UDIENZA DEL 06 OTTOBRE 2004

 

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE PENALE

 

Dott. Aliprandi Presidente

 

VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA

 

PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.

A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI

 

Esito: Rinvio al 07 ottobre 2004.

 

PRESIDENTE – L’udienza è aperta.

 

PRESIDENTE – Il programma per oggi qual è?

 

PARTE CIVILE – Avv. Vassallo – Inizia l’Avvocato Garbisi e poi proseguo io. Successivamente avremo l’Avvocato Picotti, poi l’INAIL, Partesotti e Zaffalon è quello che dovrebbe chiudere la giornata.

 

PRESIDENTE – E domani c’è Schiesaro.

 

PARTE CIVILE – Avv. Garbisi - Nella ripartizione dei compiti che ci siamo dati, signor Presidente, io e l’Avvocato Vassallo, affronteremo l’argomento concernente l’accusa di mancato blocco degli impianti e di tenuta degli impianti in condizione di obsolescenza. Io tratteggerò sostanzialmente le parti della sentenza che si occupano di questo aspetto e mi riservo, alla fine del mio intervento, di fare alcune considerazioni su un profilo di diritto che in parte è già stato affrontato nel corso delle discussioni del Pubblico Ministero e delle Parti Civili che mi hanno preceduto e che concerne il concetto della miglior tecnologia disponibile, concetto che naturalmente è di particolare importanza nel processo e che è stato – vedremo come – trattato anche in sentenza. La prima parte del mio intervento riguarda l’accusa di mancato blocco degli impianti e tenuta degli impianti in condizioni di obsolescenza che il Pubblico Ministero ha mosso agli imputati. Per dare le coordinate nel processo, possiamo far riferimento alla sentenza pagine da 378 a 384 e ai motivi di Appello, all’atto di impugnazione del Pubblico Ministero, tra le pagine 199 e 223, capitoli 271 e 272. La sentenza, nel trattare l’argomento, parte da un cappello introduttivo, che è caratterizzato da una distinzione concettuale, quella tra il concetto di invecchiamento o obsolescenza tecnologica, che viene ritenuto e distinto da quello di durata fisica, di obsolescenza fisica di un impianto. In sentenza si dice: "Il concetto di invecchiamento o obsolescenza tecnologica di un impianto, è legato ad una valutazione di tipo economico, cioè al rapporto tra costi e ricavi dell’impianto. Quando i costi superano i ricavi, si può ritenere sussistente l’obsolescenza tecnologica". Quindi valutazione di tipo economica, valutazione di tipo produttiva. Diverso è, secondo la sentenza, il concetto di durata fisica di un impianto, di obsolescenza, di vetustà fisica da un impianto, il quale concetto dipende dalla efficienza della manutenzione delle apparecchiature che un impianto compongono. Dunque la sentenza sembra affrontare il problema della vetustà fisica, che chiaramente è un problema che dal punto di vista impiantistico e quindi dal punto di vista della garanzia di sicurezza per i lavoratori e la garanzia di sicurezza dell’ambiente di lavoro in generale, può essere un problema. Dicevo: affronta il problema della durata fisica, il possibile elemento negativo, costituito dalla durata fisica degli impianti, ritenendo che possa essere, questo elemento negativo, sopperito, superato, messo nel nulla da una manutenzione evidentemente adeguata. Il gap tecnologico, sotto il profilo della sicurezza, può essere comunque annullato, comunque superato da un’adeguata manutenzione. Questo è sostanzialmente l’argomento della sentenza. Tant’è vero che subito dopo in sentenza si dice: "Gli elementi documentali e testimoniali che noi abbiamo acquisito, ci consentono di ritenere provati interventi consistenti di manutenzione e interventi di sostituzione dell’apparecchiatura o di elementi di questa che fanno ritenere, alla sentenza di prime cure, infondata l’accusa mossa dal Pubblico Ministero", dovevano essere bloccati gli impianti più obsoleti. Questo è un problema rilevante naturalmente, perché noi sappiamo – e nel processo se n’è parlato più volte, in atti vi sono consulenze che questo quadro hanno tratteggiato in maniera molto approfondita e anche chi ha già parlato prima di me ne ha fatto cenno alla Corte – che il processo attiene anche ad attività lavorative svolte in impianti che sono stati costruiti e sono stati messi in marcia negli anni ’50. Impianti che sono stati quindi progettati sulla base di concezioni tecnologiche degli anni ’50: CV6-1956, CV10-1957, CV11-1958, CV14-1958, CV16-1961. Ed è chiaro che questo aspetto della obsolescenza, del mantenimento in marcia di impianti vecchi o – come è stato detto – nati vecchi – e vedremo poi perché – è importante laddove noi guardiamo l’anno di fermata di questi impianti: 1990 per il CV6, 34 anni di attività; 1985 per il CV10, 28 anni di attività; ancora 1985 per il CV11, 27 anni di attività; CV14 1988, 29 anni; CV16, 1988, 26 anni. Ed è chiaro che noi, se in ogni caso ci riferiamo al momento storico che il Tribunale ha individuato come momento in relazione al quale verificare e valutare della fondatezza dell’accusa del Pubblico Ministero, omesso blocco degli impianti, mantenimento di impianti in situazione di obsolescenza, cioè il 1974. Naturalmente la Corte sa che né la Pubblica Accusa né la Privata Accusa ritengono che questo sia il momento storico a partire dal quale occorre valutare la condotta e la tempestività di una condotta da parte degli imputati, da parte delle aziende, in funzione della predisposizione di sistemi di sicurezza volta a tutelare i lavoratori e l’ambiente dai pericoli, dai rischi concreti che riguardano la lavorazione del CVM. Ma anche a prescindere da queste nostre considerazioni che ritengo la Corte ha ben presente e anche volendoci muovere nell’ottica sposata dal Tribunale, 1974, beh, anche nel 1974 noi abbiamo impianti – quelli che mi sono permesso di ricordare – che sono in esercizio da un minimo di 13 anni ad un massimo di 18 anni. Allora la prima considerazione che faccio è questa: se, come dice il Tribunale, gli interventi manutentivi o di sostituzione sugli impianti, che sono descritti in sentenza, sono iniziati in funzione di questa esigenza specifica – pericolosità, rischiosità della lavorazione di CVM nel 1974 – beh, cominciamo con il dire che sono interventi di manutenzione o di sostituzione che riguardano impianti che erano in esercizio da un numero di anni tali rispetto ai quali mi sembra impossibile non parlare di una obsolescenza fisica, di una vetustà fisica, perché è evidente che una pompa piuttosto che una tubazione, piuttosto che una valvola, che è in funzione da 10, 15, 18 anni, non può non aver subito gli effetti del tempo. Quindi non si può non parlare di durata fisica, di obsolescenza fisica e non è solo un problema, così come risolto in maniera semplicistica dal Tribunale nella sentenza di Primo Grado, un problema di obsolescenza tecnologica. E poi, a mio modo di vedere, il Tribunale omette di prendere in considerazione un altro dato sul punto e cioè che la vetustà fisica riguarda impianti costruiti con una filosofia impiantistica degli anni ’50 e cioè la filosofia impiantistica di chi doveva costruire un impianto rispetto al quale il pericolo era l’infiammabilità del prodotto, ovvero il rischio di esplosione del prodotto, non il rischio cancerogeno. Questo è naturalmente un elemento di intuitiva comprensione, a mio modo di vedere, di cui non si può non tener conto, laddove si prende in considerazione questo aspetto della obsolescenza degli impianti. Questo che vi ho detto non può non portarci a ritenere che da un lato gli impianti, al momento in cui sono state aperte le varie commesse di cui poi parleremo, erano in una situazione di obsolescenza anche fisica, non solo tecnologica; dall’altro che mai, a mio modo di vedere, anche una adeguata manutenzione, cosa che non è stata nel caso di specie, non potrà mai superare il gap tecnologico che non può non riverberarsi anche sul profilo attinente alla sicurezza e quindi all’aspetto della obsolescenza fisica. Badate, un ragionamento di questo tipo, che ho cercato di rappresentare alla Corte, lo ritroviamo nella deposizione di un teste, l’ingegner Cella, un dirigente dei quadri tecnici dell’azienda, il quale è stato sentito all’udienza del 5 aprile. Quando all’ingegner Cella viene richiesto dal Pubblico Ministero di rappresentare quale fosse la reazione all’interno dell’azienda nel 1974, nel momento in cui è di dominio pubblico il cosiddetto caso Goodrich, morti che si sono verificate negli Stati Uniti d’America, dice: "Io penso che ci fu preoccupazione, senz’altro anche fino al mio livello. Io, per esempio, all’inizio del ’74 sono stato in un gruppo per studiare un impianto innovativo tutto nuovo, per vedere di riuscire a fare degli impianti che non fossero solo per trattare gli esplosivi, ma per trattare anche i cancerogeni". Vedete, l’impiantista dice: attenzione, questo era il problema, dal punto di vista impiantistico, che è un problema che va a monte, che risale a monte, che prescinde da manutenzioni e da sostituzioni; questi erano impianti fatti vent’anni prima, trent’anni prima, con tecnologie di vent’anni prima, ma soprattutto con tecnologie funzionali ad un rischio tutt’affatto diverso da quello che si presentava a partire dagli anni ’70. "È venuto fuori - dice Cella – che bisognava cercare di andare a 1 PPM, quindi era molto difficile", era un problema per loro. Ancora, quando descrive come si poteva concretizzare questo problema, dice: "Abbiamo cercato di prendere in considerazione autoclavi grandi", noi sappiamo che c’erano, invece, delle autoclavi piccole negli impianti più risalenti. Perché? È ovvio: meno sono i punti di emissione, meglio è. Se ci sono tante piccole autoclavi, ci sono più punti di emissione. "Ma non è – dice Cella – soltanto il problema dell’autoclave, è un po’ tutto l’impianto, per cui si doveva tener conto delle modifiche... la pompa, allora mettiamo la pompa a doppia tenuta" e qui descrive tutte le modificazioni, dicendo: "Beh, per il CV4, che era di recente costruzione, si poteva utilizzare questo meccanismo della manutenzione, ma non certo per il CV6, per il CV5 e 15, per il CV14 e 16 costruiti vent’anni prima". Dunque non è condivisibile, a mio modo di vedere, questo cappello introduttivo del Tribunale: "obsolescenza tecnologica e durata fisica". Qui discutiamo di obsolescenza tecnologica, che certamente ha dei rilievi sotto il profilo produttivo ed economico, ma anche di obsolescenza fisica, di vetustà fisica. Si diceva che la sentenza fonda la sua determinazione di ritenere infondata l’accusa del Pubblico Ministero e su elementi documentali e su elementi testimoniali. Vediamo i dati documentali. Si citano in sentenza, a pagina 379, i bollettini di ispezione. Si dice: "Risulta pure dai bollettini di ispezione, acquisiti agli atti, che vennero effettuati controlli periodici sulle apparecchiature e sulle linee, vedansi bollettini 20 febbraio ’89, 23 luglio ’90, 24 settembre ’90". Per carità, io sono consapevole che l’imputazione, l’accusa che muove il Pubblico Ministero, anche sotto il profilo dell’omesso blocco degli impianti, anche sotto il profilo della tenuta degli impianti in stato di obsolescenza, percorre l’intero periodo storico di vita di questi impianti, che si dovevano bloccare e si dovevano bloccare ogni giorno in cui continuavano ad operare, dal 1970 secondo noi, dal 1974 secondo il Tribunale, fino a quando sono effettivamente cessati nel loro esercizio. Ma citarmi, come elementi documentali, dei bollettini che riguardano gli anni ’90, quando noi discutiamo di anni ’70 e ovviamente di anni ’80, beh, francamente non vedo come questo possa essere un elemento di riprova della idoneità e dello svolgimento di un’attività di manutenzione, idonea a far superare la problematica relativa alla obsolescenza fisica degli impianti. Vedremo che questo tipo di impostazione nella sentenza, si ritrova anche quando vengono esaminati i testimoni. I testimoni che cita la sentenza, proprio a sostegno della distinzione concettuale tra obsolescenza tecnologica e obsolescenza fisica, sono testimoni che intervengono negli anni ’80 e non nel periodo comunque caldo, che costituisce il cuore del processo, negli anni ’70, ma ne parleremo dopo. Mi si dirà: insomma, in sentenza si citano anche delle commesse; delle commesse che in qualche modo rappresentano la dimostrazione di interventi tempestivi da parte dell’azienda, interventi volti a creare una situazione nell’ambiente di lavoro assolutamente idonea ad escludere i rischi per i lavoratori. Ad un certo punto in sentenza si dice, alla pagina 382: "Nell’anno 1976 veniva effettivamente raggiunto l’obiettivo di avere 1 PPM come esposizione nell’ambito dell’attività nell’ambiente di lavoro" e si citano tra le pagine 381 e 382 dei documenti riferibili alla Montedison del 1975, dai quali risulterebbe che, appunto, l’attenzione dell’azienda rispetto all’obiettivo è 1 PPM. Di questi documenti tratterà più diffusamente l’Avvocato Vassallo anche con l’ausilio di alcune proiezioni che faciliteranno la comprensione delle nostre considerazioni. Per il momento mi interessa rilevare che non è assolutamente vero che nel 1976 si giunse ad 1 PPM e non è assolutamente vero che l’obiettivo dell’azienda era di raggiungere in tutti i reparti 1 PPM. Si diceva delle commesse. Il Tribunale, sempre nella parte di sentenza di cui mi sto occupando, parla delle commesse 4074.09 e 724.09. Le vedrete poi in maniera dettagliata. Queste commesse sono relative ad interventi sul CV6 che era un po’ l’impianto, tra virgolette, più a rischio, mi si passi questa terminologia e riguardano sostituzione di filtri di lattice con un prefrantumature ed un mulino ad umido funzionante a ciclo chiuso, reparto CV6, e questa è la 4074; eliminazione dei filtri del germe, la 724.09. Dicevo: le vedrete dopo in dettaglio queste commesse. Peraltro vi dico subito due cose: che situazione fotografano queste commesse nel reparto CV6 nel 1974? Fotografano una situazione in cui ci sono dichiaratamente esposizioni dei lavoratori a tassi di concentrazione di CVM tra i 200 e 1000 PPM. Questa è la situazione che viene fotografata nel 1974. Queste commesse verranno ad essere concluse con degli interventi migliorativi sugli impianti. Vedremo interventi migliorativi non assolutamente rispondenti ai criteri della miglior tecnologia disponibile di cui, appunto, poi vorrò parlare; interventi, in qualche modo, palliativi, rispetto a quelli che si erano ideati, perché – è fondata l’accusa – non si potevano fare quegli interventi, ma si dovevano chiudere quegli impianti. Ma a prescindere da questo, fotografano una situazione che sarebbe cessata nel ’76. Allora già comunque noi sappiamo che nel famoso biennio in cui si sarebbe verificato il miracolo, con concentrazioni, nel 1975, abbassate in maniera vertiginosa, almeno per il reparto CV6, se queste erano le concentrazioni ed era la situazione fotografata nel ’74 che sarebbe durata fino al ’76, direi che questo calo vertiginoso e miracoloso non può essersi verificato. Ma quello che mi interessa sottolineare, quello su cui mi preme richiamare l’attenzione della Corte, è che l’obiettivo di queste commesse dichiarato è diverso da quel "1 PPM" che si ritiene raggiunto nel 1976, perché quando noi vediamo l’obiettivo, si dice: "Il tasso di CVM finale, dopo la modifica, sarà inferiore a 50 PPM". E lo stesso si dice nell’altra relazione tecnica, vi ho letto la 724. La 4074: "A seguito della modifica, si prevede che il tasso di CVM nell’ambiente di lavoro, sarà ridotto a meno di 50 PPM". Altro che 1 PPM. Mi si dirà: beh, ma insomma, nel 1974, quando viene decisa l’effettuazione delle lavorazioni e vengono quindi messe in opera le attività di queste commesse, proprio 50 PPM era il valore di concentrazione raccomandato da non superare, il MAC era questo, da una direttiva del Ministero del Lavoro. E quindi io dico: bene, Montedison, in quel momento, si limita a porre come obiettivo il minimo indispensabile e non il massimo possibile, come avrebbe dovuto, si limita ai 50 PPM. Tralascio, signori della Corte, di entrare nel merito di tutta la giurisprudenza che il Pubblico Ministero, benissimo, nel corso della sua requisitoria, vi ha rappresentato, circa la irrilevanza del limite rispetto alla configurabilità della illiceità di condotta del datore di lavoro, laddove sia possibile porre in essere condizioni di lavoro migliori, più favorevoli rispetto a quelle garantite dal rispetto della normativa e del limite. A me interessa dire peraltro che lo stato dell’arte nel 1974 non era: "Raggiungiamo i 50 PPM raccomandati dal Ministero del Lavoro", perché l’OSHA aveva reso ammissibile solo 1 PPM per otto ore lavorative con punte consentite di 5 PPM, in Svezia si era adottata la raccomandazione dell’OSHA americana, in Germania era ammessa una concentrazione di 5 PPM, con punte di 15 PPM per un’ora. Quindi diciamo che l’obiettivo minimo conservativo sposato da Montedison, è un obiettivo che non si poneva in sintonia né con condizioni di sicurezza e assenza di rischio per i lavoratori, non era la situazione migliore possibile, perché si doveva cercare di arrivare a concentrazioni più basse, era il minimo indispensabile e non era la scelta migliore. Si diceva che in sentenza si valorizzano anche delle testimonianze e le testimonianze citate sono quelle di Benetta, udienza 31 marzo 2000, Rubini, udienza 9 giugno 2000, Bianchi, udienza 4 aprile 2000. Cominciamo con il ricordare quello che cercavo di dire prima. Il Tribunale fa riferimento a delle deposizioni testimoniali – che verranno poi esaminate approfonditamente dal collega – che, per quanto riguarda Rubini e Benetta, si riferiscono a soggetti che intervengono negli anni ’80, cioè quando devono essere valutati gli impianti di Porto Marghera in funzione dell’intervento di Enoxy e cose di cui si è già parlato. Quindi ci fotografano una situazione che peraltro non è una situazione positiva naturalmente, come vedremo, comunque negli anni ’80 e non nel 1975, ’76, ’77, ’78, ’79. E che tipo di valutazione ci forniscono? Perché bisogna anche vedere che tipo di valutazione hanno fatto questi che hanno visto questi impianti. È una valutazione eminentemente economica, prettamente economica, sempre cioè il profilo della produttività, che è il profilo che pervade tutta la motivazione della sentenza e che però non è l’unico, non è quello da prendere in considerazione, perché c’è anche il profilo della sicurezza, che non viene preso in considerazione, se non molto marginalmente. Rubini, quando parla del CV6 dice: "Beh, il CV6 non aveva carattere di antieconomicità", profilo di produzione, profilo dei costi, non della sicurezza; parla di validità strategica per il business del PVC degli impianti di Porto Marghera, profilo del profitto, profilo della produzione. Benetta parla di valutazione fatta dal punto di vista produttivo, produttività e costi di produzione; questi sono i due concetti che vengono evocati prevalentemente da Benetta. Su che cosa fanno questa valutazione all’inizio degli anni ’80, Rubini e Benetta, al fine di verificare qual è la situazione degli impianti di Porto Marghera? Sui documenti forniti dalla Montedison. Allora è come chiedere all’oste se il vino è buono. Mi si dirà: certo, ma il Tribunale valorizza la deposizione del teste Bianchi, il quale è stato sentito all’udienza del 4 aprile 2000 e secondo il Tribunale ha confermato, seppur evidenziando alcuni elementi di negatività di questi impianti obsoleti, che tutto sommato c’era una situazione di obsolescenza tecnologica e non una situazione di obsolescenza fisica. Beh, io credo che il teste Bianchi ha detto qualcosa di più sul punto. Anzitutto il teste Bianchi ci ha descritto, a pagina 60 del verbale stenotipico dell’udienza del 4 aprile, una situazione disastrosa, non solo per l’ecologia: "In generale era disastrosa nel senso che c’erano vecchi impianti, bisognava anche un po’ rifarne qualcuno". Viene evocata, in questa deposizione, l’accusa del Pubblico Ministero: omesso blocco degli impianti? Perché questi impianti non sono stati rifatti, bisognava rifarne qualcuno. Poi c’era il dubbio di inquinamento, che nessuno aveva mai risolto praticamente, bisognava rifarli questi impianti, ma non sono stati rifatti. Ancora, quando gli si chiede del CV6... domanda del Pubblico Ministero, pagina 82 e 83 del verbale stenotipico: "Il 14 ottobre del ’96 lei diceva: mi ricordo che già all’epoca la situazione di alcuni impianti era scadente", "Beh, per forza", "In particolare intendo riferirmi all’impianto CV6 di Porto Marghera, per il quale – dice il Pubblico Ministero – gli operai e i sindacati chiedevano da tempo la chiusura", "Questo è vero, chiedevano la chiusura perché una volta, non sapendo...", etc., etc. "Avevano ragione o non avevano ragione – chiede il Pubblico Ministero – gli operai?", "Avevano ragione". Allora, non è questa una deposizione che riprova la fondatezza dell’accusa del Pubblico Ministero e cioè che quell’impianto andava chiuso? Avevano ragione gli operai che chiedevano – lo vedremo poi con le piattaforme sindacali – la chiusura dell’impianto. Ancora, quando il Pubblico Ministero gli dice: "Senta, lei, dopo gli anni ’75-’76, è ritornato a Porto Marghera nel ’82 e ha rivisto degli impianti; c’erano stati dei cambiamenti?", "Ci sono stati dei cambiamenti – pagina 88 del verbale stenotipico – come dicevo prima, cambio di valvole, installazioni che avevano migliorato nettamente la situazione, c’era ancora un problema però, che se, come sappiamo, il piccolo CV funzionava ancora, diciamo che quello era un problema" e non un problema di obsolescenza tecnologica, signori della Corte, un problema di obsolescenza fisica, di sicurezza per i lavoratori, era un problema. Questa è una deposizione, questa del teste Bianchi, che non è stata per nulla valorizzata nella sentenza, anzi nella sentenza ad un certo punto si dice: beh, in fin dei conti le piattaforme del petrolchimico nell’aprile del ’77 chiedeva la fermata, il risanamento e il riavvio degli impianti, ma d’altro canto nel 1979, nel consiglio di fabbrica e nella commissione ambiente, si dava atto degli ottimi risultati prospettati nell’eliminazione del rischio. "È ovvio – dice il Tribunale – d’altra parte che lo strumento della piattaforma riportava, come solitamente avviene, data la tipologia dell’atto, richieste di entità superiori a quelle realisticamente conseguibili". La richiesta di entità superiore era il MAC zero, ma abbiamo visto che, in realtà, il teste Bianchi ha confermato che questa richiesta di entità superiore, secondo il Tribunale, erano delle richieste che dovevano essere, in realtà, accolte. Senza contare che è vero che questa piattaforma del ’79 prospetta risultati da raggiungere, non prospetta risultati raggiunti e anche questo non viene sottolineato nella sentenza da parte del Tribunale, anche nella piattaforma del ’79 si ribadisce la chiusura del CV6, che non era ancora stato chiuso e che sarebbe stato chiuso nel 1990, come sappiamo. Questi sono alcuni accenni, signori della Corte, su questo capo di sentenza che poi e per la disamina delle deposizioni e per la disamina dei documenti, verrà più approfonditamente preso in considerazione dal collega. Dicevo prima: la miglior tecnologia disponibile. Già in qualche modo se n’è parlato, peraltro vorrei brevissimamente soffermarmi su questo concetto, evocato innanzitutto dall’Art. 2087 e da molte altre norme che sono state richiamate, esaminate e prese in considerazione durante gli interventi di chi mi ha preceduto, l’Art. 4 del 547 e 55, per esempio e anche del 303 del 1950 e ’56. In sentenza questo concetto è evocato proprio nel nucleo centrale della motivazione della sentenza, laddove si affrontano gli argomenti della prevedibilità, prevenibilità dell’evento, i profili di colpa generica e specifica, la fondatezza dell’addebito di cui all’Art. 437; questa è proprio la parte in cui si mira al cuore dell’ossatura dell’accusa. Già gli altri che mi hanno preceduto, vi hanno rappresentato le fondate ragioni di doglianza che noi abbiamo, rispetto a questa impostazione, sposato in sentenza. Quando parla della miglior tecnologia disponibile, il Tribunale si riferisce all’attività dice: "che corrisponda, nei diversi settori e delle diverse lavorazioni alle applicazioni tecnologiche generalmente applicate e agli accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, correlati all’osservanza degli standard di sicurezza delle diverse attività per conseguire l’esclusione del verificarsi dell’evento. In tal senso, Corte Costituzionale, sentenza numero 312 del 1996", sentenza di cui più volte si è discusso, anche nel processo di Primo Grado. Sentenza che, come sappiamo, era stata pronunciata dalla Suprema Corte in relazione alla questione di legittimità, che era stata sottoposta all’attenzione dei Giudici delle Leggi in considerazione dell’Art. 41 primo comma del Decreto Legislativo in materia di rumori 277/91. La Corte, nel rigettare la questione, aveva sancito questo principio: "laddove la norma, Art. 41, parla di misure concretamente attuabili, il Legislatore si riferisce a misure che nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni, corrispondono ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate e ad accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, sicché penalmente censurata sia soltanto la devianza dei comportamenti dell’imprenditore, dagli standard di sicurezza propri in concreto e al momento delle diverse attività produttive". Questo è sostanzialmente il nucleo della motivazione della decisione della Corte Costituzionale e questa è, come abbiamo visto, la esatta trasposizione di questa motivazione nella sentenza di Primo Grado; nella sentenza di Primo Grado si sposa, in maniera pacifica, questa impostazione. È agevole peraltro, a mio modo di vedere, come è stato osservato, più che da me, da dottrina e da giurisprudenza sull’argomento, tra le pieghe di questa motivazione, la giusta posizione di linee che in realtà possono e debbono essere tenute ben distinte perché, in fin dei conti, se ci pensiamo, la miglior tecnologia disponibile, cioè la fattibilità tecnologica, può essere alternativamente intesa o come principio che presuppone ed esige il ricorso alle misure praticate nell’intero specifico settore industriale interessato, in questo caso, per esempio, la lavorazione del CVM, o come principio che impone l’utilizzo della miglior tecnologia disponibile, pur se non presente nello specifico comparto produttivo, ovvero ancora con un rigore estremo, maggiore, come principio che richiede all’imprenditore, al datore di lavoro la costante ricerca e realizzazione di tecniche prevenzionali sempre più progredite rispetto a quelle già esistenti nel mercato. Si è detto che la Corte Costituzionale, evocando il concetto di applicazioni tecnologiche generalmente praticate, evocando il concetto di accorgimenti organizzativi e procedurali altrettanto generalmente acquisiti, sembra orientarsi verso la prima soluzione, cioè misure praticate nello specifico settore industriale interessato. Credo che sia solo apparentemente così, perché sposare, come ha fatto la sentenza di Primo Grado, sic et simpliciter, questo ragionamento, porta a porsi degli interrogativi di fondo, la cui risposta non può che far dubitare della fondatezza di questa interpretazione della Corte e vedremo che c’è una sentenza della Cassazione, la sentenza Minestrina, che ha fornito una interpretazione della sentenza della Corte che mi pare molto convincente, che è stata sposata da rilevante dottrina, che porta ad una valutazione intermedia del profilo della miglior tecnologia disponibile. Anzitutto quand’è che una misura può dirsi, evocando le parole della Corte Costituzionale, generalmente praticata o acquisita? Occorre riferirsi alle misure praticate o acquisite, per esempio, in Italia oppure all’estero? E occorre riferirsi a misure praticate o acquisite da tutte le aziende del settore o dalla maggioranza delle aziende del settore? Badate, pensiamo anche proprio al caso di specie. Se, come nel caso di specie, le aziende del settore, sono le aziende leader, non solo in Italia, ma nel mondo e se si dovesse quindi individuare come criterio di valutazione del comportamento della gente, in funzione di considerarne la liceità o illiceità delle determinazioni nella gestione della sua azienda? Se si dovesse valutare con un criterio di riferimento le scelte tecnologiche imprenditoriali, gestionali del leader del settore? Allora qui noi avremmo, nel caso di specie, il comportamento, ipotizzato nell’accusa e quindi il comportamento della gente che ad un tempo sarebbe oggetto di imputazione e criterio di valutazione dell’oggetto dell’imputazione; lo stesso comportamento della gente, la stessa scelta della gente, che si concretizza nella condotta che è oggetto di imputazione, sarebbe il criterio di valutazione di questa condotta. Non si potrebbe che dire che se quella utilizzata da Montedison o da Enichem è la tecnologia praticata in Italia nel settore, il Pubblico Ministero dice che è una tecnologia non adeguata e andava fatto di più, beh, la miglior tecnologia era quella, visto che è operata dal leader, quasi esclusivo, del settore in Italia. Ed è anche per questa ragione, io credo, perché a questi interrogativi è difficile poter dare una risposta convincente, che ci convinca cioè che la Corte Costituzionale voleva proprio dire: "limitatevi alla tecnologia disponibile, in quanto praticata sullo specifico settore in Italia, che la Cassazione, in decisioni successive, ha fatto proprio un concetto di miglior tecnologia disponibile, che non è quello della Best Practicable Technology, che è quello che sembrerebbe, secondo il Tribunale, aver sancito la Corte Costituzionale, ma è quello della Best Available Technology, cioè della miglior tecnologia disponibile in assoluto, non limitandoci al semplice comparto. La Cassazione Quarta, 16 maggio ’97, Minestrina, ha dato una giustificazione di questo tipo, cioè ha interpretato l’apertura in chiave buonista della Corte Costituzionale, della sentenza 312 del ’96, dicendo che quel riferimento al Best Practicable Technology è stato fatto dalla Corte Costituzionale con esclusivo riguardo alle misure organizzative e procedurali e non invece alle misure tecniche, per le quali invece rimarrebbe l’esigenza imprescindibile di un ricorso da parte del datore di lavoro, da parte dell’imprenditore, alla miglior tecnologia disponibile intesa come Best Available Technology. Questo tipo di interpretazione è un’interpretazione che è ritenuta convincente, per esempio, da Guariniello in dottrina, per esempio da Culotta, Di Lecce e Castagliola nel libro "Prevenzione e sicurezza", per esempio da Soprani in un libro del 2001 in materia di sicurezza e prevenzione dei luoghi di lavoro. Soprani il quale dice: "Beh, a me sembra che, tra l’altro, questa esigenza di mantenere, come criterio di riferimento del concetto di miglior tecnologia disponibile, quello della Best Available Technology, è avallato anche dal Legislatore che, nel Decreto Legislativo 351 del ’99, recante attuazione della direttiva CEE in materia di valutazione e di gestione della qualità dell’aria ambientale, fa riferimento a questo concetto, cioè alla miglior tecnologia disponibile, considerata come miglior tecnologia disponibile in assoluto". Addirittura si parla un concetto di miglior tecnologia disponibile da interpretare in senso evolutivo. Il datore di lavoro dovrebbe cercare addirittura soluzioni non presenti in assoluto. Questo perché l’obiettivo di sicurezza non è un punto di arrivo, ma è un punto di partenza che si rinnova, rispetto al quale, appunto, la fattibilità tecnologica impone continuamente, continuamente e continuamente di doversi adeguare al datore di lavoro. Lascio la parola all’Avvocato Vassallo.

