UDIENZA DEL 06 LUGLIO 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 08 luglio 2004.

 

PRESIDENTE – La parola al Procuratore Generale.

 

PROCURATORE GENERALE – Signor Presidente, preliminarmente chiederei anch’io di poter essere autorizzato a parlare da seduto in quanto, anche se non ho proiezioni da offrire alla Corte, ho appunti da consultare, per maggiore comodità.

 

PRESIDENTE – Sta bene.

 

PROCURATORE GENERALE – Come dicevo, la mia requisitoria sarà una requisitoria di stampo per così dire tradizionale in quanto, diversamente dal collega Casson, non avrò appunto da proiettare slide, anche se mi sono reso conto, dall’esperienza delle precedenti udienze, dell’utilità di questo strumento, per anche consentire una maggiore presenza ed attenzione di tutti sui temi che vengono di volta in volta illustrati. Peraltro spero comunque che la Corte riuscirà a seguirmi ugualmente e in ogni caso, all’esito dell’odierna udienza, depositerò un testo scritto in forma di memoria, sostanzialmente riproduttivo, sia pure in forma un po’ più sintetica, di quanto verrò esponendo oralmente. Nella trattazione del tema che mi è stato assegnato, che è quello relativo al secondo capo d’imputazione, la cosiddetta parte ambientale, seguirò come filo conduttore della mia esposizione, in buona sostanza, l’ordine espositivo che è stato seguito dal Pubblico Ministero nella redazione dell’atto d’appello, con alcune digressioni ed alcuni approfondimenti su alcuni temi che verranno sviluppati un po’ più approfonditamente ed altri, invece, che saranno trattati più superficialmente in quanto saranno oggetto di più approfondita trattazione da parte di taluni avvocati di Parte Civile, e ciò anche per evitare inutili ripetizioni; e comunque, laddove quello che andrò dicendo dovrà essere integrato da interventi successivi, vi farò riferimento al momento opportuno. Inoltre, sempre per delimitare l’oggetto della mia trattazione, preciso preliminarmente che, per quanto concerne il ruolo e la rilevanza della contestazione ai sensi dell’articolo 437 del Codice Penale per quanto riguarda i profili che attengono al capo d’imputazione n. 2, quindi anche dal ruolo di cerniera che in qualche maniera viene ad assumere l’articolo 437 tra il primo e il secondo capo d’imputazione, questo sarà oggetto dell’intervento conclusivo del collega Casson, laddove poi parlerà anche delle posizioni individuali. Il 437 verrà trattato con particolare riferimento alla contestazione di disastro del secondo capo d’imputazione. Prima di passare, però, alla trattazione delle varie censure che sono state sollevate nell’atto d’appello nei confronti della sentenza di primo grado, mi sembra opportuno fare un momento il punto sulle coordinate del capo d’imputazione n. 2 e su quelle che sono effettivamente le contestazioni che sono state mosse dal Pubblico Ministero, anche per poi fare il punto su alcune prese di posizione del Tribunale di Venezia che, a mio avviso, appaiono quanto meno discutibili.

 

L’ipotesi accusatoria relativa al capo d’imputazione n. 2 si articola, a mio avviso, sostanzialmente su due piani. Il primo concerne ipotesi di inquinamento di acque di falda sottostanti i piani di discarica collocati nell’area di insediamento del Petrolchimico o in aree esterne a quest’ultimo, inquinamento che viene ritenuto rilevante in se stesso, quindi in termini di avvelenamento e/o adulterazione di acque, per il fatto di avere ad oggetto acque utilizzabili ad uso antropico e falde acquifere a cui attingono pozzi utilizzati a scopo di approvvigionamento idrico, e inquinamento delle falde rilevante anche come fattore di inquinamento delle acque dei canali lagunari prospicienti Porto Marghera per essere le falde acquifere vettore di trasferimento orizzontale delle sostanze inquinanti dal sottosuolo dell’area di insediamento del plesso industriale alle acque della laguna di Venezia che con quelle falde riescono ad entrare in comunicazione. Il secondo piano su cui si articola il capo d’imputazione concerne ipotesi d’inquinamento diretto dei sedimenti, delle acque, dei canali lagunari prospicienti Porto Marghera, inquinamento attribuibile agli scarichi industriali del Petrolchimico e segnatamente agli scarichi relativi ai processi produttivi attuati negli impianti del cosiddetto ciclo del cloro. L’impostazione dell’accusa di disastro innominato colposo, in cui il pericolo per la pubblica incolumità - elemento costitutivo del reato - è strettamente correlato e prende forma in ipotesi di avvelenamento e/o adulterazione delle acque di falda e dell’ittiofauna presente nei canali lagunari interessati dall’inquinamento, inquinamento che in sé e per sé rappresenta il danno alle cose necessario alla configurabilità in senso tecnico del disastro, disastro appunto configurato come evento complesso, grave, esteso, che riguarda le cose, ma con potenzialità di pericolo e quindi anche di danno per le persone, è caratterizzata questa impostazione dell’accusa, dicevo, da un lato dall’individuazione di una serie di eventi, che possono essere sinteticamente individuati nei fatti di avvelenamento e/o adulterazione ritenuti pericolosi per la salute pubblica; eventi che nel loro complesso, quindi complessivamente considerati e a prescindere dal loro distacco temporale reciproco e dal distacco temporale, dalle condotte cui sono causalmente ricollegati, vengono a configurare il disastro di cui, secondo la stessa impostazione accolta dal Tribunale di Venezia, non è necessaria la realizzazione contestuale, potendo il disastro prendere corpo nel tempo in virtù dell’accumularsi di singoli eventi non qualificabili di per se stessi come disastrosi. E dall’altro l’impostazione dell’accusa muove dall’individuazione di una serie di condotte, qualificate da colpa generica e colpa specifica, e perciò ritenute anche autonomamente rilevanti in quanto inosservanti di precetti contenuti in norme che prevedono reati contravvenzionali, attribuite a ciascun imputato in ragione dei periodi di rispettiva competenza, condotte che sono indicate come cause di quegli eventi. Sulle singole posizioni degli imputati, come dicevo, poi vi intratterrà nel suo intervento conclusivo il collega Casson. La permanenza in atto a cui si fa riferimento nel capo d’imputazione aggiornato alla data del 31 dicembre 2000 è una precisazione relativa all’attualità delle conseguenze, quindi degli effetti disastrosi, delle condotte colpose contestate agli imputati, in linea con l’impostazione accusatoria, che postula la possibilità - riconosciuta, come dicevo, anche dal Tribunale di Venezia - di configurare eventi disastrosi che prendono forma anche in ambiti temporali assai dilatati e di ricollegare causalmente quegli eventi a condotte plurime, succedutesi nel tempo e riferibili ciascuna a diversi soggetti investiti da una posizione di garanzia, anche se operanti in contesti temporali non concomitanti. Le censure che vengono formulate nell’atto d’appello del Pubblico Ministero riguardano sia il primo profilo, cioè gli addebiti di colpa contestati agli imputati, anche sotto il profilo della loro rilevanza autonoma come reati contravvenzionali, sia il tema della qualificazione in termini disastrosi degli eventi che sono causalmente ricollegati a quelle condotte colpose. Gli addebiti di colpa vanno però a loro volta suddivisi tra quelli che sono ritenuti e che vanno ritenuti rilevanti nell’ambito dei fatti d’inquinamento concernenti le acque di falda, considerate di per sé come oggetto di tutela ai sensi degli articoli 439 e 440 del Codice Penale, e come vettore della trasmigrazione dell’inquinamento delle acque dei canali lagunari con esse comunicanti, e quelle che sono rilevanti, invece, nell’ambito dei fatti di inquinamento concernenti le acque e i sedimenti dei canali lagunari, e da questi i molluschi, in generale l’ittiofauna vivente in quelle acque e che è suscettibile di entrare a far parte, attraverso il circuito della pesca clandestina, della dieta di un numero indeterminato di consumatori. Una premessa però mi sembra necessaria in tema di rilevanza causale delle condotte colpose addebitate agli imputati rispetto agli eventi che concorrono a qualificare in termini di disastro, avvelenamento e adulterazione di acque ed ittiofauna i reati contestati. Sul punto il Tribunale rileva che – cito la sentenza impugnata – "verificata la rilevanza causale di uno degli antecedenti nel contesto delle condizioni date, qualsiasi tentativo di caratura di tale fattore in relazione agli altri rimane privo di significato, e che la configurabilità del delitto di disastro colposo non postula – come si diceva anche prima – la necessità che l’evento di disastro colposo venga a verificarsi contestualmente". Esplicitando lo stesso concetto sostiene ancora il Tribunale di Venezia, in altra parte della motivazione, che – e cito ancora – "la nozione di causa penalmente rilevante viene a coincidere con quella di condizione contingentemente necessaria, che può venire ad assumere il significato anche per accumulo, nel senso che, pur essendo necessaria la rilevanza causale di ogni antecedente, l’evento – inteso come evento disastro nel nostro caso, evento che si può realizzare anche per stadi temporali successivi, come abbiamo detto – può verificarsi solo quando si sia determinato un complesso di condizioni"; certamente quando si venga a configurare quell’estensione, complessità, gravità di effetti che caratterizza, come abbiamo detto, il reato di disastro. "In tal caso è irrilevante verificare se i fattori causali di quel complesso di apporti sia prossimo, remoto o concomitante rispetto alla verificazione dell’evento, poiché anche in tal caso ricorre il principio di equivalenza delle cause diacronicamente succedutesi". Ebbene, tali affermazioni non sembrano, a mio avviso, tuttavia logicamente compatibili con l’ulteriore asserzione del Tribunale secondo la quale, una volta ritenuta la possibilità di attribuire rilevanza causale a condotte determinative di condizioni di aggravamento di un evento già verificatosi, "si ritiene che tale aggravamento sia di significato adeguato alla complessità dell’evento tipico – anche qui cito il Tribunale – ed adeguato alla condizione di pericolo per l’incolumità pubblica che nel disastro cosiddetto innominato costituisce requisito di fattispecie". E vediamo perché, a mio avviso queste affermazioni non sono tra loro compatibili. Non si vede infatti come sia possibile affermare da un lato che in presenza di più fatti addebitabili a più persone succedutesi nel tempo, a tutti e ciascuno è possibile riconoscere rilevanza causale ove risulti che essi abbiano contribuito a determinare una situazione tale che senza di essi l’evento, seppure prodotto dal fatto avvenuto per ultimo, non si sarebbe verificato, e dall’altro affermare che l’apporto di ciascuno in termini di aggravamento di un evento già verificatosi dev’essere di per sé tale da determinare una condizione di pericolo per la pubblica incolumità che nel disastro cosiddetto innominato costituisce requisito di fattispecie. La prima affermazione, in linea con il principio di concorso di causa accolto dall’articolo 41 del Codice Penale, postula infatti correttamente la rilevanza sinergica di ciascun rapporto causale in relazione ad un evento "disastroso" verificatosi anche non contestualmente, come abbiamo visto, proprio in virtù del concorso di antecedenti che, isolatamente considerati, non sarebbero stati idonei a determinarlo. La seconda affermazione, invece, postula in contrasto con la ritenuta irrilevanza del significato ascrivibile ad un’ipotetica graduatoria nella caratura dei fattori causali - e qui viene da citare la sentenza Terranova citata dal collega Casson due udienze fa, la quale afferma che, secondo il disposto degli articoli 40 e 41 del Codice Penale, è responsabile di un evento chiunque con una sua azione od omissione abbia contribuito a determinarlo, e ciò indipendentemente dalla entità dell’apporto causale -, dicevo la seconda affermazione postula la necessità di attribuire a ciascun antecedente un’autonoma rilevanza causale nella determinazione dell’evento disastroso, sia pure in termini di aggravamento di un evento disastro già verificatosi. Estremizzando il ragionamento del Tribunale si arriverebbe quindi all’assurda conseguenza di ritenere che il fattore causale verificatosi per ultimo sarebbe l’unico rilevante ai sensi dell’articolo 41 secondo comma Codice Penale in relazione all’evento disastroso rilevato alla data della contestazione, mentre gli apporti causali ad esso antecedenti sarebbero rilevanti solo in relazione ad eventi disastrosi preesistenti che, ancorché eziologicamente collegati a quello che è effettivamente oggetto di contestazione, sarebbero comunque diversi e distinti da quest’ultimo. La verità è che l’impostazione accusatoria, impropriamente criticata sotto questo profilo dal Tribunale, postula correttamente la rilevanza causale dei singoli apporti riferibili alle condotte di ciascun imputato in relazione ai periodi di rispettiva competenza, e collega causalmente quelle condotte, sinergicamente considerate nella prospettiva indicata dall’articolo 41 del Codice Penale, all’evento disastroso così come rilevato alla data della contestazione della permanenza in atto, laddove richiama il concetto di permanenza lungi dall’evocare la nozione tecnica di reato permanente, com’è noto riguardo alla condotta dell’agente, la cui persistenza nel tempo determina una lesione prolungata nel tempo del bene giuridico protetto dalla nostra incriminatrice, dicevo il richiamo al concetto di permanenza, lungi dall’evocare un’azione di reato permanente, ha riguardo esclusivo, come si diceva, all’attualità delle conseguenze degli effetti disastrosi riferibili alle condotte colpose ascritte agli imputati. Né il richiamo all’articolo 113 del Codice Penale viene a modificare sostanzialmente le problematiche probatorie connesse ad una siffatta impostazione accusatoria. Vero è che la cooperazione di più persone nel delitto colposo disciplinata dall’articolo 113 del Codice Penale si caratterizza sotto il profilo soggettivo per la reciproca consapevolezza, in capo a ciascun cooperante, della condotta colposa degli altri, e può anche concedersi che, come affermato dal Tribunale di Venezia, non tutti gli imputati, soprattutto quelli comparsi sulla scena in tempi assai lontani gli uni dagli altri, potessero avere una siffatta consapevolezza. E’ anche vero, peraltro, che anche ammettendo de richiamo all’articolo 13 non sia pertinente alla posizione di tutti gli imputati ma solo a quelli agenti in epoca coeva e da coloro che subentrarono nella posizione di garanzia essendo consapevoli del retaggio, in termini di inquinamento delle risorse ambientali, lasciato loro dagli immediati antecessori, anzi il richiamo all’articolo 113 vale in questo caso a qualificare in termini colposi la condotta di chi subentra nella posizione di garanzia essendo consapevole di quel retaggio, non per questo, dicevo, diventerebbe impossibile riconoscere la responsabilità a ciascun imputato sul presupposto della rilevanza causale del suo apporto, anche a prescindere dalla sussistenza in capo a lui dei requisiti soggettivi che caratterizzano la cooperazione nel reato colposo, in quanto nessuna violazione, a mio avviso, del principio di correlazione tra accusa e sentenza può ravvisarsi in presenza di un’affermazione di responsabilità penale fondata su un presupposto, il concorso di cause indipendenti, che rappresenta sicuramente un minus rispetto ad una prospettazione accusatoria, la cooperazione di più persone nel delitto colposo, che la rilevanza causale della condotta di ciascun concorrente comunque necessariamente presuppone. Cassazione Penale, Sezione Prima, sentenza n. 9545 dell’11 settembre 1995, udienza 10 luglio ‘95, affermazione che "non si ha violazione del principio di correlazione tra sentenza e accusa contestata allorché, contestata a taluno una condotta concorsuale, ne venga poi affermata la responsabilità per attività individualmente svolta". Un’ultima considerazione corre infine premettere in tema di posizione di garanzia nei reati ambientali, soprattutto in relazione alla ritenuta – dal Tribunale – irrilevanza delle condotte omissive laddove il rimprovero sotteso alla contestazione non consista nella violazione di una specifica norma cautelare, bensì nell’omessa attivazione, da parte dell’imputato, finalizzata alla neutralizzazione degli effetti in termini di inquinamento delle risorse ambientali determinati da coloro che l’hanno preceduto nella posizione di garanzia. Sul tema la giurisprudenza ha ripetutamente affrontato e risolto il problema della responsabilità del titolare dell’impresa in presenza di eventuali deleghe conferite a soggetti subordinati nelle organizzazioni complesse, giungendo ad affermare il principio secondo cui la violazione di norme di protezione ambientale comporta la responsabilità del gestore dell’impresa complessa tutte le volte in cui la violazione sia riferibile non tanto a cattive modalità di funzionamento degli impianti, ma ben più significative carenze o deficienze strutturali degli stessi o a carenze organizzative dell’azienda. E l’affermazione pare tanto più pertinente con riferimento a quella sottospecie della posizione di garanzia che, per distinguerla dalla cosiddetta posizione di protezione, è stata definita in dottrina come la cosiddetta posizione di controllo, che è caratterizzata da un lato dall’avere come proprio scopo precipuo quello di neutralizzare determinate fonti di pericolo in modo da garantire l’integrità di tutti i beni giuridici che possono risultarne minacciati, e dall’altro dall’avere come propri presupposti il mantenimento sulla sfera di signoria da parte del garante della sorgente da cui si origina la situazione di pericolo e la impossibilità per il titolare del bene giuridico minacciato di proteggere il bene medesimo. Orbene, con riferimento ai reati di cui si discute nel presente procedimento è evidente che il titolare del bene aggredito – incolumità, salute pubblica – non può che essere individuato nella stessa collettività di individui esposti alla fonte di pericolo, collettività che ogni qualvolta si trovi ad essere minacciata da pericoli scaturenti da processi tecnologici particolarmente complessi non è normalmente in grado di proteggersi da sola perché priva del potere d’incidere sulla organizzazione dell’attività da cui scaturisce il pericolo, e ciò comporterebbe comunque un’ingerenza nell’altrui libertà d’iniziativa economica, con la inevitabile conseguenza che la salvaguardia della pubblica incolumità finisce per dipendere necessariamente dalle cautele predisposte da chi ha sotto il proprio controllo la gestione dell’attività pericolosa. Adattando tali principi alle fattispecie di successione di più titolari nella posizione di garanzia e salvo quanto si dirà tra poco in tema di gestione di discariche non autorizzate, non può pertanto sfuggire, a mio avviso, la rilevanza, quanto meno in termini di colpa generica, della condotta omissiva del successore che, essendo consapevole delle carenze impiantistiche e strutturali causa del retaggio lasciatogli in gestione dal suo immediato antecessore - e qui la vicenda (American Price) di cui ci parlerà più avanti il collega Casson appare sotto questo profilo particolarmente istruttiva -, dicevo il titolare della posizione di garanzia che, anziché marcare una linea di netta discontinuità rispetto al passato, nulla abbia fatto per evitare il perpetuarsi di un assetto organizzativo ed impiantistico in contrasto con la normativa di protezione ambientale e perciò destinato inesorabilmente ad aggravare, per l’accumulo progressivo degli inquinanti immessi nell’ambiente, la già compromessa situazione da lui ereditata. Veniamo quindi ad esaminare partitamente gli addebiti di colpa, esaminando dapprima quelli che sono rilevanti, come dicevo, in tema di inquinamento delle acque di falda, e successivamente quelli che sono rilevanti, invece, in tema di inquinamento della laguna, detta così per comodità espositiva.

 

