddove invece potrei spendere meglio i miei soldi, perché quel surplus di risorse che io ho indirizzato male le distrarrò automaticamente da altri impieghi verosimilmente molto più cruciali, molto più importanti per la società, che quindi vengono sguarniti di protezione. Ecco cosa scrive questo Mario Coglitore, a proposito del Leviatano di Marghera: "È cominciata laggiù a Marghera la prolifica stagione delle riconversioni delle bonifiche ambientali, da quando ci si è accorti che anche cavalcare le ragioni dell’ecologia può diventare occasione di notevoli guadagni". È vero. Vi chiedo cinque minuti di intervallo, per favore.

 

PRESIDENTE – Va bene, dieci minuti.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA ALLE ORE 12.05.

L’UDIENZA RIPRENDE ALLE ORE 12.15.

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Prometto di dare una brusca accelerata, perché altrimenti i tempi non riusciremmo a rispettarli. Si è detto prima che secondo l’accusa, per quello che è scritto nella memoria, la media della concentrazione di diossina nelle vongole sarebbe di 1,47, poi i numeri vengono aumentati a seconda che si aggiungano o meno i PCB etc. Ora, c’è qualcosa di strano. Forse non vi sarete accorti o forse sì, che Zapponi non fa la media su tutti i campioni di vongole presenti nel processo; no, non c’è nessuna ragione, non dà alcuna motivazione. Lui sceglie nove campioni, o meglio fa scomparire nove campioni e fa la media solo su sette dei sedici che ci sono agli atti. Perché? Va bene, le ragioni le vedremo rapidamente. C’è da chiedersi perché non abbia usato gli altri nove. Fra i campioni di vongole che non ha usato per fare la media, ci sono anche le analisi commissionate dal Tribunale al dottor Muller di Berlino; cioè non ci sono, lui quei campioni li ha presi e li ha buttati via, non li ha considerati nella media e non ci ha spiegato perché, perché non ci siano. Ma forse perché quei numeri di Muller, e stiamo parlando dell’unica indagine del processo fatta nel contraddittorio di tutte le Parti, etc., che sono espressi i fattori di tossicità equivalente, quelli dell’OMS, che sono esclusivi anche dei PCB dioxin like, sono troppo bassi, non c’è altra ragione, li ha eliminati. Poi, forse non voleva fare un torto a nessuno, ha deciso di eliminare anche i numeri di Raccanelli, quelli per i quali il Tribunale aveva dato incarico a Muller di vederci chiaro. Il punto è che i numeri di Raccanelli erano incredibili per tante cose, o meglio per tutti i parametri, ma non così incredibili per le diossine, forse perché il laboratorio di Raccanelli è specializzato in analisi su diossine e quindi il rischio dello smascheramento sulle diossine era alto e ci perdeva di credibilità il laboratorio stesso. Sta di fatto... quindi era meglio stupire il mondo con le analisi straordinarie sui metalli e sulle altre cose, si potrà sempre dire: si è fatto un errore, ma sulle diossine era peggio. Quindi, tolti dal mercato, o meglio tolti dal processo Muller e Raccanelli, restano solo sette campioni; con quei sette si fa la media e si arriva a 1,47. È evidente che una media la si fa usando tutti i campioni, non solo alcuni. E poi, soprattutto, perché eliminare Muller? È un’analisi chiesta dal Tribunale, fatta con il rispetto del contraddittorio, i prelievi erano stati fatti nella presenza di tutte le Parti; non si erano cercate le supervongole, quelle che non si trovano mai, per sperare di avere un pochino più di diossina, no. La cosa buffa poi è che Zapponi è andato ad eliminare tutti i campioni di vongola in cui le diossine erano espresse in OMS-TEQ, cioè inclusive anche dei PCB dioxin like. Ora, se avesse considerato tutt’e sedici i campioni, la sua media finiva con lo scendere sotto l’un picogrammo e forse continuare a tenere in piedi un’accusa sotto l’un picogrammo non gli è parso troppo conveniente. Si trovò poi in un bel problema, perché Zapponi vuole calcolare il rischio alimentare anche con i PCB dioxin like, ma siccome i suoi sette campioni non contengono analisi sui PCB, deve inventarsi i PCB e fa qualcosa di straordinario. Perché, che cosa fa? Deve calcolare il rischio alimentare da PCB dioxin like sulla base di campioni nei quali i PCB non sono stati neanche analizzati. Allora cosa fa? Prende le analisi di Muller, vede qual è il rapporto tra diossine e PCB dioxin like nelle analisi di Muller, lo prende tal quale e lo applica ai campioni, ai sette campioni che considera lui. È una cosa pressoché ridicola, perché è evidente che la concentrazione di PCB in ciascun campione varia da campione a campione, non è che si può prendere la quantità di PCB che c’è nei campioni analizzati da Muller, quando non si è considerata l’analisi di Muller, si prende il rapporto e si aumenta il valore dei campioni di vongole per i quali i PCB non sono stati analizzati. È un procedimento incredibile, assolutamente incredibile, anche perché poi uno si chiede: ma perché allora non ha usato per intero le analisi di Muller? Se le considera affidabili per quanto riguarda il rapporto tra PCB e diossine, perché non le considera tutte? Ma erano troppe basse, avrebbero portato la media a scendere troppo: 1,47 è un numero che non è la media della diossina contenuta nelle vongole del Canale Sud, la media è molto più bassa. Qualche cenno sulle cozze, perché Zapponi nelle sue presunte analisi di rischio alimentare parla anche delle cozze. Dovete sapere che quando il Tribunale diede alle Parti l’incarico di gestire il campionamento e l’analisi dei molluschi da prelevare nel Canale Sud per verificare l’attendibilità dei risultati di Raccanelli, c’erano tutti, c’era anche Raccanelli, c’erano gli esperti della difesa etc. Il Tribunale ha detto: prendete quello che trovate, trovate cozze, vongole, trovate qualsiasi cosa, prendete e analizziamo. Le operazioni durarono ore e ore, furono fatti ovviamente degli sforzi, non si trovò neanche una cozza. Di cozze nel Canale Sud non ne crescono molte, probabilmente non trovano un habitat così favorevole come invece le vongole. D’altra parte noi sappiamo che nei sequestri ai vongolari di cui si è parlato tanto, si sequestrano sempre vongole, si chiamano vongolari infatti, non si sequestrano cozze, le cozze non si trovano. Quindi, se si vuole fare uno scenario reale di consumo, di esposizione alimentare alla diossina e si parla soltanto della diossina dei canali industriali, è corretto parlare di vongole e non anche di cozze, perché non ci sono e non vengono pescate, e se non vengono pescate non vengono immesse sul mercato e tanto vale quindi non parlarne. La media vera, se si considerano tutti i campioni e quindi si fa una media vera, lasciando le cozze dove non stanno, perché le cozze non è che i veneziani non le mangino, ma le prendono da altre parti, mica devono crescere lì. Se si considerano tutt’e due, Raccanelli e Muller, siamo a poco più di un picogrammo; se invece consideriamo solo i campioni di vongole analizzati con la corretta unità di misura, cioè l’OMS-TEQ, cioè con i PCB dioxin like, quindi facciamo un favore all’accusa, siamo sotto l’un picogrammo, sempre considerando solo Raccanelli e Muller, cioè siamo a 0,79 picogrammi di peso fresco edibile, considerando soltanto Raccanelli e Muller, cioè gli unici campioni per i quali abbiamo un’unità di misura raffrontabile con quella regolamentare, con quella del regolamento CEE, che è espressa in OMS–TEQ con PCB dioxin like. Se invece volessimo, e non sarebbe certo uno scandalo, usare solo i dati di Berlino, cioè gli unici per i quali è stato rispettato il contraddittorio, siamo addirittura sotto lo 0,50. Siamo a 0,48 picogrammi, da raffrontare con i 4, con i 4 del limite del regolamento europeo. È chiaro che ha fatto un gioco di prestigio Zapponi: voleva andare più in alto che poteva, allora ha tolto un po’ di campioni, ha voluto comunque aggiungere i PCB dioxin like dove non erano stati analizzati, è arrivato a 1,47, poi si è arrampicato fino a 1,79, più su che poteva; resta sempre sotto la metà del limite europeo. Queste sono cose che a questo punto non tratto più, perché ne ho già trattato. È chiaro, il dottor Bruni nella sua memoria ha scritto una pagina che non si può accettare alla stregua dei canoni di logica elementare, in cui ha cercato di sostenere che i limiti del regolamento sarebbero limiti inammissibilmente elevati. È vero, e cosa c’entra? È una tautologia, è un limite, è un limite inammissibilmente elevato. Poi vedremo però con quale precisazioni si deve fare, non c’è modo di maltrattare la logica fino al punto di poter sostenere che un mollusco edibile, cioè sotto i limiti di concentrazione, possa anche essere avvelenato, non esiste modo. Queste vongole sono edibili o sono avvelenate, tertium non datur, questo è il secondo principio della logica occidentale dopo il principio di non contraddizione. Altrimenti, pensate un po’, se ci fosse davvero qualche dubbio, sarebbe un bel problema per quei funzionari A.S.L., delle A.S.L., non dei giudici, non dei giudici penali, che devono fare questi controlli, che devono capire se una vongola può essere o non può essere immessa sul mercato. Come fanno? Hanno l’unico limite e il tetto è 4: se è sotto i 4 può andare sul mercato, se è sopra i 4 no, ma non posso stare lì a disquisire se il limite è inammissibilmente elevato o è ammissibilmente elevato o è ammissibilmente inammissibile o inammissibilmente ammissibile, perché poi si arriva a questo. Ci sono altre fonti europee che proprio in questo periodo stanno regolamentando anche la raccolta dei campioni, l’analisi dei campioni, proprio ai fini di quel controllo che deve essere fatto dal funzionario della A.S.L., che deve stabilire se siamo o non siamo sopra i 4, e basta. Tutti pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Ovviamente, all’esito di queste procedure, il funzionario deve decidere, ma non solo per i pesci e molluschi, ma deve decidere anche per la lattuga, il latte, l’uova di gallina, la carne, perché il regolamento 2375 del 2001 stabilisce dei limiti di diossina per tutti questi alimenti, mica solo per le vongole. Ecco perché il discorso è assurdo per il TDI, perché allora va applicato tal quale per la lattuga. Perché solo per le vongole del Canale Sud? Per il latte. Se siamo sotto, è affare di chi mangia se ne mangia di più. In questo volumetto di cui abbiamo parlato ieri, "La laguna ferita", in effetti c’è un capitolo in cui un funzionario della A.S.L. veneziano ha dovuto riconoscere che... ha dovuto riconoscere, per fortuna, cioè dovremmo tirare tutti un sospiro di sollievo: tutti i campioni di pesce e molluschi prelevati in laguna sono edibili per legge, lo hanno scritto loro. Eccolo qui: "Si noti come le diossine non superano mai i livelli di guardia – adesso vedremo cosa intende per livello di guardia l’autore – e di conseguenza non raggiunge mai 4, per cui sono tutti commercializzabili, edibili". Lo dicono loro. Ovviamente Raccanelli o non ha letto il suo libro, perché in questo libro si parla del regolamento 2375, oppure se ne è dimenticato quando faceva il consulente nel processo ai vongolari, perché ovviamente di quel regolamento non ha voluto parlare. Vediamo un attimo questo regolamento, il 2375, perché è interessante anche capire anche per questo limite di 4 quale sia il suo vero significato. In quel regolamento è scritto non chiarezza che se venisse applicato rigorosamente il limite di 4, che è scritto, si dovrebbe mettere al bando quasi tutto il pesce pescato nel Mar Baltico. Stiamo parlando di Svezia e di Finlandia, svedesi e finlandesi sono popolazioni evolute almeno quanto noi, per le quali la Comunità Europea credo che abbia le stesse attenzioni che ha verso le popolazioni veneziane o italiane in genere, e qual è allora il problema? Che tutto o quasi il pesce di quel male eccede il limite di 4, per cui i funzionari della A.S.L. di quei Paesi – non si chiamerà A.S.L., avrà un altro nome – dovrebbero prendere tutto il pesce, tutti i molluschi, le vongole, etc. e buttarli al macero o comunque non immetterle nel mercato. D’altra parte, se stessimo parlando di un pericolo per la salute, non ci sarebbero santi, cioè questa dovrebbe essere la conseguenza. Il pesce supera il limite? Fuori, mangiate altro, mangiate carne, mangiate lattuga, qualcos’altro. E la Commissione in effetti ha pensato alla salute degli svedesi e dei finlandesi e ha detto: se noi escludessimo il pesce che supera i 4 dal regime alimentare di queste popolazioni, questo avrebbe un impatto negativo sulla salute in Svezia e in Finlandia, cioè se non facciamo mangiare più pesce agli svedesi e ai finlandesi, anche se è un pesce contaminato sopra i 4, questo avrebbe un impatto negativo sulla salute degli svedesi e dei finlandesi. Quindi il non consumo di pesce, contaminato da diossina sopra i 4, potrebbe avere un impatto negativo. Lo dice, ecco, l’Art. 1 del regolamento 2375/02: "In deroga al paragrafo 1, la Svezia e la Finlandia sono autorizzate ad immettere sul mercato pesce proveniente dalla regione baltica, destinato al consumo nel loro territorio, con livelli di diossina superiori a quelli stabiliti al punto 5.2", cioè sopra i 4. Badate che non è neanche fissato un limite realmente invalicabile, non si dice "purché non ecceda nei 10, 15, 20 o 30". Non c’è, possono mangiarlo. Le nostre vongole sono tre volte sotto il limite di 4. Questo è il grande l’argomento, l’argomento dell’accusa. Non resta più niente, no?

 

RELATORE – Dott. Lucisano – Avvocato, queste sono pari, pari, le cose che aveva già detto nel replicare alle richieste istruttorie, si ricorda?