 

PARTE CIVILE – Avv. Vassallo - Scusate, ma per la prima volta mi cimento in un’arringa che nasce un po’ mediatica, con le nuove tecniche di comunicazione. Ho deciso di presentarmi a voi con un’arringa per me nuova, di nuova tecnica, perché la mia convinzione nasce dal senso di autorimprovero che mi ero fatto all’uscita della sentenza per aver accettato, in Primo Grado, una fortissima costrizione di limitazione nelle arringhe in Primo Grado. Chi vi parla ha parlato mezz’ora e mezz’ora ha parlato l’Avvocato Garbisi quella volta e tutte le Parti Civili erano state limitate nella durata dell’orario, anche le Difese, in parte, ma non per tutti è avvenuto questo. Ma non è questo il problema. Soprattutto perché, vedete, il rischio che ha corso il Tribunale e in cui è caduto il Tribunale è stato quello di essere affogato in un mare di carte, perdendo quindi la visione globale e completa del processo, che pochissimi – qui forse ha ragione il Procuratore Generale – conoscono in tutto il loro anfratto. Quindi il farvi vedere queste carte è per facilitare voi nella ricerca del materiale probatorio che offro a voi, proprio perché si possa facilmente arrivarci senza bisogno di perdersi e perdere un mucchio di tempo solo nella ricerca della documentazione, del materiale probatorio che raccoglie, se non sbaglio, 12 armadi... Molti di più. Io ne conosco solo 12, probabilmente mi mancano gli altri. Il compito che mi è stato affidato è quello dell’imputazione relativa all’omissione del blocco degli impianti. La contestazione del Pubblico Ministero fonda sulla condizione di usura e di obsolescenza tali che erano da richiedere un blocco temporaneo o definitivo dell’impianto. La sentenza respinge questo tipo di imputazione alle pagine 378 con la motivazione che adesso viene enucleata. In pratica, la sentenza, con la motivazione che vi ho evidenziato sul punto, fa riferimento ad un concetto che, se mi consentite, è piuttosto singolare, il concetto di invecchiamento e obsolescenza tecnologica dell’impianto legato ad una valutazione di tipo economico, cioè di rapporto tra costi e ricavi dell’impianto. In pratica distingue tra obsolescenza fisica e obsolescenza tecnologica degli impianti. E su questa distinzione si appoggia con alcune testimonianze, tre testimonianze, quella di Benetta, Bianchi e Rubini, chiarendo, appunto, da un lato, che le condizioni complessive del reparto CV6, nel 1981 erano negative, sotto il profilo tecnologico, poiché comportavano costi di gestione superiori in un’ottica di mercato e quindi senza però che si traducesse in una condizione di pericolosità degli impianti. Quest’affermazione è piuttosto singolare: l’obsolescenza tecnologica per il Tribunale quindi non si riverbera solo sul prodotto che viene conseguito ad un costo superiore, ma può essere determinarsi in un ciclo produttivo che presenti sistemi. Ed è un errore. Perché in realtà, pensateci bene, la obsolescenza tecnologica di un impianto, in realtà determina un fatto economico, una diminuzione di competitività economica, quindi una diminuzione di reddito, una diminuzione di incassi, una diminuzione di reddito che va poi a motivare una diminuzione delle spese dedicate alla manutenzione. Quindi non è vero affatto che si tratta di due concetti completamente distinti, ma sono dei concetti che invece si coniugano l’uno con l’altro e che si influenzano direttamente. È proprio la decadenza tecnologica che determina una carenza quindi di possibilità di manutenzione. E la prova l’abbiamo, perché le continue fughe che abbiamo avuto da Porto Marghera, dal petrolchimico, sono la prova... non dico le sentenze di Primo Grado che ci sono già state, ma le continue fughe, il dato di fatto è obiettivo e indubbiamente dimostrano delle carenze tecnologiche di manutenzione anche di impianto. In ogni caso è una tesi piuttosto singolare; in pratica, secondo il Tribunale, in caso l’imprenditore sarebbe autorizzato a mantenere l’esercizio l’impianto obsoleto, pur obsoleto tecnologicamente, dotandolo però solo di un’efficiente manutenzione, poiché è evidente – dice il Tribunale – che le singole apparecchiatore presentano una durata molto più breve rispetto a quella dell’impianto. Non vi sembra, anche questa, una stranissima concezione? Portiamola un attimo con un esempio pratico, concretamente. Secondo il Tribunale, se un imprenditore avesse, nella propria azienda, una macchina, una sega comprata magari prima degli anni ’50 e riuscisse continuamente a manutenerla e vi fossero degli incidenti, avrebbe solo l’obbligo di manutenerla, non di dotarla delle nuove migliorie tecnologiche e soprattutto imposte anche dalle norme che fossero sopravvenute. Questo si dice nella parte di questa sentenza. Si dice proprio questo: "La obsolescenza tecnologica"... quindi l’aver acquistato, aver messo un impianto che tecnologicamente era nato vecchio e noi sappiamo a che data si riferiva, a che progettazione, ancora prima degli anni ’50 in realtà, perché sappiamo che la prima cessione avviene attraverso cessione di know-how derivante dall’america in un certo piano. Ebbene, vi era solo l’obbligo della manutenzione, dice il Tribunale. Quindi è una tesi giuridica piuttosto singolare questa detta dal Tribunale di Venezia, solo l’obbligo di tenerla in buon funzionamento, ma non di dotarla di tutti i nuovi strumenti di sicurezza che nel frattempo sono intervenuti. Il Tribunale, in più, si appoggia, con questa tesi singolare della differenziazione tra obsolescenza fisica e obsolescenza tecnologica, anche su dei testi, abbiamo sentito poco fa l’introduzione del collega, e sono tre testi: Benetta, Bianchi e Rubini. Vediamo Benetta, sentito il 31 marzo del 2000. Il teste viene sentito in merito alla valutazione degli impianti, che devono essere conferiti da Riveda, società Montedison, nel periodo del ’81, quindi per dire che in realtà il biennio era meraviglioso, quel beatificato biennio da parte della sentenza, si riferisce prima di tutto ad un teste che fa riferimento, invece, al periodo ’81. E secondo quello che riferisce quel teste... il teste riferisce, peraltro, che fu fatta una valutazione degli impianti dal punto di vista della produttività, dei costi di produzione, della dimensione degli impianti, delle caratteristiche del prodotto, dal punto di vista della sicurezza e della protezione ambientale, siamo nel 1981, la valutazione si è limitata alla verifica dell’esistenza dei gascromatografi, senza peraltro che si provvedesse ad effettuare alcun test sul loro funzionamento. Sulle condizioni del reparto CV6 del ’81, sempre Benetta riferisce che si trattava di un impianto poco conveniente, badate, sempre sul fatto economico, poiché i reattori erano molto piccoli. Al teste, il Pubblico Ministero contesta di aver detto però, quando era stato sentito – ecco dove il Tribunale sorvola – nel ’96 che il CV6 era in pessime condizioni obsoleto, da chiudere, aveva detto al Pubblico Ministero. Come risponde il teste? Il teste sostiene allora che la sua valutazione circa l’obsolescenza dell’impianto, si riferiva esclusivamente alla antieconomicità e non alla sua pericolosità per i lavoratori. Badate, il teste continua a contraddirsi: "L’impianto, come tale, si presentava in pessime condizioni, perché risultava tutto complesso e quindi difficoltà, per esempio, di interventi, di manutenzioni, cioè un’impiantista non l’avrebbe certo definito un bell’impianto". Difficoltà di manutenzione. Questo non crea forse un problema per i lavoratori? Il Tribunale, su questo punto, su questa risposta del teste Benetta, ha bellamente sorvolato. Esaminato proprio da me in quel caso, foglio 24 del verbale, relativamente agli interventi sul CV6, il teste riferiva che tali interventi erano finalizzati a migliorare l’economicità dell’impianto. E su specifica domanda se fossero stati effettuati interventi ai fini della sicurezza dell’impianto stesso, il teste dice: "Ogni qualvolta vi sia un investimento per migliorare la produzione, questa incide indirettamente sulla sicurezza, quindi un investimento è fatto per migliorare la produzione, non per tutelare la sicurezza". Ma allora, se così era, e il Tribunale, ripeto, non ne trae le dovute conseguenze, ma allora pessime condizioni economiche, non significa pessime condizioni di sicurezza, però miglioramenti dell’aspetto economico non possono coincidere con il miglioramento della sicurezza. Contraddizioni quindi. Ma su tali contraddizioni del teste, nella stessa sua deposizione, il Tribunale nulla dice nella sentenza. Esamina solo quelle tre righe che servivano alla tesi del Tribunale, ma non esamina le contraddizioni che sono nella stessa deposizione. E questa è un’altra carenza. Quindi l’esame effettuato dal Tribunale nella sentenza del teste Benetta, su cui poggiano alcune affermazioni per giungere all’assoluzione di cui al dispositivo, è un esame assolutamente incompleto di questo materiale probatorio, poiché si limita a valutare solo ciò che è utile alla sposata tesi difensiva, senza considerare ciò che invece potrebbe contraddire e nuocere allo stesso. Ma questa tecnica la vedremo ripetersi sempre nella valutazione dei testimoni, a prescindere poi, come vedremo, in quei testimoni che, pur sentiti a dibattimento, non hanno trovato neanche la minima valutazione né citazione nella sentenza. Questa situazione la vediamo ancora di più nel teste Bianchi, questo comportamento della sentenza ancora col teste Bianchi, sentito il 4/4/2000. Chi è il teste Bianchi? È un teste fondamentale, perché è il teste che conosce tutta la storia della Montedison e che verrà incaricato anche della valutazione degli impianti. È un ingegnere chimico da Montedison dal 1972 al 1975; è stato vice direttore della sezione DIMP; il teste viene sentito in merito al conferimento degli impianti Montedison, Enichem, che è iniziato nel ’88; riferisce dell’incarico affidato dalla società ad American Appraisal per la valutazione degli impianti. Il teste riferisce del momento della creazione della famosa jointventure, siamo a pagina 76 del verbale della deposizione Bianchi del 4 aprile 2000; la domanda era: "Lo so ma devo spiegarlo un attimo al Tribunale", "Significa che c’era questo dubbio, diciamo che sarebbero uscite delle grosse problematiche di tipo ambientale – questo lo dice il teste – per cui adesso dice: facciamo la joint-venture e poi dopo, appena... se salta fuori, uno paga. Questa, diciamo, era la logica". Quindi il teste riferisce del momento di questa creazione della joint-venture e a pagina 76, sempre dello stesso verbale, ammette che viene il dubbio sulle grosse problematiche di tipo ambientale: "Proprio per questo – riferisce – si decise di inserire nel contratto una clausola secondo la quale, qualora uno dei due soci avesse fatto causa all’altro per motivi ecologici, avrebbe dovuto farlo entro il giugno del ’91, cosa che per l’appunto l’Enichem fece con una lettera di contestazione". Quindi il teste riferisce che nel periodo della sua vice direzione generale: "la situazione di alcuni impianti – quindi dal ’75 – era scadente soprattutto per il CV6", aggiungendo: "Tanto che gli operai, a buona ragione, ne chiedevano la chiusura – lo ha citato poco fa il collega – perché si trattava di operazioni molto piccole, nelle quali gli operai entravano per effettuare operazioni di pulizia". Allora, il teste, che secondo il Tribunale, avrebbe confermato che la situazione nel ’75 era perfetta, la famosa beatificazione del biennio miracoloso, il teste, citato proprio dal Tribunale, su cui fonda, il Tribunale, una di queste affermazioni, il teste ha confermato, invece, nella sua deposizione, quanto aveva già dichiarato al Pubblico Ministero, riferendo dell’obsolescenza dell’impianto e delle pessime condizioni dei lavoratori e non solo della sua antieconomicità, come ci aveva riferito il teste Benetta. Quindi altro errore del Tribunale, che valuta solo un pezzo di una deposizione testimoniale che invece, vista nel suo proseguire, mostra fatti, affermazioni completamente difformi da quella tesi sostenuta dal Tribunale. Ma il Tribunale ha sbagliato ancora. Tra l’altro, il fatto che ancora nel ’75 gli operai dovessero entrare in autoclave per effettuare operazioni di pulizia, soprattutto degli scarichi dei rubinetti in essa presenti, trova conferma anche nella deposizione di un altro teste. Questo è quello ignorato dalla sentenza; la sentenza non lo conosce, eppure era un teste che aveva deposto in maniera molto precisa, mi riferisco al signor (Codifava), sentito il 9 giugno del 2000, foglio 80 del verbale. Il teste (Codifava), ripeto, non citato dalla sentenza né esaminato. Il teste Bianchi riferisce poi che: "La situazione critica delle autoclavi di piccole dimensioni – collegate questo elemento: le piccole dimensioni delle autoclavi che creavano problemi di spazio, come vedremo poi, viene richiamato nell’esame delle commesse che esamineremo – aveva indotto a contattare ShinEtsu per l’acquisto della tecnologia giapponese che avrebbe consentito la costituzione di autoclavi più grandi di circa 110 metri cubi". Contattato, tentato quindi di migliorare la tecnica, che era quella delle piccole dimensioni che creava problemi di manutenzione. Il teste tuttavia ci dice che il dottor Trapasso non firmò questo acquisto per l’asserita esistenza di una situazione di ristrettezza economica. Vedete l’errore del Tribunale che non tiene conto che in realtà proprio l’obsolescenza tecnologia voluta, determina la materiale scelta filosofica e strategica dell’azienda di non manutenere bene gli impianti? Quindi contraddice ciò che dice proprio il Tribunale. Ma di questo il Tribunale, appunto, non ne tiene conto. "Quindi si optò, poiché c’era ristrettezza economica, per una manutenzione di cambio valvole, costruzione di (inc.) strippaggio, ma non si decise niente per sostituire un impianto che non rendeva, che quindi creava problemi di manutenzione vera". Cioè il vero problema erano le piccole dimensioni delle autoclavi; si propone di comprarne più grandi che con sentano una miglior manutenzione ed un minor pericolo quindi per gli operai ma, guarda caso, si va a scegliere, invece, di cambiare le valvole e noi sappiamo, dal processo, che quelle valvole, in realtà, non erano neanche le migliori, quelle utilizzate, mentre altre migliori e più moderne, più avanzate, erano utilizzate, non solo da aziende leader, ma utilizzate nelle fabbriche della stessa società, vedi per tutte, come ha riconosciuto il Pubblico Ministero e già dimostrato, quelle in Lombardia e anche quella di Ferrara, se non ricordo male. Allora la migliore tecnologia la conosce bene l’azienda; l’azienda a Milano la conosce bene, tant’è che qualche volta la mette, qualche volta non la mette. Perché non le mette lì? Perché l’obsolescenza tecnologica dell’impianto non ne vale la pena economica e quindi si sacrificano piuttosto i rischi dei lavoratori, piuttosto che procedere alla vera manutenzione con le migliori scelte tecnologiche. Vedremo più avanti anche come ragioni di carattere economico non possono in alcun modo scriminare, come sembra, alla fin fine, le condotte omissive tenute dagli odierni imputati, come sembra, alla fin fine forse sostenere, quasi inconsciamente la sentenza che abbiamo impugnato. Il teste Bianchi, quando lavorando... altra dichiarazione del teste Bianchi, importante... Quando poi, lavorando per Enoxy, il teste ebbe modo di rivedere gli impianti, riferisce che la situazione, in realtà, non era cambiata. Riferisce: "La situazione non era cambiata, anzi forse peggiorata, visto l’incedere del tempo, nel senso che si continuò con piccole operazioni di manutenzione"... risponde: "Notai che erano state compiute solo delle operazioni di manutenzione, gli impianti però erano nella stessa situazione del ’75, se non addirittura peggiorati a causa del passare del tempo", "Peggiorata in che senso?", "Peggiorata nel senso che noi speravamo che mettessero le autoclavi più grosse, difatti le avevano proposte e invece non era stato fatto. Quindi questo avrebbe risolto il problema degli impianti piccoli". Eppure, nella sentenza si parla di commesse significative; il teste invece parla di piccoli interventi di manutenzione. Allora, come fa a dire la sentenza di Primo Grado che le commesse erano numerose ed erano significative, se lo stesso teste che ha vissuto in Montedison dal ’74 in poi, anzi prima forse, parla di piccoli interventi di manutenzione? Come si fa? Il foglio 380 della sentenza parla di netto miglioramento della situazione dell’ambiente, quando il teste dice che quanto realizzato era del tutto insufficiente a garantirne la sicurezza. La sentenza parla di netto miglioramento. Il teste Bianchi nega questa situazione ed è un teste importante, esperto, non è l’ultimo arrivato. Tra l’altro, è proprio il Presidente del Tribunale che chiede al teste, nel corso della sua audizione, se l’impianto fosse obsoleto per la concentrazione interna del CVM. E il teste cosa risponde? Risponde che non c’era, che andava tutto bene? No, no, dice: "Esatto". Era obsoleto per il problema della concentrazione interna del CVM. Ma il Tribunale di questi punti del teste non cita una parola. Il teste viene poi anche controesaminato dall’Avvocato Bacaredda-Boi, che gli rammostra alcune commesse che sono citate nella sentenza: ’76 1101, 1507 del ’76, 311 ’76, sulla colonna 14, 16, sulla colonna 14, sulla colonna 16, sulla colonna 14 e 16, ma non sul CV6; si tratta di sole commesse... comunicazioni di apertura della commessa e non riguarda, ripeto, il CV6, soprattutto per la commessa numero 1507 non si leggono i risultati conseguiti. Risultati conseguiti 1507, citata dal Tribunale come elemento di prova del beatificato, santificato biennio meraviglioso: le punte di inquinamento ambientale per perdite di CVM prima della modifica superavano le 50 PPM, per oltre lo 0,5 e 6% delle analisi. "attualmente lo 0,3% circa dei valori delle stesse... supera le 25 PPM". Il Tribunale, invece, a pagina 379-380 della sentenza, dice che erano arrivate a MAC1. Come fa a giustificare allora, se questa stessa commessa, valorizzata dal Tribunale, dice che sono arrivate, con grande fatica, a 25 PPM? Non c’entra per caso l’obsolescenza tecnologica? Non c’è neanche poi la documentazione relativa alla chiusura di tali commesse, quindi sappiamo neanche quando sono state chiuse. I risultati non sono significativi né le aperture di commesse le sono. Ma, vedete, vi è qualcosa di più. Nell’intento di valorizzare la tesi difensiva, il Tribunale mette in bocca al teste Bianchi, numeri di commesse di cui mai ebbe a parlare, forse perché ammaliato da qualche (inc.) difensiva, non lo so, ma resta il fatto che attribuisce a Bianchi l’enunciazione di alcune commesse di cui Bianchi non ha mai assolutamente parlato. La sentenza, a pagina 381, riferisce che Bianchi avrebbe parlato di alcune commesse, citando i numeri, che Bianchi non ha mai citato. Vediamo ancora che cosa dice il teste Rubini, sentito il 9/6/2000. È entrato in Montedison nel ’69 quale addetto al controllo di gestione; nel ’80 è passato ad Anic e nel ’82 ad Enoxy; ha redatto il piano dell’intera azione degli impianti di Montedison, passaggio quindi di Montedison in Enoxy. Il teste, per quanto concerne la situazione ambientale, riferisce che: "Non era emerso niente di particolare rispetto agli altri impianti". Notate: "Non era emerso niente" e abbiamo visto poco fa una commessa del ’76 che dice: "siamo passati da oltre 50 e siamo riusciti ad arrivare al 25, ma non sappiamo quando è stata chiusa". "Non vi erano problematiche riguardanti la presenza di inquinanti – viene da ridere perché fra poco abbiamo altre due commesse del ’73-’74, chiuse nel ’76, che dicono esattamente l’opposto – negli interventi degli anni ’70, in quanto gli interventi degli anni ’70 avevano condotto ad una situazione conforme ai limiti della legislazione per quanto concerne l’emissione di CVM – diciamo che subito prima degli anni ’70 avevamo ben più di 100 PPM – e il contenuto del CVM nel polimero, a suo dire, era tutto regolare". Il petrolchimico, nel suo reparto CV6 praticamente era meraviglioso, un paradiso. Ma subito dopo la sentenza, anche qui, omette di considerare che vi è stato un controesame del Pubblico Ministero. Anche qui, prende il pezzo della dichiarazione del teste che andava bene e dimentica che nel prosieguo, poche righe sotto, poche pagine dopo della stessa deposizione, nel corso del controesame il teste è costretto a dire che: "in sostanza, una valutazione specifica dell’impatto ambientale – in quel paradiso che lui aveva appena descritto, poco prima – non è stata fatta, in quanto non vi era chi fosse in grado di fare la valutazione ambientale"; il (inc.) foglio 112 del verbale dice: "La parte specifica ambientale era chiaramente all’interno del manufactoring, qui non c’è un esperto dell’ambiente". Qualsiasi Giudice, leggendo le prime dichiarazioni, ma leggendo queste, non può valorizzare solo le prime, deve spiegarmi perché non ne tiene conto, deve rendermene conto nella sua sentenza, se ha fatto una sentenza che riteneva giusta. Come fa quindi il Tribunale a considerare questo teste fondamentale? Lo considera addirittura come fondamentale per descrivere la situazione ambientale. Questo teste, per il Tribunale, sarebbe stato fondamentale. Siamo quindi legittimati ad affermare, in definitiva, che il Tribunale ha sconvolto le deposizioni di questi testi. Ma vi è ancora di più. Oltre alle tre deposizioni testimoniali che abbiamo esaminato, il Tribunale ha preso in considerazione, ai fini dell’affermazione di insussistenza dell’addebito, tre documenti e qui andiamo ad un punto ancora più strano, ancora più particolarmente anomalo: documento Montedison relativo alla riunione del 24/3/75, il documento Montedison 1/8/75 e il documento del Consiglio di fabbrica del 23/10/79. Anche il senso di tali documenti, che secondo la sentenza invece sono fondamentali nell’affermazione di non colpevolezza, anche il senso di tali documenti è stato del tutto stravolto dal Tribunale, che dimostra di averne dato una lettura parziale e – consentitemi il termine – un po’ faziosa. Si impone un’analisi invece completa di questi documenti, che sembrano essere stati letti solo parzialmente e non integralmente esaminati. Ecco l’affogare delle carte, anche questo ne è la causa. Vediamo questi documenti. Il documento Montedison della riunione del 24/3/75; come sappiamo, si tratta di un documento relativo ad una riunione del 21/3/75 che aveva ad oggetto le problematiche sul CVM. Ribadisco che il Tribunale dimostra di aver letto tale documento solo in parte e non attentamente. Nel punto che adesso vedremo, A.A, di questo documento, si dice che per Porto Marghera, il 24 marzo del ’75, si sono raggiunte concentrazioni di CVM da 1 a 15 PPM per tutti gli impianti. Tuttavia, in qualche riga successiva, il Tribunale dimentica, oblitera che si legge che "la situazione è soddisfacente anche se non siamo ancora entro i limiti di rispetto per le punte massime, 5 PPM massimo per 15 minuti". Confessione documentale. Perché non siamo ancora nei limiti di rispetto delle 5 PPM massimo per 15 minuti? Perché talvolta si hanno punte di 50 PPM per più di 15 minuti, 50 PPM per 15 minuti. Ma questo era il documento fondamentale per il Tribunale. Ma si legge ancora, sempre nello stesso documento, il punto A.C del documento che adesso vedete, dove si afferma che "le norme operative, in senso lato, potranno diventare operative solo dal primo aprile ’76, quando saranno completate le modifiche degli impianti necessarie, al rispetto della normativa". Allora non è vero quanto ci dice la sentenza, cioè che i miglioramenti erano già stati tutti realizzati, non è vero. Eppure questo è il documento che la sentenza cita. Vedete, ha letto solo tre righe e non è andato avanti, perché avrebbe trovato evidentemente, se fosse andato avanti, la smentita della tesi che voleva sostenere. Erra quindi anche qui il Tribunale su questo punto. Inoltre, le modifiche sono rinviate al 8 aprile, le modifiche soltanto. Questo era il primo documento. La stessa cosa la vediamo nel documento dell’agosto ’75. Qui addirittura è sorprendente che il Tribunale, per provare l’infondatezza dell’addebito de quo, abbia preso in considerazione proprio questo documento. Qui è stato uno svarione probabilmente nel redigere la sentenza. Voi sapete che si tratta del verbale di una riunione tenutasi sulle problematiche del CVM a Milano, il 30 giugno del ’75; in questa riunione vengono espresse delle opinioni a riguardo del CVM, che dimostrano come la politica aziendale fosse diretta nello stesso momento verso obiettivi assolutamente difformi rispetto a quello dell’adozione di misure volte a rispettare i limiti di esposizione indicate dalle autorità pubbliche. Infatti dal verbale del 1/8/75 risulta, al punto 1: "Si ritiene inopportuno e rischioso assumere spontanee iniziative nei confronti delle organizzazioni sindacali per concordare il MAC", quale fosse la salute dei lavoratori oggetto di contrattazione. Come comprare al mercato, compriamo, come vedremo, la fabbrica di morti. Secondo punto: "Si evidenzia la necessità che le strutture divisionali individuino un valore di MAC che innanzitutto noi siamo in grado di rispettare in ogni situazione lavorativa – per chi ha orecchie ad intendere, questo ha un chiaro significato – che poi possa essere sostenuta in base alle più recenti acquisizioni scientifiche in materia". Terzo: "Si esclude che si possa escludere, a presupposto della sicurezza dei lavoratori, l’uso continuativo del mezzo protettivo individuale e si afferma che l’uso della maschera può essere prescritto per situazioni di emergenza". Vedremo dopo, quando parleremo un attimo dei gascromatografi, come il consulente della Regione e del Comune di Venezia, il professor Rindone, ha spiegato ripetutamente, nella consulenza cui faccio richiamo depositata, come l’unico vero mezzo di protezione non poteva altro che essere proprio l’uso del mezzo protettivo individuale e del misuratore individuale. Al punto 4: "Si ammette che le unità rimangono costrette, come infatti sta avvenendo, ad una gestione dei reparti secondo la vecchia normativa". Quindi non rispettiamo ancora la nuova. Punto 5: "Si rileva infine che i costi previsti per gli adeguamenti e i risanamenti – attenzione, ecco il criterio economico che prevale – sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo ritornare di attualità quelle alternative che sei mesi fa sembravano non valide a confronto della costruzione della nuova utilità". Non costruiamo niente, costa troppo. Non chiudiamo niente. Siamo nel giugno del ’75 ancora, si fa sulla pelle, si contano i soldi sulla pelle dei lavoratori e delle persone che vivono nell’ambiente lì intorno e nella nostra città. Siamo nel giugno ’75 e voi vedete che l’azienda sta pianificando una strategia di gestione che prevede il rifiuto del MAC1, MAC0, altro che riduzione aggiunta. Ma quando mai! Cosa hanno letto in Tribunale! Scusate la cattiveria. Perché questo è citata proprio come una delle prove. Io, leggendola, francamente ho detto: "Ma com’è possibile?". Per converso l’individuazione di un MAC che sia in grado di rispettare, per poi sostenere la rispondenza alla migliore tecnologia disponibile. Ma in realtà, è quello solo realizzabile proprio con la obsoleta e maltenuta tecnologia che la Montedison continua testardamente a voler tenere. Pianifica quindi... qui abbiamo la pianificazione del non utilizzo dei mezzi di protezione individuale – non si prendono – che costituiscono, vi dicevo prima, l’unico sussidio, in caso di inadeguatezza del sistema di prevenzione strutturale dell’ambiente di lavoro. Ma soprattutto, a metà ’75 è la prova: l’azienda non aveva deciso ancora se risanare gli impianti vecchi o sostituirli con impianti nuovi. E abbiamo la beatificazione di questi anni? Ancora non era cambiato niente. Cos’era cambiato? Il problema economico era quello che bloccava tutto. Tanto che si ammette, proprio in questo documento, che si stanno gestendo le unità per la vecchia normativa. Anzi, per ragioni di costo sembra che l’azienda voglia evitare gli interventi a suo tempo programmati. Questo documento è dunque, a mio parere, una vera e propria dichiarazione di intenti proveniente dalla stessa azienda e pertanto qualificata come dichiarazione del tutto antitetica rispetto al dovere di sicurezza che sta in capo al datore di lavoro. Ma secondo il Tribunale, i due documenti citati, pagina 382 della sentenza... guardate cosa scrive la sentenza: "Nell’anno ’76, come verrà successivamente evidenziato, veniva effettivamente raggiunto l’obiettivo al TWA 1 PPM". Da dove l’ha dedotto da questi documenti non lo so. Questi documenti dicono esattamente il contrario. Vi sono due documenti poi citati nella sentenza, il verbale di riunione, quello allegato alla relazione Pasquon, nonché il verbale Montedison del 1/8/75, quindi questi costituirebbero la prova che a quell’epoca sarebbero stati raggiunti risultati di concentrazione di CVM in tutti gli impianti di Porto Marghera tra 1 e 15 PPM. Costituirebbe altresì la riprova che l’obiettivo del risanamento degli impianti era quello di garantire quindi in tutti i reparti la presenza di esposizione da 1 PPM, obiettivo che il Tribunale ritiene raggiunto nel ’76. Allora le considerazioni del Tribunale sul punto sono proprio smentite da questi due documenti citati nella sentenza a pagina 378, proprio in relazione alla disamina dell’addebito costituito dall’omesso blocco contemporaneo e definito negli impianti più obsoleti di Porto Marghera e si riferiscono a due commesse. Sono le due commesse che ha citato il collega che adesso esamineremo. Queste sono le commesse che hanno indotto il Tribunale a dire che non c’era nessun obbligo di blocco. Vediamolo queste due commesse. Sono le commesse 724.09 e 4074.09. Proiettiamo la prima pagina della commessa 724 e poi la 4074, vediamo le date: 24 giugno ’74... Mi preme richiamare l’attenzione della Corte sul contenuto delle relazioni tecniche delle due commesse. Nella commessa 724, a pagina 1 della relazione tecnica, si legge: "Si vuole eliminare una notevole fonte di inquinamento – quindi sembrerebbe volere questo – esistente attualmente nella sala autoclavi del reparto dove avviene la filtrazione e lo stoccaggio". Come avviene questa operazione? Siamo nel 1974. "L’operatore deve controllare l’intasamento delle reti, nonché la loro sostituzione; in queste condizioni il tasso di CVM raggiunge le 200 e 1000 PPM. Il tasso di CVM finale, dopo la modifica, sarà inferiore alle 50 PPM". Mai il MAC1 come dice la sentenza o MAC0 addirittura. Vediamo adesso la relazione tecnica sempre della commessa. Questa è la stessa pagina della relazione tecnica, sempre della 4074: "Il dato concernente la presenza di CVM nell’ambiente di lavoro, cui i lavoratori erano esposti è allarmante", siamo a tre mesi dopo, quattro mesi dopo. Si dice: "L’obiettivo della presente modifica è quello di migliorare l’igiene ambientale della sala autoclavi – quindi tre mesi prima dicevamo che eravamo sopra i 100, quasi più alti, tra 200 e 1000 e bisognava arrivare a 50 PPM, poco inferiore ai 50 PPM, pochi mesi dopo è quello di migliorare l’igiene ambientale della sala autoclavi – del reparto che è luogo di lavoro continuato di 9 addetti per turno. L’inquinamento deriva da fuoriuscita di CVM. Il tasso di CVM riscontrato oscilla tra le 200 e le 900 PPM. A seguito della modifica si prevede che il tasso di CVM nell’ambiente di lavoro sarà ridotto a meno di 50 PPM". La lettura dei passi delle due relazioni tecniche che si sono riportate obbligano a due considerazioni, che a mio modesto avviso doveva fare anche il Tribunale. La prima considerazione la fa il Difensore di Parte Civile: smentita la prospettazione del Giudice di Primo Grado, secondo cui, appunto, nel ’75, in tutti i reparti si sarebbe raggiunta una concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro di 1-15 PPM, con punte eccezionali di 50; qui no, qui ne avevamo 200 fino a 900. Altro che 1 o 15! Qui la misura è sproporzionatamente diversa. Altro che punte di 50 PPM massime secondo il Tribunale! Come ha fatto a dirlo non lo so, ma quello che c’è scritto lì, dice chiaro che non è vero. Questi dati sono i dati che provengono dalla Montedison, non sono accertamenti effettuati, sono dati che provengono dalla Montedison e vengono riferiti ad una situazione esistente nel ’74, per ovviare alla quale si erano decise le modifiche impiantistiche descritte nelle due commesse, che sarebbero intervenute però solo nella metà del ’76, cioè a chiusura delle commesse medesime. Allora possiamo dire che nel 1975 la situazione non era quella descritta dal Tribunale. La situazione dell’esposizione dei lavoratori al CVM, almeno quantomeno per il reparto del CV6. Seconda considerazione: i due documenti che abbiamo esaminato forniscono un’altra smentita delle affermazioni, cioè che l’obiettivo dell’azienda raggiunto nel ’76, sarebbe stato quello di garantire un’esposizione pari o inferiore a 1 PPM. L’obiettivo, invece, dichiarato dall’azienda era quello di raggiungere soglie di esposizioni ordinarie e non eccezionali, inferiori a 50 PPM. Altro che 1 PPM! 50 PPM che si sarebbero raggiunti solo a chiusura delle commesse, ciò proprio nell’anno del quale, secondo il Tribunale, vi sarebbe stato il miglioramento dell’ambiente di lavoro per arrivare a 1 PPM. Ma la disamina della commessa 724 offre ancora un altro spunto di riflessione, anche questo non colto dal Tribunale. Ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, la documentazione dell’azienda dimostra quale fosse, proprio nel biennio miracoloso, la vera strategia che muoveva le decisioni della società. Ci dimostra quale fosse il vero obiettivo delle modifiche impiantistiche adottate, la filosofia, la strategia aziendale; l’obiettivo era quello di non perdere, ma incrementare la produzione, era quello di modificare gli impianti, risparmiando il più possibile sui costi, era quello di privilegiare il mantenimento di impianti obsoleti in produzione, anche a costo di sottoporre i lavoratori e le persone che vivono a Marghera e a Venezia ad esposizioni certamente rischiose e pericolose quali devono certamente essere considerate quelle pari a 50 PPM. Scelta del filtro: "La ricerca si è orientata su filtri continui, autopulenti, a tenuta perfetta di gas. Le difficoltà di reperire una macchina che fosse poco costosa, poco ingombrante – perché non hanno lo spazio – sono state insormontabili". Passiamo all’altra pagina: "La mancanza di spazio dove installare in modo opportuno una macchina di questo genere, ci ha fatto abbandonare l’idea". Quindi doveva essere poco costosa, ma siccome non hanno lo spazio, non è che dicono: "cambiamo l’impianto, modifichiamo l’impianto". No: "Non la prendiamo". "La scelta del mezzo di misura per il dosaggio del germe in autoclave. Viste le difficoltà attuali, l’unica alternativa al contatore che è stato prescelto era il serbatoio (inc.) è stato scontato, è un errore che è da intendersi scartato evidentemente per il maggior costo e per l’eccessivo ingombro". Ancora, allorquando nella relazione tecnica si affronta, al punto numero 6: "Il conto di convenienza economica". Guardate, queste sono relazioni a quelle commesse che, secondo il Tribunale, sarebbero state determinanti. Guardate, altro che... "Il conto di convenienza economica". La filosofia aziendale di cui vi dicevo, guardate come ritorna: "La soluzione che problema di igiene ambientale – quello che secondo il Tribunale era l’obiettivo di quelle commesse – non ha contropartite economiche", cioè non ci fa mica rendere quello, ci costa e basta. L’ambiente non ci dà nessun reddito. "La soluzione proposta si inquadra però – dice: non pigliamo una lira qua, perché è un costo e basta – sul quadro di potenziamento del reparto che permetterà, se realizzato nella sua globalità, una riduzione del personale". Ecco cosa interessa, ecco cosa serve, "organizzando il lavoro in modo radicalmente diverso dall’attuale". Ecco a cosa serve quella commessa, altro che a ridurre a 1 PPM, vediamo che in ogni caso non è così dalla relazione stessa, ma in più non è questo l’obiettivo. Ancora, degno di rilievo è ancora quanto evidenziato nella relazione tecnica al punto 7 in materia di note critiche sulla soluzione proposte. È da leggersi, leggetele, indicano veramente qual è la vera filosofia, qual è la strategia aziendale, altro che la tutela dell’ambiente! "Note critiche sulla soluzione proposta. Ancora una volta si evidenzia che la soluzione alternativa e migliore dal punto di vista tecnologico circa il filtro da scegliere per l’eliminazione dell’inquinamento da CVM, in sala autoclavi, è scartata per ragioni di costo e per mancanza di spazio". Vedete, il riferimento alla mancanza di spazio e alla insormontabilità della difficoltà di reperire una strumentazione poco ingombrante, come abbiamo visto prima ai punti 2 e 7 della relazione tecnica della 724, ci impone un’ultima osservazione, che prova proprio la contestazione mossa dal Pubblico Ministero di omesso blocco degli impianti. Ricordate quello che ha detto il teste Benetta sul punto, dopo lo rivedremo un attimo: "Il poco spazio a disposizione, conseguenza proprio della vetustà dell’impianto – vedete come si riverbera sempre sulla manutenzione e sull’obbligo di tutelare i lavoratori – di una concezione impiantistica che è figlia degli anni ’50". Ricordate quello che ha detto il teste Benetta, nel verbale stenotipico 31/3/2000? Ve ne ho già parlato prima. Dice che la carenza di spazio non ha permesso l’utilizzo della miglior tecnologia possibile "e ha indotto quindi il datore di lavoro a adottare una modifica impiantistica che comunque non ha garantito il lavoratore rispetto ai rischi evidenti di sicura esposizione a sostanze nocive in concentrazioni ragguardevoli. Tale obiettivo elemento di prova, smentisce dunque il teste Benetta", quel teste che ha indotto il Tribunale, pur parlando del ’81, a credergli allorquando ha affermato che la locuzione da lui utilizzata in sede di informazioni rese al Pubblico Ministero "l’impianto CV6 era in pessime condizioni", si doveva intendere nel senso che per il CV6 vi era un problema di carattere tecnico-impiantistico, che non si riverberava però sulla problematica della sicurezza dei lavoratori, mentre qui vediamo che invece proprio vi era un riverbero sulla sicurezza dei lavoratori, perché si imponeva un diverso tipo di impianto, bisognava mantenere un impianto che ormai era già obsoleto. Ricorderete dunque che il teste ha affermato come la ristrettezza degli impianti, degli spazi proprio dell’impianto CV6 aveva detto: "No, non dava problemi di sicurezza" e abbiamo letto poco fa che invece dava problemi "ma dal punto di vista tecnologico evidenziava solo la vetustà dell’impianto, pur reso sicuro dalle modifiche". Vedete, anche qui il Tribunale ha creduto al teste Benetta. Si legge infatti nella sentenza, a pagina 380: "Le caratteristiche suindicate, cioè in particolare le dimensioni limitate delle autoclavi e degli spazi interni, rendevano la produttività del reparto non adeguata in relazione a quanto potenzialmente realizzabile con le strutture più moderne"; abbiamo visto che invece non è così, dalle stesse dichiarazioni, dalle stesse relazioni della Montedison. Le conclusioni quindi qui raggiunte dal Tribunale, fidandosi del teste e non valutando le contestazioni del Pubblico Ministero sono quindi smentite dalle affermazioni contenuto proprio nella relazione tecnica alla commessa numero 724.09: gli spazi ristretti hanno impedito, lo ribadiamo, l’adozione della miglior tecnologia disponibile e l’azienda ha scientemente scelto una soluzione impiantistica di ripiego, disinteressandosi del fatto che tale soluzione esponeva a rischi concreti i lavoratori, anziché – come doveva – bloccare l’attività dell’impianto. Non vi è dubbio che se questa era la situazione, il datore di lavoro aveva l’obbligo di fermare l’impianto, di bloccarlo o di costruire un impianto più sicuro e compatibile, anche facendo richiamo a quella tecnologia... ricordare la richiesta di avere delle autoclavi giapponesi che potessero quindi avere un maggiore contenimento? Respinta. Non essendo questo stato fatto, nel caso di specie, io ritengo che quindi non vi possano essere dubbi sulla fondatezza dell’addebito mosso dal Pubblico Ministero. Questo è quanto sostenuto nella sentenza. Ma oltre agli evidenti e macroscopici errori in cui è incorso il Tribunale, nella valutazione delle poche testimonianze e dei pochi documenti considerati, non si può non mettere in luce come la sentenza abbia tralasciato di analizzare molteplici testimonianze e documenti di analizzare, nella sua visione miope, molteplici testimonianze e documenti di fondamentale importante ai fini della sussistenza del reato contestato agli imputati. Anche di questo documento, quello del consiglio di fabbrica del 23/10/89, che è l’ultimo citato dalla sentenza come elemento importante della assoluzione, anche qui mi sembra che il Tribunale ne abbia letto solo una piccola parte. Vediamo subito l’incipit di questo documento. Parla di cinque lavoratori addetti all’insacco del CV6 operati per l’asportazione di tumori localizzati nelle vie respiratorie. Questo sarebbe il documento che conferma che non devono essere chiusi gli impianto. L’impianto al CV6 non doveva essere chiuso. Cinque lavoratori addetti all’insacco. E poi il documento parla di ottimi risultati e dice: "ottimi risultati prospettati", non ottenuti. Come fa il Tribunale a dire che questa è la prova che erano stati raggiunti. Sono prospettati e parte, guarda caso, con cinque morti. In qualche riga dopo, successiva, si legge invece che i lavoratori del reparto CV6, hanno già presentato, nel luglio scorso, all’azienda, una piattaforma di richieste per risanamento (inc.). I lavoratori si erano accorti che stava diventando una fabbrica di morti. In realtà, che un’esigenza di rifacimento degli impianti ormai vecchi e obsoleti, quali il CV6, il 14, il 16, il 5 e 15 sussistesse, risulta evidente invece dalla lettura di alcuni documenti: la piattaforma sindacale del ’75, nella quale si legge che risultava necessario il rifacimento integrale degli impianti, per i quali, per caratteristiche tecnologiche impiantistiche e ambientali, non fosse possibile il risanamento. "Manutenete, risanate, rifate l’impianto" dicono i lavoratori. In riferimento agli impianti più vecchi, al CV6, al CV5, al 15, al 14, al 16 e guarda caso è proprio riferito dal teste Bruno Liviero, Responsabile FULC di Venezia, appartenente alla Federchimici, che viene sentito il 15 marzo del 2000. Anche questo per la sentenza è un teste desaparecido nel processo. La sentenza non ne ha tenuto conto, non ne ha parlato. Eppure questa piattaforma sindacale diceva qualche cosa di importante. Cosa ha detto Liviero? La richiesta è esplicita, la richiesta di risanamento per alcuni... CV6, 14, etc., e di rifacimento ex novo di vecchi impianti. Quindi era pronto a spiegare il perché. Ancora, la piattaforma sindacale del febbraio del ’76, dove dovremmo aver raggiunto il MAC0, il MAC1, secondo la sentenza, nella quale vi è uno specifico punto dedicato alla richiesta di nuovi impianti; cosa troviamo ancora? Ancora il CV6, ancora il CV15, ancora il 5, il 16. Siamo nel ’76. Dov’è il MAC? Ma dove è stata vista la prova? Questi sono documenti citati dalla sentenza come prova. Ancora nel ’77, piattaforma sindacale ancora, dove si reitera la richiesta della chiusura del CV6, nuovamente. Niente, non esiste. Verbale Liviero. La ragione della reiterazione di tali richieste, quindi ancora nel ’77, è spiegata proprio dal teste Liviero. Come mai ancora nel 77? Perché il Tribunale si stava già convincendo sul ’76 come anno meraviglioso. Beh, dice: ""Le problematiche aperte e le esigenze pressanti erano innanzitutto l’assumere in modo deciso e decisivo la questione del risanamento". Quindi non è che possono dire che non lo sapessero. Le richieste erano ben precise. "Il risanamento ambientale che da parte dell’azienda non veniva affrontato in modo decisivo, ma con politica di continui rinvii", foglio 158 della deposizione del teste Liviero. Ancora, il documento del 11/7/79, relativo ad un’assemblea di reparto, documenti sempre valutati dal Tribunale, nella quale si denunciano ancora... chiedo scusa, non valutati dal Tribunale, questo non valutato dal Tribunale, ma che era nel materiale probatorio offerto al Tribunale, nel quale si denunciano ancora le insopportabili condizioni ambientali cui hanno sottostato i lavoratori del CV6, che vuol dire che è ancora aperto. Altro documento, il documento Montedison 24/9/75 relativo al terzo convegno nazionale sull’inquinamento e sulle fonti di energia. Qui leggiamo che il dottor Perulli ha insistito sulla questione di Porto Marghera, dove esistono impianti vecchi e sono citati, ancora quindi nel ’75 si fa già riferimento a questi e si dice già che sono vecchi, dove la concentrazione di CVM negli ambienti di lavoro qui si dice che è nell’ordine di 20-30" era male informato forse il dottor Perulli, doveva avere più accesso alle carte Montedison, perché avrebbe visto che invece nel ’75 non eravamo ancora sotto ai 50 PPM. Per questi impianti, in ogni caso, considerava necessario il rifacimento. Abbiamo un’ulteriore, grave dimenticanza, da parte del Tribunale, nell’esaminare l’ulteriore teste desaparecido, Camillo Cella, non valutato assolutamente, dalla cui deposizione si evince che fosse necessaria la chiusura di impianti vetusti, quale il CV6. Sentito il 5 aprile del 2000, pagina 6, riferisce di aver fatto parte, nel ’74, di un gruppo che avrebbe dovuto studiare un impianto innovativo "per riuscire a costruire un impianto in grado di trattare, oltre che sostanze esplosive – finalità dell’impianto com’era nato – anche quelle cancerogene". Allora diciamo che anche l’azienda riteneva necessaria la costruzione di nuovi impianti. Il teste riferisce che tuttavia il progetto viene abbandonato, dal momento che l’uso dei gascromatografi aveva dato dei risultati tranquillizzanti circa la concentrazione di CVM nell’ambiente di lavoro. Ma invece è provato che il gascromatografo è uno strumento inadeguato. Ve l’abbiamo già dimostrato e ve lo dimostreranno anche gli altri. Lo ha detto l’ingegner Nano, che ha spiegato chiaramente come fino al ’75 il monitoraggio dello stabilimento veniva fatto in modo manuale, che dal ’75 in poi, installati i famosi gascromatografi... e da qui abbiamo già una prima omissione della sentenza, nell’adeguamento del comportamento dell’azienda, nell’adeguamento delle migliori tecnologie disponibili. Perché i gascromatografi erano disponibili sul mercato pacificamente dagli anni ’60 e Montedison stessa, in altri reparti, se n’era già dotata ben prima del 1975. Lo dice Nano, ma adesso lo vedremo chi lo dice ancora. Ma vi è di più. Il sistema di monitoraggio adottato al petrolchimico, quello cosiddetto "in continuo, pluriterminale, di tipo puntuale e monoterminale", forniva dei dati corrispondenti ai valori medi su tutti i punti di campionamento e non un valore rappresentativo dell’area di lavoro, che solo il sistema monoterminale può fornire, in quanto indica esattamente qual è la concentrazione di CVM cui è esposto, nel posto di lavoro, il singolo operaio. Vi dico francamente che nella (inc.) delle carte non sono riuscito più a trovarla, ma c’è; ad un certo punto è stato sentito il professor Rindone dal Tribunale; il professor Rindone è un professore dell’università di Milano, che è anche esperto di chimica dell’atmosfera. Nello spiegare gli effetti del CVM e della valutazione e del perché ritenere necessario avere un dosatore individuale, fondamentale dosatore individuale perché il gascromatografo così dato, non dava un dato tranquillante, io ricordo, non l’ho trovato nella verbalizzazione, ma credetemi sulla parola, ricordo benissimo che lui, seduto davanti al Presidente del Tribunale aveva detto: "Vede Presidente, se io qua le porto un grosso vaso dove ci ho messo dentro il CVM e glielo apro davanti a lei, lei assume una certa quantità di CVM, che poi, piano, piano si spargerà nell’aula e se lei misura poi la quantità di CVM che è nell’aula, dirà che ha preso ics. In realtà, quando gliel’ho messo attaccato a lei, vicino a lei, lei ne ha preso molto di più". Ricordo questo esempio proprio del fiasco. Ecco perché dice che era necessario quello individuale, perché il medio non va a misurarmi la concentrazione laddove l’operaio ics sta lavorando, mi dice solamente ciò che c’è tutto dentro, che è un annacquare, nel senso tecnico, a prescindere poi dai vari sistemi diversi, che è un modo, in realtà, di non dare esattamente la percentuale di CVM che viene assorbito dal lavoratore. Io non l’ho trovata francamente, ma sono sicuro che c’è perché ricordo benissimo l’ipotesi del fiasco. Ma ciò che è importante è che su questo il Tribunale non ha minimamente fatto cenno, il professor Rindone non esiste, non è stato tenuto in nessuna considerazione, non dico nella sua deposizione, perché può darsi ce fosse ritenuta irrilevante, ma nella consulenza fa delle affermazioni ben precise e il Tribunale non ne parla assolutamente. Eppure il gascromatografo monoterminale, in quel periodo era utilizzato da altre aziende della stessa Montedison. Lo riferisce il consulente tecnico Nano a pagina 36, del verbale dell’udienza del 26/5/99: "In realtà gli altri stabilimenti non hanno adottato la logica Montedison del pluriterminale". Rindone, nella sua consulenza tecnica fa un’affermazione similare. Questo è il punto della consulenza Rindone, pagina 14 e pagina 16. Quindi il Tribunale aveva degli elementi, del materiale su cui poteva non essere d’accordo, benissimo, ma allora doveva motivarmelo, doveva dirmi: "Non sono d’accordo, è sbagliato", non citarmi testi che poi si contraddicono senza riconoscere questo, non citando i documenti che affermano esattamente l’opposto della tesi che si è sostenuta. Quindi Montedison non rispettava lo stato dell’arte. Quindi abbiamo un elemento di valutazione. Non solo è stato giustamente evidenziato dal professor Rindone, un impianto che, come ho detto all’inizio, non deve avere perdite di materiale gassoso, invece ne perde ed è un impianto che costituisce un problema; problema che quindi deve essere risolto. Quindi quando il risultato del monitoraggio d’area mostra delle concentrazioni ambientali, questa è una forte indicazione per modificare parti importanti. Non le hanno modificate. Se non le modificavano, dovevano chiudere. L’opportunità e la necessità di verificare con il personale la significatività delle prese del gascromatografo, era stata evidenziata proprio dal professor Rindone in sede di esame, individuando come procedura di tutela del lavoratore USA già a partire dal ’74 e dal ’75. E che fossero in rapporto con gli Stati Uniti è pacifico, abbiamo le famose riunioni con l’associazione che riuniva le industrie chimiche negli Stati Uniti, a cui partecipava anche Montedison. "Ma ciò nonostante, a Porto Marghera, si è continuato a negarne l’importanza e l’efficacia, sino a quando nel 1980, a seguito dell’emanazione della delibera CEE ed in vista della sua attuazione in Italia, i responsabili di Montedison definivano una procedura che doveva essere scontata da almeno cinque anni. Un obbligo di norma è quindi inevitabile da attuare a partire da giugno a ottobre a mesi alterni". Vedete le posizioni del professor Rindone dell’1/6/99, pagina 48. "Le censure di sistema di monitoraggio nei reparti di lavoro, che si sono evidenziate con riferimento agli anni ’70, valgono anche per i periodi successivi alla gestione da parte di Enichem. "Basterà esaminare la puntualissima (inc.) di analisi del sistema di monitoraggio di Enichem relativa agli anni ’90 effettuata dal professor Nardelli, che già aveva offerto al Tribunale un bagaglio di conoscenza importante sull’argomento. Sotto questo profilo, rilevo ancora la scelta di Enichem di non utilizzare il sistema di rilevazione con spettrometro di massa e di continuare invece ad utilizzare il sistema gascromatografico. Questo modo di fare ha condotto certamente a sottostimare la portata e il numero delle fughe, della fuoriuscita di gas, a concentrazioni ben superiori ai limiti". Chi lo dice? Guardiamo la relazione del perito Scatto, illustrata all’udienza del 26/5/99, a pagina 132 e 133 del verbale stenotipico. Scatto l’ha ben dimostrato. Ha parlato inizialmente di generale diminuzione della concentrazione rilevata dal sistema, ma poi aggiunge, in quella data: "In relazione ai vari episodi di fuga conseguenti a fondamenti (inc.) idraulica, tra cui quelle del 26/6/98, ebbene, in quella data il gascromatografo ha segnalato 12 eccezioni, 4 preallarmi, 5 allarmi, mentre lo spettrometro ha segnalato 54 eccezioni, 16 di preallarme e 23 di allarme". Guardate la differenza. Vedete? Il gascromatografo faceva comodo perché non rilevava le vere fughe e i processi che abbiamo avuto dopo lo stanno dimostrando. Le conclusioni cui è giunto quindi il consulente tecnico Scatto sono inequivocabili: "Il sistema gascromatografico di Enichem era inadeguato ed era inidoneo a rappresentare la vera, reale concentrazione di CVM nelle singole zone di lavoro, in quanto la concentrazione è diluita ed è sempre inferiore a quella dello spettrometro di massa", pagina 132 dell’udienza. Da tutto quanto vi ho esposto, la sentenza non ha tenuto alcun conto. Ma vi è di più. Sulla inadeguatezza Del gascromatografo depone anche un ulteriore documento, il documento redatto dal CER/ECOLOGIA del 14/7/76, sull’uso dei campionatori personali, inviato alle varie divisioni di Montedison nelle cui conclusioni si fa presente la validità del campionatore personale. Vi ricordate quando vi ho letto prima che si era cambiano e si diceva: "non si comprano". Validità del campionatore personale come mezzo di indagine e come utile mezzo di ricerca per un miglioramento ambientale e per la tutela del lavoratore. Eppure riconosciuto come valido, validato dagli stessi tecnici della Montedison, gli organi dirigenti hanno ritenuto di non doverlo utilizzare. Altro elemento, altro documento che io sottopongo alla vostra attenzione come materiale probatorio esistente: bollettino di analisi Montedison datato 16/2/81. In questo documento vengono messi a confronto i tre sistemi di analisi CVM in aria, dal quale risulta chiaramente che il gascromatografo fornisce valori sicuramente in difetto rispetto a quelli reali. Lo dice questo documento che proviene da Montedison. Ma vi è qualcosa di più. Il Tribunale aveva il teste Giuseppe Scaglianti, che non ha considerato assolutamente che, sentito il 12/7/2000 esprime un parere favorevole relativamente al campionatore personale, nonostante non fosse – dice – troppo comodo da usare. Ma sulla necessità di chiusura di alcuni impianti, un altro teste ha deposto, il teste Bruno Saia, sentito il 12/4/2000, ovviamente non considerato anche in questo caso dalla sentenza. Il signor Saia era direttore del Dipartimento di Medicina Ambientale di Sanità Pubblica presso l’università di Padova e nel corso del suo esame fa riferimento ad un suo intervento in un quaderno FULC numero 4 del luglio ’77 che voi vedete qui. Teste Bruno Saia non esaminato dalla sentenza, ma che fa riferimento a questo quaderno. In particolare leggiamo che: "Ci sono reparti, nel ’77, per i quali la bonifica è impossibile, per cui, in questo caso, è inutile parlare di spostamento di operai, per mettercene altri. La soluzione deve essere radicale, come già espresso in piattaforma elaborata in sede locale". Ma tuttavia non si è provveduto alla chiusura di tali impianti, adottando la solita tecnica e politica del rinvio. È il solo teste non citato? No, signori della Corte, ce n’è ancora un altro: Carla Cavagna, foglio 73. Non è considerata in sentenza. Non è un’operaia, è assunta presso l’Istituto di ricerche chimiche e (inc.) della Montedison nel ’76, in qualità di perito chimico industriale; riferisce che oggetto di continue denunce era la drastica caduta della manutenzione degli impianti. Ma non è citata, il Tribunale non l’ha vista, non l’ha sentita. Eppure era un’affermazione mica di poco rilievo rispetto ai capi di imputazione, nel senso che l’azienda quindi aveva abbandonato sia la manutenzione... badate, ricordate cosa dice la sentenza sulla obsolescenza fisica che costituisce solo un obbligo di manutenzione? Qui abbiamo un teste che dice che non l’ha fatta per niente e il Tribunale non l’ha neanche considerato. Aveva abbandonato l’azienda sia la manutenzione preventiva che quella preventiva, dal momento che si interveniva soltanto qualora si verificassero i guasti, preventiva niente. Ma che la politica della dirigenza del petrolchimico fosse quella del profitto, della competitività dell’azienda, senza tenere in conto la salute dei lavoratori, è testimoniato anche in alcuni documenti che provengono dalla stessa azienda, come adesso vedremo. Voglio dimostrarvelo signori della Corte, perché ho rivisto alcune mie idee nel rivedere questi documenti e nel rivedere come una politica imprenditoriale di questo genere non può trovare ingresso. Documento Montedison 24/11/75 che voi vedete. Oggetto: "lavori vari impianti CVM e PVC". In tale documento si ordina il congelamento degli studi e dell’esecuzione dei lavori che vengono indicati in un allegato. Vediamolo questo allegato. Vediamo quali sono i lavori che vengono sospesi. Guardate dove vengono sospesi: CV6, CV14, CV16, proprio quelli. È evidente quindi che gli asseriti interventi miracolosi non sono stati effettuati o quantomeno sono stati di molto procrastinati. Leggetelo; questo è l’allegato a questo documento. Altro documento del 1/6/77: "Nota sulla formulazione del budget di manutenzione per gli anni ’78–’80". Ma come? Il Tribunale non ci ha detto che c’era l’obbligo della manutenzione solo (inc.)? Al Punto 2.2 si legge: "L’obiettivo primario e costante di tutta la divisione è la competitività – non la manutenzione, non il miglioramento ambientale, la competitività – per cui bisogna spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile". Al punto 2.3 si dichiara la scelta di abbandono di criteri precauzionali. Vengono abbandonati. Al punto 3.1 ancora si pone come obiettivo la "non manutenzione". L’obiettivo è non manutenere, dovendo assicurare la produttività. Eh! Guardate, non importa se esce fuori il CVM, se va all’aria, se prende gli operai, se va in giro nell’atmosfera della città, non importa se va a prendere altri paesi, non importa, la produttività è quella che deve reggere. Un altro documento ancora, quello famoso, quello che inchioda la responsabilità degli imputati: il documento 24/9/75, il Pubblico Ministero l’ha citato ripetutamente, quando viene posto dal professor Zanella ai produttori "l’obiettivo di migliorare gli impianti fino a che gli strumenti non rilevano la presenza di CVM negli ambienti o, in caso contrario, o pagare la produzione in morti o chiudere gli impianti a breve termine". Ecco, è stata pagata la produzione in morti ed è stata pagata dai dipendenti, è stata pagata dagli operai, dai morti i cui nomi voi avete nel capo d’imputazione. Ma non sappiamo, perché il capo d’imputazione non lo può dire, quali sono i morti della gente e dei bambini che abitavano vicino, della gente che abita nella zona, non lo possiamo dire, non siamo ancora in grado, perché un’analisi così è stata fatta solo recentemente e solo recentemente la Regione l’ha pubblicata. In definitiva le aziende che si sono succedute nella gestione del petrolchimico e gli imputati, ciascuno per il suo specifico periodo di competenza, hanno adottato una filosofia aziendale improntata al solo ed esclusivo profitto e non alla salvaguardia dell’ambiente dei lavoratori e all’ambiente esterno. Si tratta di un tipo di industria che ha come unico valore etico l’economia, l’economicità, il profitto comunque conquistato, ricordate il precedente documento che vi ho prodotto, comunque conquistato senza limite. È un’etica che considera il capitale da remunerare come unico ed esclusivo fine cui l’impresa, nel suo complesso, deve soggiacere. Etica che nella tricotomia capitale, lavoro, tecnologia, considera preminente il primo e solo il primo, mentre il secondo e il terzo devono essere solo sfruttati al solo scopo di far incrementare il primo. Ma tutta la normativa vigente non privilegia questo scopo. Le disposizioni specifiche sono quelle già citate ampiamente, ma tutte finiscono per coinvolgere la concessione stessa dell’attività di impresa e l’atteggiamento che un datore di lavoro, eticamente inteso, deve avere rispetto alle problematiche riguardanti la tutela della salute, dell’ambiente, della gente e dell’incolumità dei lavoratori. Il Procuratore Generale, un po’ rozzamente devo dire, si è chiesto cosa fanno gli enti pubblici qui; ma dimentica l’elemento informatore di tutta la politica della grande industria privata e pubblica, che è il ricatto occupazionale. Allora si accettavano le promesse, gli impegni, i rinvii, il prolungare dei termini di adeguamento. Ma vorrei vedere quale politico insisterebbe, irrigidendosi sulla pronta necessità di operare i necessari adeguamenti se gli venisse detto che ciò avesse comportato il licenziamento o la messa in cassa integrazione di alcune migliaia di operai. Il che non significa che l’impianto non dovesse essere chiuso, doveva essere chiuso, ma ne doveva essere costruito anche uno nuovo. Voi credete che io vi stia dando giustificazioni? No. È successo anche recentemente. Di fronte ad una resistenza proprio della Regione, che ha voluto, prima di valutare le proposte di aumento della produzione che venivano fatte dal EVC, dal petrolchimico attuale, prima di valutare proposte di aumento e farla esaminare da alcuni consulenti, ebbene, proprio questa esigenza determinava però un ritardo della risposta della pubblica amministrazione alle pretese dell’impresa, abbiamo assistito alla minaccia di messa in cassa integrazione degli operai, a cui è stato fatto aleggiare il rischio della perdita del posto di lavoro. Vedete l’utilizzo talvolta della massa lavorativa per uno scopo di pressione? Ma qui non è solo un problema della pubblica amministrazione, che ovviamente subisce le agitazioni, i cortei che fanno pressione sulla pubblica amministrazione, che in questo caso, per esempio, ci sono stati anche recentemente, in questo caso è solo colpevole di voler accertare bene i ruoli di tutte le proposte e i rischi di tutte le proposte. Ma qui voi state giudicando un’altra cosa; qui voi state giudicando di una politica tesa solo al profitto, che usa il numero di dipendenti come forza di pressione assolutamente indifferente, in realtà, alle gravi conseguenze che una politica dissennata e industriale, portata avanti da questo imprenditore, sia esso privato o pubblico, che nella realtà non hanno differenziato fra di loro i comportamenti. I dirigenti privati (inc.) non si sono differenziati su questo punto. La conseguenza dell’inadeguatezza dell’omissione degli impianti per obsolescenza, le omissioni della manutenzione necessaria, erano coscientemente all’attenzione di questi dirigenti, che non se ne sono minimamente preoccupati, anzi hanno di fatto accettato una politica aziendale che veniva evidenziandosi come una fabbrica di morti, come da loro stessi riconosciuto, dando, con lettera del 19/8/75, a firma Cefis, informazioni falsamente rassicuranti agli enti pubblici, rispetto a quanto deciso in precedenza da Montedison nella già vista riunione del 30/6/75, il 19 agosto del ’75 il dottor Cefis guardate cosa risponde ad una richiesta di informazioni dopo una interrogazione al Presidente della Regione nel 1975. Tutto andava bene; tre mesi prima avevano fatto la riunione in cui avevano detto che smettevano tutto. Questo scriveva agli enti pubblici il Presidente di Montedison, che pur qualche volta chiedevano spiegazioni e notizie. Ma nulla hanno fatto questi dirigenti, se non per perseguire questa politica egoistica dimenticando di tutto ciò che hanno intorno ad essi. Per questo essi devono pagare, per questo li dovete condannare, perché sapevano, hanno convenuto, hanno preferito che la Dea produzione, che il Dio profitto, a cui hanno sacrificato, non solo molti dei loro dipendenti, costretti dalla necessità di non perdere il posto di lavoro, a condizioni di lavoro illegali, in ambienti tossici e sicuramente cancerogeni, danno quindi non solo ai dipendenti, ma a tutta la cittadinanza che nella zona ha vissuto, ma non solo, ma che abitava o risiede in zone nelle quali il capriccio dei venti spingeva le nubi di CVM, che talvolta fuoriusciva anche per la cattiva manutenzione. Questa politica, questa gestione miope ed egoista attende da voi un’esplicita condanna. Grazie. Concludo quindi con le conclusioni delle Parti Civili, che do per lette e mi riservo la nota spese.