Faccio qui riferimento, per quanto riguarda gli addebiti di colpa rilevanti in tema di inquinamento delle acque di falda, alle censure sviluppate nell’atto d’appello del Pubblico Ministero nei capitoli 3.2 e 3.4, oltre che nel paragrafo 3.3.1 del capitolo 3.3. In particolare nel capitolo 3.2 si contesta l’affermazione del Tribunale secondo cui prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 915/82 non sarebbe individuabile una norma agenti in materia di scarico di rifiuti cui la condotta degli imputati avrebbe dovuto conformarsi. La tesi del Tribunale in buona sostanza è che la gestione dei rifiuti prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 915/82 si collocava nel contesto normativo espresso dal comminato disposto degli articoli 216 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie e l’articolo 15 del Piano Regolatore Generale del ‘56, che prevedeva appunto che nella zona industriale troveranno posto quegli impianti che si possono dire, con espressione di sintesi, a rilevante impatto ambientale. In realtà l’accusa aveva contestato che, ancora prima delle modalità di gestione dei rifiuti, era stato contestato appunto dagli imputati di aver creato delle vere e proprie discariche, e ciò in contrasto con normative che ben prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 915/82 vietavano il deposito di rifiuti sul suolo e quindi la realizzazione di discariche. L’atto d’appello contiene un puntuale riferimento a questa normativa, a cui avrebbe dovuto essere fatto riferimento al fine di valutare la legittimità o meno della condotta degli imputati in tema di realizzazione di discariche, e va detto anche, per inciso, che non è necessario che le norme cautelari la cui violazione integra profili di colpa specifica siano penalmente sanzionate, e quindi vengono in rilievo anche Leggi Regionali, come la Legge Regionale Veneto del 6 luglio ‘80, n. 85, che faceva divieto di abbandonare o depositare rifiuti di qualsiasi genere sulle aree pubbliche o private, nonché scaricare o gettare rifiuti nei corsi d’acqua, canali, laghi, lagune, in mare; l’articolo 10 della Legge 5 marzo ‘63, che pure vietava di scaricare o disperdere in qualsiasi modo rifiuti o sostanze che possono inquinare le acque della laguna; la Legge 20 marzo ‘41, n. 366, non abrogata dalla 915/82 ma solo dal Decreto Ronchi n. 22 del 1997, il cui articolo 17 della Legge 366 prevedeva il divieto assoluto di gettito di rifiuti e il temporaneo deposito di essi nelle pubbliche vie e piazze, interni pubblici e privati, e il fatto che si parlasse genericamente di rifiuti, benché la Legge avesse ad oggetto i rifiuti solidi urbani lascia intendere chiaramente che legislatore dell’epoca aveva ben presente la pericolosità di condotte appunto di rilascio di rifiuti a prescindere dalla natura e provenienza del rifiuto stesso. Poi vi sono altri Regolamenti comunali, come quello del Comune di Mira, in cui hanno trovato posto alcune delle discariche di cui al capo d’imputazione, il Regolamento del Comune di Mira del 30 luglio 1954, che vietava di spargere o accumulare nel suolo pubblico qualsiasi materiale di rifiuto lurido o nocivo; il Comune di Venezia, il cui Regolamento d’Igiene faceva anch’esso divieto di gettare o accumulare rifiuti o immondizie su qualsiasi area scoperta, sia pubblica che privata. Tutte norme, queste, la cui violazione comportava l’applicazione delle pene previste dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie. Ma soprattutto quello che preme rilevare è che non può attribuirsi quella rilevanza che il Tribunale invece attribuisce all’articolo 15 delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG del 1956. Innanzitutto si tratta di una norma che non detta alcuna previsione circa la possibilità di creare delle zone di rilascio incontrollato e di scarico di residui nelle attività produttive che venivano con quella norma autorizzate essere installate in quell’area. Si tratta poi di norma sicuramente superata, come abbiamo visto dall’articolo 10 della Legge 366 del 1963, e poi vi è da dire che nella gerarchia delle fonti il PRG è sicuramente uno strumento meramente urbanistico, che ai sensi dell’articolo 4 proprio della Legge Urbanistica aveva unicamente la finalità di attuare la disciplina urbanistica nel territorio, non poteva quindi avere l’effetto di ritenere scriminate per suo tramite condotte di degrado ambientale che operano in un contesto tutt’affatto diverso da quello che è l’oggetto della normativa di cui trattasi. Quindi è sicuramente erronea l’impostazione del Tribunale laddove ha ritenuto perfettamente lecite le condotte di discarica realizzate prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 915/82. Nel capitolo 3.3 dell’atto d’appello si contesta inoltre la affermazione del Tribunale secondo cui la gestione di discarica intervenuta invece in epoca invece successiva all’entrata in vigore del D.P.R. 915/82 non sarebbe mai avvenuta senza titolare autorizzativo – così sostiene il Tribunale – o con modalità incompatibili con le prescrizioni accessorie pertinenti alle autorizzazioni rese, e sul punto si fa riferimento in particolare alle testimonianze Pavanato e Gavagnin, ma che non hanno poi quel significato così decisivo che il Tribunale attende attribuirgli, in quanto il Pavanato ha precisato, in particolare all’udienza del 12 dicembre 2000, che in base all’attività compiuta dal proprio ufficio egli non era assolutamente in grado di smentire quanto accertato dalla Polizia giudiziaria e, conseguentemente, di affermare che il fenomeno dei conferimenti in discarica fosse cessato in seguito all’entrata in vigore del D.P.R. 915/82; e il secondo teste, il Gavagnin, avendo invece precisato di aver solo desunto dalla proposizione del servizio del perito Ceolin e di non aver quindi potuto egli direttamente constatare il fatto che, successivamente a quella data, sarebbero cessati - secondo l’espressione da lui usata - i fenomeni più macroscopici verificatisi in precedenza. Inoltre vi è la testimonianza dell’ispettore Spoladori, che ha confermato anche per il periodo in questione la continuazione dei conferimenti abusivi in discarica. Le autorizzazioni cui fa riferimento, peraltro in modo assolutamente generico, il Tribunale, senza alcuna indicazione per ciascuna discarica dell’autorizzazione ad essa relativa, si riferiscono inoltre solo allo stoccaggio provvisorio dei rifiuti e non possono pertanto ritenersi idonee a legittimare le situazioni di cui si discute nel presente procedimento, situazioni che sono caratterizzate, come si è visto, dalla realizzazione di vere e proprie discariche, idonee ad integrare come tali forme di smaltimento definitivo e non già di stoccaggio provvisorio dei rifiuti; l’articolo 16 del D.P.R. 915/82 distingueva per l’appunto lo stoccaggio provvisorio e lo stoccaggio definitivo in discarica con la conseguenza, rilevante sotto il profilo della responsabilità penale, che per ognuna di queste due fasi di gestione del rifiuto era necessario ottenere una autonoma autorizzazione. Essendo stato inoltre dimostrato, anche se sulla base dei rilievi eseguiti da Acquater, che molti dei rifiuti interrati nell’area d’insediamento dello stabilimento Petrolchimico avevano le caratteristiche per essere definiti rifiuti tossico/nocivi, non si vede come il loro conferimento in discariche locali, artigianalmente realizzate, senza nemmeno conoscere i requisiti tecnici che sarebbero stati definiti, per quel tipo di discariche, solo con la delibera interministeriale del 27 luglio 1984, avrebbe potuto dirsi eseguito in conformità alle prescrizioni accessorie alle autorizzazioni rese, peraltro mai acquisite, queste autorizzazioni, dal Tribunale. Vi è poi l’ulteriore problema che attiene appunto alla problematica delle discariche, affrontato nel capitolo 3.4 dell’atto d’appello, che è quello relativo alla rilevanza penale, alla stregua della normativa sui rifiuti, delle condotte omissive consistenti nella mancata attivazione in relazione ai siti inquinati da terzi antecessori. Noto che il Tribunale fonda la propria decisione sulla sentenza delle Sezioni Unite 5 ottobre 1994, secondo la quale il mero mantenere nell’area rifiuti scaricati o fatti scaricare da altri quando ormai la discarica è chiusa, non è più operativa, non rientrerebbe nel concetto di gestione di discarica penalmente rilevante. Qui viene da fare una premessa: che il ruolo (nomifilattico) delle Sezioni Unite è fuori discussione, però vi è da dire che vi è la possibilità nel nostro ordinamento di discostarsi, motivatamente ovviamente, dalle conclusioni delle Sezioni Unite, soprattutto laddove, come si è verificato in questo caso, vi sono già altri precedenti che in qualche modo si sono discostati da questa sentenza - che ormai risale peraltro a circa dieci anni fa - delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Affermano appunto le Sezioni Unite che "i reati di gestione di discarica abusiva e di smaltimento non autorizzato di rifiuti non possono essere integrati dal semplice mantenimento nell’area di rifiuti che sono stati scaricati da altri", quando ormai non è più attiva l’organizzazione appunto destinata al conferimento dei rifiuti. Quindi la permanenza dei reati ci sarebbe allorché si interrompe il conferimento e viene meno l’organizzazione necessaria allo scopo. Quindi per chi subentra mancherebbe qualsiasi disponibilità della discarica, che è già esaurita, e quindi non vi sarebbe in capo a lui un dovere di controagire e quindi non vi sarebbe la possibilità neppure di individuare in capo a lui alcun profilo di responsabilità penale. In realtà la critica a questa impostazione deve muovere dalla nozione del concetto di gestione di discarica non autorizzata, e all’uopo soccorrono gli articoli 10 e 16 del D.P.R. n. 915/82, dal quale si desume che nel concetto di gestione di discarica e smaltimento di rifiuti tossici sono comprese non solo le fasi del conferimento e deposito dei rifiuti, ma anche quelle successive all’esaurimento dell’impianto, che sono necessarie per il controllo e la messa in sicurezza dello stesso. In particolare l’articolo 16 del D.P.R. 915/82 prevede modalità e cautele da osservare per l’esercizio della discarica controllata anche dopo la sua chiusura; quindi il concetto di esercizio viene associato anche al momento temporale successivo alla chiusura dell’impianto. E addirittura l’articolo 16 prevede tipiche cautele gestionali che devono essere osservate dopo la chiusura dell’impianto, tra cui in particolare la ricopertura della discarica, di cui vanno individuate dalla pubblica autorità di controllo le modalità, e il riutilizzo dell’area. Inoltre, se si considera quindi che anche dopo la chiusura della discarica è individuabile un concetto di gestione, e quindi di obblighi e responsabilità che fanno carico al gestore anche dopo la chiusura della discarica, è evidente che questi obblighi, nel caso di successione del terreno su cui la discarica è stata autorizzata, questi obblighi non possono non far capo al nuovo proprietario del sito. Quindi, anche nel caso in cui la discarica non fosse stata autorizzata, gli obblighi di messa in sicurezza non possono non gravare al successore perché sarebbe assurdo ritenere questi obblighi gravanti in capo a chi succede nella gestione di una discarica ritualmente autorizzata e non, invece, a chi succede nella titolarità di un terreno su cui è stata realizzata una discarica abusiva. Inoltre poi la norma contenuta nella delibera interministeriale 27 luglio 1984 che riguarda la necessità di mantenere gli impianti, di mantenere in esercizio i sistemi di drenaggio e captazione del percolato delle discariche anche dopo la chiusura delle discariche stesse, da cui si desume un obbligo giuridico di attivarsi, anche per chi subentra nella titolarità della discarica ormai esaurita, al fine di evitare tutte le conseguenze in termini di degrado ambientale che possono scaturire dal mantenimento dei rifiuti così come sono stati conferiti dall’antecessore. Quindi anche se fosse vero quanto affermano le Sezioni Unite della Cassazione, cioè che non è ravvisabile un obbligo giuridico per il detentore di una discarica già esaurita di intervenire per la rimozione dei rifiuti, ciò non significa peraltro che non esista comunque in capo al successore un obbligo di attivarsi al fine di impedire tutte le conseguenze negative in termini di degrado ambientale che derivano dalla discarica esistente. E in questo caso soprattutto rileva questo addebito in quanto l’evento che viene causalmente ricollegato a questo addebito colposo in materia di discariche è quello relativo all’inquinamento delle acque di falda, quindi il fatto di non essersi attivati al fine di impedire il degrado ambientale correlato all’esistenza di rifiuti, quindi il percolato di discariche, ha un’efficienza causale, indipendentemente dal fatto di individuare o meno l’esistenza del reato contravvenzionale per violazione del D.P.R. 915/82, ma comunque per violazione delle norme tecniche contenute nel decreto interministeriale, rileva come colpa specifica come antecedente causale dell’evento considerato dall’imputazione evento inquinamento delle acque di falda. Il fatto poi che il Decreto Ronchi abbia invece espressamente introdotto l’obbligo di rimozione per il proprietario dei rifiuti da altri depositati sull’area di cui egli abbia la disponibilità nulla aggiunge, sotto questo profilo, agli obblighi previsti dalla normativa del Decreto interministeriale or ora citato. Dicevo in precedenza che la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, su cui si fonda l’assunto del Tribunale di Venezia, è stata successivamente disattesa sia nella sentenza della Sezione Terza della Corte di Cassazione del 4 novembre ‘94, laddove si dice che il concetto di gestione di discarica dev’essere inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi contributo, sia attivo che passivo, diretto a realizzare o anche semplicemente a tollerare e mantenere il grave stato del fatto reato strutturalmente permanente. E poi anche nella sentenza della Sezione Terza 11 aprile ‘97, laddove invece viene criticata l’impostazione delle Sezioni Unite 5 ottobre ‘93, impostazione che rende il termine di cessazione della permanenza del reato ondivago in conseguenza all’emissione o meno da parte del Sindaco del provvedimento di rimozione dei rifiuti, e non include nella nozione di gestione della discarica il mantenimento della stessa senza alcun conferimento ovvero l’obbligo della remissione in pristino.

 

Passiamo ora ad esaminare, invece, gli addebiti di colpa che sono rilevanti con riferimento al secondo evento in cui si articola, come dicevo in premessa, il capo d’imputazione, e cioè l’inquinamento dei sedimenti delle acque della laguna e di avvelenamento e/o adulterazione del biota in esse vivente, con la premessa che si tratta di addebiti di colpa ognuno dei quali porta un suo contributo concausale alla determinazione di questi eventi, quindi possono essere anche addebiti di colpa che di per sé soli, isolatamente considerati, potrebbero anche non essere causalmente rilevanti, ma la rilevanza causale di queste condotte colpose evidentemente va assunta in una prospettiva sinergica e di concorso di cause. In particolare si addebita, nel capitolo 3.7 dell’atto d’appello, la mancata adozione, almeno fino al ‘93, di dispositivi (blowdown) per il contenimento e l’abbattimento degli inquinanti dispersi in atmosfera in seguito all’emissione di sfiati dai dispositivi di protezione degli apparecchi a pressione, tecnologia che era disponibile fin dagli Anni Sessanta ed era già stata attivata da Montedison in altri impianti. E a questo proposito sembra opportuno fare un accenno al tema del contributo all’inquinamento della laguna del cosiddetto (foll out) atmosferico, tema che ha formato oggetto tra l’altro di uno studio del CNR presentato nel corso del dibattimento di primo grado. Questo studio, che è consistito nel monitoraggio sistematico effettuato in quattro punti della laguna di Venezia per i microinquinanti organici e i metalli pesanti ha consentito di evidenziare la presenza nel stazione in prossimità della zona industriale, negli anni ‘98 e ‘99, di carichi annui di esaclorobenzene superiori da 6 a 10 volte e carichi annui di diossine e furani superiori da 3 a 5 volte rispetto a quelli riscontrati in altre zone lagunari. Non solo, ma ha offerto anche un importante contributo a conferma dell’ipotesi, prospettata e verificata dai consulenti d’accusa, come si vedrà più avanti, che tende ad associare al ciclo produttivo del cloro un particolare profilo di impronta delle diossine. Il profilo dell’impronta di diossine e furani riscontrati in prossimità della zona industriale si presenta infatti con caratteristiche marcatamente diverse da quelle riscontrate in altri contesti lagunari, ove si rileva una predominanza dell’octaclorodibenzodiossine rispetto agli altri congeneri, laddove invece nella zona industriale tende invece costantemente a prevalere l’octaclorodibenzofurano. Va richiamata in particolare la deposizione dibattimentale resa nel corso del procedimento di primo grado dal consulente tecnico del Pubblico Ministero dottor Guerzoni. Secondo addebito è la mancata adozione della tecnologia con celle a diaframma e con celle a membrana in luogo del processo con celle a catodi di mercurio per la produzione della clorosoda; anche qui si fa riferimento alla relazione del 30 marzo 2001 del consulente tecnico di Medicina Democratica dottor Mara, anche questa mai citata nella motivazione della sentenza di primo grado. Terzo addebito è la mancata adozione dell’ossigeno puro in luogo dell’aria nel processo produttivo del dicloroetano nel reparto CV23, che dà luogo anche questo a sottoprodotti clorurati, processo che era stato adottato negli USA fin dal 1976. Quarto addebito è la mancata realizzazione del depuratore chimico-fisico-biologico nelle acque reflue, disponibile fin dagli Anni Cinquanta. Qui il Tribunale afferma che in tesi dell’accusa - a pagina 779 della sentenza - si ritiene che il depuratore biologico poteva farsi già negli Anni Cinquanta, ma il Tribunale nulla dice della documentazione che era stata presentata dal Pubblico Ministero a supporto di questa affermazione, ma si limita a recepire criticamente le osservazioni degli esperti delle Difese, i quali avevano spiegato che un depuratore biologico di uno stabilimento chimico dell’entità e complessità di quella considerata era in quegli anni un’applicazione inedita nel contesto italiano. Quindi si limita a dire il Tribunale, in sostanza, che nella realizzazione del depuratore biologico era considerata un’applicazione inedita nel contesto italiano. Vediamo invece quali erano questi documenti che il Pubblico Ministero aveva presentato per supportare la sua tesi secondo la quale questo impianto poteva essere disponibile fin dagli Anni Cinquanta. Innanzitutto gli atti del convegno dell’Associazione Nazionale di Ingegneria Sanitaria, tenutosi a Bologna dal 20 al 24 aprile del 1961, ove tra l’altro era stato presentato uno schema dell’impianto consorziale del bacino del Niers per il trattamento degli scarichi industriali. Si tratta di un impianto a fanghi attivi, illustrato nel convegno dal professor Luigi Mendia del Ministero della Sanità, nella sua relazione tecnica su aspetti tecnici del problema degli scarichi industriali, costituito dalle seguenti sezioni impiantistiche: griglia, dissabbiatore, vasca di acidificazione, vasca di mescolamento, chiarificazione preliminare, vasca di precipitazione, vasca per la fase biologica preliminare, vasca di chiarificazione intermedia, vasca per la fase biologica finale, vasca di chiarificazione finale, impianti di riduzione di gestore. L’autore tra l’altro precisa che il sistema fanghi attivi trova soprattutto impiego nel caso specifico nell’epurazione di grandi volumi di scarico e che il rendimento di un completo trattamento che si avvale dell’impiego dei fanghi attivi raggiunge valori che superano anche il 90%. Con tale sistema vengono trattati con piena soddisfazione acque di rifiuti provenienti dalle industrie, dall’industria farmaceutica. Il suo impiego è risultato anche vantaggioso nel trattamento di scarichi di raffineria contenenti, oltre che fenoli, idrocarburi, acidi grassi, composti azotati e solforosi. Poi gli atti del convegno internazionale di studio sulle acque industriali, aspetti tecnologici, svoltosi a Milano dal 30 maggio al 2 giugno 1960 presso il Museo della Scienza e della Tecnica. Di questi atti, per brevità, ci si limita a ricordare un passo della relazione tenuta il 30 maggio 1960 dal dottor Luigi Morandi, vice Presidente della Società Chimica Italiana e Presidente della Sezione Lombarda, nel quale lo stesso ha sottolineato che l’acqua industriale è una grande ammalata, entrando subito nel vivo dello scottante problema. Egli si è quindi compiaciuto che due leader associazioni culturali si siano unite per promuovere e favorire una aperta discussione su tutti gli aspetti dell’utilizzazione e lo scarico delle acque nell’industria: "I mezzi tecnici per la depurazione delle acque di rifiuto sono oggi perfettamente conosciuti. Il problema quindi è essenzialmente economico e può essere agevolmente risolto, specialmente quando si può contare su sovvenzioni statali o regionali. Una obiezione frequente da parte dell’industria è che la depurazione delle acque di rifiuto è troppo costosa perché essa possa sostenerla. A ciò si può rispondere che un’azienda che non è stata capace di risolvere il problema delle sue acque di scarico è mal condotta o male organizzata. E anche ammettendo obiettivamente le gravi difficoltà di certi tipi di industria, non si può prescindere dall’ovvio principio che chi preleva dell’acqua e la lavora deve restituirla alla comunità in uno stato tale che essa non possa nuocere a chi sta a valle. Un consiglio prezioso per gli stabilimenti che sorgono è quello di prevedere fin dal progetto iniziale la costruzione di un adeguato impianto di depurazione delle acque di scarico; ciò consentirà un risparmio assai notevole". Dai convegni degli anni ‘60 e ‘61, quindi, ma anche degli anni precedenti, risulta quindi che all’epoca le industrie, i tecnici, i ricercatori, le istituzioni a tutti i livelli, erano pienamente consapevoli della gravità del problema dell’inquinamento causato dagli scarichi industriali, e ugualmente ben note erano le soluzioni tecniche e in particolare il trattamento delle acque reflue industriali con processi chimico-fisico-biologico a fanghi attivi. A tutto questo la sentenza impugnata non ha fatto alcun cenno. Vi è poi un altro addebito di colpa sempre pertinente ai profili che stiamo ora esaminando, che è quello, il quinto se non vado errato, violazione del divieto di diluizioni, scarico SM15 è il punto nodale. Il tema è peraltro strettamente correlato a quello relativo alla percentuale dei superamenti dei limiti massimi consentiti dalla legge per gli inquinanti tossici ed ecopersistenti costituiti dai clorurati organici, la cui concentrazione risulta addirittura superiore nello scarico SM15 che nello scarico di processo SM22, che confluisce nell’SM15 insieme ad altri scarichi di processo. Nell’atto d’appello tra l’altro si dimostra, richiamando i calcoli del consulente tecnico ingegner Carrara, che non superando mai le concentrazioni limite si sarebbe potuto contenere la media del carico inquinante a livelli sempre inferiori al 10% del valore limite. Da ciò la conclusione che con la diluizione realizzata nello scarico SM15 si è determinata la possibilità di scaricare quantità di inquinanti che non sarebbe stato consentito scaricare se ciascun flusso di acque fosse stato scaricato separatamente o se i limiti di concentrazione fossero stati applicati a ciascun singolo flusso prima della miscelazione. Va aggiunto a questo proposito che il divieto assoluto di diluizione con acque prelevate allo scolo, sancito dall’articolo 9 comma 4 della Legge Merli, si riferisce a tutte le acque comunque provenienti dallo stabilimento – acque di servizi di raffreddamento, lavaggio, etc. - diverse da quelle che sono state utilizzate all’interno dello specifico ciclo di lavorazione; in tal senso la Cassazione Penale, Sezione Terza, 21 luglio 1988 numero 8331. Logico corollario di tale principio, anch’esso più volte ribadito dalla Corte di Cassazione, è che la verifica della concentrazione di ciascun inquinante nel refluo va eseguito nel punto in cui lo scarico esce dal ciclo produttivo, prima che il rapporto possa essere alterato da diluizioni non consentite. Si è obiettato peraltro da parte della Difesa, in una delle memorie depositate all’inizio di questo dibattimento di secondo grado, che il divieto di diluizione con acque di raffreddamento, di lavaggio, prelevate esclusivamente allo scopo, riguarderebbe esclusivamente gli scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C allegate alla Legge numero 319/1976, in quanto l’articolo 9 comma settimo di tale legge prevede solo per tali scarichi parziali il divieto di diluizione con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo, prima del loro trattamento per adeguarle ai limiti tabellari previsti dalla legge medesima. La norma contenuta nel comma settimo dell’articolo 9 va però letta e interpretata, ad avviso di chi vi parla, in stretto collegamento con il precetto contenuto nel comma precedente, laddove si prevede per l’autorità preposta al controllo la facoltà di richiedere che gli scarichi parziali di cui trattasi subiscano un trattamento particolare prima della loro confluenza nello scarico generale. La regola che se ne desume deve ritenersi pertanto la seguente: mentre per tutti gli scarichi parziali diversi da quelli contenenti le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C è sempre possibile, purché nel rispetto del divieto assoluto di diluizione stabilito dall’articolo 9 comma quarto, la confluenza nello scarico generale, anche in assenza di un trattamento specifico e preventivo finalizzato al loro adeguamento ai limiti tabellari, ciò non è consentito, invece, per quegli scarichi parziali, quelli contenente le sostanze di cui al numero 10 delle tabelle A e C, in relazione ai quali la legge richiede, prima ancora che essi confluiscano allo scarico generale, un trattamento particolare per adeguarli ai limiti tabellari previsti dalla legge per quelle sostanze. Ma tale disciplina specifica e più rigorosa di quella generale prevista per tali scarichi parziali in ragione del loro contenuto, ritenuto maggiormente inquinante e quindi più pericoloso per l’ambiente, va comunque correlata alla regola generale posta dall’articolo 9 quarto comma della legge citata, secondo la quale i limiti di accettabilità non possono in alcun caso – e sottolineo, in alcun caso – essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo. Si tratta quindi, in definitiva, di una disciplina per così dire a cerchi concentrici, il più ampio dei quali definisce e delimita in generale l’ambito in cui è ammessa la diluizione con acque diverse da quelle utilizzate all’interno dello specifico ciclo di lavorazione, restringendolo ai soli casi in cui la diluizione non implichi comunque un abbassamento surrettizio entro i limiti tabellari di accettabilità del rapporto che definisce la concentrazione in cui la sostanza inquinante è presente nel refluo; mentre il cerchio più ristretto, concernente gli scarichi parziali contenenti le sostanze di cui al punto 10 delle tabelle A e C, stabilisce un divieto preventivo e più rigoroso di diluizione, temporalmente connesso all’obbligo di trattamento particolare per essi previsto prima della loro confluenza nello scarico generale. Fermo restando che, anche per gli scarichi contenenti quelle particolari sostanze, la diluizione con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo, ancorché effettuata nei limiti del momento particolare in cui è consentita, e cioè dopo il trattamento specifico nello scarico parziale, eseguito prima della sua confluenza nello scarico generale, non potrà comunque determinare l’effetto, vietato in linea generale dall’articolo 9 comma quarto della legge citata, di abbassare surrettiziamente i limiti di accettabilità stabiliti dalla legge; in tal senso Cassazione Penale Sezione Terza, 19 gennaio 1994, numero 439. Il sesto addebito di colpa è quello che concerne il superamento dei limiti di accettabilità di cui alla tabella allegata al D.P.R. 962/73, con cui si determina - ad avviso dell’impostazione accusatoria e diversamente da quanto ritenuto dal Tribunale - una condizione peggiorativa dello scarico nelle acque. Nell’atto d’appello viene criticata in particolare la tesi del Tribunale secondo la quale il significato dei limiti di concentrazione massima degli inquinanti stabiliti dalla normativa in tema di rifiuti idrici non sarebbe tale da determinare una situazione peggiorativa dello scarico nelle acque, e si sottolinea in particolare nell’atto d’appello come la tecnica di tutela ambientale adottata da tale normativa sia eminentemente incentrata sulla valutazione della qualità dello scarico, a prescindere da qualsiasi considerazione in ordine alla qualità del corpo recettore. In particolare mi sembra pertinente il richiamo della giurisprudenza relativa al reato di cui all’articolo 25 della Legge n. 319 del ‘76, reato per la cui configurabilità si richiede la prova di un aumento, anche temporaneo, dell’inquinamento, e questa giurisprudenza afferma che, ai fini della valutazione del peggioramento cui ha riguardo la norma incriminatrice, il confronto deve essere sempre operato con riferimento alla qualità dello scarico, a prescindere da qualsiasi considerazione in ordine alla qualità del recettore; Cassazione, Sezione Terza, sentenza n. 28711 del 1983, Del Zoppo, e Cassazione, Sezione Terza, 3 dicembre 1984, Spadazzi. Quindi si tratta, diversamente da quanto ritenuto dal Tribunale, per quanto riguarda i limiti tabellari stabiliti dalla Legge Merli e dalla Legge 962 del ‘73, di limiti che in nessun caso possono essere superati. La stessa definizione normativa del danno ambientale contenuta nella Legge 349/86 fa riferimento del resto alla semplice alterazione della qualità della risorsa naturale, alterazione che non può non verificarsi ogni qualvolta si immetta nella stessa una sostanza inquinante oltre i limiti di tollerabilità normativamente stabiliti per la sua immissione nell’ambiente. La considerazione di limiti medi, e addirittura di medie annue, come vorrebbe il consulente tecnico della Difesa, porterebbe comunque a conseguenze aberranti, con possibilità di ripetuti stabellamenti, compensati da altrettanta riduzione dell’inquinamento idonea a mantenere la media nel periodo di tempo considerato. E in ogni caso il legislatore non le considera queste medie, come ha fatto invece per esempio in tema di inquinamento atmosferico, laddove i limiti di concentrazione sono inversamente proporzionali al periodo di tempo entro il quale i valori devono essere mediati, e questo dimostra la scorrettezza metodologica insita nel fatto di adottare come parametri di riferimento limiti di concentrazione istantanei per definire valori di inquinamento mediati sul lungo periodo. Cioè i valori istantanei valgono per concentrazione istantanea; nel lungo periodo si devono fare medie, quindi non possono assumersi, per valutare la media, limiti di concentrazione che valgono solo per i rilevamenti istantanei. Per quanto riguarda infine l’ultimo addebito di colpa, che è quello relativo all’impianto di incenerimento dei residui clorurati CS28, attivato nel 1972, anche qui il Tribunale afferma che la situazione era assolutamente adeguata allo sviluppo tecnologico del momento. In realtà il consulente tecnico di Medicina Democratica, nella relazione tecnica del 30 marzo 2001 – come si ripete, mai citata dal Tribunale di Venezia – aveva sottolineato come a causa dell’utilizzo di materiali costruttivi inadeguati in relazione alla corrosività dei fluidi trattati, contenenti in particolare acido cloridrico, questo inceneritore subiva frequenti fermate per guasti e rotture. Nulla viene detto in sentenza, inoltre, circa anche gli altri impianti di incenerimento dei rifiuti industriali. Il primo impianto di incenerimento di reflui del reparto TD1, anno ‘72, dei quali nella relazione del 30 marzo 2001 era stata evidenziata la mancanza totale di sistemi di depurazione dei fumi, ovvero l’impianto di incenerimento del nerofumo del reparto AC1, anno 1968, anche esso privo di sistemi di abbattimento degli inquinanti. Si fa riferimento qui alle pagine 315 e 316 della relazione del consulente tecnico di Medicina Democratica 30 marzo 2001. In altra parte dell’atto d’appello vengono trattati altri due addebiti di colpa, che sono anch’essi pertinenti a questa parte dell’imputazione. Uno è quello che ha riguardo al cosiddetto smaltimento delle peci clorurate tramite autobotti e bettoline al di fuori dello stabilimento Petrolchimico. Il tema viene trattato per la sua rilevanza, anche con riferimento al tema della matrice dell’inquinamento, nel capitolo 3.8 dell’atto d’appello. Il Tribunale afferma che l’accusa sarebbe sfornita di prova. Sul punto è contraddetta dal fatto che quei rifiuti clorurati sarebbero stati trattati dall’inceneritore CS28. In realtà si contesta, da parte dell’accusa, che in realtà l’inceneritore CS28 bruciava solo peci liquide e per di più non era sufficiente ad eliminare tutte le peci liquide prodotte, come dimostrano i conteggi sulla produzione e i dati sulle percentuali di incenerimento, tanto che venne costruito un nuovo impianto, mentre le peci solide continuavano ad essere smaltite al di fuori del plesso industriale, presso le discariche tutt’ora esistenti: (Dogaletto, Moranzani e Macchinon). Vi è inoltre un altro dato documentale che smentisce l’assunto del Tribunale secondo il quale tutte le peci clorurate prima della realizzazione nel 1972 degli impianti di incenerimento sarebbero state stoccate in fusti nelle immediate adiacenze dei reparti, per essere poi interrate in discariche e, successivamente a quella data, sarebbero state invece smaltite tramite termocombustione. Si vuole qui fare riferimento al manuale operativo del reparto CV11, l’esame del quale - evidentemente omesso dal Tribunale - consente di rilevare che la Montedison emise per la prima volta in data 28 marzo 1978 la scheda concernente le operazioni sulla "rampa di carico peci su autobotti", e che a tale scheda era stato allegato un disegno concernente il "carico peci su autocisterne". I documenti che vengono qui richiamati fanno parte – lo dico per comodità del Collegio – dell’allegato numero 3 della memoria tecnica depositata dal Pubblico Ministero dottor Casson all’udienza dell’8 giugno 2004. Da tale documento, che dimostra in modo inoppugnabile che l’azienda, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, non – sottolineo non – era usa stoccare i rifiuti in fusti nelle immediate adiacenze dei reparti interessati, ma li inviava altrove a mezzo di autobotti che venivano caricate con peci clorurate presso la rampa di carico del reparto CV11, si evince quindi che la tesi d’accusa secondo la quale i residui clorurati sarebbero stati smaltiti tramite autobotti non costituisce, come afferma il Tribunale, una semplice congettura, non suffragata neppure dal più labile indizio, "che avrebbe preso forma nel tentativo di giustificare – qui cito il Tribunale – il riscontro di concentrazioni di diossine più alte nel sedimento dei canali distanti dall’ambito di insediamento del Petrolchimico di quanto non sia nei punti di recapito degli scarichi nelle acque di sua provenienza"; ma rappresenta invece una realtà operativa pienamente in atto ancora nel 1978 e anche in epoca successiva, come dimostra il contenuto e soprattutto la datazione successiva – si badi bene – all’epoca dell’entrata in funzione dell’impianto di termodistruzione, della documentazione sopra richiamata. Inoltre va detto qui per completezza espositivo che la presenza di diossine anche presso la prima zona industriale conferma l’ipotesi d’accusa una volta che si dimostri – e vedremo poi come si può dimostrare – che anche i processi di lavorazione della prima zona industriale davano luogo alla produzione di diossine. Cioè una volta che non si dimostri che anche i processi di lavorazione - e vedremo poi che non si può dimostrare - della prima zona industriale davano luogo alla produzione di diossine.