 

DIFESA – Avv. Santa Maria – Sì, ha ragione, brevissime parole. Questo è l’argomento di Sant’Erasmo, ne ho già parlato ieri e voi avete compreso in cosa consista, si dice che... si dice, perché si constata, che le vongole del Canale Sud sono più contaminate delle vongole di Sant’Erasmo e si crede di poter trarre da questa constatazione qualche argomentazione a favore di una tesi sul pericolo. Anche qui è veramente imbarazzante dover sostenere che la pericolosità o meno di un alimento non può dipendere dal confronto tra la concentrazione che si trova nell’alimento del Canale Sud e la concentrazione che si trova a Sant’Erasmo. La pericolosità dipende dagli studi tossicologici, dipende in sé e per sé da quell’alimento. È ridicolo dover trarre dall’essere, cioè da un confronto, da una concentrazione, un dover essere. È un argomento fallace dal punto di vista logico e quindi è abbastanza assurdo che il Pubblico Ministero e il Procuratore Generale scriva nella memoria che noi stiamo decidendo della pericolosità o meno del pescato lagunare e quindi facciamo il confronto con Sant’Erasmo. Il "quindi", il "quindi" imbarazza, perché è vero proprio il contrario, che si tratta di un non sequitur palese, perché la pericolosità non può dipendere dalla concentrazione che trovo altrove, né in un senso né nell’altro. Come io non posso dire che le vongole del Canale Sud non sono pericolose perché in Finlandia c’è una concentrazione più alta, ovviamente, così non posso dire che sono pericolose perché a Sant’Erasmo c’è una concentrazione più bassa. In entrambi i casi il ragionamento è illogico. D’altra parte ritorna l’argomento di Sant’Erasmo, che non ha alcun significato. Sarà pur vero che il Canale Sud è più contaminato, l’abbiamo visto perché, perché ci sono tutti i fanghi rossi, perché ci sono tutte le immissioni di rifiuti che provengono dalla prima zona industriale; rispetto a Sant’Erasmo forse questo è il prezzo ambientale, diciamo, il prezzo che la Laguna di Venezia ha pagato a decenni di industrializzazione, pianificata, programmata, realizzata dallo Stato. Ora lo Stato viene a riscuotere questo prezzo chiedendo il conto a Pisani e questo è francamente ridicolo. Ma anche qui c’è anche di più, un argomento tratto dalle norme ancora una volta, il livello di azione. C’è nelle norme, c’è nel regolamento 2375 del 2001. A pagina 48 della memoria, il Procuratore Generale cerca di fondare di legittimità dell’argomento di Sant’Erasmo sulla base del paragrafo 11 del regolamento 2375/2001. È il solito buco nell’acqua, questo è il passo della memoria, si parla del livello di azione. Nel paragrafo 11 si dice che le valutazioni, si parla effettivamente di raffronti fra i livelli di contaminazione del prodotto alimentare e i livelli di fondo, ma si parla del livello di azione, cioè si dice: "Questi raffronti hanno un senso quando le concentrazioni di diossina trovate superano un livello di azione". Ora, l’accusa non vi ha detto che il livello di azione è stato normato anch’esso, che cioè esiste... ecco, questa è la frase: "Il livello di azione costituisce uno strumento", questa è una frase tratta pari, pari, dal paragrafo 11 del regolamento 2375/2001, ma prestate attenzione a quel concetto: il livello di azione è uno strumento che consente. Come dire: quando sono sotto i 4, ma raggiungono un certo livello di azione e questo livello di azione supera il livello di fondo, devo mettere in atto una serie di cautele, devo andare a capire – più che altro è scritto – che cosa succede, per capire quali sono le fonti di contaminazione, tutto qui. Ma quant’è il livello di azione? Qualche mese dopo il regolamento 2375/2001, sempre la Commissione CEE ha individuato con una raccomandazione del 4 marzo 2001 proprio il livello di azione e l’ha individuato in 3 picogrammi OMS-TEQ. Questo è il livello di azione. Quindi quando si arriva a 3 picogrammi allora magari ci si può chiedere se stiamo superando o no il livello di fondo e perché, quali sono le cause, etc. Ma se non arriviamo neanche a 3 e malgrado l’errore o il trucco o il gioco di prestigio di Zapponi a 3 non ci arriviamo, perché ci fermiamo a 1,47, cioè non siamo neanche alla metà del livello di azione, dice la Commissione Europea: ma non perdiamo tempo in chiacchiere, che senso ha fare un raffronto con il livello ambientale di fondo? Siamo così bassi, perché siamo sotto la metà del livello di azione, che è perder tempo disquisire su qualche decimale di milionesimo di milionesimo di grammo. Quindi è il paragrafo 11 del regolamento CEE che invece che giustificare Sant’Erasmo ne sancisce l’assoluta irrilevanza, l’irrilevanza normativa, l’inutilità normativa, perché sotto i 3 non si deve fare nulla, perché nulla vale la pena di fare, perché siamo su livelli ormai che sono già prossimi al livello di fondo. Attenzione, l’accusa poi parla spesso delle popolazioni più deboli, delle fasce da proteggere, parla dei bambini, dei lattanti. Ebbene, il regolamento 466 del 2001 che è il regolamento generale, cioè il 2375 ha integrato per le diossine il regolamento 466, che è il regolamento base, la norma base sui limiti di concentrazione dei contaminanti negli alimenti. Il 466 comma 2 dell’Art. 2 di questo regolamento, che è norma generale e quindi si applica anche alle diossine, dice chiaramente che i livelli massimi indicati dall’allegato 1 "si applicano anche ai prodotti alimentari destinati ai lattanti e ai bambini". Lo scrive la norma, è scritto così. Vado rapidamente verso la fine, sono alla parte relativa ai consumi a questo punto, cioè alla parte misteriosa di memoria del dottor Bruni in cui si cerca di parlare dei consumi e si entra in un terreno che è pressoché inesplorabile. Torniamo per un attimo al dialogo immaginario, quello dell’EPA. C’è un capitolo che è proprio dedicato alle domande e alle risposte sulla sicurezza alimentare. È sempre l’uomo comune che chiede all’EPA e dice: "Ma devo smettere di mangiare cibi particolari a causa delle diossine?" e l’EPA risponda: "No, noi non raccomandiamo mai di evitare particolari cibi a causa delle diossine". "Dovrei smettere di mangiare?", "No". È la stessa cosa che dice il regolamento europeo quando consente a svedesi e finlandesi di continuare a mangiare pesci e molluschi anche sopra i limiti di concentrazione massimi. Siamo sullo stesso piano. Ma di quale emergenza alimentare stiamo parlando, di che cosa stiamo parlando? Cosa ci dice Zapponi? Ci dice che quelle vongole, che sono edibili per legge, possono fare male alla salute se vengono assunte oltre certi livelli di quantità e ha ragione, non si può discutere: mangiare troppo e troppe volte lo stesso alimento fa male alla salute, lo dice anche il Ministero della Salute, quindi l’argomento è a dir poco banale. Ma Zapponi dà letteralmente il meglio di sé quando comincia a parlare delle statistiche di consumo delle vongole, perché l’accusa si gioca veramente tutto sul tavolo dell’indigestione di massa continuata per trent’anni di vongole edibili; si gioca tutto, ma con quali risultati? Sapete che a pagina 50 il dottor Bruni dice: se voglio avere dati corretti devo fare riferimento alle stime dell’istituto nazionale per gli alimenti e la nutrizione, l’INCA, non si capisce perché. Voi sapete benissimo che c’è agli atti del processo un documento che è intitolato: "Il sistema ittico: produzioni lagunare e abitudini di consumo delle famiglie veneziane". L’abbiamo fatto noi questo documento? No, è di fonte insospettabile, mi fa piacere che ci sia l’avvocato del Comune oggi, perché il documento viene proprio dal Comune, dal Comune di Venezia, dal Coses. Quindi se quel documento non era fatto male, vuol dire che i soldi dei veneziani sono stati mal spesi, vuol dire che il Comune ha finanziato una cattiva ricerca. Ma il Comune non ci ha mai detto in questa sede che quella ricerca non è credibile, eppure per Zapponi non lo è, ma figurarsi; deve usare le stime nazionali per decidere il consumo dei veneziani, quando c’è un documento agli atti sul consumo dei veneziani e proprio non le si vogliono usare queste stime del Coses, danno fastidio, ma le ha fatte il Comune. Ora sapete che di questo documenti agli atti del processo non c’è traccia e non poteva neanche esserci, è stato fatto dopo, è stato pubblicato dopo la fine del processo. Noi abbiamo cercato il documento, sebbene non sia agli atti del processo. Avete capito anche voi molto bene che: uno, mai il Pubblico Ministero ha chiesto, neppure quando ha fatto l’elenco dei documenti di cui chiedeva l’acquisizione chiedendovi la rinnovazione al dibattimento, non ha mai chiesto di acquisire questo documento misterioso, che pure sarebbe tanto importante da fondare decine di pagine dei motivi d’appello della memoria poi in dibattimento, eppure non si è chiesto neanche di averlo, di poterne disporre di questo documento, perché mai? Dopo di che voi leggete la memoria del dottor Bruni e vi rendete conto che neppure viene indicato in bibliografia, cioè neppure si dice come fare ad andare a cercarlo. Ma perché? Sembra quasi che non vogliano neanche che si vada a prenderlo questo documento. Ma hanno ragione, lo capisco. È un articolo pubblicato su questa rivista, a firma Turrini ed altri e ha questo titolo, studio 1994 – 1996. Esiste, per fortuna, anche se come vedremo non esistono in quell’articolo i numeri che vengono dati nella memoria del dottor Bruni, non ci sono e allora bisogna confrontare quello che è scritto a pagina 50 con quanto risulta dalla Tabella 3 di questo studio. Si riesce a seguire Zapponi fino ad un certo punto, cioè noi sappiamo da lui che gli italiani consumano in media – gli italiani, i veneziani no, è diverso – 31,8 grammi di pesce al giorno e poi, quando poi vi darò la memoria, vi consentirò questo raffronto, perché poi i dati invece che Zapponi indica per molluschi e per vongole nello studio originario dell’INCA non ci sono proprio, sono numeri che non esistono. Potrete prendere questo articolo, girarlo in lungo e in largo, leggerlo sopra e sotto, quei numeri non li troverete mai, quindi per me sono numeri inventati. Ma il meglio comincia proprio qui. Qui vedete i numeri che esistono e invece a destra di quella memoria vedete i numeri che non esistono nel documento dell’INCA, proprio i numeri relativi alle vongole e ai molluschi, quelli non ci sono, quindi ci inerpichiamo su una strada erta, perché il documento non è agli atti, non viene citato, nessuno neanche ha mai voluto tentare di acquisirlo; appena cominciamo a leggerlo, seguiamo Zapponi fino ad un piccolo tratto di strada e poi lo perdiamo, perché dà dei numeri inventati o chissà da dove vengono. Ma sono divertenti questi numeri. Dice lui: gli italiani consumano in media 4,2 grammi di molluschi al giorno e i soli consumatori ne consumerebbero ben 36. Parliamo delle vongole, lui dice: 0,334 è il consumo medio, considerando anche i non consumatori, 15 invece è il consumo dei consumatori veri, quelli che mangiano davvero le vongole. Poi lui fa un passaggio strano, perché dice: ora, per avere i dati più puliti, più chiari, cerchiamo di eliminare la frazione di popolazione che è composta dai consumatori occasionali, sporadici. Siamo noi ovviamente, cioè siamo quelli che mangiano un piatto di spaghetti alle vongole, non so, due volte al mese, due volte ogni due mesi. Dice Zapponi: scompariamo tutti, noi non esistiamo più, facciamo cioè conto che ci siano soltanto i non consumatori da una parte e i consumatori reali o veri dall’altra. Qui ci sono ancora i numeri che ci sono. L’INCA ha escluso soltanto i non consumatori, cioè coloro che non mangiano pesce, quindi questo è il pesce, non sono ancora i molluschi, si dà un dato credibile, cioè il 65% degli italiani mangiano pesce, ovviamente in quel 65% ci devono essere sia i forti consumatori sia i consumatori occasionali. È naturale, cioè è così e così deve essere anche per le vongole. A questo punto, nel ragionare di Zapponi, esplode veramente una variante nuova, che è quella di eliminare i consumatori occasionali o sporadici. Li facciamo fuori, non esistono, quindi vanno costoro ad ingrossare le fila dei non consumatori. È ovvio, da qualche parte devono pur stare, no? E ci autoescludiamo tutti, perché tutti bene o male apparteniamo a quella categoria. Prendiamo il numero di Zapponi, sebbene continuiamo a non sapere da dove li abbia tratti: 0,334 e 15, questi sono i numeri per Zapponi: la media generale inclusiva dei non consumatori è 0,334 e il consumo dei consumatori è 15. Dopo di che, lui dice, ha eliminato i consumatori sporadici e ha sempre quei numeri. Cosa succede? Una cosa straordinaria, un miracolo. Il rapporto tra i due numero, tra 0,334 e 15, è di 1 in rapporto a 45. Cosa vuol dire? Vuol dire che per Zapponi il 15 rappresenta il consumo di una frazione della popolazione italiana che è pari al 2,2%. Il restante 97,8% della popolazione sono i non consumatori, che lui oramai ha arricchito anche dei consumatori sporadici. Vuol dire che abbiamo una situazione un po’ strana dal punto di vista della giustizia distributiva alimentare per le vongole: vuol dire che il 2,2% della popolazione, secondo Zapponi, si mangia tutte le vongole. È una realtà strabiliante. Mentre per il pesce due italiani su tre si mangiano tutto il pesce ed è comprensibile, il terzo magari vive in montagna e di pesce ne mangia poco, per le vongole arriviamo ad una grave situazione di ingiustizia distributiva, perché se quei numeri sono corretti solo una piccola parte di noi, il 2%, riesce a mangiarsi tutte le cozze, tutte le vongole, tutte. Io non conosco le abitudini alimentari del dottor Bruni, ma credo che come me sia un consumatore moderato, occasionale, di vongole. Mi piacerebbe chiedergli lui a quale categoria appartiene: appartiene al 2,2% che si mangia tutte le vongole o al 97,8% che non ne mangia mai? Perché la risposta è imbarazzante. Se lui risponde che sta nel 97,8% allora deve ammettere che lui non crede troppo alla statistica di Zapponi, perché è vero che lui ormai fa parte dei non consumatori; lui crede di mangiare vongole due o tre volte al mese, ma non è vero, perché lui fa parte di quel 2,2% che si mangia tutto. Ecco, si illude di mangiare vongole, ma non è vero. Se invece fa parte del 2,2% forse deve ammettere che Zapponi lo ha preso in giro, perché già solo in questa stanza se ci contiamo di persone che mangiano le vongole ne troviamo più di quel 2,2%. È chiaro che c’è un trucco, è chiaro che anche questa volta c’è un gioco di prestigio ed è chiaro e semplice, perché Zapponi che cosa ha fatto? Ha eliminato dai suoi calcoli i consumatori occasionali o sporadici, ma non ha eliminato il consumo, cioè la quantità, tenendo tutto il consumo, cioè 0,334 e 15, e dicendo di voler togliere i consumatori sporadici, ha imbrogliato, è arrivato a quelle incredibili conseguenze per cui il 2,2% si mangia tutto il piatto. In un libro di statistica recentemente uscita si dice che qualche volta gli statistici usano i loro arnesi del mestiere come gli ubriachi fanno con i lampioni, cioè non per vedere meglio la strada ma per potersi attaccare di qua e di là, per non cadere. È quello che ha fatto Zapponi, escludendo poi ogni possibilità di controllo sulle sue affermazioni, perché non ha prodotto il documento e se lo avesse prodotto avrebbe scoperto che i numeri di cui stiamo parlando neppure ci sono in quel documento. A questo punto io ritengo di non avere nessun motivo di diffidare dell’attendibilità della stima del Comune di Venezia, cioè della stima del Coses. Questa indagine ha detto che i veneziani consumano in media 1,4 grammi al giorno di vongole, un grammo al giorno di cozze, mentre i forti consumatori consumano 11 grammi di vongole e 4 grammi di cozze. Io ci credo, ci credo perché lo dice il Comune. A questo punto della memoria che avete letto, vi sarete resi conto che inizia una disperata fuga per poter arrivare a 2, a 2, cioè a questa fatidica soglia, questo TDI. Letteralmente si sale su una giostra di numeri da cui non si può scendere senza star male, senza avere il mal di testa. Nulla si risparmia e siccome a 2 non ci si arriva mai se si adoperano i dati di consumo dell’indagine del Comune di Venezia, comunque ad un certo punto ci si dice che ci siamo andati vicino, quasi ci arrivavamo al 2. Bello, bella forza, bell’argomento. Anche perché chi l’ha detto che il 2 sia l’altra sponda della pozzanghera in cui nuota l’accusa? Ma se lo stesso Bruni ci ha detto che l’OMS ha stabilito dei limiti di dieta alimentare sicura che vanno da 1 a 4, perché dobbiamo fare tanta fatica per cercare di arrivare a 2 quando l’OMS continua a dire che fino a 4 la dita è sicura e sfido io Zapponi ad inventare altre stime di consumo pur di far mangiare ai veneziani quanto lui vuole che mangino affinché arrivino a 4. Ma questo è uno sforzo che non è stato ancora neanche iniziato e che sarebbe comunque del tutto inutile, perché stiamo comunque sempre parlando di vongole edibili per legge. Io ho finito, depositerò alla Corte la memoria completa con gli allegati e con tutte le slide che ho proiettato. Grazie.