 

PRESIDENTE – Sospendiamo e poi chi è che parla?

 

PARTE CIVILE – Avv. D’Angelo – Presidente, mi dispiace, ma anche questa Difesa, ha un problema di presenza a Milano per una pre-udienza nel pomeriggio e poi un’udienza domani mattina. Per cui pregherei... non vorrei turbare adesso il Collegio con piccole questioni tra di noi...

 

PRESIDENTE – Può parlare allora.

 

PARTE CIVILE – Avv. Picotti – Essendo già mezzogiorno, io non ho possibilità di farmi sostituire, devo essere presente personalmente alle tre a Verona, quindi avevo fatto presente che ero disponibile anche a cedere il posto al collega se l’Avvocato Vassallo terminava per le 11, 11 ed un quarto come aveva detto in un primo momento. Essendo già le 12 ed un quarto sono nell’impossibilità di comprimere ulteriormente il mio intervento.

 

PARTE CIVILE – Avv. Grillo – Presidente, chiedo scusa, io assisto delle Parti Civili non appellate e vorrei solamente, se mi autorizzate – chiedo scusa ai colleghi – depositare le conclusioni scritte e quindi darle per lette. Quindi ruberei tecnicamente secondi all’udienza e ai colleghi.

 

PRESIDENTE – Lo faccia subito.

 

PARTE CIVILE – Avv. Grillo - Nell’interesse delle Parti Civili Monetti Giuseppina, Gattolin Daniela e Gattolin Maurizio, Parti Civili non appellate, deposito conclusioni scritte da ritenersi lette. Grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. Ghezzo - Presidente, mi scusi, la stessa cosa per la Parte Civile VAS, Verdi Ambiente Società, Associazione ONLUS e per i prossimi congiunti di Botosso Albino, tutte Parti Civili non appellanti, vado a depositare le conclusioni che chiedo siano date come per lette. Grazie.

 

L’udienza Sospensione ore 12.10.

L’udienza riprende alle ore 12.38.