 

E veniamo ad un altro capitolo molto complesso dell’impostazione accusatoria, di cui io tratterò solo una parte, perché il resto verrà poi sviluppato e concluso dalla trattazione dell’avvocato dello Stato. E’ il tema di cui tratta il capitolo 3.3 paragrafo 2 dell’atto d’appello relativo alla applicabilità della normativa sui rifiuti agli apporti idrici provenienti dai reparti CV22, CV23, CV24 e CV25 e confluiti nello scarico SM15. Rifiuti da qualificarsi, secondo l’impostazione dell’accusa, come rifiuti tossico/nocivi in quanto contenenti CVM in percentuale superiore al limite di concentrazione stabilito dal Decreto interministeriale 27 luglio 1984, richiamato dall’articolo 5 del D.P.R. 10 settembre dell’82, n. 915. Il Tribunale ha escluso che gli apporti idrici provenienti da questi reparti dovessero essere classificati come rifiuti liquidi pericolosi - un tempo si diceva rifiuti tossico/nocivi - e ha escluso che la loro confluenza nello scarico generale SM15 attribuisse a questo scarico quindi la qualità di rifiuto tossico/nocivo. Innanzitutto il Tribunale ha contestato la lettura che da parte dell’accusa è stata data al disposto della delibera del Comitato Interministeriale 27 luglio ‘84, appunto secondo la quale sarebbe dato presumere il carattere tossico/nocivo del rifiuto in ragione del superamento di quel limite di concentrazione. Si tratterebbe di una presunzione inidonea, ad avviso del Tribunale di Venezia, ad operare nel processo penale, essendo nel processo penale l’onere della prova istituzionalmente e costituzionalmente attribuito soltanto all’accusa. Osserva infatti il Tribunale di Venezia che dalla delibera del Comitato Interministeriale del 1984 non si evincono regole di significato tanto pregnante da smentire questo principio. In realtà, se si analizza la giurisprudenza che si è formata sul punto, le cose non stanno proprio in questi termini. La Corte di Cassazione ha infatti affermato più volte il principio che la tossicità/nocività di un rifiuto dev’essere valutata innanzitutto in relazione alla sua provenienza, essendo un dato pacifico a livello scientifico la pericolosità di certe produzioni e quindi potendo essere utilizzato questo dato di conoscenza dalla norma, essere utilizzato normativamente per una qualificazione del rifiuto che prescinda da una concreta dimostrazione caso per caso della sua tossicità. Si tratta cioè non di una vera e propria presunzione in senso tecnico ma di una desunzione della tossicità del rifiuto fondata sulle caratteristiche del processo produttivo che determina la formazione di quel rifiuto. Tra le sentenze della Corte di Cassazione che si pongono in contrasto con l’impostazione del Tribunale di Venezia vi è per esempio la sentenza della Sezione Terza, n. 7705, del 19 luglio ‘91, imputato De Vita, ove si afferma: "ai fini della qualificazione di un rifiuto quale tossico/nocivo non è sempre necessaria un’analisi disposta dal Giudice, potendosi ricavare da altri elementi del processo il relativo convincimento. Nel caso di specie il Nucleo Ecologico dei Carabinieri aveva certificato la presenza di sostanze quali cromo, arsenico, piombo, tipiche dei rifiuti di concerie, come dalla tabella allegata al D.P.R. 915 dell’82, e lo stesso imputato aveva ammesso l’esistenza di rifiuti nocivi, ridimensionandone solo l’aspetto quantitativo, ma non aveva fornito una prova adeguata contraria ai sensi della delibera 24 luglio 1984 del Comitato Interministeriale". Questo sottolineo in particolare. Poi ancora la sentenza della Sezione Terza, n. 2333, del 3 marzo ‘92, imputato Valsecchi, ove si afferma: "i rifiuti provenienti dall’industria delle vernici, nella specie resine polimerizzate e semipolimerizzate, si presumono tossici e nocivi in considerazione alla loro provenienza, ai sensi dell’articolo 1.2, elenco 1.3, della delibera 27 luglio 1984 del Comitato Interministeriale, salvo che il soggetto obbligato dimostri il contrario, sicché non è obbligatorio l’accertamento d’ufficio con perizia". Infine sentenza della Sezione Prima, n. 3098, del 3 aprile ‘93, Pubblico Ministero in procedimento De Stefani ed altri: "è manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale dell’articolo 26 del D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, nella parte in cui, attraverso l’articolo, rinvia al paragrafo 1.2 della delibera del Comitato Interministeriale in data 27 luglio ‘84, sollevata con riferimento agli articoli 25 secondo comma e 3 della Costituzione. Infatti non sussiste alcun difetto di tassatività nella previsione classificatoria di cui al punto 2 del paragrafo 1.2 della suddetta delibera, poiché essa concerne una certa gamma di rifiuti speciali, indicati nella susseguente tabella 1.3, singolarmente individuati, e quindi di non dubbia identificazione, benché accomunati dalla provenienza di attività di produzione o servizi, nonché dalla presunzione relativa di pericolosità tossico/nociva per la salute e per l’ambiente, salvo prove contrarie da fornirsi dal soggetto obbligato". Questo è il primo punto che contesta l’impostazione del Tribunale. Inoltre il Tribunale afferma che comunque, anche a non voler seguire questa impostazione, esclude che gli scarichi delle acque di processo e anche quelle convogliate in fognatura in occasione del lavaggio delle autoclavi, che provengono dai reparti di cui ho detto, siano comunque classificabili nella categoria dei rifiuti e siano quindi da sottoporre soltanto alle prescrizioni dettate dalla normativa sugli scarichi idrici. Non ripeto qui il lungo ragionamento del Tribunale, lo sintetizzo in poche parole. In sostanza il Tribunale afferma che la applicabilità della normativa sui rifiuti e i reflui dei reparti del cloruro di vinile può essere esclusa in base alle seguenti considerazioni: non si tratta di sostanze solide, che quindi rientrano nella disciplina dettata dal D.P.R. 915 dell’82; si tratta invece di acque di processo, la cui regolamentazione è unicamente da individuarsi nella legge sugli scarichi, Legge 319/76 e D.P.R. 962/73, trattandosi di sostanze liquide convogliabili e in effetti convogliate in condotta, direttamente immesse nel corpo ricettore senza soluzione di continuità, e non si tratta di fanghi che, se tossici/nocivi, troverebbero la loro disciplina appunto nel D.P.R. 915/82. Qui si tratta invece di scarichi, quindi in sostanza il Tribunale fa una distinzione tra il concetto di discarico e il concetto di smaltimento di fanghi. Ma in realtà vi è da dire innanzitutto che non vi è alcuna possibilità di individuare nella giurisprudenza una distinzione tra rifiuto liquido e rifiuto solido che sia stata posta alla base della delimitazione degli ambiti applicativi delle due fondamentali normative ambientali, quella che riguarda i rifiuti idrici e quella che riguarda i rifiuti tossico/nocivi. E soprattutto è l’analisi stessa dell’articolo 2 del D.P.R. 915/82 che dimostra l’infondatezza della tesi sostenuta dal Tribunale. L’articolo 2 del D.P.R. 915/82, oltre a fornire la determinazione di rifiuto e la sua classificazione, contiene disposizioni che delimitano, come abbiamo visto, il campo d’applicazione della normativa sui rifiuti, facendo espressamente salva - sia pure, come vedremo, con una importante eccezione - la normativa dettata dalla Legge Merli, e indicando i casi ai quali le nuove norme di tutela ambientale non avrebbero dovuto essere applicate. Due sono in particolare le norme che vanno prese in considerazione: quella contenuta nell’ultimo comma e quella contenuta nel penultimo comma dell’articolo 2 del D.P.R. 915/82. L’ultimo comma stabilisce la non applicabilità del D.P.R. 915/82 agli scarichi disciplinati dalla Legge 10 maggio ‘76, n. 319. Il penultimo comma fa salva la normativa della Legge Merli e successive modifiche solo per quanto concerne la disciplina dello smaltimento nelle acque, nel suolo e nel sottosuolo, dei liquami e fanghi di cui all’articolo 2 lettera e), punti 2 e 3 della Legge Merli, purché non tossici/nocivi ai sensi del presente decreto. Quindi sia il penultimo che l’ultimo comma dell’articolo 2 fanno riferimento alla normativa della Legge 319/76 per escludere l’applicabilità del D.P.R. 915/82 a forme di scarico o di smaltimento di liquami e fanghi. Per l’interpretazione di queste norme quindi è fondamentale stabilire cosa si intende per scarico e per smaltimento di liquami. Infatti la Legge 319 del ‘76 ha usato il termine "smaltimento" e il termine "scarico" talvolta come sinonimi, intendendosi riferire alla sola fase di emissione nell’ambiente di liquami e di fanghi residuati dai cicli di produzione dei processi di depurazione. Proprio l’articolo 2 lettera e) n. 2 e 3 della Legge 319 del ‘76 tratta della disciplina dello smaltimento di liquami sul suolo e nel sottosuolo, e al numero 3 dello smaltimento dei fanghi che residuano dai cicli di lavorazione e dai processi di depurazione. Ma il concetto normativo di smaltimento è più ampio di quello di scarico, così come è stabilito, è tipizzato dal D.P.R. 915/82, in quanto comprende anche fasi diverse dalla semplice immissione del rifiuto nell’ambiente, la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio, etc.. Ne consegue che la sola esclusione dell’applicazione del D.P.R. 915/82 degli scarichi disciplinati dalla Legge Merli non avrebbe automaticamente comportato anche l’esclusione degli smaltimenti previsti da quella normativa, e proprio al fine di evitare una esenzione in via interpretativa il legislatore ha preferito distinguere esplicitamente le due fattispecie di esenzione, trattando al sesto comma dell’articolo 2 dei casi di smaltimento, così come impropriamente definiti dalla Legge 319 del ‘76, e nell’ultimo comma dell’ipotesi di scarico disciplinate sempre appunto da questa legge. Si deve rilevare in particolare che il sesto comma dell’articolo 2 fa riferimento ad un’ipotesi di smaltimento di liquami nelle acque che non è prevista dall’articolo 2 della Legge 319/76. Infatti l’articolo 2 lettera e) della Legge 319/76 parla di smaltimento..., infatti l’ipotizzata possibilità di smaltimento nelle acque non può riferirsi ai liquami contemplati dall’articolo 2 lettera e) n. 2 della Legge 319/76, in quanto questa disposizione contempla esclusivamente lo scarico dei liquami in essa contemplati nel suolo e nel sottosuolo, ma non nelle acque. Per quanto riguarda i fanghi che sono menzionati nel numero 3 dell’articolo 2 della Legge Merli, le norme tecniche di cui all’allegato 5 della delibera del Comitato dei Ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento del 4 febbraio ‘77 prevedono come ricettori di fanghi in questione solo il suolo adibito ad uso agricolo, il suolo non adibito ad uso agricolo, il sottosuolo ed il mare, con esclusione di qualsiasi altro recapito, e quindi, per quanto qui specificamente ci interessa, con esclusione delle acque in senso indeterminato. Va inoltre segnalato che la norma, sempre l’articolo 2 è quella che stiamo analizzando, introduce una deroga alla deroga, nel senso che stabilisce il primato del D.P.R. 915/82 tutte le volte in cui i liquami e fanghi siano da considerare tossico/nocivi. Una volta che si è dimostrata quindi l’equivalenza tra il concetto di smaltimento – come sinonimo di immissione - e di scarico, si tratta di vedere se sussiste un qualche altro elemento differenziatore delle due ipotesi di esenzione contemplate dall’articolo 2 del D.P.R. 915/82. Il Tribunale ha ritenuto di individuare questo elemento differenziatore nella natura del contenuto dello scarico e dello smaltimento, nel senso che ha ritenuto che tutto ciò che è smaltibile, che è scaricabile attraverso condotta è soggetto alla disciplina della Legge Merli e solo invece i liquami e i fanghi che non sono suscettibili di smaltimento tramite canalizzazione, solo per questi dovrebbe ritenersi operante il recupero alla soggezione del D.P.R. 915/82. E’ questo che afferma il Tribunale quando dice: "non si tratta di fanghi che, se tossici/nocivi, troverebbero in via d’eccezione la loro disciplina nel D.P.R. n. 915/82, in luogo della Legge n. 319/76". Ma tanto può essere teorizzato questo principio di specialità a favore della disciplina di cui al sesto comma, in quanto, come si diceva, si è individuato un elemento specializzante che permetta di distinguere le due fattispecie. Abbiamo visto che questo elemento specializzante non può essere individuato nel concetto di smaltimento, contrapposto al concetto di scarico, e quindi individuare questo elemento di individuazione nella natura delle sostanze smaltibili o scaricabili, come ha fatto il Tribunale, non è in linea con argomenti di natura sistematica che sono desumibili dal contesto dell’ordinamento, proprio dal sistema dell’ordinamento in cui queste norme si inseriscono. Va evidenziato, infatti, sotto il profilo appunto sistematico, l’insanabile incongruenza che verrebbe a derivare al sistema, che è caratterizzata da un lato da una disciplina di rigore assoluto in materia di rifiuti tossico/nocivi, cioè disciplina che è ispirata al principio di totale separazione dall’ambiente e dagli altri rifiuti di questa tipologia di rifiuti, e dall’altro una licenza normativa di versare direttamente detti rifiuti nelle acque, sia pure nel rispetto della Legge 319/76, la quale però, com’è noto, contiene parametri di tutela ambientale assai meno rigorosi di quelli stabiliti dalla normativa sui rifiuti. La definizione poi normativa del termine "liquame" contenuta nella delibera 4 febbraio ‘77 cui si faceva riferimento in precedenza non consente di operare nessuna distinzione rispetto al termine "scarico", in quanto "liquame" viene definito come qualsiasi sostanza suscettibile di essere oggetto di scarico, ed escludono queste norme, quindi, una qualsiasi contrapposizione tra i due termini, "scarico" e "smaltimento", che possa fondare su questa distinzione un carattere di specialità del sesto comma dell’articolo 2 del D.P.R. 915/82 rispetto al contenuto del settimo comma dell’articolo 2. Quindi le conclusioni in definitiva solo le seguenti: il sesto comma dell’articolo 2, pur essendo stato concepito con riferimento ad alcune specifiche ipotesi disciplinate dalla Legge Merli, ha in realtà contemplato la sua previsione anche a qualsiasi forma di smaltimento, intesa come immissione, di liquami in acqua. Stabilendo il limite di non tossicità e nocività anche per detta immissione, che equivalgono agli scarichi, secondo la definizione di liquami che abbiamo appena visto, contenuta nella già ricordata delibera del Comitato interministeriale, la norma in esame ha introdotto un limite di carattere generale valido anche per tutti gli scarichi disciplinati dalla Legge 319 del ‘76 e dalle sue successive modifiche, quindi anche per quelli contemplati in quanto tali dall’articolo 2 ultimo comma, i quali sono conseguentemente esonerati dal rispetto delle prescrizioni del D.P.R. 915/82 solo a condizione che non siano classificabili come rifiuti tossico/nocivi ai sensi del predetto decreto. E queste conclusioni sono avvalorate anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, non solo di quella che ha riguardo ai cosiddetti scarichi indiretti, cioè agli scarichi non canalizzati, a quelli attuati per esempio tramite autobotti, ma anche agli scarichi diretti da insediamenti produttivi; in particolare richiamo l’attenzione del Collegio sulla sentenza della Sezione Prima n. 17 del 13 gennaio 1993, in cui la Corte di Cassazione ha ribadito che anche lo scarico proveniente da un insediamento produttivo, se avente le caratteristiche per essere considerato tossico/nocivo, è sottratto alla disciplina sugli scarichi idrici per essere assoggettato alla più rigorosa disciplina di smaltimento dei rifiuti. La Cassazione ha testualmente affermato in questa sentenza che "va disattesa la pretesa dei ricorrenti di escludere dalle previsioni del D.P.R. 915/82 - partendo dall’esegesi della Direttiva Comunitaria n. 78 del 319, quella cui ha dato attuazione poi il D.P.R. 915/82 - di smaltimento dei rifiuto tossico/nocivi a base liquida e semiliquida, posto che dalla norma interna non emerge appunto delimitazione della disposta disciplina ai soli rifiuti solidi". Lo stesso D.P.R. ha previsto quale condotta punibile, secondo le proprie disposizioni, anche lo smaltimento di liquami e di fanghi nelle acque, oltre che nel suolo e nel sottosuolo, ipotesi già prevista dalla Legge Merli, così configurando attività di dispersione sostanzialmente coincidente - a parte la diversità terminologica, "smaltimento" - con lo scarico, sempre che trattasi di elementi tossico/nocivi. Va detto poi che la sentenza della Sezione Terza, n. 2358, del 3 agosto 1999, imputato Belcari, ha esteso ai rifiuti pericolosi introdotti dal Decreto Legislativo 5 febbraio ‘97, n. 22, ha equiparato questi rifiuti pericolosi a quelli che, secondo la normativa previgente, erano definiti rifiuti tossico/nocivi. "Anch’essi – afferma la Cassazione – restano esclusi dalla disciplina sulla tutela delle acque". La sentenza a Sezioni Unite 27 settembre 1995, estensore Morgigni, su cui invece si è a lungo puntata l’attenzione del Tribunale, che dal Tribunale ha anche citato a sostegno delle proprie conclusioni, in realtà afferma cose diverse da quelle che il Tribunale gli ha attribuito. Anch’essa intanto include nel D.P.R. 915, in forza dell’articolo 2, sesto comma, ultima parte, liquami e fanghi quando siano tossico/nocivi, e afferma che le fasi di smaltimento dei rifiuti liquidi attinenti allo scarico sono soggette alla disciplina stabilita dalla Legge 319 del ‘76, e viene ancora fatta salva l’unica eccezione di fanghi e liquami tossico/nocivi che sono sotto ogni profilo – sottolineo, sotto ogni profilo – regolati dal D.P.R. n. 915/82. Mi fermo qui per questa parte relativa al tema degli scarichi dai reparti CV22 e 23 e CV24 e 25, in quanto faccio rinvio alla trattazione già ampiamente svolta nell’atto d’appello dell’avvocato dello Stato e alla trattazione orale che ne farà in sede di discussione per quanto concerne tutti gli aspetti tecnici che sono sottesi all’impostazione accusatoria per quanto riguarda questo particolare profilo di addebito colposo, sia per quanto riguarda in particolare gli aspetti tecnici che consentono di affermare che quegli scarichi contenevano CVM in quantità superiori a quelle minime normativamente stabilite per poter escludere il carattere tossico/nocivo di uno scarico, sia per quanto riguarda la desunzione del quantitativo di CVM presente nello scarico dalle misurazioni effettuate con il gascromatografo nell’ambiente in cui si trovano le vasche di neutralizzazione dell’impianto di depurazione SC31, che ha formato oggetto di ampio dibattito in primo grado tra i consulenti dell’Accusa e della Difesa e che è anche stato oggetto di una richiesta di rinnovazione del dibattimento, peraltro disattesa da questa Corte, ma che comunque è ancora oggetto di contrastanti valutazioni e sul punto, quindi, trattandosi anche di materia di ampia specializzazione tecnica, rinvio alla trattazione che ne verrà fatta dal Difensore della Parte Civile Avvocatura dello Stato.

 

Peraltro per questo addebito di colpa, era stata ritenuta rilevante un’ulteriore riapertura del dibattimento su questo punto anche da questo Procuratore Generale in quanto la rilevanza di questo specifico addebito di colpa era ritenuta anche in relazione al tema del contributo inquinante relativo alle diossine negli anni successivi all’introduzione dei sistemi di abbattimento previsti dalla normativa sugli scarichi. E’ stata depositata anche una memoria tecnica, anche su questo si è determinato un ampio contraddittorio tra le Parti nella fase preliminare avente per oggetto le richieste di riapertura del dibattimento, questa memoria in cui si era cercato di dimostrare come l’inquinamento da diossina avesse subìto un incremento nel tempo e questo evento fosse strettamente correlato alla tipologia del ciclo produttivo da cui vengono originati questi reflui; correlazione che non poteva quindi essere ignorata da chi operava in quel determinato settore produttivo, tenuto conto dell’inidoneità dell’impianto di trattamento centralizzato chimico-fisico-biologico - come dimostrato nella memoria tecnica, ma anche su questo vi sono state poi le controdeduzioni delle Difese - ad effettuare alcune biodegradazioni e depurazioni dei componenti organici clorurati ecopersistenti. Il tema rileva innanzitutto al fine di dimostrare la non decisività del rilievo contenuto nella sentenza appellata secondo cui la specifica condotta colposa qui considerata non potrebbe essere ritenuta causalmente rilevante in relazione ad un evento, la contaminazione in concreto riscontrata nelle acque, nel biota e nei sedimenti dei canali lagunari, diverso dall’evento da prevenire, inquinamento da CVM, di fatto non rilevato in laguna, connesso questo evento alla funzione tipica della regola cautelare violata. Vero è che nella colpa per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini, discipline, cosiddetta colpa specifica, ancorché sia sufficiente per configurare la responsabilità colposa l’accertamento di tale inosservanza, senza che sia necessario che l’agente possa prefigurarsi e quindi prevedere l’evento cagionato dalla condotta inosservante, si richiede pur sempre che tale evento rientri nel novero degli eventi alla cui prevenzione è funzionalmente preordinata la norma cautelare violata. E anche vero, peraltro, che la selezione degli eventi rilevanti connessi alla specifica funzione preventiva della norma cautelare non può essere ristretta, essendone pregiudizialmente condizionata, dall’individuazione dell’evento tipico, desumibile dalla formulazione letteraria del precetto correlato alla violazione di quella norma, ma deve estendersi necessariamente, nell’ambito di un’interpretazione logicamente orientata dalla regola cautelare, a tutti quegli eventi che si caratterizzano per la loro stretta necessaria correlazione causale con la specifica condotta inosservante. Tra questi eventi rilevanti vi è appunto il fatto di aver scaricato in laguna, che sono collegabili a questo addebito di aver scaricato in laguna secondo la disciplina degli scarichi idrici anziché aver trattato alla stregua dei rifiuti tossico-nocivi i reflui contenenti CVM provenienti dai reparti CV22, 23, 24 e 25, vi è necessariamente quindi l’inquinamento da rame e da diossine, tenuto conto del fatto che il ciclo produttivo del CVM ottenuto nel reparto CV22 dal cracking del dicloroetano, si ha la formazione, a seguito di reazioni parassite, di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, e che il cloruro di rame, supportato su matrice di allumina, costituisce il catalizzatore utilizzato sul reparto CV23 nel processo produttivo dell’1,2 dicloroetano. Poi il richiamo di tale problematica aveva anche un suo rilievo al fine di dimostrare – come avevo accennato nella richiesta di riapertura del dibattimento –, al fine di determinare gli apporti nel tempo dell’inquinamento da diossine sia prima che dopo l’introduzione dei sistemi di abbattimento di carichi inquinanti previsti dalla normativa di tutela sulle acque. Per quanto riguarda i rilievi che sono stati svolti dai Difensori per confutare le tesi portate avanti in quella memoria tecnica depositata all’udienza del 13 maggio 2004, se non ricordo male, faccio rinvio alle osservazioni di replica contenute nelle note depositate all’udienza del 13 maggio 2004. In particolare faccio rilevare che l’impianto biologico collaudato nell’82 non era idoneo a trattare i composti organoclorurati ecopersistenti, e segnatamente le policlorodibenzodiossine e i policlorodibenzofurani, e non allontana questi composti, così come non elimina, se non in minima parte, nemmeno i composti clorurati di peso molecolare relativamente basso, come il caso del CVM e del dicloroetano. Per quanto riguarda poi tutto il tema dell’impianto di termocombustione, faccio riferimento a quanto ho detto prima con riguardo al manuale operativo, al commento del manuale operativo del reparto CV11. Per quanto riguarda poi il discorso del valore di diossine espresso con unità di misura di tossicità equivalente internazionale desunto in quella memoria tecnica dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero nella misura di 69,48 grammi 100.000 tonnellate di CVM prodotto, si è ribadito che questo esito, desunto per analogia dall’impianto finlandese che produceva CVM con le stesse modalità produttive degli impianti di Porto Marghera, trova conferma questo dato anche dalle risultanze analitiche Enichem del 1997, in particolare dal bollettino n. 31 del 6 marzo ‘97, dal quale risultava un contenuto in policlorodibenzodiossine corrispondente ad un valore totale espresso in tossicità equivalente internazionale di 83,88 microgrammi per chilogrammi di residuo secco a 105 gradi centigradi. Per cui, anche dalle risultanze analitiche ottenute dall’Enichem, il valore stimato di diossine espresso in 69,48 di tossicità equivalente internazionali di grammi per 100.000 tonnellate di CVM prodotto all’impianto del Petrolchimico trova conferma – ripeto - anche in questi dati analitici Enichem. Nessuna replica poi è contenuta nelle memorie difensive per quanto riguarda la valutazione dell’effetto dei sistemi di filtrazione sulla presenza di diossine nelle acque di scarico CV22 e CV23, altra problematica diffusamente illustrata nella memoria tecnica di cui sopra. E per quanto concerne poi il problema del rame, va detto che la presenza di questo inquinante nelle acque reflue, al di là dell’effetto tossico del rame, era stato preso in considerazione soprattutto perché la sua presenza, la presenza di questo inquinante, costituiva un segnale, un marker indiretto della presenza dell’inquinamento da policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani. Io a questo punto mi fermerei, perché dovrei adesso il tema dei reati di pericolo, che costituisce un tema un po’ nuovo. Se il Tribunale ritiene di fare una breve sosta?