 

PRESIDENTE – È l’una meno cinque, c’è qualcuno che può parlare per un’oretta?

 

DIFESA – Avv. Dominioni – Potrei parlare io, avvocato Dominioni, difensore assieme all’avvocato Alecci del dottor Giorgio Porta.

 

PRESIDENTE – Va bene.

 

DIFESA – Avv. Dominioni – Io mi occuperò, eccellentissima Corte, assieme all’avvocato Alecci con la quale ci siamo divisi gli argomenti, della posizione del dottor Giorgio Porta e me ne occuperò dal punto di vista soggettivo, quindi prescindendo dal fatto e rimettendomi per tutto ciò che riguarda la trattazione del fatto a quanto è stato esposto e verrà esposto dagli altri colleghi di difesa. Cercherò di essere sufficientemente sintetico, anche se confido, fornendo all’eccellentissima Corte tutti gli elementi necessari per valutare la posizione del dottor Porta nelle vicende che sono oggetto di questo processo che poggia essenzialmente su elementi documentali, che quindi ci permetteremo di rassegnare all’eccellentissima Corte guidati da una memoria, il che mi consentirà di riportarmi appunto con una certa ampiezza a questa memoria, senza perdere però di vista alcuni argomenti. Direi che il problema della trattazione delle posizioni soggettive sin dal primo grado è stata una nota dolente di questo processo, perché la pubblica accusa ha ritenuto che si dovesse occupare essenzialmente del fatto per poi ricondurlo nella sua complessità al gruppo o ai gruppi senza distinguere i diversi livelli dei gruppi, le diverse persone che operavano, che hanno operato nel tempo in questi gruppi e le diverse funzioni che queste persone hanno esercitato nel tempo. Prendo rapidamente spunto da un passaggio del signor Procuratore della Repubblica che qui siede in veste di Procuratore Generale, dottor Casson, nella sua discussione e leggo da pagina 23 della trascrizione, dice: "Come Pubblici Ministeri ci interessa chi gestiva reparti incriminati come persona, chi era proprietario dei reparti e dei terreni, chi ha posto in essere certi comportamenti in violazione di legge, chiunque sia". Una frase di questo genere, genericamente presa, potrebbe anche essere accettata in una certa misura. Quello che la inficia e che la rende del tutto inaccettabile è la frase successiva, dove si dice: "Il collegamento del responsabile persona con la società viene dopo, è necessario ma successivo come conseguenza logica e giuridica". A me pare che sia esattamente il contrario: quello che conta è come una persona si sia trovata ad agire in queste vicende per funzioni che gli derivavano dall’appartenere ad una determinata società e che esercitava o perché investito legalmente o perché da lui assunte in via di fatto, ma il processo in tutta la sua complessità non contiene una carta né un’affermazione di ingerenza di certi livelli del gruppo rispetto ad altri. La posizione del dottor Porta pone due ordini di problemi. Il primo è se la holding fosse portatrice di una posizione di garanzia. Su questa questione, io dirò pochissime cose, perché già ampiamente trattata e lo sarà ulteriormente e perché credo che sia sinceramente una questione agevole da risolvere negativamente. Il secondo problema che pone la posizione del dottor Porta è qual era la sua collocazione e la sua posizione della holding, ammesso e non concesso, e noi diciamo di no, ammesso e non concesso che la holding fosse portatrice di una posizione di garanzia, perché anche qualora fosse vero che la holding fosse titolare di una posizione di garanzia, è evidente che non tutti coloro che erano ai vertici o ai diversi livelli apicali o importanti nella holding svolgessero funzioni attinenti alla materia investita dalla posizione di garanzia e difatti questo processo nella sua struttura soggettiva ne è la dimostrazione, poiché non tutte le persone che ricoprivano cariche anche elevate nella holding sono imputabili, perché nella holding comunque esercitavano funzioni che nulla avevano a che fare con la pretesa posizione di garanzia. Anticipo che dall’analisi precisa e documentale che abbiamo già avuto modo di produrre nel giudizio di primo grado con un’ampiezza molto maggiore di quella che aveva fatto la pubblica accusa, che era arrivata, che è arrivata ad incriminare il dottor Porta senza avere acquisito i documenti interni attributivi al medesimo di determinate funzioni e quindi senza sapere di quali funzioni fosse investito e quindi senza sapere se fosse stato investito di funzioni attinenti alla posizione, alla pretesa posizione di garanzia. Poi per sopperire, e faccio questa parentesi rapidissima anche per ricordare quanto già la collega Alecci ed io avevamo formalmente eccepito in primo grado, faccio una breve parentesi per segnalare alla Corte come molto probabilmente, per cercare di sopperire a questa carenza di indagini, il Pubblico Ministero in primo grado e nonostante la nostra eccezione di inutilizzabilità resa a verbale, ha riproposto nel giudizio, nel presente giudizio d’appello per sostenere in qualche misura che il dottor Porta fosse investito di funzioni afferenti alla pretesa posizione di garanzia della holding, ha richiamato dichiarazioni di persone inutilizzabili, Gaida, Trapasso, Morione, inutilizzabili a norma dell’Art. 513 comma 1 del Codice di Procedura Penale e per di più leggendole illegittimamente in modo parziale, perché a leggerle tutte si scopre che invece queste dichiarazioni sono effettivamente nel senso favorevole al dottor Porta. Questa eccezione di inutilizzabilità ai sensi dell’Art. 191 l’avevamo fatta in sede di primo grado, ma nonostante questo il Pubblico Ministero le ha riproposte illegittimamente in questo giudizio di secondo grado. Noi vogliamo dire una cosa, che nel fascicolo del Pubblico Ministero ci sono altre dichiarazioni ugualmente inutilizzabili, Parrillo, Patron, Presotto, ugualmente inutilizzabili per le medesime ragioni di quelle di prima, ma noi per correttezza processuale, noi, questa difesa, per correttezza processuale non le abbiamo lette nel dibattimento, rispettando, come riteniamo che debba essere rigorosamente rispettata, la legge processuale e queste erano dichiarazioni rese a nostro favore. Così come il Pubblico Ministero in questo dibattimento ha letto dichiarazioni utilizzabili, ma le ha lette solo parzialmente, come quella di Catanzaretti e Benetta, che se lette interamente risultano favorevoli invece al dottor Porta. Dico questo incidentalmente, e mi fermo qui su questo punto, perché in effetti quello che ci dà ragione sono i documenti, che attestano le funzioni che aveva il dottor Porta nei diversi gruppi, nei gruppi attraverso i quali è passato con un intervallo di tempo fra l’uno e l’altro, che attestano le funzioni di cui era stato investito e documentazione dalla quale risulta inequivocabilmente l’attività che egli in holding svolgeva e che era attività che comunque nulla aveva a che vedere con l’una pretesa posizione di garanzia della holding. Allora sono innanzitutto importanti le date. Il dottor Porta entra in Montedison con la carica di amministratore delegato il primo gennaio 1982 e rimane in questa carica fino al febbraio 1985. Dal marzo 1985 al novembre 1987 sempre in Montedison riveste la qualifica di Vice Presidente, quindi prima amministratore delegato e poi Vice Presidente. Qual è la struttura di Montedison in quel periodo? Dal 1978 al 1980 Montedison è una S.p.A. operativa con proprie divisioni e Porta non c’è in Montedison. Il primo gennaio 1981 Montedison si trasforma in holding, le società operative diventano altrettante... le divisioni diventano altrettante società operative e quindi acquistano una loro personalità giuridica e autonomia giuridica sotto tutti i punti di vista, Montedison cessa da ogni attività operativa e diventa invece una società meramente holding. Queste società operative, le ex divisioni, fra l’altro, alcune di queste sono Montedipe S.p.A. e Montepolimeri S.p.A., che ci interessano particolarmente. Allora, quando il dottor Porta arriva in Montedison, abbiamo visto la data prima, primo gennaio 1982, entra in Montedison holding che non è operativa e che partecipa di una serie di società operative, con le loro autonomie strutturali, di personalità giuridica, con i propri organi. Lo stesso si può dire per Enichem. Il dottor Porta entra in Enichem innanzitutto come Presidente Enimont, prima della trasformazione, il 12 dicembre 1990 e mantiene questa carica fino al 31 dicembre 1990, quindi diventa Presidente Enichem il primo gennaio 1991 fino al primo giugno 1993. Anche qui qual è la struttura di Enichem? Nel dicembre 1990 Montedison cede ad Eni, Enimont. Nel gennaio 1991 Enimont diventa holding e fra l’altro abbiamo qui Enichem Anic, che è l’ex Montedipe, ex Montepolimeri, che è proprietaria dello stabilimento del Petrolchimico. Quali sono le conclusioni che immediatamente possiamo trarre allora da questo quadro? Che queste holding, queste società nel periodo di presenza in esse con quelle cariche del dottor Porta, non hanno mai assunto la qualifica di datore di lavoro delle persone offese, non sono mai state proprietarie o gestrici di impianti, né proprietarie o gestrici o mere utilizzatrici delle discariche, né proprietarie né gestrici e tanto meno utilizzatori degli scarichi. Allora cosa dobbiamo dire? Che se anche qualora ci fosse stata in capo alle due holding, nella successione di tempo, una posizione di garanzia in virtù delle norme giuridiche invocate dall’accusa, queste non sarebbero state destinatarie di alcuna delle norme richiamate dall’imputazione. Io credo che non vada neanche affrontato il problema se ci siano state condotte di ingerenza da parte di questi livelli di holding dentro le società operative, perché queste non sono contestate, non sono emerse condotte attive o commissive, in generale da tutte le holding, da tutte intere le strutture delle holding e in particolare dal dottor Porta in ragione delle funzioni che gli sono state attribuite. È emersa, altresì, l’autonomia decisionale ed operativa delle singole società sui fatti dell’imputazione. Allora, se qualche volta in questo processo, in quest’aula, si è sentito fare riferimento ad una direzione unitaria, la direzione unitaria nel rapporto fra holding e società partecipate attiene ad un fenomeno patologico ed è quello per cui chi sta nella holding si costituisce appunto in direzione unitaria di tutto il gruppo, ledendo l’autonomia della partecipate attraverso fatti rilevanti di ingerenza e quindi mortificando, facendo venir meno l’autonomia delle partecipate e in questo modo allora assumendosi posizioni di garanzia che per legge non apparterrebbero ad esse ma che in una situazione patologica di questo tipo finisce per investirle per via di questa ingerenza. Io mi ricordo che nel giudizio di primo grado, per sostenere questa unitarietà di gruppo, era stato richiamato Francesco Galgano, non a caso, perché esponente della dottrina giuscommercalistica che più si era spinta in avanti in quegli anni a studiare la realtà dei quei gruppi di società, ma se si andava bene a leggere ancora una volta quello che diceva il Galgano in quel suo libro sulle società e i gruppi di società, edito dall’Utet nel 2001, che fu ampiamente citato dall’accusa ma solo in alcune pagine, se lo si legge con pazienza in tutte le altre pagine, dallo stesso Galgano, che – ripeto – rappresentava la dottrina più avanzata sul dire che nel nostro ordinamento si poteva ricavare una disciplina di gruppo, ma diceva: questo tuttavia non vuol dire assolutamente che la holding sia in una posizione di garanzia per le attività svolte autonomamente dalle società partecipate; questo avviene soltanto ed unicamente quando si verifica un fenomeno patologico di ingerenza. Il processo non ha mai rilevato nulla, assolutamente nulla di questo. Non sto a richiamare i passaggi di Galgano, perché sottrarrei inutilmente tempo alla Corte; il testo è noto, è conosciuto e ci si può far facilmente riferimento. Ma vediamo adesso anche qui, nei passaggi salienti, quali erano le funzioni del dottor Porta, argomento che affronto – come si dice nel gergo avvocatesco – per tuziorismo, in quanto risolto come ritengo che debba essere risolto, in modo tranciante, il primo problema della non appartenenza, della non attinenza di una posizione di garanzia alla holding, ogni altro argomento sarebbe inutile da trattare, ma sento il dovere di trattarlo per rafforzare quel primo argomento e per aggiungere ulteriori argomenti a difesa della posizione del dottor Porta, qualora dal mio punto di vista, ma da un punto di vista ampiamente condiviso, direi praticamente unanimemente condiviso, sicuramente in modo unanime dalla dottrina e dalla giurisprudenza di legittimità, l’holding non è titolare di una posizione di garanzia. Ammesso e non concesso che fosse così, quali erano allora le funzioni del dottor Porta? Con il primo febbraio 1982 il dottor Porta viene nominato amministratore delegato per la chimica primaria, ordine di servizio numero 3/82 del 29 gennaio 1982. Questo lo si rinviene come nostra produzione in primo grado al numero 3, perché come ripetevo tutta la documentazione che leggerò o alla quale rinvierò non era stata acquisita dalla pubblica accusa incredibilmente per assumere che il dottor Porta avesse delle funzioni che lo portassero ad essere partecipe di una posizione di garanzia e che quindi dovesse essere imputato in questo processo. Un’imputazione fatta al buio, al buio. Allora si dice in quest’ordine di servizio 3/82: "A far data dal primo febbraio 1982, l’ordinamento organizzativo del gruppo Montedison è definito come segue. Amministratori delegati: chimica primaria dottor Porta, chimica fine secondaria signor