 

PRESIDENTE – Allora, il programma è il seguente: adesso parla l’Avvocato Picotti, poi sospenderemo brevemente, poi parla l’Avvocato Nicola D’Angelo; poi gli altri due che sono Partesotti e Zaffalon. Cerchiamo di starci, vedete un po’ di contenere gli interventi.

 

PARTE CIVILE – Avv. Picotti - Signor Presidente, signori Giudici della Corte, il mio intervento si articola in due parti; una prima parte in cui discuto quale sostituto dell’Avvocato Scatturin per le Parti Civili costituite Medicina democratica e ALCA, affronterò aspetti relativi all’inquinamento ambientale, in particolare relativi alla realizzazione degli impianti, al funzionamento degli impianti e di trattamento delle acque reflue. Una seconda parte più breve, perché su questa parte ho già depositato dei motivi di Appello abbastanza cospicui, tratterò, invece, la posizione della Parte Civile Terrin Ferruccio, quindi mentre nella prima parte discuteremo del capo 2 dell’imputazione, nella seconda parte parlerò del capo 1 e lo lascio per ultimo perché è più breve e potrò eventualmente ridurre i termini della discussione. Per quanto concerne la parte ambientale, in particolare, verranno affrontati i seguenti profili: tecnologie della realizzazione degli impianti e trattamento, per evidenziare come questa fosse disponibile già negli anni ’50; secondo punto: notazioni sulle caratteristiche dell’impianto SG31 del petrolchimico di Porto Marghera e in particolare dimostrazione che non era in grado di trattare i composti organoclorurati, in particolare diossine e furani. Nella successiva parte si tratterà di discutere in termini invece più legati ai profili giuridici di alcune argomentazioni del Collegio giudicante – indicheremo poi anche in che parti della sentenza – che attengono alla legittimità o meno della diluizione degli scarichi, se vi sia stata o non vi sia stata questa diluizione e in che limiti fosse proibita o ammessa e poi sul concetto di peggioramento o non peggioramento del contributo degli scarichi (inc.) proprio con riferimento al superamento dei limiti di accettabilità e dei limiti di legge. Quindi la valutazione di questi fatti di superamento accertato di limiti di accettabilità rispetto poi alla contestazione dei reati di comune pericolo e di disastro generico, in particolare avvelenamento delle acque. Inizio dunque dalla tecnologia di realizzazione degli impianti e trattamento chimico, fisico, biologico delle acque reflue. Non posso che iniziare, con l’aiuto anche di questi riferimenti visuali, con una contestazione decisa di quelle che sono le motivazioni della sentenza, in particolare a pagina 779 e di quelle che sono poi le linee difensive portate avanti in particolare poi dal perito Foraboschi. La sentenza, nella pagina che ho indicato, contesta la tesi dell’Accusa secondo cui il depuratore biologico poteva farsi già negli anni ’50. La Difesa ha spiegato che il depuratore biologico in uno stabilimento chimico dell’entità e complessità di quelle considerate era, in quegli anni, un’applicazione inedita nel contesto italiano. Questa è la tesi difensiva che il Tribunale riporta e che poi il Tribunale, parzialmente, nella sostanza accetta, perché anche se dice che l’entità e complessità dei problemi di trattamento dei reflui nel contesto storico di cui si tratta, obbligava i titolari dello scarico a ricercare tecnologie adeguate da applicare al di fuori del circuito italiano... dice che questo è ovvio addirittura, per cui averlo fatto non costituisce, ovviamente, un titolo di merito, perché era un l’adempimento di un obbligo ovvio addirittura, però ritiene, in concreto, che non risulterebbe provato che prima dell’entrata in vigore delle tabelle del D.P.R. 962 del ’73, comunque all’epoca – e non specifica quale epoca e che in realtà prende come punto di riferimento – la tecnologia di cui si è detto fosse non adeguata a livello di quello che, avendo oltrepassato il confine della fase formativa e sperimentale, può essere detta oggi applicazione esigibile dal soggetto imprenditoriale esperto di allora. Quindi in pratica, nella sostanza, ritiene che ci sia uno scarto comunque temporale e significativo fra l’agente modello dell’epoca di riferimento, che però, ripeto, non specifica in concreto, dice solo che era prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 962 del ’73 e l’agente modello odierno invece, che dice... quest’obbligo ovvio, che pure afferma, sarebbe effettivamente operativo. Ora, questa tesi è contraddetta documentalmente, nel senso che quella che era la tecnologia disponibile, quella che era, se vogliamo, addirittura la cultura, come si dice, in più parti dell’ambiente, della protezione e dell’attenzione all’ambiente e l’epoca la possiamo specificare da questi documenti, era dato acquisito non solo al di fuori del contesto italiano, ma nell’ambito del contesto italiano, era oggetto di convegni, era oggetto di relazioni, era oggetto di rapporti molto precisi con illustrazioni di impianti esistenti e già realizzati. Quindi non era non solo al di fuori del contesto italiano, ma era addirittura già disponibile in un ambiente non specialistico, o meglio, in un ambiente specialistico, ma neppure del livello particolarmente complesso come quello Montedison, come quello di un impianto del genere di cui stiamo discutendo. Qua mi riferisco per esempio al teste, secondo cui noi possiamo confermare le conclusioni del Pubblico Ministero che afferma giustamente che in modo inequivoco la tecnologia per la realizzazione degli impianti in questione era disponibile negli anni ’50. Vediamo questi documenti che contraddicono la tesi di Foraboschi, appunto, secondo cui, invece, il miglioramento sarebbe avvenuto correttamente solo in seguito. Intanto precisiamo queste date, perché non basta dire prima o dopo l’entrata in vigore della legge di tutela delle acque di Venezia. Secondo il professor Foraboschi, l’impianto di trattamento chimico, fisico, biologico era attivo almeno dal 1978 e già qui c’è una retrodatazione che è significativa perché, invece, è pacifico – e viene ammesso, del resto, nella memoria degli Avvocati Stella, Santamaria, Pulitanò, Zanchetti, Fornari, Simoni, Palavera del 8-9 giugno 2004 – che questo impianto è operativo poco dopo, ma dopo il 1980, è pacifico che il collaudo avviene nel 1982, per cui anche col meccanismo della messa in esercizio precedente al collaudo, siamo negli anni ’80, non negli anni ’70. Quindi questa pre-datazione già significa che c’è qualcosa da rettificare nella realtà che non piace ammettere. Ma soprattutto ci pare importante sottolineare quale fosse e quando fosse disponibile la tecnologia necessaria per questo impianto. Basta citare alcuni atti di convegni dei primi anni ’60, che fanno riferimento ad una tecnologia già degli anni ’50. Il primo convegno che indichiamo è quello dell’Associazione Nazionale di Ingegneria Sanitaria, ANDIS, tenutosi a Bologna il 20-24 aprile del ’61. Qua si può leggere, nell’inizio della relazione dell’ingegner Guido Canalini, intitolata "Scarichi industriali", questa frase: "Il problema degli scarichi industriali non è certo nuovo e la sua soluzione resa sempre più urgente dall’intensità veramente allarmante raggiunta ormai dal fenomeno, ha già offerto abbondante materia a numerosi convegni e congressi", quindi fa riferimento a convegni e congressi precedenti. Il primo che noi riscontriamo, ma ce ne sono anche altri sicuramente, è dell’ottobre–novembre 1955, era l’ottavo convegno nazionale degli ingegneri italiani, che aveva per titolo "Acque di rifiuto, immunizzazione, utilizzazione difesa", relazione dell’ingegner Cambi. Ma ce n’è un altro del ’60: "Acque industriali, aspetti tecnologici. Acque di scarico industriali, inquinamento corsi d’acqua", relazione del professor D’Ambrosio. Del resto, non dobbiamo stupirci di questa attenzione dei tecnici a questo problema, perché non dobbiamo credere, con gli occhi di oggi, che la legislazione tutela delle acque sia degli anni ’70; sappiamo benissimo che a partire dal Testo Unico sulle leggi sanitarie, a partire dal Teste Unico sulla pesca, la stessa giurisprudenza in materia di applicazione delle norme sugli sul danneggiamento di acque, ben prima c’erano precetti positivi, specifici sull’obbligo di depurazione, sull’obbligo di non danneggiamenti, di non inquinamenti, di non peggioramenti della qualità delle acque che, anche se fatti poco rispettare, purtroppo, però esistevano e fornivano dei parametri di doverosità a cui l’impresa doveva commisurare la sua attività e le sue scelte per essere conforme all’ordinamento giuridico. Ebbene, nel ’61 non si parte affatto da zero, siamo già in un anno in cui si discute di esperienze, di livelli d’allarme ormai di intensità che rendono sempre più urgente questa situazione e si fa un convegno di grande rilievo, perché se noi leggiamo solo (inc.) vediamo presenti, solo per dar conto di come non fosse il chiuso di una ristretta cerchia di specialisti che si poneva queste questioni, fosse un congresso pubblico in cui c’era, nel comitato d’onore, (inc.) cardinale arcivescovo di Bologna, Pastore Ministro senza portafoglio per il Comitato dei Ministri del Mezzogono, Zaccagnini, Ministro dei Lavori Pubblici, Ministro dell’Agricoltura, Colombo, Ministro dell’Industria, Campilli, Presidente del Consiglio Nazionale Economia Lavoro, Pescatore, Cassa del Mezzogiorno, Pinchera, Associazione Nazionale Ingegnere, Piccoli, Presidente al Magistrato per il Po, Luigi Pavanello, Presidente al Magistrato alle acque di Venezia. Quindi a questi esimi politici e rappresentanti pubblici, si aggiunge, con un suo intervento, non solo al comitato d’onore, ma diretto con presa di parola, il Ministro della Sanità Camillo Giardina, quindi non si può parlare di una tecnologia o di una problematica o di una cultura che non fossero acquisite, ripeto, al di là della cerchia ristretta imprenditoriale o tecnologica o ingegneristica. Del resto, la legislazione dell’epoca, ripeto, poneva già degli obblighi; che poi non fossero rispettati, che non fossero valutati in tutti i loro profili penali, che non fossero oggetto di accertamento, è un’altra questione. Ma su questo discuteremo dopo. Veniamo quindi a smentire la tesi espressa da Foraboschi, che poi il Tribunale fa propria, secondo cui addirittura l’Enichem e comunque le società che l’hanno preceduta, se hanno avuto una gestione con qualche sbavatura in materia ambientale, era perché c’era un contesto e leggo a pagina 4 e 5 della relazione Foraboschi – c’era un contesto culturale assai diverso in cui la tutela dell’ambiente non costituiva, di fatto, un vincolo per le attività medesime. È una tesi completamente sbagliata, smentita, falsa. Dobbiamo capire, con gli occhi dei documenti, non con quello che ci fa comodo oggi vedere nel cannocchiale rovesciato, come la gravità del problema fosse ben nota e richiedesse questi interventi pubblici di alto livello e di ampia pubblicità, proprio perché – dice ancora e leggo dalla circolare di invito – la riunione dell’ANDIS fa seguito a numerosi congressi di altre associazioni identiche che hanno trattato lo stesso argomento su vari aspetti particolari e quindi la sede più idonea per un inquadramento generale del problema e indirizzi risolutivi. Il problema assunto, com’è noto, ha carattere di estrema gravità in molte zone d’Italia, onde lo studio delle soluzioni possibili e la regolamentazione della materia, non possono essere più a lungo differite. Circolare 21 dicembre 1960, ingegner Pietro Celentani Ungaro. I risultati dei vostri lavori Costituiranno un prezioso contributo alla soluzione... quindi siamo ormai a livello di soluzioni operative, di scelta fra soluzioni tecniche disponibili e operative. Non c’è un problema di cultura o di rendersi conto dell’importanza del problema, si tratta di applicare delle soluzioni che sono già disponibili e di valutarle. Soluzione del complesso e delicato problema della protezione igienica delle acque superficiali, mare, fiumi, laghi, dall’offesa degli scarichi industriali, che diventa ogni giorno più massiccia e più pericolosa. La salvaguardia della (inc.) delle acque superficiali inoltre si impone anche da noi, quindi non fuori dal contesto italiano come dice il Tribunale, nel contesto italiano, si pone da noi per il fatto che il nostro Paese, come ha ricordato il vostro Presidente, è tra quelli più poveri di acque correnti. Quindi addirittura c’è la specifica attenzione al contesto italiano, perché abbiamo questa situazione delle acque, l’Adriatico come acqua interna, la laguna come zona di acque stagnanti, in generale l’orografia con povertà di acque nel nostro Paese, rende addirittura più importante l’attenzione specifica nel contesto italiano. E questo intervento non lo fa un tecnico specialistico della materia, ma lo fa il Ministro della Sanità Camillo Giardina che interviene quindi come rappresentante politico pubblico. Questo è il livello culturale e politiche dell’attenzione al problema. Sentiamo cosa dice un tecnico. Nella sua relazione introduttiva, il professor Luigi Mendia: "Il sorgere di nuove industrie e ogni nuovo sviluppo industriale, in genere, vengono auspicati e salutati con plausi generali per i benefici economici e sociali che normalmente conseguono. Purché tali vantaggi non siano solo presunti, occorre ovviamente che l’industrializzazione non comporti danni da benessere, in senso lato, di quelle stesse comunità per il cui miglioramento è stata sollecitata. Volendo rappresentare, come in un bilancio, l’attivo e il passivo, diremo che sul piano tecnico i prodotti della elaborazione rappresentano i vantaggi, mentre i prodotti di rifiuto costituiscono i danni. Però il problema del caso specifico non può risolversi con una somma algebrica. L’industria, infatti, finché provocherà dei danni, deve considerarsi sempre in debito con la comunità, di cui implicitamente si trova a calpestare i diritti". Quindi neppure si fa un bilanciamento alla pari, cioè quand’anche i danni fossero pari ai prodotti, comunque non si può fare la mera somma algebrica, l’industria è in debito, perché finché provocherà dei danni, non dice dei danni maggiori dei vantaggi o dei prodotti, finché provocherà dei danni deve considerarsi sempre in debito con la comunità di cui implicitamente si prova a calpestare i diritti. Quindi diritti (inc.) dell’ambiente..., era percepito come un diritto della comunità che andava salvaguardato anche quando ci fosse stato un pari vantaggio dei prodotti che venivano realizzati dall’industria. Questo il professor Luigi Mendia, convegno dell’aprile 1961. Non continuiamo, perché ovviamente su questo convegno ci sono gli atti pubblicati, abbiamo limiti di tempo evidenti, però avallare, come fa il Tribunale, la tesi giustificativa della mancanza di cultura e della necessità eventualmente di andare al di fuori del contesto italiano o di trovare tecnologie, chissà quali, speciali o specifiche, che non sarebbero state disponibili, è completamente sballato. Lo standard culturale di tecnologie disponibili era, per l’Italia, assolutamente acquisito. Vediamo queste soluzioni tecniche con un’esemplificazione, ovviamente, non possiamo perdere la giornata su questo, però è un punto importante per vedere come il Tribunale metodologicamente si distacca da una realtà oggettiva e segue solo un’interpretazione fuorviante dei tecnici delle Difese. Ebbene, la soluzione tecnica relativa al trattamento di acque reflue, viene presentata in questo convegno pubblico da un relatore come dato da discutere e da presentare come esperienza già acquisita e in particolare si prende lo schema dell’impianto consorziale del bacino di Niers, e qui magari proietteremo qualche elemento, è un impianto a fanghi attivi costituito da una serie di elementi assai articolati, che si possono vedere, appunto, nello schema che viene prodotto al convegno e sono tabelle tratte dagli atti del convegno: griglia, dissabbiatore, vasca di acidificazione, di mescolamento, chiarificazione preliminare, precipitazione, vasche di precipitazione, fase biologica, preliminare, chiarificazione intermedia, biologica, chiarificazione finale, riduzione (inc.) di gestore. Questo nel ’60. "Si fa riferimento ad un impianto installato negli anni ’50, l’autore precisa che il sistema di fanghi attivi trova soprattutto impiego nel caso specifico di grandi volumi di scarico, nei riguardi dei composti tossici delle caratteristiche inibitrici dei processi biologici... tale sistema presenta maggiore sensibilità rispetto a quello che è invece il comportamento dei (inc.) percolatori. Il rendimento di un completo trattamento che si avvale dell’impiego dei fanghi attivi, raggiunge valori che superano anche il 90%. Con tale sistema vengono trattati, con piena soddisfazione, acque di rifiuto provenienti dall’industria, in specie dall’industria farmaceutica. Il suo impiego è risultato anche vantaggioso nel trattamento di scarichi di raffineria, contenenti, oltre che fenoli, idrocarburi, acidi grassi, composto azotati e solforosi", pagine 62 e 64 degli atti del convegno ANDIS che abbiamo citato del 1961. Un ultimo accenno al convegno di studi di poco precedente "Le acque industriali, aspetti tecnologici", del 30 maggio e 2 giugno ’60, a Milano, Museo della Scienza e della Tecnica. Vale la pena solo di citare la relazione del dottor Luigi Morandi, vice presidente della Società Chimica Italiana, quindi non solo gli ingegneri, i chimici si preoccupano di questi argomenti, il presidente della sezione lombarda di questa Società Chimica Italiana, sottolineo, appunto, questa specificità, esordisce il dottor Morandi: "L’acqua industriale è una grande ammalata", quindi si compiace, nella sua relazione, che queste varie associazioni culturali siano unite per promuovere e favorire un’aperta discussione sotto gli aspetti della utilizzazione e lo scarico delle acque di industria e sottolinea: "I mezzi tecnici per la depurazione delle acque di rifiuto, sono oggi perfettamente conosciuti. Il problema quindi è essenzialmente economico e può essere agevolmente risolto specialmente quando si può contare su sovvenzioni statali o regionali". Ecco la prospettiva: pubblicizziamo, coinvolgiamo i politici, il problema c’è, dobbiamo risolverlo, dateci i soldi. Il problema è economico, non è tecnico, non è culturale. Proseguo leggendo la relazione del dottor Morandi: "Un’obiezione frequente da parte dell’industria è che la depurazione delle acque è troppo costosa perché essa possa sostenerla. A ciò si può rispondere che un’azienda che non è stata capace di risolvere il problema delle sue acque di scarico, è mal condotta o male organizzata e che anche ammettendo obiettivamente le gravi difficoltà di certi tipi di industria, non si può prescindere dall’ovvio principio che chi preleva dell’acqua e la lavora, deve restituirla alla comunità in uno stato tale che essa non possa nuocere a chi sta a valle". Sottolineo questo passaggio perché poi è, se voglio, la linea conduttrice, cioè non fa altro che dire, col buon senso dell’uomo..., quello che poi la legislazione sostanzialmente dirà, ripeterà e da cui possiamo ricavare i parametri e i concetti di peggioramento delle acque, di effetti e di non effetti di danneggiamento o di disastro che non ha una certa immissione o un’altra. Sottolineo ancora che le industrie in difficoltà non possono essere certo pensate come industria del tipo Montedison, per non dire poi ENI, sovvenzionate direttamente con denaro pubblico, anche a prescindere dalle specifiche sovvenzioni statali o regionali sugli impianti di depurazione. Comunque proseguiva il dottor Morandi: "Un consiglio prezioso per gli stabilimenti che sorgono, è quello di prevedere, fin dal progetto iniziale, la costruzione di un adeguato impianto di depurazione delle acque di scarico, ciò consentirà un risparmio assai notevole", pagina 1164 della rivista "La chimica e l’industria", non sto parlando di scienziati chiusi nei loro laboratori, volume 42° numero 10, ottobre 1960. Quindi quando la Montedison realizza degli impianti in cui non è previsto alcun depuratore, un depuratore viene aggiunto poi e solo in parte copre, continua a gestire impianti che non lo hanno fino al loro esaurimento, pensiamo al CV11, capiamo che non abbiamo un problema di carenza culturale o di tecnologia disponibile, è una scelta imprenditoriale di rischio che ovviamente conta su un’impunità successiva che in effetti è stata garantita finora. Come si vede la cultura c’era, così come i mezzi tecnici per la depurazione delle acque reflue delle industrie e tutto questo era ben noto alle industrie chimiche italiane e non solo straniere, Montedison, ovviamente, in primis. Pertanto, l’impianto di trattamento chimico, fisico, biologico attivo dal ’78 secondo il professor Foraboschi, anche con questa retrodatazione, che fa sorridere, di un paio d’anni, doveva entrare in funzione vent’anni prima, tanto che i mezzi tecnici per la depurazione delle acque di rifiuto erano conosciuti a questo convegno pubblico del ’60. Quindi su questo punto proprio è la prospettiva, Giudici della Corte, che va cambiata; non si possono vedere le cose, i fatti, se si vuole giudicare, con le lenti deformanti della parte o di una comoda nebulosa giustificazionista che manda in un passato che sembra lontano, solo perché è trascorso qualche decennio, un approccio, una insensibilità ai problemi che in realtà è solo della parte che la rappresenta, ma non è la cultura e la realtà e la consapevolezza e la disponibilità tecnologica che effettivamente esisteva all’epoca, è solo un giustificazionismo ex post, che conta sul decorso del tempo, che conta sulle prescrizioni, che conta sul dimenticare le cose, sul fatto che le persone passano e magari, appunto, vengono meno. Seconda parte, vediamo adesso nel concreto l’impianto chimico, fisico, biologico SG31, questo depuratore che viene finalmente attivato e cerchiamo subito di cogliere... perché qui si va tanto a discutere di nesci con condotte omissive, ma vediamo di cogliere nella commissione, cioè nella realizzazione, nell’organizzazione, nella progettazione della struttura produttiva degli impianti, se c’è già, all’origine, una colpa... non toglie che vi sia una realtà commissiva che crea poi l’evento, che crea il rischio, che lo produce perché decide di organizzare in quel modo, in un contesto in cui poteva fare diversamente. Questa struttura, questo impianto SG31 è progettato, fin dall’inizio, per la sola biodegradazione delle sostanze organiche carbonacee. E qui leggo un teste della Difesa, degli imputati, che è il dottor Bruno Polo e penso che sia un fatto pacifico. Siamo solo a metà degli anni ’80 e l’azienda pensa di utilizzare parte di questa capacità disponibile (inc.) la portata delle acque reflue è diminuita, da 1600 ai 1200 metri cubi orari, pensi di utilizzare questa capacità disponibile anche per il trattamento di nuovo flusso contenente azoto ammoniacale ed organico, 60-80 chilogrammi ora, innescando, nelle stesse vasche biologiche, oltre al processo di ossidazione delle sostanze carbonacee, anche quella della nitrificazione dell’azoto. Quindi si aggiunge, a metà degli anni ’80, questa ulteriore attività di depurazione. Ma tutto questo è bene che rappresenti il massimo di impegno ambientalista di Montedison, lascia chiaro, perché risulta evidente dalla testimonianza dello stesso dottor Bruno Polo del 28 marzo 2001 e da tutta la documentazione degli atti, che comunque questo impianto di trattamento chimico biologico, non è, non era e non è in grado di trattare i composti organoclorurati e segnatamente le diossine e i furani, cioè i prodotti specifici del processo produttivo, i prodotti di processo, come si dice, il refluo di processo, il caratteristico del processo e non ci possiamo stupire quando poi leggeremo, nelle tabelle, nei bollettini delle analisi che sono proprio questi organoclorurati che alla fine, in qualche modo, canali interni o canali non interni, scarichi parziali o scarichi generali, lo vedremo, ma sono questi che alla fine (inc.) tabella, che alla fine, nello scarico finale, nello fiume finale che finisce in laguna sono sempre al di sopra delle tabelle, quando li si misura ovviamente. Possiamo rapidamente vedere le domande dell’Avvocato Baccaredda e qui sarò più rapido perché abbiamo già degli elementi sufficienti, perché questo è un dato pacifico che deve essere preso in considerazione, siamo a livello di progettazione e di gestione dell’impianto di depurazione che è già, ab origine, progettato in maniera insufficiente, viene esteso (inc.) comunque non resta in grado di trattare gli organoclorurati. E questo è l’impianto che poi viene trasmesso e accettato da Enichem. Siamo negli anni ’80; si conosce già l’inventario degli impianti, si conosce già la struttura organizzativa, non è solo chi l’ha progettato all’inizio, ma anche chi lo accetta e lo gestisce e accetta di gestirlo ulteriormente in questi termini. La domanda dell’Avvocato Baccaredda-Boi a Bruno Polo è proprio: "L’impianto nuovo era stato fatto solo per il trattamento delle sostanze organiche carbonacee e non per il trattamento dell’azoto". Domanda successiva: "Parliamo dei clorurati. L’impianto di trattamento che sappiamo entra in funzione dall’inizio degli anni ’80, dopo questo specifico trattamento c’era una confluenza di acque clorurate (inc.) biologico?", "No, le acque restavano al di fuori di questa linea di asserita (inc.). L’impianto biologico è un impianto che tratta le acque organiche, ma non è un impianto che tratta i clorurati". Quindi tutte le tesi poi distensivistiche dell’Avvocato Santamaria, secondo cui le acque di processo del CV22-23 sarebbero sempre state sottoposte ai procedimenti di strippaggio di clorurati e poi al trattamento chimico, fisico e biologico, non colgono nel segno perché, non solo non sono corrispondenti al vero, ma ignorano che fin dall’inizio questi impianti non trattavano le acque clorurate ma eventualmente altro tipo di acque organiche. E poi comunque non c’erano i CV10 e i CV11 che scaricavano neppure nel depuratore biologico e proprio lo si faceva per evitare che poi intasasse il depuratore e l’impianto biologico che non poteva trattare poi queste sostanze. Quindi è chiaro che un depuratore pensato male e progettato in modo insufficiente, se poi lo carichiamo di ulteriori immissioni neppure pretrattate. Però questa è la base di partenza, è una commissione, non è una omissione, vi è una commissione bella e buona, cioè si decide di produrre in quel modo, con quella progettazione, con quell’impianto a quella data e fin dall’inizio si sa che si elimina una parte essenziale dei reflui di prodotto specifici del processo, proprio dalla possibilità di essere trattati. Vediamo Enimont, Anic che conoscenza ha di questo; allegato 7. È talmente grosso questo fatto che giustamente l’acquirente, che già ha la gestione dell’impianto, le scelte di assunzione, di gestione, etc., con compatti preliminari al formale trasferimento, contesta, appunto questo trattamento delle acque clorurate e riconosce che tra le sostanze organiche presenti nelle acque reflue che sono di natura difficilmente biodegradabile (inc.) consapevole che composti organici clorurati..., il dicloroetano, il tetracloroetano, etc., etc. Questi prodotti devono da essa essere rimossi per rispettare i severi limiti imposti dalla legge speciale per la laguna di Venezia, in considerazione alla loro nocività, 1991, maggio. È ovvio che se l’impianto è sempre quello, il trattamento di questi prodotti, che sono particolarmente nocivi e tossici, che si sa che sono in violazione della legge, quindi non c’è solo la consapevolezza del fatto, c’è la consapevolezza della illiceità penale del fatto addirittura, viene accettata comunque e si procede con la produzione, proponendosi il buon obiettivo ovviamente di eliminarli in futuro. L’impianto in funzione dal giugno ’80 ed è in grado di trattare sino ai 120 metri cubi. Veniamo a questo impianto CS30 dedicato al trattamento di strippaggio delle acque clorurate. Questo sistema a blocchi riguarda impianti CS28 e SG31 oppure alla fine scarica direttamente in laguna come vediamo nell’allegato 8, nel sistema complesso a cascata, dei vari scarichi parziali, chiamiamoli così per il momento. Notiamo soprattutto che al CS30 non sono inviate le acque reflue clorurate derivanti dal reparto CV11; l’avevo già anticipato prima, cioè alcuni reparti più obsoleti, come CV11, che però continuano a proseguire fino al 1985, questo vale anche per il CV10, dove si produceva CVM da acetilene e acido cloridio, cioè i processi più vecchi, erano, fin dall’origine, escluse dalla possibilità di confluenza nel depuratore. Quindi il discorso obsolescenza, etc., etc., acquista un’ulteriore valorizzazione di questi effetti anche ambientali. Quindi diciamo che non è vero, come sostiene la Difesa, in particolare una memoria del giugno 2004, che ho già citato, non è vero che lo strippaggio dei clorurati fosse attivo già dagli anni ’70; è vero il contrario, signori Giudici, questo deve essere chiaro, perché non si può deformare, a questo punto, la realtà tecnica, la realtà di fatto, la realtà riconosciuta da chi subentra – abbiamo letto un documento Enimont – e riconosce che è necessità in futuro di provvedere a intervenire sugli organi clorurati. Sul CV11 l’ho già detto, salto per non ripetermi, ma diciamo che siccome il CV11, che pure era oltre ai limiti di vita sua, è andato avanti fino al ’85, quindi fino al primo periodo ENI, perché ormai la gestione era anche sua, il controllo sull’attivazione e le scelte erano anche sue e questo addirittura era escluso ab origine. Riassumendo: SG31 non era, fin dall’origine, in grado di trattare i composti clorurati, in particolare le diossine e quant’altro; le acque derivanti dall’impianto CS30, il trattamento viene inviato alla canaletta bianca e allo scarico SM15 e poi al canale Malamocco e Marghera e finisce in laguna; le acque di processo clorurare derivanti dal CV11, non passano lo strippaggio neppure del CS30 e quindi evidentemente vanno subito in laguna. L’intervento per le acque di processo del CV22-23 diciamo che sono più recenti; non è vero che siano sempre stati sottoposti al trattamento di strippaggio, perché solo da quando si attua dopo il giugno ’80 quel nuovo impianto, ciò si può dire avvenga, ripeto, solo limitatamente al CV22-23. Fatta questa prima trattazione più tecnica, cercherò di essere sintetico nell’analisi della prima questione della diluizione dei reflui, secondo sul concetto di peggioramento. Qui abbiamo da confrontarci con delle condotte e con degli eventi; condotte inquadrabili come violazione o meno di una norma agendi per la qualifica colposa degli eventi, che dobbiamo individuare secondo parametri di legge certamente, non secondo parametri di interesse o di prospettive soggettive come quelle che, appunto, hanno retto la lettura degli obblighi di progettazione e attivazione degli impianti di depurazione che prima abbiamo (inc.). Nella sentenza del Tribunale, mi riferisco alle pagine 717 e 725, sostiene una tesi che è palesemente contraria alla giurisprudenza della Cassazione, senza che si citi una massima della Cassazione, andando semplicemente ad una lettura fuorviante, ad una lettura diretta della norma che non ha alcun pregio dal punto di vista sistematico, perché ignora quello che è il chiaro scopo della disciplina della Legge Merli, che prendiamo come punto di riferimento perché in questa struttura (inc.) poi la legge speciale su Venezia, salvo per la diversità di limiti tabellari e di tempi di applicazione, ma che diciamo ha la stessa struttura di disciplina. Il punto fondamentale è che questo sistema di tutela dell’ambiente, criticabile, discutibile, non so, non ci interessa, comunque (inc.) vigente regola di condotta all’epoca, si basa su un sistema di limiti di concentrazione degli inquinanti; i limiti di concentrazione stabiliti in opportune tabelle, che sono soggetti a revisione e quant’altro, ma che sono limiti di concentrazione massima, che non possono essere superati in alcun caso. È una scelta precisa, chiara, che può essere criticata in un senso o in un altro, che sicuramente è un privilegio, diciamolo pure, è un privilegio forse anche giusto, io non mi scandalizzo che l’impresa consegua il profitto, anzi mi scandalizzo di più quando imprese pubbliche magari conseguono fini diversi e meno trasparenti, però la cosa sicura è che deve rispettare la normativa in materia, perché il conseguimento del profitto sia legittimo. E nel momento in cui la legge si fonda sui limiti di concentrazione, lo fa proprio per consentire all’impresa, nel momento in cui il problema degli scarichi diventa grave e direttamente connesso all’aumento di produzione, di avere dei parametri, degli standard di certezza. È quello che il professor Stella continua ad auspicare, come se già non ci fosse un ordinamento. È chiaro che non possiamo imputare macroeventi, fatti giganteschi, tutto l’inquinamento della laguna inteso come degrado materiale e fisico naturale, perché è difficile accertare la causalità, qual è la partecipazione, qual è la colpa, cerchiamo di dare dei parametri di certezza, sarà un livello minimale, sarà discutibile, ma in realtà è un privilegio, io dico, perché gli do una certezza e gli dico: "Guarda che se tu stai fino a lì sei nel lecito, se vai oltre però sei nell’illecito evidentemente, perché è un privilegio e basta, ti do dei parametri di certezza, puoi inquinare fino a lì, in pratica", però il parametro è la concentrazione. È una scelta che è radicale, nel senso che una volta presa la concentrazione, non posso saltare su altri parametri, saltare magari, appunto, su macroeventi, che mi creo io, tipo il carico inquinante reale di un anno, perché non di dieci anni, perché non un mese, perché non di una settimana o cose che inventiamo al di fuori della legge. La legge ha stabilito che la norma agendi, per dare certezza, pur con tutte le proroghe, quant’altro, per dare certezza al comportamento proprio imprenditoriale economico (inc.) bilanciamento, poi vedremo quanto è felice, non importa, è il limite di concentrazione, punto, è la prospettiva questa. Quindi non si tratta di fare medie o di fare altri criteri che riguardano il carico o quant’altro. Quando la legge ha voluto, diversamente, prendiamo l’ipotesi, per esempio, l’inquinamento atmosferico, quando la legge ha voluto scegliere un altro criterio e cioè forse proprio per la diversità del medio ambiente in cui si va a toccare la maggior volatilità evidentemente che c’è in atmosfera e quant’altro, ha voluto introdurre criteri diversi dalla concentrazione nel singolo scarico, anche istantaneo, lo ha fatto espressamente e ha stabilito ovviamente dei limiti di concentrazione più bassi in relazione a delle medie che fossero più alte e quant’altro. Sono scelte, ma comunque sono scelte tassative e vincolanti, che non possono vincolare solo nel senso che ci garantiscono fino a quel limite e poi però, se si va oltre, si resta comunque impuni, perché si trovano degli altri eventi di riferimento. Fatta questa premessa di carattere generale, mi pare che su questo punto la prova che il limite previsto, che il valore limite evidentemente dipende dalla concentrazione e anche da altri fattori, non può essere sostitutivo o assorbente dalla concentrazione, proprio perché un valore limite ipotetico, assoluto di media, deve valutare tanti altri fattori che il sistema non ha previsto di considerare o non ha previsto perlomeno di considerare, ha previsto, a volte, di evidenziare, sull’oggetto di indicazioni obbligatorie, richieste di autorizzazione, ma non ha, su quelli, parametrato dei criteri di liceità, di norma di condotta. I valori di concentrazione, appunto, se noi li vediamo, invece, nella legge sull’emissione atmosferiche, sono correlati quando diventano concentrazione media invece che concentrazione di punta, correlati, appunto, alla presumibile quantità che se vi va ad accumulare poi dell’inquinante. Non so se sia visualizzabile la tabella, comunque è inutile adesso perdere tempo sull’Art. 8 del D.P.R. 322 del ’71, basta andarlo a vedere e vedete subito che se c’è una concentrazione di punta, accanto ad una concentrazione di media, le concentrazioni sono ovviamente diverse, primo punto, sono ovviamente più basse quelle medie, perché è evidente, quella di punta è più alta. Secondo punto: c’è un’indicazione di durata, proprio perché è variabile, il criterio della concentrazione media non può stare in piedi da solo e deve correlarsi in termini autonomi, distinti dalla concentrazione di punta, dalla concentrazione massima. Questo è l’assunto che, mi pare, risulta dal sistema e dall’analisi anche con altre discipline al di fuori di quella idrica che ci interessa oggi. Non possiamo quindi, in una legge che invece sceglie, come la Merli e come quella di Venezia, di stabilire solo la concentrazione massima, solo il limite, perché solo quello è stabilito, il limite massimo di accettabilità, di contaminazione, chiamiamolo come vogliamo, non possiamo pensare di inserire altri elementi che non ci sono e soprattutto inserire altri elementi per superarlo, oppure per fare considerare lecita una condotta che non lo è, perché il punto poi è questo alla fine, perché l’effetto giuridico è che questi altri parametri che vengono inseriti (inc.) portano il Tribunale a far considerare lecita una condotta che invece non lo è, perché supera quel limite che è lo standard di comportamento che vuole dare certezza all’industria stessa, che almeno, nel momento in cui ha questo vantaggio di riferimento, poi si assume la responsabilità nel caso in cui lo supera o si assume il rischio di averlo superato. Invece no, c’è l’impunità anche in quest’altro versante, perché allora, a quel punto, lo standard lo si annacqua con altri criteri. Diciamo subito che da questo punto di vista abbiamo addirittura una piena consapevolezza, se vogliamo andare avanti sul discorso della colpa, di questa situazione da parte di ENI, di Enichem, della Montedison, basta vedere la lettera del 26 giugno del 1991 del Presidente Enichem, che vediamo sottoscriverla con una serie di allegati che fanno parte integrante e unitaria del documento che inviano come diffida, come intimazione alla Montedison, sono agli atti dal 554 al 580, che è sola una (inc.) stragiudiziale sul fatto che i vertici di tutte queste società, erano perfettamente a conoscenza e consapevoli del fatto che i reflui idrici inquinanti, scaricati dai cicli produttivi del petrolchimico, venivano scaricati in laguna in violazione della legge o attraverso la diluizione degli stessi. L’allegato 14, questa lettera riservata, al punto primo dice: "Interventi e limiti (inc.) degli impianti concorrono a formare lo scarico 8 e lo scarico 9, il cui adeguamento è ora assicurato solamente attraverso (inc.) non ammissibile", questa è la prima contestazione. Secondo: "Recupero nitrati da acque TDI e razionalizzazione circuito acque clorurate, scarico 15, ciò al fine di assicurare allo scarico il rispetto dei limiti della legge speciale di Venezia senza la diluizione". Non stiamo parlando di scarichi in contestazione, cioè questi scarichi sono proprio gli scarichi che il Tribunale, nella sua perentoria scelta di quali scarichi sono soggetti alla disciplina tabellare e quali no, ha individuato come soggetto di disciplina tabellare, perché questo poi è un altro punto, di vedere la disciplina degli scarichi parziali, ma il Tribunale dice chiaramente, nella sua motivazione, pagina 718 e seguenti, dice: "Gli scarichi ritenuti al rispetto dei parametri di accettabilità sono quelli (inc.) SM15, SM7 e SM8", quindi siamo completamente nell’ambito degli scarichi che il Tribunale stesso ammette che comunque su questi non si discute (inc.) se sono rispettati i limiti di accettabilità senza diluizioni ulteriori su questi. E invece c’è scritto espressamente: scarico 8, scarico 9, scarico 15. Su questi non siamo in regola. Siamo consapevoli, noi ENI, noi Enichem, non solo Montedison, siamo consapevoli che siamo al di sopra e il rispetto apparente è assicurato solamente attraverso la diluizione non ammissibile. Anche qui c’è la coscienza della antigiuridicità, possiamo anche aggiungere addirittura penale, se ne fosse bisogno, del proprio comportamento e della propria condotta, quindi è una colpa addirittura gravissima, una colpa cosciente della violazione della norma prescrittiva di legge. Come viene aggirato questo (inc.)