 

PRESIDENTE – Sospendiamo un quarto d’ora.

 

IL PROCEDIMENTO SOSPESO ALLE ORE 11.00 RIPRENDE ALLE ORE 11.21.

 

PROCURATORE GENERALE – Passo ora a trattare alcune questioni preliminari in tema di reati di pericolo, che poi saranno riprese nella parte conclusiva del mio intervento per trarre un po’ le fila di tutti i discorsi che verranno fatti in prosieguo. L’atto d’appello affronta nelle parti iniziali dei capitoli 3.5 e 3.6 talune questioni in tema di reati di pericolo, la cui soluzione assume particolare rilievo non solo ai fini della configurabilità giuridica - che l’Accusa sostiene e il Tribunale invece nega - dei reati di avvelenamento colposo del biota e di adulterazione e avvelenamento delle acque di falda, specificamente trattati in quei capitoli, ma anche ai fini della qualificazione giuridica in termini di disastro colposo degli effetti della condotta colposa degli imputati sulle acque e sui sedimenti dei canali lagunari prospicienti Porto Marghera, per i pericoli alimentari che derivano dall’esposizione tramite la dieta agli inquinanti assorbiti dai molluschi e dai mitili in essi viventi, specie in questi ultimi, che saranno trattati poi nella parte conclusiva del mio intervento. La prima fondamentale distinzione, com’è noto, in tema di reati di pericolo, è quella tra reati di pericolo astratto e reati di pericolo concreto, i primi caratterizzati dall’essere il pericolo connotato in primis dalla condotta descritta nella fattispecie legale, condotta che quindi il legislatore ritiene di per sé pericolosa, sulla base di dati di scienza e di esperienza, con la conseguenza che è sufficiente sul piano probatorio dimostrare la corrispondenza in concreto della condotta a quella normativamente tipizzata senza che vi sia la necessità di mostrare che ne è conseguito in concreto un pericolo per il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice; mentre i reati di pericolo concreto, diversamente, esigono questa dimostrazione, essendo il pericolo un requisito tipico espresso della fattispecie, di cui si richiede pertanto la dimostrazione in concreto. Sì, vi è da dire per inciso che la materia dei reati di pericolo astratto è stata anche oggetto di attenzione da parte della Corte Costituzionale, la quale però ha avuto sempre modo di affermare la legittimità di tale categoria di reati facendo leva sul principio secondo cui, quando sono in gioco importanti interessi collettivi o socialmente diffusi, è opportuno anticipare la soglia della tutela penale fino appunto alla soglia della pericolosità, dell’astratta pericolosità. Venendo più specificamente al reato previsto dall’articolo 439 Codice Penale, la prova richiesta è quella relativa al fatto che le acque o le sostanze alimentari, che sono possibile oggetto materiale di questo reato, siano state avvelenate, cioè contaminate da sostanze tossiche, anche non letali, in concentrazioni idonee a danneggiare l’organismo umano. Si è parlato di pregnanza semantica della terminologia usata, nel caso specifico "avvelenamento", che è di per sé sufficiente a connotare in termini pericolosi la condotta legale tipica. Ed è in quest’ottica che si può quindi affermare che, nel caso dell’avvelenamento, l’accertamento del pericolo rispecchia proprio l’accertamento dell’avvelenamento. E’ necessario peraltro precisare ulteriormente il concetto di pericolo. Esso non individua propriamente una fase esplicita del processo causale, ma si risolve in una semplice previsione, fondata su basi razionali ed empiriche di eventi futuri che sono suscettibili di derivare dalla situazione attuale considerata, situazione attuale che è l’unica che dev’essere posta in relazione causale, come evento del reato, con la condotta contestata all’imputato, nel senso che il reato di pericolo si struttura come reato di condotta ed evento, ma l’evento è una situazione che dev’essere qualificata in termini pericolosi per le potenzialità dannose che essa in sé racchiude. Ad una tale considerazione consegue evidentemente che il pericolo non può avere ontologicamente la stessa consistenza oggettiva del danno che si identifica con la realtà presente, ma va riferito ad una realtà futura, che pur dovendo essere correlata alla situazione attuale, che come dicevo deve di per sé contenere in luce le potenzialità dannose che sono insite nel concetto stesso di pericolo, realtà futura che si presenta necessariamente come incerta ed eventuale, anche se probabile. La prova del pericolo, quindi, non può mai essere ontologicamente certa com’è la prova del danno, né necessariamente fondata su spiegazioni scientifiche assolutamente indiscutibili; tanto più forte si dice che è il potere (prodittivo) di una teoria scientifica, tanto maggiore è la possibilità che essa venga falsificata, un concetto (popperiano). La scienza procede sempre per ipotesi e per conferme successive, quindi lo stato di conoscenza di un certo momento storico non necessariamente è quello che si può avere in un momento storico successivo. Quindi queste spiegazioni scientifiche non sempre, anzi raramente sono conseguibili, dovendo necessariamente scontare un margine d’incertezza assolutamente ineludibile, che deriva, questo margine di incertezza, nei reati di pericolo, dalla stessa opzione normativa di anticipare la tutela penale a situazioni prodromiche rispetto alla concretizzazione del danno che è temuto, scelta che non avrebbe alcuna ragion d’essere d’altra parte - perché il giudizio di pericolosità verrebbe altrimenti svuotato di ogni contenuto - qualora la scienza consentisse di individuare con certezza assoluta ogni possibile sviluppo causale, cosa che appunto abbiamo detto non essere possibile. Applicando questi principi, quindi, ai reati di pericolo concreto e, per quello che interessa in questa sede, ai reati di cui agli articoli 434 e 440 del Codice Penale, si può quindi affermare che la prova richiesta ai fini della dimostrazione del pericolo in concreto non può essere da fornire la dimostrazione scientifica assoluta della certezza di conseguenze dannose per la salute dell’uomo quale effetto della condotta adulterante. Se è vero infatti che nel concetto di pericolo è insito anche il concetto di prevedibilità di un evento temuto e che la prevedibilità di quell’evento va determinata secondo la migliore scienza ed esperienza del momento storico, è anche vero che il pericolo, diversamente dal danno, non è propriamente un evento, quanto, come si diceva, la qualificazione del risultato di una determinata condotta, qualificazione che è fondata su un giudizio ex ante di prevedibilità e non di certezza quanto al verificarsi dell’evento dannoso. Una volta chiarito quindi che il Giudice non può, almeno nella maggior parte dei casi, formulare il giudizio di pericolosità in concreto sulla base di una rigorosa dimostrazione scientifica delle conseguenze dannose causalmente riferibili alla situazione di fatto considerata, c’è da chiedersi se è possibile per il Giudice fondare il principio convincimento su qualsiasi altro elemento, in base al principio del libero convincimento del Giudice, elemento ritenuto comunque idoneo a fondare razionalmente il giudizio nel caso concreto. A tale proposito vi è della giurisprudenza che ha consentito di fondare anche il giudizio di pericolosità su parametri normativi; si tratta delle sentenze citate in particolare nell’atto d’appello a pagina 1187 e 1188, che non ripeto. Si tratta di casi nei quali la valutazione si fonda su valutazioni tecniche riconosciute o difformemente, tanto da essere recepite in norme giuridiche cautelari di portata generale, concepite proprio al fine di prevenire e contenere il rischio derivante dall’assunzione di alimenti la cui pericolosità per la salute è notoria al punto da non richiedere di essere di volta in volta oggetto di un accertamento scientifico nel caso concreto. E veniamo alle conseguenze di questi principi che ho appena affermato in tema di qualificazione dei reati di pericolo per quanto riguarda l’avvelenamento del biota. In questo caso il pericolo insito nell’avvelenamento dell’ittiofauna viene individuato nel danno genetico, rilevato in mitili e pesci sulla base di evidenze sperimentali relative agli anni ‘93 e ‘99, suscettibile di determinare un analogo rischio di mutazione genetica anche alla collettività umana esposta alle medesime sostanze tossiche immesse nell’ambiente acquatico dal Petrolchimico di Porto Marghera. Qui il richiamo è alla consulenza presentata nel corso del dibattimento di primo grado dalla consulente della Parte Civile Green Peace, dottoressa Venier, alla quale si farà un rapido richiamo in questa sede e con rinvio alla trattazione più approfondita che ne verrà fatta dal Difensore di Parte Civile Green Peace appunto. Questa consulenza, sintetizzando, sottolinea la possibilità di mutazioni genetiche con effetti dannosi sul DNA indotti dall’esposizione agli agenti genotossici rilevati nei pesci e nei molluschi dell’area di Porto Marghera. La impossibilità di offrire una spiegazione causale in termini scientificamente certi di questi fenomeni non può rilevare, proprio per le considerazioni che si sono appena fatte, al fine di escludere la sussistenza del pericolo. In un contesto di prevenzione, che per definizione è correlato all’esistenza di un rischio, quindi di un pericolo, la probabilità che si verifichi un danno, fondata su una valutazione scientifica di prevenibilità nazionale, può giustificare un giudizio in ordine alla sussistenza del pericolo. Non appare pertinente pertanto l’affermazione del Tribunale secondo cui le classi di esposizione agli inquinanti suscettibili di derivare dall’assunzione tramite la dieta del biota in questione sono distanti ordini di grandezza da quelle pur solo potenzialmente capaci di produrre qualsivoglia effetto avverso osservato o comunque sperimentato. Qui il dato rilevante non si presta - come sembrerebbe sottendere il discorso del Tribunale - a valutazioni di tipo quantitativo, che pure sono valide in altri contesti, ma qui è discussione invece l’attitudine della situazione di fatto considerata a farsi occasione iniziante di possibili processi causali destinati a sfociare in quell’evento dannoso che è rappresentato appunto dalla lesione del DNA a livello molecolare o citologico, contesto in cui rilevano quindi unicamente le leggi della biologia. Per la valutazione del rischio reale, quindi delle conseguenze dovute alla diffusione ambientale di un certo contaminante, occorre quindi valutare non solo e non tanto la dose e il meccanismo d’azione di un agente tossico, ma anche e soprattutto le caratteristiche strutturali e funzionali degli organismi esposti e il momento del ciclo vitale in cui essi risultano colpiti dallo stimolo nocivo, e questi dati possono anche rendere spiegazione del fatto che il rapporto dose/risposta può variare singolarmente per i singoli individui esposti. Né può condividersi l’ulteriore affermazione del Tribunale secondo cui l’Accusa avrebbe indebitamente sovrapposto e confuso a tale proposito diversi piani di tutela, cioè quello pertinente i reati contravvenzionali in tema di materia di alimenti e quello pertinente i reati di pericolo contro la pubblica incolumità. Qui la considerazione fondamentale è che il ricorso più avanzato al piano di tutela penale si giustifica in questo caso proprio per la gravità del pericolo e dell’oggetto cui esso ha riguardo, e cioè il DNA, la molecola che, com’è noto, costituisce il materiale genetico fondamentale di quasi tutti gli organismi viventi, le cui lesioni possono configurarsi come danni biologici capaci di innescare effetti negativi a livelli organizzativi superiori. Va detto che la consulenza della dottoressa Venier in particolare ha sottolineato una relazione tra danno genetico e contaminazione da idrocarburi policiclici aromatici, bifenoli policlorurati ed esaclorobenzene, tipici sottoprodotti delle produzioni di cui ci stiamo occupando in questo processo, e dagli organismi studiati risulta inoltre dimostrata la condizione di esposizione ad agenti genotossici. Ciò non significa peraltro affermare che il consumo di organismi con addotti al DNA possa comportare un maggiore rischio di per sé per i consumatori, cioè la modifica al DNA non consegue esclusivamente ed unicamente dal consumo con la dieta di un organismo con DNA modificato. Significa invece che sussiste il pericolo che anche nell’uomo, eventualmente anche a distanza di generazioni, possa verificarsi lo stesso meccanismo di legame al DNA delle molecole inquinanti assunte tramite il consumo degli organismi già contaminati, con conseguente formazione di addotti, agevolata dalle reazioni metaboliche dell’uomo che, com’è noto, sono ben più efficienti di quelle degli invertebrati. Questo per quanto riguarda l’avvelenamento del biota.

 

Per quanto riguarda invece le altre considerazioni che abbiamo fatto in tema di reati di pericolo che si collegano invece al tema dell’adulterazione e dell’avvelenamento delle acque di falda, vi è da dire che ai fini dell’accertamento in concreto del pericolo richiesto per la configurabilità del reato di cui all’articolo 440 Codice Penale, per la parte che ha ad oggetto appunto le acque di falda, il riferimento come parametro normativo va fatto ai valori di concentrazione massima ammissibili fissati dal D.P.R. n. 236 del 1988 per le acque destinate al consumo umano, che non sono da considerare quindi questi parametri normativi presunzioni di pericolosità ancorate a valutazioni legali non pertinenti al problema da risolvere, in quanto si è visto anche prima che vi sono anche dei precedenti giurisprudenziali che ammettono la possibilità per il Giudice di ricorrere a parametri normativi al fine di risolvere il giudizio di pericolo. Il D.P.R. 286/88 è atto (inc.) l’ordinamento interno della Direttiva Comunitaria 778/1980, e la sua motivazione è quella di garantire livelli di qualità minimi per l’acqua destinata al consumo umano al fine di salvaguardia della salute pubblica. I requisiti di qualità delle acque e quelli in particolare rappresentati dai valori di concentrazione massima ammissibile costituiscono, a detta della citata direttiva comunitaria, il livello minimo per la tutela della salute collettiva al di sopra del quale sussiste un pericolo, che quindi alla luce delle recenti conoscenze scientifiche può dirsi concreto, di lesione, che non può essere accettato in nessuno degli Stati membri, se non alle tassative condizioni cui è subordinata la possibilità di deroga. E per quanto riguarda queste deroghe, nell’atto d’appello si cita una importante sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europea, sentenza del 22 settembre ‘88, in cui si sottolinea in particolare il concetto, affermato in questa sentenza, secondo il quale il superamento che può essere autorizzato in occasione di tali deroghe non deve in alcun caso comportare rischi inaccettabili per la salute pubblica. Quindi, in sostanza, si afferma che comunque il superamento di questi limiti determina un rischio, e che il superamento in caso di deroga non deve comunque comportare rischi inaccettabili, quindi una soglia di rischio ancora superiore a quella che è insita nei parametri normativamente stabiliti. Anche l’esame del D.P.R. 236/88, in particolare all’articolo 17, consente di pervenire alle medesime conclusioni. L’articolo 17, infatti, impone come limite assolutamente inderogabile che il superamento non presenti un rischio inaccettabile per la salute pubblica; quindi anche il legislatore nazionale stabilisce il principio che ogni superamento del valore di concentrazione massima ammissibile fissato per ogni parametro tra quelli indicati nell’allegato primo rappresenta sempre un fattore di rischio, e quindi pericolo concreto per la salute dell’uomo, e la deroga può essere consentita solo quando questa non comporti un rischio inaccettabile. Non è vero poi che in questo modo, cioè facendo riferimento ad un parametro normativo al fine di definire il giudizio di pericolo, verrebbe introdotta un’anomalia nella struttura della fattispecie, che verrebbe quindi snaturata per effetto di una presunzione normativa, che trasformerebbe quindi il reato di pericolo concreto in reato di pericolo presunto. Una cosa infatti è il tipo di reato che deriva dalla qualificazione del pericolo contenuto nella norma incriminatrice, pericolo astratto o pericolo concreto; altra cosa invece è il problema della ricerca delle circostanze di fatto da cui può desumersi l’esistenza del pericolo, circostanza che il Giudice, come si diceva, può ricercare in qualsiasi elemento, anche di carattere normativo. Né ha senso contrapporre - come fa il Tribunale - il piano dei requisiti di qualità stabiliti dalla normativa pertinente alla edibilità con (inc.) disposizioni suscettibili di essere ritenute ex ante capaci di produrre affetti avversi alla salute. Entrambi gli elementi sono pertinenti infatti a rendere adeguate informazioni sul rischio reale e scontrano entrambi questi parametri un certo margine di astrattezza, che è insito nel giudizio stesso di pericolo, il quale non può non scontare – come si diceva in precedenza – un inevitabile contenuto presuntivo e probabilistico. Per quanto riguarda l’utilizzabilità delle acque di falda per uso alimentare o antropico, che il Tribunale esclude, si fa qui rinvio all’atto d’appello, in particolare alle pagine da 1999 a pagina 1201, in cui vengono citati ampi brani della relazione 1998 del Settore Ecologia e Ambiente, Servizio Programmazione Ambientale della Provincia di Venezia, in ordine ad evidenze probatorie circa l’esistenza nell’area lagunare di pozzi superficiali che pescano nelle prime falde del sistema idrogeologico veneziano. E per tutto quanto riguarda poi le considerazioni tecniche svolte nell’atto d’appello e le tesi che vengono contrapposte dai consulenti dell’Accusa, in particolare il professor Nosengo, ai dati invece presentati dai consulenti tecnici della Difesa, faccio anche qui per brevità rinvio all’atto d’appello, in particolare da pagina 1215 a pagina 1226 dell’atto d’appello. Mi limito ad alcune considerazioni di natura giuridica. Faccio rilevare che lo stesso Tribunale a pagina 522 e 525 della sentenza ammette che le falde acquifere immediatamente sottostanti lo strato di caranto possono essere attinte dalla contaminazione derivante dal piano di posa dei rifiuti interrati nelle discariche interne del Petrolchimico, e afferma altresì che le acque di falda possono essere oggetto di tutela ai sensi degli articoli 439 e 440 del Codice Penale, salvo poi escludere contraddittoriamente tale possibilità in base alla considerazione che in fatto si tratta di acque di falda inutilizzate per il consumo umano. In realtà la destinazione alimentare, almeno secondo un orientamento giurisprudenziale che ammetto non essere univoco, in quanto ve n’è un altro anche di segno contrario, è richiesta solo per le sostanze destinate all’alimentazione, ma non per le acque. La destinazione alimentare sarebbe richiesta quindi solo per le sostanze diverse dall’acqua, la quale invece per sua natura, secondo questo orientamento giurisprudenziale, è in ogni caso suscettibile di destinazione alimentare, essendo comunque destinata ad entrare nel ciclo alimentare dell’uomo. Comunque questo orientamento giurisprudenziale, che come ricordavo devo ammettere non essere del tutto univoco, trova tra l’altro un solido fondamento normativo nell’articolo 1 della Legge 5 gennaio 1994, n. 36, secondo la quale tutte le acque superficiali, sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che va salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. La sentenza principale che si iscrive in questo orientamento giurisprudenziale è la sentenza Sezione Terza, n. 7170, del 22 luglio 1997, che ha ravvisato nel delitto di cui all’articolo 444 Codice Penale la semplice contaminazione di una falda idrica ad opera del percolato uscito da una discarica illegittimamente gestita - sembra proprio il nostro caso – senza che fosse necessaria la dimostrazione di un uso effettivo delle acque o di un danno attuale alla salute delle persone, ritenendo sufficiente la potenziale attingibilità ed utilizzabilità dell’acqua, pur in assenza di qualsiasi opera per la sua diretta o indiretta destinazione al consumo umano. Altra giurisprudenza viene citata nell’atto d’appello per quanto riguarda la salvaguardia delle acque ai sensi del 439, prescindendo dal fatto che siano acque potabili, che siano acque batteriologicamente pure e quant’altro, quindi oggetto di tutela ai fini del reato di cui all’articolo 439 Codice Penale, ma il principio può ritenersi senz’altro estensibile anche al reato di cui all’articolo 440 Codice Penale, sono tutte le acque, anche quando non abbiano i caratteri della potabilità secondo la legge e la scienza. E’ sufficiente che si tratti di acque appartenenti a fonti di approvvigionamento idrico destinate a soddisfare i bisogni alimentari di un numero indeterminato di persone. Nel caso specifico sono rilevanti i dati riportati e commentati nell’atto d’appello da pagina 1245 a pagina 1248, che riportano l’esito delle analisi eseguite da Acquater sia nel 1995 che nel 1996 sull’acqua campionata in prossimità del Petrolchimico, che è risultata fortemente contaminata da sostanze che sono attribuibili proprio alle lavorazioni in esso eseguite e che superano largamente i limiti di concentrazione massima ammissibile previsti per numerosi parametri contemplati dal D.P.R. numero 286/88. In particolare sottolineo i dati relativi all’arsenico e al dicloroetano, che sono di gran lunga superiori ai dati di concentrazione massima ammissibili e che appaiono idonei di per sé soli a far sussumere la fattispecie dell’ipotesi dell’avvelenamento e non già in quella della semplice adulterazione delle acque.