Jhon Swin". Amministratore delegato per la chimica primaria, qualcuno potrebbe dire: beh, allora ci sei proprio in mezzo. Ma con quali funzioni, con quali funzioni? Tutte funzioni che nulla avevano a che vedere, pur in questo settore, con quella pretesa posizione di garanzia e i documenti parlano chiaro. I suoi compiti riguardavano la politica economica e commerciale, cioè dire acquisizioni, joint-venture, collaborazioni commerciali con l’estero e questo risulta dal verbale della riunione del Consiglio di amministrazione del 29 gennaio 1982, dove a pagina 151 in particolare appunto si dice questo: "Il dottor Porta si deve occupare come amministratore delegato per la chimica primaria di queste problematiche: le nuove strategie, le linee strategiche sono nel senso della razionalizzazione e della riduzione della presenza nella chimica primaria avuto riguardo alla situazione dei mercati internazionali", cioè a dire: c’è troppa chimica in giro, a livello internazionale, quindi dobbiamo razionalizzarci e anche ridurci e prima ancora nel mercato interno: "Compito primo del dottor Porta sarà quindi di portare a conclusione tale processo, che presenta non poche difficoltà, specie sul piano sindacale e occupazionale – si doveva ridurre la presenza sul mercato interno e anche internazionale – essendo particolarmente interessati gli insediamenti del Mezzogiorno". Questo perché? Perché il dottor Porta veniva da questa specifica esperienza non di gestione tecnica o operativa di società che esercitassero questa attività, ma veniva da una formazione professionale che riguardava diciamo le politiche generali della società. Non per nulla egli se ben ricordo nel 1978 – 1979 era stato Presidente della Federchimica e sempre si è occupato di questi problemi. Vediamo quali funzioni non appartenevano a lui. Quali funzioni non appartenevano a lui? In quell’ordine di servizio che ho già citato, numero 3 del 1982, si dice: "Dal Presidente dottor Schimberni dipendono direttamente il direttore finanze e controllo, il responsabile relazioni industriali – che comprendeva le sindacali – il responsabile degli affari legali e societari, il responsabile di coordinamento, relazioni istituzionali". Dalle relazioni industriali facenti capo, quindi che ci riportavano direttamente al Presidente, by-passando l’amministratore delegato per la chimica primaria, alle relazioni industriali faceva capo la medicina e sicurezza; la ricerca e l’innovazione, l’Istituto Donegani, o meglio i rapporti tra Montedison e questa società da essa compartecipata, questo istituto – società da essa compartecipata, Istituto Donegani, dentro la quale si studiavano tutte le problematiche della ricerca e dell’innovazione degli impianti. Allora tutta questa materia, ammesso e non concesso – scusate la mia ormai petulante ripetizione di questa frase – ammesso e non concesso che la holding fosse portatrice di una posizione di garanzia, queste funzioni erano attinenti alla posizione di garanzia, ma di esse non era investito il dottor Porta; erano investite altre persone, che riportavano direttamente al Presidente. Ben altre erano le sue cose. In questo ordine di servizio ancora si dice una cosa molto importante e si dice: "Il Presidente affida al consulente professor Renato Ugo il fine di assicurare adeguata propulsione di indirizzo, il presidio della ricerca e dell’innovazione tecnologica del gruppo, nonché il coordinamento dell’Istituto Donegani". Questo, l’operato del professor Renato Ugo, dipende direttamente dal Presidente e ciò vale per il responsabile delle relazioni industriali, come ho detto prima, e ciò vale per tutti i successivi aggiustamenti di questi organici che si succedono nel tempo, che per ragioni di tempo non sto a richiamare uno alla volta, ma che sono tutti da noi prodotti e allegati nella memoria di primo grado e che per comodità di consultazione semmai la riproporremo all’eccellentissima Corte giusto per poter rivedere questi documenti. Intanto cosa faceva però il dottor Porta? Ad un certo punto si dice: beh, è amministratore delegato della chimica primaria, abbiamo visto che tutte queste funzioni non gli sono attribuite ma sono attribuite ad altri soggetti che riportano direttamente al Presidente, però cosa faceva come amministratore delegato che era una carica in effetti importante, per una società importante? Il dottor Porta essenzialmente girava il mondo. Troveranno nella documentazione che abbiamo prodotto tutte le relazioni che egli ha fatto nel tempo al Consiglio di amministrazione per riferire di tutte le attività che ha svolto in tutto il mondo, ma in tutto il mondo in senso proprio, per studiare sinergie d’ordine economico, per trovare collegamenti, per condurre trattative d’ordine commerciale, per individuare fattori che a livello di struttura economica del gruppo ne potesse ottimizzare la funzionalità e quindi la produttività. Tanto è vero che, essendo questa la sua funzione, egli – parrebbe incredibile dirlo ma è così ed è documentato – amministratore delegato nella chimica primaria ma per queste funzioni che dipendevano da una sua attività politica, chiamiamola politica, economico – istituzionale, dentro Montedison non aveva una sua struttura operativa alle proprie dipendenze, se non una segretaria, perché tutto il resto era affidato ad altre funzioni che non erano a lui pertinenti. Richiamo semplicemente i vari ordini di servizio per tutti gli anni 1985 e 1986, in cui il dottor Porta è ancora nella posizione che abbiamo detto e tutto questo è confermato, tutto questo è confermato non solo da documentazione, che ripeto – mi consenta la Corte di ripetermi su questo punto – è costituita non soltanto da ordini di servizio da organici, ma è costituita da questi, che sono intanto molto importanti perché sono impegnativi, perché tracciano l’organigramma della società, che cosa e chi fa e a chi risponde, ma anche documentazione dell’attività che svolgeva il dottor Porta, quindi su un piano non solo di struttura formale, ma anche su un piano sostanziale, che è quella che in sintesi ho richiamato prima e che ritroveranno tutta in quella documentazione, confermata dai testimoni. Io li cito soltanto rapidamente: Corsi, Bandini, Cerani, Lugli. Tutti hanno detto: il dottor Porta svolgeva quelle funzioni, non queste altre aventi ad oggetto un riferimento all’attività operativa delle società di holding. L’accusa del resto, come dire, denuncia in se stessa uno sbilanciamento sotto questo profilo, perché giustamente c’è una serie di persone che non sono state imputate – non le sto neanche a richiamare, perché non mi parrebbe neanche cortese, ma si trovano negli atti – neanche imputate sul rilievo che si trova negli atti del Pubblico Ministero della loro estraneità alla materia e alle decisioni relative agli investimenti degli impianti. Quindi si diceva: non avevano funzioni afferenti alla posizione di garanzia e quindi non li abbiamo imputati. Ma questo valeva e vale a maggior ragione per il dottor Porta, perché se si vanno a vedere le funzioni di queste altre persone che non sono state imputate, non sono così distanti da quella pretesa posizione di garanzia come sono e com’erano invece le funzioni del dottor Porta. Lo stesso discorso vale per Enichem, al quale mi posso richiamare rapidamente, anche perché pure qui ci sono tutti gli ordini di servizio, sono individuate le funzioni che sono attribuite al dottor Porta, ci sono allegati gli organigrammi. Il dottor Porta è Presidente, amministratore delegato è Parrillo, al dottor Porta fa capo la direzione personale e organizzazione, la direzione generale strategia, pianificazione e controllo, direzione affari generali, direzione progetti industriali; all’amministratore delegato, direzione ambiente, con tutta la ricaduta su Enichem Anic ed Enichem Polimeri. Questo per il 1998 e via dicendo. Importante, richiamo la dichiarazione, la deposizione di Raffaelli, il quale dice che per tre mesi nel 1991 aveva avuto un rapporto con il dottor Porta, ma ai fini della, dice lui testualmente, ai fini della pianificazione; quando poi succede all’ingegner Presotto e si occupa di questioni ambientali, non ha più rapporti con il dottor Porta e dice: lei come direttore dell’ambiente da chi dipendeva direttamente? Dall’amministratore delegato dottor Parrillo. Non credo di dover stare qui a dire, perché mi pare che sia una nozione di diritto commerciale e societario estremamente diffusa, che fra Presidente e amministratore delegato non c’è un rapporto gerarchico o militaresco come in alcune espressioni della Procura sembrava che si volesse riecheggiare. Entrambi, l’uno e l’altro, hanno i poteri a loro conferiti dal Consiglio di amministrazione e l’uno e l’altro rispondono al Consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato non risponde al Presidente, ma risponde al Consiglio di amministrazione e il Presidente non ha poteri di dare ordini all’amministratore delegato, perché l’amministratore delegato ha poteri la cui fonte è il Consiglio di amministrazione, l’unico organo societario al quale egli risponde. Senza dire poi che se si va a vedere come vengono attribuite le funzioni fra Presidente e amministratore delegato, anche qui non sto a ripetere, a rileggere un argomento, un documento molto corposo, perché è un verbale di Consiglio di amministrazione, ma in buona sostanza al Presidente sono conferiti, al Presidente Porta sono conferiti i poteri di firma, di rappresentanza esterna e quant’altro si dice con una elencazione molto particolareggiata e pedissequa delle varie operazioni che deve fare, queste vengono conferite a firma disgiunta anche all’amministratore delegato, il quale peraltro poi ha altri poteri e funzioni specifiche che sono quelle che ho detto. Desidero concludere, se ho ancora cinque minuti, eccellentissimo Presidente, su un dato che non può sfuggire nell’individuazione della distribuzione di eventuali responsabilità fra i soggetti. A questo punto, specie a livello verticale, salvo che si voglia esercitare una giustizia di maniera, una giustizia penale, sottolineo penale, di maniera e non invece collegata ai fatti, ai comportamenti delle persone, alle persone e all’esigibilità che si può riferire ad ogni singola persona. Non possiamo dimenticare le dimensioni di questi gruppi. Montedison: fatturato nel 1982 di 9 mila miliardi, 72 mila dipendenti, 180 società, 30 stabilimenti, di cui 24 in Italia, un portafoglio di partecipazione di circa 180 società che comprendevano non solo partecipazioni nel settore della chimica, ma era molto articolato e occupava l’energia, il farmaceutico, il settore dei servizi, il terziario, Datamont, etc.. Lo stesso si può ripetere con queste dimensioni paurose per Enichem e dico questo perché, se noi andiamo poi a vedere quali sono le contestazioni che vengono mosse nei capi di imputazione, sono – come è stato detto – contestazioni di modo e non di tipo di produzione, cioè a dire: se in una società partecipata fosse stata impostata, deliberata, evidentemente in qualche modo comunicata, alla holding anche nelle sue linee essenziali, un tipo di attività che di per sé violasse delle leggi, questo è un discorso, ma qui è contestato non un tipo di attività, ma un modo col quale veniva gestita un’attività nella sua tipologia rispondente alle norme. Allora andiamo a leggere tutti i particolari. Le commesse si dice che avevano una durata eccessiva e non erano efficaci, ma le commesse delle singole società partecipate con una durata eccessiva erano cose che potevano essere all’attenzione dei vertici della holding? Le valvole adottate sulle autoclavi del singolo stabilimento, del singolo reparto, poteva il Presidente, l’amministratore delegato, essere investito delle valvole adottate sulle autoclavi che secondo l’accusa si dice non erano le migliori sul mercato e non avevano una buona tenuta? O come hanno detto i consulenti tecnici delle Parti Civili, il problema della sostituzione delle valvole di tenuta con i rubinetti e l’installazione di soffietti sulle valvole di regolazione del circuito del CVM, la pulizia delle autoclavi e così potremmo andare avanti ancora a ripetere. Queste sono le basi degli addebiti che poi... Allora, non valesse, io mi permetto di dire, per assurdo, tutto il discorso che ho cercato di fare circa la non partecipazione, la non attinenza di una posizione di garanzia alla holding, l’estraneità comunque delle funzioni attribuite a Porta a questa materia, se non si volesse anche tener conto di tutto questo, possiamo immaginare che queste problematiche arrivassero là, quando in quel tempo non erano stati questi problemi rilevati né da commissioni interne, né da organi sindacali, né da organi pubblici di vigilanza? Tutto era assistito da autorizzazioni e tutto risultava regolare. Io credo quindi che per queste ragioni e per quelle ulteriori che vi esporrà la collega Alecci in difesa di Giorgio Porta, in primo luogo debba essere confermata così com’è la sentenza di primo grado, come si usa dire, in denegata ipotesi, che comunque Porta sia mandato assolto per non aver commesso il fatto. In questi termini ci permettiamo di dare il contributo di un precedente del Tribunale di Brindisi, che proprio per queste ragioni, per fatti del tutto identici, il dottor Porta in sede di udienza preliminare è stato fatto oggetto di una sentenza di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto, essendo state riconosciute tutte le enunciazioni che ho esposto alla attenzione della eccellentissima Corte.

 

PRESIDENTE – Riprendiamo alle 14.30.

 

L’UDIENZA VIENE SOSPESA ALLE ORE 13.55.

L’UDIENZA RIPRENDE ALLE ORE 14.40.

 

PRESIDENTE – Prego.