? Il Tribunale lo aggira sostanzialmente dicendo: "ma qui non siamo in ambito di fattispecie contravvenzionale della Legge Merli, qui siamo in ambito di contestazioni più ampie che riguardano, appunto, il disastro innominato, che riguardano l’avvelenamento e i reati di pericolo contro (inc.) colposi che vengono contestati", colposi o dolosi, perché qui non c’è problema di consapevolezza, come mi pare di aver dimostrato. Diciamo subito che su questo punto la sentenza muove da un presupposto giuridico completamente in contrasto con la giurisprudenza e completamente in contrasto con la legge, nel senso che la giurisprudenza, per quel che riguarda il punto diluizione è chiara nell’interpretare la normativa della Legge Merli. La normativa della Legge Merli, l’Art. 9 in particolare ci dice che in tutto il territorio nazionale viene stabilita un’unica disciplina degli scarichi basata sulla prescrizione per gli stessi dei limiti dell’accettabilità e gli scarichi, appunto, sono quelli che nel terzo comma si specifica, della lettera 1A, rispetto a cui va effettuata la misurazione a monte del punto di immissione nei corpi recettori, che sono quelli di qualsiasi tipo pubblici e privati, diretti e indiretti, su tutte le acque, in tutte le acque superficiali, etc., etc., acque, a loro volta, pubbliche e private, nonché fognature. Quindi l’idea che lo scarico anche in qualsiasi fase indiretta, diciamo, di immissione nei corpi recettori... perché poi ormai non si controllano più, questa è la logica... effettuato lo sversamento del refluo, il refluo non è più gestibile, non è più controllabile, non è più trattabile nella stessa maniera in cui lo si può fare alla fonte, lo scarico già in quel momento ci deve essere il controllo sul refluo di produzione, sul refluo di progetto. E nel comma 4 ci dice: "I limiti di accettabilità non potranno, in alcun modo, essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo". Su questo punto, la sentenza del Tribunale è palesemente in contraddizione con la giurisprudenza, perché interpreta quel "esclusivamente allo scopo di diluire", appunto, come una necessità di una sorta di fraudolenza soggettiva, evidentemente, credo di capire, che non è assolutamente conforme alla giurisprudenza, perché il divieto di diluizione è in ogni caso e "esclusivamente allo scopo", cioè viene interpretata la giurisprudenza, giustamente, rispetto al sistema che ho cercato semplicemente di richiamare, viene visto come scopo obiettivo, come funzione di diluizione, non è lo scopo fraudolento del (inc.) è una norma amministrativa, figuriamoci se interessa un dolo intenzionale di frode. Qui, quel "esclusivamente allo scopo" è lo scopo obiettivo, la causa carneluttiana dell’agire, cioè quando la funzione della contaminazione di acque diverse, porta alla diluizione. Questa è perlomeno l’interpretazione giurisprudenziale. Il Tribunale non si confronta minimamente con la giurisprudenza. Io ho fatto una ricerca, ma è facilissimo trovare... perché è proprio pacifica la pronuncia della Cassazione ’99, ’94, ’93, ’98 e poi Pretura, Mantova, Rovereto e quant’altro negli anni ’80, etc., (inc.) a dirci che proprio quello che il Tribunale rimprovera all’Accusa, di aver avuto un’interpretazione assoluta, che fosse assolutamente vietato qualsiasi diluizione come in contrasto con questo comma 4 che invece dice: "No, solo la diluizione esclusivamente allo scopo è vietata", invece no, proprio la Cassazione ci dice: "No, in ogni caso è vietata la diluizione" e lo motiva, appunto, proprio perché bisogna, in questo sistema di limiti di accettabilità, anche istantanei, cogliere il contenuto del refluo del ciclo produttivo, cioè il refluo del processo, quello va colto alla fonte, proprio perché non possiamo garantire un controllo a valle, non siamo in grado di fare il bilancio delle acque complete, non siamo in grado poi di convogliare, è il refluo, il ciclo, lo specifico refluo del ciclo di processo che va controllato a monte, a monte dell’immissione nel corpo recettore, anche interno, anche nello scarico indiretto, perché l’Art. 9 richiama l’Art. 1 lettera A che parla dello scarico indiretto, anche privato, anche le fognature, tant’è vero che abbiamo avuto anche giurisprudenza (inc.) su questo, salvo le discipline speciali, ad hoc, etc., etc. Adesso non posso leggere tutte queste sentenze, però se voi avete la volontà, come avrete sicuramente, di controllare la giurisprudenza dominante, stupisce la univocità nel dire che al fine della determinazione dell’ammissibilità (inc.) di inquinamento, contenuta entro i limiti determinati, così come previsto dall’Art. 9, sono vietate tutte le forme di diluizione dei reflui di ciclo produttivo, con scarichi di acque adoperate per fini diversi, volte ad impedire che gli standard fissati dalla legge siano fittiziamente abbassati. Il campione rappresentativo dello scarico, è quello dello specifico processo produttivo, prescindendo dalle acque di lavaggio e di raffreddamento. Questa è Cassazione, Sezione Terza, 1 ottobre ’98. Altre sentenze, via via, specificano che non sono solo le eccezioni esplicitamente indicate poi nel successivo comma sesto e settimo, cioè acque di raffreddamento e acque di lavaggio, ma anche altre acque, pur provenienti dallo stabilimento, non devono confluire, perché portano – ripete la Cassazione – ad un abbassamento solo fittizio dei limiti tabellari e parla di acque utilizzate a scopo energetico, si fa il caso di una turbina per produrre energia elettrica prodotta in proprio, Cassazione 17 febbraio ’88, si parla di acque relative a servizi igienici, Cassazione 27 gennaio ’88, di caldaie, pur provenienti dal medesimo stabilimento, ancora la stessa sentenza del 27 gennaio ’88, si parla di acque meteoriche dei servizi, qui è la Pretura di Mantova dell’aprile ’91, oppure più in generale, 2 marzo ’99, si parla di qualsiasi diluizione che porta alla confusione tra scarichi produttivi, civili, fognari, di depurazione e quant’altro. Cioè è proprio questa specificità che è richiesta dal sistema della concentrazione, che va colta al punto di scarico direttamente dal processo specifico produttivo, dalla produzione del refluo. Il sistema si (inc.) su questo. In punto di diritto, non solo per le (inc.) per l’impianto sistematico, il punto di diluizione è fondamentale. Il Tribunale, su questo punto, ignora la Cassazione, segue la sua interpretazione in chiave soggettivistico intenzionale di fraudolenza in quello scopo esclusivo e non si confronta affatto col la realtà del sistema che, ripeto, fa riferimento allo scarico prima per cogliere il refluo prodotto dal processo. Su questo si lega poi direttamente l’ultimo punto che sostanzialmente tratto, cioè quello del peggioramento o no dell’ambiente idrico, in cui viene ravvisato secondo l’Accusa e deve essere ravvisato, a nostro avviso, correttamente, l’evento dei delitti di disastro, dei delitti che dicevamo prima, non dei reati puramente contravvenzionali, ma dei delitti contestati e che giustamente viene, nella tesi accusatoria, ma non è la tesi più ormai... cioè è strano che il Tribunale, che ammette, tra l’altro, come pacifico quanto adesso richiameremo brevemente e poi continua a prospettare come tesi quella che è la realtà di fatto, cioè la realtà di fatto pacifica, anche per i consulenti della controparte, dopo la produzione di tutti quei bollettini dei prelievi interni, pur finalizzati ai fini di gestione, non ci importa niente, sono prelievi fatti dalla stessa ditta, che dimostrano l’entità, il numero, la quantità, la diversità di punti di prelievo in cui avviene il superamento di questi limiti di concentrazione, è un punto pacifico di fatto, non solo nel dato tabellare di dire: "Ma hai superato, sei in contravvenzione", no, è pacifico il fatto della sistematicità che si collega alla mancanza di impianti predisposti a monte per depurare quegli organi clorurati. Perché se noi analizziamo... adesso pregherei di riprendere un momento la tabella 22, vedere che la sistematicità di questi superamenti è proprio ciò che distingue il semplice reato contravvenzionale della Merli, sia pere nell’ipotesi di evento del terzo comma dell’Art. 21, dai delitti che si contestano, perché questo fatto viene completamente ignorato, pur essendo pacifico, viene visto come tesi di Accusa, quando invece è una realtà macroscopica che dura dieci anni, quantomeno, che si radica su una colpa originaria commissiva nella progettazione e nella realizzazione dell’impianto, che si mantiene nel passaggio da Montedison a ENI ed Enichem, e che assume i caratteri di un sistema per risparmiare sui costi, per mantenere ai limiti massimi di produttività, gli impianti obsoleti che abbiamo visto, con totale incuria di una riprogettazione, di un rifacimento del sistema e dell’organizzazione di tutta la filiera produttiva. Vediamo la tabella 4H dell’anno ’81, allegato 15. Si tratta dello scarico SM2, controllato 49 giorni su 365, per cui, fra l’altro, abbiamo anche una parziale verifica soltanto. In questi 49 giorni, il superamento dei parametri di legge avviene per 44 giorni, cioè nel 92% del tempo e il parametro è sempre: composti organici clorurati. Cioè non è caso ovviamente, mancava l’impianto per questi reflui. Lo scarico SM15 è controllato 48 giorni, 19 dei quali, il 40% del tempo, esso risultava eccedere i limiti di legge per i composti organici clorurati, 19 volte, per i solventi organici (inc.) per cinque volte. Tabella 4K, anno ’82, scarico ancora SM2 controllato 87 giorni su 365, anche qui, in questi 87 giorni, per 63 giorni si superano i parametri di legge, cioè il 72% del tempo. E qui, appunto, il valore parametro che cede è il composto di organici clorurati (inc.) su 63. SM15, 87 giorni controllati, 8 di questi, il 9%, siamo più bassi, ma comunque è sempre significativo perché solo di questi sappiamo, cioè 7 volte su 8... i composti organici clorurati. Scarichi presi nel ’92, tabella 4Q; SM2 controllato 125 giorni su 365 e qui il superamento è di 45, cioè il 36% del tempo di quello controllato e il parametro è composto da organici clorurati (inc.). SM15 Controllato 123 giorni, 7 di questi, il 6% del tempo, eccede i limiti di legge. SM15-16, che diventerà SM22, controllato 245 giorni su 365, qui il controllo è anche significativo, in 73 giorni eccede i limiti di legge e siamo nel ’92, cioè non siamo negli anni ’70, quando non c’era la cultura ambientale, cioè siamo nel ’92, quando è già subentrata ENI, cioè quando è subentrata, voglio dire, il campione della tutela ambientale e della tutela della sicurezza del lavoro. Qui siamo al 30% del tempo controllato, che è sempre il tempo controllato che la ditta ha deciso di controllare. Il parametro è composto di organici clorurati in 32 casi, pari al 12% dei campioni di questo periodo. Nell’anno ’93 c’è qualche piccolo miglioramento, però se vediamo SM2, controllato 242 giorni su 365, per 31 giorni, cioè il 13% del tempo, siamo fuori parametro. I valori più frequenti: composti organici clorurati 29 volte su 31 e quindi il 15% è il totale dei controlli effettuati. SM15 controllato 235 giorni, 5 di questi, il 2% del tempo, o eccede i limiti di legge. Torniamo al SM22, che era già SM15-16, controllato 213 giorni, in 16 eccede i liti di legge, il 7% e sempre composti organici clorurati superano i limiti di ben i campioni, quindi il 4% dei campioni del parametro. Questo, signori Giudici, è un fatto enorme, che è provato documentalmente su dati dell’azienda, su dati parziali dell’azienda che provano un fatto enorme, che fino al ’93 la situazione sarà migliorata, ci sarà stato un piccolo miglioramento, vorremmo ben vedere, ma la gestione è sempre quella; quelle carenze originarie non sono state eliminate, sono state attenuate e si continua a produrre in questo modo. La condotta è sicuramente al di fuori degli standard, pur di certezza (inc.) per garantire la (inc.) alla sua fascia di inquinamento lecito, di rischio consentito, di accettabilità. Siamo al di fuori dell’accettabilità, questi sono limiti di accettabilità, che un brutto termine equivoco, ma che ci dà un inquinamento... si va oltre l’inquinamento consentito. Allora quando siamo a vedere nella tabella 4X, se voi volete controllare, nelle ultime due colonne c’è un dato riassuntivo che è impressionante, perché mettendo in fila tutti questi vari dati che vi ho letto... tra l’altro, ripeto, intercettiamo scarichi pacificamente... su cui non c’è neanche la discussione se sono scarichi parziali, su cui poi si diffonde il Tribunale, perché lo stesso Tribunale ci dice, in una parte che vi ho letto, che quelli sono gli scarichi che vanno comunque controllati nei limiti di accettabilità, voi vedete le percentuali di frequenza del superamento che non deve mai esserci, perché la legge della concentrazione massima presuppone che non ci debba mai essere. Quindi parliamo di frequenza percentuale del superamento, che è sistematico in ogni controllo e non è l’1% occasionale o accidentale e si connette ad una causa commissiva che abbiamo già, all’inizio, illustrato, che è, appunto, la progettazione, ab origine, di impianti senza depuratore o con depuratore che non tratta quella filiera derivata dal processo di produzione dicloroetano. È chiaro che tutte le affermazioni di Foraboschi che ci parlano di correnti parziali, che si immettono nel SM11, che (inc.) etc., etc., sono tutte, per carità, difese strumentali, ma un Giudice non può farsi mettere le lenti della parte che, ovviamente, sistematicamente, produce per anni questo che poi alla fine conta sul tempo, sull’impunità, sulla prescrizione, su quello che si vuole, o sulla cecità. Quello che risulta importante è leggere i documenti che ci sono e abbiamo, proprio dalle stesse ammissioni pacifiche, perché i dati non vengono contestati, perché provengono dalla ditta, che non sono, come invece dice Foraboschi, non sono rispettati i limiti di accettabilità stabiliti dal D.P.R. 962 del ’73. È vero il contrario, sono infondate. Perché il Tribunale le segue? Perché ritiene... qui c’è l’affinamento, il Tribunale,un certo punto dice: "Questi dati grezzi vengono finalmente affinati dal professor Foraboschi", che dà un’interpretazione, diciamo, geniale dal suo punto di vista, ma un giurista non dovrebbe cascarci, cioè crea un qualcosa che nella legge non c’è, crea un macroevento, che sarebbe la media annua, che viene chiamata, in tutta la motivazione del Tribunale, il reale carico inquinante, usa questi aggettivi stranissimi, cioè improvvisamente questa media annua, che è quanto di più inesistente possa esserci per un giurista o anche per un tecnico, per uno scienziato dell’ambiente, perché non dice niente di cosa sia una media annuale se non è definita nei parametri, nei limiti del suo valore o nel suo impatto, ecco, questo evento evanescente creato dall’ingegnosità di Foraboschi, diventa il carico inquinante reale, diventa il carico inquinante effettivo, diventa l’evento su cui commisurare se c’è o non c’è disastro, se c’è o non c’è avvelenamento delle acque. Ma siamo fuori strada, perché la legge, in tutto il suo sistema, parte da eventi, anche nelle fattispecie che poi aggiungono alla condotta, l’evento, da eventi sempre in chiave normativa, ma per forza di cose, perché qui siamo in questo buffo gioco dell’incudine e del martello, per cui da un lato si dice: "No, ma tutti questi eventi, la società del rischio, non si sa chi siano, non potete imputarci, usiamo il diritto amministrativo, siamo imprenditori, agiamo per il bene della collettività", quando negli anni ’60 già si diceva chiaramente: "Guardate che se producete danni siete comunque in debito anche se i vostri prodotti sono maggiori"... e dall’altro però, quando l’evento si specifica normativamente, ha dei parametri, ha delle linee di demarcazione che sono controllabili con l’analisi, con la condotta, con la misura preventiva, quando diventa gestibile nella sua causalità, perché superare o non superare i limiti una, due, dieci volte all’anno è controllabile, ecco che in quel punto non è più quello l’evento, diventa quello che si dice che non possiamo controllare di fronte, perché fa comodo avere un evento che non si può controllare, di fronte al fatto che violiamo le condotte tassative, piccole e produciamo i piccoli eventi e il superamento tabellare. Ma se questo avviene sistematicamente, se questo avviene in maniera correlata all’organizzazione produttive e alle scelte di gestione dell’impresa, questo è il disastro, questo è il pericolo concreto per l’incolumità pubblica. È pur sempre un reato di pericolo. Che reato di evento andiamo a cercare? È un evento, sì, di pericolo concreto, sono convinto, perché c’è l’inquinante, è al di sopra del rischio consentito, è sistematico, è ripetuto, è incontrollato, per le parti stesse, che lo vediamo, è al di fuori di qualsiasi possibilità di conteggio e diventa addirittura, questa impossibilità di conteggio, un elemento di giustificazione rispetto al bilancio complessivo delle acque, che si può sempre dire, ma in fondo poi non sappiamo, nel carico complessivo, quale sarebbe l’effetto e questo macroevento ci viene contrapposto a quelli che invece ci possono e ci devono essere imputati, perché lì abbiamo la possibilità, la prevedibilità, la esigibilità di una condotta che li eviti questi piccoli eventi che si accumulano. Allora, su questo punto, signori Giudici, io credo che questa Corte debba veramente dare un punto fermo, dare una giurisprudenza che, in linea con quella della Cassazione, su quello che riguarda (inc.) indichi anche una distinzione seria fra contravvenzioni e delitti, ma senza dimenticare che il sistema è un sistema giuridico normativo imperniato sul criterio della concentrazione dello scarico a piè di preciso, sul refluo prodotto, sul refluo di processo. E quindi non si può sostituito a quello che è l’oggetto della contestazione. Certo, come giurista rabbrividisco anch’io a vedere un termine "disastro" o altro disastro, sapendo che è un grave pericolo per l’incolumità pubblica con effetti diffusivi per un numero indeterminato di soggetti, però la giurisprudenza (inc.) parlo, per esempio, di rottura delle condizioni di sicurezza, quindi si può anche determinare. Questo è un problema della legge generale, per carità, tutti siamo per la tassatività, però non per una tassatività strumentale, non che ci esima da delle scelte, da delle decisioni cui la giurisprudenza è tenuta, cui il giurista è tenuto. Se si può arrivare, in via interpretativa, ad una tassitivizzazione della fattispecie, lo si deve fare, non è che lo si può fare. Se il pericolo dell’incolumità è connessa alla rottura... e leggo dal Codice commentato del professor Stella, condivido i nove decimi, direi, di una certa cultura garantista, però non mi va la strumentalità e non mi va soprattutto l’illusione dei dati della realtà. Quando io vedo che lo sforzo interpretativo ci consente di vedere, nella rottura delle condizioni di sicurezza, una concretizzazione del concetto di disastro, pur così evanescente, e lì la creazione del pericolo per l’incolumità pubblica, data da questa sistematicità fattuale del superamento dei dati tabellati su cui si impernia il sistema di controllo e di sicurezza, io lì non posso negare che c’è un disastro, che c’è il disastro, sia pure innominato, perché è un fatto molto concreto, signori Giudici, e a questo non posso contrapporre per un’assoluzione, non posso contrapporre questo fantomatico carico di inquinamento ammissibile che è frutto di una moltiplicazione del massimo di concentrazione, quindi un parametro che – ripeto – deve vivere da solo, non può vivere con altri, tra l’altro, per un anno. Ma perché, allora mi sono chiesto, per un anno? Ma facciamo per un mese, allora, se vogliamo, o facciamo per dieci anni, così almeno possiamo compensare le malefatte degli anni ’80 con l’ottima gestione degli anni 2000. Facciamolo nell’arco della vita dell’impresa forse, probabilmente, che recuperiamo alla fine, ci pentiamo e recuperiamo il danno che abbiamo fatto all’ambiente. Ritorno alla Legge Merli ancora un secondo. Se la legge ci dice, nell’Art. 25 in regime di non applicazione dei limiti... cos’è che ci dice la legge nell’Art. 25 transitorio, per capire lo spirito? "Occorre prendere tutte le misure necessarie, in attesa del momento in cui diventeranno applicabili i limiti, sempre prorogati, tutte le misure necessarie per evitare un aumento anche temporaneo dell’inquinamento". Quindi la logica è della conservazione dei corpi idrici e abbiamo una giurisprudenza che ci dice, per esempio, che anche nel caso di acque... ma ce lo dice anche la legge nell’Art. 9 prima e poi la giurisprudenza lo ribadisce, cioè che anche nel caso di acque che vengono prelevate... al comma quinto, che vengono prelevate già inquinate, sostanzialmente che possono essere usate, deve restare fermo che le acque devono essere restituite con le medesime caratteristiche qualitative e senza maggiorazione di portata allo stesso corpo idrico dal quale sono state prelevate. Questo è, se vogliamo passare dallo standard del singolo scarico, allo standard obiettivo, questo è... che si deve quantomeno... ripeto, comma quinto dell’Art. 9, Art. 25 (inc.) in regime di non applicazione dei limiti tabellari, sono due ipotesi sostanzialmente parallele in cui si sceglie un parametro diverso del limite tabellare, non è che si moltiplica il limite tabellare di concentrazione per un’entità indefinita di anni, di mesi o di giorni, ma si dice che il parametro diventa: rispettare le medesime caratteristiche qualitative e senza maggiorazione di portata nello stesso corpo idrico. Quindi senza un aumento, neppure temporaneo, dell’inquinamento. Il che significa che se questo non si rispetta, c’è il peggioramento del corpo idrico. Non mi interessa che sia dentro i limiti, enormi fra l’altro, di una moltiplicazione annuale dei singoli giorni in cui potrebbe stare al limite della concentrazione massima. È un altro criterio: io ho peggiorato (inc.) delle acque proprio perché non ho mantenuto quelle e l’ho fatto attraverso una serie di plurime violazioni e di plurimi superamenti che sono il parametro di riferimento della illiceità penale. Ho parlato degli scarichi del petrolchimico. Un ultimo accenno agli scarichi di Montefibre. Anche qui abbiamo un discorso completamente parallelo. Le violazioni della legge sono, anche qui, documentate, non sono tesi della Pubblica Accusa. "Attualmente, in riferimento alla legge speciale per Venezia – scrive la Montefibre – le acque di scarico del collettore generale delle parti VT, produzione della fibra vinilica, risulta fuori norma per BOD5, COD, solidi sospetti estratto etereo". Cioè anche qui la consapevolezza concreta della illiceità e della illiceità anche penale della propria condotta. Nelle figure a 61, 62, 63 e 64, che danno anche l’idea di questi grattacieli, perché in realtà lì è spezzata, ad un certo piano, la figura, perché non ci starebbe in proporzione; a sinistra vedete quello che sarebbe dovuto essere il parametro di rispetto, a destra quello che invece è il parametro riscontrato nelle acque di scarico del collettore generale delle parti VT della Montefibre. Quindi rispetto ad un limite di 50, siamo a 638 per il BOD; rispetto ad un limite di 150 siamo a 1230 per COD, rispetto ad un limite di 80 siamo a 237 per i solidi sospesi, rispetto ad un limite non maggiore di 2, siamo a 68 per l’estratto etereo. Questi sono fatti sistematici che nascono da quelle carenze iniziali di condotta, di progettazione e di commissione e violano sicuramente la legge penale e la legge speciale. Quindi non posso che insistere per l’accoglimento delle conclusioni prese già dal mio collega... Vorrei parlare brevemente della posizione di Terrin Ferruccio. Perché voglio dedicare alcune parole, signori Giudici, a questa posizione? Perché è una posizione che ho seguito io personalmente, quindi è quella che conosco, ma che è emblematica nell’atteggiamento purtroppo del Tribunale, della sentenza; ho fatto motivi d’Appello forse un po’ prolissi, rileggendoli, potevo scrivere meno e forse meglio, però credo di aver colto alcuni punti importanti. Terrin è un caso emblematico. Ha un curriculum lavorativo di questo genere: viene assunto come dipendente Montedison nel settembre 1970; viene addetto all’impianto esterno del CV11 per circa sei-sette mesi, quindi uno dei reparti più obsoleti e più dannosi; passa poi il CV22 per 24 anni; di improvviso, senza che prima ci sia stato nessun controllo, verifica medica e quant’altro, all’interno, il 29 marzo ’95 gli viene diagnosticato il fenomeno di Raynaud, più una ipertrofia epatica. Viene ricoverato; trasferimento immediatamente, quasi come un trasferimento di carattere disciplinare, di cui il Terrin ancora si lamenta, al reparto vendite e comunque sempre esposto a polveri, perlomeno fino alla fine degli anni ’90, perché da quelle sue deposizioni e anche dei suoi colleghi, appunto, risulta che le polveri PVC viaggiavano essendo in concomitanza con il magazzino. Questa posizione, imputazione quindi facile di lesioni colpose, perché il morbo di Raynaud è dal ’63 che si conosce e che è connesso causalmente alle sostanze come PVC e dicloroetano. La causalità viene accertata in sentenza per altre posizioni..., questa posizione viene ignorata. L’unica spiegazione è che il 2 marzo 2001, data della sentenza, non era ancora prescritta. Avrebbe rotto sicuramente il bel quadro, anche una sola condanna, il bel quadro dell’azienda che si era rigenerata negli anni ’73-’74, in cui, peraltro, il Terrin ha lavorato e ha lavorato sia con Montedison, sia con Enichem. Ebbene, il signor Terrin è da considerare importante, secondo me, non solo perché ha diritto a giustizia, ha diritto a sentirsi dire se il suo reato forse oggi sarà prescritto, non so, io credo che ci sia la continuazione, l’ho già scritto e mi richiamerò a quell’argomentazione, continuazione anche fra fattispecie colpose, ha diritto comunque a venire considerato. Se fosse stato di fronte ad un Pretore del lavoro, come l’avevamo una volta, la sua posizione individuale, sono convinto che avrebbe portato alla condanna, perché dalle testimonianze, il suo rapporto di lavoro di dipendente, totalmente assoggettato per legge e per contratto al potere dispositivo del datore, nell’organizzazione del lavoro, nell’organizzazione delle mansioni, nei tempi, nei modi dell’esplicazione della sua attività subordinata, quindi in una posizione particolare, di soggezione giuridicamente sancita, ebbene, le sue testimonianze, le sue mansioni ci dimostrano... vi prego veramente di avere la pazienza, se non altro per giustizia nei confronti del Terrin, di leggere la sua deposizione, quantomeno all’udienza del 17 maggio 2000, foglio 88 e seguenti del verbale. La sua attività, che consisteva in attività di mansioni continue... è molto preciso: "Le mansioni di continue. Le mansioni continue erano i controlli di umidità di dicloroetano, acidità del CVM e limpidezza del CVM", era in un contatto diretto con la sostanza. Lui doveva controllare l’unità del dicloroetano, prelevandola dalle valvole e dai rubinetti, unirla al metanolo, facendone scendere gocce di prodotto e verificare il livello di umidità. Per l’acidità doveva far scendere gocce di prodotto sulla cartina del tornasole, vedere se diventava rossa o restava verde. Per quel che riguardava la limpidezza, doveva prelevare il dicloroetano e nella provetta vedere la limpidità e poi rovesciava a terra questo prodotto. Ma questo non negli anni ’60, ci dice fino a che lui è stato impiegato in questi reparti e anche quando nel CV22 hanno inserito dei sistemi in automatico, lui riferisce che: "Proprio perché le macchine potevano sbagliare, non sempre ci si fidava, se c’era qualche anomalia, bisognava intervenire", ancora si faceva in tutti gli anni ’80, fino a che lui è stato trasferito e ci riferisce di episodi che ricorda perfettamente dopo l’85 fino al ’92. Oltre a quest’attività, cosa c’entrano i gascromatografi? La media, lo strumento di controllo standardizzato, serve per diluire questi fatti. Qui c’è un contatto diretto, personale, ci dice che si toglievano i guanti perché se no non si teneva in mano la cartina di tornasole, non si teneva in mano la provetta e lo confermano i suoi compagni di lavori. È soggetto, come lavoratore subordinato, alle direttive organizzative e gerarchiche del datore di lavoro. È questo il rapporto di lavoro. Bisogna vedere questo rapporto per valutare la colpa e la garanzia. Non c’è una posizione dell’operaio che si assume il rischio. Qui è un subordinato e in questo rapporto va colta la dimensione del fatto lesivo della sua integrità. Lui mette a disposizione la sua forza lavoro, non la sua vita o la sua incolumità e neanche le sue tre dita che poi perde con il morbo di Raynaud e non vengono oggetto di condanna penale, ma non vengono neanche menzionati in una sentenza in cui è stato Parte Civile per alcuni anni. Ebbene, il signor Terrin ci aggiunge altre cose, perché poi c’erano anche delle valutazioni straordinarie, in cui andavano coi tondini di ferro a rompere i tappi che si formavano o sfiatavano, da questi rubinetti intasati, con l’azoto a pressione e veniva fuori una nuvola, una nuvola ovviamente di dicloroetano, una cosa che inalavano, che sfuggiva sicuramente ai gascromatografi, erano reparti all’aperto, fra l’altro, e comunque sono episodi singoli. Questo rapporto reale, questi fatti reali, ancora una volta, non si possono ignorare per valutare la colpa e rifugiarsi nell’astrattezza dei parametri che vengono ad essere gestiti... perché la vera rivoluzione miracolosa del ’73-’74, che viene riportata, appunto, nel ’73-’74 perché dal ’75 bisogna dimostrare che ci sono già gli effetti, è solo l’installazione del sistema. Ma di questo ne hanno parlato tanti miei colleghi. Quindi io non posso andare oltre. Mi richiamo, per il resto, ai motivi d’Appello, in particolare per quello che riguarda la possibilità di continuazione fra delitti, reati colposi, in quanto è consapevole, voluta, scelta finalistica la condotta che vi è a base e basta che apriate il manuale del professor Padovani o che consideriate poche sentenze, un paio ci sono, appunto, che rilevano questa possibilità che è logica, che è incongruente, perché se io, nella scelta imprenditoriale, adibisco a lavori, a mansioni pericolose, in un unico obiettivo finalistico, che è criminoso non in sé, perché ha il profitto, ma criminoso in quanto lo realizzo con questi modi, c’è un unico disegno criminoso nel corso del quale si realizzano plurime violazioni che non portano eventi voluti in sé o (inc.) o applicati, forse preveduti, ritengo, ma non importa questo. La struttura del disegno criminoso, è distinta dal dolo del fatto, non richiede il dolo del fatto, riguarda l’attività naturalistica e non a caso si parla di azioni e omissioni nel disegno criminoso, non di reati; il reato con il suo evento, il reato col suo dolo, è una cosa, l’azione o l’omissione che colposamente viola o colposamente produce, può essere realizzata consapevolmente come un’attività produttiva, in un unico disegno criminoso, che è criminoso non per il fine in sé, ma per i mezzi che adotta sistematicamente come crediamo di aver dimostrato. E il professor Padovani fa un bellissimo esempio di un imprenditore dell’attività edilizia che sistematicamente viola misure di protezione e in questa pluralità di violazioni volontarie, certo, non vuole poi la morte o le lesioni dei suoi operai che gli saranno imputate colposamente, però non di meno risponde di un reato continuato di delitti colposi. Quindi mi richiamo a quello, come mi richiamo anche... avevo preparato qualcos’altro sulla cooperazione, ma penso che non ci sia più il tempo oggi, eventualmente mi riservo in sede di repliche e chiedo pertanto che vengano accolte le conclusioni che dimetto, pregando di esimermi dalla lettura.