 

Concludo qui questo capitolo relativo appunto alle acque di falda e passo ad un altro capitolo, che è particolarmente importante nell’impostazione dell’Accusa, che attiene al problema della causalità in buona sostanza, quindi alla riferibilità causale degli eventi così come contestati nel capo d’imputazione, alle condotte colpose degli imputati, che si sono andate esaminando nella parte che ho appena concluso, e cioè il problema della individuazione dei processi produttivi nella filiera del cloro della matrice della contaminazione della laguna, anche qui tema su cui si è sviluppato un ampio contraddittorio nel corso del procedimento di primo grado e che ha visto contrapposte diametralmente le tesi dell’Accusa e della Difesa. Quindi prima di passare ad esaminare le classi di eventi, che sono rilevanti in termini di disastro ambientale e di avvelenamento e di adulterazione dell’ittiofauna, rappresentati dall’inquinamento dei sedimenti e delle acque dei canali lagunari prospicienti Porto Marghera, è necessario soffermarsi su questo fondamentale aspetto dell’impostazione accusatoria, che il Tribunale ha disatteso sulla scorta delle considerazioni svolte dai consulenti della Difesa, che è quello rappresentato dal nesso causale tra l’inquinamento della laguna, così come accertato dalle varie consulenze tecniche espletate per il Pubblico Ministero, su cui ci si soffermerà in seguito, e i processi produttivi, in particolare quelli relativi al cosiddetto ciclo del cloro, in atto presso il Petrolchimico. Il punto è trattato al capitolo 3.8 all’atto d’appello. Una breve premessa si impone peraltro per riassumere la tesi che, sulla scorta delle conclusioni raggiunte dai propri consulenti tecnici, viene sostenuta a tale proposito dall’Accusa. La proporzione dei congeneri con cui le diossine si ritrovano nei campioni delle diverse matrici ambientali, sedimenti di canali lagunari ed ittiofauna, è tipicamente associata al processo produttivo che ha contribuito alla loro formazione. Ragion per cui è perfettamente possibile correlare una particolare distribuzione dei congeneri presente in un determinato campione analizzato ad una specifica origine industriale. Tale possibilità risulta ampiamente documentata in letteratura proprio con particolare riferimento alla diossina prodotta nei processi produttivi del dicloroetano e del cloruro di vinile, processi in cui la cosiddetta impronta del cloro risulta caratterizzata da una netta prevalenza dell’octaclorodibenzofurano sull’octaclorodibenzodiossina, ed è stata confermata non solo dagli esiti delle prime consulenze tecniche eseguite su incarico della Procura circondariale di Venezia, ma anche dallo studio svolto per conto di Enichem dall’Istituto di Geologia Marina di Bologna e dal CNR sui sedimenti lagunari in prossimità della zona industriale. Tutti i campioni prelevati nel corso dello studio, rappresentativi dei canali industriali e della zona lagunare circostante, sono infatti caratterizzati dalla tipica impronta della produzione del cloro e dei suoi derivati, e risentono pertanto direttamente della contaminazione di questa lavorazione che si svolge all’interno dello stabilimento Petrolchimico. La tesi prospettata dalle Difese e fatta propria dal Collegio di primo grado si fonda sostanzialmente sull’affermazione del ruolo fondamentale svolto dai rifiuti prodotti nella prima zona industriale prima del 1970 e utilizzati per la bonifica della seconda zona industriale, iniziata nel 1953 e terminata nel 1968, nel determinare tutto l’inquinamento - quindi secondario e non diretto - della laguna di Venezia. La tesi della Difesa era anche fondata su alcuni dati documentali, in particolare il Piano Direttore 2000 della Regione Veneto - pagina 127 e 128 - ove si afferma: "le aree industriali di Porto Marghera sono state realizzate innalzando e consolidando il terreno naturale barenoso fino a quota più 2-2,50 metri sul livello del mare, sia mediante l’impiego di materiali dragati, sia utilizzando rifiuti e residui di lavorazione industriale". Da questa citazione si evince solo che sono stati utilizzati sia materiali dragati e rifiuti che residui di lavorazioni industriali. Quindi non solo residui industriali, e senza che questi residui siano dettagliatamente quantificati. Non si dice affatto, quindi, che sono stati utilizzati unicamente rifiuti di derivazione industriale. Inoltre i consulenti del Pubblico Ministero avevano contrapposto a questa tesi, prospettata dalle Difese e fatta propria dal Collegio, che la cronologia delle carote utilizzate dai consulenti delle Difese non poteva ritenersi, ai fini di datare le diverse impronte di diossina da attribuirsi alla prima ovvero alla seconda zona industriale, a seconda della diversa percentuale della prevalenza degli octaclorodibenzofurani sugli octaclorodibenzodiossine, non poteva essere accettata, e in particolare i consulenti dell’Accusa avevano contestato a quelli della Difesa il fatto di aver dedotto la cronologia dalla posizione delle impronte sulla carota, così assumendo come premessa il dato che doveva essere dimostrato, invece di datare prima i sedimenti esaminati e poi verificare le impronte per farne derivare l’origine dell’inquinamento. Muovendo da tale critica i consulenti del Pubblico Ministero avevano quindi potuto dimostrare che entrambe le impronte venivano prodotte dagli impianti relativi al ciclo del cloro, con incremento degli octaclorodibenzofurani, impronta che anche la Difesa ascrive alle produzioni di CVM, rilevante quindi in termini di aggravamento della contaminazione preesistente, proprio negli ultimi tre campioni, quelli più vicini alla superficie, risalenti al periodo ‘95–’98, in una delle carote esaminate, in particolare la carota C11. I consulenti dell’Accusa avevano inoltre fatto rilevare che i campioni da E1 a E6 raccolti dai consulenti della Difesa ai bordi della seconda zona industriale non erano sufficientemente rappresentativi al fine di dimostrarne l’inquinamento da diossina attribuibile a lavorazioni della prima zona industriale, in quanto alcuni di quei campioni sono stati raccolti tra l’altro dove nel 1944 già esistevano campi agricoli, campi coltivati, come dimostrato dalle foto e dalle mappe allegate agli atti. In particolare i valori di alluminio trovati nei campioni da E1 a E6, compresi tra 11.000 e 47.000 parti per milioni sono uguali o inferiori ai valori di alluminio di sedimenti non inquinati del mare Adriatico, quindi non indicativi della presenza di bauxite, bauxite che costituisce una delle produzioni della prima zona industriale. Inoltre si era rilevato che gli unici dati scientifici relativi alle analisi di fanghi rossi avevano dato valori di arsenico, cadmio e zinco molto diversi da quelli contenuti nei sei campioni di cui trattasi e che le proporzioni di policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani e metalli sono in questi campioni così variabili che è inverosimile l’ipotesi che essi si siano mescolati nel tempo con fanghi e rifiuti provenienti dalle produzioni del ciclo del cloro.

 

Per quanto riguarda questi fanghi rossi, su cui molto hanno insistito le Difese anche nelle memorie che sono state depositate nell’imminenza di questo processo d’appello, occorre ricordare che essi si originano, i fanghi rossi, come sottoprodotto della lavorazione della bauxite per ottenere l’allumina, da cui viene successivamente ricavato l’alluminio metallico. La composizione della bauxite può variare in relazione all’origine del minerale e risulta costituita prevalentemente da ossido di ferro, alluminio, silicio, titanio e, in misura minore, da ossidi di sodio e di calcio. In ogni caso il minerale non è assolutamente costituito da composti contenenti cloro. Nel processo industriale di estrazione dell’allumina dalla bauxite il cosiddetto processo Bayer, il minerale polverizzato e disperso in acqua viene trattato con soda a temperature comprese fra i 100 e i 250 gradi centigradi. In tali condizioni l’ossido di alluminio viene estratto dal minerale sotto forma di alluminato di sodio che essendo solubile nella base acquosa si separa dalla matrice solida. Al termine del processo di estrazione la fase liquida contenente l’alluminato di sodio viene separata dal materiale insolubile e inviata alle fasi successive del processo per la produzione dell’alluminio. Il residuo solido è rappresentato dai cosiddetti fanghi rossi, i quali altro non sono, quindi, che il minerale bauxitico impoverito della fase alluminosa a seguito dell’attacco con la soda. Come si può osservare, il processo di estrazione dell’alluminio dalla bauxite non utilizza in alcun modo composti del cloro ed avviene a temperature relativamente basse, al massimo 200 – 250 gradi. In tali condizioni deve essere pertanto esclusa la possibilità che si formi diossina e a maggiore ragione che la presenza di tale contaminante possa caratterizzare i fanghi rossi provenienti dalla lavorazione della bauxite. La ragione della presenza di diossina nei fanghi rossi, analizzati anche dai consulenti Enichem, non può quindi essere individuata nel processo di produzione sopra analizzata, ma deve essere cercata altrove ed il fatto che il profilo della diossina rilevata nei fanghi rossi coincida perfettamente con quello rilevato nei pozzetti, nelle acque fognarie e nei serbatoi all’interno dello Stabilimento Petrolchimico non consente conclusione diversa da quella che questi fanghi rossi prelevati in laguna sono stati contaminati, al pari dei sedimenti ai quali si sono uniti, dalla diossina rilasciata in laguna dalle lavorazioni associate al cosiddetto ciclo del cloro. A ciò si aggiunga che, come già si diceva in precedenza, i fanghi rossi analizzati dai consulenti delle Difese e ritenuti da quest’ultimi responsabili dell’inquinamento da diossine e furani presentano concentrazioni di diossine e furani espressi in termini di tossicità che variano da 10 a 2.330 nanogrammi. Una siffatta variabilità di valori non è assolutamente spiegabile per campioni di residui di lavorazione che abbiano la medesima origine, ma è spiegabile unicamente ipotizzando, tenuto conto dell’identità dell’impronta, che è caratterizzata dalla predominanza di ottacloro di benzofurani con quella rilevata nei pozzetti all’interno dello Stabilimento Petrolchimico, spiegabile unicamente ipotizzando, dicevo, che quei fanghi rossi si siano mescolati nel tempo con fanghi, rifiuti e peci provenienti dalle produzioni del cosiddetto ciclo del cloro. A confutare la tesi del Tribunale vi sono poi anche altri elementi, in particolare quelle mappe, le foto aeree che sono state illustrate dal Pubblico Ministero in sede di richiesta di riapertura del dibattimento; alcune di queste foto non sono state acquisite dalla Corte con la rinnovazione del dibattimento ma altre sono già agli atti. Poi vi sono le foto delle discariche all’interno della seconda zona industriale formatasi prima del 1970 e fino alla fine degli anni Ottanta, e poi c’è un altro argomento molto importante che è quello al dragaggio del canale Brentella e dal canale Industriale Nord attuato intorno agli anni ‘60, come dimostrato in particolare da documenti del Genio Civile di Venezia che sono agli atti. Il che implica che i fanghi inquinati vi sono stati depositati in epoca successiva. Ciò contraddice evidentemente l’assunto del Tribunale secondo cui le impronte dell’elevata contaminazione di quei canali, il canale Brentella e il canale Industriale Nord, sarebbero quelle tipiche del catabolismo della prima zona industriale. Conferma invece la tesi accusatoria circa la produzione di impronte di vario genere tutte ascrivibili alle produzioni della seconda zona industriale. Più in particolare i dati provenienti dall’indagine effettuata dal Magistrato alle Acque, Consorzio Venezia Nuova, nel 1999 per la caratterizzazione dei fondali a supporto della progettazione esecutiva degli interventi di riqualificazione ambientale dell’area del canale Industriale Nord e del canale Brentella, dati che come si è visto sono stati confermati anche dal Genio Civile di Venezia, confermano che il canale Brentella è stato dragato con manutenzione ordinaria almeno a 9 metri sul livello medio marino nei primi anni Sessanta e comunque prima del 1966 e che nei successivi venti – venticinque anni si sono depositati circa 2 metri di fango che hanno portato la battimetria a meno 7 metri sul livello medio marino. Questo dato è compatibile con lo spessore dei sedimenti fangosi dedotti dallo studio di cui sopra, spessore che nel canale Brentella varia da 3 metri nella carota 17 a circa 2 metri nelle carote 15 e 12. Lo spessore medio dei sedimenti fangosi di tutte e sei le carote campionate nel Brentella è di circa 2,2 metri; con lo stesso metodo lo spessore dei sedimenti fangosi nel canale Industriale Nord è risultato essere di 1,4 metri. Se ne desume pertanto che tutti i sedimenti si sono depositati sicuramente dopo i primi anni ‘60. Se a ciò si aggiunge che sia i valori assoluti di diossine e furani che il confronto delle impronte denota una relativa variabilità e non omogeneità, appare davvero difficile sostenere, con i consulenti delle Difese, che l’origine di questi fanghi sia unica e che essi si siano depositati all’epoca in cui era operativa la prima zona industriale, addirittura prima degli anni Cinquanta. E trova ulteriore conferma la conclusione di cui sopra e cioè che gli spessori di fango campionati nel 1999 oscillanti da 1 a 3 metri, si sono depositati dopo quell’ultimo periodo e in particolare dopo lo scavo di quel canale, negli ultimi 30 o 35 anni. Anche in confronto con analoghe impronte in campioni superficiali equivalenti tra 0 e 50 centimetri del Canale Industriale Sud, quindi seconda zona industriale, dimostra che anche in questo sito, al pari degli altri due canali della prima zona industriale l’impronta è sempre quella media recente di tutta la zona industriale. Vi è da dire poi che il ciclo di lavorazione del dicloretano PVC CVM non produce uno solo ma almeno due, se non di più, tipi d’impronte, come dimostrano sia il database di analisi interne di acqua, camini, fanghi, relative a varie emissioni del Petrolchimico riferite al periodo ‘95 – ‘98 con diverse impronte, e qui si fa riferimento ai grafici di cui a pagina 1316 dell’atto d’appello, che mostrano varie impronte ricavate dai bollettini d’analisi per il forno inceneritore...fanghi, canaletti SM15, CV22 CV23, fanghi filtro e fanghi (EVC), acque reflue, acque di lavaggio, scrub, etc., quindi anche questi dati relativi a varie emissioni del petrolchimico dimostrano appunto la possibilità di queste diverse impronte tutte associabili alle produzioni del ciclo del cloro. Ma anche i dati delle deposizioni atmosferiche, quelle cui avevo fatto riferimento stamattina allorché ho parlato del (foll out) atmosferico e alla deposizione del dott. Guerzoni, dati queste deposizioni atmosferiche che presentano entrambe le impronte in tempi recenti. Infine anche la presenza di entrambi i tipi di impronte sia nei suoli, nei primi 15 centimetri, sia nelle barene per i primi 4 centimetri. Vi è da dire inoltre che i consulenti d’accusa dottor Canelli e dottor Ferrari avevano presentato nel corso del dibattimento di primo grado, un’analisi statistica delle componenti principali con dati acquisiti dal ‘92 al ‘99, relativi ai sedimenti superficiali dei canali industriali, sedimenti superficiali lagunari nella città di Venezia, fanghi dei pozzetti Enichem e scarichi dei depuratori civili, dimostrando che i campioni dei canali industriali e dei pozzetti e di letteratura relativi a produzione di clorurati sono tutti accomunati dalla medesima impronta, diversa dall’impronta rilevata nei campioni dei sedimenti dei canali di Venezia e nei sedimenti della laguna distanti dalla zona industriale. Per quanto riguarda le controdeduzioni critiche alle osservazioni svolte dal consulente professor Vighi della Difesa, che invece ha svolto una diversa analisi delle componenti principali per arrivare a conclusioni opposte a quelle prospettate dall’Accusa, anche qui si tratta di considerazioni di natura fortemente tecnica e rinvio comunque alle osservazioni svolte da pagina 1308 a pagina 1317 dell’atto d’appello, laddove si conferma la tesi che a seconda del ciclo di produzione sono possibili impronte di diossina parzialmente diverse da loro. Non è vero inoltre, come afferma il Tribunale, che i campioni di fango prelevati dai pozzetti non sarebbero sufficientemente rappresentatitivi in quanto nei pozzetti non transiterebbero acque reflue di processo diverse dalle acque di lavaggio. Tale assunto è contraddetto proprio dall’altissima concentrazione di policlorodibenzodiossina, policlorodibenzofurani trovata nei fanghi depositati all’interno delle aste fognarie e dei pozzetti. Quanto poi al rilievo contenuto a pagina 629 della sentenza, secondo cui le impronte delle diossine rilevate nei pozzetti non avrebbero una loro propria caratteristica essendo costituite da mescolanze eterogenee, trattasi di evidenza che non contrasta con la tesi accusatoria, tesi che ammette la parziale variabilità delle singole impronte, come abbiamo visto, dovute alle diverse produzioni di clorurati e diversi cicli produttivi, pur nella costanza del rapporto tra policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani. Quanto alle cosiddette peci clorurate e la cui presenza nella prima zona industriale con gradienti di inquinamento rispetto alla seconda zona industriale, che dovrebbe quindi secondo il Tribunale e secondo la tesi delle Difese avvalorare la tesi sostenuta nella sentenza impugnata, faccio riferimento a quanto osservato in precedenza, quindi in ordine all’addebito di colpa relativo allo scarico di peci con mezzi tipo autobotti e bettoline, tesi che era stata disattesa dal Tribunale ma che, come abbiamo visto stamattina, trova anche delle conferme documentali, e poi quanto osservato in particolare nell’atto d’appello circa il processo relativo alle peci idoneo a dimostrare che a causa del riscaldamento nei serbatoi riscaldati i composti clorurati volatili, cioè con temperatura di ebollizione particolarmente bassa, possono evaporare dalle peci e si disperdono nell’atmosfera. Ciò che rende ragione del fatto che nel canale Brentella lontano quindi dalla seconda zona industriale si trovano le diossine ma non gli altri composti clorurati. A ciò si aggiunga che i livelli di concentrazione nelle diossine nel canale Brentella, come abbiamo visto, sono confrontabili anche per profilo di congeneri con quelli attualmente giacenti all’interno dei serbatoi del Petrolchimico. Per quanto concerne poi in particolare il contributo alla contaminazione della laguna apportato dallo scarico SM15, esso è stato desunto nell’impostazione accusatoria dall’esame dei profili di congeneri della diossina in campioni di sedimento prelevati in zone di basso fondale ad esso prospicienti e situata in prossimità dell’Isola delle Tresse. Anche a questo proposito le Difese, e con esse il Tribunale, hanno sostenuto il ruolo decisivo delle produzioni della prima zona industriale nella contaminazione dell’Isola delle Tresse, un deposito di fanghi rossi poi rilasciati in laguna attraverso fenomeni di erosione delle sponde. Si replica da parte dell’Accusa affermando invece che l’ipotesi prospettata dalle Difese va esclusa per due ordini di motivi: in primo luogo perché l’Isola delle Tresse è stata contaminata con diaframmi profondi e impermeabili che di fatto garantiscono l’isolamento permanente dall’ambiente lagunare dei materiali stoccati, ciò che di per sé esclude la possibilità di cessione di contaminanti e in particolare di diossine; in secondo luogo perché le analisi condotte nel ‘97 dal Magistrato alle Acque sulle acque piovane, che a causa dell’impermeabilizzazione perimetrale dell’isola si erano formulate al suo interno, restando quindi a diretto contatto con i fanghi e gli altri materiali che vi erano stati depositati, hanno dimostrato il loro non inquinamento con presenza di diossine in quantitativi sempre inferiori ai limiti di rilevabilità analitica. Nulla infine dimostra, come si diceva anche in precedenza, che le produzioni della prima zona industriale: magnesio, decuprazione delle ceneri di pirite, processi di lavorazione della bauxite, fanghi rossi, contenevano diossine. In particolare fra gli ingredienti necessari per produrre diossine manca nel processo (Hadlund) quello utilizzato nella prima zona industriale per ottenere l’alluminio utilizzando la bauxite, la componente più importante, cioè il cloro. In realtà il Tribunale desume l’esistenza del cloro in questo processo dalla coke, presenza di coke in questo procedimento (Hadlund). Faccio qui riferimento ai dati di letteratura esposti nell’atto di appello a pagina 1323 e 1324 per dimostrare che in realtà, invece, non vi è alcuna ragione per sostenere che la coke sia paragonabile comunque assimilabile al cloro. Quindi non vi è ragione per ritenere che il processo Hadlund abbia rappresentato una fonte importante nell’inquinamento di diossina nell’ambiente lagunare. A ciò si aggiunga che nel periodo del ventennio che va dal 1960 al 1980, periodo in cui secondo la stessa prospettazione delle Difese si sarebbe verificato il massimo inquinamento da diossina, questo processo Hadlund era già stato soppiantato dal processo Bayer quello che abbiamo illustrato in precedenza e che abbiamo visto anch’esso non coinvolgente in nessun caso il cloro.

 

Una volta dimostrato, quindi, che i sedimenti inquinati, almeno è il caso del canale Brentella e del canale Industriale Nord, come abbiamo visto in precedenza, questi sedimenti inquinati si sono depositati dopo il 1964 e che il Canale Industriale Sud non ha potuto essere scavato nei rifiuti ma è stato tagliato nel 1955 su terreni già agricoli, si tratta di stabilire quanti sedimenti si sono depositati prima del 1980 e quanti in epoca successiva. E’ questo il tema di una seconda memoria tecnica che vi depositerò insieme al testo scritto della mia esposizione orale, in cui viene appunto affrontato questo problema. In particolare si muove sempre dal lavoro del Consorzio Venezia Nuova 1999, interventi per il recupero ambientale e morfologico della Laguna di Venezia, da cui si desume che nei canali industriali risultano stivati circa 4,2 chilogrammi di policlorodibenzodiossine e furani espressi in tossicità equivalente e si descrive anche come questi 4,2 chilogrammi siano suddivisi per ogni canale e che la maggior parte di essi sono stivati nel canale Brentella, circa 3 chilogrammi, nel Canale Industriale Nord, circa 0,6 chilogrammi. E si ritorna anche alla tesi delle due impronte sostenuta dalla Difesa, per confutarla, e anche si ritorna in questa memoria al tema del canale Brentella e del Canale Industriale Nord che secondo la prospettazione delle Difese sarebbero una sorgente di sedimenti inquinati vecchi della prima zona industriale, pre 1950, che avrebbero poi contaminato tutta la laguna, mentre invece si sostiene e si dimostra in questo studio che il Canale Brentella e il Canale Industriale Nord non sono in realtà una sorgente ma una trappola di sedimenti inquinati provenienti da tutta la zona industriale e cosa ancora più importante che il periodo d’accumulo di questi sedimenti, come già abbiamo visto in precedenza, è piuttosto recente, relativamente recente, cioè dai primi Anni Sessanta in poi. Partendo quindi dal dato offerto dal Consorzio Venezia Nuova, che parla di uno spessore medio di sedimenti di 2,2 metri per il Canale Brentella e di 1,4 metri per il canale Nord, questa memoria passa a stimare la velocità media di deposizione dei sedimenti nei due canali, velocità stimata nella misura rispettivamente di circa 6 e 4 centimetri per anno, nel corso di 35 anni che vanno dal 1964 al 1999, intercorsi tra i dragaggi di questi due canali di cui abbiamo parlato in precedenza e lo studio del Consorzio Venezia Nuova che appunto è del 1999, quindi circa un metro prima del 1980, 6 centimetri per 16 anni, dal 1964 al 1980, e 1,2 metri dopo il 1980, 6 centimetri per 19 anni, dal 1981 al 1999 per il Brentella. Analoghi calcoli portano a stimare per il Canale Industriale Nord 0,6 metri di fango prima del 1980 e 0,8 metri di fango dopo il 1980. E per il Canale Industriale Sud, tenuto conto del periodo più lungo 44 anni di sedimentazione, 1,7 metri di fango prima del 1980 e 1,3 metri di fango dopo il 1980, il discrime del 1980 è l’anno in cui entrano in vigore le famose tabelle allegate alla normativa di protezione per gli scarichi industriali. Il calcolo eseguito per i tre canali dei quali si hanno notizie certe che contengono un totale di 3,9 chilogrammi di diossina sui 4,2 espressi di tossicità equivalente e internazionale, che secondo il Consorzio Venezia Nuova nella relazione finale del luglio ‘99 sull’inquinamento di fondali lagunari sono complessivamente stivati nei canali industriali, porta quindi al risultato che dopo il 1980 c’è stato un carico aggiuntivo nei sedimenti e nei canali di 2,12 chilogrammi di diossine espresse in tossicità equivalente, pari al 54% di tutto quello che si ritrova attualmente nei sedimenti lagunari. Trova pertanto conferma anche da questi dati l’ininfluenza dell’introduzione degli impianti di depurazione dell’inizio degli Anni Ottanta quanto concerne l’inquinamento da diossine nei canali industriali proseguito ed e anzi incrementatosi anche in epoca successiva. A parte va poi considerato quale fattore di inquinamento della laguna il trasferimento orizzontale dei contaminanti dalla falda sottostante il Petrolchimico, cioè come fattore di inquinamento della laguna, oltre a tutti gli addebiti di colpa che sono stati esaminati in precedenza, va considerato a parte anche quello che in qualche misura si intreccia con la tematica dell’inquinamento delle acque di falda, che è rappresentato dal contributo inquinante del trasferimento orizzontale degli inquinanti dalle falde sottostanti il Petrolchimico che riescono a entrare in comunicazione per motivi di battimetria con i canali lagunari. Il tema è sviluppato e trattato nel capitolo 39.1 dell’atto d’appello, in cui si fa riferimento in particolare alle concentrazioni di diossine nelle acque sottostanti il Petrolchimico risultanti dalle... eseguite da Enichem in adempimento del disposto del decreto ministeriale n. 471/99 che indicano livelli da 2.31 picogrammi di tossicità equivalente per litro a 634 picogrammi di tossicità equivalente per litro, tutti dati questi non compatibili con il criterio proposto dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale per gli scarichi idrici, e si rivela anche che tutte le concentrazioni sono quelle prevedibili e compatibili in base ai processi di ripartizione dell’inquinante tra acqua e suolo, ove si considerino anche i livelli di contaminazione del suolo campionati anch’essi da Enichem. Si fa poi un calcolo, calcolando un trasferimento orizzontale della prima falda di 4 litri a secondo che è quello poi stimato secondo le stesse conclusioni del Tribunale, che coincide a 26 milioni di litri per anno di acqua contaminata, anche solo un decimo della media delle concentrazioni di diossina rilevate nell’indagine Enichem sarebbe sufficiente a contaminare 100 tonnellate di sedimenti ad un livello pari a più di 10 volte quello di fondo. Per quanto riguarda la contaminazione dei sedimenti, ma anche questo è un passaggio intermedio della progressione causale che determina poi gli eventi effettivamente rilevanti in termini di disastro, di adulterazione e di avvelenamento della laguna, in quanto la contaminazione dei sedimenti appunto costituisce un passaggio causale intermedio per quello che poi sarà la contaminazione dei molluschi e dell’ittiofauna, che sono quelli che poi entrano a contatto, evidentemente, che possono determinare danni alla salute umana, per quanto riguarda la contaminazione dei sedimenti, qui le analisi su cui si fonda l’impostazione accusatoria sono quelle del consulente dottor Racanelli. C’è da dire che il particolare il Tribunale ha contestato sotto questo profilo la scelta di Sant’Erasmo come luogo di confronto per verificare lo stato di compromissione dei sedimenti dell’area industriale, trattandosi di ambiente salubre privo di qualsiasi contaminazione. L’Accusa replica, peraltro, che la scelta non è stata assolutamente scorretta e ingiustificata posto che cadeva su un punto assolutamente privo di impatto industriale, ma non privo di impatto antropico per il passaggio di imbarcazioni da diporto e di navi nel bacino antistante Sant’Erasmo e comunque si tratta di un luogo pur sempre appartenente allo stesso comparto ambientale, la laguna di Venezia, soggetto a inquinamento di diversa origine ma non appunto, come si diceva, ad impatto industriale. Si è contestato inoltre da parte del Tribunale per determinare l’inquinamento dei sedimenti l’utilizzo delle tabelle B e C del protocollo d’intesa 1993 del Ministero dell’Ambiente come faranno per la valutazione dello stato di compromissione del sedimento trattandosi di limiti che sono stati stabiliti non già per definire lo stato di salute del sedimento ma per definire solo le caratteristiche del materiale riutilizzabile per interventi in laguna. In realtà qui il confronto era stato operato dai consulenti del Pubblico Ministero con le linee guida internazionali che dimostrava come questi dati fossero di per sé indicativi di una situazione di pericolo e di effetti avversi sugli organismi marin, che sono appunto quelli suscettibili di entrare a fare parte della dieta dei veneziani e non solo. E qui, evidentemente, ci si apre la porta al tema, che è quello poi che sarà conclusivo di questo mio intervento, che è quello appunto relativo al tema dell’avvelenamento e l’adulterazione dell’ittiofauna.