 

DIFESA – Avv. Carboni – Illustre signor Presidente, illustri signori Consiglieri, chiedo venia per questi dieci minuti di ritardo e chiedo scusa se parlerò per la prima fase con un po’ di fiato corto. Sono l’avvocato Carboni e parlo in difesa dell’ingegner Alberto Burrai, da me difeso in questa fase con il collega professor Zanchetti, il quale ha già introdotto tale problematica. In primo luogo, nell’ambito di questa mia difesa, devo rilevare che tra le varie critiche che sono state mosse nella sentenza di primo grado all’impostazione accusatoria condotta dal Pubblico Ministero, vi è tra le altre quella di aver operato una indistinta "massificazione delle accuse", tra virgolette, è quindi un’espressione della sentenza del Tribunale, ovvero di avere impostato le proprie accuse facendo sempre riferimento al solo aspetto della responsabilità societaria o meglio dei gruppi di società, Montedison da una parte ed Enichem dall’altra, dimenticandosi in tal modo di quelli che sono e dovrebbero essere i principali attori in un processo penale e cioè i singoli imputati, le singole persone. Mai infatti un riferimento personale, mai una prova portata a carico di un singolo imputato, mai soprattutto un’indicazione precisa di quali comportamenti omissivi si sarebbe reso responsabile ciascuno dei dirigenti attualmente sotto processo. In risposta a tale appunto, il Pubblico Ministero ha così dedicato una piccola parte della sua requisitoria finale proprio ai profili di responsabilità dei singoli imputati. Se si rilegge, in particolare, ciò che il dottor Casson ha riferito in merito alla posizione di Alberto Burrai, vediamo che anche in questa sede, all’udienza del 13 luglio 2004, il dottor Casson non ha fatto altro che elencare le cariche e le funzioni via, via, ricoperte dall’ingegner Burrai, così come del resto ha fatto con tutti gli altri imputati sia di Enichem che di Montedison, situazione già messa in evidenza dal collega che mi ha preceduto per quanto riguarda una diversa posizione. In particolare, dalla lettura di tali conclusioni emerge come il Pubblico Ministero, nonostante le censure operate dal Tribunale di primo grado, sia ricaduto nuovamente nell’errore di non porre alcuna indicazione circa le specifiche condotte e/o omissioni imputabili nel caso concreto all’ingegner Burrai. Il dottor Casson, infatti, non fa altro che compiere generici riferimenti "a tutte le nostre situazioni di Porto Marghera", "alle questioni ambientali", "alla vicenda American Uprisal", ma non fornisce alcun chiarimento di cosa Burrai si sarebbe effettivamente reso responsabile in relazione a tali problematiche. La cosa buffa è che lo stesso Pubblico Ministero riconosce poi di non essere stato in grado di comprendere "chi dovesse essere veramente il responsabile", ritenendo formulare una dichiarazione di responsabilità nei confronti di tutti gli imputati, soltanto sostenendo genericamente che così imponeva la loro posizione di garanzia. Ma tale ragionamento non può stare in piedi sia da un punto di vista teorico, perché è vero che la posizione di garanzia è un elemento cardine della responsabilità nell’ambito del diritto societario, quando si tratta di problemi attinenti alla sicurezza e all’ambiente, ma non possiamo trasformare la posizione di garanzia in una responsabilità meramente oggettiva, perché non basta essere titolari di quell’incarico, di quella funzione, soprattutto quando si tratta di una funzione apicale, se non si mette in evidenza quali sono i comportamenti attivi od omissivi, in questo caso probabilmente l’omissione nel controllo, quando non si hanno competenze specifiche, a carico di chi ha una determinata funzione e diciamo da un punto di vista formale è titolare anche di una posizione di garanzia. Non basta quindi sincerarsi che un determinato soggetto sia amministratore delegato, Presidente o direttore generale, per ritenerlo automaticamente responsabile di tutto ciò che teoricamente sia riconducibile all’azienda per la quale lavora e ciò vale tanto più laddove al problema della ripartizione delle responsabilità all’interno di una società si aggiunga, com’è nel nostro caso, anche quello dato dalla presenza di più società facenti parte di un unico gruppo industriale. Appare dunque utile riassumere brevemente all’eccellentissima Corte d’Appello, il brevemente è dato anche dal fatto che ho ritenuto di avere come guida questa bozza di memoria, che poi depositerò, che darà appositamente confezionata per la Corte tra qualche giorno, se la Corte me lo consentirà, quale sia la effettiva posizione personale dell’imputato in relazione alla propria carica e funzione. Ebbene, i rapporti tra l’ingegner Burrai e il Petrolchimico di Porto Marghera si possono suddividere in due distinti periodi. Il primo cade nel momento in cui l’ingegner Burrai ha ricoperto la carica di amministratore delegato in una società operativa del gruppo Enichem, denominata Enichem Anic. Tale società, nel novembre del 1987, nell’ambito di un progetto di riassetto e semplificazione delle società operative deliberata dalla capogruppo Enichem, ha infatti incorporato Enichem Base, società che fino ad allora gestiva gli impianti di PVC e CVM di Porto Marghera. È superfluo dire che l’ingegner Burrai non aveva niente a che vedere con Enichem Base, così come risulta all’allegato ordine di servizio, allegato alla memoria che produrrò, emesso in data 10 ottobre 1986 da tale società. Si tenga inoltre presente che nessun altro impianto di Porto Marghera veniva conferito all’Enichem Anic in tale occasione e che ad ogni modo la proprietà degli stessi rimaneva ancora in capo alla Montedipe con tutti gli oneri già indicati dal professor Zanchetti e dagli altri colleghi che hanno parlato dell’argomento. A seguito di tale incorporazione, e siamo ormai al 1987, veniva così emanato in data 18 novembre dello stesso anno, 1987, un ordine di servizio il quale, il numero 623 sempre del 1987, nel quale si precisavano le competenze relative alle attività aziendali che ci interessano, alle quali doveva attenersi, si dovevano attenere le varie posizioni apicali. Il direttore generale avrebbe dovuto sovrintendere alle attività chimiche, quindi vi era un direttore generale proprio titolare di questa funzione con relazione alle attività chimiche e che certamente doveva rispondere come gli altri direttori di settore all’amministratore delegato che in quel momento era l’ingegner Burrai e quindi eventualmente da quella data, ammesso e non concesso, come diceva il collega Dominioni, che ci sia una responsabilità e non prima che l’ingegner Burrai assuma una posizione in qualche modo riconducibile anche alla gestione dei reparti che ci interessano. La circostanza, del resto, viene confermata anche dalle schede redatte dalla Guardia di Finanza su delega del Pubblico Ministero, laddove si indica espressamente che la società Enichem Anic diventa responsabile della gestione degli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera a partire dal novembre 1987. Due anni dopo, il 31 ottobre 1989, a seguito delle ulteriori ristrutturazioni aziendali richiesti nel processo di costituzione di una joint-venture Enimont, l’ingegner Burrai lascia la carica di amministratore delegato e con essa quindi ogni responsabilità sullo stabilimento di Porto Marghera e che sia solo dal 1987 e non dal 1982 come indicato nel capo di imputazione che il Petrolchimico di Porto Marghera entra nell’orbita degli stabilimenti gestiti dalla società Enichem Anic, di cui l’ingegner Burrai è amministratore delegato. Questa è circostanza finalmente sembra essere stata riconosciuta anche dallo stesso Pubblico Ministero nel corso della sua requisitoria finale del 13 luglio 2004. Ora, che alla pubblica accusa siano occorsi ben otto anni, dal 1996, quando cioè si è tenuto l’interrogatorio dell’ingegner Burrai dove lo stesso ha avuto modo di chiarire le proprie cariche e qualifiche, per comprendere che Enichem Anic, e quindi l’ingegner Burrai, non ha avuto e non poteva avere alcuna competenza su Porto Marghera fino al novembre 1987, è circostanza che bene illustra quanto poco accurate siano state le indagini svolte in merito ai ruoli, alle competenze e alle funzioni ricoperte da ciascuno dei singoli imputati. Ciò premesso, vediamo in cosa si estrinsecasse l’attività dell’ingegner Burrai quale amministratore delegato di Enichem Anic e quali fossero i suoi poteri e i suoi correlati doveri, perché questo è il punto. Al riguardo, due sono a nostro avviso i documenti essenziali. Il primo è l’ordine di servizio numero 623 di cui abbiamo già parlato, all’indomani dell’incorporazione di Enichem Base in Enichem Anic, con il quale si evidenziano le competenze attribuite in materia alla dirigenza intermedia. Ciò comportava per l’ingegner Burrai di trovarsi al gradino superiore di una scala gerarchica articolata e complessa, che era stata ritenuta necessaria dal momento che nel 1987 Enichem Anic si trovava a gestire – e questo è molto importante – una decina circa di siti produttivi in tutta Italia, in varie parti della penisola, con oltre un centinaio di impianti e circa dieci mila dipendenti. È evidente che in una società di tali dimensioni ogni problema concernente un impianto di tal fatta non poteva che essere avvertito in primo luogo da chi era preposto all’esercizio dello stesso. Da questa segnalazione partiva poi l’iter destinato allo studio e alla realizzazione dell’intervento atto a risolvere il problema, un iter che coinvolgeva sia funzioni di stabilimento che di sede. Come afferma lo stesso ingegner Burrai nelle sue dichiarazioni spontanee rese davanti al Tribunale, il consolidamento della proposta definitiva di investimento nasceva da una concertazione tra stabilimento e divisione di competenze: ai livelli superiori competeva quindi l’approvazione finale. Questo è un punto molto importante, perché nell’ambito di questa consistenza societaria a livello di gruppo, perché Enichem Anic era appunto una società che aveva in tutta Italia circa una decina e forse qualcuno anche in più, perché talvolta uno stabilimento non ha quella qualifica di stabilimento ma ha pure una consistenza autonoma di carattere produttivo, con tutte le intermedie responsabilità, ognuna di queste aveva delle strutture mediane, con delle responsabilità precise, sia in materia di sicurezza, sia in materia di ambiente. L’ingegner Burrai, che non stava né a Marghera né a Porto Torres, per nominarne soltanto due – mi viene in mente Porto Torres perché sono sardo e quindi me lo ricordo bene – aveva uffici a Milano e naturalmente sollecitava, studiava e verificava il fondamento delle eventuali osservazioni o proposte relative anche a questioni molto delicate sull’andamento non soltanto produttivo ma anche relativo alla sicurezza dell’ambiente. Ma è questo anche il momento importante. Questo non risulta e non risulta la questione che è importante anche a livello dell’accusa che ci siano state delle osservazioni, degli interventi a chiedere soluzioni, ad imporre situazioni nuove, a far presenti esigenze importanti a livello delle materie che a noi interessano e non risulta che l’ingegner Burrai come amministratore delegato in quell’anno sostanzialmente, perché è dal novembre del 1987, in quell’anno abbia detto mai di no o comunque non abbia preso posizione in termini positivi su eventuali cose, cioè l’importante per la difesa e penso sia anche un problema di natura processuale rilevantissimo, è che nei capi di imputazione che riguardano l’ingegner Burrai non si sia mai fatto riferimento a queste omissioni di carattere relative al controllo o di carattere di mancanza di attenzione a quanto gli veniva sollecitato, oppure ad atteggiamenti commissivi di natura negativa e quindi evidentemente confutabili e quindi giustificabili di un’imputazione di carattere penale. Quindi non basta, ripeto, in questo rivestire una funzione alla quale è collegata una posizione di sicurezza, se non si rinvengono dei fatti specifici dai quali si possa arguire che vi sono state delle responsabilità o in termini omissivi o in termini commissivi. Il secondo documento che riteniamo di citare è l’ordine di servizio numero 1 emesso in data 19 dicembre 1985 dalla capogruppo Enichem. Questo è un po’ un inciso, perché all’ingegner Burrai si sono rivolti dei rilievi su una sua eventuale non dico partecipazione, ma intromissione, certamente non voluta, ma non vi è