 

PRESIDENTE – Adesso sospendiamo brevemente e poi la parola all’Avvocato Nicola D’Angelo. Parleranno poi gli Avvocati Partesotti e Zaffalon.

 

L’udienza viene sospesa alle ore 14.00.

L’udienza riprende alle ore 15.00.

 

PRESIDENTE – Prego, Avvocato Nicola D’Angelo.

 

PARTE CIVILE – Avv. D’Angelo - Grazie Presidente. Avvocato Nicola D’Angelo per l’INAIL. Una piccola premessa. All’esito della notificazione all’INAIL come Parte Civile, ammessa con ordinanza del 7 aprile 1998, del deposito della sentenza emessa dal Tribunale di Venezia il 2 novembre 2001, notifica avvenuta al Difensore il 15 ottobre 2002, l’avvocatura regionale dell’INAIL di Venezia ha preso immediati contatti con il Pubblico Ministero dottor Casson al fine di conoscere l’orientamento della Procura e di sollecitare l’impugnazione della predetta sentenza. Il dottor Casson, in quell’occasione, diede ampie e confortanti rassicurazioni circa la proposizione dell’impugnazione, peraltro già predisposta. Nel frattempo, però, in data 11 settembre 2002, era stata depositata la sentenza numero 30327 con la quale la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, in un processo relativo ad un infortunio mortale sul lavoro, ha affermato il principio di diritto per il principio di immanenza della costituzione di Parte Civile in ogni stato e grado del processo, il Giudice di Appello è tenuto a citare la Parte Civile, che nel caso dell’INAIL è avvenuta regolarmente il 20 ottobre 2003 e il Giudice di Appello, ha proseguito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, deve decidere sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno, anche se la Parte Civile non ha proposto impugnazione avverso la sentenza di assoluzione di Primo Grado. L’INAIL pertanto si è avvalso di tale principio di diritto, riaffermato sulla base di una consolidata giurisprudenza risalente dagli anni ’70 al 2000, conservando così il proprio diritto ad essere, per immanenza, sempre Parte Civile, ad essere citato ex Art. 601 quarto comma del Codice di Procedura Penale, partecipare ed intervenire a tutte le fasi successive al Primo Grado, per questo si richiama alla sentenza, per esempio, 11016 del 3 novembre 1994 della Quarta Sezione della Corte di Cassazione e a formulare altresì conclusioni richiedendo una decisione favorevole sulle statuizioni civili. Detto questo, alcune brevissime considerazioni in merito alla sentenza del Tribunale e a modesto avviso di questa Difesa, l’esordio delle Tribunale, in ordine agli argomenti decisivi per questo processo, caratteristiche chimiche, tossiche e cancerogene del cloruro di vinile, così come esposte a pagina 8 della sentenza e sulla causalità, a pagina 128, questo esordio, a modesto avviso della Difesa, si è rilevato disastroso e immediatamente foriero di palesi errori giuridici e contraddizioni argomentative. Infatti, il Tribunale, com’è noto, ha affermato che la causalità, cioè un rigoroso modello causale, non può che essere affidata a leggi universali, a leggi scientifiche di copertura anche statistica, "altrimenti si corre il pericolo di introdurre un libero convincimento del Giudice, sia pur nobile, per soddisfare esigenze attese di giustizia, che sopperisce la mancanza di certezze scientifiche, esigenze espresse dalla migliore dottrina e dalla giurisprudenza della Corte più recente". A tali affermazioni credo che si possa facilmente rispondere che se è vero che il Legislatore ha riconfermato, con l’Art. 192 Codice di Procedura Penale, il principio del libero convincimento del Giudice, è altrettanto vero che lo stesso Legislatore e la Corte Suprema di Cassazione, si sono posti il problema di evitare gli abusi, un uso arbitrario, che certamente nessuno vuole, dello stesso principio. E così nel rapporto tra Giudice e processo, concepito anche in termini di pericolo dell’abuso del libero convincimento, sono stati codificati interventi normativi di tipo preventivo, mediante precise regole, tra le quali quelle della valutazione, artt. 192 e 456 del Codice di Procedura Penale, proprio per evitare forzature del tessuto normativo vigente, al fine di pervenire in via interpretativa alla soluzione ritenuta, a priori più giusta. Le sentenze che contrastano con questo principio e che hanno affermato il principio, invece, della formulazione di un giudizio di probabilità logica, sono conosciute da codesta eccellentissima Corte e sono state più volte ripetute in quest’aula. E anche in ordine a questo argomento, si presta piena adesione ai motivi di Appello del Pubblico Ministero e a quanto precisato nelle sue conclusioni. Si citano ancora le sentenze Orlando del 2002 e Loi ed altre; sentenze che poi sono state oggetto di una quasi risentita reazione da parte dell’illustre sostenitore del rigido giudizio di certezza, tendente a incapsulare, in una sorta di comoda critica capsula di bozzolo, la legge scientifica o statistica, soprattutto poi in un momento storico attuale di profonda crisi del concetto di certezza scientifica, così incapsulare il ragionamento giuridico, i cui vigenti canoni, Art. 192 richiamato, sono stati esattamente ribaditi e valorizzati dall’attuale giurisprudenza, approdando al concetto di probabilità logica, che implica uno sforzo analitico argomentativo largamente disatteso dal Tribunale, quale guida al risultato dell’operazione logica compiuta dal Giudice, conformi ai vigenti criteri di valutazione della prova, non essendo il sillogismo giuridico una equazione matematica, ma una espressione della logica. Per quanto riguarda, invece, l’altro argomento portato dal Tribunale, caratteristiche chimiche del cloruro di vinile, mentre è esatta l’affermazione del Tribunale a pagina 8 della sentenza sull’appartenenza ad una specifica famiglia del cloruro di vinile, concetto questo che unanimemente è emerso dal processo e lo stesso Tribunale però non ha fatto poi seguire le necessarie conseguenze giuridiche, assegnando così alla sua affermazione un mero valore culturale, direi quasi una semplice rappresentazione grafica, ma senza alcuna conseguenza ulteriore. Infatti, com’è noto, con esclusione del solo Tribunale sembra, la tossicità del cloruro di vinile è nota sin dal 1952 e la sua tutela è stata assicurata dalla Legge numero 1967 del 15 novembre 1952, ricordando altresì che la tutela per la tossicità già esisteva con il regio Decreto numero 530 del 1927, il quale addirittura, all’Art. 2, dice espressamente che l’esercente che adopera, nell’azienda industriale, nella quale si adoperano materiali asfissianti o tossici, l’esercente è obbligato ad avvertire preventivamente il lavoratore del pericolo a cui si espone, nonché ad indicarli i modi di prevenire i danni e a fornirgli i mezzi di preservazione adatti, insieme ad altre specifiche disposizioni, proprio per salvaguardare la salute e l’integrità fisica del lavoratore. Questo a livello nazionale, mentre a livello europeo si sviluppavano, già dal 1949, approfonditi e conosciuti studi sulla nocività del cloruro di vinili per i lavoratori esposti e sulle conseguenze patologiche. Al fine di evitare inutili ripetizioni, si richiamano le argomentazioni diffusamente esposto dal Pubblico Ministero con l’atto di Appello, la memoria tecnica e le proprie conclusioni. Poi c’è stata la Legge numero 1967 del 15 novembre del 1952, la quale ha sostituito le disposizioni, soprattutto la tabella portata dal Testo Unico 1935, numero 1765, che è la prima formulazione organica in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e (inc.) professionali. Questa legge è stata salutata con grande soddisfazione allora, sia perché le malattie professionali sono state portate, rispetto al regio Decreto del ’35 da 6 a 40 ed era allora il maggior numero un Europa, all’avanguardia, si disse, della protezione dei lavoratori a rischio di malattie professionali in Italia, sia perché –e questa si ritiene che sia una rilevante modifica – era stata introdotta l’espressione più generica di malattia, sostituendola a quella portata dalla tabella del 1935 di intossicazione, cioè si è detto che la tutela si deve espandere, si deve assicurare, non soltanto in caso di intossicazione, che è un fatto specifico, ma alla malattia, per indicare proprio il complesso della patologia protetta e al numero 26 dell’allegata tabella si legge: "Malattie causate da lavorazioni, cioè tutti i processi lavorativi che espongono all’azione di quelle sostanze". Poi, a questa legge sono seguiti i noti D.P.R. del ’55 e del ’56 alla voce 38 espressamente previsto il cloruro di vinile e il Testo Unico 1124 del ’65, i quali hanno dettato precise disposizioni protettive, prevedendo anche specifici debiti di sicurezza a carico dei datori di lavoro. Quali sono state le conseguenze di tale introduzione concettuale, cioè di sostituzione da concetto da intossicazione a malattia? Possiamo chiedere il conforto della giurisprudenza della Corte di Cassazione, già citata largamente dal Pubblico Ministero all’udienza del 29 giugno, e della Corte Costituzionale, con la sentenza 30 maggio 1977 numero 93: "Con malattia riassume qualsiasi modificazione rispetto allo stato normale di un tessuto o di un organo tale da ripercuotersi sulla funzionalità dell’intero organismo e dal punto di vista eziologico, la malattia e la patologia, distingue malattia traumatica, agenti fisici, tossiche, infettive, congenite, etc.". Ma si può chiedere anche aiuto alla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, numero 5082 del 3 settembre del ’80, 5280 del 15/6/87, 5050 del 6 settembre del ’88, che sostengono lo stesso principio e cioè che l’esposizione deve tutelare e tutela qualsiasi malattia derivante da quella esposizione. E la Cassazione Penale, la numero 988 del 14 gennaio 2003, più volte menzionata, Macola, del 15 e del 11 maggio ’98, Calamandrei, hanno sostenuto, respingendo le obiezioni degli allora ricorrenti, che poiché la tutela bisognava approntarla e bisogna approntarla nei confronti della lesività di quella sostanza, non può eccepirsi che poi una malattia si venga a scoprire successivamente, perché la tutela prestata contro le aggressioni lesive di quella sostanza, devono valere per tutte le malattie, anche se poi si scoprono altre malattie alle quali si può dare una qualificazione scientifica o medico-legale qualsiasi, perché il dovere di tutela era già nella norma, era già esistente, per cui non si può invocare una non conoscenza, come è stato fatto in questo processo, di aspetti cancerogeni, ma si dovrebbe dire anche cancerogeni che il Tribunale ha largamente fatto finta o ha disatteso. Disciplina normativa dunque, che fa parte del notorio, con esclusione del Tribunale, il quale, benché sotto il profilo tossicologico del CVM fosse stato contestato e ampiamente conosciuto nel corso di tutto il processo, non ne ha tenuto minimamente conto, tenendo fermo un dato temporale, quello dei primi anni del ’70, legato esclusivamente alla conoscenza anche della cancerogenità del CVM e così, per esempio, all’udienza del 31 marzo del 2000, il teste Gianeselle ammette che non c’era consapevolezza della tossicità e questo è un atto esplicito di accusa. Il Tribunale, così facendo, si è creato un falso presupposto della sua decisione, omettendo qualsiasi pronuncia in ordine alla contestata tossicità del CVM, anche se nel corso del dibattimento era emersa la più completa assenza di predisposizione di specifiche misure cautelari e di qualsiasi informazione dei lavoratori a riguardo. Il dibattimento si è incaricato di evidenziare la mancanza di informazioni sulla tossicità e la formazione del falso presupposto del Tribunale, con il conseguente silenzio della sentenza sull’argomento. Soltanto a titolo di esempio, il teste Castellini, 17 maggio del 2000: "Il prodotto veniva trattato come se fosse acqua normale", il teste Vianello il 9 maggio del 2000 dice: "Veniva trattato soltanto come infiammabile" e il Tribunale, a pagina 98 del 9/5/2000 dice: "Sì, negli anni ’74-’75 si era a conoscenza della tossicità del prodotto". Così Dacone del 9 maggio del 2000: "Era considerato poco pericoloso, per cui le perdite erano considerate normali". La Difesa contribuisce poi a consolidare ovviamente questo equivoco, perché nelle domande che poneva sempre ai testi, afferma che quando esplode il caso con i morti Goodrich tutte le aziende si mobilitano e allora si viene a conoscenza della tossicità. Non è assolutamente vero, perché la tossicità era conosciuta già nei decenni precedenti. Così il teste Condotta all’udienza del 19/4/2000 che afferma di non essere mai stato informato sulla tossicità e anche il teste dottor Giudice, che era il medico dello stabilimento, che dice: "Sì, io l’ho sempre considerata come tossica" per giustificare il proprio comportamento, anche se poi, come medico, si lascia andare ad alcune affermazioni gravissime, come per esempio, rispondendo al decesso Simonetto nel ’72 per angiosarcoma: "Il problema non mi riguarda, tanto era morto" testuali parole. E asseriva di non sapere quale fosse il ruolo del medico competente. Dunque, questo ruolo del medico competente al dottor Giudice forse glielo può spiegare e glielo spiega la sentenza 6 febbraio 2001 Camposano: "In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il medico competente ad effettuare le visite periodiche previste dall’Art. 33 D.P.R. 56 numero 303 deve coadiuvare attivamente il datore di lavoro nella individuazione dei rimedi, così assumendo un’autonoma posizione di garanzia in materia sanitaria". E gli operai, di tutto questo, non erano informati, assolutamente. Gli operai come capiscono della nocività del cloruro di vinile, che trattano un prodotto nocivo? Perché dicono: "Il polmone non lo vuole respirare" e sono contenti perché il fisico reagiva bene, così Terrin Ferruccio all’udienza del 17 maggio a pagina 101. Così anche il teste Dabbalan, 12/5: "Mai informato, tenuto allo scuro. Se ti lagnavi, anzi, c’era un salasso di rimproveri". Così come non erano informati i coibentatori, così come non erano informati i lavoratori del parco serbatoi, come non erano informati i lavoratori del CV22-23. Il Presidente continua a chiedersi: "Prima dell’indagine FULC non si conosceva questo effetto". Dunque i lavoratori non erano informati e continuavano a lavorare in ambienti altamente inquinati. "Il famigerato CV6" disse allora l’Avvocato Cesari, Difensore degli imputati. "Polverosi, sembravano tanti panettieri", vedi Mazzolin 17 maggio del 2000, "con la paura che succedesse qualcosa. Continuare ad entrare nelle autoclavi", definito da tutti e dal dottor Giudice compreso, il momento più drammatico, anche se poi veniva presentato dai testi della Difesa come una sorta di divertimento, tanto che il Presidente, all’udienza del 16 giugno 2000, al teste rossetti: "Sospendiamo un attimo così ci andiamo un po’ a ripulire dello sciovinismo da accademia Enichem, perché c’è un’accademia Enichem, perché in alcuni casi sembrava che i ragazzi fossero davvero contenti di entrare nell’autoclave e questo mi ha impressionato". Però non c’è stato poi alcun seguito giuridico concreto. Il teste Garatto, all’udienza del 12/5, reparto dell’insacco del PVC: "Molto polveroso, sembrava l’inferno. La stanza era bassa, piccola, molta polvere e mangiavano lì accanto. Un ambiente molto brutto, molto scuro, immondo, mai visto un posto così brutto". Poi il teste De Gatto all’udienza 10 maggio: "Polvere come borotalco, anche il sacco faceva polvere e polvere in terra poi da raccogliere". Giacomello: "C’era molta polvere, c’era visibilità zero, c’era una nebbia fitta". Ancora il teste Finotto: "Il CV14 era il più brutto, con autoclavi vecchie, dove mancava lo smalto e c’erano incrostazioni massicce. Era drammatico e penoso. Erano drammatiche e penose le nostre condizioni di lavoro, perché andavo dentro con una scala alta, lunga quattro metri e 30 e quando andavo dentro avevo le vertigini", "Quali erano i tempi di permanenza nelle autoclavi?", "Un’ora e mezza, due ore, dopodiché si poteva uscire, prendere un po’ d’aria, bere dell’acqua e poi dentro di nuovo e così in totale per tre-quattro ore". Così altri testi, i quali hanno affermato concordemente dove stavano, quali erano gli ambienti e qual era il prodotto che loro trattavano e che cosa sapevano, soprattutto che il cloruro di vinile era un prodotto soltanto infiammabile, tanto che andavano dentro le autoclavi con scalpelli antideflagranti, non soltanto per non rovinare la smaltatura, ma anche per non provocare scintille e portavano anche delle scarpe con la gomma, proprio per non provocare scintille, perché l’unica preoccupazione, l’unica conoscenza sembra che fosse soltanto questa. Dunque lavoratori che non erano informati. Però il Tribunale dice, come è stato giustamente ricordato, avviando così una sorta di beatificazione dei miracolosi interventi, il Tribunale dice: "Ma ci sono stati interventi migliorativi e risolutivi dopo la conoscenza della cancerogenità del cloruro di vinile – pagina 1032 della sua sentenza – con ulteriori interventi di messa in sicurezza". Che cosa le provano? Le commesse avviate ed eseguite. Cioè intanto c’è da dire che c’è stato soltanto questo intervento dopo la conoscenza pubblica coatta, forzosa, causata dai decessi degli americani nell’azienda Goodrich, preceduta da un collettivo patto di segretezza tra le aziende, che viene definito dal Tribunale, affettuosamente, come impegno di riservatezza dei dati per evitare speculazioni sul prodotto. Questo a pagina 14 e 15. Per le commesse, oltre quanto esposto dal Pubblico Ministero all’udienza del 22/6/2004 e nei precedenti odierni interventi, relativi al periodo miracoloso, detto anche aureo del ’73-’74, peraltro largamente tardivo rispetto ad una legge del 1952, si ricorda quanto affermato dal teste ingegner Malaguzzi all’udienza del 19/4/2000: "La chiusura delle commesse? Ma era un atto dovuto, un atto amministrativo per ammortamento della spesa, era svincolato... un atto svincolato da un’effettiva chiusura e verifica dei lavori". Queste erano le commesse. E il Tribunale non si è mai preoccupato, come giustamente ha messo in rilievo il Pubblico Ministero, di sottoporre alla sua riflessione critica, se quegli interventi poi avessero avuto un fine positivo. Ma dice ancora il Tribunale: "Attenzione, perché sono state installate le famose pompe Peroni", dal dibattimento invece emerge un coro unanime: "Totalmente inaffidabili". È il teste Barina: "Avevamo problemi di natura meccanica, di manutenzione, di affidabilità. Addirittura si doveva diminuire la pressione e perciò anche i lavatori non funzionavano. Così sono state abbandonate". Il teste Pezzato: "Eliminate quasi subito perché pericolose". Ancora il teste ingegner Malaguzzi: "Gravi e continui problemi al CV14, 16, 6 e 24, con inconvenienti ai lavoratori, non erano adeguati all’esercizio, erano inaffidabili, tanto che sono state poi abbandonate e su 9, 4 non sono esercibili". E così il teste Carraro: "Oltre che inaffidabili, avevano grossi problemi meccanici, non erano quelle che ci volevano, tanto che poi sono state abbandonate e nelle autoclavi, la vetrificazione, la smaltatura cominciava a logorarsi e perciò, dove mancava, si formavano blocchi di polimeri e i lavatori poi non hanno dato, per motivi proprio tecnici, i risultati sperati". "Ma – insiste ancora il Tribunale – il controllo era assicurato dai gascromatografi". Allora, oltre quanto argomentato sul punto dal Pubblico Ministero con l’atto di Appello ed esposto all’udienza del 24/e anche oggi nei precedenti interventi, alcuni ricordi di lavoratori, i quali hanno riferito proprio esperienze dirette lavorative, nonché del teste Alongi del 20 settembre del 2000, fornitore dei gascromatografi, il quale afferma che si verificavano delle (inc.) nella risposta e questo era il punto debole del sistema di monitoraggio, perché non consentiva quella tecnologia con i sistemi di rilevazione, per vedere concentrazioni superiori a 25-30 parti per milioni, in quanto il segnale tendeva a saturarsi. Importante ancora perché conclude sul punto: "Negli anni ’80 sicuramente c’erano ancora queste problematiche". E così anche in merito a questi strumenti il teste Garatto, che addirittura lo attacca sotto il profilo progettuale, perché dice: "Il problema di questo campionamento è che veniva fatto sottovuoto, cioè per aspirazione, allora succedeva che la prima linea, essendo la sezione del tubo costante, dall’inizio alla fine, la prima presa portava via l’80% del flusso, la seconda un 15%, la terza un 5%, dalla quarta in avanti non tiravano più niente, per cui non c’erano più dati da quel punto di vista, non era possibile avere dati omogenei perché non c’era questa sicurezza nel campionamento". Anche il teste Vizza: "Non funzionavano". La domanda: "Garantivano subito un certo affidamento?", "No, assolutamente no", "E le tarature?", "Le tarature saltavano" e allora non c’era possibilità di avere questa certezza che veniva sempre reclamata dai lavoratori, soprattutto in caso di fughe. "Come macchina funzionava, ma non serviva allo scopo – dice Perazzolo il 12 maggio del 2000 – per sapere quanto CVM mangiavamo nelle otto ore, ci voleva magari un cromatografo a carbone attivo, ma quello non serviva a niente. Per esempio quando andavo a fondoscala, che erano 30 PPM, che la penna cioè si fermava a fine corsa... Ma quanto sarà stata quella fuga di gas? 300? 3000? Perché non sapevi poi quanto sarebbe stato oltre". E Marin poi il 12 maggio: "Ma quella sonda, quello fisso, una sonda che andavamo a mettere non funzionava", "E all’inizio le fondoscala aveva?", "Un 500 PPM", "Appena installato?", la domanda sorpresissima: "Certo, appena installato, successivamente sono state fatte molte correzioni, però era stato un periodo molto intenso, scioperi, manifestazioni, lagnanze, perché la situazione andava sempre più peggiorando". Il Tribunale continua ancora dicendo: "Ma c’era la manutenzione, attenzione". Si è detto stamattina dell’ingegner Bianchi, che giustamente è ritenuto un teste importante, perché la sua deposizione è un vero e proprio atto di accusa nei confronti dell’azienda, perché sostiene che nel ’74-’75 non c’erano più quelle affidabilità economiche che consentivano degli interventi di una certa importanza e di una certa sicurezza e l’ingegner Bianchi dice ancora: "Attenzione, perché le crisi erano ricorrenti e si chiedevano sempre soldi al Governo, per poi arrivare ad una ristrutturazione di tutti gli impianti perché c’era una crisi economica, perché non c’erano soldi, non c’erano soldi per i nuovi investimenti, non c’erano soldi per quanto riguarda la manutenzione, non c’erano soldi per niente". Il che smentisce il teste ingegner Gianeselle all’udienza del 31 marzo e da un lato conferma anche: "La situazione era ben conosciuta dal vertice, non era soltanto una conoscenza limitata allo stabilimento, ma era perfettamente conosciuta e non poteva essere altrimenti". Tanto che all’ingegner Gianeselle, il quale si ostinava a sostenere una manutenzione costante, agli addetti aumentati, manutenzione preventiva e non soltanto quella di rottura, senza mai chiarire però quali e quanti interventi poi lui sapesse, ne avesse il ricordo, tanto che Presidente lo ammonisce dicendo: "Lei rimane sempre nel vago delle parole". Poi dice del famoso documento del ’77 "non manutenere è stato frainteso", perché ci sono stati aumenti del volume di manutenzione, ma sono stati smentiti da un documento del 9 marzo ’77, sottoposto all’attenzione del teste dal Pubblico Ministero sulle azioni di spremitura dei costi. È interessante, in proposito, mettere a confronto i ricordi di alcuni testi sulla conosciuta, ma mai dall’azienda, la cancerogenità del CVM; i lavoratori chiedono con forza le fermate degli impianti, i risanamenti, le migliori tecnologie, il MAC0. E a questa domanda l’azienda non risponde subito, lo fa nel ’77 con il famoso documento: "Non manutenere", riducendo drasticamente i costi delle manutenzioni, tagliando le previsioni ai piani dei caporeparto. Così il Mazzolin all’udienza del 17 marzo: "Persino sul materiale di cancelleria e sulla illuminazione" dice. Quello era il clima in cui si inserisce in quelle crisi economiche così bene ricordate dall’ingegner Bianchi. Soprattutto il teste Cavagna, ricordato stamattina giustamente, perché ha vissuto direttamente quali sono state le ricadute del disimpegno dell’azienda alla manutenzione e così Cova Angelo, così Colombo, tutti unanimi nel sostenere che ci sono state non soltanto diminuzione e assenza di manutenzione, ma anche riduzione di personale, riduzione di chiusura di dipartimenti addirittura, perché il dipartimento ricerca e quello ambientale fu ridotto al lumicino, poi nei primi anni addirittura è stato chiuso e il Colombo ha detto: "Si voleva realizzare un energico trend discendente dei costi di manutenzione, con il pericolo e con il rischio equivalente alla normalità. Fu un duro colpo che poi produsse lotte continue e anche licenziamenti di delegati". Allora, la verifica dibattimentale ha evidenziato, ritiene questa Difesa, l’assenza totale nell’imputare alle aziende, come esattamente argomentato dal Pubblico Ministero, dalla cultura del rispetto delle norme antinfortunistiche, la carenza dell’assidua azione pedagogica che il datore di lavoro, che per lui deve svolgere, sino alla pedanteria, dice la Corte Suprema, con la sentenza 64/68 del 3 giugno 1995 e altrettanto con quella del 6 ottobre 1995: "Il datore di lavoro o chi per lui, è garante di un bene prezioso, ex Art. 1087 Codice Civile e 41 della Carta Costituzionale". Di che cosa? Dell’incolumità fisica e morale dei prestatori di lavoro. E in questo soccorre la sentenza 11189 dell’ottobre del 2000: "Il datore di lavoro o chi per lui, che deve assicurare la sicurezza di tutti i luoghi di lavoro in cui si può accedere", anche al di fuori delle mansioni dei lavoratori, per esempio la sentenza 23 novembre del ’96, Carbonero: "Anche per imprudenze e disattenzione dei lavoratori". Tali precisazioni della Corte, rendono giustizia anche forse del tentativo di supplire, né si può supplire a questo con la necessaria e ovvia esperienza e capacità professionale e tecnica del lavoratore, al dovere omesso di formazione e di informazione dei lavoratori stessi, un dovere omesso che, essendo finalizzato a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore, non può risolversi nella messa a disposizione di eventuali presidi antinfortunistici e nel generico invito a servirsene, invito semplice anche omesso nel caso, ma deve consistere in un’attività di controllo continuo, assiduo, sino alla pedanteria, che le norme antinfortunistiche siano assimilate e non soltanto comunicate dai lavoratori. Pertanto, un controllo continuo e pressante, perché chi ne ha l’onere, sia egli o meno l’imprenditore, deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante, costituito dalla integrità del lavoratore, così affermano illuminati e illuminanti decisioni, ammonimenti e insegnamenti della Corte di Cassazione, 6468 del 3 giugno 1995, come quella del 7/11/96, Di Carlo: "Vige, nel nostro Ordinamento, il principio della predisposizione di misure di sicurezza sin dal momento in cui si inizia l’attività". Allora, anche la tutela; non si deve fare affidamento solo sull’esperienza professionale, perché tutela anche le disattenzioni, così la Cassazione 11189 del 6 ottobre: "Il datore di lavoro è considerato garante dell’incolumità fisica, altrimenti quello che gli viene imputato è in forza di un meccanismo reattivo dell’Ordinamento" e alla posizione di garanzia corrisponde un debito di sicurezza, portato e imposto da specifiche norme, imperativamente poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore e non onorato, in questo caso, dagli imputati. Anche sotto tale profilo ha ragione il Pubblico Ministero e i bravi colleghi di Parte Civile, allorché affermano che ci sono profili di colpa specifica, con esclusione quindi di qualsiasi influenza del concetto di prevedibilità o meno dell’evento colposo, la quale è insita nello stesso precetto normativo violato, essendo la norma imposta dalla necessità di evitare il verificarsi dell’evento dannoso, non osservando il comportamento indicato nel precetto stesso. Giurisprudenza costante, 14202 dell’ottobre ’89, 10333 del 15 ottobre ’97, 31180 del 8 giugno 2001 e Sezioni Unite numero 5 del 11 marzo 1999, cioè queste situazioni devono essere tutelate anche in situazioni di illegittimità. Allora, il Tribunale, da un lato ha completamente omesso di valutare le dichiarazioni di molti testi ascoltati in dibattimento e dall’altro, di quelle utilizzate, ne ha fatto un uso distorto, sui quali il Pubblico Ministero si è giustamente soffermato nel capitolo 2.9 del suo Appello, con argomentazioni assolutamente condivisibili. In proposito, è interessante ricordare e sottolineare che durante l’esame dei testi, il Presidente, ripetutamente, ha chiesto di limitarsi con le domande ai fatti, così da sollecitare i ricordi in ordine alla realtà lavorativa e lo ha chiesto alle varie Difese che con burocratica insistenza menzionavano documenti, procedure, si veda l’esame Pezzato, per esempio, 19 aprile 2000, comunicati, commesse, tutti delle aziende e in sede argomentativa della sentenza, invece il Tribunale si è inopinatamente e letteralmente inchiodato soltanto sugli aspetti documentali offerti dalle Difese, dimenticando gli invocati fatti-realtà e omettendo, vistoso errore questo, di metterli a confronto senza spiegare il perché del privilegio loro accordato, cioè agli aspetti documentali, procedendo alla loro beatificazione, a discapito di una ben diversa realtà di fatto ambientale e lavorativa di cui si è accennato. La Corte di Cassazione ha ripetutamente e pazientemente insegnato che nella valutazione della prova il Giudice deve prendere in considerazione ogni singolo fatto e il loro insieme, non in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio, verificando se essi, ricostruiti in sé e posti vicendevolmente in rapporto, possono essere ordinati in una logica, armonica e consonante costruzione che consenta, attraverso la valutazione unitaria del contesto, di attingere alla realtà processuale. Tra le molte, per esempio, 25 giugno 1996 Cotoli e Corte d’Appello di Potenza 1 luglio 2004. Il Giudice cioè deve esplicitare, nel modo più rigoroso e completo la valutazione dei dati probatori e la loro concludenza e la motivazione posta a base della decisione. Il 24 aprile del ’92, ricorrente (inc.) la Cassazione ancora dice: "Nella valutazione delle dichiarazioni testimoniali, il Giudice di merito, nella libertà di giudizio che la legge gli assegna, ha il dovere, oltre che di rendere la motivazione, di seguire norme di comune esperienza, in particolare tra la deposizione di chi personalmente abbia subito gli effetti di una determinata condotta e quella di colui il quale assume di non averne conoscenza, è corretto assegnare maggiore attenzione alla prima che attesta un fatto su se stesso sperimentato, salvo che l’insieme probatorio non porti, senza equivoci ad apposta assoluzione". Così anche Cassazione 10 novembre 2000: "Il Giudice deve procedere a valutazione globale, spiegando in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo, oppure limitandosi a riprodurre stralci di alcune deposizioni testimoniali, omettendo il loro vaglio critico", 10 ottobre 2002, ricorrente Garbaini. Così come anche ammonisce la Cassazione, che: "Il Giudice, nel valutare risultanze offerte da elaborati tecnici di segno diverso, è libero di far propria l’una o l’altra, piuttosto che l’altra di tesi prospettate, purché dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi che ha creduto di non dover seguire", Cassazione Penale, Quarta Sezione, 11 aprile 2004. Il Tribunale così non ha rispettato i normali criteri di valutazione della prova indicati dall’Art. 192, violando così i noti principi che connotano il discorso logico, tra i quali il principio d’identità e di non contraddizione. In Primo Grado il Pubblico Ministero ha presentato fatti specifici che la riflessione dibattimentale si è incaricata di accertarne e affermarne la consistenza, la solidità, la capacità di diventare prova positiva e la responsabilità di tutti gli imputati, che sono stati erroneamente poi disattesi. Anche in questa fase, il Pubblico Ministero e le Parti Civili, hanno presentato fatti specifici che sono stati sostenuti, a mio modesto avviso, da raffinate e condivisibili notazioni giuridiche. Un autorevole collega, Difensore di Parte Civile, ha chiesto di fare i conti eccellentissimi Giudici, di fare i conti con i fatti. Codesto eccellentissimo Collegio, nell’ordinanza con la quale ha rigettato la richiesta di rinnovazione del dibattimento, ha affermato la presenza, nel processo, di evidenze in fatti. Codesto eccellentissimo Collegio ha pertanto a disposizione tutti i fatti necessari per dare diritto. I fatti sono presenti in tutta la loro evidenza. La richiesta di questa Difesa è: ascoltateli. I fatti da voi invocano il diritto e chiedo senza enfasi: dateglielo questo diritto. L’INAIL come ente previdenziale, ha erogato una serie di prestazioni ad una serie numerosa di lavoratori che sono o deceduti affetti da angiosarcoma, da epatocarcinomi, da tumori al polmone, neoplasie laringee ed altri. Su questi argomenti si depositerà una memoria con la specifica indicazione delle malattie dei lavoratori e del costo delle prestazioni erogate. Per alcuni di essi, sono dieci, il riconoscimento non è avvenuto soltanto per iniziativa dell’istituto, cioè in sede amministrativa, ma a seguito di sentenze del Tribunale di Venezia pronunciate a seguito di consulenze tecniche, le quali hanno diffusamente parlato, argomentato sul problema e sulla conoscenza della tossicità e della cancerogenità e dei lavori relativi a questi effetti lesivi del cloruro di vinile. Per quanto riguarda le conclusioni, la Difesa si permette di depositare, per ogni lavoratore una conclusione con l’indicazione anche dei soggetti ritenuti responsabili, per ogni lavoratore ai quali ha erogato le prestazioni, ripeto, con riserva poi di una memoria con la quale illustrare ulteriormente la propria posizione, all’esito anche delle necessarie repliche. Chiedo scusa per la fretta, ma altri problemi professionali mi chiamano lontano da qui, per cui sono stato costretto ad affrettare. Mi scuso con tutti, con voi, signori Giudici e con i colleghi, i quali hanno pazientemente seguito queste brevi e modeste argomentazioni. Grazie.