 

L’argomento è trattato nella parte finale del capitolo 3.8, da pagina 1326 a pagina 1339, e nel capitolo 39.2 dell’atto d’appello. La critica del Pubblico Ministero appellante prende le mosse in questo caso dalla valutazione operata dal Tribunale dell’esito della verifica effettuata presso il laboratorio MPU di Berlino. Si contesta in particolare il metodo di questa valutazione. Si contesta nell’atto d’appello in particolare il metodo di questa valutazione, che è caratterizzato dal confronto tra molluschi pescati in periodi stagionali diversi e tra concentrazione di inquinanti riferita al peso fresco edibile, trascurando quanto era stato invece evidenziato, esposto dal consulente d’accusa dottor Racanelli all’udienza dell’8 maggio 2001, allorché era stato precisato che i dati da porre a confronto dovevano essere normalizzati rispetto al contenuto di lipidi per quanto concerne i contaminanti organici rispetto al contenuto di sostanza secca per quanto concerne invece i metalli. Una volta normalizzati questi dati le differenze rispetto ai dati forniti dalla consulenza Racanelli di fatto spariscono e anzi in alcuni casi per la sostanza d’interesse processuale i dati provenienti dal laboratorio di Berlino sono addirittura superiori, come dimostra la figura a pagina 1328 dell’atto d’appello, in cui si vede che addirittura per le diossine la concentrazione del campione M6, quello relativo al Canale Industriale Sud, se non vado errato, risulta più di 4 volte maggiore a quella del campione M2, quasi il doppio, quella del campione M2 quasi il dubbio. Il confronto del campione di molluschi bivalvi cresciuti nei sedimenti superficiali dei canali industriali e il campione dei bivalvi cresciuto nel sedimento superficiale di Sant’Erasmo evidenzia, sempre stando ai dati di Berlino, normalizzati secondo le avvertenze del consulente dottor Racanelli, evidenzia una differenza a sfavore dei primi di 13 volte per policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, di 13 volte per policlorobifenili, 38 volte per esaclorobenzene, esaclorobenzene che è un tipico sottoprodotto della lavorazione del ciclo del cloro, ricordiamolo, 36 volte per gli idrocarburi policiclici aromatici, che sono causati questi anche dal traffico marino presente a Sant’Erasmo, 7,8 per il piombo, 4,4 per il cadmio, 4,4 per il cromo, ragion per cui non si comprende come il Tribunale possa affermare a pagina 907 della sentenza che si tratta di valori normali. Un altro aspetto dell’impostazione del Tribunale che non può essere condiviso è quella tendenza del Tribunale di valorizzare decisivamente i valori mediani di concentrazione degli inquinanti, trattandosi di metodologia che elimina la possibilità di operare valutazioni rispetto alla situazione di massima esposizione. Nel caso specifico illustrato dalla figura a cui ho fatto riferimento in precedenza si tratterebbe quindi di eliminare il campione M6, quello del Canale Industriale Sud, ove, com’è noto, si svolge la maggiore attività di pesca abusiva. Si consideri a questo proposito che il concetto di pericolosità per la salute pubblica dovrebbe comprendere tutti i casi in cui anche una sola parte, sia pure molto esigua, dei potenziali consumatori è esposta al pericolo derivante dall’adulterazione, essendo connaturata alla tecnica di tutela tipica dei reati di pericolo, e in particolare proprio dei reati di pericolo di cui si discute in questo procedimento, tecnica di tutela che è strettamente correlata all’oggetto della tutela medesima, cioè la salute pubblica, cui tali reati hanno riguardo, dicevo è connaturata alla tecnica di tutela tipica di questi reati di pericolo in particolare la direzionalità per così dire indifferenziata del pericolo, potendo questo concretizzarsi in danno anche nei confronti di pochi o pochissimi soggetti marginali, non previamente identificabili, esposti alle massime esposizioni. Assumere come parametro di valutazione del rischio un consumatore ideale medio desunto dalle medie di concentrazione degli inquinanti presenti nel biota provenienti da un’area contaminata e dalle statistiche di consumo significa quindi non fare i conti con una realtà che ben può presentare situazioni assolutamente non comparabili con il parametro di riferimento considerato. Comunque, anche considerando i dati di Berlino, si è fatto il calcolo che ad un giovane di 40 chilogrammi basterebbero 24 grammi edibili di mollusco provenienti dai canali industriali per superare la cosiddetta dose giornaliera accettabile prevista dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a causa della concentrazione di policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani e policlorobifenile, laddove invece a Sant’Erasmo ne occorrerebbero invece ben 250 grammi quindi più di dieci volte di più. Per quanto concerne poi in particolare le diossine e le diossine simili, si contesta l’affermazione del Tribunale secondo cui le esposizioni suscettibili di derivare dall’assunzione con la dieta di biota di esclusiva provenienza dall’area industriale non sarebbero mai suscettibili di rientrare sotto la classe di quelle capaci di superare il (TDI) e comunque i valori soglia definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità declinando il principio di precauzione. Questi valori soglia di cui trattasi vengono infatti superati in Europa con la normale dieta. Il Comitato Scientifico Europeo stima infatti un’assunzione media di diossine e diossine simili in un range che va da 1.2 a 3.0 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno superiori allo stesso TDI che il Comitato Scientifico europeo definisce come si vedrà poi in seguito. Ragion per cui, ogni esposizione che vada ad aggiungersi a quella di fondo deve essere considerata tenendo conto che quest’ultima, cioè l’esposizione di fondo, che si riferisce – si badi bene – a tutta l’assunzione di diossine e composti simili, e non solo quella attribuibile ad uno specifico componente della dieta, è già da considerarsi critica. Così si esprime in effetti il Comitato Scientifico Europeo per l’alimentazione. Nel caso di assunzione di vongole pescate nei canali industriali l’esposizione di fondo viene raddoppiata con 24 grammi di peso edibile. Il Tribunale poi fa un uso parziale e molto selettivo anche delle affermazioni di altri consulenti del Pubblico Ministero come Sesana, che si riferisce soltanto ai metalli e non invece anche alle diossine, ai PVC ed esaclorobenzene, nonché dello studio Marcomini che non ha preso in considerazione affatto le vongole pescate abusivamente nei canali industriali. E poi il Tribunale si ostina a considerare sempre separatamente l’esposizione ai singoli contaminanti di interesse processuale, senza mai considerare l’effetto sinergico quello che si è, il tema che si è cercato di introdurre con le richieste di riapertura del dibattimento ma che comunque anche se non ha avuto l’apporto che era stato sollecitato con le richieste formulate da questo Procuratore Generale, trova comunque, come vedremo, dati documentali e apporti conoscitivi e scientifici anche negli atti del dibattimento di primo grado. Dicevo, il Tribunale si ostina a considerare separatamente l’esposizione ai singoli contaminanti d’interesse processuale, senza mai considerare l’effetto sinergico da piombo, cadmio, cromo, mercurio, arsenico, ipa, diossine, policlobifenili ed esaclorobenzene. In vero tutte le considerazioni svolte dal Tribunale per dimostrare l’assenza di un pericolo per la salute pubblica sono caratterizzate infatti dal confronto tra le classi di esposizione suscettibili di derivare dall’assunzione di biota contaminato e le classi di esposizione definite in sede regolamentare o legislativa declinando il principio di precauzione. Ma tale confronto il Tribunale opera considerando di fatta in volta ciascuno degli inquinanti rilevati in traccia nei molluschi oggetti di prelievo del campionamento, l’unica sommatoria considerata dal Tribunale è quella tra policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani da un lato, e policlorobifenili dall’altro, senza porsi il problema dell’effetto moltiplicatore del rischio determinato dalla conpresenza in quei molluschi di numerosi contaminanti, metalli, ipa, esaclorobenzene e diossine. Si veda in proposito quanto rilevato nella consulenza tecnica Simionato ed altri del 1998 dove si afferma che un’esposizione prolungata anche a livelli molto bassi di sostanze cancerogene può risultare in un aumento di rischio di tumori anche presente che i vari componenti di una miscela cancerogena possono addizionarsi o interagire tra loro in maniera sinergica. Né va dimenticato che l’effetto sinergico cui fa riferimento la consulenza Simionato ed altri non deriva soltanto dalle potenzialità tossiche di ogni sostanza assunta, destinate a incrementarsi per la presenza contemporanea di altri contaminanti assunti congiuntamente con la dieta ma opera e interagisce all’organismo umano anche nell’ipotesi in cui ciascuna di quella sostanze essendo idonee a compromettere la funzionalità di un singolo organo o apparato del soggetto esposto, può essere causa altresì di ulteriori effetti secondari indotti su altre parti dell’organismo non direttamente colpite dallo stimolo nocivo ad esse correlato. Senza contare inoltre che le esigenze di tutela della salute pubblica che sono sottese alle fattispecie di reato qui considerate impongono altresì la necessità di valutare il pericolo con particolare riferimento alle possibili conseguenze lesive derivanti dall’assunzione con la dieta di biota caratterizzato da quel tipo di contaminazione "plurima" da parte dei soggetti più deboli della popolazione esposta: malati, bambini, donne incinte, anziani; ovvero dei soggetti maggiormente sensibili per propria predisposizione genetica a subire gli effetti tossici delle sostanze assunte, soggetti sui quali l’effetto sinergico di cui sopra potrebbe determinare conseguenze nocive ben più gravi di quelle riscontrabili nei soggetti dotati di più sviluppate ed efficienti difese immunitarie. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento che presenta i principi per la definizione dei valori guida per limiti di esposizione alle sostanze tossiche per la protezione della salute - Organizzazione Mondiale della Sanità 1994... Human Risk of Chemical - precisa inoltre che una pur sempre possibile peculiare ipersuscettibilità reazione di pochi individui eccessiva a quella della maggioranza degli esposti ad una data dose di sostanza non è considerata nella definizione dei TDI da essa proposta. Neppure è corretto il confronto tra le concentrazioni di diossine rilevanti nell’ittiofauna della laguna veneta e quella riscontrata in analoghi prodotti pescati e commercializzati in altri paesi europei. Va ricordato infatti che la tesi prospettata dall’accusa è che il Petrolchimico ha determinato una contaminazione potenzialmente pericolosa dei molluschi dell’area industriale e quindi risponde a logica elementare e al buonsenso che il confronto venga operato con altre zone della laguna che è un ecosistema unico e non con luoghi situati a migliaia di chilometri di distanza.

 

Veniamo quindi adesso ad analizzare un modo più analitico la valutazione del rischio alimentare sulla base dei parametri rappresentati per le diossine e i composti similari, policlorobifenili dal TDI dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, parametro che va da uno, un range da 1 a 4 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammi di peso corporeo al giorno. Una prima cosa innanzitutto è da rilevare: che non è affatto vero che questo valore da 1 a 4 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, questo valore soglia quindi, sia stato adottato anche dal Comitato Scientifico Europeo per l’alimentazione. Il Comitato Scientifico Europeo per l’alimentazione indica il TDI in data 22 novembre del 2000 in un picogrammo di tossicità equivalente di peso corporeo al giorno, valore che è stato rivisto il 30 maggio 2001 nella misura di due picogrammi, pari a 14 picogrammi di tossicità equivalente per chilogrammo di peso corporeo alla settimana e sottolinea, il Comitato Scientifico Europeo, la necessità di considerare, oltre a policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani anche i policlorobifenili, i cosiddetti diossin like, nella definizione della concentrazione (TDQ), tossicità diossina equivalente. Questo parametro è stato determinato in base a dati sperimentali con specifico riferimento al carico corporeo negli animali da laboratorio e nell’uomo. Il Comitato Scientifico Europeo ha stimato dosi giornaliere per l’uomo EHDI (Estimate Human Daily Inteix) nell’intervallo da 20 a 50 picogrammi di 2,3, 7, 8 tetraclorodibenzodiossine per chilogrammi di peso corporeo, come associate tramite il carico corporeo a livelli minimi con effetti avversi osservati, (Lowest Observed Effect Lever) LOEL, per effetti di tossicità riproduttiva nel ratto. Una stima della dose giornaliera per l’uomo di 10 picogrammi di 2, 3, 7, 8, tetraclorodibenzodiossine per chilogrammi di peso corporeo al giorno, è stata associata allo stesso modo ad un livello privo di effetti avversi osservati sul ratto per la stessa categoria di effetti. I fattori di incertezza applicati a questi valori sono 3.2 per la stima della dose per l’uomo, 10 picogrammi di 2,3, 7, 8 tetraclorodibenzodiossine per chilogrammi di peso corporeo al giorno, associata al NOAEL cioè (No Observed Avvers Effect Lever) convertito per l’uomo, e di 9. 6 per le stime delle dosi per l’uomo, 20 - 50 picogrammi di tetraclorodibenzodiossine per chilogrammi di peso corporeo al giorno ai LOAEL, invece, cioè al più basso livello di effetto avverso osservato. Applicando quest’ultimo fattore di incertezza, cioè 9.7, al (LOAL cube), più basso, 20 picogrammi di tetraclorodibenzodiossina per chilogrammo di peso corporeo al giorno, è stato ottenuto il TDI di 2 picogrammi di tetraclorodibenzodiossina per chilogrammo di peso corporeo al giorno per un uomo, ovvero 14 chilogrammi alla settimana. Considerando che altre policlorodibenzodiossine e vari policlorodibenzofurani nonché i PCB di (oxinlite) simili alla diossina hanno un meccanismo d’azione simile a quello della tetraclorodibenzodiossina, questo TDI è stato esteso all’insieme di quelle sostanze in base al criterio della cosiddetta tossicità equivalente ottenendo così il TDI di 14 picogrammi, (Tecu) di chilogrammi di peso corporeo alla settimana ovvero due picogrammi, (tecu) di chilogrammi di peso corporeo al giorno. Il contributo dei PCB di oxinlite porta ad un incremento dell’esposizione di fondo rispetto a quella che è comprensiva soltanto di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani di un fattore che va da 3 a 2 secondo la stima del Comitato Scientifico Europeo, di un fattore 2 secondo la valutazione di EPA, e un fattore che è pari a 1.6 sulla base dei dati sperimentali ottenuti in seguito a misurazioni eseguite sui bivalvi della laguna veneta in uno studio effettuato per la Regione Veneto dall’Istituto Superiore di Sanità nel 1999. Il consulente del Pubblico Ministero ingegnere Zapponi usa un fattore di correzione non sostanzialmente dissimile di 1.55 per definire non già, come afferma il Tribunale a pagina 906 della sentenza, la concentrazione del solo PCB policlorobifenili nelle vongole dell’area industriale, bensì il valore della concentrazione equivalente comprensiva di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani e policlorodibifenili.

 

Anche i dati emersi all’esito delle analisi eseguite presso il laboratorio MPU di Berlino confermano del resto la validità di tali conclusioni. Nei campioni di vongole esaminati a Berlino, infatti, la concentrazione media di diossine è risultata pari a 0.48 picogrammi per grammo, mentre quella di policlorobifenili è risultata pari a 0.42 picogrammi per grammi, per un valore complessivo espresso in Tecu di 0.9 picogrammi per grammo. Il rapporto tra la concentrazione di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e PCB 0.9 picogrammi per grammo da un lato e la concentrazione dei soli PCDD e PCDF 0.48 picogrammi di tossicità equivalente per grammo dall’altro è pari quindi a 1.875, valore questo addirittura superiore a quello proposto dal consulente del Pubblico Ministero ingegnere Zapponi. Se si osservano inoltre le dosi giornaliere associate al livello di effetto osservato, a LOAEL e al NOAEL, livello di effetto non osservato, secondo le stime del Comitato Scientifico Europeo quelle che sono state esposte pochi attimi fa, ci si avvede che il TDI di 2 picogrammi tossicità equivalenti internazionale per chilogrammi di peso corporeo die è inferiore solo di un fattore 5 e quindi minore di un ordine di grandezza, un ordine di grandezza è fattore 10, rispetto alla dose minima priva di effetto rapportata all’uomo, NOAEL, 10 picogrammi per chilogrammi di peso corporeo die. Quello che è smentito è l’affermazione del Tribunale a pagina 799 della sentenza, secondo la quale il TDI sarebbe definito assumendo distanze di "ordini di grandezza rispetto alla dose di NOAEL". Inoltre il Tribunale aveva detto che ignora totalmente le stime di rischio di (USEPA), l’agenzia sicuramente autorevole che stima un incremento di rischio cancerogeno dell’ordine di uno su mille per un’esposizione aggiuntiva di un picogrammo di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno per le diossine e le diossine simili. Quanto al regolamento CEE n. 2375/2001 che è richiamato nelle memorie anche queste depositate dalla Difesa Enichem nell’imminenza di questo dibattimento di secondo grado, vale riportare in particolare quanto disposto dall’articolo 7 di questo regolamento: "Le stime concernenti l’esposizione indicano che una notevole porzione della popolazione comunitaria assume con l’alimentazione una dose superiore a quella tollerabile; alcuni gruppi di popolazione in alcuni Paesi potrebbero essere esposti ad un rischio più elevato a causa di particolari abitudini alimentari". Quindi l’articolo 7 del regolamento CEE praticamente contiene la premessa, quindi la ratio dell’intervento normativo di cui si tratta, nel senso che si prende atto in buona sostanza che buona parte della popolazione europea già risulta esposta a livelli di esposizione di concentrazione a cui è comunque associato un rischio per la salute. L’articolo 10 poi, che è quello fondamentale, riporta: "I livelli massimi per le diossine e diossine simili, PCB, rappresentano uno strumento efficace per evitare un’esposizione inammissibilmente elevata – richiamo l’attenzione del Collegio su questo avverbio: inammissibilmente elevata della popolazione – e impedire quindi la distribuzione di prodotti alimentari caratterizzati da un livello – ancora una volta – inammissibilmente elevato di contaminazione, ad esempio per via di inquinamento o di esposizione accidentale". Quindi questi valori, livello di 4 picogrammi che è stato introdotto appunto dal regolamento CEE n. 2375 del 2001 non definiscono quindi la soglia dell’assenza di rischio e quindi dell’assenza di pericolo, in quanto prendono atto di una situazione che già è di per sé gravemente pericolosa e rischiosa per l’esposizione di fondo a cui è esposta la maggior parte, comunque una notevole porzione della popolazione comunitaria, così come i esprime l’articolo 7, e definiscono livelli idonei a consentire che non vi sia un’esposizione inammissibilmente elevata, quindi ricorre qui quel concetto di inammissibile che per quanto riguarda la normativa sulle acque, avevamo vostro in precedenza che invece parla di inaccettabile, ma comunque inammissibile o inaccettabile sono quasi sinonimi, quindi si capisce qual è la ratio di questi interventi normativi volti ad evitare situazioni di esposizione sicuramente rischiose e sulla base di una premessa di livelli inferiori cui risulta esposta una notevole parte della popolazione che non sono di per sé definibili come prive assolutamente di rischio e quindi in anche di pericolo. Nel caso di specie bisogna rilevare, e poi l’articolo 11 che prevede i livelli d’azione, diversamente dai livelli massimi previsti dall’articolo 10, costituiscono uno strumento che consente alle autorità competenti e agli operatori di mettere in luce quei casi relativamente ai quali è opportuno individuare una fonte di contaminazione e ad adottare misure di riduzione o eliminazione, quindi anche i livelli d’azione, che sono bassi dei livelli massimi previsti dall’articolo 10, determinano la necessità di introdurre misure di riduzione o eliminazione, non solo nel caso di mancato rispetto delle disposizioni del presente decreto – si aggiunge – ma anche nel caso in cui vengano riscontrati nei prodotti alimentari livelli significativi di diossine superiori ai normali livelli di fondo; quindi anche il fatto di superare i normali livelli di fondo viene considerata di per sé una situazione potenzialmente pericolosa. E a questo punto, per tornare al nostro caso, vale richiamare che i livelli di fondo per le diossine nei molluschi della Laguna di Venezia così come individuato nelle vongole pescate a Sant’Erasmo, zona intropizzata della laguna che non risente della contaminazione però della zona industriale, concentrazioni di diossine che variano da 0,016 a 0,08 picogrammi di tossicità equivalente per grammo ed il concentrazione con la concentrazione di diossine anche 30 volte superiori, fino a 30 volte superiori riscontrato nelle vongole oggetto di campionamento ed analisi provenienti dai canali industriali di Porto Marghera. Un’ultima considerazione si impone circa la natura di questi limiti di esposizione. La specificazione del livello di precauzione adottato per la definizione dei limiti soglia, quelli di cui abbiamo parlato fino a adesso, è unicamente di competenza degli Enti che hanno il compito di proporre tali parametri. Orbene, l’analisi della documentazione che esiste agli atti proveniente da tali Enti, Organizzazione Mondiale della Sanità, USEPA Comitato Scientifico per l’Alimentazione Umana, Comitato Scientifico Europeo per l’alimentazione Umana, consente di smentire l’affermazione del Tribunale circa il carattere iperprecauzionale di questi limiti. Per quanto concerne in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il fattore di incertezza adottato per definire i valori soglia per l’uomo, per estrapolazione da animali sperimentali è 10 ed è applicato alle dosi minime per l’uomo corrispondenti ai carichi corporei, simili a quelli che negli animali sperimentali hanno portato all’osservazione di effetti avversi, definizione di LOAEL... e quindi non a dosi prive di effetti, NOAEL.

 