stata, nella questione della valutazione degli impianti che erano stati fatti da quell’istituto di cui abbiamo parlato prima. Si tratta di un documento assai importante questo della capogruppo Enichem, capogruppo anche di Enichem Anic evidentemente, perché non era una holding ma era una capogruppo l’Enichem. Quindi un documento utile perché chiarisce quali fossero i rapporti tra capogruppo e società operative. Vi si afferma infatti, in questo documento, che "mentre l’Enichem ha un ruolo di indirizzo e controllo nei confronti delle sue società e delle sue unità operative, relativamente alla definizione degli indirizzi strategici complessi di settore, del suo portafoglio, di attività industriali e dei vincoli obiettivi dell’allocazione delle risorse, nella valutazione ed approvazione dei piani e dei budget, nonché negli investimenti a decisione centralizzata", le singole società operative, tra cui l’Enichem Anic, hanno invece una responsabilità "di dirigere e assicurare la realizzazione delle proprie attività gestionali nel rispetto delle politiche, delle linee guida e delle metodologie dell’Enichem, nonché nell’ambito delle autorizzazioni esecutive di Enichem". Si comprende in tal modo perché i vertici delle società operative, e in particolare di Enichem Anic, non abbiano mai partecipato alle riunioni per discutere della joint-venture con Montedison e tanto meno alla consulenza della American Uprisal. Sul punto chiare sono le dichiarazioni di Georgescu e Bianchi rilasciate nel corso del processo di primo grado all’udienza del 4 aprile 2000 e dal ragionier Riva all’udienza del 15 marzo 2000. Da parte di Burrai, pertanto, non vi è mai stato alcun rapporto né coinvolgimento in questa vicenda. Ovviamente errata appare sul punto l’affermazione resa dal Pubblico Ministero all’udienza del 18 luglio 2004, secondo cui l’ingegner Burrai viene smentito sul fatto di non essersi interessato alle vicende di Porto Marghera proprio dall’ingegner Sernia, come dicevamo poco fa, queste sono parole del Pubblico Ministero, perché proprio dall’ingegner Sernia lui ha avuto la delega per l’attività di base. "Ce l’ha detto Sernia il 15 ottobre del 1996 – dice il Pubblico Ministero – e ha avuto l’indicazione proprio di seguire direttamente anche la vicenda American Uprisal". Ebbene non è vero che Sernia abbia detto ciò. Egli ha anzi espressamente riferito, nel richiamato verbale del 15 ottobre 1996, che prima della costituzione di Enimont, i vertici Eni ed Enichem decisero d’intesa con i vertici della Montedison di provvedere ad una valutazione degli impianti che sarebbero confluiti in Enimont. Tale questione fu gestita a livello di vertice Eni ed Enichem. Sono dichiarazioni tra virgolette di Sernia, a cui si pretende di far dire invece le espressioni che dianzi il Pubblico Ministero, che dianzi abbiamo detto come formulate dal Pubblico Ministero. Si tratta, a ben vedere, di un’affermazione dal significato opposto rispetto a quello prospettato dal Pubblico Ministero, che testimonia ulteriormente, laddove ve ne fosse ancora bisogno, la totale mancanza di un’attività d’indagine e dunque di elementi di prova, in grado di sostenere le generiche accuse alimentate nei confronti di tutti gli imputati, ma ancora di più nei confronti dell’ingegner Alberto Burrai. A tale riguardo è forse opportuno richiamare quanto è scritto dal Pubblico Ministero a pagina 1493 del suo atto di appello, nel quale in sede di conclusioni si afferma che "l’esistenza di una direzione verticale e unitaria in capo all’Eni, intesa come flusso costante di informazioni alle società dominate, ha determinato l’impostazione alle stesse di scelte strategiche in ordine alle politiche produttive e commerciali". Ora, se questo è il pensiero e l’impostazione della pubblica accusa, mal si comprende francamente come possa essere chiamato a rispondere dei fatti oggetto di imputazione un amministratore delegato, l’ingegner Burrai, di una società dominata quale era Enichem Anic, ove per ammissione della stessa pubblica accusa le scelte strategiche in ordine alle condizioni produttive e commerciali erano imposte dai vertici della capogruppo. Dunque, per tornare al caso specifico dell’American Uprisal, come si può ritenere possibile, in applicazione del teorema accusatorio ora riportato, che sia stato Alberto Burrai, amministratore delegato di una società operativa, definita dallo stesso Pubblico Ministero dominata, come Enichem Anic, a decidere, impostare e seguire le varie fasi della consulenza? Forse la verità è che il Pubblico Ministero non ha voluto o non è stato in grado di effettuare una seria, meditata ed approfondita cernita delle responsabilità individuali, scegliendo invece anche in questa sede d’appello la strada della massificazione delle accuse già ricordata dal Tribunale di primo grado e variando di volta in volta la propria impostazione accusatoria, a seconda del ruolo e della qualifica ricoperta da ciascuno dei singoli imputati. Da ultimo, al fine di offrire un quadro ancor più esaustivo e completo circa le competenze e le responsabilità del mio assistito, ritengo comunque utile ribadire, come già ampiamente e diffusamente illustrato dal collega Zanchetti, che le competenze di Enichem Anic nella gestione degli impianti CVM erano definite illimitate dalla convenzione per la somministrazione di servizi stipulata il 23 maggio 1987 tra Montedipe ed Enichem Base, quindi prima ancora che Enichem Base venisse e facesse parte di Enichem Anic; prestazioni che Montedipe ha continuato ad effettuare anche in tutto il periodo in cui l’ingegner Burrai è rimasto amministratore delegato di Enichem Anic. Il 19 novembre 1990, l’ingegner Burrai, ormai prossimo alla pensione, veniva nominato quasi ad honorem Vice Presidente di Enichem Anic, non Presidente, era amministratore delegato, non Presidente ma Vice Presidente, di Enimont Anic, incarico ricoperto soltanto per circa un anno e mezzo, cioè fino all’aprile del 1992. A differenza però della carica di amministratore delegato anteriormente ricoperta, quella di Vice Presidente non comportava alcuna funzione gestionale bensì di solo coordinamento e riferimento tecnico ad alto livello. Infatti, nel verbale di conferimento poteri, si precisa che questi "dovranno essere esercitati con l’osservanza delle direttive politiche della società, anche con riferimento a quelle in vigore per il gruppo a cui essa appartiene e fatto salvo quanto necessario all’espletamento della funzione di coordinamento dell’attività nel campo della ricerca, della sicurezza e dell’ambiente, in relazione anche alle direttive verbalizzate al punto successivo, che costituiscono parte integrante della presente deliberazione" e con riferimento alla questione ambientale, di cui si fa cenno, ecco, l’ingegner Burrai aveva l’incarico specifico, e questo in qualche misura fa anche onore alla capogruppo, ma l’incarico specifico di organizzare in termini di strutture sia alla periferia per ogni singolo sito industriale – ho ricordato che erano circa una dozzina in tutta Italia – quindi l’organizzazione di enti interni che si sarebbero dovuti occupare specificamente della questione ambiente. Questo è un compito che l’ingegner Burrai ha realizzato, ha realizzato e la capogruppo poi, a capo di ogni struttura, di ogni struttura periferica, periferica si intende per ogni stabilimento, ha nominato poi un responsabile, ma lì finiva però il compito dell’ingegner Burrai; le responsabilità erano gestionali e della gestione evidentemente doveva occuparsi l’amministratore delegato che doveva rispondere poi al Consiglio di amministrazione. Tale funzione era dettata dall’esigenza da parte della nuova dirigenza di conoscere lo stato ambientale dei vari siti appena acquisiti, questa è la ragione, con l’operazione Enimont ed è comprensibile che una società come Enichem, nel momento in cui si sposa con una pari società nel gruppo Montedison, avesse avuto il bisogno di verificare qual era la situazione che si andava a creare in seguito a questa unificazione. Infatti, a seguito delle ristrutturazioni societarie per aree di business e del successivo ritiro di Montedison dalla joint-venture, dopo, Enimont Anic, divenuta nuovamente Enichem Anic, nell’ambito della quale l’ingegner Burrai già ricopriva la funzione di Vice Presidente con le citate e limitate funzioni, prendeva in carico tutti gli impianti di chimica di base, tra i quali anche quello di Marghera. Ciò comportava per prima cosa la presa di conoscenza dei problemi esistenti e dei lavori che al momento erano allo studio in progetto o in esecuzione; si trattava di una fase che non poteva non essere lunga e complessa, considerato il numero di siti e le dimensioni dei vari impianti, non ultimo quello di Marghera, perché il problema dell’unificazione non era soltanto per Marghera, era relativo a tutta la situazione italiana, complessiva. In sostanza, l’ingegner Burrai doveva essere il collettore delle informazioni provenienti dai responsabili di due unità tecniche, una dedita alla ricerca, l’altra ai problemi di sicurezza, ambiente ed ecologia; competenza di tale ultima unità era lo studio delle problematiche suddette e l’individuazione delle soluzioni atte ad affrontarle. Ma in termini specifici, qui ritorno alle mie osservazioni e alle carenze della contestazione, anche con riferimento alla parte ambientale, nel periodo in cui l’ingegner Burrai ha avuto quel tipo di responsabilità, nessuna contestazione è stata fatta a lui, ma non solo, ma non è neanche dimostrato dall’attività istruttoria che in quei due anni, o un anno e mezzo anzi, vi siano stati dei problemi di carattere ambientale che potessero essere nati a livello gestionale e che quindi potessero in qualche misura essere anche addebitati a chi a livello superiore, apicale, esercitava le funzioni. Non vi era quindi, in capo all’ingegner Burrai, alcuna responsabilità operativa in ordine alla gestione delle discariche e degli scarichi, né tanto meno delle bonifiche. La sua carica consisteva esclusivamente nel prestare un’attività di coordinamento delle risorse di consulenza interna inerenti alle tematiche della ricerca e dell’ambiente, promuovendo poi i relativi progetti per l’approvazione societaria. Per tali motivi, è evidente che l’unico periodo in ordine al quale si sarebbe potuto sostenere un qualche collegamento della posizione dell’ingegner Burrai con gli impianti di cloruro di vinile, era quello relativo al momento in cui aveva svolto la carica di amministratore delegato di Enichem Anic, vale a dire dal novembre del 1987 al novembre del 1989. Solo per tale periodo l’ingegner Burrai disponeva dei poteri sopra ricordati in merito agli impianti di CVM e solo per tale periodo può dunque, in ogni caso, rispondere di eventuali mancanze e omissioni, che comunque non gli sono state nello specifico contestato, da lui eventualmente commesse nell’ambito delle loro mansioni, ben definite tra l’altro nell’ordine di servizio numero 623 che abbiamo sopra richiamato, fatto salvo naturalmente quanto sopra esposto circa le competenze di Montedipe. Si tratta di una conclusione cui sembra peraltro giungere lo stesso Pubblico Ministero nella sua requisitoria finale, dove come già abbiamo avuto modo di sottolineare non viene fatto alcun cenno circa le responsabilità dell’ingegner Burrai derivanti dalla carica di Vice Presidente, bensì soltanto in relazione a quelle di amministratore delegato della società Enichem Anic. In conclusione, se da un lato appare evidente come per gli anni in cui l’ingegner Burrai ha svolto le funzioni da lui precisate non risulti alcuna contestazione specifica di omissioni o azioni di valenza negativa collegabili alle contestazioni che gli sono state rivolte, dall’altro non possiamo non richiamare anche a questo riguardo tutti gli argomenti in merito alla situazione impiantistica e ambientale di quegli anni ed in particolare di quelli di gestione Enichem, evidenziati sia dalla sentenza di primo grado, sia dalle discussioni qui descritte dai colleghi della difesa che mi hanno preceduto, che dimostrano la piena e totale infondatezza ed insussistenza delle accuse formulate dal Pubblico Ministero. Per tali motivi, si chiede che codesta eccellentissima Corte d’Appello voglia confermare la sentenza d’assoluzione dell’ingegner Alberto Burrai e rigettare ogni domanda proposta nei suoi confronti dal Pubblico Ministero e dalle Parti Civili. Ringrazio.