 

PARTE CIVILE – Avv. Partesotti - Signor Presidente e signori Consiglieri, il mio intervento si divide in due parti; la prima parte tratta delle conclusioni per i prossimi congiunti di Bertaggia Giobatta, cioè Lino Giuliana, vedova, Bertaggia Marina e Bertaggia Roberto, figli di Bertaggia Giobatta, Parti Civili appellanti nei confronti degli imputati indicati nell’atto di Appello e per la responsabilità civile Montefibre S.p.A. per i motivi generali che abbiamo indicato nell’atto di Appello. Nella seconda parte, invece, in sostituzione dell’Avvocato Pozzan, tratterò per il WWF Italia principalmente del delitto di avvelenamento, ma semplicemente per quella parte che riguarda l’avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione e con riferimento ad una consulenza particolare presentata in Primo Grado. Con riferimento alla posizione di Bertaggia Giobatta, espongo i motivi che hanno determinato questa Difesa a chiedere una riforma radicale della sentenza del Tribunale. Sono stati assolti dall’imputazione di omicidio colposo e di disastro innominato colposo, in danno anche di Bertaggia Giobatta, tutti gli imputati perché il fatto non sussiste. Principalmente nella considerazione, si evince indirettamente, perché di questo, come di altri lavoratori, la sentenza non tratta, principalmente la considerazione della non correlabilità delle patologie che hanno colpito il signor Bertaggia, cirrosi epatica e tumore al polmone, con la di lui esposizione al PVC CVM presso lo stabilimento Montefibre di Porto Marghera. Il Tribunale ha infine assolto tutti gli imputati dal reato di strage o disastro innominato colposo, di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, in danno anche del signor Bertaggia, per condotte tenute in epoca successiva all’anno 1983 perché il fatto non sussiste, così ancora si desume sempre indirettamente, in quanto nella sostanza, tra l’altro, da tale data non vi sarebbero state le omissioni contestate e nessun disastro. Sull’erroneità e infondatezza di questi assunti in fatto e in diritto e di quelli ulteriori, diversi, indicati nella motivazione della sentenza, si richiamano gli argomenti generali già svolti nell’atto di Appello e le censure generali e specifiche della sentenza del Tribunale impugnata. In questa sede si vuole far riferimento specificamente alla patologia, alla storia lavorativa, alla storia processuale, alla condotta e alle omissioni specifiche che hanno particolare attinenza con il caso del signor Bertaggia Giobatta. Per Bertaggia Giobatta nato il 21 gennaio 1929, deceduto il 10 gennaio del ’97 all’età di 68 anni per carcinoma polmonare, in concomitante epatopatia cirrotica su base tossica da CVM e da polveri di PVC riconosciuta dall’INAIL, si deve tenere conto delle relazioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, ben richiamate nella sua relazione, ove sostengono la correlabilità delle patologie rispetto all’esposizione. Si fa riferimento poi alla documentazione esaminata dal consulente tecnico del Pubblico Ministero, dottor Bai, il 3 dicembre del 1999 e in sede di controesame dei consulenti delle Difese, dottor Colombo e dottor Callea il 12 gennaio del 2000, con le erronee valutazioni di cui si dirà. Si richiama inoltre la documentazione medica infortunistica, prodotta all’udienza del 23 gennaio 2001, dall’Avvocato Scatturin, in sede di costituzione di Parte Civile, nonché quella prodotta il 2 febbraio del 2001 dal medesimo Difensore, unitamente alla lista testi e consulente tecnico; quella inoltre depositata il 16 marzo 2001 dal consulente tecnico di Parte Civile dottor Miedico e ogni altro inerente al lavoratore Bertaggia, oltre alle condizioni lavorative in Montefibre agli atti. Si tratta, signori della Corte, di univoca documentazione medica, documentazione lavorativa, documentazione INAIL, che ha dimostrato, senza che la sentenza di Primo Grado ne abbia fatto il minimo cenno, l’esposizione del lavoratore deceduto alle sostanze tossiche senza alcuna ombra di dubbio, tanto che si sottolinea che i Difensori degli imputati hanno rinunciato a controesaminare il perito di parte, dottor Miedico, nonostante espressa riserva formulata il 16 marzo del 2001. Stesso comportamento, cioè la rinuncia al controesame, hanno tenuto nei confronti del teste di Parte Civile Donaggio Gianfranco, sentito il 14 maggio 2001, che ha descritto le condizioni di lavoro nei reparti Montefibre, in cui lavorava anche il Bertaggia, addetto alle manutenzioni, questa era la sua mansione, di esposizione ad alte dosi, 500 PPM, descrivendo le prescrizioni del tutto inadeguate nel caso di esposizioni superiori e ciò anche in periodi per i quali la sentenza impugnata ha affermato l’abbattimento delle esposizioni. Si richiama quindi per intero alla deposizione suddetta di Donaggio Gianfranco, anche in ordine alla conoscenza della tossicità e cancerogenità del CVM. Bertaggia Giobatta è stato addetto alla manutenzione – questa è la sua storia lavorativa – presso Montefibre dal 1966 al 1977; poi per due anni è trasferito alla Montefibre di Acerra, per rientrare a Marghera, sempre presso Montefibre, fino al 1984, anno di cessazione del lavoro. Dal ’65 al ’66 aveva operato presso il laboratorio della medesima azienda; in precedenza aveva operato presso altre ditte del petrolchimico, dal ’59 al ’64. Tutto ciò risulta documentato dal libretto del lavoro, da anamnesi mediche e lavorative agli atti, ma non considerate nei motivi della sentenza del Tribunale. Sui reparti VT di produzione di CVM su Montefibre, ci si limita a far riferimento, oltre a quanto esposto dal Pubblico Ministero nella relazione davanti a questa Corte, per quel che riguarda gli atti di Primo Grado, anche alla consulenza dei consulenti tecnici di Parte Civile Mara e Carrara, alla deposizione del teste Moriani del 18 aprile 2000, nonché alla memoria di replica del Pubblico Ministero del 10-120 ottobre del 15-12 ottobre 2001, questa memoria è intitolata "Questioni sollevate in sede di arringa sulle situazioni relative a Montefibre" nel deposito all’udienza del 3 ottobre 2001 e risposte del Pubblico Ministero in sede di replica. Oltre ai documenti in essa citata, tutti agli atti, questa memoria è stata sottoposta a contraddittorio in sede di replica e in questa, tra l’altro, si dimostra l’esposizione fino al 1980 e anche successivamente del lavoratore deceduto a CVM, si dimostra la disastrosa condizione degli impianti Montefibre, il tutto nonostante fin dal 1977, si veda l’allegato 6 alla costituzione di Parte Civile, il Bertaggia venga dimesso dall’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova con lettera alla direzione Montefibre che sconsiglia l’esposizione a sostanze epato-tossiche. Si veda anche la piattaforma sindacale petrolchimico Montefibre del febbraio ’76, sempre agli atti, che evidenzia le condizioni di lavoro nel 1976, appunto. Nel ’78 viene addirittura riconosciuta dall’INAIL, al Bertaggia, una perdita di capacità lavorativa del 15% per malattia epatica da cloruro di vinile. Nonostante tutto questo, i consulenti delle Difese, Colombo e Callea, che sono stati ascoltati dal Tribunale, signori della Corte, per mesi e mesi, e hanno fatto le loro diagnosi sui pazienti in assenza dei pazienti testi, lo considerano, cito testualmente: "Non esposto a vinilcloruro", quando abbiamo un’infermità riconosciuta dall’INAIL. E per negare l’origine lavorativa dell’epatopatia, si affidano alle illazioni su di un probabile, cito: "Abuso di alcol o di un’infezione da virus C mai diagnosticata". Smentiti anche in ciò da tutte le anamnesi che attestano l’assoluto non abuso di alcol, ma anche per l’epatite C dai referti depositati come sopra, dell’ospedale Villa Salus si Mestre nel ricovero del ’95 ove si rivela la formazione tumorale al polmone. Questi referti testualmente affermano la negatività dei marcatori dei virus epatici A, B e C, con smentita dei consulenti tecnici delle Difese, che avevano fondato le loro cosiddette ipotesi alternative di cirrosi da virus C anziché da CVM, come da referti medici, solo sul fatto che non sarebbe mai stato cercato il marcatore da virus C, Colombo lo afferma il 12 gennaio del ’99, il che è avvenuto nel ’95. E ciò smentisce anche le conclusioni della sentenza di Primo Grado, laddove, nell’esaminare la cirrosi, attribuisce a fattori eziologici, alcol e virus B o C o emocromatosi, la cirrosi epatica, con evidente e pura trasposizione delle tesi difensive e assoluta mancata disamina delle prove dell’Accusa Pubblica e Privata su questo punto. Non pare comunque che il Collegio abbia minimamente preso in considerazione la posizione del Bertaggia, poiché le sue considerazioni sono basate sugli elenchi del dottor Martines che non ha esaminato il caso. Si veda l’udienza del 12 gennaio ’99, al termine dell’audizione del dottor Colombo, semplicemente perché la costituzione di Parte Civile dei prossimi congiunti, di Bertaggia Giobatta, è avvenuta in una fase già avanzata del processo. Per quanto concerne il carcinoma al polmone, si fa riferimento ai motivi già illustrati nella parte generale dell’atto di Appello e all’assoluta mancata disamina da parte del Tribunale di consulenze di Parte Civile, pur citate nella sentenza con argomentazione monca. Io ricordo il consulente tecnico Gennaro, già ricordato dal Pubblico Ministero, epidemiologo dell’Istituto Nazionale per la ricerca sul cancro di Genova, portato in dibattimento da questo Difensore, nominato nella sentenza, ma sui risultati in ordine al tumore polmonare, nulla si dice, forse perché nulla di significativo le Difese Enichem, Montedison e Montefibre avevano saputo contestargli. Questa Corte saprà certamente valutare questa, come altre omissioni. In ordine alla prova della correlabilità del CVM e PVC alle malattie e alla causa di decesso che ha colpito il signor Bertaggia Giobatta, si fa riferimento comunque a tutte le consulente del Pubblico Ministero, delle Parti Civili, in particolare a quelle dei Dottori Chellini, Comba e Pirastu, Bai e Berrino, Vinais, Martines, Bracci, Mastrangelo, Bartolucci e Gennaro, citato adesso, con riferimento particolare alle risultanze evidenti, aventi ad oggetto specifico il tumore al polmone, nonché alle altre patologie, cirrosi ed epatopatie, correlabili alle mansioni di manutentori, quale quella svolta dal Bertaggia. Quanto alla posizione dei singoli imputati assolti, nei confronti dei quali si è proposta impugnazione, ai fini della dichiarazione di responsabilità ai fini risarcitori degli stessi, del responsabile civile Montefibre, tutti hanno rivestito cariche di responsabilità nella società Montefibre nel periodo a disposizione del lavoratore deceduto, oltre ad avere responsabilità più generali in ordine alla conoscenza della cancerogenità e tossicità del CVM, anche quando fu accertata, nel Bertaggia, l’invalidità professionale da detta sostanza e consigliata, ripeto, la "non esposizione" con lettera alla dirigenza. La Corte vedrà i riferimenti alle testimonianze, indicati nella parte finale dell’atto di Appello. Si chiede quindi che la Corte voglia, in riforma della sentenza di Primo Grado, accogliere le conclusioni già rassegnate per i prossimi congiunti di Bertaggia Giobatta, come da atto che si deposita e che si chiede venga dato per letto. Per quel che riguarda la Parte Civile WWF Italia, tratterò sinteticamente di un aspetto della sentenza di Primo Grado concernente il delitto di avvelenamento, ritenuto insussistente sulla base di palesi omissioni nella motivazione, anche qua, e nella valutazione delle prove. Era stato contestato il pericolo derivante dall’avvelenamento delle acque e delle sostanze alimentari, cioè dall’immissione di veleni o sostanze tossiche in grado di produrre risposte dannose in un organismo biologico, alterandone le funzioni. Era stata contestata dall’Accusa la condotta degli imputati, i quali, ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni, dei propri poteri, hanno gestito gli stabilimenti di Porto Marghera, provocando, nel corso degli anni, quelle emissioni ed immissione nell’ambiente, aria, acqua, suolo e sottosuolo, di cui sappiamo, di enormi quantità di sostanze chimiche-tossiche. Ciò in violazione, come è stato ben detto, delle norme che disciplinano queste attività. Quanto al pericolo che queste condotte hanno determinato o che hanno aggravato, mettendo a repentaglio la salute pubblica, la sentenza impugnata ignora del tutto i dati scientifici e le prove emerse nel corso del dibattimento di Primo Grado su questo tema di cui sto per parlare. Si fa riferimento alle manifestazioni di danno genetico in organismi lagunari, emerse da studi quasi decennali, portati all’attenzione del Tribunale in Primo Grado, da una consulente tecnica, presentata da questo Difensore, oggetto di esame, di controesame, memoria di Parte Civile e dei Difensori degli imputati, ora assolti in Primo Grado; oggetto di memoria di replica di entrambe le parti; il tutto completamente ignorato nella sentenza. Questa omissione nella motivazione è tanto più inspiegabile se si tiene conto di quanto risulta a verbale dell’udienza del 12 ottobre del 2001, in sede di replica da parte di questo Difensore. Il Presidente del Tribunale afferma testualmente: "Certo è che ricordo molto bene, per averla letta di recente anche, la consulenza della dottoressa Venier, che faceva riferimento, per l’appunto, a tutti questi effetti mutageni del biota, etc., etc.". Dunque nessuno aveva dubitato, il Tribunale aveva seguito, letto, esaminato la consulenza, le memorie, l’esame, il controesame. Ebbene, non vi è traccia degli esiti di questa lettura nei motivi della sentenza. Ve n’è ampia traccia nella memoria presentata all’esordio di questo processo da alcuni Difensori degli appellati, non c’è nulla di nuovo però rispetto a quanto emerso in Primo Grado, anche se su questo, come su altri temi, siano stati costretti ad un supplemento di relazione. Ma evidentemente non era sfuggita l’importanza cruciale che hanno le prove formatesi sul punto, per la dimostrazione del pericolo e della sussistenza del delitto di avvelenamento. In modo estremamente sintetico, cosa ci dice la biologa? Nel corso di tre campagne, dal ’93 al ’97 la prima, dal ’97 al ’98 la seconda, nel ’98 e ’99 la terza, effettuate per conto di enti e di istituzioni estranei a questo processo, sono stati rilevati, sperimentalmente, danni genetici al DNA in mitili e pesci nella zona di Porto Marghera. In una di queste campagne, addirittura sono stati trapiantati dei mitili presi a Chioggia, immessi nei canali di Porto Marghera e hanno sviluppato queste mutazioni genetiche. Devo far riferimento – e mi perdoni la Corte – molto concisamente, per forza di cose e non così esaurientemente come potrebbe fare uno scienziato sul punto, ai concetti scientifici di base, a questa sconvolgente scoperta sperimentale, portata per la prima volta all’attenzione di una platea più ampia rispetto a quella scientifica, di danni di mutazioni genetiche in mitili e pesci della laguna inquinata dagli scarichi decennali di Porto Marghera. "Addotti e micronuclei sono alterazioni genetiche precoci – pagina 7 della memoria Venier dell’aprile 2001 – lesioni promutageni", lesioni, quindi danni. La definizione è: "una modificazione strutturale risultante dal legale covalente a bersaglio DNA e RNA, proteine di una molecola di per sé reattiva o resa tale. In relazione ad una condizione di esposizione, l’addotto indica la dose biologica efficace. Un micronucleo è definito da presenza anomala di DNA nel citoplasma cellulare e origina da rotture della doppia elica o da alterata migrazione di cromosomi. Se gli addotti non vengono rimossi, impediscono le normali funzioni del DNA". La conclusione sperimentale della dottoressa Venier, che non è stata contraddetta da alcuna prova contraria, è stata che nel DNA dei mitili e pesci dell’area di Marghera, sono stati rilevati addotti a livelli significativamente maggiori rispetto ad area a maggior scambio con il mare aperto. Qual è la causa di queste alterazioni, di questi danni genetici? Risponde chiaramente con i dati delle sue ricerche la consulente: "dall’esposizione di questi organismi, mitali e pesci, a sostanze genotossiche, ipa, PCB, benzoapirene, diossina". Le conclusioni sono state inequivoche da parte del consulente tecnico, a pagina 20 della memoria, che chiameremo prima, depositata il 19 aprile del 2001 con tre allegati: "In conclusione, dall’esame delle evidenze sperimentali relative agli anni ’93-’99, Marghera emerge come caso del tutto particolare rispetto alle altre aree lagunari, poiché livelli significativi di danno genetico sono stati rilevati ripetutamente in mitili e pesci. Per quanto riguarda gli addotti al DNA, la presenza della DRZ, zona diagonale radioattiva, è segno di esposizione multipla a composti DNA reattivi; le analisi chimiche più recenti, ’99, suggeriscono una relazione tra danno genetico e contaminazione da idrocarburi aromatici policlicici, bifenili policlorurati PCB ed esaclorobenzene HCB". La conclusione è lapidaria, la conclusione del consulente tecnico: "Negli organismi studiati risulta dimostrata la condizione di esposizione ad agenti genotossici". E vedremo che cosa significa esposizione, non lasciamoci confondere dal concetto di esposizione al CVM, qui è un altro il discorso. Il discorso è chiaro: "Abbiamo rilevato danno genetico, alterazioni genetiche nel DNA di mitili e pesci; questo danno genetico mi indica – "è indice di", significa in italiano – che c’è esposizione a sostanze genotossiche puntualmente trovate e pacificamente dimostrate esistenti nella laguna. Ma ecco la furba trovata di un Difensore Enichem che chiede, nel corso di un controesame: "Lei, dottoressa Venier, conferma che addotti e micronuclei sono indice di esposizione?" e la consulente: "Confermo che sono indice di esposizione". Ecco dimostrato, secondo quel Difensore che c’è solo esposizione, in un’accezione che solo lui sa, e non danno genetico. A nulla vale la memoria depositata e già citata, quella depositata in sede di replica, la seconda memoria, ove si conferma che si è in presenza di danno genetico, il 12/10/2001, vale la prima risposta, come nei quiz. A me, questo meccanismo, mi permetta la Corte, ricorda quello all’asilo, quando all’asilo si scriveva sul muro: "Asino chi legge" e si chiamava il compagno dicendogli: "Leggi," e poi si sghignazzava perché questo ci era cascato. Ma un’interpretazione siffatta: "Addotti e micronuclei come riscontrati sperimentalmente sono solo indice di esposizione e non di danno genetico", non supererebbe l’uscio di un qualsiasi congresso scientifico di biologi o di esperti in genetica. I risultati, invece, non si prestano ad equivoci. Primo: sono state riscontrate alterazioni al DNA. Qui devo aprire una parentesi. Ricordo l’importanza per l’uomo, certo, ma parleremo subito del passaggio del pericolo... dal danno al pericolo per l’uomo, l’importanza dell’integrità del patrimonio genetico. Nel 1982 il Consiglio d’Europa approva la raccomandazione numero 934, ove al punto 7 si prevede la necessità di un esplicito riconoscimento da parte delle legislazioni nazionali del diritto ad un patrimonio genetico non modificato. Il Parlamento quindi approva il 16 marzo del ’89 l’importante risoluzione, la numero 30, sui problemi etici e giuridici della manipolazione genetica, ove si afferma espressamente che "anche una modificazione parziale del patrimonio ereditario rappresenta falsificazione dell’identità dell’uomo, quindi non una cosa secondaria, inammissibile ed ingiustificabile in quanto si tratta di un bene giuridico altamente personale". È evidente poi che il diritto è un patrimonio genetico non modificato oppure non espressamente riconosciuto dalla nostra Costituzione fa riferimento... è riconducibile non solo all’Art. 32 e all’Art. 2, ma all’insieme dei valori basilari del nostro sistema, vita, salute e integrità fisica. Infine alla conservazione di un genoma non modificato, con conseguente statuizione di divieto generale di qualsiasi modificazione genetica, al di fuori di casi eccezionali, espressamente contemplati, è stato positivamente introdotto nel nostro Ordinamento dalla Legge 21 marzo 2001 numero 145 che ha ratificato e ha dato esecuzione alla convenzione di (inc.). Ma tornando ai risultati probatori, essi sono: sono state riscontrate alterazioni al DNA di mitili e pesci, cioè lesioni promutageni; secondo: è stato provato che questo danno genetico deriva dall’esposizione a sostanze genotossiche, quelle versate in enorme quantità in laguna dagli stabilimenti del petrolchimico. Questo è il significato di indice di esposizione, su cui tanto fanno affidamento i Difensori degli imputati assolti in Primo Grado, per negare qualsivoglia danno genetico al litio-fauna. Ma a noi appellanti va più che bene l’affermazione più volte ribadita e sottolineata dalla controparte: c’è esposizione. Un’affermazione evidentemente fatta senza comprendere appieno le conseguenze: il danno genetico mi indica che c’è stata esposizione ad agenti genotossici, cioè che questi agenti, cioè le sostanze tossiche presenti nei mitili e nei pesci delle aree inquinate di Marghera, sono causa di mutazioni genetiche in questi organismi viventi. Va bene, si dirà, mutazioni genetiche in mitili e pesci della laguna. Ma questo cosa significa per l’uomo? In primo luogo le risposte che vengono date nei lavori citati nella memoria del consulente tecnico del 19 aprile 2001, la prima memoria, oggetto di ampia disamina dalle controparti in Primo Grado, indicano la correlazione tra addotti al DNA da IPA e adenomi polmonari; ancora un altro lavoro mette in relazione gli addotti al DNA con i tumori, con le mutazioni immunoncogene; nello stesso lavoro si riferisce di uno studio che tratta della relazione tra addotti al DNA, tumori e mutazioni immunoncogene, conseguenti al trattamento con dibenzopirene. Sì, d’accordo, si dice, va beh, però come può derivare un pericolo all’uomo di danno al DNA dall’esistenza di mutazione nel DNA di mitili e pesci, di cui pure si nutre? Dice un Difensore nella sua memoria: "L’assenza di pericoli di natura tossicologica, è talmente evidente da indurre la Venier a non rispondere alla domanda di controesame diretta a stabilire se esistono studi epidemiologici che abbiano esaminato gli eventuali effetti tossicologici dell’assunzione di pesce contenente addotti al DNA". Questa è una memoria Stella del 6 settembre 2001, quella che poi ci è stata somministrata di nuovo nella memoria presentata all’inizio di questa fase del processo. Qui la manipolazione è palese. È sempre il Difensore degli appellati che parla e dice: "Sviando l’attenzione della domanda, la Venier ha dato una risposta che non c’entra nulla con la domanda e ha indicato lo studio di (inc.) e collaboratori del ’99 in cui vengono esaminati gli effetti del pesce contaminato con organoclorurati, aumento di addotti al DNA e dei livelli di citocromo P450" nell’uomo, attenzione. Come riportato anche nella memoria tecnica di replica depositata da questo Difensore avanti il Tribunale il 12 ottobre del 2001, la risposta data dalla consulente, quando è stata controesaminata a verbale del 8 novembre 2000: "C’entra eccome". Controesame dottoressa Venier; domanda: "A sua conoscenza, esistono studi epidemiologici o sperimentali che indicano che l’assunzione di prodotti alimentari, per esempio pesci contenenti addotti al DNA, possano avere un qualsivoglia effetto tossicologico sull’uomo?", risposta: "La mia opinione è che questi studi siano frammentari, ma almeno uno posso indicarlo, si tratta di un lavoro pubblicato da una rivista nel ’99, primo autore (inc.)". Ha quindi evidentemente ragione il consulente tecnico, laddove afferma nella memoria di replica, la seconda: "In ogni caso, la mia risposta suggeriva la possibilità di un pericolo tossicologico, anziché negarla come sostiene il Difensore". Questo è il senso razionale della risposta. Non posso quindi che sintetizzare le conclusioni di pagina 9 della memoria tecnica di replica del 12 ottobre. Primo: i cancerogeni sono in gran parte genotossici; tra specie esistono anche dei parallelismi tossicologici. Secondo: la tossicità genetica di un composto, oltre a tradursi in tumore, può ben prima fissare mutazioni che in genere costituiscono una diminuzione di funzioni, al di là della cancerogenesi c’è l’anemia falciforme, che è conseguenza drammatica di una singola puntiforme modificazione del DNA; terzo: l’alterazione del messaggio genetico e della sua espressione, può pregiudicare funzioni vitali. Ma sorvolando su tutto questo, sbrigativamente mi si dice: "Ma l’Avvocato Partesotti ha detto che nessuno ha mai voluto sostenere che mangiare un organismo col DNA modificato comporti che io mi prenda una modifica al mio DNA", udienza del 19 giugno 2001e certo che l’ho detto. Ma chi sarebbe così avventato da dire il contrario? Cioè che la mutazione al DNA che ha il mitile o il pesce, passa direttamente a me e mi si modifica il DNA mangiando un po’ di cozze a DNA alterate. Cioè se il mitile ha una rottura alla doppia elica, io me lo mangio e assimilo dalla doppia elica rotta. Andiamo! Non era questo il senso delle cose che ho detto, il concetto è ovviamente molto meno banale. Primo: è dimostrato, e i Difensori Enichem ripetutamente ne convengono, l’esposizione di organismi viventi in laguna, organismi di cui si ciba l’uomo, si vedano purtroppo gli innumerevoli sequestri della Guardia di Finanza i cui verbali sono agli atti, esposizione a sostanze genotossiche. Secondo: l’uomo consuma molluschi e pesce contaminati, ciò implica l’assunzione degli stessi contaminanti bioaccumulati in mitili e pesce. Ricordo che il limite del pericolo astratto è dato dall’impossibilità dell’evento, la possibilità che le nostre reazioni metaboliche, ben più efficienti di quelle degli invertebrati – ci ricorda il consulente tecnico – producano quantità pericolose di intermedi reattivi, capaci di formare addotti sul nostro DNA e quindi modificazioni genetiche. Questo è il pericolo astratto che la sentenza di Primo Grado ha completamente ignorato, arrivando a dire, a pagina 955, ma non certo sulla base della consulenza Venier, del tutto pretermessa, trattando delle consulenze Muller, Raccanelli ed altre, dice: "Le caratteristiche qualitative e quantitative della presenza di inquinanti effettivamente rilevati in traccia nel biota vivente sul sedimento dei canali dell’area industriale, non sono state considerate dall’Accusa sotto il profilo dell’attitudine loro a farsi causa iniziante di pur minimi effetti avversi alla salute". Dice: l’Accusa non ha neanche dimostrato che c’è un qualsiasi minimo iniziante effetto avverso. E c’è di che rimanere sbalorditi, dopo quanto emerso in dibattimento sul ruolo del danno genetico quale fattore iniziale di più gravi lesioni all’integrità dell’organismo vivente, uomo in primis. Concludo questa parte con poche parole sul delitto di avvelenamento, ben illustrato dal Pubblico Ministero dal Procuratore Generale e dall’Avvocato dello Stato nei loro atti. Solo un riferimento a quanto fin qui esposto. È chiaro, da una prima lettura della sentenza impugnata, che essa ha introdotto un’inedita ulteriore, quanto inutile distinzione dogmatica nella categoria dei reati di pericoli viziata davvero di concettualismo e, tutto sommato, inconcludente, quella del pericolo reale. Invero, invenzione della Difesa di imputati, assolti in Primo Grado, traslocata tal quale nella sentenza. Non se ne sentiva il bisogno, davvero. Per quel che riguarda questa Difesa, rinvio alle considerazioni già svolte oralmente nelle memorie, anche in replica in Primo Grado, indipendentemente dalle libere interpretazioni che sono state fatte. Confermo, ad esempio, che per accertare il delitto di avvelenamento, è necessario che il Giudice rilevi la presenza del tossico o veleno che sia, nell’alimento o nell’acqua, nessuna distinzione in proposito è ammissibile tra veleno e sostanza tossica, sono termini intercambiabili, considerati alla stessa stregua; oltre alla normativa settoriale degli alimenti, si segnala anche la giurisprudenza nel campo ambientale, li usa indifferentemente. Per esempio, sentenza 7 febbraio ’95 Cassazione Penale, Sezione Terza numero 3454 e 3954 in tema di inquinamento, a differenza di quanto avviene per il delitto di adulterazione, per l’accertamento del quale è necessario che si accerti anche l’esistenza del pericolo concreto per la salute pubblica. Le affermazioni di questo Difensore, non condivise, perché forse fraintese dalla sentenza di Primo Grado, non sono certo inedite non mi permetto. Cito: "Avvelenamento, adulterazione e contraffazione in danno alla salute pubblica. Digesto delle discipline penalistiche. UTET. Nell’avvelenamento, Art. 439, è la sostanza tossica aggiunta all’acqua o alla sostanza alimentare, a determinare la nocività temuta dalla Legge, ciò a differenza di quanto previsto dall’Art. 440, ove è la destinazione, la sostanza finale, diciamo, l’acqua o la sostanza alimentare, che è nociva". Questo è il senso palese di quanto affermato, esplicitamente precisato nel corso della replica del 12 ottobre 2001, ma di ciò nessuna traccia si troverà nella motivazione e nelle memorie dei Difensori. Il criterio della generale pericolosità spazia dalla semplice non impossibilità alla rilevante probabilità, che coincide con la realizzazione del pericolo effettivo. Il pericolo astratto ha dunque questo limite: la non impossibilità del danno nel caso concreto. La soglia si dice; la soglia è la dose minima idonea a configurare il pericolo come così definito, è già stata superata, ne è dimostrazione il danno già subito dagli organismi viventi nelle acque massicciamente inquinate della laguna, che pone in pericolo la salute di chi se ne ciba per tutti i motivi appena esposti. Ecco allora che lasciano il tempo che trovano, cioè sono del tutto fuorvianti le considerazioni della sentenza che sussume tutte le considerazioni delle Difese degli imputati. In sostanza, è stata fornita, nel corso del dibattimento di Primo Grado, la prova di alcune tipiche lesioni, cioè danni promutageni, indotti del DNA da agenti genotossici che costituiscono lesioni iniziali da cui, per effetto di una normale evoluzione del danno, si consolidano vere e proprie mutazioni, ovvero cambiamenti delle informazioni contenute nel DNA, trasmissibili in generazioni cellulari successive. Questa prova è stata immotivatamente ignorata nella sentenza appellata, che dovrà quindi essere riformata sul punto con il riconoscimento del pericolo derivante dall’immissione in ambiente lagunare degli inquinanti industriali indicati nel capo d’imputazione e dal conseguente avvelenamento delle sostanze alimentari nei termini descritti. Termino brevemente sulla posizione della WWF Italia. Nella sua posizione specifica, il WWF Italia ha impugnato la sentenza relativamente al secondo capo d’imputazione, si è costituito Parte Civile nel processo fin dall’udienza preliminare per il capo ambientale; la scelta di costituirsi solo per questo capo corrisponde ad una linea che determina una divisione dei compiti, cioè non invadere il campo di altre associazioni, che più specificatamente si occupano delle tematiche relative all’ambiente di lavoro. La prova della legittimazione del WWF è stata fornita con la produzione di copiosa documentazione inerente l’attività del WWF nazionale, della sezione veneziana in particolare, sulla protezione ambientale della laguna dall’inquinamento derivante dal ciclo clorosoda. Ciò ha origine negli anni ’80, c’è stata una divisione di lavoro da Gabriele Bortolozzo, membro attivo del WWF e Giampaolo Rallo, responsabile della sezione veneziana del WWF. Il WWF è l’associazione che notoriamente ha il maggior numero di associati tra le associazioni che sono presenti nel processo ed è anche l’associazione che ha una radicalizzazione nel territorio addirittura risalente agli anni ’20. Sono stati sentiti i testi Rallo della sezione veneziana, che ha ricordato tutte le iniziative, tra queste una mostra fin dal ’84 sugli inquinanti presenti in laguna provenienti dal petrolchimico. Poi è stato sentito il teste Borziello sulla legge sul parco della laguna e qui non mi dilungo. È stata offerta la prova anche documentale e testimoniale su un convegno recente, un intervento del dottor Drei, consulente WWF in questo processo, che ha dato un contributo su queste tematiche. Quanto al danno, i danni di cui si chiede il risarcimento, sono quelli indicati nell’atto di costituzione di Parte Civile e cioè i danni conseguenti alla lesione del bene-ambiente e quindi conseguente alla lesione del bene giuridico, la cui tutela è scopo primario dell’associazione. Quindi si è determinato un effettivo pregiudizio alla personalità dell’associazione sotto il profilo della lesione dello scopo in ragione della quale si è costituita, nonché un pregiudizio dell’affectio societatis, in forza del quale gli associati aderiscono e svolgono la loro attività. Su questo rimando alla ormai remota ordinanza di ammissione delle Parti Civili del Giudice termine in questo processo del 1997. Per questa ragione produco le conclusioni scritte, come da atto che si deposita, insieme a nota spese e si chiede che venga dato per letto unitamente all’atto. Grazie.