Questa procedura di estrapolazione dall’animale all’uomo implica per definizione che debbano essere confrontati i carichi corporei, in sostanza il quantitativo di agente tossico presente nei tessuti, e non le semplici dosi assunte giornalmente. Il confronto diretto delle dosi di effetto su animali con dosi per l’uomo è errato, come del resto è specificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e Comitato Scientifico Europeo. Occorre infatti considerare che l’emivita delle diossine nei tessuti umani e più specificamente nei lipidi è dell’ordine di 7.5 anni, il che significa un’eliminazione dai tessuti estremamente lenta. In altre parole sono necessari 7 anni e mezzo perché si riduca alla metà il valore iniziale della concentrazione, con conseguente accumulo progressivo delle dosi assunte nel tempo, mentre negli animali sperimentali – topi e ratti – l’eliminazione delle diossine dai tessuti è molto più rapida, il che comporta che per il raggiungimento di un determinato carico corporeo sono necessarie per quegli animali dosi molto più elevate di quelle necessarie per l’uomo. Per quanto riguarda il Comitato Scientifico per l’Alimentazione Umana il fattore di incertezza adottato è, come si è visto prima, 9.6 applicato ad una stima di dose per l’uomo associata, sulla base dei carichi corporei, ad una dose che nell’animale sperimentale ha indotto effetti avversi. E’ inoltre considerato un fattore di certezza di 3.2, applicato ad una dose associata al noael per l’uomo. Il Comitato sottolinea inoltre che l’esposizione di fondo dei vari paesi europei supera già la dose tollerabile da esso definita. Ragion per cui è da ritenere che tale dose venga abitualmente superata da una parte considerevole della popolazione europea. E’ quello che già si è visto in precedenza quale premessa dell’intervento normativo del regolamento del 2001. E veniamo adesso ai dati di consumo, e in particolare al tema della percentuale edibile rispetto al peso lordo, cioè la cosiddetta resa, nel consumo dei bivalvi e le conseguenze quindi anche sulle stime di esposizione. Per avere dati corretti sulla parte edibile dei bivalvi rispetto al peso lordo complessivo, nell’atto d’appello si fa riferimento alle stime dell’Istituto Nazionale per gli Alimenti e la Nutrizione, Ente Pubblico di maggiore rilievo in materia di alimenti che distingue innanzitutto tra consumo medio totale pro capite e consumo medio per i soli consumatori, e questo per evitare lo scorretto approccio statistico del famoso mezzo pollo a testa mangiato da due persone, delle quali una mangia un pollo e l’altra non mangia niente. I dati sono relativi agli elementi ittici, e sono i seguenti: 31.8 grammi persona al giorno consumo medio nazionale totale, e 48.3 grammi persona al giorno per i soli consumatori. Per i molluschi sono di 4.2 grammi persona al giorno, consumo medio nazionale totale, e 36.0 grammi persona al giorno per i soli consumatori. Per i mitili rispettivamente di 1.2 e 10.6 grammi persona al giorno e per le vongole rispettivamente di 0.334 e 15.0 grammi persona al giorno. Ma la popolazione lagunare, come riconosce anche il Tribunale di Venezia, consuma più pesce. I dati di cui sopra devono essere quindi corretti in aumento anche per i consumatori medi e non estremi di Venezia. E comunque il valore medio per l’Italia di consumo di bivalvi, pari a 25.6 grammi persona al giorno, è già di per sé di gran lunga superiore a quello proposto dalla Difesa per i "forti" consumatori veneziani, pari a 15 grammi persona al giorno, ed è invece compreso tra i valori di consumo proposti dai consulenti del Pubblico Ministero. Non è molto dissimile inoltre dal dato di 28 grammi persona al giorno proposto dai consulenti del Pubblico Ministero e che viene derivato dai dati COSES considerando i fattori di resa indicati dall’Istituto Nazionale per la... come tra brevissimo si vedrà. Si considera inoltre che non esistono consumatori di alimenti medi o elevati che mangiano tutti esattamente lo stesso quantitativo ogni giorno. L’intrinseca variabilità di consumi di alimenti è infatti assai elevata e lo è particolarmente per alcune categorie di alimenti, ivi compresi i prodotti ittici. Ragion per cui quando si fa riferimento per la categoria dei cosiddetti "forti" consumatori a quantitativi medi, occorre sempre tenere presente che per la definizione stessa di media almeno metà degli individui compresi in quella categoria mangerà quantitativi superiori alla media. Il parametro che quantifica la variabilità del dato statistico è rappresentato dalla cosiddetta deviazione standard della stima, sempre indicata dall’Istituto Nazionale per gli Alimenti e per la Nutrizione nel riportare i dati cui sopra si è fatto riferimento. Va inoltre considerato che i valori medi di consumo della categoria dei consumatori dipendono in modo determinante dalle modalità di definizione del campione di consumatori, più si restringe questo gruppo, scartando i consumatori scarsi e quelli sporadici, maggiore sarà il valore medio e minore il numero degli individui compresi nella categoria. Al contrario, se si includono nella categoria i soggetti con consumo scarso o minimo, diluendo in tale modo, per così dire, la categoria dei consumatori, ne conseguirà un decremento del consumo medio stimato ed un aumento del numero dei consumatori. Orbene la procedura di campionamento adottata dall’Istituto Nazionale per la Nutrizione tende, per le sue caratteristiche, ad evitare per l’appunto tale diluizione, non sono cioè considerati consumatori sporadici o comunque marginali, i consumatori effettivi risultano quindi percentualmente non molto numerosi. Applicando alla popolazione veneziana un fattore correttivo in aumento di circa 50 il quale si evince dalle stesse tabelle riportate a pagina 854 e 855 della sentenza di primo grado, per individuare il rapporto tra i consumi di bivalvi dei "forti" consumatori veneziani e il consumo medio nazionale, il consumo medio giornaliero nazionale stimato dall’Istituto Nazionale della Nutrizione nell’ordine di 1.5 grammi persona al giorno, dato dei mitili sommato a quello delle vongole, diventa 75 grammi persona al giorno pari ai più elevati tra gli ordini di grandezza ipotizzati dai consulenti del Pubblico Ministero. Applicando invece i corretti valori di resa ai dati del COSES, quelli utilizzati dal Tribunale, sui consumi medi e forti, si ottengono valori netti di consumo giornaliero procapite di vongole e cozze che risultano quasi il doppio di quelli indicati a pagina 855 della sentenza, sia per i medi che per i forti consumatori. Tra l’altro la discussione a pagina 856 della sentenza considera solo i consumi di vongole e non anche quelli di cozze. Non è vero pertanto, come afferma il Tribunale a pagina 856 della sentenza, che l’ipotesi di consumo formulate dai consulenti d’Accusa sono irrealistiche, essendo tali ipotesi, se correlate ai consumi netti secondo le percentuali di resa stimate dall’Istituto Nazionale della Nutrizione, assolutamente plausibili. Complessivamente abbiamo visto, sia applicando i valori di resa ai dati COSES, sia applicando i valori stimati secondo le stime dell’Istituto Nazionale della Nutrizione, siamo complessivamente nell’ordine di 28 grammi persona al giorno di vongole e mitili e insieme. Considerando un valore medio di contaminazione quale quello rilevato nell’indagine Bonamin, Di Domenico e altri del 1987, pari a 1.85 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo per i soli PCDD e PCDF, va detto tra parentesi che il valore medio di concentrazione dei bivalvi nell’area industriale come rilevato nella perizia Bonamim e altri va collocato nella fascia alta dei valori europei come definiti da esperti rappresentanti dei Paesi dell’Unione Europea ed è al secondo posto in ordine di grandezza della serie di valori di cui alla figura a pagina 876 della sentenza, essa è inoltre ben più elevata dei valori di fondo citati nella relazione del consulente tecnico della Difesa professor Pompa, 0.2 – 1 picogrammi tossicità equivalente per grammo, e come si vedrà tra breve ben più elevata della media delle concentrazioni rilevati in contesti lagunari distanti dall’area industriale. Quindi dicevo considerando un valore medio di contaminazione quale quello rilevato nell’indagine Bonamin – Di Domenico e altri nel 1997 pari a 1.85 picogrammi di tossicità equivalente per grammo considerando i soli PCDD e PCDF, un consumo di 28 grammi persona per giorno per un individuo di 70 chilogrammi di peso corporeo comporta un’assunzione di diossine pari a 0.74 picogrammi tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, con incremento di quasi 3 volte dell’esposizione di fondo più bassa, 0.4 picogrammi, e di quasi due volte l’esposizione di fondo più elevata, 1.5 picogrammi. Considerando anche i PCB, diossine simili, il valore di 0.74 picogrammi tossicità equivalente per chilogrammo di peso corporeo al giorno va aumentato, in conformità a quanto rilevato poc’anzi, a 1.1 e a 1.2 picogrammi di tossicità equivalente per chilogrammo di peso corporeo al giorno, valore che se portato in aumento a quello di fondo porta comunque al superamento del limite di 2 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno.

 

Per quanto riguarda più specificamente l’Italia, la valutazione dell’esposizione media di fondo eseguita dalla Commissione Europea sull’assunzione di diossine e diossine simili attraverso la dieta nei Paesi membri, valutazione – si badi – basata sui dati di consumo alimentare rilevati dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione e dall’Istituto Nazionale di Statistica, è pari a 0.74 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammi di peso corporeo al giorno, superiore a quella stimata dalla Difesa, che è pari a 0.42 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammi di peso corporeo al giorno per il consumatore medio veneziano, consumatore medio veneziano indicato peraltro anche dalla Difesa come assuntore di prodotti ittici in misura superiore a quella dell’italiano medio. Si è peraltro obiettato da parte della Difesa in una di quelle memorie depositate nell’imminenza di questo processo d’appello che l’esposizione di fondo include già il contributo degli alimenti ittici, al che non sarebbe ragionevole addizionare all’esposizione di fondo quella derivante da un ulteriore consumo di questi stessi alimenti. L’obiezione pur corretta in linea di principio, trascura peraltro di considerare il rilievo che va attribuito, a parità di consumo di alimenti ittici, alla sostituzione di alimenti ittici contenenti concentrazione "normale" con alimenti contenenti concentrazioni "anormali" molto più elevate come quelle riscontrate nei molluschi dell’area industriale. Il problema qui in discussione non può infatti ridursi alla verifica della possibilità per il consumatore lagunare di assumere con le vongole e i mitili provenienti dai canali industriali una quantità pari alla dose tollerabile indicata dall’OMS o dall’Unione Europea, ma consiste nell’accertare se l’introduzione alla dieta di vongole o mitili provenienti dai canali industriali in sostituzione di vongole o mitili provenienti da aree non contaminate della laguna determini un incremento dell’esposizione complessiva tale da farle superare il limite dell’esposizione accettabile e del TDI che la definisce quantitativamente, riferendosi tale parametro, come si è visto, all’esposizione complessiva per ingestione attraverso tutti gli alimenti e non solo quella attribuibile ad uno specifico componente della dieta. Secondo la perizia Bonamin ed altri la contaminazione media delle vongole provenienti dai canali industriali, il valore non considera - si badi bene - il contributo dei PCB, cioè di diossine simili, è di 1.47 picogrammi di tossicità equivalente per grammo, valore massimo 2.7 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, mentre il livello di fondo è, secondo la valutazione dell’Unione Europea, di 0.1 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, e addirittura inferiore secondo i dati rilevati dal consulente tecnico del Pubblico Ministero dottor Racanelli. Ad una ingestione di 15 grammi persona al giorno, dati della banca dati dell’Istituto Nazionale per gli Alimenti di vongole provenienti dall’area industriale della laguna, corrisponde all’assunzione di 22.05 picogrammi di tossicità equivalente internazionale persona al giorno, 1.47 moltiplicato 15, mentre all’ingestione di 15 grammi persona al giorno di vongole con concentrazione a livello di fondo, 0.10 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, corrisponde un’assunzione di 1.5 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per persona al giorno, circa 13.4 volte minore. La differenza tra le due assunzioni di diossina risulta quindi pari a 20.55 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Questo valore è l’esposizione aggiuntiva conseguente alla sostituzione di vongole normali con vongole provenienti dall’area industriale. La dose aggiuntiva corrisponde circa al 93% del quantitativo assunto con le vongole in questione. Con analoghi calcoli, considerando il valore medio di 3.15 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo delle due concentrazioni rilevate nei campioni di mitili dell’area industriale e la concentrazione di fondo italiano negli stessi organismi, 0.12 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, si ottiene che la dose aggiuntiva è il 95% circa della dose assunta con i mitili in questione. La sovrastima dell’esposizione aggiuntiva può quindi oscillare al massimo tra il 5 e il 7%, e non priva quindi di validità le precedenti considerazioni secondo le quali l’obiezione difensiva di cui sopra può essere ritenuta accettabile solo nell’ipotesi in cui i mitili e le vongole dell’area industriale fossero contaminati - ma così non è, come si è visto – a livello di fondo. Tenuto conto della stima dell’esposizione di fondo secondo il Comitato Scientifico per l’Alimentazione Umana dell’Unione Europea per le diossine e i composti simili, compresa tra 1.2 e 3 picogrammi di tossicità equivalente per chilogrammo di peso corporeo al giorno, si può quindi notare che: il valore minimo del TDI e dell’OMS, pari a 1 picogrammo di ossicità equivalente per chilogrammo di peso corporeo al giorno è già superato dall’esposizione di fondo e qualsiasi incremento di esposizione dovrebbe essere escluso se si fa riferimento a questo parametro. Il limite dell’Unione Europea, 2 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno, è superato dai valori più elevati dell’esposizione di fondo, è comparabile all’esposizione di fondo media ed è superiore solo di 0.8 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno all’esposizione di fondo minima. Anche qui c’è poco spazio, quindi, per l’esposizione aggiuntiva. Se si considera che il peso medio degli adulti italiani, definito dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, è di 61 chilogrammi, 0.8 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno, diventano pari a 48.8 picogrammi TQ persona al giorno. Nell’ipotesi, peraltro tutta da verificare, che la condizione di esposizione di fondo della popolazione veneziana sia pari a quella minima europea, un quantitativo di 48.8 picogrammi TQ persona al giorno può essere quindi raggiunto in linea di principio nel caso di un’ingestione di 16.5 grammi di mitili della stessa provenienza, contaminazione media di 3.15 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, comportante un’assunzione di circa 52 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per persona al giorno, il 95% di questo valore, per considerare la sostituzione di uno stesso quantitativo di mitili contaminati a livello di fondo, è 49.4 picogrammi di tossicità equivalente TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno, si tratta di meno di 120 grammi di mitili a settimana. Oppure, per fare un altro esempio, con un’ingestione di 15 grammi a persona di vongole, contaminazione media di 1.47 picogrammi e 10 grammi persona a mitili, contaminazione media di 3.15 picogrammi, comportante un’assunzione totale di 53.5 picogrammi persona al giorno, il 93% di questo valore è 49.8 picogrammi persona al giorno. Questi consumi corrispondono a 70 grammi di mitili a settimana e 100 grammi di vongole a settimana in linea con quelli sopra calcolati in base alle stime dell’Istituto Nazionale per gli Alimenti e la Nutrizione.

 

Altre considerazioni in tema di cosiddetta esposizione aggiuntiva, su cui molto si è dibattuto anche nelle memorie presentate dalle Difese, in particolare dalle Difese Enichem. Nel caso di consumo giornaliero di 11 grammi di vongole, si tratta del consumo indicato dalla Difesa per i forti consumatori veneziani - a pagina 101 terzo capoverso della memoria in tema di avvelenamento e adulterazione – ipotizzando un consumo di vongole contaminate a livello di 1.47 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, valore medio della consulenza Bonamin ed altri, l’assunzione sarebbe di 16.7 picogrammi per persona al giorno, 1.47 moltiplicato 11, che per unità di peso corporeo per un individuo di 61 chilogrammi di peso, diventa circa 0.27 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Nel caso invece di consumo di vongole contaminate a livello di fondo 0.1 picogrammi, l’assunzione sarebbe pari a 1.1 picogrammi persona al giorno, 0.1 moltiplicato 1, e per unità di peso corporeo pari a 0.018 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L’esposizione aggiuntiva indotta dalla sostituzione nella dieta di vongole "pulite" livello di fondo italiano, dati di Sant’Erasmo per intenderci, è dato dalla differenza tra questi due valori, ovvero circa 0.25 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, 0.27 meno 0.018. Nel caso del consumo giornaliero di 4 grammi di mitili, cozze, si tratta del consumo indicato dalla Difesa a pagina 101 terzo capoverso della memoria già citata, contaminati a livello di 3.15 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, valore medio questo della consulenza Bonamin ed altri, l’assunzione sarebbe di 12.6 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per persona al giorno, 3.15 moltiplicato 4, pari a circa 0.20 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Nel caso invece di consumo di cozze contaminate a livello di fondo, 0.17 picogrammi, l’assunzione sarebbe pari a 0.68 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per persona al giorno, 0.17 moltiplicato 4, e per unità di peso corporeo pari a 0.011 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L’esposizione aggiuntiva indotta dalla sostituzione nella dieta di cozze "pulite", ovvero a livello di fondo italiano, è la differenza tra questi due valori, ovvero 0.20 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, meno 0.011 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, pari a circa 0.19 picogrammi per chilogrammi di peso corporeo al giorno. Globalmente, quindi, l’esposizione aggiuntiva totale risultante dalla sostituzione nella dieta dei bivalvi contaminati a livello di fondo con quelli provenienti dai canali industriali, risulta pari a 0.44 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, ovvero 0.25 più 0.19 picogrammi. Questo è l’incremento di esposizione rispetto a quella di fondo, ovvero l’esposizione aggiuntiva, che si avrebbe nel caso di forti consumatori "veneziani" che abbiano consumi di alimenti ittici pari a quelli riportati dalla Difesa nelle memorie citate. Poiché la contaminazione di fondo è, come si è visto, molto bassa rispetto a quella rilevata nei reperti provenienti dai canali industriali, il rapporto è di circa il 6%, l’incremento di esposizione determinato dalla sostituzione di alimenti contaminati a livello di fondo con quelli provenienti dai canali industriali è in termini quantitativi praticamente sovrapponibile e comunque lievemente inferiore a quello che si otterrebbe semplicemente sommando all’esposizione di fondo il contributo degli alimenti ittici provenienti dai canali industriali. Infatti mentre l’incremento stimato in modo preciso è pari, come si è visto, a 0.44 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, quella ottenuta semplicemente sommando all’esposizione di fondo quella connessa all’uso alimentare di vongole provenienti dai canali industriali è pari a 0.47 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno. La differenza è quindi solo di 0.03 picogrammi, praticamente trascurabile. La Difesa invece ha indicato questa procedura adottata per la verità in alcune valutazioni dei consulenti del Pubblico Ministero, come causa di rilevanti sopravvalutazioni dell’esposizione, quindi anche da rischio aggiuntivo, in realtà se sopravvalutazione vi è stata, essa è stata contenuta, come se si è visto, nell’ordine di pochi centesimi, e non può essere pertanto ritenuta idonea a infirmare la validità delle precedenti conclusioni. L’esposizione aggiuntiva desunta dai dati di consumo riportati dalla difesa e dai dati di concentrazione rilevati nella consulenza Bonamin ed altri è quindi, come si è visto, di 0.44 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno, esposizione che sommata al valore di 1.17 picogrammi per chilogrammi di peso corporeo al giorno, stimato sempre dalla Difesa per indicare l’esposizione dei forti consumatori veneziani, non facenti specifico uso di prodotti ittici provenienti dai canali industriali, la incrementa di circa il 40%, portandola a 1.61 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Risulta perciò superato il limite minimo dell’OMS e il margine rispetto al TDI della Commissione Scientifica Europea, del Comitato Scientifico Europeo, ridotto a 0.39. Si tenga tra l’altro presente che entrambi i parametri di cui sopra 1 picogrammo per chilogrammo di peso corporeo al giorno e 2 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, sono espressi in unità di misura OMS Organizzazione Mondiale Sanità (TQ), il che implica diversamente dalla valutazione che si è appena compiuta, la considerazione anche dell’apporto dei policlorobifenili e (oxinlite). Se si moltiplica il valore di 0.20 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, esposizione aggiuntiva derivante dalla sostituzione nella stessa dieta di 11 grammi di vongole per giorno contaminate a livello di fondo con lo stesso quantitativo di vongole provenienti dai canali industriali contaminati a livelli misurati nella consulenza Bonamin ed altri per il coefficiente di incremento, che si è visto essere 0.1875 calcolato in base ai dati di Berlino per convertire i dati espressi in T-TE, in valori espressi in (WHOTQ) tenendo conto quindi anche dei policlorobifenili e (oxinlite) si ottiene un’esposizione aggiuntiva per quanto concerne il consumo di vongole, pari a 0.375 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno. Un’ulteriore conferma di queste valutazioni viene anche dai dati offerti dal consulente tecnico del Pubblico Ministero Racanelli, il quale riporta per le vongole prelevate nei canali industriali una concentrazione 2.7 picogrammi TQ per grammo a fronte di una concentrazione di 0,08 TQ per grammo rilevata nelle vongole provenienti dall’area lagunare di Sant’Erasmo. Un consumo di 11 grammi al giorno di vongole con le due concentrazioni di cui sopra comporta rispettivamente un’assunzione di 29.7 picogrammi TQ persona al giorno, 11 per 2.7, e un’assunzione di 0.88 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno, 11 moltiplicato 0.08. Questi due valori espressi per unità di peso corporeo diventato circa 0.49 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno e 0.014 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno. La loro differenza che rappresenta l’esposizione aggiuntiva dovuta alla sostituzione di vongole "pulite" con quelle provenienti dai canali industriali è circa 0.47 picogrammi e non sarebbe molto diversa, diventerebbe circa 0,47 picogrammi, assumendo un livello di fondo doppio rispetto a quello delle vongole di Sant’Erasmo. Il dato proposto al punto precedente, 0.375 picogrammi, calcolato sulla base del rapporto tra le concentrazioni con e senza PCB desunto dai dati di Berlino è inferiore e non costituisce quindi una sovrastima ed è perfettamente compatibile, essendo superiore di circa il 23%, fattore di incremento 1.23, rispetto a quello ottenuto dai dati della consulenza Bonamin ed altri. Per quanto concerne i mitili, sono disponibili i dati già espressi secondo il criterio TQ considerando quindi i contributi di PCDD, PCDF e PCB dell’Università di Padova, si tratta di campionamenti degli anni 1999 e 2000. I livelli misurati in mitili prelevati nel Canale Industriale Sud e nel sito Isola delle Tresse, canale Vittorio Emanuele nell’area industriale della laguna, considerando il solo contributo di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, sono in media pari a circa 3.70 picogrammi per grammo, valore pienamente compatibile alla già citata media di 3.15 picogrammi per grammo con valore massimo di 4.9 picogrammi della consulenza Bonamin ed altri relativamente all’area industriale. Considerando anche il contributo dei policlorobifenili, i livelli di concentrazione nei mitili prelevati negli stessi siti diventano rispettivamente 5.55 picogrammi TQ per grammo e 4.46 picogrammi TQ per grammo con una media di circa 5 picogrammi. I livelli di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e policlorobifenili rilevati nei reperti di Treporti e Chioggia, zone lontane dall’area industriale, sono rispettivamente 0.82 e 1.54 picogrammi TQ per grammo con una media di 1.18 picogrammi TQ per grammo. La differenza, come si vede, è chiaramente notevole. I livelli misurati in siti dell’area industriale sono superiori di 4 volte rispetto a quelli misurati in altre aree lontane dalla zona industriale, ed è tra l’altro pienamente coerente con il complesso dei dati offerti dalla consulenza Bonamin ed altri. Il consumo di 4 grammi al giorno di mitili con concentrazione media pari a 5 picogrammi TQ per grammo comporta un’assunzione di 20 picogrammi TQ per persona al giorno, ovvero di 0.33 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Mentre nel caso di mitili contaminati a livello di 1.18 picogrammi TQ per grammo media delle misure in aree lontane da quella industriale, comporta un’assunzione di 4.7 picogrammi TQ per persona al giorno, ovvero di circa 0.08 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L’esposizione aggiuntiva risultante dalla sostituzione nella dieta di mitili provenienti da aree lontane dalla zona industriale, con mitili provenienti da quest’ultima, è quindi pari alla differenza di 0.33 e 0.08 picogrammi per chilogrammi di peso corporeo al giorno, ovvero 0.25. Se a questa si aggiunge l’esposizione aggiuntiva derivante dal consumo di vongole nei canali industriali che si è visto essere pari a 0.375 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno, si ottiene un’esposizione aggiuntiva totale di 0.625 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno, 0.375 più 0.25. Facendo riferimento ai dati del consulente tecnico dottor Racanelli, l’esposizione aggiuntiva totale risulta pari a 0.71 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno, 0.46 più 0.25, compatibile con la precedente. Sommando questi valori all’esposizione dei forti consumatori veneziani di prodotti ittici di tutta la laguna, esposizione che la Difesa indica nella misura di 1.17 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, non è chiaro se l’unità di misura adottata è I – TE ovvero WHO – TQ, si ottiene un valore di 1.795 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno e un valore di 1.88 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno sulla base dei dati del consulente tecnico dottor Racanelli. Si tratta di limiti molto vicini al limite dell’Unione Europea, 2 picogrammi, e superiore di quasi di due volte al limite inferiore dell’OMS, 1 picogrammo TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Occorre peraltro considerare a questo punto che tutte le valutazioni che sono state appena fatte hanno come loro presupposto l’accettazione come valide dell’ipotesi di consumo di vongole e cozze prospettate dalla Difesa e cioè 11 e rispettivamente 4 grammi persona al giorno per i forti consumatori veneziani, senza che sia stato peraltro specificato se si tratta di consumi medi ovvero di consumi corrispondenti al novantesimo o novantacinquesimo percentile dei consumi di quella particolare categoria di individui. Si è già visto però in precedenza trattando dei dati di consumo dell’Istituto Nazionale per la Nutrizione, che esiste una notevole variabilità nei consumi, sia nell’ambito della popolazione generale esaminata, il cosiddetto campione totale, sia nell’ambito della categoria dei soli consumatori di prodotti ittici, con deviazioni standard comparabili alla media, il che significa che non sono affatto improbabili valori doppi rispetto alla media e prevedibili sia pure con bassa frequenza valori tripli rispetto alla media o ancora più elevati. Ne consegue che se i consumi indicati dalla Difesa sono quantitativi medi per i forti consumatori, una percentuale non lontana dal 50% dei forti consumatori veneziani potrebbe superare il limite dell’Unione Europea. Se invece i consumi indicati dalla Difesa sono ad esempio il novantesimo o il novantacinquesimo percentile circa il 10% o rispettivamente il 5% dei consumatori, potrebbe superare il limite dell’Unione Europea. Da come sono presentati quei dati l’ipotesi più probabile è che si tratti di dati medi, ma in ogni caso non può trattarsi, tenuto conto delle considerazioni che precedono, di dati che definiscono gli estremi superiori del consumo, quei livelli cioè che nessun forte consumatore può superare. Esistono peraltro anche profili di incoerenza intrinseca nei dati di consumo presentati dalla Difesa che non possono essere sottaciuti. A pagina 91 della citata memoria difensiva, terzo capoverso, si fa riferimento ad un forte consumatore che consuma una quantità di prodotti ittici almeno quattro volte superiore, 137 grammi, rispetto ad un consumatore medio, 30 grammi. Orbene, secondo l’Istituto Nazionale per la Nutrizione il consumo medio giornaliero italiano di prodotti ittici, intera popolazione, è pari a 31.8 grammi al giorno, mentre il consumo medio riferito alla categoria dei soli consumatori è pari a 48.3 grammi al giorno. E’ da sottolineare il fatto che i dati dell’Istituto Nazionale per la Nutrizione riportano anche la deviazione standard della stima per quantificare la variabilità intrinseca del dato statistico. Il livello di consumo riportato dalla Difesa, 137 grammi, senza un parametro che ne quantifichi l’incertezza, va a collocarsi a più di due deviazioni standard dalla media indicata dall’Istituto Nazionale per la Nutrizione, e sarebbe perciò indicativo del suo riferimento ad un sottogruppo locale, popolazione veneziana, piccolo rispetto alla popolazione generale, l’Italia, e caratterizzato da consumi particolarmente elevati di prodotti ittici in genere. In linea di principio ciò non è irragionevole ed è in linea con l’estrema variabilità di consumi così come indicato dall’Istituto Nazionale per la Nutrizione anche in seno alla categoria degli effettivi consumatori. Occorre osservare tuttavia che se i forti consumatori veneziani mangiano, come sostiene la Difesa, un quantitativo di prodotti ittici circa tre volte superiore rispetto a quello medio italiano per gli effettivi consumatori, ci si dovrebbe logicamente aspettare un consumo altrettanto elevato rispetto alla media degli effettivi consumatori italiani anche per le sottocategorie delle vongole e delle cozze. Il consumo di vongole e cozze dei "forti" consumatori veneziani è invece indicato dalla Difesa nella misura rispettivamente di 11 e 4 grammi per persona al giorno, a fronte di un consumo medio degli effettivi consumatori italiani, secondo i dati dell’Istituto Nazionale per la Nutrizione, che sono di 15 e rispettivamente 10.6 grammi per persona al giorno. In sostanza, mentre i singoli dati autonomamente considerati sono relativamente compatibili nel confronto tra forti consumatori veneziani ed effettivi consumatori italiani, non lo sono più se considerati nel loro insieme. La Difesa presenta infatti un quadro complessivo che indica per i forti consumatori veneziani un consumo elevatissimo di prodotti ittici in toto a fronte di un consumo estremamente scarso di vongole e cozze, se confrontato con i dati medi degli effettivi consumatori italiani. Si tratta di un quadro complessivo che presenta quindi in definitiva le seguenti caratteristiche: un consumo di alimenti ittici in toto da parte dei forti consumatori veneziani, molto elevato, e quasi estremo rispetto a quello nazionale corrispondente, circa tre volte di più rispetto a quello corrispondente a livello nazionale, con la conseguenza di un’alta esposizione a diossine e composti simili, generalmente presenti in modo elevato negli alimenti ittici. Dal presupposto di questo consumo molto elevato di prodotti ittici in generale, rispetto ai dati nazionali dovrebbe logicamente conseguire un correlato consumo altrettanto elevato rispetto ai dati nazionali anche per le sottocategorie delle vongole e dei mitili, ma secondo i dati presentati dalla Difesa ciò non accade, per queste due sottocategorie il consumo indicato è inferiore a quello medio nazionale corrispondente. Dall’ipotesi formulata dalla Difesa di un consumo relativamente basso di vongole e mitili da parte dei forti consumatori veneziani, circa il 73% per le vongole e circa il 38% per i mitili di quello corrispondente nazionale, deriva la conseguenza che vongole e mitili contribuiscono in modo molto scarso all’esposizione attraverso gli alimenti ittici in toto. Gli alimenti per i quali la Difesa indica consumi minori rispetto a quelli medi italiani corrispondenti, pure indicando nel contempo Un consumo in toto tre volte più elevato rispetto a quello medio italiano per gli alimenti ittici, sono proprio quelli per i quali è emerso un notevole gradiente di contaminazione nell’area industriale della laguna. Appare quindi evidente come la coerenza logica interna del quadro complessivo debba essere piegata alle conclusioni a cui perviene alle esigenze difensive di dimostrazione dell’insussistenza in concreto dei pericoli alimentari prospettati dall’Accusa. Le osservazioni che precedono giustificano pertanto la scelta di preferire dati italiani ufficiali, dati che, come già si è visto, sono stati utilizzati tra l’altro dalla Commissione Europea per la definizione della stima delle esposizioni di fondo alle diossine e composti simili per quanto riguarda la popolazione degli stati membri dell’Unione Europea, e sono corredati da tutte le informazioni, indicazione della deviazione standard della stima, idonee a quantificarne il grado di incertezza. E vediamo allora a quali risultati si perviene assumendo i dati del consumo già ricordati in precedenza indicati dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione. Assumendo un consumo di vongole pari a 15 grammi per persona al giorno, utilizzando i valori delle concentrazioni medie rilevate nei canali industriali nella consulenza Bonamin e altri, 1.47 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per grammo, si perviene alla stima di un’assunzione per persona pari a 2.05 picogrammi al giorno, 15 moltiplicato 1.47, per un individuo di 61 chilogrammi di peso questo valore diventa circa 0.36 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Lo stesso consumo di vongole nell’ipotesi di contaminazione a livello di fondo, 0.1 picogrammi, come si diceva, comporta un’esposizione pari a 1.5 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per persona al giorno, 15 moltiplicato 0.1, che equivale per un individuo che pesa 61 chilogrammi a 0.024 picogrammi di tossicità equivalente internazionale per chilogrammo di peso corporeo al giorno. La differenza tra i due valori, 0.36 picogrammi e 0.024 picogrammi, ovvero l’esposizione aggiuntiva che si otterrebbe sostituendo nella dieta vongole contaminate a livello di fondo con quelle provenienti dai canali industriali, è circa 0.34 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Questa stima non considera peraltro il contributo di diossine simili, policlorobifenili, con riferimento al rapporto tra concentrazioni TQ quindi considerazione congiunta di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e ploclorobifenili di (oxinlite) e concentrazioni in I-TE, considerazione solo di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani risultante dai dati medi di Berlino, 1.875, come si diceva prima, l’esposizione aggiuntiva diventa pari a circa 0.63 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno, 0.34 moltiplicato 1.875. Sulla base dei dati forniti dal consulente tecnico dottor Racanelli si ottiene una stima superiore del 23%, pari a circa 0,77 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Assumendo un consumo di mitili pari a 10.6 grammi persona al giorno, quelli che abbiamo visto prima secondo le stime dell’Istituto Nazionale per la Nutrizione, utilizzando i valori di concentrazione media rilevati nell’area industriale della laguna dall’Università di Padova pari a circa 5 picogrammi TQ al grammo, si perviene alla stima di un’assunzione per persona pari a 53 picogrammi TQ al giorno, 10.6 moltiplicato 5, per un individuo di 61 chilogrammi di peso questo valore diventa circa 0.87 TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno. Lo stesso consumo di mitili, 10.6 grammi al giorno, nell’ipotesi di contaminazione a livello medio rilevato dall’Università di Padova nei reperti di Treporti e Chioggia, zone lontane dall’area industriale, pari a 1.18 picogrammi TQ al grammo, comporta un’esposizione di 12.5 picogrammi TQ per persona al giorno, 10.6 moltiplicato 1.18. Per un individuo di 61 chilogrammi di peso questo valore diventa circa 0.20 chilogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno, la differenza tra i due valori, 0.87 picogrammi e 0.20, ovvero l’esposizione aggiuntiva che si avrebbe sostituendo nella dieta cozze contaminate a livello di fondo con quelle provenienti dai canali industriali è circa 0.67 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L’esposizione aggiuntiva totale causata dalla sostituzione nella dieta di vongole 15 grammi e mitili 10.6 grammi, provenienti da Treporti e Chioggia con uguali quantitativi di vongole e mitili provenienti dai canali Industriali, è pari alla somma delle due esposizioni aggiuntive, 0.63 picogrammi più 0.67 picogrammi, ovvero pari a 1.3 picogrammi TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno ed è sostanzialmente sovrapponibile al dato di 1.4 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno che si otterrebbe utilizzando per le vongole i dati in concentrazione indicati dal consulente tecnico dottor Racanelli, che abbiamo visto essere 0.67 picogrammi al giorno per le vongole e 0.67 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno per i mitili. Questi valori sono superiori da soli al limite inferiore OMS e sommati all’esposizione di fondo dei forti consumatori veneziani che la difesa indica nella misura di 1.17 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, valore che sembrerebbe espresso peraltro solo in un’unità di misura I-TE e non WHO-TQ portano a valori ampiamente superiori al limite dell’UE di 2.47 e 2.57 TQ per chilogrammi di peso corporeo al giorno. Va detto peraltro che il superamento del limite all’Unione Europea di 2 picogrammi TQ per chilogrammo di peso corporeo al giorno, si avrebbe comunque anche per consumi dell’ordine del 70% rispetto a quelli sopraindicati, che sono, come si diceva, 10.5 grammi per le vongole e 7.5 grammi per i mitili, conclusione questa già implicita all’esito della discussione di cui sopra relativa all’ipotesi di consumo proposte dalla difesa, 11 grammi di vongole e 4 grammi di mitili, evidenziando, come si è visto, una situazione di esposizione già di per sé molto critica.