 

DIFESA – Avv. Severino – Avvocato Paola Severino difensore del responsabile civile Eni. Farei torto alla difesa degli imputati e alla pazienza di questa Corte, se trattassi anche solo per accenni le posizioni degli imputati, nonostante queste fungano da premessa ai temi del responsabile civile. Ma nel fare rinvio per tutto ciò che attiene alla posizione degli imputati e alla loro assoluta innocenza rispetto ai fatti che sono stati oggetto di contestazione, alle argomentazioni delle difese che mi hanno preceduto e che con tanta penetrazione hanno trattato il tema, mi limiterò soltanto a trattare alcuni temi peculiari della posizione dell’Eni; temi che sono emersi sin dall’inizio di questo lungo e faticoso cammino che ci ha portato davanti alla Corte d’Appello, perché ad avviso di questa difesa mancavano fin dall’inizio e fin dalla lettura del capo di imputazione i presupposti perché l’Eni potesse essere citato in quest’aula come responsabile civile, mancavano cioè tutti quei rapporti che la legge civile richiede per la citazione di un responsabile civile: mancava ogni rapporto diretto di causazione tra il responsabile e l’asserito fatto illecito richiesto dall’Art. 2043 del Codice Civile, non era stato individuato alcun rapporto di dipendenza diretta tra l’ipotetico autore del fatto ed il civilmente responsabile, così come richiede l’Art. 2049 del Codice Civile, non erano state contestate condotte riferibili ad un esercizio diretto di attività pericolosa dalla quale sia derivato in modo diretto ed immediato un danno, ai sensi dell’Art. 2050 del Codice Civile; mancavano cioè, e fin dalla strutturazione del capo di imputazione, tutti gli elementi che costituiscono il presupposto per una citazione del responsabile civile. Da quel momento in poi, la difesa del responsabile civile Eni si è aggirata con una sorta di Diogene, cercando con la sua lanterna, con il suo lumicino, di cercare di comprendere e giungere ad una verità, nel caso di Diogene, nel caso attuale ad una ipotesi a cui radicare l’asserita responsabilità civile di Eni, ma senza risultato. Infatti, nonostante il G.U.P. avesse rinviato per l’accertamento degli elementi di merito che avrebbero potuto radicare un’ipotesi di responsabilità di Eni, né nell’udienza preliminare né nel processo di primo grado questi elementi sono stati in alcun modo trattati o emersi ed anzi direi che la sentenza con la quale si è concluso il primo grado ha sottolineato in modo ancor più forte la posizione di estraneità di Eni S.p.A., non dedicando nelle migliaia di pagine di motivazione neanche una citazione alla posizione giuridica dell’Eni. Giustamente, perché non esiste una posizione giuridica dell’Eni in questo processo e mi pare che neppure il dibattimento d’appello abbia fatto emergere alcunché che rassomigli neppure lontanamente ai presupposti di una responsabilità civile per fatto illecito del dipendente, con riferimento alla posizione di Eni. Le Parti Civili ed il Pubblico Ministero, nelle loro discussioni, hanno sfiorato la posizione Eni e una Parte Civile si è in particolare soffermata sulla evidenziazione di alcuni argomenti che avrebbero dovuto introdurre questa responsabilità e tratterò appunto dei temi che sono stati espressamente svolti da questa Parte Civile in maniera più analitica e ritengo per una sorta di divisione di competenze nell’ambito delle discussioni delle Parti Civili. Qual è l’impostazione della Parte Civile sul punto? L’impostazione parte da una sorta di scheda storica, che narra la vita dell’Eni e da essa desume, o vuole desumere, una posizione dominante dell’Eni rispetto a società controllate o comunque ad altre società. Questa in estrema sintesi la linea dell’accusa. La storia della società viene delineata attraverso fondamentalmente quattro tappe: la nascita dell’Eni nel 1954 e già nella nascita l’accusa vorrebbe individuare una sorta di peccato originale, dicendoci che l’Eni, dal momento della sua nascita come ente di diritto pubblico assoggettato al controllo statale, opera sostanzialmente come holding mista, esercitando l’impresa di fatto attraverso società che ad essa fanno capo. Sinceramente questo peccato originale non lo comprendo, non comprendo perché si parli di impresa di fatto, rispetto ad una situazione di strutturazione del gruppo che è secondo la legge e non contro la legge. L’altro punto è l’acquisto nel 1968 delle azioni Montedison, si badi bene, il 15%. Secondo la struttura dell’accusa, il possesso delle azioni Montedison determinerebbe l’imposizione da parte di Eni delle strategie gestionali, e mi faccio una prima domanda: come possa un azionista al 15% imporre strategie gestionali. Ancora, il potere di Eni su Montedison si sarebbe dimostrato anche dal passaggio di Cefis alla Presidenza Montedison da quella di Eni e qui si confondono fenomeni fisiologici con fenomeni patologici. È nella fisiologia del sistema che un azionista di una società possa esprimere anche, dare un’indicazione su componenti del Consiglio di amministrazione, nulla a che vedere con il fenomeno della responsabilità civile da fatto illecito altrui. Ancora, 1982, altra tappa storica: cessione degli impianti CVM di Montedison nell’ambito di un intervento di ristrutturazione del settore chimico. Del tema ha già parlato il professor Zanchetti sotto il profilo della lettura dei contratti, io qui voglio limitarmi a dire che da tutti i documenti esaminati in questo processo risulta inoppugnabilmente che ad Eni passò soltanto la lunga proprietà degli stabilimenti, mentre Montedison rimase alla gestione delle lavorazioni. Ancora, altra tappa storica, 1988 nascita di Enimont, dice l’accusa: gestita da Necci per conto di Enichem, ma su direttive dell’Eni. Affermazione priva di ogni supporto probatorio. Non è mai stata portata in quest’aula una direttiva Eni che possa supportare questa affermazione. Infine, 1992, Eni si trasforma in società per azioni, cosa che secondo l’accusa sancirà in modo definitivo l’accresciuta autonomia imprenditoriale e la correlata responsabilità degli organi direttivi. Intendo o cerco di intendere questa frase nel senso che la struttura che verrà ad assumere Eni quando si trasforma in S.p.A. come capogruppo e, come mi dice l’accusa, direzione unitaria di gruppo, configurerebbe una situazione dalla quale possa derivare una sua responsabilità per fatti non di suoi dipendenti, ma di fatti correlati a società del gruppo. Allora mi pare che il vizio di fondo di questa impostazione già si veda. L’addebito di aver ispirato strategie imprenditoriali di altri, di aver usato la partecipazione azionaria per un indirizzo strategico, di aver dato, parlo sempre dell’ottica dell’accusa, un input al collegamento economico e funzionale alle società del gruppo, l’individuabilità, secondo l’accusa, di un centro di imputazione di diritti e di obblighi riguardanti le società del gruppo, l’asserita esistenza di una direzione verticale unitaria, rappresenterebbero la fonte della responsabilità civile di Eni. Bene, si tratta di un processo sbagliato nei suoi presupposti, perché quando si deve valutare la posizione del responsabile civile non si può trasformare il giudizio in un processo alla società. Il processo volto ad individuare la responsabilità civile di una persona giuridica si fonda su una serie di elementi indicati rigorosamente dal Codice, che partono dalla responsabilità di un imputato che sia in rapporto funzionale con la società e che da questo rapporto funzionale derivi la responsabilità della società. Non è un processo alla persona giuridica, non è un processo al modo con cui la persona giuridica si è strutturata alle direttive che nell’ipotesi accusatoria avrebbe impartito o al modo con cui ha organizzato la struttura del gruppo. È un processo nel quale occorre rigorosamente partire dall’analisi delle norme civili che sono fondanti di questa responsabilità e dei comportamenti che ne rappresentano lo specifico presupposto e allora, nel caso di specie, il combinato disposto degli Artt. 2049 del Codice Civile e 185 del Codice Penale ci consentono e ci impongono di riportare la materia al suo alveo processuale. Si tratta di una responsabilità che trova la sua fonte nel rapporto diretto con sottoposti nell’esercizio delle incombenze a cui sono diretti. Su questo argomento, è ovvio che non citerò le norme del Codice, ben note a questa Corte, la giurisprudenza consolidata ci consente di affermare che in tema di persona civilmente responsabile per il fatto del condannato, "la responsabilità indiretta del committente a norma dell’Art. 2049 richiede come condizione imprescindibile l’esistenza di un rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto illecito realizzato dal dipendente e le mansioni a lui affidate, nel senso che le modalità esecutive delle prestazioni svolte devono aver reso possibile o almeno agevolato la condotta illecita e la produzione del danno", Cassazione del 2000, sempre ripetuta nello stesso tema nelle precedenti. Come si vede, siamo lontani anni luce dall’impostazione che al processo il responsabile civile vuol dare, l’accusa pubblica e privata, perché afferma ancora la Cassazione "soltanto la causazione colpevole di un fatto da parte di un soggetto dipendente nell’esercizio delle sue funzioni, quando queste siano state conditio sine qua non della commissione del reato, consente di fondare una posizione di responsabilità civile per fatto altrui in capo al committente o al datore di lavoro", cioè un rapporto diretto di dipendenza tra l’ente e il soggetto è un rapporto diretto di causazione dell’illecito in relazione alle funzioni svolte. Nulla di tutto ciò è nemmeno lontanamente ravvisabile con riferimento alla posizione dell’Eni e questo, come dicevo, è già visibile nella struttura del capo di imputazione, in cui se noi andiamo a scorrere brevissimamente quei pochi imputati per i quali viene citata una posizione di dipendenti, dirigenti, rispetto all’Eni, vediamo che ciò viene dato soltanto come elemento storico, non come fatto funzionalmente connesso alla commissione del reato contestato. Eugenio Cefis, si dice, ha ricoperto la carica di Presidente tra il gennaio 1970 e il novembre 1971. Ora, questo periodo di carica e questa precisa funzione non è mai stata presa in considerazione in connessione ai fatti oggetto del capo di imputazione, questo né in primo né in secondo grado. L’unico accenno durante il dibattimento ad Eni viene fatto per precisare qual era la società da cui proveniva Cefis prima di assumere l’incarico in Montedison, cioè quel discorso che facevamo prima dell’azionista che potrebbe designare un soggetto nella società di cui è partecipante. Punto. Ma questa è fisiologia, non è patologia e soprattutto non è un elemento nel quale possa radicarsi una responsabilità civile ai sensi del combinato disposto dell’Art. 185 del Codice Penale e 2049 del Codice Civile. In relazione ad Alberto Grandi, ancora sempre e solo come dato storico, si dice che aveva ricoperto la posizione di Presidente Eni dal maggio 1980 al marzo 1982. Anche qui lo stesso periodo storico esclude alcun riferimento funzionale o causale con gli illeciti che sono stati contestati. Idem per Italo Trapasso, nel 1980 – 1981 direttore di programmazione in Eni. Nessuno ha collegato questo breve periodo della sua attività funzionalmente ai reati che sono stati oggetto di contestazione e la stessa cosa vale per Cirillo Presotto e Alberto Burrai, il cui riferimento all’Eni è ancora più blando; vengono indicati genericamente come dirigenti di società del Gruppo Eni. Infine Lorenzo Necci, membro della Giunta Esecutiva di Eni dal settembre 1975 al marzo 1982, ma nonostante che qui il periodo trascorso in Eni sia più lungo, nessuna attività viene contestata a Necci quale dirigente di Eni, cioè nessun collegamento funzionale viene addotto che possa essere costitutivo di quella forma di responsabilità di cui ho finora parlato e queste sono le sole posizioni del capo di imputazione in cui c’è nella storia della vita professionale un accenno all’Eni. È evidente allora perché l’accusa pubblica e privata abbiano spostato l’accento, l’attenzione non più sui presupposti necessari per radicare un’ipotesi di responsabilità civile, ma si siano concentrate sulla struttura, sull’organizzazione, sulla posizione di Eni capogruppo come asseritamene fondante una responsabilità civile. Non crediamo che questa sia la strada giusta, non crediamo che comunque attraverso questa strada si possa arrivare ai presupposti di una responsabilità civile per fatto illecito del dipendente, ma vogliamo per completezza di trattazione, sia pure brevemente, contestarne il fondamento. Posizione di azionista, posizione di capogruppo, direzione unitaria. Sono questi i punti che vengono introdotti dall’accusa come asseritamene fondanti di una responsabilità civile per fatto illecito del dipendente. Partiamo dalla tesi per cui la semplice partecipazione azionaria potrebbe essere costitutiva di un ruolo idoneo a fondare una responsabilità civile, e questa è una prospettazione che va fortemente respinta, perché in nessun ramo dell’ordinamento la semplice partecipazione azionaria può essere confusa con le attività di gestione, con le attività operative, che possono essere fonte e che in questo processo sono state introdotte come fonte di asserita responsabilità penale dei singoli. La posizione dell’azionista è sempre, per tradizione storica, stata differenziata e nettamente differenziata da coloro che gestiscono. La distinzione tra capitale e chi compie operazioni di gestione è alle premesse del diritto societario ed ecco perché, confermando questa che è una considerazione di base del diritto societario, i presupposti di una responsabilità per controllo ex Art. 2359 del Codice Civile si basano non già su una posizione di azione – reato, ma su specifici comportamenti, da provare rigorosamente, sintomatici di una ingerenza della capogruppo che superi i limiti della fisiologica sopraordinazione. È questo il punto di riferimento di tutta la dottrina e di tutta la giurisprudenza che si è occupata di holding, di gruppo di imprese, di rapporti tra società nell’ambito di un gruppo. Non basta la posizione di capogruppo, non basta la posizione controllante e controllata per radicare delle situazioni riconducibili a responsabilità dirette della controllante nei confronti della controllata, ma è necessario un quid pluris, un comportamento non fisiologico come quello del controllo, un comportamento patologico, che è quello della indebita ingerenza nelle scelte da parte della controllata nei confronti della controllante. Naturalmente, trattandosi di comportamento patologico e non fisiologico, esso deve essere rigorosamente introdotto e provato. Bene, è mai stato introdotto in quest’aula o nell’aula in cui abbiamo discusso il primo grado, il tema di indebite ingerenze dell’Eni nelle attività dell’Enichem, di Montedison o di tutte le altre società in cui essa ha avuto una partecipazione o in cui ha assunto il ruolo di capogruppo? È evidente che la risposta è assolutamente negativa e allora non basta introdurre dei temi per ritenerli provati, non basta introdurre il tema del rapporto azionariato, controllante-controllata, per ritenere che questi possano essere fondanti di una responsabilità civile da fatto illecito. La posizione di controllo è una posizione assolutamente fisiologica. Altre sono le posizioni che potrebbero essere assunte a fondamento di una responsabilità civile da fatto illecito e non lo sono stati. Un ultimo punto, la direzione unitaria. Il concetto di direzione unitaria introdotto dalla cosiddetta Legge Prodi per le solo imprese in crisi è stato poi, con l’introduzione della normativa del Decreto Legislativo numero 6 del 2003, parzialmente modificato. Il legislatore infatti ha inteso conferire un ambito di maggiore applicazione alla disciplina dell’attività di direzione e di coordinamento, prima limitata alle sole imprese in crisi e poi estesa ad ampie categorie di società, società controllate e società collegate. Ma, si badi bene, anche con la nuova normativa il legislatore si è limitato a disciplinare aspetti di trasparenza nei rapporti tra colleganti e collegate, dunque non a dare mai al concetto di direzione unitaria o meglio, per esprimersi come ora si esprime la legge del 2003, all’attività di direzione e coordinamento una valenza che non sia più che lecita. Dov’è che la valenza della posizione di direzione unitaria assume dei connotati illeciti? Nella fattispecie delineata dal secondo comma dell’Art. 3 del Decreto Legge 26/79, cioè della Legge Prodi, in cui ad un primo comma in cui si individua la nozione di direzione unitaria, fattispecie assolutamente lecita, se ne affianca un secondo; dunque alla fattispecie semplice direzione unitaria si affianca un secondo comma in cui si descrive una situazione di controllo, una fattispecie complessa da cui discende un’altra disciplina, la responsabilità degli amministratori, la quale richiede ancora una volta la concreta ingerenza della società controllante nell’attività della società controllata. Dunque torniamo al punto che avevamo esposto prima: non è l’esistenza di una direzione unitaria in sé, non è l’esistenza di un’attività di controllo in sé che possa radicare forme di illecita interferenza, ma solo l’indebita ingerenza, che ancora una volta non c’è nel caso di specie e dunque non vale in questo caso la regola che gli amministratori della controllante rispondono perché si avvalgono della propria influenza dominante per impartire agli amministratori della controllata direttive che arrechino danno a quest’ultima o a terzi, che è il presupposto della fattispecie dell’Art. 3 comma 2 della Legge Prodi. Nulla di tutto ciò è stato introdotto in quest’aula, ancorché esso non potesse essere sufficiente a radicare un’ipotesi di responsabilità civile di Eni per fatto illecito di dipendente. Dunque quella ricerca intrapresa anni fa sul fondamento di una dedotta responsabilità di Eni ancora non ha trovato la sua risposta e non la può trovare, perché non vi sono le premesse per affermare una responsabilità civile di Eni ai sensi delle leggi del Codice Civile e del Codice Penale.

 