 

L’udienza viene sospesa alle ore 16.25.

L’udienza riprende alle ore 16.35.

 

PRESIDENTE – Prego Avvocato Zaffalon.

 

PARTE CIVILE – Avv. Zaffalon - Grazie. Giudici, devo parlarvi di prescrizione e quindi richiamo subito una produzione effettuata da questo Difensore in Primo Grado, nel quale, all’udienza del 15 giugno 2001, ho prodotto delle schede che sono state redatte per ciascun imputato e di cui vedete un esempio proiettato. Ho scelto quella di Bartalini che, come è noto, ha un periodo di competenza di quasi vent’anni, dal 1965 al 1983. In queste schede – di cui, tra l’altro, aveva parlato anche il Pubblico Ministero, segnalandole – ho messo in rilievo – e questo è il nucleo del documento – tutti e solo quegli infortunati, malati o deceduti, che hanno subito l’esposizione, in tutto o in parte, nel periodo di competenza del singolo imputato. Quindi per esempio, per Bartalini tutti e solo quegli infortunati che hanno avuto l’esposizione tra il 1965, o meglio dal ’70 – perché sappiamo quali sono i periodi di cui al capo d’imputazione – e il 31 marzo 1983. Voi troverete cognome e nome nella prima colonna, il tipo di patologia nella seconda colonna, l’esposizione del singolo infortunato, inizio e fine dell’esposizione, il decesso nell’ultima colonna, quando è avvenuto. Gli infortunati, sottolineati in grassetto, sono persone la cui esposizione riguarda tutto il periodo di competenza di quell’imputato; quelli in grassetto, ma senza sottolineatura, hanno l’esposizione in parte; poi ci sono casi molto rari, per esempio in questa scheda ne troverete uno solo, di infortunati con esposizione successiva al periodo di competenza. Perché ho ritenuto di inserire anche quest’ultima categoria? Ripeto, si tratta di pochissimi casi. In quanto, dal punto di vista astratto, l’avere, per esempio Bartalini, nel 1983 cessato dalla sua carica, non lo esime dalla responsabilità della sua condotta, quando questa condotta abbia provocato delle lesioni, delle malattie, che sono intervenute successivamente. I dati di fatto sono stati presi dalla scheda iniziale del Pubblico Ministero, che voi trovate nel fascicolo e, per quanto riguarda i periodi di competenza, dal capo d’imputazione. Che scopo ha questo lavoro? Ho ritenuto, Giudici, di individuare, con queste schede, quello che chiamerei il disastro attribuibile a ciascun imputato e cioè, a seconda del periodo di competenza, è chiaro che alcuni infortunati e cioè alcuni reati di lesioni, alcuni reati di omicidio, non possono venire imputati a quella determinata persona, perché magari precedenti all’avvento in carica di quel dirigente o di quel preposto della Montedison o dell’Enichem. Invece, individuando tutti e solo gli infortunati che in qualche modo rientrano, sotto il profilo dell’esposizione, nel periodo in cui l’imputato era nelle cariche, evidentemente selezioniamo quelle vittime e le attribuiamo all’uno anziché all’altro. Sottolineo, prima di passare all’esposizione della rilevanza di questi dati, che nella scheda Bartalini, come in tutte le altre schede, nella prima pagina e nella seconda, trovate due infortunati il cui decesso... ecco, nella prima pagina è l’ultimo nome, Bolzonella Carlo, trovate che il decesso è del 2 novembre 2000, mentre nella seconda pagina, a metà, trovate un decesso di Carraro Lino del 30 dicembre 1999. Questi dati hanno rilievo per la prescrizione come subito dirò adesso. Noi riteniamo che il reato di disastro possa venire configurato, in questo caso come reato di danni, cioè reato nel quale sono state messe in atto delle condotte che non si sono limitate ad esporre al pericolo la vita o l’integrità delle persone, ma che hanno prodotto dei danni consistenti, appunto, di reati di omicidio o di lesioni. Noi riteniamo che si possa configurare questo reato, così come configurato per ciascun imputato, secondo le vittime che sono state selezionate nelle schede, come un reato che è iniziato con le condotte tenute, di volta in volta, dai singoli imputati negli anni ’70, negli anni ’80, quando è avvenuto, i cui eventi sono costituiti, appunto, dai reati di lesione e di omicidio sopraggiunti nel corso del tempo, anche dopo considerevole tempo, come sappiamo, anche trent’anni in alcuni casi. Se è così, naturalmente poi parleremo delle obiezioni a questa impostazione, ciascun reato di disastro addebitabile a ciascun imputato, si consuma con gli eventi di lesione e di omicidio e quindi, essendo più gli eventi ed avendo delle loro datazioni, evidentemente la consumazione finale è quella dell’ultimo evento. Ecco che vengono in rilievo quegli eventi, che io vi ho segnalato e che troverete poi in ciascuna scheda, perché sono tutti addebitabili a tutti gli imputati, cioè gli eventi del 2000, i decessi del 2 novembre del 2000 di Bolzonella e 30 dicembre 1999 di Carraro Lino. C’è Faggian che è stato più volte richiamato, che è dell’ottobre 1999, ma basta scorrere le date, per trovare numerosi decessi del 1999, io mi limitavo a richiamarvi gli ultimi due decessi. Se è così, poiché il dies a quo della prescrizione decorre dalla consumazione del reato, quindi in questo caso dalla cessazione della consumazione, il dies a quo della prescrizione del disastro decorre dal 2 novembre 2000 e quindi le date sono tali per cui, come è ovvio, la prescrizione non è ancora maturata per nessuna delle vittime. Questa costruzione ha ovviamente subito le critiche della Difesa degli imputati. In particolare devo richiamare una memoria del professor Stella in data 14 novembre 2003. Il professor Stella, come sempre – per questo è un collega che ci piace – è molto aggressivo, parla di arma nuova di zecca dell’Accusa e si dice sbigottito e sorpreso da questa tesi. Ma devo dire su questo punto – che poi tralascio subito, perché le polemiche non sono certo quelle che decidono i processi – che se il professor Stella avesse letto il verbale steno della mia Difesa in Primo Grado, avrebbe trovato al 15 giugno 2001, a pagina 167, che già si parlava di questa tesi; in particolare, di una tesi nella quale io ho sostenuto, a proposito del reato di disastro di cui stiamo parlando, questa soluzione: nel nostro caso abbiamo al disastro che vorrei chiamare progressivo, questa era la mia espressione. Questo "vorrei" vi fa capire, Giudici, che io sono molto remissivo su questa tesi, nel senso che non ritengo di avere il dogma in tasca, ma sottopongo alla Corte questa mia prospettazione, anche se, come dirò poi, è ininfluente ai fini della decisione, nel senso che ci sono strutture normative, che voi dovete applicare nel nostro processo, in particolare il reato di cui all’Art. 437 aggravato, l’omissione di cautele antinfortunistiche, che superano il problema che io vi sottopongo, in quanto, come risulta dai motivi d’Appello, noi riteniamo che il reato di disastro innominato, contestato separatamente nel capo d’imputazione, debba venire assorbito nel capoverso dell’Art. 437, che noi riteniamo reato complesso, costituito dal primo comma e cioè dalla omissione delle cautele e dal secondo comma, che riteniamo un reato autonomo, che è il disastro, appunto, assorbito nel reato complesso. Ma veniamo allora a questa tesi che io vi sottopongo del reato progressivo. La obiezione che fa Stella, che del resto era ovvia, perché tutti – credo – abbiamo un vago ricordo di questo istituto della dottrina, obietta che il reato progressivo, per fare un esempio, gli atti indecenti che progrediscono in atti osceni, è una fattispecie di concorso formale tra fattispecie astratti di reati e quindi dice che cosa ha a che vedere con questa questione. Ma quello di cui parlavo io, quando parlavo, appunto, di progressione, ovviamente non si rifaceva a questo istituto che, fra l’altro, mi permetto di segnalare, non ha addentellati normativi, è una costruzione concettuale della dottrina, quindi questa parola "progressivo" non può venire monopolizzata, per cui debba venire ritenuta univocamente addetta a servire questo istituto configurato in sede dottrinaria. "Progredire" è un termine del linguaggio comune ed io, in questo senso, lo usavo, anche se, appunto, c’è la progressione, però non di fattispecie astratte, come nell’istituto di cui parla il professor Stella, ma una progressione concreta. Qui abbiamo una condotta tenuta da imputati, magari negli anni ’70, la quale, teoricamente, avrebbe potuto anche non produrre nessun evento di lesioni o di omicidio e ciò nonostante il reato ci sarebbe stato lo stesso, se c’erano i presupposti, ovviamente – e su questo non intendo spendere una parola, perché non riguarda il tema di cui mi devo occupare –, ma che invece ha prodotto il danno, che poi è quello dell’Art. 449, cerchiamo di ricordarci, che c’è un 449 che parla di reati colposi di danno e c’è un 450 che parla di reati colposi di pericolo e questo danno, invece di essere consistito in un’unica lesione o un unico omicidio, magari avvenuti, che so io, dopo pochi giorni dalla condotta tenuta da quel determinato dirigente, è un danno intervenuto nel tempo, a volte nel giro di 20 o 30 anni e con numerosi reati di lesioni e numerosi reati di omicidio. Quello che ritengo quindi di individuare concettualmente come reato di disastro eventualmente progressivo. Eventualmente perché, ripeto, dal punto di vista astratto, nulla obbliga a pensare ad una progressione di avvenimenti straordinaria, com’è avvenuto nel nostro caso ma, ripeto, ci sono altri casi. Dopo parlerò, accennerò all’episodio, di cui si è più volte parlato, della nave Mantovani, quel terribile sinistro avvenuto a Ravenna, in cui però morirono una decina di operai, ma non sono morti tutti nello stesso istante, sono morti nel giro di qualche mese, anche questo è, nel senso in cui parlavo, quello che ritengo un disastro progressivo. Questa mia tesi che ha destato, appunto, lo stupore e lo sbigottimento del professor Stella, per fortuna la troviamo anche in qualche sentenza. Quindi potrà essere una tesi che non ha l’autorità della dottrina del professor Stella, i cui testi sono sui nostri tavoli e che consultiamo per risolvere i nostri problemi, ma tuttavia, un’affermazione come questa dello sbigottimento, mi sembra che richiami un concetto arrogante di monopolio dei concetti, che non possiamo accettare nemmeno noi che siamo degli operatori del settore e che non ci occupiamo della elaborazione dottrinaria. Questa giurisprudenza di cui accennavo, per esempio, è quella che ha citato il Pubblico Ministero nella sua arringa parlando di questo tema e cioè la Corte d’Appello di Venezia il 19 marzo 1999, confermata dalla Cassazione 11 febbraio 2000, nella quale si fanno due affermazioni, che a me interessano, perché sono affermazioni, che vanno proprio a confermare questi concetti che mi sono permesso o azzardato di elaborare in proposito. Prima di tutto dice una cosa che sembrerebbe ovvia, che però è bene ricordare quando si fanno delle obiezioni: il disastro è un fatto giuridico unitario, non è atomizzabile, è un fatto giuridico unitario, il quale non può essere arbitrariamente atomizzato nelle varie successioni fenomeniche in cui esso si sia articolato. Beh, se l’articolazione riguarda centinaia di morti o di lesi per decine di anni, questo è disastro unitario, anche se ha questa durata e questi numeri. Poi, una ulteriore affermazione, mi pare forse ancora più importante – questo è il testo della sentenza della Cassazione, quindi stiamo parlando delle sacre parole del Giudice di Legittimità –, il fatto materiale di disastro inizia – qui si parlava di esplosioni, danni materiali, lesioni – con la propagazione delle due esplosioni, termina con la distruzione dell’intero opificio, ricomprende tutti gli eventi realizzatisi in questo lasso di tempo, le lesioni, i danni materiali patiti anche all’esterno della fabbrica. Sottolineo: le lesioni. Cioè le lesioni costituiscono un reato, ovviamente autonomo, però, prese nel loro complesso, quando hanno specialmente questi numeri, ma in altri casi anche se non hanno necessariamente questi numeri, costituiscono un ulteriore reato di disastro, a mio modo di vedere, che ricomprende tutti gli eventi unitariamente e quindi con le conseguenze che dicevo in tema di prescrizione. Nella memoria del professor Stella si parla anche di un problema, che attiene alla struttura del reato di disastro. Viene citato anche un passo della sentenza qui impugnata, sostenendo che in questa sentenza si afferma che gli eventi di lesione e di morte sono elementi specificativi e non costitutivi del reato di disastro. Stella ne trae subito una conseguenza: se gli elementi non sono costitutivi, ma sono specificativi, quindi sono elementi secondari – interpreto io – allora non si può ritenere che questi elementi, tra virgolette, secondari, possano costituire consumazione del disastro. Devo dire innanzitutto che la citazione non è corretta e quindi mi pare di capire che, poiché Stella sicuramente non imbroglia, l’ansia di sostenere la sua tesi gli ha fatto leggere frettolosamente le carte. Io vi prego di leggerla, perché non voglio farvi perdere dieci minuti per leggervi mezza pagina della sentenza. La sentenza, a pagina 268, quando parla di elementi specificativi e non costitutivi, si riferisce non alle lesioni o agli omicidi, ma dice: "Alla contestualità degli eventi o alla determinazione da causa violenta". In sostanza la sentenza – lasciamo stare la causa violenta, sulla quale non c’è, ovviamente, problema, ma parliamo del problema temporale – si è posta il problema che anche noi avevamo posto e che ovviamente ha posto la Difesa, cioè: possiamo considerare un unico reato una condotta tenuta trent’anni fa, che ha provocato decine o centinaia di eventi succedutisi nel tempo nel corso di anni, anche dopo trent’anni? La sentenza di Primo Grado, su questo punto – perdonate la rivendicazione – mi ha dato ragione, cioè ha detto che la contestualità degli eventi, non è un elemento strutturale del disastro, ma è un elemento, appunto, lo chiama specificativo, io lo chiamerei casomai secondario, nel senso che è una questione di quantità, non di qualità, il fatto che un avvenimento o centinaia di avvenimenti intervengono dopo dieci giorni o intervengono dopo dieci anni o dopo trent’anni; il punto è, se c’è la causa, questo è un altro problema. Ma una volta che ci sia la causalità, tutto il resto passa in secondo ordine. Del resto, lo stesso Pubblico Ministero – a proposito utilizzo le sue citazioni, perché non è certo il caso di far perdere tempo alla Corte, riempiendo di sentenze il tavolo – citava una sentenza che vedo qui, Quaglino della Corte Suprema del 1992, in cui la causalità è durata dieci anni, tra la condotta e l’avvenimento. Non c’è nulla da sorprendersi, per quanto attiene una durata anche straordinaria, il punto è se c’è o non c’è il rapporto di causalità. Detto questo, quindi volevo fare chiarezza su una citazione fatta dal professor Stella, che non rendeva giustizia a quanto sosteneva sul punto la sentenza, la quale – ripeto – ha accettato la nostra impostazione, in ordine alla possibilità di configurare un reato di disastro, che abbia anche questi aspetti temporali, di cui vi ho parlato. Devo dire che per quanto riguarda il mio modesto modo di pensare, perché credo che prima di tutto ognuno di noi debba pensare con la propria testa e poi debba cercare delle conferme, io penso che, anche se ci fosse la possibilità di sostenere che il danno – quando dico "danno", intendo lesioni o omicidio – nel reato di disastro... ricorderete che nel disastro innominato è il capoverso che parla di questo, in sostanza c’è una figura, chiamiamola di pericolo del reato di disastro al primo comma dell’Articolo... adesso mi sfugge il numero, insomma il disastro innominato e poi al secondo comma o capoverso, come vogliamo chiamarlo, c’è il reato di danno, cioè si prevede il caso di lesioni o di omicidi, che derivano dalla condotta. Io credo, che si tratti di due configurazioni. Vorrei chiamarlo reato progressivo anche questo, cioè quando si verifica il disastro innominato con il danno, viene assorbito il reato di disastro di pericolo del primo comma, non sono più due reati, ma il primo comma viene assorbito nel secondo. Insomma, a mio modo di vedere, quando interviene il danno siamo di fronte ad un titolo di reato autonomo, più che ad un aspetto, come dice il professor Stella, specificativo, usando male le parole della sentenza. Del resto – e con questo chiudo questo primo profilo –, da pratico del diritto, faccio veramente fatica a pensare, che una condotta tenuta trent’anni fa e che per trent’anni ha prodotto centinaia di lesioni o di omicidi, possa ritenersi consumata trent’anni fa, Giudici, faccio veramente fatica e ritengo che il dogma vada a scontrarsi con la realtà che vuole disciplinare, se deve arrivare a queste conclusioni. Ma, come dicevo prima, quella sentenza della Cassazione, cioè in sede di giurisprudenza siamo confortati da queste conferme che ci sono state e cioè diceva quella sentenza: "Le lesioni fanno parte del disastro", sono consumazione del disastro. Allora, se valeva per quell’ipotesi in cui le lesioni intervenivano magari dopo un anno o dopo sei mesi dalla condotta, io credo, che non si possa far differenza, rispetto al nostro caso, in cui ci sono centinaia di episodi intervenuti nel giro di decine di anni e ciò solo perché ci troviamo di fronte a patologie che hanno un excursus subdolo, come quello che noi vediamo nei casi che ci occupano. Avevo detto prima che questo discorso sul reato progressivo che ho fatto, perché ho la convinzione che abbia una sua validità sotto il profilo che dicevo, ovviamente, cioè quello della progressione concreta, fattuale dell’avvenimento che costituisce reato, non delle fattispecie astratte, in realtà, come avevo anticipato, questa tematica viene assorbita dalla configurazione, che ritengo la Corte dovrebbe dare al concorso fra il disastro innominato e l’omessa collocazione di impianti o attrezzature antinfortunistiche. Una volta che noi arrivassimo, come ritengo, a configurare, appunto, il reato complesso, unificando la figura formale nell’accadimento disciplinato dal capoverso dell’Art. 437, voi capite, Giudici, che al limite, se anche dovessimo ritenere che non si può parlare di reato progressivo, importa poco, perché se il reato è quello, le conseguenze in tema di prescrizione sono le stesse, cioè in realtà si tratterebbe di un disastro concorrente con l’omessa collocazione e siccome il disastro previsto dal capoverso dell’Art. 437 è un disastro in cui si parla di danno, perché si parla di infortunio o disastro, allora voi capite che se il danno dura trent’anni, la consumazione è quella e quindi il dies a quo della prescrizione inizia a decorrere dalla cessazione della consumazione. E su questo Stella, sempre puntuale, evidentemente non ha perso una riga di tutto il processo, sostiene, invece, la tesi che non si tratta dell’ipotesi da noi sostenuta, ma che l’Art. 437 capoverso configura un’aggravante, quindi una circostanza e quindi – trattandosi di una circostanza – anche se interviene trent’anni dopo, è un elemento secondario del reato, non è strutturale, quindi la consumazione interviene con la condotta trent’anni fa. Intanto, già nei motivi d’Appello avevo segnalato che c’è dottrina, a proposito della dottrina più volte citata da Stella, per esempio nel testo del professor Padovani, anche quel testo è sempre sul nostro tavolo, leggiamo una citazione di Piergallini, a questo proposito, in tema di omessa collocazione di impianti; ecco, Piergallini, in questo suo articolo che cosa sostiene? Sostiene che questa ipotesi, come parecchie altre del nostro Codice, anche se non nominate, è un reato preterintenzionale, perché io ho voluto tenere una condotta dolosa, costituita dalla omessa collocazione di quel tale impianto, di quella tale attrezzatura, da quella condotta potevo e dovevo, dice Piergallini, prevedere che ne potevano derivare delle conseguenze negative per l’incolumità delle persone, ovviamente, se non rispetto delle norme, posso o debbo comunque pensare a questa possibilità e quindi questa è la causalità psicologica che lega l’evento alla condotta nel reato preterintenzionale e quindi ne deriva un evento non voluto, l’omicidio e le lesioni, che però fanno parte, ovviamente, della struttura del reato e che quindi costituiscono la sua consumazione. Quindi non vedo lo sbigottimento di cui parla Stella davanti a queste tesi, visto che Piergallini, almeno dal punto di vista formale, ha la stessa dignità, come dottore di giurisprudenza, di Stella. Potrà non condividere, per carità, questo è un altro discorso, ma sorpresa e sbigottimento dovrebbero restare fuori. Come peraltro citavo prima, credo di aver già, in qualche modo, dato l’indicazione, che adesso completo, su questo punto però si è pronunciata la Cassazione; è quella sentenza Arienti, più volte citata da me, anche in Primo Grado e che ho vista poi citata dal Pubblico Ministero, è quell’episodio, ripeto, terribile di Ravenna, avvenuto nel 1987, in cui numerosi operai, che lavoravano nei cunicoli della nave Nadia Mantovani, per una perdita di gas vennero gassati come topi dentro queste tubazioni, senza neanche la possibilità di venirne fuori, furono estratti a mano, dopo morti. Questa sentenza è interessante su numerosi aspetti, che qui per il mio tema non interessano, però su un punto si esprime molto chiaramente, quindi ve lo leggo perché mi sembra importante, poi Stella potrà non essere d’accordo con questa sentenza, non discuto, ma questa tesi ha dignità di ingresso nel nostro processo. "La disposizione di cui all’Art. 437 al comma secondo non prevede una circostanza aggravante in senso proprio, bensì un’ipotesi di concorso formale di reati, quello di omissione di impianti antinfortunistici - e cioè il primo comma - e quello di disastro colposo - 449 - unificati ai fini della pena, per evitare la maggiore severità del cumulo materiale". Un po’ quello che la Legge ha voluto fare a proposito dell’omicidio colposo, dove, come sappiamo, è stata introdotta una disposizione per i casi – che purtroppo avvengono – in cui l’autore del sinistro stradale infila una serie di vittime, una dopo l’altra, sul bordo della strada e la pena viene, in qualche modo, contenuta proprio al fine di evitare questa severità, di cui si parlava. Il fatto che una sentenza della Corte Suprema non contraddetta significativamente, anche se ci sono delle oscillazioni sul punto, riconosca che sarebbe strano – questo lo aggiungo io – che un evento come quello previsto dall’Art. 437 capoverso e cioè l’infortunio o il disastro, possa venire configurato come secondario, come specificativo, come diceva la sentenza parlando di altre cose e non invece strutturale, a me sembra importante, cioè sembra, una volta tanto, che la giurisprudenza voglia applicare il dogma, adattandolo il più possibile alla realtà, ecco perché si configura, da parte di questa sentenza, il reato complesso e cioè il capoverso dell’Art. 437 è un titolo autonomo di reato, costituito, appunto, da un reato complesso, configurato come abbiamo più volte detto. Dovrei parlarvi adesso di continuazione, ma vedo che siamo ad un’ora tarda, quindi mi limito a richiamare un concetto. A proposito di continuazione, la Difesa della Parte Civile ha coltivato due profili, uno è quello, di cui vi ha parlato prima il professor Picotti, lo ricordo sommariamente: una politica aziendale nella quale sistematicamente vengono tenute volontariamente condotte omissive in ordine all’applicazione di tutte le misure che sono necessarie e opportune per la tutela dell’integrità fisica e della vita dei dipendenti, è una condotta, proprio per definizione, trattandosi praticamente di una politica aziendale, che non può che essere unita da un vincolo unitario, dal medesimo disegno criminoso. Che poi, da questa condotta volontaria, che costituisce un reato volontario, doloso di omessa collocazione di impianti o altro, derivino, invece che eventi dolosi, eventi colposi, questo può apparire, magari sarà importante, però, secondo questo profilo, viene ritenuto secondario rispetto alla possibilità di questa unificazione delle condotte di cui parlavo prima. Quindi questo consente di parlare di disegno unitario anche a proposito di reati colposi, una volta che le condotte che le sottendono, siano volontarie. L’altro profilo, che mi permetto di segnalarvi rapidissimamente, riguarda invece quella possibilità che è stata introdotta da numerose sentenze della Corte Suprema che ho citato, che trovate nei motivi, e cioè il fatto che quando vi è una colpa con previsione – ricordo che nel capo d’imputazione è stata contestata questa aggravante – e cioè quando siamo in quell’ipotesi in cui, nella pratica, noi operatori facciamo fatica a distinguere, per esempio, questa figura, questo istituto della colpa con previsione dal dolo eventuale – cito questo crinale, per segnalare quanto siano vicini, in certi momenti, il reato doloso e il reato colposo –, in questi casi, una volta che c’è alla base una condotta dolosa, la giurisprudenza dice che con la contestazione della colpa con previsione, si può configurare il reato continuato. Questo è tutto un altro profilo rispetto a quello che segnalavo prima, però, siccome è confermato da giurisprudenza di legittimità, credo che la Corte possa e debba esaminarlo, eventualmente potrà dire, ovviamente, che non è d’accordo, ma è una tesi che non ha profili di sbigottimento, è una tesi che ha degli argomenti a suo favore e che possono non venire condivisi e che io chiedo che la Corte voglia esaminare perché, sotto quest’altro aspetto, c’è la possibilità, appunto, di unificare le varie condotte. Perché? Perché ancora una volta c’è un reato doloso che si chiama "omessa collocazione di impianti" e su questo del reato doloso si possono innestare, appunto, sotto il profilo della colpa con previsione, gli eventi colposi, che ne sono derivati. Questa, appunto, è la configurazione che ne fa la Corte Suprema in quelle sentenze che vi ho citato. Io ho finito. Tralascio le osservazioni che riguardano le parti private da me assistite; le trovate nei motivi di Appello, molto brevi, perché non ho voluto citare le consulenze, che pure ci sono, in particolare richiamo la pagina 74, che tratta, appunto, delle posizioni singole degli infortunati che assisto, nonché ricordo dell’Unione Sindacale Territoriale C.I.S.L. di Venezia che, come sindacato, ha ritenuto toccata la propria immagine da quanto è avvenuto in una fabbrica nella quale aveva un massiccio intervento sindacale.

 

PRESIDENTE – L’udienza è tolta.

 

ORDINANZA

 

LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 7 ottobre 2004, ore 9.00.

 

IVDI -  Sede operativa: Casale sul Sile

processi on line - processo Petrolchimico Marghera -  vai alla home page