 

Mi avvio alla conclusione con alcune considerazioni che riguardano le perizie Bonamin, Di Domenico, Fanelli, Tullio Baldassarri, Simonato, Tomatis, Vineis, Zapponi e il loro collegamento in particolare con l’indagine dell’Istituto Superiore della Sanità, Di Domenico, Tullio Baldassarri, De Marchi del 1996, in quanto anche queste perizie, queste consulenze meglio, offrono dei dati che già sono stati ampiamente utilizzati nel corso della discussione precedente e sui quali le osservazioni svolte dal Tribunale non sono assolutamente condivisibili. Poi chiuderò con alcune considerazioni di carattere generale in tema di reati di pericolo che costituiscono in qualche modo un trait d’union tra quello che ho esposto all’inizio sui reati di pericolo e quello che si è venuto dicendo in questa sede sulla valutazione dei dati di consumo, dei dati d’esposizione, per valutare appunto la situazione di esposizione e di pericolo dei consumatori dei prodotti provenienti dai canali industriali contaminati dalle diossine e dalle altre sostanze che sono state esaminate. Va detto innanzitutto, per quanto riguarda questa consulenza tecnica Bonamin ed altri, la consulenza tecnica Simonato ed altri, che esse costituiscono due fasi successive distinte ma collegate di una stessa indagine.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Mi perdoni Pubblico Ministero, mi scusi se l’interrompo, volevo chiederle se, visto che ha terminato la parte relativa a questi esoterici calcoli, se lei ha utilizzato oppure no documentazione che non è agli atti del processo. Visto che lei ha parlato dell’Università di Padova e a me non consta alcunché che sia agli atti, le chiedo se ha utilizzato esclusivamente documenti che sono agli atti oppure no.

 

PROCURATORE GENERALE – Questi dati mi sono stati offerti da un consulente tecnico del Pubblico Ministero...

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Quindi non sono agli atti. Allora io chiedo che fare di tutto questo che lei detto che è fondata su documenti che non sono agli atti. Va bene valuteremo insomma.

 

PROCURATORE GENERALE – Mi si dice che sono agli atti.

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Ai fini della controllabilità di ciò che lei ha detto, perché altrimenti il suo discorso per noi è tanto... .

 

PROCURATORE GENERALE – Eventualmente se verificherete che non sono agli atti... si potrà contestare al consulente di avere utilizzato dati non...

 

DIFESA – Avv. Santamaria – Non è il consulente che parla è il Sostituto Procuratore Generale.

 

PRESIDENTE – Va bene, facciamo finire il Procuratore Generale dopo voi...

 

PROCURATORE GENERALE – Eventualmente qualora si riscontrasse che si tratta di dati non esistenti agli atti, si dirà che non sono dati utilizzabili.

 

PRESIDENTE – Cerchiamo di chiudere.

 

PROCURATORE GENERALE – Per quanto riguarda appunto dicevo le consulenze tecniche Bonamin e altri, le consulenze tecniche Simonato ed altri, costituiscono dicevo due fasi successive distinte ma collegate di una stessa indagine. La prima caratterizzata prevalentemente da attività rilevamento analitico, e la seconda dalla valutazione dell’esposizione umana e dall’analisi e stima dei rischi tossicologi. Entrambe le consulenze si fondano anche, ma non esclusivamente, sui risultati del rapporto conclusivo dell’Istituto Superiore di Sanità in data 21 novembre ‘96 che costituisce l’allegato numero 3 alla perizia Bonamin, redatta da Di Domenico, Tullio Baldassarri e De Marchi, esperti pure partecipi nella perizia Bonamin, e prendono in considerazione nella valutazione delle concentrazioni di inquinanti di interesse processuale unicamente le diossine, come si diceva, cioè policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, tossicità equivalente quindi in termini di I-TE, i dati relativi devono essere quindi stimati per difetto non essendo presi in considerazione i policlorobifenili. La relazione Di Domenico e altri, redatta per conto dell’Istituto Superiore della Sanità in data 21 novembre ‘96 era volta ad analizzare i rischi connessi al consumo di bivalvi e altri prodotti ittici nell’area della laguna veneta adibite a pesca ed allevamento in un’epoca in cui sia la pesca che l’allevamento di prodotti ittici erano già stati da tempo interdetti nell’area industriale. Lo studio riguarda il rilevamento di microinquinanti organici e inorganici in 20 campioni di biota, diciotto dei quali raccolti in zone della laguna veneta, ufficialmente destinati all’allevamento all’allevamento e pesca, uno in area industriale e uno in area urbana. Tutti i campioni analizzati saranno inclusi tra quelli considerati dalla perizia Bonamin. Gli esiti delle analisi sono riportati a pagina 1402 e 1403 dell’atto di appello. La concentrazione media di diossine è molto bassa, circa 0,52 picogrammi a livelli analoghi a quelli frequentemente riscontrati, così si legge nella relazione in aree sotto l’influenza di un impatto antropico diretto da moderato a trascurato. La successiva perizia Bonamin, pur comprendendo, come si è detto, anche tutti campioni già analizzati nello studio precedente, essendo finalizzata a verificare l’impatto ambientale nella zona industriale di Venezia, include anche un ampio campionamento effettuato nell’area industriale, non compreso, questo campionamento, nell’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità. Tale precisazione è tanto più necessaria ove si consideri che diversamente da quanto sostenuto dai consulenti della Difesa, recepito dal Tribunale a pagina 813 della sentenza, le conclusioni della perizia Bonamin, proprio in considerazione della almeno parziale ma significativa diversità dell’oggetto e delle finalità, sono affatto difformi da quelle redatte da quelle dal rapporto redatto per l’Istituto Superiore di Sanità nel 1996. Le conclusioni della perizia sono le seguenti: "Nell’area industriale sono stati rilevati nei sedimenti incrementi di due e tre ordini di grandezza per DDE DDT cadmio, rame, piombo, zinco, di quattro cinque per IPA, PCB, PCDD e PCDF e mercurio e di più di 6 per l’esaclorobenzene. Viene anche sottolineato che la presenza rilevata di mercurio imputabile agli impianti di cloro-soda e rame usato come catalizzatore nella produzione del cloruro di vinile monomero, fornisce un’indicazione abbastanza specifica sulle fonti di questo inquinamento. E’ ancora affermato che se il sedimento nell’area industriale fosse assimilabile ad un rifiuto esso sarebbe da classificare come rifiuto tossico nocivo. Secondo quanto dichiarato dai consulenti nell’area industriale della laguna sono stati rilevati i livelli massimi nei molluschi, specificati come superiori a qualsiasi altra concentrazione determinata in ambiente lagunare tra quelle esaminate. I livelli misurati nei molluschi prelevati nell’area industriale della laguna hanno il valore di 31 a 190 nanogrammi per chilogrammi per quanto riguarda l’IPA, da 12 a 190 nanogrammi per chilogrammi per quanto riguarda le PCB, da 0.78 a 4.9 picogrammi di tossicità equivalente per grammo per quanto riguarda le diossine e da 4 a 18 nanogrammi per chilogrammo per quanto riguarda l’esaclorobenzene. Conclusioni queste, quindi, che dimostrano un rilevante gradiente di contaminazione da diossina nei bivalvi dell’area 1 quella ad disposizione prevalentemente o esclusivamente industriale, rispetto alle altre aree della laguna considerate dai periti, con una differenza di un fattore 4 – 5 rispetto all’area 4, area di pesca e allevamento, ed in ordine di grandezza rispetto alle concentrazioni di fondo rilevate nei bivalvi nel mare adriatico. In particolare per quanto riguarda i mitili i due livelli misurati da Bonamin e altri nei reperti prelevati nell’area industriale sono 1.4 picogrammi per grammo e 4.9 picogrammi per grammo, valori superiori di circa 9 volte e rispettivamente circa 29 volte al valore medio di fondo indicato per l’Italia dall’Unione Europea, 0.17 picogrammi per grammo. Va detto a margine che banalissime considerazioni di statistica elementare autorizzano a ritenere che se il valore particolarmente elevato di 4.9 picogrammi è stato rilevato con un campionamento così limitato, esso non può essere considerato improbabile nello specifico contesto considerato. Se si fosse trattato di un valore raro, non lo si sarebbe identificato con due soli prelievi. Per quanto concerne le vongole, i sette livelli misurati dalla Bonamin e altri, reperti prelevati nell’area industriale della laguna, sono 1.2, 1.3, 1.83, 0.982, 1.53, 0.780, 2.70 picogrammi per grammo, con un valore medio di 1.47, è un valore a cui abbiamo fatto più volte riferimento in precedenza. Si tratta di valori superiori di un fattore da 7.8 a 27 volte rispetto al valore medio di fondo indicato per l’Italia dall’Unione Europea, che rammento è 0.10 picogrammi per grammo. La consulenza tecnica Simonato ed altri del ‘98 viene considerata dal Tribunale in termini assolutamente parziali e riduttivi, al punto da ritenere che le sue conclusioni siano incompatibili con una valutazione di aumento del rischio alimentare nello scenario delineato nell’imputazione - pagina 1011 della sentenza. In realtà il Tribunale estrapola due frasi dalla relazione peritale che se lette nel contesto discorsivo in cui sono inserite assume un significativo ben diverso da quello che il Tribunale gli attribuisce - vedi l’intero contesto da cui sono tratte sono riportate a pagina 1412 e 1413 dell’atto d’appello. In realtà le frasi su cui si appunta l’attenzione del Tribunale significano soltanto che il rischio tumorale evidenziato non appare maggiore nella popolazione del centro storico veneziano rispetto a quella della terraferma, ma che il rischio non vi sia, anzi viene riportato un incremento statisticamente significativo di tutti i tumori nel periodo dal 1987 al 1994 per entrambe le popolazioni interessate e i tumori della mammella nelle donne di Venezia e di Mestre e dei linfomi (Onocking) nei maschi di Venezia, un incremento nel tempo di questi effetti e ciò evidentemente è tutt’altro che incompatibile, così come afferma il Tribunale di Venezia, con un aumento del rischio nello scenario delineato nell’imputazione. E tra i possibili fattori eziologici di tale fenomeno, vengono espressamente indicati dagli esperti anche l’esposizione legate all’inquinamento della laguna in gran parte dovuta a scarichi industriali. E’ da sottolineare inoltre il fatto che i periti, dopo avere ribadito la presenza di sostanze cancerogene: diossine, PCB, IPA e cadmio nel sedimento e nel biota, ove tendono ad accumularsi con inquinamento reso ancora più grave dalla lentezza del ricambio e dalla diluizione dei contaminanti a causa della peculiare situazione idrologica della laguna di Venezia, precisano che un’esposizione prolungata a livelli anche molto bassi di sostanze cancerogene può risultare in un aumento di rischio di tumori tenendo anche presente che i vari componenti della miscela cancerogena possono addizionarsi o interagire tra di loro in maniera sinergica. Segue quindi tutta una serie di raccomandazioni con indicazioni di misure concrete volte ad eliminare o quantomeno a ridurre la situazione di rischio delineata. Per quanto concerne in particolare poi l’affermazione circa la sussistenza di un rischio cancerogeno anche a basse dosi di esposizione prolungata agli inquinanti di cui si discute e l’effetto additivo o sinergico derivante dall’esposizione congiunta di più sostanze tossiche, va detto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unione Europea nel definire come si è visto i limiti per le diossine, e per le diossine assumendo il principio della tossicità equivalente ed esprimendo quindi l’esposizione in termini di TQ, quindi sommatoria di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e policlorobifenili opportunamente pesati e sommati, ovvero in termini di tossicità equivalente internazionale sommatoria solo di PCDD e PCDF non fanno altro che applicare il principio dell’additività di dose allo scopo di determinare la dose complessiva da comparare con il limite. E poiché l’Organizzazione Mondiale Sanità e l’Unione Europea propongono, come si è visto, limiti vicinissimi alle esposizioni di fondo, che sono per definizione basse, è evidente che tali agenzie presuppongono per definizione che il loro criterio di determinazione da rischio non è limitato alle cosiddette alte dosi "di esposizione".

 

Concludo quindi il mio intervento con alcune considerazioni finali in tema di reati di pericolo, che dovrebbero costituire a mio avviso le linee guida del giudizio al fine di valutare tutti questi dati che sono stati offerti alla valutazione della Corte al fine di giudicare, valutare se il criterio così rigoroso adottato dal Tribunale nella sentenza di primo grado ai fini della valutazione del pericolo nei reati che sono stati contestati sia o meno condivisibile, ovvero se si debba fare la valutazione più anticipata della soglia per la valutazione della sussistenza del pericolo rispetto a quella che è stata fatta dal Tribunale, il quale in buona sostanza è arrivato ad affermare, se non espressamente, quantomeno implicitamente, che per avere il pericolo in qualche misura bisogna avere la prova di una situazione già di danno. Tutte le considerazioni che ho fatto finora, infatti, vanno correlate a quanto ho detto in precedenza in ordine al concetto di pericolo nei reati contro l’incolumità pubblica, a confutazione di questa impostazione del Tribunale che pretende, anche in tema di accertamento di reati di avvelenamento e adulterazione, di raggiungere la dimostrazione sulla base di dati scientifici sufficientemente attendibili, dell’idoneità in concreto della situazione di rischio considerata a farsi causa iniziante di processi causali, destinati a sfociare senz’altro, immancabilmente, inesorabilmente in effetti avversi alla salute, quasi a volere applicare anche ai reati di pericolo che sono ontologicamente caratterizzati dall’assenza di un evento di danno di cui si postula solo una probabilità di futura realizzazione, applicare quindi anche ai reati di pericolo parametri di valutazione probatoria che sono propri dell’accertamento del nesso causale nei reati di condotta ed evento. Non si vuole peraltro negare, con tale critica all’impostazione concettuale del Tribunale, che anche il giudizio di pericolo debba essere strutturalmente imperniato, al pari del giudizio sulla sussistenza in concreto del nesso causale, su leggi scientifiche ovvero su leggi statistiche idonee a stabilire nella successione di eventi una regolarità senza eccezione, legge universale, ovvero in un numero significativamente elevato di casi, legge statistica. Ciò che differenzia i due giudizi è invece la funzione che la legge scientifica deve esplicare nei due casi. Nel giudizio sul nesso di causalità, la legge scientifica deve spiegare perché un certo evento si è verificato; nel giudizio di pericolosità deve essere in grado di predire il verificarsi di un certo evento temuto, detto in altri termini, ciò che muta non è la struttura della spiegazione che in entrambi i casi si fonda su una legge scientifica, bensì la prospettiva del giudizio, che in un caso è rivolto al passato, mentre nell’altro è proiettato verso il futuro. Ma tale diversità di funzione che va assegnata alla scienza nel giudizio di pericolosità rispetto al giudizio sulla spiegazione causale non può non essere correlato anche un diverso grado della certezza che si pretende di ottenere dall’applicazione al caso concreto della legge scientifica o legge universale di copertura. Se nella ricerca del nesso di causalità la cosiddetta base del giudizio è infatti rappresentata da due dati certi che si sono già verificati, l’evento da un lato e la condotta attiva e omissiva dell’agente dall’altro, è compito del Giudice pertanto quello di stabilire se, sulla base di una legge scientifica, la condotta dell’agente rientri o meno nel novero degli antecedenti necessari dell’evento, nella valutazione del pericolo la base del giudizio è rappresentata da un solo dato certo, la concreta situazione di fatto da valutarsi nella prospettiva dell’evento temuto cui ha riguardo la norma incriminatrice. Il compito del Giudice è pertanto quello di stabilire se, tenuto conto degli apporti conoscitivi offerti dalla scienza, è probabile – sottolineo - è probabile il futuro verificarsi dell’evento temuto. La stessa prospettiva del giudizio che è rivolto al futuro ed ha riguardo alla probabilità del verificarsi di un evento temuto implica quindi necessariamente l’impossibilità di pretendere dalla scienza la predizione certa che ad una determinata situazione di fatto farà seguito inevitabilmente, inesorabilmente, l’evento temuto di cui trattasi, e implica quindi la limitazione del ruolo della scienza ad una funzione di qualificazione fondata su basi razionali ed empiriche della situazione di fatto individuata quale base del giudizio di pericolo, senza che ciò comporti l’individuazione in concreto della catena causale idonea a collegare quella situazione di fatto all’evento temuto di volta in volta considerato. A ciò si aggiunga che l’evento temuto cui hanno riguardo i reati di pericolo di cui si discute nel presente procedimento, è un evento di danno per la salute pubblica, concetto che non va confuso, ma anzi tenuto nettamente distinto dalla vita e dall’integrità fisica delle persone. Una definizione di salute pubblica ricavata in negativo dal concetto di malattia formulata quindi nel senso di "assenza di infermità o malattia", definizione questa che essendo di per sé ancorata a dati di conoscenza scientifica postulerebbe necessariamente un ruolo decisivo della scienza nel giudizio di pericolo sia pure con le limitazioni indicate in precedenza, non solo contrasterebbe con il dato di diritto positivo rappresentato dal fatto che il Legislatore quando ha voluto riferirsi al concetto di malattia, l’ha fatto in maniera espressa - si fa riferimento qui agli articoli 582 e 590 del Codice Penale - ma prescinderebbe nella sua statisticità dalla necessità considerazione di tutti i rapporti, le relazioni affettive, sociali, familiari, ambientali, che influenzano inevitabilmente lo stato di benessere e la condizione di equilibrio psicofisico di ogni individuo, condizione questa non a caso considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità allorché nel suo atto costituivo del 22 luglio 1946 ha definito in senso ampio la salute come lo stato di benessere fisico, mentale e sociale che non può consistere soltanto in un’assenza di malattia. Io ho concluso, nella prossima udienza sarà conclusa la requisitoria dell’Accusa, con l’ultimo intervento conclusivo del dottor Casson.

 

PARTE CIVILE – Avv... .– E anche ai colleghi della difesa, noi parti civili dovremmo formulare le conclusioni per i nostri assistiti, ma in primo grado non le abbiano lette integralmente, abbiamo solo detto concludo per tizio, concludo per caio, io ne ho nove se dovessi leggerle integralmente saranno 20 – 22 pagine, farei perdere un’ora alla Corte e ai colleghi, se i colleghi non hanno niente in contrario io accennerò e poi...

 

DIFESA – Avv. ... . – Scusate potremmo sapere dal Procuratore Generale e anche dal dottor Casson quand’è che depositeranno le loro memorie...

 

PROCURATORE GENERALE – No, la mia la deposito adesso.

 

PUBBLICO MINISTERO – Depositerò la memoria quando avrò finito la requisitoria.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza dell’8 luglio 2004, ore 09.00.

 

 

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