DIFESA – Avv. Slisinger – Slisinger, nella veste di difensore del responsabile civile Enichem. Eccellenze della Corte, l’ora è tarda e quindi io cercherò di fare una sintesi rapidissima di alcune delle cose che vorrei dire e che rimetto poi per il resto ad uno scritto. D’altra parte, già in primo grado avevo detto la mia certezza che il responsabile civile Enichem a rigore non avrebbe avuto nulla da dire, perché il presupposto perché entri in considerazione il responsabile civile è una previa condanna penale di un dipendente della società. Ero certo che ciò non sarebbe accaduto in primo grado – e non è accaduto – e questa certezza direi che si è rafforzata dopo una sentenza per la verità così bella, quella di primo grado, così completa e generosamente aggredita, non solo tecnicamente, e questo mi è dispiaciuto, e dopo le difese che sono state date dalle difese degli imputati in sede d’appello, difese così puntuali che mi pare che resti poco da dire. Quindi a rigore io potrei perfino omettere di parlare, ma lo faccio per doveroso scrupolo. Pochi punti voglio toccare, rapidamente. Il primo è quello del cosiddetto "periodi di competenza", che è una cosa assurda, perché in un processo penale si considerano le persone per quello che hanno fatto, non per le cariche che occupano; ma invano tutta la causa si è svolta su questo filo di vedere le singole persone cosa hanno fatto, cosa si imputa e non questo discorso delle cariche, che cariche avevano. Comunque, rispetto ad Enichem, il discorso del cosiddetto periodo di competenza, ammesso che possa avere un qualche significato, che a mio avviso non ha, questo periodo di competenza non comincia prima del 1987 e ricordo che lo stesso Pubblico Ministero ha detto, a pagina 1485 dell’atto d’appello, sono parole sue: "La gestione degli impianti è rimasta sempre in capo a Montedipe e ciò fino al 31 maggio 1987". Sono parole del Pubblico Ministero. Come riesca poi, contraddittoriamente, a fare leva su una pagina che fra l’altro riguarda non l’Enichem ma l’Eni, in cui si dice che Montedison avrebbe gestito per conto dell’Eni secondo un accordo del 1982, si badi bene, del 1982, rimettendo a degli strumenti ancora da definire del 1982 per il futuro in modo di assicurare all’Eni un controllo della gestione, si parlava di creare dei comitati misti. È evidente il significato. Siccome i costi venivano pagati dall’Eni, i costi, la gestione secondo la dichiarazione del Pubblico Ministero è sempre rimasta al gruppo Montedison, non a Montedison direttamente, a Montedipe, ma a quel gruppo. Quindi cosa c’entra il fatto che al fine di controllare i costi che poi venivano pagati dall’Eni, questo sia accaduto prima del 1987? La gestione è passata solo nel 1987. D’altra parte, tra gli imputati dipendenti dall’Enichem che possano quindi avere delle responsabilità, l’unico da prendere in considerazione è Presotto, il cui inizio dell’attività risale al 1986, quindi perché ci si ostina a parlare del 1983 per il cosiddetto periodo di competenza Enichem è una cosa difficile da capire. La verità è che l’Enichem ha provveduto, con costi rilevantissimi, che sono documentati e sono e attualmente superano i 500 milioni di euro, costi sopportati per adempiere all’accordo di programma per la chimica a Porto Marghera, per il rispetto della disciplina dei Decreti Ronchi – Costa dell’aprile 1998 e poi dell’accordo integrativo all’accordo di programma. Sono costi documentati, che superano i 500 milioni di euro e ribadisco quello che ho già detto in primo grado e cioè la nostra riserva di intentare azioni di responsabilità per questi costi nei confronti dello Stato dopo quello che si è evidenziato già in primo grado e più ancora in questo grado d’appello, con la prova delle responsabilità dello Stato nell’aver creato quelle situazioni di imbonimento e di inquinamento contro le quali si stanno facendo queste opere alle quali partecipa Enichem, con costi molto rilevanti. Un punto che vorrei... e ribadisco quindi questa riserva dell’iniziativa da assumere nei confronti dello Stato, che poi arriviamo all’assurdo che sia proprio lo Stato che chiede ad altri di riparare a quei danni che la sua attività ha determinato, con certezza, veramente è cosa che supera un po’ l’accettabilità. Ma uno dei punti che vorrei mettere in luce perché la Corte lo consideri, anche se – ribadisco – non ai fini poi della decisione che sarà da esaminare, della decisione che sarà da emettere, riguarda il cambiamento improvviso che all’ultimo l’Avvocatura dello Stato, come responsabile civile Stato e Ministero dell’Ambiente, ha fatto delle proprie conclusioni, delle proprie conclusioni in appello, che sono totalmente cambiate rispetto a quelle non solo di primo grado, ma anche della stessa pronuncia d’appello, nel senso che mentre in primo grado sollecitava una condanna del responsabile civile ed una immediata liquidazione da parte del Tribunale di questi danni, in appello all’improvviso, alle conclusioni finali, quelle lette ad ottobre del 2004, l’Avvocatura dello Stato invece ha chiesto che la condanna sia una condanna generica ed è chiaro il perché, come dirò tra un momento. Vorrei solo ricordare e sottolineare che in primo grado non solo veniva chiesta la liquidazione dei danni, ma veniva, leggo le parole pronunciate dall’Avvocatura dello Stato: "Qui esiste una prima ragione per cui voi – Tribunale, siamo in primo grado – liquidiate questo danno ambientale, perché siate voi a liquidarlo, proprio perché questa sua intrinseca ed irrinunciabile connotazione sanzionatoria comporta che di regola la sua qualificazione venga operata nel momento in cui vengono compiute queste valutazioni di tipo penale sulla responsabilità e non possa essere spostata ad un altro giudizio". Quindi si insisteva: non rinviate al prosieguo in sede civile, ma dovete provvedere immediatamente alla liquidazione di questo danno. In secondo grado, invece, sentiamo adesso che si chiede una condanna generica, con rinvio ad un separato giudizio per la liquidazione di questo danno. Ma ci sono delle cose illegittime, delle cose illegittime che sottolineo all’attenzione della Corte. Siamo nell’ambito di un giudizio civile, perché l’Avvocato dello Stato con me è sempre in tensione su questo punto, su cui stranamente litighiamo, perché questo è un giudizio civile, non è un giudizio penale, è un giudizio civile condotto dentro un giudizio penale, ma c’è un giudizio civile e la giurisprudenza del processo civile è pacifica – vi leggo tra un attimo una sentenza di Cassazione tra le tante – dice che la separazione della condanna generica dalla liquidazione, dividere l’an dal quantum, non è possibile senza l’assenso della controparte, perché è un giudizio civile che non c’è un potere unilaterale di spezzare. Ora qui non c’è stato nessun assenso del convenuto, il quale convenuto ha il diritto di pretendere che il giudizio nei suoi confronti sia un giudizio che si esaurisca e non si spezzetti. Ma c’è un profilo ancora più grave di questa illegittimità e cioè non chiede di andare come si potrebbe fare e come in via subordinata in primo grado aveva fatto, perché in primo grado in via subordinata, oltre le alla liquidazione del danno, era stata chiesta la separazione con rinvio al prosieguo del giudizio di primo grado; adesso invece si dice ad un separato giudizio. Un separato giudizio che cosa vuol dire? Vuol dire ad un giudizio di primo grado, ma il primo grado è consumato, non c’è più il primo grado. Noi possiamo soltanto andare ad un separato giudizio di secondo grado, ma cos’è questo separato giudizio, chi lo comincia questo separato giudizio di secondo grado? Dove viene incardinato questo separato giudizio? Non potrebbe che essere una prosecuzione di questo giudizio in secondo grado, che non è quello che è stato chiesto. È vero per la verità che noi siamo nell’ambito di un giudizio penale, con una richiesta di condanna ai danni in sede civile ma nell’ambito di un processo penale, donde una norma speciale che vale solo per questo tipo di immissione del giudizio civile nell’ambito del giudizio penale, che è l’Art. 539 del Codice di Procedura Penale, che consente eccezionalmente che in sede penale si possa, 539, il Giudice, non la Parte Civile, il Giudice, non una delle Parti, è un potere del Giudice: "Il Giudice, se le prove acquisite non consentono la liquidazione del danno, pronuncia condanna generica e rimette le Parti davanti al Giudice civile". Allora due osservazioni: primo che devono esserci gli estremi della condanna, sia pure generica, ma devono esserci gli estremi della condanna, cioè l’accertamento di un danno civile risarcibile; secondo, rimette le Parti davanti al Giudice civile, non rinvia ad un separato giudizio, rimette le Parti, quel processo, quel medesimo processo continua davanti al Giudice Civile. Continua, rimette le Parti davanti al Giudice civile. Ma questa è una norma dettata per il primo grado, non esiste un pendant in secondo grado, non esiste la remissione alla liquidazione in sede civile del prosieguo di un giudizio civile in secondo grado. È una novità, non è mai stata fatta la prosecuzione del giudizio in sede civile per la liquidazione del danno. Queste sono richieste che non sono legittime, che non sono ammissibili, alle quali ci opponiamo, premesso che sono convinto che non ci sarà ragione di occuparsene. Voglio solo ricordare, una tra tante, ma se vogliono poi le troveranno nello scritto, che la Cassazione insegna – come dicevo – che il Giudice non può pronunciare condanna generica quando ha chiesto la liquidazione del quantum solo se vi è l’assenso del convenuto. In assenza dell’assenso del convenuto non è possibile frazionare il giudizio, che è unico, in due giudizi sull’an e sul quantum. Ma come mai siamo a questo colpo di scena di un cambiamento delle conclusioni all’ultimo giorno? Ma è chiaro perché, perché in primo grado la condanna era per circa 80 mila miliardi di lire, 80 mila miliardi di lire, perché c’era una consulenza che diceva che il danno risarcibile era di 80 mila miliardi di lire, 77 mila. Ma la Parte Civile si è dovuta vergognare di poter dire: io chiedo nuovamente, perché? Perché nel frattempo ha fatto una transazione con la Montedison, che era insieme all’Enichem la vittima di quella richiesta di circa 80 mila miliardi di lire, una transazione con la Montedison in cui il danno è stato liquidato a 525 miliardi di lire. Ora, si può fare una perizia dicendo che esiste un danno di 77 mila miliardi e poi fare una transazione per 525 miliardi? C’è qualcosa che non va, che non va o nella perizia o nella transazione. Da qualche parte c’è un qualcosa che non va e non per niente è stato detto, è stato chiesto in Parlamento cosa è successo, come si spiega una cosa di questo genere. Ma allora, dove avere transato per 525 miliardi di lire, non si poteva più chiedere la condanna della sola Enichem, perché è stata rinunciata la domanda contro Montedison, e allora cosa si faceva, cosa si chiedeva all’Enichem? 40 mila miliardi di lire, il 50%? Cosa si chiedeva? Perché in primo grado abbiamo assistito anche a questa esercitazione. Di fronte alla domanda: ma questi 77 mila miliardi come li dividiamo, è stata fatta un’esercitazione portando un foglio al Tribunale nel quale si diceva: potete fare una proporzione, tanti anni di condanna dei singoli imputati, fate il totale, mettiamo che condannate in tutto, tutti i convenuti, tutti gli imputati a cent’anni di reclusione, allora fate un centesimo di questi 77 mila miliardi per ciascun anno di quella condanna. Ma queste sono... infatti il professor Leon che ha fatto quella perizia, ha poi detto: ma erano esercitazioni. Ma allora, se sono esercitazioni, non si possono portare come perizie davanti ad un Tribunale e chiedere delle condanne a queste cifre. Questi sono, così, come dire, appunto esercitazioni accademiche, non si possono fare. Ma comunque non si può accogliere la domanda proposta dall’Avvocatura dello Stato, oltre perché non ci sono gli estremi come ho detto, ma anche perché è intrinsecamente inaccettabile, perché l’Avvocatura dello Stato si ostina, nonostante la richiesta di rinvio ad un separato giudizio, a dire che però si chiede subito, immediatamente, una condanna al ripristino dello stato dei luoghi, senza dire quali sarebbero i luoghi che vanno ripristinati, che cosa va ripristinato. Noi non sappiamo, perché al termine di questo giudizio non siamo ancora riusciti a sapere chi ha danneggiato l’ambiente, dove, come, attraverso che cosa e che cosa bisogna fare per porre riparo a quei danni che, intendiamoci bene, non settant’anni o ottant’anni di gestione della natura nella laguna veneziana sono stati determinanti; non quelli, non quei danni lì, ma quali danno hanno provocato Tizio, Caio, non i periodi di competenze. Tizio ha danneggiato in questo modo, con questo pregiudizio della natura, perché il danno all’ambiente significa questo, che l’ambiente viene peggiorato e invano io mi sforzo da anni di ripetere all’Avvocatura dello Stato che chiedere il risarcimento di danni significa dire: la situazione era x, quella che viene ripetuta, la best line, la situazione di base, buona, cattiva, pessima, orribile, non importa: c’era un momento iniziale in cui le cose stavano così, poi dopo, per colpa dell’imputato di cui si chiede la condanna, alla fine le cose stavano cosà. Questa è la differenza, questo è il peggioramento, questo è quello di cui si deve chiedere il risarcimento, non il periodo di competenza. Bisogna provare il danno, la situazione si è pregiudicata perché passata dalla situazione x best line alla situazione di arrivo, la situazione y, che è quella finale. Questo misura la differenza e quindi il danno da risarcire. Ma noi come facciamo a ripristinare i luoghi se noi non sappiamo cosa è accaduto, non ci è mai stato detto, non ci è mai stato provato chi ha cambiato in peggio la situazione da A a B, Tizio, Caio, Sempronio? No, non l’abbiamo sentito, perché rispondono le persone e soprattutto rispondono le persone nel danno ambientale dove c’è un comma settimo dell’Art. 18 della legge del 1986 sul danno ambientale, che dice specificamente che non ci si può, non si possono fare delle condanne in solido, vanno fatte delle condanne individuali; ciascuno risponde per il suo comportamento, per quello che lui, ed eventualmente il responsabile civile con lui, per quel peggioramento della natura che ha determinato, danneggiando, logorando, modificando, i luoghi; di quello e solo di quello risponde. Una responsabilità solidale, come viene chiesta, non esiste nel danno ambientale, non è proponibile. Ma io assisto stupito che di queste cose ci si disinteressi, non vengono prese in considerazione. L’abbiamo detto, ripetuto e ci sentiamo ribadire le stesse cose, come questa richiesta, che invece fa a pugni, perché dice: risarcire il danno in separato giudizio, ma intanto subito ordinare il ripristino dei luoghi. Quali luoghi non lo sappiamo, ma soprattutto la legge non lo prevede, perché la legge è vero che dice che è concesso il ripristino dei luoghi, ma è un’alternativa, l’alternativa preferibile, cioè secondo quello poi che abbiamo imparato in genere del 2043, cioè o il risarcimento del danno è in forma specifica e cioè si mira ad ottenere il risultato diretto dell’eliminazione del danno o, se non si può ottenere l’eliminazione del danno, si chiede il risarcimento in via risarcitoria in alternativa. O l’uno o l’altro, lo dicono tutti, è solo l’Avvocatura dello Stato che ci dice invece: io voglio. Una liquidazione del danno, una quantificazione in un separato giudizio che non sappiamo quando avverrà, dove avverrà, chi è competente a farlo, un nuovo giudizio di primo grado che comincia da zero, e non c’è più il ne bis in idem? Ma io voglio un nuovo giudizio, ma io voglio il risarcimento del danno quantificato un giorno, non so quanto, e in più voglio anche il ripristino, che sono due misure alternative, o l’una o l’altra. Ma oltretutto il ripristino è possibile soltanto quando appunto, come dice la norma, se possibile, quindi prima bisogna dimostrare la possibilità, cioè bisogna dimostrare di che cosa si tratta e quindi l’individuazione esatta del contenuto di questo ripristino e bisogna dimostrarne la possibilità, cioè bisogna dimostrare che è possibile riportare la natura a quella situazione co-ante in cui si trovava nel momento in cui si è verificato il fatto dannoso, il danno pregiudizievole. Quindi non abbiamo né la prova della possibilità, ma meno ancora non abbiamo neanche l’individuazione del che cosa bisogna fare, come facciamo a prendere questi provvedimenti? Noi abbiamo delle domande davanti a questa Corte, che non sono legittime, che non sono azionabili, che non hanno significato, che non possono essere prese in considerazione. Io voglio chiudere, perché mi spiace avere portato così in lungo, ma ancora c’è un’ultima cosa almeno da ricordare, così, non fosse che in funzione esemplare, perché in primo grado controparte chiedeva una provvisionale di 500 miliardi di lire a carico della Montedison e di Enichem, 500 miliardi di lire. Adesso la novità, perché sono cambiate come ho detto le conclusioni, adesso la novità qual è? Non si chiede più niente alla Montedison, perché è stata risarcita la domanda, ma allora all’Enichem si chiedono 600 milioni di euro in via provvisionale. Io vi chiedo, qualche volta faccio confusione di fronte a questi cambiamenti. Adesso ci chiedono 600 milioni di euro, perché? Perché siamo colpevoli perché abbiamo vinto il primo grado, siamo stati assolti e allora per punirci sale la tariffa, diventa 600 milioni di euro in secondo grado la provvisionale. A fronte di che cosa? Se erano 500 miliardi in primo grado, come ha fatto a diventare questa provvisionare in secondo grado di 600 milioni? Ma non ci si dice perché, non ci si dà una motivazione per dire a fronte di che cosa. Per cui io avrei tante altre cose da dire, ma mi rendo conto dell’ora. Insisto per il rigetto di queste domande e ribadisco che vanno rigettate, perché l’Enichem, mentre Montedison non ha pagato ancora una lira sia pure avendo fatto una transazione, noi stiamo pagando, noi mi permetto di dire, Enichem sta pagando e ha pagato centinaia di milioni di euro, rispetto a quegli impegni che ha preso la sua parola la sta mantenendo e sta osservando; se fossero già stati pagati quei 500 miliardi di Montedison, allora quell’urgenza di certe opere di cui si dice che c’è importanza di averle presto, forse sarebbero già state completate. Grazie.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 10 novembre 2004 ore 9.00

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

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